GRICE ITALO DIZIONARIO D'IMPLICATURE A-Z M MO

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montanari (Bagnacavallo). Filosofo italiano. Bagnacavallo, presso Ravenna, Ravenna, Emilia-Romana. Nasce da Lorenzo e Barbara Biancoli -- cfr. lettera a Vaccolini, Pesaro. Inizia a studiare nel seminario di Faenza, dove si sono formati letterati famosi come Monti e Strocchi. Tuttavia, problemi di salute indussero i genitori a trasferirlo a Ravenna, presso il collegio dei nobili, dove gli è maestro di eloquenza Farini ed ha per compagno Mordani, al quale resta legato d'amicizia per tutta la vita.  Dopo aver perso la madre -- il padre s’è intanto risposato --, completa gli studi tra Bologna e Roma, laureandosi in diritto. Subito dopo ottenne la cattedra di umanità e retorica al ginnasio di Solarolo, dove resta quattro anni e sposa Mainardi. A quest’epoca risalgono le sue prime prove letterarie -- Rime sacre, Faenza, che Betti preferiva agli Inni sacri del Manzoni --, d’ispirazione cristiana, come molta della sua non rimarchevole produzione successiva che pure in qualche caso ottenne giudizi favorevoli dai contemporanei.  Spinto dall’illustre letterato e amico di famiglia Borghesi, concorse per la cattedra a Savignano ottenendola. Già in questa fase M. si rivela scrittore dalla vena facile e prolifica, rivolgendo i propri interessi a quattro filoni fondamentali: opere di retorica, traduzioni dal latino, brevi biografie e opere di argomento religioso. I moti in Romagna non videro in prima fila M., che però, «sebbene un po’ copertamente, dev’essere stato del numero» -- Pierini. Portano a questa conclusione alcune professioni di patriottismo dello stesso M. e la domanda che indirizzò al vescovo di Rimini per essere riammesso all’insegnamento. Tuttavia l’atteggiamento assai prudente di M., preoccupato di conservare l’impiego e mantenere agli studi i cinque figli, non consente di conoscere le sue autentiche idee politiche. Se, d’una parte, sembra talora aderire ai moti liberali -- v. un carme a Mordani, cit. in Polenta -- , dall’altra mostra in pubblico un atteggiamento deferente verso le autorità ecclesiastiche, delle quali cerca spesso l'aiuto e la protezione. Non si può escludere che il suo patriottismo si limitasse a un nazionalismo delle lettere, altrimenti non si spiegherebbero le parole scritte a Betti in una lettera in cui, parlando del proprio coinvolgimento nei moti, afferma di aver dovuto «fingere di credere ciò che io non credeva né mai credetti, e mostrar di aderire a ciò che pur mi doleva» -- da Savignano, Roma, Biblioteca nazionale, Autografi. Come molti esponenti della scuola classica romagnola, M. entra spesso nel vivo della polemica contro i romantici, dei quali salva il solo Manzoni, «romantico nato dal classicismo o a dir meglio finto apostata del classicismo -- lettera a Ilari: in Piancastelli --; tuttavia persegue una posizione personale, raccomandando un classicismo sfrondato delle vane digressioni mitologiche, lontane dalla sensibilità dei moderni, e temperato dal cattolicesimo. Avendo vinto un concorso, lascia Savignano per Pesaro, dove insegna nel ginnasio: nella nuova sede non trova più G. Perticari, da poco scomparso, né Mamiani, esiliato, ma poté stringere amicizia con Cassi, traduttore della Farsaglia di LUCANO (vedasi), ed entrare in contatto con la rinomata tipografia Nobili, che stampa poi molte sue opere.  Attraverso i suoi scritti, la corrispondenza con letterati italiani e le collaborazioni con periodici letterari e di studi -- L'Utile-Dulci di Imola, il Museo scientifico letterario di Torino, Il Poligrafo di Verona, L’Istitutore di Bologna, Il Giornale scientifico di Modena. ecc. -- M. prende parte alla vita culturale dell’epoca, anche se da una posizione defilata e provinciale. Importante, seppur limitata, è la collaborazione coll’Antologia di Vieusseux, della quale apprezzava la funzione di stimolo al progresso civile della nazione. Tra i suoi contributi per la rivista si segnala la recensione-saggio Notizie statistiche intorno l'agraria del Pesarese raccolte da Bertuccioli: che è anche una pregevole analisi socio-economica della realtà di quella provincia. Ben più duraturo è il rapporto con il Giornale Arcadico di Betti, espressione di una cultura classicheggiante e aulica gradita ai conservatori e in auge nel clima politico romano della Restaurazione. M. è appunto a Roma per un viaggio, ospite di Muzzarelli, per studiare greco presso il celebre poliglotta Mezzofanti e poter frequentare i circoli letterari degli arcadi nonché degli accademici tiberini, fra i quali venne ascritto. Di poco posteriore è un viaggio a Firenze, dove si reca per una ricerca genealogica per conto del card. Ciacchi che lo mise in contatto con i letterati toscani. Ma la fama di M. resta legata alle istituzioni di rettorica e belle lettere tratte dalle lezioni di Blair da Soave, che egli rivide e amplia -- Foligno.  Il manuale scolastico dello scozzese, già adattato per i lettori italiani dal somasco Soave, è riproposto da M., che sottopone a revisione critica la storia della letteratura dal punto di vista del classicismo, ribadendo al contempo la validità degli strumenti retorici nella didattica. L’opera, la cui fortuna è testimoniata dall’edizione e da numerose ristampe e compendi curati dall'autore stesso, non può essere considerata isolatamente rispetto alla sua concreta attività di docente. È stato osservato – Danzi -- che nelle istituzioni, coll’influenza del pensiero di Puoti, i riferimenti ad ALIGHIERI (vedasi) e la scelta dei modelli e delle traduzioni italiane di passi latini, M. ri-afferma il primato della scuola classica sul piano teorico e pedagogico. Attratto da un lauto stipendio, M. lascia Pesaro per Osimo, accettando l’incarico di docente di retorica nel collegio Campana, offertogli dal cardinale Ceroni che lo aveva conosciuto a Roma. Qui è scelto per dirigere l’accademia dei Ri-Sorgenti, appena rinata per volontà dello stesso Soglia Ceroni, di cui fa parte anche Ferretti, futuro Pio IX. Da Osimo M. – «Quintiliano moderno» come è chiamato – non si muove più, assorbito dall’insegnamento e dagli studi letterari. Forse per essersi espresso contro le riforme della repubblica romana, M. è gravemente FERITO A COLPI DI PUGNALE da alcuni sconosciuti, probabilmente appartenenti alla fazione degl’ammazzarelli. Salvatosi dopo aver invocato s. Giuseppe da Copertino, gli dedica una biografia -- Vita e miracoli di s. Giuseppe da Copertino de' minori conventuali di s. Francesco, Fermo --, la cui riuscita lo spinse a comporre una Vita di s. Filippo Neri -- Bologna. Dopo l’episodio del ferimento si registra in lui un’involuzione politica che lo porta a schierarsi contro ogni tentativo di sovversione.  M. continua a scrivere, fra le altre, opere di supporto all’attività didattica, come le sillogi Lettere de’ più eccellenti scrittori italiani e Lettere di scrittori italiani -- entrambe Pesaro --, o a ripubblicare lavori nati dall’esperienza di docente, come L’arte di scriver lettere -- Firenze. Va ricordato che M. gode di ottima fama come educatore, attività svolta per quasi mezzo secolo, nella quale adotta un metodo derivato dalla SCUOLA SENSISTA che venne diffuso dai suoi allievi romagnoli e marchigiani.  Gli anni Sessanta videro M. protagonista in due occasioni: quando, impegnato in una polemica contro la legislazione scolastica del Regno d’Italia, partecipa ad adunanze per combattere il sistema di studi «piemontese» e a sostegno del primato della morale cattolica nell’insegnamento, secondo lui base della libertà nazionale -- v. la Lettera a sua eccellenza il sig. commendatore Pasquale Stanislao Mancini ministro della pubblica istruzione, Osimo --; e quindi allorché, invitato dal comitato organizzatore per i festeggiamenti in Firenze del centenario della nascita d’ALIGHIERI (vedasi), licenzia due saggi all’interno della miscellanea Dante e il suo secolo -- Firenze --, a fianco di autori quali Capponi, Mamiani ROVERE (vdasi), TOMMASEO (vedasi), Guerrazzi, ecc.: se da un lato ciò rappresenta un riconoscimento nazionale del valore dei suoi studi, dall’altro il suo contributo appariva «inesorabilmente datato», frutto di una «retorica inadeguata ad una celebrazione che voleva essere un’indagine anche storicamente fondata» -- Danzi.  Tra gli ulteriori lavori di M. spiccano le traduzioni dal latino, in particolare l’arte poetica di ORAZIO (vedasi) --  Parma; Il Catilinario e il Giugurtino di SALLUSTIO (vedasi) -- Firenze --, lodata da Giordani; Delle cose operate presso Velletri e della guerra italica. Commentarii di Buonamici -- Lucca --, lavoro che valge a M. il conferimento della cittadinanza lucchese. La Biografia del conte LEOPARDI (vedasi) da Recanati, edita come dispensa de L'Istitutore di Bologna, dimostra come M. fosse tra i primi a riconoscere la grandezza del poeta. Pubblica inoltre biografie di santi, tra cui una breve Vita di s. Francesco di Assisi -- Firenze --, che sogna di riprendere e ampliare, ma senza riuscire a portare a compimento. M. muore a Osimo. Lascia al collegio Campana la sua biblioteca personale di circa 5500 volumi.  Fonti e Bibl.: Bagnacavallo, S. Michele, Arch. storico parrocchiale, Reg. Battezzati, 1789-1806, vol. 10, c. 349, n. 2324 (atto di nascita); Ibid., Arch. storico comunale, Fondo Vaccolini, Corrispondenti, ad nomen (contiene 43 lettere a D.M. Vaccolini, fino al 1844); Pesaro, Bibl. Oliveriana, Mss., 962; 1767, n. 31; 1829, ff. II, j, VII, n. 3; 1897; 1900, f. III, n. 29; 1927, f. II, n. 62 e appendice al f. II, n. 133 (soprattutto lettere, 1831-50, e autografi); Roma, Biblioteca nazionale, Carteggio di S. Betti, bb. A 52-A 82; Firenze, Biblioteca nazionale, Carteggio Vieusseux, 71, 10-53; altre lettere in Carteggi Vari; Forlì, Bibl. comunale «A. Saffi», Raccolta Piancastelli, sez. carte Romagna, b. 303/111: Nuove lett. del prof. cav. G.I. M. raccolte e pubblicate pel nuovo dal suo amico G. Ginepri, 1882; Osimo, Arch. della Biblioteca comunale «F. Cini», Catal. dei manoscritti, ad nomen; f. G.I. M.; ibid., M. Pinori, Storia di Osimo, p. 86; ibid., G. Cecconi, Diario osimano, 26 marzo 1849; ibid., Catal. dei libri posseduti da G.I. M.; Comune di Osimo, Anagrafe, n. 481/1871 (atto di morte); una biografia del M., in L’Utile-Dulci, III (1844), 7, pp. 49 s. e, ibid., suppl. al foglio n. 36 (1844), pp. 297-299 (Elenco delle opere pubblicate da G.I. M.); G. Moroni, Diz. di erudizione storico-ecclesiastica…, Venezia 1840-61, ad ind.; C. Giannini, G.I. M., in Arch. storico italiano, s. 3, XV (1872), pp. 180 ss.; A. Ippoliti, Discorso sulla vita del professor G.I. M., Osimo 1872; B. Quatrini, Brevi cenni intorno alla vita e alle opere di G.I. M., in Epistolario di G.I. M., 2ª ed., Bologna 1878, pp. I-XXII; A. Ippoliti, Pel solenne scoprimento della lapide posta a G.I. M. … l’11 dic. 1878, Osimo 1879; F. Frezzini, Cronaca osimana, Osimo 1898 (a. 1849); Onoranze funebri rese in Osimo al professor G.I. M., Osimo 1903; O Pierini, L’ultimo retore di Romagna, Faenza 1932, in Valdilamone, XII (1932), n. 3 (estratto); C. Grillantini, Storia di Osimo Vetus Auximon, Pinerolo Cottolengo 1957, II, pp. 590, 633, 640; M. Parenti, Aggiunte al Diz. bio-bibliogr. dei bibliotecari e bibliofili italiani di C. Frati, II, Firenze 1959, p. 260; G. Gasperoni, Un grande maestro di antichità classiche. B. Borghesi nel centenario della morte, Città di Castello 1961, pp. 22, 24, 36 s., ; G. Mazzoni, L’Ottocento, Milano 1964, I, pp. 321, 349, 366, 421, 432, 567; II, pp. 466 s., 508; C. Polenta, G.I. M., tesi di laurea in Pedagogia, Università degli studi di Urbino, facoltà di magistero, a.a. 1968-69; L. Danzi, Appunti sul M. e sulle sue «Istituzioni di rettorica», in Scuola classica romagnola, Atti del convegno di studi, Faenza… 1984, Modena 1988, pp. 149-169; C. Piancastelli, I Promessi Sposi nella Romagna e la Romagna nei Promessi Sposi, Bologna 2004, pp. 94-96, 195 s. e ad indicem.C  BREVI PRECETTI DELL'ARTE RETTORI CA ESPOSTI IN DIALOGO DA Giuseppe Ignazio Montanari HI D B 20 66 5 ì BIBLIOTECA NAZIONALE CENTRALE - FIRENZE •i I I ! I \ I 1 \ 1 * •mtEVI PRECETTI DELL'ARTE RETTORIGA. Finn». Tipcgrafia Le Monnier.  BREVI PRECETTI DELL'ARTE RETTORICA MPMTl IN 1»1 Alloco DAL  DOTT. GIUSEPPE IGNAZIO HONTANAIU Già Professore di Mie-Lettere in Pesaro. ed ora nel nobile Collegio ^^mi^à e vulnerabile Seminano d Osimo. PER G. RICORDI B STEFANO JOUUAUD. 4 8^1.  ir AL CmRISSIIfO SIGNORE A¥Y€NI4LTO liUlOl WOWmACÈAUE filVSEPPE*IGKAZIO XONIANARI. > » * m È buon tempo che io desiderava darvi pub- blico segno della gratiludine mia, carissimo For- naciari, e porgermi per qualche guisa ricono- sceale a voi de tanti obblighi che alla gentilezza e bontà vostra professo; e però essendo in sul dare alla luce questo mio Trattato di Rettorica , ho credulo che questa sia la migliore occasione che per me si possa cogliere a fare mMifestó a voi, ed a tutti, che de' benefizj vostri inverso me ho memoria , e che se voi collocaste i vostri favori in isterile terreno , certo non H poneste in ingrato. Offero adunque a voi questa mia fa tica qual siasi , e a voi la raccomando per modo eh' ella debba essere cosa vostra; nè da ciò mi ritiene saperla povera e sparuta, non per difetto di diligenza in me, ma per manco di quella bontà d'ingegno e tranquillità di vita , senza le quali uom noD può venire a speranza di far bene qual Digitized by Google — 6 — vorrebbe. Chè io sireUo da famigliari e quoli- ' diane angustie, sottoposto a fatiche oltre le forze per trarne frutto di magro pane , appena ho li- bero il pensare per poche ore a quegli stndj a cui forse natura mi avrebbe formalo, e cui la lunga abitudine ha fatto sole delizie della trava- gliata mia vita. E queste cose vi pongo innanzi perchè fin d' ora avvisiate che io stesso sento che meglio si potria fare da chi fiorisse di mi- gliore fortuna che non è la mia, ed avesse que- gli agi che sono dimandati dalle lettere ; non però io poteva fare meglio nella presente mia condizione di tempi e di vita. Laonde se d' altro le genti non potranno lodarmi, ho per certo che almeno del buon volere non nù negheranno lode; tanto più che codesto mio buon volere istesso ha dovuto sovente lottare con que* disagi che sogliono anche T animo dei più coraggiosi dis- francare. Quanto a. me sarò conlenlissimo della fatica mia se voi vorrete aggradirla , e se i buoni e gli studiosi diranno in leggendola: — Costui mirò a giovare le lettere per quanto era da luì. Resta ora che io vi dichiari cagione che mi ha mosso a dar mano a questo libretto, e inten- dimento che io ho avuto nei compilarlo e nello stamparlo. Dovete adunque sapere che quando io ebbi dato a luce la Rettorica del Blair com- pendiata dal padre Francesco Soave , e da. me Digitized by Google accomoUaia ali usq delle scuole italiana, fu chi nelle pagine d' un Giomale mi dififie, quel libro, comecché eccellente per gli adulti, essere troppo elevato pei giovanetti , troppo profondo, nè essi coglierne quel bene che io aveva avvisato , c già per qualche anno aveva sperimentato nella scuola mia, nel Ginnasio di Pesaro, forse più per bontà d' ingegno ne ifìscepolicàe per valore dei maestro. Allora mi andò per la mente di com- porre nn libro il quale meglio si confaoesse a tenera giovinezza , e recasse quanto di utile vi ha nel Blair, e quanto vi ha ne' migliori maestri dell'arte. Meditai un poco, considerai il tema che io m'' imponeva , e a non molto, trasportato dal sommo amore che ho al profitto della gio- ventù, posi mano all'opera, la qoale neir andar di due anni ebbi a vedere compita quale a voi la presento. Nè qai starò a raccontarvi quanto in prima avessi a pensare fra ma, per risolvermi riguardo al metodo e alla forma che dovrei pren- dere; perchè nè in tutto mi soddisfaceva f an- damento del Blair, nè in tutto mi piaceva quello tenuto da Paolo Costa neir aureo suo libro della Elocuzione. Chè parevami doversi serbare modo più analitico del primo , e meno metafisico del secondo; e quanto alla trattazione, mi sembrava si dovesse rendere più agevole d* amendue. La qua! eosa fu ancora cagione che io sorivessì il Digitized by Trattalo per domande e risposte, e incominciando dalie paróle seguitassi ai perìodo, all' intero di- scorso , alle doli che il medesimo aver debbe , e via vìa giungessi allo stile. E qui mi cadde in pensiero di trattare materia, che non mi avvenne mai vedece trattata coovenieDtemeBte nei libri dùReitorica, quantunque necessaria principal- mente ed utilissima, quel è T imitazione, per la quale lo stile si forma; che è quanto dire si per- feziona la ragione, e si crea il criterio ed il gu- sto. Per la qual cosa, dopo avere insegnato che studio si debba porre dal giovanetto a fine di acquistare uno stile lodevole, sono tosto entrato a parlare dell' imitazione, . mostrandolrnon cosa che inceppa gl'ingegni quale se la figurano gì in- dotti , e coloro che giudicano le cose dalla prima corteccia, ma si cosa che aggiunge lena agli in- gegni, li rafforza, e dà loro inventare e creare. E perchè non vi abbia persona del mondo che creda quelle regole che 4o, e intorno V imitazio- ne, e intorno .le altre cose, ho assegnate, siano cosa mìa, o novità che io ami introdurre, ho cercalo sovente recare le parole stesse di Cice- rone, di Quintiliano e d'altri, l'autorità de' quali debbe essere grande appo tutti. Siccome poi è mio intendimento che questo mio libro sia ad uso anche di coloro che non sanno, o non vo- gliono saper di latino, ho procurato che i lue* gbi Ialini siano sempre esposti in italiano: e in qnesto non pìccola ìnduslrìa ho posto. Perchè ove ho trovato buoni traduttori, della traduzione loro mi sono valso; ed ove mi è parato che essi non ci bastassero, ho cercato io stesso di tra- durre il me» male che mi fosse possibile. Dirò ancora che molte volte a recare in volgar no- stro i luoghi latini da me sceki , non mi sono fermato ad un solo volgarizzatore , ma ora 1 uno ora r altro ho trascello, con questa intenzione che i giovani imparino a conoscere quali sono i più pregevoli traduttori. Che se alcuno volesse dire che io doveva tutti que branì^tradurre da me (cosa* che mi fu dolcemente rimproverata* * quando nel mio libretto suW arte dello scrivere lei- (ere a tradattore delle lettere di Cicerone pre* scelsi il Cesari), sappia che io non ho voluto per buone ragioni formi io volgarizzatore di que bra* ni, non già per scemarmi fatica, ch'ella è ben lieve cosa a chi scrive un libro voltaiie dal latino un dieci o dodici luoghi, ma perchè io non po- teva promettermi di far meglio di coloro che a sentenza de più savj hanno fatto bene prima di me. Conosco anch' io che codesti traduttori, ed in ispecie il Cesari, hanno alcun difetto o d'esat- tezza o d' altro: ma avrei io potuto credermi tale da tenermi sicuro da ogni difetto, se anche i di- < Ghmah mtdko,  — fo- retti loro avessi saputo evitare? Avrei io potuto sperare d' avere quelle belle doti di oeltezza , di chiarezza, di eleganza, per cui essi hanuo ti- tolo d'essere buoni, se non eccellenti? lo non ho quest' ambizione , nè tanto so promettermi della pochezza mia; se altri di sè può sperarlo, buon prò gli faccia. A me non piace meglio che il libro sia tutto mio: ma bramo che se si può, o mio solo , 0 mio e d'altri, sia buono. E questo valga a risposta anche a coloro i quali volessero riprendermi dell'avere alle volle preso paragrafi interi dal Costa, esempli dal RoUin e dal Ricci; sebbene poti^bbe aggiungersi che Cicerone dai Greci, Quintiliano da Cicerone,. Blair, Rollio, Balleux ed altri non ebbero a schifo di prendere brani interi da Cicerone e da Quintiliano , e re- carli come sono latini , anzi qualche volta gl'in- teri capi ricopiare e tradurre. Conciossiachè se rutiliti è quella a cai deesi mirare, che ogni al- tra gloria che si consegua senza T utile altrui è vaniti e stoltezza , non deve chi scrive essere così invidioso degli altri , da non valersene, ma delle bontà loro dee fare prò a sè , e le cose dette dai medesimi accettare come J>uona for- tuna mandatagli da Dominedio. Temo ancora non vi sia chi voglia affermare avere io recato in- nanzi numero soverchio di esempi ; sebbene da questo timore mi scioglie il sapere che tutti in Digitized by Google ^ciò si convengono, per gli esenipj rendersi più utili le regole; e grandi uomini (e voi fra questi cogli aurei Esempj di bello scrivere in prosa ed in verso da voi scelti ed illustrati ) avere inse- gnato che più negli esempj che ne precellì 1 arte sè contiene. E qui manifesterò ragione che io ho avuta nel porre ai giovani esempj in copia. Ho voluto che essi vedano la regola nei diversi stili messa io pratica , non meno che nelle di- verse lingue ; e questo ha fatto che sovente ad un esempio latino ne soggiungessi un italiano , da uno in prosa uno in verso. C se i precettori .colle osservazioni loro applicherajino ad ogni esempio la regala » forse Y industria mia non tornerà al tutto vana nè infruttuosa. Una cosa io posso dirvi , ed è , che con profitto ho usato di questo libretto, ed uso, nella scuola mia, la qnal cosa mi dà speranza che non sarà per es- sere agli altri inutile affatto. Vero è, noi discon- fesso , che a' giovanetti ; ai quali do in mano que« sto compendio , prescrivo poi di studiare da sè la Rettoricà del Blair , la quale riesce molto più agevole e facile a chi sappia in prima le regole e le dottrine, che a quella lettura direi quasi ap- pianano innanzi la via: e questo mi piace qui dichiarare, perchè non vi sia chi giudichi che con questo mìo lavoro io voglia scemar pregio a quello assai più ampio e profondo, nè alcun giovanelto si pensi che io con questo lo assolva dal inedHare sulle opere de' Retori filosofi , a capo de quali fra' moderni non è certo chi oon ponga quel sommo Inglese, che ora meritamenle ' signoreggia tutte le scuole ben of dinate , nelle quali , più che T amore del bene dei giovani , non prevalgano quelle vecchie e superstiziose abitudini, che ritardano ed abbassano indegna* mente gì ingegni , a grande vergogna e danno deir età nostra e dell' italica gioventù. Ma è tempo che io ponga fine alle parole , le quali oramai di troppo 60\'erchiano al biso- gno, e che io me e l' operetta mia raccomandi al patrocinio deir amicizia vostra , pregandovi che vogliate accoglierla con queir animo istesso col quale io a voi i' ho donata e dedicata. Osimi éliOéel .  DELL' ART£ MTTORlCilo CMe Tosila dire RettorlM. — Quale iKiMtà •t vlmMlil «elle paMle» • pweliè. Cane ékm mmm pvaeeda la eliiareaaa. D. Che cosa è la lìettorica? lì, È un' arte, la quale c' insegna a fare buon uso ideila parola; e però si deBnisce Farle dui parlar bene ed acconcia$nerUe. Sì dice del parlar bene per iodicare, che nelle parole deve esservi alcuna bonth ; acconcia- mente, perchè non sempre que'modi, che sono conve- nienti ad un luogo, eonvengono anche air altro. D. Quali bontà denno avere in eè le parole? R. Tre principalmente: 4" Purità; Proprietà ; 30 Decenza, La Purità importa che le parole appar- tengano a quella lingua, nella quale si scrive, e vi ap- partengano per modo, che riescano chiare, e consentite - dair uso de' buoni scrittori. 2*» La Proprietà vuole che si scelga fra i vocaboli quello, che V uso ha appropriato a significare precisamente quel concetto che noi inten- diamo di esprimere. 3^ La Decenza infine domanda, che si tengano lontane dalia scrittura quelle parole, le quali hanno perduto bellezza ed onestà nelP uso del Tolgo, e si usino quelle, le quali non possono spiacere a civile e costumato lettore. Perchè si deve aveve questo riguardo neUe parole?  P«roliè4e parole sono i segni delle idee, e se noi non mostriamo chiaramente i nostri concetti , non accadercì mai che siamo intesi chiaramente, cioè come noi desideriamo. E però ad acquistare <|tiesto pregio importante della chiarezza, converrà che noi studiamo hi lingue, nelle quali vogliamo scrivere o parlare; seo:^ questo non ci avverrà mai nè di esprimere con aggiu- sUtezza i nostri concetti, nè di £arli intendere agli altri* D Da quante cose proccfle la chiarezza? H. Dal buon uso delle parole, e dalla buona ^ollo- cazioiie delle medesime., lufatlo, se le parole non corri- spondono primamente all' idee , non sarà giusta l'espres- sione ; se poi non saranno collocate secondo le leggi della retta sintassi, non renderanno mai quel senso che si vorrebbe trariie. Ad esempio : se voi chiedete ad un amico un fiore in genere, con animo eh* egfi debba darvi una rosa, male farete l'inchiesta, alla quale egli avrà soddisfatto ogni qualvolta vi presenti d' un fìore, qualunque egli siasi e di qualunque specie : ma se voi r avrete domandato d'un fiore di rosa, non potrà fal- lire eh' ei non risponda secondo il desiderio vostro air inchiesta. £ perciò grande cura si conviene avere neir uso delle parole che noi diclamo sinoniroe, le quali , sebbene siano tutte eguali ncIT idea principale, pure diversificano nell' idee accessorie. Ad esempio : i verbi di uccidere j ed ammazxare, hanno comune l' idea dì , recar morte , ma banoo diversa V idea del modo di re* caria, perchè il verbo uccidere, derivando dal cedere dei Latini, significa veramente toglier la vita per feri- mento; il verbo ammazzare poi significa togliere la vita per colpo di mazza, o per percossa di simil genere, e però sarebbe improprio il dire : ammazzare uno di fame , e dovria dirsi : farlo morire di fame. Digitized by Google — i5 — D. Come $i ottiene la chiarezza dalla collocazione delle parole? R. Disponendole secondo la retta costruzione, a modo che ogni parola tenga il suo luogo , e n' esca quel senso che si vuole e non altro. Conviene anche sapere ^be una sola parola, la quale sià collocata male, o camWa H senso dell'espressione, o le rende ambiguo. Il Passavanti cadde in questo difetto là dove disse , che un uomo passò di questa vita m Inghilterra ; perchè • sebbene si voglia intendere, cbe un uomo in Inghil- terra passò di questa* vita, tuttavia per la collocatone delle parole il senso è, che un uomo partendo di questa vita se n' andò in Inghilterra. Così pure il Boccaccio iacofitrò in questo difètto dicendo, cbe — Dmiie di uver fcUto quel Hbreito ndf età piò mahmi si vergognò ; percbè non si conosce se nell'età più matura si vergognasse, ovvero se facesse quel libretto ; il quale difetto sarebbe state tolto disponendo coii altro ordine le parole, e di- cendo : si vergognò nell' etli più matura. D. Con che altro modo si ottiene la chiarezza nel cottocare le parole? R. Componendo bene il periodo, cioè dando il suo luogo a ciascuna proposizione nel discorso, per modo che r una non debba entrare nelle ragioni dell' altra, c siano chiare le espressioni non meno che le relazioni delle medesime. Caw. il. Che cosa è il Periodo? Il Periodo non è che up intero diecorso, nel quale si esprìme una sentenza composta di piU giodizj , i quali tutti dipendono da un solo, che si chiama prin- cipcJe, mentre essi sono detti incidenti. Si dice discorso intero, perchò il Perìado deve racchiiidere in sò com- piutamente r espressione del sentimento , che si vuole manifestare. Dico poi che il Periodo debbo esprimere un sentimento composto di più giudizj . perchò se vi fesse r espressione d'un giudizio solo, allore, se mal non mi appongo, non sarebbe Periodo, ma una sem- plice proposizione, o, come altri dicono, sentenza. Non ignoi'o che vi ha di molti i quali danno nome dii^ nodo anche ad una sàia proposisiene, come: III a/ io mio maestro; ma penso che sia mal fatto, conciossiachè la parola Periodo indica giro, àmbito; nè veramente giro od Àmbito vi ha in una sola proposisione. £ .però amo distìnguere il Perìodo da semplice sentensa. Che cosa è la Sentenza? ^ ìL È V espressione di un nostro giudizio manife- stato per modo che egli abbia principio e fine, come sarebbe questo : Cedro amò la ma Pairia ; dove Codro è il principio, la sua Patria il fine della proposizione. U perìodo si forma di queste sentenxe riunite insieme per modo ohe la loro unione formi un giro od un àm- bito, come dicevano i Latini, piacevole agli orecchi, e « tale che presenti alia mente quasi uno il concetto. Però è che a formare il periodo non basterà accozzare in- Digitized by Google sieme piti sealenae : perchè se sareooo unite iilsieiiie. senza queir ordine, che dalla ragione e dall'arte è ri- chiesto y sarà sem|)re un ammasso di seotense dis- giunte^ e non un perioda È quindi. neeessiHrio a ben formare il periodo, disporre pet modo le propoeizioni che una sola stia a capo di tutte, e le altre servano al tutto a questa, e strettamente con lei si coUeghino. Per esempio : Fatta iw/a, i Trojani m partirono dd^ risola di Creta ^ e navigando per il mare di Giaccia, dopo molta tempera, ohe sostennero, capitarono alle Isole Sirofadi. In questo breve periodo vi sono piti proposiiieiri : I* Trojani partirono -<» imitarono per il mare di Grecia — sostennero molla tempesta — capi- tarono alle Strofadi. Le quali proposizioni tutte oosk distaccate non formerebbero un perioda: lo lormafto però qoando una di queste è posta al reggimento del- l'altre, nel modo che sta nelF esempio recato, dove-r- / Trc^jam copUarom Me Strofadi è la propesisioa principale, che modl6ea tutte le altre; le quali periìbè sono modificate hanno nome di suballerne. ^^,] D. Come sono chiamate dai Retori le parti che con^ pongono il periodo? R. GhiaoMno membri qoelle parti del periodo ehe contengono una sentenza accessoria ; chiamano iìicisi le parti delle quali si compongono i membri ; come, ad esei&pie: Et si kaenini nikil est magie optamhm, qimm proepera, esquabilt^, perpetuaque fortuna, secundo vitce sine ulta offensione cursu; tamen si mihi tranquilla et pacata oeum fuiesent, ineredibili quadam, et peiie di- VMMi, qua mme-wstro ben^hio firuor, keiiiim voh^ptate caruissem. « E se dall'uomo non si dee desiderare al- cuna cosa maggiormente che una prospera , temperata e perpetua fortune, uu secondo corso di vita sensa s disturbo od olfesa «hmna, io nondimefio, se avessi aviite tutte le mie cose tranquille e prospere, sarei ora privo d*UQa iacredibiie e quasi divina contentezza e letìzia, die io godo per lo beneficio Tostro. » (Lodovico Dolce.) In questo perìodo la proposizion principale è co- ruissem voluptate Ixtitice, alla quale proposizione, come vedete, tutte le altre sono coliegate per opera delle congiontioni , officio delle qaali è rannodare V un membro coli' altro. I membri nei quali si può dividere il periodo sono questi : Nihil ai magis optandum qmm f ottima jiroqMfa ^^si mihi fuisimU omnia focata et tran* fuiOa camàmm voluptate lastitkB, GV incisi poi sono questi : sine offensiorte ulla^ — cursii secundo vitcB, — wquabilis ,perpetuaque, — incredibili, oc pene divina, — qaajoetiro ben^io fruor. i D. Di quanti membri si deve comporr^ il Periodo? R. Non vi è legge che determini il numero dei membri dei periodo, e purché eia agevole a compren-* dorai, secondo che insegna Aristotile, si potrà fininare de' periodi di quattro, e di cinque membri ancora. Cice- rone nell'Oratore c'insegnò: Constai iUe Mmbitiis^ et plma comprehmuio e fwMor fere partibus^ qua membra dhimiiur, ut et otires nmpkat, et ne brwhr sit, quam satis sitj nec longior. « Quel giro, e quella piena com- prensione si compone quasi di quattro parti, che si chiamano membri, a modo che riempia le crocchie, e non sia nè più breve di quel che basta, nè piti . lungo. » D. Quali regole si danna a ben-formareél Periodo? il. Tre principalmente: 4® Che i membri siano ben •f; collegati fra di loro per mezzo di congiunzioni così che abbia unità ; Che il senso esca perfetto ed agevole per la buona collocauone delle parole e dei membri ; Digitized by Google — 19 — 3^ Che si chiuda in un pieno ed armoaioso giro di pa- roie. Ucbeyuol dire ohe il periodo deve avere: 4^ Uniilif S[<»iUkacia, 3^ Armonia. Caf* III. Belle iiualiià eeeensiall 4el Perlede* D. Àv§i$ deéto che funUà, Feghacia e Farmonia, sono le tre qualità essenziali del periodo; ora spiega- temi un poco perchè è fèecessaria V unità? R. V ufiilè è neeeeaaria ed eaaeuialef perchè ella fa che r oggetto principale sì mostri cosi ben collegato ..polle sue parti, da uscirne alla fìae una sentenza com- piala. AJpbiaoM deUo ohe nel periodo vi possono essere o ^ sentenie ; ma sa queste non sono si fattamente unite da presentarsi alla mente come un tutto solo, esse recheranno disagio e confusione. £ in quella guisa ehe nel eorpo umane il capo signoreggia tutte le altre membra, le quali unite, e direi governate da lui, for- mano un corpo solo, così la sentenza principale deve reggere e fare un corpo solo con tutte le altre subalterne^ KpM^priMipal cura debbo essere di ooiloeare in modo la proposiiione principale , che ella riceva lume e fini- ' mento dalle subalterne, e da quelle chiaramente si di- stingna. D. Coma SI ellMfie Pumtà? R. Per quattro modi s'ottiene l'unità: 1" Non in- troducendo mai troppe proposizioni subalterne, e non iermandosi tfoppo sulle medesime , sicché non faccia alcuna <M queste sulla mente una impressiMie o eguale  0 pili forte che non fa la proposizione principale, lo 2*» luogo: non inframmettendo mai nel periodo membri , dei quali Isa seotensà pn(» fare a meuOf o che non vi hanno relazione ; perchè allora ne nasce un affastellamento /che da confusione alla mente, ed a^ava la memoria. Se occorre dir cose molto piìi di quelle che in un salo periodo ti possono contenere, sarb molto meglio ripartirle in due, che per volerle racchiudere in uno fare cosa viziosa e senza unitò. In 30 luogo conviene cercare introdurre parentesi quel meno che si può. Ogmmo sa che la parentesi è una sen- tenza messa dentro ad un' altra sentenza, la qual cosa è fatta per dar luce e chiarezza. Ma se la parentesi sarà troppo lui^a, e dimanderk più atlensioiie ohe le altre sentenze delle quali si forma il periodo, etlrfne tuiterh r unita, e in luogo di portar luce, porterà oscurità. Se poi la parentesi sarb troppo spesseggiata, distraendo e interrompendo.il corso d^r astensione, verrà a togliere r unith del periodo e ad isoonòiarle. Non si dice'che non possa usarsi la parentesi qualche volta con buon prò: chè ben si può, e giova; ma si vuol dire che ohi la prelunga soverchiamente, o chi ne usa troppo qpsBSO, dà sea»no di non avere saputo a tempo ordinare le idee e distribuirle bene. La quarta regola infine è che ogni periodo venga ad una perfetta conclusione. E vizio insopportabile f! formare de' periodi per mède ehe non se ne trae mai quella conclusione che si deve; 0 il for- marli in guisa che la conclusione vada piìi là di quello che ci aspettavamo; perchè alla mente è grave sempre il non trovare quello che cerca : 0 il trovarvi per sòprap- piii cose, delle quali non si cura. I quali due vizj sono cagione che il periodo perda unità ; e però denno stu-x diosamente evitarsi. Che intendete qmndo dite che il periodo deve avere efficacia? JL & inlande dire obe le parole, ed i membri del pemdo demie essere disposU per guisa, die faociano la maggior impressione possibile sulla mente, a modo- chò li leUore ooa solo iateada ad ua punto , ma seata oéli'.ammo 11 valor di ciaeeitii membro» di»€its<mii •oeiao, e di eiascuna parola. D. Quali regole si danno per ottenere t tfficacia deW espressione nel periMo ? R. AlquanteréfiDtoei daniiò, e innansi tutte questa: che si tolga via ogni parola superflua, perchè tutto ciò che non giova, nuoce assolutamente, ai dire di Quintilia- no; in fatte o etanca la mente, oytìto sceiiia parte di cpiell* attentiem, che a cose più importaoti è dovuta: oltredichè, al dire d'Orazio, « è d'uopo usare brevità per render più spedita la sentenza , la quale deva trascor- rere iiberOy e noa graivate di veni euònì le stancbe QÉed^yìa» Est brevitate opus ut currot sententia : tutu te Impediat verbis Iqsms onerauUbus aure». La «piale cepria dovrà essere osservata seoofire con savia diserezione, perchè non abbiasi ad incontrare nell'uoitè difetto; che sta sempre a costo della precisione, cosic- chó apveoÉs. aooade , idie per cercare efficacia nei dire, si dado nèlF arideua. ' D. Si deve egli evitare la superfluità soltanto nelle parolel B. SiocMie io ouperfluità può essere aocgca nei membri e negl'incisi, co8\ anche di Ih converrà to- glierla. Alcuni scrittori poco avveduti cercano d'intro- durre nel periodo una piena di seatenze, e poco badano se tutte siano néesisaria o oo^ purché alla fine e$ca un su<iiio grave e armoniom. Il qaile difcUo è da fug- gire sommamente, perchè se torna grave alla mente una parola superflua, molto più le sar^ una sentenza. D. Quah altra fdgtì^ siéàpet oUmmn PefUkama mi periodo? R, Quella del saper ben collocare le parole che rappresentano l'idea priocipalei akchò abbiano il prìn- cipi luogo, e colpiscano la mente anohe per Mesto dell' armonia. Il quale artifizio certamente è di non lieve momento. Valga un esempio. Cieerone neli' ora- rione a difesa di Ligario voleva dire <Ae egli pure aveva seguito le parti di Pompeo.- Egli si esprìme ceift: in iisdem ego armis fui: ed osservate, che se egli avesse detto: ego fui in armii iiidem, — V efficacia della sen- tenza sareUie al lutto svanita. Ma poneado ^ueU* ego in luogo cbe ferisce là mente, e méttendo quel fui al fine , la sentenza acquista un non so che d' efficacia e di forza. Così in quest' altro luogo pur di Cicerone nelle Filippiche: AdeiratjanUor mrceris, caimifex pmioris, mors, terrorque sociorum , et civium romanorum , lictor Sextim. « Si trovava il portinaio della prigione, il ma- nigoldo del pretore, la morte e il terrore cM eoufede* rati' e cittadini romani, Sestio littere. » (Dolce.) Qod Lictor Sextius posto a principio toglierebbe ogni effi- cacia a questa sentenza, nella quale Cicerone ha prima voluto porre dinami ag^ occhi quanto era di terribile in questo carnefìqe , poi quasi a compimento della pit- tura nominarlo infine. Quale aUra regola auegmreelB olire le accen-^ naU? R. Che ì membri del periodo sempre siano dispo- sti per modo che vadano crescendo a guisa di scala, eosicohè le idee ultime abbiano sempre maggior pese delle prime, come in quésto esempio di Cicerone, al quale QuìntiliaDO stesso fa chiosa: In istis faucibus, iitis lakrilm, ùta gladùihria toiÌMS ccrporis fimUUUe, # tunkm inni m Hippm nuptiis eoAanseirat, UH fieeesse es$et in conspectu populi romani vomere postridie. « Tu con queste tue fauci, con questi fianchi^ eoa questa gladiatoria fona di Uilt* il corpo, luti tanta copia di ▼ìm traeaiiiiato aUe nosie di Ippìa , dkè necessith ti fa il giorno appresso di vomitare al cospetto di tutto il popolo romano. «a (P. G. Biaiiohi.) Se Cicerone aveaaa prima aooannatD alla robostesia gladiat»ria dalla per- sona, poi ai fianchi, poi alle fauci, il periodo avrebbe perduto efiìcacia per difetto di gradazione. D. QmU è la quarla regota per ilare effimda alpe^ rmiù? B. È quella di contrapporre nel periodo stesso membro a membro, e quasi farne confronto , serbando aat linguaggio e nella aiulaaBi ima certa omiapondansa : per esempio: Vieti pudorefà libido, timorem audacia, rationem amentia (Cicerone) ; ove la modestia è con- trapposta alla sfrontatezza , il timore att' audacia, la ragione alla stoltezza. — E questo modo, cbe i Betori chiamano antitesi, vale all' efficacia del periodo, per- chè avendo ogni concetto il suo contrapposto ai fian- chi, la mente dal paragone è aiutata a sentir meglio quefl' idea ohe le si Tnole presentare: come appunto più spicca una figura in un dipinto quando è aiutata dalle ombre e dai chiaroscuri. Conviene però andare canti mW oso dalle antitesi) per non mostrare di avere più oera delle parole ohe da* smtimenti. Ma di questo altrove si dìvh. D. QmU è ta qitùUa regota per rendere efficace il pariodo? È quella di non chiudere mai il periodo con una parola ) che sia di poca importanza: vale a dire con una di quelle, che non esprimono realmente un'idea, ma soltanto la modificano, come sarebbero gli aggettivi, ì participj, gli avverbj. A meno che non si voglia che la mente si fermi sopra le qualità di una cosa , o sopra la modificazione d' un' azione, perchè in questo caso starà bene portare in fine quelle parole stosse, còme nell' esempio di Cicerone: tu istis faiicibus ec. Egual- mente si dica dei monosillabi, i quaii chiudono con asprezza di suono; e degl'infiniti, i quali sovente re- cano in sè un suono languido , e non aggradevole. Ma in queste cose non si può dare certezza di legge, e si conviene prendere norma dal proprio sentimento, e dal fatto dei Classici; come ad esempio: Quapropter me- moriam vestri bene/icii colam benevolentia sempiterna , non solum dum anima spirabo mea, sed etiam cum mor- tuo monumenta vestri in me benefica permanebunt « Laon- de io onorerò la memoria del vostro beneficio con per- petua benevolenza; e non solamente mentre avrò vita, ma quand' anco io sarò morto rimarranno in me le memorie del beneficio che fatto m' avete. » (Dolce.) Si perde ogni efficacia in questo periodo, qualora si chiuda cos\: sed etiam cum mar tuo permanebunt monumenta veslri in me bene fidi. D. Quai è la sesta regola per dare efficacia al joe- riodo? Il Fare buon uso delle particelle congiuntive e disgiuntive, dalle quali, quantunque non paia, sovente il discorso acquista di molta efficacia. Ma per usarne bene conviene considerare prima se noi vogliamo che tutti i membri del periodo facciano forza sull'animo quasi ad un punto ; o se meglio ci torna che 1' uno Google - 25 - dopo r altro faccia forza. Se ci giova che tutti ad un puato Cacciano impressione, allora noi dobbiamo sop- prìmere e togliere affiatte le coogiuaftioai; se all' incoQ- tio, dobbiamo collooarle a divìdere V un membro dalFal* tro. Nelle cose in cui è necessaria rapidità, le coni^iuii- zioai iudeboliscooo il periodo; in quelle, in cui è ne* cessarìa posatezza e distinzione, le particelle rafforzane il perìodo. ^Cesare descrìveva una battaglia, e voleva mostrare la rapidità, colla quale era stata combattuta, e come il combattere ^ il dar la carica, il vincere, era Stato quasi un sol pufttoi Dica adunque cos) : Noitri^ emissis ptlis, gladiis rem germi; repente post tergum equitatus cernitur; cohortes alice appropinquant , hostes tirga vertuiU, fugienttìms equUei occurrunt, fU magna ecedeg. « I nostri, laooìate le aste, si avventano colle spade; improvvisamente vedesi a tergo la cavalleria; s' avvicinaa le altre coorti, i nemici voltan le spalle, la cavallerìa dà la eariea ai fàggUivi, si fa grandissima strage. » Se Ossafe avesse ad ogni nieiaBbro frapposta una particella, avrebbe mostrato che da una cosa all'al- tra vi eca passato alcun tempo: mentre presentando epsl in groppo tatto le eiroostanze^ dà a vedere la preetesia « te rapidità del fHto. Ha Cesare stesso vo- lendo nella descrizione di un' altra battaglia mostrare molte e diverse difficoltà superate, e far vedere il ne- uM, in diversi* luof^ ad uno stesfià tempo sem- brava essere , ammette le copulative , e ne ottiene bel- lissimo efiétto. Eccone le parole: Eie equitihus facile piiJ$ii oc petÉurbatis , mer^dibUi eelunècUe ad fiwmn ^ iecùmmi, ut pem «no ef odsihm, ef tu flu* mine, etjam in manibus noslris hosles viderentur. « Qui sospinta facilmente e scompigliata Ja cavalleria, con incredibile eeMrità ceraare al fiame; eosìsfiiiò i nemici  parevano essere quasi al tempo istesso, e nelle selve, e nel fiume, e alfine nelle nostre mani. » Queste sei re* gole generalmente insegnate dai Retori giovano oertà- mente a rinvigorire e fare efficace il periodo, quando però esse non offendano la naturalezza , e quel lucido ordine, senza il quale non vi è mai Tera bellezza nelle scritture. D. Che 9ùia deve dà^i deW amonmf A. armonia è quel dolce risuonar del T>eriodo^ che nasce dalla scelta e dalla collacazione delle parole, e mentre rende il discorso grate all' oreccbio di obi ascolta, gli aggiunge Acacia* Dalle quaU cose si vede che non è da trascurare l'armonia del periodo, perchè, come dice Quintiliano: Nihil potest intrare in affectum qwd frim m ours, wkM qwiiom ve$léi»b^ «Mm ùf^ fendik « Non è cosa cl^e possa entrare nel cuore uma- no, se dapprima intoppa negjX orecchi che sono quasi le porte. » D. P&rckè Mi0 «fallo ehé V anmia nmm dalia scelta delle parole ? R, Perchè le parole possono dalla diversa combi* nazione delle lettere ,4dUa quali elleno 0D11O iNtnale, ricevere diversi mml e diverse melodie. Ognune sa che le vocali rendono dolce il vocabolo; le consonanti lo fanno robusto: ma siccome ogni soverchio è vizioso, cosi le troppe vecali danne sme spiacevole per ia$a; le troppe consonaDti rendono un suono aspro e difficile. Aggiungasi ancora che le parole composte di poche sil- labe sono generalmeiite pìU franche e spedile, che me- lodiose e 8op vi ; e sono poi all' incontro melodiose quelle, che di un giusto numero di sìllabe si compongono, ele- mento delle quali è una proporzionata mistura di vo- cali e dì consonaiiti. Chi diuMpw sappia trasceglìere qudle parete, che hanno armonia e sono dolci al pro- nunziare, renderà sempre armonico il periodo. D. Quante regole si possono dare per rendere or- nmioio il perMQ coUa ecelia delle parolef R. Quattro, e sono le seguenti: 4<» Che si usino parole di agevole pronunzia, perchè i vocaboli diflìciU alla proniuizSa sono anche aspri « difficili all' udito; 2«Che si evitino i monosillabi troppo vicini fra loro, o Fincon* tro delle sillabe somiglianti, le quali recano cacofonia; 3^ Che non si usi perpetuamente un' eguale maniera di giro e di cadenza nel periodo; 4* .Che ai vocaboli di poche sillabe siano frammischiate voci di molte sìllabe; perocché da questa varietà deriva specialmente un' ag- gradevole armonia. D. Dareste le regole che riguardané la diqnieisnene dèlk parole per ottenere armonia? R. Eccole, e brevi. In primo luogo sì deve cercare che il periodo sìa composto per modo, che in fine di ciascun membro possa avere luogo ma pausa; e che queste pause siano collocate in tale distanza fra loro, die n' esca un piacevole suono: si badi però che non siano troppo scropalosamente ansuratOf né troppo egual- mente; perchè la soverchia «lisura e regelariài rende* rebbe affettato il periodo; P eguale cadenza lo rende- rebbe monotono. Che anzi accortamente si devono in- fraounettere non ingrate dissonaiiie e spaasatiire, le pigitized — 28 quali, iodueeiido varietii nell' armcMML, «9 'aceresootìo il dilotto. ' ; Chi può dirigere, e dar leggi migliari interno tarmenim? > B. Il solo orèeohìo; ma perchè sia bùon giudice, conviene che sìa ben educato; e per avvezzare i' oreo- ohio Qoa vi ò miglior aiaaco ohe roaaervatione e Fimi-* tassile degli ottimi aaaaqplari. Leggete autori elaiaicf ^ recitateli con attenzione a memoria, sicché T orecchio ue gusti le armonie, A poco a poco egli vi si abituerà, e senza alcuna fatica , ansi inseneibilmente^ quell'alnto tornerli in natura. Fra i latini leggete spectalmente Cicerone e Livio, fra gf italiani Boccaccio, Casa, Spe- roni, Tasso e Caro; sebbene riguardo al Boccaccio non ai possa andare tanto ài sioart per quella sua forsata sintassi , la quale spesse volte* rende oscuro ed intral- ciato il periodo. D. Jn fuanti wzj ti può cadere Gerco^tdo eever^ . chiamente farmoma? IL Neir affettazione , neir ampoUosith e nelT oscu- rità; vizj tutti egualmente da fuggire. £ neir aftetta- Siene al oade oMStrando scopertaneiìte lo studio posto o nella scelta o nella colloeaziofie delle parole; nel* l'ampollosità, aggiungendo parole, incisi e membri inutili ai periodo, solo per averne quella rotondità di cadenza e quel .suono aggradevole, die eontenta Tome- chio; nelP oscurità infine, trasportando fuor di luogo parole ed incisi, e forzando oltre il debito la sintassi. Si deve anuhe guardare lo scrittore dai confondere il ritmo della prosa col melffo della poesia, conciossiadiò quello è regolato semplicemente dalT orecchio , questo da una determinata misura, e non vi è^osa piii scon-* eia che vedere la prosa vineolala ai numeri della poesia. Conviene forse iMia sola armonia egualmente a luta i periodi? »• R. Certa che no* Abbiamo deUo che de' periodi ve ne ha di brevi , cioè di doe o tre membri , e di lunghi , cioè di molti membri, e da questo ne consegue che come diversa è la misura del periodo^ diverse aocora ne sia il suono. E aieoome ge&efahnenle I periodi non lunghi convengono ad un semplice discorso, e i lunghi periodi sono proprj del discorso oratorio, così ne viene che altra debba essere V armoma d' un tismpliee e fa* migliare dtocorso , altra quella di un oratone. E ceHo mal farebbe assai chi ad un semplice discorso volesse dare V armonia e Y andamento 4kel discorso oratorio. D. Si dovrà egli cmpmr&^l diicono 8empHc$ fo* famente di irwi periodi, e /F or^Mria solamente di lunghi? / R. Se ricordate che abbiamo insegnato doversi fuggire come viaio la monotonia , vedrete venirne di conseguente, che sebbene il periodo breve sia proprio del discorso semplice, il lungo sia proprio dell' orato- rio, nullameno si devono c<|d' giudiziosa arte frammi^ sehiare e eontemperare. InfAto Cicerone insegna, che « non si ha sempre ad usare di una lunghezza, e quasi di un egual torno di parole, ma spesso spesso nel di- soorso a lunghe membra si donno intrameziare le bre- vi, t jVen semper fààmikm est perpetmkde et quaei con- versione verhorum, sed scepe carpenda membris minuUo- ribus or alio est. D. Conchec/He $i rende hmgoilperiedof A. Accomodando molte proposisloni subalterne per fare risplendere maggiormente la principale. Il breve periodo esponendo una sentenza 9on poche altre che la modificano, vi toglie il diletto di vedére la relazione, che ella può avere con molte altre: il lungo vi fa conoscere quasi ad un tratto un maggior numero di rap- porti della sentenza principale colie accessorie. Per fare cenoscere adunque tatti questi rappocti ad un tempo, egli è necessario ricorrere ad alcuni modi , che i Retori chiamano amplifìcazioue, antitesi , enumerazione di par- tL Ad esempie: Cicerone vokTa dire ironicamente che tutti piangevano per la morte di Clodio. In un breve periodo si sarebbe detto : non vi è in Roma chi non pianga per la morte di Clodio. Cicerone air incontro per messo deir enumerasione amplifica il perMo, e gK dà suono oratorio in questa maniera: Publii Clodii mortem cequo animo nemo ferre potest; luget senatus, mceret equeiUr ordo, tokk cwiias confecta senio eit; sqwUhiU munieipia^ afflìCkoUui^ cohnkB ; agri dmdqm tpsi Ann ben^tùum, tam salutarem , tam mansuetum civem desiderant. i Piange il senato, V ordine equestre è in tribolo, tutta la città è di malinconia rifinita; squallidi i mnniciiy , afflitte soa le colonie: finalmente i medesimi campi dfcone: Deb! chi ci rende un cosi benefico, sì mansueto e salutevole cittadino? 9 (Cesari.) D. Formato eko sia bene ilptfrkdo; cosicché riesca dotato d'unità, d' efficacia, di armonia, che altro resta a fare? R. Beata a formare il discorso: cesia a congiungere insieme piìi periodi, i quali- contengano un intero ragio- namento, 0, come i Latini chiamavano, Orazione^ la quale abbia tutte quelle doti che sono necessarie a ren- derla perfetta. £ perà verremo a parlare dd Discorso e delle sue priiicipali qualitt. Digitized by Google - ai ~ . Del SisMMW» • dMle mw pri— >y« l t D. Cofne fi pud dijfinm Diieano ? Jt. Il Ditoorsò non è altra obe Fmiione di molti pe* riodi concatenati per modo, che i' uno venga necessa- rìamente di conseguenza air altro, e tutti insieme ne- soaoQ a quel che ci siamo proposti da prima. Quanti sono i fini che l’uomo si può proporre nel diicorso? – H. P. Grice: Very easy Italian way to pose My FUNDAMENTAL question!” -- R. Tre priocipalmeiite. O non si ia altro che nar* rare ed esporre sempliosmente i nostri concetti per trattenere piacevolmente chi ci ascolta, e allora il Discorso ha per fine il diletto; o si vuole dimostrare una qualche veritèi, e allora il Discorso ha per fine la cofivmsfone; o infine si vnoìe costringere chi ci ascolta a fare il voler nostro, e allora egli ha per fine la persuasione, D. Nei tre fini diversi che t uomo si propone par- lando, devono forse mere sempre egwdi le qtsaUtà del Discorso ? R. No. £ per determinare quali devono essere le qualità ohe al Disoorso ri convengono, Usogoa osser- vare alcune cose. L'uomo, quando parla, può trovarsi in diversi stati : o coli' animo tranquillo e dominato dalla sola ragione, o coli' animo signoreggiato dalia fantasia, 0 infine ooU' animo dominato dalla passione» A seconda delio stato in eni si trova l' animo di chi parla , il Di- scorso riòhiede un linguaggio diverso: imperocché il linguaggio della ragione ò fiempUce , chiaro ed elegante ; qttrib della fantasia s^ inaiza con figure che gli danno Digitized by Google propri colorì; quello. deKB passioae poi è commosso ed iigilalo, ed ha modi e figure liltte sue proprie. E però alcune qualith richieste da una di. queste specie, squo poi rifiutate dair altre. D. Insegnateci ora le qtmHtà proprie ad ognuna di queste tre specie. R, Di alcune qualitè per le quali si ottiene la chiù- rena , cioè della purità , della peoprieià • deUa decenza ^ si è toeeate da principio. Ora rimane a dira d^* elire, e in prima di quelle che sono proprie a tutte tre lo specie; oioò veritb, ordine, naturalezza, eleganza: po- scia traiieremo delle qoalità piwprìe di quella speeie di Discorso che è mosso dalla fantasia, e diremo delle ficiire prodotte dall' immaginazione; infine accenneremo di (fueila specie che ò sigooreggiala dalla passieiiei e par^ leremo di3le figure proprie della pasaioiiev Dellii Yerit»9 dell' ordine , della natiirideHA p ' deir eiei^nza» . D. Ghe cosa intendete dir^ quando prescrivete che il . Discoreo abbia verità? . R. S intende dire che i concetti^ i quali noi espo- niamo, devono essere veri o molto somiglianti al vero, e devono essere espressi con una elocuzione egualmente vera, cioè predsa in*8ò, e taleda rendere efficacemente con aggiustatezza quei coifeelti che noi vogliamo naui- festare. Ovunque manchi la verità nei concetti , o quella verisùniglianza che ha immag^é. di verità i T umano Discorso sì caogia in vamièi di suoni e di stranezze ; ove manchi verità all'espressione, i nostri concelti non fanno mai forza alcuna sali' animo altrui ; nè gioverà puntc^ adoperare deganza e bei modi se il fondamento non è ' vero, 0 somigliante al rero. D. Che cosa è V ordine? H. V otxLine die fu dnamato buoido, e raccoman- dato con tento calore da Orazio, è qndia qualità , per la qoalc si dispongono i concetti in modo che l'unp sem- bri derivato dall' altro, e messi insieme formino un tutto di perfetta regolarità. £gii è certo, die per dichiarare alcuni concetti noi dobWamo dichiararne alcuni altri o dipendenti da quelli, o a quelli per relazione congiunti, e però ohi scrive deve disporre i suoi concetti per modo che r un pensiero rampolli dall' altro, e dall' uno all'aP Irò il lettore passi senza disagio, anzi senza avveder- sene, cosicché creda una materia sola quella che com-. pone un intero disooiao. Yet ottenere ciò egli è necessario sapere mettere in esecuzione quello che Orazio stesso insegna in quei versi dell' epistola ai Pisoni: Or^nù hmc viHut erii , et venu», ani ^ fui/or, VÈjam tmnc diotiijam %UM deb9»lh M; PkTMqné éifeni, «I pnmtu iu tempia emittùt. La grazia poi dell'ordine e il valore, A parer mio , consiste in ciò che sappia « * Il destro autor sul cominciar deir opra ^ Di tutto ciò cbtì dovrà dir, quii parte Subito esporre, e quale io aiiro tempo Differir aia vaaiaagio. (Uetastasio.) E grandi sono in vero i beni che ne vengono dal saper dire a tempo ciò che si deve, e lasciare ciò che non è necessario dire: perchè appunto l'ordine si turba e quando non si dice a suo tempo ciò che è necessario allo sviluppo dei oonceitt, e quando ai dice piii di quello che occorre; perchè nel primo caso s'interrompe la ca- tena delie idee, e si reca disagio alla mente; nel secondo si opprime la memoria per modo che ella ci perda il filo del discorso, e non lo possa senza fatica rintracciare. L' ordine fa che ci riesca più facile a conoscere la suc- cessione delie idee, e cbet se ne comprendano agevol- mente i rapporti : e, come dice un prefondo scrittore moderno, ^ « L' ordine àh air anima il massimo eccita- mento congiunto al minimo di fatica; perchè fissando la nostra intelligenza il suo punto d' appoggio nel cen- tro, signoreggia da quello tutte le parti della cosa. » L' uomo ama V ordine naturalmente, il quale ordine è principio di diletto, perchè scema fatica alia mente; è principio di bellezza^ perchè eccita dolcemente la fan- tasia ed il cuore. D. Che cosa mi dite della naturalezza? lì. Questa dote del Discorso, secondo Aristotile, è quella per la quale nelle scritture s' imita sempre il parlar naturale, cioè si mantiene quell'ordine nelle idee e quei colori nell'elocuzione, che sono richiesti dalla natura stessa. Egli è vero che non si dee scrivere come gli uomini comunemente parlano , perchè nel par- lar comune è scorrettezza presso che sempre, e vi ha * Il professore Gratinano Bonacci cosi si esprime nel § 3o del Gap. Q° della sua veramente filosofica opera inlitolata Noiioni fon^ damentali ri' £<leli«a. ( Foligno , tipografia Tornassi ni ,1857. ) Colgo qaesta occasione per neeoinandare ai giovani la lettura di questo libro, Il quale 9 ae con assai meno booià fosse nato di là Uair Alpi e dal mare, e veouto a noi» dooo di mente straniera, avrebbe in lulia a qoest' ora e molle traduzioni , e molti adoratori. Ma penjiè è nato in Italia, forse da pochi è conoscioto, da pocliissimi pregialo secondo il merito » e studiato. Così va la bisogna degli stndj in Italia ! 0 temporali a momllll Digitized by Google -36- , de' modi e de' costrutti, chiamati idiotismi, che nella scrittura si denno evitare; ma è vero altresì , che ove Tarte si faccia a rabbellire il Discorso, lo dee fare per modo che sembri cosi fatto per sola opera della natura.* Perciò i grandi maestri insegnano, ninna cosa essere più diffìcile aeir arte che nasconder V arie , e fare che ella si paia natura. Conciessiacfaè ancbe allorquando la materia del Discorso è presa dal verisimile, egli deve avere talmente faccia dì vero da potersi trovare il vero nel fiato: nò questa illusione può fare V arte se in tutto non segue le norme della natura , cioè a dire se il Di- scorso non ha pregio di naturalezza. E perchè abbia tal pregio, tre cose principalmente si debbono schivare; la prima delle quali è che non si scelgano mai im- magini troppo raffinate, né parole troppo leziose, e fuor dell'uso nella costruzione delle sentenze: ma le imma- gini e le parole siano spontanee, e non mostrino artih- sic, ma, come dÀoB CUierone^ exeadem re effloruisse videanhir; cr paiano sbucciate fuorì da sè. » E quel che si dice delle immagini e delle parole si dica pure del- l' armonia del periodo, la quale deve procedere per modo da prender dolcemente gli orecchi e tentare il cuore^ senza mai dare nelF affettato, nè dipartirsi dal naturale, la seconda luogo acquista naturalezza il Di- scorso dal mantenere la decenza , cioè facendo che ogni persona che parla, pari! secondo il proprio carattere, in quella maniera stessa che un uomo parlerebbe in realtà se fosse posto in quelle circostanze. Periochò egli è chiaro che non essendo dato a tutti da natura un carattere eguale , o doti eguali d* ingegno e di cuore, ciascuno deve parlare seconda quel carattere o quello doti che ha, o che lo scrittore gli ha assegnate, ila da principio; perchè, facendo altrimenti, il Discorso per- Digitized by Google — se- derebbe pregio di naturale. Finalmente iu terzo luogo si conviene studiare che le parole e le frasi, non meno * che i pensieri , siane adattali al soggetto che si tratta , e alle persone innansi alle quali si tratta; la qual cosa costituisce ciò che si chiama carattere di stile, di che parleremo a suo luogo , e dà lode di naturalezza al Di- scorso. Da queste cose è nanifésto che la naturalesza è princìpio e conseguenza della chiarezza. I). Che cosa è eleganza, e in che consiste? R. Eleganza è quella qualità ^ per la quale il Di-* scorso non solo si purga dagli errori , ma prende abito di terso e di gentile, allontanandosi dai modi della plebe senza punto perdere T essere di naturale. Questa parola eleganza nasce dal verbo latino eUgerif M quale suona in volger nostro — scegliere condiligensa: e Tele- ganza è proprio una scelta che si fa delle parole e dei colori della favella per rendere più vago ed efficace il Discorso. Ma questa virtU non è si facile ad ottenere se ' prima V ingegno non si assicuri da ogni errore gram- maticale, e non conosca profondamente quelle leggi che la volontà de' primi scrittori ^ e V uso di quelli c^e vennero appresso, ebbero imposto aUa lingua. I quali scrittori certamente recarono quelle leggi, tolte dalla osservazione del parlar comune , cioè dalla natura stessa della lingua; e a queste ìaggL chi nega sottopora^i non otterrà giammai, non dico lode di eleganza, ma nep- pure titolo di essere scrittore: conciossiachè a conse- guire eleganza è fondamento T osservanza delle leggi grammaticali; e dopo queste, quattro mezai vi sono che possono veramente chiamarsi principio e fonte d'ogni eleganza: cioè T uso delle figure grammaticali, dei tropi, dei concetti e delle sentenze; e infine la varietà. Di cia- scuna di queste cose parleremo ne' seguenti capitoli.  €aw. TIf • Delle flswe del DImomo eblanuite D. Che cosa sono queste figure grammaticali? IL Sono certe forme di costruito, ie quali hanno io sé nna ragionevole irregdaritè; perloehè ben dissero coloro che le definirono — un errore fatto con ragione, perchò l'errore non istè che neir apparenza, e la ra- gione del medesimo ha radice nella natura; tanto che si può dire che la sintassi naturale le porta con sè. In- fatto se l'ordine successivo dei rapporti delle idee non è esattamente seguito neir espressione, non è per que- sto che noi non siamo benissimo intesi da coloro che et ascoltano, la qunl cosa non sarebbe se dalle figure di costrutto restasse offesa la naturale sintassi. La mente di chi ascolta o legge, facilmente entra nel nostro con- cetto, conoiQSStachè per leggi di analogia ella a sò rende regolare quel Discorso il quale infatto è irregolare; laonde si deve concludere non essere queste figure in- ▼enzione de' Grammatici ; ma sì i Grammatici averle trovate nel naturale Discorso, ed essere quindi nate dalia natura, e non dall' arto. D. Come può dirsi che le figure grammaticali già- wmo ali eleganMa M eoUruUo? R, Perchè esse lo rendono più cahaiite ed efficace, esprimendo certe condizioni o dell' immaginazione oil anche dei cuore, a modo che possa dirsi che elleno siano linguaggio proprio dello spirito in quelle date condizioni. Infatto, quando lo spirito mira direttamente c con interesse ad un oggetto, egli facilmente sopprime e tralascia quelle idee a cui egli non mette gran conto, e che possono essere intese dair insieme dell'altre: quando una cosa fa gagliarda impressione sulla fantasia, lo spi* rito vi si ferma sopra, e qualche volta, senza raddoppiare r idea, raddoppia Tespressione: alcun'altra volta perse- guitare V andamento delle idee turba Uordine della sin- .tassi; alcun' altra infine scambia le relazioni riferendo il pronome non al nome espresso, ma al nome dell'oggetto che lo colpiseei e-che è già chiaro dal complesso delle idee esposte, cosicché il lettore o l'uditore per mezzo deir analogia rettamente interpreta il Discorso, non secondo le parole, ma secondo T intenzione di chi parla. Ecco qua la sorgente delie figure che malamente si dicono grammaticali , e dovriano dirsi figure del co- strutto naturale. D. Quante e quali iono queste figure? A. Se guardiamo- ai Grammatici sono in gran nu- mero, ma avvisati da Gherardo Vossio, che le piìi non sono che stranezze e vera invenzione >di Grammatici, e non prodotto della natura, noi ci fermeremo a cinque: la 4* delle quali, ohe è la piti usata, eidirei regina delle altre, ha nome Elissi; la 2^^ Pleonasmo; la 3» Silessi; la 4^ Enallage; la 5^^ Iperbato. Diremo ora di ciascuna. D. Come definireste la Elùsi ^ e che easa dirute di questa figura? R. Elissi è parola greca la quale significa manca- mento; e però questa figura consìste nel togliere e tra- lasciare alcuna parte che sarebbe necessaria, all' inte- grità della sintassi, in modo però che non ne nasca oscurità alcuna, ma anzi il Discorso acquisti forza ed efficacia. Vi ha delle lingue, a cui T elissi è frequentis- sima, e fra queste la latina e la nostra. Se dunque, coniD è detto, TEIissi consiste nel tralasciare, ella co- stituirà principalmente quella brevità, che spesso è vaghezza del IMscorso. D. In quanti modi si può fare tSlissi? R. In molti modi : ora tralasciando un nomé so- stantivo, che facilmeute si può sottiuteDdere^ come ad esempio in qnel di Dante : Gliene diè cento» e non stnlì te diece ; ove si sottintenda il sostantivo htue, nome che facii« mente si supplisce, intesa che sia l'azione, nè ci vuol fatica ad intendci la, poiché il poeta dice come Ercole a furia di busse fini il ladrone Caco. Cosà facilmente s^ intende la parola jsodum soppres^ nel seguente d* Ora* zio (Ode 34, lib. 4"] : •• nom^tie DinpUtr PUrwnque per pumm. • , • Egil equa sottintendendo ccelum* Con itoolta vaghezza talora si sopprimono gli adiettivi , come ad esempio : nec tu sol- vendo eraS; — cioè aptus. Cos\ nel Boccaccio : E sempre poi per da molto l' ebbe, e per amico, sottintendendo — per da ùioho pregio^; e neir altro : Il garzoneelh infer^ mo, di eh» fa madre dolorosa tonto, come coki che più non ama ; — dove è agevole sottintendere figliuoli. De' verbi ancora si fa olissi, siano essi finiti o in- finiti; così in quel di Virgilio: Ne te f rigora hedant; cioè cave ne. E in quel di Dante : Ed ecco verso noi yenir per nate Ud vecchio bianco ec. ; dove manca il verbo apparve: e nel bellissimo luogo del Passavanti , ove V albergatore di Mahnamile diee dì sè: Io ricco, io sano, io bella donna , assai figliuoli ^ grande famiglia, né ingiuria^ onta o darnio riceveUi mai dapersona : ove è facile il aoiimteiiderd — io sono, io ho. 11 verbo infinito ancora elegantemente si sottintende. Così il Boccaccio : U Saladino e compagni, e famigliari tutti sapevan ìaHno, cioè pariare ; e ailrove : Impoaibil che mai imnbmeficj e il suo valore di mente gli iMCtV- sero; supplisci, esser impossibile. Le preposizioni infine (chò dell' altre parti del discorso ci passeremo per bre- vità) coQ> molla grazia si sotiiotmidioDe. Eceone alcuni esempj italiani : avvisò ^ che gran cortesia sarel^be dar loro bere. (Boccaccio.) Supplisci, da bere. Questi avea poco aodare ad esser morto. (Petrarca.) Supplisci, da andare. Lo fondo suo ed ambo le peadici Tult' eran pietra, ec. (Dante.) Cioè di pietra. Chi yunÀe più copia d* esempj intorno dò, ricorra ai Grammatici, e n' avrh a satollo. A noi basti avvertire, che dair olissi il discorso acquista brevità, rapidità ed efficacia ; le quali cose , coinè producono dilelfto nel- ¥ animo, così partoriscono veneri, e grazie, dalle quali si forma principalmente V eleganza. Vogliamo anche osservare che molte figure, cui i Betori chiamano di parole, non sono che le stesse figure grammaticali. Ma di ciò a suo tempo. D. sChe cosa è il Pleonasmo, e in quanti modi si fa? R. li pleonasmo si fa nel discorso ogni quel volta s* inti'oaiette nella (rase una parola, la quale tolta ohe Digitized by Le, non T«r<«bbe meno .ionn. 00081 al eonceito. Ha nome da una voce greca, che signiiìca ridondanza. La quale superiliuU noa deve credersi lasciala iix arbitrio di chi scrìTO : perocché ove ella non sìà comandata dalla natura, diviene vizio e non vaghezza del favella- re. Quando una cosa colpisce fortemeote la nostra im- maginazione o il caoroy noi, perchè sia conosciota Firn- ^; pressione che essa fa dentro noi , usiamo raddoppiare qualche parola. Dal che ne viene che il pleonasmo aggiunge di gran forza air espressione ; e non sarebbe cosi, se questa soperflaìtà tion ìmm comandata, ma capricciosa. E vaglia il vero, quando Dante disse nel canto di Ugolino : Ambo le roani per dolor mi mor&i : ognun sa che le mani sono due, cosicché pare superflua Ja voce ambo; ma s'ella è superflua alla sintassi rego^ lare, non è superQua air immaginazione, la qpaale per mezzo di quel pleonasmo vede V azione di mettersi ad un tempo con doloroso modo d'ira le mani alla bocca, e colorisce agli occhi la disperazione del conte Ugolino. Di qui è chiaro che se il pleonasmo aggittoge forza e co- lorito all'espressione, deve essere Hn principio sicuro d' eleganza. Badino però i giovani che facilmente sì cade in Tizio di superfluità dove si voglia usare di questa figura senza ragione. I varj modi di pleonasmo, usati nel voìgar nostro e nel latino, ricercherete dai Grammatici, A noi basti il detto fin qui. D. Che cosa dowrà dirsi della Siìeaei? R, La Silessi, figura che ha nome da greca voce, la quale significa concepimento, si fa allorquando le pa- role sono costruite secondo il senso e il pensiero, an- ziché secondo V uso della costrusion regolare, a modo che ella ti pare a {nniaia ghuita una discordanza. Così ad esempie in qnel di Livio : Capita coniurmiioms vir- gis cessi; invece che coesa. Questa forma di parhire, che pare strana, è al tutto naturalissima* Vediamolo in quaiciie esempio. Dante dice nel settimo deU' Inftrm : Che soUo l' acqaa ba genie cbe sospira , E bone pallttlar quesf acqos al sommo. Sotto la parola gente, V immaginazione vede una mol- titudine d* uomin^ ; e però V azione s^ accorda col nome uomini sottinteso, anziché col nome espresso gente. Così Orazio, parlando di Cleopatra nella 37^ Ode del i"* libro, la chiama fnonstnm fbUah; poi segue a riferire V azione a Cleopatra stessa: Darei «f eelenti FakUe monttnm: fu» gwemim - Ptriréqmremeta.; e altrove Dante : Di fuor dorale sod sì di' egli abbaglia; e dovrebbe dire regolarmente : sì cha elleno abbaglia- no ; ma sicoeme il poeta ha voluto Hiostrare ohe quel bagliore nasceva dal molto oro ivi profuso, ha concor- dato il relativo al nome oro sottinteso, aiutando per questo modo T immaginazione a raggiungere il con- cetto. Conviene però nelF uso di questa figura andare molto a rilenlo, né si dee credere che tutte le discor- danze di sintassi si debbano avere per Silessi, perchè pur questa figura non è bella, se n<m è ragionevole mente irregolare. / D. Che dee dirsi dell' Enallage? j H, Dee dirsi, cbe ella è una figura per la quale / si pone un caso, un genere, un modo, in luogo dell' altro. ié parola che in greco significa mancamento. Di questa figura gl' iialìani fanno uso assai di sovente, forse anche più del Latini; cosi si usa Tinfinito in forza di nome, come nel seguente esempio del Boccaccio, ove r infinito vivere sta in luogo del sostantivo vita: — da questo vieM il nostro viver lieto eke voi vedete. Così Livio: et facere, et pati fortia , r(mumtm est ; ove gF infiniti facere e pati, hanno forza di nomi. Si usa con molta vaghezza V aggettivo in luogo deiravverbio; così Orasìo nell'Ode SS del libro Duke ridenlem Lalagen amato, Dulct laquenUm; e il Petrarca: Chi oso ss mae dolce ella scMqrinif E come dolce parla, e dolce ride; dove r aggettivo doìoe sì in latino che in italiano è posto in luogo deir avverbio. Si pone il participio per r infinito, come in questo del Boccaccio: fece veduto ai suoi sudditi, per dire fece, vedere. V infinito invece del soggiuntivo; ossi il Boccacdo: Qui ha questa cena, e non saria chi mangiarla, cioè chi la mangiasse. Il pre- terito determinato in luogo dell' indeterminato , come; Io andava per grande bisogno in servigio della mia donna, e il re fu giunto; cioè giunse; e così dicasi di altri casi. Ma, quel che più è, alcuna volta si usa un verbo in luogo d' un altro, come in questo del Boccac- cio : Vwer sensa te non saprei ; ove saprei equivale a potrei: così il verbo aieere può usarsi in senso di ri- putare , di ritenere, d' intendere o sapere, di procac- ciare. 11 verbo fare si mette 4b luogo del verbo procu* rare^ di terminare ^ di nascere, di apparire. Ma di queste cose chi brama avere copia a mano, può rivolgersi ai {irammatici. Se ci si domandasse quale proviene al Di- scorso da questa figura, rìspond^remmo, che non lieve; perocché, quando altro non fosse, lo rende graiioeo e peregrino senza scemargli chiarezza, e colla novità stessa ingenera diletto ed eleganza ; col cambiamento poi dei tmtfi aggiunge vigorìa ed efficacia al Discorso. Così il dire U re fu giunto, anziché gmucy indicando un'azione già compiuta e determinata, in luogo di una iadetermioata e lontana, rende piii scolpito il concetto^ e mostra con più efficacia la prontessa del venire. Anche in questa figura non deve però lo scrittore an- darsene alla sbrigliata , perchè gii potrebbe accadere di rendere strano il Discorso ed oscuro in luogo di dai^li vaghezza e novità. D. Quale è la quinta di queste figure? R, V Iperbato, parola greca, che in Ialino suona tramgressio, in italiano direbbe irapasso, E questa figura si fa traslocando una pairola dal luogo suo pro- prio , e recandola ad altro ; cosa che spesse volte giova assai alla fantasia ed air affetto* £lla si fa per quattro modi principalmente: 4^ per Trasposizione (i Greci di- cevano Anastrofe), come in, quel di Virgilio, Eneide, libro 4<> : • multo$qué per annoi BmbùM «eli fath ména omnia eiremm ; e il Petrarca : Ho di i^ravi pensier tale una nebbia, ec. ; ove è da osservare, ohe la parola cireum posta in fine da Virgilio, la quale dovria slare innanzi al maria, è un espressivissimo tratto di pennello, conciossiachò ferisce la mente del leggitore a consìderafe quanto a lungo errassero i Trojani per tutto il mare, e ve ne mostra quasi i lunghi errori: e il Petrarca ponendo r aggettivo UUe innanzi ad una nebbia, rende più ef- ficace e più: sensibile la metafora, in %^ lucgo si fa per Divisione (Tmcsi), o mettendo il sostantivo in mezzo a due aggettivi, come nel Boccaccio: A piè d'una bellis- sima fontana e chiara che tiel giardino erA, a starsi se ne andò : o col dividere una parola in due, e intramei- zarla ad un' altra, come in qaesto di Virgilio: Seplem subiecta trioai, — e in questo del Passavanti : Acciò dunque cbe per tgmrtUMa non si ùscurino. Il 3^ modo ò la Parentesi ; della quale fu detto. Il 4* è la Sinchisi, cioè confusione, come : Per ego te Deos oro. (Livio.) Que- sl' ultimo modo esprime meravigliosamente il turba- mento dell' animoy corno nel citato esempie di Livio. E però da avvertire che ove sia usato fuori di questo caso, produce facilmente oscurità, e lo scrittore accu- rato dee guardarsene. Nò valga a scusa il potere recare esempi di grandi autori, perchò ciò che ai grandi ò permesso, non si concede a lutti del pari. Conviene : anche ricordare a questo proposito ciò che il principe dei Retori, Quintiliano, lasciò scritto nei libri delle ln« stituzìòni : NequeidstaUm legenii persuasum sii, emnia, quce magni anctores dixerint, utique esse per feda; nam et labanL aliquando, et oneri cedunt, et induìgent ingenio- rum euorum volupiati, nec semper inàendunt anmum, et nonnumquam faligantur, eum Ciceroni dormitare inter- dum Demosthenes , Horatio Homerus ipse videatur. a ^è subitamente si persuada chi legge essere egualmente tutt* oro ciò che dissero i grandi autori : perchò e' pure alcuna volta sdrucciolano e cedono al peso, e condì- scendono al diletto de' loro ingegni ; e alcuna fiata sono stanchi ; così che talor paia a Ciceroue che Demostene donna 9 e ad Orazio sembri che dorma Omero. Perchè fi parla delk figure grammaiioali , e nm si fa motto di quelle, che i littori chiamano figure di parole? ' Perchè è nostro avviso che quelle figure, alle quali i Retori hanno dato titolo di essere figure di pa- role , non siano altro che varie guise di elissi e di pleo- nasmo. Infetto, che altro sono dal pleonasmo la dupli- eazione, la ripetizione, il peltsfj^iufeto» (ripetizione di congiunzioni), la sinonimia? Noi abbiamo detto che il pleonasmo aggiunge o raddoppia parole che sono su- perfine alla sintassi, noi sono air efficacia dd Discorso ; e che appunto si duplicano o si aggiungono a queir idea , alla quale si vuol dare maggiore rilievo. Or bene, che altro fauno le suaccennate figure? La duplicazione rad- doppia una stessa voce, perohè sa qnella si fermi la mente. Dante dicer ■ Non ton colui, non aon colui, ebe credi; appunto per mosirare con sicurezza, sè non esser quel- lo. Cicerone nella 1* Catilinaria per mostrare che tutto il male nasceva dal poco animo dei consoli, dei quali egli «ra uno, dice: — Not, nos, aperte dho, eànstdes deeumm. La ripetizione è fatta pur essa per ribadire ia mente un'idea, la quale però sarebbe espressa senza ripetere quelle stesse parole. Così ciascuno intende il concetto di Dante in qtèlla terzina che sta scritta sulla porta deir inferno, ancorché si dica : Per me si va nella città dolente^ neW eterm dolore, e fra la perduta gente. Mentre qui la ripetizione non aggiunge aloun concetto, ma solo rafforza il concetto già espresso : Pir me f t va nella città dolente » Per me il va nelT eterno dolore. Per me li fw fra la perdala genie. Così si ripetono le conG;iunzioni solo perchè ogni idea faccia separata impressione suir aniiiM) ; e questa re- plica è un semplicissimo pleonasmo. Come pure è un vero pleonasmo V esprimere una cosa stessa con di- verse parole, che non hanno altro ufficio che di raffor- zare r idea principale; come in quei di Cicerone : Vobis populoqu» romano pctcem, IranquUBtakm , otium , concar* diamadferam. E tale è pure l'Apozeugma, la quale ripete pili verbi a significare cosa, a cui un soio verbo baste- rebbe, come in questo della Rettorica ad Erennio: Populus romarm Numanitam iklevU^ Carlhaginem su- stulit, Coryntum disjecit, Fregellas evertit. « 11 popolo romano distrusse Numanzia, disfece Cartagine, atterrò Corinto, abbattè Fregelle. i» Air olissi poi si riducono facilmente e la Disgiunzione , e lo Zeugma , e la Reti- cenza ; conciossiachè la prima di queste figure sta nel togliere le congiunsiom', la seconda nel far riferire a plit sentimenti un v^rlio solo, la teria nel tralasciare parte di un sentimento, al quale il lettore colla propria immaginazione supplisce ; e questo si può vedere dagli esempj. Disgiunzione : « li padre nefandamente uodso,' la casa assediata dai nemici , tolti i beni , i possessi rapinali. » Pater occisus nefarie^ domus obsessa ab ini' micis, bona adempta,pos$eisa direpla, (Cicerone.) Zeugpia: VicUfiiàdùrtm libido, timorem audacia, riUionem amentia « Fu vinta la modestia dalla sfrontatezza, il timor dal- l'audacia, la ragione dalla pazzia. » iieticenza: Io vi farò.... ma di meslieri è prima Abbonazzar quest'onda. (Caeo» tradutione di VirgiliiL) Dopo aver resa ragione per questo modo del tacere che facciamo intorno le figure che i Beton ekiamano di parole, e delFayere mostrato che le figure, così dette gramraalicali, sono fondamento d'eleganza, è tempo di passare a dire dei Tropi , onde T eleganza anche a maggior oofià si deriva. Che cosa sono i Tropi? I tropi sono cerio parole, le quali, comecché siano nate a significare una cosa, nM le trasponiamo a significarne un' altra. Hanno questo nome dalla pa- rola greca Trope, la quale deriva dal verbo Tropo, che in latino si direbbero eonvsrsto e eonVErto, in italiano cangiamento e cangiare; e sono state chiamate con questa denominazione, perchè quando si prende una parola nel senso figurato, conviene raggirarla, per dir così, a modo cb* ella significhi ciò che nel senso proprio non significherebbe. Le parole poi possono avere due significali, r uno proprio, e V altro figurato. Gol proprio rendono la prima e vera signiflcatione per la quale la parola è stata trovata ; nel figurato rendono un signi- ficato che non è il naturale. Ad esempio Ja parola cieco significa in senso proprio uomo priva degli occhi ; in senso metaforico può avere altra sijpiificazione, come ia quello del Petrarca : Dove me lasci sconsolato e cìho, Posda che II dolce ed anoroso e plano Lame dagli occhi miei non è più awcoT ove cieco è usato in senso figurato. Così Virgilio , par- lando di Didone, dice: caeco carpitur igni; e cieco qui significa occulto. Dalle quali cose è agevole il conoscerei che la radice, da coi naseono le diverse signifìeasioni figurate, non è altra ohe quel legame ehe vi ha fra le ideo accessorie, conciossiachò le cose, le quali fanno impressione sopra di noi, sono sempre ac- compagnate da alcune eircostanse, le quali ci etAfA- scono forte la fantasia ed il cuore, e noi spesse volte con queste ci facciamo a significare quegli oggetti che elleno accompagnano. Laonde avviene che talora il nome proprio di un* idea accessoria ci ridiiama più agevolmente al pensiero un oggetto cui ella accompa- gna, che non lo stesso nome proprio dcir idea princi- pale. Per questo poniamo il segno, ansicfaè la cosa sir gnificata, la causa anziché l'efietto, la parte in luogo del tutto, e via via discorrendo. E siccome Tuna di queste idee essendo associata naturalmente all' altra, non si potrebbe risvegliare senza pure ridestare le altre che reca con sè, ne viene che T espressione figurata è di leggieri intesa , p^bò chiara al pari della propria ; è poi' più assai vivace e piacevole, perchè non risveglia soltanto un'immagine, ma più ad un tempo, con che alletta T immaginazione, e db all' intelletto cagione di piacere. E da questo è chiaro che la significazione figniata «delle parole giova di molto all' ornamento e air degansa del discorsa. IX^ Onde ha avuto origine il linguaggio figurato? R. Se crediamo a Cicerone e ad altri Hetori, pare che dalia povertà del linguaggio, perocché essendo ri- stretta assai ne' primi tempi dell' lunaso aonsorzio la • • • Digitized by Google — 50 — favella, ed essendo molti più gli oggetti che le parole, ne venne che alcuni si dovessero nominare col nome proprio di alcun altro, col quale avevano un aperto rapporto di somiglianza. Ecco le parole di Cicerone, riferite anche da Quintiliano: Modm transfer endi verbi Ulte patet, quem mcessitas primum genuit inopia coacta et angusHis; fost autm deìectatio, jucunditasque cele^ bravii, Nam ut vestis frigoris depelhndi musa r&- perta primo, post adhtberi coepta est ad ornatum etiam corporis et dignitatem, sic verbi tratislatio instituta est \ inopim causa, frequentata delectatione. (Cicerone, De Oratore, lib. 3°.) « Un ampio uso ha il modo di dare alle parole un senso traslato, il qual costume introdotto prima dalia necessità per la penuria de* vocaboli prò* . prj, è poi st^o messo in voga por vezzo e ornamento. Imperocché come furon dapprima le vesti trovate per riparo del freddo poi cominciarono ad usarsi per ag- giungere decoro o grazia alla persona, cosi la trasla- sione delle parole nacque dalla carestia, ma fu in sé* guito resa frequente per solo fine di diiettare. » (Can- to va.) Ci sia lecito però di osservare, che se la necessità ebbe in ciò alcuna parte, non f%]a sola né la prima a produrre il linguaggio figurato. Conciossiachè la ìfanta- sia e r affetto, i quali dominano principalmente gli ani- mi rudi e lontani da civiltà, pare a noi che debbano avervi avuta la parie principale; cosicché possa con- chiudersi, che ogni guisa di linguaggio figurato diviene linguaggio proprio, se si consideri ne' suoi rapporti colla fantasìa e ed cuore. Gli uomini dapprima, pea espri- mere alcuna cosa, non hanno cercato se vi era parola propria a significarla; ma seguendo l'impeto dell'im- maginazione e della passione ^ T hanno sanificata in < I m \ 1: quei modo che veniva loro più pronto ed eiEcace a met- terla sotto gli occhi degli ascoltanti. D. Quali sono i principali Tropi dei quali si deve parlare? R. Sarebbero molti, se noi ci volessimo attenere al cornane dei Retori, i quali anche delle minime cose so- gliono far tropi e figure. Noi però di sei soltanto faremo parola, a capo dei quali è da collocare la Metafora ; la quale non sólo può considerarsi come il primo fra i tro* pi , ma si potrebbe dire che tutti gli altri non sono che diverse niodilicazioni della metafora stessa, perocché tutti a lei si possono facilmente ridurre. Nullameno per maggiore chiarezza noi parleremo di sei, come è detto, i quali sono: Metafora, SI 'Metonimia, 3<>Sinecdoche, A'^ Antonomasia, 5^ Catacresi, Metalessi. Incomiucie- remo a dire della Metafora. Della Hetefora. D. Che casa è la ìfeiafara? B. Secondo la definizione che ne dh Aristotile, è imposizioìie del nome d' altri; secondo poi T autore delia Rettorica ad Erennio, la metafora, o traslazione, si fa quando una parola da una cosa si trasporta a significarne un' altra colla quale ha qualche rapporto di somiglian- za. Dal che ne consegue, che la metafora non è se non una similitudine abbreviata, la quale si fà recando un vocabolo dalla propria significazione ad altra, èhe non Digitized by Google — 52 - gli sarebbe propria, ma solo per rapporto dì somigliaaza gli può convenire. Ad esempio: Ma se a conoscer la prima radice Del Doslro amor lu bai colaoio affello ec. La parola radice non esprime il significato suo proprio, ma A vale prinoipio^ ed è quasi lo stesso che dire: Ma se moi conoscere U principio del nostro amore ; concios- sìacbè siccome \à prirna radice è propriamente il prin- cipio di una pianta, questa parola per similitudine è portata a significare prtnciptb. In fatto, volendo, ri può allargare la similitudine, come chi dicesse: ma se vuoi conoscere quel principio, dal quale, come pianta da prima radice, nacque il nostro a/more ec.{ perlocbò maggior- mente si mostra vero ciò che abbiamo accennato nel definire la metafora. Questa permutazione si può fare in più modi, o trasportando una voce propria di cosa animata a significare un' altra cosa animata; come: Brato eoa Cassio neir Inferno latra; conciossiachè il latrare è proprio del cane, e qui. è posto a significare voce umana fli dolore: o reoando parola propria di cosa inanimata ad altra inanimata, come: Classique immiuil hahenas; e quel del Petrarca: Tonian d* armento i mscelleUi e i fiumi; nel quale primo esempio si danno le briglie, proprie a reggere cavalli, anche alla flotta; e nel secondo si dà ai msceMi ed ai fiumi T attributo d' argeiUùj per in- dicame la limpidezza; o recando parola propria di cosa anmaia a SIGNIFICARE H. P. GRICE comi iDaDiiDaU, oofiie in quel d' Orazio : Gurag laqueau circiim Tecla volaRle»; e il Petrarca: Ridon or per le piagge erbelie e Quri ; dove nel primo esempio TaiioDe del votare, propria de- gli animali, è data alle cure, e quella del ridere, propria soitanto dal volto umano ,0 aUribuita alle piaggio ed ai fiori: o reeando infine voce propria di cosa inanimata a significare cosa animata , come: Duo fulmina belU Scipiadas; , e il Petrarca: E dae fo/gori seco di battaglia Il maggiore e mioor Scipio Affrìcano, D. Quali fra tMe le più belle metafore? R, Quelle che più potentemente servono alFimma* ginazione ed air alletto. Però si avranno per migliori quelle ciie ai traggono da qualità corporee, ie quali cor- rono da sè sotto gli ocobi: potehò^ ^i ricordare le qua- lità dei corpi, dai quali noi prendiamo la metalora, si risvegliano laciimeote nella memoria tjilte 1' altre che nel corpo sono associate. Dal che nasce singolare dilet- to, a cagione del presentare che si fa alla mente mag- gior copia d' immagini. In fatto quando io dico: ride la . terra; colia parola ride non richiamo soltanto l'azione dei ridere, ma quasi ho presente agli occhi della mente la gioia e la gaiezza che spirano da un bel volto che ri- de. Belle pur sono le metafore che si traggono da qua- lità sottoposte ai sensi , perocché elleno offrono alP animo immagini, ohe quasi entrano per ì sensi, e s* impri- mono neir intelletto. Così il dire: Odore di santità; durezza di cuore\ ruggire di venti; dolcezza di parole; è più beilo, perchò i sensi stessi, quasi mettendosi in azione , pare che non solo rendano all' intelletto più effi- cace l'idea , ma vi aggiungano di molte altre circostanze, le quali per altro modo non sì potrebbero risvegliare. Quante idee, a cagione d'esempio, non si risvegliano nella fantasia a quel passo di Giobbe ove egli descrive il cavallo che sbuffa, nitrisce, allarga le narici , odorando da lungi odor di gìierra? Se voi air incontro diceste: presefUendo da lungi la guerra; avreste tolto ogni di- letto alla fantasia, la quale per quella metafora è mi- rabilmente dilettata. Così ha più vaghezza il dire: Lume ed onor de' poeti; che il dire: poeta chiaro ed morato; eosì iì dire: Nascose sotto fronte serena il cor doglioso, che 50^/0 aspetto tì^anquillo e lieto; e via discorrendo. Piacque pure ad Aristotile e a Demetrio Fal^reo la me* talora , la quale sta in azione; e così si chiama perchè induce le cose inanimate ad operare alcuna cosa, come se le avessero vita e senso: In actu est^ atque ita voca- tUTy eo quod res inanimas aliquid agentes inducat, tam- . gifam anima, oc sensu prceditas. Ad esempio: Virgilio volea dire che ai fiume Arasse non era possibile im- porre un ponte, e con bella metafora, dando anima e persona al fiume, dice: Fontem iodignatus Àraxet; e altrove volendo dire che un^ asta si fermò nel petto, della vergine Camilla, e ne fe' uscire tutto il sanmef dice che V asta bevve il sangue: . Hasia sub exerlam donec periata popillnm MmtUp virifineimque aU$ bibii aota ctmrem. jDit^iti-ica L7 Anche da lodare sono le metafore, dalle quali nasce dottrina , perocché esse ci mettono innansi alcuni rap- porti d' idee , i quali non avevamo prima osservati. Così Orazio ci fa scorgere Tailmenza che vi è fra un roKto panno, a cui sono appiccati posticci ornamenti di porpora, ed un discorso carico di ligure e di tropi usati fuor di tempo: InccBptis gravibus plerumque , et magna profestit Purpureus late qui splendeat unus et alter Aisuitur pannut, Nè questi sono i pregi soli della metafora: ben altri ve ne ha^ fra' quali principale è quello di servire ali* af- fetto; poiché per mezzo della metafora possiamo re- care immagini delicate e commoveati , a cui non ba- sterebbero le parole proprie. Voleva dire il Petrarca: Non à fiiesto la terra, dooe io fui dolcemente nudriio? e disse: Non è questo il mio nido. Ove nudrito fui sì dolcemente? £ con quella metafora nido^ quante care e delicate idee non ridesta egli neir animo! Se voi esaminate, vedrete che alla parola nido vi soccorre alla mente V ìmaglnedi piccioleUi implumi, che stanno sotto Tali materne, a cui il padre reca cibo, e colla madre stessa gareggia di carità verso la prole. E dove fosse tolta la parola meta- fcrica nido^ e posta la propria terra y sarebbe insieme ' tolto ogni gretto ed ogni delicata allusione. Ultimo, e non meno grande vantaggio reca le metafora servendo alla modestia, coneiossiachè ella quasi di un velo rico- pra certe immagini , che o immodeste o sconce sareb- bero, ove fossero significate per voce propria. Dante vo- Dìgilized by Google — 56 — leva dire cfae Semiramide fii disoneslìssiiDa donna ; con una bella metafora diee: A vìzio di lussuria fu sì rotta ec; e colla luetaJora presa dal verbo rompere copre la tur- pUodine dell' idea. Gosì il Pelrarea con bella metafora rese nobilissimo un concetto, che tale non era in sè: Ricordati, che fece il peccar Doslro Prender Dio, per camparne, Umana carne ai ino Terginal ehwUro, Ma dei pregi della metafora si è dello abbastanza, ed ora è tempo parlare dei vizj della mede&ima. D. Quali vìmJ pnncg>alnmie rendono sconcia e de- forme la metafora? R, La metafora, la quale serve all' ornamento del Discorso, ed ba tutte quelle virtù che noi abbiamo osser- vato, diviene nna deformità ed una oscurità , se ella non sia reizolata e spontaneamente condotta. Laonde in prf- mo luogo è da cercare che ella non sia tirata da cosa , della quale non si possa prontamente vedere la somi- glianza. Così a ragione Paolo Costa nel suo Trattato del- l' Elocuzione mostra difettosa la metafora con che il Marini esalta la penna di un caiiigraloi che formava di be|^ esempi scrivere, dicendo: perchè una penna sola, Benché s' alzi per sè pronta e sicura, Se divina non è, tanio non vola. La quale metafora veramente è viiiosa, perchò non vi ha somiglianza alcuna tra il volare e Io scrivere. Per egual modo sono viziose quelle che voiendg significare piccole oose, recano m messo iannagini troppo gran- diose^ Longino- per ciò solo dibe a ripr^dere qudla metafora, con che Giorgia Leontino chiamò gli avrei - toj, dicendoli Sqiokri aaimati; e Cicerone (DeOraèore,  iib. 3<», cap. 40) ^riprese £iiiiio dell' aver detto: Qm in genere primum fugienda €$t dissimlUudù; G<bIì fornioes; quamvis spheram in scenam , ut dicitur , attulerit Ennius ; tamen in spheram fornicis simiUtudo mn potest inesse. « Nel qual genere priaiieramente è da fuggire la disso- miglianza: — Le gran volte del cielo; — quantunque Ennio (come dicesi) recasse sulla scena una sfera; non però una sfera è baond simiglianza a spiegar una voi* ta. » (Cantova.) « La metafora, dice Quintiliano, o deve occupare un luogo che vaca, o se occupa il luogo di al- tra parola, deve essa valer più di quella che ella cac- oia di luogo. » Metaphora autvacantem occupare hcum debeiy €Mt si in alienum venù, plus valere eo quod eospeir Ut (Lib. 8", c. 6.) E dobbiamo anche ricordare che per la metafora noi presentiamo più vivamente colorite le idee air immaginazione, cosicchò quando ella, anziché accrescere, diminuisce la forza del colorito, debbo aversi per viziosa. Bella è k metafora seguente: B le biade ondeggiar come h il mare; t perchè presenta alla fantasia più calzante e più viva IMmmagine del muoversi che fanno le spiche, asso- migliandone il moto air ondeggiamento di placida ma- rina; ma la slessa metafora divenlerebbe viziosa, se si dicesse: E tremolare !| mar cerne le spighe; perchè toglierebbe forza air espressicMiie. È pure vizia nelle metafore se elleno hanno in sè alcuna durezza, vale a dire se vengono un po' stentate ; e qualche volta giova rammotiirie con alcune maniere di dire^ come sarebbe: quasi, per dits cosi^ e^ somiglianti; seb- bene nei piti deKe velie questo non sia mazzo ohe scusi baalantemente T imperizia delio scrittore. Ben più viziose sono quelle metafore che ti fanno risovvenire di alcuna cosa turpe o sconciai come sareU)e quella ripresa da Orazio: • lupiUr hibenm eana niw conipiiU tAp» ; • , e r altra: Se avessi avolo dì tal iigna brama; perocché fanno risovvenire al lettore idee sconce e sto* madievoli. Degne di biasimo sono pure anche le meta- fore, le qualf si derivàno da cose filosofiche, ignorale dal più de' lettori; perchè queste rendono oscuro il concetto e non hanno in sè vaghezza alcuna; come sa- rebbe il dire  Cahmita Mcuori^ a significare la potensa che uno ha di farsi benevoli ed amici gli uomini; e sif- fatte altre maniere , che si tolgono o dalla tìsica o dalle altre scienze esatte, cioè che non hanno alouna^potensa sulla fentasia. Un'altra cosa è da osservare, senza la • quale può la metafora dare in vizio, ed è che ella deb- b' essere bene appropriata a quella specie di stile nella quale scriviamo. Gonciossiachè possa avvenire che una metafora bella e garbata in prosa riesca poi di niun conto in una poesia; e che una tale metafora che va- ghezza in poesia, riesca o dura o strana nella prosa. £ ({ùi è da sapere, che piti specie di metafora vi ha: alcune, ^1e quali, comecché siano metafore, pure per lungo uso hanno perduto Tessere di metafora, e si usano €ome le fossero parole proprie; alcune, che con- servano ancora V essere di metafora , ma non sono nò forti nò troppo sfolgorale, a niodocliò possono conve- nire benissimo ad ogni genere di prose; alcune infine, le quali sono cosWatlamente riscnitite, da non conve- nire che alla solà^ poesia. Que^colk sarh chiara per . esempj. La j)arola gemma in significato di pietra pre* - 59 - zio8a*è certamente parola metaforica, conciossiaohè in senso propri» ella non sigaifithi altro che certo tur- gore che chiamano V occhio delia v^te. Ma T uso ha fatto si, che il senso metaforico stesso di questa parola alttna faccia di proprio. Gemma oculus vitts proprie, deùide generale nomen est lapidum prcetiosorum. « Gemma, a parlare propriamente, è 1' occhio delia vite, poscia nome generico dì quante vi ha pietre preziose. » (Bas. Fabri Thesaur,) Ardere di desiderio, — Desiderio flagrare, è modo metaforico, perocché V ardere è proprio del fuoco, e solo per somiglianza è trasp^tato a signifìcare forza di desiderio e di brama ; ma pure è tale metafora, che viene consentita liberamente alla prosa ed al verso. Ma non sarebbe consentita alia prosa la metafora, tutta poetica, che Dante usò quando disse : ^ Io venni in loco d' ogni luce mulo; nè r altra : Mi ripìDgeva là dove il Sol tace; perocché queste, che sono belle in pogsia, sarebbero • strane nella più nobile prosa. E qui prima di por fine, mi è pur necessario av- vertire, che ogni lingua ha metafore e modi suoi proprj , cosicché quella metafora, che è bella in una lingua, può facilmente divenire strana in un' altra; cosa, alla quale devono attendere assai colepo che trasportano le- prose e i versi da altre lingue alla nostra, conciossiaohè si possa facilmente cadere a gravi falli. traducendo let- teralmente. Terenzio, ad esempio, chiama Nosiri funài ccUamìtas una rea donna, la quale conduceva un figliuolo di famiglia a far gitto degli averi paterni; sarebbe ri- dicolo il tradurre « Calamità del nostro fondo, 9 anzichè « ruma della nostra casa ; n e così dicasi di altri modi e metafore, che non consentono di passare di una ad al Ira lingua, e [oczate che vi siano, riescono defor- mità delia favella anziché ornamento. Perlochè giova avere in mente ciò che Cicerone i nsef^nava : Vereeunda dehet esse translaiio , ut deducta esse in alienum locum, non irruisse; atqm vokuìiarie, non vi, venisse videaUnr. ce Modesto debb* essere il traslato , così che paia traspor- tato nel luogo d'altri, non entratovi a furia; e volon- tariamente, non a forza, venuto. » {De Oratore, lib 3®, cap. £sposte oo^ le cose che possono rendere difet- tosa in sè la metafora, ci resta a dire di quelle, che la possono fare viziosa nel Discorso, o per raainso.o per mala collocazione. £ in prima deve avvertirsi di non ammassarne troppe, a jnodo che vi paiano tirale adi arte ed a forse. In secondo luogo, che sì conservino sempre eguali dal principio al fine, e non si unisca il semplice al metaforico, per modochèil discorsosi abbia ad intendere parte semplicemente, e parte metaforica- mente. Custodie ìidum est in primis , avverte ben a pro- posito Quintiliiiuo, ut quo genere coeperis translationis ^ hoc finias. Multi enim cum iniiiiiin^n ienq^iteUe iumps^ rint, incendio aut mina finiunt, ^tifllhetf^iilii^^ rerum fcedissima. « Dòssi badare principalmente, che ove con un genere di traslato siasi cominciato, con quello stesso si termini. Di molti, poi vi ha che oemiiif «ciano da una tempesta, e terminano con una rovina, o con un incendio, cosa veramente sconcissima, inconser guentissim'tg » (Quintiliano, lib. 8^, cap. 6.]. ' ' ' K^^i^è in questo vizio vediamo talora caduti-àu^ tori eccellenti, matmiormeiile dobbiamo noi starne in guardia. 11 Petrarca, ad esempio, vi cadde in quel suo Sonetto, nel quale volendo dire ohe se Morte o Amere non lo avessero impedito^ avrebbe fatto un lavoro da averne fama insino a Homa : »Se Amore o Morte non dà qualclie stroppio Alla tela novella cb* ora ordisco, rfarò forse il mio lavor sì doppio Fra lo stil de' moderni e '1 sermou prisco» Che (pavenlosainente a dirlo ardisco) lutili a Roma a' udirai lo scoppio. men riprovevole vizio è soggiungere il parlar i^m- plioe al metaforico, e dare alla metafora quel valore che ha la sola parola propria. Sta bene per metafora dire . che gli occhi sono stelle, ma non istarebbe poi soggiun- gere, che le stelle guardano: così è bello dire d' un ora- tore: egU è tm fiume & éhquensta, per dire: — egli è elo- quenlissimo; ma sarebbe ridicolo il dire: un fiume d> elo- quensta parla dai rostri. Vizio poi maggiore sarebbe se si volesse dedurre dal significato proprio ai metaforico^ perchè le conseguenze non potrebbero essere che strane e ridicole, come in quel sonetto del Marini: Se il crine è un Togo, e son due soli i lumi, ;f . Nofi vide mal maggior prodigio il Cielo , f > Bagaar eoi soli » e rasclugaf coi fiumi. Con la parola Iago imposta per cagione di similitudine al crine (conciossiachè dicesi che il fiume Iago abbia le arene d* oro), e la parola soli imposta per cagione di somiglianza a significare occW, viene il poeta a trasfor- mare i capelli in un fiume vero, che porta acque; gli occhi in due soli, che hanno luce e calore ; e quindi ne trae quella ridicola consegoenza , per la quale il ba- gnare è attribuito ai soli, il rasciugare ai fiumi. Ma questo basii intorno i vizj della metafora.  AWICOM II* nella ■etoaiaia. D. Che cosa è la metonimia, e per quante guise si fa? • La metonimia è un tropo, che si fa ponendo un nome in luogo di un altro , col quale vi sia afi&aità o relazione. Però Quintiliano la disse: Nominis prò nmim pasitio; Cicerone y denominano ; noi in italiano la chiame- remo denominazione. Questo tropo, sebbene abbia n^olta somiglianza colla metafora , 'o possa come tutti gli altri giudicarsi una raodifìcazione della medesima, pure è altra cosa, come dagli esempj si vedrà : e giova a ren- dere piti vivace il concetto , e a rendere piìi potente la locuzione. Si fa principalmente per sei modi. Il primo è quando si nomina la cagione in luogo dell' eiretj,o , come ad esempio: Invadunt urbem tonino vinoque sepuUam. (ViRGU.10, libi t^t Eneid.) mS £ di bianca paura il volto tinge. ^» (Petrarca.) Recando al contrario V effetto per significare la ca- gione , come in quel di Virgilio : Bigina e ^leeuiis eum pHmun albescere hieem Yidit. • {Eneid., \\b.4fi.) ove il biancheggiare del cielo è posto in luogo delF au« rora , che ne è cagione ; così in Dante : e per fa mesto Seln saranno i nostri corpi appeal. Si fa la metonimia, quando si prende il contenente kiYece del contenuto, come in Virgilio (lib. 3^): ilU impiger hautit • Spumantfm paleram , et pieno se proluit auro. Lucrezio avea detto : 'Sepire plagis saltum , canibusque ciere. Dai quali due eaemfij ò chi^o , che la tazza è posta da Yii^Ho invece del vino , la selva da Lucrezio è posta in luogo degli animali che ella conteneva ; per questo tropo istesso Dante , per dire che Gesù Cristo ci salvò col suo scmgue , dice : Cristo ne liberò colla sua vena; e il Petrarca altrove , parlando delle guerre di Cesare , dice: Cesare taccio, che per ogni piaggia Fece r erbe sanguigne 1)1 lor vene . 4° Quando si nomina la materia in luogo della cosa che di quella è composta , come il ferro invece della spada , il pino o T abete in luogo della nave ; co^ in Tibullo : Nondim cmruUu9 plous conUmpuraCìindoi; e il Petrarca : Noi^ It'lMlla Romana che jsol fmo Apri il soo eatio e dlsdegooio peiio. 5» Quando si pone il nome di chi possiede una cosa an- ziché quello della cosa jstessa , o V autore in luogo delle sue opere : ^os\ Virgilio , volendo dire che la casa di Ucalegone andava in fìamme , dice : Jam pnximus aràei Dcalegon ; Digitized by Google - 64 — e CiceroDe inveendo contro Terre , per dirgli ohe aveva spo£^1iato il tempio di ApoUiue, dice: Apollimm ne tu Delium spoliare atisus es ? 60 Sì pone qualobe volla il nome del Visio 0 della virtù in luogo del vizioso a del virtuoso ; così ad esem- pio: cum ignavia, cum luocuria, cim amentia nobis cer- ianàum est: così il nome del protettore di una cosa in luogo della cosa stessa ; come in Virgilio : Impleniur veteru Bacchi pinguiique ferina; oppure : Tum Cererem eorrupiam widii, eereatiàgu» «rms >. B^peàiunt fem rerum. 11 segno per la cosa significata , come in qael di Vir* gaio : JUum non populi fasces, non purpura regum Flexit £ Dante : E oome t messaggier cba porta ulivo Tragge la gente Per questi modi si ha il tropo metonimia , il quale se torna a lume della locuzione , quando il nome che sì usa in luogo di un altro richiama più prontamente e con più splendidezza alla mente V idea che noi vogliamo svellere , riesce inefficace e vano ogni qualvolta non sia bene associato alle idee stesse ohe vogliamo ride* stare. Egli è certamente assai più bello il dire, che un uomo — non si lascia piegare nè dai fasci consolari , uè dalla porpora dei re ,-*-ann che dire che— "non ha paura nè di consoli nò di re, — perchè la mente con questo dire non ha ia nuda idea della potenza consolare e della reale I ma nello stesso tempo vede quasi la formidabile pompa dei fasci e dei littori 1 e lo splendore del regio Digitized by Google manto ; ed in luogo di avere conoscenza soltanto di una verità, se la vede dipinta innanzi dai colori delia fantasìa, e accompagnata da tutte le immagini che vi hanno stretto rapporto, di che ne nasce meraviglioso diletto. Bella Slaecéoelie* D. Che cos' è la Sviecdoche? R. £ un tropo, il quale usurpa una parola in luogo di un'altra, non come fa la metafora, né come la meto- nimia, ma in modo che dà alla medesima un senso più o meno esteso di quello che si avrebbe dal proprio: e si fa, o ponendo il tutto per la parte, o la parte per il ' tutto; 0 il genere per la specie, o la specie pel genere; o il plurale pel singolare, o viceversa; o gli antecedenti pel conseguente. Eccone esempj. Si fa ponendo il tutto per la parte in questo modo: Aul Àrarim Parlus bibet , aut Germaoia Tigrim; come fece Virgilio; a come il Petrarca: Come il fìredd' mino oltre 1* ondoso mare Caccia gli sugelli; e ponendo la parte in luògo ^1 tutto, come in Vir- gilio : Vela dabant to/i, et spumas salis cere ruebant; e Dante: Risposi lui con vergognosa fnmU ; 8i fa usando il genere per la specie per questo modo, come fe^ Sallustio: OH a mcoton; el mmwi eonsueve- s uerard UaUd generis muUi morialos, — ove la parola tmrtales genema sta in luogo di homines; e Dante: 0 insensata cura de* morlali , Quanto son difellivi sillogismi Que* cbe ci fanno in basso batter ralil Si fa adoperando la specie in luogo del genere, come le Orazio, che, per nominare un luogo delizioso in ge* nerOy nominò la famosa Tempo di Tessaglia: somnus agrestium Lenis virorum, non humiles domos Fastidii, umbrosamque ripattif Non Zepìiiris agitata Tempc. £ il Tasso, per dire tigre in genere, disse: E le mamme allattar di tigre ircana, lì plurale pel singolare, come4a quel di Giovenale: Qui Cui'ios simulant, ti Bacchanalia vivunl; 0 in quello dell'Ariosto: Crudel secolo , poi che pieno sei Di Tietti, di Tantali e di Alrei. Così Cicerone usò il singolare pel plurale in questo mo* do: Ut ab Samnite hoste tuta Ime ora esset, quam mmc nonvicinus Samuis urit, sed Prcnus advena: ove Samnis , e PùBvm, stanno in vece di iSamni^es, e Pcmù Si fa pure la sinecdoche usando il numero indeterminato per lo determinato; così Virgilio: Non anni domuere decM, non mille carinm: 0 pure nominando ^qli antecedenti in luogo de' conse- guenti come fe' Virgilio: Bijam iumma proeul villanm outnUna fumant, Mqjaretquù eadunt altU d€ montiku lunàrar. E questo basti aver detto dei modi diversi con cui si fa la sinecdoche. Noa creda però alcuno che si possa senza ragione usare una parola per modo di sinecdoche, perchè questi tropi sono colori delia elocuzione, e non vanno gettati all'impazzata ed a caprìccio, ma secon- dochè occorre per meglio dipingere le cose. Quando Vir- gilio per sinecdoche disse: Submersasque obrue puppes; non poteva indinerentemenle dire: oò/ weproras. E però concluderemo qui colle parole di Paolo Costa, il quale ci avvisa che si può cadere in difetto usando questo traslato, ogni qualvolta i' immagine della cosa, da cui prende la parola, non sia bene associata alle ideo che si vogliono svogliare in altrui , e non sia atta a fare im- pressione neir animo piti che le altre idee che vanno in sua compagnia. Vaglia a dichiarazione di ciò un solo esempio. Si dirà con maggiore elTicacia: fuggono per t allo mare le vele, — che fuggono per V allo mare le prore; poiché V immagine delle vele gonfiate dal vento, come quella che percuote maggiormente la vista di co- lui che mira la nave in alto, più strettamente di ogni altra idea si associa air idea*del fuggire. Dell' AatoMOMMla. D. Che cosa è V Antonomasia? R. Antonomasia , ohe i Latini dissero pronominaHo, e noi pure chiameremo pì'onoìninazione, è un tropo, mediante il quale una parola cornujae acquista forza di parola propria; e si ia per cinque modi: ponendo, anziché il nome di una persona, il nome del padre suo; così Virgilio nomina Enea dal nome di Anchise suo pa- dre nel 5^ deìVEneùie: Magnanimu$que Anchisfades; altrove Aiace dal nome di Telamone suo padre: Hinc eral oppositus conira Telamonius Heros. 9<> Usando il nome della patria , anziché il nome della persona, come: Il pio Trojano, anziché il pio Enea. Così Diana è chiamata Delia dall'isola di Delo sua patria: Noiior ut jam tit canibus non Delia nostris; e Apollo è detto Cinzie dal monte Cinto che sorge nella stessa ìsola: Cum eanerem rege$ et firmila f GjnUitiis ourem YellUf eiadmonuit. (ViRcaiO, Egl. 6, y. 5.) £ Catullo disse : IntoMum pueri dicUe Cyclbium. E il Petrarca chiamò Annibale così: Vidi olirà ua rivo il gran Cartaginue. 3<> Usando un aggiunto in luogo del nome proprio ; così Didone invece del nome di Enea, pone l' aggiunto impius: Arma viri talamo, qum fixa reliquit linpSus. 11 Petrarca nomina Archimede per questo modo : Vidi dipìnto il nobil Geometra, 4» Pimendo qualche nome proprio in luogo di un nome appellativo, come- sarebbe Mecenate per prolettore di letterati, Demostene per eloquente. Così Pompeo Ma- gno nominava LucuUo, Serse togato:-— qua de causa magms Pompeus Xersem togatum eum appellai. Così un Doslro poeta disse: I versi Che il Lombardo pnogeaii SardanapiUo. 5® Infine si fa antonomasia, quando in luogo di un attri- buto si pone il nome di qualche popolo o di qualche gente, a cui quel!' attributo è dato comunemente; oos\ un nostro poeta disse: Grecia non v'è, ma Gred son per tolte; alludendo all' antico proverbio: Grctca fides,^ nuUa ftdei. Da questo tropo molti vantaggi ne vengono all' elocu- zione, conciossiachè per mezzo di questo si può met- tere innanzi alia mente un oggetto con quelle circo- stanze che piti ci giovano. Egli però non va usato con troppa frequenza. AnTi€oi.o \. Mia CtatMMi e MOm HeteloMl. D. Che casa è la Catacresi? R. La catacresi o abusione fu definita cos\ dal* Fautore della Rettorica ad Erennio: Abusio est qiice verbo simili et propinquo , prò certo, et proprio abutilur. Virgilio per questo tropo chiamò cavallo quella gran macchina a forma di cavallo, che i Greci edificarono a prendere Troia: Instar moniis equom ^vina Pattadis arte SUfieanU Così noi dicfamo cavalcare una canna, sebbene la pa- rola significhi andare a cavallo. Orazio: Ludere par, <mpar, èquiUre tu arundiM hnga; <j altrove con più ardimento: Eurui per Heula» equiuvil unda$. A questa figura si riferiscono tutte le improprieth di parlare, che con tanta eleganza vediamo usate dai Glassici (quantunque con riserbo grande si debbano imi- tare), come, ad esempio, sperare in luogo di temere^ come in quel di Virgilio: Hune ego $i poiui tantum sperare dolorm; e in altro luogo: ÀI sperate Dm memom fondi aéqué nefandi» che fu poi imitato dal Petrarca: Nè coDtre morte wperù altro ehe morte. E molti altri abusi di parole , alcuni dei quali a dir vero non si sentono piii da noi , perchè sono tornati per V uso a parere proprj. D. Che cosa è la Metalessi?* il. La roetalessi, detta dai Latini partecipano, è un tropo che si fa usando una parola, dal significato della quale sì passa alla cognizione di un allro, e per (lire con Quintiliano, ex alio in aliud viam prcestat: e si fa per due modi: 1"" qualora un oggetto la nel- r atto medesimo doppia impressione sulla mente no- stra , poi indistintamente ne richiama le qualità, come per esempio: r venni Hi luogo di ogni Inee muto. Dante con questa raetalessi ci viene a significare il si- lenzio e r oscurità di quel luogo, e la qualità della doppia impressione confonde , riferendo 1' epiteto muto alla luce ; e Virgilio aveva detto: . Fri gut caplamus opucMttìt a significare : Sediamo all'ombra per godervi il fresco. Si fa hi 2.** luogo , quando per esprimere una cosa ne nominiamo un^altra, ma alquanto lontana , cosicché per intenderla bisogna un jm>' ragionarvi sopra. Virgilio an« zichè dire tre anni , disse :  , Tertia dum Latto regnaniem viéerit €uUu; 6 il Tasso neir AmnUa: E già tre ^fls Ha il nudo mieiilor tronche le spleke; e Dante , per diire lo spazio di 50 mesi , disse : Ma DOB eiiM|iiaDU toI^ 6a raccesa La Ciccia della domia, che qui regna « , Che to vedrai quanto qoest' arie pesa , cioè la faoeia della Luna , la quale in cielo ha nome di Luna , in inferno sì diee Proserpina , ed essendo moglie di Plutone è regina del luogo ; lo che torna ; non pas- seranno cinquanta plenilunj ; giacché nel plenilunio la faecia tutta della Luna che riguarda la terra Tiene dal Sole accesa , cioè illuminata. AmnooiiO TI* « Come I iMpI aggiungano grami» al MflMim teovMi» émai vlaaitt iMleme , e marne mimmm iaiii 4evlmtl dalla aietefoni. D. Dopo queste cose resta altro a dire? R. Resta a dichiarare cosa insegnata dal cartjiinal Pallavicino nel suo Trattato delio Stile , ed è che i tropi per dare vaghezza ed eleganza allo stile non devono mai andare disoompagnati l'uno daìl* altro, ma , quasi riuniti insieme (non però rammassali) , V uno all' altro aggiungere grazia e vaghezza , Qome si può vedere nei Classici. E per dame alcun esempio, eccovi qua i primi due versi della prima Egloga di Virgilio : filire, lu jMliffe reevhans tié iSf/nUne fagi, SUmtrem tenui mutam meUtarii avena, • Se noi facciamo 1' analisi di questi due versi soli , tro- veremo un numero di tropi maggiore di quel che pare. L' epiteto patide dato al faggio è una bella metaforetUf la qual significa quidquid potei , cioè tutto oiò che per estensione , o per larghezza si manifesta agli occhi : re- cubo , che significa giacere ^ qui per tropo significa sem- plicemente sedere e riposare : tegmime , derivando da lego , è parola generica , che indica tutto ciò che rico- pre , e qui per tropo significa V ombrello de' rami che difende e copre dai raggi del sole : iilvestrgm vuol dire in senso proprio ciò che è proprio della selva : o che è nella selva , e qui è trasportato a significare pastorale, villereccio. Musam , che in senso proprio non vorria dire che una delle nove divinità le quali presiedevano al canto , per tropo è posta invece del canto istesso. Avena non è in senso proprio che un' erba , dallo stelo della quale si formano pive, e qui è posta per piva, o aomigUante stnimeuto pastorale. Tenuk non vuol dire che sottile , e qui vale umile per tropo. Meditavi non è altro che mente cogitare, cioè pensare , e qui per tras* lato suona Untore ^ andar prwando: le quali metaforette insieme riunite sono quelle appunto che danno un gra^ zioso colorito poetico a questi due versi. Conviene anche avvertire , che quello che si dice di questi tropi, i quali sono molto rammolliti dall' uso , sicché a gran parte non ci paiano più tropi qua! sono, ma voci proprie, non si può applicare a quelli che sono più sfolgorati, o alle figure di concetto delle quali parleremo ; perocché in quella guisa che queste piccole traslasioni aggiungono diletto e vaghezza , se sono a discreta copia seminatQ nel Discorso , quelle, multiplica te che (ossero, darebbero etranesia e affettazione. allo stile. D. AveU accennato che itUti i tropi non sono che modificazioni della Metafora; sapreste voi dichiarar- melo? Facilmente. Se la Metafora non è che imposi- slone del nome proprio di una cosa ad un* altra, secon* dochè fu detto, e la similitudine ne è il fondamento, ne consegue che i tropi, essendo pur essi imposizione del nome proprio dì una cosa applicato variamente ad un'al- tra , non sono che varietà della Metafora. Infatti la Si- necdoche col nome proprio del tutto significa una parte sola dei medesimo , o viceversa , ed applica al genere il nome proprio delia specie , e così al contrario. La Me* tonimia col nome degli effetti accenna alle cause, e sotto il nome delle cause inteude gii efi'etti: o impone il nome del contenente al contenuto , o col nome del possessore Digitized by Google nomina la cosa posaedata; o col segno che significa una cosa , vuol farti intendere la cosa stessa , e via via. La Catacresi abusa di un nome a significare una cosa che per quel nome non poirebl)e essere significata , e solo lo pfuò per rapporti'di somiglianza. La Metalessi poi , che i Latini dissero partecipazione, non è in sè che metafora e metonimia insieme congiunte. L'Antonomasia infine ohe altro ò essa se non che imposisionedi un nome ge* nerico ed appellativo a significarne un proprio? Se dun- que tutti questi tropi altro non sono che diverse impo- sizioni di nomi di una cosa ad un'altra, usate per rendere più efficace il discorso e pili ornato , e fondamento loro è sempre la similitudine , sarh fuori di dubbio che si possano tutti considerare varietà della Metafora. Per questo quella gran mente di Aristotile comprese sotto il generico nome di Metafora tutti i tropi , seoondochò ne avvisa Cicerone : Aristoteles ista omnia traslationes vocat; e per questo si possono considerare anche da noi una cosa stessa colla Metafora. D. Direste voi ora per qwd ragione avete lotto dal novero dei tropi l'Allegoria, l' Iperbole, la Perifrasi, l Iro^ nia,edU Sarcasmo f R. Perobò queste forme di parlare non si oonten- c:ono come le altre nella traslazione di un nomo , ma più largamente nel Discorso procedono. Di più^ osser- vando che r Allegoria è un parlare artifizioso , il quale sotto le apparenze di una cosa ne significa un^ altra , e nasce principalmente dalla fantasia, che per meglio sot- toporre ai sensi immagini astratte pone invece di quelle oggetti reali , ci è parso dover collocare ;l'Allegoria ap- presso la Similitudine e la Comparazione , figure delle (juali essa si giova per modo da poter essere giudicata cosa non molto difierente da quelle. Così la Perifrasi e - — r Iperbole sono siale posle fra le forme di parlare pro- prie dell' immaginazione , perchè esse procedono dallo stalQ della lantasìai e a quella servono. L'ironìa ed il Sarcasmo poi essendo sempre prodotti da passione vio- lenta , ci è sembrato che debbano aver luogo fra le for- me di parlare derivanti dalla passione. Se però alcuno volesse altramente pensare, faccia a suo senno, chènò per questo V arte si rimuta , nò le cose cambiano da quello che intimamente sono nella propria natura. CoHie osai mpeéke di •crltHira ami wmm MMUileM propria di tropi* D. Ogni spededi tropi comnme forse ad ogni maniera di scriUuref ' R. No certamente : e per conoscere quali ad una maniera di scrittura , e quali ad un' altra convengono, si deve por mente al fine che c' induce a parlare o scri- vere, e vedere se lo scritto nostro è condotto semplioe- mente dalla ragione e mira al solo convincimento, ose è mosso dalla fantasia e si volge principalmente al di- letto , 0 se in fine è guidato dalla passione e si volge alla mozion degli alfetti. E quando sia chiaro il fine dello scritto e il principio da cui è dominato , allora si può determinare quali tropi convengano ad una specie, quali ad un' altra. E siccome ii Discorso che ha per fine il con- vincimento muove da riposata ragione , e la ragione guarda le cose in sè freddamente , e sdegna ornamenti che a lei non appartengono , diremo che a questa spe- Digitized by Google — 76 — eie nen appartengono òhe i tropi pia temperati, e quelli che per V uso hanno quasi perduta faccia di tropo , e che se ne dee fare uso parco e misurato. Consentiremo ai filosofi la Metafora e qualche altra translazione, pur- ■ diè sia casta e vereconda, e non sappia nulla d'imma- ginoso, nulla di appassionato. Ma a quella guisa di scrit- ture che sono signoreggiate o dalla fantasia o dall' af- fetto daremo più in copia l' uso dì tropi, e sensa riserbo tutti del pari come buoni li concederemo, quando siano bene appropriati, e vengano nel discorso spontanei e non forzati , e non oontradicano al carattere di quella specie del Discorso od oratorio o poetico a cui apparten- gono. In somma convien ricordare che la ragione, la fan- tasia, gli adetti , hanno delle forme di linguaggio proprie soltanto di sè, e sdegnano quelle che loro propriamente non appartengono. E perchè sia più chiara e patente questa verità , ci faremo ora a parlare delle forme pro- prie della fantasia , poscia di quelle proprie deli' affet- to , le quali comunemente si chiamano figure di pen- siero prodotte dall'immaginazione, o derivate dalla passione. Dalle fénue M iiarton pMpvie D. Che cosa sono le figure dmioQU dait immagine^ stione? R, Sono certe naturali forme di parlare , le quali soTonte adopriamo perchè i noski pensieri acquistino maggiore efficacia ogni qual volta noi parliamo, o mossi dalla iorte impressione che un oggetto ha falla sopra di noi , o anche solo perchè faccia sugli altri un' impres- sione maggiore di quella che farebbe , se il linguaggio della fantasia si restringesse al semplice e severo della ragione. £ siccome per mezzo della Immaginazione noi possiamo avere presenti all' animo oggetti lontani , con- frontarli fra loro , comporli , discomporli , e crearne di nuovi , cosi ne viene che dalia osservazione dei rap- porti diversi nascano la Similitudine, la Comparazione, l'Allegoria , la Perìfrasi , V Iperbole , l'Antitesi , la Pro- gressione, la Preoccupazione, la Concessione, la Prete- rizione , la Sermocinazione , l' Ipotiposi ; figure le quali . noi verremo ora partitamente esponendo. D. Che cosa è la SimilUudinef R. La Similitudine è una forma di parlare, colla quale mosl riamo pid cbiai*amente una cosa per mezzo di un' altra. Ella in sostanza non è che una larga me- tafora , ed è soggetta alle regole della metafora stessa. Eccone un esempio : Come le pecorelle escon del chiuso A una , a due , a tre , e l' altre stanno Tiraidette atterrando rocchio e il muso; E ciò che fa la prima, e l'altre fanno. Addossandosi a lei s'ella s'arresta, Semplici e quete, e lo mpercbè non sanno. (Dante» Purgalorio.) D. Che cosa è la Comparazione? A. È una forma di parlare, per cui raffrontando ' insieme due oggetti, si viene a mostrare che quegli at- tributi che convengono aduno, convengono pure all'al- tro. Ella non si contenta, come la Similitudine, che vi sia una somiglianza, ma esige di più ohe il fondamento Digitized by Google — 78 — • della somiglianza si spieghi , e si aecenni il modo per io quale i due oggetti paragonati fra loro convengono. Per esempio : Come impasto Leone in stalla piena » Che lunga fame abbia smacrato e asciano. Uccide y scflomat mangia, e a strazio mena L* infermo gregge in sua balia condallo: Così il erode! Pagan nel sonno a? ena La nostra gente , e fa macel per latto. La spada di Medoro anco non ebe; Ma li sdegna ferir Tignobll plebe. (AniosTO» OrUmdo fiaiow.) D. Si deve osservare akuna cosa intorno l'i$so di ^ qìAeste figure? R. È necessario osservare in prima oh' dUeno mal si addicono ad un discorso appassionato, specialmente ove la passione sia forte ; perchè 1' animo in mezzo ad una tempesta di affetti noo ha di che perdersi in con- fronti 0 simiglianze , ohe sono opera della fantasia e della ragione. In fatto la fantasia nei suoi voli facilmente s'av- viene a trovar oggetti con cui compone le immagini che • le si presentano : e la ragione qualche volta^ per me- glio dichiarare le cose eh' ella espone, ama trovare con- Ironti e similitudini. Di che viene, che alcune sono a solo abbellimento , altre sono a rischiarare le cose. Quelle | che valgono solo a dar lume, piacciono più ai prosatori; quelle che sono di tutto abbellimento, sono meglio pro- prie de' poeti. Aggiungasi che alcuna volta da un' im- magine di confronto inaspettato la mente rimane così sopraffatta ed investita, che pih non potrebbe ; a segno che possa dirsi da quelle figure nascere talora il subli- me. Quello però che principalmente si dee osservare, è che la similitudine o il paragone aìalio tplti da cose vicine e facili a cadere sotto gli occhi della mente dei lettori, non da lontane od astruse; e che queste figure conTengaDo al genere ed alla specie della scrittura, perchè, ove non ci convenissero, anzi che lume e bel- lezza, rcchorcbbero oscuriti e stranezza. D. Date alcun esempio che mostri, come la Similitu- dine (Ucliiora meglio le cose, o le ctbbeUisce , o le sMimal R. Il Boccaccio, alla 20» Novella della Prima Gior- nata , voleva dire che i piacevoli motti rendono pivi lieto e leggiadro il conversare. Egli a dichiarare questa sen- tenza si vale di una ben acconcia similitudine per que- sto modo : Come ne' lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo, e nella primavera i fiori de' verdi prati, cosi de^la/udevoU costumi e de' ragionamenti piacevoli sono i leggiadri motti. Serve ancora a dichiarazione la similitudine che Dante usò nel Canto Ili dell' Inferno, per rappresentare i malvagi che corrono alla barca di Caronte. Ckiine d'antanno si lem le foglie L'una appretto dell'altra, infin che 11 ramo Rende alla terra tutte le sue spoglie; Simitemenie il mal seme d' Adamo: Gillansi di quel lito ad una ad una, Per cenni , come augel per suo richiamo. Vale poi ad esornare, come si può vedere nella seguente stanza dell'Ariosto, il quale, nel descrivere due guerrieri obesi azzuffano^ ti porge in essi V imma- gine di due cani che vengono ai morsi. Come soglion talor due can mordenti» 0 per invidia o per altr* odio mossi, Avvicinarsi digrignando i denti» Cdn oeehi bleclil e pit die iMsgla rossi; Digitized by Google 80 Indi a' moni venir di rabbli ardenti, Con aspri rìngljj e rabbuffiti dossi ; Così alle spade , dai gridi e dall* onte, Venne il Circasso e quel di Cbiaramonle. Alighieri si valse della similitudine a sublimare il suo concetto nelle seguenti terzine tratte dal Purga- torio: * A noi venia la creatura bella Bianco vestila , e nella faccia quale Par tremolando mattutina atella. E neir altra : . Ella non ci diceva alcuna cosa; Ma lasciavano gir, solo guardando A guiaa di leon quando ai posa. D. Che cosa è V Allegoria, e perchè si pone fra le figure d' inmaginazùme ? R. L'Allegoria non è altro che una forma di parla- re, la quale por mezzo di un discorso ne presenta un altro latente. Ella non differisce dalla Similitudine se non in questo, che 1* allegoria non mostra un oggetto per mezzo dell'altro, ma dà un oggetto in luogo del« r altro. È inutile spendere novamente parole per mo- strare che questa forma di parlare va qui registrata; poiché ognun vede chiaramente come ella è un pro- dotto della immaginazione. Abbiamo un beli' esempio nell'Ode 14» del libro 1° d'Orazio (se pure non è da seguirsi T opinione di coloro ; che queir Ode vogliono diretta alla nave nella quale Orazio scampò dopo la battaglia di Filippi, opinione molto probabile), e nel Petrarca nel seguente sonetto : Passa la nave mia colma d' obblio Per aspro mare a mena notte il Tento Infra Scilla e Cariddi ; ed al governo Siede 'I signor» ansi 1 nemico mio. A ciascun remo un pensier pronto e rio, Che la tempesta e '1 fin par eh' abbi' a scUerDo: La vela rompe un vento umido eterno Di sospir, di speranze e di desio. Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni Bagna e rallenta le già stanche sarte, Che son d* error con ignoranza attorto. Cèlansi i duo miei dolci usati segni; Morta fra l'onde è la ragion e l'arte; Tal cb' ìDcomiDcio a disperar del porlo. Avveriiremo però fin d* ora cbe quest^ allegoria è impura, poiché al senso allegorico è sovente commisto il vero. Il più sublime esempio di tal figura T abbiamo nel Salmo 79 , ove il popolo- d' Israele è rappresentato sotto r immagine di una vigna. A noi basterà dame un breve esempio, tratto da un Classico latino, lasciando a chi vuole andare a consultare il suaccennato. Cice- rone neir orazione a difesa di Quinzio per mezzo deir al- legoria si esprime così : Ita fit ut ego, qui téla depellere, et vulneribus mederi deheam, tiim id facere cogar , cum ' etiam telum adversarius nuUum jecerit: Ulis autem id tengnts impugnandi detur, ctm et vitandi Hkrum impetus potestas adepta nobis ertt; et si qua in re, id qnod pa- rati sunt facere, falsum crimen , quasi venenatum aliquod telum jecerint, medicime fadmdm locus non erit. c Così avviene che io, il quale debbo levar dalle cam! il ferro delle saette, e medicar le ferite, sono sforzato a ciò fare prima che V avversario abbia fatto il colpo: ed a lui è conceduto facultà di assalirci a tempo^ die a noi sarà tolto di poter iscbifare il suo impeto: e dove in alcuna cosa (il che essi son presti di dover fare] con- tro di noi, lanceranno, quasi avvelenato dardo, qual- che falsa opposizione, non sarà luogo ad apprestarne il rimedio. i> (Dolce.) e I Retori poi distinguono rAIfegorit in pura ed im- pura: pura la chiamano quando non si esce mai dal senso allegorico^ impura quando dal seuso allegorico si passa al proprio. Cesi Dante nel Canto primo del Purgatorio j dice: Per correr miglior acqua alza le vele Ornai la oavioella del mio iagegao» Che lascia dietro sè mar si crudele. Sarebbe stala pura V allegorìa sè avesse detto , an- ucbè la navicella del mio ingegno, la navicella mìa. Anche l'apologo può dirsi un'allegoria pura, e così pure r enimma , o V indovinello, dei quali per brevità qui non si parla. Una sola osservazione ferino, ed è che r allegoria deve essere breve, ben adattata e facile, perchè si possa agevolmente conoscere il senso nasco- sto sotto r immagina rappresentata. D. Che cosa è la Pèrifiroii? lì. PeriiVasi, che in volgar nostro significa circon- foctA^MÒne^ in latino circuUio, è una forma di parlare, la Auale esprime con più parole ciò che in una o in poche si potea dire: Pluribus verbis cum id, quoduno, aut paucioribus, certe dicipotest, explicatur, vocant circui- Èum loquendi. (Quintiliano.) E di questa forma pare che r immaginazione principalmente si compiaccia, perchè per questa ella può mostrare i confini d' una cosa , anzi- ché la cosa slessa, come fece il Petrarca , il quale per nominar T Italia disse: .... il bel Paese, Cile Appeonia parie e il mar circonda e l' alpe; w o dar a vedere una cosa per mezzo delle sue prìnci* é — 83 — pali qualità, come fe' Dante, il quale, per nominare ii Sole, disse: « Lo mioistro maggior della naiura. Serre sBeora la Perifrasi a dare chiaresza maggio- re: alle vette vale ad Isfuggire con grazia cerle espres- sioni, cui nuocerebbe usare, comò in quel magnifico esempio che ne otire Cicerone nell' orazione />ro Milane, V Oratore Romano dovea pur confessare che Glodio era stato ucciso; ma perchè la parola uccidere, o altra so- migliante, recava odio aMilone, compassione a Clodio, egli per mezzo di una circonlocuzione espresse il suo concetto in guisa, che la ragione di Milena vi trionfa: Fecerunt id servi Milonis {dicam enim non derii andi cri- minis causa, sed lU factum sii), ncque imperante, ncque sciente, neque prmenie domino quod quis^ servos suos in ioli re facére voluisset « Questi servi dì. Milone (e lo dico non per imporre ad altri la colpa, ina perché il fatto andò pur così), non di ordine del padrone, non sapendolo lui, uè essendo quivi, fecero quello, che cia- scuno in cos\ fatto termine' avria voluto- veder fare a' suoi servi. » (Cesari.) La (jualo perifrasi fu bene imi- tata in egual caso dal cardinal Commendone nella sua orazione in difesa di alcuni scolari dello studio di Pado- va: Avvenne adunque , dice egli, dopo molta sofferenza ^ ohe più della ragione potò lo sdegno: non si nega il fatto. Questa forma di parlare però, se non sia usata con molta moderazione ed a tempo, produce languidezza e superfluità. Non vi sia alcuno che creda la Perifrasi essere egual cosa che la Parafrasi, perocché la Para- fram, la quale significa dichiarazione, allargamento, appartiene in genere all' amplifioaziona. Digitized by Google — 84 D. Che cosa è r Iperbole? B. L'Iperbole, che i Latini chiamarono superlatio (noi diremo esagerazione) , si fa col portare una cosa ol- tre il suo essere naturale, o innalzandola più che non è , 0 più che non è diminuendola. E questa si fa quando noi vivamente colpiti da qualche idea che altrui voglia- mo rappresentare, credendo troppo deboli le espressioni proprie, ci serviamo di alcune, le quali a intenderle strettamente vanno fuori del vero. Cosi per iperbole Virgilio ci descrive i cavalli di Turno: Qui candore nivet ante irent , cursibiu auras. Due guise d'iperbole si danno, Tuna delle quali move dair immaginazione, come è detto, l' altra da com- mozione d'animo. Da semplice immaginazione è V iper- bole colla quale T Ariosto descrive la mensa preparata da Aicina a Ruggero. Qual mensa trionfarne e sontuosa Dì qualsivoglia successor di Nino, 0 qual mai tanto celebre e fumosa Di Cleopatra al vincitor latino, Potria a questa esser par, che V amorosa Fata avea posta innanzi al Paladino? Tal non cred' io che s' apparecchi , dove Mioistra Ganimede al sommo Giove. Se però non si abbia molto buon giudizio V iperbole descrittiva dk facilmente nelP esagerato e nel falso ; spe> cialmente quando si voglia usare prima che l' immagi- nazione sia bastantemente riscaldata. Iperbole si usa con più buon successo a descrìvere esseri immaginari al tutto, 0 almeno in gran parte, dei quali i sensi no- stri non possono avere contezza se non in quanto sono loro descritti dalla fantasia; come sarebbe la Fama dì Digitize by Virgilio, il Silenzio e la Frode noli' Ariosto, esimili altri^ nei quali soggetti l' esagerazione è più consentita. Infatti Virgilio potè dire, che la Fama passeggia il siwlo^ ed ha fra le mbi il capo, la qual cosa sicuramente non avrebbe potuto affermare, se qaesta Fama fosse stata altro che un essere immaginario. Men pericolo è nel* l'iperbole mossa dall' afTetlo, perocché qaando il cuore è agitato fortemente, ogni esagerazione che non esca affatto dai ragionevole gii ò consentita. Bella è quella che Torquato Tasso ebbe imitata sì nobilmente da Vir^ gilio: • Nè te SoQa produsse, e non sei nato Dell' Azz!o sangue tu: te Tonda insana Del mar produsse, e '1 Caucaso gelalo, £ le mamme aliauàr di tigre ircaDa. D. Che cosa è PAntUesi? R. È una forma di parlare, la quale cade in accon- cio ogni qual volta i' Oratore o il Poeta , cercando dare maggiore rilievo ad un pensiero o ad un oggetto, gli con- trappone il suo contrario. E però l'autore della Retto- rica ad Erennio la definiva così: Contentio est cura ex cùntrariis verbis aut rebus oratio conftcitur. Perlochè apparisce chiaro che questa figura si fa, o contrappo- nendo parole a parole, o contrapponendo sentenze a sentenze. Esempio della 1» maniera può essere il se- guente del Segneri : Tutti gitanti qui siamo, o giovani o vecchi, 0 poveri o ricchi, o nMU o plebei, tutti dobbiamo morire. Esempio della 2* maniera d' antitesi può essere questo di Cicerone: In pace ad vexandos cives acervi- muSy m bello ad eajmgnandos hostes inertissimus. Bella è pure P antitesi che abbiamo nell' orazione a Paolo Terzo d'Alberto Lollio: Muovesi l imperatore, non per — 86 — cupidigia d allargare i confini: ma per conservarli, non per difendere le membra deW Impero, ma per non perdere il capo, nùnper opprimere gV mAoce^M, ma per eorreg^ gere i dmAbidknli, Questa figura perd deve essere usata con molte avvertenze; deve essere breve, poco frequente, naturale: brevei perchè altrimenti scopre l'arte, e ristucca; poca frequeale, perehò, ove sta spes- seggiata, illanguidisee e raffredda il discorso; naturale, perche, ove mostri fatica di studio, disgusta 1 lettori anziché dilettarli. È anche da osservarci che questa figura alcune volte serve alla passione , specialmente quando ò portata molto innanzi, conciossiachè nelle forti agitazioni dell' animo avviene che le idee quasi tu- multuariamente presentandosi al pensiero, si dispon- p:ono per modo nella mente, che ognuna di esse reca con sò il suo contrario. Esempio ne abbiamo nella 2^ Ca- tilinaria di Marco Tullio: Hoc vero quis ferro potest, inertee homines forliseimis òuidiari, eiuUissònos pruden- tiseimis, ebriosos sobriis, dormientes vigikmtSms?.*. e più verso al fine: Ex hac enim parte piignat piidor , il- line petulaìUia: hino pudicitia, illinc sttipnm: hinc pie- tae: illinc sceìus: hinc comtantia, illinc furor: hinc ho- nestas: mine turpiiudo: hinc conHnentia, illinc libòhi denique wquitas j temperantia, fortitudo , prude ntia ^ vir- tutes omnes certant cum iniquitate, cum luxuria, cum ignafria, cum temeritate, cum vitiis omntìm> « Ma ohi potrebbe sopportare che gli uomini pieni di dappocag- .nine tendano agguati ai valorosi, i pazzi ai prudenti, f^rimbriachi ai sobrj?... — Chè da questa parte com- batte la modestia, da quella la petulanza; di qui la castità, di là gli stupri; di qui la fede, di là la fraude; (li qui la pietà, di là la scelleraggine, di qui la costan- za, di là il furore; di qui la contmensa} di 1^ la eupidi* Digitized by Gopgle - 87 — già: finalmente l'equi Ih, la temperanza, la fortezza, la prudenza, e tutte le virtù prendono la spada in mano contra la iniquità, cantra la lussuria, contro la dappo* caggine , contro la temeritli , contro tutti i vizj. » (Dolce.) D. Che cosa è la Progressione? /?. È una iòrma di parlare , per la quale , salendo grado grado da un pensiero air altro , si dà maggiore efficacia alla sentenea. Questo modo dai Oreci fu chia- mato climax , e noi lo diremo scala. Eccone da Cice- rone un esempio : Facinus est vincire cwem romanum , teeka wrberarè, prope parrieiditmneoare; quid dicam m crucem toUere? « È delitto legare un cittadino roma- no , scelleraggine vergheggiarlo , quasi parricidio ucci- derlo : che dirò io del crocifiggerlo ? » Osservate come r autore per questa figura ha mostrato che T avere messo in croce un cittadino romano era delitto senza pari. Egli grado grado esaminando quanto sia grande colpa mettere in ferri un cittadino , quanto grande sc^Uerag» gine vergheggiarlo , quanto orrìbile parricidio metterlo a morte, fa conoscere che il crocifiggerlo è delitto sovra ogni delitto. Questa forma è di grande elLicacia , peroc- ché ella presenta quasi ali' intelletto una serie di pro- posizioni concatenate a modo, che posta la prìma, tutte le altre necessariamente si denuo ammettere come di- scendenti da quella. Un altro esempio ne porge il Se- gneri nella 4* predica : Questa è dunque- la cura-, ohe vai teMte delia vostra anima? questa è la ^ima del tostro fine? questa è la sollecitudine della vostra felicità? saper di slare in ìnezzo a rischi sì gravi , e non riscuotervi? Ponete mente alia doppia gradazione di questo periodo: la prima è nelle parole cura , stima , soUeeiiuéine ; r altra nelle parole —anima, fine , felicità. Anche i poeti fanno uso con profìMo di questa figura , la quale però « — 88 — eonvien cercare che non iscuopra Tatte,' altrimentì di- vieue cosa viziosa, come appunto è quella del Tasso me- rilameate ripresa dai Galilei. Sparsa è d* armi la terra , e V armi sparse Di sangue, e il sangue col sudor si mesce. Che cosa è la Preoccupc»ioneZ R. £ una forma di parlare, la quale usiamo per prevenire una obieetone o una donanda , la quale ci potrebbe esser fatta , e togliere o|5ni dubbio che po- trebbe nascere negli ascoltatori ; cosi il Casa nella prima | oraiione per la Lega , prevedendo che alcuno avrebbe potuto obiettargli , che Carlo Quinto metteva in essere i suoi eserciti per difendersi, per mezzo di questa figura previene V obiezione , e dice : Se. mi mi direU che egl% si vuol difendere io vi domando: chi lo minaccia , cftt fo spaventa , chi lo assalisce? Questa figura , come ognun vede , giova molto agli oratori, e non inutile ai poeti. f In fatto asaai bene ne usò Torquato Tasso nella Geru- salemme : Ta , ebe srdfto sin qai ti sei condotto., Onde speri nutrir etvalli e fami ? t Dirai : V armata in mar enra ne prende. Dai venti adunque il viver tuo dipende? « D. Che cosa è la Concessione? - R. È una forma di parlare , per la quale , mentre noi concediamo una cosa all' avversario , lo costringiamo con questo stesso modo a concedere a noi ciò che vo- ^mo. Elia è figura* di mirabile effetto e di grande uso presso gli oratori e presso i poeti. Così il Gasa iiella 2» orazione per la Lega : Or ecco V imperatore riposerà quest' anno , 4» coù pa , perocché nessuno ce ne fa certi; Digitized by Google ma ie pur eoA fla , egli starà fermo quesfamo non per ^ tardare , ma per andare piìì ratto. £ r Alfieri nei Don Gariia: m Uccìderai Salviati, Fona Bun reo: nemici allri verranno. Pian spenti? ed aiiri insorgeranao. — 11 brando Del diffidar la insazìabii punta Ritoioe al fin contro ehi V elsa impogna. D. Che cosa è la Preterizione? B. £ una figura per la quale fìogeDclo di voler ta- cere alcune cose, poi espressamente le diciamo, e ^e- sta giova assai , perchè mostra T Oratore poco curante di quelle cose stesse che sono a suo prò, come quegli che ben altre e di maggior peso ne ha ; e mette nel- l' ascoltatore confidenza, facendogli conoscere che FOra* tore ha ragioni piii del bisogno. Cicerone nelT orazione in favore della Legge Manilia, parlando per preterizione delle lodi di Pompeo , dice cesi : Itaque nm non prcedi- caturus, Quiriles , quantas iUe ree demi mUiticeque , terra marique , quantaque felicitate gesserit; ut ejus semper vo- luntatibus non modo cives assenserinl , sodi obtempera- rint, hostes obediermt;8ed etiam venti tmnpeeiatesqmolh secundarini, t Laonde io non son per raceoatare, Roma- ni , quante egregie operazioni, e con quanta felicita egli abbia fa^e &ì nelle cure della città , come nei maneggi della guerra , in terra e in mare , e di maniera che alle sue YoloDtk non solamente i cittadini sempre abbiano acconsentito , i confoderati servito , i nemici ubbidito , ma i venti e le fortune gli sono stati secondi. » (Dolce). ' Così pure, presso Virgilio, Venere enumerando a Giove le ofiese che eila^veva ricevute da Giunone, dopo - 00 — averne esposte alqaaiiiè , fìngendo di voler passare le altre sotto silenzio, dice: Quid repetam exustax Ericino in litore classesì Quid tetnpeslatum regem, ventosque fur^niet, jEolia excitoi? aut aclam nubibui Jrimt Cb*io non vuo'dir delle combuste navi Sulla spiaggia Ericina, nò de' venti Che M re spìnse d' Eolia a tempestarlo, Nè d'Iri che di qui fu già mandata ec. (Gaao.) D. Che cosa è la Smnoeinanone? R. È una figura perla quale s' introduce qualcuno a parlare quasi dialogizzando coli' oratore o coi poeta , per aggiungere dignità alle cose che si dicono, e nel* . Fìstesso tempo per dilettare. Esempi ne abbiamo ne'poeti e ne* prosatori latini ed italiani ad ogni passo. A noi piace sceglierne mio del Segneri. L' oratore descrive la pesnma fine dì un cavaliere , il quale muore imponi* lente. In mezzo la narrazione introduce il confessore, il quale si la al letto deli' infermo per disporlo a ben mo- rirOb Vivo e commovente è il dialogo. — Im$dici tuiAo- menU vi hanno disperato; però se volete compor le vo- stre partite , poche ore vi rimarranno:-^ Tanto più adun- que ^ soggiunse l' altro; affrettiamoci: che ho da fare? Avreste, ripigliò il Padre, per avventura alcm credito* re, a cui vi coimenisse di soddisfare ? -^Gli aveva , ma gli ho soddisfatti. — Avreste niente (f altrui, die dovreste rendere ? — L aveva, ma V ho parimente renduto. E se per i addietro aveste portata malevolenMa ad akmno,non la deponete daVl animo? La depongo. ^Perdonale a chi vi ha offeso? — Perdono. — Vi umiliate a chi avete offeso? — Mi umilio.'^ Non. volete adunque per uUimo ricevere oiyu.^uu Ly I sacra$nenti, come conviensi ad uom cristiano per ar- marvi contro le tentazioni deìl inimico , e contro i peri- coli deir Inferno? —-Volentieristimo gli Hcmferò, se voi, Padre, vi compiacerete d' amministrarmeli. — Ma sapete pure che questo non si potrà, se prima non licenziate da voi quella giovane? — Oh queeto non pouo, Padre , non poeso ! — Ohimè ! che dite ! non posso? perchè non potete? e potete, e dovete , signor mio caro, se volete salvarvi,— Io dicovi che non posso ec. — Ed Orazio neir Epistola ai Pisoni in questo modo si vale della sermocinazione: ^ Dicnt Ftlius Albini: si de quincunre remota est lincia, quid superai? poterai dixtsae: triens. Eul Rem poleris servare tuam, Redit uncia : quid fitf Semis • Non conviene però abusare di questa figura , la quale, se giova chiamata a tempo, nuoce e raffredd*! quando ella sia fuor di tempo adoperata. Questa poi serve piti spesso alia fantasia che air affetto; nuilaroeno qualche vòlta serve anche mh*abìimeote aHa passione. D. Che cosa è Ipotiposi? H. È, una ligura per la quale l'oratore o il poeta cerca- di porre sotto gli occhi col più vivi colori una cosa od una persona , tantoché il lettore o V uditore creda vederla anziché udirla. Questa forma di parlare però prende diversi nomi dalle diverse cose che ella descrive, cosicché l' ipotiposi di persona si chiama prO" sopografia; la descrizione dei costumi, efopea; la descri- zione delle sembianze e dei caratteri di persone imma- ginate 0 ^nie ^somatopea; la descrizione infine dei luoghi topografia. Dì ciascuna di queste noi daremo lui esempio. L^ yi i^uu Ly Google IpotipiMil %n fODere. II Meiastasio, imitando Virgiiio, descrive nella Ga- latea il Ciclope , che decide un misero pastore. Vidi il crudele Frangere incontro al sasso Un misero pastor, che al varco ei prese» Per farne orrido pasto alla sua fame. Lo stracciò* lo divise; E le lacere membra » Tiepide e semivive , Sotto i morsi omicidi Tremar fra'denU» e palpitare io vidi. E r atro sangoe intanto , Cbf spumeggiava alle sue sanno intorno » Uscia per doppia strada (oh Aero aspetto! ) Dal sotso labbro» e gli scorrea sol p^tto. Ipotlpo»! dM ^MOAttf ^mI« prooopograflfi. L' Ariosto così descrive Brunello : Non è sei palmi , ed ha il capo ricciuto; Le chiome ha nere, ed ha la pelle fosca; Pallido il viso, oltre il dover barbuto; Gli occhi tronfiali , e guardatura losca; Schiacciala il naso, e nelle ciglia irsuto: L* abito, acciò che lo dipinga intero, fi Stretto e corto » e sembra di cornerò, IpoUposI del «••tninl» tmia etopea. Non lasceremo di recare ad esempio retopoa clie Sal- lustio ci offre diCatilina: Lucius Catilina, nobili genere fuUus, fuU magna vi et animi et eorporis , sed ingenio malo, prcmque. Buie ab adohseentia betta intestina ; cades,, rapince , discordia civilis , grata fuere; ibique juventiUem suam exercuU. Corpus patens inedice, vigilias^ algoris, «t4pm qwm euiguam credibile est Animus audax, ni- — d3- bdohu, mrius, m^libet rei simuhtor oc dissinmlalor , alieni appetens , sui profusus, ardens in cupiditatibits ; satis loquentice , sapientice parum, Vastus animus immo- derata, incredibilia, nimis altasen^^a^iebai. » Lucio Gatiliòa di nobil sangue fu nato, uomo di grande virtù ' (F animo e di corpo , ma d' ingegnamento reo e perverso. Da sua prima gioventù le brighe dentro la città , le fe- rite, gli omicidj 9 le rapine , a lui piacquero molto; e in queste cotali cose contìnuamente studiò. Il corpo aveva poderoso , e sofferente di fame , di freddo, di vegghia , e più che uomo credere potesse. L'animo era ardito, malizioso e isvariato : qua! cosa volea infingeva , e qual volea disfingea. Dell* altrui desideroso , del suo isi)argitore ; tutto acceso di desiderj ; assai bello parla- tore f savio poco. 11 suo smisurato animo cose ismisura- te , non credibili , e sempre troppo alte , desiderava. « (Bartolomeo da San Concordio.) Ipoiiposl di persoae flato» o aoiiiAtopea. » » Bella è la somatopea , con efae il Tasso ci mette sotto gli occhi il re- degli abissi . Orrida maestà nel faro aspetto Terrore accresce, e più superbb il rende; Roasegglan gU occhi , e di Teoeno infetto. Come infausu cometa, il guanto splende; Gl' invòlve il mento, e sali* irsuto petto Ispida e folta la gran barba scende; E in goisa dì vongine profonda S*apre la bocca d' atro sangue immonda. Esempi di questa figura abbiamo neUa descrizione • ideila Fama nel libro 1.» dell' Eneide : nella descrìiione della Frode neir/^i/^rm» di Dante: nella descrizione della Discordia , della Frode , dell'Avarizia , e del Silenzio , nei Furioso dell' Ariosto. HMfirlsione del luoghi ^ o lopograflo. L' Ariosto ci descrive meravigliosamente per mezzo di questa figura ua'isoielta deserta: 0' tbitatori è l' isoletta moU , Piena d'wnil OHNteUe e éi ginepri; Giooondft solilndlne renoia A cervi t a daini , a caprioli , a lepri ; E fuorché a pescatori è poco nota , Ove sovente ai rimondati vepri Sospendon per seccar l' umide reti: Dormono intanto i pesci io mar quieti. D. Vi è wMa da avvertire intemo queste forme di parlare? R. Quanto all' Ipotiposi in genere è da avvertire, che eiia sia facile , naturale e ben condotta. Non creda alcuno che P Ipotiposi riesca tanto jÀh viva quanto pftì ò lunga , perchè tulLa V arte , per cui ella acquista vi- vezza, sta non nella minutezza delle circostanze, ma nei tratti 'PitL interessanti; chè anzi la lunghezza spesso to- glie alla verità e reca noia. Riguardo alla Prosopogra- fia, si deve cercare che le qualità della persona la quale vogliamo dipingere corrispondano al vero , e siano co- lorite con risentite tinte, a modo che alla lettura ognuno debba riconoscere la persona che abbianio ritratta. L'Eto- pea domanda chiarezza e precisione: chiarezza, perchè si dee rendere sensibile ciò che non è ; precisione , per- chè i costumi di quella persona , della quale parliamo, devono essere proprj a lei sola , a segno che non possa confondersi con altra. Circa la Somatopea, è da studiare che la persona, la quale noi fìngiamo, sia quale richiede e II carattere ohe volgarmente le è attribuito , e la eir« costanza nella quale viene rappresentata. Il Tasso nel dare corpo umano a Satana ha avuto tutti questi ri- I Digitized by Google — 95 — guardi , e però bella è quella sua ìpotiposi. Se altri- menti avesse fatto, oltre all'essere deforme in sè, avrebbe nociuto al buon etietto. Riguardo iotìae all' ipotiposi di luogo ^ avvertiremo soltanto che non si deuno tratteg- giare ad una ad una tutte le |>arti di un luogo, ma rile- varne solo quelle che bastano a darne una compiuta idea , e a distinguerlo da o^i altro luogo del medesimo genere. CAP» IL. Uelle forme di parlare proprie dell» pamione* D. QucUi sono le forma di parlare proprie della pas- sione? * R. Sono quelle le quali non si odono neir umano linguaggio , se non quando V uomo è agitato da qualche forte affetto ; per forma che queste possono dirsi un oarattere speciale delia passione : conciossiachè non sia persona al mondo , la quale, avendo il cuore in tumul< to , non prenda un linguaggio diverso dall' ordinario* Poi vedete che nell' uomo preso da passione la fìsono- mia del volto si fa più risentita , più gagliardo il suono deHa voce , più vibrati gli atti ed i gesti , e da questo potete argomentare, che, volendo la natura distinguere cosi neir esterno lo slato deli' animo in passione, doveva anche distinguerlo nel lingua^io, che può dirsi lo spec- chio deir animo; e però ben male avvisato sarebbe ehi credesse, che le forme delle quali parleremo siano in- venzione delle scuole, o cose particolari soltanto agli  scritlori; perchè elle sono cosa della natura e non del- r arte , e comuni a tutti gli uomini, l^eriocbè è molto necessario il ben conoscerle, perchè il non saperne far uso porterebbe Io scrittore sovente a mancare nella parte dei caratteri. Di queste forme quindici ne anno- veriamo , le quali sono: esclamazione, epifonema, interrogazione, subiezione, ironia, sarcasmo, preghiera, imprecazione, dubitazione, correzione, sospensione, comunicazione, personificazione, apostrofe, visione. Avvertiamo ancora chd alcune di quelle, che dicemmo essere • proprie dell' immaginazione, servono pur e^ alla pas-' sione ; quali sono T Iperbole, la Progressione, la Prele- riziéfne, Tlpotiposi e la Sermocinazione, sebbene però r uso di queste sia piti rado nel linguaggio, degli affetti. Dell' BeclamasloBe • dell' EplfoneatA. Che cosa è tEsckmiaiUone, e come di lei nasce l' Epifonema? R. È una forma di parlare, per mezzo della quale esprimiamo le più gagliarde commozioni dell'animo, con- cìossiachè quando noi «iamo potentemente sorpresi da meravìglia, da timore, da allegrezza, da dolore, quasi improvvisamente interrompiamo il discorso, e alzando la voce facciamo una interieiione. Ella è quasi il carat- tere principale del linguaggio appassionato, come si può vedere di leggieri, osservando anche il parlare degli uo- mini volgari, allorché sono presi da un forte commovi- mento dell' animo. Così Dante, avèndo narrato la morie crudele che ì Pisani fecero sostenere al Conte Ugolino, esce ia una esclamazione di dolore e di sdegno contro Pisa; Abi Pisa, yituperio delle genti Del bel paese là, dove II si suona, ' Poicbè i vicini a te punir son lenti ec. £ il Boccaccio, dopo avere descritto i mali recati dalla pestilenza alla sua patria , esce in questa pietosa • esclamazione : Oh quanti gran palagi rimasero vuoti, quante memorabili schiatte si videro senza debito sue- cesswr rimanere I Alcuna volta nella esclamazi<me noi racohindiamo naturalmente un qualche concetto o detto sentenzioso . e ciò è appunto che cangia 1 esclamazione in epilone- nia. Così Titiro presso Virgilio, dopo avere esposte nar- rando le sue disgrazie , termina in questo modo : Bn f no dkeordia eives FerduzU mlieroi/ en queii emuerimui offrii £ il Petrarca, a mostrare la vanità delle cose mor- 0 tali, esclamava : Oh ciechi , il tanto affaticar che giova? Tulli tornale alla gran Madre amica, E il nome vostro a pena si ritrova! 9ell' iBtMVosaBloBe « della Sii1»I«bI€»mc* D. Che cosa è t Interragasnone? R. È una forma per la quale T uomo spinto dalla passione, anziché affernure o negare alcuna cosa, la esprime per modo di domanda, con che maggior enfasi al discorso, e mostra tutta la confidenza nella verità del suo concetto, e pare che provochi gli uditori a mostrargli se può essere al contrario. Bella è V inter- rogazione colla ({uale Cicerone, difendendo Ligario,in« calza Tuberone : Quid enim, Tubero^ tuus ille disirietM in acie Pharsalica gladius agebat? cujus latus ille mucro 7 oculi ? manus? ardor animi? quid cupiebas ? quid optabas ? « Che faceva, Tuberone, quella tu^ spadai impugnata nella battaglia di Farsaglia? il fianco di cui ricercaTa quella punta? Qual era F intensione delle tue èrmi? Quale la tua mente? gli occhi ? le mani? 1' ardor dell' ani- mo? Che desideravi? che bramavi? » (Dolce.) Gos\ presso V Alfieri , Giocasta cerca mostrare a Po- linice, come desiderando egli sfisenatamente di regnare in Tebe, non faceva che cercare il suo peggio. Sablime fin d' ogni tao voto è dnoque Di' Tebe il trono? Ohi non sai tu» che in Tebe Sommo Infortunio è li irono? il pensler vo^l Agii avi tool : qual ebbe in Tebe sceltro » EnondelilU? ' Questa forma serve pressoché sempre ai forti af- fetti : è tuttavia da osservare che qualche volta la con- vinzione stessa, che noi abbiamo di qualche verità, ci conduce a disporre il discorso a modo d'interrogazione, ancorché l' animo non sia commosso o turbato. Qualche volta ancora all' interrogazione noi sog- giungiamo la risposta, ed allora ne nasce un' altra figle- rà, la quale si chiama subiezione, Eccone un esemplo di Cicerone a favore di Archia : QtKBres a nMs, Grac- che, cur tantopere hoc homine delectemur? quia snppe- ditat nobis ubi et animits ex hgc forensi strepitu re^dg- tur, ^ mires convido d$fm<B oonqui^cmU. « Tu cer- cherai forse*, 0 Gracco, d* intender da noi la eagiene, per la quale sì fattamente diquest' uomo ci dilettiamo? È ella per questo: che egli ci dà modo da poter risto- rare r animo degli strepili del fòro, ed alleggiar le orecchie stanche' di ascoltare le mddicenxe che vi si usano. » iDolce,) Digitized by Google - 99 — Così Didon# risoluta di morire domanda a sé stessa se ella debba morire invendicata, e tosto soggiunge che le basta morire. Moriemur inultoB? Sed moriamur, aU. Sic, tiejuvat ire sub un^nu, Uéir Ironia e del taraMM». D. Che cosa è Ironia, e in che differiàce dal Sarcasmo? lì, L' Ironia è un modo di parlare coperto, col quale noi vogliamo che ie nostre parole siano intese in senso contrano da quello che esprimono. Ella nasce spesso dall'animo turbato da sdegno o da ira compressa, e però noi abbiamo creduto che, anziché stare fra i tropi, si debba collocare Ira le figure di passione, poiché ella senza passione non può nascere ; in fotto,-s6 osserviam o gli esem- pj, vedremo che ella ha radice nell* amarezza dello sde- gno. Cicerone nella Miloniana, volendo dire che la morte di elodie era una pubblica allegrezza e che ne godevano tutti gli ordini della repubblica-, usa parole le quali mo- strerebbero che ella è disgrazia maggiore d' ogni altra , che tutti ne piangono. Sed stulti sumus qui Drusum, qui Africamm, Pompqum, nosmelipsos , cum P. Clodio con- ferre audeamus. Tolerabilia illa fueruni. Clodii mortem requo animo ferrenemopotest. Luget senatus : moìret eque- ster orda: tota civiias coufecta senio est: squallent mu- nto^wi: afflickmtur colonim: agri den^fue yfsi km bei^e* fieim, tam singtUarem, tamfnansueUmdvemdesideranL (( Ma pazzi siam noi, che osiam di mettere un Druse, un Affricano, un Pompeo, noi medesuui, aliato a un P. elodìe. Di quelle morii era a darsi pace : alla morte di P. Gladio non è anima che^debba rassegnarsi in pazienza. Piange il senato; F ordine equestre è iu tribolo; tutta  - la cìtiìi dì maliiiconia è rifinita: squallidi i mnnicìpj, nlflitte son le colonie; finalmente i medesinfii campi di- cono : Deh ! chi ci rende un cos'i loenefìco, cosi mansueto e salutevole cittadino? » (Cesari.) Così Dante, dopo avere neW Inferno posti ai tor- menti i principali cittadini di Firenze, con amarezza di dolore e d' ira ironicamente esclama : Godi, Firenze, poi che se* si grande, Che per mare e per terra balli V ali , E per lo' Dferoo il tuo nome si spande. Alcune cose sono da notare intorno questa figura: 1<> cbe ella deve essere chiara a modo cbe si debba in- tendere — le cose che si dicono tornare a senso opposto ; che non se ne usi se i\on quando v' è naturalmente chia- mata; e che sia più breve che si può, altrimenti diviene insipida e noiosa. Anche vuoisi osservare che V Ironia v.ì spesso congiunta all'Esclamazione; il che prova che ella muove da passione. Non negheremo però che qual- che volta anche fuor di passione si possa tenere un lin- guacjgio coperto, come spesso sappiamo essere stato usato da Socrate ; ma noi con Quintiliano volentieri di- remo, cbe ben altra cosa è V ironia, e che codesto par- lare dissimulato deve avere altro nome. Se poi si voglia conoscere in che differisca T Ironia dal Sarcasmo, basterà osservare che il Sarcasmo vien definito una pungente ed amara ironia, a modo che volendo formarne una sola figura si potrebbe dire che il sarcasmo è il grado superlativo delF ironia. Eccone esempj. Turno nel libro 12 deìV Eneide così insulta ad Eumede Troiano da lui ucciso : En agros, et quam bello y Trojane , pelisti ^ Hesperiam melire jacpns: hcBc prcEmia, qui me ^Ferro ami tentare, ferunt: «te menia condunt. Troiano, ecco V Italia, ecco i suoi campi. Che tanto desiasti : or gli misura Cosi i^iacendo. E questo si guadagna Chi centra Turno ardisce: e 'o^qucsla guisa Si fondan le cillà. (Caro.) Così nel canto 19, st. 3 e 5, della Gerusalemme libe- roto^ Argante insulta Tancredi chiamandolo uccisor delle donne : Che non potrai dalie mie mani , o forte Delle donne uccisor , fuggir la morie; a cui Tancredi con pari sarcasmo risponde : Vienne in disparte pur, tu, che omicida Sei de* giganti solo e degli eroi : L' accisor delle femmine ti sfida. D. Che cosa è la Preghiera? , lì. È una forma di parlare, la quale noi usiamo quando, o nei confessare qualche colpa imploriamo r altrui perdono, o trovandoci in istato di miseria, dal quale non potreinino da noi stessi scampare, imploria- mo r altrui soccorso. Egli è certo che per ottenere T ef- fetto che ci proponiamo pregando, conviene muovere Fanimodi chi ascolta , e parlargli , direi quasi, col cuore. Esempio della manièra ci porge Cicerone nelT ora- zione prò Ligario: — Ad judicem sic agi solet, sed eg^ adparenim loquor. Erravi, temere feci ;pcBnitet; ad cle- mentiam tuam confugio, delieti veriiam petOj ut ignoscas oro: si nemo impetraverit , arroganter; si plurimi , tn idem fer opem, qui spem dedisti. « Innanzi al giudice Digitized by Google ^ 102 — in tal guisa si suole procedere, ma io parlo innanzi al padre; per ciò dico: ho errato, ho operato inconsidera- tamente; io ricorro alla tua clemenza, chieggio perdono del delitto, e ti prego a condonarlomi. Se ninno l'ha ottenuto, io chieggo questo arrogantemente ; se paroc- chi, tu stesso sovvieni, che vi hai dato speranza. » (Dolce.) Esempio del 5I« modo abbiamo nel Tasso, ft dove introduce Armida supplichevole ai pi,edi di Goffredo : Per questi piedi , onde i superbi e gli empj Calchi ; per questa man , cbe '1 drillo aita; Per r alte tue vittorie, e per qne' lempj Sacrit cui désti, e cui dar cerchi aita; 11 mìo desir. cbe to puoi solo, adempi; B in «n col regno a me serbi la'viu Lt taa pietà. La naturalezza, la semplicità, sono le doti principal- mente domandate da questa figura; la quale, ove sia 'scopertamente artificiosa e ne* concetti e ndle parole, riesce fredda e vana. Anche la soverchia lunghezza si dove fuggire, perchè dissolvendo la forza, le toglie ogni efficacia. •ella ImprecasloBe. D. Che cosa è C Imprecazione? R. È il linguaggio di un animo pienamente sde- lunato, e tratto fuori da ogni speranza di giusta vendet- ta. Basta &ò a conoscere, che questa ò figura la quale domanda il più alto grado di passione. Elia consiste nei pregare ogni male o controia persona la quale è cagione del nostro sdegno, o anche qualche volta contro noi medesimi ; nei quel caso perìKshi parla deve parere ed L.iyi.i^uu Ly  - essere preso da disperazione. Esempio della 4^ maniera ci porge Dante nel del Purgatorio : Gioflo giodicio dalle stelle caggia Sopn il IQO sangue, e sia immvo ed aperto. Tal che il toc sucoessor temena n'aggia. E Virgilio ancora fa che Didone imprechi ad Enea (EneiiLf lib. 40): Litora Hteriku eonhmrla, fluoUbtu wnitu Imprecar, arma armit ; pugnsnt ipsique nepotet; • e sian . . • • i-iili ai Uli Contrari eternamente, l' onde a r onde, E V armi incontro a Tarmit e i nostri a i loro In ogni tempo. (GAao.) Del 2'' modo Virgilio stesso ci porge esempio là dove Bidone impreca contro sè stessa : Sed mihi vel tellus optem prius ima dehiscnt, Vel pater omnipolens adigat me fulmine ad uinbrat, Pallentes umbras Èrebi, noctemque profundam, ÀiUe, Pudor, quam te vioiem, aut tuajura resolvam. Ma la terra m' ingoj , e 'I del mi fulmini, ,.p^ , ' E neir abisso mi tralx>ecbi in prima e/ » C J*^^ Ch'io li violi mai, pudico amore. (Caro.) D. Che cosa è la DubUazione? R È una forma di parlare propria dell' uomo, il quale è in tanta agitazione dlanimoche non sa nò cosa dire nè cosa fare, e sta sospeso nelF incertezza. 1^ domanda uno stato dì forte agitazione, altrimenti Vf rebbe ridicolo supporre che per piccola cagione si do- ' ' vesso cadere in mezzo a tante incertezze. Così , presso Tito LIVIO (vedasi) SCIPIONE (vedasi) parlando a' suoi soldati , si tiene a questa figura (Decade 5>): Apudvos quemadmodum lo- quar,'nec consilium, nec ortUio suppedikit, quos ne quo nomine quidem appellare deheam scio. Cives? quiapoHa vestra descivistis? An milites? qui impcrium , auspìcium- q%ie abruiitis, sacramenti religionem ì^pistis? Hostes? corpora, ora, msHtum, luiAUum eimm agnosco ; facia, dieta, Consilia, animos kostium video. « Ora non trovo concelti, nè mi sovvengono le parole da parlare appo di voi, i quali certo non so con qual nome piuttosto appellare mi debba. Or chìamerovvi io cittadini? che vi siete ribellati dalla propria patria? Nominerovvi io soldati? che avete negato V ubbidienza, e rifiutato il nome, e 1* auspicio del vero capitano, e avete rotto la religione del sacramento? Debbo io chiamarvi nemici? conciosia eh' io pur conosca le pt^rsoiie vostre, le faccie, le vesti, r abito e portatura dei miei cittadini ; ma veg- gio i fatti ed i detti e i pensieri e gli animi dei nemici. » (Nardi.) Bella è pure la dubitazione di Olimpia abban- donata da Bireno presso V Ariosto : ■ Tonerò io Piaodri • ove ho vendalo il vesio Di cbe io Yivea, benché non fosse moltOt Per soTTenirU , e di prigione irtrteT Meschina! dove andrò? non so in qnal parte. Debbo forse ire in Frisa, ove io potei, E per le non vi volsi , esser regina? Il che del padre e dei fratelli miei, £ d* ogni altro mio ben fu la ruioa. Della Ckirremione* D. Che cosa è la Correzione? R. La Correzione è quella forma di parlare eh© usiamo quando trasportati da un oggetto, del quale pure abbiamo detto molto, ci ritrattiamo, quasi ci paia aver detto poco, ed aggiungiamo cosa di masgior peso. Così il Sdgaeri nella prima predica del suo Quaresima- le: Toccherà ora a medi proibirvi quanfo sia grande la presunssione di coloro , che irivono un sol momento in colpa mortale. Perchè 'presunzione diss' io? audacia, audacia^ COSI dovea nominarla, se non anzi insensala temerità, E Armida nel Tasso usa di questa figura parlando a Rinaldo: Vaitene; passa il mar: pugna, trav:ìf?lia; Slruj^'gi la fede nostra, anch' io t' alTreilo. Che (lieo nostra ? ab non più mia ! fedele Sono a te solo, idolo mio crudele. Questa figura qualche volta istà in una parola sola come neir esempio dei Petrarca: Vergine saggia , e del bel amner una Delle beate ? ergioi prudenti , Anzi la prifna. Qualche volta di questa figura si vale anche l'im- maginazione, specialmente descrivendo cosa onde ella è piena di meraviglia; così il Caro: Un'onda, Aliti tifi mar, ebe da poppa in guisa urtolla ee. Tuttavia la passione se ne vale piìi spesso e con miglior prO) quando sia usata a tempo e con naturalezza. Della SiMpMeloM* D. Che cosa è la Sospensione? R, Quando noi siamo altamente commossi al ricor- dare, 0 al narrare cosa portentosa od atroce, nell^atto del narrarla quasi per natùrale ribrezzo sospendiamo il discorso: e questo è ciò che si ciiiama figura di sospeu-siono. Tale è, per esempio , presso Virgilio, quando Enea si fa a dire ciò che aveva udito alla tomba di Polidoro {Eneid., lib. 3o.): Terlia sed postquom mnjore haslilia nisu Aggredior, genihusqiie ndversx obluctor orcnce... Eloquar, an sileom? gemitus ìacrimabilis imo ÀwUiwr /anniilo, el wo» nddiU feriur ad mire$; • . . RHeiUiDd^ tnoon» Vengo al terzo virgulto , e con più foru Mentre lo scerpo, e i piedi al anelo appunto, E lo acnoto e lo abarlio (il dico, o 11 taccio?), Un aoapiroao e lacrimabii anono Dair imo poggio odo che grida , e dice ec. (Caro.) E il Moni! nella BiuviUiam: Peroccliè dal costoro empio furore A gittar strascinalo (ahi! parlo o laccio?) De' ribaldi il capestro al mio Signore, Di man mi cadde l' esecralo laccio. Vi ha di quelli, i quali sotto il nome di questa forma intendono quell'artifizio, con cui l;Iì oratori, o i poeti, per destare aspettazione nell' uditore, sogliono tenerlo incerto su ciò che essi vogliono dire , perchè giunti a significarlo senta egli il piacere d* una grata sorpresa : ma (juesto artifizio non potrebbe aver luogo fra le figure di passione; e salvo errore, anziché una forma propria della passione o della immaginazione, deve essere chia- mata una particolare maniera di disporre ì concetti, perchè facciano più forte impressione. * HelUi CTommlrasloiie. D. Che cota è la Cùmunieaaitmef H. È una forma, che si fa quando l'oratore, inti- mamente persuaso della rettitudine o convenienza della — 107 — propria opinione , per far conoscere che non si può uscire di quella , si volge agli uditori quasi chieda loro consiglio; perchè essendo essi costretti a dargli quello stesso che l'oratore di per sè f>reDderebbe, l'orazione acquista piii forza e più efficacia di persuasione. Così Cicerone neir orazione centra Ver re chiede consiglio ai Giudici: Nuncego not ccnsulo, judice$ ^qtM mihifadef^ dum putetis : id enim consilii prafeeto taciH dabùis , quod ego milii necessario capiendiim inlclligo. « Or io a voi chieggio, 0 giudici, quale cosa a parer voslro m'abbia a fare: e tal consiglio al certo mi darete tacendo, quale ben IO conosco che necessariamente dovrò prendere. » Il qual esempio dal Salvini nella sesta orazione fu imi- tato cosi: A voi stessi, o sapientissimi giudici, chiedo con- siglio; cosa stimate che io debba fare: e tale certo lo mi darete quale si è quello, che io stesso intenéh di dofoer prendere necessariamente. Conviene avere riguardo nel- r usare di ({uesta ligura, perchè se noi non siamo ben sicuri che l' uditore non ci possa dar altro consiglio da quello che noi vogliamo , ella non si deve usare mai, e metterebbe assai male volerne fuor di tempo far uso. Della Personiflcaslone. D. Che cosa è la Personificasdcnef ^ B. La Personifìcasione , che i Greci clrìamarono pro- sopopea, è una forma per la quale si da senso, vita, discorso alle cose inanimate: conciossiachè , quando la passione è molto forte, si riscalda V immaginazione, e le porta innanzi quasi vive e vere quelle cose ohe non esistono che nella mente dell'uomo appassionato. Bella sopra molle è la personilicazionei per la quale il Tasso Digitized by Google fa che Clorinda morta si mostri in sogno al disperato Tancredi ^ e lo conforti: £d ecco, in sogno, di stellala vesle Cinta, gli appur la sospirata amica: Bella assai più; ma lo splendor celeste L'orna, e non toglie la notizia antica. E con dolce atto di pietà le meste Luci par cbe gli ascingbi, e così dica: Mira come soa bella e come lieta, Fedel mio caro ; e in me tuo daolo acqueta. E perchè si veda come anche gli oratori non meno che i poeti possono trarre profitto da questa forma, ne recheremo un esempio tolto dalla prima Catilinaria di Marco Tullio: Nunc te patria, qam commtmis est omnium nostrum ytorens, odit oc metuit, etjam dia te mhUjudi-- cat ìiisi de parricidio suo cogitare: huius tu neque aucto- ritatem ver ebere, neque judiciumsequer e, neque vim per- tmesces? qua tecum, CatiUna, sic agit, et quodammodo tacita loquitur: NtMtm jam tot annos facinus extitit, nisi per te; nullum flagitium sine te: tibiuni multorum civium neces, libi veaxUio, direptioque sociorum impunita fuit, oc libera tu non sobm ad negligendas leges et qtuestio' nes, verum etiam ad evertendas , perfringerandasque va- luisti. Superiora Illa quondam f erenda non fuerunt; tamen, tUpotuij tuli: nunc vero, me totam esse in ìnetu pt^opter teuniim;quidquid increpuerit, CatUinam timere; nuUum videri contrameconsUium tniri posse, quod a tuo scelere abhorreat, non est ferendum. Quamobrem discede, atque hunc miài timorem eripe; si verus, ne opprimar;sin fai" $us tit tandem aliquando timere desinam. ffmc si teeum, ut dixi , patria loquatur, nonne impetrare debeat etiam si vim adhibere non possil? « Ora la patria, la quale è co- mmie madre di ci8»oan di noi, ti odia e teme, e già da  gran tempo giudica, che tu d'allro non pensi che dei parricidio di lei. £ tu non vuoi dubitare dell' autoritb .di questa, né seguire il giudizio, nè temer la forza? La quale, o Gatilina, si volge a te, ecos\ tacitamente par- . la: Non fu mai senza le fatta malvagitli alcuna, ninna scelleraggine senza di te: a te fu lasciata impunita c libera V uccisione de' cittadini, l 'afflizione, la rapina di tutte le cose: tu non solo hai avuto forza di sprezzar le leggi, ma anco distruggerle e ruinarle. Le cose più in- nanzi, ancora che elle non fossero da tollerarsi, nondi- meno le sopportai come ho potuto; ora non è da sop- portar che io sia tutta in paura per te solo; che io tema Catilina in ogni rumore; che io veggia che non si può fare alcun consiglio centra di me , che sia lontano dalia tua scelleraggine. Laonde pàrtiti, campami di questa . paura : se essa è vera , acciocché io non sia oppressa ; se falsa, acciocché una volta cessi di temere. Se ciò la pa- tria, come io dissi, ti dicesse, non dovrebbe ella in- petrarlo ancora che non potesse usar la forza? » (Dolce.) 1 retori insegnano che la Personificazione ha tre gradi: il primo dei quali consiste nel dare alle cose inanimate qualità che sono proprie delle ammate; co- me ad esempio: Ridono per le piaggio erbette e fiori, come disse il Petrarca; e Dante: Lo bel pianeta, che ad amar conforta , Faceva rider tutto T Ofieote. Questo grado tuttavia è sì tenue^ che va facilmente confuso colla Metafora. Il secondo grado è quando alle cose inanimate si dà atti e voci non altrimenti che alle animate. Cicerone volendo dire che aleuna volta le Jeggi permettono che un uomo uccida un uomo a pro- pria dilesa, si esprime per questo modo: Aliquamio già- . dkii adoecidendim hominm aft ipsis parrigùur legibus. « Alcuna volta dalle stesse leggi ti è posta in mano la spada per uccidere un uomo. » Secondo la cjuale espres- sione le leggi si mostrano in atto di offrire la spada al* IMnnooente assalito. Nè differente è il modo, con cui Virgilio personifica la Natura nelF atto che Didone si restringe nella spelonca agi' infausti imenei con Enea: . Prima et Teìlus, et pronuba Juno * Dont fignum; fulsere ignest et comciut cether 6onnubiiSt summoque ulularunt vertice Nymphx, Il terzo e più alto grado è quando cose inanimate sono introdotte non solo a sentire ed operare, ma ezian- dio a parlare ed udire, non altrimenti che se avessero , anima e vita. Questo è sicuramente il sommo della Per- sonificazione. Esempi ne danno i poeti e gli oratori: a noi piace prenderne uno in prima dalle Sacre Carte. Ge- remia prega Iddio a cessare i suoi flagelli contro il po- polo eletto. Egli pieno di passione coisiì enfaticamente si esprime: 0 spada del Signore, e fino a quando non ripo- serai? entra nella tua vagina, rinfrescati, e taci. Tenera è la prosopopea che si legge nel Tasso , quando un guer- riero danese narrando a Goffredo la morte di Sveno suo re, e la sconfitta di tutti i suoi, per prevenire la taccia •d' essere egli vilmente iuggito, dice così : Voi cliiamo in leslimonio, o del mìo caro Signor sangue ben sparso c nobiTossa, Ch'allor non fui delia mia vita avaro Nò schivai ferro, nò schivai percossa; E se piacili lo pur fosse là sopra di' io vi morissi » il meriui eoo Topra. — 11 quale luogo è maravigliosamente imitato da quello di Virgilio [Eneid.j lib. 2, v. Iliaci cineres , et (lammn cxtrema Tettar, in occasu vestro, ne^ Yitavisse vices Danauin, ti Ut caderem, meruissr inrin oViini 0 ceneri de 'miei! falorui ffvlp Voi, che nel vostro ceca ^ » . ^ .iM:hio alcuno Non rifiutai né d'arme, nè di foco, Nè di qual fosse incontro, nè di quanti Ne facessero i Greci: e se '1 Fato era Ch'io dovessi cader, caduto fòra: Tal ne feci opra. (Caro) A questa Ogura appartiene ancora la Canzone del Petrarca, che incomincia: Chiare, fresche, e dolci acque. Tutte le forti passioni nel loro impeto escono facil- mente in questa forma di favellare, e facilmente si può osservare che nelle grandi commozioni noi parlia- mo indifferentemente ai presenti, ai lontani, alle cose animate e alle inanimate. Conviene però due cose avvertire: Che questa forma non deve essere pro- lungata, a segno che ella segua la passione anche quando indebolisce, perchè allora perde ogni buon effetto; 2* Che non si personifichino mai cose che non abbiano in sè dignilh ed interesse. 11 far parlare un defunto può avere dignità, non cos\ il far parlare le sue vesti o le sue armi. Dell* Apostrofe. D. Che cosa è l' Apostrofe? 7?. L' Apostrofe è un modo che tiene molto al 2" grado della prosopopea , e si fa allora quando noi volgiamo il discorso a persona o estinta o lontana , come s' ella fosse viva o^pcescnte. Bellissimo è V esempio che ce ne porce Vi/gilio nel 2*^ libro delT Eneide : . . ^^m. ereunt Ihjyamsque , Dymasque, CoTìpT^ !i(jvuii ; nac. te tua plurima y Panlheu, ì.nbenlom pietas, nec AppQÌlinis iufula texit, .. ed lMa»<^ e Dimanie Caddjìro an(^««sK e qiiesli , oimè ! trafiUi Per la man pur de' nostri. E Ui, pietoso Pnnlo, cadesli; e la lua (;ran piclale , E Pinfiila santissima d'Apollo In ciò nulla li valse. (Caro) Nè meno bella è l'apostrofe del Casa alle anime dei trapassati , nell'orazione a Carlo V: 0 gloriose , o hm natCf 0 bene avventurose anime, che nella pericolosa ed aspira guerra della Magna seguiste il duca , e di sua mi- lizia foste , e le quali per la gloria e per la salute di Ce- sare i vostri corpi abbandonando , e alla tedesca fierezza del proprio sangue, e di quel di lei, tinti lasciandoli, dalle fatiche e dalle miserie del mondo vi dipartiste, vedete voi ora in che dolente slato il vostro signore è posto, Nè meno bella è 1' apostrofe che leggiamo nella predica del Se- gneri , in cui egli , dopo avere mostrato a quale estremo di miseria era giunto Sansone , a lui volge un discorso di tal tenore: Oh Sansone , Sansone, e dov' è ora quella virtù che rendevati sì temuto? quella virtù, dico ^ con cui ti spezzavi d^ attorno i lacci di nervo, quasi fossero stoppe mostrate al fuoco; e ti recavi in collo le porte della città, quasi fossero bronzi dipinti in tela? Non sei tu quegli, che sfidavi a lottar teco ì lioni , e ne lasciavi i cadaveri in preda alle api? Non sei tu, che fugavi gì interi po- poli? Non sei tu , che spiantavi gV interi campi? E mne dunque i cagnuoUm si forno ora beffe di te co' jor.. lairaH, e a te non dà pur V animo di acehetorli? Ognu-> no di per sè conosce che questa figura dimanda uno sforzo di passione nello scrittore, d' immaginazione nei lettori f meno dell' antecedente : tuttavia si deve usarne con parsimonia assai. Ella è soggetta alle stesse leggi della Prosopopea. • Bollii 'VIoioM* • D. Che cosa è la Vistone? /?. La Visione, anche chiamata dai retori immagi- nazione o descrizione, è una figura che si fa descrivendo le cose lontane , passate , future, le quali al presente non sono, come s'elle fossero presenti. Gli oratori n' usano volentieri comedi mezzo eOicace a,persuadere, pevoochè descrivendo come presenti i mali elie potreb- bero venire in conseguenza di un eatlivo consiglio, essi allontanano gli uditori dal prenderlo. Così Cicerone per persuadere i Homani a combattere Catilina, nella 4» Ca- tilinaria, descrive* i mali die ne verrebbero se colui trionfasse: Videor m&i hanc wrbein videre, htcem orbis terrarum , atque arcem omnium genthim^ subito uno in- cendio concidentem: cerno animo sepolta in patria mise- ree atque insepiuUoe acervos civnm; versatur mihi ante octdos aspecius Celhegi et furor in vestra cade baccani tis.„. « Sembrami di mirare questa cittb, splendore del mondo, e rócca di tante nazioni , da universale incendio improvvisamente distrutta; in mio pensiero già veggo nella sepolta patria gli ammuccluati cadaveri de' miseri cittadini insepolti: stammi dinanzi agli occhi l'aspetto di Cetego , che infuria e gavazza nella sua carnificina. (Gantova.) Yale ancora per dare più rilievo alle cose, che nella 8 Digitized by Google passione vogliamo imprtmere nelP animo del leltori. — II Botta, nella Storia d'Italia, dopo avere narrate le in- sidie e la rovina della più illustre tra le italiane repub- bliche, quasi profetando si fa a dire: Cosi pet^ Vene- )stà: Ora'quando si dirà Veneìsia, ^intenderà di Venesià serva: e tempo verrà , e forse ìion è lontano , in cui quando si dirà Venessia, s* intenderà dirottami, e.d' alghe mari- ne, là dove sargevm una ciUà magnifica, maraviglia del mondo. Tali sono le opere Bonapartiane. (Lib. 12^ infine.) Con questa istessa fìgura anche il FUicaja chiude mera- vigliosamente la sua bella Canzone per Y assedio di Vienna: Ma sento* o seDlir parmì , Sacro fiiror, che di sè m' empie : nlite « Udite , 0 voi , che r arme ^ Per Bio dogete : al trHMinai di Cristo Già deoisa i» prò foatro è la gran Hle. Al glorioso acqaisto Sa su prooU movete: in lieto carme Tra voi canta ogni tromba « E trionfo predice. Ite» abbattete» Dissipate , stroggete Quegli empj , e1* latro al tinto atool 0a tomba. D*alti applausi rimbomba La terra omai : cbc più tardate? aperta li già la strada , e la vittoria è ceru. Per condurre con buon effetto questa figura due cose SODO necessarie: 4^ sapere scegliere circostanze vere^) e tratteggiarie con verità ; non tentare mai questa fìgura, se non quando la passione è vivamente accesa non meno nel dicitore, che in quelli che lo ascoi* taAO. —  — Caf. XI. dlie MM «I dteve mm mmwm» ^ tetom* I*ìim del liiiiriiiiM»t« figurato^ e se sia da antepoml il linsuass^^ semplice e pro- D. sempre bello e lodevole il linguaggio figurato? /?. Se richiamerete a mente ciò che fu detto, iiJin- guaggio figurato essere proprio delle eominozioni della taitasia e di quelle delP affetto , troverete cbe egli sarà sempre bello e lodevole , quando sia usato convenien- temeote. La passione adunque avendo come suoi prò- pij quel modi e quelle forme che abUamo accennate , esse saranno sempre un abbellimento non solo , ma un necessario colorito per ben ritrarre le perturbazioni del- l' animo. £ così si dica delle forme proprie deir imma- gìnasione. Conviene però che queste forme , qualunque siano, nascano naturalmente, perchè se sono introdotte con arte scoperta non hanno alcun buon elTetto; anzi raffreddano e guastano il discorso. D. È egli vero ciò che ineegnanQ alcuni, U senqdice linguaggio servire alia passione? R. Se bene si esamina la natura della passione , pare cbe questo non sia : perocché le agitazioni del-- r animo non si manifestano mai nel modo stesso in cui la ragione tranquilla espone i suoi pensieri. La ragione ha sempre delle forme sue proprie , e in quella guisa che agli atti ed alle sembianze del volto tu leggi nel- r uomo V affetto da cui è dominato tanto , che le sem- bianze d' un uomo tranquillo non sono mai consomiglianti a quelle dell' aomo agitato da poterle confondere , coflii la passione si esprìme sempre nel suo proprio lin- guaggio, talché debba dirsi eh' ella non può mostrarsi nel discorso se non per mezzo di quelle forme e figure che le sono proprìe. Che se una volta leggiamo com- moventi luoghi negli scrittori, e senza che essi usino figure ci commovono e ci traggono le lagrime dagli occhi, non è però da dirsi che la semplicità del linguag- gio serva egualmente a rappresentar^ la passione. E deve osservarsi che i luoghi ps^etici espressi in istile non figurato non sono altro che narrativi. Or bene , narrare V altrui passione si può senza essere in pas- sione , e perciò a descrivere o iiarrare le altrui per- turbazioni lo stile semplice della ragione è sufficiente. * Osserviamo però che nei processo della narrazione , se avviene che il narratore un poco s' infiammi , alisi sem- plicltè dei modi usati da prima succedcmo facilmente le forme e i colori della passione. .D. Come si mostra, per esempio, cìie lo stile sem^ plice non può mai essere proprio deUa passione? R. Egli è ben facile mostrare questa verità. Se noi ci facciamo ad analizzare neoclassici queMuoghi che piU ci commovono , noi troveremo sempre che ove la passione è descrìtta , « non mostrala in atto , il lin- guaggio tenuto dallo scrittore è sempre il semplice: ove poi esca in iscena T uomo appassionato , allora ha luogo naturalmente il linguaggio figurato. Compassio- nevole è il tratto nel quale il Tasso oi descrive la morte di Clorinda ; un bel pallore ba il bianco volto asperso, Come a gigli sarian miste viole: E gli occhi al cielo affissa; e in lei converso. Sembra per la pietale il cielo e '1 sole : £, la man nuda e fredda alzando verso Il cavaliero, in vece di parole Gli dà pegno di pace. In questa forma Passa la bella donna, e par che dorma. Quale maggiore semplicith di stile poteva egli il poeta usare per ritrarre una scena tanto commovente? Qui non vi è certo alcuna di quelle forme che costitui- scono il linguaggio proprio della passione. E questo è latto perchè il poeta narra in persona propria , non mette in atto la passione. Ben altro modo egli tiene quando introduce a parlar Tancredi : Io vivo? So spiro ancora? e gli odiosi Rai miro ancor di qaest' infausto die? ' DI tesUmon de* miei mitftittl ascosi. Che rimprovera a me le colpe mie! Aliil maa timida e lenta, or dbè non osi Tu , che sai tutte del ferir le vie , Tu ministra di morie empia ed infame. Di questa vita rea troncar lo stame ? Dalle qunli cose pare chiaro, il linguaggio semplice appartenere alla tranquilla ragione, la passione e la immaginazione avere quelle forme particolari, delle quali abbastanza si è parlato; le quali, ove siano na- turalmente e spontaneamente introdotte, renderanno sempre piU efficace lo stile. ' D. Cùmepuò dirsi che serve aW eleganza tmo delie forme di fmrbire prodoUe dalla fantasia e dalla passione? R. Perchò solo per mezzo di queste il linguaggio assume quel carattere che è proprio e naturale all' uo- mo, quando egli è trasportato dalla fantasia o dalla passione a modo, che, noa usando queste forme, il di- scorso non può avere queir efficacia che deve ; e man- cando di questa, non può ottenere il diletto, che è il Digitized by Google — 118 - fine principale ohe dall' elegansa si ricerca. E però queste forme bene usate sono un principio perenne di quel diletto, che nasce neg}i animi dalF imitazione della passione o delie diverse commozioni della mente, alle quali esse danno servire. Si badi però che se non sono usate con naturalezza, esse, anziché produrre diletto, generano, come sì disse, fastidio e noia. D. l>Dpo aver parbUa delle figure come principio //' eleganza, di che altro ci reeta a dire? R, Se bene ricordate ciò che fu detto al fine del sesto Capitolo, troverete che ci resta a discorrere d' al- tre cose, cioè dei concetti, e delie sentenze, le quali, me- glio che ogni altra forma, possono dirsi proprie del lin- guaggio della tranquilla ragione, che è il terzo modo di favella dato dalla natura agli uomini. Di queste cose noi brevemente verremo qui appresso ragionando. He! C e m c etlà e 4«ile Sm^mw* D. Che cosa sono i Concetti? R, I concetti sono certe proposizioni, le quali, giua- gendo nuove ed inaspettate e in brevi parole al lettore, gli recano meraviglia e piacere. Di questi ve ne ha di più specie: alcuni sono gravi, altri piacevoli ; piacevoli sono quelli che recano colla novità e colla sorpresa aU cun diletto ; gravi sono quelli che arrecano meraviglia, e fanno concepire idee grandi e sabUmi. DegU uni e degli altri diremo alcun poco. Che cosa è a dire dei Concetti piacevoli? Il concetto piacevole nasce dall' unire insieme alenile idee fra bro discrepanti, a modo però che la cognìsione loro ben ri convenga alla cosa della quale vogliamo parlare. Come, ad esempio, chi volesse formare la figura di un soldato noto per la sua viltà, e che, fat* ione il ritratto, gli pcMMSse gambe e piò di cervo , che altro vorrebbe, signifiòare con dò se non che egli è piti presto allo fuga che alla battaglia? Vedete adunque cht^ il piacevole di questo concetto istà neir unire due idee che discordano tra loro, qnal ò la forma umana e la fe- rina, le quali però, nella discordanza loro, amendae convengono ad una terza idea , cioè a quella di un sol- dato vile. Per molti modi si possono formare questi con- cetti : prima neir imitazione degli atti , poi nell' imita- zione dei costumi, quindi nelF equivoco. Neir imitazione degli atti, come sarebbe qualora parlando di una per- sona si accennasse e descrivesse alcun atto suo proprio a modo, che per quella toàse dagli uditori vivamente raffigurata. Imitazione dé( costumi poi è quando con traf-^ facendo, descrivendo i costumi di alcuno, se ne richiama vivamente V idea. Per equivoco ìnGne, quando si usano parole che possono servire a doppio senso, carne sarebbe questo : Ciò che egli ha non è suo ; che può significare tanto che non è suo perchè ne fa parte a tutti, quanto perohò P ha rubato. Bfadi questi, che ridevoli, meglio che piacevoli concetti hannori a dire, molti escono dalla metafora, dall' iperbole e dai contrarj. Non è da noi parlarne lungamente, e meglio ci giova parlare dei gravi, de* quali P oratore o il poeta fanno piti frequente^ uso. D. Dite adunque dei Concetti gram, H. Concetti gravi si dicono quelle proposizioni, che Digitized by — 120 — richiamatido em brevi parole o un' ìramagioe inaspet- tata e grandiosa, o l'idea di alcuna potenza che sor- prende r immaginazione^ occupano ad un tratto la nostra mente, e la riempiono di meraviglioao diletto. Lucano, descrivendo il tragitto che Cesare fa sovra piccola bar- chetta in mare fortunoso, e mostrando la paura dei piloto, arresta V attenzione del lettore con questo con- cetto, col quale Cesare stesso rincuora il pauroso noc- chiero : Quid Unmf CcBsanm vehis. Nè men belio è V altro concetto pur di Lucano, col quale innalza Catone vinto sopra Cesare vincitore, e sopra gli Dei : Yi9irw 9auM JOUtplaeutt, Hd vieta Caioni. Anche i' Alfieri neir Ottavia magnificamente fa cono- scere con un concetto la pace essere il sommo bene dei regnanti : Seruea. Sigsor del mondo , a te cbe manca ? Nerone» • Pace. Tutti questi concetti, come ognun vede, aggiungono gravitèi al discorso e destano meraviglia. Esaminiamo il priipo. Lucano , dicendo — Non temere^ perchè trasporti Ce- sare, — richiama al pensiero V ardimento e la fortuna di queir imperterrito figlio della vittoria, e quasi ti viene a dire : Non temere ; chè neppure gli elementi hanno po- tenza sopra di ine; dal quale grandioso pensiero non può non rimanere sopraffatta e compresa da meraviglia la mente. Altri gravi concetti vi sono, ai quali meglio conviene il nome di sublimi , perchè ci recano innanzi idee grandi oltre T usato, e quasi fuori deli' umano in- 121 4» telletlo. Tale ad esempio è qaello di Mosè nel Genesi, quando ec^li doscrive Iddio in atto di creare, e dice: FicU luXf et facta est lux; conciossiachò appena uscito il comando, non solo senza frappor tempo si compie, ma è pienamente compito néìV atto del comando istesso. Perlochè la mente resta meravigliata, non meno della potenza creatrice, che delia rapidità della creazione. £ pure meravigltoso quel luogo di Omero , in cui descrive Giove che alF inchinar del capo fa tremar tutto l'Olimpo, perchè con questo concetto ci dà idea deli' immensa po- tenza del Re degli Dei : i neri Sopraccìgli inchinò. Su V immorlale Capo del Sire le divine cliiome Ondeggiaro, e tremonoe il vaslo Olimpo. D. Che dee avvertirsi intorno ai Concetti? II. Che questi vogliono essere usati a tempo e a luogo per produrre buon elTetto, e non devono parere guidati dall' arte nelle sorìtture, ma, naturalmente ve- nuti. Devesi anche guardare ohe non appai4aeano troppo studiati ed ingegnosi, e che bene si confacciano alla ma- teria, alle persone, al carattere della scrittura. Molti scrittori, credendo di aggiungere bellessa per mezzo dei conoetti alle scritture loro; le hanno rese Tiziose e fredde, e noi Italiani dall'abuso del concettare dobbiamo ripetere le stranezze che dominarono l'eloquenza e la poesia nel secolo XVIL D. Che eosasi puà dire della Seniensa? R. La sentenza è una verità morale universalmente cognita , espressa in brevi parole, perchè sia facile com- prenderla e tenerla a mente. Blla ò di mirabile orna- mento alle scritture, dando aria di molta gravità, e nobilitando T elocuzione ueli' atto stesso in cui consola Digitized by Google la melile di qualche sano dettato, che ella facilmente trae dalla sentenza. Ecco alcuni esempj di sentenze : Priusquam recìpias consulto^ et ubi consulueris ma- ture, opus est facto. Regibus boni quam mali suspecUores sufU. CwiJtmptofr (mmu$ ^ siperbia comune nobilitatis malum. Concordia panxB res crescunt; discordia maxima: dtiabuntur. (Sallustio.) La fede unqua non deve esser corrotta, 0 data a un solo o data insieme a mille. (Ariosto.) in breve spàzio anco si placa Femmina, cosa mobil per mUura. ( Tasso. ) Miser chi mal oprando si confida Che ognoi* star debba il malefi:iio occulto. (Ariosto.) Ma sebbene le sentenae giovino assai ad ogni ge- nere 'di scritture, non si convengono a tutti egualmente. Le opere morali , storiche , politiche, ne usano più spesso e in modo diverso che non fanno gli oratori. Infatto la sentenza oratoria apiega sempre maggior pompa che non la isterica e la filosofica. Perchè il carattere dello stile deve essere diverso in questo diverso genere di scrittura. Anche i poeti variamente ne usano, secondo- diè è vario il genere di poesia a cui si danno. U Tragi* co,rEpico, il Urico, amano tutti piti o meno quest* or- namento , ma per diverso modo se ne valgono, secon- dochè porla il carattere della poesia. Ma delia conve- niensa e de' caratteri dello, stile si dirà altrove. Ora ci basti soltanto afibrraare che la sentensa è lume bellis* Simo di ogni genere di scrittura , quando con parsimo* - 118 — nia sia adoperata , perchè facendone abuso stanca i let- tori , e dà aria di pedanteria allo scritto. Qual è il quinto elemento dell* eleganza? R, La varietà, per opera della quale ua solo con- cetto può in diverse guise offerirsi alla mente, sema aver d' uopo di ripeterlo nelle stesse parole. Egli è certo che^ come è cagione di noia il ripetere sempre le stesse cose neUe medesime forme, il variarle è cagìene d' in- finita vaghezza. Ossiachè fra le umane proprietà vi sia qucsla di stancarsi presto anche delle cose buone, al- lorché sono senza varietà ripetute ^ ossiachè la natura abbia voluto per questa guisa disporre 1' uomO| aocioe- chè esercitando il proprio ingegno non solo tramasse modo da cessare la noia, ma da moltiplicare il diletto, latto sta che V eleganza dei dire in gran parte dipende dalla varietà. Ma per potere far uso di questa ed es- sere vario nel dire, conviene (come avverte il Pallavi- cino) aver gran dovizia, cioè gran perizia, di tutte le voci e di tutte le forme usate da' buoni autori, a line di poter prontamente spenderle^ or una or altra, che siano di pari valuta, cioè atte ali* espressione del me- desimo oggetto. D. Per quanti modi può ottenersi la Varietà? R. Noi crediamo, che per sei modi principalmen- te: in primo luogo, quando ci accada di dover nomi- nare replicatamente una persona o un oggetto, e per Oigitized fuggir noia siamo costretti a variare le forme del dire, allora giova ricorrere alle parole sinonime. Se avviene di dover nominare, ad esempio, piti volte la parola t;ta^ si potrk dire alcuna volta strada, alcuna catte, altra sentiero, altra cammino. Perocché tutte queste voci ti rendono una immagine stessa. Così Virgilio: Pertfe moda, eiqtmU dacit vii dirige gressom. Corripuere viam interea qua semita monslrat, È però da avvertire die non può Uberamente usarsi una per F altra parola, ma conviene badare che nel- r idea accessoria , la quale si congiunge in ogni parola ' ali' idea principale , e fa che V una parola sia veramente diversa gosa dali* altra , non vi abbia tale differensa che offenda: starà bene, che per non ripetere la voce ca- vallOf tu usi la parola destriero, e forse anche palare freno, ma non istà che tu usi roxxa o rmxmù, perdiè queste due ultime voci darebbero un vilissimo carat- tere al tuo cavallo, e lo farebbero assai diverso da quello che gli ò infatto , o sìa destriero, o sia palO" fìreno* D. Qual è il seconde luogo ende sipiiò deriwxre va- rietà alle scritture? R. Egli è quello di condurre V uditore quasi per diversa via alla conoscenza d*uno istesso oggetto , o recare alla mente varie immagini che indirettamente rappresentano lo stesso. Noi possiamo per diverse guise rappresentare una cosa, senza aver d^uopo di accen- ' narla col vocabolo proprio; la qual cosa costituisce ciò che i retori chiamano amplificazione. Può dunque un oggetto mostrarsi enumerando le parti di cui è com- posto, come fe' Orazio nelF Ode 4^ del libro 3<»,,il quale L^ yi i^uu Ly per nominar Gioye si vatoe di questa enomeratiofie di parti: $eimui f ui impiot Tilanoi, immanemque iurbam FuhnUu mÈiIulirit mdmo» Qui terram inertem, qui mare temperai VenioBum, et wrhei et regna trittia: Diimquet mortaleigue turbai Imperio regtt mu$ aquo, Snppiam come Daccò I' ardir ribelle, E fulminando delia lerra i figli Precipitò r immane ed empio sluolo. Il Dio, che al pigro suolo, al mar veoloso. Ai regni bai dà legge , £, giusto ei solo, aomiai e Dei corregge. (COLOMETTJ.) Altra volta un oggetto si può nominare, o per quelle circostanze che lo precedono, o per quelle che lo accompagnano e lo seguono; le quali drcoslanze dai re- tori sono chiamate aggiunte. Per questo modo il Poli- ziano descrive la primavera: Zefiro gi^ di bel fioreUi adorno Avea da'moDti lolla ogni praioa; Afea faUo al suo nido già ritorno La stanca rondinella peregrina : Aisonava la selva intomo intorno Soavemente atr(U^ mattutina , K l'ingegnosa pecchia al primo albore Giva predando or l' uno or 1' altro fiore. • * (Stanze, C. 1, St. 23.) Dalle cause ancora si può aver modo di presentare un oggetto egualmente che dagli effetti, e così dalla specie e dal genere. Colui adunque, il quale più volte debba accennare un oggetto, potrà conseguire la dote della varietà , ove lo mostri ora enumerandone le parti. OigHized ora accennandolo pe'siioi a^teoedenli, ora pei oonse* guanti , or dalle cause che lo producono , ora dagli ef- fetti che lo seguono, ora dal genere acni appartiene, ora dalla speoie, e vìa Tìa» Pe' suoi effetti Dante meravigliosamente nominò la sera, dicendo: Ers già r ora, che volge il desio A' navigtiiti, • loteoerìaee il cuore Lo dì , che fasn detto ai dolci amici addio; E che lo nuovo peregrin d'amore Punge* se ode squilla di lontano Che paia il giorno pianger* che si muore. Con quanti diversi modi Orazio disse sempre variamente che l'uomo deve morire! Vedetene alcuni che ora mi vengono a mano: VìUb tumma trevk ^em no* velai ìnehoare Umgam, Si domut Mttìtf PlNtonfo. — Pallida mori asquo puUat pede Pauperum tabernas, Regumque turres.  Omne9 eodem cogimur: omnium Venatur urna, serius, ocius, ' Son exitura et not in CRlernum EaiUum impotUun 6ym6<B. — «fida, teilieei amnibw, Quieumque terrm munen vetdmvr, Smvlgandtt, Wne regei, Siv€ inopet erimui eohni, — JEqua telltis Pauperi recluditur, regumque pueris, — Nos ubi decidimus Quo pius Eneas, quo Tullut divei, et Àncus ; Pulvis, et umbra sumus. Debemur morti nos no9traque, MèrtaUa fuiOr peribmU, Da questi esempj saranno, se non erro, confermate le cose che furono esposte più sopra , e però ci basti il detto. D. QualèU t&rs» mudo (f indurre varietà nel di'- selo? R. S'induce varietà nel discorso ogni qual volta, invece di nominare una cosa, ne rechiamo la defìnizio- ne, 0 Y aooenmanio per perifrasi. Cosi , ad esempio, in- yece di nominare il Sde, Dante disse: Lo mioistro maggior delia natura; e altrove: Il Pianeta Che mena dritto altrai per ogni calle. E Virgilio, per nominare Giove, disse: Patir AoflitiiiMi olfiie De4tnm. Orazio poi, invece di nominare la Fortuna, la definisce così: 0 IMm» enlum qum reqk Ànimm, Prmm» «el Ima télkn de eradu Mwtale eofjM»» 9él utperboi Vertere flmeritue triumphoi etc ^ (Ub. lo, Ode 350 « 0 d' Anzio alnia reina, Diva, se vuoi, possente Di levar qual più cadde in alto loco; ^ E la gloria divina Del trionfo, repente Scambiar con ie gramaglie io fiero giuoco ec. ( Cesari. ) D. Accennate gli altri tre modi^ onde si ottiene va- rielà, R. Il quarto modo è questo, di usare promiscua- mente la significazione attiva e passiva dei verbi; cos\, Digitized by Google ad esempio, potrai dire: Virgilio ÌDsegnò Varie di col- tivare i campi; — e potrai egualmente dire:  Da Vir- gilio fu insegnata l'arte di coltivare i campi. — Il 5<> modo è r uflo del negativo ìq luogo del positivo, desi ia* vece di dire « questa cosa è bella, » potrai dire « non vi è cosa altra più bella; » invece di dire <r qui è pace , » potrai dire « qui non è guerra. » li ed ultimo modo poi sta nell'uso del parlar metaforico, figurato. Abbiamo detto di questo abbondantemente, sicché ora ci basti ricordare, che l'uso della metafora e dei tropi serve mirabilmente alla varieté; é^lMr-tnezzo di questa fiori- scono di eleganza e di diletto le scritture. D. Dopo avere esaminati i cinque fonti dell' eleganza, resta egli altro a dire? R. Resta a parlare di due cose importantissime, per mezzo delle quali Fumano discorso meglio sMnsi- nua nell'animo, e vi fa una forza maggiore. Queste sono l'armonia e la collocazione delie parole. Non creda alcuno, che qui si voglia parlare di quell'armonia, della quale gib si disse al Capitolo quarto, di quella cioè, che non altro si propone che la dilettazione degli orecchi; nè che si voglia trattare di quella collocazione di parole, che è subordinata alle leggi dei Grammatici. Noi qui intendiamo parlare dell'armonìa, la quale imita suoni, movimenti , affetti; edi quella collocazione delle parole, per la quale il discorso acquista maggiore potenza. L'una e l'altra daranno soggetto ai due se- guenti Capìtoli. Digitized by Google D. Che cosa intendete per Armonia imitativa? R, Qoel 8H0D0 d<^ce ed aggradevole del dìiworso, il quale modifica per sì fatto modo la nostra senstbllitk (la porne vivamente innanzi le cose sii^iii ficaie. Egli ò certo che con temprando variamente le consonanze, che possono uscire dalla mesoolanza delle lèttere, noi ab- biamo nella lingua nostra tanta varietà dì suoni, da poter rendere ed imitare qualunque armonia. E perciò * disponendo le parole secondo il «nona di quelle cose che noi vogUafM'rQppreaentare, avremo nelle stesse parole un'armonia somigliante d'assai a quella che dalle stesse cose ne verrebbe. Nè solamente possiamo noi imitare i suoni /le grida, ì rumori, ma benanche i movimenti. .Quando noi osserviamo che una cosa o ò lenta , 0 è rapida al muoversi , possiamo di leggieri ri- trarne il movimento per mozzo delle parole, facendo che elleno si succedano o tarde o preste o impedite, se- condochè porta Y imitazione di ciò che ci proponiamo. E che ciò sia vero si mostra facilmente per gli esempj, de' quali abbiamo grande copia i^iUlassicij Non si creda però di potere ad ognifiaaso o ad ogni* loogo usare del- l' armonia imitativa , cbè rado ne è Y uso, e non ò buono se non è spontaneo. Gli autori classici, credo io, hanno imitato per mezzo, dell'' armonia senza por mente alle leggi, nè air ahte, ma*coadietti solbaBto-dair immagina- zione, o dal cuore. E cos\ dobbiamo fare noi; e mai farebbe chi proponesse a sè stesso di voler imitare per ' questo modo in uu luoga, e in un ailro> e pHma d' es- 9  é sere trasportato daU'. affetto o dalla fantasia formasse il pensiero d* imitare quel suono, quel mofviniento, quel grido. La sua imitazione riescirebbe affettata, fredda, senza grazia. La natura d deve spingere di per sò stessa all'arte, e V arte non deve che secondar la natura. Ma vediamo negli esempj de* Glassici la imitazione prima delle grida, poi de* suoni, indi dei rumori e dei movi- mantL ladlABlone di (rida Infernali. Quivi sospiri , pianti ed alti guai Risonavan per V aer senza stelle» Perch'io al cominciar ne iagrimai. niverse lingue, orribili favelle, Parola di dolore, acoeoli d' ira , Voci alle e fioche, e suod di man eoa elle» Fioevano «n innraUo , il qnal a* aggira Sempre la qnoll' aria senza tempo tiala» Come la ma quando li turbo spira. (Dantb.) £ il Tasso ci fa sentire il suono delia tromba infernale in questa meravigliosa ottava : Chiama gli abitator deir ombre eterne Il rauco suon della tartarea tomba: Treman le spaziose atre caverne , £ r aèr cieco a quel romor rimbomba: Nè stridendo così dalle superne Regioni del cielo il folgor piomba, Nè sì scossa giammai trema la terra Quando i vapori io aen gravida serra. £ chi non sente il guaire di una cagaolina , e il rispon- der dell' eco in questi bei versi dei Panni? aita , aita , Parea dicesse, e dalle arcate volte A lei r impietoaiu w risposo* Digitized by Google Virgilio ci fa sentire un confuso di grida in quel verso: LammUii^ gmituque, et fanUn9ù ulMu Tecla fremimi. Per questo, modo si possono imitare i suoni d' ogni ma- niera « disponendo le consonarne delle parole a rìtrarlì. Nè solo i suoni, come fu detto, ma i rumori e le grida, come negli esempj che verremo accennando. L' impeto e il furore del vento si sente dentro que- sti mirabili versi di Dante: Non altrimenii fatto che d' un vento Impetuoso per gli avversi ardori , Che fier la selva, e senza alcun ratlenlo Li rami schianta, abbatte , e porta fuori; .Dinanzi polveroso va superbo, E fa fuggir le fiere e li paalarL Virgilio ci fa sentire la prestezza del volar di Mercurio in questo verso: Yùée «06, «ole, veea Zq^kiroit éi leUre pemiii; e il trottar di un cavallo in quest* altro: Ovairupedanle pulrem eetUlu putii migiilà MMipiim* Dante ci fa sentire V afiboiio d' uno, che scampato dal mare, viene alla riva: £ come quei, che con Iena affannata Uscito fuor del pelago alla riva, Si Tolge ali' acqua perigliosa , e guata» li cadere di un corpo morto viene espresso a meravH glia in quel di Dante: fi ouldi, come eorpo mono cade. e lo stramazzare di un bue in quel di Virgilio^ FroemiAU Ihmi èst. . £ giacché questi due esempj a ciò mi richiamano, Digitized by Google * tuo' mostrjavì cornisti due poeti epa un'art» stessa ^ senza ricopiarsi 1' un V altro, luuino ollenuto il medesi- mo eilétto. Dante tentudo basse armonie, e unendo in- sieme cinque bisillabi, per cui V una parola non si con- catena coir altra , ti fa sentire cotne un Icorpo cade, per^ che a poco a poco gli manca forza al ginocchio e alla persona, onde cade in un abbandono di morie. Virgilio vi fa sentire il suono della caduta del bue con quel iho- uosillabo spiccato, e lanciato in fine. 'Gosìoefiè V un poeta, imitando la caduta d'un corpo, T ha significata per lo scioglimento totale delie forze; L'altro per lo suono della caduta. Ma sediamo 'agli osempj. Virgilio ti vuol destarè V impressione' di quel tardo e falicoso moto che fanno i fabbri ferraj nel battere la mazza, e T ottiene uneodo sillabe iungbe, e dipronun- sìa alquanto aspra : UH inier u u mà^na vi hnehia toUuni/ * • « Dante colla medesima arte vi rende sotto gli occhi Cer- bero che malmena gli spiriti: Graffia gli spìrd, gli scuoia» ed i&qualra. D. Come s' imitano gli.affeUi coW Armonia? : R. Coir arte stessa, con^^ui sMmitano i suoni e i movimenti. Egli ò certo che ogniafTetto umano, come ci rende o tardi o. risentiti, o presti ^o, impetuosi , così si esprime per meuo di siiopi^vooali» i^ijiaji p<^rt^aoin st^ quelle stesse qualità; cosicché, esaminata la natura le- iiW alTeiti, osservata la maniera con cui essa si manifc- • sta, noi avremo la nórma sicura per imitarli. Ponete mente alle esclamasioni^ e trovereté che la subita rayiglia vi mette improwisament* vn bocca un eh, qualche^ volta un ahj un iini^rowiso dolgre yìj^a.fofn- pere ia un ahi, uoo stato di sofferenza ia un eh, una subita paura va m 11/4; # di; qua traeU oh^ le parole composte con vooaH, sioiìli a quella che è neir esclama- zione, rendono 1' armonia dimanda'te dell* affetto, che vogliamo imitare. E però V allegrezza e gli alti affelii si rappresenteranuo i^eglio co' suoui larghi e pieni dell' a, e deiro. Gli umili affiditi, la tristezza, la malincom'a, coi più miti suoni dell' e, e dell' i. Le perturbazioni forli e..paui*o^ dell'animo, coi &U0Q9 chiuso c eupo dell' u» E non crediate ohe tutte quelite i^gole aiauo iaveuzione o capriccio dei r«rtori , perocfchè elleiio sono nella natura dell'uomo, ed ogni linguaggio umano ne è piti 0 meno improntato, come potete coiMScere esaminando .i voca- boli stessi. Sebbenè però quest' arte siaderìrante dalla natura, pure bisogna usarne con grande parsimonia, e solo quando la forza dell'affetto ci trasporta natural- mente ad imitarlo. Ora veniamo agli esempj. La piacevolezza di un luogo, il qttatedh di sua vi- sta diletto, è espìrèssa a meraviglia in qùeàti versi di Virgilio: . . Devenere lócm léUkt ^ amena vireta ' Fortunatorum nem§ru9n, MUqw keatag, Latifior hi» fnmptm tUur ti laminé ve^H Purpureo; iolèmfM ménr; «ita Mtfo mrimt Così regna una dolce quiete ne* seguenti delF Ariosto , nei quali descrive un luogo ameno: ^ NoD vide nè 'I più bel nè 1 più giocondo Da luua l'aria ove le penne stese; Nè, se tulio cerciito avesse il moado, Vedria di ^esto il più geatil paese; . • Ove, dopo an girarsi di gran tondo. Con Rugger seco il grande augol discese. Colte pianure e delicati colli , Chiare acquei; ombrose Hpe e pralt mòlli. Vaghi bosctiett! di soavi allori , Di palme e amenissime mortelle , Cedri ed aranci eh' »vfM frulli e fiori CdBtetU il varie forme e tolte htUet Facean riparo ai fervidi calori . De' giorni «siivi com ior spesse ombrelle; E tra quel rami con sicuri voli OanUiMlo se ife giano i rosignaoU. (Canio Vi ,otUve9D eil.) Che se ci avvenga di volere imitare un dolce senti- mento di malinconia, lo potremo per mezzo dell'armo- nia temperata con auono delicato, e direi quasi flebile. Dante col solo risuonare delle parole dirette da France- sca a lui mette una dolce tristezza neir animo: Ma se a conoscer In prima radice Del nostro amor tu bai cotanto afifello» Farò come colui che piange e dice. Piena pure di dolce malinconia è la seguente ottava del Tasso: Nou si desiò finché garrir gli augelli Non sentì lieti , e salatar gli albori , E mormorare il fiume e gli arboscelli, * 0 E con Tonda scherzar 1' aura e co' fiori. Apre i languidi lumi, e guarda quelli Alberghi solilarj de* pastori ; E parie voce udir tra T acqua e i rami, Ch^ai sospiri ed al pianto la ricbiami. Virgilio ci fa sentire il i^anto interrotto dai singhioizi in questi versi: At non Evandrum polis est vis ulla tenere, Sed venit in medios; feretro Pallant» repotlo , Procumhil super atque hceret lacrimansque gemensque. Et via vix tandem voci laxala dolore est. L' allegrezza ancora ha un suono suo particolare, come ne' seguenti versi: lialiam, Ilaliam, prìmus conclamat Àcatet; • Ilaliam UbIq tocii clamore salutant;  . .À — m — ■ e IO questi del Tasso: Ila, quando il sol gli aridi campi fiede Con raggi assai ferventi, e in alto sorge, Ecco apparir Gerusalem si vede, Ecco additar Gerusalem si scorge ; Ecco da mille voci unitamente Gerusalemme salutar si sente* Lo sdegno si manifesta e s' imita per mezzo delle armonie in questi versi: UfM Uttrikm eaiUmtia, fhteUtm tmést* Tmpreeùf, mia onntt, pugnent iptique nepotei» E in quelli di Dante: * Ma se le mie parole esser den seme, Che fratti infamia al traditor eh* i* rodo» Parlare e iagrimar vedrai Insfteme. Gosk r Ariosto in quella magnifica similitudine deE'orsa fa sentire nella diversità delle armonie i due eontraij aflTettiy da cui la fiera è «gìtata: Come orsa che V alpestre cacciatore Nella pietrosa lana assaliu abbia , Sia sopra i SgH eoa iaoerio oore, E IrenìfB IneiMNio di pietà e di rabbia: Ira la invita e oatoral furore A spiegar V ugno e a Insanguinar le labbia ; Amor la intenerisce, e la ritira A ^nardare ai figli lo meno l' Ira. (C. XIX.) Confrontate la delicatezza de' suoni del 3», del 7o, e del- l' 8° verso, e la forza, e T asprezza degli altri; e trove- rete espressi al vivo V amore e la rabbia. La paura fu espressa a meraviglia in questi yetsi: Et ca/iyaniem nigra formiditèé lueum, PuUenUi ttmhm BreH, noeimqwB profimélam ; e in quelli di Dante: lu venni in loco d'ogni luce mulo, Clie mugghia , come fa mar per lompesUt Se da cootrarj veoti è combauuio; e in quegli altri: Buio (T inferno , e di i|oUe pviiatii D' ogni' pianeti solto i>over cielo • Con un facile alternare di armonie esprimono ancora gli affeUi ▼Iraci, e quella Tsloeitli di •pensieri, che procede dal cuore. £ccoae un esempio in Virgilio : Juptnvm matm emicat oréeiu lUw in €9perìumi e in quel di Dante: Dunque che è? perchè, perchè ristai? Perditi lama viltà nei cuore alleile? Perchè anlire, e franchezza non hai ? Ma basti il detto fin (jui per farvi avvisati che Io studio delle armonie non deve essere trascurato da uno scrit- tore che voglia tocpare la perfezione oell' arte. Vedete dagli esempi' che Meravigliosi elisttf naeoono in. virtU delle armonie imitative. Non per questo, come ho detto innanzi, dovete voi occuparvi scoperlameule di questo artifizio, perchè ove tali vagfiezze non entrino sponta- nee nelle scritture , sono senza lode. Vuo^ ancora cho osserviate, che piìi ai poeti clie ai prosatori giovano sì latte coso, e perciò vedete che gh esempj sono tutti tolti dai poeti. Non è per questo che il prosatore non debba regolare le armonie a seconda degli afTetii, ma a lu! giova meglio ricorrere ad altro artiQzio, che è ([uello della oollocanione delle parole, per la quale acquista più forza l'affetto, più vivezza la descrizione. Di que- sta diremo nel seguenie Gapilolo. . e la ileMrlBi4nBe« Della eoUoeMiloM delie parole Hepetto alla éeeevl8loBe« 1). Comesi può dire che la collocazione delle parole giovi a rendere più efficaùe ia descrizione? R. Quando fioi sappiatnò olie lè parole sono segni dello idee, e ohe cpieste idee, assodate che siano nella mente, ritornano innanzi alla medesima nello stesso or- dine in cui vennero all' anima recate dalle esterne im- {Nnessiotii, non è difficile a conoscere che l'umano di- scorso deve avere efScacia tanto maggiore , quanto pid ' neir ordine suo mantiene quell' ordine stesso, conche le idee entrarono nell' anima; peroccbò allora ò cerio che la commozione del enore o della fantasia si otterrà ■ • colla stessa efficacia, con che si ottenne flalle esterne impressioni. E però egli ò certo, che se si potessero sem- pre ordinar le parole seguitando le idee, ì' umano lin- guaggio avrebbe tanto piti di potenza e di forza. Ma stc^ come le idee non denno obbedirè che alle impressioni da cui sono mosse, e il linguaggio è costretto a h^sgi ben diverse, e meno libere, essendo egli obbligato ad oiy -.^uu Ly  UQ ordine di ragioDe) e a forme determioate, ne con* segue cbe non può andare sempre d! pari passo colle idee. Certo che quanto più a quell'ordine si avvicina, tanto è più potente sulla fantasia e sul cuore. Che se cercando dt seguir V ordine delle idee noi perdessimo pregio di chiarezza , o mostrassimo scoperto V artifizio, cadremmo in due falli gravissimi, e non avremmo al- cun prò dai l>uoo collocamento delle parole. Innanzi a tutto adunque, nel collocar le parole^ o le proposiziom (le quali ognun sa che alle volte si possono anteporre e posporre l' una ali* altra in più modi), dobbiamo cer- care che non resti offesa la chiarezza , la quale è la prima e più necessaria dote d' ogni scrittura. Anche si conviene badare che l'arte non tolga al discorso quella naturale fluidezza , senza la quale il discorso diviene aspra, e sono toUe quelle grate armonie che aprono la porta del cuore alle parole. Ma quando, salve la chia* rezza e la naturalezza, potremo colla permutazione delle parole secondare V ordine delle idee, noi otterremo che pib pronta e più viva sia la passione, e più visibile la descrizione. D. Dareste voi un esempio che mostri quanto nella descrizione può V ordine delle idee? R. Eccolo^ tolto da Daniello Berteli. Descrìve egli alcuni Etiopi , quali in leggier battelletto si lasdano portar giù dalla corrente del Nilo. Uditene le parole: Mettonsi un paio di loro chini e quaUi entro un leggier battMetto:, Vuno. governa, V altro aggotta, e netta parie superkre del Nilo messiii sul fUo deW ao* qua le si danno a portar già a seconda: e portali pri- ma dolcemente, come andassero per diporto, poi sem- pre pià affìrettato , indi precipitoso per lo velodssiniù tirar che fa ìa corrente, dove il fiume compresso fra Oigitized by — 139 - gli stretti canali detta montagna tè mSle ìorcimmH riaih volge per attorno a balzi e scogli che tutto il rompono, e tal si fa un affrettarsi e correre, che V occhio al seguitarlo aMfogìia. Cosi giunH alla terHbU face, mnde Umodàil salto e mina nel piamo a piiè della rupe, anche essi col capo in giù, seco dirupami. Chi li vede precipitar gii^ a piombo cMa barchetta in piedi, perchè la proda è verso terra, e la poppa diretta incido, e doto un orrtftib tiro- mazzone in stdV acqua disotto entrar nella voragine, che ivi apre il fiume colF impeto del cadere, gli ha per ingoiati e immersi: quando in volger gli occhi li si veggon lonr toni una hmga tratta colà fin dove U NUo a guisa di from* boia gli scagliò, (Geografia irasporiaia al morale.) Osservate come Ineemincia : Mettensi m pah di loro. Ed eccovi prima le persone, e il modo dello sta- re, e il luogo ove stanno. Resta a sapere che facciano, ed ecco che io prima vi si mostra V un d' essi in atto di reggere il battelletto, l'altro la atto di gìttare via con mano V acqua che entra nel medesimo. Ma dove si fa questo, nella parte superiore del Nilo ; come? met- tendosi sul filo deir acqua ; perchè? per lasciarsi portar gid a seconda. Indi vedete il loro andare prima dolce, poi affrettato, poi precipitoso; e se ne chiedete ragio- ne, vedete che ciò è perchè il fiume è compresso fra stretti canali, fr^ balzi si rompe; onde ne viene un affrettarsi, un correre, che vince la vista. Ma che n' è del battelletto nel gran salto che fanno? Essi col capo ingiù seco dirupami: pittura vivissima» poiché quel- l'essi ti richiama a mente le persone, delle quali per lo pericolo in che sono hai maggiore sollecitudine, poi te le mostra in atto di rovinare, sicché le vedi col capo . in giù. Quel seco ti tien fìssa l'ìdoa del battcllelto in òhe sono ; col verbo dirupami posto là in fine termina a ÀeraHrrgtià il dipìnto. Il battelletto vieti giti é piombo irt pìedfi, nel cadere là pròra s' abbassa, s' àlza la pop- pa, sicché tu vedi la prora a terra, la poppa in cielo ; e chi dicesse pirima Ih poppa in cielo, la prora in terra, toglierebbe qùel vero che ha ìé descriiBione, séndo che r alzarsi della poppa è conseguente dell' abbassarsi della prora; e questa nelT ordine delle idee è prima della seeondà.'! batcànuòli scendono ctfn esfsò il Isàttellètto nella voragine , tehe ivi sotto apì-e fl 'flum'è; e chi lì Vede, li pertsa izih ingoiati e perduti. Volgi gli occhi, e vedili lontani lunga tratta per l'impeto dell'acqua, che così lungi gli Incagliò a<gufsa di frombola. Il suono rapido, rotto, impetuoso, della parola scagliò, e l'idea stessa riservata a questo luogo, pare che osprimanó e la forza e la prestezza e la lontananza ad un tempo. Ma questa cosi viva descrìtìone ^érde gran parte di bdlèzàsa e di forza , solo che voi permutiate V ordine delle parole. Se voi dite , ad esempio : Quando colà dove gli scagliò il Nilo a guisa di frombola li si veggono lontani ima lunga traUa in volgere gli otchi, avrete soeinata tutta V evi- denza e la forza a questo luogo, che pure è veramente pittoresco. Nò meno mirabile per V arte istessa del collocar le parole è il luogo di Tito Livio, nel quale descrive i Rò* mani alle forche di Claudio. Tornano i consoli negli ac- campamenti dopo avere giurati vergognosi patti. L' ar- rivo loro nel campo rinnova il lutto e la rabbia dei soldati. Aia aHas intueri, contemplavi arma mox ira- denda, et inermes futuras dextras. ohnoxiaque cor- pora hosti. Proponere sihimet ipsi ante oculus jugum hostHe, et lud^ria victoris, et vuttus superbos , et per « I - - armalos inermxum iter: inde fcadi agminìs miserabi- lem^ vian^ p&t' sqaiiiivum urbeSj, v>e(Hiiyan, m pq,lriam od, parenks , quo, S(Bp» mqjiur^qua eorjm ù-^K/anghapr^ t& venissenL Se iolos sine vub(^e9 sifi^ fffTQ, sine a^U victos : sibi stringere non licuìsse gladios , non mamm cìn^ hoste conferì e: sibi n^quicqmm arma, neqmfiqua>ì} vire9^ nfi^it^lgji^ fi^^^ ^.Cìhi.si.f9ccia ad osser- vare r arte, con che soiM> qui collocata le parole, sarà chiaro e maniieslo che elleno seguono in lutto l'anda- mento delle idee, e di là vi^e.^queUa forza che iauuo suir animo^ Al priino vedere ìvcoo^li que' soidatii gli uni f^uardano gli altri In faccia, moto spontaneo dell'ira e della disperazione; e a mostrare che il medesimo atto era ciguaia, e ad ua tempo, in tutti, lo storicQray.vicii;]^, le pafple aUis cJi^, e lascia in fiqe razione del gvar- dare: ma perchè quest' azione si continua in altro mo* dp, e gli occhi passano ù, guardare le ,arn;ài, come è naturala all' intueri segue, il p^y^i^a^^^ por mente) alla. vjerità delle due. asioiii inkf^ e,'OmemT. * A questo loogo, perchè ti votgariszaminto ci perdesse il meno possibile dai lato delta collocazione dèlie parole, ho siudinto 10 stesso di condurio collo slesso oidìue dei lesto per quaulo la liu|sua nostra me l'ha consenlito. , * « Gli uni agli altri guardare, contemplare le armi che fra breve si dovrian cedere, e le destre fulure iiienni, e le persone a di- screzione del nemico. Proporre a sè slessi innanzi a{>li ocelli il giogo osiile, e gli seherni del vincitore, e le faccie superbe, e |)er mezzo dì armali il caniniino d'inermi, lodi deUa miserabile schiera 11 vergognoso viag^Mo per le ciiià degli alleali, il riioruo in pauia ai parenti , dove sovente essi e i lor maggiori trionfando usavano venire. Essi soli senza forila, senza ferro, senza batlaglia esser vinti: essi non aver potuto stringere ìe spade, non le mani col ne- mica mesMae; mi soli imlMiia èhm i ìwkano leiie» iiid«riko copian. Il guardarsi in faccia è atto spontaaeo e breve , e però ben espresso col verbo ùUueri; quello di affis- sar le anni è più forte e più durevole, e però benissi- mo ritratto nel contemplari, che appunto vale affissar gli occhi e il pensiero. Ma neir affissarsi alle armi ve- niva innanzi ai miseri, che presto le dovrebbono cedere; quindi opporiunamente segue quel max tradenda; da quest'idea ne deriva T altra, che inermi resteranno le destre loro , e quindi i corpi a discrezion del nimico, ed eccoti, senza torcer parola dal corso delle idee, ef ■ 1 essersi veduti in balla de' nemici , viene innanzi a quei soldati l'immagine del giogo ostile; dall'idea del giogo esce quella d^li schemi del vincitore e dei volti super- bi; e quindi V altra degli armati, in mezzo ai quali essi inermi denno passare. Usciti che siano disotto il giogo, essi torneranno disarmati e disonorati alla patria; que- sto pensiero si affisccia loro per primo, il disonore, tanto più grave quantochè dovranno passare per la città de- gli ailealT, tornare alla patria, ai parenti. Bella è l'idea di confronto che viene a tormentarli, pensando al mi- serabile ritorno in patria, quo scepe ipsi, majoresque ee- rum triumphantes venissent. Osservate poi nella colloca- zione il periodo che siegue. I soldati concentrano i loro pensieri in sò stessi, si trovano vinti, ma in modo bea diverso dagli altri. Laonde la prima idea è nel se ; la seconda, quella che li mostra singolari dagli altri, so^ los; quindi l'essere vinti senza ferite, senza avere sguainato le spade , senza essersi ordinati a battoglia : voi qui aveto una gradazione di pensiero naturalissima, l' idea del sangue , del ferro, delle schiere : e pure senza questo cose esser essi vinti : sme vulnero, iine ferro , «the ocit victot; e se voi voleste traeportore quel vietos j appresso solos, turbereste il corso delie idee, e togliere- ste eflSeacìa alle parole; poiché prima sono le idee nega- tive, e poi quelle affiMrmatìve. Non si è sparso sangue, non si è nudata spada, non si è accampata schiera, e nulla meno siamo vinti ; dall' idea dell' esser vinti per questo modo ne viene il dolore di non aver potuto com- battere y di avere invano le armi, le forse, il coraggio. D. Che si deve apprender dall'analisi di questi luoghi ? B. Che r ordine delle parole nel discorso non deve esser abbandonato senza regola da chi*vaole conseguire prontamente quel fìne , che egli si propone parlando. Condossiacbè tanto ò'pid potente il linguaggio, quanto pìU precisamente esprime te idee, e quanto più le espri- me con queir ordine stesso, col quale si presentano alla mente. Egli è però necessario osservare che quest' arte deve rimanere naseosta^ e parere natura. Chè certa- * mente male avviserebbe colui, il quale forcasse la sin- tassi , ed aspreggiasse il costrutto per disporre le pa- role a seconda delle idee. La naturalezza è dote pri nei- palissima del discorso, e il trascurarla per andare dietro ad altre vag^esze sarebbe errore imperdonabile. Della «ollocMloBe Mie parole rispetto agli «flètti. D. La eottoeoMbme delk parole gimx$ eBa sokanio la R. No; ella giova pur anco l'affetto; perocché più facilmente le umane passioni si svegliano con parole ,. allorché esse assalgono il cuore oon qudr ordine stesso d'idee^ che è da natura; Sef. voi togliete P ordine alle s^uenli parole di Livio , voi avete loro tolta tutla quf^impronta d' alf^tto che hanno. Virgiaio viiplejsat^ tran» ia figlia, dialle. mani di Appiioj; non ^ resta viai a soarnparla; la, disperasìoiie gli inelte nelle mani tin. ferro; egli lo dà in petto alla figlia, dicendo: //oc te ohe parole, ^ ma poieati- a m^nare'te djfpamxioae, il tumulto degli affetti, l'amor di patria e di libertà. Te- li^ dietro al filo delle idee: la prima a rappresentarsi ò.^pi#Ua.dcd. disperato oo«]^io preso da Yiiipuaio; laM- cood^, quella della persona, oontro. eui. slaTa par brare il colpo; la terza ò (luella p'cr cui vi mostra che non vi è altra vìa allo scampo, hoc fó2i»o;<^ndi sG|gjtfi& r jdea deirunioo potere che raete al; misero padrof, qm possum : la parola m^io, poAa coslloatana dal suo relar? live, quasi violentando il costrutto, mostralo stato vio- lento del cuor.' patino: quel fiiia ivi, coUoeato acceana al.dis||era^,araore;.fn^i6#*to(eiiiit'«wM^ fe -quasi vedere il trionfo ch^eiimena suir iefaiBia di Appio. Riordinate diversamente queste parole; dite, ad esempio: Filia. te in liberUUeiA',ìki(3fì}mo modo, quo possum^ sn»ditìo^ ^ ve- drete scomparire ogni efficacia dal discorso, ed ogni se- gno di agitassione. E basCt" «nrere recalo questi pochi esempj tolti ai prosatori, anzicliè ai poeti, perchè cono- . sciate quanto alla pposa possa giovare un tale artifizio, qualora non si contravvenga air indole. della lingua, e alla naturalezza del costrutto. Esempj ne' poeti potrete facilmente ritrovare du/voi, specialmante esamiaando que' luoghi nei quali essi descrivono, o movoM g^ af- fetti. Ogni descrizione di Virgilio e di Dante, ogni luogo patetico, può dirsi da que' grandi maestri con somi- gUaii^ àfiiH^io e^seriS:COQd(it(U)y.c.jrtoato.upacfezÌQae. . DigitizecI by Google . 145 — D. Serve egli solo aila fantasia e agli affetti lo eiu- dio di ben collocar le parole ? M. Se beae vi ricorda ciò che deUo è pik sopra, ire «vere le «peeìe deir umano lingaaggìo, ima delle craali servire alla feniasia, T altra all'affetto, la terza air intelletto, ovvero alla tranquilla ragione, vi sarà chiaro che alle due prime specie priacipalmeute. giova porre studio nella collocazione deUe parole, per mezzo della quale 1* arte, seguitando il naturale andamente delle idee , acquista potenza di risvegliare la fantasia coi colori della favella, non meno che faccia la natura istessa cogli oggetti che ci presenta agli occhi. £ con questo ot- tien pure di concitar la passione, imitandone, direi quasi, gli atteggiamenti, così che talvolta il cuore si trovi più sopraffatto dalla forza della passione imitata, che della vera. Anche si oUiene con questo di rendere armonioso il discorso, e piacente; la qual cosa quanto giovi, secondo che detto è, voi sapete. Ma la terza spe- cie di linguaggio, che serve alla quieta ragione, non domanda altro studio nella collocazione delie parole fuor quello di un' ordinata sintassi , per cui esca chiaro e limpido il senso : perocché essendo fine di questa spe- cie la ricerca e lo scoprimento del vero, lo spinto umano per una via piana ed agevole ci vuol pervenire : laonde sembra poter dirsi questa specie di linguaggio non al- tro richiedere, se non che ordine e chiarezza. Aaticom UI. Se f^iowlno egfnalmenle ad o^nl serlttara le «ose deite fln qui intorno la collocasiono delle pmwa^ lei e del fini che pwtù V «emo prop<»rel yaglwdei D. Non giova egli egualmente ad ogni specie di lin- guaggio tuttociò che abbiamo insegnato intorno V uso delle parole, la scelta e la collocazione delle medesime, i tropi, le figure y P armonia e ffU altri ornamenti del discorso? R. No certamente: perocché ogni specie ama quello che le è proprio e confacente per natura, e tutt' altro jigetta. Avete veduto che il linguaggio figurato, il quale è proprio della passione, diversifica non poco da quello che è proprio della fantasia ; e dovete ricordare che il linguaggio deir iuleiletto la luogo ogni altro ornaoieato cerca meglio il concetto e la sentenza : ogni linguaj^o adunque è ristretto in determinati confini, segnati al medesimo dalla natura, e proporzionati al fine che in- duce r uotuo a parlare, secondo il qual fine il discorso prende un carattere proprio e speciale^ e però a norma di questo si donno temperare quegli elementi che costi» tuiscono la bonth del discorso. D. Quanti sono i fini che t uomo può avere parlando 0 scrivendo? R, Tre fini può avere chiunque parla o scrive, con- ciossiachè può intendere, o a convincere, o a persua- dere, 0 a dilettare. E perchè il convincimento è opera deir intelletto, il discorso che intende a questo fine do- vrà essere facile, chiaro ed ordinato, quale è richiesto dalla ragione rivolta alla ricerca del vero. Questo ò ap- punto il parlare dei filosofi. La persuasione, la quale ha radice nel convincimento, procede più innanzi ^ oonciossiachè ella si proponga tirare le umane volonlh a quella parte che meglio le giova per mezzo degli affetti: e però il discorso della persuasione ne seconderà la natura de- gli affetti per meglio ritrarli, e per giungere a destarli potentemente. Tale è il parlare degli oratori. Chi tende in fine al solo diletto, deve piacevolmente modificare la fantasia, e recarle innanzi immagini vive e vere, o si- mili al vero, per modo che ella illudendosi creda vero il verisimile, e lo vagheggi, e se ne compiaccia non al- trimenti che farebbe del vero. E tale è appunto il par- lare dei poeti. Laonde se il convincimento è il fine che il filosofo a sè propone , la persuasione è il fine che a sè propone l'oratore, il diletto è il fine a cui mostra di mirare il poeta, ne consegue che di «^ua nascano tre generi diversi e distinti di scrittura e di discorso, i quali debbono avere un carattere tutto proprio e particolare. E questi generi saranno tre: \° filosofico, persuasivo. 3° poetico. Questi avranno tre distinti caratteri, i quali noi chiameremo — carattere dello scrivere filosofico , ca- rattere dello scrivere persuasivo, carattere dello scri- vere poetico. E di questi verremo qui sotto trattando. CAP. JPel earatlera dello acrivrae fltosofleo, del peMUMlTO • dei peetteo» eH^e di- ▼ene eiieele in éiie elMenM «i «ipwto» Del eavattore dello eeriveve pemaslvet e (ielle. epeeie édk medeeliM* D. Come definireste il carattere éUlo scrivere filo- sofico? R. Dirò essere quello, in cui la ragione mira diret- taioente allo seoprimeiito del vero, e dominando sola intrachiude ogni via agli affetti ed alla fantasia. Ho detto mira direttamente alio scoprimento del vero, percliè of- ficio del fìiosofo ò convincere di qualche verità T intel- letto, e Ma convinsione si genera nel disoorao quando dai principj generali per una serie di proposizioni de- dotte l'una dall'altra si viene ai particolari. Ilo detto che vuole dominarla senza V intervento della fantasia e degli affetti, perchè nelP opera della deduzione la sola ragione ha luogo; e gli affetti e le immagini della fan- tasia non farebbero che turbarla. Per ottenere poi la convinzione, il filosofo ha mestieri di usare precisione neWocaboli, chiarezza ed ordine; ed ecco appunto che le qualilcì delle quali debbe improntarsi il carattere del parlar filosofico sono queste tre, e non altre. E siccome la metafora e le figure per mezzo del nome d' altra co- sa, c per mezzo d* altra immagine, recano innanzi il aoQie e l' immagine delia cosa della quale si parla \ e  — basta a condurre facilmente l'animo in dubbiezza o in errore, se la fantasia o la passione entrano Ih dove debbe star sola la ragione ; co^ dalle soritlore del filosofo si haimo a bandire, é con esse si devono cessare qoe'vezzì e quegli ornamenti che sono proprj del carattere dello scrivere persuasivo o dei poetico ; ai quali meglio che il vero, 'a oni si ailieiie il filosofo, piace il verosimile* D. Si deve apK m 9gmscriUum di. tarature /Uom* /ko mantenere la stessa severità? /i. 11 carattere d'una scrittura è T impronta dei generò a oni elia apparliene* Ma siooome ogni genere contiene in sè' piti specie, le qiiali dallo streilo discorso della convinzione vengono a poco a poco a collegarsi coi discorso delia persuasione , ne discenderà che non in tuUe le specie sarà richiesta nna eguale severìtèi. Le • sciemse matematicfae, le fisiclie, le metafisiche pura- mente dette, domandano lo stretto lingtóggio della con- vinzione ; le scienze morali o politiche fìnsooo allargarsi nn po' piti, e qualche volta attingere a primo fiore gli ornamenti del dire persuasivo. Cos\ dal succinto par- lare di Euclide e di Aristotile, senza uscir mai dal ca- rattere fiiosotìco, si viene a quello di Teofrasto e di Platone: e per parlare de' nostri italiani, dallo stile ma* tematico éeì Galilei si sale sino alla filosofica graviti dei Dialoghi di Torquato Tasso e dello Zanetti, e si pro- cede alla piacevolezza di quelli del Galli e dei Gozzi. Certo è che non tutte ie cose, le quali danno snbietlo allo filosofia , sono egualmente astratte , ossia lontane in tutto dai sensi ^ chè anzi per modo ella si estende da conànare coUe cose sensibili: però è, che secoedo la flsaggiore o minore astraUei^sa del subietto, maniere o minore debb* essere la severità della trattazione, e il carattere sarà sempre mantenuto quando la ragione Digitized by Google -160- sigDoreggi , vale é dìrè quando il linguaggio deUa per« suasione o della fantasia non sovrasti anche per poco a quello della convinzione. D« Dei^ tgliioUmio dalla maieria esser guidai» 4ihi tùrwe di cmt filinofhhe o didaHic^?' R. Egli deve non solamente secondo la natura della materia condurre il suo dire, ma s\ ancora secondo la qualitò delle persone, alle qaali ^li parla. £ siccome di queste ve ne ha di dìie specie, la prima delle quali è degli uomini di lettere, V altra di quei che sono roz- sameate addottrinati , così in due si potrà dividere lo stesso parlare dei filosofi. GógU uonini lelteraté si do- vrli tenere -lo streito ragionamento delk eonvinziooe) perocché essi hanno la mente usata a quella compressa maniera, e poco loro basta ad intendere; mentre co- gli altri, cui manca l'abifo dei ragìofiare, è d'uopo ^ largamente esporre, e le cose esposte anche per simi- litudine dichiarare, tentando, per quanto si può, di ridurre a forme sensibili le stesse astruse forme raw>* nali. D. Dopo queste cose, direste voi sulle generali quale debba essere r elocuùom propria del carattere dello seri- vere filosofico? R. Volentieri : e per non errare userò le parrio stesse di CICERONE (vedasi) nel!' Oratore (Lib. 3°), là dove egli parla delle forme e del carattere del discorso : MolLis , dice e|^i, est ùraUo Philosephorwn^ et umbraHUs, nec senÉenHis^ Me verhis instructa poputw^us, noe wneto numeris, sed soluta liherius. Nthil iratum hahet,nihil in- vidum, nUiil atrox, niììUmrabUe^nihilustulum; casta, verecundd, virgo tn^rru]^ piodammoio; iSeqm serme foHus, quamoratio dicittir. «Temperata è l'orazione de' filosofi, e famigliare , nè si compone de' concetti e Digitized by Google — 151 — db' parlari del popolo, uè và legata a leggo d'anaoDia, ma libera più -che ogni altra discorre. Nulla sa ira, nulla d'invidia, nulla di fierezza, nulla di maraviglia, mdla di 8ealtreice;oastae vereoooda, qvasi non t«ocoa Tergi De ; meglio ragionamente cbe orazione si ap- pella. 9 Aavicolo li. Bel carattere dello scriver perfmaslvOf « delle epecie del medeelmo* t D. Come potrebbe definirsi ilcca allere dello scrivere penuasiw? A« Diremo, il trattare dello scrivere persuasivo essere quello, per Io quale non si cerca gib di mostrare il vero secondo ragione risalendo alle prime percezioni, e discorrendo per tutto le proposizioni , a modocbò V in- teHetto, raffroDlato le relazioni, non possa rifiutarsi a crederlo quello che è: masi quel carattere , pel quale mtende a far credere vero ciò che noi proponiamo. La eonYinzione adunque è altra cosa dalla persuasione, posciachè quella dipende tutta da princìpi veri e dime- strati per veri, la persuasione si fonda più che altro sull'opinione, sulle apparenze e sull' autoriiè. Quella stringe e trascina V intelletto, questa padroneggia la votentà. D. SpiegaUmì uìi poco ^con qualehe esempio qmsto che dite. A. A convincervi , per esempio , cbe due linee eguali ad una terza sono eguali fra loro, basta che io vi fac- eia ooiM>8cere,ohe quando due cose sono eguali ad una terza conviene necessariamente che siano eguali fra loro; e dichiarata chMo vi ho la ragione di questo as- stoma, il vostro intelletto, se è sano, non pnè negarsi ad averlo per vero. Ma se io vuo* persuadervi che la ione ò abitata, io non posso procedere per egual modo; ma solo argomentando secondo le leggi dell'analogia, se- condo le apparenze, secondo le opinioni degli astrono» mi piti rinomati e 1* autorità de^ sapienti , potrò indurre la vostra volontà a credere per vera questa cosa , sia ella infatio vera, o verisimile soltanto, o non vera. Di qua è che V oratore, ancorché sì paia tener 'egual modo col filosofo dimostrando , pure non va mai per quella catenari proposizioni a trovare il vero, ma sì dimo- stra* per vero 0 ciò ohe ne ha V apparenza, e ciò che ha opinione di vero, o ciò che Y autorità di molli fia eire- derc vero. Nei secoli passati si aveva opinione che esi- stessero maghi e negromanti; poteva adunque in que' tempi un oratore prendere a dimostrare die nelle impreiie militari molta parte avevano ! professori di quest' arte, e che eglino erano necessarj. K avrebbe po- tuto egli fondare il suo ragionamento ne' molti fatti at- tribuiti a negromanzia, cioè dall' apparenza.e sull'opi^ niene che ne correva, e sull' autorità de' filosofanti; e usando bene della potenza della parola avrebbe potuto persuadere, cioè far credere vero il suo assunto,- co- munque falso in fatto, e soltanto verisimile in quella condizione di tempi. Dal che si vede che la ragione sola regge il discorso della convinzione, mentre ([uello della persuasione dona gran parte alla fantasia, grandissima agli affetti* D. Che parte homo lafcamaeia e fU affeUi M di- scorso della persuasiom? R. Molta parte vi hanno , perocché se l' oratore non è ristretto ad una dimostrazione di convincimento , ma ad nna apparenza di dimoairanone, . ccmverré ehe dia faeria di Yero al verisimile, e questo n<m potrai essere senea il soccorso della fantasia: e quando abbia ottenuto di far credere vero il verisimile, sarb d' uopo che feccia foTBa aib'Tolontà perdiò lo abbracci (che in quealo ap- punto ala la persaasbfie,ciaèdt fDnsare le alimi volontà a venire nella nostra sentenza, anzi. corrervi); e per far questo farà mestieri che commova gli aOelti. Concios- siachè gli tiomini segnom piti foeilmente ciò ehe meglio modifica Y appetito loro, e per muovere V appetito bi8<^* gna correre alle passioni, le quali, destate che siano, vinoom la volontà, e la spingono Ik dove lor piace. Quindi è, che se 11 filosofo si arresta aliordbè ^bbìa dìr mostrata innegabile la verità che egli propone, Torato- tore, allorché abbia provata la sua proposizione con ap- fàrens^ìéktjfemikai^^ iAipsièaqÉatèi^lbiise- guire il 'dilello; e poacta véafa^irf^eoi ilMiiWi régiMM^ r arte sta appunto nel saper recare con accorgimento le prove verisimili come vere, a modochè nò si scopra artifizio, nè si desìi sospetto di falsità neii' oratore; e poscia nel portare diletto all^ mente con Immagini com- poste a verisimiglianza, e colle forme proprie del lin- guaggio della fantasia , usandone però sobriamente , e senza fame gitto; ed in fine nel perturbar gli animi r^ , sve^ndooe gli afifetti col mezzo delle forme del Un* guaggio della passione, per la forza dei quali 1' uditore costretto a conformare i proprj pensieri secondo la vo- lontà deir oratore, è forza che voglia e disvoglia oon Itti. Nè si creda -che per questa potenza l' arte del per- suadere sia brutta arte di inganno ; perocché non si vuole di questa usare per trarre gli uomini al male j ma per governare le T^tontli e dirigerle a bene , usando della ragione e del sentimento, che sono i due mezzi de* quali la nalura principalmente ha donato gli uomi- ni; oofiiccfaè possa dirsi che officio dell'oratore è ren- dere più potente la ragtooe, aggiungendole ai fìancfai la forza delle passioni. Per questo s' insegna che il pri- mo fondamento di guest' arte poteutiesima è la proUfcà, senza la quale il vero stesso io boóoa dell' oratore ai perde assai, e il verisimile non ha forza alcuna; con* ciossiachè la probith neir oratore reca necessariamente con sò la poteasa deiropìiivme e dell' autorità ; tolte le quali, la ragione non si acquieta nel vérìsiiiiile, le pas* sioni per favellar figurato non si destano, le voionlh ri- mangono fredde ed immobili. Ma di questo si dirà uel Trattato delFArte Oratoria. D. In quante specie et parie U ctaraUen detto eeri- vere persuasivo? * R. Principalmente in tre: la prima è quella, nella quale.ia dimostrazione del vero è il pròno ed uoicefiae che l'oratore a sé propone; la seeonda è quella, nella quale egli mira specialmente al diletto; la terza è quel- la, nella quale intende alla commozione. Le scritture die appaftengouo alla prima specie si aeeostoho al par* lare dei filosofi, le scrittùreehe appartengono alla se- conda sono aflìni al parlare dei poeti. Tutte tre queste specie poi considerate insieme formano il perfetto lia* goaggio deir oratore. Il carattere di ciascuna di questo specie, come di tutte insieme, è sempre la dimostra- zione del vero, sia egli vero o verisimile, nel modo che è detto più sopra. D. Dawrà sempre il discorso pereuasho avere la slessa immagine di vera dimostrazione? IL Sì, lo dovrà, ma fatta ragione delle persone alle quali si parla. Abbiamo veduto che il filosofo a due gaise uomiai si dirige , ed ora diciamo che a tre si volge l'oratore. Imperciocché oltre agli uomini di lettere, e a quelli di mettila letteratura, ai quali favella il filosofo, V oratore debbe sovente parlare col popolo; e il popolo è una svariata moUilAidiae d'uomini colti ed incolti , di growo e di svegliato ingegno, e piti non addottrinati. A seconda cbe ora «ll'una, ora air altra di queste classi d' uomini T oratore deve parlare, con- viene che egH varj nei «odo. Nei letterati la ragione prevale alta fintam8« olla paeslone ; nei messanamente letterati, la fantasia e la passione contemprano spesso la ragione ; nel popolo, h fantasia e la passione preval- gano aempre alla ragione. Di qua viene eiie la' speeie del parlare perraasivo>, Il quale è richiesto dalla prima classe, debbe tenere più al modo temperalo dei filosofi: concedere poco alia fantasia, poco alla passione, molto ià \m%ì 0 naattigtaiijLa apÌBde die^ eet »lg>iè ^a^seeònda «hlMNiMlihittgr'alqua dal AItib '^^dèlfl , peMl% ammette la piacevolezza delle immagini e la potenza deir affetto, sì però che la ragione si levi apertamente sopra runa e T altra: la specie infine cbe si addice alla tersa classe è vieina al dire dei poeti , per moda che la fantasia e la passione ne abbiano il governo; seb- bene le forze di queste devono servire a rendere mag- giore la potenza (Mia ragione. Banche da tenersi <»filo della materia la quale tratta, perchè da qoesta pure s' induce varielb nei discorso persuasivo, come si dirà parlando delio sUlo. Bel carattere della àerivér poetléo^ e delle •diverae apeele dal med dtfle » Come si può definirà iL cat^aUere delìfi- Me poe- tico? . • lì, Sieoooe la ptesia, qHantiittqae javehtstaad in- tendimento di ammaestrare gli uomini ^nen mòslra altipo scapo che il diletto, diremo^ il carattere di questo modo di sorivere essere quelle, «osi quale isi iataod^L ou coa- ceUi , coir eloeusioiie e coli' arttonib , a ondifioim jMt* cevolmcnte la fantasia ed il cuore, ponendo sotto gli occbi della mente gli oggetti , e dando loro qualità e per-* sona coinè fossero vivi e'veri ; «ir tegliend» la materia dal verisimile meglio che-dei vere. Dalla quale defiai* lione sembra che appaia chiaro , il poeta dover dilettare uoa meno trascegliendo coacetti ed ioi^mag^iif 0àa ve- stendoii colle parole per modo c^ facclaao forea sul- rimmagidazione e sugli affetti. Bene h foor di*did>bio che la potenza della elocuzione è oltremodo grande, e U poeta deve soprattutto in questa perire, sMV^io ; coa- cìDssìaobèPspesso.avvieiie che giaodisiiitoxiBe ed imon^ gini non abbiano efficacia alcunUa per difetto di elocu- zione, e molta ne abbiano le mediocri e le comuni qualora vi si usi pppor^una elocuzione. li\jCatto il sapere « 'trascegliere e rappresentare i concetti con quellef>aroIe che 8ono*piti chiare, e, direi quasi, cbe ridono di più vivi colori, è cagione alla mente di un diletto incompa- * rabile. Quindi è che dai tropi e dalla; metalora, càie sono i colori della tavella, il poela trae seslpreAwoa partito, e dee sempre averne copia a mano. Anche per mezzo di questi si ottiene più facilmente di dare vita e mo>  -t- venza alle cose cito- in, natiira boa hanno n^ moto né vita, e di ritrarre sotto i sensi quelle che naturalmente dai sen^i riiuggirebbero. Bene è grande iatica ridurre a forma i^osjbil^ i consetti intellettuali , e. ridurli per ipodo che r occhio lì vegga , la mano li toccht, 'laa^ grande lode è riuscirvi e recare diletto con ciò. Virgilio e Dante spepialq^pte ebbero al sommo grado questa arte ; • edi nasce che qttetli A stanno in«itnaditutti i paoli» Un'waltra cosa è pur da av vartìre , ed ò> questa , che con- viene fare buon uso dell'armonia. Abbiamo insegnato che r armonia) piacevolmente toccando T orecchio, fa strada aL cuore, e rende pià dilettosi i concetti. Questa debba esser studiata. dal'poeta per modo, che non solo diletto; ma benanche aiuto egli ne abbia, non meno a ravvivare la descrizione ,*che a rendere pii^ forte la pasaione* È detto delle direrse maniere di armonia , e come dcune non fanno che lusingare F ofeophìOf altre sono naturai- mente compagne agli svariati alTelti. Ora il poeta ap- plicando jgifuscuna al proprio luogo, ne iiv^kt^Mifì non iieveu Chè se sì doibandi in ehe varia il carattere delio ' scrivere persuasivo da quello dello scrivere poetico, diremo che in ciò: — il c^irattere dello scrivere persua- aivp dimostra il vera seisondo ragione, il po^ico lo di- * iinostra pef finsume, e si vale della fantasia e- degli affetti per raggiungere il .suo scopo. : ^ii* p. Di guatUe ^ecieÀ ii mrqtl^re cI^Uq sorip^e^pg^r lieo? . * - /{.•..Veramente considerando che ogni maniera di poesia reca diletto ad ogai specie d' uomini , diremmo volentieri una sola Qs/iere.la specie del caraUere poetico: ma parabò il popta spessa volte introduee persone a ' parlare > e varia materia prende a trattare, ne nasce che se una è in sò smessa la spe<;ie pel carattere poe- « a Digitized by Gopgle lieo, per queste nuove condizioni varia e si divide. la- fatto alcuna volta il poeta canta gli Dei, gli eroi ^ le grandi e nMàì iinpfese ; alcun' altra la cMcéiBa del- 1* amore, i pubblici • privali 'affanni, o oerca destare allegrezze, ire, sdegni, timori. Altra volta egli narra estesamente grandi fotti e lunghi travagli d'eroi, e ftarrando esprime passioni , descrìve luoghi, costami, a intendimento principalmente di mettere maraviglia negli animi; altra volta introduce a parlare persone, a rap- presentare fatti, come allora ffiiora accadessero; altra inftne prende 9 dettare precettidi cfnalche arte o solenza utile agli uomini , condendo i precetti con ciò che la fantasia ed il cuore hanno di .piìi dilettevole ; ed ecco la poesia linea, l'epica, la drammatica, la didascaliea ; generi diversi di poesia , i quali èanno leggi tanto par* ticolari, che non si può le qualilh delF una confondere con quelle dell'altra, senza togliere la verità e la con- v^avolesza, e con esse il diletto. Gonciossiaofaò e nel modo di presentare le immagini^ # nelFeìoeazione, e nelle armonie , molta distanza vi ha dalla specie lirica air epica, dall'epica alla drammatica, dalla dramma- tica alla didascalica ; e II poeta devé sempre seguire il verosimile e le leggi del decoro, trascurate le quali agni arte perde bellezza e verità. Ma di queste cose avremo a parlare altrove : ora- basti avvertire in generale, che mentre ciascuna di queste specie di poesia in partico- lari confini si racchiude, non è facile nè possibile mo- strarci determinati limiti , entro i quali ciascuna specie vuol esser contenuta. Tutte hanno (dice assai opportu- namente Paolo Costa, colle parole tlal quale ci piace por fine) nello intero loro corpo fattezze particolari, alle quali colui che bea vede, distintamente le raiiìgura ; pure a quando a quando or questa or quella viene a parieclpare dell* altrui colore, in guisa cherepìco nelle forti passioni innalza le parole al pari del cantore de- gl'inni, e il più sublime Urico narra alcuna volta sic- come fa r epioo ; lo aleaao inlervieiM delle altre specie, fra le quali perfino la commedia talora si leva .a gareg- giare colla tragedia, e la tragedia, al dire d'Orazio, .spesso si duole eoa sermone pedestre. D. A che giova fiMto éMmitme dei diioerei comi- Uri détto scrivere e delle diverge specie? R. Giova a formare lo scrittore eloquente ed ele- gante, peroccbè errando nel oaraltere dellò scrivere sì troncano i nervi dell* eloquenza, si attribuisce alla fan- tasia ciò che è proprio dell* affetto o della quieta ra*- gione, e il discorso che n'esce è involuto, impcoprio, strano, e non consegue il fine a cui mostra di correre. Ad ottenere però di scrivere e di parlare secondo la proprietà di ciascun carattere e di ciascuna specie^ con- viene principalmente osservare lo stato delF intelletto e le qualità del medesimo in chi scrive, lo stato delia fan- tasia e quello della passione. Quando avrai osservatò se nel tuo discorso secondo lo stato delT animo, o V intel- letto, 0 la fantasia, o la passione debba signoreggiare, tu avrai conosciuto quale sia il carattere, e quale la specie delb scrivere , che si conviene seguire; e tro- vato che ciò tu abbia, se tu queste cose impronterai, direi quasi, col marchio tuo proprio , e secondo il tuo modo di semìre, tu avrai formato ciò che i retori chia- roano stile/ Dette mM9f • Mto Me «welità. D. Che cosa è lo stik? i2. Molte definizioni, e quasi tutte poco accoQfìie^&i danno dello stile , le quali a noi non aggrada seguire per buone ragioni: e però dovendo pur darne la defiai- zioiie, ci sembra che si possa definire dicendo, che; Lo stile è quella particolare maniera, con cui lo scrit- tore modica le quaUià del suo ùUelkitai doUa sua fan- tasia, de' suoi affetli, seeondandù il mraUsre dèi disoor^ so, improntandolo dell'indole sua propria secondo le leggi del decoro. Intatto Io stile deve mostrare aperta* mente il particolar modo di satire, proppio di colui che scrive, perchè in natura veggiamo che ogni uomo ha nel modo di sentire diverse qualità-, le quali ove non appariscano, lo stile non è di colui che scrive, ma di colui dal quale lo scrittore lo prese a pfestansa. È duo- quc necessario a chi voglia formare uno stile perfetto dare al medesimo V impronta del proprio modo di sen- tire; e malamente fanno quelli, i quali foggiai lo stile proprio ad immagina deli' altrui, come veggiamo essere stato fatto da molti, i quali avendo preso ad esempio uno scrittore, contrafecero lo stile, del medesimo. Co- storo ',^pare a me, non altro nome mentano che quello di scimmie, le quali solo materialmente ritraggono in sè gli alti ed i modi delle persone; e di costoro, credo io, intese il poeta quando disse; Imitatores servum pecus, Conciossiachè lo stile deve metterti sott' occhio le qua- litìi morali dello scrittore per modo, che tu senza errore possa distinguere lo stile dell' uno da quello dell' altro , e appropriarlo con ^cbresze ài suo autore ; in quella guisa che avviene dei poeti, i quali, mentre imitano tutti il bello della natura, neir imitarlo ritraggono sè stessi, co- slcehè all'occhio deir intolligeote 9k manifesti la mano ebe scrisse. Michelangelo, ad esempio, Baflbello, Corag- gio, Tiziano e Leonardo, erano tutti sommi nell'arte del dipingere , ma ciascuno tenne uno stile cosi proprio , che distingue apertamente le opere dell' un pittore da quelle dell' altro. Laónde i maestri dell'arte insegnano che ciascun pittore debba farsi una maniera sua pro- pria, e per maniera intendono quello stesso , che noi di- remmo stile. Voi avete veduto quanti e quali siano gli elementi neoessar} a scrivere bmie; nè uomo può aver nome di perfetto scrittore, se alcuno di quegli elementi trascura. Ma siccome le menti umane sono varie, e.ii modo di sentire, noù altrimenti che le fattezze del vol- to, diversifica quasi in ogni persona, così ne viene, che mentre tutte insieme si riuniscono le qualilh*, per le cpiali si forma un eccellente scrittore, non in tutti nei medesimo modo si uniscono; ma se ne forma una cotale diversa mistura , la quale prende'' norma appunto dalla diversità del modo di sentire. Infatto e Dante e Petrarca e Ariosto e Tasso , tutti accolsero nel loro stile le qua- lità di perfetto scrittore: ma la mistura è tanto diversa quanto era il modo di sentire di que' grandi uomini. Ri- sentito, franco, inflessibile, era il carattere dell' Ali- ^ieri, e tale è il suo stile; perocché le qualità dell'evi- denza e della forza sovrastano a tutte l'altre nella composizione del suo stile; come la grazia, la soavità, signoreggia tutte raltrequaliib nello stile del Petrarca; la vaf ietà e la verità in quello deli' ÀriostOi la gravità e la magnificenza ih cfuello deK Tasso: cosicché pos^ dirsi, che dalla diversa disposizione dell'ingegno e de- li L.yi.,^uu Ly gli affluì nascono diversi filili » a k loro diversità è tanta quanti sono gì' iDgegai umani. Ogni scrittore adunque debbe modificare rintelletlo, la fantasia, gli affetti, se- condo il proprio modo .(li sentire, se vuole avere stile proprio; ma perchè «pasto non basta, sa non sia ser- bato il carattere del discorso, non senza ragione noi ab- biamo ag.qiunto che alla prima condizione, della quale è detto, debba seguire V altra, la quale importa che si secondi il carattere del discorso, e come, non manl^ nendolo , perda efficacia ogni più eletto modo di scri- vere; sendochè questo carattere è fondato sulla natura, e nasce dai diversi stati in che V uomo si trova, con»e più sopra esponemmo, e peK^ al detto non mi piace af^ giungere parola. Quanto poi alle leggi del decoro che denno osservarsi, ve ne rendono ragione le di veir^ spe- cie in cui ogni carattere si divide, delle quali pure è parlato abbastanza. D. Si può egli dividere in diverse specie lo stile? R, Ben si può , anzi sì deve : ma non per questo ci pare che si abbia da [seguire la divisione che alcuni maestri ne danno, i quali lo dividono in conciso e m diffuso , ornalo e secco; perchè queste qualità dipen- dono interamente dal modo di conc«|>ire di colui che scrive , o dalla materia delia quale prende a scrivere. A noi piace meglio tenere la divisione degli antichi , i quali dissero in tre specie, o, a dir meglio, in tre gradi ripartirsi lo stile, cioè in semplice o piano; intean- perato o mediocre; 3» in magnifico o sublime; coooio»- siachè ci paia che questa divisione risponda meglio ai caratteri dello scrivere che noi abbiamo divisati; infatto, chi scrive o parla seguendo ciò che la tranquilla ragione gli detta, ci pare che non possa uscire .dal i** grado, cioè dallo stile semplice o picm; chi scrive o pada col- . j .:^uu Ly Google Taniiiiio 6 la fantasia alonn pooa 4»maaossa9 pare a noi che non debba uscire dal grado, cioè dallo stile me- diocre 0 temperato; chi Qaalmeale fiori v.e o parla traspor- talo o dalla fantaaia , o ilaUa paaià(t|iey oi aepnbra cho debba usare il 3^ grado , cioè lo magnifico o $ìMme : e però noi abbiamo V antica divisione per più buona , perchè più generale dello altre e più confacente alla natura. Laonde di ciasoiuo di questi gradi disamo , e non lasoermno di aoeennàre,oome, cercando la virtù propria di ciascun grado, facilmente si possa trascor- rere nel vizio opposto. , Nilo siile acn^Uee o pliOi». D. Come definireste lo stUe zempUce, e quando iiusa9 R. Stile semplice noi cbiamiamo quello che con chiarezza, con precisione, descrive le cose serbando le leggi del decoro, senza altri abbellimenti, che quelli che gli vigono da una naturale facilità. Da questa defini* zione Toi potete conoscere a prima giunta essere que- sto lo stile che conviene usare quando chi scrive ha r animo riposato e sicuro da ogni commovimeato di fan- tasia e di cuore; e siccome chi scrive in questo stato, si laacla sempre dominare dalla ragione, ne viene dì conseguenza che nè i colori della fantasia , nè le forme ^proprie solo della passione, nè amplificazione alcuna debba essere nello stile semplice. Ckdui che ha V animo msL turbato , non commosso, vede chiaramente le cose^ Digitized by Google — 464 — ne discopre freddamente i. rappòrti , li dispone e li or- dina permodo che presentino unit^; e perciò è, che r unità è dote principalmente necessaria allo stile sem- plice. £ r unità questo importa j che V andamento del discorso sia tate, che si conosca la dipendensa dell' una cosa dall' altra , la relazione dell'una sentenza coU'altra , per modo che senza fatica la mente possa raccogliere ciò che in iscritto o in parole a lei viene offerto. £ a chi sa ben dare unith al discorso è ageveie cosa con- seguire chiarezza, e quella mostra di facilità che pare agevole ad imitarsi, ma riesce difficile assai a chi si provi, onde Quintiliano ebbe a dire: OrcUionù facUitas imitabilis illa quidem pideiur esse existimanii, sed nUiil est experienti minus. La qual cosa avea insegnalo anche Orazio nella Poetica, ìk ove disse: • • • « aifrt quii9Ì$ Sperei idem, mdei miUum, frmtraque laberet Aum idem* < # » « m ... D. QmU eùse som necéssùrie principaUmnte per iscriver bene con questo stile? R* Innanzi tutto è necessario avere molto chiare le idee, saperle ordinare, ed esprimere con quella pre* cisione e proprieth di parole , ehe domanda il buon uso della lingua in cui scriviamo. E siccome è detto che lo stile semplice si rifiuta a tutti gli ornamenti, de' quali si abbdliscono le altre maniere di stile, -deYe pur dirsi che. non rifiuta però, anzi domanda, tutti quelli che il buon uso del linguaggio gli può recare. 1 o fatto , se noi osserviamo le scritture di qiie^; che seno principal- mente lodati per semplicità d! Stile , vedi^emo^ehe èssi ^ hanno ripieni^li scritti loro di tutte le grazie e le ^e- Digitized by Gpogle ganze del nativo linguaggio, anzi con ciò solo cercano ne' leggiiorì .quel, dìlelto, sejua ddl quale wm vi è scrii* tura ebe possa pìacerìa*' * • D. A quaU safUlure principakiieiUe serve lo slUe semplice? • ' ' ' ' R, Quaulunque sia chiara la risposta da qoaotp fa deUOy pure dimno die ssrve prìaoipalmeote àììo stile dei filosofi, e più generalmente allo stile precettivo ed al familiare. Serve ai fìlosofi , perchè, mirando essi alla sola conTiniioiie dell' iotelietto , per esporre i conoelti loro Beo hanno bisogno d'altro che di uno stile puro, proprio e conveniente: sermo purus erit et latinus (in- segnava Cicerone nel Bruto): dilucide, planeque dicetur. Serre èlio stile precettivo d* <^ni genere, perchè colui che insegna non si propone altro soopo che di convin* cere l'intelletto, mostrando la verità delle regole pro- poste. Serve allo stile familiare (nei dialoghi, e nelle lettere principalmente perohò in questa maniera di scritture chi scrive o parla vuole seBipHcemente ritrarre al naturale T immagine del corretto parlare domestico. Attenuata est (insegna V autore della Rettorica ad Eren* nio) orafsò^ piméenmsaeeiitiqiÈewi uiitatissimatn puri ' sermmit emmeiadmem: E certamènte n6n vi ha persona al mondo ^ che domesticamente parli con sublimità di concetti.edi parole reUoriche. Non si vuol dire con ciò, che in queste guise di scrivere tutto deUM essere di~ sadomo e secco ; ma «i vuol insegnare che Io stile sem* plico per propria natura non si consente agli ornamenti, benché ai più tenui e verecondi non ai nieghi al tutto. E la ragioné per cui non si-nt^^ è questa, che la ménte* sarebbe troppo conthiuamente oocupata quando non le si offerisse alcuna cosa da ricrearsi ; e manche- rebbe quel diletto^ che, condendo la severità dei pi:e- — lee — celli, li rende più facili e più aggradevoli. Tuttavia chi scrive deve sempre ricordarsi, che gli ornameoti dello stile semplice sodo tollerati, iioa domandati, e quindi assai paroo dève essere ndl' usarne. D. In qual vizio si può cadere cercando il semplice nello stile? R. Neil' aridoe nel vile. Buie qmhmdam eontrarium shtdhm (paria Quintiliano), quifugiunt^ cu: reformidani omnem hanc in dicendo voluplatem, nihil probantes ^ nisi pUmumetsme conatu; ila dura timent, ne aUquando cadeau, semper jaceni. c Altri di contrario gusto >80iio, i quali fuggono e temono tutto questo ptaceroìe orna- mento , e niente altro lodano fuori che quanto scorgono di piano e d' umile e di schietto. Così mentre stan pau- rosi di non cadere alcuna volta, sempre osrcaU n tro* vano. » (Toscanella.) E fautore delia Rettorìoa«dEren* nio pur egli ci dice^ sovente avvenire che coloro, i quali non sanno dare alio stile semplice quelle grasie e quelle native caresze che sembrano facili, ssa pur noi sono, cadono in una maniera di scrivere arida ed esangue a se- gno, da mettere molestia e noia in chi legge od ascolta. Qui wmposswU in iUafaceUssima verbanm attemuUione eommoéh wnari, vèidmU ad aridnm, et txangm fmmt- orationis, quodnmaiientm e^teocUe nominavi. « Que' che non possono in quella facetissima a ttenu azione di parole tenersi con prò, danno in ua' arida ed esangue maniera di parlare, cui mal non si converrebbe dar titolo di esile. « [Ad Herem., IV, il.) Eduna delle ragioni, per cui spesse volte la semplicità torna in aridezza , è la conditone servile de' tremo timidi imitatori, come bea avvisa il' nostro Pei*tioari, il quale insegni obe lo scrit- tore tremante , e tardalo dal ceppo, in questo vizio cade senza avvedersene. ' • Digitized by Google ^ 467 — D. Qiuili sono i principali autori latini da proporù m 9$€mpio di itiie semplice? Le Lettèrs e ì TnUali di Cieeiwe, i Gommeii- tarj di Giulio Cesare, le-V4«&di Gernelio Nipote, sono gli esempj migliori che noi abbiamo nella prosa latina. Le GoHHaedie di Terenzio , le Buccoliche di Virgilio , le Favole di Pedro^ gM EndeoMiUebi di Ca tallo, sono I plU pregiati deHa poesia. Nè manoano belli esempli in ita- liano : il Passavanti, il Paodolfìni , le Lettere del Caro, del Tasso , del Redi ; ì Dialoghi ed i Trattati fìlosofìci dei Galileo, étH Gdli, dei ZaiioU4| sono medelli degni d'imitazione nella prosa italiana; nella poesia poi, il Tasso neir Aminta^ il Sannazzaro nell' Arcadia, il Poli- liano e molti altri, ci possono offrire a doviaia imitagli esempli di stile eempUce. AmntmtLm II. Dello stile mediocre o temperato» e delio ano ^aalii** D* Qual è lo iiOe wiediocre, e guofM^e $i usa? R. Stile mediocre, e fu anche dello temperato, è quello che alquanto si solleva sullo siile semplice senza però raggiungere nò la magnificenza, nò la elevatezza del sublime. Vi ha uno sialo delP anioso, nel <{uoIe egli si trova egualmente signoreggiato dalla ragione, dalla fantasia e dal r affetto, e4 è appunto quello in cui le eommoaioin deiraniase-aone soavi e temperate, cosici ohè la ragtooe noo d perda. là questo stalo, ehi paria o scrive, usa dello stile mediocre; e siccome questo stato ò il più frequente deli' animo, ne consegue che lo stile medioere ha piti di «iveiité luogo Dèi parlare e nello scrivere. Da queste cose è facile conoscere 'che egli riceve voleotieri tutti gli priiaii&eati. delia favella, dei tropi e delle figure moderate, e àk rifiuta à quei mòdi che SODO coDveDieDti soltaoto ai veemeDti trasporti deir immaginazione e dei cuore. In hoc gemis oratioms (ci ioB^goa QttiutiliaQo) imb^imm eoAmtlumikmmmtk, muUa étiam smteiii$imwn.... E$t enim quoddem et imigm et fhrescens ontiionis, pictum el expolitum genus , in quo mnes verbonm veneres, omnes seìUeiUiarum iUigankur lepcres. c Io questa guisa d* orasiooe cadono in aeeon* ciò tutti i lumi delle parole e molti anehedelle seùtenBel.V. Ch'egli è un insigne e fiorito, e dipinto, e forbito ge- nere d^ orazione , in cui mettono bene tutte le veneri della favellai tutte le leggiadrie dei cottcetti* n Cosicché possa affermarsi, che tutti i fiori di liogua, tutte le vivezze di concetti, giovano allo stile mediocre. D. Qitali soìw le qmlità principali dello stile me- diocre? B. Se Doi coDSìderiamo il modo per cui l'uomo concepisce ed esprime i suoi concetti qualora egli si trova temperatamente modificato dagli affetti e dalla fantasia, védramo che egH ravvioina i rapporti delle idee, studia un maggior numero di confronti^ partioo- lareggia, e più minutamente espone le diverse qualità delle cose, meglio che quando egli si trova dominato dalia fredda ragiooie, e sansa la minima commozione di fantasia o di affetto. Di qua noi ne trarremo agevolmente che lo stile mediocre deve avere maggior diffusione del semplice, deve aiutarsi di tutti i modi dell' amplificaaio* ne, e mantenersi costantemente eguale; um tenore òi dicendo fluii, nihil auferens prceter facilitatem et cequon litatem, (die. ia Brut.) Digitized by Google D. A quali scritture serve principalmente lo stUe mediocre ? . ÀU6 Bòritture-i^i^e, alle Aloriobe, aUe oooa- demickef oonciMsiaciiè* F oratore ki qu^Ia parte ove non è sospinto dalla passione mostri sempre ragionare^ e solo a crescere diletto inframmetta al ragiooameDio imiiiaguii a oooeettii di che la fantiaaìa ed il cuore gli ^ascoltanti egttakneQte si ' pascano e si dllettaiio; e dico in quella parte ove non è spiegata la passione ; per- chè ia quella lo stile s' inalza sino al sublime. Laonde dovete ai^gomentare di qui^ che in una scrittara sola possono aver luogo andie tutti e tre i generi dello stile. Osservate le Orazioni di Cicerone. Elleno sono quasi sempre di stile temperato negli esordj, distile semplice nella propoMione, ueU^ aiiyMiientariotte, e il pili ddle volte nella narrazione. Ma la perorazione prende sem- pre veemenza, e tiene spesso spesso al sublime d' af- feUo. È cosi è nella storia, nella quale la narrazione è quasi sempre di stile. temperato, le^UocutioBi piegano sempre al sublime, come potete vedere in Sallustio ed in Livio. Così pure avviene ne' racconti e nelle novel- le, secondochò elleno sono dettate, o col fine soltanto di diiettare, ó di eommovere. Vero che le scritture ac- cademiché contenendosi quasi sempre sensa grandi emozioni, amano di seguire la mediocrità nello stile ; ma vero è altresì, ohe se in alcuna di coiali scritture accada che lo scrittore, deserivcHodo, commov^ la fin* tasìa e turbi V affetto, può anche lo stile magnifico e sublime avervi alcuna parte. Un' altra cosa deve essere avvertita, e lodoyeva essere ancora parlando deUo stile sempUce. Questa riguarda T armonia. Abbiamo inse- gnato che r armonia è una delle qualità dell' umano Ai" scorso, la quale priacipalm^ate serve al diietto, e spesso alla commozione dell'animo, e abbiamo detto ancora che varie specie d'armooia sono. Ora qui, senza ripe- tere il deUo^ acdeniiereiiio che V mnoiiia delhi siile sem- plice dev^ esser facile, non risenlHa, e proporzionata allo stato deir animo di chi scrive ; quella dello stile me- diocre deve esser più pieDa , pid risentita. Di qoa aloani hanno preteso di portare uoa distinsione nello stile, chiamandolo conciso e periodico, perchè hanno osser- vato che nello stile semplice ì periodi soao più brevi , essendoché la mente non s* impiglia ^ de**rapporti gfr* nerali, e non de* particolari , siccome fa lo stile medio- cre, il quale perciò abbisogna di un più largo giro di periodo. Ma noi dubitiamo assai che questa sia piutto- sto una distinzione ohe nasoe dalla natura dello stilOf aniichè una necessiUi dell' arte per ottenere quella va* rieth della quale abbiamo parlato. Infetto osserviamo che anche lo stile semplice può avere lunghi periodi , sebbene egli ami più di sovente i eonoisi, e lo stile me- diocre può averne di concisi , quantunque meglio dei lunghi si compiaccia. Ma sì nei lunghi che nei brevi pe- riodi ogni siile ha un' armonia sua particolare ; il sem- plice non ha che un ritmo rimesso e appena ssasibile, il mediocre ha quella rotondith e quella pienena di suono, che accompagna con manifesto diletto i concetti della mente. D. In quoM vhj si può ooAtrt faieUmmiie mnmdo di fùglntìre lo stik mediaor»? R. Siccome è detto che tutte le eleganze della elo- cuzione si ailanno bene a questo stile, egli ò ben iaoile che avvenga di dare neir affettato e nel soverchiamente iorito, cosa che nuoce assai, come quella che mostra lo scrittore più inleso alle parole che alle cose. In altro vizio, ci dice T autore delia Aettorica a^ Erennio, cade facilmente colui che cerca distinguersi in questo genere di stile , ed è di riuscire fliUtuante) sconnesso, per troppa eara o di recare in mezzo indistintamente le qualità delle cose, o di cercare armonie, e di rendere il periodo pieno e sonoro. Qui in mediocre genus orationis profecti sunt, si pervenire eo non poterunt, errantes pervenituU ad confine ojui generis, qmd appelhmus fiuckme et (Ussùhiwn, eo quod sme nerms et artieuUs fhietuat kuc et illuc, nec potest confirnmte neque viriliter sese eocpe- dire. « Coloro che si posero a questo mediocre genere d'orazione, sé non bastanmo a venirne a capo, errando si trovano a quel genere che ne sta ai con6ni, cui chia- mo fluttuante e slegato, per questa ragione, ch'egli senza nenri ed articoli va qua • colà fluttuando^ nò può usoireene eoa sicurezza e con fona. » Vi ha pure pericolo di cadere nel puerile , cercando acutezza di concetti; o nel pedantesco, recando in mezzo inopporUine sentenze; o n^' asiatico, esponendo oon troppa verbosità i concetti. Ma da questi vìzj si guarderà facilmente colui, il quale si proponga ad imi- tare ì più sicuri e classici scrittori, fra' quali neMatini eminenti sono Sallustio, Livio, Cicerone; ne^' italiani, Gasa, 6iambul!arì,.BartoU, Segneri, ed ahri molti fra i prosatori; Dante, Petrarca, Tasso ed Ariosto, fra gU italiani poeti ; fra i latini, le Georgiche di Virgilio, le Epistole ed i Sermoni d' Orazio. Dello stile magaiOco e sublime» e delle sue quali I*. Che cosa è lo stile sublime? R. Lo stile mibliiiie è qQ0llo, che i&naUardi molto sopra il mediocre per copia , per graTitè , per omaàien- to, ed ha tanta forza , che vince e trionfa ogni ostacolo, e lascia V animo e ia monte quasi per maraviglia stu- pidi. Amplut, coptetis, graviij ormka ; in iUo premio vis maxima est Lo stile sublime adunque si usdre principalmente quando 1' animo è trasportato dai più veemeoti moti della immaginazione o della passionai e potrà aver loogOy sebbene, più di rado, quando la ra- gióne tranquilla sollevandosi, direi quasi, sopra sè stes- sa, esce in nobili ed inaspettate sentenze, e fa scorgere i più reoonditi rapporti delie idee, siechè V inteiietto ne resta atioaito e compreso. £ notale qui, ohe noi, par- lando dello stile sublime, non intendiamo parlare della natura di esso sublime, conciossiachè egli riguardi me- glio le speoulazacni dei metafìsim e degli estettoi, ehe i precètti dei fetori. Noi parliaino .dello stile, e dei modi con cui egli acquista quella veemenza e quella subii- mit^i per cui restano rapiti e quasi estatici gli ascol- tanti, per usare la frase del retore Longino. Se noi pi- gliamo ad analisi gli oratori e i poeti , facilmente cono- sceremo da che procede questo innalzamento di stile, sebbene a noi giova meglio seguire le tracce del greco maestro. Questo però abbiate per fermo, òhe la sobli- mitè dello stile e la magni6cenza non si ottengono , come «ilcuni credono, nè coli' esagerar le cose, nè coli' ammas- sare le figure, nè coir usare parole ampollose e ses({ui- Digitized by Google pedali, ma s) col preaenlàre Idee' iDdspetCaie e tiuove, col ferire il cuore con forti e non previsti colpi , e sco- prire cos^ le relazioni degli oggelti più peregrine e meao pirevednle. D. Per qutmii moii «i rende nMim h «db? R. Per cinque modi risponde Dionigio Longino: 4*^ con aiti concetti, elevate fantasie, magnanimi sen- si ; in %^ laogo ai oMieoe dagU aiiBfcli yìvì e gag^ardi , eocHàti sino all' entusiasmo ; in luogo dèlie figure, e specialmente dall' amplificazione; in 4* luogo da un' ar- dita eleganza di frase, la quale tenga alla sublimità de'ooneetti; in 5^ luogo dalla tessitttrft del periodo, e delle armonie nobili ed acconcie a rendere più efficace la sentenza. D. Come si rende sublime lo stile coi concetti? R. Quando la fantasìa viene eccitata, soTonti. volte naturalmente ne escono concitati concetti, pei quali si sublima lo stile. Virgilio, poiché ti ha descritta imma- ginosamente la Fama, dMmproyviso innalza con subli- me concetto lo stile, e le di porre il capo nel cielo e passeggiare il suolo: Jngrediturqu$ aoh» ti eapui inter mlnh oondii. Cosi Dante nel 1° deìV Inferno , dopo che ha detto che era tempo da principio del .mattino, sublima lo stile seguitando eoA : E il sol montava in su con quelle stelle Ch' eran con lui, quando Vatnordivinù ' Mme da prima qmU^ con beile. E V uno e V altro poeta, discoprendo maravigliose relazioni di cose, reca concetti che stupendamente magDìfieaiM lo stile. Naasan telAoie sarebbesi aspèllato di vedere la Fama toccar col capo le stelle; nessuno alia descrizione dell' ora mattutina avrebbe richiamato al pensiero Dio Creatore, che nel vano del ciel» dà ino4« agli astri • eoo leggi etemamente sicvire li onfina. An- nibale , presso Livio, incoraggiando i soldati, i quali alla vista di quelle altezze che sono T Alpi si erano ab- bandonati deir animo: Quid Aìfm aliud u$e eredUii quam monikun aUbuHnes? Fingermi^ aUioréi Pirrnmi jugis: ìiullas prò fedo terras coelum conlingere, nec inexu- perobilei humano generi esse. « Che altro credete voi esaere le Alpi se non allesse di monii? £ pognamo che si levino alto più che le giogaie de* Pirenei: ma certo è che non vi ha terra che tocchi il cielo, e sia inespugna- bile al genere umano. » Quante idee non si ridestavano nella memoria de' Cartaginesi a queste parole! aver essi passate le rupi dei Pirenei, come fossero giogaie di monti; e ancoraché le Alpi fossero più alle di tutti i monli, non esser invalicabili alFuomo, specialmente a quelli che erano con AnnibalCi i. quali tante fatiche e tante battaglie e tante fortune avevano superato. Nò meno sublime è V altro luogo di Livio, dove introduce Annibale a domandar pace a Scipione: Vestri patres non nihil, etiam ob hoc quia parum dignitatis in legatione ercU , negaverunt pacm. Annibal peto pacem. « I vostri senatori furono indotti alquanto pur per questo a ne- garci la pace, eh' ei non parve loro clie la nostra lega- zione fosse tanto degna che bastasse, io Annuale in persona chieggio la pace. » (Nardi.) In quella parola sola Annibale voi vedete ritornarvi alla mente il vincitore de' Romani al Ticino, al Trasimeno, a Canne, e tanto pih si sente la magni6aenza del ooncetto, peroliò pre- parata ad arte. Fu negata ^ disse, la pace , perchè non L^ yi i^uu Ly piemdigmtà aUmiìmta im bgaU die la €kktìeiMmo. Ora io, che sono ArmSfalef cioè eolui, del quale non vi è chi abbia più dignità, uè presso i Cartaginesi tante volte per lui viUoriosi, nè presso i Emani tante volte éa lui sconfitti, io stesso wngo a chieder pace. Da questi esempj vedete come egli è vero, che il sublime di concetto sta nel recare innanzi in una o in poche parole un cumulo di grandi idee, dalle qoali resta sopraffatta la «lente. Così' per questa stessa ragione sono sublimi i due se- guenti luoghi: Et eunta terrarum subacia , Praier atrocem animum Catonis. (Orazio, Ub. 2«, Oda I n toggeitato mondo i mi solo Imperò, Salvo II Sor él GMone snlmo altero. (CfiSARI.) Nè meno sublimità è ne^ seguenti versi : Egli {Ualaspina) airffluslre Esul fu scado, liberal lo accolse L'amistà sulle soglie, e il venerando Ghibelliao parea Giove nascoso ^ Nelle case di Pelope (Monti, versi premessi all' Aminta del Tasso. ) § 2°. D. Come si può dare sublimitcì allo stile cogli affetti? R. ^oa v' ha dubbio che quando F uomo è alta- mente commosso dalla passione non sia trasportato a grandi «eutense^ a magnifici ed inaspettati conoetIL Enea dfèpèrato .della salVési^a delta patria , Taóeotti ib- torno a sè pochi, li conforta con queste parole: Moriamur, et media in arma ruamm: Um ÈttluB vieHi nMam gperare tiluiem, Capaneo, presso Dante, dopo a^ere mostrato cogli atti e colle parole il suo superbo dispetta anche fra i . tor- menti, termina il suo discorso mostrando che Giove stesso esaurirebbe invano tutta 1^ sua forza per $iver di lui vittoria: E me saetti di tuUa sua forza. Non oe potrebbe aver vendetta allegta. E il nostro Metastasi© neWAttilto Regolo mostrando il suo sdegno coi^tro Publia e Licinio, in \ìfi. trasporto d* ira magnanima innalza lo stile dicendo: Taci: non è Romano Chi una viltà consiglia. - Taci: non è mia Ggiia Chi più virtù non tia. ■ • Nella parlata che Gatilina fa al congiurati , presso Sallustio, lo stile in più luoghi si magnifica e si sublima per la forza degli affetti. Egli dopo avere resa odiosa la potenza dei grandi, e mostratò lo stremo a cui erano ridotti i congiurati, per questo modo s'innalza dicendo: Quce quousque tandem patiemini , fortissimi vi- ri? nonne mori per virtutem prmtat, quam vttam mise- ram aiqueinhonestam, ti6i aliencBSuperbÙB ludibrio fine- riSj per dedecus amittere? « Sosterrete voi sempre que- sto, 0 nomii^^ fortissimi? Or non è meglio morir per mlore, che una misera e disonorata vita , poiché dal- l' altrui superbia sarete scherùitt, ontosamente perdere? Nè meno sublime è ciò che segue poco dopo; DB' nique, quid reliqui habemus , prceter miseram animam?  j«im igitur eccpergescimini. En Uh, Ula, qwm stBpe optaslis, libertas : prceterea divitice , decus , gloria, in ocuUs sita sunt. Fortuna ea omnia victor^us premia pò- suit. « Che abbiamo noi più , se non la misera vita? Isveglialevi voi medesimi: ecco la liberti che tanto avete desiderata: anche ricchezza, onòre e gloria, avete ìonaDzi agli occhi. La ventura ha poste ti^tte cotali cose per guiderdoQ di ci^oro che vìdoodo. » Nè meno sublime è il seguente luogo, che si legge nella Cantica di Marchetti, intitolata : Um notte di Dante: A noi guardia sia 1* Alpd» e all' Àl{>e noU 8 3». D. Come ti iublima lo iiUefCol mes^so dtìk figure? R. Quando T animo ò commosso, voi sapete che 1' uso delle figure più veementi è naturale, e che per quelle lo stile prende effioseia; ora vedrete come prenda ancora abito di subBsiità. OsserfBte questo luogo di Ci* cerone neir Orazione a favor di Milone: Vos, vos appel- lo, fortissimi viri, qui muUum pra republica sanguinem ^udi^tis, Vos, in viri et civis invicli appetto perictdo, eenhtriones, vosque, nUHUs: fMis non tnodo inspeekmii' bus, sed armatis et huxc judicio prmidentibus , hcec tanta virtiAS ex hac urbe expelletnr? a Voi, voi appello, o cam- pioni, ohe molto del vostro sangue spargeste per la re- pubblica: voi appello nel risico di qnest'nomo e citta- dino invitto, 0 centurioni, voi, o soldati. Adunque su- gli occhi vostri non solo, ma sdprastando voi armati a questo giudizio, lascerete da questa città cacciare una virtù così grande? sterminare? sequestrare? » (Cesari.) Se osservate quante figure qui vi sono, troverete clic i2 Id breve spazio molle; apo3(rofe, im appelh; daplica- zione , vos,vos; ripetizione, vos centuriones, vos milites; progressione inspectatUibìtó arm<Uis, judicio prcesidenti- bus; ì/fàterrogBaiiooei ex hoc urbe esq^eUetur? ed altri tropi e metafore, tutte forme di dire attamente paaaie- nate, per le quali si addoppia Y agitazione dell'affetto, e a gran copia si presentano idee alla mente in brevis- simo tratto. £ qui non mi tengo dal recare quel subli- me luogo dì Demostene tanto ledafto da Longino.* De- mostene vuol provare che egli aveva bene amministrata la repubblica: Nm erraste no, Atetiiesif ponendovi a cinmtoper la Kth&usa de^ Greci; voi ne ovete domestici esempli. Nè meno errarono quelli che in Maratona, nè quelli che in Salamina, nè quelli ancora che in Platea combatterono. Non erraste al certo , no, giuro per le ani' me di colerò che Uuciarùno larvila em caa^ di Jfaro- tona» Sembra (prosegue Longino), che per questa figura di giuramento (cui io qui chiamo apostrofe) T oratore nel suo dire abbia ^nsecrali imaggiori, mostrando che per coloro che ìm A latta guisa nlorìroiio doTesi come per gli Dei stessi giurare; e mettendo ne' giudicanti il coraggio di quelli che ivi al cimento lo esposero , pare che egli abbia iaftio passare la natura della dimostra- sione in una oltrepassante allèzBa ed affezione, ed in una fedel prova di nuovi e pellegrini giuramenti, e straordinarj e n^aravigliosi; e che negli animi degli udi- tori come un certo reale medicamento o contravveleno abbia fatto calare il diseorso, talché eccitati dagli en- comj non minori spiriti si sentissero nel cuore per la battaglia perduta ^ntro a Filippo, che per li premj * Trattato del Sublime di Dìonigio Longino, Iradolto dal greco da Anton-Francesco Cori.— Firenze, aU* insegna dell'Anco- ra, Idia.— Sesione XVI, pag. d7 L^ yi i^uu Ly delle vittorie riportate in Maratona e in Salamina: e così con avere portato via per colai sorta di figura gli animi degli uditori, si partì. Per eguali ragioni è magni- fico il seguente passo di Virgilio nel secondo della Enei- de ^ che già altrove recammo: lUiaei cinerei, et fiamma extrema meoriim, Teetor in oeeatù veitro, nee t^a, ne» nUae Fltovtotf tkee Ani0fMi;«r K fata fititmi Ui eadatentf m^fuieee mIami* £ l'altro di Dante, quale introduce Pier dalle Vigne a protestare la sua fedeltà verso Federigo signor suo: Per le nuove radici d' esto legno Ti giuro, che giammai non ruppi fede Ai mio signor cbe fa d' oaor al 4legQ0« Quante idee non contiene in sè Pespressione del prinràO verso I D. Come si rende sublime lo stile con ardita eleganza di frase? R. Quando nel nostro parlare, sia egli di fantasia 0 di afletto, con una o con poche parole risvegliamo nella mente dei lettore qualche idea grande o potente , la quale, giungendo inaspettata, occupa la mente ed il cuore, lo stile acquista nobiltà e magnificenza. Esempj ne abbiamo più cbe molti. Virgilio nel 4^' delle Georgi- che volendo accennare i trionfi' di Cesane ottenuti nei Parti, dice cosk: ... C(esar dum magnui ad altum Fulminat EuphraUm* Quale parola più grandiosa pei molti concetti , che ad un tempo risveglia l la poten^^ la celerUà dei vincere, Digitized by Google si piresentaBO air animò ad uà tratto; contro le armi di Cesare non è forza umana che resista, come ninna foraa resiste al fulmine. L' idea di fulmine ti porta ne- cessariamente Il coDOSoere la mano che lo scaglia ^ ella è la mano di Giove; vedete adunque come con una sola parola il poeta dice : Cesare è potente , invincibile, eguale a Giove. Così Cicerone con poche e vibrate parole espri- me la fuga di GatiUna, la raUna concai è fuggito, la prestezza del fuggire , la ettlK scampata per la fuga di lui. Ahiit, excessit, evasit, erupit, E poco appresso: exuUat^ et iriumphsU oratio mea. Ove, se .osservate' quante idee si ridestano a quelle due parole che indi- cano gioia ed allegrezza somma, e nella gioia e nell'al- legrezza la gioia d' aver vinto Catilina, vi confermerete sempre più in ciò che è detto. 11 padre Segneri , quel sommo fra gii oratori italiani, dopo avere numerato con beir antitesi il gaudio che deve provare un' anima in Paradiso, sublima lo stile colla soia parola Dio. — In lui vedrete le perfestioni tutte, non vedrete in lui P essere di veruna, e perciò in lui non vedrete verun difetto, tn lui vedrete candore, ma non tinto da macchia; in lui beltà. mo non soggetta a scolorimento; in lui potenza, ma non ombreggiata da emulo ; in Imi sapere^ ma non dipetidente da magistero; in lui ftoiiM, ma non sottoposta a punissiO' ni; hi lui costanza , ma non mescolata con accidenti; in lui vita, ma non dominata da morte. Che più? Vedrete Dio [o voi^ille volte be(Ui)! Vedrete Dio. Cosi nelle seguenti due terzine di Dante lo stile si sublima per la parola Sole, e nella terza per ia frase farsi corona: - E gìh la vita di quel nume santo Rivolta s' era al Sol, che la riempie  DI qudia c(Hta là <l«?'ellt frange Più tua raltexia, nacque- al mondo un Sole, Come fa questo tal?olU dal Gange. ftatt fiipoB4er« sH ooelri m lefai» « £ vidi lei (ehi BeatHee) clie H facea corona. Riflettendo da tè gli eterni rai. Quante grandiose Idee si sviluppano nella mente del lettore per quella frase si facea corona! Iddio coi proprj raggi la vestiva; non bastale; formavale sui capo ia co- róna favillante degli eletti. §50- D. Come si ottiene da uliimo di rendere magnifico ed elemto lo sHk per mezxo dèlia cow^ixione del pe- riodo? li. Per due modi si ottiene: o disponendo il perìodo in maniera che ti présenti sotto una sola idea princi- pale scoperti i rapporti con molte idee accessorie, e i membri e gì' incisi siano così disposti che ne esca una grave e dignitosa armonia*, o disponendo le parole per modo, che seguitino più da vicino che si può V anda- mento dell* idee, e quindi assalgano piùdiforsa la fan- tasia e r animo. Esempj del primo modo troviamo spesso negli oratori e nei poeti latini ed italiani; del secondo meno sovente, specialmente tra gV italiani, la lingua de* quali non molto a ciò si presta. Vedete nel seguente esempio di CICERONE (vedasi) nella seconda Catilinaria , come por grandiosa armonia ed elevala composizione di periodi si solleva lo stile: Sed si vis manifestm audacioe, si im- pendens Patrice périciilum, me necessario de hac ànimi lenitale deduxerint, illud profecto perficiam, quocl in tanto et tam insidioso bello vix optaÀdtm videtur, tU ne quts bonus intereat, paucorumque pi»na vos omnes jam salvi esse possitis. Qìjub (ptMtm^ neqm prudeniia, neque humanis consiliis fretus, polliceor vobis, Quirites; sei muUis et non dubiis Deorum immortalium signifioan tionibus , quibus ego dwrièm m home spm, èententiwnqtte sum ingressus : qui jam non procul, ut quondam sole- bant ab extremo hoste atque longinquo, sed Ine prmen- tes suo rumine, otqifB auxilio, stia tempia, oJUpue urbis tecta defenduni: guoe vos, Quirites, prwcarì, venerari, atque implorare debetis, ut quam urbem pulcherrimam , florentissimam, potentissimamque esse voluerunt, kanc^ omnibus hoslium copiis terra tnartgtie supercUis, perdi* Ussimorum cimm nefario scelere defendant. « Ma se la manifesta forza dell'audacia, se il soprastante pericolo della patria mi farà necessariamente lasciare la cle- menza deir animo mìo, io farò quello che in così grande e così insidiosa guerra pare che appena si debba desi- derare; che niun bono moia, e voi tutti col supplicio di pochi possiate esser conservali. Le quali cose, Roma- ni, io non vi prometto per mia prudenza, nò pereisser- mi appoggiato ne' consigli dell'umanità, ma per molte c non dubbie dimostrazioni degli Dei immortali, i quali mi sono stati guida ad entrare in questa speranza ed in questo parere. E non di lontano, come già solevano da lontano e "straniero nemico, ma essendo qui presenti colla divinità ed aiuto loro i lor templi e gli edifìcj delia città difendono. I quali voi, Romani, dovete pregare, riverire, supplicare, che quella città, che essi hanno voluto che sia bellissima, floridissima e potentissima, vinte in terra ed in mare tutte le fòrze dei nemici, di- fendano dalla scelleraggine di ribaldissimi cittadini. » (Dolce.) Nè meno grandioso per la stessa tessitura del periodo è il seguente luogo del Segneri, nel quale mo- stra quanto sia formidabile la divina giustizia. Ed ève mai tu potevi volger il guardo^ che non incontrassi la gif4sU:&ia divina in atto di fulminmte? Se alzavi gli occhi alt mpireò, iu la vedeui respinger quindi eoli' asta quel- Por gog li oso esercito diribelUr se li chinavi agli abissi, tu la vedevi attizzar quivi col fiato quelle fornaci caligi- nose di reprobi* Entravi nel Paradiso Terrestre, e quivi amuM dtum spada yireifole, la soofgevi manda/re in lontano esilio, e condannare ad inevitabile morte i due primi padri. Lei tu vedevi passeggiar lieta suW acqua cT un mondo naufrago; lei sedersi eontenta sopra le ceneri <f una Sodma divampata, e neW assorbimento famoso di Faraone; lei tìi miravi sollecita affaticarsi tn risospingere quei volubili monti di acque spumanti nelle teste egiziane: lei spcMSMor carri; lei franger aste; lei rùvesdar cornili; fei sommerger cavalieri. Osservate ancora quanto giovi una grave armonia a dare aria di maestà e di subli- mità alla seguente ottava del Tasso, nella quale il poeta incomincia a descrivere la rassegna che Buglione eletto duce fa de' suoi: a Tcila dama da gran d^sio compunto Vesle le membra dell' onte spoglie, E tosto appar dì toUe l'arme In punto. Tosto sotto i suoi (luci ogni uom s'accoglie; E r ordinalo esercito congiunto Tutte le sue bandiere al vento scioglie , E nel vessillo imperlale e grande La irionfanie Croce al ciel &ì spande. Ma quanto giovi l'armonia, o sia ella semplice, o imi- tativa, dicemmo a suo luogo ; e solo che voi ritorniate la mente al detto, di leggieri coaosoerete quanto ella giovi a ciò; ma forse più che V armonia giova una ac- corta ed acconcia collocazion di parole, e questo si pa- relio chiaramente dagli esempj ohe qui rechiamo, tolti L.yi.,^uu Ly di peso dal libro deirEloctuioiie di Paoto Costa, sensa di- • stenderci più oltre, perchè già anche di questa fu detto, abbastanza a suo luogo. Avendo PacuUo/Calav io ialeso come il figliuoì soo PeroUa era fersao nel pensiero di uccidere Allibale, come già vedesse cogli occhi il san- gue del gran Cartaginese, fuor di se per paura si volgo al fìgUo, e gli dice ; Per ego to, quomtmque juro, los patris facere, et pati omnia infanda velis. « Io te, fi- glio, per tutti i vincoli che i figliuoli restringono ai genitori, che tu non voglia fare e patire la piti grande nefanditii sugli occhi stessi del padre , prego e ti scon- giuro; » e poscia: Annibàlem pater filio meo potui pla- care: filium Amiihali nonpossumi v Padre, Annibale al figliuolo mio potei placare, il figliuolo ad Annibale non posso, j» In questo luogo sono anteposte le idee, che prime si offrono alla vista dell' animo appassionato di Calavio, sicché ultimo venga a recar luce il verbo, al quale il discorso si chiude. Nella preposiuone per hai eccennato, non «spresso, Tatto del pregare; neW ego, la persona che prega ; nel fe, la pregata. Quindi i do- veri da fìgliuolo a padre; poi la preghiera e la supplica, indi la persona del padre, poi la cagione della preghie- ra. Osservate con quant'arte quellMnmòafem domina la prima parte del 2° periodo, e con quanta ragione gli sussegue pater ; e al pater, fiUo meo; poi ultimi i du^ verbi: indi nella seconda parte filium, e quindi quasi a contrapposto Annibali, e il verbo a compi mdnto del concetto. Prima inCatto nella mente del padre (}ovea sor- -gore l'idea della persona cui si voleva dar morte, po- scia il pensiero della paterna autoriih, e qudlo d*an figlio che non vi si piega. La vicinanza di codesti nomi, il naturale contraslo che per essi nella mente si desta, la quale è quasi costretta a passare rapidamente a ri- flettere dall' una ali* altra persona , danno un non so che di sublime e di prepotente al discorso di Calavio, e tutta ne mostrano la concitazìon degli affetti. Per egual arte si innalza lo stile nel seguente luogo delP^ssavanti. Una madre vede venire al giudizio di Dio un figliuolo, il quale per amore di santa vita in prima entralo alla religione, lei lasciando vedova deserta, poscia abbando- nato ai vizj, aveva traviato. Ella gli si fà innanzi cosi; Che vuol questo dire, figliuolo mio! Oh se' tu veniUo qui cui esser giudicato; tu! Se si dica: figliuolmio, que- sto che vuol dire? or tu e€ venuto qui, tu ad eetere giU' dietUo? è facile a sentire, ohe V eflSoacia e V eoeellensa del dire si dileguano e si pèrdono al tutto, comunque restino integri i concetti ; e che ciò avviene per la di- versa coliocazìene. Coék pure V altro luifo delio stesso scrittore è mirabile.*— Udendo il confessorech'egli aveva morti due confessori, disse fra sè medesimo: me non uc- ciderai tu; e la forza e la vaghezza tutta dispare sol che si dica: tu nm ucciderai me, otume non ueeiderai. Ma intomo queste cose basti il detto , perchè la brevilè cbe mi sono imposta non permette di stendermi più oltre. Nullameno non mi terrò per questo di non recare uniti qui appreiso dnque esempli, i quali via meglio fsociano sentire come si ottenga la vera sublimiti: Con alti concelti. 2° Coli' opportuno governo degli affetti. 3** Con belle figure. 4» Per ardita elega&za. 5<» Per elevata cùOh posision del periodo. Bene per amore di brevitii mi terrò dall' analizzarli, sperando che i giovanetti desi- derosi d' apprendere vorranno farne analisi da sè nel modo che è stato da noi insegnato e praticato. Ssempio del Sublime oUenulo in Jbfift «lei ^andi ooaeetUi Proemio della Congiura di Catilina descritta in latino da Cojo Crispo Sallustio, e voltala in italiano da frate Bartolommeo da San Concordie, • X)mms homines^ qui sese siudeni prtestat^e co^eris fli i t i wn itfciify fumine ofe nifi ékcett wum HfeniiQ ne tramean^, veluii pecora, quùs natura prona aique ven- tri obedientia finxit, Sed nostra omnis vis in animo et corpore sUa ut: ankni imperh* corporii teruitio ma- gU ttfimnr. AUérum noè» oum Dm, allenm eum tid* luis commune est. Quo mìhi rectius esse videtur ingenii quai(gi virium opibus gloriam quasrere^ et quQniam vita iput • qua firuM^mr^ hrévh cff , mett0riam nostri qwtm mamtme hngam efficere, Nam iiHiMamtn. et farmte glo- ria fluxa atque fragilis est; virtus darà (elernaque ha- betur, Sed diu ^na^nuiti inter mortalis certamen fuUy vim corporif » m viHute anim re$ rnUUttm n^h prò- emteré$, Nam et, prtus quam Intàpia9, eonmUo; et, ubi consuhieris, mature facto opus est. Ita ulrumque per se indigens, allerum. alterèm aau;ttìo eyeL l§tiur iniiio re- gee inam in ferrh nomen mpem U prmum fuk) éi- vern; pan mgenUm^ olii eerpus emteAemt «ftam tum vita hoininum sine cupiditate agitabatur ; sua cmque saés placebant. Fostea vero quam in Am Cf/nu , m Gnema Uttedesm^mk et ÀihemenHs ecepere urbet mlqne natiónes subigere, lubidinem dominandi caussam belli ìiakere^ maxumam gloriam m maxumo imperio putare; tum demum perieulo atque nego&e oomjMrfnm cft, tn beilo fìurìmum ingenium posse, Quod H regum atque imperatorum animi virtus in pace ita uti in bello va- leret, oBqnMR^u mique eotMmlim $e$é re$ hummHB kaberent; neque aliud alio ferri, ncque mutavi ac mir sceri omnia cernerei, Aoia imperìum faàle his ariibus refinelttf» qnibu$ òntio fortum eU, Verum uU ffo lor bore desìdia, prò eontmentàa et ceqmiale lubido alque superbia invaserCy fortuna simul cum moribus immuta' lur* Ila imperium semper ad optimum quemque a minus bono iransferiur. Quas bomìnes arani, navtgant, mdifi- cani, vhrluti onmia parenl. Sed multi mortales, dediti ventri atque somno^ indocti, incultique vi/am, siculi peregrimntu^ Iransegere; qmbiu^ profecto conira na- iuram, corpus voluptati^ anima oneri fuiu Eorum ego vìlam mortemque juxta cestumo, quoniam de utraque . siletur. Verum enim vero is demum mihi vivere atque frui anima videtur^ qm aìBquo negotio intenius piteobri faeinoris aut artis bonas famam qumrU. Sed tu itM^iia copia verum aliud alii natura iter ostendit, Pulchrum est bene facere reipublicce: eliam bene dicere haud absur- dum est. pace vel bMo ektnm fiori Ucci: ti qui fé- eert^ et qui faeta tttorwn seripeere^ m«/lt lauàanHtr: Ac mihi quidem^ tametsi haudquaquam par gloria se- quaiur scripiorem et auciorem rerum, tamen in primie arduum videtur rm gestae seribere: frìmnm^ quod faeea ^etis sunt excequanda; dehinc , quia plerique , quce de- lieta reprehenderis f malivolentia et invidia dieta pu- tant: ubi de magna virtuie et gloria bonontm mmorei, quw sibi quisque faciWi faetm ptUal, a^uo animo acéb^ pit; siipra ea, velati ficta, prò falsis ducit. Sed ego ado- lescentulus initio sicuti plerique , studio ad rem]^tldkam latuM ftim» ìUquù miftt aimsa madia fisera. Nam prò pudore, prò abstìneiuia, prò mrtute^ audacia, largitio, avor ritia vigebant. Quce tametsi animus aspernabalur insolens malaruni artium, tamen inier tanta vitia imbeciUa eeias ambilione corrupla tenehatur; ae me cum ah rcliquo- rum malìs moribus dissenlirenif nihilo minu» honoris cupido eadem, qum easteroi, famm atftte ìmMia vexa- bai, Ighut ubi anhnuM ex mulHs miseriis aiqtie pericu- li8 requievU, et mihi reliquam celatem a republica prò- cui habendam decrevi; non futi eonsitium àecordia atque detidia bonùm otàum eoniereré: neque vero agrum eo* lendOy QUI venando, servilibus ofjìcus intentum, (vtatem agere; sed a quo inceplo studio me ambilio mala deti- nuerai^ eodem regressus sHiim rei gestas pojvU romani mrpftm, ttf quceque memoria digna videhantur, perseH' bere: co niagis quod mifii a xpe , metu , parùbus reipu- bliccef animus liber eral. Igilur de Calilince conjuralio' ne, quam verissnme poterò , paueìs absolvam. Ifam id faànus m prim» ego memorabile exisiumo , scelerìs ai- que periculi novilale. Ve cujus hominis moribus panca prius explananda iun£» quam initium narrandi faciam. e A tutti gli aomini , li quali si brigano di pili va* lere che gli altri animali, si conviene con somnio stu- dio isforzare che egli non trapassino questa vita io tal modo elle di loro, non sia detto elcuno bene; siceome diviene delle bestie, le quali la natura ha formate in- chinate giù a terra, e ubbidienti al desiderio di lor ventre. Ma ogni nostra vertU è posta noli* animo e nel corpo: V animo per comandare, il eorpo per servire più principalmente usiamo , e usar doverne. uno , cioè r animo, con li Dii ; l'altro, cioè il corpo, colle bestie avemo comunale. Per la qnat cosa a me piii diritto pare per istodio d' ingegno d* animo , 'che di forze di corpo, addomandare gloria e cercare onore ; e in questo modo, per cagione che la vita è briove , la memoria di noi distendere e' rallungare. Perciocchò gloria e onore di ricchezza e di bellezza è mutevole e fragile, la virtù è famosa e tesoro eternale. Ma di que- sto lue iuDgo tempo ixa gli uomini grande questione: se per forza di corpo o per vertù di animo li fatti caval- lereschi più e maggiormente andassono innanzi. Perchè anziché si comincino i fatti è mestieri il buono censi- , gliamento, e poiché i} consiglio è preso, si è sbrigaiji- mente mestieri il fatto : e coà e Fune e V altro, insuf- ficiente per sé, Tuno dell* altro ha bisogno. Dunque al cominciamento i re, perciocchò in terra questo fuc primo nome cU signoria, alcuni di loro studiavano e adoperavano in loro e in lor gente lo ingegno, e al- cuni altri il corpo. E infino a quel tempo senza avari- zia e desiderio vivevano, e le sue cose propie a cia- scuno piaceauo e contentavano assai. Ma poiché in Asia il re Giro, in Grecia li Lacedemoni e gli AteiMesi cominciarono a conquistare e sottomettere cittadì e gente; e ad avere cagione di guerra e di battaglia la grande voglia del signoreggiare; e a credere che som* ma gloria fosse in avere grandissima signoria : allora finalmente per pericoli e altri fatti fu trovato e veduto che in guerra e in battaglia molto puote e. vale inge- gno. £ se la virtù dell'animo de' re e dei signori | co- me s' ingegna e si eforza di valere nel tempo delle bri- glie, così facesse in tempo di pace, più chetamente e più fermamente starebbono gli stati umani: nò non ve- dresti altro stato ad altri andare , nè posi mutare nè mischiare tutte cose; perciocchò la signorìa agevolmente si ritiene con quelle arti per le quali al cominciamento fu acquistata. Ma poiché in luogo di affaticare viene la pigrizia , e in luogo di contenenza e di drittura ven- gono i disordinati desiderj, lussuria e superbia; allora la ventura insieme co' costumi si rimuta. £d in questo Digitized by Google — 190 — modo la signoria va a ciascun ottimo, partendosi dal mea buono: e quelle cose che gli altri uomini navigan- do, arando, edificando acquistano, alfa virtìi sono tutte ubbidienti e soggette. Ma molti uomini dati al ventre, al sonno, non savj e non composti, di questa vita tra- passarono siccome pellegrini, de^ quali, poiché sono partiti, non si cura più. AN|uali uomini centra natura il corpo fu a disordinato diletto, e V animo fu a carico: e io lor vita e lor morte egualmente giudico e stimo, perocché deli' una e deir altra si tace. Ma per vero que- gli a me finalmente pare che viva e die delF animo goda, che ad alcuna operazione inteso di chiaro e famoso fatto, ovvero d'arte buona d'animo, sua nominanza va cercando. Ma infra la grande molbitudine delle cose la natura dà diverse vie ; e 1* uno é acconcio natural- mente ad una cosa, e V altro air altra. Onde bella cosa é ben fare alla repubblica , cioè a suo Comune. Eziandio ben dire non è laida né vile : ché in pace e in guerra puote uomo diventare famoso : e quegli c' hanno fatto, e coloro che i lor fatti scrissero, molto sono ragionevol- mente lodati. £ avvegnaché non egual gloria si séguiti allo scrittore che al fattore delle cose, importante a me grande e malagevole cosa pare le cose fatte scrivere : prima, perocché come sono sutili fatti, così si conviene proseguitare, ed agguagliarli con parole e detti ; appres- so, peroceliè molti quelle malfatte cose che tu ripren- derai pensano detto per malivoglienza o per invidia : laddove di grande virtù e gloria de' buoni parlerai, se dirai quelle cose che ciascuno agevolmente creda di poter fare le somiglianti, udendole sta per contento; ma se dirai sopra a quelle , allora reputa cose composte e non vere. Ora io assai garzone, al cominciamento, sic- come molti altri fui levato dallo studio, e a* fatti del uiyui-n-G Ly Cronrane mèiialo e poslo ; e quivi molte cose mi farono contra V animo ; perocché per l' onestà e per gli com- posti atti, per la astinenza e per la virtù era disordi- nato ardtflMito e allargamento di spendere e di donare y e avarìzia : queste cose erano in me, e in me polensa aveaoo. Le qu^li cose avvegnaché il mio animo schi- vasse e spregiasse I siccome usato e non concorde- vole con quelle male arii^ nientemeno la tenera mia età corrotta per desiderio d^ onore in quelle era occupata e distenuta. £ conciossiacosaché io da' mali costumi d'altrui disoordasai e disconsentissi, importante quel medesimo desiderio d* onore e di fama, e quella- mede- sima invidia, che conturbava gli altri, conturbava e occupava me. Però quando V animo mio di molle miserie e pericoli riposò, e io mi determinai V altra etade avere dilungata da* fatti del Comune, non fti mio intendi^ mento il buon tempo del riposo, che io preso avea, di guastarlo o consumarlo per negligenza o per pigrizia4 nè eziandio intendendo a lavorio de' campi , ovvero k cacciagione, a uecellagione^passare V età , occupandomi in operazione cos\ vile. Anzi allo studio, dal quale, co- minciato, m' avea dipartito e ditenuto io disordinato desiderio di onore, a quel medesimo io ritornando, dili- berai delle storio di Roma scrivere, non per tutto, ma per parte, le cose, siccome ciascuna era di memoria degna. E tanto più in ciò mi fermai, quanto io potea sicuramente dire, sentendomi T animo lil)ero da spe- ranza e da paura, le quali due sono come due parti ne' fatti del Comune. Adunque della congiurazione, cioè del trattamento e del tradimento di Gatellina, tanto verissimamente quanto io più potrò , In brievi parole riconterò; perciocché quel fatto io stimo e giudico in prima ricordevole per novità di gran fallo e di pericoloso. Dé' cmUxm del qaàle nomò no pooo rteoiHerò , in prima che io cominciamento facci di mio dire. » Qaantt ailezia di filosofia, quaala ma^fioeosa di concetti e di parole non è in questo proemio ! La natura dell' uomo e degli umaai reggimenti vi, sono maestre- volmente dipiodi eoa |[r«vità che sempre tieiie ai sublime» Sentenze poi elevate e piene di Gatonli^na se* verità, colla grandezza della mente dello scrittore ti mostrano direi quasi in iscorcio la grandezza dell' im- perio romano , e ie fondamenta iSuUe qnalt levò tant' alto , e più da lungi il principio dèi decadimento e della riiina. Luogo più sublime per potenti concetti forse indarno si oerca fuor di Sallustio, il quale in questo genere di compressa e sentensiosa sublimili forse va innansi ad ogni altro scrittore latino. Del volgarizzamento non par- lerò, e mi basti dire ohe rado ci perde col testo, e se non lo avansa ci va sovente del pari* * ^ • Ssempìo del Sublime otkei|uto in forza dell' afieito» Proemio del libro VI delle Istiluiioni di Quinltliano, in cui de- plora la perdila dell'unico figliuolo che gli era rittmto» Filium , cujus, prfcter Marcelli sui et Coesaris ipsius in hoc opere conficiendo, utilitatem respexisset, mòrte interceptam esse dolet. Hoec, Marcelle Ficfori, eo? fmi volunttiie masàme ingrcssus, lurti si qua ex nobis ad juvenes bonos perve- nire possei ulilitaS t novissime pene eliam neauàiUUe quor dam offieii delegali mìftt, eedulo Morabam^: reij^em» tamen illam curam meco volupiaiis, qui filìo^ cujus emt- nens ingemum soUicUam quoque parenùs dU'^enliaiu ■wrghiiiir» ìum oftìmtm frnim tMctwm kmNiiimii$ vUèlmrf «1, fi m§, quad mquum et opèMU fttU^ fata inlercepusent f prceceplore tamen patre uteretur. Al me forlum id agentem diebus ac noctibuSf fulinaiUemque Mcm mem m&rtaUkUUf Um jiiMio prMmwUf mt làbih rt$ mèi frwcHMM nd mmnm mimis, qu/am ùd me, perH' nerel. lllum enim, de quo summa conceperam, et in quo $pmi unicam ienectutis mete repombamf repeiila «tii- mre atUMh amim» Qmd .mme afiinf M ^uem ullra em$ Mnm itier, diii reprebanàlmi, credami Wam tic forte accidit, ut eum quoque librum, quern de caussis corrupte eloquenii» emUi^ .jam ecrìbere e^ggremu^ »- scm ferirer. Tmw igkuir oftìmmm fmi^ imfexMm opus, et quidqu'td hoc est in me infelicium literarunif su- per immaiwrum funue eoneumpturis viscera mea flammis hgkeret neqm lume Imfiam vtmiMMi nmdt inn^fer curii feà^e. Qme emm mttl fcmM parali ìgmeeiU: sì studere amplius possum? ac non oderit hanc animi mei firmiuuem, <i qme inme eH alÀns imiu vocis ^ quam «I meàeem dece, emperetee cmmbm mccrtmf nuUam 'terfQé deipieere proviffMttiiiii iMerf #i mmo auu, età taìnen nihil objici^ msi quod vivam, potest: at ilio- rum certe^, quot utique mmeritoe more acerba damna- vk: creplm mtftt firiiit eorumdem mairCf qmm imdum expleto ostatte nndemteàme anm duo$ enixa fHìos, quam- vis Qcerbìssimis rapta folti j feìix decessit. Ego vel hoc mo malo sic eram agUeim^ ta me jam nuUa fmrtma poaet effkere fdieem. Num eum cmd Mrlaite, qiug m feminas cadit, functa imanabilem attulit marito dola» rem: tum astate ea paellari^ prasserlàm mece comparata, paieel el ipea munerari-nUer vulnera- wMkak: ei, quod nefae erai, wm {eed c pla ha i ipsa), -tiM-Mbo» fiMuriiiias cruciatus prascipiti via effugit. Liberis tamen supentiti- i3 uiyui-n-G Ly  — bus obUcéakmr^ MUà fUim wàmr ^m t i tm egnmm m- tttim, ni m ntiBr ager&m^ frìùr tkenm tr Amokiu ttmi lumen. Non sum ambiliostis in malis, nec augere lacry» marum caunas, volo: ulmamque esset rano mmuendL Sed di$iimulwrt qm poMicm, quid iUi yaiim m mAm» qmd jucirncKlAlit In $armone, quoi ingeàn ègmmihit quam prwslanliam placidce, el (quod scio vìx posse credi lanlum) alice menù$ oUenderei? qualis amorem qukum' qu€ ofiefiNt imfan$ merenimt. JUmi vmto iitriiiianlti» qm me voMìm eruótaret, forhOHB fuii, ut iUe mUà Man- dissimus, me suis nutricibus^ me avias educanti, me om- 4Ùbu$, qui BoUUUne' soUu iUoi wlaUÈf mUeferreL Qmar propier UH dohri, quem ^» maire <iplmMi, aiqu» kiadè» 4)mnem supergressa, pauco» ante menses coeperam, gra- tular, Mirxui enim est, quod fiendum meo nomine, quam qMod tUitft gamdmd$m eti. Una peti h&ge OìàtUàtUmi -mei spe oc viÀnpimte «tleior ; d poserai sufficere «oblio. JVon enim flosculos, sicut prior , sed jam decimum aslatis ingrmui anuum^ ccrioi alqua deformaioi frucius ostm- deroL Jiiffli p$t. mala nm^ per mfeliaam eaMdoiliam« pet iUoB manes, mnnùna doloftt m«t, km wu m ìBo 9h disse virtutes ingenti ^ non modo ad percipiendas disci- plinai, quo mhU pnetiauéiuB cogmm, pbuima expaum^ fl urfì if u e jwn .uam nm ùimed {sdimi prmtplorer), «erf prohilalis, pielalis, humanitatis, lìberalìlalis , ut pror- sus posaii hinc esse tanti fulmmis melus, quod obierva- imm fera atkrìm oaàden fiuHnakun mamrkatm: et t$n nemm quam, qum spm UuUai daeerpat , hvUimn: ne videlicei ultra, quam homini dalum est, nostra prn- vehantur. Eliam iUa foriuita uderaM omma, vocìi jii- etmdiiM dmiiAffiie, ora amviuta, of tu àir^temmqm lingua, iamqmm ud mm 'émmm mim enei, esFpm m proprielas omnium Ulerarum, Sed ìuec spei adkut:: iUa WHjcn, emutminmt j^istrifot » eonfra dobrc» arim» nuiuB rohtr, Màm fu^ iib ammo, qua miikorum atf- miratione, mensìum odo valeludinein tulli ? ut me in supremii consokuus est ? qum etìam deficit » jamque non noiteTj iptum Uhm atìenaue mentis enorem àrea solai litteras hahuit f Tuotne erjo^ o mete spes inanes, kifenèes oculos, luiim fugienlem spirilum vidi? Tuum eorpm frigidim exangue compkxus^ ommt^m redpgrei amramqm oomnmnm hmrke ampHw potiti? ^^im ftif omciaffòtif, qme fero, diqnm ine eogilationilms. Tene consulari nuper adoplione ad omnium . $pes /ioao* rum pairis aémoUmf ie .avuneulo praséori generumish etìnatum^ ie omnmm epe nitìeee deq^untke eendiiatumf supersles parens larìiiim ad poenas, amisi? El, si non cupido lucis, cerU patienlia vindUcei le r^liqua ceta" te* Ifam fruom moto omma ai erìemi forumae rdegn* mne. Nemo, nid enm enlpa, din. doki. Sei viemmSf et aliqua vivendi ratio qucerenda est: credendumque doc- tissimis hominibus , qui unicum advenortm soUnium Ikteras'pwemferunt. Si quamde tnmen itn retederit- prte- tene ìmpetue^ ut aUqua tot luelèhm nUa «olimpo éneerì possity non ìnjuste petierim marce veniam, Quis enim dilaia studia miretur^ quee palius non abrnpta esse mi* ranésM est ? Tum^ si fsa nmiif fuerint ^fsekt tir, qmes levitis adfiuc afflicli cosperamus^ imperitice aut fortunw remittaniur: quce^ si quid me^^oerium aUoqui in nostro ingenìo tMum fms^ ut non erlmMrti, debuttanti fa- iiMii. Sed vsl propter hoe noe eensuntadus erigstmuSf fuod Ulum ut perferre nobis dijjiciie est , ita facile con- temnere. Nihil enim M advereus me reUqmi, etf infe- Beem quidem^ sed e&ttissimmn uesun^ aitedèt mshi e» hit malh secufttatem. Ami unum esmmdm noetrum laborem vel propter hoc <equum est, quod in nuUum jam pr&pfhm man» perMeramut , ud mMiit km emm mà alienas uiHiiatei {si modo qiM «fiie ffrlMmiu) speeiau No8 miseri^ ikut facuUaiis patrìmonii nostri^ ita hoc opu$ QÌHt prmpaitabammf alm nUqumUi. c Dopo avere iatrapresa quest' opera specialmente per secondare il tuo genio, Marcello Vittorio, ed anche per fare ai giovani dabbene quel giovamento cèe io potessi, ultimamente veggendomi anche in certo modo necessitato dal carico impostomi, m'affaticava attorno ad esM con applicazione, non perdendo però di vista quel pensiero eb© era V oggetto del mio piacere, Ab slimava che la miglior parte dell' eredità che al mio fìglittolo (il cui eminente ingegno meritava anche la sol- lecita attensione del padre) potessi lasciare, ftaae 'que- sta , che se la morte , come etato sarebbe giusto e desi- derabile per me , m' avesse sorpreso , ei non lasciasse d* aver ancor per maestro il suo padre. » Ma, mentreobè a CIÒ io attendea gionio e notte, ed affretta vami per timore d' essere còlto dalla morte, la fortuna m'ha d'improvviso talmente diserto, che il frutto della mia fatica a niuno può toccar meno che a me. Pereiocilièi raddof)f>iaodo8i, la ferita dMl'«rbi4k, quel figliuolo perdetti, di cui concetta avea altissima idea, e in cui l' unica speranza di mia vecchiezza rìpo- nea. Che cosa ora farò? o a obe crederi io d'esser buono d* or innanu, poiché gli Dei mi riprovano? . ..^ » Imperocché anche quando presi a con^porre il libro che diedi in luce sopra le cagioni della corruzione Ml'^hquemn, per mala ventura accadde d' essere d' ua colpo simile a questo percoiso. Allora dunque sarebbe stato meglio che avessi nelle i\amme di quel rogQf acceso sì iircinaliifanente per cónèumare le vi^ soere mie, gettata qaeUMalaoflta opera, é tutta questa sventurata letteratura ch'io possa avere /senza affati- care ancora eoa novelle cure quest' empia lunghezza di yita. Perciocché qua! buon |>adre potrà perdonarmi, ae ho II coraggio d^ occuparmi ancor nello studio? e non detesterà la fermezza dell' animo mio , se io fo altro uso della mia voce che per lagnarmi degli Dei che m' han fallo sopravvivere^ a tutti i miei, e per dioinarare che non e' è Provvidenza che vegli §ul1e cose di quaggiù? se non per la mia sventura, cui non si può però rin- facciar altro, se non che duro ancor in vita ; almeno per ia sventura di quelli che contro ogni merito loro m'ha acerba morte involati; essendomi prima stata rapita la lor madre, la quale dopo aver messi al mondo due figliuoli, non avendo ancora diciannove anni com- piuti, bencfaò da morte acerbissmia rapita, partì però avventurata da questa vita , e , cfé che era ingiusto , cru- dele (ma il bramava ella stessa) per aver lasciato me in vita , a grandissimi tormenti per precipitosa via si sottrasse. Io per questo infortunio anche solo era'rimaso talmente afflitto , che ninna ventura mi potea più render felice. Perciocché , oltreché per aver praticata ogni virtCì che a femmina si conviene, un inconsolabile dolore ca- gionò al marito ; per emre morta in una etè sì fandnl- lesca, specialmente in paragone della mia, si può no- verar anch' essa tra le trafitture che cagiona il rimaner privo de* figliuoli. » Io nondimeno mi oonsoiava co' figliuoli che erano dopo lei rimasi. Il figlio minore, dopo avere compiuti cinque anni, acciocché continuassi a vivere tra le di- sgrazie, fu il primo a cavarmi 1* uno dèi due occhi, lo non sono ambiziosor nelle sciagmre, uè voglio le cagioni I — 1QS — aeereicere del lagrioiaro (piaoeflfle afisi al cMoche oi fMBeiBodo di^diminulrle); ma come dissìiDalar .potao qual grazia egli avesse nel sembiante , qual gentilezza nel parlare, quai faville ingegno mostrasse, e quale ecoeìleiìta di oa* ankoa tranquilla, e (ciò ohe so eteoe appena credibile in una tal etè) df uti* anima elèvala? un tal fanciullo, di qualunque altro fosse stato, sarebbe slato degno d' amore. » Ma lift tratta dairifiisidiatrioe fortuDay per tormen- tarmi più crudamente , fu , ch'egli mostrandosi pili ca- rezzante con me che con ogni altro, me alle sue nutri- ci, me air avola cbe avea cura di lui, me a tutte le per- sone che colle careisaalletlar sogliono queir età, prefe- riva. Per la qual cosa quel dolore ringrazio, che pochi mesi avanti ebbi a provare per la morte della sua ottima madre, e che lodar non si può quanto merita: percioc- ché meno c'ò da piangere per rigumlo alio y di qilel ohe ci sia da rallegrarsi per riguardo suo. f. » Restavami dopo queste sciagure il mio Quintilia- no ^ oh' era tutta la mia speranza e T unica mia delizia; e veramente ei pdtea biuitare peMuia-coBaoheione* Im-* perciocché non fiori, slocoree il primo, ma 'entrato già nell'anno decimo dell' età sua, mostrava frutti formati, dei quali era sicura la rapcolta. Giuro per le mie scia- gure, pel d(riorosQ.te8timomodi mia coscieitaa,. per quei Mani che sono gV idoli del mio dolore, d' aver veduto in lui tali virtù d' ingegno, non solamente per apprendere le scienze, del quale non ne conobbi alcono più eccel- lente con. tutta l'euperieflUa che 'ho, edlstudie sin al- lora non isforzato (i suoi maestri il sanno], ma di pro- bità, di rispetto, d' umanità, di cortesia, che certamente ^'può per quesU^-temere un A- gran colpo di fulmine, chè'siikoiidiaarìaraciijte-'esaervatfifehe tutto oii che ^u- Digitized by Google glie si presto a maturità, più presto finisce; e che regna una segreta invidia la qurie portasi yia si belle speran- se, per impedire appunto che le nostre cose non si sol- levino al di sopra dei confini che all' uomo sono prescrit- ti» £gii avea altresì tutti i vantaggi che dà il caso, un SQono di Tooe piacevole e chiaro, una flsonomia amabi- le, e in quel delle dite lingue tu vuoi, un pronunziare scolpito di tutte le lettere, come se nato fosse unica- mente per quella. » Ma queste non erane ancora se non preparasioai per r avvenire: erano ben più rilevanti le>ae virtù della costanza, della gravith, e della fortezza eziandio con cui stavasi saldo centro i timori ed i dolori. Peroc- ché, oh oen q«al coraggio, con quale stupore de' medici sopportò egli una malattia di otto mesi ! oh come negli ultimi momenti di sua vita mi consolò egli stesso ! oh cerne anche in sul mancare, e, non essmido ornai più di questo monde, in quelle stesso vaaeggier die iacea , avea sempre la mente occupata soltanto negli sliidjl Ho io dun^ que (o mie vane speranze !) veduto venir mono i tuoi oc- chi, e il tuo spirito Aiggire? Tenendo tra le mie braccia il tuo fredde corpo esangue, ho potuto ancora ripigliar fiato e respirar la comune aura vitale? merito io bene questi tormenti che soffro, merito ben questi tristi pen- sieri, le dunque, che per essere poc' anzi stato da un console adottato, potevi sperar di succedere e tutti gli onori del padre; te, che eri già da un pretore tuo ma- terno zio per suo genero destinato, te, che tutti spera- ' vano di vedere aspirare al vanto dell' attica dcquenea, ho io perduto; ó padre sopravvivo a te solamente pér patire? E se non ti vendica il niun desiderio che ho di vivere, ti vendicherei almeno la miseria che soffrirò nel restante di mia vita; percioochò invano noi imputiamo uiyui-n-G Ly Google - 200 — tutti i raali alla fortuna. Niuno è lungamente inOelice , se non per sua colpa. » ila noi vìviamo, ed èjùene ohe qoalohe oocupa- zione cerchiamo in cui impiegare la vita: e convien cre- dere ai più dotti uomini che hanno riguardate le lettere come l'imioo sollievo nelle avversità. Se mai però il do- lore che al presente m'opprime, in modo si oalmer^, che fra tante afflizioni possa aver luogo qualche altro pensiero, non senza ragione domanderò perdono del mio ritardo. Di fatto obi si stupirà che sieoo siali differiti gli siodj, i quali è anzi da stupirsi cbe siali non sieno interamente abbandonati? Inoltre se qualche cosa sarà meno compiuta di quelle che avevam cominciato, quando eravamo ancor meno afflitti, se ne dia la colpa alla mia insufficiensa, o alla mia rea fortuna; la quale se io avea per avventura un ingegno punto capace a qual- che cosa, benché non V abbia spento, l' ha però indebo- lito. Ma alnoten per questo riflesso, facciamo! piùoali* natamente coraggio, che, siccome ci riesce diflieile il sopportarla, così ne è facile il dispreizarla, perciocché ella non si ha lasciata cosa con cui nuocermi ancora, e ha dopo questi mali recala un' inCaliee si, ma porò certissima sicurezza. » Del resto son sicuro che in buona parte sarà presa la mia fatica, almeno per questo rispetto, che non la proseguiamo più per alcun nostro interesse particola- re; ma tutta questa cura, come utile agli estranei (se • pure è punto utile ciò che scriviamo) , è tutta per gli estranei. Noi meschini, siccome le facoltà del nostro pa- trimonio, cosi quest' opera abbiamo preparalo per §^i unì, e lasceremo tutto agli altri. » a {VolgarùunmmUo di Jacopo Gùriglio.) uiyui-n-G Ly Google — MI — Luogo più eloquente e più delicato di queslo non ho mémoria d' avere lelto mai. Un padre che perduta la moglie e Futi fi^iuolo ai dh lutto alla cura delFunioo che gli avanza, e in che tutte ha riposte le speranze sue; che sul meglio sei vede rapire, e tornar vane le sue fatidie: un padre ohe sulla tomba dell'amor suo perduto depone le sudale fatiche della sua mente , e la* montando la trista sua fortuna quasi cerca rincuorarsi riandando tutte ad una ad una le sue miserie^ non può parlare pih teneramente , più lagrimevolmente di quello che qui fa Quintiliano. Osservisi quanto sono naturali i concetti, come spontaneo e naturalissimo l'uso delle figure. A me sembra che a dimostrare V affettuosa su- blimità di questo luogo non faccia di mestieri usarvi V analisi; ma interrogare il proprio cuore. E s'io al cuor mio mi appello, ne sento tutta la pietà e la bellezza che lo rende sublime; nè dubito che vi sia persona sk sel- vaggia e dura ohe noi aenta con me. La traduzione è facile , piana , fedele , ma forse meno affettuosa, perchè alquanto fredda. Tuttavia ha di bei pregi nella sua elegante semplicità. Xfmnpio d*l Soblame otteooio per !• ISgore* Siordio e propoifstofié della predica del padre Paolo Segneri eoniro la nuda Politica. * Expedit ni OBMt morìatur homo prò popolo. JOKAM., 11. ÓO. E fìa dunque spediente a Gerusalemme che Cristo muoia? Oh folli ocmsi^il Oh frenetiei consiglieri l Al- * n Golonbo nella seeoadi dille tee taioM Mito ito^^ dé «se eolla Amila dice mi di qveilo etordk: c Qui voi fedete adope- » fate e l'iatanogaiioDe, e Teielamiilone» e Ismatafoit» e la si lora io voglio che voi torniate a parlarmi, quando, co- perte tutte le vostre campagiìe d' arme e d' armati, ve- drate V aquile romaDe far nido d' inioraó alla voalre ramra, ad appena quivi posate- agusiar gli arligU ed av« ventarsi alla preda : quando udirete alto rimbombo di tamburi e di trombe, orrendi ficchi di frombole e di $ae^-. te^ oanfiiaa grida di iariii e di moriboodi^ allora io vo* glie ohe aappiaie ri^KMidere, se ^ -aapedienie. BaopédU? E oserete dir expedit^ allora quando voi mirerete correre il sangue a rivi ed alzarsi Ja strage a monti? Quando ro- vinasi vi BiaiiebBraano sotto i piè gli editisg? Quando svenato vi.laDgenranDO ìnnansi agli occhi le spose? Quando, ovunque volgiate stupido il guardo, vi scor- gerete imperversare la crudeltè» signoreggiare il furo- re, regnar la morte? ahi non dittano, gik $agfedit, que* bambini die saran pascolo alle lor madri affamate: noi diranno quei giovani che andranno a trenta per soldo venduti schiavi : noi diranno quei vecoh* che pende^ » necdocbe, e ripotiposi, e V enunusmione, e la ripelizioDe: voi » le vedete succedersi i' una air altra , anzi intrecciarsi e mesco- » larsi , e non formar più tulle insieme se non una sola figura. » Questo linguaggio sì straordinario non dee dall'oratore tenersi )> fuor che nel colmo dell'entusiasmo, quando la fantasia somma- » mente agitata dalla viva apprensione di casi gravi, funesti, alro- )> ci, compassionevoli, lo coinmove al maggior segno, eccita in lui » le più gagliarde passioni , e lo ir;ie quasi fuori di se. Il parlare a >) questa foggia in altre occasioni, demenza sarebbe, non arte, lo » non mi saprei dove rinvenire in alcun altro de' nostri oratori un » tratto di eloquenza sì pien di calore e d' iuìpeto e di energia, e » condotto con tanto e così Ono artilizio: e ad ogni modo non ose- » rei proporlovi siccome cosa da invaghirvene e lenlar d'imitare. » Le commozioni , che destansi con arti di tal falla, soglion esser » grandi, ma passeggiera: e li finé principale deiroralore deV es- >iKT quello di lasciare negUaniaii dagli «dilori «m4 imafaisiool Digitized by Google ranno a cinquecento per giorno oonfiUi in croce. Eh, obo non «cqMitt, infelioi; no^ cba non escpeiU. Noa ex- pedU uè al sanluario che rimarrà proCnial» da abboni* ne voli laidezze, nè al tempio che cadrh divampato da formidabile incendio, nè ali' aitare dove uomini e donne si scanneranno in cambio di agnelli e di tori. Non ex- pedit alla Prdbatica , che vuoterassi d* acqua per correr sangue: non eocpedit all' Olivete, che diserterassi di tron- chi per apprestare patiboli: non expedii al sacerdozio, che perderà T autorità ; non al regno, ohe perderà la giurisdizione ; non agft oracoli, che perderan la favella; non a' profeti, che perderan le rivelazioni ; non alla leg- ' gè» che qua! esangue- cadavere rimarrà sanità spirilo, aensa forza t senza seguilo, senaa onore, seiuia comanr do; nè potrà vantar più i suoi riti, nè potrà più salvare i suoi professori. Mercecchè Dio vive in cielo, alBne di ornare e confondere tutti quelli i quali più credono ad una maliziosa ragion di stato, che a tutte le ragiom sincere della giustizia ; ed indi vude con memorabile esempio far manifesto, che non est sapientia, non est prudentia, non est coìisilitm cantra Domiaum, (Prov., 84, 30.) Ecco: fu risoluto di uccider Cristo, pen^ i Bo- mani non diventasser padroni di Gerosolima ; e diven- tarono i Romani padroni di Gerosolima , perchè fu riso- luto di uccider Cristo. Tanto è facile al Cielo di trasfor^ mare questi malvagi consigli, e mostrare come quella politica che si fonda non ne' dettami delF onestà, ma nelle suggestioni dell' interesse, è un' arie, quanto per- versa, altrettanto inutile ; e ;la quale anzi, in cambio di stabilire i principati, gli estermina ; in cami})ÌQ di arric* chir le famiglie, le impoverisce; in cambio di felicitare r uomo, ii distrugge. Questa rilevantissima verità vo- gl'io per tanto questa mattina studiarmi di far palese per pubblico beneficio, provaado che noa è mai utile quello^ che non è onesto ; onde nessnnò si dra follemente a credere, cbo per eméte felice gior! eséer empio. (Predica) Zsemplo del Sublime ottenuto da ardita eloquensa» M C$p. 4$ idie Frrertà ooalMa « Eudossia per non aTcre chi alla sua ambizione e cnpldtlè tenesse la brìglia corta, ciò che feceva Cri- sostomo, vinta r innocenza con la forza, il ricacciò per mano altrui di Costantinopoli in esìlio. Partissene egli per non averd mai piti a tornar vivo, e portò seco il cnere e^l' allegrezsa di tntti, che senza lui, come privi del sole, in una densa malinconia rimasero. Sola F ere- sia d'Ario, sola T invidia degli empj si vide far festa, mentre la religione, e con essa il coro di tutte le virtti inconsolabilmente piangevano. Dove egli passava, a guisa d' un fiume in cui corrono a mettere tutti i rivi delle acque dintorno, venivano a lu ipopoli intieri a vedere quel secondo Paolo incatenato, quel gran mira- . colo dell'Oriente, e a baciar le sue catene, e a conso- lare con un comune compianto le sue miserie. Benché anzi egli era quegli che consolava tutti, e, nel pubblico dolore allegro, andava più in trionfo che in bando. Fra gli altri che per sua cagione acerbamente si dolsero, fu un santo vescovo per nome Ciriaco, che obbligato alla cura della sua gre^a, né potendo partirsene, gli mandò in una lettera il cuore: e vi si vedeano più le cancella- ture delle lagrime che i caratteri dell' inchiostro. Cri- sostomo, impetrata ad una mano la libertà delle sue catene, consolò lo afflittissimo amico con una risposta di questo tenore.  - CUriaoo, questa è la prìma Tolta, ohe io posso do* ' lomi dt Toi, mentre veggo che voi tanto vi dolete per me, e senza volerlo amareggiate le mie allegrezze col vostro pianto I e intorbidate il mio sereno coi vostro do- lore. L* amore che mi portate mostrar che non mi ama-» te: altrimeatt non vi dorreste di' veAermi rapito da un turbine che mi solleva , e porla per la strada d' Elia al cielo. Voi cominciate ora a lagnarvi del mio esilio, ma io tanto tempo è che lo piangOi quanti anni sono cdie io vivo. Dacché seppi òhé il cielo è la mia patria, lo chiamai sempre tutta la terra un esilio, e dovunque mi fossi , mi tenni per isbandito. Tanto è lontano dal Pa- radiso Costantinopoli d'onde mi cacciano, quanto il de- serto dove mi mandano. Io non ho avuto mai il piè stabile sopra la terra , perchè non ho mai trovato nulla di stabile in terra. Quindi, come chi sta sotto le rovi- ne, e sopra i precipisj, son sempre ito fuggendo, e cer- cando in tanti pericoK sioureiza. Mi cacciano di Costan- tinopoli: oh! mi cacciassero di tutta la terra: mi cacciassero da me stesso: perchè temo ancora me stes- so; e il mio spirito da queste roviuose membra, da cui rimarrà con la morte oppresso, vorrebbe una volta fuggirsi. Voi ancora temete che neir esilio m' uccidano. Ciriaco, voi temete ohe ad un fuggitivo ^pran le porte, e diano la liberth. Che mi faranno? Mi crocifiggeranno? Ed io su la scala d' una croce salirò in due passi al cielo. M' abbrucieranno? Volerò su l'ali di quelle fiam- me alla mia sfera. affogheranno in mare? Troverò in quelle acque il mio porto. Mi gitteranno alle fiere? Quanto maggiori mi faranno gli squarci , tanto più . ampie mi apriranno le porte alio spirito bramoso di li- bertò. Mi troncheranno la testa? Toglieranno te un sol colpo la testa a tutti i miei nemici, che ho dentro me slesao. Povertà che mi spoglia, infermità che mi tor- neata, disdnor oba mMnfiiinai afilisioiii ehe iii o)iprt« mono, tutti questi miei nemiei morranno con me, ed io morrò ad essi , ma non con essi. A mille naufragj un porto, a mille nodi un taglio, a milie ceppi uoa chia- ve, A mille laberinti un filo, a mille morti iia sol ri- medio: per non mai piti morire,* morire una voha. In fine consolatevi meco, e rallegratevi, in vedendo, che obi tanti anni ha che fugge dal mondo, ha dietro, con nome di ecUati^^veemeotiesimi aiimulaton die ^i al^ frettaoo il passo , perobè più presto giunga- eolà , d'onde altra pena maggiore egli non prova che vedersi lon- tano. » • ■ Io credo che a mostrare come si sublimano le scritture per ardita eleganza niun altro luogo classico giovi. piti di questo. Che enfasi^ che intreccio di figo- re, ohe fona d'aiitilesi e di gìradaskme ! I modir sono non solo esprimenti , ma calzanti , ecolpiti , e di tanta eiScacia sul T animo, che non è lettore sì freddo che al leggere.queala leiiiera non 61 soaldie non s'infiammi^ Vogliamo però av.Ya9titi i giovani che ee il sublime ehe si ottiene per arditezza d' eleganza è di molto potente a rapire gli animi e ad infiammarli, è però di 4UoUo pe- ricoloso, e sovente chi ne va in traccia oi cade prima d'ottenerlo. Ma&mpiù del SubUmo olteanlo per elavala «oniponiSoM il. Giovanni della Cnta ntlV esordio della prima ora%ifMe a Carlo V imperalore. « Siccome noi:Yflggt«n)o interveuire alcuna volU; Saora Maaiià^ ohe quando o conetai o alira nuova loee è' apparita aril'aria, U più delle feiUi rivolte al cielo mirano colà dove quel maraviglioso lume risplen- de, così avviene ora del vostro splendore e di voi; per* oiooefaè laiU uomini ed ogtii popolo, e oiascona parte deUa terra risguardft vorao di voi solo. Nè eroda Vostra Maeslh, che i presenti Grecie noi Italiani ed alcune al- tre nazioni dopo lauti e tanti secoli si vantino ancora e si raUegriao della momorìa de' vidorosi autiohi pria- -cipl loro; ed alibiamo ift faooea pur Dario e Ciro e Serse e Milziade e Pericle e Filippo e Pietro ed Alessandro e Maroeiie e Scipione e Mario e Cesare e Catone e Metel- lo; e qiaesta etk non a gforìi e non sì dia.vauto di aver voi vivo e presente: arn» se ne esalta, e vìvene lieta e superba. Per la qual cosa io son certissimo, che essendo Voi locato in &ì alta e sì riguardevole parte, ottima- mente ooómoete, ohe al irostro aliissino grado m oon- viene ohe ciascun vostro pensiero ed ogni vostra azione sfa non solamente legìttima e buona, ma insieme an- cora lodabile e generosa; e che ciò che procede da voi, -sia non eoiament» lecito e eenoednto, ed approvato, ma magnanimo insieme, e commendato, ed ammirato. Conciossiachè la vostra vita, e i vostri costumi, e le vostre maniere, e tatti i vostri preteriti e presenti latti siano non aolamenle atleai e mnaii, ma ancora rac- colti e scritti e diffusamente narrati da molti; sicché non gli uomini soli di questo secolo, ma quelli che na- uiyui-n-G Ly , sceraniao dopo noi, e qaelli che saranno nelle fatare età e nella lunghezza e neir eternità del tempo avveni- re, udiranno le opere vostre e tutte ad una ad una le $aperanno; e, come io spero, le approveranno tutte siccome dritte e pura e chiare e grandi e meraviglio- se: e quanto il valore e la virtù fìa cara agli uomini ed in prezzo, tanto fìa il nome di Vostra Maestà som- mamente lodato e venerato» Vera cosa è, <te malti sono i quali non lodano cotA pienamente, ch'ella ritenga Pia- cenza, come essi sono costretti di commendare ogni cosa che infioo a quel dì era stata fatta da voi. £ quantunque assai diiaro indiiio possa essm a deaciuio che quest'opera è giusta , poicM ella h vostra, e da voi operata; nondimeno, perocché ella nella sua apparen- za, e quasi nella corteccia di inori non si conià colle altre vostre asiani, molti sono coloro, che non la rico- noscono e non l'accettano per vostro fatto ; non contenti che ciò che ha da voi origine si possa a buona equità difendere, ma desiderosi ohe ogni vostra operaaione si convenga a forca lodare. E veramente se io non sono ingannato, coloro che così gtiidicano, quantunque eglino forse in ciò si dipartano dalia ragione, nondimeno lar- gamente meritano per dano da Vostra Maestà, permoc- chè se essi attendono e ricercano da lei, e fra le ric- chezze della sua chiarissima gloria, oro finissimo e senza mistura; ed ogni altra materia, quantunque no- bile e preziosa, riiotano da voi; 1a colpa è pure di Vo- stra Biaestà, che avete avveasi ed abituati gli animi nostri a pura e fina magnanimità per sì lungo e si con- tinuo spazio. Perocché se quello che si accetterebbe da altri per buono e per fe|^ltiao, ^ voi si .xifiuia; e non come non buono, ma cene non vostro; e non co- me scarso, ma come non viuìtaggiato non si riceve; e perchè voi lo scambiate, vi si rende: ciò non si dee at- tribuire a biasimo de' presenti vostri fatti, ma è laude delle vostre preterite asioni. £ quantunque V aver Vo- stra Maestà, non dico tolta, ma accettata Piacenza, si debba forse in sè approvare; nondimeno, perciocché questo fatto verso di voi, e con altre chiarissime opere comparato, per rispetto a quelle molto men riluce, e molto men risplende, esso non è da' servidori di vostra Maestà, come io dissi, volentier ricevuto, nè lietamente collocato nel patrimonio delle vostre divine laudi. £ ve- ramente egli pare da temer forse che questo atto possa recare al nome di Vostra Maestà, se non tenebre, al- meno alcuna ombra , per molte ragioni: le quali io priego Vostra Maesthi che le piaccia di udire da me di- ligentemente , non mirando quale io sono^ ma ciò ehe io dico. » Quante volte io mi fo a rileggere questo esordio e tante a quel maestoso ed elevato andamento del pe- riodo mi pare cosa nobilissima e veramente sublime. E se in altri fa effetto eguale che in me quella maestosa gravità, non dubiterei affermare che ci richiama col . pensiero ai tempi gloriosi della romana eloquenia. Di- ranno alcuni che le orazioni di Monsignor della Casa alcuna volta patiscono di freddo, e sentono del misu- rato, e forse in tutto non diranno male; ma ove esse si scaldano un poco, gareggiano con quelle stesse più grandi di Tullio. D. In quali vizj s' incontra cercando di ^limare io stUe ? R. Come per cinque vie si ottiene di condurre a sublimità lo stile, così per cinque si porta a vizio. 4^ Rafiìnando troppo i concetti, forzando le sentenze, e traendo fuor del verismile le immaginasìoni. Pro- li uiyui-n-G Ly  — laogjaado V afibUa e' loglìindogli wrììk «cni arte troppo scoperta. 3" 0 spesseggiando senza discrezione nelle figure» ovvero U3dudo modi mal acconci, di troppo ppr^ereionati, e tratti soverchiameote di lontano: 4^ Mostrando troppo artificio nelle araionie, e sacrìfi-^ eando all' armonia i concetti. Collocando con sover- chio arte le parole, e rendendo aspro ed intralciato il ooatmtto. E riguardo al prime tìzio a collo raffinare soverchio ti porta, che è l'affettazione e ia stranezza, {Quintiliano ne avverte, che pUrique nimis etiam inven- thmcf^ gamdmt, qtks wàsciMm vititm habent, invmtm fdcie ingenii blamdiuntur. <r I più troppo anche si piac- ciono di certe invenzioncelle che esaminate hanno in *sè Visio, appena trovate hanno faccia d'ingegnose. » Uditene un esempio nel BartoK< Assomiglia egli il* mare in tempesta ad un furioso, e dice cos^ : Comeun furioso, che seioUo dalla catena , smania , e si dibatte, ed imper- tmm, e vMigghia, e »i iieva ìUto, e eorrB, e awmUa, e ixé$y é ekmm mniéro dks mmM tembpa enere un paizo intero. Chi non vede 1' affettazione e la stranezza, che è neir ultimo concetto? 2° Per eguale maniera si dh nel^ freddo e nel poerile volendo prolungare oltpe il debito, é con arte eeeesiSva far più seirtita la f^asetom». Sappiamo che le passioni quanto più sono violente , tanto più SODO brevi, e però ohi le porta fuori della naturale misara, ne perde ogni buon eflfetto. Vedetelo in questo ln<^ del Tasso. (Can. XII, stanza M.) Giunlo alla tomba, ove al suo spino yìto Dolorosa prfgione il €Ìel prescrisse, , , Pallido, freddo, maio» e quasi privo Di mOTimento, al marmo gli ocelli afl^ssQ. AIfln sgorgando un lagrlmoso rÌTo , ' ia wi lanflpsiide oimè proroppe , e disse: su - 0 sasso amato ed onorato tanto; Che dcnLro hai le mie fiamme > e fuori il piaoLOy Non di morte sei tu , ma di vivaci Ceneri albergo, ove è riposto Amore; E ben sento io da te le usal(» faci , Men dolci sì ma non men calde al core : Deh! prendi i miei sospiri , e questi baci Prendi eh' io bagno di doglioso amore; E dalli tu , poiclì' io non posso, almeno All'amale reliquie eh' bai nel seno. Dàlli lor tu; cli^, se mai gli occhi gira L'anima bella alle sue belle spoglie, Tua piotate e mio ardir non avrà in in: Ch* odio o sdegno lassù ooo si raccogUa» Perdona ella il mio fallo , e sol respira In questa speme il cor fra tattte doglie. Sa oh' empia è«soI la mano ; e non Fé noii, Cbe, s'MMade lei fissi « Motiido r moia. £d amaodo monr^: feltoe gimm Quando cbe sia; ma più felice mo]to« Se, come errando or fado a te d* intomo, Allor sarò dentro al tuo grembo accolto. Paoelan l'anime amicbe In elei soggiorno. Sia r nn celiare e T altro In un sepolto: Ciò cbe 'I viver non ebbe , abbia la morie. Ob («se sperar dò- lice) altera sorte! Chi non sente raffreddarsi il cuore a questo artifizioso lamento? Chi è sì fuor di sè, che j)er 32 versi interi si fermi a parlare con un sasso , e a concetiizzare per questo modo, tanto piìi che II concetto è sempre Indi- zio di passione falsata ? Vedete quanto conviene di met- tersi in guardia, se anche i più grandi poeti errarono. Cosi la magnificenza sublime che sarebbe nel seguente passo deir Aristodemo del Monti degenera in turgore o in rigoglio, perchè il poeta ha voluto dichiarare ciò che doveva lasciare all' inteliigenza deir ascoltatore. Il passo è orila scena tarza dril' atta t*», dove LiSandro viene a colloquio con Aristodemo. Eccone le parole: Li8. ' E se prosegue La TincUrice Sparta il suo irioofo, Qaal nume vi difende? * ÀrM, Aristodemo. E basta ei solo finché vive, e quando Sarà sotterra , il cenere vi resta , Che muto ancora vi dacà terrore. Chiunque ha fior di senno si accorge del vano e del puerile che è Jo questi ultimi tre versi. Sublime era il luogo f se il poeta si fosse conteuiato non far rispoa- dere al re altro che qtiel risentito Aristodemo: e il let- tore da sè scorgendone le debite relazioni, avrebbe sen- tita e goduta la grandezza del concetto: ma cosi com' è posto si stempera 9 si perdei e dk neoessariamente luogo ad una risposta, che non da uno Spartano, ma appena potrebbe aspettarsi da un fanciullo. Lis, Signor, ciii vivo non ti teme, estioto Ti temerii?.... 3® Guardisi poi chi ha intero giudizio dall' andare raa- nifestamente in traccia di quelle forme , per le quali di- oemmo innalzarsi lo stile, pctocchè elleno denno ve- nire da sè, non per forza d' arte. Se colui che scrive avrk piena la mente di un grandioso concetto, se egli ne sentirà tutta la forza e Y estensione , gli cadrà dalla penna la parola del maraviglioso e del sublime, senza eh' egli s' impigli troppo del ricercarla. Cum de rebus grandioribus dicas (avvisa Cicerone), ipsoe res verba ra- piurU. E chi altrimenti fa, cade in quel mal vezzo tanto deriso da Orazio là dc^e dice: (Epistola ad Pisones.) Prtfimt mnpuiki, et tmquipeMia èerèo. Digitized by — 213 — Cosi non si donno ammassare , e con manìfoslo artifìzio accumulare le figure nel discorso per dargli aria di grandiosità. Nam gravi figuriB (dice T autore dalla Roitorioa ad Erennio), qwB Umdanda est, propin' qua est ea, qum fugieìida est, qum note videbitur appeU lari, si super fitta nominabitur. Nam ut corporis bonam babitudinem tumor imiMur tape, ita gravis orcUia tm- perUii iospe videimr ea, qum tutgét, «I innata est c Im- perocché accanto alla grave figura, che merita lode, sta quella che debb^ essere fuggita, alla quale mi parrà aver dato il vero e proprio nome, se la chiamerò su- perlina. Imperocché in qnella guisa che solente a buona condizion di salute somiglia la gonfiezza della persona, così agl'ignoranti par grave quel discorso che è tumido *e gonfio, a 5« Così scrivendo a stadio di alte armonie si dà facilmente nello snervato e nell' effeminato , e si molti- plicano vanamente parole che opprimono -l' intelletto sansa riempierlo, e lasciano freddo il cuore, y\t\o da fuggirsi sommamente; perchè mmio male è i* asprezza del suono che una effeminata mollezza. Duram potim, atque asperam C(my[)ositionem mallm esse, quam effemi- nakm et ènmvem; a ragione insegnava' Quintiliano. « Verrei meglio che la composizione sia dura ed aspra che effeminata e snervata. » E perciò tutti convengono nel dare biasimo di Umidezza a Claudiano ne' primi vml del suo Poema. Inferni raptoris equos, afflalaque curru Sidera TcRnario, caligantesque profundcB Junonis thalamos audaci promere cùntu JfetM congetta jubcU Grum$ removeU profani, 6° Volendo infine con troppa arte ordinare le pa- role a soconda delie idee, occorre spesso di rendere oscaro, a spio e sconvolto il diaoorso. Eaent»j di con- torsioni da fuggire abbiamo soveate neWersi dell' Al- li<^ri, e più ancora ne'. versi di coloro che senza Tardità potensa ingegno di quel grande tragico, hanno ere* dttto imitarne la virtù ritraendone i vizj dello stile. Né creda alcuno che l'arte sola posta Dell'ordinar le pa-^ i ole e nel cercar le armonie basti a sollevare Io stile. Prìma di. tutto ci v^bono coneettL I^a.qualità^ la rie- chesza, la forma delle vesti aggiungono maestà a mae- stosa persona : scimmie o pigmei non acquistano mae- stà, per quantunque ornata, ricchissma e ragguandev.ol6 roba ux loro indoéai. Ghinderemo infine il dieeorao eoa questi generali awerUmeoti del pià volte ottelo Qnhi« tiliano, al Libro 42, § 10 delle Istituzioni: Falluntur enim plurimum qui vitiosum, et corruptum dicendi gmm^ * quod aiii verìmm Itoentf» muUodp mti pueriUbus-'^en- tentiolis loicwit, aut ifnmedico tttrgore twrgescity aut imnihus locis baccatur, aut casuris,si leviter excutiatur, flosculis nitet, prmdpitìa prò ^Mblimibuè haÒ€t y. ma specie UberMis imcmii, magie efvisiimmt popttlarB aut plausibile; e altrove al Libro 8, § 5 : Ego vero fuec lu^ mina c$:atimis mlut qquIqs. qmsdam etoqumtim'esse credfi: seineqae QpulUà emM^ coBtfmre.velimrWteBtefa mmi^ bra ofjiokm mtm peréanit : et$i neùeeé& sit, miémm lum horrorem dicendi malim quam islam novam licentiam, « & ingannano di largo partito cqloro vàò teagoaa che sia più accetta al popolo , e più acceam a tirarsi dietro l'applauso quella maniera di dir viziosa e corrotta, la quale per licenza di parole rimbomba, o fa di sè lasciva mostra con vesti di sentenziette fanciullesche y o per troppa gonfiezza ondeggia , 6 va per luoghi vani furio- samente scorrendo, o risplende per fioretti che ogni poco poQo che si scuotessero .oddi:ebbQno»,oÀiia (Mre/3ipi2j  — invece di altezze, o per specie di libertà divenia fu- riosa ; » e altrove : « Io per coolessare il vero credo che quesli liuni dell' urasione slatio come certi <Nsehi del- reloquenia; ma non vorrai che per tatto il corfMiooebi ci fossero, acciocché gli altri membri non perdano 1' uf- ficio loro. * (Toscanella.) IX Qual è U migliore di qtMti tre gerwri di sHU? R. Tutti e tre hanno virtù loro proprie, come ò stato mostrato, e usati a tempo giovano egualmente tutti all'oraziane; ma ae l'uno usnrperii il liaogoYieU' altre, essi Ticieranno e guasteranno, anaichè adomare ed inalzare il discorso. Per conoscere poi quale stile sia conveniente, egli ò necessario osservare il carattere deli' orasione , quello della perseoa degli uditori , cfaéllo della persona assunta dallo scrittore, e secondo questi governarci, seguendo le leggi del decoro che altrove abbiamo accennato. Qui ci basti ripetere che ogni ma- niera di atìle dipende dm diversi stati d^' animo, così che non si pòssa nò si debba tentarne alcuno quando lo stato deir animo non risponde pienamente alia mate- ria^ ali* intenzione deir arte e dello scrittore. . m M«iY€v bene» • • • ' . D. Quali precetti si damo per acquistare uno stile lodevole? Se bene si metta ad esame la definizione che ho data dello stile, si avr^ chiaro per quali vie possa rendersi lodevole e perfetto. Conviene in prima por mente come dair intelletto, dalia fantasia e dagli affetti, quasi da Batorali demenU, modifieati seoondo V indole dello sorìliore e seoondo le leggi dèi decoro, si generi lo stile; per tener modo che ogni elemento si combini secondo le leggi poste dalla natura e dall'arte, sì che n'esca buono lo stile. D. Che ikwrà fmiper otten&re di per f esimiate Fifh telleUo? A Userò le parole di Paolo Costa a sciogliere que* sta domanda, ooneiosaiadiò me^io fer non si possa. « L'uomo nasce, dice egli, fornito delF intelletto, cioè j> della facoltà di sentire , di percepire, di attendere, di » paragonare, di giudicare, di astrarre, di ricordarsi, » d' imaginare : ma d' uopo è ohe queste faoelth yen- » gano poscia dirittamente usate ed esercitate ; onde sia generata quella virtù pressoché divina, che si ap« » pelle la ragion», la quale oonslste neli' abito di pa- » ragonare insìeiàe i sentimenti distinti dsl? anima, e » le idee ; di derivare dai fatti particolari le nozioni D generali, di anteporre o posporre le une alle altre, » di congiungerle o separarle secondo la oonventensa » o disconvenienza loro, e secondo i loro gradi di pih » 0 di meno. A formare quest'abito sarà bisogno stu- » diare le opere de' filosofi che trattano sottilmente » delle cose naturali , delle proprietà dell' intelletto e 9 del cuore umano; e di apprendere V Istoria, senza la » cognizioQe della quale, al dire di Cicerone, Tuomo 9 si rimane sempre fanciullo ; di osservare la natura, » <U praticare fra le diverse condizioni degli uomini, e » di operare nei privati negozj e nei pubblici. * Dalle quali cose si rileva che non si può perfezionare V intel- letto senza arricchirlo con lungo studio, e che i giovanetti denno contentarsi d'essere avviati a bene, consi- derando che la perfezione deli' arte sta nella lunghezza della vita e deli' esercizio. D. Cerna li può arricckire P inunaginaiim? R. « Ad arricchire V immaginativa (segue lo stesso » scrittore), la quale è V abito di recare all'animo la » reminiseeasa delle cosa sensibili che piii ci movono e » dilettano, di congiungere insieme con verisimigliansa >» quelle che sono disgiunte in natura, e di significare » per similitudine delle cose corporee i concetti astratti, » non solo metterei bène di leggere gì' inventori di » nnove e vaghe fantasie, m^ di por mente a totto ciò » che ai sensi porge diletto, sia nelle azioni degli uomini » e degli animali, sianeU'estenoreaapettoemovimento » delle cose inanimate ; e soprattutto gioverà di ben » considerare le somiglianze che hanno fra loro le cose » di qualsivoglia genere e specie, chè questo si è il » fonte dal quale si derivano le nuove e maravigliose • » metafore. Di molta utilità poi sarà all' intelletto ed » all'immaginativa lo studio de' precetti dell'arte ora- » toria e della poetica, i quali essendo il compendio di » quanto i filosofi hanno osservato intorno le cagioni ù onde piacciono e dispiacciono» le opere degli scrittori, » apportano quella luce che un uomo solo nel breve y> spazio della vita studierebbe indarno di procacciarsi 9 colla sola vùriii del proprio ingegno. » D. Che deve dirti intorno agli affeUi? jR. « Rispetto agli affetti io mi penso (prosegue il 9 Costa), ohe sebbene sieno da natura, pui*e a conciliarli 9 in altrui grande aiuto ai possa trarre dall' arte. 8e » ramerà, l'odio, l'^ra, la mansuetudine, la miserieor- » dia ed altre affezioni dell' animo nascono da cagioni 9 determinate, come per esempio T amore da beUez^a Digitized by Google -.218- — seda yfrtti , T Ó41ò da male qualMi del earpo o deiratii» » mo altrui, non v'ha dubbio che gli affetti medesimi si D debbano in cbi legge risvegliare per virtù della viva 9 rappredetìlaBione di quelle cagiom : dal^ che si racco- 9 glie che lo scrittore considerando le varie dlsposi- » zioni degli uomini passionati, e le cagioni per leniuali » la pawoQe ai genera; avrb materia onde gli animi » perturbare. Goti per aiuto dell' arte verrk ad operare » in altrui quolT effetto che imperfettamente avrebbe » operato mercè della soia naturale sua disposizione. » D. Che ne dovrà avwnire 4ÌcU f^rfesHmamefUo del- F imOMo, data ^mkiMia e degli affetU? R. Ne avverrà che noi modificando, cioè accomo- dando queste facoltà già perfezionate al nostro modo di sentire, avremo reso efficace il nostro dire>^ sia per eid che riguarda IMnveuiiotte e la dispositieiie, si» perciò che riguarda V effetto, e potremo promettercene quella riuscita che vogliamo, semprechò non usciamo delle leggi del deeoro, cioè di qudla oonvenidusa ohe vuoisi mantenere, fatta ragione della persona che parla, della cosa di che si parla , del tempo e del luogo in cui si parla, e infine delle persone che ascoltano. Perocché, siocoane-fo osservalo, V «aaaa» discorso prende da que* ste eircestause diverse quaiìlà, e se non si kiad» bene e alcuna si trasandi, perde o in tutto o in parte la pro- pria virtù. In quella guisa ohe le diverse fegg^ dette vesti non hannb beUesse^e Mh picédom^ ove mal si addicano al tempo, al luogo, alla persona, e sebbene siano di buona materia , e fatte con perfezion d' arte , SODO biasimate, cos^ è del disoorso umano, se non è appropriato alP uopo secondo le norme del decoro* D. Oltre queste regole vi è alcun' altra maniera per cui si possa perfezionare, lo stile? Vi è sicura , e forse anco più spedita. Osservale le scritture degli eccellenti autori, componetevi al- l'esempio di quelli, imitateli. L'uomo è animale d'imi- tazione^ DOQ vi ha dubbio, e l'arte stessa del dire per imitazione si acquista come tutte le altre arti umane, e però dal sommo Aristotile fu detta arte imitatrice, conciossiacbè ella prenda ad imitare la. natura e l'uomo, riUcaendone le bellezze, le affezioni ed ! modi. £ oerto, se la natura lum avesse posto il fondamento della poe- sia e dell'eloquenza nell'uomo, sarebbero invano le poetiche e le rettoricbe. Inlatto Orazio neir epistola ai Pisoni asserisce: Format tnim natura pHv» noè intm ad omnem Fartummm ka^wm; jtmi «ut im f oU U ad IrMit AuiadhmmmwMBmragtaHiai9ii^4lmtffUi Pagi tftrl mnin^ molm fntvpnU linguos, Ghè anzi tanto si debbo Hr conto del naturale fonda- mento , che noi la natura slessa dobbiamo prendere a guida, e solo darla a dirigere all' arte; couciossiachò lottar coir arte ben si può, colla natura non mai. Ma per renderci al filo del nostro discorso^ diciamo che avendo la natura fatto l'uomo per modo che imitando debba perfezionarsi in ogni arte, il mezzo più pronto di conseguire eccellenza di stile e divenire scrittore istà appunto neir imitazione. Bell* ImitMioue* D. Che cosa è tmttoume? It. Se voglia definirsi colle parole deiP autore della Rettorica ad Erennio, hnìtazione è quella dalla quale siamo condotti eoa dilìgente maniera a voler essere somiglìanii ad alcano nel dire: — ImUatìo ai qua tm- peUmur, tU aliquorum smUes in dicendo vdimus esse. (Lib. 4, e. S ] Ma questa defìnizione non mi garba così, che io non ami recarne in mezzo una pìd ampia , che libera dalla taccia di aeriililà gVimitétorì; e però dico: Imikuùme essere studio di natura o di arte, per tnezso del quale decomponendo , comparando y giudicando, tro- viamo gU elementi della bellezza e della bontà nelle opere naturali o art^iciaie, cosicché conosciute per mezzo della decomposizione le norme che Varie o la natura serbano nel comporre, possiamo mi pure le cose della natura o del- t arte ritrarze, e fingerne anche di nuove a somiglianza» Dico stadio – H. P. GRICE STAGE -- di natura , perchè la natura è fondamento, come fu detto, d'ogni bell'arte, e di Ih ha principio r imitazioni; : aggiungo deir arto , perchè dall'esame del- r opere de' grandi artisti si trae pur giovamento. Io vedo a cagione d' esempio un padre addolorato per la morte del figliuolo suo unico, il quale si getta sul feretro che ne porta il cadavere; prendo ad esame gli atti e T espres- sioni del suo dolore, e v<^endo ritrarre Giacobbe, a cui è presentato la vesto di Giuseppe , cerco rìtrarlo a so- miglianza di queir infelice che in natura ho osservato. £ se io sto sulle oorme sincere della medesima , otterrà uiyui-n-G Ly Google H mio dire queir effeti^ che otterrebbe la vista istessa del lètto. Che se non to' dalia natura « ma dall'arte fare ritratto, mi propongo Evandro qual è descrìtto da Virgilio, e conseguo quasi T istesso fine. Dico quasi, perchè ove T ingegno abbia (orza dì ritrarre da natu- ra, penso che più ci valga , e meglio dipinga al vero. Io non so se la famosa statua di Laocoonte sta ante- riore ai versi di Virgilio, ma dato che noi fosse, lo scultore imitando quella divina poesia avrebbe potuto crearla; e se la fosse anteriore , Virgilio imitando quel- r animato marmo avrebbe potuto dar vita a qae' suoi versi immortali. Tanto è vero che arte fa arte per mezzo deir imitazione. Perlochè chi toglie dal mondo V imita- sìcme (come alcuni poco avveduti vorrebbono) toglie dal mondo le arti, ed ogni guisa di buoni studj. 1). Non è egli vero ciò che alcuni dicono , r imita- zione restringere le mentietoglier Imre la pokMm crear trice? R. Coloro che avvisano cos\ , sono in vero male av- visati , e non sanno che altro è imitare, altro è con- traffare e copiare. Conciossiachò V imitazione non istk nel fare le cose fatte sansa diiereiisa o diversità alcu- na, perocché allora tutte le arti non basterebbono ad avanzare d' un passo , e sempre avrebbero il piè sul- r orme istesse , ma nel tar capere nnovOi o v^gjàam dire di nuova invenzione, con quelP arte istessa colla quale sono condotte quelle che prendiamo ad imitare. La qual cosa non restringe, ma bensì amplifica la potenza inven- trice, e la rafforza. La imitasioiM, se io non erro, è lo stesso che 1* analogia nelle sdense naturali. Il Galilei, applicando al sistema celeste la legge generale del moto de' corpi, ha provato che la terra si aggira intorno al sole come tatti gli altri pianeti. QiMta legge era pare anche prima conosciuta, ma per non essere stata appli- cata, non avevà dato al moodo questa scoperta. Or chi dirè ohe questa non sia sooperla Tera, {lerdiè la legge era nota? Chi dirh che la conoscenza delle leggi fìsse della natura siano inceppamento ai fìlosofì per iscoprirne ì fenomeni? Similmeoto è a dire dell' imìtazkKie , eon- cìossiacèè ella non limita nè restiiiN^ T umano-ingegno, ma anzi ijli db norme sicure perchè meglio si conduca nelle sue creazioni. Quando io dico : se volete esser buon oratore imitato Giceronet non dico io giè: fato un discorso a mosaico colle parole, eo*modi, eoli' àmbito del parlare Ciceroniano; ma guidate 1' arte con quelle leggi con oui la guidò Cicerone, perchè se egli ne ebbe buon successo toì pure V avreto. E quando dico : imi* toto Dante, noni ri prescrìvo gih di recarmi innanti arcaismi, durezze, scoria rigettata a ragione dall' uso , ma vi dico : osservate qual cosa dà evidenza, fòrza, ef- ficacia alla poesia di quel divino; e trovata che abbiate la legge eh* egli si diè ad osservare, fatone soggetto di studio e d' imitazione. Per questo studio e per questa imitazione poi conseguìreto una vena di buona e ga- gliarda poesia*, la quale sadi Tostra, quantunque fatta imitando: perchè V imitare J' arte, non toglie, ma cresce là potenza dell'inventare e del creare. D. ^etie ho mteio; ma penhè^ dunfve tiaUs scuole si pnt&fids ohe noi riportiamo frase, eoneeth, e aikhtmento dagli autori che si porgono a noi da imitare? jR. Perchè incominciate a conoscer V arte che poi vi sarà guida* neli' imitm* He détto* càe V iuiitotore decomponendo-, comparando, giudicando, trova gli ele- menti della bellezza e della bontà nelle opere; ora per- chè voi vi avvezziate a decomporre ne' Classici quelle parti ehe voleto ìnkitare, vi ai dice ^ sce^ietone le frasi ed i modi, reoatene i eoneeiti, prendeteiie l' amfonnii- lo, — perchè il precettore dall' uso che voi fate di que- ste cose giudica.se voi bene intendete, se avete preso piena cmosoeaza delle nedesime, e se sapete osarne a tempo e a luogo. Egli è adunque uno de' primi passi necessari a chi vuol imitare, e imitando divenire scrit- tore. Dico de' primi passi , perchè noli' ioiilaziooe , CQine in tutte le opere d' ingegno, si dee procedere per di, e non si può di salto o di slanoio venirne a capo. D. Avrei a caro che m' indicaste quali sono i gradi diversi per cui si penyiene a ben imitare, R. Penso che primo grado sia la traduzione, secondo r analisi, terzo V emulazione. Per questi tre gradi, pare a me, si consegue quella verace maaiera d' imitazione che lipraia i grandi artisti, ed è ben lontana da quella falsa ohe non produce che pedanti, seruum fecus , come disse Orazio. AftvicoM !• Bella Tradnsione* D. JHreste voi oicuna cote» deità kuduxione? A. Io avviso ohe Io tradatare da una ad altra fo- velia sia il primo grado dell' imitazione. Infatto innanzi tutto è d' uopo conoscere la materia che si ha a tratta- re, cioè la Cavalla in cui si ebave serivere o parlare, ve* derne le proprietà , sapere come modi e frasi si iòrmino, come si lochino a tempo; e prenderne quell'armonia, la quale par naUa a chi non sa, ed è mollo a chi sa. Digitized by Google % « Utllissinio è soprattutto, dice Plinio, let., ìl traslatare dalla greca nella latina, e dalla latina nella greca favella (e noi nel caso nostro diremo dalla la* tiiia air italiana, e dall'italiana alla latina favella): qualità d* esercizio, col quale proprietà e splendore di parole, abbondanza di modi figurati, nello spiegarsi forza, e finalmente attività di ritrovare cose somi* giianti a qoelle degli ottimi scrittori, imitando si acqui* sta. » (Traduzione del Gozzi.) — Utile in primis, et multi prcecipiuntf ex grceco in latinum vertere, vel ex latino vertere in grcecum: quo genere exerettaHonis prqnieka splendorque verborum, copia figurarum, iris ex/Mxmdi, prcetereaque imitatione optimorum similia inveniendi fa" cultas paratur. £ Quintiliano segue (lib. X, g 5): Quid? Quod auckree maximi eie MUgentm eognoeomlitr? Non enim ecripta ledume seeura traneciirrimue: eed Iraele»- mus singula, et necessario introspicimus , et quantum vir^ ttUis habeant^ vel in hoc ipso cognoscimue, quod inUtari non posnanm, < Che vuol dire che si ha così diligente considerazione sopra gli autori grandissimi? Noi non scorriamo via leggendo le cose scritte : ma andiamo esa- minando le cose d* una in una, e necessariamente pe- netriamo a dentro considerandoci: e quanto' in loro dì virtù si abbiano, almeno da questo lo conosciamo, che non possiamo imitarle. » (Toscanella.) Oltre di che è a dire <;he per mezzo dalia traduzione ai acquista intelli- genza e giudizio, cioè si Ibrma il gusto e si consegue quel sapet^e, che è fonte e principio dello scrivere bene, secondo Orazio. Questo esercizio in fine è approvato an* che da Cicerone stesse, il quale nel lib. 4<» deir Oratore (Gap. 34) dice: Po9tea mMt placuit, eoque eum utus adolescens, ut summorum oratorum grcBcas orationes ex- pìicarem; quibus lectis hoc aeeequebar, ut oum ea quoe  — tt5 - kgwrmgrmoe, kUm» réddwm , non soltm optimis ukrer^ et tamm taUatis, sed €tum eacprimerem quasdam verba imitando , quce nova Jioslris essent , dummodo es- ^mt idonea. « Il perchè dopo appigliai ad uq altro espediente, ehe ho da giovane praticato, ed era il iras- pcMtare in latino le orazioni de' più rinomati oratori greci ; nel che fare non solamente poteva io scegliere delle parole tra noi usate le più eleganti, ma ne seguiva che nel recitare in latino dò ohe letto avea in greco, mi venivano ani guato greco formate delle maniere di dire non usate ancora tra noi , ma buone tuttavia , e adatte al bisogno, » (Canto va.) AwmtmtM II* MI' AMllel* D. Dite ora dell AnaUsi,poùM ho detto quanto basta intomo il vantaggio cho fHen dal tradmre. R. Secondo grado a chi voglia, imitando, venire in fama di scrittore, credo che sia V analisi. Ella è, come ognun sa, quel modo per cui un discorso si decompone nelle sue minime parti a segno di trovare la ragione di ciascuna in sè, e nella relazione che ha colle altre: os- servare i nessi, i passaggi, e tutto che la natura e Tarte hanno di più prepotente nella favella. Sappiamo che i cerusici per meglio conoscere V ufficio di ciascuna parte del corpo vanno col ferro anatomico decomponendolo, e in ogni minima fibra lo ricercano; per eguale maniera è d' uopo a noi anatomixaare (sia lecito dir cosi) il di- scorso, perchè avvisati della qualità e dell'ufficio di 15 L.yi.,^uu Ly ciasouoa parteacqiiìstiaoiQspedikttM a «omporlo quando ci piaccia. Dall' analisi poscia sa ne ha, che la menle impressa di quel modo di disporre ed ordinare le idee, le quali troviamo negli scrillori che ci proponiamo ad esempio» e di quel vezao di tralt^iarle con forse e con efficacia, a poco a poco a ciò spesso ella si abiltta, e senza altro uopo di regole o d'arte, acquista, quasi le fosse da natura, di fare il somigliante. Periocbè io vorrei che i giovani non ìeggjmmù^ ben traducessero cosa alcuna, senza bene analisBarla e femarvisi sopra, e improntarla nella memoria: e vorrei che di questo più che d' altro esercizio si piacessero.! maestri, che de- siderano nella lode dei discepoli assicurata la propria. D. Dareste vai un emnpio, dal quale ei rUevasee il modo di analizzante? R, Volentieri vel recherò, anzi tanto più volentieri, quanto io lo traggo dal fondo di un grande maestro, il Rollin. {Detta maniera d insegnare, e studiare h héUe let- tere, libro 3<*, della Rettorica, cap. Ili, art. 2^.) CtonbeniMaie degU Oraid • M 9mm^. « La descrisione di questo combattimento è senaa coniraddikione uno de' pili be' luoghi di Tito Livio, e de' più adattati ad insegnare a' giovani come si debba abbellire un racconto con pensieri naturali ed ingegnosi. Per ben conoscerne l'arte e la dilioatessa, basta il ri- durla ad un racconto del tutto-semplice, non omettendo alcuna delle circostanze essenziali , ma spogliandole d' ogni ornamento. Ne contrassegnerò le parti 4ifforenti con numeri diversi per n^Hé diatingoerle, e per po- terle di poi piti facilmente métlere* in paragone colla narrazione slessa di Tito LIVIO (vedasi). uiyui-n-G Ly  - m  Fwdere iak^, trigemini, ncidémvgrtBrai, arma capiunt. So Statim in meditm inter éuai ades preoeduni. 3® Consederant utrinque prò Cdstris duo exercitus, in hoc spectaculum totis animis irUenti. 4<> Datur signum, infe- stiique amtf krmjmmn cmmsrrmà. ^ Cum ùUquandiu inter asquis tnn'ftuf pugmBSiefd, duo Rmam, super tdium alius, vulneratis Iribus Albanis ^ expiranles corruerunL 6^ Illi superstiUm^ Romanum circumistunL Forte is inr teger fuU. Ergo^ td eegregaret pugmM emm, eapenU fugam, ita rattis sectdttros, ut quemque vulnere affectum corpus sinerei. 7^ Jam aliquantum spalii ex eo loco, ubi pugnatum est, aufugerat, €iim respieiens videt magnis in- ÈervaUis seqmnies; umim Aawf proemi ab seee abeeee; m eum magno impetu redit, eumque interficit, S^Moxprope- ratadsecunduin,eumquepafiterneoidat. Jam osquato Morte singtdi stiperertt$U,nUmeropeu^e$,sed Umge uH6ia dn>irsi, 40^ Romanus eandtmte: Duo», inqmt, fratnim Manibus dedi, terlium catrsSBB "belli hujusce, ul Roma- nus Albano i raperei, dabo. Tum gladium superne illius jugulù d^it; jaeentem spoUat. 44<> Romani owaOes oc graifdanÉèsBoraiiumaccipiimt. ^S^lnieexulraqueparte ' suos sepeliunt. ' » Si tratta di estendere questo raeconto, e di arric- chirlo di penfiiari e d* inunagiai cbe if^essioo e colpi- scano vivaaieiite il lattm., e gli rendano quasi' asione così presente, che sMmmagini non leggerla, ma vederla cogli occhi proprj, nel che consiste la principal forza deir eloquenza. Per far .questo, altro non ricercasi eh* esaminar la naiar», ben istaidlanie i movimenti , cercare attentamente quello che ha dovuto seguire nel cuore degli Orazj , de' Guriazj, dei Eomani, degli Alba- ni , e, dipingere ogni circostanza col mezzo di colori s\ vivi-, ma s\ naturali , che si venga ad im m aginarsi di Digitized by Google — tS8 — assistere al eombaiiimento». Tiio Livio fa iuilo questo d' una nanltra maravigliosa. 1° Federe iclo, trigemini, sicut convenerat, arma capiunt. * domi, quidquid in exercitu sii, illorum tunc arma, illorum intueri mamis; — feroce^ et suopte ingenioj et pieni adhortantìum voci- fm9, in meOim inier 4nas aeiee prùceékmL * 9 Era cosa naturale che ogni partito esortasse i suoi: e lor rappresentasse che la patria intera stava at* tenta ai loro combatiimento. Qoesto pensiero ò molto bello, ma lo diviene assai piti piar la maniera onde è espresso. Una esortasione più lunga sareblìe languida e fredda. Leggendo V ultime parole si crede vedere i ge- nerosi combattenti avanzarsi nei mesato ai due eserciti con nobile ed intrepida fiefeaia. 9^ Cùmeierant utrinque prò eaiirie duo exercOus, perictdi magis proesentis quam curce expertes: quippe im- perium agebcUur, in tampauconm viràute atque fortuna patHum. Itoque trgo eredi impemiqm m mìfitinfe gra- tum spectaculum animo intenduntur.* « I* Coodoio il trittito» i tfe liralelll deH'oao e éBA*«llro IMffiiio preodoBo r mU, coaie se a'm Dota la eoBitaiioae. s 9^ Mcntie ogni punito esorta i tosi a ben fare il lor dovere, rappresentaodo loro che gli Dei» la patria, i loro padri e le loro madri, taulieiuadiiit ch'arano nella ciltà e neir esercito, hanno gli occhi Assi snlle lor armi e anile lor braccia ; questi generosi atleti pieni di coraggio da sè stessi , ed aninnti anche da sì po- tenti esortazioni , si avanzano nei mezzo ai due eserciti. 5o Erano disposti dall' una e dall' altra parie intorno al campo di battaglia, esenti per verità dal pericolo presente, ma non da T inquietudine ; perchè trattavasi di sapere qua! de' due popoli avrebbe a comandare all'altro, e il talore di sì piccolo nu* uiyui-n-G Ly  ^ > Nulla meglio qui conveniva che questo peosieroi pericM magis prm$mUii qwm eurm easperki; e Tito Li* vie ne adduce subito la ragione. Quale immagine queste due parole, erecti stapensique, dipingono alla mente! jumm, magnanm eacéreHmm ammsgermUes, concur^ runt. Nec his , nec illis periculum suum; publicum impe- rium servitiumqm obsejvcUurhnimo , ftUuraque ea deinde fotrim forhma ywuii qui fecieimU. Uiprinm sUUim con* eur$ù ùiorepuere arma, mkmUetqué (ubere gladii, Aor- ror ingens spectantes perstringit; et, neutro inclinata spe, torpebat vox^ spiritusque.^ Ji Nulla m. può aggiungere alla nobile idea ohe Tito Livio qui ci somministra de* combattenti. I tre fratelli erano dall' una e dall' altra parte con eserciti intieri , e • ne avevano il coraggio; insensibili al loro proprio peri- glio, noQHsi occupavano che della pubblica sorte confl» data uiivcemente alle loro braccia. Due pensieri magnifici e tratti dal vero. Ma si può leggere ciò che segue senza sentirsi ancora presi dair orrore , e dal raccapriccio, non mero di combattenU ert per decidere della lor aorte. Oecapaii da qaeati peaiieri, e dairaspeltailooe iDqoieta di quanto era per ane- eedete, prealano dooqoe tutta la lor atteailo&e ad ano apetUe colo, ebe non pelea lasciar di metterli In lapavenlow * 4» SI di II aesno: i nloioal eroi eamminano tre a tre gli ani eoniro gli altri, portando in eaai ael 11 coraggio di doe grandi eaer- dil. laaeoaibni dalT ani e dall' altra parte al loro proprio periglio « non hanno avanti agli ooohi ohe la aervttù, o la liberti' delie lor pairta, la sene deUa qaile of»ai dipende anloaaiieale dal loro eo> raggio^ Uaeebè ai odi r arto deUe lor ennl^ e si «Mero brWar le loro apode , gli spettatori prosi dal timore e , dallo spaveetOt sema cfte la spersnta piegaaae aoeora dati* osa e daU' altra paite, nata» rooo di tal maniera immobili , che avrebbeai dslls aver sgUse per» dttlo4'u80 della voce e del respiro. uiyui-n-G Ly Google - Ì30 — meno che gli spettatori del combattimento? Qui l'espres- sioni sono tatte poetiebe; e si dee fare osservare a^gio* vani die T espressioni poelìohe, dèlie quali non si de» servirsi se non di rado e eoa sobrietà, erano chiamate dulia stessa grandezza del soggetto, e dalla necessità di eguagliare co* (ennuii il macavig^ioso delle qpetla* colo. » Questo mesto e tristo silenzio che gli tenea lutti come sospesi ed immobili, si scambiò ben presto in grida d' aliagreisa dalla psrto degli Albani, quando vi- dero cader morii due degli Orazj. DaH' altra ^arle ì H<^• mani restarono senza speranza , ma non senza inquietu- dine. Spaventati e tremanti per quello degli Orazj, che solo restava contro ti^è, non erayo ptli ocou|iati da» del suo periglio. Non era questa la verà disposisioóe dei due eserciti dopo la caduta di due Romani; ed il qu^dro che oe fa Tito Livio non è copiato dalia patuca? &^ Ccmmiii dmds mtmbm, etm jam fton mefi» kmium eerportim, agitatioque mckp9 tehrvm ammrwn- que, sed vulnera quoque et sanguis spectaculo essent; duo Romani, super cUium alius, vulnercUts tribus Albanis, • expirantes eorruerunt. Ad quorum casum cum concia-^ masset gaudio Al6anus exercihtSf romànas legtones jam spes tota, nondum tamen, cura deseruerat, exanimes -vice unius,qum tre^ Curiaiii ciroumeieterafU, ^ < 5° Indi quando, essendo venuti alle mani, Doa< pià sola* mante il oioio delle bnceìa e r agliaiione deir armi serYiffoao di spettacolo, ma si scoprirono delle, feri le , e si vide scorrere il ian« gae, due Romeni cedettero morti eppiè degli Alt^aei , che tatti e tra ennò restiti feriti. Alla loro cedult l'eaereito nemico geilè grandi «ridad!iUegrein(fmeoiredey*.altra|arte le legioni romeqe re- sturoae ^BB» spersDia» ma ooa seoeii inquietudine, liremando pec il Romanot che ere restato solo y e cbe da tre Albani era cmcoadatt* L.y(.,^L,o Ly  :d Riferirò il resto di questo racconto senza farvi quasi alcuna riflessione, per iefuggire una noiosa lun* ghena. Debbo solo awertiM che quello ehe fa la prìn- cipal bellezza di questa narrazione, non meno che della storia LQ generale, secondo l'osservazione giudiciosa di Cicerone, * ò la maraTigiieia varietà che dapperiuUo vi regna, ed i moTinienti diversi di timore, 4' inquietudi* ne, di speranza, di allegrezza, di disperazione, di do- lore, cagionati da improvvisi combattimeoii» e da ino- pinale vicenda, che riavegiiano i' atlenaione oaa graia sorpresa, che tengono persino al fine F anime-dei lettore come sospeso, e che colla stessa incertezza gli procurano un incredibil piacere, in ispezieltà quandi il racconto ò ^OMniBalo da un avvMimeiito intaresaante e aingo* Idre. Sarà faeile V applicare qaeati principj a quanto segue. 60 Forte is integer fuUf ut univirtis soliis mqua- quam par, sic advertus singuloi fero». Efgo, ut segre^ * Multam casus nostri libi varielatem in scribendo suppedita» bunt, plenam cujusdam voluptatis, qu(B vehemenier animos homi' num in legenda seripto reiinere pouit. Nihil est enim apiius ad delectationtm leetorii, quam Umporum varielatet, fortunceque vi- tMtuiinm.^. Àwdpita wtriiqué mtm Mmt admirotionem, expeeiationem, keiUmm, moU^m, ipim, timtfm* Si vero tsàlm notabili eoncluduntur , exptetnr animui jumditaiMm Uciion ii Vù» filplol«. ( Cic;, fi|K 12 , iib. 6 ai CmbìL ) « I nostri casi •ffiriimio a la naU» scriTere molta varìeià piena d'un tal dUallo, ehe fasta l«Mr Ioni aUe JeUara deUo gorilla gU'anW dagli aoailoL Glie aians cosa pHl vale al diletta- «Mulo dM laMfItorat irMto le laiialà dai Mipi, el»iioeode dalla MaMi.... Gl'iaoerii e sfaristi casi dsMaao maraitfilia» aspettai- Ifaaa, ileia»albaao» apafaaiai dsMit. Se poi ai ctó«deao eaa MaMle^laa, rariao dal pitoaire di «selli g i ss s a dIssi Bia lallm è ripiena» b * L.yi.,^uu Ly Google — 33i — garet pugnata eorum, capessit fugam ; ita ratus secuturos, lU quemque vulnere affkckm eorpm. Minerà* ' 7^ Jam aliquanium tjKdU ex eo loco, uUpugwhm est, aufkigerctt, cum respiciens videt magnis intervallis sequentes : unum kaud procul ab sese abesse. In eum ma- gno imp^ rtdit: et dum Albatm^ocercUm inclamat Cu- riahii, uti opém ferant fragri, jam BnuUuB, coeso koete, Victor secundam pugnam petebat. * 8°. Tu0clamore, qualis ex insperato faventium solet, Romani mijixocnt miUtem iwm; e^ iUe defwngipvadio fé- eUnai. Priue itaque quam aUer, qui im procul eAerat^ consequi posset, et alterum Curiatium conficit. ^ 90 Jamq^ asquato Marte singuli supererant, sed nec epe, nec vàibue pam. AUerum mtachm ferro corpm, et geminata Victoria feroem, in eertamen tertium dabmnt : alter, fessum vulnere j fessum cursu trahens corpus, vie* tusque fratrum ante seetrqgù, motori objicitur hosii. Nec Ulud prwlium fuit. " < 6<> Fortunatamente era senza ferite ; cos) troppo debole con- tro lutti insieme , ma più forte che ognuno di essi, servesi di uno strattagemma, che gli riuscì. Per dividere i suoi uemici prende la fuga, persuaso che io seguirebiMUìo più o meno vel<Mi secondo che lor restava più 0 meno di foraa. s 70 Di già era assai lontano dal luogo, nel quale era seguito il eonbaUinento, quando volgendo la faccia vede i Curla^ in una assai wnm dislaiiia gli ani dagli altri, ed uno di essi a sé vicino: ritoma contro questo con tutta la sua fona; e mentre r esercito d* AUm grida a'sttoi firaléUi perobò la soooomMO, di già Orasio via^tm di qasaio |Nteo a«nics corre Jid ona seeonda vittoria. ' 8* AUomiRanMl anifiMno illor fuentefo «on delle grida taU« an il'4W>fiiii«iito fni|iiOfili« dMnaspettata allegreisa «m1 te gittare* «d egli dal canto 800 si afiiralilt a dar Bne al sasraéo «ontattimeoto. Mon donqoo che V aitrot li qoale oon ora Milo IsolasOf avoHopolotoragi^gQoriOySlendoaiemii sooneoieo. * Oo Non più resta? a dall' ona 0 dall* altra parlo clieon combati- Che bellezza di espressioni e di pensieri ! Che vi- Taciià d' imuuigiiii • di descriaiooi I lOo Romanm mu l taM : IhioB, inquit, fratrnm Mar nibus dedi; tertium, causae belli hujusce, ut Romanus Albano imperai , dabo. Male sustinenti arma gladium su- perne juguh defigit : jac&Uem spoliai. ^ 44<» liofnofif ovantes oc grahdantes HoraJtbm acci- piunt eo majore cum gaudio^ quo propius metum res fue- rat.* Ho Ad sepuUuram mie iuorumneqiuiquamparSna ammt« ^erhmlur ; quippe imperia tJtm wucti, aUeti di- tionis alienag facli, * » Non so se vi sia cosa piti adattata a formafe il guaio d#'g»avaQi» e <}oaiiio alla lettura degli autori, e quanlo alla eompesisione, del proporre loro atetti luo- ghi, e dell'avvezzarli a scoprirne da sè stessi tutta la bellezza 9 apogliaadoli de' loro^oroameati^eriduceodi^, * lente: ma se il numero era eguale, non 1* erano le forze e la spe- ranza. Il Romano senza ferite, e altiero per doppia vittoria, cani- mina pieno di confidenza al terzo combattimento. L'altro per lo con- trario indebolito per il sangue che ha perduto , e privo di forze a cagione del corso, appena si strascina, e di già vinto per la morte dei due suoi fratelli, come vittima senza difesa presenta ii petto al suo vincitore. Così quello non fu un combattimento. * IQo Orazio già anticipatamente trionfante disse: Ho sacrificati i due primi air ombre de* miei fratelli: sacrificherò il larzo alla mia patria « affinchè Roma diventi aignora d' Alba » e ie imponga la legge. Appena il Caraiio potefi sostenere le sne anni: gli trafigge colla sua spada 11 petto» e lo spoglia estinto. * il» i Romani acoolgono Oraslo nel loro campa con on'all^ gran e.coa-mia gratitadine tsalo plà Tifi, qaaato esiao stut più Ticini al periglio., ' Ilo Dopo di dò egei partito pensa a seppèltire I suoi» ma con disposiiioni ben diUiBrenii : i Romani essendo divenntl padroni decoro nemici , e gli Albani f edeadosi sottomessi ad nn dominio straniero. -nasi- corne noi qui abbiamo fatto , a semplici proposizioni. Con questo insegna ad essi come si debbano .ritrovare i peosìori y « conie si dobbano «flprim ^ Articom III. Dell' EiniilaBlone. D. Espomt» ùm ehe cosa 9' iiiende per emMlasUme, la quale è il temo grado per cui si giurie alla perfetta imitazione? A. Emulare non è altro die tentar di fare una dosa con quelfa perfexlone con ohe altri l'ha fatta. Quindi io chiamo emulazione quella maniera colla quale noi, per esercitarci a bene scrivere, imprendiamo a scrivere ciò stesso che da un eccellente scrittore fu scritto, per poi mettere a confronto la scrittura nostra con quella del- l' autore imitato, e trovarne le parti mal composte, 0 ine^cacemen te espresse Y per poi ricorreggerle allo spec« chic di quella scrittura che ci siamo proposta. Il qiialé esercizio, nella citata lettera, Plinio (libr. 7, ep. 9) in- segnava al suo Fosco con queste parole : « Di più ti gio- verà, quando bai letto una ooaa di fresco^ acciocché r argomento e la materia in capo ti rimanga v quasi ga* reggi andò, scrivere quel che leggesti scritto ; paragonare, e sottilmente pesare in che tu, in che l'altro autore siate migliori: se tu.ia qualche cosa sei migliore di lui, avrai allegrezza grande ; se efjà è 'miglior» di te 'in tutte, gran vergogna. Potrai anche i più eccelleiìti passi eleggere, e co' più squisiti azzuffarti. Zuffa ardita, ma ma isfacciata, perchè ninno la sa^ quantunque molti Digitized by Google — ess- ile vediamo mettersi a tal cimento, che n'hanno lode grandissima , perclocehò, mentre bastava loro d' a&dar dietro i Testigi altrai, non diaperandoai delF impresa, passaron oltre. » (Gozzi.) Nihil obfiterit, quce legerù hactenus, ut rem argth meniumque leneai, quasi mmidumicrihere, lecUsquecmh ferve f oc seduto pensitare^ quid tu, quid iUe eotnmodius. Magìia gratulano , si non nulla tu; magnus pudor, si cuncta aie meUus. Licebit interdum et notissima eUgere, eS certare eum dectis. Audaoo hmc^ non tamen improba, quia secreta, rnsOenHo: quamquam miuUos videmus ejus* modi cer lamina sibi cum multa laude sumpsisse, quosque siibsequi satis habebant, dum non desperant, antecessisse. D. Dareste voi un esempio del come si possa imitare emulando? R. Serva d'esempio F episodio di Medoro e Clori- dano immaginato dall' Ariosto ad imitazione dell' episo- . dio di Niso ed Eurìalo nel Liivo ^ dell' Enoide di Vir- gaio.* Niso ed Eurialo, l'uno cacciatore delle selve Idee, r altro bellissimo giovanetto troiano, stretti d'eguale amicizia, stanno a guardia della nuova cittk sorgente nel Lazio, assediata da'Rutuli, dove si tratta di richia- mare Enea, che è ito a domandare soccorso ad Evandro nella città PaUantea. Salta in capo a Niso di tentar questa impresa, mentre il campo nemico è sepolto nel sonno , e si con6da colP amico Eurialo : ' • Cemis , fa» RutuloM Masi fidutia fmtm, Lt^mne rara mieant ; somm tineque Proeàhiere: rileni lau Iom eie* r > • * (toesi*0iaiiipiod*iaiilaiiQiieelwfsi raeot^atsiadft «•lolio «Ul «eeoado Tobuae dei libri delia nolgm alafieiisi del e»? . RICCI (vedasi). In Ariosto, Canto 18 e <9,Cloridano e Medoro stanno , io guardia del campo aaraceao assediato da^.Efanchi. Clorìdaoo è eacoialore^ Medoro nel fior degli anai , ambo stretti d'amicizia. Medoro propone al compagno di gir nel campo nemico, e raccorvi le spoglie deli' infelice loro capo Dardineilo, il quale y'ò rimasto insepolto, e che fu da loro tanto amato. Il campo* dorine » e tatto è spento il fuoco » Percbè del Saradn poca tema banno. Tnr Tarroe e* carriaggi stao roversi , Nei Yin , nel aonao ìnsioo agli occbi immersi.* * Niso non permette con generosa gara che 1' amico Euhalo si spinga a tanto periglio senza di lui , consi- dera che Eurialo lascia una vecchia madre « e che si espone a morto sul fior degli anni : ' • • • Nèu matri mkem UmH tim ùaurn doìùrk; QmB u tois, piMri vmUii e wudrikm aum Non cede Eurialo a tali ragioni : si presentano en- trambi ai duci Troiani a domandar l'assenso all' im- presa, ne designano i modi ec. Sono incoraggiati dal < De* Franchi. s Fin qui l' invenzione è la stessa ia quanto al procedimento. Bla in Ariosto due Mori di Toiomita« quali sono Cloridano e Medoro (C. i8| sL i05], e* interessano meno, perchè meno vicini alla nostra razza» perchè roggello della laro Impreaa » quantunque pietoso , è tutto di privata pietà $ e se ae afvide forae 1* Arioato» quando disse (come vedremo in appresso) ehenon era molto ra gia n evoie esporre due vivi a pericolo per uo morto. All'Incontro il progetto di Miao è chIoBiato dalla pubblica atcessità « e daHa ciieostinsa divi^ pili nobile» perchè al tra^a d* inooMire un periglio per la salvezza di tutu, nel che. sta l' eroismo. Digitized by Google _ 237 — giovane prìncipe Ascanio, che palpita pel padre suo, e dal vecchio Alate che esclama : Di patrii, quorum semper sub numine Troia ui; Non iamen omnino Teucros delere paratis, Quum ialet animai juvwum, et tam eerta tuHiti» Peetora etc. Ascanio promette loro premj ed altro la tempi più felici : Eurìalo ringrazia, e raccomanda la madre : Hanù ego nane ignarom hHjuf, quadmnque perieli eti ; Inqne eidulatam linquo; nox, et tua te$tis Dextera , quod nequeam lacrymat perferre parenftf» Àt tUf oro, solare inopem , et succurre relictos* Banc sine me $pem [erre lui: audentior ibo In casus omnes eie. Ascanio dà la sua spada al giovanetto Eurialo : Mnesteo colla pelle d'un leone, Mete con il suo elmo, travestono Niso ; sono questi giovanetti eroi accompa- gnati fino alia soglia dai Tenerandi duci. In Ariosto Cloridano tenta dissuadere Medoro, ma 4 I Veduto che noi piega e che noi muove , Qoridaa gli risponde : E verrò anch' io : Anch' io vo' pormi a si iodefol proove» Anch* io fiinioca morte asso e Mo : Qoal cosa sarà mal che più mi giovot S'io resto sensale, Medoro mio? - Morir leco eon T arme è meglio moltoi Che poi di daol, s* a? vien che mi sii loHo. S* avviano i due compagni pel campo nemico per cercar la spoglia dell' estìnto Dardinello, ed intanto faaoo strage de' nemici sopiti ; con diversi accidenU, tolti dair autore originale/ Lo stesso fanno in Virgilio Niso ed Eurialo. Intanto sopraggiunge un corpo leggiero di rinforzo a Turno sul- ]' atto che ì due amici uscian di periplo, scopre da lunge Eurialo al lampeggiar delP elmo rincontro al lume della luna : Volscente capo della spedizione grida loro il chi va là: tacciono questi, e s^ inselvano. In Ariosto Medoro indrizsa le sue preghiere alla * I molivi che adduce Nìso per trattenere Earialo, son più forti e toccaDti. Il primo sentimento d*afleltO| che si sviluppa nel cuor dell' uomo, è quello d' un figlio verso la madre , e questo affetto di- vicn sacro e più commovènte quando rivolgasi verso una madre vec- chia. Tal ò la situazione del giovane £urialo; e se Niso parla ancor per sentimento di privala amicizia, ella è più nobile in quanto cbe nasconde il suo proprio interesse. Qui Nìm si U^juttàv^ anche pift cbe il giovinetto £uria1o, cbe ci dispiace per ora nn .pocoi appunto perchè non s'arrende alla pietà Aliale» e mira piuttosto alla sua glo* ria. In Ariosto Cloridaao parla per sola amiclila, nè par cbe molto s'a£faticbi a dissuader Medoro^ ilqeale lenté ancor più la gratiti^ (Une pel morto Dardinello« e soprattutto l' amor Min soa.gloria» che non è lontano itoU' amor proprio. In VIRGILIO (vedasi) f due eroi sono piU posati, ed agiscono con mente serena; nel che II valore si confonde colla virtù. Il presentarti die finno ni duci rimasti al comando ddia città» il palpito» la rieelioscémt d' nn principe giovanetto che molto . s*sglta pel padre suo» la tenerena del veodiio Mele» Il travesti- mento de* due giovanetti per mano degli eroi» fiinno nn quadro cosi eommovente» cbe In esse IIMIé d* a^ni efd» tUOtrem di agni HnO' «fsftsa si manifesta ; e la gara e l'Impresa deT due giovanetti divien gaia e palpito di tutti. Ariosto non si curò d'Imitar questo tratto, e fissò lo sguardo piuttosto angli accidenti notturni del campo, dove la scena più maravigliosa, e forse meno patetica, rispondeva più al suo carattere. Qui per altro potea dilungarsi un poco più dalle par- ^ ticolarità accennate da Virgilio, e dare maggiore originalità alia sua imitazione. L^ yi i^uu Ly Google 239 — Lviui, oVesea fuor delle nnhif e gli palesi ove giaccia Ja spoglia amata di Dardinello. La Lona, a qnel pregar* la nube aperse, 0 foflie caso, oppur humia feife; Con Parigi a quel lume ti scoperse V un campo e V altre; e 1 monte e il pita si Tede: Si Tldero i duo colli di lontano, Martire a destra, e Ler! ali* altra mano. Rifulse lo splendor molto più chiaro Ove Almonle giacea iiiorlo il Aglio. . Medoro andò, piangendo, al signor caro; Cbè conobbe il quartier bianco e vermiglio: E lutto 'I viso gli bagnò d'amaro « Pianto (chè n* avea un rio sotto ogni ciglio) lo si dolci atti f in sì dolci lamenti , Cbe pelea ad ascoUar fcriaare i venti* # Quindi Medoro con derìdano si caricano amendue del pese del cadarere di Dardinello. Sol far deir alba sopraggiugne Zerbino de' Franchi, il quale avendo cac- ciati tutta la notte i Mori, si ritraeva al campo. Glori* dano ooDSigUa a Medoro di sgravarsi del peso del cada* vere per sottrarsi al neniicoy sulla ragione Che sarebbe pensier non troppo accorte Perder duo. vivi per salvale un mrto* - Ed infatti Cloridauo si libera dal peso, ma tutto lo ritiene sulle sue spalle Medoro, mentre quello avanza piti lieve e più celere il passo. Zerbino col suo séguito dà loro la caccia, ed essi s' inselvano. ^ * La luna che in mal punto si scopre, e che rifolgorando dal- l' elmetto d' Eurialo, il pone a periglio (mentre la stessa Diana non dovea cosi tradire il disgraziato giovinetto, cacciatore a lei devoto) ci presenta il vero naturale che illumina la scena ; mentre nel- V Ariosto I Medoro fa quasi un siiraoole cbiamaDdola obbidisate a L.yi.,^uu Ly Del pari in VirgUìa ì cavalieri Rttluli occupano lotte le uscite della selva. Borialo è ritardato dalP ombra della boscaglia , e dal carico della preda. Niso è trascorso innanzi, ed è già prossimo ad uscir dì periglio, quando si ricorda dell' amico; ritorna indietro,. ode lo strepito dell* armi, vede Earialo stretto da nemici; dopo un momento di esitazione si rivolge con una preghiera alla Luna come cacciatore, scaglia alla cieca un dardo, uc- cide un nemico , poi un altro non veduto , e difeso da' ra- mi : infuria il capo Volscente , e vuol sacrificare Eurialo ; ma in tanto cimento deir amico offre Niso il petto alle ferite, ed esclama: Me me, adsum, qui feci, in me convertite ferrum, 0 Rululi: mea fraus omnis: nihil iste nee auiu$, Aec potuit : calum hoc et conscia sidera ttitor. Tantum infelieem nimium diUmt amiettm. Neil' Ariosto, Medoro ò aggravato dal caro peso del cadavere di Dardinéllo, e si è avviluppato tra l' orror delle selve, mentre Cloridano era già quasi al sicuro. Costui, mentre s^ avvede aver perduto V amico, ricalca la selva ^ ed ode strepito d' armi : Ali* ultimo ode il suo Medoro , e vede Che ira molti a cavallo è solo a piede. ^ Lo circondano tutti , e Zerbino grida che sia arre- seobprlre 11 luogo, ove giaccia 11 cadatere di Oardtaèno. Tolto H procedimeDio Id VirgHIo è fa natam più die aair Arloeio, laa as- sai toccante In questo è il punto io cui Medoro è tardalo dal paia del cadavere amato; e qui Cloridano è un poco troppo soOedto al ripiego per salvarsi senza esitare un momento, e quasi sì avtilltee in quella riflessione , che è pur vera, ma poco nobile. Medoro, ctie ciò non ostante in mezzo a tanto periglio si ostina a portare il caro peso i qui s' innalza fino air eroismo. sialo. Egli cerea scbeimo e riparo qua e Ik , nè mai si scosta dal caro peso: L*ba riposato alQo suirerba, qaaodo Regger noi puoie , e gU va intorno emodo : Ck>ine orsa che 1* alpeslre cacciatore Nella pietrosa tana assalita abbia, Sia sopra i figli con incerto eore« E freme in suono di pietà e di rabbia: Ira la *ntrita e naturai furore A spiegar V ngne e insaguinar le labbia : Amor la *kiteneri8ce, e te ritira A riguardare ai figli in meno 1* ira. Cloridano allora nascoso trae un dardo e poi V al* tro, e uccìde alcuni de' nemici: Zerbino si scaglia con- tro Medoro per ucciderlo, egli si raccomaada, e col suo bel volto e co' suoi preghi implora tanto di vita che gli basti a seppelh're il cadavere del suo signore : ma in questo mezzo un cavalier villano sopraggìunto feri- . sce Medoro, tal che se ne sdegna Zerbino, e vedendolo caduto a terra il giudica morto, ^ < In Virgilio la preghiera di Niso alU Luna, come già diTOto a lei« ha qualche cosa di pio e di patetico: e quel tornare indietro per r amico per quella linea che divide il periglio dalla salveiza iaituaaione egualmente adottata dall* Ariosto in Clo'ridaDo), è una circostanza tutta eroica, in Virgilio le parole generose di Niso ea- ratterìuano il quadro; in Ariosto Ui eostanu di Medoro» che s' ag- gira qua e ih cacciato e percosso, gemebondo e ferito» intorno al cadavere amato, fissa dei pari la ince di tutta la scena» e il colpo d' occhio della prospettiva. Bellisrima altresì in Ariosto è la almi- fitudine Cam' ona ee. Essi però nacque in orìgine sott* altro ponto di vista anche da Virgilio » che l' aecenna II dove Iffeo ed Enrialo fumo strage nel campo sopito do* Rutuli» e forse vi è più opportu- namente collocata: Impasttts ceti piena ieo per ovilia ttirlanSf J ' Stiadet enim vesana fames , tnanditque trahitqiie Molle pecusp mutiimijuo metti: Jremit ore cruento, 16 L.iy,.,^uo Ly  Io VIRGILIO (vedasi), non osUoti le preghiere di Niso , Voi- scente uccide T amabile giovanetto Eurialo, fl quale cade : Purpureiis veluli quum fiat auccitiu aratro Langueteit moriens ; kutwe papavera (Ma Demitere capul , pUaia qmm forte ^ovoiiter. Niso si scaglia in mezzo a' nemici cercando a morte Volscente, sostit-ne da ogni lato un nembo di strali e di guerra, c uon ristassi finché non abbia uccìso Voi- * soente; quindi percosso anch* egli e in tanti modi ferito va a morire sul cadavere deli' estinto amico: Tarn super exanimem sese projecit amicum Confossui^ placidaque ibi demum morte quicvit. In Ariosto Zerbino si ritira criicciato ali* atto vii* lane per far vendetta di quel cavaliere che fugge via; ma Cloridan, cbe Medor vede per ierra« Salta Del bosco a discoperia guerra; e fatta molta strage, e trafitto anch' ei per molte ferite, E tolto che si sente ogni potere , Si lascia accanto al suo Medor caliere. S rivo^no altroire i Franchi; il giovane Medoro rinviene r ed essendo ivi sopravvenuta Angelica ventu- Gmì neli' imilaalone diviene originale lo stesso pensiero e le flessa immagine y presenUadoU soli* altro paeto di prospeitifa e eoa ac- cideaii dìyersi. In Ariosto la situazione di Medoro die domanda in grazia la vita a Zèrbioo per seppellire il oadaTere di Dardineilo ; l' atto f il- Jaoo di qoel eavallerQ cbe in tal poslaiooo lo feriao^» il geneieso sdegno chene prende Zerbino» son cose tni.te nuove* assai beo infnpginste, onde i*^utoBef scostandosi dall'Invenaion Viigiliana» rin- nova e rende originale la scena. Qui diviene Interes^nte aneto Zerbino» ciò che non è Volscente in Virgilio; il quale forse lo volle dipingere cosUlttrOt perchè facesse contrasto coli' amabile giova- netto Eurialo» assomiglialo ad on flore cbe cade reciso dal duro vomero. Digitized by Google riera figlia re dt Calai, aenle di hii pteta , Io cara con erbe salutari , lo conduce alla casa di un pietoso pastore, dove ella s' innamora del giovinelto, e dove Di sè aon cara ; e non è ad altro intenta , Che a risanar cM lei fere e tormenta. * In Virgilio i Riituli troncano le teste de' due gio- vani inielicì, riconoscono qua e ]ò quante stragi hanno essi fatte sul campo, e si presentano dinanzi alle trin- cee ed alle mura degli assediati Troiani , col miserando spettacolo di quelle testo confitte alle picche, sul far del giorno. Accorre la madre di Eurialo alla infausta novella: BMtmi^nlhiirùéii, fewoluttique penta* vola alle mufa in mezzo alla turba la vecchia ma- dre infelice, vede da lungo il mozzo capo del figlio, ed esclama: Hunc ego te, Euryale, adspicio? lune illa tenedce Sera meoe requies? potukii linquere solam, Crudelis? nec te, sub tarila pericula missum. A/fari extremum miserw data copia mairi? HeUt terra ignota canibus data praida lalinii, ÀlitibMquejacei! nec U tua funera maler * Qnl tanto' Virgilio, quanto PArfo^, Tmo sseatandosi a graéo a grado MT aUre^ mm% del pari nel merito dell' Invenaione. Miao e deridano sono egoalmenle interessanti, e se il secondo in Ariosto Ita f^tto dubitare nn momento del suo eroismo , qui ricu- pera tuUa la prioria, alla quale unisce un soave patetico eguale a • quello che c' ispira la caduta di Niso sul corpo dell'estinto Eurialo. In Virgilio il villaifo Volscente è punito da Niso con eroica vendetta : Zerbino in Ariosto meritava d'essere risparmiato; ma se per un caso fosse stato ferito dopo la sua nobile indignazione, o anche morto, avrebbe data nuova luce e nuovo interesse al quadro, e nuova originalità : ma Zerbino nel piano del poeflM era riserbalo ad alire^venture d' armi e d' amare. Praduai, frmim «oii/af, aaif vuluré M, Vai tegent. Ubi quam iW6le« fattna dl$tq9ie Urgebam . $t tela curai lolaòar aaiUs* Quo Hquar f Commossi i Troiani a tali lamentìi per comando di Dio- neo e di Ascanio, muUum laerimanUt JuU, CorripiutU, inierque manmiub Ueia reponunt, E qui si riprendono le operazioni di guerra. * D. Dopo avere tradotto, analizzato , ed emulato, è egU terminata V opera deW imikunone? lì. No , anzi ella allora veramente incomincia, pe- roccliè questi esercizj non sono che il principio e V av- viamento all' imitazione , come bo asserito fin dappri- ma, conciossìachè T imitazione sta più in alto. Infetto r imitatore deve sapere tutta in sè ritrarre V arte del- l' imitare ^ e le cose suddette giovano princìpalmenle * Io Ariosto Medoro è serbito ad altri casi, e T episodio si ran- noda all'azione principale con mmvigllofia irarietà di Unte e di pro- spelUve. Dal fremito della battaglia alla quiete di ona capanna pasto- rale, dairire agli amori, cui serre di dolce tniermeiio e di grada- zione l'idea d'nna tenera amlsiii, d'una pietà generosa, sono pas- saggi di scena così bene immaginati, che la imitazione si colloca al lato della inveniiene Virgiliana. Air incontro in Virgilio il ritorno che ftcciamo indietro a pensare sulla situazione della vecchia madre d'Eurialo, il ricordarsi delle promesse, de' palpiti del giovanetto prin- cipe Ascanio, de^vecchi dod; il rammentarci in fine generalmente psf^ laudo di quel momento felice, nel contrapposto di cosi nriseranda sventura (per cui palpitammo tu qui tra la speraoza e SI timore), è veramente il compimento del quadro, In cui l'azione tutta Insieme ci si sclliera davanii. E la dìpiniura della madre d'Eurialo, allorché di man le cade la conocchia, e i suoi lamenti , e la commozione dei Troiani , fanno gradazione al momento terribile in cui risorge il ter- lor della battaglia, cresce la sospensione, ia maraviglia, il terrore; e razione ad eventum {ulinaL Digitized by Google per venire a ciò. Colui imiterb, che con ispesso eserci- zio si farà a scrivere, e cercherà ohe la sua scrittura ^ condaca con qaella stéssa arte, con cui ì Classici re- sero belle e piacenti le proprie. Nè basterà che una o due volte si abbandoni all'esercizio dello scrivere, ma molti anni dovrà scrivere , solo per imparare a seri* vere, e formarsi una maniera propria composta all' imi- tazione de* migliori. Cap* ILlLm umm Mto • tnM imlMie i mìsUotI mH*- torì mi debbaiio imitare, e quali sono quelli elle ileTOiio innanzi m tvMk essere inaitati. D. Si dovrà egli imitare un solo , o tuUigli scrittori msieme, i quali hanno titolo d* essere eccellenti? R. Molte questioni si hanno intorno ciò , e molti avvisano che. un solo si debba prendere ad esempio; altri, che da tutti si debba sestiere. Se a me è lecito dire la sentenza mia, io reputo che T una e V altra cosa si debba lare , cosicché quella disputa che fu accesa e ventilata assai nel 4500 tra uomini sommi, Pico, Bem- bo^ Polisiano, Cortese, mi pare che possa risolversi col prò d' amendue le parti. In fatto io sono di credere , che dapprima un solo e il piii eccellente si debba pren- dere ad esempio , come appunto fanno i pittori che iniziano air arte i giovani sulle tavole di Raffaello, pe- rocché egli fu il più perfetto fra quanti penaelleggia- L^ yi i^uu Ly rono tavole e tele. E così debbo fare chi vuole riuscire scrittore; dapprima si dia a guidare ad un solo; ne prenda l' arte, gli audameoti, le traosuionii U periodo* il modo del comporre ^ tutto io somma che- Tarte ba di bello e di buono in quello scrittore. E se per caso iu alcuna parte egli fosse men che perfetto, quella parte egli cessi, e tenti migliorare. Poscia dopo laago esercizio , quando V arte è divenuta nostra, e quasi fotta ia noi slessi natura, saremo liberi di recarci alF altre fonti, acciocché, se qualche special colorito più confa- cente alla nostra maniera di sentire in altri ci avvenga trovare, Io facciamo nostro, e quasi raggiungiamo a perfezionare il modello che dapprima imitammo. Così i pittori, dòpo essersi formati una maniera alla scuola di Raffaello, sì conducono allo studio delle tavole del divin Le<Hiardo, del Tiziano e del Correggio , e tutto insieme fanno una maniera che non ò veramentcd' al- cuno , ma sì cosa lor propria , nè d' altri , alla quale tutti insieme que* grandi, ^e' quali studiarono, banno dato conforto. D. Quali sono gli autori che si devono dapprima proporre a chi vuole venire in fama di scrittore? R. Tutti i più eccellenti possono essere presi ad esempio singolare, e la scelta non è da fare in genere , ma si conviene applicarla specialmente alla natura di colui che vuole apprendere V arte. Eccellenti sono tra I Latini, e Terenzio e Cicerone e Livio e Sallusl^ e Cor^ nelio e Cesare e Quintiliano; e ognuno di questi può essere ottimo esemplare: ma io non direi così alla cieca: — prendi questo, prendi quello; ma vorrei obe studiata la natura del giovane, il savio aiaestre ^ assegnasse queir autore che piii tiene alle stesse qua- lità d' animo o di mente. I^ò io a giovane d' iodole tranqQiIla e doloe yorrei dare Sallustio, Livio, o le piti veementi orazioni di Cicerone; ma sì mi piacerebbe eh' ei si fermasse sopra Cornelio Nipote, sopra Cesare, osoi trattali a sulle lettere di Cicerone: e coiA a gio- vane di forte fantasia e di risentiti affetti darei molilo Livio e Cicerone; e a chi abbia forza di meato e di ri- tlessioiie, proporrei Sallustio, e poco appresso forse aneo Tacito. Ch'egli mi pare che meglio la natura spie- ghi le sue forze, guidata dalla somiglianza, che non abbandonata alia scorta di chicchessia. Nè dòssi temere che codesta somiglianza feccia imitatori servili ; per- chè per molto somigliante che sia il modo di sentire, pure vi ha sempre una differenza propria di ciascuno, la quale nello stile per poco va a primeggiare , e cO" stHuisce poi la maniera propria di ciascuno scrittore. Vero è che vi sono alcuni scrittori, che, avendo in di* verso siile dettate opere, facilmente s'accostano alla maniera di tutti, come Cicerone fra i Latini, il quale non meno agli oratori che ai filosofi, agli storici, ai co- mM, si eonfh; cosicché tu possa o alle orazioni, o, se r ingegno tuo è da meno, alle lettere, ai trattati, ai dialoghi rivolgerti; e ùra gli italiani Dante, il quale tutti i generi raccolse nella sua Commedia, e in tatti si levò all'eccellenza. E di qua venne che il solo Cice- rone potè da molti essere preso ad esempio, senza che r uno sappia dello stile deli' altro, come bene osserva Paolo Cortese da San Giiàignano, scrittore e giudice ottimo di tai cose , nelh\ risposta eh' egli invia ad An- gelo Poliziano. — « Guarda, dice egli, a coloro. che si » fecero ad imitare Marco Tallio, ed osserva qoanto 9 siano distanti Tuo dall'altro, e quanto anche fra 9 sò clissomiglianti. Livio prese quella larga e ricca 0 veua che non conosce freno , Quintiliano V acume, Digitized by Google » Lattanzio Fannooia, Garslo la doloena, Columella ' » r eleganza, e mentre questi avevano tutti un solo » proposito, cioè di comporsi allo specchio di Gicero- » ne, pure, se si paragonioo, non vi è cosa laato disao- » migliaQte quanto sono essi fra loro; nulla tanto di- h stante, quanto essi da Cicerone. » Una cosa però inculcheremo sopra tutte, ed è questa: che ninno per piegarsi air imitazione altrui contraffaocia alla propria natura, né preitda que'mod! che Fuso ha rigettati, ma la propria natura modifichi soltanto secondo l'arte al- trui. Ogni scrittore debbe essere uno, aver proprio ca- rattere ^ stile e maniera ; e chi altrimenti fa, si confonde colla derisa greggia servile degV imitatori , anzi de' con* traffattori, che sono sempre i peggio scrittori. D. Quali sono gli scrittori che debbono eoeglitrei j9mei}x»{fRstite a maestri fra i Latini? R. Fra i prosatori, come fu detto, Cicerone a capo di tutti, poi Livio, Cesare, Cornelio, Sallustio, Pater- colo, Curzio, Quintiliano, Columella: e dopo.questi Ta- cito, Plinio, Floro , i quali per avere difetti non lievi non si possono così di subito prendere a mano per non riuscire a {peggio. Infatti troppa brevità, che genera oscurità e durezza, è in Tacito: troppo studio che dà in affettazione, è in Plinio: Floro in mezzo ad una vl< vace brevità, ha sovente concetti raffinati, oscuri, e spesso più da poesia, che da prosa. Fra i poeti Virgilio, Orazio, Catullo, Tibullo, Te- renzio e Fedro anteporrei a tutV altri ; non disdirei però dopo qiiesti la lettura di Lucrezio, sebbene qualche volta più filosofo che poeta; nò Properzio, che spesso è in- tricato, e soverchiamente eriidito; nò Ovidio, che spesse per troppa prolissità ristucca, e per difetto d’arte manca di nobiltà; nò Lucano, che troppo spesso la fa da oratore e da istorico anziché da poeta; nè Giovenale, che risente dello stesso vizio di declamazione. Sovra tatto però lodo chi prende ad imitare VIRGILIO (vedasi), perchè niano fìi mai piti perfetto di lui nell’arte, e perchè, avendo trattato diversi generi, può a diverse indoli d'ingegno facilmente accomodarsi. Aggiungerò che l’imitazione dell’arte di costui è pii utile agl’italiani, perchè cpieirarte stessa si trasfuse nell'Autieri, e diventò arte nostrale. Quali scrittori italiani vorrete voi proporci a maeilri? A queste vo’che vi risponda per me COSTA (vedasi), grande maestro che è dell'arte e amico mio, le parole del quale ora recherò così come sono, e tali sono che piu saggio non vi potrei dare io stesso. E prima è a sapere, die’egli, che alcuni prosatori ed alcuni poeti danno al volgar nostro tanta proprietà e grazia che nessuno poi ha potuto eguagliarli; ohe questo volgare è quasi abbandonato per soverchio amore della LINGUA LATINA – H. P. Grice: “The comparison we are taught at Oxford is that, had Chaucer chosen not the Chancery English, but Anglo-Norman, for his Caunterbury Tales, Anglo-Normal – de Grice is Anglo-Norman – is what we would be doing linguistic botanising on --, e per pusilla^ nimith degl’omini d’Italia: che è da FORTUNIO (vedasi) e da BEMBO (vedasi) ridotto a regole determinate, e da molti è nobilmente adoperato in varj generi di scritture: che è da taluno aoconeiaraente impiegato, ed arricchito di voci pertinenti alle scienze: è d’alcun altro scritto con eleganza, ma venne da moltissimi in parte corrotto, e rìvdto in vanità di falsi concetti: che finalmente è da pochi bene usato, e da moltissimi con parole e modi forestieri vituperato. Tale essendo stata la fortuna di questa bellissima lingua, chi potrà dubitare che oggi non sia a noi salutevole il consiglio che ci porgono gl’uomini sapienti, cioè quello di studiarsi gl’antichi esemplari? Se nel buon secolo ddla LINGUA LATINA si stima essere opera di gran profitto ai giovani il molto leggere gl’antichi scrittori del Lazio, quanto maggiormente non ai dee credere che lo studiare i nostri sia per giovare a noi, che viviamo in un secolo ove gl’italiani pressoché tutti, più delle cose forestiere che delle proprie dilettandosi, scrivono sì^ che punto non pare alle loro scritture che sieno stati allevati in Italia? Verissimo si è, andie parlando dell’arti, quello che dicono i politici; cioè che qualvolta le cose sieno pervenute a corruzione, bisogna richiamarle a’loro prìncipj. Questa sentenza doivrebbe essere dinansi all’animo de’giovani nelle lettere piu umane – literae humaniore – H. P. Grice --; pure sono alcuni, che, deridendo coloro ohe molto studiano i testi della lingua, dicono essere; sdocdiezza il darù tanto pensiero delle parole egfd qual volta s’ha cura dei concetiì, come se il recare alla mente altrui i nostri concetti non dipenda dalla virtù di bene accomodate parole. – H. P. Grice, Way of things, way of ideas, way of words. -- Cotaii persone avendo posta kro usanaa o ne'soli domestici negOijjy aia alcuna sdenta o arte, nè mai data opera allo studio della lingua, vilipendono ciò che non conoscono, e perciò, non avendo autorità, non meritano alcuna risposta. Tutti gl’uomini di mente lUscreta Ma<ai maraviglie ranno se qui vengono còOsigliati i gìóvanetti a studiare prima nelle opere, ne’quali è dovizia di vocaboli propij, e di forme gentili, e chiarezza, e seaah- pKdtà, e urbanìlè, e maravigliosa dolcèna, ed a riserbare agl’anni loro più maturi lo studio, che scriveno eloquentemente di cose gravi e magnifiche. Tale è la condizione dell’Italia quando pella prima volta è stampato il libretto dell'elocuzione: ogsi» la I)io mercòy molti soiào<:be scrivono in porgala favella. Ma per avTenlora alcuno dirli: non debbiamo noi essere intesi dagl’uomini, e cercar di piacer loro seguendo l’usanza? Perchè dunque vorremo che la gioventii studj ancora quelle opere ove si trovano, oltre le voci ed i modi che sono FUOR D’USO, e barbarismi, e pleonasmi, e solecismi, ed equivocazioni, e talvolta negligenza e stranezza ne’costruiti? Perchè non vorremo consigliarla piuttosto a leggere i soli sorìttori, i quali, seguitando le regole grammaticali (iettale da FORTUNIO (vedasi) e da BEMBO (vedasi), non solo scriveno correttamente, ma trattarono eloquentemente di varie ed importanti materie? A queste obiezioni rispondo che si dee seguitare l'usanza dei buoni scrittori – H. P. Grice: “Like Carlyle, Austen, or Russell -- , raa non l’usanza del volgo – “The Learned and the Vulgar” --; che non si vuole negare che in molte opere non si trovino, fra la copia delle maniere proprie, nobili e grasiose, vai^ difetti: ma che per questo non ci rimarremo dal consigliare la gioventù di avere sempre caro sopra tutti quel secolo beato, e di leggere per tempo i suoi ecaellenti scrittori; poiché ci teniamo certi che, quanto è difficile il renderci familiari e domestiche le maniere native e gentili, altrettanto è facile di perdere l’abito di PECCARE CONTRO la grammatica e contro L’USO. La predetta virtu non si può acquistare se non con lungo esercìzio: il difetto si può togliere assai agevolmente dopo lo studio della grammatica, e dopoché per la liiosoha e pella erudizione ci verrà dato di ben conoscere IL VALORE DELLE PAROLE – H. P. Grice: “Meaning and value? Go to Italy – where ‘to mean’ is ‘valere’!” --, e di ben distinguere la lingua nobile dalla pìth bea, e le maniere che per vecchiezza hanno perduta la grazia e la forza nativa, da quelle ciie sono ancora belle ed efficaci. Quanto allo studio, non dubitiamo che ei sia per essere utilissimo essendoché molti eccellenti scrittori adoperarono la lingua che appresero d’ALIGHIERI (vedasi), da BOCCACCIO (vedasi), da PETRARCA (vedasi) e dai^i altri, emalando mirabilmente i latini in molti generi di scritture: ma teniamo per fermo che convenga alla gioventù d’avvezzarsi al candore ed alla seniplicità prima di cercare lo splendore, la magnificenza, la copta e l’altezza de' pensieri. Perciocché tutti coloro di si sforzano di parere magnifici e splendidi prima che dalla filosofìa sieno fatti ricchi di cognizioni, fauno l’orazione loro bella nella buccia, ma nell’intrinseco vana e puerile. Non polendo i giovanetti esprimere con yeritò se non que’pensieri e quegl’affetti che sono proprj della tenera eta, troveranno assai accomodate al bisogno le parole ed i modi usati, la più parte de’quali, come que'che vissero nell’infanzia dell’italico sapere, scriveno di tenui materie. Verrà poi quel tempo maturo in che ai giovani farà mestiere di alzare a gravi concetti lo stile, ed allora apprenderanno da Gueciardini gravi th e nerbo; da segretario fiorentino sobrietà ed evidenza; da CARO (vedasi) copia, efficacia e gentilezza; da Gasa CASA (vedasi) splendore e magnificenza; da Galileo BONAIUTO (vedasi) ordine e precisione; d’ARIOSTO (vedasi) e da TASSO (vedasi) i pregi tutti onde è divina la poesia. Ma allo studio di questi e degl’altri molti, che fecero glorioso il secolo di Leone, non avranno l’animo ben disposto se non coloro, cui prima sarà piaciuto di attingere ai puri fonti, dai quali derivarono i sopraddetti abbondantissimi Oumi. cmcMJDnMmsB. Dalle cose brevemente sìa qui dichiarate è facile rilevare in ohe principalmente ooosisia qaeU* arte che si chiama rettorica – H. P. Grice: “Leech said that my work was conversational rhetoric, and he didn’t mean it derogatorily!” -- , e che cosa dove fare chi bene e sicuramente voglia apprenderla. Yedrh che il primo studio dee porsi nella scelta delle parole, perchè siano quali sono domandate a SIGNIFICARE precisamente le idee – H. P. Grice: “As I say, words signify, but they are not signs!” --, e perchè siano collocate con quel giusto ordine, senza del quale non si forma bene il periodo. Apprenderà quali role denno governare esso periodO| e quali qualità precipue dove avere. Poscia conoscerà come si formi il discorso, e che le doti le quali lo rendono potente sull'animo sono la verità, l'ordine, la naturalezza  l’eleganza. Quindi si recherà a studiare quegli elementi di che l’eleganza fii genera, e fra questi vedi annoverate quelle forme di parlare che dagli scolastici – e da H. P. Grice – sono chiamate figure di grammatica – ‘figures of speech’ -- Appresso imparerà quale giovamento rechino all’umano discorso i tropi, e come la lingua si divide in tre specie, la prima delle quali è dalla fantasia, l’altra dalla passione, la terza è governata dalla semplice ragione; e gli è manifesto quali forme sono proprie del primo, quali del secondo modo; e come la lingua della ragione ami una schietta semplicità, confortata a quando a quando da concetti e da sentenze convenienti al carattere del discorso, non che alla specie dì esso. E seguitando avrà appreso che la varietà, e quell’armonia che ha nome d’imitativa, rendono più dilettevole e potente il discorso; che la descrisfone e 1’affetto da un’adeguata collocazione delle parole acquistano vigore e vita. Vedrà quali sono i diversi caratteri dello scrivere, e quali le specie che d’ogùuno di questi caratteri si derivano. Infine saprè che cosa è stile, e a quali leggi dee sottostare, in quante specie comunemente si divide, e come si puo formare buono, ponendo mente alle norme che ne assegnano i maestri dell'arte e applicando l’animo all’imitazione dei classici, dalla quale principalmente si può avere giovamento e conforto. E di tutto avrà esempli a dovizia, allo specchio de’quali potrà sé e le opere proprie comporre. Non vi sia però alcuno che avvisi colla sola lettura, ed anche il solo apprendimento delle regole, poter riuscire scrittore buono, perchè senza un esercizio continuato e paziente le regole o tornano invano, o mettono assai poco conto. Laonde voglio che siano avvertiti. i giovani di ciò; e che neli’esercitarsi bene pongano tempo e paziensa. Ricordino che come la terra non produce le cose appena le è fidato il seme, nè senza fatica lunga di coltura, così nelle creazioni dell’umano ingegno, dopo gittate il buon seme delle regole e de’precetti, fa di mestieri adoperar fatica perchè a bene sviluppino, e crescano a buono ed ubertoso frutto. Chi vuol fare risparmio di tempo e di fatica, non potrb mai riuscire con lode. A far presto non consegue mai il far bene, si al lungo esercizio la speditezza dello scrivere tien dietro, come insegnz Quintiliano nelle sue Istituzioni, colle parole del quale mi piace dar fine: Moram U tottecitudmm HiMs tmpero. Nam primwn hoc comHiimdum aique ^btinendum est, ut quam optime scribamus: celerita- teoi dabit conmetudo, PauUaUm rei facilius se ostendent, verba respondtbutèi , emposùio prosequelwr. Cm- età dernque, ut in familta bene instituta, in officio erurU. Summa hcec est rei: cito scribendo, non fit lU re- cU scribatur; bene scribendo, fit ut cito. « Posatezza ed attenzione vo^che si abbia in sai cominciare. €hè, in- nanzi tutto, ciò si dee stabilire ed ottenere, di scrivere quanto piìi meglio si può: dall' esercizio ci verrh la pre- stezza. A poco, a poco le cose con magnar facilità si offeriranno, le parole corrìsponderannovi ; il discorso prenderà forma. Tulle cose infine, come in ben ordinata famiglia, basteranuo al debito loro. La somma è que- sta : collo scrivere presto non ^ impara a scrivere be- ne ; collo scrivere bene si ha di scriver presto. » FINE. uyQui^CQ Uy Google msiGE. Al cbiarissimo signore avvocato Luigi Foraaciari. DBLL' ARIB HBIieElCA. Che voglia dire Retlorka Quale bontà si ricerchi nelle parole^ e perchè Come da eue proceda la ekiarezzak. Che cosa è la rettorica? Quali bontà denno avere in sè le parole? Perchè si deve avere questo riguardo nelle parole? Da quante cose procede la chiarezza? – cf. H. P. Grice: conversational clarity – clarity is not enough. Come si oUieoe la chiarezza dalla collocazione delle parole? Con che altro modo s’ottiene la «hlafena nel colloeare le parole? Che cosa è il periodo? Che cosa è la sentenza? Come sono chiamate dai retori le parti che compongono il periodo? Di qiianli membri sì deve comporre il periodo? Quali regole si daono a ben formare il periodo? DeUe qualità eeeenziali del Periodo. Avete detto che l’unità, la chiarezza e l'armonìa, sono le tre qualità essenziali del periodo; oi'a spiegatemi un poco perchè è necessaria l’unità. Come s’oltiene l'uniià? Che intendete quando dice che il periodo deve avere efficacia? Quali regole ai danno per ottenere l'efficacia dell’eprea- alone nel periodo? Si deve egli evitare la superfloità aoltanto nelle parole?  Qnale altra regola ai dà per ottenere l'efficacia nel periodo? Quale altra regola aaaegnereste oltre le accennate? Qual è la quarta regola per dare efficacia al periodo? Qnal è la qoinu regola pee rendare efficftice il periodo? Qual è la sesta regola per dare efficacia al periodo? Che cosa deve dirsi dell'armonia? Perchè avete detto die i' armonia nasce dalia sceiu delle parole? Qamte regole ai possono dare per tendere armonioso il periodo eolla acelu delle parole? Dm Dareste le regole die rigvardano la diapoaiiione delle parole per ottenere armonia? Chi può dirigere e dar leggi. migliori iàloruo 1’armonia? In quanti vi^ ai può cadere cercando sovercbiamente l’armonia? Conviene forse vna sola armonia egualmente ^ ui^ i pe* riddi? SI dovrà egli comporre 11 t DISCORSO Dacorao- semplice solamente di brevi periodi e l’oratorio solamente di ioagU? Con che arte al rende lungo il periodo? Formato che sia bene il periodo, cosiccàè riesca doUto d'unità, d'efficacia, d'armonia, che altro resu a href 30 C/LP. V. » ' Bel DiseonOt e delle sue principali quMà. Come si puo definire IL DISCORSO? H. P. Grice: “When I speak of rational principles of discourse, I mean conversation!” -- A. Qiittiti s«Bo i fisi èbi ruomo si fob pM^om nel di- Mono? D. tre fini diversi che raomo si propose parlando devono forse essere sempre egoili le qnalfià del DISCORSO – H. P. Grice, discourse -- discorso? Insegnateci ora le qualità proprie ad ognuna di queste ire specie. Della verità, dell’ordine ^ deUa naiur(deua e deU* deganza. Che cosa intendete dire quando prescrivete che il discorso abbia verità? Che cosa è l'ordine? Che cosa ori dite della naturale? Che cosa h elegante, e in obe censiMt Delle figure del Dkeerto tMamaf^ granmalicdi. Che cosa sono queste figure grammaticali? Come può dirsi che le figure grammaiicali giovano all'eleganza del costrutto? Quante e quali sono queste figure? Come definireste la elissi, e che cosa direste di questa figura? In quanti modi si può fare l’elissi? Che cosa è il pleonasmo; e in quanti modi si 11 ? Che cosa dovrà dirsi della siiessi? Che dee dirsi dell’enallage? Quale è la quinta di queste figure? Perchè si parta delle figure grammaticali, e non si fli motto di quelle che i retori chiamano figore di parole? Che cosa sono i tropi? Onde ha avuto origine la lingua figurata? Quali sono i principali tropi dei quali sì deve parlare? Pn!]f. 51 ARTICOLO » * Ti/ili /t nnatnifHI*n UCllCL irieiajora. ivi Ivi Quali fra tutte sono le più belle metafore? H. P. Grice: “Probably the most beautiful metaphor is “You’re the cream in my coffee” – while the ugliest is probably ‘You’re the salt in my stew!”!” Quali VI7J principalmente rendono sconcia e aeiornìe la 56 Che cosa è la metonimia, e per quante guise si fa? Che cosa fe la sinecdoche? Che cosa è antonomasia? Che cosa è la catacresi? Che cosa è la metatessi? Come i tropi aggiungano grazia al discorno trovandosi riuniti insieme t « come sieno TUTTI DERIVATI DALLA METAFORA. Dopo queste cose resta altro a dire? Avete accennato che tutti i tropi non sono che MODIFICAZIONI DELLA METAFORA; sapreste voi dichiararmelo? Direste voi ora per qual ragione avete tolto dal novero dei LiLjki^uu L> tropi l'allegoria, l’iperbole – H. P. Grice: “All the nice girls love a sailor” – “Every nice girl loves a sailor”, .1» perifrasi, l’ironia – H. P. Grice: Albritton – He is a fine friend => He is a scoundrel – Look, that car has all its windows intact!, ed 11  C^me ogni ipeeìe dì scrittura ami una matàira propria di tropi. Ogni specie di tropi conviene forse ad ogni maniera di Delle forme di parlare proprie della fantam. D, Gbecosa sonq le figure derivate dall'lmmaglnasione? Chee cosa è la similitudine? Che cosa è la comparazione? H. P. Grice: “You are LIKE the cream in my coffee” i^ B,. Si de?e osservare alouna cosa intomo l'uso dt queste figure? Date alcun esempio che mostri, come la similitudine di* diiara meglio le uose, e le nblMlllsce » o le sublima. Che cosa i l'allegoria – H. P. Grice: the subject of study of cross-categorial barrier breaks, or philosophical eschatology --, e percbè st pone fra le figure d'immaginazione? Che cosa è la perifrasi? Che cosa è l' iperbole? H. P. Grice: “Every nice girl loves a sailor” Che cosa è i'anlilesi? Che cosa è la progressione? Che cosa è la pre-occupazione? Che cosa è la concessione? Che cosa è la pre-terizione? Che cosa è la sermocinaziooe? Che cosa è ìpotiposi? 91 Ipoliposi in genere '  di persona, ossia prosopograUa ivi  di costumi, ossia etopea ivi » di persone -fìme, o somatopea.  Descrizione dei luoghi, o topografia , Vi è nulla da avvertir^ intorno .queate forme di parlare?  i7* L.yi.,^uu Ly Delle forme di parlare proprie della passione. Quali sono le forme di parlare proprie della passione? Che cosa è l’esclamaziope – H. P. Grice, “Hi Ho that’s the way the world goes!” -- e come di lei nasce l’eplfonema? Che cosa fe rinlerrogazione? H. P. Grice: erotetics, as in quessertions -- ?!-p. Ghe cosa è ironia – H. P. Grice: “Look, that car has all its windows intact!” --, e in che differisce dal sarcasmo? Che cosa ò la preghiera? Che cosa è l’imprecazione? Che cosa fe la diibit;>zione? Che cosa è la correzione? Che cosa fe la sospensione? H. P. Grice: “I call it implicatura – and it’s ALWAYS cancellable!” Che cosa è la comunicazione? H. P. Grice: “Something C. L. Stevenson ignores!” -- Che cosa è la personificazione? Cbe cosa è l'apostrofe? Che cosa è la visione? Che cosa si deve osservare intorno l’uso della lingua figurata: e se sia da anteporsi la lingua semplici e propria. È sempre bella e lodevole la lingua figurata? É egli vero ciò cbe insegnano alcuni, la semplice lingua servire alla passione? Come si mostra, per esempio, cbe lo stile semplice non può mai essere proprio della passione? Come può dirsi che serve all' eleganza l’uso delle forme di parlare prodotte dalla fantasia e dalla passione? Dopo avere parlato delle figure come principio d'eleganza, di che altro ci resta a dire? Dei concetti e delle sentenze. Cbe cosa sono i concetti? Cbe cosa è a dire dei concetti piacevoli? Dite adunque dei concetti gravi. Che (Ice avvenirsi inluroo ai concetti? Che cosa si può dire della sentenza? Della varieià. Qaal è il qoiDto elemeDlo deirelegansaf Per quanti modi può otienersi la varieU? Qoal è il secondo luogo onde al derinre varietà al parlatore? Qual è il teno modo d'iodorro varietà nel discorso? Accennate gl’altri tre modi onde si ottiene varietà. Dopo avere esamioati i cinque fonti dell'eleganza, resta egli altro a dire? Dell' Armonia ìmUaliva. Che cosa intendale per armonia imilaliva? Come si imitano gl’affetti coir armooia? Della eolloeasione delle parole per la quale ti reniie piò efficace la pamone e la ieecrimone. Della cùUaenmne delle parole riepetto alla detcruiom. Come si può dire che la collocazione delle parole giovi a rendere più efficace la descrizione – H. P. Grice, “Descriptions” – in ‘Vacuous Names’ – Definite descriptions in Russell and in the vernacular -- ? Dareste voi un esempio cbe mostri quanto nella descrizione può r ordine delle idee? Che si deve apprender dall’analisi di qaestl loogbi? Della collocaztane delle parale rispello agU afptUi. D, La coliocaaione delle parola giova ella soltanto la descri- alone? Serve egli solo alla fantasia e agli affetti lo studio di ben collocar le parole? Se giovino egualmente ad ogni scrittura le cose dette fin qui intorno la collocazione delle parole: e dei fini chi può r uomo proporsi PARLANDO. Non giova egli egualmente ad ogni specie di lingua tutto ciò che abbiamo insegnalo intorno Toso delle paro - le, la scclia e la collocazione delle medesime, i tropi, le fi^uiro , raniK^nia , e gli altri ornamenti do! rliscorso? Quanti sono I FINI – H. P. Grice: the goals conversation is meant to serve -- che l’uomo può avere parlando? Del carattere dello scrìvere filosofico, del persuasivo e del poetico, e delle diverse specie in che ciascuno si riparte. Del carattere dello scrivere filosofico, e specie del medesimo. Come definireste il carattere dello scrivere filosofico? Si deve egli in ogni scrittura di carattere filosofico mantenere la stessa SL'verilà? #• > . Deve egli soltanto dalla materia essere guidato chi scrive di cose filosofiche o diiialliclie? Dopo queste cose, direste voi sulle generali quale debba essere l’elocuzione propria del carattere dello scriver filosofico? Del caraflere dello scriver persuasivo, e delle specie del medesimo. Come potrebbe definirsi il carattere dolio scrivere persuasivo? Spiegatemi un poco questo che dite con qualche esempio. Che parte lianno la fantasia e gli affetti nel discorso della persuasione? In quante specie si parte il carattere dello scrivere persuasivo? Dovrà sempre il discorso persuasivo a?ere la stessa immagine di vera dimostrazione? Del carattere dello scriver poetico, e delle diverse specie del medesimo. Come si può defnire il carattere dello stile poetico? Di quante specie è il carattere dello scriver poetico? A che giova questa distinzione dei diversi caratteri delio scrivere e delle diverse specie? Dello stile e delle sue qualità. Che cosa fe lo stile? Si può egli dividere in diverse specie lo stile? Dello stile semplice o piano. Come definireste lo stile semplice, e quando si usa? Quali cose sono necessarie principalmente per iscriver bene con questo stile? A quali scriiture principalmenlo serve lo stile semplice? In qua! vizio si può cadere cercando il semplice nello stile? Quali sono i principali autori latini da proporsi in esempio di stile semplice? Dello stile mediocre o temperato, e delle sue qualità. Qnal è lo stile mediocre, e quando si usa? Quali sono le qualità principali dello stile mediocre? A quali scritture serve principalmente lo stile mediocre? In quali viq si può cadere facilmente cercando di raffinare lo stile mediocre? Dello stile irtagnìfico e sublime, e delle sue qualità. Chè cosa è lo stile sublimé? Per quanti modi si rende sublime lo stile? Come si rende sublime lo 'élile coi concetti? Come si può dare sublimità alio stile cogli iatffetti? Come si sublima lo stile col mezzo delle figure? Come si rende sublime lo siile con ardita eleganza di Frase? Come si oliiene da ultimo di rendere magnifico ed eievato lo stile per mezzo della composizione del periodo? Esempio del sublime ottenuto in fona dei grandi con» cp.ttL . Esempio del sublime ottenuto in fona dell' affetto. Esempio del sublime ottenuto per le figure  Esempio del sublime ottenuto da ardila eloquema. Esempio del sublime ottenuto per elevata composi - %ione di periodoé In quali mj «'incontra cercando dt sublimare lo stilèrt . Qual è il migliore di questi tre generi di stile? Come possono ottenersi le doti necessarie a scriver bene. Quali precetti si danno pep acqtìistare uno stile lodevole? Che dovrà farsi per otteoere di perfezionare V inieU letto? Come si può arricchire IMfmnaginativay ..Che deve dirsi intorno n^li affetli? Che ne dovrà avvenire dal Mcrfezionameoto dell'intelletto, delia fanUsia e degli aifeui? Oltre queste regole alcun’altra maniera per cui si possa perfezionare lo stile? Che cosa è imitazione? Non è egli vero ciò che alcuni dicono, l’imitazione re » stringere le menti e to^^lier loro la potenz:i creatrice? Bene ho inteso; ma perchè dunque nelle scuole si pretende che noi riportiamo frase, concetto e andamento dagli autori che si por^^ono a noi da inniare? Avrei a caro che indicaste quali sono i gradi diversi pertui sì perviene a ben imitare Della Traduzione, Direste voi alcuna cosa della traduzioiie? Deir Analié, Dite ora dell'analisi, poiché ho detto quanto basta intorno il vantaggio che vien dal tradurre. Dareste voi un esempio dal quale si rilevasse il modo di analizzare? Dell' Emulazione. Esponete ora che cosa s’intende – H. P. Grice: “A great verb: it means both to mean and to understand – and sottinteso is my implicatura!” -- per emulazione, la quale è il terzo grado per cui si ginnge alla perfetta imitazione. Dareste voi ud esempio del coxne si possa imitare emulando? Dopo avere tradotto, analizzalo ed emulato, è egli terminata l' opera dell' imitazione? Se uno solo 0 tulli insieme i migliori scrittori si debbano *\ imitare, e quali sono quelli che devono innanzi a tulli ' ■ essere imitati. Si dovrà egli imitare un solo o tmti gli scrittori insieme, quali hanno titolo d'essere eccellenti? Quali sono gli autori che si devono dapprima proporre a chi vuole venire in fama di scrittore? Quali sono gn «crutori che debbono scegliersi prlucipai= ^ mente a maestri fra i Latini? Qaali scrittori italiani vorrete voi proporei a maestri? Nome compiuto: Giuseppe Ignazio Montanari. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Montanari,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montanari: la ragione conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Cf Mazzino Montanari. Massino Montanari.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montani: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e il debito del segno – implicatura riflessiva – la scuola di Teramo -- filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Teramo). Abstract. Grice: “At Oxford, ‘thing’ is not considered a philosophical lexeme, but ‘object’ is – thus an apple matters less to us than the representation of it – this is what Montani calls the ‘debito del segno’ since while a rose by any other name would smell so sweet, the ‘segno’ “rosa” is inodorous!” -- Flosofo italiano. Teramo, Abruzzo. Allievo di GARRONI (si veda), è Professore di Estetica alla Sapienza Roma, è stato Directeur d'Études Associé presso all'EHESS di Parigi e ha insegnato Estetica al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. La sua ricerca si concentra oggi principalmente sui temi di filosofia della tecnica.  Allievo di Emilio Garroni, per M. l'estetica non va considerata come filosofia dell'arte, ma come una teoria della sensibilità umana, che ha la peculiarità di essere aperta agli stimoli del mondo esterno. La riflessione di M. si snoda in diversi passaggi e attraverso il confronto con alcuni dei protagonisti della filosofia, della linguistica, della semiotica e della teoria del cinema del Novecento, avendo sempre come punto di riferimento la filosofia critica di Kant.  Pensiero Ermeneutica e filosofia critica. Pubblica Il debito del linguaggio, in cui, partendo dal confronto con le teorie strutturaliste, in particolare quelle di Jakobson e Mukarovsky, mostra come la questione del significato del testo poetico non possa essere risolta mediante l'individuazione del codice linguistico o semiotico di riferimento, ma rimandi ad una condizione estetica della significazione. Questo tema viene ulteriormente approfondito in Estetica ed ermeneutica. Prendendo le mosse dalla filosofia critica kantiana, propone di ripensare la verità nel senso heideggeriano dell’ “a-letheia”, del “dis-velamento” dell'essere come una situazione ermeneutica strettamente legata all'effettiva esperienza del soggetto, seguendo la rilettura della filosofia di Heidegger proposta da Gadamer.La formazione e il pensiero di M. sono stati segnati dal suo interesse per il cinema e in particolare per Vertov e Ėjzenštejn. Di entrambi ha curato l'edizione  degli scritti.  Nel testo “L'immaginazione narrative” (Guerini) coniuga l'interesse per il cinema con quello più strettamente filosofico per il tema dell'immaginazione. Propone di considerare l'immaginazione nei termini in cui, in Tempo e racconto, Ricœur parla della narrazione, ovvero come di un processo di “rifigurazione” dell'esperienza del tempo da parte dell'uomo. Per Ricoeur la narrazione ha il potere di far fare al lettore esperienza di un tempo propriamente umano. Montani fa propria la tesi di Ricoeur, applicandola però, all'ambito della narrazione cinematografica. M. ritiene che il territorio dell'immaginazione in cui lavora il cinema sia quello dell'intreccio tra finzione e testimonianza, tra la costruzione dell'intreccio narrativo e la documentazione del reale. La trasformazione dell'esperienza del tempo avviene, così, ad un livello più profondo e creativo. Tecnica ed estetica Con Bioestetica si inaugura la fase più recente del pensiero di M., dedicata all'approfondimento del rapporto tra tecnica e estetica. Attraverso il paradigma della bioestetica M. propone di leggere i fenomeni di biopotere che caratterizzano l'epoca contemporanea a partire dalla loro natura innanzitutto tecnica ed estetica, cioè a partire dal fatto che la sensibilità dell'essere umano viene sempre più orientata ed organizzata tecnicamente. Il biopotere consiste proprio nella capacità di canalizzare la sensibilità umana. In L'immaginazione intermediale Montani prende in analisi i modi in cui il cinema risponde alle forme di anestetizzazione. Prendendo le mosse dalla spettacolarizzazione della politica emersa in seguito all'attentato delle Torri Gemelle, Montani introduce il concetto di "autenticazione dell'immagine", che non consiste nell'accertamento del referente fattuale dell'immagine (il vero, il reale) ma nella rigenerazione di un orizzonte di senso condiviso, la capacità di riferimento dell'esperienza e del linguaggio, in un'epoca caratterizzata da crescenti fenomeni di “indifferenza referenziale” La riflessione sul rapporto tra estetica e tecnica continua in “Tecnologie della sensibilità”, in cui viene teorizzata l'esistenza di una terza funzione dell'immaginazione: accanto a quella produttiva e riproduttiva vi è una funzione inter-attiva. L'immaginazione inter-attiva diventa il paradigma attraverso cui leggere l'epoca contemporanea, attraversata profondamente da fenomeni dell'inter-attività digitale e dalla proliferazione di ambienti virtuali. Saggi: “Il debito del linguaggio: l'auto-riflessività nel discorso,” – Grice: “There is the ‘debito’ and there is the ‘credito’ or ‘price’ of semiosis, too!” -- Marsilio, Venezia; -- Grice: “Actually, Montani uses ‘aesthetic self-reflection,’ using ‘aesthetic’ etymologically, as per what he calls ‘ermeneutica sensibile’ --  Fuori campo: studi sul cinema e l'estetica, Quattroventi, Urbino; Estetica ed ermeneutica: senso, contingenza, verità, Laterza, Roma);  L'immaginazione narrativa: il racconto del cinema oltre i confini dello spazio letterario, Guerini, Milano); Arte e verità dall'antichità alla filosofia contemporanea: un'introduzione all'estetica, Laterza, Roma); L'estetica contemporanea: il destino delle arti nella tarda modernià,  Carocci, Roma; Lo stato dell'arte: l'esperienza estetica; Carboni e M., Laterza, Roma); Bioestetica: senso comune, tecnica e arte” (Carocci, Roma; L'immaginazione intermediale: perlustrare, ri-figurare, testimoniare il mondo visibile, Laterza, Roma); Tecnologie della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva, Cortina, Milano. M., Il senso, Rai Scuola, su raiscuola.rai.  I percorsi dell'immaginazione. Studi in onore di M., Pellegrini, Censi, Cine-occhi e cine-pugni: due modi di intendere il cinema, su Nazione Indiana,  L'immaginazione estatica. Estetica, tecnica e biopolitica, su giornaledifilosofia.net. 2 lAlessandra Campo, Biopolitica come an-estetizzazione. Il significato estetico della biopolitica, su sintesidialettica. Montani, L'immaginazione intermediale, Laterza,, M., L'immaginazione intermediale, Laterza, Anna Li Vigni, Gli occhiali per immaginare, Il Sole 24 Ore. La vita immersa nell’estetica del virtuale, su ilmanifesto. Nome compiuto: Pietro Montani. Montani. Keywords: il debito del segno, Narciso e la reflexione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Montani” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montinari: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sovrumano – torna a Surriento – la scuola di Lucca -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lucca). Abstract. Grice: “We don’t study Nietzsche at Oxford, but they do, at Cambridge!” -- Filosofo toscano. Filosofo italiano. Luca, Toscana. Grice: “If I were asked to identify the main difference between the Italian philosopher and the Oxonian philosopher is that the Italian philosopher takes Nietzsche seriously! But then he lived at Torino!” Nelle istituzioni esistenti, sostenute da immani forze di produzione e di distruzione, viene assimilata e mercificata ogni e qualsiasi protesta, persino quella dei Lumpen, ogni tentativo di lasciare la «nave dei folli». Se il metodo di Nietzsche può ancora aiutarci, allora l'unica forza che ci è rimasta è quella della cultura, della ragione.»  Considerato uno dei massimi editori e interpreti di Nietzsche. Ha definitivamente dimostrato che Nietzsche non ha mai scritto un'opera dal titolo “La volontà di Potenza” e che le cinque diverse compilazioni che la sorella del filosofo e altri editori dilettanti hanno pubblicato sotto questo titolo sono testi del tutto inaffidabili per comprendere il pensiero di Nietzsche. Si era formato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e all'Pisa, presso la quale si laureò con una tesi, “I movimenti ereticali a Lucca.” Caduto il fascismo, divenne un attivista del Partito comunista, presso il quale si occupava della traduzione di scritti dal tedesco. Mentre visitava la Germani a Est per motivi di ricerca, fu testimone della rivolta. Successivamente, in seguito alla repressione della Rivoluzione ungherese del 1956, si allontanò dall'ortodossia marxista e dalla carriera nel partito. Mantenne tuttavia la sua iscrizione al PCI, e rimase fedele agli ideali del socialismo. Collabora con le Edizioni Rinascita, e per un anno fu direttore dell'omonima libreria in Roma. Dopo averne rivisto la raccolta di opere e manoscritti in Weimar, Colli e M. decisero di iniziarne una nuova edizione critica. Essa divenne lo standard per gli studiosi, e fu pubblicata in da Adelphi. Per questo lavoro fu preziosa la sia abilità nel decifrare la scrittura a mano (praticamente incomprensibile) di Nietzsche, fino a quel momento trascritta solo da "Gast“ (Köselitz).  Fonda la rivista Nietzsche-di cui fu coeditore. Attraverso le sue traduzioni ed i suoi commenti di Nietzsche, diede un contributo fondamentale alla ricerca storica e filosofica, inserendo Nietzsche nel contesto del proprio tempo.  Saggi: “Che cosa ha detto Nietzsche”  Roma, Ubaldini, ripubblicato come  “Che cosa ha detto Nietzsche,” [Grice: “I convinced Montinari that ‘veramente’ is a trouser word and should be avoided!” -- Campioni, Milano, Adelphi. Su Nietzsche, Roma, Riuniti,  Teoria della Natura, Torino, Boringhieri, Milano, SE,  F Nietzsche, Lettere a Rohde, Torino, Boringhieri, Nietzsche, Opere, (Milano, Adelphi,  Nietzsche, Il caso Wagner: Crepuscolo degli idoli; L'anticristo; Scelta di frammenti, S. Giametta, Ferruccio Masini, Giorgio Colli, Milano, Mondadori Editore, Ecce homo; Ditirambi di Dioniso; Nietzsche contra Wagner; Poesie e scelta di frammenti postumi, Milano, A. Mondadori, Nietzsche, Schopenhauer come educatore, Milano, Adelphi, Epistolario di Nietzsche, Pampaloni Fama, Milano, Adelphi,  Nietzsche, Scritti, Milano, Adelphi, Schopenhauer, La vista e i colori Carteggio con Goethe,Abscondita,  Nota introduttiva a Genealogia della morale, Nietzsche e Van Gogh, due cardini del pensiero occidentale moderno di  Bettozzi (Liberal democaratici), su liberal democratici..  «Tant qu'il ne fut pas possible aux chercheurs les plus sérieux d'accéder à l'ensemble des manuscrits de Nietzsche, on savait seulement de façon vague que La Volonté de puissance n'existait pas comme telle (...) Nous souhaitons que le jour nouveau, apporté par les inédits, soit celui du retour à Nietzsche.» (Deleuze)  Aveva infatti ottenuto una borsa di studio della Scuola Normale Superiore a Francoforte sul Meno.  Rinascita Che era stato il suo maestro. Giuliano Campioni, Dizionario Biografico degli Italiani stituto dell'Enciclopedia italiana Treccani Giuliano Campioni, Giuliano Campioni, Lanata, Esercizi di memoria, Bari, Levante, (notizie su M. M. nell'articolo su Colli anche a proposito dell'Enciclopedia di autori classici, Boringhieri, progettata e diretta da Colli e a cui M. M.collabora). Iorio, L'arte di leggere Nietzsche, Firenze, Ponte alle grazie,Giuliano Campioni, Leggere Nietzsche. Alle origini dell'edizione critica Colli-Montinari. Con lettere e testi inediti, Pisa, M.: l'arte di leggere Nietzsche Paolo D'Iorio, Pubblicato da Ponte alle grazie, Studi germanici  Di Istituto italiano di studi germanici — Pubblicato da Edizioni dell'Ateneo, Originale disponibile presso la l'Università della Virginia — "M., Nietzsche", di Tuca Giuliano Campioni, Da Lucca a Weimar: M. e Nietzsche in Nietzsche. Edizioni e interpretazioni,  Fornari, ETS, Pisa, Die "ideelle Bibliothek Nietzsches". Von Charles Andler M. Pensiero di Schopenhauer Roscani Torino#Filosofi Giuliano Campioni, M., in Dizionario biografico degl’italiani,  Istituto dell'Enciclopedia. Opere di M., Centro interdipartimentale di studi Colli-M. su Nietzsche e la Cultura Europea — Pisa, Lecce, Padova e Firenze (Centronietzsche.net), su centronietzsche.net. Grice: “Montinari is right that ‘la volonta di potenza’ ‘n’existe pas’ – vacuous name. Torna a Surriento.   Umano, troppo umano, uscito anni fa, e dedicato al centenario della morte di Voltaire, è tra le opere di Nietzsche quella che ha avuto il più lungo periodo di gestazione. Nella mighore e più attendibile biografa di Nietzsche che mai sia stata scritta e che troppe volte non viene presa sul serio, voglio dire in Ecce homo, leggiamo:  « Umano, troppo umano è il monumento di una crist. Dice di essere un libro per spiriti liberi: quasi ogni frase vi esprime una vittoria - con quel libro mi sono liberato da ciò che non apparteneva alla mia natura... qui il termine " spirito libero" deve essere inteso solo in un senso: uno spirito diventato libero, che ha ripreso possesso di se stesso ». Ciò che non apparteneva alla natura di Nietzsche era la speculazione metafisica di Schopenhauer, il pensiero mitico di Wagner (più in generale il • pensiero impuro » dell'artista). L'approdo alla liberazione dello spirito è dunque un processo; esso — per Nietzsche - doveva essere compreso in una sorta di tirocinio, al cui inizio stavano le Memorie di un'idealista  di Malwida von Meysenbug e alla fine l'Origine dei sentimenti morali di Rée. Tra i due nomi, che sembrano in contrasto tra loro, si compie una parabola tipica per la situazione spirituale di un gruppo importante di intellettuali del tardo Ottocento, cui anche Nietzsche appartiene. La vecchia quarantottarda Malwida acquisisce negli anni della rivoluzione e dell'esilio (Herzen, Mazzini, Kinkel) una concezione del mondo intrepidamente materialistica ed ateisti-ca, anche se illuminata dall'idealismo pratico-poli-tico e poi sostenuta dopo l'incontro con Wagner dalla pessimistica (e consolatoria) metafisica schopen-haueriana. Ciò spiega, tra l'altro, l'entusiasmo concui ella a Sorrento accolse, per il tramite di Nietzsche, l'‹ ottimismo del temperamento » coniugato al • pessimismo della conoscenza », secondo la formula adoperata da Jacob Burck-hardt per definire il carattere dei Greci. (Questa formula doveva avere fortuna particolare da noi in Italia, nel passaggio dalla Meysenbug a Romain Rolland, e da costui a Antonio Gramsci).  Quindi Rée: il filosofo positivista si era educato alla scuola di Schopenhauer (e di Hartmann, al quale anche il giovane Nietzsche doveva qualcosa), ma anche di Darwin e dei nuovi moralisti inglesi, con una considerevole aggiunta di nichilismo russo (Turgenev). Non mi sembra casuale che sia proprio Rée a scoprire (per regalarlo poi alla Meysenbug e a Bay-reuth), Stein (allievo dDühring, filosofo della « realtà »), anche lui schopenhaueriano (e poi wagneria-no) e autore di un libro dedicato agli « ideali » del  « materialismo ».  Questa schiera di personaggi, spiriti più o meno li-beri, tra i quali si trovavano amici e ammiratori di Nietzsche, vive la crisi di un'epoca satura di scienza, che può essere solo onestamente materialistica ed è al tempo stesso intimamente insoddisfatta, perché non riesce a scaldarsi al pallido, nordico agnosticismo königsberghiano, né ad entusiasmarsi per la nuova fede ottimistica e scientista del senile Strauss. Le rimangono tutt'al più i paradisi artificiali e neoromantici del dramma musicale di Ri-  chard Wagner.  Dopo il grande tentativo wagneriano della Nascita della tragedia, la serie delle Considerazioni inattuali e più ancora la grande massa dei frammenti si presentano ai nostri occhi come la preparazione del Nietzsche nuovo di Umano, troppo umano. Al di là della predicazione e dell'invettiva del Nietzsche inattuale è possibile infatti cogliere quel processo di intellettualizzazione radicale e di distruzione di ogni convinzione che è uno degli aspetti fondamentali della libertà di spi-rito, come viene enunciata nelle ultime pagine di Umano, troppo umano. Le illusioni e le consolazioni dell'arte, della metafisica, della religione cadono « in balia della storia», e solo la storia può rievocarle - e questa è ancora la nostra fortuna: poter mantenere in noi la possibilità della rievocazione storica dell'umanità passata. L'importanza della conoscenza storica è sottolineata da Nietzsche proprio in rapporto alla fine della metafisica, quando nell'aforisma 37 di Umano, troppo umano scrive: Qual è comunque la proposizione principale a cui giunge, attraverso le sue penetranti e taglienti analisi dell'umano agire, uno dei più arditi e freddi pensatori, l'autore del libro: Sull'origine dei sentimenti morali [cioè Paul Rée]? " L'uomo morale" egli dice "non è più vicino al mondo intelligibile (metafisico) dell'uomo fisico". Questa proposizione, temprata e affilata sotto i colpi di martello della conoscenza storica, potrà forse un giorno, in un qualche futuro, servire come l'accetta che reciderà alla radice il " bisogno metafisico" degli uomini: se più a benedizione che a maledizione del benessere gene-rale, chi saprebbe dirlo? ma in ogni caso come una proposizione dalle più importanti conseguenze, feconda e terribile insieme, e che scruta il mondo in quel modo bifronte, proprio di tutte le grandi co-noscenze». Dieci anni più tardi Nietzsche citerà ancora una volta in Ecce homo la proposizione di Rée, presentandola come il preannuncio della sua « trasvalutazione di tutti i valori ». Ho l'impressione che nessuno degli esegeti di Nietzsche abbia preso sul serio quel ritorno estremo a Rée.  A Rée mancano tuttavia la disciplina e l'esercizio del senso storico che troviamo invece in tutta l'opera di Nietzsche, a partire proprio da Umano, troppo umano. Né il nome del massimo rappresentantedell'età dei lumi, di colui che Goethe chiamava la  • luce di noi tutti » si trova sul frontespizio della prima edizione del « libro per spiriti liberi » a celebrare la casualità di un giubileo. Esso rappresenta invece il nuovo programma di Nietzsche, che consiste nel risuscitare e lo spirito dell'Illuminismo e dello sviluppo progrediente » contro lo spirito di Rousseau, padre ambiguo delle « mezze verità » della Rivoluzione francese e del romanticismo. L’antagonismo Voltaire-Rousseau rientra per Nietzsche in una sorta di schema storico, che vale per l'età moderna nei due momenti dell'Umanesimo-Rinascimento e dell'Illuminismo. L'Umanesimo-  Rinascimento è un movimento di civiltà che viene interrotto da una rivoluzione (la Riforma) e da una reazione (la Controriforma), così come l'Illuminismo è stato interrotto dalla Rivoluzione francese e dalla reazione romantica. Dalla reazione romantica maturano però risultati imprevisti: da un lato il senso della storia, come forma superiore e prosecuzione dell'Illuminismo, dall'altro, - come prodotto diret-to, secondo Nietzsche, del senso storico, - il socialismo (rivoluzione) e l'oscurantismo moderno (in Germania nelle forme ideologiche del conservatorismo cristiano degli Junker e dell'antisemitismo).  Nietzsche è dalla parte del Rinascimento, dell'Illu-minismo e del senso storico, a cui si contrappongono di volta in volta le coppie rivoluzionario-reazionarie che abbiamo visto.  I valori positivi del passato non sono di coloro che hanno combattuto o reagito contro la Riforma e contro la Rivoluzione francese, come nel presente non è la reazione antisocialista (si hanno le leggi anti-socialiste di Bismarck) a cui Nietzsche senta di aderire. La pacata riflessione storica dello spirito libero si colloca piuttosto nella vita contempla-tiva; questa comporta non tanto la rinuncia all'immediatezza vitale dell'azione, quanto e soprattutto il dominio dello « spirito » sulla pienezza e ricchez-za della « vita » (e quel dominio avrà significato in proporzione diretta a questa ricchezza e pienezza).  Un modello di questo dominio è il classicismo illu-ministico, tollerante e cosmopolitico di Goethe, che è il saldo punto di riferimento di tutto il libro.  guerra, bensi come la constatazione del definitivo crepuscolo degli « ideali » metafisici (Schopenhauer)  e mitici (Wagner), a cui secondo lui avrebbero dovuto approdare per onestà della ragione anche i suoi amici e seguaci. Tranne alcune rilevanti eccezioni (Overbeck, in particolare, ma anche Burck-hardt e Karl Hillebrand, che tuttavia non erano propriamente né amici né seguaci) gli amici (Richard e Cosima Wagner, Erwin Rohde, Malwida von Mey-senbug) rimasero costernati e, anzi, si sentirono attaccati e provocati, abbandonati e traditi. Così Nietzsche stesso, che pochi mesi prima aveva scritto cpistole dedicatorie di Umano, troppo umano a Richard e Cosima Wagner, una di esse persino in (brutti) versi, dovette rendersi conto dell'abisso che lo separava non solo dai suoi vecchi amici, ma anche dal suo proprio passato: « Quell'offuscamento metafisico di tutte le cose vere e semplici, la lotta condotta con la ragione contro la ragione, con la mira di vedere in ogni e qualsiasi occasione chissà quali immense meraviglie, per giunta un'arte barocca di ipereccitazione e esaltazione della smodera-tezza, intendo dire l'arte di Wagner: queste due cose messe insieme avevano finito per rendermi sempre più malato e quasi ad estraniarmi dal mio buon temperamento... Mi resi pienamente conto di tutto ciò nell'estate di Bayreuth: fuggii via, dopo le prime rappresentazioni a cui avevo assistito, e mi rifugiai sui monti, e là in un piccolo villaggio in mezzo alla foresta, nacque il primo schizzo, all'incirca un terzo del mio libro, allora sotto il titolo del Vomere ». Cosi scriveva Nietzsche all'inconsola-bile Mathilde Maier, un'amica di Wagner, nel luglio del 1878, e nella stessa epoca a Rée: « I miei conoscenti ed amici (con pochissime eccezioni) si comportano come se gli avessi rovesciato il pentolino del latte. Dio li aiuti - io non posso fare altrimenti ».  Umano, troppo umano non era nato come libro po-lemico, lo ripetiamo, ma come superamento di una crisi, che non era solo di Nietzsche. Perché non vada perduto, nella presente pubblicazione che non ha commento, riproduciamo qui ciò che l'autore volle premettere alla prima edizione, ‹ in luogo di una prefazione », affinché serva come avviamento alla lettura della prima grande opera veramente sua. Si tratta della traduzione di un brano tratto dalla versione latina del Discorso del metodo di Cartesio: per un certo tempo considerai le occupazioni disparate alle quali gli uomini si dedicano in questa vita, e feci il tentativo di scegliere la migliore tra queste. Ma non è necessario qui raccontare quali pensieri mi vennero nel far ciò: basti dire che, per parte mia, nulla mi sembrò essere meglio che attenermi rigidamente al mio proposito, vale a dire: impiegare tutto il tempo della vita a sviluppare la mia ragione e a seguire le tracce della verità così  come i mi re proponi queche i ri che gali  che, secondo il mio giudizio, non si può trovare in questa vita nulla di più gradevole e di più in-  nocente; oltre a ciò, da quando mi ero giovato di quel modo di considerare le cose, non passava giorno senza che io non scoprissi qualcosa di nuovo, che era sempre di un qualche peso e niente affatto conosciuto dalla generalità degli uomini. La mia anima finalmente divenne allora cosi piena di gioia, che tutte le altre cose non potevano più offenderla in alcun modo. Nome compiuto: Mazzino Montinari. Montinari. Refs. Luigi Speranza, “Grice e Montinari: l’implicatura di Nietzsche” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Monte: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la prospettiva e la filosofia della percezione – la scuola di Pesaro -- filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pesaro). Abstract. Grice: “For some resason – most likely due to the empiricist tradition prevalent in these islands, the philosophy of perception is quite popular at Oxford. Our moral professor of philosophy, Austin, spent most of his terms teaching it – “Sense and sensibilia”!” -- Filosofo italiano. Pesaro, Marche. Grice: “I like to illustrate a ‘scientific revolution’ with Del Monte’s refutation on the equilibrium controversy, since it involves a lot of analyticity that only a philosopher can digest!” -- essential Italian philosopher. Il marchese Guidubaldo Bourbon Del Monte (Pesaro), filosoMecanicorum liber, Suo padre, Ranieri, originario da un famiglia benestante di Urbino, discendente dalla schiatta dei Bourbon del Monte Santa Maria, fu notato per il suo ruolo bellico e fu autore di due libri sull'architettura militare. Il duca di Urbino, Guidobaldo II della Rovere, gli attribuì, per meriti, il titolo di Marchese del Monte, dunque la famiglia divenne nobile solo un generazione prima di Guidobaldo. Alla morte del padre, ottenne il titolo di Marchese. Studia matematica a Padova. Mentre era lì, strinse una grande amicizia con Tasso. Combatté nel conflitto in Ungheria, tra l'impero degli Asburgo e l'Impero Ottomano. Al termine della guerra, torna nella sua tenuta a Mombaroccio, vicino Urbino, dove passava i giorni studiando matematica, meccanica, astronomia e ottica. Studia matematica con l'aiuto di Commandino. Divenne amico di Baldi, che fu anch'esso studente di Commandino. Ispettore delle fortificazioni del Granducato di Toscana, pur continuando a risiedere nel Ducato di Urbino.  In quegli anni, corrisponde con numerosi matematici inclusio Contarini,  Barozzi e Galilei  e con alcuni di loro si dice abbia avuto anche relazioni più che professionali.  L'invenzione per la costruzione di poligoni regolari e per dividere in un numero determinato di segmento qualsiasi linea fu incorporata come caratteristica del compasso geometrico e militare di Galileo. Proprio fu fondamentale nell'aiutare Galilei nella sua carriera, che e un promessa ma disoccupato. Raccomanda il toscano al suo fratello Cardinale, che a sua volta parla con il potente Duca di Toscana, Ferdinando I de' Medici. Sotto la sua protezione, Galileo ha una cattedra di matematica all'Pisa. Guidobaldo divenne un amico fidato di Galileo e lo aiutò nuovamente quando dovette necessariamente fare domanda per poter insegnare matematica all'Padova, a causa dell'odio e della macchinazione di Giovanni de' Medici, un figlio di Cosimo de' Medici, contro Galileo. Nonostante la loro amicizia, M. fu un critico di alcune teorie di GALILEI, come quella relativa alla legge dell'isocronismo delle oscillazioni. Compone un importante saggio sulla prospettiva, “Perspectivae Libri VI”, pubblicato a Pesaro che ha ampia diffusione. E sicuramente, anche secondo il parere di Galileo, uno dei massimi studiosi di meccanica e matematica. “Mechanicorum liber”. Pisauri. Saggi: “Mechanicorum” (Pisauri, Girolamo Concordia – Venezia, Deuchino -- Mecanicorum); “Plani-sphaeriorum universalium theorica” (Pisauri, Girolamo Concordia); “De ecclesiastici calendarii restitutione" (Pisauri, Girolamo Concordia); “La prospettiva” (Pisauri, Girolamo Concordia -- Roma); “Problematum astronomicorum” Venezia, Giunta); De cochlea,” Venezia, Deuchino);  “Le mechaniche nelle quali si contiene la dottrina di tutti gl’istrumenti principali da mover pesi grandissimi con picciola forza”  (Venezia, Franceschi); “Lettere” (Venezia); “La teoria sui planisferi universali” (Firenze). Galileo (che nel frattempo era stato molto probabilmente anche suo ospite) puo occupare la cattedra di Padova, grazie anche all’intervento delduca., che nell’ambiente veneto poteva contare, oltre che sull’amicizia di un Contarini e di un Pinelli, sull’autorità e l’influenza di M., generale delle fanterie della Repubblica": Fondazione cardinal Francesco maria delmonte -- guidobaldo-del-monte. A. Giostra, La stella o cometa nelle lettere a Giordani, Giornale di Astronomia. Galilei. Guidobaldo II della Rovere Mombaroccio, Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “There possibly is no equivalent to perspective for the other senses. Prospettiva, as the Italians call it. They are obsessed with it. Consider the human body. Consider Apollo del Belvedere – it is not just a body perceiving another body, there is a perspectival side to it!” Nome compiuto: Giambattista del Monte. Guido Ubaldo de’ marchesi Del Monte; Guidobaldo Del Monte. Monte. Keywords: implicature, perspective in statuary. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e del Monte," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Monterosso – filosofia italiana – Luigi Speranza  (Roma). Abstract. Grice: “I invented Deutero-Esperanto; Monterosso invented neo-Latin!” -- Filosofo italiano. Roma, Lazio. Vede le stampe a Buenos Aires il progetto di M.,  denominato neo-latinus. I casi fin qui esaminati non esauriscono la moltitudine di quelli che vedeno la luce. Si ricordino pertanto anche i contributi di Tommaso Valperga di Caluso (grammatica universale), ROVERE (vedasi), Proposta del provenzale come lingua internazionale, CONSOLI (vedasi), Lingua nazionale della terra; PORTALUPI (vedasi), Sten.ling.; FACCIOLI (vedasi), Lingue de nazioni e lingua universale; MAGLI (vedasi), Anti-Babele; ALLIONI (vedasi) BOELLA (vedasi) Boella (Cod.: codice di corrispondenza amichevole internazionale), HERPITT (vedasi), Niuspik; CALABRESI (vedasi), Omni-Lingua; ARGENTERI (vedasi), Lingua Euratlantica; PELLEGRINI (vedasi), Grammatica de lingua italiane semplificate; CIARLANTINI (vedasi), Metodo tachigrafico. I progetti ivi citati non sono stati esaminati perché le informazioni che li concernono sono, per ora, di difficile reperimento. Nome compiuto: Antonio da Monterroso. Monterosso. Keywords: implicatura, lingua universale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Monterosso.” Monterroso.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Moramarco: la ragione conversazioane e l’implicatura conversazionale della tradizione massonica filosofia emiliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio nell’Emilia). Grice: “At Oxford, masons are usually forbidden!” -- Filosofo italiano. Reggio, Emilia. Grice: “Unlike Moramarco, what most people know about massoneria is via “Il flauto magico”!” Grice: “Moramarco analyses massoneria aa a philosophical cult, talking about ‘brotherly link’ ‘vincolo fraterno’ – he has unearthed a few fascinating details about massoneria in Italy. Esponente della Massoneria te assertore di una sintesi religiosa tra Mazdeismo e Cristianesimo. Discende da un'antica famiglia di Altamura, di ascendenze latino-germaniche, cresciuta e ramificatasi durante il dominio dei Farnese. Studioso di Massoneria, ha scritto la Nuova Enciclopedia Massonica in tre volumi, importante testo di ricerca massonologica. Un suo precedente volume, La Massoneria ieri e oggi fu tra i primi, sull'argomento, pubblicati in Russia dopo il crollo del regime sovietico, che aveva proscritto le Logge.  Iniziato nel Grande Oriente d'Italia, divenne Maestro Venerabile della Loggia Intelletto e Amore, ricevette la decorazione all'Ordine di Bruno, conferita a quanti si distinguono nello studio e nella diffusione degli ideali massonici. Coordinatore scientifico del Convegno Internazionale anni di Massoneria in Italia, al quale parteciparono studiosi quali Paolo Ungari, Alessandro Bausani, Mola, Basso, Roversi Monaco, Ricca. Il convegno fiorentino costituì la prima risposta pubblica, da parte della Comunione massonica di Palazzo Giustiniani, alle degenerazioni della P2.  Nello stesso anno, in qualità di Garante d'Amicizia tra il Grande Oriente d'Italia e la Grand Lodge of South Africa, richiese, d'accordo con il Gran Maestro Armando Corona, che tutte le Logge sudafricane, peraltro già avviate in tale direzione  (quando un gruppo di Liberi Muratori della Massoneria Prince Hall era stato ammesso nella Loggia "De Goede Hoop" di Cape Town), abrogassero l'apartheid, scelta che esse fecero, qualificandosi tra le prime associazioni bianche a superare la segregazione razziale. Uscì dal Grande Oriente d'Italia, rigettandone il laicismo, per ravvivare i nuclei massonici di impronta cristiana e spiritualista, che assunsero la denominazione Real Ordine degli Antichi Liberi e Accettati Muratori. Su tale concezione della Massoneria ha scritto La via massonica. Dal manoscritto Graham al risveglio noachide e cristiano (), un testo dal quale emerge, fra l'altro, l'importanza della devozione alla Vergine Maria, come madre del Cristo ed espressione umana della divina Sophia, nella genesi della spiritualità massonica.  Ha ricostruito le vicende della Gran Loggia d'Italia, l'altra associazione maggioritaria di Liberi Muratori in Italia, nel volume Piazza del Gesù. Documenti rari e inediti della tradizione massonica italiana, contribuendo in seguito alla realizzazione di programmi tematici per varie emittenti televisive, tra le quali Rossija 24, Reteconomy e È TV Rete7.  Ha conseguito il 33º grado del Rito scozzese antico ed accettato e il VII del Rito filosofico italiano, che nel secondo decennio del Novecento vide tra le sue fila i neopitagorici Arturo Reghini e Amedeo Rocco Armentano. Fonda in Italia l'Antico Rito Noachita su patente ricevuta presso il British Museum dall'ex Maestro Venerabile della Loggia "Heliopolis" di Londra.  Ha realizzato una colonna sonora per i rituali massonici, dal titolo Masonic Ritual Rhapsody. presso la Loggia "Gottfried Keller" di Zurigo, è stato ricevuto come membro nell'Independent Order of Odd Fellows.  Già attivo con Joseph L. Gentili,  editore del newsletter Brooklyn Universalist Christian, in un progetto di restaurazione della Chiesa Universalista d'America, contro la deriva liberal di quel movimento, ha ricevuto il navjote zoroastriano. Nel volume Il Mazdeismo Universale propone una visione eclettica di tale religione, collegando ad essa elementi del misticismo ebraico, del dualismo platonico e cristiano, del buddhismo Mahāyāna, e riconoscendo in Gesù il saoshyant (divino soccorritore, messia) profetizzato dall'antica religione iranica, in una prospettiva teologica di tipo mazdeo-cristiano, intorno alla quale si è formata una Fraternità Mazdea Cristiana.  Si è avvicinato alle correnti latitudinaria e mistica dell'Anglicanesimo e al percorso religioso di Loyson, confluendo in una comunità religiosa di orientamento eclettico, ove ha potuto conservare la doppia appartenenza, cristiana e zoroastriana. Entro tale gruppo, che nel gennaio  ha assunto la denominazione Reformed Cloister of the Holy SpiritUnione Riformata Universalista, è un oblato di San Pellegrino delle Alpi, secondo la Regola che, ispirandosi alle tradizioni fiorite intorno alla vita di quell'eremita del Cristianesimo celtico, contempla almeno un atto quotidiano "di giustizia, o di soccorso fraterno" anche nei riguardi di animali e piante.  Laureatosi cum laude in Filosofia presso l'Bologna,, con una tesi sul pensatore indiano Sri Aurobindo (relatore il noto indologo e sanscritista Giorgio Renato Franci), nella seconda metà degli anni Ottanta si è formato in Training autogeno e Psicoterapia con la procedura immaginativa sotto la guida di Luigi Peresson.  Ha trattato dei nessi tra Zoroastrismo e Cristianesimo nei libri La celeste dottrina noachita (e I Magi eterni, di fenomenologia del sacro ne L'ultima tappa di Henry Corbin e di tanatologia in Psicologia del morire. Ha scritto sulle esperienze di autogestione dei lavoratori nel mondo e sui rapporti tra socialismo e religione per Azione nonviolenta, la rivista fondata da Aldo Capitini. Con il saggio Per una rifondazione del Socialismo partecipò al simposio "Marxismo e nonviolenza" (Firenze) nel quale intervennero, tra gli altri, Bobbio e Garaudy. -- è un sostenitore della lingua ausiliaria internazionale Esperanto. Ha aderito al gruppo esperantista bolognese "Achille Tellini".  In ambito narrativo, ha scritto Diario californiano e Torbida dea. Si è occupato di storia dello spettacolo, scrivendo I mitici Gufi, sul celebre quartetto di cabaret degli anni sessanta, e partecipando all'allestimento del programma Gufologia per Rai Sat; con l'ex "Gufo" Roberto Brivio ha collaborato sia nella riproposta del repertorio del gruppo in teatri e circoli culturali, sia nella realizzazione di un laboratorio teatrale e musicale che vide attivamente coinvolti numerosi alunni portatori di disabilità, presso l'Istituto medio superiore in cui insegnò psicologia.  Ha inciso quattro CD, Allucinazioni amorose (meno due), Gesbitando, Come al crepuscolo l'acacia e Existenz, che contengono sue canzoni e brevi suites strumentali, ricevendo il plauso, tra gli altri, di critici come Maurizio Becker, Mario Bonanno (Musica et Parole) e Salvatore Esposito (Blogfoolk), di autori come Bruno Lauzi, Ernesto Bassignano, Giorgio Conte e dei jazzisti Giulio Stracciati e Shinobu Ito.  Nel dicembre  è stato chiamato da Luisa Melis, figlia e continuatrice dell'opera di Ennio Melis, il patron della RCA Italiana, a far parte della giuria del Premio De André.  Saggi: “La Massoneria” (Vecchi, Milano), “La Massoneria: cronaca, realtà, idee (Vecchi, Milano), “Per una rifondazione del socialismo, in: Marxismo e non-violenza (Lanterna, Genova) – PARTITO SOCIALISTA ITALIANO --; “La Libera Muratoria” (Sugar, Milano); “La Massoneria. Il vincolo fraterno che gioca con la storia” (Giunti, Firenze) Diario (Bastogi, Foggia) Grande Dizionario Enciclopedico POMBA (Torino); Antroposofia, Besant, Cagliostro, Radiestesia, ecc.). L'ultima tappa di Henry Corbin, in Contributi alla storia dell'Orientalismo, Franci (Clueb, Bologna) “La Massoneria in Italia” (Bastogi, Foggia) Enciclopedia Massonica (Ce.S.A.S., Reggio E.; Bastogi, Foggia); Psicologia del morire, in  I nuovi ultimi (Francisci, Abano Terme) Piazza del Gesù. “Documenti rari e inediti della tradizione massonica italiana” (Ce.SA.S. Reggio Emllia); Sette Lodi Massoniche alla Beata Vergine Maria (Real Ordine A.L.A.M., Reggio Emilia) La celeste dottrina noachita (Ce.S.A.S, Reggio E.) I mitici Gufi (Edishow, Reggio Emilia); “Torbida dea. Psicostoria d'amore, fantomi et zelosia (Bastogi, Foggia); Il Mazdeismo Universale. Una chiave esoterica alla dottrina di Zarathushtra (Bastogi, Foggia ) I Magi eterni. Tra Zarathushtra e Gesù (Om, Bologna ) La via massonica. Dal manoscritto Graham al risveglio noachide (Om, Bologna ) Massoneria. Simboli, cultura, storia (consulenza scientifica di M.M.) (Atlanti del Mistero/Giunti-Vecchi, Firenze ) Introduzione alla Libera Muratoria (Settenario, Bologna ) Musica Allucinazioni amorose (meno due)  (Bastogi Music Italia) (Bastogi Music Italia) Gesbitando, (Bastogi Music Italia ) Come al crepuscolo l'acacia  (Heristal Entertainment, Roma ) Existenz ((Heristal Entertainment, Roma ). Note  Aplogruppo Mola, Un valido impulso per una Massoneria "à parts entières", in 250 anni di Massoneria in Italia, F. Ferrari, La Massoneria verso il futuro (una conversazione con Michele Moramarco) v. )  Una breve rassegna di testi fondamentali sulla Massoneria si trova sul sito del Cesnur diretto da Massimo Introvigne. Vedi anche le recensioni di E. Albertoni ne Il Sole 24 Ore, inserto domenicale, e di G. Caprile ne La Civiltà Cattolica, Il volume fu pubblicato nell’anno della dissoluzione dell'URSS, dalla casa editrice Progress, V. Brunelli, Massoneria: è finito con la condanna della P2 il tempo delle logge e dei "fratelli" coperti, in Corriere della sera, Il Corriere della Sera dedicò un lungo articolo allo "scisma" (v. ). Del Real Ordine A.L.A.M. si è occupato anche il centro di ricerca Cesnur, diretto dal noto storico e sociologo delle religioni Massimo Introvigne, v.//cesnur.org/religioni_italia/a/ appendice_02.htm. Il termine Real non aveva alcun riferimento alla storia italiana, ma si richiamava alla leggenda, contenuta negli Antichi doveri, secondo cui l'Ordine Massonico ricevé le sue proto-costituzioni dal re Atelstano d'Inghilterra (Æðelstan); recentemente il Real Ordine ha assunto la denominazione di Unione Cristiana dei Liberi Muratori  Rito filosofico italiano  Antico Rito Noachita  Masonic Ritual Rhapsody, Bastogi Music Italia, youtube.com/watch?v=rSs0 4kpA36U. A questa esperienza è collegata la sua iscrizione alla SIAE come autore musicale  Del percorso che lo ha condotto verso la visione di Zoroastro (Zarathushtra) si è occupata la rivista parsi di Bombay, Parsiana, così come il quotidiano torinese La Stampa v. mazdeanchristian.wordpress.com/  latitudinarismo, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,  v. riformati universalisti.wordpress // In questa comunità si ritrovano, su vari temi, idee tratte dal Manicheismo, dall'Arianesimo, dal Quaccherismo, dall'Unitarianismo, dal Giurisdavidismo e dall'universalismo hindu-cristiano del movimento Navavidhan fondato da Keshab Chandra Sen. Frequenti e significativi sono altresì i riferimenti al pensiero di aint-Martin e alla "religione aperta"o della "compresenza dei morti e dei viventi"elaborata da Capitini, Stracciati  Ito  E. Albertoni, Tante fedi, nessun dogma (recensione della Nuova Enciclopedia Massonica, Il Sole 24 Ore,I, inserto culturale domenicale) M. Chierici, Nasce la Lega dei Venerabili (Corriere della Sera) S. Esposito, Dalle radici del Mazdeismo all'Alleanza Mazdea CristianaIntervista con M. (in Secreta Magazine S. Esposito, Gesbitando: intervista con M. (Blogfoolk) F. Ferrari, La Massoneria verso il futuro (una conversazione con M.) (Bastogi, Foggi8) S. Semeraro, Tra la via Emilia e l'Est. Così parlò Zoroastro (La Stampa, Torino) S. Sari, Unico e plurimo al contempo, Dio secondo gli Zoroastriani [intervista a M.M.](Libero) G. Giovacchini, Cultura e spiritualità della Massoneria italiana [prefazione di M.] (Tiphereth, Acireale-Roma )  Zoroastrismo Universalismo Massoneria Rosacroce michelemoramarco.  blog del Real Ordine A.L.A.M., su realordine.wordpress.com. Pagina sul sito di Heristal Entertainment, su heristal.eu. blog degli anglicani latitudinari, su riformatiepiscopali.wordpress.com. Grice: “The Romans are obsessed with what Moramarco calls ‘paganesimo romano’ – the word ‘pagano’ only makes sense in opposition to Christ. It would be very inappropriate of the greatest Italian philosopher ever, Antonino, to consider his self pagan!” -- Michele Moramarco. Moramarco. Keywords: la tradizione massonica italiana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Moramarco” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Morandi – la lingua di Firenze – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Abstract. Grice: “At Oxford, ‘rule’ has a meaning that was adopted by Austin, and therefore, disadopted by me! – Cicerone should know better – REGVLA – from ‘reign’ – the rule of law. In my “Logic and Conversation” I occasionally and informally refer to the ‘conversational rule’ of the ‘conversational game’, i. e. the rule that states which ‘conversational mve’ should follow which!” Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Trabalza cita. REGOLE DELLA LINGUA FIORENTINA C ["kabalza. A quanto dico del notevolissimo documento che qui esce pella prima volta alla luce, sono in grado, per speciale favore usatomi dal mio illustre maestro ed amico senatore Morandi, d’aggiungere alcune notizie di grande importanza storica, anticipando le conclusioni a cui egli è giunto, com'è suo costume, dopo largo e profondo studio, e che illustra col noto suo magistero di dottrina e di stile in un saporitissimo saggio. Nella Antologia M. segnala l'importanza della grammatichetta vaticana, narrando le vicende del manoscritto; e poiché egli stesso m'esorta a pubblicarlo per intero, annunzia fin d'allora ch'io la mette come appendice ad ogni grammatica razionale o ragionata. Continuando però le sue indagini con rigore di metodo intorno ai primi vocabolari e alle prime grammatiche della nostra lingua, M. puo ha tra le altre cose provare che la nostra grammatichetta e molto probabilmente opera di Lorenzo il Magnifico, non certamente d’ALBERTI (si veda), com'e stato supposto; e che anche Vinci abbozza una grammatica della lingua d’Italia, dimettendone forse il pensiero, quando ha notizia, come apparisce da due suoi ricordi, della grammatichetta del magnifico. Lo studio di M. s’occupa poi distesamente dei materiali raccolti da VINCI per fare il vocabolario italiano, il latino-italiano e una specie di dizionario illustrato dell’armi Prefazione antiche, pel quale sa attingere d’una fonte classica sfuggita ai lessicografi latini suoi contemporanei. Per tutto questo M. adduce fatti fin qui ignorati o fraintesi; ed attorno alla grammatichetta vaticana e all'opera filologica di VINCI tratteggia e documenta i traviamenti degl’altri primi come de'posteriori grammatici e vocabolaristi, italiani e latini, e ha occasione di ri-parlare, sotto nuovi aspetti, de'punti più capitali della questione della lingua, dimostrando, in concordia e in conferma del principio che egli viene sostenendo da tanti anni, come il Magnifico, VINCI (vedasi) e MACHIAVELLI (vedasi) hanno criteri linguistici assai più giusti di’altri loro contemporanei e di molti moderni. Sicché il suo saggio, mentre, integrando le sue ben note trattazioni precedenti, prende un cospicuo posto nella secolare letteratura della questione dell'unità della lingua, viene a colmare, sotto il rispetto storico, una vera lacuna. Ed ora poche parole sull'edizione della grammatichetta; poche, perchè i criteri da noi tenuti appariranno ben chiari dal testo che qui segue. S'è cercato di conservarlo in tutta la sua integrità anche sotto il rispetto puramente materiale: quindi nessuna sostanziale modificazione nel sistema ortografico e di punteggiatura, che qui poi ha un maggior valore, mancando nella grammatichetta qualunque principio d'interpunzione e d'ortografìa; nessuna sostituzione di corsivo, anche là dove forse pella chiarezza del testo sarebbe stato di qualche utilità. Anche l'incertezza nell'uso delle maiuscole e delle minuscole s'è lasciata. Per Yu e il v, benché sempre rappresentati dall’autore coll'?^, s'è adottata la distinzione grafica dell'ordine delle lettere. Si sono conservati i più e i cosi e simili, senz'accento, di contro all'a, preposizione, accentata. S'è mantenuta anche la disposizione dei titoli de'capitoli. Si sono invece sciolti i pochi nessi, anche perchè si son trovati di non i1 In 536,36 dopo e, 537,8 dopo O, 537,38 dopo come, 540,10 dopo o, 543.2 dopo amiamo e amiate, 545,10- dopo compositione, 546,22 avanti a che il punto o la virgola sono stati cancellati, 533 incerto intendimento; i dubbi sono stati accennati in nota. Ma le comuni abbreviature grammaticali, come di pir. per plurale, dov'erano, si son mantenute, senza per altro tener conto di qualche /.'per plr., che è il più frequentemente adoperato. Frantendimenti e lacune del copista, che certo non mancano, sono stati corretti e colmati nel testo colle parentesi quadre o nelle note. All'evidente (l) spostamento subito nella rilegatura dal foglio 11 (si ricordi che la grammatichetta e il De Vulgari Eloquentia hanno scambiato nel nostro codice le guardie: v. qui, pp. 13-14 u) s'è provveduto col dare questo foglio risolutamente nel luogo dove deve stare, ma lasciandogli la numerazione che ha nel codice. Qualche altra particolarità è stata descritta in nota. Poiché, infine, i segni delle lettere e degl’accenti ortografici adoperati nell'ordine delle lettere e nello specchietto delle vochali non erano riproducibili coi tipi comuni, abbiam creduto opportuno, benché solo pochissimi siano adoperati poi nel testo, dare un facsimile delle due pagine in cui si trovano: alle quali rimandiamo i lettori per ogni altra cosa che ad esse si riferisca. Uno di quei pochissimi segni è Ve articolo e pronome che il nostro A. scrive con un apostrofo non a destra, ma postogli sopra perpendicolarmente. Non valendo la spesa il farlo fondere appositamente, potevamo renderlo coll'apostrofo laterale; ma abbiam preferito di renderlo coll'accento acuto, che pur è meno esatto, perchè quell'<? ricorre anche in casi, come in elio, dove l'apostrofo non si sarebbe potuto più mantenere. Evidente non solo pell'ordine che richiede la trattazione, ma anche pel segno del fine (una croce tratteggiata negli angoli) posto all'ultima parola della e. 11 B. Dobbiamo qui esprimere i nostri più vivi ringraziamenti all'egregio amico nostro Zucchetti che ha compiuto per noi la diligente fatica di collazionare la nostra copia e le prime bozze sull'originale vaticano. urJM / SV et ' tfftmtme U ImmniAftm tvn efitrr fktn cvtwmt' ti ' tum ?»t?w ijtfini y mti st* < brtpriA, di' c<rh datti yoUjbet ', cerne '?*tP wuwdmo /" / f ff ' ' f m irteli ; erta* d?t*rrt*n* Mttìl* crtvrr : nette** aiu/h tufJhf tyu(t»ou> in (tinaie ut racwi [ufi id [a unntA rwjVto tn unnwmc- (lunata-turni ; omì cof* #mU' -futre otiti* 1W (r<*n4' t' ) ìtuA0S% frvfs* t* vrect prima, e' fa «rifa <tc ì-lMimi: Crchtflnifiif * i t i \, «^_ tfnejfc' sunti* ammanitimi .wtr* i jerù/erc' V fonai** atre/ scnzA ecmmeia. $uc nmc urwti.ihes nur' jm Afte' anale' e >U S{& rn ia .tnoiiA y^Avi Ufticr ttm e' intende mv.fr ' Ovài ne ae'.ie it*Hrc' . i r t d b n H m e r* 0 et < r L > / /V C crj M Tav. I. \roc^M * e' e i o 0 h e' e e" r7 - -» / CónmniTte vermi* Arftculns c't <nro tir/ fiUw ci -zembe H- iirolfr' fora a perei aneti* cyr f piiUfdtc'. QlSl bnmU e dilhvnc' Tcfiiwii fini/ce ' ( ' f f ( ' ' f (> (," ' w KoCfi*c .- scis fiixyhM ArHchoa acromi L C c\)c(c ' iti molH pnrtt' \)WHq in mmis. tifimi, 4%c' mzwhni nomi, v/m Utmo - tfen^tuj e-tvjmujrci e rum attrfi cf majiuliiict c'i&mwitut; t nSHtri Ufim fi -fmo wdcww. f iflfa/l 'in orni nmf ' (rtino l* Mnm* shmltret ffitfto /tifi iti cgr> cdf S^^<: «fi."?!»*4 Importante. Morandi. Keywords: lingua, linguaggio, Alberti, storia della grammatica razionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Morandi.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Moravia: la ragione conversazionale – personologia -- l’implicature conversazionali dei ragazzi – la scuola di Bologna -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Bologna). Grice: “Perhaps I should have followed Moravia and called my construction routine of metaphysical transubstantiation, by which a specimen of Homo sapiens sapiens becomes a person – personologia!” Filosofo italiano. Bologna, Emilia-Romagna. Grice: “I like Moravia: he has philosophised on what makes us ‘human,’ (“il pungolo dell’umano”) – his analysis of ‘il ragazzo selvaggio’ is sublime – and he has played with ‘reason,’ hidden and strutturata – and the universi di senso with which I cannot but agree! – provided we don’t multiply them ad infinitum!” -- Grice: “I like Moravia’s idea of ‘la ragione nascosta’ – you have indeed to seek and thou shalt find!” -- “Il Nietzsche che prediligo è il Nietzsche terreno, umano, presente nel tempo. È il Nietzsche intrepido esploratore del sottosuolo dell'uomo e dei disagi della civiltà. È il Nietzsche che fertilmente e sofferentemente (non narcisisticamente) vive e pensa il nichilismo: ma per andare oltre il nichilismo. È soprattutto il Nietzsche cheneo-illuminista forse malgrado luivuole conoscere, capire, dare un (nuovo) senso alle cose.” Professore a Firenze. Allievo diGarin, si è formato in ambiente fiorentino conseguendovi la laurea in filosofia nel 1962 con tesi su Gian Domenico Romagnosi. Professore incaricato, è poi diventato ordinario di Storia della Filosofia all'Firenze. Nel corso della sua carriera, si è interessato particolarmente dell'illuminismo francese e del pensiero del Novecento, della storia e dell'epistemologia delle scienze umane, con particolare attenzione all'antropologia, la filosofia della mente e l'esistenzialismo. I suoi studi e le sue ricerche hanno aperto nuove prospettive interdisciplinari fra pensiero filosofico e scienze umane. Attualmente, le sue attenzioni sono rivolte verso l'opera e il pensiero del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche del quale pubblica già una celebre antologia dal titolo La distruzione delle certezze e, nel 1985, una raccolta di saggi intitolata Itinerario nietzscheano. Proprio un nuovo modo di avvicinarsi e concepire il pensiero del filosofo tedesco lo hanno reso uno dei suoi interpreti più originali e più discussi. Grazie ai suoi studi e contributi filosofici, è stato visiting professor presso l'Università della California a Berkeley, l'Università del Connecticut a Storrs e il Center for the Humanities della Wesleyan University. Conferenziere presso altre sedi universitarie americane (fra le quali, Harvard, UCLA, Boston) ed europee (Francia, Belgio, Germania), è cofondatore della “Società italiana degli studi sul XVIII secolo”, nonché membro del Comitato direttivo delle Riviste filosofiche “Iride” e “Paradigmi”. Collabora ai giornali Corriere della Sera, Quotidiano nazionale, La Repubblica. Saggi: “Il tramonto dell'Illuminismo -- filosofia e politica” (Laterza, Roma); “La ragione nascosta” (Sansoni, Firenze); La scienza dell'uomo” (Laterza, Roma); “L’antropologia strutturale” (Sansoni, Firenze); “Esistenziale” (Laterza, Roma); “La teoria critica della società” (Sansoni, Firenze); “Gl’idéologues -- scienza e filosofia” (Nuova Italia, Firenze); “La distruzione delle certezze” (Nuova Italia, Firenze); “Linguaggio, scuola e società not ‘storia’! -- Guaraldi, Firenze); “Filosofia e scienze umane nell'età dei Lumi” (Sansoni, Firenze); “Pensiero e civiltà” (Monnier, Firenze); “Il ragazzo selvaggio dell'Aveyron.” Pedagogia e psichiatria nei testi di Itard, Pinel e dell'anonimo della "Décade" (Laterza, Roma); “Itinerario nietzscheano, Guida, Napoli); Educazione e pensiero, Monnier, Firenze, Filosofia: storia e testi, Monnier, Firenze, “L'enigma dell’animo” Laterza, Roma); Compendio di filosofia, Monnier, Firenze, L'enigma dell'esistenza -- soggetto, morale, passioni nell'età del disincanto, Feltrinelli, Milano, L'esistenza ferita -- modi d'essere, sofferenze, terapie dell'uomo nell'inquietudine del mondo, Feltrinelli, Milano, Filosofia dialettico-negativa e teoria critica della società, Mimesis, Milano; “Ragione strutturale e universi di senso” (Lettere, Firenze); “La Massoneria. La storia, gli uomini, le idee, Mondadori, Milano); “Firenze e l’Umanesimo. Arte, cultura, comunicazione” (Lettere, Firenze); Lo strutturalismo, Lettere, Firenze); “Filosofia e psicoanalisi (POMBA, Torino); “L'universo del corpo, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, “Animo e realtà psichica” (Borla, Roma, "L'esistenza e il male", in: "Mysterium iniquitatis", Gregoriana, Padova, Linterpretazione personologico-esistenziale dell'uomo", in: La questione del soggetto tra filosofia e scienze umane, Monnier, Firenze) – PERSONOLOGIA – PIROTOLOGIA – Grice, persona -- Lettura Magistrale" al Convegno Dalla riabilitazione psicosociale alla promozione della salute(Montecatini), "S.I.R.F. News", "Mente, soggetto, esperienza nel mondo", in La filosofia italiana in discussione -- La filosofia italiana in discussione, Società Filosofica Italiana, Firenze), Bruno Mondadori, Milano, "Crisi della cultura e relazioni generazionali nel mondo contemporaneo", in Giovani e adulti: prove di ascolto, Sansepolcro (AR), "La filosofia degli idéologues. Scienza dell'uomo e riflessione epistemological, Letteratura italiana tra illuminismo e romanticismo, Convegno, Italianistica, Padova, "Libertà, finitudine, impegno -- genesi e significato della responsabilità nel mondo", in: V. Malagola Giustizia e responsabilità (Convegno, Firenze), Giuffré Milano, "Dal soggetto persona alla relazione interpersonale", Maieutica, De-mitizzazione e de- valorizzazione. La crisi della 'forma famiglia' nella società", in: Interazioni, "Illuminismo e modernità", Hiram, "Prove d'ascolto. Crisi della cultura e relazioni generazionali nel mondo contemporaneo", Studi sulla formazione, "La guerra giusta", Hiram, "La filosofia, la conoscenza dell'umano, il dialogo col pensiero religioso", Hiram, "Esistenza e felicità", Hiram, "L'Occidente e la pace. Luci e ombre all'alba del terzo millennio", Hiram,"La filosofia e il suo 'altro'. La riflessione metafilosofica di Adorno in 'Dialettica negativa'", Iride, "L'uomo: una storia infinita", in: Per una scienza dell'umano, Arezzo, "L’'interpretazione personologico-esistenziale dell'uomo" – PERSONALOGIA – Grice, PERSONA. in: L. Neuro-fisiologia e teorie della mente, Vita et Pensiero, Milano, "La scoperta dell'inconscio, l'ambiguità del freudismo e il lavoro della psicoanalisi sull'animale, Convegno "Meta-psicologia”, Napoli, La Biblioteca, Bari, "Un mondo negato. L'assolutizzazione del corpo nella psico-umanologia contemporanea", UMANOLOGIA – ibrido -- Hermeneutica, Corpo e persona, "Complessità, pluralità, confini", in: Dal coordinatore al coordinamento,Coordinatori pedagogici in Emilia-Romagna, Assessorato Servizi Sociali, Bologna, Bruno Maiorca, Filosofi italiani contemporanei. Parlano i protagonisti, Bari, Dedalo, su sapere, De Agostini. Gran Loggia del GOI dal titolo "Tu sei mio fratello" Registrazione video della Lectio Magistralis "Al di qua del bene e del male Nietzsche esploratore dell'umano" Modena e Reggio Emilia Tavola rotonda del GOI "Pedagogia delle libertà Libertà civili" Convegno del GOI "La scienza non sia ostacolata dall'ideologia, dalla politica e dalla religione" tavola rotonda della Comunità Oasi "Significato e funzione della pena, della punizione e della penitenza nella promozione umana e sociale" "Catturati dall'effimero?" all'interno del Convegno Giovanile alla Cittadella di Assisi" dsu arcoiris. Sergio Moravia. Moravia. Keywords: ragazzi, personologia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Moravia” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; osia, Grice e Mordacci: l’implicatura convresazionale e la norma – la scuola di Milano -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Abstract. Grice: “At Oxford, we don’t do philosophy of history – and if we do – as Berlin did – we don’t call him a philosopher, but an ideologue!” -- Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I like Mordacci – in a way, like I did with J. L. Mackie, Mordacci opposes both ‘assolutismo’ and ‘relativismo’ – and tries to ‘construct’ an ‘inter-personal’ reason out of a full-fledged personal reason. Whereas it would seem that we enjoin the principle of conversational helpfulness out of altruism, there is this balance between conversational self-love and conversational other-love; and we only ‘respect’ the other that respects us as ‘pesonal;’ against Apel, the logic of the inter-personal reduces, in a complex way, to the logic of the personal; without it, we would be annihilating the autonomy of the will.” Grice: “I like Mordacci’s emphasis on reason for normativity – interpersonal reason, as he calls it!” È preside della Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele dove è Professore di Filosofia Morale. È Direttore del Centro Internazionale di Ricerca per la Cultura e la Politica Europea. Laurea in filosofia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Dottorato in bioetica presso l'Università degli Studi di Genova. Ha svolto attività di ricerca e insegnamento presso la Scuola di Medicina e Scienze Umane dell'Istituto Scientifico Ospedale San Raffaele. Insegnato presso l'Università Vita-Salute San Raffaele, prima presso la Facoltà di Psicologia e dal 2002 presso la Facoltà di Filosofia che ha contribuito a fondare insieme con Cacciari, Edoardo Boncinelli, Michele Di Francesco, Andrea Moro. Ha contribuito a progetti di ricerca ed è stato membro del Consiglio d'Europa per l'insegnamento della bioetica. Dal è preside della Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele, essendo stato rieletto nel giugno per il secondo mandato. Membro del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze per la Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dal al è stato membro del Comitato Scientifico per EXPO come delegato del Rettore dell'Università Vita-Salute San Raffele. Dal è membro della Commissione per l'Etica della Ricerca e la Bioetica del consiglio nazionale delle ricerche e del consiglio direttiva della Società Italiana di Filosofia Morale. Si è dedicato in particolar modo dei temi: "Etica e ragioni morali", "Etica pubblica e rispetto", "Neuroetica". Attraverso l'indagine delle "ragioni morali" e dell'"identità personale" e ispirandosi alla filosofia kantiana, propone una forma di "personalismo critico" in base alla quale il fondamento dell'esperienza morale viene individuato nella ricerca, che ognuno compie, delle "buone ragioni" che danno forma alla propria individualità personale attraverso l'agire. Riconoscere ogni persona come autrice della propria identità fonda un'etica del rispetto delle persone in quanto a ogni individuo viene riconosciuto il diritto e il dovere di esprimere le proprie abilità e costruire la propria personalità. Si è inoltre occupato di bioetica essendo anche stato coordinatore del progetto Bioetica della genetica: questioni morali e giuridiche negli impieghi clinici, biomedici e sociali della genetica umana del Miur (FIRB, Tra i suoi interessi più recenti, la disciplina della Film and Philosophy: la riflessione su come i film possono fare filosofia e se possono argomentare vere e proprie tesi filosofiche. In questo contesto ha dato vita al Laboratorio di Filosofia e Cinema presso la Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele, conduce il sabato pomeriggio la rubrica "Al cinema col Filosofo" su TgCom24 (stagioni - e -) e la rubrica "Imparare ad amare i film" all'interno di Cinematografo Estate () su Rai 1. Riviste È membro del comitato scientifico dell'Annuario di Etica (ed. Vita e Pensiero), dell'Annuario di Filosofia (ed. Mimesis) e della rivista online Etica et Politica. Dalla sua fondazione è membro del Comitato Scientifico della rivista scientifica a cura del Comitato Etico della Fondazione Umberto Veronesi. Attività teatrale Romeo e Giulietta: nascita e tragedia dell'io moderno, Eloisa e Abelardo: passione e negazione, Occidente, o identità fragile: Auster e le Follie di Brooklyn, analisi filosofiche con letture sceniche, ciclo "Aperitivi con Sophia", Teatro Franco Parenti,La violenza e l'ingiustiziaGorgia, ciclo "Filosofi a teatro" M., Teatro Franco Parenti, L'individuo, la libertà e il perdono. Hegel legge Dostoevskij, lettura scenica di M. e Sorel, ciclo l'Intelligenza e la Fantasia, Teatro Strehler,L'isola della verità. Divagazioni fotografiche e filosofiche, lettura scenica di M., Traini e Stepparava, Cluster Isole, Mare e Cibo, Padiglione P03-Expo Milano (Rho-Fiera), Kant e il mare, lettura scenica di Roberto Mordacci e Francesca Ria, agosto Saggi:“Bio-etica della sperimentazione,” Angeli, Milano; “Salute e bio-etica,” Einaudi, Milano); “Una introduzione alle teorie morali,” Feltrinelli, Milano, La vita etica e le buone ragioni, Mondadori, Milano, “Ragioni personali, ragione inter-personali: Saggio sulla normatività morale,” Carocci, Milano, Elogio dell'Immoralista, Mondadori, Milano; Rispetto, Cortina, Milano. Bioetica, Mondadori, Milano. L'etica è per le persone, San Paolo, Cinisello Balsamo. Al cinema con il filosofo. Imparare ad amare i film, Mondadori, Milano. La condizione neomoderna, Einaudi, Torino,. Ritorno a utopia, Laterza, Bari,. Note Università Vita-Salute San Raffaele, su unisr. Governo/bioetica, su governo.M., su Le Università per Expo,Commissione per l’Etica della Ricerca e la Bioetica, Consiglio Nazionale delle Ricerche, su cnr. Organi della società | SIFM, su sifm. Intervista a L'accento di Socrate, su laccentodi socrate. Rai 1, Cinematografo estate, su rai.tv. Scienza e etica: in uscita la nuova rivista della Fondazione Veronesi, su Fondazione Umberto Veronesi. Chi siamo su scienceandethics. fondazioneveronesi. Feeding the Mind: Expo-Bicocca Conversation Hour, su unimib. Lettura scenica de "I Sensi del Mare", su//elbareport. 1 Pearson Imparare sempre su pearson. 1º agosto. Bioetica Mordacci Robertoe Book Mondadori BrunoSai cos'è?FilosofiaePubIBS, su ibs. L'etica è per le personeEdizioni San Paolo, su edizionisanpaolo. Riflessioni sul senso della vita intervista di Ivo Nardi, sito "Riflessioni", settembre. Ci vuole più rispetto intervista a Roberto Mordacci, Famiglia Cristiana. Ma l'etica non è un'intrusa, intervista a Roberto Mordacci, Avvenire, Ora smettiamola di parlare inglese, intervista a Roberto Mordacci, Il Giornale. La storia costituisce per la filosofia contemporanea un ambito di indagine costante e pervasivo: quasi tutta la filosofia dopo Hegel ha pensato il proprio oggetto, cioè l’uomo, la conoscenza, l’agire e l’essere stesso, come essenzialmente storico. Questa “svolta storica”, che ha preceduto e favorito la cosiddetta “svolta linguistica”, ha significato per buona parte della filosofia contemporanea l’adozione di un metodo in cui la storia di un concetto e delle sue incarnazioni storiche sono dive nu te rilevanti almeno quanto la definizione teorica di esso. Tuttavia, in questo diffuso storicismo, che attraversa la filosofia dall’hegelismo all’ermeneutica, si è in parte persa di vista la specificità del l’ambito di riflessione che si può chiamare filosofia della storia. La specifica interpretazione dell’agire storico suggerita dallo storicismo, come svolgimento di un «destino» dello spirito, ha infatti occultato gran parte della riflessione che la tradizione filosofica ha prodotto, nel corso dei secoli, sull’agire storico in quanto tale. Questa preminenza del paradigma storicista ha inoltre favorito la nascita delle tesi circa la cosiddetta «fine della storia»: una percezione che, dalle riflessioni di Spengler sul «tramonto del l’Occidente» alle provocazioni del postmoderno, ha finito per estendersi ad ampi settori della cultura contemporanea. Quest'ultima appare per questo in estremo disagio, oggi, nel progettare il futuro: pensando l’intero dell’essere come contenuto nella storia «fino al momento presente», la cultura odierna rifugge dai tentativi di prefigurare un fine della storia come compimento, soprattutto perché questo tentativo appare come intrinsecamente ideologico e, quindi, non più credibile. Si può quindi ancora pensare la storiaa venire? Mettere in discussione questa precomprensione storicista della storia è uno degli obiettivi di questo volume. La filosofia della storia è oggi un’area vasta di riflessioni sul senso dell’agire storico che non può essere affatto ridotta all’idea di un «destino» immanente dell’Occidente o del mondo. Anche una semplice e non pregiudiziale ricognizione di alcune concezioni filosofiche della storia che si rintracciano nella tradizione mostra come l’interpretazione di essa sia assai varia e più aperta alla possibilità di pensare il futuro in modo non ideologico e soprattutto aperto al cambiamento, pur senza che esso sia abbandonato alla completa anomia. In questo senso, il volume mira a riabilitare una disciplina che, a volte affrettatamente, si è considerata così intrinseca alla pratica filosofica da non esserne distinguibile come un ambito di studi specifico. Si tratta, innanzitutto, di contribuire a rimuovere l’identificazione della filosofia della storia con il racconto di un «destino» ineluttabile. Questa interpretazione è stata resa canonica anche attraverso la preziosa ricostruzione condotta da Karl Lòwith in Significato e fine della storia,1 un libro che è stato, di fatto, il più autorevole e pressoché unico manuale di filosofia della storia dalla fine degli anni quaranta, quando fu scritto, a oggi. Lòwith ha una tesi tanto affascinante quanto riduttiva sulla vicenda della filosofia della storia. Definita essenzialmente come secolarizzazione dell’escatologia cristiana, essa evidentemente può esistere solo in certe condizioni culturali: in sostanza, quelle che si sono date da Gioacchino da Fiore a Marx. Si tratta di una lunga epoca, che pensa il tempo interamente in rapporto a un fine che, al suo apparire finale, svela l’autentico significato di tutto il movimento storico. Prima di quel momento finale, il cui modello è 1° Apocalisse cristiana ma che nella modernità si traduce in varie forme di realizzazione di un programma filosofico o sociale, le vicende storiche mostrano il loro senso solo a colui che si è elevato al punto di vista della fine. Quest’ultima è dunque il criterio di valore grazie al quale si possono giudicare tutti i momenti della storia. A partire dai movimenti millenaristi, di cui FIORE (vedasi) è interprete, quella fine è comunque posta all’interno del tempo, vuoi come apparire dell’ Alfa e Omega che apre e chiude la storia, vuoi come luogo di inizio di una nuova epoca, contraddistinta dalla conoscenza, dalla società senza classi, dalla libertà pienamente realizzate. Il negativo, l’orrendo e il tragico che affligge la storia presente è comunque destinato a sciogliersi in quella sintesi finale, che mentre svela il senso del passato apre un futuro di armonia e libertà. La potenza di questa immagine ha tenuto prigioniera più di un’epoca, eppure non è stata senza rivali, nemmeno nello stesso Occidente, il quale, pur pensandosi forse inconfessata men te come il luogo di quella realizzazione, ha saputo anche tenere aperte interpretazioni diverse dei corsi dellastoria. Nell’interpretazione di Lòwith, l’idea di “senso” della storia diviene sinonimo di ciò che la parola “fine” nomina nella tradizione ebraico-cristiana. La chiave di volta è la speranza, la promessa di un avvenire di salvezza o di vita piena. È questa speranza ad aprire il futuro, perché esso non sarà la ripetizione del già visto da sempre, come invece può solo essere in una concezione ciclica. La promessa, inoltre, non è determinata nei dettagli e apre su un oltre della storia: per questo è possibile progettare un futuro diverso dal presente. Al tempo stesso, il compimento della promessa è certo, atteso e desiderato, e questo anima le coscienze più efficacemente dell’idea della ripetizione di cicli sempre ritornanti. Questa concezione, dunque, rimanda a una profondissima responsabilità individuale, sociale e universale per l’uomo, giacché quella destinazione non si può compiere, ricordano queste filosofie della storia, senza la partecipazione attiva degli individui, senza l’impegno soprattutto di coloro la cui coscienza ha scorto quella fine all’orizzonte e per questo deve operare per realizzarla. Simili filosofie della storia sono dunque vere e proprie concezioni morali del mondo e del tempo, capaci di mobilitare le energie individuali e di costituire cause ideali di grandi rivoluzioni attese o annunciate. La previsione dell’avvento necessario dell’epoca finale è pensato come compatibile con il riconoscimento della piena libertà umana, ma questa ipotesi di conciliazione è fonte di tensioni irrisolte sul piano sia concettuale sia pratico: la necessità di un “destino” mal sopporta il riconoscimento di un’autentica libertà personale. Così, la concezione moderna della storia è tesa fra la ricerca di leggi storiche e il riconoscimento della responsabilità dell’uomo, basato sulla tesi irrinunciabile dell’autonomia del volere. Questa oscillazione è visibile in Tocqueville (La démocratie en Amérique; la democrazia come destino e come missione), in Spengler (Der Untergang des Abendlandes: Zivilisation come tramonto, come fato naturale e decisione storica), in Toynbee (A Study of History: nascita e crollo delle civiltà, attesa di una nuova chiesa). Il destino è segnato ma è nelle nostre mani farlo accadere; come Lòwith riassume efficacemente in una domanda: «Lo storico classico si chiede: come si è giunti a ciò? Quello moderno si chiede: come andrà a finire?».2 Così la storia diviene universale: mentre il movimento che ha condotto alla costituzione di una specifica cultura, di un particolare modo di vita, si può ricostruire limitandosi a concentrare i fattori causali in formazioni peculiari, che contingentemente si sono intrecciati in un luogo e in un tempo, l’idea di una fine, specialmente di una ‘fine di tutte le cose”, non può che avere un respiro totalizzante, universale appunto, perché a esso contribuiscono tutti i fattori storici e culturali in grado di influenzare la storia. Si guarderà quindi non alla storia locale ma ai grandi movimenti storici, agli spostamenti di assi epocali, da Est a Ovest, da Nord a Sud -- come è di moda fare ora --, cercando di rintracciare la legge necessaria di questi spostamenti e, quindi, di rendere possibile una ‘futurologia”, una previsione scientifica del corso della libertà umana. Ora, i tentativi di ricostruire questi movimenti e le loro leggi sono apparsi a buona parte della cultura contemporanea come sostanzialmente fallimentari. Le utopie del futuro si sono spesso rivelate come ideologie politiche che, in nome del progresso, della società post-classista, del trionfo degli spiriti forti, hanno mobilitato le masse verso strutture politiche e forme del potere che hanno causato tragedie mondiali. La consapevolezza del pericolo che si cela dietro a una filosofia della storia ha così motivato molta parte della reazione contemporanea contro questo tipo di prospettive, fino a revocare in dubbio non solo la modernità, bensì l’intera storia come luogo dell’accadimento di eventi umani dotati di senso. Uno dei nomi di questa reazione è “postmoderno”, un movimento di pensiero che, fra molto altro, include la tesi secondo cui della storia non si deve anzitutto dare un’interpretazione complessiva, che anzi in tal senso non vi è affatto una “storia”, bensì una costellazione di eventi frammentaria e casuale: cercare di ordinarla tramite un significato è una forma di violenza, una contraddizione rispetto alla libertà che si pretende di veder realizzata proprio in quella necessità del movimento storico. La liberazione da questa immagine è uno degli obiettivi che l’arte, la filosofia e la letteratura postmoderna perseguono come un modo di riaprire il movimento storico alla creatività, alla possibilità e all’effettiva eguaglianza. In questo movimento non ci sono criteri di valore, secondo questa tesi non c’è una direzione e per questo non vi è un metro di giudizio: la storia è costituita da accadimenti che ci si rifiuta di valutare se non in un’ottica pragmatica o meramente descrittiva. Si può giudicare più o meno bella una data composizione dei fatti, ma nessuna di esse è né assolutamente reale né definitiva: ogni rotazione del tempo crea una nuova immagine. Tuttavia, si potrebbe avanzare la tesi secondo cui il postmoderno non sia in fondo altro che una patologia del moderno. Proprio il rifiuto di un senso della storia incluso nel tempo, e al tempo stesso la rinuncia a un criterio di giudizio sulla storia in nome della liberazione dalle filosofie ideologiche della storia, mostrano che l’ideale di libertà tipico della modernità, rinunciare al quale è per noi impossibile e ingiusto, è ancora l’anima del tempo presente. Si può piuttosto interpretare la reazione postmoderna più semplicemente come la fine dell’idealismo storicista, il quale è in sé un movimento profondamente anti- moderno: la pretesa di imbrigliare la storia nel movimento dell’idea o dello spirito assoluto è in fondo incompatibile tanto con la ricerca illuminista di un criterio di sviluppo cognitivo e morale che prevede espressamente la possibilità di progressi e regressi, quanto con la rivendicazione romantica di parametri di valore legati al genio, all’apparire improvviso del senso anche nel mezzo delle crisi più profonde e perfino con la coscienza cristiana di una dimensione trascendente del tempo, di un rapporto con l’eterno che non è la fine della storia bensì la sua dimensione ortogonale, l’asse su cui si colloca l’attesa dell’avvento ultimo, improvviso e non prevedibile tramite alcuna dialettica storica. Questa patologia è stata diagnosticata con chiarezza già da Nietzsche a partire dalla seconda Inattuale, ma con l’errore (che molti ripetono) di omologare idealismo e Illuminismo, di considerare l’idea di un progresso morale e sociale sullo stesso piano della postulazione di un incessante Auffeben, di un movimento necessario e prevedibile. In realtà, sotto questo profilo fra Kant e Hegel vi è un’assoluta discontinuità. L’unilateralità idealistica ha poi il suo contraltare nel positivismo estremo e nell’empirismo radicale e proprio nel rifiuto, in nome della libertà dal pregiudizio storicista, di ogni canone di valutazione degli eventi storici. La delegittimazione diviene così pratica universale, perché non si è distinto, a partire dall’idealismo, il portatore dal messaggio, l’agire dal significato che attraverso di esso gli individui cercano di realizzare limitatamente alle condizioni in cui si trovano e secondo le loro capacità. Per uscire da questa impasse occorre allargare la visuale sulle filosofie della storia. Contrariamente a quanto pensava Lòwith, pur con la sua grande capacità di sintesi, avere una filosofia della storia non comporta affatto leggere tutta la storia in base a un fine che le dia significato, soprattutto se questo fine è pensato come un punto preciso del corso del tempo che, giungendo alla fine, ne sveli l’intero senso. L’idea di un giudizio sugli eventi storici non richiede necessariamente che si pensi una “fine” e nemmeno uno “scopo”. Vi sono anzi state nella storia del pensiero numerose interpretazioni dello svolgersi del tempo come anzitutto regolato da proprie leggi, da ritmi ciclici o alternati e dinamiche di continuità e ripetizione che non presuppongono una fine nel tempo bensì magari solo, come nel caso del cristianesimo, del tempo. Non si tratta solo della concezione greca del tempo come di un ciclo incessante e non orientato a un fine (che qui non è trattata ma che è per altro ben nota), bensì anche di concezioni cristiane e moderne in cui, senza rinunciare a porre un criterio di giudizio sulla storia, si è però posto tale criterio non in un fine bensì in una dimensione per così dire verticale del tempo, che è coinvolta nel suo movimento orizzontale come paradigma del valore, del senso e della possibilità sempre presente di perdere il contatto con essi. Possono essere interpretate in questo senso, per esempio, la dicotomia fra città di Dio e dell’uomo in Agostino, il rapporto fra corsi e ricorsi da un lato e Provvidenza dall’altro in Vico, l'ideale regolativo della pace perpetua in Kant, la dialettica fra vita e storia in Nietzsche. Oltre alla lettura “lineare” del progresso bisogna dunque riconoscere anche nel cuore della modernità almeno anche una lettura “ondulatoria”, secondo cui il rapporto fra tempo e verità non si dipana lungo una direttiva ascendente ma conosce alti e bassi, vertici e abissi, il cui canone di riferimento è il rapporto con l’assoluto, con la pienezza vitale, con la promessa salvifica o con la realizzazione di una società armonica e pacificata. Riaprire la molteplicità degli sguardi sulla storia di cui l'Occidente è stato ed è capace è un’esigenza imprescindibile per il tempo presente: la capacità di progettare un futuro dipende esattamente, da un lato, dalla denuncia di concezioni chiuse della storia e, dall’altro, dalla ricerca di un criterio di valutazione reale, obiettivo sugli eventi storici, che non rinunci alla volontà di giudicare del tempo per animare l’azione di valore umano e soprattutto dell’impegno delle libertà personali verso qualcosa che mostri di meritare la nostra dedizione. Questo volume si presenta dunque un utile strumento per l’introduzione alla comprensione filosofica dell’agire storico e del tema della storicità dell’esistenza. Scritto pensando anzitutto a chiarire le concezioni della storia che emergono dai principali autori della tradizione filosofica, il volume non intende però dare un panorama completo ed esaustivo di tutta la disciplina, troppo vasta e dispersiva. La selezione dei temi ha seguito il criterio della rilevanza degli autori trattati, con una chiara inclinazione verso il moderno e il contemporaneo. Gli autori dei testi sono docenti universitari noti per la competenza sull’autore trattato e dottorandi del Corso di dottorato in Filosofia della storia (l’unico di questo genere in Italia) istituito congiuntamente dall’Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze e dalla Facoltà di Filosofia dell’Università VitaSalute San Raffaele di Milano. L’esperienza di collaborazione che ha portato a questo volume si è concentrata soprattutto nell’attività didattica e per questo ha ricevuto uno speciale contributo dalla discussione con gli studenti, ai quali molti dei testi qui raccolti sono stati presentati in una prima stesura. Anche questa genesi del testo ne spiega la vocazione e l’ambizione esplicita: quella di essere la porta di accesso a una disciplina che, nell’epoca di una presunta quanto fallace “fine della storia”, ha più che mai bisogno di rinascere. Note 1K. Léwith, Significato e fine della storia, trad. Tedeschi Negri, Einaudi, Torino. Roberto Mordacci. Mordacci. Keywords: la norma, filosofia dela storia, Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Mordacci” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mordente: la ragione conversazionale – I know that there are infintely many stars -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Salerno). Filosofo italiano. Salerno. Abstract: H. P. Grice: There are infinitely many stars. Do I KNOW that? There are infinitely many infinitely infinitisemials. Keywords: infinitesimal, commensurability of infinitesimals – or other. Scholars and historians of science have considered Giordano Bruno and Fabrizio Mordente's ideas on infinitesimals and commensurability in the context of the historical development of the concept, which  eventually led to Leibniz's infinitesimal calculus. The link is generally explored in the context of the historical evolution of mathematical and philosophical thought on infinity, atomism, and the continuum, rather than a direct personal or philosophical connection between the individuals themselves across different centuries.    Key points regarding the connections made by scholars: Aristotelian problem: Aristotle denied the existence of an actual infinite (both large and small) and maintained the infinite divisibility of the continuum in potentia, a standard view that Bruno explicitly challenged. The issue of commensurability was central to Euclidean geometry and Aristotelian philosophy, where quantities were generally considered commensurable or incommensurable in a specific mathematical sense. Bruno and Mordente: Bruno initially disregarded the Aristotelian distinction between mathematical and physical quantities. Influenced by his controversy with Mordente regarding the latter's proportional compass, Bruno began to argue for the existence of a physical and a mathematical minimum (atomism), making geometric objects (and thus infinitesimals) potentially determinable and commensurable, contrary to the standard Aristotelian view of continuous magnitudes. This represented a significant shift in his mathematical thinking, attempting a reform of mathematics to accommodate the infinitely small. Leibniz and infinitesimals: Leibniz, developing calculus independently of Newton in the 17th century, used infinitesimals (or "incomparably small" magnitudes) as a central component of his notation and method. The philosophical status of these infinitesimals was debated, with Leibniz often describing them as "useful fictions" or ideal entities, without objective physical existence in the strictest sense, but essential for mathematical operations. Scholarly connections: Scholars connect Bruno's radical ideas on the actual infinite and the minimum (atom) to the broader historical trajectory that made the concept of the infinitesimal a viable, albeit controversial, subject of mathematical and philosophical inquiry in the 17th century. While Leibniz did not directly reference Bruno's specific arguments with Mordente, both were grappling with the limits of Aristotelian physics and mathematics regarding the continuum and the infinite, a conceptual shift that paved the way for calculus.  In summary, the connection is typically drawn by historians tracing the conceptual lineage of the infinitesimal and the infinite, identifying Bruno and Mordente's debate as an early, significant challenge to the Aristotelian framework that dominated scientific thought before the era of Newton and Leibnizè stato un filosofo e matematico italiano. M. è noto per l'invenzione di un particolare tipo di compasso, da lui chiamato "compasso proporzionale a otto punte" dotato, sui due bracci, di cursori atti a risolvere il problema della misurazione della circonferenza, dell'area del cerchio e delle frazioni d'angolo. Pubblicò il suo trattato, composto di un unico ampio foglio illustrato, a Venezia; è a Vienna alla corte dell'imperatore Massimiliano II e a Praga al servizio di Rodolfo, al quale dedica la nuova edizione di Anversa. A Praga conosce Coignet che dedica alcuni scritti all'invenzione. Incontra a Parigi BRUNO (vedasi), che apprezza particolarmente l'invenzione, la quale gli permette di confutare l'ipotesi aristotelica dell'incommensurabilità degl’infinitesimi, confermando così l'esistenza del minimo, base della sua teoria atomistica. BRUNO (vedasi) pubblica così i dialoghi Mordentius e De Mordentii circino, elogiando M. ma rivolgendogli anche alcune critiche, che sollevarono le proteste del matematico alle quali il filosofo risponde polemicamente colle violente satire dell'Idiota triumphans e del De somnii interpretatione. Entrato a servizio di Farnese, M. pubblica l'ultima versione del suo trattato. Scritti Modo di trovare con l’astrolabio, o quadrante, o altro instromento, oltre gradi, intieri, i minuti, et secondi, et ognaltra particella, Venezia Il compasso di M. con altri istromenti mathematici ritrovati da Gasparo suo fratello, Anversa, Ch. Plantino Il compasso e figura di M., Parigi, J. Le Clerc, Problema mirabile di M., manoscritto, La quadratura del cerchio, la scienza de’ residui, il compasso et riga di Fabritio, et di Gasparo M. fratelli salernitani, Anversa, Ph. Galle, Le propositioni di M. salernitano, Roma, A. Giamin, Il compasso di M.: pella storia del compasso di proporzione, a cur. Camerota, Olschki, Firenze 2Michelangelo Testa, Della vita e delle opere di M., Migliaccio, Salerno Camerota, M., Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Opere di M., su MLOL, Horizons Unlimited. Portale Biografie Portale Matematica Categorie: Matematici italiani Nati a Salerno [altre]. Nome compiuto: Fabrizio Mordente.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Morelli: la ragione conversazionale, l’implicatura conversazionale e la filosofia del digiuno – filosofia lombarda -- italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: ‘I once told Austin, I don’t give a hoot what the dictionary says;’ ‘And that’s where you make your big mistake,’ his crass response was!” -- Grice: “I once told Ackrill, ‘should there be a manual of philosophy, must we follow it?’ He replied, “One thing is to know the manual, another is to know how to abide by it!”  Si laurea a Pavia  e l'anno dopo assolve all'obbligo di leva a Trieste dove presta attenzione alle problematiche relazionali dei militari nello svolgimento delle proprie mansioni; si è poi specializzato in Psichiatria presso l'Università degli Studi di Milano. Direttore dell'Istituto Riza, gruppo di ricerca che pubblica la rivista Riza Psicosomatica ed altre pubblicazioni specializzate, con lo scopo di "studiare l'uomo come espressione della simultaneità psicofisica riconducendo a questa concezione l'interpretazione della malattia, della sua diagnosi e della sua cura". Inoltre è direttore delle riviste Dimagrire e Salute Naturale.  Dall'attività dell'Istituto Riza è sorta anche la Scuola di Formazione in Psicoterapia ad indirizzo psicosomatico, riconosciuta ufficialmente dal Ministero dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica. Vicepresidente della Società Italiana di Medicina Psicosomatica. Partecipa a numerose trasmissioni televisive sia per la RAI sia per Mediaset (Maurizio Costanzo Show, Tutte le mattine, Matrix, ecc.) e per la radio.  Nelle sue opere ci sono molti riferimenti alle dottrine orientali. Saggi: “Verso la concezione di un sé psico-somatico. Il corpo è come un grande sogno della mente (Milano, UNICOPLI, Milano, Cortina); La dimensione respiratoria. Studio psico-somatico del respiro, inspiro, expiro – spiro --  Milano, Masson Italia, Dove va la medicina psico-somatica (Milano,  Riza); Il sacro. Antropoanalisi, psico-somatica, comunicazione, Milano, Riza-Endas, Convegno internazionale Mente-corpo: il momento unificante. Milano, Atti, Milano, UNICOPLI, Riza, I sogni dell'infinito, Milano, Riza, Autostima. Le regole pratiche, Milano, a cura dell'Istituto Riza di medicina psicosomatica, Il talento. Come scoprire e realizzare la tua vera natura, Milano, Riza, Ansia, Milano, Riza, Insonnia, Milano, Riza, Cefalea, (Milano, Riza); Lo psichiatra e l'alchimista. Romanzo, Milano, Riza, Le nuove vie dell'autostima. Se piaci a te stesso ogni miracolo è possibile, Milano, Riza, Conosci davvero tuo figlio? Sconosciuto in casa. Dal delitto di Novi Ligure al disagio di una generazione, Milano, Riza, Come essere felici, Milano, Mondadori, Cosa dire e non dire nella coppia, Milano, Mondadori, Come mantenere il cervello giovane, Milano, Mondadori, Come affrontare lo stress, Milano, Mondadori, Come amare ed essere amati (Milano, Mondadori); Come dimagrire senza soffrire (Milano, Mondadori); Come risvegliare l'eros, Milano, A. Mondadori, Come star bene al lavoro, Milano, Mondadori, Come essere single e felici, Milano, A. Mondadori,  Cosa dire o non dire ai nostri figli, Milano, A. Mondadori, La rinascita interiore, Milano, Riza, Volersi bene. Tutto ciò che conta è già dentro di noi (Milano, Riza); L'amore giusto. C'è una persona che aspetta solo te, Milano, Riza, Vincere i disagi. Puoi farcela da solo perché li hai creati tu, Milano, Riza); Felici sul lavoro. Come ritrovare il benessere in ufficio, Milano, Riza, I figli felici. Aiutiamoli a diventare se stessi, Milano, Riza, La gioia di vivere. Scorre spontaneamente dentro di noi, Milano, Riza, Essere se stessi. L'unica via per incontrare il benessere, Milano, Riza, Accendi la passione. È la scintilla che risveglia l'energia vitale, Milano, Riza, Alle radici della felicità. Editoriali dpubblicati su Riza psicosomatica, rivista mensile delle Edizioni Riza, Milano, Riza, Ciascuno è perfetto. L'arte di star bene con se stessi, Milano, Mondadori, Il segreto di vivere. Aforismi, Milano, Riza, Realizzare se stessi, Milano, Riza, Vincere la solitudine, Milano, Riza, Dimagrire senza fatica, Milano, Riza, Amare senza soffrire, Milano, Riza, Guarire con la psiche, Milano, Riza, Superare il tradimento, Milano, Riza, Dizionario della felicità, 6 voll, Milano, Riza, Non siamo nati per soffrire, Milano, Mondadori,L'autostima. Le cinque regole. Vivere la vita. Adesso, Milano, Riza, Conoscersi. L'arte di valorizzare se stessi. Via le zavorre dalla mente, Milano, Riza,  I figli difficili sono i figli migliori, Milano, Riza, Il matrimonio è in crisi... che fortuna!, Milano, Riza, Autostima, I consigli di M. per un anno di felicità, Milano, Riza, Le parole che curano, Milano, Riza, Perché le donne non ne possono più... degli uomini, Milano, Riza, Le piccole cose che cambiano la vita, Milano, Mondadori, Come trovare l'armonia in se stessi, Milano, Mondadori,  Ama e non pensare, Milano, Mondadori, Curare il panico. Gli attacchi vengono per farci esprimere le parti migliori di noi stessi, con Vittorio Caprioglio, Milano, Riza, Non dipende da te. Affidati alla vita così realizzi i tuoi desideri, Milano, Mondadori, L'alchimia. L'arte di trasformare se stessi (Milano, Riza); Il sesso è amore. Vivere l'eros senza sensi di colpa, Milano, Mondadori, Puoi fidarti di te, Milano, Mondadori, La felicità è dentro di te, Milano, Mondadori, L'unica cosa che conta (Milano, Mondadori); La felicità è qui. Domande e risposte sulla vita, l'amore, l'eternità, con Luciano Falsiroli, Milano, Mondadori, Guarire senza medicine. La vera cura è dentro di te (Milano, Mondadori); Lezioni di autostima. Come imparare a stare beni con se stessi e con gli altri (Milano, Mondadori); Il segreto dell'amore felice, Milano, Mondadori, La saggezza dell'anima. Quello che ci rende unici (Milano, Mondadori); Pensa magro. Le 6 mosse psicologiche per dimagrire senza dieta (Milano, Mondadori); Vincere il panico. Le parole per capirlo, i consigli per affrontarlo, cosa fare per guarirlo (Milano, Mondadori) Nessuna ferita è per sempre. Come superare i dolori del passato (Milano, Mondadori); Solo la mente può bruciare i grassi. Come attivare l'energia dimagrante che è dentro di noi (Milano, Mondadori); Breve corso di felicità. Le antiregole che ti danno la gioia di vivere (Milano, Mondadori); La vera cura sei tu (Milano, Mondadori); Il meglio deve ancora arrivare. Come attivare l'energia che ringiovanisce (Milano, Mondadori); Il potere curativo del digiuno. La pratica che rigenera corpo e mente (Milano, Mondadori). Segui il tuo destino. Come riconoscere se sei sulla strada giusta (Milano, Mondadori); Il manuale della felicità. Le dieci regole pratiche che ti miglioreranno la vita (Milano, Mondadori); Pronto soccorso per le emozioni. Le parole da dirsi nei momenti difficili (Milano, Mondadori). Movie. Grice: “Should there be a ‘dizionario della felicita,’ I would perhaps follow Austin’s advice and go through it!” –. Raffaele Morelli. Morelli. Keywords: la dimensione respiratoria, inspirare, respirare, spirare, “breathe (why?)” – H. P. Grice -- spirito, il corpo animato spira – il corpo spira – corpo spirante, corpo animato – Old English/Anglo-Saxon spirian, not related, though. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Morelli” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Moretti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la segnatura romantica – i romantici di roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Grice: “When I ‘coined’ ‘implicatura’, I possibly wasn’t thinking of Moretti’s ‘segnatura’!” Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like Moretti – he uses a good metaphor, ‘the wounded poet,’ unless we mean Owen, but he was more than wounded, even if that implicature is cancellable --.” Grice: “I like Moretti also because he wrote on ‘ermeneutica sensibile,’ which is exactly what I do.” Grice: “I like Moretti also because he uses ‘segnatura’ etymologically, when he writes of the ‘la segnatura romantica’ – talk of tokens!” Nasce nel borghese quartiere Trieste, primo di due fratelli. Ottiene il diploma di maturità classica presso il Liceo Giulio Cesare. Successivamente consegue una prima laurea in Giurisprudenza, con una tesi in filosofia del diritto, e, nel una seconda in filosofia, con una tesi in filosofia morale, entrambe presso l'Roma La Sapienza. È poi borsista presso l'Friburgo in Brisgovia, dove imposta un progetto di ricerca che, partendo dall'interpretazione di Heidegger, mira ad un'analisi critica delle categorie filosofico-estetiche del “romantico” in Germania, con particolare attenzione alle opere di autori del romanticismo di Heidelberg, quali Creuzer, Görres, i Fratelli Grimm e Bachofen, che contribuisce a tradurre e a far conoscere in Italia. Al suo rientro insegna dapprima materie letterarie nelle scuole medie e, in seguito, filosofia presso la Scuola germanica di Roma.  La sua ricerca si amplia poi al pensiero estetico di Novalis, di cui cura la prima edizione completa in lingua italiana della Opera filosofica; durante questo periodo consegue il dottorato di ricerca in Estetica presso l'Bologna. Vince la cattedra di professore associato di Estetica all'Bari; Professore a Napoli L’Orientale.  Redattore di Itinerari e Studi Filosofici, collabora con varie altre riviste filosofiche (Agalma, Rivista di Estetica, Studi di Estetica, aut aut, Nuovi Argomenti, Filosofia e Società, Filosofia Oggi, Estetica) e ha spesso partecipato a trasmissioni RAI su temi filosofici e a numerosi convegni.  Saggi: ”Il romantico: poesia, mito, storia, arte e natura” (Itinerari, Lanciano); -- roma – romantico -- “Anima e immagine: sul poetico” (Aesthetica, Palermo); “Nichilismo e romanticismo -- estetica e filosofia della storia” (Cadmo, Roma); La segnatura romantica (Roma, Hestia); “Interpretazione del romanticismo” (Ianua, Roma); “Estetica: analogia e principio poetico nella profezia romantica” -- Rosenberg et Sellier, Torino); “La segnatura romantica -- filosofia e sentimento” (Hestia, Cernusco L.); “Il genio” (Mulino, Bologna); “Il poeta ferito.” Hölderlin, Heidegger e la storia dell'essere” (Mandragora, Imola); “Anima e immagine.” Studi su  Klages, Mimesis, Milano, Heidelberg romantica. Romanticismo e nichilismo” Guida, Napoli, Introduzione all'estetica del Romanticismo, Nuova Cultura, Roma,  Il genio, Morcelliana, Brescia. Per immagini. Esercizi di ermeneutica sensibile” (Moretti et Vitali, Bergamo); Heidelberg romantica. Romanticismo tedesco e nichilismo europeo, Morcelliana, Brescia, Novalis. Pensiero, poesia, romanzo Morcelliana, Brescia, Romano Guardini, Hölderlin, Morcelliana, Brescia. Novalis, Scritti filosofici, Morcelliana, Brescia. J. J. Bachofen, Il matriarcato (Marinotti, Milano); Novalis, Opera filosofica,  I, Einaudi, Torino, Un video con una trasmissione RAI. Un video con un intervento di Moretti. Giampiero Moretti. Moretti. Keywords: roma, romanzo, romanzare, romanzato – non vero. Romanticismo filosofico, I filosofi romantici italiani  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Moretti: il romanticismo romano” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mori: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la coerenza dell’intransigenza – la ripproduzione sessuata fra i antici romani – la scuola di Cremona -- filosofia lombarda -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Cremona).  Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Cremona, Lombardia. Grice: “I like Mori; he wrote a treatise on Stephen, better known as Virginia Woolf’s father; which reminded me of Bergmann who once called me an English futilitarian!” -- Professore a Torino e presidente della Consulta di Bioetica Onlus, un'associazione di volontariato culturale per la promozione della bioetica laica. L’etica e la bioetica con le varie problematiche connesse sono le tematiche al centro dei suoi interessi filosofici e teorici.  Mori ha studiato all’Università degli Studi di Milano, dove ha conseguito la laurea (con Bonomi e Pizzi) e il dottorato sotto Scarpelli e Jori. Insegnato ad Alessandria e Pisa, prima di essere chiamato a Torino. Studia i temi della meta-etica e della logica dell’etica con le problematiche della teoria etica. Tra i primi a occuparsi di bioetica, nella quale ha dato contributi in tutti i principali settori, con particolare attenzione all’aborto e alla fecondazione assistita. Sollecitato dai casi Welby e Englaro ha dato contributi anche sul fine-vita a difesa dell’autonomia individuale. Per primo teorizza la contrapposizione paradigmatica tra bioetica laica e bioetica cattolica, derivante dal fatto che quest’ultima propone un’etica della sacralità della vita caratterizzata da divieti assoluti, mentre l’altra avanza un’etica della qualità della vita senza assoluti e soli divieti prima facie. Presta grande attenzione al problema della liberazione animale. Fonda Bioetica. Rivista interdisciplinare (Ananke Lab, Torino). Membro di numerosi comitati, tra cui il comitato scientifico di Notizie di Politeia, di Iride del Journal of Medicine and Philosophy e altre. Saggi: “Manuale di bioetica: verso una civiltà bio-medica secolarizzata” (Lettere, Firenze); “Introduzione alla bioetica. temi per capire e discutere” (Piazza, Torino); Il caso Eluana Englaro. La “Porta Pia” del vitalismo ippocratico ovvero perché è moralmente giusto sospendere ogni intervento, Pendragon, Bologna, Aborto e morale. Per capire un nuovo diritto” (Einaudi, Torino); “La fecondazione artificiale. Una forma di riproduzione umana” (Laterza, Roma-Bari); “La fecondazione artificiale: questioni morali nell'esperienza giuridica Giuffrè, Milano); “Utilitarismo e morale razionale. Per una teoria etica obiettivista, Giuffrè, Milano, La legge sulla procreazione medicalmente assistita. Paradigmi a confronto, Net, Milano, Laici e cattolici in bioetica: storia e teoria di un confronto, Le Lettere, Firenze, La fecondazione assistita dopo 10 anni di legge 40. Meglio ricominciare da capo!, Ananke editore, Torino, Questa è la scienza, bellezze! La fecondazione assistita come novo modo di costruire le famiglie, Ananke Lab, Torino.   Mori ha rappresentato, nella nostra infernale esperienza di famiglia, un riferimento grazie al quale trovare un senso agli eventi che si succedevano, i qua-Ii, ai nostri occhi, un senso proprio non lo possedevano.  Ho avuto in lui un osservatore attento, un interlocutore profondo, un contestatore intelligente.  Come direttore di «Bioetica. Rivista interdisciplina-re» è stato il primo a dare rilievo pubblico alla vicenda di mia figlia, e ha sollecitato in vari modi la riflessione sul caso Eluana. Gli sono inoltre debitore di numerose conversazioni chiarificatrici, di lezioni private concesse in esclusiva, e lo considero il filosofo che meglio di ogni altro è stato in grado di tenere testa ai miei, notoriamente poco accomodanti, modi e argomenti.  Auspico che questa lettura possa sortire lo stesso effetto in tutti coloro i quali insieme a lui si apprestano, ora, a partire per questo viaggio nel ragionamento etico.  Nel panorama bioetico italiano la sua posizione non mi pare sia assimilabile ad alcuna predefinita corrente di pensiero, anche perché i suoi maestri e amici hanno manifestato originalità e indipendenza. Credo che il libro vada considerato e letto per le argomentazioni che adduce senza schemi precostituiti.  Può darsi che in alcuni passaggi sia un libro scomo-do. Di questo non c'è da stupirsi, ma da prenderne atto.  Scomodo, dunque. Come mia figlia. Come me. Una scomodità che suscita dibattito e stimola la riflessione. Invece di gridare allo scandalo, si deve cogliere l'impegno a riflettere, sempre e senza compromessi. Così è stato nello sforzo compiuto, alla ricerca di una modalità per farrispettare la legittima volontà espressa da mia figlia. La riflessione seria comporta anche scontri, ardenti e auten-tici, che restano per sempre vivi nella memoria. Essere grandi amici non implica certo un accordo incondizionato di vedute. La franchezza delle nostre collisioni dialettiche mi rimane, indimenticabile, nel cuore. La condivisione dei valori di fondo, comunque, rafforza la sintonia e la stima reciproca.  Questo libro propone una riflessione filosofica di ampio respiro sui problemi sollevati dal caso Eluana. Ma oltre a questo contiene la storia di Eluana ripercorsa nelle sue principali tappe, una cronaca precisa degli eventi noti e meno noti che si sono verificati in questi ultimi mesi di continuo travaglio e logorio. Al trionfo dello stato di diritto, rappresentato dai pronunciamenti della Corte di Cassazione prima e della Corte d'Appello dopo, è succeduto un orrore. Non mi è nota, al momento, altra fonte in cui la narrazione dei fatti, la ripresa del dibatti-to, la ricostruzione degli avvenimenti si sia così fedelmente attenuta ai nostri effettivi trascorsi. Il lettore rimarrà certamente colpito dalla presentazione lineare e puntuale degli eventi, e forse, in qualche caso, ne resterà anche perplesso.  In questo testo è inoltre dimostrata la possibilità di difendere gli stessi valori, di reclamare gli stessi diritti, a partire da percorsi differenti: quello che la mia famiglia ha sempre sentito come un insopprimibile bisogno, connaturato e viscerale, di poter decidere riguardo se stessi - tanto più quando in gioco è la fine della propria vita -, Maurizio  Mori lo dimostra come il risultato di una esigente, legittima e rigorosa riflessione etica. Vi sono argomentazioni morali che sono sostenute da così poderose ragioni da apparire dotate di evidenza. Egli ci costringe al ragionamento leale sui nostri sentimenti e pregiudizi più profondi.  E lui più degli altri ha compreso che non mi può cambiare nessuno.Come i magistrati hanno capito questo di Eluana.  Oltre ai giudici che hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo, in favore di una delle nostre libertà fonda-mentali, Eluana avrebbe ringraziato anche lui, Maurizio: per la riflessione filosofica compiuta, per il tempo speso, per il mutuo soccorso, per le andate e i ritorni in mille iniziative, per avere lanciato il sasso ed aver mostrato la mano.  In attesa di sapere quale direzione prenderanno gli eventi, mi fa piacere vedere che la vicenda di Eluana e della nostra famiglia sia stata presentata in un testo così autorevole e umanamente ricco. Maurizio Mori. Mori. Keywords: la coerenza dell’intransigenza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Moriggi: la ragione conversazionale e la stretta di mano – Ercole e Cerbero – le tre implicature conversazionali – la scuola di Milano -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I like it when Moriggi does substantial metaphysics; he has edited a collection on ‘why is there something rather than nothing?” – hardly rhetoric – and the subtitle is fascinating: the vacuum, the zero, and nothingness! All in Italian, to offend Heidegger!” Specializza in teoria e modelli della razionalità, fondamenti della probabilità e di pragmatism. Insegna a Brescia, Parma, Milano e presso la European School of Molecular Medicine è conosciuto al grande pubblico attraverso la trasmissione TV E se domani di Rai 3 e per alcuni interventi ad altre trasmissioni. Saggi: “Le tre bocche di Cerbero” (Bompiani. Perché esiste qualcosa anziché nulla? Vuoto, Nulla, Zero, con Giaretta e Federspil (Itaca) Perché la tecnologia ci rende umani  (Sironi) Connessi. Beati quelli che sapranno pensare colle macchine (San Paolo) School Rocks! La scuola spacca, con Incorvaia (San Paolo, ), con prefazione rap di Frankie Hi-nrg. Nome compiuto. Stefano Moriggi. Moriggi. Keywords: le tre bocche di Cerbero. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Moriggi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Morselli: la sistematicita della filosofia – la scuola di Vigevano – la filosofia della ligua – parola, ragione, segno, comunicazione -- filosofia lombarda – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Vigevano). Abstract. Grice: “The Italians distinguish between Morselli and Morselli. The second wrote a ‘manuale di semejotic’ – the first did not!” Filosofo italiano. Vigevano, Pavia, Lombardia. Grice: “What I like about Morselli is that his is mainstream (Lombardia) and that he approached philosophy systematically. Only Morselli could conceive of a ‘dictionary’ – and he also wrote a ‘storia della filosofia’!” – Per li scettici antichi, l’afasia, Osn!:d P*%r OdMi WHMJOTECA CAPWvj|a£. dico) = Il silenzio, fllos., il tacere, è il risultato della sospensione di qualsiasi giudizio o affermazione circa la vera natura dello cose. L’uomo conosce soltanto ciò che appare, và 9aiv6jj.Eva, la pura apparenza: se si vuolo oltrepassarla, ci si trova di fronte a ragioni contrarlo e d'uguale forza; perciò il saggio, se vuol conservare l’impassibilità e l’equilibrio dell’anima (derapala), non afferma nuLa, neppure l’impossibilità della scienza. (psicol.): l’afasia ò la perdita totale o parziale dello funzioni del linguaggio. Affettivo (lat. a/Hccrc. p. 0. dolore, laeiiiìa addolorare, rallegrare) (psicol.): si dico delle modificazioni e dei modi di essere dei soggetto, dei processi essenzialmente soggettivi, come il niacore, il dolore, le emozioni, 1 sentimenti, lo passioni, io inclinazioni, che formano una dello tre grandi attività in cui si distribuisce solitamente, per comodità d’analisi, la vita psicologica, cioè l’intelligenza, il sentimento, la volontà. Affezione (affectio) (psicol.): in generale designa una disposizione, uno 0 stato, un mutamento dovuti a causo esterne o Interne, sempre con un carattere di passività. In senso più particolare esprime il piacere, il doloro e lo emozioni elementari. A fortlorl (logica): ò la forma di prova che, dimostrando vera una proposizione, afferma che un’altra proposizione, di quella più 1 meno estesa, più o mono generalo, ò vera con più forte ragione; p. es.: se il santo pecca, a /ortiori pecca la comune umanità; so ò immorale la menzogna, tanto più è Immorale la calunnia, clic è una menzogna diretta consapevolmente a recar danno. Agatologia (gr. rò àyaflóv = 11 bene, e Xóyo; = discorso : scienza del bene) tfilos.): termine usato da SERBATI per indicare la dottrina del bene, che viene considerato come il principio primo della filosofia ; tale esso è nel sistema platonico, in cui l’idea del Bene è l’idea più alta, dalla quale tutto lo altre idee ricevono luce e alimento. Agnosticismo (gr. éc-yvcooto; = non conoscibile) (fllos.): ò un termine creato dal naturalista Inglese Huxley; si applica a quelle dottrine che, corno l’cvolnzionismo di Spencer, ammettono bensì al di là dei fenomeni e delle loro leggi un ordine superiore di realtà, ma lo dichiarano inconoscibile per la mento umana, considerando cosi insolubili i problemi metafisici, o relativo il sapere umano. Agorafobìa Anagogia Agorafobia: vedi fobìa. Agostlnismo (fllos.): designa Io spirito della dottrina di S. Agostino o l’ispirazione mistica comune allo filosofie di AOSTA, FIDANZA, Pascal, Malebranche e, in misura inferiore, ad altri sistemi. 11 presupposto fondamentale ò l'atto di adesione alTordine soprannaturale, a Pio che libera la volontà dal senso mediante la grazia e la mente dallo scetticismo mediante la rivelazione; Pio. che è verità© amore, costituisco il centro della dottrina, della quale sono principii essenziali il primato della volontà, la debolezza peooumiuo.su dcH’iiomo, la metafisica delTespcrlenza interiore e della conversione, la prescienza divina o la predestinazione, cec. Agrafia, gr. a priv. o YPtt?» scrivo) ( psicol., è quella forma particolare di perdita della memoria, che colpisce, sopprimendoli, i movimenti necessari! alio scrivere. Allucinazione ilat. alucinaiio, da alueinor = agisco vanamente, sogno) (psicol.): consiste nel percepii*© come presenti esseri, oggetti, fonomeni che in realtà non sono presenti. Si osserva nel delirio, nella febbre alta, ma anche in stuti apparentemente normali. Alogico (gr. a priv. o XÓyo$) {topica): si dice di ciò che é estraneo, indifferente alla logicu, di ciò clic aucora si sottrae olle leggi della logica, come è di sentimenti, passioni, fatti accidentali, cec. Non ò da confondersi con illogico, che si applica a ciò che ò contrario alle leggi logiche. Alterità (gr. éTepórv)^; opposto: identità) (logica): ò il carattere di ciò che ò altro, cioè differente o distinto. Nel Sofista di Platone l'altro, conio categoria, è diverso dall’essere; e così vicn ristabilita, contro Parmenide, resistenza del non essere. Nicola ( Tjìano all’unità divina fa corrispondere Taltcrità (e cioè la. varia molteplicità) delle cose del mondo. Altruismo (opposto: egoismo) (morale): comprendo le tendenze o 1 sentimenti che hanno per oggetto il bene o l’interesso dei nostri simili. La dottrina di Bentham o di G. Mill vuole spiegare, con l’associazione delle idee, il passaggio, nella vita sociale, dal sentimenti egoistici a quelli altruistici, dalla considerazione dell’utile proprio a quella dell'utile altrui, che ò poi il fine più alto della morale, secondo Tuffi»tarismo. Amnesìa (gr. a priv. c {iva, tema di {UfJLvy) croco = ricordo) (psicol.): è la perdita totale o parzialo della memoria, che ora annulla o riduce la capacità di fissare i ricordi, ora sopprimo la facoltà di richiamarli, ora cancella tutto il passato o una data classe di ricordi (p. e. una lingua straniera, le nozioni di musica, eco.). Amorale = ò ciò che non è né morale né immorale, ciò elio non ha rapporto con la morale, ò indifferente di fronte alla distinzione di bene o di mule. Amore (in generale): comprendo lo tendenze elio portano verso un oggetto o una persona, quando non mirano esclusivamente alla soddisfazione d’un bisogno materiale o d’uu fino egoistico. (filos.) : Empedocle vuol spiegare il divenire con Tumore (q>tXiÓT7)£), grazie al qualo il molteplice tende n costituirsi in unità, mentre la discordia (vetxoc) scioglie l'unità per dar luogo alla pluralità degli clementi o delle cose. per Platone l'amore è un'os pi raziono al mondo divino delle Idee, cui l’anima, tratta dui desiderio della bellezza, ascende, per gradi, da un corpo bello a due, da due a tutti, c da tutti i corpi belli alle belle istituzioni, alle belle scienze, finché perviene alla stessa idea del bello (Conrito); l'amore è pertanto la forza che determina il passaggio da una conoscenza più povera a una conoscenza più ricca. con S. Agostino l’umore non ò più un movimento dal basso verso l’alto, dal mondo reale verso il mondo Ideale e divino, ma un movimento che dall’alto scende verso gli esseri inferiori per elevarli a sé; è puro, non mescolato con interessi, timori o speranze, è la perfetta carila, umore del prossimo in Pio, è un amore che viene da Pio o porta verso Pio. per Spinoza dalla conoscenza intuitiva, per cui la mente umana abbraccia tutta la molteplicità delle cose come uno sviluppo della sostanza infinita e divina, sorge un infinito amore di Dio (amor inUUcctualis dei) e la beatitudine perfetta corno effetto della conoscenza più adeguata, in cui lo spirito coglie Pio stesso e ne gioisco; però « chi ama veramente Pio non pretenderà elio Pio ricambi il suo umore . Anagogìa (gr. àvaYCoyq = elevazione) (rclig.): ò detto anagogico II significato più profondo e simbolico delle sacre Scritture, quello iu cui sono adombrato le cose del mondo divino, Analisi 10 Anamnesi (/iloti. ) : è adoperato da Leibniz tome sinonimo di induzione. Analisi (dal greco ava aG eo = «dolgo, separo; opposto: sintesi) (in generale ): è un procedi mento del pensiero eh© consiste nei risolvere un composto negli clemeuti che lo costituiscono. (/ ilos.): si procedo per analisi quando, per còglierò la realtà ultima delle cose, si vuol giungere agli elementi piti semplici che la compongono; p. oh.: - a) Vatomistica di Democrito, che scioglie i corpi in atomi indivisibili; è) Vcmpirismo, eh© tende a scoprii© gli elementi più semplici della coscienza, gli atomi psichici (cioè sensazioni, sentimenti, volizioni), costruendo o ricostruendo con questi lo operazioni più ulte della mente: la memoria, la fantasia, il ragionamento, eoe. (Locke, Uuare, Taixjb); d) la dottrina di Kant, che, per chiarire l’attività conoscitiva, la scioglie nel suoi elementi (forma e materia) e nei suoi fattori ( sensibilità, intelletto, ragione). -(psicol.): la mente analitica considera e rileva nelle cose i loro elementi ; la mente sintetica le vede nel loro insieme. Pascal denomina lo spirito analitico esprit de géomitric, che ò penetrante, scorge i particolari, ricerca l'esattezza nell’osservazione dei fatti, segue uu principio fin nello sue ultime conseguenze; mentre lo spirito sintetico, detto da lui esprit de finesse, ama, più che il rigore del ragionamento astratto, la visione unitaria e complessiva delle cose, l’intuizione dei rapporti che le uniscono. la filosofia dell’i nfuizione considera l’analisi un procedimento che si arresta all'osservazione esteriore, si lascia sfuggire la vita interiore o l’essenza dello cose e considera un tutto vivente come un meccanismo da smontare pezzo per pezzo. Chi vuol conoscere c descrivere un essere vivente, ne trae prima fuori lo spirito; allora ha in sua mano le parti, ma, ahimè l non c’è più la vita che unifica (Goetite, Faust). Analitica trascendentale (filos.)Kant designa con questo termine quella sezione della ('ritira della fingi(m para, clic espone la dottrina dello categorie, cioè delle forme a priori deWiutrillilo, intendendo per intelletto la fa colta di pensare o ridurre a scienza gli oggetti dell'Intuizione, ossia i fenomeni, collegandoli o ordinandoli, appunto mediante le categorie. Analitici (filos.): Aristotele chiamò analitici i libri nei quali studia le leggi formali del pensiero o *rà àvaXuTtxà il complesso delle sue ricerche logiche fondamentali. Kant denomina analitico il giudizio in cui il predicato è contenuto implicitamente nel soggetto e si rendo esplicito con ranalisi del soggetto; è a priori e non aggiungo alcuna conoscenza nuova; p. cr. i corpi sono estesi, V. sintetico. Come proprietà delle cose, analogia, gr. àva-Xoytx rapporto, proporzione, logica ì, indica una somiglianza di rapporti fra oggetti differenti; p. ee. sono analoghi gli organi che, pur non avendo la stessa forma o appartenendo a due classi di esseri distinti, compiono però le stesse funzioni: cosi per Platone l’anima razionale (vou^) nell'uomo c la classe dei filosofi nello stato sono analoghe. per AQUINO e i suoi sequaci gl’attributi applicati a Dio, come potenza, bontà, sapienza ecc., debbono essere intesi in significato analogico, cioè non sono applicabili nello stesso senso e misura all’uomo e a Dio, come, per es. t l’aggettivo ridente non ha lo stesso significato se riferito a un viso umano e ad un paesaggio. come procedimento di ricerca runalogia è un ragionamento che da una somiglianza fra due cose in alcuni punti deduce una somiglianza su altri punti; p. e. : « se la Temi e Marte hanno comuni le note a, b, c, si può inferire che anche la nota d, la vita, si trova in Marte. Il procedimento analogico non dà certezza, ma solo probabilità. Anamnesi (gr. àvàjxvyjoriq =reminlscenza, ricordo alquanto vago) (filos.): per Platone il vero sapore (èTriOTi^fjLV)* cioè la scienza delle idee) è ricordare, c reminiscenza, c Ignorare è aver dimenticato. L’anima, prima di nascere, è vissuta nello spazio sopracoleste (TÓ7TO£ ur:spoupàvio£) contemplando la realtà vera, lo idee, la giustizia, la saggezza, la scienza; cadendo poi in un corpo sulla terra, l’anima dimentic a ciò che ha veduto; ma alla presenza delle cose sensibili, copie imperfette e sbiadite delle idee, degli esemplari sopmeelesti (rrapa$siy(AaTa), questi ritornano davanti alla niente in modo più o meno confuso. [X7}Ttx4v); e. intenneillnrin fra i dm'. l’appetito irascibile (tò Per Mostotele l'aninm è la /ormo del corpo, al uuaic dà la Illuni, il movimento, l’armonia, e sta ad esso come la visione, oyte. all'occhio ; è vegetativa nelle piante, in più è tensilira midi animali razionale nell 'uomo, vii Khituiìi, seguendo l’atomismo democriteo, pensano l’anima materialisticamente formata d’atomi e mortale, mentre gii Stoici. ispirandosi ad Eraclito, la credono un fuoco sottile, un sodio x{a): termine ndoperato da Leibniz per designare «dò cho fa sì che un corpo è impenetrabile a un altro » ( aUribulum per quod vialeria est in spatio). Antropocentrismo {/ilos.): ò la concezione antropomorfica cho pone l’uomo come il centro o lo scopo di tutta la realtà, corno se Lordine universale delle cose fosse creato o disposto per l’uomo o le sue esigenze, ft por lo più Antropologia 13 A posteriori legata al geocentrismo (yyj = terra), cioè alla teoria, comunemente detta tolemaica, cho poneva la terra nel centro dell’universo, e die cadde per opera di Copernico, di Galileo e di Giordano Bruno. Antropologia (gr. £v9porito? »= uomo, o Xóyog = discorso) Un generale); è la scienza che tratta della storia naturale dell’uomo, ricercandone le origini e descrivendone le diverso rozze. -( filos,.): Kant distingue un 'antropologia teorica, che cuna psicologia empirica o tratta delle facoltà umane; un'nn* tropologia pragmatica, eh© studia l’uomo per aumentarne e perfezionarne l’abilità; uu’antropologia morale, che ha per line la saggezza della vita in modo conformo ai prindpii della Metafisica dei costumi e della morale. Antropomorfismo (gr. àv9pco-oc = uomo o (j.op(py;= forma, liguri») (psicol.): è la tendenza spontanea dell’uomo a rappresentarsi le cose, gli esseri, Dio stesso sul modello delia propria natura ; p. e. attribuire alia divinità forma corporea e passioni umane. Skxojane, fondatore dolla scuola identica, è uno del primi elio condannano l’antropomorfi•smo religioso. Apatia (gr. àrriOcia. da a prlv. o 77x9-, tema di TTarryco = io soffro) (in generute): s’intendo una specie d’insensibilità, d’indolenza, che si rileva dalla lentezza delle reazioni, sia psicologiche, sia morali. (filos.): per gli Stoici l’apatia è lo stato in cui viene a trovarsi l’uomo quando vive operando in modo conformo alla ragione, ossia quando non si lascia turbare dagli affetti Irragionevoli, dalle passioni, dai beni eslcriorl, e diviene uuo spirito sereno, eguale, imperturbabile. Apodittico (gr. i-oSeiy.Tiy.óc, da SEty.vupu = mostro, provo) (logica) : si dico di ciò che si afferma incondizionatamente come necessario, certo, inconfutabile, sla per una dimostrazione deduttiva, sia per la sua intrinseca evidenza. Apologetica (gr. àrroXoyÉo|iai = mi difendo) (retto.): l’apologetica cristiana comprendo l’arto dialettica e gli scritti aventi por line la difesa della religione cristiana eoutro gli attacchi della (ilo80 lia antica, dei potere politico e delia religione pagana,, e miranti a ottenere per i Cristiani la tolleranza delle leggi, nonc hé a dimostrare che la vera religione è la cristiana. Apologeti sono: Tertulliano, Giustino, Minucio Felice, Ireneo, eoo. (II e III soc. d. Cr.). Aporèma (gr. x-ópy)|zx, da àrtopéto = sono In dubbio) (logica): è un sillogisnio dubitativo, che vuol dimostrare Pugnai valore di due ragionamenti opposti. Aporia (gr. à Tropea = imbarazzo, situazione senza uscita) (logica): è il dubbio logico proveniente da difficoltà insolubili. Sono famose le aporie di Zenone D’Elea, che mirano a ridurre all'assurdo le tesi contrarie all’idea deli’Dno immobile di Parmenide e affermanti l’esistenza reale della pluralità e del movimento. I filosofi scenici sono detti anche aporetici, per lo stato di dubbio in cui alla fine vengono a trovarsi dopo aver ricercato la verità, e per cui sospendono ogni giudizio (èizoyjr) o asseti tUrnie rclcntio, come ilice Cicerone). A posteriori (opposto: a priori) (filos.): le due espressioni « a priori e • a posteriori », assai importanti nel linguaggio filosofico, derivano tini procedimento arlstotclieo, per il quale il concetto, l'i/n iversale, i> designato corno logicamente anteriore, il particolare come posteriore : ' non è lo stesso ciò che ò primo per natura ( 7 tpÓTSpov Ty (juierst) e ciò che è primo per noi (7tpè; fyjtà; TCpórepov); è primo per natura l’universale, il concetto; è primo per noi, o per opera del senso, il particolare, il singolo ». Questi termiul diventano comuni nella Scolastica : per Alberto di Colonia provare ex priori bus significa dimostrare partendo dui principi!, dalle cause; provare ex posterioribus significa dimostrare partendo dalle conseguenze, dagli effetti; per S. Tommaso non si può dimostrare a priori l’esistenza di ilio, perché questi è causa prima: occorre partire dagli ottetti (p. e., il movimento) o di qui risalire alla causa prima. -Nei tempi moderni, quando l'indagine filosofica si sposta, e dalla ricerca delle cause dell'» essere » si trascorre a indagare le cause o le fonti dei « conoscere -, si ha un notevole cambiamento : a priori è ciò che è dovuto alio sviluppo spontaneo della ragione, ciò che questa trae da sé, dalla sua interiorità, in maniera, Indipendente dall’esperienza, o quindi lia, por Kant, i caratteri dell'unfversalità e delia necessità: a posteriori è ia conoscenza che proviene dall'osperienzu o ha il suo fondamento mdl'osperienza o manca perciò di quei caratteri, Perché è ristretta ai casi effettivamente sporlmentati. Appercezione Arianesimo _ Nella teoria dell'evoluzione (Spencer) 6 « priori per l'Individuo ciò che si trova In lui come un prodotto dell'esilerienza della aporie, trasmesso per ereditò, e che per la. spedo, quindi, è a posteriori ; « posteriori per l’Individuo è ciò che egli acquista con la sua esperienza: si tratta dunque (l'un’anteriorlrìv cronologica o psicologica, non logica o razionale. In realtii per l'evoluzionismo, che è una forma di empirismo, la conoscenza è interamente a posteriori. perché tutta, originariamente, deriva dall'esperienza. Appercezione (in generale): b il prender possesso d'un’idea eon un lavoro attivo della mente che la rende piu chiara e meglio definita. -(/«os.) per Leibniz è la conoscenza chiara odistinta, clic differisce di grado dalla percezione oscura e confusa; è rrprarsr n/al io multi liuti tris in imitate. Ka.N 1 distingue Vnpitercezionc empirica ila quella trasreintentate: la prima è in sé dispersa, senza legame col «oggetto, di guisa clic I fenomeni psichici percepiti non sono vissuti come facenti parte d’nn’unità superiore, d'un io. ma rimangono isolati e disgregati a guisa di atomi: la seconda è l'atto di riferire una rappresentazione, una conoscenza alla coscienza pura, originaria, superiore al senso e da questo distinta, cioè aìVitmtUa. cho accompagna c stringe i-ln un tutto, in una sintesi, le varie rappresentazioni, ed è in ogni coscienza una e identica, non derivata da altro; p. e. il senso percepisce due fenomeni « c b isolati, senza collegamento: Vinlelletta quando dice: •Alt raggi solari) è causa (j.aT0S = incorporeo, da a prlv. c eròica, corpo) (fibui.): secondo gli Stoici sono asomatlci il vuoto, il tempo c gli oggetti del pensiero. Assenso (il lat. assensvs traduce 11 termino stoico auv-xaTaftsaic il norie, raffermare) (logica): in generale ò l’atto col quale l’intelletto accoglie o fi) sua un’idea o uu’affeminzlono altrui. per gli Stoici si dà l’assenso a una rappresentazione, la si accoglie come vera, quando questa, quasi impressa, suggellata in noi da un oggetto, s’impone allo spirito por la sua forza, la chiarezza, l'evidenza,Ci tira per i capelli, come essi dicevano. Assertorio (giudizio) (logica): b quello elio esprime la realtà, l’esistenza, con la copula: «è, «non è ", senza Implicare la necessità, essendo possibile il contrario. Assioma (gr. àjicojxa = dignità, postulato; da &£toc degno; hit. munfiatimi) (logica): è in generale in affermazione, un principio considerate come vero per la sua evidenza e accolto come vero senza bisogno di dimostrazione. -i matematici greci l'applicarono pei primi alle proposizioni evidenti: p. e.; tra due punti la linea più breve è la retta. con AniITOTELE si è esteso ni principjt logici: al ] trincipio di identità, di contraddizione, ccc. Spinoza denomina assiojni alcuni principi! fondamentali della sua Etica « more geometrico i/cmonstratu », Associazione delle idee 16 Astrazione Associazione delle idee ( psicol. ): designa la tendenza comune ai processi psichici a collegarsi fra loro, in modo r-lie, quando uno di essi risorge nella coscienza, tende a richiamare altri stati psichici, o per coni ignita, cioè per essere entrati contemporaneamente nella coscienza, ^ per ragioni di somigliansa, o anche per ragioni di contrasto. Si può ricondurre a due leggi generali : a) la legge Cinica razione, per cui un processo psichico tende a ricostituire il complesso mentale di cui ha fatto parte ; b) la legge dell* interesse, per la quale fra gli stati psichici richiamati si opera una selezione dovuta all’interesse attuale clic offrono pel soggetto. L'associazione delle idee è descritta per la prima volta da Platone noi Fedone (cap. 18 ), per spiegare l’idea del1 ’ anamnesi . Humk sviluppa e determina la teoria dell’associazione e la pone a fondamento della vita psicologica. Associazionismo ( filos è la dottrina sostenuta dagli inglesi H ARTLKY, Hv; me, Stuart Mill, Bàin, ecc., secondo la quale l’associazlono delle idee ò la leggo fondamentale della vita dello spirito e del suo sviluppo. È collegata a una concezione atomistica della vita spirituale, per cui un numero determinato di elementi psichici, analoghi agli atomi della chimica (cioè sensazioni, sentimelili, immagini), associandosi, danno origine alle funzioni superiori (memoria, intelligenza, fantasia, ragione) © le spiegano. Assoluto (dal lat. absolvcrc = separare, perfezionare ; quindi assoluto = ciò che è indipendente e perfetto ; opposto : relativo) (/ ilo 8 .): esprime l’essere cho è sciolto da ogni limite, relazione o condizione, indipendente da ogni altro essere o cosa, e a un tempo perfetto ; quindi l’easere che esiste in só e per sé. l’assoluto può essere inteso come il fondamento primo di tutte le cose, che per il materialismo è la materia, per lo spiritualismo lo spirito pensato come sostanza, per l’idealismo il pensiero nel suo più ampio significato, ecc. Newton pone a fondamento della sua meccanica il tempo assoluto e lo spazio assoluto, che cioè hanno esistenza in sé, mentre ]>er Kant tempo e spazio sono attività della nostra sensibilità, c, quindi, dipendenti da questa, ad essa relative (v. spazio e tempo). Assurdo (Ionica): si dice d’un’hlea o d’un giudizio che viola le leggi fondamentali del pensiero, perché contiene elementi incompatibili fra loro o contraddittori. la dimostratone per assurdo (o riduzione all’assurdo, deducilo ad absurdum) è quella che vuol dimostrare o confutare una determinata tesi, esponendo la falsità evidente e la contraddittorietà delle conseguenze che no derivano. Astratto (dal lat. abs-trahcrc = trarre fuori; opposto; concreto) (psicol.): si dice della parte n dell'elemento che venga tratto fuori (abstrachim) da un tutto o considerato separatamente, p. e. la forma, il colore d’un oggetto; perciò prende il senso di pensato \ * concettuale », in opposizione a ciò che ò dato immediatamente nell’intuizione. Astrazione (gr. d^aeCpsot?, da à = traggo fuori, lat. abstraho ): questo tonnine passa per due fasi principali (Euoken): 1 . fase logico-metafìsica: per Arisi oTELE è il procedimento che, omessi i caratteri accidentali cruna cosa, ne rileva le qualità essenziali c le considera per so stesso; quindi sono astratte (è5 àcpaipéoEox; XsyójjLeva) lo forme separate dalla materia, come lo grandezze matematiche, l'idea della statua separata dal masso di marmo. Nello stesso senso è intesa nel Medio evo: abstrahere. formam a materia int dicchi separare la forma dalla materia mediante l’intelletto. Nella logica astrarre consiste generalmente nel passare, mediante la soppressione d’una o di più note d’un concetto, a un concetto più generalo; p. e. togliendo ai concetti di quercia, olmo, pioppo ecc. alcune note, cioè quelle che li differenziano, si salo al concetto più generale di albero, cosicché quanto più l’astrazione procede, tanto più diminuisce il contenuto del concetto, cioè la sua comprensione (che ò il numero dello note che esso include), e cresce invece l'estensione (che è il numero degli individui che esso abbraccia), come si vede passando, p. e., dal mammifero al vertebrato, àlTanimale, all’essere vivente ecc. 2 . fase psicologica (con Locke, Berkeley ecc.): è l'operazione spontanea per cui il pensiero isola progressivamente, nella massa dei fenomeni, le qualità comuni ai singoli oggetti e le esprime mediante un nomo comune, un concetto, un’idea generale, trascorrendo dall osservazione dei singoli individui alla specie e al genere, grazio a quell 'altra operazione spontanea che è la generalizzazione, per cui si estende a tutta una classe, a una specie, a un genere ciò eho si osscrra in uno o più individui. Atarassia (gr. àrapaSta, da a prlv. e rapaOCTtij = turbo, agito) (filos.): è la serenltù dello spìrito che per K Pier no è l’ideale del saggio; è una conquista della ragione mediante la saggezza (, c vede in questo atto la prova Intuitiva della propria esistenza. _per Kant Invece l'io conosce so stesso non come sostanza, ma come « soggetto », corno attività; ossia l'io è il termine comune a tutti i processi di coscienza, quasi il ilio invisibile ohe 11 tiene collegati; separato da essi, è pura astrazione., Autoctisi (gr. auró? e etici!.? creazione di se stesso) (/ilos.): termine usato dal Gentile per esprimere che lo spit rito, pensandosi, prendendosi come oggetto, creo se stesso, si sviluppa incessantemente, grazio a una. vivente | dialettica del pensiero (v. dialettica). Automatico (gr. aÙTÓ[.taTO? = che s muove da Bé) (in generale): si dice di ciò che si muove da sé in maniera meccanica, senza l’intervento di forze psichiche o di una volontà intelligente, psicol.: si applica all’attività incosciente, cioè a quegli atti che si ripetono in maniera indipendente dalla volontà. Autonomia (gr. coìtó? e vólto? = il dare a se stesso lo legge, il reggersi con proprio leggi; opposto: eteronomia, dal gr. c~po? = altro, e vópio?= legge; che significò: il reggersi con leggi date da altri) (morale): per Kant consiste nel fatto che la volontà umana 6 una volontà legislatrice universale, in quanto l'uomo nell’ordine morale obbedisco a una legge che emana non da una volontà a lui esteriore (sia questa Dio, la società, la naturo, come avviene nella morale eleronoma), ma dalla sua volontà di essere ragionevole, dalla suo coscienza. Autorità (principio di) ) (in generale): consiste ncll'accogliere come vera una cognizione da una persona cui si riconosce una superiorità intellettuale o morale, rinforzata spesso dalla tradizione, /ilos.: nel Medio Evo Aristotele gode d'un'autorità assoluta nella scienza e nella filosofia, donde il detto: ipse dirit (traduzione del greco aùvò? 2pY)Tlx6?), cioè della piena esplicazione delle tor-,c spirituali, della vita contemplativa che offre la conoscenza più alta, quella del macrocosmo e delle sue leggi eterne. per B u Stoici si raggiunge nell apatia ànà&Eia, nel dominio della ragionc sulle passioni e sul dolore; per TOPI ceno nell’atorossla, che e data dal1 l’assenza del dolore, da una scelta Bapiente'del piaceri e dall’armonia della vita. per Spinoza 1 ’uomo raggiunge la beatitudine, la quiete definitiva, solo nella conoscenza del terzo grado, cioè nella «conoscenza intuitiva», per cui la ragiono vede le cose In Dio, nel loro aspetto eterno (sub specie acf erri itati»), che è poi un conoscerò Dio stesso nella sua unità, quasi un coincidere con lui. Beavlorlsmo (inglese: behariour comportamento, condotta) (psicol.): ts il metodo di ricerca psicologica, che consiste nell’indagare 11 modo di reagire alle impressioni esterne, la maniera di comportarsi, di condursi nelle differenti circostanze della vita. Questo metodo, applicato dapprima agli animali, s’è poi esteso all'nomo. Bello (/ ilos.): nell'antichità: per Platone il hello è ciò che offre all’occhio e alla, mente proporzione e armonia, ordine e misura. In modo cho la varlotà degli elementi si disponga In gradi e si componga in un tutto plasmato o ordinato dalla vita dello Bpirito, il quale,. liberandosi gradatamente da tutto ciò cho è corporeo e sensibile, può essere tratto verso il bello In sé, verso l’idea del bello eterna, perfetta, immortale (v. dialettica). L’arte dell’uomo non ò altro che un’imitazione della natura, che alla sua volta c un’imitazione dell’idea, quindi un'imitazione dell’imitazione, non un'cspressione dirotta del hello. Per Aristotele gli elementi del hello sono: l’ordine (Tpia|.iévov); la fonte del bello è nel senso innato del ritmo e dell’armonia e nell’istinto d’ìniitazione, raffinato dalle due facoltà del genio ellenico: veder le cose con meravigliosa chiarezza; rappresentarsele con perfetta obbiottività. _per Plotino il bello con è nella simmetria, ma « è ciò cho rispleudc nolla simmetria »; una statua è bella « per In forma che l’arte vi ha introdotto », i-apà top stSou?, 2 èvfixvjv 7] t éyvv)). È l 'intuizione dell’artista, il suo genio che cren l’unità fra le parti molteplici d’un oggetto e dona a questo ciò che lo spirito ha di più profondo, mediante una raffinata elaborazione tecnica; l’arte non è più imitazione, come per Piatone o Aristotele, ma creazione dell’intelligenza, del voù?. Questa teoria viene ripresa nel Hinascinicnto. nei tempi moderni : per KANT è hello ciò che procura una soddisfazione di carattere universale, non esprimibile mediante concetti, libera da qualsiasi fino uti itarlo o morale: le coso non sono belle perla loro intima costituzione, che In se stessa rqpta a noi sconosciuta, ma perché sono capaci di eccitare c tendere In maniera armoniosa le nostre forze spirituali. per CROCE il bello non è un fatto fisico, non ha nulla da vedere con rutile, col piacere, col dolore, con la morale. non è oggetto di conoscenza concettuale; è dunque ciò ohe produce uno stato d’animo libero da ogni interesse pratico o logico, un’impressione che si esprime in una pura Immagine, oggetto di intuizione, ebe è conoscenzaimme¬diatao fantastica d’un momento della vita dello spirito considerato nella sua singolarità. Intuizione cui dà coerenza e unità il sentimento. Bene (in generale): ò tutto ciò cne ri* spondo o si crede che risponda a un bisogno e porta n un fine voluto o desiderato. morale: è ciò che nell’ordine dell azlone ò oggetto d’approvazione, ciò il cui possesso è causa di soddisfazione e avvia alla perfezione. -_il gommo bene (summutn bollimi) è, per la filosofia antica, l’oggetto ultimo al quale deve tendere la volontà morale • quindi un bene bastante a so stesso, cui tutti gli altri beni sono subordinati e rispetto a cui son da considerarsi come mezzi. _ gli scolastici, Cartesio, Spinoza, Leibniz seguono la tradizione antica. Kant giudica che 11 dovere è anteriore al bene morale, che questo deriva da quello e gli è subordinato ; giacché li bene è ciò che si fa per dovere: ossia l’asione morale trae U suo valore non Biogenetica 20 Carattere dallo scopo al quale tende, non dal bene che attua, ma dal principio cui la volontà obbedisce, apendo unicamente por rispetto olla leppo morale : perciò la lepgo morale incondizionata determina il bene, non il beno determina il dovere. Biogenetica (legge) (gr. (Uos = vita, yeveatS = origine): ò la legge, oggi contestata, che ebbe questo nome dal naturalista tedesco K. Haeckkl, per la quale le fasi dello sviluppo individuale ricapitolano in breve le fasi dello sviluppo della specie. La formula è: Yontogenesi ripete la filogenesi (v. ontogenesi). Biologia (gr. plot; = vita, Xóyos = discorso). È la scienza dei fenomeni generali della vita, comuni agli animali e alle piante. Comprende la morfologia, la f isiologia, la patologia, secondochó si considerano lo forme, le funzioni, i fenomeni anormali degli organismi viventi. Bisogno, psicol – GRICE NEEDS --: è la consapevolezza che qualche cosa manca al nostro organismo, o anche, in senso più alto ameno usato, alla vita intellettuale, giacché ogni essere per vivere, svilupparsi o raggiungere 1 fini che gli sono proprii deve prendere al mondo esteriore lo materie e gli elementi necessari all’esistenza. Si distinguo dal desiderio, perché il bisogno ò indeterminato nel suo oggetto, mentre il desiderio si dirigo verso un oggetto determinato: ho bisogno di nutrirmi o desidero un determinato cibo. Buon senso: per Cartesio ò sinonimo di ragione, intesa come facoltà di diBcernere il vero dal falso; quindi ò la capacità di ben giudicare, che non viene concessa a tutti gli uomini nella stessa misura. L’asino di Buridano, filos., cosi s’intititola rargomentazione attribuita a Burlo ano» rettore dell’università di Parigi; ossa consiste ncH’affcrmarc, a proposito del libero arbitrio, che un asino affamato, posto davanti a duo socchi d’avena perfettamente uguali, si troverebbe nell’impossibilità di faro una scelta fra duo cose che lo sollecitano in ugual misura, o morrebbe di fame, (V. anche ALIGHIERI, Paradiso. L'argomentazione non si trova negli scritti di Buridano; ed ò forse dovuta ai contemporanei, per deridere il suo determinismo psicologico, secondo cui la volontà si decide, tra più beni, pel bone maggiore; donde l’indecisione di fronte a due boni uguali. c Cabala (dall’ebraico Kabbalah = tradizione) (rclig.): opera di filosofìa religiosa, che si considera un’interpretazione segreta della Bibbia, trasmessa per tradizione da Adamo ad Àbramo, attraverso una serie ininterrotta di iniziati. Tratta dello sviluppo di Dio, che prendo coscienza di sé generando tutto lo coso dalla propria sostanza per via d’emanazioni; contiene l’enumerazione dello milizie celesti, il simbolismo dei numeri ecc. Campo della coscienza (psicol.): designa l’insiemo dei processi psichici (idee, sentimenti, emozioni), cho in un determinato momento sono presenti nella coscienza d’uu individuo. Campo visivo (psicol.): ò l’insieme degli oggetti cho sono percepiti simultaneamente dall’occhio in un dato momento; mentre il punto visivo è l’oggetto cho nel campo visivo si presenta con maggior chiarezza. Canonica (dal gr. xavtóv = regolo, regola, norma) (logica): ò cosi detta da Epicuro la parte introduttiva della sua dottrina, che tratta del criterio di verità, cioè della validità obbiettiva dello nostre cognizioni, che egli fa consistere noU’immediata evidenza delle percezioni sensibili. Carattere (dal gr. x a pacrcrco = scalfisco, donde '/apaxTyp = impronta) (in generale): indica la qualità propria, la « impronta » che serve a distinguere o a definire un oggetto. -(psicol.): ò l’unità stabile, costante dello disposizioni intellettuali, sentimentali e volontario che distinguono un individuo dagli altri, il nucleo permanente che dirige la sua evoluzione psicologica, Vimpronta che egli lascia nei suol atti, tenendo presente che le qualità costitutive del carattere, le quali formano un fascio di energie diretto verso un fine, si manifestano nelle contingenze della vita, soprattutto in quelle arduo e gravi. (metafisica) : Kant concepisce l’uomo come cittadino di due mondi: del mondo fenomenico e di quello noumcnico; come parte del mondo sensibile l’uomo ha un carattere empirico, che si inserisco nella catena delle cause naturali, di guisa che le sue azioni sono sempre determinate, o cioè non sono libere; invece come parte del mondo nouraenico ha un carattere intelligibile, sottratto alla serie delle cause naturali, e quindi libero .Caratterologia 21 Categoria _ (morale): aver un cara’lere morale significa possedere stabilmente quelle qualità del volere per cui il soggetto tien fermo a principi o a norme pratiche c morali determinate, che egli si ò prescritto con la ragione. Caratterologia (psicol.): neologismo che servo a indicare la scienza del carattere, la quale studia l’essenza, l’evoluzione del carattere, mira a fissarne i tipi fondamentali. Cardinali (virtù): v. virili. Carità (tcol.): è la maggioro dello tre virtù teologali (lede, speranza e carità) ed eeprime l’amore di Dio e l’amore del prossimo in Dio; è il principio d’ognl virtù. (morale): consiste nel far del bene al prossimo senza mira alcuna di vantaggio proprio. Cartesianismo: si può Intenderò: 1 ” la filosofia di Cartesio nello sue tesi fondamentali: l'idea di sostanza, 11 dualismo fra anima o corpo, il meccanicismo del mondo fisico, l’evidenza corno criterio di Terità eoe.; 2» la filosofia dei discepoli o dei successori di Cartesio, cioè ili Malebranche, Oeclinx, Bpinossa, occ., benché non sia facile stabilire ciò che del pensiero di Cartesio ò divenuto pensiero comune dei cartesiani, i quali mirano a risolvere i problemi posti ma non risolti da Cartesio: i rapporti fra pensiero ed estensione, fra anima e corpo, fra Dio c 11 mondo. Casistica (morale): è quella parto della morale pratica che tratta dei « casi di coscienza *, cioè dell'applicazione di norme morali olle circostanze particolari, o ancho nei loro rapporti con la religione, Bpeelalmcnte quando rincontro o l’intreccio fortuito degli avvenimenti della vita umana portano a conflitti di doveri di non facile soluzione. -in senso peggiorativo, s’usa per indicaro distinzioni sottili o abili con cui si vuol giustificare un atto che spesso la inoralo non approva. Caso (gr. ’M/tj, slitapirivi)) (fn generale): si dico elio un fatto è dovuto al caso, quando è fortuito, inaspettato o so ne ignorano le causo. ( Hlos .): già Aristotele intorpreta il caso corno un avvenimento dovuto al fatto che due o più serie di fenomeni s’incontrano in un punto in maniera imprevedibile, o dà l’esempio dello scavatore che trova un tesoro. in senso più comprensivo il caso si ha ciuando una modificazione insensibile e impercettibile nello cause d’un avvenimento produce una modificazione nell’effetto; p. e. il ritardo d’un attimo di un fatto qualsiasi può produrre o far evitare un accidente gravissimo per lo sue conseguenze. Catalettica (fantasia) (gr. cpavvaota y.xTaXvjTTTixr,, lat. risum impressum e//ictumque: t ic.): è per gli Stoici una rappresentazione che ei si presenta, con tale evidenza (èvàpysia) o forza, riproducendo lutto le qualità dell’oggetto. elio ci afferra (y.aTaXa|j.[ 3 àvet) o ci costringe ad accoglierla come vera. 10 il fondamento del criterio stoico di verità. Catarsi (gr. xdt&apot Q, da xaDmpio = purifico) (Hlos.): per Platonf., come più tardi per Plotino, consisto « nel separar-, e rimovore (ytopi) quanto più è possibile l’anima dal corpo c assuefarla a raccogliersi in só medesima, rimanere sola, sciolta dai vincoli del senso > (Fedone). La catarsi ha por fine di preparare l'anima allo più olevate attività spirituali. Per i Neo pi, atonici è un avviamento alla mistica, aH’unione con Dio. (estetica): Aristotele parla d’una calarsi traffica, che sarebbe l’effetto prodotto dalla tragedia sopra gli uditori: raziono tragica, suscitando la compassione e il terrore, compio la funziono di purificare da tali sentimenti l'animo dello spettatore, sollevandolo dalle angustie dolln vita quotidiana. (psicol.): nella psicanalisi la catarsi consiste nel richiamare un’idea o un ricordo, che, represso, produce perturbazioni fisiche e psichiche, mentre, conosciuto e chiarito, diviene innocuo. Categoria (gr. xanj-fopta, da xccrv)yopEtv = affermare; lai. praedicament avi : Boezio) (logica): per Aristotele le categorie sono lo affermazioni, i predicati più generali delle cose, le differenti classi di predicati che si possono affermare d’un oggetto qualsiasi, c quindi 1 sommi generi del reale (xanjYOptòcl toO Svuoi;); ne distingue dicci, traendole, forse, dallo parti del discorso: sostanza, qualità, quantità, relazione, luoao, tempo, situazione, avere, lare, patire. -per Kant le categorie sono le /orme a priori del conoscere, con le quali l'intelletto unisco il molteplice offerto dalVintuizione sensibile: c cioè I fenomeni che il senso percepisce slegati, isolati, sono dall 'intelletto collegati in una sintesi per mezzo delle categorie: p. e. gli organi di senso percepiscono duo fono meni isolati, il calore e la dilatazione d'un corpo; l’inteUetto li unifica con la categoria di causa : il coloro ò causo della dilatazione. lCont. enumera dodici categorie: tre della quantità (unità, pluralità, totalità), tro dello qualità {realtà, negazione-, limitazione), tro dello relazione ( sostanza, causa, reciprocità (iasione), tro della modalità (possibilità, esistenza, necessità). -Schopenhauer ammette la sola categoria di causa: il mondo come semplice rappresentazione è una molteplicità di fenomeni disposta nello spazio e nel tempo, ordinata o pensata secondo il principio di causa. -per Rosmini la categoria unico e suprema è l'idea dell’essere in universale, cioè di quella vj(n?= il sentire) (psicol.): designa il complesso delle sensazioni provenienti dagli organi interni del corpo, lo stato psichico totale risultante dall’azione simultanea e complessiva dolio impressioni interne. Certezza (opposto: dubbio ) (jwricoZ.): è lo stato dello spirito intimamente persuaso di possedere la verità, o por via immediata, dovuta all 'evidenza, o per dimostrazione, o anche per fede; iu questo terzo caso s'accost-’. olla credenza (V. credenza). Cinestetiche 23 Compositivo _ (logica): è il carattere di ciò che non lascia aperta alcuna via al dubbio ed è dovuto al fatto che i principi! logici sono osservati. Cinestetiche (sensazioni) (dal gr. xtvéo>= muovo, atat>r,a'.; = sensazione) ( psicol.): sono le sensazioni che provengono dai movimenti degli organi corporei. Circolo vizioso = vedi diallelo. CI inamen (è la traduzione, luereziana del greco exxXtai:, da èxxXivetv = devìai-e, declinare) (filos.): Emerito ammette che gli atomi, invece di cadere dall’alto al basso in linea retta (ché in tal caso non potrebbero incontrarsi, né, quindi, formare i mondi c i corpi composti). subiscono, per un Impulso interiore, una deviazione dalia linea verticale (che è appunto il clinamcn), la quale ne tende possibile l'urto. Por tale tendenza spontanea la necessità meccanica cedo nell'uomo il posto ulla volontà libero, essendo anche l'anima formata di atomi. Cogito ergo sum (8 . Tojimaso). Contingentismo o filosofia della contingenza (filos.): servo a designare il complesso dello dottrino che nella spiegazione dell’universo assegnano ima parto più o meno grande alia contini gema. _ BoCTROOX ha dato particolare rilievo a questa dot1 trina; egli pensa infatti che a mano a Contraddittorio 26 Cosa in sè mano che si sale dalle formo Inferiori degli esseri alle forme superiori, dalla chimica alla biologia o da questa alla psicologia, si introducono nuovi modi di realtà (la qualità, la rtta, la coscienza, l’auto-coscienza), In cui il ferreo con catcnamento di causa od effetto ohe si osserva nel mondo tìsico si viene atte nuando, fino a scomparire nella libertà spirituale umana; perciò la vita del ponsiero è una novità continua, In cui il nuovo non si può spiegare col vecchio. Il superiore con l’Inferiore, perché contiene qualcosa di più e di nuovo (contingente), che nella realtà inferiore non c'era. Contraddittorio (logica): due giudizi, due concetti dloonsl contraddittoril, quando l'affermazione del primo irnpllI ca la negazione del secondo ; ò contraddittoria anche una proposizione in cui il predicato affermi una qualità o modo di essere opposta a quella espressa dal soggetto. Contraddizione (logica): il principili di contraddizione ò cosi formnlnto da Aristotele: «due giudizi, dei quali l’uno nega quello stesso che l’altro afforma (A è B, A non è B), non possono essere veri nel medesimo tempo e otto il medesimo rispetto, poiché non ò possibile ammettere che alcuno pensi cho la stessa cosa sia o non sla» (àSuvavOV Ù7TOAaupàvetv vaùv&v elvat xal (xv) elvoci). -Leibniz lm dato di questo principio una formula più semplice: «A non ò non A», cioè un giudizioò falBO quando ' soggetto e predicato si contraddicono. (filos.): Hegel pone la contraddiziono nel cuore della realtà vera, ossia nel pensiero: ogni idea contiene in sé la sua negazione, ciò' un’idea opposta che spinge a un nuovo concetto più alto comprendente e conciliante in sé i due primi : il primo concetto ò la tesi, il secondo ’ antitesi, il erzo la sintesi. Quest'ultimo subisce lo stesso destino, c cosi il movimento dello spirito i recede sempre più oltre, finché tutta la realtà è trasformata in puro ponsiero, in una « reto di concetti »: l’attività pensante diviene processo cosmico, che abbraccia tutte lo cose e tutte da sé lo produce (V. coincidcntia oppositorum). Contradictio in adiecto (logica): è la contraddizione fra un termino e ciò che vi si aggiunge ( adiectum ), aggettivo o sostantivo; p. e.: legno ferreo. Contrario (logica): sono contrarie due proposizioni opposte e universali, l'una affermativa e l'altra negativa; p. e.: 1 ogni uomo è mortale ; nessun uomo ò mortale » ; sono contrari due concetti, quando l’aiiermazione dell’uno implica la negazione dell'altro; p. e.: bianco, non bianco. Contrattualismo (diritto): è la teoria dell’origine contrattuale dello Stato, che ebbe la sua forma più perfetta e famosa nel Contratto sociale di G. G. Rousseau ( 1762). Il principio è: lo Stato si fonda sulla volontà individuale dei consociati, i quali l’hanno costituito per mezzo di un contratto. Se si pensa con I’Hobbes che, nel dar vita allo Stato, l’Individuo rinunzia a ogni suo diritto, si ha il governo dispotico, so con Locke si stabilisce ina rapporto bilaterale fra individuo e Stato, si ha il governo liberale ; so col Rousseau si considera innlicnaliilo ogni diritto individuale, cosicché i singoli, riuniti in assemblea, possono, con un semplice atto di volontà, far tabula rasa d’ogni governo e magistrato esistente, si ha il governo radicale. Corpo (filos,): per Cartesio e Spinoza ò corpo ciò che ha estensione o moto, il quale non è altro che una successione di luoghi occupati da un corpo nell’estensione; per Berkeley o Hume, negata resistenza della materia, il corpo è un complesso di idee o sensazioni associate. Corsi e ricorsi (filos.): è la legge universale che per il Vico regge la vita dei popoli e rispecchia le fasi di sviluppo dello spirito individuale: il senso, la fantasia, la mente pura, corrispondenti, nella vita pratica, alla passione ferina, alla soggezione a una legge di forza e arbitrio, alla libera osservanza dei dettami della ragione. Cosi ogni popolo trascorrenecessariamente dalla violenza dolio stato ferino alla vita civile, e, in conformità dell'eterna natura umana, dove ripercorrere il suo corso, ricadere, per un processo degenerativo, nel senso o nella violenza, e dalla barbarle riprenderò il moto ascensivo, iniziare 11 ricorso. Vico trasse questa sua dottrina dalle indagini sulla storia di Roma, generalizzata e integrata, qua e là, con quella di Grecia. Cosa in sè (opposto: fenomeno): esprime il carattere dello coso considerate por sé, fuori dei soggetto che le conosce, o in maniera da questo indipendente. per Kant è il quid inconoscibile che si cela dietro ai fenomeni e no è il fondamento; è posta fuori del tempo e dello spazio, non vi si possono appi!-Cose e persone 27 Creazione care lo categorie, valido solo poi fenomeni. Schopenhauer vedo la cosa in so nella volontà metafisica, fondamento ultimo o immanente del divenire cosmico: volontà ili vivere, for/.a cieca, inconscia, elio « si accendo ima lampada noi corvello umano », cioè si fa consapevole solo nell’uomo. --corno concetto limite la cosa in sé stabilisco, per Kant, il confine fra il conoscibile o l incomiscibile £ è ciò che ó al di là dell’esperienza, oggetto di una intuizione non sensibile, ma solo intellettuale, elio è negata all’uomo. Cose o persone (morale): per Kant lo cose sono mezzi, oggetti per i nostri bisogni (in linguaggio economico: beni materiali ); lo persouo sono non mezzi ma /ini in si, hanno un valore assoluto che si misura non dall’uso oho so ne può fare, corno avviono delle cose, ma dal rispetto che si deve all’esscro ragionevole. in ciò che ha di intimo o inviolabile. Coscienza (lat. conscirc = sapere insieme, detto di più persone che conoscono le stesse cose; gr. erjvei8r, = giudico, esamino): in generale consiste nel sottoporre ad esame un principio, un’asserzione, un fatto, per stabilirne il grado di credibilità o il valore prima di accoglierli come veri; cosi avviene, p. e., nella critica storica. -per Kant ò una ricerca intorno alla ragione umana in tutto le sfere della sua attività (nel conoscere, nelPoperare moralmente, nel sentimento del bello). La critica tende a separare ciò che allo spirito umano proviene passivamente Criticismo 29 Deismo dal mondo esterno, ossia ciò che ò empirico, a poste riori, e che Kant denomina materia, da ciò che ù un’attività oiternaria della stessa ragione, ossia da ciò che ò puro, a priori, o che vien detto forma. Cosi nel conoscere sono a priori le intuizioni dello spazio o del tempo e lo categorie; nella condotta morale la leggo morale non deriva dall’esperienza ma è un fatto della ragione, è pura forma; nel giudizio estetico l’essenziale non è la realtà empirica dell’oggetto che si dice bello, ma la rappresentazione, cioè un’attività dello spirito. Infine, per spiegare certe produzioni della natura, non spiegabili col meccanismo, si ricorro alla finalità Interna, cioè si afferma che nella natura l’idea del tutto ò In ragiono dell’esistenza e dell’accordo delle parti, corno avviene negli esseri viventi, nei quali la natura s’organizza grazio a un’arte tutta intcriore, non per una causa esterna, qual è quella, ad es., che agisce in un orologio. Criticismo (filo»-)' ò la dottrina di Kant o della sua scuola, fondata su questi principi!: a) lo spirito umano impone ai fenomeni le sue forme, le sue attività costitutive, vaio a dire le intuizioni puro dello spazio e del tempo c le categorie; b) lo categorie, cioè i concetti puri dell’intelletto, non possono applicarsi a oggetti posti fuori dell'esperienza (l’anima, il mondo, Dio); l’uomo conosce solo fenomeni e l’assoluto gli sfugge. Cruciale (dal lat. crux = croce, come segno indicatore della via da prendere) (logica): per Bacone instantiac crucis (fatti cruciali) sono le esperienze risolutive che decidono fra due ipotesi contrarie. D Darwinismo; è la dottrina di C. Darwin che, accolto il principio della variabilità dello specie animali, vugl spiegarlo mediante: la lotta per l esistenza che dà la vittoria ai meglio adatti; l’ambiente elio crea modificazioni organiche o qualità; 3) 1 ereditarietà, per cui i caratteri acquisiti dall’individuo si fissano nella specie, e si accrescono grazie anche alla correlazione di sviluppo, per cui i mutamenti In una parto del corpo determinano mutamenti anche nelle altre parti. Dato (s’oppone a ciò che ò costruito, elaborato, dedotto) ( filos .): designai principi! generali, le condizioni, i fatti che sono una premessa necessaria per rispondere a una questione o risolvere un problema. Deduzione (opposto: induzione) (logica): è il procedimento logico che va daH’universale al particolare, dai principi! allo conseguenze, o anche da una o più proposizioni a una o più altre proposizioni,come necessarie conseguenze. (.'osi nella fisica da una legge ottenuta per via Induttiva si possono dedurre altre leggi subordinate o applicazioni di essa; CARTESIO, dalla proposizione: « Dio ò un essere verace », trae quest'altra: «egli non può ingannarci quando ci fa credere all’esistenza reale d’un mondo esterno ». La forma tipica della deduzione ò data dal sillogismo aristotelico. Vedi Sillogismo. Deduzione trascendentale (filos.): ò per Kant il procedimento che ricerca se le categorie possono applicarsi ai fenomeni, so sono la condiziono necessaria e sufficente dell'esperienza. La soluzione ò data dall 'immaginazione creatrice, « funziono cieca dell’anima ma indispensabile », facoltà Intermediarla fra la sensibilità e l’intelletto, per la quale l’io si realizza, entra in rapporto con la molteplicità delle cose sensibili, le unifica, dando l’oggettività alle leggi della natura; quindi non solo cogito ergo sam, ma anche cogito, ergo rea sunt (v. schema). Definizione (logica): ha per fine di determinare l’essenza d'una cosa, d'un’idea, enumerandone lo note essenziali. La Scolastica dice: definitio fit per genus proximum et per differcntiam specif icam, intendendo per genere prossimo la classe di cui una cosa è parte, e per differenza specifica i caratteri propri! della cosa stessa: p. es., definendo l’uomo un mammifero bimane, il termine mammifero ò il genere prossimo, il termino bimane la differenza specifica. Degnità: tormino usato dal Vico nella Scienza nuova ; equi vaio ad assioma, (gr. à^o>|Aa, da (z^ioc degno) e sorve a indicare le idee fondamentali intorno alla fantasia, all’intelletto, al mito, alla religione ecc. Deismo: è l’idea della divinità ottenuta per opera della sola ragione, senza l’ausilio della fede rivelata e dei dogmi, e resistenza. Questa concezione domina soprattutto nell'ILLUMINISMO (sec. XVII e XVIII): è pure la religione del Mazzini. Demiurgo (gr. SmuoopYÓG, da = popolo e rad. épy = opero, lavoro; quindi: chi lavora pel pubblico, artefice); ( filo8 .): con questo nome vicn designato nel Timeo di Platone il dio artefice dell'universo, che plasma il cosmo dando forma all’informe, regola c ordine a ciò che ò senza regola o ordine, tenendo l’occhio fisso alle idee, come a modelli perfetti ed eterni di tutte le cose. Il cosmos, opera del demiurgo, è por Platone un essere vivente, fornito di ciò che v’ò di più nobile ed essenziale in un essere vivente, l'amma, che ò poi l’anima del viondo. Democrazia (gr. $7)(jtoxpaT(a = potere del popolo) (filos.): per Platonf. ò il governo dei molti (ol 770 XX 0 O, avente per fine la libertà, la quale può, per eccessivo desiderio d’uguaglianza, degenerare facilmente in anarchia e tirannide. -Aristotele, nella sua celebro teoria delle forme di governo, considera le forme pure, cioè quelle che hanno por fine d’attuare la giustizia, o sono la monarcàia, Varistocrazia, la democrazia (secondoché governa uno solo, una minoranza o la generalità dei cittadini). A queste corrispondono tre formo corrotte: la tirannide, 1 Oligarchia, la demagogia, quando il governo ò esercitato a Bolo beneficio di chi lo tiene. -oggi è la forma di governo in cui la sovranità risiede nella volontà popolare, intesa come l’espressione della maggioranza numerica dei cittadini riuniti in assemblea (Rousseau). Demone (gr. Sat(jL6>v) {filos.): è un segno o uno spirito o, meglio, una voce ammonitrice, cosa al tutto intima e personale di Socrate, non una personificazione divina: « è come una voce che io ho in me fin da fanciullo, la quale ogni volta che mi si fa sentire, sempre mi dissuade da cosa che io sia per fare, e non mai ad alcuna mi persuade; è questa che mi vieta d’occuparnii delle cose dello Stato e mi pare faccia ottimamente a vietarmelo ». Questo Satjj.6vióv ti è dunque un segno personalissimo, come ognuno In certi casi e momenti della vita può sperimentare più o meno sensibilmente per conto proprio (Valgimigli). Deontologia, tò Séov = il dovere, e Xóyogica, è la divisione d’un concetto in due concetti generalmente contrarii, o anche la classificazione d’un genere in due specie che ne esprimono tutto il contenuto; p. o. gli animali in vertebrati o invertebrati. Dictum de omni et nullo (Zotica): esprime la nozione che tutto ciò che è affermato o negato d’un genero ò puro affermato o negato delle specie o degli individui contenuti nel genere. Differenza (metodo di ) (logica): ò il secondo del metodi dello Stuart Mill per la ricerca della causa. La formula è: se un caso nel quale il fenomeno si verifica e un caso nel qualo non si verifica hanno in comune tutte lo circostanze meno una, che si presenta nel primo caso e non nel secondo, questa è la causa del fenomeno : p. e. la causa per cui la colonna del mercurio s'innalza nel barometro si può ricercare facendo II vuoto; ossia: sopprimendo la pressione atmosferica, mentre tutto I lo altre circostanze restano immutate, e vedendo il mercurio scendere, si concludo elio la causa ricercata è il peso dell’aria. SI riconnetto alla tabula ab sentine di Bacone. Gli altri metodi dello Stuart Mlll sono: di concordanza, delle variazioni concomitanti, dei residui (v. questi termini). Differenza specifica: v. definizione . Dignità (in generale): ò il sentimento di rispetto che l’uomo deve avere verso se stesso, come essere ragionevole. (morale): in opposizione a prezzo, per Kant esprime il valore assoluto dell’essero ragionevole, come fine in sé. Dilemma (gr. SiaXap^àvco = prendo da due parti) (logica): è un sillogismo composto, che pone due alternative, dalle quali vien tratta una conclusione identica, in modo da non lasciare una via d’uscita; p. e.; contro la tortura: « o il torturato è forte tanto da sopportare I tormenti, e dirà quel eli© vuole; o è debole da non poter resistere, e dirà quel che vogliono i giudici: in ambedue i casi la tortura non conduce alla verità ». Dinamico e dinamismo (dal gr. Suva(Xi£= forza; opposto: meccanico o meccanismo) (filos): si applicano tali denominazioni a quello dottrine che vedono nella forza o neW energia l’essenza dell’universo; forza che agisco non dall’esterno ma dall’intorno, con spontaneità e attività trasformatrice o creatrice incessante, quindi irriducibile alle leggi meccaniche. Lo teorio dinamiche pongono il tutto prima delle parti, ciò che è vivente prima di ciò che è privo di vita, ciò che ò superiore atto a spiegare ciò che è inferiore. In opposizione a statico si usa a Indicare ciò che si trasforma, si sviluppa, diviene senza tregua. Dio; GII aspetti e i significati principali di questo termino complesso e oscuro nel suo sviluppo storico si possono cosi riassumere : a) nelle religioni piii antiche l’Idea di Dio sembra sorgere da un antropomorfismo spontaneo, cioè si concepisce Dio sul modello dell’Uomo, sia che si colleghi con la fede nella sopravvivenza dei morti c col culto degli avi, sia che lo si pensi come il simbolo del gruppo sociale; si oscilla fra l’idea di Dio pensato come una forza, e l’idea di Dio concepito come Un essere più o meno personale ; b) per l’azione del pensiero filosofico e scientifico Dio è pensato come l’unità essenziale di tutti gli elementi dell’universo: unità della sostanza prima, come nei Presocratici; idea dell’essere puro, come in Piatone o in Aristotele; superiore a tutte le categorie logiche e ad ogni idea di persona, ineffabile, come in Plotino; costituente la realtà essenziale del mondo, col quale si identifica, come nel panteismo (v. panteismo). Dio essere morale, giusto e buono, rispondente all’esigenza che ha l’uomo di credere al valore della propria azione. Dio 33 Discorsivo e discorso a un essere che sia garante dei nostri fini più alti, cioè dei valori spirituali. -Tra gli altri, 11 francese M. Blondel vede nell’idea di Dio tre aspetti, ciascuno dei quali tendo a predominare In tempi e mentalità diverse: il Dio del* TAntico Testamento, il rigido dominatore che riferisce tutto a sé. oggetto di rispetto e, più, di timore;è) il Dio intelligenza o tutto chiarezza e verità, dovuto alla tradizione ellenica; c) il Deus charitas, tutto amore per le creature, il Dio Cristiano. Dio (prove dell’esistenza di ) ( filos .); "Te* principali sono: 1. la prova cosmologica, cho dall’esisten/.a del mondo, cioè del condizionato, del contingente o doll’imperfotto, conchiude all’esistenza d’una causa prima, d’un incondizionato, necessario o 1 l>erfetto. Cosi per Aristotele Dio, spirito puro, è la causa prima d’ogni movimento, è primo motore immobile ( 7TpcoTOV x.ivoOv àx(vT)TOV); è seguito dalla Scolastica (S. Tommaso ecc.). Oppone Kant cho dal fatto ohe noi affermiamo una causalità nel inondo dei fenomeni, non si può logicamente de| durre ohe v’è una causalità del mondo fuori del mondo, dato cho essa è al di fuori del campodellanostraesperienzaempirica, alla quulo soltanto può la nostia monto applicare la categoria di causa. 2. prova ontologica, eho dall'idea di Dio, come dell'essere più perfetto, deduce la sua esistenza, giacché un essere soltanto pensato, ma non esistente, non sarebbe l’essere perfetto; è concepita da S. Anselmo, respinta da S. Tommaso, seguita da Cartesio, Spinoza, Leibniz, Hegel, occ. Kant nega che nel concetto d’una cosa sia contenuta Tesistonza corno nota essenziale: cento talleri reali non contengono più noto essenziali di conto talleri pensati. Ma, osserva Hegel, conto talleri non sono un concetto, e tanto mono paragonabili con l’idea di Dio; in questa resistenza è implicita, non come un'idea cho s’aggiunge a un’altra idea eterogenea: l’idea di Dio e 1'osistenza coincidono, come dove avvenire nel più alto principio cui possa giungere la filosofia; 3. prova teleologica o fisico-teologica: le cose della natura non solo rivelano ordine o regolarità, inspiegabili con la nozione di causa, ma formano un sistema. convergono verso un’unità suprema, come a un fine ultimo ; donde la necessità d’ammettere l’esistenza d’un essere cho pone e attua i fini manifestantisi nella vita della natura. È sostenuta da Socrate, Platone, Aristotele, dalla Scolastica occ. Kant fa osservare che, pur ammettendo essere lo opere della natura paragonabili a quello d’un artista, si giungo solo a un Dio artefice ordinatore della materia, non a un Dio creatore; per passare dalla considcraziono d’un ordino nel mondo all’eslstcuza d’un essere necessario o perfetto, bisogna far ricorso alla prova cosmofogica e ontologica, lo quali vanno inoontro egli dice ud altre obbiezioni non meno gravi (v. sopra); 4. prova morale o etico-teologica, che dall'esistenza della legge morale in noi trae la prova dell’esistenza di Dio fuori di noi. Kant, per accordare l’idea doV dovere con la felicità, ammette un pr cf grosso indefinito verso la santità, cioè verso la virtù perfetta che esigo la soppressione della sensibilità; na ciò è possibile solo se la nostra personalità persiste, ossia so ò immortale, grazie nH’uziouo sul mondo d’un essere in cni l'unione della santità o della felicità è attuata. Però questa prova non consento la conoscenza metafisica d’una sostanza divina, ma solo una credenza razionale, che s’accorda col risultati della Critica della ragion pura. Hegel oppone cho Kant, appoggiando la prova dell* esistenza di Dio alia credenza monile, presuppone implicita ncll'idqa di Dio 1 ’esistcnza; cade perciò in una gravo eoutraddizione, perché lia prima condannato tale identità, che ò il fondamento della prova ontologica, da lui respinta. Discontinuo (opposto: continuo) (/ posizione scompare. Dogma (gr. Sóyfxoc, da Soxéco: opinione. decreto) (relig.): esprimo il decreto d’un concilio, un principio religioso considerato verità inoppugnabile. (filos.): designa comunemente un principio piii affermato che provato, o anche imposto da un’autorità o accolto senza esame critico. Dogmatismo (opposto: scetticismo) ( filos.): Kant chiama dogmatici i filosofi cho fanno uso di principii o di concetti senza ricercare per quale via e con che diritto si pervenga ad affermarli, ossia senza una critica preventiva del nostro potere di conoscere. Dolore ( psicnl .): ò uno stato affettivo indefinibile per la sua semplicità, che si presenta come dolore fisico, cioè come sensazione penosa più o meno localizzata, o come dolore morale (v. piacere), (filos.): il dolore è considerato dai Greci corno un ostacolo alla felicità cui l’uomo aspira naturalmente, come qualche cosa di ostile cho dovessero eliminato con ogni mezzo; mentre il Cristianesimo ha sublimato il doloro, che diviene mezzo di purificazione e di elevazione morale, soprattutto per l'azione dell'esempio di Gesù, che, assumendo corpo mortalo, ne ha preso tutto le infermità, è stato vinto, deprezzato, umiliato o ha subito il supplizio dello schiavo. Doppia verità (/ito.): ò la dottrina introdotta da Averrok, secondo la quale può essere vero nella filosofia ciò elio è ritenuto falso ed errato nella religione, e inversamente; donde nna scissione interiore dello spirito. Dovere (morale): in senso concreto è una norma determinata di condotta, un'obbligazione ben definita: p. e. i doveri verso la famiglia, la patria. in senso generale e astratto è l’obbligazione morale, considerata separatamente dal suo contenuto, ima legge, un comando, cui si deve obbedire. per Kant consiste ueirobbodiro a un comando, a un imperativo categorico, valido incondizionatamente por ogni essere ragionevole, che si può, ma non si deve trasgredire. Dualismo (opposto: monismo) (relig .): applicato per la prima volta da Hyde per designare un sistema religioso in cui a un principio buono s’oppone un principio cattivo, l’uno e l’altro eterni e in eterno contrasto fra loro, come nella religione di Zoroastro. (filos.): si applica alle dottrino che ricorrono a due principii opposti e irriducibili por spiegare l’universo o quindi Ri presenta, anzitutto, come dualismo cosmico: in Platone fra la materia, oscura, ostile, causa del perpetuo cangiamento e del perenne fluire di tutte le cose, c lo spirito, il mondo delle idee, essenze eterne, fuori del nostro pensiero, sostegno del mondo reale; in Aristotele fra la materia, docile alle esigenze dello spirito, plasmabile, o la forma, l’idea che s’inserisce nella materia, la, plasma e la perfeziona; in Cartesio fra la res cogitans, lo spirito, e la res extcnsa, la materia; in Kant fra il mondo dello cose in sé, inconoscibile, e il mondo dei fenomeni., aporto alla nostra conoscenza. dal dualismo cosmico discende un dualismo conoscitivo, che fissa e scinde duo formo di conoscenza, derivanti da due facoltà dello spirito, il senso e la Dualità 35 Edonismo ragione, donde la conoscenza sensibile o la razionale, e il loro opposto valore. -o’è un dualismo morale, che dori va dal contrasto fra senso e ragione, cioè fra il piacere e l'utile da una parte, posti a fondamento della morule dell’edonismo di Aiustippo di Cirene, di Epicuro e del moderno utilitarismo, e l'attività razionate dall'altra, caratterizzata dal disinteresse verso i boni sensibili e dall'obbedienza allo norme dettate dalla ragione, come nell’cticn di Platone e di Kant. Dualità: il Gioberti dà a questo termino un senso più generale che a dualismo: Ogni ordino di conoscibili, egli dice, ci si manifesta come una dualità, che è quanto dire che non possiamo ponsare un oggetto, senza che la cognizione di esso importi quella d’un oggetto congiunto e correlativo. Cosi l'idea di Dio inchiude quella dell'universo, il concetto dell'universo comprendo quella di Dio; essa si reitera in una successione indefinita, fino all’ultima specie materiale, e risplendo in tutti gli ordini della natura ». Dubbio (in generale): stato di Incertezza, di indecisione, in cui viene a trovarsi 10 spirito per la difficoltà grave, o anche Insormontabile, di giungere a un’afferinaziono conclusiva. (filos.): si distingue un dubbio metodico, cho consiste nel sospendere provvisoriamente il giudizio Intorno al valore d’un'Idea, d'una teoria, o anche della scienza (Cartesio), finché la ricerca non giunga a conclusioni sicure o a un principio certo; e un dubbio scettico, cho consiste nel pensare che né 11 senso né la ragiono siano capaci di cogliere la verità, la realtà vera delle cose, e cho l’uomo perciò apprenda solo apparenze. Durata ( filos .): pel francese E. Bergson 6, non il tempo matematico, quantitativo, concepito come una serie discontinua di momenti eguali, a somiglianzà dei punti d’una linea geometrica, ma il tempo vissuto, che sentiamo fluire nella coscienza, una successione continua di processi qualitativi., di esperienze spirituali, cho si compenetrano, si fondono in uno sviluppo continuo, imprevedibile, libero, passano l’una nell'altra come una corrente intcriore, ininterrotta, a guisa d’un fiume che trascini seco tutto le sue acque, cosicché il passato vivo nel presente e l'uno e l'altro si prolungano nel futuro, costituendo la vita profonda dello spirito, mascherata e deformata per lo più dalle abitudini meccaniche. Da durata vione colta nella sua purezza e semplicità dall’intuizione (vedi questo termine) per via immediata, cho perù esige preparazione o sforzo. E Ecceità (lat. scol. haecceitas, da haecce res, che traduce l’aristotelico rò róSe ti = questa cosa qui) (filos.): termino coniato da Duns Scoto per designare il principium individuationis, cioè i caratteri che distinguono un individuo da un altro e dei quali il più importante, ultima realitas, è la volontà. Il principio ildl’liaecceitas è perciò collegato ad una tendenza volontaristica (v. volontarismo) in contrasto con l'inlcUettualismo (V. questo termine) di S. Tommaso. Eclettismo (dai gr. èy.)dfsiv = scegliere) (filos.): in senso largo consiste nella tendenza a cogliere in tutte le filosofie le affermazioni positive (considerando che ogni sistema filosofico è falso in ciò che nega, vero in ciò che afferma), lo verità che l'esperienza dei secoli ha consacrate, a conciliarle o comporlo In una dottrina armonica o coerente, che sia quasi il credo filosofico del genere umano. Eclettica è, ad cs., la dottrina di Cicerone. in senso più preciso, eclettismo è la conciliazione di tesi diverso o anello contrarie, che si raggiungo subordinando quelle tesi a un principio superiore: p. e. Victor Cocsin, capo della Scuola eclettica francese, s’appoggia al fatto che in ogni uomo esisto un senso del vero, il quale contiene allo stato latente le verità filosofiche eterno cho si discoprono interrogando la coscienza e ricorrendo alla riflessione; la ragione è come una luce cho illumina l’anima umana, una specie di rivelazione universale. Economica (teoria) della conoscenza: v. teoria economica della conoscenza. Edonismo (dal gr. Y;Sovvj = piacere) (filos.): comprende lo dottrine che pongono come principio unico della morale il piacere, che e il bene più alto, mentre il suo opposto, il doloro, è da evitare come un male; in senso rigoroso si applica alla dottrina di Aiustippo di Cirene, meno propriamente all’epicureismo e all'utilitarismo di Bentham e di G. Stuart Mii.l (quest’ultimo Effetto 30 Empirico stabilisco tra i piaceri differenze qualitative, distinguendo piaceri più o meno elevati, mentre Aristippo, come poi Bentham, prendo come misura delle cose l’intensità dei piaceri). La calma dello spirito, l 'atarassia di Epicuro o la ricerca doU'utilc sociale dello Stuart MII 1, che arriva lino al sacrificio di sé pel fieno comune, sono perciò molto lontani dall'edonismo vero e proprio. Effetto = vedi causa. Efficente (dal lat. eflicere = produrre, gr. 7 toi 7 )Tiy. 6 v = efficiens, Ciò,) (lilos.): in senso generale si applica alla causa intesa nella sua piena ostensione. in senso piti ristretto: è il terzo significato dato da Aristotele al termino causa, cioè quella « donde è il principio del movimento » ( oi>£v 7 ) àp /.')) tt)S xiVYjfTEtoq): è la causa motrice. Egocentrismo (lilos.): letteralmento consiste nel fare del proprio io il centro doll’tiniverso, ossia nel riferirò tutte lo coso al proprio io, che divieue il centro del piccolo mondo elio ci sta intorno o poi anche del cosmo in generale; quindi, in un linguaggio più rigoroso, consiste ncU'identideare i valori personalI coi valori del mondo circostante o i valori del mondo circostante col mondo del valori in generalo. Egoismo (opposto: altruismo) (psicol.): è l’amore di se stesso, la tendenza naturale a protessero la propria esistenza e i propril fieni; «l'istinto fondamentale nell’uomo come nell'animale èl'egoismo, cioè l’impulso a vivere e a ben vivere « (Schopenhauer). (morale)-. 6 la tendenza a subordinare il beno e le esigenze altrui al fieno e alle esigenze proprie e ad applicare questo principio come criterio per giudicare gli atti altrui e i proprii. -(metafisica)-, l’egoismo metafìsico corrisponde a solipsismo, che è vocabolo più usato, o sta nel considerare l’esistenza degli altri esseri come illusoria o dubbia: soltanto il mondo della mia coscienza esiste o l’affermazione d’nna realtà fuori della mia coscienza è contraddittoria. (Per Schopenhauer ehi la pensa cosi non ha bisogno d’essere confutato, ma solo d’iuta cura medica). Egotismo (in generale)-. 6 la coltura esclusiva delVio, della propria personalità, l’educazione raffinata dei sentimenti egoistici, con tendenza estetica o creduta tale. Eidetico (gr. el&oq, tema i§, da cui vedere, idea) (psicol.): b! dice eidetica la tendenza, frequente nei fanciulli, a richiamare t ricordi recenti sotto forma di immagini visive, dette anche eidetiche, o a proiettarle all’esterno. (lilos.): nella Fenomenologia di Husserl, filosofo tedesco contemporaneo, l’aggettivo eidetico si riferisco all'essmza ideale, alla forma o idea nel senso platonico-aristotelico, o si oppone a empirico: le essenze pure, oggetto dello scienze eidetiche, sono strutture universali, extratemporali, indipendenti dai fatti empirici. Elemento: in generale gli elementi sono lo parti semplici cho compongono i corpi e in cui questi si possono risolvere. Acqua, aria, terra e fuoco erano 1 quattro elementi di cui si credeva composta la materia (Empedocle). Dieonsi elementi aueho i primi rudimenti delle arti o delle scienze. Emanazione (dal lat. emanare = scorrere fuoji; opposto: creazione) (lilos.): esprime il processo, affermato dagli Gnostici c dai Nkoplatonky, mediante il qualo la molteplicità delle cose, sia materiali, sia spirituali, cho forma l’universo, si svolge, esco fuori dall’essere uno cho no costituisce il principio, senza cho vi sia discontinuità in questo sviluppo, vi sia o no diminuzione dell’Essere uno in tale operazione. Il Cesano distingue due sensi di questo termine: imanatio in divini» duple» est, una genrratin, altera per nwdum ro- l untali», introducendo cosi nellYaumazione l’opera della volontà, che è propria della creazione, della generatili. Eminentiae via (lilos.): è una dello provo dell’esistenza di Pio, comune nella Scolastica: « Le cose belle della terra sono il segno rivelatore della bellezza più alta, le coso pure della purezza perfetta, le cose elevato della più elevata (pulchra puìeherrimum, sublimili alti»simum, pura purisstmum ostendunt). Emozione (lat. emoveo = pongo in movimento, scuoto) (psicol.): in generale s’appllea ad ogni stato affettivo o sentimentale. in senso stretto s’applien agli siati affettivi, reazioni d’ima certa Intensità, d’apparizione brusca, spontanea, e di breve durata, a costituire i quali concorrono stati di piacere o di dolore accompagnati o seguiti (por W. James, invece, preceduti) da movimenti e reazioni fisiologiche. Le emozioni possono essere piacevoli o spiacevoli, eccitanti o deprimenti, forti o deboli. Empirico (gr. SjjLTretpoq = che sa per esperienza; opposto: razionale, puro)Empiriocriticismo Ent( scienza) : si applica all’osservaziono fondata sull'applicazione diretta dei sensi all‘oggetto della ricerca, all’esperienza metodica cui partecipa 1 intelligenza, • i ciechi solo hanno bisogno di guida, ma chi ha gli occhi nella fronte e nella mente di quelli si ha da servire per iscorta (Galileo); ò sinonimo di sperimentale. (filos.): per Kant ò ciò che ò dato nell’esperienza sensibile, ciò che giunge a noi dal mondo esterno per la via dei sensi; equipollente di a posteriori (vedi questo termine). in senso peggiorativo, è opposto a sistematico e si dice di ciò che ò frutto di osservazione superficiale, non guidata da principii e norme metodiche. Empiriocriticismo ( filos .): è la « filosofia dell'esperienza pura « concepita da Riccardo Avexariub, che vuole liberare l'idea d 'esperienza da tutte lo aggiunto del pensiero, dalle Ideo della speculazione metafisica e anche della vita pratica, fondando una teoria economica della conoscenza (v. teoria e. d. c.). L’esperienza pura sarebbe il semplice contenuto della percezione. Empirismo (gr. ètXTCEipta = esperienza; opposto: raziottftltàmo) (filos.): comprende lo dottrino che considerano l'esperienza sensibile, le Impressioni dei sensi come il fondamento e la fonte prima, essenziale, insostituibile del conoscere umano; vi appartengono: nell’antichità la scuola cirenaica, la cinica, 1* epicurea, la stoica, e, nel tempi moderni, la filosofia di Bacon e, di |v = eterno) (filos.): lo gnostico Valentino denomina Pone perfetto il principio primo dell’universo, Pio, donde escono trenta coni minori, cho sono esseri intelligibili e intermediari fra Pio e l’uomo; l’ultimo cono, Sofia, ò presa dalla curiosità o dal desiderio Inestinguibile di contemplare 11 Padre o di scoprire il segreto della sua natura (to Se tox&oc; elvat ^7)TY) = contendo; quindi: arte di contendere con la parola) (lavica): è l’arte di discutere, adoperando, por vincere nella disputa, argomenti sottili e ingannevoli ; è la degenerazione della dialettica al tempo dei sofisti. Eros (gr. £po>s = amore) (filos.): per | Plato.ve ò l'amore rivolto alle ideo, la i tendenza filosofica che trasporta Pani! ma dall'amore por il bello alla visiono del perfetto esemplare della bellezza, cioè all'idea del bello, e di qui all'idea più alta, a quella del Beno (v. amore). Errore (logica): in generale si distinguono due classi d’errori: 1. errori logici, che dipendono dalla violazione delle norme logiche del pensiero, p. e. del principio di contraddizione (v. coniraddizione); 2. errori reali, inerenti alle Idee stesse, quando queste non siano, in tutto o in parte, conformi allo cose che rappresentano come ut viene per gl ter rori de i sensi. -per gli Epicurei la possibilità dclTcrrore non ò nella sensazione presa in se stessa, ma nel giudizio che pronunziamo intorno allo cose percepite. per Cartesio un’idea presa in sé e per sé non è né vera, né falsa: lo diviene solo se viene posta in relazione con altre, cioè negata o affermata mediante il giudizio, che ò un atto della volontà, ed erra quando afferma o nega ciò che l’intelletto non vede in modo chiaro e distinto, essendo il potere volontario disposto, per la sua stessa natura libera, a varcare i limiti dell’intelletto, sul quale ò fondato il criterio di verità (vedi criterio c verità). per Spinoza Terrore non è nulla di positivo, è solo una privazione dovuta all’imperfezione del senso, che percepisco una realtà parziale e no fa una realtà totale, come quando si prende la distanza apparente del sole per la distanza reale. Escatologia (gr. Ict^octoc = ultimo o Xóyos = discorso) (filos.): è quella parte della filosofia che ha per oggetto l’esame dei fini ultimi dell’uomo e dell’imi* verso. Esistenza (filos.): è la proprietà attribuita a ciò che ò oggetto dell’esperienza attualo o dell’esperienza possibile. Quando si dice: questa cosa esiste, si esprime un giudizio sulla sua realtà. gli Scolastici oppongono essenlia ad existcntia: la prima ò la natura concettuale della cosa, l’idea costitutiva di essa; la seconda ò la piena attualità, ultima actualitas, un quid che, aggiungendosi all’essenza, la pone nel mondo della realtà. per S. Anselmo essenza od esistenza in Dio coincidono o anche Spinoza nella I definizione dell’Effco dice: 7 vr causata sui (cho è la sub stantia, sire Deus) intclligo id cuius essenlia invol vii existrnf iam. V. Gioberti distingue essere da esistere: « in latino cxsistcre, cho suona apparire, uscir fuori, emergere, mostrarsi, s’usa a significare la manifestazione d’una cosa che prima ora come avviluppata, Implicita in un’altra, e che, uscendo, si rende visibile di fuori; quindi prodotta da una sostanza che la contiene potenzialmente, in quanto è atta a produrla », giacché II verbo sistere e I suoi derivati, p. e. subsislcre t contengono puro il concetto metafisico di sostanza; quindi Fesisfen/e non può concepirsi senza VEnte che ne ò la causa creatrice, donde la formula ideale (come il Gioberti la chiama): l’Ente crea Tesistento ». Esistenziale (giudizio) = (logica): è il giudizio che afferma o nega semplicemente Tesistenza d’una cosa o d’una classe di cose. Esoterico (gr. IdtoTSpixóq = interiore) (filos.): dicesi particolarmente dell'insegnamento cho Aristotele impartiva ai discepoli già istruiti; per estensione si dice, in generale, dell’insegnamento impartito a pochi, fino a raggiunEsperienza 40 Essere gere il significato di sapere occulto, accessibile a pochi iniziati (v. acroamatico ). Esperienza (dal lat. experior pongo alla prova) (ingenerale): ò la conoscenza diretta,Immediata, omediata, elicsi può acquistare dei fatti o dei fenomeni che si succedono in noi o fuori di noi. Y’ò un'esperienza comune o vulvare che procede in maniera spontanea, incoerente, senza regola e precauzione, obbedendo a impulsi sentimentali o utilitari; e v’ò un’esperienza scienti fica, già detta dagli Stoici è[X“£tpta {jlsO’oSlxt) (esperienza metodica ), che nelle sue ricerche applica all’osservazione dei fatti, alla loro interpretazione e al loro coordinamento le norme suggerite dalla ragione nel suo sviluppo storico, c dall’esperienza passata. l’idea moderna d’esperienza si costituisce nel Hi nascimento soprattutto per opera di Galileo, seguito poi dall’empirismo inglese. Locke riconosce due fonti dell’esperienza: il senso esterno e il senso interno (cioè la riflessione ), e quindi vede già nell’attività dell’Intelletto una condizione importante dell’esperienza. (filos.): per Kant l’esperienza consta di due fattori: a) della conoscenza doi fenomeni, cioò delle impressioni clic ci pervengono dal mondo esterno per la via dei sensi o dal inondo interno per la via della coscienza: materia passiva; b) dello spirito, che elabora il rozzo materiale delle sensazioni, cioè dei fenomeni, con le intuizioni pure o a priori dello 6pazio e del tempo e con le categorie, cioò con le forme attive. Questi duo fattori sono intimamente e indissolubilmente fusi nel l’esperienza. Esperienza possibile (filos.): si ha quando, dice Kant, « io mi rappresento insieme tutti gli oggetti sensibili esistenti in tutti i tempi e in tutti gli spazi, ossia gli oggetti che si trovano in quella parte dell’esperienza verso la quale debbo ancora progredire ». Esperienza pura (ItTos.): è la dottrina che vuole liberare il pensiero da tutto le aggiunte artificiose e superflue, come causa, tempo, sostanza eoe. e costituire ' un’idea naturale del mondo mettendo nella sua vera luce il puro dato immediatamente vissuto, cioè la sensazione. Così R. Avkxarius c Vempirio-cri deismo. Esperimento (scienza): consiste nel riprodurre artificialmente fenomeni naturali col lino di poterli osservare isolandoli, ripetendoli, « provando e riprovando » nelle condizioni più favorevoli per l’indagine scientifica. Galileo è stato uno dei primi e più geniali sperimentatori. Essenza (lat. csscntia da esse) (logica): designa il complesso delle determinazioni, cioò dei caratteri che definiscono nelle sue note costitutivo un oggetto del pensiero. Aristotele Ja definisce: oùaCa àveo CXyjs, ossia la sostanza senza la materia; p. es.: l’essenza dell’albero ò data dallo qualità costitutive del concetto di albero, distinte dalla sua materia; forma c materia, unite, dànno la sostanza (oùoCa). (filos.): è ciò che costituisce il nucleo costanto d’una cosa in opposizione alle modificazioni che non lo toccano se non superficialmente e temporaneamente; così la intende Cartesio. Spinoza aggiunge che l’essenza d’una cosa ò ciò senza di cui questa non può né esistere né essere concepita e, viceversa, ciò che senza la cosa non può né esistere né essere concepita: id sine, quo res et vice versa quod sine re nec esse nec concivi potest. Essere (filos.): in opposto a divenire indica ciò che esiste o sussiste stabilmente, non ostante i mutamenti che può subire; è dunque una realtà permanente, costante, presente nell’esperienza o anche accessibile al solo pensiero; por gli uni (per cs.: Parmenide o Platone) l’idea dell’essere è la più ricca di contenuto; per gli altri (per es.: Hegel o Rosmini) è l'idea più semplice o più povera di contenuto; ma sempre di grande valore speculativo. Parmenide por primo pensa l'essere come la realtà vera, immutabile, perfetta, senza passato né futuro, posta In un eterno presente, unità del tutto omogenea, accessibile al solo pensiero logico; mentre il non essere ò apparenza mutevole o dipendente dall’esperienza ingannevole dei sensi. per Democrito l'essere è posto nella pluralità degli atomi, che si muovono nel vuoto, cioè nel non essere, il quale ò quindi una realtà anch’essa. per Platone ressero è nelle Idee. per Hegel, so ad una cosa si tolgono tutto le determinazioni e le qualità, rimane la pura affermazione* questa cosa è; ossia l’idea più semplice, più astratta, più povera di contenuto, che richiama alla mente l’idea opposta, cioè quella del non essere. È il punto di partenza (Iella logica hegeliana, e della diaEssoterico 41 Esterno lettica (v. questo termine) ; infatti « la verità dell'essere {tesi) e del non essere (antitesi) è la loro unità, la quale ò divenire ( sintesi ); l’essere, se vicn pensato nel divenire, è un formarsi, un incominciare ; invece il non essere ò un passare ». L’idea decessero è un’idea della ragione (v. qui sotto l’esempio citato nel Nuovo Saggio del Rosmini). -anche pel Rosmini se dall’idea concreta di M. nostro amico voglio rimovero ciò che ha di proprio e originale, non mi resta più l’idea del mio amico, ma solo l’idea comune di un uomo; se poi astraggo le qualità proprie dell’uomo, mi resta un’idea più generale, cioè l'idea d’un animale; io posso allo stesso modo colla mia mente astrane dalle qualità proprie dell’animale o mi resta allora l’idea d’un puro corpo privo di sensitività, dotato solo di vegetazione; voglio ancora colla mente togliere da lui ogni vegetazione, allora la mia Idea ò divenuta l’idea d’un corpo in genero; se infine non voglio badare a ciò che ha di proprio il corpo, rimane allora l’idea più universale di tutte, cioè l’idea d’un ente, senza che questo nel mio pensiero sia determinato da nessuna qualità cognita, l’idea dell’essere è dunque quella, tolta la quale, è tolto interamente il pensare ed è resa impossibile qualsiasi altra idea ». Però l’idea dell’essere « che è la verità prima e la ragione suprema, presuppone chi dia l’essere alle coso che esistono, ossia l’essere in sé, Dio, causa ». Essoterico (gr. èScoTepixò»; Xóyo|xv) = sentenza) (in pflBile): si usa a indicare la saggczzi^Riq s’esprime per mezzo di sentenze morali, proverbi, aforismi: filosofia gnomica, poesia gnomica (Solone, Focilide, Teognide). Gnoseologia (gr. yv&at? = conoscenza e Xóyo? = discorso) (filos.): ò quella parte della filosofia che studia il problema della conoscenza (vedi conoscenza). Gnosi (gr. yvcócu? = conoscenza, saggezza) (rch' 0 .): è lo stato del Cristiano illuminato che distinguo chiaramente la propria fèdo da quella dei pagani, le divinità dei quali gli appaiono pure finzioni. (filos. e rclig.): ò una forma di conoscenza che trasforma la fede in scienza; è però una conoscenza concreta, giacché per gli Gnostici conoscere Dio vuol dire possederlo, non per via discorsiva, dialettica, o per la certezza soggettiva della fede, ma per via mistica. che si complica con gli clementi provenienti dallo religioni orientali o dalla filosofia; giacché gli Gnostici, per superare l’antitesi fra Dio, principio del bene, e la materia, principio del malo, imaginano una serie di coni (alcove?), realtà intelligibili uscite dal Primo principio ineffabile, una delle quali, degenerando, ha prodotto la materia e il male. La creazione e 1 a redenzione cristiane sono episodi di quella lotta. Principali rappresentanti della gnosi sono Valentino e Marcione (II sec. d. Or.) (v. Eoni). Grazia ( relig .): è un dono gratuito fatto da Dio alle creature umane, senza che vi abbiano .alcun diritto; in questo senso non v’è cosa alcuna che non sia una grazia, poiché Dio basta a sé e dona liberamente e gratuitamente tutto ciò che dà. In un senso meglio determinato da S. Agostino la grazia ò un dono gratuito che Dio fa all’uomo (posto dal peccato originale nello stato di natura decaduta e pervertita) per rendere possiGusto 4ft Idea bile la salvezza di pochi eletti, Bcelti dalla sua imperscrutabile volontà, giacché l’uomo da sé non può risollevarsi e lo Spirito Santo soffia dove vuole (spiriius sanctus apirat ubi vult, non merita seqiUns, sed merita facicns). _ Lo stato di grazia implica una partecipazione più o meno consapevole dell'anima alla vita soprannaturale, che oltrepassa l’ordine croato, cioè la natura o la conoscenza razionale; è oggetto di fede (v. natura). (estetica): La grazia è il sentimento, non beilo definibile» che nasce alla vista idola tori, gli Idoli del mercato, cioè provenienti dai rapporti sociali: p C, gli errori per cui si prendono corno reali le coso fittizie designate da terminll del linguaggio; d) idola thratri, consistenti nell'azione esercitata sulla mente dai sistemi filosolidi, elio si succedono sulla scena della storia, come le rappresentazioni fantastiche della realtà si svolgono sulla scena d'un teatro. _ (teoria della conoscenza) : per E cicli HO tutto le coso reali emettono efflussi d'atomi. quasi Involucri vuoti isimularm. 11 dice Cicerone), i quali riproducono la struttura generalo e le qualità del^ corpi donde emanano e, movendosi con grondo velocità, pervengono attraverso 1 sensi fino al cuore, dove producono le sensazioni. Possono provenire audio da corpi non piti presenti ai sensi; di qui 1 fantasmi del sogno e del delirio. Ignava ratio (gr. ip-fòc; Xbyo r, = vita) (filos.): è la teoria comune ai più antichi filosofi greci, secondo la quale la materia è considerata non solo come attiva, ma come animata, vivente: materia e lotiche sono Indistinto. Immaginazione (psicol.): è l’attitudine mentalo a formare immagini c rappresentazioni ; si presenta sotto duo forme : --a) rappresentativa, o riproduttrice, che sta nel potere psicologico di riprodurre nella mente gli oggetti già percepiti, non presenti: li) creatrice, che consiste nei comporre, nel creare nuove immagini; è alliue a fantasia o ha una funzione importante nell’arte. (/ilo».): per Spinoza la imaainalio è il grado inferiore del conoscere, visione oonfusa, disordinata, incompiuta * delle" coso. per Kant l’immaginasionc creatrice è « una funzione cieca ma indispensabile % che applica le categorie deU’in* folletto ai fenomeni, collognndo lo forine dell'intelletto con lo forme della sensibilità e rcndondo cosi possibile la costituziono doli'esperienza; per FICHTE l’immaginazione creatrice produce il non io, che si oppone all'io puro o lo limita; opera In maniera Incosciente. Immagine (psicol.): In generalo ò la rappresentazlono montalo d'un oggetto percepito, o anche una nuova rappresentazione formata d’elementi psichici elio già si trovano nella coscienza, come le immagini poetiche. Immanente (opposto: trascendente ) (/»/os.): già nel soc. XIII immanens (opposto a transiens c transitiva) i> detta un’azione od una causa elio rimanga nell'Interno dol soggetto agente, mentre transitiva è dotta quando, uscendo dal soggetto, s'cserclta sopra un'altra cosa; cosi S. Tommaso: duplex est actio, una qua e transil in citeriorem materiam, ut calc/acerc et secare, alia quac manci in agente, ut intclligcre, sentire et rette (= duplice è l'azione; una che passa nella materia esterna, come riscaldare o tagliare, l’altra cho rimane nell’agente, come intendere, sentire e volere). Spinoza Intende in questo senso il termine immanente, quando dice: Deus est omnium rerum causa immanens non vero transiens (Ilio è causa immanente di tutte le cose, non transitiva), perché, contenendo in sé il mondo (v. panteismo), non esco fuori di sé quando agisce, ma resta in so stesso. -per Kant è immanente ciò che sta entro i limiti dell’esperienza, trascendente ciò clic sta fuori deH'esperienza a non è conoscibile. Immanentismo Imperativo in dottrina eli Blondel (vedi: azione) ò detta una « trascendenza immanente », perché la divinità che è trascendente, può, per un atto della volontà individuale, consapevole della propria incompletezza e insuiHeionza. divenire immanente, entraro nella vita umana, compenetrarla, facendo cosi l’uomo partecipo della vita soprannaturale per un dono gratuito, cioè per tuia grazia, la quale però risponda a un appello interiore, a un’intensa aspirazione della coscienza. Immanentismo (relìg.): è la teoria attribuita al clero modernista cattolico e condannata dall’enciclica Pascendi, pei duo principi! di cui consterebbe : a) il sentimento religioso è un prodotto dell'attività interiore o incosciente dello spirito ed ò il germe d’ogni religione, che così apparo un frutto proprio o spontaneo della natura; b) Dio è immanente nell’uomo, perciò la sua aziono si confonde con quella della natura e 11 sovrannaturale viene eliminato. Immanenza (filosofia dell' )(filos.): ò la dottrina di G. Schuppe, secondo cui l’io, la coscienza ò il fatto primo, supcriore ad ogni dubbio, irriducibile, e la pluralità delle cose di cui l’io è conscio è l’oggetto inseparabile della coscienza, per cui ogni oggetto non pensato, non presente al soggetto e da questo indipendente, è inconcepibile; ogni cosa è solo in quanto è presente al soggetto, in quanto entra nella sfera della sua luce e della sua realtà (ossia è immanente nella coscienza). Ciò non vuol dire che il mondo sia nell'io, ma solo che l’io e il suo oggetto sono due momenti inscindibili d’uno stesso atto: • quando lo ho la sensazione d’un disco rosso posto a nna.corta distanza o d’una data grandezza, ciò non vuol dire altro so non che io ho coscienza di esso, clic esso è oggetto della mia coscienza ». La realtà è perciò il contenuto della coscienza. non dello singole coscienze!, ma d’unti « coscienza generica >, che è il soggetto pensato nella sua perfezione c nella sua purezza, avente un’esistenza concreta solo nello coscienze particolari. Immaterialismo (filo».): cosi denomina Berkeley la propria filosofia, clic, opponendosi al materialismo del suo tempo, vuol dimostrare resistenza reale delle sole idee e dell’anima e riduce la materia a un complesso di idee, intese nel senso di processi psichici. Immediato (opposto: medialo) (logica): ò immediata un’inferenza, quando il passaggio da un giudizio a un altro, da una proposiziono a un’altra avviene senza un termine medio, senza un terzo giudizio intermediario; p. e. dalla proposizione : i triangoli sono poligoni », si deduce immediatamente: « alcuni poligoni sono triangoli ». (/ilo*.): è immediata la conoscenza che coglie un'idea, un sentimento per via dirotta, intuitiva, senza passare per un termine medio, come invece avviene nella conoscenza discorsiva e analitica; cosi Platone intuisce l’idea del Bello e del Bene, Cartesio il cogito ergo sum. Immoralismo (/ ilos .): per Nietzsche designa l'aspirazione verso nuovi valori morali, cho si dovrebbero concretare nelle virtù forti ed eroiche del superuomo (v. questo termine), e dovrebbero sostituirsi ai vecchi valori, soprattutto allo virtù umili e inclini alla rinunzia, esaltate dalla morale del Cristianesimo. Immortalità (filo*, o velia.): è il sopravvivere indefinito dcU’anima al corpo, conservando la propria individualità. La dottrina dell 'immortalità personale è por la prima volta affermata con prove da Platone (specialmente nel Fedone). per Aristotele. ò immortale solo l 'intelletto attiro (v. questo termine), che è la forma dell’anima ed entra in questa dall’esterno. per Kant l'immortalità dell’anima è un postulato della ragion pratica ; è fondata sopra l'esigenza, por l’essere umano finito, di attuai*© la perfezione morale In un progresso indefinito verso la santità. Imperativo (morale): ò un comando, una norma obbligatoria che l’uomo deve imporre a se stesso pel raggiungimento d’un fine. Kant distingue due specie di impè* rat ivi : a) ipotetici, che sono comandi condizionati, mezzi da servire a un determinato fine, e sono regole d’abilità o consigli di prudenza; p.e.: sii temperante se vuoi vivere a lungo ; categorici che comandano in modo assoluto, incondizionato, non sono subordinati ad altro fine ed esprimono la necessità dannazione, in quanto è buona in 60 stessa; sono norme razionali, che esprimono la forma che deve rivestire un'azione per essere giudicata Implicito 53 Indifferenza morale; provenendo dalla ragione, non dall'esperienza, sono universali e necessari ; p. e. : non mentire, avvenga olio può . Implicito (opposto; esplicito) {logica): un’idea o un giudizio sono impliciti.in un’altra idea o giudizio, se, affermati questi, sono affermati e sottintesi quelli ; p. e.: essere ragionevole 6 implicito in uomo. Impressione ( filos.): ò il principio fondamentale della dottrina di HUME, pel quale « Bono impressioni le sensazioni, lo passioni, le emozioni elio compaiono per la prima volta nella coscienza . mentre le idee e lo rappresentazioni sono copie dello impressioni, ma più tenui o meno vivaci. Per Humc non v’è idea senza impressione, non vi sono concetti a priori e non vi è metafisica. Impulsione e impulsivo (dal lat. impellere = incitale; opposto: inibizione) (psicvl.): esprime la tendenza spontanea e immediata all’azione. Un carattere è impulsivo quando passa dirottamente dalla concezione d’un atto alla sua esecuzione; allora il potere inibitorio agisce debolmente e noi casi patologici è annullato (v. inibizione). Imputabilità (da,, lat. imputare = mettere in conto, attribuire a qualcuno un atto) ( diritti> e morale): è 11 carattere d’un atto, die, trasgredendo la legge civile o la legge morale, può essere imputato a una persona. Ha un aspetto oggettivo, in quant o si considerano gli untecedenti deiratto imputabile, cioè la persona agente, la condiziono elio permette ad ossa di operare e la circostanza, ossia l’occasione più o meno favorevole ad agire; e ha un aspetto soggettivo, che è la libera decisione della volontà, l’aver agito consapevolmente e liberamente. La responsabilità e la pena non sono necessariamente connesse all'imputabilità, giacché le cause che diminuiscono il valore razionalo della persona agente (p. e. la passione c l’ignorau/a invincibile), ne diminuiscono pure e, in certi casi estremi, ne annullano la responsabilità. L’imputabilità morale esige pjù particolarmente l'apprezzamento morale dell’atto in relaziono col valore morale della persona agente. Incondizionato (filos.): è ciò che ha in sé la ragione del suo essere e, quindi, non sottosta ad alcuna condizione; può quindi essere inteso come assoluto. Inconoscibile {filos.): è ciò che, pur essendo reale, si sottrae ni nostri mezzi di conoscenza, ò un assoluto che sta dietro i fenomeni; lo Spencer lo pone a fondamento della sua dottrina (v. «gnosticismo). Incosciente (opposto: cosciente) (psi’col.): si dice dei processi psicologici (sensazioni, rappresentazioni, volizioni, ecc.) che, pur essendo reali e attivi nel nostro interno, non sono avvertiti dalla coscienza. -Leibniz pel primo ha richiamato l’attenzione su questi processi psichici oscuri (petites, insensitiva percepìurna), che costituiscono la vita delia monade nel suo grado più basso: p. e. il movimento d’ogni singola onda marina dà u na percezione debole, confusa, inavvertita, incosciente, e deve fondersi coi movimenti delle altre ondo per essere percepito distintamente. (filos.): pel tedesco Kdourdo Hahtmaxx rineosciento è l'essenza della realtà, un principio universale, dovunque presento, attivo, intelligente, manifostuntesi nella materia, nella vita, nel pensiero; In se stesso ò sopracosciente, per nói è incosciente; ò una sostunza operante, analoga alla volontà ili Schopenhauer, itila quale l’inconscio deH’Hnrtmann ò sostituito come principio primo dell'essere o del divenire. Indetenninismo (opposto: determinismo) (filos.): ò lu dottrina elio afferma la libertà del volere, per cui la volontà non dipende nelle sue decisioni né da forze esterne, né da processi interiori c mentali, non è determinata da cause, è dotata di spontaneità, lia la facoltà di decidersi senza causa. il Bol'tkoux o il Bergson estendouo questa spontaneità a tutta la realtà, nella quale si possono rilevare novità, creazioni, produzioni originali, elio il determinismo non riuscirebbe a spiegare (v. contingenza ). Indifferenza (filos.): per Aiustippo di Cirene è indifferente una sensazione clic non è né piacevole né dolorosa, paragonabile al mare in bonaccia., (morale): per gli Stoici sono indifrercnti, cioè prive di valore pel saggio, le cose che non dipendono da noi, come la vita, la morte, la salute, la malattia, la ricchezza, la povertà; la virtù è il solo bene c il vizio il solo male. per gli Scettici tutte le cose sono indifferenti (àSldccpopa, da a priv. o àiacpépco = distinguo), perché l’uomo conosco le coso come appaiono, non come sono in se stesse; quindi le cose sono Indifferentiae 51 Ineffabile (.ulte no» differenti, cioè uguali, sono pure apparenze. per sk'UKmxu l’indiffcreuza è il carattere del principio supremo dcll’universo, clic dove concepirsi indeterminato, comprendente in sé. Indistinti, l’oggetto o il soggetto, la materia e lo spirito, o conciliante in sé tutti 1 coulrasti e gli opposti: tale principio è la natura creatrice, natura naturimi!, spirito clic diviene. Materia 0 spirito sono per lo Schelling inni differenti, coincidono: la materia è spirito ohe sonnecchia, lo spirito è materia in formaziono (v. identità). Indifferentiae (libertini artritrium) ): v. arbitrio. Individualismo (opposto: universalismo) ifilos.): consiste nel concepire l’individuo corno line a se stesso. Per questa dottrina tutte le forme sociali (la famiglia, l’associazione, lo Stato) sono mezzi creati dall’individuo per lo sviluppo dell’individuo, o la society non è altro die un uggrnppumento d’individui. (morale): è la dottrina per cui ciò che piu importa è la formazione e il perfezionamento morale dell'individuo, o la società ha valore in quanto favorisco lo sviluppo morale indefinito della persona umana, [ruiividualistica è la morale di Kant. Individuazione (principio di ) (Jat. mediev. : principi um individuai ionio) (filos.): nella Scolastica 6 ciò che conferisce a un essere l’esistenza concreta, determinata nel tempo c nello spazio, cioè individuale. Questo principio è la nuitcria per AQUINO, la e verità (haccccitas) per Duxs Scoto; per Leibniz è ciò che fa si che un essere possieda non solamente un tipo speci fico, ma un’esistenza singolare, concreta, determinata nel tempo o nello spazio e che lo distinguo da tutti gli altri : por SCHOPENHAUER è il tempo e lo spazio, grazie ai quali la volontà iti vivere, che ò il fondamento mota fisico della vita universale, sempre identico a se stesso, si manifesta come diverso e molteplice negli esseri individuali. Individuo (gr. &-to[AOV = indivisibile, che Cicerone traduce con in-dividuum) (in generale): 6 ciò cho costituisce un tutto determinato, concreto, distinto e distinguibile dagli esseri della stessa specie (Boezio: dicitur irui irido um quoil (minino secavi non potrai, ut unitas vet menu: dicitur id euiiis praedicatio in nllqua similia non convenit, ut Socrafes). (filos.): individuo ò l'uomo iu quanto rappresenta un mondo a parto o riflette in maniera particolare Putiiverso ; ò un microcosmo, cioò una concentrazione della realtà, del macris-osmo. Questa concezione risale a Plotino o ricompare in Nicola Cusano, in Giordano Bruno e in Leibniz. Induzione (Ionica): in generale ò l’operazione che consiste nel passare da fatti, affermazioni, proposizioni particolari o singolari a proposizioni e a principi! generali. L’induzione ha duo forme: a) induzione perfetta, quella aristotelica, detta enumeratio prr/ccta, che da ciò che ò stato provato dello singole parti d’un tutto procede al tutto stesso(v. epagoge): b) l’induzione moderna, o enumcralio imper/ecta, cho vu dalla parte al tutto, da ciò che si ò osservato in alcuni individui d’una classe a tutta la classe, è conclude con Un principio generalo, con una legge; ò divenuta un procedimento comune nella scienza dopo Bacone e Gallico; Mill vorrebbe che fosse riservato il uomo d’induzione a questo solo procedimento. (filos.): in che modo si giustifica l’induzione come passaggio dalla parto al tutto 1 Alcuni ricorrono al principio di causa: • qunudo lo stesso condizioni sono attuate in due momenti diversi del tempo c in duo punti diversi dello spazio, gli stessi fenomeni si riproducono, mutando solo lo spazio o il temilo (PAINLEVÈ). pel Lacuki.ikh è fondata su duo principi, cioè sul principio di causa, In Virtù del quale i fenomeni formano serie in cui l’esistenza del precedente determina quella del seguente, e sul principio delle cause finali, per cui lo serie dei fenomeni formano sistemi (come, p. e., specie e generi), nei quali l’idea del tutto determina l'esistenza delie parti (p. e.; l'idea dell'uomo determina l’esistenza dei singoli uomini). Questo secondo principio assicura l’ordine nella natura, il quale alla sua volta assicura la costanza delle leggi meccaniche del movimento, ossia l'induzione stessa. il fisico K. MACH considera l iuduziono solo come un principio regolati co, un’ipotesi utile nello ricerche scientifiche, non un principio costitutivo e corto. Ineffabile (gr. SpprjTop. 7)11x4;). Che nasce, o muore col corpo, è illuminato dall’intelletto attivo, è materia rispetto a questo che è forma; Intellettualismo 56 Intelligibile per Plotino emana direttamente dall’l/no, è intelletto universale, come poi per G. Bruno, pel quale « esso empie il tutto, illumina l'universo, è fabro del mondo », simile al demiurgo del Timeo platonico, che plasma il mondo sensibile con rocchio fisso alle idee. -per Spinoza è la facoltà che ha la nostra mente di collegare le idee in un ordine obbiettivo uguale per tutti, mentre 1’ associazione psicologica le ordina secondo le affezioni del corpo, collegato fra loro da rapporti nou necessari!, ma puramente accidentali e variabili ; -per Kant è la facolta di giudicare, cioè l'attività che subordina rappresen| tazioni diverse a un concetto unico, è l’organo delle categorie, che collega i fenomeni dati dalla sensibilità; per Schopenhauer ò l’organo che coordina le rappresentazioni mediante il principio di causa, la sola categoria da lui ammessa. Intellettualismo (opposto: volontarismo) ( filos .): il termine ò di recente formazione e risale a Schelling, ma l’idea è antica, e consiste nel subordinare alla ragione teoretica (vou? &so>p7)Tixós di Aristotele) la ragione pratica (voo£ 7rpax?ixó$); ossia nel porro il centro di gravità dell’esistenza umana nell'!zitelle tto, considerato come la sola funzione che le possa dare forza, calore, vita, giudicando l’azione pratica come secondarla e subordinata al conoscere, c affermando che le norme valide pel pensiero sono pure valide per le altre attività vitali, il sentimento e la t*olontà. -I filosofi greci ci diurno un esempio tipico dell’intellettualismo: convinti che l’uomo fa parte d’un cosmo retto da leggi immutabili che lo circonda con la sua certezza c il suo splendore, non vedevano nulla di più grande della conoscenza d’un tale mondo (D-eopCa) mediante l’intelletto (vouc). Con Socrate e Platone l’intelletto diviene anche la guida sicura della condotta morale: non è possibile fare il bene senza conoscerlo, né è possibile che, conoscendolo, non lo si faccia. -nei tempi moderni tipici rappresentanti dell’intellettualismo sono Leibniz, il qualo afferma essere il pensiero la potenza fondamentale dell’anima, ed Hegel, pel quale l’universo è la ragione realizzata, la realtà ultima è quella accessibile al solo pensiero, e « lo spirito è la causa del mondo « (v. volontarismn). -in senso peggiorativo ò 1 tendenza a rinchiudere la realtà vivente entro schomi rigidi e quadri artificiali, che invece di riprodurla fedelmente la deformano, toccando solo la superficie delle cose o disconoscendo le esigenze del sentimento e della volontà. Intelligenza (psicol.): in generale equivale a «organo della conoscenza» e quindi compie tutte quello funzioni psicologiche che contribuiscono al conoscere (percezione, associazione dello idee, memoria, immaginazione, ragione); suo operazioni importanti sono; distinguere e generalizzare. -(filos.): per S. Tommaso l'intelligenza è l’intelletto nella sua effettiva attività: inteUigentia significai ipsum actum inkllcclus qui est intelligcrc ; -per Hpinoza ò l’attività mentale, essenziale alla ragione: nulla est via rationalis sinc inteUigentia. il Bergson contrappone l’istinto e Tintuizione all’intelligenza : questa ha una funzione analitica, discorsiva, vuol comprendere ciò che si sottrae al meccanismi, ossia la vita e lo spirito, mediante le leggi meccaniche che governano i corpi solidi; perciò si lascia sfuggire il carattere profondo e originale della vita e dello spirito, che è divenire spontaneo, imprevedibile, creatore. Intelligibile (gr. voyjtó$, da voéo = penso, comprendo con la mente; opposto: sensibile) (filos.): in generale indica ciò che può essere soltanto pensato, conosciuto dall’intelletto. più particolarmente, l’ospresBione monito intelligibile (xó; il Logos è Gesù, Il Verbo mediante il quale tutto è stato creato, la luce che illumina ogni uomo, il figlio unico di £>io o Dio egli stesso; xal ò Xóyos vjv Tcpò? ateòv, xal ?)V 6 Xóyo^ (il Verbo era presso Dio: e Dio era il Verbo). La teologia cristiana interpreta il Logos come il verbo che s’ò fatto carne nel figlio di Dio; è un mutamento importante nella storia di questo termine e, anche, del Cristianesimo. per Filone d'Alessandria, il logos è intermediario fra Dio e il mondo; per mezzo del verbo Dio é creatore del mondo, ò il primogenito di Dio, un secondo Dio, forza cosmica ordinatrice del tutto; per Plotino ò in generale ogni attività spirituale, e più particolarmente l’immediata produzione dell’t’no, la seconda ipostasi, il V 0 U£» la ragiono che contiene in sé lo idee e da sé le produce: vosi và 6 vva xal ucplaT7] vento. questa ido» viene ripresa nei Rinascimento e per N. Cusano l'uomo ò un parvus munxtus, uno specchio, una quintessenza dell'universo, poiché fra il grande e il piccolo cosmo i termini si corrispondono e abbondano lo analogie. Magia: in gemcrale è una delle arti taumaturgiche occulte, assai diffusa anche nel Rinascimento, la quale insegna a conoscere le forzo segreto della natura eglispiritiche in questa agiscono, per trarli a vantaggio dell’uomo con mezzi 0 pratiche occulte. il poeta-filosofo tedesco Federico Novaus ò Fautore cl’un idealismo magico, per cui l’uomo può entrare in rapporto di simpatia o d'azione diletta con l’universo, compiere l'unione misteriosa dell’io con la natura per via intuitiva: « l’artista, simile all’uomo primitivo, ò un visionario; tutto gli apparo come spirito ». Maieutica (gr. (xatsuTiXY) TéyvY] = Forte dell’ostetrica) (filos.): è il metodo seguito da Socrate che, interrogando, fa scoprire a ciascuno la verità che egli porta in sé: « hai sentito dir© che io son figlio d’una levatrice molto valente e seria, Fenarete, o che m’occupo della stessa arte, ma con riguardo alle anime e non ai corpi * 1 (Platone, Teeteto), Male (il problema del ) (filos.): deriva dalla difficoltà di conciliare resistenza d’un Dio buono o onnipotente con a presenza del male nell’universo, sia che si consideri come male morale nel peccato, sia come male metafisico nell’imperfezione di tutte ie cose, sia come male fisico. Tale problema si presentii soprattutto nelle religioni e nelle filosofie ottimistiche (v. manicheismo). per lo Stoicismo il male, se è osservato non in sé ma in relazione ool tutto, dipende da condizioni posto perii bene, o anche ò un mezzo per attuare un bene, oppure dipende dalla stoltezza dell’uomo che disconosce le leggi della ragione cosmica e Berve alle passioni. per Plotino, seguito spesso dalla Scolastica, il male ò pura apparenza, perché colpisce Bolo l’uomo empirico che vive tutto nel mondo esteriore e Manicheismo Meccanica por i boui materiali, non l’anima olio s’elevi, purificata, nella sfera della ragione o dell’Uno. Leibniz afferma la superiorità del bene sul male nel mondo, il quale nel 1 suo insieme ò un’opera buona, preferibile al nulla. Anche VIlluminismo ò ottimistico. Manicheismo (relig.): dottrina fondata da Mani, persiano del III sec. d. Or., che vuol spiegare il mondo con la lotta frtt duo potenze sovrane e infinite, di cui la prima ò il Principe della luce, la causa o l’essenza del bene, l’altra il Principe delle tenebre, la causa e la sostanza del male. s. Agostino professò tale dottrina nella sua gioventù. Massima {morale): per Kant ò il principio soggettivo del volere, norma di condotta elio l’uomo si dà come valida per la sua volontà, senza riferirsi ad altre persone. Materia (opposto: spirito) (, filos .): per Platone è qualcosa di rozzo, di rosistente e di ostile allo spirito, il quale non riesce a dominarla interamente. -per Aristotele ò una realtà Indeterminata e inerte, ohe riceve determinazione e vita accogliendo la forma (v. questo termine), alla quale si adatta e la, serve docile, essendo a ciò predispostadalla stessa natura: è la potenza di ciò che, grazie alla forma, è tradotto in atto; p. e. il marmo rispetto alla statua. -per Cartesio ò la rea extensa, essendo l’estensione la sola qualità del corpo la quale si presenti a noi chiara e distinta ; è retta da leggi meccaniche, e lo stesso corpo umano è una macchina, benché mirabilmente foggiata. nei tempi moderni o s’ammette resistenza d’uria materia distinta dalla forza e se ne ha una concezione meccanica, come in Cartesio; oppure materia ed energia si identificano, o allora se ne ha una concezione dinamica, come in Leibniz; nel primo caso la causa del movimento ò esteriore, nel secondo è interiore e opera dall’interno verso l’esterno. Materialismo (opposto: spirUualismoy {filos.): ò la dottrina che considera la materia come l’unic a sostanza o il principio primo dell’universo, concepito coinè una molteplicità di corpi posti nellospazio e accessibili ai sensi. Si presenta sot to diversi aspetti, per la difficoltà di spiegare* l’esistenza dello spirito: a) nella forma 'attributiva Io spirito è considerato un attributo, una qualità inerente alla materia,, che appare animata, come nei Presocratici, materialisti inconsapevoli; b) nella forma causale lo spirito è un effetto della materia, à un epifenomeno dell’attività cerebrale, o anche l’insieme dello reazioni clolTorganisnto corporeo: «E la coscienza, come il pensiero, è un prodotto della materia « (B Corner); c) nella forma equaliva i processi psichici sono pensati come materiali nella loro essenza, crjuali essenzialmente agli elementi materiali; per Democrito, mi cs., 1’anima consta di atomi lisci, rotondi. simili u quelli del fuoco. Materialismo storico (filos.): Marx ed Engels, asserendo che l'uomo, nella sua essenza, é un essere che ha fame e sete, ha bisogno di nutrirsi, di vestirsi, in una parola subisce un certo numero di necessità vitali e dipende in ogni istante dolla sua vita dai mezzi atti a soddisfarle, cioè dai mezzi cconsnnici, materiali, deducono che il fattore economico determina, in maniera pili o meno visibile, ina reale e decisiva, ogni ‘ nostra azione; quindi bisogna dire, contro Ìidealismo classico, specialmente di Hegel, che non l’attività dello spirito ma le condizioni materiali d’esistenza sono gli organic 1 motori della storia, elio la produzione economica genera e domina il fenomeno giuridico, politico, morale, e, iu qualche modo, anche quello religioso, intellettuale, artistico. Questa dottrina viene anello detta determinismo economico, che però non esclude un’azione dello spirito sulle condizioni materiali della vita. Meccanica (opposto: dinamica ; gr. rj (i.y)/avtx.7) 'ziyyrr = l'arte di compor macchine ponendo a profitto Io forze della natura): in venerale è là teoria che spiega la formazione della natura in maniera analoga dlle opere dell’uomo, benché la natura operi con mnggior finezza dell’uomo (Aristotele). (filos.): l’idea di meccanismo dalla fisica s’estende a tutti i gradi della realtà, dando luogo a una teoria meccanica del mondo, che appare per la, prima volta nell’. 4 tomTsfica di Democrito : Il mondo, così vario e mutabile, ò sempre e dovunque lo stesso, giacché ogni cangiamento dipendo dal fatto che il substrato materiale é soggetto a movimenti d’ogni sorta, c tutti i fenomeni si succedono obbedendo al principio di causa, non esclusi i fenomeni psichici, che, seguendo le leggi Mediato (in Metempirico dcHVwffWwciofli’ delle idee, si ntlrng-, sono o si respingono, veri àtomi psì-r. chic!, come irli atomi Usici ; questa teoria lia li carattere d'nn deiermintomo universale. •,_ n Laplacp: cosi formula la consegui n/.a di tale teoria: Un’intelligenza elio conoscesse tutto le forze onde è animata la natura c la posizione rispettiva degli esseri che la compongono, so poi fosso cosi vasta da poter nssoggettaro questi fatti all’analisi, comprenderebbe in un’unica formula i moti dei più grandi corpi dell’universo o quelli delPatomo più leggero; nulla sarebbe incerto o l’avvenire come il passato sarebbe presento ai suoi occhi ». Mediato (ragionamento) (Apposto: immediato) (logica): è la forma di ragionamento che consisto nel passare da un giudizio a un altro mediante un terzo giudizio; p. e. f il sillogismo. Medio (logica): è nel sillogismo il termino che serve per eollcgaro il termine maggiore col minore: p. e. mortale si collogu a Sacrale, mediante uomo, nel sillogismo: • l’uomo è mortalo; Socrate è uomo ; dunque Socrate è mortale », Memoria (psicol.): ò la funzione psicologica clic consiste nel fatto che i processi psichici giù vissuti si conservano e si ri presentano nella coscienza, quindi vengono riconosciuti come ricordi, o localizzati, cioè riferiti al passato non in generalo, ma in un punto preciso, (ora, luogo, circostanze); se quest’ultimo carattere manca, si ha solo una reminiscenza. si ha memoria affettiva quando con la rappresentazione si rivive più o meno intensamente lo stato affettivo, il sentimento che da essa fu determinato. : (filo 8 .): il Bergson distingue: a) una memoria abitudine, per la quale il passato sopravvive In un sistema di movimenti; s’acquista con la ripetizione, servo all’azione, è localizzata nel sistema nervoso; b) una memoria pura, in cui il passato sopravvive in ricordi indipendenti di fatti onici, che non sì ripetono mai nello stesso modo, perché neirintcrvallo fra il processo psichico originale e il suo richiamo l’io è mutato; il processo integrale non è quindi piìi lo stesso, perché rappresenta uno «tato d’animo unico, che non toma più. Questa memoria è indipendente dal corpo: la prima ha carattere meccanico, la seconda dinamico. Metafisica ffilos.): nella storia del (ormino è già abbozzato il significato: Andronico di Rodi (I sec. d. Cr.),nell‘ordinare Io opero d’Aristotelo, collocò gli scritti ri f cren tisi alla filosofia prima it:?cót 7] 91X0009ta) dopo quelli riferontisi alla filosofia naturale (và yvai'/.óc.): quindi la filosofìa prima (quella che ha per oggetto la realtà ultima e l’essenza immutabile di tutte le coso) fu detta và [xsvà và 9omxà, ossia u/7)v = al di là della psiche) ( psicol.) : è il nome dato da C. Richkt, nel 1911, a quel ramo della psicologia che tratta dei processi psichici rari e anormali, come la telepatia, la divinazione, la chiaroveggenza, che dovrebbero rivelare facoltà psichiche ancora ignorate 0 costituire una nuova scienza. Metempirico (film): è ciò che sta fuori dei limiti dell'esperienza. Metempsicosi 04 Mito Metempsicosi (gr. lctt., trans-animazione;) (filos. o retiti.): ò la dottrina antichissima, sorta in Oriente, giti nota a Pitagora c accolta da Platone, la quale ammette il trapasso dell’anima da un corpo all’altro, per cui una stessa anima pn successivamente dar vita a pia corpi, sia umani, sia animali, o anche vegetali. Metessi (gr. [lébcV-t = partecipazione, da uET-é/m = partecipo) (/ilos.). e ! pensata dà Platone per spiegare 1 rapporto fra le idee c le cose sensibll, i che sarebbero una «partecipazione, di quelle. Viene usata anche dal GIOBERTI I ì u significato nillne per chiarire il rapporto fra l’Idea, l’Ente, la divinità, e l’esistente, il mondo; è intermediaria fra l’atto creatore c il suo effetto, è partecipazione degli esistenti alla realtà originaria dell’Ente, per cui gli esistenti imperfetti, cioè gli esseri umani, aspirano alla perfezione dell’Ente. Metodo (gr. uéDoSoc, da o 684 ? = via; quasi: in via) (ionica): esprime l’Indagine e audio i mezzi per compierla, i procedimenti col quali si ordinano e si estendono lo cognizioni; donde: il metodo sistematico (dal gr. cr'-> v fomiti = raccolgo con ordino), che indica lo norme con le quali il sapere viene ordinato; p. o. la dassWcazionc : _ 2) il metodo inventivo, che offre l procedimenti col quali dallo cognizioni note si passa a quello Ignorate; p. e. ) induzione. _ Il metodo inventivo si suddivido alla sua volta in: _n) metodo induttivo, che da le nonne per tra ire dall’osservazione dei fatti lo leggi che li reggono, per estendere a tutta una classe di fenomeni elo che si è constatato in alcuni casi ’ omerale e narrazione favolosa ta cui esseri Impersonali, p. e. 1# forzo del natura, vengono personificati per spiegare simbolicamente fenomeni e avModalità 85 Movimento veni menti ; noi tempi uniteli! costituì* scolio II fondo delie credenze religiose. -(filos.): per Platone è una narra* ziono fantastica di ciò clic può avvenire al .il li dei limiti dell'esperienza e della ragiono; p. e. le vicende dell'anima dopo la morte: dove termina l’ufficio delia ragione, supplisce li mito o il Himbolo, come nel (forvia, nel Fettoni’. nel Fedro, nella Repubblica: dimostrata razionai monto l’immortalità (loirauima, si può favoleggiare iito&oAoysìv) intorno al destino dell’uomo dopo la morte. ()(rs | por mito s'intende anche un’idea fondata sull'intuizione o la fede, che può divenire il sostegno o il motore interno (l’un movimento politico, sociale o religioso (p. o. li mito della razza). Costruito, almeno in parte, su elementi fantastici, trae 11 suo valore dalle conseguenze più o meno buone, più o meno utili, non dal suo contenuto di verità, «Difforme alla dottrina pragmatistica (v. pragmatismo). Modalità {Ionica): b per Kant la funzione dei giudizi, fondata sul valore della copula; essi sono problematici, assertori, apodittici, serondocl»! la relazione «'enuncia come possibile, come esistente nella realtà, come necessaria: le formule rispettivo cono: può essere, è, deeVsscrc. Modo (filos.): per Spinoza i modi sono affezioni, cioè gli stati, le modi ttoazioni transitorie della sostanza, sono sii esseri particolari o Uniti; p. o. le idee sono modi della res rogitans, i corpi della res extensa, cioè degli attributi della sostanza. per Locke 1 modi sono una classe di idee coniposte, che sono o idee di azioni umane (p. cs. : uccisione), o modi di comportarsi (p. c. gratitudine), oppure modi di essere (p. e. triangolo, che è un modo di essere dello spazio). Monade ter. uovi; = l’unità, il semplice) Oilos.ì: al dire d*Aristotele i Pitagorici pensavano i corpi composti di pimti, « di monadi che hanno posto nello spazio ». -per (ì. Bruno minimo, punto, atomo, monade dicono la stessa cosa, cioè un primum indivisibile delle cose, che è insieme corpo c anima, sostanza mateaie e centro di forze vivente e animato. per Leibniz le monadi sono sostanze spirituali seni [ilici, chiuse in sé, senza porte nò fi nestr e -, dotate (l’appetizione e di percezione, veri punti metafisici, M'spn retiia nti ciascuna l'unlrcnp, disposti in gradi ascendenti, che vanno dalla più bassa, ancora inconscia, alla più alta, Dio, monade delle monadi. Monadismo "(/iTós.): si ilice dei sistemi dinamici cito pensano il mondo formato di monadi spirituali, in opposizione all’atomismo meccanico di Domocrito; tale la dottrina di (I. Bruno e di LeibNIZ. Monismo (gr. fióvo? unico) (opposti: dualismo c pluralismo) (filos. ) : è la dottrina checonsidera la natura e lo spirito. Il corpo e l’anima subordinati a un terzo principio o aliasi inseriti .in esso. Il Tooco ne distingue duo specie: a) monismo dell'essere: ammette un solo essere e considera la molteplicità delio cose un'illusione (corno gli KleaTtcì), o almeno come accidente fuggevole dell’unica sostanzaicomeSi’iNOZA) ; monismo della qualità.: all’essere unico sostituisce una pluralità originarla di esseri, tutti però della stessa natura, materiale per gli uni (gli Atomisti), spininole, per gli altri (Leibniz). Monoteismo (opposto: politeismo) (retiti.): indica lo religioni cito, come il Cristianesimo, il Giudaismo, il Maomettismo, ammettono un solo Dio, distinto dui mondo. In tllosotla il Dio di Platone e d’AiusTOTEt.E rientra in questo sistema. Morale = v. etica. Moralismo (filos.): si applica alle dottrine filoso Urbe che, come quella del FICHTE, considerano la legge morale e l’esigenza dell’azione pratica corno principio filosofico fondamentale. Motivo (dal lat. morrò) (morale): si dice (Fogni processo intellettuale o affettivo che muove la volontà a compiere ttu determinato atto. La norma indica una direzione da seguire, il motivo ngisee stilla porsona in modo più o meno imperativo, perché segua tale direzione e sia persuaso a seguirla. Motrice (causa) = v. efflcentc (causa). Movimento (in generale): è fi cambiamento di posizione d'ttn corpo nello spazio, considerato In funzione del tempo e, quindi, fornito d'una determinata velocità; fi semplice mutamento nello spazio è uno spostamento. (filos.): per .Aristotele è fi passaggio da uno stato a un altro, è ogni mutamento ((ArratpoXYj), elio suppone l’esistenza di una materia cnpnee di riceverò una forma. ; quindi è ugualmente fi passaggio dalla potenza (S'iva|Als) all'atto (ivépys tal. Nativismo Cd Neo-hegelismo -S. I ommaso accetta la concezione aristotelica (moneti est cri re de txilintiii '«tinnì e. conio Aristotele, voile nel movimento un tierstuiNlvo ui-gomcnto n prova dell'esistenza di Ilio: |.er spiegare il niovimontn c rieereurne la eati.su, bisogna passare di causa in causa, essendo ogni movimento prodotto da un altro movimento, ina è necessario arrestarsi tavàyxv; trrijvat) a un primo motore immobili cri y.tvoòv àz.tvyj-rov), a Din. che muovo l'universo come l'oggetto umilio attrae colui che l'ama, come il desiderio agisce sull'anima per una sollecitazione tutta interiore. N ' ' Nativismo v. innatismo. Natura (gì. (piiai.; da = nascnr) (fylos.): nel senso piti antico esprime l'idea d una sostanza primordiale diesi determina e si sviluppa da sé. l’idea di dò che ò primario, persistente, in opposizione a ciò elle è derivato, secondario, transitorio. Tale significato ha nei tirimi filosofi greci: e di riui i significati sorti in seguito. è il complesso delle qualità o proprietà elio definiscono l’essenza d’una «•osa, quindi anche tutto ciò ohe è Innato: p. c. la natura d'un uomo, cioè il suo carattere e il suo temperamento. denota le cose conio sarebbero al di fuori d ogni intervento umano: cosi pel Rocsseai: lo „ stato di natura è quel fondo della lealtà umana elle resto dopo aver eliminate le deformazioni e le falsificazioni operatevi dalla civiltà, ossia ciò che è semplice, piano spontaneo, originarlo. denota 11 sistema totale delie cose con le loro proprietà, l'insieme di tutto Ciu die esiste, in una parola, l’universo in Kant natura è ciò che obbedisce al principio di causa nel mondo dei fenomeni, in opposizione al mondo dei lini in cui vige la liberto incondizionato. ~ ( rehy.): 1 ordine della natura, cioè I ordine delle cose terrene, accessibile alla sola indagine della ragione viene opposto all'ordine della prozio, che è 1 ordine delle cose soprannaturali e di\j n *' tvistotele adombra questa distinzione nelle parole: r, oótitc Szt[tovia aÀ>, oli lista = la natura è ammfrevole. ma non divina (v. prozio). Natura naturans e natura naturata ( film .): natura naturans è, in sostanza, Ulti come untore e principio d ogni cosa; natura naturata c l'Insieme delle creatura o di tutto ciò clic ò stato creato: espressioni adoperato dalia Nrolastira, da li. ltm .vi, e da Spinoza, chc le rese comuni: per naturalo naturatilem noèta intcìlìqenduiii est i,l (Juw i tn se est et im ise etnicipitur. tuu • est j> eU s quatcnu» ut causa libera eonsidrraturper naturatali t inielli,,,,... rrs, /uae ff * Dea sani et quac si,,,tira neiesse nec connpt possunt • Naturalismo (/Kos.): comprende le dottrine che non ricorrono a prlncipli trascendenti, ma rimangono entro la cerehia dell’esperienza e ilei fenomeni soggetti al principio di causa o concepiscono anche la vita dello spirilo come un prolungamento della vita organicasi oppone a spiritualismo, idealismo' eti e lift)no a positivi tot io. Necessario (opposto: conti geni) Ui • bis.): si dice di ciò che non può, senza contraddizione, essere altrimenti né essere pensato altrimenti da quello cUc o; cosi Hi applica ai fenomeni elio si succedono secondo il principio di causa,, alio proposizioni derivate, implicito In proposizioni piò generali', alle conseguenze di principi! posti come veri. per Spinoza Dio è un essere necessario, ma la necessità In virtù della quale egli esiste e produce io cose gli e essenzialmente Interiore e razionale. deriva didla sua, stessa essenza, e Dio e causa sui; ò determinalo ad agiredalia sua soia natura, o quindi la sua ò una • necessità libera», t ecessità, (opposto: eunt inpenza ) ( fi. bis.): e la qualità asti-alta di ciò elle è ruressario, di ciò che non può essere diverso da ciò elio è. Neo-criticismo o neo-kantismo i/ifos.t: ò la dottrina elio Iniziò in Oermunia il movimento tU ritorno alla Hlosotta di Kant, al criticismo, verso il ISOO, come reazione al materialismo allora dominante; riprende i principi della teoria kantiana delia conoscenza il relativismo, è ostile alla metafisica c all idea della rosa in . e vuol ilare alle /unzioni aprioristiche dello spirito un fondamento psicologico. In Italia furono neo-kantiani. In vario modo. ««• -rir:" .Ielle idee penerfllt. e.n n^ gplrlto; r„ a òn mtirskb^eoncepire^td^ di nò curvilineo, ne rettilineo, i nit0 '-srìxssns*nSTSU™ e ' si) Atomisti tutta la realtà Ita duo parti, lo kikizìo pieno occupato dagli atomi, o lo spazio vuoto eho rosi 6 concepito altrettanto renio quanto I corpi. --per Hegel il non essere è l'Idea eho nella prima triade dialettica (v. dialettica) fa da antitesi all'idea dell’essere (tesi) o con Questa si fondo nella sintesi del divenire; e poiché l'essere è l'idea più semplice, più astratta, indeterminatissima c priva ili contenuto, ma è pur sempre un’affermazione positiva del pensiero, è • in realtà non essere, non piti e meno di nulla ». cioè la negazione d’ogni qualità e d’ognl contenuto positivo (s. essere). Non io: v. io. Norma: modello concreto o anello regola che indica ciò eho si deve fare por raggiungete un dato line; vi sono nonno Illiriche, etiche, estetiche eoe. Normale: in generale designa ciò eho è conforme alla regola, ciò che è più comune in ogni singola categoria o classe, ciò che rappresenta in media in un dato tipo eli società e In un dato tempo; quindi ò un termine variabile e un po’ vago. Normativo: diconsl spesso normativo la logica, l’etica, l'estetica in quanto offrono una norma, cioè un modello ideale cui si guarda come a qualche cosa di perfetto, elle per la logica è il vero, per l'etica il bene, per l’estetica Il hello (WtiNPT). Noumeno (dal platonico voo>i(jtevov, part. di voéio = penso, quindi: ciò che è pensato) (/t'ios.): Platone lo applica al mondo delle ideo, in opposizione al mondo sensibllo. Kant l’adopera in due significati: a) negativo: ò ciò che sta a fondamento dei fenomeni, il loro substratum ; ma ò soltanto pensato, ed ò inaccessibile sia ai sensi, sia all’intelletto; perciò è un limite 'posto alla conoscenza umana, clic non può oltrepassare i fenomeni; b) positiva: è il sovrnsensibilc, l'incondizionato, posto fuori dell’esperienza; può essere oggetto d’ima intuizione intellettuale (v. intuizione), hi quale però è negata itll’uomo; ha un carattere metafisico, giacché 6 bensì la causa dei fenomeni, ma la causalità è qui non una categoria dell’Intelletto, sditene una causalità Intelligibile, cioè esistente solo nell’ordine metafisico, ni di là dei fenomeni. Nous (gr. voù; = la mente) (fitta.): per Anassagora è ciò che mette in moto, plasma e ordina le otneonicrie.; ò un principio lntelllgcnto, «la più sottile o più pura di tutte lo cose ». per Platone e Aristotele ò la parte razionale dell’anima umana; per Plotino è la prima emanazione dell’Ctno ( v. intelletto). Nulla (/ilos,): è la negazione doll'essere, lutto non essere (v. questo tcrmiue). Parmenide ha posto l’essere come principio primo della filosofìa o ha negato qualsiasi realtà al non essere: « soltanto l’essere è, il non essere non 6 ». Invece Platone ammette la realtà del non essere, eho per Itd è la materia soggetta al divenire; mentre per Democrito ò il vuoto (to xevóv), in cui avviene la caduta degli atomi. Numero ( filos .): per Pitagora e per i suoi seguaci è la vera essenza delle coso, per cui gli elementi dei numeri sono gli elementi dello cose, c il coseno é numero e armonia. Aristotele dico pure che pei Pitagorici i numeri sono i modelli che le cose imitano, e questo rapporto fra i numeri e le cose ita ispirato evidentemente Platone, clic considera la matematica conte propedoutiea noeossnria alla dialettica, cioè alla intuizione delle idee, modelli delle coso sensibili. per Galileo la matematica ò II linguaggio coi quale s’esprimo la natura: » 1 universo è scritto in lingua maternnt'ca e i caratteri sono triangoli, cerchi e altre figure, senza i quali mezzi ò difficile intenderne umanamente parola, ò un aggirarsi vanamente in un oscuro labirinto » (Il Saggiatore). La formula matematica divionc, dopo Galilei, l'espressione esatta dalia legge fisica. o Obbiettità (filos.): per Schopenhauer, che ha coniato questo termine ( Obiek■ tildi), i] corpo è l’obbiettivarsl, cioè la manifestazione esteriori?, visibile, e, per I uomo, (tura e semplice rappresentazione, della volontà che è concepita come forza c imput-n cieco, sempre attivo, non guidato da alcuna ragione, ed è poi il principio metafisico posto a fondamento dell’universo. Questo universo non è altro cito Voggcttità, l’ap1 mrire all’esterno sotto forma di rappresentazioni coordinato dalla categoria di causa («il mondo ò la mia rappresentazione ») della volontà cosi intesa. Obbligazione 69 Ontologia Obbligazione (morale): è il carattere imperativo che costituisco la forma della legge morale, donde la consapevolezza d’un'obbodieuza incondizionata ad una norma inorale, il sentirei interiormente legati a una determinata regola di condotta (sentimento del dovere), per cui si prova inquietudine e dolore quando essa viene in qualche modo contrariata o impedita nel suo libero svolgimento. Occasionalismo: v. cause occasionali. Occultismo: comprende le arti che, crome le divinatorie, apprendono a scoprire 11 futuro, o, come le taumaturgiche, apprendono il compimento di atti che si sottraggono al corso ordinario della natura (v. magìa). Oggettivo (opposto: soggettivo) (in generale): è ciò che ò posto di fronte o davanti allo spirito o ai sensi e può offrire materia alla loro attivi tei : ò impl cita pertanto una distinzione fra soggetto e oggetto, cioè fra l’atto del pensare o ciò che è peusato, fra chi percepisco e ciò che ò percepito. nella scienza ò oggettivo ciò che il lavoro elei pensiero trae dall'osservazione c dall’esperienza, seguendo 1 metodi del l’indagine scientifica; ò soggettivo ciò che l’individuo pensa e sente riferendosi alle sue Inclinazioni, alle sue preferenze, ai suoi interessi, in, modo più o mono consapevole. (filos.): per Duxs Scoto, Cartesio o Berkeley è oggettivo, esiste oggettivamente, ciò che costituisco un’idea, cioè l’oggetto di una rappresentazione dello spirito, non una realtà sussistente per sé e indipendente «mentre subiectimis e formalis corrispondo a reale, a ciò elio appartiene all’oggetto). -per Kant ha validità oggettiva tutto ciò che è fondato sui principi costitutivi dello spirito umano e comuni a tutti gli uomini, e cioè sullo forme pure della sensibilità (spazio e tempo) e su quelle dell’intelletto (categorie). Ogg e tt° (gràvTi-xsi{X£VOV, traduz. lat.: ob-iectum posto di fronte agli occhi o allo spirito, opposto: soggetto): ciò che si ha presente nella percezione esterna o nel pensiero, con un certo grado di consapevolezza. (filos.): ciò che possiede un’esistenza in sé, indipendente dalla conoscenza che esseri pensanti possono averne; in questo senso lo spazio per Newton è oggetto. come lo ò il mondo esterno per il realismo conoscitivo (v. realismo), e per Kant il noumeno positivo (v. noumeno). ò tutto ciò che è rappresentato o pensato solo in quanto lo si distinguo dall’atto col quale lo si pensa: donde la « logge UgUu coscienza » espressa dal Fichte e accolta da Schopenhauer: • senza soggetto non v*ò oggetto, senza oggetto non v’è soggetto ». Oligarchia; governo di pochi: è, per Aristotele, forma corrotta dell’aristocrazia (v. democrazia). Omeomerie (gr. ó{xoio(jtipeiat da 6{XOioc; = simile e [iipo$ = parte) (filos.): così denominò Aristotele lo particelle originarie, impercettibili, divisibili all’inttnito, clic Anassagora considera come gli elementi primi, tutti diversi di qualità, dapprima mescolati insieme, che costituiscono l’universo o le singole cose, essendo innumerevoli lo loro differenze qualitativo: « come il capello può derivare da ciò che non è capello e la carne da ciò che non è carne? ». Affinché l’animale abbia carne, ossa, capelli, bisogna che vi siano particelle di carne, ossa, capelli negli alimenti di cui esso si nutre. Il tutto ha, insomma, la stessa natura delle parti che lo compongono: di qui appunto il nome di ^)meomerle (= parti simili) dato agli elementi primi. Questi costituiscono l’Essere immutabile, eterno, che viene messo In moto, ordinato o distinto dall’inteUlgenza (voo^), «lapiu pura o la piu sottile di tutte le coso », con un’azione separatrice che si esercita sugli clementi, cioè sulle omeomerie. Omogeneo (opposto: eterogeneo) (filos.): ciò che consta di parti qualitativamente identiche. K. Spencer spiega l’evoluzione cosmica come un passaggio dall’omogeneo all ‘eterogeneo (v. evoluzione ). Ontogenesi (dal gr. 6v = ente o yévsai? = origine) (scienza): è lo sviluppo sia fìsico sia mentale dell'individuo, seguito dalla prima Infanzia fino al pieno sviluppo, mentre la filogenesi (gr. * 6 per gli stoici la rinvolta,eseguente aU’èxiwpcotn;, oioe alla conflagrazione del coamo (v. ritorno Panenteismo (gr. nàv b ta? = tutto in Dio) (/ilo».)', nome dato (lai tedesco ' KuitnsB alla sua musetta, e apnttcabile a quella di Spinoza, por Indiano che non Dio è nel inondo, come nel panteismo stoico, ma il mondo è in Dio. è contenuto In Dio. Panlogismo (gr. itSv = tutto. Xójo, ragione; tutto è ragiono) (/ito».). si applica alla tilosotla di HEGEL, pel quale l'universo è sviluppo totero-,rione Immanente in esso, e la uglui è una metafisica. Se Vè ancora dell ir razionale, ossia qualche cosa che non sia ancora penetrato dalla ragione*) organizzato In concetti, esso è trans! torio; dondo la formula; ciò che t razionale è reale, e ciò che è reale è ramo naie (vedi razionale). Panpsichismo (gr. Ttav = tutte, e .S.jyr, = anima; tutto ò anima) V'tos.)dottrina alquanto vaga, seoondola quale tutto è animato in divorai grad e fornito d'un'attivitè. analoga alla vita psicologica dell'uomo, comprendendovi anche i processi incoscienti,. si la questo nome alla dottrina dogli /tocoisti onci (che però non fanno :ancom distinzione fra materia e vita), degli Stoici, di Sfingea, di se, eluso. di Lotze occ., Panteismo, griwtv = tutto e uso, Dio; tutto ò Dio) i/ilos.: e in generale la dottrina che identifica Dio eoi mondo. c concepisce la divinità come un principio supremo d’uniftoazione o d vita che fa sentire la sua azione nello cose tutte o ne costituisce la realtà esBezusiale. per il portico il cosmo e un prmndo organismo vivente, tutto penetrato e animato dal soffio divino, simboleggiato nel fuoco, cioè da una sostanza eterea. Impercettibile o intelligente. _per li. Bruno il principio divino dii vita al tutto, lo ordina e l'unillca. C r anima dol inondo. (V. questo termino). _per Spinoza, la sostanza. Din, la natura (substant ia sive De un si ve natura) sono termini d'identico valore; però Dio non coincido col mondo cui pirico, come negli Stoici, uiu lo contiene in sé (V. panentns.nor. il pensiero e l'estcnsiono sono due dei suol muniti attributi c tutte lo cose particolari (l modi) sono determinazioni provvisorio di quegli attributi. Il parallelismo psicofisico, pstool., e la teoria psicologica, secondo hi quale la serio dei processi psichici corrisponde punto per punto, alla serie del processi fisiologici, noi senso che od ogni reno meno psicologia) corrisponde un fenomeno nervoso (non però viceversa). 1 due fenomeni sono pertanto come due aspetti dello stessa esperienza; le due serie, psichica o nervoso, scorrono pa "f/OM )'• per Spinoza il corpo e lo spirito (ree ectenia e ree rag.fan» sono due aspetti diversi ed essenziali dello stesso essere, cioè della sostanza divina, la serie dei processi corporei e quella dei processi spirituali si svolgono ciascuna lu so stessa, senza mai inoon trarsi c senza turbamenti fazioni .reciproche, e tuttavia runa e l altra s accordano perfettamente, termine per termine, perché la loro emerita 'unica c. come attributi di Dio. sono Identici a Dio. sono Dio stesso. Cosi svanirebbe l’opposizione fra corpo o spirito, posta, ma non risolta da Cartesio. Paralogismo, da gr. *°Y ov contro la ragione, topica, e M» ragionamento errato che simula 11 vero, un errore logico Involontario. Kast denomina « paralogismi della ragione le affermazioni metafisiche dira la sostanzialità. la scmplteitói e Vunità dell'anima, perché esse don vano dal fatto clic si scambia il soggetto Intrico (v. somtetto) del pensiero con una sostanza metafisica. „ Particolare (giudizio) (tornea), e aneli in Olii il predicato s'afferma o si nega d'una parte del soggetto, proso ne la 1 sua estensione-, P. e.: alcuni uomini sono veramente colti. Parusia (gr. itapouola = presoli», « wb-etui) (/ilo».): la presenza dello idee nel mondo sensibile (p. e. la presenza dell’idea del hello nelle cose beile) è uno dei modi pensati da alatone per chiarire il rapporto fra » mondo intelligihlle 0 quello sensibile (v. me tessi o mimesi). rf fHvo Passione (psicol.): e uno stato affettivo intenso c persistente, un'inol nazione che predomina sulle altre inclinazioni „ anche le annulla quasi confiscando,v suo proli.lo tutta l'attività psicologica; p. e. la passiono del giuoco, Passività 72 Percezione -pur gii Stoici è una perturbazione dovuta a un errore ili giudizio, e ut* nello etiiuaro veri beni quelli che tali non sono. Le passioni fondamentali sono: il piacere (yjSovtj = voluptaa), il dolore (XÓtt/j = atgritudo), il desiderio (èn&ujjita = libido), il timore (96^01; = metus). 1 per Cartesio è un’emoziono, un moto puramente sensibile che l’anima prova per l’azione del corpo ocheimpedisco il retto giudizio intorno allo cose. -per Spinoza ò dovuta allo Idee inadigitate, alla conoscenza sensibile, in quanto questa determina l’azione pratica. Tutto le passioni rappresentano uifimporteziono, ma non tutte sono asHoiutamonto cattivo; lo passioni fondamentali sono il desiderio ( cupidità»), il piacere, 11 doloro. -per Kaxt procedo dalla facoltà di desiderare; ò una tendenza sensibile, un delirio che cova un’Idea, s’imprlme con tenacia sempre crescente », Impedendo alla volontà di agire per doveri:, di obbedire alla legge morale. Passività: è l'ultima dolio dieci categorie aristoteliche, espressu dal verbo Ttadjrtiv (= pati, ricovero passivamente) (v. recettività). Patristica (/ibis.): è la dottrina dei Padri della Chiesa; difendo il Cristianesimo contro lo critiche e lo accuse della lilosolia e della religione antica e contro le numerose eresio che venivano sorgendo nei secoli III, IV, V, e si volge all’elaborazione e alla definizione dei dogmi e a porre 1 fondamenti d’una filosofia cristiana, attingendo largamente al pensiero greco. Per la Patristica la filosofia non ba altro ufficio che di offrire ni dogma l’ausilio delle sue dottrine, e quindi è al sorvizlo del dogma cristiano; essa tratta delle questioni riguardanti la trascendenza di Dio, la Provvidenza, l'immortalità dell’anima, la finalità dell’universo,la dlpendenza dell’uomo dalla divinità. Pedagogia (dal gr. -il' = fanciullo, 0 àyci>YT) = condotta, da ttyzw, lat. ducere : donde educazione): è la scienza e Varte dell'educazione, cioè della formazione del fanciullo considerato nel suo aspetto fisico, intellettuale e morale; perciò come scienza si fonda sopra una concezione della vita, cioè sopra una filosofia, c come arte esige una conoscenza diretta della psicologia del fanciullo e dell'adolescente c particola ri qualità, neiroduoatore, virtù pratiche, come la devozione e lo spirito di sacrificio. Pedologia (g r . Trocu; = fanciullo, o X = passeggio) {filos.): sono cosi denominati i seguaci della filosofia aristotelica, che furono numerosi, dall’abitudine attribuita ad Aristotele di tenere una parte delle suo lezioni passeggiando in un giardino o sotto un portico del Liceo in Atene. Per sé ifilos.): si dice di ciò che esiste e può essere concepito senza l'aiuto d’altra cosa o di altra idea; p. e. la sostanza divina, per Spinoza, per se etmcipUur. Persona (lat. persona = maschere. teatrale, poi carattere rappresentato dalla maschera) (filos.): tonnine trasmesso a uoi da BOEZIO e dalla Scolast ica : persona est rationalis naturar individua substantia (la persona è un essere individuale di natura ragionevole). Leibniz pone l’essenza della persona nella coscienza di s . nella consapevolezza d’un’identità, d’essere sempre la stessa nel diversi momenti e mutamenti dell'esistenza individuale. -Kant aggiungo che la persona, come essere ragionevole e libero, ò anche responsabile, è un essere morale, un f ine in sé, cioè non dovessero mai trattato corno un semplice mezzo. In conclusione: la personal un essere cosciente di e moralmente autonomo. Pessimismo (opposto: ottimisnw) {filos.): consisto nella convinzione elio la vita coi suoi dolori, le sue preoccupazioni e le sue miserie senza line, è un mole o, anche, cho nell’esistenza la somma dei mali è sui>criore alla somma dei beni. >• Noi sentiamo il doloro, dico Schopenhauer, non l’assenza del dolore, sentiamo la cura uou la sicurezza, la malattia non la salute: la vita dell’uomo oscilla come un pendolo fra il dolore e la noia ». Ri conseguenza, come pensa anche la filosofia indiana, lo sforzo per liberarsi dal male, o, almeno, per attenuarne il ppso costituisce la somma saggezza umana. Petizione di principio {Ionica): ò un sofisma che consisto nell'accogliere corno dimostrato ciò che invece ò da dinio-, strare {si postula fin da principio, àpX7j$» ciò che si dove appunto dimostrare) ^ e piti specialmente nel fondale la verità d’un principio sopra una proposizione che, per essere vera, ha bisogno della verità di quel principio (p. e.: Tanima ò sostanza spirituale, perché ò immortale). Piacere (opposto: dolore) {psicol.): il piacere o il dolore, essendo dati immediati della coscienza, sono indefinibili, sono i due poli estremi e opposti della vita del sentimento, Secondo ima teoria già ammessa da Aristotele, il piaceli) sarebbe legato ad ogni atto naturalo e normale della vita e segnerebbe un aumento dell’attività vitale, tiu consumo più elevato o più libero dell’energia, mentre il doloro indicherebbe una diminuzione della vitalità, quasi uti grido d’allarme di fronte ul pericolo; ma tale teoria oggi è in parte contestata. ( filos .): per Artstippo di Cirene, il piacere, che è dato dal movimento dolco della sensazione presente e libera da ogni cura per 1'avvenitc, è il fondamento c la misura di ogni bene: questo ò 11 principio dc.W edonismo. il piacere inteso come assenza del dolore, calma dello spirito, è il principio dell’etica epicurea. per Aristotele il piacere affina e perfeziona Ratti'vità anche nei suol gradi più elevati; p. ‘e., la gioia cho accompagna la musica è incitamento naturalo alla creazione musicale., Houbes, appoggiandosi al principio materialistico che la sensazione è un movimento del corvello, pensa che, so questo movimento è favorevole idi'insieme delle funzioni vitali, produco 11 piacere, nel caso contrario il dolore: donde duo motivi essenziali d’azione: la ricerca dei piacere e la tendenza a fuggire il dolore. -per la dottrina intellettualistica di Leibniz il piacere è un processo intellettuale oscuramente percepito, una «petite, insenslble perceptlon : p. e., il piacere della musica è dato dall‘accordo e dal numero delle vibrazioni sonore percepito dall'orecchio in maniera confusa. per Kant il piacere è iu diretto rapporto con lo stato favorevole dell’or** Pigra ragione 71 Positivismo gallismo c deli-anima: « Il piacere è un sentimento che stimola in vita, il dolore Invece le è d’impodimento «. Pigra ragione = v. innova rotto. Pirronismo (/ ilo *.): i» stretto ilesigna la dottrina scettica di PnrnoNE. giunta a noi nei frammenti del suo discepolo TIMONI', in SlLLOOKAFO (sec. I 1 a Cr ) o negli scritti di Sesto Ejiruuco (circa 11 200 d. Cr.); in senso tergo e sinonimo di soettteismo. di cui Pinone È considerato II fondatore (v. scrii,n877JO ). ., Pleroma (gr. 7uXr 4 pco(j.a. ila TtXTjpoo = riempio) (filos.): ò per gli amatici (vedi) il complesso degli Koni che escono dal principio originario, daU’Kone perfetto, cioè dalla divinità (y. Eone). Pluralismo (opposto: monismo ) (filo».): designa le dottrine che pongono piii principi! essenziali e distinti per spiegare la composizione dell’universo; appartengono, fra gli altri, a questo indirizzo: _Empedocle, che alla materia unica del naturalismo ionico sostituisce «quattro radici di tutte le cose »: fuoco, acqua, etere, terra, che sono l’ essere immutabile; il loro mescolarsi o disgregarsi è dovuto a due forze, l 'amore ioiXÓttk) e la discordia (veixoc); _gli atomisti, che affermano due principi: Vatomo e il vuoto; gli atomi sono Infiniti di numero, materiali, della stessa qualità, eterni ; le cause del loro movimento sono la gravità e il vuoto (TÒ xcvóv);, „, \ v asm agora . nel quale gli elementi dell'universo sono le omeomerie (v. questo termine), messe in moto da una materia sottile e impalpabile. l'Intelligenza (voucj). * cosa infinita, padrona di sé. ocÙTOxpaTéc. che è in sé e per sé «, la più fine e più pura di tutte le cose ; Leibniz, pel quale le vere sostanze costituenti l’universo sono le monadi. tornite di attività o forza propria, unità spirituali cho sono disposto per gradi, i quali vanno dalla monade oscura e confusa alla monade delle monadi, a Dio. Pneuma (gr. 7tve0(itx, da irveto 8 ° r_ Ho. spiro) (/ilo*.): per gli Stoici è la forza originaria divina che anima il cosmo, un softtn vitale caldo ohe appare in forme e gradi diversi nel corpi Inorganici, nelle piante, negli animali; e nell’uomo appare come ragiono ( AoyOC). conservando sempre la sua unità, giacchi) il grado Inferiore si conserva o opera nei grado supcriore. Pneumatico (gr. da nvgùlJ.X= alito, sofflo) ir,'Ha. o /ilo*.): usato spesso nel Suor » Testamento nel senso di spirituale. , K . r gii Gnostici gli uomini, secondo Il grado di perfezione spirituale, sono detti ilici (= materiali, da uX’f] = materia), psichici (= esseri animati) c pneumatici (*= originati dallo spirito). Polidemonismo (dal gr. TtoXu;molto e SiUojv = demone) Ir, tir/.): credenza che scorgo in ogni fenomeno naturale il prodotto di entità spirituali. Pollmatia (gr. ToXu-na&ta = esteso sapere) i/ilos.): è il procedimento che ERACLITO rimprovera a ITTauora. di dedicarsi a indagini particolari, alla minuta erudizione che impedisco la visione diretta e unitaria del cosmo: iroX'J[.ia{Hx vóov e/mv ou Stòaoxei (rapprender molte cose non educa 1 intelletto), e cioè: la rieoroa personale è migliore della tradizioni;. Politeismo (relig.): è la concezione religiosa che ammette l’esistenza di piu divinità personali e distinte. Positivismo Uilos.Ynel tempi moderni ne pose il principio Davide Hume; la percezione è la fonte unica del conoscere; senza di essa non v c idee, n concetto; un a priori, come lo pensa il razionalismo, è impossibile, c ogni metafisica che oltrepassi respeiienza deve respingersi. Il nome di positivismo è introdotto da CoMTK, secondo il quale la civiltà e la scienza percorrono tre fa-si ; _ a) fase teologica, in cui la spiega | zione dei fenomeni è riferita ad esseri soprannaturali;, fase metafisica, in cui la spiegazione dei fenomeni è riferita ad entità astratte, forze, sostanze, cause occulte; . *, _ c) fase positiva, in cui la scienza »» per oggetto la ricerca rigorosa dei fatti e dello leggi, cioè dei rapporti costanti che col legano i fenomeni osservati nella loro genuina realta; più in la non * pnù andare e la metafisica si perde in astrazioni vuote e in vani sogni: la scienza è ricerca di relazioni, di leggi, è retati ra, ma, permettendo di prevedere gli effetti anche lontani e di calcolarli, risponde ai bisogni umani, « al servizio del l’uomo. _ dopo il f’omte 11 positivismo si trasforma in un atteggiamento dello spirito ehc ha soprattutto una tendenza antimotafisica e vuole attenersi alla pura esperienza. Positivisti ni vano Positivo Predestinazion e senso sono considerati G. STO ART Mill, K. SPKNCEB, I. TAINE, R. AUOIOÒ, h. Mach ecc., „ .., Positivo (scienza): è ciò ohe e effettivo, reale, constatato mediante l'esperienza, c anche il prodotto d'un processo storico; p. e. religione positiva, diritto poPoEsibii e e possibilità (AtoOj W* senta diverse formo; la possibilità è. __„) fisica, nuando un fenomeno non contraddice ad alcun fatto o ad alcuna legge empiricamente stabilita; _ l,) delVesperienza o reale, per Kant è possibile ciò che «'accorda con le condizioni formali dell'esperienza, ossia con le forme dell'Intuizione pura dello spazio e del tempo, e con le forme dell intelletto, cioè con le categorie; _e) Ionica, quando ciò che e pensato o affermato non contraddice ai principi della ragione; però dal fatto ohe una oosa è logicamente possibile, non si può oonoludero alla sua esistenza reale; e) metaf isica : per AulSTOTKUJ la materia contiene la possibilità di ciò che nuó attuarsi mediante la forma -,, Pe. un masso di marmo può divenir statua. Post hòc ergo propter hoc c un sofisma che consiste noli affermare che un fatto è causa d un altro fatto solo perché lo precede nel tempo. Postulato er akiHTOTELE la materia è l'essere in potenza, l'essere allo stato virtuale, possili lita che tonde verso la torma, verso 1 essere determinato (v. atto), Pragmatismo (gr. rpayiia azione) ( fiios .): è la dottrina sostenuta in America da W. James e in Italia da G. 1 Apini giovane, secondo la quale la conoscenza è uno strumento al servizio dell’attività umana; il valore d un idea è riposto nell'esperienza e la verità d'uua proposizione dipende dalle conseguenze che ne derivano, cioè dal fatto che essa è utile, che riesce ad uno Hcopo, dà soddisfazione, quindi se le conseguenze sono buone, cioè conformi a ciò che l’uomo si propone, allora 1 asserzione è giustificala, cd é vera, e falsa nel caso contrario: ossia la verità o la falsità d'un'ldea dipendono dalle sue applicazioni, sostituendosi in tal modo alla ragione l'esperienza, al sapere I azione. Per esemplo, nella questione se sia vero il materialismo oppure lo spiritualismo. la decisione spetta a esame delle conseguenze: il miiterialismo. Densa W. James, nei suol ultimi risultati pratici è desolante, . cade In un oceano di disillusioni -, mentre lo spiritualismo, con la sua “razione d un ordino morale, apre la via alle migliori speranze, -si riferisce sempre a un mondo di promesse •. _ Prammatici (imperniivi)(«orale), sou per Kant consigli di saggezza P ratica che contribuiscono alla felicita. Pratico (gr. irpotxTiwSs da = opero: opposto: teoretico) i/iloa.). la distinzione e l’opposizione di iwa^co c teoretico risalgono ai Greci. Aristotele attribuisce all'Intelletto pratico (vou? ™«XTIx6?) l'ufilclo di occuparsi delle cose umane soggetto al mutamento e legate all'azione, e lo considera subordinato all'Intelletto teoretico (vou? &so>pr]Tix6?), che ha per oggettola conoscenza dell'universo e delle sue lepori eterne. VVT1T r11f . _Cristiano Wolff nel sec. XM1I dir fonde le espressioni di filosofia teoretica e di filosofia pratica, attribuendo la superiorità alla prima. K!a.nt capovolge questo rapporto, perché nel dominio dell'attività morale la ragione raggiunge una P iena aut nomia e apre all'uomo uno spiraglio sopra una verità assoluta (il regno dei fini, ili cui domina la libertà), mentre l'attività teoretica si limila alla conoscenza del fenomeni, cioè a una verità relativa, a un mondo in cui regna la necessità (v. primato della ragion praPredestinazlone (reWff.): è ia dottrina posta in termini rigorosi da 6}. MQPredeterminismo Primum anso: tutto ù già fermo o prodestiI nato ab aclerno uol giudizio divino; ciò elio deve accadere accadrà o l’uoino nulla nc può mutare; la sua parto nel mondo è in ogni punto prestabilita e soltanto la grazia può liberarlo dal male derivato dal primo peccato. Dopo ia colpa originale lo stato dell’uomo è: non posse non peccare, mentre la libertà d’Adamo era posse non peccare, e quella dei beati 6 non posse peccare. Perciò la volontà umana nulla può senza la grazia, e tutto ciò che l’uomo fa di bene, è Dio che lo fa in luì: potestas nostra ipsc est. Predeterminismo (filos. e rclig.): ò la dottrina di S. Tomtuaso secondo la quale gli atti liberi umani non solo sono previsti da Dio ( v. prescienza), ma sono predeterminati da Dio nella sua provvidenza: ex hoc ipso quod nihil volunlati divinae resista, seguitar quod non solum fiant ca quac deus cult fieri, sed quod fiant contingcnter vel necessario quae sic fieri vutt. Quindi l’uomo è mosso in antecedenza e naturalmente da Dio au agire in questo o quel modo, Ina la divinità ha predisposto pure che agisca liberamente, ossia la sua azione c a un tempo necessaria e libera. Kani, opponendo determinismo a predeterminismo, si chiede: so ogni atto è determinato da cause anteriori, da fatti passati che non sono più in nostro potere, come può questo conciliarsi con la libertà, la quale esige che nel momento d’agire l’atto dipenda dal soggetto, cioè sia libero l « Questo è ciò ohe si vuol saperi* e che non si saprà inni . Predicabile i,r n,,om )• nella dottrina di Kasr eonivale al termine a priori, cioè Indipendente dall’esperienza, razionale tper es nelle espressioni: ragion pura, intulzlone pura, concetto puro). Ouadrivlo: nella Scolastica è la divisione degli studil superiori costituenti la Facoltà delle arti-, comprende 1 anlau lica la geometria, la musica e 1 astronomia; mentre il Invia, che lo precede, comprendo hi grammatica, la retorica, la dialettica. Oualità (psicol.): indica gli aspetti sensI bili offerti dalla percezione d’uu corno facendo astrazione dalla loro intensità e quantità: p. es.: un suono, un colore, un sapore, un profumo; e anche ciò che dà valore o perfezione ad una cosa, come quando si apprezzano i pregi d’nn’opera d'arto oppure le virtù o lo abilità d'una persona. __t logica): è una categoria del pensiero logico che risponde in Aristotele alla domanda: ttoIo; = gitana?, ed esprime la maniera d'essere d’un soggetto; p. e.: quest'uomo è bello, è brutto ccc. Secondo questa categoria fondamentale, 1 giudizi logici sono affermativi o negatici, ossia attribuiscono o negano una data qualità a un soggetto. Qualità primarie e secondarie Job ): già per Democrito e poi per Galileo, Cartesio o Locke sono primarie le qualità costanti, universali, oggettive, rispecchianti la realtà nella sua vera natura, come la grandezza, la forimi, il numero, la posizione, il movimento: «per veruna immaginazione, dice il Galilei, posso separare una sostanza corporea da queste condizioni; secondane sono invece le qualità accidentali e mutevoli, come sapori, odori, colori, suoni, che « tengono lor residenza nel corpo, sensitivo, si che, rimosso l’animale, sono levate e annichilate tutte queste qualità; le quali sono dunque soggettive. Quantità (in generale 1* si applica a ciò che può essere misurato ed espresso numericamente, e perciò presenta la possibilità del piti e del meno, è suscettibile d'aumento e iti diminuzione. __ (logica): b una categoria fondamentale che per Aristotele risponde alla domanda: jtfjdov guaritami-, per essa l giudizi, secondo Kant, possono essere universali, particolari, singolari, sccondoche 11 soggetto ò preso in tutta la sua estensione (p. e.: lutti gli uomini sono mortali), o in una parto della sua ostensione (p. e.: alcuni uomini sono poeti), o nella sua singolarità (p. o.: quost’nomo è scultore). Quiddità (lat. scolast. guidditas) (logica): risponde alla domanda guid est ? ed esprime l’essenza d'ima cosa, la torma nel senso aristotelico. Quietismo (in generale): b la dottrina che ripone la quiete e la felicità dell anhna nell'allontannrsi dalle coso ilei inondo o nel ritrarsi nella meditazione Interiore e di Dio. _ 6 la dottrina dello spagnuolo Michele 1 do Molinos, secondo la quale si può raggiungere la perfezione e ottenere una quiete assoluta dell'anima mediante un atto di fede e un assoluto abbandono a Dio, che dispensa dalla necessità di ogni pratica religiosa e attività morale, e, in generale, ili opero esteriori. Quintessenza: signitlea dapprima la . quinta essenti» -, il quinto elemento cosmico, l'etere, considerato il più sottile e puro; poi l’estratto condensato, essenziale il’uu corpo, d una dottrina, infine sottigliezze complicate e vane. Ragionamento (logica): b un'operazione dell’intelligenza che si svolge ili piu momenti, cioè in una serie di preposizioni collegate fra loro per giungere a una conclusione che in tutto o in parte è già Implicita in esse. Ragione (/ ilos.): in generale, è la facoltà naturale di ben giudicare, di saper distinguere 11 vero dal false, disporre m una serie coordinata e libera da contraddizioni idee, giudizi, esperienze, col (ine di raggiungere un sapere oggettivo e universale, ossia valido per tutte le intelligenze, anche se poche sono in grado di riconoscerlo, di rifare da sé la via che ha condotto a tale sapere. _ per Platone la ragione (vou?) e l'attività più elevata dell’anima, quella cho può rappresentarsi le idee eterne; _. per Aristotele è ciò che distingue l'uomo dagli altri esseri; _ per s. Tommaso intellect.is e la taeoltà superiore e intuitiva ili conoscere. Razionalo Ragion sufficiente ratio è In facoltà di conoscere diversiva [nomea rattorti* sumitur ab inquininone et discussa; hdellrc us nomai sumitvr ab intima penetratimi ver itati*)* __ „ er SPINo'/.v la. ratio da la conoscenza vera, adeguata, dell’essere; «appartiene a lla natura della ragione il contemplare le cose non come contingenti, ma come necessarie * (pr. II, 14); essa ci apprende le cose sotto un «corto aspetto delle* ternità, sub queula.nl acternitidìs specie; apro la via alla conoscenza pin alta, I alla « scindili intuitiva -, a veder le cose sub specie aelernitatis. _ per Kant la ragione in senso largò ò il intasare a priori, è la Incolta che ci fornisco: a) i principi! o le forme a priori della conoscenza, che sono le intuizioni dello spazio c del tempo, le categorie, le idee; b) i principi! a priori dell'azione, ossia la regola della, moralità, la legge morale: nel primo caso è ragione teoretica, nel secondo è ragione pratica; o l’una e 1 altra sono indlpondout 1 dall’ospcrienzn. _ In senso ristretto la ragione è per Kant la facoltà di pensare lo idee allo quali non corrispondono oggetti nell’esperienza, cioè lo idee di Dio, dell'anima, del mondo. -iu oppos. a tede rivelata è l'organo della, conoscenza autonoma, a cui l’uoilio giunge con le sole sue forze; cosi l’intende anello ( : A I.II.KO che scrive. . la Scrittura dovorebbo essere riserbata nell'ultimo luogo; quello degli effetti naturali ohe o la scusata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o lo necessarie dimostrazioni oi concludono, non deve in oont-o alcuno c-scr revocato in dubbio por luoghi della Sorittura • (Lett. al Costelli). È dunque il procedimento naturalo dello spirito umano ncU’acquisto del sapere. ^ Ragion sufficcnte (logica) : u il principio formulato dal Leibniz, secondo il quale nulla avviene senza ragione o motivo, cioè « nulla avviene senza che vi sia una causa o ragione determinante, che possa servire a render conto a priori perché una cosa csisxc o non esiste, è in un modo piuttostochò in uu altro », 8CHopenHAU ek lo rappresenta sotto quattro forme: a) ratio estendi, principio dell’essere: ogni parte dello spazio o del tempo è In relazione con le altre parti, in modo che ciascuna è determinata e condizionata dalle altre ; _ b) ratio /fendi, principio del dlvoidro: ogni nuovo stato (effetto) dev’essere preceduto da un altro (causa); _ c ) ratio coanoscnuU, principio del conoscere: ogni giudizio che esprime una cognizione deve avere un fondamento sufficcnte; _ _,/) ratio spendi, principio dell agire. ogni atto della volontà dev’essere preceduto da un motivo. Rappresentazione (psicol.); è il nprescntarsi, 11 riprodursi nella nostra mente d'uua percezione anteriore, o quindi È affine a\V immagine ed è soggetta a un'elaborazione interiore dipendente dall’azione continua delle altre rappresentazioni ; perciò si dice che essa ha una sua vita propria, come rimmagtne. _ Locke denomina rappresentazioni e Idee tutto ciò che è presente alla mento, ciò elio questa percepisce in sò, o ciò che è oggetto Immediato della percezione e del pensiero, mentre HOME distinguo nettamento percezione e la corrispondento rappresentazione, copia debole o sbiadita della prima. _peiLeibniz. è la funzione più importante della monade, ò la facoltà di percepire e ili ridurre la molteplicità all’unità (p erceptio nihil aliud est qiiam inultorum in uno exprtssum, est rcpracscntatio multitudinis in imitate). Ogni monade si rappresenta, eioò percepisce, l'universo da un punto di vista proprio, ohe s'accorda con quello delle altro monadi (v, armonia prestabilita), f n percezione ò chiara, quando la conoscenza ohe abbiamo d uu oggetto ci permette di differenziarlo dagli altri, oscura nel caso opposto; distinta, quando un oggetto ò percepito o conosciuto nello sue qualità particolari ed essenziali, contusa noi caso contrario; p. es.: un giardiniere può avere un'Idea chiara d un iioro, ma non distinta; un botanico ne ha un'idea chiara c distinta, Sc®OPENHAC'EK col suo principio: . il mondo ò la mia rappiesentazione « esprimo l’essenza' dell» idealismo conoscitivo » (v. idealismo). Razionale (in generale ): ò ciò che ò conforme alla ragione c al suoi prinelpii, ciò che da questa trac la sua origine, (p. e. lo categorie kantiane), o ciò che in esse ha 11 suo fondamento, o quindi non dipende dall’esperienza (p. e. le matematiche, la meccanica razionale). Woijp distingue una cosmologia, una ontologia, una psicologia c una teologia razionali, che Kant sottopone ad RazionalismoRegno dei fini e8 amo crltioo per dimostrare l’impossibilità e le contraddizioni d'nna metafisica razionale (v. ciascuno di quei termini). _per Hi-'.cei. • ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale », esprimendo con ciò il fatto elle il concetto ò l'essenza delle coso (come in Aristotele le idee sono nelle gose stesse), cho tutta la realtà data noU’csperienza umana ò accessibile alla.ragione c può essere inquadrata noi concetti della ragione; cho so vi ò qualche cosa di irrazionale, questa non ha che un’esistenza provvisoria. Però tale formula c non serve a giustificare tutto ciò che avviene, p. es. : un errore di stampa o uno sternuto; ma cho gli uomini vivano in imo Stato si chiarisce come razionale », ossia lo Stato è l’attuarsi, l’incamarsi d’uu’idea. Razionalismo (opposto: e mpiris mo e irrazionalismo) (filos.): b la dottrina che, avendo fede assoluta nella ragione, afferma che la conoscenza della verità si apro non al scuso e all’esperienza, o alla fede rivelata, ma allo piti alte funzioni dello spirito, il quale non ò un recipiente vuoto, una tabula rasq. ma porta in sé e trae dalla sua interiorità principi!l’attività, idee (p. e. di causa e di sostanza), che consentono di penetrare nella realtà, considerata razionale nella sua essenza, comprenderla, ordinarla, volgerla a beneficio dell'uomo nell’opera di dominare la natura. Razionalisti si possono considerare nell’antichità Parmenide, Platone, Aristotele; Cartesio inizia il razionallsmo moderno, seguito da Spinoza, Leibniz, Kant, Hegel, eoo. --dai principi costitutivi della ragione il razionalismo trae un diritto, una morale, uua religione naturali. Intendendosi qui per naturale ciò cho ò concepito e costruito dalla ragione, quindi opponendosi a diritto positivo (cioè lealmente in vigore), a morale tradistimale, a religione positiva o storica. -Kant, per dare un fondamento solido alla conoscenza, fonde empirismo e razionalismo, distinguendo la materia, cioè il complesso delle impressioni cho ci giungono dall’esterno per la via dei sensi, e la /orino, cioè 1 principi! che lo spirito trae da sé per ordinare la materia. Perciò l’uomo conosce le cose, 1 fenomeni solo In quanto e nel modo ondo trapassano nelle forme dello spazio e del tempo e delle caie\ gorie, cosicché non i concetti si modellano sulle cose, ma le cose sui concetti, e l’intelletto non attingo le sue leggi dalla natura, ma gliele impono. Quosta dottrina può definirsi un razionalismo critico. Realismo (filos.): in oppos. a nominalismo o a concettualismo è la dottrina cho nel problema degli universali ammette che le ideo generali hanno un’esistenza indipendente dolio spirito che le concepisce e dagli esseri individuali; si collega a Platone che pone lo idee fuori del mondo sensibile, e ad Aristotele che le pone nelle coso stesse. -in opposizione a idealismo si applica alle dottrino cho ammettono l’esistenza reale d'un mondo esterno, d’un oggetto indipendente dal soggetto pensante o di natura diversa da esso; vi appartengono moltissimi filosofi antichi o moderni. -In estetica esprime la tendenza artistica alla riproduzione esatta della realtà naturale e degli avvenimenti umani ; è sinonimo di naturalismo, che la riproduzione fedele, integrale o artistica delia natura vorrebbe rivolta anche ad un fine scientifico. Realtà (filos.): in opposizione a possibilità o a irrealtà esprime ciò che è attualmente esistente, sia sotto forma materiale e sensibile, sia sotto forma intellettuale o ideale. in opposizione ad Apparenza indica ciò ohe veramente è: p. e., un bastone posto di traverso neU’ncqua corrente sembra spezzato, ma in realtà non ò. iu opposizione alla realtà empirica v’è una realtà metafisica, che è al di là dei fenomeni percepiti dal sensi; è accessibile olla sola ragione o anche ineonosoibilo, come la cosa in si di Kant. (logica): realtà è una delle tre categorie kantiane della modalità (realtà, possibilità, necessità ); il giudizio di realtà enuncia semplicemente un fatto o un rapporto di fatti come effettivamente esistente (v. modalità). Recettività (dal hit. recipere = accogliere passivamente; opposto: attività) (filos.): b la disposiziono a ricevere passivamente impressioni e suggestioni dall'esterno. per Kant la sensibilità è recettiva, ossia ò la facoltà di ricevere impressioni per la via dei sensi, che formano la materia del conoscere. Regno dei fini (morale): nell’etica di Kant è l’idealo di una unione sistematica degh esseri ragionevoU, per i quali Regressus in inflnitum è cosa spontanea l’obbodicnza alla lecite morale «li cui essi stessi sono sii untori: fc il regno della libertà in opposizione al mondo fenomenico, In cui domina la causalità c, quindi, la necessità. Regressus in inflnitum (/ito*.): secondo gli Scettici antichi il filosofo dogmatico è costretto a un regresso ail’iullnlto, cioè a risalire, senza mai fermarsi, nella serie dei principii, se vuol non lasciare alcuna affermazione indlmostrata c non porro corno primo principio una proposizione arbitraria o un’ipotesi elio ha bisogno d'essere dimostrata. Ha il oorrispettivo nel prògressus iti infittitimi (v. questo termine). _per Kant il regressus nella serio «lei fenomeni dell’universo conduce in il idefinitum, cioè la serie dei fenomeni è potenzialmente illimitata, non dollnlta. Relativismo (/ito*.): si applica alle dottrine cho accolgono lo. relatività della conoscenza umana, limitata ai fenomeni c «ile loro relazioni tostanti, ossia olio lauri, dichiarando che citi cho si pono ai di là di ossi, o è inconoscibile. come pensa lo Spencer, o non esisteaffatto, come dice C'omte, Relatività (/ito*.): è il carattere ohe si può attribuire alla conoscenza, di essere relativa (v. relativo). Relativo (opposto: assoluto) (/ito*.): è relativa la conoscenza, in quanto la si fa dipendere dalla costituzione soggettiva dello spirito umano, dal rapporto fra il soggetto o l’oggetto e si esclude la possibilità di cogliere con l'intelletto unii verità assoluta. -la relatività della conoscenza è sostenuta già dallo Scetticismo greco con Enesidemo, mediante dieci tropi che ponovano in rilievo la soggettività dello percezioni dovuta alle differenze fra gli uomini, diversi di corpo, di temperamento, di anima, dominati da disposizioni o condizioni variabili, come la, salute, l’età, le malattie; che percepiscono diversamente socondo le distanze, le posizioni, la complessità degli oggetti, la rarità e la frequenza dei fenomeni ecc. -anche per Kant la conoscenza è relativa, essendo limitata al fonomeni e ai loro rapporti, mentre la cosa in sé, che sta dietro ad essi, è inconoscibile. un’Importante concezione delia relatività è quella odierna dell’EiNoTBix, che estende ni movimenti accelerati e alia stessa gravitazione la relatività ammessa in meccanica: la massa d'uti corpo non è costante, ma varia in funzione della velocità; non v’è spazio e Religione tempo assoluto, le dimensioni ilei tarpi sono relative, giacché un corpo, trascinato in una traslaziono, subisco una contrazione nel senso del movimento; spazio, tempo, energia sono fra loro collegati; si Invecchia piti in un Inogo che in un altro. _ vi ù anche una concezione relativa della attirale : i principi dell’apprezzamento o della condotta morale dipendono dal carattere, dal grado di civiltà d’un popolo, dall'iunbionte nslco o sociale, dalla tradizione eco.; non esistono principii morali assoluti. a 31 osò, ai profeti, e, in maniera completa, insegnate agli uomini dii Cristo e consegnate nelle .Sacre Scritture. Romanticismo (opposto: classicismo, illuminismo): v un Importante movimento spirituale Iniziatosi verso la due del scc. XVIII, che ha un'aziouo rilevante sui filosofi sorti dopo Iva.it (Fiotti:, Sm maino, Hegel eco.). L'Idea centtale è quella di vita pensata come forza originarla, immateriale, irriducibile, incosciente, spontanea, che rivela una verità piti profonda «li quella offerta dalle • Idee chiare e distinte li! Cartesio e dell'Illuminismo; il senti• mento vi appare più complesso e più ricco della ragiono astratta, il arnia ò superiore «vile regole, l 'istinto più forte delle convenzioni, dello istituzioni, dei calcoli della scienza. T)1 qui le conseguenze: «) di fronte all'ordine e ai modelli classici è una rivolta contro lo regole e le convenzioni, un'esaltazione di tutto le potenze della vita, un’affermazione della rclativitii di tutti gli ideali o della mutabilità delle Torme estetiche; b) «'accosta alla natura, alle intuizioni infallibili d'un istinto collettivo, inventa il genio della rozza, l'anima dei popoli, pone l’ispirazione e il genio al disopra del sapere e deìl’abilità tecnica; ai giardini e al parchi ben disegnati preferisce ipaesaggi grandiosi e selvaggi, le solitudini (Rousseau); al razionalismo oppone l’irrasionalismo, si stacca dai soggetti e dalle tradizioni classiche per rivolgersi al Modto Evo, considerato più spontaneo, alla tradizione cavalleresca, alla cattedrale gotica; ha il gusto e il senso della storia ; contro l’antistoricismo degli illuministi ò storicistico. s Saggio (gr. 0096? = sapiente) i/ilos.): l’ideale del saggio è definito, dopo Aristotele: l’uomo die incarna la virtù intesa come sapere, abilità, prudenza, giustizia, indipendenza dai beili esterni. Rispondono a questo ideale i Sette saggi, come anello il « saggio stoico » clic ne attua il tipo morale più alto, offrendo il modello pratico alla Roma «lei primi due secoli dopo ( ‘risto. La saggezza non 0 soltanto liberazione dalle passioni o dal l’utilitarismo volgare, ma anche scienza ed esperienza armoniosamente operanti nella vita o gni ftte da un ideale superiore. Sanzione (diritto e nomile): la sanziono giuridica, ossia la pena, ó determinata da tre fattori: dallo esigenze della difesa sociale; dall'offesa clic il delitto reca al sentiment o «li giustizia, pel quale 11 colpevole, partecipe della ragione, è considerato come persona razionale, trattato come tale o quindi costretto a subordinarsi alla ragione comune, infine dall’offesa portata all’ordine morale, per cui, oltre al ripristinnmento deU'ordino giuridico, la pena mira anche ad educare possibilmente il colpevole a sentimenti migliori. La sanzione morale, cioè la riprovazione e il rimorso, è una reazione della Volontà morale Idealo contro la volontà inoralo Imperfetta, che ha violato la legge morale: il fondamento di essa va corcato nella responsabilità di noi verso noi stessi (Martinetti). Scetticismo (gr. ay.irrzrjij.xi = Investigo ; opposto: dogmatismo) i/ilos.): è la dottrina fondata da l'iuuoNi:, secondo la quale la mente umana non può cogliere verità alcuna intorno alla vera realtà delle cose, ma solo apparenze. Non esiste un criterio di verità che permetta di distinguere le rappresentazioni vere «la quelle false, donile l’astensione dti ogni giudizio iZTZoyT,) e l’indifferenza (àSiatpopta). il dubbio Schema Scolastica sistematico c una tranquillità d’animo Inalterabile (&Tapoc££a). Dapprima, mediante la disciplina della condotta morale, mira alla calma e alla quiete dell’esistenza, ma alla line diviene anche una disciplina dello spirito scientifico, grazie al suo atteggiamento eri-fico e al severo esame cui sottopone le dottrine filosofiche contemporanee, specialmente Pepicureismo e lo stoicismo. Schema (gr. cr/-? (i iia = forma, esteriore), figura) (//los.): in generale indica il disegno, la figura che rappresenta in maniera semplificata le linee essenziali d’un oggetto o d’un movimento. -per Kant lo schema trascendentaleindica una rappresentazione intorme* diaria fra un’intuizione sensibile (per es. : d’uri dato triangolo) e un concetto (per es.: 11 triangolo in generale); ed è affine da un lato al concetto puro, in quanto non contiene nulla d’empirico, e dall’altro lato alle percezioni, e quindi all’ordine sensibile. Perciò esso permetto di applicare indirettamente agli ; oggetti dell'esperienza i concetti puri dell’intelletto, cioè lo categorie, che sono inapplicabili per via diretta. Cosi lo sohema della sostanza, cioè la rappresentazione sotto la quale si raccolgono i fenomeni per poter loro applicare la categoria di sostanza (v. questo termine), è il substrato che permane nel tempo; lo schema della quantità è il numero, mediante il quale la continuità dei fenomeni è distribuita in quantità determinate. Questi schemi sono creati dall'immaginazione, che ò una facoltà intermediaria fra l’intelletto o la sensibilità, con essa Kant vuol risolvere l'antico problema dell’accordo fra le idee, le categorie o le cose; per risolvere il quale Cartesio era ricorso allaveracità divina, Malebranche alla rivelazione, Spinoza al parallelismo (per cui l’estensione e il pensiero sono gli attributi d'un unica sostanza, di quella divina), Leibniz all’armonia prestati• •Scienza: è un complesso di cognizioni dovute a ricerche metodiche (fondato sull’esperienza guidata dalla ragione), disposte in un sistema ben coordinato, suscettibili di dimostrazioue e aventi per oggetto una parte ben definita della realtà naturale. I suoi strumenti 6ono: l’osservazione diretta dei fenomeni, l’csperimento, l 'induzione, la deduzione. Galileo apro ima via nuova alla scienza, sostituendo olla ricerca delle qualità, propria del metodo aristotelicoscolastlco e ancora presente in Bacone, la ricerca «iella quantità, esprimibile con formule matematiche; quindi non più forz e qualità occulte, ma elementi spaziali c numerici. Anche oggi gli atomi, gli ioni, gli elettroni c le loro composizioni quantitativo sono l'oggetto dell'indagine scientifica. * L 'aggetto della scienza è duplice, secondo filosofi c scienziati (BENTHAM, Ampère, Hill, Hegel, Wcndt, ecc.), cioè: la natura o lo spirito, donde le scienze della natura e le scienze dello spirito (o morali). Il Windklbanp divide le scienze In nomotetiche (gr. VÓ(AO£ = legge, e tU1yjjì.i= pougo), come la chimica o la fisica, che ricercano le leggi secondo cui si svolgono i fenomeni naturali; o ideografiche (gr. = particola^ e ypàcpstv = scrivere), cioè lo scienze storiche, che studiano gli avvenimenti passati, considerati nella loro Impronta individuale e non ripetibili. Scolastica (dal lat. setola, che è l’insognamento per eccellenza del Medio evo, quello della teologia o della filosofia; scholasticus ò il titolare di tuie insegnamento) ( /ilos .): ò la filosofia dominante in Europa dal hoc. X al XIV : le sue tesi fondamentali sono: a) dualismo fra Dio. che è atto puro, puro spirito, e la creatura, nella quale si mescolano l’atto e la potenza, la forma e la materia, l'anima o il corpo; b) Dio è persona spirituale, ha creato il mondo dal nulla e lo trascende ; c) la parola di Dio manifestata nelle Sacre Scritturo è l'espressione infallibile della verità; quindi, pur mirando a conciliare ragione e fede, cioè la filosofia antica, specialmente quella d’Aristotele, col dogma cristiano, la Scolastica afferma che la'ragione non può andare contro la fede, ma subordinarsi a questa; d) la distinzione flit soggetto conoscente e oggetto conosciuto, pensato come reale, indipendente dal soggetto nella sua esistenza; e) la distinzione fra teologia e filosofia : la prima ha per oggetto l’ordine soprannaturale in quanto è rivelato dalla parola di Dio; la seconda investiga l’ordine naturalo per mezzo della ragione, ma accordandosi con la teologia. In senso peggiorativo si dice che ima dottrina si trasforma in una scolastica quando si irrigidisce in formulo verbali, in distinzioni e divisioni numerose. sottili e astratte, in tesi imSecondarie Simbolo mutabili, o perciò diviene stagnante, incapace di progredire. Secondarie (qualità) = v. qualità. Sensazione (psicol.): è la piò semplice modificazione della coscienza, il processo psichico nella sua forma elementare; presenta due aspetti: a) è recettiva, cioè passiva, in quanto è prodotta da stimoli esterni o Interni; p. o. un raggio di luce, la contrazione d’un muscolo, che dònno rispettivamente una sensazione visiva o muscolare: li) è successivamente attiva, in quanto le impressioni provenienti dagli stimoli sono elaborate dalla coscienza, nella qualo già si trova ima molteplicità, d’elementi psichici, di ricordi, di immagini, occ. ; perciò la sensazione ò il prodotto dell'analisi e dell’astrazione. Sensibilità (furimi.): è la facoltà d’aver sensazioni, di conoscere por mezzo doi sensi, o anche di provare piacere o dolore che accompagnano lo sensazioni; _da Kant la dottrina della sensibilità, clic ò la capacità di ricovero passivamente impressioni da oggetti osterni por la via del scusi, ma ordinate nello forme a priori dolio spazio c del tempo, è detta estetici i. Sensismo (filos.): dottrina che consiste nel far derivare tutto le nostro facoltà o le nostre conoscenze dalla seusuzione ; ò rappresentato dal C ONDII*i*ao (sec. XVIII), che dalla sensazione fa derivare la memoria, l’attenzione, il giudizio, il sentimento, lo volizioni. Si distinguo én\Yempirismo, in quanto questo ammette duo fonti del conoscere: la sensazione o la riflessione. Senso ( psùvl .): è la facoltà (p. e. la vista, l’udito, il tatto) che mette gli esseri viventi in rapporto col mondo esterno c dà luogo a una determinata classo di sensazioni (visivo, uditivo, tattili eoe.). _ (morale): il senso morale consiste in una facoltà innata dì distinguere intuitivamente Il bene dal male, facoltà ohe dove considerarsi parto integrante della natura umana; tale dottrina è sostenuta per la prima volta dagli inglesi SnAFTEsnniY o Hvtchkson. Senso comune: comprende un’insieme indeterminato di opinioni c ili cognizioni condivise quasi universalmente, che si impongono o por la loro evidenza o per il loro valore pratico, o anche per l'autorità della tradizione. (Jilos.): per Aiustotklk II senso comune (Jtotvi) crìa&r,oiz) è una specie di senso interno cho ci dà la coscienza della sensazione o, al tempo stesso, coordina I dati offertici dai singoli sensi particolari (udito, vista, ecc.): esso costituisco quindi l'unità del soggetto senziente di fronte all'oggotto sentito. _I*a scuola scozzese del senso comune (Reto, Dcoai.p Stkwaht) ammottesenza discussione come validi i principi accolti da tutti gli uomini, oppure « cosi indispensabili nella condotta della vita elio il rinunzlarvi equivale a cadorc in numerose assurdità speculativo e pratiche »(Roid), e anzitutto afferma l’esistenza realo dell’oggetto, indipendentemente dall’attività percettiva del soggetto. Il senso oomuno sostituisco la ragione nella filosofia e,anohe nello matematiche. Sentimento (psicol.): In senso ampio esprime il complesso degli stati allei Ziri, cioè di tutti quei processi soggettivi, interiori, gradevoli o sgradevoli, legati con lo funzioni vitali e con la psiche dell’Individuo, come le emozioni, le passioni ecc. m in senso piò ristretto è uno stato affettivo stabile, o ancho un’attitudine costante a provare emozioni, corno il sentimento estetico, morale, intellettuale, il qualo ultimo consisto nel piacere complesso cho dà l’esercizio dello funzioni intellettuali. Sentimento fondamentale corporeo: ò l’cspressiono usata dal Rosmini per indicare la cenestesi (vedi). Sillogismo (gì-, ouXXo^tojxó;, da uoXXévw = raccolgo) (lattica): Aristotele, che ne ha creato la teoria, cosi lo definisce: ò un ragionamento (Xó-fb?), nel qualo, posto alcune cose, ohe p. o. « l'uomo ò mortalo ".e 0 Socrate ò uomo », un’altra cosa no risulta necessariamente, che « Socrate è mortalo », per qu sto solo cho 1 primo sono posto. Consta di tre proposizioni, di cui Io primo due diconsi premesse ; la terza, implicita in queste, conclusione-, e comI prendo tre termini: il maggiore, che ò il concetto più esteso (nel sillogismo citato: mortale), il minore (Socrate), il medio (uomo), che ò il ponto di passaggio. Corrisponde ai noti principi: ciò cho è contenuto nel genere ò puro contenuto nella specie; e nel linguaggio matematico: tiue quantità ugnali a una terza sono uguali fra loro. Simbolo = «offro insieme) ( psicol .): in generale consiste nell’esistenza di disposizioni identiche in due o più individui della stessa specie o di specie diversa. nella sua forma più umile è un accordo di movimenti, detto sinergia, come si osserva nel riso o nello sbadiglio, che si propagano quasi per contagio. nella sua forma superiore ò un accordo di sentimenti, una sinestesia, un movimento che ci porta verso gli altri, a gioire della loro presenza, a partecipare allo loro gioie c alle loro pene, c alla fine si muta in «unore attivo, che supera i limiti della nostra co¬ scienza per rivelarci la presenza imme¬ diata d’un’altra coscienza; scopro va¬ lori (come pensa Max Scholer), men¬ tre l’intelligenza dà solo rappresenta¬ zioni. (morale): è il fondamento della mo¬ rale dell’inglese Adamo Smith: * la fonte della nostra sensibilità per le sof¬ ferenze altrui, egli dico, è la facoltà di collocarci con 1 ’immaginazione al loro posto, facoltà ohe ci rende capaci di concepire ciò che essi sentono o d'es¬ serneaffetti »; por essa giudichiamo moralmente delle azioni altrui e delle nostre. Sincretismo (gr. ouY-xpiJTurpóc» no¬ me derivato daH’unione dei Cretesi di fronte al nemico, nonostante lo dissen¬ sioni intorno) (in generale): esprime l'u¬ nione artificiosa, senza critica, di idee o teorie di disparata origine, nel campo della filosofia come in quello della re¬ ligione. Sinderesi (forse derivata da auvirrjpnjai? = sorveglianza, o, per deforma¬ zione, da vet$Y)el libero consenso degli indivi¬ dui ed è fondato sopra la volontà della nuiggioranzu, espressa mediante 1 rap¬ presentanti del popolo, donde lo Stato liberale rappresentativo coi suoi tre poteri ben distinti: legislativo, giudi¬ ziario, esecutivo, quale traeeorà più tardi Montesquieu por Rousseau lo stato sorge pure dallo stato di natura per un contratto pel quale l’individuo, naturalmente buono, trasferisce il buo diritto al po¬ polo, riunito in assemblea, la cui sovra¬ nità è assoluta c inalienabile; la volontà generale, manìfestantesi nelle decisioni della maggioranza o nel potere legislativo, che è il potere supremo, implica la volontà di tutti gli individui. Di qui il governo democratico. Stato etico (filos.) : per Hegel lo Stato è Tincarnazione suprema della moralità, l’attuazione delle Idee morali, lo spirito del popolo divenuto visibtlo; perciò il suo fine non è di assicurare la libertà individuale, la sicurezza, la proprietà dei singoli, giacché l’individuo non ha obbiettività, verità, moralità se non in quanto è parte dello Stato, e la vera volontà dell’individuo (la quale ò pensiero attuautesi nella realtà) è volontà razionale, quindi ani versale o, alla fine, identica alla volontà dello Stato: la rappresentanza del popolo non deve ingerirsi negli affari dello Stato, ma solo eccitare il governo a rendere pubblica ragiono dei suoi atti, elevandone cosi la vita a un grado di coscienza Stoicismo 91 Superuomo sempre più alto. Questa dottrina dell’Hegcl è l'affermazione dell’onnipotenza dello Stato. Stoicismo (/ iloa .) o PORTICO,: dottrina della Scuola filosofica fondata da Zenone di Cizio, elio fu aperta in Ateno nel ITI scc. a. Cr. nello Stoa Pecilo (portico ornato delle pitture di Poiignoto) od ebbe cinque secoli di vita e duo periodi, quello preco o quello minano (con Seneca, M. Aurelio, Kpittcto): professò un panteismo secondo il quale 11 mondo è animato da una forza immanente, la ragionecosmica simboleggiata nel luoco, della quale l'anima ù una particella. 11 lino supremo della condotta umana è per essa l 'avalla, che si raggiungo con la virtù, cioè liberandosi dallo passioni, obbedendo alle leggi inflessibili, ma ottime, con le quali la divinità reggo 11 mondo. Storicismo (/flottitela tendenza a considerale un oggetto della conoscenza come il prodotto d’uu’cvoluzione storica; ha un duplice aspetto: . d) in opposizione all' filmai mano, considera 1 prodotti spirituali non come l'effetto della ragiono, concoplta uguale dovunque e costante, ma corno Il risultato Ionio d'uno sviluppo storico, durante il qualo 1 caratteri essenziali si conservano, mentre quelli accidentali cadono ; - i>) In opposizione al naturalismo meccanico, considera e interpreta il tutto come una manifestazione dello spirito umano nel suo svolgimento storico : cosi per Heokl la storia ò lo sviluppo successivo della ragione c l'essenza di quosta appare o si do finisce eoi caratteri che sorgono in tale evoluzione idealo; l'essenza della filosofia è quindi da rioeroursì nella storia della filosofia. Subcosciente tpsicol.): si dice del processi psichici debolmente e oscuramento percepiti. Per primo il Leibniz ammise esservi nell’attività psicologica « petites insensiblcs perceptions che, riunite e fuse Insieme, possono produrre una percezione chiara; p. e. il rumore d’un’ondata marina è dato da un numero incalcolabile di rumori infinitamente piccoli, non percettibili separatamente. S’usa anche come sinonimo d 'incosciente. Sublime (estetica): è il sentimento prodotto nell'animo dalla visione diretta o dall'idea vivamente rappresentata della potenza.naturale n della grandezza morale e intellettuale. -Kant distingue: a) 11 sublime matematico, provocato dalla visiono o intuizione d'una grandezza assoluta nel senso dell’estensione; p. e. la vista dell’oceano immenso, l’idea dell'immensità degli spazi cclesti; i) Il sublime tlinamico, dovuto alla visiono della potenza non disgiunta dal senso di sicurezza dello.spettatore: p. c. la vista d'un vulcano jn eruzione, dell'oceano in tempesta. Questi spettacoli » elevano le forzo dell’anima sopra la loro ordinaria mediocrità c discoprono in noi un potere di resistenza che ci dà il coraggio di misurarci con l'apparento onnipotenza della natura. Il sublimo quindi non è nelle coso, ma nel nostro spirito, ci eleva al disopra della natura che è In noi, o di quella che è fuori di noi . Sufismo (relig.): è una dottrina, dovuta a ispirazione neo-platonica c seguita da una setta mistica mussulmana: Dio è il beno assoluto, l'essere puro, la bellezza eterna, 1'unica o vera realtà, mentre il mondo del fenomeni è un semplice riflesso della divinità, non essere, puro fantasma. Una vita spirituale rigidamente ascetica, la stretta osservanza dei precetti sacri sono la condizione necessaria per raggiungere il fine supremo proposto da questa dottrina all uomo. l'annientamento in Dio. Suggestione (psieol.): nel significato più generale f> l'evocazione, il suggerimento d’un’ideu o d’un sentimento cho qualcuno esercita, volontariamente o no, sulla coscienza d’un altro Individuo o ambe di se stesso (autosuggestione), e che agisce, senza trovare resistenza, sulla condotta e sul modo di pensare di questo. È comune nella vita sociale. _ La suggestione ipnotica consiste in un comando cui il soggetto obbedisco senza riflettere, senza cho II suo consenso intervenga: per una specie «Vautnmatismo irresistibile, egli compie tutto ciò elio gli viene suggerito, subisce, illusioni, allucinazioni, iperestesie, anestesie dei sensi ccc. Superuomo: termine usato da Goethe nel Faust o reso popolare da Nietzsche ; è la concezione idealo d’un tipo futuro di personalità superiore, d'una specie lituana meglio dotata di quella attuale. nell’umanità deve apparire tuia specie più forte, un tipo superiore, che abbia all re condizioni, per creare c conservare, clic rurnno medio Tn una prima conSussunzione Tempo codone U superuomo era per Nietzsche il gonio che s’innalza sulla folla e la domina. Sussunzione (dal lat. subsumcre = subordinare; gr. u 7 c 6 X 7 )^/i£) {Ionica): è una forma di ragionamento che consiste nel pensare un individuo come compreso in una specie, o una specie in un genere, o un fatto come l'applicazione d’una leggo. .-per Aristotele il unionismo di sussunzione è il solo perfetto ; in esso il termine medio è soggetto nella premessa maggiore e predicato nella minore; p. e: « l’uomo è mortale, Socrate è uomo; quindi Socrate è mortale ». T Tabula rasa {film.): a una tavoletta di cera su cui nuda è scritto viene paragonata daU’empirtono l’anima umana, la quale nel suo nascere non ha ideo o cognizioni innate. L’espressione si trova nel De anima d "Aristotele: &rsT:tp èv Ypa[xu.o!T£t(p té \j.r,Sh ùitxpxsi y£vpx'j.;j.£VOv {sirut tabula rasa in qua nihil est scriptum, traduce 8. Tommaso). Teismo (/ilo*.): si applica alle dottrine ohe ammettono un Dio personale, trascendente, creatore del mondo; 6 proprio del Giudaismo, dcllTsliunismo e, più particolarmente, del Cristianesimo. Teleologia (dal grt£Xo; = fine e Xóyo? discorso: scienza dei fini) (/iios.): dottrina che ammetto una specie di ragione cosmica o un essere supremo ohe agisca per cause finali, cioè per l’attuazione di determinati fini nel mondo e negli esseri. È iniziata da Anassagora, sviluppata da Platone, da Aristotele, dagli Stoici ccc. per Kant la vita della nat uni, pur essendo soggetta al principio di causa e a leggi meccaniche, rivela tuttavia un’arte tutta interiore, grazio alla quale essa si organizza, produco esseri organizzati o viventi, che possono essere detti fini della natura. Però l’ammettere questi fini non ha il valore di un principio costitutivo, ma solo regolativo, cioè «esprime la regola senza la quale l’organizzazione della natura sarebbe inesplicabile per la nost ra intelligenza ». Temperamento (gr. xpaot? = mescolanza; trad. lat. temperamentum)(psicof.): dalla mescolanza dei vari umori del corpo {sanane, bile, atrabile, linfa) e dai predominare d’uno di essi i Greci dedussero la distinzione dei quattro temperamenti (sanguigno, bilioso o collerico, melanconico, linfatico), distinzione che tuttora si conserva. II temperamento lia il suo fondamento nella vita fisiologica, specialmente nel sistema nervoso, consideralo in relazione con l’attività psicologica; è ereditario. Tempo ( filo ».): vi sono due principali concezioni del tempo : realistica o oggettiva, die ci ò data nella sua forma tipica da Newton per cui il tempo lia esistenza reale, assoluta, senza relaziono con le coso esterne, o scorre in so stesso in maniera uniformo per sua propria natura, seuzu rapporto col mutamento. È bensì vero che !a divisione umana del tempo in ore, giorni, mesi, anni è relativa; perù tale relatività diponde dalia mancanza d’un movimento uniforme atto u misurare il tempo in modo preciso e noti contraddice al carattere assoluto ili questo. (La relatività della misura umana del tempo è sostenuta duo secoli dopo da E. Poincaré, fondandosi sul fatto che tale misura si compie sulla durata dell’anno solare, la quale ò variabile; la nostra misura del tempo è soltanto comoda, utile por le usigenzo umane, non vera e assoluta). idealistica e soggettiva: preannunziata da Leibniz, pel qualo il tempo esprimo l'ordine di successione dello nostre percezioni, appare nel suo carattere più spiccato in Kant: il tempo è intuizione pura, la forma a priori dei fenomeni del senso interno, cioè dei processi psichici, la condizione necessaria e universale dello nostro percezioni; quindi è soggettivo, in quanto è un’attività dello spirito umano, ma è al tempo stesso oggettivo. In quanto è condizione d'ogni possibile esperienza. secondo Aristotele a noi è dato solo il tempo itrescnle, perchè 11 passato non 6 più c il future non ò ancora; quindi il presente è il limite fra 11 passato o il futuro; fra tempo e movimento esiste un rapporto, in quanto il primo è la misura numerica del secondo e contiene in sé distinzioni e divisioni che possono essere calcolate o sommate. Agostino, pur affermando che Dio ha creato il tempo, e con ciò attribuendo valore oggettivo al tempo, però quando lo considera nel suo aspetto umano e psicologico, lo interiorizza, 10 pensa come soggettivo, lo definisce una distenmo animar, per la quale tutto 11 tempo è presente, giacché il passato Teodicea Teosofia ò presente nella memoria, li futuro nell’aspettazione, mentre l’attenzione ci dà la coscienza del momento presente (v. durata). Teodicea (gr. = dioc 8t*/.aia= cose giuste) (/ ilos .): tonnine coniato da Leibniz per indicale quella parte della teologia naturale che tratta della giustizia di Dio, ossia mira a giustificare j la presenza del malo nel mondo e a conciliarla con la bontà divina, o ad accordare inoltre la libertà umana con* la realtà della provvidenza e pre-scienza di Dio. Per estensione comprende la trattazione. dell’esistenza e degli attributi della divinità. Quindi, se il nome è recente, l’argomento è oggetto di studio fin dall’antichità greca (Platone, Aristotele, Stoici ecc.). Teofania (dal gr. 9 -eó; = dio c «patveiv ss apparire) ( filos. c relig.): ò il manifestarsi della divinità, sia in maniera diretta, sia, in un significato più esteso, indirettamente nelle sue opero o nell’universo. Teologali (virtù): v. virtù.'reologia (gr. dio e \ 6 yo$ = discorso) ( relig . e filos.): è la dottrina che ha per oggetto la divinità, i suoi attributi, i suoi rapporti con l’universo e l’uomo. -la teologia rivelata o sacra s’appella. nella sua trattazione, solo alla parola di Dio rivelata nelle Sacre Scritture o ai dogmi. la teologia razionale sottopone l’oggetto della fede all’esame critico della ragiono. Teoria (gr. -ilstopCa = investigazione intellettuale, scienza) (filos.): in opposizione a prativa, designa la ricerca pura, disinteressata, indipendente dalle applicazioni pratiche, non solo nella filosofia, ma anche nelle scienze, come la fisica c la chimica. in opposizione a sapere volgare esprime la trattazione metodica, sistematica, conforme a determinati principi, o anche appoggiamosi a ipotesi scientifiche. nel significato (li contemplazione, vedi questo termine. Teoria biologica della conoscenza (filos.): è la dottrina che fa derivare l’impulso al conoscere dalla vita, intesa nel suo significato biologico, fondandosi sopra l’ipotesi che lo spirito umano sia soltanto un’efllorescenza, una sublimazione, un prolungamento della vita: perciò la conoscenza risponde alle necessità prime e fondamentali doll’esistenza; la conoscenza, dapprima confusa e soggettiva, conio nell’te/w/o, si va facendo più cosciente e cliiara, toccando lo suo torme più elevate nella scienza c nella filosofia. Teoria della conoscenza (filos.): ò la dottrina cho serve da introduzione alla filosofia e rivolge l’attenzione non sull’oggetto conosciuto, ma sullo stesso soggetto in guanto conosce, sullo spirito umano nella funzione del conoscere; in altre parole, è il ripiegarsi della mente sopra se stessa per indagare il potere che essa ha di conoscere. È stata concepita con chiarezza da Locke e, ancor più profondamente, da ICant, che mira con la sua Critica della ragion pura a ricercare le fonti, i limiti, il valore della facoltà conoscitiva deiruomo. Hegel nega la possibilità d’una teoria della conoscenza, affermando cho ò Impresa chimerica voler fissare 1 limiti della ragione, anzitutto perché una ragione limitata non è più una ragione; in secondo luogo perché la ragione soltanto può far la critica della ragloue e, se questa riconosce e definisce i propri! limiti, con ciò non fa altro che oltrepassarli, dal momento che la conoscenza del limite implica necessariamente la conoscenza di ciò che sta al di là del limite. Teoria economica della conoscenza (filos.): designa la dottrina cho, per comprendere il legame tra i fenomeni, rinunzia al principio di causa e si vale soltanto dell'idea di funzione (si vegga questo termine), riducendo a una pura convenzione la differenza tra fenomeno fisico o fenomeno psichico. Ufficio essenziale della conoscenza ò soltanto di descrivere 1 fenomeni e i loro rapporti funzionali nel modo più semplice e con la maggior possibile economia, riducendo una lunga serie di esperienze a una formula abbretriata, cho risparmi! ulteriori esperienze, dispensi da ràgionamentì o eolcol 1 ?omplicatÌ, e riduca la trattazione dei fatti alla più semplice descrizione. È rappresentata da H. Avenarius (v. empiriocrilicismo ), dal fisico Mach e dalla Scuola di Vienna: ha tendenza antimetafisica. Teosofia (gr. fi-sóc = dio e 009£a = saggezza): si può dire una metafisica religiosa, in cui entrano clementi di varia natura e di diversa provenienza. L’idea-comune alle varie dottrine teosofiche è di giungere alla conoscenza di Dio e delle cose divine mediante l'apTermini 94 Tradizionalismo profondiment o della vita interiore e obbedendo al precetto mistico clic « rientrare In sé j equivale ad « elevarsi a Dio: in hurnano animo idem est minimum quoti intimimi : nell’anima ciò che vi è di più alto e di più profondo coincidono (Riccardo di S. Vittore). Questo procedimento rivela forze spirituali che si sottraggono alla volontà umana o diurno luogo alla saggezza, alla calma e serenità interiore. Una credenza teosofica caratteristica è l'evoluzione dell'anima attraverso la catena dello esistenze, la dottrina della reincarnazione. I ermini del sillogismo = v. sillogismo. Terminismo (filos.): è il nome dato al nominalismo di Guglielmo d’Occam, pel quale ogni cosa reale ò individualo (quaclibet res co ipso quoti est, est haec rcs) e sono vere lo proposizioni quando si riducono a termini, cioè ad espressioni vorbali che esprimano esseri individuali. Terzo escluso (principio del) (logica) : afferma che di due proposizioni contraddittorie se l’una è vera, l'altra ò necessariamente falsa; una terza proposizione non ò possibile. È stato formulato da Aristotele. Iesi £48-1600). anima del mondo, antropocentrismo, coineklentia oppositorum, individuo, intelletto, monade, monadismo, panteismo, principio, umanesimo. Buchnkr: materialismo. Bit RH) A no: Buridano (asini» .n). CAMPANELLA: conosci te stesso, pri nudità. CANTONI: neo-kantismo t 'arnkadk: Accademia, ignava ratio, progressus in intìnitum, relativo. Cartesio: auCoscienza, autorità, bene, buon senso, cartesianismo, cogito, conosci te stesso, corpo, creazione continuata, criterio, deduzione, Dio, dualismo, dui», bio, errore, essenza, estensione, esterno (mondo), formale, gianduia pineali?, idea, illuminismo, immediato, innato, legge, lume naturale, materia, oggettivo, ontologica (prova), parallelismo, passione, percezione, qualità primarie, schema, sostnnzialismo, spazio, spiriti animali, spiritualismo. CICERONE: anticipazione, aporia, catalettica, cosmopolitismo, eclettismo, etica, neo-pitagorismo. Comtk: discontinuo, filosofia della storia, positivismo, relativismo, sociologia. COXPTLLAO: sensismo. Condorcet: progresso. ( Vij’krnico: antropocentrismo. Cousin: eclettismo. CROCE: bello, neo-hege Usino. Cesano: alterità, coincidentia oppositorum, doeta ignorantia, emanazione, explicatio, individuo, macrocosmo. Darwin: darwinismo. De Bonald: tradizionalismo. Democrito: analisi, anima, atomo, essere, filosofia, infinito, materialismo, meccanico, monadismo, nulla, qualità primarie, spazio. Dkstutt de Tràcy: ideologia. Dilthey: comprendere. Dubois-Reymond: ignorabimus. Dugàld Stewart: senso comune Duns Scoto: anima, eeceità, individuazione, volontarismo. Einstein, relativo. Empedocle da GIRGENTI: amore, elemento, infinito, pluralismo. ENEsrDEMO: relativo, tropi. Epicurei: anima, anticipazione, edonismo, empirismo, errore, etica, piacere. Epicuro: atarassia, atomo, beatitudine, canonica, dinamen, dualismo, idoli, intermuncU, spontaneo, utilitarismo. Epitteto: stoicismo. Eracuto: anima, attualismo, coincidentia oppositorum, conosci te stesso, divenire, logos, polipiatin. Esiodo: etica. Euckkn: astrazione, attivismo. Euhemkro (IN’ sec. a. Cr.): ovemerismo. Fechner: legge di K., jwicofiaica. Feuerbach: umanismo. Fichte: antitesi, esterno (mondo), idealismo, immaginazione, io, moralismo, romanticismo. Stato, volontarismo. FICINO: Accademia, neo-platonismo. Filone: logos. Focilide: gnomica. Freud: psicanalisi. Galileo: antropocentriamo, autorità, causa, compositivo, empirico, epagoge, esperienza, esperimento esterno (mondo), filosofia naturale, induzione, legge, numero, qualità primarie, ragione, risolutivo, scienza. Gall: frenologia. GENTILE: atto puro, attualismo, autoetwi, idealismo attuale, neo-hegelismo. Geulinx: cartesianismo, cause occasionali. Gilsox:’ illuminazione. GIOBERTI: creazione, dualità, ente, esistenza, formula ideale, intuito, metessi, ontologismo. Giustino: apologetica. Gnostici: gnosi, intuizione, pleroma, non essere. Goethe: analisi, superuomo, umanesimo, volontarismo. Haeckiu: biogenetico. Hamilton: intuizionismo. IXartley): associazionismo. Hartmann: incosciente. Harvrt: anima. Hegel: acosinismo, antitesi, attualismo, conosci te stesso, contraddizione, dialettica, Dio, essere, esterno (mondo), evoluzione, fenomenologia, filosofia della storia, idea, idealismo, intellettualismo, io, liberti politica, non essere, ontologica (prova), ottimismo, panlogismo, rappresentazione, razionale, razionalismo, religione, romanticismo. Stato otico, storicismo, teoria della conoscenza, tesi, volontà. Heidegger: angoscia. Helmuoltz: proiezione. Herbart: appercezione, pluralismo, volontà. Herder: umanesimo. Hobbes: contrattualismo, illuminismo, piacere. Stato. Humboldt: coltura. Hume: abitudine, analisi, associazione delle idee, associazionismo, corpo, credenza, empirismo, osterno (mondo), fenomenismo, idea, impressione, positivismo, religione, soggettivo. Husserl: eidetico, fenomenologia. Hutciieson: senso morale. Huxley: agnosticismo. Hyde: dualismo. James: emozione, pragmatismo, volontà di crederà Janssen: giansenismo. Kant: analisi, analitica, antinomia, antitesi, antropologia, a posteriori, appercezione, apriorismo, assoluto, autocoscienza, autonomia, bello, bene, carattere, categorie, conosci te stesso, cosa in sé, cose e persone, coscienza trasccnd.. cosmologia razionale, credenza, oritiea, criticismo, deduzione trascend-, dialettica, dignità, Dio, dogmatismo, dovere, dualismo, empirico, epigenesi, esperienza, esperienza possibile esterno (mondo), estetica, etica, fenomeno, filosofia, line in sé, forma, generatio spontanea, giustizia, idea, identità, illusione metalisica, immaginazione, immanente, immortalltà. imperativo. individualismo, innato, in sé, intelligibile, intendimento, intenzione, intuizione, legalità, legge, libertà, limitativi, metafisica. modalità, natura, neokantismo, noumeno, oggettivo, oggetto, ontologia, ontologica (prova), |iaralogiamo, passione, pensiero, persona, piacere, [inssibile, pratico, predeterminismo, primato, progresso, psicologia razionale, ragione, razionalismo, recettività, regno dei tini, regressus, relativo, romanticismo, schema, sensibilità, sintesi, soggettivo, soggetto, sostanza, spazio. Stato, sublime, tempo, teoria della conoscenza, trnnoendontale, trascendente, volontà, volontà buona, volontarismo. Kirkegaard: angoscia. Ivlaues (vivente): anima. Krause: panenteismo. Lachelier: cause finali, i riduzione. 1. A lande (vivente): logistica. Lamennais: tradizionalismo. Laplace: meccanica. Leibniz: antitipla, appercezione, appetizione, armonia prestabilita, atto puro, bene, contraddizione, Dio, energia, entelechia, idealismo, identità, illuminismo, incosciente, individuazione, individuo, infinito, innato, intellettualismo, male, materia, monade, monadismo, monismo, ontologica (prova), ottimismo, percezione, pesona, piacere, pluralismo, ragion sufficente, rappresentazione, schema, sostanzialismo, spazio, spiritualismo, spontaneo, subcosciente, tempo, teodicea. Leonardo da VINCI: filosofia naturale. Lessino: umanesimo. Locke: analisi, astrazione, contrattualismo, empirismo, esperienza, esterno (mondo), ideo, modo, qualità primarie, rappresentazione, ritleesione, spazio, Stato, teoria della conoscenza, tolleranza. Lotze: panpsichismo, valori (filosofia dei). LUCREZIO: elmamen, internimid ;, progresso. M,|M 1018V fenomenismo, induzione, Uacii u . ft Bell» con»poHÌtivfeino, icona t .ri-,)«gostinismo, corMalebranche -e: etica, gnomica. Spencer: agnosticismo, altruismo, a posteriori, associar. One dello idee, associazionismo, evoluzione, inconoscibile, libertà, omogeneo, relativismo, sociologia. Specsippo: Accademia. Spinoza: acosmismo, adeguato, amore, animo del mondo, assioma, attributo, beatitudine, bene, cartesianismo, causo sui, cor[x>, determinazione, determinismo, Dio, ente, orrore, esistenza, essenza, estensione, esterno (mondo), immaginazione, inimanente, in sé, intelletto, intelligenza, Intelligibilc, monismo, necessario, panenteismo, panpsichismo, panteismo, parallelismo, passione, per sé, ragione, razionalismo, schema, sostanzialismo, spazio. Staiil: animismo. Stoici: adialora, uuima, anima del mondo, anticipazione, apatia, ascetismo, asoroatieo, assenso, atarassia, autarchia, beatitudine, catalettica, cosmopolitismo, empirismo, esperienza, etica, filosofia, ignava ratio, indifferenza, legge, logos, macrocosmo, male, nihil est in intelleotu, ottimismo, panpsichismo, panteismo, passione, religione, ritorno eterno, saggio, spirito, stoicismo, teleologia, teodicea, virtù. Stuart Mill: altruismo, associazionismo, concordanza, differenza, edonismo, etica, induzione, positivismo, residui, variazioni. Tainb: analisi, associazionismo, positivismo. Talete: filosofia, uno. TempieR: Averroismo. Teognidf. : etica, gnomica. TertulUANO: allegorica, traducianismo. Timone: pirronismo. TOCCO: monismo, neo-kantismo, AQUINO: analogia, anima, a posteriori, a priori, contingente, contmgentia mundi, cosmologica (prova), creazione, determinismo teologico. Dio. forma, idea, immanenza, individuazione, intelligenza, ipostasi, metafisica, movimento, neo-scolastica, neo-tomismo, ontologica (prova), prcdeterminismo, ragione, sinderesi, spiritualismo, Stato, tabula rasa, tomismo, univoco, volontarismo. Tonnies: sociologia. Vaihinoer: come se, iinziouc. Valentino (II sec.): coni, gnosi. Valkby: identità. Vauhmioli: demone. VICO: corsi e ricorsi, degnila, filosofia della storia, legge, provvidenza, verità. Vittorini: mistica, teosofia. Voltaire: ottimismo. Winuelband: scienza, valori. Wolff: pratico, psicologia razionale, razionale. Wundt: metafisico, normativo, psicologismo, scienza, volontarismo. Zenone Ozici: stoicismo. Zenone Eleatico: antinomia, dialettica. z za jr'srs' PRINCIPI DI LOGICA, LIVORNO, GIUSTI, Livorno, Tipografia di Raffaello Giusti. Una tendenza naturale e invincibile dello spirito umano in ogni momento della sua storia e del suo sviluppo lo spinge a conoscere e a spiegare i fenomeni che cadono sotto i sensi; un tale bisogno s’applica dapprima alle cose che hanno o sembrano avere un’utilità pratica e sono favorevoli alla conservazione e al miglioramento dell’esistenza ; più tardi, quando la lotta per la vita è divenuta meno aspra, la curiosità e la ricerca si l’anno a mano a mano disinteressate e sono coltivate per sè stesse, senza mirare in modo esclusivo alle necessità pratiche. Sorge allora il sapere scientifico, si formano lentamente le singole scienze e la filosofia, le quali si possono ben considerare come il prodotto più elevato e più pregevole dell’ intelletto umano, del quale mettono in chiara luce tutta la mirabile potenza. Qualunque scienza oggi si consideri, si possono in essa distinguere duo cose : la materia ossia Voggetto studiato ; la forma ossia l’insieme delle operazioni che la mente nostra compie e dei procedimenti che adopera per conseguire la scienza di quell’oggetto e per giungere alla conoscenza vera delle cose. Valga a chiarire tale distinzione l’esempio della psicologia sperimentale : la materia di questa scienza è costituita da fatti psichici, cioè da quei fatti che ognuno può constatare nella propria coscienza come sensazioni, percezioni, idee, sentimenti, desideri, volizioni ; ma per ottenere la conoscenza scientifica della materia psicologica occorrono svariate operazioni tra loro strettamente connesse. Innanzi tutto è necessario formarsi un concetto ben chiaro del fatto psichico, determinando con precisione i caratteri che gli sono propri e che lo distinguono dagli altri fatti naturali, oggetto delle altre scienze; inoltre, poiché i fatti psichici, come si presentano alla nostra osservazione, mostrano fra loro differenze più o meno spiccate, sorge l’esigenza d’una classificazione in fatti di conoscenza, di sensibilità, di volontà, dei quali bisogna poscia ottenere una descrizione accurata, indagare le connessioni, ricercare e stabilire le leggi. In queste operazioni e in altre simili ad esse, che prescindono dalla materia e dal contenuto delle varie cognizioni, consiste l’ufficio della logica, la quale si può quindi definire come quella parte importante della filosofia, che ricerca e studia i principi formali della conoscenza, ossia, per parlare con maggior chiarezza, qnellc cond izioni che debbono essere soddisfatte, affinchè una cognizione, qualunque possa essere il suo contenuto, si debba considerare come validamente costituita, ben fondata e vera, non come un semplice caso o una supposizione inconsistente. In questo modo mentre le altre scienze s’occupano d’oggetti particolari, le matematiche del numero e dello spazio, la fisica dei fenomeni luminosi, elettrici, termici eco., la fisiologia dei fenomeni vitali, la logica si occupa invece delle condizioni generali della scienza stessa, in quanto mira ad assicurarci della verità formale di ciò che pensiamo, delle nostre idee e dei nostri ragionamenti, qualunque ne possa essere il contenuto. Si comprende quindi facilmente come la logica venga ritenuta una disciplina filosofica generale al pari della metafisica e della teoria della conoscenza o, con parola greca, gnoseologia, le quali si riferiscono a tutto il contenuto del nostro sapere e non a parti determinate di esso. 2. Divisione generale della logica. I principi formali della conoscenza si distinguono generalmente in semplici e complessi, secondochè si riferiscono alle forme elementari del pensiero, oppure alle forme dette metodiche, a costituir le quali ultime le prime contribuiscono come dementi. Quindi la divisione più razionale della logica è quella che distingue in essa due parti principali: la prima comprende lo studio delle forme elementari del pensiero, che sono il concetto, il giudizio, il sillogismo, nei quali si risolve ogni pensiero, per quanto grande sia la sua complessità ed ai quali corrispondono gli elementi linguistici, la parola, la proposizione, il ragionamento. La seconda parte abbraccia lo studio delle forme metodiche che le scienze vengono applicando per acquistare nuove cognizioni e por ordinare e provare le cognizioni acquistate ; onde questa parte dicesi metodologia, e tratta del metodo inventivo che indica le norme, con le quali si possono estendere le nostre conoscenze, e del metodo sistematico, cioè dei procedimenti coi quali la scienza ordina le sue conoscenze. La storia della scienza ci dimostra chiaramente che il metodo non si costituisce a priori, cioè prima che una scienza sia formata, ma piuttosto si deduce dalla scienza, quando questa ha raggiunto un certo grado di sviluppo ; anzi si può dire che il metodo si trova spesso in ritardo rispetto al cammino che percorre la scienza, nello stesso modo che i trattati dell’arte poetica sono l’espressione tardiva dell’arte contemporanea. Infine bisogna notare che ogni scienza speciale presenta un complesso particolare di norme e di procedimenti, che però non rientra nella trattazione della logica generale, essendo strettamente collegato con la materia che costituisce il contenuto d’ogni singola scienza ; così il fisico, il chimico, il fisiologo, oltreché delle conoscenze generali di logica, fanno uso nelle loro osservazioni e nelle loro ricerche di regole e di mezzi speciali di indagine, che sono propri della scienza alla quale dedicano le loro forze intellettuali. Logica e psicologia ; relazioni e differenze. Le operazioni che formano l’oggetto della logica possono essere considerate sotto due diversi aspetti, ossia sotto l’aspetto logico e sotto l’aspetto psicologico. La psicologia tratta le operazioni logiche come tutti gli altri processi che sono offerti allo studio dello spirito umano, senza occuparsi per nulla della loro validità o della loro forza dimostrativa, stimando clie un cattivo ragionamento valga quanto uno buono, nello stesso modo che pel chimico lo zucchero e il vetriolo sono due corpi d’egual valore per l’osservazione scientifica. La logica invece è stata detta una « scienza ideale », perchè ricerca le leggi che il pensiero deve seguire per procedere alla conoscenza delle cose, ossia ricerca la forma ideale del ragionamento, ciò che dev’essere un buon giudizio, un buon ragionamento. La psicologia studia lo spirito umano qual è, per conoscerne i caratteri, la natura, le leggi e, tende a mostrare come si formano le idee, i giudizi, i ragionamenti e, in una parola, ha per fine di conoscere le condizioni reali delle nostre operazioni intellettuali; la logica mira a conoscere le forme ideali di queste stesse operazioni. Quindi l’una non fa che constatare fenomeni, l’altra ne considera il valore; l’una ricerca come noi pensiamo ordinariamente, l’altra come pensiamo correttamente ; la logica va dal semplice al composto; concetto, giudizio, o legame di concetti, ragionamento, o legame di giudizi ; la psicologia ripudia questo ordine come artificiale, e pone il giudizio come elemento primitivo, affermando che l’uomo ha cominciato a parlare per frasi esprimendo un giudizio e che questa frase può essere o una sola parola, Vatirihuto, o due parole, soggetto e attributo, o tre parole, soggetto, attributo e copula ; ma che sotto queste forme diverse la funzione fondamentale rimane sempre la stessa : affermare o negare. Così, per citare ancora un esempio, che renda più evidenti le differenze che corrono tra la psicologia e la logica, quest’ultima considera il giudizio nella sua forma compiuta, quale lo possiamo trovare nella scienza, nella letteratura, nei dogmi religiosi, o anche nelle affermazioni del buon senso, e che si esprime per mezzo di proposizioni le quali alla loro volta si compongono, nella maggior parte dei casi, di più termini. Invece il psicologo, ben lungi dall’indagare ciò che dev’essere un giudizio affinchè si possa ritenere valido, si chiede ciò che è come operazione mentale e in qual modo si forma : dietro i termini del giudizio egli ricerca le idee, dietro le idee le rappresentazioni ; nelle proposizioni scorge un potere d’analisi o di sintesi capace di dissociare gli eiementi che l’esperienza presenta legati, d’unire quelli che l’esperienza presenta isolati, e vuol trovare l’origine di questo potere dello spirito umano, seguendone l’origine e lo sviluppo, rifacendosi dalle forme più semplici del giudizio quali si presentano nell’ infanzia, per risalire alle forme adulte e più elevato. In conclusione, mentre lo psicologo si pone il seguente problema : per quali influenze fisiologiche, psicologiche e sociali si sviluppa nell’uomo l’abitudine di giudicare, d’affermare e di credere? il logico si propone invece quest’altro: quali caratteri deve avere il ragionamento, a quali esigenze e a quali leggi deve obbedire affinchè possa dirsi regolare, libero da contraddizioni? La logica dunque vuole offrire al nostro pensiero un modello da seguire, se inteude di apprendere l’uso retto e rigoroso del ragionamento ; però, se un tale modello deve avere un valore reale, bisogna che abbia la sua base nella realtà, ossia nella conoscenza degli elementi e delle energie più profonde e costanti dello spirito umano; di qui l’importanza e la necessità della psicologia per lo studio della logica. Le origini della logica razionale. Una lunga civiltà ha abituato non solo gli uomini poco istruiti, ma ancor più quelli educati dalla disciplina scientifica ad ammettere senza riflessione che la log ica razionale, oggettiva, esatta sia sorta in modo spontaneo e naturale e che i logici altro non abbiano fatto che «strame le regole. Vi sono invece buone ragioni per affermare che la logica razionale taira è il risultato acquisito d'unn lunga evoluzione e che la facoltà di ragionare e di inferire, suscitata e alimentata dai bisogni e dalle necessità della vita, è stata essenzialmente pratica ' e ha dovuto fare i suoi primi passi in modo incoerente e poco sicuro. Si è scritto molto e si son fatte numerose congetture intorno nlla costituzione mentale dell'uomo primitivo ; ma lasciando da una parte qualsiasi ricostituzione deU'uomo appartenente alla preistoria, vi sono i selvaggi attuali che, a torto o a ragione, si considerano come equivalenti a quello, e intorno ai quali si hanno notizie numerose, svariate e positive. In questi il livello delle facoltà logiche è assai basso e si mostrano evidenti l'incapacità all'astrazione e la difficoltà estrema a collegare le idee secondo rapporti oggettivi; essi sanno invece rag ionare praticamente, per mezzo di percezioni e di immagini che conducono al risultato atteso cioè, alla conclusione, e hanno il loro fondamento e l'origine nelle necessità vitali e nelle questioni che si pongono di fronte agli agonti naturali e soprannaturali. Per convincersi di ciò basta pensare ai mezzi che l’uomo primitivo ha escogitato pel soddisfacimento dei suoi bisogni : pel nutrimento, la caccia e la pesca ; per difendersi dalle intemperie, le vesti e l'abitazione; per l'attacco e la difesa contro gli animali e i suoi simili, le armi. La costituzione d’uua .logica pura progredisce di pari passo coi progressi della tecnica, secondo le attestazioni dei documenti sturici, che dimostrano essere la tecnica la madre della logica razionale : l'invenzione degli strumenti, degli utensili, della fusione dei metalli, della navigazione, dell’astronomia, dell'agrimensura ecc. Ita costretto a poco a poco lo spirito umano a sottoporsi alla disciplina del ragionare. Terò questi “ ragionamenti, non sono liberi dagli elementi affettivi e fantastici ; infatti noi sappiamo che operazioni profane, come il fabbricare uno strumento o l'edificare una capanna, esigevano un intervento soprannaturale, preghiere, sacrifici, incantesimi, riti vari, forinole magiche ; tutte queste cose erano considerate intermediari indispensabili per arrivare allo scopo, o solo per l’influenza della coltura e della civiltà appare manifesta 1 indifferenza e la vanità di questi mezzi e si fa complota l'emancipa' zione della logica razionale. Quando questo strumento naturale d'esplorazione che è il ragionamento si è affermato e perfezionato con l'esercizio, l'abitudine e l'applicazione perseverante a materie di varia natura, sono venuti i logici clic hanno analizzato, dilucidato l’inferenze corrette o hanno dettato le regole per ragionare correttamente, incominciando con Aristotile al LIZIO a studiare le forme più astratte o più rigorose del ragionamento. Però sono stati primi i sofisti – della SICILIA, come GIORGIA LEONTINO, i più antichi maestri d’eloquenza, che tentarono di rilevare le regole del pensiero corretto, nonché le regole grammaticali e le parti del DISCORSO, delle quali tutti si servivano senza saperlo; l’arte del pensare, le regole della dimostrazione e della confutazione divennero necessarie in quel'giorno, in cui la forza della PAROLA potè modificare il verdetto d'un tribunale o l'opinione d'un’assemblea politica. Ma a questo proposito, non bisogna confondere tra loro la logica e LA DIALETTICA, perchè quest’ultima è, come dice Aristotile, l’arte che apre la strada al vero mediante la discussione dello opinioni; discute, intorno ad un dato soggetto, le opinioni favorevoli e quelle contrarie, no rileva le difficoltà e le contraddizioni, si può, in una parola, considerare come l’arte della discussione. La potenza della (Rjbot, La logique des sentiinents, F. Alcnn] PAROLA – GRICE STUDIES IN THE WAY OF WORDS -- è stata per un certo periodo della storia greca, lo strumento principale per governare; e non solo nelle assemblee del popolo, ma anche nei tribunali, dove sedevano centinaia di giudici, LA PAROLA è come un’arme che adoperala abilmente, raddoppia le probabilità della vittoria, e chi ne è privo, nel seno della propria patria e nella pace più profonda, è cosi esposto agl’attacchi degl’avversari, come se si fosse precipitato nel tumulto della pugna senza spada e senza scudo. Si comprende quindi facilmente come nelle democrazie di quel tempo, LA RETORICA – GRICE LEECH -- , la quale è per metà dialettica e per metà stilistica, siasi coltivata per la prima volta come una professione e prende un posto importante nell'educazione della gioventù. LA LINGUA e il ragionamento. LA PAROLA si deve considerare non solo come un mezzo per comunicare le idee, ma anche come uno strumento efficacissimo per lo sviluppo del pensiero e del ragionamento. L’osservazione della psiche infantile ha dimostrato che non è possibile un certo sviluppo mentale senza l’aiuto della PAROLA nei primi anni di vita del bambino, durante i quali egli percepisce, esperimenta e ragiona senza possedere una lingua propriamente detta, che si sviluppa poscia a poco a poco per un BALBETTIO SPONTANEO – GRICE SIGNIFICATO NATURALE --, pell’ESPRESSIONE dei sentimenti e per influenza della lingua che si parla intorno a lui e che egli cerca d’imitare. Preyer riconosce nel fanciullo una logica senza parole – PAROLA greco PARABOLA parlare parlamento -- che precede di molto lo sviluppo integrale della lingua – GRICE ANALOGUE OF CONVERSATIONAL MAXIMS BEYOND. Infatti, quando il bambino allontana rapidamente la mano dalla fiamma che il giorno prima lo ha bruciato, non compie forse un vero e proprio giudizio di riconoscimento? L’ufficio della PAROLA – greco PARABOLA, parlare, parlamento -- diviene importante quando sorgono l’idee generali, pelle quali LA PAROLA diviene un mezzo indispensabile; infatti i sordo-muti che non hanno appreso la ‘lingua’ tattile esprimono le loro osservazioni in modo vivo o individuale per mezzo di gesti o di movimenti d’imitazione; e appunto per questo carattere individuale e concreto – PARTICLARIGGIATO – IDIOSINCRATICO -- delle loro descrizioni non riescono a formare idee generali chiare e distinte, le quali non si staccano mai bene dalle rappresentazioni singolari. Così, per indicare il cibo e il pasto, essi accennano al proprio corpo, indicano il rosso toccando le proprie labbra, esprimono col gesto l’atto di innalzare un muro, di tagliare un abito; ma non sanno indicare l’idea generale di queste azioni, mancando loro l’udito e la parola. LA LINGUA ha quindi una doppia funzione: una funzione sociale, in quanto è il mezzo piti potente di COMUNICAZIONE – GRICE STEVENSON -- del pensiero; una funzione che si può dire individuale – IDIOSINCRATICA GRICE -- nel senso che ferma per mezzo di formule stabili i nostri pensieri più fuggevoli e più sottili – GRICE: IN WAYS THAT AN ANIMAL CANNOT M-INTEND -- , e li rende ai nostri occhi più chiari e più resistenti. Ammettiamo pure che la potenza del pensiero varchi i limiti d’espressione forniti dalla LINGUA, e che una serie più o meno lunga d’idee possa de-correre nella nostra mente senza che ad essa corrisponda una serie concatenata di parole – GRICE MODELS OF IMPLICATURE --. Così per esempio io posso passeggiare solo attraverso i campi, fermarmi un secondo sulla sponda d’un fosso che io debbo passare: io ne apprezzo coll’occhio la larghezza, misuro lo sforzo che debbo fare e mi trovo senz’accorgermi sull’altra riva. Tutte queste operazioni contengono una serie di giudizi – GRICE JUDGING – EVEN ANIMALS – PIROTOLOGY -- veri e propri, di atti silenziosi. Però in questo e nei casi simili, le idee appaiono quasi come annebbiate, dai contorni indecisi, e sfuggono con estrema facilità, se LA LINGUA – IL DEUTERO-ESPERANTO DI GRICE -- non interviene; e se poi QUALCHE PAROLA improvvisamente viene a mancare, s’arresta in modo brusco l’enunciazione del giudizio, e il pensiero esce con fatica e spesso incompleto od offuscato. Il possedere una lingua ricca e atta ad esprimere le più tenui sfumature del pensiero, equivale, pel pittore, all’avere una tavolozza ricca di colori – GRICE FREGE FARBUNG and/but -- coi quali si possano porre in rilievo i minimi particolari d’un quadro. Certo non bisogna dimenticare che se UNA LINGUA ben fatta e abbondante è il migliore strumento di progresso per l’intelligenza, tuttavia occorre che questa senta il bisogno di servirsene. Il vocabolario usuale d’una persona dedicata agl’uffici più umili – dice BERNSTEIN -- della vita si compone tutt’al più di qualche centinaio di parole, appunto perchè queste sono sufficienti alle sue necessità intellettuali; e la povertà della LINGUA d’alcuni popoli – GRICE’S ESKIMO -- che vivono in uno stato di rozzezza primitiva, non è la causa, ma l’effetto della loro po Hoffding, Psychologie, Alcan] vertà mentale. Infine è da notarsi che se il concetto non può far di meno d’una forma espressiva, la forma espressiva non ha per sua necessaria condizione una forma logica o un concetto. La logica e l’educazione dello spirito. Lo storico Tucidide dice che in una nazione colta e civile si esige non già che tutti i cittadini debbano essere capaci di trovare la soluzione dei problemi che loro si presentano, ma che sappiano giudicare con criterio retto ed equanime le soluzioni trovate ed affermate dagli specialisti. Per raggiungere questo fine, oltre ad un certo complesso di cognizioni letterarie e scientifiche, sono indispensabili le buone abitudini intellettuali, che ci avvezzano a considerare le cose con pazienza, a scorgere facilmente la falsità delle soluzioni affrettate e troppo semplici, e a convincerci che a conoscer bene la realtà occorrono analisi prudenti e ossorvazioni accurate e ripetute. Inoltre lo spirito deve avere l’amore disinteressato del vero, assoggettarsi alla sola evidenza razionale, veder chiaro nelle proprie idee, non prendere le proprie preferenze per buoni argomenti, i propri pregiudizi o le proprie passioni per dimostrazioni valide. Lo studio coscienzioso della logica può recare un aiuto efficacissimo a questo scopo, divenire quasi un’igiene dello spirito e la preparazione necessaria ad ogni istruzione scientifica seria e profonda; e questo si può affermare per più ragioni. Anzitutto la logica è utile considerata come scienza per sè stessa ; infatti, poiché V intelligenza è lo strumento indispensabile in ogni ramo di cognizioni scientifiche e queste ultime non si possono pensare senza di quella che in certo modo le crea e le sviluppa, ne viene che è necessario all’uomo conoscerne l’intima struttura ed il valore intrinseco, nello stesso modo che nessuna persona sensata vorrà adoperare uno strumento qualsiasi senza possederne una qualche cognizione. In questo caso la necessità è di gran lunga maggiore, poiché si tratta di conoscere come opera e come funziona ciò che Bacone ha denominato instrumentum instrumentorum. Però lo studio delle operazioni logiche del pensiero ha un’altra ragione pur grave, se si considera come disciplina dell’intelligenza, come conoscenza tecnica necessaria per aguzzare e rafforzare la facoltà del ragionamento e per rendere più pronto e più sagace lo spirito d’osservazione. Il vedere come la nostra mente, partendo dall’osservazione dei fatti e paragonandoli fra loro, riesce ad ottenere una cognizione generale, una legge naturale che ordina e rischiara tutta una serie di fatti, ci aiuta a comprendere come si acquista il sapere e per quali condizioni questo sapere deve rispondere alla verità, e rendere più forte l’attitudine a cogliere i rapporti fra le cose. Invece, l’accettare da altri una scienza bell’e fatta, la quale non richiede da noi altra briga che quella, troppo leggera, di credervi, non ci fornisce l’abito della critica, il desiderio della prova rigorosa, e ci abitua a prestar la stessa fede ai fatti constatati, alle leggi saldamente stabilite, e alle ipotesi probabili e solo possibili ; il sapere che una verità è ammessa come certa non è come sapere in qual maniera, con quali procedimenti e con quante precauzioni quella si stabilisce, come nacque, come crebbe e venne formandosi. Solamente in questo modo si impone il rispetto e l’amore della verità scientificamente fondata e si formano le intelligenze libere, attive, desiderose di conoscere, educate all’osservazione e alla critica, e tolleranti delle opinioni altrui. Un pregiudizio assai diffuso pone la memoria come unica base dell’educazione intellettuale, e si considera come cosa importantissima il versare nella mente il più gran numero possibile di cognizioni, il ripetere con precisione tutto ciò che è entrato passivamente nel cervello. E questo un errore fatale, poiché s’è constatato infinite volte che in un breve periodo di tempo si dimentica una gran parte di ciò che si è studiato meccanicamente con grande fatica. Ciò che più importa è invece abituarci a pensare colla nostra testa, formare lo spirito d’iniziativa : il fanciullo che impara a camminare, impara appunto perchè va colle sue gambe e non colle altrui ; insegnare ad osservare, scrive il Gabelli, è insegnare a pensare, a operare, a vivere, è infine formare la testa, intento principalissimo dell’ istruzione ; quando invece l’offrire, o l’imporre dogmaticamente le cognizioni bell’e fatte, è annegliittire l’intelligenza, uccidere la spontanea attività del pensiero, consumare l’anima. Certo non si può negare che si può divenire un grande scienziato e un finissimo ragionatore senza aver latto uno studio speciale della logica, nè questa sa rendere forte e penetrante uno spirito che è naturalmente falso ed ottuso; ma come lo studio coscienzioso della grammatica, senza formare da sè solo lo scrittore, gli concede il possesso sicuro della lingua, così lo studio delle leggi che il pensiero segue nella conoscenza rende più sicuro e robusto l’organo del ragionamento. Quindi, se la logica riflessa è insufficiente quando le venga meno l’aiuto della logica naturale, la quale non si impara sui libri e nelle scuole, ma si ha dalla natura, quando invece questa vi sia, la nostra mente può essere più facilmente avviata ad usare del pensiero con abilità e con frutto. Gabelli, L’istruzione in Ilalia, Bologna, Zanichelli. Poiché la logica mira ad assicurarci della verità e della validità delle nostre cognizioni e dei nostri ragionamenti, si presenta naturale la domanda se esistano principi o leggi fondamentali, alle quali ogni nostro pensiero debba obbedire affinchè possiamo essere certi della sua verità. Il principio di identità, il principio di contraddizione, quello del terzo escluso fra i contradditori, e il principio di ragion sufficiente esprimono appunto le condizioni necessarie per le quali noi possiamo pensare correttamente, e sono leggi di ogni realtà spirituale valevoli per le creazioni estetiche non meno che pei pensieri logici e per la vita pratica. Il principio d’identità si esprime colla formula: A è A, ed afferma l’identico dell’identico, che ogni cosa è uguale a sé stessa. La parola identità, presa nel suo significato etimologico indica che la cosa, che noi ci rappresentiamo in diversi tempi sotto diversi nomi, in diverse combinazioni è sempre identica a sé stessa ; però questo principio non deve affermare che nel giudizio il soggetto e il predicato debbano dire esattamente la stessa cosa, essendo un tale giudizio affatto vuoto di senso, come se dicessi che « un circolo è un circolo » che « questa mano è questa mano » ; un giudizio di tal fatta è una vera e propria tautologia priva d'un valore qualsiasi per la conoscenza e, non a torto è stato detto giudizio idiotico, giacché solo un idiota potrebbe compiacersene. Occorre invece che il predicato esprima qualcuna delle qualità che appartengono, oppure che possono aggiungersi al soggetto: Galileo è il fondatore della fisica, Newton ha scoperto le leggi dell’attrazione universale. Il principio di identità enuncia dunque l’impossibilità di pensare un concetto dato e i suoi caratteri come dissimili reciprocamente: vi è equivalenza assoluta tra un tutto e la somma delle parti che 10 compongono, tra un concetto e la totalità degli attributi che lo costituiscono ; cosi si può dire che una cosa è uguale a sè stessa, oppure A = A. Anche quei giudizi nei quali in apparenza il soggetto e il predicato sono parole identiche, in realtà non sono tautologici. Così quando dico: la guerra è la guerra, intendo di manifestare il pensiero' che, una volta intrapresa una guerra, non è da maravigliarsi delle conseguenze triste che ne possono derivare; quando dico: i bimbi sono bimbi, col soggetto voglio esprimere solo l’età infantile, col predicato le qualità ad essa congiunte. Il principio di contraddizione dice che due giudizi dei quali l’uno nega quello stesso che l’altro afferma: A è B, A non è B, non possono essere veri nel medesimo tempo, ma se l’uno è vero, l’altro è necessariamente falso. Aristotile dà questo significato al principio di contraddizione, che giudica il più certo di tutti (aùii) TtaaCtv iait $e$a.'.oxb.Tt] tC5v àpx® 7 )» poiché non è possibile che alcuno pensi che la stessa cosa sia e non sia (àSuvzrov yàp ÓvtivoOv Taùxòv OnoXa|i^àv£iv efvzt xai fitj eivat). Molti secoli dopo il filosofo tedesco Leibniz ha dato un’altra formula del principio di contraddizione, che è la seguente: A non è non A; mentre la formolo aristotelica riguarda la relazione tra un giudizio affermativo ed uno negativo, invece quella del Ijiilmiz si riferisce alla relazione che passa tra soggetto e predicato in uno stesso giudizio, e significa che un giudizio è falso quando il soggetto e il predicato si contraddicono ; Aristotile ha voluto dare non già un criterio per stabilire la verità o la falsità d’un giudizio, ma solo negare la possibilità di ritener vere nel medesimo tempo l’affermazione e la negazione; invece Leibniz ha inteso di porre un principio, per mezzo del quale si potesse riconoscere la verità in tutte le forme della conoscenza. Però le due formule esprimono alla fine una sola e stessa legge del pensiero umano. Infatti che/significa: un predicato B è in contraddizione con un soggetto A? che un affermazione, la quale attribuisce il predicato B al soggetto A, per es. il sangue caldo ai rettili, contiene una contraddizione. Non vi è altra via, per la quale una contraddizione divenga possibile se non questa, che il giudizio il quale attribuisce il predicato B al soggetto A, contraddica ad un altro giudizio, il quale neghi che il predicato B possa convenire al soggetto A; e poiché quest’ultimo giudizio; A non è B, i rettili non hanno il sangue caldo, è evidente di per sé o per altre ragioni note, la contraddizione annulla il primo giudizio ; e ciò avviene secondo il principio enunciato da Aristotile, che le due proposizioni non possono essere vere ambedue nel medesimo tempo. Il filosofo greco Eraclito sostenne la coesistenza ilei contrari, partendo dal principio fondamentale del suo sistema, pel quale attribuisco alla materia il cambiamento continuo delle formo e delle proprietà, cosicché tutto ciò che vive è soggetto nd una distruzione incessante e ad nn incessante rinnovamento, o quando il nostro occhio crede di afferrare qualche cosa di permanente, è vittima d’una illusione, giacché tutto in realta è in un perpetuo divenire, navi* pei. Noi non possiamo, egli dice, discendere due volte nel medesimo fiume, perchè di continuo porta nuove acque; quindi noi discendiamo nel medesimo fiume e non vi discendiamo, noi siamo e non siamo; il bene o il male sono una sola o stessn cosa; la dissonanza è in armonia con se stessa; l’armonia invisibile (cioè quella che risulta dei contrari) è migliore di quella visibile,. Ora con una concisione degna d’un oracolo, ora con precisione e ampiezza mirabile, formula la proposizione che la legge del contrasto regge tanto la vita degli uomini quanto la natura, e che non sarebbe meglio por questi ottenere ciò che desiderano, vale a diro vedere tutti i contrari fondersi in una vana armonia. Il principio del terzo escluso e il principio di ragion sufficiente. Il principio del terzo escluso afferma che tra due giudizi contradditori, A è B, A non è B, non è possibile un terzo modo di essere, una terza via d’uscita, e che uno dei giudizi è necessariamente vero, perchè ambedue non possono essere negati nel medesimo tempo; mentre il principio di contraddizione dice che uno dei due è necessaria Siowart, Logil-. Freiburg i. B., Mohr. (®) Gompebz, Les pene tur8 de la Orice. . F. Alcan] mente falso, perchè ambedue non possono essere affermati nel medesimo tempo. L’applicazione di questo principio incontra difficoltà apparenti, le quali dipendono unicamente dal fatto che una cosa viene osservata in momenti diversi e sotto diversi aspetti. Cosi, mentre il sole tramonta, è vero tanto raffermare che 1 LOGICA. ima chimera, un non-valore. Tra queste due opposte estremità sono possibili molte gradazioni, le quali contribuiscono a formare una « scala di valori » . In modo simile, pel malato una determinata medicina, che può dargli la guarigione, ha un grande valore, mentre per l’uomo sano non ne possiede alcuno. In conclusione il valore è una qualità che noi attribuiamo alle cose, come i colori, ma che in realtà, come i colori, non esiste fuori di noi, ed ha quindi una vita essenzialmente soggettiva. La nozione di valore ò penetrala lentamente e tardi nelle scienze filosofiche; qualcuno ha voluto farne risalire l'origine a Kant, fondandosi sopra alcuni passi di interpretazione alquanto dubbia; ò invece più esatto attribuirne il inerito a Lotze, il quale espose il principio che mette in rilievo la nozione di valore colle seguenti parole: là dove due ipotesi sono ugualmente possibili, l'una che s'accorda coi nostri bisogni morali, l'altra che ad essi contraddica, bisogna sempre scogliere la prima. In realtà però codesto concetto è d’origine economica, e bisogna ricorcarne la fonte prima nell’opera La ricchezza delle nazioni dell’inglese Smith, pel quale il valore ò ricondotto all'utilità, e alla sua volta l'utilità alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri dell'uomo. Ai nostri tempi il principio di valore è divenuto quasi popolare, grazio aU’opora di Federico Nietsche, sia che egli voglia stabilire una tavola di valori oppure restaurare “ l’equazione aristocratica dei valori „, o biasimare acerbamente i valori di decadenza,, o rifare in senso inverso il lavoro dei moralisti, operando una trasmutazione di tutti i valori,, o celebrare i ‘ forti che creano i valori,. Il campo, nel quale si applica la nozione di valore, è estesissimo o comprende la morale, l'estetica e le scienze sociali, la religione ecc. Nella morale si ritrovano i concetti del sommo bene, dell'imperativo categorico, del bene, della simpatia, della giustizia, della carità, della solidarietà, dell’utilità individuale o generale, dell'obbedienza a una legge rivelata, alla religione ecc. Nella vita sociale vi sono i concetti di teocrazia, di monarchia, democrazia, feudalesimo, il regime di casta, la schiavitù, il lavoro libero, il salariato, che variano di valore secondo i tempi, le condizioni sociali e i bisogni. Infine nella religione vediamo che il monoteismo, il dualismo, il politeismo, i dogmi sono variamente apprezzati nelle diverse religioni. Le percezioni, le immagini, le idee astratte e generali forniscono la materia indispensabile al ragionamento, il quale, nel suo significato più esteso, è un atto dello spirito che consiste nel passare dal noto alV ignoto. La forma pia semplice di ragionamento è quella che va da una cognizione particolare ad un’altra cognizione particolare e che si può già osservare nel bambino: questi, che ripete ed applica alcuni nomi generali, forma una proposizione colltegando due nomi, come quando un oggetto, che evoca in lui uu nome, evoca pure un altro nome, abbozzando cosi le prime frasi incomplete e sprovviste di verbo. Quando per esempio un cane scorge in un ruscello un liquido scorrevole, inodoro, incoloro e chiaro, questa percezione suscita in lui, in virtù d’un'esperienza anteriore, l'immagine d’una sensazione di freddo, e la percezione e l’immagine s’uniscono per formare una coppia; nel fanciullo invece, grazie al linguaggio, la medesima percezione evoca la parola acqua ; la medesima immagine evoca la parola freddo e le due parole s’associano insieme a formare una proposizione, un giudizio. In molti di questi accoppiamenti di termini che si suggeriscono reciprocamente si riscontrano i caratteri del ragionamento, come quando uu segno presente suggerisce una realtà non veduta distante o futura, per es. le nubi e la pioggia ; qui abbiamo vere e proprie inferenze. Però nella logica il nome di inferenza si applica ad operazioni mentali più complesse, ossia a quelle per le quali da uno o più giudizi dati si passa ad uu nuovo giudizio. L’inferenza è immediata, quando il giudizio risultante è una conseguenza necessaria del giudizio dato ed è ottenuta senza che sia necessario ricorrere a giudizi intermedi; cosi, se dal giudizio che i triangoli sono poligoni io deduco che alcuni poligoni sono triangoli, avrò un’inferenza immediata.Si avrà invece un 'inferenza mediata, quando da un giudizio si passi ad un altro ricorrendo ad un terzo giudizio. Cosi dal giudizio « gli uomini sono mortali » posso dedurre queat’altro che Pietro è mortale, per mezzo d’un terzo giudizio, vale a dire che Pietro è uomo. Tanto nel primo, quanto nel secondo caso occorre che i giudizi posti in relazione non abbiano contenuto affatto diverso l’uno dall’altro, poiché allora non vi potrebbe essere tra loro alcuna relazione logica, ossia dalla verità o falsità dell’uno non si potrebbe dedurre la verità o la falsità dell’altro. Trasformazione dei giudizi per subalternazione, per opposizione, per equipollenza. Quando la relazione è immediata, il contenuto dei due giudizi dev’essere identico, ma diversa o la quantità, o la qualità, o la relazione, o la ino? dalità; dal primo giudizio si deduce il secondo senza ricorrere ad un giudizio intermediario, e mentre la materia dèi raziocinio, cioè il soggetto e il predicato, resta inalterata, si muta invece la forma. Le relazioni immediate dei giudizi si possono ridurre a tre specie principali: «) Per subalternazione, che ha luogo tra giudizi identici di contenuto e di qualità, ma diversi di quantità o di modalità. Per opposizione, che ha luogo tra giudizi identici di contenuto, ma diversi di qualità, oppure di qualità e di modalità insieme, mentre la quantità può rimanere identica o mutare. c) Per equipollenza che avviene tra giudizi di contenuto identico, ma o diversi di qualità, o diversi di relazione. Affinchè apparisca più chiaramente la diversità dei giudizi posti in relazione fra loro, i logici indicano con la lettera A il giudizio universale affermativo, con E il giudizio universale negativo; con I il giudizio particolare affermativo, con 0 il giudizio particolare negativo; e tale convenzione fu espressa con artificio mnemonico in questi due versi: Asserit A, nogat E, sed univejsaliter ambo, Asserit I, negat 0, sed particulariter ambo ; e dal filosofo bizantino Michele Psello del secolo XI fu proposto il quadro che può vedersi nella pagina seguente. a) La relazione per subalternazione ha luogo tra giudizi identici di contenuto e di qualità ma diversi di quantità : il primo è universale e dicesi subalternante, il secondo è particolare e dicesi subalternato. Le regole che stabiliscono il passaggio da una ad altra forma sono: Dalla verità del giudizio subalternante (generale) si conchiude la verità del giudizio subalternato (particolare); ma dalla verità del subalternato non si può dedurre la verità dol subalternante, poiché, come è facile comprendere, ciò che A opposti contrarii g è vero d’un'intera classe è vero anche d’una parte di essa, ma non viceversa. Così, se è vero che gli uccelli sono muniti di becco, è vero pur che alcuni uccelli sono muniti di becco; ma se è vero che alcuni popoli sono monoteisti, non si può per questo concludere che tutti i popoli sono monoteisti. Dalla falsità del giudizio subalternato si conchiude la falsità del subalternante, ma dalla falsità del giudizio subalternante non s’inferisce la falsità del subalternato. Se è falso che alcuni uomini sono perfetti, è pure falso che tutti gli uomini sono perfetti; ma se è falso che tutti gli animali sono provvisti di sistema nervoso, non ne segue che sia falso l’altro giudizio, che alcuni animali sono provvisti di sistema nervoso. La relazione per opposizione ha luogo fra giudizi che sono identici di contenuto, ma diversi di qualità. Diconsi opposti contrari se sono entrambi universali, opposti subcontrari se sono entrambi particolari, opposti contraddittori se hanno diversa la quantità e la qualità. I passaggi da un giudizio ad un altro opposto contrario sono retti dalla regola seguente: Se uno di essi è vero, si può inferirne la falsità dell’altro, non potendo essere veri entrambi insieme ; ma non è possibile l’inverso, poiché se uno di essi è falso, non si può affermare che l’altro sia vero, potendo essere falsi tutti e due. Cosi, se è vero che tutti i popoli civili dell’Oriente sono monoteisti, sarà falso l’altro giudizio che nessun popolo civile dell’Oriente è monoteista; ma se è falso che tutti gli uomini sono onesti, non sarà perciò vero raffermare che nessun uomo è onesto. I giudizi subcontrari possono essere ambedue veri, non possono essere ambedue falsi ; quindi dalla verità dell’uno non si conchiude alla falsità dell’altro, ma si può invece dalla falsità dell’uno dedurre la verità dell’altro; cosi se è vero che alcuni uomini sono giusti, non ne segue che sia falso l’altro che alcuni uomini non sono giusti; ma, se è falso che alcuni geni sieno in tutto malefici, è vero il giudizio che alcuni geni non sono in tutto malefici. Pell’opposizioìie contraddittoria vale la regola seguente: dalla verità dell’uno si inferisce la falsità dell’altro, e dalla falsità dell’uno la verità dell’altro; se è vero che ogni uomo è mortale, è falso che certi uomini non siano; se è falso che tutti gli uomini sono saggi, è vero che alcuni uomini non sono saggi. Le trasformazioni logiche per equipollenza dei giudizi sono di molte specie; l’equipollenza tra giudizi d’identico contenuto può aver luogo o per mutate qualità, o per mutata relazione, o per mutazione della quantità nella modalità e di questa in quella, o per mutata posizione dei termini nel giudizio, o per mutata posizione dei termini e insieme per mutata quantità del giudizio. Vediamone qualche saggio. Quando si tratta di giudizi di identico contenuto e diversi di qualità, dato un giudizio, se ne può derivare un altro con diversa qualità; es. « se ogni vizio è biasimevole, nessun vizio sarà da non biasimarsi » ; quindi il giudizio universale affermativo e il particolare affermativo hanno ciascuno i loro equipollenti qualitativi nell’universale negativo e nel particolare negativo infiniti. Però, come è stato osservato, se si bada bene, si vede che le trasformazioni per equipollenza qualitativa non danno illazioni, perchè il contenuto logico e materiale dei due giudizi è lo stesso. Il principio, duplex negatio afflrmans, indica questa identità; riducendosi ad espressioni dello stesso giudizio in diversa forma, sono più del dominio della grammatica che di quel della logica. Due forme di raziocinio immediato s’ottengono con la conversione e la contrapposizione dei giudizi. Si ha la conversione del giudizio trasportando il soggetto nel posto del predicato e il predicato nel posto del soggetto. Il giudizio reciproco può avere la stessa quantità del giudizio diretto, e allora la conversione è semplice; es. « nessun accusatore può fare da giudice, nessun giudice può fare da accusatore; oppure può avere quantità diversa, e allora la conversione si fa per accidente; es. « i triangoli sono poligoni, alcuni poligoni sono triangoli ». Le universali affermative si convertono per accidente in particolari affermative; es. « i benefici mal collocati sono malefici, alcuni malefici sono benefici mal collocati. Si convertono semplicemente tutti i giudizi universali uegativi: es. «nessun pesce respira per polmoni, nessun animale respirante per polmoni è pesce. Sono pure convertibili semplicemente i giudizi particolari affermativi; es. * qualche uomo è saggio, qualche saggio ò uomo » . Se però il predicato fa parte del soggetto la conversione semplice non è possibile; se infatti dico: alcuni parallelogrammi sono quadrati, non posso dire : alcuni quadrati sono parallelogrammi, poiché tutti i quadrati sono parallelogrammi. I giudizi particolari negativi non presentano regola di conversione; dal giudizio « qualche uomo non è medico », non si può inferire che qualche medico non è uomo. La contrapposizione consiste nel poter derivare da un giudizio universale un altro giudizio di diversa qualità, mentre si scambia l’ufficio dei termini, passando il soggetto a predicato, e il predicato a soggetto. Quindi i contrapposti dei giudizi affermativi, sono negativi e quelli dei giudizi negativi sono affermativi; es. « se tutti gli atti virtuosi sono lodevoli, nessun atto non lodevole sarà virtuoso; se nessun superbo è contento, talune persone scontente son superbe » . Si è osservato dallo Stuart Mill che le regole logiche della conversione e della contrapposizione dei giudizi non si possono ritenere come regole del ragionamento, poiché le proposizioni reciproche e quelle contrapposte non sono illazioni, e dicono in forma verbale indiretta la stessa cosa che le proposizioni dirette; vi è illazione solo quando v’è passaggio da una nozione nota ad una ignota. Però se in molti casi si può affermare che le trasformazioni dei giudizi non hanno altro scopo che di farcene conoscere con maggior chiarezza il contenuto, tuttavia in alcuni casi, come nella conversione dei giudizi universali quando non è artificiosa, e nel contrapposto del giudizio universale affermativo, l’illazione ci dà qualche cosa di nuovo. Una delle cause più. frequenti d’errori, là osservare il Bain, consiste appunto nella tendenza a convertire le affermative universali senza limite; quando si dice: tutti i grandi ingegni hanno il cervello voluminoso, si passa facilmente ad affermare che tutti i cervelli voluminosi sono grandi ingegni ; cosi pure quando si dice: tutte le cose belle sono gradevoli, tutte le virtù conducono al benessere, ogni evidenza suppone testimonianze contemporanee, sorge in noi la tendenza a convertire senz’altro queste proposizioni. Di qui la necessità di applicare le forme logiche per mettersi in guardia contro simili errori. 8. L’evoluzione psicologica del giudizio. Come abbiamo già detto, si può considerare il giudizio nella sua forma completa, quale si trova nella scienza, nella letteratura, nei dogmi religiosi o nelle affermazioni dol sonso comune, ed ò espresso per mezzo di proposizioni composte di piii termini, che dall'analisi vengono ridotti al minor numero possibile: soggetto, attributo, copula; questo è l’aspetto logico. Lo psicologo, invece di ricercare ciò che de*’ essere un giudizio affinchè sia valevole per la nostra ragione, si chiede che cosa esso è quando si consideri come operazione mentale, e come si forma. Sotto le parole egli trova le idee e le rappresentazioni, nelle proposizioni un potere d'analisi e di sintesi; nella genesi deU’affermaztone distinguo diversi momenti; in una parola, considera il giudizio non come un prodotto completo, ma come una funziono di cui descrive gli organi e l'attività. 11 punto di partenza dell’evoluzione del giudizio, secondo un autore recente, si deve ricercare nelle manifestazioni della vita fisiologica. Ogni organismo, a incominciare dal più semplice, ha il potere d’entrare in movimento di porse stesso ; questa spontaneità non è del tutto indipendente, poiché l'animale vive in un ambiente determinato, dal quale riceve eccitamenti diversi, ai quali risponde Ruyssen, L'éi'olution psychologique tlu jugement, F. Alcan] in maniera diversa, e può anche moversi automaticamente per l’azione interna; quindi il movimento organico elementare è un movimento d’oscillazione dall’esterno all'interno e viceversa, uu alternarsi ritmico di consumo e di ncquisiziono che i biologi chiamano “ reazione circolare La cellula vivente ha una costituzione propria che la rende atta a reazioni originali, è un sistema conservatore fondato sul principio della ripetizione, in una parola è fornita d’ abitudine . Se l'ambiente esterno fosse sempre costante, la reazione circolare per ripetizione basterebbe ad assicurare alla vita qualsiasi durata; ma noi sappiamo che l'essere vivente è di continuo esposto alle variazioni termiche, meteorologiche, luminose, alle quali deve adattarsi o perire; \'adattamento è appunto la seconda facoltà caratteristica della cellula; anche gli organismi monocellulari sanno ricercare ed evitare con un discernimento prodigioso gli agenti che sono loro favorevoli od ostili. L'adattamento segue una via ascendente; anzitutto si scorge nelle reazioni motrici dell'animale e del fanciullo, nelle quali si possono riconoscere le primo manifestazioni della vita; il primo periodo della vita infantile costituisce il fondo d’abitudini sul quale vengono ad innestarsi gli adattamenti ulteriori; le risposte dell’organismo agli eccitamenti successivi divengono a ninno a mano più facili c più sicure, preparando così il terreno alla vita cosciente. Con l’apparizione della coscienza si notano nuovi adattamenti motori provocati specialmente dalle sensazioni della vista e dell'udito; nelle quali si coglie la forma più dementare del giudizio. 11 fanciullo risponde ad eccitamenti diversi per mezzo di reazioni non più diffuse, ma precise, localizzate nelle parti distinto dell'organo eccitato; così il suono d'una voce famigliare lo fa muovere e gesticolare, un oggetto luminoso gli fa alzare e tendere le mani; in una parola, le sue sensazioni quanto più variano e s'arricchiscono, tanto più facilmente provocano reazioni motrici adattate al loro scopo, dove si può quasi scorgere la traccia d’una scelta intelligente. Il prender coscienza del piacere e del dolore è il principio d'adattamenti più variati e più efficaci. A queste reazioni sensorio-motrici, che formano una specie d’attuazione primaria, succedono lo reazioni ideo-motrici che presuppongono il sorgere de\V attenzione secondaria, del riconoscimento, dell’associazione delle idee, e quindi del linguaggio e della facoltà di generalizzare. Con queste diverse operazioni il fanciullo acquista gli elementi necessari pel suo sviluppo mentale. I giudizi che pronuncia il fanciullo di due anni e quelli dell'uomo adulto possono differire in estensione e in profondità, ma non pel meccanismo; non avranno le qualità accessorie di rapidità, di esattezza, di sincerità, ma 1 essenza sarà identica ; in una parola lo affermazioni del fanciullo e dell’adulto differiscono solo per la forma, non per la materia. Così pel fanciullo giudicare vuol dire, almeno da principio, adattare in maniera appropriata i propri movimenti agli stimoli della sensibilità: apprezzare una distanza equivale a rinnovare 10 sforzo necessario per percorrerla; riconoscere una persona equivale n tenderlo le braccia, sorriderle, nominarla in maniera adeguata; comprendere un segno è come riprodurlo. Nell’adulto la cosa non avviene in modo troppo diverso; malgrado le apparenze, nei movimenti quotidiani, nel camminare, nel gestire, nel parlare noi non facciamo altro che ripetere reazioni motrici che abbiamo acquistato per le prime. Anche quando il pensiero arriva al suo completo sviluppo, quando s eleva alle più alto astrazioni della scienza e della filosofia, non si libera completamente dall’elemento motore; 11 linguaggio diviene qui ora sostegno indispensabile del pensiero astratto. Bisogna pero notare che se l’operazione intellettuale del giudizio ha le suo radici nel terreno biologico, non ne segue che il suo valore soffra qualche diminuzione e che gli elementi ideali e attivi cresciutivi intorno nel corso dell'evoluzione debbano perdere patte del loro profumo e della loro freschezza; la stessa osservazione si dove fare riguardo agli altri fatti riferentisi allo sviluppo dello spirito untano, la famiglia, l'amore, il sentimento morale, il pudore ecc. Già secondo Aristotile i procedimenti che il pensiero umano adopera nella ricerca sono di due specie ben distinte Ira loro: V induzione, èTCaYwy^i muove dal l'atto per risalire alla legge e al principio, dai giudizi particolari per ascendore a giudizi universali, è il ragionamento che afferma d’un genere ciò che si sa appartenere a ciascuna delle specie di questo genere; ossia quella forma di ragionamento, per la quale dall’esame e dal paragone d’una serie di casi particolari si passa ad una proposizione generale che riguarda non solo i casi osservati, ma anche un numero indeterminato d’altri casi che sono coi primi in una certa relazione di somiglianza. Cosi se dico: i processi di conoscenza, di sensibilità, di volontà presentano come carattere essenziale la coscienza i processi di conoscenza di sensibilità, di volontà sono (tutti i) processi psichici, e quindi tutti i processi psichici hanno come carattere essenziale la coscienza; faccio un ragionamento induttivo. TI secondo procedimento è la deduzione, che dal principio e dalla legge vuole discendere al fatto, da un giudizio universale andare ad un giudizio particolare; cosi, per usare l’esempio precedente, se dico partendo da un principio noto: tutti i processi psichici hanno come carattere essenziale la coscienza i processi di volontà sono psichici dunque hanno come carattere essenziale la coscienza; compio un ragionamento deduttivo. In ogni modo tanto l’una quanto l’altra for ma di ragionamento si imo formulare per mezzo del sillo gismo, che si può di conseguenza considerare come la forma più semplice ed elementare del raziocinio. Aristotile è l’inventore della teoria del sillogismo (da auXXéYO) raccolgo), che egli cosi definisce: Il sillogismo è un discorso nel quale, poste alcune cose, un’altra cosa ne risulta necessariamente, per questo solo che quelle sono poste : £uXÀoYtopòs S è èoxi Xóyo; èv (Ti xe&évxwv xivwv, gxepóv xi x&v xeipivwv àvàyxrjs oupPaivec x(7> xaOxa efvai, ossia: quando si parte da due proposizioni, di cui l’tina afferma una proprietà data appartenente a tutta una classe d’oggetti, e l’altra afferma che uno 0 più oggetti appartengono a quella classe, si passa ad una terza proposizione nella quale la proprietà suddetta è attribuita anche a questi ultimi casi. La parola sillogismo si legge già in Platone, ma solamente nel significato generale di ragionamento; Aristotile le diede il significato speciale che tuttora conserva; il principio fondamentale su cui esso posa consiste in questo, che ciò che è contenuto nel genere è pure contenuto nella specie. Inoltre dalla definizione aristotelica derivano al sillogismo i seguenti caratteri : che l’illazione o conclusione derivi dalle premesse, che derivi necessariamente, e che enunci cosa diversa da quella che è enunciata nelle premesse. Ogni sillogismo comprende due premesse, Ttpoxxoei? 0 U7to9, last;, ed una conclusione, aupxépaopa, cosi detta perchè unisce i due termini estremi, ulpaxa. Nelle premesse entrano tre termini, Spoi, il termine maggiore, xò pec^ov Sxpov, il termine minore, xò gXaxxov fixpov, il termine medio, péao; 5po; che non entra mai nella conclusione, ma serve a produrla, e jleve invece entrare in ciascuna delle due premesse. Di queste l’una si chiama premessa maggiore 0 contiene il predicato della proposizione che fa da conclusione, l’altra dicesi premessa minore e contiene il soggetto della conclusione. Aristotile considera come il tipo del raziocinio e il solo perfetto quello di sussunzione (subsumtio) nel quale appunto due idee sono poste nella dipendenza come di specie a genere, di cosa individuale a legge generale. Cosi nel noto sillogismo ; Tutti gli nomini sono mortali Pietro è uomo Dunque Pietro e mortale l’idea Pietro, termine minore è posta in dipendenza (subsumitur) di mortale, termine maggiore, la sussunzione si opera per mezzo del termine medio uomo. Le regole del sillogismo, secondo la logica tradizionale, sono otto, delle quali quattro si riferiscono ai termini, e quattro alle proposizioni. Il sillogismo non può avere più di tre termini: terni ìnus esto triple:/', meclius, maiorque minorque. Se in un sillogismo vi fossero due termini medi invece duino solo, si avrebbero come premesse due giudizi che non avrebbero termine comune, dalle quali nessuna illazione, o solamente un’illazione erronea potrebbe deri\aie, ciò appare cosi nel caso che i due termini medi siano diversi nel significato come nel caso che, differenti nel significato, sieno identici nel nome, come chi dicesse: borsa è una costellazione, ina l’orsa vive nelle selve, dunque una costellazione vive nelle selve. I termini maggiori e minori non debbono essere presi nella conclusione più universalmente che nelle premesse: latius Ima quarn praemissae conclusi o non vult. Se i termini maggiori o minori fossero presi nella conclusione più universalmente che nello premesse, si avrebbe allora un ragionamento che andrebbe dal particolare all’universale, non dall’universale al particolare, come è richiesto dalla natura stessa del sillogismo; tale errore è manifesto nell’esempio seguente : gli empi sono nocivi alla società alcuni scienziati sono empi dunque gli scienziati sono nocivi alla società. Il termine medio non deve entrare nella conclusione: nequaquam medium capiat conclusio oportct. Questa regola deriva dal carattere fondamentale del sillogismo esposto più sopra; non la osserverebbe chi dicesse per es. : Napoleone fu un grande statista Napoleone fu un grande generale dunque Napoleone fu un grande statista e un grande generale ; qui non si è fatto altro che riunire le due premesse, facendo una proposizione composta, non una conclusione vera e propria. Il termine medio dev’essere preso almeno una volta universalmente : aut semel aut iterum meclius generaliter esto. Questa regola vieta che il termine medio sia preso tutte e due le volte particolarmente, non potendo allora seguirne alcuna conclusione o solo una conclusione erronea ; così dalle premesse: le piante sono corpi organici gli animali sono corpi organici, non si potrebbe dedurre altro che la conclusione seguente: gli animali sono piante; e similmente dalle premesse: alcuni filosofi sono materialisti, alcuni filosofi sono spiritualisti, seguirebbe la conclusione: alcuni spiritualisti sono materialisti. Non si concliiude negativamente da premesse affermative: ambae affirmantes nequeunt generare negantem. In fatti se le premesse sono affermative, dicono che i termini maggiore e minore convengono col medio e quindi convengono tra loro, escludendo la conclusione opposta a questa. Errerebbe chi dicesse per esempio: il giudice dev’essere imparziale il tale e giudice dunque non dev’essere imparziale. Non si conchiude da premesse negative: utraque si praemissa neget, nihtt inde sequetur. Se confrontiamo il termine maggiore e il minore col medio e vediamo che non convengono con esso, non è possibile affermare nè che convengano, nè che non convengano fra loro. Quale conclusione si può, per esempio, trarre dalle due premesse seguenti: l’animale non è eterno l’uomo non è eterno? oppure da queste altre: l'acqua non è un corpo semplice la cellula non è un corpo semplice? 7°. Non si conchiude da premesse particolari: vii seguitar geminis ex partici/iaribus unquam. Per questa regola vale la dimostrazione che abbiamo data per la seconda regola sui termini. La conclusione segue la parte più debole delle premesse: peiorem sequitur semper canclusio partem. I logici chiamano parte più debole la proposizione negativa rispetto all affermativa, la particolare rispetto all’universale; perciò la regola suona in questi termini: se una delle premesse è negativa, la conclusione è negativa; se una delle premesse è particolare, la conclusione è particolare. Nel primo caso una delle premesse afferma che uno dei termini conviene col medio, l’altra premessa afferma che l’altro termine non conviene col medio; donde si deduce facilmente che i termini minore e maggiore non convengono fra loro; cosi se affermo che logico conviene con uomo, ma che libero dall’errore non conviene con nomo, i due termini estremi: logico e libero dall’errore non convengono evidentemente fra loro: Nessun uomo è libero dall’errore Tutti i logici sono uomini Dunque nessun logico è libero dall’errore. Pel secondo caso vale la dimostrazione che si è data per la seconda regola sui termini. Le figure e i modi del sillogismo. Il sillogismo categorico è quello in cui le premesse e quindi anche la conclusione sono giudizi categorici, o fungono come giudizi categorici: secondo il posto che il termine medio occupa nelle premesse il sillogismo categorico presenta quattro ligure, che indicando con la lettera M il termine medio, con P il termine maggiore, con S il termine minore, sono le seguenti : 1° MP-SM-SP Il termine medio fa da soggetto nella premessa maggiore, da predicato nella minore, come nell’esempio: I martiri della scienza onorano l’umanità Molti uomini sono stati martiri della scienza Molti uomini onorano l’umanità. Il sillogismo della prima figura è per Aristotile il tipo più perfetto del ragionamento deduttivo, perchè va dalla causa all’effetto, dalla legge al fenomeno, dalla condizione al condizionato; la sua validità dipende da queste due regole, che la maggiore sia sempre universale e la minore affermativa. 2° PM SM SP Nella seconda figura il termine medio fa da predicato nelle due premesse; inoltre la premessa maggiore dev’essere universale, e una delle premesse deve essere negativa; es.: Nessuna scienza è corruttrice Ogni oscenità è corruttrice Nessuna osceuità è scienza. MP MS SP Nella terza figura il termine medio fa da soggetto nelle due premesse; la premessa minore dev’essere affermativa e la conclusione particolare; es.: Nessuna frode è nobile Ogni frode è atto di ragione Qualche atto di ragione non è nobile. 4° PM MS SP Nella quarta figura il termine medio fa da predicato nella premessa maggiore, da soggetto nella minore; es.: Tutti i romboidi sono parallelogrammi Nessun parallelogrammo è un trapezio Nessun trapezio è un romboide. Quest’ultima figura è stata da Averroè attribuita al medico Oaleno, mentre le prime tre furono stabilite da Aristotile. Però si nega generalmente che possa esservi una quarta figura, o almeno si ammette che questa si può ridurre con molta facilità ad una delle precedenti. Oltre alle figure si sogliono distinguere nella logica i m° 09S > a sillogismo dialettico, che, per provare la verità, discute il prò e il contro e serve di preparazione alla scienza. Il sofisma, oó^tapa, da oo;pf£o|i.ai o sillogismo eristico (eristica da ip££nrticolare dall’universale-, provare scientificamente significa dimostrare le ragioni in forza delle quali l’affermazione ha valore incontestabile; tali ragioni si ritrovano solo nell universale. La sillogistica diviene cosi il nucleo centrale della logica aristotelica e della logica tradizionale fino ai nostri giorni. I punti fondamentali di questa dottrina sono i seguenti : L illazione è la derivazione d’un giudizio da due altri; poiché in un giudizio un concetto (il predicato) viene affermato d un altro concetto (il soggetto). Tale affermazione è valida solo quando il legame avviene per mezzo d’un terzo concetto, il termine medio, il quale deve però avere coi due primi una certa relazione, espressa in due giudizi, cioè nelle due premesse; 1 illazione consiste appunto in quel processo del pensiero, il quale dalle relazioni tra un unico concetto e due altri, vuole manifestata la relazione che corre fra questi due ultimi concetti. Delle relazioni possibili fra concetti una se ne trova alla quale la logica aristotelica, conforme ai suoi principi, ha posto speciale attenzione: quella della subordinazione del particolare al generale. La sillogistica vuol conoscere le condizioni del pensiero, per le quali con l'aiuto d’un termine intermedio, può determinare se la subordinazione d’un concetto ad un altro può aver luogo o no. Aristotile ha dato a questo problema una risoluzione feconda di ottimi risultati; in essa consiste il merito imperituro della sua sillogistica, ma anche il limite del valore di questa. Per mezzo della deduzione, così determinata, la mente umana può solo acquistare cognizioni meno generali di quelle più generali dalle quali sono tratte. Qui appare il carattere (limitato) del concetto che gli antichi si erano formato intorno alle qualità essenziali del pensiero, il quale può solo abbracciare e spiegare la realtà data, non creare nuove verità. Perciò la scienza che deduce, prova e spiega poteva di nuovo dedurre ciò, che in un sillogismo serviva da premessa, come conclusione d’un sillogismo più generale; alla fine però deve partire da premesse che non possono più essere nè dedotte, nè provate, nè spiegate e neppure essere ricondotte al termine medio; la verità di esse è quindi immediata (ìpsoa), indeducibile, non suscettibile di prova, inspiegabile e consiste in quei principi più generali e forniti di immediata certezza, che costituiscono il punto di partenza delle operazioni scientifiche. La sillogistica aristotelica nell’antichità e nel medio-evo. Già sin dall’antichità, qualche secolo dopo la morte di Aristotile, avvenuta nel 332 a. Cr. sorsero dubbi e discussioni vivaci intorno al valore del sillogismo; tra i critici più notevoli a questo proposito troviamo Cameade di Cirene e Sesto Empirico, vissuto intorno al 200 dell’era volgare. Windelband, Qeschichte der PhUosophie. Mohr, Tubingen] Cameade, che è annoverato fra gli scettici della seconda Accademia, insegnava che non si poteva fondare nessuna dottrina sicura nè sopra il senso per le apparenze fra loro contrarie e inconciliabili, nè sopra la ragione, perchè in tutto ciò che forma oggetto di ragionamonto, si può ugualmente provare il prò e il contro; egli dimostrava pure che ogni prova rende necessario un « regressus in infinitum », giacché per la validità delle sue premesse presuppone altre prove; e questa conseguenza era importante per gli scettici, i quali non ammettevano verità immediate, come abbiamo visto che le ammetteva Aristotile. Più radicale di Cameade è il medico Sesto Empirico, il quale dice che il vero scettico sottopone ad esame qualsiasi affei inazione, reca il dubbio in ogni cosa e si astiene tanto dall affermare quanto dal negare; egli fa un’analisi spietata del sillogismo, il quale non riesce per nulla ad estèndere il campo delle nostre cognizioni, poiché non serve a farci passare da una verità nota ad una vorità ignota. Ecco le parole di Sesto Empirico nel suo capitolo contro la logica d’Aristotile contenuto nell’opera intitolata « UoiboVSÌat U7tOTU7ttt)a£l£ » . Quelli che dicono: Ogni uomo è mortale Socrate è un uomo Dunque Socrate è mortale, per provare quest’ultima proposizione per mezzo della prima commettono un circolo vizioso (e: C xòv 5t’ ianin touol)» poiché ammettono che tutta la certezza della prima proposizione non può derivare che da un’induzione di casi particolari dello stesso genere di quelli che s’affermano nella conclusione. Infatti se, prima d’enunciare la proposizione generale: «ogni uomo è mortale, noi non siamo già convinti della verità di tutte le proposizioni particolari che essa contiene, non si potrebbe ragionevolmente ammetterla per vera. Di qui egli conclude che nessun sillogismo o catena di sillogismi potrà mai farci conoscere qualche cosa di diverso da ciò che prima già sapevamo, e che la deduzione, ben lungi d’essere la forma tipica e più corretta del ragionamento, non è che un artificio sofistico atto a mascherare la nostra ignoranza e a far passare come prova delle nostre opinioni le nostre stesse opinioni espresse sotto altra forma. Nel Medio Evo fin quasi verso la metà del secolo XII la logica aristotelica si studiava assai più nelle opere dei commentatori, che negli scritti originali, pochissimi dei quali erano conosciuti; però Aristotile è considerato come il filosofo che ha raggiunto il limite estremo della sapienza il maestro di color che sanno come lo chiama il Divino poeta, e quindi, il giudice inappellabile della verità; donde la frase « ipse dixit » foggiata probabilmente dall’arabo Aven'oè «che il gran comento féo» considerato come il più illustre commentatore dello Staggita, che egli chiama « regola e modello, creato dalla natura a mostrare l’ultima perfezione umana, la cui dottrina è la somma verità, poiché il suo intelletto segua il limite dell’umano intelletto». Ma già durante il Rinascimento incomincia una forte opposizione contro la logica aristotelica, specialmente per opera di TELESIO, che vuol fondare la scienza della natura sopra l’esperienza, e accusa Aristotile di aver voluto spiegare la realtà con ipotesi arbitrarie; e di Patrizi. Gli Umanisti affermavano risolutamente, come fecero più tardi Giordano Bruno, Bacone da Verulamio e Renato Cartesio, che la sillogistica dev’essere amplificata e perdere il predominio tradizionale; che il sillogismo è incapace di farci acquistare nuove cognizioni ed è una forma del pensiero infruttuosa. Bacone e Mill. Bacone considera la scienza come lo strumento e il mezzo più efficace per volgere le forzo della natura all’utilità degli uomini e per dare all’osservazione dei fatti naturali un carattere imparziale ed oggettivo, combatte la dottrina tradizionale e intende di offrire un nuovo metodo nella sua opera capitale Instauratio magna scientiarum, che comprende due parti distinte : la prima intitolata De dignitate et augmentis scientiarum, la seconda Novum organimi in opposizione all’Organo di Aristotile. Egli combatte aspramente il sillogismo aristotelico, attribuendo all’induzione, il nuovo organo, l’ufficio più importante nella ricerca delle nuove verità scientifiche; sostiene che il sillogismo è viziato profondamente da una petizione di principio, poiché se la conclusione non è vera, non è vera neppure la premessa maggiore; in questa critica Bacone s’accorda quindi coi filosofi precedenti, specialmente con Sesto Empirico. L’idea fondamentale della logica, quale è stata concepita dallo Stuart Miti (1806-1873), consiste nel ricondurre la logica ai fatti e all’esperienza, affinchè possa diventare una scienza come le altre, ossia abbia per oggetto le cose quali sono; essa diventa «la scienza delle operazioni intellettuali che servono all’estimazione della prova, cioè del procedimento generale che va dal noto all’ ignoto, delle operazioni ausiliarie di codesta operazione fondamentale», è insomma una logica reale che ha per oggetto i fatti e non le idee. La teoria del sillogismo è profondamente trasformata nella dottrina del^Mill. Anzitutto egli dichiara che .ogni sillogismo, considerato nella sua forma ordinaria, contiene una petizione di principio; così (piando si dice: Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo Socrate è mortale la conclusione è presupposta nella premessa maggiore; noi non possiamo essere sicuri della mortalità di tutti gli uomini, se prima non siamo sicuri della mortalità di ciascun uomo; se si dice che la mortalità di Socrate è dubbia prima d’essere estratta dalla premessa maggiore, questa è colpita pure di incertezza e non può per conseguenza servire a legittimare la conclusione. Il principio generale, ben lungi dal provare la verità del caso particolare, non può essere accolto come vero, se rimane l’ombra d’un dubbio sopra uno dei casi che esso contiene. Quindi nessun ragionamento dal generale al particolare può, come tale, provare qualche cosa, giacché da un principio generale non si possono dedurre che i fatti particolari supposti conosciuti da quel principio. Pertanto sembra che il sillogismo ci fornisca ogni giorno la conoscenza di verità non ancora constatate o stabilite; vi sarebbe dunque in esso la possibilità di trarre inferenza, possibilità disconosciuta e quasi soffocata da formule artificiali; infatti è incontestabile che la seguente proposizione: il duca di Wellington è mortale, deve considerarsi come un’inferenza: ma si può trarla da quest’ultra proposizione: tutti gli uomini sono mortali? Bisogna rispondere di no. L’errore che qui si commette dipende dal fatto che si dimentica che nel procedimento filosofico vi sono due operazioni e due parti, quella dell’ inferenza e quolla dell'abbreviazione e che si attribuisce alla seconda la funzione della prima. Infatti che cos’è, una proposizione generale? Non è altro che un registro abbreviato delle nostre osservazioni e delle inferenze che ne abbiamo dedotte; quando dalla morte di Giovanni, di Pietro, e di tutti gli individui dei quali abbiamo sentito parlare concludiamo che il duca di Wellington è mortale, noi non possiamo senza alcun dubbio passare per la proposizione generale: tutti gli uomini sono mortali, come passeremmo per una stazione intermedia; però l’inferenza non risiede in questa metà del cammino che va da tutti gli uomini al duca di Wellington; essa è fatta (piando noi abbiamo osservato che tutti gli uomini sono mortali. La garanzia della mortalità del duca di Wellington è la mortalità di Giovanni, di Pietro, di Giacomo e di tutti gli altri uomini a noi conosciuti ; dal fatto che tra il primo e l'ultimo stadio H. P. GRICE STAGE -- del ragionamento noi interponiamo una proposizione generale, la prova come tale non riceve alcun giovamento. Quale è dunque la vera funzione del sillogismo? Tutte le inferenze primitive si fanno dal particolare al particolare; per esempio il bambino che, essendosi bruciato il dito, si guarda bene dall’accostarlo alla candela, ha ragionato e concluso, benché non abbia mai pensato il principio generale: il fuoco brucia; egli si ricorda del dolore provato, e fondandosi su questa attestazione della memoria, crede che, quando vede la candela, se pone il dito sulla fiamma, si brucierà ; egli n ensa ciò in tutti i casi simili che gli si offrono, senza guardare più in là del caso presente; non gener ali zza, ma i nferisce un fatto particolare da un altro fatto particolare . Le proposizioni generali sono quindi semplici registri abbreviati di inferenze già fatte e formule assai concise utili per dedurne altre. Bisogna perciò dire non già che la conclusione del sillogismo è dedotta dalla premessa maggiore, ossia dalla proposizione generale, ma solo conformemente a questa; la premessa reale, o, meglio, l'antecedente logico della conclusione, è la somma dei fatti particolari, dalla quale l’induzione ha estratto la proposizione generale. Noi abbiamo potuto dimenticare questi fatti individuali; ci resta però sempre al posto di essi una breve annotazione, un memorandum, che, rammentandoci che certi caratteri sono sempre legati a certi altri caratteri, ci permette di passare dalla presenza degli uni all’esistenza degli altri. Ma realmente l’inferenza ha luogo partendo dai fatti dimenticati e condensati nella formula generale al fatto particolare di cui si tratta; il sillogismo quindi è essenzialmente un’inferenza dal particolare ni particolare, la quale ha il suo fondamento e quasi la sua autorizzazione in un’inferenza anteriore dal particolare al generale ; la conclusione è ritrovata nella premessa maggiore, na non è provata da questa. Altre obbiezioni contro il sillogismo. Un altro celebre filosofo inglese, Spencer muove pure aspra critica al sillogismo. Egli dice che noi non ragioniamo mai per sillogismi, e che se vi sono verità che sembrano stabilirsi per mezzo dello due premesse, ve ne sono altre che richiedono un procedimento o più semplice o piii complesso, come le affermazioni elementari che inseriamo spontaneamente, senza ricorrerò ad alcun termine intermedio, e le conclusioni che deduciamo da un sistema di numerosi o svariati rapporti. Ma nuche ristretto entro limiti più modesti, è il sillogismo la forma vera del ragionamento? Sia il sillogismo seguente: Tutti i cristalli hanno un piano di clivaggio Questo è un cristallo Dunque ha un piano di clivaggio. Quosta serie di proposizioni esprime forse l’ordine voro nel quale i nostri pensieri si succedono per produrre la conclusione? Si può sostenere che prima di pensare a questo cristallo, io ho pensato a tutti i cristalli e sono disceso dal generalo al particolare? Vi sarebbe qui una coincidenza fortuita e affatto inesplicabile, poiché l’idea di questo cristallo ha dovuto precedere la mia concezione di tutti i cristalli, ed è quindi uno degli clementi della conclusione che mi ha suggerito uno degli elementi generali della premessa maggiore. Liart>, Lee ìogìciens auglais contetnporains, pag. 24. F. Alcali] Se per evitare l’obbiezione, si imita il posto delle premesse, si può sempre affermare che prima di pensare alla proposizione generale: tutti i cristalli hanno un piano di clivaggio, io ho già scorto in questo cristallo tale proprietà; è vero che le mie esperienze anteriori mi determinano a riconoscere la proprietà indicata nel caso particolare, ma il ricordo delle esperienze passate non s'offre al mio spirito prima che io abbia osservato il caso individualo; esso hanno lasciato in me la tendenza a considerare, nel cristallo in questione, il piano di clivaggio piuttosto che qualunque altro attributo; di qui io sono portato a pensare alla proposizione generale che mi suggerisce la proposizione particolare, e da quella ritorno a questa. Quindi ogni deduzione incomincia con un rapporto inferito spontaneamente, ed ogni inferenza è ossenzialmente induttiva. Al ragionamento dal particolare al particolare, secondo il concetto del Mill, si può ricondurre la deduzione, diminuendo continuamente il numero dei fatti affermati e osservati ; esso è a mela cammino fra le due forme di ragionamento, è quasi la comune radice donde ambedue partono. Oltre allo obbiezioni mosse al sillogismo dal Mill, dallo Spencer e dai loro discepoli, pei quali la logica si riduce alla teoria dell'Induzione e dolla prova sperimentale, e il sillogismo nd un'induzione mascherata, vi sono altre obbiezioni di filosofi che, senza proporre le radicali riforme propugnate dai primi, pure s'accordano con questi nel condannare la logica d’Aristotile, per sostituirvi un sistema nuovo e più conforme alla verità scientifica. Questi affermano che il sillogismo è una tecnica delle relazioni dei concetti, cioè serve a rendere più chiare le relazioni che corrono fra le nostre idee, e che il principale strumento della ricerca è sempre l’induzione. In conclusione le obbiezioni che si movono al sillogismo si possono ridurre essenzialmente a due principali: Il sillogismo non ci dà nella conclusione nulla di nuovo. 2". Pur affermando la novità della conclusione, si nega a questa il carattere di novità scientifica, poiché l’inferenza dal particolare al particolare non può offrire che conclusioni probabili, o in alcuni casi, false; nel sillogismo classico: Gli uomini sono mortali lo sono uomo Io sono mortale la conclusione non contiene più di verità che la premessa maggioro; secondo i logici della scuola di Mill, bisognerebbe dire: Gli uomini del tempo passato sono morti, Io sono uomo Dunque è probabile ch'io muoia. La metodologia è la seconda parte della logica, che ha per line di determinare le regole riguardanti la ricerca e la prova delle verità scientifiche. Il metodo (da |i£xà e éòój, via) abbraccia quindi lo studio dei mezzi coi quali lo spirito umano estende ed ordina le sue conoscenze; donde la distinzione in metodo inventivo, che esamina i procedimenti e le operazioni del pensiero per le quali dalle cognizioni note si passa a quelle ignote; e metodo sistematico (da auv-:oxT]p.t, pongo insieme) che invece studia le forme con le quali le cognizioni vengono ordinate in un complesso di cui le singole parti abbiano tra loro relazione e dipendenza reciproca. Per rendere più chiara tale distinzione osserviamo l’esempio della psicologia ; questa scienza adopra nelle sue ricerche, ossia ne)l' estender e le sue conoscenze, due strumenti essenziali che sono Vintrospezione od osservazione interna e Vosservazione esterna, cui vanno unite V indagine sperimentale e la misura 1, al secondo ufficio, cioè a quello sistematico, la psicologia soddisfi con la definizione del processo psichico, per distinguerlo dagli altri fenomeni naturali, con la classificazione in fatti di conoscenza, di sensibilità, di volontà ecc. Però bisogna osservare che la logica tratta soltanto delle nozioni metodologiche generali, di quelle operazioni che si presentano come indispensabili in ogni singolo ramo di scienza ; non v’è scienza che possa fare a meno della definizione e della classificazione e dei procedimenti più semplici e più generali. Inoltre il metodo di ogni parte del sapere comprende un certo complesso di particolarità, che solo gli specialisti hanno il dovere di conoscere e di applicare nelle loro indagini; così al chimico soltanto spetta di apprendere tutto quell’insieme di particolari procedimenti che sono propri della chimica, l’uso degli strumenti, le precauzioni da osservarsi quando si osserva e si sperimenta ecc. Questo compito, come è facile comprendere, sta fuori del dominio della logica. Considerando la storia dello sviluppo delle scienze, si può constatare che il metodo non si costituisce a priori, ma piuttosto si deduce dalle scienze stesse quando abbiano raggiunto un certo grado di progresso; anzi si può ben dire che il metodo si trova non di rado in ritardo rispetto al cammino che percorre la scienza, nello stesso modo che vediamo i trattati dell arte poetica essere in generale l’espressione ritardata dell’arte contemporanea. Ed è facile comprendere la causa di questo fatto, la quale dipende da ciò, che il perfezionamento delle regole metodiche è dovuto per lo più alle intuizioni e alle scoperte dell’uomo di genio, per cui vediamo Galileo, Newton, Bernard, Darwin portare alle teorie logiche contributi preziosi, che poscia divengono indicazioni e guida indispensabile per gli scienziati posteriori. Ad ogni modo lo studio delle operazioni metodiche, quantunque spesso il ricercatore si affidi, con molta cautela, al suo buon senso naturale e trovi qualche volta nel caso un utilissimo ausiliario, disciplina e regge la nostra intelligenza, abbrevia il tempo della ricerca e ci fa conoscere più profondamente l’organismo e il valore della scienza. « Quelli che camminano lentamente, dice Cartesio, possono percorrere un buon tratto di strada, se sanno tenere la via dritta assai più di quelli che corrono qua e là allontanandosene. Il sapere scientifico incomincia a sorgere quando un popolo raggiunge un certo grado di civiltà ed ha il suo fondamento in un bisogno pratico della vita. E assai probabile che ogni scienza sia derivata da un’arte corrispondente, la medicina dall’arte di medicare comune anche ai popoli selvaggi, l’astronomia dalle esigenze della navigazione, e forse anche la matematica ha attraversato nel suo inizio un periodo, nel quale le verità acquisite venivano considerate come conoscenze utili e derivavano dalle necessità inerenti alla costruzione delle case, alla misurazione dei campi ecc. In questo primo momento cognizioni pratiche e conoscenze teoriche formavano una sola e identica cosa; cosi da principio in una persona si riunivano strettamente diversi uffici, il medico, lo stregone, il mago, il sacerdote, che doveva combattere le malattie, molte delle quali pel loro carattere epidemico e violento suggerivano facilmente l’idea di uno o di più principi malefici che s’introducevano nel corpo, donde la necessità di ricorrere, per cacciarli, all’aiuto di forze sovrannaturali. Con molta lentezza, quantunque non ancora completamente, la divisione del lavoro sociale e la conoscenza delle leggi naturali hanno separato queste funzioni tra loro discordanti, distinguendo lo stregone dal sacerdote e il medico dall’uno e dall’altro. L’opinione ora dominante consiste nel considerare la teoria come fondamento indispensabile delle applicazioni pratiche, pur rimanendo l’uua e le altre indipendenti tra loro; perciò vediamo che chiunque voglia oggidì dedicarsi all’arte della medicina, deve prima d’ogni altra cosa apprendere le scienze, come l’anatomia, la fisiologia, l’embriologia ecc., le cui conoscenze applicherà poi nelle malattie che dovrà curare. Di qui la distinzione tra le scienze teoretiche e le scienze pratiche-. le prime tendono alla cognizione pura e hanno trasformato il mezzo in fine, acquistando coscienza d’una finalità propria, la quale consiste nella spiegazione della natura, cioè d’una massa enorme di fenomeni che l’uomo vuole ordinare razionalmente e spiegare per mezzo di leggi; le seconde invece si fondano sopra le scienze per applicarne i risultati ai vari scopi che l’uomo o la società possono proporsi di raggiungere, e perdono quindi il vero carattere di scienza. In questo modo, con lo svolgersi della conoscenza, il lavoro scientifico si è a mano a mano diviso in due grandi parti: alcune discipline s’occupano esclusivamente della teoria ed altre della pratica; quasi in ogni ramo del sapere la parte teorica si è venuta staccando nettamente dalla parte pratica. A noi spetta di considerare solo le scienze teoriche, ossia le scienze nel senso più esatto e meglio determinato della parola. Se si considera una scienza qualsiasi, la fisica o la chimica, la botanica o la zoologia, si scorge senza difficoltà che esse hanno di mira non -la conoscenza dei singoli corpi e dei singoli esseri e fenomeni separati e distinti completamente gli uni dagli altri ma fatta eccezione, come si vedrà in seguito, della storia,’ tendono a raggiungete concetti generali, i caratteri che le cose hanno comuni, ciò che si ripete nei fenomeni, ossia la c/usse, la legge. Vediamo qualche esempio, per chiarir meglio il vero significato di queste osservazioni e le proprietà distintive di una delle produzioni più mirabili dell’umano intelletto, quale è la scienza. Lo studio del regno animale ha per fine precipuo di presentare in modo compiuto e ordinato un quadro comprendente tutti gli esseri viventi nella natura; e raggiunse la meta dividendoli e suddividendoli in gruppi, in classi, secondo 1 caratteri comuni a ciascuna di queste, in mammiferi, in uccelli, in pesci ecc. La psicologia considera i processi psichici non in quanto sono individuali, ma in quanto sono generali; essa non osserva, per esempio, questo o quel determinato atto volontario, questa o quella determinata serie di percezioni, ina vuole stabilire i caratteri generali dell’atto volontario e della percezione. In fine la fisica mira a stabiiire non come cada questo o quel corpo, ma la legge generale della caduta dei corpi, ossia come, date le attuali con-' ( izioni dell universo, la caduta dei corpi. si ripeta in quel dato modo ovunque e in ogni tempo. Però il concetto di scienza non è sempre stato lo stesso, giacche vediamo che, ad esempio, gli antichi avevano di essa un opinione assai diversa da quella che ha valore nell’epoca nostra. Per spiegare l’ordine che ammirava nell’universo, Aristatile ricorse alla nozione di essenza, di forma, di tipo-, eoli pensa che la costituzione effettiva delle cose risulti di due fattori: I tipi immateriali, che tendono costantemente a realizzarsi nella materia, ed hanno, a quel che pare, un’esistenza eterna ed ininterrotta; cosi il tipo « quercia comune » guerci,s rmir esiste, ed io son certo che ad ogni momento vi è nell’universo almeno un esemplare individuale della quercia comune. La materia, che subisce l’influenza dei tipi immate• riali, si lascia muovere e ordinare da essi, opponendo però una certa resistenza, di guisa che dove maggiore è la quantità di materia, ivi è più viva la resistenza di questa ad assumere la forma dei tipi, e minore appare quindi l’ordine : perciò nei cieli eterei l’ordine è perfetto; invece ''nella regione sublunare o della materia bruta vi è molta irregolarità e disordine. I tipi sono dunque eterni, permanenti e si riproducono nella materia docile e resistente nel medesimo tempo. L’epoca nostra non ha accettato questa dottrina, della quale ha messo in rilievo gli errori e le conseguenze assurde ; essa non ammette nè la costanza dell’ordine, nè l’esistenza di .irregolarità risultante dall’opposizione della materia. Infatti, come già abbiamo detto, i tipi naturali, minerali, vegetali, animali non sono permanenti, ma vanno soggetti a continue trasformazioni; il nostro sistema solare sappiamo essere la trasformazione d’una nebulosa, la terra essere stata un tempo un anello gassoso, poi una sfera liquida, la flora e la fauna terrestre aver avuto un principio, essersi arricchite successivamente e non aver cessato di trasformarsi. L’ordine è certamente una delle qualità che appaiono in modo più spiccato a chi osserva e studia i fenomeni dell’universo; può anche darsi che sia di questo uno degli elementi essenziali; ma, ben lungi dall’essere costante, è soggetto a mutazioni e a trasformazioni. In secondo luogo la scienza moderna nega che vi siano fenomeni contrari alle leggi naturali, che esistano deviazioni, anomalie risultanti da ima resistenza più o meno, grande della materia; poiché anche nelle mostruosità e nei casi patologici le leggi non soffrono eccezioni ; cosi se scorgiamo una piuma salire verso l’alto invece di tendere al centro della terra, non affermiamo certo essere questo fatto un’ infrazione della legge di gravità. In conclusione, una scienza è un sistema di verità e di cognizioni generali, che sono dovute ad un lavoro metodico dello spirito e della riflessione razionale dell’uomo. Il popolo greco ha diritto a più d’un titolo di gloria: a lui, o almeno ai suoi grandi geni, era concesso di fare i più brillanti sogni speculativi, di creare con la poesia e le arti plastiche capolavoii incompaiabJi; ma vi è un altra creazione dello spirito greco, che si può dire non solo incomparabile, ma unica. Noi possiamo oggi gloriarci del predominio che esercitiamo sulla natura grazie alla conoscenza che abbiamo acquistato delle sue leggi; ogni giorno i nostri sguardi penetrano sempre più addentro, se non nell'essenza delle cose, certo nel succedersi dei fenomeni; questi trionfi a chi son dovuti, se non ai creatori della scienza greca? 1 legami che in tale materia uniscono l’opera moderna ai tempi antichi sono bene evidenti. A Iato ad un immaginazione creatrice d’una ricchezza miìabile il Gieco possiede uno spirito del dubbio sempre vigile, che esamina tutto freddamente; e non sosta davanti ad alcuna audacia; ad un irresistibile bisogno di generalizzare si congiunge un’osservazione così attiva e penetrante da non lasciare sfuggir la più leggera sfumatura; una religione che accordava piena soddisfazione ai bisogni del cuore, senza per nulla impedire la libera azione di una intelligenza che minacciava o anche distruggeva lo sue creazioni. Aggiungansi numerosi centri intellettuali aventi ciascuno il piopiio emettere, 1 attrito continuo delle forze che escludeva ogni possibilità di stagnazione, un’organizzazione politica e sociale elio frenava i desideri vaghi e puerili della gente mediocre, senza mettere in serio pericolo lo slancio degli spiriti superiori: tali sono i doni naturali e le condizioni favorevoli che hanno dato allo spirito greco la preminenza e gli hanno concesso di porsi e di mantenersi al primo posto nel dominio della ricorca scientifica, La classificazione delle scienze. Ora che abbiamo v isto che cos è una scienza, possiamo chiederci quale relazione colie fra le diverse scienze; poiché, volendo queste offrirci la conoscenza dell’universo, ossia d’un complesso di fenomeni connessi gli uni cogli altri, non si può negare che tra esse vi sieno legami e relazioni. Di qui la necessità d’una classificazione delle scienze, che è stata tentata fino dall antichità e che forma anche ai nostri tempi oggetto di discussione. Aristotile ammette una scienza fondamentale, la filosofìa prima, '-fùcoCfix npwTTj, avente per oggetto la realtà ultima e 1 essenza immutabile delle cose, alla quale sono su oi Gojipebz] bordinate tutte le scienze, cioè la teoretica, la quale comprende la matematica, la fisica, la storia naturale, la pratica, che corrisponde alla morale, e la poetica, ossia l’estetica. Bacone tracciato una classificazione delle scienze fondata sulla sua teoria delle facoltà dell'intelletto riducibili a tre principali, che sono: la memoria, l’immaginazione, la ragione; dalla prima facoltà deriva la storia, che può essere civile e naturale', dall’immaginazione deriva la poesia, che può essere narrativa, drammatica e parabolica; infine sulla ragione è fondata la filosofia, la quale ha un triplice oggetto: Dio, la natura, l’uomo; donde la teologia, ossia la scienza che tratta di Dio, degli angeli, e dei demonii; la filosofia naturale che comprende la metafisica, la fisica e la matematica; la filosofia umana o antropologia, che contiene la medicina, la psicologia, la logica ecc. Comte, fondatore della filosofia positiva, è l’autore d’una celebre classificazione delle scienze, che esporremo qui brevemente. Egli ha diviso prima di tutto il sapere, per rispetto al fine che questo può proporsi, in teoretico e pratico. Alla loro volta le scienze teoriche si possono considerare sotto un doppio aspetto: o ricercano leggi valevoli per tutti i casi possibili, come le matematiche e la fisica, e allora sono generali e astratte ; oppure applicano tali leggi alla spiegazione dei vari esseri esistenti in natura, e sono particolari, descrittive, concrete. Per esempio, lo studio delle leggi generali della vita è oggetto d’una scienza astratta, la biologia ; mentre il determinare il modo d’esistere di ciascuna specie di esseri viventi mediante le leggi scoperte dalla biologia, dà luogo a scienze concrete, quali sono la botanica e la zoologia; queste ultime quindi sorgono dopo e per effetto delle prime. Le scienze astratte sono enumerate dal Comte nell’ordine seguente: matematica, fisica, chimica, biologia, sociologia ; e una tale divisione non è arbitraria, ma fondata sopra diverse e importanti ragioni. Anzitutto il Comte osserva che i fenomeni si presentano alla nostra osservazione in una serie di generalità decrescente e di complessità crescente, poiché ciascun ordine di fenomeni è meno generale di quello che lo precede, ma più complicato; infatti, per poter osservare un fenomeno in un maggior numero di casi, bisogna spogliarlo (estrarlo) da un maggior numero di circostanze, e inversamente un fenomeno che conserva un maggior numero di circostanze, si riscontra meno frequentemente; anche in questo caso la comprensione e Y estensione stanno ira loro in ragione inversa, come abbiamo osservato a proposito dei concetti subordinati. Cosi i ienomeni tisici sono meno generali, ma più complessi di quelli matematici; i fenomeni chimici meno generali ma più complessi di quelli fisici. Inoltre questa scienza è gerarchica, poiché ciascuna scienza presuppone quella che la precede e ne dipende, almeno nei tratti essenziali, non potendosi studiare il fenomeno più complesso senza conoscere quello più semplice, la fìsica senza la matematica, la chimica e la biologia senza le scienze precedenti. Inoltre la serie è storica, nel senso che le scienze sorsero 1 una dopo l'altra nell’ordine indicato. Qui non bisogna confondere il sorgere, il costituirsi delle singole scienze col loro sviluppo. La classificazione di Comte è strettamente legata al suo sistema di filosofia, al positivismo, e non è possibile accettare la prima rifiutando il secondo. Si può ben dire che il problema della classificazione razionale della scienza è un problema essenzialmente filosofico. In questi ultimi anni le classificazioni delle scienze si sono moltiplicale; il problema ha assunto un aspetto filosofico, e ciascuno che si accinge a risolverlo, è guidato dalle sue vedute filosofiche o scientifiche. Noi citeremo qui due fra quelle classificazioni che hanno ora maggior voga, quella di Guglielmo Wundt, e quella del Windelband, esaminandole brevemente nelle loro linee generalissime, come quelle che rispecchiano due fra gli indirizzi filosofici ora predominanti. Secondo IPundt, se si classificano le scienze secondo il loro oggetto, si è condotti, dato lo stato attuale delle conoscenze, a distinguerne tre gruppi: lo scienze matematiche, le scienze della natura, le scienze dello spirito. Le matematiche sono puramente formali, lo scienze della natura e quelle dello spirito sono reali. Le scienze naturali indagano il contenuto dell’esperienza facendo astrazione dal soggetto conoscente; mentre le scienze dello spirito, che hanno come fondamento principale la psicologia, studiano quei fenomeni, nei quali l’uomo, considerato come fornito di volontà e di ragione, è un fattore essenziale: alle leggi dello spirito debbono essere subordinate le leggi della natura, e la causalità fisica è governata da leggi assai diverse da quelle che governano i fenomeni psichici; poiché, mentre nel mondo fìsico si nota pur nel variare delle sue energie, una rigidità immutabile, il mondo dello spirito invece manifesta un continuo accrescimento d’energia, dovuto al fatto che ogni processo psichico è una sintesi, un prodotto affatto nuovo fornito di proprietà che invano si ricercano negli elementi che lo compongono. Inoltre in ciascuno di questi due gruppi bisogna distinguere: lo scienze che hanno per oggetto la scoperta di leggi che reggono i fenomeni attualmente dati dall'esperienza, scienze fenomenologiche; le scienze che studiano le cose nella loro genesi, scienze genetiche ; 3° le scienze che, considerando non piu i mutamenti passeggeri ma gli oggetti o almeno i risultati durevoli, determinano per comparazione le relazioni di queste cose, ne formano concetti distinti e riuniscono questi concetti in sistemi, scienze sistematiche. Di qui il soguente quadro: 1° scienze formali: matematiche. scienze scienze naturali se. fenomenologiche : fisica, chimica, fisiologia, se. genetiche : Mimologia, geologia, scienza doll'crolulionc degli organismi. se. sistematiche: mineralogia, holanica, zoologia. reali scienze se. fenomenologiche : psicologia. dello se. genetiche: storia. spirito se. sistematiche: diritto, economia politica. Windelband e Jlickert distinguono le scienze naturali, quali la fisica, la chimica, la psicologia, che studiano le relazioni tra i fenomeni, le quali sono date da giudizi universali e necessari, ossia da leggi, e sono quindi scienze rette da leggi; e le scienze storiche, quali la meteorologia, la geologia, la storia, che studiano la realtà considerata sotto l’aspetfo individuale e si limitano a stabilire una pura successione di fatti, sieno essi naturali o morali. La storia considera un organismo collettivo per sé stesso, come qualche cosa d’individuale, di particolare, d’unico, mirando a rilevare i Wundt, Einleitung in die rhilosophie, E rate r Theil, Leipzig, Engelmann] caratteri che lo distinguono da tutti gli altri organismi collettivi ; ingomma, un gruppo d’individui, una famiglia, una nazione, lino stato sono esseri concreti al pari degli individui, e sotto questo aspetto deve osservarli la storia, che non è altro che la scienza del particolare, doli' individuale, di ciò che non esiste che una volta sola e non si ripete mai. Quindi, mentre le leggi naturali s’applicano ai fenomeni che si ripetono sempre nella stessa maniera e non variano essenzialmente nelle loro manifestazioni, invece nella vita storica non è possibile in alcun modo stabilire leggi simili a queste, che si possano applicare tanto all’avvenire quanto al passato, appunto perchè non esistono due individualità storiche identiche, due avvenimenti che si possano ricondurre sotto la medesima legge generalo. Gli avvenimenti storici non costituiscono se non serie di fatti che si sono prodotti una sola volta nel corso del tempo e non si riprodurranno mai più; e ciò è tutto l’opposto della nozione di legge» che dà la formula dei fatti che si sono sempre prodotti e sempre si riprodurranno: questa è la differenza essenziale ed importantissima che corre tra le scienze naturali e le scienze storiche. I principali procedimenti che il pensiero umano adopera per estendere le nostre conoscenze, per passare dal noto all’ ignoto e che fanno parte del metodo inventivo, sono: Vinduzione, la deduzione, l’analogia e l'ipotesi. Il metodo induttivo c’insegna la via per risalire dai fatti alle leggi, ossia, come s’è già accennato, ai rapporti costanti e necessari tra due fenomeni, dei quali il primo dicesi causa e il secondo effetto ; il primo mezzo per raggiungere questo scopo è l’osservazione. L'osservazione si fa generalmente consistere in un atto immediato del conoscere, nell’applicare il potere percettivo alla constatazione dei fenomeni. Gli strumenti principali che adoperiamo nell’osservare sono i sensi quando si tratta di fenomeni esteriori, la coscienza quando vogliamo esaminare processi interni, pei quali è però sempre indispensabile anche l’osservazione esterna. I sensi limitati e imperfetti ricevono un aiuto prezioso dagli strumenti scientifici, i quali possono o aumentare il potere di percezione, come il telescopio e il microscopio, o rendere più esatte le osservazioni che noi facciamo, come i cronometri che permettono di misurare un secondo e parti minime d’un secondo, oppure sostituirli ai sensi stessi, quando i fenomeni da osservarsi sono fuggevoli e difficilmente afferrabili, come ce ne porge esempio la fotografia applicata allo studio dei fenomeni celesti, o quando i fenomeni non possono essere da noi percepiti. Cosi la retina dell’occhio non è sensibile ai raggi ultra violetti, dei quali invece rimane traccia sopra la lastra fotografica. Però l’osservazione scientifica ha il suo fondamento essenziale e la sua guida nella ragione, nell’ intelligenza la quale dirige la ricerca, interpetra e classifica i fatti e ne trae le conseguenze; in una parola, è il buon osservatore che fa le buone osservazioni ; lo spirito di chi indaga sempre vigile, attento anche ai ienomeni che sembrano più insignificanti, paziente nel persistere nelle ricerche, imparziale, cioè libero da qualsiasi pregiudizio, può giungere a risultati e a scoperte di grande valore, come ce ne porge un mirabile esempio il Galilei, che possedette in grado eminente l’ingegno critico; e si deve solo a questo se dalle sue indagini intorno ai fenomeni naturali seppe trarre conseguenze e cognizioni importantissime: il suo metodo, come afferma egli stesso, si fonda tutto sulla sensata esperienza non mai disgiunta dal ragionamento. Innumerevoli persone avranno senza alcun dubbio osservato le oscillazioni della lampada sospesa nel celebre Duomo, ma solo una mente severa e indagatrice come quella del Galilei poteva da quel fatto avere il primo impulso a stabilire rigorosamente le leggi del pendolo. L’osservazione dev’essere quindi esatta, cioè fedele e scrupolosa: bisogna raccogliere il maggior numero di fatti, nulla omettere e nulla aggiungere. A questo fine occorre che l’osservatore sia fornito d’un ricco corredo di cognizioni, affinchè non si lasci sfuggire quelle indicazioni minuziose che spesso collegano tra loro fenomeni i quali in apparenza non presentano nulla di comune, e possa compiere un’analisi completa del fenomeno considerato, che solo uno spirito acuto, provvisto di profonda cultura, sereno, libero di preconcetti è in grado di compiere. È inoltre necessario che l’osservatore determini chiaramente la scelta dei fatti che prende per soggetto dei suoi studi, giacché tutti i fatti non hanno lo stesso valore, ma alcuni conducono più agevolmente allo scopo, altri invece ne allontanano, e i fenomeni che la natura ci presenta sono innumerevoli, e tra essi la mente umana deve sapersi muovere con grande discernimento. In conclusione, se è vero che quando i fatti che servono di base al ragionamento siano male stabiliti o erronei tutto l’edificio rovinerà e le teorie scientifiche fondate sopra di quelli saranno false, è però innegabile che nelle buone qualità e nella perspicacia dello spirito risiede la condizione più preziosa per una buona osservazione. Cosi, per citare un esempio, alcuni astronomi prima di Guglielmo Herschell avevano visto una stella nella costellazione dei Gemelli, e l’avevano presa per una stella fissa; ma l’Herschell non s’arrestò alle osservazioni superficiali dei predecessori : esaminò la qualità della luce, l’ingrandimento che presentava al telescopio, e conchiuse che non poteva essere una stella fìssa; osservò quindi il suo spostamento e dapprima io paragonò con quello delle comete e vide che non coincideva; lo paragonò con quello dei pianeti e, confermando l’ipotesi già formata, conchiuse che era un nuovo pianeta, chiamato poscia Urano. Galilei così descrive con somma finezza la grande ricchezza della natura nel produrre i suoi effetti: Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura di un ingegno perspicacissimo e d’una curiosità straordinaria; e por suo trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del loro canto, e con grandissima maraviglia andava osservando con che bell'artifizio, colla stess’aria colla quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi o tutti soavissimi. Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato suono, nè potendosi immaginare che fosse altro che qualche uccelletto, si mosse per prenderlo, e, venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in certo legno forato, e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle d'un uccello, ma con maniera diversissima. Stupefatto e mosso dalla sua naturai curiosità, donò al pastore un vitello per avere quello zufolo, e ritiratosi in sè stesso, e conoscendo che, se non si abbatteva a passar colui, egli non avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di poter incontrare qualche altra avventura. Ed occorse il giorno seguente che, passando presso un piccolo tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce, e per certificarsi se era uno zufolo o pure un merlo, entrò dentro e trovò un fanciullo che andava con un archetto, eli ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra un certo legno concavo, e con lo sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra movendo le dita, e senz'altro fiato ne traeva voci diverse e molto soavi. Or qual fusse il suo stupore, giudichilo chi pnrticipa dell’ingegno e della curiosità che aveva costui, il quale vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi di formar la voce ed il canto, tanto inopinati, cominciò a credere ch’altri ancora ve ne potessero essere in natura. Ma qual fu la sua maraviglia quando, entrando in certo tempio, si mise a guardare dietro la porta per veder chi aveva sonato, e s’accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle bandelle nell'aprir la porta! Un'altra volta spinto dalla curiosità, entrò in un’osteria, e credendo d’aver a vedere uno che coll’archetto toccasse leggermente le corde di un violino, vide uno che, fregando il polpastrello d'un dito sopra l'orlo d’un bicchiere, ne cavava soavissimo suono. Ma quando poi gli venne osservato che le vespe, le zanzare e i mosconi, non come i suoi primi uccelli col respirare, formavano voci interrotte, ma col velocissimo batter dell'ali rendevano un suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto si scemò l’opinione ch’egli aveva circa il sapere come si goueri suono; nè tutte l’esperionze già vedute sarebbero state bastanti a fargli comprendere o credere che i grilli, giacché non volavano, potessero non col fiato, ma con lo scuoter l’ali cacciar sibili cosi dolci e sonori. Ma quando ei si credeva non poter esser quasi possibile cbe vi fossero altre maniere di formar voci, dopo l’avere, oltro ai modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro, che sospesa fra i denti, si servo in modo strano della cavità della bocca por corpo della risonanza e del fiato pel veicolo del suono; quando, dico, ei credeva di aver veduto il tutto, trovassi più che mai rinvolto nell’ignoranza e nello stupore nel capitarli in mano una cicala, e che né por serrarle la bocca, nè per fermarle l’ali poteva nè pur diminuire il suo altissimo stridore, nè le vedeva muovere squame nè altra parte, e che finalmente alzandole il casso del petto, e vedendovi sotto alcune cartilagini dure, ma sottili, e credendo cbe lo strepito dorivasso dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare, e tutto fu invano, sinché, spingendo l'ago più a dentro, non 10 tolse, trafiggendola, con la voce la vita; sicché neanche potè accertarsi se il canto derivava da quelle; onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere che, domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni modi, ma che teneva per formo poterveue essere cento altri incogniti ed inopinabili. lo potrei con altri esempi spiegar la ricchezza della natura nel produrre suoi effetti con maniere inescogitabili da noi, quando 11 senso e l'esperienza non lo ci mostrasse, la quale anco talvolta non basta a supplire alla nostra incapacità Il Saggiatore. Un altro mezzo efficacissimo nel raccogliere i fatti è Vesperimento, che consiste nel riprodurr e artificialmente i fenomeni natnrali, per poterli stud iare nelle c ondizioni p iù fa vorevoli . I vantaggi che lo sperimentare offre sopra l’osservazione pura e semplice si possono ridurre ai seguenti : I fenomeni che lo sperimentatore può procurarci sono più numerosi di quelli offerti dalla pura osservazione naturale, potendo esso ripeterli e moltiplicarli a sua volontà. Però l'esperimento non si può estendere a tutti quanti i fenomeni dell’universo, e molti di essi non si possono in alcun modo riprodurre. Cosi Galileo potè osservare due volte il più straordinario e il più misterioso tra i fenomeni celesti: l’apparizione e l’estinzione totale di stelle fisse, che vincevano in splendore tutte le altre stelle e i pianeti: anzi una di esse si vedeva in pieno mezzogiorno. Fenomeni di questo genero sono assai rari e si sottraggono naturalmente alla prova dell’esperimento. b) I fenomeni forniti dall’esperimento sono spesso più chiari, più evidenti ed hanno un valore dimostrativo assai maggiore di quelli forniti dall’osservazione, giacché, mentre la natura procede sinteticamente, e in un medesimo essere si riscontra una moltitudine d’esseri, in un effetto una moltitudine d’effetti; l’ esperimento invece separa questi elementi, isola que sti effetti, pres enta un fenomeno separato dai fe nomeni concom itanti, rendendone qui ndi più facile l’esame. Cosi ! osservazione della caduta dei corpi, quale si prosoma in natura, è difficile o dà risultati assai scarsi; mentre studiando tale fenomeno come si produce colla nota macchina d’Atwood, tutti gli elementi e le circostanze di esso si possono rilevare con precisione. Lo sperimentatore può variare indefinitamente il gruppo delle cause insieme agenti, e raccogliere con tal mezzo più fàcilmente gli indici rivelatori dei rapporti di causalità, e ottenere anche fenomeni nuovi, che in natura non si possono constatare, come la caduta dei gravi nel vuoto, la liquefazione dell’idrogeno e dell’ossigeno. Come è fàcile scorgere, anche nello sperimentare, se si vogliono ottenere buoni frutti, il predominio spetta sempre al potere discernitivo della ragione ; anche in questo campo, come in quello dell’osservazione pura, la natura non rivela i suoi secreti e le sue leggi se non al ricercatore illuminato e guidato dalla luce dell’intelligenza. La ricerca della causa. U osservazione e 1 ’esperimento si possono denominare operazioni preparatorie, in quanto servono quasi a fornire il materiale, il complesso dei fenomeni, che verranno poi elaborati dall’ induzione per trarne le leggi generali ; quest’ultimo compito, che ha nella scienza un’importanza essenziale e ne è il fine più alto, procede anzitutto dalla ricerca della causa. Vediamo quindi di chiarire il concetto di causa, soggetto di tante discussioni tanto nella filosofia quanto nella scienza dei tempi nostri. Il principio razionale di causalità consiste nell’affermazione che « nell’universo ogni fenomeno ha una causa » .Quindi allorché si presenta un nuovo fenomeno, ossia quando nell’universo ha luogo un mutamento qualsiasi, dobbiamo considerarlo come la conseguenza, la continuazione, la trasformazione d’un fenomeno anteriore. Noi diciamo che esiste un rapporto causale tra due fenomeni, quando li consideriamo cosi strettamente legati l’uno all’altro, che quando è dato il primo, l’altro si presenta inevitabilmente. Perciò mentre nel significato volgare la causa si restringe a indicare il fenomeno antecedente d’un altro fenomeno, a designare ciò che produsse una cosa o un fatto, invece nel significato scientifico i due termini causa ed effetto sono correlativi, l’uno non può sussistere senza l’altro, e il passaggio, la transizione dal fenomeno antecedente al fenomeno conseguente apparisce come il punto vitale, il « proprium quid » della causalità. Si giunge così ad affermare l’identità della causa e dell’effetto, a considerarli come due manifestazioni d’un’identità fondamentale, benché differenti nel tempo. In conclusione, si può dire collo Stuart Mill che « la causa è la somma delle condizioni positive e negative, che, essendo date, sono seguite da un conseguente invariabile ». Cosi, quando esprimiamo la legge biologica generale: Vaumento eli temperatura produce un’azione eccitante su tutti i processi vitali, vogliamo indicare che se è dato l’aumento della tempelatura, n e se £ ue > invariabilmente il crescere dell’energia e della ìapidità del movimento in un essere vivente. Valore del principio di causa. Il principio di causa e una ipotesi che è accertata solo fino ad un certo punto e si può sostenere che non si potrà mai avere una verificazinne completa del principio di causalità per mezzo del1 esperienza. Il principio di causalità stabilisce un ideale, che pei la nostra coscienza non potrà mai avverarsi. Anzitutto 1 esperienza non può mai dimostrarci che vi sia tra i fenomeni una continuità assoluta ; giacché in tutte le evoluzioni che noi possiamo seguire, si trovano sempre /acune, differenze non spiegate. Quando si sarà spiegato il passaggio dal fenomeno A al fenomeno B scoprendo ]’ intermediario k, si avranno due questioni invece di una: come si spiega il passaggio da A a k e quello da k a B? In secondo luogo l’esperienza non ci palesa nessuna ripetizione assoluta, la quale sarebbe una condizione necessaria per applicare la legge di causa. Anche quando noi siamo convinti che A è la causa di B, non avremo con ciò il diritto di applicare questo principio ai casi futuri, se non nel caso che ci rappresentiamo A sempre in modo identico; il che avviene solo in maniera approssimativa, giacché vi sono sempre circostanze accessorie, gradazioni infinite, le quali lanno sì che una data situazione non si possa mai riprodurre due volte nell’identica forma. Ciò è vero non solo pei fenomeni organici, psichici e storici, dove le condizioni e gli elementi sono assai numerosi, ma anche nel mondo inorganico: la ripetizione assoluta è un ideale. In terzo luogo la serie delle cause è infinita precisamente come sono infiniti il tempo e lo spazio. Ogni arresto nella nostra investigazione è sempre fortuito o arbitrario; e poiché secondo il principio di causa, ogni causa diviene alla sua volta effetto, il volersi fermare ad una causa prima sarebbe come un contraddire a quel principio; se anche nelle ipotesi più ardite siamo costretti di fermarci ad un certo punto, questo non è che un limite di fatto-, noi concludiamo sempre con un punto d'interrogazione, giacché in virtù del principio di causa, vi è sempre un nuovo problema da porre e da risolvere. Perciò si può dire in un certo senso che nessun fenomeno è completamente spiegato. In realtà però si può sostenere che, anche ammettendo il pensiero dell’ Hurne che noi non percepiamo mai la causa, ma solo una successione, tuttavia per un numero estesissimo di fenomeni la successione è inevitabile e continua, come dovremmo attenderci se il principio di causa fosse vero. Evoluzione del concetto di causa. L’idea di causa ha una origine interna, soggettiva, ci è suggerita dalla nostra attività motrice. Un essere, che per ipotesi fosse puramente passivo e vedesse o sentisse successioni esterno costanti, non potrebbe avere alcuna idea della causalità. Tutti i fatti di attività mentale che si manifestano per mezzo di movimenti contribuiscono a far sorgere in noi l'idea empirica di causa, come azione transitiva e conio mutamento; tra essi quello più importante è la coscienza dello sforzo f. muscolare, ossia la coscienza d'un complesso di sensazioni provenienti dalle articolazioni, dai tendini, dai muscoli, dalle variazioni della respirazione ecc.; e la coscienza dello sforzo consiste sovrattutto nella coscienza AeW'effetto prodotto, alla quale s’aggiunge T idea confusa d’una creazione che emana da noi, d’una capacità che noi abbiamo di produrre un fatto nuovo. Noi estendiamo poscia questa capacità individuale e soggettiva di modificare la nostra persona e le cose, a ciò che ci circonda, giacché in forza d’una tendenza istintiva l’uomo suppone intenzioni, volontà, una causalità analoga alla propria in ciò che intorno a lui agisce o reagisce, nei suoi simili, negli esseri viventi e in quelli clic pei loro movimenti simulano la vita, come le nubi, le acquo correnti ecc. È questo il periodo del feticismo primitivo elio s'osserva in tutte le mitologie e in tutte le lingue; se ne scorgono ancor oggi le trnccie noi fanciulli, nei selvaggi, negli animali, per es. nel cane che morde la pietra che lo colpisce, e anche neH’uomo civile, quando tornando ad essere per un momento un uomo primitivo, va in collera contro una tavola elio lo urta. Dalla concezione popolare, pratica, esteriore della causalità che deriva dal fatto, che ogni mutamento suggerisce all’uomo normale che no è testimonio la credenza invincibile in un agente noto o ignoto che lo produce, si passa al secondo periodo, che incomincia colla riflessione filosofica e si sviluppa col lento costituirsi delle scienze. Questo cammino si può riassumere nel seguente modo: Hoffding, Psychologie. Alcan. si spoglia a poco a poco la nozione di causa del suo carattere soggettivo, umano, senza che si arrivi totalmente a raggiungere questa meta ideale; si riduce il carattere essenziale di tale nozione a un rapporto fisso, invariabile, costante tra un antecedente e un conseguente determinati; si scorge nella causa e nell'effetto non altro che due aspetti o due momenti d’nn solo e medesimo processo, il che alla fino equivale all'affermazione d’una identità.. I quattro metodi sperimentali di Mill. Come abbiamo già detto, la scienza non bì ferma alla constatazione e alla descrizione dei fenomeni, ma tende come ad ultimo fine alla ricerca delle cause, e quindi delle leggi; queste ultime consistono in rapporti invariabili di successione tra i fenomeni, e la causa non è altro che l'antecedente invariabile dell’effetto; quindi la ricerca della causa e quella delle leggi costituiscono in ultima analisi un unico problema, o almeno due problemi tra loro indissolubilmente congiunti, e la soluzione del primo conduce in modo facile alla soluzione del secondo. Il problema della ricerca della causa si può esprimere nel modo seguente; « fra una moltitudine di rapporti di successione, trovare un rapporto di causalità». Ogni fenomeno che cade sotto i nostri sensi ha per antecedente non solo il fenomeno che ne è la causa, ma altri fenomeni a questo concomitanti, e in simile maniera ha per conseguenti non solo il suo effetto, ma altri fenomeni concomitanti di tale effetto. Quindi il problema da risolvere consiste nel saper distinguere con esattezza il fenomeno causa tra gli antecedenti che non sono causa, oppure tra i conseguenti che non sono effetto il fenomeno che è veramente effetto. Se i fenomeni, invece di prodursi riuniti in aggregati più o meno complessi, costituissero una serie unilineare, noi comprenderemmo con grande facilità che ogni fenomeno è causa di quello che segue, ed è effetto di quello che lo precede; ma la roaltà delle cose è diversa, e bisogna quindi ottenere per mezzo della ragione ciò che non ci è dato direttamente dalla natura: ossia bisogna mediante il ragionamento sperimentale (i) Kibot, L’évolutìon des idée» generai e Bgg. F. Alcan] in mezzo al complesso dei fenomeni isolare il fenomeno causa e il fenomeno effetto. I quattro metodi induttivi messi innanzi dallo Stuart Mill servono in parte a questo scopo; essi sono il metodo d’accordo, il metodo di differenza, il metodo delle variazioni concomitanti e quello dei residui. Metodo d’accordo. Il canone di questo metodo è il seguente: Se due o più casi d’un fenomeno concordano in una sola circostanza, sempre presente, questa è la causa, del fenomeno. Sia da ricercare la causa del fenomeno a accompagnato dai fenomeni ab, preceduti dai fenomeni ABC, nòe diconsi antecedenti, ABC conseguenti; se in un secondo esperimento s’ottiene il gruppo ode, preceduto dal gruppo ADE, si può concludere che A ò causa di a. Infatti non si può affermare che siano B o C la causa di a, perchè nel primo esperimento questi mancano ed a invece vi appare ; per una ragione identica non si possono considerare come causa nò D nè E. Esempio: più corpi in circostanze differenti, entrano in fusione e si volatilizzano parzialmente, quando sono sottoposti ad una forte temperatura: la fusione e la volatilizzazione dei corpi hanno dunque evidentemente per causa il calore, unica circostanza comune. Metodo di differenza. Il canone di questo metodo è il seguente: Se un caso nel quale il fenomeno si verifica, e un caso nel quale non si verifica, hanno in comune tutte le circostanze meno una, questa presentandosi solo nel primo caso, la circostanza per la quale sola i due casi differiscono, è la causa. Se in un primo esperimento si ottiene il gruppo dei conseguenti abe preceduto dal gruppo degli antecedenti ABC e in un secondo esperimento si ha il gruppo he preceduto dal gruppo BC, si può conchiudere che A è causa di a. La dimostrazione in questo caso è assai semplice. Esempio: Tutte le volte che la pressione atmosferica si esercita nella camera barometrica, il mercurio si eleva nel tubo .barometrico: sopprimiamo questa pressione facendo il vuoto: se vediamo il mercurio scendere, la causa cercata sarà il peso dell’aria; cosi pure in tisiologia la funzione d'un nervo si può stabilire con precisione, quando, tagliato il nervo, cessa la funzione. Metodo delle variazioni concomitanti. Il canone suona così: Un fenomeno clie varia in una certa maniera tutte le volte che un altro fenomeno varia nella stessa maniera, è una causa di questo fenomeno. Se in un primo esperimento abbiamo abc preceduto da ABC e se in un secondo esperimento facendo variare A vediamo che varia pure a, diciamo che il primo è causa del secondo. Variando ad esempio la quantità di calore in un corpo, osserviamo il variare concomitante della sna dilatazione; e giungiamo così a porre la legge che il calore dilata i corpi; il calore (antecedente) si assume come causa della dilatazione (conseguente). 4° Metodo dei residui. Il canone è il seguente: Sottratta da un fenomeno la parte che si sa per induzioni anteriori essere l’effetto di determinati antecedenti, ciò che resta fra i conseguenti sarà effetto di quello fra gli antecedenti che si è trascurato. Supponiamo che si abbiano gli antecedenti ABC e i conseguenti abc. Per induzioni precedenti sappiamo che causa di b è B e che causa di c è C; resterà che causa di a sia A. Con questo metodo l’odore sparso nell’aria dall’elettricità guidò a scoprire l’ozono; così pure, poiché il movimento d’Urano si spiegava nel suo insieme per mezzo di cause note, le irregolarità di questo movimento formavano un residuo che, determinato con precisione, condusse il Leverrier alla scoperta di Nettuno. Un bell’ esempio di questo metodo è l’induzione con la quale Galileo trovò la causa del candore cinereo della luna. Le cause possibili sono quattro, la luce del sole, quella delle stelle, una luce propria, quella riflessa dalla terra; non può essere la prima perchè si prova che quella parte della luna nella quale si scorge il candore cinereo non è illuminata dal sole ; non la seconda, perchè il candore cinereo si dovrebbe vedere anche nelle ecclissi, il che non avviene, nè per la stessa ragione può essere la terza. Quindi la luce riflessa dalla terra è la causa del candore cinereo. Osservazioni intorno ai metodi di Mill. I quattro metodi sopra descritti, che hanno il loro fondamento comune nell 'eliminazione di tutte le circostanze che sono la vera causa del fenomeno in questione, hanno per le ricerche scientifiche in generale un’importanza relativa, la quale dev’essere ridotta nei suoi giusti limiti, giacché vediamo spesso il fisico, il chimico, il fisiologo ricorrere, nello stabilire esattamente la causa d’un fenomeno, a mezzi diversi da quelli proposti dal celebre filosofo inglese. Anzitutto è stato osservato giustamente che l’uso di questi metodi induttivi presuppone due condizioni, che non sempre si verificano nella realtà, ossia: « che ogni effetto fibbia una sola causa, e in secondo luogo che gli effetti di ciascuna causa possano essere tenuti distinti dà quelli delle altre ». Anche nella % r ita quotidiana noi osserviamo un numero considerevole di fenomeni, che possono essere prodotti d a iiiii cause, tali sono per es. TI movimento, il calore, il piacei e. la morte : in questi casi è quasi impossibile ridurre le esperienze in formule così nette e precise, come quelle che sopra abbiamo rappresentato per mezzo di lettere alfabetiche, ed è molto difficile non omettere qualcuno degli antecedenti tra i quali vi è la causa che si ricerca; quindi si comprende facilmente come l a pluralità delle cause renda difficile il metodo di concordanza, anche quando si moltiplicano le osservazioni e gli esperimenti. Cosi l’ignoranza del peso dell’aria indusse i fisici ad attribuire al vuoto, o, meglio, come essi dicevano, all’orrore del vuoto l'ascensione dell’acqua nelle pompe. La seconda esigenza rende dubbio il metodo di differenza; cosi nelle esperienze fisiologiche i risultati ottenuti per mezzo della vivisezione rimangono non di rado dubbi, giacché il fenomeno prodotto dalla soppressione oppure dalla lesione d’un organo, come sarebbe ad esempio, il cervello, non è sempre da attribuirsi in tutto ad esse, mà è spesso il contraccolpo più o meno lontano prodotto dalla soppressione o dalla lesione d’un determinato organo sopra un altro, o anche sopra l’insieme dell’organismo preso a soggetto d’esperieuza. Per questa ragione le precauzioni e le cautele che deve prendere il fisiologo sono rigorose e infinite, se non vuole cadere in errore. Un’altra difficoltà, per citarne ancora una, si presenta quando avviene che più cause insieme s’uniscano a produrre un medesimo effetto, come il salire d’un areostato nell’atmoslera, prodotto dal combinarsi dell’azione della gravità con altre cause, che non si possono trascurare, se si vuol dare uua spiegazione esatta del fenomeno; oppure quando la causalità è reciproca. Non osservando l a reciprocità delle cause, cadono in errore quelli che sostengono essere il fenomeno economico la causa unica e diretta del determinarsi degli altri fenomeni sociali, politici, religiosi, giuridici, artistici e morali; mentre sono più nel vero quelli che sostengono che i fenomeni sociali sopra indicati possano alla loro volta esercitare un’azione determinatrice sopra il fenomeno donde hanno tratto l’origine; così è innegabile che se la produzione economica stimola il movimento scientifico, questo alla sua volta con l’invenzione di macchine, di strumenti ecc. stimola e rende più perfetta la produzione economica. 8. Eccezioni apparenti del principio di causa. Vi sono due idoe, che pare si sottraggano all’universalità del principio di causa o che malgrado lo sviluppo del pensiero scientifico hanno tuttora molta forza; sono le idee del miracolo e del caso. J1 miracolo, preso non nel significato religioso, ma nel significato etimologico più gouorale [mirari), è un avvenimento raro, imprevisto, che si produce fuori oppure in opposizione del coreo ordinario e naturale delle cose. Però esso non porta alla negazione della causa intesa nel senso popolare, giacché suppone sempre un antecedente: la Divinità, o una potenza ignota; ma ammette una derogazione al determinismo, nega la causa nel senso scientifico; il miracolo sarebbe la causa senza la legge. Per molto tempo nulla ò sembrato più naturale del miracolo: nel mondo fisico l'apparizione d'una cometa, le ecclissi e altri feuomoni simili erano considerati come prodigi e presagi, e tuttora sono causa d’inquietudine per molte persone; nel campo della vita codesta credenza è più tenace; nel secolo XVII spiriti illuminati ammettevano ancora gli errore s o lusus naturar, stimavano la nascita di mostri segno di cattivo augurio ecc. Peggio avveniva nel campo della psicologia; sono noti i pregiudizi, così diffusi nell'antichità, non ancora scomparsi, intorno ai sogni profetici, al mistero onde si è circondato per tanto tempo il sonnambulismo naturale o provocato e gli stati analoghi. Infine anche nella vita sociale vi sono molti utopisti, cho pur respingendo la realtà del miracolo, l'ammettono però con grande facilità nell'ordine politico o ricostruiscono la società umana ab imis fundanientis seguendo i loro sogni. L’idea di caso è più oscura e controversa. Nel significato volgare esso è un avvenimento elle non presuppone nè causa nè leggo, un'eccezione alla regola generale, secondo la quale ogni fatto è un effetto. Molti pensano che il caso sia uua causa reale, ma oscura e impenetrabile, un principio di disordine e di confusione, che con irresistibile potenza agisce nel mondo a dritto e a torto, producendo ora con ostinazione capricciosa, una serio continua e strana di avvenimenti, ora fenomeni isolati e mostruosi. Ma già nell’antichità Aristotile, intravedendo la verità, scrisse: “ si dice che alcune cose avvengono per caso, altre no, pur sapendo che tanto le prime quanto le seconde si possono spiegare riferendosi a qualcuna delle cause ordinarie,. Anche Hume afferma essere il caso non altro che l’ignoranza delle cause vere. Il Cournot, studiato profondamente tale problema, dice die gl’avvenimenti prodotti dall’incontro o dalla combinazione di altr’avvenimenti che appartengono a serie indipendenti le uno dalle altro sono chiamati fortuiti o risultati del caso,. Innumerevoli sono gli esempi di questa congiunzione o incrociamento di due o più serie di cause e di effetti, indipendenti all'origine le uno dalle altre e non destinate per la loro natura ad una influenza reciproca; cosi una serie di cause e d’effetti conduce un viaggiatore a prendere un determinato treno e una serie di cause e d effetti totalmente distinti produce in un luogo e momento determinato, un accidente che uccide il nostro personaggio. Rappresentandosi con una linea continua la catena delle ragioni che spiegano un fenomeno, se questa catena 6 attraversata da un’altra catona e questa linea vioue tagliata da una linea che parte da un altro punto, il risultato di tale intersezione è qualcosa di fortuito, un caso, che non è altro quindi che l'incontro di due serie di cause non solidali, o non presenta quel carattere di assurdità che si scorge in un fatto senza causa, giacché suppone il concorso di più cause; si potrà dire con maggior precisione che è un fatto senza legge. Tra la definizione del Cournot e quella antica di Aristotile, come è stato osservato, esisto una profonda analogia, e si può almeno diro che tanto per il primo quanto pel secondo il fortuito consisto nell'incontro imprevedibile di cause e d'effetti fino a quel punto indipendenti. Ribot Da Miltiaud e Piérox nella Heviie de Métapht/sique et de Morale. Dopo che si è osservato che a’ intenda per causa, è facile comprendere che cosa s’intende per legge, sempre però nel campo delle scienze che sono anche dette nomotetiche, appunto perchè mirano a stabilire leggi. Quando noi esprimiamo giudizi universali, come i seguenti : tutti gli uomini sono mortali, tutti i raggi luminosi che cadono sotto un angolo di 30 gradi, sono riflessi sotto un angolo di 30 gradi; noi vediamo tosto che essi furono veri noi passato e saranno nell’avvenire [manto nel pres ente. Quando il chimico dice che ogni combinazione dello zolfo con l’ossigeno avviene secondo rapporti fissi di peso, non si riferisce ad un momento, ad un giorno, ad un anno, ad un secolo, ma Quindi nello stesso modo che davanti a giudizi di tal fatta è lecito porre la parola sfM pg£ dominane, si può mettere anche la parola sempre, la quale £. richiamerebbe insieme col tempo presente anche il passato e il futuro: sempre e dovunque le combinazioni di zolfo o (l’ossigeno si sono fatte, si fanno e si faranno secondo rapporti fissi di peso. Però il tempo presente che si adopera in queste proposizioni categoriche universali non deve essere inteso nel senso che indichi una realtà permanente ed eterna', giacché la scienza considera i fenomeni fìsici e chimici, l’esistenza degli organismi viventi, le attività psichiche, gli aggruppamenti sociali, c ome semplici possibilità : ossia tutti questi fenomeni sono, possibili sempre e doni nane, quando ne sian o date le condizioni, non vuol già dire che siano perpetuamente reali; la quale affermazione evidentemente sarebbe erronea. Tediamo di dare le ragioni di questo possibile * errore. Posso io dire in forma di giudizio categorico: sempre e d ovunque i corpi si combinano secondo rapporti fissi di peso? la combinazione dei corpi è una realtà costante ed eterna ? No certo; la chimica non insegna forse che «ad una certa temperatura tutte le attività chimiche sono sospese? Può esservi stato nel tempo trascorso, potrà esservi nell’avvenire un periodo di freddo universale nel quale alcuna combinazione chimica non era e non sarà possibile; bisognerebbe quindi esprimersi con maggior precisione nel seguente modo: sempre e dovunque, se alcuni corpi si combinano, le loro combinazioni avvengono secondo rapporti lissi di peso.' Negli enunciati generali della fisica si può constatare un fatto simile. Così la legge d’attrazione non si può esprimere per mezzo d’un’affennazione categorica ed universale come la seguente: tutti i corpi si attirano; ma assai meglio e in modo più preciso in una forma condizionale: sempre e dovunque, se due corpi pesanti sono soggetti, senza causa perturbatrice o inibitrice, all’influenza che essi esercitano l’uno sull’altro secondo le loro masse, la forza della loro attrazione è direttamente proporzionale al prodotto della massa e inversamente al quadrato della distanza. L ’impenetrabilità ci mette in presenza d’un problema analogo. A prima vista nulla di più categorico di questa asserzione: tutti i corpi nello spazio occupano un posto; che cos’è un corpo? è un aggregato che ha un certo volume e una certa stabilità; vi sono corpi, ve ne sono sempre stati e sempre ve ne saranno. Eppure possiamo chiederci con ragione se la scienza non deve ammettere come possibile uno stato dell’universo, nel quale ogni aggregato sarà sciolto e gli elementi veri verranno separati e rimarranno indipendenti. Non vi sarebbero quindi corpi percettibili per la nostra mano o per le nostre bilance, non vi sarebbero più atomi o elettroni ; gli atomi e gli elettroni sono essi impenetrabili? lo sappiamo noi di vera scienza? Isaville, La primauté des jngements condiiiunnels, “ Rovue philos.] In conclusione possiamo dire che alle leggi e ai teoremi universali conviene non la forma categorica, ma la forma condizionale, poiché espri m ono affermazioni relative a rap p orti e ad avveni menti consid erati solo come possibili, ossia soggetti a determinate condizioni, le quali col tempo possono anche venir meno. I caratteri della legge naturale. Chiarito in tal modo il concetto di legge naturale, possiamo chiederci: perchè noi crediamo, anche sulla testimonianza d’un caso solo, che i casi futuri saranno simili ai casi sperimentati? come da un certo numero di casi si trae una legge e si estende a * r** 6 " tutti i casi omogenei possibili? perchè, ad esempio, dopo r '“y ' m t, ’ z aver esperimentato una o più volte che un corpo immerso in un liquido perde tanto del proprio peso quanto è il peso del liquido spostato, il fisico passa a stabilire la legge generale: sempre e dovunque se un corpo è immerso nell’acqua perde tanto ecc. ecc.? Il fondamento logico di quest’affermazione è da ricercarsi in un postulato, cioè in un principio indimostrabile, c he dev’essere ammesso affinché la realtà riesca comprensibile : tale postulato è quello deU.’uniformità della indura, il quale è alla sua volta fondato sul principio dì causa inteso nel senso che cause simili in condizioni simili producono effetti simili e sul principio della conservazione della materia e dell’energia. Il postulato àe\Vuniformità della natura, la cui esigenza era già stata compresa dagli antichi nell’espressione: natura non facit saltus, non indica già che la realtà naturale è costante e uniforme, ma che, pur essendo essa in perpetua evoluzione e trasformazione, i mutamenti incessanti avvengono secondo leggi costanti e uniformi. Il principio della conservazione dell’energia, che dà alla scienza contemporanea della natura il suo carattere proprio, trova la dimostrazione più evidente nella chimica, la quale, appoggiandosi a tale supposizione, confermata da un gran numero d'esperienze, afferma che la somma delle particelle materiali o atomi rimane sempre la stessa in tutti i mutamenti che la materia subisce. Perciò quando un corpo riceve nuove proprietà, ciò si spiega per mezzo d’una modificazione nell’insieme e nelle modificazioni delle parti: produzione o soppressione d’una sostanza significa aggregazione o disgregazione d’atomi che già preesistevano, benché in altre combinazioni. Ammettendo quindi che la materia persista attraverso a tutti i suoi mutamenti, si ammette ancora che la somma dell'energia ossia la capacità di lavoro, di vincere la resistenza che si manifesta nella natura materiale, rimane sempre la stessa; e solo in apparenza avviene che l’energia nasca o si distrugga, come si può dimostrare con qualche esempio: La forza colla quale una pietra cade a terra dipende dall’altezza dalla quale cade, e, alla sua volta, l’altezza dipende dalla forza con la quale la pietra era stata sollevata. Quando la pietra s’è fermata sulla terra, pare che la forza si perda, giacché la pietra non ha apparentemente il potere di muoversi dal suo posto; ma, anche allora, il dileguarsi della forza significa solamente che questa si è convertita in qualche altra cosa, in calore. Lo stesso fenomeno avviene quando il movimento non cessa del tutto, ma è solamente rallentato dall’attrito, giacché la forza perduta dal corpo, per l’azione dell’attrito, non si perde in modo assoluto, ma si trasforma in calore. Esperienze ripetute, sempre confermate, dimostrano che la quantità di forza, o, meglio, d’energia che scompare sotto una forma, trova il suo equivalente esatto in un’altra forma, cosicché la stessa quantità della stessa specie d’energia potrà essere di nuovo restituita, e qualunque sia la metamorfosi che può subire ciascuna delle differenti forme d’energia, considerate a parte, la loro somma rimane sempre la stessa. L ’importanza di questo principio è grandissima per la s cienza, benché come legge generale della natura non abbia ell e un valore ipotetico, giacche, non potenao mai conoscersi il contenuto totale del la natura, non potrà inai ess ere confe rmato dall’espe rienza se non in maniera approssimativa. Esso si deve quindi considerare come~u n~;7r7nc7'»fo o un 'idea che ci dirige nelle nostre investigazioni. Infatti quando si presenta ai nostri sensi un nuovo fenomeno, ossia HJmnsc] quando ha luogo un mutamento dentro o fuori di noi, esso ci invita a scorgere nel nuovo fenomeno non altro che la continuazione o la trasformazione del primo, o almeno a ricercare un fenomeno antecedente, del quale sia la conseguenza inevitabile, donde il principio di causalità, secondo il quale due fenomeni ci appariscono cosi strettamente legati rimo all’altro, che, dato il primo, l’altro si presenta inevitabilmente. La formula dell’induzione, ossia la legge scientifica si può dunque esprimere nei seguenti termini: Ogni rapporto di causalità è costante. Il rapporto constatato tra i fenomeni A e B è un rapporto di causalità. Il rapporto tra A e B è costante. Se, come ha dimostrato l'Helmoltz, esiste veramente la legge di conservazione dell’energia, essa deve valere tanto per la natura animata, quanto per quella inanimata. Poiché la natura animata, dice un tisiologo idealista, è composta della stessa materia dell’inanimata ed è in continuo ricambio materiale con ossa, e poiché per mezzo delle sostanze assunte certe forme d’energia son trasportato dalla natura inanimata in quella animata, la leggo di conservazione dell’energia sarebbe interrotta, se nella sostanza viva l'energia perisse o sorgesse, cioè se la stessa quantità d’energia introdotta nei corpi vivi, non fosse ridata di nuovo alla natura inanimata, sia durante la vita, sia dopo la morte. Studi recenti hanno dimostrato che tutta l’energia assorbita dall’organismo coila nutrizione dalla natura inanimata, abbandona poi di nuovo il corpo sotto altre forme; nell’organismo non vi ha produzione nè perdita d’alcuna minima quantità d’energia. L’evoluzione del concetto di legge. Nello sviluppo del concetto di legge si possono distinguere tre periodi principali: quello delle immagini generiche, quello delle leggi concrete o empiriche, quello delle leggi teoriche e ideali. Nella prima fase la mente umana si forma una concezione meccanica della regolarità d’un fenomeno, la quale si estende ad un numero assai ristretto di avvenimenti: è il risultato della ripetizione costante o frequente di alcuni cicli, Verworx, Fisiologia generale, Torino, Bocca] come, ad esempio, del corso del sole, della lima, delle stagioni ; molti uomini non hanno che questa ombra, questo simulacro di legge, che riposa sulla pura associazione, sull’abitudine pratica, sull’ attesa spontanea d’una ricorrenza che è stata percepita più volte. Questa nozione, quantunque sia assai umile, tuttavia è stata assai utile nei primi passi percorsi dall’umanità sul cammino della scienza, poiché ha frenato la tendenza vivissima dell’immaginazione a popolare il mondo di cause capricciose e senza regola: è stata la prima affermazione d’una credenza nella regolarità. In un periodo posteriore la riflessione e la ricerca metodica fanno sorgere lentamente le leggi empiriche, che consistono nella riduzione d’un gran numero di fatti in una formula unica, senza però dare di essi la ragione esplicativa. Nel corso degli avvenimenti la mente scopre tra due o più fatti un rapporto costante di coesistenza o di successione, il quale viene esteso ad altri casi; qui non è del tutto necessaria la costanza, basta la frequenza. La legge empirica è identica ai fatti, ossia legge e fatti non sono che due aspetti della stessa cosa. Si assimila facilmente la legge empirica a un fatto generale; cosi in psicologia si dice: la legge d’associazione o anche il fatto generale dell’associazione. In secondo luogo la legge empirica è non di rado complessa ; non riuscendo sempre a rinchiudere in una formula unica e breve molti fatti, essa deve scindersi in più casi e adoprare lunghe formule per potere contenere i casi particolari e le eccezioni. Appaiono infine le leggi teoriche o ideali, che sono le più astratte e le più semplici; sono costruzioni dello spirito che divengono sempre più approssimative a mano a mano che salgono e s’allontanano dall’esperienza; e non possono essere applicate, discendere dalla teoria alla pratica se non mediante rettificazioni o addizioni. Per gli spiriti abituati alla disciplina delle scionze rigorose la legge ideale è la sola valevole, onde considerano con un certo disprezzo e con certa diffidenza le formule che sono un semplice riassunto dei risultati dell’esperienza. Il carattere approssimativo delle leggi teoriche deriva dal loro carattere ideale. Cosi si è detto che « le leggi fisiche sono verità generali sempre più o meno falsate in ogni caso particolare » ; per es., non è sempre assolutamente vero che un movimento sia uniforme e rettilineo; la legge teorica delle oscillazioni del pendolo non si può constatare in modo assoluto, giacché non esiste un mezzo non resistente, una forza affatto rigida e che non possa estendersi, nè un apparecchio di sospensione capace di moversi senza attrito; un pianeta non potrebbe descrivere una ellissi esatta, se non nel caso che girasse solo intorno al Sole, e poiché vi sono più pianeti che agiscono e reagiscono gli uni sugli altri, la legge di Keplero rimane vera solo idealmente. Si sa da ricerche compiute con estrema precisione, che la legge di Mariotte sopra i rapporti tra la densità d’un gas e la pressione che sopporta, non è rigorosamente esatta in nessuno di essi ; però tra la teoria e la realtà le differenze sono così tenui, che nei casi ordinari si possono trascurare. Neppure le leggi della termodinamica (conservazione dell’energia, correlazione delle forze) adoperate con tanta frequenza ai nostri giorni pel loro carattere di generalità e che qualcuno considera come il principio ultimo dei fenomeni, non hanno un valore assoluto; infatti non è del tutto esatto il dire che ogni cambiamento dia luogo a un cambiamento capace di riprodurre il primo senza addizione o perdita. L’enumerazione delle leggi ideali sarebbe lunghissima. Oggidì la nozione di legge è comune a tutte le scienze od è usata nel significato più rigoroso nelle scienze matematiche e fisico-chimiche. Però non è sempre avvenuto così. Nell'antichità il termine è adoperato in un senso quasi esclusivamente sociale, giuridico, morale, per cui si considerano le leggi naturali come norme impartite ai fatti da una volontà soprannaturale, nello stesso modo che il legislatore impone ni cittadini il proprio volere con norme non trasgreditoli; con gli stoici l’idea di legge è trasportata per la prima volta dai fatti morali ai naturali, e con la scuola epicurea cominciò a considerarsi come la manifestazione spontanea della realtà intima dei fenomeni. Il concetto di legge nel senso moderno si è formato tardi o assai lentamente; Copernico o Klepero nel secolo XVI si servono della parola “ ipotesi il Galilei chiama assiomi le leggi fondamentali della natura e leoi-emi quelle che ne derivano secondo la torminologia dei matematici. Descartes incomincia la sua filosofia della natura ponendo alcune lìegulae sire leges vaturales. Newton dice: Axiomata sire leges motti ». L’estensione della pai'ola logge è dovuta assai probabilmente al bisogno di stabilire una divisione netta tra gli assiomi astratti dei matematici e i principi ai quali si attribuisce un valore oggettivo e un esistenza nella natura. Infine con la celebro delinizioue del Montesquieu (1689-1755): “ le leggi sono i rapporti necessari che derivano dalla natura dello cose, il concetto di logge ha preso il più alto grado di generalizzazione. Un altro fatto degno d’osservaziono è il seguente : Cartesio chiama lo leggi della natura 41 regolo „ in quanto esse servono a spiegarci i fenomeni; lo chiama “ leggi „ in quanto Dio le ha stabilite all'origine dell’universo come proprietà della materia. Tiù tardi la natura pronde il posto di Dio; il che è una sopravvivenza d una concezione panteistica del mondo; poscia predomina la tendenza a designare lo leggi coi nomi dei loro scopritori: legge di Mariotte, di Oay-Lussac, d'Avogadro, di Weber ecc. Nel secolo XVII è Dio che stabilisce le leggi della natura; nel XVIII è la natura stessa; nel XIX sono gli scienziati stessi che si assumono un tal compito. 4. Cenno storico della teoria logica dell’induzione. Benché abbia avuto il suo massimo svolgimento nella scienza moderna, tuttavia la teori a logica dell’induzione risale all’antichità, e la vediamo formulata per la prima volta da Aristotile, pel quale l’induzione è il procedimento opposto al sillogismo deduttivo, e consiste nel ragionamento che procede biamo tenerci lontani dai pregiudizi e dalle illusioni, ch’egli chiama Mola e distingue in quattro classi : Mola tribus, che derivano dalla natura e dalle tendenze proprie dell’uomo; Mola spedis prodotti dal carattere e dalle particolarità individuali proprie di ciascun nomo; Mola fori, che sono gli errori che sorgono dal commercio cogli altri uomini, specialmente per mezzo del linguaggio; Mola theatri, cioè gli errori che si ricevono per la via della tradizione, dell’insegnamento e dell’autorità altrui, quando si accolgono senza critica. Liberato il terreno da questi ostacoli, sarà assai piè agevole salire dai fatti constatati per mezzo dell’osservazione e dell’esperimento alle leggi; in ciò consiste la vera induzione, che egli considera come la via migliore per costruire la scienza. Egli però non attribuisce alla parola legge il significato odierno, ma il senso d’una semplice generalizzazione empirica; d à valore di prova solo all’induzione completa, all’ennmerazione compieta, che nella maggior parte dei casi non è possibile, dimodoché non è mai stata adoperata da nessuno dei grandi maestri della scienza. Si è osservato giustamente che l’induzione baconiana trascende in un volgare empirismo, poiché, c oncedendo minima importanza al ragionamento, non ci permette di vedere distintamente se la connessione osservata tra vari fenomeui è puramente casuale e sarà contraddetta da ulteriori osservazioni, o se dipende da ragioni profonde che fanno estendere il principio generale ottenuto anche a fatti non ancora esaminati. Bacone dichiara che la scoperta di nnove verità può ottenersi soltanto per mezzo d’una raccolta metodica di fatti, la quale deve essere fatta in modo da distinguere i fatti in tre categorie, disponibili in tre tabelle differenti. La prima, che vien chiamata tabula essentiae et presentine, contiene esempi concordanti nella presenza del fenomeno che si vuole investigare; la seconda detta tabula declinationis sive absentiae in proximo contiene esempi che mancano nel fenomeno, ma che sono connessi cogli esempi in cui il fenomeno accade, ciascun esempio corrispondendo per quanto è possibile a quelli già inclusi nella primn tavola. La terza, che prende il nome di tabula graduimi si ve tabula comparativa, comprende i fenomeni in cui il carattere ricercato si trova in grado più o meno intenso, sia elio la variazione avvenga nollo stesso soggetto, sia che in diversi soggetti paragonati fra loro. Come è facile accorgercene, il procedimento induttivo viene in tal modo sottoposto a troppe lungaggini, che ne rendono l’uso assai difficile o poco pratico, benché Bacone abbia con lo sue tavole intraveduto i tre primi dei quattro metodi dello Stuart Mill. Il creatore del metodo sperimentale è BONAIUTI Galilei che vide più chiaramente di Bacone il vero carattere dell’induzione e seppe accoppiare ad una mente critica e indagatrice di supremo valore un’abilità insuperabile nello sperimentare. Noi salutiamo oggi il Galilei (cito a bello studio le parole non sospette d’uno straniero) come il vero fondatore della scienza della natura, alla quale egli ha dato il metodo più acconcio; noi salutiamo in lui lo scopritore della legge della caduta dei gravi, con la quale ha posto la base alla scienza del movimento, alla dinamica, e ha aperto in tal modo la prima porta a tutta la fisica; con profonda ammirazione pensiamo alle sue osservazioni astronomiche, e sopratutto alla scoperta dei satelliti di Giove, delle stelle Medicee, mondo copernicano in piccolo: egli stesso visse e soffri per la dottrina di Copernico, per la conoscenza scientifica dell’universo. Il metodo tjalileiano, cioè il metodo sperimentale che riunisce armonicamente l’induzione e la deduzione, l’esperienza e il pensiero, rappresenta, come ha già affermato Emmanuele Kant, una rivoluzione dell’indagine scientifica; l’antica filosofia naturale è condannata, per lasciare il posto alla moderna scienza. Tutta l’opposizione fra questa e quella, il progresso grande fra l’una o l’altra si può esprimere con brevi parole: invece di chiedere: perchè cadono i corpi, da quale specie di impulso, da quale ignota causa vengono sospinti ; il Galilei si pone il problema : come cadono i corpi, secondo quale legge. Questo mutamento in apparenza leggero nel porre la questione scientifica separa due età della conoscenza umana, collocando al posto dell’inutile e ingannevole ricerca intorno all’essenza delle cause il s olo compito possibile di indagare e ritrovare l e leggi dei fenomeni. Riehl, Philosophie der Gegenwart, Lipsia, Teubner Galilei concepisce le forze naturali come capaci di peso e di misura nelle loro azioni, e dice quin di essere la natura scritta in caratteri matematici, e i caratteri essere t riang oli, centri e altre figure geometriche, e quindi senza questi mezzi essere impossibile di intenderne umanamente parola; adopera i sensi nelle esperienze, l’immaginazione per rappresentarci all’intelletto le apparenze possibili o avverate dei corpi, la ragione tanto nell’indagare le intime leggi del pensiero, quanto a ricercare con le matematiche le leggi intelligibili del mondo esterno, essendo ogni cosa creata con peso, numero e misura. Egli sottomette all’analisi ogni benché minimo accidente, con instancabile pazienza r ipete l’oss ervazione e l’esperimento variando le circostanze e rimovendo ' g li ostacoli che ne potessero diminuire la sincerità. Tutte queste precauzioni, dice il Fiorentino, sarebbero rimaste inu-j tili, senza quella geniale divinazione dell’ingegno, che, quasi lampo attraverso d’una nuvola squarciata, gli faceva alla lontana intravedere la possibile causa d’un fatto. Vede oscillare una lampada, ne osserva i movimenti equabili, li misura ai battiti del polso e corre col pensiero all’ isocronismo del pendolo. Si sovviene aver veduto nelle tempeste cadere piccoli 1 grani di grandine misti con mezzani e con grandi, tutt’ insieme, nè gli uni aver anticipato l’arrivo in terra a preferenza degli altri e medita la legge della caduta dei gravi. Raschia con uno scarpello di ferro tagliente una piastra ottone per levarle alcune macchie, e movendolo con velocità sente fischiare ed uscirne un sibilo molto gagliardo e chiaro;! guarda su la piastra e vede un lungo ordine di virgolette! sottili, egualmente distanti l’una dall’altra; rifà l’esperienza e s’accorge che il fischio s’ode soltanto quando più veloce vi striscia, più inacutisce il suono e più inspessisconsi le virgolette; ed eccolo pensare alle proporzioni delle onde sonori ed alla teorica degli accordi musicali. Il pensiero e il senso la natura e la ragione si trovarono riunite nell’ingegno del sommo Galilei, ed a questo propizio congiungimento si del: bono le sue maravigliose scoperte : non trascurar nulla di ciò che la sensata sperienza ci porge ; nè d’altra parte arrestarsi impigliato nell’immediatezza del fatto; tale fu la giusta misura ch’egli seppe trovare tra le angustie del senso o gli sfrenati ardimenti del vuoto intelletto (Telesin). Una trattazione profonda e singolare della teoria induttiva è data dall’ inglese Mill, che definisce la logica « la scienza delle operazioni intellettuali che servono all’estimazione della prova, ossia la scienza del procedimento generale che va dal noto all'ignoto, e delle operazioni ausiliario di quell’operazione fondamentale. Salire dal noto all’ignoto significa ragionare, e ragionare, in senso esteso, è sinonimo d’inferenza, la quale, come abbiamo già detto, nella sua forma originaria va sempre dal p articolare al particolare: la logica ci mostra appunto come da questa forma primitiva e irreducibile di ragionamento spunta l’induzione scientifica ossia quella che va dal parti colare al generale. Il carattere essenziale di quest’ultima consiste nel concludere che « ciò che è vero in un caso particoc olare sarà trovato vero in tutti i casi che rassomigliano al primo. E chiaro che una tale operazione ha come prejmp pjgjounpostulato, giacche per credere che ciò che s^pro d otto in un caso particolare si riprodurrà in tutti i casi simili, bisogna prima ammettere « che vi sono in natura casi paral leli, che ciò che è avvenuto una volta avverrà pure in circostanze simili e avverrà tutte le volte che le stesse ciscostanzo si ripresenteranno » o, in altre parole, è necessario credere che i l corso della natura è uniforme, e l’uniformità della nat ura alla sua volta riposa su l principio della causalità universale che, secondo il Mill, trae la sua origine dall’esperien za" Egli censura la definizione comune della causa ; gi aedi è, "se due fenomeni che si succedono in ordine di tempo fossero l’uno causa dell'altro, bisognerebbe dire che il giorno è la causa della notte e viceversa; invece noi sappiamo bene che tale successione è soggetta a una condizione, il levarsi del sole sull’orizzonte; è quest’ultimo fenomeno quello che fa succedere la luce alle tenebre e, se venisse a mancare, non vedremmo più il giorno alternarsi alla notte. Bisogna quindi definire la causa d’un fenomeno « l' antecedente o la riunion e d’ antecedenti, di c ui il fenomeno è invariabilmente e incondizionatamente la conseguenza. Dopo l'apparizione dell'opera capitale del Alili “ Sistema di logica, si La una vera fioritura importante di opere che trattano di questioni logiche, e in particolare della teoria induttiva; frale più importanti noteremo le seguenti: A. Baiu, La logique induttive et deductive (trad. dall’inglese); Dii fondement de l'induction di Lacheli er; Sigwart. Logik; Wundt, Logik. Degna di nota è la dottrina della contingenza sostenuta in Francia da una schiera valorosa di pensatori, tra i quali emergono Emilio B outro ux ed Enrico Bergson. Secondo tale dottrina la contingenza è al fondo della natura, e l a necessità dello leggi naturali è solame nte r elativ a, perchè la coni» non spiega mai tutto l'effetto, e se questo facesse una cosa sola con la causa, non si potrebbo considerare come un vero effetto. Si osserva quindi che nella naturn ad ogni grado s'a ggiu nge sempro qualch e cosa di nuovo.qualche elemento che non si trova nel grado precedente : cosi la coscienza s'aggiunge alla vita, la vita alla materia, nella materia lo proprietà fisiche e chimiche s’uniscono allo proprietà matematiche ecc. ecc. La contingenza che si nota in ogni forma de ll’eBsere è il segno manifesto della libertà che agisce nel mondo dei fenomeni; ossa scuote il postillato che rende inconcepibile l'intervento della libertà nel succedersi dei fenomeni, la massima secondo la quale nulla si crea o nulla si distrugge; essa ci porta ad ammettere uua libertà che discenderebbe dalle regioni soprassensTbili, per mescolarsi ai fenomeni e dirigerli per vie impreviste. (La tendenza ad estendere la libertà e la conti ngenza ai fenomeni della natura o dell'uomo tocca il minto culminante nella dot trina del Bergso n, pel quale gli stati psichici profondi, quelli elio formano la baso fondamentale dello spirito, costituiscono un’eterogeneità assoluta: essendo ciascuno qualche cosa di unico nel suo genere, non diviene uè causa nè effetto, non potendo la causa riprodurre sè stessa; e non ha alcun rapporto colla quantità, essendo qualità pura; alla quantità egli oppone la qualità, al meccanismo dello spirito il dinamismo, allo spazio la durata pura, al determinismo la libertà. Però una tale questione esco dai limiti della logica, per entrare nel campo della metafisica. Uno dei seguaci del Bergson, il Le Roy, afferma che l e leggi s cientifiche diventano rigorose solo un mulo si trasformano in con1 vonzione e si appoggiano a circoli viziosi: il corso degli avvenimenti è regolare, abituale, ma non necessario; cosi la legge della caduta dei gravi ha valore, ma solo quando forze estranee non la turbano: Boutroux, De la contingence des loie de la nuture. Alcali] la conservazione dell’energia s’applica solo ai sistemi chiusi, i quali sono quelli appunto in cui l'energia si conserva. Importante nel movimento del pensiero contemporaneo, è pure la teoria di Ernesto Mach, fìsico e filosofo illustre. Questi pensa elio le scienze fisiche c naturali non sieno altro elio descrizion i di fatti naturali, ossia di fatti di coscienza, di sensazioni, e che quindi tra il mondo della materia e Quello dello spirito non viT~) Euyssex] Ma, è stato osservato, le forze naturali e il tempo bastano per spiegare le irregolarità della crosta terrestre, senza ricorrere ai cataclismi; nè si può affermare che il periodo attuale risalga solo a sei mila anni, ma a molte migliaia di più; inoltre a periodi differenti non corrispondono specie differenti, poiché certe specie appaiono in diversi strati successivi, mentre altre si sono estinte prima che avesse fine l’epoca alla quale appartenevano. Queste ed altre obbiezioni pur gravi fecero tramontare l’ipotesi del Cnvier, della quale prese il posto e si diffuse rapidamente quella del Darwin, Bisogna risalire fino al Rinascimento, per trovare i primi tentativi d’interpretazione del mondo organico per mezzo dell’evoluzione naturale. Se no trovano accenni in opere di scienziati e filosofi appartenenti alle scuole più diverse, in Bruno, in Leibniz, in Cesalpiuo, in Buffon, in Goethe, e più chiaramente in Damarli ecc. Darwin ha il merito, senza dubbio, grandissimo di aver saputo mettere. insieme tutti i fattori dell’evoluzione organica : vide nella lotta per l’esistenza la causa della selezione naturale, a cui la variabilità offre la materia, che poi l’eredità trasmette; accanto a questi fattori principali pose come fattori ausiliari l’azione dell’ambiente sull’organismo, l’influenza dell’ uso e del non uso degli organi, la scelta sessuale, la legge di correlazione di sviluppo. L 'influenza dell’ambiente è la causa più in vista; piante e animali si modificano mutando clima e paesi; di tutti gli esseri viventi sopravvivono solo quelli che sanno adattarsi all’ambiente. Gli animali debbono lottare non solamente contro il suolo e il clima, ma anche fra di loro: le piante sembra che si contendano i raggi del sole e il nutrimento della terra; gli animali adoprano l’intelligenza e l’energia che possiedono per procurarsi da vivere; gli uccelli da preda provvedono alla propria esistenza mettendo a morte gli uccelli più piccoli e più deboli; questi alla lor volta si nutrono di insetti, i quali vivono a spese del regno vegetale; dimodoché tutti gli esseri, dall’animale più perfetto alla pianta, si movono di continuo una guerra violenta e accanita; e in questa lotta per resistenza vincono i più forti e i più fecondi. I caratteri che assicurano il trionfo degli individui e delle specie si sviluppano producendo nell’organismo modificazioni più o meno profonde, giacché le diverse parti delPorganismo sono così strettamente collegate fra di loro, che i mutamenti che accadono in una si fanno sentire più o meno anche nelle altre, donde la legge di correlazione di sviluppo ; infine Veredità fissa nella specie i caratteri acquistati dall’individuo. In tal modo la selezione naturale, mediante continue modificazioni, conduce ad una trasformazione continua e progressiva degli esseri animali e vegetali, assicurando la sopravvivenza dei più perfetti. L ipotesi darwiniana, appoggiata ad una grandissima copia di fatti, di osservazioni e di prove, contribuì a spiegare molti fenomeni che fino allora erano rimasti senza spiegazione, oppure erano stati spiegati in modo imperfetto; non è quindi a meravigliarsi se oggi essa è accettata dalla maggior parte dei naturalisti come legittima; benché le differenze nel modo di intenderla siano assai gravi, e benché abbia segnato il principio d’una rivoluzione radicale nell’ interpretazione scientifica della natura. E se oggi la selezione naturale solleva non poche obbiezioni e appare di per sé sola insufficente a spiegare tutti i fenomeni della vita organica, tuttavia i principi messi innanzi dal Darwin devono figurare come la regola il « metodo » generale che bisogna seguire nell' interpretazione dei fenomeni naturali. L’analogia. Il procedimento analogico ha pure, come abbiamo già accennato, molta importanza nella ricerca scientifica. La parola « analogia » ha però bisogno d’esser chiarita nei suoi significati essenziali, affinchè si possa comprendere il valore che essa possiede nella ricerca scientifica. Nel linguaggio volgare tale vocabolo s’adopera generalmente come sinonimo di somiglianza, mentre in realtà non è che ima forma imperfetta di somiglianza. In tutte le scienze si possono ritrovare esempi d’analogia. Cosi nella chimica vi sono corpi analoghi, cioè capaci di combinarsi con un altro corpo dato, producendo composti paralleli ; in fisica SARLO (vedasi), Studt di filosofia. Roma, Loeschcr] il suono è analogo alla luce, avendo amendue un carattere comune che è la vibrazione, malgrado la differenza del mezzo che serve di veicolo. L’analogia riesce ancor più evidente e frequente negli esseri viventi; così malgrado le differenze grandi che a prima vista passano tra un uomo e un uccello e tra un uccello o un pesce, pure la loro struttura è analoga, poiché tutti constano d’nna serie di segmenti vertebrali, che formano appunto la colonna vertebrale; hanno tutti un capo che è collocato all’estremità anteriore di questa colonna, un tubo digestivo che ne percorre tutta la lunghezza e una certa quantità d’organi che si corrispondono a vicenda. L’analogia, considerata come un procedimento dello spirito che mira a nuove cognizioni, si può dire un’ inferenza che da una rassomiglianza constatata di alcuni punti conchiude alla rassomiglianza su altri punti; è un procedimento instabile, ondeggiante e multiforme, che può dar luogo ad aggruppamenti imprevisti e ad invenzioni originali, come ci dimostra la storia delle scoperte scientifiche, e in generale tutti i prodotti della fantasia e dell’immaginazione. Negli spiriti poco precisi e rigorosi nelle loro osservazioni Yanalogia si fonda per lo più sopra il numero degli attributi paragonati, benché non sia raro il caso di analogie singolari basate su pochissimi caratteri comuni; cosi un bimbo vede nella luna circondata dalle stelle una madre colle sue figlie ; gli aborigeni dell’Australia, racconta un viaggiatore, chiamarono un libro una « conchiglia », perchè si apriva e si chiudeva come la valve di questo animale. L’analogia è più profonda quando ha per base la qualità o il valore degli attributi messi a confronto; allora s’appoggia sopra un elemento variabile che oscilla dall’essenziale all’accidentale, dalla realtà all’apparenza; cosi tra i cetacei e i pesci le analogie sono molte pel profano, tenui pel naturalista. Valore dell’inferenza analogica. L’analogia può riferirsi ai termini oppure ai rapporti', cosi se da una rassomiglianza di natura fra due organi si inferisce la rassomiglianza delle funzioni, nella prima rassomiglianza abbiamo un’analogia clie si riferisce ai termini; nella seconda ima analogia elle si riferisce ai rapporti. L’inferenza analogica si distingue dall’induzione per due caratteri principali: 1° L’analogia è in realtà una deduzione fondata sopra una precedente induzione, benché in apparenza proceda dal particolare al particolare. Sieno per esempio i fenomeni A e B che abbiamo in comune i caratteri a b c d ; constatando nel primo un quinto carattere x, posso inferire che esiste pure un’analogia fra i due fenomeni anche rispetto al carattere x, ossia affermo che anche in B si trova quest’ultimo carattere; per es. Franklin nota che alla scintilla elettrica e al fulmine sono comuni alcuni caratteri, e conclude che hanno pure comune la causa, donde la scoperta della causa del fulmine e del mezzo per mitigarne gli effetti. Bisogna però notare che il legame che esiste tra i caratteri a b c d e il carattere x dev’essere costante e necessario, ossia deve avere il valore d’una legge ottenuta mediante il procedimento induttivo; non dev’essere un fatto accidentale, giacché, come è facile comprendere, in tal caso l’analogia non sarebbe possibile o sarebbe per lo più errata. Molti errori di ragionamento che commette l’osservatore volgare o poco circospetto dipendono spesso da false analogie. Uanalogia è sempre ipotetica, mentre ciò non si può dire dell’induzione. Se per es. io osservo sulla terra i caratteri abed. l’atmosfera, il calore, l’umidità e la vita, e constato nel pianeta Marte i caratteri abe, sono tratto a inferire che anche in Marte esiste il carattere d, ossia la iuta; però evidentemente questa inferenza è ipotetica, e rimarrà tale finché l’esperienza non ne abbia provato la verità. Quindi il ragionamento analogico è di uso assai delicato, e può condurre ad errori assai frequenti anche nell’osservazione scientifica, come ce ne fanno fede tanto le scienze che hanno per oggetto lo studio della natura, quanto le scienze storiche. Un esempio celebre di fallaci analogie è quella già citata di Newton intorno alla luce; è pure fallace quella che Platone stabili fra lo stato e l’individuo, in forza della quale conchiude che debbono esservi tre categorie di cittadini : servi, guerrieri, reggitori, come vi sono tre facoltà dello spirito, sensibilità, affettività, ragione; Platone non volle vedere che le proprietà osservate nell’individuo non corrispondono esattamente alle funzioni esercitate dallo Stato ; in un errore simile sono caduti recentemente quegli studiosi che hanno stabilito un’analogia molto stretta fra l’organismo e la società e hanno affermato che le funzioni sociali debbono corrispondere alle funzioni dell’organismo, riconoscendo nella società un cervello, i tessuti, la circolazione del sangue, un sistema nervoso, muscolare ecc. La logica dell' invenzione. Per ben comprendere la scienza nei suoi caratteri essenziali, per coglierne lo spirito sotto le apparenze superficiali, bisogna ancora considerare brevemente l 'invenzione, la ricerca creatrice, la quale non di rado trascura i metodi, le forme e le vie comuni dell’indagine, giacché il lavoro della mente che crea si compie spesso come in un’atmosfera nebbiosa e oscura, spinto quasi da un presentimento della verità che è anteriore al possesso chiaro e cosciente di questa. In qualche caso lo spirito dell’ inventore è avvolto dalle contraddizioni, non ha la coscienza ben chiara di ciò che compie e dello scopo a cui mira, manca di rigore, di precisione, d’evidenza; spesso nello scoprire una verità, grazie alla potenza intuitiva del suo ingegno, salta a piè pari gli anelli intermedi che congiungono una verità con un’altra, senza curarsi in nessun modo della continuità e della concatenazione dei suoi ragionamenti. La storia ci prova ampiamente che una conclusione nuova e giusta è uscita spesso da falsi ragionamenti, che un edificio creato dalla nostra mente può essere esatto, mentre ne sono false tutte le singole parti; non so quale scienziato ha un giorno esclamato: « Io non vorrei raccontare il succedersi dei miei pensieri in una ricerca, perchè mi potrebbero giudicare o un imbecille o un pazzo » . L’amore esclusivo dell’ordine, della chiarezza, della logica razionale, l’orrore per la contraddizione, che si ritrovano negli spiriti comuni e mediocri, sono non di rado assenti neigrandi inventori. Il Turgot, uno dei più saggi filosofi del secolo XVIII ha scritto : « Se si elevassero monumenti agli inventori nelle arti e nelle scienze, vi sarebbe un minor numero di statue per gli nomini, che pei fanciulli, per gli animali, e soprattutto, 4 per la fortuna » . L’importanza del caso nelle invenzioni scientifiche è •] stata spesso esagerata, e va messa nei suoi giusti limiti; esso 1 va inteso in un doppio senso: 1°. In senso largo, il caso dipende dalle circostanze inteI riori e psichiche. Si sa che una delle migliori condizioni per I inventare è l’abbondanza dei materiali, l’esperienza accumuj lata, un periodo preparatorio lungo, complesso, laborioso, parI ticolare o generale, che rende poscia lo sforzo efficace e facile; I nel dominio del pensiero, come negli altri campi, non esiste 9 generazione spontanea. Le confessioni degli inventori non lasciano alcun dubbio 9 intorno a questo punto, cioè intorno alla necessità d’un gran I numero di schizzi, di saggi, di abbozzi preparatori, sia che i si tratti d’uua macchina o d’un poema, d'un quadro o d’uu J edificio ecc. ; un’ incubazione profonda precede sempre l’e&pvjxa. 1 Qui il caso ha la sua funzione incontestabile, ma dipende • J infine dall’ individualità, e da questa spunta la sintesi impreM vista di idee che costituisce la scoperta. 11 caso, in senso limitato, preciso, è un accidente for1 tunato che suscita l’invenzione, ma che non ha in questa il merito maggiore : si può dire che sia piuttosto la convergenza jj di due fattori, l’uno interno, il genio individuale, l’altro 9 esterno, l’avvenimento fortuito. È impossibile determinare 9 tutto ciò che l’invenzione deve al caso inteso in questo senso;* certo nell’ umanità primitiva l’efficacia ne deve essere stata I enorme: la scoperta del fuoco, la fabbricazione delle armi, degli* utensili, la fusione dei metalli sono state suggerite da accidenti 9 assai semplici, come, per esempio, la caduta d’un albero attra1 verso un corso d’acqua può aver suggerito la prima idea d’un 9 ponte. Nei tempi storici la raccolta dei fatti autentici forme-'® rebbe un grosso volume; chi non conosce il pomo di Newton, la lampada del Galilei, la rana del Galvani? Huyghens ha I dichiarato che senza un concorso imprevisto di ch’costanze, l’invenzione del telescopio avrebbe richiesto un « genio sovrumano », mentre si sa che è dovuta ad alcuni bimbi che® giocavano con vetri nel laboratorio d’un ottico; lo SchònbeinH scopre l’ozono grazie all’odore fosforico dell’aria quando è attraversata da scintille elettriche; si dice che la vista d’un granchio abbia suggerito a Giacomo Watt l'idea d’una macchina ingegnosa. Le scoperte di Grimaldi e di Fresnel sulle interferenze, quelle di Faraday, Arago, Foucault, Fraunhofer, Kirchhoff e di altri cento debbono qualche cosa al caso. L’ufficio del fattore esterno è chiaro, mentre è men chiaro quello del fattore interno, benché sia capitale. Infatti lo stesso avvenimento fortuito passa davanti a milioni d’uomini senza suscitare nessuna idea nuova. Quanti Pisani avevano visto oscillare la lampada nel celebre Duomo prima del Galilei! Il caso fortunato tocca solo a quelli che lo meritano ; per profittarne occorre prima un acuto spirito d’osservazione, l’attenzione sempre desta e vigile, infine, se si tratta di invenzioni scientifiche o pratiche, la penetrazione che coglie i rapporti tra le cose e avvicina caratteri ed elementi, che nessuno aveva pensato di riunire; in conclusione il caso è un’occasione, non un agente di creazione. (*) Il Voltaire attribuiva ad Archimede tanta immaginazione quanta a Omero; A. Baili, C. Bernard, Th. Ribot hanno poscia determinato con una certa precisione l ’importanza che l’immag i nazione ha nell e scienze. Tra i caratteri essenziali dell’immagi nazione, il cui meccanismo sempre e dovunque è presso a poco lo stesso, sono notevoli i seguenti: 1°. Un’invenzione qualsiasi ha sempre i caratteri d’un’opera d’arte, e nella sua unità rassomiglia ad un organismo vivente; essa non è mai ottenuta mediante un lavoro d'intarsio discorsivo, ma è il frutto d'un pensiero intenso e profondo più che metodico e minuzioso. 2°. Ogni inventore è un uomo d’azione; il suo pensiero, cosi diverso da quello del contemplatore o del critico, va dritto, rapido, è essenzialmente concreto e specifico, flessibile, prudente, capace di adattarsi al variare delle circostanze e alle minime indicazioni dell'esperienza. Si sa che l'abbondanza dei ricordi non è una condizione sufficiente uè necessaria per creare; si è anzi osservato che un’ignoranza relativa è qualche volta utile per innovare, e favorisc e l’audacia; vi sono invenzioni scientifiche elio non si sarebbero fatte séTIoro autori fossero stati trattenuti dai dogmi e dalle opinioni Ribot, L'imagination créatrice, Alcali] dominanti nei loro tempi e ritenuti come incrollabili ed eterni. La mente dell’inventore mira al fatto, al risultato. 3°. La facoltà inventiva per eccellenza, come ha osservato il Bain, consiste nella facoltà di identificare, di percepire somiglianze e differenze, e suppone quindi una singolare attitudine a pensare per analogie e por immagini; lo scienziato non si distingue in questo punto dal poeta.Il metodo sistematico ha per fine essenziale di dare alle cognizioni scientifiche un ordinamento razionale e di ottenere la prova della verità. Mediante queste operazioni l’insieme dei fenomeni che costituiscono l’oggetto di lina scienza diviene un complesso ordinato nel quale tutte le parti hanno relazione e dipendenza reciproca. Al primo ufficio la logica soddisfà con la teoria della definizione e della divisione, che comprende la classificazione ; al secondo con la teoria della prova e dei principi di prova. Quest’ultimo ufficio viene anche attribuito ad una parte speciale del metodo, che appunto dicesi dimostrativo. In tutte le scienze tali operazioni hanno molta importanza per diverse ragioni: una raccolta di fatti e di cognizioni, come possiamo osservare nella tìsica, nella botanica, nella zoologia ecc., quando viene fatta con ordine sistematico, mette in maggiore evidenza la verità delle cognizioni rintracciate, che vengono presentate in tal modo alla nostra intelligenza come riunite in un quadro dai contorni chiari e ben determinati; in ciò il sapere scientifico si distingue specialmente dal sapere comune e volgare che è per lo più disordinato, confuso, e non distingue le nozioni importanti e generali da quelle che sono meno importanti e particolari, ciò che è vero da ciò che è falso. Il valore e l’utilità d’un ordinamento razionale si possono chiaramente stabilire osservando l’ufficio che esso compie anche nelle raccolte di minore importanza, come quando si tratta d’una biblioteca, d’un museo, d’un erbario eco., il disordine fa perdere tempo all’osservatore e gli impedisce di apprezzare l’importanza degli oggetti che ha davanti agli occhi. La definizione è In più semplice delle forme sistematiche; precede la divisione e la classificazione, poiché, se ogni nozione generale, come già abbiamo visto nella prima parte, ha ima comprensione che è la somma dei caratteri che essa racchiude, ed un’estensione, che è il numero degli esseri che, possedendo in comune quei caratteri, trovansi raggruppati sotto quella nozione, la comprensione determina l’estensione, e quindi la definizione determina la divisione. Ufficio primo della definizione è quello di determinare con chiarezza e precisione le idee che sono l’oggetto d’una scienza, ossia il co nte nuto dei singoli concetti; ora la definizione d’un concetto si esprime, nel modo più semplice, mediante un giudizio, nel quale il soggetto è il concetto che dev’essere definito e dicesi appunto definito o definiendo ; e il predicato è quella nota o quell’insieme di note, mediante le quali il soggetto viene definito, e dicesi definiente. La definizione si può prendere in tre significati : è l’operazione o l’insieme d’operazioni che mirano a determinare l’essenza delle cose ; e in questo senso l’intendeva Socrate, che pel primo, al dire d’Aristotile, applicò la mente alle definizioni. Definire era per lui cercare razionalmente l’essenza delle cose, xò li iotiv ; cosi egli voleva determinare l’idea della giustizia, della sapienza, della prudenza, l’idea dell'uomo politico, del giudice ecc.; la definizione di queste idee e di quelle simili permetteva di misurarne esattamente l’oggetto e il valore e quindi di regolare meglio la nostra vita pratica. E chiaro che in questo significato la definizione è il mezzo della scienza, in quanto tende alla conoscenza dei caratteri essenziali delle cose; la definizione può anche essere il fine della scienza, ossia la nozione, il concetto, nel quale si rende stabile il risultato della ricerca scientifica ; infine la definizione può essere intesa come l’operazione, la quale consiste nello sviluppare in una proposizione o giudizio il contenuto d’un concetto ottenuto mediante la ricerca scientifica. In quest’ultimo significato è l’espressione della scienza, la formula esplicita e breve dei risultati della scienza. I caratteri e le note che formano il contenuto d’un concetto possono essere numerosi e di specie diversa e di valore disuguale, e non possono di conseguenza entrare tutti nella definizione scientifica; ma, poiché la scienza ha per oggetto il generale, la definizione ha per oggetto ciò che dicesi l’essenza ed esclude il particolare, l’accidente. Vediamo quindi che vuol dire essenza d’un concetto. L’essenza è costituita dall’insieme dei caratteri intimi che persistono in mezzo al variare delle relazioni e delle modificazioni accidentali ; è ciò che l’essere possiede in sé stesso, ciò che non può cessare d’appartenergli, senza che esso cessi tosto di esistere. Li’accidente è ora un rapporto fortuito, come ad esempio il posto occupato da un individuo o da un oggetto nello spazio e nel tempo, ora una modificazione accessoria che altera, per cosi dire, soltanto la superficie dell’essere che la subisce, senza toccarne il fondo, è, in generale, tutto ciò che avviene negli esseri per un concorso fortuito di circostanze esteriori. Si comprende quindi come la definizione escluda l’accidente e accolga solo ciò che è essenziale. Però bisogna avvertire che questi due concetti non hanno limiti fissi, giacché l’accidente può alla sua volta divenire oggetto di definizione; cosi, se non si può definire l’uomo per mezzo di qualche malattia, cui vada soggetto, si può però definire la malattia nei suoi caratteri essenziali, escludendone gli accidenti particolari, ai quali esso può andare incontro. Però non tutte le nozioni si possono definire in modo preciso e determinato, e nelle diverse scienze, oltre le definizioni approssimate, come le idee di colore, tono, sapore, vi sono definizioni oscillanti, come avviene per le idee che si arricchiscono di continuo per mezzo dell’esperienza e mediante caratteri che vengono aggiunti dalle nuove scoperte. Per esempio, dice Taine, la nozione che un uomo ordinario ha del corpo umano è assai misera e incompleta: per lui è una testa, un tronco, un collo, quattro membra d’un colore e di una certa forma; e questi pochi caratteri gli sono sufficienti per la pratica usuale della vita ; ma è chiaro che i caratteri propri del corpo umano sono infinitamente più numerosi ; l'anatomico vuol sezionare, notare, descrivere, disegnareil manuale che si dà agli studenti ha mille pagine, e occorrerebbe un bel numero d’atlanti e di volumi per contenere le hgure e l'enumerazione di tutte le parti che l’occhio nudo ha constatate. Se poi l’occhio s’arma d’un microscopio, questo numero si centuplica; al di là del nostro microscopio, uno strumento piu potente aumenterebbe ancora la nostra conoscenza; continuando per questa via la ricerca non ha termine. Inoltre in alcune scienze le detinizioni segnano come il punto d’arrivo della ricerca scientifica, in altre invece segnano il punto di partenza. Cosi nella geometria, dove nessun ragionamento e possibile senza le definizioni, queste debbono essere stabilite da principio; mentre nelle scienze sperimentali, dove esprimono i risultati ottenuti, debbono rappresentarne le conclusioni. E evidente che le definizioni del triangolo, del circolo, del quadrato ecc. debbono precedere qualsiasi ragionamento intorno a queste figure; e che la definizione delia « vita » nelle scienze biologiche non può essere che il risultato di un gran numero di ricerche e di studi che riguardano i fenomeni vitali. Infine nella definizione debbono entrare quelle note che sono sufficienti per distinguere il concetto definendo sia dai concetti simili, sia dai concetti che appartengono ad altre classi; per questo si dice che la definizione si fa pel genere prossimo e per la differenza specifica, de/ìnitio, dicevano gli Scolastici, fit per genua proximum et differentiam specificavi. Definire pel genere prossimo, cioè per quel genere che più, s avvicina alla comprensione del definendo, equivale a indicare il gruppo di cui un oggetto o un individuo fa parte, e ' quindi attribuirgli implicitamente i caratteri di questo gruppocosi per definire l’uomo è inutile dire che è un animale vertebrato, mammifero-, quest’ultimo carattere, che esprime il genere prossimo, è sufficiente, giacché implica i due primi. Definire per la differenza specifica vuol dire constatare e determinare 1 caratteri speciali che appartengono solo al definendo e lo distinguono da tutti gli altri esseri del medesimo gruppo. Cosi se al carattere « mammifero » noi aggiungiamo, per designare l’uomo, quello di bimane, gli attribuiamo con quest’ultimo concetto un carattere che lo distingue da tutti gli altri mammiferi. Diverse specie di definizioni. Il metodo che si adopera nel lare una definizione può essere duplice, positivo e negativo. Il primo consiste nel riunire nella definizione tutti i caratteri che servono a determinare il definendo; il secondo mira invece a stabilire i caratteri che debbono essere esclusi e non possono attribuirsi al definiendo. Quest’ultimo metodo ó assai meno perfetto e si può considerare, nella maggior parte dei casi, come un complemento del primo. La definizione si suole distinguere in nominale e reale. La definizione nominale ha per fine di spiegare e di determinare in forma precisa il valore e il significato d’una parola, o di fissare il senso costante di alcune parole attraverso le varietà mutabili delle significazioni particolari. Essa ha valore logico non in quanto sia una semplice spiegazione etimologica o sintattica, nel qual caso la definizione rientra nel campo della grammatica, ma solo in quanto serva di preparazione alla definizione reale. Vi è un certo numero di parole che non sono facilmente definibili pel numero e la varietà degli elementi che contengono e che spesso sono il prodotto di varie epoche storiche; di qui la difficoltà che s’incontra nel definire la « società » oggetto di tante dispute nella scienza sociale contemporanea, la religione, lo stato ecc. La definizione reale tende a darci invece l’essenza d’un concetto, il valore intrinseco del definiendo, indicando i caratteri che questo ha comuni con gli altri concetti simili, e quelli che ne lo differenziano; si fa quindi, come s’è già detto, pel genere prossimo e per la differenza specifica. Anche qui le difficoltà per ben definire non sono poche, quando si tratti di concetti che si considerano come un prodotto storico o di concetti scientifici, ai quali nuove esperienze possono di continuo aggiungere nuovi elementi; sono minori per altre scienze, come ad esempio perle matematiche, dove sono possibili definizioni perfette. Inoltre la definizione, considerata sotto un altro aspetto, può essere anche analitica o sintetica. E analitica quando risolve il concetto del definito in più altri concetti; per es. l’eredità fisiologica è la trasmissione di caratteri speciali dell’organismo dai progenitori ai discendenti; oppure: il cerchio è una curva chiusa che ha tutti i punti^ della circonferenza equidistanti dal centro. L sintetica la definizione, quando nel determinare i caratteri del concetto segue il processo col quale il definiendo si è venuto formando, ossia costituisce un concetto per mezzo di altri concetti più semplici. In questo senso la definizione può essere detta genetica, in quanto espone la genesi d’un concetto ; e questa si può considerare come la forma più perfetta del definire. Un esempio di definizione genetica è il seguente : Se in un piano, tenendo ferma una retta ad un suo estremo, la muovo sempre nello stesso senso e in modo che essa torni alla sua posizione di partenza, descrivo una figura che dicesi circolo. Si sogliono anche distinguere due specie di definizioni genetiche, la diretta e V indicativa: è diretta quando essa stessa produce e costituisce il definiendo; è indicativa quando espone il modo col quale il definiendo può essere prodotto da cause che sono distinte dal nostro pensiero, come avviene delle cose prodotte dalla natura, per es. dei ghiacciai, dei venti ecc. 5. Regole della definizione. Le principali regole che si debbono seguire per ottenere una buona definizione logica sono le seguenti : i concetti defi nienti non debbono essere una semplice tautologia del concetto definito o definiendo, ossia il definiente non deve ripetere colla stessa o con diversa forma grammaticale il definito, come quando si dice che uomo bugiardo è colui che dice bugie. Questo errore assai comune viene indicato dalla logica tradizionale colle note parole latine : idem per idem definire. la definizione non dev’essere circolare, ossia non ci deve spiegare il delùdente mediante il definito e viceversa, ricordando 1 errore del circolo vizioso, come quando si definisce la coscienza per la percezione dei fatti interni, e questi ultimi vengono definiti per quei fatti che si producono nella nostra coscienza. c) la definizione non dev’essere negativa, ossia deve dire non già quello clie il definiente non è, ma quello che è, ed esporre i suoi caratteri propri. Sarebbe negativa la definizione che chiamasse la virtù la qualità opposta al vizio.la definizione dev’essere infine chiara ed esatta, non dev’essere sovrabbondante, non essere nè troppo ampia, nè troppo ristretta, deve evitare le espressioni improprie, oscure, e anche le espressioni figurate, quando non contribuiscono a chiarire il concetto. Cosi quando si dice che il bello è lo splendore del vero, non si giunge ad avere del bello un concetto nè chiaro nè esatto. Le definizioni di questo genere nascondono spesso l’ignoranza di cognizioni sicure e profonde intorno all’oggetto che si vuole definire, oppure anche l’imperfezione della scienza. 6. La divisione. La divisione, intesa come operazione logica, determina l’estensione d’un concetto, mentre la definizione ne determina la comprensione ; essa si riduce quindi a un giudizio, nel quale s’espongono le diverse specie d’una idea generale, e il dividendo, che rappresenta il genere, fa da soggetto, mentre il dividente, che contiene l’enumerazione delle diverse specie contenute nel dividendo, fa da predicato. Anzitutto nella divisione bisogna considerare le note contenute nel concetto da dividere, distinguere in esso gli elementi generici, che sono costanti, dagli elementi variabili, che costituiscono il cosiddetto fondamento o principio della divisione. Cosi nella nota divisione delle lingue in monosillabiche, agglutinanti, flessive, le parti divise sono queste ultime, il dividendo è il concetto lingua, e la divisione è fondata sulla morfologia. Le regole della divisione sono le seguenti: La divisione deve corrispondere esattamente all’oggetto suo, ossia le sue parti debbono riprodurne tutta l’estensione, in modo che nessuna parte ne sia trascurata e non ve ne sia alcuna superflua. Ogni divisione dev’essere fatta secondo un unico principio. Così se dividiamo le opinioni professate dagli uomini in vere, false e dubbie, la divisione posa sopra un doppio principio, la verità e la certezza: le opinioni tutte, comprese quelle dubbie, sono vere o false ; cosicché converrebbe fare due divisioni: a) tutte le opinioni sono o vere o false; b) tutte le opinioni sono o certe o dubbie. 3°. La divisione non dev’essere negativa, ossia ogni specie divisa deve avere caratteri propri, non già essere una semplice negazione dei caratteri della specie opposta. Così è negativa l’antica divisione degli animali in vertebrati e invertebrati. Le parti divise debbono essere coordinate ed opposte: bisogna far in modo che nessun oggetto o nessun essere possa venir collocato in due termini d’una medesima divisione. Cosi chi dividesse i fenomeni naturali in fisici, chimici, psichici e volontari cadrebbe nell’errore che è cagionato dal non osservare la presente regola ; infatti i fenomeni volontari non sono nè opposti uè coordinati a quelli psichici, ma subordinati ad essi, e ne sono parte. La divisione più semplice è quella die dicesi dicotomia, la quale consiste nel dividere il genere in due specie opposte, che si distinguono per la presenza nell'una e l'assenza nella seconda d’un solo e medesimo carattere. La classi fic azion e delle scienze concepita dal fisico Ampère è una vera e propria divisione dicotomica ; egli infatti distingue le scienze in due grandi regni, scienze cosmologiche che si occupano del mondo materiale e studiano la natura, e scienze nooloyiche che studiano il mondo morale e spirituale. Ciascuna di queste classi si suddivido alla sua volta in altre due classi minori e così di seguito; l'Ampère giunge con questo metodo a stabilire cento ventotto scienze speciali, che abbracciano tutte le cognizioni umane. La classificazione; utilità e specie diverse. Una forma sistematica del sapere scientifico più importante di quella precedente è la classificazione, la quale tende a presentare in modo compiuto e ordinato tutte le parti che compongono un complesso di cognizioni omogenee. Essa si può dire una divisione complessa risultante da una divisione principale e da una o più divisioni subordinate o suddivisioni. Nella classificazione lo scienziato parte da un concetto generale, ne distingue prima le specie immediate e più generali ; in ciascuna di queste poscia le specie rispettive, finché giunga fino alle ultime specie per mezzo di successive divisioni e suddivisioni. I vantaggi che presenta un tale ordinamento delle cognizioni scientifiche sono evidenti. Anzitutto il contenuto di nna data scienza viene compreso in un prospetto sintetico, che abbrevia il tempo necessario per apprendere, riducendo in un certo senso il numero delle cognizioni indispensabili; cosi per es. il regno animale abbraccia probabilmente non meno di 600000 specie, che lo zooologo riesce a conoscere in modo relativamente completo riducendo gli individui in specie, le specie in generi, i generi in famiglie ecc.; il quadro in tal modo semplificato può essere facilmente ritenuto e riprodotto dalla memoria, benché non ci fornisca che una cognizione schematica o scheletrica della natura, che per la scienza è però sufficiente e, pur sopprimendo i caratteri particolari, estende mirabilmente il campo delle nostre conoscenze. In secondo luogo la classificazione ci permette di apprendere non solo un numero infinito di esseri o di oggetti, ma anche la loro 'parentela mediante le loro affinità naturali. In tal modo l’immensità della natura viene riassunta non solo in una forma concisa, ma anche in una forma ordinata ed armonica. Inoltre la somiglianza e le affinità constatate tra gli esseri appartenenti ad un dato gruppo permettono spesso di inferire altre somiglianze ed affinità prima ignorate. Così, come dice il botanico Adriano de Jussieu, quando sappiamo che un certo numero di piante costituiscono una famiglia, di solito siamo tratti ad attribuir loro le medesime proprietà economiche e medicinali. La classificazione può essere artificiale o naturale. La classificazione artificiale, che ha uno scopo essenzialmente pratico e mnemonico, tende a darci la conoscenza degli oggetti o degli esseri che si vogliono classificare fondandosi sopra un numero ristretto di caratteri, i quali vengono scelti fra i più appariscenti, senza badare alla loro importanza intrinseca; un esempio di classificazione artificiale è l’ordinamento d’una biblioteca, dove i libri vengono disposti o secondo l’ordine alfabetico, o secondo il formato, o, meglio, secondo il contenuto. La classificazione naturale invece si ha quando, per riprodurre in certo qual modo l’ordine della natura, è fondata sopra la scelta dei caratteri più importanti, manifesti oppure occulti, permanenti oppure evolutivi. La forma più perfetta di classificazione naturale è quella detta genetica (da yiveatc nascita, origine, formazione) la quale tende a classificare gli esseri secondo l’ordine della loro apparizione. Cosi la biologia mira, secondo tale principio, alla classificazione genetica delle forme viventi, la psicologia a quella dei fatti psichici, la filologia comparata a quella delle lingue. Fondamento della classificazione. Il fondamento della classificazione naturale è da ricercarsi, come si comprende facilmente da ciò che già si è detto, non nelle pròprietà apparenti, ma nelle primarie o causali, ovvero in quelle che sono segni di proprietà primarie o causali; ossia bisogna fermare 1 attenzione sopra i caratteri che si posson chiamare dominatori, perchè la presenza di ciascuno di questi trae seco necessariamente quella d’un certo numero di caratteri subordinati, essendovi tra un carattere dominante e i caratteri subordinati ad esso uniti un rapporto costante e necessario, una legge non di successione, ma di coesistenza, di contemporaneità. In altre parole, la presenza di certi caratteri fondamentali fa supporre con certezza l’esistenza di altri caratteri; come avviene specialmente nei gruppi animali. Per questa ragione le classificazioni zoologiche sono fondate sui caratteri anatomici e fisiologici più importanti ed essenziali; per esempio il pipistrello, che in apparenza ha maggior affinità cogli uccelli, tuttavia è messo fra i mamini. ' b 01cllè ^ questi ultimi possiede i caratteri dominanti; in modo simile la balena è mammifero e non pesce ecc. E pur sempre per questo motivo di regola generale nelle classificazioni scientifiche si va dall’idea più generale a quelle che sono a queste immediatamente subordinate, e così di seguito a mano a mano alle specie più distinte, senza omettere alcun anello intermedio. Il metodo dimostrativo ha per fine di giustificare la verità delle conoscenze scientifiche, di accertare noi stessi e gli altri d’una verità già scoperta facendola derivare dalla verità d’altre conoscenze, per offrire in questo modo un fondamento logico alle nostre osservazioni. La prova o dimostrazione, cosi concepita è un complemento necessario delle altre operazioni logiche, le quali forniscono ed ordinano le cognizioni scientifiche, ma non ce ne danno la giustificazione che appaghi la nostra mente, collegando la verità d’una conclusione alla verità delle premesse, come fa la prova. Nella prova bisogna distinguere tre elementi principali : la tesi da provare. Ti*’er sé stesse in-, dimostrabili. Spesso nella vita pratica, quando si vuole ottenere qualche line particolare, si parte dalla tesi supposta vera e si dimostra come essa non porti a nessuna conseguenza falsa. La prova diretta e regressiva o induttiva che dir si voglia parte d ai particolari, come abbiamo già d et to, p er salire al principio generale ; dimodoché la verità di questo si deve am 300 0 00000 mettere grazie alla verità dei particolari sui quali si fonda. Questa forma di dimostrazione ha la sua base nella verità del principio dell’ induzione, intorno alla quale già a lungo si è discorso, essa si adopera in tutte le scienze, ma più specialmente nelle scienze naturali, e meno nelle matematiche. •Sia per esempio da provare la tesi seguente: la celerità della I erra nella sua orbita intorno al Sole é in ragione inversa della distanza da esso; la prova si ottiene osservando se è verificata almeno in due casi particolari, cioè quando la Terra si trova nel punto più lontano dal Sole ossia nell’afelio, o quando raggiunge la massima vicinanza col Sole, ossia nel perielio. La prova diretta regressiva è d’uso assai frequente anche nella iuta pratica, quando per esempio si vuol provare la bontà d un provvedimento o d’un disegno qualsiasi, applacandolo nei casi e nelle circostanze particolari ; così Focione disapprovava nna spedizione di poche navi che gli Ateniesi volevano tare contro una città, dicendo che era troppo piccola per un’impresa ostile, e troppo grande per un atto d’amicizia. Prova indiretta. La prova indiretta e progressiva si ha quando si prova la falsità della tesi opposta o aj^gpi partendo da due principi generali. Sia per esempio da provare la tesi : due rette perpendicolari ad una terza sono perpendicolari fra di loro; si prova la falsità dell’antitesi: due parallele perpendicolari ad una terza non sono parallele fra di loro, partendo dal principio generale che « da un punto preso fuori di una retta non si può sulla medesima abbassare che una perpendicolare. Una seconda forma della prova indiretta e progressiva si ha quando si dimostra che V antitesi conduce a conseguenz e le duali o jono assurde, o sono in co ntraddizione con prin cipi, la cui verità è solidamente stabilita e non si può in nessun casomeitere m dubbio. Sia per esempio da provare la tesi seguente : il triangolo equilatero non può essere rettan golo; si ammette, per ipotesi, che sia vera la tesi opposta: il triangolo equilatero può essere rettangolo; in tal caso la conseguenza è che il triangolo equilatero dev’essere anche equia ngolo ; e poiché ciò non è possibile ammettere, perchè dovrebbe avere dille angoli retti, si conchiude essere falsa l’antitesi e vera la tesi da provare. La prova indiretta regressiva, che dicesi anche ap^gogica o induttiva, si ha quando si vuol provare la tesi esponendo quali principi assurdi bisognerebbe accogliere se si ritenesse T vera l’antitesi. Cosi per dimostrare la necessità del governo che diriga e regoli l’attività dei cittadini, si espone quali principi falsi bisognerebbe ammettere intorno agli uomini, per j~~l dimostrare che l’anarchia è utile e giovevole alla società umana. I principi supremi delle scienze. Le scienze hanno per fine proprio la spiegazione della natura, la quale si presenta a noi come una massa enorme di fenomeni; spiegare i quali vuol dire per la mente umana ricondurli sotto rapporti di più in più semplici e generali, finché si giunga ai princip! supremi e irriducibili di ciascuna scienza, cioè a quei! principi e a quelle leggi che non si possono derivare d a i.rin-l o c a leggi piu__semplici. La dimostrazione ci conduce in i ultima analisi a tali principi supremi, giacché, dovendo una di giostrazione fondarsi senti r e soura altre verità già areni? ] t a^e, dipende da altre dimo str azioni ole presuppone: ina in u imo devesi giungere n e cessariamente a verità fondamen' ^ mdimos trabil i, e che sono evidenti per sè stesse . osi nella meccanica i principi irriducibili sono le leggi fondamentali e più generali del movimento; nella fisica l’inerzia. l’equivalenza e la trasformazione delle forze; nella chimica la teoria atomica; nella biologia, la contrattilità, l'assimilazione e la proliferazione dell’elemento anatomico, ossia la vita, che le scienze biologiche studiano in tutte le sue svariate manifestazioni. L’irriducibilità di queste leggi appare manifesta: il moto non si può dedurre dalla quantità, nè 1 attrazione dal movimento, nè l’attività dall’attrazione. ) E necessario però notare che se ciascuna scienza ha prin li -riducibili e fondamentali, tuttavia le scienze tutte formano nel loro complesso una specie d’organismo, le cui parti sono strettamente collegate fra loro e si aiutano di continuo a vicenda; giacché sappiamo che nè il fisico può fare a meno nelle sue ricerche delle cognizioni matematiche, nè il chimico delle cognizioni fisiche, nè il fisiologo delle cognizioni di fisica e di chimica e cosi di seguito. \ odiamo inoltre che i principi fondamentali costituiscono una sene di nozioni di complessità crescente, in modo simile a . quello che è già stato osservato nella classificazione delle scienze del Cointe; infatti c iascun a nozion e, pur contenendo un fiuid irriducibile, cade sotto l’estensione del principiar piecede, e diviene di questo un caso par ticolare . Così, coni* piuta per mezzo dell’astrazione e dell’analisi la distinzione delle proprietà fondamentali, ne succede tosto la sintesi: il movimento s’aggiunge alla quantità, l’affinità chimica all’attrazione, al movimento e alla quantità ecc. Definizioni, ipotesi, postulati, assiomi. I principi supremi delle dimostrazioni si possono ridurre a quattro classi principali: le definizioni, le ipotesi, i postulati, gli assiomi. Le definizioni, secondo quanto s’è già stabilito, conten-UPF'iNf£) Gomperz] dere, dipendono sopratutto dall’esame critico e dal buon senso dell’osservatore. Il secondo caso è quello della verisiiniglianza quantitativa, o calcolo delle probabilità, che consiste nel determinare quale di due affermazioni di materia identica, ma opposte, sia più probabile; se la causa a ha ora per effetto b, ora per effetto c, sicché sia vero ugualmente che a produce b e che a non produce b, si tratta di vedere quale dei due effetti b o c è più probabile; chiamando m i casi di b ed n quelli di c, evidentemente sarà più probabile quello degli effetti, che ha per sé il maggior numero di casi favorevoli. Il probabilismo ha le sue radici nell’antichità e si può dire che sia sorto con l’arte oratoria; i primi retori siciliani Corace e Tisia considerano il verisimile (sìxós) come lo strumento necessario della retorica, e distinguono due specie ‘»i, ver isimiglianza, 1 assoluta (eìxój àTUÀòi;) e la relativa (eìxó? Tt); i filosofi della Nuova Accademia, soprattutto Arcesilao e Cameade acuti osservatori della vita, sostengono che in nessun dominio del sapere noi possiamo raggiungere la verità e, per conseguenza, la certezza assoluta, ma che dobbiamo in ogni caso accontentarci di semplici probabilità. Probabile aliquid esse (dicebat) et quasi verisimile eaque se uti regula et in agenda vita et in qunerendo ac disserendo CICERONE, Acad.). Dopo saggi importanti di Pascal, di Bernouilli e di Leibniz, la logica del probabile trova, nei tempi moderni, due cultori eminenti nel Laplace e nel Cournot. Il grande Trattato del Laplace comprende due parti: una parte matematica, la Teoria analitica delle probabilità, e una parte filosofica, Saggio filosofico sulle probabilità, che espone, senza l’aiuto dell’analisi matematica, i principi della teoria delle probabilità, i suoi risultati generali e le applicazioni più importanti. Il calcolo delle probabilità riposa, secondo il Laplace, sulla nozione del caso che ha il suo fondamento nella nostra ignoranza delle cause e serve a dissimulare la nostra debolezza, giacché nell’universo tutto è rigorosamente determinato e bisogna considerare lo stato presente del mondo come l’effetto dello stato anteriore e come la causa di quello che deve seguire. La causa che è manifesta in certi fenomeni semplici, per es. nei fenomeni celesti, ci sfugge in altri fenomeni più complessi, che noi, nella nostra ignoranza, attribuiamo al caso. Benché la scienza tenda a eliminare sempre più i casi fortuiti, tuttavia non è sempre facile respingere l’ipotesi del caso: perciò le probabilità hanno una grandissima importanza nelle conoscenze umane. « Le questioni più importanti nella vita sono per la maggior parte problemi di probabilità; anzi, parlando con rigore, si può dire che quasi tutte le nostre conoscenze sono solamente probabili, e, che nel piccolo numero di cose, che, nelle stesse scienze matematiche, possiamo sapere con certezza, i mezzi principali per giungere alla verità, l’aualogia e l’induzione, si fondano sulle probabilità. Cournot nel 1843 pubblica la sua Esposizione della teoria dei rischi e delle probabilità », colla quale vuole insegnare alle persone, che non conoscono le matematiche superiori, le regole del calcolo delle probabilità, senza le quali, non possiamo renderci un conto esatto nè della posizione delle misure ottenute nelle scienze d’osservazione, nè del valore dei numeri forniti dalla statistica, nè delle condizioni del successo di molte imprese commerciali. Chiamasi probabilità matematica d'un avvenimento il rapporto esistente tra il immero dei cas i favorevoli a questo avvenimento e il numero di tutti gli altri casi possibili ; laonde tutti questi casi debbono essere egualmente possibili. Prendiamo un paio di dadi da giocare, in forma di cubi geometricamente regolari e affatto eguali; in queste condizioni non si può ammettere che, gottando i dadi nel modo consueto, i dadi caschino sopra una faccia piuttosto che sopra un’altra; in altri termini, i casi di caduta d’ogni dado sono ugualmente possibili. Ogni faccia dei dadi è segnata con numeri (dall'uno al sei eompreso) e tutti e due i dadi si gettano nel medesimo tempo; è chiaro che ogui faccia d’uno dei dadi può cadere con ogni faccia dell'altro dado; si avrebbero così 36 casi possibili di combinazione di numeri a due a due. Indicando l'uno dei dadi con A e l’altro con B, possiamo comporre la seguente tabella dei 36 casi possibili. TAam» o Cl l u A B 11 1 2 1 3 1 4 1 5 1 6 A B 2 1 2 2 2 3 2 4 2 5 2 6 A B 3 1 3 2 3 3 3 4 3 5 3 6 A B 4 1 4 2 4 3 4 4 4 5 4 6 A B 5 1 5 2 5 3 5 4 5 5 5 6 A B 6 1 6 2 6 3 6 4 6 5 6 6. Come si disse, tutte le combinazioni di questa tabella sono ugualmente probabili: cosi l’avere il numero 5 sul dado A e il numero 2 sul dado B, è ugualmente probabile cbe l’avere 6 e 6 su tutti e due i dadi. Ma se consideriamo la sortita dei numeri 2 e 5 indipendentemente dal dado sul qualo possono comparire, allora la probabilità di sortita di questa coinbinnzione si distinguer» dalla probabilità di sortita dell'altrn combinazione 6 o 6 per questo, che la prima combinazione s'avrà tanto con 5-2 cbe con 2-5, mentre la combinazione 6 e 6 rimarrà limitata n una sola volta fra le 36 coppie di numeri. In questo modo la probabilità matematica di sortita dei numeri 5 e 2 (rimanendo indifferente cbe ciascun d’essi appaia sul dado A o sul dado B) sarebbe di */j 0 ossia di ‘/ist mentre pei numeri 6 e 6 è solo di '/ss Se poi consideriamo la sortita, sui due dadi, di numeri tali che la loro somma corrisponda ad una quantità desiderata, allora la probabilità d'avere questa somma sarebbe, por le differenti qualità, affatto diversa. Così per os. il numero 2 si potrebbe avere in un modo solo, cioè coll’uscita dei numeri 1-1, mentre il numero 7 si potrebbe avere nei seguenti modi : 1-6, 6-1, 2-5, 5-2, 3-4, 4-3, per cui la probabilità dell'uscita del numero 2 sarebbe di l jn, del numero 7 sarebbe di e / 3 «. Dalla definizione data della probabilità matematica, risulta che essa è sempre una frazione, vale a dire un numero di parti dell’unità, alla quale questa probabilità s’avvicina tanto più quanto maggioro è il numero dei casi favorevoli all’avvenimento in confronto doi casi possibili. Questa frazione potrebbe cambiarsi nell’unità solo quando non esistesse nessun caso sfavorevole all'avvenimento aspettato; ecco perchè l’unità si considera come il simbolo della certezza. Carattere generale delle scienze storiche 2. Oggetto delle scienze storiche ~ 3. Svolgimento del concetto di storia 4. La storia ì> una scienza o un’arte? La critica storica 6. Esiste una scienza generale della società? Il metodo nello studio dei fenomeni sociali. Carattere generale delle scienze storiche. Come si è già accennato parlando della classificazione delle scienze, la storia ha per oggetto il particolare, l’ individuale, ciò che esiste una volta sola e non si ripete mai. Per comprendere il valore di questa affermazione e per stabilire a quali scienze si può sicuramente applicare, bisogna anzitutto determinare con esattezza il significato dell’espressione: fatto o avvenimento individuale di cui si occupa lo storico. Individuale è, in questo caso, ciò che si riscontra una sola volta nel mondo, tanto se il fatto è singolare, cioè non appartiene che a un solo corpo o essere, quanto se è generale, cioè comprende una collettività, è comune a più esseri. In tal senso si considerano come fatti individuali : la sovrapposizione degli strati, terrestri, la quale non si è mai ripetuta nel corso del tempo ; le specie vegetali e animali scomparse che hanno popolato la terra solo in un’epoca determinata; tutti i fatti storici propriamente detti, che non si sono prodotti che una sola volta nel passato, come gli imperi egiziano, babilonese, persiano, la civiltà greca, la conquista macedone, la dominazione romana, l’invasione dei barbari, il feudalismo, l’impero di Carlo Magno, le Crociate, l’emancipazione dei Comuni, lo assolutismo del secolo XVII, la Rivoluzione francese e così di seguito. Tutti questi fatti e gli altri simili ad essi sono individuali, perchè si constatano una sola volta nelle formazioni dello spazio e in quelle del tempo. I fatti più universali sotto l’aspetto dello spazio possono entrare nel quadro della storia tostocliè vengano individualizzati nel tempo, ossia quando si sono prodotti una sola volta nei secoli decorsi. Appunto in questo senso, secondo la nota ipotesi del Laplace, il nostro sistema planetario è passato dalla nebulosa primitiva allo stato attuale attraverso a tappe successive che non si sono mai riprodotte nel corso del tempo. La stessa cosa si può affermare delle modificazioni subite dalla crosta terrestre, dei fatti della storia umana: si è vista una sola volta l’epoca della pietra rozza, una sola volta l'epoca della pietra levigata e quella del bronzo; gli uomini d’un paese sono pure passati una sola volta dallo stato di cacciatori a quello di pastori, e da questo allo stato di agricoltori. Anche quando sembra che i fatti storici si ripetano, codesta ripetizione è talmente differente, che i fatti, i quali paiono ripetersi, in realtà sono nuovi. Cosi la produzione letteraria si è manifestata in tutte le epoche; ma in ciascuna epoca essa ha rivestito un carattere particolare: la letteratura classica del periodo aureo in Grecia e in Roma è ben diversa dal nostro Cinquecento o dalla letteratura francese dell’epoca di Luigi XIV. Ciò che bisogna considerare in queste fioriture letterarie non è già il fondo comune umano, la tendenza ad esprimere il bello mediante la lingua, ma la forma diversa colla quale tale tendenza si è manifestata. Lo stesso avviene di tutti gli altri fatti storici: tutti si ripetono, poiché l’uomo rimane sempre il medesimo, coi suoi bisogni e colle sue aspizioni; ma il contenuto delle sue produzioni varia di continuo e le opere sue sono sempre differenti, possiedono un carattere individuale. Ben diversa è la concezione dei fatti universali nel tempo, ossia di quelli che si ripetono con differenze trascurabili, come la rivoluzione dei pianeti intorno al Sole, la circolazione dell'acqua sulla terra, lo scambio d’ossigeno e d’acido carbonico tra le piante e gli animali ecc. Sono fatti che si sono prodotti, si producono, e, possiamo dire, si produrranno anche nel futuro, quando siano date le condizioni necessarie in forza del postulato dell’uniformità delle leggi di natura, di cui già si è parlato diffusamente. Invece, dei fatti storici si può affermare che sono fatti di successione, i quali sono avvenuti una sola volta e non avverranno più; il che porta ad una eouseguenza importante, cioè che i fatti storici non si possono esprimere, come i fatti naturali, per mezzo di leggi universali e necessarie. \ Questa è la differenza più grave che corra fra le scienze che si possono dire di sviluppo e di successione e le ricerche teoriche, cioè quelle che studiano i fatti di ripetizione. Alcuni sociologi hauuo creduto di ritrovare nella storia alcune leggi sui generis: essi, considerando le serie intere di fatti successivi come fatti singolari, le hanno riunite in fasci c ne hanno tratte leggi mediante gli stessi procedimenti che le scienze nomotetiche applicano ni fatti singolari di ripetizione. In tal modo si è tentato di formulare la Ugge dell’evoluzione religiosa, secondo la quale le concezioni religiose sono sempre passale attraverso a tre stati consecutivi : il feticismo, il politeismo e il monoteismo (Spencer, Gumplowicz); la legge dell’evoluzione politica, espressa nella formula seguente: la serie politica incomincia con l'anarchia, passa pel clan famigliare, per la tribù repubblicana dapprima, più tardi monarchica e aristocrntica, giunge alla monarchia dispotica, e infine, con uu ritorno corretto verso le sue origini, arriva ni governo parlamentare (Letourneau); la legge dell'evoluzione della pittura, che nei suoi primordi è religiosa, per dare origine alla pittura mitologica come ramo parallelo, la quale alla sua volta divieue pittura storica; da quest’ ultima si stacca la ritrattistica, che dà origine al genere, per giuugere infine per il paesaggio alla natura morta (Brunetière). Ma non una di queste leggi e delle altre simili può reggere all'esame dei fatti; esse non sono che generalizzazioni arbitrarie, che non hanno il più piccolo fondamento nella realtà delle coso. (') 2. Oggetto delle scienze storiche. Adunque la storia, concepita nel suo significato più logico, ha per fine essenziale di esporre lo sviluppo complessivo dell’universo, a cominciare dalla formazione dei corpi celesti, svoltisi dalla nebulosa primitiva secondo il principio ipotetico del Laplace, per giungere, attraverso alla geologia e alla trasformazione successiva degli organismi vegetali e animali, allo sviluppo dello spirito umano, al quale in modo più speciale s’applica il nome di storia. In questo complesso entrano tanto i fatti universali quanto i fatti singolari considerati nello spazio, ma che sono però XÉNOPOi., Le caracthrcde l’histoire, in Jievue phil.. Lee principes fondatHeniau.r de l’histoirè. Paris, Lerotut. tutti individuali considerati nel tempo, ossia che non si sono prodotti che una sola volta nel corso del tempo e non si riprodurranno più nell’ identico modo : ogni fatto è unico e non rassomiglia ad alcun altro in maniera completa. Tali sono per esempio: la successione di zone sedimentarie nei terreni secondari o terziari; le trasformazioni successive attraverso le quali sono passati i sauriani rettili per mutarsi in uccelli, o quella dell ’elephas antiquus per divenire l’elefante che osserviamo ai nostri giorni; oppure le vicissitudini per le quali ha dovuto passare l’Impero germanico o la Penisola italica per arrivare alla forma unitaria attuale, o la trasformazione dell’epica cavalleresca leggendaria e primitiva nelle opere individuali del Pulci, del Boiardo e dell’Ariosto. Per evitare equivoco, è però necessario in questo punto uno schiarimento; cioè bisogna stabilire una distinzione tra l’esposizione scientifica naturale e l’esposizione storica d’un oggetto o d’una classe d’oggetti, per esempio degli esseri viventi, della società umana ecc. Cosi la biologia concepita come scienza naturale, che mira a farci conoscere le leggi generali che governano la vita degli animali e dei vegetali, non si deve confondere colla biologia considerata come scienza storica, la quale ha in vece per fine di studiare le successive modificazioni e trasformazioni dei medesimi esseri sulla superficie della terra dal primo momento, se è possibile, della loro apparizione fino ai nostri giorni ; in modo simile la società umana può essere oggetto d’una scienza naturale, in quanto questa la studia e l’analizza nella sua maniera di essere, di vivere, nella dipendenza dei suoi elementi ; e può anche essere oggetto d’una esposizione storica nel senso comunemente inteso, in quanto ne espone le vicende successive. È quindi evidente che nello studio di certe classi di oggetti il metodo naturale, che vuole stabilire leggi, e il metodo storico, che vuole invece stabilire il modo di successione dei fenomeni, possono alternarsi, ma non confondersi; giacché le leggi naturali non si applicano che ai fenomeni che si ripetono e non esprimono che il carattere quantitativo dei rapporti tra Rickert, Die Qrensen der naturwisseuschaftlichen liegriffsbildung. Leipzig, Mohr i fenomeni, mentre la storia si occupa solo del lato qualitativo dei fenomeni, e afferma che non vi sono due individualità storiche che si rassomiglino, due avvenimenti che si possano ricondurre sotto la medesima nozione generale o legge che si applichi tanto al presente quanto al passato. Noi ci limiteremo qui ad esporre per sommi capi le regolo metodiche più. importanti che riguardano lo studio dei fatti umani, cioè che riguardano la storia propriamente detta, la quale ci interessa più da' vicino. Svolgimento del concetto di storia. Le varie trasformazioni cui il concetto di storia andò via via soggetto servono a mettere in evidenza i vari elementi che lo compongono e a farne conoscere meglio la vera indole e lo scopo. L’idea di cercare un disegno generale della storia non si era presentata, nè si poteva presentare, agli antichi, i quali non avevano un concetto chiaro dell’unità del genere umano. Erano talmente immedesimati nella società e civiltà in cui vivevano e di cui facevano parte, che non sapevano riconoscere e pregiare il valore d’un’altra : lo straniero era per essi un barbaro; essere civile, pei Romani che conquistarono il mondo, voleva dire accettare le leggi, le istituzioni, le idee di Roma, divenire in una parola, romano. La storia ha però trovato in Grecia e in Roma cultori di grande valore ; pel primo Tucidide rivolge lo sguardo sui fattori politici e, quasi, sulla base naturale degl’avvenimenti, le cause dei quali ricerca non già nelle disposizioni di esseri sopra-naturali, ma soprattutto nelle condizioni in cui si trovavano i popoli, negli interessi degli stati, e, in piccola misura, nei capricci e nelle passioni degl’individui; egli vuol descrivere il corso delle cose umane, come farebbe per quello dei fenomeni naturali, ricerca la verità con zelo infaticabile, e nessuno sforzo, nessun sacrificio risparmia, per raggiungerla, per dare dei fatti un’esposizione esatta. Col cristianesimo si diffuse il concetto d’un Dio unico, creatore e guidatore del mondo, innanzi a cui tutti gli uomini sono eguali; e cosi sorge anche il concetto d’un disegno, Kickkbt, nella storia, d’una niente superiore, che conduca ad un fine determinato. E noto che questo concetto apparve per la prima volta nella Città di Dio d’Agostino e nelle Storie del suo discepolo Orosio. Cosi comincia quella che fu chiamata scuola teologica, la quale in sostanza era la negazione del vero metodo storico e la rendeva impossibile. Infatti l’uomo diveniva un cieco strumento, senza proprio valore, nelle mani di Dio. che guidava i popoli come un cocchiere guida i cavalli; i popoli sorgono o cadono, perchè Iddio avvicina o allontana da essi la sua mano; le leggi dei fatti bisogna cercarle nella mente divina, in cui ai mortali non è dato penetrare. Quindi l’errore fondamentale non stava già neU’ammettere un Dio creatore dell’uomo e. regolatore della storia, ma nel metodo che si voleva seguire. Anche Galileo Galilei BONAIUTO (vedasi) crede in un Dio creatore del mondo, autore dello leggi della natura; ma egli cercava queste ultime studiando la natura e i suoi fenomeni. Invece gli scrittori del Medio Evo pensano che gli avvenimenti storici sieno esclusivamente opera della Provvidenza divina, considerano l’uomo come un semplice strumento e la vita terrena non altro che una preparazione alla vita celeste. Coi grandi storici del Rinascimento italiano questo concetto è totalmente abbandonato; nelle storie del Machiavelli e del Guicciardini, infatti, la Provvidenza è scomparsa del tutto; essa non è mai chiamata a spiegare qualcuno dei grandi avvenimenti storici. Tutto ciò che avviene nella storia è, per gli scrittori del Rinascimento, opera dell’uomo, e dell’nomo individuo civile, razionale. Però l’uomo non è considerato come parte integrante della società, ma isolato, immutabile. Così il Machiavelli nel primo libro delle sue Storie narra gli avvenimenti dell’Europa nel Medio Evo: perchè i barbari si precipitano sull'impero? perchè uno o un altro generale romano offeso, geloso, irritato, li chiama per vendicarsi. Perchè seguono le Crociate? perchè Urbano II, non avendo altro da fare, pensò di darsi ad una « generosa impresa. V’è sempre un capitano, un politico, un uomo di Stato, che è la causa di tutto ; è esso che fa le leggi, che fonda una repubblica o una monarchia, che muta i governi, che apparecchia le congiure, le grandi rivoluzioni e le conduce al fine desiderato; non vi sono forze generali d’alcuna specie che operino : l’uomo rimane sempre lo stesso, e le differenze che vediamo di secolo in secolo, da nazione a nazione, sono secondarie, più apparenti che reali. Queste idee durarono fino al secolo 2àlll. Il primo che osò prendere una via a fiat io diversa fu Vico. Egli accetta il pensiero degli uomini del Rinascimento, cioè che le cause dei fatti storici sono da ricercarsi unicamente nell’uomo e nelle modificazioni dello spirito umano, « questo mondo delle nazioni è pur fatto dagli uomini e bisogna quindi ricercarne leej-ipiegazione nella mente umana * ; non crede però che l’uomo rimanga sempre lo stesso attraverso a tutte le trasformazioni sociali, ma assicura invece che lo spirito umano muta col mutar dei tempi e che, se vogliamo, per esempio, comprendere l’infanzia del genere umano, dobbiamo uscire di noi stessi, rifarci in certo qual modo fanciulli. Questo è il concetto che avviò la storia per una via nuova e che fa del Vico il precursore dell’indirizzo seguito più tardi dal Wolf, dal Niebuhr, dal Savigny. Questi ultimi iniziarono un nuovo metodo, studiando con metodo scientifico e con grande pazienza i linguaggi, le mitologie, il diritto, la società primitiva, le antiche istituzioni. Questa scuola pose in evidenza che la mitologia, i linguaggi, le società nascono e crescono secondo leggi determinate, senza essere creazione personale dell’uomo: l’uomo non appariva più, quale una volta, come un essere immutabile in tutti i tempi, i tutti i luoghi, con facoltà sempre identiche in ogni età, in ogni razza o civiltà diversa ; ma d’ora in ora continuamente mutabile, ed in questa sua mutabilità, in questo suo continuo diveìiire doveva essere studiato. Di qui ha avuto principio quell’immenso lavoro di indagini che va rinnovando ab imis fundamentis tutta la storia del passato e disseppellendo ad una ad una le antiche civiltà ; si tende ad una ricostruzione completa degli avvenimenti storici, fondata sulla conoscenza critica delle fonti e di tutte le forze che agiscono nei gruppi sociali e dei bisogni che cagionano i movimenti delle masse umane. Intorno alla Vili.ari, Scritti rari; il saggio “La Storia è una scienza? „ passim. Bologna, Zanichelli] Pane natura di questi bisogni spuntano le divergenze delle concezioni storiche, oggidì assai numerose. Secondo la concezione eroica non sono altro che ^bisogni degli eroi e dei geni che póngono in moto quella màis in(ììgéstaqtte moles che è l’umanità; è una spiegazione insufficiente, che riposa sopra una concezione antiscientifica della causalità, confonde l’occasione del movimento storico con la sua causa e cade in un circolo vizioso, poiché conclude dall’importanza dei risultati ottenuti dall’uomo di genio a quella della sua energia, e fa poi di questa energia supposta la causa dei risultati ; già Niccolò Machiavelli ha notato che la storia insegna che i tempi porgono l’occasione ai grandi e questi sanno afferrarla, mutando spesso il corso degli avvenimenti. Una concezione ideolo gica della storia si ritrova nella celebre opera di H. Th. Buchle « Storia della civiltà in Inghilterra ; » le azioni umane, secondo questo scrittore, vengono determinate parte dalla natura, parte dallo spirito. Il primo fattore si assoggetta il secondo, ed è quindi preponderante, nelle zone calde e fredde, mentre nei paesi temperati, come nell’Europa, la natura è subordinata allo spirito; gli Europei debbono la loro civiltà ai progressi del sapere e dell’ intelligenza ; però la civiltà non è già il prodotto arbitrario e casuale di cieche forze fisiche o di potenze spirituali, ma si deve considerare come il risultato necessario d’una serie di cause strettamente tra loro concatenate. La concezione collettivista, sorta di recente, vede la causa dei movimenti indicati in un « bisogno delle masse », e specialmente in un bisogno economici) ; la forma più importante di questa concezione economica della storia è il cosiddetto materialismo storico, che ha il suo principale rappresentante e fondatore in Marx. Questi sostiene che t utto lo sviluppo sociale è determinato dal sistema economico, che alla sua volta dipende dalla forma e dallo svilnpup della produzion e. La struttura economica della società, egli dice, è la base reale, su cui s'eleva poi 1 edificio giuridico e politico, cosicché i (_ modo dì produzione della vi ta m&tedale domina in generale lo sviluppo della vita sociale, politic» o Il Principe, ed. carata da Lisio. Firenze, Sansoni] intellettuale . Marx distingui nella storia dell’umanità tre periodi principali : il periodo a ntico, il f eudale, il borghese o capitalista, tutti caratterizzati dal differente modo di produzione : ciascuno porta ingenita la sua propria contraddizione e ci mostra il progresso come uno sviluppo storico necessario. Il regime borghese, nel quale viviamo, è d’origine recente, giacché incomincia nel secolo XVI, quando i grandi proprietari invadono a poco a poco il dominio dei grandi coltivatori, spingendo nelle città gli abitanti delle campagne. La soppressione dei mestieri e l’invenzione delle macchine hanno dato un grandissimo sviluppo all’industria, nella quale s’ impiega un numero sempre crescente di lavoratori. La storia è c|uindi dominata dal sistema economico e non avrebbe c he una fonte p rincipale: i Jjiso^ni mat eriali dell nomo; l’organizzazione economica che oravecliamo non è l’espressione di leggi economiche eterne, ma non altro che una modificazione dell’organizzazione economica medioevale, che alla sua volta deriva dall’antica. Il fatto economico è per natura sua esclusivamente umano ; precede nel tempo tutti gli altri fenomeni sociali, poiché, come Aristotile ha già osservato fino dall’antichità, gli uomini non potevano porsi a speculare prima d’aver provveduto ai loro naturali bisogni ; infine è tra i fatti sociali il più semplice. È innegabile che i fatti economici hanno sopra gli altri fatti sociali una efficacia spesso decisiva, e che quindi la loro conoscenza ha molta importanza nella spiegazione dello svolgimento storico delle società umane. Però non bisogna dimenticare il legame che uni sce gli uni agli altri i fenomen i s ociali: il diritto, l a religione, la morale, reconomia, la po Jitìca. tutte le categorie di fatti che l’analisi distingue sono unite fra loro da reciproche influenze ; lo stesso Marx ha notato ciò che v’è di contingente nei progressi della tecnologia, ciò che questa deve al caso, alle gr andi inv enzioni e all’im t elligenza . Quindi il materialismo storico, secondo recenti interpreti, LABRIOLA e CROCE, fornisce una somma di nuovi dati, di nuove esperien ze., che entra nella coscienza dello storico, si risolve in un ammonimento a tener presenti le osservazioni fatte da esso come nuovo sussidio a intendere la storia. La storia è una scienza o un’arte? Importante è pure la questione non ancora chiusa se la storia sia una scienza oppure un arte; ponendola alcuni risolutamente fra le scienze, altri fra lo arti, ed altri accordandole i caratteri d’una scienza e nel medesimo tempo d un’arte. Notevoli sono le argomentazioni chq il Croce pone innanzi per sostenere che la storia è un’arte: egli distingue nella conoscenza umana due forftd: la còrios'ceuza intuitiva e la conoscenza logica, conoscenza per la fantasia e conoscenza per l intelletto, conoscenza dellWimrfnalc e àeW universale, delle cosse delle loro relazioni; l'una è produttrice d’imagini, l’altra produttrice di concetti. Lo intuizioni sono: questo fiume, questo lago, questo rigagnolo, questa pioggia, questo bicchiere d’acqua; il concetto è: 1 acqua, non questa o quella, ma l’acqua in genere, in qualunque luogo o tempo si roalizzi. Le manifestazioni più alte della conoscenza intuitiva e dolla conoscenza intellettuale sono arte e scienza. La stona è un’arte, come la poesia, la pittura, la musica; essa ò una pittura vora e propria, descrivo gli avvenimenti, vuole rappresentare vivamente all’immaginazione degli uomini i fatti passati; racconta e non fa deduzioni nè induzioni, secondo il metodo adoperato nelle scienze, non ricerca leggi, nè foggia concetti, è diretta art narrandum non ad demonstrandnm. Il questo qui, Vindividuimi umilino determinatimi è il suo dominio, od è il dominio medesimo dell arte; la storia rientra perciò sotto il concetto dell’arte. 1', un sofisma quello di credere che la storia abbia por oggetto il concetto dell’individuale, donde si conchiude che la storia sia conoscenza logica o scientifica; la storia elaborerebbe il concetto d un personaggio, di Carlo Magno o di Napoleone ; d’un’opoca come del Ri nascimento o dolla Riforma: d’un avvenimento come della Rivoluzione trancoso e dell'unificazione d’Italia, allo stesso modo che la Geometria elabora i concetti delle forme spaziali. Ma di tutto ciò non è niente: la storia non può se non presentare Napoleone o Carlo Magno, la Riforma o il Rinascimento, la Rivoluzione francese o l’unificazione d’Italia, fatti individuali, nella loro fisionomia individuale, proprio nel senso cho dai logici si dico che dell individuale si dà non concetto ma rappresentazione. Tra aite ola storia corre quosta differenza: la prima è la conoscenza d una cosa, d’un sentimento, d’un carattere, la conoscenza della lealtà possibile, non della realtà esistente e reale, oggetto della storia 5. La critica storica. Lo storico trae la materia della narrazione o dai fatti che egli stesso ha veduto, oppure dai CROCE, Estetica. Palermo, Sandron. Croce fatti che altri in tempi o luoghi lontani hanno osservato; d’onde la necessità di valutare il grado di certezza delle testimonianze, per avvicinarsi più che è possibile alla verità. Bisogna notare che l’uomo lascia traccia di sè e delle sue opere non solo nei racconti scritti o tramandati di generazione in generazione, ma anche nelle armi, negli ornamenti, negli strumenti che adopera nella caccia, in casa ecc. ecc. La preistoria è basata quasi esclusivamente sopra questi ultimi monumenti, non esclusi gli avanzi fossili del regno animale e di quello vegetale. Il materiale per ricostruire il periodo che segue alla preistoria ci viene fornito da una grande quantità di monumenti, come iscrizioni, monete, sculture, edifici, opere pubbliche ecc., che provengono dagli stessi autori degli avvenimenti o dai loro contemporanei ; l’interpretazione di essi rientra propriamente nel campo dell’archeologia storica, la quale fornisce pure un prezioso sussidio alla storia propriamente detta. Importante è il criterio per stabilire la certezza della tradizione scritta e della tradizione orale, per le quali s’incontrano non poche e gravi difficoltà, se si pensa che non di rado per fatti e avvenimenti di lievissima portata e a noi contemporanei, le testimonianze di persone oneste e coscienziose sono incerte e contraddittorie ; per fatti di molto maggior gravità e che possono riguardare tutto intero un popolo, le passioni, l’intelligenza, il partito politico, gl’interessi degli osservatori possono turbare la narrazione spesso in modo irrimediabile ; tali testimonianze debbono essere vagliate con grandi cautele e con tutti gli speciali sussidi forniti dal metodo storico, e con tutto ciò non sempre si riesce ad eliminare le alterazioni sia volontarie sia involontarie. Avvenimenti come la origine del Cristianesimo, la Riforma protestante, la Rivoluzione francese sollevano ancor oggi polemiche e pregiudizi, che impediscono e offuscano la retta valutazione di essi. n. quindi chiaro che il principio di verisimiglianza e di probabilità, come dice Croce, domina tutta la critica storica ; l’esame delle fonti e delle autorità è diretto a stabilire le testimonianze più credibili. Chi parla d’induzione e di dimostrazione storica fa un uso metaforico di queste parole, le quali nella storia assumono un aspetto affatto diverso da quello che hanno nella scienza. La convinzione dello storico è la convinzione indimostrabile del giurato, che ha ascoltato i testimoni, seguito attentamente il processo ; sbaglia, senza dubbio, delle volte, ma gli sbagli sono una trascurabile minoranza di fronte ai casi in cui coglie il vero. La storia è quindi ciò che l'individuo o l’umanità ricorda del suo passato, ricordo dove oscuro, dove chiarissimo, ricordo che con industri esami si procura di allargare e precisare il meglio possibile; ma tale che non se ne può far di meno e che, preso nel tutto insieme, è ricco di verità. Solo per spirito di paradosso si potrà dubitare che non sia mai esistita una Grecia, una Roma, un Alessandro, un Cesare, un’ Europa feudale e una serie di rivoluzioni che l’abbatterono; che si videro affisse le tesi di Martin Lutero alla porta della chiesa di Wittemberga e che fu presa dal popolo di Parigi la Bastiglia. Che ragione rendi tu di tutto questo?, chiede ironicamente il sofista : l’umanità risponde : Io ricordo. Chi si accinge a scrivere un’opera di storia deve attendere a quattro operazioni principali, a ciascuna dolle quali risponde una parte distinta della metodica : Raccogliere il materiale, donde Veuristica: ossia dottrina delle fonti. Analizzarlo, donde la critica delle fonti. Comprendere i fatti in sè e nei loro rapporti, donde la co Riprensione dei fatti e loro rapporti. Esposizione dei fatti. Queste quattro operazioni nella pratica s’intrecciano e si confondono, giacché nel tempo stesso che, ad esempio, si raccoglie il materiale, questo viene vagliato, e non si può vagliarlo senza comprendere il valore dei fatti che esso fornisce. Le fonti sono il materiale da cui si attinge la storia; dapprima furono tradizioni orali e canti popolari, poi note scritte e anche, occasionalmente, iscrizioni e documenti: più in là nell’età antica e nel medio evo non si andò; solo nell’età moderna si pose mano a ricercare ed usufruire iscrizioni, documenti, monete, tutti i prodotti dell’arte, e persino gli avanzi preistorici. Tutto il materiale storico si può dividere in due categorie: a) avanzi ossia tutto ciò che di un l'atto è rimasto ed esiste ancora, con semplici reliquie o parti di fatti e di atti umani interamente spogli d’ogni idea di ricordo per la posterità e innanzi tutto i resti corporei degli uomini, poi la lingua, le abitudini, i costumi, le feste, i giuochi, culti, istituzioni, leggi, utensili, monete, armi, edifizi; tra gli avanzi sono da annoverarsi i monumenti nel senso più largo, vale a dire tutto ciò cui è inerente l’intenzione di conservare la memoria dei fatti; b) la tradizione, che mira a conservare il ricordo degli avvenimenti col proposito appunto di essere fonte o materiale storico. Si distingue in figurata, orale e scritta, secondo che consta di rappresentazioni di persone di luoghi (ad es. carte geografiche, piante di città e simili) e avvenimenti storici, oppure di racconti orali, leggende, proverbi, canti storici, oppure di iscrizioni storiche, alberi geneologici, calendari annuali, cronache, ricordi, biografìe e storie d’ogni genere. Ufficio della critica storica è quello di stabilire la verità effettiva dei dati contenuti nelle fonti, cioè decidere se e fino a che punto siano da ritenersi come veri o come falsi, come realmente avvenuti o no. Ciò si fa sempre affermando o negando, sotto forma d’un giudizio, sia nei rapporti delle fonti coi fatti, sia dei fatti tra loro; come indica anche il significato fondamentale del verbo xpfveiv (separare, distinguere, giudicare) da cui è derivata la parola critica. La metodica insegna i principi, le regole, l’arte onde s’adempie a quell’ufficio. Tutto si riduce al raffronto di ciò che sottoponiamo a critica con altri dati di cui siamo sicuri, all’esame, in una parola, dell’incerto col certo. Si deve alla critica veramente metodica o scientifica, se la storia è diventata una vera e propria scienza, giacché solo il metodo scientifico ha reso possibile l’accertamento dei fatti storici, cioè lo sceverare il vero dal falso, la storia, dalla leggenda. La critica dicesi estrinseca, quando esamina se una data fonte sia da considerare o no, e fino a che punto, come testimonianza storica, come vera e propria fonte storica; e ha quindi per ufficio di a) provare l’identità delle fonti ; b) stabilire quando, dove e da chi e per che modo (se originali o derivate) furono prodotte; c) stabilirne il contesto originale (recensione) e pubblicarle (edizione). La critica dicesi invece intrinseca, quando esamina i rapporti delle testimonianze coi fatti, cioè se le testimonianze corrispondano, e fino a che punto, alla realtà. Il suo ufficio somiglia a quello del giudice istruttore, il quale deve constatare la realtà d’un delitto dalle dichiarazioni dei testimoni e dalle immediate tracce di esso; essa esamina la forza dimostrativa delle singole tracce o testimonianze, raffronta e bilancia le ime colle altre. Esiste una scienza generale della società? I primi saggi d’osservazione scientifica della vita sociale si ritrovano in alcune opere di Platone e di Aristotile; ma solo nei tempi nostri lo studio dei fenomeni sociali ha preso uno sviluppo notevolissimo e un’ importanza veramente straordinaria. Augusto Comte nel suo « Corso di filosofia positiva » lo ha innalzato al grado di scienza indipendente, dandogli il nome di « sociologia », che viene ormai generalmente accettato ; nella nota classificazione comtiana delle scienze, la sociologia tiene 1 ultimo posto, essendo sorta di recente e presentando maggior complessità e minor generalità delle altre scienze. Ma la sociologia è ben lungi dall’aver determinato con chiarezza e precisione il suo oggetto e i suoi metodi; anzi alcuni negano ad essa il diritto all'esistenza, affermando che i fatti che studia formano oggetto di altre scienze già costituite. La sociologia viene generalmente intesa come la scienza dei fenomeni sociali, cioè dei fenomeni che sono propri della vita della società. Questo però non è sufficiente per determinare l’oggetto della sociologia, poiché i fenomeni sociali sono già studiati da un gran numero di discipline particolari, storia delle religioni, del diritto, delle istituzioni Manuale Sei metodo storico di A. CnivEU.ucci, pnssim. Pisa, Spocrri (è la traduzione dei capitoli 3° e 4° del Manuale del m. st. del Berkheim).] politiche, statistica, scienza economica ecc. Ora due sono le soluzioni principali date a questo problema. Secondo alcuni la sociologia è una scienza distinta dalle scienze sociali particolari, ha un’individualità sua propria, considera in tutta la sua complessità la realtà sociale, che le scienze particolari dividono e decompongono per astrazione; essa è una scienza concreta, sintetica, mentre le altre sono analitiche ed astratte. In questo modo lo Stuart Mill afferma che la sociologia ha per oggetto « gli stati di società » che si succedono nella storia dei popoli; l’insieme degli elementi che formano lo stato di società è costituito dai fenomeni sociali più importanti, come il grado d’istruzione e di cultura morale nella comunità e in ogni classe, le condizioni dell’industria, del commercio, della ricchezza, le occupazioni ordinarie della nazione, la sua divisione in classi, la forma di governo, le leggi, i costumi ecc. La sociologia dev’essere quindi come una filosofia delle scienze sociali particolari, e, come la biologia ha preso il significato di filosofia delle scienze biologiche, cioè d’una scienza che studia i fenomeni essenziali ed universali della vita sotto le sue molteplici forme, cosi essa dev’essere la scienza generale della società, deve analizzare le caratteristiche generali dei fenomeni sociali e stabilire le leggi più alte dell’evoluzione sociale. Altri invece affermano che la sociologia non può essere che il sistema, il «corpus» delle scienze sociali; la moltitudine innumera dei fatti sociali viene studiata dalle discipline speciali, che diventano in tal modo come rami particolari della sociologia e devono prendere un nuovo indirizzo e un nuovo metodo, derivanti dalla considerazione che i fatti sociali sono tra loro intimamente legati e debbono considerarsi come fenomeni naturali soggetti a leggi necessarie. Un esempio di questa trasformazione ci viene presentata dalla storia. Sotto gli avvenimenti particolari e contingenti che costituiscono la storia apparente delle società umane, si cominciò a cercare qualche cosa di più fondamentale e di più permanente, le istituzioni ; con ciò la storia cessa d’essere uno studio narrativo e si apre all’analisi scientifica. I fatti che vengono eliminati o considerati di secondaria importanza, sono i più refrattari alla scienza, essendo propri ad ogni individualità sociale considerata in un dato momento della sua vita ; mutano da una società ad un’altra, e nel seno d’una medesima società: le guerre, i trattati, gli intrighi delle corti o delle ‘assemblee, gli atti degli uomini di Stato costituiscono delle combinazioni che non si ripetono mai nello stesso modo e non sono soggetti a leggi definite ; la storia in questo senso si limita a stabilire una pura successione di fatti. Invece le istituzioni nel loro svolgimento conservano caratteri essenziali per lunghi anni e anche, qualche volta, per l’intero corso d’un’esistenza collettiva, poiché esprimono ciò che vi è di più essenziale in un aggregato umano ; in questo campo i fenomeni sociali non possono più essere considerati come il prodotto di combinazioni contingenti, di volontà arbitrarie, di circostanze locali e fortuite, ma di cause generali permanenti e definite. Quindi sotto l’azione dei principi, degli uomini di Stato, dei legislatori, che era considerata un tempo come preponderante, si è scoperta l’azione decisiva delle masse, si è compreso che una legislazione non è che la codificazione dei costumi, che non può vivere se non profonda le sue radici nello spirito dei popoli, e inoltre che i costumi, le abitudini, lo spirito dei popoli non sono cose che si creano a volontà, ma sono l’opera dei popoli stessi. Non pochi sono gli argomenti cho si adoperano per dimostrare 1 impossibilità d'uua scienza generale della società; si ricorre alle definizioni tra loro discordanti che i sociologi propongono di essa, del suo metodo, del suo oggetto; per gli uni la caratteristica dei fenomeni sociali è la continuità o storicità, per altri la reciprocità d’azione, o la giustizia, o la sociabilità, o la coscienza della specie; l'elemento primario e costitutivo della società è ora l' individuo, ora la famiglia, ora l' orda ; nè può avvenire altrimenti quando si pensi alla complessità estrema, alla variabilità di tali fenomeni, le quali però, se attestano della gravissima difficoltà dell'impresa, non sono prove sufficienti per poterne affermare l’impossibilità. Il metodo nello studio dei fenomeni sociali. Intorno al metodo da adoperarsi nello studio dei fenomeni sociali si notano divergenze simili a quelle che abbiamo trovato nelle opinioni intorno al vero oggetto della sociologia. Per un certo periodo di tempo ha avuto molta fortuna la concezione biologica della società ; ma oggi per l'importanza maggiore acquistata dalla psicologia e per altre cause lia perduto gran parte della sua importanza e conta minor numero di sostenitori. L’analogia biologica si fonda sul metodo induttivo e consiste nella comparazione d’una società ad un organismo per la corrispondenza e il parallelismo di non pochi caratteri fra l’una e l’altro. Cosi in ambedue il punto di partenza, è uno stato semplice, indefinito, relativamente omogeneo; lo sviluppo della società come degli organismi s’effettua per differenziazione, successione e coordinazione delle parti differenziate ; all’accrescimento della massa e del volume corrisponde la complicazione graduale della struttura e delle funzioni, e, come gli individui, gli aggregati sociali nascono, si sviluppano e muoiono. In secondo luogo l’individuo nella società è l’equivalente dell’elemento anatomico nell’organismo, e come i, io opino, credo, e quindi opinione imposta da un’autorità posta al di fuori e al disopra di ogni critica) afferma che il nostro sapere non ha limiti, che lo spirito umano può giungere a conoscere la realtà quale essa è. Dogmatici sono stati Platone e Aristotile e i razionalisti. Lo scetticismo rappresenta una dottrina opposta al dogmatismo; esso (da oxémopai, esamino) afferma che il dubbio si estende a tutte quante le cognizioni. Vi è uno Kulpe, EinUitung in die rhilosophie, p. 131. Leipzig, Hirzel] scetticismo relativo, pel quale tutte le nostre cognizioni sono relative, vale a dire dipendenti dalle circostanze accidentali in cui sono sorte, e quindi valevoli solo per determinati luoghi o tempi; e uno scetticismo soggettivo, pel quale la verità è una cosa affatto dipendente dall’ individuo. Manca quindi un criterio assoluto della verità: la debolezza e l’imperfezione dei sensi rendono impossibile una percezione sicura, e la ragione per la sua stessa natura è condannata alla contraddizione. La scesi ha la sua massima fioritura nell'antichità fino dall'epoca dei Sofisti. Protagora, fondandosi sul principio d’Eraclito che tutte le cose sono soggette a una mutazione inces-, sante, ne trae la conseguenza che le coso sono ciò che pare a ciascuno in un dato momento, e che la verità dipende, corno il gusto, dal sentimento momentaneo degli individui, cadendo cosi nello scetticismo che abbiamo denominato soggettivo: l’uomo è la misura di ogni cosa, egli diceva : nàvitov xp 1 il i, ‘ xa,v M T P SV Sv&puiitoj. Però questa frase si riferisce solo alla teoria della conoscenza, non alla morale, corno sposso si dico. 11 Goethe, guidato dall'istinto d’uno spirito superiore, ha compreso ciò: noi possiamo, egli dice, osservare, misurare, calcolare, pesare la natura, ma ciò avviene sempre secondo la nostra misura e il nostro peso, giacché l’uomo ò la misura di tutto le cose. Questa espressione equivale dunque a dire: il reale solo può essere percepito da noi, l’irreale non può in alcun modo divenire oggetto della nostra percezione; noi uomini non possiamo varcare i limiti dalla nostra natura, e la verità, per quanto può essere percepita da noi, deve trovarci entro questi confini. Gorgia Leontino cercò di dimostrare le seguenti tre tesi: nessuna cosa è; anche se qualche cosa fosse, non sarebbe conoscibile; quando pure fosse conoscibile, la cognizione che un uomo potesse acquistarne, non sarebbe comunicabile ad altri ; in conclusione la verità non esiste, tutto ò falso. Infine Pirrone, capo della Scesi, afferma che le cose sono inaccessibili tanto ai sensi quanto alla ragione, e che noi possiamo di esse affermare o negare quello che vogliamo; il meglio che ci rimane a fare consiste nell’astenerci da qualsiasi giudizio. Fra gli scettici posteriori sono da ricordarsi Arcesilao e Cameade. Nei tempi moderni gli scettici più famosi sono Montaigne e Charron. Gompebz conclusioni;. Il positivismo restringe il valore della conoscenza al campo dell’esperienza e delle scienze positive, ai fenomeni e alle loro relazioni. Noi non possiamo conoscere l’essenza dei fenomeni, le cause prime e i fini ultimi, ma solo, mediante l’osservazione, l’esperimento e la comparazione, le relazioni costanti tra i fenomeni, il loro succedersi, le somiglianze, le leggi. Pertanto il positivismo elimina dalle scienze qualsiasi ricerca estranea a quella delle leggi e rapporti costanti di coesistenza e di successione tra i fenomeni. La filosofia positiva procede come le vere scienze, badando solamente ai fatti e restringendosi a spiegare un fatto per mezzo di altri fatti; e il fatto non è altro che il fenomeno. Il fondatore del positivismo è Comte, del quale abbiamo già esposto la classificazione delle scienze. Secondo Comte la coscienza passa per tre fasi principali, la fase teologica, la metafisica, e infine la positiva. Nella fase teologica lo spirito umano considera i fenomeni dell'universo come effetti di forze e di esseri soprannaturali; anzitutto si considerano tutti i corpi esteriori come animati, vivouti (feticismo), quindi si ammetto l'esistenza di esseri invisibili, ciascuno dei quali presiede ad una classe distinta d'oggetti, di avvenimenti (politeismo), finché tutte le divinità particolari vengono comprese nell'idea d’un Dio unico, che, dopo aver croato il mondo, lo governa sia direttamente, sia indirettamente per mezzo di agenti soprannaturali. Nella fase metafisica i fenomeni vengono spiegati non più per mezzo di volontà soprannaturali coscienti, ma mediante astrazioni considerate come esseri reali: ciò che governa il mondo è una forza, una potenza, un principio; si vogliono spiegare i fatti colle tendenze della natura, cui si attribuisce ad esempio, la tendenza alla perfezione, l’orrore del vuoto, una forza salutare ecc. Infine nel periodo positivo si lasciano in disparte lo entità astratte, come cause, forze, sostanze, e si ricerca la spiegazione dei fatti nei fatti stessi, confrontandoli, ricercandone le affinità e classificandoli per ragione di somiglianza ; la storia dell'umano pensiero cammina, secondo il Comte, verso la sintesi, l’organizzazione dello scienze, mentre il regno della metafisica volge al suo termine. II criticismo, s’oppone tanto allo scetticismo, che, negando la possibilità di qualsiasi conoscenza, finisce anche col negare sè stesso, quanto al dogmatismo che ha una cieca fiducia nella ragione; mentre il positivismo ammette solo la scienza positiva e come fine di questa la ricerca della legge, il criticismo riconosce allo spirito umano altri campi di ricerca. Esso investiga ed esamina lo stesso potere, conoscitivo, distinguendo quali problemi può risolvere, e quali invece rimangono senza soluzione e fuori del suo dominio. Kant ammette la conoscibilità del fenomeno, di ciò che è dato alla nostra esperienza, e afferma l’inconoscibilità dell’essenza delle cose; però vi è in noi una tendenza naturale a valicare i i limiti del mondo dei fenomeni, e a penetrare nel mondo dei noumeni, tò voupevov, il pensato, la cosa in sè, l’oggetto quale noi supponiamo che esiste in sè stesso, in opposizione al fenomeno, che è l’oggetto quale noi ci rappresentiamo nell’esperienza. Questa dottrina di Kant che vien detta anche razionalismo idealistico si può cosi riassumere: noi possiamo conoscere la realtà a priori mediante la ragione pura, non come è in sè stessa, ma solo, come appare a noi e sotto l’aspetto formale. Le scienze si possono anche dividere in formali e scienze della realtà; alle prime appartengono la logica e la matematica e hanno per oggetto idee che non sono tratte dagli oggetti reali; cosi i numeri e le figure della matematica vengono costruiti e determinati dalla nostra mente. Le altre invece studiano oggetti presi dalla realtà, dal mondo interno, dal mondo esterno, dal passato, dal presente e che si impongono alla coscienza dell’osservatore. Ora, si può chiedere se questi 0 £f?®tti) studiati dalle scienze reali, esistono assolutamente, in se stessi, quindi in maniera indipendente dalle rappresentazioni che noi ne possiamo avere, oppure si può dare al problema un’altra soluzione. Le principali risposte a tale questione sono tre: il realismo, il fenomenalismo, l’idealismo. Il realismo rappresenta la più antica concezione, giacché si presenta a noi come naturale il fatto di pensare che le cose che stanno fuori di noi cosi come noi stessi, siano quali sono apprese dalla coscienza che le considera come gli ori li) Pauusv, jB ’inleitung in lite Philosojihie. Berlin, Cotta] ginali ritratti dalle nostre sensazioni; quindi crediamo che gl’oggetti sono realmente rossi e verdi, chiari e oscuri, lisci e ruvidi, dolci e amari. Però questo realismo ingenuo, che ha ancora la sua influenza nella vita pratica, come quando ad es. diciamo di vedere il sole levarsi e tramontare malgrado la scoperta di Copernico, non dura a lungo; molti fatti vengono presto a dimostrare che le rappresentazioni non sono una copia della realtà: le illusioni, le allucinazioni, i sogni, la cecità dei colori parziale o totale, le differenze individuali nell’acutezza visiva e uditiva ci convincono che la percezione sensibile dipende in modo naturale da fattori soggettivi; si aggiunga a ciò la relatività della percezione sensibile, pella quale ciò che ad uno sembra freddo è percepito come caldo d’un altro, a questo un movimento pare lento, a quello veloce, e uno stesso oggetto al medesimo individuo si presenta sotto diversi aspetti secondo le circostanze, gli strumenti coi quali s’osserva, la luce, ecc. ecc. Quindi non è più possibile pensare che lo spirito sia come uno specchio che rifletta fedelmente l’immagine degli oggetti esteriori. L 'idealismo è stato iniziato nella sua forma tipica dal filosofo inglese Berkeley secondo il quale tutte le qualità dei corpi che percepiamo sono meramente relative a noi, e i corpi non si riducono ad altro che a gruppi di qualità, le quali esistono solo nelle nostre percezioni, sono pure parvenze e la loro esistenza si riduce semplicemente all’essere percepite, esse est percipi; che cos’è, per esempio, una mela? un complesso di sensazioni visive, olfative, gustative, tattili e nulla più. Infine la dottrina del fenomenalismo fondata da Kant afferma che tutto ciò che ci viene dato nell’esperienza è costituito dai fenomeni; noi possiamo conoscere le cose non come sono in sè, ma come appaiono a noi. Le leggi fondamentali, alle quali la natura obbedisce e che ci aiutano a comprenderla, non esprimono che le condizioni d’esistenza della nostra intelligenza. La ragione è questa; poiché noi pensiamo il mondo dei fenomeni, bisogna ammettere che vi sia una correlazione tra le leggi dell’ universo e le leggi della nostra intelligenza; ora, per spiegare questa correlazione sono possibili solo due supposizioni: o lo spirito ha ricevuto dal inondo, mediante i sensi e l’esperienza, le leggi costitutive conforme alle quali esso pensa; oppure lo spirito impone al mondo le sue leggi proprie e l’obbliga in certo modo a costituirsi in modo che la natura fenomenica gli divenga intelligibile. Kant accoglie quest’ultima ipotesi, e quindi le cose che noi pensiamo sono per noi ciò che il nostro spirito le fa essere; il nostro pensiero attuale e cosciente non fa che prendere conoscenza d’un mondo di fenomeni, che gli preesiste e che, diventando oggetto di conoscenza, ha già subito la legge del pensiero umano in ciò che esso ha di essenziale e di costitutivo, di guisa che tutto ciò che noi pensiamo non esiste in sè stesso, ma solo per rapporto a nyi. L’importanza che i problemi sopra accennali hanno per la scienza, va sempre più crescendo non solo presso i filosofi, ma anche presso gli scienziati, tra i quali non pochi, benché siano di continuo a contatto deU'esperieiiza. meditano o s'accingono a risolvere problemi filosofici gravissimi. Cosi un cèlebre fisiologo, Verworn, nell’introduzione alla fisiologia generale, pone come fondamento a tutta l’opera una teoria della conoscenza, giungendo alla conclusione “ che il mondo fisico è un frammento della nostra psiche e cho è quindi naturale il fenomeno, cosi meraviglioso sotto un altro aspetto, che le leggi le quali reggono il mondo fisico sieno del tutto identiche a quelle che reggono la nostra psiche; questo fatto ci pare tanto più probabile in quanto troviamo che i fenomeni del mondo fisico sono ordinati secondo lo spazio, il tempo, la causalitù, ossia secondo lo leggi logiche della nostra mente; le leggi cho noi assegnamo al mondo fisico sono le leggi proprie del pensiero, le leggi secondo le quali avvengono i fenomeni psichici, perchè il mondo è solo ima nostra rappresentazione. Il mondo esteriore è quindi pura illusione, l’idea d' una realtù oggettiva è affatto insostenibile Helinhol t z matem a tico, fisico o fisiologo di grand e. valore, speriinentatoro geniale, pensatore profondo e limpido, cho ha lasciato una traccia luminosa nei campi più diversi della scienza, ha pure proclamato la verità che ogni discussione scientifica mena dritta all'analisi e alla critica della conoscenza, che qualsiasi riflessione sul movimento scientifico non può non metter capo a quesiti d'ordine conoscitivo; egli tenta la soluzione del problema della conoscenza dal punto di vista della psico-fisiologia e pensa che la [Verwork] conoscenza deve essere analizzata, esaminata per scoprire in essa i fattori, gli elementi impliciti, i presupposti che la rendono possibile. La filosofia moderna, dice Riehl, vive nelle opere di Mayer, Helmholtz, e Hertz. Dal breve, ma profondo scritto del Mayer Osservazioni intorno all'equivalente meccanico del calore si svolge chiaramente tutto il compito e il metodo della conoscenza naturale e nel medesimo tempo i limiti di essa, E fino agli ultimi tempi l'Helmholtz ha rivolto la sua attenzione alle questioni della conoscenza teoretica, separando le condizioni per l'intelligibilità delle cose dalle rose stesse, e tentando, dapprima sulle orme del Kant, poscia scostandosene, di esaminare con intendimento critico le basi della scienza della natura. Un ottimo esempio del modo onde filosofia e scienza possono accordarsi in un’opera comune e feconda si ritrova nei Princip i della meccanica, dell' Hertz. 11 metodo adoperato in quest’opera è il metodo generale delle scienze teoretiche della natura, già conce-»' due correnti riunendosi insieme vengono a costituire la scienza ; non diversamente pensano i più illustri scienziati dei nostri tempi. Non potrà ritornare un'epoca, nella quale la scienza creda di aver raggiunta la sua meta, quando abbia accumulato fatti sopra fatti, nè un'epoca in cui la filosofia osservi con disdegno il lavoro indispensabile di proparaziono compiuto dalla scienza. Il costruire e il plasmare i mattoni per innalzare un edificio è tanto importante quanto l'opera dell'architetto che abbozza il disegno e guida l'esecuzione della casa. Quindi come alla conoscenza verrebbe meno il materiale senza il paziente e faticoso lavoro delle ricerche empiriche, così all’edificio scientifico mancherebbe un disegno senza l'elaborazione intellettuale dei fatti: l a scienza ha bisogno della filosofia, e se ne foggia una per proprio conto, quando non ne trova altre. Perciò può accadere che ricerchi i limiti del conoscere là dove sono le condizioni di essa, oppure scambi i segni delle cose per le cose stesse. In simile maniera l a filosofia non può fare a meno dell a srionzfl. uon deve perdersi in vuote speculazioni, o restringersi ad una teoria puramente formale della conoscenza, la quale non possa raggiungere il nocciolo del sapere, i fatti offerti dall’esperienza. La ricerca scientifica e la filosofia formano una cosa sola, si completano a vicenda. Sull’ingresso della scuola di Platone, come si dice, si leggeva: Nessuno, che non conosca la geometria, ossia, come si direbbo oggi, che non conosca la scienza esatta, può entrare. Una iscrizione analoga dovrebbe incidersi sulle porte dei nostri laboratori e dei nostri gabinetti scientifici: non può entrare chi non abbia studiato la filosofia. L'educazione filosofica è parte dell’educazione speciale d’ogni scienziato; essa gli insegna a conoscere lo strumento dei suoi strumenti e gli offre la norma per le sue ricerche. Rieiil., Vortrag, passim. Voglio offrire una Raccolta di alcune fra le voci più comuni nella logicn. Accidente: Aristotile contrappose l’accidente (oupjìelltjxòf da oóv cum e |ia£vci> evento (recido ) allo sostanza (oùo£a), come ciò die non può esistere da sé, ma solo nella sostanza; è quindi una qualità o modificazione che non appartiene all’essenza della cosa e si ritrova in questa senza esser legata necessariamente alla sua idea; oggi s’adopera comunemente nel senso di cosa non necessaria, che può essere e non essere, senza che la cosa muti o sparisca; cosi si può concepire una roccia, senza pensare che sia aguzza o arrotondata: queste ultimo qualità, rispetto al concetto di roccia, sono accidentali. Un significato del tutto diverso ha nel ‘ sofisma per accidente „ e nella “ conversione per accidente. Si dice argomento AD HOMINEM quello che si fonda sopra un principio accettato come vero dall’avversario, il quale si vede quindi costretto, per non parere in contraddizione con sè stesso, ad accettare la tesi. Agnosticismo, da a-fvoioxog, et neg. e yiYvtòoxo, inconoscibile, s’applica a quelle dottrine che affermano l’esistenza noi mondo di qualche cosa che non si può conoscere, che è inaccessibile alla mente umana, e che bisogna ammettere per potere spiegar l’universo; la filosofia di E. Kant, che pone l’esistenza della cosa in sè, e l’evoluzionismo di E. Spencer che dichiara inconoscibile l’assoluto, sono dottrine agnostiche. Un buon dizionnrio di scienze filosofiche is quello compilato da RANZOLI (vedasi), Hoepli. ANALISI -da àvoi, prep. che esprime in composizione l'idea di retrocedere, di rifarsi da capo, e Xóo> sciolgo -nel significato pin generale è l'operazione del pensiero mediante la quale si scioglie un tutto nei suoi elementi, nelle parti componenti, o si distinguono in un composto una o più parti; il metodo analitico parte dai fatti particolari per salile ad un principio generale, come f induzione ; la prova analitica è quella elio va dagli effetti alle cause; giudizio analitico è, secondo il Kant, quello il cui predicato è contenuto necessariamente nel soggetto: i corpi sono estesi. Analogia: (àvee Xéyou pei matematici greci significa: nel medesimo rapporto), è un'operazione logica per la quale, quando nell'idea od oggetto A e nell’idea od oggetto C si sono riscontrali elementi o caratteri comuni, si afferma che un altro o altri caratteri che sono in A debbono pure ritrovarsi in B; l’analogia porta quindi a conclusioni ipotetiche, elio possono poi essere confermate dall’esperienza. Anfibolia: designa l'equivoco di senso prodotto dall'uso di termini forniti di doppio significato, oppure di una speciale costruzione sintattica d'uua frase; dal greco A;isp£-PoAog, elio va da due parti, dubbio, da cui anfibologia parlare clic può prendersi in duo significati anche opposti, es. : aio te Hannibalen vincere posse. Antecedente e conseguente: in un rapporto logico dicesi antecedente il primo termine, conseguente il secondo; cosi la causa è l’antecedente, l'effetto il conseguente. Apodittico: (da àitoSetxvojxt, dimostro); l'apodittica è quella parte della dialettica che insegna il modo di dimostrare la verità d'un principio mediante il semplice ragiouameuto; Kant ha chiamato giudizi apodittici quelli nei quali il predicato appartiene necessariamente al soggetto, intendendosi per necessità l’inconcepibilità del contrario; quindi pei giudizi necessari affermativi la formula è: dev’essere; pei negativi: non può essere. Aporema, da ànopèui: dubito, è, secondo Aristotile, il sillogismo dubitativo, quello che mostra l'ugual valore di due ragionamonti contrari. A posteriori, a priori: la prima espressione significa ciò che risulta dall’esperienza; così le idee a posteriori sono quelle fornite dall’esperienza; la seconda esprime ciò che è dato anteriormente all’esperienza, ciò che non proviene dai fatti; così si è detta scienza a-priori la matematica o scienza a-posteriori la storia. Però tanto tra i Latini quanto tra i filosofi medioevali l’espressione “ dimostrare a-priori, significa dimostrare dalle cause; dimostrare a-posteriori dimostrare dagli effetti. Aquino nega che Dio si potesse conoscere a-priori, perchè non si può conoscere dalle cause, ma solo dagli effetti. Asserzione: ò l’atto dell'esprimere una semplice verità di fatto, e giudizi assertori ha chiamato il Kant quelli nei quali il predicato appartiene al soggetto, senza annettervi T idea di necessità o di possibilità. Assioma: (dal greco oj degno donde à{j(to|ia la stima che si fa d'una cosa, poi principio evidente; VICO (vedasi) nella scienza chiama gli assiomi degniti) è una verità evidente per sè stessa, indimostrabile, che serve di fondamento por altre proposizioni; secondo gli empiristi trae la sua origine dall’esperienza, secondo gli aprioristi dalla ragione indipendentemente dall'esperienza. Astrazione: (traduzione di àcpaipsoij da ino ab o atpéw traggo, fu dapprima adoperata dagli scultori per esprimere l'atto di estrarre il primo abbozzo dal masso informe) per Aristotile ò il processo montale con cui, omesse le qualità accidentali della cosa, si separano le qualità essenziali e si considerano per loro stesso; in generale significa considerare separatamente ciò che in realtà non è separato, decomporre una nozione in elementi. Canone: per Mill, che nel suo sistema di logica ha formulato cinque canoni fondamentali dell'induzione scientifica, è sinonimo di norma, di regola da seguirsi; canonica (da xaV(év, xavóvoj, regolo per tracciare linee diritte) chiamarono gli Epicurei la logica, la quale era un complesso di regole del pensalo, di norme per discernere il vero dal falso. Categoria: le categorie sono i concetti più generali delle cose, i generi supremi in cui si dispongono le nostre idee, p. e. sostanza, qualità, quantità; il giudizio categorico è quello che afferma o nega senza soggiacere ad alcuna condizione; sillogismo categorico 6 quello composto di giudizi categorici. Causa: nel significato comune e popolare ò ciò che produce un fenomeno, ciò che agisce, l'antecedente d'un altro fenomeno; però un po' di riflessione basta a far comprendere che la causa è determinata come tale solo dall’effetto, che i due termini sono correlativi e l’uno non può sussistere senza l'altro; secondo il Mill la causa non è altro che l'antecedente invariabile e incondizionato di un fenomeno; il principio di causa o di causalità esprime il fatto che nulla vi ha senza causa, che tutto ciò elio incomincia ad essere lia la propria ragion d'essere in qualche cosa di anteriore e che cause simili in circostanze simili producono effetti simili, secondo il principio (ipotetico) dell’uniformità del corso naturale delle cose. Il CIRCOLO VIZIOSO è un sofisma il quale consiste nel provar la verità d’una proposizione, appoggiandosi ad un'altra, la quale alla sua volta non può essere provata se non appoggiandosi alla prima. Composizione: ò il complesso dei caratteri che sono contenuti in un’idea, l’insieme degli elementi o note, che costituiscono ciò che si dice anche “ connotazione „ d'un concetto. Concetto, dal latino conceptum che corrisponde ni greco da ooXXappàvm, prendo insieme, concipio, per significare che mediante il concetto apprendiamo il significato della cosa; i greci chiamarono il concetto anche 8poj, termine da ipt^io 10 termino, è l'unità delle cose essenziali dell'oggetto. Non è da confondersi colle rappresentazioni, che sono varie, individuali, mutevoli. Il concettualismo è la dottrina filosofica che ha per principale rappresentante Abelardo, secondo la quale gl’universali, ossia i generi e le specie, pur essendo nomi comuni che designano qualità che appaiono solo negli individui, hanno però, come concetti, una realtà nello spirito di chi li pensa. Due fatti sono detti concomitanti quando si accompagnano e avvengono sia simultaneamente sia uno dopo l'nltro; cosi sono fatti concomitanti l'aumento di calore e l’ innalzarsi del mercurio nel termometro. Concreto: si adopera in opposizione di astratto, e pare che'sia d’ori gine latina e significasse dapprima denso, spesso; Cicerone dice aer concretilo come opposto ad aer fusilo; si applica a ciò che è fornito di tutte le sue qualità ed ha un’esistenza reale per sé. Contingenza e contingente', s’oppongono a necessità e a necessario; il vocabolo aristotelico xò ou|ipepr,aóg tradotto in latino accidens e contingens designa ciò che avviene, ma che potrebbe anche non avvenire; s’intende generalmente in un doppio significato: contingente è ciò che lo spirito può concepire come non esistente o esistente in modo diverso; oppure ciò che in realtà potrebbe non essere o essere diversamente. Criterio: (da xptxiqpiov che deriva da xpivm, giudico) è il segno o la regola, mediante la quale si può riconoscere e distinguere il vero dal falso o che socondo alcuni ò posto nell’ intelletto, secondo altri nella sensazione, nel senso comune, neU'autorità ecc. ecc. Deduzione: forma di ragionamento, che consiste in genorale nel partire da un principio generale noto, per trarne conseguenze particolari, o nel trovare il principio ignoto d'una conseguenza nota; si adopera tanto nelle scienze di puro ragionamento, quanto nello scienze sperimentali. Definizione è la determinazione del contenuto d’un concetto che può essere espressa mediante un giudizio, nel quale il soggetto è il concetto da definire, il defìniendo o il definito-, e il predicato è l'insieme di note con lo quali il primo viene de¬ finito e dicesi definienle. Determinismo: è la dottrina secondo la quale ogni fenomeno naturale è l’effetto necessario d’una causa, oppure, secondo il pensiero di Mill [“More Grice to The Mill”], ogni fenomeno ha per condizione d’esistenza un insieme di circostanze positive e negative che costituiscono il suo antecedente incondizionale, non già nel senso che l'antecedente incondizionale produca effettivamente il conseguente, ma solo nel senso che ne è seguito in maniera invariabile; il determinismo universale consisto quindi neU’ammettere che il principio di causa ha valore tanto per la natura materiale quanto per la natura spirituale. Si suole distinguere il determinismo fisico, che riguarda i fenomeni fi sici, e il determinismo psicologico, che riguarda quelli psi¬ chici e afferma che in ogni caso particolare, dati i nostri mo¬ tivi d'agire, le nostre risoluzioni sono determinate e seguono di necessità il motivo prevalente. Non si deve confondere determinismo con fatalismo, secondo il quale gli avvenimenti sono determinati ab aetemo in modo necessario da un agente esteriore. DIALETTICA (8tà attraverso e ^éyio raccolgo) è l'arte che apre la strada al vero o quindi alla scienza mediante il raffronto e la discussione delle varie opinioni; Platone dico noi Cratilo:“ colui che sa interrogare e rispondere come lo chiameremo se non dialettico?, osso quindi espone ed esamina con arte polemica le opinioni favorevoli e quelle contrario intorno ad un dato soggetto, rivelandone le difficoltà e le contraddizioni. Dictum de omni aut de nullo: è l’espressione usata dagli scolastici per significare che ciò che si dice d'un complesso di cose o di esseri, si dice pure dei singoli, e ciò che si nega d'un complesso, si nega pure dei singoli; esprime quindi il principio fondamentale del sillogismo. DIFFERENZA SPECIFICA è l'insieme dei caratteri, mediante i quali una specie si distingue da un’altra o dalle altre, appartenenti al medesimo genere. “DISCORSIVO” designa la conoscenza e il ragionamento mediato, nel quale entra come fattore importante il lavoro della ragione; si oppone a intuitivo, giacché la conoscenza intuitiva è quella che avviene per un atto immediato, subitaneo, senza passaro da un’ idea ad un’altra, senza la comparazione di più idee, come avviene nella conoscenza discorsiva. Divisione: nel linguaggio logico, è l'operazione mediante la quale si determina l’estensione d’un concetto, mentre la definizione ne determina la comprensione; la forma più semplice della divisione è una proposizione in cui il soggetto ossia il dividendo è il genere, e il predicato ossia il dividente enumera le specie contenuto sotto quel genere. Dogma: o domma (da Box ito, io penso, donde 8óf|ia: ciò che è pai’so conveniente, opinione, principio professato, deliberazione) significa in generale un'opinione che viene imposta da un’autorità posta al di fuori e al disopra d'ogni critica e d'ogni esame; il dogmatismo, in opposizione allo scetticismo, ammette la possibilità di conoscere la realtà quale essa è. Il dubbio metodico consiste nel sospendere il nostro giudizio intorno a qualsiasi cosa, respingendo le opinioni anteriormente stabiite, finché la verità non si imponga con assoluta evidenza ni nostro spirito; si distingue quindi dal dubbio scettico, che nega la possibilità stessa di conoscere alcnna cosa. Eclettismo (da èx-Xéyto, scelgo): si dice del metodo filosofico che consiste nel raccogliere da sistemi filosofici diversi e anche opposti opinioni e dottrine, che si cerca di conciliare armonicamente. Empirismo, da èpReipia esperienza, icatpdco io sperimento, è la dottrina filosofica che fa derivare dall'esperienza tutto ciò che conosciamo, e considera il fenomeno come unico oggetto della nostra conoscenza. Ammette un’esperienza esterna basata sul potere dei sensi ed un’esperienza interna basata sul potere della riflessione; si distingue quindi dal sensismo, che ammette essere i sensi la sola fonte di tutte le nostre cognizioni. Eristica: (da spij, contesa, ipf£o>, io contendo) è l'arte di disputare, di contraddire ad ogni affermazione dell’avversario pel solo scopo o pel piacere di voler contraddire, è una derivazione e una degenerazione della sofistica, con la quale non si devo confondere. Esplicito: un giudizio o una nozione diconsi espliciti quando sono chiaramente e precisamente espressi nella proposizione. Essenza (essentia da esse, traduzione del greco cuoia) è un’espressione di vario significato; è stata usata dai Greci por indicare ciò cbe persiste identico sotto la varietà e la molteplicità dei fenomeni, ciò elio cade solo nel dominio della conoscenza razionale. Per gli scolastici l'essenza è il complesso delle qua¬ lità indicate dalla definizione e dalle idee che rappresentano il genere e la specie; designa quindi ciò che nell’essere è intelligibile e concorre a definirlo, ossia i suoi attributi fondamentali. Estensione d’un concetto: è il complesso degli individui e degli os seri, dei quali un concetto o una qualità può essere affermato come attributo, ossia il numero dei concetti cbe contiene sotto di sé. Fenomenalismo: o fenomenismo, è la dottrina filosofica la quale af¬ ferma resistenza dei fenomeni essere l'unica realtà, negando l'esistenza della sostanza, della cosa in sé; noi conosciamo le coso come appaiono a noi, non come sono in sè stesse. Forma: por Aristotile la forma (popoli, et8oj) è attività ed energia, la materia (OXv)) è passività o potenzialità; la forma trae dalla materia, per mezzo del perpetuo moto che in essa suscita, la molteplicità dei particolari, ciò facendo secondo certe regole e quindi introducendo in quella ordine e uniformità; la forma è inscindibile dalla materia. Oggi per materia della conoscenza s’intende il contenuto di questa; la materia è ciò cbe indi¬ vidua i fatti e distingue, per esempio, il pensiero a dal pensiero ò, dal pensiero c e cosi via: per la materia una proposizione logica di scienza giuridica si distingue da una di etica, una legge economica da una legge estetica; ma la logica che non entra nei dibattiti delle varie discipline, ed ha per oggetto il pensiero in universale qualunque ne sia il contenuto, la materia, prescinde da questa e contempla la forma. Però un’affermazione logica, per esempio una qualsiasi affermazione di scienza, non può esser vera formalmente o falsa material¬ mente, perchè, in concreto, la sua forma b inseparabile dalla sua materia; la logica non può prescindere dalla verità dei concetti, dei giudizi, dei ragionamenti, per quanto prescinda da questi o quei concetti, giudizi, ragionamenti. (Croce). Genere: in una serie di concetti in cui l'estensione va crescendo e diminuisce la comprensione, dicesi genere il concetto più esteso e meno comprensivo rispetto ai concetti meno estesi e più comprensivi: animale, per esempio, rispetto a vertebrato, vertebrato rispetto a uomo, uomo rispetto a Europeo e cosi via. Giudizio ; fu detto dei Greci àitócpaaij, o Xóyos ànotpaxtxój, da &7ti e ig) il dubbio degli scettici. Scolastica: è il secondo periodo della filosofia del medio evo; è preceduta dalla Patristica o filosofia dei SS. Padri, è seguita dal Rinascimento ed ha per iniziatore Scoto Erigeua e per centro Parigi; la Scolastica dipende strettamente dalla religione, nella quale ritrovavano la verità; è essenzialmente dogmatica e manifesta in generale una sfiducia e una diffidenza più o meno grando verso la ragione o la scienza; una questione capitale che si agitò nella Scolastica è quella che riguarda gli universali. SINTESI, da ouv-xIS-rjpt: pongo insieme, nel significato più lato designa ogni operazione che tendo a riunire in un tutto elementi diversi. Si intende anche il processo mediante il quale dai principi si scende alle conseguenze. SISTEMA – Myro: System Ghp – a highly powerful/hopefully plausible version of System G -- (da oov-£<mj|u: metto insieme) è in generale un tutto nel quale le singolo parti sono ordinatamente collegate fra loro, un complesso di idee subordinate ad uno o a più principi generali e fra loro coordinate. SOSTANZA (substautia, loti.: ciò elio sta sotto, traduzione della parola aristotelica: &Ro-xe!|ievov, composta di imo sotto e xsìpat io giaccio) è ciò che permane identico in mezzo al variare delle qualità, del colore, della forma; per gli scolastici è ciò che sussiste per sé (ens quod per se subsistit), mentre gli accidenti sussistono nella sostanza e quindi per la sostanza. SUB-ORDINAZIONE è la relazione che corre fra due concetti di cui l’uno ò contenuto nell’estensione dell’altro. Cosi il concetto di uomo e subordinato a quello di mammifero, che dicesi concetto sopraordinato. SUSSNZIONE (subsumptio, da subsumere) è una specie di ragionamento che consiste nel porre due idee nella dipendenza come di specie a genere, di caso individuale a legge. Pel Lizio il sillogismo di sussunzione, che corrisponde al sillogismo di pi ima figura, è il tipo perfetto del raziocinio. Emilio Morselli. Morselli. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Morselli.”

 

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