GRICE ITALO DIZIONARIO D'IMPLICATURE A-Z M MO
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Montanari (Bagnacavallo).
Filosofo italiano. Bagnacavallo, presso Ravenna, Ravenna, Emilia-Romana. Nasce da
Lorenzo e Barbara Biancoli -- cfr. lettera a Vaccolini, Pesaro. Inizia a
studiare nel seminario di Faenza, dove si sono formati letterati famosi come
Monti e Strocchi. Tuttavia, problemi di salute indussero i genitori a
trasferirlo a Ravenna, presso il collegio dei nobili, dove gli è maestro di
eloquenza Farini ed ha per compagno Mordani, al quale resta legato d'amicizia
per tutta la vita. Dopo aver perso la
madre -- il padre s’è intanto risposato --, completa gli studi tra Bologna e
Roma, laureandosi in diritto. Subito dopo ottenne la cattedra di umanità e
retorica al ginnasio di Solarolo, dove resta quattro anni e sposa Mainardi. A
quest’epoca risalgono le sue prime prove letterarie -- Rime sacre, Faenza, che
Betti preferiva agli Inni sacri del Manzoni --, d’ispirazione cristiana, come
molta della sua non rimarchevole produzione successiva che pure in qualche caso
ottenne giudizi favorevoli dai contemporanei.
Spinto dall’illustre letterato e amico di famiglia Borghesi, concorse
per la cattedra a Savignano ottenendola. Già in questa fase M. si rivela
scrittore dalla vena facile e prolifica, rivolgendo i propri interessi a
quattro filoni fondamentali: opere di retorica, traduzioni dal latino, brevi
biografie e opere di argomento religioso. I moti in Romagna non videro in prima
fila M., che però, «sebbene un po’ copertamente, dev’essere stato del numero» --
Pierini. Portano a questa conclusione alcune professioni di patriottismo dello
stesso M. e la domanda che indirizzò al vescovo di Rimini per essere riammesso
all’insegnamento. Tuttavia l’atteggiamento assai prudente di M., preoccupato di
conservare l’impiego e mantenere agli studi i cinque figli, non consente di
conoscere le sue autentiche idee politiche. Se, d’una parte, sembra talora
aderire ai moti liberali -- v. un carme a Mordani, cit. in Polenta -- ,
dall’altra mostra in pubblico un atteggiamento deferente verso le autorità
ecclesiastiche, delle quali cerca spesso l'aiuto e la protezione. Non si può
escludere che il suo patriottismo si limitasse a un nazionalismo delle lettere,
altrimenti non si spiegherebbero le parole scritte a Betti in una lettera in
cui, parlando del proprio coinvolgimento nei moti, afferma di aver dovuto
«fingere di credere ciò che io non credeva né mai credetti, e mostrar di
aderire a ciò che pur mi doleva» -- da Savignano, Roma, Biblioteca nazionale,
Autografi. Come molti esponenti della scuola classica romagnola, M. entra
spesso nel vivo della polemica contro i romantici, dei quali salva il solo
Manzoni, «romantico nato dal classicismo o a dir meglio finto apostata del
classicismo -- lettera a Ilari: in Piancastelli --; tuttavia persegue una
posizione personale, raccomandando un classicismo sfrondato delle vane
digressioni mitologiche, lontane dalla sensibilità dei moderni, e temperato dal
cattolicesimo. Avendo vinto un concorso, lascia Savignano per Pesaro, dove
insegna nel ginnasio: nella nuova sede non trova più G. Perticari, da poco
scomparso, né Mamiani, esiliato, ma poté stringere amicizia con Cassi,
traduttore della Farsaglia di LUCANO (vedasi), ed entrare in contatto con la
rinomata tipografia Nobili, che stampa poi molte sue opere. Attraverso i suoi scritti, la corrispondenza
con letterati italiani e le collaborazioni con periodici letterari e di studi --
L'Utile-Dulci di Imola, il Museo scientifico letterario di Torino, Il Poligrafo
di Verona, L’Istitutore di Bologna, Il Giornale scientifico di Modena. ecc. -- M.
prende parte alla vita culturale dell’epoca, anche se da una posizione defilata
e provinciale. Importante, seppur limitata, è la collaborazione coll’Antologia
di Vieusseux, della quale apprezzava la funzione di stimolo al progresso civile
della nazione. Tra i suoi contributi per la rivista si segnala la
recensione-saggio Notizie statistiche intorno l'agraria del Pesarese raccolte
da Bertuccioli: che è anche una pregevole analisi socio-economica della realtà
di quella provincia. Ben più duraturo è il rapporto con il Giornale Arcadico di
Betti, espressione di una cultura classicheggiante e aulica gradita ai
conservatori e in auge nel clima politico romano della Restaurazione. M. è
appunto a Roma per un viaggio, ospite di Muzzarelli, per studiare greco presso
il celebre poliglotta Mezzofanti e poter frequentare i circoli letterari degli
arcadi nonché degli accademici tiberini, fra i quali venne ascritto. Di poco
posteriore è un viaggio a Firenze, dove si reca per una ricerca genealogica per
conto del card. Ciacchi che lo mise in contatto con i letterati toscani. Ma la
fama di M. resta legata alle istituzioni di rettorica e belle lettere tratte
dalle lezioni di Blair da Soave, che egli rivide e amplia -- Foligno. Il manuale scolastico dello scozzese, già
adattato per i lettori italiani dal somasco Soave, è riproposto da M., che
sottopone a revisione critica la storia della letteratura dal punto di vista
del classicismo, ribadendo al contempo la validità degli strumenti retorici
nella didattica. L’opera, la cui fortuna è testimoniata dall’edizione e da
numerose ristampe e compendi curati dall'autore stesso, non può essere
considerata isolatamente rispetto alla sua concreta attività di docente. È
stato osservato – Danzi -- che nelle istituzioni, coll’influenza del pensiero
di Puoti, i riferimenti ad ALIGHIERI (vedasi) e la scelta dei modelli e delle
traduzioni italiane di passi latini, M. ri-afferma il primato della scuola
classica sul piano teorico e pedagogico. Attratto da un lauto stipendio, M.
lascia Pesaro per Osimo, accettando l’incarico di docente di retorica nel
collegio Campana, offertogli dal cardinale Ceroni che lo aveva conosciuto a
Roma. Qui è scelto per dirigere l’accademia dei Ri-Sorgenti, appena rinata per
volontà dello stesso Soglia Ceroni, di cui fa parte anche Ferretti, futuro Pio
IX. Da Osimo M. – «Quintiliano moderno» come è chiamato – non si muove più,
assorbito dall’insegnamento e dagli studi letterari. Forse per essersi espresso
contro le riforme della repubblica romana, M. è gravemente FERITO A COLPI DI
PUGNALE da alcuni sconosciuti, probabilmente appartenenti alla fazione degl’ammazzarelli.
Salvatosi dopo aver invocato s. Giuseppe da Copertino, gli dedica una biografia
-- Vita e miracoli di s. Giuseppe da Copertino de' minori conventuali di s.
Francesco, Fermo --, la cui riuscita lo spinse a comporre una Vita di s.
Filippo Neri -- Bologna. Dopo l’episodio del ferimento si registra in lui
un’involuzione politica che lo porta a schierarsi contro ogni tentativo di
sovversione. M. continua a scrivere, fra
le altre, opere di supporto all’attività didattica, come le sillogi Lettere de’
più eccellenti scrittori italiani e Lettere di scrittori italiani -- entrambe
Pesaro --, o a ripubblicare lavori nati dall’esperienza di docente, come L’arte
di scriver lettere -- Firenze. Va ricordato che M. gode di ottima fama come
educatore, attività svolta per quasi mezzo secolo, nella quale adotta un metodo
derivato dalla SCUOLA SENSISTA che venne diffuso dai suoi allievi romagnoli e
marchigiani. Gli anni Sessanta videro M.
protagonista in due occasioni: quando, impegnato in una polemica contro la
legislazione scolastica del Regno d’Italia, partecipa ad adunanze per
combattere il sistema di studi «piemontese» e a sostegno del primato della
morale cattolica nell’insegnamento, secondo lui base della libertà nazionale --
v. la Lettera a sua eccellenza il sig. commendatore Pasquale Stanislao Mancini
ministro della pubblica istruzione, Osimo --; e quindi allorché, invitato dal
comitato organizzatore per i festeggiamenti in Firenze del centenario della
nascita d’ALIGHIERI (vedasi), licenzia due saggi all’interno della miscellanea
Dante e il suo secolo -- Firenze --, a fianco di autori quali Capponi, Mamiani
ROVERE (vdasi), TOMMASEO (vedasi), Guerrazzi, ecc.: se da un lato ciò
rappresenta un riconoscimento nazionale del valore dei suoi studi, dall’altro
il suo contributo appariva «inesorabilmente datato», frutto di una «retorica
inadeguata ad una celebrazione che voleva essere un’indagine anche storicamente
fondata» -- Danzi. Tra gli ulteriori
lavori di M. spiccano le traduzioni dal latino, in particolare l’arte poetica
di ORAZIO (vedasi) -- Parma; Il Catilinario
e il Giugurtino di SALLUSTIO (vedasi) -- Firenze --, lodata da Giordani; Delle
cose operate presso Velletri e della guerra italica. Commentarii di Buonamici --
Lucca --, lavoro che valge a M. il conferimento della cittadinanza lucchese. La
Biografia del conte LEOPARDI (vedasi) da Recanati, edita come dispensa de
L'Istitutore di Bologna, dimostra come M. fosse tra i primi a riconoscere la
grandezza del poeta. Pubblica inoltre biografie di santi, tra cui una breve
Vita di s. Francesco di Assisi -- Firenze --, che sogna di riprendere e
ampliare, ma senza riuscire a portare a compimento. M. muore a Osimo. Lascia al
collegio Campana la sua biblioteca personale di circa 5500 volumi. Fonti e Bibl.: Bagnacavallo, S. Michele,
Arch. storico parrocchiale, Reg. Battezzati, 1789-1806, vol. 10, c. 349, n.
2324 (atto di nascita); Ibid., Arch. storico comunale, Fondo Vaccolini,
Corrispondenti, ad nomen (contiene 43 lettere a D.M. Vaccolini, fino al 1844);
Pesaro, Bibl. Oliveriana, Mss., 962; 1767, n. 31; 1829, ff. II, j, VII, n. 3;
1897; 1900, f. III, n. 29; 1927, f. II, n. 62 e appendice al f. II, n. 133
(soprattutto lettere, 1831-50, e autografi); Roma, Biblioteca nazionale,
Carteggio di S. Betti, bb. A 52-A 82; Firenze, Biblioteca nazionale, Carteggio
Vieusseux, 71, 10-53; altre lettere in Carteggi Vari; Forlì, Bibl. comunale «A.
Saffi», Raccolta Piancastelli, sez. carte Romagna, b. 303/111: Nuove lett. del
prof. cav. G.I. M. raccolte e pubblicate pel nuovo dal suo amico G. Ginepri,
1882; Osimo, Arch. della Biblioteca comunale «F. Cini», Catal. dei manoscritti,
ad nomen; f. G.I. M.; ibid., M. Pinori, Storia di Osimo, p. 86; ibid., G.
Cecconi, Diario osimano, 26 marzo 1849; ibid., Catal. dei libri posseduti da
G.I. M.; Comune di Osimo, Anagrafe, n. 481/1871 (atto di morte); una biografia
del M., in L’Utile-Dulci, III (1844), 7, pp. 49 s. e, ibid., suppl. al foglio
n. 36 (1844), pp. 297-299 (Elenco delle opere pubblicate da G.I. M.); G.
Moroni, Diz. di erudizione storico-ecclesiastica…, Venezia 1840-61, ad ind.; C.
Giannini, G.I. M., in Arch. storico italiano, s. 3, XV (1872), pp. 180 ss.; A.
Ippoliti, Discorso sulla vita del professor G.I. M., Osimo 1872; B. Quatrini,
Brevi cenni intorno alla vita e alle opere di G.I. M., in Epistolario di G.I.
M., 2ª ed., Bologna 1878, pp. I-XXII; A. Ippoliti, Pel solenne scoprimento
della lapide posta a G.I. M. … l’11 dic. 1878, Osimo 1879; F. Frezzini, Cronaca
osimana, Osimo 1898 (a. 1849); Onoranze funebri rese in Osimo al professor G.I.
M., Osimo 1903; O Pierini, L’ultimo retore di Romagna, Faenza 1932, in
Valdilamone, XII (1932), n. 3 (estratto); C. Grillantini, Storia di Osimo Vetus
Auximon, Pinerolo Cottolengo 1957, II, pp. 590, 633, 640; M. Parenti, Aggiunte
al Diz. bio-bibliogr. dei bibliotecari e bibliofili italiani di C. Frati, II,
Firenze 1959, p. 260; G. Gasperoni, Un grande maestro di antichità classiche.
B. Borghesi nel centenario della morte, Città di Castello 1961, pp. 22, 24, 36
s., ; G. Mazzoni, L’Ottocento, Milano 1964, I, pp. 321, 349, 366, 421, 432,
567; II, pp. 466 s., 508; C. Polenta, G.I. M., tesi di laurea in Pedagogia,
Università degli studi di Urbino, facoltà di magistero, a.a. 1968-69; L. Danzi,
Appunti sul M. e sulle sue «Istituzioni di rettorica», in Scuola classica
romagnola, Atti del convegno di studi, Faenza… 1984, Modena 1988, pp. 149-169;
C. Piancastelli, I Promessi Sposi nella Romagna e la Romagna nei Promessi
Sposi, Bologna 2004, pp. 94-96, 195 s. e ad indicem.C BREVI PRECETTI DELL'ARTE RETTORI CA ESPOSTI IN
DIALOGO DA Giuseppe Ignazio Montanari HI D B 20 66 5 ì BIBLIOTECA NAZIONALE
CENTRALE - FIRENZE •i I I ! I \ I 1 \ 1 * •mtEVI PRECETTI DELL'ARTE RETTORIGA.
Finn». Tipcgrafia Le Monnier. BREVI
PRECETTI DELL'ARTE RETTORICA MPMTl IN 1»1 Alloco DAL DOTT. GIUSEPPE IGNAZIO HONTANAIU Già
Professore di Mie-Lettere in Pesaro. ed ora nel nobile Collegio ^^mi^à e vulnerabile
Seminano d Osimo. PER G. RICORDI B STEFANO JOUUAUD. 4 8^1. ir AL CmRISSIIfO SIGNORE A¥Y€NI4LTO liUlOl
WOWmACÈAUE filVSEPPE*IGKAZIO XONIANARI. > » * m È buon tempo che io
desiderava darvi pub- blico segno della gratiludine mia, carissimo For-
naciari, e porgermi per qualche guisa ricono- sceale a voi de tanti obblighi
che alla gentilezza e bontà vostra professo; e però essendo in sul dare alla
luce questo mio Trattato di Rettorica , ho credulo che questa sia la migliore
occasione che per me si possa cogliere a fare mMifestó a voi, ed a tutti, che
de' benefizj vostri inverso me ho memoria , e che se voi collocaste i vostri
favori in isterile terreno , certo non H poneste in ingrato. Offero adunque a
voi questa mia fa tica qual siasi , e a voi la raccomando per modo eh' ella
debba essere cosa vostra; nè da ciò mi ritiene saperla povera e sparuta, non
per difetto di diligenza in me, ma per manco di quella bontà d'ingegno e
tranquillità di vita , senza le quali uom noD può venire a speranza di far bene
qual Digitized by Google — 6 — vorrebbe. Chè io sireUo da famigliari e quoli- '
diane angustie, sottoposto a fatiche oltre le forze per trarne frutto di magro
pane , appena ho li- bero il pensare per poche ore a quegli stndj a cui forse
natura mi avrebbe formalo, e cui la lunga abitudine ha fatto sole delizie della
trava- gliata mia vita. E queste cose vi pongo innanzi perchè fin d' ora
avvisiate che io stesso sento che meglio si potria fare da chi fiorisse di mi-
gliore fortuna che non è la mia, ed avesse que- gli agi che sono dimandati
dalle lettere ; non però io poteva fare meglio nella presente mia condizione di
tempi e di vita. Laonde se d' altro le genti non potranno lodarmi, ho per certo
che almeno del buon volere non nù negheranno lode; tanto più che codesto mio
buon volere istesso ha dovuto sovente lottare con que* disagi che sogliono
anche T animo dei più coraggiosi dis- francare. Quanto a. me sarò conlenlissimo
della fatica mia se voi vorrete aggradirla , e se i buoni e gli studiosi
diranno in leggendola: — Costui mirò a giovare le lettere per quanto era da
luì. Resta ora che io vi dichiari cagione che mi ha mosso a dar mano a questo
libretto, e inten- dimento che io ho avuto nei compilarlo e nello stamparlo.
Dovete adunque sapere che quando io ebbi dato a luce la Rettorica del Blair
com- pendiata dal padre Francesco Soave , e da. me Digitized by Google accomoUaia
ali usq delle scuole italiana, fu chi nelle pagine d' un Giomale mi dififie,
quel libro, comecché eccellente per gli adulti, essere troppo elevato pei
giovanetti , troppo profondo, nè essi coglierne quel bene che io aveva avvisato
, c già per qualche anno aveva sperimentato nella scuola mia, nel Ginnasio di
Pesaro, forse più per bontà d' ingegno ne ifìscepolicàe per valore dei maestro.
Allora mi andò per la mente di com- porre nn libro il quale meglio si
confaoesse a tenera giovinezza , e recasse quanto di utile vi ha nel Blair, e
quanto vi ha ne' migliori maestri dell'arte. Meditai un poco, considerai il
tema che io m'' imponeva , e a non molto, trasportato dal sommo amore che ho al
profitto della gio- ventù, posi mano all'opera, la qoale neir andar di due anni
ebbi a vedere compita quale a voi la presento. Nè qai starò a raccontarvi
quanto in prima avessi a pensare fra ma, per risolvermi riguardo al metodo e
alla forma che dovrei pren- dere; perchè nè in tutto mi soddisfaceva f an-
damento del Blair, nè in tutto mi piaceva quello tenuto da Paolo Costa neir
aureo suo libro della Elocuzione. Chè parevami doversi serbare modo più
analitico del primo , e meno metafisico del secondo; e quanto alla trattazione,
mi sembrava si dovesse rendere più agevole d* amendue. La qua! eosa fu ancora
cagione che io sorivessì il Digitized by Trattalo per domande e risposte, e
incominciando dalie paróle seguitassi ai perìodo, all' intero di- scorso , alle
doli che il medesimo aver debbe , e via vìa giungessi allo stile. E qui mi
cadde in pensiero di trattare materia, che non mi avvenne mai vedece trattata
coovenieDtemeBte nei libri dùReitorica, quantunque necessaria principal- mente
ed utilissima, quel è T imitazione, per la quale lo stile si forma; che è
quanto dire si per- feziona la ragione, e si crea il criterio ed il gu- sto.
Per la qual cosa, dopo avere insegnato che studio si debba porre dal giovanetto
a fine di acquistare uno stile lodevole, sono tosto entrato a parlare dell'
imitazione, . mostrandolrnon cosa che inceppa gl'ingegni quale se la figurano
gì in- dotti , e coloro che giudicano le cose dalla prima corteccia, ma si cosa
che aggiunge lena agli in- gegni, li rafforza, e dà loro inventare e creare. E
perchè non vi abbia persona del mondo che creda quelle regole che 4o, e intorno
V imitazio- ne, e intorno .le altre cose, ho assegnate, siano cosa mìa, o
novità che io ami introdurre, ho cercalo sovente recare le parole stesse di
Cice- rone, di Quintiliano e d'altri, l'autorità de' quali debbe essere grande
appo tutti. Siccome poi è mio intendimento che questo mio libro sia ad uso
anche di coloro che non sanno, o non vo- gliono saper di latino, ho procurato
che i lue* gbi Ialini siano sempre esposti in italiano: e in qnesto non pìccola
ìnduslrìa ho posto. Perchè ove ho trovato buoni traduttori, della traduzione
loro mi sono valso; ed ove mi è parato che essi non ci bastassero, ho cercato
io stesso di tra- durre il me» male che mi fosse possibile. Dirò ancora che
molte volte a recare in volgar no- stro i luoghi latini da me sceki , non mi
sono fermato ad un solo volgarizzatore , ma ora 1 uno ora r altro ho trascello,
con questa intenzione che i giovani imparino a conoscere quali sono i più
pregevoli traduttori. Che se alcuno volesse dire che io doveva tutti que
branì^tradurre da me (cosa* che mi fu dolcemente rimproverata* * quando nel mio
libretto suW arte dello scrivere lei- (ere a tradattore delle lettere di
Cicerone pre* scelsi il Cesari), sappia che io non ho voluto per buone ragioni
formi io volgarizzatore di que bra* ni, non già per scemarmi fatica, ch'ella è
ben lieve cosa a chi scrive un libro voltaiie dal latino un dieci o dodici
luoghi, ma perchè io non po- teva promettermi di far meglio di coloro che a
sentenza de più savj hanno fatto bene prima di me. Conosco anch' io che codesti
traduttori, ed in ispecie il Cesari, hanno alcun difetto o d'esat- tezza o d'
altro: ma avrei io potuto credermi tale da tenermi sicuro da ogni difetto, se
anche i di- < Ghmah mtdko, — fo-
retti loro avessi saputo evitare? Avrei io potuto sperare d' avere quelle belle
doti di oeltezza , di chiarezza, di eleganza, per cui essi hanuo ti- tolo d'essere
buoni, se non eccellenti? lo non ho quest' ambizione , nè tanto so promettermi
della pochezza mia; se altri di sè può sperarlo, buon prò gli faccia. A me non
piace meglio che il libro sia tutto mio: ma bramo che se si può, o mio solo , 0
mio e d'altri, sia buono. E questo valga a risposta anche a coloro i quali
volessero riprendermi dell'avere alle volle preso paragrafi interi dal Costa,
esempli dal RoUin e dal Ricci; sebbene poti^bbe aggiungersi che Cicerone dai
Greci, Quintiliano da Cicerone,. Blair, Rollio, Balleux ed altri non ebbero a
schifo di prendere brani interi da Cicerone e da Quintiliano , e re- carli come
sono latini , anzi qualche volta gl'in- teri capi ricopiare e tradurre.
Conciossiachè se rutiliti è quella a cai deesi mirare, che ogni al- tra gloria
che si consegua senza T utile altrui è vaniti e stoltezza , non deve chi scrive
essere così invidioso degli altri , da non valersene, ma delle bontà loro dee
fare prò a sè , e le cose dette dai medesimi accettare come J>uona for- tuna
mandatagli da Dominedio. Temo ancora non vi sia chi voglia affermare avere io
recato in- nanzi numero soverchio di esempi ; sebbene da questo timore mi
scioglie il sapere che tutti in Digitized by Google ^ciò si convengono, per gli
esenipj rendersi più utili le regole; e grandi uomini (e voi fra questi cogli
aurei Esempj di bello scrivere in prosa ed in verso da voi scelti ed illustrati
) avere inse- gnato che più negli esempj che ne precellì 1 arte sè contiene. E
qui manifesterò ragione che io ho avuta nel porre ai giovani esempj in copia.
Ho voluto che essi vedano la regola nei diversi stili messa io pratica , non
meno che nelle di- verse lingue ; e questo ha fatto che sovente ad un esempio
latino ne soggiungessi un italiano , da uno in prosa uno in verso. C se i
precettori .colle osservazioni loro applicherajino ad ogni esempio la regala »
forse Y industria mia non tornerà al tutto vana nè infruttuosa. Una cosa io
posso dirvi , ed è , che con profitto ho usato di questo libretto, ed uso,
nella scuola mia, la qnal cosa mi dà speranza che non sarà per es- sere agli
altri inutile affatto. Vero è, noi discon- fesso , che a' giovanetti ; ai quali
do in mano que« sto compendio , prescrivo poi di studiare da sè la Rettoricà
del Blair , la quale riesce molto più agevole e facile a chi sappia in prima le
regole e le dottrine, che a quella lettura direi quasi ap- pianano innanzi la
via: e questo mi piace qui dichiarare, perchè non vi sia chi giudichi che con
questo mìo lavoro io voglia scemar pregio a quello assai più ampio e profondo,
nè alcun giovanelto si pensi che io con questo lo assolva dal inedHare sulle
opere de' Retori filosofi , a capo de quali fra' moderni non è certo chi oon
ponga quel sommo Inglese, che ora meritamenle ' signoreggia tutte le scuole ben
of dinate , nelle quali , più che T amore del bene dei giovani , non prevalgano
quelle vecchie e superstiziose abitudini, che ritardano ed abbassano indegna*
mente gì ingegni , a grande vergogna e danno deir età nostra e dell' italica
gioventù. Ma è tempo che io ponga fine alle parole , le quali oramai di troppo
60\'erchiano al biso- gno, e che io me e l' operetta mia raccomandi al
patrocinio deir amicizia vostra , pregandovi che vogliate accoglierla con queir
animo istesso col quale io a voi i' ho donata e dedicata. Osimi éliOéel . DELL' ART£ MTTORlCilo CMe Tosila dire
RettorlM. — Quale iKiMtà •t vlmMlil «elle paMle» • pweliè. Cane ékm mmm pvaeeda
la eliiareaaa. D. Che cosa è la lìettorica? lì, È un' arte, la quale c' insegna
a fare buon uso ideila parola; e però si deBnisce Farle dui parlar bene ed
acconcia$nerUe. Sì dice del parlar bene per iodicare, che nelle parole deve
esservi alcuna bonth ; acconcia- mente, perchè non sempre que'modi, che sono
conve- nienti ad un luogo, eonvengono anche air altro. D. Quali bontà denno
avere in eè le parole? R. Tre principalmente: 4" Purità; Proprietà ; 30
Decenza, La Purità importa che le parole appar- tengano a quella lingua, nella
quale si scrive, e vi ap- partengano per modo, che riescano chiare, e
consentite - dair uso de' buoni scrittori. 2*» La Proprietà vuole che si scelga
fra i vocaboli quello, che V uso ha appropriato a significare precisamente quel
concetto che noi inten- diamo di esprimere. 3^ La Decenza infine domanda, che
si tengano lontane dalia scrittura quelle parole, le quali hanno perduto
bellezza ed onestà nelP uso del Tolgo, e si usino quelle, le quali non possono
spiacere a civile e costumato lettore. Perchè si deve aveve questo riguardo
neUe parole? P«roliè4e parole sono i
segni delle idee, e se noi non mostriamo chiaramente i nostri concetti , non
accadercì mai che siamo intesi chiaramente, cioè come noi desideriamo. E però
ad acquistare <|tiesto pregio importante della chiarezza, converrà che noi
studiamo hi lingue, nelle quali vogliamo scrivere o parlare; seo:^ questo non
ci avverrà mai nè di esprimere con aggiu- sUtezza i nostri concetti, nè di
£arli intendere agli altri* D Da quante cose proccfle la chiarezza? H. Dal buon
uso delle parole, e dalla buona ^ollo- cazioiie delle medesime., lufatlo, se le
parole non corri- spondono primamente all' idee , non sarà giusta l'espres-
sione ; se poi non saranno collocate secondo le leggi della retta sintassi, non
renderanno mai quel senso che si vorrebbe trariie. Ad esempio : se voi chiedete
ad un amico un fiore in genere, con animo eh* egfi debba darvi una rosa, male
farete l'inchiesta, alla quale egli avrà soddisfatto ogni qualvolta vi presenti
d' un fìore, qualunque egli siasi e di qualunque specie : ma se voi r avrete
domandato d'un fiore di rosa, non potrà fal- lire eh' ei non risponda secondo
il desiderio vostro air inchiesta. £ perciò grande cura si conviene avere neir
uso delle parole che noi diclamo sinoniroe, le quali , sebbene siano tutte
eguali ncIT idea principale, pure diversificano nell' idee accessorie. Ad
esempio : i verbi di uccidere j ed ammazxare, hanno comune l' idea dì , recar
morte , ma banoo diversa V idea del modo di re* caria, perchè il verbo
uccidere, derivando dal cedere dei Latini, significa veramente toglier la vita
per feri- mento; il verbo ammazzare poi significa togliere la vita per colpo di
mazza, o per percossa di simil genere, e però sarebbe improprio il dire :
ammazzare uno di fame , e dovria dirsi : farlo morire di fame. Digitized by
Google — i5 — D. Come $i ottiene la chiarezza dalla collocazione delle parole?
R. Disponendole secondo la retta costruzione, a modo che ogni parola tenga il
suo luogo , e n' esca quel senso che si vuole e non altro. Conviene anche
sapere ^be una sola parola, la quale sià collocata male, o camWa H senso
dell'espressione, o le rende ambiguo. Il Passavanti cadde in questo difetto là
dove disse , che un uomo passò di questa vita m Inghilterra ; perchè • sebbene
si voglia intendere, cbe un uomo in Inghil- terra passò di questa* vita,
tuttavia per la collocatone delle parole il senso è, che un uomo partendo di
questa vita se n' andò in Inghilterra. Così pure il Boccaccio iacofitrò in
questo difètto dicendo, cbe — Dmiie di uver fcUto quel Hbreito ndf età piò
mahmi si vergognò ; percbè non si conosce se nell'età più matura si
vergognasse, ovvero se facesse quel libretto ; il quale difetto sarebbe state
tolto disponendo coii altro ordine le parole, e di- cendo : si vergognò nell'
etli più matura. D. Con che altro modo si ottiene la chiarezza nel cottocare le
parole? R. Componendo bene il periodo, cioè dando il suo luogo a ciascuna
proposizione nel discorso, per modo che r una non debba entrare nelle ragioni
dell' altra, c siano chiare le espressioni non meno che le relazioni delle
medesime. Caw. il. Che cosa è il Periodo? Il Periodo non è che up intero
diecorso, nel quale si esprìme una sentenza composta di piU giodizj , i quali
tutti dipendono da un solo, che si chiama prin- cipcJe, mentre essi sono detti
incidenti. Si dice discorso intero, perchò il Perìado deve racchiiidere in sò
com- piutamente r espressione del sentimento , che si vuole manifestare. Dico
poi che il Periodo debbo esprimere un sentimento composto di più giudizj .
perchò se vi fesse r espressione d'un giudizio solo, allore, se mal non mi
appongo, non sarebbe Periodo, ma una sem- plice proposizione, o, come altri
dicono, sentenza. Non ignoi'o che vi ha di molti i quali danno nome dii^ nodo
anche ad una sàia proposisiene, come: III a/ io mio maestro; ma penso che sia
mal fatto, conciossiachè la parola Periodo indica giro, àmbito; nè veramente
giro od Àmbito vi ha in una sola proposisione. £ .però amo distìnguere il
Perìodo da semplice sentensa. Che cosa è la Sentenza? ^ ìL È V espressione di
un nostro giudizio manife- stato per modo che egli abbia principio e fine, come
sarebbe questo : Cedro amò la ma Pairia ; dove Codro è il principio, la sua
Patria il fine della proposizione. U perìodo si forma di queste sentenxe
riunite insieme per modo ohe la loro unione formi un giro od un àm- bito, come
dicevano i Latini, piacevole agli orecchi, e « tale che presenti alia mente
quasi uno il concetto. Però è che a formare il periodo non basterà accozzare
in- Digitized by Google sieme piti sealenae : perchè se sareooo unite
iilsieiiie. senza queir ordine, che dalla ragione e dall'arte è ri- chiesto y
sarà sem|)re un ammasso di seotense dis- giunte^ e non un perioda È quindi.
neeessiHrio a ben formare il periodo, disporre pet modo le propoeizioni che una
sola stia a capo di tutte, e le altre servano al tutto a questa, e strettamente
con lei si coUeghino. Per esempio : Fatta iw/a, i Trojani m partirono dd^
risola di Creta ^ e navigando per il mare di Giaccia, dopo molta tempera, ohe
sostennero, capitarono alle Isole Sirofadi. In questo breve periodo vi sono
piti proposiiieiri : I* Trojani partirono -<» imitarono per il mare di
Grecia — sostennero molla tempesta — capi- tarono alle Strofadi. Le quali
proposizioni tutte oosk distaccate non formerebbero un perioda: lo lormafto
però qoando una di queste è posta al reggimento del- l'altre, nel modo che sta
nelF esempio recato, dove-r- / Trc^jam copUarom Me Strofadi è la propesisioa
principale, che modl6ea tutte le altre; le quali periìbè sono modificate hanno
nome di suballerne. ^^,] D. Come sono chiamate dai Retori le parti che con^
pongono il periodo? R. GhiaoMno membri qoelle parti del periodo ehe contengono
una sentenza accessoria ; chiamano iìicisi le parti delle quali si compongono i
membri ; come, ad esei&pie: Et si kaenini nikil est magie optamhm, qimm
proepera, esquabilt^, perpetuaque fortuna, secundo vitce sine ulta offensione
cursu; tamen si mihi tranquilla et pacata oeum fuiesent, ineredibili quadam, et
peiie di- VMMi, qua mme-wstro ben^hio firuor, keiiiim voh^ptate caruissem. « E
se dall'uomo non si dee desiderare al- cuna cosa maggiormente che una prospera
, temperata e perpetua fortune, uu secondo corso di vita sensa s disturbo od
olfesa «hmna, io nondimefio, se avessi aviite tutte le mie cose tranquille e
prospere, sarei ora privo d*UQa iacredibiie e quasi divina contentezza e
letìzia, die io godo per lo beneficio Tostro. » (Lodovico Dolce.) In questo
perìodo la proposizion principale è co- ruissem voluptate Ixtitice, alla quale
proposizione, come vedete, tutte le altre sono coliegate per opera delle
congiontioni , officio delle qaali è rannodare V un membro coli' altro. I
membri nei quali si può dividere il periodo sono questi : Nihil ai magis
optandum qmm f ottima jiroqMfa ^^si mihi fuisimU omnia focata et tran* fuiOa
camàmm voluptate lastitkB, GV incisi poi sono questi : sine offensiorte ulla^ —
cursii secundo vitcB, — wquabilis ,perpetuaque, — incredibili, oc pene divina,
— qaajoetiro ben^io fruor. i D. Di quanti membri si deve comporr^ il Periodo?
R. Non vi è legge che determini il numero dei membri dei periodo, e purché eia
agevole a compren-* dorai, secondo che insegna Aristotile, si potrà fininare
de' periodi di quattro, e di cinque membri ancora. Cice- rone nell'Oratore
c'insegnò: Constai iUe Mmbitiis^ et plma comprehmuio e fwMor fere partibus^ qua
membra dhimiiur, ut et otires nmpkat, et ne brwhr sit, quam satis sitj nec
longior. « Quel giro, e quella piena com- prensione si compone quasi di quattro
parti, che si chiamano membri, a modo che riempia le crocchie, e non sia nè più
breve di quel che basta, nè piti . lungo. » D. Quali regole si danna a
ben-formareél Periodo? il. Tre principalmente: 4® Che i membri siano ben •f;
collegati fra di loro per mezzo di congiunzioni così che abbia unità ; Che il
senso esca perfetto ed agevole per la buona collocauone delle parole e dei
membri ; Digitized by Google — 19 — 3^ Che si chiuda in un pieno ed armoaioso
giro di pa- roie. Ucbeyuol dire ohe il periodo deve avere: 4^ Uniilif
S[<»iUkacia, 3^ Armonia. Caf* III. Belle iiualiià eeeensiall 4el Perlede* D.
Àv§i$ deéto che funUà, Feghacia e Farmonia, sono le tre qualità essenziali del
periodo; ora spiega- temi un poco perchè è fèecessaria V unità? R. V ufiilè è
neeeeaaria ed eaaeuialef perchè ella fa che r oggetto principale sì mostri cosi
ben collegato ..polle sue parti, da uscirne alla fìae una sentenza com- piala.
AJpbiaoM deUo ohe nel periodo vi possono essere o ^ sentenie ; ma sa queste non
sono si fattamente unite da presentarsi alla mente come un tutto solo, esse
recheranno disagio e confusione. £ in quella guisa ehe nel eorpo umane il capo
signoreggia tutte le altre membra, le quali unite, e direi governate da lui,
for- mano un corpo solo, così la sentenza principale deve reggere e fare un
corpo solo con tutte le altre subalterne^ KpM^priMipal cura debbo essere di
ooiloeare in modo la proposiiione principale , che ella riceva lume e fini- '
mento dalle subalterne, e da quelle chiaramente si di- stingna. D. Coma SI
ellMfie Pumtà? R. Per quattro modi s'ottiene l'unità: 1" Non in-
troducendo mai troppe proposizioni subalterne, e non iermandosi tfoppo sulle
medesime , sicché non faccia alcuna <M queste sulla mente una impressiMie o
eguale 0 pili forte che non fa la
proposizione principale, lo 2*» luogo: non inframmettendo mai nel periodo
membri , dei quali Isa seotensà pn(» fare a meuOf o che non vi hanno relazione
; perchè allora ne nasce un affastellamento /che da confusione alla mente, ed
a^ava la memoria. Se occorre dir cose molto piìi di quelle che in un salo
periodo ti possono contenere, sarb molto meglio ripartirle in due, che per
volerle racchiudere in uno fare cosa viziosa e senza unitò. In 30 luogo
conviene cercare introdurre parentesi quel meno che si può. Ogmmo sa che la
parentesi è una sen- tenza messa dentro ad un' altra sentenza, la qual cosa è
fatta per dar luce e chiarezza. Ma se la parentesi sarà troppo lui^a, e
dimanderk più atlensioiie ohe le altre sentenze delle quali si forma il
periodo, etlrfne tuiterh r unita, e in luogo di portar luce, porterà oscurità.
Se poi la parentesi sarb troppo spesseggiata, distraendo e interrompendo.il
corso d^r astensione, verrà a togliere r unith del periodo e ad isoonòiarle.
Non si dice'che non possa usarsi la parentesi qualche volta con buon prò: chè
ben si può, e giova; ma si vuol dire che ohi la prelunga soverchiamente, o chi
ne usa troppo qpsBSO, dà sea»no di non avere saputo a tempo ordinare le idee e
distribuirle bene. La quarta regola infine è che ogni periodo venga ad una
perfetta conclusione. E vizio insopportabile f! formare de' periodi per mède
ehe non se ne trae mai quella conclusione che si deve; 0 il for- marli in guisa
che la conclusione vada piìi là di quello che ci aspettavamo; perchè alla mente
è grave sempre il non trovare quello che cerca : 0 il trovarvi per sòprap- piii
cose, delle quali non si cura. I quali due vizj sono cagione che il periodo
perda unità ; e però denno stu-x diosamente evitarsi. Che intendete qmndo dite
che il periodo deve avere efficacia? JL & inlande dire obe le parole, ed i
membri del pemdo demie essere disposU per guisa, die faociano la maggior
impressione possibile sulla mente, a modo- chò li leUore ooa solo iateada ad ua
punto , ma seata oéli'.ammo 11 valor di ciaeeitii membro» di»€its<mii
•oeiao, e di eiascuna parola. D. Quali regole si danno per ottenere t tfficacia
deW espressione nel periMo ? R. AlquanteréfiDtoei daniiò, e innansi tutte
questa: che si tolga via ogni parola superflua, perchè tutto ciò che non giova,
nuoce assolutamente, ai dire di Quintilia- no; in fatte o etanca la mente,
oytìto sceiiia parte di cpiell* attentiem, che a cose più importaoti è dovuta:
oltredichè, al dire d'Orazio, « è d'uopo usare brevità per render più spedita
la sentenza , la quale deva trascor- rere iiberOy e noa graivate di veni euònì
le stancbe QÉed^yìa» Est brevitate opus ut currot sententia : tutu te Impediat
verbis Iqsms onerauUbus aure». La «piale cepria dovrà essere osservata seoofire
con savia diserezione, perchè non abbiasi ad incontrare nell'uoitè difetto; che
sta sempre a costo della precisione, cosic- chó apveoÉs. aooade , idie per
cercare efficacia nei dire, si dado nèlF arideua. ' D. Si deve egli evitare la
superfluità soltanto nelle parolel B. SiocMie io ouperfluità può essere aocgca
nei membri e negl'incisi, co8\ anche di Ih converrà to- glierla. Alcuni
scrittori poco avveduti cercano d'intro- durre nel periodo una piena di
seatenze, e poco badano se tutte siano néesisaria o oo^ purché alla fine e$ca un
su<iiio grave e armoniom. Il qaile difcUo è da fug- gire sommamente, perchè
se torna grave alla mente una parola superflua, molto più le sar^ una sentenza.
D. Quah altra fdgtì^ siéàpet oUmmn PefUkama mi periodo? R, Quella del saper ben
collocare le parole che rappresentano l'idea priocipalei akchò abbiano il prìn-
cipi luogo, e colpiscano la mente anohe per Mesto dell' armonia. Il quale
artifizio certamente è di non lieve momento. Valga un esempio. Cieerone neli'
ora- rione a difesa di Ligario voleva dire <Ae egli pure aveva seguito le
parti di Pompeo.- Egli si esprìme ceift: in iisdem ego armis fui: ed osservate,
che se egli avesse detto: ego fui in armii iiidem, — V efficacia della sen-
tenza sareUie al lutto svanita. Ma poneado ^ueU* ego in luogo cbe ferisce là
mente, e méttendo quel fui al fine , la sentenza acquista un non so che d'
efficacia e di forza. Così in quest' altro luogo pur di Cicerone nelle
Filippiche: AdeiratjanUor mrceris, caimifex pmioris, mors, terrorque sociorum ,
et civium romanorum , lictor Sextim. « Si trovava il portinaio della prigione,
il ma- nigoldo del pretore, la morte e il terrore cM eoufede* rati' e cittadini
romani, Sestio littere. » (Dolce.) Qod Lictor Sextius posto a principio
toglierebbe ogni effi- cacia a questa sentenza, nella quale Cicerone ha prima
voluto porre dinami ag^ occhi quanto era di terribile in questo carnefìqe , poi
quasi a compimento della pit- tura nominarlo infine. Quale aUra regola
auegmreelB olire le accen-^ naU? R. Che ì membri del periodo sempre siano
dispo- sti per modo che vadano crescendo a guisa di scala, eosicohè le idee
ultime abbiano sempre maggior pese delle prime, come in quésto esempio di
Cicerone, al quale QuìntiliaDO stesso fa chiosa: In istis faucibus, iitis
lakrilm, ùta gladùihria toiÌMS ccrporis fimUUUe, # tunkm inni m Hippm nuptiis
eoAanseirat, UH fieeesse es$et in conspectu populi romani vomere postridie. «
Tu con queste tue fauci, con questi fianchi^ eoa questa gladiatoria fona di
Uilt* il corpo, luti tanta copia di ▼ìm traeaiiiiato aUe nosie di Ippìa , dkè
necessith ti fa il giorno appresso di vomitare al cospetto di tutto il popolo
romano. «a (P. G. Biaiiohi.) Se Cicerone aveaaa prima aooannatD alla robostesia
gladiat»ria dalla per- sona, poi ai fianchi, poi alle fauci, il periodo avrebbe
perduto efiìcacia per difetto di gradazione. D. QmU è la quarla regota per
ilare effimda alpe^ rmiù? B. È quella di contrapporre nel periodo stesso membro
a membro, e quasi farne confronto , serbando aat linguaggio e nella aiulaaBi
ima certa omiapondansa : per esempio: Vieti pudorefà libido, timorem audacia,
rationem amentia (Cicerone) ; ove la modestia è con- trapposta alla
sfrontatezza , il timore att' audacia, la ragione alla stoltezza. — E questo
modo, cbe i Betori chiamano antitesi, vale all' efficacia del periodo, per- chè
avendo ogni concetto il suo contrapposto ai fian- chi, la mente dal paragone è
aiutata a sentir meglio quefl' idea ohe le si Tnole presentare: come appunto
più spicca una figura in un dipinto quando è aiutata dalle ombre e dai
chiaroscuri. Conviene però andare canti mW oso dalle antitesi) per non mostrare
di avere più oera delle parole ohe da* smtimenti. Ma di questo altrove si dìvh.
D. QmU è ta qitùUa regota per rendere efficace il pariodo? È quella di non
chiudere mai il periodo con una parola ) che sia di poca importanza: vale a
dire con una di quelle, che non esprimono realmente un'idea, ma soltanto la
modificano, come sarebbero gli aggettivi, ì participj, gli avverbj. A meno che
non si voglia che la mente si fermi sopra le qualità di una cosa , o sopra la
modificazione d' un' azione, perchè in questo caso starà bene portare in fine
quelle parole stosse, còme nell' esempio di Cicerone: tu istis faiicibus ec.
Egual- mente si dica dei monosillabi, i quaii chiudono con asprezza di suono; e
degl'infiniti, i quali sovente re- cano in sè un suono languido , e non
aggradevole. Ma in queste cose non si può dare certezza di legge, e si conviene
prendere norma dal proprio sentimento, e dal fatto dei Classici; come ad
esempio: Quapropter me- moriam vestri bene/icii colam benevolentia sempiterna ,
non solum dum anima spirabo mea, sed etiam cum mor- tuo monumenta vestri in me
benefica permanebunt « Laon- de io onorerò la memoria del vostro beneficio con
per- petua benevolenza; e non solamente mentre avrò vita, ma quand' anco io
sarò morto rimarranno in me le memorie del beneficio che fatto m' avete. »
(Dolce.) Si perde ogni efficacia in questo periodo, qualora si chiuda cos\: sed
etiam cum mar tuo permanebunt monumenta veslri in me bene fidi. D. Quai è la
sesta regola per dare efficacia al joe- riodo? Il Fare buon uso delle
particelle congiuntive e disgiuntive, dalle quali, quantunque non paia, sovente
il discorso acquista di molta efficacia. Ma per usarne bene conviene
considerare prima se noi vogliamo che tutti i membri del periodo facciano forza
sull'animo quasi ad un punto ; o se meglio ci torna che 1' uno Google - 25 -
dopo r altro faccia forza. Se ci giova che tutti ad un puato Cacciano
impressione, allora noi dobbiamo sop- prìmere e togliere affiatte le
coogiuaftioai; se all' incoQ- tio, dobbiamo collooarle a divìdere V un membro
dalFal* tro. Nelle cose in cui è necessaria rapidità, le coni^iuii- zioai
iudeboliscooo il periodo; in quelle, in cui è ne* cessarìa posatezza e
distinzione, le particelle rafforzane il perìodo. ^Cesare descrìveva una
battaglia, e voleva mostrare la rapidità, colla quale era stata combattuta, e
come il combattere ^ il dar la carica, il vincere, era Stato quasi un sol
pufttoi Dica adunque cos) : Noitri^ emissis ptlis, gladiis rem germi; repente
post tergum equitatus cernitur; cohortes alice appropinquant , hostes tirga
vertuiU, fugienttìms equUei occurrunt, fU magna ecedeg. « I nostri, laooìate le
aste, si avventano colle spade; improvvisamente vedesi a tergo la cavalleria;
s' avvicinaa le altre coorti, i nemici voltan le spalle, la cavallerìa dà la
eariea ai fàggUivi, si fa grandissima strage. » Se Ossafe avesse ad ogni nieiaBbro
frapposta una particella, avrebbe mostrato che da una cosa all'al- tra vi eca
passato alcun tempo: mentre presentando epsl in groppo tatto le eiroostanze^ dà
a vedere la preetesia « te rapidità del fHto. Ha Cesare stesso vo- lendo nella
descrizione di un' altra battaglia mostrare molte e diverse difficoltà
superate, e far vedere il ne- uM, in diversi* luof^ ad uno stesfià tempo sem-
brava essere , ammette le copulative , e ne ottiene bel- lissimo efiétto.
Eccone le parole: Eie equitihus facile piiJ$ii oc petÉurbatis , mer^dibUi
eelunècUe ad fiwmn ^ iecùmmi, ut pem «no ef odsihm, ef tu flu* mine, etjam in
manibus noslris hosles viderentur. « Qui sospinta facilmente e scompigliata Ja
cavalleria, con incredibile eeMrità ceraare al fiame; eosìsfiiiò i nemici parevano essere quasi al tempo istesso, e
nelle selve, e nel fiume, e alfine nelle nostre mani. » Queste sei re* gole
generalmente insegnate dai Retori giovano oertà- mente a rinvigorire e fare
efficace il periodo, quando però esse non offendano la naturalezza , e quel
lucido ordine, senza il quale non vi è mai Tera bellezza nelle scritture. D.
Che 9ùia deve dà^i deW amonmf A. armonia è quel dolce risuonar del T>eriodo^
che nasce dalla scelta e dalla collacazione delle parole, e mentre rende il
discorso grate all' oreccbio di obi ascolta, gli aggiunge Acacia* Dalle quaU
cose si vede che non è da trascurare l'armonia del periodo, perchè, come dice
Quintiliano: Nihil potest intrare in affectum qwd frim m ours, wkM qwiiom
ve$léi»b^ «Mm ùf^ fendik « Non è cosa cl^e possa entrare nel cuore uma- no, se
dapprima intoppa negjX orecchi che sono quasi le porte. » D. P&rckè Mi0
«fallo ehé V anmia nmm dalia scelta delle parole ? R, Perchè le parole possono
dalla diversa combi* nazione delle lettere ,4dUa quali elleno 0D11O iNtnale,
ricevere diversi mml e diverse melodie. Ognune sa che le vocali rendono dolce
il vocabolo; le consonanti lo fanno robusto: ma siccome ogni soverchio è
vizioso, cosi le troppe vecali danne sme spiacevole per ia$a; le troppe
consonaDti rendono un suono aspro e difficile. Aggiungasi ancora che le parole
composte di poche sil- labe sono generalmeiite pìU franche e spedile, che me-
lodiose e 8op vi ; e sono poi all' incontro melodiose quelle, che di un giusto
numero di sìllabe si compongono, ele- mento delle quali è una proporzionata
mistura di vo- cali e dì consonaiiti. Chi diuMpw sappia trasceglìere qudle
parete, che hanno armonia e sono dolci al pro- nunziare, renderà sempre
armonico il periodo. D. Quante regole si possono dare per rendere or- nmioio il
perMQ coUa ecelia delle parolef R. Quattro, e sono le seguenti: 4<» Che si
usino parole di agevole pronunzia, perchè i vocaboli diflìciU alla proniuizSa
sono anche aspri « difficili all' udito; 2«Che si evitino i monosillabi troppo
vicini fra loro, o Fincon* tro delle sillabe somiglianti, le quali recano
cacofonia; 3^ Che non si usi perpetuamente un' eguale maniera di giro e di
cadenza nel periodo; 4* .Che ai vocaboli di poche sillabe siano frammischiate
voci di molte sìllabe; perocché da questa varietà deriva specialmente un' ag-
gradevole armonia. D. Dareste le regole che riguardané la diqnieisnene dèlk
parole per ottenere armonia? R. Eccole, e brevi. In primo luogo sì deve cercare
che il periodo sìa composto per modo, che in fine di ciascun membro possa avere
luogo ma pausa; e che queste pause siano collocate in tale distanza fra loro,
die n' esca un piacevole suono: si badi però che non siano troppo
scropalosamente ansuratOf né troppo egual- mente; perchè la soverchia «lisura e
regelariài rende* rebbe affettato il periodo; P eguale cadenza lo rende- rebbe
monotono. Che anzi accortamente si devono in- fraounettere non ingrate
dissonaiiie e spaasatiire, le pigitized — 28 quali, iodueeiido varietii nell'
armcMML, «9 'aceresootìo il dilotto. ' ; Chi può dirigere, e dar leggi migliari
interno tarmenim? > B. Il solo orèeohìo; ma perchè sia bùon giudice,
conviene che sìa ben educato; e per avvezzare i' oreo- ohio Qoa vi ò miglior
aiaaco ohe roaaervatione e Fimi-* tassile degli ottimi aaaaqplari. Leggete
autori elaiaicf ^ recitateli con attenzione a memoria, sicché T orecchio ue
gusti le armonie, A poco a poco egli vi si abituerà, e senza alcuna fatica ,
ansi inseneibilmente^ quell'alnto tornerli in natura. Fra i latini leggete
spectalmente Cicerone e Livio, fra gf italiani Boccaccio, Casa, Spe- roni,
Tasso e Caro; sebbene riguardo al Boccaccio non ai possa andare tanto ài sioart
per quella sua forsata sintassi , la quale spesse volte* rende oscuro ed
intral- ciato il periodo. D. Jn fuanti wzj ti può cadere Gerco^tdo eever^ .
chiamente farmoma? IL Neir affettazione , neir ampoUosith e nelT oscu- rità;
vizj tutti egualmente da fuggire. £ neir aftetta- Siene al oade oMStrando
scopertaneiìte lo studio posto o nella scelta o nella colloeaziofie delle parole;
nel* l'ampollosità, aggiungendo parole, incisi e membri inutili ai periodo,
solo per averne quella rotondità di cadenza e quel .suono aggradevole, die
eontenta Tome- chio; nelP oscurità infine, trasportando fuor di luogo parole ed
incisi, e forzando oltre il debito la sintassi. Si deve anuhe guardare lo
scrittore dai confondere il ritmo della prosa col melffo della poesia,
conciossiadiò quello è regolato semplicemente dalT orecchio , questo da una
determinata misura, e non vi è^osa piii scon-* eia che vedere la prosa
vineolala ai numeri della poesia. Conviene forse iMia sola armonia egualmente a
luta i periodi? »• R. Certa che no* Abbiamo deUo che de' periodi ve ne ha di
brevi , cioè di doe o tre membri , e di lunghi , cioè di molti membri, e da
questo ne consegue che come diversa è la misura del periodo^ diverse aocora ne
sia il suono. E aieoome ge&efahnenle I periodi non lunghi convengono ad un
semplice discorso, e i lunghi periodi sono proprj del discorso oratorio, così
ne viene che altra debba essere V armoma d' un tismpliee e fa* migliare dtocorso
, altra quella di un oratone. E ceHo mal farebbe assai chi ad un semplice
discorso volesse dare V armonia e Y andamento 4kel discorso oratorio. D. Si
dovrà egli cmpmr&^l diicono 8empHc$ fo* famente di irwi periodi, e /F
or^Mria solamente di lunghi? / R. Se ricordate che abbiamo insegnato doversi
fuggire come viaio la monotonia , vedrete venirne di conseguente, che sebbene
il periodo breve sia proprio del discorso semplice, il lungo sia proprio dell'
orato- rio, nullameno si devono c<|d' giudiziosa arte frammi^ sehiare e
eontemperare. InfAto Cicerone insegna, che « non si ha sempre ad usare di una
lunghezza, e quasi di un egual torno di parole, ma spesso spesso nel di- soorso
a lunghe membra si donno intrameziare le bre- vi, t jVen semper fààmikm est
perpetmkde et quaei con- versione verhorum, sed scepe carpenda membris minuUo-
ribus or alio est. D. Conchec/He $i rende hmgoilperiedof A. Accomodando molte
proposisloni subalterne per fare risplendere maggiormente la principale. Il
breve periodo esponendo una sentenza 9on poche altre che la modificano, vi
toglie il diletto di vedére la relazione, che ella può avere con molte altre:
il lungo vi fa conoscere quasi ad un tratto un maggior numero di rap- porti
della sentenza principale colie accessorie. Per fare cenoscere adunque tatti
questi rappocti ad un tempo, egli è necessario ricorrere ad alcuni modi , che i
Retori chiamano amplifìcazioue, antitesi , enumerazione di par- tL Ad esempie:
Cicerone vokTa dire ironicamente che tutti piangevano per la morte di Clodio. In
un breve periodo si sarebbe detto : non vi è in Roma chi non pianga per la
morte di Clodio. Cicerone air incontro per messo deir enumerasione amplifica il
perMo, e gK dà suono oratorio in questa maniera: Publii Clodii mortem cequo
animo nemo ferre potest; luget senatus, mceret equeiUr ordo, tokk cwiias
confecta senio eit; sqwUhiU munieipia^ afflìCkoUui^ cohnkB ; agri dmdqm tpsi
Ann ben^tùum, tam salutarem , tam mansuetum civem desiderant. i Piange il
senato, V ordine equestre è in tribolo, tutta la città è di malinconia
rifinita; squallidi i mnniciiy , afflitte soa le colonie: finalmente i medesimi
campi dfcone: Deb! chi ci rende un cosi benefico, sì mansueto e salutevole
cittadino? 9 (Cesari.) D. Formato eko sia bene ilptfrkdo; cosicché riesca
dotato d'unità, d' efficacia, di armonia, che altro resta a fare? R. Beata a
formare il discorso: cesia a congiungere insieme piìi periodi, i quali-
contengano un intero ragio- namento, 0, come i Latini chiamavano, Orazione^ la
quale abbia tutte quelle doti che sono necessarie a ren- derla perfetta. £ perà
verremo a parlare dd Discorso e delle sue priiicipali qualitt. Digitized by
Google - ai ~ . Del SisMMW» • dMle mw pri— >y« l t D. Cofne fi pud dijfinm
Diieano ? Jt. Il Ditoorsò non è altra obe Fmiione di molti pe* riodi
concatenati per modo, che i' uno venga necessa- rìamente di conseguenza air
altro, e tutti insieme ne- soaoQ a quel che ci siamo proposti da prima. Quanti
sono i fini che l’uomo si può proporre nel diicorso? – H. P. Grice: Very easy
Italian way to pose My FUNDAMENTAL question!” -- R. Tre priocipalmeiite. O non
si ia altro che nar* rare ed esporre sempliosmente i nostri concetti per trattenere
piacevolmente chi ci ascolta, e allora il Discorso ha per fine il diletto; o si
vuole dimostrare una qualche veritèi, e allora il Discorso ha per fine la
cofivmsfone; o infine si vnoìe costringere chi ci ascolta a fare il voler
nostro, e allora egli ha per fine la persuasione, D. Nei tre fini diversi che t
uomo si propone par- lando, devono forse mere sempre egwdi le qtsaUtà del
Discorso ? R. No. £ per determinare quali devono essere le qualità ohe al
Disoorso ri convengono, Usogoa osser- vare alcune cose. L'uomo, quando parla,
può trovarsi in diversi stati : o coli' animo tranquillo e dominato dalla sola
ragione, o coli' animo signoreggiato dalia fantasia, 0 infine ooU' animo
dominato dalla passione» A seconda delio stato in eni si trova l' animo di chi
parla , il Di- scorso riòhiede un linguaggio diverso: imperocché il linguaggio
della ragione ò fiempUce , chiaro ed elegante ; qttrib della fantasia s^ inaiza
con figure che gli danno Digitized by Google propri colorì; quello. deKB
passioae poi è commosso ed iigilalo, ed ha modi e figure liltte sue proprie. E
però alcune qualith richieste da una di. queste specie, squo poi rifiutate dair
altre. D. Insegnateci ora le qtmHtà proprie ad ognuna di queste tre specie. R,
Di alcune qualitè per le quali si ottiene la chiù- rena , cioè della purità ,
della peoprieià • deUa decenza ^ si è toeeate da principio. Ora rimane a dira
d^* elire, e in prima di quelle che sono proprie a tutte tre lo specie; oioò
veritb, ordine, naturalezza, eleganza: po- scia traiieremo delle qoalità
piwprìe di quella speeie di Discorso che è mosso dalla fantasia, e diremo delle
ficiire prodotte dall' immaginazione; infine accenneremo di (fueila specie che
ò sigooreggiala dalla passieiiei e par^ leremo di3le figure proprie della
pasaioiiev Dellii Yerit»9 dell' ordine , della natiirideHA p ' deir eiei^nza» .
D. Ghe cosa intendete dir^ quando prescrivete che il . Discoreo abbia verità? .
R. S intende dire che i concetti^ i quali noi espo- niamo, devono essere veri o
molto somiglianti al vero, e devono essere espressi con una elocuzione
egualmente vera, cioè predsa in*8ò, e taleda rendere efficacemente con
aggiustatezza quei coifeelti che noi vogliamo naui- festare. Ovunque manchi la
verità nei concetti , o quella verisùniglianza che ha immag^é. di verità i T
umano Discorso sì caogia in vamièi di suoni e di stranezze ; ove manchi verità
all'espressione, i nostri concelti non fanno mai forza alcuna sali' animo
altrui ; nè gioverà puntc^ adoperare deganza e bei modi se il fondamento non è
' vero, 0 somigliante al rero. D. Che cosa è V ordine? H. V otxLine die fu
dnamato buoido, e raccoman- dato con tento calore da Orazio, è qndia qualità ,
per la qoalc si dispongono i concetti in modo che l'unp sem- bri derivato dall'
altro, e messi insieme formino un tutto di perfetta regolarità. £gii è certo,
die per dichiarare alcuni concetti noi dobWamo dichiararne alcuni altri o
dipendenti da quelli, o a quelli per relazione congiunti, e però ohi scrive
deve disporre i suoi concetti per modo che r un pensiero rampolli dall' altro,
e dall' uno all'aP Irò il lettore passi senza disagio, anzi senza avveder-
sene, cosicché creda una materia sola quella che com-. pone un intero disooiao.
Yet ottenere ciò egli è necessario sapere mettere in esecuzione quello che
Orazio stesso insegna in quei versi dell' epistola ai Pisoni: Or^nù hmc viHut
erii , et venu», ani ^ fui/or, VÈjam tmnc diotiijam %UM deb9»lh M; PkTMqné
éifeni, «I pnmtu iu tempia emittùt. La grazia poi dell'ordine e il valore, A
parer mio , consiste in ciò che sappia « * Il destro autor sul cominciar deir
opra ^ Di tutto ciò cbtì dovrà dir, quii parte Subito esporre, e quale io aiiro
tempo Differir aia vaaiaagio. (Uetastasio.) E grandi sono in vero i beni che ne
vengono dal saper dire a tempo ciò che si deve, e lasciare ciò che non è
necessario dire: perchè appunto l'ordine si turba e quando non si dice a suo
tempo ciò che è necessario allo sviluppo dei oonceitt, e quando ai dice piii di
quello che occorre; perchè nel primo caso s'interrompe la ca- tena delie idee,
e si reca disagio alla mente; nel secondo si opprime la memoria per modo che
ella ci perda il filo del discorso, e non lo possa senza fatica rintracciare.
L' ordine fa che ci riesca più facile a conoscere la suc- cessione delie idee,
e cbet se ne comprendano agevol- mente i rapporti : e, come dice un prefondo
scrittore moderno, ^ « L' ordine àh air anima il massimo eccita- mento
congiunto al minimo di fatica; perchè fissando la nostra intelligenza il suo
punto d' appoggio nel cen- tro, signoreggia da quello tutte le parti della
cosa. » L' uomo ama V ordine naturalmente, il quale ordine è principio di
diletto, perchè scema fatica alia mente; è principio di bellezza^ perchè eccita
dolcemente la fan- tasia ed il cuore. D. Che cosa mi dite della naturalezza?
lì. Questa dote del Discorso, secondo Aristotile, è quella per la quale nelle
scritture s' imita sempre il parlar naturale, cioè si mantiene quell'ordine
nelle idee e quei colori nell'elocuzione, che sono richiesti dalla natura
stessa. Egli è vero che non si dee scrivere come gli uomini comunemente parlano
, perchè nel par- lar comune è scorrettezza presso che sempre, e vi ha * Il
professore Gratinano Bonacci cosi si esprime nel § 3o del Gap. Q° della sua
veramente filosofica opera inlitolata Noiioni fon^ damentali ri' £<leli«a. (
Foligno , tipografia Tornassi ni ,1857. ) Colgo qaesta occasione per
neeoinandare ai giovani la lettura di questo libro, Il quale 9 ae con assai
meno booià fosse nato di là Uair Alpi e dal mare, e veouto a noi» dooo di mente
straniera, avrebbe in lulia a qoest' ora e molle traduzioni , e molti
adoratori. Ma penjiè è nato in Italia, forse da pochi è conoscioto, da
pocliissimi pregialo secondo il merito » e studiato. Così va la bisogna degli
stndj in Italia ! 0 temporali a momllll Digitized by Google -36- , de' modi e
de' costrutti, chiamati idiotismi, che nella scrittura si denno evitare; ma è
vero altresì , che ove Tarte si faccia a rabbellire il Discorso, lo dee fare
per modo che sembri cosi fatto per sola opera della natura.* Perciò i grandi
maestri insegnano, ninna cosa essere più diffìcile aeir arte che nasconder V
arie , e fare che ella si paia natura. Conciessiacfaè ancbe allorquando la
materia del Discorso è presa dal verisimile, egli deve avere talmente faccia dì
vero da potersi trovare il vero nel fiato: nò questa illusione può fare V arte
se in tutto non segue le norme della natura , cioè a dire se il Di- scorso non
ha pregio di naturalezza. E perchè abbia tal pregio, tre cose principalmente si
debbono schivare; la prima delle quali è che non si scelgano mai im- magini
troppo raffinate, né parole troppo leziose, e fuor dell'uso nella costruzione
delle sentenze: ma le imma- gini e le parole siano spontanee, e non mostrino
artih- sic, ma, come dÀoB CUierone^ exeadem re effloruisse videanhir; cr paiano
sbucciate fuorì da sè. » E quel che si dice delle immagini e delle parole si
dica pure del- l' armonia del periodo, la quale deve procedere per modo da
prender dolcemente gli orecchi e tentare il cuore^ senza mai dare nelF
affettato, nè dipartirsi dal naturale, la seconda luogo acquista naturalezza il
Di- scorso dal mantenere la decenza , cioè facendo che ogni persona che parla,
pari! secondo il proprio carattere, in quella maniera stessa che un uomo
parlerebbe in realtà se fosse posto in quelle circostanze. Periochò egli è
chiaro che non essendo dato a tutti da natura un carattere eguale , o doti
eguali d* ingegno e di cuore, ciascuno deve parlare seconda quel carattere o
quello doti che ha, o che lo scrittore gli ha assegnate, ila da principio;
perchè, facendo altrimenti, il Discorso per- Digitized by Google — se- derebbe
pregio di naturale. Finalmente iu terzo luogo si conviene studiare che le
parole e le frasi, non meno * che i pensieri , siane adattali al soggetto che
si tratta , e alle persone innansi alle quali si tratta; la qual cosa
costituisce ciò che si chiama carattere di stile, di che parleremo a suo luogo
, e dà lode di naturalezza al Di- scorso. Da queste cose è nanifésto che la
naturalesza è princìpio e conseguenza della chiarezza. I). Che cosa è eleganza,
e in che consiste? R. Eleganza è quella qualità ^ per la quale il Di-* scorso
non solo si purga dagli errori , ma prende abito di terso e di gentile,
allontanandosi dai modi della plebe senza punto perdere T essere di naturale.
Questa parola eleganza nasce dal verbo latino eUgerif M quale suona in volger
nostro — scegliere condiligensa: e Tele- ganza è proprio una scelta che si fa
delle parole e dei colori della favella per rendere più vago ed efficace il
Discorso. Ma questa virtU non è si facile ad ottenere se ' prima V ingegno non
si assicuri da ogni errore gram- maticale, e non conosca profondamente quelle
leggi che la volontà de' primi scrittori ^ e V uso di quelli c^e vennero
appresso, ebbero imposto aUa lingua. I quali scrittori certamente recarono
quelle leggi, tolte dalla osservazione del parlar comune , cioè dalla natura
stessa della lingua; e a queste ìaggL chi nega sottopora^i non otterrà giammai,
non dico lode di eleganza, ma nep- pure titolo di essere scrittore:
conciossiachè a conse- guire eleganza è fondamento T osservanza delle leggi
grammaticali; e dopo queste, quattro mezai vi sono che possono veramente
chiamarsi principio e fonte d'ogni eleganza: cioè T uso delle figure
grammaticali, dei tropi, dei concetti e delle sentenze; e infine la varietà. Di
cia- scuna di queste cose parleremo ne' seguenti capitoli. €aw. TIf • Delle flswe del DImomo eblanuite
D. Che cosa sono queste figure grammaticali? IL Sono certe forme di costruito,
ie quali hanno io sé nna ragionevole irregdaritè; perloehè ben dissero coloro
che le definirono — un errore fatto con ragione, perchò l'errore non istè che
neir apparenza, e la ra- gione del medesimo ha radice nella natura; tanto che
si può dire che la sintassi naturale le porta con sè. In- fatto se l'ordine
successivo dei rapporti delle idee non è esattamente seguito neir espressione,
non è per que- sto che noi non siamo benissimo intesi da coloro che et
ascoltano, la qunl cosa non sarebbe se dalle figure di costrutto restasse
offesa la naturale sintassi. La mente di chi ascolta o legge, facilmente entra
nel nostro con- cetto, conoiQSStachè per leggi di analogia ella a sò rende
regolare quel Discorso il quale infatto è irregolare; laonde si deve concludere
non essere queste figure in- ▼enzione de' Grammatici ; ma sì i Grammatici
averle trovate nel naturale Discorso, ed essere quindi nate dalia natura, e non
dall' arto. D. Come può dirsi che le figure grammaticali già- wmo ali eleganMa
M eoUruUo? R, Perchè esse lo rendono più cahaiite ed efficace, esprimendo certe
condizioni o dell' immaginazione oil anche dei cuore, a modo che possa dirsi
che elleno siano linguaggio proprio dello spirito in quelle date condizioni.
Infatto, quando lo spirito mira direttamente c con interesse ad un oggetto,
egli facilmente sopprime e tralascia quelle idee a cui egli non mette gran
conto, e che possono essere intese dair insieme dell'altre: quando una cosa fa
gagliarda impressione sulla fantasia, lo spi* rito vi si ferma sopra, e qualche
volta, senza raddoppiare r idea, raddoppia Tespressione: alcun'altra volta
perse- guitare V andamento delle idee turba Uordine della sin- .tassi; alcun'
altra infine scambia le relazioni riferendo il pronome non al nome espresso, ma
al nome dell'oggetto che lo colpiseei e-che è già chiaro dal complesso delle
idee esposte, cosicché il lettore o l'uditore per mezzo deir analogia
rettamente interpreta il Discorso, non secondo le parole, ma secondo T
intenzione di chi parla. Ecco qua la sorgente delie figure che malamente si
dicono grammaticali , e dovriano dirsi figure del co- strutto naturale. D.
Quante e quali iono queste figure? A. Se guardiamo- ai Grammatici sono in gran
nu- mero, ma avvisati da Gherardo Vossio, che le piìi non sono che stranezze e
vera invenzione >di Grammatici, e non prodotto della natura, noi ci
fermeremo a cinque: la 4* delle quali, ohe è la piti usata, eidirei regina
delle altre, ha nome Elissi; la 2^^ Pleonasmo; la 3» Silessi; la 4^ Enallage;
la 5^^ Iperbato. Diremo ora di ciascuna. D. Come definireste la Elùsi ^ e che
easa dirute di questa figura? R. Elissi è parola greca la quale significa
manca- mento; e però questa figura consìste nel togliere e tra- lasciare alcuna
parte che sarebbe necessaria, all' inte- grità della sintassi, in modo però che
non ne nasca oscurità alcuna, ma anzi il Discorso acquisti forza ed efficacia.
Vi ha delle lingue, a cui T elissi è frequentis- sima, e fra queste la latina e
la nostra. Se dunque, coniD è detto, TEIissi consiste nel tralasciare, ella co-
stituirà principalmente quella brevità, che spesso è vaghezza del IMscorso. D.
In quanti modi si può fare tSlissi? R. In molti modi : ora tralasciando un nomé
so- stantivo, che facilmeute si può sottiuteDdere^ come ad esempio in qnel di
Dante : Gliene diè cento» e non stnlì te diece ; ove si sottintenda il
sostantivo htue, nome che facii« mente si supplisce, intesa che sia l'azione,
nè ci vuol fatica ad intendci la, poiché il poeta dice come Ercole a furia di
busse fini il ladrone Caco. Cosà facilmente s^ intende la parola jsodum
soppres^ nel seguente d* Ora* zio (Ode 34, lib. 4"] : •• nom^tie DinpUtr
PUrwnque per pumm. • , • Egil equa sottintendendo ccelum* Con itoolta vaghezza
talora si sopprimono gli adiettivi , come ad esempio : nec tu sol- vendo eraS;
— cioè aptus. Cos\ nel Boccaccio : E sempre poi per da molto l' ebbe, e per amico,
sottintendendo — per da ùioho pregio^; e neir altro : Il garzoneelh infer^ mo,
di eh» fa madre dolorosa tonto, come coki che più non ama ; — dove è agevole
sottintendere figliuoli. De' verbi ancora si fa olissi, siano essi finiti o in-
finiti; così in quel di Virgilio: Ne te f rigora hedant; cioè cave ne. E in
quel di Dante : Ed ecco verso noi yenir per nate Ud vecchio bianco ec. ; dove
manca il verbo apparve: e nel bellissimo luogo del Passavanti , ove V
albergatore di Mahnamile diee dì sè: Io ricco, io sano, io bella donna , assai
figliuoli ^ grande famiglia, né ingiuria^ onta o darnio riceveUi mai dapersona
: ove è facile il aoiimteiiderd — io sono, io ho. 11 verbo infinito ancora
elegantemente si sottintende. Così il Boccaccio : U Saladino e compagni, e
famigliari tutti sapevan ìaHno, cioè pariare ; e ailrove : Impoaibil che mai
imnbmeficj e il suo valore di mente gli iMCtV- sero; supplisci, esser
impossibile. Le preposizioni infine (chò dell' altre parti del discorso ci
passeremo per bre- vità) coQ> molla grazia si sotiiotmidioDe. Eceone alcuni
esempj italiani : avvisò ^ che gran cortesia sarel^be dar loro bere.
(Boccaccio.) Supplisci, da bere. Questi avea poco aodare ad esser morto.
(Petrarca.) Supplisci, da andare. Lo fondo suo ed ambo le peadici Tult' eran
pietra, ec. (Dante.) Cioè di pietra. Chi yunÀe più copia d* esempj intorno dò,
ricorra ai Grammatici, e n' avrh a satollo. A noi basti avvertire, che dair
olissi il discorso acquista brevità, rapidità ed efficacia ; le quali cose ,
coinè producono dilelfto nel- ¥ animo, così partoriscono veneri, e grazie,
dalle quali si forma principalmente V eleganza. Vogliamo anche osservare che
molte figure, cui i Betori chiamano di parole, non sono che le stesse figure
grammaticali. Ma di ciò a suo tempo. D. sChe cosa è il Pleonasmo, e in quanti
modi si fa? R. li pleonasmo si fa nel discorso ogni quel volta s* inti'oaiette
nella (rase una parola, la quale tolta ohe Digitized by Le, non T«r<«bbe
meno .ionn. 00081 al eonceito. Ha nome da una voce greca, che signiiìca
ridondanza. La quale superiliuU noa deve credersi lasciala iix arbitrio di chi
scrìTO : perocché ove ella non sìà comandata dalla natura, diviene vizio e non
vaghezza del favella- re. Quando una cosa colpisce fortemeote la nostra im-
maginazione o il caoroy noi, perchè sia conosciota Firn- ^; pressione che essa
fa dentro noi , usiamo raddoppiare qualche parola. Dal che ne viene che il
pleonasmo aggiunge di gran forza air espressione ; e non sarebbe cosi, se
questa soperflaìtà tion ìmm comandata, ma capricciosa. E vaglia il vero, quando
Dante disse nel canto di Ugolino : Ambo le roani per dolor mi mor&i : ognun
sa che le mani sono due, cosicché pare superflua Ja voce ambo; ma s'ella è
superflua alla sintassi rego^ lare, non è superQua air immaginazione, la qpaale
per mezzo di quel pleonasmo vede V azione di mettersi ad un tempo con doloroso
modo d'ira le mani alla bocca, e colorisce agli occhi la disperazione del conte
Ugolino. Di qui è chiaro che se il pleonasmo aggittoge forza e co- lorito
all'espressione, deve essere Hn principio sicuro d' eleganza. Badino però i
giovani che facilmente sì cade in Tizio di superfluità dove si voglia usare di
questa figura senza ragione. I varj modi di pleonasmo, usati nel voìgar nostro
e nel latino, ricercherete dai Grammatici, A noi basti il detto fin qui. D. Che
cosa dowrà dirsi della Siìeaei? R, La Silessi, figura che ha nome da greca
voce, la quale significa concepimento, si fa allorquando le pa- role sono
costruite secondo il senso e il pensiero, an- ziché secondo V uso della
costrusion regolare, a modo che ella ti pare a {nniaia ghuita una discordanza.
Così ad esempie in qnel di Livio : Capita coniurmiioms vir- gis cessi; invece
che coesa. Questa forma di parhire, che pare strana, è al tutto naturalissima*
Vediamolo in quaiciie esempio. Dante dice nel settimo deU' Inftrm : Che soUo l'
acqaa ba genie cbe sospira , E bone pallttlar quesf acqos al sommo. Sotto la
parola gente, V immaginazione vede una mol- titudine d* uomin^ ; e però V
azione s^ accorda col nome uomini sottinteso, anziché col nome espresso gente.
Così Orazio, parlando di Cleopatra nella 37^ Ode del i"* libro, la chiama
fnonstnm fbUah; poi segue a riferire V azione a Cleopatra stessa: Darei «f
eelenti FakUe monttnm: fu» gwemim - Ptriréqmremeta.; e altrove Dante : Di fuor
dorale sod sì di' egli abbaglia; e dovrebbe dire regolarmente : sì cha elleno
abbaglia- no ; ma sicoeme il poeta ha voluto Hiostrare ohe quel bagliore
nasceva dal molto oro ivi profuso, ha concor- dato il relativo al nome oro
sottinteso, aiutando per questo modo T immaginazione a raggiungere il con-
cetto. Conviene però nelF uso di questa figura andare molto a rilenlo, né si
dee credere che tutte le discor- danze di sintassi si debbano avere per
Silessi, perchè pur questa figura non è bella, se n<m è ragionevole mente
irregolare. / D. Che dee dirsi dell' Enallage? j H, Dee dirsi, cbe ella è una
figura per la quale / si pone un caso, un genere, un modo, in luogo dell'
altro. ié parola che in greco significa mancamento. Di questa figura gl'
iialìani fanno uso assai di sovente, forse anche più del Latini; cosi si usa
Tinfinito in forza di nome, come nel seguente esempio del Boccaccio, ove r
infinito vivere sta in luogo del sostantivo vita: — da questo vieM il nostro
viver lieto eke voi vedete. Così Livio: et facere, et pati fortia , r(mumtm est
; ove gF infiniti facere e pati, hanno forza di nomi. Si usa con molta vaghezza
V aggettivo in luogo deiravverbio; così Orasìo nell'Ode SS del libro Duke
ridenlem Lalagen amato, Dulct laquenUm; e il Petrarca: Chi oso ss mae dolce
ella scMqrinif E come dolce parla, e dolce ride; dove r aggettivo doìoe sì in
latino che in italiano è posto in luogo deir avverbio. Si pone il participio
per r infinito, come in questo del Boccaccio: fece veduto ai suoi sudditi, per
dire fece, vedere. V infinito invece del soggiuntivo; ossi il Boccacdo: Qui ha
questa cena, e non saria chi mangiarla, cioè chi la mangiasse. Il pre- terito
determinato in luogo dell' indeterminato , come; Io andava per grande bisogno
in servigio della mia donna, e il re fu giunto; cioè giunse; e così dicasi di
altri casi. Ma, quel che più è, alcuna volta si usa un verbo in luogo d' un
altro, come in questo del Boccac- cio : Vwer sensa te non saprei ; ove saprei
equivale a potrei: così il verbo aieere può usarsi in senso di ri- putare , di ritenere,
d' intendere o sapere, di procac- ciare. 11 verbo fare si mette 4b luogo del
verbo procu* rare^ di terminare ^ di nascere, di apparire. Ma di queste cose
chi brama avere copia a mano, può rivolgersi ai {irammatici. Se ci si
domandasse quale proviene al Di- scorso da questa figura, rìspond^remmo, che
non lieve; perocché, quando altro non fosse, lo rende graiioeo e peregrino
senza scemargli chiarezza, e colla novità stessa ingenera diletto ed eleganza ;
col cambiamento poi dei tmtfi aggiunge vigorìa ed efficacia al Discorso. Così
il dire U re fu giunto, anziché gmucy indicando un'azione già compiuta e
determinata, in luogo di una iadetermioata e lontana, rende piii scolpito il
concetto^ e mostra con più efficacia la prontessa del venire. Anche in questa
figura non deve però lo scrittore an- darsene alla sbrigliata , perchè gii
potrebbe accadere di rendere strano il Discorso ed oscuro in luogo di dai^li
vaghezza e novità. D. Quale è la quinta di queste figure? R, V Iperbato, parola
greca, che in Ialino suona tramgressio, in italiano direbbe irapasso, E questa
figura si fa traslocando una pairola dal luogo suo pro- prio , e recandola ad
altro ; cosa che spesse volte giova assai alla fantasia ed air affetto* £lla si
fa per quattro modi principalmente: 4^ per Trasposizione (i Greci di- cevano
Anastrofe), come in, quel di Virgilio, Eneide, libro 4<> : • multo$qué
per annoi BmbùM «eli fath ména omnia eiremm ; e il Petrarca : Ho di i^ravi
pensier tale una nebbia, ec. ; ove è da osservare, ohe la parola cireum posta
in fine da Virgilio, la quale dovria slare innanzi al maria, è un
espressivissimo tratto di pennello, conciossiachò ferisce la mente del
leggitore a consìderafe quanto a lungo errassero i Trojani per tutto il mare, e
ve ne mostra quasi i lunghi errori: e il Petrarca ponendo r aggettivo UUe
innanzi ad una nebbia, rende più ef- ficace e più: sensibile la metafora, in %^
lucgo si fa per Divisione (Tmcsi), o mettendo il sostantivo in mezzo a due
aggettivi, come nel Boccaccio: A piè d'una bellis- sima fontana e chiara che
tiel giardino erA, a starsi se ne andò : o col dividere una parola in due, e
intramei- zarla ad un' altra, come in qaesto di Virgilio: Seplem subiecta
trioai, — e in questo del Passavanti : Acciò dunque cbe per tgmrtUMa non si
ùscurino. Il 3^ modo ò la Parentesi ; della quale fu detto. Il 4* è la
Sinchisi, cioè confusione, come : Per ego te Deos oro. (Livio.) Que- sl' ultimo
modo esprime meravigliosamente il turba- mento dell' animoy corno nel citato
esempie di Livio. E però da avvertire che ove sia usato fuori di questo caso,
produce facilmente oscurità, e lo scrittore accu- rato dee guardarsene. Nò
valga a scusa il potere recare esempi di grandi autori, perchò ciò che ai
grandi ò permesso, non si concede a lutti del pari. Conviene : anche ricordare
a questo proposito ciò che il principe dei Retori, Quintiliano, lasciò scritto
nei libri delle ln« stituzìòni : NequeidstaUm legenii persuasum sii, emnia,
quce magni anctores dixerint, utique esse per feda; nam et labanL aliquando, et
oneri cedunt, et induìgent ingenio- rum euorum volupiati, nec semper inàendunt
anmum, et nonnumquam faligantur, eum Ciceroni dormitare inter- dum Demosthenes
, Horatio Homerus ipse videatur. a ^è subitamente si persuada chi legge essere
egualmente tutt* oro ciò che dissero i grandi autori : perchò e' pure alcuna
volta sdrucciolano e cedono al peso, e condì- scendono al diletto de' loro
ingegni ; e alcuna fiata sono stanchi ; così che talor paia a Ciceroue che
Demostene donna 9 e ad Orazio sembri che dorma Omero. Perchè fi parla delk
figure grammaiioali , e nm si fa motto di quelle, che i littori chiamano figure
di parole? ' Perchè è nostro avviso che quelle figure, alle quali i Retori
hanno dato titolo di essere figure di pa- role , non siano altro che varie
guise di elissi e di pleo- nasmo. Infetto, che altro sono dal pleonasmo la
dupli- eazione, la ripetizione, il peltsfj^iufeto» (ripetizione di
congiunzioni), la sinonimia? Noi abbiamo detto che il pleonasmo aggiunge o raddoppia
parole che sono su- perfine alla sintassi, noi sono air efficacia dd Discorso ;
e che appunto si duplicano o si aggiungono a queir idea , alla quale si vuol
dare maggiore rilievo. Or bene, che altro fauno le suaccennate figure? La
duplicazione rad- doppia una stessa voce, perohè sa qnella si fermi la mente.
Dante dicer ■ Non ton colui, non aon colui, ebe credi; appunto per mosirare con
sicurezza, sè non esser quel- lo. Cicerone nella 1* Catilinaria per mostrare
che tutto il male nasceva dal poco animo dei consoli, dei quali egli «ra uno,
dice: — Not, nos, aperte dho, eànstdes deeumm. La ripetizione è fatta pur essa
per ribadire ia mente un'idea, la quale però sarebbe espressa senza ripetere
quelle stesse parole. Così ciascuno intende il concetto di Dante in qtèlla
terzina che sta scritta sulla porta deir inferno, ancorché si dica : Per me si
va nella città dolente^ neW eterm dolore, e fra la perduta gente. Mentre qui la
ripetizione non aggiunge aloun concetto, ma solo rafforza il concetto già
espresso : Pir me f t va nella città dolente » Per me il va nelT eterno dolore.
Per me li fw fra la perdala genie. Così si ripetono le conG;iunzioni solo
perchè ogni idea faccia separata impressione suir aniiiM) ; e questa re- plica
è un semplicissimo pleonasmo. Come pure è un vero pleonasmo V esprimere una
cosa stessa con di- verse parole, che non hanno altro ufficio che di raffor-
zare r idea principale; come in quei di Cicerone : Vobis populoqu» romano
pctcem, IranquUBtakm , otium , concar* diamadferam. E tale è pure l'Apozeugma,
la quale ripete pili verbi a significare cosa, a cui un soio verbo baste-
rebbe, come in questo della Rettorica ad Erennio: Populus romarm Numanitam
iklevU^ Carlhaginem su- stulit, Coryntum disjecit, Fregellas evertit. « 11
popolo romano distrusse Numanzia, disfece Cartagine, atterrò Corinto, abbattè
Fregelle. i» Air olissi poi si riducono facilmente e la Disgiunzione , e lo
Zeugma , e la Reti- cenza ; conciossiachè la prima di queste figure sta nel
togliere le congiunsiom', la seconda nel far riferire a plit sentimenti un
v^rlio solo, la teria nel tralasciare parte di un sentimento, al quale il
lettore colla propria immaginazione supplisce ; e questo si può vedere dagli
esempj. Disgiunzione : « li padre nefandamente uodso,' la casa assediata dai
nemici , tolti i beni , i possessi rapinali. » Pater occisus nefarie^ domus
obsessa ab ini' micis, bona adempta,pos$eisa direpla, (Cicerone.) Zeugpia:
VicUfiiàdùrtm libido, timorem audacia, riUionem amentia « Fu vinta la modestia
dalla sfrontatezza, il timor dal- l'audacia, la ragione dalla pazzia. »
iieticenza: Io vi farò.... ma di meslieri è prima Abbonazzar quest'onda. (Caeo»
tradutione di VirgiliiL) Dopo aver resa ragione per questo modo del tacere che
facciamo intorno le figure che i Beton ekiamano di parole, e delFayere mostrato
che le figure, così dette gramraalicali, sono fondamento d'eleganza, è tempo di
passare a dire dei Tropi , onde T eleganza anche a maggior oofià si deriva. Che
cosa sono i Tropi? I tropi sono cerio parole, le quali, comecché siano nate a
significare una cosa, nM le trasponiamo a significarne un' altra. Hanno questo
nome dalla pa- rola greca Trope, la quale deriva dal verbo Tropo, che in latino
si direbbero eonvsrsto e eonVErto, in italiano cangiamento e cangiare; e sono
state chiamate con questa denominazione, perchè quando si prende una parola nel
senso figurato, conviene raggirarla, per dir così, a modo cb* ella significhi
ciò che nel senso proprio non significherebbe. Le parole poi possono avere due significali,
r uno proprio, e V altro figurato. Gol proprio rendono la prima e vera
signiflcatione per la quale la parola è stata trovata ; nel figurato rendono un
signi- ficato che non è il naturale. Ad esempio Ja parola cieco significa in
senso proprio uomo priva degli occhi ; in senso metaforico può avere altra
sijpiificazione, come ia quello del Petrarca : Dove me lasci sconsolato e cìho,
Posda che II dolce ed anoroso e plano Lame dagli occhi miei non è più awcoT ove
cieco è usato in senso figurato. Così Virgilio , par- lando di Didone, dice:
caeco carpitur igni; e cieco qui significa occulto. Dalle quali cose è agevole
il conoscerei che la radice, da coi naseono le diverse signifìeasioni figurate,
non è altra ohe quel legame ehe vi ha fra le ideo accessorie, conciossiachò le
cose, le quali fanno impressione sopra di noi, sono sempre ac- compagnate da
alcune eircostanse, le quali ci etAfA- scono forte la fantasia ed il cuore, e
noi spesse volte con queste ci facciamo a significare quegli oggetti che elleno
accompagnano. Laonde avviene che talora il nome proprio di un* idea accessoria
ci ridiiama più agevolmente al pensiero un oggetto cui ella accompa- gna, che
non lo stesso nome proprio dcir idea princi- pale. Per questo poniamo il segno,
ansicfaè la cosa sir gnificata, la causa anziché l'efietto, la parte in luogo
del tutto, e via via discorrendo. E siccome Tuna di queste idee essendo
associata naturalmente all' altra, non si potrebbe risvegliare senza pure
ridestare le altre che reca con sè, ne viene che T espressione figurata è di
leggieri intesa , p^bò chiara al pari della propria ; è poi' più assai vivace e
piacevole, perchè non risveglia soltanto un'immagine, ma più ad un tempo, con
che alletta T immaginazione, e db all' intelletto cagione di piacere. E da
questo è chiaro che la significazione figniata «delle parole giova di molto
all' ornamento e air degansa del discorsa. IX^ Onde ha avuto origine il
linguaggio figurato? R. Se crediamo a Cicerone e ad altri Hetori, pare che
dalia povertà del linguaggio, perocché essendo ri- stretta assai ne' primi
tempi dell' lunaso aonsorzio la • • • Digitized by Google — 50 — favella, ed
essendo molti più gli oggetti che le parole, ne venne che alcuni si dovessero
nominare col nome proprio di alcun altro, col quale avevano un aperto rapporto
di somiglianza. Ecco le parole di Cicerone, riferite anche da Quintiliano: Modm
transfer endi verbi Ulte patet, quem mcessitas primum genuit inopia coacta et
angusHis; fost autm deìectatio, jucunditasque cele^ bravii, Nam ut vestis frigoris
depelhndi musa r&- perta primo, post adhtberi coepta est ad ornatum etiam
corporis et dignitatem, sic verbi tratislatio instituta est \ inopim causa,
frequentata delectatione. (Cicerone, De Oratore, lib. 3°.) « Un ampio uso ha il
modo di dare alle parole un senso traslato, il qual costume introdotto prima
dalia necessità per la penuria de* vocaboli prò* . prj, è poi st^o messo in
voga por vezzo e ornamento. Imperocché come furon dapprima le vesti trovate per
riparo del freddo poi cominciarono ad usarsi per ag- giungere decoro o grazia
alla persona, cosi la trasla- sione delle parole nacque dalla carestia, ma fu
in sé* guito resa frequente per solo fine di diiettare. » (Can- to va.) Ci sia
lecito però di osservare, che se la necessità ebbe in ciò alcuna parte, non
f%]a sola né la prima a produrre il linguaggio figurato. Conciossiachè la
ìfanta- sia e r affetto, i quali dominano principalmente gli ani- mi rudi e
lontani da civiltà, pare a noi che debbano avervi avuta la parie principale;
cosicché possa con- chiudersi, che ogni guisa di linguaggio figurato diviene
linguaggio proprio, se si consideri ne' suoi rapporti colla fantasìa e ed
cuore. Gli uomini dapprima, pea espri- mere alcuna cosa, non hanno cercato se
vi era parola propria a significarla; ma seguendo l'impeto dell'im- maginazione
e della passione ^ T hanno sanificata in < I m \ 1: quei modo che veniva
loro più pronto ed eiEcace a met- terla sotto gli occhi degli ascoltanti. D.
Quali sono i principali Tropi dei quali si deve parlare? R. Sarebbero molti, se
noi ci volessimo attenere al cornane dei Retori, i quali anche delle minime cose
so- gliono far tropi e figure. Noi però di sei soltanto faremo parola, a capo
dei quali è da collocare la Metafora ; la quale non sólo può considerarsi come
il primo fra i tro* pi , ma si potrebbe dire che tutti gli altri non sono che
diverse niodilicazioni della metafora stessa, perocché tutti a lei si possono
facilmente ridurre. Nullameno per maggiore chiarezza noi parleremo di sei, come
è detto, i quali sono: Metafora, SI 'Metonimia, 3<>Sinecdoche, A'^
Antonomasia, 5^ Catacresi, Metalessi. Incomiucie- remo a dire della Metafora.
Della Hetefora. D. Che casa è la ìfeiafara? B. Secondo la definizione che ne dh
Aristotile, è imposizioìie del nome d' altri; secondo poi T autore delia
Rettorica ad Erennio, la metafora, o traslazione, si fa quando una parola da
una cosa si trasporta a significarne un' altra colla quale ha qualche rapporto
di somiglian- za. Dal che ne consegue, che la metafora non è se non una
similitudine abbreviata, la quale si fà recando un vocabolo dalla propria
significazione ad altra, èhe non Digitized by Google — 52 - gli sarebbe
propria, ma solo per rapporto dì somigliaaza gli può convenire. Ad esempio: Ma
se a conoscer la prima radice Del Doslro amor lu bai colaoio affello ec. La
parola radice non esprime il significato suo proprio, ma A vale prinoipio^ ed è
quasi lo stesso che dire: Ma se moi conoscere U principio del nostro amore ;
concios- sìacbè siccome \à prirna radice è propriamente il prin- cipio di una
pianta, questa parola per similitudine è portata a significare prtnciptb. In
fatto, volendo, ri può allargare la similitudine, come chi dicesse: ma se vuoi
conoscere quel principio, dal quale, come pianta da prima radice, nacque il
nostro a/more ec.{ perlocbò maggior- mente si mostra vero ciò che abbiamo
accennato nel definire la metafora. Questa permutazione si può fare in più
modi, o trasportando una voce propria di cosa animata a significare un' altra
cosa animata; come: Brato eoa Cassio neir Inferno latra; conciossiachè il
latrare è proprio del cane, e qui. è posto a significare voce umana fli dolore:
o reoando parola propria di cosa inanimata ad altra inanimata, come: Classique
immiuil hahenas; e quel del Petrarca: Tonian d* armento i mscelleUi e i fiumi;
nel quale primo esempio si danno le briglie, proprie a reggere cavalli, anche
alla flotta; e nel secondo si dà ai msceMi ed ai fiumi T attributo d' argeiUùj
per in- dicame la limpidezza; o recando parola propria di cosa anmaia a SIGNIFICARE
H. P. GRICE comi iDaDiiDaU, oofiie in quel d' Orazio : Gurag laqueau circiim
Tecla volaRle»; e il Petrarca: Ridon or per le piagge erbelie e Quri ; dove nel
primo esempio TaiioDe del votare, propria de- gli animali, è data alle cure, e
quella del ridere, propria soitanto dal volto umano ,0 aUribuita alle piaggio
ed ai fiori: o reeando infine voce propria di cosa inanimata a significare cosa
animata , come: Duo fulmina belU Scipiadas; , e il Petrarca: E dae fo/gori seco
di battaglia Il maggiore e mioor Scipio Affrìcano, D. Quali fra tMe le più
belle metafore? R, Quelle che più potentemente servono alFimma* ginazione ed
air alletto. Però si avranno per migliori quelle ciie ai traggono da qualità
corporee, ie quali cor- rono da sè sotto gli ocobi: potehò^ ^i ricordare le
qua- lità dei corpi, dai quali noi prendiamo la metalora, si risvegliano
laciimeote nella memoria tjilte 1' altre che nel corpo sono associate. Dal che
nasce singolare dilet- to, a cagione del presentare che si fa alla mente mag-
gior copia d' immagini. In fatto quando io dico: ride la . terra; colia parola
ride non richiamo soltanto l'azione dei ridere, ma quasi ho presente agli occhi
della mente la gioia e la gaiezza che spirano da un bel volto che ri- de. Belle
pur sono le metafore che si traggono da qua- lità sottoposte ai sensi ,
perocché elleno offrono alP animo immagini, ohe quasi entrano per ì sensi, e s*
impri- mono neir intelletto. Così il dire: Odore di santità; durezza di cuore\
ruggire di venti; dolcezza di parole; è più beilo, perchò i sensi stessi, quasi
mettendosi in azione , pare che non solo rendano all' intelletto più effi- cace
l'idea , ma vi aggiungano di molte altre circostanze, le quali per altro modo
non sì potrebbero risvegliare. Quante idee, a cagione d'esempio, non si
risvegliano nella fantasia a quel passo di Giobbe ove egli descrive il cavallo
che sbuffa, nitrisce, allarga le narici , odorando da lungi odor di gìierra? Se
voi air incontro diceste: presefUendo da lungi la guerra; avreste tolto ogni
di- letto alla fantasia, la quale per quella metafora è mi- rabilmente
dilettata. Così ha più vaghezza il dire: Lume ed onor de' poeti; che il dire:
poeta chiaro ed morato; eosì iì dire: Nascose sotto fronte serena il cor
doglioso, che 50^/0 aspetto tì^anquillo e lieto; e via discorrendo. Piacque
pure ad Aristotile e a Demetrio Fal^reo la me* talora , la quale sta in azione;
e così si chiama perchè induce le cose inanimate ad operare alcuna cosa, come
se le avessero vita e senso: In actu est^ atque ita voca- tUTy eo quod res
inanimas aliquid agentes inducat, tam- . gifam anima, oc sensu prceditas. Ad
esempio: Virgilio volea dire che ai fiume Arasse non era possibile im- porre un
ponte, e con bella metafora, dando anima e persona al fiume, dice: Fontem
iodignatus Àraxet; e altrove volendo dire che un^ asta si fermò nel petto,
della vergine Camilla, e ne fe' uscire tutto il sanmef dice che V asta bevve il
sangue: . Hasia sub exerlam donec periata popillnm MmtUp virifineimque aU$
bibii aota ctmrem. jDit^iti-ica L7 Anche da lodare sono le metafore, dalle
quali nasce dottrina , perocché esse ci mettono innansi alcuni rap- porti d'
idee , i quali non avevamo prima osservati. Così Orazio ci fa scorgere
Tailmenza che vi è fra un roKto panno, a cui sono appiccati posticci ornamenti
di porpora, ed un discorso carico di ligure e di tropi usati fuor di tempo:
InccBptis gravibus plerumque , et magna profestit Purpureus late qui splendeat
unus et alter Aisuitur pannut, Nè questi sono i pregi soli della metafora: ben
altri ve ne ha^ fra' quali principale è quello di servire ali* af- fetto;
poiché per mezzo della metafora possiamo re- care immagini delicate e
commoveati , a cui non ba- sterebbero le parole proprie. Voleva dire il
Petrarca: Non à fiiesto la terra, dooe io fui dolcemente nudriio? e disse: Non
è questo il mio nido. Ove nudrito fui sì dolcemente? £ con quella metafora
nido^ quante care e delicate idee non ridesta egli neir animo! Se voi
esaminate, vedrete che alla parola nido vi soccorre alla mente V ìmaglnedi piccioleUi
implumi, che stanno sotto Tali materne, a cui il padre reca cibo, e colla madre
stessa gareggia di carità verso la prole. E dove fosse tolta la parola meta-
fcrica nido^ e posta la propria terra y sarebbe insieme ' tolto ogni gretto ed
ogni delicata allusione. Ultimo, e non meno grande vantaggio reca le metafora
servendo alla modestia, coneiossiachè ella quasi di un velo rico- pra certe
immagini , che o immodeste o sconce sareb- bero, ove fossero significate per
voce propria. Dante vo- Dìgilized by Google — 56 — leva dire cfae Semiramide
fii disoneslìssiiDa donna ; con una bella metafora diee: A vìzio di lussuria fu
sì rotta ec; e colla luetaJora presa dal verbo rompere copre la tur- pUodine
dell' idea. Gosì il Pelrarea con bella metafora rese nobilissimo un concetto,
che tale non era in sè: Ricordati, che fece il peccar Doslro Prender Dio, per
camparne, Umana carne ai ino Terginal ehwUro, Ma dei pregi della metafora si è
dello abbastanza, ed ora è tempo parlare dei vizj della mede&ima. D. Quali
vìmJ pnncg>alnmie rendono sconcia e de- forme la metafora? R, La metafora,
la quale serve all' ornamento del Discorso, ed ba tutte quelle virtù che noi
abbiamo osser- vato, diviene nna deformità ed una oscurità , se ella non sia
reizolata e spontaneamente condotta. Laonde in prf- mo luogo è da cercare che
ella non sia tirata da cosa , della quale non si possa prontamente vedere la
somi- glianza. Così a ragione Paolo Costa nel suo Trattato del- l' Elocuzione
mostra difettosa la metafora con che il Marini esalta la penna di un
caiiigraloi che formava di be|^ esempi scrivere, dicendo: perchè una penna
sola, Benché s' alzi per sè pronta e sicura, Se divina non è, tanio non vola.
La quale metafora veramente è viiiosa, perchò non vi ha somiglianza alcuna tra
il volare e Io scrivere. Per egual modo sono viziose quelle che voiendg
significare piccole oose, recano m messo iannagini troppo gran- diose^ Longino-
per ciò solo dibe a ripr^dere qudla metafora, con che Giorgia Leontino chiamò
gli avrei - toj, dicendoli Sqiokri aaimati; e Cicerone (DeOraèore, iib. 3<», cap. 40) ^riprese £iiiiio dell'
aver detto: Qm in genere primum fugienda €$t dissimlUudù; G<bIì fornioes;
quamvis spheram in scenam , ut dicitur , attulerit Ennius ; tamen in spheram
fornicis simiUtudo mn potest inesse. « Nel qual genere priaiieramente è da
fuggire la disso- miglianza: — Le gran volte del cielo; — quantunque Ennio
(come dicesi) recasse sulla scena una sfera; non però una sfera è baond
simiglianza a spiegar una voi* ta. » (Cantova.) « La metafora, dice Quintiliano,
o deve occupare un luogo che vaca, o se occupa il luogo di al- tra parola, deve
essa valer più di quella che ella cac- oia di luogo. » Metaphora autvacantem
occupare hcum debeiy €Mt si in alienum venù, plus valere eo quod eospeir Ut
(Lib. 8", c. 6.) E dobbiamo anche ricordare che per la metafora noi
presentiamo più vivamente colorite le idee air immaginazione, cosicchò quando
ella, anziché accrescere, diminuisce la forza del colorito, debbo aversi per
viziosa. Bella è k metafora seguente: B le biade ondeggiar come h il mare; t
perchè presenta alla fantasia più calzante e più viva IMmmagine del muoversi
che fanno le spiche, asso- migliandone il moto air ondeggiamento di placida ma-
rina; ma la slessa metafora divenlerebbe viziosa, se si dicesse: E tremolare !|
mar cerne le spighe; perchè toglierebbe forza air espressicMiie. È pure vizia
nelle metafore se elleno hanno in sè alcuna durezza, vale a dire se vengono un
po' stentate ; e qualche volta giova rammotiirie con alcune maniere di dire^
come sarebbe: quasi, per dits cosi^ e^ somiglianti; seb- bene nei piti deKe
velie questo non sia mazzo ohe scusi baalantemente T imperizia delio scrittore.
Ben più viziose sono quelle metafore che ti fanno risovvenire di alcuna cosa
turpe o sconciai come sareU)e quella ripresa da Orazio: • lupiUr hibenm eana
niw conipiiU tAp» ; • , e r altra: Se avessi avolo dì tal iigna brama; perocché
fanno risovvenire al lettore idee sconce e sto* madievoli. Degne di biasimo
sono pure anche le meta- fore, le qualf si derivàno da cose filosofiche,
ignorale dal più de' lettori; perchè queste rendono oscuro il concetto e non
hanno in sè vaghezza alcuna; come sa- rebbe il dire Cahmita Mcuori^ a significare la potensa che
uno ha di farsi benevoli ed amici gli uomini; e sif- fatte altre maniere , che
si tolgono o dalla tìsica o dalle altre scienze esatte, cioè che non hanno
alouna^potensa sulla fentasia. Un'altra cosa è da osservare, senza la • quale
può la metafora dare in vizio, ed è che ella deb- b' essere bene appropriata a
quella specie di stile nella quale scriviamo. Gonciossiachè possa avvenire che
una metafora bella e garbata in prosa riesca poi di niun conto in una poesia; e
che una tale metafora che va- ghezza in poesia, riesca o dura o strana nella
prosa. £ ({ùi è da sapere, che piti specie di metafora vi ha: alcune, ^1e
quali, comecché siano metafore, pure per lungo uso hanno perduto Tessere di
metafora, e si usano €ome le fossero parole proprie; alcune, che con- servano
ancora V essere di metafora , ma non sono nò forti nò troppo sfolgorale, a
niodocliò possono conve- nire benissimo ad ogni genere di prose; alcune infine,
le quali sono cosWatlamente riscnitite, da non conve- nire che alla solà^
poesia. Que^colk sarh chiara per . esempj. La j)arola gemma in significato di
pietra pre* - 59 - zio8a*è certamente parola metaforica, conciossiaohè in senso
propri» ella non sigaifithi altro che certo tur- gore che chiamano V occhio
delia v^te. Ma T uso ha fatto si, che il senso metaforico stesso di questa
parola alttna faccia di proprio. Gemma oculus vitts proprie, deùide generale
nomen est lapidum prcetiosorum. « Gemma, a parlare propriamente, è 1' occhio
delia vite, poscia nome generico dì quante vi ha pietre preziose. » (Bas. Fabri
Thesaur,) Ardere di desiderio, — Desiderio flagrare, è modo metaforico,
perocché V ardere è proprio del fuoco, e solo per somiglianza è trasp^tato a
signifìcare forza di desiderio e di brama ; ma pure è tale metafora, che viene
consentita liberamente alla prosa ed al verso. Ma non sarebbe consentita alia
prosa la metafora, tutta poetica, che Dante usò quando disse : ^ Io venni in
loco d' ogni luce mulo; nè r altra : Mi ripìDgeva là dove il Sol tace; perocché
queste, che sono belle in pogsia, sarebbero • strane nella più nobile prosa. E
qui prima di por fine, mi è pur necessario av- vertire, che ogni lingua ha
metafore e modi suoi proprj , cosicché quella metafora, che è bella in una
lingua, può facilmente divenire strana in un' altra; cosa, alla quale devono
attendere assai colepo che trasportano le- prose e i versi da altre lingue alla
nostra, conciossiaohè si possa facilmente cadere a gravi falli. traducendo let-
teralmente. Terenzio, ad esempio, chiama Nosiri funài ccUamìtas una rea donna,
la quale conduceva un figliuolo di famiglia a far gitto degli averi paterni;
sarebbe ri- dicolo il tradurre « Calamità del nostro fondo, 9 anzichè « ruma
della nostra casa ; n e così dicasi di altri modi e metafore, che non
consentono di passare di una ad al Ira lingua, e [oczate che vi siano, riescono
defor- mità delia favella anziché ornamento. Perlochè giova avere in mente ciò
che Cicerone i nsef^nava : Vereeunda dehet esse translaiio , ut deducta esse in
alienum locum, non irruisse; atqm vokuìiarie, non vi, venisse videaUnr. ce
Modesto debb* essere il traslato , così che paia traspor- tato nel luogo
d'altri, non entratovi a furia; e volon- tariamente, non a forza, venuto. » {De
Oratore, lib 3®, cap. £sposte oo^ le cose che possono rendere difet- tosa in sè
la metafora, ci resta a dire di quelle, che la possono fare viziosa nel
Discorso, o per raainso.o per mala collocazione. £ in prima deve avvertirsi di
non ammassarne troppe, a jnodo che vi paiano tirale adi arte ed a forse. In
secondo luogo, che sì conservino sempre eguali dal principio al fine, e non si
unisca il semplice al metaforico, per modochèil discorsosi abbia ad intendere
parte semplicemente, e parte metaforica- mente. Custodie ìidum est in primis ,
avverte ben a pro- posito Quintiliiiuo, ut quo genere coeperis translationis ^
hoc finias. Multi enim cum iniiiiiin^n ienq^iteUe iumps^ rint, incendio aut
mina finiunt, ^tifllhetf^iilii^^ rerum fcedissima. « Dòssi badare
principalmente, che ove con un genere di traslato siasi cominciato, con quello
stesso si termini. Di molti, poi vi ha che oemiiif «ciano da una tempesta, e
terminano con una rovina, o con un incendio, cosa veramente sconcissima,
inconser guentissim'tg » (Quintiliano, lib. 8^, cap. 6.]. ' ' ' K^^i^è in
questo vizio vediamo talora caduti-àu^ tori eccellenti, matmiormeiile dobbiamo
noi starne in guardia. 11 Petrarca, ad esempio, vi cadde in quel suo Sonetto,
nel quale volendo dire ohe se Morte o Amere non lo avessero impedito^ avrebbe
fatto un lavoro da averne fama insino a Homa : »Se Amore o Morte non dà
qualclie stroppio Alla tela novella cb* ora ordisco, rfarò forse il mio lavor
sì doppio Fra lo stil de' moderni e '1 sermou prisco» Che (pavenlosainente a
dirlo ardisco) lutili a Roma a' udirai lo scoppio. men riprovevole vizio è
soggiungere il parlar i^m- plioe al metaforico, e dare alla metafora quel
valore che ha la sola parola propria. Sta bene per metafora dire . che gli
occhi sono stelle, ma non istarebbe poi soggiun- gere, che le stelle guardano:
così è bello dire d' un ora- tore: egU è tm fiume & éhquensta, per dire: —
egli è elo- quenlissimo; ma sarebbe ridicolo il dire: un fiume d> elo-
quensta parla dai rostri. Vizio poi maggiore sarebbe se si volesse dedurre dal
significato proprio ai metaforico^ perchè le conseguenze non potrebbero essere
che strane e ridicole, come in quel sonetto del Marini: Se il crine è un Togo,
e son due soli i lumi, ;f . Nofi vide mal maggior prodigio il Cielo , f >
Bagaar eoi soli » e rasclugaf coi fiumi. Con la parola Iago imposta per cagione
di similitudine al crine (conciossiachè dicesi che il fiume Iago abbia le arene
d* oro), e la parola soli imposta per cagione di somiglianza a significare
occW, viene il poeta a trasfor- mare i capelli in un fiume vero, che porta
acque; gli occhi in due soli, che hanno luce e calore ; e quindi ne trae quella
ridicola consegoenza , per la quale il ba- gnare è attribuito ai soli, il
rasciugare ai fiumi. Ma questo basii intorno i vizj della metafora. AWICOM II* nella ■etoaiaia. D. Che cosa è la
metonimia, e per quante guise si fa? • La metonimia è un tropo, che si fa
ponendo un nome in luogo di un altro , col quale vi sia afi&aità o
relazione. Però Quintiliano la disse: Nominis prò nmim pasitio; Cicerone y
denominano ; noi in italiano la chiame- remo denominazione. Questo tropo,
sebbene abbia n^olta somiglianza colla metafora , 'o possa come tutti gli altri
giudicarsi una raodifìcazione della medesima, pure è altra cosa, come dagli
esempj si vedrà : e giova a ren- dere piti vivace il concetto , e a rendere
piìi potente la locuzione. Si fa principalmente per sei modi. Il primo è quando
si nomina la cagione in luogo dell' eiretj,o , come ad esempio: Invadunt urbem
tonino vinoque sepuUam. (ViRGU.10, libi t^t Eneid.) mS £ di bianca paura il
volto tinge. ^» (Petrarca.) Recando al contrario V effetto per significare la
ca- gione , come in quel di Virgilio : Bigina e ^leeuiis eum pHmun albescere
hieem Yidit. • {Eneid., \\b.4fi.) ove il biancheggiare del cielo è posto in
luogo delF au« rora , che ne è cagione ; così in Dante : e per fa mesto Seln
saranno i nostri corpi appeal. Si fa la metonimia, quando si prende il
contenente kiYece del contenuto, come in Virgilio (lib. 3^): ilU impiger hautit
• Spumantfm paleram , et pieno se proluit auro. Lucrezio avea detto : 'Sepire
plagis saltum , canibusque ciere. Dai quali due eaemfij ò chi^o , che la tazza
è posta da Yii^Ho invece del vino , la selva da Lucrezio è posta in luogo degli
animali che ella conteneva ; per questo tropo istesso Dante , per dire che Gesù
Cristo ci salvò col suo scmgue , dice : Cristo ne liberò colla sua vena; e il
Petrarca altrove , parlando delle guerre di Cesare , dice: Cesare taccio, che
per ogni piaggia Fece r erbe sanguigne 1)1 lor vene . 4° Quando si nomina la
materia in luogo della cosa che di quella è composta , come il ferro invece
della spada , il pino o T abete in luogo della nave ; co^ in Tibullo : Nondim
cmruUu9 plous conUmpuraCìindoi; e il Petrarca : Noi^ It'lMlla Romana che jsol
fmo Apri il soo eatio e dlsdegooio peiio. 5» Quando si pone il nome di chi
possiede una cosa an- ziché quello della cosa jstessa , o V autore in luogo
delle sue opere : ^os\ Virgilio , volendo dire che la casa di Ucalegone andava
in fìamme , dice : Jam pnximus aràei Dcalegon ; Digitized by Google - 64 — e
CiceroDe inveendo contro Terre , per dirgli ohe aveva spo£^1iato il tempio di
ApoUiue, dice: Apollimm ne tu Delium spoliare atisus es ? 60 Sì pone qualobe
volla il nome del Visio 0 della virtù in luogo del vizioso a del virtuoso ;
così ad esem- pio: cum ignavia, cum luocuria, cim amentia nobis cer- ianàum
est: così il nome del protettore di una cosa in luogo della cosa stessa ; come
in Virgilio : Impleniur veteru Bacchi pinguiique ferina; oppure : Tum Cererem
eorrupiam widii, eereatiàgu» «rms >. B^peàiunt fem rerum. 11 segno per la
cosa significata , come in qael di Vir* gaio : JUum non populi fasces, non
purpura regum Flexit £ Dante : E oome t messaggier cba porta ulivo Tragge la
gente Per questi modi si ha il tropo metonimia , il quale se torna a lume della
locuzione , quando il nome che sì usa in luogo di un altro richiama più
prontamente e con più splendidezza alla mente V idea che noi vogliamo svellere
, riesce inefficace e vano ogni qualvolta non sia bene associato alle idee
stesse ohe vogliamo ride* stare. Egli è certamente assai più bello il dire, che
un uomo — non si lascia piegare nè dai fasci consolari , uè dalla porpora dei
re ,-*-ann che dire che— "non ha paura nè di consoli nò di re, — perchè la
mente con questo dire non ha ia nuda idea della potenza consolare e della reale
I ma nello stesso tempo vede quasi la formidabile pompa dei fasci e dei littori
1 e lo splendore del regio Digitized by Google manto ; ed in luogo di avere
conoscenza soltanto di una verità, se la vede dipinta innanzi dai colori delia
fantasìa, e accompagnata da tutte le immagini che vi hanno stretto rapporto, di
che ne nasce meraviglioso diletto. Bella Slaecéoelie* D. Che cos' è la
Sviecdoche? R. £ un tropo, il quale usurpa una parola in luogo di un'altra, non
come fa la metafora, né come la meto- nimia, ma in modo che dà alla medesima un
senso più o meno esteso di quello che si avrebbe dal proprio: e si fa, o
ponendo il tutto per la parte, o la parte per il ' tutto; 0 il genere per la
specie, o la specie pel genere; o il plurale pel singolare, o viceversa; o gli
antecedenti pel conseguente. Eccone esempj. Si fa ponendo il tutto per la parte
in questo modo: Aul Àrarim Parlus bibet , aut Germaoia Tigrim; come fece
Virgilio; a come il Petrarca: Come il fìredd' mino oltre 1* ondoso mare Caccia
gli sugelli; e ponendo la parte in luògo ^1 tutto, come in Vir- gilio : Vela
dabant to/i, et spumas salis cere ruebant; e Dante: Risposi lui con vergognosa
fnmU ; 8i fa usando il genere per la specie per questo modo, come fe^ Sallustio:
OH a mcoton; el mmwi eonsueve- s uerard UaUd generis muUi morialos, — ove la
parola tmrtales genema sta in luogo di homines; e Dante: 0 insensata cura de*
morlali , Quanto son difellivi sillogismi Que* cbe ci fanno in basso batter
ralil Si fa adoperando la specie in luogo del genere, come le Orazio, che, per
nominare un luogo delizioso in ge* nerOy nominò la famosa Tempo di Tessaglia:
somnus agrestium Lenis virorum, non humiles domos Fastidii, umbrosamque
ripattif Non Zepìiiris agitata Tempc. £ il Tasso, per dire tigre in genere,
disse: E le mamme allattar di tigre ircana, lì plurale pel singolare, come4a
quel di Giovenale: Qui Cui'ios simulant, ti Bacchanalia vivunl; 0 in quello
dell'Ariosto: Crudel secolo , poi che pieno sei Di Tietti, di Tantali e di
Alrei. Così Cicerone usò il singolare pel plurale in questo mo* do: Ut ab
Samnite hoste tuta Ime ora esset, quam mmc nonvicinus Samuis urit, sed Prcnus
advena: ove Samnis , e PùBvm, stanno in vece di iSamni^es, e Pcmù Si fa pure la
sinecdoche usando il numero indeterminato per lo determinato; così Virgilio:
Non anni domuere decM, non mille carinm: 0 pure nominando ^qli antecedenti in
luogo de' conse- guenti come fe' Virgilio: Bijam iumma proeul villanm outnUna
fumant, Mqjaretquù eadunt altU d€ montiku lunàrar. E questo basti aver detto
dei modi diversi con cui si fa la sinecdoche. Noa creda però alcuno che si
possa senza ragione usare una parola per modo di sinecdoche, perchè questi
tropi sono colori delia elocuzione, e non vanno gettati all'impazzata ed a
caprìccio, ma secon- dochè occorre per meglio dipingere le cose. Quando Vir-
gilio per sinecdoche disse: Submersasque obrue puppes; non poteva
indinerentemenle dire: oò/ weproras. E però concluderemo qui colle parole di
Paolo Costa, il quale ci avvisa che si può cadere in difetto usando questo
traslato, ogni qualvolta i' immagine della cosa, da cui prende la parola, non
sia bene associata alle ideo che si vogliono svogliare in altrui , e non sia
atta a fare im- pressione neir animo piti che le altre idee che vanno in sua
compagnia. Vaglia a dichiarazione di ciò un solo esempio. Si dirà con maggiore
elTicacia: fuggono per t allo mare le vele, — che fuggono per V allo mare le
prore; poiché V immagine delle vele gonfiate dal vento, come quella che percuote
maggiormente la vista di co- lui che mira la nave in alto, più strettamente di
ogni altra idea si associa air idea*del fuggire. Dell' AatoMOMMla. D. Che cosa
è V Antonomasia? R. Antonomasia , ohe i Latini dissero pronominaHo, e noi pure
chiameremo pì'onoìninazione, è un tropo, mediante il quale una parola cornujae
acquista forza di parola propria; e si ia per cinque modi: ponendo, anziché il
nome di una persona, il nome del padre suo; così Virgilio nomina Enea dal nome
di Anchise suo pa- dre nel 5^ deìVEneùie: Magnanimu$que Anchisfades; altrove
Aiace dal nome di Telamone suo padre: Hinc eral oppositus conira Telamonius
Heros. 9<> Usando il nome della patria , anziché il nome della persona,
come: Il pio Trojano, anziché il pio Enea. Così Diana è chiamata Delia
dall'isola di Delo sua patria: Noiior ut jam tit canibus non Delia nostris; e
Apollo è detto Cinzie dal monte Cinto che sorge nella stessa ìsola: Cum eanerem
rege$ et firmila f GjnUitiis ourem YellUf eiadmonuit. (ViRcaiO, Egl. 6, y. 5.)
£ Catullo disse : IntoMum pueri dicUe Cyclbium. E il Petrarca chiamò Annibale
così: Vidi olirà ua rivo il gran Cartaginue. 3<> Usando un aggiunto in
luogo del nome proprio ; così Didone invece del nome di Enea, pone l' aggiunto
impius: Arma viri talamo, qum fixa reliquit linpSus. 11 Petrarca nomina
Archimede per questo modo : Vidi dipìnto il nobil Geometra, 4» Pimendo qualche
nome proprio in luogo di un nome appellativo, come- sarebbe Mecenate per
prolettore di letterati, Demostene per eloquente. Così Pompeo Ma- gno nominava
LucuUo, Serse togato:-— qua de causa magms Pompeus Xersem togatum eum appellai.
Così un Doslro poeta disse: I versi Che il Lombardo pnogeaii SardanapiUo. 5®
Infine si fa antonomasia, quando in luogo di un attri- buto si pone il nome di
qualche popolo o di qualche gente, a cui quel!' attributo è dato comunemente;
oos\ un nostro poeta disse: Grecia non v'è, ma Gred son per tolte; alludendo
all' antico proverbio: Grctca fides,^ nuUa ftdei. Da questo tropo molti
vantaggi ne vengono all' elocu- zione, conciossiachè per mezzo di questo si può
met- tere innanzi alia mente un oggetto con quelle circo- stanze che piti ci
giovano. Egli però non va usato con troppa frequenza. AnTi€oi.o \. Mia CtatMMi
e MOm HeteloMl. D. Che casa è la Catacresi? R. La catacresi o abusione fu
definita cos\ dal* Fautore della Rettorica ad Erennio: Abusio est qiice verbo
simili et propinquo , prò certo, et proprio abutilur. Virgilio per questo tropo
chiamò cavallo quella gran macchina a forma di cavallo, che i Greci edificarono
a prendere Troia: Instar moniis equom ^vina Pattadis arte SUfieanU Così noi
dicfamo cavalcare una canna, sebbene la pa- rola significhi andare a cavallo.
Orazio: Ludere par, <mpar, èquiUre tu arundiM hnga; <j altrove con più
ardimento: Eurui per Heula» equiuvil unda$. A questa figura si riferiscono
tutte le improprieth di parlare, che con tanta eleganza vediamo usate dai
Glassici (quantunque con riserbo grande si debbano imi- tare), come, ad
esempio, sperare in luogo di temere^ come in quel di Virgilio: Hune ego $i
poiui tantum sperare dolorm; e in altro luogo: ÀI sperate Dm memom fondi aéqué
nefandi» che fu poi imitato dal Petrarca: Nè coDtre morte wperù altro ehe
morte. E molti altri abusi di parole , alcuni dei quali a dir vero non si
sentono piii da noi , perchè sono tornati per V uso a parere proprj. D. Che
cosa è la Metalessi?* il. La roetalessi, detta dai Latini partecipano, è un
tropo che si fa usando una parola, dal significato della quale sì passa alla
cognizione di un allro, e per (lire con Quintiliano, ex alio in aliud viam
prcestat: e si fa per due modi: 1"" qualora un oggetto la nel- r atto
medesimo doppia impressione sulla mente no- stra , poi indistintamente ne
richiama le qualità, come per esempio: r venni Hi luogo di ogni Inee muto.
Dante con questa raetalessi ci viene a significare il si- lenzio e r oscurità
di quel luogo, e la qualità della doppia impressione confonde , riferendo 1'
epiteto muto alla luce ; e Virgilio aveva detto: . Fri gut caplamus opucMttìt a
significare : Sediamo all'ombra per godervi il fresco. Si fa hi 2.** luogo ,
quando per esprimere una cosa ne nominiamo un^altra, ma alquanto lontana ,
cosicché per intenderla bisogna un jm>' ragionarvi sopra. Virgilio an« zichè
dire tre anni , disse : , Tertia dum
Latto regnaniem viéerit €uUu; 6 il Tasso neir AmnUa: E già tre ^fls Ha il nudo
mieiilor tronche le spleke; e Dante , per diire lo spazio di 50 mesi , disse :
Ma DOB eiiM|iiaDU toI^ 6a raccesa La Ciccia della domia, che qui regna « , Che
to vedrai quanto qoest' arie pesa , cioè la faoeia della Luna , la quale in
cielo ha nome di Luna , in inferno sì diee Proserpina , ed essendo moglie di
Plutone è regina del luogo ; lo che torna ; non pas- seranno cinquanta
plenilunj ; giacché nel plenilunio la faecia tutta della Luna che riguarda la
terra Tiene dal Sole accesa , cioè illuminata. AmnooiiO TI* « Come I iMpI
aggiungano grami» al MflMim teovMi» émai vlaaitt iMleme , e marne mimmm iaiii
4evlmtl dalla aietefoni. D. Dopo queste cose resta altro a dire? R. Resta a
dichiarare cosa insegnata dal cartjiinal Pallavicino nel suo Trattato delio
Stile , ed è che i tropi per dare vaghezza ed eleganza allo stile non devono
mai andare disoompagnati l'uno daìl* altro, ma , quasi riuniti insieme (non
però rammassali) , V uno all' altro aggiungere grazia e vaghezza , Qome si può
vedere nei Classici. E per dame alcun esempio, eccovi qua i primi due versi
della prima Egloga di Virgilio : filire, lu jMliffe reevhans tié iSf/nUne fagi,
SUmtrem tenui mutam meUtarii avena, • Se noi facciamo 1' analisi di questi due
versi soli , tro- veremo un numero di tropi maggiore di quel che pare. L'
epiteto patide dato al faggio è una bella metaforetUf la qual significa
quidquid potei , cioè tutto oiò che per estensione , o per larghezza si
manifesta agli occhi : re- cubo , che significa giacere ^ qui per tropo
significa sem- plicemente sedere e riposare : tegmime , derivando da lego , è
parola generica , che indica tutto ciò che rico- pre , e qui per tropo
significa V ombrello de' rami che difende e copre dai raggi del sole :
iilvestrgm vuol dire in senso proprio ciò che è proprio della selva : o che è
nella selva , e qui è trasportato a significare pastorale, villereccio. Musam ,
che in senso proprio non vorria dire che una delle nove divinità le quali
presiedevano al canto , per tropo è posta invece del canto istesso. Avena non è
in senso proprio che un' erba , dallo stelo della quale si formano pive, e qui
è posta per piva, o aomigUante stnimeuto pastorale. Tenuk non vuol dire che sottile
, e qui vale umile per tropo. Meditavi non è altro che mente cogitare, cioè
pensare , e qui per tras* lato suona Untore ^ andar prwando: le quali
metaforette insieme riunite sono quelle appunto che danno un gra^ zioso
colorito poetico a questi due versi. Conviene anche avvertire , che quello che
si dice di questi tropi, i quali sono molto rammolliti dall' uso , sicché a
gran parte non ci paiano più tropi qua! sono, ma voci proprie, non si può
applicare a quelli che sono più sfolgorati, o alle figure di concetto delle
quali parleremo ; perocché in quella guisa che queste piccole traslasioni
aggiungono diletto e vaghezza , se sono a discreta copia seminatQ nel Discorso
, quelle, multiplica te che (ossero, darebbero etranesia e affettazione. allo
stile. D. AveU accennato che itUti i tropi non sono che modificazioni della
Metafora; sapreste voi dichiarar- melo? Facilmente. Se la Metafora non è che
imposi- slone del nome proprio di una cosa ad un* altra, secon* dochè fu detto,
e la similitudine ne è il fondamento, ne consegue che i tropi, essendo pur essi
imposizione del nome proprio dì una cosa applicato variamente ad un'al- tra ,
non sono che varietà della Metafora. Infatti la Si- necdoche col nome proprio
del tutto significa una parte sola dei medesimo , o viceversa , ed applica al
genere il nome proprio delia specie , e così al contrario. La Me* tonimia col
nome degli effetti accenna alle cause, e sotto il nome delle cause inteude gii
efi'etti: o impone il nome del contenente al contenuto , o col nome del
possessore Digitized by Google nomina la cosa posaedata; o col segno che
significa una cosa , vuol farti intendere la cosa stessa , e via via. La
Catacresi abusa di un nome a significare una cosa che per quel nome non
poirebl)e essere significata , e solo lo pfuò per rapporti'di somiglianza. La
Metalessi poi , che i Latini dissero partecipazione, non è in sè che metafora e
metonimia insieme congiunte. L'Antonomasia infine ohe altro ò essa se non che
imposisionedi un nome ge* nerico ed appellativo a significarne un proprio? Se
dun- que tutti questi tropi altro non sono che diverse impo- sizioni di nomi di
una cosa ad un'altra, usate per rendere più efficace il discorso e pili ornato
, e fondamento loro è sempre la similitudine , sarh fuori di dubbio che si possano
tutti considerare varietà della Metafora. Per questo quella gran mente di
Aristotile comprese sotto il generico nome di Metafora tutti i tropi ,
seoondochò ne avvisa Cicerone : Aristoteles ista omnia traslationes vocat; e
per questo si possono considerare anche da noi una cosa stessa colla Metafora.
D. Direste voi ora per qwd ragione avete lotto dal novero dei tropi
l'Allegoria, l' Iperbole, la Perifrasi, l Iro^ nia,edU Sarcasmo f R. Perobò
queste forme di parlare non si oonten- c:ono come le altre nella traslazione di
un nomo , ma più largamente nel Discorso procedono. Di più^ osser- vando che r
Allegoria è un parlare artifizioso , il quale sotto le apparenze di una cosa ne
significa un^ altra , e nasce principalmente dalla fantasia, che per meglio sot-
toporre ai sensi immagini astratte pone invece di quelle oggetti reali , ci è
parso dover collocare ;l'Allegoria ap- presso la Similitudine e la Comparazione
, figure delle (juali essa si giova per modo da poter essere giudicata cosa non
molto difierente da quelle. Così la Perifrasi e - — r Iperbole sono siale posle
fra le forme di parlare pro- prie dell' immaginazione , perchè esse procedono
dallo stalQ della lantasìai e a quella servono. L'ironìa ed il Sarcasmo poi
essendo sempre prodotti da passione vio- lenta , ci è sembrato che debbano aver
luogo fra le for- me di parlare derivanti dalla passione. Se però alcuno
volesse altramente pensare, faccia a suo senno, chènò per questo V arte si
rimuta , nò le cose cambiano da quello che intimamente sono nella propria
natura. CoHie osai mpeéke di •crltHira ami wmm MMUileM propria di tropi* D.
Ogni spededi tropi comnme forse ad ogni maniera di scriUuref ' R. No certamente
: e per conoscere quali ad una maniera di scrittura , e quali ad un' altra
convengono, si deve por mente al fine che c' induce a parlare o scri- vere, e
vedere se lo scritto nostro è condotto semplioe- mente dalla ragione e mira al
solo convincimento, ose è mosso dalla fantasia e si volge principalmente al di-
letto , 0 se in fine è guidato dalla passione e si volge alla mozion degli
alfetti. E quando sia chiaro il fine dello scritto e il principio da cui è
dominato , allora si può determinare quali tropi convengano ad una specie,
quali ad un' altra. E siccome ii Discorso che ha per fine il con- vincimento
muove da riposata ragione , e la ragione guarda le cose in sè freddamente , e
sdegna ornamenti che a lei non appartengono , diremo che a questa spe-
Digitized by Google — 76 — eie nen appartengono òhe i tropi pia temperati, e
quelli che per V uso hanno quasi perduta faccia di tropo , e che se ne dee fare
uso parco e misurato. Consentiremo ai filosofi la Metafora e qualche altra
translazione, pur- ■ diè sia casta e vereconda, e non sappia nulla d'imma-
ginoso, nulla di appassionato. Ma a quella guisa di scrit- ture che sono signoreggiate
o dalla fantasia o dall' af- fetto daremo più in copia l' uso dì tropi, e sensa
riserbo tutti del pari come buoni li concederemo, quando siano bene
appropriati, e vengano nel discorso spontanei e non forzati , e non
oontradicano al carattere di quella specie del Discorso od oratorio o poetico a
cui apparten- gono. In somma convien ricordare che la ragione, la fan- tasia,
gli adetti , hanno delle forme di linguaggio proprie soltanto di sè, e sdegnano
quelle che loro propriamente non appartengono. E perchè sia più chiara e
patente questa verità , ci faremo ora a parlare delle forme pro- prie della
fantasia , poscia di quelle proprie deli' affet- to , le quali comunemente si
chiamano figure di pen- siero prodotte dall'immaginazione, o derivate dalla passione.
Dalle fénue M iiarton pMpvie D. Che cosa sono le figure dmioQU dait immagine^
stione? R, Sono certe naturali forme di parlare , le quali soTonte adopriamo
perchè i noski pensieri acquistino maggiore efficacia ogni qual volta noi
parliamo, o mossi dalla iorte impressione che un oggetto ha falla sopra di noi
, o anche solo perchè faccia sugli altri un' impres- sione maggiore di quella
che farebbe , se il linguaggio della fantasia si restringesse al semplice e
severo della ragione. £ siccome per mezzo della Immaginazione noi possiamo
avere presenti all' animo oggetti lontani , con- frontarli fra loro , comporli
, discomporli , e crearne di nuovi , cosi ne viene che dalia osservazione dei
rap- porti diversi nascano la Similitudine, la Comparazione, l'Allegoria , la
Perìfrasi , V Iperbole , l'Antitesi , la Pro- gressione, la Preoccupazione, la
Concessione, la Prete- rizione , la Sermocinazione , l' Ipotiposi ; figure le
quali . noi verremo ora partitamente esponendo. D. Che cosa è la SimilUudinef
R. La Similitudine è una forma di parlare, colla quale mosl riamo pid
cbiai*amente una cosa per mezzo di un' altra. Ella in sostanza non è che una
larga me- tafora , ed è soggetta alle regole della metafora stessa. Eccone un
esempio : Come le pecorelle escon del chiuso A una , a due , a tre , e l' altre
stanno Tiraidette atterrando rocchio e il muso; E ciò che fa la prima, e
l'altre fanno. Addossandosi a lei s'ella s'arresta, Semplici e quete, e lo
mpercbè non sanno. (Dante» Purgalorio.) D. Che cosa è la Comparazione? A. È una
forma di parlare, per cui raffrontando ' insieme due oggetti, si viene a
mostrare che quegli at- tributi che convengono aduno, convengono pure all'al-
tro. Ella non si contenta, come la Similitudine, che vi sia una somiglianza, ma
esige di più ohe il fondamento Digitized by Google — 78 — • della somiglianza
si spieghi , e si aecenni il modo per io quale i due oggetti paragonati fra
loro convengono. Per esempio : Come impasto Leone in stalla piena » Che lunga
fame abbia smacrato e asciano. Uccide y scflomat mangia, e a strazio mena L*
infermo gregge in sua balia condallo: Così il erode! Pagan nel sonno a? ena La
nostra gente , e fa macel per latto. La spada di Medoro anco non ebe; Ma li sdegna
ferir Tignobll plebe. (AniosTO» OrUmdo fiaiow.) D. Si deve osservare akuna cosa
intorno l'i$so di ^ qìAeste figure? R. È necessario osservare in prima oh'
dUeno mal si addicono ad un discorso appassionato, specialmente ove la passione
sia forte ; perchè 1' animo in mezzo ad una tempesta di affetti noo ha di che
perdersi in con- fronti 0 simiglianze , ohe sono opera della fantasia e della
ragione. In fatto la fantasia nei suoi voli facilmente s'av- viene a trovar
oggetti con cui compone le immagini che • le si presentano : e la ragione
qualche volta^ per me- glio dichiarare le cose eh' ella espone, ama trovare
con- Ironti e similitudini. Di che viene, che alcune sono a solo abbellimento ,
altre sono a rischiarare le cose. Quelle | che valgono solo a dar lume,
piacciono più ai prosatori; quelle che sono di tutto abbellimento, sono meglio
pro- prie de' poeti. Aggiungasi che alcuna volta da un' im- magine di confronto
inaspettato la mente rimane così sopraffatta ed investita, che pih non potrebbe
; a segno che possa dirsi da quelle figure nascere talora il subli- me. Quello
però che principalmente si dee osservare, è che la similitudine o il paragone
aìalio tplti da cose vicine e facili a cadere sotto gli occhi della mente dei
lettori, non da lontane od astruse; e che queste figure conTengaDo al genere ed
alla specie della scrittura, perchè, ove non ci convenissero, anzi che lume e
bel- lezza, rcchorcbbero oscuriti e stranezza. D. Date alcun esempio che
mostri, come la Similitu- dine (Ucliiora meglio le cose, o le ctbbeUisce , o le
sMimal R. Il Boccaccio, alla 20» Novella della Prima Gior- nata , voleva dire
che i piacevoli motti rendono pivi lieto e leggiadro il conversare. Egli a
dichiarare questa sen- tenza si vale di una ben acconcia similitudine per que- sto
modo : Come ne' lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo, e nella
primavera i fiori de' verdi prati, cosi de^la/udevoU costumi e de' ragionamenti
piacevoli sono i leggiadri motti. Serve ancora a dichiarazione la similitudine
che Dante usò nel Canto Ili dell' Inferno, per rappresentare i malvagi che
corrono alla barca di Caronte. Ckiine d'antanno si lem le foglie L'una appretto
dell'altra, infin che 11 ramo Rende alla terra tutte le sue spoglie;
Simitemenie il mal seme d' Adamo: Gillansi di quel lito ad una ad una, Per
cenni , come augel per suo richiamo. Vale poi ad esornare, come si può vedere
nella seguente stanza dell'Ariosto, il quale, nel descrivere due guerrieri
obesi azzuffano^ ti porge in essi V imma- gine di due cani che vengono ai morsi.
Come soglion talor due can mordenti» 0 per invidia o per altr* odio mossi,
Avvicinarsi digrignando i denti» Cdn oeehi bleclil e pit die iMsgla rossi;
Digitized by Google 80 Indi a' moni venir di rabbli ardenti, Con aspri rìngljj
e rabbuffiti dossi ; Così alle spade , dai gridi e dall* onte, Venne il
Circasso e quel di Cbiaramonle. Alighieri si valse della similitudine a
sublimare il suo concetto nelle seguenti terzine tratte dal Purga- torio: * A
noi venia la creatura bella Bianco vestila , e nella faccia quale Par
tremolando mattutina atella. E neir altra : . Ella non ci diceva alcuna cosa;
Ma lasciavano gir, solo guardando A guiaa di leon quando ai posa. D. Che cosa è
V Allegoria, e perchè si pone fra le figure d' inmaginazùme ? R. L'Allegoria
non è altro che una forma di parla- re, la quale por mezzo di un discorso ne
presenta un altro latente. Ella non differisce dalla Similitudine se non in
questo, che 1* allegoria non mostra un oggetto per mezzo dell'altro, ma dà un
oggetto in luogo del« r altro. È inutile spendere novamente parole per mo-
strare che questa forma di parlare va qui registrata; poiché ognun vede
chiaramente come ella è un pro- dotto della immaginazione. Abbiamo un beli'
esempio nell'Ode 14» del libro 1° d'Orazio (se pure non è da seguirsi T
opinione di coloro ; che queir Ode vogliono diretta alla nave nella quale Orazio
scampò dopo la battaglia di Filippi, opinione molto probabile), e nel Petrarca
nel seguente sonetto : Passa la nave mia colma d' obblio Per aspro mare a mena
notte il Tento Infra Scilla e Cariddi ; ed al governo Siede 'I signor» ansi 1
nemico mio. A ciascun remo un pensier pronto e rio, Che la tempesta e '1 fin
par eh' abbi' a scUerDo: La vela rompe un vento umido eterno Di sospir, di
speranze e di desio. Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni Bagna e rallenta le
già stanche sarte, Che son d* error con ignoranza attorto. Cèlansi i duo miei
dolci usati segni; Morta fra l'onde è la ragion e l'arte; Tal cb' ìDcomiDcio a
disperar del porlo. Avveriiremo però fin d* ora cbe quest^ allegoria è impura,
poiché al senso allegorico è sovente commisto il vero. Il più sublime esempio
di tal figura T abbiamo nel Salmo 79 , ove il popolo- d' Israele è
rappresentato sotto r immagine di una vigna. A noi basterà dame un breve
esempio, tratto da un Classico latino, lasciando a chi vuole andare a
consultare il suaccennato. Cice- rone neir orazione a difesa di Quinzio per
mezzo deir al- legoria si esprime così : Ita fit ut ego, qui téla depellere, et
vulneribus mederi deheam, tiim id facere cogar , cum ' etiam telum adversarius
nuUum jecerit: Ulis autem id tengnts impugnandi detur, ctm et vitandi Hkrum
impetus potestas adepta nobis ertt; et si qua in re, id qnod pa- rati sunt
facere, falsum crimen , quasi venenatum aliquod telum jecerint, medicime fadmdm
locus non erit. c Così avviene che io, il quale debbo levar dalle cam! il ferro
delle saette, e medicar le ferite, sono sforzato a ciò fare prima che V
avversario abbia fatto il colpo: ed a lui è conceduto facultà di assalirci a
tempo^ die a noi sarà tolto di poter iscbifare il suo impeto: e dove in alcuna
cosa (il che essi son presti di dover fare] con- tro di noi, lanceranno, quasi
avvelenato dardo, qual- che falsa opposizione, non sarà luogo ad apprestarne il
rimedio. i> (Dolce.) e I Retori poi distinguono rAIfegorit in pura ed im-
pura: pura la chiamano quando non si esce mai dal senso allegorico^ impura
quando dal seuso allegorico si passa al proprio. Cesi Dante nel Canto primo del
Purgatorio j dice: Per correr miglior acqua alza le vele Ornai la oavioella del
mio iagegao» Che lascia dietro sè mar si crudele. Sarebbe stala pura V
allegorìa sè avesse detto , an- ucbè la navicella del mio ingegno, la navicella
mìa. Anche l'apologo può dirsi un'allegoria pura, e così pure r enimma , o V
indovinello, dei quali per brevità qui non si parla. Una sola osservazione
ferino, ed è che r allegoria deve essere breve, ben adattata e facile, perchè
si possa agevolmente conoscere il senso nasco- sto sotto r immagina
rappresentata. D. Che cosa è la Pèrifiroii? lì. PeriiVasi, che in volgar nostro
significa circon- foctA^MÒne^ in latino circuUio, è una forma di parlare, la
Auale esprime con più parole ciò che in una o in poche si potea dire: Pluribus
verbis cum id, quoduno, aut paucioribus, certe dicipotest, explicatur, vocant
circui- Èum loquendi. (Quintiliano.) E di questa forma pare che r immaginazione
principalmente si compiaccia, perchè per questa ella può mostrare i confini d'
una cosa , anzi- ché la cosa slessa, come fece il Petrarca , il quale per
nominar T Italia disse: .... il bel Paese, Cile Appeonia parie e il mar
circonda e l' alpe; w o dar a vedere una cosa per mezzo delle sue prìnci* é —
83 — pali qualità, come fe' Dante, il quale, per nominare ii Sole, disse: « Lo
mioistro maggior della naiura. Serre sBeora la Perifrasi a dare chiaresza
maggio- re: alle vette vale ad Isfuggire con grazia cerle espres- sioni, cui
nuocerebbe usare, comò in quel magnifico esempio che ne otire Cicerone nell'
orazione />ro Milane, V Oratore Romano dovea pur confessare che Glodio era
stato ucciso; ma perchè la parola uccidere, o altra so- migliante, recava odio
aMilone, compassione a Clodio, egli per mezzo di una circonlocuzione espresse
il suo concetto in guisa, che la ragione di Milena vi trionfa: Fecerunt id servi
Milonis {dicam enim non derii andi cri- minis causa, sed lU factum sii), ncque
imperante, ncque sciente, neque prmenie domino quod quis^ servos suos in ioli
re facére voluisset « Questi servi dì. Milone (e lo dico non per imporre ad
altri la colpa, ina perché il fatto andò pur così), non di ordine del padrone,
non sapendolo lui, uè essendo quivi, fecero quello, che cia- scuno in cos\
fatto termine' avria voluto- veder fare a' suoi servi. » (Cesari.) La (jualo
perifrasi fu bene imi- tata in egual caso dal cardinal Commendone nella sua
orazione in difesa di alcuni scolari dello studio di Pado- va: Avvenne adunque
, dice egli, dopo molta sofferenza ^ ohe più della ragione potò lo sdegno: non
si nega il fatto. Questa forma di parlare però, se non sia usata con molta
moderazione ed a tempo, produce languidezza e superfluità. Non vi sia alcuno
che creda la Perifrasi essere egual cosa che la Parafrasi, perocché la Para-
fram, la quale significa dichiarazione, allargamento, appartiene in genere all'
amplifioaziona. Digitized by Google — 84 D. Che cosa è r Iperbole? B.
L'Iperbole, che i Latini chiamarono superlatio (noi diremo esagerazione) , si
fa col portare una cosa ol- tre il suo essere naturale, o innalzandola più che
non è , 0 più che non è diminuendola. E questa si fa quando noi vivamente
colpiti da qualche idea che altrui voglia- mo rappresentare, credendo troppo
deboli le espressioni proprie, ci serviamo di alcune, le quali a intenderle
strettamente vanno fuori del vero. Cosi per iperbole Virgilio ci descrive i
cavalli di Turno: Qui candore nivet ante irent , cursibiu auras. Due guise
d'iperbole si danno, Tuna delle quali move dair immaginazione, come è detto, l'
altra da com- mozione d'animo. Da semplice immaginazione è V iper- bole colla
quale T Ariosto descrive la mensa preparata da Aicina a Ruggero. Qual mensa
trionfarne e sontuosa Dì qualsivoglia successor di Nino, 0 qual mai tanto
celebre e fumosa Di Cleopatra al vincitor latino, Potria a questa esser par,
che V amorosa Fata avea posta innanzi al Paladino? Tal non cred' io che s'
apparecchi , dove Mioistra Ganimede al sommo Giove. Se però non si abbia molto
buon giudizio V iperbole descrittiva dk facilmente nelP esagerato e nel falso ;
spe> cialmente quando si voglia usare prima che l' immagi- nazione sia
bastantemente riscaldata. Iperbole si usa con più buon successo a descrìvere
esseri immaginari al tutto, 0 almeno in gran parte, dei quali i sensi no- stri
non possono avere contezza se non in quanto sono loro descritti dalla fantasia;
come sarebbe la Fama dì Digitize by Virgilio, il Silenzio e la Frode noli'
Ariosto, esimili altri^ nei quali soggetti l' esagerazione è più consentita.
Infatti Virgilio potè dire, che la Fama passeggia il siwlo^ ed ha fra le mbi il
capo, la qual cosa sicuramente non avrebbe potuto affermare, se qaesta Fama
fosse stata altro che un essere immaginario. Men pericolo è nel* l'iperbole
mossa dall' afTetlo, perocché qaando il cuore è agitato fortemente, ogni
esagerazione che non esca affatto dai ragionevole gii ò consentita. Bella è
quella che Torquato Tasso ebbe imitata sì nobilmente da Vir^ gilio: • Nè te
SoQa produsse, e non sei nato Dell' Azz!o sangue tu: te Tonda insana Del mar
produsse, e '1 Caucaso gelalo, £ le mamme aliauàr di tigre ircaDa. D. Che cosa
è PAntUesi? R. È una forma di parlare, la quale cade in accon- cio ogni qual
volta i' Oratore o il Poeta , cercando dare maggiore rilievo ad un pensiero o
ad un oggetto, gli con- trappone il suo contrario. E però l'autore della Retto-
rica ad Erennio la definiva così: Contentio est cura ex cùntrariis verbis aut
rebus oratio conftcitur. Perlochè apparisce chiaro che questa figura si fa, o
contrappo- nendo parole a parole, o contrapponendo sentenze a sentenze. Esempio
della 1» maniera può essere il se- guente del Segneri : Tutti gitanti qui
siamo, o giovani o vecchi, 0 poveri o ricchi, o nMU o plebei, tutti dobbiamo
morire. Esempio della 2* maniera d' antitesi può essere questo di Cicerone: In
pace ad vexandos cives acervi- muSy m bello ad eajmgnandos hostes inertissimus.
Bella è pure P antitesi che abbiamo nell' orazione a Paolo Terzo d'Alberto
Lollio: Muovesi l imperatore, non per — 86 — cupidigia d allargare i confini:
ma per conservarli, non per difendere le membra deW Impero, ma per non perdere
il capo, nùnper opprimere gV mAoce^M, ma per eorreg^ gere i dmAbidknli, Questa
figura perd deve essere usata con molte avvertenze; deve essere breve, poco
frequente, naturale: brevei perchè altrimenti scopre l'arte, e ristucca; poca
frequeale, perehò, ove sta spes- seggiata, illanguidisee e raffredda il
discorso; naturale, perche, ove mostri fatica di studio, disgusta 1 lettori
anziché dilettarli. È anche da osservarci che questa figura alcune volte serve
alla passione , specialmente quando ò portata molto innanzi, conciossiachè
nelle forti agitazioni dell' animo avviene che le idee quasi tu- multuariamente
presentandosi al pensiero, si dispon- p:ono per modo nella mente, che ognuna di
esse reca con sò il suo contrario. Esempio ne abbiamo nella 2^ Ca- tilinaria di
Marco Tullio: Hoc vero quis ferro potest, inertee homines forliseimis òuidiari,
eiuUissònos pruden- tiseimis, ebriosos sobriis, dormientes vigikmtSms?.*. e più
verso al fine: Ex hac enim parte piignat piidor , il- line petulaìUia: hino
pudicitia, illinc sttipnm: hinc pie- tae: illinc sceìus: hinc comtantia, illinc
furor: hinc ho- nestas: mine turpiiudo: hinc conHnentia, illinc libòhi denique
wquitas j temperantia, fortitudo , prude ntia ^ vir- tutes omnes certant cum
iniquitate, cum luxuria, cum ignafria, cum temeritate, cum vitiis omntìm> «
Ma ohi potrebbe sopportare che gli uomini pieni di dappocag- .nine tendano
agguati ai valorosi, i pazzi ai prudenti, f^rimbriachi ai sobrj?... — Chè da
questa parte com- batte la modestia, da quella la petulanza; di qui la castità,
di là gli stupri; di qui la fede, di là la fraude; (li qui la pietà, di là la
scelleraggine, di qui la costan- za, di là il furore; di qui la contmensa} di
1^ la eupidi* Digitized by Gopgle - 87 — già: finalmente l'equi Ih, la
temperanza, la fortezza, la prudenza, e tutte le virtù prendono la spada in
mano contra la iniquità, cantra la lussuria, contro la dappo* caggine , contro
la temeritli , contro tutti i vizj. » (Dolce.) D. Che cosa è la Progressione?
/?. È una iòrma di parlare , per la quale , salendo grado grado da un pensiero
air altro , si dà maggiore efficacia alla sentenea. Questo modo dai Oreci fu
chia- mato climax , e noi lo diremo scala. Eccone da Cice- rone un esempio :
Facinus est vincire cwem romanum , teeka wrberarè, prope parrieiditmneoare;
quid dicam m crucem toUere? « È delitto legare un cittadino roma- no ,
scelleraggine vergheggiarlo , quasi parricidio ucci- derlo : che dirò io del
crocifiggerlo ? » Osservate come r autore per questa figura ha mostrato che T
avere messo in croce un cittadino romano era delitto senza pari. Egli grado
grado esaminando quanto sia grande colpa mettere in ferri un cittadino , quanto
grande sc^Uerag» gine vergheggiarlo , quanto orrìbile parricidio metterlo a
morte, fa conoscere che il crocifiggerlo è delitto sovra ogni delitto. Questa
forma è di grande elLicacia , peroc- ché ella presenta quasi ali' intelletto
una serie di pro- posizioni concatenate a modo, che posta la prìma, tutte le
altre necessariamente si denuo ammettere come di- scendenti da quella. Un altro
esempio ne porge il Se- gneri nella 4* predica : Questa è dunque- la cura-, ohe
vai teMte delia vostra anima? questa è la ^ima del tostro fine? questa è la
sollecitudine della vostra felicità? saper di slare in ìnezzo a rischi sì gravi
, e non riscuotervi? Ponete mente alia doppia gradazione di questo periodo: la
prima è nelle parole cura , stima , soUeeiiuéine ; r altra nelle parole —anima,
fine , felicità. Anche i poeti fanno uso con profìMo di questa figura , la
quale però « — 88 — eonvien cercare che non iscuopra Tatte,' altrimentì di-
vieue cosa viziosa, come appunto è quella del Tasso me- rilameate ripresa dai
Galilei. Sparsa è d* armi la terra , e V armi sparse Di sangue, e il sangue col
sudor si mesce. Che cosa è la Preoccupc»ioneZ R. £ una forma di parlare, la
quale usiamo per prevenire una obieetone o una donanda , la quale ci potrebbe
esser fatta , e togliere o|5ni dubbio che po- trebbe nascere negli ascoltatori
; cosi il Casa nella prima | oraiione per la Lega , prevedendo che alcuno
avrebbe potuto obiettargli , che Carlo Quinto metteva in essere i suoi eserciti
per difendersi, per mezzo di questa figura previene V obiezione , e dice : Se.
mi mi direU che egl% si vuol difendere io vi domando: chi lo minaccia , cftt fo
spaventa , chi lo assalisce? Questa figura , come ognun vede , giova molto agli
oratori, e non inutile ai poeti. f In fatto asaai bene ne usò Torquato Tasso
nella Geru- salemme : Ta , ebe srdfto sin qai ti sei condotto., Onde speri nutrir
etvalli e fami ? t Dirai : V armata in mar enra ne prende. Dai venti adunque il
viver tuo dipende? « D. Che cosa è la Concessione? - R. È una forma di parlare
, per la quale , mentre noi concediamo una cosa all' avversario , lo
costringiamo con questo stesso modo a concedere a noi ciò che vo- ^mo. Elia è
figura* di mirabile effetto e di grande uso presso gli oratori e presso i
poeti. Così il Gasa iiella 2» orazione per la Lega : Or ecco V imperatore
riposerà quest' anno , 4» coù pa , perocché nessuno ce ne fa certi; Digitized
by Google ma ie pur eoA fla , egli starà fermo quesfamo non per ^ tardare , ma
per andare piìì ratto. £ r Alfieri nei Don Gariia: m Uccìderai Salviati, Fona
Bun reo: nemici allri verranno. Pian spenti? ed aiiri insorgeranao. — 11 brando
Del diffidar la insazìabii punta Ritoioe al fin contro ehi V elsa impogna. D.
Che cosa è la Preterizione? B. £ una figura per la quale fìogeDclo di voler ta-
cere alcune cose, poi espressamente le diciamo, e ^e- sta giova assai , perchè
mostra T Oratore poco curante di quelle cose stesse che sono a suo prò, come
quegli che ben altre e di maggior peso ne ha ; e mette nel- l' ascoltatore
confidenza, facendogli conoscere che FOra* tore ha ragioni piii del bisogno.
Cicerone nelT orazione in favore della Legge Manilia, parlando per preterizione
delle lodi di Pompeo , dice cesi : Itaque nm non prcedi- caturus, Quiriles ,
quantas iUe ree demi mUiticeque , terra marique , quantaque felicitate
gesserit; ut ejus semper vo- luntatibus non modo cives assenserinl , sodi
obtempera- rint, hostes obediermt;8ed etiam venti tmnpeeiatesqmolh secundarini,
t Laonde io non son per raceoatare, Roma- ni , quante egregie operazioni, e con
quanta felicita egli abbia fa^e &ì nelle cure della città , come nei
maneggi della guerra , in terra e in mare , e di maniera che alle sue YoloDtk
non solamente i cittadini sempre abbiano acconsentito , i confoderati servito ,
i nemici ubbidito , ma i venti e le fortune gli sono stati secondi. » (Dolce).
' Così pure, presso Virgilio, Venere enumerando a Giove le ofiese che eila^veva
ricevute da Giunone, dopo - 00 — averne esposte alqaaiiiè , fìngendo di voler
passare le altre sotto silenzio, dice: Quid repetam exustax Ericino in litore
classesì Quid tetnpeslatum regem, ventosque fur^niet, jEolia excitoi? aut aclam
nubibui Jrimt Cb*io non vuo'dir delle combuste navi Sulla spiaggia Ericina, nò
de' venti Che M re spìnse d' Eolia a tempestarlo, Nè d'Iri che di qui fu già
mandata ec. (Gaao.) D. Che cosa è la Smnoeinanone? R. È una figura perla quale
s' introduce qualcuno a parlare quasi dialogizzando coli' oratore o coi poeta ,
per aggiungere dignità alle cose che si dicono, e nel* . Fìstesso tempo per
dilettare. Esempi ne abbiamo ne'poeti e ne* prosatori latini ed italiani ad
ogni passo. A noi piace sceglierne mio del Segneri. L' oratore descrive la
pesnma fine dì un cavaliere , il quale muore imponi* lente. In mezzo la
narrazione introduce il confessore, il quale si la al letto deli' infermo per
disporlo a ben mo- rirOb Vivo e commovente è il dialogo. — Im$dici tuiAo- menU
vi hanno disperato; però se volete compor le vo- stre partite , poche ore vi
rimarranno:-^ Tanto più adun- que ^ soggiunse l' altro; affrettiamoci: che ho
da fare? Avreste, ripigliò il Padre, per avventura alcm credito* re, a cui vi
coimenisse di soddisfare ? -^Gli aveva , ma gli ho soddisfatti. — Avreste
niente (f altrui, die dovreste rendere ? — L aveva, ma V ho parimente renduto. E
se per i addietro aveste portata malevolenMa ad akmno,non la deponete daVl
animo? La depongo. ^Perdonale a chi vi ha offeso? — Perdono. — Vi umiliate a
chi avete offeso? — Mi umilio.'^ Non. volete adunque per uUimo ricevere
oiyu.^uu Ly I sacra$nenti, come conviensi ad uom cristiano per ar- marvi contro
le tentazioni deìl inimico , e contro i peri- coli deir Inferno?
—-Volentieristimo gli Hcmferò, se voi, Padre, vi compiacerete d'
amministrarmeli. — Ma sapete pure che questo non si potrà, se prima non
licenziate da voi quella giovane? — Oh queeto non pouo, Padre , non poeso ! —
Ohimè ! che dite ! non posso? perchè non potete? e potete, e dovete , signor
mio caro, se volete salvarvi,— Io dicovi che non posso ec. — Ed Orazio neir
Epistola ai Pisoni in questo modo si vale della sermocinazione: ^ Dicnt Ftlius
Albini: si de quincunre remota est lincia, quid superai? poterai dixtsae:
triens. Eul Rem poleris servare tuam, Redit uncia : quid fitf Semis • Non
conviene però abusare di questa figura , la quale, se giova chiamata a tempo,
nuoce e raffredd*! quando ella sia fuor di tempo adoperata. Questa poi serve
piti spesso alia fantasia che air affetto; nuilaroeno qualche vòlta serve anche
mh*abìimeote aHa passione. D. Che cosa è Ipotiposi? H. È, una ligura per la
quale l'oratore o il poeta cerca- di porre sotto gli occhi col più vivi colori
una cosa od una persona , tantoché il lettore o V uditore creda vederla anziché
udirla. Questa forma di parlare però prende diversi nomi dalle diverse cose che
ella descrive, cosicché l' ipotiposi di persona si chiama prO" sopografia;
la descrizione dei costumi, efopea; la descri- zione delle sembianze e dei
caratteri di persone imma- ginate 0 ^nie ^somatopea; la descrizione infine dei
luoghi topografia. Dì ciascuna di queste noi daremo lui esempio. L^ yi i^uu Ly
Google IpotipiMil %n fODere. II Meiastasio, imitando Virgiiio, descrive nella
Ga- latea il Ciclope , che decide un misero pastore. Vidi il crudele Frangere
incontro al sasso Un misero pastor, che al varco ei prese» Per farne orrido
pasto alla sua fame. Lo stracciò* lo divise; E le lacere membra » Tiepide e semivive
, Sotto i morsi omicidi Tremar fra'denU» e palpitare io vidi. E r atro sangoe
intanto , Cbf spumeggiava alle sue sanno intorno » Uscia per doppia strada (oh
Aero aspetto! ) Dal sotso labbro» e gli scorrea sol p^tto. Ipotlpo»! dM ^MOAttf
^mI« prooopograflfi. L' Ariosto così descrive Brunello : Non è sei palmi , ed
ha il capo ricciuto; Le chiome ha nere, ed ha la pelle fosca; Pallido il viso,
oltre il dover barbuto; Gli occhi tronfiali , e guardatura losca; Schiacciala
il naso, e nelle ciglia irsuto: L* abito, acciò che lo dipinga intero, fi
Stretto e corto » e sembra di cornerò, IpoUposI del «••tninl» tmia etopea. Non
lasceremo di recare ad esempio retopoa clie Sal- lustio ci offre diCatilina:
Lucius Catilina, nobili genere fuUus, fuU magna vi et animi et eorporis , sed
ingenio malo, prcmque. Buie ab adohseentia betta intestina ; cades,, rapince ,
discordia civilis , grata fuere; ibique juventiUem suam exercuU. Corpus patens
inedice, vigilias^ algoris, «t4pm qwm euiguam credibile est Animus audax, ni- —
d3- bdohu, mrius, m^libet rei simuhtor oc dissinmlalor , alieni appetens , sui
profusus, ardens in cupiditatibits ; satis loquentice , sapientice parum,
Vastus animus immo- derata, incredibilia, nimis altasen^^a^iebai. » Lucio
Gatiliòa di nobil sangue fu nato, uomo di grande virtù ' (F animo e di corpo ,
ma d' ingegnamento reo e perverso. Da sua prima gioventù le brighe dentro la
città , le fe- rite, gli omicidj 9 le rapine , a lui piacquero molto; e in
queste cotali cose contìnuamente studiò. Il corpo aveva poderoso , e sofferente
di fame , di freddo, di vegghia , e più che uomo credere potesse. L'animo era
ardito, malizioso e isvariato : qua! cosa volea infingeva , e qual volea
disfingea. Dell* altrui desideroso , del suo isi)argitore ; tutto acceso di
desiderj ; assai bello parla- tore f savio poco. 11 suo smisurato animo cose
ismisura- te , non credibili , e sempre troppo alte , desiderava. « (Bartolomeo
da San Concordio.) Ipoiiposl di persoae flato» o aoiiiAtopea. » » Bella è la
somatopea , con efae il Tasso ci mette sotto gli occhi il re- degli abissi .
Orrida maestà nel faro aspetto Terrore accresce, e più superbb il rende;
Roasegglan gU occhi , e di Teoeno infetto. Come infausu cometa, il guanto
splende; Gl' invòlve il mento, e sali* irsuto petto Ispida e folta la gran
barba scende; E in goisa dì vongine profonda S*apre la bocca d' atro sangue
immonda. Esempi di questa figura abbiamo neUa descrizione • ideila Fama nel
libro 1.» dell' Eneide : nella descrìiione della Frode neir/^i/^rm» di Dante: nella
descrizione della Discordia , della Frode , dell'Avarizia , e del Silenzio ,
nei Furioso dell' Ariosto. HMfirlsione del luoghi ^ o lopograflo. L' Ariosto ci
descrive meravigliosamente per mezzo di questa figura ua'isoielta deserta: 0'
tbitatori è l' isoletta moU , Piena d'wnil OHNteUe e éi ginepri; Giooondft
solilndlne renoia A cervi t a daini , a caprioli , a lepri ; E fuorché a
pescatori è poco nota , Ove sovente ai rimondati vepri Sospendon per seccar l'
umide reti: Dormono intanto i pesci io mar quieti. D. Vi è wMa da avvertire
intemo queste forme di parlare? R. Quanto all' Ipotiposi in genere è da
avvertire, che eiia sia facile , naturale e ben condotta. Non creda alcuno che
P Ipotiposi riesca tanto jÀh viva quanto pftì ò lunga , perchè tulLa V arte ,
per cui ella acquista vi- vezza, sta non nella minutezza delle circostanze, ma
nei tratti 'PitL interessanti; chè anzi la lunghezza spesso to- glie alla
verità e reca noia. Riguardo alla Prosopogra- fia, si deve cercare che le
qualità della persona la quale vogliamo dipingere corrispondano al vero , e
siano co- lorite con risentite tinte, a modo che alla lettura ognuno debba
riconoscere la persona che abbianio ritratta. L'Eto- pea domanda chiarezza e
precisione: chiarezza, perchè si dee rendere sensibile ciò che non è ;
precisione , per- chè i costumi di quella persona , della quale parliamo,
devono essere proprj a lei sola , a segno che non possa confondersi con altra.
Circa la Somatopea, è da studiare che la persona, la quale noi fìngiamo, sia
quale richiede e II carattere ohe volgarmente le è attribuito , e la eir«
costanza nella quale viene rappresentata. Il Tasso nel dare corpo umano a
Satana ha avuto tutti questi ri- I Digitized by Google — 95 — guardi , e però
bella è quella sua ìpotiposi. Se altri- menti avesse fatto, oltre all'essere
deforme in sè, avrebbe nociuto al buon etietto. Riguardo iotìae all' ipotiposi
di luogo ^ avvertiremo soltanto che non si deuno tratteg- giare ad una ad una
tutte le |>arti di un luogo, ma rile- varne solo quelle che bastano a darne
una compiuta idea , e a distinguerlo da o^i altro luogo del medesimo genere.
CAP» IL. Uelle forme di parlare proprie dell» pamione* D. QucUi sono le forma
di parlare proprie della pas- sione? * R. Sono quelle le quali non si odono
neir umano linguaggio , se non quando V uomo è agitato da qualche forte affetto
; per forma che queste possono dirsi un oarattere speciale delia passione :
conciossiachè non sia persona al mondo , la quale, avendo il cuore in tumul<
to , non prenda un linguaggio diverso dall' ordinario* Poi vedete che nell'
uomo preso da passione la fìsono- mia del volto si fa più risentita , più
gagliardo il suono deHa voce , più vibrati gli atti ed i gesti , e da questo
potete argomentare, che, volendo la natura distinguere cosi neir esterno lo
slato deli' animo in passione, doveva anche distinguerlo nel lingua^io, che può
dirsi lo spec- chio deir animo; e però ben male avvisato sarebbe ehi credesse,
che le forme delle quali parleremo siano in- venzione delle scuole, o cose
particolari soltanto agli scritlori;
perchè elle sono cosa della natura e non del- r arte , e comuni a tutti gli
uomini, l^eriocbè è molto necessario il ben conoscerle, perchè il non saperne
far uso porterebbe Io scrittore sovente a mancare nella parte dei caratteri. Di
queste forme quindici ne anno- veriamo , le quali sono: esclamazione, epifonema,
interrogazione, subiezione, ironia, sarcasmo, preghiera, imprecazione, dubitazione,
correzione, sospensione, comunicazione, personificazione, apostrofe, visione.
Avvertiamo ancora chd alcune di quelle, che dicemmo essere • proprie dell'
immaginazione, servono pur e^ alla pas-' sione ; quali sono T Iperbole, la
Progressione, la Prele- riziéfne, Tlpotiposi e la Sermocinazione, sebbene però
r uso di queste sia piti rado nel linguaggio, degli affetti. Dell' BeclamasloBe
• dell' EplfoneatA. Che cosa è tEsckmiaiUone, e come di lei nasce l' Epifonema?
R. È una forma di parlare, per mezzo della quale esprimiamo le più gagliarde
commozioni dell'animo, con- cìossiachè quando noi «iamo potentemente sorpresi
da meravìglia, da timore, da allegrezza, da dolore, quasi improvvisamente
interrompiamo il discorso, e alzando la voce facciamo una interieiione. Ella è
quasi il carat- tere principale del linguaggio appassionato, come si può vedere
di leggieri, osservando anche il parlare degli uo- mini volgari, allorché sono
presi da un forte commovi- mento dell' animo. Così Dante, avèndo narrato la
morie crudele che ì Pisani fecero sostenere al Conte Ugolino, esce ia una
esclamazione di dolore e di sdegno contro Pisa; Abi Pisa, yituperio delle genti
Del bel paese là, dove II si suona, ' Poicbè i vicini a te punir son lenti ec.
£ il Boccaccio, dopo avere descritto i mali recati dalla pestilenza alla sua
patria , esce in questa pietosa • esclamazione : Oh quanti gran palagi rimasero
vuoti, quante memorabili schiatte si videro senza debito sue- cesswr rimanere I
Alcuna volta nella esclamazi<me noi racohindiamo naturalmente un qualche
concetto o detto sentenzioso . e ciò è appunto che cangia 1 esclamazione in
epilone- nia. Così Titiro presso Virgilio, dopo avere esposte nar- rando le sue
disgrazie , termina in questo modo : Bn f no dkeordia eives FerduzU mlieroi/ en
queii emuerimui offrii £ il Petrarca, a mostrare la vanità delle cose mor- 0
tali, esclamava : Oh ciechi , il tanto affaticar che giova? Tulli tornale alla
gran Madre amica, E il nome vostro a pena si ritrova! 9ell' iBtMVosaBloBe «
della Sii1»I«bI€»mc* D. Che cosa è t Interragasnone? R. È una forma per la
quale T uomo spinto dalla passione, anziché affernure o negare alcuna cosa, la
esprime per modo di domanda, con che maggior enfasi al discorso, e mostra tutta
la confidenza nella verità del suo concetto, e pare che provochi gli uditori a
mostrargli se può essere al contrario. Bella è V inter- rogazione colla ({uale
Cicerone, difendendo Ligario,in« calza Tuberone : Quid enim, Tubero^ tuus ille
disirietM in acie Pharsalica gladius agebat? cujus latus ille mucro 7 oculi ?
manus? ardor animi? quid cupiebas ? quid optabas ? « Che faceva, Tuberone,
quella tu^ spadai impugnata nella battaglia di Farsaglia? il fianco di cui
ricercaTa quella punta? Qual era F intensione delle tue èrmi? Quale la tua
mente? gli occhi ? le mani? 1' ardor dell' ani- mo? Che desideravi? che
bramavi? » (Dolce.) Gos\ presso V Alfieri , Giocasta cerca mostrare a Po-
linice, come desiderando egli sfisenatamente di regnare in Tebe, non faceva che
cercare il suo peggio. Sablime fin d' ogni tao voto è dnoque Di' Tebe il trono?
Ohi non sai tu» che in Tebe Sommo Infortunio è li irono? il pensler vo^l Agii
avi tool : qual ebbe in Tebe sceltro » EnondelilU? ' Questa forma serve
pressoché sempre ai forti af- fetti : è tuttavia da osservare che qualche volta
la con- vinzione stessa, che noi abbiamo di qualche verità, ci conduce a
disporre il discorso a modo d'interrogazione, ancorché l' animo non sia
commosso o turbato. Qualche volta ancora all' interrogazione noi sog- giungiamo
la risposta, ed allora ne nasce un' altra figle- rà, la quale si chiama
subiezione, Eccone un esemplo di Cicerone a favore di Archia : QtKBres a nMs,
Grac- che, cur tantopere hoc homine delectemur? quia snppe- ditat nobis ubi et
animits ex hgc forensi strepitu re^dg- tur, ^ mires convido d$fm<B
oonqui^cmU. « Tu cer- cherai forse*, 0 Gracco, d* intender da noi la eagiene,
per la quale sì fattamente diquest' uomo ci dilettiamo? È ella per questo: che
egli ci dà modo da poter risto- rare r animo degli strepili del fòro, ed
alleggiar le orecchie stanche' di ascoltare le mddicenxe che vi si usano. »
iDolce,) Digitized by Google - 99 — Così Didon# risoluta di morire domanda a sé
stessa se ella debba morire invendicata, e tosto soggiunge che le basta morire.
Moriemur inultoB? Sed moriamur, aU. Sic, tiejuvat ire sub un^nu, Uéir Ironia e
del taraMM». D. Che cosa è Ironia, e in che differiàce dal Sarcasmo? lì, L'
Ironia è un modo di parlare coperto, col quale noi vogliamo che ie nostre
parole siano intese in senso contrano da quello che esprimono. Ella nasce
spesso dall'animo turbato da sdegno o da ira compressa, e però noi abbiamo
creduto che, anziché stare fra i tropi, si debba collocare Ira le figure di
passione, poiché ella senza passione non può nascere ; in fotto,-s6 osserviam o
gli esem- pj, vedremo che ella ha radice nell* amarezza dello sde- gno.
Cicerone nella Miloniana, volendo dire che la morte di elodie era una pubblica
allegrezza e che ne godevano tutti gli ordini della repubblica-, usa parole le
quali mo- strerebbero che ella è disgrazia maggiore d' ogni altra , che tutti
ne piangono. Sed stulti sumus qui Drusum, qui Africamm, Pompqum, nosmelipsos ,
cum P. Clodio con- ferre audeamus. Tolerabilia illa fueruni. Clodii mortem
requo animo ferrenemopotest. Luget senatus : moìret eque- ster orda: tota
civiias coufecta senio est: squallent mu- nto^wi: afflickmtur colonim: agri
den^fue yfsi km bei^e* fieim, tam singtUarem, tamfnansueUmdvemdesideranL (( Ma
pazzi siam noi, che osiam di mettere un Druse, un Affricano, un Pompeo, noi
medesuui, aliato a un P. elodìe. Di quelle morii era a darsi pace : alla morte
di P. Gladio non è anima che^debba rassegnarsi in pazienza. Piange il senato; F
ordine equestre è iu tribolo; tutta - la
cìtiìi dì maliiiconia è rifinita: squallidi i mnnicìpj, nlflitte son le
colonie; finalmente i medesinfii campi di- cono : Deh ! chi ci rende un cos'i
loenefìco, cosi mansueto e salutevole cittadino? » (Cesari.) Così Dante, dopo
avere neW Inferno posti ai tor- menti i principali cittadini di Firenze, con
amarezza di dolore e d' ira ironicamente esclama : Godi, Firenze, poi che se*
si grande, Che per mare e per terra balli V ali , E per lo' Dferoo il tuo nome
si spande. Alcune cose sono da notare intorno questa figura: 1<> cbe ella
deve essere chiara a modo cbe si debba in- tendere — le cose che si dicono
tornare a senso opposto ; che non se ne usi se i\on quando v' è naturalmente
chia- mata; e che sia più breve che si può, altrimenti diviene insipida e
noiosa. Anche vuoisi osservare che V Ironia v.ì spesso congiunta
all'Esclamazione; il che prova che ella muove da passione. Non negheremo però
che qual- che volta anche fuor di passione si possa tenere un lin- guacjgio
coperto, come spesso sappiamo essere stato usato da Socrate ; ma noi con
Quintiliano volentieri di- remo, cbe ben altra cosa è V ironia, e che codesto
par- lare dissimulato deve avere altro nome. Se poi si voglia conoscere in che
differisca T Ironia dal Sarcasmo, basterà osservare che il Sarcasmo vien
definito una pungente ed amara ironia, a modo che volendo formarne una sola
figura si potrebbe dire che il sarcasmo è il grado superlativo delF ironia.
Eccone esempj. Turno nel libro 12 deìV Eneide così insulta ad Eumede Troiano da
lui ucciso : En agros, et quam bello y Trojane , pelisti ^ Hesperiam melire
jacpns: hcBc prcEmia, qui me ^Ferro ami tentare, ferunt: «te menia condunt.
Troiano, ecco V Italia, ecco i suoi campi. Che tanto desiasti : or gli misura
Cosi i^iacendo. E questo si guadagna Chi centra Turno ardisce: e 'o^qucsla
guisa Si fondan le cillà. (Caro.) Così nel canto 19, st. 3 e 5, della
Gerusalemme libe- roto^ Argante insulta Tancredi chiamandolo uccisor delle
donne : Che non potrai dalie mie mani , o forte Delle donne uccisor , fuggir la
morie; a cui Tancredi con pari sarcasmo risponde : Vienne in disparte pur, tu,
che omicida Sei de* giganti solo e degli eroi : L' accisor delle femmine ti
sfida. D. Che cosa è la Preghiera? , lì. È una forma di parlare, la quale noi
usiamo quando, o nei confessare qualche colpa imploriamo r altrui perdono, o
trovandoci in istato di miseria, dal quale non potreinino da noi stessi
scampare, imploria- mo r altrui soccorso. Egli è certo che per ottenere T ef-
fetto che ci proponiamo pregando, conviene muovere Fanimodi chi ascolta , e
parlargli , direi quasi, col cuore. Esempio della manièra ci porge Cicerone
nelT ora- zione prò Ligario: — Ad judicem sic agi solet, sed eg^ adparenim
loquor. Erravi, temere feci ;pcBnitet; ad cle- mentiam tuam confugio, delieti
veriiam petOj ut ignoscas oro: si nemo impetraverit , arroganter; si plurimi ,
tn idem fer opem, qui spem dedisti. « Innanzi al giudice Digitized by Google ^
102 — in tal guisa si suole procedere, ma io parlo innanzi al padre; per ciò
dico: ho errato, ho operato inconsidera- tamente; io ricorro alla tua clemenza,
chieggio perdono del delitto, e ti prego a condonarlomi. Se ninno l'ha
ottenuto, io chieggo questo arrogantemente ; se paroc- chi, tu stesso sovvieni,
che vi hai dato speranza. » (Dolce.) Esempio del 5I« modo abbiamo nel Tasso, ft
dove introduce Armida supplichevole ai pi,edi di Goffredo : Per questi piedi ,
onde i superbi e gli empj Calchi ; per questa man , cbe '1 drillo aita; Per r
alte tue vittorie, e per qne' lempj Sacrit cui désti, e cui dar cerchi aita; 11
mìo desir. cbe to puoi solo, adempi; B in «n col regno a me serbi la'viu Lt taa
pietà. La naturalezza, la semplicità, sono le doti principal- mente domandate
da questa figura; la quale, ove sia 'scopertamente artificiosa e ne* concetti e
ndle parole, riesce fredda e vana. Anche la soverchia lunghezza si dove
fuggire, perchè dissolvendo la forza, le toglie ogni efficacia. •ella
ImprecasloBe. D. Che cosa è C Imprecazione? R. È il linguaggio di un animo
pienamente sde- lunato, e tratto fuori da ogni speranza di giusta vendet- ta.
Basta &ò a conoscere, che questa ò figura la quale domanda il più alto
grado di passione. Elia consiste nei pregare ogni male o controia persona la
quale è cagione del nostro sdegno, o anche qualche volta contro noi medesimi ;
nei quel caso perìKshi parla deve parere ed L.iyi.i^uu Ly - essere preso da disperazione. Esempio della
4^ maniera ci porge Dante nel del Purgatorio : Gioflo giodicio dalle stelle
caggia Sopn il IQO sangue, e sia immvo ed aperto. Tal che il toc sucoessor
temena n'aggia. E Virgilio ancora fa che Didone imprechi ad Enea (EneiiLf lib.
40): Litora Hteriku eonhmrla, fluoUbtu wnitu Imprecar, arma armit ; pugnsnt
ipsique nepotet; • e sian . . • • i-iili ai Uli Contrari eternamente, l' onde a
r onde, E V armi incontro a Tarmit e i nostri a i loro In ogni tempo. (GAao.) Del
2'' modo Virgilio stesso ci porge esempio là dove Bidone impreca contro sè
stessa : Sed mihi vel tellus optem prius ima dehiscnt, Vel pater omnipolens
adigat me fulmine ad uinbrat, Pallentes umbras Èrebi, noctemque profundam,
ÀiUe, Pudor, quam te vioiem, aut tuajura resolvam. Ma la terra m' ingoj , e 'I
del mi fulmini, ,.p^ , ' E neir abisso mi tralx>ecbi in prima e/ » C J*^^
Ch'io li violi mai, pudico amore. (Caro.) D. Che cosa è la DubUazione? R È una
forma di parlare propria dell' uomo, il quale è in tanta agitazione dlanimoche
non sa nò cosa dire nè cosa fare, e sta sospeso nelF incertezza. 1^ domanda uno
stato dì forte agitazione, altrimenti Vf rebbe ridicolo supporre che per
piccola cagione si do- ' ' vesso cadere in mezzo a tante incertezze. Così ,
presso Tito LIVIO (vedasi) SCIPIONE (vedasi) parlando a' suoi soldati , si
tiene a questa figura (Decade 5>): Apudvos quemadmodum lo- quar,'nec
consilium, nec ortUio suppedikit, quos ne quo nomine quidem appellare deheam
scio. Cives? quiapoHa vestra descivistis? An milites? qui impcrium , auspìcium-
q%ie abruiitis, sacramenti religionem ì^pistis? Hostes? corpora, ora,
msHtum, luiAUum eimm agnosco ; facia, dieta, Consilia, animos kostium video. «
Ora non trovo concelti, nè mi sovvengono le parole da parlare appo di voi, i
quali certo non so con qual nome piuttosto appellare mi debba. Or chìamerovvi
io cittadini? che vi siete ribellati dalla propria patria? Nominerovvi io
soldati? che avete negato V ubbidienza, e rifiutato il nome, e 1* auspicio del
vero capitano, e avete rotto la religione del sacramento? Debbo io chiamarvi
nemici? conciosia eh' io pur conosca le pt^rsoiie vostre, le faccie, le vesti,
r abito e portatura dei miei cittadini ; ma veg- gio i fatti ed i detti e i
pensieri e gli animi dei nemici. » (Nardi.) Bella è pure la dubitazione di
Olimpia abban- donata da Bireno presso V Ariosto : ■ Tonerò io Piaodri • ove ho
vendalo il vesio Di cbe io Yivea, benché non fosse moltOt Per soTTenirU , e di
prigione irtrteT Meschina! dove andrò? non so in qnal parte. Debbo forse ire in
Frisa, ove io potei, E per le non vi volsi , esser regina? Il che del padre e
dei fratelli miei, £ d* ogni altro mio ben fu la ruioa. Della Ckirremione* D.
Che cosa è la Correzione? R. La Correzione è quella forma di parlare eh© usiamo
quando trasportati da un oggetto, del quale pure abbiamo detto molto, ci
ritrattiamo, quasi ci paia aver detto poco, ed aggiungiamo cosa di masgior
peso. Così il Sdgaeri nella prima predica del suo Quaresima- le: Toccherà ora a
medi proibirvi quanfo sia grande la presunssione di coloro , che irivono un sol
momento in colpa mortale. Perchè 'presunzione diss' io? audacia, audacia^ COSI
dovea nominarla, se non anzi insensala temerità, E Armida nel Tasso usa di
questa figura parlando a Rinaldo: Vaitene; passa il mar: pugna, trav:ìf?lia;
Slruj^'gi la fede nostra, anch' io t' alTreilo. Che (lieo nostra ? ab non più
mia ! fedele Sono a te solo, idolo mio crudele. Questa figura qualche volta
istà in una parola sola come neir esempio dei Petrarca: Vergine saggia , e del
bel amner una Delle beate ? ergioi prudenti , Anzi la prifna. Qualche volta di
questa figura si vale anche l'im- maginazione, specialmente descrivendo cosa
onde ella è piena di meraviglia; così il Caro: Un'onda, Aliti tifi mar, ebe da
poppa in guisa urtolla ee. Tuttavia la passione se ne vale piìi spesso e con
miglior prO) quando sia usata a tempo e con naturalezza. Della SiMpMeloM* D.
Che cosa è la Sospensione? R, Quando noi siamo altamente commossi al ricor-
dare, 0 al narrare cosa portentosa od atroce, nell^atto del narrarla quasi per
natùrale ribrezzo sospendiamo il discorso: e questo è ciò che si ciiiama figura
di sospeu-siono. Tale è, per esempio , presso Virgilio, quando Enea si fa a
dire ciò che aveva udito alla tomba di Polidoro {Eneid., lib. 3o.): Terlia sed
postquom mnjore haslilia nisu Aggredior, genihusqiie ndversx obluctor orcnce...
Eloquar, an sileom? gemitus ìacrimabilis imo ÀwUiwr /anniilo, el wo» nddiU
feriur ad mire$; • . . RHeiUiDd^ tnoon» Vengo al terzo virgulto , e con più foru
Mentre lo scerpo, e i piedi al anelo appunto, E lo acnoto e lo abarlio (il
dico, o 11 taccio?), Un aoapiroao e lacrimabii anono Dair imo poggio odo che
grida , e dice ec. (Caro.) E il Moni! nella BiuviUiam: Peroccliè dal costoro
empio furore A gittar strascinalo (ahi! parlo o laccio?) De' ribaldi il
capestro al mio Signore, Di man mi cadde l' esecralo laccio. Vi ha di quelli, i
quali sotto il nome di questa forma intendono quell'artifizio, con cui l;Iì
oratori, o i poeti, per destare aspettazione nell' uditore, sogliono tenerlo
incerto su ciò che essi vogliono dire , perchè giunti a significarlo senta egli
il piacere d* una grata sorpresa : ma (juesto artifizio non potrebbe aver luogo
fra le figure di passione; e salvo errore, anziché una forma propria della
passione o della immaginazione, deve essere chia- mata una particolare maniera
di disporre ì concetti, perchè facciano più forte impressione. * HelUi
CTommlrasloiie. D. Che cota è la Cùmunieaaitmef H. È una forma, che si fa
quando l'oratore, inti- mamente persuaso della rettitudine o convenienza della
— 107 — propria opinione , per far conoscere che non si può uscire di quella ,
si volge agli uditori quasi chieda loro consiglio; perchè essendo essi
costretti a dargli quello stesso che l'oratore di per sè f>reDderebbe,
l'orazione acquista piii forza e più efficacia di persuasione. Così Cicerone
neir orazione centra Ver re chiede consiglio ai Giudici: Nuncego not ccnsulo,
judice$ ^qtM mihifadef^ dum putetis : id enim consilii prafeeto taciH dabùis ,
quod ego milii necessario capiendiim inlclligo. « Or io a voi chieggio, 0
giudici, quale cosa a parer voslro m'abbia a fare: e tal consiglio al certo mi
darete tacendo, quale ben IO conosco che necessariamente dovrò prendere. » Il
qual esempio dal Salvini nella sesta orazione fu imi- tato cosi: A voi stessi,
o sapientissimi giudici, chiedo con- siglio; cosa stimate che io debba fare: e
tale certo lo mi darete quale si è quello, che io stesso intenéh di dofoer
prendere necessariamente. Conviene avere riguardo nel- r usare di ({uesta
ligura, perchè se noi non siamo ben sicuri che l' uditore non ci possa dar
altro consiglio da quello che noi vogliamo , ella non si deve usare mai, e
metterebbe assai male volerne fuor di tempo far uso. Della Personiflcaslone. D.
Che cosa è la Personificasdcnef ^ B. La Personifìcasione , che i Greci
clrìamarono pro- sopopea, è una forma per la quale si da senso, vita, discorso
alle cose inanimate: conciossiachè , quando la passione è molto forte, si
riscalda V immaginazione, e le porta innanzi quasi vive e vere quelle cose ohe
non esistono che nella mente dell'uomo appassionato. Bella sopra molle è la
personilicazionei per la quale il Tasso Digitized by Google fa che Clorinda
morta si mostri in sogno al disperato Tancredi ^ e lo conforti: £d ecco, in
sogno, di stellala vesle Cinta, gli appur la sospirata amica: Bella assai più;
ma lo splendor celeste L'orna, e non toglie la notizia antica. E con dolce atto
di pietà le meste Luci par cbe gli ascingbi, e così dica: Mira come soa bella e
come lieta, Fedel mio caro ; e in me tuo daolo acqueta. E perchè si veda come
anche gli oratori non meno che i poeti possono trarre profitto da questa forma,
ne recheremo un esempio tolto dalla prima Catilinaria di Marco Tullio: Nunc te
patria, qam commtmis est omnium nostrum ytorens, odit oc metuit, etjam dia te
mhUjudi-- cat ìiisi de parricidio suo cogitare: huius tu neque aucto- ritatem
ver ebere, neque judiciumsequer e, neque vim per- tmesces? qua tecum, CatiUna,
sic agit, et quodammodo tacita loquitur: NtMtm jam tot annos facinus extitit,
nisi per te; nullum flagitium sine te: tibiuni multorum civium neces, libi
veaxUio, direptioque sociorum impunita fuit, oc libera tu non sobm ad
negligendas leges et qtuestio' nes, verum etiam ad evertendas , perfringerandasque
va- luisti. Superiora Illa quondam f erenda non fuerunt; tamen, tUpotuij tuli:
nunc vero, me totam esse in ìnetu pt^opter teuniim;quidquid increpuerit,
CatUinam timere; nuUum videri contrameconsUium tniri posse, quod a tuo scelere
abhorreat, non est ferendum. Quamobrem discede, atque hunc miài timorem eripe;
si verus, ne opprimar;sin fai" $us tit tandem aliquando timere desinam.
ffmc si teeum, ut dixi , patria loquatur, nonne impetrare debeat etiam si vim
adhibere non possil? « Ora la patria, la quale è co- mmie madre di ci8»oan di
noi, ti odia e teme, e già da gran tempo
giudica, che tu d'allro non pensi che dei parricidio di lei. £ tu non vuoi
dubitare dell' autoritb .di questa, né seguire il giudizio, nè temer la forza?
La quale, o Gatilina, si volge a te, ecos\ tacitamente par- . la: Non fu mai
senza le fatta malvagitli alcuna, ninna scelleraggine senza di te: a te fu
lasciata impunita c libera V uccisione de' cittadini, l 'afflizione, la rapina
di tutte le cose: tu non solo hai avuto forza di sprezzar le leggi, ma anco
distruggerle e ruinarle. Le cose più in- nanzi, ancora che elle non fossero da
tollerarsi, nondi- meno le sopportai come ho potuto; ora non è da sop- portar
che io sia tutta in paura per te solo; che io tema Catilina in ogni rumore; che
io veggia che non si può fare alcun consiglio centra di me , che sia lontano
dalia tua scelleraggine. Laonde pàrtiti, campami di questa . paura : se essa è
vera , acciocché io non sia oppressa ; se falsa, acciocché una volta cessi di
temere. Se ciò la pa- tria, come io dissi, ti dicesse, non dovrebbe ella in-
petrarlo ancora che non potesse usar la forza? » (Dolce.) 1 retori insegnano
che la Personificazione ha tre gradi: il primo dei quali consiste nel dare alle
cose inanimate qualità che sono proprie delle ammate; co- me ad esempio: Ridono
per le piaggio erbette e fiori, come disse il Petrarca; e Dante: Lo bel
pianeta, che ad amar conforta , Faceva rider tutto T Ofieote. Questo grado
tuttavia è sì tenue^ che va facilmente confuso colla Metafora. Il secondo grado
è quando alle cose inanimate si dà atti e voci non altrimenti che alle animate.
Cicerone volendo dire che aleuna volta le Jeggi permettono che un uomo uccida
un uomo a pro- pria dilesa, si esprime per questo modo: Aliquamio già- . dkii
adoecidendim hominm aft ipsis parrigùur legibus. « Alcuna volta dalle stesse
leggi ti è posta in mano la spada per uccidere un uomo. » Secondo la cjuale
espres- sione le leggi si mostrano in atto di offrire la spada al* IMnnooente
assalito. Nè differente è il modo, con cui Virgilio personifica la Natura nelF
atto che Didone si restringe nella spelonca agi' infausti imenei con Enea: .
Prima et Teìlus, et pronuba Juno * Dont fignum; fulsere ignest et comciut
cether 6onnubiiSt summoque ulularunt vertice Nymphx, Il terzo e più alto grado
è quando cose inanimate sono introdotte non solo a sentire ed operare, ma
ezian- dio a parlare ed udire, non altrimenti che se avessero , anima e vita.
Questo è sicuramente il sommo della Per- sonificazione. Esempi ne danno i poeti
e gli oratori: a noi piace prenderne uno in prima dalle Sacre Carte. Ge- remia
prega Iddio a cessare i suoi flagelli contro il po- polo eletto. Egli pieno di
passione coisiì enfaticamente si esprime: 0 spada del Signore, e fino a quando
non ripo- serai? entra nella tua vagina, rinfrescati, e taci. Tenera è la
prosopopea che si legge nel Tasso , quando un guer- riero danese narrando a
Goffredo la morte di Sveno suo re, e la sconfitta di tutti i suoi, per
prevenire la taccia •d' essere egli vilmente iuggito, dice così : Voi cliiamo
in leslimonio, o del mìo caro Signor sangue ben sparso c nobiTossa, Ch'allor
non fui delia mia vita avaro Nò schivai ferro, nò schivai percossa; E se
piacili lo pur fosse là sopra di' io vi morissi » il meriui eoo Topra. — 11
quale luogo è maravigliosamente imitato da quello di Virgilio [Eneid.j lib. 2,
v. Iliaci cineres , et (lammn cxtrema Tettar, in occasu vestro, ne^ Yitavisse
vices Danauin, ti Ut caderem, meruissr inrin oViini 0 ceneri de 'miei! falorui
ffvlp Voi, che nel vostro ceca ^ » . ^ .iM:hio alcuno Non rifiutai né d'arme,
nè di foco, Nè di qual fosse incontro, nè di quanti Ne facessero i Greci: e se
'1 Fato era Ch'io dovessi cader, caduto fòra: Tal ne feci opra. (Caro) A questa
Ogura appartiene ancora la Canzone del Petrarca, che incomincia: Chiare,
fresche, e dolci acque. Tutte le forti passioni nel loro impeto escono facil-
mente in questa forma di favellare, e facilmente si può osservare che nelle
grandi commozioni noi parlia- mo indifferentemente ai presenti, ai lontani,
alle cose animate e alle inanimate. Conviene però due cose avvertire: Che
questa forma non deve essere pro- lungata, a segno che ella segua la passione
anche quando indebolisce, perchè allora perde ogni buon effetto; 2* Che non si
personifichino mai cose che non abbiano in sè dignilh ed interesse. 11 far
parlare un defunto può avere dignità, non cos\ il far parlare le sue vesti o le
sue armi. Dell* Apostrofe. D. Che cosa è l' Apostrofe? 7?. L' Apostrofe è un
modo che tiene molto al 2" grado della prosopopea , e si fa allora quando
noi volgiamo il discorso a persona o estinta o lontana , come s' ella fosse
viva o^pcescnte. Bellissimo è V esempio che ce ne porce Vi/gilio nel 2*^ libro
delT Eneide : . . ^^m. ereunt Ihjyamsque , Dymasque, CoTìpT^ !i(jvuii ; nac. te
tua plurima y Panlheu, ì.nbenlom pietas, nec AppQÌlinis iufula texit, .. ed
lMa»<^ e Dimanie Caddjìro an(^««sK e qiiesli , oimè ! trafiUi Per la man pur
de' nostri. E Ui, pietoso Pnnlo, cadesli; e la lua (;ran piclale , E Pinfiila
santissima d'Apollo In ciò nulla li valse. (Caro) Nè meno bella è l'apostrofe
del Casa alle anime dei trapassati , nell'orazione a Carlo V: 0 gloriose , o hm
natCf 0 bene avventurose anime, che nella pericolosa ed aspira guerra della
Magna seguiste il duca , e di sua mi- lizia foste , e le quali per la gloria e
per la salute di Ce- sare i vostri corpi abbandonando , e alla tedesca fierezza
del proprio sangue, e di quel di lei, tinti lasciandoli, dalle fatiche e dalle
miserie del mondo vi dipartiste, vedete voi ora in che dolente slato il vostro
signore è posto, Nè meno bella è 1' apostrofe che leggiamo nella predica del
Se- gneri , in cui egli , dopo avere mostrato a quale estremo di miseria era
giunto Sansone , a lui volge un discorso di tal tenore: Oh Sansone , Sansone, e
dov' è ora quella virtù che rendevati sì temuto? quella virtù, dico ^ con cui
ti spezzavi d^ attorno i lacci di nervo, quasi fossero stoppe mostrate al
fuoco; e ti recavi in collo le porte della città, quasi fossero bronzi dipinti
in tela? Non sei tu quegli, che sfidavi a lottar teco ì lioni , e ne lasciavi i
cadaveri in preda alle api? Non sei tu, che fugavi gì interi po- poli? Non sei
tu , che spiantavi gV interi campi? E mne dunque i cagnuoUm si forno ora beffe
di te co' jor.. lairaH, e a te non dà pur V animo di acehetorli? Ognu-> no
di per sè conosce che questa figura dimanda uno sforzo di passione nello
scrittore, d' immaginazione nei lettori f meno dell' antecedente : tuttavia si
deve usarne con parsimonia assai. Ella è soggetta alle stesse leggi della
Prosopopea. • Bollii 'VIoioM* • D. Che cosa è la Vistone? /?. La Visione, anche
chiamata dai retori immagi- nazione o descrizione, è una figura che si fa
descrivendo le cose lontane , passate , future, le quali al presente non sono,
come s'elle fossero presenti. Gli oratori n' usano volentieri comedi mezzo
eOicace a,persuadere, pevoochè descrivendo come presenti i mali elie potreb-
bero venire in conseguenza di un eatlivo consiglio, essi allontanano gli
uditori dal prenderlo. Così Cicerone per persuadere i Homani a combattere
Catilina, nella 4» Ca- tilinaria, descrive* i mali die ne verrebbero se colui
trionfasse: Videor m&i hanc wrbein videre, htcem orbis terrarum , atque
arcem omnium genthim^ subito uno in- cendio concidentem: cerno animo sepolta in
patria mise- ree atque insepiuUoe acervos civnm; versatur mihi ante octdos aspecius
Celhegi et furor in vestra cade baccani tis.„. « Sembrami di mirare questa
cittb, splendore del mondo, e rócca di tante nazioni , da universale incendio
improvvisamente distrutta; in mio pensiero già veggo nella sepolta patria gli
ammuccluati cadaveri de' miseri cittadini insepolti: stammi dinanzi agli occhi
l'aspetto di Cetego , che infuria e gavazza nella sua carnificina. (Gantova.)
Yale ancora per dare più rilievo alle cose, che nella 8 Digitized by Google
passione vogliamo imprtmere nelP animo del leltori. — II Botta, nella Storia
d'Italia, dopo avere narrate le in- sidie e la rovina della più illustre tra le
italiane repub- bliche, quasi profetando si fa a dire: Cosi pet^ Vene- )stà:
Ora'quando si dirà Veneìsia, ^intenderà di Venesià serva: e tempo verrà , e
forse ìion è lontano , in cui quando si dirà Venessia, s* intenderà dirottami,
e.d' alghe mari- ne, là dove sargevm una ciUà magnifica, maraviglia del mondo.
Tali sono le opere Bonapartiane. (Lib. 12^ infine.) Con questa istessa fìgura
anche il FUicaja chiude mera- vigliosamente la sua bella Canzone per Y assedio
di Vienna: Ma sento* o seDlir parmì , Sacro fiiror, che di sè m' empie : nlite
« Udite , 0 voi , che r arme ^ Per Bio dogete : al trHMinai di Cristo Già
deoisa i» prò foatro è la gran Hle. Al glorioso acqaisto Sa su prooU movete: in
lieto carme Tra voi canta ogni tromba « E trionfo predice. Ite» abbattete»
Dissipate , stroggete Quegli empj , e1* latro al tinto atool 0a tomba. D*alti
applausi rimbomba La terra omai : cbc più tardate? aperta li già la strada , e
la vittoria è ceru. Per condurre con buon effetto questa figura due cose SODO
necessarie: 4^ sapere scegliere circostanze vere^) e tratteggiarie con verità ;
non tentare mai questa fìgura, se non quando la passione è vivamente accesa non
meno nel dicitore, che in quelli che lo ascoi* taAO. — — Caf. XI. dlie MM «I dteve mm mmwm» ^ tetom*
I*ìim del liiiiriiiiM»t« figurato^ e se sia da antepoml il linsuass^^ semplice
e pro- D. sempre bello e lodevole il linguaggio figurato? /?. Se richiamerete a
mente ciò che fu detto, iiJin- guaggio figurato essere proprio delle
eominozioni della taitasia e di quelle delP affetto , troverete cbe egli sarà
sempre bello e lodevole , quando sia usato convenien- temeote. La passione
adunque avendo come suoi prò- pij quel modi e quelle forme che abUamo accennate
, esse saranno sempre un abbellimento non solo , ma un necessario colorito per
ben ritrarre le perturbazioni del- l' animo. £ così si dica delle forme proprie
deir imma- gìnasione. Conviene però che queste forme , qualunque siano, nascano
naturalmente, perchè se sono introdotte con arte scoperta non hanno alcun buon
elTetto; anzi raffreddano e guastano il discorso. D. È egli vero ciò che
ineegnanQ alcuni, U senqdice linguaggio servire alia passione? R. Se bene si
esamina la natura della passione , pare cbe questo non sia : perocché le
agitazioni del-- r animo non si manifestano mai nel modo stesso in cui la
ragione tranquilla espone i suoi pensieri. La ragione ha sempre delle forme sue
proprie , e in quella guisa che agli atti ed alle sembianze del volto tu leggi
nel- r uomo V affetto da cui è dominato tanto , che le sem- bianze d' un uomo
tranquillo non sono mai consomiglianti a quelle dell' aomo agitato da poterle
confondere , coflii la passione si esprìme sempre nel suo proprio lin- guaggio,
talché debba dirsi eh' ella non può mostrarsi nel discorso se non per mezzo di
quelle forme e figure che le sono proprìe. Che se una volta leggiamo com-
moventi luoghi negli scrittori, e senza che essi usino figure ci commovono e ci
traggono le lagrime dagli occhi, non è però da dirsi che la semplicità del
linguag- gio serva egualmente a rappresentar^ la passione. E deve osservarsi che
i luoghi ps^etici espressi in istile non figurato non sono altro che narrativi.
Or bene , narrare V altrui passione si può senza essere in pas- sione , e
perciò a descrivere o iiarrare le altrui per- turbazioni lo stile semplice
della ragione è sufficiente. * Osserviamo però che nei processo della
narrazione , se avviene che il narratore un poco s' infiammi , alisi sem-
plicltè dei modi usati da prima succedcmo facilmente le forme e i colori della
passione. .D. Come si mostra, per esempio, cìie lo stile sem^ plice non può mai
essere proprio deUa passione? R. Egli è ben facile mostrare questa verità. Se
noi ci facciamo ad analizzare neoclassici queMuoghi che piU ci commovono , noi
troveremo sempre che ove la passione è descrìtta , « non mostrala in atto , il
lin- guaggio tenuto dallo scrittore è sempre il semplice: ove poi esca in
iscena T uomo appassionato , allora ha luogo naturalmente il linguaggio
figurato. Compassio- nevole è il tratto nel quale il Tasso oi descrive la morte
di Clorinda ; un bel pallore ba il bianco volto asperso, Come a gigli sarian
miste viole: E gli occhi al cielo affissa; e in lei converso. Sembra per la
pietale il cielo e '1 sole : £, la man nuda e fredda alzando verso Il
cavaliero, in vece di parole Gli dà pegno di pace. In questa forma Passa la
bella donna, e par che dorma. Quale maggiore semplicith di stile poteva egli il
poeta usare per ritrarre una scena tanto commovente? Qui non vi è certo alcuna
di quelle forme che costitui- scono il linguaggio proprio della passione. E questo
è latto perchè il poeta narra in persona propria , non mette in atto la
passione. Ben altro modo egli tiene quando introduce a parlar Tancredi : Io
vivo? So spiro ancora? e gli odiosi Rai miro ancor di qaest' infausto die? ' DI
tesUmon de* miei mitftittl ascosi. Che rimprovera a me le colpe mie! Aliil maa
timida e lenta, or dbè non osi Tu , che sai tutte del ferir le vie , Tu
ministra di morie empia ed infame. Di questa vita rea troncar lo stame ? Dalle
qunli cose pare chiaro, il linguaggio semplice appartenere alla tranquilla
ragione, la passione e la immaginazione avere quelle forme particolari, delle
quali abbastanza si è parlato; le quali, ove siano na- turalmente e
spontaneamente introdotte, renderanno sempre piU efficace lo stile. ' D.
Cùmepuò dirsi che serve aW eleganza tmo delie forme di fmrbire prodoUe dalla
fantasia e dalla passione? R. Perchò solo per mezzo di queste il linguaggio
assume quel carattere che è proprio e naturale all' uo- mo, quando egli è
trasportato dalla fantasia o dalla passione a modo, che, noa usando queste
forme, il di- scorso non può avere queir efficacia che deve ; e man- cando di
questa, non può ottenere il diletto, che è il Digitized by Google — 118 - fine
principale ohe dall' elegansa si ricerca. E però queste forme bene usate sono
un principio perenne di quel diletto, che nasce neg}i animi dalF imitazione
della passione o delie diverse commozioni della mente, alle quali esse danno
servire. Si badi però che se non sono usate con naturalezza, esse, anziché
produrre diletto, generano, come sì disse, fastidio e noia. D. l>Dpo aver
parbUa delle figure come principio //' eleganza, di che altro ci reeta a dire?
R, Se bene ricordate ciò che fu detto al fine del sesto Capitolo, troverete che
ci resta a discorrere d' al- tre cose, cioè dei concetti, e delie sentenze, le
quali, me- glio che ogni altra forma, possono dirsi proprie del lin- guaggio
della tranquilla ragione, che è il terzo modo di favella dato dalla natura agli
uomini. Di queste cose noi brevemente verremo qui appresso ragionando. He! C e
m c etlà e 4«ile Sm^mw* D. Che cosa sono i Concetti? R, I concetti sono certe
proposizioni, le quali, giua- gendo nuove ed inaspettate e in brevi parole al
lettore, gli recano meraviglia e piacere. Di questi ve ne ha di più specie: alcuni
sono gravi, altri piacevoli ; piacevoli sono quelli che recano colla novità e
colla sorpresa aU cun diletto ; gravi sono quelli che arrecano meraviglia, e
fanno concepire idee grandi e sabUmi. DegU uni e degli altri diremo alcun poco.
Che cosa è a dire dei Concetti piacevoli? Il concetto piacevole nasce dall'
unire insieme alenile idee fra bro discrepanti, a modo però che la cognìsione
loro ben ri convenga alla cosa della quale vogliamo parlare. Come, ad esempio,
chi volesse formare la figura di un soldato noto per la sua viltà, e che, fat*
ione il ritratto, gli pcMMSse gambe e piò di cervo , che altro vorrebbe,
signifiòare con dò se non che egli è piti presto allo fuga che alla battaglia?
Vedete adunque cht^ il piacevole di questo concetto istà neir unire due idee
che discordano tra loro, qnal ò la forma umana e la fe- rina, le quali però,
nella discordanza loro, amendae convengono ad una terza idea , cioè a quella di
un sol- dato vile. Per molti modi si possono formare questi con- cetti : prima
neir imitazione degli atti , poi nell' imita- zione dei costumi, quindi nelF
equivoco. Neir imitazione degli atti, come sarebbe qualora parlando di una per-
sona si accennasse e descrivesse alcun atto suo proprio a modo, che per quella
toàse dagli uditori vivamente raffigurata. Imitazione dé( costumi poi è quando
con traf-^ facendo, descrivendo i costumi di alcuno, se ne richiama vivamente V
idea. Per equivoco ìnGne, quando si usano parole che possono servire a doppio
senso, carne sarebbe questo : Ciò che egli ha non è suo ; che può significare
tanto che non è suo perchè ne fa parte a tutti, quanto perohò P ha rubato.
Bfadi questi, che ridevoli, meglio che piacevoli concetti hannori a dire, molti
escono dalla metafora, dall' iperbole e dai contrarj. Non è da noi parlarne
lungamente, e meglio ci giova parlare dei gravi, de* quali P oratore o il poeta
fanno piti frequente^ uso. D. Dite adunque dei Concetti gram, H. Concetti gravi
si dicono quelle proposizioni, che Digitized by — 120 — richiamatido em brevi
parole o un' ìramagioe inaspet- tata e grandiosa, o l'idea di alcuna potenza
che sor- prende r immaginazione^ occupano ad un tratto la nostra mente, e la
riempiono di meraviglioao diletto. Lucano, descrivendo il tragitto che Cesare
fa sovra piccola bar- chetta in mare fortunoso, e mostrando la paura dei
piloto, arresta V attenzione del lettore con questo con- cetto, col quale
Cesare stesso rincuora il pauroso noc- chiero : Quid Unmf CcBsanm vehis. Nè men
belio è V altro concetto pur di Lucano, col quale innalza Catone vinto sopra
Cesare vincitore, e sopra gli Dei : Yi9irw 9auM JOUtplaeutt, Hd vieta Caioni.
Anche i' Alfieri neir Ottavia magnificamente fa cono- scere con un concetto la
pace essere il sommo bene dei regnanti : Seruea. Sigsor del mondo , a te cbe
manca ? Nerone» • Pace. Tutti questi concetti, come ognun vede, aggiungono
gravitèi al discorso e destano meraviglia. Esaminiamo il priipo. Lucano ,
dicendo — Non temere^ perchè trasporti Ce- sare, — richiama al pensiero V
ardimento e la fortuna di queir imperterrito figlio della vittoria, e quasi ti
viene a dire : Non temere ; chè neppure gli elementi hanno po- tenza sopra di
ine; dal quale grandioso pensiero non può non rimanere sopraffatta e compresa
da meraviglia la mente. Altri gravi concetti vi sono, ai quali meglio conviene
il nome di sublimi , perchè ci recano innanzi idee grandi oltre T usato, e
quasi fuori deli' umano in- 121 4» telletlo. Tale ad esempio è qaello di Mosè
nel Genesi, quando ec^li doscrive Iddio in atto di creare, e dice: FicU luXf et
facta est lux; conciossiachò appena uscito il comando, non solo senza frappor
tempo si compie, ma è pienamente compito néìV atto del comando istesso.
Perlochè la mente resta meravigliata, non meno della potenza creatrice, che
delia rapidità della creazione. £ pure meravigltoso quel luogo di Omero , in
cui descrive Giove che alF inchinar del capo fa tremar tutto l'Olimpo, perchè
con questo concetto ci dà idea deli' immensa po- tenza del Re degli Dei : i
neri Sopraccìgli inchinò. Su V immorlale Capo del Sire le divine cliiome
Ondeggiaro, e tremonoe il vaslo Olimpo. D. Che dee avvertirsi intorno ai
Concetti? II. Che questi vogliono essere usati a tempo e a luogo per produrre
buon elTetto, e non devono parere guidati dall' arte nelle sorìtture, ma,
naturalmente ve- nuti. Devesi anche guardare ohe non appai4aeano troppo
studiati ed ingegnosi, e che bene si confacciano alla ma- teria, alle persone,
al carattere della scrittura. Molti scrittori, credendo di aggiungere bellessa
per mezzo dei conoetti alle scritture loro; le hanno rese Tiziose e fredde, e
noi Italiani dall'abuso del concettare dobbiamo ripetere le stranezze che
dominarono l'eloquenza e la poesia nel secolo XVIL D. Che eosasi puà dire della
Seniensa? R. La sentenza è una verità morale universalmente cognita , espressa
in brevi parole, perchè sia facile com- prenderla e tenerla a mente. Blla ò di
mirabile orna- mento alle scritture, dando aria di molta gravità, e nobilitando
T elocuzione ueli' atto stesso in cui consola Digitized by Google la melile di
qualche sano dettato, che ella facilmente trae dalla sentenza. Ecco alcuni
esempj di sentenze : Priusquam recìpias consulto^ et ubi consulueris ma- ture,
opus est facto. Regibus boni quam mali suspecUores sufU. CwiJtmptofr (mmu$ ^
siperbia comune nobilitatis malum. Concordia panxB res crescunt; discordia
maxima: dtiabuntur. (Sallustio.) La fede unqua non deve esser corrotta, 0 data
a un solo o data insieme a mille. (Ariosto.) in breve spàzio anco si placa
Femmina, cosa mobil per mUura. ( Tasso. ) Miser chi mal oprando si confida Che
ognoi* star debba il malefi:iio occulto. (Ariosto.) Ma sebbene le sentenae
giovino assai ad ogni ge- nere 'di scritture, non si convengono a tutti
egualmente. Le opere morali , storiche , politiche, ne usano più spesso e in
modo diverso che non fanno gli oratori. Infatto la sentenza oratoria apiega
sempre maggior pompa che non la isterica e la filosofica. Perchè il carattere
dello stile deve essere diverso in questo diverso genere di scrittura. Anche i
poeti variamente ne usano, secondo- diè è vario il genere di poesia a cui si
danno. U Tragi* co,rEpico, il Urico, amano tutti piti o meno quest* or- namento
, ma per diverso modo se ne valgono, secon- dochè porla il carattere della
poesia. Ma delia conve- niensa e de' caratteri dello, stile si dirà altrove.
Ora ci basti soltanto afibrraare che la sentensa è lume bellis* Simo di ogni
genere di scrittura , quando con parsimo* - 118 — nia sia adoperata , perchè
facendone abuso stanca i let- tori , e dà aria di pedanteria allo scritto. Qual
è il quinto elemento dell* eleganza? R, La varietà, per opera della quale ua
solo con- cetto può in diverse guise offerirsi alla mente, sema aver d' uopo di
ripeterlo nelle stesse parole. Egli è certo che^ come è cagione di noia il
ripetere sempre le stesse cose neUe medesime forme, il variarle è cagìene d'
in- finita vaghezza. Ossiachè fra le umane proprietà vi sia qucsla di stancarsi
presto anche delle cose buone, al- lorché sono senza varietà ripetute ^
ossiachè la natura abbia voluto per questa guisa disporre 1' uomO| aocioe- chè
esercitando il proprio ingegno non solo tramasse modo da cessare la noia, ma da
moltiplicare il diletto, latto sta che V eleganza dei dire in gran parte
dipende dalla varietà. Ma per potere far uso di questa ed es- sere vario nel
dire, conviene (come avverte il Pallavi- cino) aver gran dovizia, cioè gran
perizia, di tutte le voci e di tutte le forme usate da' buoni autori, a line di
poter prontamente spenderle^ or una or altra, che siano di pari valuta, cioè
atte ali* espressione del me- desimo oggetto. D. Per quanti modi può ottenersi
la Varietà? R. Noi crediamo, che per sei modi principalmen- te: in primo luogo,
quando ci accada di dover nomi- nare replicatamente una persona o un oggetto, e
per Oigitized fuggir noia siamo costretti a variare le forme del dire, allora
giova ricorrere alle parole sinonime. Se avviene di dover nominare, ad esempio,
piti volte la parola t;ta^ si potrk dire alcuna volta strada, alcuna catte,
altra sentiero, altra cammino. Perocché tutte queste voci ti rendono una
immagine stessa. Così Virgilio: Pertfe moda, eiqtmU dacit vii dirige gressom.
Corripuere viam interea qua semita monslrat, È però da avvertire die non può
Uberamente usarsi una per F altra parola, ma conviene badare che nel- r idea
accessoria , la quale si congiunge in ogni parola ' ali' idea principale , e fa
che V una parola sia veramente diversa gosa dali* altra , non vi abbia tale
differensa che offenda: starà bene, che per non ripetere la voce ca- vallOf tu
usi la parola destriero, e forse anche palare freno, ma non istà che tu usi
roxxa o rmxmù, perdiè queste due ultime voci darebbero un vilissimo carat- tere
al tuo cavallo, e lo farebbero assai diverso da quello che gli ò infatto , o
sìa destriero, o sia palO" fìreno* D. Qual è il seconde luogo ende sipiiò
deriwxre va- rietà alle scritture? R. Egli è quello di condurre V uditore quasi
per diversa via alla conoscenza d*uno istesso oggetto , o recare alla mente
varie immagini che indirettamente rappresentano lo stesso. Noi possiamo per diverse
guise rappresentare una cosa, senza aver d^uopo di accen- ' narla col vocabolo
proprio; la qual cosa costituisce ciò che i retori chiamano amplificazione. Può
dunque un oggetto mostrarsi enumerando le parti di cui è com- posto, come fe'
Orazio nelF Ode 4^ del libro 3<»,,il quale L^ yi i^uu Ly per nominar Gioye
si vatoe di questa enomeratiofie di parti: $eimui f ui impiot Tilanoi,
immanemque iurbam FuhnUu mÈiIulirit mdmo» Qui terram inertem, qui mare temperai
VenioBum, et wrhei et regna trittia: Diimquet mortaleigue turbai Imperio regtt
mu$ aquo, Snppiam come Daccò I' ardir ribelle, E fulminando delia lerra i figli
Precipitò r immane ed empio sluolo. Il Dio, che al pigro suolo, al mar veoloso.
Ai regni bai dà legge , £, giusto ei solo, aomiai e Dei corregge. (COLOMETTJ.)
Altra volta un oggetto si può nominare, o per quelle circostanze che lo
precedono, o per quelle che lo accompagnano e lo seguono; le quali drcoslanze
dai re- tori sono chiamate aggiunte. Per questo modo il Poli- ziano descrive la
primavera: Zefiro gi^ di bel fioreUi adorno Avea da'moDti lolla ogni praioa;
Afea faUo al suo nido già ritorno La stanca rondinella peregrina : Aisonava la
selva intomo intorno Soavemente atr(U^ mattutina , K l'ingegnosa pecchia al
primo albore Giva predando or l' uno or 1' altro fiore. • * (Stanze, C. 1, St.
23.) Dalle cause ancora si può aver modo di presentare un oggetto egualmente
che dagli effetti, e così dalla specie e dal genere. Colui adunque, il quale
più volte debba accennare un oggetto, potrà conseguire la dote della varietà ,
ove lo mostri ora enumerandone le parti. OigHized ora accennandolo pe'siioi
a^teoedenli, ora pei oonse* guanti , or dalle cause che lo producono , ora
dagli ef- fetti che lo seguono, ora dal genere acni appartiene, ora dalla
speoie, e vìa Tìa» Pe' suoi effetti Dante meravigliosamente nominò la sera, dicendo:
Ers già r ora, che volge il desio A' navigtiiti, • loteoerìaee il cuore Lo dì ,
che fasn detto ai dolci amici addio; E che lo nuovo peregrin d'amore Punge* se
ode squilla di lontano Che paia il giorno pianger* che si muore. Con quanti
diversi modi Orazio disse sempre variamente che l'uomo deve morire! Vedetene
alcuni che ora mi vengono a mano: VìUb tumma trevk ^em no* velai ìnehoare
Umgam, Si domut Mttìtf PlNtonfo. — Pallida mori asquo puUat pede Pauperum
tabernas, Regumque turres. Omne9 eodem
cogimur: omnium Venatur urna, serius, ocius, ' Son exitura et not in CRlernum
EaiUum impotUun 6ym6<B. — «fida, teilieei amnibw, Quieumque terrm munen
vetdmvr, Smvlgandtt, Wne regei, Siv€ inopet erimui eohni, — JEqua telltis
Pauperi recluditur, regumque pueris, — Nos ubi decidimus Quo pius Eneas, quo
Tullut divei, et Àncus ; Pulvis, et umbra sumus. Debemur morti nos no9traque,
MèrtaUa fuiOr peribmU, Da questi esempj saranno, se non erro, confermate le
cose che furono esposte più sopra , e però ci basti il detto. D. QualèU
t&rs» mudo (f indurre varietà nel di'- selo? R. S'induce varietà nel
discorso ogni qual volta, invece di nominare una cosa, ne rechiamo la
defìnizio- ne, 0 Y aooenmanio per perifrasi. Cosi , ad esempio, in- yece di
nominare il Sde, Dante disse: Lo mioistro maggior delia natura; e altrove: Il
Pianeta Che mena dritto altrai per ogni calle. E Virgilio, per nominare Giove,
disse: Patir AoflitiiiMi olfiie De4tnm. Orazio poi, invece di nominare la
Fortuna, la definisce così: 0 IMm» enlum qum reqk Ànimm, Prmm» «el Ima télkn de
eradu Mwtale eofjM»» 9él utperboi Vertere flmeritue triumphoi etc ^ (Ub. lo,
Ode 350 « 0 d' Anzio alnia reina, Diva, se vuoi, possente Di levar qual più
cadde in alto loco; ^ E la gloria divina Del trionfo, repente Scambiar con ie
gramaglie io fiero giuoco ec. ( Cesari. ) D. Accennate gli altri tre modi^ onde
si ottiene va- rielà, R. Il quarto modo è questo, di usare promiscua- mente la
significazione attiva e passiva dei verbi; cos\, Digitized by Google ad
esempio, potrai dire: Virgilio ÌDsegnò Varie di col- tivare i campi; — e potrai
egualmente dire: Da Vir- gilio fu
insegnata l'arte di coltivare i campi. — Il 5<> modo è r uflo del
negativo ìq luogo del positivo, desi ia* vece di dire « questa cosa è bella, »
potrai dire « non vi è cosa altra più bella; » invece di dire <r qui è pace
, » potrai dire « qui non è guerra. » li ed ultimo modo poi sta nell'uso del
parlar metaforico, figurato. Abbiamo detto di questo abbondantemente, sicché
ora ci basti ricordare, che l'uso della metafora e dei tropi serve mirabilmente
alla varieté; é^lMr-tnezzo di questa fiori- scono di eleganza e di diletto le
scritture. D. Dopo avere esaminati i cinque fonti dell' eleganza, resta egli
altro a dire? R. Resta a parlare di due cose importantissime, per mezzo delle
quali Fumano discorso meglio sMnsi- nua nell'animo, e vi fa una forza maggiore.
Queste sono l'armonia e la collocazione delie parole. Non creda alcuno, che qui
si voglia parlare di quell'armonia, della quale gib si disse al Capitolo quarto,
di quella cioè, che non altro si propone che la dilettazione degli orecchi; nè
che si voglia trattare di quella collocazione di parole, che è subordinata alle
leggi dei Grammatici. Noi qui intendiamo parlare dell'armonìa, la quale imita
suoni, movimenti , affetti; edi quella collocazione delle parole, per la quale
il discorso acquista maggiore potenza. L'una e l'altra daranno soggetto ai due
se- guenti Capìtoli. Digitized by Google D. Che cosa intendete per Armonia
imitativa? R, Qoel 8H0D0 d<^ce ed aggradevole del dìiworso, il quale
modifica per sì fatto modo la nostra senstbllitk (la porne vivamente innanzi le
cose sii^iii ficaie. Egli ò certo che con temprando variamente le consonanze,
che possono uscire dalla mesoolanza delle lèttere, noi ab- biamo nella lingua
nostra tanta varietà dì suoni, da poter rendere ed imitare qualunque armonia. E
perciò * disponendo le parole secondo il «nona di quelle cose che noi
vogUafM'rQppreaentare, avremo nelle stesse parole un'armonia somigliante
d'assai a quella che dalle stesse cose ne verrebbe. Nè solamente possiamo noi
imitare i suoni /le grida, ì rumori, ma benanche i movimenti. .Quando noi
osserviamo che una cosa o ò lenta , 0 è rapida al muoversi , possiamo di
leggieri ri- trarne il movimento per mozzo delle parole, facendo che elleno si
succedano o tarde o preste o impedite, se- condochè porta Y imitazione di ciò
che ci proponiamo. E che ciò sia vero si mostra facilmente per gli esempj, de'
quali abbiamo grande copia i^iUlassicij Non si creda però di potere ad ognifiaaso
o ad ogni* loogo usare del- l' armonia imitativa , cbè rado ne è Y uso, e non ò
buono se non è spontaneo. Gli autori classici, credo io, hanno imitato per
mezzo, dell'' armonia senza por mente alle leggi, nè air ahte, ma*coadietti
solbaBto-dair immagina- zione, o dal cuore. E cos\ dobbiamo fare noi; e mai
farebbe chi proponesse a sè stesso di voler imitare per ' questo modo in uu
luoga, e in un ailro> e pHma d' es- 9 é sere trasportato daU'. affetto o dalla
fantasia formasse il pensiero d* imitare quel suono, quel mofviniento, quel
grido. La sua imitazione riescirebbe affettata, fredda, senza grazia. La natura
d deve spingere di per sò stessa all'arte, e V arte non deve che secondar la
natura. Ma vediamo negli esempj de* Glassici la imitazione prima delle grida,
poi de* suoni, indi dei rumori e dei movi- mantL ladlABlone di (rida Infernali.
Quivi sospiri , pianti ed alti guai Risonavan per V aer senza stelle» Perch'io al
cominciar ne iagrimai. niverse lingue, orribili favelle, Parola di dolore,
acoeoli d' ira , Voci alle e fioche, e suod di man eoa elle» Fioevano «n
innraUo , il qnal a* aggira Sempre la qnoll' aria senza tempo tiala» Come la ma
quando li turbo spira. (Dantb.) £ il Tasso ci fa sentire il suono delia tromba
infernale in questa meravigliosa ottava : Chiama gli abitator deir ombre eterne
Il rauco suon della tartarea tomba: Treman le spaziose atre caverne , £ r aèr
cieco a quel romor rimbomba: Nè stridendo così dalle superne Regioni del cielo
il folgor piomba, Nè sì scossa giammai trema la terra Quando i vapori io aen
gravida serra. £ chi non sente il guaire di una cagaolina , e il rispon- der
dell' eco in questi bei versi dei Panni? aita , aita , Parea dicesse, e dalle
arcate volte A lei r impietoaiu w risposo* Digitized by Google Virgilio ci fa
sentire un confuso di grida in quel verso: LammUii^ gmituque, et fanUn9ù ulMu
Tecla fremimi. Per questo, modo si possono imitare i suoni d' ogni ma- niera «
disponendo le consonarne delle parole a rìtrarlì. Nè solo i suoni, come fu
detto, ma i rumori e le grida, come negli esempj che verremo accennando. L'
impeto e il furore del vento si sente dentro que- sti mirabili versi di Dante:
Non altrimenii fatto che d' un vento Impetuoso per gli avversi ardori , Che
fier la selva, e senza alcun ratlenlo Li rami schianta, abbatte , e porta
fuori; .Dinanzi polveroso va superbo, E fa fuggir le fiere e li paalarL
Virgilio ci fa sentire la prestezza del volar di Mercurio in questo verso: Yùée
«06, «ole, veea Zq^kiroit éi leUre pemiii; e il trottar di un cavallo in quest*
altro: Ovairupedanle pulrem eetUlu putii migiilà MMipiim* Dante ci fa sentire V
afiboiio d' uno, che scampato dal mare, viene alla riva: £ come quei, che con
Iena affannata Uscito fuor del pelago alla riva, Si Tolge ali' acqua perigliosa
, e guata» li cadere di un corpo morto viene espresso a meravH glia in quel di
Dante: fi ouldi, come eorpo mono cade. e lo stramazzare di un bue in quel di
Virgilio^ FroemiAU Ihmi èst. . £ giacché questi due esempj a ciò mi richiamano,
Digitized by Google * tuo' mostrjavì cornisti due poeti epa un'art» stessa ^
senza ricopiarsi 1' un V altro, luuino ollenuto il medesi- mo eilétto. Dante
tentudo basse armonie, e unendo in- sieme cinque bisillabi, per cui V una
parola non si con- catena coir altra , ti fa sentire cotne un Icorpo cade, per^
che a poco a poco gli manca forza al ginocchio e alla persona, onde cade in un
abbandono di morie. Virgilio vi fa sentire il suono della caduta del bue con
quel iho- uosillabo spiccato, e lanciato in fine. 'Gosìoefiè V un poeta,
imitando la caduta d'un corpo, T ha significata per lo scioglimento totale
delie forze; L'altro per lo suono della caduta. Ma sediamo 'agli osempj.
Virgilio ti vuol destarè V impressione' di quel tardo e falicoso moto che fanno
i fabbri ferraj nel battere la mazza, e T ottiene uneodo sillabe iungbe, e
dipronun- sìa alquanto aspra : UH inier u u mà^na vi hnehia toUuni/ * • « Dante
colla medesima arte vi rende sotto gli occhi Cer- bero che malmena gli spiriti:
Graffia gli spìrd, gli scuoia» ed i&qualra. D. Come s' imitano gli.affeUi
coW Armonia? : R. Coir arte stessa, con^^ui sMmitano i suoni e i movimenti.
Egli ò certo che ogniafTetto umano, come ci rende o tardi o. risentiti, o
presti ^o, impetuosi , così si esprime per meuo di siiopi^vooali» i^ijiaji
p<^rt^aoin st^ quelle stesse qualità; cosicché, esaminata la natura le- iiW
alTeiti, osservata la maniera con cui essa si manifc- • sta, noi avremo la
nórma sicura per imitarli. Ponete mente alle esclamasioni^ e trovereté che la
subita rayiglia vi mette improwisament* vn bocca un eh, qualche^ volta un ahj
un iini^rowiso dolgre yìj^a.fofn- pere ia un ahi, uoo stato di sofferenza ia un
eh, una subita paura va m 11/4; # di; qua traeU oh^ le parole composte con
vooaH, sioiìli a quella che è neir esclama- zione, rendono 1' armonia
dimanda'te dell* affetto, che vogliamo imitare. E però V allegrezza e gli alti
affelii si rappresenteranuo i^eglio co' suoui larghi e pieni dell' a, e deiro.
Gli umili affiditi, la tristezza, la malincom'a, coi più miti suoni dell' e, e
dell' i. Le perturbazioni forli e..paui*o^ dell'animo, coi &U0Q9 chiuso c
eupo dell' u» E non crediate ohe tutte quelite i^gole aiauo iaveuzione o
capriccio dei r«rtori , perocfchè elleiio sono nella natura dell'uomo, ed ogni
linguaggio umano ne è piti 0 meno improntato, come potete coiMScere esaminando
.i voca- boli stessi. Sebbenè però quest' arte siaderìrante dalla natura, pure
bisogna usarne con grande parsimonia, e solo quando la forza dell'affetto ci
trasporta natural- mente ad imitarlo. Ora veniamo agli esempj. La piacevolezza
di un luogo, il qttatedh di sua vi- sta diletto, è espìrèssa a meraviglia in
qùeàti versi di Virgilio: . . Devenere lócm léUkt ^ amena vireta ' Fortunatorum
nem§ru9n, MUqw keatag, Latifior hi» fnmptm tUur ti laminé ve^H Purpureo;
iolèmfM ménr; «ita Mtfo mrimt Così regna una dolce quiete ne* seguenti delF
Ariosto , nei quali descrive un luogo ameno: ^ NoD vide nè 'I più bel nè 1 più
giocondo Da luua l'aria ove le penne stese; Nè, se tulio cerciito avesse il
moado, Vedria di ^esto il più geatil paese; . • Ove, dopo an girarsi di gran
tondo. Con Rugger seco il grande augol discese. Colte pianure e delicati colli
, Chiare acquei; ombrose Hpe e pralt mòlli. Vaghi bosctiett! di soavi allori ,
Di palme e amenissime mortelle , Cedri ed aranci eh' »vfM frulli e fiori
CdBtetU il varie forme e tolte htUet Facean riparo ai fervidi calori . De'
giorni «siivi com ior spesse ombrelle; E tra quel rami con sicuri voli OanUiMlo
se ife giano i rosignaoU. (Canio Vi ,otUve9D eil.) Che se ci avvenga di volere
imitare un dolce senti- mento di malinconia, lo potremo per mezzo dell'armo-
nia temperata con auono delicato, e direi quasi flebile. Dante col solo
risuonare delle parole dirette da France- sca a lui mette una dolce tristezza
neir animo: Ma se a conoscer In prima radice Del nostro amor tu bai cotanto
afifello» Farò come colui che piange e dice. Piena pure di dolce malinconia è
la seguente ottava del Tasso: Nou si desiò finché garrir gli augelli Non sentì
lieti , e salatar gli albori , E mormorare il fiume e gli arboscelli, * 0 E con
Tonda scherzar 1' aura e co' fiori. Apre i languidi lumi, e guarda quelli
Alberghi solilarj de* pastori ; E parie voce udir tra T acqua e i rami, Ch^ai
sospiri ed al pianto la ricbiami. Virgilio ci fa sentire il i^anto interrotto
dai singhioizi in questi versi: At non Evandrum polis est vis ulla tenere, Sed
venit in medios; feretro Pallant» repotlo , Procumhil super atque hceret
lacrimansque gemensque. Et via vix tandem voci laxala dolore est. L' allegrezza
ancora ha un suono suo particolare, come ne' seguenti versi: lialiam, Ilaliam,
prìmus conclamat Àcatet; • Ilaliam UbIq tocii clamore salutant; . .À — m — ■ e IO questi del Tasso: Ila,
quando il sol gli aridi campi fiede Con raggi assai ferventi, e in alto sorge,
Ecco apparir Gerusalem si vede, Ecco additar Gerusalem si scorge ; Ecco da
mille voci unitamente Gerusalemme salutar si sente* Lo sdegno si manifesta e s'
imita per mezzo delle armonie in questi versi: UfM Uttrikm eaiUmtia, fhteUtm
tmést* Tmpreeùf, mia onntt, pugnent iptique nepotei» E in quelli di Dante: * Ma
se le mie parole esser den seme, Che fratti infamia al traditor eh* i* rodo» Parlare
e iagrimar vedrai Insfteme. Gosk r Ariosto in quella magnifica similitudine
deE'orsa fa sentire nella diversità delle armonie i due eontraij aflTettiy da
cui la fiera è «gìtata: Come orsa che V alpestre cacciatore Nella pietrosa lana
assaliu abbia , Sia sopra i SgH eoa iaoerio oore, E IrenìfB IneiMNio di pietà e
di rabbia: Ira la invita e oatoral furore A spiegar V ugno e a Insanguinar le
labbia ; Amor la intenerisce, e la ritira A ^nardare ai figli lo meno l' Ira.
(C. XIX.) Confrontate la delicatezza de' suoni del 3», del 7o, e del- l' 8°
verso, e la forza, e T asprezza degli altri; e trove- rete espressi al vivo V
amore e la rabbia. La paura fu espressa a meraviglia in questi yetsi: Et
ca/iyaniem nigra formiditèé lueum, PuUenUi ttmhm BreH, noeimqwB profimélam ; e
in quelli di Dante: lu venni in loco d'ogni luce mulo, Clie mugghia , come fa
mar per lompesUt Se da cootrarj veoti è combauuio; e in quegli altri: Buio (T
inferno , e di i|oUe pviiatii D' ogni' pianeti solto i>over cielo • Con un
facile alternare di armonie esprimono ancora gli affeUi ▼Iraci, e quella
Tsloeitli di •pensieri, che procede dal cuore. £ccoae un esempio in Virgilio :
Juptnvm matm emicat oréeiu lUw in €9perìumi e in quel di Dante: Dunque che è?
perchè, perchè ristai? Perditi lama viltà nei cuore alleile? Perchè anlire, e
franchezza non hai ? Ma basti il detto fin (jui per farvi avvisati che Io
studio delle armonie non deve essere trascurato da uno scrit- tore che voglia
tocpare la perfezione oell' arte. Vedete dagli esempi' che Meravigliosi elisttf
naeoono in. virtU delle armonie imitative. Non per questo, come ho detto
innanzi, dovete voi occuparvi scoperlameule di questo artifizio, perchè ove
tali vagfiezze non entrino sponta- nee nelle scritture , sono senza lode. Vuo^
ancora cho osserviate, che piìi ai poeti clie ai prosatori giovano sì latte
coso, e perciò vedete che gh esempj sono tutti tolti dai poeti. Non è per
questo che il prosatore non debba regolare le armonie a seconda degli afTetii,
ma a lu! giova meglio ricorrere ad altro artiQzio, che è ([uello della
oollocanione delle parole, per la quale acquista più forza l'affetto, più
vivezza la descrizione. Di que- sta diremo nel seguenie Gapilolo. . e la
ileMrlBi4nBe« Della eoUoeMiloM delie parole Hepetto alla éeeevl8loBe« 1).
Comesi può dire che la collocazione delle parole giovi a rendere più efficaùe
ia descrizione? R. Quando fioi sappiatnò olie lè parole sono segni dello idee,
e ohe cpieste idee, assodate che siano nella mente, ritornano innanzi alla
medesima nello stesso or- dine in cui vennero all' anima recate dalle esterne
im- {Nnessiotii, non è difficile a conoscere che l'umano di- scorso deve avere
efScacia tanto maggiore , quanto pid ' neir ordine suo mantiene quell' ordine
stesso, conche le idee entrarono nell' anima; peroccbò allora ò cerio che la
commozione del enore o della fantasia si otterrà ■ • colla stessa efficacia,
con che si ottenne flalle esterne impressioni. E però egli ò certo, che se si
potessero sem- pre ordinar le parole seguitando le idee, ì' umano lin- guaggio
avrebbe tanto piti di potenza e di forza. Ma stc^ come le idee non denno
obbedirè che alle impressioni da cui sono mosse, e il linguaggio è costretto a
h^sgi ben diverse, e meno libere, essendo egli obbligato ad oiy -.^uu Ly UQ ordine di ragioDe) e a forme determioate,
ne con* segue cbe non può andare sempre d! pari passo colle idee. Certo che
quanto più a quell'ordine si avvicina, tanto è più potente sulla fantasia e sul
cuore. Che se cercando dt seguir V ordine delle idee noi perdessimo pregio di
chiarezza , o mostrassimo scoperto V artifizio, cadremmo in due falli
gravissimi, e non avremmo al- cun prò dai l>uoo collocamento delle parole.
Innanzi a tutto adunque, nel collocar le parole^ o le proposiziom (le quali
ognun sa che alle volte si possono anteporre e posporre l' una ali* altra in
più modi), dobbiamo cer- care che non resti offesa la chiarezza , la quale è la
prima e più necessaria dote d' ogni scrittura. Anche si conviene badare che
l'arte non tolga al discorso quella naturale fluidezza , senza la quale il
discorso diviene aspra, e sono toUe quelle grate armonie che aprono la porta
del cuore alle parole. Ma quando, salve la chia* rezza e la naturalezza,
potremo colla permutazione delle parole secondare V ordine delle idee, noi
otterremo che pib pronta e più viva sia la passione, e più visibile la
descrizione. D. Dareste voi un esempio che mostri quanto nella descrizione può
V ordine delle idee? R. Eccolo^ tolto da Daniello Berteli. Descrìve egli alcuni
Etiopi , quali in leggier battelletto si lasdano portar giù dalla corrente del
Nilo. Uditene le parole: Mettonsi un paio di loro chini e quaUi entro un
leggier battMetto:, Vuno. governa, V altro aggotta, e netta parie superkre del
Nilo messiii sul fUo deW ao* qua le si danno a portar già a seconda: e portali
pri- ma dolcemente, come andassero per diporto, poi sem- pre pià affìrettato ,
indi precipitoso per lo velodssiniù tirar che fa ìa corrente, dove il fiume
compresso fra Oigitized by — 139 - gli stretti canali detta montagna tè mSle
ìorcimmH riaih volge per attorno a balzi e scogli che tutto il rompono, e tal
si fa un affrettarsi e correre, che V occhio al seguitarlo aMfogìia. Cosi giunH
alla terHbU face, mnde Umodàil salto e mina nel piamo a piiè della rupe, anche
essi col capo in giù, seco dirupami. Chi li vede precipitar gii^ a piombo cMa
barchetta in piedi, perchè la proda è verso terra, e la poppa diretta incido, e
doto un orrtftib tiro- mazzone in stdV acqua disotto entrar nella voragine, che
ivi apre il fiume colF impeto del cadere, gli ha per ingoiati e immersi: quando
in volger gli occhi li si veggon lonr toni una hmga tratta colà fin dove U NUo
a guisa di from* boia gli scagliò, (Geografia irasporiaia al morale.) Osservate
come Ineemincia : Mettensi m pah di loro. Ed eccovi prima le persone, e il modo
dello sta- re, e il luogo ove stanno. Resta a sapere che facciano, ed ecco che
io prima vi si mostra V un d' essi in atto di reggere il battelletto, l'altro
la atto di gìttare via con mano V acqua che entra nel medesimo. Ma dove si fa
questo, nella parte superiore del Nilo ; come? met- tendosi sul filo deir acqua
; perchè? per lasciarsi portar gid a seconda. Indi vedete il loro andare prima
dolce, poi affrettato, poi precipitoso; e se ne chiedete ragio- ne, vedete che
ciò è perchè il fiume è compresso fra stretti canali, fr^ balzi si rompe; onde
ne viene un affrettarsi, un correre, che vince la vista. Ma che n' è del
battelletto nel gran salto che fanno? Essi col capo ingiù seco dirupami:
pittura vivissima» poiché quel- l'essi ti richiama a mente le persone, delle
quali per lo pericolo in che sono hai maggiore sollecitudine, poi te le mostra
in atto di rovinare, sicché le vedi col capo . in giù. Quel seco ti tien fìssa
l'ìdoa del battcllelto in òhe sono ; col verbo dirupami posto là in fine
termina a ÀeraHrrgtià il dipìnto. Il battelletto vieti giti é piombo irt
pìedfi, nel cadere là pròra s' abbassa, s' àlza la pop- pa, sicché tu vedi la
prora a terra, la poppa in cielo ; e chi dicesse pirima Ih poppa in cielo, la
prora in terra, toglierebbe qùel vero che ha ìé descriiBione, séndo che r
alzarsi della poppa è conseguente dell' abbassarsi della prora; e questa nelT
ordine delle idee è prima della seeondà.'! batcànuòli scendono ctfn esfsò il
Isàttellètto nella voragine , tehe ivi sotto apì-e fl 'flum'è; e chi lì Vede,
li pertsa izih ingoiati e perduti. Volgi gli occhi, e vedili lontani lunga
tratta per l'impeto dell'acqua, che così lungi gli Incagliò a<gufsa di
frombola. Il suono rapido, rotto, impetuoso, della parola scagliò, e l'idea
stessa riservata a questo luogo, pare che osprimanó e la forza e la prestezza e
la lontananza ad un tempo. Ma questa cosi viva descrìtìone ^érde gran parte di
bdlèzàsa e di forza , solo che voi permutiate V ordine delle parole. Se voi dite
, ad esempio : Quando colà dove gli scagliò il Nilo a guisa di frombola li si
veggono lontani ima lunga traUa in volgere gli otchi, avrete soeinata tutta V
evi- denza e la forza a questo luogo, che pure è veramente pittoresco. Nò meno
mirabile per V arte istessa del collocar le parole è il luogo di Tito Livio,
nel quale descrive i Rò* mani alle forche di Claudio. Tornano i consoli negli
ac- campamenti dopo avere giurati vergognosi patti. L' ar- rivo loro nel campo
rinnova il lutto e la rabbia dei soldati. Aia aHas intueri, contemplavi arma
mox ira- denda, et inermes futuras dextras. ohnoxiaque cor- pora hosti.
Proponere sihimet ipsi ante oculus jugum hostHe, et lud^ria victoris, et vuttus
superbos , et per « I - - armalos inermxum iter: inde fcadi agminìs miserabi-
lem^ vian^ p&t' sqaiiiivum urbeSj, v>e(Hiiyan, m pq,lriam od, parenks ,
quo, S(Bp» mqjiur^qua eorjm ù-^K/anghapr^ t& venissenL Se iolos sine
vub(^e9 sifi^ fffTQ, sine a^U victos : sibi stringere non licuìsse gladios ,
non mamm cìn^ hoste conferì e: sibi n^quicqmm arma, neqmfiqua>ì} vire9^
nfi^it^lgji^ fi^^^ ^.Cìhi.si.f9ccia ad osser- vare r arte, con che soiM> qui
collocata le parole, sarà chiaro e maniieslo che elleno seguono in lutto
l'anda- mento delle idee, e di là vi^e.^queUa forza che iauuo suir animo^ Al
priino vedere ìvcoo^li que' soidatii gli uni f^uardano gli altri In faccia,
moto spontaneo dell'ira e della disperazione; e a mostrare che il medesimo atto
era ciguaia, e ad ua tempo, in tutti, lo storicQray.vicii;]^, le pafple aUis
cJi^, e lascia in fiqe razione del gvar- dare: ma perchè quest' azione si
continua in altro mo* dp, e gli occhi passano ù, guardare le ,arn;ài, come è
naturala all' intueri segue, il p^y^i^a^^^ por mente) alla. vjerità delle due.
asioiii inkf^ e,'OmemT. * A questo loogo, perchè ti votgariszaminto ci perdesse
il meno possibile dai lato delta collocazione dèlie parole, ho siudinto 10
stesso di condurio collo slesso oidìue dei lesto per quaulo la liu|sua nostra
me l'ha consenlito. , * « Gli uni agli altri guardare, contemplare le armi che
fra breve si dovrian cedere, e le destre fulure iiienni, e le persone a di-
screzione del nemico. Proporre a sè slessi innanzi a{>li ocelli il giogo
osiile, e gli seherni del vincitore, e le faccie superbe, e |)er mezzo dì
armali il caniniino d'inermi, lodi deUa miserabile schiera 11 vergognoso
viag^Mo per le ciiià degli alleali, il riioruo in pauia ai parenti , dove
sovente essi e i lor maggiori trionfando usavano venire. Essi soli senza
forila, senza ferro, senza batlaglia esser vinti: essi non aver potuto
stringere ìe spade, non le mani col ne- mica mesMae; mi soli imlMiia èhm i
ìwkano leiie» iiid«riko copian. Il guardarsi in faccia è atto spontaaeo e breve
, e però ben espresso col verbo ùUueri; quello di affis- sar le anni è più
forte e più durevole, e però benissi- mo ritratto nel contemplari, che appunto
vale affissar gli occhi e il pensiero. Ma neir affissarsi alle armi ve- niva
innanzi ai miseri, che presto le dovrebbono cedere; quindi opporiunamente segue
quel max tradenda; da quest'idea ne deriva T altra, che inermi resteranno le
destre loro , e quindi i corpi a discrezion del nimico, ed eccoti, senza torcer
parola dal corso delle idee, ef ■ 1 essersi veduti in balla de' nemici , viene
innanzi a quei soldati l'immagine del giogo ostile; dall'idea del giogo esce
quella d^li schemi del vincitore e dei volti super- bi; e quindi V altra degli
armati, in mezzo ai quali essi inermi denno passare. Usciti che siano disotto
il giogo, essi torneranno disarmati e disonorati alla patria; que- sto pensiero
si affisccia loro per primo, il disonore, tanto più grave quantochè dovranno
passare per la città de- gli ailealT, tornare alla patria, ai parenti. Bella è
l'idea di confronto che viene a tormentarli, pensando al mi- serabile ritorno
in patria, quo scepe ipsi, majoresque ee- rum triumphantes venissent. Osservate
poi nella colloca- zione il periodo che siegue. I soldati concentrano i loro
pensieri in sò stessi, si trovano vinti, ma in modo bea diverso dagli altri.
Laonde la prima idea è nel se ; la seconda, quella che li mostra singolari
dagli altri, so^ los; quindi l'essere vinti senza ferite, senza avere sguainato
le spade , senza essersi ordinati a battoglia : voi qui aveto una gradazione di
pensiero naturalissima, l' idea del sangue , del ferro, delle schiere : e pure
senza questo cose esser essi vinti : sme vulnero, iine ferro , «the ocit
victot; e se voi voleste traeportore quel vietos j appresso solos, turbereste
il corso delie idee, e togliere- ste eflSeacìa alle parole; poiché prima sono
le idee nega- tive, e poi quelle affiMrmatìve. Non si è sparso sangue, non si è
nudata spada, non si è accampata schiera, e nulla meno siamo vinti ; dall' idea
dell' esser vinti per questo modo ne viene il dolore di non aver potuto com-
battere y di avere invano le armi, le forse, il coraggio. D. Che si deve
apprender dall'analisi di questi luoghi ? B. Che r ordine delle parole nel
discorso non deve esser abbandonato senza regola da chi*vaole conseguire
prontamente quel fìne , che egli si propone parlando. Condossiacbè tanto ò'pid
potente il linguaggio, quanto pìU precisamente esprime te idee, e quanto più le
espri- me con queir ordine stesso, col quale si presentano alla mente. Egli è
però necessario osservare che quest' arte deve rimanere naseosta^ e parere
natura. Chè certa- * mente male avviserebbe colui, il quale forcasse la sin-
tassi , ed aspreggiasse il costrutto per disporre le pa- role a seconda delle
idee. La naturalezza è dote pri nei- palissima del discorso, e il trascurarla
per andare dietro ad altre vag^esze sarebbe errore imperdonabile. Della
«ollocMloBe Mie parole rispetto agli «flètti. D. La eottoeoMbme delk parole
gimx$ eBa sokanio la R. No; ella giova pur anco l'affetto; perocché più
facilmente le umane passioni si svegliano con parole ,. allorché esse assalgono
il cuore oon qudr ordine stesso d'idee^ che è da natura; Sef. voi togliete P
ordine alle s^uenli parole di Livio , voi avete loro tolta tutla quf^impronta
d' alf^tto che hanno. Virgiaio viiplejsat^ tran» ia figlia, dialle. mani di
Appiioj; non ^ resta viai a soarnparla; la, disperasìoiie gli inelte nelle mani
tin. ferro; egli lo dà in petto alla figlia, dicendo: //oc te ohe parole, ^ ma
poieati- a m^nare'te djfpamxioae, il tumulto degli affetti, l'amor di patria e
di libertà. Te- li^ dietro al filo delle idee: la prima a rappresentarsi ò.^pi#Ua.dcd.
disperato oo«]^io preso da Yiiipuaio; laM- cood^, quella della persona, oontro.
eui. slaTa par brare il colpo; la terza ò (luella p'cr cui vi mostra che non vi
è altra vìa allo scampo, hoc fó2i»o;<^ndi sG|gjtfi& r jdea deirunioo
potere che raete al; misero padrof, qm possum : la parola m^io, poAa
coslloatana dal suo relar? live, quasi violentando il costrutto, mostralo stato
vio- lento del cuor.' patino: quel fiiia ivi, coUoeato acceana
al.dis||era^,araore;.fn^i6#*to(eiiiit'«wM^ fe -quasi vedere il trionfo
ch^eiimena suir iefaiBia di Appio. Riordinate diversamente queste parole; dite,
ad esempio: Filia. te in liberUUeiA',ìki(3fì}mo modo, quo possum^ sn»ditìo^ ^
ve- drete scomparire ogni efficacia dal discorso, ed ogni se- gno di
agitassione. E basCt" «nrere recalo questi pochi esempj tolti ai
prosatori, anzicliè ai poeti, perchè cono- . sciate quanto alla pposa possa
giovare un tale artifizio, qualora non si contravvenga air indole. della
lingua, e alla naturalezza del costrutto. Esempj ne' poeti potrete facilmente
ritrovare du/voi, specialmante esamiaando que' luoghi nei quali essi
descrivono, o movoM g^ af- fetti. Ogni descrizione di Virgilio e di Dante, ogni
luogo patetico, può dirsi da que' grandi maestri con somi- gUaii^ àfiiH^io
e^seriS:COQd(it(U)y.c.jrtoato.upacfezÌQae. . DigitizecI by Google . 145 — D.
Serve egli solo aila fantasia e agli affetti lo eiu- dio di ben collocar le
parole ? M. Se beae vi ricorda ciò che deUo è pik sopra, ire «vere le «peeìe
deir umano lingaaggìo, ima delle craali servire alla feniasia, T altra
all'affetto, la terza air intelletto, ovvero alla tranquilla ragione, vi sarà
chiaro che alle due prime specie priacipalmeute. giova porre studio nella
collocazione deUe parole, per mezzo della quale 1* arte, seguitando il naturale
andamente delle idee , acquista potenza di risvegliare la fantasia coi colori
della favella, non meno che faccia la natura istessa cogli oggetti che ci
presenta agli occhi. £ con questo ot- tien pure di concitar la passione,
imitandone, direi quasi, gli atteggiamenti, così che talvolta il cuore si trovi
più sopraffatto dalla forza della passione imitata, che della vera. Anche si
oUiene con questo di rendere armonioso il discorso, e piacente; la qual cosa
quanto giovi, secondo che detto è, voi sapete. Ma la terza spe- cie di
linguaggio, che serve alla quieta ragione, non domanda altro studio nella
collocazione delie parole fuor quello di un' ordinata sintassi , per cui esca
chiaro e limpido il senso : perocché essendo fine di questa spe- cie la ricerca
e lo scoprimento del vero, lo spinto umano per una via piana ed agevole ci vuol
pervenire : laonde sembra poter dirsi questa specie di linguaggio non al- tro
richiedere, se non che ordine e chiarezza. Aaticom UI. Se f^iowlno egfnalmenle
ad o^nl serlttara le «ose deite fln qui intorno la collocasiono delle pmwa^ lei
e del fini che pwtù V «emo prop<»rel yaglwdei D. Non giova egli egualmente
ad ogni specie di lin- guaggio tuttociò che abbiamo insegnato intorno V uso
delle parole, la scelta e la collocazione delle medesime, i tropi, le figure y
P armonia e ffU altri ornamenti del discorso? R. No certamente: perocché ogni
specie ama quello che le è proprio e confacente per natura, e tutt' altro
jigetta. Avete veduto che il linguaggio figurato, il quale è proprio della
passione, diversifica non poco da quello che è proprio della fantasia ; e
dovete ricordare che il linguaggio deir iuleiletto la luogo ogni altro
ornaoieato cerca meglio il concetto e la sentenza : ogni linguaj^o adunque è
ristretto in determinati confini, segnati al medesimo dalla natura, e
proporzionati al fine che in- duce r uotuo a parlare, secondo il qual fine il
discorso prende un carattere proprio e speciale^ e però a norma di questo si
donno temperare quegli elementi che costi» tuiscono la bonth del discorso. D.
Quanti sono i fini che t uomo può avere parlando 0 scrivendo? R, Tre fini può
avere chiunque parla o scrive, con- ciossiachè può intendere, o a convincere, o
a persua- dere, 0 a dilettare. E perchè il convincimento è opera deir intelletto,
il discorso che intende a questo fine do- vrà essere facile, chiaro ed
ordinato, quale è richiesto dalla ragione rivolta alla ricerca del vero. Questo
ò ap- punto il parlare dei filosofi. La persuasione, la quale ha radice nel
convincimento, procede più innanzi ^ oonciossiachè ella si proponga tirare le
umane volonlh a quella parte che meglio le giova per mezzo degli affetti: e
però il discorso della persuasione ne seconderà la natura de- gli affetti per
meglio ritrarli, e per giungere a destarli potentemente. Tale è il parlare
degli oratori. Chi tende in fine al solo diletto, deve piacevolmente modificare
la fantasia, e recarle innanzi immagini vive e vere, o si- mili al vero, per
modo che ella illudendosi creda vero il verisimile, e lo vagheggi, e se ne
compiaccia non al- trimenti che farebbe del vero. E tale è appunto il par- lare
dei poeti. Laonde se il convincimento è il fine che il filosofo a sè propone ,
la persuasione è il fine che a sè propone l'oratore, il diletto è il fine a cui
mostra di mirare il poeta, ne consegue che di «^ua nascano tre generi diversi e
distinti di scrittura e di discorso, i quali debbono avere un carattere tutto
proprio e particolare. E questi generi saranno tre: \° filosofico, persuasivo.
3° poetico. Questi avranno tre distinti caratteri, i quali noi chiameremo —
carattere dello scrivere filosofico , ca- rattere dello scrivere persuasivo,
carattere dello scri- vere poetico. E di questi verremo qui sotto trattando.
CAP. JPel earatlera dello acrivrae fltosofleo, del peMUMlTO • dei peetteo» eH^e
di- ▼ene eiieele in éiie elMenM «i «ipwto» Del eavattore dello eeriveve
pemaslvet e (ielle. epeeie édk medeeliM* D. Come definireste il carattere éUlo
scrivere filo- sofico? R. Dirò essere quello, in cui la ragione mira diret-
taioente allo seoprimeiito del vero, e dominando sola intrachiude ogni via agli
affetti ed alla fantasia. Ho detto mira direttamente alio scoprimento del vero,
percliè of- ficio del fìiosofo ò convincere di qualche verità T intel- letto, e
Ma convinsione si genera nel disoorao quando dai principj generali per una
serie di proposizioni de- dotte l'una dall'altra si viene ai particolari. Ilo
detto che vuole dominarla senza V intervento della fantasia e degli affetti,
perchè nelP opera della deduzione la sola ragione ha luogo; e gli affetti e le
immagini della fan- tasia non farebbero che turbarla. Per ottenere poi la
convinzione, il filosofo ha mestieri di usare precisione neWocaboli, chiarezza
ed ordine; ed ecco appunto che le qualilcì delle quali debbe improntarsi il
carattere del parlar filosofico sono queste tre, e non altre. E siccome la
metafora e le figure per mezzo del nome d' altra co- sa, c per mezzo d* altra
immagine, recano innanzi il aoQie e l' immagine delia cosa della quale si parla
\ e — basta a condurre facilmente l'animo
in dubbiezza o in errore, se la fantasia o la passione entrano Ih dove debbe
star sola la ragione ; co^ dalle soritlore del filosofo si haimo a bandire, é
con esse si devono cessare qoe'vezzì e quegli ornamenti che sono proprj del
carattere dello scrivere persuasivo o dei poetico ; ai quali meglio che il
vero, 'a oni si ailieiie il filosofo, piace il verosimile* D. Si deve apK m
9gmscriUum di. tarature /Uom* /ko mantenere la stessa severità? /i. 11
carattere d'una scrittura è T impronta dei generò a oni elia apparliene* Ma
siooome ogni genere contiene in sè' piti specie, le qiiali dallo streilo
discorso della convinzione vengono a poco a poco a collegarsi coi discorso
delia persuasione , ne discenderà che non in tuUe le specie sarà richiesta nna
eguale severìtèi. Le • sciemse matematicfae, le fisiclie, le metafisiche pura-
mente dette, domandano lo stretto lingtóggio della con- vinzione ; le scienze
morali o politiche fìnsooo allargarsi nn po' piti, e qualche volta attingere a
primo fiore gli ornamenti del dire persuasivo. Cos\ dal succinto par- lare di
Euclide e di Aristotile, senza uscir mai dal ca- rattere fiiosotìco, si viene a
quello di Teofrasto e di Platone: e per parlare de' nostri italiani, dallo
stile ma* tematico éeì Galilei si sale sino alla filosofica graviti dei
Dialoghi di Torquato Tasso e dello Zanetti, e si pro- cede alla piacevolezza di
quelli del Galli e dei Gozzi. Certo è che non tutte ie cose, le quali danno
snbietlo allo filosofia , sono egualmente astratte , ossia lontane in tutto dai
sensi ^ chè anzi per modo ella si estende da conànare coUe cose sensibili: però
è, che secoedo la flsaggiore o minore astraUei^sa del subietto, maniere o
minore debb* essere la severità della trattazione, e il carattere sarà sempre
mantenuto quando la ragione Digitized by Google -160- sigDoreggi , vale é dìrè
quando il linguaggio deUa per« suasione o della fantasia non sovrasti anche per
poco a quello della convinzione. D« Dei^ tgliioUmio dalla maieria esser guidai»
4ihi tùrwe di cmt filinofhhe o didaHic^?' R. Egli deve non solamente secondo la
natura della materia condurre il suo dire, ma s\ ancora secondo la qualitò
delle persone, alle qaali ^li parla. £ siccome di queste ve ne ha di dìie
specie, la prima delle quali è degli uomini di lettere, V altra di quei che
sono roz- sameate addottrinati , così in due si potrà dividere lo stesso
parlare dei filosofi. GógU uonini lelteraté si do- vrli tenere -lo streito
ragionamento delk eonvinziooe) perocché essi hanno la mente usata a quella
compressa maniera, e poco loro basta ad intendere; mentre co- gli altri, cui
manca l'abifo dei ragìofiare, è d'uopo ^ largamente esporre, e le cose esposte
anche per simi- litudine dichiarare, tentando, per quanto si può, di ridurre a
forme sensibili le stesse astruse forme raw>* nali. D. Dopo queste cose,
direste voi sulle generali quale debba essere r elocuùom propria del carattere
dello seri- vere filosofico? R. Volentieri : e per non errare userò le parrio
stesse di CICERONE (vedasi) nel!' Oratore (Lib. 3°), là dove egli parla delle
forme e del carattere del discorso : MolLis , dice e|^i, est ùraUo
Philosephorwn^ et umbraHUs, nec senÉenHis^ Me verhis instructa poputw^us, noe
wneto numeris, sed soluta liherius. Nthil iratum hahet,nihil in- vidum, nUiil
atrox, niììUmrabUe^nihilustulum; casta, verecundd, virgo tn^rru]^ piodammoio;
iSeqm serme foHus, quamoratio dicittir. «Temperata è l'orazione de' filosofi, e
famigliare , nè si compone de' concetti e Digitized by Google — 151 — db'
parlari del popolo, uè và legata a leggo d'anaoDia, ma libera più -che ogni
altra discorre. Nulla sa ira, nulla d'invidia, nulla di fierezza, nulla di
maraviglia, mdla di 8ealtreice;oastae vereoooda, qvasi non t«ocoa Tergi De ;
meglio ragionamente cbe orazione si ap- pella. 9 Aavicolo li. Bel carattere dello
scriver perfmaslvOf « delle epecie del medeelmo* t D. Come potrebbe definirsi
ilcca allere dello scrivere penuasiw? A« Diremo, il trattare dello scrivere
persuasivo essere quello, per Io quale non si cerca gib di mostrare il vero
secondo ragione risalendo alle prime percezioni, e discorrendo per tutto le
proposizioni , a modocbò V in- teHetto, raffroDlato le relazioni, non possa
rifiutarsi a crederlo quello che è: masi quel carattere , pel quale mtende a
far credere vero ciò che noi proponiamo. La eonYinzione adunque è altra cosa
dalla persuasione, posciachè quella dipende tutta da princìpi veri e dime-
strati per veri, la persuasione si fonda più che altro sull'opinione, sulle
apparenze e sull' autoriiè. Quella stringe e trascina V intelletto, questa padroneggia
la votentà. D. SpiegaUmì uìi poco ^con qualehe esempio qmsto che dite. A. A
convincervi , per esempio , cbe due linee eguali ad una terza sono eguali fra
loro, basta che io vi fac- eia ooiM>8cere,ohe quando due cose sono eguali ad
una terza conviene necessariamente che siano eguali fra loro; e dichiarata chMo
vi ho la ragione di questo as- stoma, il vostro intelletto, se è sano, non pnè
negarsi ad averlo per vero. Ma se io vuo* persuadervi che la ione ò abitata, io
non posso procedere per egual modo; ma solo argomentando secondo le leggi
dell'analogia, se- condo le apparenze, secondo le opinioni degli astrono» mi
piti rinomati e 1* autorità de^ sapienti , potrò indurre la vostra volontà a
credere per vera questa cosa , sia ella infatio vera, o verisimile soltanto, o
non vera. Di qua è che V oratore, ancorché sì paia tener 'egual modo col
filosofo dimostrando , pure non va mai per quella catenari proposizioni a
trovare il vero, ma sì dimo- stra* per vero 0 ciò ohe ne ha V apparenza, e ciò
che ha opinione di vero, o ciò che Y autorità di molli fia eire- derc vero. Nei
secoli passati si aveva opinione che esi- stessero maghi e negromanti; poteva
adunque in que' tempi un oratore prendere a dimostrare die nelle impreiie
militari molta parte avevano ! professori di quest' arte, e che eglino erano
necessarj. K avrebbe po- tuto egli fondare il suo ragionamento ne' molti fatti
at- tribuiti a negromanzia, cioè dall' apparenza.e sull'opi^ niene che ne
correva, e sull' autorità de' filosofanti; e usando bene della potenza della
parola avrebbe potuto persuadere, cioè far credere vero il suo assunto,- co-
munque falso in fatto, e soltanto verisimile in quella condizione di tempi. Dal
che si vede che la ragione sola regge il discorso della convinzione, mentre
([uello della persuasione dona gran parte alla fantasia, grandissima agli
affetti* D. Che parte homo lafcamaeia e fU affeUi M di- scorso della
persuasiom? R. Molta parte vi hanno , perocché se l' oratore non è ristretto ad
una dimostrazione di convincimento , ma ad nna apparenza di dimoairanone, .
ccmverré ehe dia faeria di Yero al verisimile, e questo n<m potrai essere
senea il soccorso della fantasia: e quando abbia ottenuto di far credere vero
il verisimile, sarb d' uopo che feccia foTBa aib'Tolontà perdiò lo abbracci
(che in quealo ap- punto ala la persaasbfie,ciaèdt fDnsare le alimi volontà a
venire nella nostra sentenza, anzi. corrervi); e per far questo farà mestieri
che commova gli aOelti. Concios- siachè gli tiomini segnom piti foeilmente ciò
ehe meglio modifica Y appetito loro, e per muovere V appetito bi8<^* gna
correre alle passioni, le quali, destate che siano, vinoom la volontà, e la
spingono Ik dove lor piace. Quindi è, che se 11 filosofo si arresta aliordbè
^bbìa dìr mostrata innegabile la verità che egli propone, Torato- tore,
allorché abbia provata la sua proposizione con ap- fàrens^ìéktjfemikai^^
iAipsièaqÉatèi^lbiise- guire il 'dilello; e poacta véafa^irf^eoi ilMiiWi
régiMM^ r arte sta appunto nel saper recare con accorgimento le prove
verisimili come vere, a modochè nò si scopra artifizio, nè si desìi sospetto di
falsità neii' oratore; e poscia nel portare diletto all^ mente con Immagini
com- poste a verisimiglianza, e colle forme proprie del lin- guaggio della
fantasia , usandone però sobriamente , e senza fame gitto; ed in fine nel
perturbar gli animi r^ , sve^ndooe gli afifetti col mezzo delle forme del Un*
guaggio della passione, per la forza dei quali 1' uditore costretto a conformare
i proprj pensieri secondo la vo- lontà deir oratore, è forza che voglia e
disvoglia oon Itti. Nè si creda -che per questa potenza l' arte del per-
suadere sia brutta arte di inganno ; perocché non si vuole di questa usare per
trarre gli uomini al male j ma per governare le T^tontli e dirigerle a bene ,
usando della ragione e del sentimento, che sono i due mezzi de* quali la nalura
principalmente ha donato gli uomi- ni; oofiiccfaè possa dirsi che officio
dell'oratore è ren- dere più potente la ragtooe, aggiungendole ai fìancfai la
forza delle passioni. Per questo s' insegna che il pri- mo fondamento di guest'
arte poteutiesima è la proUfcà, senza la quale il vero stesso io boóoa dell'
oratore ai perde assai, e il verisimile non ha forza alcuna; con* ciossiachè la
probith neir oratore reca necessariamente con sò la poteasa deiropìiivme e
dell' autorità ; tolte le quali, la ragione non si acquieta nel vérìsiiiiile,
le pas* sioni per favellar figurato non si destano, le voionlh ri- mangono
fredde ed immobili. Ma di questo si dirà uel Trattato delFArte Oratoria. D. In
quante specie et parie U ctaraUen detto eeri- vere persuasivo? * R.
Principalmente in tre: la prima è quella, nella quale.ia dimostrazione del vero
è il pròno ed uoicefiae che l'oratore a sé propone; la seeonda è quella, nella
quale egli mira specialmente al diletto; la terza è quel- la, nella quale
intende alla commozione. Le scritture die appaftengouo alla prima specie si
aeeostoho al par* lare dei filosofi, le scrittùreehe appartengono alla se-
conda sono aflìni al parlare dei poeti. Tutte tre queste specie poi considerate
insieme formano il perfetto lia* goaggio deir oratore. Il carattere di ciascuna
di questo specie, come di tutte insieme, è sempre la dimostra- zione del vero,
sia egli vero o verisimile, nel modo che è detto più sopra. D. Dawrà sempre il
discorso pereuasho avere la slessa immagine di vera dimostrazione? IL Sì, lo
dovrà, ma fatta ragione delle persone alle quali si parla. Abbiamo veduto che
il filosofo a due gaise uomiai si dirige , ed ora diciamo che a tre si volge
l'oratore. Imperciocché oltre agli uomini di lettere, e a quelli di mettila
letteratura, ai quali favella il filosofo, V oratore debbe sovente parlare col
popolo; e il popolo è una svariata moUilAidiae d'uomini colti ed incolti , di
growo e di svegliato ingegno, e piti non addottrinati. A seconda cbe ora
«ll'una, ora air altra di queste classi d' uomini T oratore deve parlare, con-
viene che egH varj nei «odo. Nei letterati la ragione prevale alta fintam8«
olla paeslone ; nei messanamente letterati, la fantasia e la passione
contemprano spesso la ragione ; nel popolo, h fantasia e la passione preval-
gano aempre alla ragione. Di qua viene eiie la' speeie del parlare
perraasivo>, Il quale è richiesto dalla prima classe, debbe tenere più al
modo temperalo dei filosofi: concedere poco alia fantasia, poco alla passione,
molto ià \m%ì 0 naattigtaiijLa apÌBde die^ eet »lg>iè ^a^seeònda
«hlMNiMlihittgr'alqua dal AItib '^^dèlfl , peMl% ammette la piacevolezza delle
immagini e la potenza deir affetto, sì però che la ragione si levi apertamente
sopra runa e T altra: la specie infine cbe si addice alla tersa classe è vieina
al dire dei poeti , per moda che la fantasia e la passione ne abbiano il
governo; seb- bene le forze di queste devono servire a rendere mag- giore la
potenza (Mia ragione. Banche da tenersi <»filo della materia la quale
tratta, perchè da qoesta pure s' induce varielb nei discorso persuasivo, come
si dirà parlando delio sUlo. Bel carattere della àerivér poetléo^ e delle
•diverae apeele dal med dtfle » Come si può definirà iL cat^aUere delìfi- Me
poe- tico? . • lì, Sieoooe la ptesia, qHantiittqae javehtstaad in- tendimento
di ammaestrare gli uomini ^nen mòslra altipo scapo che il diletto, diremo^ il
carattere di questo modo di sorivere essere quelle, «osi quale isi iataod^L ou
coa- ceUi , coir eloeusioiie e coli' arttonib , a ondifioim jMt* cevolmcnte la
fantasia ed il cuore, ponendo sotto gli occbi della mente gli oggetti , e dando
loro qualità e per-* sona coinè fossero vivi e'veri ; «ir tegliend» la materia
dal verisimile meglio che-dei vere. Dalla quale defiai* lione sembra che appaia
chiaro , il poeta dover dilettare uoa meno trascegliendo coacetti ed
ioi^mag^iif 0àa ve- stendoii colle parole per modo c^ facclaao forea sul-
rimmagidazione e sugli affetti. Bene h foor di*did>bio che la potenza della
elocuzione è oltremodo grande, e U poeta deve soprattutto in questa perire,
sMV^io ; coa- cìDssìaobèPspesso.avvieiie che giaodisiiitoxiBe ed imon^ gini non
abbiano efficacia alcunUa per difetto di elocu- zione, e molta ne abbiano le
mediocri e le comuni qualora vi si usi pppor^una elocuzione. li\jCatto il
sapere « 'trascegliere e rappresentare i concetti con quellef>aroIe che 8ono*piti
chiare, e, direi quasi, cbe ridono di più vivi colori, è cagione alla mente di
un diletto incompa- * rabile. Quindi è che dai tropi e dalla; metalora, càie
sono i colori della tavella, il poela trae seslpreAwoa partito, e dee sempre
averne copia a mano. Anche per mezzo di questi si ottiene più facilmente di
dare vita e mo> -t- venza alle cose
cito- in, natiira boa hanno n^ moto né vita, e di ritrarre sotto i sensi quelle
che naturalmente dai sen^i riiuggirebbero. Bene è grande iatica ridurre a forma
i^osjbil^ i consetti intellettuali , e. ridurli per ipodo che r occhio lì vegga
, la mano li toccht, 'laa^ grande lode è riuscirvi e recare diletto con ciò.
Virgilio e Dante spepialq^pte ebbero al sommo grado questa arte ; • edi nasce
che qttetli A stanno in«itnaditutti i paoli» Un'waltra cosa è pur da av vartìre
, ed ò> questa , che con- viene fare buon uso dell'armonia. Abbiamo
insegnato che r armonia) piacevolmente toccando T orecchio, fa strada aL cuore,
e rende pià dilettosi i concetti. Questa debba esser studiata. dal'poeta per
modo, che non solo diletto; ma benanche aiuto egli ne abbia, non meno a
ravvivare la descrizione ,*che a rendere pii^ forte la pasaione* È detto delle
direrse maniere di armonia , e come dcune non fanno che lusingare F ofeophìOf
altre sono naturai- mente compagne agli svariati alTelti. Ora il poeta ap-
plicando jgifuscuna al proprio luogo, ne iiv^kt^Mifì non iieveu Chè se sì
doibandi in ehe varia il carattere delio ' scrivere persuasivo da quello dello
scrivere poetico, diremo che in ciò: — il c^irattere dello scrivere persua-
aivp dimostra il vera seisondo ragione, il po^ico lo di- * iinostra pef
finsume, e si vale della fantasia e- degli affetti per raggiungere il .suo
scopo. : ^ii* p. Di guatUe ^ecieÀ ii mrqtl^re cI^Uq sorip^e^pg^r lieo? . * -
/{.•..Veramente considerando che ogni maniera di poesia reca diletto ad ogai
specie d' uomini , diremmo volentieri una sola Qs/iere.la specie del caraUere
poetico: ma parabò il popta spessa volte introduee persone a ' parlare > e
varia materia prende a trattare, ne nasce che se una è in sò smessa la
spe<;ie pel carattere poe- « a Digitized by Gopgle lieo, per queste nuove
condizioni varia e si divide. la- fatto alcuna volta il poeta canta gli Dei,
gli eroi ^ le grandi e nMàì iinpfese ; alcun' altra la cMcéiBa del- 1* amore, i
pubblici • privali 'affanni, o oerca destare allegrezze, ire, sdegni, timori.
Altra volta egli narra estesamente grandi fotti e lunghi travagli d'eroi, e
ftarrando esprime passioni , descrìve luoghi, costami, a intendimento
principalmente di mettere maraviglia negli animi; altra volta introduce a
parlare persone, a rap- presentare fatti, come allora ffiiora accadessero;
altra inftne prende 9 dettare precettidi cfnalche arte o solenza utile agli
uomini , condendo i precetti con ciò che la fantasia ed il cuore hanno di .piìi
dilettevole ; ed ecco la poesia linea, l'epica, la drammatica, la didascaliea ;
generi diversi di poesia , i quali èanno leggi tanto par* ticolari, che non si
può le qualilh delF una confondere con quelle dell'altra, senza togliere la
verità e la con- v^avolesza, e con esse il diletto. Gonciossiaofaò e nel modo
di presentare le immagini^ # nelFeìoeazione, e nelle armonie , molta distanza
vi ha dalla specie lirica air epica, dall'epica alla drammatica, dalla dramma-
tica alla didascalica ; e II poeta devé sempre seguire il verosimile e le leggi
del decoro, trascurate le quali agni arte perde bellezza e verità. Ma di queste
cose avremo a parlare altrove : ora- basti avvertire in generale, che mentre
ciascuna di queste specie di poesia in partico- lari confini si racchiude, non
è facile nè possibile mo- strarci determinati limiti , entro i quali ciascuna
specie vuol esser contenuta. Tutte hanno (dice assai opportu- namente Paolo
Costa, colle parole tlal quale ci piace por fine) nello intero loro corpo
fattezze particolari, alle quali colui che bea vede, distintamente le raiiìgura
; pure a quando a quando or questa or quella viene a parieclpare dell* altrui
colore, in guisa cherepìco nelle forti passioni innalza le parole al pari del
cantore de- gl'inni, e il più sublime Urico narra alcuna volta sic- come fa r
epioo ; lo aleaao inlervieiM delle altre specie, fra le quali perfino la commedia
talora si leva .a gareg- giare colla tragedia, e la tragedia, al dire d'Orazio,
.spesso si duole eoa sermone pedestre. D. A che giova fiMto éMmitme dei
diioerei comi- Uri détto scrivere e delle diverge specie? R. Giova a formare lo
scrittore eloquente ed ele- gante, peroccbè errando nel oaraltere dellò
scrivere sì troncano i nervi dell* eloquenza, si attribuisce alla fan- tasia
ciò che è proprio dell* affetto o della quieta ra*- gione, e il discorso che
n'esce è involuto, impcoprio, strano, e non consegue il fine a cui mostra di
correre. Ad ottenere però di scrivere e di parlare secondo la proprietà di
ciascun carattere e di ciascuna specie^ con- viene principalmente osservare lo
stato delF intelletto e le qualità del medesimo in chi scrive, lo stato delia
fan- tasia e quello della passione. Quando avrai osservatò se nel tuo discorso
secondo lo stato delT animo, o V intel- letto, 0 la fantasia, o la passione
debba signoreggiare, tu avrai conosciuto quale sia il carattere, e quale la
specie delb scrivere , che si conviene seguire; e tro- vato che ciò tu abbia,
se tu queste cose impronterai, direi quasi, col marchio tuo proprio , e secondo
il tuo modo di semìre, tu avrai formato ciò che i retori chia- roano stile/
Dette mM9f • Mto Me «welità. D. Che cosa è lo stik? i2. Molte definizioni, e
quasi tutte poco accoQfìie^&i danno dello stile , le quali a noi non
aggrada seguire per buone ragioni: e però dovendo pur darne la defiai- zioiie,
ci sembra che si possa definire dicendo, che; Lo stile è quella particolare
maniera, con cui lo scrit- tore modica le quaUià del suo ùUelkitai doUa sua
fan- tasia, de' suoi affetli, seeondandù il mraUsre dèi disoor^ so,
improntandolo dell'indole sua propria secondo le leggi del decoro. Intatto Io
stile deve mostrare aperta* mente il particolar modo di satire, proppio di
colui che scrive, perchè in natura veggiamo che ogni uomo ha nel modo di
sentire diverse qualità-, le quali ove non appariscano, lo stile non è di colui
che scrive, ma di colui dal quale lo scrittore lo prese a pfestansa. È duo- quc
necessario a chi voglia formare uno stile perfetto dare al medesimo V impronta
del proprio modo di sen- tire; e malamente fanno quelli, i quali foggiai lo
stile proprio ad immagina deli' altrui, come veggiamo essere stato fatto da molti,
i quali avendo preso ad esempio uno scrittore, contrafecero lo stile, del
medesimo. Co- storo ',^pare a me, non altro nome mentano che quello di scimmie,
le quali solo materialmente ritraggono in sè gli alti ed i modi delle persone;
e di costoro, credo io, intese il poeta quando disse; Imitatores servum pecus,
Conciossiachè lo stile deve metterti sott' occhio le qua- litìi morali dello
scrittore per modo, che tu senza errore possa distinguere lo stile dell' uno da
quello dell' altro , e appropriarlo con ^cbresze ài suo autore ; in quella
guisa che avviene dei poeti, i quali, mentre imitano tutti il bello della
natura, neir imitarlo ritraggono sè stessi, co- slcehè all'occhio deir
intolligeote 9k manifesti la mano ebe scrisse. Michelangelo, ad esempio, Baflbello,
Corag- gio, Tiziano e Leonardo, erano tutti sommi nell'arte del dipingere , ma
ciascuno tenne uno stile cosi proprio , che distingue apertamente le opere
dell' un pittore da quelle dell' altro. Laónde i maestri dell'arte insegnano
che ciascun pittore debba farsi una maniera sua pro- pria, e per maniera
intendono quello stesso , che noi di- remmo stile. Voi avete veduto quanti e
quali siano gli elementi neoessar} a scrivere bmie; nè uomo può aver nome di
perfetto scrittore, se alcuno di quegli elementi trascura. Ma siccome le menti
umane sono varie, e.ii modo di sentire, noù altrimenti che le fattezze del vol-
to, diversifica quasi in ogni persona, così ne viene, che mentre tutte insieme
si riuniscono le qualilh*, per le cpiali si forma un eccellente scrittore, non
in tutti nei medesimo modo si uniscono; ma se ne forma una cotale diversa
mistura , la quale prende'' norma appunto dalla diversità del modo di sentire.
Infatto e Dante e Petrarca e Ariosto e Tasso , tutti accolsero nel loro stile
le qua- lità di perfetto scrittore: ma la mistura è tanto diversa quanto era il
modo di sentire di que' grandi uomini. Ri- sentito, franco, inflessibile, era
il carattere dell' Ali- ^ieri, e tale è il suo stile; perocché le qualità
dell'evi- denza e della forza sovrastano a tutte l'altre nella composizione del
suo stile; come la grazia, la soavità, signoreggia tutte raltrequaliib nello
stile del Petrarca; la vaf ietà e la verità in quello deli' ÀriostOi la gravità
e la magnificenza ih cfuello deK Tasso: cosicché pos^ dirsi, che dalla diversa
disposizione dell'ingegno e de- li L.yi.,^uu Ly gli affluì nascono diversi
filili » a k loro diversità è tanta quanti sono gì' iDgegai umani. Ogni
scrittore adunque debbe modificare rintelletlo, la fantasia, gli affetti, se-
condo il proprio modo .(li sentire, se vuole avere stile proprio; ma perchè «pasto
non basta, sa non sia ser- bato il carattere del discorso, non senza ragione
noi ab- biamo ag.qiunto che alla prima condizione, della quale è detto, debba
seguire V altra, la quale importa che si secondi il carattere del discorso, e
come, non manl^ nendolo , perda efficacia ogni più eletto modo di scri- vere;
sendochè questo carattere è fondato sulla natura, e nasce dai diversi stati in
che V uomo si trova, con»e più sopra esponemmo, e peK^ al detto non mi piace
af^ giungere parola. Quanto poi alle leggi del decoro che denno osservarsi, ve
ne rendono ragione le di veir^ spe- cie in cui ogni carattere si divide, delle
quali pure è parlato abbastanza. D. Si può egli dividere in diverse specie lo
stile? R, Ben si può , anzi sì deve : ma non per questo ci pare che si abbia da
[seguire la divisione che alcuni maestri ne danno, i quali lo dividono in
conciso e m diffuso , ornalo e secco; perchè queste qualità dipen- dono
interamente dal modo di conc«|>ire di colui che scrive , o dalla materia
delia quale prende a scrivere. A noi piace meglio tenere la divisione degli
antichi , i quali dissero in tre specie, o, a dir meglio, in tre gradi
ripartirsi lo stile, cioè in semplice o piano; intean- perato o mediocre; 3» in
magnifico o sublime; coooio»- siachè ci paia che questa divisione risponda
meglio ai caratteri dello scrivere che noi abbiamo divisati; infatto, chi
scrive o parla seguendo ciò che la tranquilla ragione gli detta, ci pare che
non possa uscire .dal i** grado, cioè dallo stile semplice o picm; chi scrive o
pada col- . j .:^uu Ly Google Taniiiiio 6 la fantasia alonn pooa 4»maaossa9
pare a noi che non debba uscire dal grado, cioè dallo stile me- diocre 0
temperato; chi Qaalmeale fiori v.e o parla traspor- talo o dalla fantaaia , o
ilaUa paaià(t|iey oi aepnbra cho debba usare il 3^ grado , cioè lo magnifico o
$ìMme : e però noi abbiamo V antica divisione per più buona , perchè più
generale dello altre e più confacente alla natura. Laonde di ciasoiuo di questi
gradi disamo , e non lasoermno di aoeennàre,oome, cercando la virtù propria di
ciascun grado, facilmente si possa trascor- rere nel vizio opposto. , Nilo
siile acn^Uee o pliOi». D. Come definireste lo stUe zempUce, e quando iiusa9 R.
Stile semplice noi cbiamiamo quello che con chiarezza, con precisione, descrive
le cose serbando le leggi del decoro, senza altri abbellimenti, che quelli che
gli vigono da una naturale facilità. Da questa defini* zione Toi potete
conoscere a prima giunta essere que- sto lo stile che conviene usare quando chi
scrive ha r animo riposato e sicuro da ogni commovimeato di fan- tasia e di
cuore; e siccome chi scrive in questo stato, si laacla sempre dominare dalla
ragione, ne viene dì conseguenza che nè i colori della fantasia , nè le forme
^proprie solo della passione, nè amplificazione alcuna debba essere nello stile
semplice. Ckdui che ha V animo msL turbato , non commosso, vede chiaramente le
cose^ Digitized by Google — 464 — ne discopre freddamente i. rappòrti , li
dispone e li or- dina permodo che presentino unit^; e perciò è, che r unità è
dote principalmente necessaria allo stile sem- plice. £ r unità questo importa j
che V andamento del discorso sia tate, che si conosca la dipendensa dell' una
cosa dall' altra , la relazione dell'una sentenza coU'altra , per modo che
senza fatica la mente possa raccogliere ciò che in iscritto o in parole a lei
viene offerto. £ a chi sa ben dare unith al discorso è ageveie cosa con-
seguire chiarezza, e quella mostra di facilità che pare agevole ad imitarsi, ma
riesce difficile assai a chi si provi, onde Quintiliano ebbe a dire: OrcUionù
facUitas imitabilis illa quidem pideiur esse existimanii, sed nUiil est
experienti minus. La qual cosa avea insegnalo anche Orazio nella Poetica, ìk
ove disse: • • • « aifrt quii9Ì$ Sperei idem, mdei miUum, frmtraque laberet Aum
idem* < # » « m ... D. QmU eùse som necéssùrie principaUmnte per iscriver bene
con questo stile? R* Innanzi tutto è necessario avere molto chiare le idee,
saperle ordinare, ed esprimere con quella pre* cisione e proprieth di parole ,
ehe domanda il buon uso della lingua in cui scriviamo. E siccome è detto che lo
stile semplice si rifiuta a tutti gli ornamenti, de' quali si abbdliscono le
altre maniere di stile, -deYe pur dirsi che. non rifiuta però, anzi domanda,
tutti quelli che il buon uso del linguaggio gli può recare. 1 o fatto , se noi
osserviamo le scritture di qiie^; che seno principal- mente lodati per
semplicità d! Stile , vedi^emo^ehe èssi ^ hanno ripieni^li scritti loro di
tutte le grazie e le ^e- Digitized by Gpogle ganze del nativo linguaggio, anzi
con ciò solo cercano ne' leggiiorì .quel, dìlelto, sejua ddl quale wm vi è scrii*
tura ebe possa pìacerìa*' * • D. A quaU safUlure principakiieiUe serve lo slUe
semplice? • ' ' ' ' R, Quaulunque sia chiara la risposta da qoaotp fa deUOy
pure dimno die ssrve prìaoipalmeote àììo stile dei filosofi, e più generalmente
allo stile precettivo ed al familiare. Serve ai fìlosofi , perchè, mirando essi
alla sola conTiniioiie dell' iotelietto , per esporre i conoelti loro Beo hanno
bisogno d'altro che di uno stile puro, proprio e conveniente: sermo purus erit
et latinus (in- segnava Cicerone nel Bruto): dilucide, planeque dicetur. Serre
èlio stile precettivo d* <^ni genere, perchè colui che insegna non si
propone altro soopo che di convin* cere l'intelletto, mostrando la verità delle
regole pro- poste. Serve allo stile familiare (nei dialoghi, e nelle lettere
principalmente perohò in questa maniera di scritture chi scrive o parla vuole
seBipHcemente ritrarre al naturale T immagine del corretto parlare domestico.
Attenuata est (insegna V autore della Rettorica ad Eren* nio) orafsò^ piméenmsaeeiitiqiÈewi
uiitatissimatn puri ' sermmit emmeiadmem: E certamènte n6n vi ha persona al
mondo ^ che domesticamente parli con sublimità di concetti.edi parole
reUoriche. Non si vuol dire con ciò, che in queste guise di scrivere tutto deUM
essere di~ sadomo e secco ; ma «i vuol insegnare che Io stile sem* plico per
propria natura non si consente agli ornamenti, benché ai più tenui e verecondi
non ai nieghi al tutto. E la ragioné per cui non si-nt^^ è questa, che la
ménte* sarebbe troppo conthiuamente oocupata quando non le si offerisse alcuna
cosa da ricrearsi ; e manche- rebbe quel diletto^ che, condendo la severità dei
pi:e- — lee — celli, li rende più facili e più aggradevoli. Tuttavia chi scrive
deve sempre ricordarsi, che gli ornameoti dello stile semplice sodo tollerati,
iioa domandati, e quindi assai paroo dève essere ndl' usarne. D. In qual vizio
si può cadere cercando il semplice nello stile? R. Neil' aridoe nel vile. Buie
qmhmdam eontrarium shtdhm (paria Quintiliano), quifugiunt^ cu: reformidani omnem
hanc in dicendo voluplatem, nihil probantes ^ nisi pUmumetsme conatu; ila dura
timent, ne aUquando cadeau, semper jaceni. c Altri di contrario gusto
>80iio, i quali fuggono e temono tutto questo ptaceroìe orna- mento , e
niente altro lodano fuori che quanto scorgono di piano e d' umile e di
schietto. Così mentre stan pau- rosi di non cadere alcuna volta, sempre osrcaU
n tro* vano. » (Toscanella.) E fautore delia Rettorìoa«dEren* nio pur egli ci
dice^ sovente avvenire che coloro, i quali non sanno dare alio stile semplice
quelle grasie e quelle native caresze che sembrano facili, ssa pur noi sono,
cadono in una maniera di scrivere arida ed esangue a se- gno, da mettere
molestia e noia in chi legge od ascolta. Qui wmposswU in iUafaceUssima verbanm
attemuUione eommoéh wnari, vèidmU ad aridnm, et txangm fmmt- orationis,
quodnmaiientm e^teocUe nominavi. « Que' che non possono in quella facetissima a
ttenu azione di parole tenersi con prò, danno in ua' arida ed esangue maniera
di parlare, cui mal non si converrebbe dar titolo di esile. « [Ad Herem., IV,
il.) Eduna delle ragioni, per cui spesse volte la semplicità torna in aridezza
, è la conditone servile de' tremo timidi imitatori, come bea avvisa il' nostro
Pei*tioari, il quale insegni obe lo scrit- tore tremante , e tardalo dal ceppo,
in questo vizio cade senza avvedersene. ' • Digitized by Google ^ 467 — D.
Qiuili sono i principali autori latini da proporù m 9$€mpio di itiie semplice?
Le Lettèrs e ì TnUali di Cieeiwe, i Gommeii- tarj di Giulio Cesare, le-V4«&di
Gernelio Nipote, sono gli esempj migliori che noi abbiamo nella prosa latina.
Le GoHHaedie di Terenzio , le Buccoliche di Virgilio , le Favole di Pedro^ gM
EndeoMiUebi di Ca tallo, sono I plU pregiati deHa poesia. Nè manoano belli
esempli in ita- liano : il Passavanti, il Paodolfìni , le Lettere del Caro, del
Tasso , del Redi ; ì Dialoghi ed i Trattati fìlosofìci dei Galileo, étH Gdli,
dei ZaiioU4| sono medelli degni d'imitazione nella prosa italiana; nella poesia
poi, il Tasso neir Aminta^ il Sannazzaro nell' Arcadia, il Poli- liano e molti
altri, ci possono offrire a doviaia imitagli esempli di stile eempUce. AmntmtLm
II. Dello stile mediocre o temperato» e delio ano ^aalii** D* Qual è lo iiOe
wiediocre, e guofM^e $i usa? R. Stile mediocre, e fu anche dello temperato, è
quello che alquanto si solleva sullo siile semplice senza però raggiungere nò
la magnificenza, nò la elevatezza del sublime. Vi ha uno sialo delP anioso, nel
<{uoIe egli si trova egualmente signoreggiato dalla ragione, dalla fantasia
e dal r affetto, e4 è appunto quello in cui le eommoaioin deiraniase-aone soavi
e temperate, cosici ohè la ragtooe noo d perda. là questo stalo, ehi paria o
scrive, usa dello stile mediocre; e siccome questo stato ò il più frequente
deli' animo, ne consegue che lo stile medioere ha piti di «iveiité luogo Dèi
parlare e nello scrivere. Da queste cose è facile conoscere 'che egli riceve
voleotieri tutti gli priiaii&eati. delia favella, dei tropi e delle figure
moderate, e àk rifiuta à quei mòdi che SODO coDveDieDti soltaoto ai veemeDti
trasporti deir immaginazione e dei cuore. In hoc gemis oratioms (ci ioB^goa
QttiutiliaQo) imb^imm eoAmtlumikmmmtk, muUa étiam smteiii$imwn.... E$t enim
quoddem et imigm et fhrescens ontiionis, pictum el expolitum genus , in quo
mnes verbonm veneres, omnes seìUeiUiarum iUigankur lepcres. c Io questa guisa
d* orasiooe cadono in aeeon* ciò tutti i lumi delle parole e molti anehedelle
seùtenBel.V. Ch'egli è un insigne e fiorito, e dipinto, e forbito ge- nere d^
orazione , in cui mettono bene tutte le veneri della favellai tutte le
leggiadrie dei cottcetti* n Cosicché possa affermarsi, che tutti i fiori di
liogua, tutte le vivezze di concetti, giovano allo stile mediocre. D. Qitali
soìw le qmlità principali dello stile me- diocre? B. Se Doi coDSìderiamo il
modo per cui l'uomo concepisce ed esprime i suoi concetti qualora egli si trova
temperatamente modificato dagli affetti e dalla fantasia, védramo che egH
ravvioina i rapporti delle idee, studia un maggior numero di confronti^
partioo- lareggia, e più minutamente espone le diverse qualità delle cose,
meglio che quando egli si trova dominato dalia fredda ragiooie, e sansa la
minima commozione di fantasia o di affetto. Di qua noi ne trarremo agevolmente
che lo stile mediocre deve avere maggior diffusione del semplice, deve aiutarsi
di tutti i modi dell' amplificaaio* ne, e mantenersi costantemente eguale; um
tenore òi dicendo fluii, nihil auferens prceter facilitatem et cequon litatem,
(die. ia Brut.) Digitized by Google D. A quali scritture serve principalmente
lo stUe mediocre ? . ÀU6 Bòritture-i^i^e, alle Aloriobe, aUe oooa- demickef
oonciMsiaciiè* F oratore ki qu^Ia parte ove non è sospinto dalla passione
mostri sempre ragionare^ e solo a crescere diletto inframmetta al ragiooameDio
imiiiaguii a oooeettii di che la fantiaaìa ed il cuore gli ^ascoltanti
egttakneQte si ' pascano e si dllettaiio; e dico in quella parte ove non è
spiegata la passione ; per- chè ia quella lo stile s' inalza sino al sublime.
Laonde dovete ai^gomentare di qui^ che in una scrittara sola possono aver luogo
andie tutti e tre i generi dello stile. Osservate le Orazioni di Cicerone.
Elleno sono quasi sempre di stile temperato negli esordj, distile semplice
nella propoMione, ueU^ aiiyMiientariotte, e il pili ddle volte nella
narrazione. Ma la perorazione prende sem- pre veemenza, e tiene spesso spesso
al sublime d' af- feUo. È cosi è nella storia, nella quale la narrazione è
quasi sempre di stile. temperato, le^UocutioBi piegano sempre al sublime, come
potete vedere in Sallustio ed in Livio. Così pure avviene ne' racconti e nelle
novel- le, secondochò elleno sono dettate, o col fine soltanto di diiettare, ó
di eommovere. Vero che le scritture ac- cademiché contenendosi quasi sempre
sensa grandi emozioni, amano di seguire la mediocrità nello stile ; ma vero è
altresì, ohe se in alcuna di coiali scritture accada che lo scrittore,
deserivcHodo, commov^ la fin* tasìa e turbi V affetto, può anche lo stile
magnifico e sublime avervi alcuna parte. Un' altra cosa deve essere avvertita,
e lodoyeva essere ancora parlando deUo stile sempUce. Questa riguarda T
armonia. Abbiamo inse- gnato che r armonia è una delle qualità dell' umano
Ai" scorso, la quale priacipalm^ate serve al diietto, e spesso alla
commozione dell'animo, e abbiamo detto ancora che varie specie d'armooia sono.
Ora qui, senza ripe- tere il deUo^ acdeniiereiiio che V mnoiiia delhi siile
sem- plice dev^ esser facile, non risenlHa, e proporzionata allo stato deir
animo di chi scrive ; quella dello stile me- diocre deve esser più pieDa , pid
risentita. Di qoa aloani hanno preteso di portare uoa distinsione nello stile,
chiamandolo conciso e periodico, perchè hanno osser- vato che nello stile
semplice ì periodi soao più brevi , essendoché la mente non s* impiglia ^
de**rapporti gfr* nerali, e non de* particolari , siccome fa lo stile medio-
cre, il quale perciò abbisogna di un più largo giro di periodo. Ma noi
dubitiamo assai che questa sia piutto- sto una distinzione ohe nasoe dalla natura
dello stilOf aniichè una necessiUi dell' arte per ottenere quella va* rieth
della quale abbiamo parlato. Infetto osserviamo che anche lo stile semplice può
avere lunghi periodi , sebbene egli ami più di sovente i eonoisi, e lo stile
me- diocre può averne di concisi , quantunque meglio dei lunghi si compiaccia.
Ma sì nei lunghi che nei brevi pe- riodi ogni siile ha un' armonia sua
particolare ; il sem- plice non ha che un ritmo rimesso e appena ssasibile, il
mediocre ha quella rotondith e quella pienena di suono, che accompagna con
manifesto diletto i concetti della mente. D. In quoM vhj si può ooAtrt
faieUmmiie mnmdo di fùglntìre lo stik mediaor»? R. Siccome è detto che tutte le
eleganze della elo- cuzione si ailanno bene a questo stile, egli ò ben iaoile
che avvenga di dare neir affettato e nel soverchiamente iorito, cosa che nuoce
assai, come quella che mostra lo scrittore più inleso alle parole che alle
cose. In altro vizio, ci dice T autore delia Aettorica a^ Erennio, cade facilmente
colui che cerca distinguersi in questo genere di stile , ed è di riuscire
fliUtuante) sconnesso, per troppa eara o di recare in mezzo indistintamente le
qualità delle cose, o di cercare armonie, e di rendere il periodo pieno e
sonoro. Qui in mediocre genus orationis profecti sunt, si pervenire eo non
poterunt, errantes pervenituU ad confine ojui generis, qmd appelhmus fiuckme et
(Ussùhiwn, eo quod sme nerms et artieuUs fhietuat kuc et illuc, nec potest
confirnmte neque viriliter sese eocpe- dire. « Coloro che si posero a questo
mediocre genere d'orazione, sé non bastanmo a venirne a capo, errando si
trovano a quel genere che ne sta ai con6ni, cui chia- mo fluttuante e slegato,
per questa ragione, ch'egli senza nenri ed articoli va qua • colà fluttuando^
nò può usoireene eoa sicurezza e con fona. » Vi ha pure pericolo di cadere nel
puerile , cercando acutezza di concetti; o nel pedantesco, recando in mezzo
inopporUine sentenze; o n^' asiatico, esponendo oon troppa verbosità i
concetti. Ma da questi vìzj si guarderà facilmente colui, il quale si proponga
ad imi- tare ì più sicuri e classici scrittori, fra' quali neMatini eminenti
sono Sallustio, Livio, Cicerone; ne^' italiani, Gasa, 6iambul!arì,.BartoU,
Segneri, ed ahri molti fra i prosatori; Dante, Petrarca, Tasso ed Ariosto, fra
gU italiani poeti ; fra i latini, le Georgiche di Virgilio, le Epistole ed i
Sermoni d' Orazio. Dello stile magaiOco e sublime» e delle sue quali I*. Che
cosa è lo stile sublime? R. Lo stile mibliiiie è qQ0llo, che i&naUardi
molto sopra il mediocre per copia , per graTitè , per omaàien- to, ed ha tanta
forza , che vince e trionfa ogni ostacolo, e lascia V animo e ia monte quasi
per maraviglia stu- pidi. Amplut, coptetis, graviij ormka ; in iUo premio vis
maxima est Lo stile sublime adunque si usdre principalmente quando 1' animo è
trasportato dai più veemeoti moti della immaginazione o della passionai e potrà
aver loogOy sebbene, più di rado, quando la ra- gióne tranquilla sollevandosi,
direi quasi, sopra sè stes- sa, esce in nobili ed inaspettate sentenze, e fa
scorgere i più reoonditi rapporti delie idee, siechè V inteiietto ne resta
atioaito e compreso. £ notale qui, ohe noi, par- lando dello stile sublime, non
intendiamo parlare della natura di esso sublime, conciossiachè egli riguardi
me- glio le speoulazacni dei metafìsim e degli estettoi, ehe i precètti dei
fetori. Noi parliaino .dello stile, e dei modi con cui egli acquista quella
veemenza e quella subii- mit^i per cui restano rapiti e quasi estatici gli
ascol- tanti, per usare la frase del retore Longino. Se noi pi- gliamo ad
analisi gli oratori e i poeti , facilmente cono- sceremo da che procede questo
innalzamento di stile, sebbene a noi giova meglio seguire le tracce del greco
maestro. Questo però abbiate per fermo, òhe la sobli- mitè dello stile e la
magni6cenza non si ottengono , come «ilcuni credono, nè coli' esagerar le cose,
nè coli' ammas- sare le figure, nè coir usare parole ampollose e ses({ui-
Digitized by Google pedali, ma s) col preaenlàre Idee' iDdspetCaie e tiuove,
col ferire il cuore con forti e non previsti colpi , e sco- prire cos^ le
relazioni degli oggelti più peregrine e meao pirevednle. D. Per qutmii moii «i
rende nMim h «db? R. Per cinque modi risponde Dionigio Longino: 4*^ con aiti
concetti, elevate fantasie, magnanimi sen- si ; in %^ laogo ai oMieoe dagU
aiiBfcli yìvì e gag^ardi , eocHàti sino all' entusiasmo ; in luogo dèlie
figure, e specialmente dall' amplificazione; in 4* luogo da un' ar- dita
eleganza di frase, la quale tenga alla sublimità de'ooneetti; in 5^ luogo dalla
tessitttrft del periodo, e delle armonie nobili ed acconcie a rendere più
efficace la sentenza. D. Come si rende sublime lo stile coi concetti? R. Quando
la fantasìa viene eccitata, soTonti. volte naturalmente ne escono concitati
concetti, pei quali si sublima lo stile. Virgilio, poiché ti ha descritta imma-
ginosamente la Fama, dMmproyviso innalza con subli- me concetto lo stile, e le
di porre il capo nel cielo e passeggiare il suolo: Jngrediturqu$ aoh» ti eapui
inter mlnh oondii. Cosi Dante nel 1° deìV Inferno , dopo che ha detto che era
tempo da principio del .mattino, sublima lo stile seguitando eoA : E il sol
montava in su con quelle stelle Ch' eran con lui, quando Vatnordivinù ' Mme da
prima qmU^ con beile. E V uno e V altro poeta, discoprendo maravigliose
relazioni di cose, reca concetti che stupendamente magDìfieaiM lo stile. Naasan
telAoie sarebbesi aspèllato di vedere la Fama toccar col capo le stelle;
nessuno alia descrizione dell' ora mattutina avrebbe richiamato al pensiero Dio
Creatore, che nel vano del ciel» dà ino4« agli astri • eoo leggi etemamente
sicvire li onfina. An- nibale , presso Livio, incoraggiando i soldati, i quali
alla vista di quelle altezze che sono T Alpi si erano ab- bandonati deir animo:
Quid Aìfm aliud u$e eredUii quam monikun aUbuHnes? Fingermi^ aUioréi Pirrnmi
jugis: ìiullas prò fedo terras coelum conlingere, nec inexu- perobilei humano
generi esse. « Che altro credete voi esaere le Alpi se non allesse di monii? £
pognamo che si levino alto più che le giogaie de* Pirenei: ma certo è che non
vi ha terra che tocchi il cielo, e sia inespugna- bile al genere umano. »
Quante idee non si ridestavano nella memoria de' Cartaginesi a queste parole!
aver essi passate le rupi dei Pirenei, come fossero giogaie di monti; e
ancoraché le Alpi fossero più alle di tutti i monli, non esser invalicabili
alFuomo, specialmente a quelli che erano con AnnibalCi i. quali tante fatiche e
tante battaglie e tante fortune avevano superato. Nò meno sublime è V altro
luogo di Livio, dove introduce Annibale a domandar pace a Scipione: Vestri
patres non nihil, etiam ob hoc quia parum dignitatis in legatione ercU ,
negaverunt pacm. Annibal peto pacem. « I vostri senatori furono indotti alquanto
pur per questo a ne- garci la pace, eh' ei non parve loro clie la nostra lega-
zione fosse tanto degna che bastasse, io Annuale in persona chieggio la pace. »
(Nardi.) In quella parola sola Annibale voi vedete ritornarvi alla mente il
vincitore de' Romani al Ticino, al Trasimeno, a Canne, e tanto pih si sente la
magni6aenza del ooncetto, peroliò pre- parata ad arte. Fu negata ^ disse, la
pace , perchè non L^ yi i^uu Ly piemdigmtà aUmiìmta im bgaU die la €kktìeiMmo.
Ora io, che sono ArmSfalef cioè eolui, del quale non vi è chi abbia più
dignità, uè presso i Cartaginesi tante volte per lui viUoriosi, nè presso i
Emani tante volte éa lui sconfitti, io stesso wngo a chieder pace. Da questi
esempj vedete come egli è vero, che il sublime di concetto sta nel recare
innanzi in una o in poche parole un cumulo di grandi idee, dalle qoali resta
sopraffatta la «lente. Così' per questa stessa ragione sono sublimi i due se-
guenti luoghi: Et eunta terrarum subacia , Praier atrocem animum Catonis.
(Orazio, Ub. 2«, Oda I n toggeitato mondo i mi solo Imperò, Salvo II Sor él
GMone snlmo altero. (CfiSARI.) Nè meno sublimità è ne^ seguenti versi : Egli
{Ualaspina) airffluslre Esul fu scado, liberal lo accolse L'amistà sulle
soglie, e il venerando Ghibelliao parea Giove nascoso ^ Nelle case di Pelope
(Monti, versi premessi all' Aminta del Tasso. ) § 2°. D. Come si può dare
sublimitcì allo stile cogli affetti? R. ^oa v' ha dubbio che quando F uomo è
alta- mente commosso dalla passione non sia trasportato a grandi «eutense^ a
magnifici ed inaspettati conoetIL Enea dfèpèrato .della salVési^a delta patria
, Taóeotti ib- torno a sè pochi, li conforta con queste parole: Moriamur, et
media in arma ruamm: Um ÈttluB vieHi nMam gperare tiluiem, Capaneo, presso
Dante, dopo a^ere mostrato cogli atti e colle parole il suo superbo dispetta
anche fra i . tor- menti, termina il suo discorso mostrando che Giove stesso
esaurirebbe invano tutta 1^ sua forza per $iver di lui vittoria: E me saetti di
tuUa sua forza. Non oe potrebbe aver vendetta allegta. E il nostro Metastasi©
neWAttilto Regolo mostrando il suo sdegno coi^tro Publia e Licinio, in \ìfi.
trasporto d* ira magnanima innalza lo stile dicendo: Taci: non è Romano Chi una
viltà consiglia. - Taci: non è mia Ggiia Chi più virtù non tia. ■ • Nella
parlata che Gatilina fa al congiurati , presso Sallustio, lo stile in più
luoghi si magnifica e si sublima per la forza degli affetti. Egli dopo avere
resa odiosa la potenza dei grandi, e mostratò lo stremo a cui erano ridotti i
congiurati, per questo modo s'innalza dicendo: Quce quousque tandem patiemini ,
fortissimi vi- ri? nonne mori per virtutem prmtat, quam vttam mise- ram
aiqueinhonestam, ti6i aliencBSuperbÙB ludibrio fine- riSj per dedecus amittere?
« Sosterrete voi sempre que- sto, 0 nomii^^ fortissimi? Or non è meglio morir
per mlore, che una misera e disonorata vita , poiché dal- l' altrui superbia
sarete scherùitt, ontosamente perdere? Nè meno sublime è ciò che segue poco
dopo; DB' nique, quid reliqui habemus , prceter miseram animam? j«im igitur eccpergescimini. En Uh, Ula, qwm
stBpe optaslis, libertas : prceterea divitice , decus , gloria, in ocuUs sita
sunt. Fortuna ea omnia victor^us premia pò- suit. « Che abbiamo noi più , se
non la misera vita? Isveglialevi voi medesimi: ecco la liberti che tanto avete
desiderata: anche ricchezza, onòre e gloria, avete ìonaDzi agli occhi. La
ventura ha poste ti^tte cotali cose per guiderdoQ di ci^oro che vìdoodo. » Nè
meno sublime è il seguente luogo, che si legge nella Cantica di Marchetti,
intitolata : Um notte di Dante: A noi guardia sia 1* Alpd» e all' Àl{>e noU
8 3». D. Come ti iublima lo iiUefCol mes^so dtìk figure? R. Quando T animo ò
commosso, voi sapete che 1' uso delle figure più veementi è naturale, e che per
quelle lo stile prende effioseia; ora vedrete come prenda ancora abito di
subBsiità. OsserfBte questo luogo di Ci* cerone neir Orazione a favor di
Milone: Vos, vos appel- lo, fortissimi viri, qui muUum pra republica sanguinem
^udi^tis, Vos, in viri et civis invicli appetto perictdo, eenhtriones, vosque,
nUHUs: fMis non tnodo inspeekmii' bus, sed armatis et huxc judicio prmidentibus
, hcec tanta virtiAS ex hac urbe expelletnr? a Voi, voi appello, o cam- pioni,
ohe molto del vostro sangue spargeste per la re- pubblica: voi appello nel risico
di qnest'nomo e citta- dino invitto, 0 centurioni, voi, o soldati. Adunque su-
gli occhi vostri non solo, ma sdprastando voi armati a questo giudizio,
lascerete da questa città cacciare una virtù così grande? sterminare?
sequestrare? » (Cesari.) Se osservate quante figure qui vi sono, troverete clic
i2 Id breve spazio molle; apo3(rofe, im appelh; daplica- zione , vos,vos;
ripetizione, vos centuriones, vos milites; progressione inspectatUibìtó
arm<Uis, judicio prcesidenti- bus; ì/fàterrogBaiiooei ex hoc urbe
esq^eUetur? ed altri tropi e metafore, tutte forme di dire attamente paaaie-
nate, per le quali si addoppia Y agitazione dell'affetto, e a gran copia si
presentano idee alla mente in brevis- simo tratto. £ qui non mi tengo dal
recare quel subli- me luogo dì Demostene tanto ledafto da Longino.* De- mostene
vuol provare che egli aveva bene amministrata la repubblica: Nm erraste no,
Atetiiesif ponendovi a cinmtoper la Kth&usa de^ Greci; voi ne ovete
domestici esempli. Nè meno errarono quelli che in Maratona, nè quelli che in
Salamina, nè quelli ancora che in Platea combatterono. Non erraste al certo ,
no, giuro per le ani' me di colerò che Uuciarùno larvila em caa^ di Jfaro-
tona» Sembra (prosegue Longino), che per questa figura di giuramento (cui io qui
chiamo apostrofe) T oratore nel suo dire abbia ^nsecrali imaggiori, mostrando
che per coloro che ìm A latta guisa nlorìroiio doTesi come per gli Dei stessi
giurare; e mettendo ne' giudicanti il coraggio di quelli che ivi al cimento lo
esposero , pare che egli abbia iaftio passare la natura della dimostra- sione
in una oltrepassante allèzBa ed affezione, ed in una fedel prova di nuovi e
pellegrini giuramenti, e straordinarj e n^aravigliosi; e che negli animi degli
udi- tori come un certo reale medicamento o contravveleno abbia fatto calare il
diseorso, talché eccitati dagli en- comj non minori spiriti si sentissero nel
cuore per la battaglia perduta ^ntro a Filippo, che per li premj * Trattato del
Sublime di Dìonigio Longino, Iradolto dal greco da Anton-Francesco Cori.—
Firenze, aU* insegna dell'Anco- ra, Idia.— Sesione XVI, pag. d7 L^ yi i^uu Ly delle
vittorie riportate in Maratona e in Salamina: e così con avere portato via per
colai sorta di figura gli animi degli uditori, si partì. Per eguali ragioni è
magni- fico il seguente passo di Virgilio nel secondo della Enei- de ^ che già
altrove recammo: lUiaei cinerei, et fiamma extrema meoriim, Teetor in oeeatù
veitro, nee t^a, ne» nUae Fltovtotf tkee Ani0fMi;«r K fata fititmi Ui eadatentf
m^fuieee mIami* £ l'altro di Dante, quale introduce Pier dalle Vigne a
protestare la sua fedeltà verso Federigo signor suo: Per le nuove radici d'
esto legno Ti giuro, che giammai non ruppi fede Ai mio signor cbe fa d' oaor al
4legQ0« Quante idee non contiene in sè Pespressione del prinràO verso I D. Come
si rende sublime lo stile con ardita eleganza di frase? R. Quando nel nostro
parlare, sia egli di fantasia 0 di afletto, con una o con poche parole
risvegliamo nella mente dei lettore qualche idea grande o potente , la quale,
giungendo inaspettata, occupa la mente ed il cuore, lo stile acquista nobiltà e
magnificenza. Esempj ne abbiamo più cbe molti. Virgilio nel 4^' delle Georgi-
che volendo accennare i trionfi' di Cesane ottenuti nei Parti, dice cosk: ...
C(esar dum magnui ad altum Fulminat EuphraUm* Quale parola più grandiosa pei
molti concetti , che ad un tempo risveglia l la poten^^ la celerUà dei vincere,
Digitized by Google si piresentaBO air animò ad uà tratto; contro le armi di
Cesare non è forza umana che resista, come ninna foraa resiste al fulmine. L'
idea di fulmine ti porta ne- cessariamente Il coDOSoere la mano che lo scaglia
^ ella è la mano di Giove; vedete adunque come con una sola parola il poeta
dice : Cesare è potente , invincibile, eguale a Giove. Così Cicerone con poche
e vibrate parole espri- me la fuga di GatiUna, la raUna concai è fuggito, la
prestezza del fuggire , la ettlK scampata per la fuga di lui. Ahiit, excessit,
evasit, erupit, E poco appresso: exuUat^ et iriumphsU oratio mea. Ove, se
.osservate' quante idee si ridestano a quelle due parole che indi- cano gioia
ed allegrezza somma, e nella gioia e nell'al- legrezza la gioia d' aver vinto
Catilina, vi confermerete sempre più in ciò che è detto. 11 padre Segneri ,
quel sommo fra gii oratori italiani, dopo avere numerato con beir antitesi il
gaudio che deve provare un' anima in Paradiso, sublima lo stile colla soia
parola Dio. — In lui vedrete le perfestioni tutte, non vedrete in lui P essere
di veruna, e perciò in lui non vedrete verun difetto, tn lui vedrete candore,
ma non tinto da macchia; in lui beltà. mo non soggetta a scolorimento; in lui
potenza, ma non ombreggiata da emulo ; in Imi sapere^ ma non dipetidente da
magistero; in lui ftoiiM, ma non sottoposta a punissiO' ni; hi lui costanza ,
ma non mescolata con accidenti; in lui vita, ma non dominata da morte. Che più?
Vedrete Dio [o voi^ille volte be(Ui)! Vedrete Dio. Cosi nelle seguenti due
terzine di Dante lo stile si sublima per la parola Sole, e nella terza per ia
frase farsi corona: - E gìh la vita di quel nume santo Rivolta s' era al Sol,
che la riempie DI qudia c(Hta là
<l«?'ellt frange Più tua raltexia, nacque- al mondo un Sole, Come fa questo
tal?olU dal Gange. ftatt fiipoB4er« sH ooelri m lefai» « £ vidi lei (ehi
BeatHee) clie H facea corona. Riflettendo da tè gli eterni rai. Quante
grandiose Idee si sviluppano nella mente del lettore per quella frase si facea
corona! Iddio coi proprj raggi la vestiva; non bastale; formavale sui capo ia
co- róna favillante degli eletti. §50- D. Come si ottiene da uliimo di rendere
magnifico ed elemto lo sHk per mezxo dèlia cow^ixione del pe- riodo? li. Per
due modi si ottiene: o disponendo il perìodo in maniera che ti présenti sotto
una sola idea princi- pale scoperti i rapporti con molte idee accessorie, e i
membri e gì' incisi siano così disposti che ne esca una grave e dignitosa
armonia*, o disponendo le parole per modo, che seguitino più da vicino che si
può V anda- mento dell* idee, e quindi assalgano piùdiforsa la fan- tasia e r
animo. Esempj del primo modo troviamo spesso negli oratori e nei poeti latini
ed italiani; del secondo meno sovente, specialmente tra gV italiani, la lingua
de* quali non molto a ciò si presta. Vedete nel seguente esempio di CICERONE
(vedasi) nella seconda Catilinaria , come por grandiosa armonia ed elevala
composizione di periodi si solleva lo stile: Sed si vis manifestm audacioe, si
im- pendens Patrice périciilum, me necessario de hac ànimi lenitale deduxerint,
illud profecto perficiam, quocl in tanto et tam insidioso bello vix optaÀdtm
videtur, tU ne quts bonus intereat, paucorumque pi»na vos omnes jam salvi esse
possitis. Qìjub (ptMtm^ neqm prudeniia, neque humanis consiliis fretus,
polliceor vobis, Quirites; sei muUis et non dubiis Deorum immortalium
signifioan tionibus , quibus ego dwrièm m home spm, èententiwnqtte sum
ingressus : qui jam non procul, ut quondam sole- bant ab extremo hoste atque
longinquo, sed Ine prmen- tes suo rumine, otqifB auxilio, stia tempia, oJUpue
urbis tecta defenduni: guoe vos, Quirites, prwcarì, venerari, atque implorare
debetis, ut quam urbem pulcherrimam , florentissimam, potentissimamque esse
voluerunt, kanc^ omnibus hoslium copiis terra tnartgtie supercUis, perdi*
Ussimorum cimm nefario scelere defendant. « Ma se la manifesta forza
dell'audacia, se il soprastante pericolo della patria mi farà necessariamente
lasciare la cle- menza deir animo mìo, io farò quello che in così grande e così
insidiosa guerra pare che appena si debba desi- derare; che niun bono moia, e
voi tutti col supplicio di pochi possiate esser conservali. Le quali cose,
Roma- ni, io non vi prometto per mia prudenza, nò pereisser- mi appoggiato ne'
consigli dell'umanità, ma per molte c non dubbie dimostrazioni degli Dei
immortali, i quali mi sono stati guida ad entrare in questa speranza ed in
questo parere. E non di lontano, come già solevano da lontano e "straniero
nemico, ma essendo qui presenti colla divinità ed aiuto loro i lor templi e gli
edifìcj delia città difendono. I quali voi, Romani, dovete pregare, riverire,
supplicare, che quella città, che essi hanno voluto che sia bellissima, floridissima
e potentissima, vinte in terra ed in mare tutte le fòrze dei nemici, di-
fendano dalla scelleraggine di ribaldissimi cittadini. » (Dolce.) Nè meno
grandioso per la stessa tessitura del periodo è il seguente luogo del Segneri,
nel quale mo- stra quanto sia formidabile la divina giustizia. Ed ève mai tu
potevi volger il guardo^ che non incontrassi la gif4sU:&ia divina in atto
di fulminmte? Se alzavi gli occhi alt mpireò, iu la vedeui respinger quindi
eoli' asta quel- Por gog li oso esercito diribelUr se li chinavi agli abissi,
tu la vedevi attizzar quivi col fiato quelle fornaci caligi- nose di reprobi*
Entravi nel Paradiso Terrestre, e quivi amuM dtum spada yireifole, la soofgevi
manda/re in lontano esilio, e condannare ad inevitabile morte i due primi
padri. Lei tu vedevi passeggiar lieta suW acqua cT un mondo naufrago; lei
sedersi eontenta sopra le ceneri <f una Sodma divampata, e neW assorbimento
famoso di Faraone; lei tìi miravi sollecita affaticarsi tn risospingere quei
volubili monti di acque spumanti nelle teste egiziane: lei spcMSMor carri; lei
franger aste; lei rùvesdar cornili; fei sommerger cavalieri. Osservate ancora
quanto giovi una grave armonia a dare aria di maestà e di subli- mità alla
seguente ottava del Tasso, nella quale il poeta incomincia a descrivere la
rassegna che Buglione eletto duce fa de' suoi: a Tcila dama da gran d^sio
compunto Vesle le membra dell' onte spoglie, E tosto appar dì toUe l'arme In
punto. Tosto sotto i suoi (luci ogni uom s'accoglie; E r ordinalo esercito
congiunto Tutte le sue bandiere al vento scioglie , E nel vessillo imperlale e
grande La irionfanie Croce al ciel &ì spande. Ma quanto giovi l'armonia, o
sia ella semplice, o imi- tativa, dicemmo a suo luogo ; e solo che voi
ritorniate la mente al detto, di leggieri coaosoerete quanto ella giovi a ciò;
ma forse più che V armonia giova una ac- corta ed acconcia collocazion di
parole, e questo si pa- relio chiaramente dagli esempj ohe qui rechiamo, tolti
L.yi.,^uu Ly di peso dal libro deirEloctuioiie di Paoto Costa, sensa di- •
stenderci più oltre, perchè già anche di questa fu detto, abbastanza a suo
luogo. Avendo PacuUo/Calav io ialeso come il figliuoì soo PeroUa era fersao nel
pensiero di uccidere Allibale, come già vedesse cogli occhi il san- gue del
gran Cartaginese, fuor di se per paura si volgo al fìgUo, e gli dice ; Per ego
to, quomtmque juro, los patris facere, et pati omnia infanda velis. « Io te,
fi- glio, per tutti i vincoli che i figliuoli restringono ai genitori, che tu
non voglia fare e patire la piti grande nefanditii sugli occhi stessi del padre
, prego e ti scon- giuro; » e poscia: Annibàlem pater filio meo potui pla-
care: filium Amiihali nonpossumi v Padre, Annibale al figliuolo mio potei
placare, il figliuolo ad Annibale non posso, j» In questo luogo sono anteposte
le idee, che prime si offrono alla vista dell' animo appassionato di Calavio,
sicché ultimo venga a recar luce il verbo, al quale il discorso si chiude.
Nella preposiuone per hai eccennato, non «spresso, Tatto del pregare; neW ego,
la persona che prega ; nel fe, la pregata. Quindi i do- veri da fìgliuolo a
padre; poi la preghiera e la supplica, indi la persona del padre, poi la
cagione della preghie- ra. Osservate con quant'arte quellMnmòafem domina la
prima parte del 2° periodo, e con quanta ragione gli sussegue pater ; e al
pater, fiUo meo; poi ultimi i du^ verbi: indi nella seconda parte filium, e
quindi quasi a contrapposto Annibali, e il verbo a compi mdnto del concetto.
Prima inCatto nella mente del padre (}ovea sor- -gore l'idea della persona cui
si voleva dar morte, po- scia il pensiero della paterna autoriih, e qudlo d*an
figlio che non vi si piega. La vicinanza di codesti nomi, il naturale contraslo
che per essi nella mente si desta, la quale è quasi costretta a passare
rapidamente a ri- flettere dall' una ali* altra persona , danno un non so che
di sublime e di prepotente al discorso di Calavio, e tutta ne mostrano la
concitazìon degli affetti. Per egual arte si innalza lo stile nel seguente
luogo delP^ssavanti. Una madre vede venire al giudizio di Dio un figliuolo, il
quale per amore di santa vita in prima entralo alla religione, lei lasciando
vedova deserta, poscia abbando- nato ai vizj, aveva traviato. Ella gli si fà
innanzi cosi; Che vuol questo dire, figliuolo mio! Oh se' tu veniUo qui cui
esser giudicato; tu! Se si dica: figliuolmio, que- sto che vuol dire? or tu e€
venuto qui, tu ad eetere giU' dietUo? è facile a sentire, ohe V eflSoacia e V
eoeellensa del dire si dileguano e si pèrdono al tutto, comunque restino
integri i concetti ; e che ciò avviene per la di- versa coliocazìene. Coék pure
V altro luifo delio stesso scrittore è mirabile.*— Udendo il confessorech'egli
aveva morti due confessori, disse fra sè medesimo: me non uc- ciderai tu; e la
forza e la vaghezza tutta dispare sol che si dica: tu nm ucciderai me, otume non
ueeiderai. Ma intomo queste cose basti il detto , perchè la brevilè cbe mi sono
imposta non permette di stendermi più oltre. Nullameno non mi terrò per questo
di non recare uniti qui appreiso dnque esempli, i quali via meglio fsociano
sentire come si ottenga la vera sublimiti: Con alti concelti. 2° Coli'
opportuno governo degli affetti. 3** Con belle figure. 4» Per ardita
elega&za. 5<» Per elevata cùOh posision del periodo. Bene per amore di
brevitii mi terrò dall' analizzarli, sperando che i giovanetti desi- derosi d'
apprendere vorranno farne analisi da sè nel modo che è stato da noi insegnato e
praticato. Ssempio del Sublime oUenulo in Jbfift «lei ^andi ooaeetUi Proemio
della Congiura di Catilina descritta in latino da Cojo Crispo Sallustio, e
voltala in italiano da frate Bartolommeo da San Concordie, • X)mms homines^ qui
sese siudeni prtestat^e co^eris fli i t i wn itfciify fumine ofe nifi ékcett
wum HfeniiQ ne tramean^, veluii pecora, quùs natura prona aique ven- tri
obedientia finxit, Sed nostra omnis vis in animo et corpore sUa ut: ankni
imperh* corporii teruitio ma- gU ttfimnr. AUérum
noè» oum Dm, allenm eum tid* luis commune est. Quo mìhi rectius esse videtur
ingenii quai(gi virium opibus gloriam quasrere^ et quQniam vita iput • qua
firuM^mr^ hrévh cff , mett0riam nostri qwtm mamtme hngam efficere, Nam
iiHiMamtn. et farmte glo- ria fluxa atque fragilis est; virtus darà (elernaque
ha- betur, Sed diu ^na^nuiti inter mortalis certamen fuUy vim corporif » m
viHute anim re$ rnUUttm n^h prò- emteré$, Nam et, prtus quam Intàpia9, eonmUo;
et, ubi consuhieris, mature facto opus est. Ita ulrumque per se indigens, allerum.
alterèm aau;ttìo eyeL l§tiur iniiio re- gee inam in ferrh nomen mpem U prmum
fuk) éi- vern; pan mgenUm^ olii eerpus emteAemt «ftam tum vita hoininum sine
cupiditate agitabatur ; sua cmque saés placebant. Fostea vero quam in Am Cf/nu
, m Gnema Uttedesm^mk et ÀihemenHs ecepere urbet mlqne natiónes subigere,
lubidinem dominandi caussam belli ìiakere^ maxumam gloriam m maxumo imperio
putare; tum demum perieulo atque nego&e oomjMrfnm cft, tn beilo fìurìmum
ingenium posse, Quod H regum atque imperatorum animi virtus in pace ita uti in
bello va- leret, oBqnMR^u mique eotMmlim $e$é re$ hummHB kaberent; neque aliud
alio ferri, ncque mutavi ac mir sceri omnia cernerei, Aoia imperìum faàle his
ariibus refinelttf» qnibu$ òntio fortum eU, Verum uU ffo lor bore desìdia, prò
eontmentàa et ceqmiale lubido alque superbia invaserCy fortuna simul cum
moribus immuta' lur* Ila imperium semper ad optimum quemque a minus bono
iransferiur. Quas bomìnes arani, navtgant, mdifi- cani, vhrluti onmia parenl.
Sed multi mortales, dediti ventri atque somno^ indocti, incultique vi/am,
siculi peregrimntu^ Iransegere; qmbiu^ profecto conira na- iuram, corpus
voluptati^ anima oneri fuiu Eorum ego vìlam mortemque juxta cestumo, quoniam de
utraque . siletur. Verum enim vero is demum mihi vivere atque frui anima
videtur^ qm aìBquo negotio intenius piteobri faeinoris aut artis bonas famam
qumrU. Sed tu itM^iia copia verum aliud alii natura iter ostendit, Pulchrum est
bene facere reipublicce: eliam bene dicere haud absur- dum est. pace vel bMo
ektnm fiori Ucci: ti qui fé- eert^ et qui faeta tttorwn seripeere^ m«/lt
lauàanHtr: Ac mihi quidem^ tametsi haudquaquam par gloria se- quaiur scripiorem
et auciorem rerum, tamen in primie arduum videtur rm gestae seribere: frìmnm^
quod faeea ^etis sunt excequanda; dehinc , quia plerique , quce de- lieta
reprehenderis f malivolentia et invidia dieta pu- tant: ubi de magna virtuie et
gloria bonontm mmorei, quw sibi quisque faciWi faetm ptUal, a^uo animo acéb^
pit; siipra ea, velati ficta, prò falsis ducit. Sed ego ado- lescentulus initio
sicuti plerique , studio ad rem]^tldkam latuM ftim» ìUquù miftt aimsa madia
fisera. Nam prò pudore, prò abstìneiuia, prò mrtute^ audacia, largitio, avor
ritia vigebant. Quce tametsi animus aspernabalur insolens malaruni artium,
tamen inier tanta vitia imbeciUa eeias ambilione corrupla tenehatur; ae me cum
ah rcliquo- rum malìs moribus dissenlirenif nihilo minu» honoris cupido eadem,
qum easteroi, famm atftte ìmMia vexa- bai, Ighut ubi anhnuM ex mulHs miseriis
aiqtie pericu- li8 requievU, et mihi reliquam celatem a republica prò- cui
habendam decrevi; non futi eonsitium àecordia atque detidia bonùm otàum
eoniereré: neque vero agrum eo* lendOy QUI venando, servilibus ofjìcus
intentum, (vtatem agere; sed a quo inceplo studio me ambilio mala deti- nuerai^
eodem regressus sHiim rei gestas pojvU romani mrpftm, ttf quceque memoria digna
videhantur, perseH' bere: co niagis quod mifii a xpe , metu , parùbus reipu-
bliccef animus liber eral. Igilur de Calilince conjuralio' ne, quam verissnme
poterò , paueìs absolvam. Ifam id faànus m prim» ego memorabile exisiumo ,
scelerìs ai- que periculi novilale. Ve cujus hominis moribus panca prius explananda
iun£» quam initium narrandi faciam. e A tutti gli aomini , li quali si brigano
di pili va* lere che gli altri animali, si conviene con somnio stu- dio
isforzare che egli non trapassino questa vita io tal modo elle di loro, non sia
detto elcuno bene; siceome diviene delle bestie, le quali la natura ha formate
in- chinate giù a terra, e ubbidienti al desiderio di lor ventre. Ma ogni nostra
vertU è posta noli* animo e nel corpo: V animo per comandare, il eorpo per
servire più principalmente usiamo , e usar doverne. uno , cioè r animo, con li
Dii ; l'altro, cioè il corpo, colle bestie avemo comunale. Per la qnat cosa a
me piii diritto pare per istodio d' ingegno d* animo , 'che di forze di corpo,
addomandare gloria e cercare onore ; e in questo modo, per cagione che la vita
è briove , la memoria di noi distendere e' rallungare. Perciocchò gloria e
onore di ricchezza e di bellezza è mutevole e fragile, la virtù è famosa e
tesoro eternale. Ma di que- sto lue iuDgo tempo ixa gli uomini grande
questione: se per forza di corpo o per vertù di animo li fatti caval- lereschi
più e maggiormente andassono innanzi. Perchè anziché si comincino i fatti è
mestieri il buono censi- , gliamento, e poiché i} consiglio è preso, si è
sbrigaiji- mente mestieri il fatto : e coà e Fune e V altro, insuf- ficiente
per sé, Tuno dell* altro ha bisogno. Dunque al cominciamento i re, perciocchò
in terra questo fuc primo nome cU signoria, alcuni di loro studiavano e
adoperavano in loro e in lor gente lo ingegno, e al- cuni altri il corpo. E
infino a quel tempo senza avari- zia e desiderio vivevano, e le sue cose propie
a cia- scuno piaceauo e contentavano assai. Ma poiché in Asia il re Giro, in
Grecia li Lacedemoni e gli AteiMesi cominciarono a conquistare e sottomettere
cittadì e gente; e ad avere cagione di guerra e di battaglia la grande voglia
del signoreggiare; e a credere che som* ma gloria fosse in avere grandissima
signoria : allora finalmente per pericoli e altri fatti fu trovato e veduto che
in guerra e in battaglia molto puote e. vale inge- gno. £ se la virtù
dell'animo de' re e dei signori | co- me s' ingegna e si eforza di valere nel
tempo delle bri- glie, così facesse in tempo di pace, più chetamente e più
fermamente starebbono gli stati umani: nò non ve- dresti altro stato ad altri
andare , nè posi mutare nè mischiare tutte cose; perciocchò la signorìa agevolmente
si ritiene con quelle arti per le quali al cominciamento fu acquistata. Ma
poiché in luogo di affaticare viene la pigrizia , e in luogo di contenenza e di
drittura ven- gono i disordinati desiderj, lussuria e superbia; allora la
ventura insieme co' costumi si rimuta. £d in questo Digitized by Google — 190 —
modo la signoria va a ciascun ottimo, partendosi dal mea buono: e quelle cose
che gli altri uomini navigan- do, arando, edificando acquistano, alfa virtìi
sono tutte ubbidienti e soggette. Ma molti uomini dati al ventre, al sonno, non
savj e non composti, di questa vita tra- passarono siccome pellegrini, de^
quali, poiché sono partiti, non si cura più. AN|uali uomini centra natura il
corpo fu a disordinato diletto, e V animo fu a carico: e io lor vita e lor
morte egualmente giudico e stimo, perocché deli' una e deir altra si tace. Ma
per vero que- gli a me finalmente pare che viva e die delF animo goda, che ad
alcuna operazione inteso di chiaro e famoso fatto, ovvero d'arte buona d'animo,
sua nominanza va cercando. Ma infra la grande molbitudine delle cose la natura
dà diverse vie ; e 1* uno é acconcio natural- mente ad una cosa, e V altro air
altra. Onde bella cosa é ben fare alla repubblica , cioè a suo Comune. Eziandio
ben dire non è laida né vile : ché in pace e in guerra puote uomo diventare
famoso : e quegli c' hanno fatto, e coloro che i lor fatti scrissero, molto
sono ragionevol- mente lodati. £ avvegnaché non egual gloria si séguiti allo
scrittore che al fattore delle cose, importante a me grande e malagevole cosa
pare le cose fatte scrivere : prima, perocché come sono sutili fatti, così si
conviene proseguitare, ed agguagliarli con parole e detti ; appres- so,
peroceliè molti quelle malfatte cose che tu ripren- derai pensano detto per
malivoglienza o per invidia : laddove di grande virtù e gloria de' buoni
parlerai, se dirai quelle cose che ciascuno agevolmente creda di poter fare le
somiglianti, udendole sta per contento; ma se dirai sopra a quelle , allora
reputa cose composte e non vere. Ora io assai garzone, al cominciamento, sic-
come molti altri fui levato dallo studio, e a* fatti del uiyui-n-G Ly Cronrane
mèiialo e poslo ; e quivi molte cose mi farono contra V animo ; perocché per l'
onestà e per gli com- posti atti, per la astinenza e per la virtù era disordi-
nato ardtflMito e allargamento di spendere e di donare y e avarìzia : queste
cose erano in me, e in me polensa aveaoo. Le qu^li cose avvegnaché il mio animo
schi- vasse e spregiasse I siccome usato e non concorde- vole con quelle male
arii^ nientemeno la tenera mia età corrotta per desiderio d^ onore in quelle
era occupata e distenuta. £ conciossiacosaché io da' mali costumi d'altrui
disoordasai e disconsentissi, importante quel medesimo desiderio d* onore e di
fama, e quella- mede- sima invidia, che conturbava gli altri, conturbava e
occupava me. Però quando V animo mio di molle miserie e pericoli riposò, e io
mi determinai V altra etade avere dilungata da* fatti del Comune, non fti mio
intendi^ mento il buon tempo del riposo, che io preso avea, di guastarlo o
consumarlo per negligenza o per pigrizia4 nè eziandio intendendo a lavorio de'
campi , ovvero k cacciagione, a uecellagione^passare V età , occupandomi in
operazione cos\ vile. Anzi allo studio, dal quale, co- minciato, m' avea
dipartito e ditenuto io disordinato desiderio di onore, a quel medesimo io
ritornando, dili- berai delle storio di Roma scrivere, non per tutto, ma per
parte, le cose, siccome ciascuna era di memoria degna. E tanto più in ciò mi
fermai, quanto io potea sicuramente dire, sentendomi T animo lil)ero da spe-
ranza e da paura, le quali due sono come due parti ne' fatti del Comune.
Adunque della congiurazione, cioè del trattamento e del tradimento di
Gatellina, tanto verissimamente quanto io più potrò , In brievi parole
riconterò; perciocché quel fatto io stimo e giudico in prima ricordevole per
novità di gran fallo e di pericoloso. Dé' cmUxm del qaàle nomò no pooo
rteoiHerò , in prima che io cominciamento facci di mio dire. » Qaantt ailezia
di filosofia, quaala ma^fioeosa di concetti e di parole non è in questo proemio
! La natura dell' uomo e degli umaai reggimenti vi, sono maestre- volmente
dipiodi eoa |[r«vità che sempre tieiie ai sublime» Sentenze poi elevate e piene
di Gatonli^na se* verità, colla grandezza della mente dello scrittore ti
mostrano direi quasi in iscorcio la grandezza dell' im- perio romano , e ie
fondamenta iSuUe qnalt levò tant' alto , e più da lungi il principio dèi
decadimento e della riiina. Luogo più sublime per potenti concetti forse
indarno si oerca fuor di Sallustio, il quale in questo genere di compressa e
sentensiosa sublimili forse va innansi ad ogni altro scrittore latino. Del
volgarizzamento non par- lerò, e mi basti dire ohe rado ci perde col testo, e
se non lo avansa ci va sovente del pari* * ^ • Ssempìo del Sublime otkei|uto in
forza dell' afieito» Proemio del libro VI delle Istiluiioni di Quinltliano, in
cui de- plora la perdila dell'unico figliuolo che gli era rittmto» Filium ,
cujus, prfcter Marcelli sui et Coesaris ipsius in hoc opere conficiendo,
utilitatem respexisset, mòrte interceptam esse dolet. Hoec, Marcelle Ficfori,
eo? fmi volunttiie masàme ingrcssus, lurti si qua ex nobis ad juvenes bonos
perve- nire possei ulilitaS t novissime pene eliam neauàiUUe quor dam offieii
delegali mìftt, eedulo Morabam^: reij^em» tamen illam curam meco volupiaiis,
qui filìo^ cujus emt- nens ingemum soUicUam quoque parenùs dU'^enliaiu
■wrghiiiir» ìum oftìmtm frnim tMctwm kmNiiimii$ vUèlmrf «1, fi m§, quad mquum
et opèMU fttU^ fata inlercepusent f prceceplore tamen patre uteretur. Al me
forlum id agentem diebus ac noctibuSf fulinaiUemque Mcm mem m&rtaUkUUf Um
jiiMio prMmwUf mt làbih rt$ mèi frwcHMM nd mmnm mimis, qu/am ùd me, perH'
nerel. lllum enim, de quo summa conceperam, et in quo $pmi unicam ienectutis
mete repombamf repeiila «tii- mre atUMh amim» Qmd .mme afiinf M ^uem ullra em$
Mnm itier, diii reprebanàlmi, credami Wam tic forte accidit, ut eum quoque
librum, quern de caussis corrupte eloquenii» emUi^ .jam ecrìbere e^ggremu^ »-
scm ferirer. Tmw igkuir oftìmmm fmi^ imfexMm opus, et quidqu'td hoc est in me
infelicium literarunif su- per immaiwrum funue eoneumpturis viscera mea flammis
hgkeret neqm lume Imfiam vtmiMMi nmdt inn^fer curii feà^e. Qme emm mttl fcmM
parali ìgmeeiU: sì studere amplius possum? ac non oderit hanc animi mei
firmiuuem, <i qme inme eH alÀns imiu vocis ^ quam «I meàeem dece, emperetee
cmmbm mccrtmf nuUam 'terfQé deipieere proviffMttiiiii iMerf #i mmo auu, età
taìnen nihil objici^ msi quod vivam, potest: at ilio- rum certe^, quot utique
mmeritoe more acerba damna- vk: creplm mtftt firiiit eorumdem mairCf qmm imdum
expleto ostatte nndemteàme anm duo$ enixa fHìos, quam- vis Qcerbìssimis rapta
folti j feìix decessit. Ego vel hoc mo malo sic eram agUeim^ ta me jam nuUa
fmrtma poaet effkere fdieem. Num eum cmd Mrlaite, qiug m feminas cadit, functa
imanabilem attulit marito dola» rem: tum astate ea paellari^ prasserlàm mece
comparata, paieel el ipea munerari-nUer vulnera- wMkak: ei, quod nefae erai, wm
{eed c pla ha i ipsa), -tiM-Mbo» fiMuriiiias cruciatus prascipiti via effugit.
Liberis tamen supentiti- i3 uiyui-n-G Ly
— bus obUcéakmr^ MUà fUim wàmr ^m t i tm egnmm m- tttim, ni m ntiBr
ager&m^ frìùr tkenm tr Amokiu ttmi lumen. Non sum ambiliostis in malis, nec
augere lacry» marum caunas, volo: ulmamque esset rano mmuendL Sed di$iimulwrt
qm poMicm, quid iUi yaiim m mAm» qmd jucirncKlAlit In $armone, quoi ingeàn
ègmmihit quam prwslanliam placidce, el (quod scio vìx posse credi lanlum) alice
menù$ oUenderei? qualis amorem qukum' qu€ ofiefiNt imfan$ merenimt. JUmi vmto
iitriiiianlti» qm me voMìm eruótaret, forhOHB fuii, ut iUe mUà Man- dissimus,
me suis nutricibus^ me avias educanti, me om- 4Ùbu$, qui BoUUUne' soUu iUoi
wlaUÈf mUeferreL Qmar propier UH dohri, quem ^» maire <iplmMi, aiqu» kiadè»
4)mnem supergressa, pauco» ante menses coeperam, gra- tular, Mirxui enim est,
quod fiendum meo nomine, quam qMod tUitft gamdmd$m eti. Una peti h&ge
OìàtUàtUmi -mei spe oc viÀnpimte «tleior ; d poserai sufficere «oblio. JVon
enim flosculos, sicut prior , sed jam decimum aslatis ingrmui anuum^ ccrioi
alqua deformaioi frucius ostm- deroL Jiiffli p$t. mala nm^ per mfeliaam
eaMdoiliam« pet iUoB manes, mnnùna doloftt m«t, km wu m ìBo 9h disse virtutes
ingenti ^ non modo ad percipiendas disci- plinai, quo mhU pnetiauéiuB cogmm,
pbuima expaum^ fl urfì if u e jwn .uam nm ùimed {sdimi prmtplorer), «erf
prohilalis, pielalis, humanitatis, lìberalìlalis , ut pror- sus posaii hinc
esse tanti fulmmis melus, quod obierva- imm fera atkrìm oaàden fiuHnakun
mamrkatm: et t$n nemm quam, qum spm UuUai daeerpat , hvUimn: ne videlicei
ultra, quam homini dalum est, nostra prn- vehantur. Eliam iUa foriuita uderaM omma,
vocìi jii- etmdiiM dmiiAffiie, ora amviuta, of tu àir^temmqm lingua, iamqmm ud
mm 'émmm mim enei, esFpm m proprielas omnium Ulerarum, Sed ìuec spei adkut::
iUa WHjcn, emutminmt j^istrifot » eonfra dobrc» arim» nuiuB rohtr, Màm fu^ iib
ammo, qua miikorum atf- miratione, mensìum odo valeludinein tulli ? ut me in
supremii consokuus est ? qum etìam deficit » jamque non noiteTj iptum Uhm
atìenaue mentis enorem àrea solai litteras hahuit f Tuotne erjo^ o mete spes
inanes, kifenèes oculos, luiim fugienlem spirilum vidi? Tuum eorpm frigidim
exangue compkxus^ ommt^m redpgrei amramqm oomnmnm hmrke ampHw potiti? ^^im ftif
omciaffòtif, qme fero, diqnm ine eogilationilms. Tene consulari nuper adoplione
ad omnium . $pes /ioao* rum pairis aémoUmf ie .avuneulo praséori generumish
etìnatum^ ie omnmm epe nitìeee deq^untke eendiiatumf supersles parens larìiiim
ad poenas, amisi? El, si non cupido lucis, cerU patienlia vindUcei le r^liqua
ceta" te* Ifam fruom moto omma ai erìemi forumae rdegn* mne. Nemo, nid enm
enlpa, din. doki. Sei viemmSf et aliqua vivendi ratio qucerenda est:
credendumque doc- tissimis hominibus , qui unicum advenortm soUnium
Ikteras'pwemferunt. Si quamde tnmen itn retederit- prte- tene ìmpetue^ ut aUqua
tot luelèhm nUa «olimpo éneerì possity non ìnjuste petierim marce veniam, Quis
enim dilaia studia miretur^ quee palius non abrnpta esse mi* ranésM est ? Tum^
si fsa nmiif fuerint ^fsekt tir, qmes levitis adfiuc afflicli cosperamus^
imperitice aut fortunw remittaniur: quce^ si quid me^^oerium aUoqui in nostro
ingenìo tMum fms^ ut non erlmMrti, debuttanti fa- iiMii. Sed vsl propter hoe
noe eensuntadus erigstmuSf fuod Ulum ut perferre nobis dijjiciie est , ita
facile con- temnere. Nihil enim M advereus me reUqmi, etf infe- Beem quidem^
sed e&ttissimmn uesun^ aitedèt mshi e» hit malh secufttatem. Ami unum
esmmdm noetrum laborem vel propter hoc <equum est, quod in nuUum jam pr&pfhm
man» perMeramut , ud mMiit km emm mà alienas uiHiiatei {si modo qiM «fiie
ffrlMmiu) speeiau No8 miseri^ ikut facuUaiis patrìmonii nostri^ ita hoc opu$
QÌHt prmpaitabammf alm nUqumUi. c Dopo avere iatrapresa quest' opera
specialmente per secondare il tuo genio, Marcello Vittorio, ed anche per fare
ai giovani dabbene quel giovamento cèe io potessi, ultimamente veggendomi anche
in certo modo necessitato dal carico impostomi, m'affaticava attorno ad esM con
applicazione, non perdendo però di vista quel pensiero eb© era V oggetto del
mio piacere, Ab slimava che la miglior parte dell' eredità che al mio
fìglittolo (il cui eminente ingegno meritava anche la sol- lecita attensione
del padre) potessi lasciare, ftaae 'que- sta , che se la morte , come etato sarebbe
giusto e desi- derabile per me , m' avesse sorpreso , ei non lasciasse d* aver
ancor per maestro il suo padre. » Ma, mentreobè a CIÒ io attendea gionio e
notte, ed affretta vami per timore d' essere còlto dalla morte, la fortuna m'ha
d'improvviso talmente diserto, che il frutto della mia fatica a niuno può
toccar meno che a me. Pereiocilièi raddof)f>iaodo8i, la ferita dMl'«rbi4k,
quel figliuolo perdetti, di cui concetta avea altissima idea, e in cui l' unica
speranza di mia vecchiezza rìpo- nea. Che cosa ora farò? o a obe crederi io
d'esser buono d* or innanu, poiché gli Dei mi riprovano? . ..^ » Imperocché
anche quando presi a con^porre il libro che diedi in luce sopra le cagioni
della corruzione Ml'^hquemn, per mala ventura accadde d' essere d' ua colpo
simile a questo percoiso. Allora dunque sarebbe stato meglio che avessi nelle
i\amme di quel rogQf acceso sì iircinaliifanente per cónèumare le vi^ soere
mie, gettata qaeUMalaoflta opera, é tutta questa sventurata letteratura ch'io
possa avere /senza affati- care ancora eoa novelle cure quest' empia lunghezza
di yita. Perciocché qua! buon |>adre potrà perdonarmi, ae ho II coraggio d^
occuparmi ancor nello studio? e non detesterà la fermezza dell' animo mio , se
io fo altro uso della mia voce che per lagnarmi degli Dei che m' han fallo
sopravvivere^ a tutti i miei, e per dioinarare che non e' è Provvidenza che
vegli §ul1e cose di quaggiù? se non per la mia sventura, cui non si può però
rin- facciar altro, se non che duro ancor in vita ; almeno per ia sventura di
quelli che contro ogni merito loro m'ha acerba morte involati; essendomi prima
stata rapita la lor madre, la quale dopo aver messi al mondo due figliuoli, non
avendo ancora diciannove anni com- piuti, bencfaò da morte acerbissmia rapita,
partì però avventurata da questa vita , e , cfé che era ingiusto , cru- dele
(ma il bramava ella stessa) per aver lasciato me in vita , a grandissimi
tormenti per precipitosa via si sottrasse. Io per questo infortunio anche solo
era'rimaso talmente afflitto , che ninna ventura mi potea più render felice.
Perciocché , oltreché per aver praticata ogni virtCì che a femmina si conviene,
un inconsolabile dolore ca- gionò al marito ; per emre morta in una etè sì
fandnl- lesca, specialmente in paragone della mia, si può no- verar anch' essa
tra le trafitture che cagiona il rimaner privo de* figliuoli. » Io nondimeno mi
oonsoiava co' figliuoli che erano dopo lei rimasi. Il figlio minore, dopo avere
compiuti cinque anni, acciocché continuassi a vivere tra le di- sgrazie, fu il
primo a cavarmi 1* uno dèi due occhi, lo non sono ambiziosor nelle sciagmre, uè
voglio le cagioni I — 1QS — aeereicere del lagrioiaro (piaoeflfle afisi al
cMoche oi fMBeiBodo di^diminulrle); ma come dissìiDalar .potao qual grazia egli
avesse nel sembiante , qual gentilezza nel parlare, quai faville ingegno
mostrasse, e quale ecoeìleiìta di oa* ankoa tranquilla, e (ciò ohe so eteoe
appena credibile in una tal etè) df uti* anima elèvala? un tal fanciullo, di
qualunque altro fosse stato, sarebbe slato degno d' amore. » Ma lift tratta
dairifiisidiatrioe fortuDay per tormen- tarmi più crudamente , fu , ch'egli
mostrandosi pili ca- rezzante con me che con ogni altro, me alle sue nutri- ci,
me air avola cbe avea cura di lui, me a tutte le per- sone che colle
careisaalletlar sogliono queir età, prefe- riva. Per la qual cosa quel dolore
ringrazio, che pochi mesi avanti ebbi a provare per la morte della sua ottima
madre, e che lodar non si può quanto merita: percioc- ché meno c'ò da piangere
per rigumlo alio y di qilel ohe ci sia da rallegrarsi per riguardo suo. f. »
Restavami dopo queste sciagure il mio Quintilia- no ^ oh' era tutta la mia
speranza e T unica mia delizia; e veramente ei pdtea biuitare
peMuia-coBaoheione* Im-* perciocché non fiori, slocoree il primo, ma 'entrato
già nell'anno decimo dell' età sua, mostrava frutti formati, dei quali era
sicura la rapcolta. Giuro per le mie scia- gure, pel d(riorosQ.te8timomodi mia
coscieitaa,. per quei Mani che sono gV idoli del mio dolore, d' aver veduto in
lui tali virtù d' ingegno, non solamente per apprendere le scienze, del quale
non ne conobbi alcono più eccel- lente con. tutta l'euperieflUa che 'ho,
edlstudie sin al- lora non isforzato (i suoi maestri il sanno], ma di pro-
bità, di rispetto, d' umanità, di cortesia, che certamente ^'può per
quesU^-temere un A- gran colpo di fulmine, chè'siikoiidiaarìaraciijte-'esaervatfifehe
tutto oii che ^u- Digitized by Google glie si presto a maturità, più presto
finisce; e che regna una segreta invidia la qurie portasi yia si belle speran-
se, per impedire appunto che le nostre cose non si sol- levino al di sopra dei
confini che all' uomo sono prescrit- ti» £gii avea altresì tutti i vantaggi che
dà il caso, un SQono di Tooe piacevole e chiaro, una flsonomia amabi- le, e in
quel delle dite lingue tu vuoi, un pronunziare scolpito di tutte le lettere,
come se nato fosse unica- mente per quella. » Ma queste non erane ancora se non
preparasioai per r avvenire: erano ben più rilevanti le>ae virtù della
costanza, della gravith, e della fortezza eziandio con cui stavasi saldo centro
i timori ed i dolori. Peroc- ché, oh oen q«al coraggio, con quale stupore de'
medici sopportò egli una malattia di otto mesi ! oh come negli ultimi momenti
di sua vita mi consolò egli stesso ! oh cerne anche in sul mancare, e, non
essmido ornai più di questo monde, in quelle stesso vaaeggier die iacea , avea
sempre la mente occupata soltanto negli sliidjl Ho io dun^ que (o mie vane
speranze !) veduto venir mono i tuoi oc- chi, e il tuo spirito Aiggire? Tenendo
tra le mie braccia il tuo fredde corpo esangue, ho potuto ancora ripigliar
fiato e respirar la comune aura vitale? merito io bene questi tormenti che
soffro, merito ben questi tristi pen- sieri, le dunque, che per essere poc'
anzi stato da un console adottato, potevi sperar di succedere e tutti gli onori
del padre; te, che eri già da un pretore tuo ma- terno zio per suo genero
destinato, te, che tutti spera- ' vano di vedere aspirare al vanto dell' attica
dcquenea, ho io perduto; ó padre sopravvivo a te solamente pér patire? E se non
ti vendica il niun desiderio che ho di vivere, ti vendicherei almeno la miseria
che soffrirò nel restante di mia vita; percioochò invano noi imputiamo
uiyui-n-G Ly Google - 200 — tutti i raali alla fortuna. Niuno è lungamente
inOelice , se non per sua colpa. » ila noi vìviamo, ed èjùene ohe qoalohe
oocupa- zione cerchiamo in cui impiegare la vita: e convien cre- dere ai più
dotti uomini che hanno riguardate le lettere come l'imioo sollievo nelle
avversità. Se mai però il do- lore che al presente m'opprime, in modo si
oalmer^, che fra tante afflizioni possa aver luogo qualche altro pensiero, non
senza ragione domanderò perdono del mio ritardo. Di fatto obi si stupirà che
sieoo siali differiti gli siodj, i quali è anzi da stupirsi cbe siali non sieno
interamente abbandonati? Inoltre se qualche cosa sarà meno compiuta di quelle
che avevam cominciato, quando eravamo ancor meno afflitti, se ne dia la colpa
alla mia insufficiensa, o alla mia rea fortuna; la quale se io avea per
avventura un ingegno punto capace a qual- che cosa, benché non V abbia spento,
l' ha però indebo- lito. Ma alnoten per questo riflesso, facciamo! piùoali*
natamente coraggio, che, siccome ci riesce diflieile il sopportarla, così ne è
facile il dispreizarla, perciocché ella non si ha lasciata cosa con cui
nuocermi ancora, e ha dopo questi mali recala un' inCaliee si, ma porò
certissima sicurezza. » Del resto son sicuro che in buona parte sarà presa la
mia fatica, almeno per questo rispetto, che non la proseguiamo più per alcun
nostro interesse particola- re; ma tutta questa cura, come utile agli estranei
(se • pure è punto utile ciò che scriviamo) , è tutta per gli estranei. Noi
meschini, siccome le facoltà del nostro pa- trimonio, cosi quest' opera abbiamo
preparalo per §^i unì, e lasceremo tutto agli altri. » a {VolgarùunmmUo di
Jacopo Gùriglio.) uiyui-n-G Ly Google — MI — Luogo più eloquente e più delicato
di queslo non ho mémoria d' avere lelto mai. Un padre che perduta la moglie e
Futi fi^iuolo ai dh lutto alla cura delFunioo che gli avanza, e in che tutte ha
riposte le speranze sue; che sul meglio sei vede rapire, e tornar vane le sue
fatidie: un padre ohe sulla tomba dell'amor suo perduto depone le sudale
fatiche della sua mente , e la* montando la trista sua fortuna quasi cerca
rincuorarsi riandando tutte ad una ad una le sue miserie^ non può parlare pih teneramente
, più lagrimevolmente di quello che qui fa Quintiliano. Osservisi quanto sono
naturali i concetti, come spontaneo e naturalissimo l'uso delle figure. A me
sembra che a dimostrare V affettuosa su- blimità di questo luogo non faccia di
mestieri usarvi V analisi; ma interrogare il proprio cuore. E s'io al cuor mio
mi appello, ne sento tutta la pietà e la bellezza che lo rende sublime; nè
dubito che vi sia persona sk sel- vaggia e dura ohe noi aenta con me. La
traduzione è facile , piana , fedele , ma forse meno affettuosa, perchè
alquanto fredda. Tuttavia ha di bei pregi nella sua elegante semplicità.
Xfmnpio d*l Soblame otteooio per !• ISgore* Siordio e propoifstofié della
predica del padre Paolo Segneri eoniro la nuda Politica. * Expedit ni OBMt morìatur
homo prò popolo. JOKAM., 11. ÓO. E fìa dunque spediente a Gerusalemme che
Cristo muoia? Oh folli ocmsi^il Oh frenetiei consiglieri l Al- * n Golonbo
nella seeoadi dille tee taioM Mito ito^^ dé «se eolla Amila dice mi di qveilo
etordk: c Qui voi fedete adope- » fate e l'iatanogaiioDe, e Teielamiilone» e
Ismatafoit» e la si lora io voglio che voi torniate a parlarmi, quando, co-
perte tutte le vostre campagiìe d' arme e d' armati, ve- drate V aquile romaDe
far nido d' inioraó alla voalre ramra, ad appena quivi posate- agusiar gli
arligU ed av« ventarsi alla preda : quando udirete alto rimbombo di tamburi e
di trombe, orrendi ficchi di frombole e di $ae^-. te^ oanfiiaa grida di iariii
e di moriboodi^ allora io vo* glie ohe aappiaie ri^KMidere, se ^ -aapedienie.
BaopédU? E oserete dir expedit^ allora quando voi mirerete correre il sangue a
rivi ed alzarsi Ja strage a monti? Quando ro- vinasi vi BiaiiebBraano sotto i
piè gli editisg? Quando svenato vi.laDgenranDO ìnnansi agli occhi le spose?
Quando, ovunque volgiate stupido il guardo, vi scor- gerete imperversare la
crudeltè» signoreggiare il furo- re, regnar la morte? ahi non dittano, gik
$agfedit, que* bambini die saran pascolo alle lor madri affamate: noi diranno
quei giovani che andranno a trenta per soldo venduti schiavi : noi diranno quei
vecoh* che pende^ » necdocbe, e ripotiposi, e V enunusmione, e la ripelizioDe:
voi » le vedete succedersi i' una air altra , anzi intrecciarsi e mesco- »
larsi , e non formar più tulle insieme se non una sola figura. » Questo
linguaggio sì straordinario non dee dall'oratore tenersi )> fuor che nel
colmo dell'entusiasmo, quando la fantasia somma- » mente agitata dalla viva
apprensione di casi gravi, funesti, alro- )> ci, compassionevoli, lo
coinmove al maggior segno, eccita in lui » le più gagliarde passioni , e lo
ir;ie quasi fuori di se. Il parlare a >) questa foggia in altre occasioni,
demenza sarebbe, non arte, lo » non mi saprei dove rinvenire in alcun altro de'
nostri oratori un » tratto di eloquenza sì pien di calore e d' iuìpeto e di
energia, e » condotto con tanto e così Ono artilizio: e ad ogni modo non ose- »
rei proporlovi siccome cosa da invaghirvene e lenlar d'imitare. » Le commozioni
, che destansi con arti di tal falla, soglion esser » grandi, ma passeggiera: e
li finé principale deiroralore deV es- >iKT quello di lasciare negUaniaii
dagli «dilori «m4 imafaisiool Digitized by Google ranno a cinquecento per
giorno oonfiUi in croce. Eh, obo non «cqMitt, infelioi; no^ cba non escpeiU.
Noa ex- pedU uè al sanluario che rimarrà proCnial» da abboni* ne voli laidezze,
nè al tempio che cadrh divampato da formidabile incendio, nè ali' aitare dove
uomini e donne si scanneranno in cambio di agnelli e di tori. Non ex- pedit
alla Prdbatica , che vuoterassi d* acqua per correr sangue: non eocpedit all'
Olivete, che diserterassi di tron- chi per apprestare patiboli: non expedii al
sacerdozio, che perderà T autorità ; non al regno, ohe perderà la giurisdizione
; non agft oracoli, che perderan la favella; non a' profeti, che perderan le
rivelazioni ; non alla leg- ' gè» che qua! esangue- cadavere rimarrà sanità
spirilo, aensa forza t senza seguilo, senaa onore, seiuia comanr do; nè potrà
vantar più i suoi riti, nè potrà più salvare i suoi professori. Mercecchè Dio
vive in cielo, alBne di ornare e confondere tutti quelli i quali più credono ad
una maliziosa ragion di stato, che a tutte le ragiom sincere della giustizia ;
ed indi vude con memorabile esempio far manifesto, che non est sapientia, non
est prudentia, non est coìisilitm cantra Domiaum, (Prov., 84, 30.) Ecco: fu
risoluto di uccider Cristo, pen^ i Bo- mani non diventasser padroni di
Gerosolima ; e diven- tarono i Romani padroni di Gerosolima , perchè fu riso-
luto di uccider Cristo. Tanto è facile al Cielo di trasfor^ mare questi malvagi
consigli, e mostrare come quella politica che si fonda non ne' dettami delF
onestà, ma nelle suggestioni dell' interesse, è un' arie, quanto per- versa,
altrettanto inutile ; e ;la quale anzi, in cambio di stabilire i principati,
gli estermina ; in cami})ÌQ di arric* chir le famiglie, le impoverisce; in
cambio di felicitare r uomo, ii distrugge. Questa rilevantissima verità vo-
gl'io per tanto questa mattina studiarmi di far palese per pubblico beneficio,
provaado che noa è mai utile quello^ che non è onesto ; onde nessnnò si dra
follemente a credere, cbo per eméte felice gior! eséer empio. (Predica) Zsemplo
del Sublime ottenuto da ardita eloquensa» M C$p. 4$ idie Frrertà ooalMa «
Eudossia per non aTcre chi alla sua ambizione e cnpldtlè tenesse la brìglia
corta, ciò che feceva Cri- sostomo, vinta r innocenza con la forza, il ricacciò
per mano altrui di Costantinopoli in esìlio. Partissene egli per non averd mai
piti a tornar vivo, e portò seco il cnere e^l' allegrezsa di tntti, che senza
lui, come privi del sole, in una densa malinconia rimasero. Sola F ere- sia
d'Ario, sola T invidia degli empj si vide far festa, mentre la religione, e con
essa il coro di tutte le virtti inconsolabilmente piangevano. Dove egli
passava, a guisa d' un fiume in cui corrono a mettere tutti i rivi delle acque
dintorno, venivano a lu ipopoli intieri a vedere quel secondo Paolo incatenato,
quel gran mira- . colo dell'Oriente, e a baciar le sue catene, e a conso- lare
con un comune compianto le sue miserie. Benché anzi egli era quegli che
consolava tutti, e, nel pubblico dolore allegro, andava più in trionfo che in
bando. Fra gli altri che per sua cagione acerbamente si dolsero, fu un santo
vescovo per nome Ciriaco, che obbligato alla cura della sua gre^a, né potendo
partirsene, gli mandò in una lettera il cuore: e vi si vedeano più le cancella-
ture delle lagrime che i caratteri dell' inchiostro. Cri- sostomo, impetrata ad
una mano la libertà delle sue catene, consolò lo afflittissimo amico con una
risposta di questo tenore. - CUriaoo,
questa è la prìma Tolta, ohe io posso do* ' lomi dt Toi, mentre veggo che voi
tanto vi dolete per me, e senza volerlo amareggiate le mie allegrezze col
vostro pianto I e intorbidate il mio sereno coi vostro do- lore. L* amore che
mi portate mostrar che non mi ama-» te: altrimeatt non vi dorreste di' veAermi
rapito da un turbine che mi solleva , e porla per la strada d' Elia al cielo.
Voi cominciate ora a lagnarvi del mio esilio, ma io tanto tempo è che lo
piangOi quanti anni sono cdie io vivo. Dacché seppi òhé il cielo è la mia
patria, lo chiamai sempre tutta la terra un esilio, e dovunque mi fossi , mi
tenni per isbandito. Tanto è lontano dal Pa- radiso Costantinopoli d'onde mi
cacciano, quanto il de- serto dove mi mandano. Io non ho avuto mai il piè
stabile sopra la terra , perchè non ho mai trovato nulla di stabile in terra.
Quindi, come chi sta sotto le rovi- ne, e sopra i precipisj, son sempre ito
fuggendo, e cer- cando in tanti pericoK sioureiza. Mi cacciano di Costan-
tinopoli: oh! mi cacciassero di tutta la terra: mi cacciassero da me stesso:
perchè temo ancora me stes- so; e il mio spirito da queste roviuose membra, da
cui rimarrà con la morte oppresso, vorrebbe una volta fuggirsi. Voi ancora
temete che neir esilio m' uccidano. Ciriaco, voi temete ohe ad un fuggitivo
^pran le porte, e diano la liberth. Che mi faranno? Mi crocifiggeranno? Ed io
su la scala d' una croce salirò in due passi al cielo. M' abbrucieranno? Volerò
su l'ali di quelle fiam- me alla mia sfera. affogheranno in mare? Troverò in
quelle acque il mio porto. Mi gitteranno alle fiere? Quanto maggiori mi faranno
gli squarci , tanto più . ampie mi apriranno le porte alio spirito bramoso di
li- bertò. Mi troncheranno la testa? Toglieranno te un sol colpo la testa a
tutti i miei nemici, che ho dentro me slesao. Povertà che mi spoglia, infermità
che mi tor- neata, disdnor oba mMnfiiinai afilisioiii ehe iii o)iprt« mono,
tutti questi miei nemiei morranno con me, ed io morrò ad essi , ma non con
essi. A mille naufragj un porto, a mille nodi un taglio, a milie ceppi uoa
chia- ve, A mille laberinti un filo, a mille morti iia sol ri- medio: per non
mai piti morire,* morire una voha. In fine consolatevi meco, e rallegratevi, in
vedendo, che obi tanti anni ha che fugge dal mondo, ha dietro, con nome di
ecUati^^veemeotiesimi aiimulaton die ^i al^ frettaoo il passo , perobè più
presto giunga- eolà , d'onde altra pena maggiore egli non prova che vedersi
lon- tano. » • ■ Io credo che a mostrare come si sublimano le scritture per
ardita eleganza niun altro luogo classico giovi. piti di questo. Che enfasi^
che intreccio di figo- re, ohe fona d'aiitilesi e di gìradaskme ! I modir sono
non solo esprimenti , ma calzanti , ecolpiti , e di tanta eiScacia sul T animo,
che non è lettore sì freddo che al leggere.queala leiiiera non 61 soaldie non
s'infiammi^ Vogliamo però av.Ya9titi i giovani che ee il sublime ehe si ottiene
per arditezza d' eleganza è di molto potente a rapire gli animi e ad
infiammarli, è però di 4UoUo pe- ricoloso, e sovente chi ne va in traccia oi
cade prima d'ottenerlo. Ma&mpiù del SubUmo olteanlo per elavala «oniponiSoM
il. Giovanni della Cnta ntlV esordio della prima ora%ifMe a Carlo V imperalore.
« Siccome noi:Yflggt«n)o interveuire alcuna volU; Saora Maaiià^ ohe quando o
conetai o alira nuova loee è' apparita aril'aria, U più delle feiUi rivolte al
cielo mirano colà dove quel maraviglioso lume risplen- de, così avviene ora del
vostro splendore e di voi; per* oiooefaè laiU uomini ed ogtii popolo, e
oiascona parte deUa terra risguardft vorao di voi solo. Nè eroda Vostra Maeslh,
che i presenti Grecie noi Italiani ed alcune al- tre nazioni dopo lauti e tanti
secoli si vantino ancora e si raUegriao della momorìa de' vidorosi autiohi
pria- -cipl loro; ed alibiamo ift faooea pur Dario e Ciro e Serse e Milziade e
Pericle e Filippo e Pietro ed Alessandro e Maroeiie e Scipione e Mario e Cesare
e Catone e Metel- lo; e qiaesta etk non a gforìi e non sì dia.vauto di aver voi
vivo e presente: arn» se ne esalta, e vìvene lieta e superba. Per la qual cosa
io son certissimo, che essendo Voi locato in &ì alta e sì riguardevole
parte, ottima- mente ooómoete, ohe al irostro aliissino grado m oon- viene ohe
ciascun vostro pensiero ed ogni vostra azione sfa non solamente legìttima e
buona, ma insieme an- cora lodabile e generosa; e che ciò che procede da voi,
-sia non eoiament» lecito e eenoednto, ed approvato, ma magnanimo insieme, e
commendato, ed ammirato. Conciossiachè la vostra vita, e i vostri costumi, e le
vostre maniere, e tatti i vostri preteriti e presenti latti siano non aolamenle
atleai e mnaii, ma ancora rac- colti e scritti e diffusamente narrati da molti;
sicché non gli uomini soli di questo secolo, ma quelli che na- uiyui-n-G Ly ,
sceraniao dopo noi, e qaelli che saranno nelle fatare età e nella lunghezza e
neir eternità del tempo avveni- re, udiranno le opere vostre e tutte ad una ad
una le $aperanno; e, come io spero, le approveranno tutte siccome dritte e pura
e chiare e grandi e meraviglio- se: e quanto il valore e la virtù fìa cara agli
uomini ed in prezzo, tanto fìa il nome di Vostra Maestà som- mamente lodato e
venerato» Vera cosa è, <te malti sono i quali non lodano cotA pienamente,
ch'ella ritenga Pia- cenza, come essi sono costretti di commendare ogni cosa
che infioo a quel dì era stata fatta da voi. £ quantunque assai diiaro indiiio
possa essm a deaciuio che quest'opera è giusta , poicM ella h vostra, e da voi
operata; nondimeno, perocché ella nella sua apparen- za, e quasi nella
corteccia di inori non si conià colle altre vostre asiani, molti sono coloro,
che non la rico- noscono e non l'accettano per vostro fatto ; non contenti che
ciò che ha da voi origine si possa a buona equità difendere, ma desiderosi ohe
ogni vostra operaaione si convenga a forca lodare. E veramente se io non sono
ingannato, coloro che così gtiidicano, quantunque eglino forse in ciò si
dipartano dalia ragione, nondimeno lar- gamente meritano per dano da Vostra
Maestà, permoc- chè se essi attendono e ricercano da lei, e fra le ric- chezze
della sua chiarissima gloria, oro finissimo e senza mistura; ed ogni altra
materia, quantunque no- bile e preziosa, riiotano da voi; 1a colpa è pure di
Vo- stra Biaestà, che avete avveasi ed abituati gli animi nostri a pura e fina
magnanimità per sì lungo e si con- tinuo spazio. Perocché se quello che si
accetterebbe da altri per buono e per fe|^ltiao, ^ voi si .xifiuia; e non come
non buono, ma cene non vostro; e non co- me scarso, ma come non viuìtaggiato
non si riceve; e perchè voi lo scambiate, vi si rende: ciò non si dee at-
tribuire a biasimo de' presenti vostri fatti, ma è laude delle vostre preterite
asioni. £ quantunque V aver Vo- stra Maestà, non dico tolta, ma accettata
Piacenza, si debba forse in sè approvare; nondimeno, perciocché questo fatto
verso di voi, e con altre chiarissime opere comparato, per rispetto a quelle
molto men riluce, e molto men risplende, esso non è da' servidori di vostra
Maestà, come io dissi, volentier ricevuto, nè lietamente collocato nel patrimonio
delle vostre divine laudi. £ ve- ramente egli pare da temer forse che questo
atto possa recare al nome di Vostra Maestà, se non tenebre, al- meno alcuna
ombra , per molte ragioni: le quali io priego Vostra Maesthi che le piaccia di
udire da me di- ligentemente , non mirando quale io sono^ ma ciò ehe io dico. »
Quante volte io mi fo a rileggere questo esordio e tante a quel maestoso ed
elevato andamento del pe- riodo mi pare cosa nobilissima e veramente sublime. E
se in altri fa effetto eguale che in me quella maestosa gravità, non dubiterei
affermare che ci richiama col . pensiero ai tempi gloriosi della romana
eloquenia. Di- ranno alcuni che le orazioni di Monsignor della Casa alcuna
volta patiscono di freddo, e sentono del misu- rato, e forse in tutto non
diranno male; ma ove esse si scaldano un poco, gareggiano con quelle stesse più
grandi di Tullio. D. In quali vizj s' incontra cercando di ^limare io stUe ? R.
Come per cinque vie si ottiene di condurre a sublimità lo stile, così per
cinque si porta a vizio. 4^ Rafiìnando troppo i concetti, forzando le sentenze,
e traendo fuor del verismile le immaginasìoni. Pro- li uiyui-n-G Ly — laogjaado V afibUa e' loglìindogli wrììk
«cni arte troppo scoperta. 3" 0 spesseggiando senza discrezione nelle
figure» ovvero U3dudo modi mal acconci, di troppo ppr^ereionati, e tratti
soverchiameote di lontano: 4^ Mostrando troppo artificio nelle araionie, e
sacrìfi-^ eando all' armonia i concetti. Collocando con sover- chio arte le
parole, e rendendo aspro ed intralciato il ooatmtto. E riguardo al prime tìzio
a collo raffinare soverchio ti porta, che è l'affettazione e ia stranezza,
{Quintiliano ne avverte, che pUrique nimis etiam inven- thmcf^ gamdmt, qtks
wàsciMm vititm habent, invmtm fdcie ingenii blamdiuntur. <r I più troppo
anche si piac- ciono di certe invenzioncelle che esaminate hanno in *sè Visio,
appena trovate hanno faccia d'ingegnose. » Uditene un esempio nel BartoK<
Assomiglia egli il* mare in tempesta ad un furioso, e dice cos^ : Comeun furioso,
che seioUo dalla catena , smania , e si dibatte, ed imper- tmm, e vMigghia, e
»i iieva ìUto, e eorrB, e awmUa, e ixé$y é ekmm mniéro dks mmM tembpa enere un
paizo intero. Chi non vede 1' affettazione e la stranezza, che è neir ultimo
concetto? 2° Per eguale maniera si dh nel^ freddo e nel poerile volendo
prolungare oltpe il debito, é con arte eeeesiSva far più seirtita la f^asetom».
Sappiamo che le passioni quanto più sono violente , tanto più SODO brevi, e
però ohi le porta fuori della naturale misara, ne perde ogni buon eflfetto.
Vedetelo in questo ln<^ del Tasso. (Can. XII, stanza M.) Giunlo alla tomba,
ove al suo spino yìto Dolorosa prfgione il €Ìel prescrisse, , , Pallido,
freddo, maio» e quasi privo Di mOTimento, al marmo gli ocelli afl^ssQ. AIfln
sgorgando un lagrlmoso rÌTo , ' ia wi lanflpsiide oimè proroppe , e disse: su -
0 sasso amato ed onorato tanto; Che dcnLro hai le mie fiamme > e fuori il
piaoLOy Non di morte sei tu , ma di vivaci Ceneri albergo, ove è riposto Amore;
E ben sento io da te le usal(» faci , Men dolci sì ma non men calde al core :
Deh! prendi i miei sospiri , e questi baci Prendi eh' io bagno di doglioso
amore; E dalli tu , poiclì' io non posso, almeno All'amale reliquie eh' bai nel
seno. Dàlli lor tu; cli^, se mai gli occhi gira L'anima bella alle sue belle
spoglie, Tua piotate e mio ardir non avrà in in: Ch* odio o sdegno lassù ooo si
raccogUa» Perdona ella il mio fallo , e sol respira In questa speme il cor fra
tattte doglie. Sa oh' empia è«soI la mano ; e non Fé noii, Cbe, s'MMade lei
fissi « Motiido r moia. £d amaodo monr^: feltoe gimm Quando cbe sia; ma più
felice mo]to« Se, come errando or fado a te d* intomo, Allor sarò dentro al tuo
grembo accolto. Paoelan l'anime amicbe In elei soggiorno. Sia r nn celiare e T
altro In un sepolto: Ciò cbe 'I viver non ebbe , abbia la morie. Ob («se sperar
dò- lice) altera sorte! Chi non sente raffreddarsi il cuore a questo
artifizioso lamento? Chi è sì fuor di sè, che j)er 32 versi interi si fermi a
parlare con un sasso , e a concetiizzare per questo modo, tanto piìi che II
concetto è sempre Indi- zio di passione falsata ? Vedete quanto conviene di
met- tersi in guardia, se anche i più grandi poeti errarono. Cosi la
magnificenza sublime che sarebbe nel seguente passo deir Aristodemo del Monti
degenera in turgore o in rigoglio, perchè il poeta ha voluto dichiarare ciò che
doveva lasciare all' inteliigenza deir ascoltatore. Il passo è orila scena
tarza dril' atta t*», dove LiSandro viene a colloquio con Aristodemo. Eccone le
parole: Li8. ' E se prosegue La TincUrice Sparta il suo irioofo, Qaal nume vi
difende? * ÀrM, Aristodemo. E basta ei solo finché vive, e quando Sarà sotterra
, il cenere vi resta , Che muto ancora vi dacà terrore. Chiunque ha fior di
senno si accorge del vano e del puerile che è Jo questi ultimi tre versi.
Sublime era il luogo f se il poeta si fosse conteuiato non far rispoa- dere al
re altro che qtiel risentito Aristodemo: e il let- tore da sè scorgendone le
debite relazioni, avrebbe sen- tita e goduta la grandezza del concetto: ma cosi
com' è posto si stempera 9 si perdei e dk neoessariamente luogo ad una
risposta, che non da uno Spartano, ma appena potrebbe aspettarsi da un
fanciullo. Lis, Signor, ciii vivo non ti teme, estioto Ti temerii?.... 3®
Guardisi poi chi ha intero giudizio dall' andare raa- nifestamente in traccia
di quelle forme , per le quali di- oemmo innalzarsi lo stile, pctocchè elleno
denno ve- nire da sè, non per forza d' arte. Se colui che scrive avrk piena la
mente di un grandioso concetto, se egli ne sentirà tutta la forza e Y
estensione , gli cadrà dalla penna la parola del maraviglioso e del sublime,
senza eh' egli s' impigli troppo del ricercarla. Cum de rebus grandioribus
dicas (avvisa Cicerone), ipsoe res verba ra- piurU. E chi altrimenti fa, cade
in quel mal vezzo tanto deriso da Orazio là dc^e dice: (Epistola ad Pisones.)
Prtfimt mnpuiki, et tmquipeMia èerèo. Digitized by — 213 — Cosi non si donno
ammassare , e con manìfoslo artifìzio accumulare le figure nel discorso per
dargli aria di grandiosità. Nam gravi figuriB (dice T autore dalla Roitorioa ad
Erennio), qwB Umdanda est, propin' qua est ea, qum fugieìida est, qum note
videbitur appeU lari, si super fitta nominabitur. Nam ut corporis bonam
babitudinem tumor imiMur tape, ita gravis orcUia tm- perUii iospe videimr ea,
qum tutgét, «I innata est c Im- perocché accanto alla grave figura, che merita
lode, sta quella che debb^ essere fuggita, alla quale mi parrà aver dato il
vero e proprio nome, se la chiamerò su- perlina. Imperocché in qnella guisa che
solente a buona condizion di salute somiglia la gonfiezza della persona, così
agl'ignoranti par grave quel discorso che è tumido *e gonfio, a 5« Così
scrivendo a stadio di alte armonie si dà facilmente nello snervato e nell'
effeminato , e si molti- plicano vanamente parole che opprimono -l' intelletto
sansa riempierlo, e lasciano freddo il cuore, y\t\o da fuggirsi sommamente;
perchè mmio male è i* asprezza del suono che una effeminata mollezza. Duram
potim, atque asperam C(my[)ositionem mallm esse, quam effemi- nakm et ènmvem; a
ragione insegnava' Quintiliano. « Verrei meglio che la composizione sia dura ed
aspra che effeminata e snervata. » E perciò tutti convengono nel dare biasimo
di Umidezza a Claudiano ne' primi vml del suo Poema. Inferni raptoris equos,
afflalaque curru Sidera TcRnario, caligantesque profundcB Junonis thalamos
audaci promere cùntu JfetM congetta jubcU Grum$ removeU profani, 6° Volendo
infine con troppa arte ordinare le pa- role a soconda delie idee, occorre
spesso di rendere oscaro, a spio e sconvolto il diaoorso. Eaent»j di con-
torsioni da fuggire abbiamo soveate neWersi dell' Al- li<^ri, e più ancora
ne'. versi di coloro che senza Tardità potensa ingegno di quel grande tragico,
hanno ere* dttto imitarne la virtù ritraendone i vizj dello stile. Né creda
alcuno che l'arte sola posta Dell'ordinar le pa-^ i ole e nel cercar le armonie
basti a sollevare Io stile. Prìma di. tutto ci v^bono coneettL I^a.qualità^ la
rie- chesza, la forma delle vesti aggiungono maestà a mae- stosa persona :
scimmie o pigmei non acquistano mae- stà, per quantunque ornata, ricchissma e
ragguandev.ol6 roba ux loro indoéai. Ghinderemo infine il dieeorao eoa questi
generali awerUmeoti del pià volte ottelo Qnhi« tiliano, al Libro 42, § 10 delle
Istituzioni: Falluntur enim plurimum qui vitiosum, et corruptum dicendi gmm^ *
quod aiii verìmm Itoentf» muUodp mti pueriUbus-'^en- tentiolis loicwit, aut
ifnmedico tttrgore twrgescity aut imnihus locis baccatur, aut casuris,si
leviter excutiatur, flosculis nitet, prmdpitìa prò ^Mblimibuè haÒ€t y. ma
specie UberMis imcmii, magie efvisiimmt popttlarB aut plausibile; e altrove al
Libro 8, § 5 : Ego vero fuec lu^ mina c$:atimis mlut qquIqs. qmsdam
etoqumtim'esse credfi: seineqae QpulUà emM^ coBtfmre.velimrWteBtefa mmi^ bra
ofjiokm mtm peréanit : et$i neùeeé& sit, miémm lum horrorem dicendi malim
quam islam novam licentiam, « & ingannano di largo partito cqloro vàò
teagoaa che sia più accetta al popolo , e più acceam a tirarsi dietro
l'applauso quella maniera di dir viziosa e corrotta, la quale per licenza di
parole rimbomba, o fa di sè lasciva mostra con vesti di sentenziette
fanciullesche y o per troppa gonfiezza ondeggia , 6 va per luoghi vani furio-
samente scorrendo, o risplende per fioretti che ogni poco poQo che si scuotessero
.oddi:ebbQno»,oÀiia (Mre/3ipi2j — invece
di altezze, o per specie di libertà divenia fu- riosa ; » e altrove : « Io per
coolessare il vero credo che quesli liuni dell' urasione slatio come certi
<Nsehi del- reloquenia; ma non vorrai che per tatto il corfMiooebi ci
fossero, acciocché gli altri membri non perdano 1' uf- ficio loro. *
(Toscanella.) IX Qual è U migliore di qtMti tre gerwri di sHU? R. Tutti e tre
hanno virtù loro proprie, come ò stato mostrato, e usati a tempo giovano
egualmente tutti all'oraziane; ma ae l'uno usnrperii il liaogoYieU' altre, essi
Ticieranno e guasteranno, anaichè adomare ed inalzare il discorso. Per
conoscere poi quale stile sia conveniente, egli ò necessario osservare il
carattere deli' orasione , quello della perseoa degli uditori , cfaéllo della
persona assunta dallo scrittore, e secondo questi governarci, seguendo le leggi
del decoro che altrove abbiamo accennato. Qui ci basti ripetere che ogni ma-
niera di atìle dipende dm diversi stati d^' animo, così che non si pòssa nò si
debba tentarne alcuno quando lo stato deir animo non risponde pienamente alia
mate- ria^ ali* intenzione deir arte e dello scrittore. . m M«iY€v bene» • • •
' . D. Quali precetti si damo per acquistare uno stile lodevole? Se bene si
metta ad esame la definizione che ho data dello stile, si avr^ chiaro per quali
vie possa rendersi lodevole e perfetto. Conviene in prima por mente come dair
intelletto, dalia fantasia e dagli affetti, quasi da Batorali demenU,
modifieati seoondo V indole dello sorìliore e seoondo le leggi dèi decoro, si
generi lo stile; per tener modo che ogni elemento si combini secondo le leggi
poste dalla natura e dall'arte, sì che n'esca buono lo stile. D. Che ikwrà
fmiper otten&re di per f esimiate Fifh telleUo? A Userò le parole di Paolo
Costa a sciogliere que* sta domanda, ooneiosaiadiò me^io fer non si possa. «
L'uomo nasce, dice egli, fornito delF intelletto, cioè j> della facoltà di
sentire , di percepire, di attendere, di » paragonare, di giudicare, di
astrarre, di ricordarsi, » d' imaginare : ma d' uopo è ohe queste faoelth yen-
» gano poscia dirittamente usate ed esercitate ; onde sia generata quella virtù
pressoché divina, che si ap« » pelle la ragion», la quale oonslste neli' abito
di pa- » ragonare insìeiàe i sentimenti distinti dsl? anima, e » le idee ; di
derivare dai fatti particolari le nozioni D generali, di anteporre o posporre
le une alle altre, » di congiungerle o separarle secondo la oonventensa » o
disconvenienza loro, e secondo i loro gradi di pih » 0 di meno. A formare
quest'abito sarà bisogno stu- » diare le opere de' filosofi che trattano
sottilmente » delle cose naturali , delle proprietà dell' intelletto e 9 del
cuore umano; e di apprendere V Istoria, senza la » cognizioQe della quale, al
dire di Cicerone, Tuomo 9 si rimane sempre fanciullo ; di osservare la natura,
» <U praticare fra le diverse condizioni degli uomini, e » di operare nei
privati negozj e nei pubblici. * Dalle quali cose si rileva che non si può
perfezionare V intel- letto senza arricchirlo con lungo studio, e che i
giovanetti denno contentarsi d'essere avviati a bene, consi- derando che la
perfezione deli' arte sta nella lunghezza della vita e deli' esercizio. D.
Cerna li può arricckire P inunaginaiim? R. « Ad arricchire V immaginativa
(segue lo stesso » scrittore), la quale è V abito di recare all'animo la »
reminiseeasa delle cosa sensibili che piii ci movono e » dilettano, di
congiungere insieme con verisimigliansa >» quelle che sono disgiunte in
natura, e di significare » per similitudine delle cose corporee i concetti
astratti, » non solo metterei bène di leggere gì' inventori di » nnove e vaghe
fantasie, m^ di por mente a totto ciò » che ai sensi porge diletto, sia nelle
azioni degli uomini » e degli animali, sianeU'estenoreaapettoemovimento » delle
cose inanimate ; e soprattutto gioverà di ben » considerare le somiglianze che
hanno fra loro le cose » di qualsivoglia genere e specie, chè questo si è il »
fonte dal quale si derivano le nuove e maravigliose • » metafore. Di molta
utilità poi sarà all' intelletto ed » all'immaginativa lo studio de' precetti
dell'arte ora- » toria e della poetica, i quali essendo il compendio di »
quanto i filosofi hanno osservato intorno le cagioni ù onde piacciono e
dispiacciono» le opere degli scrittori, » apportano quella luce che un uomo
solo nel breve y> spazio della vita studierebbe indarno di procacciarsi 9
colla sola vùriii del proprio ingegno. » D. Che deve dirti intorno agli affeUi?
jR. « Rispetto agli affetti io mi penso (prosegue il 9 Costa), ohe sebbene
sieno da natura, pui*e a conciliarli 9 in altrui grande aiuto ai possa trarre
dall' arte. 8e » ramerà, l'odio, l'^ra, la mansuetudine, la miserieor- » dia ed
altre affezioni dell' animo nascono da cagioni 9 determinate, come per esempio
T amore da beUez^a Digitized by Google -.218- — seda yfrtti , T Ó41ò da male
qualMi del earpo o deiratii» » mo altrui, non v'ha dubbio che gli affetti
medesimi si D debbano in cbi legge risvegliare per virtù della viva 9
rappredetìlaBione di quelle cagiom : dal^ che si racco- 9 glie che lo scrittore
considerando le varie dlsposi- » zioni degli uomini passionati, e le cagioni
per leniuali » la pawoQe ai genera; avrb materia onde gli animi » perturbare.
Goti per aiuto dell' arte verrk ad operare » in altrui quolT effetto che
imperfettamente avrebbe » operato mercè della soia naturale sua disposizione. »
D. Che ne dovrà avwnire 4ÌcU f^rfesHmamefUo del- F imOMo, data ^mkiMia e degli
affetU? R. Ne avverrà che noi modificando, cioè accomo- dando queste facoltà
già perfezionate al nostro modo di sentire, avremo reso efficace il nostro
dire>^ sia per eid che riguarda IMnveuiiotte e la dispositieiie, si» perciò
che riguarda V effetto, e potremo promettercene quella riuscita che vogliamo,
semprechò non usciamo delle leggi del deeoro, cioè di qudla oonvenidusa ohe
vuoisi mantenere, fatta ragione della persona che parla, della cosa di che si
parla , del tempo e del luogo in cui si parla, e infine delle persone che
ascoltano. Perocché, siocoane-fo osservalo, V «aaaa» discorso prende da que*
ste eircestause diverse quaiìlà, e se non si kiad» bene e alcuna si trasandi,
perde o in tutto o in parte la pro- pria virtù. In quella guisa ohe le diverse
fegg^ dette vesti non hannb beUesse^e Mh picédom^ ove mal si addicano al tempo,
al luogo, alla persona, e sebbene siano di buona materia , e fatte con
perfezion d' arte , SODO biasimate, cos^ è del disoorso umano, se non è
appropriato alP uopo secondo le norme del decoro* D. Oltre queste regole vi è
alcun' altra maniera per cui si possa perfezionare, lo stile? Vi è sicura , e
forse anco più spedita. Osservale le scritture degli eccellenti autori,
componetevi al- l'esempio di quelli, imitateli. L'uomo è animale d'imi-
tazione^ DOQ vi ha dubbio, e l'arte stessa del dire per imitazione si acquista
come tutte le altre arti umane, e però dal sommo Aristotile fu detta arte
imitatrice, conciossiacbè ella prenda ad imitare la. natura e l'uomo,
riUcaendone le bellezze, le affezioni ed ! modi. £ oerto, se la natura lum
avesse posto il fondamento della poe- sia e dell'eloquenza nell'uomo, sarebbero
invano le poetiche e le rettoricbe. Inlatto Orazio neir epistola ai Pisoni
asserisce: Format tnim natura pHv» noè intm ad omnem Fartummm ka^wm; jtmi «ut
im f oU U ad IrMit AuiadhmmmwMBmragtaHiai9ii^4lmtffUi Pagi tftrl mnin^ molm
fntvpnU linguos, Ghè anzi tanto si debbo Hr conto del naturale fonda- mento ,
che noi la natura slessa dobbiamo prendere a guida, e solo darla a dirigere
all' arte; couciossiachò lottar coir arte ben si può, colla natura non mai. Ma
per renderci al filo del nostro discorso^ diciamo che avendo la natura fatto
l'uomo per modo che imitando debba perfezionarsi in ogni arte, il mezzo più
pronto di conseguire eccellenza di stile e divenire scrittore istà appunto neir
imitazione. Bell* ImitMioue* D. Che cosa è tmttoume? It. Se voglia definirsi
colle parole deiP autore della Rettorica ad Erennio, hnìtazione è quella dalla
quale siamo condotti eoa dilìgente maniera a voler essere somiglìanii ad alcano
nel dire: — ImUatìo ai qua tm- peUmur, tU aliquorum smUes in dicendo vdimus
esse. (Lib. 4, e. S ] Ma questa defìnizione non mi garba così, che io non ami
recarne in mezzo una pìd ampia , che libera dalla taccia di aeriililà
gVimitétorì; e però dico: Imikuùme essere studio di natura o di arte, per
tnezso del quale decomponendo , comparando y giudicando, tro- viamo gU elementi
della bellezza e della bontà nelle opere naturali o art^iciaie, cosicché
conosciute per mezzo della decomposizione le norme che Varie o la natura
serbano nel comporre, possiamo mi pure le cose della natura o del- t arte
ritrarze, e fingerne anche di nuove a somiglianza» Dico stadio – H. P. GRICE
STAGE -- di natura , perchè la natura è fondamento, come fu detto, d'ogni
bell'arte, e di Ih ha principio r imitazioni; : aggiungo deir arto , perchè
dall'esame del- r opere de' grandi artisti si trae pur giovamento. Io vedo a
cagione d' esempio un padre addolorato per la morte del figliuolo suo unico, il
quale si getta sul feretro che ne porta il cadavere; prendo ad esame gli atti e
T espres- sioni del suo dolore, e v<^endo ritrarre Giacobbe, a cui è
presentato la vesto di Giuseppe , cerco rìtrarlo a so- miglianza di queir
infelice che in natura ho osservato. £ se io sto sulle oorme sincere della
medesima , otterrà uiyui-n-G Ly Google H mio dire queir effeti^ che otterrebbe
la vista istessa del lètto. Che se non to' dalia natura « ma dall'arte fare
ritratto, mi propongo Evandro qual è descrìtto da Virgilio, e conseguo quasi T
istesso fine. Dico quasi, perchè ove T ingegno abbia (orza dì ritrarre da natu-
ra, penso che più ci valga , e meglio dipinga al vero. Io non so se la famosa
statua di Laocoonte sta ante- riore ai versi di Virgilio, ma dato che noi
fosse, lo scultore imitando quella divina poesia avrebbe potuto crearla; e se la
fosse anteriore , Virgilio imitando quel- r animato marmo avrebbe potuto dar
vita a qae' suoi versi immortali. Tanto è vero che arte fa arte per mezzo deir
imitazione. Perlochè chi toglie dal mondo V imita- sìcme (come alcuni poco
avveduti vorrebbono) toglie dal mondo le arti, ed ogni guisa di buoni studj.
1). Non è egli vero ciò che alcuni dicono , r imita- zione restringere le
mentietoglier Imre la pokMm crear trice? R. Coloro che avvisano cos\ , sono in
vero male av- visati , e non sanno che altro è imitare, altro è con- traffare e
copiare. Conciossiachò V imitazione non istk nel fare le cose fatte sansa
diiereiisa o diversità alcu- na, perocché allora tutte le arti non basterebbono
ad avanzare d' un passo , e sempre avrebbero il piè sul- r orme istesse , ma
nel tar capere nnovOi o v^gjàam dire di nuova invenzione, con quelP arte
istessa colla quale sono condotte quelle che prendiamo ad imitare. La qual cosa
non restringe, ma bensì amplifica la potenza inven- trice, e la rafforza. La
imitasioiM, se io non erro, è lo stesso che 1* analogia nelle sdense naturali.
Il Galilei, applicando al sistema celeste la legge generale del moto de' corpi,
ha provato che la terra si aggira intorno al sole come tatti gli altri pianeti.
QiMta legge era pare anche prima conosciuta, ma per non essere stata appli-
cata, non avevà dato al moodo questa scoperta. Or chi dirè ohe questa non sia
sooperla Tera, {lerdiè la legge era nota? Chi dirh che la conoscenza delle
leggi fìsse della natura siano inceppamento ai fìlosofì per iscoprirne ì
fenomeni? Similmeoto è a dire dell' imìtazkKie , eon- cìossiacèè ella non
limita nè restiiiN^ T umano-ingegno, ma anzi ijli db norme sicure perchè meglio
si conduca nelle sue creazioni. Quando io dico : se volete esser buon oratore
imitato Giceronet non dico io giè: fato un discorso a mosaico colle parole,
eo*modi, eoli' àmbito del parlare Ciceroniano; ma guidate 1' arte con quelle
leggi con oui la guidò Cicerone, perchè se egli ne ebbe buon successo toì pure
V avreto. E quando dico : imi* toto Dante, noni ri prescrìvo gih di recarmi
innanti arcaismi, durezze, scoria rigettata a ragione dall' uso , ma vi dico :
osservate qual cosa dà evidenza, fòrza, ef- ficacia alla poesia di quel divino;
e trovata che abbiate la legge eh* egli si diè ad osservare, fatone soggetto di
studio e d' imitazione. Per questo studio e per questa imitazione poi
conseguìreto una vena di buona e ga- gliarda poesia*, la quale sadi Tostra,
quantunque fatta imitando: perchè V imitare J' arte, non toglie, ma cresce là
potenza dell'inventare e del creare. D. ^etie ho mteio; ma penhè^ dunfve tiaUs
scuole si pnt&fids ohe noi riportiamo frase, eoneeth, e aikhtmento dagli
autori che si porgono a noi da imitare? jR. Perchè incominciate a conoscer V
arte che poi vi sarà guida* neli' imitm* He détto* càe V iuiitotore
decomponendo-, comparando, giudicando, trova gli ele- menti della bellezza e
della bontà nelle opere; ora per- chè voi vi avvezziate a decomporre ne'
Classici quelle parti ehe voleto ìnkitare, vi ai dice ^ sce^ietone le frasi ed
i modi, reoatene i eoneeiti, prendeteiie l' amfonnii- lo, — perchè il
precettore dall' uso che voi fate di que- ste cose giudica.se voi bene
intendete, se avete preso piena cmosoeaza delle nedesime, e se sapete osarne a
tempo e a luogo. Egli è adunque uno de' primi passi necessari a chi vuol
imitare, e imitando divenire scrit- tore. Dico de' primi passi , perchè noli'
ioiilaziooe , CQine in tutte le opere d' ingegno, si dee procedere per di, e
non si può di salto o di slanoio venirne a capo. D. Avrei a caro che m'
indicaste quali sono i gradi diversi per cui si penyiene a ben imitare, R.
Penso che primo grado sia la traduzione, secondo r analisi, terzo V emulazione.
Per questi tre gradi, pare a me, si consegue quella verace maaiera d' imitazione
che lipraia i grandi artisti, ed è ben lontana da quella falsa ohe non produce
che pedanti, seruum fecus , come disse Orazio. AftvicoM !• Bella Tradnsione* D.
JHreste voi oicuna cote» deità kuduxione? A. Io avviso ohe Io tradatare da una
ad altra fo- velia sia il primo grado dell' imitazione. Infatto innanzi tutto è
d' uopo conoscere la materia che si ha a tratta- re, cioè la Cavalla in cui si
ebave serivere o parlare, ve* derne le proprietà , sapere come modi e frasi si
iòrmino, come si lochino a tempo; e prenderne quell'armonia, la quale par naUa
a chi non sa, ed è mollo a chi sa. Digitized by Google % « Utllissinio è
soprattutto, dice Plinio, let., ìl traslatare dalla greca nella latina, e dalla
latina nella greca favella (e noi nel caso nostro diremo dalla la* tiiia air
italiana, e dall'italiana alla latina favella): qualità d* esercizio, col quale
proprietà e splendore di parole, abbondanza di modi figurati, nello spiegarsi
forza, e finalmente attività di ritrovare cose somi* giianti a qoelle degli
ottimi scrittori, imitando si acqui* sta. » (Traduzione del Gozzi.) — Utile in
primis, et multi prcecipiuntf ex grceco in latinum vertere, vel ex latino vertere
in grcecum: quo genere exerettaHonis prqnieka splendorque verborum, copia
figurarum, iris ex/Mxmdi, prcetereaque imitatione optimorum similia inveniendi
fa" cultas paratur. £ Quintiliano segue (lib. X, g 5): Quid? Quod auckree
maximi eie MUgentm eognoeomlitr? Non enim ecripta ledume seeura traneciirrimue:
eed Iraele»- mus singula, et necessario introspicimus , et quantum vir^ ttUis
habeant^ vel in hoc ipso cognoscimue, quod inUtari non posnanm, < Che vuol
dire che si ha così diligente considerazione sopra gli autori grandissimi? Noi
non scorriamo via leggendo le cose scritte : ma andiamo esa- minando le cose d*
una in una, e necessariamente pe- netriamo a dentro considerandoci: e quanto'
in loro dì virtù si abbiano, almeno da questo lo conosciamo, che non possiamo
imitarle. » (Toscanella.) Oltre di che è a dire <;he per mezzo dalia
traduzione ai acquista intelli- genza e giudizio, cioè si Ibrma il gusto e si
consegue quel sapet^e, che è fonte e principio dello scrivere bene, secondo
Orazio. Questo esercizio in fine è approvato an* che da Cicerone stesse, il
quale nel lib. 4<» deir Oratore (Gap. 34) dice: Po9tea mMt placuit, eoque
eum utus adolescens, ut summorum oratorum grcBcas orationes ex- pìicarem;
quibus lectis hoc aeeequebar, ut oum ea quoe
— tt5 - kgwrmgrmoe, kUm» réddwm , non soltm optimis ukrer^ et tamm
taUatis, sed €tum eacprimerem quasdam verba imitando , quce nova Jioslris
essent , dummodo es- ^mt idonea. « Il perchè dopo appigliai ad uq altro espediente,
ehe ho da giovane praticato, ed era il iras- pcMtare in latino le orazioni de'
più rinomati oratori greci ; nel che fare non solamente poteva io scegliere
delle parole tra noi usate le più eleganti, ma ne seguiva che nel recitare in
latino dò ohe letto avea in greco, mi venivano ani guato greco formate delle
maniere di dire non usate ancora tra noi , ma buone tuttavia , e adatte al
bisogno, » (Canto va.) AwmtmtM II* MI' AMllel* D. Dite ora dell AnaUsi,poùM ho
detto quanto basta intomo il vantaggio cho fHen dal tradmre. R. Secondo grado a
chi voglia, imitando, venire in fama di scrittore, credo che sia V analisi.
Ella è, come ognun sa, quel modo per cui un discorso si decompone nelle sue
minime parti a segno di trovare la ragione di ciascuna in sè, e nella relazione
che ha colle altre: os- servare i nessi, i passaggi, e tutto che la natura e
Tarte hanno di più prepotente nella favella. Sappiamo che i cerusici per meglio
conoscere V ufficio di ciascuna parte del corpo vanno col ferro anatomico
decomponendolo, e in ogni minima fibra lo ricercano; per eguale maniera è d'
uopo a noi anatomixaare (sia lecito dir cosi) il di- scorso, perchè avvisati
della qualità e dell'ufficio di 15 L.yi.,^uu Ly ciasouoa
parteacqiiìstiaoiQspedikttM a «omporlo quando ci piaccia. Dall' analisi poscia
sa ne ha, che la menle impressa di quel modo di disporre ed ordinare le idee,
le quali troviamo negli scrillori che ci proponiamo ad esempio» e di quel vezao
di tralt^iarle con forse e con efficacia, a poco a poco a ciò spesso ella si
abiltta, e senza altro uopo di regole o d'arte, acquista, quasi le fosse da
natura, di fare il somigliante. Periocbè io vorrei che i giovani non ìeggjmmù^
ben traducessero cosa alcuna, senza bene analisBarla e femarvisi sopra, e
improntarla nella memoria: e vorrei che di questo più che d' altro esercizio si
piacessero.! maestri, che de- siderano nella lode dei discepoli assicurata la
propria. D. Dareste vai un emnpio, dal quale ei rUevasee il modo di
analizzante? R, Volentieri vel recherò, anzi tanto più volentieri, quanto io lo
traggo dal fondo di un grande maestro, il Rollin. {Detta maniera d insegnare, e
studiare h héUe let- tere, libro 3<*, della Rettorica, cap. Ili, art. 2^.)
CtonbeniMaie degU Oraid • M 9mm^. « La descrisione di questo combattimento è
senaa coniraddikione uno de' pili be' luoghi di Tito Livio, e de' più adattati
ad insegnare a' giovani come si debba abbellire un racconto con pensieri
naturali ed ingegnosi. Per ben conoscerne l'arte e la dilioatessa, basta il ri-
durla ad un racconto del tutto-semplice, non omettendo alcuna delle circostanze
essenziali , ma spogliandole d' ogni ornamento. Ne contrassegnerò le parti
4ifforenti con numeri diversi per n^Hé diatingoerle, e per po- terle di poi
piti facilmente métlere* in paragone colla narrazione slessa di Tito LIVIO
(vedasi). uiyui-n-G Ly - m Fwdere iak^, trigemini, ncidémvgrtBrai, arma
capiunt. So Statim in meditm inter éuai ades preoeduni. 3® Consederant utrinque
prò Cdstris duo exercitus, in hoc spectaculum totis animis irUenti. 4<>
Datur signum, infe- stiique amtf krmjmmn cmmsrrmà. ^ Cum ùUquandiu inter asquis
tnn'ftuf pugmBSiefd, duo Rmam, super tdium alius, vulneratis Iribus Albanis ^
expiranles corruerunL 6^ Illi superstiUm^ Romanum circumistunL Forte is inr
teger fuU. Ergo^ td eegregaret pugmM emm, eapenU fugam, ita rattis sectdttros,
ut quemque vulnere affectum corpus sinerei. 7^ Jam aliquantum spalii ex eo
loco, ubi pugnatum est, aufugerat, €iim respieiens videt magnis in- ÈervaUis
seqmnies; umim Aawf proemi ab seee abeeee; m eum magno impetu redit, eumque
interficit, S^Moxprope- ratadsecunduin,eumquepafiterneoidat. Jam osquato Morte
singtdi stiperertt$U,nUmeropeu^e$,sed Umge uH6ia dn>irsi, 40^ Romanus
eandtmte: Duo», inqmt, fratnim Manibus dedi, terlium catrsSBB "belli
hujusce, ul Roma- nus Albano i raperei, dabo. Tum gladium superne illius jugulù
d^it; jaeentem spoUat. 44<> Romani owaOes oc
graifdanÉèsBoraiiumaccipiimt. ^S^lnieexulraqueparte ' suos sepeliunt. ' » Si
tratta di estendere questo raeconto, e di arric- chirlo di penfiiari e d*
inunagiai cbe if^essioo e colpi- scano vivaaieiite il lattm., e gli rendano
quasi' asione così presente, che sMmmagini non leggerla, ma vederla cogli occhi
proprj, nel che consiste la principal forza deir eloquenza. Per far .questo,
altro non ricercasi eh* esaminar la naiar», ben istaidlanie i movimenti ,
cercare attentamente quello che ha dovuto seguire nel cuore degli Orazj , de'
Guriazj, dei Eomani, degli Alba- ni , e, dipingere ogni circostanza col mezzo
di colori s\ vivi-, ma s\ naturali , che si venga ad im m aginarsi di Digitized
by Google — tS8 — assistere al eombaiiimento». Tiio Livio fa iuilo questo d'
una nanltra maravigliosa. 1° Federe iclo, trigemini, sicut convenerat, arma
capiunt. * domi, quidquid in exercitu sii, illorum tunc arma, illorum intueri
mamis; — feroce^ et suopte ingenioj et pieni adhortantìum voci- fm9, in meOim
inier 4nas aeiee prùceékmL * 9 Era cosa naturale che ogni partito esortasse i
suoi: e lor rappresentasse che la patria intera stava at* tenta ai loro
combatiimento. Qoesto pensiero ò molto bello, ma lo diviene assai piti piar la
maniera onde è espresso. Una esortasione più lunga sareblìe languida e fredda.
Leggendo V ultime parole si crede vedere i ge- nerosi combattenti avanzarsi nei
mesato ai due eserciti con nobile ed intrepida fiefeaia. 9^ Cùmeierant utrinque
prò eaiirie duo exercOus, perictdi magis proesentis quam curce expertes: quippe
im- perium agebcUur, in tampauconm viràute atque fortuna patHum. Itoque trgo
eredi impemiqm m mìfitinfe gra- tum spectaculum animo intenduntur.* « I*
Coodoio il trittito» i tfe liralelll deH'oao e éBA*«llro IMffiiio preodoBo r
mU, coaie se a'm Dota la eoBitaiioae. s 9^ Mcntie ogni punito esorta i tosi a
ben fare il lor dovere, rappresentaodo loro che gli Dei» la patria, i loro
padri e le loro madri, taulieiuadiiit ch'arano nella ciltà e neir esercito,
hanno gli occhi Assi snlle lor armi e anile lor braccia ; questi generosi
atleti pieni di coraggio da sè stessi , ed aninnti anche da sì po- tenti
esortazioni , si avanzano nei mezzo ai due eserciti. 5o Erano disposti dall'
una e dall' altra parie intorno al campo di battaglia, esenti per verità dal
pericolo presente, ma non da T inquietudine ; perchè trattavasi di sapere qua!
de' due popoli avrebbe a comandare all'altro, e il talore di sì piccolo nu*
uiyui-n-G Ly ^ > Nulla meglio qui
conveniva che questo peosieroi pericM magis prm$mUii qwm eurm easperki; e Tito
Li* vie ne adduce subito la ragione. Quale immagine queste due parole, erecti
stapensique, dipingono alla mente! jumm, magnanm eacéreHmm ammsgermUes, concur^
runt. Nec his , nec illis periculum suum; publicum impe- rium servitiumqm
obsejvcUurhnimo , ftUuraque ea deinde fotrim forhma ywuii qui fecieimU. Uiprinm
sUUim con* eur$ù ùiorepuere arma, mkmUetqué (ubere gladii, Aor- ror ingens
spectantes perstringit; et, neutro inclinata spe, torpebat vox^ spiritusque.^
Ji Nulla m. può aggiungere alla nobile idea ohe Tito Livio qui ci somministra
de* combattenti. I tre fratelli erano dall' una e dall' altra parte con
eserciti intieri , e • ne avevano il coraggio; insensibili al loro proprio peri-
glio, noQHsi occupavano che della pubblica sorte confl» data uiivcemente alle
loro braccia. Due pensieri magnifici e tratti dal vero. Ma si può leggere ciò
che segue senza sentirsi ancora presi dair orrore , e dal raccapriccio, non
mero di combattenU ert per decidere della lor aorte. Oecapaii da qaeati
peaiieri, e dairaspeltailooe iDqoieta di quanto era per ane- eedete, prealano
dooqoe tutta la lor atteailo&e ad ano apetUe colo, ebe non pelea lasciar di
metterli In lapavenlow * 4» SI di II aesno: i nloioal eroi eamminano tre a tre
gli ani eoniro gli altri, portando in eaai ael 11 coraggio di doe grandi eaer-
dil. laaeoaibni dalT ani e dall' altra parte al loro proprio periglio « non
hanno avanti agli ooohi ohe la aervttù, o la liberti' delie lor pairta, la sene
deUa qaile of»ai dipende anloaaiieale dal loro eo> raggio^ Uaeebè ai odi r
arto deUe lor ennl^ e si «Mero brWar le loro apode , gli spettatori prosi dal
timore e , dallo spaveetOt sema cfte la spersnta piegaaae aoeora dati* osa e
daU' altra paite, nata» rooo di tal maniera immobili , che avrebbeai dslls aver
sgUse per» dttlo4'u80 della voce e del respiro. uiyui-n-G Ly Google - Ì30 —
meno che gli spettatori del combattimento? Qui l'espres- sioni sono tatte
poetiebe; e si dee fare osservare a^gio* vani die T espressioni poelìohe, dèlie
quali non si de» servirsi se non di rado e eoa sobrietà, erano chiamate dulia
stessa grandezza del soggetto, e dalla necessità di eguagliare co* (ennuii il
macavig^ioso delle qpetla* colo. » Questo mesto e tristo silenzio che gli tenea
lutti come sospesi ed immobili, si scambiò ben presto in grida d' aliagreisa
dalla psrto degli Albani, quando vi- dero cader morii due degli Orazj. DaH'
altra ^arle ì H<^• mani restarono senza speranza , ma non senza inquietu-
dine. Spaventati e tremanti per quello degli Orazj, che solo restava contro
ti^è, non erayo ptli ocou|iati da» del suo periglio. Non era questa la verà
disposisioóe dei due eserciti dopo la caduta di due Romani; ed il qu^dro che oe
fa Tito Livio non è copiato dalia patuca? &^ Ccmmiii dmds mtmbm, etm jam
fton mefi» kmium eerportim, agitatioque mckp9 tehrvm ammrwn- que, sed vulnera
quoque et sanguis spectaculo essent; duo Romani, super cUium alius, vulnercUts
tribus Albanis, • expirantes eorruerunt. Ad quorum casum cum concia-^ masset
gaudio Al6anus exercihtSf romànas legtones jam spes tota, nondum tamen, cura
deseruerat, exanimes -vice unius,qum tre^ Curiaiii ciroumeieterafU, ^ < 5°
Indi quando, essendo venuti alle mani, Doa< pià sola* mante il oioio delle
bnceìa e r agliaiione deir armi serYiffoao di spettacolo, ma si scoprirono
delle, feri le , e si vide scorrere il ian« gae, due Romeni cedettero morti
eppiè degli Alt^aei , che tatti e tra ennò restiti feriti. Alla loro cedult
l'eaereito nemico geilè grandi «ridad!iUegrein(fmeoiredey*.altra|arte le
legioni romeqe re- sturoae ^BB» spersDia» ma ooa seoeii inquietudine, liremando
pec il Romanot che ere restato solo y e cbe da tre Albani era cmcoadatt*
L.y(.,^L,o Ly :d Riferirò il resto di
questo racconto senza farvi quasi alcuna riflessione, per iefuggire una noiosa
lun* ghena. Debbo solo awertiM che quello ehe fa la prìn- cipal bellezza di
questa narrazione, non meno che della storia LQ generale, secondo
l'osservazione giudiciosa di Cicerone, * ò la maraTigiieia varietà che dapperiuUo
vi regna, ed i moTinienti diversi di timore, 4' inquietudi* ne, di speranza, di
allegrezza, di disperazione, di do- lore, cagionati da improvvisi
combattimeoii» e da ino- pinale vicenda, che riavegiiano i' atlenaione oaa
graia sorpresa, che tengono persino al fine F anime-dei lettore come sospeso, e
che colla stessa incertezza gli procurano un incredibil piacere, in ispezieltà
quandi il racconto ò ^OMniBalo da un avvMimeiito intaresaante e aingo* Idre.
Sarà faeile V applicare qaeati principj a quanto segue. 60 Forte is integer
fuUf ut univirtis soliis mqua- quam par, sic advertus singuloi fero». Efgo, ut
segre^ * Multam casus nostri libi varielatem in scribendo suppedita» bunt,
plenam cujusdam voluptatis, qu(B vehemenier animos homi' num in legenda seripto
reiinere pouit. Nihil est enim apiius ad delectationtm leetorii, quam Umporum
varielatet, fortunceque vi- tMtuiinm.^. Àwdpita wtriiqué mtm Mmt admirotionem,
expeeiationem, keiUmm, moU^m, ipim, timtfm* Si vero tsàlm notabili eoncluduntur
, exptetnr animui jumditaiMm Uciion ii Vù» filplol«. ( Cic;, fi|K 12 , iib. 6
ai CmbìL ) « I nostri casi •ffiriimio a la naU» scriTere molta varìeià piena
d'un tal dUallo, ehe fasta l«Mr Ioni aUe JeUara deUo gorilla gU'anW dagli
aoailoL Glie aians cosa pHl vale al diletta- «Mulo dM laMfItorat irMto le
laiialà dai Mipi, el»iioeode dalla MaMi.... Gl'iaoerii e sfaristi casi dsMaao
maraitfilia» aspettai- Ifaaa, ileia»albaao» apafaaiai dsMit. Se poi ai ctó«deao
eaa MaMle^laa, rariao dal pitoaire di «selli g i ss s a dIssi Bia lallm è
ripiena» b * L.yi.,^uu Ly Google — 33i — garet pugnata eorum, capessit fugam ;
ita ratus secuturos, lU quemque vulnere affkckm eorpm. Minerà* ' 7^ Jam
aliquanium tjKdU ex eo loco, uUpugwhm est, aufkigerctt, cum respiciens videt
magnis intervallis sequentes : unum kaud procul ab sese abesse. In eum ma- gno
imp^ rtdit: et dum Albatm^ocercUm inclamat Cu- riahii, uti opém ferant fragri,
jam BnuUuB, coeso koete, Victor secundam pugnam petebat. * 8°. Tu0clamore,
qualis ex insperato faventium solet, Romani mijixocnt miUtem iwm; e^ iUe
defwngipvadio fé- eUnai. Priue itaque quam aUer, qui im
procul eAerat^ consequi posset, et alterum Curiatium conficit. ^ 90 Jamq^ asquato Marte
singuli supererant, sed nec epe, nec vàibue pam. AUerum mtachm ferro corpm, et
geminata Victoria feroem, in eertamen tertium dabmnt : alter, fessum vulnere j
fessum cursu trahens corpus, vie* tusque fratrum ante seetrqgù, motori objicitur
hosii. Nec Ulud prwlium fuit. " < 6<> Fortunatamente era senza
ferite ; cos) troppo debole con- tro lutti insieme , ma più forte che ognuno di
essi, servesi di uno strattagemma, che gli riuscì. Per dividere i suoi uemici
prende la fuga, persuaso che io seguirebiMUìo più o meno vel<Mi secondo che
lor restava più 0 meno di foraa. s 70 Di già era assai lontano dal luogo, nel
quale era seguito il eonbaUinento, quando volgendo la faccia vede i Curla^ in
una assai wnm dislaiiia gli ani dagli altri, ed uno di essi a sé vicino: ritoma
contro questo con tutta la sua fona; e mentre r esercito d* AUm grida a'sttoi
firaléUi perobò la soooomMO, di già Orasio via^tm di qasaio |Nteo a«nics corre
Jid ona seeonda vittoria. ' 8* AUomiRanMl anifiMno illor fuentefo «on delle
grida taU« an il'4W>fiiii«iito fni|iiOfili« dMnaspettata allegreisa «m1 te
gittare* «d egli dal canto 800 si afiiralilt a dar Bne al sasraéo
«ontattimeoto. Mon donqoo che V aitrot li qoale oon ora Milo IsolasOf
avoHopolotoragi^gQoriOySlendoaiemii sooneoieo. * Oo Non più resta? a dall' ona
0 dall* altra parlo clieon combati- Che bellezza di espressioni e di pensieri !
Che vi- Taciià d' imuuigiiii • di descriaiooi I lOo Romanm mu l taM : IhioB,
inquit, fratrnm Mar nibus dedi; tertium, causae belli hujusce, ut Romanus
Albano imperai , dabo. Male sustinenti arma gladium su- perne juguh defigit :
jac&Uem spoliai. ^ 44<» liofnofif ovantes oc grahdantes HoraJtbm acci-
piunt eo majore cum gaudio^ quo propius metum res fue- rat.* Ho Ad sepuUuram
mie iuorumneqiuiquamparSna ammt« ^erhmlur ; quippe imperia tJtm wucti, aUeti
di- tionis alienag facli, * » Non so se vi sia cosa piti adattata a formafe il
guaio d#'g»avaQi» e <}oaiiio alla lettura degli autori, e quanlo alla
eompesisione, del proporre loro atetti luo- ghi, e dell'avvezzarli a scoprirne
da sè stessi tutta la bellezza 9 apogliaadoli de' loro^oroameati^eriduceodi^, *
lente: ma se il numero era eguale, non 1* erano le forze e la spe- ranza. Il
Romano senza ferite, e altiero per doppia vittoria, cani- mina pieno di
confidenza al terzo combattimento. L'altro per lo con- trario indebolito per il
sangue che ha perduto , e privo di forze a cagione del corso, appena si
strascina, e di già vinto per la morte dei due suoi fratelli, come vittima
senza difesa presenta ii petto al suo vincitore. Così quello non fu un
combattimento. * IQo Orazio già anticipatamente trionfante disse: Ho
sacrificati i due primi air ombre de* miei fratelli: sacrificherò il larzo alla
mia patria « affinchè Roma diventi aignora d' Alba » e ie imponga la legge.
Appena il Caraiio potefi sostenere le sne anni: gli trafigge colla sua spada 11
petto» e lo spoglia estinto. * il» i Romani acoolgono Oraslo nel loro campa con
on'all^ gran e.coa-mia gratitadine tsalo plà Tifi, qaaato esiao stut più Ticini
al periglio., ' Ilo Dopo di dò egei partito pensa a seppèltire I suoi» ma con
disposiiioni ben diUiBrenii : i Romani essendo divenntl padroni decoro nemici ,
e gli Albani f edeadosi sottomessi ad nn dominio straniero. -nasi- corne noi
qui abbiamo fatto , a semplici proposizioni. Con questo insegna ad essi come si
debbano .ritrovare i peosìori y « conie si dobbano «flprim ^ Articom III. Dell'
EiniilaBlone. D. Espomt» ùm ehe cosa 9' iiiende per emMlasUme, la quale è il
temo grado per cui si giurie alla perfetta imitazione? A. Emulare non è altro
die tentar di fare una dosa con quelfa perfexlone con ohe altri l'ha fatta.
Quindi io chiamo emulazione quella maniera colla quale noi, per esercitarci a
bene scrivere, imprendiamo a scrivere ciò stesso che da un eccellente scrittore
fu scritto, per poi mettere a confronto la scrittura nostra con quella del- l'
autore imitato, e trovarne le parti mal composte, 0 ine^cacemen te espresse Y
per poi ricorreggerle allo spec« chic di quella scrittura che ci siamo
proposta. Il qiialé esercizio, nella citata lettera, Plinio (libr. 7, ep. 9)
in- segnava al suo Fosco con queste parole : « Di più ti gio- verà, quando bai
letto una ooaa di fresco^ acciocché r argomento e la materia in capo ti rimanga
v quasi ga* reggi andò, scrivere quel che leggesti scritto ; paragonare, e
sottilmente pesare in che tu, in che l'altro autore siate migliori: se tu.ia
qualche cosa sei migliore di lui, avrai allegrezza grande ; se efjà è 'miglior»
di te 'in tutte, gran vergogna. Potrai anche i più eccelleiìti passi eleggere,
e co' più squisiti azzuffarti. Zuffa ardita, ma ma isfacciata, perchè ninno la
sa^ quantunque molti Digitized by Google — ess- ile vediamo mettersi a tal
cimento, che n'hanno lode grandissima , perclocehò, mentre bastava loro d'
a&dar dietro i Testigi altrai, non diaperandoai delF impresa, passaron
oltre. » (Gozzi.) Nihil obfiterit, quce legerù hactenus, ut rem argth meniumque
leneai, quasi mmidumicrihere, lecUsquecmh ferve f oc seduto pensitare^ quid tu,
quid iUe eotnmodius. Magìia gratulano , si non nulla tu; magnus pudor, si
cuncta aie meUus. Licebit interdum et notissima eUgere, eS certare eum dectis.
Audaoo hmc^ non tamen improba, quia secreta, rnsOenHo: quamquam miuUos videmus
ejus* modi cer lamina sibi cum multa laude sumpsisse, quosque siibsequi satis
habebant, dum non desperant, antecessisse. D. Dareste voi un esempio del come
si possa imitare emulando? R. Serva d'esempio F episodio di Medoro e Clori-
dano immaginato dall' Ariosto ad imitazione dell' episo- . dio di Niso ed
Eurìalo nel Liivo ^ dell' Enoide di Vir- gaio.* Niso ed Eurialo, l'uno cacciatore
delle selve Idee, r altro bellissimo giovanetto troiano, stretti d'eguale
amicizia, stanno a guardia della nuova cittk sorgente nel Lazio, assediata
da'Rutuli, dove si tratta di richia- mare Enea, che è ito a domandare soccorso
ad Evandro nella città PaUantea. Salta in capo a Niso di tentar questa impresa,
mentre il campo nemico è sepolto nel sonno , e si con6da colP amico Eurialo : '
• Cemis , fa» RutuloM Masi fidutia fmtm, Lt^mne rara mieant ; somm tineque
Proeàhiere: rileni lau Iom eie* r > • * (toesi*0iaiiipiod*iaiilaiiQiieelwfsi
raeot^atsiadft «•lolio «Ul «eeoado Tobuae dei libri delia nolgm alafieiisi del
e»? . RICCI (vedasi). In Ariosto, Canto 18 e <9,Cloridano e Medoro stanno ,
io guardia del campo aaraceao assediato da^.Efanchi. Clorìdaoo è eacoialore^
Medoro nel fior degli anai , ambo stretti d'amicizia. Medoro propone al
compagno di gir nel campo nemico, e raccorvi le spoglie deli' infelice loro
capo Dardineilo, il quale y'ò rimasto insepolto, e che fu da loro tanto amato.
Il campo* dorine » e tatto è spento il fuoco » Percbè del Saradn poca tema
banno. Tnr Tarroe e* carriaggi stao roversi , Nei Yin , nel aonao ìnsioo agli
occbi immersi.* * Niso non permette con generosa gara che 1' amico Euhalo si
spinga a tanto periglio senza di lui , consi- dera che Eurialo lascia una
vecchia madre « e che si espone a morto sul fior degli anni : ' • • • Nèu matri
mkem UmH tim ùaurn doìùrk; QmB u tois, piMri vmUii e wudrikm aum Non cede
Eurialo a tali ragioni : si presentano en- trambi ai duci Troiani a domandar
l'assenso all' im- presa, ne designano i modi ec. Sono incoraggiati dal <
De* Franchi. s Fin qui l' invenzione è la stessa ia quanto al procedimento. Bla
in Ariosto due Mori di Toiomita« quali sono Cloridano e Medoro (C. i8| sL i05],
e* interessano meno, perchè meno vicini alla nostra razza» perchè roggello
della laro Impreaa » quantunque pietoso , è tutto di privata pietà $ e se ae
afvide forae 1* Arioato» quando disse (come vedremo in appresso) ehenon era
molto ra gia n evoie esporre due vivi a pericolo per uo morto. All'Incontro il
progetto di Miao è chIoBiato dalla pubblica atcessità « e daHa ciieostinsa
divi^ pili nobile» perchè al tra^a d* inooMire un periglio per la salvezza di
tutu, nel che. sta l' eroismo. Digitized by Google _ 237 — giovane prìncipe
Ascanio, che palpita pel padre suo, e dal vecchio Alate che esclama : Di
patrii, quorum semper sub numine Troia ui; Non iamen omnino Teucros delere
paratis, Quum ialet animai juvwum, et tam eerta tuHiti» Peetora etc. Ascanio
promette loro premj ed altro la tempi più felici : Eurìalo ringrazia, e
raccomanda la madre : Hanù ego nane ignarom hHjuf, quadmnque perieli eti ;
Inqne eidulatam linquo; nox, et tua te$tis Dextera , quod nequeam lacrymat
perferre parenftf» Àt tUf oro, solare inopem , et succurre relictos* Banc sine
me $pem [erre lui: audentior ibo In casus omnes eie. Ascanio dà la sua spada al
giovanetto Eurialo : Mnesteo colla pelle d'un leone, Mete con il suo elmo,
travestono Niso ; sono questi giovanetti eroi accompa- gnati fino alia soglia
dai Tenerandi duci. In Ariosto Cloridano tenta dissuadere Medoro, ma 4 I Veduto
che noi piega e che noi muove , Qoridaa gli risponde : E verrò anch' io : Anch'
io vo' pormi a si iodefol proove» Anch* io fiinioca morte asso e Mo : Qoal cosa
sarà mal che più mi giovot S'io resto sensale, Medoro mio? - Morir leco eon T
arme è meglio moltoi Che poi di daol, s* a? vien che mi sii loHo. S* avviano i
due compagni pel campo nemico per cercar la spoglia dell' estìnto Dardinello,
ed intanto faaoo strage de' nemici sopiti ; con diversi accidenU, tolti dair
autore originale/ Lo stesso fanno in Virgilio Niso ed Eurialo. Intanto
sopraggiunge un corpo leggiero di rinforzo a Turno sul- ]' atto che ì due amici
uscian di periplo, scopre da lunge Eurialo al lampeggiar delP elmo rincontro al
lume della luna : Volscente capo della spedizione grida loro il chi va là:
tacciono questi, e s^ inselvano. In Ariosto Medoro indrizsa le sue preghiere
alla * I molivi che adduce Nìso per trattenere Earialo, son più forti e
toccaDti. Il primo sentimento d*afleltO| che si sviluppa nel cuor dell' uomo, è
quello d' un figlio verso la madre , e questo affetto di- vicn sacro e più
commovènte quando rivolgasi verso una madre vec- chia. Tal ò la situazione del
giovane £urialo; e se Niso parla ancor per sentimento di privala amicizia, ella
è più nobile in quanto cbe nasconde il suo proprio interesse. Qui Nìm si
U^juttàv^ anche pift cbe il giovinetto £uria1o, cbe ci dispiace per ora nn
.pocoi appunto perchè non s'arrende alla pietà Aliale» e mira piuttosto alla
sua glo* ria. In Ariosto Cloridaao parla per sola amiclila, nè par cbe molto
s'a£faticbi a dissuader Medoro^ ilqeale lenté ancor più la gratiti^ (Une pel
morto Dardinello« e soprattutto l' amor Min soa.gloria» che non è lontano itoU'
amor proprio. In VIRGILIO (vedasi) f due eroi sono piU posati, ed agiscono con
mente serena; nel che II valore si confonde colla virtù. Il presentarti die
finno ni duci rimasti al comando ddia città» il palpito» la rieelioscémt d' nn
principe giovanetto che molto . s*sglta pel padre suo» la tenerena del veodiio
Mele» Il travesti- mento de* due giovanetti per mano degli eroi» fiinno nn
quadro cosi eommovente» cbe In esse IIMIé d* a^ni efd» tUOtrem di agni HnO'
«fsftsa si manifesta ; e la gara e l'Impresa deT due giovanetti divien gaia e palpito
di tutti. Ariosto non si curò d'Imitar questo tratto, e fissò lo sguardo
piuttosto angli accidenti notturni del campo, dove la scena più maravigliosa, e
forse meno patetica, rispondeva più al suo carattere. Qui per altro potea
dilungarsi un poco più dalle par- ^ ticolarità accennate da Virgilio, e dare
maggiore originalità alia sua imitazione. L^ yi i^uu Ly Google 239 — Lviui,
oVesea fuor delle nnhif e gli palesi ove giaccia Ja spoglia amata di
Dardinello. La Lona, a qnel pregar* la nube aperse, 0 foflie caso, oppur humia
feife; Con Parigi a quel lume ti scoperse V un campo e V altre; e 1 monte e il
pita si Tede: Si Tldero i duo colli di lontano, Martire a destra, e Ler! ali*
altra mano. Rifulse lo splendor molto più chiaro Ove Almonle giacea iiiorlo il
Aglio. . Medoro andò, piangendo, al signor caro; Cbè conobbe il quartier bianco
e vermiglio: E lutto 'I viso gli bagnò d'amaro « Pianto (chè n* avea un rio
sotto ogni ciglio) lo si dolci atti f in sì dolci lamenti , Cbe pelea ad
ascoUar fcriaare i venti* # Quindi Medoro con derìdano si caricano amendue del
pese del cadarere di Dardinello. Sol far deir alba sopraggiugne Zerbino de'
Franchi, il quale avendo cac- ciati tutta la notte i Mori, si ritraeva al
campo. Glori* dano ooDSigUa a Medoro di sgravarsi del peso del cada* vere per
sottrarsi al neniicoy sulla ragione Che sarebbe pensier non troppo accorte
Perder duo. vivi per salvale un mrto* - Ed infatti Cloridauo si libera dal
peso, ma tutto lo ritiene sulle sue spalle Medoro, mentre quello avanza piti lieve
e più celere il passo. Zerbino col suo séguito dà loro la caccia, ed essi s'
inselvano. ^ * La luna che in mal punto si scopre, e che rifolgorando dal- l'
elmetto d' Eurialo, il pone a periglio (mentre la stessa Diana non dovea cosi
tradire il disgraziato giovinetto, cacciatore a lei devoto) ci presenta il vero
naturale che illumina la scena ; mentre nel- V Ariosto I Medoro fa quasi un
siiraoole cbiamaDdola obbidisate a L.yi.,^uu Ly Del pari in VirgUìa ì cavalieri
Rttluli occupano lotte le uscite della selva. Borialo è ritardato dalP ombra
della boscaglia , e dal carico della preda. Niso è trascorso innanzi, ed è già
prossimo ad uscir dì periglio, quando si ricorda dell' amico; ritorna
indietro,. ode lo strepito dell* armi, vede Earialo stretto da nemici; dopo un
momento di esitazione si rivolge con una preghiera alla Luna come cacciatore,
scaglia alla cieca un dardo, uc- cide un nemico , poi un altro non veduto , e
difeso da' ra- mi : infuria il capo Volscente , e vuol sacrificare Eurialo ; ma
in tanto cimento deir amico offre Niso il petto alle ferite, ed esclama: Me me,
adsum, qui feci, in me convertite ferrum, 0 Rululi: mea fraus omnis: nihil iste
nee auiu$, Aec potuit : calum hoc et conscia sidera ttitor. Tantum infelieem
nimium diUmt amiettm. Neil' Ariosto, Medoro ò aggravato dal caro peso del
cadavere di Dardinéllo, e si è avviluppato tra l' orror delle selve, mentre
Cloridano era già quasi al sicuro. Costui, mentre s^ avvede aver perduto V
amico, ricalca la selva ^ ed ode strepito d' armi : Ali* ultimo ode il suo
Medoro , e vede Che ira molti a cavallo è solo a piede. ^ Lo circondano tutti ,
e Zerbino grida che sia arre- seobprlre 11 luogo, ove giaccia 11 cadatere di
Oardtaèno. Tolto H procedimeDio Id VirgHIo è fa natam più die aair Arloeio, laa
as- sai toccante In questo è il punto io cui Medoro è tardalo dal paia del
cadavere amato; e qui Cloridano è un poco troppo soOedto al ripiego per
salvarsi senza esitare un momento, e quasi sì avtilltee in quella riflessione ,
che è pur vera, ma poco nobile. Medoro, ctie ciò non ostante in mezzo a tanto
periglio si ostina a portare il caro peso i qui s' innalza fino air eroismo. sialo.
Egli cerea scbeimo e riparo qua e Ik , nè mai si scosta dal caro peso: L*ba
riposato alQo suirerba, qaaodo Regger noi puoie , e gU va intorno emodo :
Ck>ine orsa che 1* alpeslre cacciatore Nella pietrosa tana assalita abbia,
Sia sopra i figli con incerto eore« E freme in suono di pietà e di rabbia: Ira
la *ntrita e naturai furore A spiegar V ngne e insaguinar le labbia : Amor la
*kiteneri8ce, e te ritira A riguardare ai figli in meno 1* ira. Cloridano
allora nascoso trae un dardo e poi V al* tro, e uccìde alcuni de' nemici:
Zerbino si scaglia con- tro Medoro per ucciderlo, egli si raccomaada, e col suo
bel volto e co' suoi preghi implora tanto di vita che gli basti a seppelh're il
cadavere del suo signore : ma in questo mezzo un cavalier villano sopraggìunto
feri- . sce Medoro, tal che se ne sdegna Zerbino, e vedendolo caduto a terra il
giudica morto, ^ < In Virgilio la preghiera di Niso alU Luna, come già
diTOto a lei« ha qualche cosa di pio e di patetico: e quel tornare indietro per
r amico per quella linea che divide il periglio dalla salveiza iaituaaione
egualmente adottata dall* Ariosto in Clo'ridaDo), è una circostanza tutta
eroica, in Virgilio le parole generose di Niso ea- ratterìuano il quadro; in
Ariosto Ui eostanu di Medoro» che s' ag- gira qua e ih cacciato e percosso,
gemebondo e ferito» intorno al cadavere amato, fissa dei pari la ince di tutta
la scena» e il colpo d' occhio della prospettiva. Bellisrima altresì in Ariosto
è la almi- fitudine Cam' ona ee. Essi però nacque in orìgine sott* altro ponto
di vista anche da Virgilio » che l' aecenna II dove Iffeo ed Enrialo fumo
strage nel campo sopito do* Rutuli» e forse vi è più opportu- namente
collocata: Impasttts ceti piena ieo per ovilia ttirlanSf J ' Stiadet enim
vesana fames , tnanditque trahitqiie Molle pecusp mutiimijuo metti: Jremit ore
cruento, 16 L.iy,.,^uo Ly Io VIRGILIO
(vedasi), non osUoti le preghiere di Niso , Voi- scente uccide T amabile
giovanetto Eurialo, fl quale cade : Purpureiis veluli quum fiat auccitiu aratro
Langueteit moriens ; kutwe papavera (Ma Demitere capul , pUaia qmm forte
^ovoiiter. Niso si scaglia in mezzo a' nemici cercando a morte Volscente,
sostit-ne da ogni lato un nembo di strali e di guerra, c uon ristassi finché
non abbia uccìso Voi- * soente; quindi percosso anch* egli e in tanti modi
ferito va a morire sul cadavere deli' estinto amico: Tarn super exanimem sese
projecit amicum Confossui^ placidaque ibi demum morte quicvit. In Ariosto
Zerbino si ritira criicciato ali* atto vii* lane per far vendetta di quel
cavaliere che fugge via; ma Cloridan, cbe Medor vede per ierra« Salta Del bosco
a discoperia guerra; e fatta molta strage, e trafitto anch' ei per molte
ferite, E tolto che si sente ogni potere , Si lascia accanto al suo Medor
caliere. S rivo^no altroire i Franchi; il giovane Medoro rinviene r ed essendo
ivi sopravvenuta Angelica ventu- Gmì neli' imilaalone diviene originale lo
stesso pensiero e le flessa immagine y presenUadoU soli* altro paeto di
prospeitifa e eoa ac- cideaii dìyersi. In Ariosto la situazione di Medoro die
domanda in grazia la vita a Zèrbioo per seppellire il oadaTere di Dardineilo ;
l' atto f il- Jaoo di qoel eavallerQ cbe in tal poslaiooo lo feriao^» il
geneieso sdegno chene prende Zerbino» son cose tni.te nuove* assai beo
infnpginste, onde i*^utoBef scostandosi dall'Invenaion Viigiliana» rin- nova e
rende originale la scena. Qui diviene Interes^nte aneto Zerbino» ciò che non è
Volscente in Virgilio; il quale forse lo volle dipingere cosUlttrOt perchè
facesse contrasto coli' amabile giova- netto Eurialo» assomiglialo ad on flore
cbe cade reciso dal duro vomero. Digitized by Google riera figlia re dt Calai,
aenle di hii pteta , Io cara con erbe salutari , lo conduce alla casa di un
pietoso pastore, dove ella s' innamora del giovinelto, e dove Di sè aon cara ;
e non è ad altro intenta , Che a risanar cM lei fere e tormenta. * In Virgilio
i Riituli troncano le teste de' due gio- vani inielicì, riconoscono qua e ]ò
quante stragi hanno essi fatte sul campo, e si presentano dinanzi alle trin- cee
ed alle mura degli assediati Troiani , col miserando spettacolo di quelle testo
confitte alle picche, sul far del giorno. Accorre la madre di Eurialo alla
infausta novella: BMtmi^nlhiirùéii, fewoluttique penta* vola alle mufa in mezzo
alla turba la vecchia ma- dre infelice, vede da lungo il mozzo capo del figlio,
ed esclama: Hunc ego te, Euryale, adspicio? lune illa tenedce Sera meoe
requies? potukii linquere solam, Crudelis? nec te, sub tarila pericula missum.
A/fari extremum miserw data copia mairi? HeUt terra ignota canibus data praida
lalinii, ÀlitibMquejacei! nec U tua funera maler * Qnl tanto' Virgilio, quanto
PArfo^, Tmo sseatandosi a graéo a grado MT aUre^ mm% del pari nel merito dell'
Invenaione. Miao e deridano sono egoalmenle interessanti, e se il secondo in
Ariosto Ita f^tto dubitare nn momento del suo eroismo , qui ricu- pera tuUa la
prioria, alla quale unisce un soave patetico eguale a • quello che c' ispira la
caduta di Niso sul corpo dell'estinto Eurialo. In Virgilio il villaifo Volscente
è punito da Niso con eroica vendetta : Zerbino in Ariosto meritava d'essere
risparmiato; ma se per un caso fosse stato ferito dopo la sua nobile
indignazione, o anche morto, avrebbe data nuova luce e nuovo interesse al
quadro, e nuova originalità : ma Zerbino nel piano del poeflM era riserbalo ad
alire^venture d' armi e d' amare. Praduai, frmim «oii/af, aaif vuluré M, Vai
tegent. Ubi quam iW6le« fattna dl$tq9ie Urgebam . $t tela curai lolaòar aaiUs*
Quo Hquar f Commossi i Troiani a tali lamentìi per comando di Dio- neo e di
Ascanio, muUum laerimanUt JuU, CorripiutU, inierque manmiub Ueia reponunt, E
qui si riprendono le operazioni di guerra. * D. Dopo avere tradotto, analizzato
, ed emulato, è egU terminata V opera deW imikunone? lì. No , anzi ella allora
veramente incomincia, pe- roccliè questi esercizj non sono che il principio e V
av- viamento all' imitazione , come bo asserito fin dappri- ma, conciossìachè T
imitazione sta più in alto. Infetto r imitatore deve sapere tutta in sè
ritrarre V arte del- l' imitare ^ e le cose suddette giovano princìpalmenle *
Io Ariosto Medoro è serbito ad altri casi, e T episodio si ran- noda all'azione
principale con mmvigllofia irarietà di Unte e di pro- spelUve. Dal fremito
della battaglia alla quiete di ona capanna pasto- rale, dairire agli amori, cui
serre di dolce tniermeiio e di grada- zione l'idea d'nna tenera amlsiii, d'una
pietà generosa, sono pas- saggi di scena così bene immaginati, che la
imitazione si colloca al lato della inveniiene Virgiliana. Air incontro in
Virgilio il ritorno che ftcciamo indietro a pensare sulla situazione della
vecchia madre d'Eurialo, il ricordarsi delle promesse, de' palpiti del
giovanetto prin- cipe Ascanio, de^vecchi dod; il rammentarci in fine
generalmente psf^ laudo di quel momento felice, nel contrapposto di cosi
nriseranda sventura (per cui palpitammo tu qui tra la speraoza e SI timore), è
veramente il compimento del quadro, In cui l'azione tutta Insieme ci si
sclliera davanii. E la dìpiniura della madre d'Eurialo, allorché di man le cade
la conocchia, e i suoi lamenti , e la commozione dei Troiani , fanno gradazione
al momento terribile in cui risorge il ter- lor della battaglia, cresce la
sospensione, ia maraviglia, il terrore; e razione ad eventum {ulinaL Digitized
by Google per venire a ciò. Colui imiterb, che con ispesso eserci- zio si farà
a scrivere, e cercherà ohe la sua scrittura ^ condaca con qaella stéssa arte,
con cui ì Classici re- sero belle e piacenti le proprie. Nè basterà che una o
due volte si abbandoni all'esercizio dello scrivere, ma molti anni dovrà
scrivere , solo per imparare a seri* vere, e formarsi una maniera propria
composta all' imi- tazione de* migliori. Cap* ILlLm umm Mto • tnM imlMie i
mìsUotI mH*- torì mi debbaiio imitare, e quali sono quelli elle ileTOiio
innanzi m tvMk essere inaitati. D. Si dovrà egli imitare un solo , o tuUigli
scrittori msieme, i quali hanno titolo d* essere eccellenti? R. Molte questioni
si hanno intorno ciò , e molti avvisano che. un solo si debba prendere ad
esempio; altri, che da tutti si debba sestiere. Se a me è lecito dire la
sentenza mia, io reputo che T una e V altra cosa si debba lare , cosicché quella
disputa che fu accesa e ventilata assai nel 4500 tra uomini sommi, Pico, Bem-
bo^ Polisiano, Cortese, mi pare che possa risolversi col prò d' amendue le
parti. In fatto io sono di credere , che dapprima un solo e il piii eccellente
si debba pren- dere ad esempio , come appunto fanno i pittori che iniziano air
arte i giovani sulle tavole di Raffaello, pe- rocché egli fu il più perfetto
fra quanti penaelleggia- L^ yi i^uu Ly rono tavole e tele. E così debbo fare
chi vuole riuscire scrittore; dapprima si dia a guidare ad un solo; ne prenda
l' arte, gli audameoti, le traosuionii U periodo* il modo del comporre ^ tutto
io somma che- Tarte ba di bello e di buono in quello scrittore. E se per caso
iu alcuna parte egli fosse men che perfetto, quella parte egli cessi, e tenti
migliorare. Poscia dopo laago esercizio , quando V arte è divenuta nostra, e
quasi fotta ia noi slessi natura, saremo liberi di recarci alF altre fonti,
acciocché, se qualche special colorito più confa- cente alla nostra maniera di
sentire in altri ci avvenga trovare, Io facciamo nostro, e quasi raggiungiamo a
perfezionare il modello che dapprima imitammo. Così i pittori, dòpo essersi
formati una maniera alla scuola di Raffaello, sì conducono allo studio delle
tavole del divin Le<Hiardo, del Tiziano e del Correggio , e tutto insieme
fanno una maniera che non ò veramentcd' al- cuno , ma sì cosa lor propria , nè
d' altri , alla quale tutti insieme que* grandi, ^e' quali studiarono, banno
dato conforto. D. Quali sono gli autori che si devono dapprima proporre a chi
vuole venire in fama di scrittore? R. Tutti i più eccellenti possono essere
presi ad esempio singolare, e la scelta non è da fare in genere , ma si
conviene applicarla specialmente alla natura di colui che vuole apprendere V
arte. Eccellenti sono tra I Latini, e Terenzio e Cicerone e Livio e Sallusl^ e
Cor^ nelio e Cesare e Quintiliano; e ognuno di questi può essere ottimo
esemplare: ma io non direi così alla cieca: — prendi questo, prendi quello; ma
vorrei obe studiata la natura del giovane, il savio aiaestre ^ assegnasse queir
autore che piii tiene alle stesse qua- lità d' animo o di mente. I^ò io a
giovane d' iodole tranqQiIla e doloe yorrei dare Sallustio, Livio, o le piti
veementi orazioni di Cicerone; ma sì mi piacerebbe eh' ei si fermasse sopra
Cornelio Nipote, sopra Cesare, osoi trattali a sulle lettere di Cicerone: e
coiA a gio- vane di forte fantasia e di risentiti affetti darei molilo Livio e
Cicerone; e a chi abbia forza di meato e di ri- tlessioiie, proporrei
Sallustio, e poco appresso forse aneo Tacito. Ch'egli mi pare che meglio la
natura spie- ghi le sue forze, guidata dalla somiglianza, che non abbandonata
alia scorta di chicchessia. Nè dòssi temere che codesta somiglianza feccia
imitatori servili ; per- chè per molto somigliante che sia il modo di sentire,
pure vi ha sempre una differenza propria di ciascuno, la quale nello stile per
poco va a primeggiare , e cO" stHuisce poi la maniera propria di ciascuno
scrittore. Vero è che vi sono alcuni scrittori, che, avendo in di* verso siile
dettate opere, facilmente s'accostano alla maniera di tutti, come Cicerone fra
i Latini, il quale non meno agli oratori che ai filosofi, agli storici, ai co-
mM, si eonfh; cosicché tu possa o alle orazioni, o, se r ingegno tuo è da meno,
alle lettere, ai trattati, ai dialoghi rivolgerti; e ùra gli italiani Dante, il
quale tutti i generi raccolse nella sua Commedia, e in tatti si levò
all'eccellenza. E di qua venne che il solo Cice- rone potè da molti essere
preso ad esempio, senza che r uno sappia dello stile deli' altro, come bene
osserva Paolo Cortese da San Giiàignano, scrittore e giudice ottimo di tai cose
, nelh\ risposta eh' egli invia ad An- gelo Poliziano. — « Guarda, dice egli, a
coloro. che si » fecero ad imitare Marco Tallio, ed osserva qoanto 9 siano
distanti Tuo dall'altro, e quanto anche fra 9 sò clissomiglianti. Livio prese
quella larga e ricca 0 veua che non conosce freno , Quintiliano V acume,
Digitized by Google » Lattanzio Fannooia, Garslo la doloena, Columella ' » r
eleganza, e mentre questi avevano tutti un solo » proposito, cioè di comporsi
allo specchio di Gicero- » ne, pure, se si paragonioo, non vi è cosa laato
disao- » migliaQte quanto sono essi fra loro; nulla tanto di- h stante, quanto
essi da Cicerone. » Una cosa però inculcheremo sopra tutte, ed è questa: che
ninno per piegarsi air imitazione altrui contraffaocia alla propria natura, né
preitda que'mod! che Fuso ha rigettati, ma la propria natura modifichi soltanto
secondo l'arte al- trui. Ogni scrittore debbe essere uno, aver proprio ca-
rattere ^ stile e maniera ; e chi altrimenti fa, si confonde colla derisa
greggia servile degV imitatori , anzi de' con* traffattori, che sono sempre i
peggio scrittori. D. Quali sono gli scrittori che debbono eoeglitrei
j9mei}x»{fRstite a maestri fra i Latini? R. Fra i prosatori, come fu detto,
Cicerone a capo di tutti, poi Livio, Cesare, Cornelio, Sallustio, Pater- colo,
Curzio, Quintiliano, Columella: e dopo.questi Ta- cito, Plinio, Floro , i quali
per avere difetti non lievi non si possono così di subito prendere a mano per
non riuscire a {peggio. Infatti troppa brevità, che genera oscurità e durezza,
è in Tacito: troppo studio che dà in affettazione, è in Plinio: Floro in mezzo
ad una vl< vace brevità, ha sovente concetti raffinati, oscuri, e spesso più
da poesia, che da prosa. Fra i poeti Virgilio, Orazio, Catullo, Tibullo, Te-
renzio e Fedro anteporrei a tutV altri ; non disdirei però dopo qiiesti la
lettura di Lucrezio, sebbene qualche volta più filosofo che poeta; nò
Properzio, che spesso è in- tricato, e soverchiamente eriidito; nò Ovidio, che
spesse per troppa prolissità ristucca, e per difetto d’arte manca di nobiltà;
nò Lucano, che troppo spesso la fa da oratore e da istorico anziché da poeta;
nè Giovenale, che risente dello stesso vizio di declamazione. Sovra tatto però
lodo chi prende ad imitare VIRGILIO (vedasi), perchè niano fìi mai piti
perfetto di lui nell’arte, e perchè, avendo trattato diversi generi, può a
diverse indoli d'ingegno facilmente accomodarsi. Aggiungerò che l’imitazione dell’arte
di costui è pii utile agl’italiani, perchè cpieirarte stessa si trasfuse
nell'Autieri, e diventò arte nostrale. Quali scrittori italiani vorrete voi
proporci a maeilri? A queste vo’che vi risponda per me COSTA (vedasi), grande
maestro che è dell'arte e amico mio, le parole del quale ora recherò così come
sono, e tali sono che piu saggio non vi potrei dare io stesso. E prima è a
sapere, die’egli, che alcuni prosatori ed alcuni poeti danno al volgar nostro
tanta proprietà e grazia che nessuno poi ha potuto eguagliarli; ohe questo
volgare è quasi abbandonato per soverchio amore della LINGUA LATINA – H. P.
Grice: “The comparison we are taught at Oxford is that, had Chaucer chosen not
the Chancery English, but Anglo-Norman, for his Caunterbury Tales, Anglo-Normal
– de Grice is Anglo-Norman – is what we would be doing linguistic botanising on
--, e per pusilla^ nimith degl’omini d’Italia: che è da FORTUNIO (vedasi) e da
BEMBO (vedasi) ridotto a regole determinate, e da molti è nobilmente adoperato
in varj generi di scritture: che è da taluno aoconeiaraente impiegato, ed
arricchito di voci pertinenti alle scienze: è d’alcun altro scritto con
eleganza, ma venne da moltissimi in parte corrotto, e rìvdto in vanità di falsi
concetti: che finalmente è da pochi bene usato, e da moltissimi con parole e
modi forestieri vituperato. Tale essendo stata la fortuna di questa bellissima
lingua, chi potrà dubitare che oggi non sia a noi salutevole il consiglio che
ci porgono gl’uomini sapienti, cioè quello di studiarsi gl’antichi esemplari?
Se nel buon secolo ddla LINGUA LATINA si stima essere opera di gran profitto ai
giovani il molto leggere gl’antichi scrittori del Lazio, quanto maggiormente
non ai dee credere che lo studiare i nostri sia per giovare a noi, che viviamo
in un secolo ove gl’italiani pressoché tutti, più delle cose forestiere che
delle proprie dilettandosi, scrivono sì^ che punto non pare alle loro scritture
che sieno stati allevati in Italia? Verissimo si è, andie parlando dell’arti,
quello che dicono i politici; cioè che qualvolta le cose sieno pervenute a
corruzione, bisogna richiamarle a’loro prìncipj. Questa sentenza doivrebbe
essere dinansi all’animo de’giovani nelle lettere piu umane – literae humaniore
– H. P. Grice --; pure sono alcuni, che, deridendo coloro ohe molto studiano i
testi della lingua, dicono essere; sdocdiezza il darù tanto pensiero delle
parole egfd qual volta s’ha cura dei concetiì, come se il recare alla mente
altrui i nostri concetti non dipenda dalla virtù di bene accomodate parole. –
H. P. Grice, Way of things, way of ideas, way of words. -- Cotaii persone
avendo posta kro usanaa o ne'soli domestici negOijjy aia alcuna sdenta o arte,
nè mai data opera allo studio della lingua, vilipendono ciò che non conoscono,
e perciò, non avendo autorità, non meritano alcuna risposta. Tutti gl’uomini di
mente lUscreta Ma<ai maraviglie ranno se qui vengono còOsigliati i gìóvanetti
a studiare prima nelle opere, ne’quali è dovizia di vocaboli propij, e di forme
gentili, e chiarezza, e seaah- pKdtà, e urbanìlè, e maravigliosa dolcèna, ed a
riserbare agl’anni loro più maturi lo studio, che scriveno eloquentemente di
cose gravi e magnifiche. Tale è la condizione dell’Italia quando pella prima
volta è stampato il libretto dell'elocuzione: ogsi» la I)io mercòy molti
soiào<:be scrivono in porgala favella. Ma per avTenlora alcuno dirli: non
debbiamo noi essere intesi dagl’uomini, e cercar di piacer loro seguendo l’usanza?
Perchè dunque vorremo che la gioventii studj ancora quelle opere ove si trovano,
oltre le voci ed i modi che sono FUOR D’USO, e barbarismi, e pleonasmi, e
solecismi, ed equivocazioni, e talvolta negligenza e stranezza ne’costruiti?
Perchè non vorremo consigliarla piuttosto a leggere i soli sorìttori, i quali,
seguitando le regole grammaticali (iettale da FORTUNIO (vedasi) e da BEMBO
(vedasi), non solo scriveno correttamente, ma trattarono eloquentemente di
varie ed importanti materie? A queste obiezioni rispondo che si dee seguitare
l'usanza dei buoni scrittori – H. P. Grice: “Like Carlyle, Austen, or Russell
-- , raa non l’usanza del volgo – “The Learned and the Vulgar” --; che non si
vuole negare che in molte opere non si trovino, fra la copia delle maniere
proprie, nobili e grasiose, vai^ difetti: ma che per questo non ci rimarremo
dal consigliare la gioventù di avere sempre caro sopra tutti quel secolo beato,
e di leggere per tempo i suoi ecaellenti scrittori; poiché ci teniamo certi che,
quanto è difficile il renderci familiari e domestiche le maniere native e
gentili, altrettanto è facile di perdere l’abito di PECCARE CONTRO la
grammatica e contro L’USO. La predetta virtu non si può acquistare se non con
lungo esercìzio: il difetto si può togliere assai agevolmente dopo lo studio
della grammatica, e dopoché per la liiosoha e pella erudizione ci verrà dato di
ben conoscere IL VALORE DELLE PAROLE – H. P. Grice: “Meaning and value? Go to
Italy – where ‘to mean’ is ‘valere’!” --, e di ben distinguere la lingua nobile
dalla pìth bea, e le maniere che per vecchiezza hanno perduta la grazia e la
forza nativa, da quelle ciie sono ancora belle ed efficaci. Quanto allo studio,
non dubitiamo che ei sia per essere utilissimo essendoché molti eccellenti
scrittori adoperarono la lingua che appresero d’ALIGHIERI (vedasi), da BOCCACCIO
(vedasi), da PETRARCA (vedasi) e dai^i altri, emalando mirabilmente i latini in
molti generi di scritture: ma teniamo per fermo che convenga alla gioventù d’avvezzarsi
al candore ed alla seniplicità prima di cercare lo splendore, la magnificenza,
la copta e l’altezza de' pensieri. Perciocché tutti coloro di si sforzano di
parere magnifici e splendidi prima che dalla filosofìa sieno fatti ricchi di
cognizioni, fauno l’orazione loro bella nella buccia, ma nell’intrinseco vana e
puerile. Non polendo i giovanetti esprimere con yeritò se non que’pensieri e
quegl’affetti che sono proprj della tenera eta, troveranno assai accomodate al
bisogno le parole ed i modi usati, la più parte de’quali, come que'che vissero
nell’infanzia dell’italico sapere, scriveno di tenui materie. Verrà poi quel
tempo maturo in che ai giovani farà mestiere di alzare a gravi concetti lo
stile, ed allora apprenderanno da Gueciardini gravi th e nerbo; da segretario fiorentino
sobrietà ed evidenza; da CARO (vedasi) copia, efficacia e gentilezza; da Gasa CASA
(vedasi) splendore e magnificenza; da Galileo BONAIUTO (vedasi) ordine e
precisione; d’ARIOSTO (vedasi) e da TASSO (vedasi) i pregi tutti onde è divina
la poesia. Ma allo studio di questi e degl’altri molti, che fecero glorioso il
secolo di Leone, non avranno l’animo ben disposto se non coloro, cui prima sarà
piaciuto di attingere ai puri fonti, dai quali derivarono i sopraddetti
abbondantissimi Oumi. cmcMJDnMmsB. Dalle cose brevemente sìa qui dichiarate è facile
rilevare in ohe principalmente ooosisia qaeU* arte che si chiama rettorica – H.
P. Grice: “Leech said that my work was conversational rhetoric, and he didn’t
mean it derogatorily!” -- , e che cosa dove fare chi bene e sicuramente voglia
apprenderla. Yedrh che il primo studio dee porsi nella scelta delle parole,
perchè siano quali sono domandate a SIGNIFICARE precisamente le idee – H. P.
Grice: “As I say, words signify, but they are not signs!” --, e perchè siano
collocate con quel giusto ordine, senza del quale non si forma bene il periodo.
Apprenderà quali role denno governare esso periodO| e quali qualità precipue dove
avere. Poscia conoscerà come si formi il discorso, e che le doti le quali lo
rendono potente sull'animo sono la verità, l'ordine, la naturalezza l’eleganza. Quindi si recherà a studiare
quegli elementi di che l’eleganza fii genera, e fra questi vedi annoverate
quelle forme di parlare che dagli scolastici – e da H. P. Grice – sono chiamate
figure di grammatica – ‘figures of speech’ -- Appresso imparerà quale
giovamento rechino all’umano discorso i tropi, e come la lingua si divide in
tre specie, la prima delle quali è dalla fantasia, l’altra dalla passione, la
terza è governata dalla semplice ragione; e gli è manifesto quali forme sono proprie
del primo, quali del secondo modo; e come la lingua della ragione ami una
schietta semplicità, confortata a quando a quando da concetti e da sentenze
convenienti al carattere del discorso, non che alla specie dì esso. E
seguitando avrà appreso che la varietà, e quell’armonia che ha nome d’imitativa,
rendono più dilettevole e potente il discorso; che la descrisfone e 1’affetto
da un’adeguata collocazione delle parole acquistano vigore e vita. Vedrà quali
sono i diversi caratteri dello scrivere, e quali le specie che d’ogùuno di
questi caratteri si derivano. Infine saprè che cosa è stile, e a quali leggi
dee sottostare, in quante specie comunemente si divide, e come si puo formare
buono, ponendo mente alle norme che ne assegnano i maestri dell'arte e
applicando l’animo all’imitazione dei classici, dalla quale principalmente si
può avere giovamento e conforto. E di tutto avrà esempli a dovizia, allo
specchio de’quali potrà sé e le opere proprie comporre. Non vi sia però alcuno
che avvisi colla sola lettura, ed anche il solo apprendimento delle regole,
poter riuscire scrittore buono, perchè senza un esercizio continuato e paziente
le regole o tornano invano, o mettono assai poco conto. Laonde voglio che siano
avvertiti. i giovani di ciò; e che neli’esercitarsi bene pongano tempo e
paziensa. Ricordino che come la terra non produce le cose appena le è fidato il
seme, nè senza fatica lunga di coltura, così nelle creazioni dell’umano
ingegno, dopo gittate il buon seme delle regole e de’precetti, fa di mestieri
adoperar fatica perchè a bene sviluppino, e crescano a buono ed ubertoso frutto.
Chi vuol fare risparmio di tempo e di fatica, non potrb mai riuscire con lode.
A far presto non consegue mai il far bene, si al lungo esercizio la speditezza
dello scrivere tien dietro, come insegnz Quintiliano nelle sue Istituzioni,
colle parole del quale mi piace dar fine: Moram U tottecitudmm HiMs tmpero. Nam
primwn hoc comHiimdum aique ^btinendum est, ut quam optime scribamus: celerita-
teoi dabit conmetudo, PauUaUm rei facilius se ostendent, verba respondtbutèi ,
emposùio prosequelwr. Cm- età dernque, ut in familta bene instituta, in officio
erurU. Summa hcec est rei: cito scribendo, non fit lU re- cU scribatur; bene
scribendo, fit ut cito. « Posatezza ed attenzione vo^che si abbia in sai
cominciare. €hè, in- nanzi tutto, ciò si dee stabilire ed ottenere, di scrivere
quanto piìi meglio si può: dall' esercizio ci verrh la pre- stezza. A poco, a
poco le cose con magnar facilità si offeriranno, le parole corrìsponderannovi ;
il discorso prenderà forma. Tulle cose infine, come in ben ordinata famiglia,
basteranuo al debito loro. La somma è que- sta : collo scrivere presto non ^
impara a scrivere be- ne ; collo scrivere bene si ha di scriver presto. » FINE.
uyQui^CQ Uy Google msiGE. Al cbiarissimo signore avvocato Luigi Foraaciari.
DBLL' ARIB HBIieElCA. Che voglia dire Retlorka Quale bontà si ricerchi nelle
parole^ e perchè Come da eue proceda la ekiarezzak. Che cosa è la rettorica?
Quali bontà denno avere in sè le parole? Perchè si deve avere questo riguardo
nelle parole? Da quante cose procede la chiarezza? – cf. H. P. Grice:
conversational clarity – clarity is not enough. Come si oUieoe la chiarezza
dalla collocazione delle parole? Con che altro modo s’ottiene la «hlafena nel colloeare
le parole? Che cosa è il periodo? Che cosa è la sentenza? Come sono chiamate
dai retori le parti che compongono il periodo? Di qiianli membri sì deve
comporre il periodo? Quali regole si daono a ben formare il periodo? DeUe
qualità eeeenziali del Periodo. Avete detto che l’unità, la chiarezza e
l'armonìa, sono le tre qualità essenziali del periodo; oi'a spiegatemi un poco
perchè è necessaria l’unità. Come s’oltiene l'uniià? Che intendete quando dice
che il periodo deve avere efficacia? Quali regole ai danno per ottenere
l'efficacia dell’eprea- alone nel periodo? Si deve egli evitare la superfloità
aoltanto nelle parole? Qnale altra
regola ai dà per ottenere l'efficacia nel periodo? Quale altra regola
aaaegnereste oltre le accennate? Qual è la quarta regola per dare efficacia al
periodo? Qnal è la qoinu regola pee rendare efficftice il periodo? Qual è la
sesta regola per dare efficacia al periodo? Che cosa deve dirsi dell'armonia?
Perchè avete detto die i' armonia nasce dalia sceiu delle parole? Qamte regole
ai possono dare per tendere armonioso il periodo eolla acelu delle parole? Dm
Dareste le regole die rigvardano la diapoaiiione delle parole per ottenere
armonia? Chi può dirigere e dar leggi. migliori iàloruo 1’armonia? In quanti
vi^ ai può cadere cercando sovercbiamente l’armonia? Conviene forse vna sola
armonia egualmente ^ ui^ i pe* riddi? SI dovrà egli comporre 11 t DISCORSO Dacorao-
semplice solamente di brevi periodi e l’oratorio solamente di ioagU? Con che
arte al rende lungo il periodo? Formato che sia bene il periodo, cosiccàè
riesca doUto d'unità, d'efficacia, d'armonia, che altro resu a href 30 C/LP. V.
» ' Bel DiseonOt e delle sue principali quMà. Come si puo definire IL DISCORSO?
H. P. Grice: “When I speak of rational principles of discourse, I mean
conversation!” -- A. Qiittiti s«Bo i fisi èbi ruomo si fob pM^om nel di- Mono?
D. tre fini diversi che raomo si propose parlando devono forse essere sempre
egoili le qnalfià del DISCORSO – H. P. Grice, discourse -- discorso?
Insegnateci ora le qualità proprie ad ognuna di queste ire specie. Della verità,
dell’ordine ^ deUa naiur(deua e deU* deganza. Che cosa intendete dire quando
prescrivete che il discorso abbia verità? Che cosa è l'ordine? Che cosa ori
dite della naturale? Che cosa h elegante, e in obe censiMt Delle figure del
Dkeerto tMamaf^ granmalicdi. Che cosa sono queste figure grammaticali? Come può
dirsi che le figure grammaiicali giovano all'eleganza del costrutto? Quante e
quali sono queste figure? Come definireste la elissi, e che cosa direste di
questa figura? In quanti modi si può fare l’elissi? Che cosa è il pleonasmo; e
in quanti modi si 11 ? Che cosa dovrà dirsi della siiessi? Che dee dirsi dell’enallage?
Quale è la quinta di queste figure? Perchè si parta delle figure grammaticali,
e non si fli motto di quelle che i retori chiamano figore di parole? Che cosa
sono i tropi? Onde ha avuto origine la lingua figurata? Quali sono i principali
tropi dei quali sì deve parlare? Pn!]f. 51 ARTICOLO » * Ti/ili /t nnatnifHI*n
UCllCL irieiajora. ivi Ivi Quali fra tutte sono le più belle metafore? H.
P. Grice: “Probably the most beautiful metaphor is “You’re the cream in my
coffee” – while the ugliest is probably ‘You’re the salt in my stew!”!” Quali VI7J principalmente
rendono sconcia e aeiornìe la 56 Che cosa è la metonimia, e per quante guise si
fa? Che cosa fe la sinecdoche? Che cosa è antonomasia? Che cosa è la catacresi?
Che cosa è la metatessi? Come i tropi aggiungano grazia al discorno trovandosi
riuniti insieme t « come sieno TUTTI DERIVATI DALLA METAFORA. Dopo queste cose
resta altro a dire? Avete accennato che tutti i tropi non sono che MODIFICAZIONI
DELLA METAFORA; sapreste voi dichiararmelo? Direste voi ora per qual ragione
avete tolto dal novero dei LiLjki^uu L> tropi l'allegoria, l’iperbole – H.
P. Grice: “All the nice girls love a sailor” – “Every nice girl loves a sailor”,
.1» perifrasi, l’ironia – H. P. Grice: Albritton – He is a fine friend => He
is a scoundrel – Look, that car has all its windows intact!, ed 11 C^me ogni ipeeìe dì scrittura ami una matàira
propria di tropi. Ogni specie di tropi conviene forse ad ogni maniera di Delle
forme di parlare proprie della fantam. D, Gbecosa sonq le figure derivate
dall'lmmaglnasione? Chee cosa è la similitudine? Che cosa è la comparazione? H.
P. Grice: “You are LIKE the cream in my coffee” i^ B,. Si de?e osservare alouna
cosa intomo l'uso dt queste figure? Date alcun esempio che mostri, come la
similitudine di* diiara meglio le uose, e le nblMlllsce » o le sublima. Che
cosa i l'allegoria – H. P. Grice: the subject of study of cross-categorial
barrier breaks, or philosophical eschatology --, e percbè st pone fra le figure
d'immaginazione? Che cosa è la perifrasi? Che cosa è l' iperbole? H. P. Grice:
“Every nice girl loves a sailor” Che cosa è i'anlilesi? Che cosa è la
progressione? Che cosa è la pre-occupazione? Che cosa è la concessione? Che
cosa è la pre-terizione? Che cosa è la sermocinaziooe? Che cosa è ìpotiposi? 91
Ipoliposi in genere ' di persona, ossia
prosopograUa ivi di costumi, ossia
etopea ivi » di persone -fìme, o somatopea.
Descrizione dei luoghi, o topografia , Vi è nulla da avvertir^ intorno
.queate forme di parlare? i7* L.yi.,^uu
Ly Delle forme di parlare proprie della passione. Quali sono le forme di
parlare proprie della passione? Che cosa è l’esclamaziope – H. P. Grice, “Hi Ho
that’s the way the world goes!” -- e come di lei nasce l’eplfonema? Che cosa fe
rinlerrogazione? H. P. Grice: erotetics, as in quessertions -- ?!-p. Ghe cosa è
ironia – H. P. Grice: “Look, that car has all its windows intact!” --, e in che
differisce dal sarcasmo? Che cosa ò la preghiera? Che cosa è l’imprecazione? Che
cosa fe la diibit;>zione? Che cosa è la correzione? Che cosa fe la
sospensione? H. P. Grice: “I call it implicatura – and it’s ALWAYS cancellable!” Che cosa è la
comunicazione? H. P. Grice: “Something C. L. Stevenson ignores!” -- Che cosa è
la personificazione? Cbe cosa è l'apostrofe? Che cosa è la visione? Che cosa si
deve osservare intorno l’uso della lingua figurata: e se sia da anteporsi la
lingua semplici e propria. È sempre bella e lodevole la lingua figurata? É egli
vero ciò cbe insegnano alcuni, la semplice lingua servire alla passione? Come
si mostra, per esempio, cbe lo stile semplice non può mai essere proprio della
passione? Come può dirsi che serve all' eleganza l’uso delle forme di parlare
prodotte dalla fantasia e dalla passione? Dopo avere parlato delle figure come
principio d'eleganza, di che altro ci resta a dire? Dei concetti e delle sentenze.
Cbe cosa sono i concetti? Cbe cosa è a dire dei concetti piacevoli? Dite
adunque dei concetti gravi. Che (Ice avvenirsi inluroo ai concetti? Che cosa si
può dire della sentenza? Della varieià. Qaal è il qoiDto elemeDlo deirelegansaf
Per quanti modi può otienersi la varieU? Qoal è il secondo luogo onde al
derinre varietà al parlatore? Qual è il teno modo d'iodorro varietà nel
discorso? Accennate gl’altri tre modi onde si ottiene varietà. Dopo avere
esamioati i cinque fonti dell'eleganza, resta egli altro a dire? Dell' Armonia
ìmUaliva. Che cosa intendale per armonia imilaliva? Come si imitano gl’affetti
coir armooia? Della eolloeasione delle parole per la quale ti reniie piò
efficace la pamone e la ieecrimone. Della cùUaenmne delle parole riepetto alla
detcruiom. Come si può dire che la collocazione delle parole giovi a rendere
più efficace la descrizione – H. P. Grice, “Descriptions” – in ‘Vacuous Names’
– Definite descriptions in Russell and in the vernacular -- ? Dareste voi un
esempio cbe mostri quanto nella descrizione può r ordine delle idee? Che si
deve apprender dall’analisi di qaestl loogbi? Della collocaztane delle parale
rispello agU afptUi. D, La coliocaaione delle parola giova ella soltanto la
descri- alone? Serve egli solo alla fantasia e agli affetti lo studio di ben
collocar le parole? Se giovino egualmente ad ogni scrittura le cose dette fin qui
intorno la collocazione delle parole: e dei fini chi può r uomo proporsi PARLANDO.
Non giova egli egualmente ad ogni specie di lingua tutto ciò che abbiamo
insegnalo intorno Toso delle paro - le, la scclia e la collocazione delle
medesime, i tropi, le fi^uiro , raniK^nia , e gli altri ornamenti do!
rliscorso? Quanti sono I FINI – H. P. Grice: the goals conversation is meant to
serve -- che l’uomo può avere parlando? Del carattere dello scrìvere
filosofico, del persuasivo e del poetico, e delle diverse specie in che
ciascuno si riparte. Del carattere dello scrivere filosofico, e specie del
medesimo. Come definireste il carattere dello scrivere filosofico? Si deve egli
in ogni scrittura di carattere filosofico mantenere la stessa SL'verilà? #•
> . Deve egli soltanto dalla materia essere guidato chi scrive di cose
filosofiche o diiialliclie? Dopo queste cose, direste voi sulle generali quale
debba essere l’elocuzione propria del carattere dello scriver filosofico? Del
caraflere dello scriver persuasivo, e delle specie del medesimo. Come potrebbe
definirsi il carattere dolio scrivere persuasivo? Spiegatemi un poco questo che
dite con qualche esempio. Che parte lianno la fantasia e gli affetti nel
discorso della persuasione? In quante specie si parte il carattere dello
scrivere persuasivo? Dovrà sempre il discorso persuasivo a?ere la stessa
immagine di vera dimostrazione? Del carattere dello scriver poetico, e delle
diverse specie del medesimo. Come si può defnire il carattere dello stile
poetico? Di quante specie è il carattere dello scriver poetico? A che giova
questa distinzione dei diversi caratteri delio scrivere e delle diverse specie?
Dello stile e delle sue qualità. Che cosa fe lo stile? Si può egli dividere in
diverse specie lo stile? Dello stile semplice o piano. Come definireste lo
stile semplice, e quando si usa? Quali cose sono necessarie principalmente per
iscriver bene con questo stile? A quali scriiture principalmenlo serve lo stile
semplice? In qua! vizio si può cadere cercando il semplice nello stile? Quali
sono i principali autori latini da proporsi in esempio di stile semplice? Dello
stile mediocre o temperato, e delle sue qualità. Qnal è lo stile mediocre, e
quando si usa? Quali sono le qualità principali dello stile mediocre? A quali
scritture serve principalmente lo stile mediocre? In quali viq si può cadere
facilmente cercando di raffinare lo stile mediocre? Dello stile irtagnìfico e
sublime, e delle sue qualità. Chè cosa è lo stile sublimé? Per quanti modi si
rende sublime lo stile? Come si rende sublime lo 'élile coi concetti? Come si
può dare sublimità alio stile cogli iatffetti? Come si sublima lo stile col
mezzo delle figure? Come si rende sublime lo siile con ardita eleganza di
Frase? Come si oliiene da ultimo di rendere magnifico ed eievato lo stile per
mezzo della composizione del periodo? Esempio del sublime ottenuto in fona dei
grandi con» cp.ttL . Esempio del sublime ottenuto in fona dell' affetto.
Esempio del sublime ottenuto per le figure
Esempio del sublime ottenuto da ardila eloquema. Esempio del sublime
ottenuto per elevata composi - %ione di periodoé In quali mj «'incontra
cercando dt sublimare lo stilèrt . Qual è il migliore di questi tre generi di
stile? Come possono ottenersi le doti necessarie a scriver bene. Quali precetti
si danno pep acqtìistare uno stile lodevole? Che dovrà farsi per otteoere di
perfezionare V inieU letto? Come si può arricchire IMfmnaginativay ..Che deve
dirsi intorno n^li affetli? Che ne dovrà avvenire dal Mcrfezionameoto
dell'intelletto, delia fanUsia e degli aifeui? Oltre queste regole alcun’altra
maniera per cui si possa perfezionare lo stile? Che cosa è imitazione? Non è
egli vero ciò che alcuni dicono, l’imitazione re » stringere le menti e
to^^lier loro la potenz:i creatrice? Bene ho inteso; ma perchè dunque nelle
scuole si pretende che noi riportiamo frase, concetto e andamento dagli autori
che si por^^ono a noi da inniare? Avrei a caro che indicaste quali sono i gradi
diversi pertui sì perviene a ben imitare Della Traduzione, Direste voi alcuna
cosa della traduzioiie? Deir Analié, Dite ora dell'analisi, poiché ho detto
quanto basta intorno il vantaggio che vien dal tradurre. Dareste voi un esempio
dal quale si rilevasse il modo di analizzare? Dell' Emulazione. Esponete ora
che cosa s’intende – H. P. Grice: “A great verb: it means both to mean and to
understand – and sottinteso is my implicatura!” -- per emulazione, la quale è
il terzo grado per cui si ginnge alla perfetta imitazione. Dareste voi ud
esempio del coxne si possa imitare emulando? Dopo avere tradotto, analizzalo ed
emulato, è egli terminata l' opera dell' imitazione? Se uno solo 0 tulli
insieme i migliori scrittori si debbano *\ imitare, e quali sono quelli che
devono innanzi a tulli ' ■ essere imitati. Si dovrà egli imitare un solo o tmti
gli scrittori insieme, quali hanno titolo d'essere eccellenti? Quali sono gli
autori che si devono dapprima proporre a chi vuole venire in fama di scrittore?
Quali sono gn «crutori che debbono scegliersi prlucipai= ^ mente a maestri fra
i Latini? Qaali scrittori italiani vorrete voi proporei a maestri? Nome
compiuto: Giuseppe Ignazio Montanari. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Montanari,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montanari:
la ragione conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Cf Mazzino Montanari. Massino
Montanari.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montani:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e il debito del
segno – implicatura riflessiva – la scuola di Teramo -- filosofia abruzzese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Teramo).
Abstract. Grice:
“At Oxford, ‘thing’ is not considered a philosophical lexeme, but ‘object’ is –
thus an apple matters less to us than the representation of it – this is what
Montani calls the ‘debito del segno’ since while a rose by any other name would
smell so sweet, the ‘segno’ “rosa” is inodorous!” -- Flosofo italiano. Teramo, Abruzzo. Allievo di GARRONI (si veda), è
Professore di Estetica alla Sapienza Roma, è stato Directeur d'Études Associé
presso all'EHESS di Parigi e ha insegnato Estetica al Centro sperimentale di
cinematografia di Roma. La sua ricerca si concentra oggi principalmente sui
temi di filosofia della tecnica. Allievo di Emilio Garroni, per M.
l'estetica non va considerata come filosofia dell'arte, ma come una teoria
della sensibilità umana, che ha la peculiarità di essere aperta agli stimoli
del mondo esterno. La riflessione di M. si snoda in diversi passaggi e
attraverso il confronto con alcuni dei protagonisti della filosofia, della
linguistica, della semiotica e della teoria del cinema del Novecento, avendo
sempre come punto di riferimento la filosofia critica di Kant. Pensiero
Ermeneutica e filosofia critica. Pubblica Il debito del linguaggio, in cui,
partendo dal confronto con le teorie strutturaliste, in particolare quelle di
Jakobson e Mukarovsky, mostra come la questione del significato del testo
poetico non possa essere risolta mediante l'individuazione del codice
linguistico o semiotico di riferimento, ma rimandi ad una condizione estetica
della significazione. Questo tema viene ulteriormente approfondito in Estetica
ed ermeneutica. Prendendo le mosse dalla filosofia critica kantiana, propone di
ripensare la verità nel senso heideggeriano dell’ “a-letheia”, del
“dis-velamento” dell'essere come una situazione ermeneutica strettamente
legata all'effettiva esperienza del soggetto, seguendo la rilettura della
filosofia di Heidegger proposta da Gadamer.La formazione e il pensiero di M.
sono stati segnati dal suo interesse per il cinema e in particolare per Vertov
e Ėjzenštejn. Di entrambi ha curato l'edizione
degli scritti. Nel testo “L'immaginazione narrative” (Guerini)
coniuga l'interesse per il cinema con quello più strettamente filosofico per il
tema dell'immaginazione. Propone di considerare l'immaginazione nei termini in
cui, in Tempo e racconto, Ricœur parla della narrazione, ovvero come di un
processo di “rifigurazione” dell'esperienza del tempo da parte dell'uomo. Per
Ricoeur la narrazione ha il potere di far fare al lettore esperienza di un
tempo propriamente umano. Montani fa propria la tesi di Ricoeur, applicandola
però, all'ambito della narrazione cinematografica. M. ritiene che il territorio
dell'immaginazione in cui lavora il cinema sia quello dell'intreccio tra
finzione e testimonianza, tra la costruzione dell'intreccio narrativo e la
documentazione del reale. La trasformazione dell'esperienza del tempo avviene, così,
ad un livello più profondo e creativo. Tecnica ed estetica Con Bioestetica
si inaugura la fase più recente del pensiero di M., dedicata
all'approfondimento del rapporto tra tecnica e estetica. Attraverso il
paradigma della bioestetica M. propone di leggere i fenomeni di biopotere che
caratterizzano l'epoca contemporanea a partire dalla loro natura innanzitutto
tecnica ed estetica, cioè a partire dal fatto che la sensibilità dell'essere
umano viene sempre più orientata ed organizzata tecnicamente. Il biopotere
consiste proprio nella capacità di canalizzare la sensibilità umana. In
L'immaginazione intermediale Montani prende in analisi i modi in cui il cinema
risponde alle forme di anestetizzazione. Prendendo le mosse dalla
spettacolarizzazione della politica emersa in seguito all'attentato delle Torri
Gemelle, Montani introduce il concetto di "autenticazione
dell'immagine", che non consiste nell'accertamento del referente fattuale
dell'immagine (il vero, il reale) ma nella rigenerazione di un orizzonte di
senso condiviso, la capacità di riferimento dell'esperienza e del linguaggio,
in un'epoca caratterizzata da crescenti fenomeni di “indifferenza referenziale”
La riflessione sul rapporto tra estetica e tecnica continua in “Tecnologie
della sensibilità”, in cui viene teorizzata l'esistenza di una terza funzione
dell'immaginazione: accanto a quella produttiva e riproduttiva vi è una
funzione inter-attiva. L'immaginazione inter-attiva diventa il paradigma
attraverso cui leggere l'epoca contemporanea, attraversata profondamente da
fenomeni dell'inter-attività digitale e dalla proliferazione di ambienti
virtuali. Saggi: “Il debito del linguaggio: l'auto-riflessività nel discorso,”
– Grice: “There is the ‘debito’ and there is the ‘credito’ or ‘price’ of
semiosis, too!” -- Marsilio, Venezia; -- Grice: “Actually, Montani uses
‘aesthetic self-reflection,’ using ‘aesthetic’ etymologically, as per what he
calls ‘ermeneutica sensibile’ -- Fuori
campo: studi sul cinema e l'estetica, Quattroventi, Urbino; Estetica ed
ermeneutica: senso, contingenza, verità, Laterza, Roma); L'immaginazione narrativa: il racconto del
cinema oltre i confini dello spazio letterario, Guerini, Milano); Arte e verità
dall'antichità alla filosofia contemporanea: un'introduzione all'estetica,
Laterza, Roma); L'estetica contemporanea: il destino delle arti nella tarda
modernià, Carocci, Roma; Lo stato
dell'arte: l'esperienza estetica; Carboni e M., Laterza, Roma); Bioestetica:
senso comune, tecnica e arte” (Carocci, Roma; L'immaginazione intermediale:
perlustrare, ri-figurare, testimoniare il mondo visibile, Laterza, Roma); Tecnologie
della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva, Cortina, Milano. M.,
Il senso, Rai Scuola, su raiscuola.rai.
I percorsi dell'immaginazione. Studi in onore di M., Pellegrini, Censi,
Cine-occhi e cine-pugni: due modi di intendere il cinema, su Nazione
Indiana, L'immaginazione estatica.
Estetica, tecnica e biopolitica, su giornaledifilosofia.net. 2 lAlessandra
Campo, Biopolitica come an-estetizzazione. Il significato estetico della
biopolitica, su sintesidialettica. Montani, L'immaginazione intermediale,
Laterza,, M., L'immaginazione intermediale, Laterza, Anna Li Vigni, Gli
occhiali per immaginare, Il Sole 24 Ore. La vita immersa nell’estetica del
virtuale, su ilmanifesto. Nome compiuto: Pietro Montani. Montani. Keywords: il
debito del segno, Narciso e la reflexione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Montani” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montinari:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sovrumano – torna
a Surriento – la scuola di Lucca -- filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Lucca). Abstract. Grice: “We don’t
study Nietzsche at Oxford, but they do, at Cambridge!” -- Filosofo toscano.
Filosofo italiano. Luca, Toscana. Grice: “If I were asked to identify the main
difference between the Italian philosopher and the Oxonian philosopher is that
the Italian philosopher takes Nietzsche seriously! But then he lived at Torino!” Nelle istituzioni
esistenti, sostenute da immani forze di produzione e di distruzione, viene
assimilata e mercificata ogni e qualsiasi protesta, persino quella dei Lumpen,
ogni tentativo di lasciare la «nave dei folli». Se il metodo di Nietzsche può
ancora aiutarci, allora l'unica forza che ci è rimasta è quella della cultura,
della ragione.» Considerato uno dei massimi editori e interpreti di
Nietzsche. Ha definitivamente dimostrato che Nietzsche non ha mai scritto
un'opera dal titolo “La volontà di Potenza” e che le cinque diverse
compilazioni che la sorella del filosofo e altri editori dilettanti hanno
pubblicato sotto questo titolo sono testi del tutto inaffidabili per
comprendere il pensiero di Nietzsche. Si era formato alla Scuola Normale
Superiore di Pisa e all'Pisa, presso la quale si laureò con una tesi, “I
movimenti ereticali a Lucca.” Caduto il fascismo, divenne un attivista del
Partito comunista, presso il quale si occupava della traduzione di scritti dal
tedesco. Mentre visitava la Germani a Est per motivi di ricerca, fu testimone
della rivolta. Successivamente, in seguito alla repressione della Rivoluzione
ungherese del 1956, si allontanò dall'ortodossia marxista e dalla carriera nel
partito. Mantenne tuttavia la sua iscrizione al PCI, e rimase fedele agli
ideali del socialismo. Collabora con le Edizioni Rinascita, e per un anno fu
direttore dell'omonima libreria in Roma. Dopo averne rivisto la raccolta
di opere e manoscritti in Weimar, Colli e M. decisero di iniziarne una nuova
edizione critica. Essa divenne lo standard per gli studiosi, e fu pubblicata in
da Adelphi. Per questo lavoro fu preziosa la sia abilità nel decifrare la
scrittura a mano (praticamente incomprensibile) di Nietzsche, fino a quel
momento trascritta solo da "Gast“ (Köselitz). Fonda la rivista
Nietzsche-di cui fu coeditore. Attraverso le sue traduzioni ed i suoi commenti
di Nietzsche, diede un contributo fondamentale alla ricerca storica e
filosofica, inserendo Nietzsche nel contesto del proprio tempo. Saggi: “Che
cosa ha detto Nietzsche” Roma, Ubaldini,
ripubblicato come “Che cosa ha detto
Nietzsche,” [Grice: “I convinced Montinari that ‘veramente’ is a trouser word
and should be avoided!” -- Campioni, Milano, Adelphi. Su Nietzsche, Roma,
Riuniti, Teoria della Natura, Torino,
Boringhieri, Milano, SE, F Nietzsche,
Lettere a Rohde, Torino, Boringhieri, Nietzsche, Opere, (Milano, Adelphi, Nietzsche, Il caso Wagner: Crepuscolo degli
idoli; L'anticristo; Scelta di frammenti, S. Giametta, Ferruccio Masini,
Giorgio Colli, Milano, Mondadori Editore, Ecce homo; Ditirambi di Dioniso;
Nietzsche contra Wagner; Poesie e scelta di frammenti postumi, Milano, A.
Mondadori, Nietzsche, Schopenhauer come educatore, Milano, Adelphi, Epistolario
di Nietzsche, Pampaloni Fama, Milano, Adelphi,
Nietzsche, Scritti, Milano, Adelphi, Schopenhauer, La vista e i colori
Carteggio con Goethe,Abscondita, Nota
introduttiva a Genealogia della morale, Nietzsche e Van Gogh, due cardini del
pensiero occidentale moderno di Bettozzi
(Liberal democaratici), su liberal democratici.. «Tant qu'il ne fut pas possible aux chercheurs les plus
sérieux d'accéder à l'ensemble des manuscrits de Nietzsche, on savait seulement
de façon vague que La Volonté de puissance n'existait pas comme telle (...)
Nous souhaitons que le jour nouveau, apporté par les inédits, soit celui du
retour à Nietzsche.» (Deleuze) Aveva infatti ottenuto una borsa di studio
della Scuola Normale Superiore a Francoforte sul Meno. Rinascita Che era stato il suo maestro.
Giuliano Campioni, Dizionario Biografico degli Italiani stituto
dell'Enciclopedia italiana Treccani Giuliano Campioni, Giuliano Campioni, Lanata,
Esercizi di memoria, Bari, Levante, (notizie su M. M. nell'articolo su Colli
anche a proposito dell'Enciclopedia di autori classici, Boringhieri, progettata
e diretta da Colli e a cui M. M.collabora). Iorio, L'arte di leggere Nietzsche,
Firenze, Ponte alle grazie,Giuliano Campioni, Leggere Nietzsche. Alle origini
dell'edizione critica Colli-Montinari. Con lettere e testi inediti, Pisa, M.:
l'arte di leggere Nietzsche Paolo D'Iorio, Pubblicato da Ponte alle grazie,
Studi germanici Di Istituto italiano di
studi germanici — Pubblicato da Edizioni dell'Ateneo, Originale disponibile
presso la l'Università della Virginia — "M., Nietzsche", di Tuca
Giuliano Campioni, Da Lucca a Weimar: M. e Nietzsche in Nietzsche. Edizioni e
interpretazioni, Fornari, ETS, Pisa, Die
"ideelle Bibliothek Nietzsches". Von Charles Andler M. Pensiero di
Schopenhauer Roscani Torino#Filosofi Giuliano Campioni, M., in Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia. Opere di M., Centro interdipartimentale di studi Colli-M. su
Nietzsche e la Cultura Europea — Pisa, Lecce, Padova e Firenze
(Centronietzsche.net), su centronietzsche.net. Grice: “Montinari is right that
‘la volonta di potenza’ ‘n’existe pas’ – vacuous name. Torna a Surriento. Umano,
troppo umano, uscito anni fa, e dedicato al centenario della morte di Voltaire,
è tra le opere di Nietzsche quella che ha avuto il più lungo periodo di
gestazione. Nella mighore e più attendibile biografa di Nietzsche che mai sia
stata scritta e che troppe volte non viene presa sul serio, voglio dire in Ecce
homo, leggiamo: « Umano, troppo umano è il monumento di una crist. Dice
di essere un libro per spiriti liberi: quasi ogni frase vi esprime una vittoria
- con quel libro mi sono liberato da ciò che non apparteneva alla mia natura...
qui il termine " spirito libero" deve essere inteso solo in un senso:
uno spirito diventato libero, che ha ripreso possesso di se stesso ». Ciò che
non apparteneva alla natura di Nietzsche era la speculazione metafisica di
Schopenhauer, il pensiero mitico di Wagner (più in generale il • pensiero
impuro » dell'artista). L'approdo alla liberazione dello spirito è dunque un
processo; esso — per Nietzsche - doveva essere compreso in una sorta di
tirocinio, al cui inizio stavano le Memorie di un'idealista di Malwida von Meysenbug e alla fine
l'Origine dei sentimenti morali di Rée. Tra i due nomi, che sembrano in
contrasto tra loro, si compie una parabola tipica per la situazione spirituale
di un gruppo importante di intellettuali del tardo Ottocento, cui anche
Nietzsche appartiene. La vecchia quarantottarda Malwida acquisisce negli anni
della rivoluzione e dell'esilio (Herzen, Mazzini, Kinkel) una concezione del
mondo intrepidamente materialistica ed ateisti-ca, anche se illuminata
dall'idealismo pratico-poli-tico e poi sostenuta dopo l'incontro con Wagner dalla
pessimistica (e consolatoria) metafisica schopen-haueriana. Ciò spiega, tra
l'altro, l'entusiasmo concui ella a Sorrento accolse, per il tramite di
Nietzsche, l'‹ ottimismo del temperamento » coniugato al • pessimismo della
conoscenza », secondo la formula adoperata da Jacob Burck-hardt per definire il
carattere dei Greci. (Questa formula doveva avere fortuna particolare da noi in
Italia, nel passaggio dalla Meysenbug a Romain Rolland, e da costui a Antonio
Gramsci). Quindi Rée: il filosofo positivista si era educato alla scuola
di Schopenhauer (e di Hartmann, al quale anche il giovane Nietzsche doveva
qualcosa), ma anche di Darwin e dei nuovi moralisti inglesi, con una
considerevole aggiunta di nichilismo russo (Turgenev). Non mi sembra casuale
che sia proprio Rée a scoprire (per regalarlo poi alla Meysenbug e a Bay-reuth),
Stein (allievo dDühring, filosofo della « realtà »), anche lui schopenhaueriano
(e poi wagneria-no) e autore di un libro dedicato agli « ideali » del «
materialismo ». Questa schiera di personaggi, spiriti più o meno li-beri,
tra i quali si trovavano amici e ammiratori di Nietzsche, vive la crisi di
un'epoca satura di scienza, che può essere solo onestamente materialistica ed è
al tempo stesso intimamente insoddisfatta, perché non riesce a scaldarsi al
pallido, nordico agnosticismo königsberghiano, né ad entusiasmarsi per la nuova
fede ottimistica e scientista del senile Strauss. Le rimangono tutt'al più i
paradisi artificiali e neoromantici del dramma musicale di Ri- chard
Wagner. Dopo il grande tentativo wagneriano della Nascita della tragedia,
la serie delle Considerazioni inattuali e più ancora la grande massa dei
frammenti si presentano ai nostri occhi come la preparazione del Nietzsche
nuovo di Umano, troppo umano. Al di là della predicazione e dell'invettiva del
Nietzsche inattuale è possibile infatti cogliere quel processo di
intellettualizzazione radicale e di distruzione di ogni convinzione che è uno
degli aspetti fondamentali della libertà di spi-rito, come viene enunciata
nelle ultime pagine di Umano, troppo umano. Le illusioni e le consolazioni
dell'arte, della metafisica, della religione cadono « in balia della storia», e
solo la storia può rievocarle - e questa è ancora la nostra fortuna: poter
mantenere in noi la possibilità della rievocazione storica dell'umanità
passata. L'importanza della conoscenza storica è sottolineata da Nietzsche
proprio in rapporto alla fine della metafisica, quando nell'aforisma 37 di
Umano, troppo umano scrive: Qual è comunque la proposizione principale a
cui giunge, attraverso le sue penetranti e taglienti analisi dell'umano agire,
uno dei più arditi e freddi pensatori, l'autore del libro: Sull'origine dei
sentimenti morali [cioè Paul Rée]? " L'uomo morale" egli dice
"non è più vicino al mondo intelligibile (metafisico) dell'uomo
fisico". Questa proposizione, temprata e affilata sotto i colpi di
martello della conoscenza storica, potrà forse un giorno, in un qualche futuro,
servire come l'accetta che reciderà alla radice il " bisogno
metafisico" degli uomini: se più a benedizione che a maledizione del
benessere gene-rale, chi saprebbe dirlo? ma in ogni caso come una proposizione
dalle più importanti conseguenze, feconda e terribile insieme, e che scruta il
mondo in quel modo bifronte, proprio di tutte le grandi co-noscenze». Dieci
anni più tardi Nietzsche citerà ancora una volta in Ecce homo la proposizione
di Rée, presentandola come il preannuncio della sua « trasvalutazione di tutti
i valori ». Ho l'impressione che nessuno degli esegeti di Nietzsche abbia preso
sul serio quel ritorno estremo a Rée. A Rée mancano tuttavia la
disciplina e l'esercizio del senso storico che troviamo invece in tutta l'opera
di Nietzsche, a partire proprio da Umano, troppo umano. Né il nome del massimo
rappresentantedell'età dei lumi, di colui che Goethe chiamava la • luce
di noi tutti » si trova sul frontespizio della prima edizione del « libro per
spiriti liberi » a celebrare la casualità di un giubileo. Esso rappresenta
invece il nuovo programma di Nietzsche, che consiste nel risuscitare e lo
spirito dell'Illuminismo e dello sviluppo progrediente » contro lo spirito di
Rousseau, padre ambiguo delle « mezze verità » della Rivoluzione francese e del
romanticismo. L’antagonismo Voltaire-Rousseau rientra per Nietzsche in una
sorta di schema storico, che vale per l'età moderna nei due momenti
dell'Umanesimo-Rinascimento e dell'Illuminismo. L'Umanesimo- Rinascimento
è un movimento di civiltà che viene interrotto da una rivoluzione (la Riforma)
e da una reazione (la Controriforma), così come l'Illuminismo è stato
interrotto dalla Rivoluzione francese e dalla reazione romantica. Dalla
reazione romantica maturano però risultati imprevisti: da un lato il senso
della storia, come forma superiore e prosecuzione dell'Illuminismo, dall'altro,
- come prodotto diret-to, secondo Nietzsche, del senso storico, - il socialismo
(rivoluzione) e l'oscurantismo moderno (in Germania nelle forme ideologiche del
conservatorismo cristiano degli Junker e dell'antisemitismo). Nietzsche è
dalla parte del Rinascimento, dell'Illu-minismo e del senso storico, a cui si
contrappongono di volta in volta le coppie rivoluzionario-reazionarie che
abbiamo visto. I valori positivi del passato non sono di coloro che hanno
combattuto o reagito contro la Riforma e contro la Rivoluzione francese, come
nel presente non è la reazione antisocialista (si hanno le leggi anti-socialiste
di Bismarck) a cui Nietzsche senta di aderire. La pacata riflessione storica
dello spirito libero si colloca piuttosto nella vita contempla-tiva; questa
comporta non tanto la rinuncia all'immediatezza vitale dell'azione, quanto e
soprattutto il dominio dello « spirito » sulla pienezza e ricchez-za della «
vita » (e quel dominio avrà significato in proporzione diretta a questa
ricchezza e pienezza). Un modello di questo dominio è il classicismo
illu-ministico, tollerante e cosmopolitico di Goethe, che è il saldo punto di
riferimento di tutto il libro. guerra, bensi come la constatazione del
definitivo crepuscolo degli « ideali » metafisici (Schopenhauer) e mitici
(Wagner), a cui secondo lui avrebbero dovuto approdare per onestà della ragione
anche i suoi amici e seguaci. Tranne alcune rilevanti eccezioni (Overbeck, in
particolare, ma anche Burck-hardt e Karl Hillebrand, che tuttavia non erano
propriamente né amici né seguaci) gli amici (Richard e Cosima Wagner, Erwin
Rohde, Malwida von Mey-senbug) rimasero costernati e, anzi, si sentirono
attaccati e provocati, abbandonati e traditi. Così Nietzsche stesso, che pochi
mesi prima aveva scritto cpistole dedicatorie di Umano, troppo umano a Richard
e Cosima Wagner, una di esse persino in (brutti) versi, dovette rendersi conto
dell'abisso che lo separava non solo dai suoi vecchi amici, ma anche dal suo
proprio passato: « Quell'offuscamento metafisico di tutte le cose vere e
semplici, la lotta condotta con la ragione contro la ragione, con la mira di
vedere in ogni e qualsiasi occasione chissà quali immense meraviglie, per
giunta un'arte barocca di ipereccitazione e esaltazione della smodera-tezza,
intendo dire l'arte di Wagner: queste due cose messe insieme avevano finito per
rendermi sempre più malato e quasi ad estraniarmi dal mio buon temperamento...
Mi resi pienamente conto di tutto ciò nell'estate di Bayreuth: fuggii via, dopo
le prime rappresentazioni a cui avevo assistito, e mi rifugiai sui monti, e là
in un piccolo villaggio in mezzo alla foresta, nacque il primo schizzo,
all'incirca un terzo del mio libro, allora sotto il titolo del Vomere ». Cosi
scriveva Nietzsche all'inconsola-bile Mathilde Maier, un'amica di Wagner, nel
luglio del 1878, e nella stessa epoca a Rée: « I miei conoscenti ed amici (con
pochissime eccezioni) si comportano come se gli avessi rovesciato il pentolino
del latte. Dio li aiuti - io non posso fare altrimenti ». Umano, troppo
umano non era nato come libro po-lemico, lo ripetiamo, ma come superamento di
una crisi, che non era solo di Nietzsche. Perché non vada perduto, nella
presente pubblicazione che non ha commento, riproduciamo qui ciò che l'autore
volle premettere alla prima edizione, ‹ in luogo di una prefazione », affinché
serva come avviamento alla lettura della prima grande opera veramente sua. Si
tratta della traduzione di un brano tratto dalla versione latina del Discorso
del metodo di Cartesio: per un certo tempo considerai le occupazioni
disparate alle quali gli uomini si dedicano in questa vita, e feci il tentativo
di scegliere la migliore tra queste. Ma non è necessario qui raccontare quali
pensieri mi vennero nel far ciò: basti dire che, per parte mia, nulla mi sembrò
essere meglio che attenermi rigidamente al mio proposito, vale a dire:
impiegare tutto il tempo della vita a sviluppare la mia ragione e a seguire le
tracce della verità così come i mi re proponi queche i ri che gali
che, secondo il mio giudizio, non si può trovare in questa vita nulla di più
gradevole e di più in- nocente; oltre a ciò, da quando mi ero giovato di
quel modo di considerare le cose, non passava giorno senza che io non scoprissi
qualcosa di nuovo, che era sempre di un qualche peso e niente affatto
conosciuto dalla generalità degli uomini. La mia anima finalmente divenne
allora cosi piena di gioia, che tutte le altre cose non potevano più offenderla
in alcun modo. Nome compiuto: Mazzino Montinari. Montinari. Refs. Luigi
Speranza, “Grice e Montinari: l’implicatura di Nietzsche” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Monte: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la prospettiva e la filosofia della percezione – la scuola di
Pesaro -- filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pesaro). Abstract.
Grice: “For some resason – most likely due to the empiricist tradition
prevalent in these islands, the philosophy of perception is quite popular at
Oxford. Our moral professor of philosophy, Austin, spent most of his terms
teaching it – “Sense and sensibilia”!” -- Filosofo italiano. Pesaro, Marche. Grice:
“I like to illustrate a ‘scientific revolution’ with Del Monte’s refutation on
the equilibrium controversy, since it involves a lot of analyticity that only a
philosopher can digest!” -- essential Italian philosopher. Il marchese Guidubaldo Bourbon Del
Monte (Pesaro), filosoMecanicorum liber, Suo padre, Ranieri, originario da un
famiglia benestante di Urbino, discendente dalla schiatta dei Bourbon del Monte
Santa Maria, fu notato per il suo ruolo bellico e fu autore di due libri
sull'architettura militare. Il duca di Urbino, Guidobaldo II della Rovere, gli
attribuì, per meriti, il titolo di Marchese del Monte, dunque la famiglia
divenne nobile solo un generazione prima di Guidobaldo. Alla morte del padre, ottenne
il titolo di Marchese. Studia matematica a Padova. Mentre era lì, strinse una
grande amicizia con Tasso. Combatté nel conflitto in Ungheria, tra l'impero
degli Asburgo e l'Impero Ottomano. Al termine della guerra, torna nella sua
tenuta a Mombaroccio, vicino Urbino, dove passava i giorni studiando
matematica, meccanica, astronomia e ottica. Studia matematica con l'aiuto di
Commandino. Divenne amico di Baldi, che fu anch'esso studente di Commandino. Ispettore
delle fortificazioni del Granducato di Toscana, pur continuando a risiedere nel
Ducato di Urbino. In quegli anni,
corrisponde con numerosi matematici inclusio Contarini, Barozzi e Galilei e con alcuni di loro si dice abbia avuto anche
relazioni più che professionali.
L'invenzione per la costruzione di poligoni regolari e per dividere in
un numero determinato di segmento qualsiasi linea fu incorporata come
caratteristica del compasso geometrico e militare di Galileo. Proprio fu
fondamentale nell'aiutare Galilei nella sua carriera, che e un promessa ma
disoccupato. Raccomanda il toscano al suo fratello Cardinale, che a sua volta
parla con il potente Duca di Toscana, Ferdinando I de' Medici. Sotto la sua
protezione, Galileo ha una cattedra di matematica all'Pisa. Guidobaldo divenne
un amico fidato di Galileo e lo aiutò nuovamente quando dovette necessariamente
fare domanda per poter insegnare matematica all'Padova, a causa dell'odio e
della macchinazione di Giovanni de' Medici, un figlio di Cosimo de' Medici,
contro Galileo. Nonostante la loro amicizia, M. fu un critico di alcune teorie
di GALILEI, come quella relativa alla legge dell'isocronismo delle oscillazioni.
Compone un importante saggio sulla prospettiva, “Perspectivae Libri VI”, pubblicato
a Pesaro che ha ampia diffusione. E sicuramente, anche secondo il parere di
Galileo, uno dei massimi studiosi di meccanica e matematica. “Mechanicorum
liber”. Pisauri. Saggi: “Mechanicorum” (Pisauri, Girolamo Concordia – Venezia,
Deuchino -- Mecanicorum); “Plani-sphaeriorum universalium theorica” (Pisauri,
Girolamo Concordia); “De ecclesiastici calendarii restitutione" (Pisauri,
Girolamo Concordia); “La prospettiva” (Pisauri, Girolamo Concordia -- Roma); “Problematum
astronomicorum” Venezia, Giunta); De cochlea,” Venezia, Deuchino); “Le mechaniche nelle quali si contiene la
dottrina di tutti gl’istrumenti principali da mover pesi grandissimi con
picciola forza” (Venezia, Franceschi);
“Lettere” (Venezia); “La teoria sui planisferi universali” (Firenze). Galileo
(che nel frattempo era stato molto probabilmente anche suo ospite) puo occupare
la cattedra di Padova, grazie anche all’intervento delduca., che nell’ambiente veneto
poteva contare, oltre che sull’amicizia di un Contarini e di un Pinelli,
sull’autorità e l’influenza di M., generale delle fanterie della
Repubblica": Fondazione cardinal Francesco maria delmonte -- guidobaldo-del-monte.
A. Giostra, La stella o cometa nelle lettere a Giordani, Giornale di
Astronomia. Galilei. Guidobaldo II della Rovere Mombaroccio, Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “There possibly is no
equivalent to perspective for the other senses. Prospettiva, as the Italians
call it. They
are obsessed with it. Consider the human body. Consider Apollo del Belvedere –
it is not just a body perceiving another body, there is a perspectival side to
it!” Nome compiuto: Giambattista
del Monte. Guido Ubaldo de’ marchesi Del Monte; Guidobaldo Del Monte. Monte.
Keywords: implicature, perspective in statuary. Refs.: Luigi Speranza,
"Grice e del Monte," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool
Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Monterosso – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Abstract. Grice: “I invented
Deutero-Esperanto; Monterosso invented neo-Latin!” -- Filosofo italiano. Roma,
Lazio. Vede le stampe a Buenos Aires il progetto di M., denominato neo-latinus. I casi fin qui
esaminati non esauriscono la moltitudine di quelli che vedeno la luce. Si
ricordino pertanto anche i contributi di Tommaso Valperga di Caluso (grammatica
universale), ROVERE (vedasi), Proposta del provenzale come lingua
internazionale, CONSOLI (vedasi), Lingua nazionale della terra; PORTALUPI
(vedasi), Sten.ling.; FACCIOLI (vedasi), Lingue de nazioni e lingua universale;
MAGLI (vedasi), Anti-Babele; ALLIONI (vedasi) BOELLA (vedasi) Boella (Cod.:
codice di corrispondenza amichevole internazionale), HERPITT (vedasi), Niuspik;
CALABRESI (vedasi), Omni-Lingua; ARGENTERI (vedasi), Lingua Euratlantica;
PELLEGRINI (vedasi), Grammatica de lingua italiane semplificate; CIARLANTINI
(vedasi), Metodo tachigrafico. I progetti ivi citati non sono stati esaminati
perché le informazioni che li concernono sono, per ora, di difficile
reperimento. Nome compiuto: Antonio da Monterroso. Monterosso. Keywords:
implicatura, lingua universale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Monterosso.”
Monterroso.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Moramarco:
la ragione conversazioane e l’implicatura conversazionale della tradizione
massonica filosofia emiliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio nell’Emilia). Grice: “At Oxford, masons are usually forbidden!” -- Filosofo
italiano. Reggio, Emilia. Grice: “Unlike Moramarco, what most people know about
massoneria is via “Il flauto magico”!” Grice: “Moramarco analyses massoneria aa
a philosophical cult, talking about ‘brotherly link’ ‘vincolo fraterno’ – he
has unearthed a few fascinating details about massoneria in Italy. Esponente della Massoneria te assertore di una
sintesi religiosa tra Mazdeismo e Cristianesimo. Discende da un'antica famiglia
di Altamura, di ascendenze latino-germaniche, cresciuta e ramificatasi durante
il dominio dei Farnese. Studioso di Massoneria, ha scritto la Nuova
Enciclopedia Massonica in tre volumi, importante testo di ricerca
massonologica. Un suo precedente volume, La Massoneria ieri e oggi fu tra i
primi, sull'argomento, pubblicati in Russia dopo il crollo del regime sovietico,
che aveva proscritto le Logge. Iniziato nel Grande Oriente d'Italia,
divenne Maestro Venerabile della Loggia Intelletto e Amore, ricevette la
decorazione all'Ordine di Bruno, conferita a quanti si distinguono nello studio
e nella diffusione degli ideali massonici. Coordinatore scientifico del
Convegno Internazionale anni di Massoneria in Italia, al quale parteciparono
studiosi quali Paolo Ungari, Alessandro Bausani, Mola, Basso, Roversi Monaco,
Ricca. Il convegno fiorentino costituì la prima risposta pubblica, da parte
della Comunione massonica di Palazzo Giustiniani, alle degenerazioni della
P2. Nello stesso anno, in qualità di Garante d'Amicizia tra il Grande
Oriente d'Italia e la Grand Lodge of South Africa, richiese, d'accordo con il
Gran Maestro Armando Corona, che tutte le Logge sudafricane, peraltro già
avviate in tale direzione (quando un
gruppo di Liberi Muratori della Massoneria Prince Hall era stato ammesso nella
Loggia "De Goede Hoop" di Cape Town), abrogassero l'apartheid, scelta
che esse fecero, qualificandosi tra le prime associazioni bianche a superare la
segregazione razziale. Uscì dal Grande Oriente d'Italia, rigettandone il
laicismo, per ravvivare i nuclei massonici di impronta cristiana e
spiritualista, che assunsero la denominazione Real Ordine degli Antichi Liberi
e Accettati Muratori. Su tale concezione della Massoneria ha scritto La via
massonica. Dal manoscritto Graham al risveglio noachide e cristiano (), un
testo dal quale emerge, fra l'altro, l'importanza della devozione alla Vergine
Maria, come madre del Cristo ed espressione umana della divina Sophia, nella
genesi della spiritualità massonica. Ha ricostruito le vicende della Gran
Loggia d'Italia, l'altra associazione maggioritaria di Liberi Muratori in
Italia, nel volume Piazza del Gesù. Documenti rari e inediti della tradizione
massonica italiana, contribuendo in seguito alla realizzazione di programmi
tematici per varie emittenti televisive, tra le quali Rossija 24, Reteconomy e
È TV Rete7. Ha conseguito il 33º grado del Rito scozzese antico ed
accettato e il VII del Rito filosofico italiano, che nel secondo decennio del
Novecento vide tra le sue fila i neopitagorici Arturo Reghini e Amedeo Rocco
Armentano. Fonda in Italia l'Antico Rito Noachita su patente ricevuta
presso il British Museum dall'ex Maestro Venerabile della Loggia
"Heliopolis" di Londra. Ha realizzato una colonna sonora per i
rituali massonici, dal titolo Masonic Ritual Rhapsody. presso la Loggia
"Gottfried Keller" di Zurigo, è stato ricevuto come membro
nell'Independent Order of Odd Fellows. Già attivo con Joseph L.
Gentili, editore del newsletter Brooklyn
Universalist Christian, in un progetto di restaurazione della Chiesa Universalista
d'America, contro la deriva liberal di quel movimento, ha ricevuto il navjote
zoroastriano. Nel volume Il Mazdeismo Universale propone una visione eclettica
di tale religione, collegando ad essa elementi del misticismo ebraico, del
dualismo platonico e cristiano, del buddhismo Mahāyāna, e riconoscendo in Gesù
il saoshyant (divino soccorritore, messia) profetizzato dall'antica religione
iranica, in una prospettiva teologica di tipo mazdeo-cristiano, intorno alla
quale si è formata una Fraternità Mazdea Cristiana. Si è avvicinato alle
correnti latitudinaria e mistica dell'Anglicanesimo e al percorso religioso di
Loyson, confluendo in una comunità religiosa di orientamento eclettico, ove ha
potuto conservare la doppia appartenenza, cristiana e zoroastriana. Entro tale
gruppo, che nel gennaio ha assunto la
denominazione Reformed Cloister of the Holy SpiritUnione Riformata
Universalista, è un oblato di San Pellegrino delle Alpi, secondo la Regola che,
ispirandosi alle tradizioni fiorite intorno alla vita di quell'eremita del
Cristianesimo celtico, contempla almeno un atto quotidiano "di giustizia,
o di soccorso fraterno" anche nei riguardi di animali e piante.
Laureatosi cum laude in Filosofia presso l'Bologna,, con una tesi sul pensatore
indiano Sri Aurobindo (relatore il noto indologo e sanscritista Giorgio Renato
Franci), nella seconda metà degli anni Ottanta si è formato in Training
autogeno e Psicoterapia con la procedura immaginativa sotto la guida di Luigi
Peresson. Ha trattato dei nessi tra Zoroastrismo e Cristianesimo nei
libri La celeste dottrina noachita (e I Magi eterni, di fenomenologia del sacro
ne L'ultima tappa di Henry Corbin e di tanatologia in Psicologia del morire. Ha
scritto sulle esperienze di autogestione dei lavoratori nel mondo e sui
rapporti tra socialismo e religione per Azione nonviolenta, la rivista fondata
da Aldo Capitini. Con il saggio Per una rifondazione del Socialismo partecipò
al simposio "Marxismo e nonviolenza" (Firenze) nel quale
intervennero, tra gli altri, Bobbio e Garaudy. -- è un sostenitore della lingua
ausiliaria internazionale Esperanto. Ha aderito al gruppo esperantista
bolognese "Achille Tellini". In ambito narrativo, ha scritto
Diario californiano e Torbida dea. Si è occupato di storia dello spettacolo,
scrivendo I mitici Gufi, sul celebre quartetto di cabaret degli anni sessanta,
e partecipando all'allestimento del programma Gufologia per Rai Sat; con l'ex
"Gufo" Roberto Brivio ha collaborato sia nella riproposta del
repertorio del gruppo in teatri e circoli culturali, sia nella realizzazione di
un laboratorio teatrale e musicale che vide attivamente coinvolti numerosi
alunni portatori di disabilità, presso l'Istituto medio superiore in cui
insegnò psicologia. Ha inciso quattro CD, Allucinazioni amorose (meno
due), Gesbitando, Come al crepuscolo l'acacia e Existenz, che contengono sue
canzoni e brevi suites strumentali, ricevendo il plauso, tra gli altri, di
critici come Maurizio Becker, Mario Bonanno (Musica et Parole) e Salvatore
Esposito (Blogfoolk), di autori come Bruno Lauzi, Ernesto Bassignano, Giorgio
Conte e dei jazzisti Giulio Stracciati e Shinobu Ito. Nel dicembre è stato chiamato da Luisa Melis, figlia e
continuatrice dell'opera di Ennio Melis, il patron della RCA Italiana, a far
parte della giuria del Premio De André. Saggi:
“La Massoneria” (Vecchi, Milano), “La Massoneria: cronaca, realtà, idee (Vecchi,
Milano), “Per una rifondazione del socialismo, in: Marxismo e non-violenza
(Lanterna, Genova) – PARTITO SOCIALISTA ITALIANO --; “La Libera Muratoria”
(Sugar, Milano); “La Massoneria. Il vincolo fraterno che gioca con la storia” (Giunti,
Firenze) Diario (Bastogi, Foggia) Grande Dizionario Enciclopedico POMBA
(Torino); Antroposofia, Besant, Cagliostro, Radiestesia, ecc.). L'ultima tappa
di Henry Corbin, in Contributi alla storia dell'Orientalismo, Franci (Clueb,
Bologna) “La Massoneria in Italia” (Bastogi, Foggia) Enciclopedia Massonica
(Ce.S.A.S., Reggio E.; Bastogi, Foggia); Psicologia del morire, in I nuovi ultimi (Francisci, Abano Terme)
Piazza del Gesù. “Documenti rari e inediti della tradizione massonica italiana”
(Ce.SA.S. Reggio Emllia); Sette Lodi Massoniche alla Beata Vergine Maria (Real
Ordine A.L.A.M., Reggio Emilia) La celeste dottrina noachita (Ce.S.A.S, Reggio
E.) I mitici Gufi (Edishow, Reggio Emilia); “Torbida dea. Psicostoria d'amore,
fantomi et zelosia (Bastogi, Foggia); Il Mazdeismo Universale. Una chiave
esoterica alla dottrina di Zarathushtra (Bastogi, Foggia ) I Magi eterni. Tra
Zarathushtra e Gesù (Om, Bologna ) La via massonica. Dal manoscritto Graham al
risveglio noachide (Om, Bologna ) Massoneria. Simboli, cultura, storia
(consulenza scientifica di M.M.) (Atlanti del Mistero/Giunti-Vecchi, Firenze )
Introduzione alla Libera Muratoria (Settenario, Bologna ) Musica Allucinazioni
amorose (meno due) (Bastogi Music
Italia) (Bastogi Music Italia) Gesbitando, (Bastogi Music Italia ) Come al
crepuscolo l'acacia (Heristal
Entertainment, Roma ) Existenz ((Heristal Entertainment, Roma ). Note Aplogruppo Mola, Un valido impulso per una Massoneria
"à parts entières", in 250 anni di Massoneria in Italia, F. Ferrari,
La Massoneria verso il futuro (una conversazione con Michele Moramarco) v.
) Una breve rassegna di testi
fondamentali sulla Massoneria si trova sul sito del Cesnur diretto da Massimo
Introvigne. Vedi anche le recensioni di E. Albertoni ne Il Sole 24 Ore, inserto
domenicale, e di G. Caprile ne La Civiltà Cattolica, Il volume fu pubblicato
nell’anno della dissoluzione dell'URSS, dalla casa editrice Progress, V.
Brunelli, Massoneria: è finito con la condanna della P2 il tempo delle logge e
dei "fratelli" coperti, in Corriere della sera, Il Corriere della
Sera dedicò un lungo articolo allo "scisma" (v. ). Del Real Ordine
A.L.A.M. si è occupato anche il centro di ricerca Cesnur, diretto dal noto
storico e sociologo delle religioni Massimo Introvigne,
v.//cesnur.org/religioni_italia/a/ appendice_02.htm. Il termine Real non aveva
alcun riferimento alla storia italiana, ma si richiamava alla leggenda,
contenuta negli Antichi doveri, secondo cui l'Ordine Massonico ricevé le sue
proto-costituzioni dal re Atelstano d'Inghilterra (Æðelstan); recentemente il
Real Ordine ha assunto la denominazione di Unione Cristiana dei Liberi
Muratori Rito filosofico italiano Antico Rito Noachita Masonic Ritual Rhapsody, Bastogi Music
Italia, youtube.com/watch?v=rSs0 4kpA36U. A questa esperienza è collegata la
sua iscrizione alla SIAE come autore musicale
Del percorso che lo ha condotto verso la visione di Zoroastro
(Zarathushtra) si è occupata la rivista parsi di Bombay, Parsiana, così come il
quotidiano torinese La Stampa v. mazdeanchristian.wordpress.com/ latitudinarismo, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, v.
riformati universalisti.wordpress // In questa comunità si ritrovano, su vari
temi, idee tratte dal Manicheismo, dall'Arianesimo, dal Quaccherismo,
dall'Unitarianismo, dal Giurisdavidismo e dall'universalismo hindu-cristiano
del movimento Navavidhan fondato da Keshab Chandra Sen. Frequenti e
significativi sono altresì i riferimenti al pensiero di aint-Martin e alla
"religione aperta"o della "compresenza dei morti e dei
viventi"elaborata da Capitini, Stracciati
Ito E. Albertoni, Tante fedi, nessun
dogma (recensione della Nuova Enciclopedia Massonica, Il Sole 24 Ore,I, inserto
culturale domenicale) M. Chierici, Nasce la Lega dei Venerabili (Corriere della
Sera) S. Esposito, Dalle radici del Mazdeismo all'Alleanza Mazdea
CristianaIntervista con M. (in Secreta Magazine S. Esposito, Gesbitando:
intervista con M. (Blogfoolk) F. Ferrari, La Massoneria verso il futuro (una
conversazione con M.) (Bastogi, Foggi8) S. Semeraro, Tra la via Emilia e l'Est.
Così parlò Zoroastro (La Stampa, Torino) S. Sari, Unico e plurimo al contempo,
Dio secondo gli Zoroastriani [intervista a M.M.](Libero) G. Giovacchini,
Cultura e spiritualità della Massoneria italiana [prefazione di M.] (Tiphereth,
Acireale-Roma ) Zoroastrismo
Universalismo Massoneria Rosacroce michelemoramarco. blog del Real Ordine A.L.A.M., su
realordine.wordpress.com. Pagina sul sito di Heristal Entertainment, su
heristal.eu. blog degli anglicani latitudinari, su
riformatiepiscopali.wordpress.com. Grice: “The Romans are obsessed with what
Moramarco calls ‘paganesimo romano’ – the word ‘pagano’ only makes sense in
opposition to Christ. It would be very
inappropriate of the greatest Italian philosopher ever, Antonino, to consider
his self pagan!” -- Michele Moramarco. Moramarco.
Keywords: la tradizione massonica italiana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Moramarco” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Morandi
– la lingua di Firenze – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Abstract.
Grice: “At Oxford, ‘rule’ has a meaning that was adopted by Austin, and
therefore, disadopted by me! – Cicerone should know better – REGVLA – from
‘reign’ – the rule of law. In my “Logic and Conversation” I occasionally and
informally refer to the ‘conversational rule’ of the ‘conversational game’, i.
e. the rule that states which ‘conversational mve’ should follow which!” Filosofo italiano. Firenze,
Toscana. Trabalza cita. REGOLE DELLA LINGUA FIORENTINA C ["kabalza. A
quanto dico del notevolissimo documento che qui esce pella prima volta alla
luce, sono in grado, per speciale favore usatomi dal mio illustre maestro ed
amico senatore Morandi, d’aggiungere alcune notizie di grande importanza
storica, anticipando le conclusioni a cui egli è giunto, com'è suo costume,
dopo largo e profondo studio, e che illustra col noto suo magistero di dottrina
e di stile in un saporitissimo saggio. Nella Antologia M. segnala l'importanza
della grammatichetta vaticana, narrando le vicende del manoscritto; e poiché
egli stesso m'esorta a pubblicarlo per intero, annunzia fin d'allora ch'io la
mette come appendice ad ogni grammatica razionale o ragionata. Continuando però
le sue indagini con rigore di metodo intorno ai primi vocabolari e alle prime
grammatiche della nostra lingua, M. puo ha tra le altre cose provare che la
nostra grammatichetta e molto probabilmente opera di Lorenzo il Magnifico, non
certamente d’ALBERTI (si veda), com'e stato supposto; e che anche Vinci abbozza
una grammatica della lingua d’Italia, dimettendone forse il pensiero, quando ha
notizia, come apparisce da due suoi ricordi, della grammatichetta del magnifico.
Lo studio di M. s’occupa poi distesamente dei materiali raccolti da VINCI per
fare il vocabolario italiano, il latino-italiano e una specie di dizionario
illustrato dell’armi Prefazione antiche, pel quale sa attingere d’una fonte
classica sfuggita ai lessicografi latini suoi contemporanei. Per tutto questo
M. adduce fatti fin qui ignorati o fraintesi; ed attorno alla grammatichetta
vaticana e all'opera filologica di VINCI tratteggia e documenta i traviamenti
degl’altri primi come de'posteriori grammatici e vocabolaristi, italiani e
latini, e ha occasione di ri-parlare, sotto nuovi aspetti, de'punti più
capitali della questione della lingua, dimostrando, in concordia e in conferma
del principio che egli viene sostenendo da tanti anni, come il Magnifico, VINCI
(vedasi) e MACHIAVELLI (vedasi) hanno criteri linguistici assai più giusti
di’altri loro contemporanei e di molti moderni. Sicché il suo saggio, mentre,
integrando le sue ben note trattazioni precedenti, prende un cospicuo posto
nella secolare letteratura della questione dell'unità della lingua, viene a
colmare, sotto il rispetto storico, una vera lacuna. Ed ora poche parole
sull'edizione della grammatichetta; poche, perchè i criteri da noi tenuti
appariranno ben chiari dal testo che qui segue. S'è cercato di conservarlo in
tutta la sua integrità anche sotto il rispetto puramente materiale: quindi
nessuna sostanziale modificazione nel sistema ortografico e di punteggiatura,
che qui poi ha un maggior valore, mancando nella grammatichetta qualunque principio
d'interpunzione e d'ortografìa; nessuna sostituzione di corsivo, anche là dove
forse pella chiarezza del testo sarebbe stato di qualche utilità. Anche
l'incertezza nell'uso delle maiuscole e delle minuscole s'è lasciata. Per Yu e
il v, benché sempre rappresentati dall’autore coll'?^, s'è adottata la
distinzione grafica dell'ordine delle lettere. Si sono conservati i più e i
cosi e simili, senz'accento, di contro all'a, preposizione, accentata. S'è
mantenuta anche la disposizione dei titoli de'capitoli. Si sono invece sciolti
i pochi nessi, anche perchè si son trovati di non i1 In 536,36 dopo e, 537,8
dopo O, 537,38 dopo come, 540,10 dopo o, 543.2 dopo amiamo e amiate, 545,10-
dopo compositione, 546,22 avanti a che il punto o la virgola sono stati cancellati,
533 incerto intendimento; i dubbi sono stati accennati in nota. Ma le comuni
abbreviature grammaticali, come di pir. per plurale, dov'erano, si son
mantenute, senza per altro tener conto di qualche /.'per plr., che è il più
frequentemente adoperato. Frantendimenti e lacune del copista, che certo non
mancano, sono stati corretti e colmati nel testo colle parentesi quadre o nelle
note. All'evidente (l) spostamento subito nella rilegatura dal foglio 11 (si
ricordi che la grammatichetta e il De Vulgari Eloquentia hanno scambiato nel
nostro codice le guardie: v. qui, pp. 13-14 u) s'è provveduto col dare questo
foglio risolutamente nel luogo dove deve stare, ma lasciandogli la numerazione
che ha nel codice. Qualche altra particolarità è stata descritta in nota.
Poiché, infine, i segni delle lettere e degl’accenti ortografici adoperati
nell'ordine delle lettere e nello specchietto delle vochali non erano
riproducibili coi tipi comuni, abbiam creduto opportuno, benché solo pochissimi
siano adoperati poi nel testo, dare un facsimile delle due pagine in cui si
trovano: alle quali rimandiamo i lettori per ogni altra cosa che ad esse si
riferisca. Uno di quei pochissimi segni è Ve articolo e pronome che il nostro
A. scrive con un apostrofo non a destra, ma postogli sopra perpendicolarmente.
Non valendo la spesa il farlo fondere appositamente, potevamo renderlo
coll'apostrofo laterale; ma abbiam preferito di renderlo coll'accento acuto,
che pur è meno esatto, perchè quell'<? ricorre anche in casi, come in elio,
dove l'apostrofo non si sarebbe potuto più mantenere. Evidente non solo
pell'ordine che richiede la trattazione, ma anche pel segno del fine (una croce
tratteggiata negli angoli) posto all'ultima parola della e. 11 B. Dobbiamo qui
esprimere i nostri più vivi ringraziamenti all'egregio amico nostro Zucchetti
che ha compiuto per noi la diligente fatica di collazionare la nostra copia e
le prime bozze sull'originale vaticano. urJM / SV et ' tfftmtme U ImmniAftm tvn
efitrr fktn cvtwmt' ti ' tum ?»t?w ijtfini y mti st* < brtpriA, di' c<rh
datti yoUjbet ', cerne '?*tP wuwdmo /" / f ff ' ' f m irteli ; erta*
d?t*rrt*n* Mttìl* crtvrr : nette** aiu/h tufJhf tyu(t»ou> in (tinaie ut
racwi [ufi id [a unntA rwjVto tn unnwmc- (lunata-turni ; omì cof* #mU' -futre
otiti* 1W (r<*n4' t' ) ìtuA0S% frvfs* t* vrect prima, e' fa «rifa <tc
ì-lMimi: Crchtflnifiif * i t i \, «^_ tfnejfc' sunti* ammanitimi .wtr* i
jerù/erc' V fonai** atre/ scnzA ecmmeia. $uc nmc urwti.ihes nur' jm Afte'
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«fi."?!»*4 Importante. Morandi. Keywords: lingua, linguaggio, Alberti,
storia della grammatica razionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Morandi.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Moravia:
la ragione conversazionale – personologia -- l’implicature conversazionali dei ragazzi
– la scuola di Bologna -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Bologna). Grice: “Perhaps I should have followed Moravia and called
my construction routine of metaphysical transubstantiation, by which a specimen
of Homo sapiens sapiens becomes a person – personologia!” Filosofo italiano. Bologna,
Emilia-Romagna. Grice: “I like Moravia: he has philosophised on what makes us
‘human,’ (“il pungolo dell’umano”) – his analysis of ‘il ragazzo selvaggio’ is
sublime – and he has played with ‘reason,’ hidden and strutturata – and the
universi di senso with which I cannot but agree! – provided we don’t multiply
them ad infinitum!” -- Grice: “I like Moravia’s idea of ‘la ragione nascosta’ –
you have indeed to seek and thou shalt find!” -- “Il Nietzsche che prediligo è
il Nietzsche terreno, umano, presente nel tempo. È il Nietzsche intrepido esploratore del sottosuolo
dell'uomo e dei disagi della civiltà. È il Nietzsche che fertilmente e
sofferentemente (non narcisisticamente) vive e pensa il nichilismo: ma per
andare oltre il nichilismo. È soprattutto il Nietzsche cheneo-illuminista forse
malgrado luivuole conoscere, capire, dare un (nuovo) senso alle cose.”
Professore a Firenze. Allievo diGarin, si è formato in ambiente fiorentino
conseguendovi la laurea in filosofia nel 1962 con tesi su Gian Domenico Romagnosi.
Professore incaricato, è poi diventato ordinario di Storia della Filosofia
all'Firenze. Nel corso della sua carriera, si è interessato particolarmente
dell'illuminismo francese e del pensiero del Novecento, della storia e
dell'epistemologia delle scienze umane, con particolare attenzione
all'antropologia, la filosofia della mente e l'esistenzialismo. I suoi studi e
le sue ricerche hanno aperto nuove prospettive interdisciplinari fra pensiero
filosofico e scienze umane. Attualmente, le sue attenzioni sono rivolte verso
l'opera e il pensiero del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche del quale
pubblica già una celebre antologia dal titolo La distruzione delle certezze e,
nel 1985, una raccolta di saggi intitolata Itinerario nietzscheano. Proprio un nuovo
modo di avvicinarsi e concepire il pensiero del filosofo tedesco lo hanno reso
uno dei suoi interpreti più originali e più discussi. Grazie ai suoi studi e
contributi filosofici, è stato visiting professor presso l'Università della
California a Berkeley, l'Università del Connecticut a Storrs e il Center for
the Humanities della Wesleyan University. Conferenziere presso altre sedi
universitarie americane (fra le quali, Harvard, UCLA, Boston) ed europee
(Francia, Belgio, Germania), è cofondatore della “Società italiana degli studi
sul XVIII secolo”, nonché membro del Comitato direttivo delle Riviste
filosofiche “Iride” e “Paradigmi”. Collabora ai giornali Corriere della Sera,
Quotidiano nazionale, La Repubblica. Saggi: “Il tramonto dell'Illuminismo -- filosofia
e politica” (Laterza, Roma); “La ragione nascosta” (Sansoni, Firenze); La
scienza dell'uomo” (Laterza, Roma); “L’antropologia strutturale” (Sansoni,
Firenze); “Esistenziale” (Laterza, Roma); “La teoria critica della società”
(Sansoni, Firenze); “Gl’idéologues -- scienza e filosofia” (Nuova Italia,
Firenze); “La distruzione delle certezze” (Nuova Italia, Firenze); “Linguaggio,
scuola e società not ‘storia’! -- Guaraldi, Firenze); “Filosofia e scienze
umane nell'età dei Lumi” (Sansoni, Firenze); “Pensiero e civiltà” (Monnier,
Firenze); “Il ragazzo selvaggio dell'Aveyron.” Pedagogia e psichiatria nei
testi di Itard, Pinel e dell'anonimo della "Décade" (Laterza, Roma);
“Itinerario nietzscheano, Guida, Napoli); Educazione e pensiero, Monnier, Firenze,
Filosofia: storia e testi, Monnier, Firenze, “L'enigma dell’animo” Laterza,
Roma); Compendio di filosofia, Monnier, Firenze, L'enigma dell'esistenza --
soggetto, morale, passioni nell'età del disincanto, Feltrinelli, Milano,
L'esistenza ferita -- modi d'essere, sofferenze, terapie dell'uomo
nell'inquietudine del mondo, Feltrinelli, Milano, Filosofia dialettico-negativa
e teoria critica della società, Mimesis, Milano; “Ragione strutturale e
universi di senso” (Lettere, Firenze); “La Massoneria. La storia, gli uomini,
le idee, Mondadori, Milano); “Firenze e l’Umanesimo. Arte, cultura,
comunicazione” (Lettere, Firenze); Lo strutturalismo, Lettere, Firenze);
“Filosofia e psicoanalisi (POMBA, Torino); “L'universo del corpo, Istituto
della Enciclopedia Italiana, Roma, “Animo e realtà psichica” (Borla, Roma,
"L'esistenza e il male", in: "Mysterium iniquitatis",
Gregoriana, Padova, Linterpretazione personologico-esistenziale
dell'uomo", in: La questione del soggetto tra filosofia e scienze umane,
Monnier, Firenze) – PERSONOLOGIA – PIROTOLOGIA – Grice, persona -- Lettura
Magistrale" al Convegno Dalla riabilitazione psicosociale alla promozione
della salute(Montecatini), "S.I.R.F. News", "Mente, soggetto,
esperienza nel mondo", in La filosofia italiana in discussione -- La filosofia
italiana in discussione, Società Filosofica Italiana, Firenze), Bruno
Mondadori, Milano, "Crisi della cultura e relazioni generazionali nel
mondo contemporaneo", in Giovani e adulti: prove di ascolto, Sansepolcro
(AR), "La filosofia degli idéologues. Scienza dell'uomo e riflessione
epistemological, Letteratura italiana tra illuminismo e romanticismo, Convegno,
Italianistica, Padova, "Libertà, finitudine, impegno -- genesi e
significato della responsabilità nel mondo", in: V. Malagola Giustizia e
responsabilità (Convegno, Firenze), Giuffré Milano, "Dal soggetto persona
alla relazione interpersonale", Maieutica, De-mitizzazione e de-
valorizzazione. La crisi della 'forma famiglia' nella società", in:
Interazioni, "Illuminismo e modernità", Hiram, "Prove d'ascolto.
Crisi della cultura e relazioni generazionali nel mondo contemporaneo",
Studi sulla formazione, "La guerra giusta", Hiram, "La
filosofia, la conoscenza dell'umano, il dialogo col pensiero religioso",
Hiram, "Esistenza e felicità", Hiram, "L'Occidente e la pace.
Luci e ombre all'alba del terzo millennio", Hiram,"La filosofia e il
suo 'altro'. La riflessione metafilosofica di Adorno in 'Dialettica
negativa'", Iride, "L'uomo: una storia infinita", in: Per una
scienza dell'umano, Arezzo, "L’'interpretazione personologico-esistenziale
dell'uomo" – PERSONALOGIA – Grice, PERSONA. in: L. Neuro-fisiologia e
teorie della mente, Vita et Pensiero, Milano, "La scoperta dell'inconscio,
l'ambiguità del freudismo e il lavoro della psicoanalisi sull'animale, Convegno
"Meta-psicologia”, Napoli, La Biblioteca, Bari, "Un mondo negato.
L'assolutizzazione del corpo nella psico-umanologia contemporanea",
UMANOLOGIA – ibrido -- Hermeneutica, Corpo e persona, "Complessità,
pluralità, confini", in: Dal coordinatore al coordinamento,Coordinatori
pedagogici in Emilia-Romagna, Assessorato Servizi Sociali, Bologna, Bruno
Maiorca, Filosofi italiani contemporanei. Parlano i protagonisti, Bari, Dedalo,
su sapere, De Agostini. Gran Loggia del GOI dal titolo "Tu sei mio
fratello" Registrazione video della Lectio Magistralis "Al di qua del
bene e del male Nietzsche esploratore dell'umano" Modena e Reggio Emilia
Tavola rotonda del GOI "Pedagogia delle libertà Libertà civili"
Convegno del GOI "La scienza non sia ostacolata dall'ideologia, dalla
politica e dalla religione" tavola rotonda della Comunità Oasi
"Significato e funzione della pena, della punizione e della penitenza
nella promozione umana e sociale" "Catturati dall'effimero?"
all'interno del Convegno Giovanile alla Cittadella di Assisi" dsu
arcoiris. Sergio Moravia. Moravia. Keywords: ragazzi, personologia. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Moravia” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; osia, Grice e Mordacci: l’implicatura convresazionale e la norma
– la scuola di Milano -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Milano). Abstract. Grice: “At Oxford, we don’t do philosophy of
history – and if we do – as Berlin did – we don’t call him a philosopher, but
an ideologue!” -- Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I like Mordacci
– in a way, like I did with J. L. Mackie, Mordacci opposes both ‘assolutismo’
and ‘relativismo’ – and tries to ‘construct’ an ‘inter-personal’ reason out of
a full-fledged personal reason. Whereas it would seem that we enjoin the
principle of conversational helpfulness out of altruism, there is this balance
between conversational self-love and conversational other-love; and we only
‘respect’ the other that respects us as ‘pesonal;’ against Apel, the logic of
the inter-personal reduces, in a complex way, to the logic of the personal;
without it, we would be annihilating the autonomy of the will.” Grice: “I like Mordacci’s
emphasis on reason for normativity – interpersonal reason, as he calls it!” È preside della Facoltà di Filosofia dell'Università
Vita-Salute San Raffaele dove è Professore di Filosofia Morale. È Direttore del
Centro Internazionale di Ricerca per la Cultura e la Politica Europea. Laurea
in filosofia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Dottorato
in bioetica presso l'Università degli Studi di Genova. Ha svolto attività di
ricerca e insegnamento presso la Scuola di Medicina e Scienze Umane
dell'Istituto Scientifico Ospedale San Raffaele. Insegnato presso l'Università
Vita-Salute San Raffaele, prima presso la Facoltà di Psicologia e dal 2002
presso la Facoltà di Filosofia che ha contribuito a fondare insieme con
Cacciari, Edoardo Boncinelli, Michele Di Francesco, Andrea Moro. Ha contribuito
a progetti di ricerca ed è stato membro del Consiglio d'Europa per
l'insegnamento della bioetica. Dal è preside della Facoltà di Filosofia
dell'Università Vita-Salute San Raffaele, essendo stato rieletto nel giugno per
il secondo mandato. Membro del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le
Biotecnologie e le Scienze per la Vita della Presidenza del Consiglio dei
Ministri. Dal al è stato membro del Comitato Scientifico per EXPO come delegato
del Rettore dell'Università Vita-Salute San Raffele. Dal è membro della
Commissione per l'Etica della Ricerca e la Bioetica del consiglio nazionale
delle ricerche e del consiglio direttiva della Società Italiana di Filosofia
Morale. Si è dedicato in particolar modo dei temi: "Etica e ragioni
morali", "Etica pubblica e rispetto", "Neuroetica".
Attraverso l'indagine delle "ragioni morali" e dell'"identità
personale" e ispirandosi alla filosofia kantiana, propone una forma di
"personalismo critico" in base alla quale il fondamento
dell'esperienza morale viene individuato nella ricerca, che ognuno compie,
delle "buone ragioni" che danno forma alla propria individualità
personale attraverso l'agire. Riconoscere ogni persona come autrice della
propria identità fonda un'etica del rispetto delle persone in quanto a ogni
individuo viene riconosciuto il diritto e il dovere di esprimere le proprie
abilità e costruire la propria personalità. Si è inoltre occupato di bioetica
essendo anche stato coordinatore del progetto Bioetica della genetica:
questioni morali e giuridiche negli impieghi clinici, biomedici e sociali della
genetica umana del Miur (FIRB, Tra i suoi interessi più recenti, la disciplina
della Film and Philosophy: la riflessione su come i film possono fare filosofia
e se possono argomentare vere e proprie tesi filosofiche. In questo contesto ha
dato vita al Laboratorio di Filosofia e Cinema presso la Facoltà di Filosofia
dell'Università Vita-Salute San Raffaele, conduce il sabato pomeriggio la
rubrica "Al cinema col Filosofo" su TgCom24 (stagioni - e -) e la
rubrica "Imparare ad amare i film" all'interno di Cinematografo
Estate () su Rai 1. Riviste È membro del comitato scientifico dell'Annuario di
Etica (ed. Vita e Pensiero), dell'Annuario di Filosofia (ed. Mimesis) e della
rivista online Etica et Politica. Dalla sua fondazione è membro del Comitato
Scientifico della rivista scientifica a cura del Comitato Etico della
Fondazione Umberto Veronesi. Attività teatrale Romeo e Giulietta: nascita e
tragedia dell'io moderno, Eloisa e Abelardo: passione e negazione, Occidente, o
identità fragile: Auster e le Follie di Brooklyn, analisi filosofiche con
letture sceniche, ciclo "Aperitivi con Sophia", Teatro Franco
Parenti,La violenza e l'ingiustiziaGorgia, ciclo "Filosofi a teatro"
M., Teatro Franco Parenti, L'individuo, la libertà e il perdono. Hegel legge
Dostoevskij, lettura scenica di M. e Sorel, ciclo l'Intelligenza e la Fantasia,
Teatro Strehler,L'isola della verità. Divagazioni fotografiche e filosofiche,
lettura scenica di M., Traini e Stepparava, Cluster Isole, Mare e Cibo,
Padiglione P03-Expo Milano (Rho-Fiera), Kant e il mare, lettura scenica di
Roberto Mordacci e Francesca Ria, agosto Saggi:“Bio-etica della
sperimentazione,” Angeli, Milano; “Salute e bio-etica,” Einaudi, Milano); “Una
introduzione alle teorie morali,” Feltrinelli, Milano, La vita etica e le buone
ragioni, Mondadori, Milano, “Ragioni personali, ragione inter-personali: Saggio
sulla normatività morale,” Carocci, Milano, Elogio dell'Immoralista, Mondadori,
Milano; Rispetto, Cortina, Milano. Bioetica, Mondadori, Milano. L'etica è per
le persone, San Paolo, Cinisello Balsamo. Al cinema con il filosofo. Imparare
ad amare i film, Mondadori, Milano. La condizione neomoderna, Einaudi, Torino,.
Ritorno a utopia, Laterza, Bari,. Note Università Vita-Salute San Raffaele, su
unisr. Governo/bioetica, su governo.M., su Le Università per Expo,Commissione
per l’Etica della Ricerca e la Bioetica, Consiglio Nazionale delle Ricerche, su
cnr. Organi della società | SIFM, su sifm. Intervista a L'accento di Socrate,
su laccentodi socrate. Rai 1, Cinematografo estate, su rai.tv. Scienza e etica:
in uscita la nuova rivista della Fondazione Veronesi, su Fondazione Umberto
Veronesi. Chi siamo su scienceandethics. fondazioneveronesi. Feeding the Mind:
Expo-Bicocca Conversation Hour, su unimib. Lettura scenica de "I Sensi del
Mare", su//elbareport. 1 Pearson Imparare sempre su pearson. 1º agosto.
Bioetica Mordacci Robertoe Book Mondadori BrunoSai cos'è?FilosofiaePubIBS, su ibs.
L'etica è per le personeEdizioni San Paolo, su edizionisanpaolo. Riflessioni
sul senso della vita intervista di Ivo Nardi, sito "Riflessioni",
settembre. Ci vuole più rispetto intervista a Roberto Mordacci, Famiglia
Cristiana. Ma l'etica non è un'intrusa, intervista a Roberto Mordacci,
Avvenire, Ora smettiamola di parlare inglese, intervista a Roberto Mordacci, Il
Giornale. La storia costituisce per la filosofia contemporanea un ambito di
indagine costante e pervasivo: quasi tutta la filosofia dopo Hegel ha pensato
il proprio oggetto, cioè l’uomo, la conoscenza, l’agire e l’essere stesso, come
essenzialmente storico. Questa “svolta storica”, che ha preceduto e favorito la
cosiddetta “svolta linguistica”, ha significato per buona parte della filosofia
contemporanea l’adozione di un metodo in cui la storia di un concetto e delle
sue incarnazioni storiche sono dive nu te rilevanti almeno quanto la
definizione teorica di esso. Tuttavia, in questo diffuso storicismo, che
attraversa la filosofia dall’hegelismo all’ermeneutica, si è in parte persa di
vista la specificità del l’ambito di riflessione che si può chiamare filosofia
della storia. La specifica interpretazione dell’agire storico suggerita dallo
storicismo, come svolgimento di un «destino» dello spirito, ha infatti occultato
gran parte della riflessione che la tradizione filosofica ha prodotto, nel
corso dei secoli, sull’agire storico in quanto tale. Questa preminenza del
paradigma storicista ha inoltre favorito la nascita delle tesi circa la
cosiddetta «fine della storia»: una percezione che, dalle riflessioni di
Spengler sul «tramonto del l’Occidente» alle provocazioni del postmoderno, ha
finito per estendersi ad ampi settori della cultura contemporanea. Quest'ultima
appare per questo in estremo disagio, oggi, nel progettare il futuro: pensando
l’intero dell’essere come contenuto nella storia «fino al momento presente», la
cultura odierna rifugge dai tentativi di prefigurare un fine della storia come
compimento, soprattutto perché questo tentativo appare come intrinsecamente
ideologico e, quindi, non più credibile. Si può quindi ancora pensare la
storiaa venire? Mettere in discussione questa precomprensione storicista della
storia è uno degli obiettivi di questo volume. La filosofia della storia è oggi
un’area vasta di riflessioni sul senso dell’agire storico che non può essere
affatto ridotta all’idea di un «destino» immanente dell’Occidente o del mondo.
Anche una semplice e non pregiudiziale ricognizione di alcune concezioni
filosofiche della storia che si rintracciano nella tradizione mostra come
l’interpretazione di essa sia assai varia e più aperta alla possibilità di
pensare il futuro in modo non ideologico e soprattutto aperto al cambiamento,
pur senza che esso sia abbandonato alla completa anomia. In questo senso, il
volume mira a riabilitare una disciplina che, a volte affrettatamente, si è
considerata così intrinseca alla pratica filosofica da non esserne
distinguibile come un ambito di studi specifico. Si tratta, innanzitutto, di
contribuire a rimuovere l’identificazione della filosofia della storia con il
racconto di un «destino» ineluttabile. Questa interpretazione è stata resa
canonica anche attraverso la preziosa ricostruzione condotta da Karl Lòwith in
Significato e fine della storia,1 un libro che è stato, di fatto, il più
autorevole e pressoché unico manuale di filosofia della storia dalla fine degli
anni quaranta, quando fu scritto, a oggi. Lòwith ha una tesi tanto affascinante
quanto riduttiva sulla vicenda della filosofia della storia. Definita essenzialmente
come secolarizzazione dell’escatologia cristiana, essa evidentemente può
esistere solo in certe condizioni culturali: in sostanza, quelle che si sono
date da Gioacchino da Fiore a Marx. Si tratta di una lunga epoca, che pensa il
tempo interamente in rapporto a un fine che, al suo apparire finale, svela
l’autentico significato di tutto il movimento storico. Prima di quel momento
finale, il cui modello è 1° Apocalisse cristiana ma che nella modernità si
traduce in varie forme di realizzazione di un programma filosofico o sociale,
le vicende storiche mostrano il loro senso solo a colui che si è elevato al
punto di vista della fine. Quest’ultima è dunque il criterio di valore grazie
al quale si possono giudicare tutti i momenti della storia. A partire dai
movimenti millenaristi, di cui FIORE (vedasi) è interprete, quella fine è
comunque posta all’interno del tempo, vuoi come apparire dell’ Alfa e Omega che
apre e chiude la storia, vuoi come luogo di inizio di una nuova epoca,
contraddistinta dalla conoscenza, dalla società senza classi, dalla libertà
pienamente realizzate. Il negativo, l’orrendo e il tragico che affligge la
storia presente è comunque destinato a sciogliersi in quella sintesi finale,
che mentre svela il senso del passato apre un futuro di armonia e libertà. La
potenza di questa immagine ha tenuto prigioniera più di un’epoca, eppure non è
stata senza rivali, nemmeno nello stesso Occidente, il quale, pur pensandosi
forse inconfessata men te come il luogo di quella realizzazione, ha saputo
anche tenere aperte interpretazioni diverse dei corsi dellastoria.
Nell’interpretazione di Lòwith, l’idea di “senso” della storia diviene sinonimo
di ciò che la parola “fine” nomina nella tradizione ebraico-cristiana. La
chiave di volta è la speranza, la promessa di un avvenire di salvezza o di vita
piena. È questa speranza ad aprire il futuro, perché esso non sarà la
ripetizione del già visto da sempre, come invece può solo essere in una
concezione ciclica. La promessa, inoltre, non è determinata nei dettagli e apre
su un oltre della storia: per questo è possibile progettare un futuro diverso
dal presente. Al tempo stesso, il compimento della promessa è certo, atteso e
desiderato, e questo anima le coscienze più efficacemente dell’idea della
ripetizione di cicli sempre ritornanti. Questa concezione, dunque, rimanda a
una profondissima responsabilità individuale, sociale e universale per l’uomo,
giacché quella destinazione non si può compiere, ricordano queste filosofie
della storia, senza la partecipazione attiva degli individui, senza l’impegno
soprattutto di coloro la cui coscienza ha scorto quella fine all’orizzonte e
per questo deve operare per realizzarla. Simili filosofie della storia sono
dunque vere e proprie concezioni morali del mondo e del tempo, capaci di
mobilitare le energie individuali e di costituire cause ideali di grandi
rivoluzioni attese o annunciate. La previsione dell’avvento necessario
dell’epoca finale è pensato come compatibile con il riconoscimento della piena
libertà umana, ma questa ipotesi di conciliazione è fonte di tensioni irrisolte
sul piano sia concettuale sia pratico: la necessità di un “destino” mal
sopporta il riconoscimento di un’autentica libertà personale. Così, la
concezione moderna della storia è tesa fra la ricerca di leggi storiche e il
riconoscimento della responsabilità dell’uomo, basato sulla tesi irrinunciabile
dell’autonomia del volere. Questa oscillazione è visibile in Tocqueville (La
démocratie en Amérique; la democrazia come destino e come missione), in
Spengler (Der Untergang des Abendlandes: Zivilisation come tramonto, come fato
naturale e decisione storica), in Toynbee (A Study of History: nascita e crollo
delle civiltà, attesa di una nuova chiesa). Il destino è segnato ma è nelle
nostre mani farlo accadere; come Lòwith riassume efficacemente in una domanda:
«Lo storico classico si chiede: come si è giunti a ciò? Quello moderno si
chiede: come andrà a finire?».2 Così la storia diviene universale: mentre il
movimento che ha condotto alla costituzione di una specifica cultura, di un
particolare modo di vita, si può ricostruire limitandosi a concentrare i
fattori causali in formazioni peculiari, che contingentemente si sono
intrecciati in un luogo e in un tempo, l’idea di una fine, specialmente di una
‘fine di tutte le cose”, non può che avere un respiro totalizzante, universale
appunto, perché a esso contribuiscono tutti i fattori storici e culturali in
grado di influenzare la storia. Si guarderà quindi non alla storia locale ma ai
grandi movimenti storici, agli spostamenti di assi epocali, da Est a Ovest, da
Nord a Sud -- come è di moda fare ora --, cercando di rintracciare la legge
necessaria di questi spostamenti e, quindi, di rendere possibile una
‘futurologia”, una previsione scientifica del corso della libertà umana. Ora, i
tentativi di ricostruire questi movimenti e le loro leggi sono apparsi a buona
parte della cultura contemporanea come sostanzialmente fallimentari. Le utopie
del futuro si sono spesso rivelate come ideologie politiche che, in nome del
progresso, della società post-classista, del trionfo degli spiriti forti, hanno
mobilitato le masse verso strutture politiche e forme del potere che hanno
causato tragedie mondiali. La consapevolezza del pericolo che si cela dietro a
una filosofia della storia ha così motivato molta parte della reazione
contemporanea contro questo tipo di prospettive, fino a revocare in dubbio non
solo la modernità, bensì l’intera storia come luogo dell’accadimento di eventi
umani dotati di senso. Uno dei nomi di questa reazione è “postmoderno”, un
movimento di pensiero che, fra molto altro, include la tesi secondo cui della
storia non si deve anzitutto dare un’interpretazione complessiva, che anzi in
tal senso non vi è affatto una “storia”, bensì una costellazione di eventi
frammentaria e casuale: cercare di ordinarla tramite un significato è una forma
di violenza, una contraddizione rispetto alla libertà che si pretende di veder
realizzata proprio in quella necessità del movimento storico. La liberazione da
questa immagine è uno degli obiettivi che l’arte, la filosofia e la letteratura
postmoderna perseguono come un modo di riaprire il movimento storico alla
creatività, alla possibilità e all’effettiva eguaglianza. In questo movimento
non ci sono criteri di valore, secondo questa tesi non c’è una direzione e per
questo non vi è un metro di giudizio: la storia è costituita da accadimenti che
ci si rifiuta di valutare se non in un’ottica pragmatica o meramente
descrittiva. Si può giudicare più o meno bella una data composizione dei fatti,
ma nessuna di esse è né assolutamente reale né definitiva: ogni rotazione del
tempo crea una nuova immagine. Tuttavia, si potrebbe avanzare la tesi secondo
cui il postmoderno non sia in fondo altro che una patologia del moderno.
Proprio il rifiuto di un senso della storia incluso nel tempo, e al tempo
stesso la rinuncia a un criterio di giudizio sulla storia in nome della
liberazione dalle filosofie ideologiche della storia, mostrano che l’ideale di
libertà tipico della modernità, rinunciare al quale è per noi impossibile e
ingiusto, è ancora l’anima del tempo presente. Si può piuttosto interpretare la
reazione postmoderna più semplicemente come la fine dell’idealismo storicista,
il quale è in sé un movimento profondamente anti- moderno: la pretesa di
imbrigliare la storia nel movimento dell’idea o dello spirito assoluto è in
fondo incompatibile tanto con la ricerca illuminista di un criterio di sviluppo
cognitivo e morale che prevede espressamente la possibilità di progressi e
regressi, quanto con la rivendicazione romantica di parametri di valore legati
al genio, all’apparire improvviso del senso anche nel mezzo delle crisi più
profonde e perfino con la coscienza cristiana di una dimensione trascendente
del tempo, di un rapporto con l’eterno che non è la fine della storia bensì la
sua dimensione ortogonale, l’asse su cui si colloca l’attesa dell’avvento
ultimo, improvviso e non prevedibile tramite alcuna dialettica storica. Questa
patologia è stata diagnosticata con chiarezza già da Nietzsche a partire dalla
seconda Inattuale, ma con l’errore (che molti ripetono) di omologare idealismo
e Illuminismo, di considerare l’idea di un progresso morale e sociale sullo
stesso piano della postulazione di un incessante Auffeben, di un movimento
necessario e prevedibile. In realtà, sotto questo profilo fra Kant e Hegel vi è
un’assoluta discontinuità. L’unilateralità idealistica ha poi il suo
contraltare nel positivismo estremo e nell’empirismo radicale e proprio nel
rifiuto, in nome della libertà dal pregiudizio storicista, di ogni canone di
valutazione degli eventi storici. La delegittimazione diviene così pratica
universale, perché non si è distinto, a partire dall’idealismo, il portatore
dal messaggio, l’agire dal significato che attraverso di esso gli individui
cercano di realizzare limitatamente alle condizioni in cui si trovano e secondo
le loro capacità. Per uscire da questa impasse occorre allargare la visuale
sulle filosofie della storia. Contrariamente a quanto pensava Lòwith, pur con
la sua grande capacità di sintesi, avere una filosofia della storia non
comporta affatto leggere tutta la storia in base a un fine che le dia
significato, soprattutto se questo fine è pensato come un punto preciso del
corso del tempo che, giungendo alla fine, ne sveli l’intero senso. L’idea di un
giudizio sugli eventi storici non richiede necessariamente che si pensi una
“fine” e nemmeno uno “scopo”. Vi sono anzi state nella storia del pensiero numerose
interpretazioni dello svolgersi del tempo come anzitutto regolato da proprie
leggi, da ritmi ciclici o alternati e dinamiche di continuità e ripetizione che
non presuppongono una fine nel tempo bensì magari solo, come nel caso del
cristianesimo, del tempo. Non si tratta solo della concezione greca del tempo
come di un ciclo incessante e non orientato a un fine (che qui non è trattata
ma che è per altro ben nota), bensì anche di concezioni cristiane e moderne in
cui, senza rinunciare a porre un criterio di giudizio sulla storia, si è però
posto tale criterio non in un fine bensì in una dimensione per così dire
verticale del tempo, che è coinvolta nel suo movimento orizzontale come
paradigma del valore, del senso e della possibilità sempre presente di perdere
il contatto con essi. Possono essere interpretate in questo senso, per esempio,
la dicotomia fra città di Dio e dell’uomo in Agostino, il rapporto fra corsi e
ricorsi da un lato e Provvidenza dall’altro in Vico, l'ideale regolativo della
pace perpetua in Kant, la dialettica fra vita e storia in Nietzsche. Oltre alla
lettura “lineare” del progresso bisogna dunque riconoscere anche nel cuore
della modernità almeno anche una lettura “ondulatoria”, secondo cui il rapporto
fra tempo e verità non si dipana lungo una direttiva ascendente ma conosce alti
e bassi, vertici e abissi, il cui canone di riferimento è il rapporto con
l’assoluto, con la pienezza vitale, con la promessa salvifica o con la
realizzazione di una società armonica e pacificata. Riaprire la molteplicità
degli sguardi sulla storia di cui l'Occidente è stato ed è capace è un’esigenza
imprescindibile per il tempo presente: la capacità di progettare un futuro
dipende esattamente, da un lato, dalla denuncia di concezioni chiuse della
storia e, dall’altro, dalla ricerca di un criterio di valutazione reale,
obiettivo sugli eventi storici, che non rinunci alla volontà di giudicare del
tempo per animare l’azione di valore umano e soprattutto dell’impegno delle
libertà personali verso qualcosa che mostri di meritare la nostra dedizione.
Questo volume si presenta dunque un utile strumento per l’introduzione alla
comprensione filosofica dell’agire storico e del tema della storicità
dell’esistenza. Scritto pensando anzitutto a chiarire le concezioni della storia
che emergono dai principali autori della tradizione filosofica, il volume non
intende però dare un panorama completo ed esaustivo di tutta la disciplina,
troppo vasta e dispersiva. La selezione dei temi ha seguito il criterio della
rilevanza degli autori trattati, con una chiara inclinazione verso il moderno e
il contemporaneo. Gli autori dei testi sono docenti universitari noti per la
competenza sull’autore trattato e dottorandi del Corso di dottorato in
Filosofia della storia (l’unico di questo genere in Italia) istituito
congiuntamente dall’Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze e dalla
Facoltà di Filosofia dell’Università VitaSalute San Raffaele di Milano.
L’esperienza di collaborazione che ha portato a questo volume si è concentrata
soprattutto nell’attività didattica e per questo ha ricevuto uno speciale
contributo dalla discussione con gli studenti, ai quali molti dei testi qui
raccolti sono stati presentati in una prima stesura. Anche questa genesi del
testo ne spiega la vocazione e l’ambizione esplicita: quella di essere la porta
di accesso a una disciplina che, nell’epoca di una presunta quanto fallace
“fine della storia”, ha più che mai bisogno di rinascere. Note 1K. Léwith,
Significato e fine della storia, trad. Tedeschi Negri, Einaudi, Torino. Roberto
Mordacci. Mordacci. Keywords: la norma, filosofia dela storia, Vico. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Mordacci” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mordente: la ragione conversazionale – I know that
there are infintely many stars -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Salerno). Filosofo italiano. Salerno. Abstract: H. P. Grice: There
are infinitely many stars. Do I KNOW that? There are infinitely many infinitely
infinitisemials. Keywords: infinitesimal, commensurability of infinitesimals –
or other. Scholars and historians of science have considered Giordano Bruno and
Fabrizio Mordente's ideas on infinitesimals and commensurability in the context
of the historical development of the concept, which eventually led to
Leibniz's infinitesimal calculus. The link is generally explored in the context
of the historical evolution of mathematical and philosophical thought on
infinity, atomism, and the continuum, rather than a direct personal or
philosophical connection between the individuals themselves across different
centuries. Key points regarding the connections made by scholars:
Aristotelian problem: Aristotle denied the existence of an actual infinite
(both large and small) and maintained the infinite divisibility of the
continuum in potentia, a standard view that Bruno explicitly challenged. The
issue of commensurability was central to Euclidean geometry and Aristotelian
philosophy, where quantities were generally considered commensurable or
incommensurable in a specific mathematical sense. Bruno and Mordente: Bruno
initially disregarded the Aristotelian distinction between mathematical and
physical quantities. Influenced by his controversy with Mordente regarding the
latter's proportional compass, Bruno began to argue for the existence of a
physical and a mathematical minimum (atomism), making geometric objects (and
thus infinitesimals) potentially determinable and commensurable, contrary to
the standard Aristotelian view of continuous magnitudes. This represented a
significant shift in his mathematical thinking, attempting a reform of
mathematics to accommodate the infinitely small. Leibniz and infinitesimals:
Leibniz, developing calculus independently of Newton in the 17th century, used
infinitesimals (or "incomparably small" magnitudes) as a central
component of his notation and method. The philosophical status of these
infinitesimals was debated, with Leibniz often describing them as "useful
fictions" or ideal entities, without objective physical existence in the
strictest sense, but essential for mathematical operations. Scholarly
connections: Scholars connect Bruno's radical ideas on the actual infinite and
the minimum (atom) to the broader historical trajectory that made the concept
of the infinitesimal a viable, albeit controversial, subject of mathematical
and philosophical inquiry in the 17th century. While Leibniz did not directly
reference Bruno's specific arguments with Mordente, both were grappling with
the limits of Aristotelian physics and mathematics regarding the continuum and
the infinite, a conceptual shift that paved the way for calculus. In
summary, the connection is typically drawn by historians tracing the conceptual
lineage of the infinitesimal and the infinite, identifying Bruno and Mordente's
debate as an early, significant challenge to the Aristotelian framework that
dominated scientific thought before the era of Newton and Leibnizè stato un filosofo
e matematico italiano. M. è noto per
l'invenzione di un particolare tipo di compasso, da lui chiamato "compasso
proporzionale a otto punte" dotato, sui due bracci, di cursori atti a
risolvere il problema della misurazione della circonferenza, dell'area del
cerchio e delle frazioni d'angolo. Pubblicò il suo trattato, composto di un
unico ampio foglio illustrato, a Venezia; è a Vienna alla corte dell'imperatore
Massimiliano II e a Praga al servizio di Rodolfo, al quale dedica la nuova
edizione di Anversa. A Praga conosce Coignet che dedica alcuni scritti
all'invenzione. Incontra a Parigi BRUNO (vedasi), che apprezza particolarmente
l'invenzione, la quale gli permette di confutare l'ipotesi aristotelica
dell'incommensurabilità degl’infinitesimi, confermando così l'esistenza del minimo,
base della sua teoria atomistica. BRUNO (vedasi) pubblica così i dialoghi
Mordentius e De Mordentii circino, elogiando M. ma rivolgendogli anche alcune
critiche, che sollevarono le proteste del matematico alle quali il filosofo
risponde polemicamente colle violente satire dell'Idiota triumphans e del De
somnii interpretatione. Entrato a servizio di Farnese, M. pubblica l'ultima
versione del suo trattato. Scritti Modo di trovare con l’astrolabio, o
quadrante, o altro instromento, oltre gradi, intieri, i minuti, et secondi, et
ognaltra particella, Venezia Il compasso di M. con altri istromenti mathematici
ritrovati da Gasparo suo fratello, Anversa, Ch. Plantino Il compasso e figura
di M., Parigi, J. Le Clerc, Problema mirabile di M., manoscritto, La quadratura
del cerchio, la scienza de’ residui, il compasso et riga di Fabritio, et di
Gasparo M. fratelli salernitani, Anversa, Ph. Galle, Le propositioni di M.
salernitano, Roma, A. Giamin, Il compasso di M.: pella storia del compasso di
proporzione, a cur. Camerota, Olschki, Firenze 2Michelangelo Testa, Della vita
e delle opere di M., Migliaccio, Salerno Camerota, M., Dizionario biografico
degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Opere di M., su MLOL,
Horizons Unlimited. Portale Biografie Portale Matematica Categorie: Matematici
italiani Nati a Salerno [altre]. Nome compiuto: Fabrizio Mordente.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Morelli:
la ragione conversazionale, l’implicatura conversazionale e la filosofia del
digiuno – filosofia lombarda -- italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: ‘I once
told Austin, I don’t give a hoot what the dictionary says;’ ‘And that’s where
you make your big mistake,’ his crass response was!” -- Grice: “I once told
Ackrill, ‘should there be a manual of philosophy, must we follow it?’ He
replied, “One thing is to know the manual, another is to know how to abide by
it!” Si laurea a Pavia
e l'anno dopo assolve all'obbligo di leva a Trieste dove presta
attenzione alle problematiche relazionali dei militari nello svolgimento delle
proprie mansioni; si è poi specializzato in Psichiatria presso l'Università
degli Studi di Milano. Direttore dell'Istituto Riza, gruppo di ricerca che
pubblica la rivista Riza Psicosomatica ed altre pubblicazioni specializzate,
con lo scopo di "studiare l'uomo come espressione della simultaneità
psicofisica riconducendo a questa concezione l'interpretazione della malattia,
della sua diagnosi e della sua cura". Inoltre è direttore delle riviste
Dimagrire e Salute Naturale. Dall'attività dell'Istituto Riza è sorta
anche la Scuola di Formazione in Psicoterapia ad indirizzo psicosomatico,
riconosciuta ufficialmente dal Ministero dell'università e della ricerca
scientifica e tecnologica. Vicepresidente della Società Italiana di Medicina
Psicosomatica. Partecipa a numerose trasmissioni televisive sia per la RAI sia
per Mediaset (Maurizio Costanzo Show, Tutte le mattine, Matrix, ecc.) e per la
radio. Nelle sue opere ci sono molti riferimenti alle dottrine orientali.
Saggi: “Verso la concezione di un sé psico-somatico. Il corpo è come un grande
sogno della mente (Milano, UNICOPLI, Milano, Cortina); La dimensione
respiratoria. Studio psico-somatico del respiro, inspiro, expiro – spiro -- Milano, Masson Italia, Dove va la medicina
psico-somatica (Milano, Riza); Il sacro.
Antropoanalisi, psico-somatica, comunicazione, Milano, Riza-Endas, Convegno
internazionale Mente-corpo: il momento unificante. Milano, Atti, Milano,
UNICOPLI, Riza, I sogni dell'infinito, Milano, Riza, Autostima. Le regole
pratiche, Milano, a cura dell'Istituto Riza di medicina psicosomatica, Il
talento. Come scoprire e realizzare la tua vera natura, Milano, Riza, Ansia,
Milano, Riza, Insonnia, Milano, Riza, Cefalea, (Milano, Riza); Lo psichiatra e
l'alchimista. Romanzo, Milano, Riza, Le nuove vie dell'autostima. Se piaci a te
stesso ogni miracolo è possibile, Milano, Riza, Conosci davvero tuo figlio?
Sconosciuto in casa. Dal delitto di Novi Ligure al disagio di una generazione,
Milano, Riza, Come essere felici, Milano, Mondadori, Cosa dire e non dire nella
coppia, Milano, Mondadori, Come mantenere il cervello giovane, Milano, Mondadori,
Come affrontare lo stress, Milano, Mondadori, Come amare ed essere amati
(Milano, Mondadori); Come dimagrire senza soffrire (Milano, Mondadori); Come
risvegliare l'eros, Milano, A. Mondadori, Come star bene al lavoro, Milano,
Mondadori, Come essere single e felici, Milano, A. Mondadori, Cosa dire o non dire ai nostri figli, Milano,
A. Mondadori, La rinascita interiore, Milano, Riza, Volersi bene. Tutto ciò che
conta è già dentro di noi (Milano, Riza); L'amore giusto. C'è una persona che
aspetta solo te, Milano, Riza, Vincere i disagi. Puoi farcela da solo perché li
hai creati tu, Milano, Riza); Felici sul lavoro. Come ritrovare il benessere in
ufficio, Milano, Riza, I figli felici. Aiutiamoli a diventare se stessi,
Milano, Riza, La gioia di vivere. Scorre spontaneamente dentro di noi, Milano,
Riza, Essere se stessi. L'unica via per incontrare il benessere, Milano, Riza,
Accendi la passione. È la scintilla che risveglia l'energia vitale, Milano,
Riza, Alle radici della felicità. Editoriali dpubblicati su Riza psicosomatica,
rivista mensile delle Edizioni Riza, Milano, Riza, Ciascuno è perfetto. L'arte
di star bene con se stessi, Milano, Mondadori, Il segreto di vivere. Aforismi,
Milano, Riza, Realizzare se stessi, Milano, Riza, Vincere la solitudine,
Milano, Riza, Dimagrire senza fatica, Milano, Riza, Amare senza soffrire,
Milano, Riza, Guarire con la psiche, Milano, Riza, Superare il tradimento,
Milano, Riza, Dizionario della felicità, 6 voll, Milano, Riza, Non siamo nati
per soffrire, Milano, Mondadori,L'autostima. Le cinque regole. Vivere la vita.
Adesso, Milano, Riza, Conoscersi. L'arte di valorizzare se stessi. Via le
zavorre dalla mente, Milano, Riza, I
figli difficili sono i figli migliori, Milano, Riza, Il matrimonio è in
crisi... che fortuna!, Milano, Riza, Autostima, I consigli di M. per un anno di
felicità, Milano, Riza, Le parole che curano, Milano, Riza, Perché le donne non
ne possono più... degli uomini, Milano, Riza, Le piccole cose che cambiano la
vita, Milano, Mondadori, Come trovare l'armonia in se stessi, Milano,
Mondadori, Ama e non pensare, Milano,
Mondadori, Curare il panico. Gli attacchi vengono per farci esprimere le parti
migliori di noi stessi, con Vittorio Caprioglio, Milano, Riza, Non dipende da
te. Affidati alla vita così realizzi i tuoi desideri, Milano, Mondadori,
L'alchimia. L'arte di trasformare se stessi (Milano, Riza); Il sesso è amore.
Vivere l'eros senza sensi di colpa, Milano, Mondadori, Puoi fidarti di te,
Milano, Mondadori, La felicità è dentro di te, Milano, Mondadori, L'unica cosa
che conta (Milano, Mondadori); La felicità è qui. Domande e risposte sulla
vita, l'amore, l'eternità, con Luciano Falsiroli, Milano, Mondadori, Guarire
senza medicine. La vera cura è dentro di te (Milano, Mondadori); Lezioni di
autostima. Come imparare a stare beni con se stessi e con gli altri (Milano,
Mondadori); Il segreto dell'amore felice, Milano, Mondadori, La saggezza
dell'anima. Quello che ci rende unici (Milano, Mondadori); Pensa magro. Le 6
mosse psicologiche per dimagrire senza dieta (Milano, Mondadori); Vincere il
panico. Le parole per capirlo, i consigli per affrontarlo, cosa fare per guarirlo
(Milano, Mondadori) Nessuna ferita è per sempre. Come superare i dolori del
passato (Milano, Mondadori); Solo la mente può bruciare i grassi. Come attivare
l'energia dimagrante che è dentro di noi (Milano, Mondadori); Breve corso di
felicità. Le antiregole che ti danno la gioia di vivere (Milano, Mondadori); La
vera cura sei tu (Milano, Mondadori); Il meglio deve ancora arrivare. Come
attivare l'energia che ringiovanisce (Milano, Mondadori); Il potere curativo
del digiuno. La pratica che rigenera corpo e mente (Milano, Mondadori). Segui
il tuo destino. Come riconoscere se sei sulla strada giusta (Milano,
Mondadori); Il manuale della felicità. Le dieci regole pratiche che ti
miglioreranno la vita (Milano, Mondadori); Pronto soccorso per le emozioni. Le
parole da dirsi nei momenti difficili (Milano, Mondadori). Movie. Grice: “Should there be a
‘dizionario della felicita,’ I would perhaps follow Austin’s advice and go
through it!” –. Raffaele Morelli. Morelli. Keywords: la
dimensione respiratoria, inspirare, respirare, spirare, “breathe (why?)” – H.
P. Grice -- spirito, il corpo animato spira – il corpo spira – corpo spirante,
corpo animato – Old English/Anglo-Saxon spirian, not related, though. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Morelli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Moretti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la segnatura
romantica – i romantici di roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Grice: “When I ‘coined’ ‘implicatura’, I possibly
wasn’t thinking of Moretti’s ‘segnatura’!” Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice:
“I like Moretti – he uses a good metaphor, ‘the wounded poet,’ unless we mean
Owen, but he was more than wounded, even if that implicature is cancellable
--.” Grice: “I like Moretti also because he wrote on ‘ermeneutica sensibile,’
which is exactly what I do.” Grice: “I like Moretti also because he uses
‘segnatura’ etymologically, when he writes of the ‘la segnatura romantica’ –
talk of tokens!” Nasce nel borghese quartiere Trieste,
primo di due fratelli. Ottiene il diploma di maturità classica presso il Liceo
Giulio Cesare. Successivamente consegue una prima laurea in Giurisprudenza, con
una tesi in filosofia del diritto, e, nel una seconda in filosofia, con una
tesi in filosofia morale, entrambe presso l'Roma La Sapienza. È poi borsista
presso l'Friburgo in Brisgovia, dove imposta un progetto di ricerca che,
partendo dall'interpretazione di Heidegger, mira ad un'analisi critica delle
categorie filosofico-estetiche del “romantico” in Germania, con particolare
attenzione alle opere di autori del romanticismo di Heidelberg, quali Creuzer, Görres,
i Fratelli Grimm e Bachofen, che contribuisce a tradurre e a far conoscere in
Italia. Al suo rientro insegna dapprima materie letterarie nelle scuole medie
e, in seguito, filosofia presso la Scuola germanica di Roma. La sua ricerca si amplia poi al pensiero
estetico di Novalis, di cui cura la prima edizione completa in lingua italiana
della Opera filosofica; durante questo periodo consegue il dottorato di ricerca
in Estetica presso l'Bologna. Vince la cattedra di professore associato di
Estetica all'Bari; Professore a Napoli L’Orientale. Redattore di Itinerari e Studi Filosofici,
collabora con varie altre riviste filosofiche (Agalma, Rivista di Estetica,
Studi di Estetica, aut aut, Nuovi Argomenti, Filosofia e Società, Filosofia Oggi,
Estetica) e ha spesso partecipato a trasmissioni RAI su temi filosofici e a
numerosi convegni. Saggi: ”Il romantico:
poesia, mito, storia, arte e natura” (Itinerari, Lanciano); -- roma – romantico
-- “Anima e immagine: sul poetico” (Aesthetica, Palermo); “Nichilismo e romanticismo
-- estetica e filosofia della storia” (Cadmo, Roma); La segnatura romantica
(Roma, Hestia); “Interpretazione del romanticismo” (Ianua, Roma); “Estetica: analogia
e principio poetico nella profezia romantica” -- Rosenberg et Sellier, Torino);
“La segnatura romantica -- filosofia e sentimento” (Hestia, Cernusco L.); “Il
genio” (Mulino, Bologna); “Il poeta ferito.” Hölderlin, Heidegger e la storia
dell'essere” (Mandragora, Imola); “Anima e immagine.” Studi su Klages, Mimesis, Milano, Heidelberg
romantica. Romanticismo e nichilismo” Guida, Napoli, Introduzione all'estetica
del Romanticismo, Nuova Cultura, Roma,
Il genio, Morcelliana, Brescia. Per immagini. Esercizi di ermeneutica
sensibile” (Moretti et Vitali, Bergamo); Heidelberg romantica. Romanticismo
tedesco e nichilismo europeo, Morcelliana, Brescia, Novalis. Pensiero, poesia,
romanzo Morcelliana, Brescia, Romano Guardini, Hölderlin, Morcelliana, Brescia.
Novalis, Scritti filosofici, Morcelliana, Brescia. J. J. Bachofen, Il
matriarcato (Marinotti, Milano); Novalis, Opera filosofica, I, Einaudi, Torino, Un video con una trasmissione
RAI. Un video con un intervento di Moretti. Giampiero Moretti. Moretti.
Keywords: roma, romanzo, romanzare, romanzato – non vero. Romanticismo
filosofico, I filosofi romantici italiani Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Moretti: il
romanticismo romano” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mori: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la coerenza
dell’intransigenza – la ripproduzione sessuata fra i antici romani – la scuola
di Cremona -- filosofia lombarda -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Cremona).
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Cremona, Lombardia. Grice: “I like
Mori; he wrote a treatise on Stephen, better known as Virginia Woolf’s father;
which reminded me of Bergmann who once called me an English futilitarian!” --
Professore a Torino e presidente della Consulta di Bioetica Onlus,
un'associazione di volontariato culturale per la promozione della bioetica
laica. L’etica e la bioetica con le varie problematiche connesse sono le
tematiche al centro dei suoi interessi filosofici e teorici. Mori ha studiato all’Università degli Studi
di Milano, dove ha conseguito la laurea (con Bonomi e Pizzi) e il dottorato
sotto Scarpelli e Jori. Insegnato ad Alessandria e Pisa, prima di essere
chiamato a Torino. Studia i temi della meta-etica e della logica dell’etica con
le problematiche della teoria etica. Tra i primi a occuparsi di bioetica, nella
quale ha dato contributi in tutti i principali settori, con particolare
attenzione all’aborto e alla fecondazione assistita. Sollecitato dai casi Welby
e Englaro ha dato contributi anche sul fine-vita a difesa dell’autonomia
individuale. Per primo teorizza la contrapposizione paradigmatica tra bioetica
laica e bioetica cattolica, derivante dal fatto che quest’ultima propone
un’etica della sacralità della vita caratterizzata da divieti assoluti, mentre
l’altra avanza un’etica della qualità della vita senza assoluti e soli divieti
prima facie. Presta grande attenzione al problema della liberazione animale.
Fonda Bioetica. Rivista interdisciplinare (Ananke Lab, Torino). Membro di
numerosi comitati, tra cui il comitato scientifico di Notizie di Politeia, di
Iride del Journal of Medicine and Philosophy e altre. Saggi: “Manuale di
bioetica: verso una civiltà bio-medica secolarizzata” (Lettere, Firenze); “Introduzione
alla bioetica. temi per capire e discutere” (Piazza, Torino); Il caso Eluana
Englaro. La “Porta Pia” del vitalismo ippocratico ovvero perché è moralmente
giusto sospendere ogni intervento, Pendragon, Bologna, Aborto e morale. Per
capire un nuovo diritto” (Einaudi, Torino); “La fecondazione artificiale. Una
forma di riproduzione umana” (Laterza, Roma-Bari); “La fecondazione
artificiale: questioni morali nell'esperienza giuridica Giuffrè, Milano); “Utilitarismo
e morale razionale. Per una teoria etica obiettivista, Giuffrè, Milano, La
legge sulla procreazione medicalmente assistita. Paradigmi a confronto, Net,
Milano, Laici e cattolici in bioetica: storia e teoria di un confronto, Le
Lettere, Firenze, La fecondazione assistita dopo 10 anni di legge 40. Meglio
ricominciare da capo!, Ananke editore, Torino, Questa è la scienza, bellezze!
La fecondazione assistita come novo modo di costruire le famiglie, Ananke Lab,
Torino. Mori ha rappresentato, nella nostra infernale esperienza di
famiglia, un riferimento grazie al quale trovare un senso agli eventi che si
succedevano, i qua-Ii, ai nostri occhi, un senso proprio non lo
possedevano. Ho avuto in lui un osservatore attento, un interlocutore
profondo, un contestatore intelligente. Come direttore di «Bioetica.
Rivista interdisciplina-re» è stato il primo a dare rilievo pubblico alla
vicenda di mia figlia, e ha sollecitato in vari modi la riflessione sul caso
Eluana. Gli sono inoltre debitore di numerose conversazioni chiarificatrici, di
lezioni private concesse in esclusiva, e lo considero il filosofo che meglio di
ogni altro è stato in grado di tenere testa ai miei, notoriamente poco
accomodanti, modi e argomenti. Auspico che questa lettura possa sortire
lo stesso effetto in tutti coloro i quali insieme a lui si apprestano, ora, a
partire per questo viaggio nel ragionamento etico. Nel panorama bioetico
italiano la sua posizione non mi pare sia assimilabile ad alcuna predefinita
corrente di pensiero, anche perché i suoi maestri e amici hanno manifestato
originalità e indipendenza. Credo che il libro vada considerato e letto per le
argomentazioni che adduce senza schemi precostituiti. Può darsi che in
alcuni passaggi sia un libro scomo-do. Di questo non c'è da stupirsi, ma da
prenderne atto. Scomodo, dunque. Come mia figlia. Come me. Una scomodità
che suscita dibattito e stimola la riflessione. Invece di gridare allo
scandalo, si deve cogliere l'impegno a riflettere, sempre e senza compromessi.
Così è stato nello sforzo compiuto, alla ricerca di una modalità per
farrispettare la legittima volontà espressa da mia figlia. La riflessione seria
comporta anche scontri, ardenti e auten-tici, che restano per sempre vivi nella
memoria. Essere grandi amici non implica certo un accordo incondizionato di
vedute. La franchezza delle nostre collisioni dialettiche mi rimane,
indimenticabile, nel cuore. La condivisione dei valori di fondo, comunque,
rafforza la sintonia e la stima reciproca. Questo libro propone una
riflessione filosofica di ampio respiro sui problemi sollevati dal caso Eluana.
Ma oltre a questo contiene la storia di Eluana ripercorsa nelle sue principali
tappe, una cronaca precisa degli eventi noti e meno noti che si sono verificati
in questi ultimi mesi di continuo travaglio e logorio. Al trionfo dello stato
di diritto, rappresentato dai pronunciamenti della Corte di Cassazione prima e
della Corte d'Appello dopo, è succeduto un orrore. Non mi è nota, al momento,
altra fonte in cui la narrazione dei fatti, la ripresa del dibatti-to, la
ricostruzione degli avvenimenti si sia così fedelmente attenuta ai nostri
effettivi trascorsi. Il lettore rimarrà certamente colpito dalla presentazione
lineare e puntuale degli eventi, e forse, in qualche caso, ne resterà anche
perplesso. In questo testo è inoltre dimostrata la possibilità di
difendere gli stessi valori, di reclamare gli stessi diritti, a partire da
percorsi differenti: quello che la mia famiglia ha sempre sentito come un
insopprimibile bisogno, connaturato e viscerale, di poter decidere riguardo se
stessi - tanto più quando in gioco è la fine della propria vita -,
Maurizio Mori lo dimostra come il risultato di una esigente, legittima e
rigorosa riflessione etica. Vi sono argomentazioni morali che sono sostenute da
così poderose ragioni da apparire dotate di evidenza. Egli ci costringe al
ragionamento leale sui nostri sentimenti e pregiudizi più profondi. E lui
più degli altri ha compreso che non mi può cambiare nessuno.Come i magistrati
hanno capito questo di Eluana. Oltre ai giudici che hanno avuto il
coraggio di andare fino in fondo, in favore di una delle nostre libertà
fonda-mentali, Eluana avrebbe ringraziato anche lui, Maurizio: per la
riflessione filosofica compiuta, per il tempo speso, per il mutuo soccorso, per
le andate e i ritorni in mille iniziative, per avere lanciato il sasso ed aver
mostrato la mano. In attesa di sapere quale direzione prenderanno gli
eventi, mi fa piacere vedere che la vicenda di Eluana e della nostra famiglia
sia stata presentata in un testo così autorevole e umanamente ricco. Maurizio Mori.
Mori. Keywords: la coerenza dell’intransigenza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Moriggi:
la ragione conversazionale e la stretta di mano – Ercole e Cerbero – le tre
implicature conversazionali – la scuola di Milano -- filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Milano).
Filosofo italiano.
Milano, Lombardia. Grice: “I like it when Moriggi does substantial metaphysics;
he has edited a collection on ‘why is there something rather than nothing?” –
hardly rhetoric – and the subtitle is fascinating: the vacuum, the zero, and
nothingness! All in Italian, to offend Heidegger!”
Specializza in teoria e modelli della razionalità, fondamenti della probabilità
e di pragmatism. Insegna a Brescia, Parma, Milano e presso la European School
of Molecular Medicine è conosciuto al grande pubblico attraverso la
trasmissione TV E se domani di Rai 3 e per alcuni interventi ad altre
trasmissioni. Saggi: “Le tre bocche di Cerbero” (Bompiani. Perché esiste
qualcosa anziché nulla? Vuoto, Nulla, Zero, con Giaretta e Federspil (Itaca)
Perché la tecnologia ci rende umani (Sironi) Connessi. Beati quelli che sapranno
pensare colle macchine (San Paolo) School Rocks! La scuola spacca, con
Incorvaia (San Paolo, ), con prefazione rap di Frankie Hi-nrg. Nome compiuto. Stefano
Moriggi. Moriggi. Keywords: le tre bocche di Cerbero. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Moriggi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Morselli: la sistematicita della filosofia – la scuola
di Vigevano – la filosofia della ligua – parola, ragione, segno, comunicazione
-- filosofia lombarda – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Vigevano). Abstract. Grice: “The Italians distinguish between
Morselli and Morselli. The second wrote a ‘manuale di semejotic’ – the first
did not!” Filosofo italiano. Vigevano, Pavia, Lombardia. Grice: “What I like
about Morselli is that his is mainstream (Lombardia) and that he approached
philosophy systematically. Only
Morselli could conceive of a ‘dictionary’ – and he also wrote a ‘storia della
filosofia’!” – Per li scettici antichi, l’afasia, Osn!:d P*%r OdMi WHMJOTECA
CAPWvj|a£. dico) = Il silenzio, fllos., il tacere, è il risultato della
sospensione di qualsiasi giudizio o affermazione circa la vera natura dello
cose. L’uomo conosce soltanto ciò che appare, và 9aiv6jj.Eva, la pura
apparenza: se si vuolo oltrepassarla, ci si trova di fronte a ragioni contrarlo
e d'uguale forza; perciò il saggio, se vuol conservare l’impassibilità e
l’equilibrio dell’anima (derapala), non afferma nuLa, neppure l’impossibilità
della scienza. (psicol.): l’afasia ò la perdita totale o parziale dello
funzioni del linguaggio. Affettivo (lat. a/Hccrc. p. 0. dolore, laeiiiìa
addolorare, rallegrare) (psicol.): si dico delle modificazioni e dei modi di
essere dei soggetto, dei processi essenzialmente soggettivi, come il niacore,
il dolore, le emozioni, 1 sentimenti, lo passioni, io inclinazioni, che formano
una dello tre grandi attività in cui si distribuisce solitamente, per comodità
d’analisi, la vita psicologica, cioè l’intelligenza, il sentimento, la volontà.
Affezione (affectio) (psicol.): in generale designa una disposizione, uno 0
stato, un mutamento dovuti a causo esterne o Interne, sempre con un carattere
di passività. In senso più particolare esprime il piacere, il doloro e lo
emozioni elementari. A fortlorl (logica): ò la forma di prova che, dimostrando
vera una proposizione, afferma che un’altra proposizione, di quella più 1 meno
estesa, più o mono generalo, ò vera con più forte ragione; p. es.: se il santo
pecca, a /ortiori pecca la comune umanità; so ò immorale la menzogna, tanto più
è Immorale la calunnia, clic è una menzogna diretta consapevolmente a recar
danno. Agatologia (gr. rò àyaflóv = 11 bene, e Xóyo; = discorso : scienza del
bene) tfilos.): termine usato da SERBATI per indicare la dottrina del bene, che
viene considerato come il principio primo della filosofia ; tale esso è nel
sistema platonico, in cui l’idea del Bene è l’idea più alta, dalla quale tutto
lo altre idee ricevono luce e alimento. Agnosticismo (gr. éc-yvcooto; = non
conoscibile) (fllos.): ò un termine creato dal naturalista Inglese Huxley; si
applica a quelle dottrine che, corno l’cvolnzionismo di Spencer, ammettono
bensì al di là dei fenomeni e delle loro leggi un ordine superiore di realtà,
ma lo dichiarano inconoscibile per la mento umana, considerando cosi insolubili
i problemi metafisici, o relativo il sapere umano. Agorafobìa Anagogia
Agorafobia: vedi fobìa. Agostlnismo (fllos.): designa Io spirito della dottrina
di S. Agostino o l’ispirazione mistica comune allo filosofie di AOSTA, FIDANZA,
Pascal, Malebranche e, in misura inferiore, ad altri sistemi. 11 presupposto
fondamentale ò l'atto di adesione alTordine soprannaturale, a Pio che libera la
volontà dal senso mediante la grazia e la mente dallo scetticismo mediante la
rivelazione; Pio. che è verità© amore, costituisco il centro della dottrina,
della quale sono principii essenziali il primato della volontà, la debolezza
peooumiuo.su dcH’iiomo, la metafisica delTespcrlenza interiore e della
conversione, la prescienza divina o la predestinazione, cec. Agrafia, gr. a
priv. o YPtt?» scrivo) ( psicol., è quella forma particolare di perdita della
memoria, che colpisce, sopprimendoli, i movimenti necessari! alio scrivere.
Allucinazione ilat. alucinaiio, da alueinor = agisco vanamente, sogno)
(psicol.): consiste nel percepii*© come presenti esseri, oggetti, fonomeni che
in realtà non sono presenti. Si osserva nel delirio, nella febbre alta, ma
anche in stuti apparentemente normali. Alogico (gr. a priv. o XÓyo$) {topica):
si dice di ciò che é estraneo, indifferente alla logicu, di ciò clic aucora si
sottrae olle leggi della logica, come è di sentimenti, passioni, fatti
accidentali, cec. Non ò da confondersi con illogico, che si applica a ciò che ò
contrario alle leggi logiche. Alterità (gr. éTepórv)^; opposto: identità)
(logica): ò il carattere di ciò che ò altro, cioè differente o distinto. Nel
Sofista di Platone l'altro, conio categoria, è diverso dall’essere; e così vicn
ristabilita, contro Parmenide, resistenza del non essere. Nicola ( Tjìano
all’unità divina fa corrispondere Taltcrità (e cioè la. varia molteplicità)
delle cose del mondo. Altruismo (opposto: egoismo) (morale): comprendo le
tendenze o 1 sentimenti che hanno per oggetto il bene o l’interesso dei nostri
simili. La dottrina di Bentham o di G. Mill vuole spiegare, con l’associazione
delle idee, il passaggio, nella vita sociale, dal sentimenti egoistici a quelli
altruistici, dalla considerazione dell’utile proprio a quella dell'utile
altrui, che ò poi il fine più alto della morale, secondo Tuffi»tarismo. Amnesìa
(gr. a priv. c {iva, tema di {UfJLvy) croco = ricordo) (psicol.): è la perdita
totale o parzialo della memoria, che ora annulla o riduce la capacità di
fissare i ricordi, ora sopprimo la facoltà di richiamarli, ora cancella tutto
il passato o una data classe di ricordi (p. e. una lingua straniera, le nozioni
di musica, eco.). Amorale = ò ciò che non è né morale né immorale, ciò elio non
ha rapporto con la morale, ò indifferente di fronte alla distinzione di bene o
di mule. Amore (in generale): comprendo lo tendenze elio portano verso un
oggetto o una persona, quando non mirano esclusivamente alla soddisfazione d’un
bisogno materiale o d’uu fino egoistico. (filos.) : Empedocle vuol spiegare il
divenire con Tumore (q>tXiÓT7)£), grazie al qualo il molteplice tende n
costituirsi in unità, mentre la discordia (vetxoc) scioglie l'unità per dar
luogo alla pluralità degli clementi o delle cose. per Platone l'amore è un'os
pi raziono al mondo divino delle Idee, cui l’anima, tratta dui desiderio della
bellezza, ascende, per gradi, da un corpo bello a due, da due a tutti, c da
tutti i corpi belli alle belle istituzioni, alle belle scienze, finché perviene
alla stessa idea del bello (Conrito); l'amore è pertanto la forza che determina
il passaggio da una conoscenza più povera a una conoscenza più ricca. con S.
Agostino l’umore non ò più un movimento dal basso verso l’alto, dal mondo reale
verso il mondo Ideale e divino, ma un movimento che dall’alto scende verso gli
esseri inferiori per elevarli a sé; è puro, non mescolato con interessi, timori
o speranze, è la perfetta carila, umore del prossimo in Pio, è un amore che
viene da Pio o porta verso Pio. per Spinoza dalla conoscenza intuitiva, per cui
la mente umana abbraccia tutta la molteplicità delle cose come uno sviluppo
della sostanza infinita e divina, sorge un infinito amore di Dio (amor
inUUcctualis dei) e la beatitudine perfetta corno effetto della conoscenza più
adeguata, in cui lo spirito coglie Pio stesso e ne gioisco; però « chi ama
veramente Pio non pretenderà elio Pio ricambi il suo umore . Anagogìa (gr.
àvaYCoyq = elevazione) (rclig.): ò detto anagogico II significato più profondo
e simbolico delle sacre Scritture, quello iu cui sono adombrato le cose del
mondo divino, Analisi 10 Anamnesi (/iloti. ) : è adoperato da Leibniz tome
sinonimo di induzione. Analisi (dal greco ava aG eo = «dolgo, separo; opposto:
sintesi) (in generale ): è un procedi mento del pensiero eh© consiste nei
risolvere un composto negli clemeuti che lo costituiscono. (/ ilos.): si
procedo per analisi quando, per còglierò la realtà ultima delle cose, si vuol
giungere agli elementi piti semplici che la compongono; p. oh.: - a)
Vatomistica di Democrito, che scioglie i corpi in atomi indivisibili; è)
Vcmpirismo, eh© tende a scoprii© gli elementi più semplici della coscienza, gli
atomi psichici (cioè sensazioni, sentimenti, volizioni), costruendo o
ricostruendo con questi lo operazioni più ulte della mente: la memoria, la
fantasia, il ragionamento, eoe. (Locke, Uuare, Taixjb); d) la dottrina di Kant,
che, per chiarire l’attività conoscitiva, la scioglie nel suoi elementi (forma
e materia) e nei suoi fattori ( sensibilità, intelletto, ragione). -(psicol.):
la mente analitica considera e rileva nelle cose i loro elementi ; la mente
sintetica le vede nel loro insieme. Pascal denomina lo spirito analitico esprit
de géomitric, che ò penetrante, scorge i particolari, ricerca l'esattezza
nell’osservazione dei fatti, segue uu principio fin nello sue ultime
conseguenze; mentre lo spirito sintetico, detto da lui esprit de finesse, ama,
più che il rigore del ragionamento astratto, la visione unitaria e complessiva
delle cose, l’intuizione dei rapporti che le uniscono. la filosofia dell’i
nfuizione considera l’analisi un procedimento che si arresta all'osservazione
esteriore, si lascia sfuggire la vita interiore o l’essenza dello cose e
considera un tutto vivente come un meccanismo da smontare pezzo per pezzo. Chi
vuol conoscere c descrivere un essere vivente, ne trae prima fuori lo spirito;
allora ha in sua mano le parti, ma, ahimè l non c’è più la vita che unifica
(Goetite, Faust). Analitica trascendentale (filos.)Kant designa con questo
termine quella sezione della ('ritira della fingi(m para, clic espone la
dottrina dello categorie, cioè delle forme a priori deWiutrillilo, intendendo
per intelletto la fa colta di pensare o ridurre a scienza gli oggetti dell'Intuizione,
ossia i fenomeni, collegandoli o ordinandoli, appunto mediante le categorie.
Analitici (filos.): Aristotele chiamò analitici i libri nei quali studia le
leggi formali del pensiero o *rà àvaXuTtxà il complesso delle sue ricerche
logiche fondamentali. Kant denomina analitico il giudizio in cui il predicato è
contenuto implicitamente nel soggetto e si rendo esplicito con ranalisi del
soggetto; è a priori e non aggiungo alcuna conoscenza nuova; p. cr. i corpi
sono estesi, V. sintetico. Come proprietà delle cose, analogia, gr. àva-Xoytx
rapporto, proporzione, logica ì, indica una somiglianza di rapporti fra oggetti
differenti; p. ee. sono analoghi gli organi che, pur non avendo la stessa forma
o appartenendo a due classi di esseri distinti, compiono però le stesse
funzioni: cosi per Platone l’anima razionale (vou^) nell'uomo c la classe dei
filosofi nello stato sono analoghe. per AQUINO e i suoi sequaci gl’attributi
applicati a Dio, come potenza, bontà, sapienza ecc., debbono essere intesi in
significato analogico, cioè non sono applicabili nello stesso senso e misura
all’uomo e a Dio, come, per es. t l’aggettivo ridente non ha lo stesso
significato se riferito a un viso umano e ad un paesaggio. come procedimento di
ricerca runalogia è un ragionamento che da una somiglianza fra due cose in
alcuni punti deduce una somiglianza su altri punti; p. e. : « se la Temi e
Marte hanno comuni le note a, b, c, si può inferire che anche la nota d, la
vita, si trova in Marte. Il procedimento analogico non dà certezza, ma solo
probabilità. Anamnesi (gr. àvàjxvyjoriq =reminlscenza, ricordo alquanto vago)
(filos.): per Platone il vero sapore (èTriOTi^fjLV)* cioè la scienza delle
idee) è ricordare, c reminiscenza, c Ignorare è aver dimenticato. L’anima,
prima di nascere, è vissuta nello spazio sopracoleste (TÓ7TO£ ur:spoupàvio£)
contemplando la realtà vera, lo idee, la giustizia, la saggezza, la scienza;
cadendo poi in un corpo sulla terra, l’anima dimentic a ciò che ha veduto; ma
alla presenza delle cose sensibili, copie imperfette e sbiadite delle idee,
degli esemplari sopmeelesti (rrapa$siy(AaTa), questi ritornano davanti alla
niente in modo più o meno confuso. [X7}Ttx4v); e. intenneillnrin fra i dm'.
l’appetito irascibile (tò Per Mostotele l'aninm è la /ormo del corpo, al uuaic
dà la Illuni, il movimento, l’armonia, e sta ad esso come la visione, oyte.
all'occhio ; è vegetativa nelle piante, in più è tensilira midi animali
razionale nell 'uomo, vii Khituiìi, seguendo l’atomismo democriteo, pensano
l’anima materialisticamente formata d’atomi e mortale, mentre gii Stoici.
ispirandosi ad Eraclito, la credono un fuoco sottile, un sodio x{a): termine
ndoperato da Leibniz per designare «dò cho fa sì che un corpo è impenetrabile a
un altro » ( aUribulum per quod vialeria est in spatio). Antropocentrismo
{/ilos.): ò la concezione antropomorfica cho pone l’uomo come il centro o lo
scopo di tutta la realtà, corno se Lordine universale delle cose fosse creato o
disposto per l’uomo o le sue esigenze, ft por lo più Antropologia 13 A posteriori
legata al geocentrismo (yyj = terra), cioè alla teoria, comunemente detta
tolemaica, cho poneva la terra nel centro dell’universo, e die cadde per opera
di Copernico, di Galileo e di Giordano Bruno. Antropologia (gr. £v9porito? »=
uomo, o Xóyog = discorso) Un generale); è la scienza che tratta della storia
naturale dell’uomo, ricercandone le origini e descrivendone le diverso rozze.
-( filos,.): Kant distingue un 'antropologia teorica, che cuna psicologia
empirica o tratta delle facoltà umane; un'nn* tropologia pragmatica, eh© studia
l’uomo per aumentarne e perfezionarne l’abilità; uu’antropologia morale, che ha
per line la saggezza della vita in modo conformo ai prindpii della Metafisica
dei costumi e della morale. Antropomorfismo (gr. àv9pco-oc = uomo o (j.op(py;=
forma, liguri») (psicol.): è la tendenza spontanea dell’uomo a rappresentarsi
le cose, gli esseri, Dio stesso sul modello delia propria natura ; p. e.
attribuire alia divinità forma corporea e passioni umane. Skxojane, fondatore
dolla scuola identica, è uno del primi elio condannano l’antropomorfi•smo
religioso. Apatia (gr. àrriOcia. da a prlv. o 77x9-, tema di TTarryco = io
soffro) (in generute): s’intendo una specie d’insensibilità, d’indolenza, che
si rileva dalla lentezza delle reazioni, sia psicologiche, sia morali.
(filos.): per gli Stoici l’apatia è lo stato in cui viene a trovarsi l’uomo
quando vive operando in modo conformo alla ragione, ossia quando non si lascia
turbare dagli affetti Irragionevoli, dalle passioni, dai beni eslcriorl, e
diviene uuo spirito sereno, eguale, imperturbabile. Apodittico (gr.
i-oSeiy.Tiy.óc, da SEty.vupu = mostro, provo) (logica) : si dico di ciò che si
afferma incondizionatamente come necessario, certo, inconfutabile, sla per una
dimostrazione deduttiva, sia per la sua intrinseca evidenza. Apologetica (gr.
àrroXoyÉo|iai = mi difendo) (retto.): l’apologetica cristiana comprendo l’arto
dialettica e gli scritti aventi por line la difesa della religione cristiana
eoutro gli attacchi della (ilo80 lia antica, dei potere politico e delia
religione pagana,, e miranti a ottenere per i Cristiani la tolleranza delle
leggi, nonc hé a dimostrare che la vera religione è la cristiana. Apologeti
sono: Tertulliano, Giustino, Minucio Felice, Ireneo, eoo. (II e III soc. d.
Cr.). Aporèma (gr. x-ópy)|zx, da àrtopéto = sono In dubbio) (logica): è un
sillogisnio dubitativo, che vuol dimostrare Pugnai valore di due ragionamenti
opposti. Aporia (gr. à Tropea = imbarazzo, situazione senza uscita) (logica): è
il dubbio logico proveniente da difficoltà insolubili. Sono famose le aporie di
Zenone D’Elea, che mirano a ridurre all'assurdo le tesi contrarie all’idea
deli’Dno immobile di Parmenide e affermanti l’esistenza reale della pluralità e
del movimento. I filosofi scenici sono detti anche aporetici, per lo stato di
dubbio in cui alla fine vengono a trovarsi dopo aver ricercato la verità, e per
cui sospendono ogni giudizio (èizoyjr) o asseti tUrnie rclcntio, come ilice
Cicerone). A posteriori (opposto: a priori) (filos.): le due espressioni « a
priori e • a posteriori », assai importanti nel linguaggio filosofico, derivano
tini procedimento arlstotclieo, per il quale il concetto, l'i/n iversale, i>
designato corno logicamente anteriore, il particolare come posteriore : ' non è
lo stesso ciò che ò primo per natura ( 7 tpÓTSpov Ty (juierst) e ciò che è
primo per noi (7tpè; fyjtà; TCpórepov); è primo per natura l’universale, il
concetto; è primo per noi, o per opera del senso, il particolare, il singolo ».
Questi termiul diventano comuni nella Scolastica : per Alberto di Colonia
provare ex priori bus significa dimostrare partendo dui principi!, dalle cause;
provare ex posterioribus significa dimostrare partendo dalle conseguenze, dagli
effetti; per S. Tommaso non si può dimostrare a priori l’esistenza di ilio,
perché questi è causa prima: occorre partire dagli ottetti (p. e., il
movimento) o di qui risalire alla causa prima. -Nei tempi moderni, quando
l'indagine filosofica si sposta, e dalla ricerca delle cause dell'» essere » si
trascorre a indagare le cause o le fonti dei « conoscere -, si ha un notevole
cambiamento : a priori è ciò che è dovuto alio sviluppo spontaneo della
ragione, ciò che questa trae da sé, dalla sua interiorità, in maniera,
Indipendente dall’esperienza, o quindi lia, por Kant, i caratteri
dell'unfversalità e delia necessità: a posteriori è ia conoscenza che proviene
dall'osperienzu o ha il suo fondamento mdl'osperienza o manca perciò di quei
caratteri, Perché è ristretta ai casi effettivamente sporlmentati. Appercezione
Arianesimo _ Nella teoria dell'evoluzione (Spencer) 6 « priori per l'Individuo
ciò che si trova In lui come un prodotto dell'esilerienza della aporie,
trasmesso per ereditò, e che per la. spedo, quindi, è a posteriori ; «
posteriori per l’Individuo è ciò che egli acquista con la sua esperienza: si
tratta dunque (l'un’anteriorlrìv cronologica o psicologica, non logica o
razionale. In realtii per l'evoluzionismo, che è una forma di empirismo, la
conoscenza è interamente a posteriori. perché tutta, originariamente, deriva
dall'esperienza. Appercezione (in generale): b il prender possesso d'un’idea
eon un lavoro attivo della mente che la rende piu chiara e meglio definita.
-(/«os.) per Leibniz è la conoscenza chiara odistinta, clic differisce di grado
dalla percezione oscura e confusa; è rrprarsr n/al io multi liuti tris in
imitate. Ka.N 1 distingue Vnpitercezionc empirica ila quella trasreintentate:
la prima è in sé dispersa, senza legame col «oggetto, di guisa clic I fenomeni
psichici percepiti non sono vissuti come facenti parte d’nn’unità superiore,
d'un io. ma rimangono isolati e disgregati a guisa di atomi: la seconda è
l'atto di riferire una rappresentazione, una conoscenza alla coscienza pura,
originaria, superiore al senso e da questo distinta, cioè aìVitmtUa. cho
accompagna c stringe i-ln un tutto, in una sintesi, le varie rappresentazioni,
ed è in ogni coscienza una e identica, non derivata da altro; p. e. il senso
percepisce due fenomeni « c b isolati, senza collegamento: Vinlelletta quando
dice: •Alt raggi solari) è causa (j.aT0S = incorporeo, da a prlv. c eròica,
corpo) (fibui.): secondo gli Stoici sono asomatlci il vuoto, il tempo c gli
oggetti del pensiero. Assenso (il lat. assensvs traduce 11 termino stoico
auv-xaTaftsaic il norie, raffermare) (logica): in generale ò l’atto col quale
l’intelletto accoglie o fi) sua un’idea o uu’affeminzlono altrui. per gli
Stoici si dà l’assenso a una rappresentazione, la si accoglie come vera, quando
questa, quasi impressa, suggellata in noi da un oggetto, s’impone allo spirito
por la sua forza, la chiarezza, l'evidenza,Ci tira per i capelli, come essi
dicevano. Assertorio (giudizio) (logica): b quello elio esprime la realtà,
l’esistenza, con la copula: «è, «non è ", senza Implicare la necessità,
essendo possibile il contrario. Assioma (gr. àjicojxa = dignità, postulato; da
&£toc degno; hit. munfiatimi) (logica): è in generale in affermazione, un
principio considerate come vero per la sua evidenza e accolto come vero senza
bisogno di dimostrazione. -i matematici greci l'applicarono pei primi alle
proposizioni evidenti: p. e.; tra due punti la linea più breve è la retta. con
AniITOTELE si è esteso ni principjt logici: al ] trincipio di identità, di
contraddizione, ccc. Spinoza denomina assiojni alcuni principi! fondamentali
della sua Etica « more geometrico i/cmonstratu », Associazione delle idee 16
Astrazione Associazione delle idee ( psicol. ): designa la tendenza comune ai
processi psichici a collegarsi fra loro, in modo r-lie, quando uno di essi
risorge nella coscienza, tende a richiamare altri stati psichici, o per coni
ignita, cioè per essere entrati contemporaneamente nella coscienza, ^ per
ragioni di somigliansa, o anche per ragioni di contrasto. Si può ricondurre a
due leggi generali : a) la legge Cinica razione, per cui un processo psichico
tende a ricostituire il complesso mentale di cui ha fatto parte ; b) la legge
dell* interesse, per la quale fra gli stati psichici richiamati si opera una
selezione dovuta all’interesse attuale clic offrono pel soggetto. L'associazione
delle idee è descritta per la prima volta da Platone noi Fedone (cap. 18 ), per
spiegare l’idea del1 ’ anamnesi . Humk sviluppa e determina la teoria
dell’associazione e la pone a fondamento della vita psicologica.
Associazionismo ( filos è la dottrina sostenuta dagli inglesi H ARTLKY, Hv; me,
Stuart Mill, Bàin, ecc., secondo la quale l’associazlono delle idee ò la leggo
fondamentale della vita dello spirito e del suo sviluppo. È collegata a una
concezione atomistica della vita spirituale, per cui un numero determinato di
elementi psichici, analoghi agli atomi della chimica (cioè sensazioni,
sentimelili, immagini), associandosi, danno origine alle funzioni superiori
(memoria, intelligenza, fantasia, ragione) © le spiegano. Assoluto (dal lat.
absolvcrc = separare, perfezionare ; quindi assoluto = ciò che è indipendente e
perfetto ; opposto : relativo) (/ ilo 8 .): esprime l’essere cho è sciolto da
ogni limite, relazione o condizione, indipendente da ogni altro essere o cosa,
e a un tempo perfetto ; quindi l’easere che esiste in só e per sé. l’assoluto
può essere inteso come il fondamento primo di tutte le cose, che per il
materialismo è la materia, per lo spiritualismo lo spirito pensato come
sostanza, per l’idealismo il pensiero nel suo più ampio significato, ecc.
Newton pone a fondamento della sua meccanica il tempo assoluto e lo spazio
assoluto, che cioè hanno esistenza in sé, mentre ]>er Kant tempo e spazio
sono attività della nostra sensibilità, c, quindi, dipendenti da questa, ad
essa relative (v. spazio e tempo). Assurdo (Ionica): si dice d’un’hlea o d’un
giudizio che viola le leggi fondamentali del pensiero, perché contiene elementi
incompatibili fra loro o contraddittori. la dimostratone per assurdo (o
riduzione all’assurdo, deducilo ad absurdum) è quella che vuol dimostrare o
confutare una determinata tesi, esponendo la falsità evidente e la
contraddittorietà delle conseguenze che no derivano. Astratto (dal lat.
abs-trahcrc = trarre fuori; opposto; concreto) (psicol.): si dice della parte n
dell'elemento che venga tratto fuori (abstrachim) da un tutto o considerato
separatamente, p. e. la forma, il colore d’un oggetto; perciò prende il senso
di pensato \ * concettuale », in opposizione a ciò che ò dato immediatamente
nell’intuizione. Astrazione (gr. d^aeCpsot?, da à = traggo fuori, lat. abstraho
): questo tonnine passa per due fasi principali (Euoken): 1 . fase
logico-metafìsica: per Arisi oTELE è il procedimento che, omessi i caratteri
accidentali cruna cosa, ne rileva le qualità essenziali c le considera per so
stesso; quindi sono astratte (è5 àcpaipéoEox; XsyójjLeva) lo forme separate
dalla materia, come lo grandezze matematiche, l'idea della statua separata dal
masso di marmo. Nello stesso senso è intesa nel Medio evo: abstrahere. formam a
materia int dicchi separare la forma dalla materia mediante l’intelletto. Nella
logica astrarre consiste generalmente nel passare, mediante la soppressione
d’una o di più note d’un concetto, a un concetto più generalo; p. e. togliendo
ai concetti di quercia, olmo, pioppo ecc. alcune note, cioè quelle che li
differenziano, si salo al concetto più generale di albero, cosicché quanto più
l’astrazione procede, tanto più diminuisce il contenuto del concetto, cioè la
sua comprensione (che ò il numero dello note che esso include), e cresce invece
l'estensione (che è il numero degli individui che esso abbraccia), come si vede
passando, p. e., dal mammifero al vertebrato, àlTanimale, all’essere vivente
ecc. 2 . fase psicologica (con Locke, Berkeley ecc.): è l'operazione spontanea
per cui il pensiero isola progressivamente, nella massa dei fenomeni, le
qualità comuni ai singoli oggetti e le esprime mediante un nomo comune, un
concetto, un’idea generale, trascorrendo dall osservazione dei singoli
individui alla specie e al genere, grazio a quell 'altra operazione spontanea
che è la generalizzazione, per cui si estende a tutta una classe, a una specie,
a un genere ciò eho si osscrra in uno o più individui. Atarassia (gr. àrapaSta,
da a prlv. e rapaOCTtij = turbo, agito) (filos.): è la serenltù dello spìrito
che per K Pier no è l’ideale del saggio; è una conquista della ragione mediante
la saggezza (, c vede in questo atto la prova Intuitiva della propria
esistenza. _per Kant Invece l'io conosce so stesso non come sostanza, ma come «
soggetto », corno attività; ossia l'io è il termine comune a tutti i processi
di coscienza, quasi il ilio invisibile ohe 11 tiene collegati; separato da
essi, è pura astrazione., Autoctisi (gr. auró? e etici!.? creazione di se
stesso) (/ilos.): termine usato dal Gentile per esprimere che lo spit rito,
pensandosi, prendendosi come oggetto, creo se stesso, si sviluppa
incessantemente, grazio a una. vivente | dialettica del pensiero (v.
dialettica). Automatico (gr. aÙTÓ[.taTO? = che s muove da Bé) (in generale): si
dice di ciò che si muove da sé in maniera meccanica, senza l’intervento di
forze psichiche o di una volontà intelligente, psicol.: si applica all’attività
incosciente, cioè a quegli atti che si ripetono in maniera indipendente dalla
volontà. Autonomia (gr. coìtó? e vólto? = il dare a se stesso lo legge, il
reggersi con proprio leggi; opposto: eteronomia, dal gr. c~po? = altro, e
vópio?= legge; che significò: il reggersi con leggi date da altri) (morale):
per Kant consiste nel fatto che la volontà umana 6 una volontà legislatrice
universale, in quanto l'uomo nell’ordine morale obbedisco a una legge che emana
non da una volontà a lui esteriore (sia questa Dio, la società, la naturo, come
avviene nella morale eleronoma), ma dalla sua volontà di essere ragionevole,
dalla suo coscienza. Autorità (principio di) ) (in generale): consiste
ncll'accogliere come vera una cognizione da una persona cui si riconosce una
superiorità intellettuale o morale, rinforzata spesso dalla tradizione, /ilos.:
nel Medio Evo Aristotele gode d'un'autorità assoluta nella scienza e nella
filosofia, donde il detto: ipse dirit (traduzione del greco aùvò? 2pY)Tlx6?),
cioè della piena esplicazione delle tor-,c spirituali, della vita contemplativa
che offre la conoscenza più alta, quella del macrocosmo e delle sue leggi
eterne. per B u Stoici si raggiunge nell apatia ànà&Eia, nel dominio della
ragionc sulle passioni e sul dolore; per TOPI ceno nell’atorossla, che e data
dal1 l’assenza del dolore, da una scelta Bapiente'del piaceri e dall’armonia
della vita. per Spinoza 1 ’uomo raggiunge la beatitudine, la quiete definitiva,
solo nella conoscenza del terzo grado, cioè nella «conoscenza intuitiva», per
cui la ragiono vede le cose In Dio, nel loro aspetto eterno (sub specie acf
erri itati»), che è poi un conoscerò Dio stesso nella sua unità, quasi un
coincidere con lui. Beavlorlsmo (inglese: behariour comportamento, condotta)
(psicol.): ts il metodo di ricerca psicologica, che consiste nell’indagare 11
modo di reagire alle impressioni esterne, la maniera di comportarsi, di
condursi nelle differenti circostanze della vita. Questo metodo, applicato
dapprima agli animali, s’è poi esteso all'nomo. Bello (/ ilos.):
nell'antichità: per Platone il hello è ciò che offre all’occhio e alla, mente
proporzione e armonia, ordine e misura. In modo cho la varlotà degli elementi
si disponga In gradi e si componga in un tutto plasmato o ordinato dalla vita
dello Bpirito, il quale,. liberandosi gradatamente da tutto ciò cho è corporeo
e sensibile, può essere tratto verso il bello In sé, verso l’idea del bello
eterna, perfetta, immortale (v. dialettica). L’arte dell’uomo non ò altro che
un’imitazione della natura, che alla sua volta c un’imitazione dell’idea,
quindi un'imitazione dell’imitazione, non un'cspressione dirotta del hello. Per
Aristotele gli elementi del hello sono: l’ordine (Tpia|.iévov); la fonte del
bello è nel senso innato del ritmo e dell’armonia e nell’istinto d’ìniitazione,
raffinato dalle due facoltà del genio ellenico: veder le cose con meravigliosa
chiarezza; rappresentarsele con perfetta obbiottività. _per Plotino il bello
con è nella simmetria, ma « è ciò cho rispleudc nolla simmetria »; una statua è
bella « per In forma che l’arte vi ha introdotto », i-apà top stSou?, 2
èvfixvjv 7] t éyvv)). È l 'intuizione dell’artista, il suo genio che cren
l’unità fra le parti molteplici d’un oggetto e dona a questo ciò che lo spirito
ha di più profondo, mediante una raffinata elaborazione tecnica; l’arte non è
più imitazione, come per Piatone o Aristotele, ma creazione dell’intelligenza,
del voù?. Questa teoria viene ripresa nel Hinascinicnto. nei tempi moderni :
per KANT è hello ciò che procura una soddisfazione di carattere universale, non
esprimibile mediante concetti, libera da qualsiasi fino uti itarlo o morale: le
coso non sono belle perla loro intima costituzione, che In se stessa rqpta a
noi sconosciuta, ma perché sono capaci di eccitare c tendere In maniera
armoniosa le nostre forze spirituali. per CROCE il bello non è un fatto fisico,
non ha nulla da vedere con rutile, col piacere, col dolore, con la morale. non
è oggetto di conoscenza concettuale; è dunque ciò ohe produce uno stato d’animo
libero da ogni interesse pratico o logico, un’impressione che si esprime in una
pura Immagine, oggetto di intuizione, ebe è conoscenzaimme¬diatao fantastica
d’un momento della vita dello spirito considerato nella sua singolarità.
Intuizione cui dà coerenza e unità il sentimento. Bene (in generale): ò tutto
ciò cne ri* spondo o si crede che risponda a un bisogno e porta n un fine voluto
o desiderato. morale: è ciò che nell’ordine dell azlone ò oggetto
d’approvazione, ciò il cui possesso è causa di soddisfazione e avvia alla
perfezione. -_il gommo bene (summutn bollimi) è, per la filosofia antica,
l’oggetto ultimo al quale deve tendere la volontà morale • quindi un bene
bastante a so stesso, cui tutti gli altri beni sono subordinati e rispetto a
cui son da considerarsi come mezzi. _ gli scolastici, Cartesio, Spinoza,
Leibniz seguono la tradizione antica. Kant giudica che 11 dovere è anteriore al
bene morale, che questo deriva da quello e gli è subordinato ; giacché li bene
è ciò che si fa per dovere: ossia l’asione morale trae U suo valore non
Biogenetica 20 Carattere dallo scopo al quale tende, non dal bene che attua, ma
dal principio cui la volontà obbedisce, apendo unicamente por rispetto olla
leppo morale : perciò la lepgo morale incondizionata determina il bene, non il
beno determina il dovere. Biogenetica (legge) (gr. (Uos = vita, yeveatS =
origine): ò la legge, oggi contestata, che ebbe questo nome dal naturalista
tedesco K. Haeckkl, per la quale le fasi dello sviluppo individuale
ricapitolano in breve le fasi dello sviluppo della specie. La formula è:
Yontogenesi ripete la filogenesi (v. ontogenesi). Biologia (gr. plot; = vita,
Xóyos = discorso). È la scienza dei fenomeni generali della vita, comuni agli
animali e alle piante. Comprende la morfologia, la f isiologia, la patologia,
secondochó si considerano lo forme, le funzioni, i fenomeni anormali degli
organismi viventi. Bisogno, psicol – GRICE NEEDS --: è la consapevolezza che
qualche cosa manca al nostro organismo, o anche, in senso più alto ameno usato,
alla vita intellettuale, giacché ogni essere per vivere, svilupparsi o
raggiungere 1 fini che gli sono proprii deve prendere al mondo esteriore lo
materie e gli elementi necessari all’esistenza. Si distinguo dal desiderio,
perché il bisogno ò indeterminato nel suo oggetto, mentre il desiderio si
dirigo verso un oggetto determinato: ho bisogno di nutrirmi o desidero un
determinato cibo. Buon senso: per Cartesio ò sinonimo di ragione, intesa come
facoltà di diBcernere il vero dal falso; quindi ò la capacità di ben giudicare,
che non viene concessa a tutti gli uomini nella stessa misura. L’asino di
Buridano, filos., cosi s’intititola rargomentazione attribuita a Burlo ano»
rettore dell’università di Parigi; ossa consiste ncH’affcrmarc, a proposito del
libero arbitrio, che un asino affamato, posto davanti a duo socchi d’avena
perfettamente uguali, si troverebbe nell’impossibilità di faro una scelta fra
duo cose che lo sollecitano in ugual misura, o morrebbe di fame, (V. anche
ALIGHIERI, Paradiso. L'argomentazione non si trova negli scritti di Buridano;
ed ò forse dovuta ai contemporanei, per deridere il suo determinismo
psicologico, secondo cui la volontà si decide, tra più beni, pel bone maggiore;
donde l’indecisione di fronte a due boni uguali. c Cabala (dall’ebraico
Kabbalah = tradizione) (rclig.): opera di filosofìa religiosa, che si considera
un’interpretazione segreta della Bibbia, trasmessa per tradizione da Adamo ad
Àbramo, attraverso una serie ininterrotta di iniziati. Tratta dello sviluppo di
Dio, che prendo coscienza di sé generando tutto lo coso dalla propria sostanza
per via d’emanazioni; contiene l’enumerazione dello milizie celesti, il
simbolismo dei numeri ecc. Campo della coscienza (psicol.): designa l’insiemo
dei processi psichici (idee, sentimenti, emozioni), cho in un determinato
momento sono presenti nella coscienza d’uu individuo. Campo visivo (psicol.): ò
l’insieme degli oggetti cho sono percepiti simultaneamente dall’occhio in un
dato momento; mentre il punto visivo è l’oggetto cho nel campo visivo si
presenta con maggior chiarezza. Canonica (dal gr. xavtóv = regolo, regola,
norma) (logica): ò cosi detta da Epicuro la parte introduttiva della sua
dottrina, che tratta del criterio di verità, cioè della validità obbiettiva
dello nostre cognizioni, che egli fa consistere noU’immediata evidenza delle
percezioni sensibili. Carattere (dal gr. x a pacrcrco = scalfisco, donde '/apaxTyp
= impronta) (in generale): indica la qualità propria, la « impronta » che serve
a distinguere o a definire un oggetto. -(psicol.): ò l’unità stabile, costante
dello disposizioni intellettuali, sentimentali e volontario che distinguono un
individuo dagli altri, il nucleo permanente che dirige la sua evoluzione
psicologica, Vimpronta che egli lascia nei suol atti, tenendo presente che le
qualità costitutive del carattere, le quali formano un fascio di energie
diretto verso un fine, si manifestano nelle contingenze della vita, soprattutto
in quelle arduo e gravi. (metafisica) : Kant concepisce l’uomo come cittadino
di due mondi: del mondo fenomenico e di quello noumcnico; come parte del mondo
sensibile l’uomo ha un carattere empirico, che si inserisco nella catena delle
cause naturali, di guisa che le sue azioni sono sempre determinate, o cioè non
sono libere; invece come parte del mondo nouraenico ha un carattere
intelligibile, sottratto alla serie delle cause naturali, e quindi libero
.Caratterologia 21 Categoria _ (morale): aver un cara’lere morale significa
possedere stabilmente quelle qualità del volere per cui il soggetto tien fermo
a principi o a norme pratiche c morali determinate, che egli si ò prescritto
con la ragione. Caratterologia (psicol.): neologismo che servo a indicare la
scienza del carattere, la quale studia l’essenza, l’evoluzione del carattere,
mira a fissarne i tipi fondamentali. Cardinali (virtù): v. virili. Carità
(tcol.): è la maggioro dello tre virtù teologali (lede, speranza e carità) ed
eeprime l’amore di Dio e l’amore del prossimo in Dio; è il principio d’ognl
virtù. (morale): consiste nel far del bene al prossimo senza mira alcuna di
vantaggio proprio. Cartesianismo: si può Intenderò: 1 ” la filosofia di
Cartesio nello sue tesi fondamentali: l'idea di sostanza, 11 dualismo fra anima
o corpo, il meccanicismo del mondo fisico, l’evidenza corno criterio di Terità
eoe.; 2» la filosofia dei discepoli o dei successori di Cartesio, cioè ili
Malebranche, Oeclinx, Bpinossa, occ., benché non sia facile stabilire ciò che
del pensiero di Cartesio ò divenuto pensiero comune dei cartesiani, i quali
mirano a risolvere i problemi posti ma non risolti da Cartesio: i rapporti fra
pensiero ed estensione, fra anima e corpo, fra Dio c 11 mondo. Casistica
(morale): è quella parto della morale pratica che tratta dei « casi di
coscienza *, cioè dell'applicazione di norme morali olle circostanze
particolari, o ancho nei loro rapporti con la religione, Bpeelalmcnte quando
rincontro o l’intreccio fortuito degli avvenimenti della vita umana portano a
conflitti di doveri di non facile soluzione. -in senso peggiorativo, s’usa per
indicaro distinzioni sottili o abili con cui si vuol giustificare un atto che
spesso la inoralo non approva. Caso (gr. ’M/tj, slitapirivi)) (fn generale): si
dico elio un fatto è dovuto al caso, quando è fortuito, inaspettato o so ne
ignorano le causo. ( Hlos .): già Aristotele intorpreta il caso corno un
avvenimento dovuto al fatto che due o più serie di fenomeni s’incontrano in un
punto in maniera imprevedibile, o dà l’esempio dello scavatore che trova un
tesoro. in senso più comprensivo il caso si ha ciuando una modificazione
insensibile e impercettibile nello cause d’un avvenimento produce una
modificazione nell’effetto; p. e. il ritardo d’un attimo di un fatto qualsiasi
può produrre o far evitare un accidente gravissimo per lo sue conseguenze.
Catalettica (fantasia) (gr. cpavvaota y.xTaXvjTTTixr,, lat. risum impressum
e//ictumque: t ic.): è per gli Stoici una rappresentazione che ei si presenta,
con tale evidenza (èvàpysia) o forza, riproducendo lutto le qualità
dell’oggetto. elio ci afferra (y.aTaXa|j.[ 3 àvet) o ci costringe ad
accoglierla come vera. 10 il fondamento del criterio stoico di verità. Catarsi
(gr. xdt&apot Q, da xaDmpio = purifico) (Hlos.): per Platonf., come più
tardi per Plotino, consisto « nel separar-, e rimovore (ytopi) quanto più è
possibile l’anima dal corpo c assuefarla a raccogliersi in só medesima,
rimanere sola, sciolta dai vincoli del senso > (Fedone). La catarsi ha por
fine di preparare l'anima allo più olevate attività spirituali. Per i Neo pi,
atonici è un avviamento alla mistica, aH’unione con Dio. (estetica): Aristotele
parla d’una calarsi traffica, che sarebbe l’effetto prodotto dalla tragedia
sopra gli uditori: raziono tragica, suscitando la compassione e il terrore,
compio la funziono di purificare da tali sentimenti l'animo dello spettatore,
sollevandolo dalle angustie dolln vita quotidiana. (psicol.): nella psicanalisi
la catarsi consiste nel richiamare un’idea o un ricordo, che, represso, produce
perturbazioni fisiche e psichiche, mentre, conosciuto e chiarito, diviene
innocuo. Categoria (gr. xanj-fopta, da xccrv)yopEtv = affermare; lai.
praedicament avi : Boezio) (logica): per Aristotele le categorie sono lo
affermazioni, i predicati più generali delle cose, le differenti classi di
predicati che si possono affermare d’un oggetto qualsiasi, c quindi 1 sommi
generi del reale (xanjYOptòcl toO Svuoi;); ne distingue dicci, traendole,
forse, dallo parti del discorso: sostanza, qualità, quantità, relazione, luoao,
tempo, situazione, avere, lare, patire. -per Kant le categorie sono le /orme a
priori del conoscere, con le quali l'intelletto unisco il molteplice offerto
dalVintuizione sensibile: c cioè I fenomeni che il senso percepisce slegati,
isolati, sono dall 'intelletto collegati in una sintesi per mezzo delle
categorie: p. e. gli organi di senso percepiscono duo fono meni isolati, il
calore e la dilatazione d'un corpo; l’inteUetto li unifica con la categoria di
causa : il coloro ò causo della dilatazione. lCont. enumera dodici categorie:
tre della quantità (unità, pluralità, totalità), tro dello qualità {realtà,
negazione-, limitazione), tro dello relazione ( sostanza, causa, reciprocità
(iasione), tro della modalità (possibilità, esistenza, necessità).
-Schopenhauer ammette la sola categoria di causa: il mondo come semplice
rappresentazione è una molteplicità di fenomeni disposta nello spazio e nel
tempo, ordinata o pensata secondo il principio di causa. -per Rosmini la
categoria unico e suprema è l'idea dell’essere in universale, cioè di quella
vj(n?= il sentire) (psicol.): designa il complesso delle sensazioni provenienti
dagli organi interni del corpo, lo stato psichico totale risultante dall’azione
simultanea e complessiva dolio impressioni interne. Certezza (opposto: dubbio )
(jwricoZ.): è lo stato dello spirito intimamente persuaso di possedere la
verità, o por via immediata, dovuta all 'evidenza, o per dimostrazione, o anche
per fede; iu questo terzo caso s'accost-’. olla credenza (V. credenza).
Cinestetiche 23 Compositivo _ (logica): è il carattere di ciò che non lascia
aperta alcuna via al dubbio ed è dovuto al fatto che i principi! logici sono
osservati. Cinestetiche (sensazioni) (dal gr. xtvéo>= muovo, atat>r,a'.;
= sensazione) ( psicol.): sono le sensazioni che provengono dai movimenti degli
organi corporei. Circolo vizioso = vedi diallelo. CI inamen (è la traduzione,
luereziana del greco exxXtai:, da èxxXivetv = devìai-e, declinare) (filos.):
Emerito ammette che gli atomi, invece di cadere dall’alto al basso in linea
retta (ché in tal caso non potrebbero incontrarsi, né, quindi, formare i mondi
c i corpi composti). subiscono, per un Impulso interiore, una deviazione dalia
linea verticale (che è appunto il clinamcn), la quale ne tende possibile
l'urto. Por tale tendenza spontanea la necessità meccanica cedo nell'uomo il
posto ulla volontà libero, essendo anche l'anima formata di atomi. Cogito ergo
sum (8 . Tojimaso). Contingentismo o filosofia della contingenza (filos.):
servo a designare il complesso dello dottrino che nella spiegazione
dell’universo assegnano ima parto più o meno grande alia contini gema. _ BoCTROOX
ha dato particolare rilievo a questa dot1 trina; egli pensa infatti che a mano
a Contraddittorio 26 Cosa in sè mano che si sale dalle formo Inferiori degli
esseri alle forme superiori, dalla chimica alla biologia o da questa alla
psicologia, si introducono nuovi modi di realtà (la qualità, la rtta, la
coscienza, l’auto-coscienza), In cui il ferreo con catcnamento di causa od
effetto ohe si osserva nel mondo tìsico si viene atte nuando, fino a scomparire
nella libertà spirituale umana; perciò la vita del ponsiero è una novità
continua, In cui il nuovo non si può spiegare col vecchio. Il superiore con
l’Inferiore, perché contiene qualcosa di più e di nuovo (contingente), che
nella realtà inferiore non c'era. Contraddittorio (logica): due giudizi, due
concetti dloonsl contraddittoril, quando l'affermazione del primo irnpllI ca la
negazione del secondo ; ò contraddittoria anche una proposizione in cui il
predicato affermi una qualità o modo di essere opposta a quella espressa dal
soggetto. Contraddizione (logica): il principili di contraddizione ò cosi
formnlnto da Aristotele: «due giudizi, dei quali l’uno nega quello stesso che
l’altro afforma (A è B, A non è B), non possono essere veri nel medesimo tempo
e otto il medesimo rispetto, poiché non ò possibile ammettere che alcuno pensi
cho la stessa cosa sia o non sla» (àSuvavOV Ù7TOAaupàvetv vaùv&v elvat xal
(xv) elvoci). -Leibniz lm dato di questo principio una formula più semplice: «A
non ò non A», cioè un giudizioò falBO quando ' soggetto e predicato si contraddicono.
(filos.): Hegel pone la contraddiziono nel cuore della realtà vera, ossia nel
pensiero: ogni idea contiene in sé la sua negazione, ciò' un’idea opposta che
spinge a un nuovo concetto più alto comprendente e conciliante in sé i due
primi : il primo concetto ò la tesi, il secondo ’ antitesi, il erzo la sintesi.
Quest'ultimo subisce lo stesso destino, c cosi il movimento dello spirito i
recede sempre più oltre, finché tutta la realtà è trasformata in puro ponsiero,
in una « reto di concetti »: l’attività pensante diviene processo cosmico, che
abbraccia tutte lo cose e tutte da sé lo produce (V. coincidcntia oppositorum).
Contradictio in adiecto (logica): è la contraddizione fra un termino e ciò che
vi si aggiunge ( adiectum ), aggettivo o sostantivo; p. e.: legno ferreo.
Contrario (logica): sono contrarie due proposizioni opposte e universali, l'una
affermativa e l'altra negativa; p. e.: 1 ogni uomo è mortale ; nessun uomo ò
mortale » ; sono contrari due concetti, quando l’aiiermazione dell’uno implica
la negazione dell'altro; p. e.: bianco, non bianco. Contrattualismo (diritto):
è la teoria dell’origine contrattuale dello Stato, che ebbe la sua forma più
perfetta e famosa nel Contratto sociale di G. G. Rousseau ( 1762). Il principio
è: lo Stato si fonda sulla volontà individuale dei consociati, i quali l’hanno
costituito per mezzo di un contratto. Se si pensa con I’Hobbes che, nel dar
vita allo Stato, l’Individuo rinunzia a ogni suo diritto, si ha il governo
dispotico, so con Locke si stabilisce ina rapporto bilaterale fra individuo e
Stato, si ha il governo liberale ; so col Rousseau si considera innlicnaliilo
ogni diritto individuale, cosicché i singoli, riuniti in assemblea, possono,
con un semplice atto di volontà, far tabula rasa d’ogni governo e magistrato
esistente, si ha il governo radicale. Corpo (filos,): per Cartesio e Spinoza ò
corpo ciò che ha estensione o moto, il quale non è altro che una successione di
luoghi occupati da un corpo nell’estensione; per Berkeley o Hume, negata resistenza
della materia, il corpo è un complesso di idee o sensazioni associate. Corsi e
ricorsi (filos.): è la legge universale che per il Vico regge la vita dei
popoli e rispecchia le fasi di sviluppo dello spirito individuale: il senso, la
fantasia, la mente pura, corrispondenti, nella vita pratica, alla passione
ferina, alla soggezione a una legge di forza e arbitrio, alla libera osservanza
dei dettami della ragione. Cosi ogni popolo trascorrenecessariamente dalla
violenza dolio stato ferino alla vita civile, e, in conformità dell'eterna
natura umana, dove ripercorrere il suo corso, ricadere, per un processo
degenerativo, nel senso o nella violenza, e dalla barbarle riprenderò il moto
ascensivo, iniziare 11 ricorso. Vico trasse questa sua dottrina dalle indagini
sulla storia di Roma, generalizzata e integrata, qua e là, con quella di
Grecia. Cosa in sè (opposto: fenomeno): esprime il carattere dello coso
considerate por sé, fuori dei soggetto che le conosce, o in maniera da questo
indipendente. per Kant è il quid inconoscibile che si cela dietro ai fenomeni e
no è il fondamento; è posta fuori del tempo e dello spazio, non vi si possono
appi!-Cose e persone 27 Creazione care lo categorie, valido solo poi fenomeni.
Schopenhauer vedo la cosa in so nella volontà metafisica, fondamento ultimo o
immanente del divenire cosmico: volontà ili vivere, for/.a cieca, inconscia,
elio « si accendo ima lampada noi corvello umano », cioè si fa consapevole solo
nell’uomo. --corno concetto limite la cosa in sé stabilisco, per Kant, il
confine fra il conoscibile o l incomiscibile £ è ciò che ó al di là
dell’esperienza, oggetto di una intuizione non sensibile, ma solo
intellettuale, elio è negata all’uomo. Cose o persone (morale): per Kant lo
cose sono mezzi, oggetti per i nostri bisogni (in linguaggio economico: beni
materiali ); lo persouo sono non mezzi ma /ini in si, hanno un valore assoluto
che si misura non dall’uso oho so ne può fare, corno avviono delle cose, ma dal
rispetto che si deve all’esscro ragionevole. in ciò che ha di intimo o
inviolabile. Coscienza (lat. conscirc = sapere insieme, detto di più persone
che conoscono le stesse cose; gr. erjvei8r, = giudico, esamino): in generale
consiste nel sottoporre ad esame un principio, un’asserzione, un fatto, per
stabilirne il grado di credibilità o il valore prima di accoglierli come veri;
cosi avviene, p. e., nella critica storica. -per Kant ò una ricerca intorno
alla ragione umana in tutto le sfere della sua attività (nel conoscere,
nelPoperare moralmente, nel sentimento del bello). La critica tende a separare
ciò che allo spirito umano proviene passivamente Criticismo 29 Deismo dal mondo
esterno, ossia ciò che ò empirico, a poste riori, e che Kant denomina materia,
da ciò che ù un’attività oiternaria della stessa ragione, ossia da ciò che ò
puro, a priori, o che vien detto forma. Cosi nel conoscere sono a priori le
intuizioni dello spazio o del tempo e lo categorie; nella condotta morale la
leggo morale non deriva dall’esperienza ma è un fatto della ragione, è pura
forma; nel giudizio estetico l’essenziale non è la realtà empirica dell’oggetto
che si dice bello, ma la rappresentazione, cioè un’attività dello spirito.
Infine, per spiegare certe produzioni della natura, non spiegabili col
meccanismo, si ricorro alla finalità Interna, cioè si afferma che nella natura
l’idea del tutto ò In ragiono dell’esistenza e dell’accordo delle parti, corno
avviene negli esseri viventi, nei quali la natura s’organizza grazio a un’arte
tutta intcriore, non per una causa esterna, qual è quella, ad es., che agisce
in un orologio. Criticismo (filo»-)' ò la dottrina di Kant o della sua scuola,
fondata su questi principi!: a) lo spirito umano impone ai fenomeni le sue
forme, le sue attività costitutive, vaio a dire le intuizioni puro dello spazio
e del tempo c le categorie; b) lo categorie, cioè i concetti puri
dell’intelletto, non possono applicarsi a oggetti posti fuori dell'esperienza
(l’anima, il mondo, Dio); l’uomo conosce solo fenomeni e l’assoluto gli sfugge.
Cruciale (dal lat. crux = croce, come segno indicatore della via da prendere)
(logica): per Bacone instantiac crucis (fatti cruciali) sono le esperienze
risolutive che decidono fra due ipotesi contrarie. D Darwinismo; è la dottrina
di C. Darwin che, accolto il principio della variabilità dello specie animali,
vugl spiegarlo mediante: la lotta per l esistenza che dà la vittoria ai meglio
adatti; l’ambiente elio crea modificazioni organiche o qualità; 3) 1
ereditarietà, per cui i caratteri acquisiti dall’individuo si fissano nella
specie, e si accrescono grazie anche alla correlazione di sviluppo, per cui i
mutamenti In una parto del corpo determinano mutamenti anche nelle altre parti.
Dato (s’oppone a ciò che ò costruito, elaborato, dedotto) ( filos .): designai
principi! generali, le condizioni, i fatti che sono una premessa necessaria per
rispondere a una questione o risolvere un problema. Deduzione (opposto:
induzione) (logica): è il procedimento logico che va daH’universale al
particolare, dai principi! allo conseguenze, o anche da una o più proposizioni
a una o più altre proposizioni,come necessarie conseguenze. (.'osi nella fisica
da una legge ottenuta per via Induttiva si possono dedurre altre leggi
subordinate o applicazioni di essa; CARTESIO, dalla proposizione: « Dio ò un
essere verace », trae quest'altra: «egli non può ingannarci quando ci fa
credere all’esistenza reale d’un mondo esterno ». La forma tipica della
deduzione ò data dal sillogismo aristotelico. Vedi Sillogismo. Deduzione
trascendentale (filos.): ò per Kant il procedimento che ricerca se le categorie
possono applicarsi ai fenomeni, so sono la condiziono necessaria e sufficente
dell'esperienza. La soluzione ò data dall 'immaginazione creatrice, « funziono
cieca dell’anima ma indispensabile », facoltà Intermediarla fra la sensibilità
e l’intelletto, per la quale l’io si realizza, entra in rapporto con la
molteplicità delle cose sensibili, le unifica, dando l’oggettività alle leggi
della natura; quindi non solo cogito ergo sam, ma anche cogito, ergo rea sunt
(v. schema). Definizione (logica): ha per fine di determinare l’essenza d'una
cosa, d'un’idea, enumerandone lo note essenziali. La Scolastica dice: definitio
fit per genus proximum et per differcntiam specif icam, intendendo per genere
prossimo la classe di cui una cosa è parte, e per differenza specifica i
caratteri propri! della cosa stessa: p. es., definendo l’uomo un mammifero
bimane, il termine mammifero ò il genere prossimo, il termino bimane la
differenza specifica. Degnità: tormino usato dal Vico nella Scienza nuova ;
equi vaio ad assioma, (gr. à^o>|Aa, da (z^ioc degno) e sorve a indicare le
idee fondamentali intorno alla fantasia, all’intelletto, al mito, alla
religione ecc. Deismo: è l’idea della divinità ottenuta per opera della sola
ragione, senza l’ausilio della fede rivelata e dei dogmi, e resistenza. Questa
concezione domina soprattutto nell'ILLUMINISMO (sec. XVII e XVIII): è pure la
religione del Mazzini. Demiurgo (gr. SmuoopYÓG, da = popolo e rad. épy = opero,
lavoro; quindi: chi lavora pel pubblico, artefice); ( filo8 .): con questo nome
vicn designato nel Timeo di Platone il dio artefice dell'universo, che plasma
il cosmo dando forma all’informe, regola c ordine a ciò che ò senza regola o
ordine, tenendo l’occhio fisso alle idee, come a modelli perfetti ed eterni di
tutte le cose. Il cosmos, opera del demiurgo, è por Platone un essere vivente,
fornito di ciò che v’ò di più nobile ed essenziale in un essere vivente,
l'amma, che ò poi l’anima del viondo. Democrazia (gr. $7)(jtoxpaT(a = potere
del popolo) (filos.): per Platonf. ò il governo dei molti (ol 770 XX 0 O,
avente per fine la libertà, la quale può, per eccessivo desiderio
d’uguaglianza, degenerare facilmente in anarchia e tirannide. -Aristotele,
nella sua celebro teoria delle forme di governo, considera le forme pure, cioè
quelle che hanno por fine d’attuare la giustizia, o sono la monarcàia,
Varistocrazia, la democrazia (secondoché governa uno solo, una minoranza o la
generalità dei cittadini). A queste corrispondono tre formo corrotte: la
tirannide, 1 Oligarchia, la demagogia, quando il governo ò esercitato a Bolo beneficio
di chi lo tiene. -oggi è la forma di governo in cui la sovranità risiede nella
volontà popolare, intesa come l’espressione della maggioranza numerica dei
cittadini riuniti in assemblea (Rousseau). Demone (gr. Sat(jL6>v) {filos.):
è un segno o uno spirito o, meglio, una voce ammonitrice, cosa al tutto intima
e personale di Socrate, non una personificazione divina: « è come una voce che
io ho in me fin da fanciullo, la quale ogni volta che mi si fa sentire, sempre
mi dissuade da cosa che io sia per fare, e non mai ad alcuna mi persuade; è
questa che mi vieta d’occuparnii delle cose dello Stato e mi pare faccia
ottimamente a vietarmelo ». Questo Satjj.6vióv ti è dunque un segno
personalissimo, come ognuno In certi casi e momenti della vita può sperimentare
più o meno sensibilmente per conto proprio (Valgimigli). Deontologia, tò Séov =
il dovere, e Xóyogica, è la divisione d’un concetto in due concetti
generalmente contrarii, o anche la classificazione d’un genere in due specie
che ne esprimono tutto il contenuto; p. o. gli animali in vertebrati o
invertebrati. Dictum de omni et nullo (Zotica): esprime la nozione che tutto
ciò che è affermato o negato d’un genero ò puro affermato o negato delle specie
o degli individui contenuti nel genere. Differenza (metodo di ) (logica): ò il
secondo del metodi dello Stuart Mill per la ricerca della causa. La formula è:
se un caso nel quale il fenomeno si verifica e un caso nel qualo non si
verifica hanno in comune tutte lo circostanze meno una, che si presenta nel
primo caso e non nel secondo, questa è la causa del fenomeno : p. e. la causa
per cui la colonna del mercurio s'innalza nel barometro si può ricercare
facendo II vuoto; ossia: sopprimendo la pressione atmosferica, mentre tutto I
lo altre circostanze restano immutate, e vedendo il mercurio scendere, si
concludo elio la causa ricercata è il peso dell’aria. SI riconnetto alla tabula
ab sentine di Bacone. Gli altri metodi dello Stuart Mlll sono: di concordanza,
delle variazioni concomitanti, dei residui (v. questi termini). Differenza
specifica: v. definizione . Dignità (in generale): ò il sentimento di rispetto
che l’uomo deve avere verso se stesso, come essere ragionevole. (morale): in
opposizione a prezzo, per Kant esprime il valore assoluto dell’essero ragionevole,
come fine in sé. Dilemma (gr. SiaXap^àvco = prendo da due parti) (logica): è un
sillogismo composto, che pone due alternative, dalle quali vien tratta una
conclusione identica, in modo da non lasciare una via d’uscita; p. e.; contro
la tortura: « o il torturato è forte tanto da sopportare I tormenti, e dirà
quel eli© vuole; o è debole da non poter resistere, e dirà quel che vogliono i
giudici: in ambedue i casi la tortura non conduce alla verità ». Dinamico e
dinamismo (dal gr. Suva(Xi£= forza; opposto: meccanico o meccanismo) (filos):
si applicano tali denominazioni a quello dottrine che vedono nella forza o neW
energia l’essenza dell’universo; forza che agisco non dall’esterno ma
dall’intorno, con spontaneità e attività trasformatrice o creatrice incessante,
quindi irriducibile alle leggi meccaniche. Lo teorio dinamiche pongono il tutto
prima delle parti, ciò che è vivente prima di ciò che è privo di vita, ciò che
ò superiore atto a spiegare ciò che è inferiore. In opposizione a statico si
usa a Indicare ciò che si trasforma, si sviluppa, diviene senza tregua. Dio;
GII aspetti e i significati principali di questo termino complesso e oscuro nel
suo sviluppo storico si possono cosi riassumere : a) nelle religioni piii
antiche l’Idea di Dio sembra sorgere da un antropomorfismo spontaneo, cioè si
concepisce Dio sul modello dell’Uomo, sia che si colleghi con la fede nella
sopravvivenza dei morti c col culto degli avi, sia che lo si pensi come il
simbolo del gruppo sociale; si oscilla fra l’idea di Dio pensato come una
forza, e l’idea di Dio concepito come Un essere più o meno personale ; b) per
l’azione del pensiero filosofico e scientifico Dio è pensato come l’unità
essenziale di tutti gli elementi dell’universo: unità della sostanza prima,
come nei Presocratici; idea dell’essere puro, come in Piatone o in Aristotele;
superiore a tutte le categorie logiche e ad ogni idea di persona, ineffabile,
come in Plotino; costituente la realtà essenziale del mondo, col quale si
identifica, come nel panteismo (v. panteismo). Dio essere morale, giusto e
buono, rispondente all’esigenza che ha l’uomo di credere al valore della
propria azione. Dio 33 Discorsivo e discorso a un essere che sia garante dei
nostri fini più alti, cioè dei valori spirituali. -Tra gli altri, 11 francese
M. Blondel vede nell’idea di Dio tre aspetti, ciascuno dei quali tendo a
predominare In tempi e mentalità diverse: il Dio del* TAntico Testamento, il
rigido dominatore che riferisce tutto a sé. oggetto di rispetto e, più, di
timore;è) il Dio intelligenza o tutto chiarezza e verità, dovuto alla
tradizione ellenica; c) il Deus charitas, tutto amore per le creature, il Dio
Cristiano. Dio (prove dell’esistenza di ) ( filos .); "Te* principali
sono: 1. la prova cosmologica, cho dall’esisten/.a del mondo, cioè del
condizionato, del contingente o doll’imperfotto, conchiude all’esistenza d’una
causa prima, d’un incondizionato, necessario o 1 l>erfetto. Cosi per
Aristotele Dio, spirito puro, è la causa prima d’ogni movimento, è primo motore
immobile ( 7TpcoTOV x.ivoOv àx(vT)TOV); è seguito dalla Scolastica (S. Tommaso
ecc.). Oppone Kant cho dal fatto ohe noi affermiamo una causalità nel inondo
dei fenomeni, non si può logicamente de| durre ohe v’è una causalità del mondo
fuori del mondo, dato cho essa è al di fuori del
campodellanostraesperienzaempirica, alla quulo soltanto può la nostia monto
applicare la categoria di causa. 2. prova ontologica, eho dall'idea di Dio,
come dell'essere più perfetto, deduce la sua esistenza, giacché un essere
soltanto pensato, ma non esistente, non sarebbe l’essere perfetto; è concepita
da S. Anselmo, respinta da S. Tommaso, seguita da Cartesio, Spinoza, Leibniz,
Hegel, occ. Kant nega che nel concetto d’una cosa sia contenuta Tesistonza
corno nota essenziale: cento talleri reali non contengono più noto essenziali
di conto talleri pensati. Ma, osserva Hegel, conto talleri non sono un
concetto, e tanto mono paragonabili con l’idea di Dio; in questa resistenza è
implicita, non come un'idea cho s’aggiunge a un’altra idea eterogenea: l’idea
di Dio e 1'osistenza coincidono, come dove avvenire nel più alto principio cui
possa giungere la filosofia; 3. prova teleologica o fisico-teologica: le cose
della natura non solo rivelano ordine o regolarità, inspiegabili con la nozione
di causa, ma formano un sistema. convergono verso un’unità suprema, come a un
fine ultimo ; donde la necessità d’ammettere l’esistenza d’un essere cho pone e
attua i fini manifestantisi nella vita della natura. È sostenuta da Socrate,
Platone, Aristotele, dalla Scolastica occ. Kant fa osservare che, pur
ammettendo essere lo opere della natura paragonabili a quello d’un artista, si
giungo solo a un Dio artefice ordinatore della materia, non a un Dio creatore;
per passare dalla considcraziono d’un ordino nel mondo all’eslstcuza d’un
essere necessario o perfetto, bisogna far ricorso alla prova cosmofogica e
ontologica, lo quali vanno inoontro egli dice ud altre obbiezioni non meno
gravi (v. sopra); 4. prova morale o etico-teologica, che dall'esistenza della
legge morale in noi trae la prova dell’esistenza di Dio fuori di noi. Kant, per
accordare l’idea doV dovere con la felicità, ammette un pr cf grosso indefinito
verso la santità, cioè verso la virtù perfetta che esigo la soppressione della
sensibilità; na ciò è possibile solo se la nostra personalità persiste, ossia
so ò immortale, grazie nH’uziouo sul mondo d’un essere in cni l'unione della
santità o della felicità è attuata. Però questa prova non consento la
conoscenza metafisica d’una sostanza divina, ma solo una credenza razionale,
che s’accorda col risultati della Critica della ragion pura. Hegel oppone cho
Kant, appoggiando la prova dell* esistenza di Dio alia credenza monile,
presuppone implicita ncll'idqa di Dio 1 ’esistcnza; cade perciò in una gravo
eoutraddizione, perché lia prima condannato tale identità, che ò il fondamento
della prova ontologica, da lui respinta. Discontinuo (opposto: continuo) (/
posizione scompare. Dogma (gr. Sóyfxoc, da Soxéco: opinione. decreto) (relig.):
esprimo il decreto d’un concilio, un principio religioso considerato verità
inoppugnabile. (filos.): designa comunemente un principio piii affermato che
provato, o anche imposto da un’autorità o accolto senza esame critico.
Dogmatismo (opposto: scetticismo) ( filos.): Kant chiama dogmatici i filosofi
cho fanno uso di principii o di concetti senza ricercare per quale via e con
che diritto si pervenga ad affermarli, ossia senza una critica preventiva del
nostro potere di conoscere. Dolore ( psicnl .): ò uno stato affettivo
indefinibile per la sua semplicità, che si presenta come dolore fisico, cioè come
sensazione penosa più o meno localizzata, o come dolore morale (v. piacere),
(filos.): il dolore è considerato dai Greci corno un ostacolo alla felicità cui
l’uomo aspira naturalmente, come qualche cosa di ostile cho dovessero eliminato
con ogni mezzo; mentre il Cristianesimo ha sublimato il doloro, che diviene
mezzo di purificazione e di elevazione morale, soprattutto per l'azione
dell'esempio di Gesù, che, assumendo corpo mortalo, ne ha preso tutto le
infermità, è stato vinto, deprezzato, umiliato o ha subito il supplizio dello
schiavo. Doppia verità (/ito.): ò la dottrina introdotta da Averrok, secondo la
quale può essere vero nella filosofia ciò elio è ritenuto falso ed errato nella
religione, e inversamente; donde nna scissione interiore dello spirito. Dovere
(morale): in senso concreto è una norma determinata di condotta,
un'obbligazione ben definita: p. e. i doveri verso la famiglia, la patria. in
senso generale e astratto è l’obbligazione morale, considerata separatamente
dal suo contenuto, ima legge, un comando, cui si deve obbedire. per Kant
consiste ueirobbodiro a un comando, a un imperativo categorico, valido
incondizionatamente por ogni essere ragionevole, che si può, ma non si deve
trasgredire. Dualismo (opposto: monismo) (relig .): applicato per la prima
volta da Hyde per designare un sistema religioso in cui a un principio buono
s’oppone un principio cattivo, l’uno e l’altro eterni e in eterno contrasto fra
loro, come nella religione di Zoroastro. (filos.): si applica alle dottrino che
ricorrono a due principii opposti e irriducibili por spiegare l’universo o
quindi Ri presenta, anzitutto, come dualismo cosmico: in Platone fra la
materia, oscura, ostile, causa del perpetuo cangiamento e del perenne fluire di
tutte le cose, c lo spirito, il mondo delle idee, essenze eterne, fuori del
nostro pensiero, sostegno del mondo reale; in Aristotele fra la materia, docile
alle esigenze dello spirito, plasmabile, o la forma, l’idea che s’inserisce
nella materia, la, plasma e la perfeziona; in Cartesio fra la res cogitans, lo
spirito, e la res extcnsa, la materia; in Kant fra il mondo dello cose in sé,
inconoscibile, e il mondo dei fenomeni., aporto alla nostra conoscenza. dal
dualismo cosmico discende un dualismo conoscitivo, che fissa e scinde duo formo
di conoscenza, derivanti da due facoltà dello spirito, il senso e la Dualità 35
Edonismo ragione, donde la conoscenza sensibile o la razionale, e il loro
opposto valore. -o’è un dualismo morale, che dori va dal contrasto fra senso e
ragione, cioè fra il piacere e l'utile da una parte, posti a fondamento della
morule dell’edonismo di Aiustippo di Cirene, di Epicuro e del moderno
utilitarismo, e l'attività razionate dall'altra, caratterizzata dal
disinteresse verso i boni sensibili e dall'obbedienza allo norme dettate dalla
ragione, come nell’cticn di Platone e di Kant. Dualità: il Gioberti dà a questo
termino un senso più generale che a dualismo: Ogni ordino di conoscibili, egli
dice, ci si manifesta come una dualità, che è quanto dire che non possiamo
ponsare un oggetto, senza che la cognizione di esso importi quella d’un oggetto
congiunto e correlativo. Cosi l'idea di Dio inchiude quella dell'universo, il
concetto dell'universo comprendo quella di Dio; essa si reitera in una
successione indefinita, fino all’ultima specie materiale, e risplendo in tutti
gli ordini della natura ». Dubbio (in generale): stato di Incertezza, di
indecisione, in cui viene a trovarsi 10 spirito per la difficoltà grave, o
anche Insormontabile, di giungere a un’afferinaziono conclusiva. (filos.): si
distingue un dubbio metodico, cho consiste nel sospendere provvisoriamente il
giudizio Intorno al valore d’un'Idea, d'una teoria, o anche della scienza
(Cartesio), finché la ricerca non giunga a conclusioni sicure o a un principio
certo; e un dubbio scettico, cho consiste nel pensare che né 11 senso né la
ragiono siano capaci di cogliere la verità, la realtà vera delle cose, e cho
l’uomo perciò apprenda solo apparenze. Durata ( filos .): pel francese E.
Bergson 6, non il tempo matematico, quantitativo, concepito come una serie
discontinua di momenti eguali, a somiglianzà dei punti d’una linea geometrica,
ma il tempo vissuto, che sentiamo fluire nella coscienza, una successione
continua di processi qualitativi., di esperienze spirituali, cho si compenetrano,
si fondono in uno sviluppo continuo, imprevedibile, libero, passano l’una
nell'altra come una corrente intcriore, ininterrotta, a guisa d’un fiume che
trascini seco tutto le sue acque, cosicché il passato vivo nel presente e l'uno
e l'altro si prolungano nel futuro, costituendo la vita profonda dello spirito,
mascherata e deformata per lo più dalle abitudini meccaniche. Da durata vione
colta nella sua purezza e semplicità dall’intuizione (vedi questo termine) per
via immediata, cho perù esige preparazione o sforzo. E Ecceità (lat. scol.
haecceitas, da haecce res, che traduce l’aristotelico rò róSe ti = questa cosa
qui) (filos.): termino coniato da Duns Scoto per designare il principium
individuationis, cioè i caratteri che distinguono un individuo da un altro e
dei quali il più importante, ultima realitas, è la volontà. Il principio
ildl’liaecceitas è perciò collegato ad una tendenza volontaristica (v.
volontarismo) in contrasto con l'inlcUettualismo (V. questo termine) di S.
Tommaso. Eclettismo (dai gr. èy.)dfsiv = scegliere) (filos.): in senso largo
consiste nella tendenza a cogliere in tutte le filosofie le affermazioni
positive (considerando che ogni sistema filosofico è falso in ciò che nega,
vero in ciò che afferma), lo verità che l'esperienza dei secoli ha consacrate,
a conciliarle o comporlo In una dottrina armonica o coerente, che sia quasi il
credo filosofico del genere umano. Eclettica è, ad cs., la dottrina di
Cicerone. in senso più preciso, eclettismo è la conciliazione di tesi diverso o
anello contrarie, che si raggiungo subordinando quelle tesi a un principio
superiore: p. e. Victor Cocsin, capo della Scuola eclettica francese,
s’appoggia al fatto che in ogni uomo esisto un senso del vero, il quale
contiene allo stato latente le verità filosofiche eterno cho si discoprono
interrogando la coscienza e ricorrendo alla riflessione; la ragione è come una
luce cho illumina l’anima umana, una specie di rivelazione universale.
Economica (teoria) della conoscenza: v. teoria economica della conoscenza.
Edonismo (dal gr. Y;Sovvj = piacere) (filos.): comprende lo dottrine che
pongono come principio unico della morale il piacere, che e il bene più alto,
mentre il suo opposto, il doloro, è da evitare come un male; in senso rigoroso
si applica alla dottrina di Aiustippo di Cirene, meno propriamente
all’epicureismo e all'utilitarismo di Bentham e di G. Stuart Mii.l
(quest’ultimo Effetto 30 Empirico stabilisco tra i piaceri differenze
qualitative, distinguendo piaceri più o meno elevati, mentre Aristippo, come
poi Bentham, prendo come misura delle cose l’intensità dei piaceri). La calma
dello spirito, l 'atarassia di Epicuro o la ricerca doU'utilc sociale dello
Stuart MII 1, che arriva lino al sacrificio di sé pel fieno comune, sono perciò
molto lontani dall'edonismo vero e proprio. Effetto = vedi causa. Efficente
(dal lat. eflicere = produrre, gr. 7 toi 7 )Tiy. 6 v = efficiens, Ciò,)
(lilos.): in senso generale si applica alla causa intesa nella sua piena
ostensione. in senso piti ristretto: è il terzo significato dato da Aristotele
al termino causa, cioè quella « donde è il principio del movimento » ( oi>£v
7 ) àp /.')) tt)S xiVYjfTEtoq): è la causa motrice. Egocentrismo (lilos.):
letteralmento consiste nel fare del proprio io il centro doll’tiniverso, ossia
nel riferirò tutte lo coso al proprio io, che divieue il centro del piccolo
mondo elio ci sta intorno o poi anche del cosmo in generale; quindi, in un
linguaggio più rigoroso, consiste ncU'identideare i valori personalI coi valori
del mondo circostante o i valori del mondo circostante col mondo del valori in
generalo. Egoismo (opposto: altruismo) (psicol.): è l’amore di se stesso, la
tendenza naturale a protessero la propria esistenza e i propril fieni;
«l'istinto fondamentale nell’uomo come nell'animale èl'egoismo, cioè l’impulso
a vivere e a ben vivere « (Schopenhauer). (morale)-. 6 la tendenza a
subordinare il beno e le esigenze altrui al fieno e alle esigenze proprie e ad
applicare questo principio come criterio per giudicare gli atti altrui e i proprii.
-(metafisica)-, l’egoismo metafìsico corrisponde a solipsismo, che è vocabolo
più usato, o sta nel considerare l’esistenza degli altri esseri come illusoria
o dubbia: soltanto il mondo della mia coscienza esiste o l’affermazione d’nna
realtà fuori della mia coscienza è contraddittoria. (Per Schopenhauer ehi la
pensa cosi non ha bisogno d’essere confutato, ma solo d’iuta cura medica).
Egotismo (in generale)-. 6 la coltura esclusiva delVio, della propria
personalità, l’educazione raffinata dei sentimenti egoistici, con tendenza
estetica o creduta tale. Eidetico (gr. el&oq, tema i§, da cui vedere, idea)
(psicol.): b! dice eidetica la tendenza, frequente nei fanciulli, a richiamare
t ricordi recenti sotto forma di immagini visive, dette anche eidetiche, o a proiettarle
all’esterno. (lilos.): nella Fenomenologia di Husserl, filosofo tedesco
contemporaneo, l’aggettivo eidetico si riferisco all'essmza ideale, alla forma
o idea nel senso platonico-aristotelico, o si oppone a empirico: le essenze
pure, oggetto dello scienze eidetiche, sono strutture universali,
extratemporali, indipendenti dai fatti empirici. Elemento: in generale gli
elementi sono lo parti semplici cho compongono i corpi e in cui questi si
possono risolvere. Acqua, aria, terra e fuoco erano 1 quattro elementi di cui
si credeva composta la materia (Empedocle). Dieonsi elementi aueho i primi
rudimenti delle arti o delle scienze. Emanazione (dal lat. emanare = scorrere
fuoji; opposto: creazione) (lilos.): esprime il processo, affermato dagli
Gnostici c dai Nkoplatonky, mediante il qualo la molteplicità delle cose, sia
materiali, sia spirituali, cho forma l’universo, si svolge, esco fuori
dall’essere uno cho no costituisce il principio, senza cho vi sia discontinuità
in questo sviluppo, vi sia o no diminuzione dell’Essere uno in tale operazione.
Il Cesano distingue due sensi di questo termine: imanatio in divini» duple»
est, una genrratin, altera per nwdum ro- l untali», introducendo cosi
nellYaumazione l’opera della volontà, che è propria della creazione, della
generatili. Eminentiae via (lilos.): è una dello provo dell’esistenza di Pio,
comune nella Scolastica: « Le cose belle della terra sono il segno rivelatore
della bellezza più alta, le coso pure della purezza perfetta, le cose elevato
della più elevata (pulchra puìeherrimum, sublimili alti»simum, pura purisstmum
ostendunt). Emozione (lat. emoveo = pongo in movimento, scuoto) (psicol.): in
generale s’appllea ad ogni stato affettivo o sentimentale. in senso stretto
s’applien agli siati affettivi, reazioni d’ima certa Intensità, d’apparizione
brusca, spontanea, e di breve durata, a costituire i quali concorrono stati di
piacere o di dolore accompagnati o seguiti (por W. James, invece, preceduti) da
movimenti e reazioni fisiologiche. Le emozioni possono essere piacevoli o
spiacevoli, eccitanti o deprimenti, forti o deboli. Empirico (gr. SjjLTretpoq =
che sa per esperienza; opposto: razionale, puro)Empiriocriticismo Ent( scienza)
: si applica all’osservaziono fondata sull'applicazione diretta dei sensi all‘oggetto
della ricerca, all’esperienza metodica cui partecipa 1 intelligenza, • i ciechi
solo hanno bisogno di guida, ma chi ha gli occhi nella fronte e nella mente di
quelli si ha da servire per iscorta (Galileo); ò sinonimo di sperimentale.
(filos.): per Kant ò ciò che ò dato nell’esperienza sensibile, ciò che giunge a
noi dal mondo esterno per la via dei sensi; equipollente di a posteriori (vedi
questo termine). in senso peggiorativo, è opposto a sistematico e si dice di
ciò che ò frutto di osservazione superficiale, non guidata da principii e norme
metodiche. Empiriocriticismo ( filos .): è la « filosofia dell'esperienza pura
« concepita da Riccardo Avexariub, che vuole liberare l'idea d 'esperienza da
tutte lo aggiunto del pensiero, dalle Ideo della speculazione metafisica e
anche della vita pratica, fondando una teoria economica della conoscenza (v.
teoria e. d. c.). L’esperienza pura sarebbe il semplice contenuto della
percezione. Empirismo (gr. ètXTCEipta = esperienza; opposto: raziottftltàmo)
(filos.): comprende lo dottrino che considerano l'esperienza sensibile, le
Impressioni dei sensi come il fondamento e la fonte prima, essenziale,
insostituibile del conoscere umano; vi appartengono: nell’antichità la scuola
cirenaica, la cinica, 1* epicurea, la stoica, e, nel tempi moderni, la
filosofia di Bacon e, di |v = eterno) (filos.): lo gnostico Valentino denomina
Pone perfetto il principio primo dell’universo, Pio, donde escono trenta coni
minori, cho sono esseri intelligibili e intermediari fra Pio e l’uomo; l’ultimo
cono, Sofia, ò presa dalla curiosità o dal desiderio Inestinguibile di
contemplare 11 Padre o di scoprire il segreto della sua natura (to Se
tox&oc; elvat ^7)TY) = contendo; quindi: arte di contendere con la parola)
(lavica): è l’arte di discutere, adoperando, por vincere nella disputa,
argomenti sottili e ingannevoli ; è la degenerazione della dialettica al tempo
dei sofisti. Eros (gr. £po>s = amore) (filos.): per | Plato.ve ò l'amore
rivolto alle ideo, la i tendenza filosofica che trasporta Pani! ma dall'amore
por il bello alla visiono del perfetto esemplare della bellezza, cioè all'idea
del bello, e di qui all'idea più alta, a quella del Beno (v. amore). Errore
(logica): in generale si distinguono due classi d’errori: 1. errori logici, che
dipendono dalla violazione delle norme logiche del pensiero, p. e. del
principio di contraddizione (v. coniraddizione); 2. errori reali, inerenti alle
Idee stesse, quando queste non siano, in tutto o in parte, conformi allo cose
che rappresentano come ut viene per gl ter rori de i sensi. -per gli Epicurei
la possibilità dclTcrrore non ò nella sensazione presa in se stessa, ma nel
giudizio che pronunziamo intorno allo cose percepite. per Cartesio un’idea
presa in sé e per sé non è né vera, né falsa: lo diviene solo se viene posta in
relazione con altre, cioè negata o affermata mediante il giudizio, che ò un
atto della volontà, ed erra quando afferma o nega ciò che l’intelletto non vede
in modo chiaro e distinto, essendo il potere volontario disposto, per la sua
stessa natura libera, a varcare i limiti dell’intelletto, sul quale ò fondato
il criterio di verità (vedi criterio c verità). per Spinoza Terrore non è nulla
di positivo, è solo una privazione dovuta all’imperfezione del senso, che
percepisco una realtà parziale e no fa una realtà totale, come quando si prende
la distanza apparente del sole per la distanza reale. Escatologia (gr.
Ict^octoc = ultimo o Xóyos = discorso) (filos.): è quella parte della filosofia
che ha per oggetto l’esame dei fini ultimi dell’uomo e dell’imi* verso.
Esistenza (filos.): è la proprietà attribuita a ciò che ò oggetto
dell’esperienza attualo o dell’esperienza possibile. Quando si dice: questa
cosa esiste, si esprime un giudizio sulla sua realtà. gli Scolastici oppongono
essenlia ad existcntia: la prima ò la natura concettuale della cosa, l’idea
costitutiva di essa; la seconda ò la piena attualità, ultima actualitas, un
quid che, aggiungendosi all’essenza, la pone nel mondo della realtà. per S.
Anselmo essenza od esistenza in Dio coincidono o anche Spinoza nella I
definizione dell’Effco dice: 7 vr causata sui (cho è la sub stantia, sire Deus)
intclligo id cuius essenlia invol vii existrnf iam. V. Gioberti distingue
essere da esistere: « in latino cxsistcre, cho suona apparire, uscir fuori,
emergere, mostrarsi, s’usa a significare la manifestazione d’una cosa che prima
ora come avviluppata, Implicita in un’altra, e che, uscendo, si rende visibile
di fuori; quindi prodotta da una sostanza che la contiene potenzialmente, in
quanto è atta a produrla », giacché II verbo sistere e I suoi derivati, p. e.
subsislcre t contengono puro il concetto metafisico di sostanza; quindi
Fesisfen/e non può concepirsi senza VEnte che ne ò la causa creatrice, donde la
formula ideale (come il Gioberti la chiama): l’Ente crea Tesistento ».
Esistenziale (giudizio) = (logica): è il giudizio che afferma o nega
semplicemente Tesistenza d’una cosa o d’una classe di cose. Esoterico (gr.
IdtoTSpixóq = interiore) (filos.): dicesi particolarmente dell'insegnamento cho
Aristotele impartiva ai discepoli già istruiti; per estensione si dice, in
generale, dell’insegnamento impartito a pochi, fino a raggiunEsperienza 40
Essere gere il significato di sapere occulto, accessibile a pochi iniziati (v.
acroamatico ). Esperienza (dal lat. experior pongo alla prova) (ingenerale): ò
la conoscenza diretta,Immediata, omediata, elicsi può acquistare dei fatti o
dei fenomeni che si succedono in noi o fuori di noi. Y’ò un'esperienza comune o
vulvare che procede in maniera spontanea, incoerente, senza regola e
precauzione, obbedendo a impulsi sentimentali o utilitari; e v’ò un’esperienza
scienti fica, già detta dagli Stoici è[X“£tpta {jlsO’oSlxt) (esperienza
metodica ), che nelle sue ricerche applica all’osservazione dei fatti, alla
loro interpretazione e al loro coordinamento le norme suggerite dalla ragione
nel suo sviluppo storico, c dall’esperienza passata. l’idea moderna
d’esperienza si costituisce nel Hi nascimento soprattutto per opera di Galileo,
seguito poi dall’empirismo inglese. Locke riconosce due fonti dell’esperienza:
il senso esterno e il senso interno (cioè la riflessione ), e quindi vede già
nell’attività dell’Intelletto una condizione importante dell’esperienza.
(filos.): per Kant l’esperienza consta di due fattori: a) della conoscenza doi
fenomeni, cioò delle impressioni clic ci pervengono dal mondo esterno per la
via dei sensi o dal inondo interno per la via della coscienza: materia passiva;
b) dello spirito, che elabora il rozzo materiale delle sensazioni, cioè dei
fenomeni, con le intuizioni pure o a priori dello 6pazio e del tempo e con le
categorie, cioò con le forme attive. Questi duo fattori sono intimamente e
indissolubilmente fusi nel l’esperienza. Esperienza possibile (filos.): si ha
quando, dice Kant, « io mi rappresento insieme tutti gli oggetti sensibili
esistenti in tutti i tempi e in tutti gli spazi, ossia gli oggetti che si
trovano in quella parte dell’esperienza verso la quale debbo ancora progredire
». Esperienza pura (ItTos.): è la dottrina che vuole liberare il pensiero da
tutto le aggiunte artificiose e superflue, come causa, tempo, sostanza eoe. e
costituire ' un’idea naturale del mondo mettendo nella sua vera luce il puro
dato immediatamente vissuto, cioè la sensazione. Così R. Avkxarius c
Vempirio-cri deismo. Esperimento (scienza): consiste nel riprodurre
artificialmente fenomeni naturali col lino di poterli osservare isolandoli,
ripetendoli, « provando e riprovando » nelle condizioni più favorevoli per
l’indagine scientifica. Galileo è stato uno dei primi e più geniali
sperimentatori. Essenza (lat. csscntia da esse) (logica): designa il complesso
delle determinazioni, cioò dei caratteri che definiscono nelle sue note
costitutivo un oggetto del pensiero. Aristotele Ja definisce: oùaCa àveo CXyjs,
ossia la sostanza senza la materia; p. es.: l’essenza dell’albero ò data dallo
qualità costitutive del concetto di albero, distinte dalla sua materia; forma c
materia, unite, dànno la sostanza (oùoCa). (filos.): è ciò che costituisce il
nucleo costanto d’una cosa in opposizione alle modificazioni che non lo toccano
se non superficialmente e temporaneamente; così la intende Cartesio. Spinoza
aggiunge che l’essenza d’una cosa ò ciò senza di cui questa non può né esistere
né essere concepita e, viceversa, ciò che senza la cosa non può né esistere né
essere concepita: id sine, quo res et vice versa quod sine re nec esse nec
concivi potest. Essere (filos.): in opposto a divenire indica ciò che esiste o
sussiste stabilmente, non ostante i mutamenti che può subire; è dunque una
realtà permanente, costante, presente nell’esperienza o anche accessibile al
solo pensiero; por gli uni (per cs.: Parmenide o Platone) l’idea dell’essere è
la più ricca di contenuto; per gli altri (per es.: Hegel o Rosmini) è l'idea
più semplice o più povera di contenuto; ma sempre di grande valore speculativo.
Parmenide por primo pensa l'essere come la realtà vera, immutabile, perfetta,
senza passato né futuro, posta In un eterno presente, unità del tutto omogenea,
accessibile al solo pensiero logico; mentre il non essere ò apparenza mutevole
o dipendente dall’esperienza ingannevole dei sensi. per Democrito l'essere è
posto nella pluralità degli atomi, che si muovono nel vuoto, cioè nel non
essere, il quale ò quindi una realtà anch’essa. per Platone ressero è nelle
Idee. per Hegel, so ad una cosa si tolgono tutto le determinazioni e le
qualità, rimane la pura affermazione* questa cosa è; ossia l’idea più semplice,
più astratta, più povera di contenuto, che richiama alla mente l’idea opposta,
cioè quella del non essere. È il punto di partenza (Iella logica hegeliana, e
della diaEssoterico 41 Esterno lettica (v. questo termine) ; infatti « la
verità dell'essere {tesi) e del non essere (antitesi) è la loro unità, la quale
ò divenire ( sintesi ); l’essere, se vicn pensato nel divenire, è un formarsi,
un incominciare ; invece il non essere ò un passare ». L’idea decessero è
un’idea della ragione (v. qui sotto l’esempio citato nel Nuovo Saggio del
Rosmini). -anche pel Rosmini se dall’idea concreta di M. nostro amico voglio
rimovero ciò che ha di proprio e originale, non mi resta più l’idea del mio
amico, ma solo l’idea comune di un uomo; se poi astraggo le qualità proprie
dell’uomo, mi resta un’idea più generale, cioè l'idea d’un animale; io posso
allo stesso modo colla mia mente astrane dalle qualità proprie dell’animale o
mi resta allora l’idea d’un puro corpo privo di sensitività, dotato solo di
vegetazione; voglio ancora colla mente togliere da lui ogni vegetazione, allora
la mia Idea ò divenuta l’idea d’un corpo in genero; se infine non voglio badare
a ciò che ha di proprio il corpo, rimane allora l’idea più universale di tutte,
cioè l’idea d’un ente, senza che questo nel mio pensiero sia determinato da
nessuna qualità cognita, l’idea dell’essere è dunque quella, tolta la quale, è
tolto interamente il pensare ed è resa impossibile qualsiasi altra idea ». Però
l’idea dell’essere « che è la verità prima e la ragione suprema, presuppone chi
dia l’essere alle coso che esistono, ossia l’essere in sé, Dio, causa ». Essoterico
(gr. èScoTepixò»; Xóyo|xv) = sentenza) (in pflBile): si usa a indicare la
saggczzi^Riq s’esprime per mezzo di sentenze morali, proverbi, aforismi:
filosofia gnomica, poesia gnomica (Solone, Focilide, Teognide). Gnoseologia
(gr. yv&at? = conoscenza e Xóyo? = discorso) (filos.): ò quella parte della
filosofia che studia il problema della conoscenza (vedi conoscenza). Gnosi (gr.
yvcócu? = conoscenza, saggezza) (rch' 0 .): è lo stato del Cristiano illuminato
che distinguo chiaramente la propria fèdo da quella dei pagani, le divinità dei
quali gli appaiono pure finzioni. (filos. e rclig.): ò una forma di conoscenza
che trasforma la fede in scienza; è però una conoscenza concreta, giacché per
gli Gnostici conoscere Dio vuol dire possederlo, non per via discorsiva,
dialettica, o per la certezza soggettiva della fede, ma per via mistica. che si
complica con gli clementi provenienti dallo religioni orientali o dalla
filosofia; giacché gli Gnostici, per superare l’antitesi fra Dio, principio del
bene, e la materia, principio del malo, imaginano una serie di coni (alcove?),
realtà intelligibili uscite dal Primo principio ineffabile, una delle quali,
degenerando, ha prodotto la materia e il male. La creazione e 1 a redenzione
cristiane sono episodi di quella lotta. Principali rappresentanti della gnosi
sono Valentino e Marcione (II sec. d. Or.) (v. Eoni). Grazia ( relig .): è un
dono gratuito fatto da Dio alle creature umane, senza che vi abbiano .alcun
diritto; in questo senso non v’è cosa alcuna che non sia una grazia, poiché Dio
basta a sé e dona liberamente e gratuitamente tutto ciò che dà. In un senso
meglio determinato da S. Agostino la grazia ò un dono gratuito che Dio fa
all’uomo (posto dal peccato originale nello stato di natura decaduta e
pervertita) per rendere possiGusto 4ft Idea bile la salvezza di pochi eletti,
Bcelti dalla sua imperscrutabile volontà, giacché l’uomo da sé non può
risollevarsi e lo Spirito Santo soffia dove vuole (spiriius sanctus apirat ubi
vult, non merita seqiUns, sed merita facicns). _ Lo stato di grazia implica una
partecipazione più o meno consapevole dell'anima alla vita soprannaturale, che
oltrepassa l’ordine croato, cioè la natura o la conoscenza razionale; è oggetto
di fede (v. natura). (estetica): La grazia è il sentimento, non beilo
definibile» che nasce alla vista idola tori, gli Idoli del mercato, cioè
provenienti dai rapporti sociali: p C, gli errori per cui si prendono corno
reali le coso fittizie designate da terminll del linguaggio; d) idola thratri,
consistenti nell'azione esercitata sulla mente dai sistemi filosolidi, elio si
succedono sulla scena della storia, come le rappresentazioni fantastiche della
realtà si svolgono sulla scena d'un teatro. _ (teoria della conoscenza) : per E
cicli HO tutto le coso reali emettono efflussi d'atomi. quasi Involucri vuoti
isimularm. 11 dice Cicerone), i quali riproducono la struttura generalo e le
qualità del^ corpi donde emanano e, movendosi con grondo velocità, pervengono
attraverso 1 sensi fino al cuore, dove producono le sensazioni. Possono
provenire audio da corpi non piti presenti ai sensi; di qui 1 fantasmi del
sogno e del delirio. Ignava ratio (gr. ip-fòc; Xbyo r, = vita) (filos.): è la
teoria comune ai più antichi filosofi greci, secondo la quale la materia è
considerata non solo come attiva, ma come animata, vivente: materia e lotiche
sono Indistinto. Immaginazione (psicol.): è l’attitudine mentalo a formare
immagini c rappresentazioni ; si presenta sotto duo forme : --a)
rappresentativa, o riproduttrice, che sta nel potere psicologico di riprodurre
nella mente gli oggetti già percepiti, non presenti: li) creatrice, che
consiste nei comporre, nel creare nuove immagini; è alliue a fantasia o ha una
funzione importante nell’arte. (/ilo».): per Spinoza la imaainalio è il grado
inferiore del conoscere, visione oonfusa, disordinata, incompiuta * delle"
coso. per Kant l’immaginasionc creatrice è « una funzione cieca ma
indispensabile % che applica le categorie deU’in* folletto ai fenomeni,
collognndo lo forine dell'intelletto con lo forme della sensibilità e rcndondo
cosi possibile la costituziono doli'esperienza; per FICHTE l’immaginazione
creatrice produce il non io, che si oppone all'io puro o lo limita; opera In
maniera Incosciente. Immagine (psicol.): In generalo ò la rappresentazlono
montalo d'un oggetto percepito, o anche una nuova rappresentazione formata
d’elementi psichici elio già si trovano nella coscienza, come le immagini
poetiche. Immanente (opposto: trascendente ) (/»/os.): già nel soc. XIII
immanens (opposto a transiens c transitiva) i> detta un’azione od una causa
elio rimanga nell'Interno dol soggetto agente, mentre transitiva è dotta
quando, uscendo dal soggetto, s'cserclta sopra un'altra cosa; cosi S. Tommaso:
duplex est actio, una qua e transil in citeriorem materiam, ut calc/acerc et
secare, alia quac manci in agente, ut intclligcre, sentire et rette (= duplice
è l'azione; una che passa nella materia esterna, come riscaldare o tagliare,
l’altra cho rimane nell’agente, come intendere, sentire e volere). Spinoza Intende
in questo senso il termine immanente, quando dice: Deus est omnium rerum causa
immanens non vero transiens (Ilio è causa immanente di tutte le cose, non
transitiva), perché, contenendo in sé il mondo (v. panteismo), non esco fuori
di sé quando agisce, ma resta in so stesso. -per Kant è immanente ciò che sta
entro i limiti dell’esperienza, trascendente ciò clic sta fuori deH'esperienza
a non è conoscibile. Immanentismo Imperativo in dottrina eli Blondel (vedi:
azione) ò detta una « trascendenza immanente », perché la divinità che è
trascendente, può, per un atto della volontà individuale, consapevole della
propria incompletezza e insuiHeionza. divenire immanente, entraro nella vita
umana, compenetrarla, facendo cosi l’uomo partecipo della vita soprannaturale
per un dono gratuito, cioè per tuia grazia, la quale però risponda a un appello
interiore, a un’intensa aspirazione della coscienza. Immanentismo (relìg.): è
la teoria attribuita al clero modernista cattolico e condannata dall’enciclica
Pascendi, pei duo principi! di cui consterebbe : a) il sentimento religioso è
un prodotto dell'attività interiore o incosciente dello spirito ed ò il germe
d’ogni religione, che così apparo un frutto proprio o spontaneo della natura;
b) Dio è immanente nell’uomo, perciò la sua aziono si confonde con quella della
natura e 11 sovrannaturale viene eliminato. Immanenza (filosofia dell'
)(filos.): ò la dottrina di G. Schuppe, secondo cui l’io, la coscienza ò il
fatto primo, supcriore ad ogni dubbio, irriducibile, e la pluralità delle cose
di cui l’io è conscio è l’oggetto inseparabile della coscienza, per cui ogni
oggetto non pensato, non presente al soggetto e da questo indipendente, è
inconcepibile; ogni cosa è solo in quanto è presente al soggetto, in quanto
entra nella sfera della sua luce e della sua realtà (ossia è immanente nella
coscienza). Ciò non vuol dire che il mondo sia nell'io, ma solo che l’io e il
suo oggetto sono due momenti inscindibili d’uno stesso atto: • quando lo ho la
sensazione d’un disco rosso posto a nna.corta distanza o d’una data grandezza,
ciò non vuol dire altro so non che io ho coscienza di esso, clic esso è oggetto
della mia coscienza ». La realtà è perciò il contenuto della coscienza. non
dello singole coscienze!, ma d’unti « coscienza generica >, che è il
soggetto pensato nella sua perfezione c nella sua purezza, avente un’esistenza
concreta solo nello coscienze particolari. Immaterialismo (filo».): cosi
denomina Berkeley la propria filosofia, clic, opponendosi al materialismo del
suo tempo, vuol dimostrare resistenza reale delle sole idee e dell’anima e
riduce la materia a un complesso di idee, intese nel senso di processi
psichici. Immediato (opposto: medialo) (logica): ò immediata un’inferenza,
quando il passaggio da un giudizio a un altro, da una proposiziono a un’altra
avviene senza un termine medio, senza un terzo giudizio intermediario; p. e.
dalla proposizione : i triangoli sono poligoni », si deduce immediatamente: «
alcuni poligoni sono triangoli ». (/ilo*.): è immediata la conoscenza che
coglie un'idea, un sentimento per via dirotta, intuitiva, senza passare per un
termine medio, come invece avviene nella conoscenza discorsiva e analitica;
cosi Platone intuisce l’idea del Bello e del Bene, Cartesio il cogito ergo sum.
Immoralismo (/ ilos .): per Nietzsche designa l'aspirazione verso nuovi valori
morali, cho si dovrebbero concretare nelle virtù forti ed eroiche del superuomo
(v. questo termine), e dovrebbero sostituirsi ai vecchi valori, soprattutto
allo virtù umili e inclini alla rinunzia, esaltate dalla morale del
Cristianesimo. Immortalità (filo*, o velia.): è il sopravvivere indefinito
dcU’anima al corpo, conservando la propria individualità. La dottrina dell
'immortalità personale è por la prima volta affermata con prove da Platone (specialmente
nel Fedone). per Aristotele. ò immortale solo l 'intelletto attiro (v. questo
termine), che è la forma dell’anima ed entra in questa dall’esterno. per Kant
l'immortalità dell’anima è un postulato della ragion pratica ; è fondata sopra
l'esigenza, por l’essere umano finito, di attuai*© la perfezione morale In un
progresso indefinito verso la santità. Imperativo (morale): ò un comando, una
norma obbligatoria che l’uomo deve imporre a se stesso pel raggiungimento d’un
fine. Kant distingue due specie di impè* rat ivi : a) ipotetici, che sono
comandi condizionati, mezzi da servire a un determinato fine, e sono regole
d’abilità o consigli di prudenza; p.e.: sii temperante se vuoi vivere a lungo ;
categorici che comandano in modo assoluto, incondizionato, non sono subordinati
ad altro fine ed esprimono la necessità dannazione, in quanto è buona in 60
stessa; sono norme razionali, che esprimono la forma che deve rivestire
un'azione per essere giudicata Implicito 53 Indifferenza morale; provenendo
dalla ragione, non dall'esperienza, sono universali e necessari ; p. e. : non
mentire, avvenga olio può . Implicito (opposto; esplicito) {logica): un’idea o
un giudizio sono impliciti.in un’altra idea o giudizio, se, affermati questi,
sono affermati e sottintesi quelli ; p. e.: essere ragionevole 6 implicito in
uomo. Impressione ( filos.): ò il principio fondamentale della dottrina di
HUME, pel quale « Bono impressioni le sensazioni, lo passioni, le emozioni elio
compaiono per la prima volta nella coscienza . mentre le idee e lo
rappresentazioni sono copie dello impressioni, ma più tenui o meno vivaci. Per
Humc non v’è idea senza impressione, non vi sono concetti a priori e non vi è
metafisica. Impulsione e impulsivo (dal lat. impellere = incitale; opposto:
inibizione) (psicvl.): esprime la tendenza spontanea e immediata all’azione. Un
carattere è impulsivo quando passa dirottamente dalla concezione d’un atto alla
sua esecuzione; allora il potere inibitorio agisce debolmente e noi casi
patologici è annullato (v. inibizione). Imputabilità (da,, lat. imputare =
mettere in conto, attribuire a qualcuno un atto) ( diritti> e morale): è 11
carattere d’un atto, die, trasgredendo la legge civile o la legge morale, può
essere imputato a una persona. Ha un aspetto oggettivo, in quant o si
considerano gli untecedenti deiratto imputabile, cioè la persona agente, la
condiziono elio permette ad ossa di operare e la circostanza, ossia l’occasione
più o meno favorevole ad agire; e ha un aspetto soggettivo, che è la libera
decisione della volontà, l’aver agito consapevolmente e liberamente. La
responsabilità e la pena non sono necessariamente connesse all'imputabilità,
giacché le cause che diminuiscono il valore razionalo della persona agente (p.
e. la passione c l’ignorau/a invincibile), ne diminuiscono pure e, in certi
casi estremi, ne annullano la responsabilità. L’imputabilità morale esige pjù
particolarmente l'apprezzamento morale dell’atto in relaziono col valore morale
della persona agente. Incondizionato (filos.): è ciò che ha in sé la ragione
del suo essere e, quindi, non sottosta ad alcuna condizione; può quindi essere
inteso come assoluto. Inconoscibile {filos.): è ciò che, pur essendo reale, si
sottrae ni nostri mezzi di conoscenza, ò un assoluto che sta dietro i fenomeni;
lo Spencer lo pone a fondamento della sua dottrina (v. «gnosticismo).
Incosciente (opposto: cosciente) (psi’col.): si dice dei processi psicologici
(sensazioni, rappresentazioni, volizioni, ecc.) che, pur essendo reali e attivi
nel nostro interno, non sono avvertiti dalla coscienza. -Leibniz pel primo ha
richiamato l’attenzione su questi processi psichici oscuri (petites,
insensitiva percepìurna), che costituiscono la vita delia monade nel suo grado
più basso: p. e. il movimento d’ogni singola onda marina dà u na percezione
debole, confusa, inavvertita, incosciente, e deve fondersi coi movimenti delle
altre ondo per essere percepito distintamente. (filos.): pel tedesco Kdourdo
Hahtmaxx rineosciento è l'essenza della realtà, un principio universale,
dovunque presento, attivo, intelligente, manifostuntesi nella materia, nella
vita, nel pensiero; In se stesso ò sopracosciente, per nói è incosciente; ò una
sostunza operante, analoga alla volontà ili Schopenhauer, itila quale
l’inconscio deH’Hnrtmann ò sostituito come principio primo dell'essere o del
divenire. Indetenninismo (opposto: determinismo) (filos.): ò lu dottrina elio
afferma la libertà del volere, per cui la volontà non dipende nelle sue
decisioni né da forze esterne, né da processi interiori c mentali, non è determinata
da cause, è dotata di spontaneità, lia la facoltà di decidersi senza causa. il
Bol'tkoux o il Bergson estendouo questa spontaneità a tutta la realtà, nella
quale si possono rilevare novità, creazioni, produzioni originali, elio il
determinismo non riuscirebbe a spiegare (v. contingenza ). Indifferenza
(filos.): per Aiustippo di Cirene è indifferente una sensazione clic non è né
piacevole né dolorosa, paragonabile al mare in bonaccia., (morale): per gli
Stoici sono indifrercnti, cioè prive di valore pel saggio, le cose che non
dipendono da noi, come la vita, la morte, la salute, la malattia, la ricchezza,
la povertà; la virtù è il solo bene c il vizio il solo male. per gli Scettici
tutte le cose sono indifferenti (àSldccpopa, da a priv. o àiacpépco =
distinguo), perché l’uomo conosco le coso come appaiono, non come sono in se
stesse; quindi le cose sono Indifferentiae 51 Ineffabile (.ulte no» differenti,
cioè uguali, sono pure apparenze. per sk'UKmxu l’indiffcreuza è il carattere
del principio supremo dcll’universo, clic dove concepirsi indeterminato,
comprendente in sé. Indistinti, l’oggetto o il soggetto, la materia e lo
spirito, o conciliante in sé tutti 1 coulrasti e gli opposti: tale principio è
la natura creatrice, natura naturimi!, spirito clic diviene. Materia 0 spirito
sono per lo Schelling inni differenti, coincidono: la materia è spirito ohe
sonnecchia, lo spirito è materia in formaziono (v. identità). Indifferentiae
(libertini artritrium) ): v. arbitrio. Individualismo (opposto: universalismo)
ifilos.): consiste nel concepire l’individuo corno line a se stesso. Per questa
dottrina tutte le forme sociali (la famiglia, l’associazione, lo Stato) sono
mezzi creati dall’individuo per lo sviluppo dell’individuo, o la society non è
altro die un uggrnppumento d’individui. (morale): è la dottrina per cui ciò che
piu importa è la formazione e il perfezionamento morale dell'individuo, o la
società ha valore in quanto favorisco lo sviluppo morale indefinito della
persona umana, [ruiividualistica è la morale di Kant. Individuazione (principio
di ) (Jat. mediev. : principi um individuai ionio) (filos.): nella Scolastica 6
ciò che conferisce a un essere l’esistenza concreta, determinata nel tempo c
nello spazio, cioè individuale. Questo principio è la nuitcria per AQUINO, la e
verità (haccccitas) per Duxs Scoto; per Leibniz è ciò che fa si che un essere
possieda non solamente un tipo speci fico, ma un’esistenza singolare, concreta,
determinata nel tempo o nello spazio e che lo distinguo da tutti gli altri :
por SCHOPENHAUER è il tempo e lo spazio, grazie ai quali la volontà iti vivere,
che ò il fondamento mota fisico della vita universale, sempre identico a se
stesso, si manifesta come diverso e molteplice negli esseri individuali.
Individuo (gr. &-to[AOV = indivisibile, che Cicerone traduce con
in-dividuum) (in generale): 6 ciò cho costituisce un tutto determinato,
concreto, distinto e distinguibile dagli esseri della stessa specie (Boezio:
dicitur irui irido um quoil (minino secavi non potrai, ut unitas vet menu:
dicitur id euiiis praedicatio in nllqua similia non convenit, ut Socrafes).
(filos.): individuo ò l'uomo iu quanto rappresenta un mondo a parto o riflette
in maniera particolare Putiiverso ; ò un microcosmo, cioò una concentrazione
della realtà, del macris-osmo. Questa concezione risale a Plotino o ricompare
in Nicola Cusano, in Giordano Bruno e in Leibniz. Induzione (Ionica): in
generale ò l’operazione che consiste nel passare da fatti, affermazioni,
proposizioni particolari o singolari a proposizioni e a principi! generali.
L’induzione ha duo forme: a) induzione perfetta, quella aristotelica, detta
enumeratio prr/ccta, che da ciò che ò stato provato dello singole parti d’un
tutto procede al tutto stesso(v. epagoge): b) l’induzione moderna, o enumcralio
imper/ecta, cho vu dalla parte al tutto, da ciò che si ò osservato in alcuni
individui d’una classe a tutta la classe, è conclude con Un principio generalo,
con una legge; ò divenuta un procedimento comune nella scienza dopo Bacone e
Gallico; Mill vorrebbe che fosse riservato il uomo d’induzione a questo solo
procedimento. (filos.): in che modo si giustifica l’induzione come passaggio
dalla parto al tutto 1 Alcuni ricorrono al principio di causa: • qunudo lo
stesso condizioni sono attuate in due momenti diversi del tempo c in duo punti
diversi dello spazio, gli stessi fenomeni si riproducono, mutando solo lo
spazio o il temilo (PAINLEVÈ). pel Lacuki.ikh è fondata su duo principi, cioè
sul principio di causa, In Virtù del quale i fenomeni formano serie in cui
l’esistenza del precedente determina quella del seguente, e sul principio delle
cause finali, per cui lo serie dei fenomeni formano sistemi (come, p. e.,
specie e generi), nei quali l’idea del tutto determina l'esistenza delie parti
(p. e.; l'idea dell'uomo determina l’esistenza dei singoli uomini). Questo
secondo principio assicura l’ordine nella natura, il quale alla sua volta
assicura la costanza delle leggi meccaniche del movimento, ossia l'induzione
stessa. il fisico K. MACH considera l iuduziono solo come un principio regolati
co, un’ipotesi utile nello ricerche scientifiche, non un principio costitutivo
e corto. Ineffabile (gr. SpprjTop. 7)11x4;). Che nasce, o muore col corpo, è
illuminato dall’intelletto attivo, è materia rispetto a questo che è forma;
Intellettualismo 56 Intelligibile per Plotino emana direttamente dall’l/no, è
intelletto universale, come poi per G. Bruno, pel quale « esso empie il tutto,
illumina l'universo, è fabro del mondo », simile al demiurgo del Timeo
platonico, che plasma il mondo sensibile con rocchio fisso alle idee. -per
Spinoza è la facoltà che ha la nostra mente di collegare le idee in un ordine
obbiettivo uguale per tutti, mentre 1’ associazione psicologica le ordina
secondo le affezioni del corpo, collegato fra loro da rapporti nou necessari!,
ma puramente accidentali e variabili ; -per Kant è la facolta di giudicare,
cioè l'attività che subordina rappresen| tazioni diverse a un concetto unico, è
l’organo delle categorie, che collega i fenomeni dati dalla sensibilità; per
Schopenhauer ò l’organo che coordina le rappresentazioni mediante il principio
di causa, la sola categoria da lui ammessa. Intellettualismo (opposto:
volontarismo) ( filos .): il termine ò di recente formazione e risale a
Schelling, ma l’idea è antica, e consiste nel subordinare alla ragione
teoretica (vou? &so>p7)Tixós di Aristotele) la ragione pratica (voo£
7rpax?ixó$); ossia nel porro il centro di gravità dell’esistenza umana
nell'!zitelle tto, considerato come la sola funzione che le possa dare forza,
calore, vita, giudicando l’azione pratica come secondarla e subordinata al
conoscere, c affermando che le norme valide pel pensiero sono pure valide per
le altre attività vitali, il sentimento e la t*olontà. -I filosofi greci ci
diurno un esempio tipico dell’intellettualismo: convinti che l’uomo fa parte
d’un cosmo retto da leggi immutabili che lo circonda con la sua certezza c il
suo splendore, non vedevano nulla di più grande della conoscenza d’un tale
mondo (D-eopCa) mediante l’intelletto (vouc). Con Socrate e Platone
l’intelletto diviene anche la guida sicura della condotta morale: non è
possibile fare il bene senza conoscerlo, né è possibile che, conoscendolo, non
lo si faccia. -nei tempi moderni tipici rappresentanti dell’intellettualismo
sono Leibniz, il qualo afferma essere il pensiero la potenza fondamentale
dell’anima, ed Hegel, pel quale l’universo è la ragione realizzata, la realtà
ultima è quella accessibile al solo pensiero, e « lo spirito è la causa del
mondo « (v. volontarismn). -in senso peggiorativo ò 1 tendenza a rinchiudere la
realtà vivente entro schomi rigidi e quadri artificiali, che invece di
riprodurla fedelmente la deformano, toccando solo la superficie delle cose o
disconoscendo le esigenze del sentimento e della volontà. Intelligenza
(psicol.): in generale equivale a «organo della conoscenza» e quindi compie
tutte quello funzioni psicologiche che contribuiscono al conoscere (percezione,
associazione dello idee, memoria, immaginazione, ragione); suo operazioni
importanti sono; distinguere e generalizzare. -(filos.): per S. Tommaso
l'intelligenza è l’intelletto nella sua effettiva attività: inteUigentia
significai ipsum actum inkllcclus qui est intelligcrc ; -per Hpinoza ò
l’attività mentale, essenziale alla ragione: nulla est via rationalis sinc
inteUigentia. il Bergson contrappone l’istinto e Tintuizione all’intelligenza :
questa ha una funzione analitica, discorsiva, vuol comprendere ciò che si
sottrae al meccanismi, ossia la vita e lo spirito, mediante le leggi meccaniche
che governano i corpi solidi; perciò si lascia sfuggire il carattere profondo e
originale della vita e dello spirito, che è divenire spontaneo, imprevedibile,
creatore. Intelligibile (gr. voyjtó$, da voéo = penso, comprendo con la mente;
opposto: sensibile) (filos.): in generale indica ciò che può essere soltanto
pensato, conosciuto dall’intelletto. più particolarmente, l’ospresBione monito
intelligibile (xó; il Logos è Gesù, Il Verbo mediante il quale tutto è stato
creato, la luce che illumina ogni uomo, il figlio unico di £>io o Dio egli
stesso; xal ò Xóyos vjv Tcpò? ateòv, xal ?)V 6 Xóyo^ (il Verbo era presso Dio:
e Dio era il Verbo). La teologia cristiana interpreta il Logos come il verbo
che s’ò fatto carne nel figlio di Dio; è un mutamento importante nella storia
di questo termine e, anche, del Cristianesimo. per Filone d'Alessandria, il
logos è intermediario fra Dio e il mondo; per mezzo del verbo Dio é creatore
del mondo, ò il primogenito di Dio, un secondo Dio, forza cosmica ordinatrice
del tutto; per Plotino ò in generale ogni attività spirituale, e più
particolarmente l’immediata produzione dell’t’no, la seconda ipostasi, il V 0
U£» la ragiono che contiene in sé lo idee e da sé le produce: vosi và 6 vva xal
ucplaT7] vento. questa ido» viene ripresa nei Rinascimento e per N. Cusano
l'uomo ò un parvus munxtus, uno specchio, una quintessenza dell'universo,
poiché fra il grande e il piccolo cosmo i termini si corrispondono e abbondano
lo analogie. Magia: in gemcrale è una delle arti taumaturgiche occulte, assai
diffusa anche nel Rinascimento, la quale insegna a conoscere le forzo segreto
della natura eglispiritiche in questa agiscono, per trarli a vantaggio
dell’uomo con mezzi 0 pratiche occulte. il poeta-filosofo tedesco Federico
Novaus ò Fautore cl’un idealismo magico, per cui l’uomo può entrare in rapporto
di simpatia o d'azione diletta con l’universo, compiere l'unione misteriosa
dell’io con la natura per via intuitiva: « l’artista, simile all’uomo
primitivo, ò un visionario; tutto gli apparo come spirito ». Maieutica (gr.
(xatsuTiXY) TéyvY] = Forte dell’ostetrica) (filos.): è il metodo seguito da
Socrate che, interrogando, fa scoprire a ciascuno la verità che egli porta in
sé: « hai sentito dir© che io son figlio d’una levatrice molto valente e seria,
Fenarete, o che m’occupo della stessa arte, ma con riguardo alle anime e non ai
corpi * 1 (Platone, Teeteto), Male (il problema del ) (filos.): deriva dalla
difficoltà di conciliare resistenza d’un Dio buono o onnipotente con a presenza
del male nell’universo, sia che si consideri come male morale nel peccato, sia
come male metafisico nell’imperfezione di tutte ie cose, sia come male fisico.
Tale problema si presentii soprattutto nelle religioni e nelle filosofie
ottimistiche (v. manicheismo). per lo Stoicismo il male, se è osservato non in
sé ma in relazione ool tutto, dipende da condizioni posto perii bene, o anche ò
un mezzo per attuare un bene, oppure dipende dalla stoltezza dell’uomo che
disconosce le leggi della ragione cosmica e Berve alle passioni. per Plotino,
seguito spesso dalla Scolastica, il male ò pura apparenza, perché colpisce Bolo
l’uomo empirico che vive tutto nel mondo esteriore e Manicheismo Meccanica por
i boui materiali, non l’anima olio s’elevi, purificata, nella sfera della
ragione o dell’Uno. Leibniz afferma la superiorità del bene sul male nel mondo,
il quale nel 1 suo insieme ò un’opera buona, preferibile al nulla. Anche
VIlluminismo ò ottimistico. Manicheismo (relig.): dottrina fondata da Mani,
persiano del III sec. d. Or., che vuol spiegare il mondo con la lotta frtt duo
potenze sovrane e infinite, di cui la prima ò il Principe della luce, la causa
o l’essenza del bene, l’altra il Principe delle tenebre, la causa e la sostanza
del male. s. Agostino professò tale dottrina nella sua gioventù. Massima
{morale): per Kant ò il principio soggettivo del volere, norma di condotta elio
l’uomo si dà come valida per la sua volontà, senza riferirsi ad altre persone.
Materia (opposto: spirito) (, filos .): per Platone è qualcosa di rozzo, di
rosistente e di ostile allo spirito, il quale non riesce a dominarla
interamente. -per Aristotele ò una realtà Indeterminata e inerte, ohe riceve
determinazione e vita accogliendo la forma (v. questo termine), alla quale si
adatta e la, serve docile, essendo a ciò predispostadalla stessa natura: è la
potenza di ciò che, grazie alla forma, è tradotto in atto; p. e. il marmo
rispetto alla statua. -per Cartesio ò la rea extensa, essendo l’estensione la
sola qualità del corpo la quale si presenti a noi chiara e distinta ; è retta
da leggi meccaniche, e lo stesso corpo umano è una macchina, benché
mirabilmente foggiata. nei tempi moderni o s’ammette resistenza d’uria materia
distinta dalla forza e se ne ha una concezione meccanica, come in Cartesio;
oppure materia ed energia si identificano, o allora se ne ha una concezione
dinamica, come in Leibniz; nel primo caso la causa del movimento ò esteriore,
nel secondo è interiore e opera dall’interno verso l’esterno. Materialismo
(opposto: spirUualismoy {filos.): ò la dottrina che considera la materia come
l’unic a sostanza o il principio primo dell’universo, concepito coinè una
molteplicità di corpi posti nellospazio e accessibili ai sensi. Si presenta sot
to diversi aspetti, per la difficoltà di spiegare* l’esistenza dello spirito:
a) nella forma 'attributiva Io spirito è considerato un attributo, una qualità
inerente alla materia,, che appare animata, come nei Presocratici, materialisti
inconsapevoli; b) nella forma causale lo spirito è un effetto della materia, à
un epifenomeno dell’attività cerebrale, o anche l’insieme dello reazioni
clolTorganisnto corporeo: «E la coscienza, come il pensiero, è un prodotto
della materia « (B Corner); c) nella forma equaliva i processi psichici sono
pensati come materiali nella loro essenza, crjuali essenzialmente agli elementi
materiali; per Democrito, mi cs., 1’anima consta di atomi lisci, rotondi.
simili u quelli del fuoco. Materialismo storico (filos.): Marx ed Engels,
asserendo che l'uomo, nella sua essenza, é un essere che ha fame e sete, ha
bisogno di nutrirsi, di vestirsi, in una parola subisce un certo numero di
necessità vitali e dipende in ogni istante dolla sua vita dai mezzi atti a
soddisfarle, cioè dai mezzi cconsnnici, materiali, deducono che il fattore
economico determina, in maniera pili o meno visibile, ina reale e decisiva,
ogni ‘ nostra azione; quindi bisogna dire, contro Ìidealismo classico,
specialmente di Hegel, che non l’attività dello spirito ma le condizioni
materiali d’esistenza sono gli organic 1 motori della storia, elio la
produzione economica genera e domina il fenomeno giuridico, politico, morale,
e, iu qualche modo, anche quello religioso, intellettuale, artistico. Questa
dottrina viene anello detta determinismo economico, che però non esclude
un’azione dello spirito sulle condizioni materiali della vita. Meccanica
(opposto: dinamica ; gr. rj (i.y)/avtx.7) 'ziyyrr = l'arte di compor macchine
ponendo a profitto Io forze della natura): in venerale è là teoria che spiega
la formazione della natura in maniera analoga dlle opere dell’uomo, benché la
natura operi con mnggior finezza dell’uomo (Aristotele). (filos.): l’idea di
meccanismo dalla fisica s’estende a tutti i gradi della realtà, dando luogo a
una teoria meccanica del mondo, che appare per la, prima volta nell’. 4
tomTsfica di Democrito : Il mondo, così vario e mutabile, ò sempre e dovunque
lo stesso, giacché ogni cangiamento dipendo dal fatto che il substrato
materiale é soggetto a movimenti d’ogni sorta, c tutti i fenomeni si succedono
obbedendo al principio di causa, non esclusi i fenomeni psichici, che, seguendo
le leggi Mediato (in Metempirico dcHVwffWwciofli’ delle idee, si ntlrng-, sono
o si respingono, veri àtomi psì-r. chic!, come irli atomi Usici ; questa teoria
lia li carattere d'nn deiermintomo universale. •,_ n Laplacp: cosi formula la
consegui n/.a di tale teoria: Un’intelligenza elio conoscesse tutto le forze
onde è animata la natura c la posizione rispettiva degli esseri che la
compongono, so poi fosso cosi vasta da poter nssoggettaro questi fatti all’analisi,
comprenderebbe in un’unica formula i moti dei più grandi corpi dell’universo o
quelli delPatomo più leggero; nulla sarebbe incerto o l’avvenire come il
passato sarebbe presento ai suoi occhi ». Mediato (ragionamento) (Apposto:
immediato) (logica): è la forma di ragionamento che consisto nel passare da un
giudizio a un altro mediante un terzo giudizio; p. e. f il sillogismo. Medio
(logica): è nel sillogismo il termino che serve per eollcgaro il termine
maggiore col minore: p. e. mortale si collogu a Sacrale, mediante uomo, nel
sillogismo: • l’uomo è mortalo; Socrate è uomo ; dunque Socrate è mortale »,
Memoria (psicol.): ò la funzione psicologica clic consiste nel fatto che i
processi psichici giù vissuti si conservano e si ri presentano nella coscienza,
quindi vengono riconosciuti come ricordi, o localizzati, cioè riferiti al
passato non in generalo, ma in un punto preciso, (ora, luogo, circostanze); se
quest’ultimo carattere manca, si ha solo una reminiscenza. si ha memoria
affettiva quando con la rappresentazione si rivive più o meno intensamente lo
stato affettivo, il sentimento che da essa fu determinato. : (filo 8 .): il
Bergson distingue: a) una memoria abitudine, per la quale il passato sopravvive
In un sistema di movimenti; s’acquista con la ripetizione, servo all’azione, è
localizzata nel sistema nervoso; b) una memoria pura, in cui il passato
sopravvive in ricordi indipendenti di fatti onici, che non sì ripetono mai
nello stesso modo, perché neirintcrvallo fra il processo psichico originale e
il suo richiamo l’io è mutato; il processo integrale non è quindi piìi lo
stesso, perché rappresenta uno «tato d’animo unico, che non toma più. Questa
memoria è indipendente dal corpo: la prima ha carattere meccanico, la seconda
dinamico. Metafisica ffilos.): nella storia del (ormino è già abbozzato il
significato: Andronico di Rodi (I sec. d. Cr.),nell‘ordinare Io opero
d’Aristotelo, collocò gli scritti ri f cren tisi alla filosofia prima it:?cót
7] 91X0009ta) dopo quelli riferontisi alla filosofia naturale (và yvai'/.óc.):
quindi la filosofìa prima (quella che ha per oggetto la realtà ultima e
l’essenza immutabile di tutte le coso) fu detta và [xsvà và 9omxà, ossia u/7)v
= al di là della psiche) ( psicol.) : è il nome dato da C. Richkt, nel 1911, a
quel ramo della psicologia che tratta dei processi psichici rari e anormali,
come la telepatia, la divinazione, la chiaroveggenza, che dovrebbero rivelare
facoltà psichiche ancora ignorate 0 costituire una nuova scienza. Metempirico
(film): è ciò che sta fuori dei limiti dell'esperienza. Metempsicosi 04 Mito
Metempsicosi (gr. lctt., trans-animazione;) (filos. o retiti.): ò la dottrina
antichissima, sorta in Oriente, giti nota a Pitagora c accolta da Platone, la
quale ammette il trapasso dell’anima da un corpo all’altro, per cui una stessa
anima pn successivamente dar vita a pia corpi, sia umani, sia animali, o anche
vegetali. Metessi (gr. [lébcV-t = partecipazione, da uET-é/m = partecipo)
(/ilos.). e ! pensata dà Platone per spiegare 1 rapporto fra le idee c le cose
sensibll, i che sarebbero una «partecipazione, di quelle. Viene usata anche dal
GIOBERTI I ì u significato nillne per chiarire il rapporto fra l’Idea, l’Ente,
la divinità, e l’esistente, il mondo; è intermediaria fra l’atto creatore c il
suo effetto, è partecipazione degli esistenti alla realtà originaria dell’Ente,
per cui gli esistenti imperfetti, cioè gli esseri umani, aspirano alla
perfezione dell’Ente. Metodo (gr. uéDoSoc, da o 684 ? = via; quasi: in via)
(ionica): esprime l’Indagine e audio i mezzi per compierla, i procedimenti col
quali si ordinano e si estendono lo cognizioni; donde: il metodo sistematico
(dal gr. cr'-> v fomiti = raccolgo con ordino), che indica lo norme con le
quali il sapere viene ordinato; p. o. la dassWcazionc : _ 2) il metodo
inventivo, che offre l procedimenti col quali dallo cognizioni note si passa a
quello Ignorate; p. e. ) induzione. _ Il metodo inventivo si suddivido alla sua
volta in: _n) metodo induttivo, che da le nonne per tra ire dall’osservazione
dei fatti lo leggi che li reggono, per estendere a tutta una classe di fenomeni
elo che si è constatato in alcuni casi ’ omerale e narrazione favolosa ta cui
esseri Impersonali, p. e. 1# forzo del natura, vengono personificati per
spiegare simbolicamente fenomeni e avModalità 85 Movimento veni menti ; noi
tempi uniteli! costituì* scolio II fondo delie credenze religiose. -(filos.):
per Platone è una narra* ziono fantastica di ciò clic può avvenire al .il li
dei limiti dell'esperienza e della ragiono; p. e. le vicende dell'anima dopo la
morte: dove termina l’ufficio delia ragione, supplisce li mito o il Himbolo,
come nel (forvia, nel Fettoni’. nel Fedro, nella Repubblica: dimostrata
razionai monto l’immortalità (loirauima, si può favoleggiare iito&oAoysìv)
intorno al destino dell’uomo dopo la morte. ()(rs | por mito s'intende anche
un’idea fondata sull'intuizione o la fede, che può divenire il sostegno o il
motore interno (l’un movimento politico, sociale o religioso (p. o. li mito
della razza). Costruito, almeno in parte, su elementi fantastici, trae 11 suo
valore dalle conseguenze più o meno buone, più o meno utili, non dal suo
contenuto di verità, «Difforme alla dottrina pragmatistica (v. pragmatismo).
Modalità {Ionica): b per Kant la funzione dei giudizi, fondata sul valore della
copula; essi sono problematici, assertori, apodittici, serondocl»! la relazione
«'enuncia come possibile, come esistente nella realtà, come necessaria: le
formule rispettivo cono: può essere, è, deeVsscrc. Modo (filos.): per Spinoza i
modi sono affezioni, cioè gli stati, le modi ttoazioni transitorie della
sostanza, sono sii esseri particolari o Uniti; p. o. le idee sono modi della
res rogitans, i corpi della res extensa, cioè degli attributi della sostanza.
per Locke 1 modi sono una classe di idee coniposte, che sono o idee di azioni
umane (p. cs. : uccisione), o modi di comportarsi (p. c. gratitudine), oppure
modi di essere (p. e. triangolo, che è un modo di essere dello spazio). Monade
ter. uovi; = l’unità, il semplice) Oilos.ì: al dire d*Aristotele i Pitagorici
pensavano i corpi composti di pimti, « di monadi che hanno posto nello spazio
». -per (ì. Bruno minimo, punto, atomo, monade dicono la stessa cosa, cioè un
primum indivisibile delle cose, che è insieme corpo c anima, sostanza mateaie e
centro di forze vivente e animato. per Leibniz le monadi sono sostanze
spirituali seni [ilici, chiuse in sé, senza porte nò fi nestr e -, dotate
(l’appetizione e di percezione, veri punti metafisici, M'spn retiia nti
ciascuna l'unlrcnp, disposti in gradi ascendenti, che vanno dalla più bassa,
ancora inconscia, alla più alta, Dio, monade delle monadi. Monadismo
"(/iTós.): si ilice dei sistemi dinamici cito pensano il mondo formato di
monadi spirituali, in opposizione all’atomismo meccanico di Domocrito; tale la
dottrina di (I. Bruno e di LeibNIZ. Monismo (gr. fióvo? unico) (opposti:
dualismo c pluralismo) (filos. ) : è la dottrina checonsidera la natura e lo
spirito. Il corpo e l’anima subordinati a un terzo principio o aliasi inseriti
.in esso. Il Tooco ne distingue duo specie: a) monismo dell'essere: ammette un
solo essere e considera la molteplicità delio cose un'illusione (corno gli
KleaTtcì), o almeno come accidente fuggevole dell’unica sostanzaicomeSi’iNOZA)
; monismo della qualità.: all’essere unico sostituisce una pluralità originarla
di esseri, tutti però della stessa natura, materiale per gli uni (gli
Atomisti), spininole, per gli altri (Leibniz). Monoteismo (opposto: politeismo)
(retiti.): indica lo religioni cito, come il Cristianesimo, il Giudaismo, il
Maomettismo, ammettono un solo Dio, distinto dui mondo. In tllosotla il Dio di
Platone e d’AiusTOTEt.E rientra in questo sistema. Morale = v. etica. Moralismo
(filos.): si applica alle dottrine filoso Urbe che, come quella del FICHTE,
considerano la legge morale e l’esigenza dell’azione pratica corno principio
filosofico fondamentale. Motivo (dal lat. morrò) (morale): si dice (Fogni
processo intellettuale o affettivo che muove la volontà a compiere ttu
determinato atto. La norma indica una direzione da seguire, il motivo ngisee
stilla porsona in modo più o meno imperativo, perché segua tale direzione e sia
persuaso a seguirla. Motrice (causa) = v. efflcentc (causa). Movimento (in
generale): è fi cambiamento di posizione d'ttn corpo nello spazio, considerato
In funzione del tempo e, quindi, fornito d'una determinata velocità; fi
semplice mutamento nello spazio è uno spostamento. (filos.): per .Aristotele è
fi passaggio da uno stato a un altro, è ogni mutamento ((ArratpoXYj), elio
suppone l’esistenza di una materia cnpnee di riceverò una forma. ; quindi è
ugualmente fi passaggio dalla potenza (S'iva|Als) all'atto (ivépys tal.
Nativismo Cd Neo-hegelismo -S. I ommaso accetta la concezione aristotelica
(moneti est cri re de txilintiii '«tinnì e. conio Aristotele, voile nel
movimento un tierstuiNlvo ui-gomcnto n prova dell'esistenza di Ilio: |.er
spiegare il niovimontn c rieereurne la eati.su, bisogna passare di causa in
causa, essendo ogni movimento prodotto da un altro movimento, ina è necessario
arrestarsi tavàyxv; trrijvat) a un primo motore immobili cri y.tvoòv
àz.tvyj-rov), a Din. che muovo l'universo come l'oggetto umilio attrae colui
che l'ama, come il desiderio agisce sull'anima per una sollecitazione tutta
interiore. N ' ' Nativismo v. innatismo. Natura (gì. (piiai.; da = nascnr)
(fylos.): nel senso piti antico esprime l'idea d una sostanza primordiale diesi
determina e si sviluppa da sé. l’idea di dò che ò primario, persistente, in
opposizione a ciò elle è derivato, secondario, transitorio. Tale significato ha
nei tirimi filosofi greci: e di riui i significati sorti in seguito. è il
complesso delle qualità o proprietà elio definiscono l’essenza d’una «•osa,
quindi anche tutto ciò ohe è Innato: p. c. la natura d'un uomo, cioè il suo
carattere e il suo temperamento. denota le cose conio sarebbero al di fuori d
ogni intervento umano: cosi pel Rocsseai: lo „ stato di natura è quel fondo
della lealtà umana elle resto dopo aver eliminate le deformazioni e le
falsificazioni operatevi dalla civiltà, ossia ciò che è semplice, piano
spontaneo, originarlo. denota 11 sistema totale delie cose con le loro
proprietà, l'insieme di tutto Ciu die esiste, in una parola, l’universo in Kant
natura è ciò che obbedisce al principio di causa nel mondo dei fenomeni, in
opposizione al mondo dei lini in cui vige la liberto incondizionato. ~ (
rehy.): 1 ordine della natura, cioè I ordine delle cose terrene, accessibile
alla sola indagine della ragione viene opposto all'ordine della prozio, che è 1
ordine delle cose soprannaturali e di\j n *' tvistotele adombra questa
distinzione nelle parole: r, oótitc Szt[tovia aÀ>, oli lista = la natura è
ammfrevole. ma non divina (v. prozio). Natura naturans e natura naturata ( film
.): natura naturans è, in sostanza, Ulti come untore e principio d ogni cosa;
natura naturata c l'Insieme delle creatura o di tutto ciò clic ò stato creato:
espressioni adoperato dalia Nrolastira, da li. ltm .vi, e da Spinoza, chc le
rese comuni: per naturalo naturatilem noèta intcìlìqenduiii est i,l (Juw i tn
se est et im ise etnicipitur. tuu • est j> eU s quatcnu» ut causa libera
eonsidrraturper naturatali t inielli,,,,... rrs, /uae ff * Dea sani et quac
si,,,tira neiesse nec connpt possunt • Naturalismo (/Kos.): comprende le
dottrine che non ricorrono a prlncipli trascendenti, ma rimangono entro la
cerehia dell’esperienza e ilei fenomeni soggetti al principio di causa o
concepiscono anche la vita dello spirilo come un prolungamento della vita
organicasi oppone a spiritualismo, idealismo' eti e lift)no a positivi tot io.
Necessario (opposto: conti geni) Ui • bis.): si dice di ciò che non può, senza
contraddizione, essere altrimenti né essere pensato altrimenti da quello cUc o;
cosi Hi applica ai fenomeni elio si succedono secondo il principio di causa,,
alio proposizioni derivate, implicito In proposizioni piò generali', alle
conseguenze di principi! posti come veri. per Spinoza Dio è un essere
necessario, ma la necessità In virtù della quale egli esiste e produce io cose
gli e essenzialmente Interiore e razionale. deriva didla sua, stessa essenza, e
Dio e causa sui; ò determinalo ad agiredalia sua soia natura, o quindi la sua ò
una • necessità libera», t ecessità, (opposto: eunt inpenza ) ( fi. bis.): e la
qualità asti-alta di ciò elle è ruressario, di ciò che non può essere diverso
da ciò elio è. Neo-criticismo o neo-kantismo i/ifos.t: ò la dottrina elio
Iniziò in Oermunia il movimento tU ritorno alla Hlosotta di Kant, al
criticismo, verso il ISOO, come reazione al materialismo allora dominante;
riprende i principi della teoria kantiana delia conoscenza il relativismo, è
ostile alla metafisica c all idea della rosa in . e vuol ilare alle /unzioni
aprioristiche dello spirito un fondamento psicologico. In Italia furono
neo-kantiani. In vario modo. ««• -rir:" .Ielle idee penerfllt. e.n n^
gplrlto; r„ a òn mtirskb^eoncepire^td^ di nò curvilineo, ne rettilineo, i nit0
'-srìxssns*nSTSU™ e ' si) Atomisti tutta la realtà Ita duo parti, lo kikizìo
pieno occupato dagli atomi, o lo spazio vuoto eho rosi 6 concepito altrettanto
renio quanto I corpi. --per Hegel il non essere è l'Idea eho nella prima triade
dialettica (v. dialettica) fa da antitesi all'idea dell’essere (tesi) o con
Questa si fondo nella sintesi del divenire; e poiché l'essere è l'idea più
semplice, più astratta, indeterminatissima c priva ili contenuto, ma è pur
sempre un’affermazione positiva del pensiero, è • in realtà non essere, non
piti e meno di nulla ». cioè la negazione d’ogni qualità e d’ognl contenuto
positivo (s. essere). Non io: v. io. Norma: modello concreto o anello regola
che indica ciò eho si deve fare por raggiungete un dato line; vi sono nonno
Illiriche, etiche, estetiche eoe. Normale: in generale designa ciò eho è
conforme alla regola, ciò che è più comune in ogni singola categoria o classe,
ciò che rappresenta in media in un dato tipo eli società e In un dato tempo;
quindi ò un termine variabile e un po’ vago. Normativo: diconsl spesso
normativo la logica, l’etica, l'estetica in quanto offrono una norma, cioè un
modello ideale cui si guarda come a qualche cosa di perfetto, elle per la
logica è il vero, per l'etica il bene, per l’estetica Il hello (WtiNPT).
Noumeno (dal platonico voo>i(jtevov, part. di voéio = penso, quindi: ciò che
è pensato) (/t'ios.): Platone lo applica al mondo delle ideo, in opposizione al
mondo sensibllo. Kant l’adopera in due significati: a) negativo: ò ciò che sta
a fondamento dei fenomeni, il loro substratum ; ma ò soltanto pensato, ed ò
inaccessibile sia ai sensi, sia all’intelletto; perciò è un limite 'posto alla
conoscenza umana, clic non può oltrepassare i fenomeni; b) positiva: è il
sovrnsensibilc, l'incondizionato, posto fuori dell’esperienza; può essere
oggetto d’ima intuizione intellettuale (v. intuizione), hi quale però è negata
itll’uomo; ha un carattere metafisico, giacché 6 bensì la causa dei fenomeni,
ma la causalità è qui non una categoria dell’Intelletto, sditene una causalità
Intelligibile, cioè esistente solo nell’ordine metafisico, ni di là dei
fenomeni. Nous (gr. voù; = la mente) (fitta.): per Anassagora è ciò che mette
in moto, plasma e ordina le otneonicrie.; ò un principio lntelllgcnto, «la più
sottile o più pura di tutte lo cose ». per Platone e Aristotele ò la parte
razionale dell’anima umana; per Plotino è la prima emanazione dell’Ctno ( v.
intelletto). Nulla (/ilos,): è la negazione doll'essere, lutto non essere (v.
questo tcrmiue). Parmenide ha posto l’essere come principio primo della
filosofìa o ha negato qualsiasi realtà al non essere: « soltanto l’essere è, il
non essere non 6 ». Invece Platone ammette la realtà del non essere, eho per
Itd è la materia soggetta al divenire; mentre per Democrito ò il vuoto (to
xevóv), in cui avviene la caduta degli atomi. Numero ( filos .): per Pitagora e
per i suoi seguaci è la vera essenza delle coso, per cui gli elementi dei
numeri sono gli elementi dello cose, c il coseno é numero e armonia. Aristotele
dico pure che pei Pitagorici i numeri sono i modelli che le cose imitano, e
questo rapporto fra i numeri e le cose ita ispirato evidentemente Platone, clic
considera la matematica conte propedoutiea noeossnria alla dialettica, cioè
alla intuizione delle idee, modelli delle coso sensibili. per Galileo la
matematica ò II linguaggio coi quale s’esprimo la natura: » 1 universo è
scritto in lingua maternnt'ca e i caratteri sono triangoli, cerchi e altre
figure, senza i quali mezzi ò difficile intenderne umanamente parola, ò un
aggirarsi vanamente in un oscuro labirinto » (Il Saggiatore). La formula
matematica divionc, dopo Galilei, l'espressione esatta dalia legge fisica. o
Obbiettità (filos.): per Schopenhauer, che ha coniato questo termine ( Obiek■
tildi), i] corpo è l’obbiettivarsl, cioè la manifestazione esteriori?,
visibile, e, per I uomo, (tura e semplice rappresentazione, della volontà che è
concepita come forza c imput-n cieco, sempre attivo, non guidato da alcuna
ragione, ed è poi il principio metafisico posto a fondamento dell’universo.
Questo universo non è altro cito Voggcttità, l’ap1 mrire all’esterno sotto
forma di rappresentazioni coordinato dalla categoria di causa («il mondo ò la
mia rappresentazione ») della volontà cosi intesa. Obbligazione 69 Ontologia
Obbligazione (morale): è il carattere imperativo che costituisco la forma della
legge morale, donde la consapevolezza d’un'obbodieuza incondizionata ad una
norma inorale, il sentirei interiormente legati a una determinata regola di
condotta (sentimento del dovere), per cui si prova inquietudine e dolore quando
essa viene in qualche modo contrariata o impedita nel suo libero svolgimento.
Occasionalismo: v. cause occasionali. Occultismo: comprende le arti che, crome
le divinatorie, apprendono a scoprire 11 futuro, o, come le taumaturgiche,
apprendono il compimento di atti che si sottraggono al corso ordinario della
natura (v. magìa). Oggettivo (opposto: soggettivo) (in generale): è ciò che ò
posto di fronte o davanti allo spirito o ai sensi e può offrire materia alla
loro attivi tei : ò impl cita pertanto una distinzione fra soggetto e oggetto,
cioè fra l’atto del pensare o ciò che è peusato, fra chi percepisco e ciò che ò
percepito. nella scienza ò oggettivo ciò che il lavoro elei pensiero trae
dall'osservazione c dall’esperienza, seguendo 1 metodi del l’indagine
scientifica; ò soggettivo ciò che l’individuo pensa e sente riferendosi alle
sue Inclinazioni, alle sue preferenze, ai suoi interessi, in, modo più o mono
consapevole. (filos.): per Duxs Scoto, Cartesio o Berkeley è oggettivo, esiste
oggettivamente, ciò che costituisco un’idea, cioè l’oggetto di una
rappresentazione dello spirito, non una realtà sussistente per sé e indipendente
«mentre subiectimis e formalis corrispondo a reale, a ciò elio appartiene
all’oggetto). -per Kant ha validità oggettiva tutto ciò che è fondato sui
principi costitutivi dello spirito umano e comuni a tutti gli uomini, e cioè
sullo forme pure della sensibilità (spazio e tempo) e su quelle dell’intelletto
(categorie). Ogg e tt° (gràvTi-xsi{X£VOV, traduz. lat.: ob-iectum posto di
fronte agli occhi o allo spirito, opposto: soggetto): ciò che si ha presente
nella percezione esterna o nel pensiero, con un certo grado di consapevolezza.
(filos.): ciò che possiede un’esistenza in sé, indipendente dalla conoscenza
che esseri pensanti possono averne; in questo senso lo spazio per Newton è
oggetto. come lo ò il mondo esterno per il realismo conoscitivo (v. realismo),
e per Kant il noumeno positivo (v. noumeno). ò tutto ciò che è rappresentato o
pensato solo in quanto lo si distinguo dall’atto col quale lo si pensa: donde
la « logge UgUu coscienza » espressa dal Fichte e accolta da Schopenhauer: •
senza soggetto non v*ò oggetto, senza oggetto non v’è soggetto ». Oligarchia;
governo di pochi: è, per Aristotele, forma corrotta dell’aristocrazia (v.
democrazia). Omeomerie (gr. ó{xoio(jtipeiat da 6{XOioc; = simile e [iipo$ =
parte) (filos.): così denominò Aristotele lo particelle originarie,
impercettibili, divisibili all’inttnito, clic Anassagora considera come gli
elementi primi, tutti diversi di qualità, dapprima mescolati insieme, che
costituiscono l’universo o le singole cose, essendo innumerevoli lo loro differenze
qualitativo: « come il capello può derivare da ciò che non è capello e la carne
da ciò che non è carne? ». Affinché l’animale abbia carne, ossa, capelli,
bisogna che vi siano particelle di carne, ossa, capelli negli alimenti di cui
esso si nutre. Il tutto ha, insomma, la stessa natura delle parti che lo
compongono: di qui appunto il nome di ^)meomerle (= parti simili) dato agli
elementi primi. Questi costituiscono l’Essere immutabile, eterno, che viene
messo In moto, ordinato o distinto dall’inteUlgenza (voo^), «lapiu pura o la
piu sottile di tutte le coso », con un’azione separatrice che si esercita sugli
clementi, cioè sulle omeomerie. Omogeneo (opposto: eterogeneo) (filos.): ciò
che consta di parti qualitativamente identiche. K. Spencer spiega l’evoluzione
cosmica come un passaggio dall’omogeneo all ‘eterogeneo (v. evoluzione ).
Ontogenesi (dal gr. 6v = ente o yévsai? = origine) (scienza): è lo sviluppo sia
fìsico sia mentale dell'individuo, seguito dalla prima Infanzia fino al pieno
sviluppo, mentre la filogenesi (gr. * 6 per gli stoici la rinvolta,eseguente
aU’èxiwpcotn;, oioe alla conflagrazione del coamo (v. ritorno Panenteismo (gr.
nàv b ta? = tutto in Dio) (/ilo».)', nome dato (lai tedesco ' KuitnsB alla sua
musetta, e apnttcabile a quella di Spinoza, por Indiano che non Dio è nel
inondo, come nel panteismo stoico, ma il mondo è in Dio. è contenuto In Dio.
Panlogismo (gr. itSv = tutto. Xójo, ragione; tutto è ragiono) (/ito».). si
applica alla tilosotla di HEGEL, pel quale l'universo è sviluppo totero-,rione
Immanente in esso, e la uglui è una metafisica. Se Vè ancora dell ir razionale,
ossia qualche cosa che non sia ancora penetrato dalla ragione*) organizzato In
concetti, esso è trans! torio; dondo la formula; ciò che t razionale è reale, e
ciò che è reale è ramo naie (vedi razionale). Panpsichismo (gr. Ttav = tutte, e
.S.jyr, = anima; tutto ò anima) V'tos.)dottrina alquanto vaga, seoondola quale
tutto è animato in divorai grad e fornito d'un'attivitè. analoga alla vita
psicologica dell'uomo, comprendendovi anche i processi incoscienti,. si la
questo nome alla dottrina dogli /tocoisti onci (che però non fanno :ancom
distinzione fra materia e vita), degli Stoici, di Sfingea, di se, eluso. di
Lotze occ., Panteismo, griwtv = tutto e uso, Dio; tutto ò Dio) i/ilos.: e in
generale la dottrina che identifica Dio eoi mondo. c concepisce la divinità
come un principio supremo d’uniftoazione o d vita che fa sentire la sua azione
nello cose tutte o ne costituisce la realtà esBezusiale. per il portico il
cosmo e un prmndo organismo vivente, tutto penetrato e animato dal soffio
divino, simboleggiato nel fuoco, cioè da una sostanza eterea. Impercettibile o
intelligente. _per li. Bruno il principio divino dii vita al tutto, lo ordina e
l'unillca. C r anima dol inondo. (V. questo termino). _per Spinoza, la sostanza.
Din, la natura (substant ia sive De un si ve natura) sono termini d'identico
valore; però Dio non coincido col mondo cui pirico, come negli Stoici, uiu lo
contiene in sé (V. panentns.nor. il pensiero e l'estcnsiono sono due dei suol
muniti attributi c tutte lo cose particolari (l modi) sono determinazioni
provvisorio di quegli attributi. Il parallelismo psicofisico, pstool., e la
teoria psicologica, secondo hi quale la serio dei processi psichici corrisponde
punto per punto, alla serie del processi fisiologici, noi senso che od ogni
reno meno psicologia) corrisponde un fenomeno nervoso (non però viceversa). 1
due fenomeni sono pertanto come due aspetti dello stessa esperienza; le due
serie, psichica o nervoso, scorrono pa "f/OM )'• per Spinoza il corpo e lo
spirito (ree ectenia e ree rag.fan» sono due aspetti diversi ed essenziali
dello stesso essere, cioè della sostanza divina, la serie dei processi corporei
e quella dei processi spirituali si svolgono ciascuna lu so stessa, senza mai
inoon trarsi c senza turbamenti fazioni .reciproche, e tuttavia runa e l altra
s accordano perfettamente, termine per termine, perché la loro emerita 'unica
c. come attributi di Dio. sono Identici a Dio. sono Dio stesso. Cosi svanirebbe
l’opposizione fra corpo o spirito, posta, ma non risolta da Cartesio.
Paralogismo, da gr. *°Y ov contro la ragione, topica, e M» ragionamento errato
che simula 11 vero, un errore logico Involontario. Kast denomina « paralogismi
della ragione le affermazioni metafisiche dira la sostanzialità. la scmplteitói
e Vunità dell'anima, perché esse don vano dal fatto clic si scambia il soggetto
Intrico (v. somtetto) del pensiero con una sostanza metafisica. „ Particolare
(giudizio) (tornea), e aneli in Olii il predicato s'afferma o si nega d'una parte
del soggetto, proso ne la 1 sua estensione-, P. e.: alcuni uomini sono
veramente colti. Parusia (gr. itapouola = presoli», « wb-etui) (/ilo».): la
presenza dello idee nel mondo sensibile (p. e. la presenza dell’idea del hello
nelle cose beile) è uno dei modi pensati da alatone per chiarire il rapporto
fra » mondo intelligihlle 0 quello sensibile (v. me tessi o mimesi). rf fHvo
Passione (psicol.): e uno stato affettivo intenso c persistente, un'inol
nazione che predomina sulle altre inclinazioni „ anche le annulla quasi
confiscando,v suo proli.lo tutta l'attività psicologica; p. e. la passiono del
giuoco, Passività 72 Percezione -pur gii Stoici è una perturbazione dovuta a un
errore ili giudizio, e ut* nello etiiuaro veri beni quelli che tali non sono.
Le passioni fondamentali sono: il piacere (yjSovtj = voluptaa), il dolore
(XÓtt/j = atgritudo), il desiderio (èn&ujjita = libido), il timore (96^01;
= metus). 1 per Cartesio è un’emoziono, un moto puramente sensibile che l’anima
prova per l’azione del corpo ocheimpedisco il retto giudizio intorno allo cose.
-per Spinoza ò dovuta allo Idee inadigitate, alla conoscenza sensibile, in
quanto questa determina l’azione pratica. Tutto le passioni rappresentano
uifimporteziono, ma non tutte sono asHoiutamonto cattivo; lo passioni
fondamentali sono il desiderio ( cupidità»), il piacere, 11 doloro. -per Kaxt
procedo dalla facoltà di desiderare; ò una tendenza sensibile, un delirio che
cova un’Idea, s’imprlme con tenacia sempre crescente », Impedendo alla volontà
di agire per doveri:, di obbedire alla legge morale. Passività: è l'ultima
dolio dieci categorie aristoteliche, espressu dal verbo Ttadjrtiv (= pati,
ricovero passivamente) (v. recettività). Patristica (/ibis.): è la dottrina dei
Padri della Chiesa; difendo il Cristianesimo contro lo critiche e lo accuse
della lilosolia e della religione antica e contro le numerose eresio che
venivano sorgendo nei secoli III, IV, V, e si volge all’elaborazione e alla
definizione dei dogmi e a porre 1 fondamenti d’una filosofia cristiana,
attingendo largamente al pensiero greco. Per la Patristica la filosofia non ba
altro ufficio che di offrire ni dogma l’ausilio delle sue dottrine, e quindi è
al sorvizlo del dogma cristiano; essa tratta delle questioni riguardanti la
trascendenza di Dio, la Provvidenza, l'immortalità dell’anima, la finalità
dell’universo,la dlpendenza dell’uomo dalla divinità. Pedagogia (dal gr. -il' =
fanciullo, 0 àyci>YT) = condotta, da ttyzw, lat. ducere : donde educazione):
è la scienza e Varte dell'educazione, cioè della formazione del fanciullo
considerato nel suo aspetto fisico, intellettuale e morale; perciò come scienza
si fonda sopra una concezione della vita, cioè sopra una filosofia, c come arte
esige una conoscenza diretta della psicologia del fanciullo e dell'adolescente
c particola ri qualità, neiroduoatore, virtù pratiche, come la devozione e lo
spirito di sacrificio. Pedologia (g r . Trocu; = fanciullo, o X = passeggio)
{filos.): sono cosi denominati i seguaci della filosofia aristotelica, che
furono numerosi, dall’abitudine attribuita ad Aristotele di tenere una parte
delle suo lezioni passeggiando in un giardino o sotto un portico del Liceo in
Atene. Per sé ifilos.): si dice di ciò che esiste e può essere concepito senza
l'aiuto d’altra cosa o di altra idea; p. e. la sostanza divina, per Spinoza,
per se etmcipUur. Persona (lat. persona = maschere. teatrale, poi carattere
rappresentato dalla maschera) (filos.): tonnine trasmesso a uoi da BOEZIO e
dalla Scolast ica : persona est rationalis naturar individua substantia (la
persona è un essere individuale di natura ragionevole). Leibniz pone l’essenza
della persona nella coscienza di s . nella consapevolezza d’un’identità,
d’essere sempre la stessa nel diversi momenti e mutamenti dell'esistenza
individuale. -Kant aggiungo che la persona, come essere ragionevole e libero, ò
anche responsabile, è un essere morale, un f ine in sé, cioè non dovessero mai
trattato corno un semplice mezzo. In conclusione: la personal un essere
cosciente di e moralmente autonomo. Pessimismo (opposto: ottimisnw) {filos.):
consisto nella convinzione elio la vita coi suoi dolori, le sue preoccupazioni
e le sue miserie senza line, è un mole o, anche, cho nell’esistenza la somma
dei mali è sui>criore alla somma dei beni. >• Noi sentiamo il doloro,
dico Schopenhauer, non l’assenza del dolore, sentiamo la cura uou la sicurezza,
la malattia non la salute: la vita dell’uomo oscilla come un pendolo fra il
dolore e la noia ». Ri conseguenza, come pensa anche la filosofia indiana, lo
sforzo per liberarsi dal male, o, almeno, per attenuarne il ppso costituisce la
somma saggezza umana. Petizione di principio {Ionica): ò un sofisma che
consisto nell'accogliere corno dimostrato ciò che invece ò da dinio-, strare
{si postula fin da principio, àpX7j$» ciò che si dove appunto dimostrare) ^ e
piti specialmente nel fondale la verità d’un principio sopra una proposizione
che, per essere vera, ha bisogno della verità di quel principio (p. e.: Tanima
ò sostanza spirituale, perché ò immortale). Piacere (opposto: dolore)
{psicol.): il piacere o il dolore, essendo dati immediati della coscienza, sono
indefinibili, sono i due poli estremi e opposti della vita del sentimento,
Secondo ima teoria già ammessa da Aristotele, il piaceli) sarebbe legato ad
ogni atto naturalo e normale della vita e segnerebbe un aumento dell’attività
vitale, tiu consumo più elevato o più libero dell’energia, mentre il doloro
indicherebbe una diminuzione della vitalità, quasi uti grido d’allarme di
fronte ul pericolo; ma tale teoria oggi è in parte contestata. ( filos .): per
Artstippo di Cirene, il piacere, che è dato dal movimento dolco della
sensazione presente e libera da ogni cura per 1'avvenitc, è il fondamento c la
misura di ogni bene: questo ò 11 principio dc.W edonismo. il piacere inteso
come assenza del dolore, calma dello spirito, è il principio dell’etica
epicurea. per Aristotele il piacere affina e perfeziona Ratti'vità anche nei
suol gradi più elevati; p. ‘e., la gioia cho accompagna la musica è incitamento
naturalo alla creazione musicale., Houbes, appoggiandosi al principio
materialistico che la sensazione è un movimento del corvello, pensa che, so
questo movimento è favorevole idi'insieme delle funzioni vitali, produco 11
piacere, nel caso contrario il dolore: donde duo motivi essenziali d’azione: la
ricerca dei piacere e la tendenza a fuggire il dolore. -per la dottrina
intellettualistica di Leibniz il piacere è un processo intellettuale
oscuramente percepito, una «petite, insenslble perceptlon : p. e., il piacere
della musica è dato dall‘accordo e dal numero delle vibrazioni sonore percepito
dall'orecchio in maniera confusa. per Kant il piacere è iu diretto rapporto con
lo stato favorevole dell’or** Pigra ragione 71 Positivismo gallismo c
deli-anima: « Il piacere è un sentimento che stimola in vita, il dolore Invece
le è d’impodimento «. Pigra ragione = v. innova rotto. Pirronismo (/ ilo *.):
i» stretto ilesigna la dottrina scettica di PnrnoNE. giunta a noi nei frammenti
del suo discepolo TIMONI', in SlLLOOKAFO (sec. I 1 a Cr ) o negli scritti di
Sesto Ejiruuco (circa 11 200 d. Cr.); in senso tergo e sinonimo di soettteismo.
di cui Pinone È considerato II fondatore (v. scrii,n877JO ). ., Pleroma (gr.
7uXr 4 pco(j.a. ila TtXTjpoo = riempio) (filos.): ò per gli amatici (vedi) il complesso
degli Koni che escono dal principio originario, daU’Kone perfetto, cioè dalla
divinità (y. Eone). Pluralismo (opposto: monismo ) (filo».): designa le
dottrine che pongono piii principi! essenziali e distinti per spiegare la
composizione dell’universo; appartengono, fra gli altri, a questo indirizzo:
_Empedocle, che alla materia unica del naturalismo ionico sostituisce «quattro
radici di tutte le cose »: fuoco, acqua, etere, terra, che sono l’ essere
immutabile; il loro mescolarsi o disgregarsi è dovuto a due forze, l 'amore
ioiXÓttk) e la discordia (veixoc); _gli atomisti, che affermano due principi:
Vatomo e il vuoto; gli atomi sono Infiniti di numero, materiali, della stessa
qualità, eterni ; le cause del loro movimento sono la gravità e il vuoto (TÒ
xcvóv);, „, \ v asm agora . nel quale gli elementi dell'universo sono le
omeomerie (v. questo termine), messe in moto da una materia sottile e
impalpabile. l'Intelligenza (voucj). * cosa infinita, padrona di sé.
ocÙTOxpaTéc. che è in sé e per sé «, la più fine e più pura di tutte le cose ;
Leibniz, pel quale le vere sostanze costituenti l’universo sono le monadi.
tornite di attività o forza propria, unità spirituali cho sono disposto per
gradi, i quali vanno dalla monade oscura e confusa alla monade delle monadi, a
Dio. Pneuma (gr. 7tve0(itx, da irveto 8 ° r_ Ho. spiro) (/ilo*.): per gli
Stoici è la forza originaria divina che anima il cosmo, un softtn vitale caldo
ohe appare in forme e gradi diversi nel corpi Inorganici, nelle piante, negli
animali; e nell’uomo appare come ragiono ( AoyOC). conservando sempre la sua
unità, giacchi) il grado Inferiore si conserva o opera nei grado supcriore.
Pneumatico (gr. da nvgùlJ.X= alito, sofflo) ir,'Ha. o /ilo*.): usato spesso nel
Suor » Testamento nel senso di spirituale. , K . r gii Gnostici gli uomini,
secondo Il grado di perfezione spirituale, sono detti ilici (= materiali, da
uX’f] = materia), psichici (= esseri animati) c pneumatici (*= originati dallo
spirito). Polidemonismo (dal gr. TtoXu;molto e SiUojv = demone) Ir, tir/.):
credenza che scorgo in ogni fenomeno naturale il prodotto di entità spirituali.
Pollmatia (gr. ToXu-na&ta = esteso sapere) i/ilos.): è il procedimento che
ERACLITO rimprovera a ITTauora. di dedicarsi a indagini particolari, alla minuta
erudizione che impedisco la visione diretta e unitaria del cosmo: iroX'J[.ia{Hx
vóov e/mv ou Stòaoxei (rapprender molte cose non educa 1 intelletto), e cioè:
la rieoroa personale è migliore della tradizioni;. Politeismo (relig.): è la
concezione religiosa che ammette l’esistenza di piu divinità personali e
distinte. Positivismo Uilos.Ynel tempi moderni ne pose il principio Davide
Hume; la percezione è la fonte unica del conoscere; senza di essa non v c idee,
n concetto; un a priori, come lo pensa il razionalismo, è impossibile, c ogni
metafisica che oltrepassi respeiienza deve respingersi. Il nome di positivismo è
introdotto da CoMTK, secondo il quale la civiltà e la scienza percorrono tre
fa-si ; _ a) fase teologica, in cui la spiega | zione dei fenomeni è riferita
ad esseri soprannaturali;, fase metafisica, in cui la spiegazione dei fenomeni
è riferita ad entità astratte, forze, sostanze, cause occulte; . *, _ c) fase
positiva, in cui la scienza »» per oggetto la ricerca rigorosa dei fatti e
dello leggi, cioè dei rapporti costanti che col legano i fenomeni osservati
nella loro genuina realta; più in la non * pnù andare e la metafisica si perde
in astrazioni vuote e in vani sogni: la scienza è ricerca di relazioni, di
leggi, è retati ra, ma, permettendo di prevedere gli effetti anche lontani e di
calcolarli, risponde ai bisogni umani, « al servizio del l’uomo. _ dopo il
f’omte 11 positivismo si trasforma in un atteggiamento dello spirito ehc ha
soprattutto una tendenza antimotafisica e vuole attenersi alla pura esperienza.
Positivisti ni vano Positivo Predestinazion e senso sono considerati G. STO ART
Mill, K. SPKNCEB, I. TAINE, R. AUOIOÒ, h. Mach ecc., „ .., Positivo (scienza):
è ciò ohe e effettivo, reale, constatato mediante l'esperienza, c anche il
prodotto d'un processo storico; p. e. religione positiva, diritto poPoEsibii e
e possibilità (AtoOj W* senta diverse formo; la possibilità è. __„) fisica, nuando
un fenomeno non contraddice ad alcun fatto o ad alcuna legge empiricamente
stabilita; _ l,) delVesperienza o reale, per Kant è possibile ciò che «'accorda
con le condizioni formali dell'esperienza, ossia con le forme dell'Intuizione
pura dello spazio e del tempo, e con le forme dell intelletto, cioè con le
categorie; _e) Ionica, quando ciò che e pensato o affermato non contraddice ai
principi della ragione; però dal fatto ohe una oosa è logicamente possibile,
non si può oonoludero alla sua esistenza reale; e) metaf isica : per AulSTOTKUJ
la materia contiene la possibilità di ciò che nuó attuarsi mediante la forma
-,, Pe. un masso di marmo può divenir statua. Post hòc ergo propter hoc c un
sofisma che consiste noli affermare che un fatto è causa d un altro fatto solo
perché lo precede nel tempo. Postulato er akiHTOTELE la materia è l'essere in
potenza, l'essere allo stato virtuale, possili lita che tonde verso la torma,
verso 1 essere determinato (v. atto), Pragmatismo (gr. rpayiia azione) ( fiios
.): è la dottrina sostenuta in America da W. James e in Italia da G. 1 Apini
giovane, secondo la quale la conoscenza è uno strumento al servizio
dell’attività umana; il valore d un idea è riposto nell'esperienza e la verità
d'uua proposizione dipende dalle conseguenze che ne derivano, cioè dal fatto
che essa è utile, che riesce ad uno Hcopo, dà soddisfazione, quindi se le
conseguenze sono buone, cioè conformi a ciò che l’uomo si propone, allora 1
asserzione è giustificala, cd é vera, e falsa nel caso contrario: ossia la
verità o la falsità d'un'ldea dipendono dalle sue applicazioni, sostituendosi
in tal modo alla ragione l'esperienza, al sapere I azione. Per esemplo, nella
questione se sia vero il materialismo oppure lo spiritualismo. la decisione
spetta a esame delle conseguenze: il miiterialismo. Densa W. James, nei suol
ultimi risultati pratici è desolante, . cade In un oceano di disillusioni -,
mentre lo spiritualismo, con la sua “razione d un ordino morale, apre la via
alle migliori speranze, -si riferisce sempre a un mondo di promesse •. _
Prammatici (imperniivi)(«orale), sou per Kant consigli di saggezza P ratica che
contribuiscono alla felicita. Pratico (gr. irpotxTiwSs da = opero: opposto:
teoretico) i/iloa.). la distinzione e l’opposizione di iwa^co c teoretico
risalgono ai Greci. Aristotele attribuisce all'Intelletto pratico (vou?
™«XTIx6?) l'ufilclo di occuparsi delle cose umane soggetto al mutamento e
legate all'azione, e lo considera subordinato all'Intelletto teoretico (vou?
&so>pr]Tix6?), che ha per oggettola conoscenza dell'universo e delle sue
lepori eterne. VVT1T r11f . _Cristiano Wolff nel sec. XM1I dir fonde le
espressioni di filosofia teoretica e di filosofia pratica, attribuendo la
superiorità alla prima. K!a.nt capovolge questo rapporto, perché nel dominio
dell'attività morale la ragione raggiunge una P iena aut nomia e apre all'uomo
uno spiraglio sopra una verità assoluta (il regno dei fini, ili cui domina la
libertà), mentre l'attività teoretica si limila alla conoscenza del fenomeni,
cioè a una verità relativa, a un mondo in cui regna la necessità (v. primato
della ragion praPredestinazlone (reWff.): è ia dottrina posta in termini
rigorosi da 6}. MQPredeterminismo Primum anso: tutto ù già fermo o prodestiI
nato ab aclerno uol giudizio divino; ciò elio deve accadere accadrà o l’uoino
nulla nc può mutare; la sua parto nel mondo è in ogni punto prestabilita e
soltanto la grazia può liberarlo dal male derivato dal primo peccato. Dopo ia
colpa originale lo stato dell’uomo è: non posse non peccare, mentre la libertà
d’Adamo era posse non peccare, e quella dei beati 6 non posse peccare. Perciò
la volontà umana nulla può senza la grazia, e tutto ciò che l’uomo fa di bene,
è Dio che lo fa in luì: potestas nostra ipsc est. Predeterminismo (filos. e
rclig.): ò la dottrina di S. Tomtuaso secondo la quale gli atti liberi umani
non solo sono previsti da Dio ( v. prescienza), ma sono predeterminati da Dio
nella sua provvidenza: ex hoc ipso quod nihil volunlati divinae resista,
seguitar quod non solum fiant ca quac deus cult fieri, sed quod fiant
contingcnter vel necessario quae sic fieri vutt. Quindi l’uomo è mosso in
antecedenza e naturalmente da Dio au agire in questo o quel modo, Ina la
divinità ha predisposto pure che agisca liberamente, ossia la sua azione c a un
tempo necessaria e libera. Kani, opponendo determinismo a predeterminismo, si
chiede: so ogni atto è determinato da cause anteriori, da fatti passati che non
sono più in nostro potere, come può questo conciliarsi con la libertà, la quale
esige che nel momento d’agire l’atto dipenda dal soggetto, cioè sia libero l «
Questo è ciò ohe si vuol saperi* e che non si saprà inni . Predicabile i,r
n,,om )• nella dottrina di Kasr eonivale al termine a priori, cioè Indipendente
dall’esperienza, razionale tper es nelle espressioni: ragion pura, intulzlone
pura, concetto puro). Ouadrivlo: nella Scolastica è la divisione degli studil
superiori costituenti la Facoltà delle arti-, comprende 1 anlau lica la
geometria, la musica e 1 astronomia; mentre il Invia, che lo precede, comprendo
hi grammatica, la retorica, la dialettica. Oualità (psicol.): indica gli
aspetti sensI bili offerti dalla percezione d’uu corno facendo astrazione dalla
loro intensità e quantità: p. es.: un suono, un colore, un sapore, un profumo;
e anche ciò che dà valore o perfezione ad una cosa, come quando si apprezzano i
pregi d’nn’opera d'arto oppure le virtù o lo abilità d'una persona. __t
logica): è una categoria del pensiero logico che risponde in Aristotele alla
domanda: ttoIo; = gitana?, ed esprime la maniera d'essere d’un soggetto; p. e.:
quest'uomo è bello, è brutto ccc. Secondo questa categoria fondamentale, 1
giudizi logici sono affermativi o negatici, ossia attribuiscono o negano una
data qualità a un soggetto. Qualità primarie e secondarie Job ): già per
Democrito e poi per Galileo, Cartesio o Locke sono primarie le qualità
costanti, universali, oggettive, rispecchianti la realtà nella sua vera natura,
come la grandezza, la forimi, il numero, la posizione, il movimento: «per
veruna immaginazione, dice il Galilei, posso separare una sostanza corporea da
queste condizioni; secondane sono invece le qualità accidentali e mutevoli,
come sapori, odori, colori, suoni, che « tengono lor residenza nel corpo,
sensitivo, si che, rimosso l’animale, sono levate e annichilate tutte queste
qualità; le quali sono dunque soggettive. Quantità (in generale 1* si applica a
ciò che può essere misurato ed espresso numericamente, e perciò presenta la
possibilità del piti e del meno, è suscettibile d'aumento e iti diminuzione. __
(logica): b una categoria fondamentale che per Aristotele risponde alla
domanda: jtfjdov guaritami-, per essa l giudizi, secondo Kant, possono essere
universali, particolari, singolari, sccondoche 11 soggetto ò preso in tutta la
sua estensione (p. e.: lutti gli uomini sono mortali), o in una parto della sua
ostensione (p. e.: alcuni uomini sono poeti), o nella sua singolarità (p. o.:
quost’nomo è scultore). Quiddità (lat. scolast. guidditas) (logica): risponde
alla domanda guid est ? ed esprime l’essenza d'ima cosa, la torma nel senso
aristotelico. Quietismo (in generale): b la dottrina che ripone la quiete e la
felicità dell anhna nell'allontannrsi dalle coso ilei inondo o nel ritrarsi
nella meditazione Interiore e di Dio. _ 6 la dottrina dello spagnuolo Michele 1
do Molinos, secondo la quale si può raggiungere la perfezione e ottenere una
quiete assoluta dell'anima mediante un atto di fede e un assoluto abbandono a
Dio, che dispensa dalla necessità di ogni pratica religiosa e attività morale,
e, in generale, ili opero esteriori. Quintessenza: signitlea dapprima la .
quinta essenti» -, il quinto elemento cosmico, l'etere, considerato il più
sottile e puro; poi l’estratto condensato, essenziale il’uu corpo, d una
dottrina, infine sottigliezze complicate e vane. Ragionamento (logica): b
un'operazione dell’intelligenza che si svolge ili piu momenti, cioè in una
serie di preposizioni collegate fra loro per giungere a una conclusione che in
tutto o in parte è già Implicita in esse. Ragione (/ ilos.): in generale, è la
facoltà naturale di ben giudicare, di saper distinguere 11 vero dal false,
disporre m una serie coordinata e libera da contraddizioni idee, giudizi,
esperienze, col (ine di raggiungere un sapere oggettivo e universale, ossia
valido per tutte le intelligenze, anche se poche sono in grado di riconoscerlo,
di rifare da sé la via che ha condotto a tale sapere. _ per Platone la ragione
(vou?) e l'attività più elevata dell’anima, quella cho può rappresentarsi le
idee eterne; _. per Aristotele è ciò che distingue l'uomo dagli altri esseri; _
per s. Tommaso intellect.is e la taeoltà superiore e intuitiva ili conoscere.
Razionalo Ragion sufficiente ratio è In facoltà di conoscere diversiva [nomea
rattorti* sumitur ab inquininone et discussa; hdellrc us nomai sumitvr ab
intima penetratimi ver itati*)* __ „ er SPINo'/.v la. ratio da la conoscenza
vera, adeguata, dell’essere; «appartiene a lla natura della ragione il
contemplare le cose non come contingenti, ma come necessarie * (pr. II, 14);
essa ci apprende le cose sotto un «corto aspetto delle* ternità, sub queula.nl
acternitidìs specie; apro la via alla conoscenza pin alta, I alla « scindili
intuitiva -, a veder le cose sub specie aelernitatis. _ per Kant la ragione in
senso largò ò il intasare a priori, è la Incolta che ci fornisco: a) i
principi! o le forme a priori della conoscenza, che sono le intuizioni dello
spazio c del tempo, le categorie, le idee; b) i principi! a priori dell'azione,
ossia la regola della, moralità, la legge morale: nel primo caso è ragione
teoretica, nel secondo è ragione pratica; o l’una e 1 altra sono indlpondout 1
dall’ospcrienzn. _ In senso ristretto la ragione è per Kant la facoltà di
pensare lo idee allo quali non corrispondono oggetti nell’esperienza, cioè lo
idee di Dio, dell'anima, del mondo. -iu oppos. a tede rivelata è l'organo
della, conoscenza autonoma, a cui l’uoilio giunge con le sole sue forze; cosi
l’intende anello ( : A I.II.KO che scrive. . la Scrittura dovorebbo essere
riserbata nell'ultimo luogo; quello degli effetti naturali ohe o la scusata
esperienza ci pone innanzi a gli occhi o lo necessarie dimostrazioni oi
concludono, non deve in oont-o alcuno c-scr revocato in dubbio por luoghi della
Sorittura • (Lett. al Costelli). È dunque il procedimento naturalo dello
spirito umano ncU’acquisto del sapere. ^ Ragion sufficcnte (logica) : u il
principio formulato dal Leibniz, secondo il quale nulla avviene senza ragione o
motivo, cioè « nulla avviene senza che vi sia una causa o ragione determinante,
che possa servire a render conto a priori perché una cosa csisxc o non esiste,
è in un modo piuttostochò in uu altro », 8CHopenHAU ek lo rappresenta sotto
quattro forme: a) ratio estendi, principio dell’essere: ogni parte dello spazio
o del tempo è In relazione con le altre parti, in modo che ciascuna è
determinata e condizionata dalle altre ; _ b) ratio /fendi, principio del
dlvoidro: ogni nuovo stato (effetto) dev’essere preceduto da un altro (causa);
_ c ) ratio coanoscnuU, principio del conoscere: ogni giudizio che esprime una
cognizione deve avere un fondamento sufficcnte; _ _,/) ratio spendi, principio
dell agire. ogni atto della volontà dev’essere preceduto da un motivo.
Rappresentazione (psicol.); è il nprescntarsi, 11 riprodursi nella nostra mente
d'uua percezione anteriore, o quindi È affine a\V immagine ed è soggetta a
un'elaborazione interiore dipendente dall’azione continua delle altre
rappresentazioni ; perciò si dice che essa ha una sua vita propria, come
rimmagtne. _ Locke denomina rappresentazioni e Idee tutto ciò che è presente
alla mento, ciò elio questa percepisce in sò, o ciò che è oggetto Immediato
della percezione e del pensiero, mentre HOME distinguo nettamento percezione e
la corrispondento rappresentazione, copia debole o sbiadita della prima. _peiLeibniz.
è la funzione più importante della monade, ò la facoltà di percepire e ili
ridurre la molteplicità all’unità (p erceptio nihil aliud est qiiam inultorum
in uno exprtssum, est rcpracscntatio multitudinis in imitate). Ogni monade si
rappresenta, eioò percepisce, l'universo da un punto di vista proprio, ohe
s'accorda con quello delle altro monadi (v, armonia prestabilita), f n
percezione ò chiara, quando la conoscenza ohe abbiamo d uu oggetto ci permette
di differenziarlo dagli altri, oscura nel caso opposto; distinta, quando un
oggetto ò percepito o conosciuto nello sue qualità particolari ed essenziali,
contusa noi caso contrario; p. es.: un giardiniere può avere un'Idea chiara d
un iioro, ma non distinta; un botanico ne ha un'idea chiara c distinta, Sc®OPENHAC'EK
col suo principio: . il mondo ò la mia rappiesentazione « esprimo l’essenza'
dell» idealismo conoscitivo » (v. idealismo). Razionale (in generale ): ò ciò
che ò conforme alla ragione c al suoi prinelpii, ciò che da questa trac la sua
origine, (p. e. lo categorie kantiane), o ciò che in esse ha 11 suo fondamento,
o quindi non dipende dall’esperienza (p. e. le matematiche, la meccanica
razionale). Woijp distingue una cosmologia, una ontologia, una psicologia c una
teologia razionali, che Kant sottopone ad RazionalismoRegno dei fini e8 amo
crltioo per dimostrare l’impossibilità e le contraddizioni d'nna metafisica
razionale (v. ciascuno di quei termini). _per Hi-'.cei. • ciò che è razionale è
reale, e ciò che è reale è razionale », esprimendo con ciò il fatto elle il
concetto ò l'essenza delle coso (come in Aristotele le idee sono nelle gose
stesse), cho tutta la realtà data noU’csperienza umana ò accessibile
alla.ragione c può essere inquadrata noi concetti della ragione; cho so vi ò
qualche cosa di irrazionale, questa non ha che un’esistenza provvisoria. Però
tale formula c non serve a giustificare tutto ciò che avviene, p. es. : un
errore di stampa o uno sternuto; ma cho gli uomini vivano in imo Stato si
chiarisce come razionale », ossia lo Stato è l’attuarsi, l’incamarsi d’uu’idea.
Razionalismo (opposto: e mpiris mo e irrazionalismo) (filos.): b la dottrina
che, avendo fede assoluta nella ragione, afferma che la conoscenza della verità
si apro non al scuso e all’esperienza, o alla fede rivelata, ma allo piti alte
funzioni dello spirito, il quale non ò un recipiente vuoto, una tabula rasq. ma
porta in sé e trae dalla sua interiorità principi!l’attività, idee (p. e. di
causa e di sostanza), che consentono di penetrare nella realtà, considerata
razionale nella sua essenza, comprenderla, ordinarla, volgerla a beneficio
dell'uomo nell’opera di dominare la natura. Razionalisti si possono considerare
nell’antichità Parmenide, Platone, Aristotele; Cartesio inizia il razionallsmo
moderno, seguito da Spinoza, Leibniz, Kant, Hegel, eoo. --dai principi
costitutivi della ragione il razionalismo trae un diritto, una morale, uua
religione naturali. Intendendosi qui per naturale ciò cho ò concepito e
costruito dalla ragione, quindi opponendosi a diritto positivo (cioè lealmente
in vigore), a morale tradistimale, a religione positiva o storica. -Kant, per
dare un fondamento solido alla conoscenza, fonde empirismo e razionalismo,
distinguendo la materia, cioè il complesso delle impressioni cho ci giungono
dall’esterno per la via dei sensi, e la /orino, cioè 1 principi! che lo spirito
trae da sé per ordinare la materia. Perciò l’uomo conosce le cose, 1 fenomeni
solo In quanto e nel modo ondo trapassano nelle forme dello spazio e del tempo
e delle caie\ gorie, cosicché non i concetti si modellano sulle cose, ma le
cose sui concetti, e l’intelletto non attingo le sue leggi dalla natura, ma
gliele impono. Quosta dottrina può definirsi un razionalismo critico. Realismo
(filos.): in oppos. a nominalismo o a concettualismo è la dottrina cho nel
problema degli universali ammette che le ideo generali hanno un’esistenza
indipendente dolio spirito che le concepisce e dagli esseri individuali; si
collega a Platone che pone lo idee fuori del mondo sensibile, e ad Aristotele
che le pone nelle coso stesse. -in opposizione a idealismo si applica alle
dottrino cho ammettono l’esistenza reale d'un mondo esterno, d’un oggetto
indipendente dal soggetto pensante o di natura diversa da esso; vi appartengono
moltissimi filosofi antichi o moderni. -In estetica esprime la tendenza
artistica alla riproduzione esatta della realtà naturale e degli avvenimenti
umani ; è sinonimo di naturalismo, che la riproduzione fedele, integrale o
artistica delia natura vorrebbe rivolta anche ad un fine scientifico. Realtà
(filos.): in opposizione a possibilità o a irrealtà esprime ciò che è
attualmente esistente, sia sotto forma materiale e sensibile, sia sotto forma
intellettuale o ideale. in opposizione ad Apparenza indica ciò ohe veramente è:
p. e., un bastone posto di traverso neU’ncqua corrente sembra spezzato, ma in
realtà non ò. iu opposizione alla realtà empirica v’è una realtà metafisica,
che è al di là dei fenomeni percepiti dal sensi; è accessibile olla sola
ragione o anche ineonosoibilo, come la cosa in si di Kant. (logica): realtà è
una delle tre categorie kantiane della modalità (realtà, possibilità, necessità
); il giudizio di realtà enuncia semplicemente un fatto o un rapporto di fatti
come effettivamente esistente (v. modalità). Recettività (dal hit. recipere =
accogliere passivamente; opposto: attività) (filos.): b la disposiziono a
ricevere passivamente impressioni e suggestioni dall'esterno. per Kant la
sensibilità è recettiva, ossia ò la facoltà di ricevere impressioni per la via
dei sensi, che formano la materia del conoscere. Regno dei fini (morale):
nell’etica di Kant è l’idealo di una unione sistematica degh esseri ragionevoU,
per i quali Regressus in inflnitum è cosa spontanea l’obbodicnza alla lecite
morale «li cui essi stessi sono sii untori: fc il regno della libertà in
opposizione al mondo fenomenico, In cui domina la causalità c, quindi, la
necessità. Regressus in inflnitum (/ito*.): secondo gli Scettici antichi il
filosofo dogmatico è costretto a un regresso ail’iullnlto, cioè a risalire,
senza mai fermarsi, nella serie dei principii, se vuol non lasciare alcuna
affermazione indlmostrata c non porro corno primo principio una proposizione
arbitraria o un’ipotesi elio ha bisogno d'essere dimostrata. Ha il
oorrispettivo nel prògressus iti infittitimi (v. questo termine). _per Kant il
regressus nella serio «lei fenomeni dell’universo conduce in il idefinitum,
cioè la serie dei fenomeni è potenzialmente illimitata, non dollnlta.
Relativismo (/ito*.): si applica alle dottrine cho accolgono lo. relatività
della conoscenza umana, limitata ai fenomeni c «ile loro relazioni tostanti,
ossia olio lauri, dichiarando che citi cho si pono ai di là di ossi, o è
inconoscibile. come pensa lo Spencer, o non esisteaffatto, come dice C'omte,
Relatività (/ito*.): è il carattere ohe si può attribuire alla conoscenza, di
essere relativa (v. relativo). Relativo (opposto: assoluto) (/ito*.): è
relativa la conoscenza, in quanto la si fa dipendere dalla costituzione
soggettiva dello spirito umano, dal rapporto fra il soggetto o l’oggetto e si
esclude la possibilità di cogliere con l'intelletto unii verità assoluta. -la
relatività della conoscenza è sostenuta già dallo Scetticismo greco con
Enesidemo, mediante dieci tropi che ponovano in rilievo la soggettività dello
percezioni dovuta alle differenze fra gli uomini, diversi di corpo, di
temperamento, di anima, dominati da disposizioni o condizioni variabili, come
la, salute, l’età, le malattie; che percepiscono diversamente socondo le
distanze, le posizioni, la complessità degli oggetti, la rarità e la frequenza
dei fenomeni ecc. -anche per Kant la conoscenza è relativa, essendo limitata al
fonomeni e ai loro rapporti, mentre la cosa in sé, che sta dietro ad essi, è
inconoscibile. un’Importante concezione delia relatività è quella odierna
dell’EiNoTBix, che estende ni movimenti accelerati e alia stessa gravitazione
la relatività ammessa in meccanica: la massa d'uti corpo non è costante, ma
varia in funzione della velocità; non v’è spazio e Religione tempo assoluto, le
dimensioni ilei tarpi sono relative, giacché un corpo, trascinato in una
traslaziono, subisco una contrazione nel senso del movimento; spazio, tempo,
energia sono fra loro collegati; si Invecchia piti in un Inogo che in un altro.
_ vi ù anche una concezione relativa della attirale : i principi
dell’apprezzamento o della condotta morale dipendono dal carattere, dal grado
di civiltà d’un popolo, dall'iunbionte nslco o sociale, dalla tradizione eco.;
non esistono principii morali assoluti. a 31 osò, ai profeti, e, in maniera
completa, insegnate agli uomini dii Cristo e consegnate nelle .Sacre Scritture.
Romanticismo (opposto: classicismo, illuminismo): v un Importante movimento
spirituale Iniziatosi verso la due del scc. XVIII, che ha un'aziouo rilevante
sui filosofi sorti dopo Iva.it (Fiotti:, Sm maino, Hegel eco.). L'Idea centtale
è quella di vita pensata come forza originarla, immateriale, irriducibile,
incosciente, spontanea, che rivela una verità piti profonda «li quella offerta
dalle • Idee chiare e distinte li! Cartesio e dell'Illuminismo; il senti• mento
vi appare più complesso e più ricco della ragiono astratta, il arnia ò
superiore «vile regole, l 'istinto più forte delle convenzioni, dello
istituzioni, dei calcoli della scienza. T)1 qui le conseguenze: «) di fronte
all'ordine e ai modelli classici è una rivolta contro lo regole e le
convenzioni, un'esaltazione di tutto le potenze della vita, un’affermazione
della rclativitii di tutti gli ideali o della mutabilità delle Torme estetiche;
b) «'accosta alla natura, alle intuizioni infallibili d'un istinto collettivo,
inventa il genio della rozza, l'anima dei popoli, pone l’ispirazione e il genio
al disopra del sapere e deìl’abilità tecnica; ai giardini e al parchi ben
disegnati preferisce ipaesaggi grandiosi e selvaggi, le solitudini (Rousseau);
al razionalismo oppone l’irrasionalismo, si stacca dai soggetti e dalle
tradizioni classiche per rivolgersi al Modto Evo, considerato più spontaneo,
alla tradizione cavalleresca, alla cattedrale gotica; ha il gusto e il senso
della storia ; contro l’antistoricismo degli illuministi ò storicistico. s
Saggio (gr. 0096? = sapiente) i/ilos.): l’ideale del saggio è definito, dopo
Aristotele: l’uomo die incarna la virtù intesa come sapere, abilità, prudenza,
giustizia, indipendenza dai beili esterni. Rispondono a questo ideale i Sette
saggi, come anello il « saggio stoico » clic ne attua il tipo morale più alto,
offrendo il modello pratico alla Roma «lei primi due secoli dopo ( ‘risto. La
saggezza non 0 soltanto liberazione dalle passioni o dal l’utilitarismo
volgare, ma anche scienza ed esperienza armoniosamente operanti nella vita o
gni ftte da un ideale superiore. Sanzione (diritto e nomile): la sanziono
giuridica, ossia la pena, ó determinata da tre fattori: dallo esigenze della difesa
sociale; dall'offesa clic il delitto reca al sentiment o «li giustizia, pel
quale 11 colpevole, partecipe della ragione, è considerato come persona
razionale, trattato come tale o quindi costretto a subordinarsi alla ragione
comune, infine dall’offesa portata all’ordine morale, per cui, oltre al
ripristinnmento deU'ordino giuridico, la pena mira anche ad educare
possibilmente il colpevole a sentimenti migliori. La sanzione morale, cioè la
riprovazione e il rimorso, è una reazione della Volontà morale Idealo contro la
volontà inoralo Imperfetta, che ha violato la legge morale: il fondamento di
essa va corcato nella responsabilità di noi verso noi stessi (Martinetti).
Scetticismo (gr. ay.irrzrjij.xi = Investigo ; opposto: dogmatismo) i/ilos.): è
la dottrina fondata da l'iuuoNi:, secondo la quale la mente umana non può
cogliere verità alcuna intorno alla vera realtà delle cose, ma solo apparenze.
Non esiste un criterio di verità che permetta di distinguere le
rappresentazioni vere «la quelle false, donile l’astensione dti ogni giudizio
iZTZoyT,) e l’indifferenza (àSiatpopta). il dubbio Schema Scolastica
sistematico c una tranquillità d’animo Inalterabile (&Tapoc££a). Dapprima,
mediante la disciplina della condotta morale, mira alla calma e alla quiete
dell’esistenza, ma alla line diviene anche una disciplina dello spirito
scientifico, grazie al suo atteggiamento eri-fico e al severo esame cui
sottopone le dottrine filosofiche contemporanee, specialmente Pepicureismo e lo
stoicismo. Schema (gr. cr/-? (i iia = forma, esteriore), figura) (//los.): in
generale indica il disegno, la figura che rappresenta in maniera semplificata
le linee essenziali d’un oggetto o d’un movimento. -per Kant lo schema
trascendentaleindica una rappresentazione intorme* diaria fra un’intuizione
sensibile (per es. : d’uri dato triangolo) e un concetto (per es.: 11 triangolo
in generale); ed è affine da un lato al concetto puro, in quanto non contiene
nulla d’empirico, e dall’altro lato alle percezioni, e quindi all’ordine
sensibile. Perciò esso permetto di applicare indirettamente agli ; oggetti
dell'esperienza i concetti puri dell’intelletto, cioè lo categorie, che sono
inapplicabili per via diretta. Cosi lo sohema della sostanza, cioè la
rappresentazione sotto la quale si raccolgono i fenomeni per poter loro
applicare la categoria di sostanza (v. questo termine), è il substrato che
permane nel tempo; lo schema della quantità è il numero, mediante il quale la
continuità dei fenomeni è distribuita in quantità determinate. Questi schemi
sono creati dall'immaginazione, che ò una facoltà intermediaria fra
l’intelletto o la sensibilità, con essa Kant vuol risolvere l'antico problema
dell’accordo fra le idee, le categorie o le cose; per risolvere il quale
Cartesio era ricorso allaveracità divina, Malebranche alla rivelazione, Spinoza
al parallelismo (per cui l’estensione e il pensiero sono gli attributi d'un
unica sostanza, di quella divina), Leibniz all’armonia prestati• •Scienza: è un
complesso di cognizioni dovute a ricerche metodiche (fondato sull’esperienza
guidata dalla ragione), disposte in un sistema ben coordinato, suscettibili di
dimostrazioue e aventi per oggetto una parte ben definita della realtà
naturale. I suoi strumenti 6ono: l’osservazione diretta dei fenomeni,
l’csperimento, l 'induzione, la deduzione. Galileo apro ima via nuova alla
scienza, sostituendo olla ricerca delle qualità, propria del metodo
aristotelicoscolastlco e ancora presente in Bacone, la ricerca «iella quantità,
esprimibile con formule matematiche; quindi non più forz e qualità occulte, ma
elementi spaziali c numerici. Anche oggi gli atomi, gli ioni, gli elettroni c
le loro composizioni quantitativo sono l'oggetto dell'indagine scientifica. * L
'aggetto della scienza è duplice, secondo filosofi c scienziati (BENTHAM,
Ampère, Hill, Hegel, Wcndt, ecc.), cioè: la natura o lo spirito, donde le
scienze della natura e le scienze dello spirito (o morali). Il Windklbanp
divide le scienze In nomotetiche (gr. VÓ(AO£ = legge, e tU1yjjì.i= pougo), come
la chimica o la fisica, che ricercano le leggi secondo cui si svolgono i
fenomeni naturali; o ideografiche (gr. = particola^ e ypàcpstv = scrivere),
cioè lo scienze storiche, che studiano gli avvenimenti passati, considerati
nella loro Impronta individuale e non ripetibili. Scolastica (dal lat. setola,
che è l’insognamento per eccellenza del Medio evo, quello della teologia o
della filosofia; scholasticus ò il titolare di tuie insegnamento) ( /ilos .): ò
la filosofia dominante in Europa dal hoc. X al XIV : le sue tesi fondamentali sono:
a) dualismo fra Dio. che è atto puro, puro spirito, e la creatura, nella quale
si mescolano l’atto e la potenza, la forma e la materia, l'anima o il corpo; b)
Dio è persona spirituale, ha creato il mondo dal nulla e lo trascende ; c) la
parola di Dio manifestata nelle Sacre Scritturo è l'espressione infallibile
della verità; quindi, pur mirando a conciliare ragione e fede, cioè la
filosofia antica, specialmente quella d’Aristotele, col dogma cristiano, la
Scolastica afferma che la'ragione non può andare contro la fede, ma
subordinarsi a questa; d) la distinzione flit soggetto conoscente e oggetto
conosciuto, pensato come reale, indipendente dal soggetto nella sua esistenza;
e) la distinzione fra teologia e filosofia : la prima ha per oggetto l’ordine
soprannaturale in quanto è rivelato dalla parola di Dio; la seconda investiga
l’ordine naturalo per mezzo della ragione, ma accordandosi con la teologia. In
senso peggiorativo si dice che ima dottrina si trasforma in una scolastica
quando si irrigidisce in formulo verbali, in distinzioni e divisioni numerose.
sottili e astratte, in tesi imSecondarie Simbolo mutabili, o perciò diviene
stagnante, incapace di progredire. Secondarie (qualità) = v. qualità.
Sensazione (psicol.): è la piò semplice modificazione della coscienza, il
processo psichico nella sua forma elementare; presenta due aspetti: a) è
recettiva, cioè passiva, in quanto è prodotta da stimoli esterni o Interni; p.
o. un raggio di luce, la contrazione d’un muscolo, che dònno rispettivamente
una sensazione visiva o muscolare: li) è successivamente attiva, in quanto le
impressioni provenienti dagli stimoli sono elaborate dalla coscienza, nella
qualo già si trova ima molteplicità, d’elementi psichici, di ricordi, di
immagini, occ. ; perciò la sensazione ò il prodotto dell'analisi e
dell’astrazione. Sensibilità (furimi.): è la facoltà d’aver sensazioni, di
conoscere por mezzo doi sensi, o anche di provare piacere o dolore che
accompagnano lo sensazioni; _da Kant la dottrina della sensibilità, clic ò la
capacità di ricovero passivamente impressioni da oggetti osterni por la via del
scusi, ma ordinate nello forme a priori dolio spazio c del tempo, è detta
estetici i. Sensismo (filos.): dottrina che consiste nel far derivare tutto le
nostro facoltà o le nostre conoscenze dalla seusuzione ; ò rappresentato dal C
ONDII*i*ao (sec. XVIII), che dalla sensazione fa derivare la memoria,
l’attenzione, il giudizio, il sentimento, lo volizioni. Si distinguo
én\Yempirismo, in quanto questo ammette duo fonti del conoscere: la sensazione
o la riflessione. Senso ( psùvl .): è la facoltà (p. e. la vista, l’udito, il
tatto) che mette gli esseri viventi in rapporto col mondo esterno c dà luogo a
una determinata classo di sensazioni (visivo, uditivo, tattili eoe.). _
(morale): il senso morale consiste in una facoltà innata dì distinguere
intuitivamente Il bene dal male, facoltà ohe dove considerarsi parto integrante
della natura umana; tale dottrina è sostenuta per la prima volta dagli inglesi
SnAFTEsnniY o Hvtchkson. Senso comune: comprende un’insieme indeterminato di
opinioni c ili cognizioni condivise quasi universalmente, che si impongono o
por la loro evidenza o per il loro valore pratico, o anche per l'autorità della
tradizione. (Jilos.): per Aiustotklk II senso comune (Jtotvi) crìa&r,oiz) è
una specie di senso interno cho ci dà la coscienza della sensazione o, al tempo
stesso, coordina I dati offertici dai singoli sensi particolari (udito, vista,
ecc.): esso costituisco quindi l'unità del soggetto senziente di fronte all'oggotto
sentito. _I*a scuola scozzese del senso comune (Reto, Dcoai.p Stkwaht)
ammottesenza discussione come validi i principi accolti da tutti gli uomini,
oppure « cosi indispensabili nella condotta della vita elio il rinunzlarvi
equivale a cadorc in numerose assurdità speculativo e pratiche »(Roid), e
anzitutto afferma l’esistenza realo dell’oggetto, indipendentemente
dall’attività percettiva del soggetto. Il senso oomuno sostituisco la ragione
nella filosofia e,anohe nello matematiche. Sentimento (psicol.): In senso ampio
esprime il complesso degli stati allei Ziri, cioè di tutti quei processi
soggettivi, interiori, gradevoli o sgradevoli, legati con lo funzioni vitali e
con la psiche dell’Individuo, come le emozioni, le passioni ecc. m in senso piò
ristretto è uno stato affettivo stabile, o ancho un’attitudine costante a
provare emozioni, corno il sentimento estetico, morale, intellettuale, il qualo
ultimo consisto nel piacere complesso cho dà l’esercizio dello funzioni
intellettuali. Sentimento fondamentale corporeo: ò l’cspressiono usata dal
Rosmini per indicare la cenestesi (vedi). Sillogismo (gì-, ouXXo^tojxó;, da
uoXXévw = raccolgo) (lattica): Aristotele, che ne ha creato la teoria, cosi lo
definisce: ò un ragionamento (Xó-fb?), nel qualo, posto alcune cose, ohe p. o.
« l'uomo ò mortalo ".e 0 Socrate ò uomo », un’altra cosa no risulta
necessariamente, che « Socrate è mortalo », per qu sto solo cho 1 primo sono
posto. Consta di tre proposizioni, di cui Io primo due diconsi premesse ; la
terza, implicita in queste, conclusione-, e comI prendo tre termini: il
maggiore, che ò il concetto più esteso (nel sillogismo citato: mortale), il
minore (Socrate), il medio (uomo), che ò il ponto di passaggio. Corrisponde ai
noti principi: ciò cho è contenuto nel genere ò puro contenuto nella specie; e
nel linguaggio matematico: tiue quantità ugnali a una terza sono uguali fra
loro. Simbolo = «offro insieme) ( psicol .): in generale consiste
nell’esistenza di disposizioni identiche in due o più individui della stessa
specie o di specie diversa. nella sua forma più umile è un accordo di
movimenti, detto sinergia, come si osserva nel riso o nello sbadiglio, che si
propagano quasi per contagio. nella sua forma superiore ò un accordo di
sentimenti, una sinestesia, un movimento che ci porta verso gli altri, a gioire
della loro presenza, a partecipare allo loro gioie c alle loro pene, c alla
fine si muta in «unore attivo, che supera i limiti della nostra co¬ scienza per
rivelarci la presenza imme¬ diata d’un’altra coscienza; scopro va¬ lori (come
pensa Max Scholer), men¬ tre l’intelligenza dà solo rappresenta¬ zioni.
(morale): è il fondamento della mo¬ rale dell’inglese Adamo Smith: * la fonte
della nostra sensibilità per le sof¬ ferenze altrui, egli dico, è la facoltà di
collocarci con 1 ’immaginazione al loro posto, facoltà ohe ci rende capaci di
concepire ciò che essi sentono o d'es¬ serneaffetti »; por essa giudichiamo
moralmente delle azioni altrui e delle nostre. Sincretismo (gr. ouY-xpiJTurpóc»
no¬ me derivato daH’unione dei Cretesi di fronte al nemico, nonostante lo
dissen¬ sioni intorno) (in generale): esprime l'u¬ nione artificiosa, senza
critica, di idee o teorie di disparata origine, nel campo della filosofia come
in quello della re¬ ligione. Sinderesi (forse derivata da auvirrjpnjai? =
sorveglianza, o, per deforma¬ zione, da vet$Y)el libero consenso degli indivi¬
dui ed è fondato sopra la volontà della nuiggioranzu, espressa mediante 1 rap¬
presentanti del popolo, donde lo Stato liberale rappresentativo coi suoi tre
poteri ben distinti: legislativo, giudi¬ ziario, esecutivo, quale traeeorà più
tardi Montesquieu por Rousseau lo stato sorge pure dallo stato di natura per un
contratto pel quale l’individuo, naturalmente buono, trasferisce il buo diritto
al po¬ polo, riunito in assemblea, la cui sovra¬ nità è assoluta c
inalienabile; la volontà generale, manìfestantesi nelle decisioni della
maggioranza o nel potere legislativo, che è il potere supremo, implica la
volontà di tutti gli individui. Di qui il governo democratico. Stato etico
(filos.) : per Hegel lo Stato è Tincarnazione suprema della moralità,
l’attuazione delle Idee morali, lo spirito del popolo divenuto visibtlo; perciò
il suo fine non è di assicurare la libertà individuale, la sicurezza, la
proprietà dei singoli, giacché l’individuo non ha obbiettività, verità,
moralità se non in quanto è parte dello Stato, e la vera volontà dell’individuo
(la quale ò pensiero attuautesi nella realtà) è volontà razionale, quindi ani
versale o, alla fine, identica alla volontà dello Stato: la rappresentanza del
popolo non deve ingerirsi negli affari dello Stato, ma solo eccitare il governo
a rendere pubblica ragiono dei suoi atti, elevandone cosi la vita a un grado di
coscienza Stoicismo 91 Superuomo sempre più alto. Questa dottrina dell’Hegcl è
l'affermazione dell’onnipotenza dello Stato. Stoicismo (/ iloa .) o PORTICO,:
dottrina della Scuola filosofica fondata da Zenone di Cizio, elio fu aperta in
Ateno nel ITI scc. a. Cr. nello Stoa Pecilo (portico ornato delle pitture di
Poiignoto) od ebbe cinque secoli di vita e duo periodi, quello preco o quello
minano (con Seneca, M. Aurelio, Kpittcto): professò un panteismo secondo il
quale 11 mondo è animato da una forza immanente, la ragionecosmica
simboleggiata nel luoco, della quale l'anima ù una particella. 11 lino supremo
della condotta umana è per essa l 'avalla, che si raggiungo con la virtù, cioè
liberandosi dallo passioni, obbedendo alle leggi inflessibili, ma ottime, con
le quali la divinità reggo 11 mondo. Storicismo (/flottitela tendenza a
considerale un oggetto della conoscenza come il prodotto d’uu’cvoluzione
storica; ha un duplice aspetto: . d) in opposizione all' filmai mano, considera
1 prodotti spirituali non come l'effetto della ragiono, concoplta uguale
dovunque e costante, ma corno Il risultato Ionio d'uno sviluppo storico,
durante il qualo 1 caratteri essenziali si conservano, mentre quelli
accidentali cadono ; - i>) In opposizione al naturalismo meccanico,
considera e interpreta il tutto come una manifestazione dello spirito umano nel
suo svolgimento storico : cosi per Heokl la storia ò lo sviluppo successivo
della ragione c l'essenza di quosta appare o si do finisce eoi caratteri che
sorgono in tale evoluzione idealo; l'essenza della filosofia è quindi da
rioeroursì nella storia della filosofia. Subcosciente tpsicol.): si dice del
processi psichici debolmente e oscuramento percepiti. Per primo il Leibniz
ammise esservi nell’attività psicologica « petites insensiblcs perceptions che,
riunite e fuse Insieme, possono produrre una percezione chiara; p. e. il rumore
d’un’ondata marina è dato da un numero incalcolabile di rumori infinitamente
piccoli, non percettibili separatamente. S’usa anche come sinonimo d
'incosciente. Sublime (estetica): è il sentimento prodotto nell'animo dalla
visione diretta o dall'idea vivamente rappresentata della potenza.naturale n
della grandezza morale e intellettuale. -Kant distingue: a) 11 sublime
matematico, provocato dalla visiono o intuizione d'una grandezza assoluta nel
senso dell’estensione; p. e. la vista dell’oceano immenso, l’idea
dell'immensità degli spazi cclesti; i) Il sublime tlinamico, dovuto alla
visiono della potenza non disgiunta dal senso di sicurezza dello.spettatore: p.
c. la vista d'un vulcano jn eruzione, dell'oceano in tempesta. Questi
spettacoli » elevano le forzo dell’anima sopra la loro ordinaria mediocrità c
discoprono in noi un potere di resistenza che ci dà il coraggio di misurarci
con l'apparento onnipotenza della natura. Il sublimo quindi non è nelle coso,
ma nel nostro spirito, ci eleva al disopra della natura che è In noi, o di
quella che è fuori di noi . Sufismo (relig.): è una dottrina, dovuta a
ispirazione neo-platonica c seguita da una setta mistica mussulmana: Dio è il
beno assoluto, l'essere puro, la bellezza eterna, 1'unica o vera realtà, mentre
il mondo del fenomeni è un semplice riflesso della divinità, non essere, puro
fantasma. Una vita spirituale rigidamente ascetica, la stretta osservanza dei
precetti sacri sono la condizione necessaria per raggiungere il fine supremo
proposto da questa dottrina all uomo. l'annientamento in Dio. Suggestione
(psieol.): nel significato più generale f> l'evocazione, il suggerimento
d’un’ideu o d’un sentimento cho qualcuno esercita, volontariamente o no, sulla
coscienza d’un altro Individuo o ambe di se stesso (autosuggestione), e che
agisce, senza trovare resistenza, sulla condotta e sul modo di pensare di
questo. È comune nella vita sociale. _ La suggestione ipnotica consiste in un
comando cui il soggetto obbedisco senza riflettere, senza cho II suo consenso
intervenga: per una specie «Vautnmatismo irresistibile, egli compie tutto ciò
elio gli viene suggerito, subisce, illusioni, allucinazioni, iperestesie,
anestesie dei sensi ccc. Superuomo: termine usato da Goethe nel Faust o reso
popolare da Nietzsche ; è la concezione idealo d’un tipo futuro di personalità
superiore, d'una specie lituana meglio dotata di quella attuale. nell’umanità
deve apparire tuia specie più forte, un tipo superiore, che abbia all re
condizioni, per creare c conservare, clic rurnno medio Tn una prima
conSussunzione Tempo codone U superuomo era per Nietzsche il gonio che
s’innalza sulla folla e la domina. Sussunzione (dal lat. subsumcre =
subordinare; gr. u 7 c 6 X 7 )^/i£) {Ionica): è una forma di ragionamento che
consiste nel pensare un individuo come compreso in una specie, o una specie in
un genere, o un fatto come l'applicazione d’una leggo. .-per Aristotele il
unionismo di sussunzione è il solo perfetto ; in esso il termine medio è
soggetto nella premessa maggiore e predicato nella minore; p. e: « l’uomo è
mortale, Socrate è uomo; quindi Socrate è mortale ». T Tabula rasa {film.): a
una tavoletta di cera su cui nuda è scritto viene paragonata daU’empirtono
l’anima umana, la quale nel suo nascere non ha ideo o cognizioni innate.
L’espressione si trova nel De anima d "Aristotele: &rsT:tp èv
Ypa[xu.o!T£t(p té \j.r,Sh ùitxpxsi y£vpx'j.;j.£VOv {sirut tabula rasa in qua
nihil est scriptum, traduce 8. Tommaso). Teismo (/ilo*.): si applica alle
dottrine ohe ammettono un Dio personale, trascendente, creatore del mondo; 6
proprio del Giudaismo, dcllTsliunismo e, più particolarmente, del
Cristianesimo. Teleologia (dal grt£Xo; = fine e Xóyo? discorso: scienza dei
fini) (/iios.): dottrina che ammetto una specie di ragione cosmica o un essere
supremo ohe agisca per cause finali, cioè per l’attuazione di determinati fini
nel mondo e negli esseri. È iniziata da Anassagora, sviluppata da Platone, da
Aristotele, dagli Stoici ccc. per Kant la vita della nat uni, pur essendo soggetta
al principio di causa e a leggi meccaniche, rivela tuttavia un’arte tutta
interiore, grazio alla quale essa si organizza, produco esseri organizzati o
viventi, che possono essere detti fini della natura. Però l’ammettere questi
fini non ha il valore di un principio costitutivo, ma solo regolativo, cioè
«esprime la regola senza la quale l’organizzazione della natura sarebbe
inesplicabile per la nost ra intelligenza ». Temperamento (gr. xpaot? =
mescolanza; trad. lat. temperamentum)(psicof.): dalla mescolanza dei vari umori
del corpo {sanane, bile, atrabile, linfa) e dai predominare d’uno di essi i
Greci dedussero la distinzione dei quattro temperamenti (sanguigno, bilioso o
collerico, melanconico, linfatico), distinzione che tuttora si conserva. II
temperamento lia il suo fondamento nella vita fisiologica, specialmente nel
sistema nervoso, consideralo in relazione con l’attività psicologica; è
ereditario. Tempo ( filo ».): vi sono due principali concezioni del tempo :
realistica o oggettiva, die ci ò data nella sua forma tipica da Newton per cui
il tempo lia esistenza reale, assoluta, senza relaziono con le coso esterne, o
scorre in so stesso in maniera uniformo per sua propria natura, seuzu rapporto
col mutamento. È bensì vero che !a divisione umana del tempo in ore, giorni,
mesi, anni è relativa; perù tale relatività diponde dalia mancanza d’un
movimento uniforme atto u misurare il tempo in modo preciso e noti contraddice
al carattere assoluto ili questo. (La relatività della misura umana del tempo è
sostenuta duo secoli dopo da E. Poincaré, fondandosi sul fatto che tale misura
si compie sulla durata dell’anno solare, la quale ò variabile; la nostra misura
del tempo è soltanto comoda, utile por le usigenzo umane, non vera e assoluta).
idealistica e soggettiva: preannunziata da Leibniz, pel qualo il tempo esprimo
l'ordine di successione dello nostre percezioni, appare nel suo carattere più
spiccato in Kant: il tempo è intuizione pura, la forma a priori dei fenomeni
del senso interno, cioè dei processi psichici, la condizione necessaria e
universale dello nostro percezioni; quindi è soggettivo, in quanto è
un’attività dello spirito umano, ma è al tempo stesso oggettivo. In quanto è
condizione d'ogni possibile esperienza. secondo Aristotele a noi è dato solo il
tempo itrescnle, perchè 11 passato non 6 più c il future non ò ancora; quindi
il presente è il limite fra 11 passato o il futuro; fra tempo e movimento
esiste un rapporto, in quanto il primo è la misura numerica del secondo e
contiene in sé distinzioni e divisioni che possono essere calcolate o sommate.
Agostino, pur affermando che Dio ha creato il tempo, e con ciò attribuendo
valore oggettivo al tempo, però quando lo considera nel suo aspetto umano e
psicologico, lo interiorizza, 10 pensa come soggettivo, lo definisce una
distenmo animar, per la quale tutto 11 tempo è presente, giacché il passato
Teodicea Teosofia ò presente nella memoria, li futuro nell’aspettazione, mentre
l’attenzione ci dà la coscienza del momento presente (v. durata). Teodicea (gr.
= dioc 8t*/.aia= cose giuste) (/ ilos .): tonnine coniato da Leibniz per
indicale quella parte della teologia naturale che tratta della giustizia di
Dio, ossia mira a giustificare j la presenza del malo nel mondo e a conciliarla
con la bontà divina, o ad accordare inoltre la libertà umana con* la realtà
della provvidenza e pre-scienza di Dio. Per estensione comprende la
trattazione. dell’esistenza e degli attributi della divinità. Quindi, se il
nome è recente, l’argomento è oggetto di studio fin dall’antichità greca
(Platone, Aristotele, Stoici ecc.). Teofania (dal gr. 9 -eó; = dio c «patveiv
ss apparire) ( filos. c relig.): ò il manifestarsi della divinità, sia in
maniera diretta, sia, in un significato più esteso, indirettamente nelle sue
opero o nell’universo. Teologali (virtù): v. virtù.'reologia (gr. dio e \ 6 yo$
= discorso) ( relig . e filos.): è la dottrina che ha per oggetto la divinità,
i suoi attributi, i suoi rapporti con l’universo e l’uomo. -la teologia
rivelata o sacra s’appella. nella sua trattazione, solo alla parola di Dio
rivelata nelle Sacre Scritture o ai dogmi. la teologia razionale sottopone
l’oggetto della fede all’esame critico della ragiono. Teoria (gr. -ilstopCa =
investigazione intellettuale, scienza) (filos.): in opposizione a prativa,
designa la ricerca pura, disinteressata, indipendente dalle applicazioni
pratiche, non solo nella filosofia, ma anche nelle scienze, come la fisica c la
chimica. in opposizione a sapere volgare esprime la trattazione metodica,
sistematica, conforme a determinati principi, o anche appoggiamosi a ipotesi
scientifiche. nel significato (li contemplazione, vedi questo termine. Teoria
biologica della conoscenza (filos.): è la dottrina che fa derivare l’impulso al
conoscere dalla vita, intesa nel suo significato biologico, fondandosi sopra
l’ipotesi che lo spirito umano sia soltanto un’efllorescenza, una sublimazione,
un prolungamento della vita: perciò la conoscenza risponde alle necessità prime
e fondamentali doll’esistenza; la conoscenza, dapprima confusa e soggettiva,
conio nell’te/w/o, si va facendo più cosciente e cliiara, toccando lo suo torme
più elevate nella scienza c nella filosofia. Teoria della conoscenza (filos.):
ò la dottrina cho serve da introduzione alla filosofia e rivolge l’attenzione
non sull’oggetto conosciuto, ma sullo stesso soggetto in guanto conosce, sullo
spirito umano nella funzione del conoscere; in altre parole, è il ripiegarsi
della mente sopra se stessa per indagare il potere che essa ha di conoscere. È
stata concepita con chiarezza da Locke e, ancor più profondamente, da ICant,
che mira con la sua Critica della ragion pura a ricercare le fonti, i limiti,
il valore della facoltà conoscitiva deiruomo. Hegel nega la possibilità d’una
teoria della conoscenza, affermando cho ò Impresa chimerica voler fissare 1
limiti della ragione, anzitutto perché una ragione limitata non è più una
ragione; in secondo luogo perché la ragione soltanto può far la critica della
ragloue e, se questa riconosce e definisce i propri! limiti, con ciò non fa altro
che oltrepassarli, dal momento che la conoscenza del limite implica
necessariamente la conoscenza di ciò che sta al di là del limite. Teoria
economica della conoscenza (filos.): designa la dottrina cho, per comprendere
il legame tra i fenomeni, rinunzia al principio di causa e si vale soltanto
dell'idea di funzione (si vegga questo termine), riducendo a una pura
convenzione la differenza tra fenomeno fisico o fenomeno psichico. Ufficio
essenziale della conoscenza ò soltanto di descrivere 1 fenomeni e i loro
rapporti funzionali nel modo più semplice e con la maggior possibile economia,
riducendo una lunga serie di esperienze a una formula abbretriata, cho
risparmi! ulteriori esperienze, dispensi da ràgionamentì o eolcol 1 ?omplicatÌ,
e riduca la trattazione dei fatti alla più semplice descrizione. È
rappresentata da H. Avenarius (v. empiriocrilicismo ), dal fisico Mach e dalla
Scuola di Vienna: ha tendenza antimetafisica. Teosofia (gr. fi-sóc = dio e
009£a = saggezza): si può dire una metafisica religiosa, in cui entrano
clementi di varia natura e di diversa provenienza. L’idea-comune alle varie
dottrine teosofiche è di giungere alla conoscenza di Dio e delle cose divine
mediante l'apTermini 94 Tradizionalismo profondiment o della vita interiore e
obbedendo al precetto mistico clic « rientrare In sé j equivale ad « elevarsi a
Dio: in hurnano animo idem est minimum quoti intimimi : nell’anima ciò che vi è
di più alto e di più profondo coincidono (Riccardo di S. Vittore). Questo
procedimento rivela forze spirituali che si sottraggono alla volontà umana o
diurno luogo alla saggezza, alla calma e serenità interiore. Una credenza
teosofica caratteristica è l'evoluzione dell'anima attraverso la catena dello
esistenze, la dottrina della reincarnazione. I ermini del sillogismo = v.
sillogismo. Terminismo (filos.): è il nome dato al nominalismo di Guglielmo
d’Occam, pel quale ogni cosa reale ò individualo (quaclibet res co ipso quoti
est, est haec rcs) e sono vere lo proposizioni quando si riducono a termini,
cioè ad espressioni vorbali che esprimano esseri individuali. Terzo escluso
(principio del) (logica) : afferma che di due proposizioni contraddittorie se
l’una è vera, l'altra ò necessariamente falsa; una terza proposizione non ò
possibile. È stato formulato da Aristotele. Iesi £48-1600). anima del mondo,
antropocentrismo, coineklentia oppositorum, individuo, intelletto, monade,
monadismo, panteismo, principio, umanesimo. Buchnkr: materialismo. Bit RH) A
no: Buridano (asini» .n). CAMPANELLA: conosci te stesso, pri nudità. CANTONI:
neo-kantismo t 'arnkadk: Accademia, ignava ratio, progressus in intìnitum,
relativo. Cartesio: auCoscienza, autorità, bene, buon senso, cartesianismo,
cogito, conosci te stesso, corpo, creazione continuata, criterio, deduzione,
Dio, dualismo, dui», bio, errore, essenza, estensione, esterno (mondo),
formale, gianduia pineali?, idea, illuminismo, immediato, innato, legge, lume
naturale, materia, oggettivo, ontologica (prova), parallelismo, passione,
percezione, qualità primarie, schema, sostnnzialismo, spazio, spiriti animali,
spiritualismo. CICERONE: anticipazione, aporia, catalettica, cosmopolitismo,
eclettismo, etica, neo-pitagorismo. Comtk: discontinuo, filosofia della storia,
positivismo, relativismo, sociologia. COXPTLLAO: sensismo. Condorcet:
progresso. ( Vij’krnico: antropocentrismo. Cousin: eclettismo. CROCE: bello,
neo-hege Usino. Cesano: alterità, coincidentia oppositorum, doeta ignorantia,
emanazione, explicatio, individuo, macrocosmo. Darwin: darwinismo. De Bonald:
tradizionalismo. Democrito: analisi, anima, atomo, essere, filosofia, infinito,
materialismo, meccanico, monadismo, nulla, qualità primarie, spazio. Dkstutt de
Tràcy: ideologia. Dilthey: comprendere. Dubois-Reymond: ignorabimus. Dugàld
Stewart: senso comune Duns Scoto: anima, eeceità, individuazione, volontarismo.
Einstein, relativo. Empedocle da GIRGENTI: amore, elemento, infinito,
pluralismo. ENEsrDEMO: relativo, tropi. Epicurei: anima, anticipazione,
edonismo, empirismo, errore, etica, piacere. Epicuro: atarassia, atomo, beatitudine,
canonica, dinamen, dualismo, idoli, intermuncU, spontaneo, utilitarismo.
Epitteto: stoicismo. Eracuto: anima, attualismo, coincidentia oppositorum,
conosci te stesso, divenire, logos, polipiatin. Esiodo: etica. Euckkn:
astrazione, attivismo. Euhemkro (IN’ sec. a. Cr.): ovemerismo. Fechner: legge
di K., jwicofiaica. Feuerbach: umanismo. Fichte: antitesi, esterno (mondo),
idealismo, immaginazione, io, moralismo, romanticismo. Stato, volontarismo.
FICINO: Accademia, neo-platonismo. Filone: logos. Focilide: gnomica. Freud:
psicanalisi. Galileo: antropocentriamo, autorità, causa, compositivo, empirico,
epagoge, esperienza, esperimento esterno (mondo), filosofia naturale,
induzione, legge, numero, qualità primarie, ragione, risolutivo, scienza. Gall:
frenologia. GENTILE: atto puro, attualismo, autoetwi, idealismo attuale,
neo-hegelismo. Geulinx: cartesianismo, cause occasionali. Gilsox:’
illuminazione. GIOBERTI: creazione, dualità, ente, esistenza, formula ideale,
intuito, metessi, ontologismo. Giustino: apologetica. Gnostici: gnosi,
intuizione, pleroma, non essere. Goethe: analisi, superuomo, umanesimo,
volontarismo. Haeckiu: biogenetico. Hamilton: intuizionismo. IXartley):
associazionismo. Hartmann: incosciente. Harvrt: anima. Hegel: acosinismo, antitesi,
attualismo, conosci te stesso, contraddizione, dialettica, Dio, essere, esterno
(mondo), evoluzione, fenomenologia, filosofia della storia, idea, idealismo,
intellettualismo, io, liberti politica, non essere, ontologica (prova),
ottimismo, panlogismo, rappresentazione, razionale, razionalismo, religione,
romanticismo. Stato otico, storicismo, teoria della conoscenza, tesi, volontà.
Heidegger: angoscia. Helmuoltz: proiezione. Herbart: appercezione, pluralismo,
volontà. Herder: umanesimo. Hobbes: contrattualismo, illuminismo, piacere.
Stato. Humboldt: coltura. Hume: abitudine, analisi, associazione delle idee,
associazionismo, corpo, credenza, empirismo, osterno (mondo), fenomenismo,
idea, impressione, positivismo, religione, soggettivo. Husserl: eidetico, fenomenologia.
Hutciieson: senso morale. Huxley: agnosticismo. Hyde: dualismo. James:
emozione, pragmatismo, volontà di crederà Janssen: giansenismo. Kant: analisi,
analitica, antinomia, antitesi, antropologia, a posteriori, appercezione,
apriorismo, assoluto, autocoscienza, autonomia, bello, bene, carattere,
categorie, conosci te stesso, cosa in sé, cose e persone, coscienza trasccnd..
cosmologia razionale, credenza, oritiea, criticismo, deduzione trascend-,
dialettica, dignità, Dio, dogmatismo, dovere, dualismo, empirico, epigenesi,
esperienza, esperienza possibile esterno (mondo), estetica, etica, fenomeno,
filosofia, line in sé, forma, generatio spontanea, giustizia, idea, identità,
illusione metalisica, immaginazione, immanente, immortalltà. imperativo.
individualismo, innato, in sé, intelligibile, intendimento, intenzione,
intuizione, legalità, legge, libertà, limitativi, metafisica. modalità, natura,
neokantismo, noumeno, oggettivo, oggetto, ontologia, ontologica (prova),
|iaralogiamo, passione, pensiero, persona, piacere, [inssibile, pratico,
predeterminismo, primato, progresso, psicologia razionale, ragione,
razionalismo, recettività, regno dei tini, regressus, relativo, romanticismo,
schema, sensibilità, sintesi, soggettivo, soggetto, sostanza, spazio. Stato,
sublime, tempo, teoria della conoscenza, trnnoendontale, trascendente, volontà,
volontà buona, volontarismo. Kirkegaard: angoscia. Ivlaues (vivente): anima.
Krause: panenteismo. Lachelier: cause finali, i riduzione. 1. A lande
(vivente): logistica. Lamennais: tradizionalismo. Laplace: meccanica. Leibniz:
antitipla, appercezione, appetizione, armonia prestabilita, atto puro, bene,
contraddizione, Dio, energia, entelechia, idealismo, identità, illuminismo,
incosciente, individuazione, individuo, infinito, innato, intellettualismo,
male, materia, monade, monadismo, monismo, ontologica (prova), ottimismo,
percezione, pesona, piacere, pluralismo, ragion sufficente, rappresentazione,
schema, sostanzialismo, spazio, spiritualismo, spontaneo, subcosciente, tempo,
teodicea. Leonardo da VINCI: filosofia naturale. Lessino: umanesimo. Locke:
analisi, astrazione, contrattualismo, empirismo, esperienza, esterno (mondo),
ideo, modo, qualità primarie, rappresentazione, ritleesione, spazio, Stato,
teoria della conoscenza, tolleranza. Lotze: panpsichismo, valori (filosofia
dei). LUCREZIO: elmamen, internimid ;, progresso. M,|M 1018V fenomenismo,
induzione, Uacii u . ft Bell» con»poHÌtivfeino, icona t .ri-,)«gostinismo,
corMalebranche -e: etica, gnomica. Spencer: agnosticismo, altruismo, a
posteriori, associar. One dello idee, associazionismo, evoluzione,
inconoscibile, libertà, omogeneo, relativismo, sociologia. Specsippo:
Accademia. Spinoza: acosmismo, adeguato, amore, animo del mondo, assioma,
attributo, beatitudine, bene, cartesianismo, causo sui, cor[x>,
determinazione, determinismo, Dio, ente, orrore, esistenza, essenza,
estensione, esterno (mondo), immaginazione, inimanente, in sé, intelletto,
intelligenza, Intelligibilc, monismo, necessario, panenteismo, panpsichismo,
panteismo, parallelismo, passione, per sé, ragione, razionalismo, schema,
sostanzialismo, spazio. Staiil: animismo. Stoici: adialora, uuima, anima del
mondo, anticipazione, apatia, ascetismo, asoroatieo, assenso, atarassia,
autarchia, beatitudine, catalettica, cosmopolitismo, empirismo, esperienza,
etica, filosofia, ignava ratio, indifferenza, legge, logos, macrocosmo, male,
nihil est in intelleotu, ottimismo, panpsichismo, panteismo, passione,
religione, ritorno eterno, saggio, spirito, stoicismo, teleologia, teodicea,
virtù. Stuart Mill: altruismo, associazionismo, concordanza, differenza,
edonismo, etica, induzione, positivismo, residui, variazioni. Tainb: analisi,
associazionismo, positivismo. Talete: filosofia, uno. TempieR: Averroismo.
Teognidf. : etica, gnomica. TertulUANO: allegorica, traducianismo. Timone:
pirronismo. TOCCO: monismo, neo-kantismo, AQUINO: analogia, anima, a
posteriori, a priori, contingente, contmgentia mundi, cosmologica (prova),
creazione, determinismo teologico. Dio. forma, idea, immanenza, individuazione,
intelligenza, ipostasi, metafisica, movimento, neo-scolastica, neo-tomismo,
ontologica (prova), prcdeterminismo, ragione, sinderesi, spiritualismo, Stato,
tabula rasa, tomismo, univoco, volontarismo. Tonnies: sociologia. Vaihinoer:
come se, iinziouc. Valentino (II sec.): coni, gnosi. Valkby: identità.
Vauhmioli: demone. VICO: corsi e ricorsi, degnila, filosofia della storia,
legge, provvidenza, verità. Vittorini: mistica, teosofia. Voltaire: ottimismo.
Winuelband: scienza, valori. Wolff: pratico, psicologia razionale, razionale.
Wundt: metafisico, normativo, psicologismo, scienza, volontarismo. Zenone
Ozici: stoicismo. Zenone Eleatico: antinomia, dialettica. z za jr'srs' PRINCIPI
DI LOGICA, LIVORNO, GIUSTI, Livorno, Tipografia di Raffaello Giusti. Una
tendenza naturale e invincibile dello spirito umano in ogni momento della sua
storia e del suo sviluppo lo spinge a conoscere e a spiegare i fenomeni che
cadono sotto i sensi; un tale bisogno s’applica dapprima alle cose che hanno o
sembrano avere un’utilità pratica e sono favorevoli alla conservazione e al
miglioramento dell’esistenza ; più tardi, quando la lotta per la vita è
divenuta meno aspra, la curiosità e la ricerca si l’anno a mano a mano
disinteressate e sono coltivate per sè stesse, senza mirare in modo esclusivo
alle necessità pratiche. Sorge allora il sapere scientifico, si formano
lentamente le singole scienze e la filosofia, le quali si possono ben
considerare come il prodotto più elevato e più pregevole dell’ intelletto
umano, del quale mettono in chiara luce tutta la mirabile potenza. Qualunque
scienza oggi si consideri, si possono in essa distinguere duo cose : la materia
ossia Voggetto studiato ; la forma ossia l’insieme delle operazioni che la
mente nostra compie e dei procedimenti che adopera per conseguire la scienza di
quell’oggetto e per giungere alla conoscenza vera delle cose. Valga a chiarire
tale distinzione l’esempio della psicologia sperimentale : la materia di questa
scienza è costituita da fatti psichici, cioè da quei fatti che ognuno può
constatare nella propria coscienza come sensazioni, percezioni, idee,
sentimenti, desideri, volizioni ; ma per ottenere la conoscenza scientifica
della materia psicologica occorrono svariate operazioni tra loro strettamente
connesse. Innanzi tutto è necessario formarsi un concetto ben chiaro del fatto
psichico, determinando con precisione i caratteri che gli sono propri e che lo
distinguono dagli altri fatti naturali, oggetto delle altre scienze; inoltre,
poiché i fatti psichici, come si presentano alla nostra osservazione, mostrano
fra loro differenze più o meno spiccate, sorge l’esigenza d’una classificazione
in fatti di conoscenza, di sensibilità, di volontà, dei quali bisogna poscia
ottenere una descrizione accurata, indagare le connessioni, ricercare e
stabilire le leggi. In queste operazioni e in altre simili ad esse, che
prescindono dalla materia e dal contenuto delle varie cognizioni, consiste
l’ufficio della logica, la quale si può quindi definire come quella parte
importante della filosofia, che ricerca e studia i principi formali della
conoscenza, ossia, per parlare con maggior chiarezza, qnellc cond izioni che
debbono essere soddisfatte, affinchè una cognizione, qualunque possa essere il
suo contenuto, si debba considerare come validamente costituita, ben fondata e
vera, non come un semplice caso o una supposizione inconsistente. In questo
modo mentre le altre scienze s’occupano d’oggetti particolari, le matematiche
del numero e dello spazio, la fisica dei fenomeni luminosi, elettrici, termici
eco., la fisiologia dei fenomeni vitali, la logica si occupa invece delle
condizioni generali della scienza stessa, in quanto mira ad assicurarci della
verità formale di ciò che pensiamo, delle nostre idee e dei nostri ragionamenti,
qualunque ne possa essere il contenuto. Si comprende quindi facilmente come la
logica venga ritenuta una disciplina filosofica generale al pari della
metafisica e della teoria della conoscenza o, con parola greca, gnoseologia, le
quali si riferiscono a tutto il contenuto del nostro sapere e non a parti
determinate di esso. 2. Divisione generale della logica. I principi formali
della conoscenza si distinguono generalmente in semplici e complessi,
secondochè si riferiscono alle forme elementari del pensiero, oppure alle forme
dette metodiche, a costituir le quali ultime le prime contribuiscono come
dementi. Quindi la divisione più razionale della logica è quella che distingue
in essa due parti principali: la prima comprende lo studio delle forme elementari
del pensiero, che sono il concetto, il giudizio, il sillogismo, nei quali si
risolve ogni pensiero, per quanto grande sia la sua complessità ed ai quali
corrispondono gli elementi linguistici, la parola, la proposizione, il
ragionamento. La seconda parte abbraccia lo studio delle forme metodiche che le
scienze vengono applicando per acquistare nuove cognizioni e por ordinare e
provare le cognizioni acquistate ; onde questa parte dicesi metodologia, e
tratta del metodo inventivo che indica le norme, con le quali si possono
estendere le nostre conoscenze, e del metodo sistematico, cioè dei procedimenti
coi quali la scienza ordina le sue conoscenze. La storia della scienza ci
dimostra chiaramente che il metodo non si costituisce a priori, cioè prima che
una scienza sia formata, ma piuttosto si deduce dalla scienza, quando questa ha
raggiunto un certo grado di sviluppo ; anzi si può dire che il metodo si trova
spesso in ritardo rispetto al cammino che percorre la scienza, nello stesso
modo che i trattati dell’arte poetica sono l’espressione tardiva dell’arte
contemporanea. Infine bisogna notare che ogni scienza speciale presenta un
complesso particolare di norme e di procedimenti, che però non rientra nella
trattazione della logica generale, essendo strettamente collegato con la
materia che costituisce il contenuto d’ogni singola scienza ; così il fisico,
il chimico, il fisiologo, oltreché delle conoscenze generali di logica, fanno
uso nelle loro osservazioni e nelle loro ricerche di regole e di mezzi speciali
di indagine, che sono propri della scienza alla quale dedicano le loro forze
intellettuali. Logica e psicologia ; relazioni e differenze. Le operazioni che
formano l’oggetto della logica possono essere considerate sotto due diversi
aspetti, ossia sotto l’aspetto logico e sotto l’aspetto psicologico. La
psicologia tratta le operazioni logiche come tutti gli altri processi che sono
offerti allo studio dello spirito umano, senza occuparsi per nulla della loro
validità o della loro forza dimostrativa, stimando clie un cattivo ragionamento
valga quanto uno buono, nello stesso modo che pel chimico lo zucchero e il
vetriolo sono due corpi d’egual valore per l’osservazione scientifica. La
logica invece è stata detta una « scienza ideale », perchè ricerca le leggi che
il pensiero deve seguire per procedere alla conoscenza delle cose, ossia
ricerca la forma ideale del ragionamento, ciò che dev’essere un buon giudizio,
un buon ragionamento. La psicologia studia lo spirito umano qual è, per
conoscerne i caratteri, la natura, le leggi e, tende a mostrare come si formano
le idee, i giudizi, i ragionamenti e, in una parola, ha per fine di conoscere
le condizioni reali delle nostre operazioni intellettuali; la logica mira a
conoscere le forme ideali di queste stesse operazioni. Quindi l’una non fa che
constatare fenomeni, l’altra ne considera il valore; l’una ricerca come noi
pensiamo ordinariamente, l’altra come pensiamo correttamente ; la logica va dal
semplice al composto; concetto, giudizio, o legame di concetti, ragionamento, o
legame di giudizi ; la psicologia ripudia questo ordine come artificiale, e
pone il giudizio come elemento primitivo, affermando che l’uomo ha cominciato a
parlare per frasi esprimendo un giudizio e che questa frase può essere o una
sola parola, Vatirihuto, o due parole, soggetto e attributo, o tre parole,
soggetto, attributo e copula ; ma che sotto queste forme diverse la funzione
fondamentale rimane sempre la stessa : affermare o negare. Così, per citare
ancora un esempio, che renda più evidenti le differenze che corrono tra la
psicologia e la logica, quest’ultima considera il giudizio nella sua forma
compiuta, quale lo possiamo trovare nella scienza, nella letteratura, nei dogmi
religiosi, o anche nelle affermazioni del buon senso, e che si esprime per
mezzo di proposizioni le quali alla loro volta si compongono, nella maggior
parte dei casi, di più termini. Invece il psicologo, ben lungi dall’indagare
ciò che dev’essere un giudizio affinchè si possa ritenere valido, si chiede ciò
che è come operazione mentale e in qual modo si forma : dietro i termini del
giudizio egli ricerca le idee, dietro le idee le rappresentazioni ; nelle
proposizioni scorge un potere d’analisi o di sintesi capace di dissociare gli
eiementi che l’esperienza presenta legati, d’unire quelli che l’esperienza
presenta isolati, e vuol trovare l’origine di questo potere dello spirito
umano, seguendone l’origine e lo sviluppo, rifacendosi dalle forme più semplici
del giudizio quali si presentano nell’ infanzia, per risalire alle forme adulte
e più elevato. In conclusione, mentre lo psicologo si pone il seguente problema
: per quali influenze fisiologiche, psicologiche e sociali si sviluppa
nell’uomo l’abitudine di giudicare, d’affermare e di credere? il logico si
propone invece quest’altro: quali caratteri deve avere il ragionamento, a quali
esigenze e a quali leggi deve obbedire affinchè possa dirsi regolare, libero da
contraddizioni? La logica dunque vuole offrire al nostro pensiero un modello da
seguire, se inteude di apprendere l’uso retto e rigoroso del ragionamento ;
però, se un tale modello deve avere un valore reale, bisogna che abbia la sua
base nella realtà, ossia nella conoscenza degli elementi e delle energie più
profonde e costanti dello spirito umano; di qui l’importanza e la necessità
della psicologia per lo studio della logica. Le origini della logica razionale.
Una lunga civiltà ha abituato non solo gli uomini poco istruiti, ma ancor più
quelli educati dalla disciplina scientifica ad ammettere senza riflessione che
la log ica razionale, oggettiva, esatta sia sorta in modo spontaneo e naturale
e che i logici altro non abbiano fatto che «strame le regole. Vi sono invece
buone ragioni per affermare che la logica razionale taira è il risultato
acquisito d'unn lunga evoluzione e che la facoltà di ragionare e di inferire,
suscitata e alimentata dai bisogni e dalle necessità della vita, è stata
essenzialmente pratica ' e ha dovuto fare i suoi primi passi in modo incoerente
e poco sicuro. Si è scritto molto e si son fatte numerose congetture intorno
nlla costituzione mentale dell'uomo primitivo ; ma lasciando da una parte
qualsiasi ricostituzione deU'uomo appartenente alla preistoria, vi sono i
selvaggi attuali che, a torto o a ragione, si considerano come equivalenti a
quello, e intorno ai quali si hanno notizie numerose, svariate e positive. In
questi il livello delle facoltà logiche è assai basso e si mostrano evidenti
l'incapacità all'astrazione e la difficoltà estrema a collegare le idee secondo
rapporti oggettivi; essi sanno invece rag ionare praticamente, per mezzo di
percezioni e di immagini che conducono al risultato atteso cioè, alla
conclusione, e hanno il loro fondamento e l'origine nelle necessità vitali e
nelle questioni che si pongono di fronte agli agonti naturali e soprannaturali.
Per convincersi di ciò basta pensare ai mezzi che l’uomo primitivo ha
escogitato pel soddisfacimento dei suoi bisogni : pel nutrimento, la caccia e
la pesca ; per difendersi dalle intemperie, le vesti e l'abitazione; per
l'attacco e la difesa contro gli animali e i suoi simili, le armi. La
costituzione d’uua .logica pura progredisce di pari passo coi progressi della
tecnica, secondo le attestazioni dei documenti sturici, che dimostrano essere
la tecnica la madre della logica razionale : l'invenzione degli strumenti,
degli utensili, della fusione dei metalli, della navigazione, dell’astronomia,
dell'agrimensura ecc. Ita costretto a poco a poco lo spirito umano a sottoporsi
alla disciplina del ragionare. Terò questi “ ragionamenti, non sono liberi
dagli elementi affettivi e fantastici ; infatti noi sappiamo che operazioni
profane, come il fabbricare uno strumento o l'edificare una capanna, esigevano
un intervento soprannaturale, preghiere, sacrifici, incantesimi, riti vari,
forinole magiche ; tutte queste cose erano considerate intermediari
indispensabili per arrivare allo scopo, o solo per l’influenza della coltura e
della civiltà appare manifesta 1 indifferenza e la vanità di questi mezzi e si
fa complota l'emancipa' zione della logica razionale. Quando questo strumento
naturale d'esplorazione che è il ragionamento si è affermato e perfezionato con
l'esercizio, l'abitudine e l'applicazione perseverante a materie di varia
natura, sono venuti i logici clic hanno analizzato, dilucidato l’inferenze
corrette o hanno dettato le regole per ragionare correttamente, incominciando
con Aristotile al LIZIO a studiare le forme più astratte o più rigorose del
ragionamento. Però sono stati primi i sofisti – della SICILIA, come GIORGIA
LEONTINO, i più antichi maestri d’eloquenza, che tentarono di rilevare le
regole del pensiero corretto, nonché le regole grammaticali e le parti del
DISCORSO, delle quali tutti si servivano senza saperlo; l’arte del pensare, le
regole della dimostrazione e della confutazione divennero necessarie in
quel'giorno, in cui la forza della PAROLA potè modificare il verdetto d'un
tribunale o l'opinione d'un’assemblea politica. Ma a questo proposito, non
bisogna confondere tra loro la logica e LA DIALETTICA, perchè quest’ultima è,
come dice Aristotile, l’arte che apre la strada al vero mediante la discussione
dello opinioni; discute, intorno ad un dato soggetto, le opinioni favorevoli e
quelle contrarie, no rileva le difficoltà e le contraddizioni, si può, in una
parola, considerare come l’arte della discussione. La potenza della (Rjbot, La
logique des sentiinents, F. Alcnn] PAROLA – GRICE STUDIES IN THE WAY OF WORDS
-- è stata per un certo periodo della storia greca, lo strumento principale per
governare; e non solo nelle assemblee del popolo, ma anche nei tribunali, dove
sedevano centinaia di giudici, LA PAROLA è come un’arme che adoperala
abilmente, raddoppia le probabilità della vittoria, e chi ne è privo, nel seno
della propria patria e nella pace più profonda, è cosi esposto agl’attacchi
degl’avversari, come se si fosse precipitato nel tumulto della pugna senza
spada e senza scudo. Si comprende quindi facilmente come nelle democrazie di
quel tempo, LA RETORICA – GRICE LEECH -- , la quale è per metà dialettica e per
metà stilistica, siasi coltivata per la prima volta come una professione e
prende un posto importante nell'educazione della gioventù. LA LINGUA e il
ragionamento. LA PAROLA si deve considerare non solo come un mezzo per
comunicare le idee, ma anche come uno strumento efficacissimo per lo sviluppo
del pensiero e del ragionamento. L’osservazione della psiche infantile ha
dimostrato che non è possibile un certo sviluppo mentale senza l’aiuto della
PAROLA nei primi anni di vita del bambino, durante i quali egli percepisce,
esperimenta e ragiona senza possedere una lingua propriamente detta, che si
sviluppa poscia a poco a poco per un BALBETTIO SPONTANEO – GRICE SIGNIFICATO
NATURALE --, pell’ESPRESSIONE dei sentimenti e per influenza della lingua che
si parla intorno a lui e che egli cerca d’imitare. Preyer riconosce nel
fanciullo una logica senza parole – PAROLA greco PARABOLA parlare parlamento --
che precede di molto lo sviluppo integrale della lingua – GRICE ANALOGUE OF
CONVERSATIONAL MAXIMS BEYOND. Infatti, quando il bambino allontana rapidamente
la mano dalla fiamma che il giorno prima lo ha bruciato, non compie forse un
vero e proprio giudizio di riconoscimento? L’ufficio della PAROLA – greco
PARABOLA, parlare, parlamento -- diviene importante quando sorgono l’idee
generali, pelle quali LA PAROLA diviene un mezzo indispensabile; infatti i
sordo-muti che non hanno appreso la ‘lingua’ tattile esprimono le loro
osservazioni in modo vivo o individuale per mezzo di gesti o di movimenti
d’imitazione; e appunto per questo carattere individuale e concreto –
PARTICLARIGGIATO – IDIOSINCRATICO -- delle loro descrizioni non riescono a
formare idee generali chiare e distinte, le quali non si staccano mai bene
dalle rappresentazioni singolari. Così, per indicare il cibo e il pasto, essi
accennano al proprio corpo, indicano il rosso toccando le proprie labbra,
esprimono col gesto l’atto di innalzare un muro, di tagliare un abito; ma non
sanno indicare l’idea generale di queste azioni, mancando loro l’udito e la
parola. LA LINGUA ha quindi una doppia funzione: una funzione sociale, in
quanto è il mezzo piti potente di COMUNICAZIONE – GRICE STEVENSON -- del
pensiero; una funzione che si può dire individuale – IDIOSINCRATICA GRICE --
nel senso che ferma per mezzo di formule stabili i nostri pensieri più
fuggevoli e più sottili – GRICE: IN WAYS THAT AN ANIMAL CANNOT M-INTEND -- , e
li rende ai nostri occhi più chiari e più resistenti. Ammettiamo pure che la
potenza del pensiero varchi i limiti d’espressione forniti dalla LINGUA, e che
una serie più o meno lunga d’idee possa de-correre nella nostra mente senza che
ad essa corrisponda una serie concatenata di parole – GRICE MODELS OF
IMPLICATURE --. Così per esempio io posso passeggiare solo attraverso i campi,
fermarmi un secondo sulla sponda d’un fosso che io debbo passare: io ne
apprezzo coll’occhio la larghezza, misuro lo sforzo che debbo fare e mi trovo
senz’accorgermi sull’altra riva. Tutte queste operazioni contengono una serie
di giudizi – GRICE JUDGING – EVEN ANIMALS – PIROTOLOGY -- veri e propri, di
atti silenziosi. Però in questo e nei casi simili, le idee appaiono quasi come
annebbiate, dai contorni indecisi, e sfuggono con estrema facilità, se LA
LINGUA – IL DEUTERO-ESPERANTO DI GRICE -- non interviene; e se poi QUALCHE
PAROLA improvvisamente viene a mancare, s’arresta in modo brusco l’enunciazione
del giudizio, e il pensiero esce con fatica e spesso incompleto od offuscato.
Il possedere una lingua ricca e atta ad esprimere le più tenui sfumature del
pensiero, equivale, pel pittore, all’avere una tavolozza ricca di colori –
GRICE FREGE FARBUNG and/but -- coi quali si possano porre in rilievo i minimi
particolari d’un quadro. Certo non bisogna dimenticare che se UNA LINGUA ben
fatta e abbondante è il migliore strumento di progresso per l’intelligenza,
tuttavia occorre che questa senta il bisogno di servirsene. Il vocabolario
usuale d’una persona dedicata agl’uffici più umili – dice BERNSTEIN -- della
vita si compone tutt’al più di qualche centinaio di parole, appunto perchè
queste sono sufficienti alle sue necessità intellettuali; e la povertà della
LINGUA d’alcuni popoli – GRICE’S ESKIMO -- che vivono in uno stato di rozzezza
primitiva, non è la causa, ma l’effetto della loro po Hoffding, Psychologie,
Alcan] vertà mentale. Infine è da notarsi che se il concetto non può far di
meno d’una forma espressiva, la forma espressiva non ha per sua necessaria
condizione una forma logica o un concetto. La logica e l’educazione dello
spirito. Lo storico Tucidide dice che in una nazione colta e civile si esige
non già che tutti i cittadini debbano essere capaci di trovare la soluzione dei
problemi che loro si presentano, ma che sappiano giudicare con criterio retto
ed equanime le soluzioni trovate ed affermate dagli specialisti. Per
raggiungere questo fine, oltre ad un certo complesso di cognizioni letterarie e
scientifiche, sono indispensabili le buone abitudini intellettuali, che ci
avvezzano a considerare le cose con pazienza, a scorgere facilmente la falsità
delle soluzioni affrettate e troppo semplici, e a convincerci che a conoscer
bene la realtà occorrono analisi prudenti e ossorvazioni accurate e ripetute.
Inoltre lo spirito deve avere l’amore disinteressato del vero, assoggettarsi
alla sola evidenza razionale, veder chiaro nelle proprie idee, non prendere le
proprie preferenze per buoni argomenti, i propri pregiudizi o le proprie
passioni per dimostrazioni valide. Lo studio coscienzioso della logica può
recare un aiuto efficacissimo a questo scopo, divenire quasi un’igiene dello
spirito e la preparazione necessaria ad ogni istruzione scientifica seria e
profonda; e questo si può affermare per più ragioni. Anzitutto la logica è
utile considerata come scienza per sè stessa ; infatti, poiché V intelligenza è
lo strumento indispensabile in ogni ramo di cognizioni scientifiche e queste
ultime non si possono pensare senza di quella che in certo modo le crea e le
sviluppa, ne viene che è necessario all’uomo conoscerne l’intima struttura ed
il valore intrinseco, nello stesso modo che nessuna persona sensata vorrà adoperare
uno strumento qualsiasi senza possederne una qualche cognizione. In questo caso
la necessità è di gran lunga maggiore, poiché si tratta di conoscere come opera
e come funziona ciò che Bacone ha denominato instrumentum instrumentorum. Però
lo studio delle operazioni logiche del pensiero ha un’altra ragione pur grave,
se si considera come disciplina dell’intelligenza, come conoscenza tecnica
necessaria per aguzzare e rafforzare la facoltà del ragionamento e per rendere
più pronto e più sagace lo spirito d’osservazione. Il vedere come la nostra
mente, partendo dall’osservazione dei fatti e paragonandoli fra loro, riesce ad
ottenere una cognizione generale, una legge naturale che ordina e rischiara
tutta una serie di fatti, ci aiuta a comprendere come si acquista il sapere e
per quali condizioni questo sapere deve rispondere alla verità, e rendere più
forte l’attitudine a cogliere i rapporti fra le cose. Invece, l’accettare da
altri una scienza bell’e fatta, la quale non richiede da noi altra briga che quella,
troppo leggera, di credervi, non ci fornisce l’abito della critica, il
desiderio della prova rigorosa, e ci abitua a prestar la stessa fede ai fatti
constatati, alle leggi saldamente stabilite, e alle ipotesi probabili e solo
possibili ; il sapere che una verità è ammessa come certa non è come sapere in
qual maniera, con quali procedimenti e con quante precauzioni quella si
stabilisce, come nacque, come crebbe e venne formandosi. Solamente in questo
modo si impone il rispetto e l’amore della verità scientificamente fondata e si
formano le intelligenze libere, attive, desiderose di conoscere, educate
all’osservazione e alla critica, e tolleranti delle opinioni altrui. Un
pregiudizio assai diffuso pone la memoria come unica base dell’educazione
intellettuale, e si considera come cosa importantissima il versare nella mente
il più gran numero possibile di cognizioni, il ripetere con precisione tutto
ciò che è entrato passivamente nel cervello. E questo un errore fatale, poiché
s’è constatato infinite volte che in un breve periodo di tempo si dimentica una
gran parte di ciò che si è studiato meccanicamente con grande fatica. Ciò che
più importa è invece abituarci a pensare colla nostra testa, formare lo spirito
d’iniziativa : il fanciullo che impara a camminare, impara appunto perchè va
colle sue gambe e non colle altrui ; insegnare ad osservare, scrive il Gabelli,
è insegnare a pensare, a operare, a vivere, è infine formare la testa, intento
principalissimo dell’ istruzione ; quando invece l’offrire, o l’imporre
dogmaticamente le cognizioni bell’e fatte, è annegliittire l’intelligenza,
uccidere la spontanea attività del pensiero, consumare l’anima. Certo non si
può negare che si può divenire un grande scienziato e un finissimo ragionatore
senza aver latto uno studio speciale della logica, nè questa sa rendere forte e
penetrante uno spirito che è naturalmente falso ed ottuso; ma come lo studio
coscienzioso della grammatica, senza formare da sè solo lo scrittore, gli
concede il possesso sicuro della lingua, così lo studio delle leggi che il
pensiero segue nella conoscenza rende più sicuro e robusto l’organo del
ragionamento. Quindi, se la logica riflessa è insufficiente quando le venga
meno l’aiuto della logica naturale, la quale non si impara sui libri e nelle
scuole, ma si ha dalla natura, quando invece questa vi sia, la nostra mente può
essere più facilmente avviata ad usare del pensiero con abilità e con frutto.
Gabelli, L’istruzione in Ilalia, Bologna, Zanichelli. Poiché la logica mira ad
assicurarci della verità e della validità delle nostre cognizioni e dei nostri
ragionamenti, si presenta naturale la domanda se esistano principi o leggi
fondamentali, alle quali ogni nostro pensiero debba obbedire affinchè possiamo
essere certi della sua verità. Il principio di identità, il principio di
contraddizione, quello del terzo escluso fra i contradditori, e il principio di
ragion sufficiente esprimono appunto le condizioni necessarie per le quali noi
possiamo pensare correttamente, e sono leggi di ogni realtà spirituale valevoli
per le creazioni estetiche non meno che pei pensieri logici e per la vita
pratica. Il principio d’identità si esprime colla formula: A è A, ed afferma
l’identico dell’identico, che ogni cosa è uguale a sé stessa. La parola
identità, presa nel suo significato etimologico indica che la cosa, che noi ci
rappresentiamo in diversi tempi sotto diversi nomi, in diverse combinazioni è
sempre identica a sé stessa ; però questo principio non deve affermare che nel
giudizio il soggetto e il predicato debbano dire esattamente la stessa cosa,
essendo un tale giudizio affatto vuoto di senso, come se dicessi che « un
circolo è un circolo » che « questa mano è questa mano » ; un giudizio di tal
fatta è una vera e propria tautologia priva d'un valore qualsiasi per la
conoscenza e, non a torto è stato detto giudizio idiotico, giacché solo un
idiota potrebbe compiacersene. Occorre invece che il predicato esprima qualcuna
delle qualità che appartengono, oppure che possono aggiungersi al soggetto:
Galileo è il fondatore della fisica, Newton ha scoperto le leggi
dell’attrazione universale. Il principio di identità enuncia dunque
l’impossibilità di pensare un concetto dato e i suoi caratteri come dissimili
reciprocamente: vi è equivalenza assoluta tra un tutto e la somma delle parti
che 10 compongono, tra un concetto e la totalità degli attributi che lo
costituiscono ; cosi si può dire che una cosa è uguale a sè stessa, oppure A =
A. Anche quei giudizi nei quali in apparenza il soggetto e il predicato sono
parole identiche, in realtà non sono tautologici. Così quando dico: la guerra è
la guerra, intendo di manifestare il pensiero' che, una volta intrapresa una
guerra, non è da maravigliarsi delle conseguenze triste che ne possono
derivare; quando dico: i bimbi sono bimbi, col soggetto voglio esprimere solo
l’età infantile, col predicato le qualità ad essa congiunte. Il principio di
contraddizione dice che due giudizi dei quali l’uno nega quello stesso che
l’altro afferma: A è B, A non è B, non possono essere veri nel medesimo tempo,
ma se l’uno è vero, l’altro è necessariamente falso. Aristotile dà questo
significato al principio di contraddizione, che giudica il più certo di tutti
(aùii) TtaaCtv iait $e$a.'.oxb.Tt] tC5v àpx® 7 )» poiché non è possibile che
alcuno pensi che la stessa cosa sia e non sia (àSuvzrov yàp ÓvtivoOv Taùxòv
OnoXa|i^àv£iv efvzt xai fitj eivat). Molti secoli dopo il filosofo tedesco
Leibniz ha dato un’altra formula del principio di contraddizione, che è la
seguente: A non è non A; mentre la formolo aristotelica riguarda la relazione
tra un giudizio affermativo ed uno negativo, invece quella del Ijiilmiz si
riferisce alla relazione che passa tra soggetto e predicato in uno stesso
giudizio, e significa che un giudizio è falso quando il soggetto e il predicato
si contraddicono ; Aristotile ha voluto dare non già un criterio per stabilire
la verità o la falsità d’un giudizio, ma solo negare la possibilità di ritener
vere nel medesimo tempo l’affermazione e la negazione; invece Leibniz ha inteso
di porre un principio, per mezzo del quale si potesse riconoscere la verità in
tutte le forme della conoscenza. Però le due formule esprimono alla fine una
sola e stessa legge del pensiero umano. Infatti che/significa: un predicato B è
in contraddizione con un soggetto A? che un affermazione, la quale attribuisce
il predicato B al soggetto A, per es. il sangue caldo ai rettili, contiene una
contraddizione. Non vi è altra via, per la quale una contraddizione divenga
possibile se non questa, che il giudizio il quale attribuisce il predicato B al
soggetto A, contraddica ad un altro giudizio, il quale neghi che il predicato B
possa convenire al soggetto A; e poiché quest’ultimo giudizio; A non è B, i
rettili non hanno il sangue caldo, è evidente di per sé o per altre ragioni note,
la contraddizione annulla il primo giudizio ; e ciò avviene secondo il
principio enunciato da Aristotile, che le due proposizioni non possono essere
vere ambedue nel medesimo tempo. Il filosofo greco Eraclito sostenne la
coesistenza ilei contrari, partendo dal principio fondamentale del suo sistema,
pel quale attribuisco alla materia il cambiamento continuo delle formo e delle
proprietà, cosicché tutto ciò che vive è soggetto nd una distruzione incessante
e ad nn incessante rinnovamento, o quando il nostro occhio crede di afferrare
qualche cosa di permanente, è vittima d’una illusione, giacché tutto in realta
è in un perpetuo divenire, navi* pei. Noi non possiamo, egli dice, discendere
due volte nel medesimo fiume, perchè di continuo porta nuove acque; quindi noi
discendiamo nel medesimo fiume e non vi discendiamo, noi siamo e non siamo; il
bene o il male sono una sola o stessn cosa; la dissonanza è in armonia con se
stessa; l’armonia invisibile (cioè quella che risulta dei contrari) è migliore
di quella visibile,. Ora con una concisione degna d’un oracolo, ora con
precisione e ampiezza mirabile, formula la proposizione che la legge del
contrasto regge tanto la vita degli uomini quanto la natura, e che non sarebbe
meglio por questi ottenere ciò che desiderano, vale a diro vedere tutti i
contrari fondersi in una vana armonia. Il principio del terzo escluso e il
principio di ragion sufficiente. Il principio del terzo escluso afferma che tra
due giudizi contradditori, A è B, A non è B, non è possibile un terzo modo di
essere, una terza via d’uscita, e che uno dei giudizi è necessariamente vero,
perchè ambedue non possono essere negati nel medesimo tempo; mentre il
principio di contraddizione dice che uno dei due è necessaria Siowart, Logil-.
Freiburg i. B., Mohr. (®) Gompebz, Les pene tur8 de la Orice. . F. Alcan] mente
falso, perchè ambedue non possono essere affermati nel medesimo tempo.
L’applicazione di questo principio incontra difficoltà apparenti, le quali
dipendono unicamente dal fatto che una cosa viene osservata in momenti diversi
e sotto diversi aspetti. Cosi, mentre il sole tramonta, è vero tanto raffermare
che 1 LOGICA. ima chimera, un non-valore. Tra queste due opposte estremità sono
possibili molte gradazioni, le quali contribuiscono a formare una « scala di
valori » . In modo simile, pel malato una determinata medicina, che può dargli
la guarigione, ha un grande valore, mentre per l’uomo sano non ne possiede
alcuno. In conclusione il valore è una qualità che noi attribuiamo alle cose,
come i colori, ma che in realtà, come i colori, non esiste fuori di noi, ed ha
quindi una vita essenzialmente soggettiva. La nozione di valore ò penetrala
lentamente e tardi nelle scienze filosofiche; qualcuno ha voluto farne risalire
l'origine a Kant, fondandosi sopra alcuni passi di interpretazione alquanto
dubbia; ò invece più esatto attribuirne il inerito a Lotze, il quale espose il
principio che mette in rilievo la nozione di valore colle seguenti parole: là
dove due ipotesi sono ugualmente possibili, l'una che s'accorda coi nostri
bisogni morali, l'altra che ad essi contraddica, bisogna sempre scogliere la
prima. In realtà però codesto concetto è d’origine economica, e bisogna
ricorcarne la fonte prima nell’opera La ricchezza delle nazioni dell’inglese
Smith, pel quale il valore ò ricondotto all'utilità, e alla sua volta l'utilità
alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri dell'uomo. Ai nostri tempi il
principio di valore è divenuto quasi popolare, grazio aU’opora di Federico
Nietsche, sia che egli voglia stabilire una tavola di valori oppure restaurare
“ l’equazione aristocratica dei valori „, o biasimare acerbamente i valori di
decadenza,, o rifare in senso inverso il lavoro dei moralisti, operando una
trasmutazione di tutti i valori,, o celebrare i ‘ forti che creano i valori,.
Il campo, nel quale si applica la nozione di valore, è estesissimo o comprende
la morale, l'estetica e le scienze sociali, la religione ecc. Nella morale si
ritrovano i concetti del sommo bene, dell'imperativo categorico, del bene,
della simpatia, della giustizia, della carità, della solidarietà, dell’utilità
individuale o generale, dell'obbedienza a una legge rivelata, alla religione
ecc. Nella vita sociale vi sono i concetti di teocrazia, di monarchia,
democrazia, feudalesimo, il regime di casta, la schiavitù, il lavoro libero, il
salariato, che variano di valore secondo i tempi, le condizioni sociali e i
bisogni. Infine nella religione vediamo che il monoteismo, il dualismo, il
politeismo, i dogmi sono variamente apprezzati nelle diverse religioni. Le
percezioni, le immagini, le idee astratte e generali forniscono la materia
indispensabile al ragionamento, il quale, nel suo significato più esteso, è un
atto dello spirito che consiste nel passare dal noto alV ignoto. La forma pia
semplice di ragionamento è quella che va da una cognizione particolare ad
un’altra cognizione particolare e che si può già osservare nel bambino: questi,
che ripete ed applica alcuni nomi generali, forma una proposizione colltegando
due nomi, come quando un oggetto, che evoca in lui uu nome, evoca pure un altro
nome, abbozzando cosi le prime frasi incomplete e sprovviste di verbo. Quando
per esempio un cane scorge in un ruscello un liquido scorrevole, inodoro,
incoloro e chiaro, questa percezione suscita in lui, in virtù d’un'esperienza
anteriore, l'immagine d’una sensazione di freddo, e la percezione e l’immagine
s’uniscono per formare una coppia; nel fanciullo invece, grazie al linguaggio,
la medesima percezione evoca la parola acqua ; la medesima immagine evoca la
parola freddo e le due parole s’associano insieme a formare una proposizione,
un giudizio. In molti di questi accoppiamenti di termini che si suggeriscono
reciprocamente si riscontrano i caratteri del ragionamento, come quando uu
segno presente suggerisce una realtà non veduta distante o futura, per es. le
nubi e la pioggia ; qui abbiamo vere e proprie inferenze. Però nella logica il
nome di inferenza si applica ad operazioni mentali più complesse, ossia a
quelle per le quali da uno o più giudizi dati si passa ad uu nuovo giudizio.
L’inferenza è immediata, quando il giudizio risultante è una conseguenza
necessaria del giudizio dato ed è ottenuta senza che sia necessario ricorrere a
giudizi intermedi; cosi, se dal giudizio che i triangoli sono poligoni io deduco
che alcuni poligoni sono triangoli, avrò un’inferenza immediata.Si avrà invece
un 'inferenza mediata, quando da un giudizio si passi ad un altro ricorrendo ad
un terzo giudizio. Cosi dal giudizio « gli uomini sono mortali » posso dedurre
queat’altro che Pietro è mortale, per mezzo d’un terzo giudizio, vale a dire
che Pietro è uomo. Tanto nel primo, quanto nel secondo caso occorre che i
giudizi posti in relazione non abbiano contenuto affatto diverso l’uno
dall’altro, poiché allora non vi potrebbe essere tra loro alcuna relazione
logica, ossia dalla verità o falsità dell’uno non si potrebbe dedurre la verità
o la falsità dell’altro. Trasformazione dei giudizi per subalternazione, per
opposizione, per equipollenza. Quando la relazione è immediata, il contenuto
dei due giudizi dev’essere identico, ma diversa o la quantità, o la qualità, o
la relazione, o la ino? dalità; dal primo giudizio si deduce il secondo senza
ricorrere ad un giudizio intermediario, e mentre la materia dèi raziocinio,
cioè il soggetto e il predicato, resta inalterata, si muta invece la forma. Le
relazioni immediate dei giudizi si possono ridurre a tre specie principali: «)
Per subalternazione, che ha luogo tra giudizi identici di contenuto e di
qualità, ma diversi di quantità o di modalità. Per opposizione, che ha luogo
tra giudizi identici di contenuto, ma diversi di qualità, oppure di qualità e
di modalità insieme, mentre la quantità può rimanere identica o mutare. c) Per
equipollenza che avviene tra giudizi di contenuto identico, ma o diversi di
qualità, o diversi di relazione. Affinchè apparisca più chiaramente la
diversità dei giudizi posti in relazione fra loro, i logici indicano con la
lettera A il giudizio universale affermativo, con E il giudizio universale
negativo; con I il giudizio particolare affermativo, con 0 il giudizio
particolare negativo; e tale convenzione fu espressa con artificio mnemonico in
questi due versi: Asserit A, nogat E, sed univejsaliter ambo, Asserit I, negat
0, sed particulariter ambo ; e dal filosofo bizantino Michele Psello del secolo
XI fu proposto il quadro che può vedersi nella pagina seguente. a) La relazione
per subalternazione ha luogo tra giudizi identici di contenuto e di qualità ma
diversi di quantità : il primo è universale e dicesi subalternante, il secondo
è particolare e dicesi subalternato. Le regole che stabiliscono il passaggio da
una ad altra forma sono: Dalla verità del giudizio subalternante (generale) si
conchiude la verità del giudizio subalternato (particolare); ma dalla verità
del subalternato non si può dedurre la verità dol subalternante, poiché, come è
facile comprendere, ciò che A opposti contrarii g è vero d’un'intera classe è
vero anche d’una parte di essa, ma non viceversa. Così, se è vero che gli
uccelli sono muniti di becco, è vero pur che alcuni uccelli sono muniti di
becco; ma se è vero che alcuni popoli sono monoteisti, non si può per questo
concludere che tutti i popoli sono monoteisti. Dalla falsità del giudizio
subalternato si conchiude la falsità del subalternante, ma dalla falsità del
giudizio subalternante non s’inferisce la falsità del subalternato. Se è falso
che alcuni uomini sono perfetti, è pure falso che tutti gli uomini sono
perfetti; ma se è falso che tutti gli animali sono provvisti di sistema
nervoso, non ne segue che sia falso l’altro giudizio, che alcuni animali sono
provvisti di sistema nervoso. La relazione per opposizione ha luogo fra giudizi
che sono identici di contenuto, ma diversi di qualità. Diconsi opposti contrari
se sono entrambi universali, opposti subcontrari se sono entrambi particolari,
opposti contraddittori se hanno diversa la quantità e la qualità. I passaggi da
un giudizio ad un altro opposto contrario sono retti dalla regola seguente: Se
uno di essi è vero, si può inferirne la falsità dell’altro, non potendo essere
veri entrambi insieme ; ma non è possibile l’inverso, poiché se uno di essi è
falso, non si può affermare che l’altro sia vero, potendo essere falsi tutti e
due. Cosi, se è vero che tutti i popoli civili dell’Oriente sono monoteisti,
sarà falso l’altro giudizio che nessun popolo civile dell’Oriente è monoteista;
ma se è falso che tutti gli uomini sono onesti, non sarà perciò vero raffermare
che nessun uomo è onesto. I giudizi subcontrari possono essere ambedue veri,
non possono essere ambedue falsi ; quindi dalla verità dell’uno non si
conchiude alla falsità dell’altro, ma si può invece dalla falsità dell’uno
dedurre la verità dell’altro; cosi se è vero che alcuni uomini sono giusti, non
ne segue che sia falso l’altro che alcuni uomini non sono giusti; ma, se è
falso che alcuni geni sieno in tutto malefici, è vero il giudizio che alcuni
geni non sono in tutto malefici. Pell’opposizioìie contraddittoria vale la
regola seguente: dalla verità dell’uno si inferisce la falsità dell’altro, e
dalla falsità dell’uno la verità dell’altro; se è vero che ogni uomo è mortale,
è falso che certi uomini non siano; se è falso che tutti gli uomini sono saggi,
è vero che alcuni uomini non sono saggi. Le trasformazioni logiche per
equipollenza dei giudizi sono di molte specie; l’equipollenza tra giudizi
d’identico contenuto può aver luogo o per mutate qualità, o per mutata
relazione, o per mutazione della quantità nella modalità e di questa in quella,
o per mutata posizione dei termini nel giudizio, o per mutata posizione dei
termini e insieme per mutata quantità del giudizio. Vediamone qualche saggio.
Quando si tratta di giudizi di identico contenuto e diversi di qualità, dato un
giudizio, se ne può derivare un altro con diversa qualità; es. « se ogni vizio
è biasimevole, nessun vizio sarà da non biasimarsi » ; quindi il giudizio
universale affermativo e il particolare affermativo hanno ciascuno i loro
equipollenti qualitativi nell’universale negativo e nel particolare negativo
infiniti. Però, come è stato osservato, se si bada bene, si vede che le
trasformazioni per equipollenza qualitativa non danno illazioni, perchè il
contenuto logico e materiale dei due giudizi è lo stesso. Il principio, duplex
negatio afflrmans, indica questa identità; riducendosi ad espressioni dello
stesso giudizio in diversa forma, sono più del dominio della grammatica che di
quel della logica. Due forme di raziocinio immediato s’ottengono con la
conversione e la contrapposizione dei giudizi. Si ha la conversione del
giudizio trasportando il soggetto nel posto del predicato e il predicato nel
posto del soggetto. Il giudizio reciproco può avere la stessa quantità del
giudizio diretto, e allora la conversione è semplice; es. « nessun accusatore
può fare da giudice, nessun giudice può fare da accusatore; oppure può avere
quantità diversa, e allora la conversione si fa per accidente; es. « i
triangoli sono poligoni, alcuni poligoni sono triangoli ». Le universali
affermative si convertono per accidente in particolari affermative; es. « i
benefici mal collocati sono malefici, alcuni malefici sono benefici mal
collocati. Si convertono semplicemente tutti i giudizi universali uegativi: es.
«nessun pesce respira per polmoni, nessun animale respirante per polmoni è
pesce. Sono pure convertibili semplicemente i giudizi particolari affermativi;
es. * qualche uomo è saggio, qualche saggio ò uomo » . Se però il predicato fa
parte del soggetto la conversione semplice non è possibile; se infatti dico:
alcuni parallelogrammi sono quadrati, non posso dire : alcuni quadrati sono
parallelogrammi, poiché tutti i quadrati sono parallelogrammi. I giudizi
particolari negativi non presentano regola di conversione; dal giudizio «
qualche uomo non è medico », non si può inferire che qualche medico non è uomo.
La contrapposizione consiste nel poter derivare da un giudizio universale un
altro giudizio di diversa qualità, mentre si scambia l’ufficio dei termini,
passando il soggetto a predicato, e il predicato a soggetto. Quindi i
contrapposti dei giudizi affermativi, sono negativi e quelli dei giudizi
negativi sono affermativi; es. « se tutti gli atti virtuosi sono lodevoli,
nessun atto non lodevole sarà virtuoso; se nessun superbo è contento, talune
persone scontente son superbe » . Si è osservato dallo Stuart Mill che le
regole logiche della conversione e della contrapposizione dei giudizi non si
possono ritenere come regole del ragionamento, poiché le proposizioni
reciproche e quelle contrapposte non sono illazioni, e dicono in forma verbale
indiretta la stessa cosa che le proposizioni dirette; vi è illazione solo
quando v’è passaggio da una nozione nota ad una ignota. Però se in molti casi
si può affermare che le trasformazioni dei giudizi non hanno altro scopo che di
farcene conoscere con maggior chiarezza il contenuto, tuttavia in alcuni casi,
come nella conversione dei giudizi universali quando non è artificiosa, e nel
contrapposto del giudizio universale affermativo, l’illazione ci dà qualche
cosa di nuovo. Una delle cause più. frequenti d’errori, là osservare il Bain,
consiste appunto nella tendenza a convertire le affermative universali senza
limite; quando si dice: tutti i grandi ingegni hanno il cervello voluminoso, si
passa facilmente ad affermare che tutti i cervelli voluminosi sono grandi
ingegni ; cosi pure quando si dice: tutte le cose belle sono gradevoli, tutte
le virtù conducono al benessere, ogni evidenza suppone testimonianze contemporanee,
sorge in noi la tendenza a convertire senz’altro queste proposizioni. Di qui la
necessità di applicare le forme logiche per mettersi in guardia contro simili
errori. 8. L’evoluzione psicologica del giudizio. Come abbiamo già detto, si
può considerare il giudizio nella sua forma completa, quale si trova nella
scienza, nella letteratura, nei dogmi religiosi o nelle affermazioni dol sonso
comune, ed ò espresso per mezzo di proposizioni composte di piii termini, che
dall'analisi vengono ridotti al minor numero possibile: soggetto, attributo,
copula; questo è l’aspetto logico. Lo psicologo, invece di ricercare ciò che
de*’ essere un giudizio affinchè sia valevole per la nostra ragione, si chiede
che cosa esso è quando si consideri come operazione mentale, e come si forma.
Sotto le parole egli trova le idee e le rappresentazioni, nelle proposizioni un
potere d'analisi e di sintesi; nella genesi deU’affermaztone distinguo diversi
momenti; in una parola, considera il giudizio non come un prodotto completo, ma
come una funziono di cui descrive gli organi e l'attività. 11 punto di partenza
dell’evoluzione del giudizio, secondo un autore recente, si deve ricercare
nelle manifestazioni della vita fisiologica. Ogni organismo, a incominciare dal
più semplice, ha il potere d’entrare in movimento di porse stesso ; questa
spontaneità non è del tutto indipendente, poiché l'animale vive in un ambiente
determinato, dal quale riceve eccitamenti diversi, ai quali risponde Ruyssen,
L'éi'olution psychologique tlu jugement, F. Alcan] in maniera diversa, e può
anche moversi automaticamente per l’azione interna; quindi il movimento
organico elementare è un movimento d’oscillazione dall’esterno all'interno e
viceversa, uu alternarsi ritmico di consumo e di ncquisiziono che i biologi chiamano
“ reazione circolare La cellula vivente ha una costituzione propria che la
rende atta a reazioni originali, è un sistema conservatore fondato sul
principio della ripetizione, in una parola è fornita d’ abitudine . Se
l'ambiente esterno fosse sempre costante, la reazione circolare per ripetizione
basterebbe ad assicurare alla vita qualsiasi durata; ma noi sappiamo che
l'essere vivente è di continuo esposto alle variazioni termiche,
meteorologiche, luminose, alle quali deve adattarsi o perire; \'adattamento è
appunto la seconda facoltà caratteristica della cellula; anche gli organismi
monocellulari sanno ricercare ed evitare con un discernimento prodigioso gli
agenti che sono loro favorevoli od ostili. L'adattamento segue una via
ascendente; anzitutto si scorge nelle reazioni motrici dell'animale e del
fanciullo, nelle quali si possono riconoscere le primo manifestazioni della
vita; il primo periodo della vita infantile costituisce il fondo d’abitudini
sul quale vengono ad innestarsi gli adattamenti ulteriori; le risposte
dell’organismo agli eccitamenti successivi divengono a ninno a mano più facili
c più sicure, preparando così il terreno alla vita cosciente. Con l’apparizione
della coscienza si notano nuovi adattamenti motori provocati specialmente dalle
sensazioni della vista e dell'udito; nelle quali si coglie la forma più
dementare del giudizio. 11 fanciullo risponde ad eccitamenti diversi per mezzo
di reazioni non più diffuse, ma precise, localizzate nelle parti distinto
dell'organo eccitato; così il suono d'una voce famigliare lo fa muovere e
gesticolare, un oggetto luminoso gli fa alzare e tendere le mani; in una
parola, le sue sensazioni quanto più variano e s'arricchiscono, tanto più
facilmente provocano reazioni motrici adattate al loro scopo, dove si può quasi
scorgere la traccia d’una scelta intelligente. Il prender coscienza del piacere
e del dolore è il principio d'adattamenti più variati e più efficaci. A queste
reazioni sensorio-motrici, che formano una specie d’attuazione primaria,
succedono lo reazioni ideo-motrici che presuppongono il sorgere de\V attenzione
secondaria, del riconoscimento, dell’associazione delle idee, e quindi del
linguaggio e della facoltà di generalizzare. Con queste diverse operazioni il
fanciullo acquista gli elementi necessari pel suo sviluppo mentale. I giudizi
che pronuncia il fanciullo di due anni e quelli dell'uomo adulto possono
differire in estensione e in profondità, ma non pel meccanismo; non avranno le
qualità accessorie di rapidità, di esattezza, di sincerità, ma 1 essenza sarà
identica ; in una parola lo affermazioni del fanciullo e dell’adulto
differiscono solo per la forma, non per la materia. Così pel fanciullo
giudicare vuol dire, almeno da principio, adattare in maniera appropriata i
propri movimenti agli stimoli della sensibilità: apprezzare una distanza
equivale a rinnovare 10 sforzo necessario per percorrerla; riconoscere una
persona equivale n tenderlo le braccia, sorriderle, nominarla in maniera
adeguata; comprendere un segno è come riprodurlo. Nell’adulto la cosa non
avviene in modo troppo diverso; malgrado le apparenze, nei movimenti
quotidiani, nel camminare, nel gestire, nel parlare noi non facciamo altro che
ripetere reazioni motrici che abbiamo acquistato per le prime. Anche quando il
pensiero arriva al suo completo sviluppo, quando s eleva alle più alto
astrazioni della scienza e della filosofia, non si libera completamente
dall’elemento motore; 11 linguaggio diviene qui ora sostegno indispensabile del
pensiero astratto. Bisogna pero notare che se l’operazione intellettuale del
giudizio ha le suo radici nel terreno biologico, non ne segue che il suo valore
soffra qualche diminuzione e che gli elementi ideali e attivi cresciutivi
intorno nel corso dell'evoluzione debbano perdere patte del loro profumo e
della loro freschezza; la stessa osservazione si dove fare riguardo agli altri
fatti riferentisi allo sviluppo dello spirito untano, la famiglia, l'amore, il
sentimento morale, il pudore ecc. Già secondo Aristotile i procedimenti che il
pensiero umano adopera nella ricerca sono di due specie ben distinte Ira loro:
V induzione, èTCaYwy^i muove dal l'atto per risalire alla legge e al principio,
dai giudizi particolari per ascendore a giudizi universali, è il ragionamento
che afferma d’un genere ciò che si sa appartenere a ciascuna delle specie di
questo genere; ossia quella forma di ragionamento, per la quale dall’esame e
dal paragone d’una serie di casi particolari si passa ad una proposizione
generale che riguarda non solo i casi osservati, ma anche un numero
indeterminato d’altri casi che sono coi primi in una certa relazione di
somiglianza. Cosi se dico: i processi di conoscenza, di sensibilità, di volontà
presentano come carattere essenziale la coscienza i processi di conoscenza di
sensibilità, di volontà sono (tutti i) processi psichici, e quindi tutti i
processi psichici hanno come carattere essenziale la coscienza; faccio un
ragionamento induttivo. TI secondo procedimento è la deduzione, che dal
principio e dalla legge vuole discendere al fatto, da un giudizio universale
andare ad un giudizio particolare; cosi, per usare l’esempio precedente, se
dico partendo da un principio noto: tutti i processi psichici hanno come
carattere essenziale la coscienza i processi di volontà sono psichici dunque
hanno come carattere essenziale la coscienza; compio un ragionamento deduttivo.
In ogni modo tanto l’una quanto l’altra for ma di ragionamento si imo formulare
per mezzo del sillo gismo, che si può di conseguenza considerare come la forma
più semplice ed elementare del raziocinio. Aristotile è l’inventore della
teoria del sillogismo (da auXXéYO) raccolgo), che egli cosi definisce: Il
sillogismo è un discorso nel quale, poste alcune cose, un’altra cosa ne risulta
necessariamente, per questo solo che quelle sono poste : £uXÀoYtopòs S è èoxi
Xóyo; èv (Ti xe&évxwv xivwv, gxepóv xi x&v xeipivwv àvàyxrjs oupPaivec
x(7> xaOxa efvai, ossia: quando si parte da due proposizioni, di cui l’tina
afferma una proprietà data appartenente a tutta una classe d’oggetti, e l’altra
afferma che uno 0 più oggetti appartengono a quella classe, si passa ad una
terza proposizione nella quale la proprietà suddetta è attribuita anche a
questi ultimi casi. La parola sillogismo si legge già in Platone, ma solamente
nel significato generale di ragionamento; Aristotile le diede il significato
speciale che tuttora conserva; il principio fondamentale su cui esso posa
consiste in questo, che ciò che è contenuto nel genere è pure contenuto nella
specie. Inoltre dalla definizione aristotelica derivano al sillogismo i
seguenti caratteri : che l’illazione o conclusione derivi dalle premesse, che
derivi necessariamente, e che enunci cosa diversa da quella che è enunciata
nelle premesse. Ogni sillogismo comprende due premesse, Ttpoxxoei? 0 U7to9,
last;, ed una conclusione, aupxépaopa, cosi detta perchè unisce i due termini
estremi, ulpaxa. Nelle premesse entrano tre termini, Spoi, il termine maggiore,
xò pec^ov Sxpov, il termine minore, xò gXaxxov fixpov, il termine medio, péao;
5po; che non entra mai nella conclusione, ma serve a produrla, e jleve invece
entrare in ciascuna delle due premesse. Di queste l’una si chiama premessa
maggiore 0 contiene il predicato della proposizione che fa da conclusione,
l’altra dicesi premessa minore e contiene il soggetto della conclusione.
Aristotile considera come il tipo del raziocinio e il solo perfetto quello di
sussunzione (subsumtio) nel quale appunto due idee sono poste nella dipendenza
come di specie a genere, di cosa individuale a legge generale. Cosi nel noto
sillogismo ; Tutti gli nomini sono mortali Pietro è uomo Dunque Pietro e
mortale l’idea Pietro, termine minore è posta in dipendenza (subsumitur) di
mortale, termine maggiore, la sussunzione si opera per mezzo del termine medio
uomo. Le regole del sillogismo, secondo la logica tradizionale, sono otto,
delle quali quattro si riferiscono ai termini, e quattro alle proposizioni. Il
sillogismo non può avere più di tre termini: terni ìnus esto triple:/',
meclius, maiorque minorque. Se in un sillogismo vi fossero due termini medi
invece duino solo, si avrebbero come premesse due giudizi che non avrebbero
termine comune, dalle quali nessuna illazione, o solamente un’illazione erronea
potrebbe deri\aie, ciò appare cosi nel caso che i due termini medi siano
diversi nel significato come nel caso che, differenti nel significato, sieno
identici nel nome, come chi dicesse: borsa è una costellazione, ina l’orsa vive
nelle selve, dunque una costellazione vive nelle selve. I termini maggiori e
minori non debbono essere presi nella conclusione più universalmente che nelle
premesse: latius Ima quarn praemissae conclusi o non vult. Se i termini
maggiori o minori fossero presi nella conclusione più universalmente che nello
premesse, si avrebbe allora un ragionamento che andrebbe dal particolare
all’universale, non dall’universale al particolare, come è richiesto dalla
natura stessa del sillogismo; tale errore è manifesto nell’esempio seguente :
gli empi sono nocivi alla società alcuni scienziati sono empi dunque gli
scienziati sono nocivi alla società. Il termine medio non deve entrare nella
conclusione: nequaquam medium capiat conclusio oportct. Questa regola deriva
dal carattere fondamentale del sillogismo esposto più sopra; non la
osserverebbe chi dicesse per es. : Napoleone fu un grande statista Napoleone fu
un grande generale dunque Napoleone fu un grande statista e un grande generale
; qui non si è fatto altro che riunire le due premesse, facendo una
proposizione composta, non una conclusione vera e propria. Il termine medio
dev’essere preso almeno una volta universalmente : aut semel aut iterum meclius
generaliter esto. Questa regola vieta che il termine medio sia preso tutte e
due le volte particolarmente, non potendo allora seguirne alcuna conclusione o
solo una conclusione erronea ; così dalle premesse: le piante sono corpi
organici gli animali sono corpi organici, non si potrebbe dedurre altro che la
conclusione seguente: gli animali sono piante; e similmente dalle premesse:
alcuni filosofi sono materialisti, alcuni filosofi sono spiritualisti,
seguirebbe la conclusione: alcuni spiritualisti sono materialisti. Non si
concliiude negativamente da premesse affermative: ambae affirmantes nequeunt
generare negantem. In fatti se le premesse sono affermative, dicono che i
termini maggiore e minore convengono col medio e quindi convengono tra loro,
escludendo la conclusione opposta a questa. Errerebbe chi dicesse per esempio:
il giudice dev’essere imparziale il tale e giudice dunque non dev’essere
imparziale. Non si conchiude da premesse negative: utraque si praemissa neget,
nihtt inde sequetur. Se confrontiamo il termine maggiore e il minore col medio
e vediamo che non convengono con esso, non è possibile affermare nè che
convengano, nè che non convengano fra loro. Quale conclusione si può, per
esempio, trarre dalle due premesse seguenti: l’animale non è eterno l’uomo non
è eterno? oppure da queste altre: l'acqua non è un corpo semplice la cellula
non è un corpo semplice? 7°. Non si conchiude da premesse particolari: vii
seguitar geminis ex partici/iaribus unquam. Per questa regola vale la
dimostrazione che abbiamo data per la seconda regola sui termini. La
conclusione segue la parte più debole delle premesse: peiorem sequitur semper
canclusio partem. I logici chiamano parte più debole la proposizione negativa
rispetto all affermativa, la particolare rispetto all’universale; perciò la
regola suona in questi termini: se una delle premesse è negativa, la
conclusione è negativa; se una delle premesse è particolare, la conclusione è
particolare. Nel primo caso una delle premesse afferma che uno dei termini
conviene col medio, l’altra premessa afferma che l’altro termine non conviene
col medio; donde si deduce facilmente che i termini minore e maggiore non
convengono fra loro; cosi se affermo che logico conviene con uomo, ma che
libero dall’errore non conviene con nomo, i due termini estremi: logico e
libero dall’errore non convengono evidentemente fra loro: Nessun uomo è libero
dall’errore Tutti i logici sono uomini Dunque nessun logico è libero dall’errore.
Pel secondo caso vale la dimostrazione che si è data per la seconda regola sui
termini. Le figure e i modi del sillogismo. Il sillogismo categorico è quello
in cui le premesse e quindi anche la conclusione sono giudizi categorici, o
fungono come giudizi categorici: secondo il posto che il termine medio occupa
nelle premesse il sillogismo categorico presenta quattro ligure, che indicando
con la lettera M il termine medio, con P il termine maggiore, con S il termine
minore, sono le seguenti : 1° MP-SM-SP Il termine medio fa da soggetto nella
premessa maggiore, da predicato nella minore, come nell’esempio: I martiri
della scienza onorano l’umanità Molti uomini sono stati martiri della scienza
Molti uomini onorano l’umanità. Il sillogismo della prima figura è per
Aristotile il tipo più perfetto del ragionamento deduttivo, perchè va dalla
causa all’effetto, dalla legge al fenomeno, dalla condizione al condizionato;
la sua validità dipende da queste due regole, che la maggiore sia sempre
universale e la minore affermativa. 2° PM SM SP Nella seconda figura il termine
medio fa da predicato nelle due premesse; inoltre la premessa maggiore
dev’essere universale, e una delle premesse deve essere negativa; es.: Nessuna
scienza è corruttrice Ogni oscenità è corruttrice Nessuna osceuità è scienza.
MP MS SP Nella terza figura il termine medio fa da soggetto nelle due premesse;
la premessa minore dev’essere affermativa e la conclusione particolare; es.:
Nessuna frode è nobile Ogni frode è atto di ragione Qualche atto di ragione non
è nobile. 4° PM MS SP Nella quarta figura il termine medio fa da predicato
nella premessa maggiore, da soggetto nella minore; es.: Tutti i romboidi sono
parallelogrammi Nessun parallelogrammo è un trapezio Nessun trapezio è un
romboide. Quest’ultima figura è stata da Averroè attribuita al medico Oaleno,
mentre le prime tre furono stabilite da Aristotile. Però si nega generalmente
che possa esservi una quarta figura, o almeno si ammette che questa si può
ridurre con molta facilità ad una delle precedenti. Oltre alle figure si
sogliono distinguere nella logica i m° 09S > a sillogismo dialettico, che,
per provare la verità, discute il prò e il contro e serve di preparazione alla
scienza. Il sofisma, oó^tapa, da oo;pf£o|i.ai o sillogismo eristico (eristica
da ip££nrticolare dall’universale-, provare scientificamente significa
dimostrare le ragioni in forza delle quali l’affermazione ha valore
incontestabile; tali ragioni si ritrovano solo nell universale. La sillogistica
diviene cosi il nucleo centrale della logica aristotelica e della logica
tradizionale fino ai nostri giorni. I punti fondamentali di questa dottrina
sono i seguenti : L illazione è la derivazione d’un giudizio da due altri;
poiché in un giudizio un concetto (il predicato) viene affermato d un altro
concetto (il soggetto). Tale affermazione è valida solo quando il legame
avviene per mezzo d’un terzo concetto, il termine medio, il quale deve però
avere coi due primi una certa relazione, espressa in due giudizi, cioè nelle
due premesse; 1 illazione consiste appunto in quel processo del pensiero, il
quale dalle relazioni tra un unico concetto e due altri, vuole manifestata la
relazione che corre fra questi due ultimi concetti. Delle relazioni possibili
fra concetti una se ne trova alla quale la logica aristotelica, conforme ai
suoi principi, ha posto speciale attenzione: quella della subordinazione del
particolare al generale. La sillogistica vuol conoscere le condizioni del
pensiero, per le quali con l'aiuto d’un termine intermedio, può determinare se
la subordinazione d’un concetto ad un altro può aver luogo o no. Aristotile ha
dato a questo problema una risoluzione feconda di ottimi risultati; in essa
consiste il merito imperituro della sua sillogistica, ma anche il limite del
valore di questa. Per mezzo della deduzione, così determinata, la mente umana
può solo acquistare cognizioni meno generali di quelle più generali dalle quali
sono tratte. Qui appare il carattere (limitato) del concetto che gli antichi si
erano formato intorno alle qualità essenziali del pensiero, il quale può solo
abbracciare e spiegare la realtà data, non creare nuove verità. Perciò la
scienza che deduce, prova e spiega poteva di nuovo dedurre ciò, che in un
sillogismo serviva da premessa, come conclusione d’un sillogismo più generale;
alla fine però deve partire da premesse che non possono più essere nè dedotte,
nè provate, nè spiegate e neppure essere ricondotte al termine medio; la verità
di esse è quindi immediata (ìpsoa), indeducibile, non suscettibile di prova,
inspiegabile e consiste in quei principi più generali e forniti di immediata
certezza, che costituiscono il punto di partenza delle operazioni scientifiche.
La sillogistica aristotelica nell’antichità e nel medio-evo. Già sin
dall’antichità, qualche secolo dopo la morte di Aristotile, avvenuta nel 332 a.
Cr. sorsero dubbi e discussioni vivaci intorno al valore del sillogismo; tra i
critici più notevoli a questo proposito troviamo Cameade di Cirene e Sesto
Empirico, vissuto intorno al 200 dell’era volgare. Windelband, Qeschichte der
PhUosophie. Mohr, Tubingen] Cameade, che è annoverato fra gli scettici della
seconda Accademia, insegnava che non si poteva fondare nessuna dottrina sicura
nè sopra il senso per le apparenze fra loro contrarie e inconciliabili, nè
sopra la ragione, perchè in tutto ciò che forma oggetto di ragionamonto, si può
ugualmente provare il prò e il contro; egli dimostrava pure che ogni prova
rende necessario un « regressus in infinitum », giacché per la validità delle
sue premesse presuppone altre prove; e questa conseguenza era importante per
gli scettici, i quali non ammettevano verità immediate, come abbiamo visto che
le ammetteva Aristotile. Più radicale di Cameade è il medico Sesto Empirico, il
quale dice che il vero scettico sottopone ad esame qualsiasi affei inazione,
reca il dubbio in ogni cosa e si astiene tanto dall affermare quanto dal
negare; egli fa un’analisi spietata del sillogismo, il quale non riesce per
nulla ad estèndere il campo delle nostre cognizioni, poiché non serve a farci
passare da una verità nota ad una vorità ignota. Ecco le parole di Sesto
Empirico nel suo capitolo contro la logica d’Aristotile contenuto nell’opera
intitolata « UoiboVSÌat U7tOTU7ttt)a£l£ » . Quelli che dicono: Ogni uomo è
mortale Socrate è un uomo Dunque Socrate è mortale, per provare quest’ultima
proposizione per mezzo della prima commettono un circolo vizioso (e: C xòv 5t’
ianin touol)» poiché ammettono che tutta la certezza della prima proposizione
non può derivare che da un’induzione di casi particolari dello stesso genere di
quelli che s’affermano nella conclusione. Infatti se, prima d’enunciare la
proposizione generale: «ogni uomo è mortale, noi non siamo già convinti della
verità di tutte le proposizioni particolari che essa contiene, non si potrebbe
ragionevolmente ammetterla per vera. Di qui egli conclude che nessun sillogismo
o catena di sillogismi potrà mai farci conoscere qualche cosa di diverso da ciò
che prima già sapevamo, e che la deduzione, ben lungi d’essere la forma tipica
e più corretta del ragionamento, non è che un artificio sofistico atto a
mascherare la nostra ignoranza e a far passare come prova delle nostre opinioni
le nostre stesse opinioni espresse sotto altra forma. Nel Medio Evo fin quasi
verso la metà del secolo XII la logica aristotelica si studiava assai più nelle
opere dei commentatori, che negli scritti originali, pochissimi dei quali erano
conosciuti; però Aristotile è considerato come il filosofo che ha raggiunto il
limite estremo della sapienza il maestro di color che sanno come lo chiama il
Divino poeta, e quindi, il giudice inappellabile della verità; donde la frase «
ipse dixit » foggiata probabilmente dall’arabo Aven'oè «che il gran comento
féo» considerato come il più illustre commentatore dello Staggita, che egli
chiama « regola e modello, creato dalla natura a mostrare l’ultima perfezione
umana, la cui dottrina è la somma verità, poiché il suo intelletto segua il limite
dell’umano intelletto». Ma già durante il Rinascimento incomincia una forte
opposizione contro la logica aristotelica, specialmente per opera di TELESIO,
che vuol fondare la scienza della natura sopra l’esperienza, e accusa
Aristotile di aver voluto spiegare la realtà con ipotesi arbitrarie; e di
Patrizi. Gli Umanisti affermavano risolutamente, come fecero più tardi Giordano
Bruno, Bacone da Verulamio e Renato Cartesio, che la sillogistica dev’essere
amplificata e perdere il predominio tradizionale; che il sillogismo è incapace
di farci acquistare nuove cognizioni ed è una forma del pensiero infruttuosa.
Bacone e Mill. Bacone considera la scienza come lo strumento e il mezzo più
efficace per volgere le forzo della natura all’utilità degli uomini e per dare
all’osservazione dei fatti naturali un carattere imparziale ed oggettivo,
combatte la dottrina tradizionale e intende di offrire un nuovo metodo nella
sua opera capitale Instauratio magna scientiarum, che comprende due parti
distinte : la prima intitolata De dignitate et augmentis scientiarum, la
seconda Novum organimi in opposizione all’Organo di Aristotile. Egli combatte
aspramente il sillogismo aristotelico, attribuendo all’induzione, il nuovo
organo, l’ufficio più importante nella ricerca delle nuove verità scientifiche;
sostiene che il sillogismo è viziato profondamente da una petizione di
principio, poiché se la conclusione non è vera, non è vera neppure la premessa
maggiore; in questa critica Bacone s’accorda quindi coi filosofi precedenti,
specialmente con Sesto Empirico. L’idea fondamentale della logica, quale è
stata concepita dallo Stuart Miti (1806-1873), consiste nel ricondurre la
logica ai fatti e all’esperienza, affinchè possa diventare una scienza come le
altre, ossia abbia per oggetto le cose quali sono; essa diventa «la scienza
delle operazioni intellettuali che servono all’estimazione della prova, cioè
del procedimento generale che va dal noto all’ ignoto, delle operazioni
ausiliarie di codesta operazione fondamentale», è insomma una logica reale che
ha per oggetto i fatti e non le idee. La teoria del sillogismo è profondamente
trasformata nella dottrina del^Mill. Anzitutto egli dichiara che .ogni
sillogismo, considerato nella sua forma ordinaria, contiene una petizione di
principio; così (piando si dice: Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un
uomo Socrate è mortale la conclusione è presupposta nella premessa maggiore;
noi non possiamo essere sicuri della mortalità di tutti gli uomini, se prima
non siamo sicuri della mortalità di ciascun uomo; se si dice che la mortalità
di Socrate è dubbia prima d’essere estratta dalla premessa maggiore, questa è
colpita pure di incertezza e non può per conseguenza servire a legittimare la
conclusione. Il principio generale, ben lungi dal provare la verità del caso
particolare, non può essere accolto come vero, se rimane l’ombra d’un dubbio
sopra uno dei casi che esso contiene. Quindi nessun ragionamento dal generale
al particolare può, come tale, provare qualche cosa, giacché da un principio
generale non si possono dedurre che i fatti particolari supposti conosciuti da
quel principio. Pertanto sembra che il sillogismo ci fornisca ogni giorno la
conoscenza di verità non ancora constatate o stabilite; vi sarebbe dunque in
esso la possibilità di trarre inferenza, possibilità disconosciuta e quasi
soffocata da formule artificiali; infatti è incontestabile che la seguente
proposizione: il duca di Wellington è mortale, deve considerarsi come
un’inferenza: ma si può trarla da quest’ultra proposizione: tutti gli uomini
sono mortali? Bisogna rispondere di no. L’errore che qui si commette dipende
dal fatto che si dimentica che nel procedimento filosofico vi sono due
operazioni e due parti, quella dell’ inferenza e quolla dell'abbreviazione e
che si attribuisce alla seconda la funzione della prima. Infatti che cos’è, una
proposizione generale? Non è altro che un registro abbreviato delle nostre
osservazioni e delle inferenze che ne abbiamo dedotte; quando dalla morte di
Giovanni, di Pietro, e di tutti gli individui dei quali abbiamo sentito parlare
concludiamo che il duca di Wellington è mortale, noi non possiamo senza alcun
dubbio passare per la proposizione generale: tutti gli uomini sono mortali,
come passeremmo per una stazione intermedia; però l’inferenza non risiede in
questa metà del cammino che va da tutti gli uomini al duca di Wellington; essa
è fatta (piando noi abbiamo osservato che tutti gli uomini sono mortali. La
garanzia della mortalità del duca di Wellington è la mortalità di Giovanni, di
Pietro, di Giacomo e di tutti gli altri uomini a noi conosciuti ; dal fatto che
tra il primo e l'ultimo stadio H. P. GRICE STAGE -- del ragionamento noi
interponiamo una proposizione generale, la prova come tale non riceve alcun
giovamento. Quale è dunque la vera funzione del sillogismo? Tutte le inferenze
primitive si fanno dal particolare al particolare; per esempio il bambino che,
essendosi bruciato il dito, si guarda bene dall’accostarlo alla candela, ha
ragionato e concluso, benché non abbia mai pensato il principio generale: il
fuoco brucia; egli si ricorda del dolore provato, e fondandosi su questa
attestazione della memoria, crede che, quando vede la candela, se pone il dito
sulla fiamma, si brucierà ; egli n ensa ciò in tutti i casi simili che gli si
offrono, senza guardare più in là del caso presente; non gener ali zza, ma i
nferisce un fatto particolare da un altro fatto particolare . Le proposizioni
generali sono quindi semplici registri abbreviati di inferenze già fatte e
formule assai concise utili per dedurne altre. Bisogna perciò dire non già che
la conclusione del sillogismo è dedotta dalla premessa maggiore, ossia dalla
proposizione generale, ma solo conformemente a questa; la premessa reale, o,
meglio, l'antecedente logico della conclusione, è la somma dei fatti
particolari, dalla quale l’induzione ha estratto la proposizione generale. Noi
abbiamo potuto dimenticare questi fatti individuali; ci resta però sempre al
posto di essi una breve annotazione, un memorandum, che, rammentandoci che
certi caratteri sono sempre legati a certi altri caratteri, ci permette di
passare dalla presenza degli uni all’esistenza degli altri. Ma realmente
l’inferenza ha luogo partendo dai fatti dimenticati e condensati nella formula
generale al fatto particolare di cui si tratta; il sillogismo quindi è
essenzialmente un’inferenza dal particolare ni particolare, la quale ha il suo
fondamento e quasi la sua autorizzazione in un’inferenza anteriore dal
particolare al generale ; la conclusione è ritrovata nella premessa maggiore,
na non è provata da questa. Altre obbiezioni contro il sillogismo. Un altro
celebre filosofo inglese, Spencer muove pure aspra critica al sillogismo. Egli
dice che noi non ragioniamo mai per sillogismi, e che se vi sono verità che
sembrano stabilirsi per mezzo dello due premesse, ve ne sono altre che
richiedono un procedimento o più semplice o piii complesso, come le
affermazioni elementari che inseriamo spontaneamente, senza ricorrerò ad alcun
termine intermedio, e le conclusioni che deduciamo da un sistema di numerosi o
svariati rapporti. Ma nuche ristretto entro limiti più modesti, è il sillogismo
la forma vera del ragionamento? Sia il sillogismo seguente: Tutti i cristalli
hanno un piano di clivaggio Questo è un cristallo Dunque ha un piano di
clivaggio. Quosta serie di proposizioni esprime forse l’ordine voro nel quale i
nostri pensieri si succedono per produrre la conclusione? Si può sostenere che
prima di pensare a questo cristallo, io ho pensato a tutti i cristalli e sono
disceso dal generalo al particolare? Vi sarebbe qui una coincidenza fortuita e
affatto inesplicabile, poiché l’idea di questo cristallo ha dovuto precedere la
mia concezione di tutti i cristalli, ed è quindi uno degli clementi della
conclusione che mi ha suggerito uno degli elementi generali della premessa
maggiore. Liart>, Lee ìogìciens auglais contetnporains, pag. 24. F. Alcali]
Se per evitare l’obbiezione, si imita il posto delle premesse, si può sempre
affermare che prima di pensare alla proposizione generale: tutti i cristalli hanno
un piano di clivaggio, io ho già scorto in questo cristallo tale proprietà; è
vero che le mie esperienze anteriori mi determinano a riconoscere la proprietà
indicata nel caso particolare, ma il ricordo delle esperienze passate non
s'offre al mio spirito prima che io abbia osservato il caso individualo; esso
hanno lasciato in me la tendenza a considerare, nel cristallo in questione, il
piano di clivaggio piuttosto che qualunque altro attributo; di qui io sono
portato a pensare alla proposizione generale che mi suggerisce la proposizione
particolare, e da quella ritorno a questa. Quindi ogni deduzione incomincia con
un rapporto inferito spontaneamente, ed ogni inferenza è ossenzialmente
induttiva. Al ragionamento dal particolare al particolare, secondo il concetto
del Mill, si può ricondurre la deduzione, diminuendo continuamente il numero
dei fatti affermati e osservati ; esso è a mela cammino fra le due forme di
ragionamento, è quasi la comune radice donde ambedue partono. Oltre allo
obbiezioni mosse al sillogismo dal Mill, dallo Spencer e dai loro discepoli,
pei quali la logica si riduce alla teoria dell'Induzione e dolla prova
sperimentale, e il sillogismo nd un'induzione mascherata, vi sono altre
obbiezioni di filosofi che, senza proporre le radicali riforme propugnate dai
primi, pure s'accordano con questi nel condannare la logica d’Aristotile, per
sostituirvi un sistema nuovo e più conforme alla verità scientifica. Questi
affermano che il sillogismo è una tecnica delle relazioni dei concetti, cioè
serve a rendere più chiare le relazioni che corrono fra le nostre idee, e che
il principale strumento della ricerca è sempre l’induzione. In conclusione le
obbiezioni che si movono al sillogismo si possono ridurre essenzialmente a due
principali: Il sillogismo non ci dà nella conclusione nulla di nuovo. 2".
Pur affermando la novità della conclusione, si nega a questa il carattere di
novità scientifica, poiché l’inferenza dal particolare al particolare non può
offrire che conclusioni probabili, o in alcuni casi, false; nel sillogismo
classico: Gli uomini sono mortali lo sono uomo Io sono mortale la conclusione
non contiene più di verità che la premessa maggioro; secondo i logici della
scuola di Mill, bisognerebbe dire: Gli uomini del tempo passato sono morti, Io
sono uomo Dunque è probabile ch'io muoia. La metodologia è la seconda parte
della logica, che ha per line di determinare le regole riguardanti la ricerca e
la prova delle verità scientifiche. Il metodo (da |i£xà e éòój, via) abbraccia
quindi lo studio dei mezzi coi quali lo spirito umano estende ed ordina le sue
conoscenze; donde la distinzione in metodo inventivo, che esamina i
procedimenti e le operazioni del pensiero per le quali dalle cognizioni note si
passa a quelle ignote; e metodo sistematico (da auv-:oxT]p.t, pongo insieme)
che invece studia le forme con le quali le cognizioni vengono ordinate in un
complesso di cui le singole parti abbiano tra loro relazione e dipendenza
reciproca. Per rendere più chiara tale distinzione osserviamo l’esempio della
psicologia ; questa scienza adopra nelle sue ricerche, ossia ne)l' estender e
le sue conoscenze, due strumenti essenziali che sono Vintrospezione od
osservazione interna e Vosservazione esterna, cui vanno unite V indagine
sperimentale e la misura 1, al secondo ufficio, cioè a quello sistematico, la
psicologia soddisfi con la definizione del processo psichico, per distinguerlo
dagli altri fenomeni naturali, con la classificazione in fatti di conoscenza,
di sensibilità, di volontà ecc. Però bisogna osservare che la logica tratta
soltanto delle nozioni metodologiche generali, di quelle operazioni che si
presentano come indispensabili in ogni singolo ramo di scienza ; non v’è
scienza che possa fare a meno della definizione e della classificazione e dei
procedimenti più semplici e più generali. Inoltre il metodo di ogni parte del
sapere comprende un certo complesso di particolarità, che solo gli specialisti
hanno il dovere di conoscere e di applicare nelle loro indagini; così al
chimico soltanto spetta di apprendere tutto quell’insieme di particolari
procedimenti che sono propri della chimica, l’uso degli strumenti, le
precauzioni da osservarsi quando si osserva e si sperimenta ecc. Questo
compito, come è facile comprendere, sta fuori del dominio della logica. Considerando
la storia dello sviluppo delle scienze, si può constatare che il metodo non si
costituisce a priori, ma piuttosto si deduce dalle scienze stesse quando
abbiano raggiunto un certo grado di progresso; anzi si può ben dire che il
metodo si trova non di rado in ritardo rispetto al cammino che percorre la
scienza, nello stesso modo che vediamo i trattati dell arte poetica essere in
generale l’espressione ritardata dell’arte contemporanea. Ed è facile
comprendere la causa di questo fatto, la quale dipende da ciò, che il
perfezionamento delle regole metodiche è dovuto per lo più alle intuizioni e
alle scoperte dell’uomo di genio, per cui vediamo Galileo, Newton, Bernard,
Darwin portare alle teorie logiche contributi preziosi, che poscia divengono
indicazioni e guida indispensabile per gli scienziati posteriori. Ad ogni modo
lo studio delle operazioni metodiche, quantunque spesso il ricercatore si
affidi, con molta cautela, al suo buon senso naturale e trovi qualche volta nel
caso un utilissimo ausiliario, disciplina e regge la nostra intelligenza,
abbrevia il tempo della ricerca e ci fa conoscere più profondamente l’organismo
e il valore della scienza. « Quelli che camminano lentamente, dice Cartesio,
possono percorrere un buon tratto di strada, se sanno tenere la via dritta
assai più di quelli che corrono qua e là allontanandosene. Il sapere
scientifico incomincia a sorgere quando un popolo raggiunge un certo grado di
civiltà ed ha il suo fondamento in un bisogno pratico della vita. E assai
probabile che ogni scienza sia derivata da un’arte corrispondente, la medicina
dall’arte di medicare comune anche ai popoli selvaggi, l’astronomia dalle
esigenze della navigazione, e forse anche la matematica ha attraversato nel suo
inizio un periodo, nel quale le verità acquisite venivano considerate come
conoscenze utili e derivavano dalle necessità inerenti alla costruzione delle
case, alla misurazione dei campi ecc. In questo primo momento cognizioni
pratiche e conoscenze teoriche formavano una sola e identica cosa; cosi da
principio in una persona si riunivano strettamente diversi uffici, il medico,
lo stregone, il mago, il sacerdote, che doveva combattere le malattie, molte delle
quali pel loro carattere epidemico e violento suggerivano facilmente l’idea di
uno o di più principi malefici che s’introducevano nel corpo, donde la
necessità di ricorrere, per cacciarli, all’aiuto di forze sovrannaturali. Con
molta lentezza, quantunque non ancora completamente, la divisione del lavoro
sociale e la conoscenza delle leggi naturali hanno separato queste funzioni tra
loro discordanti, distinguendo lo stregone dal sacerdote e il medico dall’uno e
dall’altro. L’opinione ora dominante consiste nel considerare la teoria come
fondamento indispensabile delle applicazioni pratiche, pur rimanendo l’uua e le
altre indipendenti tra loro; perciò vediamo che chiunque voglia oggidì
dedicarsi all’arte della medicina, deve prima d’ogni altra cosa apprendere le
scienze, come l’anatomia, la fisiologia, l’embriologia ecc., le cui conoscenze
applicherà poi nelle malattie che dovrà curare. Di qui la distinzione tra le
scienze teoretiche e le scienze pratiche-. le prime tendono alla cognizione
pura e hanno trasformato il mezzo in fine, acquistando coscienza d’una finalità
propria, la quale consiste nella spiegazione della natura, cioè d’una massa
enorme di fenomeni che l’uomo vuole ordinare razionalmente e spiegare per mezzo
di leggi; le seconde invece si fondano sopra le scienze per applicarne i
risultati ai vari scopi che l’uomo o la società possono proporsi di
raggiungere, e perdono quindi il vero carattere di scienza. In questo modo, con
lo svolgersi della conoscenza, il lavoro scientifico si è a mano a mano diviso
in due grandi parti: alcune discipline s’occupano esclusivamente della teoria
ed altre della pratica; quasi in ogni ramo del sapere la parte teorica si è
venuta staccando nettamente dalla parte pratica. A noi spetta di considerare
solo le scienze teoriche, ossia le scienze nel senso più esatto e meglio
determinato della parola. Se si considera una scienza qualsiasi, la fisica o la
chimica, la botanica o la zoologia, si scorge senza difficoltà che esse hanno
di mira non -la conoscenza dei singoli corpi e dei singoli esseri e fenomeni
separati e distinti completamente gli uni dagli altri ma fatta eccezione, come
si vedrà in seguito, della storia,’ tendono a raggiungete concetti generali, i
caratteri che le cose hanno comuni, ciò che si ripete nei fenomeni, ossia la
c/usse, la legge. Vediamo qualche esempio, per chiarir meglio il vero
significato di queste osservazioni e le proprietà distintive di una delle
produzioni più mirabili dell’umano intelletto, quale è la scienza. Lo studio
del regno animale ha per fine precipuo di presentare in modo compiuto e
ordinato un quadro comprendente tutti gli esseri viventi nella natura; e
raggiunse la meta dividendoli e suddividendoli in gruppi, in classi, secondo 1
caratteri comuni a ciascuna di queste, in mammiferi, in uccelli, in pesci ecc.
La psicologia considera i processi psichici non in quanto sono individuali, ma
in quanto sono generali; essa non osserva, per esempio, questo o quel
determinato atto volontario, questa o quella determinata serie di percezioni,
ina vuole stabilire i caratteri generali dell’atto volontario e della
percezione. In fine la fisica mira a stabiiire non come cada questo o quel
corpo, ma la legge generale della caduta dei corpi, ossia come, date le attuali
con-' ( izioni dell universo, la caduta dei corpi. si ripeta in quel dato modo
ovunque e in ogni tempo. Però il concetto di scienza non è sempre stato lo
stesso, giacche vediamo che, ad esempio, gli antichi avevano di essa un
opinione assai diversa da quella che ha valore nell’epoca nostra. Per spiegare
l’ordine che ammirava nell’universo, Aristatile ricorse alla nozione di
essenza, di forma, di tipo-, eoli pensa che la costituzione effettiva delle
cose risulti di due fattori: I tipi immateriali, che tendono costantemente a
realizzarsi nella materia, ed hanno, a quel che pare, un’esistenza eterna ed
ininterrotta; cosi il tipo « quercia comune » guerci,s rmir esiste, ed io son
certo che ad ogni momento vi è nell’universo almeno un esemplare individuale
della quercia comune. La materia, che subisce l’influenza dei tipi immate•
riali, si lascia muovere e ordinare da essi, opponendo però una certa
resistenza, di guisa che dove maggiore è la quantità di materia, ivi è più viva
la resistenza di questa ad assumere la forma dei tipi, e minore appare quindi
l’ordine : perciò nei cieli eterei l’ordine è perfetto; invece ''nella regione
sublunare o della materia bruta vi è molta irregolarità e disordine. I tipi
sono dunque eterni, permanenti e si riproducono nella materia docile e
resistente nel medesimo tempo. L’epoca nostra non ha accettato questa dottrina,
della quale ha messo in rilievo gli errori e le conseguenze assurde ; essa non
ammette nè la costanza dell’ordine, nè l’esistenza di .irregolarità risultante
dall’opposizione della materia. Infatti, come già abbiamo detto, i tipi
naturali, minerali, vegetali, animali non sono permanenti, ma vanno soggetti a
continue trasformazioni; il nostro sistema solare sappiamo essere la
trasformazione d’una nebulosa, la terra essere stata un tempo un anello gassoso,
poi una sfera liquida, la flora e la fauna terrestre aver avuto un principio,
essersi arricchite successivamente e non aver cessato di trasformarsi. L’ordine
è certamente una delle qualità che appaiono in modo più spiccato a chi osserva
e studia i fenomeni dell’universo; può anche darsi che sia di questo uno degli
elementi essenziali; ma, ben lungi dall’essere costante, è soggetto a mutazioni
e a trasformazioni. In secondo luogo la scienza moderna nega che vi siano
fenomeni contrari alle leggi naturali, che esistano deviazioni, anomalie
risultanti da ima resistenza più o meno, grande della materia; poiché anche
nelle mostruosità e nei casi patologici le leggi non soffrono eccezioni ; cosi
se scorgiamo una piuma salire verso l’alto invece di tendere al centro della
terra, non affermiamo certo essere questo fatto un’ infrazione della legge di
gravità. In conclusione, una scienza è un sistema di verità e di cognizioni
generali, che sono dovute ad un lavoro metodico dello spirito e della
riflessione razionale dell’uomo. Il popolo greco ha diritto a più d’un titolo
di gloria: a lui, o almeno ai suoi grandi geni, era concesso di fare i più
brillanti sogni speculativi, di creare con la poesia e le arti plastiche
capolavoii incompaiabJi; ma vi è un altra creazione dello spirito greco, che si
può dire non solo incomparabile, ma unica. Noi possiamo oggi gloriarci del
predominio che esercitiamo sulla natura grazie alla conoscenza che abbiamo
acquistato delle sue leggi; ogni giorno i nostri sguardi penetrano sempre più
addentro, se non nell'essenza delle cose, certo nel succedersi dei fenomeni;
questi trionfi a chi son dovuti, se non ai creatori della scienza greca? 1
legami che in tale materia uniscono l’opera moderna ai tempi antichi sono bene
evidenti. A Iato ad un immaginazione creatrice d’una ricchezza miìabile il
Gieco possiede uno spirito del dubbio sempre vigile, che esamina tutto
freddamente; e non sosta davanti ad alcuna audacia; ad un irresistibile bisogno
di generalizzare si congiunge un’osservazione così attiva e penetrante da non
lasciare sfuggir la più leggera sfumatura; una religione che accordava piena
soddisfazione ai bisogni del cuore, senza per nulla impedire la libera azione
di una intelligenza che minacciava o anche distruggeva lo sue creazioni. Aggiungansi
numerosi centri intellettuali aventi ciascuno il piopiio emettere, 1 attrito
continuo delle forze che escludeva ogni possibilità di stagnazione,
un’organizzazione politica e sociale elio frenava i desideri vaghi e puerili
della gente mediocre, senza mettere in serio pericolo lo slancio degli spiriti
superiori: tali sono i doni naturali e le condizioni favorevoli che hanno dato
allo spirito greco la preminenza e gli hanno concesso di porsi e di mantenersi
al primo posto nel dominio della ricorca scientifica, La classificazione delle
scienze. Ora che abbiamo v isto che cos è una scienza, possiamo chiederci quale
relazione colie fra le diverse scienze; poiché, volendo queste offrirci la
conoscenza dell’universo, ossia d’un complesso di fenomeni connessi gli uni
cogli altri, non si può negare che tra esse vi sieno legami e relazioni. Di qui
la necessità d’una classificazione delle scienze, che è stata tentata fino dall
antichità e che forma anche ai nostri tempi oggetto di discussione. Aristotile
ammette una scienza fondamentale, la filosofìa prima, '-fùcoCfix npwTTj, avente
per oggetto la realtà ultima e 1 essenza immutabile delle cose, alla quale sono
su oi Gojipebz] bordinate tutte le scienze, cioè la teoretica, la quale
comprende la matematica, la fisica, la storia naturale, la pratica, che
corrisponde alla morale, e la poetica, ossia l’estetica. Bacone tracciato una
classificazione delle scienze fondata sulla sua teoria delle facoltà
dell'intelletto riducibili a tre principali, che sono: la memoria, l’immaginazione,
la ragione; dalla prima facoltà deriva la storia, che può essere civile e
naturale', dall’immaginazione deriva la poesia, che può essere narrativa,
drammatica e parabolica; infine sulla ragione è fondata la filosofia, la quale
ha un triplice oggetto: Dio, la natura, l’uomo; donde la teologia, ossia la
scienza che tratta di Dio, degli angeli, e dei demonii; la filosofia naturale
che comprende la metafisica, la fisica e la matematica; la filosofia umana o
antropologia, che contiene la medicina, la psicologia, la logica ecc. Comte,
fondatore della filosofia positiva, è l’autore d’una celebre classificazione
delle scienze, che esporremo qui brevemente. Egli ha diviso prima di tutto il
sapere, per rispetto al fine che questo può proporsi, in teoretico e pratico.
Alla loro volta le scienze teoriche si possono considerare sotto un doppio
aspetto: o ricercano leggi valevoli per tutti i casi possibili, come le
matematiche e la fisica, e allora sono generali e astratte ; oppure applicano
tali leggi alla spiegazione dei vari esseri esistenti in natura, e sono
particolari, descrittive, concrete. Per esempio, lo studio delle leggi generali
della vita è oggetto d’una scienza astratta, la biologia ; mentre il
determinare il modo d’esistere di ciascuna specie di esseri viventi mediante le
leggi scoperte dalla biologia, dà luogo a scienze concrete, quali sono la
botanica e la zoologia; queste ultime quindi sorgono dopo e per effetto delle
prime. Le scienze astratte sono enumerate dal Comte nell’ordine seguente:
matematica, fisica, chimica, biologia, sociologia ; e una tale divisione non è
arbitraria, ma fondata sopra diverse e importanti ragioni. Anzitutto il Comte
osserva che i fenomeni si presentano alla nostra osservazione in una serie di
generalità decrescente e di complessità crescente, poiché ciascun ordine di
fenomeni è meno generale di quello che lo precede, ma più complicato; infatti,
per poter osservare un fenomeno in un maggior numero di casi, bisogna
spogliarlo (estrarlo) da un maggior numero di circostanze, e inversamente un
fenomeno che conserva un maggior numero di circostanze, si riscontra meno
frequentemente; anche in questo caso la comprensione e Y estensione stanno ira
loro in ragione inversa, come abbiamo osservato a proposito dei concetti subordinati.
Cosi i ienomeni tisici sono meno generali, ma più complessi di quelli
matematici; i fenomeni chimici meno generali ma più complessi di quelli fisici.
Inoltre questa scienza è gerarchica, poiché ciascuna scienza presuppone quella
che la precede e ne dipende, almeno nei tratti essenziali, non potendosi
studiare il fenomeno più complesso senza conoscere quello più semplice, la
fìsica senza la matematica, la chimica e la biologia senza le scienze
precedenti. Inoltre la serie è storica, nel senso che le scienze sorsero 1 una
dopo l'altra nell’ordine indicato. Qui non bisogna confondere il sorgere, il
costituirsi delle singole scienze col loro sviluppo. La classificazione di
Comte è strettamente legata al suo sistema di filosofia, al positivismo, e non
è possibile accettare la prima rifiutando il secondo. Si può ben dire che il
problema della classificazione razionale della scienza è un problema
essenzialmente filosofico. In questi ultimi anni le classificazioni delle
scienze si sono moltiplicale; il problema ha assunto un aspetto filosofico, e
ciascuno che si accinge a risolverlo, è guidato dalle sue vedute filosofiche o
scientifiche. Noi citeremo qui due fra quelle classificazioni che hanno ora
maggior voga, quella di Guglielmo Wundt, e quella del Windelband, esaminandole
brevemente nelle loro linee generalissime, come quelle che rispecchiano due fra
gli indirizzi filosofici ora predominanti. Secondo IPundt, se si classificano
le scienze secondo il loro oggetto, si è condotti, dato lo stato attuale delle
conoscenze, a distinguerne tre gruppi: lo scienze matematiche, le scienze della
natura, le scienze dello spirito. Le matematiche sono puramente formali, lo
scienze della natura e quelle dello spirito sono reali. Le scienze naturali
indagano il contenuto dell’esperienza facendo astrazione dal soggetto
conoscente; mentre le scienze dello spirito, che hanno come fondamento
principale la psicologia, studiano quei fenomeni, nei quali l’uomo, considerato
come fornito di volontà e di ragione, è un fattore essenziale: alle leggi dello
spirito debbono essere subordinate le leggi della natura, e la causalità fisica
è governata da leggi assai diverse da quelle che governano i fenomeni psichici;
poiché, mentre nel mondo fìsico si nota pur nel variare delle sue energie, una
rigidità immutabile, il mondo dello spirito invece manifesta un continuo
accrescimento d’energia, dovuto al fatto che ogni processo psichico è una
sintesi, un prodotto affatto nuovo fornito di proprietà che invano si ricercano
negli elementi che lo compongono. Inoltre in ciascuno di questi due gruppi
bisogna distinguere: lo scienze che hanno per oggetto la scoperta di leggi che
reggono i fenomeni attualmente dati dall'esperienza, scienze fenomenologiche;
le scienze che studiano le cose nella loro genesi, scienze genetiche ; 3° le
scienze che, considerando non piu i mutamenti passeggeri ma gli oggetti o
almeno i risultati durevoli, determinano per comparazione le relazioni di
queste cose, ne formano concetti distinti e riuniscono questi concetti in
sistemi, scienze sistematiche. Di qui il soguente quadro: 1° scienze formali:
matematiche. scienze scienze naturali se. fenomenologiche : fisica, chimica,
fisiologia, se. genetiche : Mimologia, geologia, scienza doll'crolulionc degli
organismi. se. sistematiche: mineralogia, holanica, zoologia. reali scienze se.
fenomenologiche : psicologia. dello se. genetiche: storia. spirito se.
sistematiche: diritto, economia politica. Windelband e Jlickert distinguono le
scienze naturali, quali la fisica, la chimica, la psicologia, che studiano le
relazioni tra i fenomeni, le quali sono date da giudizi universali e necessari,
ossia da leggi, e sono quindi scienze rette da leggi; e le scienze storiche,
quali la meteorologia, la geologia, la storia, che studiano la realtà
considerata sotto l’aspetfo individuale e si limitano a stabilire una pura
successione di fatti, sieno essi naturali o morali. La storia considera un
organismo collettivo per sé stesso, come qualche cosa d’individuale, di
particolare, d’unico, mirando a rilevare i Wundt, Einleitung in die
rhilosophie, E rate r Theil, Leipzig, Engelmann] caratteri che lo distinguono
da tutti gli altri organismi collettivi ; ingomma, un gruppo d’individui, una
famiglia, una nazione, lino stato sono esseri concreti al pari degli individui,
e sotto questo aspetto deve osservarli la storia, che non è altro che la
scienza del particolare, doli' individuale, di ciò che non esiste che una volta
sola e non si ripete mai. Quindi, mentre le leggi naturali s’applicano ai
fenomeni che si ripetono sempre nella stessa maniera e non variano
essenzialmente nelle loro manifestazioni, invece nella vita storica non è
possibile in alcun modo stabilire leggi simili a queste, che si possano
applicare tanto all’avvenire quanto al passato, appunto perchè non esistono due
individualità storiche identiche, due avvenimenti che si possano ricondurre
sotto la medesima legge generalo. Gli avvenimenti storici non costituiscono se
non serie di fatti che si sono prodotti una sola volta nel corso del tempo e
non si riprodurranno mai più; e ciò è tutto l’opposto della nozione di legge»
che dà la formula dei fatti che si sono sempre prodotti e sempre si
riprodurranno: questa è la differenza essenziale ed importantissima che corre
tra le scienze naturali e le scienze storiche. I principali procedimenti che il
pensiero umano adopera per estendere le nostre conoscenze, per passare dal noto
all’ ignoto e che fanno parte del metodo inventivo, sono: Vinduzione, la
deduzione, l’analogia e l'ipotesi. Il metodo induttivo c’insegna la via per
risalire dai fatti alle leggi, ossia, come s’è già accennato, ai rapporti
costanti e necessari tra due fenomeni, dei quali il primo dicesi causa e il
secondo effetto ; il primo mezzo per raggiungere questo scopo è l’osservazione.
L'osservazione si fa generalmente consistere in un atto immediato del
conoscere, nell’applicare il potere percettivo alla constatazione dei fenomeni.
Gli strumenti principali che adoperiamo nell’osservare sono i sensi quando si
tratta di fenomeni esteriori, la coscienza quando vogliamo esaminare processi
interni, pei quali è però sempre indispensabile anche l’osservazione esterna. I
sensi limitati e imperfetti ricevono un aiuto prezioso dagli strumenti
scientifici, i quali possono o aumentare il potere di percezione, come il
telescopio e il microscopio, o rendere più esatte le osservazioni che noi
facciamo, come i cronometri che permettono di misurare un secondo e parti
minime d’un secondo, oppure sostituirli ai sensi stessi, quando i fenomeni da
osservarsi sono fuggevoli e difficilmente afferrabili, come ce ne porge esempio
la fotografia applicata allo studio dei fenomeni celesti, o quando i fenomeni
non possono essere da noi percepiti. Cosi la retina dell’occhio non è sensibile
ai raggi ultra violetti, dei quali invece rimane traccia sopra la lastra
fotografica. Però l’osservazione scientifica ha il suo fondamento essenziale e
la sua guida nella ragione, nell’ intelligenza la quale dirige la ricerca,
interpetra e classifica i fatti e ne trae le conseguenze; in una parola, è il
buon osservatore che fa le buone osservazioni ; lo spirito di chi indaga sempre
vigile, attento anche ai ienomeni che sembrano più insignificanti, paziente nel
persistere nelle ricerche, imparziale, cioè libero da qualsiasi pregiudizio,
può giungere a risultati e a scoperte di grande valore, come ce ne porge un
mirabile esempio il Galilei, che possedette in grado eminente l’ingegno
critico; e si deve solo a questo se dalle sue indagini intorno ai fenomeni
naturali seppe trarre conseguenze e cognizioni importantissime: il suo metodo,
come afferma egli stesso, si fonda tutto sulla sensata esperienza non mai
disgiunta dal ragionamento. Innumerevoli persone avranno senza alcun dubbio
osservato le oscillazioni della lampada sospesa nel celebre Duomo, ma solo una
mente severa e indagatrice come quella del Galilei poteva da quel fatto avere
il primo impulso a stabilire rigorosamente le leggi del pendolo. L’osservazione
dev’essere quindi esatta, cioè fedele e scrupolosa: bisogna raccogliere il
maggior numero di fatti, nulla omettere e nulla aggiungere. A questo fine
occorre che l’osservatore sia fornito d’un ricco corredo di cognizioni,
affinchè non si lasci sfuggire quelle indicazioni minuziose che spesso
collegano tra loro fenomeni i quali in apparenza non presentano nulla di
comune, e possa compiere un’analisi completa del fenomeno considerato, che solo
uno spirito acuto, provvisto di profonda cultura, sereno, libero di preconcetti
è in grado di compiere. È inoltre necessario che l’osservatore determini
chiaramente la scelta dei fatti che prende per soggetto dei suoi studi, giacché
tutti i fatti non hanno lo stesso valore, ma alcuni conducono più agevolmente
allo scopo, altri invece ne allontanano, e i fenomeni che la natura ci presenta
sono innumerevoli, e tra essi la mente umana deve sapersi muovere con grande
discernimento. In conclusione, se è vero che quando i fatti che servono di base
al ragionamento siano male stabiliti o erronei tutto l’edificio rovinerà e le
teorie scientifiche fondate sopra di quelli saranno false, è però innegabile
che nelle buone qualità e nella perspicacia dello spirito risiede la condizione
più preziosa per una buona osservazione. Cosi, per citare un esempio, alcuni
astronomi prima di Guglielmo Herschell avevano visto una stella nella
costellazione dei Gemelli, e l’avevano presa per una stella fissa; ma
l’Herschell non s’arrestò alle osservazioni superficiali dei predecessori :
esaminò la qualità della luce, l’ingrandimento che presentava al telescopio, e
conchiuse che non poteva essere una stella fìssa; osservò quindi il suo
spostamento e dapprima io paragonò con quello delle comete e vide che non
coincideva; lo paragonò con quello dei pianeti e, confermando l’ipotesi già
formata, conchiuse che era un nuovo pianeta, chiamato poscia Urano. Galilei
così descrive con somma finezza la grande ricchezza della natura nel produrre i
suoi effetti: Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura
di un ingegno perspicacissimo e d’una curiosità straordinaria; e por suo
trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del loro canto, e con
grandissima maraviglia andava osservando con che bell'artifizio, colla
stess’aria colla quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi o
tutti soavissimi. Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato
suono, nè potendosi immaginare che fosse altro che qualche uccelletto, si mosse
per prenderlo, e, venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in
certo legno forato, e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora
aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle
d'un uccello, ma con maniera diversissima. Stupefatto e mosso dalla sua naturai
curiosità, donò al pastore un vitello per avere quello zufolo, e ritiratosi in
sè stesso, e conoscendo che, se non si abbatteva a passar colui, egli non
avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti
soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di poter incontrare qualche altra
avventura. Ed occorse il giorno seguente che, passando presso un piccolo
tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce, e per certificarsi se era uno
zufolo o pure un merlo, entrò dentro e trovò un fanciullo che andava con un
archetto, eli ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra un
certo legno concavo, e con lo sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra
movendo le dita, e senz'altro fiato ne traeva voci diverse e molto soavi. Or qual
fusse il suo stupore, giudichilo chi pnrticipa dell’ingegno e della curiosità
che aveva costui, il quale vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi di formar
la voce ed il canto, tanto inopinati, cominciò a credere ch’altri ancora ve ne
potessero essere in natura. Ma qual fu la sua maraviglia quando, entrando in
certo tempio, si mise a guardare dietro la porta per veder chi aveva sonato, e
s’accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle bandelle nell'aprir la
porta! Un'altra volta spinto dalla curiosità, entrò in un’osteria, e credendo
d’aver a vedere uno che coll’archetto toccasse leggermente le corde di un
violino, vide uno che, fregando il polpastrello d'un dito sopra l'orlo d’un
bicchiere, ne cavava soavissimo suono. Ma quando poi gli venne osservato che le
vespe, le zanzare e i mosconi, non come i suoi primi uccelli col respirare,
formavano voci interrotte, ma col velocissimo batter dell'ali rendevano un
suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto si scemò l’opinione
ch’egli aveva circa il sapere come si goueri suono; nè tutte l’esperionze già
vedute sarebbero state bastanti a fargli comprendere o credere che i grilli,
giacché non volavano, potessero non col fiato, ma con lo scuoter l’ali cacciar
sibili cosi dolci e sonori. Ma quando ei si credeva non poter esser quasi
possibile cbe vi fossero altre maniere di formar voci, dopo l’avere, oltro ai
modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da
corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro, che sospesa
fra i denti, si servo in modo strano della cavità della bocca por corpo della
risonanza e del fiato pel veicolo del suono; quando, dico, ei credeva di aver
veduto il tutto, trovassi più che mai rinvolto nell’ignoranza e nello stupore
nel capitarli in mano una cicala, e che né por serrarle la bocca, nè per
fermarle l’ali poteva nè pur diminuire il suo altissimo stridore, nè le vedeva
muovere squame nè altra parte, e che finalmente alzandole il casso del petto, e
vedendovi sotto alcune cartilagini dure, ma sottili, e credendo cbe lo strepito
dorivasso dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare, e
tutto fu invano, sinché, spingendo l'ago più a dentro, non 10 tolse,
trafiggendola, con la voce la vita; sicché neanche potè accertarsi se il canto
derivava da quelle; onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere che,
domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni
modi, ma che teneva per formo poterveue essere cento altri incogniti ed
inopinabili. lo potrei con altri esempi spiegar la ricchezza della natura nel
produrre suoi effetti con maniere inescogitabili da noi, quando 11 senso e
l'esperienza non lo ci mostrasse, la quale anco talvolta non basta a supplire
alla nostra incapacità Il Saggiatore. Un altro mezzo efficacissimo nel
raccogliere i fatti è Vesperimento, che consiste nel riprodurr e
artificialmente i fenomeni natnrali, per poterli stud iare nelle c ondizioni p
iù fa vorevoli . I vantaggi che lo sperimentare offre sopra l’osservazione pura
e semplice si possono ridurre ai seguenti : I fenomeni che lo sperimentatore
può procurarci sono più numerosi di quelli offerti dalla pura osservazione
naturale, potendo esso ripeterli e moltiplicarli a sua volontà. Però
l'esperimento non si può estendere a tutti quanti i fenomeni dell’universo, e
molti di essi non si possono in alcun modo riprodurre. Cosi Galileo potè
osservare due volte il più straordinario e il più misterioso tra i fenomeni
celesti: l’apparizione e l’estinzione totale di stelle fisse, che vincevano in
splendore tutte le altre stelle e i pianeti: anzi una di esse si vedeva in
pieno mezzogiorno. Fenomeni di questo genero sono assai rari e si sottraggono
naturalmente alla prova dell’esperimento. b) I fenomeni forniti
dall’esperimento sono spesso più chiari, più evidenti ed hanno un valore
dimostrativo assai maggiore di quelli forniti dall’osservazione, giacché,
mentre la natura procede sinteticamente, e in un medesimo essere si riscontra
una moltitudine d’esseri, in un effetto una moltitudine d’effetti; l’
esperimento invece separa questi elementi, isola que sti effetti, pres enta un
fenomeno separato dai fe nomeni concom itanti, rendendone qui ndi più facile
l’esame. Cosi ! osservazione della caduta dei corpi, quale si prosoma in
natura, è difficile o dà risultati assai scarsi; mentre studiando tale fenomeno
come si produce colla nota macchina d’Atwood, tutti gli elementi e le
circostanze di esso si possono rilevare con precisione. Lo sperimentatore può
variare indefinitamente il gruppo delle cause insieme agenti, e raccogliere con
tal mezzo più fàcilmente gli indici rivelatori dei rapporti di causalità, e
ottenere anche fenomeni nuovi, che in natura non si possono constatare, come la
caduta dei gravi nel vuoto, la liquefazione dell’idrogeno e dell’ossigeno. Come
è fàcile scorgere, anche nello sperimentare, se si vogliono ottenere buoni
frutti, il predominio spetta sempre al potere discernitivo della ragione ;
anche in questo campo, come in quello dell’osservazione pura, la natura non
rivela i suoi secreti e le sue leggi se non al ricercatore illuminato e guidato
dalla luce dell’intelligenza. La ricerca della causa. U osservazione e 1
’esperimento si possono denominare operazioni preparatorie, in quanto servono
quasi a fornire il materiale, il complesso dei fenomeni, che verranno poi
elaborati dall’ induzione per trarne le leggi generali ; quest’ultimo compito,
che ha nella scienza un’importanza essenziale e ne è il fine più alto, procede
anzitutto dalla ricerca della causa. Vediamo quindi di chiarire il concetto di
causa, soggetto di tante discussioni tanto nella filosofia quanto nella scienza
dei tempi nostri. Il principio razionale di causalità consiste
nell’affermazione che « nell’universo ogni fenomeno ha una causa » .Quindi
allorché si presenta un nuovo fenomeno, ossia quando nell’universo ha luogo un
mutamento qualsiasi, dobbiamo considerarlo come la conseguenza, la
continuazione, la trasformazione d’un fenomeno anteriore. Noi diciamo che
esiste un rapporto causale tra due fenomeni, quando li consideriamo cosi
strettamente legati l’uno all’altro, che quando è dato il primo, l’altro si
presenta inevitabilmente. Perciò mentre nel significato volgare la causa si
restringe a indicare il fenomeno antecedente d’un altro fenomeno, a designare
ciò che produsse una cosa o un fatto, invece nel significato scientifico i due
termini causa ed effetto sono correlativi, l’uno non può sussistere senza
l’altro, e il passaggio, la transizione dal fenomeno antecedente al fenomeno
conseguente apparisce come il punto vitale, il « proprium quid » della
causalità. Si giunge così ad affermare l’identità della causa e dell’effetto, a
considerarli come due manifestazioni d’un’identità fondamentale, benché
differenti nel tempo. In conclusione, si può dire collo Stuart Mill che « la
causa è la somma delle condizioni positive e negative, che, essendo date, sono
seguite da un conseguente invariabile ». Cosi, quando esprimiamo la legge
biologica generale: Vaumento eli temperatura produce un’azione eccitante su
tutti i processi vitali, vogliamo indicare che se è dato l’aumento della
tempelatura, n e se £ ue > invariabilmente il crescere dell’energia e della
ìapidità del movimento in un essere vivente. Valore del principio di causa. Il
principio di causa e una ipotesi che è accertata solo fino ad un certo punto e
si può sostenere che non si potrà mai avere una verificazinne completa del
principio di causalità per mezzo del1 esperienza. Il principio di causalità
stabilisce un ideale, che pei la nostra coscienza non potrà mai avverarsi.
Anzitutto 1 esperienza non può mai dimostrarci che vi sia tra i fenomeni una
continuità assoluta ; giacché in tutte le evoluzioni che noi possiamo seguire,
si trovano sempre /acune, differenze non spiegate. Quando si sarà spiegato il
passaggio dal fenomeno A al fenomeno B scoprendo ]’ intermediario k, si avranno
due questioni invece di una: come si spiega il passaggio da A a k e quello da k
a B? In secondo luogo l’esperienza non ci palesa nessuna ripetizione assoluta,
la quale sarebbe una condizione necessaria per applicare la legge di causa.
Anche quando noi siamo convinti che A è la causa di B, non avremo con ciò il
diritto di applicare questo principio ai casi futuri, se non nel caso che ci
rappresentiamo A sempre in modo identico; il che avviene solo in maniera
approssimativa, giacché vi sono sempre circostanze accessorie, gradazioni
infinite, le quali lanno sì che una data situazione non si possa mai riprodurre
due volte nell’identica forma. Ciò è vero non solo pei fenomeni organici,
psichici e storici, dove le condizioni e gli elementi sono assai numerosi, ma
anche nel mondo inorganico: la ripetizione assoluta è un ideale. In terzo luogo
la serie delle cause è infinita precisamente come sono infiniti il tempo e lo
spazio. Ogni arresto nella nostra investigazione è sempre fortuito o
arbitrario; e poiché secondo il principio di causa, ogni causa diviene alla sua
volta effetto, il volersi fermare ad una causa prima sarebbe come un
contraddire a quel principio; se anche nelle ipotesi più ardite siamo costretti
di fermarci ad un certo punto, questo non è che un limite di fatto-, noi
concludiamo sempre con un punto d'interrogazione, giacché in virtù del
principio di causa, vi è sempre un nuovo problema da porre e da risolvere.
Perciò si può dire in un certo senso che nessun fenomeno è completamente
spiegato. In realtà però si può sostenere che, anche ammettendo il pensiero
dell’ Hurne che noi non percepiamo mai la causa, ma solo una successione,
tuttavia per un numero estesissimo di fenomeni la successione è inevitabile e
continua, come dovremmo attenderci se il principio di causa fosse vero.
Evoluzione del concetto di causa. L’idea di causa ha una origine interna,
soggettiva, ci è suggerita dalla nostra attività motrice. Un essere, che per
ipotesi fosse puramente passivo e vedesse o sentisse successioni esterno
costanti, non potrebbe avere alcuna idea della causalità. Tutti i fatti di
attività mentale che si manifestano per mezzo di movimenti contribuiscono a far
sorgere in noi l'idea empirica di causa, come azione transitiva e conio
mutamento; tra essi quello più importante è la coscienza dello sforzo f.
muscolare, ossia la coscienza d'un complesso di sensazioni provenienti dalle
articolazioni, dai tendini, dai muscoli, dalle variazioni della respirazione ecc.;
e la coscienza dello sforzo consiste sovrattutto nella coscienza AeW'effetto
prodotto, alla quale s’aggiunge T idea confusa d’una creazione che emana da
noi, d’una capacità che noi abbiamo di produrre un fatto nuovo. Noi estendiamo
poscia questa capacità individuale e soggettiva di modificare la nostra persona
e le cose, a ciò che ci circonda, giacché in forza d’una tendenza istintiva
l’uomo suppone intenzioni, volontà, una causalità analoga alla propria in ciò
che intorno a lui agisce o reagisce, nei suoi simili, negli esseri viventi e in
quelli clic pei loro movimenti simulano la vita, come le nubi, le acquo
correnti ecc. È questo il periodo del feticismo primitivo elio s'osserva in
tutte le mitologie e in tutte le lingue; se ne scorgono ancor oggi le trnccie
noi fanciulli, nei selvaggi, negli animali, per es. nel cane che morde la
pietra che lo colpisce, e anche neH’uomo civile, quando tornando ad essere per
un momento un uomo primitivo, va in collera contro una tavola elio lo urta.
Dalla concezione popolare, pratica, esteriore della causalità che deriva dal
fatto, che ogni mutamento suggerisce all’uomo normale che no è testimonio la
credenza invincibile in un agente noto o ignoto che lo produce, si passa al
secondo periodo, che incomincia colla riflessione filosofica e si sviluppa col
lento costituirsi delle scienze. Questo cammino si può riassumere nel seguente
modo: Hoffding, Psychologie. Alcan. si spoglia a poco a poco la nozione di
causa del suo carattere soggettivo, umano, senza che si arrivi totalmente a
raggiungere questa meta ideale; si riduce il carattere essenziale di tale
nozione a un rapporto fisso, invariabile, costante tra un antecedente e un
conseguente determinati; si scorge nella causa e nell'effetto non altro che due
aspetti o due momenti d’nn solo e medesimo processo, il che alla fino equivale
all'affermazione d’una identità.. I quattro metodi sperimentali di Mill. Come
abbiamo già detto, la scienza non bì ferma alla constatazione e alla
descrizione dei fenomeni, ma tende come ad ultimo fine alla ricerca delle
cause, e quindi delle leggi; queste ultime consistono in rapporti invariabili
di successione tra i fenomeni, e la causa non è altro che l'antecedente
invariabile dell’effetto; quindi la ricerca della causa e quella delle leggi
costituiscono in ultima analisi un unico problema, o almeno due problemi tra
loro indissolubilmente congiunti, e la soluzione del primo conduce in modo
facile alla soluzione del secondo. Il problema della ricerca della causa si può
esprimere nel modo seguente; « fra una moltitudine di rapporti di successione,
trovare un rapporto di causalità». Ogni fenomeno che cade sotto i nostri sensi
ha per antecedente non solo il fenomeno che ne è la causa, ma altri fenomeni a
questo concomitanti, e in simile maniera ha per conseguenti non solo il suo
effetto, ma altri fenomeni concomitanti di tale effetto. Quindi il problema da
risolvere consiste nel saper distinguere con esattezza il fenomeno causa tra
gli antecedenti che non sono causa, oppure tra i conseguenti che non sono
effetto il fenomeno che è veramente effetto. Se i fenomeni, invece di prodursi
riuniti in aggregati più o meno complessi, costituissero una serie unilineare,
noi comprenderemmo con grande facilità che ogni fenomeno è causa di quello che
segue, ed è effetto di quello che lo precede; ma la roaltà delle cose è
diversa, e bisogna quindi ottenere per mezzo della ragione ciò che non ci è
dato direttamente dalla natura: ossia bisogna mediante il ragionamento
sperimentale (i) Kibot, L’évolutìon des idée» generai e Bgg. F. Alcan] in mezzo
al complesso dei fenomeni isolare il fenomeno causa e il fenomeno effetto. I
quattro metodi induttivi messi innanzi dallo Stuart Mill servono in parte a
questo scopo; essi sono il metodo d’accordo, il metodo di differenza, il metodo
delle variazioni concomitanti e quello dei residui. Metodo d’accordo. Il canone
di questo metodo è il seguente: Se due o più casi d’un fenomeno concordano in
una sola circostanza, sempre presente, questa è la causa, del fenomeno. Sia da
ricercare la causa del fenomeno a accompagnato dai fenomeni ab, preceduti dai
fenomeni ABC, nòe diconsi antecedenti, ABC conseguenti; se in un secondo
esperimento s’ottiene il gruppo ode, preceduto dal gruppo ADE, si può
concludere che A ò causa di a. Infatti non si può affermare che siano B o C la
causa di a, perchè nel primo esperimento questi mancano ed a invece vi appare ;
per una ragione identica non si possono considerare come causa nò D nè E.
Esempio: più corpi in circostanze differenti, entrano in fusione e si volatilizzano
parzialmente, quando sono sottoposti ad una forte temperatura: la fusione e la
volatilizzazione dei corpi hanno dunque evidentemente per causa il calore,
unica circostanza comune. Metodo di differenza. Il canone di questo metodo è il
seguente: Se un caso nel quale il fenomeno si verifica, e un caso nel quale non
si verifica, hanno in comune tutte le circostanze meno una, questa
presentandosi solo nel primo caso, la circostanza per la quale sola i due casi
differiscono, è la causa. Se in un primo esperimento si ottiene il gruppo dei
conseguenti abe preceduto dal gruppo degli antecedenti ABC e in un secondo
esperimento si ha il gruppo he preceduto dal gruppo BC, si può conchiudere che
A è causa di a. La dimostrazione in questo caso è assai semplice. Esempio:
Tutte le volte che la pressione atmosferica si esercita nella camera
barometrica, il mercurio si eleva nel tubo .barometrico: sopprimiamo questa
pressione facendo il vuoto: se vediamo il mercurio scendere, la causa cercata
sarà il peso dell’aria; cosi pure in tisiologia la funzione d'un nervo si può
stabilire con precisione, quando, tagliato il nervo, cessa la funzione. Metodo
delle variazioni concomitanti. Il canone suona così: Un fenomeno clie varia in
una certa maniera tutte le volte che un altro fenomeno varia nella stessa
maniera, è una causa di questo fenomeno. Se in un primo esperimento abbiamo abc
preceduto da ABC e se in un secondo esperimento facendo variare A vediamo che
varia pure a, diciamo che il primo è causa del secondo. Variando ad esempio la
quantità di calore in un corpo, osserviamo il variare concomitante della sna
dilatazione; e giungiamo così a porre la legge che il calore dilata i corpi; il
calore (antecedente) si assume come causa della dilatazione (conseguente). 4°
Metodo dei residui. Il canone è il seguente: Sottratta da un fenomeno la parte
che si sa per induzioni anteriori essere l’effetto di determinati antecedenti,
ciò che resta fra i conseguenti sarà effetto di quello fra gli antecedenti che
si è trascurato. Supponiamo che si abbiano gli antecedenti ABC e i conseguenti
abc. Per induzioni precedenti sappiamo che causa di b è B e che causa di c è C;
resterà che causa di a sia A. Con questo metodo l’odore sparso nell’aria
dall’elettricità guidò a scoprire l’ozono; così pure, poiché il movimento
d’Urano si spiegava nel suo insieme per mezzo di cause note, le irregolarità di
questo movimento formavano un residuo che, determinato con precisione, condusse
il Leverrier alla scoperta di Nettuno. Un bell’ esempio di questo metodo è l’induzione
con la quale Galileo trovò la causa del candore cinereo della luna. Le cause
possibili sono quattro, la luce del sole, quella delle stelle, una luce
propria, quella riflessa dalla terra; non può essere la prima perchè si prova
che quella parte della luna nella quale si scorge il candore cinereo non è
illuminata dal sole ; non la seconda, perchè il candore cinereo si dovrebbe
vedere anche nelle ecclissi, il che non avviene, nè per la stessa ragione può
essere la terza. Quindi la luce riflessa dalla terra è la causa del candore
cinereo. Osservazioni intorno ai metodi di Mill. I quattro metodi sopra
descritti, che hanno il loro fondamento comune nell 'eliminazione di tutte le
circostanze che sono la vera causa del fenomeno in questione, hanno per le
ricerche scientifiche in generale un’importanza relativa, la quale dev’essere
ridotta nei suoi giusti limiti, giacché vediamo spesso il fisico, il chimico,
il fisiologo ricorrere, nello stabilire esattamente la causa d’un fenomeno, a
mezzi diversi da quelli proposti dal celebre filosofo inglese. Anzitutto è
stato osservato giustamente che l’uso di questi metodi induttivi presuppone due
condizioni, che non sempre si verificano nella realtà, ossia: « che ogni
effetto fibbia una sola causa, e in secondo luogo che gli effetti di ciascuna
causa possano essere tenuti distinti dà quelli delle altre ». Anche nella % r
ita quotidiana noi osserviamo un numero considerevole di fenomeni, che possono
essere prodotti d a iiiii cause, tali sono per es. TI movimento, il calore, il
piacei e. la morte : in questi casi è quasi impossibile ridurre le esperienze
in formule così nette e precise, come quelle che sopra abbiamo rappresentato
per mezzo di lettere alfabetiche, ed è molto difficile non omettere qualcuno
degli antecedenti tra i quali vi è la causa che si ricerca; quindi si comprende
facilmente come l a pluralità delle cause renda difficile il metodo di
concordanza, anche quando si moltiplicano le osservazioni e gli esperimenti.
Cosi l’ignoranza del peso dell’aria indusse i fisici ad attribuire al vuoto, o,
meglio, come essi dicevano, all’orrore del vuoto l'ascensione dell’acqua nelle
pompe. La seconda esigenza rende dubbio il metodo di differenza; cosi nelle
esperienze fisiologiche i risultati ottenuti per mezzo della vivisezione
rimangono non di rado dubbi, giacché il fenomeno prodotto dalla soppressione
oppure dalla lesione d’un organo, come sarebbe ad esempio, il cervello, non è
sempre da attribuirsi in tutto ad esse, mà è spesso il contraccolpo più o meno
lontano prodotto dalla soppressione o dalla lesione d’un determinato organo
sopra un altro, o anche sopra l’insieme dell’organismo preso a soggetto
d’esperieuza. Per questa ragione le precauzioni e le cautele che deve prendere
il fisiologo sono rigorose e infinite, se non vuole cadere in errore. Un’altra
difficoltà, per citarne ancora una, si presenta quando avviene che più cause
insieme s’uniscano a produrre un medesimo effetto, come il salire d’un
areostato nell’atmoslera, prodotto dal combinarsi dell’azione della gravità con
altre cause, che non si possono trascurare, se si vuol dare uua spiegazione
esatta del fenomeno; oppure quando la causalità è reciproca. Non osservando l a
reciprocità delle cause, cadono in errore quelli che sostengono essere il
fenomeno economico la causa unica e diretta del determinarsi degli altri
fenomeni sociali, politici, religiosi, giuridici, artistici e morali; mentre
sono più nel vero quelli che sostengono che i fenomeni sociali sopra indicati
possano alla loro volta esercitare un’azione determinatrice sopra il fenomeno
donde hanno tratto l’origine; così è innegabile che se la produzione economica
stimola il movimento scientifico, questo alla sua volta con l’invenzione di
macchine, di strumenti ecc. stimola e rende più perfetta la produzione
economica. 8. Eccezioni apparenti del principio di causa. Vi sono due idoe, che
pare si sottraggano all’universalità del principio di causa o che malgrado lo
sviluppo del pensiero scientifico hanno tuttora molta forza; sono le idee del
miracolo e del caso. J1 miracolo, preso non nel significato religioso, ma nel
significato etimologico più gouorale [mirari), è un avvenimento raro,
imprevisto, che si produce fuori oppure in opposizione del coreo ordinario e
naturale delle cose. Però esso non porta alla negazione della causa intesa nel
senso popolare, giacché suppone sempre un antecedente: la Divinità, o una
potenza ignota; ma ammette una derogazione al determinismo, nega la causa nel
senso scientifico; il miracolo sarebbe la causa senza la legge. Per molto tempo
nulla ò sembrato più naturale del miracolo: nel mondo fisico l'apparizione
d'una cometa, le ecclissi e altri feuomoni simili erano considerati come
prodigi e presagi, e tuttora sono causa d’inquietudine per molte persone; nel
campo della vita codesta credenza è più tenace; nel secolo XVII spiriti
illuminati ammettevano ancora gli errore s o lusus naturar, stimavano la
nascita di mostri segno di cattivo augurio ecc. Peggio avveniva nel campo della
psicologia; sono noti i pregiudizi, così diffusi nell'antichità, non ancora
scomparsi, intorno ai sogni profetici, al mistero onde si è circondato per
tanto tempo il sonnambulismo naturale o provocato e gli stati analoghi. Infine
anche nella vita sociale vi sono molti utopisti, cho pur respingendo la realtà del
miracolo, l'ammettono però con grande facilità nell'ordine politico o
ricostruiscono la società umana ab imis fundanientis seguendo i loro sogni.
L’idea di caso è più oscura e controversa. Nel significato volgare esso è un
avvenimento elle non presuppone nè causa nè leggo, un'eccezione alla regola
generale, secondo la quale ogni fatto è un effetto. Molti pensano che il caso
sia uua causa reale, ma oscura e impenetrabile, un principio di disordine e di
confusione, che con irresistibile potenza agisce nel mondo a dritto e a torto,
producendo ora con ostinazione capricciosa, una serio continua e strana di
avvenimenti, ora fenomeni isolati e mostruosi. Ma già nell’antichità
Aristotile, intravedendo la verità, scrisse: “ si dice che alcune cose
avvengono per caso, altre no, pur sapendo che tanto le prime quanto le seconde
si possono spiegare riferendosi a qualcuna delle cause ordinarie,. Anche Hume
afferma essere il caso non altro che l’ignoranza delle cause vere. Il Cournot,
studiato profondamente tale problema, dice die gl’avvenimenti prodotti
dall’incontro o dalla combinazione di altr’avvenimenti che appartengono a serie
indipendenti le uno dalle altro sono chiamati fortuiti o risultati del caso,.
Innumerevoli sono gli esempi di questa congiunzione o incrociamento di due o
più serie di cause e di effetti, indipendenti all'origine le uno dalle altre e
non destinate per la loro natura ad una influenza reciproca; cosi una serie di
cause e d’effetti conduce un viaggiatore a prendere un determinato treno e una
serie di cause e d effetti totalmente distinti produce in un luogo e momento
determinato, un accidente che uccide il nostro personaggio. Rappresentandosi
con una linea continua la catena delle ragioni che spiegano un fenomeno, se
questa catena 6 attraversata da un’altra catona e questa linea vioue tagliata
da una linea che parte da un altro punto, il risultato di tale intersezione è
qualcosa di fortuito, un caso, che non è altro quindi che l'incontro di due
serie di cause non solidali, o non presenta quel carattere di assurdità che si
scorge in un fatto senza causa, giacché suppone il concorso di più cause; si
potrà dire con maggior precisione che è un fatto senza legge. Tra la
definizione del Cournot e quella antica di Aristotile, come è stato osservato,
esisto una profonda analogia, e si può almeno diro che tanto per il primo
quanto pel secondo il fortuito consisto nell'incontro imprevedibile di cause e
d'effetti fino a quel punto indipendenti. Ribot Da Miltiaud e Piérox nella
Heviie de Métapht/sique et de Morale. Dopo
che si è osservato che a’ intenda per causa, è facile comprendere che cosa
s’intende per legge, sempre però nel campo delle scienze che sono anche dette
nomotetiche, appunto perchè mirano a stabilire leggi. Quando noi esprimiamo
giudizi universali, come i seguenti : tutti gli uomini sono mortali, tutti i
raggi luminosi che cadono sotto un angolo di 30 gradi, sono riflessi sotto un
angolo di 30 gradi; noi vediamo tosto che essi furono veri noi passato e
saranno nell’avvenire [manto nel pres ente. Quando il chimico dice che ogni
combinazione dello zolfo con l’ossigeno avviene secondo rapporti fissi di peso,
non si riferisce ad un momento, ad un giorno, ad un anno, ad un secolo, ma
Quindi nello stesso modo che davanti a giudizi di tal fatta è lecito porre la
parola sfM pg£ dominane, si può mettere anche la parola sempre, la quale £.
richiamerebbe insieme col tempo presente anche il passato e il futuro: sempre e
dovunque le combinazioni di zolfo o (l’ossigeno si sono fatte, si fanno e si
faranno secondo rapporti fissi di peso. Però il tempo presente che si adopera
in queste proposizioni categoriche universali non deve essere inteso nel senso
che indichi una realtà permanente ed eterna', giacché la scienza considera i
fenomeni fìsici e chimici, l’esistenza degli organismi viventi, le attività
psichiche, gli aggruppamenti sociali, c ome semplici possibilità : ossia tutti
questi fenomeni sono, possibili sempre e doni nane, quando ne sian o date le
condizioni, non vuol già dire che siano perpetuamente reali; la quale
affermazione evidentemente sarebbe erronea. Tediamo di dare le ragioni di
questo possibile * errore. Posso io dire in forma di giudizio categorico:
sempre e d ovunque i corpi si combinano secondo rapporti fissi di peso? la
combinazione dei corpi è una realtà costante ed eterna ? No certo; la chimica
non insegna forse che «ad una certa temperatura tutte le attività chimiche sono
sospese? Può esservi stato nel tempo trascorso, potrà esservi nell’avvenire un
periodo di freddo universale nel quale alcuna combinazione chimica non era e
non sarà possibile; bisognerebbe quindi esprimersi con maggior precisione nel
seguente modo: sempre e dovunque, se alcuni corpi si combinano, le loro
combinazioni avvengono secondo rapporti lissi di peso.' Negli enunciati
generali della fisica si può constatare un fatto simile. Così la legge
d’attrazione non si può esprimere per mezzo d’un’affennazione categorica ed
universale come la seguente: tutti i corpi si attirano; ma assai meglio e in
modo più preciso in una forma condizionale: sempre e dovunque, se due corpi
pesanti sono soggetti, senza causa perturbatrice o inibitrice, all’influenza
che essi esercitano l’uno sull’altro secondo le loro masse, la forza della loro
attrazione è direttamente proporzionale al prodotto della massa e inversamente
al quadrato della distanza. L ’impenetrabilità ci mette in presenza d’un
problema analogo. A prima vista nulla di più categorico di questa asserzione:
tutti i corpi nello spazio occupano un posto; che cos’è un corpo? è un
aggregato che ha un certo volume e una certa stabilità; vi sono corpi, ve ne
sono sempre stati e sempre ve ne saranno. Eppure possiamo chiederci con ragione
se la scienza non deve ammettere come possibile uno stato dell’universo, nel
quale ogni aggregato sarà sciolto e gli elementi veri verranno separati e
rimarranno indipendenti. Non vi sarebbero quindi corpi percettibili per la
nostra mano o per le nostre bilance, non vi sarebbero più atomi o elettroni ;
gli atomi e gli elettroni sono essi impenetrabili? lo sappiamo noi di vera
scienza? Isaville, La primauté des jngements condiiiunnels, “ Rovue philos.] In
conclusione possiamo dire che alle leggi e ai teoremi universali conviene non
la forma categorica, ma la forma condizionale, poiché espri m ono affermazioni
relative a rap p orti e ad avveni menti consid erati solo come possibili, ossia
soggetti a determinate condizioni, le quali col tempo possono anche venir meno.
I caratteri della legge naturale. Chiarito in tal modo il concetto di legge
naturale, possiamo chiederci: perchè noi crediamo, anche sulla testimonianza
d’un caso solo, che i casi futuri saranno simili ai casi sperimentati? come da
un certo numero di casi si trae una legge e si estende a * r** 6 " tutti i
casi omogenei possibili? perchè, ad esempio, dopo r '“y ' m t, ’ z aver
esperimentato una o più volte che un corpo immerso in un liquido perde tanto
del proprio peso quanto è il peso del liquido spostato, il fisico passa a
stabilire la legge generale: sempre e dovunque se un corpo è immerso nell’acqua
perde tanto ecc. ecc.? Il fondamento logico di quest’affermazione è da
ricercarsi in un postulato, cioè in un principio indimostrabile, c he
dev’essere ammesso affinché la realtà riesca comprensibile : tale postulato è
quello deU.’uniformità della indura, il quale è alla sua volta fondato sul
principio dì causa inteso nel senso che cause simili in condizioni simili
producono effetti simili e sul principio della conservazione della materia e
dell’energia. Il postulato àe\Vuniformità della natura, la cui esigenza era già
stata compresa dagli antichi nell’espressione: natura non facit saltus, non
indica già che la realtà naturale è costante e uniforme, ma che, pur essendo
essa in perpetua evoluzione e trasformazione, i mutamenti incessanti avvengono
secondo leggi costanti e uniformi. Il principio della conservazione
dell’energia, che dà alla scienza contemporanea della natura il suo carattere
proprio, trova la dimostrazione più evidente nella chimica, la quale, appoggiandosi
a tale supposizione, confermata da un gran numero d'esperienze, afferma che la
somma delle particelle materiali o atomi rimane sempre la stessa in tutti i
mutamenti che la materia subisce. Perciò quando un corpo riceve nuove
proprietà, ciò si spiega per mezzo d’una modificazione nell’insieme e nelle
modificazioni delle parti: produzione o soppressione d’una sostanza significa
aggregazione o disgregazione d’atomi che già preesistevano, benché in altre
combinazioni. Ammettendo quindi che la materia persista attraverso a tutti i
suoi mutamenti, si ammette ancora che la somma dell'energia ossia la capacità
di lavoro, di vincere la resistenza che si manifesta nella natura materiale,
rimane sempre la stessa; e solo in apparenza avviene che l’energia nasca o si
distrugga, come si può dimostrare con qualche esempio: La forza colla quale una
pietra cade a terra dipende dall’altezza dalla quale cade, e, alla sua volta,
l’altezza dipende dalla forza con la quale la pietra era stata sollevata.
Quando la pietra s’è fermata sulla terra, pare che la forza si perda, giacché
la pietra non ha apparentemente il potere di muoversi dal suo posto; ma, anche
allora, il dileguarsi della forza significa solamente che questa si è
convertita in qualche altra cosa, in calore. Lo stesso fenomeno avviene quando
il movimento non cessa del tutto, ma è solamente rallentato dall’attrito,
giacché la forza perduta dal corpo, per l’azione dell’attrito, non si perde in
modo assoluto, ma si trasforma in calore. Esperienze ripetute, sempre confermate,
dimostrano che la quantità di forza, o, meglio, d’energia che scompare sotto
una forma, trova il suo equivalente esatto in un’altra forma, cosicché la
stessa quantità della stessa specie d’energia potrà essere di nuovo restituita,
e qualunque sia la metamorfosi che può subire ciascuna delle differenti forme
d’energia, considerate a parte, la loro somma rimane sempre la stessa. L
’importanza di questo principio è grandissima per la s cienza, benché come
legge generale della natura non abbia ell e un valore ipotetico, giacche, non
potenao mai conoscersi il contenuto totale del la natura, non potrà inai ess
ere confe rmato dall’espe rienza se non in maniera approssimativa. Esso si deve
quindi considerare come~u n~;7r7nc7'»fo o un 'idea che ci dirige nelle nostre
investigazioni. Infatti quando si presenta ai nostri sensi un nuovo fenomeno,
ossia HJmnsc] quando ha luogo un mutamento dentro o fuori di noi, esso ci
invita a scorgere nel nuovo fenomeno non altro che la continuazione o la
trasformazione del primo, o almeno a ricercare un fenomeno antecedente, del
quale sia la conseguenza inevitabile, donde il principio di causalità, secondo
il quale due fenomeni ci appariscono cosi strettamente legati rimo all’altro,
che, dato il primo, l’altro si presenta inevitabilmente. La formula
dell’induzione, ossia la legge scientifica si può dunque esprimere nei seguenti
termini: Ogni rapporto di causalità è costante. Il rapporto constatato tra i
fenomeni A e B è un rapporto di causalità. Il rapporto tra A e B è costante.
Se, come ha dimostrato l'Helmoltz, esiste veramente la legge di conservazione
dell’energia, essa deve valere tanto per la natura animata, quanto per quella
inanimata. Poiché la natura animata, dice un tisiologo idealista, è composta
della stessa materia dell’inanimata ed è in continuo ricambio materiale con
ossa, e poiché per mezzo delle sostanze assunte certe forme d’energia son
trasportato dalla natura inanimata in quella animata, la leggo di conservazione
dell’energia sarebbe interrotta, se nella sostanza viva l'energia perisse o
sorgesse, cioè se la stessa quantità d’energia introdotta nei corpi vivi, non
fosse ridata di nuovo alla natura inanimata, sia durante la vita, sia dopo la
morte. Studi recenti hanno dimostrato che tutta l’energia assorbita dall’organismo
coila nutrizione dalla natura inanimata, abbandona poi di nuovo il corpo sotto
altre forme; nell’organismo non vi ha produzione nè perdita d’alcuna minima
quantità d’energia. L’evoluzione del concetto di legge. Nello sviluppo del
concetto di legge si possono distinguere tre periodi principali: quello delle
immagini generiche, quello delle leggi concrete o empiriche, quello delle leggi
teoriche e ideali. Nella prima fase la mente umana si forma una concezione
meccanica della regolarità d’un fenomeno, la quale si estende ad un numero
assai ristretto di avvenimenti: è il risultato della ripetizione costante o
frequente di alcuni cicli, Verworx, Fisiologia generale, Torino, Bocca] come,
ad esempio, del corso del sole, della lima, delle stagioni ; molti uomini non
hanno che questa ombra, questo simulacro di legge, che riposa sulla pura
associazione, sull’abitudine pratica, sull’ attesa spontanea d’una ricorrenza
che è stata percepita più volte. Questa nozione, quantunque sia assai umile,
tuttavia è stata assai utile nei primi passi percorsi dall’umanità sul cammino
della scienza, poiché ha frenato la tendenza vivissima dell’immaginazione a
popolare il mondo di cause capricciose e senza regola: è stata la prima
affermazione d’una credenza nella regolarità. In un periodo posteriore la
riflessione e la ricerca metodica fanno sorgere lentamente le leggi empiriche,
che consistono nella riduzione d’un gran numero di fatti in una formula unica,
senza però dare di essi la ragione esplicativa. Nel corso degli avvenimenti la
mente scopre tra due o più fatti un rapporto costante di coesistenza o di
successione, il quale viene esteso ad altri casi; qui non è del tutto
necessaria la costanza, basta la frequenza. La legge empirica è identica ai
fatti, ossia legge e fatti non sono che due aspetti della stessa cosa. Si
assimila facilmente la legge empirica a un fatto generale; cosi in psicologia
si dice: la legge d’associazione o anche il fatto generale dell’associazione.
In secondo luogo la legge empirica è non di rado complessa ; non riuscendo
sempre a rinchiudere in una formula unica e breve molti fatti, essa deve
scindersi in più casi e adoprare lunghe formule per potere contenere i casi
particolari e le eccezioni. Appaiono infine le leggi teoriche o ideali, che sono
le più astratte e le più semplici; sono costruzioni dello spirito che divengono
sempre più approssimative a mano a mano che salgono e s’allontanano
dall’esperienza; e non possono essere applicate, discendere dalla teoria alla
pratica se non mediante rettificazioni o addizioni. Per gli spiriti abituati
alla disciplina delle scionze rigorose la legge ideale è la sola valevole, onde
considerano con un certo disprezzo e con certa diffidenza le formule che sono
un semplice riassunto dei risultati dell’esperienza. Il carattere
approssimativo delle leggi teoriche deriva dal loro carattere ideale. Cosi si è
detto che « le leggi fisiche sono verità generali sempre più o meno falsate in
ogni caso particolare » ; per es., non è sempre assolutamente vero che un
movimento sia uniforme e rettilineo; la legge teorica delle oscillazioni del
pendolo non si può constatare in modo assoluto, giacché non esiste un mezzo non
resistente, una forza affatto rigida e che non possa estendersi, nè un
apparecchio di sospensione capace di moversi senza attrito; un pianeta non
potrebbe descrivere una ellissi esatta, se non nel caso che girasse solo
intorno al Sole, e poiché vi sono più pianeti che agiscono e reagiscono gli uni
sugli altri, la legge di Keplero rimane vera solo idealmente. Si sa da ricerche
compiute con estrema precisione, che la legge di Mariotte sopra i rapporti tra
la densità d’un gas e la pressione che sopporta, non è rigorosamente esatta in
nessuno di essi ; però tra la teoria e la realtà le differenze sono così tenui,
che nei casi ordinari si possono trascurare. Neppure le leggi della
termodinamica (conservazione dell’energia, correlazione delle forze) adoperate
con tanta frequenza ai nostri giorni pel loro carattere di generalità e che
qualcuno considera come il principio ultimo dei fenomeni, non hanno un valore
assoluto; infatti non è del tutto esatto il dire che ogni cambiamento dia luogo
a un cambiamento capace di riprodurre il primo senza addizione o perdita.
L’enumerazione delle leggi ideali sarebbe lunghissima. Oggidì la nozione di
legge è comune a tutte le scienze od è usata nel significato più rigoroso nelle
scienze matematiche e fisico-chimiche. Però non è sempre avvenuto così.
Nell'antichità il termine è adoperato in un senso quasi esclusivamente sociale,
giuridico, morale, per cui si considerano le leggi naturali come norme
impartite ai fatti da una volontà soprannaturale, nello stesso modo che il
legislatore impone ni cittadini il proprio volere con norme non trasgreditoli;
con gli stoici l’idea di legge è trasportata per la prima volta dai fatti
morali ai naturali, e con la scuola epicurea cominciò a considerarsi come la
manifestazione spontanea della realtà intima dei fenomeni. Il concetto di legge
nel senso moderno si è formato tardi o assai lentamente; Copernico o Klepero
nel secolo XVI si servono della parola “ ipotesi il Galilei chiama assiomi le
leggi fondamentali della natura e leoi-emi quelle che ne derivano secondo la
torminologia dei matematici. Descartes incomincia la sua filosofia della natura
ponendo alcune lìegulae sire leges vaturales. Newton dice: Axiomata sire leges
motti ». L’estensione della pai'ola logge è dovuta assai probabilmente al
bisogno di stabilire una divisione netta tra gli assiomi astratti dei
matematici e i principi ai quali si attribuisce un valore oggettivo e un
esistenza nella natura. Infine con la celebro delinizioue del Montesquieu
(1689-1755): “ le leggi sono i rapporti necessari che derivano dalla natura
dello cose, il concetto di logge ha preso il più alto grado di generalizzazione.
Un altro fatto degno d’osservaziono è il seguente : Cartesio chiama lo leggi
della natura 41 regolo „ in quanto esse servono a spiegarci i fenomeni; lo
chiama “ leggi „ in quanto Dio le ha stabilite all'origine dell’universo come
proprietà della materia. Tiù tardi la natura pronde il posto di Dio; il che è
una sopravvivenza d una concezione panteistica del mondo; poscia predomina la
tendenza a designare lo leggi coi nomi dei loro scopritori: legge di Mariotte,
di Oay-Lussac, d'Avogadro, di Weber ecc. Nel secolo XVII è Dio che stabilisce
le leggi della natura; nel XVIII è la natura stessa; nel XIX sono gli
scienziati stessi che si assumono un tal compito. 4. Cenno storico della teoria
logica dell’induzione. Benché abbia avuto il suo massimo svolgimento nella
scienza moderna, tuttavia la teori a logica dell’induzione risale
all’antichità, e la vediamo formulata per la prima volta da Aristotile, pel
quale l’induzione è il procedimento opposto al sillogismo deduttivo, e consiste
nel ragionamento che procede biamo tenerci lontani dai pregiudizi e dalle
illusioni, ch’egli chiama Mola e distingue in quattro classi : Mola tribus, che
derivano dalla natura e dalle tendenze proprie dell’uomo; Mola spedis prodotti
dal carattere e dalle particolarità individuali proprie di ciascun nomo; Mola
fori, che sono gli errori che sorgono dal commercio cogli altri uomini,
specialmente per mezzo del linguaggio; Mola theatri, cioè gli errori che si
ricevono per la via della tradizione, dell’insegnamento e dell’autorità altrui,
quando si accolgono senza critica. Liberato il terreno da questi ostacoli, sarà
assai piè agevole salire dai fatti constatati per mezzo dell’osservazione e
dell’esperimento alle leggi; in ciò consiste la vera induzione, che egli
considera come la via migliore per costruire la scienza. Egli però non
attribuisce alla parola legge il significato odierno, ma il senso d’una
semplice generalizzazione empirica; d à valore di prova solo all’induzione
completa, all’ennmerazione compieta, che nella maggior parte dei casi non è
possibile, dimodoché non è mai stata adoperata da nessuno dei grandi maestri
della scienza. Si è osservato giustamente che l’induzione baconiana trascende
in un volgare empirismo, poiché, c oncedendo minima importanza al ragionamento,
non ci permette di vedere distintamente se la connessione osservata tra vari
fenomeui è puramente casuale e sarà contraddetta da ulteriori osservazioni, o
se dipende da ragioni profonde che fanno estendere il principio generale
ottenuto anche a fatti non ancora esaminati. Bacone dichiara che la scoperta di
nnove verità può ottenersi soltanto per mezzo d’una raccolta metodica di fatti,
la quale deve essere fatta in modo da distinguere i fatti in tre categorie,
disponibili in tre tabelle differenti. La prima, che vien chiamata tabula
essentiae et presentine, contiene esempi concordanti nella presenza del
fenomeno che si vuole investigare; la seconda detta tabula declinationis sive
absentiae in proximo contiene esempi che mancano nel fenomeno, ma che sono
connessi cogli esempi in cui il fenomeno accade, ciascun esempio corrispondendo
per quanto è possibile a quelli già inclusi nella primn tavola. La terza, che
prende il nome di tabula graduimi si ve tabula comparativa, comprende i
fenomeni in cui il carattere ricercato si trova in grado più o meno intenso,
sia elio la variazione avvenga nollo stesso soggetto, sia che in diversi
soggetti paragonati fra loro. Come è facile accorgercene, il procedimento
induttivo viene in tal modo sottoposto a troppe lungaggini, che ne rendono
l’uso assai difficile o poco pratico, benché Bacone abbia con lo sue tavole
intraveduto i tre primi dei quattro metodi dello Stuart Mill. Il creatore del
metodo sperimentale è BONAIUTI Galilei che vide più chiaramente di Bacone il
vero carattere dell’induzione e seppe accoppiare ad una mente critica e
indagatrice di supremo valore un’abilità insuperabile nello sperimentare. Noi
salutiamo oggi il Galilei (cito a bello studio le parole non sospette d’uno
straniero) come il vero fondatore della scienza della natura, alla quale egli
ha dato il metodo più acconcio; noi salutiamo in lui lo scopritore della legge
della caduta dei gravi, con la quale ha posto la base alla scienza del
movimento, alla dinamica, e ha aperto in tal modo la prima porta a tutta la fisica;
con profonda ammirazione pensiamo alle sue osservazioni astronomiche, e
sopratutto alla scoperta dei satelliti di Giove, delle stelle Medicee, mondo
copernicano in piccolo: egli stesso visse e soffri per la dottrina di
Copernico, per la conoscenza scientifica dell’universo. Il metodo tjalileiano,
cioè il metodo sperimentale che riunisce armonicamente l’induzione e la
deduzione, l’esperienza e il pensiero, rappresenta, come ha già affermato
Emmanuele Kant, una rivoluzione dell’indagine scientifica; l’antica filosofia
naturale è condannata, per lasciare il posto alla moderna scienza. Tutta
l’opposizione fra questa e quella, il progresso grande fra l’una o l’altra si
può esprimere con brevi parole: invece di chiedere: perchè cadono i corpi, da
quale specie di impulso, da quale ignota causa vengono sospinti ; il Galilei si
pone il problema : come cadono i corpi, secondo quale legge. Questo mutamento
in apparenza leggero nel porre la questione scientifica separa due età della
conoscenza umana, collocando al posto dell’inutile e ingannevole ricerca
intorno all’essenza delle cause il s olo compito possibile di indagare e
ritrovare l e leggi dei fenomeni. Riehl, Philosophie der Gegenwart, Lipsia,
Teubner Galilei concepisce le forze naturali come capaci di peso e di misura
nelle loro azioni, e dice quin di essere la natura scritta in caratteri
matematici, e i caratteri essere t riang oli, centri e altre figure
geometriche, e quindi senza questi mezzi essere impossibile di intenderne
umanamente parola; adopera i sensi nelle esperienze, l’immaginazione per
rappresentarci all’intelletto le apparenze possibili o avverate dei corpi, la
ragione tanto nell’indagare le intime leggi del pensiero, quanto a ricercare
con le matematiche le leggi intelligibili del mondo esterno, essendo ogni cosa
creata con peso, numero e misura. Egli sottomette all’analisi ogni benché
minimo accidente, con instancabile pazienza r ipete l’oss ervazione e
l’esperimento variando le circostanze e rimovendo ' g li ostacoli che ne
potessero diminuire la sincerità. Tutte queste precauzioni, dice il Fiorentino,
sarebbero rimaste inu-j tili, senza quella geniale divinazione dell’ingegno,
che, quasi lampo attraverso d’una nuvola squarciata, gli faceva alla lontana
intravedere la possibile causa d’un fatto. Vede oscillare una lampada, ne
osserva i movimenti equabili, li misura ai battiti del polso e corre col
pensiero all’ isocronismo del pendolo. Si sovviene aver veduto nelle tempeste
cadere piccoli 1 grani di grandine misti con mezzani e con grandi, tutt’ insieme,
nè gli uni aver anticipato l’arrivo in terra a preferenza degli altri e medita
la legge della caduta dei gravi. Raschia con uno scarpello di ferro tagliente
una piastra ottone per levarle alcune macchie, e movendolo con velocità sente
fischiare ed uscirne un sibilo molto gagliardo e chiaro;! guarda su la piastra
e vede un lungo ordine di virgolette! sottili, egualmente distanti l’una
dall’altra; rifà l’esperienza e s’accorge che il fischio s’ode soltanto quando
più veloce vi striscia, più inacutisce il suono e più inspessisconsi le
virgolette; ed eccolo pensare alle proporzioni delle onde sonori ed alla
teorica degli accordi musicali. Il pensiero e il senso la natura e la ragione
si trovarono riunite nell’ingegno del sommo Galilei, ed a questo propizio
congiungimento si del: bono le sue maravigliose scoperte : non trascurar nulla
di ciò che la sensata sperienza ci porge ; nè d’altra parte arrestarsi
impigliato nell’immediatezza del fatto; tale fu la giusta misura ch’egli seppe
trovare tra le angustie del senso o gli sfrenati ardimenti del vuoto intelletto
(Telesin). Una trattazione profonda e singolare della teoria induttiva è data
dall’ inglese Mill, che definisce la logica « la scienza delle operazioni
intellettuali che servono all’estimazione della prova, ossia la scienza del
procedimento generale che va dal noto all'ignoto, e delle operazioni ausiliario
di quell’operazione fondamentale. Salire dal noto all’ignoto significa
ragionare, e ragionare, in senso esteso, è sinonimo d’inferenza, la quale, come
abbiamo già detto, nella sua forma originaria va sempre dal p articolare al
particolare: la logica ci mostra appunto come da questa forma primitiva e
irreducibile di ragionamento spunta l’induzione scientifica ossia quella che va
dal parti colare al generale. Il carattere essenziale di quest’ultima consiste
nel concludere che « ciò che è vero in un caso particoc olare sarà trovato vero
in tutti i casi che rassomigliano al primo. E chiaro che una tale operazione ha
come prejmp pjgjounpostulato, giacche per credere che ciò che s^pro d otto in
un caso particolare si riprodurrà in tutti i casi simili, bisogna prima
ammettere « che vi sono in natura casi paral leli, che ciò che è avvenuto una
volta avverrà pure in circostanze simili e avverrà tutte le volte che le stesse
ciscostanzo si ripresenteranno » o, in altre parole, è necessario credere che i
l corso della natura è uniforme, e l’uniformità della nat ura alla sua volta
riposa su l principio della causalità universale che, secondo il Mill, trae la
sua origine dall’esperien za" Egli censura la definizione comune della
causa ; gi aedi è, "se due fenomeni che si succedono in ordine di tempo
fossero l’uno causa dell'altro, bisognerebbe dire che il giorno è la causa
della notte e viceversa; invece noi sappiamo bene che tale successione è
soggetta a una condizione, il levarsi del sole sull’orizzonte; è quest’ultimo
fenomeno quello che fa succedere la luce alle tenebre e, se venisse a mancare,
non vedremmo più il giorno alternarsi alla notte. Bisogna quindi definire la
causa d’un fenomeno « l' antecedente o la riunion e d’ antecedenti, di c ui il
fenomeno è invariabilmente e incondizionatamente la conseguenza. Dopo
l'apparizione dell'opera capitale del Alili “ Sistema di logica, si La una vera
fioritura importante di opere che trattano di questioni logiche, e in
particolare della teoria induttiva; frale più importanti noteremo le seguenti:
A. Baiu, La logique induttive et deductive (trad. dall’inglese); Dii fondement
de l'induction di Lacheli er; Sigwart. Logik; Wundt, Logik. Degna di nota è la
dottrina della contingenza sostenuta in Francia da una schiera valorosa di
pensatori, tra i quali emergono Emilio B outro ux ed Enrico Bergson. Secondo
tale dottrina la contingenza è al fondo della natura, e l a necessità dello leggi
naturali è solame nte r elativ a, perchè la coni» non spiega mai tutto
l'effetto, e se questo facesse una cosa sola con la causa, non si potrebbo
considerare come un vero effetto. Si osserva quindi che nella naturn ad ogni
grado s'a ggiu nge sempro qualch e cosa di nuovo.qualche elemento che non si
trova nel grado precedente : cosi la coscienza s'aggiunge alla vita, la vita
alla materia, nella materia lo proprietà fisiche e chimiche s’uniscono allo
proprietà matematiche ecc. ecc. La contingenza che si nota in ogni forma de
ll’eBsere è il segno manifesto della libertà che agisce nel mondo dei fenomeni;
ossa scuote il postillato che rende inconcepibile l'intervento della libertà
nel succedersi dei fenomeni, la massima secondo la quale nulla si crea o nulla
si distrugge; essa ci porta ad ammettere uua libertà che discenderebbe dalle
regioni soprassensTbili, per mescolarsi ai fenomeni e dirigerli per vie
impreviste. (La tendenza ad estendere la libertà e la conti ngenza ai fenomeni
della natura o dell'uomo tocca il minto culminante nella dot trina del Bergso
n, pel quale gli stati psichici profondi, quelli elio formano la baso
fondamentale dello spirito, costituiscono un’eterogeneità assoluta: essendo
ciascuno qualche cosa di unico nel suo genere, non diviene uè causa nè effetto,
non potendo la causa riprodurre sè stessa; e non ha alcun rapporto colla
quantità, essendo qualità pura; alla quantità egli oppone la qualità, al
meccanismo dello spirito il dinamismo, allo spazio la durata pura, al
determinismo la libertà. Però una tale questione esco dai limiti della logica,
per entrare nel campo della metafisica. Uno dei seguaci del Bergson, il Le Roy,
afferma che l e leggi s cientifiche diventano rigorose solo un mulo si
trasformano in con1 vonzione e si appoggiano a circoli viziosi: il corso degli
avvenimenti è regolare, abituale, ma non necessario; cosi la legge della caduta
dei gravi ha valore, ma solo quando forze estranee non la turbano: Boutroux, De
la contingence des loie de la nuture. Alcali] la conservazione dell’energia
s’applica solo ai sistemi chiusi, i quali sono quelli appunto in cui l'energia
si conserva. Importante nel movimento del pensiero contemporaneo, è pure la
teoria di Ernesto Mach, fìsico e filosofo illustre. Questi pensa elio le
scienze fisiche c naturali non sieno altro elio descrizion i di fatti naturali,
ossia di fatti di coscienza, di sensazioni, e che quindi tra il mondo della
materia e Quello dello spirito non viT~) Euyssex] Ma, è stato osservato, le
forze naturali e il tempo bastano per spiegare le irregolarità della crosta
terrestre, senza ricorrere ai cataclismi; nè si può affermare che il periodo
attuale risalga solo a sei mila anni, ma a molte migliaia di più; inoltre a
periodi differenti non corrispondono specie differenti, poiché certe specie
appaiono in diversi strati successivi, mentre altre si sono estinte prima che
avesse fine l’epoca alla quale appartenevano. Queste ed altre obbiezioni pur
gravi fecero tramontare l’ipotesi del Cnvier, della quale prese il posto e si
diffuse rapidamente quella del Darwin, Bisogna risalire fino al Rinascimento,
per trovare i primi tentativi d’interpretazione del mondo organico per mezzo
dell’evoluzione naturale. Se no trovano accenni in opere di scienziati e
filosofi appartenenti alle scuole più diverse, in Bruno, in Leibniz, in
Cesalpiuo, in Buffon, in Goethe, e più chiaramente in Damarli ecc. Darwin ha il
merito, senza dubbio, grandissimo di aver saputo mettere. insieme tutti i
fattori dell’evoluzione organica : vide nella lotta per l’esistenza la causa
della selezione naturale, a cui la variabilità offre la materia, che poi
l’eredità trasmette; accanto a questi fattori principali pose come fattori
ausiliari l’azione dell’ambiente sull’organismo, l’influenza dell’ uso e del
non uso degli organi, la scelta sessuale, la legge di correlazione di sviluppo.
L 'influenza dell’ambiente è la causa più in vista; piante e animali si
modificano mutando clima e paesi; di tutti gli esseri viventi sopravvivono solo
quelli che sanno adattarsi all’ambiente. Gli animali debbono lottare non
solamente contro il suolo e il clima, ma anche fra di loro: le piante sembra
che si contendano i raggi del sole e il nutrimento della terra; gli animali
adoprano l’intelligenza e l’energia che possiedono per procurarsi da vivere;
gli uccelli da preda provvedono alla propria esistenza mettendo a morte gli
uccelli più piccoli e più deboli; questi alla lor volta si nutrono di insetti,
i quali vivono a spese del regno vegetale; dimodoché tutti gli esseri,
dall’animale più perfetto alla pianta, si movono di continuo una guerra
violenta e accanita; e in questa lotta per resistenza vincono i più forti e i
più fecondi. I caratteri che assicurano il trionfo degli individui e delle
specie si sviluppano producendo nell’organismo modificazioni più o meno
profonde, giacché le diverse parti delPorganismo sono così strettamente
collegate fra di loro, che i mutamenti che accadono in una si fanno sentire più
o meno anche nelle altre, donde la legge di correlazione di sviluppo ; infine
Veredità fissa nella specie i caratteri acquistati dall’individuo. In tal modo
la selezione naturale, mediante continue modificazioni, conduce ad una
trasformazione continua e progressiva degli esseri animali e vegetali,
assicurando la sopravvivenza dei più perfetti. L ipotesi darwiniana, appoggiata
ad una grandissima copia di fatti, di osservazioni e di prove, contribuì a
spiegare molti fenomeni che fino allora erano rimasti senza spiegazione, oppure
erano stati spiegati in modo imperfetto; non è quindi a meravigliarsi se oggi
essa è accettata dalla maggior parte dei naturalisti come legittima; benché le
differenze nel modo di intenderla siano assai gravi, e benché abbia segnato il
principio d’una rivoluzione radicale nell’ interpretazione scientifica della
natura. E se oggi la selezione naturale solleva non poche obbiezioni e appare
di per sé sola insufficente a spiegare tutti i fenomeni della vita organica,
tuttavia i principi messi innanzi dal Darwin devono figurare come la regola il
« metodo » generale che bisogna seguire nell' interpretazione dei fenomeni
naturali. L’analogia. Il procedimento analogico ha pure, come abbiamo già
accennato, molta importanza nella ricerca scientifica. La parola « analogia »
ha però bisogno d’esser chiarita nei suoi significati essenziali, affinchè si
possa comprendere il valore che essa possiede nella ricerca scientifica. Nel
linguaggio volgare tale vocabolo s’adopera generalmente come sinonimo di
somiglianza, mentre in realtà non è che ima forma imperfetta di somiglianza. In
tutte le scienze si possono ritrovare esempi d’analogia. Cosi nella chimica vi
sono corpi analoghi, cioè capaci di combinarsi con un altro corpo dato,
producendo composti paralleli ; in fisica SARLO (vedasi), Studt di filosofia.
Roma, Loeschcr] il suono è analogo alla luce, avendo amendue un carattere
comune che è la vibrazione, malgrado la differenza del mezzo che serve di
veicolo. L’analogia riesce ancor più evidente e frequente negli esseri viventi;
così malgrado le differenze grandi che a prima vista passano tra un uomo e un
uccello e tra un uccello o un pesce, pure la loro struttura è analoga, poiché
tutti constano d’nna serie di segmenti vertebrali, che formano appunto la
colonna vertebrale; hanno tutti un capo che è collocato all’estremità anteriore
di questa colonna, un tubo digestivo che ne percorre tutta la lunghezza e una
certa quantità d’organi che si corrispondono a vicenda. L’analogia, considerata
come un procedimento dello spirito che mira a nuove cognizioni, si può dire un’
inferenza che da una rassomiglianza constatata di alcuni punti conchiude alla
rassomiglianza su altri punti; è un procedimento instabile, ondeggiante e
multiforme, che può dar luogo ad aggruppamenti imprevisti e ad invenzioni
originali, come ci dimostra la storia delle scoperte scientifiche, e in
generale tutti i prodotti della fantasia e dell’immaginazione. Negli spiriti
poco precisi e rigorosi nelle loro osservazioni Yanalogia si fonda per lo più
sopra il numero degli attributi paragonati, benché non sia raro il caso di
analogie singolari basate su pochissimi caratteri comuni; cosi un bimbo vede
nella luna circondata dalle stelle una madre colle sue figlie ; gli aborigeni
dell’Australia, racconta un viaggiatore, chiamarono un libro una « conchiglia
», perchè si apriva e si chiudeva come la valve di questo animale. L’analogia è
più profonda quando ha per base la qualità o il valore degli attributi messi a
confronto; allora s’appoggia sopra un elemento variabile che oscilla
dall’essenziale all’accidentale, dalla realtà all’apparenza; cosi tra i cetacei
e i pesci le analogie sono molte pel profano, tenui pel naturalista. Valore
dell’inferenza analogica. L’analogia può riferirsi ai termini oppure ai
rapporti', cosi se da una rassomiglianza di natura fra due organi si inferisce
la rassomiglianza delle funzioni, nella prima rassomiglianza abbiamo
un’analogia clie si riferisce ai termini; nella seconda ima analogia elle si
riferisce ai rapporti. L’inferenza analogica si distingue dall’induzione per
due caratteri principali: 1° L’analogia è in realtà una deduzione fondata sopra
una precedente induzione, benché in apparenza proceda dal particolare al
particolare. Sieno per esempio i fenomeni A e B che abbiamo in comune i
caratteri a b c d ; constatando nel primo un quinto carattere x, posso inferire
che esiste pure un’analogia fra i due fenomeni anche rispetto al carattere x,
ossia affermo che anche in B si trova quest’ultimo carattere; per es. Franklin
nota che alla scintilla elettrica e al fulmine sono comuni alcuni caratteri, e
conclude che hanno pure comune la causa, donde la scoperta della causa del
fulmine e del mezzo per mitigarne gli effetti. Bisogna però notare che il
legame che esiste tra i caratteri a b c d e il carattere x dev’essere costante
e necessario, ossia deve avere il valore d’una legge ottenuta mediante il
procedimento induttivo; non dev’essere un fatto accidentale, giacché, come è
facile comprendere, in tal caso l’analogia non sarebbe possibile o sarebbe per
lo più errata. Molti errori di ragionamento che commette l’osservatore volgare
o poco circospetto dipendono spesso da false analogie. Uanalogia è sempre
ipotetica, mentre ciò non si può dire dell’induzione. Se per es. io osservo
sulla terra i caratteri abed. l’atmosfera, il calore, l’umidità e la vita, e
constato nel pianeta Marte i caratteri abe, sono tratto a inferire che anche in
Marte esiste il carattere d, ossia la iuta; però evidentemente questa inferenza
è ipotetica, e rimarrà tale finché l’esperienza non ne abbia provato la verità.
Quindi il ragionamento analogico è di uso assai delicato, e può condurre ad
errori assai frequenti anche nell’osservazione scientifica, come ce ne fanno
fede tanto le scienze che hanno per oggetto lo studio della natura, quanto le
scienze storiche. Un esempio celebre di fallaci analogie è quella già citata di
Newton intorno alla luce; è pure fallace quella che Platone stabili fra lo
stato e l’individuo, in forza della quale conchiude che debbono esservi tre
categorie di cittadini : servi, guerrieri, reggitori, come vi sono tre facoltà
dello spirito, sensibilità, affettività, ragione; Platone non volle vedere che
le proprietà osservate nell’individuo non corrispondono esattamente alle
funzioni esercitate dallo Stato ; in un errore simile sono caduti recentemente
quegli studiosi che hanno stabilito un’analogia molto stretta fra l’organismo e
la società e hanno affermato che le funzioni sociali debbono corrispondere alle
funzioni dell’organismo, riconoscendo nella società un cervello, i tessuti, la
circolazione del sangue, un sistema nervoso, muscolare ecc. La logica dell'
invenzione. Per ben comprendere la scienza nei suoi caratteri essenziali, per
coglierne lo spirito sotto le apparenze superficiali, bisogna ancora
considerare brevemente l 'invenzione, la ricerca creatrice, la quale non di
rado trascura i metodi, le forme e le vie comuni dell’indagine, giacché il
lavoro della mente che crea si compie spesso come in un’atmosfera nebbiosa e
oscura, spinto quasi da un presentimento della verità che è anteriore al
possesso chiaro e cosciente di questa. In qualche caso lo spirito dell’
inventore è avvolto dalle contraddizioni, non ha la coscienza ben chiara di ciò
che compie e dello scopo a cui mira, manca di rigore, di precisione,
d’evidenza; spesso nello scoprire una verità, grazie alla potenza intuitiva del
suo ingegno, salta a piè pari gli anelli intermedi che congiungono una verità
con un’altra, senza curarsi in nessun modo della continuità e della
concatenazione dei suoi ragionamenti. La storia ci prova ampiamente che una
conclusione nuova e giusta è uscita spesso da falsi ragionamenti, che un
edificio creato dalla nostra mente può essere esatto, mentre ne sono false
tutte le singole parti; non so quale scienziato ha un giorno esclamato: « Io
non vorrei raccontare il succedersi dei miei pensieri in una ricerca, perchè mi
potrebbero giudicare o un imbecille o un pazzo » . L’amore esclusivo
dell’ordine, della chiarezza, della logica razionale, l’orrore per la
contraddizione, che si ritrovano negli spiriti comuni e mediocri, sono non di
rado assenti neigrandi inventori. Il Turgot, uno dei più saggi filosofi del
secolo XVIII ha scritto : « Se si elevassero monumenti agli inventori nelle
arti e nelle scienze, vi sarebbe un minor numero di statue per gli nomini, che
pei fanciulli, per gli animali, e soprattutto, 4 per la fortuna » .
L’importanza del caso nelle invenzioni scientifiche è •] stata spesso
esagerata, e va messa nei suoi giusti limiti; esso 1 va inteso in un doppio
senso: 1°. In senso largo, il caso dipende dalle circostanze inteI riori e
psichiche. Si sa che una delle migliori condizioni per I inventare è
l’abbondanza dei materiali, l’esperienza accumuj lata, un periodo preparatorio
lungo, complesso, laborioso, parI ticolare o generale, che rende poscia lo
sforzo efficace e facile; I nel dominio del pensiero, come negli altri campi,
non esiste 9 generazione spontanea. Le confessioni degli inventori non lasciano
alcun dubbio 9 intorno a questo punto, cioè intorno alla necessità d’un gran I
numero di schizzi, di saggi, di abbozzi preparatori, sia che i si tratti d’uua
macchina o d’un poema, d'un quadro o d’uu J edificio ecc. ; un’ incubazione
profonda precede sempre l’e&pvjxa. 1 Qui il caso ha la sua funzione
incontestabile, ma dipende • J infine dall’ individualità, e da questa spunta
la sintesi impreM vista di idee che costituisce la scoperta. 11 caso, in senso
limitato, preciso, è un accidente for1 tunato che suscita l’invenzione, ma che
non ha in questa il merito maggiore : si può dire che sia piuttosto la
convergenza jj di due fattori, l’uno interno, il genio individuale, l’altro 9
esterno, l’avvenimento fortuito. È impossibile determinare 9 tutto ciò che
l’invenzione deve al caso inteso in questo senso;* certo nell’ umanità
primitiva l’efficacia ne deve essere stata I enorme: la scoperta del fuoco, la
fabbricazione delle armi, degli* utensili, la fusione dei metalli sono state
suggerite da accidenti 9 assai semplici, come, per esempio, la caduta d’un
albero attra1 verso un corso d’acqua può aver suggerito la prima idea d’un 9
ponte. Nei tempi storici la raccolta dei fatti autentici forme-'® rebbe un
grosso volume; chi non conosce il pomo di Newton, la lampada del Galilei, la
rana del Galvani? Huyghens ha I dichiarato che senza un concorso imprevisto di
ch’costanze, l’invenzione del telescopio avrebbe richiesto un « genio sovrumano
», mentre si sa che è dovuta ad alcuni bimbi che® giocavano con vetri nel
laboratorio d’un ottico; lo SchònbeinH scopre l’ozono grazie all’odore
fosforico dell’aria quando è attraversata da scintille elettriche; si dice che
la vista d’un granchio abbia suggerito a Giacomo Watt l'idea d’una macchina
ingegnosa. Le scoperte di Grimaldi e di Fresnel sulle interferenze, quelle di
Faraday, Arago, Foucault, Fraunhofer, Kirchhoff e di altri cento debbono
qualche cosa al caso. L’ufficio del fattore esterno è chiaro, mentre è men
chiaro quello del fattore interno, benché sia capitale. Infatti lo stesso
avvenimento fortuito passa davanti a milioni d’uomini senza suscitare nessuna
idea nuova. Quanti Pisani avevano visto oscillare la lampada nel celebre Duomo
prima del Galilei! Il caso fortunato tocca solo a quelli che lo meritano ; per
profittarne occorre prima un acuto spirito d’osservazione, l’attenzione sempre
desta e vigile, infine, se si tratta di invenzioni scientifiche o pratiche, la
penetrazione che coglie i rapporti tra le cose e avvicina caratteri ed
elementi, che nessuno aveva pensato di riunire; in conclusione il caso è
un’occasione, non un agente di creazione. (*) Il Voltaire attribuiva ad
Archimede tanta immaginazione quanta a Omero; A. Baili, C. Bernard, Th. Ribot
hanno poscia determinato con una certa precisione l ’importanza che l’immag i
nazione ha nell e scienze. Tra i caratteri essenziali dell’immagi nazione, il
cui meccanismo sempre e dovunque è presso a poco lo stesso, sono notevoli i
seguenti: 1°. Un’invenzione qualsiasi ha sempre i caratteri d’un’opera d’arte,
e nella sua unità rassomiglia ad un organismo vivente; essa non è mai ottenuta
mediante un lavoro d'intarsio discorsivo, ma è il frutto d'un pensiero intenso
e profondo più che metodico e minuzioso. 2°. Ogni inventore è un uomo d’azione;
il suo pensiero, cosi diverso da quello del contemplatore o del critico, va
dritto, rapido, è essenzialmente concreto e specifico, flessibile, prudente,
capace di adattarsi al variare delle circostanze e alle minime indicazioni
dell'esperienza. Si sa che l'abbondanza dei ricordi non è una condizione
sufficiente uè necessaria per creare; si è anzi osservato che un’ignoranza
relativa è qualche volta utile per innovare, e favorisc e l’audacia; vi sono
invenzioni scientifiche elio non si sarebbero fatte séTIoro autori fossero
stati trattenuti dai dogmi e dalle opinioni Ribot, L'imagination créatrice,
Alcali] dominanti nei loro tempi e ritenuti come incrollabili ed eterni. La
mente dell’inventore mira al fatto, al risultato. 3°. La facoltà inventiva per
eccellenza, come ha osservato il Bain, consiste nella facoltà di identificare,
di percepire somiglianze e differenze, e suppone quindi una singolare
attitudine a pensare per analogie e por immagini; lo scienziato non si
distingue in questo punto dal poeta.Il metodo sistematico ha per fine
essenziale di dare alle cognizioni scientifiche un ordinamento razionale e di
ottenere la prova della verità. Mediante queste operazioni l’insieme dei fenomeni
che costituiscono l’oggetto di lina scienza diviene un complesso ordinato nel
quale tutte le parti hanno relazione e dipendenza reciproca. Al primo ufficio
la logica soddisfà con la teoria della definizione e della divisione, che
comprende la classificazione ; al secondo con la teoria della prova e dei
principi di prova. Quest’ultimo ufficio viene anche attribuito ad una parte
speciale del metodo, che appunto dicesi dimostrativo. In tutte le scienze tali
operazioni hanno molta importanza per diverse ragioni: una raccolta di fatti e
di cognizioni, come possiamo osservare nella tìsica, nella botanica, nella
zoologia ecc., quando viene fatta con ordine sistematico, mette in maggiore
evidenza la verità delle cognizioni rintracciate, che vengono presentate in tal
modo alla nostra intelligenza come riunite in un quadro dai contorni chiari e
ben determinati; in ciò il sapere scientifico si distingue specialmente dal
sapere comune e volgare che è per lo più disordinato, confuso, e non distingue
le nozioni importanti e generali da quelle che sono meno importanti e
particolari, ciò che è vero da ciò che è falso. Il valore e l’utilità d’un
ordinamento razionale si possono chiaramente stabilire osservando l’ufficio che
esso compie anche nelle raccolte di minore importanza, come quando si tratta
d’una biblioteca, d’un museo, d’un erbario eco., il disordine fa perdere tempo
all’osservatore e gli impedisce di apprezzare l’importanza degli oggetti che ha
davanti agli occhi. La definizione è In più semplice delle forme sistematiche;
precede la divisione e la classificazione, poiché, se ogni nozione generale,
come già abbiamo visto nella prima parte, ha ima comprensione che è la somma
dei caratteri che essa racchiude, ed un’estensione, che è il numero degli
esseri che, possedendo in comune quei caratteri, trovansi raggruppati sotto
quella nozione, la comprensione determina l’estensione, e quindi la definizione
determina la divisione. Ufficio primo della definizione è quello di determinare
con chiarezza e precisione le idee che sono l’oggetto d’una scienza, ossia il
co nte nuto dei singoli concetti; ora la definizione d’un concetto si esprime,
nel modo più semplice, mediante un giudizio, nel quale il soggetto è il
concetto che dev’essere definito e dicesi appunto definito o definiendo ; e il
predicato è quella nota o quell’insieme di note, mediante le quali il soggetto
viene definito, e dicesi definiente. La definizione si può prendere in tre
significati : è l’operazione o l’insieme d’operazioni che mirano a determinare
l’essenza delle cose ; e in questo senso l’intendeva Socrate, che pel primo, al
dire d’Aristotile, applicò la mente alle definizioni. Definire era per lui
cercare razionalmente l’essenza delle cose, xò li iotiv ; cosi egli voleva
determinare l’idea della giustizia, della sapienza, della prudenza, l’idea
dell'uomo politico, del giudice ecc.; la definizione di queste idee e di quelle
simili permetteva di misurarne esattamente l’oggetto e il valore e quindi di
regolare meglio la nostra vita pratica. E chiaro che in questo significato la
definizione è il mezzo della scienza, in quanto tende alla conoscenza dei
caratteri essenziali delle cose; la definizione può anche essere il fine della
scienza, ossia la nozione, il concetto, nel quale si rende stabile il risultato
della ricerca scientifica ; infine la definizione può essere intesa come
l’operazione, la quale consiste nello sviluppare in una proposizione o giudizio
il contenuto d’un concetto ottenuto mediante la ricerca scientifica. In
quest’ultimo significato è l’espressione della scienza, la formula esplicita e
breve dei risultati della scienza. I caratteri e le note che formano il
contenuto d’un concetto possono essere numerosi e di specie diversa e di valore
disuguale, e non possono di conseguenza entrare tutti nella definizione
scientifica; ma, poiché la scienza ha per oggetto il generale, la definizione
ha per oggetto ciò che dicesi l’essenza ed esclude il particolare, l’accidente.
Vediamo quindi che vuol dire essenza d’un concetto. L’essenza è costituita
dall’insieme dei caratteri intimi che persistono in mezzo al variare delle
relazioni e delle modificazioni accidentali ; è ciò che l’essere possiede in sé
stesso, ciò che non può cessare d’appartenergli, senza che esso cessi tosto di
esistere. Li’accidente è ora un rapporto fortuito, come ad esempio il posto
occupato da un individuo o da un oggetto nello spazio e nel tempo, ora una
modificazione accessoria che altera, per cosi dire, soltanto la superficie
dell’essere che la subisce, senza toccarne il fondo, è, in generale, tutto ciò
che avviene negli esseri per un concorso fortuito di circostanze esteriori. Si
comprende quindi come la definizione escluda l’accidente e accolga solo ciò che
è essenziale. Però bisogna avvertire che questi due concetti non hanno limiti
fissi, giacché l’accidente può alla sua volta divenire oggetto di definizione;
cosi, se non si può definire l’uomo per mezzo di qualche malattia, cui vada
soggetto, si può però definire la malattia nei suoi caratteri essenziali,
escludendone gli accidenti particolari, ai quali esso può andare incontro. Però
non tutte le nozioni si possono definire in modo preciso e determinato, e nelle
diverse scienze, oltre le definizioni approssimate, come le idee di colore,
tono, sapore, vi sono definizioni oscillanti, come avviene per le idee che si
arricchiscono di continuo per mezzo dell’esperienza e mediante caratteri che
vengono aggiunti dalle nuove scoperte. Per esempio, dice Taine, la nozione che
un uomo ordinario ha del corpo umano è assai misera e incompleta: per lui è una
testa, un tronco, un collo, quattro membra d’un colore e di una certa forma; e
questi pochi caratteri gli sono sufficienti per la pratica usuale della vita ;
ma è chiaro che i caratteri propri del corpo umano sono infinitamente più
numerosi ; l'anatomico vuol sezionare, notare, descrivere, disegnareil manuale
che si dà agli studenti ha mille pagine, e occorrerebbe un bel numero d’atlanti
e di volumi per contenere le hgure e l'enumerazione di tutte le parti che
l’occhio nudo ha constatate. Se poi l’occhio s’arma d’un microscopio, questo
numero si centuplica; al di là del nostro microscopio, uno strumento piu
potente aumenterebbe ancora la nostra conoscenza; continuando per questa via la
ricerca non ha termine. Inoltre in alcune scienze le detinizioni segnano come
il punto d’arrivo della ricerca scientifica, in altre invece segnano il punto
di partenza. Cosi nella geometria, dove nessun ragionamento e possibile senza
le definizioni, queste debbono essere stabilite da principio; mentre nelle
scienze sperimentali, dove esprimono i risultati ottenuti, debbono
rappresentarne le conclusioni. E evidente che le definizioni del triangolo, del
circolo, del quadrato ecc. debbono precedere qualsiasi ragionamento intorno a
queste figure; e che la definizione delia « vita » nelle scienze biologiche non
può essere che il risultato di un gran numero di ricerche e di studi che
riguardano i fenomeni vitali. Infine nella definizione debbono entrare quelle
note che sono sufficienti per distinguere il concetto definendo sia dai
concetti simili, sia dai concetti che appartengono ad altre classi; per questo
si dice che la definizione si fa pel genere prossimo e per la differenza
specifica, de/ìnitio, dicevano gli Scolastici, fit per genua proximum et
differentiam specificavi. Definire pel genere prossimo, cioè per quel genere
che più, s avvicina alla comprensione del definendo, equivale a indicare il
gruppo di cui un oggetto o un individuo fa parte, e ' quindi attribuirgli
implicitamente i caratteri di questo gruppocosi per definire l’uomo è inutile
dire che è un animale vertebrato, mammifero-, quest’ultimo carattere, che
esprime il genere prossimo, è sufficiente, giacché implica i due primi.
Definire per la differenza specifica vuol dire constatare e determinare 1
caratteri speciali che appartengono solo al definendo e lo distinguono da tutti
gli altri esseri del medesimo gruppo. Cosi se al carattere « mammifero » noi
aggiungiamo, per designare l’uomo, quello di bimane, gli attribuiamo con
quest’ultimo concetto un carattere che lo distingue da tutti gli altri
mammiferi. Diverse specie di definizioni. Il metodo che si adopera nel lare una
definizione può essere duplice, positivo e negativo. Il primo consiste nel
riunire nella definizione tutti i caratteri che servono a determinare il
definendo; il secondo mira invece a stabilire i caratteri che debbono essere
esclusi e non possono attribuirsi al definiendo. Quest’ultimo metodo ó assai
meno perfetto e si può considerare, nella maggior parte dei casi, come un
complemento del primo. La definizione si suole distinguere in nominale e reale.
La definizione nominale ha per fine di spiegare e di determinare in forma
precisa il valore e il significato d’una parola, o di fissare il senso costante
di alcune parole attraverso le varietà mutabili delle significazioni
particolari. Essa ha valore logico non in quanto sia una semplice spiegazione
etimologica o sintattica, nel qual caso la definizione rientra nel campo della
grammatica, ma solo in quanto serva di preparazione alla definizione reale. Vi
è un certo numero di parole che non sono facilmente definibili pel numero e la
varietà degli elementi che contengono e che spesso sono il prodotto di varie
epoche storiche; di qui la difficoltà che s’incontra nel definire la « società
» oggetto di tante dispute nella scienza sociale contemporanea, la religione,
lo stato ecc. La definizione reale tende a darci invece l’essenza d’un
concetto, il valore intrinseco del definiendo, indicando i caratteri che questo
ha comuni con gli altri concetti simili, e quelli che ne lo differenziano; si
fa quindi, come s’è già detto, pel genere prossimo e per la differenza
specifica. Anche qui le difficoltà per ben definire non sono poche, quando si
tratti di concetti che si considerano come un prodotto storico o di concetti
scientifici, ai quali nuove esperienze possono di continuo aggiungere nuovi
elementi; sono minori per altre scienze, come ad esempio perle matematiche,
dove sono possibili definizioni perfette. Inoltre la definizione, considerata
sotto un altro aspetto, può essere anche analitica o sintetica. E analitica
quando risolve il concetto del definito in più altri concetti; per es.
l’eredità fisiologica è la trasmissione di caratteri speciali dell’organismo
dai progenitori ai discendenti; oppure: il cerchio è una curva chiusa che ha
tutti i punti^ della circonferenza equidistanti dal centro. L sintetica la
definizione, quando nel determinare i caratteri del concetto segue il processo
col quale il definiendo si è venuto formando, ossia costituisce un concetto per
mezzo di altri concetti più semplici. In questo senso la definizione può essere
detta genetica, in quanto espone la genesi d’un concetto ; e questa si può
considerare come la forma più perfetta del definire. Un esempio di definizione
genetica è il seguente : Se in un piano, tenendo ferma una retta ad un suo
estremo, la muovo sempre nello stesso senso e in modo che essa torni alla sua
posizione di partenza, descrivo una figura che dicesi circolo. Si sogliono
anche distinguere due specie di definizioni genetiche, la diretta e V
indicativa: è diretta quando essa stessa produce e costituisce il definiendo; è
indicativa quando espone il modo col quale il definiendo può essere prodotto da
cause che sono distinte dal nostro pensiero, come avviene delle cose prodotte
dalla natura, per es. dei ghiacciai, dei venti ecc. 5. Regole della
definizione. Le principali regole che si debbono seguire per ottenere una buona
definizione logica sono le seguenti : i concetti defi nienti non debbono essere
una semplice tautologia del concetto definito o definiendo, ossia il definiente
non deve ripetere colla stessa o con diversa forma grammaticale il definito,
come quando si dice che uomo bugiardo è colui che dice bugie. Questo errore
assai comune viene indicato dalla logica tradizionale colle note parole latine
: idem per idem definire. la definizione non dev’essere circolare, ossia non ci
deve spiegare il delùdente mediante il definito e viceversa, ricordando 1
errore del circolo vizioso, come quando si definisce la coscienza per la
percezione dei fatti interni, e questi ultimi vengono definiti per quei fatti
che si producono nella nostra coscienza. c) la definizione non dev’essere
negativa, ossia deve dire non già quello clie il definiente non è, ma quello
che è, ed esporre i suoi caratteri propri. Sarebbe negativa la definizione che
chiamasse la virtù la qualità opposta al vizio.la definizione dev’essere infine
chiara ed esatta, non dev’essere sovrabbondante, non essere nè troppo ampia, nè
troppo ristretta, deve evitare le espressioni improprie, oscure, e anche le
espressioni figurate, quando non contribuiscono a chiarire il concetto. Cosi
quando si dice che il bello è lo splendore del vero, non si giunge ad avere del
bello un concetto nè chiaro nè esatto. Le definizioni di questo genere
nascondono spesso l’ignoranza di cognizioni sicure e profonde intorno
all’oggetto che si vuole definire, oppure anche l’imperfezione della scienza.
6. La divisione. La divisione, intesa come operazione logica, determina
l’estensione d’un concetto, mentre la definizione ne determina la comprensione
; essa si riduce quindi a un giudizio, nel quale s’espongono le diverse specie
d’una idea generale, e il dividendo, che rappresenta il genere, fa da soggetto,
mentre il dividente, che contiene l’enumerazione delle diverse specie contenute
nel dividendo, fa da predicato. Anzitutto nella divisione bisogna considerare
le note contenute nel concetto da dividere, distinguere in esso gli elementi
generici, che sono costanti, dagli elementi variabili, che costituiscono il
cosiddetto fondamento o principio della divisione. Cosi nella nota divisione
delle lingue in monosillabiche, agglutinanti, flessive, le parti divise sono
queste ultime, il dividendo è il concetto lingua, e la divisione è fondata
sulla morfologia. Le regole della divisione sono le seguenti: La divisione deve
corrispondere esattamente all’oggetto suo, ossia le sue parti debbono
riprodurne tutta l’estensione, in modo che nessuna parte ne sia trascurata e
non ve ne sia alcuna superflua. Ogni divisione dev’essere fatta secondo un
unico principio. Così se dividiamo le opinioni professate dagli uomini in vere,
false e dubbie, la divisione posa sopra un doppio principio, la verità e la
certezza: le opinioni tutte, comprese quelle dubbie, sono vere o false ; cosicché
converrebbe fare due divisioni: a) tutte le opinioni sono o vere o false; b)
tutte le opinioni sono o certe o dubbie. 3°. La divisione non dev’essere
negativa, ossia ogni specie divisa deve avere caratteri propri, non già essere
una semplice negazione dei caratteri della specie opposta. Così è negativa
l’antica divisione degli animali in vertebrati e invertebrati. Le parti divise
debbono essere coordinate ed opposte: bisogna far in modo che nessun oggetto o
nessun essere possa venir collocato in due termini d’una medesima divisione.
Cosi chi dividesse i fenomeni naturali in fisici, chimici, psichici e volontari
cadrebbe nell’errore che è cagionato dal non osservare la presente regola ;
infatti i fenomeni volontari non sono nè opposti uè coordinati a quelli
psichici, ma subordinati ad essi, e ne sono parte. La divisione più semplice è
quella die dicesi dicotomia, la quale consiste nel dividere il genere in due
specie opposte, che si distinguono per la presenza nell'una e l'assenza nella
seconda d’un solo e medesimo carattere. La classi fic azion e delle scienze
concepita dal fisico Ampère è una vera e propria divisione dicotomica ; egli
infatti distingue le scienze in due grandi regni, scienze cosmologiche che si
occupano del mondo materiale e studiano la natura, e scienze nooloyiche che
studiano il mondo morale e spirituale. Ciascuna di queste classi si suddivido
alla sua volta in altre due classi minori e così di seguito; l'Ampère giunge
con questo metodo a stabilire cento ventotto scienze speciali, che abbracciano
tutte le cognizioni umane. La classificazione; utilità e specie diverse. Una
forma sistematica del sapere scientifico più importante di quella precedente è
la classificazione, la quale tende a presentare in modo compiuto e ordinato
tutte le parti che compongono un complesso di cognizioni omogenee. Essa si può
dire una divisione complessa risultante da una divisione principale e da una o
più divisioni subordinate o suddivisioni. Nella classificazione lo scienziato
parte da un concetto generale, ne distingue prima le specie immediate e più
generali ; in ciascuna di queste poscia le specie rispettive, finché giunga
fino alle ultime specie per mezzo di successive divisioni e suddivisioni. I
vantaggi che presenta un tale ordinamento delle cognizioni scientifiche sono
evidenti. Anzitutto il contenuto di nna data scienza viene compreso in un
prospetto sintetico, che abbrevia il tempo necessario per apprendere, riducendo
in un certo senso il numero delle cognizioni indispensabili; cosi per es. il
regno animale abbraccia probabilmente non meno di 600000 specie, che lo
zooologo riesce a conoscere in modo relativamente completo riducendo gli
individui in specie, le specie in generi, i generi in famiglie ecc.; il quadro
in tal modo semplificato può essere facilmente ritenuto e riprodotto dalla
memoria, benché non ci fornisca che una cognizione schematica o scheletrica
della natura, che per la scienza è però sufficiente e, pur sopprimendo i
caratteri particolari, estende mirabilmente il campo delle nostre conoscenze.
In secondo luogo la classificazione ci permette di apprendere non solo un
numero infinito di esseri o di oggetti, ma anche la loro 'parentela mediante le
loro affinità naturali. In tal modo l’immensità della natura viene riassunta
non solo in una forma concisa, ma anche in una forma ordinata ed armonica.
Inoltre la somiglianza e le affinità constatate tra gli esseri appartenenti ad
un dato gruppo permettono spesso di inferire altre somiglianze ed affinità
prima ignorate. Così, come dice il botanico Adriano de Jussieu, quando sappiamo
che un certo numero di piante costituiscono una famiglia, di solito siamo
tratti ad attribuir loro le medesime proprietà economiche e medicinali. La
classificazione può essere artificiale o naturale. La classificazione artificiale,
che ha uno scopo essenzialmente pratico e mnemonico, tende a darci la
conoscenza degli oggetti o degli esseri che si vogliono classificare fondandosi
sopra un numero ristretto di caratteri, i quali vengono scelti fra i più
appariscenti, senza badare alla loro importanza intrinseca; un esempio di
classificazione artificiale è l’ordinamento d’una biblioteca, dove i libri
vengono disposti o secondo l’ordine alfabetico, o secondo il formato, o,
meglio, secondo il contenuto. La classificazione naturale invece si ha quando,
per riprodurre in certo qual modo l’ordine della natura, è fondata sopra la
scelta dei caratteri più importanti, manifesti oppure occulti, permanenti
oppure evolutivi. La forma più perfetta di classificazione naturale è quella
detta genetica (da yiveatc nascita, origine, formazione) la quale tende a
classificare gli esseri secondo l’ordine della loro apparizione. Cosi la
biologia mira, secondo tale principio, alla classificazione genetica delle
forme viventi, la psicologia a quella dei fatti psichici, la filologia
comparata a quella delle lingue. Fondamento della classificazione. Il
fondamento della classificazione naturale è da ricercarsi, come si comprende
facilmente da ciò che già si è detto, non nelle pròprietà apparenti, ma nelle primarie
o causali, ovvero in quelle che sono segni di proprietà primarie o causali;
ossia bisogna fermare 1 attenzione sopra i caratteri che si posson chiamare
dominatori, perchè la presenza di ciascuno di questi trae seco necessariamente
quella d’un certo numero di caratteri subordinati, essendovi tra un carattere
dominante e i caratteri subordinati ad esso uniti un rapporto costante e
necessario, una legge non di successione, ma di coesistenza, di
contemporaneità. In altre parole, la presenza di certi caratteri fondamentali
fa supporre con certezza l’esistenza di altri caratteri; come avviene
specialmente nei gruppi animali. Per questa ragione le classificazioni
zoologiche sono fondate sui caratteri anatomici e fisiologici più importanti ed
essenziali; per esempio il pipistrello, che in apparenza ha maggior affinità
cogli uccelli, tuttavia è messo fra i mamini. ' b 01cllè ^ questi ultimi
possiede i caratteri dominanti; in modo simile la balena è mammifero e non
pesce ecc. E pur sempre per questo motivo di regola generale nelle
classificazioni scientifiche si va dall’idea più generale a quelle che sono a
queste immediatamente subordinate, e così di seguito a mano a mano alle specie
più distinte, senza omettere alcun anello intermedio. Il metodo dimostrativo ha
per fine di giustificare la verità delle conoscenze scientifiche, di accertare
noi stessi e gli altri d’una verità già scoperta facendola derivare dalla
verità d’altre conoscenze, per offrire in questo modo un fondamento logico alle
nostre osservazioni. La prova o dimostrazione, cosi concepita è un complemento
necessario delle altre operazioni logiche, le quali forniscono ed ordinano le
cognizioni scientifiche, ma non ce ne danno la giustificazione che appaghi la
nostra mente, collegando la verità d’una conclusione alla verità delle
premesse, come fa la prova. Nella prova bisogna distinguere tre elementi
principali : la tesi da provare. Ti*’er sé stesse in-, dimostrabili. Spesso
nella vita pratica, quando si vuole ottenere qualche line particolare, si parte
dalla tesi supposta vera e si dimostra come essa non porti a nessuna
conseguenza falsa. La prova diretta e regressiva o induttiva che dir si voglia
parte d ai particolari, come abbiamo già d et to, p er salire al principio
generale ; dimodoché la verità di questo si deve am 300 0 00000 mettere grazie
alla verità dei particolari sui quali si fonda. Questa forma di dimostrazione
ha la sua base nella verità del principio dell’ induzione, intorno alla quale
già a lungo si è discorso, essa si adopera in tutte le scienze, ma più
specialmente nelle scienze naturali, e meno nelle matematiche. •Sia per esempio
da provare la tesi seguente: la celerità della I erra nella sua orbita intorno
al Sole é in ragione inversa della distanza da esso; la prova si ottiene osservando
se è verificata almeno in due casi particolari, cioè quando la Terra si trova
nel punto più lontano dal Sole ossia nell’afelio, o quando raggiunge la massima
vicinanza col Sole, ossia nel perielio. La prova diretta regressiva è d’uso
assai frequente anche nella iuta pratica, quando per esempio si vuol provare la
bontà d un provvedimento o d’un disegno qualsiasi, applacandolo nei casi e
nelle circostanze particolari ; così Focione disapprovava nna spedizione di
poche navi che gli Ateniesi volevano tare contro una città, dicendo che era
troppo piccola per un’impresa ostile, e troppo grande per un atto d’amicizia.
Prova indiretta. La prova indiretta e progressiva si ha quando si prova la
falsità della tesi opposta o aj^gpi partendo da due principi generali. Sia per
esempio da provare la tesi : due rette perpendicolari ad una terza sono
perpendicolari fra di loro; si prova la falsità dell’antitesi: due parallele
perpendicolari ad una terza non sono parallele fra di loro, partendo dal
principio generale che « da un punto preso fuori di una retta non si può sulla
medesima abbassare che una perpendicolare. Una seconda forma della prova
indiretta e progressiva si ha quando si dimostra che V antitesi conduce a
conseguenz e le duali o jono assurde, o sono in co ntraddizione con prin cipi,
la cui verità è solidamente stabilita e non si può in nessun casomeitere m
dubbio. Sia per esempio da provare la tesi seguente : il triangolo equilatero
non può essere rettan golo; si ammette, per ipotesi, che sia vera la tesi opposta:
il triangolo equilatero può essere rettangolo; in tal caso la conseguenza è che
il triangolo equilatero dev’essere anche equia ngolo ; e poiché ciò non è
possibile ammettere, perchè dovrebbe avere dille angoli retti, si conchiude
essere falsa l’antitesi e vera la tesi da provare. La prova indiretta
regressiva, che dicesi anche ap^gogica o induttiva, si ha quando si vuol
provare la tesi esponendo quali principi assurdi bisognerebbe accogliere se si
ritenesse T vera l’antitesi. Cosi per dimostrare la necessità del governo che
diriga e regoli l’attività dei cittadini, si espone quali principi falsi
bisognerebbe ammettere intorno agli uomini, per j~~l dimostrare che l’anarchia
è utile e giovevole alla società umana. I principi supremi delle scienze. Le
scienze hanno per fine proprio la spiegazione della natura, la quale si
presenta a noi come una massa enorme di fenomeni; spiegare i quali vuol dire
per la mente umana ricondurli sotto rapporti di più in più semplici e generali,
finché si giunga ai princip! supremi e irriducibili di ciascuna scienza, cioè a
quei! principi e a quelle leggi che non si possono derivare d a i.rin-l o c a
leggi piu__semplici. La dimostrazione ci conduce in i ultima analisi a tali
principi supremi, giacché, dovendo una di giostrazione fondarsi senti r e soura
altre verità già areni? ] t a^e, dipende da altre dimo str azioni ole
presuppone: ina in u imo devesi giungere n e cessariamente a verità fondamen' ^
mdimos trabil i, e che sono evidenti per sè stesse . osi nella meccanica i principi
irriducibili sono le leggi fondamentali e più generali del movimento; nella
fisica l’inerzia. l’equivalenza e la trasformazione delle forze; nella chimica
la teoria atomica; nella biologia, la contrattilità, l'assimilazione e la
proliferazione dell’elemento anatomico, ossia la vita, che le scienze
biologiche studiano in tutte le sue svariate manifestazioni. L’irriducibilità
di queste leggi appare manifesta: il moto non si può dedurre dalla quantità, nè
1 attrazione dal movimento, nè l’attività dall’attrazione. ) E necessario però
notare che se ciascuna scienza ha prin li -riducibili e fondamentali, tuttavia
le scienze tutte formano nel loro complesso una specie d’organismo, le cui
parti sono strettamente collegate fra loro e si aiutano di continuo a vicenda;
giacché sappiamo che nè il fisico può fare a meno nelle sue ricerche delle
cognizioni matematiche, nè il chimico delle cognizioni fisiche, nè il fisiologo
delle cognizioni di fisica e di chimica e cosi di seguito. \ odiamo inoltre che
i principi fondamentali costituiscono una sene di nozioni di complessità
crescente, in modo simile a . quello che è già stato osservato nella
classificazione delle scienze del Cointe; infatti c iascun a nozion e, pur
contenendo un fiuid irriducibile, cade sotto l’estensione del principiar
piecede, e diviene di questo un caso par ticolare . Così, coni* piuta per mezzo
dell’astrazione e dell’analisi la distinzione delle proprietà fondamentali, ne
succede tosto la sintesi: il movimento s’aggiunge alla quantità, l’affinità
chimica all’attrazione, al movimento e alla quantità ecc. Definizioni, ipotesi,
postulati, assiomi. I principi supremi delle dimostrazioni si possono ridurre a
quattro classi principali: le definizioni, le ipotesi, i postulati, gli
assiomi. Le definizioni, secondo quanto s’è già stabilito, conten-UPF'iNf£)
Gomperz] dere, dipendono sopratutto dall’esame critico e dal buon senso
dell’osservatore. Il secondo caso è quello della verisiiniglianza quantitativa,
o calcolo delle probabilità, che consiste nel determinare quale di due
affermazioni di materia identica, ma opposte, sia più probabile; se la causa a
ha ora per effetto b, ora per effetto c, sicché sia vero ugualmente che a
produce b e che a non produce b, si tratta di vedere quale dei due effetti b o
c è più probabile; chiamando m i casi di b ed n quelli di c, evidentemente sarà
più probabile quello degli effetti, che ha per sé il maggior numero di casi
favorevoli. Il probabilismo ha le sue radici nell’antichità e si può dire che
sia sorto con l’arte oratoria; i primi retori siciliani Corace e Tisia
considerano il verisimile (sìxós) come lo strumento necessario della retorica,
e distinguono due specie ‘»i, ver isimiglianza, 1 assoluta (eìxój àTUÀòi;) e la
relativa (eìxó? Tt); i filosofi della Nuova Accademia, soprattutto Arcesilao e
Cameade acuti osservatori della vita, sostengono che in nessun dominio del
sapere noi possiamo raggiungere la verità e, per conseguenza, la certezza
assoluta, ma che dobbiamo in ogni caso accontentarci di semplici probabilità.
Probabile aliquid esse (dicebat) et quasi verisimile eaque se uti regula et in
agenda vita et in qunerendo ac disserendo CICERONE, Acad.). Dopo saggi
importanti di Pascal, di Bernouilli e di Leibniz, la logica del probabile
trova, nei tempi moderni, due cultori eminenti nel Laplace e nel Cournot. Il
grande Trattato del Laplace comprende due parti: una parte matematica, la
Teoria analitica delle probabilità, e una parte filosofica, Saggio filosofico
sulle probabilità, che espone, senza l’aiuto dell’analisi matematica, i
principi della teoria delle probabilità, i suoi risultati generali e le
applicazioni più importanti. Il calcolo delle probabilità riposa, secondo il
Laplace, sulla nozione del caso che ha il suo fondamento nella nostra ignoranza
delle cause e serve a dissimulare la nostra debolezza, giacché nell’universo
tutto è rigorosamente determinato e bisogna considerare lo stato presente del
mondo come l’effetto dello stato anteriore e come la causa di quello che deve
seguire. La causa che è manifesta in certi fenomeni semplici, per es. nei
fenomeni celesti, ci sfugge in altri fenomeni più complessi, che noi, nella
nostra ignoranza, attribuiamo al caso. Benché la scienza tenda a eliminare
sempre più i casi fortuiti, tuttavia non è sempre facile respingere l’ipotesi
del caso: perciò le probabilità hanno una grandissima importanza nelle
conoscenze umane. « Le questioni più importanti nella vita sono per la maggior
parte problemi di probabilità; anzi, parlando con rigore, si può dire che quasi
tutte le nostre conoscenze sono solamente probabili, e, che nel piccolo numero
di cose, che, nelle stesse scienze matematiche, possiamo sapere con certezza, i
mezzi principali per giungere alla verità, l’aualogia e l’induzione, si fondano
sulle probabilità. Cournot nel 1843 pubblica la sua Esposizione della teoria
dei rischi e delle probabilità », colla quale vuole insegnare alle persone, che
non conoscono le matematiche superiori, le regole del calcolo delle
probabilità, senza le quali, non possiamo renderci un conto esatto nè della
posizione delle misure ottenute nelle scienze d’osservazione, nè del valore dei
numeri forniti dalla statistica, nè delle condizioni del successo di molte
imprese commerciali. Chiamasi probabilità matematica d'un avvenimento il
rapporto esistente tra il immero dei cas i favorevoli a questo avvenimento e il
numero di tutti gli altri casi possibili ; laonde tutti questi casi debbono
essere egualmente possibili. Prendiamo un paio di dadi da giocare, in forma di
cubi geometricamente regolari e affatto eguali; in queste condizioni non si può
ammettere che, gottando i dadi nel modo consueto, i dadi caschino sopra una
faccia piuttosto che sopra un’altra; in altri termini, i casi di caduta d’ogni
dado sono ugualmente possibili. Ogni faccia dei dadi è segnata con numeri
(dall'uno al sei eompreso) e tutti e due i dadi si gettano nel medesimo tempo;
è chiaro che ogui faccia d’uno dei dadi può cadere con ogni faccia dell'altro
dado; si avrebbero così 36 casi possibili di combinazione di numeri a due a
due. Indicando l'uno dei dadi con A e l’altro con B, possiamo comporre la
seguente tabella dei 36 casi possibili. TAam» o Cl l u A B 11 1 2 1 3 1 4 1 5 1 6 A B 2 1 2 2 2 3
2 4 2 5 2 6 A B 3 1 3 2 3 3 3 4 3 5 3 6 A B 4 1 4 2 4 3 4 4 4 5 4 6 A B 5 1 5 2
5 3 5 4 5 5 5 6 A B 6 1 6 2 6 3 6 4 6 5 6 6. Come si disse, tutte le combinazioni di questa
tabella sono ugualmente probabili: cosi l’avere il numero 5 sul dado A e il
numero 2 sul dado B, è ugualmente probabile cbe l’avere 6 e 6 su tutti e due i
dadi. Ma se consideriamo la sortita dei numeri 2 e 5 indipendentemente dal dado
sul qualo possono comparire, allora la probabilità di sortita di questa
coinbinnzione si distinguer» dalla probabilità di sortita dell'altrn
combinazione 6 o 6 per questo, che la prima combinazione s'avrà tanto con 5-2
cbe con 2-5, mentre la combinazione 6 e 6 rimarrà limitata n una sola volta fra
le 36 coppie di numeri. In questo modo la probabilità matematica di sortita dei
numeri 5 e 2 (rimanendo indifferente cbe ciascun d’essi appaia sul dado A o sul
dado B) sarebbe di */j 0 ossia di ‘/ist mentre pei numeri 6 e 6 è solo di '/ss
Se poi consideriamo la sortita, sui due dadi, di numeri tali che la loro somma
corrisponda ad una quantità desiderata, allora la probabilità d'avere questa
somma sarebbe, por le differenti qualità, affatto diversa. Così per os. il
numero 2 si potrebbe avere in un modo solo, cioè coll’uscita dei numeri 1-1,
mentre il numero 7 si potrebbe avere nei seguenti modi : 1-6, 6-1, 2-5, 5-2,
3-4, 4-3, per cui la probabilità dell'uscita del numero 2 sarebbe di l jn, del
numero 7 sarebbe di e / 3 «. Dalla definizione data della probabilità
matematica, risulta che essa è sempre una frazione, vale a dire un numero di
parti dell’unità, alla quale questa probabilità s’avvicina tanto più quanto
maggioro è il numero dei casi favorevoli all’avvenimento in confronto doi casi
possibili. Questa frazione potrebbe cambiarsi nell’unità solo quando non
esistesse nessun caso sfavorevole all'avvenimento aspettato; ecco perchè
l’unità si considera come il simbolo della certezza. Carattere generale delle
scienze storiche 2. Oggetto delle scienze storiche ~ 3. Svolgimento del
concetto di storia 4. La storia ì> una scienza o un’arte? La critica storica
6. Esiste una scienza generale della società? Il metodo nello studio dei
fenomeni sociali. Carattere generale delle scienze storiche. Come si è già
accennato parlando della classificazione delle scienze, la storia ha per
oggetto il particolare, l’ individuale, ciò che esiste una volta sola e non si
ripete mai. Per comprendere il valore di questa affermazione e per stabilire a
quali scienze si può sicuramente applicare, bisogna anzitutto determinare con
esattezza il significato dell’espressione: fatto o avvenimento individuale di
cui si occupa lo storico. Individuale è, in questo caso, ciò che si riscontra
una sola volta nel mondo, tanto se il fatto è singolare, cioè non appartiene
che a un solo corpo o essere, quanto se è generale, cioè comprende una
collettività, è comune a più esseri. In tal senso si considerano come fatti
individuali : la sovrapposizione degli strati, terrestri, la quale non si è mai
ripetuta nel corso del tempo ; le specie vegetali e animali scomparse che hanno
popolato la terra solo in un’epoca determinata; tutti i fatti storici
propriamente detti, che non si sono prodotti che una sola volta nel passato,
come gli imperi egiziano, babilonese, persiano, la civiltà greca, la conquista
macedone, la dominazione romana, l’invasione dei barbari, il feudalismo,
l’impero di Carlo Magno, le Crociate, l’emancipazione dei Comuni, lo
assolutismo del secolo XVII, la Rivoluzione francese e così di seguito. Tutti
questi fatti e gli altri simili ad essi sono individuali, perchè si constatano
una sola volta nelle formazioni dello spazio e in quelle del tempo. I fatti più
universali sotto l’aspetto dello spazio possono entrare nel quadro della storia
tostocliè vengano individualizzati nel tempo, ossia quando si sono prodotti una
sola volta nei secoli decorsi. Appunto in questo senso, secondo la nota ipotesi
del Laplace, il nostro sistema planetario è passato dalla nebulosa primitiva
allo stato attuale attraverso a tappe successive che non si sono mai riprodotte
nel corso del tempo. La stessa cosa si può affermare delle modificazioni subite
dalla crosta terrestre, dei fatti della storia umana: si è vista una sola volta
l’epoca della pietra rozza, una sola volta l'epoca della pietra levigata e
quella del bronzo; gli uomini d’un paese sono pure passati una sola volta dallo
stato di cacciatori a quello di pastori, e da questo allo stato di agricoltori.
Anche quando sembra che i fatti storici si ripetano, codesta ripetizione è
talmente differente, che i fatti, i quali paiono ripetersi, in realtà sono
nuovi. Cosi la produzione letteraria si è manifestata in tutte le epoche; ma in
ciascuna epoca essa ha rivestito un carattere particolare: la letteratura
classica del periodo aureo in Grecia e in Roma è ben diversa dal nostro
Cinquecento o dalla letteratura francese dell’epoca di Luigi XIV. Ciò che
bisogna considerare in queste fioriture letterarie non è già il fondo comune
umano, la tendenza ad esprimere il bello mediante la lingua, ma la forma
diversa colla quale tale tendenza si è manifestata. Lo stesso avviene di tutti
gli altri fatti storici: tutti si ripetono, poiché l’uomo rimane sempre il
medesimo, coi suoi bisogni e colle sue aspizioni; ma il contenuto delle sue
produzioni varia di continuo e le opere sue sono sempre differenti, possiedono
un carattere individuale. Ben diversa è la concezione dei fatti universali nel
tempo, ossia di quelli che si ripetono con differenze trascurabili, come la
rivoluzione dei pianeti intorno al Sole, la circolazione dell'acqua sulla
terra, lo scambio d’ossigeno e d’acido carbonico tra le piante e gli animali
ecc. Sono fatti che si sono prodotti, si producono, e, possiamo dire, si
produrranno anche nel futuro, quando siano date le condizioni necessarie in
forza del postulato dell’uniformità delle leggi di natura, di cui già si è
parlato diffusamente. Invece, dei fatti storici si può affermare che sono fatti
di successione, i quali sono avvenuti una sola volta e non avverranno più; il
che porta ad una eouseguenza importante, cioè che i fatti storici non si
possono esprimere, come i fatti naturali, per mezzo di leggi universali e
necessarie. \ Questa è la differenza più grave che corra fra le scienze che si
possono dire di sviluppo e di successione e le ricerche teoriche, cioè quelle
che studiano i fatti di ripetizione. Alcuni sociologi hauuo creduto di
ritrovare nella storia alcune leggi sui generis: essi, considerando le serie
intere di fatti successivi come fatti singolari, le hanno riunite in fasci c ne
hanno tratte leggi mediante gli stessi procedimenti che le scienze nomotetiche
applicano ni fatti singolari di ripetizione. In tal modo si è tentato di
formulare la Ugge dell’evoluzione religiosa, secondo la quale le concezioni
religiose sono sempre passale attraverso a tre stati consecutivi : il
feticismo, il politeismo e il monoteismo (Spencer, Gumplowicz); la legge
dell’evoluzione politica, espressa nella formula seguente: la serie politica
incomincia con l'anarchia, passa pel clan famigliare, per la tribù repubblicana
dapprima, più tardi monarchica e aristocrntica, giunge alla monarchia
dispotica, e infine, con uu ritorno corretto verso le sue origini, arriva ni
governo parlamentare (Letourneau); la legge dell'evoluzione della pittura, che
nei suoi primordi è religiosa, per dare origine alla pittura mitologica come
ramo parallelo, la quale alla sua volta divieue pittura storica; da quest’ ultima
si stacca la ritrattistica, che dà origine al genere, per giuugere infine per
il paesaggio alla natura morta (Brunetière). Ma non una di queste leggi e delle
altre simili può reggere all'esame dei fatti; esse non sono che
generalizzazioni arbitrarie, che non hanno il più piccolo fondamento nella
realtà delle coso. (') 2. Oggetto delle scienze storiche. Adunque la storia,
concepita nel suo significato più logico, ha per fine essenziale di esporre lo
sviluppo complessivo dell’universo, a cominciare dalla formazione dei corpi
celesti, svoltisi dalla nebulosa primitiva secondo il principio ipotetico del
Laplace, per giungere, attraverso alla geologia e alla trasformazione
successiva degli organismi vegetali e animali, allo sviluppo dello spirito
umano, al quale in modo più speciale s’applica il nome di storia. In questo
complesso entrano tanto i fatti universali quanto i fatti singolari considerati
nello spazio, ma che sono però XÉNOPOi., Le caracthrcde l’histoire, in Jievue
phil.. Lee principes fondatHeniau.r de l’histoirè. Paris, Lerotut. tutti
individuali considerati nel tempo, ossia che non si sono prodotti che una sola
volta nel corso del tempo e non si riprodurranno più nell’ identico modo : ogni
fatto è unico e non rassomiglia ad alcun altro in maniera completa. Tali sono
per esempio: la successione di zone sedimentarie nei terreni secondari o
terziari; le trasformazioni successive attraverso le quali sono passati i
sauriani rettili per mutarsi in uccelli, o quella dell ’elephas antiquus per
divenire l’elefante che osserviamo ai nostri giorni; oppure le vicissitudini
per le quali ha dovuto passare l’Impero germanico o la Penisola italica per
arrivare alla forma unitaria attuale, o la trasformazione dell’epica
cavalleresca leggendaria e primitiva nelle opere individuali del Pulci, del
Boiardo e dell’Ariosto. Per evitare equivoco, è però necessario in questo punto
uno schiarimento; cioè bisogna stabilire una distinzione tra l’esposizione
scientifica naturale e l’esposizione storica d’un oggetto o d’una classe
d’oggetti, per esempio degli esseri viventi, della società umana ecc. Cosi la
biologia concepita come scienza naturale, che mira a farci conoscere le leggi
generali che governano la vita degli animali e dei vegetali, non si deve
confondere colla biologia considerata come scienza storica, la quale ha in vece
per fine di studiare le successive modificazioni e trasformazioni dei medesimi
esseri sulla superficie della terra dal primo momento, se è possibile, della
loro apparizione fino ai nostri giorni ; in modo simile la società umana può
essere oggetto d’una scienza naturale, in quanto questa la studia e l’analizza
nella sua maniera di essere, di vivere, nella dipendenza dei suoi elementi ; e
può anche essere oggetto d’una esposizione storica nel senso comunemente
inteso, in quanto ne espone le vicende successive. È quindi evidente che nello
studio di certe classi di oggetti il metodo naturale, che vuole stabilire
leggi, e il metodo storico, che vuole invece stabilire il modo di successione
dei fenomeni, possono alternarsi, ma non confondersi; giacché le leggi naturali
non si applicano che ai fenomeni che si ripetono e non esprimono che il
carattere quantitativo dei rapporti tra Rickert, Die Qrensen der
naturwisseuschaftlichen liegriffsbildung. Leipzig, Mohr i fenomeni, mentre la
storia si occupa solo del lato qualitativo dei fenomeni, e afferma che non vi
sono due individualità storiche che si rassomiglino, due avvenimenti che si
possano ricondurre sotto la medesima nozione generale o legge che si applichi
tanto al presente quanto al passato. Noi ci limiteremo qui ad esporre per sommi
capi le regolo metodiche più. importanti che riguardano lo studio dei fatti
umani, cioè che riguardano la storia propriamente detta, la quale ci interessa
più da' vicino. Svolgimento del concetto di storia. Le varie trasformazioni cui
il concetto di storia andò via via soggetto servono a mettere in evidenza i
vari elementi che lo compongono e a farne conoscere meglio la vera indole e lo
scopo. L’idea di cercare un disegno generale della storia non si era
presentata, nè si poteva presentare, agli antichi, i quali non avevano un
concetto chiaro dell’unità del genere umano. Erano talmente immedesimati nella
società e civiltà in cui vivevano e di cui facevano parte, che non sapevano riconoscere
e pregiare il valore d’un’altra : lo straniero era per essi un barbaro; essere
civile, pei Romani che conquistarono il mondo, voleva dire accettare le leggi,
le istituzioni, le idee di Roma, divenire in una parola, romano. La storia ha
però trovato in Grecia e in Roma cultori di grande valore ; pel primo Tucidide
rivolge lo sguardo sui fattori politici e, quasi, sulla base naturale
degl’avvenimenti, le cause dei quali ricerca non già nelle disposizioni di
esseri sopra-naturali, ma soprattutto nelle condizioni in cui si trovavano i
popoli, negli interessi degli stati, e, in piccola misura, nei capricci e nelle
passioni degl’individui; egli vuol descrivere il corso delle cose umane, come
farebbe per quello dei fenomeni naturali, ricerca la verità con zelo
infaticabile, e nessuno sforzo, nessun sacrificio risparmia, per raggiungerla,
per dare dei fatti un’esposizione esatta. Col cristianesimo si diffuse il
concetto d’un Dio unico, creatore e guidatore del mondo, innanzi a cui tutti
gli uomini sono eguali; e cosi sorge anche il concetto d’un disegno, Kickkbt,
nella storia, d’una niente superiore, che conduca ad un fine determinato. E
noto che questo concetto apparve per la prima volta nella Città di Dio
d’Agostino e nelle Storie del suo discepolo Orosio. Cosi comincia quella che fu
chiamata scuola teologica, la quale in sostanza era la negazione del vero
metodo storico e la rendeva impossibile. Infatti l’uomo diveniva un cieco
strumento, senza proprio valore, nelle mani di Dio. che guidava i popoli come un
cocchiere guida i cavalli; i popoli sorgono o cadono, perchè Iddio avvicina o
allontana da essi la sua mano; le leggi dei fatti bisogna cercarle nella mente
divina, in cui ai mortali non è dato penetrare. Quindi l’errore fondamentale
non stava già neU’ammettere un Dio creatore dell’uomo e. regolatore della
storia, ma nel metodo che si voleva seguire. Anche Galileo Galilei BONAIUTO
(vedasi) crede in un Dio creatore del mondo, autore dello leggi della natura;
ma egli cercava queste ultime studiando la natura e i suoi fenomeni. Invece gli
scrittori del Medio Evo pensano che gli avvenimenti storici sieno
esclusivamente opera della Provvidenza divina, considerano l’uomo come un
semplice strumento e la vita terrena non altro che una preparazione alla vita
celeste. Coi grandi storici del Rinascimento italiano questo concetto è
totalmente abbandonato; nelle storie del Machiavelli e del Guicciardini, infatti,
la Provvidenza è scomparsa del tutto; essa non è mai chiamata a spiegare
qualcuno dei grandi avvenimenti storici. Tutto ciò che avviene nella storia è,
per gli scrittori del Rinascimento, opera dell’uomo, e dell’nomo individuo
civile, razionale. Però l’uomo non è considerato come parte integrante della
società, ma isolato, immutabile. Così il Machiavelli nel primo libro delle sue
Storie narra gli avvenimenti dell’Europa nel Medio Evo: perchè i barbari si
precipitano sull'impero? perchè uno o un altro generale romano offeso, geloso,
irritato, li chiama per vendicarsi. Perchè seguono le Crociate? perchè Urbano
II, non avendo altro da fare, pensò di darsi ad una « generosa impresa. V’è
sempre un capitano, un politico, un uomo di Stato, che è la causa di tutto ; è
esso che fa le leggi, che fonda una repubblica o una monarchia, che muta i
governi, che apparecchia le congiure, le grandi rivoluzioni e le conduce al
fine desiderato; non vi sono forze generali d’alcuna specie che operino :
l’uomo rimane sempre lo stesso, e le differenze che vediamo di secolo in
secolo, da nazione a nazione, sono secondarie, più apparenti che reali. Queste
idee durarono fino al secolo 2àlll. Il primo che osò prendere una via a fiat io
diversa fu Vico. Egli accetta il pensiero degli uomini del Rinascimento, cioè
che le cause dei fatti storici sono da ricercarsi unicamente nell’uomo e nelle
modificazioni dello spirito umano, « questo mondo delle nazioni è pur fatto
dagli uomini e bisogna quindi ricercarne leej-ipiegazione nella mente umana * ;
non crede però che l’uomo rimanga sempre lo stesso attraverso a tutte le
trasformazioni sociali, ma assicura invece che lo spirito umano muta col mutar
dei tempi e che, se vogliamo, per esempio, comprendere l’infanzia del genere
umano, dobbiamo uscire di noi stessi, rifarci in certo qual modo fanciulli.
Questo è il concetto che avviò la storia per una via nuova e che fa del Vico il
precursore dell’indirizzo seguito più tardi dal Wolf, dal Niebuhr, dal Savigny.
Questi ultimi iniziarono un nuovo metodo, studiando con metodo scientifico e
con grande pazienza i linguaggi, le mitologie, il diritto, la società
primitiva, le antiche istituzioni. Questa scuola pose in evidenza che la
mitologia, i linguaggi, le società nascono e crescono secondo leggi determinate,
senza essere creazione personale dell’uomo: l’uomo non appariva più, quale una
volta, come un essere immutabile in tutti i tempi, i tutti i luoghi, con
facoltà sempre identiche in ogni età, in ogni razza o civiltà diversa ; ma
d’ora in ora continuamente mutabile, ed in questa sua mutabilità, in questo suo
continuo diveìiire doveva essere studiato. Di qui ha avuto principio
quell’immenso lavoro di indagini che va rinnovando ab imis fundamentis tutta la
storia del passato e disseppellendo ad una ad una le antiche civiltà ; si tende
ad una ricostruzione completa degli avvenimenti storici, fondata sulla
conoscenza critica delle fonti e di tutte le forze che agiscono nei gruppi
sociali e dei bisogni che cagionano i movimenti delle masse umane. Intorno alla
Vili.ari, Scritti rari; il saggio “La Storia è una scienza? „ passim. Bologna,
Zanichelli] Pane natura di questi bisogni spuntano le divergenze delle
concezioni storiche, oggidì assai numerose. Secondo la concezione eroica non
sono altro che ^bisogni degli eroi e dei geni che póngono in moto quella màis
in(ììgéstaqtte moles che è l’umanità; è una spiegazione insufficiente, che
riposa sopra una concezione antiscientifica della causalità, confonde
l’occasione del movimento storico con la sua causa e cade in un circolo
vizioso, poiché conclude dall’importanza dei risultati ottenuti dall’uomo di
genio a quella della sua energia, e fa poi di questa energia supposta la causa
dei risultati ; già Niccolò Machiavelli ha notato che la storia insegna che i
tempi porgono l’occasione ai grandi e questi sanno afferrarla, mutando spesso
il corso degli avvenimenti. Una concezione ideolo gica della storia si ritrova
nella celebre opera di H. Th. Buchle « Storia della civiltà in Inghilterra ; »
le azioni umane, secondo questo scrittore, vengono determinate parte dalla
natura, parte dallo spirito. Il primo fattore si assoggetta il secondo, ed è
quindi preponderante, nelle zone calde e fredde, mentre nei paesi temperati,
come nell’Europa, la natura è subordinata allo spirito; gli Europei debbono la
loro civiltà ai progressi del sapere e dell’ intelligenza ; però la civiltà non
è già il prodotto arbitrario e casuale di cieche forze fisiche o di potenze
spirituali, ma si deve considerare come il risultato necessario d’una serie di
cause strettamente tra loro concatenate. La concezione collettivista, sorta di
recente, vede la causa dei movimenti indicati in un « bisogno delle masse », e
specialmente in un bisogno economici) ; la forma più importante di questa
concezione economica della storia è il cosiddetto materialismo storico, che ha
il suo principale rappresentante e fondatore in Marx. Questi sostiene che t
utto lo sviluppo sociale è determinato dal sistema economico, che alla sua
volta dipende dalla forma e dallo svilnpup della produzion e. La struttura
economica della società, egli dice, è la base reale, su cui s'eleva poi 1
edificio giuridico e politico, cosicché i (_ modo dì produzione della vi ta
m&tedale domina in generale lo sviluppo della vita sociale, politic» o Il
Principe, ed. carata da Lisio. Firenze, Sansoni] intellettuale . Marx distingui
nella storia dell’umanità tre periodi principali : il periodo a ntico, il f
eudale, il borghese o capitalista, tutti caratterizzati dal differente modo di
produzione : ciascuno porta ingenita la sua propria contraddizione e ci mostra
il progresso come uno sviluppo storico necessario. Il regime borghese, nel
quale viviamo, è d’origine recente, giacché incomincia nel secolo XVI, quando i
grandi proprietari invadono a poco a poco il dominio dei grandi coltivatori,
spingendo nelle città gli abitanti delle campagne. La soppressione dei mestieri
e l’invenzione delle macchine hanno dato un grandissimo sviluppo all’industria,
nella quale s’ impiega un numero sempre crescente di lavoratori. La storia è
c|uindi dominata dal sistema economico e non avrebbe c he una fonte p
rincipale: i Jjiso^ni mat eriali dell nomo; l’organizzazione economica che
oravecliamo non è l’espressione di leggi economiche eterne, ma non altro che
una modificazione dell’organizzazione economica medioevale, che alla sua volta
deriva dall’antica. Il fatto economico è per natura sua esclusivamente umano ;
precede nel tempo tutti gli altri fenomeni sociali, poiché, come Aristotile ha
già osservato fino dall’antichità, gli uomini non potevano porsi a speculare
prima d’aver provveduto ai loro naturali bisogni ; infine è tra i fatti sociali
il più semplice. È innegabile che i fatti economici hanno sopra gli altri fatti
sociali una efficacia spesso decisiva, e che quindi la loro conoscenza ha molta
importanza nella spiegazione dello svolgimento storico delle società umane.
Però non bisogna dimenticare il legame che uni sce gli uni agli altri i fenomen
i s ociali: il diritto, l a religione, la morale, reconomia, la po Jitìca.
tutte le categorie di fatti che l’analisi distingue sono unite fra loro da
reciproche influenze ; lo stesso Marx ha notato ciò che v’è di contingente nei
progressi della tecnologia, ciò che questa deve al caso, alle gr andi inv
enzioni e all’im t elligenza . Quindi il materialismo storico, secondo recenti
interpreti, LABRIOLA e CROCE, fornisce una somma di nuovi dati, di nuove
esperien ze., che entra nella coscienza dello storico, si risolve in un
ammonimento a tener presenti le osservazioni fatte da esso come nuovo sussidio
a intendere la storia. La storia è una scienza o un’arte? Importante è pure la
questione non ancora chiusa se la storia sia una scienza oppure un arte;
ponendola alcuni risolutamente fra le scienze, altri fra lo arti, ed altri
accordandole i caratteri d’una scienza e nel medesimo tempo d un’arte. Notevoli
sono le argomentazioni chq il Croce pone innanzi per sostenere che la storia è
un’arte: egli distingue nella conoscenza umana due forftd: la còrios'ceuza
intuitiva e la conoscenza logica, conoscenza per la fantasia e conoscenza per l
intelletto, conoscenza dellWimrfnalc e àeW universale, delle cosse delle loro
relazioni; l'una è produttrice d’imagini, l’altra produttrice di concetti. Lo
intuizioni sono: questo fiume, questo lago, questo rigagnolo, questa pioggia,
questo bicchiere d’acqua; il concetto è: 1 acqua, non questa o quella, ma
l’acqua in genere, in qualunque luogo o tempo si roalizzi. Le manifestazioni
più alte della conoscenza intuitiva e dolla conoscenza intellettuale sono arte
e scienza. La stona è un’arte, come la poesia, la pittura, la musica; essa ò
una pittura vora e propria, descrivo gli avvenimenti, vuole rappresentare
vivamente all’immaginazione degli uomini i fatti passati; racconta e non fa
deduzioni nè induzioni, secondo il metodo adoperato nelle scienze, non ricerca
leggi, nè foggia concetti, è diretta art narrandum non ad demonstrandnm. Il
questo qui, Vindividuimi umilino determinatimi è il suo dominio, od è il
dominio medesimo dell arte; la storia rientra perciò sotto il concetto
dell’arte. 1', un sofisma quello di credere che la storia abbia por oggetto il
concetto dell’individuale, donde si conchiude che la storia sia conoscenza
logica o scientifica; la storia elaborerebbe il concetto d un personaggio, di
Carlo Magno o di Napoleone ; d’un’opoca come del Ri nascimento o dolla Riforma:
d’un avvenimento come della Rivoluzione trancoso e dell'unificazione d’Italia,
allo stesso modo che la Geometria elabora i concetti delle forme spaziali. Ma
di tutto ciò non è niente: la storia non può se non presentare Napoleone o
Carlo Magno, la Riforma o il Rinascimento, la Rivoluzione francese o
l’unificazione d’Italia, fatti individuali, nella loro fisionomia individuale,
proprio nel senso cho dai logici si dico che dell individuale si dà non
concetto ma rappresentazione. Tra aite ola storia corre quosta differenza: la
prima è la conoscenza d una cosa, d’un sentimento, d’un carattere, la
conoscenza della lealtà possibile, non della realtà esistente e reale, oggetto
della storia 5. La critica storica. Lo storico trae la materia della narrazione
o dai fatti che egli stesso ha veduto, oppure dai CROCE, Estetica. Palermo,
Sandron. Croce fatti che altri in tempi o luoghi lontani hanno osservato;
d’onde la necessità di valutare il grado di certezza delle testimonianze, per
avvicinarsi più che è possibile alla verità. Bisogna notare che l’uomo lascia
traccia di sè e delle sue opere non solo nei racconti scritti o tramandati di
generazione in generazione, ma anche nelle armi, negli ornamenti, negli strumenti
che adopera nella caccia, in casa ecc. ecc. La preistoria è basata quasi
esclusivamente sopra questi ultimi monumenti, non esclusi gli avanzi fossili
del regno animale e di quello vegetale. Il materiale per ricostruire il periodo
che segue alla preistoria ci viene fornito da una grande quantità di monumenti,
come iscrizioni, monete, sculture, edifici, opere pubbliche ecc., che
provengono dagli stessi autori degli avvenimenti o dai loro contemporanei ;
l’interpretazione di essi rientra propriamente nel campo dell’archeologia
storica, la quale fornisce pure un prezioso sussidio alla storia propriamente
detta. Importante è il criterio per stabilire la certezza della tradizione
scritta e della tradizione orale, per le quali s’incontrano non poche e gravi difficoltà,
se si pensa che non di rado per fatti e avvenimenti di lievissima portata e a
noi contemporanei, le testimonianze di persone oneste e coscienziose sono
incerte e contraddittorie ; per fatti di molto maggior gravità e che possono
riguardare tutto intero un popolo, le passioni, l’intelligenza, il partito
politico, gl’interessi degli osservatori possono turbare la narrazione spesso
in modo irrimediabile ; tali testimonianze debbono essere vagliate con grandi
cautele e con tutti gli speciali sussidi forniti dal metodo storico, e con
tutto ciò non sempre si riesce ad eliminare le alterazioni sia volontarie sia
involontarie. Avvenimenti come la origine del Cristianesimo, la Riforma
protestante, la Rivoluzione francese sollevano ancor oggi polemiche e pregiudizi,
che impediscono e offuscano la retta valutazione di essi. n. quindi chiaro che
il principio di verisimiglianza e di probabilità, come dice Croce, domina tutta
la critica storica ; l’esame delle fonti e delle autorità è diretto a stabilire
le testimonianze più credibili. Chi parla d’induzione e di dimostrazione
storica fa un uso metaforico di queste parole, le quali nella storia assumono
un aspetto affatto diverso da quello che hanno nella scienza. La convinzione
dello storico è la convinzione indimostrabile del giurato, che ha ascoltato i
testimoni, seguito attentamente il processo ; sbaglia, senza dubbio, delle
volte, ma gli sbagli sono una trascurabile minoranza di fronte ai casi in cui
coglie il vero. La storia è quindi ciò che l'individuo o l’umanità ricorda del
suo passato, ricordo dove oscuro, dove chiarissimo, ricordo che con industri
esami si procura di allargare e precisare il meglio possibile; ma tale che non
se ne può far di meno e che, preso nel tutto insieme, è ricco di verità. Solo per
spirito di paradosso si potrà dubitare che non sia mai esistita una Grecia, una
Roma, un Alessandro, un Cesare, un’ Europa feudale e una serie di rivoluzioni
che l’abbatterono; che si videro affisse le tesi di Martin Lutero alla porta
della chiesa di Wittemberga e che fu presa dal popolo di Parigi la Bastiglia.
Che ragione rendi tu di tutto questo?, chiede ironicamente il sofista :
l’umanità risponde : Io ricordo. Chi si accinge a scrivere un’opera di storia
deve attendere a quattro operazioni principali, a ciascuna dolle quali risponde
una parte distinta della metodica : Raccogliere il materiale, donde Veuristica:
ossia dottrina delle fonti. Analizzarlo, donde la critica delle fonti.
Comprendere i fatti in sè e nei loro rapporti, donde la co Riprensione dei
fatti e loro rapporti. Esposizione dei fatti. Queste quattro operazioni nella
pratica s’intrecciano e si confondono, giacché nel tempo stesso che, ad
esempio, si raccoglie il materiale, questo viene vagliato, e non si può
vagliarlo senza comprendere il valore dei fatti che esso fornisce. Le fonti
sono il materiale da cui si attinge la storia; dapprima furono tradizioni orali
e canti popolari, poi note scritte e anche, occasionalmente, iscrizioni e
documenti: più in là nell’età antica e nel medio evo non si andò; solo nell’età
moderna si pose mano a ricercare ed usufruire iscrizioni, documenti, monete,
tutti i prodotti dell’arte, e persino gli avanzi preistorici. Tutto il
materiale storico si può dividere in due categorie: a) avanzi ossia tutto ciò
che di un l'atto è rimasto ed esiste ancora, con semplici reliquie o parti di
fatti e di atti umani interamente spogli d’ogni idea di ricordo per la
posterità e innanzi tutto i resti corporei degli uomini, poi la lingua, le
abitudini, i costumi, le feste, i giuochi, culti, istituzioni, leggi, utensili,
monete, armi, edifizi; tra gli avanzi sono da annoverarsi i monumenti nel senso
più largo, vale a dire tutto ciò cui è inerente l’intenzione di conservare la
memoria dei fatti; b) la tradizione, che mira a conservare il ricordo degli
avvenimenti col proposito appunto di essere fonte o materiale storico. Si
distingue in figurata, orale e scritta, secondo che consta di rappresentazioni
di persone di luoghi (ad es. carte geografiche, piante di città e simili) e
avvenimenti storici, oppure di racconti orali, leggende, proverbi, canti
storici, oppure di iscrizioni storiche, alberi geneologici, calendari annuali,
cronache, ricordi, biografìe e storie d’ogni genere. Ufficio della critica
storica è quello di stabilire la verità effettiva dei dati contenuti nelle
fonti, cioè decidere se e fino a che punto siano da ritenersi come veri o come
falsi, come realmente avvenuti o no. Ciò si fa sempre affermando o negando,
sotto forma d’un giudizio, sia nei rapporti delle fonti coi fatti, sia dei
fatti tra loro; come indica anche il significato fondamentale del verbo xpfveiv
(separare, distinguere, giudicare) da cui è derivata la parola critica. La
metodica insegna i principi, le regole, l’arte onde s’adempie a quell’ufficio.
Tutto si riduce al raffronto di ciò che sottoponiamo a critica con altri dati
di cui siamo sicuri, all’esame, in una parola, dell’incerto col certo. Si deve
alla critica veramente metodica o scientifica, se la storia è diventata una
vera e propria scienza, giacché solo il metodo scientifico ha reso possibile
l’accertamento dei fatti storici, cioè lo sceverare il vero dal falso, la
storia, dalla leggenda. La critica dicesi estrinseca, quando esamina se una
data fonte sia da considerare o no, e fino a che punto, come testimonianza
storica, come vera e propria fonte storica; e ha quindi per ufficio di a)
provare l’identità delle fonti ; b) stabilire quando, dove e da chi e per che
modo (se originali o derivate) furono prodotte; c) stabilirne il contesto
originale (recensione) e pubblicarle (edizione). La critica dicesi invece
intrinseca, quando esamina i rapporti delle testimonianze coi fatti, cioè se le
testimonianze corrispondano, e fino a che punto, alla realtà. Il suo ufficio
somiglia a quello del giudice istruttore, il quale deve constatare la realtà
d’un delitto dalle dichiarazioni dei testimoni e dalle immediate tracce di
esso; essa esamina la forza dimostrativa delle singole tracce o testimonianze,
raffronta e bilancia le ime colle altre. Esiste una scienza generale della
società? I primi saggi d’osservazione scientifica della vita sociale si
ritrovano in alcune opere di Platone e di Aristotile; ma solo nei tempi nostri
lo studio dei fenomeni sociali ha preso uno sviluppo notevolissimo e un’
importanza veramente straordinaria. Augusto Comte nel suo « Corso di filosofia
positiva » lo ha innalzato al grado di scienza indipendente, dandogli il nome
di « sociologia », che viene ormai generalmente accettato ; nella nota
classificazione comtiana delle scienze, la sociologia tiene 1 ultimo posto,
essendo sorta di recente e presentando maggior complessità e minor generalità
delle altre scienze. Ma la sociologia è ben lungi dall’aver determinato con
chiarezza e precisione il suo oggetto e i suoi metodi; anzi alcuni negano ad
essa il diritto all'esistenza, affermando che i fatti che studia formano
oggetto di altre scienze già costituite. La sociologia viene generalmente
intesa come la scienza dei fenomeni sociali, cioè dei fenomeni che sono propri
della vita della società. Questo però non è sufficiente per determinare
l’oggetto della sociologia, poiché i fenomeni sociali sono già studiati da un
gran numero di discipline particolari, storia delle religioni, del diritto,
delle istituzioni Manuale Sei metodo storico di A. CnivEU.ucci, pnssim. Pisa,
Spocrri (è la traduzione dei capitoli 3° e 4° del Manuale del m. st. del
Berkheim).] politiche, statistica, scienza economica ecc. Ora due sono le
soluzioni principali date a questo problema. Secondo alcuni la sociologia è una
scienza distinta dalle scienze sociali particolari, ha un’individualità sua
propria, considera in tutta la sua complessità la realtà sociale, che le
scienze particolari dividono e decompongono per astrazione; essa è una scienza
concreta, sintetica, mentre le altre sono analitiche ed astratte. In questo
modo lo Stuart Mill afferma che la sociologia ha per oggetto « gli stati di
società » che si succedono nella storia dei popoli; l’insieme degli elementi
che formano lo stato di società è costituito dai fenomeni sociali più
importanti, come il grado d’istruzione e di cultura morale nella comunità e in
ogni classe, le condizioni dell’industria, del commercio, della ricchezza, le
occupazioni ordinarie della nazione, la sua divisione in classi, la forma di
governo, le leggi, i costumi ecc. La sociologia dev’essere quindi come una
filosofia delle scienze sociali particolari, e, come la biologia ha preso il
significato di filosofia delle scienze biologiche, cioè d’una scienza che
studia i fenomeni essenziali ed universali della vita sotto le sue molteplici
forme, cosi essa dev’essere la scienza generale della società, deve analizzare
le caratteristiche generali dei fenomeni sociali e stabilire le leggi più alte
dell’evoluzione sociale. Altri invece affermano che la sociologia non può
essere che il sistema, il «corpus» delle scienze sociali; la moltitudine
innumera dei fatti sociali viene studiata dalle discipline speciali, che
diventano in tal modo come rami particolari della sociologia e devono prendere
un nuovo indirizzo e un nuovo metodo, derivanti dalla considerazione che i
fatti sociali sono tra loro intimamente legati e debbono considerarsi come
fenomeni naturali soggetti a leggi necessarie. Un esempio di questa
trasformazione ci viene presentata dalla storia. Sotto gli avvenimenti
particolari e contingenti che costituiscono la storia apparente delle società
umane, si cominciò a cercare qualche cosa di più fondamentale e di più
permanente, le istituzioni ; con ciò la storia cessa d’essere uno studio
narrativo e si apre all’analisi scientifica. I fatti che vengono eliminati o
considerati di secondaria importanza, sono i più refrattari alla scienza,
essendo propri ad ogni individualità sociale considerata in un dato momento
della sua vita ; mutano da una società ad un’altra, e nel seno d’una medesima
società: le guerre, i trattati, gli intrighi delle corti o delle ‘assemblee,
gli atti degli uomini di Stato costituiscono delle combinazioni che non si
ripetono mai nello stesso modo e non sono soggetti a leggi definite ; la storia
in questo senso si limita a stabilire una pura successione di fatti. Invece le
istituzioni nel loro svolgimento conservano caratteri essenziali per lunghi
anni e anche, qualche volta, per l’intero corso d’un’esistenza collettiva,
poiché esprimono ciò che vi è di più essenziale in un aggregato umano ; in
questo campo i fenomeni sociali non possono più essere considerati come il
prodotto di combinazioni contingenti, di volontà arbitrarie, di circostanze
locali e fortuite, ma di cause generali permanenti e definite. Quindi sotto
l’azione dei principi, degli uomini di Stato, dei legislatori, che era
considerata un tempo come preponderante, si è scoperta l’azione decisiva delle
masse, si è compreso che una legislazione non è che la codificazione dei
costumi, che non può vivere se non profonda le sue radici nello spirito dei
popoli, e inoltre che i costumi, le abitudini, lo spirito dei popoli non sono
cose che si creano a volontà, ma sono l’opera dei popoli stessi. Non pochi sono
gli argomenti cho si adoperano per dimostrare 1 impossibilità d'uua scienza
generale della società; si ricorre alle definizioni tra loro discordanti che i
sociologi propongono di essa, del suo metodo, del suo oggetto; per gli uni la
caratteristica dei fenomeni sociali è la continuità o storicità, per altri la
reciprocità d’azione, o la giustizia, o la sociabilità, o la coscienza della
specie; l'elemento primario e costitutivo della società è ora l' individuo, ora
la famiglia, ora l' orda ; nè può avvenire altrimenti quando si pensi alla
complessità estrema, alla variabilità di tali fenomeni, le quali però, se
attestano della gravissima difficoltà dell'impresa, non sono prove sufficienti
per poterne affermare l’impossibilità. Il metodo nello studio dei fenomeni
sociali. Intorno al metodo da adoperarsi nello studio dei fenomeni sociali si
notano divergenze simili a quelle che abbiamo trovato nelle opinioni intorno al
vero oggetto della sociologia. Per un certo periodo di tempo ha avuto molta
fortuna la concezione biologica della società ; ma oggi per l'importanza
maggiore acquistata dalla psicologia e per altre cause lia perduto gran parte
della sua importanza e conta minor numero di sostenitori. L’analogia biologica
si fonda sul metodo induttivo e consiste nella comparazione d’una società ad un
organismo per la corrispondenza e il parallelismo di non pochi caratteri fra
l’una e l’altro. Cosi in ambedue il punto di partenza, è uno stato semplice,
indefinito, relativamente omogeneo; lo sviluppo della società come degli
organismi s’effettua per differenziazione, successione e coordinazione delle
parti differenziate ; all’accrescimento della massa e del volume corrisponde la
complicazione graduale della struttura e delle funzioni, e, come gli individui,
gli aggregati sociali nascono, si sviluppano e muoiono. In secondo luogo
l’individuo nella società è l’equivalente dell’elemento anatomico
nell’organismo, e come i, io opino, credo, e quindi opinione imposta da
un’autorità posta al di fuori e al disopra di ogni critica) afferma che il
nostro sapere non ha limiti, che lo spirito umano può giungere a conoscere la
realtà quale essa è. Dogmatici sono stati Platone e Aristotile e i
razionalisti. Lo scetticismo rappresenta una dottrina opposta al dogmatismo;
esso (da oxémopai, esamino) afferma che il dubbio si estende a tutte quante le
cognizioni. Vi è uno Kulpe, EinUitung in die rhilosophie, p. 131. Leipzig,
Hirzel] scetticismo relativo, pel quale tutte le nostre cognizioni sono
relative, vale a dire dipendenti dalle circostanze accidentali in cui sono
sorte, e quindi valevoli solo per determinati luoghi o tempi; e uno scetticismo
soggettivo, pel quale la verità è una cosa affatto dipendente dall’ individuo.
Manca quindi un criterio assoluto della verità: la debolezza e l’imperfezione
dei sensi rendono impossibile una percezione sicura, e la ragione per la sua
stessa natura è condannata alla contraddizione. La scesi ha la sua massima
fioritura nell'antichità fino dall'epoca dei Sofisti. Protagora, fondandosi sul
principio d’Eraclito che tutte le cose sono soggette a una mutazione inces-,
sante, ne trae la conseguenza che le coso sono ciò che pare a ciascuno in un
dato momento, e che la verità dipende, corno il gusto, dal sentimento
momentaneo degli individui, cadendo cosi nello scetticismo che abbiamo
denominato soggettivo: l’uomo è la misura di ogni cosa, egli diceva : nàvitov
xp 1 il i, ‘ xa,v M T P SV Sv&puiitoj. Però questa frase si riferisce solo
alla teoria della conoscenza, non alla morale, corno sposso si dico. 11 Goethe,
guidato dall'istinto d’uno spirito superiore, ha compreso ciò: noi possiamo,
egli dice, osservare, misurare, calcolare, pesare la natura, ma ciò avviene
sempre secondo la nostra misura e il nostro peso, giacché l’uomo ò la misura di
tutto le cose. Questa espressione equivale dunque a dire: il reale solo può
essere percepito da noi, l’irreale non può in alcun modo divenire oggetto della
nostra percezione; noi uomini non possiamo varcare i limiti dalla nostra
natura, e la verità, per quanto può essere percepita da noi, deve trovarci
entro questi confini. Gorgia Leontino cercò di dimostrare le seguenti tre tesi:
nessuna cosa è; anche se qualche cosa fosse, non sarebbe conoscibile; quando
pure fosse conoscibile, la cognizione che un uomo potesse acquistarne, non
sarebbe comunicabile ad altri ; in conclusione la verità non esiste, tutto ò
falso. Infine Pirrone, capo della Scesi, afferma che le cose sono inaccessibili
tanto ai sensi quanto alla ragione, e che noi possiamo di esse affermare o
negare quello che vogliamo; il meglio che ci rimane a fare consiste
nell’astenerci da qualsiasi giudizio. Fra gli scettici posteriori sono da
ricordarsi Arcesilao e Cameade. Nei tempi moderni gli scettici più famosi sono
Montaigne e Charron. Gompebz conclusioni;. Il positivismo restringe il valore
della conoscenza al campo dell’esperienza e delle scienze positive, ai fenomeni
e alle loro relazioni. Noi non possiamo conoscere l’essenza dei fenomeni, le
cause prime e i fini ultimi, ma solo, mediante l’osservazione, l’esperimento e
la comparazione, le relazioni costanti tra i fenomeni, il loro succedersi, le
somiglianze, le leggi. Pertanto il positivismo elimina dalle scienze qualsiasi
ricerca estranea a quella delle leggi e rapporti costanti di coesistenza e di
successione tra i fenomeni. La filosofia positiva procede come le vere scienze,
badando solamente ai fatti e restringendosi a spiegare un fatto per mezzo di
altri fatti; e il fatto non è altro che il fenomeno. Il fondatore del
positivismo è Comte, del quale abbiamo già esposto la classificazione delle
scienze. Secondo Comte la coscienza passa per tre fasi principali, la fase
teologica, la metafisica, e infine la positiva. Nella fase teologica lo spirito
umano considera i fenomeni dell'universo come effetti di forze e di esseri
soprannaturali; anzitutto si considerano tutti i corpi esteriori come animati,
vivouti (feticismo), quindi si ammetto l'esistenza di esseri invisibili,
ciascuno dei quali presiede ad una classe distinta d'oggetti, di avvenimenti
(politeismo), finché tutte le divinità particolari vengono comprese nell'idea
d’un Dio unico, che, dopo aver croato il mondo, lo governa sia direttamente,
sia indirettamente per mezzo di agenti soprannaturali. Nella fase metafisica i
fenomeni vengono spiegati non più per mezzo di volontà soprannaturali
coscienti, ma mediante astrazioni considerate come esseri reali: ciò che
governa il mondo è una forza, una potenza, un principio; si vogliono spiegare i
fatti colle tendenze della natura, cui si attribuisce ad esempio, la tendenza
alla perfezione, l’orrore del vuoto, una forza salutare ecc. Infine nel periodo
positivo si lasciano in disparte lo entità astratte, come cause, forze,
sostanze, e si ricerca la spiegazione dei fatti nei fatti stessi,
confrontandoli, ricercandone le affinità e classificandoli per ragione di somiglianza
; la storia dell'umano pensiero cammina, secondo il Comte, verso la sintesi,
l’organizzazione dello scienze, mentre il regno della metafisica volge al suo
termine. II criticismo, s’oppone tanto allo scetticismo, che, negando la
possibilità di qualsiasi conoscenza, finisce anche col negare sè stesso, quanto
al dogmatismo che ha una cieca fiducia nella ragione; mentre il positivismo
ammette solo la scienza positiva e come fine di questa la ricerca della legge,
il criticismo riconosce allo spirito umano altri campi di ricerca. Esso
investiga ed esamina lo stesso potere, conoscitivo, distinguendo quali problemi
può risolvere, e quali invece rimangono senza soluzione e fuori del suo
dominio. Kant ammette la conoscibilità del fenomeno, di ciò che è dato alla
nostra esperienza, e afferma l’inconoscibilità dell’essenza delle cose; però vi
è in noi una tendenza naturale a valicare i i limiti del mondo dei fenomeni, e
a penetrare nel mondo dei noumeni, tò voupevov, il pensato, la cosa in sè,
l’oggetto quale noi supponiamo che esiste in sè stesso, in opposizione al
fenomeno, che è l’oggetto quale noi ci rappresentiamo nell’esperienza. Questa
dottrina di Kant che vien detta anche razionalismo idealistico si può cosi
riassumere: noi possiamo conoscere la realtà a priori mediante la ragione pura,
non come è in sè stessa, ma solo, come appare a noi e sotto l’aspetto formale.
Le scienze si possono anche dividere in formali e scienze della realtà; alle
prime appartengono la logica e la matematica e hanno per oggetto idee che non
sono tratte dagli oggetti reali; cosi i numeri e le figure della matematica
vengono costruiti e determinati dalla nostra mente. Le altre invece studiano
oggetti presi dalla realtà, dal mondo interno, dal mondo esterno, dal passato,
dal presente e che si impongono alla coscienza dell’osservatore. Ora, si può
chiedere se questi 0 £f?®tti) studiati dalle scienze reali, esistono
assolutamente, in se stessi, quindi in maniera indipendente dalle
rappresentazioni che noi ne possiamo avere, oppure si può dare al problema
un’altra soluzione. Le principali risposte a tale questione sono tre: il
realismo, il fenomenalismo, l’idealismo. Il realismo rappresenta la più antica
concezione, giacché si presenta a noi come naturale il fatto di pensare che le
cose che stanno fuori di noi cosi come noi stessi, siano quali sono apprese
dalla coscienza che le considera come gli ori li) Pauusv, jB ’inleitung in lite
Philosojihie. Berlin, Cotta] ginali ritratti dalle nostre sensazioni; quindi
crediamo che gl’oggetti sono realmente rossi e verdi, chiari e oscuri, lisci e
ruvidi, dolci e amari. Però questo realismo ingenuo, che ha ancora la sua
influenza nella vita pratica, come quando ad es. diciamo di vedere il sole
levarsi e tramontare malgrado la scoperta di Copernico, non dura a lungo; molti
fatti vengono presto a dimostrare che le rappresentazioni non sono una copia
della realtà: le illusioni, le allucinazioni, i sogni, la cecità dei colori
parziale o totale, le differenze individuali nell’acutezza visiva e uditiva ci
convincono che la percezione sensibile dipende in modo naturale da fattori
soggettivi; si aggiunga a ciò la relatività della percezione sensibile, pella
quale ciò che ad uno sembra freddo è percepito come caldo d’un altro, a questo
un movimento pare lento, a quello veloce, e uno stesso oggetto al medesimo
individuo si presenta sotto diversi aspetti secondo le circostanze, gli
strumenti coi quali s’osserva, la luce, ecc. ecc. Quindi non è più possibile
pensare che lo spirito sia come uno specchio che rifletta fedelmente l’immagine
degli oggetti esteriori. L 'idealismo è stato iniziato nella sua forma tipica
dal filosofo inglese Berkeley secondo il quale tutte le qualità dei corpi che
percepiamo sono meramente relative a noi, e i corpi non si riducono ad altro che
a gruppi di qualità, le quali esistono solo nelle nostre percezioni, sono pure
parvenze e la loro esistenza si riduce semplicemente all’essere percepite, esse
est percipi; che cos’è, per esempio, una mela? un complesso di sensazioni
visive, olfative, gustative, tattili e nulla più. Infine la dottrina del
fenomenalismo fondata da Kant afferma che tutto ciò che ci viene dato
nell’esperienza è costituito dai fenomeni; noi possiamo conoscere le cose non
come sono in sè, ma come appaiono a noi. Le leggi fondamentali, alle quali la
natura obbedisce e che ci aiutano a comprenderla, non esprimono che le
condizioni d’esistenza della nostra intelligenza. La ragione è questa; poiché
noi pensiamo il mondo dei fenomeni, bisogna ammettere che vi sia una
correlazione tra le leggi dell’ universo e le leggi della nostra intelligenza;
ora, per spiegare questa correlazione sono possibili solo due supposizioni: o
lo spirito ha ricevuto dal inondo, mediante i sensi e l’esperienza, le leggi
costitutive conforme alle quali esso pensa; oppure lo spirito impone al mondo
le sue leggi proprie e l’obbliga in certo modo a costituirsi in modo che la
natura fenomenica gli divenga intelligibile. Kant accoglie quest’ultima
ipotesi, e quindi le cose che noi pensiamo sono per noi ciò che il nostro
spirito le fa essere; il nostro pensiero attuale e cosciente non fa che
prendere conoscenza d’un mondo di fenomeni, che gli preesiste e che, diventando
oggetto di conoscenza, ha già subito la legge del pensiero umano in ciò che
esso ha di essenziale e di costitutivo, di guisa che tutto ciò che noi pensiamo
non esiste in sè stesso, ma solo per rapporto a nyi. L’importanza che i
problemi sopra accennali hanno per la scienza, va sempre più crescendo non solo
presso i filosofi, ma anche presso gli scienziati, tra i quali non pochi,
benché siano di continuo a contatto deU'esperieiiza. meditano o s'accingono a
risolvere problemi filosofici gravissimi. Cosi un cèlebre fisiologo, Verworn,
nell’introduzione alla fisiologia generale, pone come fondamento a tutta
l’opera una teoria della conoscenza, giungendo alla conclusione “ che il mondo
fisico è un frammento della nostra psiche e cho è quindi naturale il fenomeno,
cosi meraviglioso sotto un altro aspetto, che le leggi le quali reggono il
mondo fisico sieno del tutto identiche a quelle che reggono la nostra psiche;
questo fatto ci pare tanto più probabile in quanto troviamo che i fenomeni del
mondo fisico sono ordinati secondo lo spazio, il tempo, la causalitù, ossia
secondo lo leggi logiche della nostra mente; le leggi cho noi assegnamo al
mondo fisico sono le leggi proprie del pensiero, le leggi secondo le quali
avvengono i fenomeni psichici, perchè il mondo è solo ima nostra
rappresentazione. Il mondo esteriore è quindi pura illusione, l’idea d' una
realtù oggettiva è affatto insostenibile Helinhol t z matem a tico, fisico o
fisiologo di grand e. valore, speriinentatoro geniale, pensatore profondo e
limpido, cho ha lasciato una traccia luminosa nei campi più diversi della
scienza, ha pure proclamato la verità che ogni discussione scientifica mena
dritta all'analisi e alla critica della conoscenza, che qualsiasi riflessione
sul movimento scientifico non può non metter capo a quesiti d'ordine
conoscitivo; egli tenta la soluzione del problema della conoscenza dal punto di
vista della psico-fisiologia e pensa che la [Verwork] conoscenza deve essere
analizzata, esaminata per scoprire in essa i fattori, gli elementi impliciti, i
presupposti che la rendono possibile. La filosofia moderna, dice Riehl, vive
nelle opere di Mayer, Helmholtz, e Hertz. Dal breve, ma profondo scritto del
Mayer Osservazioni intorno all'equivalente meccanico del calore si svolge
chiaramente tutto il compito e il metodo della conoscenza naturale e nel
medesimo tempo i limiti di essa, E fino agli ultimi tempi l'Helmholtz ha
rivolto la sua attenzione alle questioni della conoscenza teoretica, separando
le condizioni per l'intelligibilità delle cose dalle rose stesse, e tentando,
dapprima sulle orme del Kant, poscia scostandosene, di esaminare con intendimento
critico le basi della scienza della natura. Un ottimo esempio del modo onde
filosofia e scienza possono accordarsi in un’opera comune e feconda si ritrova
nei Princip i della meccanica, dell' Hertz. 11 metodo adoperato in quest’opera
è il metodo generale delle scienze teoretiche della natura, già conce-»' due
correnti riunendosi insieme vengono a costituire la scienza ; non diversamente
pensano i più illustri scienziati dei nostri tempi. Non potrà ritornare
un'epoca, nella quale la scienza creda di aver raggiunta la sua meta, quando
abbia accumulato fatti sopra fatti, nè un'epoca in cui la filosofia osservi con
disdegno il lavoro indispensabile di proparaziono compiuto dalla scienza. Il
costruire e il plasmare i mattoni per innalzare un edificio è tanto importante
quanto l'opera dell'architetto che abbozza il disegno e guida l'esecuzione
della casa. Quindi come alla conoscenza verrebbe meno il materiale senza il
paziente e faticoso lavoro delle ricerche empiriche, così all’edificio
scientifico mancherebbe un disegno senza l'elaborazione intellettuale dei
fatti: l a scienza ha bisogno della filosofia, e se ne foggia una per proprio
conto, quando non ne trova altre. Perciò può accadere che ricerchi i limiti del
conoscere là dove sono le condizioni di essa, oppure scambi i segni delle cose
per le cose stesse. In simile maniera l a filosofia non può fare a meno dell a
srionzfl. uon deve perdersi in vuote speculazioni, o restringersi ad una teoria
puramente formale della conoscenza, la quale non possa raggiungere il nocciolo
del sapere, i fatti offerti dall’esperienza. La ricerca scientifica e la
filosofia formano una cosa sola, si completano a vicenda. Sull’ingresso della
scuola di Platone, come si dice, si leggeva: Nessuno, che non conosca la
geometria, ossia, come si direbbo oggi, che non conosca la scienza esatta, può
entrare. Una iscrizione analoga dovrebbe incidersi sulle porte dei nostri
laboratori e dei nostri gabinetti scientifici: non può entrare chi non abbia
studiato la filosofia. L'educazione filosofica è parte dell’educazione speciale
d’ogni scienziato; essa gli insegna a conoscere lo strumento dei suoi strumenti
e gli offre la norma per le sue ricerche. Rieiil., Vortrag, passim. Voglio
offrire una Raccolta di alcune fra le voci più comuni nella logicn. Accidente:
Aristotile contrappose l’accidente (oupjìelltjxòf da oóv cum e |ia£vci>
evento (recido ) allo sostanza (oùo£a), come ciò die non può esistere da sé, ma
solo nella sostanza; è quindi una qualità o modificazione che non appartiene
all’essenza della cosa e si ritrova in questa senza esser legata
necessariamente alla sua idea; oggi s’adopera comunemente nel senso di cosa non
necessaria, che può essere e non essere, senza che la cosa muti o sparisca;
cosi si può concepire una roccia, senza pensare che sia aguzza o arrotondata:
queste ultimo qualità, rispetto al concetto di roccia, sono accidentali. Un
significato del tutto diverso ha nel ‘ sofisma per accidente „ e nella “
conversione per accidente. Si dice argomento AD HOMINEM quello che si fonda
sopra un principio accettato come vero dall’avversario, il quale si vede quindi
costretto, per non parere in contraddizione con sè stesso, ad accettare la
tesi. Agnosticismo, da a-fvoioxog, et neg. e yiYvtòoxo, inconoscibile,
s’applica a quelle dottrine che affermano l’esistenza noi mondo di qualche cosa
che non si può conoscere, che è inaccessibile alla mente umana, e che bisogna
ammettere per potere spiegar l’universo; la filosofia di E. Kant, che pone
l’esistenza della cosa in sè, e l’evoluzionismo di E. Spencer che dichiara
inconoscibile l’assoluto, sono dottrine agnostiche. Un buon dizionnrio di
scienze filosofiche is quello compilato da RANZOLI (vedasi), Hoepli. ANALISI
-da àvoi, prep. che esprime in composizione l'idea di retrocedere, di rifarsi
da capo, e Xóo> sciolgo -nel significato pin generale è l'operazione del
pensiero mediante la quale si scioglie un tutto nei suoi elementi, nelle parti
componenti, o si distinguono in un composto una o più parti; il metodo
analitico parte dai fatti particolari per salile ad un principio generale, come
f induzione ; la prova analitica è quella elio va dagli effetti alle cause;
giudizio analitico è, secondo il Kant, quello il cui predicato è contenuto
necessariamente nel soggetto: i corpi sono estesi. Analogia: (àvee Xéyou pei
matematici greci significa: nel medesimo rapporto), è un'operazione logica per
la quale, quando nell'idea od oggetto A e nell’idea od oggetto C si sono
riscontrali elementi o caratteri comuni, si afferma che un altro o altri
caratteri che sono in A debbono pure ritrovarsi in B; l’analogia porta quindi a
conclusioni ipotetiche, elio possono poi essere confermate dall’esperienza.
Anfibolia: designa l'equivoco di senso prodotto dall'uso di termini forniti di
doppio significato, oppure di una speciale costruzione sintattica d'uua frase;
dal greco A;isp£-PoAog, elio va da due parti, dubbio, da cui anfibologia
parlare clic può prendersi in duo significati anche opposti, es. : aio te
Hannibalen vincere posse. Antecedente e conseguente: in un rapporto logico
dicesi antecedente il primo termine, conseguente il secondo; cosi la causa è
l’antecedente, l'effetto il conseguente. Apodittico: (da àitoSetxvojxt,
dimostro); l'apodittica è quella parte della dialettica che insegna il modo di
dimostrare la verità d'un principio mediante il semplice ragiouameuto; Kant ha
chiamato giudizi apodittici quelli nei quali il predicato appartiene
necessariamente al soggetto, intendendosi per necessità l’inconcepibilità del
contrario; quindi pei giudizi necessari affermativi la formula è: dev’essere;
pei negativi: non può essere. Aporema, da ànopèui: dubito, è, secondo
Aristotile, il sillogismo dubitativo, quello che mostra l'ugual valore di due
ragionamonti contrari. A posteriori, a priori: la prima espressione significa ciò
che risulta dall’esperienza; così le idee a posteriori sono quelle fornite
dall’esperienza; la seconda esprime ciò che è dato anteriormente
all’esperienza, ciò che non proviene dai fatti; così si è detta scienza
a-priori la matematica o scienza a-posteriori la storia. Però tanto tra i
Latini quanto tra i filosofi medioevali l’espressione “ dimostrare a-priori,
significa dimostrare dalle cause; dimostrare a-posteriori dimostrare dagli
effetti. Aquino nega che Dio si potesse conoscere a-priori, perchè non si può
conoscere dalle cause, ma solo dagli effetti. Asserzione: ò l’atto
dell'esprimere una semplice verità di fatto, e giudizi assertori ha chiamato il
Kant quelli nei quali il predicato appartiene al soggetto, senza annettervi T
idea di necessità o di possibilità. Assioma: (dal greco oj degno donde
à{j(to|ia la stima che si fa d'una cosa, poi principio evidente; VICO (vedasi)
nella scienza chiama gli assiomi degniti) è una verità evidente per sè stessa,
indimostrabile, che serve di fondamento por altre proposizioni; secondo gli
empiristi trae la sua origine dall’esperienza, secondo gli aprioristi dalla
ragione indipendentemente dall'esperienza. Astrazione: (traduzione di
àcpaipsoij da ino ab o atpéw traggo, fu dapprima adoperata dagli scultori per
esprimere l'atto di estrarre il primo abbozzo dal masso informe) per Aristotile
ò il processo montale con cui, omesse le qualità accidentali della cosa, si
separano le qualità essenziali e si considerano per loro stesso; in generale
significa considerare separatamente ciò che in realtà non è separato,
decomporre una nozione in elementi. Canone: per Mill, che nel suo sistema di
logica ha formulato cinque canoni fondamentali dell'induzione scientifica, è
sinonimo di norma, di regola da seguirsi; canonica (da xaV(év, xavóvoj, regolo
per tracciare linee diritte) chiamarono gli Epicurei la logica, la quale era un
complesso di regole del pensalo, di norme per discernere il vero dal falso.
Categoria: le categorie sono i concetti più generali delle cose, i generi supremi
in cui si dispongono le nostre idee, p. e. sostanza, qualità, quantità; il
giudizio categorico è quello che afferma o nega senza soggiacere ad alcuna
condizione; sillogismo categorico 6 quello composto di giudizi categorici.
Causa: nel significato comune e popolare ò ciò che produce un fenomeno, ciò che
agisce, l'antecedente d'un altro fenomeno; però un po' di riflessione basta a
far comprendere che la causa è determinata come tale solo dall’effetto, che i
due termini sono correlativi e l’uno non può sussistere senza l'altro; secondo
il Mill la causa non è altro che l'antecedente invariabile e incondizionato di
un fenomeno; il principio di causa o di causalità esprime il fatto che nulla vi
ha senza causa, che tutto ciò elio incomincia ad essere lia la propria ragion
d'essere in qualche cosa di anteriore e che cause simili in circostanze simili
producono effetti simili, secondo il principio (ipotetico) dell’uniformità del
corso naturale delle cose. Il CIRCOLO VIZIOSO è un sofisma il quale consiste
nel provar la verità d’una proposizione, appoggiandosi ad un'altra, la quale
alla sua volta non può essere provata se non appoggiandosi alla prima.
Composizione: ò il complesso dei caratteri che sono contenuti in un’idea,
l’insieme degli elementi o note, che costituiscono ciò che si dice anche “
connotazione „ d'un concetto. Concetto, dal latino conceptum che corrisponde ni
greco da ooXXappàvm, prendo insieme, concipio, per significare che mediante il
concetto apprendiamo il significato della cosa; i greci chiamarono il concetto
anche 8poj, termine da ipt^io 10 termino, è l'unità delle cose essenziali
dell'oggetto. Non è da confondersi colle rappresentazioni, che sono varie,
individuali, mutevoli. Il concettualismo è la dottrina filosofica che ha per
principale rappresentante Abelardo, secondo la quale gl’universali, ossia i
generi e le specie, pur essendo nomi comuni che designano qualità che appaiono
solo negli individui, hanno però, come concetti, una realtà nello spirito di
chi li pensa. Due fatti sono detti concomitanti quando si accompagnano e
avvengono sia simultaneamente sia uno dopo l'nltro; cosi sono fatti
concomitanti l'aumento di calore e l’ innalzarsi del mercurio nel termometro.
Concreto: si adopera in opposizione di astratto, e pare che'sia d’ori gine latina
e significasse dapprima denso, spesso; Cicerone dice aer concretilo come
opposto ad aer fusilo; si applica a ciò che è fornito di tutte le sue qualità
ed ha un’esistenza reale per sé. Contingenza e contingente', s’oppongono a
necessità e a necessario; il vocabolo aristotelico xò ou|ipepr,aóg tradotto in
latino accidens e contingens designa ciò che avviene, ma che potrebbe anche non
avvenire; s’intende generalmente in un doppio significato: contingente è ciò
che lo spirito può concepire come non esistente o esistente in modo diverso;
oppure ciò che in realtà potrebbe non essere o essere diversamente. Criterio:
(da xptxiqpiov che deriva da xpivm, giudico) è il segno o la regola, mediante
la quale si può riconoscere e distinguere il vero dal falso o che socondo
alcuni ò posto nell’ intelletto, secondo altri nella sensazione, nel senso
comune, neU'autorità ecc. ecc. Deduzione: forma di ragionamento, che consiste
in genorale nel partire da un principio generale noto, per trarne conseguenze
particolari, o nel trovare il principio ignoto d'una conseguenza nota; si
adopera tanto nelle scienze di puro ragionamento, quanto nello scienze
sperimentali. Definizione è la determinazione del contenuto d’un concetto che
può essere espressa mediante un giudizio, nel quale il soggetto è il concetto
da definire, il defìniendo o il definito-, e il predicato è l'insieme di note
con lo quali il primo viene de¬ finito e dicesi definienle. Determinismo: è la
dottrina secondo la quale ogni fenomeno naturale è l’effetto necessario d’una
causa, oppure, secondo il pensiero di Mill [“More Grice to The Mill”], ogni
fenomeno ha per condizione d’esistenza un insieme di circostanze positive e
negative che costituiscono il suo antecedente incondizionale, non già nel senso
che l'antecedente incondizionale produca effettivamente il conseguente, ma solo
nel senso che ne è seguito in maniera invariabile; il determinismo universale
consisto quindi neU’ammettere che il principio di causa ha valore tanto per la
natura materiale quanto per la natura spirituale. Si suole distinguere il
determinismo fisico, che riguarda i fenomeni fi sici, e il determinismo
psicologico, che riguarda quelli psi¬ chici e afferma che in ogni caso
particolare, dati i nostri mo¬ tivi d'agire, le nostre risoluzioni sono determinate
e seguono di necessità il motivo prevalente. Non si deve confondere
determinismo con fatalismo, secondo il quale gli avvenimenti sono determinati
ab aetemo in modo necessario da un agente esteriore. DIALETTICA (8tà attraverso
e ^éyio raccolgo) è l'arte che apre la strada al vero o quindi alla scienza
mediante il raffronto e la discussione delle varie opinioni; Platone dico noi
Cratilo:“ colui che sa interrogare e rispondere come lo chiameremo se non
dialettico?, osso quindi espone ed esamina con arte polemica le opinioni
favorevoli e quelle contrario intorno ad un dato soggetto, rivelandone le
difficoltà e le contraddizioni. Dictum de omni aut de nullo: è l’espressione
usata dagli scolastici per significare che ciò che si dice d'un complesso di
cose o di esseri, si dice pure dei singoli, e ciò che si nega d'un complesso,
si nega pure dei singoli; esprime quindi il principio fondamentale del
sillogismo. DIFFERENZA SPECIFICA è l'insieme dei caratteri, mediante i quali
una specie si distingue da un’altra o dalle altre, appartenenti al medesimo
genere. “DISCORSIVO” designa la conoscenza e il ragionamento mediato, nel quale
entra come fattore importante il lavoro della ragione; si oppone a intuitivo,
giacché la conoscenza intuitiva è quella che avviene per un atto immediato,
subitaneo, senza passaro da un’ idea ad un’altra, senza la comparazione di più
idee, come avviene nella conoscenza discorsiva. Divisione: nel linguaggio
logico, è l'operazione mediante la quale si determina l’estensione d’un
concetto, mentre la definizione ne determina la comprensione; la forma più
semplice della divisione è una proposizione in cui il soggetto ossia il
dividendo è il genere, e il predicato ossia il dividente enumera le specie
contenuto sotto quel genere. Dogma: o domma (da Box ito, io penso, donde
8óf|ia: ciò che è pai’so conveniente, opinione, principio professato,
deliberazione) significa in generale un'opinione che viene imposta da
un’autorità posta al di fuori e al disopra d'ogni critica e d'ogni esame; il
dogmatismo, in opposizione allo scetticismo, ammette la possibilità di
conoscere la realtà quale essa è. Il dubbio metodico consiste nel sospendere il
nostro giudizio intorno a qualsiasi cosa, respingendo le opinioni anteriormente
stabiite, finché la verità non si imponga con assoluta evidenza ni nostro
spirito; si distingue quindi dal dubbio scettico, che nega la possibilità
stessa di conoscere alcnna cosa. Eclettismo (da èx-Xéyto, scelgo): si dice del
metodo filosofico che consiste nel raccogliere da sistemi filosofici diversi e
anche opposti opinioni e dottrine, che si cerca di conciliare armonicamente.
Empirismo, da èpReipia esperienza, icatpdco io sperimento, è la dottrina
filosofica che fa derivare dall'esperienza tutto ciò che conosciamo, e
considera il fenomeno come unico oggetto della nostra conoscenza. Ammette
un’esperienza esterna basata sul potere dei sensi ed un’esperienza interna
basata sul potere della riflessione; si distingue quindi dal sensismo, che
ammette essere i sensi la sola fonte di tutte le nostre cognizioni. Eristica:
(da spij, contesa, ipf£o>, io contendo) è l'arte di disputare, di
contraddire ad ogni affermazione dell’avversario pel solo scopo o pel piacere
di voler contraddire, è una derivazione e una degenerazione della sofistica,
con la quale non si devo confondere. Esplicito: un giudizio o una nozione
diconsi espliciti quando sono chiaramente e precisamente espressi nella
proposizione. Essenza (essentia da esse, traduzione del greco cuoia) è
un’espressione di vario significato; è stata usata dai Greci por indicare ciò
cbe persiste identico sotto la varietà e la molteplicità dei fenomeni, ciò elio
cade solo nel dominio della conoscenza razionale. Per gli scolastici l'essenza
è il complesso delle qua¬ lità indicate dalla definizione e dalle idee che
rappresentano il genere e la specie; designa quindi ciò che nell’essere è
intelligibile e concorre a definirlo, ossia i suoi attributi fondamentali.
Estensione d’un concetto: è il complesso degli individui e degli os seri, dei
quali un concetto o una qualità può essere affermato come attributo, ossia il
numero dei concetti cbe contiene sotto di sé. Fenomenalismo: o fenomenismo, è
la dottrina filosofica la quale af¬ ferma resistenza dei fenomeni essere
l'unica realtà, negando l'esistenza della sostanza, della cosa in sé; noi
conosciamo le coso come appaiono a noi, non come sono in sè stesse. Forma: por
Aristotile la forma (popoli, et8oj) è attività ed energia, la materia (OXv)) è
passività o potenzialità; la forma trae dalla materia, per mezzo del perpetuo moto
che in essa suscita, la molteplicità dei particolari, ciò facendo secondo certe
regole e quindi introducendo in quella ordine e uniformità; la forma è
inscindibile dalla materia. Oggi per materia della conoscenza s’intende il
contenuto di questa; la materia è ciò cbe indi¬ vidua i fatti e distingue, per
esempio, il pensiero a dal pensiero ò, dal pensiero c e cosi via: per la
materia una proposizione logica di scienza giuridica si distingue da una di
etica, una legge economica da una legge estetica; ma la logica che non entra
nei dibattiti delle varie discipline, ed ha per oggetto il pensiero in
universale qualunque ne sia il contenuto, la materia, prescinde da questa e
contempla la forma. Però un’affermazione logica, per esempio una qualsiasi
affermazione di scienza, non può esser vera formalmente o falsa material¬
mente, perchè, in concreto, la sua forma b inseparabile dalla sua materia; la
logica non può prescindere dalla verità dei concetti, dei giudizi, dei
ragionamenti, per quanto prescinda da questi o quei concetti, giudizi,
ragionamenti. (Croce). Genere: in una serie di concetti in cui l'estensione va
crescendo e diminuisce la comprensione, dicesi genere il concetto più esteso e
meno comprensivo rispetto ai concetti meno estesi e più comprensivi: animale,
per esempio, rispetto a vertebrato, vertebrato rispetto a uomo, uomo rispetto a
Europeo e cosi via. Giudizio ; fu detto dei Greci àitócpaaij, o Xóyos
ànotpaxtxój, da &7ti e ig) il dubbio degli scettici. Scolastica: è il
secondo periodo della filosofia del medio evo; è preceduta dalla Patristica o
filosofia dei SS. Padri, è seguita dal Rinascimento ed ha per iniziatore Scoto
Erigeua e per centro Parigi; la Scolastica dipende strettamente dalla
religione, nella quale ritrovavano la verità; è essenzialmente dogmatica e
manifesta in generale una sfiducia e una diffidenza più o meno grando verso la
ragione o la scienza; una questione capitale che si agitò nella Scolastica è
quella che riguarda gli universali. SINTESI, da ouv-xIS-rjpt: pongo insieme, nel
significato più lato designa ogni operazione che tendo a riunire in un tutto
elementi diversi. Si intende anche il processo mediante il quale dai principi
si scende alle conseguenze. SISTEMA – Myro: System Ghp – a highly
powerful/hopefully plausible version of System G -- (da oov-£<mj|u: metto
insieme) è in generale un tutto nel quale le singolo parti sono ordinatamente
collegate fra loro, un complesso di idee subordinate ad uno o a più principi
generali e fra loro coordinate. SOSTANZA (substautia, loti.: ciò elio sta
sotto, traduzione della parola aristotelica: &Ro-xe!|ievov, composta di imo
sotto e xsìpat io giaccio) è ciò che permane identico in mezzo al variare delle
qualità, del colore, della forma; per gli scolastici è ciò che sussiste per sé
(ens quod per se subsistit), mentre gli accidenti sussistono nella sostanza e
quindi per la sostanza. SUB-ORDINAZIONE è la relazione che corre fra due
concetti di cui l’uno ò contenuto nell’estensione dell’altro. Cosi il concetto
di uomo e subordinato a quello di mammifero, che dicesi concetto sopraordinato.
SUSSNZIONE (subsumptio, da subsumere) è una specie di ragionamento che consiste
nel porre due idee nella dipendenza come di specie a genere, di caso
individuale a legge. Pel Lizio il sillogismo di sussunzione, che corrisponde al
sillogismo di pi ima figura, è il tipo perfetto del raziocinio. Emilio
Morselli. Morselli. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Morselli.”
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