GRICE ITALO DIZIONARIO D'IMPLICATURE A-Z M MO
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Mondin: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell ritorno dell’angelo – la semantica filosofica – semantica
pel sistema G – interpretazione e validità – la scuola di Monte di Malo -- filosofia
veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Monte di Malo). Abstract. Grice: “I thank God that we at Oxford don’t systematise
philosophy as they do in Bologna, with things such as the chair in ‘Filosofia
della lingua.’ It is true that some Oxonian philosophers HAVE written tracts on
‘the philosophy of language’ – such as Blackburn – but they were NEVER taken
seriously. Myself, I did my part in my seminars, which myself being a
university lecturer, were in theory ‘open to any member of the university’ –
including most of my enemies!” -- Filosofo italiano. Monte di Malo, Vicenza,
Veneto. Grice:“Trust an Aquino to provide a systematic philosophy! Mind, I’ve
been called a systematic philosopher, too!” Grice: “At Oxford, we are very
familiar with angels – but only Mondin takes angeologia seriously! Trust an Italian! Ponte Sant’Angelo comes to mind!”
Dottore di Filosofia e Religione a Harvard. È stato decano della Facoltà di
Filosofia presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma. Mondin membro
della Congregazione dei Missionari Saveriani. Nei suoi studi, le principali
figure di riferimento sono state AQUINO e Tillich, da cui ha tratto l'ideale di
un accordo e di un mutuo sostegno tra filosofia e teologia. “Etica, Etica e politica, Filosofia,
Antropologia filosofica, Manuale di filosofia sistematica, La Metafisica di
Aquino e i suoi interpreti,” “Storia dell'antropologia filosofica” Antropologia
filosofica e filosofia della cultura e dell'educazione; “Epistemologia e
cosmologia; “Logica, semantica e gnoseologia; Ontologia e metafisica Storia
della metafisica, Storia della metafisica, Storia della metafisica,
“Ermeneutica, metafisica, analogia in Aquino; Storia della filosofia medievale
Dizionario enciclopedico di filosofia, teologia e morale Il sistema filosofico
di Aquino Corso Introduzione alla teologia Dio: chi è? Elementi di teologia
filosofica Scienze umane e teologia Cultura, marxismo e cristianesimo I teologi
della liberazione, “Il problema del linguaggio teologico dalle origini ad oggi”
Filosofia e cristianesimo I teologi della speranza I grandi teologi
Professore I grandi teologi
Professore I teologi della morte di Dio
Dizionario enciclopedico di filosofia, teologia e morale. Software Filosofia
della cultura e dei valori Le realtà ultime e la speranza cristiana Religione
Nuovo dizionario enciclopedico dei papi. Storia e insegnamenti Commento al
Corpus Paulinum (expositio et lectura super epistolas Pauli apostoli) La chiesa
primizia del regno. Trattato di ecclesiologia Mito e religioni. Introduzione
alla mitologia religiosa e alle nuove religioni L'uomo secondo il disegno di
Dio. Trattato di antropologia teologica Preesistenza, sopravvivenza,
reincarnazione Teologie della prassi L'eresia del nostro secolo Società Storia
dell'antropologia filosofica Antropologia filosofica. L'uomo: un progetto
impossibile? Philosophical anthropology Una nuova cultura per una nuova
società. In ricordo di M.. Un tomista ed
"oltre" del XX secolo: M. di PMontini, Congresso tomista
internazionale, Roma, nel sito "E-
Aquinas" Studium thomisticum. Grice: “M. attempts a systematic semantics. Rather he
has a section on ‘semantics’ --. The expressions have to be used carefully.
System itself, should be used alla Gentzen, or as Myro does with System G in my
gratitude. A semantics for System BATTISTA M. introduzione
alla filosofia Problemi, Sistemi, Filosofi) M. INTRODUZIONE ALLA
FILOSOFIA PROBLEMI - SISTEMI - FILOSOFI Con guida alla lettura
di alcune opere fondamentali e glossario dei principali termini
filosofici MASSIMO - MILANO Carmagnani collabora alla revisione del
pre- sente volume ed ha curato i « questionari », le « sintesi
contenutistiche » e le « chiose a margine ». Massimo Corso di
Porta Romana, Milano. Altre opere filosofiche dello stesso Autore: Corso
di storia della filosofia, Massimo, Milano. L'uomo: chi è? (Elementi di
antropologia filosofica), Massimo, Milano. Introduzione alla
teologia, Massimo, Milano. Cultura, marxismo e cristianesimo, Massimo,
Milano. Storia della filosofia medievale, Pontificia Università
'Urbaniana, Roma. Una nuova cultura per una nuova società (Analisi della
crisi epocale della cul- tura moderna e dei progetti per superarla),
Massimo, Milano. Il sistema filosofico di Tommaso d'Aquino (Per una
lettura attuale della filo- sofia tomista), Massimo, Milano. Il
valore uomo, Dino Editore, Roma. I Verori fondamentali (Definizione
e classificazione dei valori), Dino Editore, oma. In quale
modo contribuire alla trasformazione dell'uso di un testo per lo studio
della filosofia, affinché esso divenga lo strumento vivo di ricerca e di
riflessione? Questa quarta edizione di Introduzione alla filosofia,
completa- mente rinnovata rispetto alla precedente, risponde a questo
obiettivo, offrendo non solo una presentazione sistematica di contenuti,
ma anche indicazioni metodologiche atte a sviluppare un processo di
ri- cerca attivo e dialogico, alla luce della propria tradizione
culturale, attraverso l'esercizio della riflessione, per arrivare a
soluzioni con- formi alla ragione e alla natura dell'uomo.
L'Autore ha introdotto, nella prima parte dedicata ai problemi
filosofici, tre nuovi problemi, che durante l'ultimo decennio si sono imposti
all'attenzione di tutti, quello culturale, quello epistemologico e quello
assiologico. Questi tre problemi suscitano oggi particolare in- teresse
perché ci si è resi conto che la grave crisi spirituale, che ha colpito
l'umanità intera, trova la sua ragione più profonda nella disgregazione
della cultura e dei valori e nella confusione che si fa tra scienza e
tecnica. E questo vale per chi vuole fare dello studio della filosofia
non un semplice esercizio accademico, ma, come già pensavano i greci, uno
strumento fondamentale e l’unico razional- mente possibile, per la
soluzione dei problemi della vita e della no- stra società. Le
parti seconda (dedicata ai sistemi filosofici) e terza (dedicata alla
presentazione dei principali filosofi) sono state ampliate con l'aggiunta
di altre « scuole filosofiche », specie quelle sorte negli ulti- mi
decenni e di numerose altre « schede » sui maggiori filosofi. Nella
quarta parte, dedicata alla presentazione di alcuni grandi testi filo-
sofici, è stata inserita l'opera: Introduzione alla metafisica, che è tra
le più significative e rappresentative di Heidegger, uno dei maggiori
filosofi. Infine, il volume è completato da una quinta (nuova) parte che
contiene un « glossario » dei principali termini filosofici, che sarà di
aiuto a chi si accosta per la prima volta alla filosofia. Questa edizione
dell'opera è stata rielaborata seguendo an- che le indicazioni di molti insegnanti
che hanno usato il testo nel passato e che sono stati da noi interpellati
con « schede-inchiesta ». Ogni capitolo del testo è corredato di
questionari, di concetti da ritenere, di sintesi contenutistiche e di
chiose a margine, che, opportunamente utilizzati, costituiscono un adeguato
sussidio per un mi- gliore approfondimento e una rapida
consultazione. I questionari assolvono la duplice funzione propedeutica e
di verifica: a) i questionari propedeutici sono finalizzati a
suscitare il problema nei suoi aspetti fondamentali; b) i questionari di
verifica e discussione consentono il controllo del processo di
apprendimento in ordine ai contenuti, il raccordo tra le successive fasi
di lavoro e la discussione sui temi di maggior rilievo. I concetti
da ritenere sono finalizzati alla corretta acquisizione del linguaggio
tecnico e alla capacità di gestire con maggiore facilità qualsiasi testo
filosofico. Le sintesi contenutistiche, elaborate alla fine di ogni
capitolo, hanno lo scopo di favorire la padronanza costante dei contenuti
acquisiti. Le chiose, ai margini del testo permettono di individuare
su- bito i temi centrali presentati. Alla fine di ogni capitolo una
breve ed aggiornata bibliografia segnala, secondo le necessità, opere per
approfondire temi parti- colari. Questa opera, oltre che per
uso scolastico, date le sue caratteri- stiche che ne fanno una piccola
enciclopedia filosofica (da consul- tare nelle più svariate occasioni),
la riteniamo molto utile anche per tutti coloro che vogliono conoscere
gli elementi fondamentali della filosofia come studio dei grandi problemi
dell'umanità e vogliono aggiornarsi su di essi. Ricordiamo,
infine, che l'Autore ha curato presso la nostra edi- trice un Corso di
storia della filosofia, in tre volumi, con le stesse caratteristiche
metodologiche della presente opera e con un'ampia antologia di testi dei
maggiori filosofi di ogni epoca. Il terzo volume del Corso suddetto, di
pp. 616, presenta in modo esauriente la filo- sofia degli ultimi due
secoli e può diventare un o ttimo strumento per far conoscere le
maggiori correnti filosofiche contemporanee ad ogni persona di cultura
media superiore. QUESTIONARIO PROPEDEUTICO Chi sono? Da dove vengo e dove vado?
Che cosa è la vita? Sono questi i « perché » fondamentali che l’uomo si
pone. Quali risposte dare a questi perché? Rispetto agli altri esseri
viventi, che cosa significa essere uomo? 4. Che cosa significa
essere dotato di intelligenza, di volontà, di capacità di amare?
Che cos'è il pensiero? Che cos'è la realtà? Che rapporto c'è tra la capa-
cità di pensaree la realtà? Che cos'è la verità? 6. Che cosa significa essere
libero? Che cosa significa essere condizionato? Qual è il criterio che deve
regolare il rapporto con i propri simili e con l’uso delle cose? Che cos'è il
bene? Che cos'è l'utile? Che rapporto c’è tra bene e utile? . 7. Ciascuno di
noi ha bisogno degli altri. Come e perché? L'uomo, si dice, è naturalmente
filosofo, cioè « amico della sa- pienza »; bramoso di sapere, egli non si accontenta
di vivere alla giornata e di accettare passivamente le informazioni che
l’esperien- za immediata gli offre, come fanno gli animali. Il suo sguardo
inquisitivo vuole conoscere il perché delle cose, soprattutto il perché della
propria vita. Che cos'è la filosofia 1.1 La conoscenza intellettuale L'uomo è
un essere che pensa: egli è dotato di una capacità cono- scitiva superiore a
quella degli altri esseri viventi appartenenti sia al regno vegetale che a
quello animale. Gli animali, ad esempio, pos- sono avere coscienza ma non
autocoscienza; essi sanno, ma non sanno di sapere; desiderano, ma non sanno di
desiderare; amano, ma non sanno di amare; crescono, diventano adulti e muoiono,
ma non sono consapevoli di queste trasformazioni del loro essere. L'uomo non
solo percepisce con i sensi gli eventi particolari, come Come è accennato nella
presentazione dell'Editore, i questionari pro- pedeutici hanno lo scopo,
attraverso l'esercizio della riflessione e dell’autorifles- sione, di suscitare
la partecipazione attiva degli allievi alla costruzione previa della lezione,
Superiorità della conoscenza umana Conoscenza razionale e conoscenza simbolica
Varie definizioni del termine ‘‘filosofia’’ gli altri esseri viventi, ma con la
sua ragione è in grado di acquisire idee generali o di formulare giudizi
universali. Egli non conosce solo i fatti ma anche i « perché ». La conoscenza
intellettuale, di cui l'uomo è dotato, assume due forme principali: quella
razionale o logica (che opera con i concetti) e quella simbolica o analogica
(che opera con le immagini, i simboli, i miti, le parabole, ecc.). La prima è
di tipo speculativo e astratto, mentre la seconda è di tipo figurativo,
concreto. La conoscenza simbolica non è necessariamente inferiore a quella
razionale, anzi per alcune sfere della realtà (per esempio: arte e re- ligione)
essa è più congeniale della seconda. me il valore della vita e della conoscenza
umana, la libertà, la natura del male, l'origine e il valore della legge
morale. Di questi problemi si occupa soltanto la filosofia. In secondo luogo,
perché, mentre le scienze studiano questa o quella dimensione della realtà, la
filosofia ha per oggetto l’intero, la totalità, l'universo preso globalmente.
Ecco, pertanto, la prima caratteristica che distingue la filosofia da qualsiasi
altra forma di sapere: essa studia tutta la realtà ò, co- munque, cerca di
ottenere una comprensione completa ed esauriente di ogni settore della realtà.
Essa si preoccupa soprattutto, di sapere, di comprendere; mentre la scienza si
accontenta di analizzare e di calcolare. 1.3 Natura della filosofia Ma ci sono
anche altre tre qualità che contribuiscono a dare al sapere filosofico un
carattere proprio e specifico: a) lo strumento di ricerca; b) il metodo; c) il
fine o scopo. a) Lo strumento di ricerca, di analisi di cui si serve la
filosofia è la ragione, la pura ragione, il « puro ragionamento », come dice
Platone. Essa non dispone di microscopi, telescopi, macchine foto- grafiche,
ecc. Non può effettuare controlli con strumenti materiali né affrettare le sue
operazioni ricorrendo agli elaboratori. Anche gli strumenti conoscitivi, di cui
si serve ogni uomo e ogni scienziato, i sensi e la fantasia, al filosofo
servono solo nella fase iniziale, per ottenere quelle cognizioni del reale, su
cui poi indirizza lo sguardo penetrante della ragione. Il lavoro vero e proprio
dell'indagine filo- sofica è compiuto dalla sola ragione, Ia quale per
sottrarsi a qualsiasi distrazione si chiude dentro il suo sacro recinto,
lontana dal frastuo- no delle macchine, dalla seduzione dei piaceri e dalla
prassi, dalia confusione dei sensi, in solitaria compagnia col proprio oggetto.
b) Il metodo della filosofia è essenzialmente raziocinativo, anche se non
esclude qualche momento intuitivo (sia nella fase iniziale sia in quella
terminale). I procedimenti raziocinativi sono però mol- 9 La filosofia può
esaminare ogni cosa La filosofia, a differenza delle singole scienze, studia
ogni settore della realtà Lo strumento di ricerca della filosofia è la ragione
La fiiosotia nella su ricerca ha un metodo e un fine La filosofia elementare è
soprattutto narrativa: si esprime attraverso i miti Con l’indagine razionale è
sorta la filosofia scientifica teplici, di cui i più importanti sono
l’induzione e la deduzione. La filosofia li adopera entrambi: il primo per
risalire dai fatti ai prin- cipi « primi », il secondo per ridiscendere dai
principi primi ed illu- minare ulteriormente i fatti, per comprenderli meglio.
c) La filosofia si distingue dalle scienze anche nel fine. La filo- sofia non è
volta a fini pratici e interessati, come la scienza, l’arte, la religione e la
tecnica, le quali, in un modo o nell'altro, hanno sempre di mira qualche
soddisfazione oppure qualche vantaggio. La filosofia ha per unico obiettivo la
conoscenza; essa mira semplicemente a ricercare la verità per se stessa, a
prescindere da eventuali utiliz- zazioni pratiche. La filosofia ha uno scopo
puramente teoretico, ossia contemplativo; non ricerca per nessun vantaggio che
sia ad essa estraneo, ma per se stessa; essa è quindi come ha detto egregia-
mente Aristotele nella Metafisica — « libera », in quanto non è asservita ad
alcuna utilizzazione di ordine pratico, e quindi si realizza e si risolve nella
pura contemplazione del vero. 2. Le origini della filosofia 2.1 Filosofia
elementare e scientifica L'uomo
l'abbiamo già visto è per natura filosofo: in quan- to essere
ragionevole egli è portato ad interrogarsi su tutto ciò che c'è, tutto ciò che
accade, tutto ciò che compie e tutto ciò che vale. Le questioni ultime non sono
una riserva di caccia aperta soltanto ai dotti e ai letterati, ma è aperta
anche all'uomo della strada, an- che all'analfabeta. Esiste pertanto una
filosofia elementare che è comune a tutti gli uomini. a La forma letteraria
della filosofia elementare è quella del rac- conto: è essenzialmente filosofia
narrativa (non è filosofia argomen- tativa, raziocinativa, sistematica); la
filosofia elementare si esprime attraverso miti, presentati in racconti, poemi,
diari. Sotto queste forme essa è presente in tutte le civiltà, in particolare
nelle grandi civiltà orientali (cinese e indiana) e nelle antiche civiltà del
vicino Oriente (egiziana, assiro-babilonese, ittita ed ebraica. Ma, come
abbiamo già spiegato in precedenza, oltre alla filosofia elementare esiste
anche una filosofia scientifica, sistematica, spe- cializzata. Questa forma di
filosofia, storicamente, si è sviluppata soltanto in Occidente (al pari della
scienza e della tecnologia). Per quale motivo? Perché soltanto gli occidentali,
a partire dal popolo greco, sono riusciti a mettere a punto gli strumenti
concettuali (la logica, la dialettica, il puro ragionamento) che sono necessari
per elevare la filosofia dal livello elementare a quello scientifico. Infatti
anche nelle altre culture, specialmente in quelle derivanti dalle grandi
civiltà mediorientali ed orientali, elementi filosofici appaiono in contesti di
carattere prevalentemente religioso e pertanto non 10 possono essere definiti «
filosofia » in senso scientifico vero e pro- prio. Che i problemi ultimi si
possono affrontare e risolvere col puro ragionamento (controllato dalle regole
della logica) fu scoper- to da Parmenide, Eraclito, Platone e, soprattutto, da
Aristotele. Que- ste grandi intelligenze dell’Ellade cercarono la filosofia
come scien- za. La filosofia è quindi una conquista degli occidentali e, fino
ai giorni nostri, è rimasta una prerogativa del pensiero occidentale. È per
questo motivo che ogni storia della filosofia coincide pratica- mente con
l'esposizione delle teorie dei filosofi dell'Occidente. 2.2 Mito e filosofia
L'umanità primitiva (lo si può constatare presso tutti i popoli) per qualsiasi
problema si è accontentata di dare delle spiegazioni mitiche. Così alla
domanda: « Perché tuona? » ha risposto: « Per- ché Giove è adirato »; alla
domanda: « Perché tira vento? » ha ri- sposto: « Perché Eolo si è infuriato ».
A noi moderni queste soluzioni paiono semplicistiche e sbaglia- te. Tuttavia,
storicamente, esse hanno grandissima importanza, in quanto rappresentano il
primo sforzo fatto dall'umanità per render- si conto della natura delle cose e
delle loro cause. Sotto il velo fan- tastico c'è in esse un'autentica ricèrca
delle « cause prime » del mondo. Per questo motivo, riteniamo opportuno
spendere qui qualche parola sul mito, sulla sua definizione, sulle sue
interpretazioni prin- cipali e sul passaggio dalla mitologia greca alla
filosofia. Il Turchi, noto studioso della storia delle religioni, definisce
così il mito: « Il mito, nella sua accezione generale e nelia sua scaturigi- ne
psicologica, è l'animazione dei fenomeni delia natura e della vità, dovuta a
qualche forma primordiale ed intuitiva della conoscenza umana, in virtù della
quale l'uomo proietta se siesso nelle cose, cioè le anima e personifica dando
loro figura e atteggiamenti sugge- riti dalla sua immaginazione; esso è,
insomma, una rappresentazio- ne fantastica della realtà spontaneamente
delineata dal meccani- smo mentale ».! Di questa lunga definizione possiamo
ritenere l’ulti- ma parte: il mito è una rappresentazione fantastica,
intuitivamen- te delineata dal processo mentale dell'uomo, al fine di dare
un'’in- terpretazione e una spiegazione ai fenomeni delia natura e della vita.
Come s'è detto, sin dall'inizio l'uomo ha cercato di indagare l'origine
dell'universo, la natura delle cose e delle forze cui egli si sentiva soggetto.
A questa indagine, sotto la spinta cella fanta- sia creatrice e
dell’intuizione, doti così vive ancor oggi presso i po- poli primitivi, egli ha
dato colore e forma, costruendosi un mondo di esseri viventi (con sembianza
umana oppure ferina), dotati di storia. La loro funzione è di fornire una
spiegazione per qualsiasi ! TURCHI, Le religioni dell'umanità, Assisi. 11 Ii
mito è ia prima riscosta dell’umanità ai fenomeni delia naiura e delia vita Rivaiutazione
del mito quale risposta “‘prelogica’’ ai problemi dell’esistenza umana evenio
della natura e dell’esistenza umana: per la guerra come per la pace, per la
quiete come per la tempesta, per l'abbondanza come per la carestia, per la
buona salute come per la malattia, per la na- scita come per la morte. Tutti i
popoli antichi, gli assiri, i babilonesi, i persiani, gli egiziani, gli
indiani, i cinesi, i romani, i galli, i greci, hanno i loro miti. Però, fra
tutte le mitologie, la greca è quella che spicca maggiormente per ricchezza,
ordine e umanità. Non c'è quindi da essere sorpresi se fu proprio dalla
mitologia greca che prese svi- luppo la filosofia. Del mito sono state fornite
le più svariate interpretazioni, di cui le principali sono due: mito = verità,
mito = favola. Secondo l’interpretazione « mito = verità », il mito è una
rappre- sentazione fantastica che intende esprimere una verità. Secondo
l'interpretazione « mito = favola », il mito è un racconto immagi- noso senza
nessun intento teoretico. I miti, secondo la prima inter- pretazione, sono le
uniche spiegazioni che l'umanità, ai suoi primor- di, era in grado di fornire
delle cose, ma sono spiegazioni in cui credeva fermamente. I miti, nella
seconda interpretazione, sono raffigurazioni fantastiche in cui nessuno ha mai
creduto, e meno degli altri i loro creatori. I primi a considerare i miti delle
pure favole furono i filosofi greci. A loro più tardi si sono associati
volentieri i Padri della Chiesa, gli scolastici e la maggior parte dei filosofi
moderni. Ma, a partire dall'inizio del nostro secolo, vari studiosi di storia
delle religioni (Eliade}, di psicologia (Freud), di filosofia (Heidegger), di
antropologia (Lévi-Strauss), di teologia (Bultmann) hanno inco- minciato ad
appoggiare l'interpretazione mito = verità, indotti a ciò dall’argomento che
l'umanità primitiva, pur non potendo darsi del- l'universo una spiegazione «
logica », cioè concettuale, ragionata e metodica, tuttavia deve aver cercato di
darsi una spiegazione più o meno intuitiva di fenomeni come la vita, la morte,
il bene, il male, ecc., fenomeni che colpiscono la mente di qualsiasi
osservato- re, per quanto poco istruito. Secondo molti studiosi contemporanei,
i miti nascondono, pertanto, sotto la maschera di immagini più o meno eloquenti,
la risposta « prelogica » fornita dall'umanità pri- mitiva a questi grossi
problemi. Tale risposta, a loro giudizio, me- rita d'essere presa in
considerazione anche oggi, perché l’umanità primitiva, semplice e attenta, in
alcuni casi può aver colto intuitiva- mente nel segno più dell'umanità
progredita, troppo smaliziata e distratta che si vale dei metodi raffinati
della logica, della dialettica e della scienza. Dall'analisi degli studiosi del
nostro tempo risulta che presso i popoli antichi il mito ha svolto tre funzioni
principali: religiosa, sociale e filosofica. Anzitutto « il mito è il primo
gradino nel processo di compren- sione dei sentimenti religiosi più profondi
dell’uomo; è il prototipo 12 della teologia »? Però, allo stesso tempo, esso è
anche ciò che se- gnala e garantisce l'appartenenza ad un gruppo sociale
piuttosto che ad un altro; infatti la diversa appartenenza dipende dai miti
particolari che uno sposa e coltiva. Infine il mito svolge anche una funzione
affine a quella della filosofia in quanto esso rappresenta il modo di
autocomprendersi dei popoli primitivi. Anche l’uomo del- le civiltà antiche è
consapevole di certi fatti e valori, e cristallizza la causa dei primi e la
realtà dei secondi in quelle rappresentazioni fantastiche che sono appunto i
miti. Noi siamo del parere che il mito sia denso di significato sia religioso
che filosofico, sia sociale che personale. Però non siamo disposti a
rivalutarlo fino al punto. di stabilire una equiparazione diretta tra mito e
filosofia. Questa, pur proponendosi essenzialmen- te lo stesso obiettivo del
mito, ossia quello di fornire una compren- sione esaustiva delle cose, cerca di
conseguirlo in un modo comple- tamente diverso. Infatti il mito procede con la
rappresentazione fan- tastica, con l'immaginazione poetica, con intuitive
analogie suggeri- te dall'esperienza sensibile; pertanto resta al di qua del
/ogos, ossia al di qua della spiegazione razionale. Invece la filosofia opera
con la sola ragione, con rigore logico, con spirito critico, con motiva- zioni
razionali, con argomentazioni stringenti’ basate su principi il cui valore è
stato previamente assodato in forma esplicita? 3. | problemi filosofici
fondamentali Abbiamo già detto che ogni cosa è suscettibile di indagine filo-
sofica; si può, quindi, dare una filosofia dell'uomo, degli animali, del mondo,
della vita, della materia, degli dèi, della società, della politica, della
religione, dell’arte, della scienza, del linguaggio, dello sport, del riso, del
gioco, ecc. Di fatto, però, coloro che si chiama- no filosofi hanno studiato di
preferenza soltanto alcuni problemi, quelli che vanno sotto il nome di logica,
gnoseologia (o problema del- la conoscenza), epistemologia, metafisica,
cosmologia, antropologia, etica, teodicea {o religione), politica, estetica,
pedagogia, cultura, linguaggio e assiologia, le quali costituiscono pertanto
anche le parti principali della filosofia. La logica si occupa del problema
del- l'esattezza del ragionamento; la gnoseologia della conoscenza; l'e pi-
stemologia, nell'accezione attuale del termine, della scienza, del suo
fondamento e del suo valore; la metafisica, del fondamento ultimo ? GILKEY, I!
destino della religione nell'èra tecnologica, Roma. ? Aristotele dice che la
differenza specifica tra scienza ed esperienza sta nel fatto che la seconda
testimonia che qualcosa è accaduto e ne rappresenta il come, mentre la prima
cerca di chiarirne il perché. A nostro avviso, anche la differenza tra mito e
filosofia sta proprio qui. Il mito ci dice come si struttura l'universo, ossia
il mondo degli dèi, degli uomini e delle cose. La filosofia invece vuole
spiegare il perché del mondo, dell'uomo e di Dio. 13 | fondamenti filosofici
sono le costanti della riflessione umana delle cose in generale; la cosmologia,
della costituzione essenziale delle cose materiali, della loro origine e del
loro divenire; l'antro po- logia, dell'uomo, della sua natura e del valore
della sua persona; la teodicea, del problema religioso ossia dell'esistenza e
della natura di Dio e dei rapporti che gli uomini hanno con lui; l’etica,
dell'origine e della natura della legge morale, della virtù e della felicità;
la politica, dell'origine e della struttura dello Stato; l’estetica, del
problema del bello e della natura e funzione dell’arte; la pedagogia,
dell’educazio- ne; la cultura del complesso delle conoscenze e dei
comportamenti dell'uomo; l'assiologia, dei valori. Essendo queste le costanti
del filosofare, che in forma più o meno accentuata sono presenti in tutte le
epoche della storia, prima di iniziarne lo studio sistematico è opportuno
acquisire un'idea abba- stanza precisa dei problemi che esse abbracciano e
intendono risol- vere. A tale esigenza si propone di rispondere il presente
volume. Esso non è diretto agli specialisti ma a chi inizia a studiare la
filosofia. Per questo motivo, i singoli problemi sono esposti e di- scussi in
forma semplice, precisa, essenziale. Di ogni problema si illustrano le origini
e gli sviluppi storici, le soluzioni prospettate dai vari filosofi attraverso i
secoli e le questioni tuttora aperte e pendenti. CONCETTI DA RITENERE
Conoscere; filosofia; filosofo Intelletto; razionalità; logicità — Ricerca;
metodo; finalità — Scienza; tecnologia; scientificità — Induzione; deduzione —
Mito; favola; risposta « pre-logica » o intuitiva. SINTESI CONTENUTISTICA Che
cos'è la filosofia La conoscenza umana è
superiore a quella degli altri esseri viventi. A livello intellettuale essa
assume due forme: razionale o logica e simbolica o analogica. L'uomo è
naturalmente « filosofo », egli cerca sempre il perché delle cose. Vengono
chiamati « filosofi » coloro che hanno come primo scopo queste ricerche
condotte in modo sistematico, per arrivare ad avere delle risposte ai grandi
interrogativi che da sempre si è posta l’uma- nità. La filosofia ha una sfera
particolare di competenza. Non è facile però stabilire in modo specifico il
campo di ricerca proprio della filosofia. In realtà i filosofi si sono occupati
non solo dello studio dell'uomo, ma anche del lin- guaggio, dell'essere, della
storia, dell’arte, della cultura, della politica, ecc. Si può dire pertanto che
la filosofia si occupa di ogni cosa, ricercandone le cause e le ragioni
fondamentali. Inoltre, mentre le singole scienze studiano una par- ticolare
dimensione della realtà, la filosofia ha per oggetto l'universo preso nella sua
totalità. . 2) La specificità della filosofia è data dal fatto che essa si
vale: a) di uno strumento di ricerca, che è dato dalla ragione; b) di un metodo
raziocinativo, valendosi dell’induzione e della deduzione; c) dell'obiettivo
specifico della co- noscenza. 14 3) Le origini della filosofia — Filosofia
elementare (comune a tutti gli uomini) e scientifica (sistematica,
specializzata). Rapporto tra mito e filosofia. Due principali interpretazioni
del mito: mito = verità, mito = favola. Mentre sino al secolo scorso ha
dominato il concetto del mito = favola, dall’inizio del secolo XX molti
studiosi hanno ripreso il concetto di « mito = verità » in quanto l'umanità
primitiva, non potendo dare una spiegazione « logica » del- l'universo, ha
cercato una spiegazione intuitiva ai grandi fenomeni come la vita, la morte, il
bene, il male, ecc. I miti, sotto la maschera di immagini varie, danno una
risposta « prelogica » a questi fenomeni. Dalla mitologia greca prese sviluppo
la filosofia. Funzione religiosa, sociale e filosofica del mito. 4) I problemi
filosofici fondamentali — La logica (studio dell'oggetto del pensiero in quanto
tale) si divide in formale, trascendentale e matematica. Il « sillogismo »
aristotelico; l'epistemologia (teoria generale del sapere scienti- fico) e la
gnoseologia (teoria filosofica della conoscenza); la cosmologia (studio della
forma e delle leggi dell'universo); l'antropologia {studio dell’uomo); la
metafisica (studio dell'essere in quanto tale); l'etica o morale (studio
dell'agire umano con riferimento all'ultimo fine); l’estetica (studio
dell'attività e della produzione artistica); la politica (studio dell'origine e
del fondamento dello stato); la teodicea {studio di Dio); la storia (lo studio
del senso della storia); la pedagogia (scienza dell'educazione); la cultura
(l'insieme di costumi, valori, ecc., propri di un popolo); l’assiologia (studio
dei valori). QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Animali e uomo: in che
cosa consiste la differenza? 2. Quali forme assume, nell'uomo, la conoscenza
intellettuale? 3. Perché l’uomo è stato sempre naturalmente filosofo? L'uomo
come si differenzia dagli altri esseri viventi? 4. Che cosa sono la filosofia e
il filosofo? 5. La differenza tra filosofia e scienze consiste nell'oggetto o
nel metodo? 6. Quali sono le principali concezioni cosmologiche della scienza
contem- poranea? 7. Che cosa è il mito? Come è sorto? 8. Perché si dice oggi
che il mito è una risposta « prelogica » dell'umanità? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI 1. Sul concetto di filosofia: AA.Vv., Enciclopedia Garzanti di
filosofia, Garzanti, Milano 1986°. AA.Vv., Scienza e filosofia oggi, Massimo,
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3 voll. AA.Vv., Storia antologica dei problemi filosofici, collana diretta da
Ugo Spirito, Sansoni, Firenze 1965 ss. VOLKMANN-SCHLUCK, Introduzione al
pensiero filosofico, Città Nuova, Ro- ma 1986. Per un aggiornamento generale
segnaliamo la rivista quadrimestrale Per la filosofia (Filosofia e
insegnamento), dell'Ed. Massimo di Milano, con temi monografici e una seconda
parte di aggiornamento didattico per gli insegnanti. (Si può chiedere lo «
specimen » della rivista con i sommari dei vari numeri usciti). 16 Parte prima:
I PROBLEMI FILOSOFICI IL PROBLEMA LOGICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Esiste
una relazione del pensiero con se stesso? 2. Eventualmente, esso come si
esprime e quale valore ha? 3. Quale rapporto è possibile stabilire tra pensiero
e, discorso? 1. Natura del problema La conoscenza umana è un fenomeno complesso
e misterioso. Al suo studio si interessano particolarmente tre discipline
filoso- fiche, la psicologia, la gnoseologia e la logica: la prima ne esa- mina
l'origine e i tipi principali; la seconda ne accerta il valore, studiando il
rapporto che intercorre tra la conoscenza e gli oggetti conosciuti; la terza,
infine, studia le condizioni essenziali al co- stituirsi della conoscenza e
fissa le regole per il suo retto funziona- mento. La logica non presuppone la
gnoseologia, di cui è piuttosto uno strumento indispensabile per il
raggiungimento della verità. ‘Pre- suppone invece la psicologia, perché è da
quest’ultima che essa viene a sapere quali sono i tipi di conoscenza di cui è
dotata la mente umana. Ottenute queste informazioni (per l'appunto dalla
psicologia), la logica procede allo studio delle condizioni fondamen- tali che
rendono possibili tali tipi di conoscenza ed a stabilire le norme per il loro
retto funzionamento. (*) Il termine greco /ogos (dal verbo /égein = dire)
presenta nella lingua originaria una pluralità di significati, che esprimono
però tutti una stretta con- nessione reciproca; dal più semplice al più
complesso sono i seguenti: parola, discorso, ragionamento, mente, intelletto.
Il termine indica quindi sia il sog. getto pensante, sia il procedimento
proprio del pensiero, sia il linguaggio nel suo irisieme che la parola nel suo
valore di comunicazione e di specchio astrat- to delia realtà. La logica, di
fatto, finisce per essere lo studio della retta corre- lazione di tutti quesii
elementi. 17 La logica ricerca le condizioni ed il loro retto funzionamento per
giungere alla gonoscenza La storia della filosofia conferma la dipendenza della
logica dalla psicologia Il problema della logica si impone da sé. La logica:
l’oggetto del pensiero in quanto tale La logica è lo studio degli enti di
ragione Tale dipendenza della logica dalla psicologia è chiaramente con-
fermata dalla storia della filosofia. Aristotele, per esempio, distin- gue tre
tipi di conoscenza intellettiva (apprensione, giudizio e ra- gionamento) e così
nella sua logica fissa le regole per il retto fun- zionamento dell’apprensione,
del giudizio e del ragionamento. Hu- me e Stuart Mill pensano che tutta la
conoscenza umana faccia capo alla fantasia e pertanto nella loro logica
stabiliscono delle re- gole per il retto funzionamento della fantasia. Kant, da
parte sua, distingue tre operazioni conoscitive: sensazione, giudizio e
ragiona- mento, e pertanto esplora le condizioni trascendentali che rendono
possibile il loro funzionamento. Il problema logico, anche se a qualcuno può
sembrare artificio- so, si impone da sé. Esso prende forma non appena ci si
accorge che alcune conoscenze possono essere interpretate in maniera diver- sa,
oppure che la conclusione di un certo ragionamento non può essere valida. Ecco
due esempi. Primo: di notte ho la sensazione d'essere colpito mortalmente da
una fucilata e mi sveglio di so- prassalto; in un primo momento non so se si
tratta di una per- cezione oggettiva oppure semplicemente d'un sogno. Cosa è
che distingue queste due forme di conoscenza? Secondo: dalle proposi- zioni: «
tutte le oche sono bipedi » e « tutti i galli sono bipedi », qualcuno potrebbe
trarre la conclusione: « tutti i galli sono oche ». Per quale motivo una simile
argomentazione è errata? La logica si propone, quindi, di fornire una risposta
ai seguen- ti interrogativi: Ciò che esprimo quando parlo, che cos'è? E quali
sono le sue strutture? Quale la sua organizzazione interna? Della logica sono
state date molte definizioni. Una di quelle su cui quasi tutti gli autori si
trovano d'accordo è la seguente: « è la scienza che studia il pensato in quanto
pensato ». Che significa « il pensato in quanto pensato »? Vuol dire che la
logica studia un oggetto di pensiero {il pensato) in quanto oggetto di pensiero
(in quanto pensato) e non in quanto rappresentazione di questa o di quella
cosa. Per esempio, la logica prende in esame l'idea di tavolo non in quanto è
la rappresentazione più o meno fedele di questo o di quel tavolo, oppure per
spiegare in che modo tale idea è entrata nella nostra men- te, ma considera il
tavolo in quanto, diventato pensiero, esso assume certe particolari
caratteristiche (che come oggetto fisico non ha), come l'universalità, la
predicabilità, la definibilità, ecc. Così, quando spiego che nella proposizione
« il tavolo è quadrato » tavolo è sogget- to e quadrato è predicato faccio un
discorso che appartiene alla lo- gica e non alla fisica. Spesso si dice che la
logica non studia enti reali ma enti di ragione. E questo è vero. Infatti le
caratteristiche del pensato, delle idee, come l'universalità, la predicabilità,
ecc. sono entità che non esistono nella natura delle cose (non sono entità
fisiche), ma esistono solo nella mente. La logica si divide in tre grandi
branchie: logica formale, logica trascendentale e logica matematica. 18 La
logica formale esamina le caratteristiche delle idee al fine di stabilire le
norme del retto argomentare. Si dice « formale », ap- punto perché ciò che
l’interessa sono le caratteristiche delle idee e non i loro contenuti. Ne
consegue che le norme che essa stabilisce garantiscono la correttezza del
discorso ma non la sua verità. La logica trascendentale tratta della validità
delle nostre cono- scenze, ossia delle condizioni alle quali esse devono la
loro possi- bilità e verità, e perciò del peculiare modo di essere del pensato
in quanto pensato. La logica matematica non parte da un determinato discorso al
fine di determinare le regole che ne garantiscono la verità, ma procede nel
senso inverso: stabilisce anzitutto un gruppo di regole sulle relazioni di
certi termini tra di loro e poi procede a determi- nare quale discorso sia
possibile una volta accettato tale gruppo di regole. La logica matematica viene
pertanto costruita come un puro calcolo. 2. Panorama storico Aristotele ci ha
dato le prime norme della logica formale: « La scienza della logica è stata
scoperta dai Greci. Ciò non significa che prima di essi non vi sia stato pensiero
logico: questo infatti è antico quanto il pensiero, poiché ogni ideazione
fertile è con- trollata dalle regole della logica. Ma una cosa è applicare tali
regole inconsciamente nelle operazioni del pensiero pratico, e un’altra for-
mularle esplicitamente, in maniera da sistematizzarle sotto forma di una
teoria. Spetta ad Aristotele il merito d'aver iniziato lo studio organico delle
regole logiche ». Il merito principale d’Aristotele è avere fissato con grande
pre- cisione le regole dell'argomentazione deduttiva, nella forma del
sillogismo. Il sillogismo consta di tre proposizioni di cui le prime due sono
chiamate « premesse » e la terza « conclusione ». Le tre propo- sizioni sono
costruite soltanto con tre termini, denominati « me- dio », « maggiore » e «
minore ». Il medio è quello che compare due volte nelle premesse ma non figura
nella conclusione. Il mag- giore e il minore figurano sia nelle premesse sia
nella conclusione. Il maggiore è quello che ricorre nella premessa maggiore e
il mi- nore quello che ricorre nella premessa minore. Per esempio, nel
sillogismo: « Tutti gli uomini sono ragionevoli; Socrate è un uo- mo; quindi
Socrate è ragionevole », « uomo » è il termine medio; « ragionevole » è il
termine maggiore; « Socrate » è il termine minore. ! H. REICHENBACH, La nascita
della filosofia scientifica, Il Mulino, Bolo- gna 1961, p. 208, 19 La logica si
divide in: — formale — trascendentale — matematica Aristotele fissa ie regole
dell’argomentazione deduttiva (il sillogismo): si ha la logica ‘‘formale’’ Le
quattro figure del sillogismo L’induzione: dal particolare all’universale
Critica al sillogismo: da Sesto Empirico, Cartesio, Stuart Mill Del sillogismo
si danno quattro figure principali, le quali si ca- ratterizzano per la diversa
posizione assunta dal termine medio nel- le premesse. La prima figura si ha
quando il termine medio è sog- getto della maggiore e predicato della minore;
la seconda figura, quando è predicato in tutt'e due le premesse; la terza,
quando è soggetto in entrambe le premesse; la quarta quando è predicato nella
maggiore e soggetto nella minore. Perché il procedimento sillogistico sia retto
Aristotele ha fissato otto regole fondamentali Oltre che dell’argomentazione
deduttiva Aristotele s'è occupato anche di quella induttiva. Il procedimento
induttivo, o induzione, si ha quando una proposizione universale viene inferita
da due gruppi di proposizioni particolari. Per esempio: a) il ferro è un me-
tallo, il bronzo è un metallo, l'oro è un metallo, il rame è un me- tallo,
ecc.; b) il ferro è un buon conduttore di elettricità, l'oro è un buon
conduttore di elettricità, il rame è un buon conduttore di elettricità, ecc.;
c) dunque i metalli sono buoni conduttori di elet- tricità. L'enumerazione dei
casi non può essere completa, perché i casi sono potenzialmente infiniti, ma
dev'essere sufficiente a far co- gliere la ragione del fenomeno (per esempio,
che l’esser metallo è la ragione della buona conducibilità). Lo studio della
deduzione e soprattutto quello dell'induzione fu ulteriormente approfondito da
altri filosofi dopo Aristotele. Gli Stoici e alcuni filosofi medioevali hanno
sviluppato lo studio delle deduzioni imperfette, vale a dire delle
argomentazioni ipotetiche e disgiuntive. Invece Bacone * e Stuart Mill5 hanno
fissato alcune re- gole per rendere l’induzione più feconda e sicura. Le
tabulae di Bacone offrono metodi di enumerazione dei casi; le regole di Stuart
Mill precisano vari metodi di ricerca della ragione di fatti sperimentali.
L'utilità del procedimento sillogistico è stata contestata da vari autori lungo
il corso dei secoli, per esempio, da Sesto Empirico, Cartesio, Stuart Mill. C'è
però da osservare che le loro difficoltà non muovono tanto dalla logica quanto
dalla teoria della conoscenza, la quale .viene concepita in modo diverso da
quello di Aristotele. ? Le otto regole del sillogismo sono: 1. I termini
debbono essere soltanto tre; 2. I termini debbono avere la medesima estensione
nelle premesse e nella conclusione; 3. Il medio non deve mai entrare nella
conclusione; 4. Il medio deve essere preso almeno una volta in tutta la sua
estensione; 5. Due premesse negative non danno nessuna conclusione; 6. Due
premesse afferma- tive risultano necessariamente in una conclusione
affermativa; 7. Due premesse particolari non danno nessuna conclusione; 8. La
conclusione segue sempre la parte più debole, ossia se una premessa è negativa
la conclusione dev'essere negativa; se una premessa è particolare, la
conclusione dev'essere particolare. ? Sulla logica aristotelica cfr. B. MONDIN,
Corso di storia della filosofia, vol. I, pp. 122-123, Massimo; Milano 1983. MONDIN,
Corso di storia della filosofia, vol. II, pp. 103-107, Massi- mo, Milano 1984.
5 Cfr. B. MONDIN, Corso di storia della filosofia, vol. III, pp. 184-186,
Massi- mo, Milano 1985, 20 Sesto Empirico e Stuart Mill negano i concetti
universali, e quindi per loro è assurdo pretendere di passare dall'universale
al singo- lare come si fa nel sillogismo. Invece Cartesio afferma la
corioscenza intuitiva sia degli universali che dei particolari, e pertanto per
lui diviene superflua qualsiasi argomentazione tesa a passare da un ordine
all’altro. Invece secondo Aristotele noi abbiamo la capacità di acquistare
concetti universali, ma non per intuizione, bensì me- diante l’astrazione dai
particolari. L’astrazione però non comporta la conoscenza di tuiti i
particolari. Così nella deduzione si vengono a conoscere nuovi casi singoli che
nell'universale erano presenti sol- tanto potenzialmente. Un altro tipo di
logica, detta logica trascendentale, volta a stabi lire le condizioni
essenziali che rendono possibili i vari tipi di cono- scenza, fu elaborata da
Kant. Questi, convinto della validità della scienza, ha esaminato quali siano
gli elementi che fondano tale validità. A suo giudizio, essi non possono
procedere dall’espe- rienza che non è mai dotata di necessità e universalità,
ma dal sog- getto stesso: sono forme o categorie con le quali il soggetto
accoglie, interpreta e classifica l’esperienza. Nella sua logica trascendentale
Kant determina appunto le forme (di spazio e tempo) e le categorie (dodici) che
danno ordine all'esperienza. Secondo Kant l'intelletto spontaneamente foggia
gli oggetti dell'esperienza (per esempio, fa sì che essi siano regolati dai
principi di causalità, di ordine, ecc.), ma non li crea; esso fornisce le
condizioni a priori mediante le quali, sol- tanto, qualcosa può essere pensato
come oggetto. Queste condizioni sono l'oggetto della logica trascendentale
kantiana, la quale studia pertanto l'origine, la validità oggettiva e
l'estensione (sempre limitata all'ordine fenomenico) delle nostre conoscenze a
priori. La logica trascendentale non prescinde da ogni contenuto come la logica
formale, ma solo dal contenuto empirico (sensibile) delle conoscenze. La teoria
kantiana della logica trascendentale ha dato luogo ad innumerevoli dispute. C'è
chi l’ha salutata come la soluzione più adeguata al problema della conoscenza
scientifica; invece altri l'ha respintaoperchéprivadi fondamento oppure perché
non neces- saria. Alcuni ne hanno contestata la validità, negando alla
matemati- ca, alla geometria e alla fisica quelle caratteristiche di certezza
asso- luta che Kant ascriveva loro. Ora, se questa obiezione è fondata, come i
più recenti sviluppi della matematica e delle scienze speri- mentali sembrano
attestare, è evidente che crolla il terreno su cui Kant ha costruito il suo
edificio. Altri non mettono in questione la validità della scienza, ma per
spiegarla non ritengono necessario po- stulare elementi conoscitivi a priori
(forme e categorie). Seguendo Aristotele affermano che l’universalità e la
necessità delle idee e dei giudizi non è il risultato di una sovrapposizione di
queste caratteri- stiche sui dati dell'esperienza, bensì di una lettura
approfondita di tali dati: non sono frutto di una sintesi dell'elemento a
posteriori con 21 Kant elabora le condizioni essenziali della conoscenza: si ha
la logica ‘‘trascendentale”’ Dalla critica a Kant deriva il recupero della
logica aristotelica Nell'ultimo secolo si è sviluppata la logica ‘‘matematica’’
costruita come un calcolo di simboli La sintassi del linguaggio comprende: —
regole di formazione — regole di deduzione Il sistema assiomatico deriva dai
due tipi di regole quello a priori, bensì di un'astrazione effettuata
dall’intelletto sugli oggetti dell'esperienza. L'ipotesi aristotelica rispetto
a quella di Kant ha il vantaggio di salvaguardare meglio l'obiettività del
conoscere e, allo stesso tem- po, è in condizione di render conto della
mobilità delle scienze (fi- siche e matematiche).£ In Hegel la logica formale
di Aristotele e quella trascendentale di Kant non sono abbandonate ma
acquistano un senso nuovo: esse non si riferiscono più semplicemente alla sfera
del pensiero, ma an- che a quella della realtà, perché, secondo Hegel, tra le
due sfere c'è perfetta coincidenza: « tutto ciò che è razionale è reale e tutto
ciò che è reale è razionale ». Durante l’ultimo secolo, per merito di Frege,
Peano, Whitehead, Russell e altri, ha ottenuto considerevole sviluppo un terzo
tipo di logica, la logica matematica {detta anche logica simbolica oppure
logistica). Questa, come s'è detto, viene costruita come un calcolo di simboli,
i quali non hanno nessun altro senso che quello assegna- to loro dalle
rispettive regole. Il primo passo della logica matematica è stabilire la
sintassi del linguaggio: ossia fissare le relazioni dei segni tra di loro,
mediante alcune regole generali. Tale sintassi viene costruita indipendente-
mente dalla semantica del linguaggio, la quale si occupa del rapporto dei segni
con ciò di cui si parla. La sintassi comprende due gruppi di regole: di
formazione e di deduzione. Le regole di formazione stabiliscono prima quali se-
gni scritti (per esempio, q, p, v, -) sono espressioni del linguaggio, e poi
quali combinazioni di tali espressioni sono formule ben for- mate ossia
espressioni sensate, distinte dalle altre (non sensate). Alcune di queste
formule ben formate vengono assunte quali as- siomi, ossia quali primi
enunciati validi. Le regole di deduzione poi determinano mediante quali
procedimenti (per esempio, sostituzione di una espressione ad un’altra) altri
enunciati validi possono essere derivati, ossia dedotti, dagli assiomi
iniziali. Sia gli assiomi sia gli enunciati dedotti sono chiamati teoremi del
sistema. Il sistema che ne risulta è detto sistema assiomatico, in quanto tutti
i teoremi vi sono dedotti da pochi assiomi. Come s'è detto, i sistemi
assiomatici sono costruiti in modo del tutto indipendente dal significato che
potrà poi essere attri- buito ai loro teoremi, quando siano applicati ad una
scienza; ed i loro assiomi non hanno affatto la pretesa di essere evidenti.
Per- ciò «la deduzione non consiste nell’inferire da verità evidenti altre
verità, mediatamente evidenti (come nel sillogismo); ma consiste solo nel
trasformare date formule assunte come primitive (ossia gli assiomi), in modo da
ottenerne altre (le formule derivate): tutte ‘ Cfr. B. M. M. queste formule —
ossia tutti i teoremi — risultano così tra di loro concatenati in un unico
sistema. I sistemi sono però usualmente costruiti in vista della loro
interpretazione, ossia applicazione ad una data scienza; sicché l'utilità di un
sistema sta tutta nella sua ca- pacità di fornire un criterio rigoroso di
distinzione di date formule — i teoremi, eventualmente interpretabili come
enunciati veri di una data scienza — dalle altre formule. L'interpretazione di
un sistema è data dalle regole semantiche che mettono ogni sua espressione in
rapporto o con un nesso logico (disgiunzione, implicazione, ecc.) o con una
delle entità (oggetto, proprietà, relazione, proposizione, ecc.) studiate in
una data scienza. Il sistema e la sua interpretazione sono costruiti in modo
tale che ad ogni teorema del sistema corri- sponda una proposizione vera di
quella scienza in cui esso viene inter- pretato »} Perché un sistema
assiomatico sia corretto e logicamente inter- pretabile si esige che sia
non-contraddittorio, tale cioè che due for- mule di cui una nega quello che
l’altra afferma, per esempio, « A » e « non A », non siano ambedue in esso
deducibili. Senonché nel 1931 Gidel fece una scoperta che ebbe del sensa-
zionale: dimostrò che la non-contraddittorietà del sistema non può essere
dimostrata nel sistema stesso: ossia espréssa in un enunciato che sia teorema o
assioma del sistema. Sicché per affermare valida- mente la
non-contraddittorietà d'un sistema occorre usare espressio- ni estranee al
sistema stesso. Si prese così coscienza dei limiti interni della logica
matematica. Più tardi ci si accorse che difficoltà ancora maggiori provenivano
dall'esterno, nel momento in cui si passava dal calcolo simbolico alla
traduzione semantica dei sistemi assioma- tici. E in effetti le difficoltà
apparvero insormontabili allorché nella traduzione dei sistemi assiomatici, in
un primo tempo, si adot- tarono regole semantiche come quelle del
neopositivismo, regole troppo rigide e del tutto inadeguate ad esprimere la
ricchezza e varietà dell'esperienza umana. Si cercò di superare tale difficoltà
abbandonando il neopositivi- smo e sviluppando una nuova filosofia del
linguaggio, la filosofia analitica. Questa insegna che ogni tipo di discorso
deve avere una logica sua propria e che la logica matematica si addice soltanto
al discorso scientifico. Dalla filosofia analitica i logici matematici hanno
appreso l’impor- tante lezione di mantenere una rigorosa distinzione tra la
loro opera e quella dei semantici. In effetti i logici matematici contempo-
ranei (Carnap, Quine, Church) costruiscono dei calcoli puramente formali,
intesi cioè come sistemi di segni privi di significato. Solo in un secondo
tempo si chiedono se vi siano delle verità significate da RIVETTI BARBO', « Il
problema logico », in Studio e insegnamento della posse, Ave, Roma 1966, pp.
159-160. M. L’interpretazione di un sistema: — nesso logico (disgiunzione,
implicazione, ecc.) — entità (oggetto, proprietà, relazione, proposizione,
ecc.) Il problema della non contradditorietà e i limiti della logica matematica
La filosofia ‘‘analitica’’ insegna che la logica matematica è solo del discorso
scientifico Logica ‘‘formale’’ e logica ‘’simbolica”’: affinità e differenze
Oggi risulta chiaro che la logica è una tecnica ordinatrice del pensiero quei
segni, e quali esse siano. Le risposte variano dal nominalismo (Quine) al
platonismo (Church). Al suo primo apparire, la logica matematica parve a molti
incom- patibile con la logica formale tradizionale. Questo giudizio oggi non è
più condiviso da nessuno. In effetti tra le due discipline non esiste nessuna
incompatibilità. Tant'è vero che in uno dei testi più classici di logica
matematica (quello del Quine), tutta la prima parte non fa altro che
riproporre, in forma simbolica, la logica formale di Ari- stotele. Esistono
tuttavia sicuramente alcune importanti differenze tra logica formale e logica
simbolica. In quest'ultima è più netta la se- parazione tra il calcolo logico e
l’interpretazione semantica; mentre in Aristotele regole logiche e principi
semantici sono spesso mesco- lati insieme. In secondo luogo, l'apparato della
logica matematica è assai più vasto e complesso di quello della logica formale.
Infine, mentre la logica tradizionale partiva dalla definizione degli enti lo-
gici (concetto, giudizio, ragionamento) e poi ne ricercava le strut- ture, la
logica matematica si limita a costruire i sistemi formali la- sciando alla
semantica di determinare, in un secondo tempo, di quali enti si tratti. Grazie
alla netta separazione tra logica e semantica oggi risulta più evidente una
verità che i filosofi del passato non hanno sempre visto chiaramente: che,
cioè, la logica, propriamente parlando, non è una parte della filosofia (e
tanto meno tutta la filosofia come pre- tendeva Hegel) bensì una tecnica
generale per ordinare rettamente il pensiero, qualsiasi pensiero. Essa è
pertanto un presupposto fon- damentale di tutte le scienze, inclusa ovviamente
anche la filosofia. CONCETTI DA RITENERE Psicologia; gnoseologia; logica —
Logica formale, trascendentale, matematica — Sillogismo; deduzione, induzione —
Sintassi del linguaggio; regole di formazione; regole di deduzione — Sistema
assiomatico — Filosofia analitica SINTESI CONTENUTISTICA I. IL PROBLEMA 1. La
conoscenza umana è un fenomeno complesso e misterioso. Tre disci- pline
filosofiche si interessano ad esso: la psicologia {ne esamina l'origine e i
tipi); la gnoseologia (ne accerta il valore); la logica (ne studia le
condizioni essenziali e le regole del retto funzionamento). x 2. La logica non
presuppone la gnoseologia, di cui è strumento, ma presup- pone la psicologia
che le indica i diversi tipi di conoscenza. 3. Il problema logico si pone da sé
quando ci si rende conto che alcune conoscenze e alcuni ragionamenti possono
condurre a conclusioni diverse. Na- 24 scono allora questi interrogativi: Ciò
che esprimo quando parlo che cos'è? Quali sono le sue strutture? Quale la sua
organizzazione interna? 4. La logica studia un oggetto di pensiero (il pensato)
in quanto oggetto di pensiero (in quanto pensato) e non in quanto
rappresentazione della realtà. 5. La logica è così distinguibile: a) logica «
formale »: suo oggetto sono le idee e i loro contenuti; stabilisce le regole
del retto argomentare; b) logica « trascendentale »: tratta della validità
delle nostre conoscenze e della loro possibilità e verità; c) logica « matematica
»: è un puro calcolo che stabilisce un gruppo di regole sulla relazione tra
certi termini e determina quale discorso sia possibile. PANORAMA STORICO
Aristotele ha fissato nel sillogismo le regole dell’argomentazione dedut- tiva.
Egli si è occupato anche dell’argomentazione induttiva, che inferisce una
proposizione universale da una particolare. 2. Lo studio della deduzione e
dell’induzione si è protratto nei secoli attra- verso gli stoici, Bacone,
Cartesio e Stuart-Mill. 3. La logica trascendentale deve la sua paternità a
Kant che attribuisce alle forme pure dello spazio e del tempo e alle categorie
il compito di organiz- zare l’esperienza. 4. In Hegel la prospettiva
aristotelica e quella kantiana assumono carat- tere metafisico: la realtà è il
pensato del pensiero. 5. Nel sec. XX Frege, Peano, Whitehead, Russell, ecc.
hanno elaborato la logica matematica o simbolica orientata a stabilire la
sintassi del linguaggio incentrata sulle regole di formazione e di deduzione.
Queste ultime portano alla individuazione dei sistemi assiomatici. La
correttezza del sistema assioma- tico sta nella sua non contraddittorietà.
Gòdel nel 1931 ha scoperto che il cri- terio di non contraddittorietà del
sistema è posto fuori dal sistema stesso. 6. Una nuova filosofia del linguaggio,
la filosofia analitica, insegna che ogni tipo di discorso deve avere una sua
logica e che la logica matematica si addice solo al discorso scientifico. 7.
Tra logica formale e logica simbolica vi sono importanti differenze: nella
prima sono spesso mescolate regole logiche e princìpi semantici; nella seconda
il calcolo logico e l’interpretazione semantica sono più nettamente separati.
QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Quale relazione intercorre tra
psicologia, gnoseologia e logica? 2. Che cosa contraddistingue la logica e qual
è l'oggetto del suo studio? 3. La logica in quante branchie si divide e quale
significato ha ciascuna di esse? 4. Che cosa sono il sillogismo e l’induzione?
5. Quale rapporto intercorre tra la logica formale e lo studio dell'analisi
logica di una lingua? 6. C'è un campo di applicazione specifica della logica
matematica o simbo- lica nella nostra cultura a tecnologia avanzata?
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Paideia, Brescia IL PROBLEMA GNOSEOLOGICO (o problema della conoscenza)
QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Che cosa si può ritenere necessario per la
conoscenza? 2. È possibile analizzare i caratteri del proprio modo di
conoscere? 3. Quale rapporto intercorre tra verità, errore e conoscenza? Il
problema della conoscenza, s'è osservato nel capitolo preceden- te, è un
problema complesso, i cui aspetti principali sono tre: primo, origine e
strutturazione; secondo, valore; terzo, retto funziona- mento. Il primo aspetto
è trattato dalla psicologia, il secondo dalla critica e il terzo dalla logica.
Nel capitolo precedente abbiamo esa- minato l'aspetto logico; ora, nel presente
capitolo, ci occuperemo sia di quello critico che di quello psicologico. I
principali problemi di ordine psicologico sono due, uno riguar- da le forme
della conoscenza umana e l’altro la loro origine. 1. Le forme della conoscenza
umana Per quanto concerne la conoscenza umana, è evidente che anche noi come
gli animali siamo dotati di alcune forme di conoscenza sensitiva: vista, udito,
gusto, odorato, tatto. 'Possediamo inoltre, anche un'altra capacità, la
memoria, la quale ci consente di richia- mare alla mente notizie che
appartengono al passato. Vi è infine la fantasia, che ci permette di
rappresentare le cose in modo originale, diversamente da come le abbiamo
ricevute dall'esperienza. Così, per esempio, possiamo immaginare un bue con la
testa di leone e la coda di coccodrillo, anche se di fatto un simile animale
non esiste nella realtà. Sul possesso di queste facoltà non esiste nessun
dubbio; perciò la filosofia non ha nulla da disputare al riguardo. Senonché la
conoscenza umana fornisce anche altri dati singo- lari, appartenenti all'ordine
scientifico, religioso, morale, estetico, ecc., che includono idee universali e
astratte, principi generali e asso- luti, leggi necessarie, e che presentano
quindi caratteristiche del tutto dissimili dalle conoscenze ottenute mediante i
sensi e la fanta- sia. Di fronte a tali dati sorge inevitabilmente
l’interrogativo: di che 27 Aspetti del problema della conoscenza: — orlginl e
strutturazione — valore — retto funzionamento Alcune forme della conoscenza: —
conoscenza sensitiva — memoria — fantasia Parmenide e i Pitagorici danno valore
assoluto alla conoscenza razionale Conoscenza sensitiva e conoscenza
intellettiva: orientamento platonico e orientamento aristotelico genere di
conoscenze si tratta? A quale sfera appartengono? Questo è un problema
impegnativo e spetta al filosofo risolverlo. Le soluzioni possibili, come ci
insegna la storia della fiiosofia, sono molte. Il problema fu già dibattuto dai
presocratici, i quali presentano subito una soluzione contrastata: Parmenide e
i Pitagorici ricono- scono apertamente oltre alla conoscenza sensitiva anche
quella ra- zionale, ma soltanto a quest’ultima ascrivono valore assoluto. In-
vece Protagora, Gorgia e gli altri Sofisti ammettono solo l’esistenza della
conoscenza sensitiva e in tal modo ritengono di riuscire a spiegare le profonde
divergenze che si incontrano tra gli orizzonti conoscitivi di membri
appartenenti a diverse società o anche allo stesso gruppo sociale. In generale,
però, durante il periodo classico, quasi tutti i filosofi riconoscono
l’esistenza di almeno due ordini conoscitivi: quello dei sensi e quello
dell'intelletto. Ma all’interno di questo ampio accordo di fondo, si danno
alcune divergenze significative tra i pensatori di orientamento platonico
(Platone, Plotino, Agostino, san Bonaven- tura) e quelli di orientamento
aristotelico (Aristotele, Averroè, Al- berto Magno, Tommaso d'Aquino). I
platonici suddividono sia la conoscenza sensitiva che quella intellettiva in
due tipi: — conoscenza sensitiva per immagine diretta, — conoscenza sensitiva
per immagine indiretta, ossia mediante una copia, — conoscenza intellettiva per
ragionamento (che Platone chiama dianoia e Agostino ratio inferior), —
conoscenza intellettiva mediante visione (che Platone chiama noesis e Agostino
illuminatio)? Gli aristotelici mantengono la prima distinzione, ma le assegna-
no scarsa importanza; respingono invece la seconda in quanto a lo- ro avviso la
nostra mente non è dotata di conoscenza intuitiva, ma solo astrattiva e
raziocinativa.* Il problema gnoseologico assume un'importanza singolare nel-
l'epoca moderna a partire da Cartesio. Questi comprende che dalla soluzione del
suddetto problema dipende la soluzione di tutti gli altri. Anche nel periodo
moderno come in quello classico, di fronte al problema dei tipi di conoscenza i
filosofi si dividono in due grandi schieramenti: alcuni ammettono sia la conoscenza
sensitiva che quella intellettiva; sono i razionalisti (Cartesio, Spinoza,
Malebran- che, Leibniz) e gli idealisti (Kant, Fichte, Hegel, Croce). Altri
ammet- tono soltanto la conoscenza sensitiva: sono gli empiristi (Berkeley, !
Cfr. B. M. Hume), i positivisti (Comte, Spencer, Mill) e i neopositivisti
(Russell, Ayer). Oggi, il problema delle forme della conoscenza rimane ancora
aperto e tutto lascia prevedere che neppure nel futuro si arriverà ad una
soluzione conclusiva. Ci sarà sempre anche in seguito, come nel passato, chi
basandosi su ciò che è immediatamente sperimentabile affermerà che l’unica
conoscenza di cui siamo dotati è quella di or- dine sensitivo. Altri invece,
prendendo seriamente in esame alcune espressioni della nostra conoscenza che
non sono riconducibili al- l'ordine sensitivo (come le conoscenze scientifiche,
religiose, etiche, estetiche, ecc.) riterrà necessario ammettere che siamo
dotati anche di una forma di conoscenza trans-sensitiva, ossia intellettiva. 2.
Origine della conoscenza Le idee di cui noi siamo in possesso da dove
provengono? Sono riproduzioni di oggetti esterni a noi o sono invece creazioni
della nostra mente? Anche per questo problema, come per quello pre- cedente si
possono dare varie soluzioni. Si può pensare che le idee siano esclusivamente
frutto dell’azione dell'oggetto su di noi, oppure che siano, viceversa, il
risultato dell’opera del soggetto solamente, oppure, infine, che siano dovute
all'azione combinata del soggetto e dell'oggetto. (Le divergenze, però, non
finiscono qui. Abbiamo visto che quasi tutti i filosofi riconoscono almeno due
forme di conoscenza: quella sensitiva e quella intellettiva. Ne consegue che le
tre ipotesi prece- denti vanno moltiplicate per due. E in effetti si può
pensare: 1. tutta la conoscenza (sia sensitiva che intellettiva) viene pro-
dotta dall'oggetto (Platone); 2. tutta la conoscenza (sia sensitiva che
intellettiva) è prodotta dal soggetto (Hegel); 3. la conoscenza intellettiva è
prodotta dal soggetto e quella sensitiva dall'oggetto (Occam); 4. la conoscenza
intellettiva è prodotta dall'oggetto e quella sen- sitiva dal soggetto
(Berkeley); 5. la conoscenza intellettiva è il risultato dell'azione combinata
del soggetto e dell'oggetto, mentre invece la conoscenza sensitiva è dovuta
esclusivamente all’azione dell'oggetto {Aristotele); 6. la conoscenza sensitiva
e quella intellettiva sono entrambe il risultato dell'azione combinata del
soggetto e dell'oggetto (Kant). Storicamente le grandi linee di sviluppo del
problema dell'origine della conoscenza sono le seguenti. ‘Platone, il quale è
il primo filosofo ad affrontare questa questione in maniera esplicita e
sistematica, ritiene che tutta la conoscenza umana sia sensitiva che
intellettiva abbia la sua origine dall'oggetto. Dato però che nel mondo fisico
che esperimentiamo non esistono 29 Forme della conoscenza: è un problema aperto
Le idee: — riproduzione di oggetti esterni — creazione della mente — relazione
soggetto “oggetto Sei soluzioni al problema delle forme e delle origini
Sviluppo storico: — Platone: l’origine è nell’oggetto (reminiscenza e anamnesi)
— Aristotele: azione del soggetto In virtù dell’intelletto — Sant'Agostino: le
verità eterne e l'illuminazione — San Tommaso: l’azione astrattiva
dell’intelletto Berkeley: Dio causa delle idee — Hume: il primato della
sensazione oggetti universali e necessari, Platone, per spiegare l'origine
della conoscenza intellettiva, ritiene necessario postulare l’esistenza di un
mondo ideale costituito appunto di oggetti universali, necessari e pertanto
immateriali. L'anima è stata a contatto con questo mondo delle Idee prima di
entrare nel corpo: è quindi preesistita al corpo. Attualmente, quando
conosciamo verità assolute noi non facciamo altro che prendere coscienza (reminiscenza,
anamnesi) di quanto ab- biamo già esperito precedentemente, nell'Iperuranio.5
Aristotele considera la teoria platonica dell'origine della cono- scenza
intellettiva artificiosa, arbitraria e non corroborata in alcun modo
dall'esperienza. La conoscenza intellettiva a suo parere, è do- vuta in larga
misura all’azione del soggetto, il quale è dotato di una potenza particolare
(l'intelletto) mediante la quale elabora i dati offertigli dall'esperienza così
da cogliere in essi l'elemento universale e necessario e pertanto essenziale.
Sant'Agostino condivide la tesi platonica che le idee universali (le verità
eterne) sono prodotte in noi dall'esterno, perché a suo giudi- zio se esse
fossero causate da noi stessi non potrebbero avere quei caratteri di assolutezza,
certezza, universalità, immutabilità di cui sono dotate, essendo noi esseri
contingenti e fallibili; ma la modifica in un aspetto importante: la causa
della loro origine non sono le Idee ma Dio. Questi le infonde nella nostra
mente con la sua azione il- luminatrice (illuminatio). San Tommaso ritiene che
la teoria agostiniana misconosca l’auto- nomia dell'uomo proprio in quella che
è la sua facoltà più propria e specifica e che lo innalza al di sopra del regno
degli animali. Ripro- pone quindi la teoria aristotelica: la conoscenza delle
idee universali è dovuta all’azione dell'intelletto umano, il quale le astrae
dalle cose.! Sulla linea di Platone continuano a muoversi alcuni eminenti
filosofi moderni (Cartesio, Malebranche, Rosmini, Gioberti); invece altri si
muovono sulla linea di Aristotele (Locke, i Neotomisti). Ma durante l'epoca
moderna si affacciano soluzioni diverse da quelle tradizionali. Così, per
esempio, Berkeley afferma che le idee sono tutte particolari, ma non hanno come
causa della loro origine gli og- getti materiali, bensì Dio stesso.’ Hume fonda
tutta la nostra cono- scenza sulla sensazione; ma non sa spiegare in che modo
si formano in essa i dati iniziali Ad ogni modo, presupposti tali dati, tutte
le nostre conoscenze fattuali, a suo avviso, sono frutto dell’azione della
fantasia la quale le ottiene associando oppure dissociando i dati pri- mari in
base alla loro contiguità nello spazio e nel tempo, alla loro M. somiglianza e
dissomiglianza, e alla loro successione causale.! Kant spiega sia la conoscenza
sensitiva che quella intellettiva come il risul- tato di una sintesi di
elementi forniti in parte dal soggetto e in parte dall'oggetto. L'oggetto
fornisce la materia, il soggetto la forma. C'è pertanto un elemento a
posteriori (la materia) ed uno a priori (la forma). Kant distingue pertanto
vari elementi formali: nella cono- scenza sentitiva sono lo spazio e il tempo;
nella conoscenza intellet- tiva, le dodici categorie. In tal modo Kant ritiene
di aver superato l'impasse tra razionalisti ed empiristi e di avere fornito una
valida spiegazione dell'origine della conoscenza scientifica." Ma la sua
spie- gazione viene ben presto contestata dagli idealisti; essi escludono
qualsiasi apporto dell'oggetto nella formazione della conoscenza, ritenendo che
soltanto così si può salvare l'autonomia del soggetto; e affermano che la
conoscenza è creazione spontanea del soggetto." Oggi si cerca di sbloccare
il problema dell'origine della conoscen- za facendo intervenire nella sua
formazione molti altri fattori oltre a quelli tradizionali (soggetto, oggetto,
Dio). Gli psicanalisti danno rilievo al fattore subcoscienziale ed istintivo;
gli strutturalisti a quello sociale; gli esistenzialisti, in particolare
Heidegger, e i teorici della nuova ermeneutica (Gadamer) al fattore storico;
gli analisti a quello linguistico. A nostro avviso, però, la soluzione
conclusiva del problema della conoscenza non va ricercata nell’affermazione di una
sola di queste componenti ad esclusione delle altre, bensì nella giusta
armonizza- zione di tutti questi coefficienti tra di loro e con quei due
coefficienti indispensabili che sono il soggetto e l'oggetto. 3. Valore della
conoscenza Anche per quanto concerne l'aspetto critico i problemi fonda-
mentali sono due: a) che valore ha la conoscenza umana? b) qual è il metodo più
efficace per garantire alla nostra conoscenza il raggiun- gimento della verità?
Esaminiamo anzitutto il primo problema. Il valore della nostra conoscenza
diventa un problema nel mo- mento in cui facciamo esperienza dell'errore.
Allora ci domandiamo: possiamo fidarci delle nostre facoltà conoscitive? Le
conoscenze che esse ci procurano sono valide? Quando e in che misura?
Storicamente il problema del valore della conoscenza è uno dei primi affrontati
dai filosofi, i quali, poi, non hanno più cessato di dibatterlo, fino ai nostri
giorni. Per risolverlo, Parmenide traccia una netta distinzione tra cono- ‘M. Kant:
la conoscenza come sintesi soggetto- oggetto Valore della conoscenza: — i
Sofisti: relativismo gnoseologico — Socrate: valore assoluto della conoscenza
intellettiva — Platone: immortalità, assolutezza e necessità della conoscenza
intellettiva — Aristotele: intelletto, essenza e verità — Agostino: evidenza
dell’esistenza scenza sensitiva ed intellettiva: solo la seconda può attingere
la verità; la prima al massimo può generare opinioni. I Sofisti, i quali come
s'è visto hanno una concezione sensistica della conoscenza non le riconoscono
in nessun caso valore assoluto: né nel campo speri- mentale né in quello
filosofico né in quello religioso né in quello giuridico. Contro il relativismo
e lo scetticismo dei Sofisti, Socrate fa vedere che oltre alle conoscenze dei
sensi l'uomo possiede anche altre conoscenze che travalicano la sfera sensitiva
come le idee di bontà, giustizia, felicità, bellezza, verità; le quali hanno
valore as- soluto." Platone cerca di considerare la posizione di Socrate
distinguendo due piani di realtà, quello fisico e quello ideale ed assegnando
all’in- telletto la conoscenza del secondo mentre ai sensi appartiene la cono-
scenza del primo. Ora, come il piano ideale è immutabile, eterno, in-
corruttibile, così anche la conoscenza intellettiva è necessaria, im- mutabile
e assoluta. Per contro, essendo il piano materiale mutevole e corruttibile,
anche la conoscenza sensitiva è mutevole e soggetta ad errore." Aristotele
condivide il pensiero di Socrate e Platone circa l’essen- ziale validità della
conoscenza intellettiva, ma non la spiegazione fornita da Platone. Sono le cose
stesse a suo giudizio a contenere un nucleo fondamentale sempre identico a se
stesso, l'essenza. Questa non si trova al di fuori delle cose, separata, ma
nelle cose. E l’intel- letto umano attinge la verità afferrando per astrazione
tale essenza. Dopo Platone e Aristotele la filosofia greca attraversa un
profondo travaglio, che sfocia nell’abbandono dei loro poderosi sistemi meta-
fisici e nel ripiegamento, con gli Stoici e gli Epicurei, su specula- zioni di
carattere etico e politico. Ma la crisi della metafisica fornisce un ulteriore
motivo per mettere in dubbio il valore della ragione umana: così sorge lo
“scetticismo”. Secondo questa filosofia l’uomo non può mai raggiungere con
certezza la verità." Durante l’ultimo secolo avanti Cristo e nei primi
secoli dell'era cristiana lo scetticismo diviene la teoria di moda oltre che in
Grecia anche a Roma. Persino Agostino la condivide durante una fase della sua
vita; ma poi, convertito al cristianesimo, la respinge ferma- mente, mostrando
che anche ammettendo di cadere continuamente nell'errore, uno ha ciononostante
e proprio per questo motivo il possesso di almeno una verità: che esiste. Si
fallor, sum. « Chi può dubitare d'essere vivo, se ricorda, capisce, desidera,
pensa, conosce e giudica? Dal momento che egli ha questo dubbio, egli vive; se
egli dubita, pensa. Per quanti dubbi egli abbia, quindi riguardo ad altre cose,
egli non deve aver dubbi riguardo a questa; poiché se egli non * Cfr. B. M. esistesse,
non potrebbe aver dubbi riguardo ad alcuna cosa »." Il valore della
conoscenza umana, almeno di quella intellettiva, è apertamente affermato e
difeso da san Tommaso e dagli altri Scola- stici. Ma col tramonto della
Scolastica spunta nuovamente lo scetti- cismo. Alla fine del Cinquecento esso
fa presa su molti spiriti tanto che non è esagerato dire che il « Que sais-je?
» non è solo il motto di Montaigne ma di tutta la sua epoca. Quando Cartesio
decide di rin- novare l’edificio filosofico, la visione imperante nel mondo dei
dotti è ancora quella scettica. E così si comprende perché il padre della
filosofia moderna inizi la sua costruzione filosofica, sottoponendo al vaglio
della critica l’ordine della conoscenza, onde verificarne il valore e la portata.
Egli inizia, com'è noto, facendo le massime con- cessioni allo scetticismo; ma
questo non gli impedisce di cogliere una prima fondamentale verità: dubito,
quindi penso; penso, quindi sono: Cogito, ergo sum. Da questa verità Cartesio
deduce poi tutta una vasta serie di proposizioni di ordine metafisico,
religioso e anche fisico. Alla fine egli ritiene di potere riscattare dal
dubbio non sol- tanto le conoscenze di ordine intellettivo ma anche quelle di
ordine sensitivo, in quanto neppure queste ultime sarebbero frutto del-
l’esperienza bensì il risultato di un'attività « innata ».!° A fianco di
Cartesio e a difesa del valore della conoscenza intel- lettiva si schierano
alcuni grossi nomi della filosofia moderna, come Spinoza, Malebranche, Leibniz,
Wolff: è il gruppo dei filosofi razio- nalisti. Ma allo stesso tempo si
sviluppa anche una forte corrente contraria a Cartesio e alla sua
interpretazione ottimistica del feno- meno conoscitivo: è la corrente degli
empiristi (Locke, Berkeley, Hume) i quali o negano qualsiasi forma di
conoscenza intellettiva oppure ne contestano l'utilità. Secondo gli empiristi
l’unica cono- scenza che consente all'uomo di ottenere informazioni fattuali è
quella dei sensi, la quale tuttavia non può mai rivendicare per sé i caratteri
dell’universalità e della necessità. Pertanto la verità come sicura
corrispondenza tra le nostre idee e le cose non esiste. Come si vede, siamo di
nuovo ripiombati dentro lo scetticismo, anzi nello scetticismo più radicale.
Tale è in effetti la conclusione cui giunge la ricerca filosofica di Hume.®
Dalle posizioni assunte dagli empiristi e dai razionalisti, ma te- nendo allo
stesso tempo anche conto delle posizioni di prestigio ac- quisite dalla scienza
moderna, muove Kant quando affronta e pren- de nuovamente in esame il problema
critico. Questo a suo giudizio non può essere risolto che in modo positivo dati
i successi ottenuti dalle scienze sperimentali. Ossia si deve riconoscere la
validità della conoscenza intellettiva. Ma secondo Kant si deve circoscrivere
il suo ambito ad oggetti diversi da quelli che volevano assegnarle i ra-
zionalisti e gli empiristi. La conoscenza intellettiva non ha di mira #
AGOSTINO, De Trinitate, X, 10, 14. ' Cfr. B. M. Cartesio: dall’'evidenza del
pensare all’evidenza dell’esistere — Kant: la soluzione critica Tendenze
attuali circa il valore della conoscenza: scetticismo che si basa sulla scienza
e sulla prassi la cosa in sé (ossia la realtà oggettiva), ma i fenomeni.
Soltanto come conoscenza dei fenomeni essa attinge la verità, cioè la necessità
e l'universalità. Quando mediante la ragione l’uomo vuole oltrepas- sare la
sfera dei fenomeni per raggiungere quella del noumeno, egli si perde
necessariamente in una selva di antinomie.* La soluzione indubbiamente geniale
ma discutibile di Kant, la quale se per un verso aveva il merito di chiarire la
struttura della conoscenza scientifica, per un altro verso aveva anche il
demerito di precludere ogni soluzione teoretica proprio per quei problemi che
maggiormente interessano e tormentano l’uomo (come la pro- pria origine, la
natura del proprio essere, la sopravvivenza dopo la morte, l’esistenza di Dio,
la libertà, ecc.): tale soluzione non viene ac- colta per molto tempo. Dopo qualche
decennio i filosofi ricadono nuo- vamente nelle due classiche alternative:
quella intellettualistica (spo- sata dagli idealisti, gli intuizionisti, i
neotomisti) e quella sensistica (accolta dai positivisti, gli
empiriocriticisti, i materialisti, i neopo- sitivisti). î Oggi, la tendenza
generale per quanto concerne il valore della conoscenza è contraria al
razionalismo ed è favorevole ad uno scetti- cismo più o meno oltranzistico. È,
però, una tendenza che assume toni e sfumature diverse, di cui le espressioni
più significative sono due. Una è rappresentata da coloro che ritengono che la
verità si debba sempre ricercare per via conoscitiva, ma sono convinti che è
necessario escludere qualsiasi forma di metafisica: per scoprire la verità
bisogna affidarsi soprattutto alle tecniche delle scienze umane, la
psicanalisi, la nuova ermeneutica, lo strutturalismo oppure alle scienze
sperimentali. L'altra è rappresentata da coloro che cercano la verità non
attraverso la speculazione bensì attraverso la prassi. Secondo un gruppo di
pensatori del XIX secolo, che fanno capo a Marx e a Engels, la validità di una
concezione, d'una teoria, d'un sistema non si può provare con argomenti
aprioristici, ma emerge nella prassi, nell'azione. Ma a questo punto il nostro
discorso è scivolato fuori da quello che era l'argomento specifico di questa
sezione, il problema critico, ed è entrato in un altro argomento, quello del
metodo. Eccoci quin- di, ora, a trattare la questione del metodo nei suoi
sviluppi storici. 4. Il metodo Il problema del metodo, in quanto si propone di
trovare una via che dia sicure garanzie di attingere la verità, coincide in
larga misura col problema logico, ma non interamente, perché il problema logico
prescinde dai contenuti, mentre invece il problema critico si rivolge
soprattutto ai contenuti. 2 Cfr. Ivi, pp. 336-346. 34 Il problema del metodo è
già avvertito dalla filosofia greca (c’è il metodo maieutico di Socrate, il
metodo dell’ascensus e del descen- sus di Plotino, il metodo dialettico di
Platone, il metodo induttivo e deduttivo di Aristotele) e dalla filosofia
cristiana (c'è il metodo alle- gorico di Origene, quello introspettivo di
Agostino, quello analogico di Tommaso d'Aquino), ma acquista importanza
capitale soprattutto nella filosofia moderna. Sorpresi e abbagliati dal
successo delle scienze sperimentali i filosofi si persuadono che anche la
filosofia potrebbe aspirare ad analoghi risultati, qualora disponesse di un
buon metodo. E perciò si preoccupano o di trasferire direttamente alla ricerca
filosofica gli stessi metodi della scienza (Bacone, Galilei)? e della
matematica (Cartesio, Spinoza, Leibniz) oppure cercano di escogitare nuovi
metodi. I più noti sono: — il metodo del « cuore » di Pasca — il metodo della
verifica « storica » (verum est factum) di Vico ® — il metodo associativo di
Hume * — il metodo « trascendentale » di Kant 7 — il metodo dialettico di Hegel
* — il metodo positivo di Comte ” — il metodo pragmatico di James ” — il metodo
intuitivo di Bergson *! — il metodo fenomenologico di Husserl” — il metodo
della verifica sperimentale dei neopositivisti * — il metodo della
falsificabilità di Popper.* Oggi molti autori sono propensi ad abbandonare
tutti questi me- todi di tipo teoretico e ritengono che l'unico metodo valido
sia co- stituito dalla prassi. È la prassi, l’azione, la vita che rivela se una
teoria, un sistema sono validi. È nell'impatto con la storia, con la realtà
vissuta che emerge il valore di un'idea. A nostro avviso questo metodo della
prassi ha certamente dei pregi, perché la testimonianza dei fatti contribuisce
senza dubbio a decidere della bontà o meno di un'idea, una teoria, un sistema.
Ex fructibus eorum conoscetis eos, diceva Gesù. Ma non pensiamo che esso possa
essere assunto come criterio supremo di verità, come M. PoPPER, Logica della
scoperta scientifica, Torino 1970. 35 Metodo maieutico e metodo dialettico:
Socrate e Platone Nuovi metodi di ricerca sotto l'influsso dello sviluppo della
scienza Il metodo della prassi La valutazione critica di G. Reale guida infallibile
delle nostre azioni. Qualsiasi azione, per non essere cieca e stolta, ha
bisogno di venire guidata, illuminata, e la sua guida, ovviamente, non può
essere l’azione. Su questo punto a noi pare che abbia perfettamente ragione
Giovanni Reale quando scrive: « Quando sulla scia del pensiero marxistico o di
estrazione marxi- stica si asserisce che la filosofia non ha da contemplare ma
da can- giare la realtà [...] non si sostituisce semplicemente una visione
filosofica ad un'altra, ma si uccide la filosofia: il cangiare la realtà può
infatti essere solo un momento conseguente al vero ricercato e trovato, e più
che filosofare è, al massimo, corollario del filosofare. Il cangiare può essere
solo impegno etico, politico, educativo e non può mai essere, dal punto di
vista filosofico, momento primario, per- ché presuppone strutturalmente che si
sappia e si accerti preliminar- mente perché, come e in che senso e misura
cangiare; dunque sup- pone sempre a monte il momento teoretico (cioè
propriamente filo- sofico) come condizionante. Né vale obiettare, come coloro
che, quasi sentendosi in colpa di fronte all’obiezione prassistica, asseriscono
che, sì, cangiare la realtà non è filosofare, ma che, tuttavia, l'uomo di oggi
deve filosofare per cangiare qualcosa. Anche questa posizione è decettiva:
infatti, chi filosofa con questo spirito perde la libertà, e l'ansia del
cangiare fatalmente condiziona e turba il momento del contemplare; lo turba al
punto che, rovesciati i termini, e aggiogatisi al carro della prassi, la speculazione
pura diventa ideologia e quindi cessa di essere filosofia »,5 CONCETTI DA
RITENERE — Conoscenza sensitiva; conoscenza intellettuale — Relazione
soggetto-oggetto — Scetticismo; metodo SINTESI CONTENUTISTICA I. LE FORME DELLA
CONOSCENZA UMANA 1. La conoscenza umana, complessamente articolata, consta di
una forma sensitiva (vista, udito, gusto, odorato, tatto); della memoria che
custodisce il passato; della fantasia che rappresenta le cose in modo originale
rispetto al- l'esperienza. Sull’evidenza di questa conoscenza la filosofia non
ha nulla da discutere. Problematiche sono invece le conoscenze astratte che
suscitano in- terrogativi circa il loro genere e la sfera di appartenenza. 2.
Il problema gnoseologico è stato dibattuto in modo contrastante. Dalle origini
del pensiero occidentale ad oggi si è verificata la seguente alternanza di
orientamenti: a) compresenza della conoscenza sensitiva e di quella razionale
(Parme- nide, pitagorici, platonici, aristotelici); * REALE, I problemi del
pensiero antico dalle origini a Platone, Celuc, Milano 1972, pp. 52-53. 36 b)
primato della conoscenza sensitiva su quella razionale (i sofisti, gli em-
piristi, i positivisti, i neopositivisti); c) primato della conoscenza
razionale su quella sensitiva (i razionalisti e gli idealisti). 3. Nell’età
moderna il problema gnoseologico va acquisendo un graduale primato, decisamente
affermato soprattutto da Cartesio; nel nostro tempo re- sta un problema aperto.
II. ORIGINE DELLA CONOSCENZA 1. Le idee sono riproduzioni di oggetti esterni a
noi o sono creazioni della nostra mente, oppure esse sono il risultato
dell’azione combinata del soggetto e dell’oggetto? 2. Si sono delineate per i
tre interrogativi sei piste di soluzione: a) tutta la conoscenza è prodotta
dall'oggetto (Platone); b) tutta la conoscenza è pro- dotta dal soggetto
(Hegel); c) la conoscenza intellettiva è prodotta dal soggetto e quella
sensitiva dall'oggetto {(Occam); d) la conoscenza intellettiva è prodotta
dall'oggetto e quella sensitiva dal soggetto (Berkeley); e) la conoscenza
intel- lettiva è risultato dell'azione combinata del soggetto e dell'oggetto;
f) la cono- scenza sensitiva è dovuta all’azione dell'oggetto {Aristotele).
III. VALORE DELLA CONOSCENZA 1. Il valore della conoscenza diventa un problema
DS momento in cui fac- ciamo esperienza dell’errore. 2. Storicamente il
problema del valore è stato tra i primi ad essere affron- tato: Parmenide: la
conoscenza intellettiva attinge alla verità, la conoscenza sensitiva genera
opinioni; Sofisti: la conoscenza non ha mai valore assoluto; Socrate e Platone:
le conoscenze intellettuali hanno valore assoluto, le cono- scenze sensitive
sono soggette ad errore; Aristotele: l'intelletto umano attinge la verità
afferrando per astrazione l'essenza delle cose; Agostino: inoppugna- bile
verità dell’esistenza; San Tommaso: afferma il valore della conoscenza
intellettiva; Prospettiva scettica della filosofia del ’500; Cartesio: dal
dubbio metodico al valore assoluto della conoscenza intellettiva; Empiristi:
primato della conoscenza sensibile e negazione della verità; Kant: mediazione
tra cono- scenza sensibile e conoscenza intellettiva; Tendenza scettica della
cultura con- temporanea. IV. IL METODO 1. Già avvertito nel pensiero classico
(Socrate, Platone e Aristotele), il pro- blema emerge nell'età moderna con
particolare riferimento al sapere scientifico (Bacone e Galilei) e al sapere
matematico (Cartesio, Spinoza e Leibniz). 2. Dal metodo del « cuore » di Pascal
al metodo della falsificabilità di Pop- per il pensiero moderno e contemporaneo
si è impegnato in una costante ri- cerca. Oggi, abbandonata la strada teorica,
si attribuisce validità di metodo alla prassi (la storia e la realtà vissuta
convalidano un'idea). QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Qual è
l'origine della conoscenza umana e quali le sue forme fonda- mentali? 2. Quale
valore ha la conoscenza umana? 3. Come si arriva al raggiungimento della verità
per la nostra conoscenza? 4. In che cosa consiste il problema gnoseologico?
Quali sono i suoi aspetti princi pali? 5. Qual è il pensiero dei platonici,
degli aristotelici, dei razionalisti, degli empiristi, degli idealisti sulla
divisione, l'origine e il valore della conoscenza? 37 6. Come sorge il problema
critico? Quale impostazione assume in Socrate, Agostino, Cartesio, Kant e
Husserl? 7. Che cos'è il metodo? Quali sono i metodi proposti da Platone,
Aristotele, Cartesio, Spinoza, Vico, Leibniz, Hume, Kant, Hegel, Husserl,
Wittgenstein, Mara? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI BLANDINO G., I! problema della
conoscenza, Abete, Roma 1972. FagRO C., Percezione e pensiero, Morcelliana,
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Metamorfosi della gnosi, Ares, Milano . SANGUINETI J.J., Logica e gnoseologia,
Ed. Urbaniana, Roma 1984. VANNI RovIGHI S., Gnoseologia, Morcelliana, Brescia li
PROBLEMA EPISTEMOLOGICO {o problema della scienza) QUESTIONARIO PROPEDEUTICO I.
Che cosa si intende per scienza oggi? E che cosa si intendeva nel passato? 2.
Quale valore è da attribuire al sapere scientifico? $. Evoluzione del concetto
di scienza nei corso dei seceli Da quando Comte negò alia filosofia una propria
sfera di oggetti e le affidò come compito specifico lo studio delle scienze, ia
determi- nazione dei loro oggetti e dei loro compiti, la loro divisione e coor-
dinazione, l’attenzione dei filosofi si è rivolta sempre più insistente- mente
in direzione della scienza, la quale è divenuta per molti l’ar- gomenta
principale e centrale della loro analisi. Del resto, un'inda- gine più attenia
e approfondita delle caratteristiche e delle funzioni del sapere scientifico
era richiesta, oltre che dall’orientamento posi- tivistico delia filosofia,
anche dagli enormi sviluppi e dall'importanza straordinaria che la scienza
aveva acquisito durante gli ultimi due secoli, un periodo in cui essa ha
mostrato di essere un sapere estre- mamente fecondo e pratico. Da tali istanze
ha preso il via quelia speciale disciplina che si chiama filosofia della
scienza o episiemologia. Questa si identifica « con la critica metodologica
della scienza, nelia misura in cui tale critica tende all’'esplicitazione
consapevole e sistematica del metodo e delle condizioni di validità dei giudizi
— particolari, o singolari, e universali — fatti propri dagli scienziati e
persegue così una “rico- struzione razionale”, convenzionalmente qualificata in
senso empiri- co-pragmatico, del concetto di conoscenza scientifica ». Gli
interrogativi a cui l'epistemologia si propone di rispondere sono i seguenti: «
Cos'è la conoscenza scientifica? In altre parole, in che cosa cohsiste
propriamente il lavoro dello scienziato? Cosa fa egli quando fa scienza?
Interpreta, descrive, spiega, prevede? Le sue sono soltanto congetture oppure
asserzioni (generali e singolari) rispecchianti fedelmente tratti (generali e
singolari) dei fatti? E quan- do lo scienziato spiega, cos'è che egli spiega
dei “fatti”? La fun- FO A. PASQUINELLI, Nuovi principi di epistemologia,
Feltrinelli, Milano La riflessione sulla
scienza: caratieristiche s funzioni L'epistemotpgia: critica metodologica della
scienza Gli interrogativi fondamentali — induzione — causalità — oggettività
Presa di coscienza della problematicità del sapere scientifico Trasformazioni
nel tempo del concetto di scienza: — divisione aristotelica: matematica,
fisica, metafisica — età moderna: l’aspetto denotativo ristretto ai fenomeni
sperimentabili e calcolabili zione, l'origine, la genesi, l'essenza, il fine?
Qual è lo status logico delle leggi nella scienza? Sono essi l'esito di
procedimenti induttivi (e poi che cosa vuol dire induzione nella scienza?),
ovvero congetture della fantasia scientifica che dovranno venir sottoposte ad
una terribi- le lotta (prove empiriche) per l’esistenza? Inoltre, in che senso
si par- la di causalità (e di cause) nelle scienze empiriche? Quand'è, poi, che
possiamo dire che una teoria è “migliore” di un’altra? E che cos'è che
intendiamo allorché diciamo che le scienze empiriche sono og- gettive? Qual è il
ruolo dell'esperienza nella ricerca scientifica? Sono questi tutti
interrogativi che sgorgano dalla domanda iniziale su che cosa sia la conoscenza
scientifica »? Questi interrogativi hanno cominciato ad imporsi all'attenzione
dei filosofi verso la fine dell'Ottocento con Boutroux, Poincaré, Duhem, Mach,
ecc., allorché all’atteggiamento di ottimistica fiducia e cieca esaltazione
della scienza, è subentrato un atteggiamento di pacato scetticismo e di critica
penetrante nei confronti della cono- scenza scientifica. Si deve appunto alla
presa di coscienza della pro- blematicità di tale conoscenza (coscienza che era
ancora assente in Cartesio, Newton, Kant, Comte, Spencer, ecc.) la nascita e lo
sviluppo della filosofia della scienza o epistemologia. Il concetto di scienza
ha subìto profonde trasformazioni lungo il corso dei secoli sia per quanto
attiene all'aspetto connotativo (il significato del termine) sia a quello
denotativo (il campo di applica- bilità). Aristotele, per primo, definì la
scienza come cognitio rei per causas: conoscenza di una cosa attraverso i suoi
principi (cause) costitutivi, o, più brevemente, « conoscenza ragionata,
argomentata, delle cose ». Aristotele divideva le scienze in tre grandi rami:
mate- matiche (scienze dei numeri), fisiche (scienze delle cose materiali) e
metafisiche (scienze delle realtà indipendenti dallo spazio e dal tempo).
Durante l'epoca moderna, a partire da Bacone, c'è stato un cam- biamento per
quanto concerne l'aspetto denotativo: perché l'ambito di applicazione del termine
« scienza » un po’ alla volta è stato ri- stretto allo studio di fenomeni
sperimentabili fisicamente e calcola- bili matematicamente; ma allo stesso
tempo interveniva anche un cambiamento concernente l'aspetto connotativo, dato
il nuovo si- gnificato che andava assumendo nel pensiero moderno il concetto di
causa. Per « causa » Aristotele ed in generale tutti i pensatori dell'an-
tichità e del Medioevo intendevano l'essenza, la natura delle realtà (sia
materiali che spirituali) e credevano che per spiegare ‘un fatto, un fenomeno,
bastasse conoscere l'essenza della cosa che lo pro- duce. Così, per es., per
spiegare il fenomeno dell'ebollizione del- l'acqua quando viene messa sul
fuoco, pensavano che fosse necessario ? D. ANTISERI, La filosofia del linguaggio,
Morcelliana, Brescia 1973, p. 95. 40 e sufficiente conoscere la natura
dell’acqua e del fuoco. Da tale con- cetto di scienza e di causa derivava
quell'interessamento per le es- senze delle cose tanto caratteristico del
pensiero antico. Nel pensiero moderno si registra un cambiamento radicale. Da
Bacone (1561-1626) in poi l'oggetto della scienza non è più l'essenza delle
cose che si nasconde dietro i fenomeni, bensì i rapporti co- stanti, le leggi
che legano i fenomeni fra di loro. Anche secondo la concezione moderna la
scienza studia la causa dei fenomeni ma, per causa, non si intende più
l’essenza e l'elemento qualitativo delle cose, ma solo gli aspetti quantitativi
e la relazione costante che lega i feno- meni fra di loro, cioè la legge. La
legge indica puramente una relazio- ne di fatto fra due termini. Anziché un
rapporto causale propriamente detto la legge esprime una certa regolarità
fenomenica. Per esempio, che ad una certa variazione di temperatura coincide
nel metallo una certa variazione di dilatazione. Questo però non dice nulla
riguardo alla natura ontologica del calore e del metallo o della causalità del
mondo materiale. Il problema che si pone lo scienziato non è più quello del
perché e dell'essenza delle cose, ma quello del come e del comportamento delle
medesime. Nasce così il concetto moderno di legge naturale che viene a prendere
il posto della natura, essenza, o forma aristotelica. La legge non è la
definizione dell'essenza della co- sa, bensì la formulazione del rapporto
costante tra due grandezze va- riabili, non è dunque che la descrizione del
comportamento di un fe- nomeno, espressa in forma matematica. Questo
cambiamento nella concezione dell'oggetto della scienza è avvenuto, come già
detto, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo. In tempi assai più recenti si è
effettuato un cambiamento non meno sensazionale riguardo alla concezione dei
rapporti tra scienza e realtà. Fino alla fine del secolo scorso si è sempre
concepita la scienza come una fedele riproduzione della realtà. Scienziati e
filo- sofi hanno universalmente ritenuto che la scienza riveli all'uomo la
struttura effettiva delle cose e gli manifesti esattamente la realtà. Secondo
tale concezione dei rapporti tra scienza e realtà, per esem- pio, le «
definizioni » di Euclide non indicano semplici costruzioni mentali nostre, in
certo modo convenzionali e che potrebbero perciò essere diversamente formulate,
ma designano essenze reali concepite di per sé esistenti. Allo stesso modo è
concepita la sostanza e lo spazio. Molti antichi credono non solamente in
questa fedele corri- spondenza tra scienza e realtà ma arrivano persino ad
identificare il razionale con il reale. Così, per esempio, poiché cerchio e
sfera, per l'equidistanza di tutti i punti dal centro e quindi la simmetria ed
ar- monia che presentano, sono figure « perfette », Aristotele e gli astro-
nomi antichi deducono che gli astri, che sono gli esseri materiali più «
perfetti », devono avere forma sferica e muoversi secondo orbite circolari. La
scienza moderna invece, fondandosi sull’osservazione di fatto, ha dimostrato
che la terra è schiacciata ai poli e che le orbite dei pianeti sono ellittiche.
La concezione classica di esatta Oggi si studia Il comportamento delle cose
Daila scienza come riproduzione della realtà si passa alla scienza come
sistemazione dei dati dell'esperienza Dogi si ritiene che i cencetti filosofici
fon corrispondono esattamente alla realtà corrispondenza tra scienza e realtà è
durata per molto tempo anche nell'età moderna e non raramente si è spinta la
corrispondenza tra lo scientifico e il reale fino a tal punto da identificare
lo scientifico col reale, sicché è reale solo quello che è scientifico. È
famoso il caso delle proprietà primarie (figura, estensione e numero) e secon-
darie (colore, odore, sapore, ecc.). Secondo Galilei, Cartesio e mol- tissimi
altri scienziati e filosofi moderni, poiché la considerazione scientifica si
limita alle qualità primarie, queste sono ritenute ogget- tive e perciò reali,
mentre le qualità secondarie sono considerate sog- gettive e quindi irreali.
Estensione, moto e numeri, cioè i concetti che hanno preso il luogo prima
occupato dalle forme e essenze arista- teliche non sono concepiti da Galilei e
Newton meno realisticamen- te di quanto non lo siano state ie forme e sono
considerati l'essenza costitutiva della realtà naturale. Col crollo di molti
punti cardinali della scienza moderna, co- struita da Newton e ritenuta per un
paio di secoli infallibile come i dogmi rivelati, la concezione classica di
esatta corrispondenza tra scienza e realtà cominciò a vacillare. Oggi la
maggioranza degli scienziati ritiene che i concetti scientifici non
corrispondano esatta- mente alla realtà. Essi non concepiscono la scienza come
una ripro- duzione fedele della realtà ma come una semplice sistemazione dei
dati dell'esperienza. La scienza, quindi, non è valida in quanto rivela
all'uomo la struttura effettiva dei fenomeni ma in quanto permette all'eomo di
orientarsi nella congerie dei fatti che gli presenta l’espe- rienza, di
prevederne la successione futura e di poter quindi meglio attendere
all'organizzazione della propria vita. Chardin, paleontologo e teologo, ha
scritto a questo proposito: « Se prendiamo nel suo insieme l’edificio di onde e
di particelle costruito dalla nostra scienza, risulta chiaro che questa bella
architettura contiene di “noi-stessi” almeno quanto contiene delle “cose”.
Giunte ad un certo grado di ampiezza e di sottigliezza, le costruzioni della
fisica moderna lasciano intravedere distintamente la trama intellettuale dello
spirito del ricercatore sotto la marea dei fenomeni. Di qui il dubbio che
fotoni, protoni, elettroni e altri elementi della materia non abbiano né
maggiore (né minore) realtà fuori della nostra mente di quanto ne abbiano i
colori fuori dei nostri occhi. Di conseguenza il vecchio realismo dei
laboratori si incammina verso una specie di idealismo scien- tifico ».3 Sullo
stesso argomento il matematico Jules-Henri Poincaré (1854- 1912) si è espresso
nel modo seguente: « Le teorie matematiche (dei fenomeni fisici) non hanno lo
scopo di rivelarci la vera natura delle cose; questa sarebbe una pretesa irragionevole.
Il loro unico scopo è di coordinare le leggi fisiche che l'esperienza ci fa
conoscere, ma che senza il concorso delle matematiche non potremmo neppure e- ?
CHARDIN, L'énergie humaine, Parigi 1962, p. 144. 42 nunciare. Interessa poco
che l'etere esista effettivamente, questo è un problema che interessa i
metafisici: l'essenziale per noi è che tutto si svolga come se di fatto
esistesse ».* Le parole di Poincaré sono assai autorevoli, perché è stato lui a
provare che lo spazio di cui tratta la geometria euclidea non è né la
riproduzione esatta della realtà, come aveva creduto la scienza classica, né
una forma a priori come aveva sostenuto Kant, ma è una costruzione mentale
escogitata dall'uomo per riordinare i dati dell'esperienza ed eliminare da essi
il carattere complesso e contrad- dittorio con cui si presentano. Anche il
concetto di numero ha mutato significato per lo scienziato moderno. Mentre per
gli antichi il nu- mero era un elemento essenziale della realtà materiale e per
alcuni l'essenza stessa delle cose, per gli scienziati del nostro tempo i nu-
meri sono un simbolismo, come le parole, introdotto dall'uomo per esprimere e
riassumere certi caratteri dei fenomeni, come la esten- sione, la molteplicità,
la direzione, ecc. I principali argomenti che si adducono a favore della nuova
con- cezione della scienza e del significato delle teorie scientifiche sono
tre. Il primo e più importante è quello che si fonda sulla verità che tutte le
nostre idee hanno solo una corrispondenza parziale con le cose. La realtà
individuale è troppo complessa e la mente umana per comprenderla deve sempre
sottoporla a riduzioni, semplificazioni, schematizzazioni che rappresentano le
cose solo in modo imperfetto e inadeguato. Per questo motivo gli scolastici
affermavano che tra conoscenze umane e cose non vi è relazione di univocità ma
di ana- logia. E tutti sanno che l'analogia comporta una piccola somiglianza là
dove c'è grande differenza. Un altro importante argomento 2 fa- vore della
nuova interpretazione è il fatto che il soggetto conoscerite è sempre coinvolto
nell'evento che sta osservando, e, per certi espe- rimenti, l'osservazione si
risolve sempre in una modificazione de! fe- nomeno. È questo il significato dei
famoso principio di indetermina- zione formulato dal fisico Werner Heisenberg,
che afferma l’impos- sibilità di determinare assieme la posizione e la velocità
di un elet- trone, perché la determinazione delia posizione richiede che
l’eiet- trons sia illuminato, il che ne altera inevitabilmente la velocità.
Analoga conclusione si ricava dal famoso teorema di Gòdel,' il quale dice che «
di qualsiasi sistema logico è indimostrabile la non-con- traddittorietà con i
mezzi offerti dal sistema stesso ». Il terzo arga- mento è la constatazione che
tante teorie scientifiche ritenute incroi. labili in un non lontano passato,
recentemente sono risuitate se non proprio errate quanto meno insufficienti:
inapplicabili ai nuovi fe- nomeni che sono venuti alla luce con l'ampliarsi
dell'orizzonte delia scienza. ‘ H. PoINCARÉ, La science et l'hypothèse, Parigi
1902, p. 245. 5 Kurt Géodel (1906-1978) matematico statunitense di origine
morava, che, doro l'avvento del nazismo, andò negli USA ad insegnare
nell'università di rinceton. 43 Dal carattere essenziale 21 carattere simbolico
del numero Tre argomenti a favore delia concezione moderna della scienza: — if
concetto di analogia — ii principio di indeterminazione —- il priterie d!
falsificeditità Nozione non univoca di scienza La matematica e la geometria
come rappresentazioni formali Probabilismo e relativismo del sapere scientifico
Stando così le cose, si può ritenere filosoficamente valida la con- cezione
moderna della scienza e la nuova interpretazione della rela- zione tra scienza
e realtà, in termini di analogia (cioè di parziale cor- rispondenza tra teorie
scientifiche e mondo reale), perché si tratta semplicemente di un'applicazione
in un campo particolare (quello scientifico) dell'unica interpretazione
corretta del rapporto tra cono- scenza umana in generale e le cose materiali.
La nuova interpreta- zione sottrae definitivamente le scienze sperimentali al
pericolo al quale si sono trovate sistematicamente esposte in passato: il pericolo
di identificare il razionale col reale, lo scientifico col fisico, il quan-
titativo col qualitativo. Oltre che alla interpretazione dei rapporti tra
scienza e realtà, se- condo alcuni epistemologi (Maritain, Agazzi, Tonini,
ecc.) il concetto di analogia si addice perfettamente anche alla definizione
della no- zione di scienza. Questa non è una nozione univoca (che si applica
cioè esattamente allo stesso modo a tutte le scienze), bensì analoga. In
effetti il rigore e l'oggettività, che sono gli elementi specifici del sapere
scientifico, non si applicano allo stesso modo alle varie scienze, ma variano
da scienza a scienza: altro è il rigore e l’oggettività che si richiede nella
fisica, nella chimica, nell’anatomia, ecc. e altro il ri- gore e l’oggettività che
si esige in psicologia, sociologia, antropologia culturale, ecc.9 2.
Classificazione delle scienze e natura del sapere scien- tifico secondo gli
epistemologi contemporanei I primi risultati significativi di questa nuova
disciplina riguar- dano la matematica e la geometria, le quali non sono più
concepite come scienze reali, come rappresentazioni di situazioni obiettive,
bensì come costruzioni formali: come sistemi fondati su postulati scelti
arbitrariamente e costruiti con la tecnica della deduzione lo- gica delle
conseguenze che tali postulati comportano. Così, per opera di Hilbert,
Poincaré, Peano, Riemann, Frege, Russell e di altri stu- diosi, la matematica e
la geometria prendono coscienza della loro specificità come scienze del
possibile, distinte dalla fisica che è invece scienza del reale. Per quanto
concerne la fisica e le scienze sperimentali in ge- nerale si passa dalla
visione statica e meccanicistica ad una visione dinamica, probabilistica e
relativistica delle leggi della natura. Que- sto cambiamento fu motivato dalle
scoperte della entropia, della radioattività, della relatività, dei quanta,
ecc... In conseguenza di tali scoperte i concetti di uno spazio e di un tempo
assoluti come pure quelli di simultaneità persero ogni valore. L'idea dello spazio
curvo ‘ Cfr. E. AGAZZI, « Analogicità del concetto di scienza », in
Epistemologia e scienze umane, Massimo, Milano 1979, pp. 57-76. 44 prende il
posto dell'idea euclidiana dello spazio rettilineo; l’idea di rapporti
necessari di causalità è sostituita dall'idea di indetermi- nazione. Nelle
scienze della natura, all'inizio del Novecento, acquista ri- lievo una serie di
questioni filosofiche relative al carattere e alla fun- zione della conoscenza
sperimentale. Le scienze naturali non figu- rano più nel campo del sapere come
conoscenza assoluta e onnipo- tente, ma come una forma singolare di conoscenza,
con caratteri- stiche e limiti propri. Il suo campo è la quantità. In tal modo
la fisica guadagna un profilo matematico, relegando in secondo piano le intenzioni
ontologiche e gli elementi sensibili. Di qui la tendenza di ridurre la
conoscenza sperimentale a puri dati metrici e allo sche- ma relazionale di tali
dati. Questo sforzo di quantificazione e mate- maticizzazione della fisica
accentua i tratti che la distinguono sia dalla conoscenza ordinaria che da
quella filosofica. ‘Per quanto concerne la filosofia della scienza propriamente
detta, essa ha avuto uno sviluppo considerevole nel nostro secolo, dando
origine a tre movimenti principali: il neo-positivismo, l’interpreta- zione
metafisica e il razionalismo scientifico. I sostenitori più qualificati del
neopositivisnio sono Schlick, Wittgenstein, Carnap, Ayer e Russell. I
neopositivisti dividono le scienze in due grandi gruppi: a) quelle logico-matematiche
e b) quelle sperimentali. Le prime sono costituite da proposizioni analitiche
ossia tautologiche, mentre le seconde sono composte di proposizioni fattuali.
Le proposizioni lo- giche e matematiche, prive di contenuto, non sono altro che
regole per l'utilizzazione dei simboli e per l'ordinazione delle proposi-
zioni. 'Le proposizioni sperimentali o fattuali sono quelle il cui conterfuto è
verificabile empiricamente. In contrasto radicale col neopositivismo si colloca
la concezione metafisica della scienza. Questa afferma che la scienza implica
una metafisica e soltanto in questa trova il suo ultimo fondamento. Se- condo
tale concezione l’opera della scienza si presenta o come la scoperta
progressiva della realtà oppure come l’automanifestazione dello spirito umano
attraverso la ricerca scientifica. Nel primo caso si tratta di una concezione
metafisica realistica; nel secondo caso di una concezione metafisica
idealistica. Uno dei più autorevoli esponenti del realismo metafisico è il
francese Meyerson. Questi afferma che la scienza « non è positiva e non
contiene neppure dati positivi, nel senso pre- ciso che è stato dato a questo
termine da A. Comte e dai suoi se- guaci, ossia di dati sprovvisti di qualsiasi
ontologia. L'ontologia fa corpo con la scienza stessa e non può esserne
separata ».” È il reali- smo del senso comune, secondo Meyerson, che si
prolunga nella scienza senza soluzione di continuità. La scienza, avanzando
nella ? E. MEyERson, /dentité et réalité, Parigi 1926, pp. 438-439. 45 La
filosofia della scienza oggi: — il neopositivismo: scienze logico- matematiche
e scienze sperimentali la concezione
metafisica: la scienza come automanifestazione dello spirito il ‘“selettivismo soggettivo”’ di Eddington:
attività spontanea dell'intelletto — il razionalismo scientifico: la scienza
come opera della ragione Esperienza e ragione: il ruolo direttivo
dell’eilemenio teorics direzione del senso comune, crea delle essenze il cui carattere
reale non solamente non viene eliminato ma si intensifica. L'interpretazione
metafisica idealistica della scienza ha avuto invece un valido sostenitore
nell’inglese Eddington. L'idea centrale di questo pensatore è la « selezione »,
che egli stesso designa come « selettivismo soggettivo ». Nella sua epi-
stemologia l'idea di selezione occupa il posto che nell’epistemologia realista
detiene l’idea di astrazione. La selezione corrisponde ad una attività del
nostro intelletto, sorta spontaneamente e di cui lo scien- ziato inglese si
compiace di accentuare la soggettività. In tal modo, al concetto di scoperta
egli contrappone quello di creazione, intesa in senso idealistico, come
apprensione del proprio lavoro intellettivo nell'universo. Fra le leggi
fisiche, Eddington distingue quelle che egli chiama « leggi epistemologiche ».
La loro caratteristica peculiare è di essere deducibili mediante il solo studio
dei nostri metodi di osservazione. Queste leggi necessarie, universali ed
esatte costituiscono l'elemento a priori della fisica e delle altre scienze
sperimentali. Secondo un altro gruppo abbastanza nutrito di autori la scienza è
opera della ragione umana, una specie di macchina creata da essa, di cui si
tratta di riscoprire le strutture e le leggi interne. Mentre l'interesse
dell’interpretazione metafisica si rivolgeva alla infrastrut- tura ontologica
della scienza e quello del neo-positivismo ai suoi contenuti in quanto tali,
appresi nel loro grado massimo di cristalliz- zazione oggettiva, lo sforzo del
razionalismo scientifico, per contro, è teso a chiarire il senso dell'opus rationale
che costituisce la scienza. Principale esponente di questa interpretazione è il
francese Gaston Bachelard (1884-1962). Secondo questo studioso la filosofia
della scienza dei nostri giorni non può accogliere né la soluzione rea- listica
né quella idealistica, ma deve collocarsi in una via di mezzo ira realismo e
idealismo, in cui vengono entrambi ripresi e superati: « un realismo che si è
incontrato col dubbio scientifico non può più essere della stessa specie del
realismo immediato [...] un razionali- smo che ha corretto i giudizi a priori,
come è avvenuto nelle nuove ramificazioni della geometria, non può più essere
un razionalismo chiuso ».3 Nella sua gnoseologia, Bachelard pone la coppia
esperienza- ragione alla base di tutta la conoscenza umana. Non si tratta
tuttavia di un condominio di potenze eguali, perché l'elemento teorico si ma-
nifesta con maggior forza. In effetti è l'elemento teorico che svolge il ruolo
direttivo: « Il senso del settore epistemologico ci appare assai netto. Esso va
certamente dal razionale al reale e non, nell’or- dine inverso, dalla realtà al
generale come professarono tutti i filo- sofi da Aristotele a Bacone »/ ; Sd
RSCHELARD, Le nouvel esprit scientifique, 5° ed., Parigi 1949, pp. 2-3. Vi, p.
9. 46 Il procedimento scientifico si configura, pertanto, come « rea- lizzante
», in quanto realizzazione del razionale e del matematico. È così che un certo
matematicismo si impadronisce del pensiero di Bachelard, fino alla dissoluzione
della realtà nella matematica, e il reale non si presenta più al limite che
come un caso particolare del possibile. In questo senso la posizione filosofica
di Bachelard si po- trebbe definire come un « razionalismo applicato », in cui
primeggia la direttrice che va dalla ragione all'esperienza e che corrisponde
alla supremazia della fisica- matematica. Mentre l’empirismo, secondo
Bachelard, è la filosofia della conoscenza volgare, il razionalismo ri- sponde
alle istanze della conoscenza scientifica. Anche Bachelard, come Gadamer e
l'ultimo Popper, ritiene che l'osservazione scien- tifica si realizza sempre
movendo da una teoria precedente e prepara- trice e non viceversa. Una
posizione analoga a quella del Bachelard è quella difesa da Karl Popper.
Anch'egli respinge decisamente l'empirismo in nome di una certa forma di
razionalismo. « L'epistemologia empiri- stica tradizionale e la storiografia
tradizionale della scienza — scrive K. Popper — sono ambedue profondamente
influenzate dal mito baconiano secondo cui l’intera scienza parte
dall'osservazione per poi lentamente e con cautela procedere verso le teorie
».!° Ma le cose non stanno così. Il primum {logico e genetico) nella costru-
zione della scienza sono i problemi e con essi le ipotesi, le conget- ture e
non le osservazioni. Noi osserviamo sempre da un punto di vista, sempre sotto
lo stimolo di un problema. Tutte le nostre cono- scenze sono risposte a
precedenti problemi. Noi acquistiamo le co- noscenze che si prestano a
risolvere i nostri interrogativi, i nostri problemi. Pertanto le teorie scientifiche
non sono cumuli di osser- vazioni, ma sistemi di azzardate e temerarie
congetture. La scienza è anzitutto invenzione di ipotesi; l’esperienza svolge
il ruolo di con- trollo delle teorie. Il controllo delle teorie, la convalida
delle proposizioni scienti- fiche, secondo Popper, non si ottiene come vogliono
i neopositivisti, direttamente, facendo ricorso alla verifica sperimentale,
bensì indi- rettamente mediante il processo della fa/sificabilità. Questo
criterio stabilisce che una teoria può considerarsi scientifica soltanto se
sod- disfa a due condizioni: a) essere falsificabile, ossia poter venir smen-
tita e contraddetta in linea di principio; b) non essere ancora stata trovata
falsa di fatto. Secondo Popper « una teoria che non può venir confutata da
nessun evento concepibile non è scientifica. L'in- confutabilità di una teoria
non è (come spesso si ritiene) una virtù, bensì un vizio... Il criterio dello
stato scientifico di una teoria è la sua falsificabilità o confutabilità o
controllabilità ».! Non la verifi- cabilità è il criterio di demarcazione tra
teorie empiriche e teorie non !° K. PopPER, Conjectures and Refusations, 2*
ed., Londra {ora tradotta in Italia
dall”Ed. Il Mulino, Bologna). # K, PopPPER, Scienza e filosofia, Einaudi,
Torino, p. 130 s. 47 Il ‘‘razionalismo applicato”: — dalla ragione
all'esperienza — primato della fisica-matematica Popper: problemi- ipotesi e
congetture sono il “primum” logico e genetico Dal criterio di verificabilità al
processo di falsificabilità empiriche (per es., le metafisiche, le teologie
della storia, le utopie, ecc.), ma la loro falsificabilità. In effetti, una
legge scientifica non potrà mai essere completamente verificata, mentre invece
può essere totalmente falsificata. 3. Conclusione La nostra breve rassegna
delle posizioni degli epistemologi con- temporanei ha messo in luce come, anche
in questo nuovo settore della filosofia, la ragione umana non sia riuscita a
raggiungere una soluzione soddisfacente, su cui ci si possa trovare tutti
d'accordo. Anche nella filosofia della scienza si sono rinnovate le classiche
al- ternative: idealismo o realismo? razionalismo o positivismo? Nonostante la
persistente problematicità, il compito della filosofia è quello di non
arrestare mai il suo cammino di ricerca, ma di conti- nuare ad esprimere la
profonda esigenza dell'uomo di trovare una spiegazione radicale ed esauriente
ai suoi interrogativi. CONCETTI DA RITENERE — Epistemologia — Aspetto
connotativo; aspetto denotativo — Nozione di analogia; principio di
indeterminazione; criterio di falsifi- cabilità — Neopositivismo;
interpretazione metafisica; razionalismo scientifico SINTESI CONTENUTISTICA I.
IL PROBLEMA DELLA FILOSOFIA DELLA SCIENZA 1. Nel pensiero contemporaneo, sulla
scorta del positivismo di Comte, na- sce la filosofia della scienza, che si
interroga su: che cos'è la conoscenza scien- tifica? Qual è l’attività propria
dello scienziato? Di che natura sono le sue affer- mazioni? Che cosa egli
spiega? Qual è lo status logico delle leggi della scienza? 2. Nel tempo il
problema della scienza si è trasformato sia nell'aspetto connotativo
(significato del termine) sia nel campo denotativo (campo di ap- plicabilità).
3. Nel pensiero classico la scienza aveva per oggetto l'essenza delle cose
(Aristotele). Nel pensiero moderno l’oggetto divengono i rapporti costanti, le
leggi che legano i fenomeni tra loro (da Bacone a Newton). Nel pensiero con-
temporaneo si è ormai pervenuti alla convinzione che la scienza è una costru-
zione mentale dell'uomo per ordinare e semplificare i dati dell'esperienza
(Teil. hard de Chardin, Poincaré, ecc.). 4. Ne consegue un ridimensionamento
del valore del sapere scientifico a cui si attribuisce la nozione scolastica di
analogia, il principio di indetermina- zione di Heisenberg e il criterio di
falsicabilità. II. CLASSIFICAZIONE DELLE SCIENZE E NATURA DEL SAPERE
SCIENTIFICO SECONDO GLI EPISTEMOLOGI CONTEMPORANEI 1. Nel pensiero contemporaneo
si passa dalla visione statica della scienza alla visione dinamica,
probabilistica e relativistica. 48 2. All’inizio del ’900 le scienze naturali
si pongono come una forma singo- lare di conoscenza con caratteristiche e
limiti propri. 3. La filosofia della scienza nel nostro tempo si orienta in tre
direzioni: neopositivismo, interpretazione metafisica, razionalismo
scientifico: a) neopositivismo — distingue le scienze in logico-matematiche
(costituite da proposizioni analitiche o tautologiche) e in sperimentali (il
cui contenuto è verificabile empiricamente); b) interpretazione metafisica — si
configura in due orientamenti: 1) meta- fisica realistica: la scienza, che ha
il suo fondamento nella metafisica, è consi- derata come scoperta progressiva della
realtà (E. Meyerson); 2) metafisica idealistica: la ricerca scientifica è
automanifestazione dello spirito {A.S. Ed- dington); c) razionalismo
scientifico — preoccupato di chiarire il senso dell’« opus rationale » che
costituisce la scienza {G. Bachelard e Popper). QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE 1. Che cosa è l’epistenwologia e a quali interrogativi risponde? 2.
Oggi in che cosa si differenzia l'epistemologia dalla gnoseologia? 3.
L’epistemologia a quali movimenti ha dato origine? . 4. Nella cultura del
nostro tempo quale rapporto intercorre tra scienza e religione? 5. In che
misura il secolo XX ha promosso un progetto uomo finalizzato alla scienza? 6.
Quale rapporto intercorre oggi tra scienza e potere politico? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Epistemologia e scienze umane, Massimo, Milano . AA.Vv.,
Scienza e filosofia, Massimo, Milano . AcassI J., Epistemologia, metafisica e
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STEENBERGHEN F., Epistemologia generale, SEI, Torino, 1966. VERNEAUX R., E
pistemologia generale, Paideia, Brescia La
lingua umana espressione della totalità della persona L’uomo-essere parlante IL
PROBLEMA LINGUISTICO (o filosofia della lingua) QUESTIONARIO PROPEDEUTICO Quale
valore ha la comunicazione nella vita della persona? Possiamo vivere senza
comunicare? Nella comunicazione quale posto occupano la conoscenza e l’amore?
Esiste un rapporto tra parola, persona e libertà? Caratteri della lingua La lingua
è una proprietà primaria, fondamentale dell’uomo, ed è inoltre una proprietà
che lo caratterizza nettamente nei con- fronti degli altri esseri di questo
mondo, viventi e non viventi. Anche gl’animali sono dotati di una forma
elementare di lingua, ma possono servirsene solo come strumento di
sopravvivenza, per segnalare agl’animali della stessa specie situazioni di
vitale importanza, come presenza di cibo, di pericolo, ecc. L'uomo, invece,
adopera la lingua per scopi e nei modi più svariati: come strumento di
espressione di se stesso, dei propri sentimenti, desideri, idee, per comunicare
con gli altri, per descrivere le cose, per domandare, per educare, per pregare,
per cantare, come strumento di lotta, di propaganda, di divertimento, ecc.
L'uomo — scrive Heidegger — parla sempre. Noi parliamo nella veglia e nel
sonno. Parliamo sempre, anche quando non proferiamo parola, ma ascoltiamo o
leggiamo, ci dedichiamo ad un iavoro o ci perdiamo nell’ozio. In un modo o
nell'altro parliamo ininterrottamente. Parliamo perché il parlare ci è
connaturato. Il parlare non nasce da un particolare atto di volontà. Si dice
che l’uomo è per natura parlante, e vale per acquisito che l’uomo, a differenza
della pianta e dell'animale, è l'essere vivente capace di parole. Dicendo
questo non si intende affermare soltanto che l’uomo possiede, accanto ad altre
capacità, anche quella del parlare. Si intende dire che proprio la lingua fa
dell’uomo quell’essere vivente che egli è in quanto uomo. La lingua costituisce
un problema per i cultori di molte discipline: per lo storico che cerca di
conoscerne l'origine e lo sviluppo, per il fisiologo che studia gli organismi
interessati alla emissione dei suoni, per lo psicologo che esamina l'incidenza
del lin- ! M. HEIDEGGER, In cammino verso il linguaggio, Mursia, Milano.
guaggio sulla sfera del conscio e dell'inconscio, per il logico che studia la lingua
in vista di rimuovere da esso oscurità e ambiguità e promuovere una sua
intrinseca chiarificazione, per il critico letterario che esamina lo stile che
gli scrittori imprimono alla lingua, per il sociologo che si interessa
all’influsso della lingua sui movimenti sociali, sulle dottrine, gli ideali,
gli usi, i costumi di una società, ecc. Per il filosofo la lingua fa problema
quanto all'origine, alla natura, alla funzione e al valore. Sono questi i punti
della problematica linguistica che prenderemo in esame nel presente capitolo e
a questo scopo sarà opportuno chiarire il significato di alcuni termini e di
alcune distinzioni. Anzitutto lo stesso termine lingua. Secondo una definizione
molto comune per lingua si intende ogni SISTEMA di SEGNI che può servire come
mezzo di COMUNICAZIONE Esso comporta, quindi, una struttura essenzialmente INTENZIONALE.
In effetti la lingua vuole SEGNALARE INTENZIONI, idee, sentimenti, cose, ecc.
Si può dire a buon diritto che la lingua è lo strumento ideale della
intenzionalità essenziale dell'uomo, che è un essere aperto e in continuo
movimento, orientato verso tutta la realtà che lo circonda e sovrasta. Tale
apertura dispone alla comunicazione, e la comunicazione si effettua principalmente
mediante la lingua. Altri termini che ricorrono spesso nel discorso linguistico
sono lingua, parola, significante, significato. Diversamente dalla lingua, la quale
indica la funzione generale della comunicazione, la lingua significa il sistema
linguistico usato d’una determinata società (lingua latina, italiana, greca,
russa, danese, inglese, ecc.). La lingua, pci, viene distinta a sua volta dalla
parola. La lingua è il sistema sovra-individuale di segni grazie ai quali gli
uomini possono comunicare tra di loro: il sistema secondo le regole stabilite
dalla grammatica e dalla sintassi e secondo i significati generali registrati
nel dizionario. La parola, invece, è la forina concreta ed individuale assunta
dal sistema, secondo i’uso di una determinata persona, secondo i significati
personali, soggettivi, emotivi da essa voluti. Abbiamo infine i termini
significante e significato. Il significante indica una realtà come essa è
denotata e strutturata dalla lingua, mentre il significato indica il modo
sempre parziale e storico in cui la lingua parlata attualizza il significante.
Per esempio “padre” è un significante che ha il proprio senso grazie alle
relazioni all’interno della costellazione familiare. Il significato rappresenta
l'attuazione di questo significante in un determinato discorso e in una cultura
determinata. LALANDE, Dizionario critico di filosofia, ISEDI, Milano. 51
Origine, natura, funzione e valore della lingua La lingua come sistema
linguistico di una società Significante e significato: denotazione di una
realtà e sua attualizzazione storica Lingua: origine naturale o origine
convenzionale? La teoria evolutiva è la tesi odierna: onomatopea caso convenzione
Preminenza di parole onomatopeiche nelle lingue europee. Origine della lingua
Sulla questione dell'origine della lingua le soluzioni possibili, in
definitiva, sono due: o la lingua è stato ricevuto (dalla NATURA oppure da Dio
– Grice: “Use ‘God’ as exegetical device’), o è stato inventato dall'uomo
(imitando la natura oppure in un modo affatto convenzionale). Entrambe le
soluzioni hanno incontrato il favore di numerosi sostenitori sia nell'antichità
sia ai nostri giorni. Mentre però la prima soluzione è largamente seguita nel
passato, oggi trova pochi sostenitori. Secondo Humboldt, la lingua non può
essere stato inventato dall'uomo stesso, perché l’uomo è uomo soltanto mediante
la lingua, ora, per inventare la lingua, egli dovrebbe essere già uomo. Oggi,
però, la tesi più comune è che la lingua abbia avuto origine per evoluzione. Ma
ci sono modi diversi di interpretare questo evento. Alcuni ritengono che
l'evoluzione è stata determinata dall'’onomatopea. Altri invece assegnano la
parte principale al caso e alla convenzione. La teoria che la lingua nasce
formando suoni onomatopeici (ossia imitando suoni già esistenti in natura, per
esempio, il sibilo del vento, il mormorio dell’acqua, il canto degli uccelli,
ecc.) è già stata ventilata dal PORTICO e più tardi da Leibniz, ma fu proposta
per la prima volta in modo scientifico solo da Herder, il quale già nella sua
tesi di laurea afferma: Il primo vocabolario è costituito da suoni raccolti da
ogni parte del mondo. Da ogni natura emettente un suono si ricava il suo nome:
l’anima umana si vale di tali suoni quali segni per indicare le cose.
Recentemente la tesi dello Herder è stata ribadita con dovizia di argomenti da
BRUNI (vedasi). Secondo questo studioso, la tesi dell'origine naturale della lingua,
mediante l’onomatopea, è l’unica scientificamente sostenibile. I glottologi e
gli psicologi, che ritengono la lingua di origine naturale, hanno sempre
pensato che l’onomatopea sia stata la madre più feconda delle parole. Renan
afferma che nelle lingue semitiche, e specialmente nell'ebraico, la formazione
della onomatopea è sensibilissima per un grande numero di radici, e soprattutto
per quelle che hanno un carattere spiccato di antichità e di monosillabismo Del
parere di BRUNI (vedasi) è anche MERLO (vedasi). Questi afferma che le prime
parole create dall'uomo sono certo onomatopeiche, imitative dei suoni risonanti
al nostro orecchio; onomatopeiche sono le prime parole che il bambino crea e
che poi presto dimentica per le ereditarie. Il lessico delle lingue europee è
pieno di parole onomatopei- HuMmBOLDT, Ueber das vergleichende Sprachstudium,
ER CIUO H. ARENS, Sprachwissenschaft, K. Alber Verlag, Friburgo-Monaco » P.
IUS. 5 BRUNI (vedasi), L'origine della lingua, Studium, Roma. che; molte ne
conosce di sue proprie il lessico della lingua latina; e perché alle ereditarie
non sarebbero venute ad aggiungersene altre, e molte altre, in età latina
tarda, e nelle singole lingue romanze? Secondo moltissimi studiosi la lingua ha
origine convenzionale. È l’homo sapiens che escogita certi suoni per espletare
determinate operazioni. A questa teoria ha dato espressione autorevole il
Wittgenstein nelle sue Philosophical Investigatiovs. In quest'opera egli
sostiene che l'assegnazione di nomi alle cose è arbitraria così come è
arbitrario l'accordo sulle regole per fare un determinato gioco. La lingua
stessa è concepita da Wittgenstein come un gioco (Sprachspiel). Come esempio
del formarsi del gioco linguistico Wittgenstein cita il caso dell'accordo che
si stabilisce tra un muratore e un manovale a riguardo di un certo arnese.
Supponi che un arnese adoperato da un muratore per costruire porti un certo
segno, un'etichetta. Quando il muratore mostra al ma- novale il segno (l'etichetta),
il manovale gli porta l’arnese che porta quel segno. È press'a poco in questo
modo che un nome significa e viene assegnato ad una cosa. Si rivelerà assai
utile in filosofia ripetersi di tanto in tanto che denominare è una operazione
simile all’affibbiare un'etichetta ad una cosa ».? A nostro giudizio queste due
tesi sull'origine della lingua non sono necessariamente contraddittorie, ma si
possono integrare vicendevolmente. Dando per certo che la lingua è
un'invenzione dell’uomo e non un dono della natura o di un essere superiore, ci
pare che questa invenzione abbia avuto luogo inizialmente mediante l'imitazione
dei suoni emessi dagli animali e dalle cose. Così, per designare il cane, si
ripete il verso del cane; per designare il lupo, si ripete il verso del lupo;
per designare il vento, si ripete il rumore del vento, e così per tante altre
cose. Questa origine prima della lingua è confermata dalla larga quantità di
suoni onomatopeici presenti in tutte le lingue. Ed è pure confermata dal modo
con cui il bambino apprende a parlare, imitando i suoni che sente dalla mamma.
Su questa base onomatopeica l’uomo ha in seguito manovrato con libertà e
genialità, escogitando suoni nuovi, oppure combinando in maniera diversa suoni
vecchi (per es., automobile, televisione, aeroplano, ecc.). Per questo motivo
gran parte della lingua attualmente in uso ha origine convenzionale. Condizioni
essenziali della lingua La lingua presuppone tre condizioni essenziali, tre
costanti o componenti assolute: ? Citato in ivi, p. 8. WITTGENSTEIN,
Philosophical Investigations, n. 15. 53 L’“homo sapiens” e l'origine
convenzionale: la teoria di Wittgenstein Integrazione tra naturalismo e
convenzionalismo Tre condizioni essenziali del linguaggio: soggetto, oggetto,
interlocutore Divisione dicotomica: conoscenza et esistenza — soggetto che
parla (e si esprime parlando); ; — oggetto di cui si parla (e si rappresenta
mediante la parola); — interlocutore a cui si parla e al quale si vuole dare
una comu- nicazione parlando. « È chiaro che ci sono tre elementi in gioco: il
parlante, l’ascol- tante o gli ascoltatori, e la comunicazione che si
stabilisce tra loro. Un noto psicologo ha riassunto questo triplice aspetto del
linguaggio in una chiara formula: dal punto di vista del parlante, l'atto lingui-
stico è un sintomo, un'indicazione di ciò ch'egli ha in mente; dal punto di
vista dell’ascoltatore è un segnale, che lo stimola ad una de- terminata
azione; dal punto di vista della comunicazione è un sim- bolo, un segno cioè
che sta per qualsiasi cosa il parlante intenda trasmettere ».° A ragione,
quindi, Macquarrie afferma che la lingua è un complesso di relazioni fondate su
tre termini: i tre termini sono ovviamente la persona che dice qualcosa, la
materia di cui si parla e la persona o le persone alle quali si parla. È la lingua
che fa da intermediario per la relazione triadica, anzi è esso che la
costituisce. Funzioni e valore della lingua iFino a qualche anno fa si soleva
presentare una divisione dico- tomica delie funzioni del linguaggio. Vi si distinguevano,
da una parte, una funzione descrittiva o conoscitiva o denotativa o rappre-
sentativa o simbolica, e, dall'altra, una funzione emotiva, esisten- ziale o
personale. Così Ogden-Richards, Carnap, Ayer, Stevenson, e altri. Ultimamente
però sono diventati sempre più numerosi gli autori che propongono una divisione
tricotomica, aggiungendo alie due funzioni precederti quella comunicativa o
intersoggettiva. Sono di questo parere Schbkel, Polanyi, Barbotin, Ullmann e
vari altri stu- diosi. Noi troviamo quest'ultima divisione più giustificata
della prima, in quanto essa risulta dalle ire componenti essenziali costitutive
del linguaggio, che abbiamo visto essere ii soggetto che parla, ciò di cui si
parla e ia persona alla quale si parla. Iì linguaggio esercita una funzione
diversa rispetto alle sue tre componenti: — ha una funzione rappresentativa o
descrittiva o denotativa ‘nei confronti dell'oggetto; — ha una funzione
espressiva o esistenziale o emotiva nei con- fronti del soggétto; ? S. ULLMANN,
La semantica, Il Mulino, Bologna 1966, p. 27. MACQUARRIE, Ha senso parlare di
Dio?, Borla, Torino. — ha una funzione comunicativa o intersoggettiva nei
confronti della persona cui si dirige il discorso. In connessione con la
questione delle funzioni dei linguaggio si affaccia anche la questione del suo
valore, la quale, fra tutte le que- stioni concernenti il linguaggio è quella
oggi più assiduamente e vi- vacemente dibattuta. Se ne occupano tutti i
filosofi (sia gli esistenzia- listi che gli strutturalisti, sia i
neopositivisti che gli ermeneuti, sia i tomisti che i marxisti) e anche i
teologi e gli scienziati. ‘Le soluzioni di questa questione sono molte e assai
disparate. C'è chi assegna al linguaggio un valore puramente strumentale.
Questa è la soluzione tradizionale, tuttora largamente condivisa dai
neopositivisti, dagli analisti, dai tomisti, dai marxisti, e da tanti altri.
C'è invece chi gli assegna un valore fondamentale, di ordine esistenziale. 4.
Funzione descrittiva Una folta corrente filosofica del nostro tempo, la
corrente neo- positivistica e analitica ha riconosciuto valore conoscitivo alla
fun- zione denotativa (descrittiva, conoscitiva, oggettiva) e ha proscritto
come insignificanti e prive di senso le altre funzioni. Secondo tale corrente,
solo la funzione denotativa abilita l'uomo a raggiungere e a trasmettere la
verità. Questa funzione è svolta in modo eccellente dal linguaggio scientifico,
il quale è dotato della massima chiarezza, precisione e oggettività. Qualsiasi
altro linguaggio acquista più o me- no valore nella misura in cui si conforma
al linguaggio scientifico. La ragione dell'eccellenza di quest'ultimo sta nella
semplicità del suo criterio di significazione, che è la verifica sperimentale,
il quale prescrive di riconoscere significato descrittivo soltanto a quelle
pro- posizioni che sono traducibili in una catena di dati sensitivi. La teoria
dei neopositivisti e degli analisti inglesi ha suscitato fortissime reazioni da
parte di filosofi di tutte le scuole, i quali han- no potuto provarne
l'infondatezza appellandosi a vari argomenti, di cui i principali sono i
seguenti: a) ilcriterio della verifica sperimentale è un postulato metafisico
privo di qualsiasi fondamento, è una proposizione metafisica sensa- zionale che
si squalifica da sola perché è inverificabile." " Ecco alcune
critiche radicali al principio della verifica sperimentale. «Il principio di
verifica sperimentale significa ridurre all’assurdità sia la conoscenza che il
significato... Perché l'intenzione di riferire al trascendente l'esperienza
immediata è l'essenza della conoscenza e del significato ». (LEVIS Experience and
Meaning, in Readings in Philosophical Analysis, P. . «Il principio della verifica è una dichiarazione
metafisica e, perciò, il positivismo logico deve essere considerato senza
significato ». (JoAD, A critique of Logical Positivism). Il principio di
verificabilità è una dichiarazione metafisica ‘sensazio- nale’ ». (WIspom,
Philosophy and psychoanalysis, Oxford). Cfr. anche: A.C. EwING, Meaninglessness
[CITATO DA H. P. GRICE, “MEANING” OXFORD SEMINAR], in Mind; MACQUERRIE, Ha
senso parlare di Di0?, cit. 55 Il vaiore del linguaggio: strumentale,
esistenziale Neopositivismo: valore conoscitivo e funzione denotativa Posizioni
critiche al neopositivismo Funzione espressiva e funzione comunicativa b) la preferenza
per il linguaggio scientifico è del tutto ingiusti- ficata, perché ci sono
molti altri linguaggi che per la esistenza uma- na sono altrettanto importanti
quanto quello scientifico, per es., il linguaggio ordinario, il linguaggio
etico, il linguaggio artistico, il linguaggio poetico, il linguaggio
mistico." c) la preferenza per la funzione descrittiva o conoscitiva del
lin- guaggio è la conseguenza di una tradizione intellettualistica e
razionalistica che è stata estremamente dannosa perché ha creato un'im- magine
distorta e depauperata dell'uomo.”* 4.2 Funzione comunicativa Da questi
argomenti risulta che non si può ascrivere valore sol- tanto alla funzione
conoscitiva ma si deve riconoscere anche l’im- portanza fondamentale che hanno
le altre funzioni, sia quella espres- siva, che quella comunicativa. Del resto
è abbastanza facile rilevare che il linguaggio umano non ha soltanto e neppure
principalmente valore a causa della sua fun- zione conoscitiva (descrittiva o
denotativa). La sua funzione princi- pale è infatti comunicativa e la
comunicazione, in moltissimi casi, non intende affatto offrire descrizione di
oggetti, cose, fenomeni, leggi della natura, ma affetti, sentimenti, desideri,
comandi. È soprattutto su questo punto che gli studi più recenti hanno gettato
nuova luce. Qui ci limiteremo a riferire alcuni risultati ac- quisiti dal
Barbotin nel suo saggio, profondo, ricco e illuminante, Humanité de l'homme. In
quest'opera egli mette in evidenza il valore comunicativo esistenziale e
prassistico del linguaggio. Il linguaggio è lo strumento privilegiato
della‘comunicazione, nonché della pre- senza e della socialità. L'uomo,
diversamente dalle cose che sono chiuse in e su se stesse, è aperto, si vuole
dare agli altri e dagli altri vuole ricevere; si vuole rendere presente... La
parola trasforma la nostra presenza puramente fisica e passiva — semplice
giustapposizione nello spazio — in presenza attiva che ci impegna
reciprocamente. «Io sono presente a me stesso nella misura in cui sono fuori di
me, in un movimento di donazione che mi rende libero. La parola, per la
precisione, è donatrice; al di là dei propositi, essa mira allo scambio dei due
« Io »; nella preghiera mi dono, mi consegno a Dio, mi getto nelle sue mani
»." Questo potere esistenziale della parola, questo potere di renderci
presenti agli altri, e gli altri a noi stessi è stato meravigliosamente
rafforzato dalle moderne scoperte della radio, del telefono, dei re- !?
GADAMER, « Che cos'è la verità », Rivista di filosofia. ) ! Cfr. ivi, pp. 253
ss.; RICOEUR, Finitudine e colpa, Il Mulino, Bologna 4 E, BARBOTIN, Humanité de l'homme. 56
gistratori, ecc. Riuscire, oggi, a registrare le voci di persone che ci sono care,
oppure di personaggi importanti modifica sensibilmente il salto, l'abisso della
morte e i nostri rapporti con i defunti: poter risentire la loro voce ci dà la
sensazione che la morte non abbia operato una separazione completa tra noi e
loro. La funzione fondamentale del linguaggio è quindi quella della
comunicazione. Tuttavia dobbiamo dolorosamente constatare che è una
comunicazione che il linguaggio non ci consente mai di realiz- zare pienamente.
« La parola scambiata, dice bene Barbotin, mette in comunicazione due persone
tra di loro, essa risveglia, mantiene e consacra l'apertura reciproca; ma allo
stesso tempo conserva qual- cosa di inesprimibile. E questo non è dovuto alla
doppiezza, bensì alla ineffabilità della persona, delle sue intenzioni, della
sua libertà: la parola lascia filtrare qualche raggio, ma ne conserva, per
forza, se- greto il focolare. Sempre ineguale rispetto a ciò che manifesta, la
parola è di conseguenza necessariamente molteplice — se fosse perfetta sarebbe
invece unica — e provoca nell'interlocutore interro- gativi a non finire; essa
esaudisce lo spirito, ma non lo sazia mai ».! Che il linguaggio abbia aspetti
ambigui è cosa evidente ed è stata ripetutamente rimarcata già dai filosofi
dell'antichità, in par- ticolare da Platone, Aristotele e Agostino. Esso è
strumento di for- mazione (educazione), ma si presta anche molto facilmente
alla de- formazione e alla corruzione, come rileva Socrate contro i Sofisti. In
un capitolo celebre di Sein und Zeit Heidegger ha mostrato come l’inautenticità
degli individui è dovuta soprattutto al linguaggio: la maggior parte degli
uomini non pensa da sé, non giudica con la pro- pria testa, non decide per
proprio conto: ma pensa giudica decide, ecc. secondo quanto sente dire dagli
altri. 4.3 Funzione e valore esistenziale Il linguaggio è importante non
soltanto per la funzione descrittiva e comunicativa, ma anche per la funzione
esistenziale. Esso infatti oltre che a descrivere oggetti e a comunicare
sentimenti serve anche a testimoniare agli altri e a noi stessi la nostra
esistenza. Suppo- niamo, per es., che uno si sia smarrito in una foresta oppure
su una montagna. A chi scrive capitò una volta scalando il Monte Rosa. Eravamo
a quota 3.000 e, alle dieci di sera, non eravamo ancora giunti al rifugio
Quintino Sella. Era buio fitto e ad un certo punto avevamo completamente
smarrito la pista. Allora abbiamo comin- ciato a gridare con la speranza che
qualcuno dal rifugio ci sentisse e ci fornisse qualche elemento per orientarci.
In effetti fu così. Da sopra ci risposero alcune voci d'uomo. Esse bastarono da
sole a li- berarci dall'angoscia e a restituirci fiducia in noi stessi e padro-
4 BARBOTIN Sui limiti del linguaggio vedi anche G. GuSsDORF, Filosofia del
linguaggio, Città Nuova, Roma HEIDEGGER, Essere e tempo, Longanesi, Milano, pp.
140 ss. 57 La funzione fondamentale della comunicazione Parola e determinazione
dell’esistenza La densità esistenziale del nome Funzione del nome nanza della
montagna. Quelle voci improvvise invasero tutto lo ssa- zio che stava intorno,
conquistarone il mondo silenzioso delie cose e lo trasformarono conferendogli
un nuovo significato. Così avvenne che un universo senza voci in cui ci
trovavamo smarriti, divenne un universo in cui l'uomo parla. Certo lo smarrimento
non avviene soltanto là dove l'uomo non parla; in certi casi ciò accade anche
in luoghi dove sono troppi co- loro che parlano, facendo fracasso e confusione.
Eppure anche in questi casi, è di nuovo una voce, una voce familiare che ci
rassicura della nostra esistenza. Si pensi al caso di un bambino che si smar-
risce in mezzo alla folla... Basta che ad un certo punto senta la voce del
babbo o della mamma che lo chiama da lontano perché riacquisti la serenità e la
pace. Dunque la parola testimonia la mia esistenza a me stesso e agli altri. E
non si tratia di una testimonianza vaga, indeterminata, gene- rica, ma
determinata, precisa e qualificata. Infatti quando sono adi- rato adopero un
particolare tono di voce ed un certo tipo di lin- guaggio, che sono del tutto
diversi da quelli che uso quando insegno oppure quando prego. Fare
corrispondere perfettamente un certo linguaggio con i vari modi di essere dei
loro personaggi è una spe- cialità degli attori. Ma ciò che questi ultimi sono
in grado di fare per molti personaggi, noi lo facciamo tutti i giorni per quel
perso- naggio singolare che ciascuno di noi è naturalmente. La parola acquista
densità esistenziale soprattutto attraverso il nome. Avere un nome significa
possedere un'esistenza. Ma a causa della pubblicità del nome, per mezzo di esso
anche ia mia esistenza acquista una certa pubblicità. Lo nota bene il Barbotin
guando scri- ve: « Il nome è la parola che mi rivela, mi esprime agli altri,
aprendo loro l’accesso al mio essere. Io non esisto veramente che per coloro
che conoscono il mio nome; l'anonimato, l’incognito sono alibi che aggiungono
ai vantaggi della presenza fisica in un determinato luogo il beneficio di una
certa “assenza sociale”. [...] Però, se il mio nome mi esprime agli altri, allo
stesso tempo esso mi consegna a loro, mi mette in loro potere. Dichiarando il
mio nome, io rinuncio a parte della mia autonomia; ormai gli altri mi dominano
e mi posseg- gono. La prima preoccupazione del direttore di un internato non è
forse quella di imparare il nome dei suoi ragazzi per controllare le iniziative
e mantenere la disciplina? I servizi di polizia non svolgono un'attività vigile
per conoscere i nomi e i molteplici soprannomi delle persone sospette e, in tal
modo, poter controllare i loro movi- menti? ».!” . Sta di fatto che il nome fa
sempre da sostegno alla propria pre- senza. Ovunque il nome di una persona è
conosciuto, pronunciato, ricordato, ha luogo la sua presenza intenzionale
presso gli altri, e soddisfa in qualche modo quel desiderio di ubiquità che è
insito " E. BARBOTIN in ogni uomo. Ma oltre che a superare i limiti dello
spazio, il nome ci consente anche di scavalcare i confini del tempo: la nostra
presenza continua a perdurare anche dopo la morte, fintanto che il ricordo del
nostro nome permane vivo. Questo spiega il desiderio che noi tutti abbiamo
perché il nostro nome sia famoso, acquisti notorietà: è il nostro modo di
conquistare un'illusione di eternità. 5. Rapporto del linguaggio con. il
pensiero, con le cose e con gli interlocutori Passiamo ora a considerare la questione
del valore del linguag- gio dall'altro punto di vista: quello dei suoi rapporti
col pensiero, con le cose e con i due interlocutori. Al linguaggio si assegna
valore diverso a seconda del modo di- verso di come viene concepito questo
rapporto. C'è chi si preoccupa esclusivamente del pensiero; altri invece si
preoccupa soltanto degli interlocutori. Nell’analisi linguistica la
preoccupazione è centrata sulle cose; nell’esistenzialismo è centrata sul
soggetto pensante; nell'ermeneutica, nel personalismo e nello strutturalismo è
centrata sugli interlocutori. In tutti i tre casi si danno però due alternative
(e qualche volta anche tre). Per il rapporto pensiero-linguaggio, la soluzione
comune è di vedere nel linguaggio uno strumento subordinato e secondario del
pensiero. Oggi gli strutturalisti e gli ermeneuti tendono a sovvertire questo
rapporto e a mettere il pensiero al servizio e alle dipendenze del linguaggio.
La tesi di questi ultimi non può essere pienamente accolta, perché tutti
abbiamo esperienza di pensieri per i quali non riusciamo a trovare le parole
adatte per esprimerci. Tuttavia è una tesi che contiene della verità, in quanto
tra pensiero e linguaggio intercorre un rapporto assai profondo. Con un
linguaggio nitido an- che il pensiero guadagna in chiarezza e precisione.!
Anche per quanto concerne i rapporti tra linguaggio ed essere ci sono due
opposte tendenze. Generalmente al linguaggio si rico- nosce valore semantico,
indicativo, segnalatore dell'essere. Oggi strutturalisti ed ermeneuti vogliono
ascrivere al linguaggio una den- sità ontologica molto più profonda: l’essere
trova la sua manifesta- zione nel linguaggio; soprattutto l'essere dell’uomo ha
il suo soste- gno, il suo modello nel linguaggio. Anche a questo proposito ci
pare di non poter accogliere la secon- da tesi integralmente perché, se seguita
fino in fondo, essa sfocia inevitabilmente in una nuova forma di idealismo;
tuttavia è una tesi ! Ivi, pp. 133-144, 59 Il rapporto linguaggio-pensiero La
subordinazione del linguaggio al pensiero Linguaggio e intersoggettività: due
tesi opposte che contiene anche un importante nucleo di verità: essa esprime il
carattere storice e creativo dell’uomo.! Quanto al terzo tipo di rapporti,
quelli fra linguaggio ed interlo- cutori, si danno anche qui due tesi opposte:
una che afferma il valore capitale del linguaggio per l’intersoggettività,
valore tanto più grande in quanto oggi si vede nell'uomo un essere essenzial-
mente intersoggettivo; oggi la persona umana non è intesa in chiave
egocentrica, cartesiana, ma in chiave sociale. L'altra tesi assegna uno scarso
valore intersoggettivo al linguaggio, in quanto muove da una concezione
egocentrica, angelicata dell’uomo. Noi riteniamo che il linguaggio abbia
effettivamente importanza capitale per la funzione intersoggettiva. Tale
importanza risulta da quanto è stato detto in precedenza sulla funzione
comunicativa del linguaggio. Ma essa risulterà ancor più evidente in seguito,
quando ci occuperemo del problema politico e sociale e vedremo che il lin- guaggio
costituisce il mezzo necessario, principale ed ideale per rea- lizzare la
socievolezza umana. CONCETTI DA RITENERE Linguaggio; lingua; parola
Significato; significante Origine naturale, convenzionale, evolutiva;
onomatopea Soggetto; oggetto; interlocutore Sintomo; segnale; simbolo Funzione
descrittiva, emotiva, comunicativa SINTESI CONTENUTISTICA CARATTERI DELLA LINGUA
Proprietà primaria e fondamentale dell'uomo che lo distingue dagli altri esseri
viventi per l’uso che ne fa, in ordine a scopi e modi diversi. La lingua è uno
degl’elementi che costituisce l'uomo in quanto uomo. Esso ha una struttura
intenzionale che lo fa mezzo della comunicazione degli uomini tra loro. Esiste
una distinzione tra lingua (funzione generale della comunicazione), lingua
(sistema linguistico usato da una determinata società) e parola (forma concreta
e individuale assunta dal sistema linguistico). Differenza tra i termini
significante e significato. Il significante indica una realtà come è denotata
dalla lingua; il significato indica il modo parziale e storico in cui la lingua
parlata attualizza il significante. ORIGINE DELLA LINGUA. Tre ipotesi: origine
naturale (tesi ormai abbandonata); origine convenzionale; origine evolutiva
(tesi più comune oggi). La prima ipotesi annovera tra i suoi sostenitori
Humboldt, Herder, BRUNI (vedasi) e MERLO (vedasi) che attribuiscono al-
MANCINI, Lingua e salvezza, Vita e Pensiero, Milano. l'onomatopea la maternità
delle parole. La seconda è autorevolmente espressa da Wittgenstein: la lingua è
un gioco di cui l’uomo ha stabilito le regole. Come terza ipotesi si può dire
che oggi l’azione creativa e libera dell’uomo sull'onomatopea ha prodotto una
lingua convenzionale che può essere chiamato evolutivo. CONDIZIONI
TRASCENDENTALI DELLA LINGUA I trascendentali o costanti della lingua sono: il
soggetto che parla l'oggetto di cui si parla l'interlocutore a cui si parla
L'atto linguistico dal punto di vista: del soggetto è un sintomo, dell'oggetto
è un segnale, dell'interlocutore è un simbolo. La lingua è l'intermediario di
una relazione triadica. FUNZIONE E VALORE DELLA LINGUA Si sono delineate tre
connotazioni delle funzioni del linguaggio: la funzione descrittiva (o
conoscitiva, denotativa, rappresentativa, simbolica); la funzione emotiva (o
esistenziale, personale); la funzione comunicativa o inter-soggettiva. RAPPORTI
DELLA LINGUA COL PENSIERO, COLLE COSE E COGLI ‘INTERLOCUTORI (Alla lingua s’assegna
valore diverso in relazione al rapporto nel quale viene colto: rapporto
pensiero-lingua: la lingua è uno strumento subordinato e secondario del
pensiero; rapporto pensiero-cosa: in genere s’attribuisce alla lingua un valore
semantico; oggi strutturalisti e ermeneuti considerano la lingua una
manifestazione dell'essere; rapporto lingua-interlocutore: importanza
fondamentale della lingua per l'essere umano inteso come essere inter-soggettivo;
scarsa importanza della lingua per l'essere umano inteso in senso egocentrico.
QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE Quali delle diverse forme della lingua
umana sembrano predominare nella nostra cultura? In quale misura la lingua
identifica l’uomo come essere di relazione? Che cosa si intende per lingua,
parola, significante, significato? Quali sono le principali teorie sull'origine
del linguaggio? Quali sono gl’elementi costitutivi, essenziali, trascendentali
della lingua? Quali sono le principali funzioni della lingua? Quale rapporto è
possibile stabilire tra lingua e concezione dell'uomo? Che rapporto intercorre
tra pensiero, lingua e cose? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI ANTISERI (vedasi)., La
filosofia del iinguaggio, Morcelliana, Brescia. BENVENISTE, Problemi di
linguistica generale, Il Saggiatore, Milano. BERRUTO (vedasi), Nozioni di
linguistica generale, Liguori, Napoli.
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la lingua, Mursia, Milano. HEILMANN Corso di linguistica teorica, Celuc Libri,
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teologica, Paoline, Roma. PracET J., Lo strutturalismo, Il Saggiatore, Milano.
RoBINS, Storia della linguistica, Il Mulino, Bologna. ULLMANN, La semantica, Il
Mulino, Bologna. WARTBURG WALTER VON-ULMANN, Problemi e metodi della
linguistica, Il Mulino, Bologna. IL PROBLEMA COSMOLOGICO QUESTIONARIO
PROPEDEUTICO 1. Il mondo ha un'origine e uno scopo? Quali? 2. È possibile individuare
la struttura dell'universo? In quale imaniera? ‘i. Problematicità dell’universo
L'universo è una realtà problematica sotto molteplici aspetti: la sua origine,
i suoi elementi costitutivi fondamentali, la sua durata, il suo fine ultimo. La
branca del sapere che si occupa della costitu- zione dell'universo per
definirne la forma e le leggi che lo gover- mano, viene denominata cosmologia
{dal greco kosmos,! che significa ordine, mondo e logos = discorso); quanto
riguarda la sua origine e il suo fine ultimo viene invece studiato
dall'ontologia e dalla tsleologia. i Intorno all'universo e in ordine alla
soluzione dei suddetti pro- blemi si può fare un duplice discorso, scientifico
e filosofico. Nel primo caso si propone una descrizione dei fenomeni, specialmente
nelle loro relazioni d'insieme e nel loro divenire, interpretandoli se- condo
criteri logici, tendenti a stabilire tra loro un ordine, una struttura, una
legge di conservazione e di evoluzione. Nel secondo si presenta
un’interpretazione generale dei fenomeni dell'universo, nella loro natura
essenziale, nelle loro proprietà, nel loro ultimo fondamento. Questa
distinzione tra discorso scientifico e filosofico è una con- quista piuttosto
recente del pensiero umano. Essa è divenuta possi- bile soltanto col sorgere
delle scienze sperimentali, vale a dire du- rante il secolo XVII. Prima si
consideravano le ricerche dei metafisici e gli studi degli astronomi e dei
fisici come facenti parte d'una unica grande disciplina, la filosofia. ‘ Il
termine kosmos ìn greco indica ìn senso proprio l'armonia universale regolata
da leggi precise e inviolabili. Contrapposto al termine kaos, che nella
mentalità dei Greci era espressione non solo di disordine indifferenziato, ma
anche di tutto ciò che contiene in sé la forza del negativo, il kosmos rap-
presentava per gli antichi tutto ciò che è positivamente conforme alla volontà
degli dèi e che è pertanto vita e bene. 63 La cosmologia studia la costituzione
dell’universo {forma e leggi) Discorso scientifico e discorso filosofico Una
soluzione mitica ai primi interrogativi sul cosmo Il problema dell’uno e del
molteplice in Talete 2. La cosmologia nel pensiero occidentale Il problema
cosmologico è uno dei primi che la mente umana si sia posto. Appena ha
acquisito il potere di riflettere, l'uomo ha cominciato ad interrogarsi
sull'origine delle cose: qual è la loro causa ultima? e in che modo tale causa
ha prodotto tutto il comples- so sistema dell'universo? Qual è il costitutivo
fondamentale del mondo? A questi interrogativi gli uomini hanno cercato di dare
una ri- sposta molto tempo prima di scoprire gli strumenti logici di ricer- ca
propri della filosofia, servendosi degli strumenti espressivi del mito.
Documenti preziosi di alcune spiegazioni cosmologiche di caratte- re mitico sono
i poemi di Omero e Esiodo. Nelle loro opere l’uni- verso è considerato come una
grande città, di cui fanno parte oltre gli uomini anche gli dei. Come la città
così l'universo sta sotto il governo di un grande monarca. Tutto ciò che accade
nel mondo è opera sua e degli altri dei; tutti i fenomeni naturali sono
promossi dai numi: i tuoni e i fulmini sono scagliati dall'alto da Zeus, i
flutti del mare sono sollevati dal tridente di Poseidone, i venti sono so-
spinti da Eolo, e così di seguito. Nella sua Teogonia Esiodo ha fissato con
precisione il quadro cosmico, entro cui in seguito si muo- verà la spiegazione
cosmologica dei filosofi. Secondo la spiegazione esiodea della genesi
dell'universo, dapprima si generò il Caos, poi si generò Gea (ossia la Terra),
nel cui ampio seno sono tutte le cose. Nella profondità della Terra si generò
il Tartaro buio, e, da ultimo, Eros (l’amore) che, poi, fece generare tutte le
altre cose. Talete, vissuto a cavallo tra il VII e VI secolo avanti Cristo, è
il primo pensatore che si domanda espressamente e sistematica- mente: « Qual è
la causa ultima, il principio supremo di tutte le cose? », e che per rispondere
a tale interrogativo non fa ricorso a raffigurazioni mitiche ma si vale di
concetti filosofici. Talete si domanda se, nonostante l’esperienza, la quale ci
pre- senta il quadro impressionante di una molteplicità infinita di fe- nomeni
apparentemente irriducibili, sia possibile derivare la realtà da un unico
principio supremo. È un problema colossale che oltre- passa i confini della
cosmologia ed invade il terreno della stessa metafisica: il problema dell'uno e
del molteplice, problema che tormenterà i filosofi d'ogni tempo. A questa
domanda ardita ed im- pegnativa, Talete offre una risposta ingenua e
rudimentale. Gli sembra che tra i quattro elementi che il buon senso considera
pri- mordiali e costitutivi d'ogni cosa, l’acqua abbia una priorità sugli
altri. E conclude che l'acqua è il principio da cui traggono origine tutte le
cose. Dall'acqua per condensazione deriva la terra, per rare- fazione derivano
l'aria e il fuoco. ? Cfr. B., MONDIN,, vol. I, pp. 39-40. 64 Più che come una
città, alla stregua di Omero e Esiodo, Talete concepisce il mondo come una
casa. In questa casa c'è movimento, c'è mutamento, c'è caldo e freddo, fuoco e
umidità, c'è fuoco al centro, e su di esso una marmitta con acqua. La casa è
esposta ai venti e alle correnti; ma è una casa e questo significa sicurezza e
stabilità. Per tre secoli il problema cosmologico conserva l'impostazione che
gli aveva data Talete, un'impostazione ambigua, in cui il pro- blema metafisico
del principio supremo d’ogni cosa si confonde col problema cosmologico
dell'origine e della strutturazione di questo mondo. La distinzione tra
problema metafisico e problema cosmologico viene finalmente percepita e
lucidamente formulata da Platone. Questi distingue due piani di realtà, uno di
ordine fisico (che è quello di questo mondo materiale) e l’altro di ordine
metafisico: è il piano delle idee. Della origine e strutturazione del mondo mate-
riale egli presenta una famosa spiegazione nel Timeo. Il mondo è stato prodotto
dal Demiurgo. Questi contemplando le Idee (ossia prendendo le Idee come
modelli), assistito e coadiuvato da altre Potenze, plasma la materia informe,
facendole assumere quelle qua- lità e caratteristiche che sono proprie degli
esseri che popolano questo mondo. Portata a compimento la formazione del mondo,
il Demiurgo vi infonde un'anima universale, la quale ha la funzione di
conservare in vita il mondo, senza bisogno di un continuo inter- vento da parte
del Demiurgo? Aristotele, in Metafisica, compie un esame ancora più approfon-
dito del problema cosmologico, almeno per quanto concerne l’aspet- to della
natura essenziale delle cose materiali e del loro divenire. Secondo Aristotele
il mondo non ha né origine né fine: è eterno. Ma non è affatto immobile,
statico, perché il divenire è uno dei suoi tratti più caratteristici. Ma a che
cosa è dovuto questo perenne divenire? C'è anzitutto una causa estrinseca: la
tensione delle cose verso il loro ultimo traguardo, Dio. Ma c'è anche una causa
intrinseca: la costituzione stessa delle cose materiali, le quali sono composte
di materia e forma. La materia è di natura corruttibile ed è quindi la ragione
intrinseca del continuo succedersi di nuove forme sulla sce- na di questo
mondo. La materia è inoltre il fondamento ultimo del- l'estensione e quindi
dello spazio. Invece il divenire è la ragione pro- fonda del tempo. Da parte
sua la forma è la ragione della distinzione delle cose in molte specie diverse.
Le specie fondamentali secondo Aristotele sono quattro, e, di conseguenza,
quattro sono anche i grandi regni degli esseri terrestri: minerale, vegetale,
animale e uma- no. Particolarmente interessante ed acuta è l’analisi condotta
da Aristotele intorno al divenire, di cui distingue e definisce quattro tipi
principali: quantitativo (crescita e diminuzione), qualitativo * PLATONE,
Timeo, 5 ss. 65 Platone e le due realtà: fisica e metafisica Aristotele e la
sua concezione sulla costituzione del cosmo: materia, divenire, forma
L'esistenza e la perfezione del Movente immobile La concezione atomista di
Democrito ed Epicuro Agostino e Tommaso: la temporalità del mondo e la sua
eternità (alterazione di qualità), sostanziale (generazione e corruzione) e lo-
cale (spostamento da un luogo ad un altro).* Ma come s'è detto, secondo
Aristotele, il divenire delle cose non ha soltanto una causa intrinseca ma
anche una estrinseca: le cose divengono per un fine ed è appunto il fine che le
induce a trasfor- marsi, ad acquisire ulteriori gradi di realizzazione. Ciò
porta Ari- stotele a riconoscere l'esistenza di un Movente immobile, che pro-
voca tutti i fenomeni, tutte le generazioni, tutti i movimenti di questo mondo.
Aristotele deduce la necessità del Movente immobile continuando la sua analisi
del divenire. Si deve dare un movente in ogni forma di divenire perché il
soggetto del divenire, non può darsi da sé ciò che non ha: « Tutto ciò che è
mosso, è mosso da un altro ». Dalla esistenza delle varie forme di divenire e
di movimento esistenti nel mondo Aristotele deduce l'esistenza di un Movente
immobile, non subordinato a nessun genere di movimenti, causa im- mediata del
movimento totale dell'universo, e causa mediata di tutti i movimenti
particolari. Il Movente immobile è, secondo Aristotele, eterno, unico, del
tutto immobile cioè talmente perfetto da non essere suscettibile di qualsiasi
perfezionamento; inesteso non però come sono inestesi di natura loro la materia
o i punti, ma perché superiore a tutto il mondo della materia e
dell'estensione. Una concezione profondamente diversa e sotto molti aspetti
con- traria a quella di ‘Platone e di Aristotele hanno sviluppato alcuni loro
contemporanei, detti atomisti, i cui massimi esponenti sono Democrito ed
Epicuro. Secondo questi filosofi il mondo è composto di una moltitudine
infinita di atomi o elementi fisicamente invisibili, a causa della piccolezza
delle loro dimensioni. Queste particelle si muovono nel vuoto e unendosi
producono la nascita dei corpi e se- parandosi la distruzione. Fino a questo
punto Democrito ed Epicuro sono perfettamente d'accordo. Divergono invece nella
maniera di concepire il moto degli atomi. Mentre secondo Democrito tale moto
assume una direzione rettilinea, Epicuro ritiene che per spiegare il mutamento
e la combinazione degli elementi tra di loro occorre concepire il moto come
passibile di deviazioni spontanee (clinamen): è proprio grazie a tali
deviazioni che gli atomi danno origine a com- binazioni così molteplici e
diverse, quali noi osserviamo in questo mondo I pensatori cristiani per
spiegare la struttura intrinseca delle co- se materiali di solito si rifanno
alla dottrina aristotelica; mentre in- vece per spiegare l'origine del mondo
ricorrono alla nozione biblica di creazione: il mondo è scaturito dal nulla per
volontà di Dio. Ma quando è stato creato questo mondo? Per rispondere a questo
in- terrogativo gli autori cristiani hanno avanzato due soluzioni: una fa capo
ad Agostino ed è quella più comune; l'altra è quella di Tom- M. Aquino. Secondo
il Vescovo di Ippona il mondo è stato creato nel tempo, così vuole la Scrittura
e così esige anche la natura contingente e mutevole delle cose materiali.
Invece secondo l’Aqui- nate, in linea di principio (vale a dire assolutamente
parlando senza tener conto di quanto la ragione umana ha acquisito dalla
Rivelazione) non si può escludere l’esistenza eterna del mondo, in quanto Dio
ha potuto crearlo da sempre.” L'epoca moderna si apre con uno spiccato
interessamento per il problema cosmologico. L'’Umanesimo e il Rinascimento sono
carat- terizzati appunto da un interesse straordinario per il mondo, per la
natura. Gli uomini del Quattro e Cinquecento (Cusano, Telesio, Pico della
Mirandola, Ficino, Bruno, ecc.) sono incantati, abbagliati dalla bellezza,
grandezza, fecondità, potenza della natura e su di essa ap- puntano il loro
sguardo indagatore. Ma le loro spiegazioni di so- lito, sono pure
fantasticherie, che non possono vantare maggiore solidità di quelle di alcuni
pensatori greci, dai quali traggono ispi- razione. Eppure, ciononostante, le
loro ipotesi costituiscono il pro- logo essenziale allo sviluppo di una nuova
cosmologia, la quale assu- me la veste di ricerca scientifica anziché quella di
indagine filo- sofica.? Già con Galilei non ci si interessa più delle essenze
delle cose materiali e delle loro cause ultime, ma si concentra tutta
l’attenzio- ne sui fenomeni e sulle leggi che li regolano. Sono soprattutto le
leggi che contano. Si tratta di una rivoluzione che ha prodotto copiosi frutti.
Un po’ alla volta, per merito di Galilei, Keplero, Newton, Lavoisier, Einstein
e tanti altri, l'indagine scientifica è riuscita, almeno in parte a dipanare la
complessa voluminosa ed intricata matassa delle leggi che regolano i fenomeni
dell’universo. Tutte le cosmologie antiche, quella egiziana, babilonese e gre-
ca, mettevano sempre al centro dell'universo la Terra, circondata e sostenuta
da un oceano e sopra la volta del cielo. Nel secondo secolo dopo Cristo, il
matematico ed astronomo alessandrino Tolo- meo Claudio rielaborò tutti i
risultati delle ricerche precedenti e sviluppò un complesso sistema
geocentrico, basato su una serie di circonferenze, in cui la Terra era al
centro ed il sole e la luna le giravano intorno, mentre gli altri corpi celesti
avevano dei percorsi eccentrici. Questo sistema fu accettato per oltre un
millennio, sino a che Niccolò Copernico non elaborò il suo sistema
eliocentrico, nel 1507, secondo cui i pianeti si muovono intorno al sole su
orbite com- plementari. Si deve soprattutto agli studi di Galilei la diffusione
del sistema copernicano. Un altro elemento caratteristico della cosmologia
moderna trae origine da Galilei: il meccanicismo. Applicando allo studio
dell’uni- M. Il naturalismo della cultura rinascimentale Il cammino verso la
scienza: da Galilei ad Einstein Il ‘‘meccanicismo’’ di Galilei Teoria cinetica
e teoria molecolare: movimento perpetuo e struttura atomica I corpi celesti e
la distanza infinita Teoria stazionaria e teoria evolutiva: creazione continua
ed esplosione originaria verso il metodo matematico, come aveva insegnato
Galilei, i filosofi e gli scienziati moderni non si interessano più delle
qualità e delle forme, ma guardano esclusivamente alla quantità e ai numeri.
Viene in tal modo a cadere la spiegazione vitalistica delle cose di questo
mondo: le piante e gli animali non svolgono determinate attività perché
sarebbero dotati di un'anima ma semplicemente perché sono forniti di elementi
fisici capaci di svolgere movimenti più o meno complicati Il meccanicismo
peraltro non è mai riuscito a sradicare il vitali- smo, il quale conta anche
oggi molti validi sostenitori. È comunque al meccanicismo che si ispirano
alcune importanti ipotesi scientifiche dell'ultimo secolo, come la teoria
cinetica e quel- la molecolare. La teoria cinetica constata un perpetuo
movimento disordinato delle particelle dei gas, tanto più rapido quanto maggio-
re è la temperatura. In quésto disordine si possono tuttavia applicare le leggi
del calcolo delle probabilità, e trovare delle relazioni tra grandezze
macroscopiche direttamente misurabili. Secondo la teoria molecolare la
struttura della materia risulta da un'aggregazione di atomi, tutti di una
specie se si tratta di un corpo semplice, di tante specie diverse quanti sono i
componenti semplici, se si tratta di un composto o di un miscuglio. Di ciascuna
specie di atomi si conosce esattamente il peso, indicabile con H per
l'idrogeno, 238 H per l’ura- nio, ecc. 3. La cosmologia nel secolo XX In questo
secolo, grazie allo sviluppo di nuovi strumenti di ri- cerca, è stato possibile
penetrare sempre più a fondo nel cuore della materia e individuarne gli
elementi costitutivi più minuscoli, come le molecole, gli atomi, gli elettroni,
ecc. Anche del più piccolo organismo vivente, la cellula, si è riusciti a
decifrare in larga misura la complessa e meravigliosa struttura. Dal lato
opposto lo sguardo umano, sospingendosi sempre più lontano, è riuscito a
raggiungere corpi celesti che si trovano ad una distanza pressoché infinita
dalla terra. In tal modo l’uomo ha acquistato una coscienza più acuta della
vastità e della complessità dell'universo che lo circonda, un universo di cui
gli riesce sempre più difficile cogliere le ragioni del suo inizio, il tempo
della sua durata e il momento della sua fine. Per risolvere questi problemi
enormi oggi si avanzano varie ipotesi: le più note sono quella stazionaria e
quella evolutiva. Secondo la teoria stazio- naria, oggi meno accettata, vi è
una creazione continua di materia, che mantiene l'universo ad una densità
costante, nonostante la sua espansione, che si desume dall'ipotesi del moto di
allontanamento * Ivi, pp. 107-110; 143. 68 delle galassie. Secondo la teoria
evolutiva, vi fu un’esplosione origi- naria in un universo superdenso, il
cosiddetto « big bang », circa 10 o 12 miliardi di anni or sono. Oggi comunque
la parola definitiva è affidata alla ricerca che si vale di strumenti sempre
più perfezionati. Ma a parere di molti filosofi e scienziati moderni, i quali
riten- gono valida la distinzione kantiana tra realtà fenomenica e realtà
noumenica, cioè pensata, non è possibile trovare una risposta con- clusiva agli
interrogativi ultimi della cosmologia (origine del mondo per creazione o per
caso, durata finita oppure infinita, estensione li- mitata oppure senza limiti,
movimento teleologico oppure necessario, ecc.), in quanto ad ogni tesi è
possibile contrapporne un'altra di segno contrario. Ma qui sono la natura e il
valore della ragione umana e più spe- cificamente della speculazione filosofica
che sono chiamati in causa. E qualora si rifiuti di accogliere la prospettiva
kantiana, e si ascriva alla ragione il potere non solo di cogliere i nessi tra
i fenomeni ma la verità stessa delle cose, allora si può anche ritenere che il
pre: blema cosmologico non sia un problema insolubile. A nostro avviso esiste
una filosofia in grado di fornire una risposta valida anche a questo difficile
problema: è la filosofia dell'essere. Questa filosofia (lo vedremo meglio nel
capitolo dedicato al problema ontologico) muove dalla « intuizione » del valore
infinito della per- fezione dell'essere e dalla constatazione che nel mondo
tale perfezio- ne si realizza sempre e soltanto in modi limitati. Ora, la
finitudine e contingenza dell'essere di tali modi, ossia delle cose
dell'universo, fanno comprendere l'esigenza della realtà di un Essere infinito,
che ne segni l'origine e lo mantenga in vita, la necessità d'un Incondizio-
nato che regga tutta la serie delle condizioni. Pertanto l'universo trae
origine da Dio. Questi lo genera compiendo un atto singolare, che nessuna
creatura può compiere, l'atto della creazione. Crea- zione significa la
produzione di una cosa che prima non era in nessun modo, né in se stessa né
nella potenza d'un soggetto (o ma- teria). Il termine « creazione » quindi
evidenzia la totale inesisten- za dell'universo prima della sua produzione da
parte dell'Essere sussistente; esso pone l'accento sul nulla del punto di
partenza rispetto all'oggetto, l'universo. Con l’atto creatore l'Essere sussi-
stente comunica il suo essere all'universo. Il suo è un dono del tutto
straordinario, perché dal suo darsi nasce la realtà dell'universo là dove prima
c'era soltanto il puro nulla. Il termine « creazione » pone quindi l'accento sull'inizio
dell'universo, punto di partenza che è tutto nell'Essere sussistente, nella sua
generosa dedizione, una dedizione che non ha nulla a che vedere né con
l’emanazio- ne necessaria dei neoplatonici, né con l'alienazione dell'Assoluto
degli idealisti. Si tratta però, ovviamente, di una comunicazione limitata.
L'Essere sussistente non crea un altro essere sussistente, !° J. DE FINANCE,
Existence et liberté, Vitte, Paris La risposta della filosofia dell'essere
L’atto creativo dell’Essere sussistente (Dio) Insoluto il problema cosmologico
della durata ma un ente contingente. Per questo motivo l'universo non eguaglia
la perfezione di Dio e tanto meno si identifica con la sua realtà. Esso
semplicemente partecipa alla perfezione dell'Essere sussistente, os- sia
possiede in modo particolare, limitato, imperfetto, quella perfe- zione che
nell’Essere sussistente si attua in modo totale, illimitato e perfetto. C'è
tuttavia una tensione permanente nel modo di fare ritorno alla sua prima
sorgente, all'Essere sussistente; e questo spiega il profondo dinamismo che lo
pervade, la costante trasformazione e la meravigliosa evoluzione che lo
animano: l’universo è in cammino verso Dio. Questi è pertanto allo stesso tempo
sia il punto Alfa che il punto Omega dell’universo."! Abbiamo così
chiarito, facendo appello ai principi della filosofia dell'essere, i due
principali problemi della cosmologia: origine e fine dell'universo. Resta ancora
insoluto il problema della durata. Qual è la distanza temporale che deve
percorrere l'universo prima di raggiungere il punto Omega? ‘Per trovare una
risposta a questo interrogativo non possiamo fa- re appello a nessuna
filosofia, neppure alla filosofia dell'essere. Si tratta certamente di una
distanza finita, come affermano oggi una- nimemente gli scienziati; ma è una
distanza che la ragione non riuscirà mai a misurare. CONCETTI DA RITENERE
Teogonia Condensazione-rarefazione Materia; forma; divenire Motore immobile —
Geocentrismo; eliocentrismo; meccanicismo — Teoria cinetica, molecolare,
stazionaria, evolutiva; creazione SINTESI CONTENUTISTICA I. ‘PROBLEMATICITÀ
DELL'UNIVERSO 1. ‘L'universo è una realtà problematica in ordine alla sua
origine, ai suoi elementi costitutivi, alla sua durata, al suo fine ultimo. 2.
La risposta al problema può essere scientifica o filosofica. Nel primo caso si
propone una descrizione dei fenomeni. Nel secondo una interpretazione generale
dei fenomeni dell’universo. 3. La distinzione tra i due ordini di soluzione
risale al sec. XVII. Il problema cosmologico è uno dei primi che la mente umana
si è posto: "! B. MONDIN, Il sistema filosofico di Tommaso d'Aquino {Per
una lettura at- tuale della filosofia tomista), Massimo, Milano qual è la causa
ultima delle cose? in che modo ha prodotto il sistema dell'uni- verso? qual è
il costitutivo fondamentale del mondo? 2. Le cosmogonie e le teogonie del mondo
antico (da Esiodo ad Omero) sono state i primi tentativi di soluzione. 3. Il
problema sta alla base della filosofia ionica {Talete, Anassimene,
Anassimandro) che prospetta ambiguamente il problema cosmologico con il
problema metafisico. 4. La distinzione tra i due problemi viene posta da
Platone con la sua di- stinzione tra il mondo fisico e il mondo metafisico
(natura e mondo delle Idee). 5. Aristotele approfondisce il problema
cosmologico: it mondo è eterno e il divenire è uno dei suoi caratteri, poiché
le cose tendono verso il proprio perfezionamento. Un Motore immobile provoca
tutti i fenomeni, tutte ie gene- razioni, tutti i movimenti del mondo. 6. Gli
atomisti (Democrito e Epicuro) pongono all'origine del mondo atomi invisibili
per le loro dimensioni che unendosi e separandosi provocano la na- scita o la
distruzione. Democrito afferma che il movimento degli atomi è retti- lineo;
Epicuro afferma che avviene per deviazione spontanea. 7. I pensatori cristiani
per spiegare la struttura intrinseca delle cose si rifanno ad Aristotele,
mentre spiegano l'origine del mondo come atto creativo deila volontà di Dio. 8.
L'Umanesimo e il Rinascimento privilegiano il problema cesmologico (Cusano,
Telesio, Pico della Mirandola, Ficino, Bruno). Le visioni sono spesso
fantasiose e animistiche. 9. Progressivamente, nel corso dell'età moderna e
contemporanea, la co- smologia passa dalla dimensione metafisica a quella
scientifica attraverso i traguardi segnati da Galilei, Newton, Lavoisier e
Einstein. Il meccanicismo so- stituisce il vitalismo rinascimentale, lasciando
successivamente il posto alla teoria cinetica e alla teoria molecolare. LA
COSMOLOGIA NEL SECOLO XX 1. I nuovi strumenti di ricerca hanno consentito di
penetrare i segreti del- la materia e di individuarne gli elementi costitutivi
fondamentali: molecole, atomi, elettroni. 2. La teoria stazionaria afferma la
creazione continua di materia; la teoria evolutiva afferma l'origine di un
universo superdenso da un'esplosione ori- ginaria. 3. La filosofia dell'essere
offre una valida soluzione al problema dell'origine dell'universo stabilendo
una relazione tra gli esseri finiti e contingenti e l’Es- sere infinito e
incondizionato. L'universo trae, pertanto, origine da Dio per atto creativo, in
virtù del quale l'Essere sussistente comunica il suo essere al- l'universo con
un atto di generosa dedizione. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE Quali
rapporti intercorrono tra metafisica e cosmologia? 2. Che cosa caratterizza la
distinzione tra discorso mitico, scientifico e filo- sofico circa il mondo? 3.
Quali correlazioni è possibile stabilire tra scienza e cosmologia? 4. In che
misura il problema cosmologico si incontra con il problema religioso? 5. Quali
sono i principali aspetti del problema cosmologico? 6. Quali sono le
interpretazioni cosmologiche più significative del pensiero occidentale? Quali
interpretazioni sono state date al problema dello spazio e del tempo? Che cosa
sono il meccanicismo e il vitalismo? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI ARCIDIACONO G.,
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PROBLEMA ANTROPOLOGICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Quali interrogativi l’uomo
si pone in relazione a se stesso? 2. Perché l'uomo ha bisogno di capirsi? 3. Di
che cosa si ha più bisogno per stare bene con se stessi? 1. Natura del problema
La filosofia ha sempre fatto dell'uomo argomento del suo studio e delle sue
ricerche. Però, lungo l'arco della sua storia plurimille- naria, ci sono
momenti in cui l’attenzione del filosofo s'è rivolta all'uomo in maniera
distinta e privilegiata. Così, nell'antichità, dopo che lo sforzo dei primi
filosofi greci, teso a scoprire la causa ultima delle cose era riuscito vano,
con Socrate e i Sofisti la ricerca filo- sofica si concentra tutta sull'uomo,
al fine di comprenderne la vera natura, determinarne le capacità e intenderne i
doveri e la missione. « Conosci te stesso »: ecco l'obiettivo preciso della
filosofia di Socrate e dei suoi contemporanei. Altrettanto è accaduto molti
secoli più tardi, alla fine del Medio- evo, dopo i vani tentativi degli
Scolastici di fissare in bell’ordine gli elementi molteplici che compongono
l'universo. Ancora una volta l'indagine filosofica torna a riflettere anzitutto
e soprattutto sul- l'uomo, per conoscerlo più profondamente. In seguito, tutta
la filosofia moderna ha assunto un indirizzo spiccatamente antropocentrico.
Oggi, anche chi crede nella possibi- lità della metafisica ossia nella
possibilità di un sapere filosofico in- torno all'essere assoluto, ritiene di
doverla sviluppare partendo dal- l'uomo. Attualmente persino i teologi ritengono
opportuno se non proprio necessario dare alla loro disciplina un'impostazione
antro- pocentrica. Ma questa tendenza dei metafisici e dei teologi di portare
l'uomo al centro delle loro considerazioni rende più acuto che mai il pro-
blema di sapere chi sia l'uomo. Infatti senza una soluzione adegua- ta di
questo problema ogni tentativo di elaborare dottrine metafi- siche, etiche,
politiche, religiose, sociali è inevitabilmente destinato al fallimento. Chi è,
dunque, l'uomo? 73 Nel secoli la filosofia ha sempre studiato l’uomo
L’interrogativo fondamentale: l’uomo chi è? La complessità della realtà
““uomo”' definito ‘‘mistero’’ da sant'Agostino Il problema antropologico si
riferisce all'essenza propria dell’uomo Tre prospettive di ricerca sull'uomo:
Sant'Agostino, che è uno degli autori che hanno studiato più at- tentamente la
realtà umana, a questo interrogativo risponde di- cendo: « Grande mistero è
l'uomo ».! L'uomo, infatti, a causa della complessità del suo essere, fisico e
psichico ad un tempo, confinato in una piccola zona dello spazio col suo corpo,
ma in grado di scaval- care tutti i confini dell'universo con la sua mente, è
effettivamente una realtà di cui è impossibile ottenere una comprensione e
fornire una spiegazione sicura ed esaustiva. L'uomo è una realtà estremamente
complessa. Ciò è vero anzitut- to nell'ordine dell'azione. Egli esplica
attività d'ogni genere: cono- sce, studia, scrive, parla, lavora, gioca, prega,
canta, ama, soffre, gode, mangia, ecc. Ed ognuna di queste attività solleva interrogativi
e problemi di non facile soluzione. Ma la complessità diventa ancora più
accentuata quando si passa dal piano dell'azione a quello dell’es- sere. Allora
ci si domanda: chi è questo individuo singolare che chiamiamo Io e che
qualifichiamo come persona? Che cos'è che con- sente al suo corpo di esplicare
le suddette attività molte delle quali trascendono così palesemente i confini
della materialità? È mai pos- sibile decifrare l'essere profondo dell’uomo? Il
problema-uomo investe pertanto tutti i campi della filosofia, dalla logica alla
gnoseologia, alla cosmologia, alla metafisica, all’eti- ca, alla politica, alla
cultura, all'arte, alla psicologia, alla religione. Una antropologia generale
dovrebbe affrontarlo nella sua tota- lità e trovare una risposta per ogni
specifico interrogativo. Ma, di solito, quando si parla di problema
antropologico non si intende riferirsi al problema di questa o di quella
attività umana (per esem- pio al problema della conoscenza oppure della
libertà, del lavoro, ecc.) ma al problema della natura umana in quanto tale:
qual è l'essenza propria dell'uomo? quali sono i suoi elementi costitutivi
fondamentali? in che rapporto si trovano tra di loro? quale l’ori- gine prima e
il fine ultimo dell’uomo? È appunto di questa serie di interrogativi che noi
terremo conto tracciando il quadro storico del problema antropologico. 2.
Panorama storico Agli interrogativi: chi è quell’essere vivente che chiamiamo
uomo? quali sono gli elementi costitutivi della sua natura? in che rapporto si
trovano tra di loro? sono state date le risposte più disparate, le quali
tuttavia sono riducibili ad alcuni tipi fondamentali, qualora si tenga conto
della prospettiva in cui si sono collocati i filosofi op- pure del metodo che
hanno impiegato nell’elaborarle. Le prospettive principali sono tre,
cosmocentrica, teocentrica e antropocentrica. ! S. AcostINO, Confessioni, IV,
14. 74 La prospettiva cosmocentrica assume come punto d'osservazione il mondo.
È la prospettiva della filosofia greca. Platone, Aristotele, gli Epicurei, gli
Stoici, i Neoplatonici quando studiano l'uomo lo situa- no all’interno del
mondo e lo considerano alla luce della visione che hanno di quest’ultimo. La
prospettiva teocentrica assume come punto d'osservazione Dio. È la prospettiva
della filosofia cristiana dei Padri e degli Sco- lastici. Questi si accostano
all'uomo in un contesto teologico ossia tenendo conto di quanto Dio stesso ha
fatto conoscere all'umanità riguardo alla realtà divina, umana e cosmica. La
prospettiva antropocentrica prende come punto di riferimento l'uomo stesso,
focalizzando questo o quell'altro suo aspetto caratte- ristico. È la
prospettiva propria della filosofia moderna. A partire dall’Umanesimo tutte le
antropologie, quella di Cartesio come quella di Hume, quella di Kant come
quella di Hegel, quella di Comte come quella di Freud, quella di Nietzsche come
quella di Heidegger, ecc., pur tra grandi e profonde divergenze, concordano
nell’assumere la stessa prospettiva antropocentrica. Se, però, per classificare
le antropologie, anziché la prospettiva si prende come fondamento il metodo,
allora si ottengono quattro ti- pi principali: — antropologie metafisiche, le
quali si valgono del metodo me- tafisico. Sono quelle di Platone, Aristotele,
Plotino, Agostino, AQUINO (vedasi), Cartesio, Spinoza, Leibniz, ecc. —
antropologie naturalistiche, le quali applicano anche allo studio dell’uomo il
metodo positivo-scientifico. Sono le antropologie di Darwin, Comte, Spencer,
Freud, ecc. — antropologie storicistiche, le quali adoperano il metodo sto-
rico. Di queste le più rappresentative sono quelle elaborate da Vico, Marx,
Croce, Gadamer, ecc. — antropologie esistenziali, le quali si servono del
metodo fe- nomenologico. A questo gruppo appartiene la maggior parte delle
antropologie più recenti. Tra queste ricordiamo le analisi di Scheler,
Heidegger, Sartre, Ricoeur, Merleau-Ponty, Marcel, Gehlen, ecc. Qui, a motivo
dei limiti che ci siamo imposti nel presente scritto, non ci è consentito di
tracciare un panorama completo delle antro- pologie che abbiamo ricordato.
Illustreremo soltanto alcune posi- zioni più rappresentative e storicamente più
influenti. Sono posi- zioni che si trovano già delineate nella filosofia greca.
Nella cultura greca la posizione dell'essere umano nell'universo assume
indubbiamente maggior rilievo che nelle altre culture ad es- sa contemporanee
sia del Medio che dell'Estremo Oriente (cultura babilonese, egiziana, ebraica,
indiana, ecc.). E tuttavia anche nella cultura greca la posizione dell'uomo
rimane sempre una posizione in- certa, contrastata, subordinata: egli non è
padrone dell'universo e neppure della sua storia. Tutti gli sforzi ch'egli
compie per affermare se stesso, la propria autonomia, la propria libertà, e per
far valere i cosmocentrica: l’uomo e la
visione del mondo teocentrica: l’uomo e la rivelazione di Dio —
antropocentrica: l’uomo a partire da se stesso Quattro metodi di ricerca
antropologica: metafisico, naturalistico, storicistico, esistenzialista
Soprattutto nella cultura greca emerge lo studio dell’uomo Visione
predominante: il fato incombe sull'uomo Altre visioni: — Platone: natura
spirituale con libertà assoluta — Aristotele: il limite della corporeità —
Plotino: il ritorno dell’anima all’Uno I quattro problemi fondamentali diritti
della propria intelligenza sono destinati al fallimento, perché egli rimane
inesorabilmente incatenato alle forze del Fato, della Natura e della Storia. La
libertà è una vana aspirazione, come pure vana aspirazione è quella di sfuggire
alla morsa della morte per rag- giungere l'eternità. Intelligente, coraggioso,
forte e astuto l’uomo greco si sente circondato da potenze soprannaturali che
sono più forti, intelligenti ed astute di lui. Prometeo incatenato è la figura
più emblematica della visione antropologica ellenica. Da tale visione si
staccano peraltro le concezioni dell’uomo ela- borate dai filosofi Platone,
Aristotele e Plotino. Platone afferma la libertà assoluta dell’uomo,
riconoscendogli una natura spirituale che non può in nessun modo essere incate-
nata dalle forze del mondo, del tempo e del fato. L'uomo per Platone è
essenzialmente anima, spirito. Perciò la sua sopravvivenza, la sua immortalità
è fuori questione e non presenta nessun problema. L'u- nico problema per l’uomo
è quello di riscattare la sua anima dalla prigione del corpo.’ Aristotele è
meno ottimista di Platone riguardo al carattere tra- scendente dell'uomo e
all’eternità del suo destino. A suo giudizio l'uomo non è puro spirito, non è
essenzialmente ed esclusivamente anima. Come tutti gli altri esseri di questo
mondo anche l’uomo è composto di materia (il corpo) e forma (l’anima). Ora,
dato che l'anima svolge il ruolo di forma, proprio per questo motivo, nono-
stante la sua evidente superiorità rispetto al corpo e alla sua capa- : cità di
dedicarsi ad attività sublimi come quella della contempla- zione, non pare
tuttavia in grado di sfuggire alla corruzione e di sot- trarsi al flagello
della morte. Plotino riprende e sviluppa ulteriormente la concezione plato-
nica. Afferma anch'egli la dicotomia tra anima e corpo ed assegna all'anima
un'attività che appartiene soltanto ad essa, la contempla- zione. L'anima che
conosce la verità può sottrarsi alla prigione del corpo e del mondo, può
ritrovare se stessa e ricongiungersi con l'Assoluto, l’Uno. Il ritorno dell'anima
alla sua fonte originaria è reso possibile da una tensione che le è
connaturale. È una tensione che all’inizio si afferma come impulso oscuro e
pressoché inconsa- pevole, ma è già sufficiente a determinare un senso di
disgusto per tutto ciò che è molteplice e diveniente. Le tappe del ritorno del-
l'anima all’Uno sono tre: ascesi, contemplazione, estasi. Oggi, queste tre
visioni antropologiche elaborate da ‘Platone, Ari- stotele, Plotino potranno
sembrare inadeguate. Esse hanno comun- que il merito singolare d'avere quanto
meno individuato i problemi fondamentali di qualsiasi indagine antropologica: —
determinazione di ciò che caratterizza essenzialmente l’uomo, ossia il problema
della natura umana; ? M. funzione e consistenza dell'elemento psichico, ossia
proble- ma della sostanzialità dell'anima; — rapporti tra elemento psichico ed
elemento somatico, ossia problema dei rapporti tra anima e corpo; — destino
ultimo dell'essere umano: ossia problema dell’immor- talità dell'anima. Su
questi quattro problemi fondamentali si è incentrata l'atten- zione di tutti i
filosofi posteriori, del Medioevo e dell’epoca moderna, allorché hanno
affrontato il problema antropologico. Sul problema della natura umana, fino al secolo
scorso c'è stato un accordo costante tra i filosofi nel situarla nell'elemento
razionale, come avevano già indicato Platone, Aristotele e Plotino: l’uomo è
essenzialmente animale ragionevole (anima! rationale). Agostino, Tommaso,
Scoto, Occam, Cartesio, Spinoza, Locke, Leibniz, Kant, Hegel, convengono tutti
su questo punto. Ma da un secolo a questa parte si è cominciato a rilevare che
nell'uomo esistono altre dimensioni e manifestazioni altrettanto ti- piche e
fondamentali quanto quella del conoscere, come il parlare, il lavorare, il
giocare, l’amare, il pregare, ecc. Sono così sorte nuove antropologie che
definiscono l'uomo in base a queste altre sue at- tività. Tra le definizioni
che hanno suscitato maggior interesse ricor- diamo quelle di Marx (essere
economico), Freud (essere sessuale), Heidegger (essere ex-sistente), Marcel
(essere problematico), Fink (essere ludico), Gadamer (essere storico), Ricoeur
(essere fallibile), Buber (essere dialogante), Bloch (essere utopistico),
Luckmann (essere religioso), Eliade (essere mitologizzante), Tillich (essere a-
lienato), Sartre (essere libero). Per ultima riportiamo quella di Scheler che
definisce l'uomo « l'essere capace di dire di no all’im- pulso istintivo ».
Anche altri filosofi, come Plessner, Gehlen, Litt han- no confermato il
concetto che il tratto essenziale dell'uomo sia la rottura con l’istinto,
valendosi dei risultati delle ricerche biologiche. Naturalmente in questa sede
non possiamo esporre le ragioni con cui i vari autori giustificano le loro definizioni
della realtà umana. Possiamo tuttavia affermare che in generale si tratta di
ragioni valide. Essi fanno vedere che sotto l’aspetto della tecnica, del
linguaggio, del gioco, della cultura, della religione, dell'amore, ecc., l'uomo
sovrasta infinitamente tutti gli esseri che lo circondano e che, pertanto, ci
si può servire di ciascuno di tali aspetti a modo di principio erme- neutico
della natura umana. Occorre tuttavia riconoscere che la com- prensione di tale
natura riesce più chiara e profonda se non la si ac- costa alla prospettiva di
una sola attività, ma di molte. Le antropo- logie pluriprospettiche sono quindi
preferibili alle antropologie che esplorano l'uomo da un solo punto di vista.
Queste ultime riescono difficilmente ad aggirare lo scoglio del riduttivismo.
Il problema dell’esistenza dell'anima e del suo carattere sostan- ziale è
indubbiamente il più difficile dei problemi antropologici. Pla- tone fu il
primo ad affrontarlo in modo esplicito e rigoroso. Nel L’essenza razionale della natura umana La
pluralità delle dimensioni Validità delle antropologie pluriprospettiche
Platone: spiritualità e immortalità dell'anima Agostino, Cartesio, Leibniz: la
sostanzlalità dell’anima Lucrezio, Hobbes, Marx, Comte e altri: l’anima
epifenomeno della corporeità Fedone egli prende in esame l'obiezione di coloro
che negano al- l'anima il carattere sostanziale, dicendo che essa non è altro
che un epifenomeno del corpo: l’anima non sarebbe altro che uno splen- dido
accordo degli elementi che costituiscono il corpo. Platone re- spinge
l’obiezione rilevando che l’anima, lungi dall'essere in accordo col corpo, si
trova praticamente in costante dissidio con esso; infatti le esigenze
dell'anima sono in perenne contrasto con quelle del corpo. Per esempio « nel
corpo c’è arsura e sete, e l’anima lo tira al contrario a non bere; c'è fame, e
l’anima lo tira a non mangiare, e così in mille altri casi in cui vediamo che
l’anima si oppone alle passioni del corpo ».î Quindi per Platone non c'è nessun
dubbio che l'anima è una sostanza, una sostanza di natura spirituale,
incorrutti- bile e immortale. Essa stessa costituisce la vera autentica
essenziale natura dell'uomo. L'uomo è l’anima. Il corpo è la prigione in cui
l'anima espia le sue colpe. Dopo Platone il problema della sostanzialità
dell'anima continua a suscitare dispute assai vivaci, ricevendo soluzioni molto
diverse e contrastanti. Alcuni autori (Agostino, Cartesio, Leibniz) seguendo
l'esempio di ‘Platone affermano che l’anima è una vera sostanza e che la sua
sostanzialità si identifica con quella dell’uomo. Le ragioni che adducono a
sostegno di questa tesi sono in parte di ordine mo- rale (come l'aspirazione
dell'uomo ad una vita di perfetta felicità, che non può trovare attuazione in questo
mondo) e in parte d'ordine gnoseologico (per esempio, il possesso di verità
assolute che non sembrano tratte dall’esperienza)£ Secondo un altro gruppo di
filosofi (Lucrezio, Pomponazzi, Hob- bes, Marx, Comte, i neopositivisti, gli
strutturalisti e molti altri pensatori contemporanei) l’anima non è affatto una
sostanza ma semplicemente una trasformazione inconscia ed immaginaria (un
epifenomeno) della corporeità. Le ragioni che adducono a sostegno della loro
posizione sono note. A loro giudizio la fonte unica d'ogni cosa è la materia.
Da essa si sviluppa tutto quello che noi osserviamo nell'universo, compreso
l’uomo. Anche ciò che c'è di più alto e di più sublime in lui, come la scienza,
l’arte e la morale, è tutto frutto della potenza inesauribile della materia.
Quindi anche l'insieme di quegli aspetti superiori dell'uomo per spiegare i
quali di solito si postula l’esistenza dell'anima non sono il frutto di « uno
spirito che abita nella macchina », ma il risultato più o meno casuale di un
alto grado di evoluzione della materia.” Secondo san Tommaso, il quale su
questo punto ritiene di inter- pretare il pensiero autentico di Aristotele, e
secondo la nutrita schie- ra di discepoli che l’Aquinate ha avuto durante la
Seconda Scolastica (Silvestri, Caietano, Suarez) e durante la rinascita
neotomistica (Mer- 5 PLATONE, Fedone, c. 43. * Cfr. B. MonpIN, ‘vol. I, pp.
226-227; vol. II, pp. 189-191. ? Cfr. J. Monop, Il caso e la necessità: saggio
di filosofia naturale e della biologia contemporanea, Mondadori, Milano cier, Gilson, Maritain, Masnovo, De Finance,
ecc.) il possesso da parte dell’uomo di un'anima spirituale è una verità
indiscutibile, ma essi non condividono la tesi di Platone secondo cui l’anima
si identifica con l'uomo, perché l'anima da sola non è in grado di svol- gere
tutte le attività che sono tipiche dell'uomo, come sentire, par- lare,
lavorare, giocare, ecc. E tuttavia essendo l’anima dotata di al- cune attività
proprie come il riflettere, il ragionare, il giudicare, il volere liberamente,
anch'essi affermano che l'anima è dotata di un suo proprio atto di essere e che
pertanto è una sostanza completa: è una sostanza completa in ordine
all'esistenza ma non in ordine alla specificazione. Essa ottiene la propria
specificazione nella scala de- gli esseri soltanto unendosi al corpo. C'è
infine un altro gruppo di filosofi che ha per capostipiti Hume e Kant, il
quale, per ragioni d'ordine gnoseologico, nega che si possa risolvere il
problema della sostanzialità dell'anima. Questo è un pro- blema che riguarda «
la cosa in sé », mentre la nostra mente è com- petente soltanto su quanto
concerne la sfera dei fenomeni? Oggi, con la crisi profonda che sta
attraversando la metafisica e con quello scetticismo che sta aggredendo anche
la scienza, la posizione, agno- stica di Kant e di Hume incontra un numero
sempre più grande di sostenitori. Strettamente connessi col problema della
sostanzialità dell'anima sono gli altri tre problemi principali
dell'’antropologia: origine del- l'anima, rapporti dell'anima col corpo, e
destino ultimo dell'essere umano. Per il problema dell'origine dell'anima i
filosofi hanno proposto le seguenti soluzioni: traducianesimo, ossia
derivazione dell'anima dei figli da quella dei genitori (analogamente a quanto
succede per il corpo). Questa posizione è stata assunta da Tertulliano e
Agostino per rendere in- telligibile la trasmissione del peccato originale; —
emanazione dall'essere supremo: dal Logos secondo gli Stoi- ci, dall'Uno
secondo i Neoplatonici, dalla Sostanza secondo Spi- noza, dallo Spirito
assoluto secondo gli Idealisti; — creazione simultanea di tutte le anime prima
oppure nel mo- mento stesso dell'origine del mondo. Questa tesi è stata
proposta da Platone, Filone Alessandrino e Origene; — creazione individuale e
diretta di ogni singola anima da parte di Dio nel momento stesso della
formazione del corpo. È la tesi più diffusa tra i pensatori cristiani d'ogni
tempo, condivisa anche da quasi tutti i massimi esponenti della filosofia
moderna (Cartesio, Vico, Campanella, Locke, Berkeley, Leibniz, ecc.); * Cfr. B.
MONDIN, vol. I, pp. 289-290. MONDIN, vol. II, pp. 345-347. 79 Da Aristotele e
Tommaso al neotomismo: sostanzialità dell'anima e specificazione in unione al
corpo L’agnosticismo di Hume e Kant. La crisi scettica attuale Il problema
dell’origine: traducianesimo, emanazione, creazione, evoluzione Creazione ed
evoluzione Origine spirituale dell'anima: è creata da Dio Il rapporto anima-
corpo: a) unione accidentale — evoluzione dalla materia: è la tesi patrocinata
da tutte le cor- renti moderne di ispirazione materialistica. Di queste
soluzioni le prime tre oggi non trovano più sostenitori e il campo delle scelte
è pertanto ridotto a due: creazione individuale da parte di Dio e evoluzione
dalla materia. Qual è quella giusta? Le anime discendono direttamente da Dio o
sono invece derivate dal- la materia? A nostro avviso la seconda soluzione ha
un solo argomento dalla sua parte: la promozione della conoscenza scientifica a
metro esclu- sivo di qualsiasi verità e, conseguentemente, il rifiuto di
prendere in considerazione fenomeni che non sono suscettibili di verifiche
sperimentali, come il fenomeno della riflessione, della libera scelta,
dell'autotrascendenza, ecc. Ma per chi non vuole prestar fede al dog- ma dello
scientismo, la derivazione dell'anima dalla materia non trova nessuna
giustificazione e diviene, per contro, plausibile la tesi della sua origine per
creazione. Anzi, una volta che per spiegare fenomeni come la riflessione, il
giudizio, il ragionamento, l’auto- trascendenza, la libera scelta, ecc., si
ammetta nell'uomo l’esistenza di un elemento spirituale, l’anima, non è più
possibile derivare il suo essere dal basso, dal mondo fisico, dalla materia,
perché tra l’a- nima quale si rivela nella sua essenza e nelle sue proprietà e
il mondo fisico si spalanca un abisso che nessun processo evolutivo di ordine
materiale ha la possibilità di colmare. ‘Pertanto su questa questione ci pare
che abbiano perfettamente ragione quei filosofi i quali riten- gono che l’anima
abbia origine dall'alto, abbia cioè un'origine spi- rituale e non materiale. Il
loro argomento, ridotto all'osso, è il se- guente: l’origine dell'anima
dev'essere conforme al suo essere. Ora, essendo il suo essere di natura
spirituale, è necessario concludere che anche la sua origine abbia carattere
spirituale, vale a dire essa non può essere causata che da Dio; si deve
pertanto trattare di crea- zione, perché così si chiama l’azione con cui Dio
causa l'esistenza del- le creature. Quanto al problema dei rapporti tra anima e
corpo, anch'esso ha ricevuto soluzioni molto disparate, che tuttavia in
generale sono perfettamente coerenti con le posizioni che gli autori hanno
assunto sul problema della natura dell'anima e della sua sostanzialità. Le più
significative sono le seguenti: — unione accidentale. È una delle tesi che ha
trovato il più ampio coro di consensi; patrocinata anzitutto da Pitagora e Platone
è stata in seguito ripresa e sviluppata dai loro innumerevoli disce- poli di
cui i più illustri sono Agostino, Bonaventura, Cartesio, Mà- lebranche e
Leibniz. Tutti questi autori considerano l'unione tra anima e corpo un'unione
accidentale, ossia un'unione tra due so- stanze già completamente strutturate,
ciascuna dotata d'un proprio atto di essere, due sostanze assolutamente
eterogenee e pertanto aliene da qualsiasi saldatura profonda e duratura. Com'è
noto, Pla- tone paragona l'unione dell'anima col corpo a quella del nocchiere
80 alla nave o del cavaliere al cavallo. Malebranche parla di una unione
puramente occasionale; Leibniz di un'armonia prestabilita. Cartesio, infine,
fissa una localizzazione ben precisa alla saldatura tra l'anima e il corpo: essa
avviene nella ghiandola pineale;! — unione sostanziale. È la tesi che
Aristotele ha contrapposto a Platone e Tommaso ad Agostino. Secondo lo
Stagirita e l’Aquinate l'unione tra l’anima e il corpo è una unione profonda,
sostanziale, duratura, perché non è l'incontro fra due sostanze già dotate di
un loro essere autonomo prima di incontrarsi, bensì di due elementi sostanziali
di cui almeno uno, il corpo, non dispone di un suo proprio atto di essere. La
loro unione è simile a quella della materia con la forma sostanziale: due
elementi che si compenetrano da capo a fondo, così da formare una sola, unica
sostanza;! identificazione dell'anima col corpo. È la tesi dei materialisti,
positivisti, neopositivisti, strutturalisti e di altri autori i quali negando
all'anima qualsiasi carattere sostanziale, risolvono il suo es- sere in quello
della corporeità; . posizione agnostica. È la posizione di Hume, Kant e dei
loro rispettivi discepoli, i quali, ritenendo che nulla si possa dire del-
l'anima come « cosa in sé », concludono logicamente che non è neppure possibile
pronunciarsi sulla natura dei suoi rapporti col corpo.!? Anche il problema del
destino ultimo dell'essere umano segue la strada già segnata precedentemente
dalle soluzioni che i vari autori elaborano per il problema della natura
dell'anima e della sua sostan- zialità. Le soluzioni basilari sono tre: —
estinzione dell'essere dell'uomo con la morte: la morte non segna soltanto la
fine del corpo ma di tutto l'essere dell'uomo, anima compresa. Questa tesi che
fino agli inizi del secolo scorso aveva in- contrato il favore di pochissimi
pensatori, a partire da Feuerbach, Marx, Comte, Nietzsche, diviene la tesi
maggiormente seguita. Og- gi è sostenuta dalla maggior parte degli
esistenzialisti, dai neo- positivisti, dai materialisti, dai marxisti, dagli
strutturalisti e da molti altri ancora; — sopravvivenza dell'anima dopo la
morte del corpo. Questa te- si avanzata in sede filosofica per la prima volta
da Pitagora, Socrate e Platone è stata in seguito ripresa e sviluppata con ogni
sorta di argomentazioni da quasi tutti i filosofi del Medioevo e dell’epoca moderna.
Tra gli argomenti più suggestivi a favore dell'immortalità dell'anima
ricordiamo i seguenti: a) argomento di Platone. È basato sulla conoscenza che
l'anima ha delle idee del Bello, del Bene, del Vero, del Giusto, del Santo,
ecc. Ora, questa conoscenza si raggiunge non mediante i sensi, ma pi$t- tosto
con l’allontanamento da essi. Vi è quindi una vita propria dello !° M. M. unione
sostanziale c) identificazione d) agnosticismo Il destino ultimo: estinzione o
sopravvivenza? Immortalità dell'anima secondo: — Platone: l’affinità dell'anima
con il mondo delle idee Agostino: la conoscenza delle verità eterne — Tommaso:
il desiderio naturale della sopravvivenza — Cartesio: non si può provare la
corruttibilità dell'anima spirito, che si svolge tutta sola, indipendentemente
dal corpo. « Quan- do compie da sola la ricerca, l’anima si slancia verso ciò
che è puro, eterno, immortale e sempre uguale a se stesso; e, sentendo la pro-
pria affinità con esso, vi dimora per tutto il tempo che le è con- cesso, e
trova pace nel suo errare, e posta in contatto con tali realtà, permane essa
stessa costante e immutabile ».* L'affinità, la parentela con l'Idea, che è
eterna, è il perno dell'argomento platonico. In quanto spirito la nostra anima
è fatta per l’Idea e di essa si nutre e per essa vive della vita dello spirito.
Ora l’Idea è eterna, immuta- bile. Di conseguenza anche la nostra anima, che è
affine ad essa e vive di essa, è eterna ed immutabile; b} argomento di
sant'Agostino. È basato anch'esso sulla cono- scenza delle verità eterne. «
L'anima, dice Agostino, nella conoscen- za intellettiva attinge la verità. Ora,
in quanto sede della verità, l’a- nima è immortale allo stesso modo della
verità. Infatti se ciò che si trova in un soggetto è eternamente duraturo, è
necessario che lo stesso soggetto sia eternamente duraturo. Ma poiché ogni
scienza risiede sempre in un soggetto, è necessario che l’anima duri per sem-
pre. Ma dato che la scienza è verità e la verità dura per sempre, anche l’anima
dura per sempre, né si potrà mai dire che essa muore »;! c) argomento di san
Tommaso. È basato sul desiderio naturale che l'uomo ha di sopravvivere alla
morte e di non morire mai. Ecco come ragiona san Tommaso: « È impossibile che
una tendenza na- turale sia vana. Ora l'uomo brama per natura di durare in
perpetuo. E questo appare chiaro dal fatto che l'essere è ciò che da tutti è
desiderato; l’uomo poi mediante l'intelletto percepisce l'essere non soltanto
in un dato momento (come si trova realizzato hic et nunc), a modo degli animali
bruti, ma assolutamente. Dunque l’uomo con- segue la perpetuità nella sua parte
spirituale, vale a dire l’anima, per la quale percepisce l'essere assolutamente
e secondo ogni tempo »;! d) argomento di Cartesio. È basato sull'impossibilità
di provare che l’anima umana sia logorata dal tempo e destinata a perire: « Non
abbiamo nessun argomento e nessun esempio che ci persuada che la morte, o
l'annientamento di una sostanza quale lo spirito, debba seguire da una causa
così leggera come un cambiamento di figura, il quale non è altro che un modo, e
di più un modo del corpo e non dello spirito... Non abbiamo nessun argomento né
esempio che ci possa convincere che vi sono delle sostanze spirituali soggette
ad essere annientate »; — posizione agnostica. È la posizione di coloro che
ritengono che il problema della sopravvivenza dell’uomo dopo la morte del corpo
sia insolubile. Tracce di questa posizione si incontrano già 4 :PLATONE,
Fedone, c. 27. 4 S. AcosTINO, Soliloquia, II, c. 13. 4 S. TomMaso, Summa contra
gentiles, II, c. 79. * CARTESIO, Meditazioni, Laterza, Bari in alcuni filosofi del Medioevo (Abelardo,
Scoto, Occam) e del Rinascimento (Valla, Zabarella, Caietano); ma diviene una
posizione molto seguita dal momento in cui essa ottiene il suffragio di due dei
massimi esponenti della filosofia moderna: Hume e Kant, i quali come sappiamo,
in conseguenza dei loro postulati epistemologici, ritengono che la sfera della
realtà oggettiva (sia essa materiale oppu- re spirituale) sia inaccessibile
alla nostra mente. La posizione agno- stica è molto diffusa anche ai nostri giorni.
Ci sono, oggi, tanti stu- diosi i quali non negano l'immortalità dell'anima ma
ritengono che non sia possibile risolvere questo problema mediante prove
attinte dalla metafisica. C'è poi un gruppo di teologi capeggiato da Barth e
Cullmann, il quale considera la teoria dell'immortalità dell'anima
incompatibile con la Rivelazione biblica e, pertanto, ritiene che il
cristianesimo primitivo si sia reso colpevole di un errore imperdo- nabile
allorché ha tradotto la dottrina biblica della risurrezione dei morti nella
teoria greca dell'immortalità dell'anima.” Tale è, a grandi linee, il quadro
del problema antropologico così come si è venuto delineando attraverso i
secoli. Con la sua lunga serie di tentativi di soluzione, tentativi quasi
sempre insoddisfacen- ti, esso comprova l'esattezza della affermazione di
Agostino: « Gran- de mistero è l'uomo ». In effetti, messi di fronte a noi
stessi, per cercare di cogliere la vera natura del nostro essere ed il nostro
ultimo destino, dobbiamo riconoscere che non riusciamo a realizzare que- sta
impresa: capaci di risolvere complicati problemi relativi alla fisica, alla
matematica, all'astronomia, all'economia, alla politica, ecc., non siamo però
in grado di spiegare con sufficiente chiarezza la problematicità del nostro
essere, della nostra vita e del nostro de- stino. 3. Il significato
dell’autotrascendenza Una delle costanti del comportamento umano è di superare,
tra- scendere sistematicamente quello degli animali: l'uomo sorpassa gli
animali nel pensiero, nella libertà, nel lavoro, nella parola, nel di-
vertimento, nella tecnica ed in tante altre cose. ° Ma ciò che è ancor più
singolare è la presenza in tutte le espres- sioni dell'agire umano di un altro
tipo di superamento, di trascen- denza, la quale non è più volta verso
l'esterno, verso gli altri esseri viventi, bensì verso l'interno, verso l’uomo
stesso: questi in tutto ciò che fa, dice, pensa, vuole, desidera, mostra di
tentare costante- mente di superare se stesso. L'uomo è essenzialmente segnato
dal- l’autotrascendenza. .I filosofi del nostro tempo ancor più che i filosofi
dei secoli pre- ” O. CULLMANN, « Immortalità dell'anima o risurrezione dei
morti», in Protestantesimo, Insolubilità del problema: l’agnosticismo da
Abelardo a Kant Barth e Culmann: incompatibilità tra immortalità e risurrezione
Trascendenza e autotrascendenza: la tensione oltre il limite Soluzione
egocentrica: il perseguimento della propria perfezione Ritrovare se stessi in
pienezza cedenti vedono nell’autotrascendenza il tratto più caratteristico del-
l'essere umano e ritengono quindi che si possa giungere alla com- prensione di
quest'ultimo soltanto chiarendo il senso dell'auto- trascendenza. Ma su questo punto
le loro opinioni sono discordi. Vo- lendo schematizzare si possono ridurre a
tre. Secondo alcuni l’auto- trascendenza ha come obiettivo il perfezionamento
del soggetto che si autotrascende (soluzione egocentrica). Secondo altri il suo
obiet- tivo è il perfezionamento della comunità, dell'umanità (soluzione
filantropica). Secondo altri ancora il suo obiettivo primario è Dio: chi si
autotrascende si distacca da se stesso per raggiungere Dio (soluzione
teocentrica). a) Soluzione egocentrica - In tutte le epoche della storia
troviamo filosofi insigni che interpretano l'autotrascendenza come supera-
mento di ciò che l'uomo è attualmente al fine di raggiungere uno stato
superiore di esistenza, di perfezione, di felicità. Tra i sosteni- tori più
rappresentativi di questa soluzione figurano Platone, Aristo- tele, gli Stoici,
Cartesio, Hegel, Nietzsche, Sartre. ‘Sul senso ultimo dell'esistenza umana
tutti gli autori citati ma- nifestano un sostanziale accordo. Secondo il loro
modo di vedere, l'uomo nella vita presente si trova in una situazione precaria,
piena di deficienze e di miserie. C'è però nell'uomo una tensione (più o meno
forte a seconda dei casi) di superare tale situazione e di libe- rarsi-dalla
schiavitù dell'ignoranza, dell'errore, della paura, delle passioni. Ma questo
sforzo di autotrascendenza non vuole essere un’alienazione da se stessi e
un'immersione in qualche altro essere diverso da sé. L'intento
dell’autotrascendenza è di ritrovare se stessi mediante l'acquisto di un essere
più vero, più proprio e più autentico, effettuando una attuazione più piena e
più completa delle proprie possibilità. A nostro parere questa interpretazione
dell’autotrascendenza è valida nei limiti di ciò che afferma. Essa riconosce
giustamente che l'uomo supera costantemente se stesso non per disfarsi della
propria realtà ma per realizzarla più pienamente. L'uomo vuole acquisire nuovi
livelli di conoscenza, nuovi gradi di cultura e di benessere, ma senza buttare
a mare quanto già conosce, può e possiede. L'auto- trascendenza non è una
restituzione della macchina vecchia per l’ac- quisto di quella nuova, ma è
piuttosto una revisione e un nuovo col- laudo della macchina vecchia.
L'autotrascendenza non è un'immola- zione di se stessi a vantaggio di qualche
altro. Ma essa è anzitutto e soprattutto ricerca d'un essere personale più
perfetto. Però in questa interpretazione dell’autotrascendenza rimane insoluto
il problema di come si possa portare a compimento questo processo di più
completa autorealizzazione, in quanto da tutti gli autori sopracitati questa
impresa è affidata alla iniziativa e alle forze dell'uomo. Ora, l’esperienza
insegna che nella maggior parte dei casi i nostri sforzi vengono
sistematicamente frustrati: non acqui- siamo mai né il sapere, né l'avere, né
il potere, né l'essere che vor- 84 remmo. Ma allora l’autotrascendenza non
diviene uno sforzo insen- sato e vano? A questo interrogativò cruciale
l’interpretazione ego- centrica non offre nessuna risposta. Per avere una
risposta dobbia- mo rivolgerci alle altre due interpretazioni. b) Soluzione
sociocentrica - A partire da Marx e Comte numerosi autori hanno visto
nell’autotrascendenza un movimento di supera- mento dei confini
dell’individualismo e dell'egoismo e un tentativo di dare origine ad una nuova
umanità affrancata dalle miserie indi- viduali e dalle diseguaglianze sociali e
quindi in grado di conseguire la perfetta felicità. Recentemente questa
concezione dell'autotrascen- denza ha trovato dei validi interpreti soprattutto
nei marxisti revisio- nisti, Bloch, Marcuse e Garaudy. A nostro avviso questa
interpretazione contiene un punto assai positivo: il riconoscimento che il
movimento di autotrascendimento ha anche una dimensione sociale: è l'uomo come
essere socievole che si autotrascende e non come una monade senza porte e senza
finestre. Del resto questo trascendimento a livello sociale oggi è am- piamente
testimoniato dalle contestazioni che le giovani generazioni (ma non soltanto
loro) sollevano contro le strutture attuali della so- cietà (di qualsiasi società
sia capitalista che socialista). Ma il riconoscimento che l’autotrascendenza
abbia una compo- nente sociale non significa affatto che essa non comporti
anche un elemento personale. Quanto è stato affermato dalla concezione ego-
centrica non può essere ignorato completamente come fanno tutti i marxisti, sia
quelli ortodossi che i revisionisti. E pertanto la soluzione che Marx e
discepoli offrono al problema dell'autotrascendenza non può essere accolta.
Pure ammesso (anche se ciò è decisamente assai improbabile) che nel suo
progressivo auto- trascendersi l'umanità raggiunga uno stadio H. P. GRICE STAGE
finale di perfetta rea- lizzazione di se stessa e delle proprie esigenze,
questo non offre nes- suna risposta al problema della propria, personale
autotrascendenza. In effetti nessuna comunità storica organizzata, nessuna
economia, nessuna politica, nessuna cultura umana riescono ad esaurire l’esi-
genza di totalizzazione delle persone che trova espressione nell’auto-
trascendenza. Per questo motivo assegnare al movimento di autotra- scendenza
traguardi affascinanti e spettacolari che potranno essere raggiunti
dall’umanità soltanto in un lontano futuro, come fanno Marx, Comte, Bloch,
Garaudy e altri, significa lasciare completa- mente disattese e deluse speranze
reali degli uomini d'oggi, che oltre che collettivamente e socialmente sperano
anche e soprattutto individualmente e personalmente, ciascuno per il proprio
essere, e non tanto per la realizzazione di una nebulosa « società senza clas-
si », di cui siamo ben poco sicuri di poter mai far parte.!? Ha ragione quindi
Helmut Gollwitzer quando scrive: « Tutti i o Cfr. J. DE FINANCE, Essai sur
l'agir humain, Gregoriana, Roma 1962, P. S. Ivi, pp. 185 ss. 85 Soluzione
sociocentrica: la realizzazione di una nuova umanità Componente sociale ed
elemento personale Contingenza dei fenomeni ed esigenza del significato
dell’uomo Soluzione teocentrica: Dio è l'Alfa e l’Omega dell’autotrascenden- za
L’autotrascendenza come prova dell’esistenza di Dio fenomeni di questo mondo
sono destinati a decadere col tempo; non possono quindi conferire un senso
permanente alle cose. Non rimane allora che l’uomo a dare un significato
all'uomo. Ma il prossimo che è altrettanto transitorio e imperfetto, non è
capace di fornire questa spiegazione — per quanto ci si possa, nel caso pratico
individuale, attaccare al prossimo nella speranza di trovare in lui il
significato dell’esistenza. Sembra allora più qualificata a far ciò l'umanità
nel suo complesso, la cui durata supera di gran lunga quella dell’indi- viduo.
Essa però è un'astrazione di grado elevato e bisognerebbe chiudere gli occhi
per ignorare il fatto che anch'essa è un fenomeno passeggero nel cosmo. Per
trovare un significato, si deve presuppor- re un'istanza permanente. Mancando
questa, s'impone all'uomo e al- l'umanità un peso che non possono portare, un
compito che non possono svolgere ».® c) Soluzione teocentrica - Molti studiosi
all'autotrascendenza danno un senso teocentrico: l’uomo esce incessantemente da
se stesso e oltrepassa i confini della propria realtà, perché vi è sospinto da
una forza superiore, Dio. Questi grazie alla sua grandezza, bontà, perfezione e
onnipresenza polarizza su di sé tutte le creature, in particolare l'uomo. Dio è
il punto A/fa e Omega dell'autotrascen- denza. I più validi esponenti di questa
interpretazione dell'autotrascen- denza sono Blondel, Rahner, Marcel, Metz,
Boros e De Finance. Ma contro questo modo d'intendere l’autotrascendenza si
solleva una grossa difficoltà, che è la seguente: l’autotrascendenza teocen-
trica dà per scontata la realtà di Dio. Ora questa è una concessione che la
filosofia moderna non è affatto disposta a fare. Oggi c'è tutta una schiera di
filosofi i quali affermano che Dio è assolutamente in- conoscibile e
indimostrabile, oppure dicono che l’idea di Dio è sol- tanto una
ipostatizzazione dei bisogni e degli ideali dell'uomo, cioè Dio è una creatura
della mente umana. A questa grave difficoltà Blondel, Rahner, De Finance e gli
altri sostenitori del senso teocentrico dell’autotrascendenza replicano che la
loro interpretazione del movimento di autotrascendimento non presuppone nessuna
dimostrazione dell’esistenza di Dio, ma al con- trario essa fa vedere che è
questo stesso movimento a fornire un chiaro documento a favore della realtà
divina. Infatti l'autotrascen- denza, essendo un movimento, esige un senso, un
traguardo, una meta. Ma s'è già visto in precedenza che né l’io né l'umanità
possono fornire il senso richiesto. Perciò non resta altra possibilità che
rico- noscere che il senso ultimo dell'autotrascendenza è Dio. Perciò a nostro
avviso commettono grave errore quei filosofi (e sono molti) che contrappongono
la trascendenza orizzontale a quella verticale, come se si trattasse di due
tensioni antitetiche, quando ®* H. GOLLWITZER, La critica marxista della
religione e la fede cristiana, Morcelliana, Brescia. 86 invece ci sono fondati
motivi per credere che la trascendenza oriz- zontale acquista senso e realtà
soltanto mediante la irascendenza verticale. Lo stesso Merleau-Ponty ha
giudicato stolto il tentativo di opporre trascendenza orizzontale e
trascendenza verticale, attri- buendo alla prima quello che si toglie alla seconda
e concependo la Storia infinita e progressiva come « una Potenza esteriore »,
di cui l'uomo non sarebbe che strumento senza sostanza interna. « Non è mai
stata tipica di nessuna filosofia, — assicura Merleau-Ponty, — la scelta tra le
trascendenze, per esempio quella di Dio e quella del- l'avvenire umano; che
anzi è sforzo costante di ogni filosofia me- diare tali trascendenze ».? Questo
incontro tra le due trascendenze è stato ultimamente lu- cidamente esplorato da
Antoine Vergote. Egli descrive in modo e- gregio la trascendenza orizzontale
(egocentrica) nei termini seguen- ti: « L'uomo è corporalmente legato al mondo
che lo porta. Ma ne è il centro movente. Tutte le direzioni di senso, in avanti
e all’in- dietro, in lontananza e in vicinanza, a destra e a sinistra sono
relative alla totalità del suo io corporeo. Centro contingente e asso- luto,
riferisce tutto a sé e, nel guardare, toccare o semplicemente nel camminare, si
muove nello spazio ambiente. La dimensione oriz- zontale gli offre il campo che
si estende davanti a lui. Egli vi sfoggia la sua potenza, lo ordina e gli dà
senso. L'orizzontalità è il terreno delle sue possibilità e delle sue
realizzazioni. Egli vi mostra la propria vita nell'immediato. Vi si muove
instancabile, padrone di quanto lo circonda, dando forma ai suoi desideri e
alle sue idee ». Ma nell’uo- mo la trascendenza orizzontale si apre
spontaneamente e chiaramen- te verso la trascendenza verticale. Questa è
felicemente illustrata dal Vergote nel brano seguente: « Il desiderio dell’uomo,
il suo pensiero e il suo linguaggio si slanciano senza tregua al di là del
mondo de- gli oggetti o si volgono verso la loro origine, verso la sorgente
ori- ginaria da cui scaturiscono. La scissura verticale scava la sua pre- senza
negli uomini e nelle cose, perfino quando vuole recuperarsi tra- mite un
ritorno orizzontale. Ed è precisamente la presenza interiore di una liberatrice
deiscenza verticale che crea nelle cose un'apertura, salvaguardandole da ogni
reificazione. È essa che garantisce così al mondo ambiente la sua separazione e
la sua autonomia, nei limiti definitivi di un orizzonte del mondo in perpetua
estensione ».? A conclusione della sua penetrante analisi del senso della
trascen- denza verticale il Vergote scrive: « Il cielo non sovrasta l'uomo come
un'oscura trascendenza minacciosa. E non è neppure il miraggio di un paradiso
che aliena dai problemi della terra. Delimita invece la terra come dimora e
regno dell'umano. Esso è anche l’indizio di un ? M. MERLEAU-PonTY, Signes, . Ro
La teologia e la sua archeologia, Esperienze, Fossano integrazione della trascendenza orizzontale e
verticale Il cielo delimita la terra ma non la nega L’Altro assoluto sorgente
dell’ipseità e superamento del limite superamento che non spezza mai il legame
terrestre della condizione umana ».# L'uomo non esce dai confini del proprio
essere per sprofondare nel nulla, ma esce da se stesso per buttarsi in Dio, il
quale è l'unico essere capace di portare l’uomo alla perfetta e perenne
realizzazione di se stesso, « Ciò che è necessario riconoscere, è che lo
slancio verso l'Ideale non è possibile e non ha significato che a causa della
presen- za affascinante e in certo qual modo aspirante dell’Ideale sussi-
stente o, per dargli il nome sotto il quale l’invoca la coscienza reli- giosa,
di Dio. È lui e lui solo — l'Altro assoluto e cionondimeno la sorgente della
mia ipseità — che pur consegnandomi a me stesso mi strappa al mio io; è la sua
presenza che introduce in me un principio di tensione interiore e di
oltrepassamento ».* Così, lungi dal fondare l’'Ideale, l'autotrascendenza
dell’uomo tro- va il suo ultimo fondamento. CONCETTI DA RITENERE —
Cosmocentrismo; teocentrismo; antropocentrismo — Antropologia metafisica,
naturalistica, storicistica, esistenziale — Traducianesimo; emanazione;
creazione simultanea; creazione indivi- duale e diretta; evoluzione; unione
accidentale; unione sostanziale; identifica- zione anima/corpo — Posizione
agnostica — Estinzione, sopravvivenza Autotrascendenza; soluzione egocentrica,
filantropica, teocentrica SINTESI CONTENUTISTICA I. NATURA DEL PROBLEMA Interesse
costante della filosofia per l’uomo fino a farne l’obiettivo pri- vilegiato con
i Sofisti e Socrate. 2. La filosofia moderna assume un indirizzo spiccatamente
antropocentrico, Oggi persino i teologi ritengono opportuno dare alla loro
disciplina una impo- stazione antropocentrica. 3. Diviene pertanto sempre più
urgente rispondere all'interrogativo chi sia l'uomo e confrontarsi con la
complessità della sua natwira e del suo mistero. Il problema antropologico
investe il problema della natura umana in quanto tale: qual è l'essenza propria
dell'uomo? quali i suoi elementi costitutivi? quale la sua origine e il suo
fine? PANORAMA STORICO DELLO STUDIO DELL'UOMO 1. Storicamente si sono delineate
tre prospettive di studio: cosmocentrica, teocentrica, antropocentrita: i A a)
la prospettiva coòmocentrica (Platone, Aristotele, Epicurei, Stoici, Neo-
platonici) situa l'uomo nell'ordine dela natura e lo studiano in relazione ad
esso; DE FINANCE, Op. cit., p. 191. 88 b) la prospettiva teocentrica (filosofia
cristiana dei Padri della Chiesa e degli Scolastici) considera l’uomo come «
immagine di Dio» e lo studia in prospettiva teologica; c) la prospettiva
antropocentrica è propria della filosofia moderna e con- temporanea (Umanesimo,
Cartesio, Hume, Kant, Hegel, Comte, Freud, Nietz- sche, Heidegger, ecc.) e
assume come punto di riferimento l’uomo stesso accen- trandone questo o
quell’aspetto. 2. Le antropologie possono distinguersi anche in ordine al
metodo: 1) an- tropologie metafisiche (Platone, Aristotele, Plotino, Agostino,
Tommaso, Carte- sio, Spinoza, Leibniz, ecc.); 2) le antropologie naturalistiche
(Darwin, Comte, Spencer, Freud, ecc.); 3) le antropologie storicistiche (Vico,
Marx, Croce, Ga- damer, ecc.); 4) le antropologie esistenziali (Scheler,
Heidegger, Sartre, Ricoeur, Merleau-Ponty, Marcel, Gehlen, ecc.). 3. Nel
panorama antropologico domina il problema della libertà: a) nel mondo classico
essa è una vana aspirazione vinta dalle forze del Fato; b) nel mondo
post-cristiano emerge come il dono di Dio all'uomo responsabile così della sua
storia e del suo destino; c) nell'epoca moderna la libertà legittima il
graduale distacco dell'uomo da Dio; d) nell'epoca contemporanea l’antropolo-
gia oscilla tra arbitrarietà e condizionamento. 4. Il problema della natura
umana è così determinabile: — problema della sostanzialità dell'anima —
problema dei rapporti tra anima e corpo . — problema dell'immortalità
dell'anima. Il pensiero contemporaneo ha progressivamente accentuato altri
aspetti da cui derivano definizioni dell'uomo in base alla sua attività
fondamentale: eco- nomico (Marx); sessuale (Freud); esistenziale (Heidegger);
storico (Gadamer); fallibile (Ricoeur); dialogico (Buber); utopico (Bloch);
religioso (Luckmann); mitologizzante (Eliade); alienato (Tillich); libero
:(Sartre); problematico {Mar- cel); ludico (Fink). III. IL SIGNIFICATO
DELL'AUTOTRASCENDENZA 1. Il comportamento umano supera quello degli animali.
L’agire umano, inoltre, non esprime solo una trascendenza rivolta all’esterno,
ma anche ri- volta verso l’uomo stesso. L'uomo è autotrascendente. 2.
L'autotrascendenza dell’uomo è interpretata in tre direzioni: a) egocentrica
(Platone, Aristotele, Stoici, Cartesio, Hegel, Nietzsche, Sar- tre): l'uomo
tende a ritrovare se stesso mediante l'acquisto di un essere più vero, più
autentico, attuando pienamente le proprie possibilità; b) sociocentrica (Marx,
Comte, Bloch, Marcuse, Garaudy): l’autotrascendi- mento è uscita dall’egoismo e
ha una dimensione sociale; c) ieocentrica (Blondel, Rahner, Marcel, Metz,
Boros, De Finance): l’uomo esce incessantemente da se stesso e oltrepassa i
confini della propria realtà sospinto da una forza superiore, Dio. QUESTIONARIO
DI VERIFICA E DISCUSSIONE Perché l'uomo è un problema a se stesso? Sotto quali
aspetti si presenta come un problema filosofico? 2. Quali sono le principali
prospettive in cui si sono collocati i filosofi per risolvere il problema
antropologico? 3. Quali sono i metodi usati dai filosofi nello studio
dell'uomo? 4. Come interpretano i rapporti tra anima e corpo Platone,
Aristotele, Agostino, Tommaso, Cartesio, Spinoza, Malebranche, Leibniz? 5.
Perché secondo Kant il problema antropologico è insolubile? 6. Perché la morte
del corpo non implica necessariamente la fine di tutto l’uomo? . A che cosa è
riconducibile il problema metafisico e religioso come esi- genza peculiare
della natura umana? 8. In che rapporto si trova il singolo con le strutture
sociali, economiche, politiche? 9. Quali sono le principali opinioni sul
significato di autotrascendenza del- l'essere umano? 10. Quale rapporto è
possibile stabilire tra l’autotrascendenza e la dimen- sione etica e politica
dell'uomo? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Il problema filosofico
dell'antropologia, Morcelliana, Brescia . AA.Vv., Umanesimo cristiano e
umanesimi contemporanei, Massimo, Milano . AA.Vv., Antropologia e filosofia
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all’antropoanalisi, Bompiani, Milano. ‘BeAaLs R.-Howyer H., Introduzione
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Bologna. HeipEGcER M., Essere e tempo, Longanesi, Milano . Lévi STRAUSS C.,
Antropologia strutturale, li Saggiatore, Milano . KANT I., Antropologia dal
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L’antropologia filosofica d’Aquino, Vita e Pensiero, Milano . Ip., Uomo e
natura. Appunti per una antropologia filosofica, Vita e Pensiero, Milano IL
PROBLEMA METAFISICO ‘QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Che cosa c’è a fondamento e a
garanzia dell’esistenza? 2. Che cosa esprimono le parole « esistere », « essere
»? Che cosa accadrebbe se esse scomparissero dal linguaggio umano? 1. L'origine
del termine L'origine del termine metafisica è legata all'opera di‘ Aristotele
e al destino dei suoi scritti dopo la sua morte. Aristotele morendo lasciò la
propria biblioteca al discepolo Teo- frasto. Essa conteneva, oltre le opere
pubbliche degli altri filosofi e di Aristotele, anche gli scritti privati del
maestro, riservati alla stretta cerchia dei discepoli, tra i quali la
Metafisica. A sua volta, morendo, Teofrasto lasciò con la propria biblioteca
anche quella di Aristotele a Neleo, discepolo di ambedue. Questi la trasportò a
Scepsi, nella Troade, sua patria. Qui i suoi eredi, per sottrarla alle ricerche
dei sovrani di Pergamo e di Alessandria, che intendevano ar- ricchire le
proprie raccolte acquistando tutte le opere importanti su cui riuscivano a
metter mano, la nascosero in un sotterraneo, dove ri- mase poi abbandonata e
quasi ignorata fino verso il 100 a.C., anno in cui il bibliofilo Apellicone la
scoprì, l’acquistò e la portò ad Atene. Quando nell'86 a.C. Silla conquistò la
città, fece portare i preziosi manoscritti a Roma, dove furono affidati ad
Andronico di Rodi, affin- ché ne curasse l'edizione completa. Egli li suddivise
e, poiché dopo avere ordinato le opere di fisica si era trovato davanti ad un
gruppo di 14 libri senza nome, allora aveva deciso di chiamarli «i libri che
vengono dopo la fisica » (tà metà tà physicà). Il nome, originato in modo così
casuale, corrispondeva effettivamente al contenuto dei volumi: essi infatti
trattavano di realtà, qualità, perfezioni, es- seri, che non si trovano oppure
non si restringono al mondo fisico, ma vanno oltre, sono cioè « metafisiche »;
tutto ciò costituiva per Aristotele la « filosofia prima ». Quindi il nome dato
ad un gruppo delle sue opere è passato giustamente a designare quella parte
della filosofia che si occupa delle cause ultime, dei principi costitutivi su-
premi delle cose. 91 II problema delle cause ultime e dei principi supremi La
scienza dell'essere in quanto tale Scetticisti, empiristi e materialisti:
negazione della metafisica Il dibattito metafisico non è più controverso di
quello scientifico La validità della definizione aristotelica 2. Oggetto della
metafisica La metafisica è stata variamente definita: come « scienza suprema in
assoluto, che studia l'essere in quanto tale e le proprietà che lo accompagnano
necessariamente » ed è « la scienza che esplora le cause prime e i primi
principi » (Aristotele); come « scienza dei principi primi della natura e della
morale » (Kant); come « immer- sione della propria esistenza nelle possibilità
fondamentali dell’esse- re considerato nella sua totalità » (Heidegger); come «
riflessione sui principi primi » (Gilson). L'elenco delle definizioni potrebbe
con- tinuare ancora, ma quelle riportate bastano ad indicare qual è la
preoccupazione che dà vita all'indagine metafisica: è la preoccu- pazione di
scoprire le ragioni supreme della realtà. La possibilità della metafisica è
stata messa in questione ripetuta- mente per ragioni diverse. Prima dagli
scettici a causa della loro sfi- ducia nelle capacità conoscitive dell'uomo,
poi dagli empiristi a causa della loro riduzione della conoscenza umana
all'esperienza sensitiva, più tardi dai positivisti, dai materialisti, dai
marxisti a motivo della loro riduzione di tutta la realtà all'ordine materiale,
e, infine, dagli analisti del linguaggio a causa della loro riduzione di tutti
i pro- blemi, compresi quelli filosofici, a puri problemi linguistici. Però
pare che nessuna delle suddette ragioni abbia valore pro- bativo. Anzitutto non
è affatto vero che quando i filosofi discutono della realtà delle cose, della
loro origine, del loro essere, della loro natura, del loro divenire, ecc.,
discutano soltanto sul significato dei termini « realtà », « origine », «
natura », « essere », « divenire », per il semplice motivo che i dispareri tra
i filosofi non sono di natura diversa da quelli che si incontrano tra gli
scienziati. Ora nessuno vorrà affermare che quando i dotti della Sorbona non
condividevano la teoria dei coniugi Curie a proposito del radium, il loro
disaccordo riguardasse solamente la parola « radium ». Altrettanto si deve dire
del disaccordo dei filosofi a proposito dei principi primi della realtà, della
natura, dell'essere delle cose. Non sono semplicemente disac- cordi verbali; il
disaccordo non verte sul significato delle parole ma sulle cose stesse. Neppure
è vero (e la prova è stata fornita nel capi- tolo dedicato al problema
epistemologico), che l'uomo è dotato sol- tanto di conoscenze sensitive. Noi
possediamo anche una conoscenza superiore a quella sensitiva, di ordine
intellettivo, capace di raggiun- gere la verità entro certi limiti. Vengono
così a crollare le obiezioni mosse dagli scettici e dagli empiristi alla
possibilità della metafisica. Ma, ammessa la legittimità dell'indagine
metafisica, qual è l’og- getto al quale essa è diretta? Aristotele, come
abbiamo ricordato, determina l’oggetto della metafisica con la celebre
espressione: l'essere in quanto tale e le proprietà che l'accompagnano
necessariamente. Quasi tutti i filosofi sono d'accordo sulla bontà di questa
definizione: chi fa metafisica 92 scruta il mistero dell'essere degli enti al
fine di scoprire che cosa sia che dà loro consistenza, che li riempie di
realtà. Alla domanda « che cos'è l'essere dell'ente » si arriva così: si
osserva anzitutto nelle cose una molteplicità di aspetti, che le ren- dono
interessanti, meravigliose, spaventose, problematiche, ecc. A poco a poco,
però, un aspetto attira con maggior forza la nostra attenzione, l'aspetto della
loro esistenza, il loro essere: anziché non essere, le cose sono!
Improvvisamente la mente avverte la fondamen- talità di tale aspetto a paragone
di tutti gli altri e comincia ad in- terrogarsi sull'essere delle cose, sull'essere
dell'ente e nell’ente. È a questo punto che l'indagine metafisica spicca il suo
volo. Quindi l'indagine metafisica è indagine intorno all'essere del- l'ente 0,
che è poi lo stesso, indagine intorno all'ente in quanto es- sere. La
metafisica è essenzialmente ricerca intorno all'essere. Quan- do invece il
filosofo abbandona la questione dell'essere, egli si al- lontana
automaticamente dal terreno della metafisica. Da ciò che siamo venuti dicendo
risulta che l'oggetto formale della metafisica non è questa o quella cosa,
questa o quella qualità, questo o quel principio; oggetto formale della
metafisica non è nep- pure l'ente, nessun ente: né l'ente materiale né quello
spirituale, né l'ente necessario né quello contingente. Lo studio di questo o
quel- l'ente particolare, di questa o di quella specie di ente non spetta alla
metafisica ma ad un altro ramo della filosofia oppure ad una delle scienze
sperimentali. L'oggetto formale della metafisica è l'essere in quanto tale.
L'ente materiale non è il suo oggetto formale ma solo il suo punto di partenza.
Solamente l'essere dell'ente (l’ente consi- derato nella sua qualità di essere,
l'ente in quanto è, l'ente conside- rato dal punto di vista dell'essere)
costituisce l'oggetto formale del- la metafisica. Naturalmente la metafisica
non si accontenta di parlare dell'ente in quanto essere, perché il suo
resterebbe un discorso puramente a- stratto. Essa deve parlare anche di tutto
ciò che è implicato in una risposta esauriente all'interrogativo: « Che cos'è
l'essere dell'ente? ». Però è bene precisare che non tutto appartiene al
discorso metafisico allo stesso modo. L'essere dell'ente costituisce l'oggetto
formale; il resto rientra nel discorso metafisico come risultato dell'indagine.
Quindi se per spiegare l'essere dell'ente occorrerà parlare di Dio, questi non
entrerà a far parte dell'oggetto formale della metafisica, ma dei suoi
risultati. Metodo della metafisica Dunque l'oggetto della metafisica è l'essere
in quanto tale. Se- nonché dobbiamo constatare, come osserva giustamente
Heidegger, che l'essere non è mai accessibile direttamente e immediatamente:
l'essere non si manifesta mai da solo; non ci parla mai a tu per 93 L’essere
oggetto della metafisica L’uomo: l’ente che si interroga sull’essere Metodo
deduttivo e metodo induttivo Esigenza di tre metodi: fenomenologico, induttivo
e deduttivo tu; ma è sempre velato, nascosto sotto la maschera di un ente par-
ticolare. Perciò, si può arrivare all'essere soltanto passando attra- verso gli
enti. Ma, attraverso quale ente? A quale dei moltissimi en- ti che affollano la
grande scena dell'universo è più opportuno rivol- gersi per spiare la natura
dell'essere? C'è qualche ente privilegiato che meglio di ogni altro possa
svelarci i segreti dell'essere? Gli esi- stenzialisti hanno sottolineato il
fatto che il nostro ente (quell’ente che noi chiamiamo « uomo ») ha per
l’essere un interessamento del tutto particolare: è l’unico ente che si
interroga sull'essere; gli importa molto di scoprire che cosa sia l'essere in
quanto tale, e so- prattutto che cosa sia l’essere del nostro ente. Gli
esistenzialisti tro- vano in questa singolare vicinanza del nostro ente
all'essere un mo- tivo sufficiente per iniziare la metafisica con lo studio
dell'essere dell'uomo, uno studio che essi conducono secondo il metodo fenome-
nologico. Invece nel passato per risolvere il problema metafisico i filosofi
ricorrevano generalmente o al metodo deduttivo oppure a quello in- duttivo.
Platone, Plotino, Agostino, Avicenna, Bonaventura, Cartesio, Leib- niz e molti
altri, movendo dal presupposto che la mente umana co- nosce a priori o per
illuminazione divina i principi primi e le idee universali oppure considerando
il conoscere non come un apprendere ma come un creare, hanno potuto procedere
nell'indagine metafisica servendosi esclusivamente del metodo deduttivo. Altri
filosofi, tra cui Aristotele, Tommaso d'Aquino e molti mo- derni, non
ammettendo le idee a priori e neppure una illuminazione speciale da parte di un
essere metaempirico e neanche concependo il conoscere come un creare bensì come
un rappresentare, hanno im- piegato il metodo induttivo. A nostro avviso,
l'indagine metafisica per essere seria, feconda e concreta, esige l’uso di tre
metodi: quello fenomenologico, quello induttivo e quello deduttivo. I primi due
servono ad assicurarle una solida base nel concreto, mentre il terzo va
incontro all’esigenza del- la metafisica di offrire una visione sistematica del
reale. 4. Sguardo storico Tracciare la storia del problema metafisico equivale
sostanzial- mente a tracciare la storia della filosofia occidentale, ché la
primà e massima preoccupazione di tutti i filosofi dei periodi antico, me-
dioevale e moderno è sempre stata quella di fornire una spiegazione conclusiva
dei fenomeni che noi esperimentiamo, scoprendo la cau- sa suprema, la ragione
ultima del loro essere. L'intento metafisico è già chiaramente presente nei
filosofi io- nici: è la causa ultima che essi ricercano, anche se poi in
effetti 94 la situano in uno dei quattro elementi costitutivi della materia,
l’acqua, l'aria, la terra, il fuoco. Con Parmenide la metafisica non è più una
semplice aspirazione ma diviene un'autentica realtà. Infatti, additando
l'essere quale prin- cipio unico e supremo d'ogni cosa, egli introduce la
metafisica nel- l'ambito che le è proprio e che resterà tale per sempre.
Platone approfondisce la ricerca dell'essere, distinguendo tra ciò che veramente
è e ciò che invece è solo in modo apparente, finito, contingente. Ciò che
veramente è egli io identifica col mondo delle Idee: esso è ingenerato, eterno,
incorruttibile; mentre ciò che sem- plicemente appare lo identifica col mondo
materiale: esso è finito, mutevole, contingente, corruttibile. Ovviamente, per
Platone, il mon- do ideale è il fondamento, la causa di quello materiale. In
che mo- do? È noto che su questo punto Platone non ha mai raggiunto una
posizione definitiva. Egli ha formulato due ipotesi: quella della par-
tecipazione delle cose nelle Idee, e quella della imitazione delle Idee da
parte delle cose. Ma entrambe presentavano alcune grbsse diffi- coltà e questo
gli impedì di ascrivere certezza assoluta alle sue ipo- tesi metafisiche.’ - Aristotele,
l'abbiamo già detto e ripetuto, definisce il problema metafisico come « studio
dell'essere in quanto tale e delle proprietà che l'accompagnano necessariamente
». Egli identifica tale studio con quello delle quattro cause: materiale,
formale, efficiente, finale. Ma le quattro cause di che cosa? Ovviamente, del
mondo materiale che ci circonda. È scoprendo i principi fondamentali che
sorreggono questo mondo che si dischiude il mistero dell'essere. Peraltro,
quan- do si tratta di determinare la natura specifica delle cose materiali egli
rifiuta la teoria platonica delle Idee ritenendola come puramen- te fantastica
e del tutto superflua. L'essenza delle cose, a suo giu- dizio, non sta fuori
delle cose ma nelle cose stesse. E tuttavia, quan- do vuole rendere ragione del
fondamento ultimo delle cose, anche Aristotele ritiene necessario postulare,
come aveva fatto Platone, l’esistenza di una realtà spirituale, Dio. Questi
però non lo conce- pisce come causa efficiente del mondo, ma come suo ‘fine
ultimo: Dio è il movente supremo, che col suo fascino determina l’evolu- zione
del mondo. L'impostazione e la soluzione data al problema metafisico da Pla-
tone e da Aristotele esercitarono un influsso decisivo su tutta la speculazione
posteriore. Le si ritrova sostanzialmente inalterate presso gli Stoici, i
Neopiatonici, i Padri della Chiesa, gli Scolastici e anche presso la maggior
parte dei filosofi moderni. Lo studio del- l'essere degli enti finiti e
contingenti li porta tutti a postulare l'’esi- stenza di un Essere infinito,
assoluto, necessario. Questi per gli Stoici, ! M. L'emergenza metafisica in
Parmenide Platone: l'essere è il mondo delle idee Aristotele: l'essere e le sue
proprietà Influenza di Platone e Aristotele sulla speculazione posteriore
L’Essere sussistente nella filosofia cristiana Il graduale primato della gnoseologia
sulla metafisica da Cartesio a oggi L’impossibilità della metafisica per Hume e
Kant è il Logos, per i Neoplatonici l’Uno, per i Padri e gli Scolastici Dio,
per Spinoza la Sostanza, per Leibniz la Monade suprema. Ma, nella filosofia
cristiana, pur conservando essenzialmente l’im- postazione che gli avevano dato
i due massimi esponenti della filo- sofia greca, il problema metafisico fa un
notevole passo avanti e raggiunge un definitivo chiarimento su uno dei punti
più difficili ed oscuri, quello concernente i rapporti che intercorrono tra gli
enti finiti e l’Essere sussistente. Questo punto viene chiarito mediante
l'introduzione della dottrina della creazione, la quale insegna che gli enti
finiti (il mondo) devono tutta la loro realtà all'Essere sussi- stente, a Dio.
Senza Dio il mondo è assolutamente nulla, e prima d’es- sere stato prodotto da
Lui non aveva alcuna realtà. Ma anche do- po che è stato posto in essere, esso
deve la sua consistenza alla presenza attiva di Dio. Tratto dal nulla, il mondo
si muove continua- mente sull'orlo del nulla. E tuttavia proprio perché ha Dio
per pa- dre e creatore, il mondo non sarà mai sopraffatto dalle insidie del
nulla. Al contrario, sviluppando le possibilità che Dio gli ha con- ferito esso
si allontana gradualmente dall’abisso del nulla e si avvi- cina al regno
inespugnabile e indistruttibile dell'Essere sussistente.’ Il problema
metafisico, s'è detto, abbraccia gran parte della spe- culazione filosofica
fino agli inizi del secolo XIX. Occorre però preci- sare che già a partire da
Cartesio esso cede il primato, che prima era sempre stato suo, al problema
gnoseologico. Ciò che occorre affron- tare per primo è il problema del valore e
della portata della nostra conoscenza. Solo se si risolve positivamente questo
problema, è le- cito passare all'indagine metafisica. Diversamente si rischia
di co- struire dei castelli in aria. Sappiamo che Cartesio, Spinoza, Pascal,
Malebranche, Leibniz, Vico e, parzialmente, anche Locke, considerano
obiettivamente valida la conoscenza della ragione umana e, conseguentemente, se
ne val- gono per risolvere il problema del fondamento ultimo della realtà. Di
esso Cartesio, Malebranche, Pascal, Vico, Leibniz offrono una soluzione che non
si discosta gran che da quella degli autori cristia- ni che li avevano
preceduti; mentre invece profondamente ‘innova- trice è la soluzione di
Spinoza. Secondo questo autore la realtà ma- teriale non rimanda ad un piano
superiore di ordine spirituale: i due piani, materiale e spirituale, a suo
avviso, sono strettamente con- giunti tra di loro, e rappresentano le facce
d'una unica Sostanza.* Ma, dopo che il problema metafisico ha ceduto il primo
posto a quello gnoseologico, si intuisce facilmente come esso possa venire
soppiantato del tutto da quest'ultimo e definitivamente soppresso: basta
soltanto contestare il valore obiettivo e trascendente della ra- gione umana. È
la posizione che adottano prima gli empiristi inglesi e poi Kant. Per i primi
non si dà altra conoscenza fattuale al di ? Ivi, pp. 221-223; 283-286. ‘ B.
MONDIN, vol. II, pp. 164-168. 96 fuori di quella dei sensi, i quali, ovviamente
possono ben fornire catene di dati ma non garantirne l’obiettività e tanto meno
proporre una spiegazione profonda ed esaustiva della loro esistenza. Per Kant
la mente umana è sì in grado di fornire un'interpretazione ge- nerale,
scientifica della realtà fenomenica, ma soltanto di questa, non della realtà in
sé (la realtà noumenica). A proposito di quest’ul- tima è lecito sollevare
degli interrogativi, ma non fornire delle ri- sposte valide e sicure. Il
fondamento della realtà è irraggiungibile ed incomprensibile.’ Così con Hume e
Kant la sorte della metafisica è definitivamente segnata. La situazione per la
metafisica non migliora nel nostro secolo, quando, dopo aver esperimentato la
sterilità dell’'impostazione cri- tica della ricerca filosofica, alcuni autori
{ci riferiamo ai neo- positivisti e agli analisti) operano una seconda
rivoluzione coperni- cana, affermando che l’unica via per risolvere i problemi
metafisici non è quella che parte dall'essere e neppure quella che parte dal
co- noscere, ma quella che muove dal linguaggio. La questione fondamen- tale,
che dev'essere affrontata prima di ogni altra, è la questione del senso delle
nostre parole. Risolta questa questione anche le più astruse questioni
metafisiche non presentano più nessuna difficoltà. Questa impostazione
linguistica dell'indagine filosofica di per sé non è ostile alla metafisica; di
fatto però ha condotto alla sua negazione radicale, perché i filosofi del
linguaggio per determinare quali parole siano sensate e quali prive di senso
hanno assunto un criterio non meno rigorosamente empiristico di quello che i
filosofi inglesi del secolo XVIII avevano usato per risolvere il problema del
valore della conoscenza. Secondo tale criterio, detto della verifica
sperimentale, una proposizione ha significato soltanto se è tradu- cibile in
una serie di proposizioni sperimentali. Quando « una pro- posizione non è
traducibile in proposizioni di carattere empirico [...] non è affatto
un’asserzione; non dice nulla; non è altro che una se- rie di parole vuote; è
semplicemente senza senso »$ Con questo criterio di significanza crolla
ovviamente e voluta- mente qualsiasi metafisica. « È impossibile » dichiara
Carnap « ogni metafisica che voglia inferire il trascendente, cioè ciò che
giace al di là dell'esperienza, dall'esperienza stessa. [...] Non c'è affatto
una filosofia come teoria, come sistema di proposizioni con caratteristiche
proprie, che possano stare accanto a quelle della scienza ».” È per- tanto
impossibile qualsiasi visione del mondo che abbia la pretesa di essere l’ultima
risposta all'ultima domanda, che voglia fornire la 3 Ivi, pp. 345-347. $ R.
CARNAP, Philosophy and Logica! Syntax, Londra 1935, pp. 13-14; trad. it.,
Sintassi e logica del linguaggio, Silva, Milano . ? R. CARNAP, « Ueberwindung
der Metaphysik durch logische Analyse der Sprache » (JI superamento della
metafisica mediante l'analisi logica del lin- guaggio, pubblicato nel 1932 a
Vienna), in Erkenntnis, Linguistica e metafisica: il problema del senso delle
parole Il crollo della metafisica per il criterio della significanza Oggi la
metafisica riemerge costantemente chiave risolutiva del problema del fondamento
dell'essere degli enti. Abbandonata la metafisica, ai giorni nostri si cerca di
trovare una risposta agli interrogativi ultimi rivolgendosi o alle scienze
positive o alla storia oppure, più recentemente, alle scienze umane (psico-
logia, psicanalisi, etnologia, sociologia, ecc.). Ed oggi il dibattito sul
rapporto metafisica-scienza nell’ambito della storia della scienza è tornato a
svilupparsi in modo intenso (v. Kuhn, Lakatos, Feyera- bend, Strawson, ecc.).
Ma le risposte che si ottengono da queste discipline, anche se di notevole
interesse, non riescono neppure a scalfire il problema del fondamento ultimo
della realtà. E allora la metafisica fa di nuovo capolino in uno dei due modi
seguen- ti: o come esigenza di superare i confini angusti della storia, delle
scienze positive, delle scienze umane; oppure, e questo è il modo più comune,
mascherandosi dietro il paravento della visione gene- rale delle cose che
ognuno porta necessariamente in se stesso e che, però, quasi mai si è disposti
a riconoscere e tanto meno a concet- tualizzare rigorosamente. Così
attualmente, nonostante la generale ostilità per la metafisica teoretica, c'è
una metafisica esigenziale ed esistenziale che è più viva che mai. E questo
conferma quanto avesse ragione Kant quando di- ceva che l'uomo è un animale
essenzialmente metafisico. CONCETTI DA RITENERE Essere; ente — Oggetto formale;
metodo induttivo, deduttivo; fenomeno logico — Mondo delle Idee; Essere
sussistente; enti finiti; creazione — Metafisica esigenziale, esistenziale
SINTESI CONTENUTISTICA I. L'ORIGINE DEL TERMINE L'origine del termine « metafisica
» è legata all'opera di Aristotele e al destino dei suoi scritti dopo la sua
morte. Essi, dopo alterne vicende, furono af- fidati ad Andronico di Rodi, il
quale, ordinate le opere di fisica, si trovò davanti a un gruppo di libri senza
nome che chiamò « i libri che vengono dopo la fisi- ca » (tà metà tà physicà).
Il nome dato in modo casuale corrispondeva al con- tenuto relativo alle realtà
che vanno oltre il mondo fisico. II. OGGETTO DELLA METAFISICA Variamente
definita, la metafisica esprime l'esigenza dell'uomo di sco- prire le ragioni
supreme della realtà. Nel corso dei secoli la sua possibilità è stata messa
ripetutamente in discussione da quegli orientamenti filosofici che tendevano a
ridurre l'ambito conoscitivo dell’uomo (scettici, empiristi, positi- visti,
marxisti, materialisti in genere, strutturalisti, ecc.). 2. La capacità propria
della natura umana di esercitare, oltrela conoscenza sensitiva, quella
intellettiva legittima tuttavia l'indagine metafisica. 3. L'indagine metafisica
verte sull'essere dell'ente, è essenzialmente ricerca 98 intorno all'essere.
Oggetto formale della metafisica è l’essere in quanto tale. L'ente materiale è
solo il suo punto di partenza. METODO DELLA METAFISICA L'essere non è mai
accessibile immediatamente e direttamente, è sem- pre velato dall'ente. C'è
allora qualche ente privilegiato che ne favorisca la rivelazione? 2. Nel nostro
tempo gli esistenzialisti hanno colto nell'uomo, l’unico ente che si interroga sull’ente,
il punto di partenza per l'indagine metafisica. 3. Nel pensiero classico la
ricerca metafisica ha assunto ora il metodo de- duttivo ora quello induttivo. I
filosofi di orientamento platonico e razionalistico sulla base dell'innatismo
delle idee hanno accentuato la deduzione. I filosofi aristotelico-tomisti hanno
usato invece il metodo induttivo. 4. Una completezza di indagine richiede tre
metodi: il fenomenologico, l’'induttivo e il deduttivo. I primi due le danno
una base nel concreto, il terzo offre la visione sistematica della realtà. IV.
SGUARDO STORICO Il problema metafisico nel mondo classico è caratterizzato
dall’intreccio con la cosmologia nella filosofia ionica; dalla centralizzazione
del problema dell'essere con Parmenide; dall’approfondimento di Platone che lo
riconduce al mondo delle Idee; dalla definizione del problema in Aristotele: «
studio del- l'essere in quanto tale e delle proprietà che lo accompagnano
necessariamente ». 2. Platone e Aristotele influenzano la filosofia medioevale.
Con san Tom- maso il problema metafisico risolve il problema del rapporto tra
gli enti finiti e l’Essere sussistente in virtù dell’atto creativo. 3. Nell’età
moderna con Cartesio questo problema cede il posto a quello gnoseologico ed
entra in una grave crisi con il criticismo kantiano, che chiu- dendo la
conoscenza nell’ambito dell’esperienza, nega la possibilità della meta- fisica
come scienza. 4. Nel pensiero contemporaneo, dopo il passaggio dalla metafisica
dell’es- sere a quella della soggettività, segnata dall'idealismo, con il
positivismo la metafisica entra in una crisi ulteriore. I filosofi del
linguaggio, in particolare, ne decretano la fine affermando la validità solo di
quelle proposizioni che sono traducibili in proposizioni di carattere empirico.
Nel nostro tempo la metafisica tende tuttavia a riemergere come metafisica
esigenziale ed esistenziale. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Qual è
il significato etimologico del termine « metafisica »? Da chi è stato
introdotto? 2. Come viene definita la metafisica da Aristotele, Kant,
Heidegger? 3. Qual è l'oggetto, il fine, il metodo della metafisica? 4. Perché
molti filosofi hanno messo e mettono tuttora in dubbio la possi- bilità della
metafisica? 5. Perché si dice che Parmenide è il « padre della metafisica »? 6.
Che cosa si intende per creazione, emanazione, evoluzione, partecipa- zione? 7.
Che cosa si intende per sostanza e accidente, materia e forma, atto e Potenza,
essenza ed esistenza? 8. In che misura il problema metafisico coinvolge il
problema gnoseo-logico? 9. Quali sono i punti di interazione e di contrasto tra
metafisica ed epi- stemologia? Quali rapporti si possono stabilire tra il
problema metafisico e il pro- blema religioso? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Metafisica e ontologia, Gregoriana, Padova, Metafisica e scienze dell'uomo, a
cura di B. D'Amore e A. Ales Bello, Borla, Roma. ARATA C., L'’aporetica
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Brescia VANNI ROVIGHI S., Elementi di filosofia. II, Metafisica, La Scuola,
Brescia. Copiolo0Hovo riu IL PROBLEMA RELIGIOSO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1.
Come si spiega la presenza del fenomeno religioso in tutti i tempi e in tutte
le culture? 2. In che misura la dimensione religiosa fa parte della natura
umana e perché? 3. C'è differenza tra bisogno naturale di Dio e scelta
religiosa? < 1. | termini del problema La dimensione religiosa è propria ed
esclusiva dell’essere uma- no, e non esiste presso gli altri esseri viventi. Si
tratta peraltro di una manifestazione che, abbracciando l’intera umanità sia in
ordine allo spazio che al tempo (e non soltanto quesito o quell'altro gruppo di
un'epoca storica particolare), assume proporzioni notevolissime. Gli
antropologi ci informano che l’uomo ha sviluppato una attività religiosa sin
dalla sua prima comparsa sulla scena della storia e che tutte le tribù e tutte
le popolazioni di qualsivoglia livello culturale hanno coltivato qualche forma
di religione. D'alironde è cosa risapu- ta che tutte le culture sono
profondamente segnate dalla religione e che le migliori produzioni artistiche e
letterarie non solo delle civiltà antiche ma anche moderne si ispirano a motivi
religiosi. È pertanto ragionevole affermare che l'uomo oltre che sapiens,
volens, faber, loquens, ludens, ecc., è anche religiosus. Né il fatto che oggi
la religione stia attraversando una crisi profonda e si in- contrino molti
individui che si professano areligiosi, costituisce un argomento plausibile
contro la rilevanza del fenomeno religioso. In effetti, noi consideriamo l’uomo
ludens, loquens, faber, sapiens, ecc., anche se non tutti gli uomini giocano,
lavorano, parlano, pensa- no. Altrettanto vale per la dimensione religiosa:
essa si impone come una costante dell'essere umano, anche se non è coltivata da
tutti gli individui della specie. La religione è quindi un fenomeno reale,
tipico dell’uomo, ma è anche un fenomeno molto problematico, forse il più
problematico di tutti. Infatti mentre le altre attività umane si rivolgono ad
oggetti la cui esistenza è fuori di discussione, l’attività religiosa, per
contro, si dirige verso un oggetto, di cui si vede messa in questione persino
l'esistenza. — Iti queste poche pagine noi cercheremo di dare un'idea della na-
101 La religione dimensione universale ed esclusiva dell’uomo Problematicità
del fenomeno religioso Nella storia la questione religiosa è sempre esistita
Controversie interpretative dei filosofi degli ultimi secoli Riconoscimento del
valore oggettivo della religione in Hume e in Kant tura e della complessità del
problema religioso. A tal fine procede- remo secondo l’ordine seguente:
anzitutto tracceremo una breve storia delle interpretazioni del fenomeno
religioso così com'è stato visto dai filosofi; poi faremo un approfondimento
teoretico del pro- blema, elaborando una definizione della religione ed
esaminando i rapporti che essa mantiene con le altre attività umane. 2. Le
principali interpretazioni filosofiche della religione La questione religiosa è
stata sempre presente nella storia della filosofia. Nel periodo antico se ne
interessarono Senofonte, Prota- gora, Platone, Aristotele, Lucrezio, Plotino;
in quello medioevale Avicenna, Averroè, Maimonide, Tommaso d'Aquino, Scoto,
Occam; agli inizi dell'epoca moderna, Giordano Bruno, Campanella, Spi- noza,
Hobbes, Locke. Ma è stato soprattutto a partire da Hume e da Kant che la
questione religiosa è divenuta uno dei punti cen- trali della riflessione
filosofica, e possiamo dire che, a partire da questi, ha inizio una vera e
propria « scienza delle religioni » che è andata sempre più sviluppandosi sino
ad oggi. Fu Muller che usò per la prima volta nel 1877 il termine
religionswissenschaft, cioè « scienza delle religioni », che ebbe uno sviluppo
notevole, va- lendosi molto dell’antropologia culturale. Più tardi, alla «
scienza delle religioni » fu dato l'apporto dei sociologi, soprattutto di Durk-
heim che elaborò, nel 1912, una teoria generale della religione. “Sulla
questione religiosa i filosofi moderni si sono schierati su due fronti opposti.
Da una parte alcuni hanno cercato di mostrare che la religione è priva di
qualsiasi fondamento oggettivo: essa sarebbe una più o meno astuta invenzione
dell'uomo, dovuta alla paura (Feuerbach), alla prepotenza (Marx), all'ignoranza
(Comte), al ri- sentimento (Nietzsche), alla sublimazione degli istinti
(Freud), ad abusi linguistici (Carnap), ecc. Dalla parte opposta altri autori
difendono il valore oggettivo della religione, in quanto essa si fon- derebbe
su un rapporto dell'uomo con la realtà assoluta (Hegel, Croce, James, Bergson,
Scheler, Otto, Jaspers, ecc.). I primi svilup- pano una critica negativa e
demistificante; invece i secondi elaborano una critica positiva e costruttiva
del fenomeno religioso. 2.1 Demistificazione della religione Hume e Kant, pur
assegnando basi diverse al fenomeno religioso (Hume l'aveva fondato
sull’istinto e Kant sulla ragione pratica), non ne avevano messo minimamente in
dubbio il valore essenzialmente oggettivo. Tale valore, più tardi, venne nuovamente
ribadito dagli idealisti, in particolare da Hegel. L'orizzonte culturale entro
il quale Hegel interpreta la religione è quello della « religione nei limiti
della pura ragione » di Kant. 102 Essa costituisce il secondo momento del
sapere assoluto, quando lo spirito prende piena coscienza di se stesso e
diventa « autoco- scienza ».! Feuerbach, discepolo di Hegel, partendo dal
pensiero di questi, arrivò a negare il valore oggettivo della religione. Contro
il postulato hegeliano il quale afferma che tutto procede dall’Assoluto e ogni
cosa, l’uomo compreso, non è altro che un mo- mento del suo automanifestarsi,
Feuerbach sostiene che le cose stan- no esattamente all'opposto: Dio è solo
un'idea escogitata dall'uomo allo scopo di conseguire la piena realizzazione di
se stesso; pertanto la realtà suprema non è Dio ma l'uomo. Nel famoso saggio
L'essenza del cristianesimo Feuerbach argomenta che la religione trae origine
da un processo di ipostatizzazione dei bisogni e degli ideali dell’uo- mo:
l'uomo proietta tutte le qualità positive che ha in sé in una persona
(ipostasi) divina e fa di essa una realtà sussistente, capace di sopperire ai
suoi bisogni e alle proprie lacune? In Karl Marx, anche egli discepolo di
Hegel, le critiche avanzate da Feuerbach al pensiero del maestro hanno
certamente contribuito ad avviare anche lui alla contestazione del fenomeno
religioso, alla negazione di Dio e alla condanna di ogni chiesa. Ma a fargli
sposare la causa dell’ateismo, più che argomenti di natura filosofica e meta-
fisica sono stati motivi di ordine storico e sociale? La sua identifica- zione
della società ideale con la società senza classi e la ricerca della
instaurazione di tale società mediante la demolizione delle strutture sociali
vigenti ai suoi tempi, l'hanno portato necessaria- mente a confrontarsi con la
religione. Ora, tutta una serie di circo- stanze storiche gli hanno fatto
credere che la religione fosse uno dei maggiori ostacoli alla realizzazione
della nuova società e, per- tanto, concludere che la religione non può essere
che un'invenzione delle classi privilegiate per meglio sfruttare le classi
subalterne: essa è strumento di evasione per gli sfruttati e di giustificazione
per gli sfruttatori. La religione è l'oppio del popolo. « La religione è il
sospiro della creatura oppressa dalla sventura, l'anima di un'epoca senza
spirito. È oppio per il popolo. [...] Il fondamento della critica religiosa è
questo: l'uomo crea la religione, non è la religione che crea l’uomo ».* Nel
XIX secolo la critica della religione di maggior riscontro non fu quella di
Marx e Feuerbach, ma quella di Comte, il padre del positivismo. Secondo Comte
tutto l'universo procede dalla materia per via di evoluzione. Anche l’uomo è un
portato dell'evoluzione. Con la sua comparsa sulla scena del mondo ha inizio la
storia, le cui fasi principali, secondo la celebre classificazione del padre
del po- ! B. M., GOLLWITZER, La critica marxista della religione e la fede
cristiana, Morcelliana, Brescia M. La crisi post- hegeliana: Dio autoproiezione
dell'uomo Negazione di Dio e condanna della Chiesa in Marx La critica di Comte
alla religione L'esperienza religiosa come stadio H. P. GRICE STAGE -- primitivo
dell’umanità Nietzsche: la ‘morte di Dio” e l'autonomia del Super-uomo Il
cristianesimo messaggio di debolezze e di mediocrità sitivismo, sono tre:
religiosa, metafisica, scientifica. Le tre diverse fasi corrispondono a tre
diversi modi di concepire e di spiegare le cose. Nell’epoca religiosa l’uomo si
dà una spiegazione mitica defenomeni naturali escogitando cause soprannaturali;
nell'epoca me- tafisica egli ottiene una spiegazione dei fenomeni ricorrendo a
prin- cipi reconditi, quali sostanza, accidenti, essere, ecc.; nell'epoca po-
sitiva infine egli elabora una spiegazione ragionata, scientifica delle cose
per mezzo delle leggi naturali, le quali bastano da sole (senza che ci sia
bisogno di ricorrere a Dio oppure a principi metafisici) a spiegare tutti i
fenomeni che noi constatiamo. Tutte le attività e tutte le branchie del
conoscere passano per questi tre stadi: la politica come il diritto, l'economia
come la morale, la fisica come l’astrono- mia, ecc. All’inizio dell'epoca
moderna, con lo sviluppo del metodo scientifico, l'umanità ha raggiunto finalmente
l'età adulta e può, quindi, lasciarsi alle spalle sia la religione, sia la
metafisica. An- ziché rivolgere la sua attenzione ad esseri soprannaturali o
recon- diti essa può ora prendere cura di se stessa. Questo è l’unico culto
(cioè il culto dell'Umanità) che essa deve promuovere. Un altro autorevole
esponente della critica negativa del fenomeno religioso, nel secolo scorso, è
Nietzsche. Di lui tutti conosciamo il famoso proclama: « Dio è morto ». Questa
sentenza, che rappresenta il leit-motiv della predicazione di Zaratustra è
anche il motivo do- minante della riflessione filosofica di Nietzsche. Questi
vuole svi- luppare l’idea di un uomo (il Super-uomo) assolutamente autonomo,
padrone di se stesso, sovrano della natura e della storia, affrancato dai vincoli
e dalle costrizioni imposte dalla morale, dal diritto, dalla religione.
Studiata alla luce dell'idea del Super-uomo a Nietzsche la religione appare una
ingegnosa invenzione degli uomini, però non dei forti per tenere sotto il loro
giogo i deboli, bensì dei deboli per di- fendersi dalla prepotenza dei forti,
dei super-uomini. Di tale origine della religione il Nietzsche ritiene di
trovare conferma nel cristia- nesimo. Qui i deboli, gli umiliati, gli oppressi
elevano il loro ideale di debolezza, di vigliaccheria, di rassegnazione ad
ideali universali e fanno di tutto per costringere anche gli uomini forti, i
potenti, i su- per-uomini, ad accettarlo. « Solo il misero è buono, proclama il
cri- stianesimo, il povero, il debole, l'umile solamente sono buoni; l’am-
malato, il bisognoso, colui che fa ribrezzo soltanto è pio. Solo a co- storo
viene promessa la felicità e la salvezza eterna. Mentre a voi potenti,
aristocratici, a voi viene detto che siete per tutta l'eternità cattivi,
perversi, ingordi, insaziabili nemici di Dio e che perciò siete eternamente
infelici, condannati, maledetti »f Un'altra importante forma di critica della
religione è stata intro- dotta all'inizio del nostro secolo da Freud mediante
la psicanalisi. Da Freud l'infondatezza della religione è data per scontata in
quanto a suo giudizio è cosa ovvia che fuori del mondo dell’uomo non esiste
alcun altro essere. Allo studioso rimane perciò solo il problema di spiegare
come sia sorta la « illusione religiosa ». A pa- rere del fondatore della
psicanalisi essa non è sorta in conseguenza di una lotta di classe tra classi
dominanti e classi dominate, come voleva Marx, e neppure in conseguenza di una
lotta tra deboli e potenti come sosteneva Nietzsche, bensì attraverso un
processo di sublimazione di una lotta primordiale tra i membri del focolare do-
mestico, con la conseguente proiezione, fuori della psiche sul piano cosmico,
dell'idea di padre. L'oggetto della religione — Dio — è appunto il risultato di
tale proiezione. L'idea di questo Essere su- premo riflette, sul piano cosmico,
la polarità affettiva amore-adio, che i figli sentono nei confronti del padre.”
Altre forme di demistificazione del fenomeno religioso sono state sviluppate
nel nostro secolo dagli esistenzialisti (in particolare da Sartre e da
Heidegger) e dai neopositivisti. Mentre però il pensiero di Sartre è chiaro ed
inequivocabile, non si può invece*stabilire con sicurezza quali siano le vedute
di Heidegger riguardo alla religione. In effetti le sue opere più recenti
contengono tracce inconfondibili di misticismo. Una cosa, peraltro, è fuori
discussione: secondo l’autore di Sein und Zeit la filosofia non può dare che un
giudizio negativo per quanto concerne l’idea di Dio. Infatti, a suo parere,
tale idea è aberrante sia nei confronti della metafisica, in quanto fa decadere
il problema dell'Essere nel problema di un ente; come pure nei confronti del
problema della esistenza umana, perché la distoglie dal- le sue vere,
autentiche possibilità.* L'ultimo importante tentativo di demistificare il
fenomeno reli- gioso è stato compiuto dal neopositivismo. Per questo movimento,
com'è noto, la filosofia consiste essenzialmente nell'analisi del lin- guaggio:
solo in questo modo essa può determinare la verità o la falsità di una
dottrina. Ma, per effettuare l’analisi del linguaggio occorre anzitutto un
criterio per distinguere le proposizioni che hanno significato da quelle che ne
sono prive. Ora, secondo i neo- positivisti per le proposizioni fattuali (non
per quelle logiche) l’'u- nico criterio possibile è quello della verifica sperimentale.
Vale, per- tanto, anche per la religione quanto abbiamo citato precedentemente
da Carnap circa la metafisica” Da queste premesse i neopositivisti traggono la
conclusione, logica e necessaria, che il linguaggio etico, estetico e religioso
è privo di senso, non dice nulla: è privo di qual- siasi valore oggettivo.
Pertanto « dire che Dio esiste è un'espressione metafisica che non può essere
né vera né falsa. E, per lo stesso mo- tivo, nessuna proposizione che miri a
descrivere la natura di un ? Ivi, pp. 224-221. ® Ivi, pp. 410-413. ° Vedi cap.
VII, nota 7. 105 Freud: Dio proiezione dell'immagine paterna Ateismo e
misticismo nelle filosofie esistenzialiste La negazione della reiigione nel
neopasitivismo fl valore positivo della religione Kierkegaard: il primato della
fede per giungere allo stadio H. P. GRICE STAGE -- religioso Bergson e il
valore dell’esperienza mistica Dio trascendente può avere significato
letterale... Tutte le espressioni riguardanti la natura di Dio sono prive di
senso ».! 2.2 Difesa della religione Contro le opinioni espresse dai
demistificatori del fenomeno re- ligioso hanno preso posizione molti ‘filosofi
del secolo scorso e del nostro, affermandone il valore positivo e
considerandolo anzi una delle manifestazioni più proprie, autentiche e genuine
dello spirito umano. Qui non possiamo riferire le vedute di tutti coloro che si
sono espressi in questo senso. Ci limiteremo a riferire il pensiero di alcuni
autori più rappresentativi, cominciando da Kierkegaard. Contro la concezione hegeliana
della religione, la quale vede in essa puramente un momento logico, naturale
dell'evoluzione dello Spirito Assoluto e contro qualsiasi subordinazione della
religione al- la filosofia, Kierkegaard proclama che la religione non può
essere ridotta ad un momento logico d'un sistema generale di pensiero, perché
essa appartiene alla sfera dell’esistenza, della vita. Allo stadio religioso
non si giunge attraverso l'intuizione come sosteneva Hegel, ma mediante la
fede. L'incontro con Dio non si dà nell’immediatezza della visione, ma nelle
tenebre della fede. E questa non è la con- seguenza d'un ragionamento bensì un
atto di decisione che com- porta un salto al di là di tutto ciò che poggia
sulla sicurezza delle leggi scientifiche e dei codici morali. Quando l’uomo
crede in Dio e avverte l’infinita differenza che separa la natura divina dalla
pro- pria, allora si prostra davanti a Lui e Lo adora." Lo sforzo di
Kierkegaard di riabilitare la religione nel suo signi- ficato autentico non
ebbe successo. Durante la seconda metà del- l’Ottocento, come s'è visto, per
opera di Marx, Engels, Comte, Niet- zsche, Freud, esplode la demistificazione
della religione la quale incontra vasti consensi e moltissimi sostenitori nel
momento in cui impera il positivismo e il materialismo. Ma quando questi
sistemi cominciano a vacillare, anche la demistificazione della religione per-
de terreno. Anzi è proprio l'impossibilità dell’accettazione di una simile
interpretazione del fenomeno religioso che induce autori co- me Bergson, James,
Scheler, Otto, Blondel a prendere posizione contro il positivismo e il
materialismo. Bergson, nel celebre saggio Le due sorgenti della morale e della
religione, prende in esame il fenomeno religioso in alcune delle sue
manifestazioni più elevate, quali il misticismo greco ed orientale, il
profetismo ebraico e il misticismo cristiano. Attraverso l’esperienza dei
mistici egli arriva all'esistenza di Dio. Questa, già presentita nella
speculazione filosofica dello slancio vitale (é/an vital), si impone ora in
maniera incondizionata. In che modo? In base alla testimonianza 0 A.J. AYER,
Language, Truth and Logic, New York (senza data), p. 115; trad. it.,
Linguaggio, verità e logica, Feltrinelli, Milano 1961. ! B. MONDIN, vol. III,
pp. 212-216. 106 di coloro che hanno l'esperienza delle cose divine. Bisogna
credere ai mistici in queste cose così come si crede ai medici e agli ingegneri
quando si tratta di problemi attinenti alle loro specializzazioni: gli uni e
gli altri sono degli esperti; sanno quello che dicono." L'esempio di
Bergson esercitò un grande influsso anzitutto in Francia e poi anche altrove.
Tra i suoi seguaci si distinse in par- ticolare Maurice Blondel. Questi,
tuttavia, nel difendere il valore oggettivo della religione, si colloca in una prospettiva
diversa da quella del suo maestro. Mentre Bergson giustifica il fenomeno reli-
gioso partendo dalle sue espressioni più autentiche, Blondel cerca di fondarlo
sull'analisi del dinamismo umano considerato nella sua struttura essenziale.
Secondo Blondel un esame attento e appro- fondito dell’azione conduce
logicamente al riconoscimento dell’esi- stenza di Dio. Infatti « L'azione è in
perpetuo divenire come trava- gliata dall’aspirazione di una crescita infinita.
[...] Noi siamo costretti a voler divenire ciò che da noi stessi non possiamo
né raggiungere né possedere. [...] È perché ho l'ambizione d'essere
infinitamente che sento la mia impotenza: io non mi sono fatto, non posso ciò
che voglio, sono costretto a superarmi. [...] Ora, questa spinta verso l'infinito,
che dilata continuamente la mia azione, è Dio. Egli non. ha altra ragion
d'essere per noi perché è ciò che noi non possiamo essere né fare con le nostre
sole forze ».! Noi siamo la sproporzione tra l'ideale e il reale, ma tendiamo
verso la loro identità: tale iden- tità è Dio stesso. Un'abile difesa del
valore e del significato dell'esperienza reli- giosa è stata condotta anche dal
filosofo americano William James, in particolare nell'opera Le varie forme
dell'esperienza religiosa. La sua difesa è basata su motivazioni d'ordine
mistico come in Bergson, piuttosto che su speculazioni d'ordine teoretico come
in Blondel, James non crede che sia possibile trasformare la religione in un
siste- ma di proposizioni scientifiche dimostrabili apoditticamente. A suo
giudizio il fondamento della religione non è la ragione, ma la fede, il
sentimento ed altre esperienze particolari come la preghiera, conver- sazioni
con l'invisibile, visioni, ecc. Tutto questo però non significa che la
religione sia priva di concetti e di dottrine. Anzi James rico- nosce che una
religione che sia veramente autentica deve logicamen- te guardare ad un certo
tipo di metafisica o di cosmologia teistica, e che perciò la fede in Dio, i cui
attributi sono essenzialmente « mo- rali » o connessi con l’esperienza umana,
può essere difesa come un elemento necessario dell'esperienza religiosa,
sebbene non possa ser- vire come base di una teologia razionale." Ma i più
autorevoli assertori del valore oggettivo dell'esperienza religiosa non sono
venuti dalla Francia o dall'America, bensì dalla BLONDEL, L'action, Parigi;
trad. it., L'azione, La Scuola, Brescia. M. Blondel: esperienza religiosa e
dinamismo umano James: la dimensione interiore della religione e l’esiysnza
delle dotirine Il valore oggettivo dell’esperienza religiosa Scheler: la
critica all’interpretazione evoluzionistica L'automanifestazione di Dio Otto:
le differenti modalità dell'esperienza religiosa (il sentimento del numinoso)
Germania. Si tratta di una vasta schiera di profondi pensatori di cui i più
noti sono: Scheler, Otto, Schmidt, Guardini, Adam, Tillich, Dessauer, Lang. Per
esigenze di spazio noi qui ci limiteremo a rias- sumere brevemente il pensiero
dei primi due. Max Scheler pone il fenomeno religioso al centro della sua
ricerca filosofica. In polemica coì positivismo, che come abbiamo visto riduce
la religione ad un momento transitorio dello sviluppo pro- gressivo della
storia dell'umanità, Scheler afferma il carattere asso- luto e perenne
dell'esperienza religiosa. Egli respinge categoricamen- te la teoria
positivistica della nascita della religione per un processo evolutivo che va
dal feticismo, all'animismo, alla magia, ecc., al po- liteismo e finalmente al
monoteismo. Rifacendosi per la parte storico- positiva agli studi di W.
Schmidt, in particolare alla sua tesi del monoteismo primitivo, Scheler rileva
come fenomenologicamente « anche il feticcio più primitivo presenta, per quanto
rozzamente, l'essenza indeducibile del divino, quale sfera globale dell’essere
as- soluto corredato con tutte le caratteristiche del santo ».5 In esso, e
tramite esso, l'intenzione religiosa intende, sente, vede la totalità
dell'essere assoluto e santo e non un semplice oggetto naturale in cui per
entropia introduce una vita psichica. Per quanto concerne la sfera religiosa
Scheler ritiene che il motivo ultimo della sua accet- tazione sia l'evidenza
immediata dell'oggetto che si dà come tale in atti di conoscenza specifica, nel
caso, negli atti religiosi. Pertanto il fondamento ultimo della religione non
può essere che l’automani- festazione di Dio. Tale automanifestazione della
realtà personale di Dio, secondo Scheler, può avvenire solo tramite gli uomini
religiosi, culminanti nel « santo originario », che egli individua nella figura
di Cristo.! Rudolf Otto, nel suo famoso saggio Das Heilige (Il sacro), de-
scrive con acutezza straordinaria le differenti modalità dell’espe- rienza
religiosa. Questa si configura anzitutto come sentimento del numinoso. Il
numinoso è una categoria che fa parte della categoria più complessa del « sacro
». È una categoria del tutto sui generis, che è completamente inaccessibile
alla comprensione concettuale e, in quanto tale, costituisce un arreton,
qualcosa di indefinibile, ineffa- bile, proprio come il « bello » sul piano
estetico. In questo senso appartiene al dominio dell’« irrazionale », e
rappresenta l'elemento più intimo che è comune a tutte le religioni. Il
numinoso a sua volta assume due aspetti che lo caratterizzano in modo
inequivocabile: a} l'aspetto di mysterium tremendum e b) l'aspetto di
miysterium fascinans. Il primo costituisce l'aspetto ripulsivo del numinoso, il
se- condo ne rappresenta invece l'aspetto attrattivo e « affascinante ». Però
il sacro oltre che un aspetto « irrazionale », rappresentato dalla categoria
del numinoso, riveste anche un aspetto « razionale »; que- 5 M. SCHELER,
L’eterno nell'uomo, Fabbri, Milano. FERRETTI, Max Scheler. Filosofia della
religione, Vita e Pensiero, Milano sto trova espressione soprattutto nei «
simboli » e nei « dogmi ». Grazie a queste categorie, attraverso « segni »
stabili e universal- mente validi, il sacro acquista una struttura solida, che
gli conferisce il carattere di « dottrina » rigorosa, oggettivamente valida, e
l’op- pone per ciò stesso alle stravaganze dell’« irrazionalismo » fanta- stico
e sognatore. 3. Definizione della religione e sua distinzione dall’arte, dalla
filosofia e dalla morale « Tutti quelli che si occupano di scienza della religione
— nota A. Lang — tutti quelli che della religione intendono favorire lo svi-
luppo, tutti quelli che la vorrebbero estirpare, offrono una defini- zione
della sua essenza »."” Noi proponiamo come definizione sufficientemente
descrittiva la seguente: « La religione è l'insieme di conoscenze, di azioni e
di strutture con cui l’uomo esprime riconoscimento; dipendenza, ve- nerazione
nei confronti del ‘sacrò ».' Questa definizione, come si vede, comprende due
elementi, uno riguardante il soggetto e l’altra l'oggetto. Quanto al soggetto
essa indica l'atteggiamento che l’uomo assume quando si esprime religio-
samente. In effetti non ogni‘rapporto col Sacro è attività « religiosa ». Se
per esempio si studia il processo di trasformazione e di sviluppo delle religioni,
i loro influssi e Manifestazioni, non si può fare a meno di occuparsi anche
dell'oggetto dell'esperienza religiosa, tuttavia ci si muove sul piano della
storia, non della religione. « Si può par- lare di un atto religioso,
soprattutto d'un atto religioso fondamentale, solo quando l'uomo assume di
fronte al Sacro e al Divino un atteg- giamento soggettivo del tutto
particolare, cioè quando viene emoti- vamente colpito e attratto dall'oggetto
ed entra in contatto DErR0: nale con esso. Questo è il lato psichico o
interiore della religione ». Come s'è detto, l'aspetto soggettivo del fenomeno
religioso è costi- tuito dal riconoscimento della realtà del Sacro, dal
sentimento di to- tale dipendenza nei suoi confronti e dall’atteggiamento di
venera- zione verso di esso. Dell’oggetto della religione la nostra definizione
indica ciò che lo caratterizza in modo esclusivo, vale a dire di essere-sacro.
Sacro è un concetto primario, fondamentale, come i concetti di essere, di vero,
di bene, di bello, e pertanto non lo si può spiegare ulteriormen- te
rifacendosi a categorie estranee alla sfera religiosa. Su questo punto mi pare
che Scheler e Otto abbiano perfettamente ragione. Ma non per questo lo si deve
considerare un concetto non suscetti- " A. LANG, Introduzione alla filosofia
della religione, 2° ed., Morcelliana, Brescia 1969, p. 25. 4 Ivi, p. 48. 109
L'aspetto razionale del sacro: simboli e dogmi Una definizione della religione
L’atto religioso fondamentale come atteggiamento soggettivo di fronte al Divino
Il ‘Sacro’ è un concetto primario e fondamentale Le caratteristiche del Sacro:
oggettività, assiologia, trascendenza, personalisticità L'elemento oggettivo
distingue la religione dalla filosofia bile di qualche delucidazione. Infatti,
all'interno della sfera reli- giosa il Sacro assume caratteristiche sue
proprie, inconfondibili, che consentono di descriverlo in modo inequivocabile.
Tra le carat- teristiche più perspicue ricordiamo quelle così bene evidenziate
da Rudolf Otto: la numinosità (o sacralità), la misteriosità, la maestà, il
fascino. Ma sue caratteristiche importanti sono anche queste al- tre:
l'oggettività, l’assiologia, la trascendenza e la personalisticità. Anzitutto
l’oggettività: il Sacro finché permane sacro e quindi og- getto della religione
non può essere considerato una trovata della fantasia umana, una proiezione e
ipostatizzazione dei bisogni, de- sideri, ideali dell'uomo. L'atto religioso è
rivolto ad una realtà effettivamente esistente: « sempre i contenuti religiosi
si presentano con la pretesa d'avere consistenza e validità anche al di fuori
della coscienza e dell'esperienza religiosa ».” La trascendenza: anche se non è
collocato fuori del mondo, il Sacro viene sempre conside- rato come qualcosa
che supera infinitamente il mondo stesso e tut- to ciò che nel mondo è
compreso, in particolare l’uomo. L'assio- logia: il Sacro rappresenta il valore
supremo, cui fanno capo tutti gli altri valori. La personalisticità: l'uomo
religioso non si colloca in rapporto con un oggetto, ma con un Tu, con una persona.
« C'è qualcuno di fronte a lui. Io esperimento un Tu. E io me lo immagino sotto
la forma di un dèmone o di un dio ».® Determinata in questo modo l'essenza
della religione, risulta evi- dente in che cosa essa si distingua dalla
filosofia, dall'arte e dalla morale. Ciò che la distingue dalla filosofia è
soprattutto l'elemento soggettivo; infatti sia la religione che la filosofia si
occupano del Sacro, del Divino, della « realtà ultima », ma fanno ciò in un
modo totalmente diverso. La filosofia procede astrattamente e con fina- lità
puramente speculative; invece la religione « è una presa di po- sizione
personale che va oltre la semplice conoscenza della verità, è l'atteggiamento
in cui tutto l’io si raccoglie nella sua singolarità »,% con un impegno supremo
(ultimate concern)? Ciò che distingue la religione dall'arte è invece
soprattutto l'elemento oggettivo: la re- ligione ha per oggetto il reale,
l’arte l'ideale. Infine, anche religione e morale, nonostante siano legate
l'una all'altra nel modo più stret- to, sono essenzialmente distinte. « La
prima è incontro con Dio: contatto personale con Lui, riconoscimento umile e
devoto del suo valore assoluto e della sua santità. Alla seconda spetta la cura
e la realizzazione dei valori che corrispondono all'essenza dell’uomo ».# »
Ivi, p. 79. i i 2° LEEUW, L'uomo primitivo e la religione, Einaudi, Torino LANG,
Op. cit., p. 110. ® P. TiLIcH,
Systematic Theology, Chicago 1951, vol. I,
pp. 22 ss. 3 A. Lanc, Op. cit., p. 118. 110 4. Fondazione teoretica della
religione A questo punto, se si vuole passare dal piano formale della de-
finizione della religione a quello della sua verità obiettiva, occorre
affrontare il problema della verità dell’ oggetto della religione, un problema
di capitale importanza ma anche estremamente arduo qualora ci si voglia
affidare esclusivamente alle forze della ragione. Per risolverlo si possono
battere due vie: la metafisica e l’erme- neutica storica; però né l'una né
l'altra sono in grado di garantire il sicuro raggiungimento del traguardo e
sono tutte due SOSpAFE di grosse difficoltà. La metafisica ha il pregio di far
leva esclusivamente sulle forze della pura ragione; ma proprio per questo ha
ben poche probabilità di risolvere un problema così difficile come questo.
Anche nell’even- tualità che riesca ad elevarsi fino al piano religioso, la
ragione spe- culativa non potrà mai fornire un quadro sufficientemente preciso,
dettagliato, concreto ed esistenziale. La sua massima aspirazione è provare
l’esistenza di Dio, la creazione del mondo e la possibilità della rivelazione.
Ma queste verità non sono sufficienti ad alimentare la vita religiosa, una vita
fatta di intimità, amore, devozione, ado- razione, preghiera. Da Leibniz in poi
a quella parte della metafisica che si occupa del problema di Dio si è dato il
nome di teodicea (difesa di Dio; dal greco theos = Dio; dikein = difendere). I
limiti inevitabili che accompagnano questa disciplina sono ovvi per la natura
sovrannaturale del suo oggetto: Dio, che rimane anche per il filosofo un
mistero tremendo e fascinoso, il quale acceca qualsiasi intelligenza che
pretende di catturarlo. Lo stesso san Tom- maso confessava che il modo migliore
di parlare di Dio è quello x« per negazioni », perché « Dio rimane avvolto
nella notte oscura del- l'ignoranza, ed è in questa ignoranza che noi ci
avviciniamo a Dio durante la nostra vita. Infatti in questa fitta nebbia abita Dio
». Ma altra cosa è riconoscere i limiti di una disciplina, altra cosa conte-
starne la legittimità e la possibilità. A partire da Kant sono state sollevate
contro la teodicea tali dif- ficoltà da mettere in dubbio la sua stessa
legittimità e possibilità. Kant ha sollevato obiezioni di ordine gnoseologico;
Wittgenstein di ordine semantico; Heidegger di ordine metodologico. In breve,
Kant confinando la conoscenza umana all'ordine dei fe- nomeni, concede alla
ragione il potere di sollevare la questione di Dio ma le nega la possibilità di
risolverla positivamente. Wittgen- stein, ritenendo che si possa parlare
sensatamente soltanto di oggetti verificabili empiricamente, poiché Dio non
appartiene a questo or- dine di oggetti, dichiara che di Lui non si può parlare:
né sollevare questioni, né dare risposte. Infine, Heidegger ritiene che la
meta- fisica abbia come oggetto proprio lo studio dell'essere degli essenti («
Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla? ») e come metodo 111 II
problema della verità dell'oggetto ‘religioso Il compito della “‘teodicea’’
Obiezioni contro la teodicea I limiti dell’ermeneutica e della ragione storica
proprio la fenomenologia e di conseguenza sostiene che non c'è spazio per una
riflessione autenticamente metafisica su Dio: la teo- dicea non può essere
altro che una onto-teo-logia. Alle obiezioni di Kant, Wittgenstein e Heidegger
non è difficile replicare: basta denunciare la loro pretesa di bloccare la
conoscen- za umana dentro il mondo dei fenomeni, il linguaggio sensato den- tro
la sfera delle cose verificabili, la metodologia appropriata per accostarsi
alla realtà al solo metodo fenomenologico. Se tali pre- clusioni non vengono
ritenute legittime, allora lo studio di Dio divie- ne per il filosofo non solo
una possibilità ma anche un dovere, poiché esprime l’esigenza insopprimibile
della natura umana di afferrare il senso della sua origine e del suo fine
ultimo. L'ermeneutica, cioè l’arte della interpretazione, da parte sua,
assumendo come punto di partenza un evento storico particolare (la rivelazione
biblica, oppure quella cristiana, quella islamica, ecc.) si trova nella
difficoltà di provare come un evento storico di carattere particolare (situato
in un dato momento spazio-temporale) possa assurgere a valore universale, assoluto.
Essa dovrebbe mostrare che è l'unico evento capace di rispondere alle istanze
fondamentali della natura umana e di appagarle pienamente. Ma dove trovare
argo- menti decisivi a sostegno di questa pretesa? La ragione storica non
sembra in grado di scoprirli. Qualcuno potrebbe pensare di risolvere il
problema unendo in- sieme le due vie. Ma questa è un'impresa irrealizzabile,
perché la metafisica e l’ermeneutica storica si dirigono verso oggetti che non
hanno nulla di comune tra di loro. Tutto ciò lascia intendere che la soluzione
adeguata del problema religioso non si può ottenerla con la pura ragione, ma
soltanto me- ‘ diante la fede, cioè mediante un'umile e completa sottomissione
di tutto l'essere dell'uomo a colui che costituisce il centro, il cuore,
l'anima della sfera religiosa, Dio. CONCETTI DA RITENERE Stadio religioso Numinoso;
arreton; mysterium tremendum — Soggetto e oggetto della religione — Numinosità;
misteriosità; maestà; fascino; oggettività; assiologia; tra- scendenza;
personalisticità SINTESI CONTENUTISTICA I. I TERMINI DEL PROBLEMA a) La
religione è una manifestazione tipicamente umana che ha caratteriz- zato tutti
i tempi e tutte le culture. Essa si impone come una costante dell'es- sere
umano, anche se non è coltivata da tutti gli uomini. b) :La problematicità
della religione risiede nel fatto che l’attività religiosa è rivolta verso un
oggetto di cui si vede messa in questione persino l'esistenza. ‘112 II. LE
PRINCIPALI INTERPRETAZIONI FILOSOFICHE DELLA RELIGIONE 1) La questione
religiosa ha interessato sia il pensiero classico che quello medioevale e moderno.
Ma è a partire da Hume e da Kant che essa assume una connotazione centrale.
Nella cultura contemporanea si delineano due orien- tamenti: uno tendente a
demistificare la religione, l’altro a difenderla. III. DEMISTIFICAZIONE DELLA
RELIGIONE Iniziatore di tale orientamento è Feuerbach che sottraendo alla
religione ogni valore oggettivo la riduce a fenomeno in proiezione di alcuni
bisogni fon- damentali dell’uomo: Dio èsolo l’idea che esprime ciò che l’uomo
aspira ad essere. — Sulla scorta di Feuerbach, Marx radicalizza
l’interpretazione affermando che la religione è una delle sovrastrutture
prodotte da una determinata strut- tura economica e che di essa la classe
egemone si è sempre servita per man- tenere lo stato di sottomissione della
classe subalterna. — La soluzione della questione economico-sociale prospettata
dal comuni- smo decreta la scomparsa della religione. — Comte, padre del
positivismo, colloca l’esperienza religiosa nella fase primitiva della storia
dell'umanità, che nella sua fase matura {quella del pro- gresso industriale e
scientifico) è chiamata ad esprimere un unico culto, quello di se stesso: il
culto dell'Umanità. La religione viene considerata un fenomeno proiettivo e
illusorio anche da Freud, che considera il fatto religioso come espressione
dell'idea del padre che l'inconscio umano porta dentro di sé. — Nietzsche
giunge perfino a decretare la « morte di Dio », con particolare riferimento al
Dio cristiano, in un mondo in cui il Super-Uomo non lascia più spazio alla
realtà dei miseri, dei deboli, degli umili, dei poveri. — Esistenzialisti (per
esempio Sartre ed Heidegger) e neopositivisti (Car- nap, Ayer) negano alcun
valore alla dimensione religiosa, i primi impegnati totalmente sulla dimensione
dell’immanenza e dell’esistenzialità dell'uomo, i secondi perché ritengono
valide solo le proposizioni il cui contenuto è speri- mentalmente verificabile.
IV. DIFESA DELLA RELIGIONE — Kierkegaard attribuisce allo stadio H. P. GRICE
STAGE -- religioso il grado più elevato del- l’esistenza umana che affida il
proprio senso alla fede e all'adorazione di Dio. — Bergson arriva all'esistenza
di Dio attraverso l’esperienza dei mistici, che egli considera gli esperti
delle cose divine. Blondel cerca di fondare il fenomeno religioso sull'analisi
del dinami- smo umano considerato nella sua struttura essenziale; l’azione, che
trova solo in Dio la giustificazione della sua spinta all'infinito. — James
afferma che fondamento della religione sono la fede, il sentimen- to e la
preghiera. Una religione autentica deve guardare a una certa metafisica o a una
certa cosmologia razionale e la fede in Dio, i cui attributi sono « mo- rali »,
può servire da base ad una teologia razionale. Il valore oggettivo della
religione è stato ribadito soprattutto da pensatori tedeschi: — Scheler afferma
il carattere assoluto e perenne dell'esperienza religiosa. Il fondamento ultimo
della religione è l’automanifestazione personale di Dio, che avviene attraverso
gli uomini religiosi, culminanti nel Cristo, il « Santo originario ». — Otto
configura il fenomeno religioso come sentimento del numinoso che assume due
aspetti: il mysterium tremendum (aspetto repulsivo) e il myste- rium fascinans
(aspetto attrattivo e affascinante). L'aspetto irrazionale si ac- compagna a
quello razionale dei simboli e dei dogmi, che conferiscono al sacro il
carattere di dottrina rigorosa, oggettivamente valida. Ricordiamo tra gli
assertori del valore oggettivo dell'esperienza reli- giosa anche Schmidt,
Guardini, Adam, Tillich, Dessauer, Lang. V. DEFINIZIONE DELLA RELIGIONE E SUA
DISTINZIONE DALL'ARTE, DALLA FILOSOFIA E DALLA MORALE 1. La religione è stata
definita da Lang come l'insieme di conoscenze, azioni, strutture con cui l’uomo
esprime riconoscimento, dipendenza, venerazione nei confronti del sacro. Soggetto
della definizione è l'atteggiamento assunto dall'uomo nell’espri- mere la sua
religiosità; oggetto è l'essere Sacro. Sacro è un concetto primario,
fondamentale, come l'essere, il bene, il vero, ecc. Pertanto può essere
spiegato solo attraverso le categorie dell'esperienza religiosa. 3. Le
categorie del sacro sono state ben evidenziate da R. Otto: numinosità,
misteriosità, maestà, fascino, oggettività, assiologia, trascendenza,
personali- sticità. 4. a) La religione si distingue dalla filosofia in ordine
all'elemento sogget- tivo: quest’ultima procede astrattamente e
speculativamente, mentre la prima è un atteggiamento totale, personale .e
singolare dell'io; b) la religione si di- stingue dall'arte in ordine
all'elemento oggettivo: per la prima esso è il reale, per la seconda è
l'ideale; c) religione e morale pur strettamente legate sono distinte: la prima
è incontro personale e contatto con Dio, la seconda è realiz- zazione dei
valori che rispettano l’uomo. VI. FONDAZIONE TEORETICA DELLA RELIGIONE 1 La
fondazione è possibile attraverso due strade: a) la metafisica fa leva sulla
forza della ragione. La sua aspirazione è di provare l’esistenza di Dio, la
creazione del mondo, la possibilità della rivelazione; b) l’ermeneutica assume
come punto di partenza un evento storico particolare (ad esempio la rivela-
zione biblica). 2. Limite della metafisica è quello di non poter alimentare la
vita religiosa (intimità con Dio, amore, adorazione, preghiera). Limite
dell'ermeneutica è quello di poter provare come un evento storico particolare
può assurgere a valore universale assoluto. QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE 1. In quale misura la dimensione del mistero circonda la vita umana
e si sottrae al possesso della conoscenza e dell'indagine scientifica? L'uomo
può veramente ignorare questa dimensione? 2. Perché la religione è un fenomeno
problematico? Come provano l’esistenza di Dio Aristotele, Agostino, Tommaso,
Ansel. mo, Cartesio, Leibniz? 4. Che cosa si intende per prova ontologica? 5.
Kant quale classificazione presenta delle prove dell’esistenza di Dio? Che
valore assegna alle prove tradizionali? 6. Su quali ragioni basano la
demistificazione della religione Feuerbach, Marx, Comte, Freud, Nietzsche,
Sartre, Carnap? Che funzione assegnano alla religione Spinoza, Hegel, Croce? 8.
Su che cosa fondano la religione Schleiermacher, James, Bergson, Otto, Scheler?
© 9. Come ha avuto origine la religione? Che cos'è il sacro? Qual è la sua
relazione col profano? | 10. In che rapporto si trovano religione e cultura,
religione e cristianesimo, ‘religione e filosofia, religione e scienza,
religione e mito, religione e morale, ‘religione e arte? 114 11. Fino a che
punto il nostro tempo ha perso il senso del mistero e di Dio? Quati le
conseguenze storico-culturali ed etiche più evidenti? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI AA.Vv., L'ateismo: natura e cause, Massimo, Milano AA.Vv., Il
problema di Dio in filosofia e teologia oggi, Massimo, Milano , AA.Vv., Etica e
filosofia della religione, Benucci, Perugia . AA.Vv., Con Dio e contro Dio, a
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simboli, Morcelliana, Brescia . WEIL Attesa di Dio, Rusconi, Milano WINDELBAND
W., Filosofia e filosofia della religione, Benucci, Perugia Etica: studio
dell’attività umana riferita al suo fine ultimo Prospettiva critica: indagine
sui codici morali e le prescrizioni Capitolo nono | IL PROBLEMA ETICO O MORALE
QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Che cosa caratterizza il comportamento umano? In
che misura libertà e capacità di scelta orientano l’azione? 2. Come si può
definire il valore morale? L'etica o morale, secondo una delle definizioni più
comuni, è lo studio dell'attività umana con riferimento al suo ultimo fine, che
è la piena realizzazione dell'umanità. Il problema etico assume due aspetti
principali: uno riguarda il fondamento e il valore dei codici, dei principi,
delle norme, delle persuasioni morali già esistenti; è la prospettiva critica.
L'altro ri- guarda le condizioni che rendono possibile l’azione morale in asso-
luto; il criterio di ciò che è morale e immorale per l’uomo; il fine ultimo
della vita umana e i mezzi più adatti per raggiungerlo. Que- sta è la
prospettiva teoretica. Le due prospettive non sono disgiunte l'una dall'altra, ma
intimamente connesse, in quanto la prima fa da preambolo alla seconda: infatti
la teorizzazione sistematica della morale richiede la valutazione critica dei
comportamenti comuni. 1. La prospettiva critica La prospettiva critica riguarda
gli interrogativi suscitati dalle prescrizioni e dalle norme dei codici morali.
Infatti, se tali codici non sono suffragati dall'autorità divina, è naturale
che ci si domandi: Chi li ha stabiliti? Che valore hanno? Si possono cambiare?
A chi spetta il diritto di sostituirli con altri? Tocca alla collettività,
oppure ai singoli, o ai governanti? Nella storia della filosofia questi sono
gli interrogativi che han- no dato il via alla riflessione morale. Essi sono
già dibattuti vivace- mente dai Sofisti, ma poi sono ripresi anche dalla
filosofia morale di Socrate, Platone, Aristotele e dagli Stoici. Il contesto
politico e culturale dell'età di Pericle era particolar- mente propizio allo
sviluppo della critica della morale tradizionale. Le guerre con i Persiani e il
commercio con gli altri popoli avevano rivelato ai greci nuovi stili di vita, e
di pensiero, costituzioni civili e consuetudini morali diverse dalle proprie.
Questo induce i Sofisti, 116 che già avevano rinunciato alla riflessione sul
mondo per concentrare la propria attenzione sull'uomo, ad interrogarsi sul
fondamento del- le norme che regolano la condotta umana. La constatazione che
tali norme presentano notevoli divergenze presso i vari popoli li induce a
concludere che esse non si fondano sulla natura umana bensì su determinate
convenzioni sociali. Gli stati fissano per i propri citta- dini le convenzioni
che giudicano più opportune per il loro benessere individuale e sociale.
Ovviamente i Sofisti ritengono che il popolo greco possegga le convenzioni
morali più elevate di qualsiasi altro popolo barbaro. Ma poiché non si tratta
di principi morali innati bensì acquisiti, occorre farli apprendere alla
gioventù mediante una apposita istruzione ed educazione. Di qui l’importanza
che assume l'insegnamento morale nella polis greca. I Sofisti dicono di
assumersi la responsabilità di tale insegnamento e si presentano perciò come «
maestri di virtù ». Il problema del fondamento dei codici e delle consuetudini
mo- rali viene ripreso ed approfondito da Socrate il quale lo fa con tale
originalità di vedute da meritare di essere considerato*il creatore della
filosofia morale: « Socrate è il principale punto di partenza da cui si
distaccano tutte le successive linee di sviluppo del pensiero etico greco; le
speculazioni sulla condotta umana prima di Socrate, a nostro avviso, sono
semplicemente un preludio alla effettiva rap- presentazione ».! Socrate prende
nettamente posizione contro le due tesi basilari dei Sofisti. Contro la prima
la quale dice che i codici morali, le per- suasioni etiche, i concetti
fondamentali dell'etica (come buono, giu- sto, onesto, ecc.) sono frutto di
convenzioni sociali, Socrate sostiene che essi trovano invece il loro
fondamento nella natura stessa delle cose e dell’uomo. Parimenti contro la
seconda tesi la quale afferma che le idee e i principi morali si apprendono
mediante l’insegnamen- to, Socrate mostra che l'insegnamento presuppone il
possesso di tali principi ed idee, e contribuisce tutt'al più alla presa di
coscienza ri- guardo ai medesimi. Ma Socrate non si accontenta di respingere le
tesi dei Sofisti contrapponendo ad esse altre tesi che si ispirano alla visuale
filosofica opposta; egli sposta l'indagine morale ad un livello più profondo
domandandosi come si possano giustificare le valuta- zioni morali. Certo,
valutazioni morali se ne davano anche prima di Socrate. Per esempio Eutifrone
(il personaggio dell'omonimo dia- logo di Platone) riteneva « empia » la
condotta di suo padre e per questo aveva deciso di denunciarlo; ma l’incontro
con Socrate gli impone in sostanza questo problema: « Perché giudico empia la
con- dotta di mio padre? Che cos'è l’empio e che cosa invece il suo op- posto,
il santo? ». Si badi bene, la domanda non è « che cosa è empio e che cosa è
santo » — questo può indicarlo anche l'ordine E Outlines of the History of
Ethics, Macmillan, London 1949, Pp. . 117 L'’interrogativo dei Sofisti sul
fondamento della norma morale Socrate: critica al convenzionalismo e fondamento
naturale della morale Il fondamento ultimo della moralità La nozione di bene e
di male Prospettiva teoretica: le condizioni trascendentali dell’agire morale
costituito (quell’ordine in base al quale Eutifrone aveva deciso di procedere
contro suo padre) — bensì « che cos'è l’empio e i/ santo », ossia che cosa sono
l’empietà e la santità, che cosa sono cioè quei valori in base ai quali si può
dichiarare empia o santa una deter- minata azione, e giustificare questa
valutazione. Come si vede, Socrate non si accontenta di prendere in esame i
codici morali correnti e di verificarne la legittimità. Egli si spinge più
avanti e si interroga sul fondamento ultimo della moralità in quanto tale. In
tal modo egli oltrepassa il problema critico e si cimenta con quello teoretico.
La sua soluzione di questo pro- blema è nota. Scavando sotto le apparenze le
quali danno l’im- pressione che non esista nessun principio morale assoluto,
univer- sale, Socrate mostra che l’uomo è in possesso di un criterio su- premo
di moralità che lo aiuta a distinguere il bene dal male. È vero che gli uomini
considerano buone cose diverse: uno pone il suo bene nella ricchezza, un altro
negli onori, un altro ancora nella virtù; ma è anche vero che ogni uomo
possiede la stessa nozione di bene e di male. Un uomo può amare le ricchezze e
considerarle buone, un altro può considerare buoni gli onori, un altro i
piaceri. Ma, osserva Socrate, nessuno dirà che il bene è male e che il male è
bene; ognuno cercherà quello che egli considera bene e fuggirà quello che
considera male. È evidente, dunque, che in ciascun uomo c'è la nozione o
concetto di bene e di male, in se stessa sempre ugua- le, anche se la sua
applicazione è diversa. Il problema critico del fondamento e del valore dei
codici e delle consuetudini morali dopo Socrate viene ripreso spesse volte da
molti altri filosofi, ma senza più uscire dall’alternativa già emer- sa nel
dibattito tra Socrate e i Sofisti, l'alternativa tra convenzio- nalismo (la
soluzione dei Sofisti) e naturalismo (la soluzione di So- crate). A favore del
convenzionalismo si schierano gli epicurei, gli scettici, i nominalisti,
Cartesio, gli empiristi, i positivisti, gli esi- stenzialisti, i marxisti e
altri ancora. Si mettono invece dalla parte del naturalismo Platone,
Aristotele, Plotino, i neoplatonici, la mag- gior parte degli scolastici, gli
idealisti, i neorealisti e i neotomisti. 2. La prospettiva teoretica La
prospettiva teoretica verte sulle condizioni trascendentali del- l'agire morale
e sul criterio supremo per distinguere il bene dal male. Quanto alle condizioni
trascendentali tutti i filosofi sono d’ac- cordo nel riconoscere che la prima
di tutte le condizioni è la libertà. Essi potranno discutere sulla possibilità
o meno di provare teoretica- mente che l'uomo possiede questa qualità, ma non
sul principio che se l'uomo non è libero non si può assolutamente parlare di
mora- lità. Questa verità già lucidamente illustrata da Aristotele nell’Etica
nicomachea fu ulteriormente approfondita dagli Scolastici, in parti- 118 colare
da san Tommaso, da Cartesio e da Kant. Questi considera la libertà la conditio
essendi della morale e fa di essa il primo postu- lato della ragion pratica
ossia della filosofia morale. A proposito della libertà Vanni Rovighi osserva
giustamente che essa è non soltanto una condizione ma anche una componente co-
stante dell'atto morale. Essa non precede la scelta e poi viene meno, ma
accompagna la scelta dall'inizio alla fine. « La scelta è sempre libera, perché
sempre il tradurre in azione un giudizio valutativo esige impegno. Il valore da
attuare in concreto non ci determina mai necessariamente perché non incarna mai
totalmente il valore, per- ché non è mai la pienezza del valore. Un’azione
giusta e generosa è sempre abbastanza scomoda e faticosa per poter essere
guardata sotto questi aspetti negativi, e quindi scartata, e il giudicare che
hic et nunc è il mio vero bene, che l’autentica attuazione di me stesso è
questa, anche se impone un sacrificio, esige sempre, come si diceva, un
impegno, un atto di volontà »- Un'altra condizione trascendentale della morale
è là consapevo- lezza o coscienza. Di per sé questa è già implicita nella
condizione precedente:peressere veramente libera un'azione implica che si
conosca ciò che si fa. Uno dei principi più elementari della morale cristiana
dice giustamente che, per essere grave, un'azione cattiva dev'essere compiuta
con piena avvertenza, ossia con consapevolezza. L'assenza di questa condizione
può essere determinata da due motivi: a) errore riguardo a ciò che si fa (si
sceglie una cosa per un'altra); b) mancanza della facoltà raziocinativa o
impedimento del suo uso in chi agisce (per esempio, il bambino che non ha
ancora l’uso di ragione, il pazzo, l'ubriaco, ecc.). La terza condizione
trascendentale della morale è che la libertà sia guidata da qualche norma, da
qualche principio direttivo. Una libertà assoluta che rifiuti di sottostare a
qualsiasi legge, come quella affermata da Nietzsche e Sartre, diventa
necessariamente una libertà amorale. Ma a quali norme deve sottostare la
libertà? Qui tocchiamo già la questione del criterio supremo della moralità,
una questione che vede i filosofi profondamente divisi. Da una parte si trova
una va- stissima schiera d’autori che assegnano la funzione di criterio su-
premo al fine ultimo verso cui si dirige l'uomo nelle sue azioni. Dall'altra si
trova un gruppo abbastanza nutrito di filosofi che asse- gnano il ruolo di
criterio supremo alla legge, al dovere. Le morali costruite sul principio del
fine si chiamano teleologiche; invece quelle costruite sul principio del dovere
si chiamano deontologiche, Dato, però, che tutt'e due i principi, fine ultimo e
dovere, sono suscettibili di diverse interpretazioni (così, per esempio, il
fine ultimo può essere identificato col piacere, oppure con l'interesse, 2 S.
VANNI RovIGHI, « Il problema morale », in Studio ed insegnamento della
filosofia, Ave, Roma 1969, vol. I, pp. 294-295. 119 Costante interazione tra
libertà e scelta La consapevolezza 0 coscienza Morali teleologiche e morali
deontologiche Le concezioni relativistiche o situazionali Edonismo: il bene
morale è il piacere sensibile Epicuro: il piacere come assenza di dolore La
virtù mezzo per conseguire il vero piacere l'utile o privato oppure della
società, con la felicità, con i valori, ecc., e il dovere può essere fondato su
leggi divine oppure naturali oppure civili, ecc.) ne consegue che si possono
sviluppare vari tipi sia di morali teleologiche sia di morali deontologiche.
Nel gruppo delle morali teleologiche i'tipi principali sono: edo- nismo,
utilitarismo, eudemonismo e l'etica dei valori. Mentre nel gruppo delle morali
deontologiche i tipi principali sono due: stoici- smo e formalismo kantiano. Ci
sono però alcuni filosofi che rifiutano di costruire la morale su di un
principio assoluto, sia esso il fine ultimo oppure il dovere. Ammettono
senz'altro che l’uomo ha doveri da compiere, leggi da osservare, fini da
realizzare, ma questi mutano da un'epoca all'altra, da un luogo all’altro, da
una circostanza all'altra. Pertanto ritengono che si possano elaborare soltanto
etiche relativistiche o situazionali. Nelle pagine che seguono esporremo
brevemente questi tipi fon- damentali di morale teleologica, deontologica e
situazionale, riferen- doci a qualcuno degli autori più rappresentativi. a)
Edonismo - L'edonismo assume quale criterio supremo della moralità il piacere
sensibile e, pertanto, identifica il bene morale con quest'ultimo. Esso è stato
professato anzitutto da alcune cor- renti della filosofia greca: i Sofisti, i
Cirenaici e gli Epicurei, e poi da vari autori dell'epoca moderna: Montaigne,
Hobbes, Helvetius, Bentham, Stuart Mill, Freud. I più noti assertori dell'etica
edonistica sono gli Epicurei, ai quali si deve senz'altro l'elaborazione più
rigorosa di questo tipo di morale. Epicuro giustifica la scelta del piacere
quale criterio supremo della morale nel modo seguente: « Noi diciamo che il
pia- cere è principio e fine della vita felice, perché abbiamo riconosciuto che
tra i beni il piacere è il primo e quello più connaturale a noi ». In effetti è
sempre per il piacere che noi scegliamo di fare o di fuggire qualche cosa. a Il
piacere in cui Epicuro fa consistere la felicità è la vita pacifica, l'assenza
di qualsiasi preoccupazione (atarassia). Il piacere è quindi concepito come
assenza di dolore piuttosto che come soddisfaci- mento di qualsiasi passione: «
Quando diciamo che il piacere è il bene supremo non intendiamo riferirci ai
piaceri dell'uomo corrot- to, che pensa solo a mangiare, bere e alle donne ».
La virtù è il mezzo per conseguire il vero piacere. Virtuoso è colui che coglie
il vero diletto secondo moderazione e misura, e limita il suo desiderio a quei
piaceri che non turbano l’anima. Per il pieno raggiungimento dell’atarassia,
della felicità, Epicuro raccomanda di liberarsi dalle tre preoccupazioni che
maggiormente assillano l'uomo: gli dèi, la morte e la politica? L'etica
edonistica teorizzata da Epicuro e propagandata dai suoi ' Cfr. B. MONDIN, vol.
I, pp. 176-177. 120 discepoli in tutte le regioni dell'impero ellenistico,
aveva già trovato dei convinti assertori in alcuni filosofi del secolo V a. C.,
soprattutto tra i Sofisti e i Cirenaici (questi ultimi capeggiati da
Aristippo). Le loro teorie avevano richiamato l’attenzione di Platone e di
Aristotele, i quali elaborano le loro dottrine morali in costante polemica con
le posizioni degli edonisti, mettendone in luce i gravissimi limiti. In- fatti
la natura umana si caratterizza per la sua componente spiri- tuale, l'anima, e,
quindi, non può avere per fine il piacere, bensì la virtù, in particolare la
virtù della sapienza. Questa e non il pia- cere costituisce il criterio supremo
della moralità, e per conseguire la sapienza l'uomo dev'essere disposto a
compiere qualsiasi sacrificio. Una critica altrettanto perentoria dell’edonismo
si ha col cristia- nesimo che esalta l’amore come superamento dell’egoismo e
del- l’edonismo, e rivela i lati positivi del dolore, i quali lo rendono per-
fino amabile, non in sé, ma come mezzo insostituibile di purifica- zione e di
perfezione individuale, e di redenzione per gli altri. b) Utilitarismo -
L’utilitarismo assume come criterio supremo della morale l’utile, l'interesse,
il vantaggio. Di esso si danno due ver- sioni principali, dette utilitarismo
egoistico e utilitarismo altruisti- co o sociale. Il primo fa valere come
criterio l'utilità, l'interesse del singolo; invece il secondo fa valere
l'interesse, il vantaggio della collettività. Il sostenitore più convinto
dell’utilitarismo egoistico è Hobbes; mentre quasi tutti gli altri massimi
esponenti della filosofia inglese (Bacone, Locke, Hume, Stuart Mill, Russell)
sostengono l’u- tilitarismo altruistico e criticano severamente la posizione di
Hob- bes. Così, per esempio, Hume osserva, contro Hobbes, che la lode e il
biasimo che noi accordiamo ad azioni virtuose compiute lontano da noi
(lontananza di tempo e di spazio) oppure da un nostro avversario e che possono
anche nuocerci, provano l’esistenza, all’ori- gine dei nostri sentimenti, di
qualcosa che sfugge all’istinto egoista e che non pretende di far appello
nemmeno ad un interesse privato immaginario. Vi sono inoltre inclinazioni in
noi, come la generosità, l’amore, l'amicizia, la compassione, la rettitudine,
che hanno « cause, effetti, oggetti, operazioni » totalmente diverse da quelle
delle pas- sioni egoistiche. L'ipotesi di una benevolenza disinteressata, distinta
dall'amore proprio, è realmente più semplice e più conforme all'e- sperienza
dell'ipotesi che pretende di risolvere ogni sentimento u- manitario attraverso
l'egoismo. Vi sono esigenze naturali e passioni mentali che ci spingono verso
l'oggetto senza alcuna considerazione di puo interesse. A Mill spetta il merito
d'avere elaborato una forma sofi- sticata di utilitarismo in cui cerca di far
coincidere il piacere indi- viduale (fissando una ingegnosa « scala dei piaceri
») con l'utilità della collettività. La coincidenza si realizza allorché si dà
la prefe- renza ai piaceri del « cuore » (devozione e altruismo), inesauribili
produttori di gioie incessantemente rinnovate per colui che dà come 121
L'utilitarismo egoistico di Hobbes Stuart Mill: piacere individuale e interesse
collettivo Eudemonismo in Aristotele e Tommaso: la felicità come piena
realizzazione dell’essere Contemplazione filosofica e contemplazione teologica
per colui che riceve. Il traguardo di questa mirabile fusione non è frutto di
calcoli egoisticamente sottili, ma piuttosto di un pro- cesso psicologico di
associazione delle idee. Secondo Mill, grazie a tale processo, la nozione di
interesse proprio e ia nozione di interesse altrui diventano così strettamente
fuse che l'individuo non può più pensare alla propria felicità senza, automaticamente,
pensare a quella degli altri: donde l’aspetto d'obbligazione e di spontaneità,
allo stesso tempo, che assume la vita morale presso l’in- dividuo realmente
virtuoso. c) Eudemonismo - Per l’eudemonismo (dal greco eudaimonia), il
criterio supremo della morale è la felicità, cosicché un'azione è giudicata
moralmente elogiabile oppure riprovevole a seconda che sia o no compiuta in
vista della felicità, I massimi esponenti di questo tipo di morale sono
Aristotele e Tommaso d'Aquino. Secon- do entrambi questi autori ogni azione è
diretta ad un fine, ma que- sto non basta a renderla eticamente valida; ciò
avviene soltanto nel caso che il fine particolare in vista del quale è compiuta
sia in ar- monia col fine ultimo verso cui è orientato colui che la compie. Il
fine ultimo d'ogni ente è la sua piena realizzazione, e questa si ottiene con
lo svolgimento a pieno ritmo di quell’attività che gli è propria, ossia di
quell'attività che attua la sua natura specifica. Dal raggiun- gimento
dell'ultimo fine dipende la sua felicità. Quanto all'uomo, l’attività che lo
distingue dagli animali è il pensiero, la cui espres- sione massima è la
contemplazione. Perciò la felicità dell'uomo non consiste né nelle ricchezze né
negli onori e tanto meno nel piacere (tutte cose che anziché contribuire alla
piena realizzazione della men- te umana, la disturbano e persino l’offuscano
interamente), bensì nella contemplazione. Ma contemplazione di che cosa? Su
questo punto c'è una parziale divergenza tra Aristotele e Tommaso. Secondo
Aristotele la contemplazione che assicura all'uomo la piena felicità è quella
della verità assoluta nei tre campi della fisica, della mate- matica e della
metafisica. Invece per san Tommaso la contempla- zione ha un senso
eminentemente teologico: secondo il pensatore di Aquino l’unica contemplazione
che può esaurire tutte le esigenze del pensiero e che perciò può ricolmare
l’anima di felicità è la con- templazione di Dio. Per comprendere bene il
pensiero di san Tom- maso su questo punto occorre però fare una precisazione:
la cono- scenza di Dio in cui egli ripone la piena felicità dell'uomo non è
certamente quella conoscenza analogica di Dio che la nostra mente può
raggiungere durante la vita presente. Neppure la conoscenza metafisica più
eccelsa può bastare a farci felici, dato che la rîfles- sione filosofica ci fa
vedere più quello che Dio non è, che quello che egli è. Persino la conoscenza
che otteniamo mediante la fede è insufficiente a farci felici: essa mette a
disagio la nostra mente piuttosto che appagarla. La sola conoscenza in cui san
Tommaso ri- pone la nostra felicità è la visione beatifica di Dio, una
conoscenza 122 soprannaturale che possiamo ottenere solamente nella vita
futura. S'è detto che la moralità d'una azione secondo Aristotele e Tom- maso
dipende dal rapporto che intercorre tra il fine al quale essa è di fatto
diretta e il fine ultimo. Ora, a questo proposito sorge spon- taneamente la
domanda: come fa l’uomo a determinare la moralità delle proprie azioni? Chi lo
istruisce sui rapporti esistenti tra le azio- ni che vuole compiere e il suo
fine ultimo? Sia secondo Aristotele che Tommaso, questa è la funzione propria
della legge, la quale è essenzialmente l’espressione della moralità d'una
azione. Si danno però due tipi principali di legge. C'è anzitutto una legge
naturale, la quale è conosciuta infallibilmente solo nei suoi principi più
univer- sali, come, per esempio, « fa' il bene e evita il male ». Da questi
principi generali della legge naturale l’uomo può procedere a deter- minare la moralità
delle singole azioni mediante il ragionamento. E questo è il compito principale
dell’etica e di chi fa filosofia morale cioè del saggio. Senonché questo è un
lavoro che ben pochi hanno la possibilità e capacità di svolgere. Ecco allora
che subentra la legge positiva (umana per Aristotele, anche divina per
Tommaso), la quale ha la funzione di determinare la legge naturale e di
applicarla ai casi concreti.‘ d) Stoicismo - Lo stoicismo assume come criterio
supremo della morale la pratica della virtù. I tratti essenziali dello
stoicismo etico sono già presenti in Platone. Questi nel Gorgia dimostra che
merita più compassione chi commette ingiustizia che colui che la soffre; con lo
stesso ragionamento nella Repubblica dimostra che è più fe- lice il giusto in
croce che l'ingiusto che nuota in un mare di piaceri. Infine, nel Fedone
insegna che per raggiungere la felicità è necessario rinunciare ai piaceri e
alle ricchezze e dedicarsi alla pra- tica della virtù. Gli insegnamenti etici
di Platone sono stati ripresi e sviluppati con maggiore organicità da Zenone e
dai suoi discepoli (ossia dagli Stoici). Il loro principio fondamentale è che
condotta morale significa condotta secondo ragione (vale a dire secondo il
Logos). Condotta secondo ragione vuole dire pratica della virtù. Pertanto la
virtù costituisce il criterio supremo della moralità. Ma che cosa intendono gli
Stoici per virtù? La virtù è una dispo- sizione interna dell'anima per la quale
essa si trova in armonia con se stessa, ossia col proprio Logos. La virtù non
consiste come aveva creduto Aristotele nel giusto mezzo tra due difetti
opposti, bensì in uno dei due estremi: e precisamente nell'estremo conforme
alla ragione (mentre l’altro estremo è conforme alle passioni). Tra virtù e
vizio non si dà via di mezzo; uno non è più o meno vizioso o più o meno
virtuoso: o è virtuoso o è vizioso. E di fatto, chi vive secondo ra- 4 Ivi, pp.
139-141. 5 Ivi, pp. 92-93. 123 La funzione regolatrice della legge morale Il
criterio morale supremo dello stoicismo è l'esercizio delle virtù La virtù:
condotta secondo ragione La virtù è l'assoluto dominio della ragione La
‘‘apatia’’ degli Stoici: superamento dell’egoismo e immedesimazione nel Logos
Il formalismo etico: l'esecuzione del dovere L’“‘imperativo categorico’’ di
Kant come norma suprema della moralità gione, cioè il saggio, fa tutto bene e
virtuosamente; invece chi è privo della retta ragione, lo stolto, fa tutto male
e in modo vizioso. La pratica della virtù secondo gli Stoici consiste
nell’apatia (a- patheia), cioè nell'annullamento delle passioni e nel
superamento della propria personalità. Solo superando la propria personalità,
che è l'indice estremo dell’egoismo, perdendo la propria individua- lità, è
possibile congiungersi col Logos. Per questo è necessario liberarsi dalle
passioni che sono le catene che legano l’anima al cor- po e le impediscono di
unirsi al Logos. Per raggiungere questa libertà di spirito bisogna essere
indifferenti alle contingenze della vita quotidiana, e a tutto ciò che non è in
nostro potere. La morale stoica con i suoi spunti fortemente ascetici e con il
suo impegno squisitamente interioristico e spirituale presenta una
considerevole affinità con la morale cristiana. Questo spiega perché essa abbia
incontrato il favore della chiesa primitiva e abbia indotto i padri della
chiesa e molti scolastici ad incorporarla nella loro dottrina morale. Ciò è
durato fino a quando san Tommaso, riabili- tando Aristotele, introdusse una
nuova visione dell'uomo e delle cose in cui si esaltano non soltanto i valori
dell'anima e del cielo ma anche quelli del corpo e di questo mondo. Il felice
connubio du- rato tanti secoli tra stoicismo e cristianesimo fu allora
interrotto. e) Formalismo etico - Il formalismo etico pone il criterio supre-
mo della morale nella pratica della virtù, nell'esecuzione del dovere,
nell’obbedienza alla legge, come lo stoicismo. Ma esso insiste ancor di più di
quest’ultimo sulla non pertinenza dei contenuti al fine di determinare il
valore morale di una azione: ciò che conta è esclusiva- mente la forma e questa
è data dall’obbedienza alla legge per la legge, dall'esecuzione di un'azione
solo per puro amore del dovere. Questa è la nota concezione della morale che
Kant sviluppa nella Critica della ragion pratica. In quest'opera Kant sostiene
che il cri- terio supremo della morale non può essere derivato dall’esperienza,
perché in tal caso si avrebbe un criterio soggettivo e particolare, per- ciò
variabile e contingente, che determinerebbe la volontà ad agire per un fine
esterno ad essa e non per la legge morale che la volontà dà a se stessa: la
volontà sarebbe eteronoma e non autonoma, come invece esige la moralità
dell’azione. Perché il criterio supremo della moralità abbia validità assoluta
e universale, è necessario che sia indipendente da ogni possibile oggetto
particolare e si riferisca ad una forma a priori incondizionata. Come la
conoscenza è universale e necessaria non per il contenuto fornito
dall'esperienza, ma per la forma a priori che la riveste; così un'azione assume
valore morale non in forza dell'oggetto a cui è rivolta bensì per una forma a
priori, una legge pura. Tale forma a priori, tale legge pura, per Kant è l'im-
perativo categorico: « obbedisci alla legge per la legge stessa e per nessun
altro motivo ». L'obbedienza a questo imperativo costituisce l'essenza della
morale. « L'essenziale d'ogni determinazione della vo- lontà mediante la legge
è: che essa come volontà libera, quindi non solo senza il concorso degli
impulsi sensibili, ma anche con l’esclu- sione di tutti quegli impulsi, e con
danno di tutte le inclinazioni, in quanto possono essere contrarie a quella
legge, venga determinata solo mediante la legge ». Kant, però, è consapevole
che la norma dell'imperativo categorico è troppo astratta e indeterminata per
costituire una guida valida ed efficace della vita morale, e pertanto
suggerisce alcune formule che consentono a chi agisce di verificare se la
propria azione sia con- forme all'imperativo categorico o no. Le formule sono
le seguenti: Prima: « Agisci in modo che la massima della tua azione possa
sempre valere al tempo stesso come principio universale di con- dotta ».
Seconda: « Agisci in modo da trattare l'umanità sia nella tua persona che negli
altri come fine e mai come mezzo ». Terza: « A- gisci in modo che la tua
volontà possa considerare se stessa come istituente una legislazione universale
», ossia agisci secondo mas- sime tali che la volontà d'ogni uomo, in quanto
volontà legislatrice universale le possa approvare. f) Etica dei valori o
assiologia? - Da alcuni autori (Meinong, Hart- mann, Scheler, ecc.) il
tentativo di Kant di uscire dal soggettivismo facendo appello ad un principio a
priori non è ritenuto valido, e que- sto per due ragioni. Prima, perché deriva
il criterio dell’imperativo categorico esclusivamente da un dettame della
coscienza indivi- duale. Seconda, perché prescinde completamente dal contenuto
delle azioni. Al fine di restituire obiettività al criterio supremo della mo-
rale essi si richiamano alla tradizione classica, la quale come s'è visto,
assegna la funzione di norma suprema della morale al bene. Questo però viene da
loro concepito non tanto come fine ultimo quanto come valore. Di qui il nome
della loro etica. Il massimo esponente di questa concezione del fondamento
della morale è Max Scheler. Nell'opera Formalismo nell'etica e l'etica ma-
teriale dei valori egli fa vedere che la critica kantiana all'etica ma- teriale
può valere soltanto se riferita a dei beni particolari, ma non vale se riferita
al bene inteso come valore. Questo infatti non è per nulla un dato empirico
come pretende Kant, ma qualcosa di as- soluto. Il valore, precisa Scheler, è
l'oggetto proprio dell'etica così come l’essere è l'oggetto della metafisica,
il bello dell'estetica, il sacro della religione, il fatto della storia. E
pertanto come per la percezione del bello, del sacro, dell'essere, ecc., si
danno organi specifici, simil- mente l’anima possiede un organo particolare per
la percezione del valore. Quest'organo non è né la fantasia, né il senso, né la
ragione, ® I KANT, Critica deîla ragion pratica, Laterza, Bari MONDIN L'etica
dei valori (o assiologia) è trattata più ampiamente. Le tre massime universali
di Kant L’etica dei valori: recupero del contenuto delle azioni Scheler: il
valore - oggetto della morale L’apprensione emozionale come sentimento
intenzionale I valori della persona e i valori delle cose Relativismo morale e
gnoseologia scettica ma qualcosa di diverso, che Scheler chiama « organo
emozionale ». L'organo emozionale che ci pone a contatto col valore si articola
in un « sentire » che coglie i singoli valori, in un « preferire » che ne
stabilisce la gerarchia, e in un « amare » che precede il sentire e il
preferire nella ricerca di nuovi valori, « come un pioniere e una guida ».
Siffatta apprensione emozionale non ha nulla a che vedere con la sensibilità
empirica, perché il valore è una qualità che sussi- ste del tutto
indipendentemente, non una proprietà connessa sostan- zialmente con l'oggetto
che ne è il portatore; tanto è vero, osserva Scheler, che la « sfumatura di
valore » di un oggetto, ad esempio il carattere simpatico o antipatico di una
persona, è colto prima an- cora che si colga distintamente l'oggetto stesso. E
neppure si tratta di un sentimento psicologico, bensì di un sentimento
intenzionale, che è « un originario riferirsi o indirizzarsi a qualcosa di
oggettivo », qual è appunto il valore. Determinato il criterio fondamentale
dell’etica e la facoltà co- noscitiva atta a riconoscerlo, Scheler passa a
considerare quali sono di fatto i valori che l’uomo conosce e con quale ordine
gerar- chico si presentano. Scheler distingue due classi di valori: valori di
persona {Personwerte) e valori di cosa (Sachwerte). Ovviamente i valori di
persona sono quelli che si riferiscono alla persona, e cioè anzitutto il valore
dell'essere stesso della persona e poi i valori delle virtù. Invece valori di
cosa sono quelli che contribuiscono a formare quelle unità axiologiche cosali
costituenti i « beni », siano essi beni materiali (utili o piacevoli), beni
vitali (come quelli economici), beni spirituali (come la scienza e l’arte), o
siano in genere i beni culturali. Di queste due classi solo la prima abbraccia
i valori propriamente etici, perché questi, come già osservava Kant, hanno per
portatore essenzialmente la persona. Ciò significa che un'azione, che contri-
buisce alla formazione e allo sviluppo della persona, in sede etica, merita
d'essere giudicata positivamente; mentre invece un'azione che danneggia la
persona va giudicata negativamente. g) Relativismo e situazionismo - Con questi
due termini si designa una teoria etica, la quale si sforza di dimostrare che
le esigenze morali sono determinate da condizioni mutevoli dalle quali
derivano, per tali esigenze, contenuti non solo diversi ma anche in parte con-
traddittori, cosicché è logico pensare che nessuna istanza morale può essere
veramente vincolante. Il relativismo morale come pure il situazionismo si
presentano in due forme principali. La prima forma è a base gnoseologica e ha
avuto diffusione anche di là dal campo dell'etica filosofica e délla stessa
scienza. I suoi principali sostenitori si trovano tra i sofisti, gli scettici,
i nominalisti. La seconda forma è a base ontologica: è il relativismo proprio
del materialismo storico elaborato da Marx e da Engels. In entrambe queste
forme di relativismo, proprio perché si nega 126 l'esistenza di un criterio
supremo della moralità, qualsiasi discorso etico diviene arbitrario e, in
ultima analisi, privo di senso. A questa conclusione è giunta ultimamente anche
la corrente filo- sofica del neopositivismo, in base a considerazioni che a
prima vista sono di ordine linguistico, ma guardando a fondo, sono di ordine
gno- seologico: si tratta sempre di una concezione empiristica e quindi
relativistica della conoscenza umana. I neopositivisti e i loro discendenti,
gli analisti del linguaggio, ritengono errata l'impostazione tradizionale della
filosofia morale come del resto anche di tutte le altre parti della filosofia.
La que- stione primaria e specifica della filosofia in ogni suo settore non è
esaminare contenuti e tanto meno stabilirli, bensì studiare il lin- guaggio con
cui vengono espressi. Pertanto, per quanto concerne l’e- tica, il compito del
filosofo non è di ricercare il criterio supremo della moralità, ma di esaminare
il linguaggio proprio della morale al fine di determinarne il vero significato.
Secondo i neopositivisti il linguaggio della morale non può avere significato
oggettivo, perché non si può controllarlo mediante la « verifica sperimentale
»: esso esprime disposizioni soggettive di chi parla oppure è teso a suscitare
determinate disposizioni sogget- tive di chi ascolta. È pertanto un linguaggio
che ha un valore essen- zialmente emotivo. I filosofi della corrente analitica
ritengono arbitraria e falsa la teoria neopositivista del linguaggio, in quanto
privilegia indebita- mente un tipo di linguaggio, quello delle scienze sperimentali,
ad e- sclusione di tutti gli altri. Il linguaggio modello a loro avviso non è
quello scientifico bensì quello ordinario. Il significato e il valore degli
altri linguaggi va determinato mettendoli a confronto col lin- guaggio
ordinario. L'esito di questo confronto per quanto concerne il linguaggio morale
varia da autore ad autore. C'è peraltro una tendenza a riconoscerne il valore
oggettivo ed universale.! 3. Il problema etico ha delle soluzioni? Il quadro
che ci presenta la storia della filosofia morale è indub- biamente uno dei più
sconcertanti: all'uomo che ha bisogno di di- rettive sicure per le sue azioni e
di un'indicazione precisa sul senso e il significato ultimo della sua esistenza
esso offre i suggerimenti più diversi e contraddittori. Che significa tutto
questo? Forse, che ci tro- viamo davanti a problemi insolubili? Molti filosofi,
tra cui alcuni anche di ispirazione cristiana, pensano di sì. Noi non siamo di
questo parere. Ammettiamo senz'altro che an- che per la morale come per je aitre
parti della filosofia sia impossibile ottenere soluzioni dogmatiche, si tratta
in effetti di problemi estre- 1° Per il problema del linguaggio vedi cap, III
127 Neopositivismo: determinazione del senso del linguaggio morale Analisi del
linguaggio: l'assunzione del linguaggio ordinario come modello Impossibilità di
una soluzione dogmatica Esigenza della correlazione antropologica, metafisica e
teologica naturale Rapporto tra valore e volontà mamente difficili, la cui
soluzione si raggiunge soltanto per la tor- tuosa via della speculazione. Ma
ciò non toglie che tale speculazione possa avere esiti positivi e conseguire
soluzioni valide. Per raggiungere questo traguardo però occorre sviluppare
l'etica su basi teoretiche sufficientemente sicure, derivandole dall’antropo-
logia, dalla metafisica e dalla teologia naturale. Una morale autono- ma,
totalmente disgiunta dalla metafisica e dalla teologia naturale e indipendente
dalla filosofia dell'uomo, così come la concepisce Kant, sfocia necessariamente
nel soggettivismo e nel relativismo. D'altronde è inammissibile che si possa
dare autonomia etica per un essere come l'uomo, un essere finito, creato da
Dio, dal quale riceve oltre all'esistenza, anche lo scopo della sua vita e le
regole e i mezzi per conseguirlo. Pertanto la morale è essenzialmente legata
alla metafisica e tale nesso si coglie bene nel concetto di valore. La morale,
come dicono molti autori, è la scienza dei valori e il suo obiettivo è di
promuovere valori come la giustizia, la carità, la pace, la speranza, la
sapienza, la modestia, ecc. Ma che cosa sono essenzialmente questi valori? Qual
è il loro fondamento? Forse il capriccio individuale? È la volontà umana che
stabilisce che cosa è bene, cosa è giusto, cosa è vero, cosa è puro, o è la
realtà stessa che porta con sé questi caratteri? La riflessione metafisica può
mostrare che è la realtà stessa che pos- siede questi valori. D'altra parte il
concetto di valore dice rapporto ad una volontà (valore è la caratteristica per
cui una cosa è degna d'essere voluta). Ciò significa che la realtà è in quanto
tale voluta; « vuol dire che all'origine delle cose c'è una Volontà
intelligente, vuol dire che il supremo Essere, quello da cui procede ogni
realtà, è volontà intelligente ».!! Su queste basi metafisiche si può innalzare
un edificio morale sufficientemente robusto, universalmente valido e, allo
stesso tem- po, solidamente ancorato alla realtà concreta e alla storia.
CONCETTI DA RITENERE Problema critico; problema teoretico — Edonismo;
utilitarismo; stoicismo; formalismo etico; etica dei valori o assiologia;
relativismo o situazionismo — Apatia; imperativo categorico SINTESI
CONTENUTISTICA . I. CARATTERI DEL PROBLEMA 1. L'etica o morale è lo studio
dell’attività umana con riferimento al suo fine ultimo, ovvero la sua piena
realizzazione. 2. Il problema riveste due aspetti o prospettive: a) critico
(fondamento e 4! S. VANNI ROVIGHI valore dei codici, dei principi, delle
norme); b) teoretico {condizioni che ren- dono possibile l'azione morale in
assoluto). II. LA PROSPETTIVA CRITICA 1. Si impone da sé a partire dalle norme
e dalle leggi che i membri di una società devono osservare. Si pongono i
seguenti interrogativi: Chi le ha stabi- lite? Che valore hanno? Si possono
cambiare? Chi ha diritto di farlo? ecc. 2. I Sofisti, a motivo delle diversità
presenti nei vari popoli, ritengono che le norme etiche siano determinate dalle
convenzioni sociali e che i giovani deb- bano essere educati ad esse. 3.
Socrate, al contrario, afferma che le norme e i principi etici hanno il loro
fondamento nella natura umana e l'educazione pertanto non è finalizzata all’ap-
prendimento, bensì alla presa di coscienza di ciò che è innato. 4. Nel corso
dei secoli il convenzionalismo avrà i suoi sostenitori negli epicurei,
scettici, nominalisti, in Cartesio, negli empiristi, neopositivisti, esisten-
zialisti e marxisti. Il naturalismo sarà invece condiviso da Platone,
Aristotele, Plotino, dai neoplatonici, dagli scolastici, dagli idealisti, dai
neorealisti e dai neotomisti, III. LA PROSPETTIVA TEORETICA 1. Prima condizione
trascendentale dell'azione morale è concordemente ritenuta dai filosofi la
libertà. La questione aperta da Aristotele «(Etica nico- machea), è stata
approfondita da s. Tommaso, da Cartesio e da Kant. 2. Seconda condizione
trascendentale è la consapevolezza o coscienza. L'assenza di essa può essere
determinata da: a) errore circa ciò che si fa; b) mancanza di facoltà
raziocinativa o impedimento momentaneo del suo uso. 3. Terza condizione
trascendentale è che la libertà sia guidata da un princi- pio direttivo. Una
libertà assoluta (Nietzsche e Sartre) diviene libertà amorale. 4. Circa il
criterio supremo della moralità si prospettano due concezioni: la teleologica
(basata sul principio del fine); la deontologica (basata sul prin- cipio del
dovere) con delle diversificazioni al proprio interno; una terza posi- zione,
dettata da orientamenti relativistici, è quella situazionale (leggi e fini
mutano attraverso i tempi, i luoghi, le circostanze). Le specificazioni interne
ai due criteri sono: — edonismo (Sofisti, Cirenaici, Epicurei, Montaigne,
Hobbes, Helvetius, Bentham, Stuart Mill, Freud): criterio supremo è il piacere
sensibile, con il quale si identifica il bene morale; — utilitarismo: criterio
supremo è l’utile, l'interesse, il vantaggio. Esso si distingue in: a)
utilitarismo egoistico (Hobbes) che fa valere come criterio l'utilità e
l'interesse del singolo; b) utilitarismo altruistico (Bacone, Locke, Hume,
Stuart Mill, Russell) il quale tende a far coincidere la realizzazione del-
l'utile individuale con quello della collettività; — eudemonismo (Aristotele,
S. Tommaso): criterio supremo è la Felicità: un'azione è morale nella misura in
cui fa conseguire la felicità, che esprime la piena realizzazione della
persona; — stoicismo: criterio supremo è la pratica della virtù. La
prospettiva, già presente in Platone (Gorgia, Repubblica, Fedone) è maggiormente
sviluppata dagli Stoici, secondo i quali la pratica della virtù consiste
nell’apatia (annulla- mento delle passioni e superamento della propria
personalità). L'ascetismo, che caratterizza la morale stoica, ha fatto sì che
essa fosse ben accetta dalla Chiesa primitiva; — formalismo etico: il criterio
supremo sta nell'esecuzione del dovere e nell'’obbedienza alla legge. Ciò che
conta è soprattutto la forma, cioè l’obbe- dienza alla legge (cfr. Kant,
Critica della Ragion pratica). — etica dei valori o assiologia {Meinong,
Hartmann, Scheler): esprime anzitutto una critica nei confronti del formalismo
etico kantiano e si richiama 129 alla tradizione classica, assegnando al bene
Ja funzione di norma suprema. Il bene è concepito però come valore più che fine
ultimo. Scheler in Formalismo nell’etica e l'etica materiale dei valori afferma
che il valore è l'oggetto dell'etica così come l'essere lo è della metafisica,
il bello dell’arte, il sacro della religione. L'anima possiede pertanto un
organo specifico per percepirlo, che Scheler chiama « organo emozionale » che «
sente » i singoli valori, li « preferisce » gerarchicamente e « ama », ovvero
ricerca valori nuovi, come « un pioniere e una guida ». Scheler distingue
inoltre i valori di persona e i valori di cosa. — relativismo e situazionismo:
secondo tali concezioni le esigenze morali sono determinate da condizioni
mutevoli dalle quali derivano contenuti non solo diversi ma anche in parte
contraddittori: a) la forma a base gnoseologica (sofisti, scettici, nominalisti)
ha avuto dif- fusione anche al di là del campo dell'etica e della scienza. b)
la forma a base ontologica è quella propria del materialismo storico elaborato
da Marx ed Engels. Il relativismo è oggi condiviso dai neopositivisti e dagli
analisti del linguaggio. ETICA E METAFISICA È impossibile per il problema etico
trovare soluzioni dogmatiche, ma è possibile avere esiti positivi e conseguire
soluzioni valide. 2. È necessario pertanto reperire basi teoretiche
sufficientemente sicure nell'antropologia, nella metafisica, nella teologia
naturale. 3. Il nesso tra etica e metafisica si coglie nel concetto di valore.
La rifles- sione metafisica, infatti, può mostrare che è la realtà stessa che
possiede i va- lori, mentre il concetto di valore rivela che c'è un rapporto
tra realtà e volontà (cioè che una cosa è degna di essere voluta: quindi la
realtà in quanto tale è degna di essere voluta). QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE Come si configura il nostro orizzonte culturale in ordine
all’antropolo- gia, alla metafisica, alla teologia e conseguentemente
all'etica? 2. Che cosa studia la morale? 3. Che cosa si intende per prospettiva
critica e teoretica della morale? 4. Qual è il compito del filosofo riguardo
alla morale? 5. Su che cosa si fondano i codici morali? Qual è l'opinione dei massimi
filosofi al riguardo? Quali sono i principali tipi della morale filosofica? Che
cosa si intende per edonismo, utilitarismo, eudemonismo, formalismo etico? 7.
Che cosa rappresenta la libertà per la morale? 8. Quali sono le condizioni
essenziali dell'atto morale? 9. Che cos'è l’etica dei valori? 10. Qual è il
fine ultimo della vita umana secondo i massimi filosofi? 11. Quali dovrebbero
essere i termini di una correlazione tra scienza ed etica? In che relazioni si
trovano morale e religione, morale e metafisica, mo- rale e arte, morale e
politica? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Valori morali e democrazia,
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SIMON R., Morale, Paideia, Brescia . SPIAZZI R., Etica sociale, La Guglia, Roma
WARNOCK Filosofia morale contemporanea, Armando, Roma Educazione: esigenza
dell’uomo di realizzare le sue infinite capacità Solo gli esseri umani possono
acquisire mediante insegnamento e apprendimento: ciò è l'educazione Interazione
tra discorso filosofico e quello sull'educazione Capitolo decimo a ee IL PROBLEMA
PEDAGOGICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Qual è il significato etimologico dei
termini « pedagogia » ed « educa- zione »? 2. Che cosa dovrebbe caratterizzare
in modo particolare l'educazione? 3. L'educazione è un'azione o una relazione?
1. La pedagogia come teoria pratica Pedagogia è una parola di derivazione
greca, che significa « arte di guidare il fanciullo » ed è generalmente usata
come sinonimo di « scienza dell'educazione ». L'educazione è un dato di fatto
che non ha mai cessato di esistere. Si tratta, in effetti, di un'esigenza
fondamentale dell’uomo il quale nasce con sconfinate capacità di agire ma senza
l'abilità di realiz- zarle. Egli deve apprendere dagli altri come esplicare le
sue capa- cità: come nutrirsi, camminare, parlare, leggere, scrivere, lavorare,
ecc. Il fenomeno dell'educazione è tipicamente umano. Solo l'uomo può e deve
educarsi; nel mondo animale è possibile tutt'al più un addestramento. Questo
perché, mentre l’animale è un essere già « specializzato » sin dalla nascita,
dotato istintivamente di determi- nate abilità e soltanto di quelle, l'essere
umano è, invece, inizialmen- te privo di qualsiasi specializzazione, ma con la
capacità di acquisire, mediante l'insegnamento e l'apprendimento (vale a dire
tramite l’e- ducazione) le specializzazioni più disparate: nel cibo, nel
vestito, nel lavoro, nello studio, nello sport, nella religione, nell'arte,
ecc. Mediante l’opera educativa esso si specializza e, conseguentemente, si
individualizza, diventa un « io ». In tal modo acquista una per- sonalità che,
tra l’altro, è in continua evoluzione e maturazione. Naturalmente la concezione
che si ha dell'educazione dipende dal- la concezione che si ha dell’uomo e del
suo destino, cioè, come af- ferma il Laberthonnière « esiste tra l'educazione e
la concezione che si ha della vita un rapporto che dovrebbe essere impossibile
contestare ».! È quindi evidente il necessario rapporto che esiste tra il
discorso filosofico ed il discorso sull'educazione. Quest'ultimo è ! LABERTHONNIÈRE,
Teoria dell'educazione, La Scuola, Brescia il logico coronamento dei discorso
antropologico ed etico: dopo che sì è compreso chi è l'uomo e quai è il
traguardo ultimo della vita umana, si pone necessariamente il problema di come
guidarlo alla conquista di tale traguardo. La pedagogia è, dunque, una teoria
pratica, € cioè « una teoria che ha per oggetto di riflettere sui sistemi e sui
procedimenti di edu- cazione al fine di valutarne il valore, con ciò
illuminando e dirigendo l’azione degli educatori ». La pedagogia è nata come
esigenza delle persone e dei pcpoli per due motivi. In primo luogo, perché
sarebbe rischioso lasciare l’edu- cazione esclusivamente all'istinto e alla
tradizione. in secondo luogo, perché lo stesso pensiero, cercando di spiegare
l’esistenza del- l'uomo ed il suo impegno etico, ha dovuto necessariamente
incon- trarsi con la realtà educativa. 2. Autcnomia della scienza pedagogica e
interdisciplina- rietà L'evoluzione della cultura ha contribuito alla
configurazione an- che della pedagogia come scienza autonoma. Nelle civiltà antiche
le varie cognizioni sulla realtà costituivano un sapere indifferenziato,
identificato generalmente con la filosofia, di cui faceva parte anche la
pedagogia. Nel Medioevo questa venne assorbita dalla teologia. Solo dopo la
fine del Medioevo, con l’ap- profondirsi delie diverse conoscenze, le scienze
acquistarono pro- gressivamente la loro autonomia rispetto sia alla filosofia
che alla teologia. Nell'antichità vediamo pertanto che la pedagogia è
considerata come parte della politica, la quale a sua volta è vista come ramo
della filosofia morale. Infatti, l'ideale educativo dei greci e dei ro- mani
era la formazione dell'uomo in quanto cittadino. Aristotele afferma che,
essendo uno solo il fine della comunità politica, « è ma- nifesta la necessità
che l'educazione sia una sola e identica per tutti, e che la cura di essa sia
affidata allo Stato e non ai privati »? La rivoluzione intellettuale, morale e
sociale operata dal cristia- nesimo portò in primo piano il problema
etico-religioso. Per questo motivo, anche la pedagogia non fa più parte della
politica, ma di- venta un capitolo della morale teologica durante tutto il
Medioevo. Con l’umanesimo e il Rinascimento l'ideale educativo non è più il
perfetto cittadino o il santo, ma l'uomo colto. Gli studi filosofici si
approfondiscono e influenzano anche la pedagogia, che sente sempre più
l'esigenza di un'impostazione di carattere filosofico evi- ? A. LALANDE,
Dizionario critico di filosofia, ISEDI, Milano ARISTOTELE, Politica VII, c. 1.
133 La pedagogia come taoria pratica Con l'evaluzione della cultura la
pedagogia è divenuta scienza autonoma Oggi la pedagogia, che rappresenta
l'educazione dell’uomo, si vale di scienze ausiliarie (psicologia, etica, biologia,
sociologia) Prospettiva integrale e autonomia della pedagogia Pedagogia e
destino dell'uomo tando peraltro qualsiasi subordinazione ad altre discipline
filo- sofiche. Oggi, l'affermarsi delle scienze positive sta influenzando anche
il campo pedagogico. Si riconosce che se la pedagogia riguarda es- senzialmente
l’uomo, è necessario un contributo di tutte le scienze; ma non per questo essa
deve essere considerata una sintesi oppure un aggregato di varie scienze, « un
ammasso più o meno incoerente di ricette », come afferma il Mialaret.* Senza
dubbio, la pedagogia è una scienza dell'uomo, ma ha vn ambito -specifico
diverso da quello delle altre scienze: l'educazione dell'uomo. Le scienze che
maggiormente concorrono alla conoscenza dell'uomo e costituiscono pertanto il
necessario presupposto della pedagogia sono la psicologia, l'antropologia,
l'etica, la biologia e la sociologia. Queste, che sono chiamate « scienze
ausiliarie » della pedagogia, sono importanti nella scienza della educazione
perché, considerando l'uomo nella sua evoluzione verso una maturazione
fisico-biologica, psicologica e sociale, affrontano problemi e acqui- siscono
cognizioni che sono di importanza capitale per l’impostazio- ne dell’opera
educativa. In effetti, se lo scopo dell'educazione è la liberazione totale
dell'educando, il raggiungimento di tale fine si verifica tenendo conto delle
situazioni biologiche, psicologiche, an- tropologiche, sociologiche e storiche
vissute concretamente dal sog- getto. Inoltre, se l'educazione dev'essere
integrale, cioè riguardante sia l'aspetto materiale che spirituale dell'uomo,
deve mutuare prin- cipi, criteri, metodi dalla filosofia, dall’etica,
dall’estetica, ecc., a se- conda dei problemi specifici che deve affrontare nel
suo ambito. La pedagogia è quindi una scienza autonoma, pur esigendo un ap-
prodo interdisciplinare. Di tutte le discipline, la filosofia è quella che dà
il massimo con- tributo al costituirsi della scienza pedagogica. Perché?
Abbiamo affermato precedentemente che la pedagogia è il logico coronamento
dell'antropologia (la quale spiega chi è l'essere u- mano) e della morale (la
quale stabilisce il fine ultimo della vita umana); conseguentemente
l'educazione è sempre, necessariamente condizionata da una visione dell'uomo e
del destino umano. Infatti, come già s'è detto, « specialmente riguardo
all'uomo, di cui le scienze studiano molteplici aspetti, sono molti i problemi
che nes- suna di esse affronta (mentre li suppone già risolti), come il valore
della vita e della conoscenza umana, la natura del male, l'origine e il valore
della legge morale. Di questi problemi si occupa soltanto la filosofia ».
Esistono tuttora due posizioni opposte per ciò che riguarda il rapporto tra
pedagogia e filosofia: coloro che identificano le due * G. MIALARET,
Introduzione alla pedagogia, Armando, Roma 1970, p. 9. 5 B. MONDIN, vol. I, p.
8. 134 scienze, considerando la pedagogia una semplice appendice della
filosofia e coloro che, al contrario, negano qualsiasi discorso filo-
nell’ambito della pedagogia. Riteniamo queste posizioni er- rate, perché ogni
corrente filosofica trae dai suoi principi una propria pedagogia ed ogni
pedagogia ha come fondamento una data imposta- zione filosofica. Ma la
pedagogia ha un campo di ricerca suo proprio, e dispone di metodi e criteri
specifici che non sono quelli più gene- rali della filosofia. Ed è pertanto da
considerarsi come ambito spe- cifico della ricerca filosofica, alla pari
dell'etica e della politica. 3. Soggetto e finalità delia pedagogia La
pedagogia moderna, capovolgendo il rapporto tradizionale tra maestro e
discepolo, ha affermato il ruolo primario di quest'ultimo nel processo della
sua educazione e di fronte al maestro stesso. Il moderno pensiero pedagogico ha
coniato la espressione rivoluzione copernicana dell'educazione per indicare il
sostanziale mutamento avvenuto nel rapporto tra educatore ed educando,
derivando tale lo- cuzione dal capovolgimento della relazione Terra-Sole
operata da Copernico. Che cosa significa « rivoluzione copernicana
dell'educazione »? Come Copernico in campo astronomico aveva rivoluzionato la
concezione tolemaica della centralità della terra nel sistema solare,
affermando la centralità del sole rispetto a tutti i pianeti del sistema
solare, così, in campo pedagogico, non è più il maestro il perno del- l'azione
educativa, ma il discepolo, alle cui esigenze il maestro deve adeguarsi,
cercando di scoprirle e facendo in modo che egli si auto- promuova. In questa
prospettiva, l’attore e l'autore primario nel processo educativo è il fanciullo
stesso (puerocentrismo). Il sogget- to quindi dell'educazione è certamente
l'educando, come essere at- tivo, personale ed originale; ma è bene precisare
che per « educando » non si deve intendere esclusivamente il bambino, il
ragazzo, il gio- vane, ma l'uomo, perché l'educazione non ha mai termine, né
limiti di età, ma continua per tutta la vita (da questo è derivato il con-
cetto di educazione permanente). Soggetto allora dell'educazione è l’uomo, ma
egli è persona ed è tale nella misura in cui realizza la propria personalità.
Attingendo dalle affermazioni della scienza psicologica, soffermiamoci un mo-
mento su quest'ultimo concetto. La personalità dell’uomo è la risultanza di
elementi nativi, ere- ditari e di elementi acquisiti mediante la propria esperienza.
Co- munque, tali strutture sono dinamiche e non rigidamente definibili e quindi
la personalità è una realtà « plastica », dinamica, determi- nantesi con
atteggiamenti differenziati a seconda delle situazioni che l'individuo incontra
e vive concretamente. L'uomo non è determi- nato (almeno non lo è totalmente)
dalla sua struttura originaria, 135 Nel rapporto ira filosofia e pedagogia
questa ha un ambito specifico di ricerca La ‘‘rivoluzione copernicana” in
pedagogia: l’educando come protagonista (puerocentrismo) Educazione permanente
per la continua realizzazione della personalità umana L’educazione dura tutta
la vita Promozione a autopromozione dell’individuo: aspetto personale Aspetto
sociale: relazione interpersonale e convivenza con gli altri Aspetto culturale:
trasmissione dei valori e custodia della civiltà dalla sua essenza, ma può
anche migliorare, peggiorare o, comunque, cambiare. E se c'è sempre una
possibilità di mutamento, allora è valido quanto già detto: l'educazione dura
per tutta la vita. Ciò che si è detto a proposito del soggetto dell'educazione
con- sente di esaminare le finalità di un certo tipo di processo educativo che
permette ad ogni individuo di giungere allo sviluppo della pro- pria
personalità. ‘4. I tre aspetti fondamentali dell'educazione L'educazione, dal
punto di vista teoretico e scientifico, presenta tre aspetti fondamentali:
personale, sociale e culturale. a) Personale: perché l’educando è una persona e
non una cosa od un oggetto; è soggetto dotato di attività, di personalità e di
creati- vità. Egli pensa ed agisce seguendo energie interiori. L'educazione
dunque deve promuovere o meglio fare in modo che l'individuo si autopromuova.
Rimandiamo qui al concetto di maieutica socratica già espresso nel Corso di
storia della filosofia Come è la madre che genera il bambino e l’ostetrica
l’aiuta soltanto a darlo alla luce, così il vero educatore non comunica la «
verità », ma mette l’educando nelle condizioni di trovare la risposta da sé.
Innanzitutto, quindi, l'educazione è autopromozione della personalità del
soggetto che si educa... b) Sociale: e questo sia come fatto che come
obiettivo. Anzitutto come fatto perché l'educazione è un evento eminentemente
inter- personale e sociale, perché coinvolge quanto meno due persone, l’e- ducando
e l'educatore. In secondo luogo, come obiettivo perché tra le finalità primarie
che l’opera educativa si propone è inclusa quella di far conoscere gli altri e
di abituare a vivere insieme con essi, in loro armonia, per la realizzazione di
un bene superiore comune a tutti. L'educazione pertanto « socializza » il
singolo, perché « la no- stra vita personale si esplica in una vita sociale.
Certo ci può essere una vita sociale che al limite ignora o soffoca la vita
personale ed è questo che va evitato ».’ Il fine primario dell'educazione lo si
ottiene operando sui singoli soggetti e non sul gruppo. Però è necessario an-
che l'apporto del gruppo, che spesso opera inconsciamente, per me- glio
sviluppare l'educazione del singolo. Anzi in molti stati, oggi l'e- ducazione è
attuata operando sul gruppo, e in tal modo si raggiun- gono anche i singoli. c)
Culturale: perché l'educazione trasmette alla persona i valori culturali
elaborati dall'umanità nel corso delle generazioni, tra- 6 Ivi, p. 70. ? C.
PERUCCI, in Educare, U.C.L.I.M., Varese 1572, p. 67. 136 sformando un essere
incolto in un essere che può contribuire al progresso della civiltà in cui è
nato. È evidente che questi tre aspetti della educazione sono interagenti
poiché formare la personalità del soggetto significa promuovere la socialità e,
trasmettendo la cultura e la civiltà, l'educazione fa parte- cipe il soggetto
dei progressi dell'umanità stessa. In conclusione, la finalità educativa
consiste: in primo luogo nella realizzazione della personalità intesa come
affermazione della individualità e originalità di ognuno; in secondo luogo
nella capa- cità di partecipazione alla vita sociale. Tale centralità della
persona e dell'individuo non ha sempre costituito l'ideale educativo in’ seno
alle varie civiltà: Infatti, ciò che attualmente secondo un certo si- stema
politico e filosofico si apprezza ed esalta come individuale, era per i greci
un aspetto negativo. 5. Autoeducazione ed eteroeducazione Tenendo presente il
fine da realizzare si possono distinguere due concezioni radicalmente opposte
dell'educazione. Da una parte si afferma che educare un fanciullo vuol dire
ren- derlo conforme ad un modello prestabilito, per cui il fine dell'educa-
zione è posto fuori dal fanciullo (= eteroeducazione) e l'educazione si risolve
in un adattamento delle disposizioni del fanciullo ad un ordine preesistente,
di fatto o di diritto. Dall'altra parte si dice che educare significa
permettere al fan- ciullo di sviluppare tutto ciò ch'egli ha in se stesso
(autoeducazione), per cui il fine è il fanciullo stesso e l'educazione mira a
favorire la realizzazione della sua personalità ed il suo armonico sviluppo.
L'eteroeducazione si fonda sul presupposto che le strutture con- crete della
civiltà attuale (sociali, economiche, morali, religiose, ecc.) impongano di
adattare il fanciullo in modo che da adulto possa age- volmente integrarsi in
esse, per cui un'educazione sarà ritenuta va- lida se riuscirà ad adattare
l’uomo all'ordine stabilito, considerato come assoluto, sia esso la classe
sociale, la chiesa, lo stato. In questo caso l’educatore rivelerà le sue doti
nella misura in cui la sua abilità tecnica sarà capace di realizzare tale
scopo, senza troppe preoccupa- zioni delle esigenze soggettive dei singoli
educandi. Per contro, l’autoeducazione mira ad assicurare, per quanto è
possibile, l’armonico sviluppo delle varie tendenze e capacità pre- senti nel
fanciullo, senza fare appello ad ideali preesisienti. Educa- zione quindi che
rifiuta ogni intervento autoritario esterno e lascia alla spontaneità naturale
del fanciullo di sviluppare le naturali forze bio-psichiche che operano in lui;
all'educazione inoltre è dato il ° A. AGAZZI, Problemi attuali della pedagogia
e lineamenti di pedagogia sociale, La Scuola, Brescia, 1968, pp. 9-10. 137
Eterceducazione: confermità a un modello Autoeducazione: armonice sviluppo di
tendenze e capacità Interazione di eteroeducazione e autoeducazione compito di
preservare il fanciullo stesso dalle influenze che dall’ester- no potrebbero
turbare l’armonico sviluppo della personalità. Che dire di queste due opposte
concezioni dell'educazione? A nostro avviso un'educazione integrale non può
essere né pura- mente estrinsecistica come ritengono i fautori della
eteroeducazione, ma neppure semplicemente innatistica come affermano gli
assertori dell’autoeducazione. Ma dev'essere l'una e l’altra insieme. Se è vero
infatti che una valida educazione non può trascurare i condizionamenti
dell'ambiente familiare, sociale, politico, religioso, ecc., è anche vero che
il voler considerare tali fattori come assoluti, e riconoscerli come norme
intangibili cui sottomettere gli elementi personali dell’educando, è un palese
controsenso, date le variabilità e precarietà del cosiddetto « ordine stabilito
». D'altra parte, « che il fanciullo possa spontaneamente e con le sole sue
forze, senza l'intervento di un'autorità esterna, disciplinare se stesso e
diventare capace di libere scelte, è stato il paradosso di Rousseau, fondato
sulla bontà naturale dell'uomo, al quale però lo stesso Rousseau sembrò non
concedere molta fiducia quando con- sigliava agli educatori di lasciar credere
all'educando di essere lui il padrone, ma di non permettergli di esserlo, di
fatto. In definitiva, un sistema educativo che si limiti a rispettare nel fanciullo
ciò che l'osservazione psicologica, scientificamente anche la più perfetta e
accurata, permette di osservare in lui, non è sufficiente ad edu- carlo
veramente »? Autentica educazione dev'essere quindi autoeducazione, perché non
è concepibile una maturazione integrale inconsapevole e priva di impegno
personale; e dev'essere inoltre eteroeducazione perché la presenza del docente
non è solo auspicabile, ma necessaria. Oc- corre, peraltro, tener ben presente
che nell'opera di educazione il do- cente non può né deve sostituirsi
all’educando; egli è solo la guida e la forza stimolatrice delle energie che
devono svilupparsi spontanea- mente dall’interiorità del soggetto (secondo i
canoni della maieutica socratica). Nel rapporto educatore-allievo esiste, senza
dubbio, un pericolo che occorre assolutamente evitare: quello di « manipo- lare
», « foggiare » ed inoltre di distruggere la personalità dell’edu- cando per
far emergere quella dell’educatore. Educare significa, in- vece, aiutare ad
autodeterminarsi come essere libero, e ciò è possi- bile soltanto attraverso il
libero esercizio delle proprie attitudini. 6. L’attivismo pedagogico Tra le
tante teorie dell'educazione, l'attivismo è senza dubbio quella che ha
suscitato maggior interesse durante il nostro tempo. * A. VALERIANI, « Il
problema dell'educazione », in Studio ed insegnamento della filosofia, I,
AVE-UCIIM, Roma Essa però ha qualche riferimento nel passato. I Sofisti
ritenevano che l'educazione deve essere sottratta ad ogni autoritarismo e dog-
matismo. Nel Medioevo viene ripreso talvolta il concetto di sant'Ago- stino, il
quale riteneva che l'educazione deve essere un processo au- tonomo di
autoeducazione: il maestro comunica solo le parole, ma la vera educazione è «
autoeducazione », data da Dio per illumina- zione. Con l’inizio del
Rinascimento inizia il superamento delle vecchie tradizioni e con Bacone si ha
la prima grande affermazione del carat- tere attivistico del sapere. Comenio,
poi, con il suo « naturalismo » e la sua « pansofia » intende dare a tutto il
sapere una connessione si- stematica, seguendo gli indirizzi della nuova
scienza sperimentale. In Rousseau, infine, sono già presenti le varie
motivazioni con cui l'attivismo di oggi giustifica l'introduzione del lavoro
nella scuola. L'attivismo pedagogico si presenta come reazione alla pedagogia
tradizionale, la quale era di tipo estrinsecistico e teoretico. L'ideale del
mondo classico e, generalmente, anche del mondo cristiano, era la vita come
attività teoretica, come conoscenza e come contempla- zione. L'educazione
consisteva nell’insegnamento di principi, dottri- ne, ideali trascendenti e
assoluti. La pedagogia contemporanea ha compiuto un rovesciamento radicale,
risolvendo il conoscere nel- l'agire, la verità nel fatto. Ma è necessario
subito riconoscere che in quel rovesciamento si ritrovano il valore ed,
insieme, i limiti dell'at- tivismo pedagogico contemporaneo: il valore, perché
l'ideale del mondo classico non poteva soddisfare la mobilità sociale e l'ansia
di attività dell'umanità moderna; i limiti perché molto spesso l'agire viene
ridotto ad un semplice fare meccanico, ad un fare per il fare, anche contro le
attese degli stessi fautori dell’attivismo. :iA fondamento dell'attivismo sta,
come s'è detto, un atteggia- mento di rifiuto del metodo tradizionale. Ma
l’attivismo non è sol- tanto protesta: esso è anche proposta, e propone una
educazione proiettata verso l'avvenire, quindi dinamica, centrata sul soggetto,
quindi aperta ed esistenziale: una scuola attiva sostitutiva di quella
passiva.! ‘Applicando i criteri dell'autoeducazione, l’attivismo si pone al
servizio delle attitudini, dei bisogni, dei modi di sentire e di agire pro- pri
del fanciullo che deve poter liberamente esprimere tutto se stesso ed
apprendere quanto sarà utile per sé e per la società nella quale si troverà a
vivere da adulto. Da parte sua, l’educatore, anziché in- tervenire per trasmettere
un sapere dall'esterno o inculcare principi morali assoluti, è chiamato a
fornire all’educando occasioni ed ali- menti al suo appetito di conoscere e di
agire, ponendolo a contatto con l’esperienza che è la vera maestra della vita,
ad aiutare lo svi- luppo spontaneo della intelligenza e della volontà
dell'allievo, se- !° AGAZZI, « Scuole nuove e attivismo », in Questioni di
storia della pedagogia, La Scuola, Brescia L’attivismo pedagogico: reazione
alla pedagogia tradizionale L’attivismo come educazione proiettata verso
l’avvenire Attivismo e autoeducazione Psicologia, attivisma e scuola nuova
Concezione ateo- materialista dell’attivismo guendo le linee dei suoi interessi
scientificamente determinati. Ne- cessità, quindi, di muovere dal fanciullo, «
ma non dal fanciullo in sé, considerato in astratto, ma dal fanciullo come
individuo origi- nale ed unico, dalla ricchezza della sua spontaneità naturale
da co- noscere e da dirigere. Lo studio della psicologia sarà pertanto a fon-
damento della preparazione e dell’azione dell'educatore e la scuola su misura
sarà il nuovo credo didattico del puerocentrismo ».! Le idee dominanti
dell’attivismo sono, pertanto, le seguenti: azio- ne, spontaneità, vita. Delle
prime due s'è già parlato. Quanto alla terza essa fa parte di un'espressione
cara all’attivismo, l’espressione scuola-vita. Secondo l’attivismo la scuola
deve preparare alla vita, deve essere essa stessa vita, adeguarvisi e strutturarsi
secondo le forme reali della vita. Sulla legittimità dell’attivismo pedagogico
ci siamo già implicita- mente pronunciati parlando dell’autoeducazione. Abbiamo
escluso che si possa realizzare pienamente il processo educativo col solo me-
todo dell'autoeducazione. È un metodo che si fonda su una visione troppo
ottimistica dell’uomo, considerato esente da ogni debolezza e da ogni cattiva
inclinazione e già intimamente incamminato verso il bene e la virtù. Ma troppo
spesso l’attivismo è anche basato su una concezione materialistica ed atea
dell’uomo. Questi è visto come creatore d’ogni valore e, allo stesso tempo come
il prodotto ultimo dell'evoluzione della materia. Fondate su tali premesse,
anche le tesi più interessanti e, in se stesse, legittime, dell’attivismo
pedagogico diventano discutibili e sospette. Per acquistare piena legittimità
occorre che siano fondate sul riconoscimento dei valori più auten- tici della
persona (libertà, spiritualità, immortalità) e sulla realtà di Dio, creatore del
mondo, padre di tutti gli uomini, termine ultimo delle nostre più profonde
aspirazioni. CONCETTI DA RITENERE — Pedagogia come teoria pratica — Liberazione
totale; educazione integrale — Rivoluzione copernicana dell'educazione —
Aspetto personale, sociale, culturale — Autoeducazione (modo innatistico),
eteroeducazione (modo estrinse- cistico) — Attivismo pedagogico SINTESI
CONTENUTISTICA LA PEDAGOGIA COME TEORIA PRATICA Il termine pedagogia («
condurre il fanciullo ») indica l’« arte» o la « scienza dell'educazione ».
L'educazione esprime l'esigenza dell'uomo che na- ! A. VALERIANI, Op. cit., p.
324. 140 sce con molteplici capacità, ma ha bisogno di essere aiutato a realizzarle
nel corso della sua crescita. 2. L'educazione è quindi un fatto propriamente
umano. L'uomo si educa, l’animale si addestra. La concezione dell'educazione si
ricollega alla concezione che si ha del- l'uomo: il discorso pedagogico è
collegato al discorso antropologico e al di- scorso etico. La pedagogia è una
teoria pratica, cioè ha per oggetto di riflettere sui si- stemi di educazione
per aiutare l’azione degli educatori. AUTONOMIA E INTERDISCIPLINARIETÀ DELLA
PEDAGOGIA 1. Nelle civiltà antiche la pedagogia faceva parte dei diversi
sistemi filo- sofici. Spesso essa è riferita alla politica, che a sua volta
dipende dall’etica. L'ideale greco-romano è la formazione dell’uomo in quanto
cittadino. 2. Nel Medioevo la pedagogia diventa un capitolo della teologia a
motivo del primato assunto dal problema etico-religioso: dal cittadino al
santo. 3. Nell'epoca dell'Umanesimo e del Rinascimento l’ideale diviene quello
dell'uomo colto. La pedagogia avverte, pertanto, l'esigenza di una imposta-
zione di carattere filosofico. ; 4. Nella cultura contemporanea l'affermazione
delle scienze positive, ha collocato la pedagogia in una posizione
interdisciplinare. La psicologia, l’an- tropologia, l'etica, la biologia e la
sociologia si configurano come scienze ausi- liarie della pedagogia, offrendole
elementi di integrazione e di approfondi- mento circa gli scopi che le sono
propri. 5. L'educazione può avere come scopo: a) la liberazione totale dell’educan-
do e necessita del contributo della biologia, della psicologia,
dell’antropologia, della sociologia e della storia; b) l'educazione integrale e
si dovrà rivolgere alla filosofia, all’etica, all'estetica, ecc. al fine di
promuovere sia la dimensione spi- rituale che quella materiale dell’uomo. 6. Il
rapporto tra pedagogia e filosofia è visto attraverso due posizioni: a)
l’identificazione tra le due scienze; b) la dipendenza della pedagogia dalla
filosofia. Una conclusione opportuna appare la seguente: la pedagogia gode di
una autonomia nel campo di ricerca, dei metodi e dei criteri. Afonda comunque
le sue radici in una determinata visione filosofica, di cui è una ramificazione
al pari dell'etica e della politica. SOGGETTO E FINALITÀ DELLA PEDAGOGIA 1. La
pedagogia moderna è orientata dalla cosiddetta rivoluzione coperni- cana
dell’educazione: il perno dell'azione educativa non è più, come nel mondo
classico-medioevale, il maestro, bensì il discepolo. 2. La prospettiva
puerocentrica guarda all’educando come ad un soggetto attivo, personale e
originale. Occorre però ricordare che in senso proprio l’edu- cando è l’uomo
nelle diverse tappe della sua vita e che pertanto l'educazione è un fatto
permanente, un cammino continuo senza meta terminale. 3. Poiché la persona è la
protagonista dell’azione educativa, l'educazione avrà come scopo la formazione
della personalità. La personalità è la risultanza di elementi originari,
ereditari e acquisiti. Essa è quindi una struttura dinamica e in perenne
trasformazione. Compito dell'educazione è di orientare la trasformazione sempre
verso la positività. IV. I TRE ASPETTI FONDAMENTALI DELL'EDUCAZIONE1. Aspetto
personale dell'educazione: l’educando è una persona, soggetto dotato di
attività, personalità e creatività. L'educazione deve promuovere la persona e
renderla capace di autopromozione. 2. Aspetto sociale dell'educazione: è un
fatto perché l'educazione è un 141 evento interpersonale e sociale {rapporto
educatore-educando); b) è un obiet- tivo perché l'educazione si propone di
formare gli individui alla conoscenza reciproca, alla vita in comune,
all'armonia sociale, al bene comune. 3. Aspetto culturale dell'educazione:
l'educazione trasmette di generazione in generazione i valori elaborati
dall’umanità, facendo di ogni individuo un essere capace di dare il proprio
contributo alla civiltà. I tre aspetti sono interagenti; infatti sono propri
della finalità educativa sia la realizzazione della personalità e
dell’originalità dell'uomo, sia la forma- zione della sua capacità di
partecipazione alla vita sociale. AUTOEDUCAZIONE E ETEROEDUCAZIONE 1.
L'autoeducazione mira ad assicurare l’armonico sviluppo delle varie ten- denze
e capacità presenti nel fanciullo senza riferimento ad ideali preesistenti.
Rifiuta l'intervento autoritario, promuove la spontaneità e preserva dalle in-
fluenze esterne. Tale concezione può anche essere definita innatistica. 2.
L'eteroeducazione vuole adattare il soggetto umano alle strutture con- crete
sociali, economiche, morali, religiose, ecc. Il processo educativo raggiunge il
suo scopo se l'educando saprà adattarsi all'ordine stabilito, considerato come
un assoluto {concezione estrinsecistica). 3. Alla concezione innatistica e a
quella estrinsecistica si può opportuna- mente opporre quella integrale, per
cui il processo educativo fonde le esigenze della libertà e dell'originalità
della persona con l’ineliminabile presenza del condizionamento ambientale.
L'autoeducazione, pertanto, favorisce una matu- razione integrale e consapevole
attraverso l'impegno personale, mentre l’etero- educazione forma nell’educando
il senso del limite e gli dà la misura di ciò che significa vivere con gli
altri. L'ATTIVISMO PEDAGOGICO 1. La pedagogia contemporanea ha compiuto un
rovesciamento radicale, risolvendo il conoscere nell’agire, la verità nel
fatto. 2. Il valore dell’attivismo pedagogico, la teoria dell'educazione che ha
tro- vato maggiore risonanza nel nostro secolo, sta nel fatto che, puntando
sul. l'autoeducazione, stimola la partecipazione attiva dell'educando
nell'esperienza scolastica. L'educatore fornisce all'’educando occasioni di
esperienza al suo de- siderio di conoscenza e orienta le sue attitudini ed i
suoi interessi, individuati scientificamente. 3. Azione, spontaneità e vita
sono le idee dominanti dell’attivismo pedago- gico. L'espressione scuola-vita
indica, inoltre, la convinzione che la scuola deve adeguarsi e strutturarsi
secondo le forme reali della vita. 4. L’attivismo pedagogico si fonda: a) su
una antropologia ottimistica che ignora in realtà la debolezza della natura
umana; b) su una visione essenzial- ‘mente materialistica ed atea, QUESTIONARIO
DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Che cosa si intende per pedagogia? Qual è il
significato etimologico di questo termine? 2. Perché l'educazione è un fenomeno
tipicamente umano? 3. Quando la pedagogia si è costituita come scienza
autonoma? Prima, în quale disciplina era incorporata? 4. Che rapporti
intercorrono tra pedagogia e filosofia? 5. Quali sono gli aspetti fondamentali
dell'educazione? 6. Che cosa si intende per autoeducazione e per
eteroeducazione? 7. Che cosa si esige per una educazione integrale? Che cos'è
l’attivismo pedagogico? Quali sono i pregi e i limiti di questo metodo
educativo? 9. Quali contraddizioni pedagogiche e strutturali ostacolano
nell’ordina- mento scolastico attuale una educazione integrale della persona?
10. Quali implicazioni si possono individuare tra pedagogia e formazione della
coscienza democratica? 11. Nel nostro tempo quali sono le esigenze emergenti
per una individua- zione di opportuni obiettivi educativi in vista di un
progetto-uomo aperto al secondo millennio? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI Questioni
di storia della pedagogia, La Scuola, Brescia . ABBAGNANO N.-VISALBERGHI A.,
Linee di storia della pedagogia, Paravia, To- rino AGAZZI A., Problemi
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Pensiero, Milano VoLPICELLI L., L'educazione contemporanea, 2 voll, Armando,
Roma 1964. 143 Socialità e politicità dell’uomo Preminenza del problema
politico e sociale nel nostro tempo Origine, fondamento e fine dello Stato
Capitolo undicesimo IL PROBLEMA POLITICO E SOCIALE QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1.
L'uomo ha bisogno degli altri per vivere o è autosufficiente? 2. Qual è lo
scopo del vivere associato? 3. Da che cosa nasce la realtà sociale e politica
dell'uomo? Come deve es- sere regolato il rapporto uomo-libertà-bene-utile-società-Stato?
4. Che rapporto c'è tra politica e morale. È possibile considerarle separate?
1. I termini del problema L'uomo è un essere vivente atto a una vita sociale e
politica, come aveva già osservato Aristotele nella sua Politica. Nelle condi- zioni
delle età precedenti, queste caratteristiche hanno trovato un'’at- tuazione
ristretta; allora era perfino possibile condurre una vita ri- tirata,
eremitica, lontano dalle vicende del mondo e considerarsi una monade « senza
porte e senza finestre », secondo la nota espressione di Leibniz. Oggi tutto
questo è impensabile, oltreché impossibile. Il più piccolo atto umano e
qualsiasi realtà per quanto minuscola sono coinvolti in un regime sociale e
politico che li dirige e li compenetra da ogni parte. Così, nel nostro tempo i
problemi politici e sociali hanno acqui- stato importanza capitale. 'Nel
presente capitolo tratteremo anzitutto del « problema po- litico », che è
quello di cui i filosofi si sono occupati da sempre. Poi nella seconda parte
studieremo quello che è stato chiamato « pro- blema sociale », un problema che
i filosofi hanno cominciato ad af- frontare sistematicamente soltanto nel
secolo XVIII al sorgere del- la questione sociale derivante dalla rivoluzione
industriale determi- nata dall'introduzione della macchina nell’attività
produttiva. Il problema politico è il problema relativo all'origine e al fon-
damento dello Stato (polis), alla sua organizzazione, la sua forma migliore, la
sua funzione e il suo fine specifico, alla natura della azio- ne politica e ai
suoi rapporti con l'azione morale, ai rapporti tra Stato e individui, tra Stato
e Chiesa, tra Stato e partiti. Questo problema così vasto e complesso, è stato
studiato nei suoi aspetti diversi quando le istanze storiche l'hanno richiesto.
Così per esempio la questione dell'origine dello Stato, della sua struttu-
razione e della sua forma migliore è stato dibattuto quando guerre 144 o
rivoluzioni hanno messo in questione o posto termine ad uno Stato oppure ad una
forma di governo per sostituirli con altri. Ciò è avve- nuto, in Grecia, nel
secolo V in conseguenza delle guerre con i Per- siani, delle guerre tra Atene,
Sparta e Tebe e delle guerre civili all’interno di queste tre città-stato.
Furono tali congiunture storiche ad indurre i Sofisti, Platone e Aristotele ad
esaminare il problema del- l'origine dello Stato, della sua funzione e della
sua forma ideale. Al- trettanto accadde nel secolo XVII, al tempo delle guerre
religiose, della guerra dei Trent'anni, delle rivoluzioni e delle guerre civili
del- l'Inghilterra e della Francia. Questi eventi determinarono le spe-
culazioni politiche di Hobbes, Bacone, Locke, Campanella, Hume, Rousseau. In
tempi recenti hanno trattato del problema dello Stato Hegel, Marx, Engels,
Lenin, Gramsci e la Scuola di Francoforte, determinando larghe correnti di
pensiero e attuazioni ispirate alle loro ideologie; va inoltre ricordato il
contributo particolare ad una soluzione cristiana di tali problematiche dato da
Jacques Maritain e da Luigi Sturzo. î Trattando il problema politico nei suoi
vari aspetti non si può dimenticare quello dei rapporti tra Stato e Chiesa che
ha acquistato rilevanza soprattutto nel Medioevo, allorché la Chiesa assunse
una strutturazione sociale da far concorrenza a quella dello Stato. Di qui le
teorie politiche di Innocenzo III, san Tommaso, Bonifacio VIII, Occam, ecc. Il
problema dei rapporti tra politica e morale ha potuto svilup- parsi soltanto
nell'epoca moderna, nel momento in cui le varie forme di sapere e di operare si
sono affermate nella loro autonomia rispetto alla teologia e alla filosofia.
Questo ha consentito prima a Machiavel- li e poi a Hobbes e a tanti altri di
proporre una concezione dell’a- zione politica come qualcosa di assolutamente
distinto da qualsiasi altro tipo di attività. Il problema dei rapporti tra lo
Stato e i partiti, tra lo Stato e i suoi membri è diventato d'attualità
nell'epoca contemporanea, quan- do alle forme monarchiche e assolutistiche di
governo sono suben- trate quelle parlamentari e democratiche, e ai sistemi
capitalisti si sono opposti quelli socialisti e comunisti. 2. Natura sociale
dell’uomo L'uomo come è stato già detto è essenzialmente socievole: da solo non
può venire al mondo, non può crescere, non può edu- carsi; da solo non può
neppure soddisfare i suoi bisogni più ele- mentari; né realizzare le sue
aspirazioni più elevate; egli può otte- nere questo solo in compagnia con
altri. Perciò sin dalla sua prima comparsa sulla terra troviamo sempre l'uomo
collocato in gruppi so- ciali, inizialmente assai piccoli (la famiglia, il
clan, la tribù) e poi sempre più vasti (il villaggio, la città, lo stato). Man
mano che il 145 Dagli eventi storici ha origine lo studio del ‘‘problema Stato”
Rapporti tra: — Stato e Chiesa — Politica e morale — Stato e partiti La
socialità come condizione originaria Riflesso sociale delle azioni umane Oggi
c’è il primato della dimensione sociale livello culturale dell'umanità si
innalza, anche la dimensione della socievolezza si espande e si arricchisce.
Oggi essa ha raggiunto un orizzonte sconfinato: da nazionale è diventata,
prima, internazionale, poi, intercontinentale e ormai sta assumendo proporzioni
planetarie. I moderni mezzi di comunicazione hanno messo ciascuno di noi in
contatto con ogni vicenda (importante o insignificante) che ac- cade in
qualsiasi parte del mondo. La vita di ciascuno di noi, ora, « può essere
sconvolta da cima a fondo a causa di un avvenimento che capita in una parte del
mondo ove egli non ha mai messo piede e di cui forse si fa un'immagine alquanto
vaga ».' « Il più piccolo atto umano e qualsiasi realtà per quanto minuscola
sono coinvolte in un regime sociale che le dirige e compenetra da ogni parte.
Non posso compiere il più piccolo atto commerciale, pretendere il più modesto
salario, regolare il contratto più elementare senza sentirmi immediatamente
accerchiato da ogni parte — anche sostenuto — dalla solidarietà economica,
sociale, giuridica, che costituisce la base stessa del mio contratto, del mio
lavoro, del mio commercio, indipen- dentemente e al di fuori delle mie
intenzioni. E questo in un interse- carsi che, da un capo all'altro del mondo,
moltiplica senza fine una rete inestricabile ed invincibile: un colpo della
borsa di New York accresce, oggi, senza che io me ne interessi, il mio
capitale, e domani la mia piccola impresa potrebbe crollare sotto la
concorrenza tra- volgente dell'industria giapponese. Lo stesso si deve dire per
qual- siasi altro settore ». Quanto l'intreccio sociale oggi sia vasto e pro-
fondo l’ha mostrato negli anni ‘70 e '80 l'embargo del petrolio nei confronti
dell'occidente attuato dagli Stati arabi nel conflitto arabo- israeliano.
Questo espediente degli arabi è bastato a mettere in crisi l'immenso castello
della civiltà dei consumi, il concetto stesso di progresso e il modello di
sviluppo del mondo occidentale. 'La dimensione sociale durante il nostro secolo
ha assunto tali proporzioni che può venire legittimamente considerata un
fenomeno tipico del nostro tempo. La dimensione privata è praticamente scom-
parsa. A stento possiamo occultare i nostri pensieri e i nostri desi- deri; ma
appena questi si traducono in azione, essi diventano appan- naggio anche degli
altri e grazie alla televisione e alla radio e alla stampa in un batter
d'occhio vengono divulgati nei quattro angoli della terra. L'isolazionismo,
oggi, non è più possibile. « Se dobbiamo in qualche modo sopravvivere, è chiaro
che sopravviveremo solo come membri gli uni degli altri. La linea tra il
privato e il pubblico diventa sempre più confusa. Bene o male, questa in cui
viviamo è l'epoca della pianificazione: dell'assistenza sociale, della compro-
prietà e, sul piano internazionale, delle organizzazioni soprannazio- nali. La
capacità dell'individuo di agire, e persino di pensare, con una certa
indipendenza dal suo ambiente sociale o in contrasto con ! MARCEL, L'uomo
problematico, Borla, Torino. a MD. CHENU, L’évangile dans le temps, Du Cerf,
Parigi 1964, pp. 89-90; trad. it., Il Vangelo nel tempo, A.V.E., Roma 1968. 146
esso si va costantemente riducendo [...] Ciò significa, tra l’altro, che il
nostro ideale di libertà e di società libera non può essere semplice- mente
definito in termini di in-dipendenza. Per l’uomo contempora- neo la redenzione
coincide con la sua capacità di diventare non già un individuo — la cui
indipendenza sarebbe, in realtà, impotenza di fronte alla gigantesca macchina
dello Stato — bensì una persona che possa trovare (e non perdere) se stessa
nell’interdipendenza del- la comunità. Il contenuto della sua salvezza in seno
alla società consiste, per l’uomo moderno, nello scoprire se stesso come
persona che deliberatamente decide a favore d'un rapporto d'interdipen- denza
con gli altri; consapevole che la sua natura è fatta per mettersi in relazione
con i simili, egli vuole positivamente questa interdipen- denza, anziché
subirla per effetto delle pressioni della sua epoca. . L'alternativa al “loro”
non è l’“io”, ma il “noi” ».? Nel momento attuale, mentre da una parte i
diritti della persona umana e la sua esigenza di libertà ottengono
riconoscimento uni- versale, dall'altra i sistemi politici, le strutture
economiche e so- ciali, le scoperte della scienza e della tecnica, e l'apparato
statale minacciano di soffocarli inesorabilmente. Questa situazione ripropone
con particolare urgenza il problema tante volte dibattuto anche nelle epoche
precedenti, circa l'origine, la natura e le funzioni dello Stato, e dei
rapporti tra gli individui e la società. 3. L'origine dello Stato Lo Stato è
una realtà empirica la cui esistenza è incontrovertibile, ma è anche una realtà
estremamente mutevole: nasce, si sviluppa, sviluppandosi assume molte forme, e
spesse volte e per ragioni varie si indebolisce e dissolve. Tutto questo fa
dello Stato una realtà problematica. Anzitutto problematica per quanto concerne
la sua origine. Da che cosa nasce lo Stato? Chi ne è l’autore, la causa, il
fondamento? A questo interrogativo sono state date molte risposte, di cui le
principali ci sembrano le seguenti: a) origine naturale dello Stato: sappiamo
che l'uomo è socie- vole e da solo non può soddisfare i suoi bisogni né
realizzare le pro- prie aspirazioni; può ottenere questo soltanto in compagnia
con gli altri. Quindi è la natura stessa che induce l’individuo ad associarsi
con altri individui e ad organizzarsi in comunità, in Stato. I princi- pali
teorici dell'origine naturale dello Stato sono Aristotele, Hegel e Marx.
Secondo Aristotele « è evidente che lo Stato è una creatura della natura e che
l'uomo è per natura un animale politico. Colui che per natura è senza Stato è
superiore oppure inferiore all'uomo, vale a dire o un dio oppure una bestia. Il
motivo per cui nasce lo Stato RoBINSON, /! corpo, Gribaudi, Torino 1967, pp.
20-21. 147 L'esigenza di riscoprire la propria persona: salvezza dell’uomo
contemporaneo Le attuali strutture economico-politiche minacciano i diritti
della persona Stato: realtà empirica e mutevole Origine naturale: l’uomo è
essenzialmente politico Hegel: lo Stato come volontà dello Spirito assoluto
Marx: lo Stato deriva dalla necessità di unirsi per soddisfare i bisogni dei
singoli Origine convenzionale: autonomia originaria e logica della
sopraffazione è quello di rendere possibile la vita e anche una vita felice. E
poiché il traguardo della vita umana è la felicità, la ragion d'essere dello
Sta- to è di facilitare il raggiungimento della felicità ». In Hegel la natura
di Aristotele diviene lo Spirito Assoluto, per- ciò lo Stato ha origine per
volontà dello Spirito Assoluto, di cui è anzi l'attuazione conclusiva. Infatti,
secondo Hegel, lo Spirito Assoluto si esprime e si sviluppa nella storia, la
quale è essenzial- mente storia dell'uomo. Questi come essere socievole si
unisce spon- taneamente con gli altri. In tal modo sorgono le varie
organizzazioni: anzitutto la famiglia poi la società civile ed infine lo Stato.
La fami- glia è l'unione amorosa di almeno due persone. La società civile è una
condizione in cui c'è una mutua dipendenza di tutte le persone da tutte le
altre, essendo esse già una collezione di individui indi- pendenti. Essa poggia
su di un sistema di bisogni. Lo Stato è una isti- tuzione concreta, che unifica
e dà una realtà più alta alla vita etica dei suoi membri individuali. Pertanto
lo Stato è « l’Idea dello Spirito Assoluto nella manifestazione esterna della
volontà umana e della sua libertà ». Anche per Marx come per Aristotele (e
linguaggio idealistico a parte come per Hegel), lo Stato deve la sua origine
alla natura stes- sa delle cose (non a patteggiamenti convenzionali o a
prevaricazioni contro qualche ordine soprannaturale): deve la sua origine alla
na- tura stessa dell’uomo la quale è fatta in modo tale che le è consen- tito
di soddisfare i suoi bisogni più elementari di sopravvivenza soltanto con
l’aiuto, il concorso, l'assistenza di altri uomini. Non si può dire invece
altrettanto delle varie forme concrete che lo Stato assume nella storia. Esse
non sono dovute alla natura ma all’arbitrio umano: alla sua decisione di
distribuire in un modo o in un altro i tre elementi costitutivi fondamentali
della struttura fondamentale dello Stato che è quella economica: il lavoro, il
capitale e gli stru- menti di produzione. Origine convenzionale. Questa teoria
dice che all'inizio, al suo primo apparire sulla faccia della terra, l’uomo, il
singolo indi- viduo era pienamente autosufficiente e perciò per vivere e
svilupparsi non aveva bisogno di unirsi agli altri. Senonché la presenza di
tanti altri piccoli centri di potere (quali erano gli altri uomini) ha inevita-
bilmente dato luogo a conflitti, per evitare i quali è stato necessario
trattare con gli altri, mettersi d'accordo con loro, rinunciando a qualche
diritto e assoggettandosi a qualche dovere. Così, sulla base di tale accordo, è
sorto lo Stato. Questa teoria che era già stata avanzata dai Sofisti fu ripresa
e sviluppata da molti filosofi moderni, in particolare da Spinoza, Hobbes,
Locke e Rousseau. Ciascuno di questi autori ha presentato una versione
personale della teoria convenzionalistica o contrattuale; per Spinoza e Hobbes
il contratto sociale ha carattere irreversibile: MoNnDIN, vol. III, pp.
548-550. 148 una volta rinunciato ai propri diritti per costituire lo Stato non
si può più ritirarli e tornare indietro. Invece per Locke e Rousseau il
contratto sociale ha carattere reversibile. c) Origine preternaturale. Questa
teoria considera lo Stato come conseguenza di una caduta dell'uomo da una
condizione originaria di perfezione e di felicità dove non abbisognava di
sostegno e di aiuto da parte degli altri. Già annunciata da Platone, la teoria
del- l'origine preternaturale dello Stato è stata sviluppata in forma orga-
nica da due grandi pensatori cristiani, Agostino e Vico. Agostino afferma
l’esistenza di due grandi associazioni di spiriti: la civitas Dei (città di
Dio) e la civitas terrena (città terrena o Stato). Tutt'e due sono fondate
sull'amore. Ma mentre la città di Dio è fon- data sull'amore di Dio, un amore
così altruistico che non teme d'ar- rivare fino al sacrificio totale di se
stesso, della propria vita, la città terrena è fondata sull'amore di se stessi,
un amore talmente cieco ed egoistico che arriva fino al disprezzo e al
rinnegamento di Dio. « Ciò che anima la società terrena (civitas terrena) è
l'amore di se stessi al punto di disprezzare Dio; ciò che anima la società
divina (civitas coelestis) è l'amore di Dio al punto di disprezzare se stessi.
L'una basa il suo orgoglio in se stessa, l'orgoglio dell'altra è in Dio; una
cerca la gloria fra gli uomini, l’altra ritiene che la conoscenza di Dio sia la
gloria più grande »% L'essenziale nel regno terreno così come in quello
spirituale è il debitus finis, vale a dire lo scopo che deriva dall'intrinseca
natura della cosa: dunque in questo caso la realizzazione di valori puramen- te
terreni. Questi includono, per cominciare, « il corpo e i suoi beni, cioè una
buona salute, sensi acuti, forza fisica e bellezza, parte di essi essenziali
per una vita migliore, e quindi più desiderabili, parte di minor pregio. Poi,
la libertà, nel senso che uno crede di essere libero quando è padrone di se
stesso, cioè nel senso desiderato dagli schiavi. In terzo luogo i genitori, le
madri, una moglie e dei bambini, i vicini, i parenti, gli amici, e, per coloro
che condividono il nostro modo di vedere (quello greco-romano) l'appartenenza
ad uno Stato, nonché gli onori, le ricompense e ciò che è chiamato favore
popolare. Infine il denaro, intendendo con questo termine tutto ciò che posse-
diamo legalmente, o che abbiamo il potere di vendere o di cui possiamo
altrimenti disporre ».” Storicamente l'origine della civitas terrena risale
alla caduta dei primogenitori; ma essa trova la prima espressione emblematica
nel- la Torre di Babele. Come nella Torre di Babele, così nella civitas ter-
rena regna costantemente la confusione, la violenza, la malvagità, la miseria.
Ma, a parere di Agostino, l’espressione più mostruosa la civitas terrena l'ha
raggiunta nell'Impero Romano, esempio supremo 5 MONDIN (Spinoza); (Hobbes);
(Locke); (Rousseau). € S.
AcosTINO, De civitate Dei XIV, c. 28. ? S. AcostINO, De libero arbitrio, I, 15,
32, 149 Origine preternaturale: Agostino e Vico Agostino: regno terreno
(‘civitas terrena’) e regno spirituale (‘‘civitas Dei””) Dal peccato originale
ha origine la '‘civitas terrena” Vico: lo Stato come creazione provvidenziale
di Dio Per Platone e Aristotele: — costituzioni giuste (monarchia,
aristocrazia, repubblica) di brutale conquista e sfruttamento, che si può
definire come « brigantaggio su vasta scala ». Anche per il Vico lo Stato deve
la sua origine al peccato, ossia ad un atto di ribellione dell'uomo nei
confronti dei disegni di Dio. Tuttavia Vico non ha affatto dello Stato
quell’opinione così negativa e pessimistica dataci da Agostino; in effetti
l’autore della Scienza nuova, anziché un'invenzione degli uomini per meglio
soddisfare le loro brame egoistiche, vede nello Stato una creazione provviden-
ziale con cui Dio cerca di trar fuori gli uomini dalle loro miserie. « E
sommamente da ammirare la provvidenza divina la quale, in- tendendo gli uomini
tutt'altro fare, ella portògli in prima a temere la divinità (con il primo
fulmine)... Appresso, con la religione me- desima, li dispose ad unirsi con
certe donne in perpetua compagnia di lor vita: che sono i matrimoni,
riconosciuti fonte di tutte le po- testà; di poi con queste donne si
ritrovavano aver fondato le fa- miglie, che sono il seminario delle
repubbliche. Finalmente, con l'aprirsi degli asili (per dare rifugio a quei
giganti che non si erano piegati alla religione), si truorono aver fondato le
clientele onde fussero apparecchiate le materie tali che poi, per la prima
legge a- graria, nascessero le città sopra due comuni di uomini che le com-
ponessero: una di nobili che vi comandassero; l’altra di plebei che ubbidissero
».* 4. Le forme di governo Lo Stato può assolvere la sua funzione essenziale di
garantire pace, giustizia e benessere per tutti soltanto se dispone di un
governo, e di un governo autorevole e giusto, il quale sappia far rispettare i
diritti e far osservare i doveri da parte di tutti i cittadini. Di go- verni
capaci di realizzare queste funzioni se ne possono ipotizzare molti. Però tutte
le ipotesi possibili si trovano già chiaramente for- mulate in Platone ed
Aristotele, i primi due grandi maestri del pen- siero politico. Movendo dal
principio che scopo dello Stato è facilitare il rag- giungimento del bene
comune, sia Platone che Aristotele dividono le costituzioni possibili (ossia le
forme di governo ipotizzabili) in due categorie: giuste ed ingiuste, e
affermano che si danno tre forme di costituzioni giuste e altrettanto di
ingiuste. Sono costituzioni giu- ste quelle che servono il bene comune e non
solo quello dei gover- nanti. Tali sono: la monarchia, ossia il comando di uno
solo che cura il bene di tutti; l'aristocrazia, ossia il comando dei virtuosi,
dei mi- gliori, che curano il bene di tutti senza attribuirsi alcun privilegio;
la repubblica o politia, ossia il governo popolare che cura il bene di tutta la
città. Sono invece costituzioni ingiuste quelle che servono * G. Vico, Scienza
nuova, ed. Nicolini, p. 629. 150 il bene dei governanti e non il bene comune.
Tali sono: la tirannia ossia il comando di un solo capo che persegue il proprio
interesse; l'oligarchia, ossia il comando dei ricchi che cercano il bene econo-
mico personale; la democrazia, ossia il comando della massa popo- lare che
vuole sopprimere ogni differenza sociale in nome dell’egua- glianza. Queste
sono sostanzialmente anche le ipotesi che hanno avanzato nel Medioevo san
Tommaso, Dante, Marsilio Ficino, Occam, e du- rante l'epoca moderna Spinoza,
Hobbes, Locke, Montesquieu, Rous- seau, Fichte, Marx e molti altri ancora. Si
nota però una diversità di opinione, anzi una vera e propria inversione di
pareri tra i filo- sofi dell'antichità e del Medioevo da una parte, e i
filosofi moderni dall'altra. Mentre i primi ritenevano, normalmente, che la
forma ideale di governo fosse la monarchia assoluta e la forma più imper- fetta
quella democratica, i secondi, in generale, giudicano l’'asso- lutismo
monarchico la forma peggiore e invece ritengono che la for- ma ideale sia o
quella della monarchia parlamentare oppure*quella della repubblica. La
complessità delle strutture attuali della società, la diffusione della cultura
in tutti gli strati sociali, l'esigenza di rendere tutti i membri della società
direttamente partecipi dei benefici del potere, la consapevolezza dei rischi
che corre la libertà individuale allorché il governo viene affidato ad uno solo,
tutti questi motivi ci sembrano dar ragione ai filosofi moderni: essere cioè la
forma repubblicana quella più adatta a tutelare i diritti di tutti e a
procurare il bene comune. 5. Rapporti tra politica e morale a partire
dall'epoca mo- derna Fino agli inizi dell'epoca moderna si pensava che la
politica non disponesse di criteri di giudizio suoi propri e che dovesse
mutuarli dalla morale e dalla religione. Perciò, quando un sovrano doveva pren-
dere una decisione, suo primo compito era consultare la Bibbia e la propria
coscienza. Se queste gli dicevano che una certa azione era moralmente illecita
oppure contraria agli interessi della religione, egli doveva considerarla anche
politicamente riprovevole. Il primo assertore dell'autonomia della sfera politica
rispetto a tutte le altre, in particolare rispetto alle sfere della morale e
della religione, in quanto disporrebbe di principi normativi suoi propri, è
Niccolò Machiavelli. Per la prima volta, la politica viene indaga- ta dal
Machiavelli nella sua cruda realtà, nella sua nudità; per la prima volta essa
viene fissata nella sua logica interna spregiudicata- mente, fuori cioè da ogni
preoccupazione d'ordine morale e teolo- MonDIN, vol. I, pp. 78-97 (Platone);
120-143 (Aristotele). 151 — costituzioni ingiuste (tirannide, oligarchia,
democrazia) Dall’epoca moderna si capovolge il concetto di governo ideale
Garanzie della forma repubblicana Machiavelli: — l'autonomia della politica
dalla morale — la politica come forza positiva e autonoma Kant: distinzione e interazione
tra etica e politica gico; e, come risultato di questo metodo, per la prima
volta essa viene affermata nella sua peculiarità. Il Machiavelli, attingendo
es- senzialmente dalla lezione delle cose, « proclama che la politica non è né
la morale, né la negazione della morale, ma una forza positiva, impossibile ad
eliminare dal mondo, come ogni altra forza della na- tura, che contribuisce a
tener su e far camminare il mondo. In quanto forza positiva, non riducibile
quindi alla negatività del male ma insieme non identificabile, per
l’invincibile resistenza delle cose a tale identificazione, con la moralità,
essa sta per sé, è cioè una forma particolare dell'attività spirituale. La
politica è la forza del mondo dello spirito, della forza “cruda e verde”, come
si dirà più tardi, che, in quanto forza spirituale, non può essere che forza
co- sciente, cioè volontà forte, solida, coerente, indirizzata risolutamente al
fine. L'uomo politico, degno di questo nome, è dotato di questa forza, di
questa volontà, senza la quale non sarà in grado né di fondare né di mantenere
lo Stato: che è lo scopo della sua azione, a conseguire il quale egli calcola
l'utilità di tutti i mezzi nella situazio- ne disponibili, tenendo fisso lo
sguardo alla realtà effettuale, libero da pregiudizi e scrupoli, persino
morali, e invece pronto a sfruttare, ove sia il caso, ossia ove ciò sia utile e
necessario, le altrui preoc- cupazioni, credenze e scrupoli ».! Dopo
Machiavelli, i filosofi della politica si dividono in due cor- renti, una favorevole
a Machiavelli e l’altra contraria. Gli antima- chiavellici (Campanella, Vico)
tentano di ricondurre la politica alla dipendenza dalla morale. Per contro, i
machiavellici (Spinoza, Hob- bes e poi Marx e Lenin) ribadiscono la totale
autonomia della politica dalla morale e dalla religione. La questione dei
rapporti tra morale e politica viene per qualche tempo accantonata dagli
illuministi (Rousseau, Montesquieu), i quali preferiscono concentrare la loro
attenzione nella ricerca del governo più conforme ai lumi della ragione. Ma il
problema del rap- porto morale-politica si ripresenta con forza in Kant.
Questi, pur mantenendo una rigorosa distinzione tra le due sfere, afferma che
né la politica può sottrarsi alla giurisdizione universale dell'etica, né
l'etica può prescindere dalla politica, ossia dalla società civile, che è il
mezzo e quasi il luogo ideale della sua espiicazione mondana: «La condizione
formale sotto cui soitanto ia natura può raggiun- gere questo suo scopo finale
(la moralità) è quella costituzione nei rapporti degli uomini tra loro, che in
un tutto che si dichiara società civile, oppone una resistenza legale alle
infrazioni reciproche della libertà, perché solo in tale costituzione si può
effettuare il massimo sviluppo delle disposizioni naturali » (Kant). Qualsiasi
distinzione tra etica e politica viene invece respinta !° ATTIANI, Politica, Enciclopedia
filosofica, Sansoni, Firenze da Hegel, perché secondo questo filosofo la fonte
suprema d'ogni moralità è lo Stato. Il pensiero di Marx sui rapporti tra etica
e politica è ambivalen- te. Nella polemica contro l’idealismo e contro il
capitalismo egli riduce l'etica e la politica a semplici sovrastrutture dei
fatti econo- mici, i quali si svolgono e trasformano in diretta dipendenza
rispetto a questi ultimi. Invece nella progettazione della società ideale in
cui tutte le discriminazioni e le differenze di classe saranno tolte, Marx vede
nell’etica uno dei valori fondamentali e nella politica uno strumento
necessario per la sua realizzazione. « Marx crede nella so- vranità della
coscienza morale, che condanna l'ingiustizia nel mondo e anela alla
instaurazione della giustizia e della libertà spingendo a maturazione le
condizioni che ne rendano possibile l'avvento. La po- litica, allora, sotto
questo aspetto ha da servire alla instaurazione dell'ordine morale nel mondo e,
questo instaurato, a mantenerlo, di- fenderlo e potenziarlo ».! Ma che cosa è
questo « ordine morale » vagheggiato da Marx? In forza del principio che le
trasformazioni economiche determi- in molte parti del mondo e che ha assunto
una dimen- sione planetaria in base allo sfruttamento dei pochi paesi ricchi
sul resto dell'umanità. Il motivo fondamentale della difficile situazione
politica e so- ! ATTIANI, Hegel: lo Stato fonte suprema della morale Giudizio
ambivalente di Marx: lo Stato è regolatore delle condizioni morali per
edificare la dittatura del proletariato L’ordine morale costringe l’individuo
ad una unica volontà sociale Per Maritain la realtà morale deve ispirarsi ai
principi morali evangelici Esigenza del recupero della morale cristiana che ha
l’amore al centro della vita talmente assorbito nella dimensione religiosa ed
ha cercato questa riabilitazione nel se- parare l'uomo da Dio. L'umanesimo che
ne è nato e che si è svilup- pato nelle varie formule capitalistiche,
marxistiche, idealistiche è un umanesimo antropologico, finalizzato all'uomo e
realizzato dall'uomo attraverso la sua ragione, la sua coscienza, la sua
tecnica, le sue violente reazioni contro le alienazioni emergenti dalla storia
del suo tempo. Si tratta di un umanesimo naturalistico, che si chiude in un
materialismo senza sbocchi. Volendo dimenticare che nell’uo- mo vi è una
componente negativa, l’antropocentrismo naturalistico ha dovuto subire tutto il
male che è nell'uomo senza poterlo spie- gare o spiegandolo erroneamente come imputabile
a un « sistema » storicamente dominante, o all'’imperfezione del grado di
progresso conseguito, o a oscure ragioni psicologiche del profondo. In
particolar modo, sotto la spinta dell’interpretazione marxi- stica della
storia, lo sforzo di liberazione dell'uomo si è incentrato nella lotta contro
un sistema economico fondato sulla fecondità del denaro. Ma in questa azione di
liberazione della classe operaia si è assunto come valore la forza dell'odio e
la violenza, mentre la prospettiva da realizzare è posta in un materialismo che
vuole solo procurare le maggiori quantità di beni materiali, ricopiando in tal
modo lo schema della società neocapitalistica, che operando sui fat- tori
tecnica, produzione e pubblicità ha prodotto la società consumi- stica. « Le
realtà della vita sociale, economica e politica sono state ab- bandonate alla
legge della carne, sono state sottratte alle esigenze del Vangelo. Ne è
risultato che è sempre più difficile viverle. Contem- poraneamente, la morale
cristiana, non essendo più praticata nella vita sociale dei popoli, s'è
isterilita — non già in se stessa o nella Chiesa — ma nel mondo, nel
comportamento pratico della civiltà, in un universo di formule e di parole ».!
« Per vincere questa fatalità occorre il risveglio della libertà e del- le
forze creatrici. E l'uomo ne diviene capace non in virtù dello 1 MARITAIN, Che
cosa è l'uomo: discorso per la città fraterna, in « Vita e Pensiero Stato o di
una pedagogia di partito, ma nell'amore che pone il centro della vita
infinitamente al di sopra del mondo e della storia tem- porale ».! 6. Rapporti
tra Stato e Chiesa Lo « Stato » è per definizione una società perfetta con un
fine ul- timo suo proprio (il bene comune degli uomini in questo mondo) e con
mezzi adeguati per raggiungerlo. Ma anche la « Chiesa » si con- sidera una
società perfetta, avente un suo fine ultimo da raggiungere (la salvezza eterna
dell'uomo) e mezzi appropriati da utilizzare per conseguirlo. a dei due poteri:
quello dello Stato e dei regni terreni e quello di Dio e della Chiesa, corpo
mistico di Cristo: questi due poteri sono essenzialmente di natura diversa come
diversi sono i loro fini: il primo si occupa della felicità terrena dell’uomo,
il se- condo ha per fine la sua felicità eterna; secondo, anche il potere della
società politica viene dall'alto: Omnis auctoritas a Deo. Con questa
affermazione si vuol intendere che il potere terreno trova la sua giu- ”
Ibidem. 155 Stato e Chiesa: due società perfette in teoria completamente
separate Conflitto e interazione dal Medioevo ai giorni nostri tra Stato e
Chiesa Le diverse soluzioni: — subordinazione indiretta delio Stato alla Chiesa
(san Tommaso) — subordinazione diretta dello Stato alla Chiesa (Bonifacio VIII)
— subordinazione diretta della Chiesa allo Stato (Marsilio da Padova) Età
moderna: tendenza alla separazione Maritain: uomini liberi sotto la provvidenza
di Dio stificazione non in sé ma in Dio, e quindi si afferma un nesso con il
potere dato alla Chiesa. Ma Gesù non volle determinare le applicazioni concrete
di questi principi universali. Questo deve essere il compito di tutti i
cristiani inseriti nella propria epoca storica. olitica dalla morale e dalla
religione le teorie di Bo- nifacio VIII, Marsilio e Tommaso cadono in disuso e
si dà sempre maggior credito alla teoria della netta separazione tra Stato e
Chiesa. Ma anche questa ipotesi, in pratica non è scevra di difficoltà, per la
ragione che abbiamo ricordato più sopra: cioè che gli stessi indi- vidui fanno
parte sia dello Stato che della Chiesa. Ora può accadere (e in effetti accade
di sovente) che le decisioni dello Stato siano in contrasto con quelle delle
varie Chiese. Così quella separazione che si era ipotizzata teoricamente, nella
realtà quotidiana non è ‘facil- mente realizzabile. Su questo contrastato
problema ha fatto delle acute considera- zioni Maritain, il quale analizzando
la costituzione americana, os- serva che il suo spirito si oppone all'idea di una
società umana che si tenga lontana da Dio e da ogni fede religiosa. In realtà
la distin- zione tra Stato e Chiesa che la costituzione americana afferma è in
funzione di una reale cooperazione, escludendo ogni privilegio nel- l'una e
nell’altra parte. Si tratta di far vivere uomini liberi sotto la 156
provvidenza di Dio (under God). In questa linea lo Stato ha tutto da guadagnare
riconoscendo alla Chiesa una influenza immateriale sulle anime attraverso
l'insegnamento del Vangelo. Ma alla base del contrasto moderno che vuole
l'opposizione to- tale tra Chiesa e Stato, sta il malinteso di chi non intende
considerare la Chiesa se non in termini umani, non riconoscendole altro valore
che di istituzione umana, nata nella storia, come fatto umano che può come
tutti i fatti umani esser modificata o distrutta. Chi consi- dera la Chiesa
come fatto umano — prosegue Maritain — tende a riversare tutte le colpe, che
gli uomini in essa viventi manifestano, alla Chiesa stessa. Bisognerebbe
riconoscere che anche se il cristia- nesimo fosse tradito dai cristiani (ma in
realtà vi sono sempre uo- mini che realizzano pienamente il cristianesimo in
ogni epoca) ciò non infirmerebbe gli ideali e la realtà che la Chiesa porta nel
mondo. Allo stesso modo che sul piano delle civiltà umane, queste non si giu-
dicano dal comportamento dissennato di parte dei membri di esse. Rapporti tra
fede e politica Il problema del rapporto politica-religione oggi non si
configura più solo come studio dei rapporti tra Stato e Chiesa, intesi come due
associazioni autonome e complete in se stesse. Ogni Chiesa oggi è vista come
una comunità spirituale che tiene uniti i suoi membri con il solo vincolo
dell'amore, senza strutture temporali che possono farla apparire come uno
!Stato in concorrenza con gli altri Stati. Ma non per questo si può
estromettere la Chiesa o le Chiese dalle vicende di questo mondo e confinarle
in un mondo impalpabile delle anime. Molti teologi in questi ultimi anni hanno
sottolineato l’impor- tanza della dimensione politica del messaggio cristiano
e, di conse- guenza, dell'impegno politico di ogni cristiano sia singolarmente
che collettivamente. Si rileva, anzitutto, che destinatario della Pa- rola di
Dio e della sua opera di salvezza è l'uomo. Ora, questi non è una monade, un
angelo, un monaco, ma un essere essenzialmente socievole. Egli non si realizza
nella clausura della sua anima, con- templando la verità, ma nella apertura
intersoggettiva, nel rapporto recettivo e comunicativo con gli altri,
inserendosi in una società e avvalendosi delle sue molteplici strutture. Questo
aspetto politico dell'essere umano è al centro della rivelazione nella Bibbia
(Antico Testamento), la quale sì occupa costantemente delle strutture so- ciali
e politiche del ponolo ebraico, l’eletto dal Signore, sottraendolo MARITAIX,
L'uomo e io Stato, Vita e Pensiero, Milano 1971, pp. 224- 227, passim. 157 Il
contrasto moderno Il rapporto fede- politica oggi La dimensione politica del
messaggio cristiano al dominio dei suoi nemici (v. Esodo), determinando la sua
organizza- zione in tribù, assegnandogli determinate forme di governo, ecc.
Reazione del potere Nel Nuovo Testamento l'attenzione alla dimensione politica
è politico meno esplicita, ma si trova sempre presente. Pur non intraprendendo
all'insegnamento di iniziative politiche, Gesù è coinvolto nella politica. La
sua condotta Gesù e il suo insegnamento provocano la violenta reazione dei
poteri po- litici costituiti. Egli diviene la loro vittima. Ma il « potenziale
sov- versivo » della sua dottrina e della sua grazia non sarà soffocato. Esso
opererà profondamente sui rapporti umani, sulle strutture sociali e a poco a
poco li trasformerà radicalmente. Esiste quindi un impatto inevitabile della
fede sulla politica. E Fede e liberazione —se questo può essere vero di
qualsiasi fede, lo è in modo singolare totale della fede cristiana, che è fede
nella liberazione dell'uomo: a ciò contribuisce il cristiano con la
testimonianza della sua fede, la quale, di conseguenza, non è passiva
accettazione né estatica contempla- zione della parola di Dio, ma è fattiva
attuazione delle promesse divine in ordine alla piena realizzazione del regno
di Dio che Gesù ha annunziato. 8. Lettura politica del messaggio evangelico
Queste importanti ragioni (la natura dell'uomo e il processo sto- rico della
rivelazione di Dio) autorizzano una lettura « politica » del messaggio evangelico.
Questo, tuttavia, non può essere letto esclu- sivamente in chiave politica,
come pretendono alcuni oggi. Quello politico, infatti, è soltanto un aspetto
del messaggio cri- Una lettura politica —stiano. Questo ha di mira anzitutto la
singola persona (e poi la so- del messaggio cietà) e in ogni persona considera
in primo luogo la dimensione evangelico interiore: la conversione dello
spirito, la trasformazione del cuore. I profeti dell'Antico Testamento e Gesù
Cristo vogliono instaurare un nuovo tipo di rapporti, basato essenzialmente
sull'amore, tra l'uomo e Dio e tra i singoli uomini. Ma non intendono
realizzare tale obiettivo con la forza, con la violenza, con le armi, bensì con
la tra- sformazione interiore delle anime, sollecitandole alla conversione con
la testimonianza delle opere, con l'insegnamento della verità, con la pazienza,
la carità e il sacrificio di se stessi. Il comandamento [L'amore per Dio e per
il prossimo è il vero comandamento « po- dell'amore è il litico » di Gesù. Però
non un amore romantico ma un amore critico, comandamento non inteso solo come
aiuto caritativo al prossimo, ma come dedizione politico di Gesù. piena alla
giustizia, alla libertà e alla pace. Questo comporta una cri- tica decisa
contro ogni forma di potere puro e un impegno concreto: per trasformare ogni
situazione politica oppressiva degli uomini. Impegno del Di fronte ai grandi
temi politici, concretamente, il cristiano sa che cristiano per il bene la vita
politica tende ad un bene comune che è superiore alla sem- comune e la plice
somma dei beni individuali, un bene che deve riversarsi sulle promozione Umana
—rersone umane cioè un bene che riguardi innanzi tutto il miglioramento della
vita umana, non già sul solo piano degli squilibri eco- nomici, ma anche su
quello dei valori spirituali, permettendo a cia- scuno di vivere sulla terra
come uomo libero e di godere i frutti della intelligenza umana. Per il
cristiano la libertà è una realtà di cui deve rendersi degno; l'uguaglianza con
gli altri uomini si instaura soltanto in un clima di rispetto reciproco e di
fraternità, e non già in una lotta per l’afferma- zione di una sola classe
sulle altre; la giustizia è la forza di conserva- zione della comunità politica
e la condizione indispensabile per per- mettere all’« amicizia civica » di
prendere forma « conducendo gli ineguali all'uguaglianza ». Si potrebbe
obiettare che il cristiano, secondo questa visione ideale, appare tutto proteso
in una visione verticale, tutto rivolto all’affermazione di principi spirituali
e morali, che lo disincarnano dal mondo attuale. È la nota accusa
dell’alienazione del cristiano dalle responsabilità del mondo presente. In
realtà nella natura uma- na è presente anche un movimento orizzontale,
anch'esso determi- nante per la piena e totale realizzazione dell’uomo in se
stesso. Tale movimento orizzontale riguarda l'evoluzione dell'umanità e rivela
progressivamente la sostanza delle forze creatrici dell'uomo nella storia. È il
movimento orizzontale della civiltà, che se è orientato ver- so fini temporali
autentici, aiuta la tensione verticale dell'umanità. L'ideale supremo cui deve
tendere l’opera politica e sociale del- l'umanità è l'inaugurazione di una
città fraterna, la quale non com- porta che tutti gli uomini saranno un giorno
perfetti sulla terra e si ameranno fraternamente, bensì la speranza che lo
stato esistenziale della vita umana e le strutture della civiltà si
avvicineranno sempre più alla perfezione, la cui misura è la giustizia e la
fraternità. « Questo ideale supremo è anche quello della democrazia au-
tentica, l'ideale di una nuova democrazia che tutti attendiamo. Essa esige non
solo il potenziamento di tutte le strutture tecniche e una organizzazione
socio-politica salda’ e razionale nelle società degli uomini, ma soprattutto
una filosofia eroica della vita e il fermento interiore vivificante
dell’ispirazione evangelica ».” 9. Capitalismo o socialismo? Il mondo attuale
si presenta diviso in due blocchi contrapposti: da un lato i paesi che
gravitano nell'orbita della Russia governati da un regime politico-economico di
tipo socialista; dall'altro i paesi detti « dell'Occidente », che comprendono
l'America del Nord, l’Eu- ropa occidentale, il Giappone e l'Australia, a regime
capitalista sotto la guida reale dell'altra superpotenza mondiale (gli Stati
Uniti d’Ame- rica). Vi sono poi i cosiddetti « paesi non allineati » (o. del
Terzo 4 Ivi, p. XXIX. 159 Libertà, uguaglianza e giustizia cristiana Visione
verticale ed orizzontale del cristiano L'ideale di una città fraterna I due
blocchi politici contrapposti Due sistemi economici, due scelte di civiltà
Horkheimer: la società capitalista è una diretta conseguenza dell’Illuminismo
Individualismo, liberalismo e Stato di diritto “Mondo) rappresentati dalla
maggioranza dei paesi « poveri ». Ma anche questa distinzione non fa che
ribadire la contrapposizione mon- diale dei « due blocchi ». Si tratta di una
contrapposizione non soltanto di due sistemi economico-politici, ma di due
concezioni di vita da cui derivano ri- percussioni profonde umane e sociali.
Entrambi si pongono come « scelte di civiltà » affermando di possedere la
garanzia del futuro individuale e sociale del mondo. Di fronte all’alternativa
per quale dei due sistemi optare, è difficile pronunciare un giudizio sereno e
spassionato. La propagan- da e la lotta politica hanno confuso e oscurato fatti
e dottrine, fino al punto di radicalizzare la convinzione ideologica degli
individui e delle masse che vivono nei due schieramenti contrapposti. Tutta-
via per molti uomini d'oggi, all'interno dell'uno e dell'altro schiera- mento,
si pone un urgente problema di coscienza: per quale dei due sistemi è giusto
schierarsi? Prima di tentare di avanzare una risposta, è necessario richiama-
re i punti essenziali su cui si fondano i due sistemi e le differenzia- zioni
che si sono sviluppate nel loro seno. 9.4 Il capitalismo classico Giova
innanzitutto avere delle idee chiare sulla ‘situazione sto- rica degli ultimi
secoli, in cui si è sviluppata la società attuale. La società, infatti, non è
un prodotto naturale, ma il risultato di un lungo processo storico. Ci sembra
utile a questo proposito ricordare che, muovendo dai suddetti presupposti,
Horkheimer e i suoi col- leghi della Scuola di Francoforte hanno condotto uno
studio accu- rato sulle origini della società capitalista contemporanea,
stabilen- do che essa affonda le sue origini nell’illuminismo e nelle sue
distor- sioni. Con questi studi Horkheimer arriva a concludere che «la
manipolazione, lo sfruttamento e l'oppressione che si registrano nella nostra
società sono la diretta conseguenza della concezione illuministica del sapere e
del ruolo che l’illuminismo ha preteso di assegnare al sapere ».” Il sistema
economico chiamato capitalismo non può essere effet- tivamente compreso nella
sua essenza se non come conseguenza di una concezione dell’uomo detta «
antropocentrica »: l’uomo non ha altro fine all'infuori di se stesso. Egli è
destinato a promuovere il proprio sviluppo nella storia, sotto la guida della
ragione, nella to- tale espansione della propria libertà. In questa concezione
dell’uomo si esalta l'individuo nei confronti della società (individualismo) e
si proclama la sua libertà incondizionata (liberalismo). Lo Stato, e-
spressione delle libertà individuali, si regge sulla democrazia rap- MONDIN.
" Ivi, p. 541. 160 presentativa e sulle garanzie della Legge (stato di
diritto). Sul piano economico la libertà dell'individuo (o dei gruppi) si
estende quanto si estendono le sue possibilità economiche. All'iniziativa
privata del capitale non vengono posti limiti né di natura legale né di ordine
sociale. L'uomo, spinto dal suo esclusivo egoismo, mette in atto una sfrenata «
lotta per il successo », e basandosi esclusivamente sulle leggi inevitabili
della economia-libera concorrenza, concentrazione dei mezzi di produzione e dei
capitali nelle mani di uno o di pochi (trusts, oligopòli, multinazionali, ecc.)
esercita una forza di pressione su governi, partiti politici, opinione
pubblica, allo scopo di assicu- rarsi copertura ideologica sugli intrighi utilitaristici.
È questo il capitalismo classico !# che ha avuto il suo massimo svi- luppo nel
secolo scorso e nei primi anni del nostro secolo; esso si fonda sul principio
secondo il quale l’attività economica nasce nel li- bero gioco tra capitale e
lavoro; due forze nel cui equilibrio non devono interferire né lo Stato né la
morale, perché il solo rapporto economico è sufliciente a bilanciarne gli
eccessi. In realtà il capitale, con l'enorme concentrazione di potere in suo
dominio, riusciva ad arrogarsi ogni vantaggio, lasciando alle forze del lavoro
(proletariato) appena di che mantenersi e ripro- dursi. La legge ineluttabile
che si diceva essenziale all'ordine eco- nomico, continuava a mantenere ed
accrescere la ricchezza in mano di pochi, mentre il lavoro, pur derivante dalla
produzione di molti, li condanna allo sfruttamento e a una disumana condizione
di vita. La critica a questo sistema scaturisce dalla sua insanabile ingiu-
stizia e dalla inammissibilità di un sistema che mette le persone umane (i
lavoratori) in balia di una cosa (il capitale). Ma anche sul piano strettamente
economico l'errore su cui si fondava il capitali- smo non tardò a rendersi
evidente: l’uomo non è sensibile esclusiva- mente a stimoli di ordine
economico. Le tensioni sociali che si mani- festarono a partire dalla metà del
secolo XIX nascono dalla presa di coscienza che l'uomo non può essere schiavo
delle leggi econo- miche, ma queste devono servire al suo sviluppo sociale e
morale. Questa presa di coscienza deriva soprattutto dalla nascita di asso-
ciazioni di lavoratori sorte verso la metà del secolo scorso in Inghil- terra
per la difesa dei propri diritti, inizialmente soprattutto di ca- rattere
economico, soprattutto dei cosiddetti sindacati. 9.2 Il neocapitalismo Il
crollo del rendimento produttivo dei lavoratori e la loro cre- scente
avversione ai datori di lavoro condussero il capitalismo a profonde
modificazioni. Con Taylor X Il capitalismo nasce dalla rivoluzione industriale,
in forza della quale la macchina, applicata alla produzione, assorbì gran parte
della mano d'opera nelie fabbriche. Secondo Marx ciò ebbe inizio con
l'introduzione del- la macchina per filare di Wyatt. 161 Capitalismo classico e
sfruttamento del proletariato L’uomo non è schiavo delle leggi economiche Nel
neocapitalismo c’è l'intervento condizionatore dei sindacati dei lavoratori e
dello Stato La crisi del ’29 e il “Nuovo corso” Effetti sociali della
tecnostrutiura che modifica i processi produttivi La ‘‘società dei consumi” e
la manipolazione dei ‘mass-media’ nasce negli Stati Uniti il neocapitalismo che
riconosce al lavoratore «dipendente, sia pure dopo dure e lunghe lotte dei
sindacati operai, e allo Stato un intervento condizionatore dell'attività
economica, non più lasciata ai soli automatismi di mercato. Riconoscendo al
lavoratore il diritto a migliorare le condizioni di lavoro, il neocapita- lismo
supera il gretto concetto di sfruttamento della mano d'opera. Si elabora una
organizzazione scientifica di pianificazione del lavoro (scientific management)
e al lavoratore vengono riconosciuti il di- ritto a tempi ragionevoli di
lavoro, il diritto a un'istruzione specifica, il diritto alla cooperazione tra
direzione manageriale e lavoratori. Dopo la grande crisi economica, con il New
Deal di Roosevelt, il potere politico viene coinvolto sempre più decisamente
nel processo economico e la nuova politica economico-sociale dello Stato
rappresenta uno strumento di redistribuzione dei redditi della produzione
economica a più larghi strati della popolazione, e- sercitando una forte
pressione sugli automatismi economici. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale,
con l'avvento della tecnostruttura, l'automazione introdotta nei processi
produttivi in- serisce nel processo economico gli scienziati e i tecnici,
condizionan- do una volta di più la potenza del capitale e riducendo il
proletariato tradizionale a sempre più esigue minoranze. Ma il neocapitalismo
sa approfittare ancora una volta delle mu- tate condizioni di produzione con
l’estendere su larga scala la pro- duttività di beni di consumo e favorire in
tal modo i consumi di massa. Nasce la « società dei consumi » (affluent
society) il cui ideale è di produrre sempre di più per rendere più umana la
vita dell’indi- viduo, fornendogli un numero sempre crescente di beni di
consumo. La critica a questo sistema emerge dal fatto che l'uomo viene
stritolato nel rapporto produttività-consumi, rapporto che si confi- gura come
una nuova e più sofisticata forma di sfruttamento di massa:. l’uomo della
civiltà dei consumi vive costretto a produrre ciò che dovrà consumare. Di qui
uno stato di insoddisfazione sempre crescente, cui s'aggiunge l'alienazione
derivante dalla mercificazione della cultura e dallo svuotamento delle menti
prodotto dai mass media. H. Marcuse ha tratteggiato amaramente l’uomo «
unidimen- sionale » emergente dalla nuova società creata tanto dal consumismo
dell'Occidente, quanto dall'industrialismo sovietico: « Una confor- tevole,
democratica non-libertà prevale nella società industriale a- vanzata ».!? 9.3
Il labourismo e la socialdemocrazia Nel 1883 sorge a Londra la « Società
Fabiana » (Fabian Society) che si pone come fine la elevazione della classe
lavoratrice, in modo che essa possa arrivare ad assumere il controllo dei mezzi
di produ- # H. MARCUSE, L'uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967, p. 21.
162 zione. Questo fine doveva essere raggiunto in modo graduale, « tem-
poreggiando ». Da qui il nome di questa società, derivante dal con- sole romano
Fabio Massimo, detto il « temporeggiatore ». Dopo qual- che anno (nel 1900)
dalla Società Fabiana e dalle Trade Unions (i sindacati operai, sorti agli
inizi del secolo XIX come associazione di mutuo soccorso tra gli operai
dell'industria metallurgica inglese) fu fondato il partito labourista inglese
(Labour Party = partito del la- voro) che assume il programma del socialismo
(per cui il controllo dei mezzi di produzione deve passare ai lavoratori) senza
fare però un dogma dei suoi principi filosofici tratti dal marxismo. Esso
diven- ne nel giro di alcuni decenni uno dei due partiti fondamentali della
Gran Bretagna, andando al potere diverse volte a partire dal 1924. I mezzi di
lotta adottati per raggiungere le mete prefissate sono stati: una imponente
azione di propaganda tra le masse popolari per farle crescere culturalmente e
renderle coscienti dei propri diritti di esseri umani sullo stesso piano di tutte
le altre classi sociali; gli scioperi, attraverso il sindacato, anche a livello
nazionale e di sostegno tra le varie categorie di lavoratori, per ottenere
dallo Stato una legislazione sia di assistenza sociale (dalla culla alla tomba)
onde migliorare le condizioni di vita, sia per sancire il passaggio allo stato
o un suo di- ritto di controllo delle aziende di interesse nazionale
(comunicazioni, miniere, energia, banche, ecc.), e per ottenere dal padronato
adeguati miglioramenti salariali ed una partecipazione, sia pure indiretta,
alla gestione dell'azienda. Come in Inghilterra, così anche in altri paesi
dell'Europa occiden- tale come Germania, Olanda, Danimarca e in Scandinavia i
partiti socialisti, sorti nei primi decenni del XX secolo, non fecero la scelta
rivoluzionaria, ma presero la strada del riformismo e della gradualità per la
trasformazione della società capitalista. :IIl nome di partiti «
socialdemocratici », che essi assunsero, era una indicazione della loro scelta
democratica, cioè del pieno rispetto della volontà dei cittadini. Alcuni di
essi, che erano sorti basandosi sul marxismo, specie dopo il secondo
dopoguerra, fecero una esplicita rinuncia al materialismo storico e dialettico
di Marx, accettando nella pratica il sistema neocapitalista con cui convivere
tranquillamente. Il partito socialdemocratico della Germania occidentale e
quelli scandinavi sono gli esempi più significativi di questo socialismo in
perfetta simbiosi con il capitalismo; anche i partiti socialisti france- se,
italiano e spagnolo, pur restando in teoria marxisti, nella pratica sono da
tempo dei partiti socialdemocratici che hanno accettato le tesi del
neocapitalismo per il quale lo sviluppo massimo della pro- duzione con
l'utilizzazione della tecnica moderna, permette la cre- scita di tutta la
società e l'aumento dei consumi per ogni categoria sociale (v. il paragrafo sul
neocapitalismo). Dal fabianesimo alle ‘Trade Unions”’ inglesi e al labourismo
Il socialismo riformista dell'Europa occidentale: la socialdemocrazia Marx:
abolizione dello sfruttamento e comunismo Lotta di classe e collettivizzazione
dei mezzi di produzione Il ‘Manifesto del partito comunista’’ e la coscienza di
classe L'Internazionalismo socialista I partiti dei lavoratori italiani 9.4 Il
socialismo marxista Marx, fondatore del socialismo scientifico, si propone di
fondare una società in cui sia abolito lo sfruttamento dell'uomo e a tutti
venga assicurato il soddisfacimento dei loro bisogni materiali e spirituali
(comunismo). Marx vede nel possesso privato dei mezzi di produzione il prin-
cipio di ogni male, non solo economico, ma anche individuale e sociale. Da
questa privatizzazione nasce il rapporto salariale per cui l'operaio vende il
proprio lavoro per un salario sul quale l’im- prenditore lucra ingiustamente il
« plusvalore », cioè il profitto. La lotta di classe, cioè la lotta per la
conquista della proprietà collettiva dei mezzi di produzione da parte del
proletariato sfruttato dai ca- pitalisti, è, secondo Marx, un fatto
ineluttabile della storia che deve condurre all'eliminazione della classe
padronale. Tolta di mezzo quest'ultima, nascerà un nuovo tipo di umanità, senza
più classi né egoismi: uomini che vivranno in una società di uomini « comuni »,
solleciti al bene degli altri quanto e forse più che non al bene proprio. Nel
1848 Marx lanciò un appello a tutti gli operai, con il « mani- festo del
partito comunista » firmato anche da Engels, in cui il pro- letariato veniva
sollecitato a prender coscienza della propria con- dizione e della propria
individualità, per diventare una forza sociale contro lo sfruttamento. Con la
fondazione della I* Internazionale dei Lavoratori (Londra) le varie correnti
socialiste sviluppatesi prima e durante la diffusione del marxismo si
associarono, non senza contrasti pro- fondi. In Inghilterra prevalse il
sindacalismo delle « trade unions » riformista e antirivoluzionario; in
Germania il socialismo democra- tico mirava alla trasformazione dello Stato,
mentre in Francia an- ziché alla conquista del potere il movimento operaio tendeva
a or- ganizzarsi e a liberarsi dallo sfruttamento senza ricorrere alla rivo-
luzione. Ma vi furono anche movimenti dichiaratamente anarchici, terroristici e
rivoluzionari ispirati da Bakunin, fiero oppositore di Marx. In Italia, con la
fusione dei movimenti operai preesistenti, nacque a Genova il Partito dei
Lavoratori Italiani (l'anno seguente prese il nome di Partito Socialista
Italiano), in cui ben presto si ma- nifestò la divisione tra socialisti
riformisti e socialisti radicali, rivo- luzionari, i quali sotto la spinta
della rivoluzione bolscevica del 1917 in Russia finirono per separarsi e
fondare a Livorno nel 1921 un nuovo partito denominato « Partito Comunista
d’Italia », cam-° biando poi il nome nell'attuale Partito Comunista Italiano.
9.5 Il marxismo-leninismo-stalinismo Con la rivoluzione d'ottobre 1917, in
Russia, ad opera di Lenin si ebbe la creazione di uno Stato collettivista,
senza distinzioni di 164 classe. Lenin stabilì tutto il potere al vertice, non
già nella classe — come avrebbe voluto Marx — ma nel partito. Stalin giungerà
ancor più avanti: alla dittatura personale del capo unico. Il paese fu spinto
con la forza alla collettivizzazione della terra, all'industrializzazione a
tappe forzate, alla compressione continua e spietata dei consumi. Le libertà
individuali o di gruppo furono abolite e con Stalin venne accentuato il regime
poliziesco repressivo con continue « purghe » e con l'invio di milioni di
persone nei famigerati campi di lavoro in Siberia. Questo terrorismo dispotico
venne poi denunziato al XX Congresso del Partito Comunista da Kruscev, dopo la
morte del dittatore. Anzi, dopo questa denunzia, venne iniziata la cosid- detta
fase di « destalinizzazione », in cui tutti gli errori e le deficienze del
sistema vennero addebitate al dittatore scomparso. Sul piano dell'economia e
dei diritti umani non cambiò pratica- mente nulla, pur con qualche accenno di
liberalizzazione attuata in qualche settore e solo per brevi momenti. La rigida
organizzazione centralizzata avente come perno il Partito Comunista, fonte di
ogni potere e costituito da un gigantesco apparato burocratico, è rimasta
invariata in questi ultimi 30 anni, in quanto il marxismo-leninismo è rimasto
la filosofia ufficiale dell'Unione Sovietica. Questo sistema in cui
praticamente domina lo sfruttamento delle masse da parte di una oligarchia
costituita dall’apparato del partito e dalla macchina statale, è stato imposto
a tutti i paesi del blocco dell'Europa orientale, caduto sotto il dominio
comunista alla fine della seconda guerra mondiale. 9.6 L'esperienza del maoismo
in Cina Una esperienza diversa si è attuata in Cina da Mao-Tse-tung, quando,
dopo una lunga lotta rivoluzionaria contro il regime di Chiang-Kai-sheck,
riuscì a conquistare il potere nel 1949, costituen- do la Repubblica Popolare
Cinese su basi marxiste. Mao-Tse-tung — che era stato uno dei fondatori del
Partito Comunista Cinese, sorto a Shangai — divenne il capo cari- smatico del
comunismo cinese e dell'immenso paese asiatico, che ha ora 900 milioni di
abitanti. Egli, dopo la morte di Stalin nel 1953, si proclamò unico difensore e
interprete del marxismo-leninismo, accusando di revisionismo i paesi del blocco
sovietico. In realtà il suo socialcomunismo si è differenziato da quello
proclamato da Marx e Lenin, soprattutto per alcuni punti qualificanti: a)
stretta unione tra teoria e prassi; b) legame completo e continuo con le masse;
c) sviluppo dell’autocritica. In realtà, Mao ha creato un nuovo tipo di
comunismo, in cui le verità universali del marxismo vengono ri- pensate per un
popolo contadino, povero, fortemente socializzato attraverso un incessante
indottrinamento — i « pensieri di Mao » — » M., vol. III, pp. 514-515. 165 La
rivoluzione del ’17: dai marxismo- leninismo alla dittatura di Stalin Mao e ii
ripensamento del marxismo per un popolo contadino Caratteri militari e monacali
del maoismo: la rivoluzione culturale Il processo di revisione del maoismo
‘‘Marxismi’’ e ‘‘postmarxismo”’: la devianza eterodossa in forza del quale si
tenta di cambiare la natura degli uomini, il loro modo di pensare e di
comportarsi, accentuando una forte tendenza nazionalistica e volontaristica.
Accentuando il valore «teoretico » della prassi, più che Marx ed Engels, Mao è
stato soprattutto un utopista pragmatico e per questo, vedendo diminuire nel
quadro del partito la spinta ideale iniziale, si fece promotore nel 1966 della
cosiddetta « rivoluzione cul- turale » con un appello diretto alle masse,
specialmente ai giovani, per controllare l’attività dei dirigenti di partito
che si erano im- borghesiti e burocratizzati e combattere chi non condivideva
le sue tesi politiche riunite nel « libretto rosso ». Come risultato si ebbe
una ventata di violenze con processi sommari e centinaia di mi- gliaia di
vittime innocenti e l'anarchia in tutto il paese, con lo scardi- namento di
tutto l'apparato produttivo. Solo dopo la morte del dittatore, nel 1976, i
nuovi dirigenti, sotto la guida attenta di Deng Hsiao-ping, eminenza grigia del
regime, hanno iniziato un graduale processo di revisione delle direttive maoi-
ste, rivalutando i dirigenti vittime della « rivoluzione culturale » ed
avviando una politica economica più duttile, aperta alle esperienze dei paesi
capitalisti. Facendo un primo bilancio del maoismo, si può dire che esso, co-
me il bolscevismo russo dei primi decenni, era incentrato sul partito come
motore di tutta l’attività del paese, fondata sulla cieca ubbi- dienza di tutti
i sudditi, trattati solo come strumenti di produzione. Una delle sue debolezze
fondamentali, ereditate dal marxismo, è stata la sua incapacità di affrontare
le realtà insopprimibili della vita e della morte. E questo perché ignorava le
preoccupazioni fondamen- tali di ogni essere umano. 9.7 Crisi del marxismo
ortodosso: i nuovi marxismi Dopo un settantennio di esperienza di comunismo
sovietico e circa quarant'anni di quella, simile nei principi, della Repubblica
Popolare Cinese e delle altre costituzioni « socialiste », si può tentare di
formulare un giudizio di validità e di merito. Il pensiero di Marx che in
questo secolo ottenne una grande diffusione e fu assunto come dottrina di
Stato, indiscutibile come un dogma, sia in Russia che in Cina e nelle altre «
democrazie popo- lari », ebbe da parte di qualche eminente studioso marxista,
spe- cialmente dell'Europa occidentale, delle nuove interpretazioni che .
modificarono alcune delle sue tesi classiche. Tanto che da alcuni decenni non
si parla più di marxismo ma di « marxismi » e di « post- marxismo ».
Naturalmente queste nuove interpretazioni furono su- bito condannate come
eterodosse dagli organismi culturali ufficiali dei governi comunisti.
L'elemento che distingue maggiormente il marxismo non orto- dosso o
revisionistico da quello ortodosso è che per quest’ultimo la 166 dialettica
regola con leggi inderogabili tutti gli eventi della natura e della storia,
mentre per i nuovi marxismi la dialettica non ha leggi e non riguarda affatto
la natura bensì il soggetto singolo nei suoi rapporti con la storia. Anche
nelle società a regime comunista occor- re lottare contro la disumanizzazione e
l'alienazione delle singole personalità. Inoltre mentre per i marxismi
ortodossi la religione è soltanto « oppio del popolo » e perciò da distruggere,
per i nuovi marxismi la religione è considerata come un importante fattore di
superamento e di liberazione dalle presenti situazioni di oppres- sione e di
sofferenza in cui si dibatte l'umanità ed anche di sostegno delle aspirazioni
per un mondo migliore. (I più qualificati rappresen- tanti di queste nuove
correnti di pensiero marxista sono stati An- tonio Gramsci, Max Horkheimer,
Herbert Marcuse ed Ernst Bloch, i quali hanno esercitato un notevole influsso
nei movimenti culturali del nostro tempo). ‘Assolutizzando l'influsso che le
strutture esercitano sull'uomo e sulla società Marx scorge nella base economica
il peccato d’origine che determina l’uomo, la sua coscienza, le sue
alienazioni. Ciò com- porta una visione materialistica dell'uomo, la quale ne
autorizza la strumentalizzazione e la manipolazione, subordinandolo alla
ideolo- gia, né più né meno di quanto avviene ad opera del capitalismo. Anche
per il capitalismo l’uomo conta soltanto in quanto è iavoro, senza alcun
riferimento superiore o trascendente. Non si può quindi credere ingenuamente e
acriticamente che una semplice scelta capitalista o socialista sia in grado di
eliminare, automaticamente, i molteplici mali, ingiustizie, discriminazioni,
op- pressioni che affliggono la società attuale. I mali della società non
derivano tanto dai sistemi, quanto dagli uomini. L'origine dello sfrut- tamento
sociale e dell’oppressione risale alla volontà dell'uomo di ser- virsi
egoisticamente e brutalmente di un altro uomo. Occorre dire poi che queste
critiche di ordine teoretico (filoso- fico o scientifico) non avevano mai fatto
grande impressione a molti altri studiosi, ammiratori di Marx e non avevano
scalfito minima- mente la fede di milioni di comunisti militanti dei vari
partiti comu- nisti dell'Europa occidentale. Per tanti anni, neppure le pesanti
conseguenze di ordine pratico (sociale, economico, politico) che accompagnarono
il marxismo, specie in Russia, erano bastate ad intaccare la convinzione delia
intrinseca bontà di tale sistema. Anche quando gli innumerevoli cri- mini di
Stalin divennero di dominio pubblico, la grande intelligentsia dei paesi
occidentali continuò ad aderire al marxismo, sottovalutan- do o facendo finta
di non vedere gli stermini, le oppressioni, le pur- ghe, i campi di
concentramento che avevano flagellato il popolo rus- so da quando i comunisti
conquistarono il potere. Senonché, a partire dagli anni ’60, sia in Russia che
nei paesi occidentali, cominciò a serpeggiare un senso di sfiducia nella capa-
167 de Marxisma revisionistico: la dialettica e ii soggetto singoio nella
storia; îa religione come fattore di liberazione La subordinazione
dell’uom& all’ideologia Le colpe dell’ ‘‘intelligentsia’’ occidentale
filomarxista Le crisi di fede nel marxismo e l'““arcipelago Gulag” L’interesse
del cristianesimo per il problema economico-sociale cità del marxismo di creare
quella nuova società perfetta, senza di- seguaglianza, senza ingiustizie, senza
divisioni di classe, promessa da Marx. Le ragioni di questa crisi di fede nel
marxismo sono molteplici. Ma quella fondamentale, a mio avviso, è il vuoto
culturale del marxi- smo stesso. Questo sistema, come ha mostrato Karl Popper,
dove ha la pretesa di parlare « scientificamente » non può produrre che ipotesi
falsificabili. Mentre per quelle dure realtà quali il male, il dolore, la
morte, il senso della storia, non ha nessuna parola da dire. Un'altra ragione
che ha messo in crisi la fiducia nel marxismo è stata la pubblicazione di
Arcipelago Gulag di A. Solzenicyn. Per molti lettori di fede marxista questo
libro è stato una rivelazione sensazionale, «decisiva, che li ha scossi
profondamente e da fedeli e zelanti seguaci di Marx li ha trasformati, tutto
d'un tratto, nei suoi critici più severi e nei suoi più violenti avversari. 10.
Le dottrine sociali di ispirazione cristiana Sarebbe oltreché ingiusto,
acritico, pensare che la soluzione alla questione sociale sia venuta soltanto
dai movimenti socialistici del- l'Ottocento e, in modo particolare, dalla
dottrina di Karl Marx. Il cri- stianesimo non si disinteressò mai, nel corso
della sua millenaria storia religiosa e sociale, dell'uomo nei confronti del
problema eco- nomico-sociale e delle ingiustizie conseguenti alle soluzioni
impo- ste dall'egoismo umano. Le soluzioni cristiane possono ridursi a due
tipi, spesso integran- tisi: da un lato una forma prevalentemente (anche se non
esclusiva- mente) assistenziale-caritativa (cristianesimo caritativo) e
dall'altro, una forma che proponeva la revisione delle stesse strutture econo-
mico-sociali (cristianesimo sociale). La prima forma, che è essen- ziale al
cristianesimo stesso, è presente in tutti i secoli dell’era cri- stiana e cerca
di lenire con la fattiva carità le esasperate conseguen- ze della violenza, di
qualsiasi tipo, che l'uomo e la società fa sul- l'uomo..È questo uno dei frutti
più originali del Vangelo che ha a cuore i poveri, gli umili, gli oppressi, i
diseredati. Sono innumerevoli le opere di efficace aiuto realizzate, nei
secoli, dalla Chiesa in questo campo. Né si può dimenticare la precisa condanna
nei confronti del- l'usura, del profitto ingiusto e speculativo,
dell’ingiustizia economica derivata dallo strapotere della ricchezza. Il
cristianesimo sociale si è preoccupato invece di individuare, accanto
all'azione caritativa, anche il problema della giustizia. Di qui le
sollecitazioni, specialmente da parte del magistero della Chiesa cat-, tolica,
a interventi individuali, di categoria, statali per rimuovere le cause
dell’ingiustizia sociale, derivante dalla concentrazione della ricchezza nelle
mani di pochi. Il magistero della Chiesa cattolica ha elaborato, a partire
dalla 168 seconda metà del secolo XIX," una sempre più precisa critica al
prin- cipio di libertà — uno dei miti della società nata dall'Illuminismo — applicato
sul piano della realtà sociale ed economica. Inoltre non si è abbandonata la
tesi della legittimità del principio di proprietà pri- vata, « la quale è
conforme alla natura umana e vantaggiosa per l’or- dine sociale »? ma ci si è
sforzato di condizionarlo con le esigenze sociali, attribuendo allo Stato il
diritto di determinare i limiti nel- l'uso del bene privato in vista del bene
comune. Nella discussione tra legittimità delia proprietà privata e bene
comune, spesso non si di- stingue tra proprietà e uso che se ne fa: nella
mancata distinzio- ne tra proprietà e uso — e quindi, in certo senso, tra
proprietà privata e destinazione universale dei beni — sta la radice sia
dell'in- dividualismo capitalistico che del comunismo. Dal fatto che i beni
sono fatti per tutti, il comunismo deduce la dottrina e la prassi che i beni
devono essere di tutti; dal fatto che i beni devono essere ap- propriati e sono
di fatto appropriati, l’individualismo capitalistico ricava che essi sono fatti
solo per i singoli, i quali, quindi, possono disporne senza curarsi per nulla
degli altri. Entrambe queste solu- zioni commettono lo stesso errore. . In
questa linea di principio, le soluzioni proposte negli ultimi cento anni alla
questione sociale riguardano soprattutto lo Stato, che deve promuovere l’uso
dei beni, pur posseduti in privato, a effet- tivo vantaggio sociale, a
promozione del bene comune. I sindacati dei lavoratori, per la rivendicazione
dei loro diritti individuali, fami- liari e di categoria, nonché la loro
partecipazione alla ripartizione delle ricchezze prodotte con il proprio lavoro
a vantaggio non di alcuni, ma di tutti, devono egualmente svilupparsi e
potenziarsi. 11. Îl cristiano e la promozione delia coscienza sociale e
politica: la mediazione culturale e l'impegno politico Soprattutto nei tempi
più recenti, si è sviluppata nella coscienza individuale del cristianesimo la
consapevolezza che non si tratta più di vivere interiormente la propria fede,
ma di esprimerla come “ I documenti principali sono: l’enciclica Rerum novarum
del pontefice Leone XIII; l'’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI (1931);
Radiomes- saggio per il 50° della Rerum novarum di Pio XII (1941); l’enciclica
Mater et magistra di Giovanni XXIII; l’enciclica Pacem in terris di Giovanni
XAIII (1963); la costituzione Gaudium et spes del Conc. Vaticano II (1965);
l'enciclica Popolorum progressio di Paolo VI; la lettera apostolica Octogesima
adveniens di Paolo VI; il documento su « La giustizia nel mondo » del III
Sinodo dei Vescovi; l’enciclica Laborem exercens di Giovanni Paolo II e l’istruzione della Congregazione per la
dottrina della fede Libertà cristiana’ e liberazione (1986). Si suggerisce come
testo di consul- tazione il volume / documenti sociali della Chiesa (da Pio IX
a Giovanni Paolo II, Massimo, Milano 1983. © PIo XI, . ® GUZZETTI, L'uomo e i
beni, Marietti, Torino 1956, p. 215. 169 La dottrina sociale della Chiesa dal
sec. XIX a oggi H problema della proprietà privata in rapporto al bene comune
Responsabilità dello Stato e promozione del bene comune Esperienza di fede e
testimonianze di impegno di azione sociale Un nuovo modello di civiltà e
l'appello all’immaginazione sociale Gli insegnamenti del Concilio Vaticano li
La ‘‘mediazione culturale”: congiunzione e sintonia tra fede e coerenza
politica impegno di azione sociale, testimonianza di una autentica volontà di
rinnovare il mondo secondo l'ideale cristiano. Ma accanto a questa preliminare
posizione del cristianesimo, anzi come conseguenza della conversione personale,
nasce l'impegno di chi vuol vivere la sua fede cristiana in una azione
politica. Verso questa testimonianza cristiana nel mondo politico-sociale
contemporaneo sono orientati oggi i cristiani più sensibili e consa- pevoli
dell'urgenza dei problemi che il mondo è chiamato a risol- vere. Il cristiano
sa che non si tratta più di affrontare i problemi sociali emergenti dal
conflitto capitale-lavoro, bensì di affrontare l’urgente problema di un nuovo
modello di civiltà. In nessun'altra epoca come nella nostra l'appello
all'immaginazione sociale è stato così esplicito. Occorre dedicarvi sforzi di
inven- tiva e capitali altrettanto ingenti come quelli impiegati negli arma-
menti e nelle imprese tecnologiche ».* Oggi si incomincia a vedere con
chiarezza che nessuna delle ideo- logie dominanti porta con sé la proposta di
un mondo veramente instaurato sulla democrazia, sulla giustizia e sulla non
violenza. Le ingiustizie del capitalismo sono note ed evidenti. Ma anche là
dove esso è stato debellato secondo la soluzione socialista-marxi- sta non
mancano gravi problemi che si impongono a una coscienza umana sincera e non
prevenuta. Una perenne tensione divide il mondo e pone « due continenti
ideologici » in uno stato di guerra e di inconciliabile opposizione. L'urgenza
e la consapevolezza di questi problemi impegnano de- cisamente i cristiani che
nel corso dell'ultimo ventennio, soprattutto sulla scorta degli insegnamenti
del Concilio Vaticano II, si sono tro- vati a compiere lo sforzo di attuare una
corretta modalità di pre- senza. Il cristiano, infatti, nell'impegno politico
ha dovuto confron- tarsi e guardarsi sia dal rischio di attuare una presenza
politica, in cui la scelta di fede e l'azione politica non siano sintonizzate
da alcun legame di coerenza, arrivando a compiere scelte ideologiche di
formulazione anticristiana, come dall'altro rischio che deriva dalla pretesa di
attingere l'indicazione della teoria e della prassi politica direttamente dalla
dimensione di fede e dal contenuto delle verità ultime. Possiamo dire pertanto
che il cristiano deve operare per « co- struire la città dell'uomo a misura
d'uomo; e questo lo impegna a superare stati d'animo di disinteresse, di
diffidenza, talora di rifiuto della politica fino a forme di gretto
qualunquismo ».® . Sorge così l'esigenza di pervenire all'elaborazione di una «
me- diazione culturale » per operare in sintonia tra scelta di fede e * :PaoLO
VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens. * Questo concetto è preso dal
volume La città dell'uomo di Lazzati, scomparso recentemente, splendida figura
di uomo politico cristiano, di studioso, che fu rettore dell’Università
Cattolica di Milano. 170 coerenza politica. Le mediazione culturale si pone,
inoltre, come la linea di confine lungo la quale realizzare il confronto
ideologico e stabilire i termini di possibilità del dialogo nel pluralismo
delle culture e degli orientamenti politici. 12. | nuovi problemi impongono una
nuova concezione di società 12.1 La nuova società « post-industriale » o della
comunicazione Come è stato detto nei paragrafi precedenti, l'immenso progresso
negli ultimi decenni della scienza ha permesso l'applicazione delle tecnologie
più avanzate, soprattutto la robotica e l'informatica, in ogni settore
dell'attività produttiva. Per distinguere questa nuova fase della società
industriale si è creato il termine di « società post-industriale » la quale pur
avendo risolto molti problemi che a- vevano pesato sull’umanità nei secoli
scorsi, si è trovata ‘a fronteg- giare altri nuovi gravi problemi, sorti
soprattutto per effetto della nuova civiltà della comunicazione e dell'immagine
che ha svilup- pato una serie di nuovi bisogni, dando origine alla « società
dei con- sumi » e a nuove forme di potere disumanizzanti della vita indivi-
duale, familiare e comunitaria. Nella società comunista come in quella
capitalista sono nati i «nuovi poveri » che si sostituiscono a quelli creati
nel secolo scor- so dalla rivoluzione industriale: i drogati, i disadattati, i
deviati, gli emarginati d'ogni tipo; cresce la difficoltà del dialogo tra
generazio- ni; si moltiplicano le forme di discriminazione razziale, culturale,
religiosa, nonché quella meno apparente ma altrettanto grave del-
l'emarginazione di coloro che sono improduttivi come i vecchi, i ciechi, gli
handicappati. La civiltà dell'immagine, sorta soprattutto con la televisione,
ha sviluppato la violenza ed ha contribuito anche ad una eccezionale crescita
della criminalità organizzata che ha reso insicura la vita di tutti. Infine, lo
sfruttamento irrazionale per i propri fini egoistici delle risorse terrestri
minaccia l’ambiente na- turale e di conseguenza il contesto umano stesso.
Sarebbe semplicistico ridurre tutti questi problemi — ed altri an- cora dello
stesso genere — al semplice conflitto tra capitale e lavoro. È una società
intera che, nonostante abbia iniziato da qualche ge- nerazione la soluzione dei
suoi problemi in termini di « capitale- lavoro », oggi riconosce amaramente che
la società tecnologica, sia essa a servizio del capitalismo o sia a servizio
del proletariato, ha aperto il passo a conflitti umani che richiedono un
superamento ra- dicale della concezione della società e dell'uomo.
L'invocazione che emerge da questi gravissimi conflitti è che si debba al più
presto sorpassare ogni sistema e ideologia attualmente vigenti, per trovare 171
Nella società post- industriale sorgono nuovi problemi sociali I nuovi poveri:
gli emarginati, i devianti, i disadattati Occorre giungere ad una nuova
concezione della società e dell’uomo Pesante costo sociale delia odierna
societa tecnologica Gsisi dell’era tecnologica perché essa appare troppo
pericolosa Il giudizio di Abbagnano {sa scensiderato delia tecnologia nuove
forme di democrazia, libera e sociale, che sia un autentico con- trappeso alla
invadenza della tecnocrazia.® 12.2 La « crisi epocale » della società nell'era
tecnologica L'era tecnologica e dell'informatica ha determinato, come è stato
detto, nella società trasformazioni di dimensioni tali da creare una « crisi
epocale » della nostra società. Questo progresso, infatti, se da un lato ha
portato immensi van- taggi all'umanità, dall'altro lato ha avuto un pesante
costo, non solo in termini economici, ma soprattutto per quanto riguarda la
difesa della natura, la salute e l'integrità della persona. Di questa « crisi
epocale » segnaliamo qui appresso gli aspetti più rilevanti: a) Crisi
tecnologica - « La crisi della tecnica è esplosa dopo anni di infatuazione per
i risultati spettacolari che la tecnologia moderna è riuscita a conseguire:
treno, auto, aereo, radio, televisione, trat- tore, carro armato, veicoli
spaziali, missili, grattacieli, metropolitane, calcolatori elettronici, polmoni
e reni artificiali. La crisi è scoppiata quando la gente ha cominciato ad
accorgersi che il gioco tecnologico è troppo costoso e troppo pericoloso.
«Davanti al costo enorme di certe armi (missili, bombardieri, sottomarini
atomici, bombe atomiche, ecc.) e soprattutto dei viag- gi spaziali, molta gente
ha cominciato a chiedersi se questo impiego della tecnologia sia lecito,
morale, o se non sia invece più giusto indirizzare la tecnologia ad obiettivi
ben più urgenti come il pro- blema della fame, la cura dei tumori, ecc. ».” «
Oggi come oggi — nota Nicola Abbagnano — il senso di una insicurezza radicale
che investe tutti gli aspetti della vita è assai diffuso e costituisce il
carattere dominante del tempo. I capisaldi sui quali, da qualche secolo in qua,
si fondava la certezza dell'uomo riguardo al suo destino non stanno più in
piedi. Non si crede più al progresso ineluttabile della storia. La scienza e la
tecnica hanno realizzato conquiste enormi e insperate, ma i contraccolpi
negativi di esse, i costi enormi naturali ed umani, sono diventati evidenti ed
appaiono sempre più pesanti ed insostenibili ».* « Oltre che per i suoi costi
altissimi la tecnologia viene messa in crisi dai pericoli e dai danni assai
gravi che essa procura sia alla natura sia all'uomo. « Nel mondo della natura
l'uso sconsiderato della tecnologia ha provocato danni gravissimi forse
irreparabili. [....] ì « Oltre che per i danni che sta provocando nella natura,
la tecno- logia viene messa in crisi per gli effetti perniciosi che ha
sull'uomo. * PaoLo VI, Ivi, par. n. 47. . Î ? M., Una nuova cultura per una
nuova società, Massimo, Milano. ABBAGNANO, L'uomo progetto, Dino, Roma . Essi
riguardano anzitutto l'ordine fisico, materiale, economico. « Un altro effetto negativo della tecnologia è
di produrre disoc- cupazione: essa, appena può, sostituisce l'uomo con la
macchina e annulla moltissimi posti di lavoro. Ancor più grave è l’avvertimento
che ci viene dalla tecnologia allorché essa viene impiegata per fare
esperimenti sulla struttura genetica dell'uomo. È un'aberrazione gravissima,
mostruosa. Infatti intervenire sulla
struttura genetica è far violenza all'uomo, alla sua libertà, la quale non è
solamente quella qualità e quel diritto a cui noi moderni teniamo maggiormente,
ma quella capacità che insieme all'intelligenza costituisce il vero nucleo
essenziale del no- stro essere ».? b) Crisi morale - Anche sull'ordine morale
le ripercussioni nega- tive della tecnologia sono allarmanti. « Una delle
ragioni dello sfacelo morale del nostro tempo è stato il dimenticare che l'uomo
diviene autenticamente uomo soltanto col- tivando se stesso, plasmando il
proprio essere, disciplinando i propri istinti, tenendo lo sguardo fisso su
certi valori fondamentali che for- mano la morale naturale: quelli già scoperti
dal pensiero greco (bel- lezza, bontà, giustizia, prudenza, temperanza,
amicizia, ecc.) e quelli aggiunti più tardi dal cristianesimo (amore,
sacrificio, umiltà, pu- rezza, eguaglianza, solidarietà, ecc.). « Con questo è
chiaro che ultimo responsabile degli effetti per- versi della tecnologia e del
suo cattivo uso è l'uomo. La responsabi- lità della “crisi epocale” ricade
sulla società che ha introdotto la tecnologia e sugli uomini che l'adoperano.
Essi hanno smarrito il cor- retto impiego della tecnologia dal momento in cui
hanno smarrito la verità dell'uomo e della società ».® c) Crisi dei valori - «
Storici e letterati, scrittori e giornalisti, filosofi e teologi, sociologi e
psicologi, uomini politici ed ecclesia- stici, tutti riconoscono che la ragione
fondamentale per cui la nostra società sta precipitando nel caos è il suo
abbandono dei valori fonda- mentali che l'avevano informata e ispirata per
secoli, cioè Dio, la Pa- tria, la Famiglia, lo Stato, la Chiesa, la Scuola, il
Diritto, la Persona, la Solidarietà, la Filantropia, la Giustizia, ecc. ».* «
Tutta la società è rimasta sconvolta dalla crisi dei valori tradi- zionali e
dal loro capovolgimento. Ma la vittima principale, che pa- ga il prezzo più alto,
è la gioventù, la quale spesso soffre di un vuoto interiore spaventoso che
cerca di colmare rifugiandosi nei paradisi artificiali della droga oppure
nell’inferno della criminalità e della violenza. Sono, però, soprattutto gli
stessi giovani a restare delusi dalla cultura di oggi e a contestarne i
risultati morali. Essi respin- gono assolutamente il principio base del
consumismo, secondo cui MONDIN, Una nuova cultura. . # Sul problema dei valori
vedere il cap. XV. 173 Grave crisi morale della società attuale Grave crisi dei
valori Una dura verità che deve essere annunciata Giovanni Paolo Il: occorre
pensare non all'uomo astratto ma a quello reale, concreto Mediazione tra fede e
cultura l'uomo tanto vale in quanto è un principio di produzione e di con- sumo
».® 12.3 È necessario un nuovo progetto culturale « Ciò che è urgente e
inderogabile per trarre l'umanità fuori dalla barbarie è darle una nuova forma
spirituale, ossia una nuova cul- tura, la quale, dopo Cristo, non può più
essere una forma semplice- mente umana ma dev'essere una forma cristiana. Per i
laicisti questa è una dura verità ma è la verità, e il cre- dente non può
nasconderla sotto il moggio, per non offendere la loro miopia. La verità va
annunciata, proclamata con coraggio, con chiarezza, non a mezzi termini, con
circonlocuzioni più o meno oscu- re. E questo vale anche per la cultura. Il
credente sa che solo Cristo (il quale fa parte della storia e l'ha anche
profondamente trasformata) possiede la verità sull'uomo e sulla società e ce ne
ha resi partecipi. [....] « Perciò per chi rifiuta il messaggio evangelico ed
il suo insegna- mento equivale ad escludersi automaticamente dalle condizioni
per rielaborare un progetto culturale adatto alla nostra società ».* L'ha
proclamato in un modo estremamente chiaro il papa Gio- vanni Paolo II nella
enciclica Redemptor hominis indirizzata alla u- manità intera: « Non si tratta
dell'uomo astratto, ma reale, dell'uomo concreto, storico. Si tratta di ciascun
uomo, perché ognuno è stato compreso nel mistero della redenzione, e con ognuno
Cristo si è unito, per sempre, attraverso questo mistero. L'uomo così com'è
voluto da Dio, così come è stato da lui eternamente scelto, chiamato, destinato
alla grazia e alla gloria: questo è proprio ogni uomo, l'uo- mo il più
concreto, il più reale; questo è l’uomo in tutta la pienezza del mistero di cui
è divenuto partecipe in Gesù Cristo, mistero del quale diventa partecipe
ciascuno dei quattro miliardi di uomini vi- venti sul nostro pianeta, dal
momento in cui viene concepito » (Enc. Redemptor hominis, n. 13). « Con ciò non
si intende identificare fede e cultura, perché la cultura non si deduce
immediatamente, direttamente dalla fede, ma deve avvalersi delle varie
mediazioni fornite dalla scienza, dalla filosofia, dalla sociologia, dalla
politica, ecc. Ma il pilastro portante, a pietra angolare, storica, reale, è
Cristo. Chi lo rifiuta non potrà mai produrre un progetto culturale atto a promuovere
il bene reale della persona umana e della società ». M., Una nuova cultura.. CONCETTI
DA RITENERE Origine dello stato naturale, convenzionale, preternaturale —
Civitas terrena; civitas Dei; debitus finis — Costituzioni giuste e ingiuste:
monarchia; aristocrazia; repubblica o politfa; tirannia; oligarchia; democrazia
— Autonomia della sfera politica — Ordine morale; volontà sociale Stato;
Chiesa; società perfetta; subordinazione diretta; subordinazione indiretta —
Mediazione culturale — Città fraterna — Capitalismo; individualismo;
liberalismo; stato di diritto; trust; oligo- poli; multinazionali; capitalismo
classico; capitale; proletariato; sfruttamento — Neocapitalismo scientifico;
management; New Deal; tecnostruttura; af- fluent society — Socialismo marxista;
comunismo; salario; plus-valore; profitto; lotta di classe — Marxismo;
leninismo; stalinismo; maoismo; labourismo — Marxismo revisionista;
postmarxismo; neomarxismo — Cristianesimo caritativo; cristianesimo sociale;
testimonianza; impe- gno; nuovo modello di civiltà; immaginazione sociale;
continenti ideologici SINTESI CONTENUTISTICA I. I TERMINI DEL PROBLEMA 1. Il
carattere essenzialmente politico e socievole della natura umana, già
evidenziato da Aristotele nella sua Politica, ha assunto oggi una rilevanza
quasi predominante. 2. Il problema politico investe l'origine e il fondamento
dello Stato, la sua organizzazione, la sua forma migliore, la sua funzione, il
suo fine specifico, la natura dell'azione politica e i suoi rapporti con
l’azione morale, i rapporti tra Stato e Chiesa, tra Stato e partiti. 3. Le
diverse istanze storiche hanno accentuato di volta in volta uno dei diversi
aspetti: a) durante la crisi della polis (Sofisti, Platone, Aristotele) e
durante le vi- cissitudini dell'età moderna e contemporanea (Hobbes, Bacone,
Locke, Cam- panella, Hume, Rousseau, Hegel, Marx, Engels, Lenin, Maritain,
ecc.) è emersa la questione dell'origine dello Stato; b) nel Medioevo e per
taluni aspetti nell'età contemporanea (ad esempio, nel contesto
dell’unificazione nazionale) si è affrontato il problema dei rapporti
Stato-Chiesa; c) la relazione « politica-morale » ha trovato soprattutto
riscontro nell'età moderna (Machiavelli e Hobbes); d) i rapporti Stato-partito
sono oggetto soprattutto della riflessione con- temporanea. II. NATURA SOCIALE
DELL'UOMO 1. Sin dall'origine della sua storia l'uomo è vissuto in relazione a
un grup- po sociale (inizialmente la famiglia, il clan, la tribù,
successivamente il villag- gio, la città, lo Stato). La dimensione sociale
dell'uomo si perfeziona in rela- zione alla sua crescita culturale. 2. Oggi la
socialità ha assunto una fisionomia planetaria favorita anche dai 175 mezzi di
comunicazione di massa. A motivo di ciò la socievolezza ha assunto dimensioni
tali da poter essere considerata un fenomeno tipico del nostro tempo. 3. ‘Per
l'uomo contemporaneo la redenzione coincide con il diventare una persona capace
di trovare se stessa in interazione con la comunità. 4. Caratteristica del
momento attuale è il fatto che da un lato vengono affermati i diritti
inviolabili della persona e la sua libertà e dall'altro alcuni sistemi
politici, strutture economiche e sociali e il primato tecnologico-scien- tifico
tendono a soffocarli. Lo Stato è una realtà empirica di natura
incontrovertibile. Tre sono le interpretazioni che ne spiegano l’origine: a)
Origine naturale: l’uomo, essenzialmente socievole, può soddisfare i suoi
bisogni e realizzare le sue aspirazioni solo in relazione ai suoi simili. —
Secondo Aristotele il traguardo della vita umana è la felicità e lo Stato ne
facilita il conseguimento. — Secondo Hegel, lo Stato è originato dalla volontà
dello Spirito Assoluto, principio metafisico della realtà, che nello Stato si
attua compiutamente. Fami- glia, società civile e Stato sono le diverse tappe
di questa attuazione che, par- tendo dall'unione d'amore di due persone, arriva
alla realizzazione di una isti- tuzione concreta che organizza la vita etica
dei suoi membri. — Secondo Marx, lo Stato nasce dal bisogno degli uomini di
soddisfare i loro bisogni elementari attraverso l’aiuto reciproco. Le forme che
successiva- mente lo Stato assume nella storia sono invece dovute all'arbitrio
umano circa la distribuzione dei tre elementi costitutivi della struttura
fondamentale dello Stato che è la struttura economica: lavoro, capitale, mezzi
di produzione. b) Origine convenzionale: l'originaria autosufficienza degli
individui sa- rebbe stata inficiata dal progressivo costituirsi di piccoli
centri di potere. I con- seguenti conflitti hanno dato origine allo Stato come
garanzia di stabilità e di accordo sulla base della rinunzia a qualche diritto
e con l’assoggettazione a qualche dovere. I Sofisti avanzarono per primi questa
ipotesi, sviluppatasi suc- cessivamente attraverso altri filosofi. — Secondo
Hobbes e Spinoza il contratto sociale ha carattere irreversi- bile: la delega
allo Stato dei propri diritti non può essere revocata. Per Locke e Rousseau,
invece, il contratto è reversibile. c) Origine preternaturale: lo Stato è
conseguenza di una caduta dell'uomo da una condizione di perfezione originaria,
Avviata da Platone, tale concezione è sviluppata da Agostino e da Vico. Agostino
distingue la civitas Dei, fondata sull'amore di Dio e sulla ca- rità, dalla
civitas terrena fondata sull'amore di se stessi fino all'egoismo e al rifiuto
di Dio. L'essenziale di entrambi i regni è il debitus finis, l'uno ricerca la
gloria di Dio, l’altro la gloria degli uomini. Secondo Agostino l’espressione
più mostruosa della civitas terrena è stato l'Impero Romano. — Vico, pur
attribuendo l'origine dello Stato al peccato, non ha la conce- zione
pessimistica di Agostino. Egli vede però nello Stato un intervento prov-
videnziale di Dio per trarre gli uomini dalle loro miserie. IV. LE FORME DI
GOVERNO 1. Platone e Aristotele, considerando lo Stato in relazione al
consegui- mento del bene comune, distinguono le costituzioni possibili in
giuste ed in- giuste: GIUSTE INGIUSTE —
la monarchia: governo di uno so- — la tirannia: governo di uno solo lo che cura
il bene di tutti che persegue il proprio interesse — l'aristocrazia: governo
dei virtuo- — l'oligarchia: governo dei ricchi si che curano il bene di tutti
sen- che cercano il bene economico za attribuirsi privilegio personale — la
repubblica: governo popolare — la democrazia: governo della che cura il bene di
tutta la città massa popolare che vuole sop- primere ogni differenza sociale
Nei filosofi dell'età moderna le ipotesi hanno avuto una inversione di ten-
denza rispetto a quelli dell'antichità e del Medioevo: mentre questi ultimi
rite- nevano la monarchia assoluta la forma ideale di governo, i primi si sono
fatti assertori della monarchia parlamentare e della repubblica. Oggi la forma
repubblicana è considerata la più adatta alla tutela dei di- ritti e al
perseguimento del bene comune. POLITICA E MORALE 1. Machiavelli fu il primo
assertore dell'autonomia della politica sia ri- spetto alla morale che rispetto
alla religione. Egli riteneva infatti che la poli- tica disponesse di principi
normativi suoi propri. Essa è posta come una for- ma particolare dell'attività
spirituale, non riducibile in quanto forza eminen- temente positiva rispetto
alla negatività del male. Dopo Machiavelli i teorici della politica si dividono
tra coloro che sono favorevoli alla sua teoria e coloro che sono contrari: a)
Vico e Campanella tendono a ricondurre la politica alla morale; b) Hobbes e
Spinoza rivendicano la totale autonomia della politica. 3. Dopo una pausa
segnata dall’interesse degli Illuministi solo sulla ricerca delle forme ideali
di governo, il problema viene nuovamente approfondito: — Kant, pur distinguendo
le due sfere, afferma che né la politica può sot- trarsi agli obblighi morali,
né la morale può sottrarsi all'impegno nella vita civile. — Per Hegel la
distinzione è inammissibile, poiché lo Stato è la fonte su- prema di ogni
moralità. — Marx presenta una prospettiva ambivalente: a) polemica contro
l'idea- lismo e il capitalismo: l’etica e la politica sono sovrastrutture dei
fatti econo- mici; b) progettazione della società ideale: l'etica è uno dei
valori fondamentali e la politica è uno strumento necessario per la sua
realizzazione. Non diversamente da Hegel, nella seconda prospettiva, Marx
attribuisce allo Stato il com- pito regolatore della volontà collettiva. Nella
prospettiva cristiana, Maritain riafferma non solo la stretta cor- relazione
tra morale e politica (la morale orienta i fini della politica e ne giu- dica i
mezzi di realizzazione), ma ribadisce inoltre l'ispirazione lievitante e
liberante del Vangelo, capace di dirigere l’azione dell’uomo e il suo
significato oltre i limiti della natura e della storia. STATO E CHIESA 1. Stato
e Chiesa sono entrambi caratterizzati dalla definizione di società perfetta, il
primo finalizzato al bene comune terreno, la seconda finalizzata alla salvezza
eterna e ai mezzi per conseguirla. 2. La legittima distinzione tra i due ordini
non può comunque intendersi come una separazione poiché i soggetti delle due
società sono gli stessi: i cit- tadini di uno Stato sono per lo più anche i
membri di una Chiesa. Inoltre gli obiettivi si integrano: né il vero benessere
della persona può disgiungersi dalla sua salvezza; né la salvezza è disgiunta
dal benessere materiale. 177 3. La questione « Stato-Chiesa », acuta nel
Medioevo a motivo dell’univer- salismo dell'Impero e della Chiesa di Roma, si
ridimensiona nell'età moderna con gli stati unitari e le pluralità
confessionali dopo la Riforma. Le linee risolutive principali restano comunque
le seguenti: a) S. Tommaso: subordinazione indiretta dello Stato alla Chiesa
(il fine della seconda è superiore a quello del primo); b) Bonifacio VIII:
subordinazione diretta dello Stato alla Chiesa: 1) Lo Stato è al servizio della
Chiesa. 2) Il Papa riceve di- rettamente l’autorità da Dio; l'Imperatore la
riceve dal Papa; c) Marsilio da Padova: subordinazione diretta della Chiesa
allo Stato, che provvede al benes- sere totale dei cittadini; il Papa e la
gerarchia ecclesiastica sono funzionari incaricati del benessere spirituale dei
cittadini; d) Età moderna-contempora- nea: progressiva netta separazione tra le
due società. RAPPORTO FEDE-POLITICA 1. È maturata oggi la consapevolezza che la
Chiesa è essenzialmente una comunità spirituale vincolata dall'amore, senza
strutture temporali che la fac- ciano apparire uno Stato in concorrenza con gli
altri stati. 2. La concezione integrale dell'uomo e la fede in un Dio che si è
incarnato ha fatto sì che la teologia contemporanea abbia sottolineato
l’importanza della dimensione politica del messaggio cristiano, esplicitamente
al centro dell’An- tico Testamento (in particolare nel libro dell'Esodo), ma
presente anche nel Nuovo {la condotta e l'insegnamento di Gesù provocano la violenta
reazione dei poteri politici costituiti). 3. La testimonianza del cristiano non
è accettazione passiva né estatica contemplazione della parola di Dio, ma
fattiva attuazione delle promesse divine per la piena realizzazione del Regno. LETTURA
POLITICA DEL MESSAGGIO EVANGELICO 1. La legittimità di una lettura politica del
messaggio evangelico non la giustificano come lettura esclusiva. Scopo
fondamentale del messaggio cristia- no è anzitutto la conversione del cuore. 2.
Il cristiano sa che la vita politica deve tendere al bene comune, che la
libertà e l'uguaglianza sono diritti inalienabili della persona. 3. Il
cristiano è consapevole del fatto che nella natura umana è presente un
movimento orizzontale anch'esso determinante per la totale realizzazione
dell’uomo in se stesso. In questa direzione l’ideale verso cui deve tendere
l'opera politica è l'inaugurazione di una città fraterna (Maritain).
CAPITALISMO O SOCIALISMO? Capitalismo e socialismo sono i due sistemi economici
contrapposti che oggi si spartiscono le sorti del mondo. Entrambi sono
caratterizzati al loro interno da alcuni punti essenziali e da alcune
differenziazioni. CAPITALISMO Capitalismo classico: sistema economico
conseguente ad una concezione antropocentrica dell’uomo: l’uomo non ha altro
fine all'infuori di se stesso. e Affermazione prioritaria dell'individuo
rispetto alla società (individua- lismo) e sua libertà incondizionata
(liberismo). e Lo Stato (espressione delle libertà individuali) si regge sulla
democrazia rappresentativa e sulla Legge (stato di diritto). e Economicamente
la libertà dell'individuo si estende sulla base delle sue possibilità
economiche. È e La lotta per il successo porta all'organizzazione di trust
(oligopoli, mul- tinazionali, ecc.) che esercitano pressione sui governi e
sull’opinione pubblica. e Accresce se stesso sulla base dello sfruttamento del
proletariato. B) Neocapitalismo: nasce negli Stati Uniti con Taylor a 178 motivo
del crollo del rendimento produttivo dei lavoratori e del loro conflitto con i
datori di lavoro. e Si riconosce allo Stato capacità di intervento
condizionatore nell’attività economica e ai lavoratori di associarsi
liberamente per difendere i propri diritti. e Lo scientific management regola i
tempi di lavoro, di istruzione specifica e di cooperazione tra direzione
manageriale e lavoratori. e Dopo la crisi del 1929, il « New Deal » di
Roosevelt, lo Stato viene maggiormente coinvolto nel processo economico con un
intervento di ridistri- buzione dei redditi attraverso una forte pressione
sugli automatismi economici. e La tecnostruttura degli anni ’30 inserisce
scienziati e tecnici nel processo economico per un'ulteriore riduzione
dell’area proletaria. e Nel secondo dopo-guerra nasce la « società dei consumi
», il cui scopo è il miglioramento delle condizioni di vita in base alla
disponibilità sempre mag- giore dei beni di consumo. Ma l’uomo di questa
società iperproduttiva finisce per vivere costretto a consumare sempre di più
ciò che produce. SOCIALISMO Socialismo marxista: Marx si propone di fondare una
so- cietà in cui sia abolito lo sfruttamento e garantito a tutti il
soddisfacimento dei bisogni fondamentali (comunismo). e La proprietà privata è
considerata l'origine di ogni male individuale e sociale. x e La privatizzazione
fa generare il rapporto salariale sul quale l’impren- ditore lucra il « plus
valore » o profitto. e iLa lotta di classe è il mezzo per risolvere lo stato di
sfruttamento e av- viare la società verso il comunismo. e Con la I°
Internazionale dei Lavoratori (Londra 28-9-1864) le varie cor- renti socialiste
si associano seppure con profondi contrasti. e Dalle posizioni di Bakunin nasce
l'orientamento anarchico. e In Italia, a Genova, nasce il partito dei
lavoratori italiani (poi P.S.I.). Labourismo e socialdemocrazia: il primo
(Labour Party) sorge in In- ghilterra all’inizio di questo secolo come naturale
frutto politico della Fabian Society, fondata nel 1883 a Londra con lo scopo
della elevazione della classe lavoratrice e delle Trade Unions, i sindacati
operai che avevano iniziato la loro attività nei primi decenni del 1800 come
società di mutuo soccorso tra gli operai metallurgici. Come it socialismo, il
labourismo si è data la meta di arrivare a dare alla classe lavoratrice la
proprietà dei mezzi di produzione, senza accogliere però i principi filosofici
di quello. I mezzi di lotta per raggiungere le mete stabilite è l'educazione
delle masse e lo sciopero attraverso il sindacato per ottenere dallo Stato e
dal padronato migliori condizioni di vita, salariali ed una legislazione
sociale a difesa del lavoratore. Sulla linea del labourismo sorgono in altri
paesi dell'Europa occidentale (come Germania, Olanda, Danimarca, Scandinavia)
partiti socialdemocratici i quali ripudiano la via rivoluzionaria per il
riformismo, per attuare nel tempo le proprie mete. Entrambi questi due
socialismi riformisti e democratici non combattono il capitalismo,
trasformatosi nel contempo in neocapitalismo, ma convivono con esso, accettando
la tesi dello sviluppo massimo della produzione come strumento per migliorare
le condizioni dei lavoratori e rendendoli partecipi della vita sociale e
politica del proprio paese. C) Marxismo-leninismo e maoismo: nel con la Rivoluzione d'ottobre 179 Lenin crea in
Russia uno Stato collettivista, con un potere di vertice esercitato dal partito
in modo assoluto. e :La terra fu collettivizzata; furono negate le libertà
individuali e di grup- po. Con Stalin il regime assume un carattere
dittatoriale estremo. e Nel 1956 al XX Congresso del Partito Comunista il
dispotismo staliniano viene denunziato. e Nel 1949 in Cina Mao-Tze-Tung
costituisce la Repubblica Popolare Cinese. Furono collettivizzate
l'agricoltura, l'industria e i commerci. e I capisaldi del marxismo vengono
ripensati per un popolo povero e con- tadino che viene indottrinato secondo una
metodologia nazionalistica e volon- taristica. Il socialismo maoista ha
caratteri militaristi. Dopo la morte di Mao- Tze-Tung il regime comunista
cinese diviene meno rigido. D) Marxismo revisionista o neo-marxismo: dopo
sessant'anni di marxismo sovietico e nonostante la notevole diffusione del
marxismo in Occidente, vi è stato un evidente allontanamento nell’area degli
intellettuali dalle tesi classiche. e Peri nuovi marxismi, ad esempio, la
dialettica non ha leggi, non riguarda la natura, ma il soggetto singolo in
rapporto con la storia. e La religione è considerata un fattore di liberazione
e apertura alla speranza. e Tra i rappresentati del nuovo marxismo: Gramsci,
Horkheimer, Mar- cuse, Bloch. X. LE DOTTRINE SOCIALI DI ISPIRAZIONE CRISTIANA
1. Le soluzioni cristiane alla questione sociale si distinguono in due tipi: —
forma assistenziale caritativa {cristianesimo caritativo): la prima forma
essenziale al cristianesimo è presente in tutti i secoli cristiani, come frutto
dell'attenzione evangelica agli umili, agli oppressi, ai diseredati; — forma
propositiva di revisione delle strutture economico-sociali (cristia- nesimo
sociale): si è preoccupata di individuare accanto all'azione caritativa, il
problema della giustizia a partire dalla seconda metà dell’800. e Il magistero
della Chiesa ha elaborato a partire dalla fine del XIX se- colo una coraggiosa
dottrina sociale che legittima la proprietà privata nel ri- spetto del bene
comune, rivendica i pieni diritti del lavoratore e indica i com- piti dello
Stato per un giusto equilibrio sociale ed economico. La testimonianza cristiana
nel mondo socio-politico si traduce in un im- pegno capace di promuovere un
nuovo modello di civiltà e di favorirne la realizzazione. 2. Il cristiano sente
tutta la responsabilità di essere la coscienza critica dei « due continenti
ideologici » del capitalismo e del socialismo e di dover offrire all'uomo del nostro
tempo il terreno di una mediazione culturale sul quale egli possa recuperare la
propria integrazione personale e sociale. XII. I PROBLEMI DI UNA NUOVA
CONCEZIONE DELLA SOCIETÀ 1. Tra i fenomeni emergenti del nostro tempo appaiono
l’'urbanesimo e la civiltà dell'immagine e della comunicazione presenti sia
nell’area comunista che nell’area capitalista. 2. Questi fenomeni hanno
generato la realtà dei « nuovi poveri »: delin- quenti, drogati, disadattati,
devianti, emarginati in genere. 3. Si sono acutizzate le discriminazioni
razziali, culturali e religiose. Si ri- fiutano i deboli, i vecchi, gli
handicappati perché improduttivi, 4. Il nostro tempo mostra l'urgenza del
recupero di una mentalità che ri- trovi l'amore per l’uomo inventando nuove
forme di democrazia libera e sociale. 180 5. « La « crisi epocale » della
società attuale è soprattutto crisi tecnologica, morale e dei valori, 6. In
questa situazione di « crisi epocale » emerge la necessità di un nuovo progetto
culturale, ispirato dal Vangelo, che abbia come centro del suo inte- resse
l’uomo concreto, storico. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE i. Che cosa si
intende per politica? 2. A che cosa deve la sua origine lo Stato? 3. Quali sono
le opinioni dei filosofi antichi e moderni riguardo allo Stato? 4. Qual è la
costituzione politica ideale secondo Platone, Aristotele, Tom- maso, Hobbes,
Campanella, Locke, Hegel, Marx? 5. Che rapporto c'è tra politica e morale? Qual
è lo scopo dello Stato? 6. Come sono stati intesi i rapporti tra Stato e Chiesa
da Agostino, Tom- maso, Bonifacio VIII, Marsilio da Padova, Machiavelli,
Mazzini, Croce? 7. Politica e morale si distinguono tra di loro? Come? 8. Che
rapporto intercorre tra fede e politica? C'è una funzione politica nel
messaggio evangelico? 9. Cosa si intende per stato democratico, liberale e
totalitario? 10. Quali sono le caratteristiche del capitalismo e del
socialismo? Che cosa è il neocapitalismo? E il labourismo e la
socialdemocrazia?* 11. Quali sono le caratteristiche del
marxismo-leninismo-stalinismo rispetto al maoismo? Che significano i termini «
nuovi marxismi » e « postmarxismo »? 12. Il neocapitalismo e il marxismo
riescono a superare i mali della so- cietà odierna? Perché si dice società dei
consumi? 13. Che cos'è il cristianesimo sociale? Il cristiano come deve operare
in campo sociale e politico? 14. Quali possono essere considerate le cause
determinanti che hanno pro- gressivamente subordinato il potere politico al
potere economico? 15. È legittimo oggi parlare non solo di continenti ideologici
ma addirit- tura di dittature planetarie? 16. In quale misura è possibile
stabilire un rapporto tra il deterioramento attuale dell'orizzonte metafisico,
antropoiogico ed etico e il disorientamento politico contemporaneo? 47. In
quale prospettiva e perché una sana mediazione culturale può fare
dell'esperienza religiosa la coscienza critica dei sistemi politici ed
economici degenerati? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Fede e politica oggi,
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Filosofia politica, Guida Napoli iL PROBLEMA ESTETICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO
L'uomo avverte l'esigenza della bellezza? Che cosa è la bellezza? 2. Che cosa
caratterizza l’opera d'arte? 3. Che rapporto intercorre tra soggetto, natura e
opera d'arte? 4. Qual è lo scopo dell'opera d’arte? Il problema estetico
riguarda la natura dell'opera d'arte, il suo fine e i rapporti che intercorrono
tra l’attività estetica e le altre attività umane. Questi tre aspetti capitali
del problema estetico, già esplorati tante volte nel passato, continuano ad
essere oggetto di discussione anche ai nostri giorni. Nel presente capitolo noi
cerche- remo di determinare il senso di questi aspetti del problema estetico e
presenteremo inoltre un quadro sintetico delle soluzioni più si- gnificative
elaborate dai filosofi antichi e moderni. 1. Natura dell’opera d’arte Che cos'è
l'opera d'arte in se stessa? Quali sono le ragioni per cui qualche cosa viene
considerata artistica mentre altre cose no? Per esempio, perché lo scarabocchio
d'un bambino non viene rite- nuto artistico, e invece se porta la firma di
Picasso sì? Oppure, per- ché si giudica artistica una cattedrale gotica, ma non
un palazzo in cemento armato? Ancora, quando un artista produce un'opera
d’arte, che cosa fa di preciso: crea oppure imita, inventa oppure copia, e-
sprime se stesso, i propri sentimenti, le proprie passioni, oppure dà corpo a
valori universali intuitivamente percepibili da ogni uomo? Questi sono appena
alcuni degli interrogativi che si affacciano alla mente quando ci si trova di
fronte ad un'opera d'arte. Per prenderne coscienza non occorre nessuna
preparazione speciale e nessun grado elevato di cultura. Ma la risposta non è
affatto ovvia e molto spesso neppure le menti più acute e preparate sono
riuscite a trovarne una soddisfacente. Il problema estetico è tra i primi che
si presentano alla riflessione dei greci, per la necessità di intendere
anzitutto come ad un mondo di poesia possa affiancarsi o anteporsi un mondo di
idee, e come l'essere possa persistere nella sua assorbente sovranità, pur
lascian- 183 La natura dell’opera d’arte, il suo fine, il suo rapporto con le
altre attività umane I caratteri essenziali dell’opera d’arte Platone: l’arte
imitazione della Bellezza La poesia come procreazione spirituale Aristotele: la
bellezza è ‘‘un bene che piace” Filosofia cristiana e concezione mimetica: Dio,
che è bellezza, è oggetto di imitazione do sussistere accanto e di fronte a sé
la scialba e inconsistente realtà del mito e della poesia. Questo problema ha
appassionato soprattutto Platone, il quale ha cercato di risolverlo nel
contesto della sua teoria delle Idee, fa- cendo dell'estetica una specie di
controprova di tale teoria. L'arte viene intesa da Platone come imitazione
-della natura e questa, a sua volta, è concepita come imitazione delle Idee.
L'oggetto della imi- tazione è la Bellezza. Nel Filebo Platone descrive la
Bellezza come un preludio sensibile del Bene inaccessibile, quasi si trattasse
del « portico » della casa del Bene. Nel Fedro egli parla del Bello come di
un'idea corporea, l’unica tra le idee che ebbe in sorte il privilegio di
rendersi visibile ai mortali, per poter essere da loro ardentemente amata. Nel
Convito Platone oltrepassa la concezione mimetica del- l'arte e formula una
teoria dell’arte intesa come creazione, una pro- duzione dall'interno, un «
parto » (tokos). Eros, il simbolo divino del Convito, è fecondato dall’anelito
verso la Bellezza oggettiva e asso- luta, quando si rende capace di generare e
procreare nel Bello. Quand'uno già brama di generare e procreare, allora
soltanto si lan- cia alla ricerca del Bello e, trovatolo, genera e procrea ciò
di cui da lungo tempo era pregno. Poesia è questa procreazione spirituale, per
cui nessun particolare requisito si chiede ai « buoni poeti », eccetto che
siano generatori e inventori. Alla concezione mimetica dell’arte si attiene
anche Aristotele, no- nostante il suo rifiuto della teoria platonica delle
Idee: per lui l’arte è essenzialmente imitazione della natura. L'imitazione,
però non è in- tesa come semplice riproduzione, ma piuttosto come emulazione
della natura, considerata maestra. Dal punto di vista soggettivo, Ari- stotele
definisce la bellezza come « un bene che piace » e la distin- gue, pertanto,
sia dal bene che dal piacere. Infatti, mentre il bene è oggetto della volontà e
il piacere delle passioni, il bello interessa le facoltà conoscitive: è un
piacere suscitato nelle facoltà conoscitive. Gli elementi fondamentali che
contribuiscono a rendere bella ossia artistica una cosa sono tre: l'ordine, la
simmetria e la determina- tezza. La concezione mimetica dell’arte viene ripresa
anche dai filosofi cristiani i quali peraltro la modificano su di un punto
fondamen- tale: oggetto dell'imitazione non è più la natura oppure le Idee, ma
Dio stesso. L'arte umana dovrà risultare imitazione dell'atto con cui Dio crea
la natura. Si tratta di una modificazione profonda che non riguarda soltanto la
maggior eievatezza della realtà imitata, ma anche la natura stessa
dell'imitazione, perché questa diviene imi- tazione dell'attività creatrice di
Dio, un'attività che i greci non ave- vano mai conosciuto. Ne consegue che «
unità, armonia, proporzione, integrità, congruenza, convenienza della forma
bella, tutti i concetti estetici insomma, che i cristiani avevano ereditato
dalla classicità, acquistano un nuovo timbro nella loro riesecuzione: tutte
queste sono note della bellezza, per loro in quanto appartengono all'atto -184
espressivo e manifestativo dello Spirito Assoluto che contiene il mon- do nella
sua potenza creatrice e perciò lo rende bello. Nessuna cosa sarebbe bella, se
non venisse da Dio: è il motivo che ricorre dalle Confessioni di S. Agostino
all'Itinerarium di FIDANZA (vedasi). Il Dio cristiano è il « genio della nuova
estetica ».! Dal punto di vista soggettivo, i pensatori cristiani, seguendo
Aristotele definiscono la bellezza come una relazione: « pulchrum est quod
visum placet » (bello è ciò che piace alla vista). Come la bontà così pure la
bellezza è una relazione di convenienza, di ar- monia, ma non più tra le cose e
la facoltà appetitiva (come nella bontà), bensì tra cose e facoltà conoscitive.
Tuttavia la bellezza si distingue anche dalla verità, in quanto pur essendo
come quest’ulti- ma una relazione tra cose e facoltà conoscitive, diversamente
da essa non è una relazione di corrispondenza, ma di eccitazione e di sod-
disfazione. Dal punto di vista oggettivo anche gli autori cristiani, come
Aristotele, fondano la bellezza sull’integrità, l'ordine e lo splendore
(integritas, proportio, claritas). % Durante il Rinascimento, che è anche
l’epoca d'oro delle arti figurative, non potevano mancare indagini intorno alla
natura del- l'opera d’arte. Tali indagini in alcuni casi sono svolte dagli
autori stessi di alcuni dei più celebri capolavori di pittura, scultura, archi-
tettura di tutti i tempi; Leon Battista Alberti, Leonardo da Vinci, Giorgio
Vasari, ecc. Le loro considerazioni si rifanno oltre che ad Aristotele anche,
anzi soprattutto, a Platone. Di lui si apprezzano in particolare ie dottrine
sull'amore (eros), sulla generazione creativa (tokos) e sull’entusiasmo lirico
(mania). Una svolta decisiva alla storia dell'estetica fa registrare Giam-
battista Vico. Da lui l'arte non viene più concepita secondo la ma- niera
mimetica, ma come un modo fondamentale ed originario di e- sprimersi da parte
dell'uomo in una determinata fase del suo svilup- po. Secondo il Vico, com'è
noto, tale sviluppo comporta tre fasi o età: del senso, della fantasia e della
ragione. L'arte è il modo carat- teristico di esprimersi dell'età della
fantasia: in quell'età l’uomo diede espressione al suo modo di intendere la
realtà nelle creazioni della fantasia, nei poemi, nei miti, ecc. « La sapienza
della gen- tilità dovette cominciare da una metafisica non ragionata e astratta
qual è questa degli addottrinati, ma sentita ed immaginata quale dovette essere
da tali primi uomini ». La mente degli uomini antichi, incapace di usare la
ragione logica e ribelle alla fatica dell’astrazio- ne e del ragionamento, è
naturalmente portata a sostituire o antici- pare il processo astrattivo
mediante la fantasia. E in tal modo an- ziché universali logici si foggia
universali fantastici, fantasmi o im- ! STEFANINI, Estetica, Studium, Roma
1953, p. 19. 185 La bellezza: relazione di convenienza e di armonia tra cose e
facoltà conoscitive Umanesimo- Rinascimento: amore, generazione creativa e
entusiamo lirico Vico: l’arte come una delle espressioni fondamentali della
natura umana L'accoglienza di Vico da parte dei filosofi idealisti Kant:
l’opera d’arte nasce dai sentimento che esprime l’universale nel particolare
Idealisti e neohegeliani: l’arte rappresentazione sensibile deli’Assoluto
L'arte come meccanica psicologica e come sovrastruttura magini che tengono il
posto di veri universali, ossia delle idee o con- cetti elaborati dalla
ragione.” La concezione vichiana dell'estetica, corabattuta aspramente ai suo
primo apparire, in quanto urtava contro il pregiudizio cartesiano allora
imperante, secondo cui soltanto la ragione può attingere la verità delle cose,
fu più tardi calorosamente accolta e ampiamen- te seguita dai romantici e dagli
idealisti (Schelling e Hegel) i quali reagendo contro gli eccessi del
razionalismo e dell'illuminismo, a- scrivevano grande importanza alle facoltà
della fantasia e del sen- timento in ordine alla conoscenza della verità. Una
singolare teoria della natura dell'opera d’arte, teoria in parte dettata da
esigenze di sistema, viene elaborata da Kant nel- l'opera Critica del giudizio.
In essa l'autore cerca di mostrare che l’opera d’arte non è né un'imitazione
della natura e neppure un'inter- pretazione metafisica della realtà e che
pertanto non è prodotta né dalla fantasia né dall’intelletto. Essa è invece
essenzialmente frutto deì sentimento il quale nell'opera d’arte percepisce ed
esprime l'’uni- versale nel particolare, l'intelligibile nel sensibile, ii
noumeno nel fenomeno. E così fa sorgere il piacere estetico che appaga tutto
l’uo- mo in quanto produce una profonda armonia tra le opposte facoltà dei
sensi e dell'intelletto. Il problema estetico occupa un posto di singolare
rilievo nelle speculazioni degli idealisti e dei neohegeliani (Croce, Gentile).
Ii lorc obiettivo è fondere ì motivi più originali delle teorie di Vico e Kant.
Dal primo riprendono la tesi secondo cui l’arte rappresenta un momento preciso
e di capitale importanza nella storia dell'uma- nità; dal secondo mutuano la
tesi secondo cui l’arte è una rappre- sentazione dell’Assoluto in forma
sensibile. Il significato spirituale dell'opera d'arte è stato però ripetuta-
mente messo in questione durante l’ultimo secolo da autori che si ispirano più
o meno direttamente al positivismo. Alcuni come il Taine riconducono l’arte ad
un teorema di meccanica psicologica, legata ai tre fattori concorrenti della
razza, dell'ambiente e del mo- mento; altri, come Marx, vedono nell'arte una
sovrastruttura de- terminata dai rapporti tra i mezzi di produzione all'interno
di una particolare società; altri, come Freud, considerano l’arte una su-
blimazione dell'istinto sessuale; altri infine, come Dvorak, conside- rano
l’arte come criterio ermeneutico della storia della culiura e così identificano
la storia dell’arte con la storia della cultura. Contro queste interpretazioni
positivistiche dell’opera d’arte han- no preso posizione i filosofi della
Gestaltschule (scuola della figura). Secondo questi autori la conoscenza delle
condizioni storico-psico- logiche non giova affatto alla comprensione di una
opera d’arte. La sola cosa che importa è la figura sensibile, cioè importano i
valori ? MONDIN', vol. II, pp. 238-240. 3 Ivi, pp. 321-322. 186 tattili o
quelli della pura visibilità oppure gli elementi contrappun- tistici e tonali
dell'esecuzione musicale, presi globalmente, come un tutto, e non
frammentariamente. Attualmente molti filosofi che si ispirano al neopositivismo
e agli analisti del linguaggio, non affrontano più il problema della natura
dell'opera d'arte in se stessa, ma in modo assai indiretto, cercando di
stabilire quale sia il senso del linguaggio estetico e se esistano dei criteri
validi per accertarne la presenza (come per determinare il significato oggettivo
delle proposizioni scientifiche esistono i criteri della verifica sperimentale
oppure della falsificabilità). La lezione che possiamo raccogliere alla fine di
queste brevi note intorno alla storia del problema della natura dell'opera
d’arte mi pare che possa essere la seguente. L'opera d'arte non è una semplice
imitazione di idee archetipe o di fatti naturali. Per caratterizzarsi come
esteticamente bella un'opera dev'essere qualcosa di più e di diverso da ciò che
esiste già nel mondo della natura oppure della cultura. Per avere opera d'arte
ci vuole originalità, creatività. L'ope- ra d'arte è in un certo senso (certo
non proprio in senso letterale) una creazione, più esattamente una
trasformazione radicale degli ele- menti che l’artista ha a sua disposizione:
gli elementi fornitigli dalla. tecnica, dalla osservazione, dalla ispirazione.
Ciò che ne risulta si qualifica come bello se presenta tratti d'assoluta
novità. Il lavoro dell'artista può essere paragonato a quello dell’ape: egli
non crea ma, assimilando elementi già preesistenti, produce una realtà asso-
lutamente nuova.‘ 2. Il fine dell’opera d’arte Oggetto dell'attività estetica è
il bello (così come oggetto di quella scientifica è la verità, di quella etica
il buono, di quella reli- giosa il sacro). L'artista facendo un’opera d’arte si
propone anzitutto di dare espressione sensibile alla bellezza. Ma oltre a
questo fine specifico i filosofi generalmente assegnano all'opera d’arte anche
altre finalità più o meno importanti. Così, per Platone, Agostino e Tommaso
essa ha una finalità eminentemente pedagogica; perciò raccomandano solo le
opere d'arte che giovano all'educazione e condannano quelle che favoriscono la
corruzione. Platone nella Repubblica condanna la commedia e la tragedia so-
prattutto per due motivi. Primo, perché i comici e i tragici rappre- sentano
gli dèi e gli eroi attribuendo loro bassezze e passioni pro- prie della natura
umana e in questo modo snaturano il senso reli- gioso. Secondo, perché,
componendo le loro opere, non si fondano sulla ragione ma sul sentimento e
sulla fantasia; e invece d'essere d'aiuto alla ragione agitano le passioni,
provocando il piacere e il * Cfr. F. MEI, La filosofia del concreto, Marzorati,
Milano 1961, pp. 101-104. 187 L'opera d’arte è creazione Il fine: esprimere
sensibilmente la bellezza Da Platone a Tommaso: scopo pedagogico dell’opera
d’arte Platone: la musica come educazione all’armonia interiore Scopo teoretico
dell’opera d’arte: conoscenza delle verità ultime Idealisti tedeschi e
neohegeliani: scopo metafisico dell’arte Pedagogico, catartico e metafisico:
scopi secondari dolore. Secondo Platone, una sola arte merita d'essere
coltivata as- siduamente: la musica. Essa educa al bello e forma l'anima
all’ar- monia interiore. Per Aristotele, Plotino e Schopenhauer l’arte ha uno
scopo es- senzialmente catartico: va coltivata in quanto aiuta l’anima a libe-
rarsi dalle passioni, a purificarsi, a elevarsi verso la contemplazione.‘ Per
Vico, Schelling, Hegel, Croce, Gentile l’arte ha una finalità eminentemente
teoretica: ha di mira la conoscenza delle verità ul- time, della natura
profonda delle cose, del mondo intelligibile, del- l'Assoluto. Vico respinge
espressamente le opinioni di Platone e di Aristotele. A suo parere, l’arte non
ha primariamente né funzione pedagogica né catartica: essa non è al servizio né
dell'estetica né della pedagogia. L'opera d'arte ha anzitutto e soprattutto una
fun- zione teoretica e metafisica in quanto costituisce una comprensione ed
espressione profonda delle cose da parte di un essere intelligen- te, nel quale
la ragione non ha ancora raggiunto la piena matura- zione e che, quindi, riesce
ad esprimersi meglio per mezzo della fan- tasia e del sentimento. Questo
intento metafisico dell’arte, com'è noto, è stato ribadito dagli idealisti
tedeschi del secolo scorso e dai neohegeliani italiani (Croce e Gentile) del
nostro secolo. Per tutti questi autori l’arte è una delle attività supreme
dello Spirito Asso- luto. Il suo scopo specifico è esprimere l'Assoluto in
forma sensi- bile. Pertanto un’opera è artistica soltanto e nella misura in cui
è una manifestazione concreta dell’Assoluto. Oggi queste finalità secondarie
dell’opera d'arte (pedagogica, catartica e metafisica) non riscuotono troppi
consensi tra i filosofi. Generalmente si afferma, e a nostro parere
giustamente, che l'arte ha una sua funzione autonoma, che è fine a se stessa,
come la scienza, la religione, la morale, la politica, l'economia. Per quanto
concerne l'autonomia si paragonano le opere d'arte alle opere della natura. Allo
stesso modo come quest'ultime hanno una consistenza propria e una propria
autonomia, altrettanto si deve pensare delle prime: an- che le opere d’arte
devono essere considerate come aventi una fina- lità loro propria. La natura
produce delle realtà (animali, laghi, fo- reste) che non vanno riferite a
qualche cosa d'altro per essere com- prese, ma sono studiate direttamente in se
stesse. Altrettanto si deve far anche per le opere d’arte. Producendo l’opera
d'arte, l'artista in- tende creare qualcosa: vuole metterci davanti ad una
realtà nuova, La sua creazione, questa nuova realtà, va guardata in faccia
diret- tamente, per conto proprio, senza la pretesa o la preoccupazione di
trovarvi dei significati reconditi, delle seconde intenzioni. Tutto quello che l'artista
ha voluto dire è quanto egli è riuscito di fatto : Cfr. B. MONDIN, vol. I, pp.
96-97. > Ivi, p. 142 (Aristotele); pp. 185-186 (Plotino); vol. III, pp.
208-209 (Schopen- hauer). * B. MONDIN, vol. III, pp. 79-80. 188 a manifestare.
E quello ch'egli è riuscito a manifestare sta lì davanti a noi. C'è però una
precisazione da fare riguardo all'autonomia del- l'arte. Quando si dice che
l’arte è essenzialmente autonoma non si vuole escludere che essa venga
adoperata anche per altri scopi, teo- retici o pratici. Si vuole solo affermare
che se lo scopo teoretico e pratico per cui l’opera d'arte viene compiuta è
innalzato a fine pri- mario, in tal caso si priva l'opera d'arte della sua
autonomia e quindi della sua vita. Quindi se un’opera d'arte ha intenti pedagogi-
ci, religiosi, politici, ecc. essa può ancora riuscire come opera d'arte alla
sola condizione che tali intenti non siano quelli primari ma se- condari. In
conclusione, il principio dell'autonomia delle singole attività e discipline,
che è stata la grande conquista dell’epoca moderna, vale certamente anche per
l’attività estetica. Quindi nell'esplicarla e nel valutarla non si deve tener
conto d'altri criteri al di fuori di quelli che sono intrinseci alla natura
stessa dell’opera d'arte. . 3. Arte e morale Alla questione dei rapporti tra
arte e morale s'è già fatto cenno alla fine del precedente paragrafo. Questo
problema è stato diversa- mente risolto dai filosofi a seconda della finalità
ch’essi hanno rite- nuto giusto assegnare all'attività estetica. Sia gli autori
che come Platone e Aristotele attribuiscono all'arte una finalità essenzialmen-
te pedagogica e catartica, come pure gli autori che col Vico le ascri- vono una
finalità metafisica sottomettono in modo più o meno di- retto, più o meno esplicito,
l’arte alla morale, e, di conseguenza, condannano dal punto di vista estetico
quelle opere che giudicano moralmente riprovevoli. Il riconoscimento
dell'autonomia dell’arte dalla morale è una conquista piuttosto recente e va
ascritta a merito degli idealisti, in particolare di Benedetto Croce. ‘Secondo
Croce l’arte è assolutamente autonoma: non è soggetta né alla filosofia, né
alla morale, né alla pratica. L'arte come arte è amorale, cioè al di qua del
bene e del male. « L'arte per avere carattere d'arte, per essere vera arte,
deve essere vera espressione. Espressione di che? Che volete che esprima
l'artista se non le sue im- pressioni? i sentimenti che prova? ».* Per fare
vera arte bisogna espri- mere ciò che si ha in sé: chi lo esprime bene, è
artista. Ma l’uomo e l'artista sono due realtà distinte. Per essere artista
basta esprimere bene i propri sentimenti mentre l’uomo deve essere anche
morale, saggio, pratico. Quindi, pur non essendo soggetto alla morale come
artista, l'artista è soggetto alla morale come uomo: « Se l'arte è al © B.
CROCE, Breviario di estetica, Laterza, Bari 1933, p. 49. 189 Non è il fine
secondario a determinare il valore dell’opera d’arte Autonomia dell’arte dalla
morale: conquista recente Croce: amoralità dell’arte Arte e morale:
subordinazione indiretta di là della morale, non è di qua né di là, ma sotto
l'impero di lei è l'artista in quanto uomo, che ai doveri dell’uomo non può
sottrarsi, e l'arte stessa — l’arte che non è e non sarà mai la morale — deve
considerare come una missione, esercitare come un sacerdozio ».? Di capitale
importanza è la precisazione contenuta nell'ultima citazione: « L'arte è al di
là della morale... ma sotto l'impero di lei è l'artista in quanto uomo ».
L'uomo infatti, nonostante la molte- plicità delle sue attività e delle sue
facoltà, costituisce un'essenziale unità. Ora l’unità è possibile soltanto se
le varie attività sono ordi- nate ad un unico fine ultimo. Ma, dato che il fine
ultimo dell'uomo è la piena realizzazione di se stesso, qui sta il suo bene
supremo, la sua felicità, e poiché spetta alla morale riconoscere tale fine e
stu- diare i mezzi per conseguirlo, ne deriva una certa subordinazione
dell'arte alla morale. Quindi tra arte e morale c'è un rapporto simile a quello
che abbiamo registrato tra morale e politica: è un rapporto di subordinazione
indiretta. Anche l'arte come la politica deve con- tribuire al raggiungimento
del fine ultimo dell'uomo. Questo però è l'obiettivo primario e principale
della morale. CONCETTI DA RITENERE — Unità; armonia; proporzione; integrità;
congruenza; convenienza — Ordine; splendore — Eros, tokos; manìa —
Rappresentazione dell’Assoluto; meccanica psicologica; sublimazione della
pulsione istintuale; sovrastrutture — Figura sensibile; valori tattili;
visibilità; elementi contrappuntistici e tonali SINTESI CONTENUTISTICA I. LA
NATURA DELL'OPERA D'ARTE 1. Il problema estetico riguarda la natura dell’opera
d’arte, il suo fine, i rapporti intercorrenti tra l’attività estetica e le
altre attività umane. 2. Il problema estetico è tra i primi a presentarsi alla
riflessione dei Greci: rapporto tra il mondo della poesia e il mondo delle idee
(complementarietà o opposizione); rapporto tra la sovranità dell'essere, il
mito e la poesia. 3. Platone (Filebo, Fedro, Convito) intende l’arte come
imitazione della natura, che a sua volta è imitazione del mondo delle Idee. La
Bellezza è il pre- ludio sensibile al Bene inaccessibile. In una fase ulteriore
egli intende l’arte come creazione, « parto » (tokos): Eros, il simbolo divino del
Convito, è fecon- dato dall’anelito verso la Bellezza oggettiva e assoluta,
quando diviene capace di generare il Bello. La poesia è questa procreazione
spirituale; ai poeti non si chiede altro che siano procreatori e inventori. 4.
Aristotele ritiene che l'arte, imitazione della natura, sia emulazione. La
bellezza è un « bene che piace », distinto sia dal bene morale che dal piacere.
Tre elementi caratterizzano il bello artistico: l'ordine, la simmetria, la
determinatezza. 9 Ivi, p. 33. 190 5. Per i filosofi cristiani l’arte è
imitazione dell'atto con cui Dio crea la natura. Unità, armonia, proporzione,
integrità, congruenza, convenienza della forma belia sono concetti ereditati
dalla concezione classica che i cristiani ri- conducono all'atto di Dio che rende
bello ciò che crea {S. Agostino, S. Bona- ventura). 6. Nel Rinascimento
predomina la concezione platonica sull'amore {eros), sulla generazione (tokos)
e sull’entusiasmo lirico. 7. Nell’età moderna fondamentale è l’estetica di G.B.
Vico, secondo il quale l'arte è un mondo primario ed originario
dell’espressività dell'uomo in quella fase del suo sviluppo che è dominata
dalla fantasia. 8. Kant nell'opera Critica del giudizio afferma che l’opera
d'arte è essen- zialmente frutto del sentimento, il quale in essa percepisce ed
esprime l’uni- versale nel particolare, il noumeno nel fenomeno. Il piacere
estetico è, per- tanto, l’appagamento che l’uomo riceve dall’armonia tra le
opposte facoltà dei sensi e dell'intelletto. 9. L'idealismo e il neoidealismo,
riecheggiando sia Vico che Kant, danno grande importanza al ruolo dell’arte
nella storia dell'umanità e la considerano la rappresentazione sensibile
dell’Assoluto. Si sono succedute le seguenti inter- pretazioni dell’arte: a)
Taine riconduce l’arte ad una meccanica psicologica regolata dai tre fattori
della razza, dell'ambiente e del momento; b) Marx considera l’arte come una
delie sovrastrutture dei meccanismi di produzione; c) Freud la considera
prodotto del meccanismo di sublimazione della pul- sione sessuale; d) Dvorak
afferma che l’arte è un criterio ermeneutico della storia della cultura e
identifica la storia dell’arte con la storia della cultura; e) i filosofi della
Gestalischule (scuola della forma) ritengono che a deter- mirare l’opera d'arte
è la figura sensibile, i valori tattili, quelli visibili, gli elementi
contrappuntistici e tonali, assunti nella loro globalità; f) oggi l'interesse è
soprattutto rivolto alla ricerca del senso del linguaggio estetico e alla
ricerca dei criteri validi per accertarne la presenza. II. IL FINE DELL'OPERA
D'ARTE Oggetto dell'attività artistica è il bello e fine dell'arte è quello di
dare espressione sensibile alla bellezza. Oltre al fine specifico, i filosofi
hanno assegnato all’arte altre finalità: — Platone, Agostino e Tommaso le hanno
attribuito scopi pedagogici; — Aristotele, Plotino, Schopenhauer le hanno
assegnato uno scopo ca- tartico; — Vico, Schelling, Hegel, Croce, Gentile hanno
attribuito all'arte una fina- lità teoretica e metafisica. Un'opera è artistica
solo e nella misura in cui è manifestazione concreta dell’Assoluto. 3.
L'estetica contemporanea tende ad affermare che l’arte ha una sua fun- zione
autonoma, che essa è fine a se stessa. In tal senso l’opera d’arte è parago-
nabile all'opera della natura. ARTE E MORALE 1. I filosofi che attribuiscono
all'arte fine pedagogico o catartico o metafi- sico in modo più o meno diretto
sottomettono l’arte anche alla morale. 2. Croce, invece, ha decisamente
affermato l'autonomia dell’arte dalla mo- rale. L'arte in quanto tale è
amorale, al di là del bene e del male. Ma anche se l'artista non è soggetto
alla morale in quanto tale, lo è in quanto uomo. A motivo, quindi, della unità
essenziale dell'uomo, anche per il rapporto tra arte e morale si può parlare di
subordinazione indiretta della prima alla seconda. QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE 1. Quali sono i principali aspetti del problema estetico? 2. Quali
sono gli elementi costitutivi dell’opera d’arte? In che cosa consiste l’opera
d’arte? 3. Qual è l'organo specifico che coglie la bellezza delle cose oppure
di un’opera d'arte? 4. Come definiscono l’arte Platone, Aristotele, Kant, Vico,
Schelling, Hegel, Croce, Freud, Marx? 5. In che cosa consiste il piacere
estetico? Qual è il fine dell’opera d’arte secondo Platone, Aristotele,
Plotino, Vico, Kant, Hegel? 7. Quale ruolo ricopre l’arte nella cultura
contemporanea? 8. La società a tecnologia avanzata conserva il senso della
bellezza? 9. In quale misura e in quali contesti specifici della storia
dell'umanità l’arte è stata asservita all'ideologia? In che rapporti si trovano
arte e morale? 11. È legittima la possibilità di rapporto tra messaggio
artistico e messag- gio politico? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI Aporno TH.W.,
Teoria estetica, a cura di E. De Angelis, Einaudi, Torino ; ANCESCHI L.,
Autonomia ed eteronomia dell’arte, Garzanti, Milano . AssuNTO R., Teoremi e
problemi di estetica contemporanea, Milano . BANFI A., I problemi di una
estetica filosofica, Milano-Firenze . Ip., Filosofia dell’arte, Editori
Riuniti, Roma . BaARATONO A., Arte e poesia, Bompiani, Milano 1966? BIGNAMI E.,
La poetica di Aristotele e il concetto dell’arte presso gli antichi, Sansoni,
Firenze CaLogeERO G., Estetica, semantica, istorica, Einaudi, Torino .
CaraccioLO A., L'estetica e la religione, Urbaniana, Roma CRocE Estetica come
scienza dell'espressione e linguistica generale, La- terza, Bari 1902. DELLA
VoLPE G., Critica del gusto, Feltrinelli, Milano . DorrLEs G., Il divenire
delle arti, Einaudi, Torino ECO (vedasi), La struttura assente, Bompiani,
Milano, . FANIZZA F., Libertà e servitù dell'arte, Dedalo, Bari . GARRONI E.,
Ricognizione delle semiotiche, Officina, Roma GENTILE La filosofia dell’arte,
Sansoni, Firenze. MARTINI M., La deformazione estetica, Milano. PAREyson,
Estetica. Teoria della formatività, Sansoni, Firenze. PERNIOLA M.,
L’alienazione artistica, Mursia, Milano. RAFFA, Semiologia delle arti visive,
Patron, Bologna . Rossi L., Situazione dell'estetica in Italia, Paravia, Torino
. SIMONINI A., Storia dei movimenti estetici nella cultura italiana, Sansoni,
Firenze. STEFANINI L., Trattato di estetica, Morcelliana, Brescia. IL PROBLEMA
STORICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO Che rapporto intercorre tra la propria
realizzazione e il trascorrere del tempo? 2. Che definizione si può dare del
tempo? Consapevolezza, ricordo e attesa: che rapporto c'è tra queste parole e
il tempo? Il problema storico riguarda il senso della storia: la storia, nella
sua movimentata sequenza di avvenimenti, ha un senso? Quale? Dove si situa il
fulcro della storia: nel passato, nel presente oppure nel futuro? E se la
storia ha un senso ed un punto di riferimento decisivo, è possibile effettuare
una ricostruzione scientifica delle vicende umane? Il carattere problematico
della storia è stato riconosciuto dai filosofi di tutti i tempi. Ma mai come
nel nostro secolo, durante il quale il succedersi degli eventi ha assunto un
ritmo incredibile sco» nosciuto alle epoche precedenti, la problematicità della
storia si è imposta all'attenzione degli studiosi. 1. Il concetto di storia 'La
storia si definisce diversamente a seconda che per essa si intendano gli
avvenimenti in se stessi (senso oggettivo) oppure la nostra conoscenza dei
medesimi (senso soggettivo). La storia in senso oggettivo è la marcia dell’uomo
attraverso il tempo. Invece la storia in senso soggettivo ‘è lo studio degli
avveni- menti umani che accadono nel tempo, nelle loro cause e nei loro ef-
fetti, ed inoltre nel loro significato ultimo.! La storia di cui ci occu- piamo
in queste pagine direttamente è la storia come scienza (sen- so soggettivo) ed
indirettamente anche la storia come vicenda (senso oggettivo). ! Si suole
distinguere tra storia empirica e storia filosofica. La prima si occupa
solamente delle vicende umane nelle loro cause e nei loro effetti. Invece la seconda
si propone di scoprire il loro significato ultimo. 193 La storia ha un senso?
Senso oggettivo e senso soggettivo della storia Scetticismo storico: —
apparenza degli avvenimenti — casualità degli eventi — discordanza degli
avvenimenti Realismo storico: è possibile una scienza degli eventi storici 2.
Possibilità della scienza storica Una scienza storica è possibile? A questo
interrogativo si posso- no dare e di fatto sono state date due risposte
antitetiche. Si può rispondere negativamente e allora si ha lo scetticismo
storico. Op- pure si può rispondere affermativamente e allora si professa il
rea- lismo storico. 2.1 Scetticismo storico La negazione della scientificità
della storia poggia sui seguenti argomenti: a) Gli avvenimenti sono solo
apparenti. Il mondo della esperien- za quotidiana è un mondo illusorio,
apparente, senza alcuna consi- stenza e perciò senza senso. La filosofia
indiana, Eraclito, Schopenhauer e altri filosofi si sono appellati a questo
argomento per negare la possibilità della scienza storica. b) Gli eventi non
accadono secondo un piano ordinato. Gli eventi sono reali e non illusori. (Anzi
per molti pensatori che si appellano a questo argomento i fatti sono l’unica
realtà). Però essi non hanno un significato, perché non hanno una direzione. Un
evento suc- cede all’altro senza che nulla vada mai avanti. La storia è un ca-
vallo che mentre va per la strada improvvisamente si imbizzarrisce e allora si
lancia per i campi o ritorna indietro o si butta nel pre- cipizio. c)
Discordanza nella interpretazione dei fatti storici. L'interpre- tazione dei
fatti è molto diversa secondo che la storia sia scritta da un positivista, da
un laicista, da un marxista o da un cristiano, anche escludendo che si tratti
di falsificazioni volute a scopo di propa- ganda o di errori dovuti a
documentazioni o indagini insufficienti. Basti pensare alle interpretazioni
tanto discordanti del Medioevo, della Controriforma e del Risorgimento. Realismo
storico ‘Per realismo storico s'intende quell’indirizzo filosofico che am-
mette la possibilità di una scienza degli eventi storici. Questo può avvenire
in due modi, a seconda che la possibilità della scienza degli eventi storici si
fondi su una visione deterministica o non determini- stica della storia. Si dà
quindi un realismo storico deterministico o un realismo storico non
deterministico. Nel primo i fatti accadono necessariamente, nel secondo
liberamente. Tanto nel realismo storico deterministico quanto nel realismo
storico non deterministico si danno due interpretazioni principali. In quello
deterministico c’è chi ritiene che nella successione dei fatti non ci sia
nessun progresso, mentre altri ci vede un divenire, una 194 evoluzione verso mete
sempre più alte. Il primo è il realismo storico deterministico statico; il
secondo, il realismo storico deterministico dinamico. Tra i fautori del primo
tipo vanno annoverati tutti i pen- satori greci; tra quelli del secondo molti
filosofi moderni, soprattutto gli idealisti e i materialisti. Ciò che distingue
i materialisti dagli idealisti è il punto di partenza del divenire storico: per
i primi è la materia, per i secondi è lo spirito. Nel realismo storico
non-deterministico c'è chi sostiene che gli eventi storici si svolgono secondo
un piano esclusivamente naturale, mentre altri sostengono che essi accadono
secondo un piano sopran- naturale. Sostenitori della prima teoria (che
chiamiamo realismo sto- rico non-deterministico naturalistico) sono gli illuministi
e soprat- tutto Kant. Sostenitori della seconda teoria (che chiamiamo reali-
smo storico non-deterministico cristiano o semplicemente realismo storico
cristiano) sono tutti gli storici cristiani e i filosofi cristiani della
storia. Riducendo questa divisione a schema, essa si presenta così: statico
(pensatori greci) materialistico (Marx) deterministico | idealistico (Hegel) È
dinamico REALISMO STORICO naturalistico (Kant) non deterministico cristiano :
(Agostino, Bossuet, Vico) a) Realismo storico deterministico statico - Secondo
il pensiero filosofico greco la storia si svolge su un piano circolare, in cui
l’in- dividuo ha una certa libertà (una libertà relativa) mentre l’universo è
soggetto alle leggi matematiche di una eterna palingenesi. La stra- da del
tempo è una pista rotonda su cui tutte le società, tutte le civiltà, tutte le
istituzioni si succedono con un ritmo inesorabile e dopo un breve periodo di
gloria scompaiono. Il tempo, e quindi la storia, « è l'immagine mobile
dell’immobilità eterna », esso è « quel- l'immagine senza fine che si svolge
secondo le leggi dei numeri » (Pla- tone, Timeo). « Dio guida l'universo nel
suo percorso circolare, ma una volta compiuti i periodi del tempo che gli sono
fissati, esso riprende il suo movimento in senso inverso » (Platone, Politica).
Questa concezione circolare della storia è condivisa da quasi tut- ti i
pensatori greci (cfr. Empedocle, Platone, Stoici, ecc.). b) Realismo storico
deterministico dinamico - Non è possibile qui effettuare una esposizione soddisfacente
delle complesse dottrine della filosofia della storia insegnate in questo
ultimo secolo dai ma- terialisti e dagli idealisti. Del resto ne abbiamo già
trattato distesa- mente nel terzo volume della nostra storia della filosofia,
ora ci pre- me solamente indicare una caratteristica fondamentale comune tan-
to al realismo storico degli idealisti quanto a quello dei materia- 195 Piano
naturale della storia: Kant Piano soprannaturale: storici e filosofi cristiani
— Realismo storico deterministico statico: assenza di progresso (pensatori
greci) — Realismo storico deterministico dinamico: cammino evolutivo
(materialisti, idealisti) Identificazione tra storia e realtà Il teleologismo
storico di Kant e degli illuministi: ottimismo e progresso Rivelazione, ordine
soprannaturale e libertà dell’uomo listi. In tutti e due la storia viene
identificata con la realtà: tutta la realtà si esaurisce negli eventi storici:
al di fuori della storia non c'è più nulla. Questa identificazione della storia
con la realtà si chia- ma storicismo. A nostro avviso questa interpretazione
della storia è insosteni- bile, per almeno tre ragioni. Anzitutto perché essa
implica la nega- zione del trascendente, di Dio. La seconda ragione è la
negazione della libertà umana. Negando all'uomo la libertà lo storicismo
idealistico e materialistico condan- na alla disperazione l’uomo come persona
singola, che invano cerca la salvezza dal male e dalla morte che lo stringono
nel tempo. Que- sta filosofia della storia rappresenta la forma estrema della
disper- sione dell'essere dell'uomo. Infine lo storicismo, nonostante le
apparenze, svaluta la storia perché la considera uno sviluppo incessante nel
quale tutto viene superato e mutato. I valori di ieri non sono quelli di oggi.
I prota- gonisti della storia, gli uomini, sono prigionieri del presente,
poiché negano il passato e negheranno a loro volta l'avvenire. Rimane una sola
realtà: l'eterna legge della mutazione. c) Realismo storico non-deterministico
naturalistico: Kant - Se- condo Kant e molti illuministi la storia si svolge su
un piano ordi- nato ‘(teleologico) voluto dalla natura. « La storia è
l'attuazione di un nascosto piano della natura ». « Il fine della storia è la
realizza- zione di una società che universalmente viva secondo il diritto »
(Kant, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopo- litico, pr. 5
e 8). Altrettanto si legge nel saggio Se il genere umano sia in continuo
progresso verso il meglio: « Ora io affermo di poter predire alla stirpe umana,
anche senza avere spirito profetico, il suo progresso verso il meglio,
escludendo che questo progresso possa conoscere sostanziali pericoli di
involuzione ». Questa visione ottimistica della storia, nata dal successo bor-
ghese della seconda rivoluzione industriale e dall'entusiasmo per il progresso
scientifico, ha verificato i suoi limiti davanti ad una umanità provata
dall’orrore di due guerre mondiali, artefice del peri- colo
dell’autodistruzione atomica, del disastro ecologico e vittima di un consumismo
che antepone il valore delle cose a quello delle persone. d) Realismo storico
cristiano - Secondo il pensiero filosofico cristiano la storia si svolge
secondo un piano determinato dall’incon- tro di due volontà libere: quella di
Dio e quella dell'uomo. Di qui l'estrema difficoltà ad interpretare un così
complesso disegno che è possibile comprendere solo in virtù dell'intervento di
Dio e della ri- velazione da parte sua del senso fondamentale della storia.
Dalla Rivelazione sappiamo che la storia non si svolge secondo un piano
circolare ciclico e tanto meno secondo leggi fatalistiche e 196 meccaniche, e
nemmeno secondo un ordine puramente naturale. Dio ha voluto liberamente
inserire l'uomo in un ordine soprannaturale; in tale ordine, cui l’uomo
corrisponde liberamente, Dio continua ad intervenire per adattare il suo piano
di grazia alla corrispondenza dell'uomo di modo che nonostante le deviazioni
umane, la storia pro- cede verso destini sempre più alti. Il piano cristiano
della storia si può raffigurare diagrammatica- mente con una linea ascensionale
in cui ci sono varie deviazioni verso il basso, ma tutto sommato la parte
terminale è più alta di quella iniziale. Dalla Rivelazione si viene a
conoscere: a) il significato di tutta la storia che ci precede {attraverso i
dogmi della creazione, del pec- cato e della redenzione); b) il punto della
storia in cui ci troviamo at- tualmente (cioè tra la prima e l'ultima venuta di
Cristo); c) che cosa ci riserva l'avvenire (cioè la fine del mondo e il ritorno
trionfale del Messia dopo che il suo messaggio sarà stato annunziate a, tutti
gli uomini). ‘Attraverso la Rivelazione conosciamo quindi il grandioso piano
divino della storia: il piano generale, non i singoli momenti e i parti- colari
di esso, sempre avvolti nel mistero. Sappiamo che la storia non è in regresso,
non è un circolo su cui si ripetono eterni ritorni, ma è progresso verso la
salvezza. Ampliiando le conoscenze dateci dalla fede mediante quelle che ci
sono fornite dalia scienza sappiamo che l'umanità esiste sul pianeta da circa
mezzo milione di anni. Però la serie delle civiltà è cominciata appena da
10.000 anni, mentre le generazioni future possono percorrere un altro mezzo
miliardo di anni. Il Cristianesimo appartiene quindi all'infanzia della storia
dell'umanità. La Chiesa non è che ai primi passi del processo che tende a fare
di lei la provincia terrena del Regno dei cieli, motore e scopo della storia
della umanità. Su questa concezione cristiana della storia sono state scritte
pagine interessanti in tutti i tempi, in particolare da S. Agostino (De
civitate Dei), Bossuet (Discorso sulla storia universale), Vico (La scienza
nuova), Maritain (Sulla flosofia della storia), De Lubac (Cattolicesimo), von
Balthasar (Teologia della storia), Toynbee (A study of history), Mouroux {I!
mistero del tem po), Cullmann (Cristo e il tempo). 3. La storia è veramente una
scienza? Molti filosofi pensano di poter accordare alla storia il titolo di
scienza, definendo la conoscenza storica come sintesi di fatti e di idee, di
particolare e di universale. Anche a noi pare che la storia sia una scienza, ma
non secondo il concetto ciassico di scienza, bensì secondo il concetto moderno,
secondo il quale la scienza non è una riproduzione precisa, ma solo una
sistemazione approssimativa 197 il diagramma ascensionale del piano cristiano
della storia La scienza storica come sistema approssimativo ‘‘Cognitio certa
per causas”’: “per causas’’ (il nesso che unisce due eventi) “‘certa’’ (futuro:
necessario e universale; passato: anche particolare e contingente) La ricerca
dell’unità storica: l’universale che si realizza ripetutamente Carattere
ipotetico dell’universale storico La Rivelazione come garanzia del senso della
storia della realtà che è troppo complessa per essere pienamente intelligi-
bile. Come la scienza sperimentale si chiama scienza sebbene sia soltanto una
schematizzazione conveniente, perché permette all’uo- mo di intendere il mondo
complicato della natura fisica, così la sto- ria si può chiamare scienza anche
se non può vantarsi di riprodurre con fedeltà la connessione causale che lega
le vicende umane tra di loro, perché permette all'uomo di avere una certa
comprensione della successione di tali vicende. La storia, come la scienza
sperimentale, può chiamarsi cognitio certa per causas. Il per causas va inteso
in storia come nelle scienze sperimentali, non come il mezzo per conoscere un
evento, ma come il nesso, la legge che unisce due eventi. Quanto al certa non v'è
dubbio che anche in storia si può rag- giungere certezza. Nella visione
cristiana della storia ci sono dei pi- lastri assolutamente certi, posti dalla
Rivelazione, che permettono di costruire una storia universale di valore
categorico almeno nel- le linee generali. In più si può dare certezza per molti
fatti singoli non conosciuti per fede. Circa tali fatti si può dare certezza
anche se non sono universali e necessari. Infatti, pur essendo vero che quando
si tratta del futuro abbiamo la conoscenza « certa » solo del- l’universale e
necessario, quando si tratta invece del passato ab- biamo certezza anche del
particolare e del contingente, perché quan- to è accaduto nel passato ha per
noi posteri la stessa necessità e immutabilità dell'universale e necessario che
accadrà nel futuro. Qualche storico ha creduto che l'oggetto della storia non
sia sol- tanto certo, perché necessario e immutabile, ma anche universale.
Basandosi su questa convinzione, storici come Vico, Toynbee, Spengier sono
andati alla ricerca dell'unità storica, dell'universale storico (la nazione, la
civiltà, ecc.) che torna a realizzarsi ripetuta- mente, come l’idea universale
di uomo continua ad avere ripetute realizzazioni, (con la sola differenza che
mentre l'individuo umano ha una breve durata di 50, 100 anni, l’unità storica
ha una durata di migliaia di anni). Che dire di questo universale storico? A
noi pare che non sia una cosa impossibile, tuttavia rimane qualcosa di
estremamente ipotetico, non esistendo nessun criterio certo per determinare
quale raggruppamento di eventi abbia i ca- ratteri di universalità e
ripetibilità. Possiamo infine domandarci se una storia universale vera sia
raggiungibile. Come abbiamo precedentemente sottolineato, sono l’esistenza di
Dio e il mistero della sua incarnazione a consentirci una autentica visione dei
fatti, poiché la storia è comprensibile soio nella sua du- plice dimensione
naturale e soprannaturale. 198 4. L’interpretazione della storia Nel nostro
secolo la problematica della storia ha acquisito uno spessore del tutto
sconosciuto ai nostri antenati. Nel passato l'uomo era abituato a guardare la
storia dall'alto come uno spettatore. Certo lo spettacolo non era di facile
comprensione, ma almeno si pensava di poterlo osservare pacificamente dal di
fuori. Invece in seguito al cumulo di eventi che ci sono piombati addosso
durante gli ultimi decenni e in conseguenza degli scossoni che hanno subito
tutte le nostre cognizioni della realtà e tutte le nostre convinzioni morali e
religiose, nonché i nostri rapporti con gli altri e con il mondo, ci siamo
accorti che noi stessi siamo immersi nella storia, che faccia- mo parte dello
spettacolo; in altre parole che il divenire storico non riguarda soltanto il
mondo, ma il nostro stesso essere. Perciò anche l’uomo è un essere storico. La
presa di coscienza della nostra storicità, dice giustamente Gadamer, è
«-verosimilmente la più importante tra le rivoluzioni da noi subite dopo
l'avvento dell’epoca moderna. La sua portata spiri- tuale sorpassa
probabilmente quella che noi riconosciamo alle rea- lizzazioni delle scienze
naturali, realizzazioni che hanno visibilmente trasformato la superficie del
nostro pianeta. La coscienza storica, che caratterizza l’uomo contemporaneo, è
un privilegio (forse perfino un fardello) quale non è stato imposto a nessuna
delle generazioni pre- cedenti ».? Ora, la presa di coscienza della storicità
del nostro essere implica una revisione profonda non solo della scienza storica
ma anche della teoria generale della conoscenza umana. Questa non può più
essere concepita né come diretto riflesso della realtà, come volevano i
realisti antichi e moderni (compresi i positivisti) e neppure come creazione
originaria dell'Io (come affermavano gli idealisti); ma va intesa come
interpretazione (ermeneutica) di situazioni: un essere storico comprende se
stesso, gli altri, la cultura e le vicende del passato soltanto interpretando.
Egli fa necessariamente parte di un circolo ermeneutico: gli vengono offerte
dal passato delle tradi- zioni che egli riceve interpretandole, e di nuovo le
comunica agli al- tri, i quali a loro volta le fanno proprie interpretandole.
L'uomo coglie la realtà storica soltanto interpretandola per due ragioni.
Primo, perché la storia è essenzialmente movimento e nel movimento c'è sempre
qualcosa che rimane e qualcosa che muta; perciò per risalire al senso originale
delle tradizioni occorre passare attraverso i vari sviluppi. Secondo, perché il
passato non ci è estra- neo ma entra a far parte del nostro essere, della
nostra vita; però en- tra a far parte del nostro spessore soggettivo solo
mediante l'inter- pretazione. Noi siamo eredi di tradizioni che non sono
semplici ? H. GADAMER, Il problema della coscienza storica, Guida, Napoli 1969,
p. 27. 199 Gadamer: una rivoluzione fondamentale del nostro tempo è la presa di
coscienza deila nostra storicità Gadamer: la storia come ermeneutica delle
situazioni Due ragioni dell’esigenza interpretativa: mutamento e permanenza nel
movimento storico, appartenenza del passato al nostro essere I tre principi
ermeneutici: il conoscere è un interrogare i documenti storici come risposta
alle domande informazioni da registrare, ma fanno parte della nostra realtà,
de- terminano le nostre prospettive e le nostre progettazioni, il riostro modo
di vedere e di agire. « Comprendere è operare una mediazione tra il presente e
il passato, è sviluppare in se stessi tutta la serie con- tinua delle
prospettive attraverso cui il passato si presenta e si ri- volge a noi ».? Ma,
accertata la verità del carattere storico del nostro essere e del nostro
conoscere, come si sviluppa la nostra conoscenza intesa come interpretazione,
ossia il pensare ermeneutico? Secondo Gadamer, che è il principale teorico
della teoria della interpretazione (ermeneutica) storica, il pensare
ermeneutico si sviluppa sulla base di tre principi. Il primo dice che ogni
conoscenza è la risposta ad una domanda. Il che significa che il conoscere è
anzitutto un interrogare, e que- st'ultimo, secondo Gadamer, è sempre
determinato da una situa- zione particolare: « Non al giudizio, ma alla domanda
spetta il pri- mato nella logica, come dimostrano storicamente il dialogo
plato- nico e l'origine dialettica della logica greca. Ma il primato della
domanda rispetto alla proposizione significa che la proposizione è, per sua
natura, risposta. Non c’è proposizione che non sia una spe- cie di risposta e
perciò non si può intendere una proposizione se non rifacendosi ai criteri
intrinseci alla domanda di cui è una risposta. Certo non è facile trovare fa
domanda, di cui una data proposizione è effettivamente la risposta, soprattutto
perché una domanda non è mai qualcosa di semplice e primo, a cui si possa ar-
rivare solo che lo si voglia: ogni domanda è ancora una risposta e questa è la
dialettica in cui siamo impigliati. Ogni domanda è mo- tivata e anche il suo
significato non è mai dato interamente in es- sa ». In conclusione, «
l'orizzonte di ogni proposizione è il sorgere da una situazione problematica »,
e « una conoscenza si mostra fe- conda in quanto appiana una situazione
problematica ».* Il secondo principio dice che qualsiasi documento storico,
qual- siasi testo letterario e anche tutti i monumenti artistici, le
istituzioni sociali, politiche e religiose sono la registrazione di certe
conoscenze, le quali, come vuole la dialettica del conoscere, rappresentano le
ri sposte alle domande che i loro autori si sono fatte in certe situa- zioni.
Pertanto, per comprendere tali documenti occorre riportare le risposte che essi
contengono nel coniesto, nell'orizzonte degli in- terrogativi da cui sono
sorte, un orizzonte che conteneva la possi- bilità di molte altre risposte. In
certo qual modo la formulazione conclusiva che esse hanno assunto deve essere
ricondotta al movi- mento della conversazione. Questo è il compito
dell'ermeneutica: « trarre il testo fuori dallo stato di alienazione in cui
gtace (a causa della forma immobile che esso ha assunto nella composizione
scrit- GADAMER, « Che cos'è la verità », in Rivista di filosofia 1956, pp.
261-262. 200 ta) e riportarlo al presente vivo del dialogo, Ia cui forma
originaria è sempre quella della domanda e della risposta ».ò Il terzo
principio afferma che nessuna conoscenza è « pura », « impregiudicata », ma è
sempre « mista », accompagnata e condi- zionata da « pregiudizi ». Questo terzo
postulato, nel pensiero del Gadamer, è la logica conseguenza della sua
concezione dell'uomo come essere storico e, perciò, legato a certe tradizioni,
prospettive, situazioni. Sono queste tradizioni, prospettive, situazioni a
formare i pregiudizi. Come si vede, Gadamer dà al termine « pregiudizio » un
signi- ficato che si discosta sostanzialmente da quello usuale per due ra-
gioni. Anzitutto nel significato usuale il pregiudizio è una « cono- scenza
errata » che impedisce di vedere e giudicare rettamente in certe situazioni.
Ora, per Gadamer il pregiudizio non ha questa con- notazione negativa di
falsità e falsificazione. ‘Per lui il pregiudizio è soltanto una « conoscenza
previa », la quale può essere sia vera che falsa. La seconda ragione è che
nella accezione comune il pregiudizio è qualcosa di contingente, qualcosa
quindi che si può superare, neu- tralizzare. Invece per il Gadamer questo è impossibile,
in quanto, come si è detto, i pregiudizi fanno parte della storicità dell'uomo
e perciò accompagnano necessariamente la sua esistenza. Il che tut- tavia non
significa che la conoscenza umana debba essere schiava dei pregiudizi. Questo
no, anzitutto perché essa può prenderne coscien- za e, così, in certo qual modo
li può dominare, e in secondo luogo erché di certi pregiudizi si può anche
disfare. Ma come è possibile per l'interprete uscire dall’orizzonte dei suoi «
pregiudizi » e mettersi in cumunicazione con l'orizzonte altrui, in particolare
con quello di un testo che appartiene ad altri tempi lon- tani da lui? Non
esiste forse tra passato e presente un abisso insor- montabile? Del resto, la
storicità non richiude necessariamente l'in. terprete dentro il vicolo cieco
del suo soggettivismo? Gadamer, pur riconoscendo e affermando l’alterità tra
passato e presente, esclude che fra loro esista una scissura completa. La sto-
ricità esige piuttosto il contrario: essa fa sì che la distanza tempo- rale sia
« colmata dalla continuità delia tradizione e della trasmissione, grazie alle
quali tutto ciò che ci viene trasmesso si rivela a noi ».$ Ma neppure il fatto
che l'orizzonte conoscitivo dell’interprete sia circoscritto da « pregiudizi »
è tale da rinchiuderle nel soggetti- vismo e «a impedirgli l’incontre con altri
orizzonti. Infatti i « pre- giudizi » non sono tutti « egocentrici » e,
soprattutto, i « pregiudizi » non sono la prima cosa: al di là e al di sotto
dei « pregiudizi » esiste un accordo fondamentale, che Gadamer chiama « accordo
portante ». Questo « punto di stabilità », questa solida piattaforma che rende GADAMER,
Wahrheit und methode, Mohr, Tiibingen — ogni conoscenza è mista al pregiudizio
il pregiudizio come conoscenza previa e come contingente superabile La
tradizione colma la separazione tra passato e presente L’‘accordo portante’
rompe il rischio del soggettivismo il linguaggio punto di stabilità e dì
fusione La storia come tradizione: permanenza della forma e identità delia
struttura La conoscenza del passato, del presente e del futuro come proiezione
verso l'eternità possibile l’incontro e la fusione tra i vari orizzonti è
fornita dal linguaggio. « Io credo che il linguaggio operi la sintesi perenne
tra l'orizzonte del passato e quello del presente. Nci ci intendiamo reci-
procamente, perché ci parliamo, perché, pur svolgendosi sempre il nostro discorso
su piani diversi e non convergenti, alla fine, per mez- zo delle parole,
riusciamo a metterci reciprocamente di fronte le cose dette con le parole ».'
Come si vede, nella interpretazione gadameriana della storicità della
conoscenza umana, si riscontra uno sforzo notevole di superare lo scoglio delio
storicismo, del relativismo e del soggeitivismo in cui erano generalmente
incappate le precedenti interpretazioni del- lo stesso fenomeno. In effetti, la
proprietà della storicità non significa necessaria- mente queste
interpretazioni scettiche del conoscere. Infatti, che cos'è la storia? È solo
divenire senza permanere; sequenza di muta- menti senza alcuna costante? La
natura della storia e conseguentemente della storicità non può essere diversa
da quella del tempo. Ora, il tempo, ci dice Bergson, è essenzialmente durata.
Perciò la storia più che successione di av- venimenti di natura diversa è
tradizione di fatti, di azioni e, quindi, essa ha come suo connotato essenziale
la permanenza della forma e l'identità di struttura, nonostante tutti i
possibili mutamenti. La storia non è pura successione casuale di avvenimenti
sconnessi e discontinui, ma un flusso, un trascorrere di una medesima sostan-
za fondamentale; non è un divenire occasionalistico e frammentario, ma uno
sviluppo organico e continuo. In conclusione, riconosciamo senz'altro che il
nostro conoscere è segnato dal sigillo del tempo. Ma affermiamo che, come il
tempo ha tre « estasi » (passato, presente e futuro), così il nostro conoscere
ha una triplice estensione: quella in direzione del passato, quella in
direzione del futuro e quella rivolta verso il presente. Inoltre il nostro
conoscere gode di una considerevole padronanza rispetto a queste estasi, in
quanto può protendere il suo sguardo oltre ogni orizzonte segnato dal passato e
dal futuro e proiettarsi verso l’eter- nità. CONCETTI DA RITENERE Senso
oggettivo; senso soggettivo Scetticismo storico Realismo storico,
deterministico, statico e dinamico Realismo storico non deterministico
naturalistico; realismo storico cristiano Ermeneutica storica; pregiudizio;
accordo portante; punto di stabilità GADAMER, « Che cos'è la verità, SINTESI
CONTENUTISTICA I. IL CONCETTO DI STORIA La storia si definisce a seconda che
per essa si intendano gli avvenimenti in se stessi (senso oggettivo) oppure la
conoscenza dei medesimi (senso sog- gettivo): a) il senso oggettivo indica il
cammino dell’uomo attraverso il tempo; b) il senso soggettivo è lo studio degli
avvenimenti umani che accadono nel tempo, nelle loro cause, nei loro effetti,
nel loro significato ultimo. II. POSSIBILITÀ DELLA SCIENZA STORICA Gli
orientamenti nei confronti della scienza storica si distinguono in scet-
ticismo storico e in realismo storico. A. Lo scetticismo storico posa sui
seguenti argomenti: Gli avvenimenti sono solo apparenti: a) Il mondo
dell'esperienza è un mondo illusorio e perciò senza senso; b) Assertori
dell'argomento sono, ad esempio, la filosofia indiana, Eraclito e Schopenhauer.
2. Gli avvenimenti non accadono secondo un piano ordinato: a) Gli eventi sono
reali ma non hanno significato poiché sono privi di direzione. b) Il loro
susseguirsi non determina un progresso. 3. Discordanza nella interpretazione
dei fatti storici: a) L’interpretazione dei fatti storici è soggetta. al filtro
ideologico dello storiografo. B. Il realismo storico ammette la possibilità di
una scienza degli eventi storici. Il realismo presenta due orientamenti: il
deterministico e il non-determi- nistico. 1. Realismo storico deterministico
afferma l'accadimento necessario dei fatti e si distingue in: a) Realismo
storico deterministico | nella successione degli avvenimenti statico | non vi è
progresso — Secondo il pensiero greco la storia si svolge su un piano
circolare, in cui l'individuo gode di una libertà relativa e l’universo è
soggetto alle leggi ma- tematiche dell'eterna palingenesi. Il tempo è
l’immagine mobile dell'eternità immobile (Platone, Timeo e Politica). b)
Realismo storico deterministico | il divenire storico procede verso me-
dinamico te sempre più elevate — Tale concezione tipica della filosofia
contemporanea accomuna materia- listi e idealisti. Viene affermata una
sostanziale identità tra realtà e storia ‘(sto- ricismo). — Lo storicismo
implica la negazione della trascendenza di Dio, nega la libertà della persona e
sostiene la continua transitorietà dei valori. 2. Realismo storico
non-deterministico afferma che i fatti accadono secon- do libertà e si
distingue in: a) Realismo storico non-determini- }la storia si svolge su un
piano ordi- stico naturalistico | nato voluto dalla natura È la concezione
kantiana secondo la quale fine della storia è una so- cietà che vive secondo il
diritto e che il genere umano progredisca sempre verso il meglio. . | la storia
si svolge secondo un piano deter- b) Realismo storico cristiano } minato dall'incontro
di due libertà: quella ( di Dio e quella dell’uomo . Il piano della storia può
essere raffigurato come una linea ascensionale con deviazioni verso il basso,
ma il cui punto terminale è più elevato di quello iniziale. La Rivelazione ci
svela: a) il significato della storia che ci precede; il punto della storia in
cui ci troviamo; c) che cosa ci riserva l'avvenire. — Appartengono a tale
concezione: S. Agostino, Bossuet, Vico, Maritain, De Lubac, von Balthasar,
Toynbee, Mouroux, Cullmann.III. LA STORIA È UNA SCIENZA? 1. La storia, come la scienza
sperimentale, può chiamarsi cognitio certa per causas. Il per causas è il
nesso, la legge che unisce due eventi. 2. Anche nella storia si può raggiungere
certezza. Nella visione cristiana la Rivelazione pone dei pilastri
assoiutamente certi, che permettono di costruire una storia universale di
valore categorico almeno nelle linee generali. VICO (vedasi), Toynbee,
Spengler, in base alla convinzione che l'oggetto della storia non sia soltanto
certo ma anche universale, hanno ricercato l’unità sto- rica, l’universale
storica che torna ripetutamente a realizzarsi (nazione, civiltà, ecc.). IV.
L'ERMENEUTICA STORICA 1. La consapevolezza della storicità dell'uomo, come
afferma Gadamer, è una delle più importanti rivoluzioni del nostro tempo. 2. La
scienza storica subisce una profonda trasformazione, poiché diviene
interpretazione (ermeneutica) di situazioni: un essere storico comprende se
stesso. 3. L'uomo coglie la realtà storica interpretandola per due ragioni: a)
la storia è movimento, perciò per risalire al senso originale delle tradi zioni
occorre passare attraverso vari sviluppi; b) il passato non è estraneo
all'uomo, ma fa parte del suo essere, entra quindi a fare parte della
soggettività mediante l’interpretazione. 4. Secondo Gadamer il pensare
ermeneutico si sviluppa sulla base di tre principi: a) Ogni conoscenza è la
risposta ad una domanda. Il conoscere è anzitutto un interrogare e
l'interrogativo è sempre determinato da una situazione par- ticolare. b)
Qualsiasi documento storico è la registrazione di certe conoscenze. I documenti
per essere compresi richiedono che le risposte, che contengono, siano riportate
nell'orizzonte da cui sono sorte. c) Nessuna conoscenza è « pura », ma è sempre
condizionata da pregiudizi. In Gadamer il termine pregiudizio significa «
conoscenza previa », che in quanto tale può essere sia vera che falsa. I
pregiudizi fanno parte della storia dell'uomo, vanno in ogni caso dominati e se
necessario eliminati. Al di là dei pregiudizi esiste tra i diversi orizzonti
interpretati la possibilità di un accordo fondamentale, che Gadamer chiama «
accordo portante ». Questo punto di sta- bilità è fornito dal linguaggio che
opera la sintesi tra l'orizzonte del passato e quello del. presente. 5.
Caratteristica dell’ermeneutica storica è il tentativo di essere il supera-
mento dello storicismo, del relativismo e del soggettivismo. QUESTIONARIO DI
VERIFICA E DISCUSSIONE Che cosa è la storia? Come si definisce in senso
soggettivo e in senso oggettivo? 2. È possibile una conoscenza scientifica
della storia? Quali sono gli argo- menti pro e contro? 3. Quali sono le
principali interpretazioni del senso della storia? 4. Che cosa si intende per
storicismo? 5. Che significa materialismo storico? 204 6. Qual è la concezione
vichiana della storia? 7. È possibile una « filosofia » cristiana della storia?
8. Che cosa è l'universale storico È possibile identificarlo con sicurezza? 9. Quale
rapporto è opportuno stabilire tra antropologia e concezione della storia? 10.
In quale misura la concezione della storia contribuisce all'elaborazione di un
progetto-uomo? 11. Che cosa si intende per ermeneutica storica? Quali sono i
principi fon- damentali su cui essa si regge? 12. È legittimo ritenere che
l’ermeneutica storica possa contribuire a un recupero dei valori morali da
parte della coscienza personale e collettiva del nostro tempo? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI AcosTINO, La città di Dio, Città Nuova, Roma . BERDJAEV N., Il
senso della storia, Jaca Book, Milano . CAPPELLO C., La visione storica in VICO
(vedasi), Einaudi, Torino . CASTELLI E., I presupposti di una teologia della
storia, Cedam, Padova. Croce, Filosofia e storiografia, Laterza, Bari . Ip., La
storia come pensiero e azione, Laterza, Bari . DANIELOU J., Saggio sul mistero
della storia, Morcelliana, Brescia . DAWSON CH., Il giudizio delle nazioni,
Bompiani, Milano . FLEISCHER H., Marxismo e storia, Il Mulino, Bologna . HecEL Lezioni
sulla filosofia della storia, Nuova Italia, Firenze . HuBER G., Dio è il
Signore della storia, Massimo, Milano . JaspPERs K., Origine e senso della
storia, Ed. di Comunità, Milano 1982.MARITAIN J., Per una filosofia della
storia, Morcelliana, Brescia . MELCHIORRE V., Il sapere storico, La Scuola,
Brescia . MriccoLI P., Introduzione alla filosofia della storia (con ampia
bibliografia), Paideia, Brescia . MORETTI-COSTANZI T., Il senso della storia,
Alfa, Bologna . MOUNIER E., Cristianità nella storia, Ecumenica, Bari .
‘PADOVANI U.A., Filosofia e teologia della storia, Morcelliana, Brescia .
PETRUZZELLIS N.-STEFANINI L., JÎ problema della storia, U.C.I.I.M., Roma.
PIEPER J., Sulla fine del tempo, Mortelliana, Brescia . Pozzo G., Introduzione
alla filosofia della storia, C.E.D.A.M., Padova . RIGOBELLO A., Il futuro della
libertà, Studium, Roma. VICO (vedasi), La scienza nuova, Nicolini, Bari Valore e funzione della cultura nello sviluppo
della civiltà Cultura, termine plurisemantico: senso elitario, pedagogico,
antropologico la Capitolo quattordicesimo IL PROBLEMA CULTURALE QUESTIONARIO
PROPEDEUTICO Quale etimologia attribuire alla parola cultura? 2. In quale
misura e perché caratterizza la realtà dell’uomo? 3. Si può stabilire un
rapporto tra cultura e civiltà? La cultura « è l'ultimo e più alto mezzo per il
fine ultimo del- l'uomo, ossia la sua più perfetta coerenza con sé medesimo »}
ha affermato Fichte in La missione del dotto, facendosi porta- voce, già sul
finire del XVIII secolo, di una consapevolezza nuova che l'uomo aveva ormai
raggiunto di questa sua radicale dimensione. L'uomo, nella sua storia, ha
sempre fatto cultura poiché egli è un essere essenzialmente culturale oltre che
naturale, ma questa verità è diventata oggetto della riflessione filosofica
soltanto durante gli ultimi decenni. Ciò è accaduto per due ragioni principali:
a) lo sviluppo dell'antropologia culturale come scienza, la quale ha messo in
luce il valore e la funzione che ha la cultura nello sviluppo della civiltà e
nella caratterizzazione dei popoli; b) la crisi epocale che sta attraversando
da qualche tempo la cultura occidentale. È stata so- prattutto questa crisi
radicale a sollecitare uno studio più attento e più approfondito di ciò che è
la cultura in se stessa, per l'individuo e per la società. Definizione «
Cultura » è un termine plurisemantico che storicamente e attual- mente ha tre
significati e tre usi principali che possiamo chiamare elitario, pedagogico e
antropologico. Nel senso elitario cultura si- gnifica una gran quantità di
sapere, sia in generale che in qualche settore particolare. Così, per esempio,
quando si dice che una certa persona possiede una vasta cultura scientifica,
filosofica, artistica, letteraria, ecc. o quando si dice semplicemente che è «
molto colta ». Nel senso pedagogico cultura sta ad indicare l'educazione, la
forma- zione, la coltivazione dell'uomo: è la paideia dei greci, ossia il pro-
cesso attraverso il quale l’uomo (il bambino, il ragazzo, l'adulto) FICHTE, La
missione del dotto, La Nuova Italia, Firenze perviene alla piena maturazione e
realizzazione della propria per- sonalità. Infine, nel senso antropologico, che
è quello che si è andato consolidando nel nostro secolo, cultura significa
quell'insieme di co- stumi, di tecniche e di valori che contraddistinguono un
gruppo so- ciale, una tribù, un popolo, una nazione: « è il modo di vivere pro-
prio di una società » (Taylor). i A noi, nel presente capitolo, interessano
soltanto gli ultimi due significati di cultura, in particolare il terzo. Ma il
secondo e il terzo sono strettamente legati tra loro: in effetti la cultura è
dimensione di un gruppo sociale, di una società, perché è anzitutto dimensione,
proprietà dell'uomo in quanto uomo. Premesse alcune informazioni sulla storia
del problema culturale, gli argomenti di cui ci occuperemo sono i seguenti:
l'uomo come essere culturale, la cultura come forma spirituale della società, i
fondamenti della cultura, classificazione delle culture, rapporti tra cultura e
religione, urgenza del rinnovamento della cultura. 2. Il problema della cultura
nella storia della filosofia Fino ad un paio di secoli fa il problema culturale
coincise sostan- zialmente con quello pedagogico. Fino all'Illuminismo si
concepiva la cultura essenzialmente come paideia, come formazione della persona
e non come struttura fondamentale della società. Di con- seguenza, il problema
culturale veniva affrontato dalla prospettiva antropologica, ignorando
totalmente quella etnologica. Quanto la filosofia è riuscita a dire della
cultura come paideia l'abbiamo visto nel capitolo riguardante la pedagogia, e
qui lo diamo per acqui- sito. Ora ci interesseremo degli ulteriori sviluppi che
ebbe il pro- blema culturale allorché, a partire dal secolo XVIII, fu
affrontato oltre che dalla prospettiva antropologica, anche da quella
etnologica. A prendere coscienza della verità che la cultura è un feno- meno
che interessa oltre che la singola persona anche il gruppo so- ciale in quanto
tale, in quanto essa rappresenta il suo sistema di vita e costituisce il vincolo
che unisce tra loro i membri di un determi- nato gruppo e li distingue dai
membri degli altri gruppi, furono gli illuministi tedeschi Herder e Humboldt.
Questi due filosofi con- cepiscono entrambi la cultura sia come vincolo
spirituale che tiene strettamente uniti tra loro i membri di una nazione sia
come realiz- zazione di un particolare progetto di humanitas. Secondo Herder
l’obiettivo primario della cultura è l’uomo stesso, la coltivazione dell'uomo
per renderlo sempre più uomo e avvici- narlo all'ideale della umanità, la
humanitas. « A questo scopo evi- dente è organizzata la nostra natura; per esso
ci sono dati sensi ed impulsi più raffinati, per esso ci è data la ragione e la
libertà, una salute delicata e durevole, il linguaggio, l'arte e la religione.
In ogni condizione e in ogni società, l'uomo non può avere altro in vista 207
Cultura: dimensione dell’uomo in quanto uomo Fino al secolo XVIII coincidenza
di cultura e pedagogia Herder e Humboldt: cultura, vincolo spirituale di un
popolo Humboldt: funzione principe del linguaggio nella cultura Dal XIX secolo
si sviluppano l’etnologia e l’antropologia culturale né può costruire altro che
l'umanità, così come la pensa in se stes- so »? La realizzazione dell'ideale
dell'umanità varia da popo a po- polo, da individuo a individuo, ma progredisce
incessantemente stro alla fine dei tempi. Anche per Humboldt, come per :Herder,
la cultura è la forma spi- rituale di un popolo, di una nazione. Egli insiste
soprattutto sulla funzione che compete alla lingua quale fattore principale
della cul- tura. A suo parere la cultura è una forma spirituale dell'umanità
caratterizzata da una determinata lingua, individualizzata rispetto alla
totalità ideale. « L'individualità divide, ma in una maniera così meravigliosa
che proprio mediante la divisione risveglia il senti- mento dell'unità, anzi
appare un mezzo per costituire questa unità almeno nell’idea [...1. Qui, in
modo davvero meraviglioso, gli viene in aiuto il linguaggio, che unisce anche
quando isola e che, nella veste della più individuale espressione, racchiude la
possibilità di universale intelligenza. Il singolo, dove, quando e come vive, è
un frammento staccato di tutta la sua stirpe, e il linguaggio dimostra e
mantiene questo eterno nesso che guida il destino del singolo e la storia del
mondo »} Dopo Herder e Humboldt e per merito loro, la cultura come forma
spirituale della società diviene un tema importante sia per l'indagine
scientifica sia per la riflessione filosofica. Dalla seconda metà
dell'Ottocento in poi gli etnologi e antropo- logi francesi, tedeschi, inglesi,
italiani, americani che si dedicano allo studio delle civiltà antiche o dei
popoli primitivi elaborano teo- rie generali intorno ai fenomeni della cultura
e formulano ipotesi varie circa la sua origine, il suo sviluppo, i traiti
universali, la classificazione, l'assimilazione, il collegamento fra le parti
di una cultura, ecc. Altrettanto fanno i filosofi. Questi, normalmente {e logi-
camente) affrontano e risolvono i problemi della cultura alia luce dei postulati
generali della loro cosmovisione. Così gli idealisti (Cas- sirer, Croce,
Gentile, Husserl) vedono nella cultura di un popolo le varie tappe della presa
di coscienza dell’Assoluto; i vitalisti (Dilthey e Spengler) considerano la
cultura come massima espressione della vita; i marxisti (Marx e iLenin e i loro
seguaci) interpretano la cultura come rispecchiamento delle condizioni
economiche di una società; gli strutturalisti fanno della cultura un prodotto
del Pensiero inconscio (così Lévi-Strauss e Foucault). I filosofi hanno
dibattuto con vivacità i rapporti della cultura con la politica, la religione e
la tecnologia, giungendo alle soluzioni più disparate: di conflitto, di
armonia, di inclusione, di esclusione, di correlazione, ecc. Ad analoghi risultati
è approdato il dibattito in- torno alla priorità tra cultura scientifica e
cultura umanistica (ma 2 JG. HERDER, /dee per la filosofia della storia
dell'umanità, Il Mulino, Bologna # W. v. HUMBOLDT, « Ueber die
Verschiedenheiten des menschlichen Sprach- baues », in Gesammielte Schriften,
Berlino 1904, vol. VI/1, p. 125 ss. 208 questo è un dibattito che toesa
maggiormente il problema pedago- gico che quello etnologico). In questi ultimi
anni — dopo che la cultura moderna o occi- dentale ha dato segni evidenti di
una crisi profonda, forse irrever- sibile l’attenzione dei filosofi si è
concentrata maggiormente sui fondamenti della cultura, sui suoi elementi
costitutivi, sulle sue funzioni, sui valori che animano una cultura, sulla
progettazione di una nuova cultura. E se è vero, come perisano molti, che la
cultura moderna ha ormai esaurito le sue risorse e va verso una completa
dissoluzione, allora si deve ammettere che il compito più urgente a cui sono
chiamati attualmente i filosofi è quello di elaborare un nuovo progetto
culturale che risponda alle esigenze della nascente società che dovrà
affrontare e risolvere non più problemi di interesse particolare e locale, ma
problemi di interesse planetario e universale. Per una società planetaria
occorre studiare un progetto di cultura planetaria.‘ 3. L'uomo come essere
culturale Abbiamo già osservato più volte nei capitoli precedenti che l’uo- mo
non è solo un essere naturale ma anche culturale: ciò significa che al momento
della nascita la natura gli dà appena il mirimo ne- cessario, l'essenziale, per
essere uomo e affida a lui stesso il compito di farsi, di formarsi, di
realizzare pienamente il proprio essere me- diante la cultura. L'integrazione
della dimensione naturaie dell'uomo nella dimen- sione culturale viene così
teorizzata da J. Maritain: « Essendo l'uomo uno spirito animatore di una carne,
ia sua natura è di per sé una natura progressiva. Il lavoro della ragione e
della virtù è naturale nel senso che è conforme alle inclinazioni essenziali
della natura umana, di cui mette in moto le energie essenziali. Non è naturale
nel senso che sia dato bell'e fatto dalla natura. [...] La cultura è naturale
per l'uomo nello stesso senso del lavoro, della ragione e della virtù, di cui è
il frutto e il compimento terreno ». Mentre l’animale acquisisce tutto dalla
natura e lungo l'arco della sua esistenza non fa altro che eseguire
puntualmente, istiniiva- mente, meccanicamente, quanto sta iscritto nel suo
DNA, l’uomo riceve dalla natura un DNA che gli spalanca immense possibilità:
col DNA la natura consegna all'uomo un progetto, ed è compito di tutta la sua
vita quello di tradurlo in realtà e di portarlo a compimento. La filosofia
classica (Platone, Aristotele, Zenone, Plotino, ecc.) ‘ ‘Per un'analisi critica
di vari progetti culturali laici e cristiani di rinnova- mento della cultura si
veda B. Mondin, Una nuova cultura per una nuova società, (Analisi della crisi
epocale della cultura moderna e dei progetti per superarla), 2° ed., Massimo,
Milano . MARITAIN, Religione e cultura,
Morcelliana, Brescia Crisi detta cultura
e indagine sui suoi fondamenti per un nuovo progetto culturale Maritain: la
cultura è naturale per l’uomo La concezione naturalistica dell’uomo nel mondo
classico La concezione storicistica dell’età moderna Non tutto l’uomo è opera
della cultura La cultura dimensione delia natura umana considerava l’uomo come
essere naturale: costituito di un'essenza immutabile che gli viene data dalla
natura, dalla quale egli deriva non soltanto le leggi biologiche ma anche i
dettami morali: « Agisci secondo natura » era l'imperativo categorico della
filosofia greca. Era chiaramente una concezione statica dell'uomo, fondata sul
pri- mato dell'intelletto sulla volontà, della contemplazione sull'azione,
della natura sulla storia. La filosofia moderna ha operato una svolta radicale.
Essa non vede più nell'uomo un parto della natura, ma piuttosto un prodotto di
se stesso. È la tesi di Nietzsche, Hegel, Sartre, Heidegger e della maggior
parte dei moderni. È una concezione « storicistica » del- l'uomo, basata sul
primato della volontà e della libertà sulla cono- scenza, della prassi sulla
teoria, dell'esistenza sull'essenza, della storia sulla natura. Sul piano
morale non esiste nessun altro impe- rativo al di fuori di quello di tradurre
in atto le proprie possibilità (la propria potenza!). Tra queste due vie
antitetiche c'è però una terza via: che è quella che considera l'uomo né come
essere naturale né come essere sem- plicemente storico, bensì come essere
culturale. Ciò significa che non tutto l’uomo è prodotto della natura e neppure
della storia, ma in parte della natura e in parte della storia, e questo
amalgama tra natura e storia si chiama cultura. Non tutto l’uomo, però, è opera
della cultura. Molto di quanto c'è in lui proviene dalla natura. Tutta la sua
dimensione somatica e bio- logica è prodotta direttamente dalle forze naturali.
Quel piccolo esse- re umano che viene alla luce dopo nove mesi di gestazione
nel grembo della madre è frutto delle leggi genetiche che la natura ha iscritto
nei corpi dei genitori. Gli organismi e le facoltà di cui sono muniti il
bambino e l'adulto provengono dalla natura. Anche gran numero delle attività
somatiche e psichiche che noi svolgiamo dipendono dal- le leggi della natura.
‘Però gran parte di ciò che noi possediamo e che facciamo già da bambini di un
anno non è frutto della natura bénsì della cultura. Questa è la caratteristica
più rimarchevole, che distingue immedia- tamente l’uomo dagli animali e dalle
piante. Diversamente dagli altri viventi il cui essere è interamente prodotto
dalla natura, l’uomo è in larga misura l'artefice di se stesso. Mentre le
piante e gli ani- mali subiscono l’ambiente naturale che li circonda, l'uomo è
capace di coltivarlo e di trasformarlo profondamente, adeguandolo ai pro- pri
bisogni. La cultura non è qualche cosa di accidentale per l’uomo, un
passatempo, ma fa parte della sua stessa natura, è un elemento costitutivo
della sua essenza. In passato per distinguere l’uomo dagli altri esseri ci si
basava sulla ragione, sulla volontà, sulla li- bertà, sul linguaggio, ecc. Oggi
si è compreso che un aspetto, una dimensione non meno specifica dell'uomo è la
cultura. Questa carat- terizza l'uomo e lo distingue dagli animali non meno
chiaramente della ragione, della libertà, del linguaggio. In effetti gli
animali non 210 hanno culiura, non sono artefici di cultura: tutt'al più sono
passivi ricettori di iniziative culturali compiute dall'uomo. Per crescere e
sopravvivere gli animali sono muniti dalla natura di certi istinti e di
determinati sussidi, sia a scopo di difesa sia a scopo di prote- zione; invece
« l'uomo al posto di tutte queste cose possiede la ra- gione e le mani, che
sono gli organi degli organi, in quanto col loro aiuto l'uomo può procurarsi
strumenti di infinite fogge per infiniti scopi ».î L'uomo è un essere culturale
in due sensi, anzitutto in quanto è artefice della cultura, ma anche, come s'è
visto, in quanto è lui stesso il primo destinatario e il massimo effetto della
cultura. La cultura, nelle sue due principali accezioni di formazione del
singolo (acce- zione soggettiva) e di forma spirituale della società (accezione
ogget- tiva), ha di mira la realizzazione della persona in tutte le dimensioni,
in tutte le sue capacità. Scopo primario della cultura è coltivare l’uo- mo in
quanto uomo, l’uomo in quanto persona, cioè il singolo uomo, in quanto
esemplare unico ed irripetibile della specie umana. Obiettivo della cultura in
senso antropologico è sempre stato quello di fare dell’uomo una persona, uno
spirito pienamente svilup- pato, in grado di portare alla completa e perfetta
realizzazione quel progetto-uomo che la Provvidenza gli ha consegnato. « Fare
di se stessi, dal fanciullo che si è stati da principio, dall'essere mal diroz-
zato che si rischia di rimanere, far nascere l’uomo pienamente uomo, di cui si
intravede l'ideale figura: tale è l'opera di tutta la vita, l’uni- ca opera a
cui questa vita possa essere nobiimente consacrata ».” L'uomo, in quanto essere
culturale, non è prefabbricato: egli deve costruirsi con le proprie mani. Ma
secondo quale progetto? Quale modello, se ce n'è uno, deve tenere davanti agli
occhi? Pla- tone, gli stoici, i neopiatonici dicevano che il suo modello è
l'uomo ideale. I Padri della Chiesa, richiamandosi al Vangelo, hanno pro- posto
come modello l’imago Dei, cioè Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato, il
grande Pedagogo. Qui emerge l'importanza capitale dell'antropologia filosofica
che è l'unica disciplina razionale in grado di determinare chi è l’uomo e di
conseguenza di elaborare quel progetto su cui impostare la col- tivazione
dell'uomo. Spetta infatti all’antropologia filosofica e non alle scienze
particolari rispondere ai grandi quesiti relativi alla na- tura dell'essere
dell'uomo, alla sua origine prima e al suo ultimo destino. L'antropologia
filosofica ha la possibilità di evidenziare la dimensione spirituale dell'uomo
e il suo destino eterno. Essa mette in luce il primato dello spirito sulla
materia, dell'anima sul corpo: verità capitale questa per stabilire con
esattezza le linee di un pro- getto culturale teso alla piena realizzazione
dell'essere dell'uomo. Affinché sia valido, un progetto-uomo deve assegnare il
primato alla $ AQUINO, S. Theol., MARROU, Storia dell'educazione
nell'antichità, Studium, Roma L’uomo artefice destinatario ed effetto della
cultura L'importanza dell’antropologia filosofica: delinea il primato della
dimensione spirituale La cultura ‘forma spirituale della società” Elementi
costitutivi della cultura: lingua, costumi, tecniche, valori dimensione
spirituale, la dimensione interiore, la dimensione che riguarda la crescita
nell'essere anziché nell'avere. 4. La cultura come forma spirituale della
società L'accezione oggettiva del termine « cultura » esprime soprattutto la
crescita e la creatività del gruppo umano e l'incidenza che esse assumono nel
cammino della storia. « Invece del termine cultura, che si riferisce allo
sviluppo razionale dell'essere umano considerato in generale, si può ugualmente
usare quello di civiltà, che si riferisce a questo stesso sviluppo, considerato
però in un caso eminente, cioè nella produzione della città e della vita
civile, di cui la civiltà è come il prolungamento e lo sviluppo ».* J. Maritain
ci offre con questa riflessione una intelligenza ade- guata della cultura come
caratteristica che specifica, unificandoli e distinguendoli, i vari gruppi
sociali. Così la cultura è ciò che di- stingue un popolo dagli altri popoli.
‘Intesa come proprietà della società, la cultura viene definita essenzialmente
come « forma spirituale della società » e descrittiva- mente come quell'insieme
« di oggetti materiali, di istituzioni, di mo- duli di vita e di pensiero che
non sono peculiari dell'individuo ma che caratterizzano un gruppo sociale. La
cultura è la vita di un popolo, così come si formalizza in contatti, in
istituzioni, in apparati tecnologici che sono tipici; essa comprende inoltre
concetti, com- portamenti, costumi e tradizioni caratteristici. La cultura quindi significa tutte quelle cose,
istituzioni, oggetti materiali, reazioni ti- piche alle situazioni, che
caratterizzano un popolo e lo distinguono da altri ».° Da un'accurata analisi
della cultura come forma spirituale di una società risulta che dei molteplici
elementi che la costituiscono (lingua, letteratura, arte, poesia, religione,
istituzioni politiche, giu- ridiche, pedagogiche, sport, macchine, strumenti di
lavoro, costumi, leggi, religioni, riti, miti, valori, ecc.) alcuni sono più essenziali,
altri meno (per esempio la lingua è più essenziale della scrittura, della
matematica; la religione dei riti; i valori morali delle leggi, ecc.) e così si
può giungere alla conclusione che gli elementi costitutivi fondamentali
essenziali per avere una cultura sono quattro: la lin- gua (che sorregge il
pilastro simbolico), le abitudini o i costumi (che sorreggono il pilastro
etico), le tecniche (che formano il pilastro tecnologico) e i valori (che
rappresentano il pilastro assiologico). MARITAIN, WALLIS, Culture and Progress, McGraw-Hill,
New York 1930, p. 32. * Secondo
Malinowski e molti altri antropologi le componenti fondamen- tali della cultura
sono tre: l'economia, la politica e l'educazione. Con queste attività ogni
società riesce a far fronte ai propri bisogni: con l'economia pro- duce,
conserva e usa i beni necessari per il proprio sostentamento; con la po- 212
Per acquisire un'idea più adeguata della cultura è necessario analizzare
l'apporto dato da ciascuno di questi quattro elementi alla formazione della
realtà culturale. 5. Gli elementi fondamentali della cultura Come s'è detto,
gli elementi fondamentali della cultura sono quattro: la lingua, le abitudini,
le tecniche e i valori. Il primo elemento fondamentale è la lingua. Dove non
c'è una lingua non ci può essere una società, non ci può essere una nazione, e
pertanto non si può sviluppare nessuna cultura. La lingua è il pri- mo elemento
che fa uscire il singolo da se stesso e lo mette in comu- nicazione con gli
altri. E il raggruppamento sociale avviene anzi- tutto e soprattutto sulla base
di una lingua. Anche i blocchi etnici che si formano all’interno delle nazioni,
per esempio, degli operai italiani in ‘Germania, dei portoricani negli Stati
Uniti, ecc., hanno per prima causa la lingua. Gli italiani che vanno in
Germania non sanno il tedesco e pertanto continuano ad associarsi con i conna-
zionali che parlano italiano. In tal modo formano dei blocchi in cui si
conserva la cultura e non soltanto la lingua italiana. Ma la lingua da sola non
basta per dare origine ad una determi- nata cultura. Ci sono tanti popoli e
nazioni che parlano la stessa lingua (per esempio, l'inglese è parlato dagli
inglesi, dagli irlandesi, dai canadesi, dagli australiani, dagli americani,
ecc.) ma posseggono una cultura diversa. Occorrono altri elementi. Uno assai
importante oltre la lingua sono le abitudini. Queste possono riguardare tutto:
il cibo, il vestito, il camminare, il gesticolare, l'educazione dei bam- bini,
l'attenzione per gli anziani, le credenze religiose, ecc. Nelle abi- tudini si
incarna e si esprime lo stile di vita di un popolo, il suo modo di concepire e
di affrontare l’esistenza, la visione e l’atteggia- mento peculiare che assume
di fronte alla realtà totale: la natura, la società, la sfera del sacro. Le
abitudini riguardano il comporta- mento in generale e quindi solo in minima
parte cadono sotto l’or- dine morale. Oltre che abitudini comportamentali ogni
gruppo umano svi- luppa delle tecniche di lavoro sue proprie. Queste
corrispondono alle esigenze dell'ambiente, alla capacità, alla creatività e al
livello di civiltà di un popolo. Così gli stessi popoli cacciatori, pescatori,
agricoltori, industriali inventano tecniche differenti per pescare, per litica
regola i rapporti tra i membri del gruppo sociale; con l'educazione adde- stra
e forma i suoi membri secondo gli ideali che sono stati consacrati dalla
tradizione del gruppo. La classificazione del Malinowski è corretta se si con-
sidera la cultura dal punto di vista funzionale (come insieme di attività volte
a provvedere ai bisogni di un gruppo sociale). Se invece si assume il punto di
vista ontologico, che intende cogliere ciò che la cultura come forma specifica
di una società è in se stessa, allora risulta che i suoi elementi costitutivi
es- senziali sono quanto meno quattro: lingua, tecniche, costumi e valori. 213
La lingua mezzo di comunicazione con l’altro Le abitudini: incarnazione della
vita di un popolo Le tecniche: espressione delle esigenze dell'ambiente La
sfera dei valori: “sapienza di un popolo’ La vita: valore primario di ogni
popolo Dibattito sul rapporto tra cultura e altre espressioni simboliche
cacciare, per arare i campi, per lavorare i metalli, ecc. Altrettanto fanno i
sarti, i cuochi, i falegnami, i giocatori, i maestri, ecc. Ogni cultura porta
con sé tutta una serie di stili di ordine tecnico e gli individui che né sono
in possesso mostrano chiaramente di fare par- te del gruppo sociale che
possiede tale cultura. Così dal modo di giocare, di cantare, di dipingere, di
cucinare, ecc., si può facilmente arguire se uno è italiano, francese, russo,
cinese, indiano, ecc. Un altro elemento costitutivo fondamentale di ogni
cultura sono i valori. Ogni cultura si caratterizza per apprezzamenti speciali
in ordine a determinate azioni, abitudini, tecniche, cose. Si tratta di a-
zioni, abitudini, tecniche o cose che rivestono straordinaria im- portanza per
il gruppo sociale, il quale le assume come criteri, come norme, come ideali.
Tutti insieme essi costituiscono la serie dei va- lori. Ogni popolo possiede
una coscienza dei valori, che forma anche ciò che si chiama « sapienza di un
popolo ». Mediante tale « sapien- za » il popolo riconosce, più o meno
intuitivamente, il valore posi- tivo o negativo della realtà, e sa quale deve
essere il suo comporta- mento davanti ad essa. In tutte le culture il primo
posto nella sfera dei valori è occupato dalla vita. La vita è ciò che conta
maggior- mente: è il valore supremo. Gli altri valori come la pace, la giu-
stizia, l'onestà, la bellezza, ecc., sono subordinati ad essa. Le abi- tudini,
le tecniche e il linguaggio circondano la vita come sostegno, come difesa, come
promozione, ecc. Lingua, abitudini, tecniche e valori sono pertanto gli
elementi costitutivi fondamentali di ogni cultura. Sulla base di tali elementi
ogni popolo sviluppa tutti gli altri aspetti che contribuiscono a conferirgli
una sua forma specifica: l’arte, la filosofia, la religione, la scienza, la
letteratura, la politica, ecc. 6. Rapporti tra cultura e religione Nel breve
excursus attraverso la storia del problema culturale abbiamo visto che
nell'ultimo secolo ci sono state vivaci dispute intorno ai rapporti tra la
cultura e le altre espressioni simboliche {scienza e religione in particolare),
economiche e politiche della società. In realtà molti di questi problemi sono
stati mal posti e il loro conflitto è stato determinato dal fatto che essi
erano espressioni di presupposti teorici e ideologici molto diversi,
determinati proprio dall'ambiguità del termine cultura, ai quali abbiamo già fatto
rife- rimento: cultura come erudizione, come formazione (educazione), come
struttura (forma spirituale della società). ° Chi tiene conto della condizione
piurisemantica del termine cul. tura si avvede immediatamente che mettere a
confronto la scienza (oppure la politica) con la cultura è una cosa possibile e
legittima se il termine cultura viene inteso nel primo oppure nel secondo senso,
perché si tratta di dimensioni o complessi totalmente distinti; mentre la cosa
diviene impossibile e assurda se la cultura viene presa nel terzo senso; perché
secondo questo senso essa ha un valore on- ninclusivo: abbraccia tutte le
espressioni tipiche di un gruppo socia- le, tutti i suoi prodotti e quindi
anche la scienza e la politica. In tal caso domandare che rapporti intercorrono
tra scienza e cultura oppure tra cultura e politica come se si trattasse di due
regni di- stinti o di due edifici separati è incorrere in un inutile sofisma.
Con questo non intendo sostenere che quando il termine cultura viene usato in
senso etnologico la questione risulti del tutto impro- ponibile. La questione è
proponibile purché si tenga presente che essa riguarda i rapporti di una parte
col tutto; in questo caso i rap- porti della politica oppure della scienza come
parti della cultura. Posta in questi termini la questione ha senso e ha anche
un peso non indifferente, perché tocca un problema assai importante, e cioè: quale
ruolo compete alla scienza oppure alla politica o alla tecnologia in seno al
vasto regno della cultura, È in questi termini che intendiamo sollevare qui una
questione che ha diviso profondamente gli spiriti in Italia e altrove da oltre
un secolo: la questione dei rapporti tra cultura'‘e religione. Nel capitolo
dedicato al problema religioso abbiamo visto come dopo Kant la religione sia
stata sottoposta a tutta una critica serrata: partendo da posizioni differenti,
i materialisti, i vitalisti, gli psica- nalisti, gli esistenzialisti, i
neopositivisti, gli strutturalisti hanno cercato di demolire tutte le basi
razionali della religione, conside- randola un'interpretazione del mondo
infantile, non scientifica, alie- nante e degradante. Queste interpretazioni
marcatamente illuministe e razionaliste del fenomeno religioso non potevano non
pregiudicare seriamente la questione dei rapporti tra cultura e religione. Così
i pensato- ri che si occuparono di questo problema da Nietzsche in poi, men-
tre non potevano negare che nelle culture tradizionali la religione aveva
sempre occupato un posto importante e aveva svolto un ruolo fondamentale,
sostenevano quasi tutti che essa aveva ormai esau- rito la sua funzione storica
ed era giunto il momento di dare alla società una cultura senza religione.
Questa tesi dei filosofi — favorita indirettamente dalle scoperte della scienza
e dalle conquiste della tecnologia — fece presa su molti spiriti, che
l'accolsero come il nuovo vangelo (il vangelo dell’ateismo). In breve tempo, la
reli- gione, ignorata dalle manifestazioni pubbliche e sociali della vita, fu
ridotta ad una questione personale, ad un affare privato. Così la religione è
scomparsa dalla cultura come forma spirituale della so- cietà. Ma è proprio
vero che il sodalizio tra cultura e religione si è di- sciolto per sempre e che,
in futuro, la religione non troverà più posto nella cultura come sua componente
fondamentale? Molti an- tropologi culturali e molti filosofi lo negano. Per
citare soltanto La cultura come valore onninclusivo La cultura e il ruolo delle
diverse scienze Rapporto tra cultura e religione Cultura moderna e
contemporanea: esaurimento della funzione storica della religione La religione:
esigenza della cultura La religione come garante dei valori assoluti e
fondamento della cultura la dignità che loro com- pete. Da ciò risulta che tra
cultura e religione non si dà nessuna incom- patibilità e si comprende per
quale motivo in tutte le culture tradi- zionali la religione rappresenta la dimensione
primaria, dominante. È in effetti la religione che facendo da sostegno ai
valori assoluti‘ garantisce un sicuro fondamento anche a tutti gli altri
elementi del vasto edificio della cultura. Pertanto, per passare dalla
filosofia alla storia dei giorni nostri, si può dire che la nostra società
secolarizzata ed atea, se vuole uscire dalla crisi epocale che la divora, deve
restituire alla religione quel la nuova
cultura non vuole ricadere nell'errore gravis- simo della modernità che ha
coltivato l’immanenza con l'esclusione della trascendenza, allo stesso tempo
non vuole neppure ricadere nell'errore della cultura cristiana medioevale e
delle culture orientali che hanno coltivato la trascendenza a spese
dell’immanenza. CONCETTI DA RITENERE Significato elitario, antropologico,
pedagogico di cultura Accezione soggettiva e accezione oggettiva di cultura
SINTESI CONTENUTISTICA I. DEFINIZIONE Ii
problema culturale si è affermato negli ultimi decenni per lo sviluppo
dell'antropologia culturale e per !a crisi epocale che attualmente la nostra
civiltà sta vivendo. 2. Cultura è un termine plurisemantico con tre significati
e tre usi prin- ‘cipali: elitario: la cultura come quantità di sapere generale
o specifico. pedagogico: la cultura indica l'educazione globale e progressiva
del- Yuomo. — antropologico: ba cultura è l'insieme dei costumi, tecniche e
valori che contraddistiaguono un gnippo sociale, una tribù, un popolo, una
nazione. lL PROBLEMA DELLA CULTURA NELLA
STORIA DELLA FILOSOFIA Fino all’illuminismo si concepiva la cultura
essenzialmente come paideia, formazione della persona. Il problema veniva
quindi affrontato solo in pro- spettiva antropologica ignorando auella
etnologica. 2. Herder e Humboldt, illuministi tedeschi, presero coscienza che
la cul- tura è un fenomeno che riguarda anche il gruppo sociale: la cultura è
sia il vincolo spirituale che tiene uniti i membri di una nazione sia la
realizzazione di un particolare progetto di humanitas. Dalla seconda metà
dell’’800 in poi gli etnologi e antropologi, sia europei che americani,
elaborano teorie generali sui fenomeni culturali e formulano ipotesi
sull'origine, lo sviluppo, i tratti universali, la classificazione, l'assimila-
zione, il collegamento tra le parti di una cultura. 217 Una nuova cultura della
trascendenza I filosofi affrontano e risolvono i problemi della cultura a
partire dalla loro visione della realtà: Idealisti (Cassirer, Croce, Gentile,
Husserl): Ja cultura di un popolo è segnata dalle varie tappe del processo di
autocoscienza dell'Assoluto. Vitalisti (Dilthey, Spengler): la cultura è la
massima espressione della vita. — Marxisti (Marx, Lenin, ecc.): la cultura è
rispecchiamento delle condi- zioni economiche di una società. Strutturalisti
(Levi-Strauss e Foucault): la cultura è prodotto del Pen- siero inconscio. Negli
ultimi anni l’attenzione dei filosofi si è concentrata maggiormente sui
fondamenti della cultura, sui suoi elementi costitutivi, sulle sue funzioni,
sui valori che la animano, sulla progettazione di una nuova cultura. I
caratteri planetari del nostro tempo prospettano l'esigenza di una cultura
planetaria, III. L'UOMO COME ESSERE CULTURALE 1. La filosofia moderna ha
integrato la concezione classica dell'uomo come essere naturale con
l'affermazione che egli è anche essere culturale: diversa- mente dagli altri
viventi, il cui essere è interamente prodotto dalla natura, l'uomo è in larga
misura l'artefice di se stesso. La cultura è elemento costitu- tivo della
natura umana. La cultura nelle sue due principali accezioni di formazione del
singolo (accezione soggettiva) e di forma spirituale della società (accezione
oggettiva) ha lo scopo di realizzare l’uomo in tutte le sue dimensioni e
capacità. 3. Esiste pertanto una profonda interazione tra cultura e
antropologia filo- sofica, poiché è quest'ultima che fornisce alla prima le
linee secondo le quali tracciare il suo progetto-uomo. LA CULTURA COME FURMA
SPIRITUALE DELLA SOCIETÀ E I SUOI ELEMENTI FONDA- MENTALI 1 La cultura è anche
l'insieme di quei caratteri che specificano, unifican- doli e distinguendoli, i
vari gruppi sociali. In questa prospettiva la cultura rap- presenta la vita di
un popolo nella sua peculiare identità. L'analisi degli elementi, che
costituiscono la cultura come forma spiri- tuale, ha fatto giungere alla
conclusione che gli elementi costitutivi fondamen- tali di una cultura sono
quattro: la lingua {che sorregge il pilastro simbolico), i costumi (che sorreggono
il pilastro etico), le tecniche (che formano il pilastro tecnologico), i valori
(che rappresentano il pilastro assiologico). 3. La lingua è il primo elemento
che fa uscire il singolo da se stesso e lo mette in comunicazione con gli
altri. Il raggruppamento sociale avviene anzi- tutto e soprattutto in base alla
lingua. 4. Le abitudini o costumi incarnano ed esprimono lo stile di vita di un
popolo, il suo modo di concepire la vita, la sua visione della natura, della
so- cietà, del sacro. 5. Le tecniche corrispondono alle esigenze dell'ambiente,
alla capacità, alla creatività, al livello di civiltà di un popolo. Ogni
cultura porta in sé una serie di stili di ordine tecnico e gli individui che ne
sono in possesso mostrano chia- ramente di fare parte del gruppo sociale che
possiede tale cultura. . 6. I valori sono caratterizzati da azioni, abitudini,
tecniche e cose che rive- stono straordinaria importanza per il gruppo sociale,
che li assume come cri- teri, norme, ideali. In tutte le culture il primo posto
nella sfera dei valori è occupato dalla vita. Sulla base degli elementi
fondamentali ogni popolo sviluppa tutti gli altri aspetti che generano la sua
identità: arte, filosofia, religione, scienza, let- teratura, politica, ecc.
RAPPORTI TRA CULTURA E RELIGIONE 1. Nel passaggio dalla cultura moderna alla
cultura contemporanea la reli- gione, progressivamente soppressa dalle
manifestazioni pubbliche e sociali della vita e relegata alla sfera della
dimensione privata, è scomparsa dalla cul. tura come forma spirituale della
società. 2. Tillich, Maritain, Dawson, Niebuhr, Croce, Berger, Luckmann,
Guardini, Toynbee sostengono che la religione ricomparirà nell'orizzonte
culturale del- l'uomo: infatti la scomparsa della prima determina la
disgregazione del secondo. 3. La stessa essenzialità dei valori nella struttura
costitutiva della cultura richiede uno stretto rapporto tra cultura e
religione, poiché solo quest’uitima è in grado di garantire ai valori quella
assolutezza e quella dignità che compete loro. La religione sostenendo i valori
assoluti garantisce inoltre anche tutti gli altri elementi del vasto edificio
della cultura. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE Che cosa è la cultura e quali significati gli
si può dare? Perché l'uomo è chiamato essere culturale? ù 3. Quali sono gli
elementi fondamentali della cultura? 4. Quali possono essere considerati i
caratteri più propri della cultura contemporanea? Quale rapporto ci può essere
ira cultura e storia e tra cultura e re- ligione? Una cultura planetaria a
quale progetto-uomo dovrebbe guardare? 7. Quali valori, che possono dirsi
smarriti, l'uomo del terzo millennio do- vrebbe impegnarsi a riconquistare?
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sull'uomo e la civiltà, Sansoni Firenze . Capitolo quindicesimo IL PROBLEMA DEI
VALORI. O ASSIOLOGICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Quale significato dare alla
parola « valore » e che cosa possono rappre- sentare i valori nelia vita
dell’uomo? 2. In che rapporto stanno essi con la realtà? Perché oggi si parla
di « crisi di valori »? Il problema dei valori ha assunto nel nostro tempo
particolare rilievo. La coscienza dei valori assoluti e perenni quali la verità,
la bontà, l'essere, l'amore, la vita, la giustizia, l'onestà sembra essersi
offuscata. ‘La nostra cultura appare caratterizzata da un diffuso rela- tivismo
etico, in nome del quale la condotta è regolata dal cri- terio dell'utile e del
piacere individuale, piuttosto che dal riferi- mento ai valori oggettivi e
universali. Tuttavia la strada di ritorno verso i valori sembra essere ria-
perta proprio dal malessere esistenziale provocato dalla loro per- dita,
cosicché oggi l'assiologia,) ovvero la scienza dei valori, è colti- vata più
che nel passato. Un tempo, infatti, il compito proprio dell'assiologia era
svolto dalla metafisica, scienza delle « cause ultime », dell’« assoluto », dei
« principi supremi », delle « questioni fondamentali ». Il tramonto della
metafisica nell'orizzonte speculativo dell'età moderna e con- temporanea ha
provocato il progressivo emergere dell’assiologia che, cercando di comprendere
la natura dei valori assoluti e di verificarne la consistenza ontologica,
realizza di fatto le stesse funzioni della metafisica. Essa si colloca pertanto
tra le forme più elevate del sapere umano. In questo capitolo, dopo un breve
excursus attraverso la storia dell’assiologia, ci occuperemo delle seguenti
questioni: che cosa sono i valori in se stessi? Nell’universo che ci circonda
che posto occupano? Quali sono le loro proprietà e le loro funzioni? Qual è la
facoltà con cui percepiamo i valori? C'è una gerarchia nel mondo dei valori? Si
può operare rina classificazione dei valori? Quali sono i valori che contano di
più? Esistono anche valori assoluti? Quali sono? ' Il termine assiolcgia
ritrova la sua etimologia nell’aggettivo greco acsios, che significa « valido
», « degno ». Indica quindi in senso proprio la riflessione su ciò che è degno
di pieno riconoscimento da parte della coscienza umana. 221 Importanza attuale
de!lo studio dei valori L’assiologia al posto della metafisica Recente
fondazione del problema: la transvalutazione di Nietzsche Lotze: regno dei
fatti; regno delle leggi universali; regno dei valori Hartmann e
l’ultrarealismo: sussistenza dei valori 1. Informazioni storiche
sull’assiologia Dei grandi problemi filosofici quello dei valori è stato messo
a tema per ultimo. ‘Esso è diventato oggetto di analisi sistematica ed
approfondita — dando origine a quella nuova disciplina che porta il nome di
assiologia — soltanto dopo che Nietzsche tentò la famosa operazione della
trasvalutazione dei valori con la quale cercava di trasformare la gerarchia dei
valori tramandata dalla cultura greca e dal cristianesimo. Nietzsche, infatti,
cercò di demolire tutti i valori assoluti della logica (verità), della morale
(virtù), della metafisica (essere) e della religione (Dio) facendo vedere che
essi erano valori decadenti e alienanti: un vero blocco sulla strada che
conduce l’uo- mo verso il traguardo del super-uomo. Al posto dei valori
assoluti della logica, della morale, della religione e della metafisica collocò
i valori dinamici e mutevoli della vita, una vita che accetta fatalistica-
mente e innocentemente se stessa in tutte le sue espressioni. Si può quindi
affermare che l’assiologia è nata con Nietzsche anche se il suo padre effettivo
è un suo contemporaneo: Lotze. Questi nel suo capolavoro, Microcosmo, distin-
gue tre regni di ricerca: regno dei fatti, regno delle leggi universali, regno
dei valori. I primi due riguardano soltanto i mezzi, il terzo i fini. I primi
due sono studiati dalla ragione col metodo analitico e possono essere
considerati in prospettiva meccanicista. Il terzo è appreso dal sentimento e implica
necessariamente una prospettiva spiritualista. Infatti, fondamento ultimo di
tutti i valori e valore assoluto esso stesso è Dio: « La realtà vera che è e
dev'essere non è la materia e neppure l'Idea hegeliana, ma lo spirito vivente e
per- sonale di Dio ». Sulla linea realista tracciata da Lotze si mossero
Rickert, Eucken e Hartmann. Nicolaj Hartmann (1882-1950) per quanto concerne lo
statuto ontologico dei valori professa una specie di ultrarealismo. I valori, a
suo giudizio, non hanno fondamento né nell'uomo né in Dio, bensì in se stessi:
sono sussistenti alla pari delle Idee di Platone; essi sono dotati di aseità
(Ansichsein). Il valore sussiste indipendentemente ? La filosofia dei valori
(l'assiologia) si costituì come disciplina autonoma solo dopo Nietzsche, ma
spunti di filosofia dei valori si possono rinvenire lungo tutto il corso della
storia della filosofia: in quella greca (Platone e Plotino in particolare), in
quella medioevale (Tommaso e Bonaventura) e in quella moderna (Pascal e Kant).
Quanto a Nietzsche, a giudizio di Heidegger, il suo pensiero è essenzialmente «
una metafisica dei valori ». La metafisica nietzschiana comprende due momenti,
negativo e positivo. Nel primo «i valori supremi vengono svalutati ». Quei
valori che sono stati ritenuti dalla tradizione del pensiero occidentale come i
più alti (l'essere, il vero, il buono, il bello, ecc.) vengono svuotati del
significato fondamentale che avevano man- tenuto nel corso dei secoli. Il
momento positivo è quello in cui Nietzsche opera il « capovolgimento ». Valore
è per Nietzsche tutto ciò che contribuisce al mantenimento e all'aumento della
durata della vita, la quale per svolgersi dispone di un solo mondo: il mondo
materiale e storico. dall'essere riconosciuto, così come due più due continua a
fare quat- tro anche se nessun uomo ne avesse coscienza. Un altro argomento a
favore della autonomia dei valori risulta dal fatto che ci si può sbagliare e
anche riconoscere d'aver sbagliato nella valutazione dei valori: « Non il
valore bensì la percezione del valore è variabile ». Hartmann però rifiuta di
dar consistenza ontologica ai valori fon- dandoli in Dio, perché Dio non esiste
né può esistere se l’uomo è li- bero. Secondo Hartmann l’esistenza di Dio
renderebbe impossibile la libertà e la responsabilità dell’uomo, quindi il
valore morale. Alla interpretazione « realista » dei valori si opposero
Ehrenfels e altri filosofi tedeschi che sostennero la tesi contraria. Secondo
Christian von Ehrenfels i valori sono semplici stati soggettivi. In un primo
tempo li identificò con il desiderio; succes- sivamente incluse come componente
essenziale anche la « deside- rabilità »; cosicché il valore comprende sia il
desiderio in atto di ciò che non si possiede sia la desiderabilità, cioè il
desiderio poten- ziale che sorgerebbe se si venisse a conoscere un determinato
oggetto o se se ne fosse privi. Pertanto « il valore — afferma Ehrenfels — è
una relazione tra un oggetto e un soggetto, per cui il soggetto o desi- dera
effettivamente l'oggetto, o lo desidererebbe nel caso che fosse informato della
sua esistenza ». La tesi secondo cui i valori sono semplicemente degli stati
soggettivi (gusti personali) — tesi soggettivista — fu categoricamente respinta
e vigorosamente criticata da Scheler, massimo assiologo. Discepolo di Eucken,
Scheler subì so- prattutto l'influsso di Husserl, dal quale apprese il metodo
fenome- nologico, di cui fece largo impiego nella elaborazione della sua filo-
sofia dei valori. La sua opera principale si intitola Der Formalismus in der
Ethik und die materiale Wertethik (Il formalismo in etica e l'etica materiale
dei valori), « l'opera di gran lunga più significativa apparsa da molto tempo »
{Hildebrand). In effetti, l’analisi fenome- nologica della esperienza morale
effettuata da Scheler assumendo la prospettiva assiologica è stata tra le più
fertili del pensiero con- temporaneo. Mediante i’elaborazione di un'etica dei
valori, in cui si rivendica a questa entità una dimensione ontologica che
sfugge a tutte le minacce dello psicologismo, Scheler sottrae la morale a
quelle visioni soggettiviste o positiviste che erano diventate di moda alla
fine dell'Ottocento: nominalismo, psicologismo, pragma- tismo, formalismo
kantiano, idealismo neokantiano, positivismo, ecc. Scheler definisce i valori come
« oggetti autenticamente oggettivi, disposti in ordine eterno e gerarchico ».
La sua assiologia si carat- terizza pertanto come realista è come gerarchica
(in forza della stes- sa definizione che egli offre dei valori) ed inoltre come
personalista e teocentrica. ‘Per fissare la gerarchia dei valori Scheler
suggerisce i criteri se- guenti: durata, indivisibilità, fondamentalità,
soddisfazione e grado di relatività. I valori sono tanto più alti quanto più
durano e quanto — Dio rende impossibile
il valore morale Von Eherenfelds: soggettività dei valori e desiderabilità
Scheler: etica dei valori e fondazione ontologica assiologia realistica,
gerarchica, teocentrica valori sensibili, vitali, spirituali, religiosi —
modello personale — concretezza del valore — fondamento e garante
dell’oggettività dei valori è Dio (teocentrismo) La diffusione dell’assiologia
dalla Germania all’Europa sono indivisibili, cioè mentre la partecipazione di
più individui a beni di carattere materiale (per esempio, una torta) è
possibile sol tanto mediante la suddivisione di tali beni, vi sono opere di
eultura e di arte per le quali la fruizione di più individui non richiede tale
divisione. Ancora, i valori sono tanto più alti quanto è più profonda la
soddisfazione da essi prodotta. Inoltre, il valore che fonda è ovviamente più
alto rispetto al valore fondato. Infine, ci sono valori relativi a determinate
sfere, come per esempio i valori vitali, e va- lori assoluti, cioè indipendenti
da una determinata sfera, come per esempio i valori morali. Grazie a questi
criteri Scheler fissa una gerarchia dei valori che comprende quattro livelli:
valori sensibili (gradevole-sgradevole), valori vitali (salute-malattia),
valori spiri- tuali (vero-falso, buono-cattivo, ecc.), valori religiosi
(saero-profano, beatitudine-infelicità, ecc.). La terza caratteristica
dell’assiologia scheleriana è di essere per- sonalista. Nella prefazione alla
seconda edizione di Der Formali- smus ha scritto: « Il principio fondamentale
secondo cui tutti i va- lori debbono essere subordinati al valore di persona
[...] è così im- portante per l’autore che egli, nel titolo del libro, ha anche
qualif- cato il suo saggio come un “nuovo tentativo di personalismo” ». Il
carattere personalista della assiologia scheleriana emerge anche dalla teoria
dei modelli personali. Secondo Scheler ai valori danno sostanza, concretezza,
si potrebbe dire corporeità, i modelli perso- nali. Così, per apprezzare e
seguire il valore-giustizia, occorre guar- dare al Giusto, per il
valore-fortezza all'Eroe, per il valore-santità al Santo, ecc. La quarta
caratteristica dell’assiologia scheleriana è di essere feocentrica. Per Scheler
Dio occupa il primo posto sia come persona sia come valore e fa da fondamento e
da sostegno di ogni altra per- sona come pure d'ogni altro valore. « Tutti i
valori possibili, scrive Scheler, sono fondati sul valore di uno Spirito
infinito e sul “mon- do dei valori” che gli sta di fronte. Gli atti, che
comprendono i valori, in tanto comprendono valori assolutamente oggettivi in
quanto ven- gono compiuti “in” Lui, e i valori sono valori assoluti soltanto in
quanto compaiono in questo regno ». Dal purito di vista fenomeno- logico Dio
fonda tutti i valori in quanto lui solo può assicurare loro quell’assoluta
oggettività che non può essere garantita mediante una misura valutativa
semplicemente umana: soltanto il valore del sa- cro fa sì che l’assiologia
trascenda la sfera antropomorfica e a for- tiori quella vitalista. Gli sviluppi
più importanti e più originali dell’assiologia ebbero dunque luogo in Germania
per merito dei filosofi che abbiamo ricor- dato. Successivamente il problema
assiologico destò l'interesse an- che di filosofi italiani (Stefanini e Prini),
francesi (Lavelle e Le Senne), spagnoli (Ortega y Gasset), argentini (Derisi),
inglesi (Moore), americani (Dewey), ecc. Qui noi riferiremo ancora brevemente
sul 224 pensiero di Lavelle e Le Senne in quanto, a nostro avviso, offrond
spunti interessanti per la soluzione del problema assiologico. Per Louis
Lavelle il problema assiologico ha un carattere essenzialmente metafisico. Il
fatto contingente che talune filosofie dei valori abbiano assunto un carattere
antintellettualistico, sentimentalistico e irrazionale, non deve interferire
col genuino pro- blema del valore, il quale, al di fuori di ogni moda di tempi
e di luoghi, è di competenza della metafisica. Il principio supremo della
metafisica teorizzata da Lavelle è l’es- sere, la cui essenza è atto, inteso
come perfezione assoluta, efficacia pura, sorgente di ogni determinazione e di
ogni valore. Da questo principio si snoda la teoria assiologica del Lavelle. Se
« l'essere alla sua radice è atto, cioè interno a se medesimo; se è un sé che è
anche un per sé, è evidente che c’è identità fra l'essere e la sua giustifi-
cazione. Di qui l'impossibilità di staccare l’ontologia ‘dall’assiolo- gia ». Non
a caso la filosofia classica aveva accostato, fino a confon- derle, le due
nozioni dell'essere e del bene. Approfondendo il concetto di valore, Lavelle
osserva che il va- lore non si identifica col bene, tuttavia esso ha col bene
un rapporto analogo a quello che ha l’esistenza con l'essere. Come l'esistenza
è l'essere in quanto si incarna e diventa concreto, così îl valore è il bene in
quanto riferito a un oggetto di cui facciamo uso, a una vo- lontà che si sforza
di coglierlo; e come l’esistenza è l'essere in quanto riceve una forma
interiore e individuale, così il valore è il bene, in quanto implica
un'attività che tende a realizzarlo. Perciò, mentre il bene ha sempre un
carattere assoluto, il valore ha un carattere re- lativo. Ma — avverte Lavelle
— su questa relatività del valore oc- corre essere cauti: infatti il valore è
nelle cose ciò che esprime la loro relazione all'assoluto; è ciò che permette
di elevare all’asso- luto ogni cosa relativa. Pertanto il valore non è una
proprietà statica ma fortemente dinamica: esso provoca il soggetto e lo tra-
scina all’azione. « L'errore più grave — dichiara Lavelle — è pen- sare che il
valore sia un oggetto che si contempla, mentre al contrario è sempre un'azione
da farsi e una pratica da seguire ». Nel suo Breviario di metafisica
assiologica René Le Senne respinge sia il naturalismo sia il nichilismo, e si
oppone sia al sociologismo sia allo psicologismo per affermare ad un tempo tan-
to la trascendenza quanto l'immanenza, sia il carattere oggettivo che soggettivo
dei valori: « Il valore deve, per la sua origine, esserci tra- scendente », ma
« tale estrinsecità resterebbe sterile se il valore non fosse fatto per
discendere nella nostra esperienza: tale discesa può essere spirituale solo
grazie al concorso degli spiriti umani per i quali il valore deve rendersi
attuale. Il valore universale deve
rinfrangersi e persino frazionarsi secondo la diversità di sfu- mature e la
profondità dei tagli consentiti dall'unità e dalla moltepli- cità relativa
degli spiriti ». Della filosofia dei valori si sono occupati anche vari
neotomisti: Lavelle: assiologia e ontologia: identità tra l'essere e la sua
giustificazione (carattere metafisico) — rapporto analogico tra essere e bene
Le Senne: trascendenza del valore I neotomisti: oggettività e fondazione
ontologica del valore Difficoltà di definire il valore Il valore in economia,
in etica, in ontologia Wittmann, Rintelen, De Finance, Derisi, ecc. Questi
filosofi difendono l'oggettività dei valori e escludono sia l’interpretazione
psicologistica che riduce i valori a meri sentimenti personali sia l’interpretazione
ultrarealistica che fa dei valori realtà sussistenti analoghe alle Idee
platoniche. Il valore ha carattere oggettivo in quanto si fonda sul- l'essere.
Però, a giudizio di questi filosofi, il valore non costituisce una proprietà
trascendentale dell'essere distinta dal bene: sostan- zialmente il valore si
identifica col bene, anche se connota più del bene una relazione al soggetto,
all'uomo. In effetti, « il valore, qua- lunque esso sia, non ci si rivela
pienamente che nell'atto in cui è effettivamente amato, stimolato, desiderato,
ecc. [...] Nel desiderio e nell'amore in atto, e lì soltanto, il bene —
esercitando la sua causalità propria — si manifesta e diviene, per il soggetto,
in “atto ultimo” un valore » (De Finance). 2. Definizione del valore Come tante
altre parole dense di significato (ente, realtà, verità, tempo, onore, ecc.)
anche la parola « valore » a prima vista sembra chiara, quasi ovvia; ma poi, ad
una considerazione più attenta ed approfondita, essa risulta nebulosa, oscura,
difficile a definirsi. « Il senso esatto di valore — osserva André Lalande — è
difficile da de- finire rigorosamente perché il più delle volte questa parola
esprime un concetto instabile, un passaggio dal fatto al diritto, dal
desiderato al desiderabile » Nella lingua italiana essa possiede tre
significati principali: eco- nomico, etico, ontologico. In economia significa «
danaro »; in etica indica la virtù con cui si affrontano gravi pericoli e si
compiono grandi imprese; in ontologia dice la qualità per cui una cosa possie-
de dignità ed è, quindi, degna di stima e di rispetto: « valore — in questo
senso — è ciò per cui un essere è degno di essere, un'azione è degna di essere
compiuta ».* Di questi tre significati quello che interessa quando si affronta
il problema assiologico è soprattutto l'ultimo, che è senza dubbio il più
importante, ma anche il più oscu- ro, il più problematico, il più disputato. Il
suo regno è vastissimo: infatti, tutto ciò che è ritenuto prezioso, e che in
qualche modo può contribuire al perfezionamento dell'uomo o come singolo o come
es- sere sociale, merita stima ed è perciò un valore. Dalla complessità delle
questioni relative alla categoria del valore, come risulta anche dall’excursus
storico precedente,.quello che ha dato luogo alle dispute più accese e alle
soluzioni più di- sparate è il problema dello statuto ontologico dei valori.
Per questo »? LALANDE, Dizionario critico della filosofia, ISEDI, Milano 1971,
p. 977. GUARDINI, Libertà, grazia, destino, Morcelliana, Brescia e anche perché
la sua soluzione condiziona praticamente la soluzione di tutti gli altri
problemi, lo affrontiamo per primo. 3. Lo statuto ontologico dei valori La
questione dello statuto ontologico dei valori si domanda che cosa sono i valori
in se stessi: sono entità reali, oggettive come una casa, un tavolo, il Monte
Bianco, la luna; oppure sono realtà fittizie, semplici aspirazioni soggettive o
ideali astraiti, come una montagna d'oro oppure una società seriza classi? Qui
vale la pena precisare che la questione riguarda la categoria del valore in
generale e non valori singoli (come la bontà, la verità, la persona, ecc.). Ed
è chiaro che si tratta di due problemi distinti come chiedere chi è l’uomo è
certamente altra cosa dal domandarsi chi è ‘Pietro, Paolo o Giovanni.
D'altronde la questione dello statuto ontologico espressa in forma generale ha
senso solo con riferimento al valore in generale, perché solo ad essa si può
dare una risposta univoca. Se si solleva con riferimento alle singole cose che
sono dotate di dignità assiologica, si possono ottenere un'infinità di ri-
sposte, perché ci sono valori reali e valori possibili, valori concreti e
valori astratti, valori spirituali e valori materiali, ecc. Dall’excursus
storico risulta che tre sono le principali soluzioni che sono state daie alla
questione dello statuto ontologico dei valori. La prima afferma che sono entità
oggettive, sussistenti in se stesse (Lotze, Windelband, Scheler, Hartmann). La
seconda sostiene che i valori sono semplicemente dei sentimenti e perciò non
hanno nes- suna realtà propria, ma esistono esclusivamente come fenomeni sog-
gettivi, come disposizioni o aspirazioni della psiche (Meinong, Ehren- fels,
Freud). La terza considera il valore né come una entità a sé stante né come un
fenomeno soggettivo, bensì come una proprietà trascendentale dell'essere e lo
identifica generalmente con il classico trascendentale del bene (De Finance,
Lavelle, Hammer). A mio avviso nessuna di queste tre soluzioni è adeguata,
anche se ciascuna esprime una parte di verità. La verità parziale sottolineata
dalla prima è l’obiettività del valore; quella messa in luce dalla seconda è il
suo rapporto col soggetto, l'uomo; quella indicata dalla ierza è il suo
rapporto col bene. Si tratta effettivamente di tre pro- prietà dei valore, ma
nessuna di esse esaurisce tutta la sua realtà. Ma, allora che cosa è il valore
in se stesso? Il valore è un trascen- dentale, come afferma la terza teoria,
cioè è una qualità che appar- tiene all'essere in quanto tale, e perciò è
presente in ogni cosa come gli altri trascendentali (unità, bontà, verità,
bellezza). È una pro- S Per le posizioni personali della maggior parte degli
autori ricordati in questo capoverso si veda: C. Rosso, Figure e dottrine della
filosofia dei valori, Guida, Napoli 1973.
I valori: entità reali o fittizie? Il problema vale per il valore in
generale Tre soluzioni: entità oggettive- sussistenti sentimenti proprietà
trascendentale dell'essere Il valore: proprietà dell’essere Il valore è un
trascendentale a sé Proprietà comuni agli altri trascendentali: — coestensività
— convertibilità prietà trascendentale e non predicamentale: è cioè una
proprietà universale che accompagna tutte le cose e non è ristretta ad una sola
classe di esseri, ad una sola categoria. Il valore è un trascendentale perché
di tutte le cose si può chiedere sensatamente se è un valore: dell’aria come
dell’acqua, del sole come delle stelle, di una bambola come di un pallone, di
un libro come di un quadro, di una capra come di un elefante, di un fiume come di
una montagna, ecc. Mentre non si può sensatamente chiedere se il fiume è una
montagna, se la capra è un elefante, ecc. Nel regno dei trascendentali il
valore occupa un posto a sé, distinto da quello occupato dal bene, dal vero,
dal bello. Infatti il valore è la dignità di una cosa, non la verità, non la
bontà e neppure la bellezza. Il valore è una facciata dell'essere distinta
dalle altre tre grandi facciate; tant'è vero che in noi mette in moto una
facoltà di- versa da quelle che sono interessate alle altre tre facciate: la
verità mette in moto la conoscenza, la bellezza, l'ammirazione e il piacere; la
bontà il desiderio e la volontà; mentre il valore, la dignità di una cosa ci
provoca alla estimazione, alla valutazione. Come trascendentale il valore ha in
comune con gli altri trascen- dentali alcune proprietà importanti. Anzitutto la
coestensività con l'essere: là dove c'è essere c'è valore e dove c'è valore c'è
essere. Il valore non si distingue dall'essere e dagli enti (cioè dalle
incarna- zioni dell'essere) fisicamente, materialmente e neppure realmente;
perché separare il valore dall'essere significa distruggerio, sprofon- dandolo
nell'abisso del nulla. Il valore si distingue dall'essere concet- tualmente,
logicamente, il che non vuol dire arbitrariamente, perché si tratta di una
distinzione concettuale fondata nell'essere stesso, nel- la sua
pluriprospetticità rispetto alle nostre facoltà e alle nostre possibilità. Il
valore esprime una modalità dell'essere che l’accom- pagna necessariamente e
non accidentalmente; la sua dignità, una modalità che nel nome puro e semplice
dell'essere o degli altri tra- scendentali rimane inespressa” Una seconda
proprietà del valore, in quanto trascendentale, è di essere convertibile con
l'essere e con gli altri trascendentali: verità, bontà, bellezza. Coestensivo
con l'essere è necessariamente coesten- sivo con gli altri trascendentali che
sono a loro volta coestensivi con l'essere. E, dato che anche tra gli altri
trascendentali e l'essere si dà soltanto una distinzione logica e non una
distinzione reale, ne segue che, per quanto concerne la realtà, tutti i
trascendentali coincidono, pur restando logicamente e necessariamente distinti
tra di loro. Per questo motivo, grazie alla convertibilità, nell'essere e negli
enti tanto c'è di vero altrettanto c'è di buono, tanto c’è di buono altrettanto
c'è di bello, e tanto c'è di buono, di vero e di bello e altrettanto c'è di
valore. £ Su questa proprietà dei trascendentali vedi AQUINO (vedasi), De
veritate, q. I, a. l. 228 Una terza proprietà che il valore ha in comune con
gli altri tra- scendentali è la relazione bipolare: il valore ha due poli, un
polo soggettivo e un polo oggettivo. Per quanto si dice che il valore è una
correlazione: correlazione tra dignità ed estimazione, analoga alla
correlazione tra verità e conoscenza, tra bontà e desiderio, tra bel- lezza ed
ammirazione. Che il valore abbia bisogno di due poli e che si tratti
effettivamente di una correlazione tra due poli, risulta dal fatto che è un
trascendentale, cioè una modalità dell'essere (e non una fetta di essere), che
non spunta dall'essere da sola come un ramo dal tronco di un albero, ma solo in
rapporto ad una facoltà di un es- sere intelligente e grazie alla sua azione. E
come il vero nasce dal rapporto dell'essere con la conoscenza, il buono dal svo
rapporto con il desiderio o la volontà, il bello dal suo rapporto cor l'ammira-
zione, così il valore nasce dal suo rapporto con la estimazione. Come tutti gli
altri trascendentali, anche il valore possiede due dimensioni, una soggettiva
ed una oggettiva. Tali dimensioni deri- vano immediatamente e direttamente
dalla sua proprietà di essere una correlazione. Con questo si vede quanto siano
infondate ed errate sia la teoria degli psicologisti, che riducono il valore al
sen- timento, sia quella dei platonici che fanno dei vaiori delle realtà
sussistenti. Anzitutto il valore gode della prerogativa dell’oggettività, e a
provario ci vuol poco. Basta tener presente la verità che il valore è una
proprietà trascendentale dell'essere (che è l’oggettività per essenza). il
valore è radicato nell'essere; è una facciata dell'essere, è uno dei suoi
aspetti fondamentali e più interessanti. Ti valore è og- gettivo come è
oggettiva la verità, come è oggettiva la bellezza, come è oggettiva la bontà.
Ma c'è anche un secondo argomento che con- ferma l'esattezza di questa
assegnazione: dell’oggettività ai valore. In quanto trascendentale il valore è
oggettivo perché non è una creazione e neppure un'arbitraria invenzione della
psiche umana. Ci sono valori creati dall'uomo, ma non il valore come proprietà
fon- damentale dell'essere. Non si può parlare seriamenie di creazione del
valore da parte dell'uomo. L'uomo può produrre oggetti, cose, ma non il loro
valore. L'attività creatrice dell'uomo è volta agli og- getti non ai valori;
può produrre una bella statua, ma non il valore artistico; può compiere una
buona azione, ma non generare il valore della bontà; può inventare la radio, ma
non il valore delle comu- nicazioni. L'uomo può solo produrre oggetti di valore
non il valore. Cosicché gli oggetti e le azioni di valore, per quanto concerne
la di- mensione del valore, rinviano ad un fondamento diverso dall'uomo e a lui
superiore. Del resto, quanto meno in rapporto a determinati valori, l’uomo ha
la sensazione netta di non esserne l’inventore e il padrone, bensì il servo e
il discepolo. Di fronte a valori quali la giustizia, la verità, la saggezza, la
prudenza, l’amore, la bontà, ecc., l’uomo si sente più passivo che attivo: sono
valori che agiscono su di lui; lo guidano, lo provocano, lo stimolano, lo
attraggono, lo 229 — relazione sipolare Ls due gdimensioni diei valori:
oggettiva e soggettiva Valore come proprietà trascendentale dell'essere I
valori fanno crescere l’essere dell’uomo Il polo soggettivo: ia stima è valore
senza l’uomo resta inespresso Necessità di un’educazione della facoltà dei
valori elevano e lo arricchiscono. Non è l'uomo che comunica l'essere ai
valori, ma viceversa sono i valori che contribuiscono a far crescere l'essere
dell'uomo. L'uomo ha indubbiamente il potere di scoprire i valori ma non il
potere di crearli. « Ogni vero valore porta in se stesso il suo significato. La
“fortezza” è appunto fortezza e, in quanto fenomeno originario, non può essere
derivato da nessun altro. Perciò l'uomo la può realizzare solo muovendo da
essa, in quanto agisce “fortemente” e diviene “forte” ». Ma per avere il valore
non basta il polo oggettivo: la dignità dell'essere; occorre anche quello
soggettivo: la stima da parte del- l’uomo. Come non c'è bellezza senza
ammirazione, né verità senza conoscenza, né bontà senza volontà, così non
fiorisce la dignità dell'essere o di un ente senza l’estimazione. In effetti,
il valore emerge nel momento in cui c'è un soggetto, l’uomo, che compie un atto
positivo di valutazione, di estimazione e che, così, riconosce la dignità di
una cosa, di una persona o di un'azione (analogamente alla verità: questa
emerge nel momento in cui una intelligenza cono- sce una cosa). Il valore,
senza l’uomo, rimane inespresso, occulto, celato: non risplende; è come un
sovrano senza sudditi, vale a dire non esiste più come sovrano. Può rimanere il
regno dell'essere, ma scompare il regno dei valori. Si può dire che il valore,
in quanto trascendentale, è essenzial- mente dotato sia di oggettività sia di
soggettività. Possiede oggetti- vità perché è fondato sull'essere. Il valore
non è una chimera ma un aspetto primario, fondamentale, costante, perenne
dell’essere e degli enti. Però il valore è oggettivo non alla maniera di una
cosa, diuna sostanza e tanto meno alla maniera di un'idea sussistente, ma alla
maniera di una relazione. Ed è oggettivo perché il primo termine della
relazione assiologica è appunto l’essere. Ma il valore è anche dotato di
soggettività, perché il secondo ter- mine della relazione assiologica è il
soggttto: l'uomo o un altro es- sere intelligente. In forza del polo soggettivo
il valore può sbocciare soltanto dove c'è predisposizione e preparazione per
accoglierlo, per riconoscerlo. I colori sono oggettivi ma i sassi non li
vedono. Ci vuole la vista per percepirli. Certi odori o profumi sono oggettivi
ma ci vuole un particolare addestramento per avvertirli (cani da caccia, cani
poliziotto, ecc.). Altrettanto accade per i valori. La dignità del- l'essere e
degli enti, ia dignità della natura e degli animali, la dignità della famiglia
e della patria, la dignità dell'uomo e la dignità di Dio è indubbiamente
oggettiva ma per coglierla occorre un'adeguata educazione della facoltà
dell’estimazione da parte del soggetto, da parte dell'uomo. Senza
un'appropriata educazione della facoltà dei valori, in particolare quando si
tratta di valori assoluti, trascendenti, pe- renni, si perde la capacità di
percepirli. Allora i valori si offu- ? GUARDINI, Libertà, grazia, destino,
Morcelliana, Brescia scano, si eclissano, scompaiono. È, purtroppo, quanto sta
suc- cedendo nella nostra cultura e nella nostra società. Gerarchia e
classificazione dei valori Dopo avere chiarito che il valore è una relazione
trascendentale dotata di un polo soggettivo e di un polo oggettivo e che il
primo affonda le radici nell'uomo e il secondo nell'essere, possiamo risolvere
due complesse questioni assiologiche, che hanno visto i filosofi diversamente
schierati circa le questioni delia gerarchia e delia classificazione dei
valori. a) La gerarchia dei valori - Nel campo del valore, come nei campi della
bontà, della bellezza e della verità vi è una varietà di gradi (rispetto al
valore non tutte le cose e ie azioni stanno alla pari, ma ci sono quelle che
hanno maggior valore e quelle che hanno minor valore) e c'è pertanto una
gerarchia, ia quale presenta al ver- tice un valore massimo, con dignità piena,
assoluta, totale, incon- dizionata, perenne, mentre alla base, cioè sui gradini
più bassi, pre- senta valori con poca dignità: una dignità caduca, relativa,
condizio- nata, parziale, provvisoria, evanescente. Che rispetto al valore,
come rispetto al bene, alla verità e alla bellezza esistano dei gradi pare cosa
abbastanza ovvia; perché se il valore è una proprietà trascendentale
dell'essere, essendoci grada- zioni nell'ordine dell'essere, ci sono gradazioni
anche in quello del valore, e certo nell'ordine dell'essere ci sone gradazioni:
non c'è pa- rità di essere tra un lombrico e un cane, e ira un cane ed una
donna! Il grado del valore corrisponde a quello dell'essere. Quanto più ele-
vato è il grado di essere che una cosa possiede, tanto più grande è il suo
valore. E che questo sia vero lo conferma anche il fatto che, obiettivamente
parlando, noi riconosciamo maggior valore ad un animale che ad un pezzo di
legno, ad un bambino che ad un cane, ad una persona che ad una cosa. Ma se il
principio della gradazione dei valori risulta abbastanza ovvio, non si può dire
altrettanto della ijoro gerarchia. In effetti, su questo punto, ancor più che
altrove, non solo non si registra nessun accordo nella prassi quotidiana, ma
neppure nelia speculazione degli studiosi. I filosofi dei valori hanno proposto
scale gerarchiche molto disparate (basta confrontare la scala di Nietzsche cor
quella di Scheler, o la scala di Marx con queila di Lavelie!}. Questo perché
nel fissare le loro gerarchie hanno assunto prospettive spesso diametral- mente
opposte. A mio avviso c'è un criterio valido per stabilire una gerarchia og-
gettiva e completa dei valori. S'è visto che i valori non sono entità astratte,
cose in sé, ma dimensioni della realtà, più esattamente re- lazioni, che hanno
vitale, capitale importanza per l'uomo. I vaiori 231 Varietà di gradi 6 gerarchia
i Corrispondenza ira grato cCell’essere e grad dei valore Disaccordo sulla
Gerarchie dei valori Criterio di riferimento: il valore e la realizzazione del
progetto-uomo Progetto-uomo e dimensione religiosa: Dio al vertice Valori
economici, culturali, spirituali sono le guide, i mezzi che lo aiutano a
realizzare il proprio progetto di umanità. Ecco, quindi il criterio per
stabilire la gerarchia dei valori: il criterio è fornito dall’apporto che una
cosa, una persona, un'azione può dare alla realizzazione del progetto-uomo e
del valore- uomo. Una realtà occupa uno scalino tanto più elevato nella
gerarchia dei valori, quanto maggiore è il suo apporto in tal senso, e tanto
più basso quanto minore è il suo contributo. In effetti, le gerarchie dei
valori sono state stabilite da quasi tutti gli studiosi con questo criterio. E
se le gerarchie risultano disparate e contrastanti, lo si deve semplicemente al
disaccordo che regna tra i filosofi intorno al progetto-uomo. Se si accetta il
progetto nietzschiano si ottiene una gerarchia che ha al vertice la volontà di
potenza; se si accoglie il progetto marxista il primo posto nella gerarchia dei
valori tocca al lavoro; se si assume il progetto freudiano si elabora una
gerarchia fondata sul primato del piacere. Invece, un progetto-uomo che — per
essere fedele a tutti i dati della nostra esperienza — tiene conto anche della
esperienza della trascendenza e perciò non trascura né soffoca la dimensione
religiosa, non può non collocare al vertice della scala dei valori che Dio
stesso. Lui — già degno della massima stima, rispetto e lode in se stesso — è
anche degno della massima considerazione in rapporto al pro- getto-uomo, perché
Egli solo è in grado di assicurare all'uomo l’at- tuazione piena del proprio
progetto di umanità. Un progetto-uomo studiato sulla base di una visione
globale di ciò che l'uomo è e di ciò che nel piano di Dio è chiamato a
diventare, riesce non solo ad accertare che Dio è il valore sommo e che sta
quin- di in cima alla scala gerarchica dei valori, ma è anche in grado di
individuare, sempre in base al progetto-uomo, gli altri gradini più importanti,
perché sa che l'uomo è costituito essenzialmente di tre dimensioni: corpo,
anima e spirito. Dopo Dio, vengono pertanto altri tre ordini di valori, che sono
quelli che contribuiscono alla realizzazione del progetto-uomo a livello
somatico, a livello psichico e a livello spirituale: si tratta dei valori
economici, dei valori cultu rali e dei valori spirituali. I valori economici o
vitali sono quelli che contribuiscono alla pre- servazione della vita e alla
conservazione, sviluppo, salute e piacere del corpo. I valori culturali, in
senso stretto, sono quelli che con- tribuiscono immediatamente alla
coltivazione, crescita, elevazione dell'anima o più esattamente della mente. I
valori spirituali sono quelli che giovano alla cresciia, allo sviluppo e al
perfezionamento dello spirito. Qui è opportuno notare — per non incorrere
nell’accusa di' sog- gettivismo — che scegliere l'uomo come punto di
riferimento nella determinazione della gerarchia dei valori è altra cosa dal
fare del- l'uomo la misura, il metro dei valori o il loro creatore. I valori
han- no la loro consistenza ed autonomia e si trovano ad un livello più o meno
elevato rispetto all'uomo secondo la loro dignità intrinseca 232 e secondo il
contributo che danno alla realizzazione del progetto- uomo. Certo, il
riferimento al progetto-uomo spiega ancor meglio quella dimensione soggettiva
che è propria del valore, di cui si è detto in precedenza: perché colui che coltiva
e incarna i valori non è la natura in astratto, ma l'individuo concreto
(Pietro, Paolo, Luca, Carlo, ecc.), la persona storica, la quale per la
realizzazione del pro- prio progetto di umanità può essere maggiormente
interessata ad alcuni valori (economici, spirituali, culturali) che ad altri.
Né l'assunzione del progetto-uomo come criterio per stabilire la scala dei
valori fa scomparire la distinzione fondamentale tra valori assoluti (che sono
quelli che hanno dignità e sono meritevoli di stima e di rispetto in se stessi
e non in ordine ad altri valori) e valori strumentali (che hanno dignità e sono
meritevoli di stima solo in quanto giovano alla realizzazione dei valori
assoluti). La distinzione rimane salva (anzi, più salva che mai), perché la realizzazione
di un valore assoluto partecipato, qual è l'uomo, reclama l’esistenza di valori
assoluti sussistenti, in particolare di quel valore assoluto sussistente,
fondamento ultimo di ogni altro valore, che è Dio. b) Classificazione dei
valori - Il regno dei valori è immenso: pra- ticamente abbraccia ogni pensiero,
ogni azione, ogni cosa e ogni per- sona. È possibile allora effettuare una
classificazione dei valori? Pare di sì e molti autori ci hanno provato. Una
delle classificazioni più note è quella di Scheler, la quale riduce tutti i
valori a quattro gruppi principali: valori edonistici, vitali, spirituali e
religiosi. Questa classificazione è buona per distinguere, come in effetti
voleva Scheler, i vari gradi dei valori, ma non serve per determinare le gran-
di aree assiologiche. A tal fine credo che si riesca ad ottenere una
classificazione più adeguata distribuendo i valori in dieci grandi gruppi. Si
tratta di una classificazione empirica, ma abbastanza sod- disfacente in quanto
riesce a trovare una sistemazione a tutto ciò che possiede una dimensione
assiologica. I dieci gruppi sono: 1. valori ontici (il primo valore è
l'essere); 2. valori personali (il primo è la persona); 3. valori sociali (il
primo è la famiglia); 4. valori economici (il primo è il lavoro); 5. valori
culturali (il primo è la cultura); 6. valori somatici (il primo è il corpo); 7.
valori noetici {il primo è la verità); 8. valori estetici (il pri- mo è la
bellezza); 9. valori morali (il primo è la bontà); 10. valori re- ligiosi (il primo
è il sacro). Come si vede in ogni gruppo c’è un valore primario, un valore
principe, un capofila. Intorno ad ogni valore primario si dispone una
costellazione più o meno grande di altri valori che appartengono allo stesso
ordine e partecipano alle qualità del valore primario. Così, tutto ciò che gode
della perfezione dell'essere partecipa anche al suo valore e diviene pertanto
un valore ontico. E quanto più grande è la perfezione di una cosa in rapporto
all'essere tanto più elevato è il suo valore ontico. Sono dotate di valore
ontico le piante, le 233 Progetto-uomo e dimensioni soggettive La
classificazione dei valori secondo Scheler Valore primario e costellazione di
valori Gruppo di valori e scienza principale Percezione dei valori: col
sentimento o con i‘ intuizione? Percepire i valori con la facoltà estimativa
case, i fiumi, i laghi, ie persone, la terra, il cielo, la natura..., Dio,
Valore assoluto in tutti gli ordini e fondamento di ogni altro valore, Dio è il
primo (non in quanto prototipo ma in quanto fuori serie) anche nell'ordine
ontico. Per lo studio di ogni singolo gruppo di valori esiste una scienza
principale, che è quella che si occupa direttamente del valore pri- mario, e
tutta una serie di altre scienze, che sono quelle che studiano gli altri valori
della stessa costeliazione. Così per esempio, per il primo gruppo c’è la
metafisica, che si occupa direttamente e prima- riamente dell'essere. A fianco
della metafisica per lo studio dei vari gradi dell'essere siedono la teologia
(che studia Dic), l'astronomia {che studia i corpi celesti), la fisica (che
studia la natura), la ma- tematica (che studia i numeri), l'antropologia (che
studia l’uomo). 5. La facoltà dei valori Qual è la facoltà con cui percepiamo i
valori? Anche questo è un problema che è stato molto dibattuto dai filosofi dei
valori e le soluzioni che sono state proposte sono varie. Secondo aicuni la
facoltà dei valori è il sentimento. Questo però viene inteso da alcuni come una
disposizione totalmente soggettiva (come quella che percepisce il piacere, il
dolore, la gioia, ecc.), men- tre da altri viene considerato come un sentimento
del tutto speciale, che ha una intenzionalità squisitamente oggettiva. Secondo
altri fi- losofi la facoltà dei valori è l'intuizione: una specie di visione in-
tellettiva, che coglie immediatamente i valori, così come la visione sensitiva
coglie immediatamente i colori. Noi siamo del parere che il valore sia, come
gli altri trascenden- tali, oggetto di una facoltà particolare. Come la verità
è oggetto della conoscenza, il bene della volontà e del desiderio, la bellezza
dell’am- mirazione, così dev'essere anche del valore. Ma qual è la sua facoltà?
Forse il sentimento, oppure l'intuizione? Non v'è dubbio che l’in- tuizione
interviene in alcuni casi e un sentimento del tutto parti- colare (l’empatia)
in altri. Ma in generale non direi che la facoltà che percepisce il
trascendentale del valore o la dimensione assiolo- gica di una determinata cosa
o di una certa azione sia il sentimento oppure l'intuizione, bensì la facoltà
valorativa e cioè l’estimativa, che è altra cosa sia dal sentimento sia
dall’intuizione, pur non esclu- dendoli. L'estimazione, cioè la percezione
dell'essere o di un ente come va- lore, non è né una semplice intuizione (nuda
riproduzione dell’og- getto come nella percezione della verità) né puro
sentimento {cioè un rapporto affettivo ed emozionale come nella tendenza
appetitiva verso un bene). L'estimazione, come s'è detto, li può comprendere
en- trambi, senza tuttavia risolversi né nella prima né nel secondo e neppure
nella simbiosi di tutt'e due. 234 Il valore è l'oggetto proprio
dell’estimativa, così come il colore Io è della vista, il sapore del gusto, la
verità della conoscenza, il bene della volontà, la bellezza dell’ammirazione.
L’estimativa co- glie l'oggetto come più o meno degno, più o meno valido, così
come il gusto lo coglie come più o meno gradevole, l'udito come più o meno
rumoroso, l'intelligenza come più o meno evidente, la volontà come più o meno
buono o utile, l'ammirazione come più o meno bello. E non può essere che così
perché, come abbiamo mostrato in pre- cedenza, la dimensione dell'essere che
viene alla luce attraverso il valore è una dimensione diversa da quelle che
emergono attraverso la verità, la bellezza e la bontà, ed è logico che come
queste tre ci inter- pellano ciascuna mediante una distinta facoltà,
altrettanto accada per il valore: la sua facoltà è l'estimativa. ‘Per il
costituirsi della categoria del valore l’estimativa è indi- spensabile. Dove
non c'è apprezzamento, estimazione, si danno bruta facta, oggetti, cose; non
affiorano ancora i valori. Alla pari della facoltà gnoseologica (che coglie la
verità), etica (che coglie la bontà) ed estetica (che coglie la bellezza),
anche la facoltà assiologica opera in diversi modi a seconda del livello
(grado) dei valori che è in gioco. Ai diversi gradi di valore corrispondono
dif- ferenti operazioni assiologiche. Nel caso dei valori materiali si può
realizzare un’estimazione in base ad una semplice intuizione della cosa oppure
di un'analisi ed un processo raziocinativo più o meno prolungato. Nel caso dei
valori assoluti sussistenti (Dio, la Trinità, ecc.), l'estimazione è sostenuta
dal ragionamento oppure dalla fede. Nel caso dei valori morali (prudenza,
castità, coraggio, fedeltà, ecc. spesso interviene l’empatia, una specie di
giudizio per connaturalità. Ciò succede quando tali valori sono avvertiti come
rispondenti alle nostre più intime aspirazioni — in questo sta la loro
connaturalità. Sono valori per i quali sentiamo una profonda sintonia,
un’intima corrispondenza col nostro progetto di umanità e sono perciò in grado
di condurlo verso una sua realizzazione più piena. La facoltà dell’estimazione
che ci mette a contatto con i valori comprende tre funzioni: quella del
capitare velorativamente che co- glie i singoli valori; quella del preferire
che ne stabilisce la gerarchia e quella dell'aspirare che porta alla scoperta
di nuovi valori e precede il captare e il preferire come una specie di pioniere
o di esplo- ratore. L'uomo è naturalmente dotato della facoltà valorativa, così
come è naturalmente doiato della facoltà conoscitiva, appetitiva ed este- tica.
Ma alla pari di queste facoltà anche quella valorativa va col- tivata. Come
l'intelligenza perché possa conoscere la verità dev’esse- re istruita e come la
volontà, perché possa scegliere il bene autentico, va educata, altrettanto
l'estimativa, perché si apra all’apprezzamen- to e all'assimilazione dei valori
dev'essere guidata ed ammaestrata. In tutte le sue facoltà l’uomo è essenzialmente
educabile e col- 235 La facoltà estimativa coglie l’oggetto nel suo valore
Valori materiali: estimazione per intuizione o per analisi Valeri assoluti
sussistenti: estimazione e fede Valori moraii: estimazione ad La funzione
deil’estimazione: Captare valorativamente preferire aspirare Necessità di
coltivare la facoltà valorativa Il ricorso all'esperto Necessità di una nuova
assiologia tivabile. Ciò è dovuto al fatto che nasce più come un progetto
aperto che come un’opera finita. E, dato che abbiamo visto che la realiz-
zazione del progetto-uomo dipende soprattutto dalia scelta dei va- lori,
l'educazione dell'estimativa, cioè della facoltà dei valori, as- sume capitale
importanza. L'educazione non occorre per tutti i gradi di valore. Così, per esempio,
per certi valori vitali (come l’aria, l’acqua, il pane) la valutazione è
istintiva e non c'è bisogno di edu- cazione. Non così per la maggior parte dei
valori appartenenti al li- vello culturale e al livello spirituale. Anche per
essi ci può essere un impulso istintivo o empatico. Così l'uomo nasce con una
specie di apprezzamento istintivo delia verità, della bontà, della giustizia,
delia solidarietà, della castità, ecc. Ma senza un'adeguata coltiva- zione tale
impulso facilmente si indebolisce e si perde. C'è di più. Nel campo degli
apprezzamenti e delle valutazioni è molto facile errare e, così, molto spesso
si trovano in circolazione pseudo-valori. Per questo motivo, per stabilire
quali sono i valori autentici e quali quelli inautentici, è necessario ricorrere
agli e- sperti, agli specialisti. Quando si tratta di perle preziose, di monete
antiche, di francobolli rari non ci fidiamo di noi stessi e ricorriamo al
giudizio di un perito. Perché non si deve fare altrettanto per quei valori che
contano di più per la realizzazione del progetto-uomo, i valori spirituali,
trascendenti, perenni? Già Aristotele diceva che, nel caso dei valori etici, è
bene ricorrere al giudizio dell'uomo sa- piente. Ciò che urge maggiormente
nella nostra società culturalmente di- sorientata è una nuova assiologia che
sappia restituire il primato che loro compete ai valori assoluti, trascendenti,
perenni e, conse- guentemente, una nuova pedagogia altamente umanistica che
faccia risplendere la luce di tali valori alle menti dei giovani, menti che
avvertono istintivamente la dignità dei valori perenni e sentono fortemente il
loro fascino e sono pertanto naturalmente inclinati ad assumerli come guida
della propria esistenza, come componenti essenziali del proprio progetto di
umanità. CONCETTI DA RITENERE
Assiologia; trasvalutazione; sentimento; aseità — Statuto ontologico;
ultrarealismo; tesi soggettivistica Assiologia realistica, gerarchia,
personalistica, teocentrica Valori sensibili, vitali, spirituali, religiosi
Assiologia metafisica Trascendentale; estensività; convertibilità; relazione
bipolare Sentimento; intuizione; empatia; estimativa Captare valorativamente;
preferire; aspirare SINTESI CONTENUTISTICA I. IL PROBLEMA E LE SUE CARATTERIZZAZIONI
STORICHE 1. Il problema ha assunto particolare rilievo nel nostro tempo. La
scienza dei valori ha sostituito la metafisica e i suoi interrogativi sulle
ragioni ultime della realtà, ponendo l’accento sulla natura dei valori assoluti
e sulla loro con- sistenza ontologica. 2. L'assiologia ha assunto dignità
speculativa in tempi relativamente re- centi, dopo che Nietzsche ha teorizzato
la sua trasvalutazione, demolendo i valori assoluti della logica (verità),
della morale (virtù), della metafisica (esse- re), della religione (Dio). Padre
dell’assiologia è Lotze. Nel suo capolavoro, Microcosmo, egli distingue il
regno dei fatti, il regno delle leggi universali, il regno dei valori. I primi
due riguardano i mezzi, il terzo i FINI – GRICE: ENDS. I primi due sono
suscettibili di interpretazione meccanicistica, il terzo è appreso dal
sentimento. Fondamento ultimo dei valori e valore assoluto per eccellenza è
Dio. Hartmann è assertore di un ultrarealismo assiologico: i valori hanno il
proprio fondamento in se stessi. Essi sono sussistenti, sono dotati di aseità.
Hartmann, peraltro, nega l’esistenza di Dio, poiché secondo lui l’esistenza di
Dio vanificherebbe la libertà e la responsabilità dell'uomo e quindi il valore
morale. i 5. C. von Ehrenfels è assertore al contrario del soggettivismo
assiologico: il valore comprende sia il desiderio in atto di ciò che non si
pos- siede sia la desiderabilità, desiderio potenziale di un determinato
oggetto. Scheler, massimo teorico dell’assiologia, influenzato dal- la
fenomenologia di Husserl, elabora un'etica dei valori (I! formalismo in etica e
l'etica materiale dei valori) a fondamento ontologico. L’assiologia di Scheler
è realista, gerarchica, personalista e teocentrica: Realista: i valori sono
oggetti autenticamente oggettivi, secondo un ordine eterno e gerarchico. Gerarchica:
a) i criteri sono la durata, l’indivisibilità, la fondamentalità, la
soddisfazione, il grado di relatività. b) i quattro livelli della gerarchia
sono: valori sensibili, vitali, spirituali, religiosi. — Personalista: a) la
persona è il valore ai quale debbono essere subor- dinati tutti i valori. b) i
modelli personali danno concretezza ai valori: ad esempio il Giusto, l’Eroe, il
Santo, ecc. Teocentrica: tutti i valori sono fondati sul valore di uno Spirito
infinito e sul « mondo dei valori » che gli sta di fronte. L'interesse per
l'assiologia si è diffuso successivamente in Italia (STEFANINI (vedasi) e PRINI
(vdasi)); in Francia {(Lavelle e Le Senne); in Spagna (Ortega y Gasset), in
Argentina (Derisi), in Inghilterra (Moore), negli Stati Uniti (Dewey). Lavelle elabora
una assiologia di carattere metafisico: l'essere — la cui essenza è atto,
perfezione assoluta, efficacia pura — è sorgente e determinazione di ogni
valore. Ne consegue un legame inscindibile tra assio- logia e ontologia. Il
valore ha, pertanto, con il bene un rapporto analogo a quello che intercorre
tra l'essere e l’esistenza: così come l'esistenza è l’essere che si
concretizza, il valore è il bene in quanto riferito a un oggetto di cui fac-
ciamo uso, il valore è il bene in quanto implica un'attività che tende a
realiz- zarlo. Il valore è una proprietà dinamica che trascina il soggetto
all'azione. Senne afferma sia
l'immanenza che la trascendenza del valore, sia il suo carattere oggettivo che
quello soggettivo. 10. I neotomisti Wittmann, Rintelen, De «Finance, Derisi ed
altri difendono l’oggettività dei
valori, che essi considerano fondati sull'essere. Il valore non costituisce
però una proprietà trascendentale dell'essere distinta dal bene, ma si
identifica con esso. II. DEFINIZIONE DEL VALORE Nella lingua italiana la parola
“valore” possiede tre significati principali: economico, etico, ontologico. In economia
significa denaro, in etica virtù, in ontologia indica le qualità che danno
dignità a una cosa. 2. Il terzo significato è quello che interessa l’assiologia
che riconduce im- mediatamente alla complessa questione dello statuto
ontologico dei valori. LO STATUTO ONTOLOGICO DEI VALORI 1. I valori sono entità
reali, oggettive; oppure sono realtà fittizie, aspira- zioni soggettive o
ideali astratti? La storia dell'assiologia indica tre piste interpretative: a)
oggettività e sussistenza dei valori (Lotze, Windelband, Scheler, Hart- mann);
b) soggettività e fondazione sentimentale o psicologica dei valori (Meinong,
Ehrenfels, Freud); c) il valore come proprietà trascendentale dell'essere,
identificato con il bene (De Finance, Lavelle, Hammer); d) un'ultima
interpretazione può essere elaborata a partire da elementi delle prime tre: il
valore è un trascendentale, che nel regno dei trascendentali occupa un posto a
sé: esso è la dignità di una cosa. In quanto trascendentale ha in comune con
gli altri trascendentali alcune proprietà: — Coestensività con l'essere: dove
c'è essere c'è valore e dove c’è valore c'è essere. Il valore esprime una
modalità dell'essere che lo accompagna ne- cessariamente. — Convertibilità:
poiché la distinzione tra l'essere e i suoi trascendentali è solo logica e non
ontologica, tutti i trascendentali coincidono: tanto c'è di vero, altrettanto
c'è di buono, di bello, di valore. Relazione bipolare: il valore ha un polo
soggettivo e uno oggettivo: oggettività: il valore è radicato nell'essere; il valore è scoperto dall'uomo, ma non è
creato dall'uomo; soggettività: il valore emerge nel momento in cui l'uomo lo
scopre. GERARCHIA E CLASSIFICAZIONE DEI VALORI 1. Il grado del valore
corrisponde a quello dell'essere: quanto più elevato è il grado «li essere che
una cosa possiede, tanto più grande è il suo valore. Il criterio per stabilire
la gerarchia dei valori è fornito dall’apporto che una cosa, una persona,
un'azione può dare alla realizzazione del progetto uomo e del valore uomo. Un
progetto-uomo globale che tenga conto di tutte le dimensioni dell’uomo e del
suo bisogno di Dio apre alla seguente gerarchia di valori: valori economici o
vitali: contribuiscono alla preservazione della vita e alla conservazione del
corpo. — valori culturali. contrilsuiscono alla coltivazione, all’elevazione
della mente. valori spirituali. giovano alla crescita, al perfezionamento dello
spirito. 3. La classificazione dei valori più nota è quella formulata da Max
Scheler: valori edonistici, vitali, spirituali, religiosi. Questa
classificazione distingue i vari gradi dei valori, ma non determina le aree
assiologiche, in relazione alle quali è possibile produrre la seguente
classificazione: Valori;- Primo valore ontici > essere personali persona
sociali famiglia economici + lavoro culturali -+» cultura somatici «corpo noetici
verità estetici bellezza morali bontà
religiosi sacro LA FACOLTÀ DEI VALORI 1.
Secondo alcuni filosofi la facoltà che percepisce il valore è il sentimento,
inteso secondo alcuni come una disposizione totalmente soggettiva, secondo
altri come una intenzionalità oggettiva. Per altri ancora la facoltà dei valori
è l'intuizione. Il valore sembra comunque essere più propriamente oggetto
dell’esti- mativa: infatti, dove non c'è apprezzamento, estimazione i valori
non emergono. L'estimativa comprende tre funzioni: a) captare valorativamente:
cogliere i singoli valori; b) preferire: stabilire la gerarchia; c) aspirare:
scoperta di nuovi valori. 3. L'uomo è naturalmente dotato della facoltà
valorativa, che al pari delle altre facoltà va coltivata. Se per i valori
vitali la valutazione è istintiva, per i valori culturali e spirituali è necessario
l'intervento dell'educazione. “ QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Che
cosa sono i valori? Quando è sorta l'assiologia? Chi è stato il massimo teorico
dell’assiologia? Perché l’assiologia viene chiamata realistica, gerarchica,
personalistica e teocertrica? Chi sono stati altri grandi studiosi dei valori?
5. La parola « valore » quali significati ha nella lingua italiana? 6. Qual è
lo statuto ontologico dei valori? Quali sono le gerarchie e la classificazione
dei valori? 8. In che modo, con quali facoltà percepiamo i valori? 9. È
legittimo stabilire delle correlazioni tra l’assiologia, il problema sto- rico,
quello politico e la riflessione sulla scienza? È possibile ritenere che
l'assiologia possa restituire alla cultura tecno- logico-scientifica il senso
del sacro e del mistero? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI Il problema del valore,
Atti del XII Convegno del Centro di Studi filosofici di Gallarate, Morcelliana,
Brescia . Il valore - La filosofia pratica fra metafisica, scienza e politica,
Li- breria Gregoriana Editrice, Padova. BATTAGLIA, I valori tra la metafisica e
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FERRAROTTI F. {a cura di), Forme evolutive dei valori nel quadro della mo-
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Napoli. ILAMBERTINO A., Max Scheler: fondazione fenomenologica dell'etica dei
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Padova. MARCHELLO Valori e tecniche di avvaloramento - Studi sull'etica dei
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Rizzo A,, Infinito e persona - Ermeneutiche cristiane di fronte alla crisi di
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della filosofia dei valori, Guida, Napoli . ScHELER M., L’eterno nell'uomo,
Fabbri, Milano. StoETZEL J., I valori del tempo presente. Un'inchiesta europea,
SEI, Torino: I SISTEMI FILOSOFICI PRINCIPALI * Come si vede qui di seguito i
primi sistemi filosofici presentati sono quelli della Grecia antica. Ci si è
posti il problema del perché la filosofia, come forma di sapere organizzata
spesso in modo che possiamo chiamare scientifico e come ricerca di una
spiegazione or- ganica ai problemi dell'universo, si sia sviluppata
inizialmente pres- so i greci, e precisamente nei territori fuori della Grecia
in cui si era trapiantata la civiltà greca. Perché non ci furono scuole
filosofiche nelle altre più antiche ci- viltà medio-orientali, quali quella
egiziana, assiro-babilonese, persia- na, o in quella ebraica? Esaminando queste
civiltà si possono riscon- trare in ciascuna di esse elementi filosofici,
inseriti specialmente in insiemi dottrinari di carattere religioso e che
pertanto non possono essere definiti filosofici nel senso stretto della parola.
Inoltre, per il mancato sviluppo di una vera mentalità filosofica, sono da
sottolinea- re le differenti situazioni politiche in cui si sono sviluppate le
varie civiltà, che normalmente avevano regimi autocratici o teocratici, con il
dominio assoluto dei monarchi o dei loro rappresentanti sul resto della
popolazione; e questo aveva impedito un libero sviluppo del pensiero
individuale. Nel secolo VIII e VII la Grecia aveva sviluppato, a contatto con
altri popoli del Medio Oriente, le sue particolari doti di intrapren- denza in
attività commerciali ed industriali, creando un vero impero commerciale, con
numerose colonie, specie nell'Italia meridionale (la Magna Grecia).
L'aristocrazia terriera che aveva nella madre patria dominato sino ad allora,
aveva perso pian piano potere a vantaggio degli artigiani e dei commercianti e
tutto ciò aveva sviluppato una nuova forma di governo, quella repubblicana
delle città-stato, in cui tutti i cittadini partecipano alla cosa pubblica. È
l’inizio della democrazia. * Per notizie sulla vita e le opere dei filosofi,
vedere la Parte terza. Per quanto riguarda le date di nascita e morte di gran
parte dei filosofi dell'anti- chità, per mancanza di dati precisi, esse si
devono ritenere approssimative. Nelle colonie insediate e diffusesi fuori della
Grecia, il sorgere della democrazia fu facilitato dalla mancanza di una
aristocrazia terriera, padrona del potere politico; al suo posto dominavano in-
vece coloro che si erano dati al commercio, traendone ricchezze e benessere.
Questa fiorente attività commerciale li aveva messi in contatto con le grandi
civiltà orientali, da cui avevano saputo attin- gere con intelligenza il meglio
delle conoscenze scientifiche ed aveva permesso la fioritura delle arti e delle
scienze. Si era perciò sviluppato in tutto il mondo greco il senso
dell’osservazione, dello studio e della ricerca ed aveva portato ad un libero
dibattito, nei vari campi. Pertanto le prime scuole filosofiche si erano
sviluppate, prima che nella madrepatria, nelle città dell'Asia minore e della
Magna Grecia. I filosofi che facevano capo a queste scuole in generale erano
scienziati (matematici, astronomi, medici, ecc.) che però allo stesso tempo
indagavano intorno a sé per cercare di trovare un principio unitario di tutte
le cose, e per conseguire questo obiettivo ricorre- vano sia alla mitologia che
alla speculazione razionale. 1. Scuola ionica o di Mileto Fondatore: TALETE
Dottrine principali: La ricerca di questa scuola, che è stata la più antica
scuola greca di filosofia, sorta a Mileto, sulla costa dell'Asia minore, verso
il VII e VI secolo a.C., è volta a dare espressione filosofica al problema del-
l'esistenza di una causa suprema di tutto. Il principio viene quindi
individuato di volta in volta in un elemento naturale o materiale: acqua, aria,
fuoco... Maggiori esponenti: TALETE, il quale pone l'acqua come principio da
cui traggono origine tutte le cose per condensazione o rarefazione.
:ANASSIMANDRO, matematico e astronomo di Mileto, il quale va oltre Talete e
pone come principio primo qualcosa di indeterminato (apeiron). Il suo eterno
movimento determina nella materia, per separazione, i contrari. ANASSIMENE,
discepolo di Anassimandro, il quale ripone il principio primo nell'aria, eterna
e in continuo movimento. Scuola pitagorica Fondatore: PITAGORA Dottrine principali: La scuola pitagorica
sviluppatasi a Crotone, nella Lucania, 242 era composta da discepoli di
Pitagora (nato a Samo da cui do- vette fuggire per motivi politici) uniti
insieme con uno scopo di vita comune. La ricerca scientifica era considerata
come mezzo a servizio di questa comunità. Della prima scuola pitagorica si
conosce solo il nome del fondatore Pitagora, e questo per la segretezza che circondava
la vita di quella comunità che viveva con un codice mo- rale impegnativo. Anche
i pitagorici, come gli ionici, sono impegnati alla ricerca del principio
unitario, ma superano il primitivo prin- cipio unitario di natura. Per essi, il
principio delle cose e la sostanza dell'universo è il numero. La monade (dal
greco monàs = unità) è il termine usato dai pitagorici per indicare l'unità
originaria dalla quale deriva la serie dei numeri. Dai numeri, con una serie di
pas- saggi, si arriva alle figure solide; da queste derivano i singoli corpi i cui
elementi costitutivi sono il fuoco, l'acqua, la terra e l'aria. Per Pitagora
l'anima è immortale perché trae origine dall’etere che è incorruttibile; essa è
composta dall’intelligenza, dalla ragione e dal- l'impulso passionale. 3.
Scuola eleatica Fondatore: PARMENIDE (520-440 a.C.) Dottrine principali:
Secondo Parmenide, l’unica realtà è l'essere; nessuna altra realtà è possibile,
neppure il divenire come diceva invece Eraclito di Efeso, in Asia minore,
vissuto nella stessa epoca. Infatti, o una cosa è o non è. Se è, non può
divenire perché è già. Se non è, non può divenire perché dal nulla non si può
ricavare che il nulla. In tal modo veniva rilevaia la correlazione tra l'essere
e il pensiero. Maggiori esponenti: ‘PARMENIDE, di Elea, colonia greca in Lucania,
scrisse il poema Della Natura. Egli è considerato il primo grande metafisico.
ZENONE, di Elea (vissuto nel V sec. a.C.), scrisse il poema Sulla Natura. La
dottrina dell’« è » parmenideo si trasforma in quella di una realtà, che non
può essere molteplice e si presenta come l'« uno » assoluto. È stato un
formidabile dialettico, noto per i suoi paradossi. 4. Scuola atomista
Fondatore: DemocRITO Dottrine princi pali: Democrito di Abdera, in Tracia,
sostiene sia l'immutabilità del- l'essere, sia la realtà del divenire. L'essere
è costituito da atomi, 243 che sono particelle invisibili e immutabili, immerse
nel vuoto. Dal movimento degli atomi derivano tutte le cose, secondo un
meccanico determinismo. Queste particelle non hanno nessuna qualità eccetto
l’impenetrabilità; differiscono fra loro solo per fi- gura e dimensioni.
L'anima umana è costituita da atomi leggeri e sottili, di carattere igneo. Il
fondatore della « scuola atomistica » di tipo fisico scrisse molte opere,
andate tutte perdute. Per lui la felicità non consiste nel piacere dei sensi ma
nell'armonia della ragione e nella pace dell'anima, la tranquillitas animi che
deriva soprattutto dal non darsi troppo da fare, né per faccende private né per
quelle pubbliche, dal sapersi accontentare di una condizione moderata. 5.
Scuola sofista Fondatore: PROTAGORA Dottrine principali: I sofisti si
caratterizzano come una corrente filosofica alla ri- cerca dell’arte del
persuadere invece che della ricerca della ve- rità. Essi sollevarono per primi
la questione se l’uomo avesse o no la capacità di conoscere l’intima natura
delle cose e la legge morale assoluta. La loro risposta fu che l'uomo non le
può conoscere, perché la realtà e la legge naturale stanno al di sopra delle
capacità conoscitive dell'uomo. Quindi tutto quello che l’uomo conosce in
filosofia e in etica è prodotto della sua coscienza. Da qui il famoso detto dei
sofisti: « L'uomo è misura di tutte le cose ». Quindi: non è possibile una
conoscenza vera, ma solo probabile; non c'è una legge morale assoluta, ma solo
leggi convenzionali, In questa dimensione empirica della conoscenza umana il
piacere si pone come unico traguardo per l’uomo. Maggiori esponenti: PRroTAGoRA
di Abdera, in Tracia: sostiene che non c’è nessuna verità assoluta. L'uomo
interpreta a suo modo e a suo vantaggio i dati della sensazione. Il sapiente,
ossia il sofista, con l’arte della per- suasione, fa sì che appaiano migliori
non le opinioni più vere, ma le più vantaggiose. Protagora insegna una morale
convenzionale, ma non arbitraria, basata sui princìpi divini del rispetto e
della giu- stizia che Giove ha comunicato a tutti gli uomini. Gorgia (484-375
a.C.) di Lentini, in Sicilia, spinge il relativismo di. Protagora verso il più
radicale scetticismo. La sua filosofia so- stiene che: l'essere non esiste; una
cosa è il pensare, altra cosa è l'essere; la parola detta è altro dalla cosa
significata. Conclusione: bisogna rendersi conto che ciò che appare è solo
probabile. Altri esponenti della scuola sofista sono: ProDpIco di Ceo ed IPPIA
di Elide. 244 6. Scuola eclettica o fisico-pluralista Fondatore: GIRGENTI
(vedasi) Dottrine princi pali: Questa scuola viene chiamata pluralistica o «
eclettica » per- ché si propone di selezionare e raccogliere il meglio delle
teorie sino ad allora conosciute. Empedocle, di Agrigento, sostiene che la
causa ultima delle cose risiede in 4 elementi (terra, fuoco, aria e acqua), che
sono originari e immutabili e che il divenire è causato dalla lotta tra due
forze primordiali: Amore e Odio. L'altro grande rappresentante di questa scuola
è Anassagora il quale sostiene che l'essere è costituito da corpuscoli qua-
litativamente diversi. Il divenire è causato dal moto rotatorio e dalla Mente
Suprema che è costituita anch'essa di materia. 7. Scuola socratica Fondatore:
SOCRATE Dottrine principali: Il convincimento fondamentale di Socrate è che si
danno va- lori assoluti sia nell'ordine gnoseologico che in quelli metafi- sico
ed etico. In questo egli si oppone ai sofisti, i quali sosteneva- no che tutto
è relativo: le opinioni cambiano da individuo ad individuo, i costumi da città
a città, da popolo a popolo. Invece, se- condo Socrate, esistono principi
assoluti, verità eterne, leggi morali immutabili ed eguali per tutti. A suo
giudizio la vita umana merita e dev'essere vissuta in obbedienza a tali valori
etici e metafisici, an- che se questo può esigere enormi sacrifici, perché
l'uomo è destinato a raggiungere la sua piena realizzazione soltanto dopo la
morte, al- lorché l’anima si libera dal peso del corpo. Fermo oppositore dei
sofisti, si occupa essenzialmente delle cose umane, ma raggiunge risultati ben
diversi: l'immortalità dell'anima, la possibilità di giun- gere al concetto
universale, l’uso efficace del metodo induttivo. Per Socrate è essenziale la
distinzione di male e bene; la felicità consiste nella pratica della virtù.
Maggiori esponenti: ‘SOCRATE nacque e visse ad Atene; si dedicò alla ricerca,
volendo insegnare agli uomini la verità. Non ha lasciato alcuno scritto.
ANTISTENE, il quale esaspera l'ascetismo di Socrate esigendo un totale distacco
dai beni materiali e l'assoluta indipen- denza dalle vicende di questo mondo.
Da lui prese il via la scuola cinica. ArISTIPPO di Cirene (V-IV sec. a.C.), il
quale accentua talmente l'assenza di valore per quanto concerne il mondo
materiale, il corpo, le passioni, i piaceri sensibili, da ritenere che sia
perfettamente in- differente occuparsi di loro ed assecondarli. A lui fa capo
la scuola cirenaica. EucLIDE di Megara (450-380 a.C.), il più fedele discepolo
di So- crate: egli, che fu influenzato anche da Parmenide, considera il bene
come l'unica realtà e fa consistere la felicità nella pratica della vir- tù. È
il fondatore della scuola megarica. PLATONE, il quale è certamente il massimo
esponente del socra- tismo, ma col suo possente ingegno gli conferisce una
struttura fi- losofica più solida e soprattutto originale, dando origine ad uno
degli indirizzi più significativi della storia della filosofia. 8. Scuola
platonica Fondatore: PLATONE di Atene (427-347 a.C.) Dottrine principali:
L’intuizione fondamentale del filosofo ateniese è la dottrina delle Idee, cioè
la convinzione che, esistendo il mondo sensibile, deve esistere anche il mondo
intelligibile, che di quello è la causa e il modello. A dimostrazione
dell’esistenza del mondo intel- ligibile egli adduce tre argomenti: della
reminiscenza, della vera conoscenza, della contingenza. Le principali proprietà
delle Idee sono: semplicità, incorporeità, immutabilità, eternità. Non tutte le
Idee hanno lo stesso valore ontologico. Circa la concezione di Dio Platone è
convinto che Dio costituisce un grande mistero. L'origi- ne del mondo sensibile
è attribuita al demiurgo (Artefice sovrano). La caratteristica dominante del
pensiero platonico è il dualismo. Platone considera il mondo materiale come un
mondo decaduto ed alienato, una riproduzione imperfetta, una imitazione
malfatta, una partecipazione limitata di un mondo ideale, perfetto, eterno,
incor- ruttibile, divino, il mondo delle Idee. Questo dualismo si riflette in
tutti i settori della filosofia: in logica, dove si segue il procedimento
dialettico; in gnoseologia, in cui si svaluta la conoscenza sensitiva
riducendola alla funzione di ravvivare il ricordo delle Idee (teoria della
reminiscenza); in psicologia, con la identificazione dell'uomo con la sola anima,
spirituale ed immortale, considerando il corpo una prigione ed un ostacolo alle
attività dell'anima; in etica, dove si or- dina un rigido controllo, anzi la
completa soppressione degli istinti, delle passioni, onde rendere possibile il
distacco dell'anima dalla prigione del corpo e la contemplazione delle Idee; in
estetica, con la svalutazione della commedia, della tragedia e delle arti
figurative, perché non giovano alla elevazione dello spirito; in politica, con
la divisione della società in classi e l'assegnazione del governo al
filosofo-re. 246 Maggiori esponenti: Il platonismo costituisce il massimo
filone della storia della filo- sofia; esso ha avuto validi rappresentanti in
tutte le epoche: in quelia ellenistica con la Vecchia e la Nuova Accademia e
con il Neo- platonismo (PLoTINO; in quella patristica (con CLEMENTE
ALESSANDRINO, OriceNE [185-254], BasiLIo [330- 379], S. AgcostINno [354-430],
Pseupo-DioNIGI i[V sec.], Boezio [480- 524]; in quella scolastica (con AOSTA
(vedasi), FIDANZA (vedasi), Cusano; in quella moderna (con CARTESIO
[1596-1650], MALEBRANCHE [1638-1715], Vico [1668-1744], LEIBNIZ, SCHELLING e
HegeL). Scuola aristotelica Fondatore: ARISTOTELE di Stagira, in Tracia Dottrine
princi pali: La visione filosofica di Aristotele si caratterizza per lo sforzo
di cogliere la realtà in modo unitario (contro il dualismo di Platone) e, allo
stesso tempo, per il tentativo di ricondurre le cause ultime di tutto ciò che è
mutevole e contingente ad un principio unico tra- scendente. A tal fine
Aristotele postula quattro cause fondamentali: la materia e la forma (per
spiegare la struttura intrinseca delle realtà corporee), l'agente e il fine
(per spiegare l'origine delle co- se e il loro dinamismo). Egli si vale di
questi principi per risol- vere tutti i massimi problemi: problema cosmologico
(composizione ilemorfica delle cose, ossia esse sono costituite di materia e
forma, le quali si trovano in rapporto di potenza e atto); problema teleologico
(il dinamismo delle cose e il loro divenire sono causati dal Primo Motore
Immobile, che è il loro fine ultimo); problema antropologico (l'uomo non è solo
anima, come affermava Platone, ma è il risultato dell'unione sostanziale di
anima e corpo, la prima concepita come forma e il secondo come materia;
l’anima, tuttavia comprende un elemento spirituale, divino, immortale);
problema gnoseologico (la conoscenza intellettiva si fonda su quella sensitiva,
in quanto le idee si ricavano dalle sensazioni mediante il procedimento astrat-
tivo); problema metafisico (la metafisica è il sapere più importante ed
elevato, perché studia l'essere in se stesso e ha di mira la scoperta delle
cause ultime delle cose); problema etico (la perfetta felicità e la piena realizzazione
del proprio essere, per l'uomo, non può con- sistere solo nella contemplazione
delle Idee, ma esige anche un adeguato soddisfacimento dei sensi, perché l'uomo
è essenzialmente costituito di corpo oltre che di spirito); problema teologico
(esiste un Essere supremo, che è la causa ultima d'ogni divenire in qua- lità
di Motore Immobile). Aristotele ha realizzato una grandiosa costruzione
filosofica. Ele- 247 menti validi di questa sono soprattutto un efficace metodo
di ricerca (logica) e la forma espositiva, un'analisi acuta degli elementi
costi- tutivi del mondo fisico, una visione realistica del mondo e dell’uomo,
ed infine un'acuta concezione per il suo tempo della trascendenza di Dio.
Maggiori esponenti: La scuola fondata ad Atene da Aristotele (e chiamata anche
peri- patetica, perché Aristotele insegnava nel corridoio [peripatos] del
lyceum, sacro ad Apollo Licio) in un primo tempo non ebbe nessun esponente di
rilievo e così il pensiero del maestro cadde ben presto in oblio. Riemerse
tuttavia prepotentemente durante il Medioevo, prima nel mondo arabo e poi in
quello cristiano. Dall'incontro del pensiero aristotelico con l’islamico uscì
la Scolastica araba (AVICENNA e AverRoÈ); mentre dall'incontro col cristiane-
simo sorse la grande Scolastica cristiana (ALBERTO Magno, AQUINO (vedasi), BACONE,
DUNS Scoro, OccaM). Anche nel Rinascimento (con POMPONAZZI (vedasi) e TELESIO (vedasi))
e agli inizi del- l'epoca moderna (con Locke [1632-1704]) questa scuola
continuò ad avere validi rappresentanti. 10. Scuola stoica Fondatore: ZENONE di
Cizio Dottrine principali: Lo stoicismo è il movimento filosofico più originale
dell'epoca ellenistica, sorto dopo la nascita dell'impero di Alessandro Magno,
e che ha avuto la:maggiore durata di tempo rispetto alle altre scuole
filosofiche dell'antichità; è essenzialmente una dottrina morale, la quale fa
consistere la felicità e quindi il fine ultimo dell’uomo nella pratica della
virtù e nel rifiuto di qualsiasi concessione ai sensi e alle passioni. Però
esso comprende anche alcune importanti dottrine sul- la conoscenza e sulla
struttura del cosmo. Per quanto concerne il problema gnoseologico, gli sioici
si allontanano sia da Platone che da Aristotele per il modo di concepire la
verità. Mentre per Platone e Aristotele essa consiste essenzialmente nella
perfetta corrispon- denza tra la rappresentazione mentale e la situazione reale
delle cose, per Zenone e i suoi discepoli sta nella totale comprensione o
catalessi dell'oggetto, per cui la mente è costretta all’assenso. Per quanto
concerne il problema cosmologico, il mondo, secondo gli stoici ri- sulta
costituito di due elementi primordiali, la materia ed il Logos. La prima,
essendo indefinita ed inerte, rappresenta il principio pas- sivo; il secondo,
essendo animato e pieno di energia, rappresenta il principio attivo. 248
Maggiori esponenti: Lo stoicismo, fondato alla fine del IV secolo a.C.,
continua a fiorire fino ad oltre il III secolo dopo Cristo. Altri esponenti di
questa scuola, che si chiama stoica perché l'insegnamento era tenuto da Zenone
sotto i portici (stoà) di Atene, sono: CRISPINO, SENECA, EPITTETO e ANTONINO
(vedasi). 1i. Scuola epicurea Fondatore: EpPicuRo di Samo Dottrine principali:
Davanti ai grandi problemi filosofici l’epicureismo assume una posizione di
netto contrasto con lo stoicismo, rifiutandone il rigo- rismo etico e lo
spiritualismo antropologico e metafisico. L'epicurei- smo sviluppa, pertanto,
una concezione materialistica per quanto concerne i principi primi delle cose
(tutte le cose, compresi gli dei e le anime, sono costituiti di atomi e vuoto);
meccanicistica riguardo ai fenomeni della natura i quali sono ascritti
esciusivamente al moto e alla sua legge; sensistica per il problema della
conoscenza, che è tutta ricondotta alle facoltà sensitive, mentre il concetto
viene con- siderato come semplice anticipazione (prolessi) del futuro; edoni-
stica per quanto riguarda il problema morale: la felicità, il bene supremo
dell'uomo consiste nel piacere (edoné). Maggiori esponenti: L'epicureismo ha
avuto sempre dei seguaci, ma soprattutto nel mondo romane con Lucrezio (98-54
a.C.) e Orazio (65-8 a.C.) e nel mondo rinascimentale con VALLA (vedasi) e MONTAIGNE. 12. Scuola neoplatonica
Fondatore: PLOTINO di Licopoli, in Egitto
Dottrine princi pali: Viene chiamato « neoplatonismo » il movimento
filosofico che riprende e sviluppa, dal III al VI secolo dopo Cristo, le
dottrine platoniche. Questa scuola, fondata ad Alessandria d'Egitto da Am-
monio Sacca, fu sviluppata dal suo discepolo Plotino che poi si trasferì a
Roma, dove aprì una scuola che ebbe grande successo. L'impegno maggiore della
riflessione filosofico-religiosa di Plotino riguarda l'Assoluto e i nostri
rapporti con Lui. Valendosi di sugge- stioni che gli venivano dall’ebraismo e
dal cristianesimo, ch'egli bene conosceva, il pagano Plotino è in grado di
superare i limiti 249 materia, che in tal modo si trova all'estremo opposto
dell’Uno e del Bene e per questo si identifica col male. Al processo di
emanazione fa riscontro un processo di ritorno e di riassorbimento delle cose
nell’Uno. L'attuazione dell’epistrofé (ri- torno) spetta all'uomo, il quale la
realizza percorrendo tre tappe: ascetica o catarsi (mediante l'esercizio delle
quattro virtù cardinali), contemplazione (conoscenza dell’Uno mediante la
filosofia) ed estasi (unione mistica, immediata, con l'Uno). Maggiori esponenti:
‘Profondo è stato l'influsso dei pensiero di Plotino su tutta la filo- sofia
medioevale e moderna. Tra i maggiori esponenti ricordiamo i discepoli PoRFIRIO e
ProcLOo (due filosofi pagani),
PsEupo-DroNIGI (V sec.) e Boezio (480-524), l'arabo AvICENNA (980- 1037),
NiccoLò Cusano e FICINO (vedasi), e i moderni LEIBNIZ (1646-1716), ScuELLING e
HEGEL. Scuola agostiniana Fondatore: AgostINo d'Ippona Dottrine principali: La
visione filosofica agostiniana è frutto della esigenza di trovare una base
razionale per la fede cristiana. Per conseguire questo obiet- tivo Agostino fa
ricorso alla filosofia di Platone e, in tal modo, ottiene una visione che viene
giustamente qualificata come platonismo cri- stiano. In effetti in tutti i
problemi fondamentali la matrice platonica è chiaramente riconoscibile: nel
problema della conoscenza con la dottrina della illuminazione; nei problema
antropologico con la so- stanziale identificazione dell'essere dell’uomo con
l’anima; nel pro- blema metafisico con la teoria delle verità eterne (idee) e
delle ragioni seminali cioè queile impresse sino dalla creazione; nel problema
etico con la dura condanria di ogni piacere sensibile e delle passioni e di
tutto ciò che appartiene al mondo naturale. Però, nella visione ago- stiniana,
gli elementi platonici non costituiscono dei blocchi isolati, 250 ante e con-
clusivo. Alla visione agostiniana resteranno fedeli tutti i medioevali sino a
San Tommaso, e molti altri dopo di lui: basti ricordare i nomi di ANSELMO, Uco e
RICCARDO DI S. VITTORE, BERNARDO. Dominante è l’elemento agostinia- no nei
pensatori francescani: FIDANZA (vedasi), ALESSANDRO DI HALES, DuNnS ScoTo.
Sulla scia di Agostino si muovono anche alcuni grandi filosofi moderni, in
particolare CARTESIO e VICO (vedasi). Al vescovo di Ippona si ri- fanno infine
LuTERO (1483-1546) e CaLvino (1509-1564). 14. Scuola tomista Fondatore: ToMMaso
d'Aquino (1225-1274) Dottrine principali: ione dell'essere negli enti è dovuta
ad una potenza, ossia all'essenza. Quindi negli enti si dà una distin- zione
reale tra essere ed essenza; tra i singoli enti, come pure tra gli enti e
l’Essere supremo, c'è analogia ossia semiglianza, perché sono tutti imparentati
con la stessa perfezione. Alla luce della sua con- cezione dell'essere Tommaso risolve
tutti i principali problemi filo- sofici: il problema epistemologico (la verità
consiste nella corrispon- 251 denza tra il pensiero e l'essere); il problema
teologico (Dio è l’ipsum esse subsistens); il problema cosmologico (il mondo
trae origine per creazione mediante una comunicazione dell’essere da parte di
Dio); il problema antropologico (l'anima umana è naturalmente immor- tale in
quanto possiede un atto di essere suo proprio indipendente- mente dal corpo);
il problema politico (come in Aristotele, viene affermata l'origine naturale
dello Stato che è una società perfetta; però l'altra società perfetta, cioè la
Chiesa, ha la preminenza, in quanto il fine di questa è il « bene
soprannaturale » dell’uomo). Maggiori esponenti: Il pensiero tomista ha avuto
poi rappresentanti di grande va- lore del secolo XVI (il Caretano, SUAREZ, DE
VITORIA) e nel secolo XX (card. MERcIER, GiLson, MARITAIN, RAHNER). Scuola
francescana Fondatore: BoNAVENTURA da Bagnoregio Dottrine principali: Il
pensiero dei maestri francescani, in particolare di S. Bona- ventura, che è il
loro caposcuola, si caratterizza per una sintesi non sempre organica ma di
grande respiro, di elementi desunti da varie fonti, soprattutto da Platone e
Agostino, ma anche da Aristotele e da Avicenna, e ovviamente dalla rivelazione
biblica. Le dottrine spe- cifiche della scuola francescana sono le seguenti: in
epistemologia, la teoria della illuminazione e la conoscenza diretta e
immediata sia di se stessi che delle singole cose (senza far ricorso al
processo astrat- tivo); in ontologia, la concezione univoca dell'essere e ia
negazione della distinzione reale tra essenza ed esistenza; in cosmologia, la
dottrina dell’ilemorfismo universale (cioè tutte le cose, compresi gli angeli,
sono costituiti di materia e forma) e la negazione dell’eter- nità del mondo;
in antropologia, la teoria della pluralità delle forme (una per il corpo,
un'altra per l’anima vegetativa e sensitiva ed un'al- tra ancora per l’anima razionale);
in teologia naturale, la dottrina dell’evidenza immediata dell’esistenza di
Dio, secondo alcuni autori (Alessandro di Hales e Bonaventura), oppure della
sua indimostra- bilità, secondo altri autori (Duns Scoto e Occam). Maggiori
esponenti: La scuola francescana ha avuto validissimi esponenti soprattutto nei
secoli XIII e XIV {FIDANZA (vedasi), ALESSANDRO di HaLEs, Duns Scoro, Occam, BaconE
e OLIVI [1248-1298]). 252 - 16. Scuola razionalista Fondatore: CARTESIO –
citato da H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct perception” -- Dottrine
principali: Per svariate ragioni, a partire da Cartesio, la preoccupazione
dominante del filosofo non riguarda più l'essere, la realtà in sé, le cause
ultime delle cose, Dio, ma riguarda l'uomo, ia sua capacità di conoscere il
mondo e di trasformarlo. Ciò che conta maggiormente è stabilire il valore della
conoscenza umana e scoprire una metodo- logia appropriata per la ricerca
filosofica. Cartesio, padre del razio- nalismo, affascinato dalla matematica e
dalla geometria, ritiene che l'unica conoscenza valida sia la conoscenza che
non proviene dai sensi ma si trova innata nell'anima. Quanto al metodo,
Cartesio propone quello della messa in dubbio di qualsiasi conoscenza che non
risulti immediatamente chiara e distinta. Chiarezza e distinzione infatti co-
stituiscono per lui le proprietà essenziali d'ogni vera conoscenza. La
conoscenza razionale ha per oggetto l’universale e il necessario, ed è, quindi,
capace di afferrare la natura vera, immutabile delle cose. Così la metafisica
diviene possibile: si può conoscere Dio (anzi la sua esistenza è praticamente
evidente: per riconoscerla basta l'argomento ontologico) e si può provare
l'immortalità dell'anima. L'uomo raggiunge la perfetta felicità facendo
trionfare la potenza della ragione sugli istinti e le passioni e dedicandosi
alla contempla- zione amorosa di Dio (amor intellectualis Dei, secondo la bella
e- spressione di Spinoza). Maggiori esponenti: Le tesi razionaliste di Cartesio
sono state riprese e sviluppate da MALEBRANCHE, SPINOZA, LEIBNIZ e in parte
anche dagli illuministi e dagli idealisti. 17. Scuola empirista Fondatore: BACONE
Dottrine principali: Il punto di partenza della riflessione filosofica non è
più il problema dell’essere, bensì quello del conoscere. Mentre, però, i
filosofi continentali (Cartesio, Spinoza e Leibniz) lo affron- tano a partire
dal modello delle scienze esatte (matematica e geome- tria) e questo li conduce
ad evolvere una concezione razionalistica della conoscenza e delia realtà, i
filosofi inglesi si trovano in una temperie culturale profondamente diversa:
nel loro paese fioriscono non tanto le scienze matematiche guanto quelle
sperimentali: la bo- tanica, la chimica, l'astronomia, la meccanica, ecc. ed è
perciò logico che la loro preoccupazione sia volta alla ricerca d'una teoria
della 253 conoscenza e di un metodo di ricerca che corrispondano alle esigenze
di tali scienze. Ora, le scienze sperimentali muovono dalla costata- zione di
eventi particolari, dall'esperienza di certi fatti concreti (non da idee
astratte, da principi universali); loro obiettivo è il supera- mento dei fatti,
con la scoperta di rapporti costanti, leggi stabili, così da rendere possibile
l’anticipazione di ulteriori esperienze. La problematica epistemologica della
filosofia inglese consiste essenzialmente in questo: com'è possibile, partendo
dall'esperienza sen- sitiva risalire a leggi universali? Senonché proprio la
tesi che tutta la conoscenza procede dall'esperienza (= empirismo) li induce a
con- cludere che anche le idee astratte e le leggi scientifiche conservano la
stessa incertezza, instabilità e particolarità della conoscenza sen- sitiva. La
mente umana non afferra niente di universale e necessario. In tal modo la
metafisica diviene impossibile: nulla si può sapere intorno alla esistenza e
natura di Dio, sulla origine prima e sull'ulti- mo fine della vita umana, sulla
essenza delle cose materiali. Nep- pure in campo morale si danno norme
assolute: buono o cattivo è ciò che viene approvato o disapprovato dalla
società. Maggiori esponenti: L'empirismo è la filosofia congeniale al popolo
inglese. Nel se- colo XVII l'hanno professato Bacone, HoBBES e Locke; BERKELEY e
HUME; SPENCER e MILL; nel secolo XX RussELL, AYER, RYLE, e molti altri. 18.
Scuola illuminista Fondatore: VOLTAIRE Dottrine principali: L'illuminismo più
che una scuola o un sistema filosofico è un complesso movimento culturale,
tipico e caratterizzato da una sconfinata fiducia nella ragione umana, ritenuta
capa- ce di diradare le nebbie dell'ignoto e del mistero, che limitano e
oscurano lo spirito umano, e di rendere migliori e felici gli uomini
illuminandoli ed istruendoli. L’illuminismo è essenzialmente un an-
tropocentrismo, un atto di fede appassionato nella natura umana. È un nuovo
vangelo di progresso e di felicità. L'illuminismo predica un messianismo nuovo,
un'era nuova, in cui l’uomo vivendo in con- formità con la sua natura, sarà
perfettamente felice. I caratteri fon- damentali dell'illuminismo sono:
venerazione della scieriza, con la quale si spera di risolvere tutti i problemi
che affliggono l'umanità; empirismo: tutto ciò che sta al di là dell'esperienza
non mantiene alcun interesse e cessa di valere come problema; razionalismo:
scon- finata fiducia nella ragione, il cui potere è ritenuto illimitato; anti
254 con BECCARIA (vedasi) e GIANNONE (vedasi). Scuola idealista Fondatore: KANT
Dottrine principali: Ii credo fondamentale degli idealisti è l'affermazione del
pri- mato assoluto delia funzione conoscitiva rispetto a qualsiasi altra at-
tività (estetica, economica, tecnica, politica, religiosa, ecc.). Secondo ii
loro punto di vista il conoscere diviene un principio sussistente: la
Coscienza, il Sapere, la Ragione, lo Spirito Assoluto, l'Io puro. E,
logicamente, il principio conoscitivo non si attua come rappresen- tazione,
bensì come creazione di oggetti. Dall'attività dello Spirito traggono origine
la natura, la storia e l'umanità. Nel suo agire, lo Spirito non si propone
altro fine al di fuori di quello di realizzare pienamente se stesso acquistando
una perfetta autocoscienza. L'i- stanza dell’idealismo è già presente nel
sistema kantiano, ma Kant la sviluppò soltanto parzialmente, affermando
gratuitamente l'’esi- stenza di un mondo oggettivo, della cosa in sé, che
esiste fuori di ogni esperienza {il noumer0). Ma tale postulato era possibile a
prezzo d'una grave contraddizione: l'attribuzione del concetto di causa, il
quale secondo i princisi kantiani di per sé è applicabile solamente ai
fenomeni, anche alla cosa in sé. Ai discepoli di Kant (Fichte, Schel- ling e
Hegel) riuscì facilmente il tentativo di raggiungere l’idealismo assoluto: fu
sufficiente liberare il criticismo dall’applicazione inde- bita del principio
di causalità, trascurare la cosa in sé, e condurre alle ultime conseguenze il
cuncetto kantiano dell'Io come attività ordinatrice e unificatrice
dell'esperienza esterna ed interna. Con que- sta ultima operazione l'io da
unificatore diviene creatore di tutta la realtà; l’'autocoscienza diviene il
principio assoluto di tutto il reale e di tutto ciò che è; ogni limite al
pensiero non può essere posto che dal pensiero, e dal pensiero anche superato.
In breve, l'io penso è insieme il mondo e Dio, il fenomeno e il nowmeno, il
soggetto e l’og- getto. In tal modo ogni differenza qualitativa tra Dio e la
natura, tra l'Assoluto e la storia viene cancellata. La natura, la storia,
l'umanità non sono altro che i momenti decisivi della manifestazione dell'As-
soluto. Maggiori esponenti: L'idealismo è stato professato, anzitutto, dai tre
grandi discepoli di Kant: FIicHTE, SCHELLING e HEGEL, i quali però lo
svilupparono in modo diverso, in forma etica il primo, estetica il secondo,
logico-storica il terzo. Alla fine del se- colo XIX e all'inizio del XX
l’idealismo ebbe validi esponenti in Fran- cia (con RavaIsson, BrunscHvICG,
HAMELIN), in Inghilterra (con BrapLEY [citato da H. P. Grice] e Mc TAGGART), in
America (con Royce) e in Italia (con CROCE (vedasi) e GENTILE). 20. Scuola
volontarista Fondatore: ARTHUR SCHOPENHAUER (1788-1860) Dottrine principali:
L'esaltazione del potere della ragione che con l'Illuminismo e l'Idealismo
aveva toccato momenti di autentica follia, dopo la morte di Hegel scatenò tutta
una serie di vivaci reazioni a favore della dimensione opposta dello spirito
umano, la dimensione affettiva della volontà, delle passioni, degli istinti. Un
gruppo di filo- sofi. di grande levatura contestò l’importanza che si ascriveva
alla ragione e la sua abilità a condurre l’uomo verso la completa realiz-
zazione di se stesso, ne evidenziò i limiti di fronte ai problemi più gravi e
più profondi e l'incapacità di fornire un orientamento sicuro per l'avvenire.
Secondo il loro punto di vista ciò che conta maggior- mente nell'uomo non è la
ragione, la speculazione, la logica, la me- tafisica, bensì la volontà,
l'istinto, la fede. C'è però chi (p. es.: Nietzsche) guarda alla dimensione
volitiva dell'uomo con eniusiasmo, fiducia, ottimismo e, quindi, professa un
velontarismo fatto di coraggio, potenza, azione, un volontarismo volto al
superamento del- la condizione attuale dell'umanità e allo sviluppo di un uomo
supe- riore (super-uomo). C'è invece chi (come Schopenhauer, Kierke- gaard)
considera la situazione dell'uomo in modo pessimistico: l’uo- mo è alienato e
oppresso da un male insanabile, governato da una volontà perversa, a cui con le
sue forze non riuscirà mai a sottrarsi né potrà mai guarire. Egli potrà uscire
da questa situazione in due modi: o sopprimendo la propria individualità
(Schopenhauer) op- pure affidandosi alla grazia di Dio (Kierkegaard). 256
Maggiori esponenti: Oltre a Schopenhauer, KIERKEGAARD (1813-1855) e NIETZSCHE
(1844 1900) che abbiamo già ricordato e che sono i massimi esponenti del
volontarismo; da ricordare anche HERBART e FREUD. Scuola positivista Fondatore:
COMTE Dottrine principali: Nel secolo XIX gli scienziati moltiplicavano le loro
scoperte su aspetti della natura e dell'uomo per i quali nei secoli precedenti
la filosofia aveva cercato invano di fornire spiegazioni valide. Tutto questo
parve giustificare l’illazione che l'unica vera filosofia fosse la scienza
stessa. E questa è precisamente la tesi centrale del positi- vismo, il quale è,
pertanto, la logica conseguenza degli insuccessi della metafisica da una parte
e dei trionfi della scienza dall'altra. Il positivismo si propone di rispondere
alla istanza di estendere il dominio dell’uomo sulla natura per mezzo della
scienza, e, insieme, all'esigenza di organizzare per mezzo della scienza lo
stesso mondo umano; onde può, sotto tale aspetto, considerarsi una prosecuzione
o una riaffermazione dei motivi illuministici contro le arbitrarie co-
struzioni metafisiche e le aprioristiche filosofie della natura fiorite
nell'età romantica. Oltre che con l'illuminismo, il positivismo è im- parentato
anche con il materialismo: entrambi vedono nella materia il principio supremo,
la causa ultima di tutta la realtà. Uno degli aspetti più originali ed
interessanti del positivismo è la preoccupa- zione umanistica. Da una parte
esso si propone di liberare l’uomo da tutte le alienazioni ideologiche a cui
l'avevano precedentemente incatenato la religione e la metafisica. Dall'altra
vuole acquisire una cognizione esatta dell’uomo come essere sociale, valendosi
del metodo delle scienze sperimentali: come le scienze sono idonee a for- mulare
le leggi relative al dispiegarsi della realtà naturale, così deb- bono essere
idonee a formulare le leggi relative al dispiegarsi del mondo sociale umano.
Maggiori esponenti: Come l’illuminismo anche il positivismo, il cui termine fu
coniato da Saint-Simon e poi adottato da Comte, è un movimento filoso- fico di
portata europea, anzi, si può dire, mondiale, avendo avuto sostenitori e
seguaci in tutte le parti del mondo. Però i suoi espo- nenti più illustri
appartengono alla Francia (SAINT-SIMmon e Comte, all'Inghilterra (DARWIN,
SPENCER, MiLL), alla Germania HaEc- KEL) e all'Italia (ARDIGÒ (vedasi). Scuola
materialista-marxista Fondatore: Marx Dottrine principali: I fattori che
maggiormente concorsero alla formazione di una interpretazione materialistica
della realtà in Karl Marx furono tre: lo sviluppo della scienza, la dialettica
hegeliana e l’acuirsi dei pro- blemi economico-sociali. I trionfi riportati
dalla scienza durante il secolo XIX favorirono l'affermarsi del materialismo
perché fecero credere che l’unica spiegazione vera delle cose sia quella
scientifica, non quella religiosa o quella metafisica. Anche l’acuirsi dei
problemi economico-sociali con il progredire della civiltà industriale operò a
favore del materialismo, in quanto ben presto uomini politici, so- ciologi e
filosofi cominciarono a considerarli fondamentali, condizio- nanti rispetto a
tutti gli altri. Ma la spinta decisiva per il trionfo del materialismo la fornì
Hegel stesso con l'eliminazione della dico- tomia tra reale ed ideale, tra
realtà pensante e realtà estesa, tra spirito e materia, e con la risoluzione di
tutta la realtà nella storia. Facendo assurgere la storia a realtà assoluta,
Hegel spalancò la porta al materialismo perché, partendo da queste premesse,
era fa- cile trarre la conclusione che nello sviluppo storico pesano assai più
i fattori economici che le teorie filosofiche e religiose: i primi
costituiscono la struttura fondamentale, le seconde sono semplice- mente
sovrastrutture. Il principale artefice della « conversione » del- l'idealismo
nel materialismo fu Marx. Questi ha voluto dimostrare scientificamente che
l’esistenza or- ganizzata degli individui, ossia la società, è il risultato
della organiz- zazione dei mezzi di produzione e della loro distribuzione tra
gli uomini; ha fornito una acuta e chiara diagnosi della società mo- derna come
società basata sulla produzione e appropriazione pri- vata della ricchezza
socialmente prodotta, come società che spacca la comunità dei soggetti in
classi contrapposte, capitalisti e lavora- tori; da questa iniqua distribuzione
della ricchezza prodotta ne de- riva inevitabilmente la lotta di classe e che
questa a sua volta sfocerà nella rivoluzione dei proletari di tutto il mondo
che porterà alla fine del capitalismo e al trionfo del comunismo. Maggiori
esponenti: Il materialismo dialettico elaborato da Marx con la collaborazio- ne
di EncELS fu ripreso e sviluppato « secondo la lettera » da LENIN, STALIN e Mao;
secondo tendenze revisionistiche da GRAMSCI, MARcUSE, BLocH e GARAUDY. 258 23.
Scuola pragmatista Fondatori: JAMES e PEIRCE Dottrine principali: Il
pragmatismo è un indirizzo filosofico tipicamente americano, sorto negli Stati
Uniti alla fine del secolo scorso, ma si inquadra in quella temperie culturale
che, a cavallo del secolo, domina l’Euro- pa: la reazione al positivismo e al
materialismo positivista. Mentre in Europa la reazione viene condotta sotto
l’insegna dello spiri- tualismo, in America percorre una via nuova ed
originale, la via del successo pratico: questo viene assunto come criterio
generale nel determinare la bontà di una conoscenza, di un sistema, di una
norma di condotta. Il termine pragmatism fu coniato da PEIRCE per indicare che
la funzione del pensiero consiste precisamente nell’imporre una regola
d'azione, un comportamento, una « credenza » (belief); ne deriva che il
concetto di un oggetto si identifica con gli effetti pratici che se ne possono
trarre. Le tesi del Peirce sono state riprese ed efficacemente propagandate da
W. James nel celebre saggio Pragmatism (1907), dove il succo del nuovo
indirizzo filosofico viene così espresso: « Il metodo pragmatico con- siste
nello studio delle varie dottrine dal punto di vista delle con- seguenze
pratiche. Quale differenza ci sarebbe, in pratica, se fosse vera questa
dottrina anziché quella? Se non si può riscontrare nes- suna differenza
pratica, allora le dottrine hanno in realtà la stessa importanza e qualsiasi
discussione è superflua. Quando una discus- sione è seria, dovremmo essere
capaci di mostrare le differenze pra- tiche che devono derivare dal fatto che
una alternativa è vera e l’altra no. Tutta la funzione della filosofia è di
accertare se l'accettazione di questo o quel sistema come vero implica una
differenza nei miei o nei tuoi riguardi in un momento particolare della nostra
vita ». Maggiori esponenti: Oltre a CH. S. PEIRCE e W. JAMES, che ne sono i
fondatori, il prag- matismo è stato professato con qualche variazione da J.
DEWEY e MEAD. Alle tesi del pragmatismo hanno par- zialmente aderito anche
pensatori europei, in particolare GassET e Roy. Scuola positivista Fondatore:
WITTGENSTEIN Dottrine principali: Il neopositivismo è, essenzialmente,
l'applicazione delle teorie classiche dell’empirismo inglese all'analisi del
linguaggio. Non a caso esso si è sviluppato soprattutto nel mondo anglosassone
(Inghilterra e Stati Uniti), anche se i suoi inizi ebbero luogo a Vienna, dove
un gruppo di scienziati ebrei capeggiato da Wittgenstein e Schlick si propose
di elaborare un linguaggio scientifico rigoroso sottoposto a criteri
infallibili di verità. I motivi che hanno determinato la tra- sformazione
dell’empirismo da teoria della conoscenza in teoria del linguaggio sono due.
Primo, il convincimento che molte discussioni filosofiche siano dovute ad una
insufficiente chiarezza e precisione di linguaggio. Secondo, il desiderio di
scoprire un linguaggio univer- sale ed un criterio di significazione assoluto,
validi per tutte le disci- pline scientifiche e filosofiche. I canoni
fondamentali del neopositi- vismo, detto anche positivismo logico, sono i
seguenti: a) i problemi filosofici possono essere risolti solo con l’analisi
del linguaggio; b) so- lo le proposizioni sperimentali o fattuali, ossia le
proposizioni che sono passibili della verifica sperimentale, hanno senso; c) le
proposi- zioni della metafisica come pure quelle dell'estetica, della
religione, della morale, ecc. non hanno un contenuto, in quanto ogni contenuto
proviene dali’esperienza e, perciò, sono prive di senso. Su questi po- stulati
si fonda la tesi centrale del neopositivismo: quella della as- surdità (più
esattamente, della non-sensatezza) della metafisica, del- l'etica,
dell'estetica e della religione. Maggiori esponenti: Nella forma rigida che
abbiamo esposto il neopositivismo è stato sostenuto oltre che da Wittgenstein
(il primo Wittgenstein) e SCHLICK, anche da NEURATH, REICHENBACH, CARNAP,
RussELL e Ayer – citato da H. P. Grice. Ma, allorché si riconobbe
l'insostenibilità del principio della verifica sperimen- tale come criterio
assoluto di significanza, la corrente neopositivista si trasformò in corrente
dell'analisi del linguaggio. Questa cessa di privilegiare il linguaggio scientifico
sopra tutti gli altri e adotta come linguaggio base il linguaggio ordinario.
Quanto al criterio di significanza molti sono disposti ad accogliere quello
proposto da K. PoPPER (1902), detto criterio di falsificabilità. 25. Scuola
esistenzialista Fondatori: HEIDEGGER e KIERKEGAARD Dottrine principali: La
prima guerra mondiale mostrò la vacuità di tutti i sistemi filosofici,
dall'idealismo al volontarismo, dal positivismo al materia- lismo, mettendo in
scacco i valori da essi esaltati, e fece sentire l’ur- genza d'un rinnovamento
sostanziale della filosofia. Interprete di tale istanza di rinnovamento e, allo
stesso tempo, testimone della situazione di angoscia in cui il flagello orrendo
della guerra aveva sprofondato l'umanità è l’esistenzialismo, un movimento di
pensiero che — rifacendosi anche al pensiero di Kierkegaard — concepisce 260 la
speculazione filosofica come una minuta analisi dell'esperienza umana
quotidiana, in tutti i suoi aspeiti, teorici e pratici, indivi- duali e
sociali, istintivi ed intenzionali, ma soprattutto degli aspetti ‘irrazionali
della vita umana. I caratteri fondameniali deil’esistenzia- lismo sono i
seguenti: a) il metodo fenomenologico: questo consiste essenzialmente in uno
sforzo di chiarificagione della esperienza con- dotto non alla luce di principi
metafisici ma nell’ambito dell’espe- rienza stessa mediante l'osservazione
obiettivadella realtà così come essa si manifesta;! b) il punto di parienza
antropologico: la ri- flessione filosofica comincia dall'uomo e si incentra
sempre su di lui; c) il tentativo di integrare le dimensioni dell'uomo
comunemen- te considerate irrazionali, come gli istinti, i sentimenti e ie
passioni, in una visuale più comprensiva; d) la subordinazione dell'essenza al-
l'esistenza: l'uomo non è concepito come un essere naturale com- pletamente
configurato nella sua essenza sin dalla nascita, ma come un individuo che,
esistendo, crea la propria essenza mediante l’uso della libertà; e) i criteri
della condotta morale ron sono ricavati dal- la natura e neppure da Dio bensì
dalla storia e precisamente dalle possibilità concrete che si presentano
quotidianamente ad ognuno di noi. È autentica ossia morale la vita di coiui che
sa tradurre in atto le proprie possibilità, mentre invece è inautentica la vita
di chi le trascura. Maggiori esponenti: L'esistenzialismo attuale ha avuto i
suoi rappresentanti più iliu- stri in Germania (con HFipEGcER e Jaspers), dove
tra l'ai- tro esercitò un influsso decisivo sulla teologia, dando origine al
mo- vimento denominato teologia della crisi (BARTH, ILLICH, GocarTEN,
BuLTtMANnN [i884-1976]), e in Francia (con SARTRE, CAMus, MarczL, MERLEAU-PONTY
e LaveLLE; in Italia con ABBAGNANO (vedasi). Scuola personalista Fondatore: RENOUVIER
Dottrine principali: Il personalismo è un importante movimento filosofico
contem- poraneo che ha avuto per culla la Francia (già alla fine del secolo
scorso), ma poi ha trovato molti seguaci sia negli altri paesi eu- ropei come
in alcuni paesi dell'America sia del Nord sia del Sud. Si caratterizza per
l’attenzione che rivolge alla persona. Contro tutti quei sistemi filosofici che
trascurano la persona o facendone un mo- mento dell’Assoluto (idealismo) o
della Storia (storicismo) o della Vita (vitalismo) o della Natura
(materialismo) o subordinandola alla 1 Vedere più avanti la Scuola
fenomenologica. 261 ori religiosi (cattolici, protestanti, ebrei). Ciò spiega
come il loro discorso sulla persona si apra necessariamente verso la
Trascendenza: Dio è il Tu supremo che chiama, interpella e porta a compimento
la progettualità umana tesa all'infinito. Maggiori esponenti: Tra i cattolici:
RENOUVIER, MOUNIER, J. QuiLEes, R. GUARDINI (1885-1968); tra i protestanti: RiCOEUR,
BRIGHTMAN; tra gli ebrei BuUBER e LÉvInAs. Scuola spiritualista Origine: È un
vasto movimento di pensiero che si sviluppa in Europa (in particolare in
Francia, Italia e Germania) negli ultimi decenni del- l'’Ottocento e nei primi
del Novecento in contrapposizione al positi- vismo, allo scientismo e al
materialismo. 4 Dottrine principali: Lo spiritualismo accoglie nelle sue file
pensatori di svariate ten- denze che hanno in comune tra di loro tre cose: a)
il rifiuto del ma- terialismo positivista e scientista che aveva dominato la
scena cul- turale europea; b) la riaf- 262 fermazione del primato della
dimensione spirituale su quella ma- teriale della realtà; c) la critica della
concezione positivista delle conoscenze che aveva identificato scienza e
ragione e, allo stesso tempo, assolutizzato i poteri della scienza. Denunciando
le assurde pretese scientiste del positivismo, gli spiritualisti riaprono la
porta alla riflessione metafisica. Questa però viene realizzata in svariati
modi: secondo il modo più interioristico ed antropologico di Agosti- no, oppure
secondo il modo più oggettivo ed ontologico di san Tom- maso, oppure secondo il
modo trascendentale di matrice kantiana, oppure secondo il modo dialettico di
ispirazione pascaliana, ecc. Così si è avuto lo sviluppo di uno spiritualismo
agostiniano (con Blondel, Lavelle, Sciacca, Lazzarini, Guzzo); di uno
spiritualismo neoscolastico o neotomistico (Gilson, Maritain, Masnovo, Fabro,
Bontadini); di uno spiritualismo neokantiano (Lotze, Rickert, Ca- rabellese,
Martinetti). Divisi nelle vie da percorrere gli spiritualisti si trovano però
uniti nel traguardo finale: la riaffermazione di Dio quale centro spirituale
dell'universo, principio primo del possente dinamismo insito nell'uomo e nelle
cose, valore supremo che assi- cura un solido fondamento a tutti gli altri
valori (morali, religiosi, sociali, personali) in particolare al valore
assoluto della persona. Maggiori esponenti: Tra i primi e principali esponenti
dello spiritualismo, oltre i nomi di cui abbiamo riferito sopra, occorre
ricordare RAVAISSON, RENOUVIER, LACHELIER, E. BouTRoux, che, in certo modo,
possono anche dirsi fon- datori di questo movimento. 28. Scuola di Francoforte
Fondatore: M. HoRKHEIMER (1895-1973), che è stato il principale ani- matore
dell'indirizzo di pensiero che ebbe nell'Institut fiir Sozial- forschung (Istituto
per la ricerca sociale) di Francoforte il suo cen- tro di irradiazione. Storia
e dottrine princi pali: L'Istituto, fondato e diretto da Griinberg, fu do-
minato poi dalla personalità di Horkheimer, che fu chiamato a di- rigerlo nel
1931. Horkheimer diede notevole impulso agli studi del- l’Istituto,
proponendosi di promuovere la elaborazione di una « teo- ria della società
esistente considerata come un tutto », avvalendosi di una ricerca
interdisciplinare che contava soprattutto sull’apporto oltre che della
filosofia, della psicanalisi, della antropologia, della sociologia. Nasce la
rivista Zeitschrift fiir Sozialforschung (Rivista per la ricerca sociale), come
organo ufficiale dell'Istituto. Questo, nel 1933, a causa dell'avvento del
nazismo che ne aveva de- cretato la soppressione, fu trasferito prima a Parigi
e successiva- 263 movimento di pensiero che, nello studio della realtà, assegna
il primato alle strutture anziché ai contenuti. Dello strutturalismo si danno
due versioni principali, guella lingui- stica e quella filosofica. Fondatore
delia prima è F. De Saussure, della seconda C. Lévi-Sirauss. Poiché la versione
filosofica dipende stret- tamente da quella linguistica, si può coglierne il
significato soltanto tenendo presenti le tesi basilari di quest'ultima, che
sono le se- guenti: nello studio strutturalistico di una lingua i isrmini non
vanno trattati come entità indipendenti ma vanno considerati nelle loro
reciproche relazioni, cioè l’analisi deve basarsi sulle relazioni fra i
termini; la lingua va vista come un sistema, mostrande che ci sono sistemi
fonologici concreti e scoprendo le loro strutture; in- fine si cerca di
arrivare, sia con l’induzione sia con la deduzione, alla conoscenza di leggi
generali e a formulare relazioni necessarie. Dal campo della linguistica
Lévi-Strauss ha trasferito lo strutturalismo allo studio generalizzato
dell’uomo e della società, ritenendo di poter trattare i membri della società
alla stregua dei singoli termini di 264 logia, dalla macchina, e si vede sempre
più gravemente lesa nella sua libertà e nella sua autonomia. Ciò che è accaduto,
secondo ‘Foucauli, è la morte dell’uomo; e, in effetti, più che la « morte di
Dio », lo strutturalismo « annuncia la fine del suo uccisore l'assoluta
dispersione dell’uomo ». Maggiori esponenti: I maggiori rappresentanti dello
strutturalismo sono: LÉvI- STRAUSS che
concepisce l'antropologia strutturale come inven- tario delle possibilità
inconsce da cui emergono le strutture proprie di una società; FoucauLT,
studioso dell’epistema, ossia del- l’a priori storico di alcuni periodi della
civiltà occidentale. 30. Scuola fenomenologica Fondatore: EDMUND HussERL
(1859-1938) Dottrine principali: Come suggerisce il termine « fenomenologia » —
che è quello che dà il nome a questa scuola — lo studio dei fenomeni
costituisce l’obiettivo primo e principale della filosofia secondo Husserl e i
suoi seguaci. Senonché il loro concetto di fenomeno ha ben poco in co- mune con
il classico concetto kantiano, il quale rimanda necessaria- mente alla « cosa
in sé », il noumeno. Secondo Husser! il fenomeno è il dato immediato ed ultimo,
e la questione della cosa in sé non si pone neppure. Il fenomeno, si potrebbe
dire, è la cosa in sé, e in effetti per Husserl e per i suoi seguaci studiare i
fenomeni significa studiare la realtà quale essa si offre alla intelligenza al
fine di evi- denziarne i contenuti essenziali. Per quesio è essenziale l’epoché
(termine greco che significa « sospensione », « messa in parentesi »): vale a
dire la sospensione di qualsiasi conoscenza previa intorno ai fenomeno preso in
esame, compreso il presupposto deila coscienza naturale che al di là del mondo
conosciuto (mondo eidetico, dei significati) esista anche un mondo esterno. Il
metodo fenomenologico — di cui Husserl fu il geniale inven- tore — fu accolto
con entusiasmo e fu ampiamente utilizzato da 265 molti filosofi del sec. XX,
soprattutto dagli esistenzialisti, ma anche dai personalisti, dagli
psicanalisti, dagli analisti del linguaggio, da- gli antropologi, dai
sociologi, dai filosofi della religione, ecc., i quali, però si appropriarono
della teoria husserliana con una buona dose di libertà, depurandola quasi
sempre da quella venatura idea- listica che c'era in Husserl. Della
fenomenologia salvaguardarono i due canoni fondamentali: l'epoché (cioè
sospensione di ogni cono- scenza o precomprensione di ciò che costituisce
oggetto di studio) e intenzionalità (che è il riconoscimento del carattere
essenzialmente referenziale della coscienza e dei suoi contenuti), mentre
lasciarono cadere gli altri elementi che avevano condotto Husserl sui sentieri
dell'idealismo e del solipsismo. ; Maggiori esponenti: L'indirizzo
fenomenologico ha avuto un largo seguito, e l’uso del metodo fenomenologico ha
consentito a numerosi pensatori di conseguire importanti risultati: a SCHELER di
esplorare il mondo dei valori; a HEIDEGGER il mondo dell’esistenza; a
MERLEAU-PONTY il mondo del corpo; a WITTGENSTEIN il mondo del linguaggio; a
RICoEUR il mondo del simbolismo religioso; a LÉvINAS il mondo dell'altro; a MARCEL il mondo della
fede, della speranza e della carità; a SARTRE il mondo della libertà; a GADAMER il mon- do della storia. Scuola epistemologica
Una vera e propria scuola! che porti questo nome non è mai esi- stita e non
esiste. Nella storia della filosofia invece si registra forte attenzione a
numerosi problemi della conoscenza come la natura, i fondamenti, i limiti e le
condizioni di validità del sapere scientifico nei vari campi delle scienze; ciò
è avvenuto soprattutto a partire da Cartesio e con maggior impegno nell'ultimo
secolo. Tale attenzione è il tratto comune di tutto il pensiero moderno ed è
ciò che lo di- stingue dal pensiero antico e medioevale. Mentre questo aveva un
orientamento marcatamente metafisico, il pensiero moderno ha pre- so un
orientamento marcatamente gnoseologico o epistemologico: la discussione
fondamentale e principale riguarda il conoscere e non più l'essere. Da questo
indirizzo generale e comune si distaccano sva- P ! Per avere una scuola non
basta un bel tema. La metafisica e l'etica, per esempio, sono temi bellissimi
eppure non esistono né una scuola metafisica né una scuola etica. Perché si dia
una scuola occorre anzitutto un maestro e poi un discreto numero di discepoli
che per qualche tempo ne abbiano ripreso il pensiero. Sui grandi temi (e questo
è anche il caso dell’epistemologia) sono state proposte, come è detto sopra,
svariate interpretazioni ed elaborazioni da parte di numerosi maestri insigni
che pertanto hanno dato luogo a molte scuole, non ad un'unica scuola. 266 riate
ramificazioni: la scuola razionalista (con Cartesio, Spinoza e Malebranche) nel
secolo XVII; la scuola empirista (con Locke, Berkeley e Hume); la scuola
illuminista (con Voltaire, Rousseau, Lessing) e la scuola criticista (con Kant)
nel secolo XVII; la scuola positivista (con Comte e Spencer) nel secolo XIX; la
scuola neopo- sitivista o neoempirista (con Carnap, Popper, Wittgenstein,
Russell, Ayer) nel secolo XX. I recenti sviluppi della riflessione epistemo-
logica (di Bachelard, Popper, Kuhn, Agazzi) ha fruttato un ridimen- sionamento
delle pretese della scienza e ha rimesso in luce questio- ni preliminari sulla
natura stessa del conoscere e del soggetto che svolge l’attività scientifica
che debordano i confini dell’epistemolo- gia e invadono il terreno della
metafisica. 32. | « Nuovi Filosofi » Non rappresentano una scuola nel senso
proprio del termine, ma rappresentano sicuramente una delle correnti‘ di
pensiero più indicative della crisi. della coscienza contemporanea. Giovani
intel- lettuali marxisti, ‘protagonisti del maggio 1968 in Francia, sono
diventati progressivamente assertori di una critica radicale alla complessità
teorica e pratica del marxismo nelle .sue formulazioni di principio e nelle sue
attuazioni storiche. Le ragioni di questa crisi profonda nei confronti del
marxismo sono state provocate soprattutto dalle tragiche vicende degli
intellet- tuali sovietici del dissenso e dalla pubblicazione di Arcipelago
Gulag (1978) di A. Solzenicyn. Maggiori esponenti: JAMBET, LARDREAU, BENOIST, Dottè,
GUERIN, LEvy, GLUCKSMANN. Kk xk Abbiamo presentato i sistemi principali delle
filosofie occiden- tali. Il motivo di questo è dato dal fatto che « soltanto
gli occidentali, a partire dal popolo greco, sono riusciti a mettere a punto
gli stru- menti concettuali (la logica, la dialettica, il puro ragionamento)
che sono necessari per elevare la filosofia dal livello elementare a quello
scientifico. Infatti, anche nelle altre culture, specialmente in quelle
derivanti dalle grandi civiltà mediorientali ed orientali, elementi fi- losofici
appaiono in contesti di carattere prevalentemente religioso e pertanto non
possono essere definiti “filosofia” in senso scientifico 267 vero e proprio ».!
Altrettando non si puè dire delia filosofia islamica, la quale approfondì e
Sviluppo la filosofia scolastica prima ancora che essa si sviluppasse in
Europa. I massimi rappresentanti della filo- sofia islamica sono AVICENNA, nato
nell'Asia centrale e morto duranie una campagna militare; AVERROÈ, nato a
Cordova, in Spagna, nel 1126 e morto nel 1198. Anche nel mondo ebraico si di-
stinsero, rel Medioevo, due filosofi che hanno tentato di approfon- dire le più
importanti verità della fede, servendosi anche delia spe- culazione
aristotelica e neoplatonica: AVICEBRON, nato a Malaga, in Spagna, verso il 1820
e morto a Valencia fra il 1058 e il 1069; MAIMONIDE, nato a Cordova e morto a
Il Cairo. Naturalmente, alla suddivisione delle Scuole illustrate nel pre-
sente volume, specie per quanto riguarda quelle degli ultirni se- coli, si
possono fare delle obiezioni. Non è possibile seguire un cri- terio rigido e
uniforme. Molti filosofi appaiono in più di una Scuola, sia per l'evoluzione
del loro pensiero che per i, multiformi contributi dati da numerosi filosofi a
più di un indirizzo filosofico. Per questo, è utile consultare la ZII Parte,
che presenta le schede dei maggiori filosofi, dall'antichità ad oggi. MONDIN I
PRINCIPALI FILOSOFI" ABBAGNANO (vedasi) Filosofo italiano, nato a Salerno,
è allievo di Aliotta e docente in varie università. Distaccatosi
dall’idealismo, in Italia fu tra i pri- mi a cogliere e segnalare l’importanza
della nuova prospettiva esi- stenziale nello studio della realtà, che proveniva
dalla Germania e dalla Francia, propugnando, peraltro, una sorta di
esistenzialismo positivo, in contrapposizione a quello essenzialmente negativo
di Heidegger, Jaspers, Sartre. Successivamente, dopo il 1945, approfon- dendo
il pragmatismo e lo strumentalismo anglo-americano, divenne assertore convinto
di una concezione del mondo che, pur afferman- do la dignità assoluta della
persona e dei suoi diritti, allo stesso tempo riconosce apertamente i limiti
della ragione umana, la quale deve rifuggire ogni tentazione di onniscienza ed
onnipotenza e col- tivare la via del « limite ». Opere principali: La struttura
dell’esistenza; Introduzione all'esistenzialismo; Esistenzialismo positivo
(1948); Storia della filosofia; Possibilità e libertà; Di- zionario di
filosofia. Abelardo Pietro Filosofo nato a Nantes, fu una mente enciclo- pedica
e un dialettico formidabile. Discepolo a ‘Parigi di Roscellino (nominalista) e
di Guglielmo di Champeaux (ultrarealista), ben pre- sto prese posizione contro
i suoi maestri, aprendo nuove strade sia in filosofia (con la teoria del
realismo moderato), sia in teologia (col metodo dialettico del sic et non). Fu
maestro prima di dialettica e successivamente di teologia a Parigi (nella
scuola di Notre Dame * In questa Parte terza vengono presentate le schede dei
filosofi delle grandi Scuole del periodo antico, medioevale e moderno; un
maggior sviluppo è riservato ai filosofi dell’epoca contemporanea. Le date di
nascita e morte di gran parte dei filosofi dell'antichità, per mancanza di dati
precisi, si devono ritenere approssimative. e nel monastero di san Vittore)
ottenendo grande successo tra la folla dei suoi auditori. Ma incappò in due
grossi infortuni: quello sentimentale a causa del suo sventurato amore per la
sua giovane allieva Eloisa che aveva sposato in segreto e che gli costò
l’evira- zione e la chiusura in convento a Chalons sur Saòne fino alla morte;
quello dottrinale che gli attirò la condanna dei concili di Soissons e di Sens.
In teologia la tendenza di Abelardo è razio- nalistica: mira a sottoporre
all'analisi critica della ragione anche le verità di fede. In filosofia hanno
avuto vasta risonanza la sua so- luzione del problema degli universali secondo
la linea del realismo moderato, e la dottrina della buona intenzione quale
criterio unico della bontà di un'azione. Opere principali: Dialectica; De
unitate et trinitate divina (in cui tenta di accostare le tre persone della
Trinità alla triade neoplatonica Uno, Mente, Anima); Nostrorum petitioni
sociorum; Ethica seu liber scito teipsum; Ingredientibus. A carattere teologico
scrisse, tra l’al- tro: Introductio ad theologiam, Theologia christiana. Adler È
annoverato” tra È ‘tapiscuola dell’è ‘austromarxismo », la nuova scuola nata
‘da’ una « Comunità spirituale », frantumatasi, nel 1914, per le divergenze
sorte in merito alla valutazione del problema della partecipazione alla guerra,
dei nazionalismi e dei caratteri della rivo- luzione bolscevica. i Questione
primaria dell’austromarxismo è la fondazione dei va- lori del socialismo e la
verifica di quanta scienza sia presente nel marxismo o quanto meno derivabile
da esso. La sua riflessione è polarizzata su tre questioni fondamentali: a) il
concetto di pro- gresso; b) l'interrogativo circa l’interpretazione del
materialismo; c) il carattere metafisico e metodologico della dialettica. Opere
principali: l'opera nella quale Adler elabora le linee fonda- mentali della sua
riflessione è Problemi marxisti; altre sue opere sono: La condizione dello
Stato nel marxismo; Democrazia e consigli operai; Socialismo e intellettuali.
Adorno Filosofo, nasce a Francoforte, dove visse e lavorò sino all'avvento del
nazismo, quando si trasferì negli U.S.A. insieme ad Horkheimer. Tornato in
Germania, divenne condirettore dell'Istituto per le Ricerche Sociali, la famosa
Scuola di Francoforte, che era stata fondata nel 1924, e venne diretta da
Horkheimer, di cui Adorno fu sempre il più sti‘etto collaboratore. Insieme a
questi curò la stesura delle due opere fondamentali: Dialettica
dell'Illuminismo e Lezioni di sociologia. Da marxista pienamente convinto,
quale fu sino agli anni ‘’40, divenne un critico preciso del pensiero di Marx,
sia come ideologia che come filosofia, impegnandosi, soprattutto negli ultimi
anni, ad 270 analizzare criticamente i miti del progresso ed il loro sviluppo
nelle società capitaliste avanzate. Nel contempo, come studioso della filosofia
della musica, di cui può dirsi fondatore, indicò nell'arte il mezzo per
riproporre in modo continuo la dimensione utopica per la risoluzione della
crisi culturale moderna. Opere principali: Dialettica dell'illuminismo; Lezioni
di sociologia; Personalità autoritaria; Minima moralia; Tre studi su Hegel;
Dialettica negativa. Come musicologo è notevole La filosofia della musica
moderna; In- troduzione alla sociologia della musica. È uscita po- stuma ed
incompleta la sua Teoria estetica. Agostino di IpponaNato a Tagaste
(nell'attuale Algeria) da madre cristiana (la futura santa Monica), si dedicò a
studi letterari e filosofici e poi all’insegna- mento. Aderì in epoche diverse
a filosofie diverse. Passò a Roma e poi a Milano: qui, anche per l’incontro con
sant'Ambrogio, si con- vertì al cristianesimo e ricevette il battesimo. Tornato
in Africa, di- venne prete e poi vescovo di Ippona. Morì nel 430. Scrisse molte
opere su svariati argomenti di interesse filosofico e teologico. Sant'Agostino
è il massimo esponente della filosofia cristiana du- rante il periodo
patristico. Egli ha operato una sintesi armoniosa di cristianesimo e di
neoplatonismo. Egli dà alla sua filosofia una netta impostazione interioristica
(« la verità abita nell'uomo interiore ») ed è essenzialmente attraverso
l’interiorità umana che egli ascende a Dio. Nell'uomo, che è mutevole — osserva
Agostino —, vi è la verità, che è immutabile: in ultima analisi, Dio è la
Verità che si fa riconoscere nel cuore dell'uomo. Al problema se l'uomo possa conoscere
la verità Agostino rispon- de con una serrata critica dello scetticismo,
dimostrando che l'uomo conosce con certezza alcune verità. La conoscenza delle
verità eterne, che è il vertice della conoscenza intellettiva, ha luogo
attraverso la illuminazione divina. Il linguaggio ha funzione strumentale: la
pa- rola serve per comunicare le idee. Momento centrale della sua riflessione è
il tema della creazione del mondo messo in rapporto al problema dell'eternità e
del tempo. Il tempo per Agostino è una dimensione propria dell'animo umano, è
la durata di una natura finita che ha bisogno di tappe successive e continue
per realizzarsi. Il tempo è un presente che passa, l'eternità, invece, è un
presente che non passa. La mente è la misura del tempo: 1) la memoria è il
presente del passato; l'intuizione è il presente del presente; 3) l'attesa è il
presente del futuro. Il mondo è stato creato da Dio nella sua intierezza, sin
dall'inizio, con tutte quelle virtualità, che si sarebbero venute sviluppando
nel- la storia (ragioni seminali). Inoltre, nell'affrontare il problema del
male, comune alla tradizio- 271 ne del neoplatonismo, afferma che il male non
deriva da Dio, ma dalle creature, in quanto non è una realtà positiva, ma una
privazio- ne della realtà. Contro il manicheismo sostiene la libertà dell'uomo,
contro il pelagianesimo il valore della grazia. La centralità riservata da
Agostino all'interiorità dell'uomo fa sì che nel suo pensiero il problema
dell'anima acquisti una particolare incidenza. Per Agostino l’uomo è « un'anima
ragionevole che si serve di un corpo mortale terrestre ». Gli argomenti per
dimostrare la spi- ritualità e l'immortalità dell'anima sono: 1) o l’anima
esplica la sua attività (volere, pensare, dubitare, ecc.) senza il corpo e
allora è spi- rituale, o ha sempre bisogno «del corpo e allora è materiale.
(C'è un caso in cui l'anima non ha bisogno del corpo ed è quando conosce se
stessa come sostanza che vive, ricorda e vuole, ecc.; la prova del-
l'immortalità è di ispirazione platonica: l’anima si trova in continua
relazione con la verità; vi è pertanto un'intima unione tra la mente che
contempla la verità e la verità che è contemplata. Con Agostino ha inoltre
origine nel pensiero occidentale una vera e propria teologia della storia,
innestata su una nuova filosofia della storia, ben diversa da quella del mondo
classico. La storia non è più concepita come un susseguirsi di cicli che si
ripetono periodicamen- te, ma un cammino in linea retta che sale dalla terra al
cielo. Lo svolgersi della storia è la lotta tra la città terrena e quella
celeste. La storia è divisa in tre grandi periodi (l'origine, il passato, il
fu- ‘turo) rischiarati dalla luce della Rivelazione cristiana. Infine, per
Agostino, i rapporti fra la « città celeste » (o Chiesa) e la « città terreno »
(o mondo) sono chiariti ricorrendo alla dialettica dei due amori: l’amore di
Dio; l’amore di sé. Opere principali: Contra academicos; De beata vita; De
ordine; Soliloquia; De immortalitate animae; De libero arbitrio; De vera
religione; Con- fessiones; De Trinitate; De civitate Dei. Alberto Magno Filosofo
Fece i suoi studi a Bologna e a Padova e entrò nell'ordine domenicano. Insegnò
teologia a Parigi e poi a Colonia, dove morì. A Parigi ebbe come allievo
Tommaso d'Aquino. Fu uno dei primi pensatori medievali a valorizzare la filo-
sofia e la scienza aristotelica, dichiarandola compatibile con la fede
cristiana; ne raccomandò l'assunzione da parte della Chiesa e diede egli stesso
l'esempio di ome si poteva utilizzare le dottrine scientifi- che e metafisiche
di Aristotele a vantaggio del cristianesimo. A tal fine cercò di liberare il
pensiero del filosofo greco dalle distorsioni che gli aveva procurato
l’interpretazione di Averroè. In tal modo egli spianò la strada al discepolo
Tommaso d'Aquino, che riuscì ad operare 272 quella grande sintesi del pensiero
aristotelico con la rivelazione cri- stiana, che costituisce una delle massime
conquiste del Medioevo. Opere principali: Commentari alle opere di Aristotele;
Tractatus de natura boni; Summa de creaturis; commento alle Sentenze di Pietro
Lombardo; Summa theologiae. Althusser Filosofo, nato ad Algeri e discepolo di
Bachelard, ha insegnato a lungo all’« École Normale Superieure » di Parigi sino
a quando fu colpito da una malattia mentale. Appartiene con Bloch e Garaudy al
neomarxismo francese. Egli ritiene che la dialettica hegeliana sia funzionale
in ordine alla prassi marxiana, leninista e maoista e pertanto vada o abbando-
nata o ridefinita; asserisce, inoltre, che in Marx è presente una « rottura
epistemologica » tra la nozione fondamentale di « modo di produzione » e
l'umanesimo degli scritti giovanili. Assume, pertanto, il metodo strutturale
come chiave di lettura dei testi marxiani con soluzioni opposte a Bloch e a
Garaudy. Egli nega infatti che nelle opere giovanili di Marx esista la
prospettiva di un « umanesimo socialista », attribuendo al concetto di
umanesimo una valenza ideologica e al concetto di socialismo una valenza scien-
tifica. Marx, secondo Althusser, si è impegnato in un affrancamento dai
pregiudizi filosofici e, anche se non ha eliminato l'ideologia, ha creato le condizioni
storiche per conoscerla, ponendosi così da un punto di vista scientifico.
L'approccio scientifico all'ideologia avreb- be pertanto costituito il vero
merito di Marx e del marxismo. Opere principali: Per Marx e Leggere il «
Capitale » (scritto con i suoi allievi); Lenin e la filosofia, Umanesimo e
stalinismo, Elementi di autocritica. Anassagora Originario di Clazomene, in
Asia Minore, introdusse la filosofia ad Atene. Fu filosofo e scienziato. Ad
Atene divenne maestro di Pe- ricle. Imprigionato a causa delle sue teorie
astronomiche, fu liberato per intercessione di Pericle e morì in esilio. Anche
per Anassagora, come per Democrito, l'essere è costituito da atomi
qualitativamente diversi, le « omeomerie ». La diversità dei corpi è data dal
prevalere di determinate omeomerie. Per primo Anassagora pone come causa del
divenire una Mente Suprema (Nous), principio ordinatore delle cose. Così egli
supera la spiega- zione naturalistica dell'universo ed apre orizzonti nuovi al
pensiero greco. Della sua opera Sulla natura rimangono 12 frammenti.
Anassimandro filosofo di Mileto. Successe a Talete nella guida della Scuola
ionica. Pone come principio primo di tutte le cose qualcosa di indeterminato
(àpeiron). Il suo eterno 273 movimento determina nella materia, per
separazione, i contrari. L'àpeiron (infinito) di Anassimandro è un concetto
nuovo e importan- tante perché introduce elementi metafisici, che trascendono
cioè le co- se « finite ». Della sua opera Della natura rimane un solo
frammento. Anassimene (585-528 a.C.) Nacque a Mileto, come Talete e
Anassimandro, di cui fu disce- polo. Ripone il principio primo nell'aria, che è
eterna e in continuo movimento, rifiutando così il concetto dell’àpeiron del
suo maestro Anassimandro. È l’espressione più compiuta della filosofia ionica.
Della sua opera Sulla natura rimane un solo frammento. Aosta Nato ad Aosta
entrò, adolescente, nell'abbazia benedettina di Bec, in Normandia, nel 1086 ne
divenne abate. Una decina d'anni più tardi fu nominato vescovo di Canterbury in
Inghilterra. Anselmo è il massimo pensatore cristiano del secolo XI e dà
l’avvio alla rinascita del pensiero filosofico e teologico medioevale. Egli
studia, tra l'altro, due problemi di fondamentale importanza per la filosofia
cristiana: il problema dei rapporti tra fede e ragione che risolve secondo la
linea dell'armonia nella sottomissione della ragio- ne alla fede e il problema
della esistenza di Dio, che risolve con la celebre prova ontologica (movendo
cioè dal concetto che Dio è l’esse- re massimo che si possa concepire: id cuius
maius cogitari nequit). Opere principali: Monologion; Proslogion; Cur Deus
homo; De veritate; De grammatico. ARDIGÒ (vedasi) Nato a Casteldidone
(Cremona), mentre compiva gli studi classici a Mantova si sentì chiamato alla
vocazione sacerdotale. Venne ordi- nato prete a Mantova, dove fu nominato
canonico della cattedrale nel 1863. Dopo un lungo periodo di crisi, abbandonò
il sacerdozio. Fu chiamato alla cattedra di storia del- la filosofia nella
università di Padova. Ricoprì tale incarico per quasi 30 anni. Morì suicida a
Mantova dove si era ritirato. Ardigò fu il più illustre rappresentante del
positivismo in Italia. Rifacendosi a Spencer, Ardigò insegna che tutta la
realtà è una « for- mazione naturale » che va dal sistema solare alle più
elevate espres- sioni del pensiero umano; pertanto egli considera la vita
psichica quella che rivela nel modo più singolare la vita stessa dell'universo.
Secondo Ardigò la differenza tra l’uomo e l'animale è soprattutto organica.
Nell'uomo la più perfetta organizzazione del sistema rer- voso e specialmente
del cervello, consente uno sviluppo psichico più perfetto. Tutta la realtà è
omogenea; perciò non esiste l’inconosci- bile (Dio) ma soltanto l'ignoto.
Quindi non esiste trascendenza ma pura e assoluta immanenza, per cui non si
possono superare i confini della coscienza o del mondo umano. 274 Opere
principali: La psicologia come scienza positiva {1870); La motale dei
positivisti; Relatività della logica umana; Il fatto psicologico della
percezione; Sociologia; La scienza dell'educazione; L'unità della coscienza
(1898). Aristotele (384-322 a.C.) Nato a Stagira (Tracia), visse ‘soprattutto
ad Atene; fu discepolo di Platone e precettore di Alessandro Magno; fondò ad
Atene il « Li- ceo » o Scuola peripatetica (335). Insieme a Platone, Aristotele
è la figura dominante della storia della filosofia, dall'antichità sino al-
l'epoca moderna. Ha scritto su moltissimi argomenti: sulle scienze, sulla
logica, sulla filosofia. Mentre Platone preferisce il dialogo, Aristotele usa
il trattato filosofico come espressione del suo pensiero. È il creatore della
logica, cioè dello studio sistematico dei concetti e dei loro rapporti. Nel
campo del ragionamento propone due metodi: la deduzione e.l’induzione. | ‘«
Afistotele sostiene che la'scienza:è superiore all'esperienza, per- tte
la*scienza è conoscenza medi nte lepanse. Là Metafisica è l’opera if cui i
Aristotele : si occupa dei ‘principi. ‘primi delle cose. La verità prima e
fondamentale è il principio. di non-contraddizione, principio noto, assoluto, indimostrabile.
Quanto al costitutivo essenziale delle cose, Aristotele rifiuta la teoria
platonica delle Idee perché essa, a suo avviso, non spiega né l'essenza delle
cose, né il loro divenire, né il loro rapporto con le Idee, né in che modo
l’uomo le possa conoscere. La spiegazione della realtà va ricercata nella
realtà stessa, costituita di sostanze e di ac- cidenti ed i cui elementi
costitutivi sono la materia e la forma. Materia e forma esistono soltanto
insieme (« sinolo »): alla sostanza la forma conferisce i caratteri specifici;
la materia conferisce le ca- ratteristiche individuali. Attraverso
un'approfondita analisi del divenire, Aristotele giunge alla scoperta delle
nozioni di potenza e di atto. È la « potenza » che rende possibile il divenire.
Il divenire delle cose deriva dal passaggio della potenza all'atto. Solo Dio è
Atto puro, unico, eterno. L'uomo, come tutti gli esseri, è costituito di
materia e forma: la materia è il corpo, la forma l’anima che ha tre funzioni:
vegetativa, sensitiva e intellettiva. La conoscenza umana ha come sua prima
sorgente l’espe- rienza sensitiva. Secondo Aristotele la felicità dell’uomo
consiste nel- l'attività della ragione mediante l'esercizio delle virtù
dianoetiche o dell'intelletto e le virtù morali. Per lui lo Stato ha origine
naturale e non convenzionale; esso deve facilitare la completa realizzazione
delle capacità umane. Esistono tre forme di costituzioni giuste (monarchia,
aristocrazia, repubblica) e tre forme ingiuste (tirannia, oligarchia, «
democrazia ». L'estetica di Aristotele è una filosofia dell’arte, cioè
un'attività che mira a produrre una cosa bella. La funzione dell’arte è
duplice: pedagogica e catartica (cioè di purificazione teoretica delle
passioni). Aristotele ha realizzato una grandiosa costruzione filosofica i cui
elementi fondamentali sono: efficace metodo di ricerca (logica) e forma
espositiva; analisi acuta degli elementi costitutivi del mondo fisico; visione
realistica del mondo e dell’uomo; concezione alta (per i tempi) della
trascendenza di Dio. Elementi caduchi sono invece: inadeguata analisi della
natura; mancato riconoscimento della causa efficiente del mondo; eternità della
materia; concezione di Dio come motore immobile; dualismo di fondo del sistema.
Opere principali: Metafisica; Fisica; Etica nicomachea; Politica; De anima;
Poetica. i Averroè (il suo nome arabo è Ibn Rushd) Filosofo e scienziato arabo
spagnolo, nacque a Cordoba, e di quella città fu anche per vari anni gadì
(giudice). Genio polivalente operò in molti campi: teologia, diritto, medi-
cina, matematica, astronomia e filosofia. Ma egli è ricordato soprat- tutto come
commentatore di Aristotele, tanto che è chiamato « il commentatore » per
antonomasia: « Averrois che '1 gran commento feo », dice Dante nella Divina
Commedia. Averroè contribuì in modo determinante alla diffusione del pensiero
di Aristotele tra gli scola- stici cristiani. L'interpretazione letterale delle
opere di Aristotele operata da Averroè lo poneva spesso in contrasto con alcune
dottrine fondamentali del cristianesimo. Per questo fu criticata da Alberto
Magno e san Tommaso, i quali promossero una nuova interpreta- zione che si
armonizzava più facilmente con la loro fede. Di religione musulmana, Averroè
pone invece una netta separazione tra fede re- ligiosa e pensiero filosofico.
Opere principali: Commentari (grande, medio, piccolo) alle opere di Aristotele;
La distruzione della distruzione; Esposi- zione dei metodi di dimostrazione
relativi ai dogmi della religione. Avicenna (il suo nome arabo è Ibn Sina) Filosofo
e scienziato persiano, nacque a Bukara nell'Asia centrale (Uzbekistan). Ragazzo
prodigio acquistò una cultura enciclopedica. Si affermò soprattutto come medico
e come filosofo. A 17 anni era già un medico famoso e durante il Medioevo, in
Europa, egli godeva più fama come medico che come filosofo. Per quanto concerne
la filosofia, Avicenna è il massimo rappresen- tante della filosofia araba. Su
una base sostanzialmente neoplatonica e utilizzando ampiamente le categorie
metafisiche di Aristotele (ma- teria-forma, atto-potenza, sostanza-accidenti,
ecc.) egli creò una im- 276 ponente sintesi tra il pensiero religioso musulmano
e il pensiero filo- sofico greco. Opere principali: della sua prodigiosa
produzione letteraria che venne molto diffusa nell'Occidente cristiano, sono
noti soprattutto: il breve Najat (un compendio di metafisica); il voluminoso
Chifa (conosciuto dai medioevali sotto il titolo di Liber sufficientiae: un'o-
pera che comprende trattati sulla logica, la fisica, la matematica, la psicologia
e la metafisica); il Canone (una grande enciclopedia me- dica in cinque libri);
Direttive e rilievi; Libro di scienza. Bachelard Epistemologo francese, nato a
Bar sur Aube, insegnante per molti anni alla Sorbona di Parigi; come
rappresentante del raziona- lismo scientifico è impegnato a chiarire il senso
dell’opus rationale che costituisce la scienza. Egli si oppone sia al positivismo
che allo spiritualismo. Nella sua gnoseologia Bachelard pone la coppia
esperienza-ragione alla base di tutta la conoscenza umana. L’elemen- to teorico
però svolge il ruolo direttivo. Il procedimento scientifico si configura come «
realizzante », cioè come realizzazione del razionale e del matematico. La
posizione filosofica di Bachelard potrebbe essere definita co- me un «
razionalismo applicato », in cui primeggia la direttrice che va dalla ragione
all'esperienza e che corrisponde alla supremazia della fisica-matematica. Come
Gadamer e Popper, anche Bachelard ritiene che l'osservazione scientifica si
realizza sempre muovendo da una teoria precedente e preparatrice e non
viceversa. Opere principali: I! valore intuitivo della relatività; Il nuo- vo
spirito scientifico; La formazione dello spirito scientifico; Il razionalismo
applicato (1949); Il materialismo razionale (1953). Bacone Nato a Londra da una
famiglia dell'alta borghesia, si diede alla carriera politica ottenendo
onorificenze e cariche importanti. Fu accusato e condannato per corruzione
nell'esercizio delle sue funzioni di lord cancelliere. La pena inflittagli gli
fu risparmiata per la protezione di cui godeva presso il re. Bacone elabora il
nuovo metodo induttivo: con gli esperimenti si deve raccogliere una sufficiente
informazione e poi, per mezzo della ragione, si devono elaborare ipotesi
generali che consentano di arri- vare a riconoscere la causa del fenomeno
studiato. Il fine della scienza è pratico, l'oggetto è la causa delle cose
naturali. Nella sua opera Novum Organon contrappone una nuova logica induttiva
a quella aristotelica, essenzialmente deduttiva. Nella 1? parte, pars
destruens, demolisce quegli ostacoli (idola tribus, specus, fori, theatri) che
possono impedire la ricerca scientifica; nella 2°, pars costruens, indica il
procedimento per arrivare ai risultati. Bacone ha il grande merito di essere
stato il primo a porsi in maniera sistematica il problema del metodo proprio
delle scienze sperimentali, del loro oggetto e del loro fine. Pur non avendo
dato nessun contributo concreto al progresso di qualche scienza, il suo apporto
è fondamentale perché ha fatto progredire la scienza in quanto tale. Opere
principali: Discorso in elogio della conoscenza; De sapientia veterum;
Instauratio magna scientiarum (in sei parti, ma ne portò a termine solo due: De
dignitate et augmen- tis scientiarum e Novum Organon); Saggi. Bergson Filosofo
francese, nato a Parigi. Nel 1900 ottenne la cattedra di filosofia al Collegio
di Francia, dove le sue lezioni ebbero un gran- dissimo successo. Riceve il
premio Nobel per la lettera- tura. La sua influenza sui suoi contemporanei e
sulle generazioni successive (tra cui è da ricordare Maritain) fu notevole. È
stato uno . dei niaggiori rappresentanti
dello spiritualismo- francese, in forte polemica ‘cori. il positivismo. e-lo
scieritismo: è stato la loro coscienza critica. Esercitò una grande influenza
anche sull'esistenzialismo francese, sul pragma- tismo e sulla fenomenologia.
Bergson ha elaborato una filosofia antimeccanicistica e anti- materialistica
imperniata su due tesi fondamentali: 1) la realtà è durata; 2) la realtà è
colta mediante l'intuizione. La realtà scaturisce da una evoluzione creatrice
colma di possenti energie, differente- mente impegnate (torpore vegetativo,
istinto, intelligenza) e orientate in due direzioni: ascensionale {verso la
vita), discendente (verso la materia). Oggetto della filosofia è lo slancio
vitale, che si manifesta nel continuo divenire degli esseri: dalla materia allo
spirito e dallo spi- rito alla materia. L'applicazione alla morale della
distinzione fra ragione e intuizione dà origine rispettivamente alla morale «
chiusa » e a quella « aperta ». La medesima distinzione vale per la religione «
statica » e la religione « dinamica ». La pratica della religione di- namica è
la vita mistica (il cui vertice è il misticismo cristiano). At- traverso
l’esperienza dei mistici, Bergson arriva all'esistenza di Dio. La mistica,
però, esige la « meccanica »; come la meccanica esige la mistica. Opere
principali: Materia e memoria; Il riso; Intro- duzione alla metafisica;
L'evoluzione creatrice; L'intui- zione filosofica; L'energia spirituale; Le due
fonti della morale e della religione; Il pensiero e il movimento. Berkeley Irlandese,
fu professore al Trinity di Dublino. Nel 1709 prese gli ordini sacri nella
Chiesa anglicana. Viaggiò in Inghil- 278 terra, Francia e Italia. Si recò in
America per erigervi un seminario, ma dovette rinunciare. Fu nominato vescovo.
Berkeley, che era un'anima profondamente religiosa, fu molto sensibile agli
argomenti che i materialisti portavano contro la re- ligione, per cui tutta la
sua attività filosofica fu rivolta alla difesa del teismo e all'affermazione del
primato dello spirito sulla materia. Sua tesi fondamentale è quella secondo cui
l'essere delle cose si risolve nell'essere pensato (tutte le qualità sono
secondarie). La materia è passività, lo spirito è attivo; ed è nella mente
(umana o divina) che le idee esistono. La propria esistenza è conosciuta im-
mediatamente; la conoscenza degli altri spiriti è mediata e indiretta; la
conoscenza di Dio è mediata ed evidente. Contro Locke sostiene che non esistono
idee astratte e generali. La filosofia studia le idee ed il linguaggio
attraverso il quale Dio si manifesta (la filosofia reli- giosa berkeleiana si
ispira al neoplatonismo). ‘Solo la fede rivelata, infine, è in grado di
illuminare la vita e di avere effetti benefici su- gli uomini. ù Opere
principali: Commentari filosofici; Teoria della visione; Trattato sui principi
della conoscenza umana; tre Dialoghi tra Hylas e Philonus; De motu. Bernstein Nato
a Berlino e passato attraverso l’esperienza dell'esilio sviz- zero, fu il
massimo teorico del revisionismo socialdemocratico. Col- laboratore di Marx ed
Engels, fu particolarmente amico di quest'ul- timo e ne ottenne l'affidamento
delle opere postume. Iniziò una dura polemica contro il leninismo e il sistema
rivoluzionario russo. Bernstein, che rifiuta la dittatura del proletariato
sulle altre classi, affida al socialismo il compito etico di favorire la
collaborazione tra le classi, realizzando delle riforme in seno alle stesse
istituzioni borghesi al fine di realizzare l'integrazione dei lavoratori nella
strut- tura produttiva. Egli ritiene fallite le previsioni fondamentali di Marx
e vede come limite del marxismo il dualismo tra economia e politica. Il revisionismo-riformista
di Bernstein deriva dalla sua convinzio- ne che la democrazia è un inizio e un
fine al tempo stesso: soppres- sione del dominio di classe e perseguimento di
una società migliore, quale impegno costante, senza fine, attraverso passaggi
graduali e progressivi. Opere principali: Per la storia e la teoria del
socialismo; Ferdinand Lassalle; I presupposti del socialismo e i compiti della
socialdemocrazia. Bloch Filosofo tedesco, tra i massimi esponenti del marxismo
revisio- nista. Nacque a Ludwigshafen. Durante la prima guerra mondiale si 279
ritirò in Svizzera, mentre durante il dominio nazista si rifugiò negli Stati
Uniti. Terminata la seconda guerra mondiale si trasferì nel 1949 nella Germania
orientale, a Lipsia, occupando la cattedra di filosofia. Ma, accusato di
revisionismo, abbandonò la Ger- mania orientale e si trasferì a.Tubinga per
ricoprirvi una cattedra di filosofia. Bloch ha operato una revisione profonda
del marxismo soprattutto in due punti: a) nell'abbandono del principio della
dia- lettica, ch'egli sostituisce con quello della ‘possibilità (del « non-
ancora »); b) nell’incentrare l’interpretazione della storia in una nuova
concezione dell'uomo, invece che nello studio dei fenomeni economici, come
aveva fatto Marx. Anima dell’antropologia blochia- na è la speranza e l'utopia;
a questa dimensione Bloch assegna un primato assoluto nei confronti di tutte le
altre: vita, volontà, amore, pensiero ecc. La religione è la sfera in cui
l’uomo proietta la sua brama di una esistenza riconciliata. Dio non è altro che
un tenta- tivo di dare un volto allo « spazio utopico ». La costruzione della
sua filosofia della speranza però è fragile e insostenibile. Opere principali:
Spirito dell'utopia; Soggetto-oggetto. Commento a Hegel; Il principio speranza;
Diritto naturale e dignità umana; Ateismo nel cristianesimo (1968); Il problema
del materialismo: storia e sostanza. Blondel Nato a Digione, collaborò con
l'organo del movimento moder- nista Annali di filosofia cristiana, fondato da
Laberthonnière. Quan- do, nel 1907, Ia Chiesa condannò il movimento modernista,
Blondel cessò la sua collaborazione alla rivista. Ispirandosi al metodo
volontaristito di Agostino e Pascal, cerca di dare un fondamento sicuro al
riconoscimento dell’esistenza di Dio, mediante la dialettica dell'azione.
Infatti agire è volere e volere è volere qualcosa: ciò che è proprio dell’agire
è il continuo risorgere in esso di uno squilibrio tra il potere e il volere,
tra la volontà voluta e la volontà volente. Ne deriva una insoddisfazione che
non si appaga fino a che la volontà voluta non abbia soddisfatto pienamente al
de- siderio infinito della volontà volente raggiungendo un oggetto ade- guato
al suo desiderio infinito, cioè Dio. Blondel vuole dimostrare che la natura
umana è aperta verso l'alto ed è predisposta, sia pure in modo passivo, ad
essere inserita in un ordine di realtà superiore alla sua natura, che è il solo
che possa realizzare completamente le tendenze dell'uomo. Opere principali:
L'azione. Saggio d'una critica della vita e d'una scienza della pratica; Storia
e dogma; Il pensiero; L'essere e gli esseri; La filosofia e lo spirito
cristiano. Boezio Filosofo, nacque a Roma dalla nobile famiglia degl’Anici. Fu
console e primo ministro del re ostrogoto Teodorico. Accusato di tradimento, fu
imprigionato, processato e giustiziato a Pavia. Nella sua opera più celebre, De
consolatione philosophiae, scritta in prigione mentre attendeva l'esecuzione
capitale, egli cerca di risolvere il problema eternamente dibattuto della
sofferenza degli innocenti, e dei problemi con esso connessi, quali la
provvidenza di Dio e la libertà umana, il tempo e l’eternità. Boezio è
considerato uno dei padri della Scolastica e questo per due motivi: per la
tradu- zione in lingua latina degli autori (Platone, Aristotele, Porfirio ecc.)
ai quali gli scolastici attingeranno molte loro dottrine; e per la de-
finizione di alcuni concetti fondamentali quali quello di persona, eternità, felicità
ecc. che saranno ripresi e costantemente adoperati dai filosofi medioevali.
Opere principali: l’attività letteraria di Boezio fu eccezionale. Tradusse in
latino e commentò molte opere di -Platone, Aristotele, dei neoplatonici, degli
scrittori di matematica, geometria, astronomia, musica del periodo ellenistico.
Scrisse inoltre piccoli trattati di filosofia (De Trinitate; De hebdomadibus),
di teologia (De fide catho- lica; Contra Eutichen et Nestorium), di musica (De
institutione musicae). Ma la sua opera più celebre è il De consolatione philo-
sophiae. FIDANZA (vedasi) Bonaventura da Bagnoregio Nato a Bagnoregio
(Viterbo), entrò nell'ordine francescano an- cora molto giovane. Studiò
teologia a Parigi e fu nominato maestro di teologia. Fu esonerato
dall'insegnamento, assieme ad Aquino, per opera dei maestri secolari
dell'università di Parigi. Fu reintegrato nell'insegnamento e poco dopo fu
nominato ministro generale dell'ordine francescano. Teologo, !filosofo e santo.
È ricordato col titolo di doctor sera- phicus. S. Bonaventura sottolinea con
vigore la coesistenza di ragione e fede e la subordinazione della prima alla
seconda. L'oggetto della filosofia è l’esemplarismo, cioè la proprietà che le
cose hanno di essere immagine di Dio. Egli considera assurda la dottrina di una
creazione nel tempo; ritiene che la « materia » (che non è concepita come
qualcosa di corporeo) eniri nella costituzione di tutti gli es- seri finiti.
L'uomo, pur essendo una sola natura, è costituito di corpo e di anima. La
conoscenza umana si vale sia dell’astrazione sia della il- luminazione. La
volontà, nell'uomo, è più importante dell’intelletto. L'esistenza di Dio è
evidente. In ‘Lui ci sono tre tipi di conoscenza: approvazione, visione,
intelligenza. L'essenza divina è il modello di tutte le cose. ‘In una delle sue
opere più importanti, il trattato mistico Itinera- rium mentis in Deum, afferma
che il nostro processo di ascensione 281 dalle cose sensibili verso Dio avviene
per gradi: per conoscenza dei vestigi della Trinità nel mondo sensibile, per
conoscenza dell’im- magine che abbiamo della Trinità nella nostra anima; per
conoscenza diretta di Dio. Opere principali: Commentario alle Sentenze;
Quaestiones disputatae: De scientia Christi, De mysterio Trinitatis, De
perfectione evange- lica; Breviloquium; Reductio artium ad theolo- giam;
Itinerarium mentis in Deum. BONTADINI (vedasi) Filosofo italiano, nato a
Milano, professore di filosofia teoretica nelle università di Urbino e Pavia e
poi all'Università Cattolica di Milano. È da annoverarsi tra i rappresentanti
più significativi ed au- torevoli della neoscolastica italiana. Inizialmente
seguace dell'ideali- smo gentiliano, ben presto l’abbandonò per orientarsi
decisamente verso una visuale metafisica cristiana che assume come principio
fondamentale la creazione del divenire o « teorema della creazione ». Secondo
Bontadini la mediazione metafisica dell'esperienza è neces- saria per rimuovere
quella contraddizione che si presenta sul piano fenomenologico: la
contraddizione costituita dall’identità del posi- tivo e del negativo nel
divenire. Opere principali: Saggio di una metafisica dell'esperienza; Studi di
filosofia moderna (1966); Metafisica e deellenizzazione; Conversazioni di
metafisica (1971). Boutroux Nato a Montrouge, studiò filosofia. Si laureò alla
Sorbona. Insegnò all'università di Nancy e poi alla Sorbona. Boutroux fa una
critica radicale al positivismo meccanicistico, in nome della libertà della
natura e dello spirito, e di una nuova concezione della scienza. L'unica vera
legge necessaria è quella del principio di identità che è una legge del
pensiero e non delle cose. La scienza della natura deve accontentarsi di leggi
contingenti. Le leggi del I gruppo (logiche, matematiche, meccaniche, fisiche)
si prestano meglio al calcolo matematico, quelle del II gruppo ({biolo- giche,
psicologiche, sociali) sono più vicine alla realtà. Oltre lo spi- rito
scientifico, vi è la « ragione » che si occupa delle ragioni umane e divine.
Opere principali: Sulla contingenza delle leggi della natura (1874), L'idea
della legge naturale nella scienza e filosofia contemporanea; La natura e lo
spirito; Scienza e religione nella filosofia contemporanea. BRUNO (vedasi) Nato
a Nola, entrò nell'ordine domenicano e dopo essere stato accusato di eresia,
lasciò l'abito talare. Dopo aver peregrinato in 282 Svizzera, Francia,
Inghilterra e Germania, fu denunziato al tribunale dell’Inquisizione e, non
volendo ritrattare, fu arso sul rogo a Roma. Per Bruno la realtà è costituita
da due principi fondamentali: il principio attivo o anima del mondo, e quello
passivo o materia. Dio si identifica con l’anima del mondo che genera
eternamente un mondo infinito (panteismo). Dio non è conoscibile; lo spirito
uma- no è spinto dall’'eroico furore a tendere sempre più in alto e ad avvi-
cinarsi a Dio, disinteressandosi di ciò che prima lo teneva avvinto. Opere
principali: De la causa principio et uno; De l’infi- nito universo et mondi; La
cena delle ceneri; Spaccio della bestia trionfante; Eroici furori; De monade.
Buber Filosofo nato a Vienna da famiglia israelita, ha insegnato etica ebraica
a Francoforte e dal 1938 si è trasferito in Palestina; è il più importante
rappresentante del personalismo religioso ispi- rato dalla tradizione
ebraico-hassidica. È morto a Gerusalemme. Secondo Buber la persona è un essere
in relazione, caratterizzato dall'esperienza dialogica /o-Tu. Il dialogo con
Dio è la garanzia della comunione tra gli uomini. Buber contrappone il rapporto
« Io-Tu » che è proprio della relazione dialogica al rapporto « Io-Esso » che è
quello dell’affermazione individuale. L'individualità appare in quanto si
distingue da altre individualità. La persona appare in quanto entra in
relazione con le altre persone. La prima è il legame naturalizzato, la seconda
è la forma spirituale della indipendenza na- turale. Il rapporto « Io-Esso » è
caratterizzato dall'uso, dal possesso, dal dominio, dalla fatalità. Il rapporto
« Io-Tu » è caratterizzato dal dia- logo, dall'incontro, dalla dedizione,
dall'amore, dalla libertà, dal destino. Opere principali: La leggenda di Baal
Shem {1908); la sua opera fondamentale Jo e Tu; Gog e Magog; I racconti dei
chassidim; Sentieri in Utopia (1950); Immagini del bene e del male (1952).
Butler Joseph (1692-1752) Filosofo inglese, fu vescovo di Durham e cappellano
della casa reale. Aperto avversario e critico intelligente del deismò radicale
e dell'illuminismo antireligioso, Butler sostenne la complementa- rietà e
convergenza tra natura e rivelazione, evidenziando tutta una serie di analogie
che intercorre tra i due ordini. Ciò vale anche per l'ordine etico: in effetti
la coscienza, voce naturale di Dio nell'uomo, mentre gli rivela la sua miseria
e i suoi limiti, allo stesso tempo gli testimonia la sua vocazione
soprannaturale. Opere principali: Quindici sermoni sulla natura umana; Analogia
della religione naturale e rivelata con la costituzione e il corso della natura.
Calvino, nome italianizzato di Jean Cauvin Nato a Noyon, in Francia, fu
contemporaneo di Lutero e fu con lui il padre deila Riforma protestante. Di
famigiia borghese, rice- vette dapprima una formazione umanistica a Parigi; poi
per volontà del padre si dedicò agli studi giuridici nelle università di
Orleans e Bourges, conseguendo il dottorato in giurisprudenza. Quando co-
minciò a interessarsi della Riforma luterana si rifugiò in Svizzera, prima a
Basilea e poi a Ginevra, dove fomentò e capeggiò la rivolta contro la Chiesa di
Roma; fondò una nuova chiesa di cui divenne il leader indiscusso, onnipotente e
intollerante. La sua opera principale è intitolata Institutiones religionis
christianae. I punti chiave del suo sistema sono i seguenti: sovranità assoluta
ed esclusiva della Parola di Dio, cioè della Scrittura; predestinazione di
alcuni uomini alla salvezza e di altri alla dannazione eterna. La vera Chiesa è
quella dei predestinati alla vita eterna e, in concreto, di coloro che
aderiscono a Cristo con fede sincera; tale adesione si manifesta esteriormente
con i sacramenti del Battesimo e della Cena e con le opere buone. Campanella
Tommaso (1568-1639) Nacque a Stilo, in Calabria. Domenicano, nel 1599 preparò
una insurrezione della Calabria contro la Spagna. Imprigionato, rimase in
carcere per anni. Liberato, si rifugiò poi a Parigi, dove morì, sotto la
protezione del re Luigi. Campanella segue in parte la teoria di Telesio del
sensismo e del naturalismo, ma lo supera per la sua teoria della conoscenza
innata di sé (sensus inditus) che precede e condiziona ogni altra conoscenza.
Nelle cose l’autocoscienza diventa sensus abditus cioè nascosto per- ché le
cose subiscono un forte influsso dall'esterno. Nella Città del Sole Campanella
formula il suo stato ideale, il cui governo è teo- cratico, con perfetta
fusione del potere politico e religioso. Tenta di fondere il cristianesimo (religio
addita) con la religione naturale (religio indita) dettata dalla ragione. Opere
principali: Philosophia sensibus demonstrata; La città del sole; Philosophia
rationalis; Theologia; Philosophia realis (1619); Metaphisica (1623). Carnap Filosofo,
nato a Ronsdorf, tra i massimi esponenti del positivismo logico. Dopo gli studi
a Jena, si trasferì a Vienna dove entrò a far parte del Wiener Kreis, ai cui
lavori partecipò attiva- mente fino a quando, con l’avvento del nazismo, fu
costretto a trasferirsi negli Stati Uniti, prima a ‘Chicago e poi a Los
Angeles, sino alla morte. Lucido e convinto asseriore delle tesi de]
positivismo logico o neopositivismo, Carnap afferma recisamente che compito
della filosofia non è quello di elaborare teorie e costruire sistemi, ben- sì
quello di sviluppare un metodo: il metodo dell'analisi logica o linguistica e,
con esso, vagliare tutto quanto viene affermato nei vari campi del sapere. Tale
metodo ha una duplice funzione: togliere di mezzo le parole prive di
significato e così pure le pseudo-proposi- zioni; chiarire i concetti e le
proposizioni aventi significato, per dare in tal modo una fondazione logica
alla scienza sperimentale, e alla fisica in particolare. Per decidere del
significato delle propo- sizioni Carnap opta per il criterio della verifica
sperimentale, per cui « se una proposizione significa qualcosa, può significare
soltanto un dato empirico ». Con questo criterio di significazione ultraradi-
cale egli elimina tutti gli enunciati metafisici, etici, religiosi, estetici.
Questi non possono avere significato teoretico o conoscitivo, ma semplicemente
emotivo, soggettivo. Opere principali: La costruzione logica del mondo; La sintassi
logica dei linguaggio; Introduzione alla semantica (1942); Formalizzazione
della logica (1943); Fondamenti logici della probabilità. Carneade Filosofo
greco nato a Cirene, è tra i maggiori esponenti della Se- conda Nuova
Accademia, di cui ebbe anche per qualche tempo la direzione. Assertore di uno
scetticismo moderato, ammette per l’uo- mo la possibilità di conoscere ciò che
è probabile, anche se non gli riconosce il potere di raggiungere con certezza
la verità. Per Car- neade il sapiente è colui che, pur sapendo che la verità è
irraggiun- gibile, non desiste dal cercarla assiduamente. Nella vita pratica,
sa- piente è colui che segue ciò che gli sembra più vicino alla verità e al
bene. Non ha lasciato nessuno scritto; il suo pensiero ci è pervenuto
attraverso le testimonianze trasmesse da Cicerone e Sesto Empirico. Cartesio
(René Descartes) (1596-1650) Nacque a La Haye in Touraine. 'Studiò nel collegio
dei gesuiti di La Flèche. Viaggiò in Germania, Olanda, Italia, Francia.
Cartesio, che fa assumere alla filosofia una impostazione pretta- mente critica
e gnoseologica, può essere considerato l’iniziatore della filosofia moderna,
sia per l'orientamento epistemologico della sua filosofia, sia per il
soggettivismo ed il razionalismo che sono impli- citi nel suo filosofare.
Ritiene che l'indagine ‘filosofica debba comin- ciare con lo studio della mente
umana per accertare la natura e la possibilità della conoscenza. Primo scopo
che si propone Cartesio è quello della ricerca di un metodo adatto per la
conquista del sapere. Scopre questo metodo prendendo in considerazione quello
matema- tico, secondo il criterio di chiarezza e distinzione. Pone come prin-
cipio fondamentale di tutta la conoscenza il « cogito ergo sum », cioè la
certezza del proprio pensiero e della propria esistenza. In base ad esso
ricostruisce tutto l'universo della metafisica clas- sica: prova che l'essenza
dell'uomo (composto di materia e spirito) consiste nel pensiero (r2s cogitans);
dimostra l'esistenza di Dio con la 285 prova ontologica; afferma che il mondo è
essenzialmente estensione (res extensa). Opere principali: Discorso sul metodo;
Meditationes de pri- ma philosophia (1641); Principia philosophiae; Trattato
sulle passioni dell'anima. Comte Filosofo nacque a Montpellier da genitori
cattolici, ma perdette la fede quand'era ancora molto giovane. Stu- diò
all'École Polytecnique di Parigi. Per qualche tempo fu discepolo e
collaboratore di Saint-Simon, dal quale apprese l'interesse per la sociologia e
per la storia. Da inizio a Parigi ad un corso di lezioni di filosofia positiva;
ma le precarie condizioni di salute e le opposizioni ai suoi insegnamenti lo
costrinsero prima a sospen- derlo e poi ad interromperlo definitivamente. Ha un'altra
grave crisi nervosa e si unì a Clotilde de Vaux la quale morì nel 1846. Da
questo legame ricavò l'ispirazione per una religione mi- stica umanitaria.
L'intento primario della riflessione filosofica di Comte, che è con- siderato
il fondatore del positivismo, è duplice: a) elaborare una filosofia della
storia fondata non sul principio del divenire dialettico (come aveva fatto
Hegel) ma sul principio della evoluzione progres- siva dell'umanità; b)
costruire una teoria scientifica della società. Secondo Comte tutto l'universo
procede dalla materia per via di evoluzione. Anche l'uomo è un prodotto
dell'evoluzione della mate- ria. Quando l'evoluzione raggiunse lo stadio H. P.
GRICE STAGE -- umano ebbe inizio la storia, le cui fasi principali sono tre:
religiosa, filosofica e scientifi- ca. Attualmente l'umanità ha raggiunto la
fase scientifica e si è quin- di lasciata alle spalle la interpretazione
religiosa e filosofica della realtà. Il traguardo ultimo della ricerca
scientifica è « giungere allo studio sistematico della umanità, sola sua
stazione finale ». Opere principali: Piano di lavori scientifici necessari per
riorga- nizzare la società; Sistema di politica positiva; Corso di filosofia
positiva; Calendario positivista; Sistema di politica positiva o trattato di
sociologia che istituisce la religione dell'umanità; Catechismo positivista. CROCE
(vedasi) Filosofo nacque a Pescasseroli (L'Aquila). Iniziò la pubblicazione de
La Critica. Durante l’ultimo governo Giolitti, fu ministro dell'educazione.
Quando Mussolini salì al potere, si ritirò dalla politica. . Croce identifica
la filosofia con la storia (storicismo) per cui concepisce tutta la realtà come
storia, cioè come opera dello spirito. Il compito dello storico è quello di
capire i fatti storici; in senso as- soluto nella storia non c'è mai decadenza
(storicismo assoluto). Lo spirito nella ricerca della sua piena autocoscienza,
esercita quattro attività: estetica, logica, economica ed etica. Le prime due
sono attività teoretiche, le ultime due pratiche. Le attività estetica ed eco-
nomica hanno per oggetto l’'individuale; le attività logica ed etica hanno per
oggetto l’universale. Il rapporto fra le varie attività è regolato dal
principio del nesso dei distinti che integra la dialettica hegeliana degli
opposti, in quanto i termini non si annullano come gli opposti ma armonizzano
fra loro come momenti dello spirito. Il rapporto fra i diversi gradi è chiamato
« circolarità dello spirito ». Delle quattro attività dello spirito quella che
Croce ha analizzato più acutamente è quella estetica. Definisce l’arte «
intuizione lirica del particolare », cioè l'immagine estetica è una sintesi di
intuizione e sentimento: il sentimento è l'elemento materiale, l'immagine è
quello formale. Il valore dell'arte, che è autonoma, non può essere né pratico,
né intellettualistico ma solo teoretico e conoscitivo. Opere principali: di
carattere filosofico: La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte;
Materialismo storico ed economia marxista; Estetica come scienza
dell'espressione e linguistica generale; Logica come scienza del concetto puro;
Filo- sofia della pratica; La filosofia di Vico; Saggio sullo Hegel; Etica e
politica; Il carattere della filosofia; Filosofia e storiografia; Indagini su
Hegel e schiarimenti filosofici. Di carattere letterario: Ariosto, Shakespeare
e Corneille; La poesia di Dante; Poesia popo- lare e poesia d'arte; Poesia
antica e moderna. Cusano Nicolò (Nicola Crypffs) Nacque a Cues (Germania), e fu matematico e
astronomo. Fu nominato cardinale e vescovo di Bressanone. Sî propone la
rinascita religiosa e concepisce il ritorno al platoni- smo (inteso come
sintesi del pensiero religioso dell'antichità) come condizione di tale
rinascita. Dalle teorie di Occam desume l’impossi- bilità di conoscere Dio per
via raziocinativa. Tuttavia afferma che possiamo avere l’intuizione di Dio;
quanto alla natura divina sostiene che è assolutamente inconoscibile (docta
ignorantia). Opere principali: De concordantia catholica; De docta ignorantia;
De coniecturis; Apologia doctae ignorantiae; Idiota; De visione Dei; De
venatione sapientiae; De apice theoriae. Darwin, nato a Shrewsbury e morto a
Down. Dopo alcuni anni di studi di medicina che aveva iniziato a Edim- burgo e
di teologia a Cambridge, si dedicò a quelli delle scienze naturali a Cambridge.
Ha la possibilità di imbarcarsi in qualità di naturalista sul brigantino Beagle
al seguito di una spedi- zione scientifica intorno al mondo. Il viaggio durò
cinque anni e gli 287 consentì di raccogliere moltissimo materiale intorno alla
flora e alla fauna di vari continenti e sulle formazioni geologiche della
terra. Dallo studio di tale materiale, al suo rientro in patria, poté pubbli-
care un diario col titolo Viaggio di un naturalista intorno al mondo e il
famosissimo Sull’origine della specie per selezione naturale. In questo scritto
Darwin getta le basi dell’evolu- zionismo scientifico. Secondo Darwin tutti gli
esseri viventi traggono origine da pochi esemplari per evoluzione, secondo
leggi ben precise, di cui le principali sono le seguenti: « Crescita (cioè
moltiplicazione degli esseri) con la riproduzione; ereditarietà, che è quasi
implicita nella riproduzione; variabilità in conseguenza dell’azione diretta e
indiretta delle condizioni di vita e dell'uso o disuso degli organi; un aumento
così grande da portare alla lotta per la vita e conseguen- temente alla
selezione naturale implicante la diversificazione di tipi e l'estinzione delle
forme meno sviluppate » (Origine della specie). La teoria darwiniana
dell'evoluzione ha esercitato un'influenza im- mensa in tutti i campi, ed anche
in quello filosofico, ed è diventata assieme alla psicanalisi di Freud e
all'analisi socio-politica di Marx uno dei tre pilastri portanti della cultura
occidentale dell'ultimo secolo. Da tempo, però, quello dell’evoluzione, alla
pari degli altri due pilastri, mostra crepe allarmanti. Democrito (460-360
a.C.) Nacque ad Abdera, in Tracia. È il vero fondatore della Scuola atomistica,
secondo cui l'essere è costituito da atomi, particelle indivisibili e
immutabili, immerse nel vuoto. Dal movimento degli atomi derivano tutte le
cose, secon- do un meccanico determinismo. È il primo filosofo che si occupa
dell'origine del linguaggio. Opere principali: Mikròs diàkosmos (Piccolo ordinamento
del mondo); Logikà (Canoni); Hypothékai (Consigli); Perì Ideon. Dewey Filosofo nato
nel Vermont (Stati Uniti), insegna a Chicago e poi alla Columbia di New York.
Passò dall’idealismo ad un evoluzionismo naturalistico influenzato dal
pragmatismo e, diede vita alla « scuola- laboratorio », fondata sull'attivismo
pedagogico. Fondò un partito di tendenza riformista e, nel 1937, denunciò i
crimini dei processi staliniani. La funzione della mente umana e quindi della
conoscenza è di ricercare le vie più sicure del progresso. Ne deriva che il
pensiero ha per Dewey un carattere essenzialmente strumentale. L'uomo è inteso
non come parte del meccanismo naturale, bensì come forza il cui agire possa
modificare in meglio le condizioni del mondo. L'agire dell'uomo deve tendere
dunque alla socializzazione, alla so- lidarietà, affinché si costituisca una
società veramente democratica, 288 capace di realizzare il dominio completo
della natura, sottometten- dola ai nostri fini. In campo pedagogico insiste
sull’attivismo nell’apprendimento e sul fine sociale dell'educazione che può
risolvere tutti i problemi sociali e realizzare la vera democrazia. ‘Opere
principali: Il mio credo pedagogico; Scuola e società; Studi sulla teoria
logica; Etica; Democrazia ed educazione; Ricostruzione filosofica; Esperienza e
na- tura; Filosofia e civiltà; Logica, teoria dell'indagine; Libertà e cultura
(1939); Il conoscente e il conosciuto (1949). Dilthey Filosofo e storico
tedesco, nato a Biebrich, in Renania, è stato un oppositore del positivismo ed
il massimo rappresentante dello sto- ricismo tedesco contemporaneo; studiò a
Berlino e insegnò a Ba- silea, Kiel, Breslavia e Berlino. Morì a Siusi, in Alto
Adige. Sulla scorta di Rickert, Dilthey sostiene che i fenomeni culturali o
spirituali possono essere colti solamente attraverso l’Erlebnis, cioè
l'esperienza vissuta. Dell'Erlebnis, Dilthey distingue tre aspetti
inseparabili: la vita (momento della soggettività, dell'immediatezza, della
singolarità); 2) l’espressione e 3) l’intendimento (momento dell’universale e
del- l'oggettività). Le scienze dello spirito si «distinguono pertanto dalle
scienze «della natura sia per l'oggetto che per il metodo. Dilthey è inoltre
preoccupato di determinare i rapporti tra storia e (filosofia, che finisce per
identificare, poiché la vita è la realtà suprema e la storia (unica vera
filosofia) è l’espressione unica e ge- nuina della vita. I principi che
giustificano tale identificazione sono i seguenti: 1) l'uomo si conosce solo
attraverso la storia; 2) un'epoca è compren- sibile solo se se ne conoscono i
precedenti storici; 3) i sistemi filosofici riflettono la mentalità di un dato
popolo e di un dato periodo, perciò sono comprensibili solo se studiati
storicamente. Dilthéy distirigue tre sistemi filosofici fondamentali: a) il
mate- rialismo {primato della categoria di causa); b) l'idealismo oggettivo
(primato dell'idea di valore); c) l'idealismo soggettivo (primato dell'idea di
fine). Causa, valore e fine rappresentano diverse relazio- ni dell'uomo con il
mondo. Opere principali: Introduzione alle scienze dello spirito; Idee per una
psicologia descrittiva e analitica; La nascita del- l'ermeneutica; L'essenza
della filosofia (1907); La costruzione del mondo storico nelle scienze dello
spirito (1910). Eckhart Domenicano della provincia tedesca, discepolo di
Alberto Magno e contemporaneo di Occam, Meister Eckhart fu per oltre un decen-
nio provinciale dei domenicani tedeschi. Accusato di eresia fu sottoposto a
processo. Questo si concluse due anni dopo la sua morte con la condanna di 26
proposizioni tratte dalle sue opere. La visione filosofico-religiosa di Eckhart
si caratterizza come un misticismo di tipo idealistico. Fine ultimo dell'uomo è
l'unione con Dio. Questi è concepito come identità di pensiero ed essere, ma
con la priorità del pensiero sull'essere, anziché dell'essere sul pensiero come
aveva insegnato san Tommaso. Poiché l'essere di Dio si identifi- ca col
conoscere, l'uomo ascende a Lui man mano che si avvicina al- l'intellettualità.
Nell'intelletto e più precisamente nella contempla- zione si realizza l'unione
e l'immersione dell'anima in Dio. Opere principali: gli scritti di Eckhart
comprendono oltre ad un'opera sistematica di vaste proporzioni in lingua
latina, intito- lata Opus tripartitum, alcuni saggi in lingua tedesca, che gli
hanno meritato il titolo di « creatore della prosa tedesca »; Quaestiones de
esse; Commento al Parmenide di Platone. Empedocle (fine V sec. a.C.) Nato ad Agrigento,
fu medico ed ebbe la fama di mago. iLe dottrine principali della sua filosofia
riguardano la causa prima di tutte le cose che è riposta nei quattro elementi
(terra, ac- qua, fuoco e aria) assolutamente originali e immutabili e il mecca-
nismo della conoscenza che è spiegato mediante la teoria dell'ana- logia. Il
divenire consiste nell'unirsi e disunirsi dei 4 elementi ed è causato dalla
lotta di due forze primordiali: Amore e Odio. Opere principali: Sulla natura;
Carmen lustrale. Engels Filosofo nato a Barmen da una famiglia facoltosa che
aveva interessi nell'industria tessile inglese, conobbe Marx a Parigi, in un
viaggio e ne divenne intimo amico. Dopo i moti in Germania del 1848 a cui
partecipò, si trasferì in Inghilterra e nel 1869 si stabili a Londra lavorando
intensamente insieme a Karl Marx sul piano politico e intellettuale. Dalla
visione idealistica passò a quella materialistica, dopo la lettura dell'opera
L'essenza del cristianesimo di Feuerbach. In col- laborazione con Marx scrisse
il famoso Manifesto del partito comu- nista e La sacra famiglia in cui si
criticano le dottrine di Bauer e degli altri hegeliani di sinistra. Operando in
stretta collaborazione con Marx, dopo il 1844 non è facile distinguere i tratti
originali del suo pensiero. Comunque, si può stabilire con sicurezza che per la
sua competenza in campo economico-commerciale e la conoscenza della situazione
sociale inglese fu Engels a fornire a Marx il taglio economico e sociale del
suo materialismo. In alcuni saggi Engels ha cercato di illustrare la diversità
tra i materialismi precedenti e quello professato da lui e da Marx. La
differenza fondamentale sta nel fatto ‘che, mentre i materialismi precedenti
guardavano alla natura come un insieme di realtà statiche, « il materialismo
moderno vede nella storia l'evoluzione stessa dell'umanità secondo un
movimento, e il suo scopo è di riconoscerne le leggi ». In altre parole, il
nuovo materialismo di Engels e di Marx non è più naturalistico ma storico e
inoltre non è più statico ed im- mobilistico, bensì evolutivo e dinamico. Opere
principali: La situazione della classe operaia inglese; Origine della famiglia,
della proprietà privata e dello stato; Feuerbach e il punto d’approdo della
filosofia classica tedesca. Dopo la morte dell'amico condusse a termine Il Capitale.
Epicuro Filosofo greco, fondatore della scuola filosofica che da lui prende il
nome e che ebbe largo seguito durante il periodo ellenistico. Nato a Samo da
genitori ateniesi, Epicuro fu praticamente un autodidatta. Nel 310 fondò una
scuola a Mitilene; nel 306 si trasferì ad Atene dove comprò una casa con un
giardino (il famoso « giardino di Epicuro »), dove fissò stabilmente la sua
scuola e che lasciò in eredità ai suoi discepoli. Intollerante e polemico verso
gli altri filosofi, Epicuro fu verso i suoi discepoli di somma affabilità e
generosità, guadagnan- dosi una venerazione che col tempo divenne vero e
proprio culto. Scrisse molto, ma tutte le sue opere andarono perdute tranne al-
cune massime, tre lettere e il Testamento che sono stati conservati da Diogene
Laerzio nel libro X delle sue Vite. Alla conservazione, alla diffusione e
quindi alla fortuna dell’epicureismo contribuì mol- tissimo Lucrezio col suo
poema, De rerum natura, nel quale il poeta latino addita la dottrina di Epicuro
come farmaco supremo ai mali umani, dovuti a superstizioni e a falsi timori.
Davanti ai grandi problemi filosofici che angustiano la mente umana, Epicuro
assume una posizione di netto contrasto con lo stoicismo. Epitteto Era un
liberto di NERONE (vedasi), il quale lo emancipa. Andò alla scuola del filosofo
Musonio Rufo. Quando Domiziano, nel 92, cacciò dal- l’Italia tutti i filosofi,
si rifugiò nell'Epiro e lì fondò una sua scuola. È il più celebre
rappresentante dello stoicismo. Il suo pensiero filosofico è contenuto nel Manuale
e nei Discorsi. Più ancora che in Zenone e Crisippo (i fondatori della scuola
stoica) in Epitteto lo stoicismo diviene un sistema di vita, una dottrina
morale. Si tratta d'una morale molto rigida, che nulla concede agli istinti e
alle passioni, nulla agli onori, alla ricchezze e ai piaceri, e punta tutto
sulla interiorità, sull'amore per il prossimo e l'unione col Logos. Questi,
sotto l'influsso del cristianesimo, in Epitteto acquista le caratteristiche del
Dio persona, provvidente e paterna, dei cristiani. Secondo Epitteto tutto
quello che accade all'uomo, accade per volere del Logos, il quale agisce sempre
secondo ragione e mai arbitraria- 291 mente. Il Logos esercita sull'uomo e su
tutte le creature una perfetta provvidenza, senza lasciare nulla all'arbitrio
umano. L'uomo è libero in quanto si uniforma alle leggi del Logos. Opere
principali: Manuale; Discorsi. Eraclito Nato ad Efeso, secondo la leggenda, fu
uomo aristocratico ed eccentrico. Avversò la democrazia nella sua città e si
rifiutò di colla- borare alla stesura della nuova costituzione. Sostiene che la
realtà è in continuo divenire (pànta rèi) e pone come principio di questo
divenire il fuoco, ricollegandosi agli Ionici. La forza che opera
l'unificazione del molteplice è il Lògos. Opere principali: unica opera di cui
si abbia notizia è Perì phy- seos (Sulla natura delle cose), che gli procurò la
fama di pensatore enigmatico e oscuro. Feuerbach nasce a Landshut (Baviera).
Studiò prima teologia e poi filo- sofia. Frequentò, a Berlino, le lezioni di
Hegel. Ottenne la libera docenza all'università di Erlangen. Riprende le
critiche a Hegel sulla religione, proprie di Sturm e Bauer. Nega ogni valore al
cristianesimo. La filosofia religiosa di Feuerbach è pertanto uno studio
dell'origine dell'idea di Dio e dei suoi attributi. L'origine dell'idea di Dio
ha il carattere di ipostatiz- zazione: l'uomo proietta le qualità positive che
ha in sé in una per- sona divina e ne fa una realtà sussistente di fronte alla
quale si sente schiacciato come un nulla. All'adorazione degli enti divini
bisogna sostituire il culto dell'umanità. Per Feuerbach non è il pensiero che
causa la materia, ma la materia a svilupparsi in pensiero, quando tocca i
vertici della sua evoluzione. Opere principali: Pensieri sulla morte e
l'immortalità; Per la critica della filosofia hegeliana; Essenza del
cristianesimo; Principi della filosofia dell'avvenire; L'essenza della fede
secondo Lutero; L'essenza della religione; Lezioni sull'essenza della religione;
Teogonia. Fichte nasce a Ramenau in Sassonia, studiò all'università di Jena. Fu
discepolo di Kant. Durante l'invasione napoleonica della Prussia tenne presso
l'università di Berlino i famosi Discorsi alla nazione tedesca. Fichte fu il
primo ad avvertire le contraddizioni che minacciavano il criticismo di Kant e a
risolverle in direzione dell'idealismo. Ne- gando l’esistenza della cosa in sé
(noumeno), la realtà ha un unico fondamento che può essere solo di natura
spirituale, ossia il pen- siero. Il pensiero è l'Io puro. Ma alla funzione del
pensare non è sufhciente l'identità del pensiero con sé stesso: occorre un
soggetto pensante e un oggetio pensato. L'io puro origina quindi il soggetto
pensante o « io empirico » e l'oggetto pensato o « non io». Fra io puro, io
empirico e non-io esiste una netta distinzione. L'io puro ha una priorità
assoluta sull'io empirico e sul non io. Il fine ultimo del- l'io empirico sta
nel raggiungimento dell'io puro; per raggiungere tale traguardo deve rimuovere
tutti gli ostacoli frapposti dal non-io. L'uomo è in continuo progresso verso
il traguardo della perfetta coerenza con sé stesso. Nell'ultima fase del suo
filosofare Fichte offre una nuova consi- derazione dell’assoluto, che viene
concepito come un Dio sussistente e, a suo modo, trascendente. Opere
principali: Rivendicazione della libertà di pensiero; Contributi per
rettificare i giudizi del pubblico sulla rivoluzione fran- cese; Fondamenti
dell'intera dottrina della scienza; Alcune lezioni sulla missione del dotto;
Fondamenti del diritto naturale; Il sistema della dottrina morale; La mis-
sione dell'uomo; Introduzione alla vita beata; Discorsi alla nazione tedesca.
Filone Alessandrino Nato ad Alessandria d'Egitto da una nobile famiglia ebraica
della diaspora, fu rabbino di quella città, contemporaneo di Cristo e autore di
numerosi commenti alla Sacra Scrittura. Filone è considerato da tutti come
l’iniziatore di un nuovo modo di interpretare la Sacra Scrittura, il modo
allegorico o metodo allegorico. Ma da molti oggi è ritenuto anche fondatore di
un nuovo tipo di speculazione, chiamata filosofia religiosa. In effetti Filone
ha ela- borato un sistema in cui si saldano armonicamente le dottrine fonda-
mentali della fede biblica con le principali dottrine di Platone e degli
Stoici: dottrina delle Idee, del Logos, dell'immortalità dell'anima, della
contemplazione ecc. La filosofia religiosa iniziata da Filone esercitò grande
influsso sui padri della chiesa e anche sugli scola- stici che la continuarono
e perfezionarono. Opere principali: Commento allegorico sulle sante Leggi; Sul
de- calogo; Sulle leggi particolari; Sulia migrazione di Abramo; Sulla
provvidenza; Sull’eternità del mondo, Foucauli Filosofo nato a Poitiers, ha
studiato all’ecole normale supérieure di Parigi e poi in Germania, Polonia e
Svezia. Di vasta esperienza culturale (medicina, filosofia, psico- logia,
storia), si è ben presto affermato tra i massimi esponenti della rivoluzione
culturale dell'ultimo ventennio. È stato professore al « Centro Universitario
Sperimentale » di Vincennes e ha insegnato storia dei sistemi di pensiero al «
Collège de France ». Dallo studio della storia della medicina, Foucault è
passato, partendo da Heidegger, ad una indagine epistemologica delle strutture
fondamentali del conoscere che sono alla base dei vari momenti della storia
della moderna civiltà occidentale. Foucault svilupperà l'analisi
strutturalistica del linguaggio di de Saussure spostandola dal livello dei
fonemi a quello degli enunciati e concentrerà la sua attenzione sulle società
evolute moderne piut- tosto che su quelle primitive. Secondo Foucault ogni
cultura ha il suo « a priori storico », sot- tofondo comune a tutte le arti,
scienze e ideologie di un determinato periodo. In ordine al problema del
linguaggio Foucault distingue l’analisi della lingua dall'analisi degli
enunciati, così come distingue la storia del discorso dall'analisi del campo
discorsivo. Infine, sotto- linea come l’analisi enunciativa sia soprattutto
un'analisi storica, che si tiene fuori da ogni interpretazione. Opere
principali: Malattia mentale e psicologia; Storia della follia (1961); Nascita
della clinica; Parole e cose; Archeologia del sapere; Sorvegliare e punire; La
volontà di sapere. Freud Nato a Freiberg, in Moravia, da famiglia israelita, si
laureò in medicina all'università di Vienna; consegue la li- bera docenza
specializzandosi in neuropatologia e nel 1886 aprì un gabinetto privato per lo
studio delle malattie nervose. Coll'annessione dell'Austria alla Germania di
Hitler, fu costretto a emi- grare a Londra, dove morì, l’anno dopo, all'età di
83 anni. Secondo Freud, che fu il fondatore della psicanalisi, la nostra psiche
è costituita da tre livelli (o topiche): un livello profondo o inconscio che si
chiama Es (0 Id), sede della pulsione libidica e orien- tato alla soddisfazione
del bisogno sessuale; il livello dell'/o o della coscienza razionale; ed
infine, il livello del Super-Io, risultato dell’introiezione delle figure parentali
e sede della legge morale. Il costante conflitto tra Es e Super-Io spesso
provoca uno stato patologico, proprio delle diverse forme di nevrosi. La
pulsione libidi- ca, che muove l’attività sessuale dell'individuo, trova
pertanto una possibilità di sfogo nell'attività onirica, quando l'abbassamento
tem- poraneo della soglia cosciente lascia libero spazio all'Es, ai suoi de-
sideri, alla sua conflittualità repressa. Fondamentale per la cultura
contemporanea come scoperta del dinamismo psichico e come terapia, la
psicanalisi che negli scritti freudiani dell'ultimo periodo viene teorizzata
come una weltan- schauung, ha finito per presentare i suoi limiti, che sono
stati evi- denziati in questi ultimi decenni da molti studiosi. Opere
principali: Le origini della psicanalisi; Studi sull'isteria; Psicopatologia
della vita quotidiana; Tre saggi sulla teoria sessuale; Totem e tabù; Introduzione
alla psicoanalisi; Al di là del principio di piacere; L'avvenire di un'illusione;
Il disagio della civiltà; L'uomo Mosé e la religione monoteista. Galilei
Galileo BONAIUTO (vedasi) Nato a Pisa, fu matematico, fisico, astronomo. Ha l'insegnamento
di matematica all'università di Pisa e passò all'università di Padova. Inventa
il cannocchiale. La sua teoria eliocentrica venne condannata dalla Chiesa.
Processato una seconda volta, fu costretto, nel 1633, a rinnegare le sue teorie
scientifiche. Morì ad Arcetri, nell'isolamento obbligato e colpito da cecità. È
considerato il creatore della fisica moderna e il decisivo promotore del metodo
sperimentale, avviato da Bacone, nelle sue applicazioni pratiche. Merito di
Galileo è di aver provato la netta distinzione tra filo- sofia, scienza e
religione, mostrando che il loro oggetto specifico è di- verso. Perciò lo
studio scientifico dei fenomeni umani è libero. Per la scienza diverso è anche
il metodo, « induttivo-deduttivo ». Tipico di questo metodo è l’uso della
matematica. In sintonia con tale im- postazione vi è la riduzione della realtà
materiale ai soli aspetti quantitativi (ma in Galilei più che di un
meccanicismo filosofico si tratta di un meccanicismo metodologico e
scientifico). Opere principali: De motu; Sidereus Nuncius; Di- scorso intorno
alle cose che stanno în su l'acqua; Il saggiatore; Dialogo sopra i due massimi
sistemi del mondo, tolemaico e copernicano; Discorsi e dimostrazioni
matematiche intorno a due nuove scienze, attinenti alla meccanica e i movimenti
locali. GALLUPPI (vedasi) Filosofo italiano, nato a Tropea, studiò
all'università di Napoli, dove insegnò filosofia teoretica. La filosofia di
Galluppi, che è uno degli esponenti maggiori del realismo critico italiano,
vuole essere essenzialmente una risposta al kantismo che egli critica
soprattutto per quanto concerne la inconoscibilità del- l'io e della cosa in
sé, e la apriorità delle categorie. A proposito della inconoscibilità dell'io e
della cosa in sé, egli afferma che la coscienza testimonia immediatamente la
conoscenza sia del primo sia della seconda (il mondo) e che pertanto occorre
ammetterli tutt'e due co- me assolutamente certi. Assodato il carattere
obiettivo del cono- scere, Galluppi, contro Kant, mostra che anche l’esistenza
di Dio risulta dimostrabile. Opere principali: Saggio filosofico sulla critica
della conoscenza; Elementi di filosofia; Lettere filo- sofiche; Lezioni di
logica e metafisica; Filo- sofia della volontà; Considerazioni filosofiche sul-
l'idealismo trascendentale e sul razionalismo assoluto. Garaudy Filosofo nato a
Marsiglia, è un esponente prestigioso e originale del revisionismo marxista; si
iscrisse giovanissimo al Partito Comunista francese e alternò l’attività
sindacale all’insegna- mento della filosofia. È radiato dal partito per il duro
atteggiamento polemico assunto nei confronti dell'U.R.S.S. per l'in- vasione
della Cecoslovacchia. Caratteristica del pensiero revisionista di Garaudy è il
ripen- samento del problema del socialismo nella società contemporanea e
l'apertura al cristianesimo, presente però anche nei suoi primi scritti, quando
egli attribuiva alla chiesa cattolica il merito di avere realiz- zato alcune
fondamentali trasformazioni della società, come l’aboli- zione della schiavitù
e l'uguaglianza della donna e di avere affermato il valere della persona,
dell'amore, della libertà e della trascendenza. Per Garaudy la « trascendenza »
è un umanesimo prometeico e faustiano che porta al superamento del limite; ed è
convinto che solo nell’organizzazione politico-sociale del comunismo esso possa
trovare la sua piena realizzazione. A seguito del rifiuto del modello
sovietico, Garaudy approda alla convinzione che il socialismo possa trovare la
sua pienezza aprendo un dialogo con il cristianesimo, al quale è accomunato
dalla passione per l'uomo, dall'impegno di trasformazione del mondo, dalla
dimen- sione profetica. Opere principali: La teoria materialista della
conoscenza (1953); Marx; Marxismo; Lenin; Tutta la verità; Riconquista della
speranza; L’alterna- tiva; Parola di uomo. GENTILE (vedasi) Nacque a
Castelvetrano (Trapani). Insegna nelle uni- versità di Palermo, Pisa e Roma.
Aderì al regime fascista e fu nominato ministro della Pubblica Istruzione. Aderì
alla Repubblica Sociale e fu trucidato dai partigiani a Firenze. La ‘filosofia
idealista di Gentile si chiama attualismo, in quanto l'assoluto è concepito
come atto puro. Le cose non sono altro che momenti di tale atto, sono l'atto
puro stesso in un momento del suo generarsi. Realmente c'è solo il pensiero attuale
che pone sé stesso (autoctisi). L'atto puro di Gentile, come l'idea di Hegel,
svolge la sua attività secondo un processo triadico, che ha per momenti princi-
pali l’arte, Ja religione e la filosofia. L'arte è il momento soggettivo; la
forma immediata dello spirito assoluto. La religione è l'antitesi dell'arte, il
momento oggettivo. La filosofia costituisce la sintesi del momento soggettivo
con l'oggettivo, riconoscendo l'assoluto nell'atto che pone se stesso
attraverso una dialettica eterna. Lo Stato è consi- derato l'incarnazione
suprema dello Spirito, volontà sovrana e as- soluta da cui discende sia la
morale che il diritto. La filosofia di Gentile ha occupato un posto centrale
nello sviluppo del pensiero specu- lativo italiano nei primi decenni del nostro
secolo. Opere principali: Rosmini e Gioberti; Sommario di peda- gogia come
scienza filosofica; I problemi della scolastica e il pensiero italiano; Studi
vichiani; Fondamenti della fi- losofia del diritto; Teoria generale dello
spirito come atto puro; Sistema di logica come teoria del conoscere; Le origini
della filosofia contemporanea in Italia; I/ pensiero italiano nel Rinascimento
(1920); Studi sul Rinascimento; Filosofia dell’arte. Gilson Filosofo nato a
Parigi, si è addottorato in lettere e filosofia alla Sorbona; ha insegnato a
Lilla, Strasburgo, Parigi. Trasferitosi in Canada, vi ha fondato l’« Institute
of Medieval Studies » di Toronto che diresse sino alla morte avvenuta a
Cravant. Con Jacques Maritain, Gilson è colui che ha maggiormente contribuito
alla rinascita del tomismo nella prima metà del sec. XX e della sua diffusione
nel mondo nord-americano. AI] centro della sua riflessione è il concetto di «
filosofia cristiana » di cui Gilson sostiene la legittimità, affermando che la
filosofia cri- stiana non comprende verità che appartengono essenzialmente al-
l'ambito della fede e della rivelazione, ma solo di fatto, storicamente.
Oggetto specifico della filosofia cristiana non è il « rivelato », ma il «
rivelabile », cioè verità di per sé accessibili alla ragione come l’unità di
Dio, l'immortalità dell'anima, il senso della storia, la per- sona, la libertà
ecc. La filosofia cristiana è stata elaborata dai Padri della Chiesa e dagli
Scolastici, che hanno conferito evidenza a verità attinte dalla Bibbia e alle
quali i Greci non erano pervenuti quali l'unicità di Dio, la creazione, la
libertà, la persona, la storia, la contingenza, la causalità delle creature e
dell'uomo, la bontà della materia e del corpo umano, la provvidenza, ecc. I
filosofi cristiani hanno conferito a queste verità una espressione razionale,
filosofica, che gli storici non cristiani hanno attribuito alla filosofia
moderna. Per Gilson questa è una falsificazione della storia, che ha dimostrato
in modo preciso ne Lo spirito della filosofia medioevale e in altre opere. Sul
problema della conoscenza dell'essere, Gilson dimostra che essa non si realizza
mediante un’astrazione, ma mediante il giudizio di esistenza, che è un atto di
composizione che la mente compie tra un soggetto e l’atto di esistere,
attribuendoglielo. Opere principali: I/ tomismo; La filosofia nel Medioevo
(1922); San Bonaventura; Sant'Agostino; Lo spirito del- la filosofia medioevale;
Duns Scoto. Delle sue opere a ca- rattere teoretico citiamo: Il realismo
metodico; Dio e la filo- sofia; Realismo tomista e critica della conoscenza; L'essere
e l'essenza (1948); L'essere e alcuni filosofi; Introduzione alla filosofia
cristiana; Il filosofo e la teologia (1960). Gioberti Nato a Torino, fu ordinato prete nel 1825.
Laureatosi in teologia, fu preso da una crisi di fede e si orientò verso il
panteismo. Par- tecipò a circoli rivoluzionari per cui fu arrestato ed esiliato.
Si rifugiò in Belgio e in quel periodo si riconciliò con la Chiesa. Passò gli
ultimi anni della sua vita a Parigi, dedito allo studio della filosofia, nella
povertà e nella solitudine. Gioberti ha gli stessi motivi ispiratori di
Rosmini: si vale del- l’idea dell'essere ma sostiene che per salvare
l'oggettività dell'idea dell'essere bisogna darle materialità, realtà. Cioè
bisogna porre l'a priori non nell’idea dell'essere ideale, ma in quella
dell'essere reale, Dio (ontologismo). Dio crea il mondo e opera intrinsecamente
allo spirito umano, mentre a Dio il mondo ritorna grazie al progresso umano
(l'ente crea l'esistente, l'esistente ritorna all'ente). Gioberti ha anche
studiato la realizzazione di un piano per l’unità e l’indipenden- za d'Italia.
Opere principali: Teoria del sovrannaturale; Introduzione allo studio della
filosofia; Del bello; Del primato morale e civile degli italiani (1843); Del
buono (1843); Del rinnovamento civile d'Italia. Giovanni Damasceno Dottore
della Chiesa (di lingua greca), santo. Nacque a Damasco e morì probabilmente a
Gerusalemme. Discendente da una nobile e ricca famiglia arabo-cristiana (suo
padre era ministro del tesoro presso la corte del Califfo) ebbe un'eccellente
educazione letteraria e filosofica. Consacrato prete da Giovanni V patriarca di
Gerusalemme si ritirò nel monastero di San Saba in Palestina e si dedicò
soprat- tutto all'insegnamento della sacra Scrittura e della teologia e si
adoperò sia con la parola sia con gli scritti per la difesa del culto delle
immagini sacre (opponendosi coraggiosamente all’iconoclastia). È stato per
lungo tempo uno dei pilastri della teologia della Chiesa cattolica orientale ed
anche oggi è un riferimento nel dialogo ecu- menico fra le varie confessioni
cristiane. Nella sua sintesi teologica vengono adoperati non pochi elementi
filosofici da lui appresi in parte dagli arabi e in parte dai Padri greci. C'è
in lui un influsso ari- stotelico nella concezione della logica e della
metafisica, e c'è anche un influsso platonico e neoplatonico derivato dallo
Pseudo-Dionigi. iLa sua opera maggiore è la Fonte della conoscenza che si
suddi- vide in tre parti riguardanti la filosofia (Capitoli filosofici), le
eresie (Libro delle eresie) e la fede (Sulla fede ortodossa). Glucksmann André
(1937) Laureato in filosofia, fu maoista e partecipò ai movimenti rivolu- 298
zionari del '68. Attualmente lavora al « Centro nazionale per la ri- cerca
scientifica ». Critico implacabile del sistema marxista, è im- pegnato in una
denuncia sistematica dei crimini sovietici. Nelle sue ultime opere denuncia il
carattere disumano del sistema marxista e accusa l’U.R.S.S. di essere una
potenza capitalistica, violenta e ter- roristica, di cui il Gulag è
l'espressione più terrificante. Tra le molte critiche che Glucksmann muove al
marxismo la più radicale è quella con cui gli contesta di essere un sistema
socialista. Opere principali: Il discorso della guerra; La cuoca e il
mangiauomini; I padroni del pensiero (1978); L'atto antitota- litario. Gramsci
Uomo politico e pensatore italiano; nato ad Ales (Cagliari) si tra- sferì
successivamente a Torino, dove interruppe gli studi letterari per dedicarsi
alla vita politica. Con Bordiga e Tasca fondò a Livorno il Partito Comunista
Italiano, di cui divenne segretario. Arrestato dai fascisti e condannato a 20
anni di carcere, morì nel 1937 in una clinica, dopo undici tormentati e
dolorosi anni di prigionia. Il pensiero filosofico di Gramsci si articola
intorno al superamen- to del dilemma idealismo o marxismo; alla fondazione
della filosofia della prassi, in cui risalta il carattere storicistico del
conoscere e il suo carattere pratico; e infine alla dimensione storica quale
tratto qualificante della filosofia della prassi. Gramsci recupera inoltre la
conoscenza come creatività e non solo come rispecchiamento della realtà.
Riguardo al problema politico l'ideologia gramsciana si snoda lungo le seguenti
direttrici: 1) il potere va conquistato attraverso una guerra di posizione che
sottragga alla classe dirigente prima il consenso e poi il dominio; 2) la
rivoluzione non è violenta ma cultu- rale; nel progetto rivoluzionario
gramsciano il cristiano deve giun- gere ad abbandonare la sua religione per
accedere a forme più ri- spondenti al divenire storico; 3) ogni nazione ha diritto
di realizzare il proprio stato socialista conforme alla propria storia, cultura
e tradizioni; 4) il Partito comunista è il Nuovo Principe: esso è la fonte di
ogni potere, di ogni diritto, di ogni legge; la sua attività è essenzialmente
morale. Realizzatori della guerra di posizione e successivamente del rap- porto
tra il Nuovo :Principe e la base proletaria sono « gli intellet- tuali organici
», prima interpreti della rivoluzione culturale e suc- cessivamente garanti del
consenso ideologico. Gramsci appare sensibile al problema religioso che
considera la grande utopia delle classi subalterne. Come la metafisica, essa è
or- mai superata dal comunismo che ha pienamente compiuto il processo di
secolarizzazione del mondo moderno. Opere principali: gli scritti di Gramsci
sono distinti in due 299 periodi: a) Scritti; L'Ordine Nuovo; Socialismo e
fascismo; La costruzione del Partito Comunista; b) Quaderni del carcere,
scritti durante la pri- gionia. Guardini Romano Filosofo e teologo tedesco, di
origine italiana (nacque a Verona), conoscitore profondo della storia moderna,
fu il primo a coprire la cattedra di Weltanschauung cattolica all'università di
Berlino. Allon- tanato -dall'insegnamento dal nazismo, lo riprese dopo la
seconda guerra mondiale prima a Tubinga e poi a Monaco sino alla morte. In base
al concetto di opposizione polare Guardini afferma che ogni concetto
fondamentale è distinto da un aliro, ma al tempo stes- so lo presuppone e lo
implica, poiché nessun elemento pilò essere pensato senza il suo opposto. Il
mondo storico è concepito da Guardini come il concreto viven- te, ed è
essenzialmente mondo della cultura, mondo dell’uomo. Convinto della crisi
dell'età moderna, si impegna a riaffermare il principio cattolico della unità e
collaborazione tra fede e ragione, convalidata dalla tesi della polarità. In
base a tale tesi, Guardini ela- bora una serie di binomi capaci di descrivere
la struttura della real- tà: atto-struttura, immanenza-trascendenza, unità-pluralità,
affinità- distinzione, originalità-regola. Egli riscontra inoltre la crisi del
mondo moderno in tre settori principali: quello della natura, quello del
soggetto, quello della cul- tura. La natura viene percepita come estraneità, il
soggetto è pri- gioniero della massa e delle macchine, la cultura ha perduto la
sua credibilità per lo scacco storico delle sue convinzioni. Guardini abbozza,
pertanto, il progetto di una « nuova società » e di una nuova cultura sulla
base della riaffermazione del valore assoluto della persona; del controllo
della potenza; del coraggio del- la verità; della libertà dello spirito. Opere
principali di carattere filosofico: L'opposizione polare (Sag- gio per una
filosofia del concreto vivente); La fede nella ri- flessione (1928); La morte
di Socrate. Una interpretazione degli scrit- ti di Platone: Eutifrone,
Apologia, Critone, Fedone; La fine del- l'epoca moderna; Religione e
soprannatura. Habermas Filosofo e sociologo tedesco, nato a Gummersbach; dopo
essersi laureato a Francoforte, si è dedicato a studi e ricerche nell’ambito
dell'Istituto per le ricerche sociali di Francoforte fondato da Horkheimer e di
cui egli è il continuatore. Per Habermas, compito di una scienza sociale
filosoficamente fondata, è l'elaborazione del nesso tra teoria e prassi che
penetri i meccanismi della comunicazione intersoggettiva, la sua struttura lin-
guistica, i processi di creazione del consenso e della legittimazione per
raggiungere una Verità che è nel contempo illuminazione pra- tica e formazione
di una volontà collettiva. Opere principali: Storia e critica dell'opinione
pubblica; Teoria e prassi; Logica delle scienze sociali; Conoscenza e interesse;
Tecnica e scienza come ideologia; La crisi della razionalità nel capitalismo
maturo; Per la ricostruzione del materialismo storico. Hartmann Nicolai
Filosofo tedesco, nato a Riga e morto a Gottinga. Assertore della filosofia dei
valori e vigoroso critico del positivismo, aderì all'inizio della sua
formazione culturale al criticismo e in seguito alla feno- menologia di
Husserl. La sua concezione ontologica dei valori è caratterizzata da una sorta
di ultrarealismo platonico: i valori non hanno fondamento né nell'uomo né in
Dio, ma in se stessi, sono sussisienti al pari delle Idee di Platone e sono
dotati di aseità. In nome dell'autonomia dei valori Hartmann giunge perfino a
negare l’esistenza di Dio, poiché la sua esistenza sàrebbe incompa- tibile con
la libertà dell'uomo. Opere principali: Principi di una metafisica della
conoscenza; La filosofia dell'idealismo tedesco; La costru- zione del mondo
reale; Filosofia della natura; Estetica. Hegel nasce a Stoccarda e fece gli
studi teologici nel seminario di Tubinga. È nominato professore presso
l'università di Jena, poi insegnò ad Heidelberg e infine a Berlino dove ottenne
gran- de successo. Morì di colera. Hegel è uno dei protagonisti della filosofia
contemporanea ed elaborò l’idealismo logico e storico. Egli si inserisce nel
recupero romantico del concreto e del reale, ma per attuarlo radicalmente. Si
impegna a coniugare la valorizzazione della creatività del pensiero e della
libertà con l'esigenza di fondare razionalmente la realtà, in- tesa come
costruzione logica del mondo; perviene così all'esito fi- nale del processo
storico culturale moderno: un umanesimo asso- luto che sfocerà, dopo Hegel, in
un ateismo assoluto (l’uomo è il fon- damento immanente delle realtà). Scopo
della filosofia hegeliana è, quindi, la comprensione razio- nale del mondo e
della storia, caratterizzati dalla presenza del ne- gativo e dalla nostalgia
dell'armonia perduta. La storia è caratteriz- zata dalla scissione: essere-non
essere; bene-male; infinito-finito; Dio-mondo. La consapevolezza di queste
realtà fa dell'uomo una « co- scienza infelice », che tende a liberarsi della
contraddizione. Per Hegel la realtà è Idea (tutto ciò che è razionale è reale e
tutto ciò che è reale è razionale). Da questa affermazione deriva il nome dato
alla filosofia di Hegel di idealismo logico. L'unico metodo ade- guato per lo
studio di una realtà in perpetuo divenire è quello della logica speculativa o
dialettica. Esso è costituito di tre momenti: tesi, antitesi e sintesi. La tesi
è il momento dell'essere in sé, l’antitesi è il momento dell'essere extra sé,
la sintesi è il momento del ricongiungimento delle due parti poste dalla tesi e
dell'anti- tesi in un unico tutto che annulla le imperfezioni dei momenti pre-
cedenti mentre ne conserva la positività. Lo studio della triade fondamentale
riconduce alle tre parti principali del sistema hege- liano: logica o studio
dell'idea in sé, filosofia della natura, filosofia dello spirito, forma in cui
l'idea si attua pienamente, ritornando in sé dall’alienazione della natura.
Anche la vita dello spirito si svolge dialetticamente in tre momenti: spirito
soggettivo (o indi- viduale), oggettivo (o sociale) e assoluto (che si attua
nelle opere artistiche, religiose, filosofiche). Per Hegel la religione è mito
e la teologia è mitologia. Egli sva- luta la Rivelazione e afferma l’esigenza
di una religione nazionale sul modello di quella della polis greca. In una fase
successiva Hegel com- pie un'autocorrezione, rivalutando la prospettiva
storico-filosofica del cristianesimo come espressione del «rapporto dialettico
» tra universale-particolare, pensiero-vita, infinito-finito. L'amore cristia-
no si presenta come il superamento di ogni dualismo. Supera in tal modo la «
dialettica servo-signore » del giudaismo e si presenta come sintesi Dio-mondo.
Hegel considera il suo pensiero come sintesi del pensiero occiden- tale da
Talete a Schelling. La sua critica si rivolge in particolare al- l'impostazione
kantiana della cosa in sé e alla scissione tra sfera teoretica e sfera pratica.
Per Hegel la storia è lo studio delle manifestazioni dello spirito oggettivo.
Essa è la manifestazione progressiva dell’assoluto; in es- sa tutto quanto
avviene ha un carattere razionale. Il male è solo un momento della dialettica
della ragione. Per manifestare se stesso nella storia, lo spirito si vale dello
Stato e della nazione: la storia si esprime nelle successive egemonie dei
popoli. Opere principali: Scritti teologici giovanili (Religione popolare e
cristianesimo; La vita di Gesù; La positività della religione cri- stiana; Lo
spirito del cristianesimo e il suo destino); Fenomenologia dello spirito;
Scienza della logica; Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio;
Lineamenti di filosofia del diritto. Infine quattro opere postume: Filosofia
della storia; Estetica; Filosofia della religione; Storia della filosofia.
Heidegger nasce a Messkirch, in Germania. Si avviò verso la carriera sa-
cerdotale che poi interruppe. Fu discepolo di Husserl. Ha la cattedra di
filosofia all'università di Friburgo, come successore del suo maestro Husserl.
Durante il periodo nazista si ritirò dall'insegnamento e lo riprese dopo la
guerra. La prima speculazione di Heidegger, che è il massimo esponente del
movimento esistenzialista, ed uno dei maggiori filosofi del nostro secolo, è
diretta alla soluzione del problema dell'essere. Porta di accesso all'essere è
l’uomo. Nell'uomo vi sono alcuni tratti fondamentali caratteristici del suo
essere, o esistenzia- li: essere-nel-mondo, esistenza (essere fuori di sé),
temporalità. Tra i primi due esistenziali, essere-nel-mondo e esistenza c'è
aperto contrasto: l’uno incatena l’uomo al passato, l’altro lo proietta verso
il futuro. A seconda che l'uomo si lasci guidare dal primo o dal secondo la sua
vita sarà inautentica o autentica. La prima è quella di assuefazione al mondo,
la seconda è quella interiore che conduce colui che vive in vista della morte.
Secondo Heidegger la morte ap- partiene alla struttura fondamentale dell'uomo, perché
è solo nella morte che l’uomo conquista la totalità della sua vita. L'uomo
diventa consapevole della sua soggezione alla morte nell’angoscia che è un'al-
tra disposizione fondamentale del suo essere. L'essere è ciò che fa presente
l’ente e ciò che in esso si manifesta: ma l'essere è indicibile. L'uomo è « il
custode dell'essere », ma non gli è dato sapere come avvenga il costituirsi
dell'ente per mezzo dell'essere. La manifesta- zione dell'essere si realizza
attraverso il linguaggio. Opere principali: Essere e tempo; Kant e il problema
della metafisica; Dell'essenza del fondamento; La dot- trina platonica della
verità; Introduzione alla metafisica; Il principio di ragion sufficiente;
Nietzsche; La tesi di Kant sull'essere; Tempo ed essere; Il trattato di
Schelling sull'essenza della libertà umana. Herbart Filosofo, discepolo di
Fichte e Schiller si orientò nella linea di pensiero idealistica, che ben
presto criticò e superò elaborando la sua concezione filosofica di un
pluralismo rea- listico immobilistico, in cui riserva particolare attenzione ai
pro- blemi pedagogici. Esercitò l'insegnamento universitario a Gottinga e poi a
Kénigsberg, dove fondò un seminario di pedagogia e una scuola sperimentale.
Herbart sostiene che la filosofia è analisi critica dell'esperienza e
superamento delle sue coniraddizioni. L'esperienza ci dà una pluralità di
esseri mutevoli, mentre l'essere è sempre se stes- so, unico e immobile. Alla
base della sua concezione pedagogica vi è l’idea di istruzione educativa, tesa
a promuovere la plurilateralità, il complesso delle tendenze e delle attitudini
dell'’educando, senza al- terare le proporzioni e la forma dell’individualità,
senza indebolire la forza del carattere. Opere principali: Manuale di
psicologia; Pedagogia dedotta dal fine dell'educazione; Disegno di lezioni di
pedagogia; Metafisica ge- nerale secondo i principi della filosofia della
natura. 303 Herder Filosofo, teologo e letterato tedesco, nato a Mohrungen e
morto a Weimar. Studiò teologia a Kénigsberg, avendo come maestro Kant. Dopo
essere stato alcuni anni a Riga, in Lettonia, come predi- catore, andò in
Francia e di lì, per interessamento di Goethe, si tra- sferì come pastore di
corte a Weimar, dove rimase sino alla morte, salvo il periodo di viaggio in
Italia. Scrisse moltis- simo in vari campi e può essere ricordato come uno dei
testimoni maggiori di quella stagione della cultura tedesca che costituisce il
suo periodo aureo. In filosofia i campi che coltivò con maggiore successo
furono l'estetica, la storia, la linguistica. Nell’estetica af- ferma la
relatività della nozione di bellezza. Nella storia egli vede una rivelazione
divina: natura e storia, a suo parere lavorano secondo il disegno di Dio per
l'educazione dell'umanità. Infine, per quanto concerne la linguistica, Herder
considera il linguaggio come espres- sione spontanea della soggettività: essa
può essere intesa sia come prodotto della sensazione immediata, sia come opera
della « rifles- sione ». Il linguaggio è quindi un fattore nella costruzione sintetica
della coscienza, ed occupa un posto fondamentale sia nella costru- zione sia
nella espressione della cultura di un popolo. Opere principali: Saggio
sull'origine del linguaggio; Il conoscere e il sentire dell'anima umana; Idee
per la filosofia della storia del- l'umanità. Hobbes Nato in Inghilterra, conosce
Galilei BONAIUTO (vedasi) e (Cartesio e ne subì gli influssi culturali. Fece
lunghi viaggi in Francia e in Italia. Hobbes apre la serie dei grandi filosofi
inglesi del XVII secolo, le cui principali caratteristiche sono empirismo e
politicità. Per Hobbes l’unica sostanza è la materia: ad essa si riporta ogni
essere come al puro e trascendentale principio del suo esistere. La cono-
scenza si basa esclusivamente sull'esperienza. È bene ciò che causa piacere,
male ciò che procura dolore. Nel Leviathan, apologia del- l'assolutismo, sostiene
che lo Stato nasce da un volontario assogget- tamento degli uomini a un
sovrano, in cui si accentrano tutti i di- ritti, per uscire dallo stato di
natura, in cui regna una lotta sel- vaggia tra gli altri uomini (homo homini
lupus). Opere principali: Elementi di legge naturale e politica; Obiezioni alle
« Meditazioni » di Cartesio; De cive; Leviatano; De corpore; De homine;
Behemoth. Horkheimer Fondatore e
animatore della « Scuola di Francoforte », il cui cen- tro principale è l'«
Istituto per le Ricerche Sociali ». L'Istituto seguì Horkheimer quando questi
emigrò a Parigi e, durante la seconda guerra mondiale, a New York. Fece ritorno
a Francoforte insieme 304 col suo fondatore nel 1950. Il nucleo della Scuola di
Francoforte era costituito oltre che da Horkheimer, da Adorno, Fromm e Marcuse.
Per la sua formazione filosofica Horkheimer si colloca lungo l'e- redità del
marxismo occidentale. Ma dal punto di vista politico la sua posizione era
totalmente eccentrica, in quanto non intendeva avere rapporto alcuno con le
organizzazioni di partito. Horkheimer e la sua scuola concentrarono le ricerche
sulla società e sulle sue istituzioni, sviluppando una teoria critica anziché
un progetto utopistico come avevano fatto Marx e Engels. La teoria critica si
propone di smascherare le ingiustizie, i mali, le deviazioni, le lacune che
affliggono la società in un determinato momento storico. Da Marx accetta le
seguenti tesi: priorità della prassi; priorità della società sull’individuo;
negazione della metafisica. In altri punti si discosta dal marxismo: socialismo
e politica del partito comunista non coincidono; la dialettica ha un dominio
più vasto; la religione merita un giudizio più favorevole. La società è un
fenomeno storico e dinamico. La società contem- poranea affonda le sue radici
nell’illuminismo; ma questo, nel com- battere il mito, prende esso stesso la
forma di mito. La ragione è arte- fice e vittima dei mali provocati
dall’illuminismo (manipolazione e dominio dell’uomo sull'uomo). L'ideale che
Horkheimer assegna alla società è la felicità di tutti gli individui in questo
mondo, in una concezione rigorosamente storicistica e immanentistica. Più tardi
il filosofo accoglierà un'apertura teologica, verso la nostalgia di una
perfetta e consumata giustizia. Opere principali: Autorità e famiglia;
Dialettica dell'illu- minismo (1944); Eclisse della ragione; Studi sul
pregiudizio; Teoria critica; La società di transizione. Humboldt Filosofo nato
a Postdam e morto a Tegel. Ebbe una educazione illuminista; si specializzò in
giurispru- denza a Francoforte e a Gottinga. Dopo una breve permanenza a Parigi
nel periodo della rivoluzione, si trasferì a Jena, dove divenne amico di
Schiller e Goethe. È a Roma come rap- presentante del re di Frussia presso il
Papa. Rientrato a Berlino si occupò della strutturazione della nuova
università. ‘Il nome di Humboldt è legato soprattutto alle sue profonde ricer-
che nel campo della linguistica. Egli ha portato avanti le ricerche iniziate da
Herder e con lui è il maggior rappresentante della filo- sofia romantica
tedesca. Per lui il linguaggio è sintesi di dati ogget- tivi e di elementi
soggettivi (tesi ripresa da Kant, che però l'aveva applicata al fenomeno della
conoscenza); esso è, poi, parziale ri- flesso della totalità oggettiva nelle
lingue particolari. La lingua, per Humboldt, non è opera compiuta, bensì
attività: la sua definizione non può essere altro che genetica. Essa
costituisce un importante 305 documento di identificazione per quelli che sono
i tratti caratteri- stici di un popolo. Opere principali: Sull'origine delle
forme grammaticali e il loro influsso sulle idee; Sulla differenza della
struttura linguistica del- l'uomo e sulla sua influenza sullo sviluppo
spirituale del genere umano. Hume Nacque ad Edimburgo, in Scozia. Si recò in
Francia per continuare gli studi. Partecipò all'attività politica e fu segre-
tario dell'ambasciata in Olanda, Italia, Austria. Nel 1756 tornò in Francia. Fu
amico di Rousseau, con cui poi venne a rottura. Fu an- che sottosegretario di
stato. Hume è sostenitore di un empirismo radicale. Principio fonda- mentale
della sua filosofia è il principio di immanenza, interpretato empiristicamente:
l’unica fonte di conoscenza è l’esperienza e l’og- getto dell'esperienza non è
la cosa esterna ma la sua rappresenta- zione. In base a questo principio le
rappresentazioni o impressioni costituiscono il dato ultimo della conoscenza
umana. Hume trasfor- ma quindi l’empirismo in fenomenismo. Critica il rapporto
di cau- salità in quanto la relazione tra causa ed effetto non è necessaria, ma
nasce dall'esperienza. L'esistenza di Dio non è dimostrabile. Dio rimane
un'ipotesi e un atto di fede. La morale è improntata a un utilitarismo
altruista: è buono ciò che è utile e perciò approvato dalla società; è cattivo
ciò che è dannoso e perciò condannato dalla società. Le passioni sono
impressioni riflesse, connesse alle idee di sensazione. Le principali sono:
orgoglio-umiltà, amore-odio. La virtù è un'attività conforme a quella
particolare specie di passioni che causano piacere. Opere principali: Trattato
sulla natura umana; Saggi morali e politici; Ricerca sull’intelletto umano;
Ricer- ca sui principi della morale; Discorsi politici; Quattro dissertazioni;
Dialoghi sulla religione naturale. Husserl Nacque a Prossnitz, in Germania.
Laureatosi in scienze matema- tiche a Berlino, si trasferì per alcuni anni a
Vienna. Rientrato in Germania, insegnò filosofia all'università di Gottinga e
di Friburgo fino all'avvento del nazismo. È il fondatore della Scuola
fenomenologica. La fenomenologia studia l'oggetto quale si manifesta nella sua
effettiva realtà, assoluta- mente puro. Il metodo fenomenologico consta di due
momenti prin- cipali, negativo e positivo. Quello negativo, chiamato da Husserl
epoché o riduzione fenomenologica è quello in cui si isola l’oggetto (fenomeno)
da tutto ciò che non gli è proprio perché possa svelarsi nella sua purezza. Il
momento positivo è quello in cui lo sguardo del- 306 l'intelligenza si dirige
verso la cosa stessa e si immerge in essa e lascia che si manifesti. Mediante
l'elaborazione del metodo fenomenologico, Husserl ha offerto un apporto
decisivo allo sviluppo dell’esistenzialismo, for- nendogli un metodo di
indagine che rispondeva perfettamente alla sua esigenza, quella di effettuare
un'analisi minuziosa dell’esperienza umana. Opere principali: Filosofia
dell’aritmetica; Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica;
Logica for- male e trascendentale. Molte opere postume: Meditazioni car-
tesiane; La crisi delle scienze europee e la fenomenologia tra- scendentale;
Mondo, io e tempo; Filosofia prima (1956); Psicologia fenomenologica (1962);
Analisi delle sintesi passive. James Nato a New York, fu per molti anni
titolare delle cattedre di filosofia e psicologia all'università di Harvard,
dove fondò uno dei primi laboratori di psicologia sperimentale. Rappresentante
del pragma- tismo, James dette a questa corrente di pensiero un carattere
marca- tamente volontaristico. Nell'uomo la facoltà principale non è la ragione
ma la volontà; perciò una dottrina viene accolta non perché la ragione la
riconosce come vera, ma perché la volontà la trova utile al conseguimento di un
determinato obiettivo (pragmatismo). Il mondo è costituito da un insieme di
parti che non armonizzano perfettamente tra loro. In questa concezione è
evidente il pluralismo di James il quale difende anche l’individualismo. Opere
principali: Principi di psicologia; La volontà di cre- dere e altri saggi di
filosofia popolare; Le varietà dell'esperien- za religiosa; Pragmatismo; Il
significato della verità; Un universo pluralistico; Alcuni problemi di
filosofia; Saggi sull’empirismo radicale. Jaspers Scienziato, psicologo e
filosofo tedesco, Jaspers fu uno dei massi- mi esponenti dell’esistenzialismo.
Nacque a Oldemburg in Germania. Insegnò per molti anni filosofia
nell'università di Heidelberg. Costret- to dal regime nazionalsocialista ad abbandonare
la cattedra, riprese l'insegnamento universitario. Si trasferì a Basi- lea dove
insegnò e risiedette sino alla morte. La sua filosofia ha come punto di
partenza la distinzione tra esserci (Dasein) ed esistenza (Existenz). L'esserci
è la realtà empi- rica, la vita naturale dell'uomo soggetia alle leggi del
tempo e dello spazio e esposta allo studio preciso delle scienze sperimentali.
L'esi- stenza è la capacità dell'uomo di superare costantemente la situa-
zione, il suo trovarsi sempre sistematicamente fuori di sé, oltre se stesso.
L'esistenza autotrascendendosi non si dissolve nel nulla, ma si muove verso
l'orizzonte dell'essere, il quale mi circonda da tutte le parti: è
l'’onnicomprensivo (das Umgreifende). Senonché alla ra- gione umana resta
impossibile determinare il senso di tale orienta- mento. Questo può esser
svelato soltanto dalla fede. Opere principali: Psicopatologia generale;
Psicologia delle visioni del mondo; Filosofia; Ragione ed esistenza; Nietzsche;
Descartes e la filosofia; Filosofia del- l'esistenza (1938); Il problema della
colpa (1946); Sulla verità; La fede filosofica; Introduzione alla filosofia; I
grandi fi losofi; Ragione e libertà; La fede filosofica di fronte alla
rivelazione. Jung Psichiatra svizzero, fondatore della psicologia analitica,
nato a Kesswil e morto a Kiisnacht. Conseguita la laurea in medicina, en- tra
nel 1900 in qualità di assistente nell'ospedale psichiatrico di Zurigo. Dopo
vari anni di ricerche giunge alla conclusione che per comprendere le
manifestazioni psicotiche occorre soprattutto tener conto della storia
individuale del malato. Pubblica la Psicologia della demenza precoce nella
quale formula l'ipotesi dell'origine psichica della schizofrenia, interpretando
il comportamento e il linguaggio del malato come espressione di fantasie
inconsce che hanno sostituito completamente l’attività della coscienza. Pubblica
la Trasformazione e simboli della libido che segna la defi- nitiva
differenziazione del pensiero di Jung da quello di Freud, dif- ferenziazione
che riguarda tutti i punti fondamentali della psicana- lisi: il concetto di
inconscio, la libido, la funzione dei simboli, il metodo terapeutico. Queste
tesi, Jung le riprende e sviluppa ulterior- mente nelle opere successive: Tipi
psicologici; Energetica dell'anima; L'io e l'inconscio; Psicologia e religione.
In quest'ultima opera Jung, diversamente da Freud, riconosce l'importanza della
religione nella vita dell'individuo e della società e vede in essa una profonda
esi- genza della natura umana stessa: questa ha bisogno e si serve della
religione per dare espressione simbolica alle sue ricchezze interiori. Ma a
parere di Jung, « una dottrina intorno a Dio nel senso di un'esistenza non
psicologica non può essere sostenuta ». Kant Nacque a Kénigsberg (Prussia).
Studiò filosofia, matematica e teologia all'università della sua città natale.
Fu precettore presso alcune famiglie patrizie. Ha la libera docenza ed ottenne
la nomina a professore ordinario di logica e metafisica all’uni- versità di
Kònigsberg. Il re di Prussia gli proibiva, con una lettera, di insegnare le
idee critiche nei confronti della religione. Kant si adeguò e non tenne più
corsi sulla filosofia della religione. Morì nella sua città natale che non
aveva mai abbandonato. 308 La filosofia di Kant non parte dal presupposto che
ci sia una realtà esteriore preordinata, ma che la realtà è costruzione nostra,
in quan- to soggetti intelligenti. L’atto conoscitivo è sintesi a priori di due
elementi: contenuto e forma; la forma è fornita dal soggetto, il contenuto
dalle cose. Vi sono tre gradi nel processo del pensiero: ap- prensione,
giudizio e raziocinio. Il contenuto del I grado è il com- plesso dei dati
sensoriali, la forma è l'ordinamento che ne facciamo nello spazio e nel tempo.
Il risultato che è una sintesi di carattere sensibile, o apprensione, serve di
contenuto del secondo grado di conoscenza, di cui la forma è l'elaborazione
secondo alcuni criteri intellettivi che Kant chiama categorie. Ne derivano i
giudizi o sintesi concettuali. Questi primi due gradi dell'attività conoscitiva
si inte- grano a vicenda. Nel raziocinio si hanno tre idee regolatrici
dell’atti- vità stessa: anima, mondo e Dio. Anche questa attività è
unificatrice, anzi è quella che tende alla sintesi suprema: ma questa non è mai
realizzabile obiettivamente. Pertanto la metafisica, tradizionalmente intesa,
non è possibile come scienza positiva. La reale conoscenza u- mana è limitata
all'esperienza sensibile. Per Kant i postulati della vita morale sono tre:
l’esistenza-di Dio, l'immortalità dell'anima, la libertà. La prima formula del
dovere morale o imperativo categorico è: Agisci sempre ed esclusivamente per
amore della legge, prescindendo da qualsiasi risultato utile o dannoso. Nella
terza opera fondamentale (Critica del giudizio) Kant tratta dei giudizi fondati
sul finalismo, che riconosciamo nella nostra vita e nella natura e dei giudizi
estetici, che sorgono spontanei dalla ripercussione nel nostro spirito di tale
riconoscimento. I meriti maggiori della filosofia kantiana sono il tentativo di
uscire dal ristagno del razionalismo e dell'empirismo, il riconosci- mento
della ragione pratica e del « sentimento ». Inoltre è riuscito a dare
espressione filosofica alla Weltanschauung del popolo germanico, che è
caratterizzata da una profonda coscienza del dovere e dal culto per la legge e
per la disciplina, dall'amore per la natura. Opere principali: Storia
universale della natura e teoria del cielo; Monadologia physica; Studio
sull'evidenza dei prin- cipi della teologia naturale e della morale;
Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime; Critica della ragion pura;
Prolegomeni ad ogni futura metafisica che voglia presentarsi come scienza
(1783); Primi principi metafisici della scienza del- la natura; Critica della
ragion pratica; Critica del giu- dizio; La religione nei limiti della semplice
ragione; La fine di tutte le cose; Metafisica dei costumi. Kautsky Filosofo nato
a Praga e morto ad Amsterdam, compì i suoi studi a Vienna. Conobbe
personalmente Marx e dopo avere diretto Neue Zeit (Tempo Nuovo), la ri- vista
teorica della socialdemocrazia tedesca, redasse il Programma di Erfurt e il suo
commento al Programma del Partito social. democratico costituì la formulazione
di piena ortodossia per gli aderenti alla Seconda Internazionale in contrasto
con l’ala revisio- nista di Bernstein. Kautsky opera una sintesi tra
l'evoluzionismo darwiniano e l’or- todossia marxista. Il suo socialdarwinismo è
elaborato a partire dalla sua concezione di dialettica intesa
naturalisticamente come intera- zione organismo-ambiente. Egli si interroga se
la storia dell'umanità non sia in fondo un caso particolare della storia degli
esseri viventi. Nonostante la sua pretesa ortodossia fu spietato critico del
bolsce- vismo che accusò di dittatura personale. ” Opere principali: Le
dottrine economiche di Karl Marx; Etica e concezione materialistica della
storia; La rivoluzione sociale; La concezione materialistica della storia.
Kierkegaard Nacque a Copenaghen, si laureò in teologia a Berlino. Visse sempre
a Copenaghen. Fu un filosofo ripiegato totalmente su se stesso, sulle
riflessioni del suo intimo, incentrate soprattutto su tre grandi fatti: il suo
rapporto con il padre; il tormento da lui chia- mato « pungolo della carne » e
la sua breve relazione sentimentale con Regina Olsen. Fu critico efficace del
sistema hegeliano e del cristianesimo uffi- ciale, da lui accusato di
formalismo. Obiettivo della sua filosofia è quello di riabilitare i concetti di
« esistere » e di « interiorità » facen- doli gravitare intorno alla categoria
fondamentale di singolo, ovvero l'uomo nel concreto della sua specificità.
Secondo Kierkegaard la drammatica complessità dell'esistenza non può essere
giustificata al- l'interno di un sistema logico totalizzante, cui si
sottraggono la pre- carietà e la sofferenza della persona, ma può trovare il
proprio senso solo nella realtà di ogni singolo e nella dialettica delle sue
scelte di vita, in una continua alternanza di scelte, dominate dall'angoscia, e
regolate o dalla decisione per il piacere traseunte ed egoistico (stadio
esistenziale estetico o del Don Giovanni); o dal senso del dovere e
dell'impegno personale (stadio etico o del padre di famiglia) o dall'ab-
bandono incondizionato all'imperscrutabile volontà di Dio con un atto di fede
senza ritorno (stadio religioso o di Abramo). Dio è l’Es- sere ed ha due modi
di manifestarsi: naturale e soprannaturale. Sulla scia di una radicale
prospettiva luterana, Kierkegaard espri- me la consapevolezza che tra Dio e
uomo, tra natura divina e natura umana vi è una infinita differenza
qualitativa, cosicché la conoscenza religiosa finisce per manifestarsi come
passione per l'infinito. La mancanza di garanzia oggettiva fa sì che la fede
sia vissuta come un rischio, ma la sua accettazione non è irrazionale. Il salto
dalla inno- cenza al peccato non è spiegabile con la dialettica « quantitativa
» di Hegel; esso si spiega con la dialettica « qualitativa ». Nella storia di
Adamo è delineata la sequenza dall’innocenza alla colpa. La coscienza 310 del
peccato costituisce il singolo; ma Cristo ha liberato l’uomo dal peccato senza
privarlo della individualità. Opere principali: Sul concetto dell’ironia con
particolare riguardo a Socrate; Aut-aut; Timore e tremore; La ripresa; Briciole
di filosofia; Il concetto dell'angoscia (1844); Stadi del cammino della vita;
La malattia mortale (1849); Esercizio del cristianesimo; Discorsi edificanti.
Opere po- stume: Diari; Libro su Adler; La dialettica della comunicazione etica
ed etico-religiosa. Korsch Filosofo nato a Tostedt, si laurea in giurisprudenza.
Si iscrisse al Partito Socialdemocratico tedesco indipendente di Kautsky. Nel
1920, alla scissione di questo, entrò nel Partito Comunista filosovietico. A
causa del nazismo abbandonò la Germa- nia e più tardi si trasferì negli Stati
Uniti dove morì a Cambridge, nel Massachussets. Le sue critiche colpirono
soprattutto la teoria gnoseologica del rispecchiamento di Lenin, secondo la
quale la coscienza di classe sa- rebbe estrinseca alla prassi proletaria. Ciò
farebbe della dittatura di Lenin una dittatura sul proletariato e non una
dittatura del pro- letariato. Korsch tende inoltre a recuperare la dimensione
hegeliana della totalità, valutando criticamente la « scientificità » del
Capitale, che tende a separare economia, politica è cultura. Opere principali:
Marxismo e filosofia (1923; l’opera che ne decre- tò l'espulsione dal Partito);
Il materialismo storico (1929); Marx. LABRIOLA (vedasi) Filosofo italiano, nato
a Cassino, docente successivamente di filosofia morale e pedagogia e quindi di
filosofia della storia a Roma, dove morì; introdusse lo studio del marxismo in
Italia. Ebbe rap- porti diretti con Engels e fu critico di Bernstein e Sorel.
In base al metodo genetico egli guarda alle cose non più come entità fisse, ma
come funzioni. Inoltre, con un deciso atteggiamento di distinzione tra marxismo
e naturalismo positivista, egli differenzia un « terreno naturale » da un «
terreno artificiale »: gli uomini sono originariamente dipendenti dalla natura,
ma la storia dell'umanità è la storia della società che varia ad opera del
comune impegno del lavoro umano. Opere principali: il suo pensiero è elaborato
in tre saggi fonda-' mentali: In memoria del manifesto dei comunisti (1895);
Del mate- rialismo storico. Delucidazione preliminare (1896); Discorrendo di
socialismo e di filosofia. Leibniz Nato a Lipsia, partecipò alla vita politica,
ottenendo incarichi diplomatici. Studiò filosofia all'università di Lipsia e
matematica a Jena. Scoprì ii calcolo infinitesimale contemporaneamente a Newton
e inventò il regolo calcolatore. Dietro suo consiglio fu fondata a Berlino l’«
Accademia della Scienza », di cui fu il primo presidente. Fu a Parigi, dove
propugnò la riunificazione della Chiesa cattolica con quelle protestanti.
Questa missione lo impegnò per tutta la vita. La sua fine fu solitaria e
triste. La filosofia di Leibniz si presenta come reazione al dualismo car- tesiano
e all'empirismo inglese. È reazione al dualismo cartesiano in nome dell'unità
degli esseri (ogni essere è essenzialmente uno: una monade, centro di attività
e di energia, che riproduce in se stessa la struttura di tutta la realtà); non
esistono due sostanze, quella spirituale e quella materiale; ma una sola:
quella spirituale. È inol- tre reazione all’empirismo inglese in nome
dell'originalità della cono- scenza intellettiva che non è una semplice
reazione passiva alle idee dei sensi, ma lo sviluppo di idee che l'intelletto
ha già germinalmente presenti sin dalla nascita (idee innate). Le facoltà
conoscitive del- l'uomo sono: senso, memoria, ragione. Le conoscenze della
ragione si dividono in verità di ragione (principio di non contraddizione) e verità
di fatto (principio di ragione sufficiente). L'esistenza di Dio è provata con
il procedimento ontologico, par- tendo dal concetto di possibilità; da ‘Dio
trae origine il mondo per folgorazione. La perfezione delle creature viene da
Dio, l’imper- fezione dalla loro limitazione, in cui sta anche la causa del
male. Opere principali: De arte combinatoria; Discorso di meta- fisica; Nuovo
sistema della natura, della comunicazione tra le sostanze e dell'unione tra
l'anima e il corpo (1695); Nuovi saggi sul- l'intelletto umano; Saggi di
teodicea; Principi della na- tura e della grazia fondati sulla ragione;
Monadologia. Uljanov, laureatosi in legge a Pietro- burgo, iniziò la
professione legale, svolgendo nel contempo attività politica sulla scorta del
pensiero di Marx. Passato attraverso l’espe- rienza dell'esilio, diresse l’ala
avanzata del partito socialdemocratico russo chiamato bolscevico. Rientrato in
patria allo scoppio della Rivoluzione del '17, dopo l’esperienza parziale della
Rivoluzione, portò al potere il suo partito, le cui linee programmatiche sono
contenute nelle cosiddette « tesi di aprile: rivendica- zione della rivoluzione
socialista (potere ai Soviet), costituzione di una repubblica dei Soviet,
nazionalizzazione delle banche e della terra. Capisaldi del pensiero di Lenin
sono: 1) il divenire dialettico della materia con la distinzione tra concetto
filosofico e concetto scientifico di materia; la partiticità della filosofia in
base alla quale sono vere quelle dottrine che sono utili al partito; 3) la
ditta- 312 tura del proletariato come forma necessaria per il passaggio dallo
stadio H. P. GRICE STAGE -- del capitalismo a quello del comunismo. Opere
principali: L'imperialismo fase estrema del capitalismo; Stato e rivoluzione;
L’estremismo, malattia infan- tile del comunismo. La sua opera filosofica più
importante è Materialismo ed empirio-criticismo. Lessing Critico drammaturgo e
filosofo. Nato a Kamenz, in Sassonia, stu- diò a Lipsia e passò la sua vita fra
le città di Breslavia, Berlino e Amburgo. Morì a Brunswick. È la figura più
rappresentativa dell'illuminismo tedesco ed è il sostenitore di un radicale razionalismo
religioso. Nei suoi scritti fi- losofici, in cui si uniscono motivi
illuministici e senso storico, egli ri- prende i motivi comuni
dell'illuminismo: critica di tutte le manife- stazioni della cultura, tendenza
a « rischiarare le menti » ed a rea- lizzare la felicità dell'umanità;
ottimismo, ossia fiducia nella con- tinuità del progresso umano sulla via del
suo perfezionamento spi- rituale. Molto influsso ha esercitato la sua
svalutazione dell'elemento storico della figura di Cristo e dei Vangeli. A suo
parere una decisione di fede e la salvezza eterna non possono dipendere da
eventi storici che sono necessariamente contingenti e difficilmente
accertabili. Lessing ritiene che l'elemento storico non possa avere
l'importanza che le chiese cristiane gli ascrivono e che la fede, considerata
come inserimento dell'uomo in una determinata tradizione storica sia qual- cosa
di accessorio. L'essenza della religione è comune a tutte le re- ligioni e
prescinde dai dogmi delle varie tradizioni cristiane e non cristiane. Opere
principali: Sulla genesi della religione rivelata; Il cristianesimo della
ragione; Laocoonte (1766); Sulla prova dello spirito e della forza;
L'educazione del genere umano; Dialoghi per massoni. Lévinas Nato in ‘Lituania,
ha svolto parte dei suoi studi in Russia e suc- cessivamente a Strasburgo. A
Friburgo entrò in contatto con Hus- serl e Heidegger. Naturalizzato francese,
insegnò prima a Poitiers e poi alla Sorbona. Da Husserl Lévinas riprende il
metodo fenomenologico come ri- chiamo a pensare ciò che è implicito e
sottinteso. L’epoché viene utilizzata come superamento dell’ovvietà e ritorno
all’originario « prima » del pensiero. L'intenzionalità viene vista da Lévinas
nel suo aspetto assiologico, come intenzionalità dei valori morali e fondamento
dell'etica. La fenomenologia trascendentale diviene, in- fine, lo strumento
principe per l'elaborazione del personalismo etico proprio del filosofo
lituano. Tale personalismo è detto propriamente etico-metafisico, poiché
l'etica non è, secondo Lévinas, fondata dalla metafisica ma è essa stessa
metafisica, capace di fornire una spiegazione esaustiva della realtà umana. Per
accedere all’Assoluto, Lévinas parte dalla contingenza della responsabilità,
pilastro dell'etica. La via etica è eminentemente auscultazione dell’Assoluto,
dell’Infinito, dell'Altro, di Dio, a cui si accede seguendo la traccia del
volto dell'altro, il prossimo; quindi dall'altro (il prossimo) si accede al
Totalmente-Altro (Dio). Nella nudità e povertà inerme dell'uomo risplende,
infatti, la traccia di Dio, fondamento di ogni rapporto etico e di giustizia.
L'etica è essenzialmente rapporto con l'altro, esercizio della propria libertà
come assunzione della responsabilità dell'altro. La « responsabilità per gli
altri » è il principio di individuazione della persona, Nella prospettiva della
responsabilità Lévinas conferisce una so- vradeterminazione etica alle
categorie ontologiche: essere, ente, to- talità, infinito, differenza divengono
elezione, convocazione, sostitu- zione, espiazione, ostaggio, volto. Opere
principali: Totalità e infinito; Quattro lettere talmudiche; Altrimenti che
essere o al di là dell'essenza; Etica e infinito; Dal sacro al santo (1984).
Lévi-Strauss Claude (1908) Nato a Bruxelles da genitori francesi, dopo gli
studi filosofici, a seguito dell'insegnamento presso la cattedra di sociologia
di San Paolo, dopo l’esperienza di spedizioni scientifiche in Brasile, ap-
prodò allo studio dell'antropologia di cui è uno dei maggiori studiosi. Lo
strutturalismo di Lévi-Strauss si fonda sulle premesse lingui- stiche di De
Saussure ed egli ritiene che la priorità dello strutturale sul contenuto
significativo non sia proprietà esclusiva della lingua, ma è comune a tutte le
manifestazioni culturali. Il linguaggio si ri- vela pertanto come il principale
elemento della vita culturale. Il metodo strutturale conferisce così
all’antropologia culturale un carattere rigorosamente scientifico consentendole
di separare certe proprietà in una data serie di fenomeni e nel tentare di sta-
bilire definite relazioni fra di loro. Attraverso lo studio dei « sistemi di
parentela », Lévi-Strauss ne scoprì l'analogia con i sistemi fonologici. I felici
risultati di questi studi indussero lo studioso ad elaborare una antropologia
strut- turale completa capace di cogliere al di là della immagine cosciente le
infinite possibilità inconscie. L'umanità è un continuo divenire, fondato su un
sostrato inalte- rabile: compito dell'antropologia è far emergere questa
struttura soggiacente inconscia, che determina anche il formarsi di tutte le
diverse forme di società. L'inconscio non ha però una valenza metafisica, è
piuttosto la 314 mente collettiva della società che si evolve e si trasforma
con la società stessa. Opere principali: Tristi tropici (1955); Antropologia
strutturale (1958); Il pensiero selvaggio (1962); Il crudo e il cotto (1964);
L'ori- gine delle buone maniere a tavola (1968); Antropologia strutturale due;
La via delle maschere. Lévy Autore del libro La barbarie dal volto umano che
ebbe grande fortuna e prestigioso rappresentante dei « nuovi filosofi »,
attacca con grande virulenza il marxismo, giungendo ad identificare lo sta-
linismo con il socialismo in senso proprio. Ciò che lo ha indotto a lasciare il
marxismo è stata la lettura dell’Arcipelago Gulag di Solzenicyn. A suo modo di
vedere la radice delle aberrazioni del socialismo è l'utopia illuministica del
progresso, fatta propria da Marx e dai suoi discepoli, eredi e continuatori dell'illuminismo.
Lévy sostiene inoltre che il marxismo non è altro che una eari- catura del
cristianesimo del quale « va assumendo nel meglio e nel peggio l’integralità
della [...] vocazione ». Non diversamente da ciò che avviene nella Chiesa,
anche il marxismo si distinguerebbe in un marxismo d'élite e in un marxismo di
massa, non meno alienante del cristianesimo. Opere principali: Barbarie dal
volto umano (1975); Il testamento di Dio; L'ideologia francese. Locke John
(1632-1704) Nato a Wrington in Inghilterra, studiò a Oxford. Da concezioni
politiche assolutistiche passò più tardi a posizioni opposte. Accusato di
complicità in moti politici fu costretto a esiliare e si rifugiò in Olanda. Il
suo pensiero è soprattutto riunito nell'opera « Saggio dell’in- telletto umano
» in quattro libri che trattano rispettivamente delle idee innate, del processo
della conoscenza, del linguaggio e del valore della conoscenza. Locke critica
la dottrina cartesiana delle idee innate. L'anima umana al momento della
nascita è una tabula rasa: la conoscenza umana incomincia con l’esperienza
sensibile. Vi sono due tipi di idee: idee semplici e idee complesse. L’idea di
sostanza è inconoscibile, in quanto supera i limiti della conoscenza sensibile.
Quindi l'uomo può conoscere solo l’esistenza delle cose e non la loro essenza.
In politica Locke nega lo stato di natura affermato da Hobbes, so- stenendo che
gli uomini possono vivere in perfetto accordo. Ammette il contratto sociale da
cui nasce lo stato, ma non è una abdicazione ai propri diritti, bensì una
delega della loro difesa all'autorità. È an- che assertore della tolleranza e
della libertà religiosa. Opere principali: Saggio sulla tolleranza; Epistula de
tolerantia; Trattati sul governo civile (1690); Saggio sull’in- telletto umano;
Pensieri sull'educazione; Ragionevolezza del cristianesimo. Lotze filosofo
geniale, nato a Bautze, professore di filosofia a Gottinga e a Berlino, è uno
dei rappresentanti della filosofia dei valori sorta in Germania come reazione
al positivismo che era sfo- ciato nella distruzione di tutti i valori
(nichilismo). Sostiene che fra le leggi meccaniche e la natura dell'uomo non vi
è alcun contrasto. Rappresentante del pensiero assiologico Lotze afferma che i
valori assoluti hanno carattere trascendente e hanno come ultimo fonda- mento
Dio stesso. Per Lotze, inoltre, la realtà di Dio risulta irrefu- tabile se solo
si ammette che Dio è, per definizione, essere perfet- tissimo. Opere
principali: Microcosmo. Idee sulla storia naturale e sulla storia dell'umanità;
Metafisica; Logica; Sistema di filosofia; Scritti. Lukéacs Nato a Budapest, si
presenta come il teorico più complesso e interessante del marxismo occidentale.
L’Italia, Heidelberg e Vienna sono le tappe in successione del suo prestigioso
itinerario culturale che si è svolto in un ambito etico-estetico. Il suo pensiero
si articola su tre poli di interesse: l'etica, l’este- tica e l'adesione al
comunismo. L'ortodossia marxista è per Lukécs una metodologia volta
all'interpretazione della società e della classe operaia intese come totalità,
i cui eventi vanno colti dialetticamente nelle loro connessioni più profonde.
Circa l’arte, essa non può essere considerata come rispecchia- mento della
realtà, ma a partire dal « tipo », lo strumento che con- sente la riflessione
estetica. Il tipo è il risultato della convergenza dialettica delle
contraddizioni sociali, morali e psicologiche più significative di un'epoca. La
fantasia è la generatrice del tipo. Opere principali: Il dramma moderno;
L'anima e le forme; Teoria del romanzo; Goéthe e il suo tempo; Il giovane Hegel;
Thomas Mann e la tragedia dell'arte moderna; La distruzione della ragione. Il
suo capolavoro poli- tico è Storia e coscienza di classe. Lutero Padre della
Riforma protestante, teologo insigne, polemista, esege- ta della sacra
Scrittura e possente oratore. Nacque ad Eisleben in Sassonia. Nei 1505 entrò
nell'ordine degli agostiniani, dove compiuti celermente gli studi teologici fu
ordinato sacerdote. Con la pubblicazione
delle famose Novantacinque Tesi, prese energica posi- zione contro l'abuso
della predicazione delle indulgenze indetta dal pontefice Leone X, un male
diffuso ovunque ma soprattutto in Ger- mania. Fu scomunicato. Alla Dieta di
Worms ruppe definitiva- mente con la Chiesa di Roma, seguito da molti principi,
vescovi, preti e laici tedeschi, essendo considerato come difensore del popolo
tedesco. L'essenza del pensiero di Lutero sta in una nuova concezione della
salvezza: questa non dipende dall'uomo, dalle sue opere buone, ma
esclusivamente dalla misericordia di Dio. Per salvarsi occorre quindi un totale
fiducioso abbandono in Dio. In tale prospettiva non occorrono più intermediari:
papa, vescovi, preti, santi, sacra- menti, reliquie. E anche se si vogliono
ammettere mutano completa- mente di importanza e significato. Opere principali:
95 tesi sulle indulgenze; Alla nobiltà cri- stiana di nazione tedesca per la
riforma del ceto cristiano; De captivitate babylonica ecclesiae praeludium; De
libertate christiana; De votis monasticis; De abroganda missa privata;
Esortazione alla pace; Piccolo catechismo; Grande catechismo. Luxemburg Nata a
Zamo$é, in Polonia, da famiglia ebrea, militò sin da gio- vane nel movimento
socialista polacco, di cui divenne ben presto una dirigente. Si trasferì in
Germania, di cui prese la cittadi- nanza e divenne collaboratrice di Liebknecht
alla fondazione della Spartakus-Bund (Lega di Spartaco) caratterizzata da
acceso spirito internazionalista e rivoluzionario. Due capisaldi della sua
teorizzazione sono il diritto di sciopero generale e la teoria della
catastrofe, quale autodistruzione del ca- pitalismo in base allo sfruttamento e
alla conquista indiscriminata di nuovi mercati. Rosa Luxemburg condusse inoltre
una spietata accusa contro il bolscevismo di Lenin. Morirà a Berlino, uccisa
dai soldati del go- verno socialdemocratico, durante uno scontro con gli
spartakisti. Opere principali: Riforma sociale o rivoluzione? L'accu- mulazione
del capitale; Questione nazionale e sviluppo capi- talista; Tra guerra e
rivoluzione. Malebranche Filosofo nato a Parigi. Sacerdote della Congregazione
del- l'Oratorio, si distaccò apertamente dalle posizioni della filosofia
aristotelico-tomistica. Amico e discepolo di Cartesio accoglie le tesi
fondamentali di questi in metafisica (anche per lui la realtà si divide in
pensiero ed estensione) ed in epistemologia (il criterio supremo di verità è
l'idea chiara e distinta). In due punti però oltrepassa il pensiero di
Cartesio: nel problema della conoscenza ed in quello della causalità. Per
Malebranche in ‘Dio è fondato sia l'essere che l'agire, includendo nell'ordine
dell'agire prodotto da Dio la stessa attività intellettiva della mente umana:
le nostre idee sono le perfezioni di Dio che egli ci fa vedere nella sua
infinita essenza. La visione delle idee in Dio è possibile perché Egli è
immediatamen- te presente nel nostro spirito. Si avvale del principio
dell’occasionalismo inoltre per risolvere il problema dei rapporti tra anima e
corpo: essendo queste due realtà di genere diverso, non possono entrare in
comunicazione di- retta né esercitare un influsso reciproco. Le disposizioni
dell'anima e del corpo servono soltanto da occasione per l'intervento di Dio,
il quale svolge direttamente ed esclusivamente tutte le azioni sia del corpo
sia dell'anima. Opere principali: La ricerca della verità; Trattato della na-
tura e della grazia; Colloqui sulla metafisica e la religione (1688); Trattato
dell'amore di Dio. Mao Tse-tung Nato da famiglia contadina, fu tra i fondatori
del partito comu- nista cinese sorto a Shangai. Sconfitta la Cina nazionalista
di Chang Kai-shek (1949) dopo la « lunga marcia », da lui guidata attra- verso
migliaia di chilometri, divenne il capo carismatico della Cina Popolare e
antagonista della Russia sovietica. I punti qualificanti del pensiero di Mao
sono: a) unione tra teoria e prassi; b) stretto legame con le masse; c)
sviluppo dell’autocritica. Si fece promotore della « rivoluzione culturale »
che appellandosi alle masse e ai giovani intendeva esercitare un controllo sui
quadri del partito e stimolarli a mantenere intatta la carica ri- voluzionaria.
Purtroppo questa operazione politica degenerò rapida- mente e ne derivarono
delle stragi di centinaia di migliaia di persone, coinvolte senza alcun motivo.
Obbligò gli intellettuali a impegnarsi periodicamente nel lavoro dei campi e in
fabbrica per evitare il ri- schio di discriminazioni con le masse. Si oppose
inoltre rigidamente alla cultura tradizionale, considerando incompatibili Marx,
Lenin, se stesso con Confucio, di cui era impregnata da secoli la cultura e la
tradizione del popolo cinese. Opere principali: Mao scrisse solo due opere a
carattere filosofico: Sulla contraddizione; Sulla prassi. Da questi volumi
furono tratti dei brani che formarono il famoso « libretto rosso », punto di
riferimento dei giovani durante la rivoluzione culturale e che divenne di moda
presso i giovani dell'Occidente durante la contestazione sorta. Marcel Filosofo,
uno dei maggiori esponenti del- l'esistenzialismo cattolico. Fu professore nei
licei, si occupò di giornalismo e di critica letteraria. Compose numerosi
drammi teatrali. Nel 1929 passò dall’ebraismo al cattolicesimo. La metafisica è
« ricerca di ciò che è », dell'essere, compiuta da ciascuno per proprio conto
alla ricerca della verità, assurta a valore vitale, qualcosa cioè di vissuto,
frutto di una esperienza personale. Egli rifiuta di definire esistenzialista il
proprio pensiero e lo qua- lifica come « socratismo cristiano ». Per Marcel,
mentre la scienza può parlare del reale in terza persona, la riflessione
filosofica è il regno della domanda e della risposta, dell'io e del tu, in cui
domina la seconda persona. Fra tutte le realtà suscettibili di ricerca meta-
fisica il primato spetta all'essere perché gode di una duplice prio- rità: nei
confronti del pensiero e nei confronti dell’avere. L'uomo è un essere
incarnato, itinerante (homo viator), animato dalla speran- za, in atteggiamento
di adorazione davanti a Dio. Alla trascendenza si arriva per intuizione: l'uomo
è fatto per Dio. Opere principali: Giornale metafisico; Essere e avere; Dal
rifiuto all’invocazione; Homo viator; Il mistero dell’essere; In cammino, verso
quale risveglio? Marcuse Nato a Berlino, frequentò l'università di Friburgo.
Fece parte del- l'’« Istituto per la ricerca sociale » di Francoforte. Lascia
la Germania e si rifugiò negli Stati Uniti, insegnando in diverse uni- versità
americane. ‘Per lo sviluppo del suo pensiero utilizza tre fonti principali: da
Freud deriva la tesi che l'essere profondo dell'uomo consiste nel- l'istinto
del piacere; da Hobbes proviene la distinzione di due stati nella vita umana:
quello di natura e quello sociale. La terza compo- nente fondamentale della
visuale filosofica marcusiana trae origine da Marx, da cui Marcuse deriva la
prospettiva del materialismo sto- rico e dialettico e la tesi che tutte le
lotte sociali sono dovute a ra- gioni economiche. Anche nella società
contemporanea esiste una ten- sione tra stato, natura e società e tutto si
risolve a favore della so- cietà, che si è trasformata in realtà autonoma, assoluta,
onnipotente, fine a se stessa. L'uomo, schiavo della società industriale, non
può liberarsi dallo stato repressivo in cui si trova. Solo gli inetti, gli
emarginati, gli sfruttati, cioè coloro che restano fuori dal pro- cesso
democratico, che si oppongono al sistema, sono una speranza di liberazione.
Opere principali: L'ontologia di Hegel e la fondazione di una teoria della
storicità; Ragione e rivoluzione; Eros e ci- viltà; Marxismo sovietico; L'uomo
a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata; Critica della
tolleranza; La fine dell'utopia Maritain Filosofo, discepolo di Bergson. Nato a
Parigi da agiata famiglia protestante, dopo aver aderito per un po’ di tempo al
socialismo rivoluzionario, nel 1906, con l’aiuto di Léon Bloy, si convertì con
la moglie al cattolicesimo. ‘Insegnò all'« Istituto cattolico » di Parigi e, in
seguito, in alcune università degli Stati Uniti. Fu ambasciatore di Francia
presso il Vaticano. Si ritirò presso la comunità dei « Piccoli fratelli di Gesù
» di Tolosa. Ardente sostenitore della filosofia tomista, di cui è stato il più
autorevole rappresentante nel nostro secolo, ne mise in rilievo l’ap-
plicabilità ai problemi moderni: politica, arte, pedagogia, scienza.
Particolarmente importante il suo contributo al pensiero politico. Maritain è
il teorico di un tipo di democrazia di ispirazione cristiana, ch'egli chiama
nuova cristianità, per distinguerla dalla cristianità medioevale. Mentre la cristianità
medioevale non riusciva a mante- nere sufficientemente distinti ordine sacro e
ordine profano, la nuova cristianità, pur facendo del sacro una categoria che
ordina a sé la creatura per quanto concerne il fine ultimo, riserva allo spazio
strut- turale del mondo una configurazione categoriale profana, ovvero di-
stinta dal sacro. Maritain propone l'umanesimo integrale, assegnando alla de-
mocrazia, ispirata in modo cristiano, cinque caratteristiche: plura- lismo,
infravalenza del temporale, libertà della persona, autorità de- legata e
collaborazione. Egli ha avvertito profondamente la decaden- za e la « miseria »
della nostra civiltà ed era sicuro di una sua immi- nente fine apocalittica.
Queste sue previsioni ed illuminazioni spie- gano il fiorire dopo la sua morte
in varie parti del mondo di centri di studio del suo pensiero. Opere
principali: La filosofia bergsoniana; Arte e scola- stica; Distinguere per
unire o i gradi del sapere; Sul re- gime temporale e sulla libertà; Sette
lezioni sull'essere e sui primi principi della ragione speculativa (1934);
Scienza e saggezzà; Umanesimo integrale; Da Bergson a Tommaso d'£ quino;
Cristianesimo e democrazia; L'uomo e lo Stato; Ateismo e ricerca di Dio;
L’intuizione creativa nell'arte e nella poesia; Il contadino della Garonna; La
Chiesa del Cristo. Marx Nacque a Treviri, in Germania, studiò presso
l'università di Ber- lino. Dopo la laurea si dedicò al giornalismo, rivolgendo
aspre cri- tiche ai governi assolutisti del tempo. Si rifugiò due volte a
Parigi per sfuggire alla caccia della polizia tedesca. Pubblica il Manifesto
del partito comunista insieme a Engels, con cui ebbe una grande amicizia e
dimestichezza di lavoro comune (an- che Il Capitale fu preparato valendosi
dell'apporto dell'amico) e dove riparare in Inghilterra. Convoca a Londra la
Prima Internazionale per coordinare l’attività rivoluzionaria del proletariato
di tutto il mondo. L'intuizione geniale di Marx consiste nell'aver scoperto
nella natura e nella storia dei rapporti economici quella logica immanente,
quella dialettica progressiva che regola la storia della coscienza in Hegel.
L’unica realtà è quella della storia, la quale a sua volta non è altro che
l'evoluzione della materia in tutte le sue fasi, compresa quella umana. Il
materialismo storico è quindi quella concezione della storia la quale afferma
che nelle vicende umane il fattore fon- damentale è quello economico. Un altro
punto fondamentale della teoria marxista è quello che riguarda il plus valore,
cioè il guadagno superiore all'investimento che il capitalista ricava dal
prodotto. Per Marx la religione è una sovrastruttura contingente e fonda il suo
ateismo su tre postulati: 1) il materialismo metafisico e dialet- tico; il
materialismo storico; l'umanesimo assoluto che situa l’uomo al vertice del
cosmo. Opere principali: Manoscritti economico-filosofici; Ideo- logia tedesca;
Miseria della filosofia; Manifesto del partito comunista; Il Capitale (insieme
a Engels). Merleau-Ponty È nato a Rochefort-sur-Mer, in Francia. Fu professore
all'università di Lione, poi ordinario di psicologia pedagogica alla Sorbona.
Prese il posto di Lavelle nell'insegnamento al College de France. Fondò,
insieme a Sartre, il mensile Les temps modernes e lo diresse. La sua filosofia
è di indirizzo fenomenologico. Essa si sviluppa su due linee: 1) come critica
interna della psicologia sperimentale e convinzione che la riduzione
fenomenologica ci riconduce ad una coscienza sempre più definita dal corpo,
rapporto originario con il mond, e dalla situazione storica, rapporto
originario tra soggetto e soggetto; 2) come riflessione sul marxismo: da una
proposta di let- tura esistenzialistica degli scritti del giovane-Marx, ad una
successiva interpretazione dello stalinismo come tragedia giustificata da una
storia rivoluzionaria, il cui fine fondamentale è tuttavia il consegui- mento
di rapporti comunitari, per giungere infine ad una concezione del marxismo come
componente indispensabile, accanto ad altre, della cultura contemporanea e di
Marx come di un punto di riferi- mento ormai classico ma inattuale. Opere
principali: La struttura del comportamento; Feno- menologia della percezione;
Umanismo e terrore; Senso e non senso; Le avventure della dialeitica; Segni; Il
visibile e l'invisibile Mill Nacque a Londra. Filosofo ed economista. Fu in
Francia e in Inghilterra dove si dedicò alle scienze e alla giurisprudenza.
Genio precocissimo, fu scrittore molto fecondo e per alcuni anni membro della
Camera dei Comuni. Il problema speculativo che lo preoccupò maggiormente fu
l'ela- borazione di una logica induttiva valida e completa, basata sulla
gnoseologia dell'empirismo inglese, la quale non ammette concetti, idee
universali. A tal fine egli escogitò vari metodi di cui i principali sono:
metodo dell'accordo, metodo della differenza, metodo dell'ac- cordo e della
differenza. Opere principali: Sistema di logica deduttiva e induttiva; Principi
di economia politica; Sulla libertà; Conside- razioni sul governo
rappresentativo; Utilitarismo; Comte e il positivismo; Tre saggi sulla
religione. Mounier Emmanuel Ritenuto da molti il vero fondatore del
personalismo, fu per un ventennio una delle voci più autorevoli e più ascoltate
del mondo cattolico europeo. Dopo aver iniziato gli studi alla facoltà di
scienze di Grenoble dove era nato, passò a quella di filosofia della Sorbona,
superando il disagio, provocatogli dalla filosofia ideali- sta, attraverso il
rapporto con Maritain, Guitton e il teologo P. Payet. L'incontro fondamentale
resta però quello con il pensiero di C. Péguy. Fondò la prestigiosa rivista
Esprit. Mounier colpisce con la sua critica sia il carattere oppressivo
dell'economia capitalista sia il carattere generico, utopistico, ateo e
collettivista del marxismo. Al capitalismo e al marxismo contrappone il
personalismo (I/ Personalismo) le cui linee fondamentali sono: 1) la struttura
psicofisica della persona umana; 2) la trascendenza della persona ri- spetto
alla natura; 3) l'apertura verso gli altri e verso il mondo me- diante la
comunicazione; 4) la dinamicità; la vocazione; la libertà. Secondo Mounier le
difficoltà di carattere materiale e sociale che ostacolano la realizzazione
della vocazione della persona possono essere ridimensionate da una democrazia
che sia politica e socio- economica al tempo stesso. Opere principali:
Rivoluzione personalista e comunitaria; Dalla proprietà capitalista alla
proprietà umana; Personalismo e cristianesimo; Manifesto al servizio del
personalismo; I cristiani e la pace; Trattato del carattere; Che cos'è il per-
sonalismo; Rottura fra l'ordine cristiano e il disordine stabili- to; Il
lavoro; Il denaro; Tentazioni del comunismo; Aspetti del cor- porativismo. Nietzsche
Figlio di un pastore protestante, nacque a Rochen, in Germania. Studiò
filosofia classica nelle università di Bonn e di Lipsia. Èchiamato ad insegnare
all'università di Basilea lingua e let- teratura greca. Per il suo precario
stato di salute, lasciò definitivamente l'insegnamento e iniziò a soggiornare
senza fissa di- mora in Svizzera, Italia e Francia, specie in riviera. È colto,
a Torino, da un nuovo e più grave attacco di pazzia che, sia pure con brevi
periodi di sosta, non lo lasciò più e lo portò alla morte, che avvenne a
Berlino. Nietzsche si oppone criticamente all'idealismo di Hegel e al
pessimismo di Schopenhauer e contesta aspramente ogni religione. La base del
suo pensiero è il concetto che la realtà sia una esplo- sione di forze
disordinate. Davanti a questa strepitosa esplosio- ne di potenza, che non può
essere imbrigliata da nessuna legge della ragione, si può assumere un duplice
atteggiamento: di debo- lezza (quello del gregge), di forza e potenza (del
superuomo). Il gregge, di fronte alla potenza sregolata della natura, invènta
la re- ligione. Contro la massa dei mediocri (il gregge) Nietzsche, per bocca
di Zarathustra, il protagonista del suo famoso libro Così parlò Zarathustra,
proclama che l’esistenza dell'uomo è completamente ter- rena e che Dio non
esiste: « Dio è morto », L'etica del superuomo, l'uomo forte, « il leone »,
come egli lo chiama, è il trionfo della propria personalità, al di là del bene
e del male, purché si affermi sugli altri; come è per il bambino, deve saper «
dire di sì alla vita » in tutte le sue forme e deve creare nuovi ideali di
esistenza, nuovi simboli sacri (Dioniso al posto di Dio). Nietzsche recupera la
dottrina dell'eterno ritorno, che ha come proprio centro la volontà creatrice
dell'uomo. Opere principali: La nascita della tragedia dallo spirito della mu-
sica; Considerazioni inattuali; Umano troppo uma- no; Il viandante e la sua
ombra; La gaia scienza; Così parlo Zarathustra; Al di là del bene e del male
(1886); Genealogia della morale (1887); Il caso Wagner; Cre- puscolo degli
idoli. Opere postume: L'Anticristo; Ecce homo; Nietzsche contro Wagner. Occam Francescano,
studia e insegna ad Oxford. Per le sue dottrine so- spette fu invitato a
presentarsi alla corte papale ad Avi- gnone per rispondere delle idee eretiche
di cui era accusato. Fuggì da Avignone con un gruppo di francescani dissidenti
e in seguito si rifugiò a Monaco di Baviera, presso l'imperatore Ludovico il
Ba- varo, venendo così scomunicato. Egli afferma che gli universali esistono
solo nella mente e non hanno nessun rapporto con le cose; sono solo puri
concetti. Quindi bisogna eliminare le entità astratte {rasoio d’'Occam). Tra
fede e ragione non esiste armonia: non si possono conoscere le verità
soprannaturali; sono solo oggetto di una fede cieca. Opere principali: Commento
alle Sentenze; Summa logicae; Opus nonaginta dierum; De dogmatibus papae
Johannis XXII; Dialogus; Octo quaestiones; Breviloquium de potestate papae; De
imperatorum et pontificum potestate. Parmenide Nacque a VELIA (vedasi) colonia
greca in Lucania. Fondatore della Scuola eleatica, pone come unica realtà
l’essere, negando il divenire considerato come illusione dei sensi. Secondo
Parmenide l’unica realtà ‘è l'essere; nessun'altra realtà è possibile in quanto
senza l'essere nulla è pensabile: « la stessa cosa è pensare e il pensiero che
è ». Con questo Parmenide intende dire che l'oggetto del nostro pensiero è
l'essere, e che il non essere non è pensabile. Coerente con questo postulato,
passando dalle esigenze del pensiero a quelle dell'esperienza, conclude
iogicamente che il nasce- re e il perire delle cose, ossia ogni forma di
divenire, sono solo nomi, esprimenti le fallaci opinioni degli uomini.
Parmenide è considerato il primo grande metafisico della storia perché è il
primo filosofo che si preoccupa di chiarire la nozione fondamentale
dell'essere. Opere principali: scrisse il poema Della natura. Pascal Blaise
(1623-1662) Nacque a Clermont Ferrand. Di grande ingegno fin da ragazzo, studiò
matematica e fisica. A 18 anni si trasferì con il padre, alto magistrato da cui
aveva avuto la prima educazione, a Parigi e qui frequentò il circolo culturale
guidato da Mersenne. Si distinse per le sue ricerche e scoperte di geometria e
di ‘fisica. Questa sua vita completamente indirizzata agli studi rese la sua salute
fragile e gli abbreviò l'esistenza, morendo a Parigi non ancora quarantenne.
Nel 1646 aderisce al giansenismo, per cui attacca violentemente sia i gesuiti
francesi, che accusa di predicare una morale lassista, sia i cosiddetti «
libertini », ai quali rimprovera il mancato impegno per la salvezza finale.
Abbracciò il misticismo del monastero di Port-Royal e nel 1654, dopo una breve
crisi mondana, ebbe una specie di visione mistica (la famosa notte del 23
novembre) e si convertì definitiva- mente. Pascal critica il metodo geometrico
di Cartesio che pretende di ridurre tutto ad idee chiare e distinte. Ad esso
contrappone il metodo affettivo (esprit de finesse); alle idee chiare e
distinte le idee emozio- nanti. Più che opporre la ragione al cuore, intende integrare
la ra: gione col cuore: e valersi di entrambi nella difesa del cristianesimo di
cui fu ardente seguace e abile apologista. Oltre che scienziato di grandissimo
valore e forte polemista, fu dotato di uno spirito finissimo, l'esprit de
finesse, di cui fu pieno il suo pensiero filosofico che partiva da una
conoscenza penetrante, 324 quasi intuitiva, delia realtà umana nella sua
condizione storica con- creta. Opere principali: Trattato sulle sezioni coniche
(1639); Lettere provinciali; Apologia della religione cristiana (del progetto
rimasero solo alcuni frammenti raccolti poi nei famosi Pensieri). Peirce Filosofo
e matematico statunitense, studiò a Harvard » e lavorò presso il servizio
geodesiaco e costiero degli Stati Uniti. Visse gli ultimi anni nella solitudine
e nella povertà. Può essere considerato il fondatore del pragmatismo, corrente
nata in America come reazione al positivismo e al materiali- smo positivistico
e che risolve il criterio di verità delle diverse teorie nel loro successo
pratico, operando induttivamente e poi verificando. L'impostazione di Peirce è
infatti empiristica e sperimenta- lista; egli però nega che la sua tesi abbia
esiti soggeîtivistici e uti- litaristici. Opere principali: La grande logica;
Raccolta di scritti di Peirce; Corne rendere chia- re le nostre idee. Piaget
Nato e vissuto in Svizzera è annoverato tra gli studiosi più ge- niali della
psicologia contemporanea. Notevole il suo contributo an- che di carattere
epistemologico. oridò a Ginevra il notis- simo « Centro internazionale di
epistemologia genetica ». A partire dall’osservazione del comportamento Piaget
sottolinea che il pensiero del fanciullo differisce da quello dell'adulto non
solo quantitativamente, ma anche qualitativamente e ciò perché il pen- siero
umano è evolutivo. Tappe dell'evoluzione del pensiero infantile sono: 1)
l'intelligenza serisomotoria; 2) l’attività rappresentativa; l’attività
imitativa differita e il linguaggio verbale. Piaget ritiene, inoltre, di poter
cogliere una stretta correlazione tra linguaggio e pensiero attraverso tre fasi
fondamentali di sviluppo: il pensiero egocentrico (il fanciullo attribuisce
valore assoluto alla propria esperienza); il pensiero realista (primato dei
dati per- cettivi su quelli rappresentativi); lo sviluppo intellettuale vero e
proprio nelle due evoluzioni successive che vanno dai nove ai dieci anni e dai
quindici ai sedici anni. Partendo dall'evoluzione del pen- siero umano, Piaget
affronta due questioni fondarnentali di episte- mologia genetica: quelia
relativa allo sviluppo della nozione e quella relativa alla cognizione della
nozione. Opere principali: Il linguaggio e il pensiero del fanciullo; Il
giudizio e il ragionamento nel fanciullo; La rappresentazio- ne del mondo nel
fanciullo; Il giudizio morale nel fanciullo; La nascita dell’intelligenza; La
formazione del simbolo; Introduzione all’epistemologia genetica; Le
trasformazioni delle operazioni logiche Pitagora Nacque a Samo, isola greca del
Mar Egeo. Fu un genio multi- forme che coltivò ad un tempo la matematica,
l'astronomia, l’asce- tica e la mistica. Fondò a Crotone la scuola pitagorica,
la cui dot- trina fondamentale è che il numero è l'essenza di ogni cosa. Da cui
la derivazione della molteplicità dell'unità. Il concetto matematico con cui
Pitagora spiega i fenomeni è superiore a quello degli Ionici, perché è astratto
e più razionale. Per Pitagora l’anima è eterna e rinasce in altri corpi di uomini
o animali (metempsicosi). Alla sua scuola diede un indirizzo spiccatamente
religioso. I suoi membri vi- vevano in comunità, compiendo pratiche ascetiche
molto elevate. Platone Nacque ad Atene da una famiglia fra le più nobili della
Grecia. È uno dei più grandi filosofi della storia. Fu discepolo di Cratilo e
poi di Socrate. Dopo la tragica fine di questi, per evitare delle rappre-
saglie, si allontanò da Atene e si rifugiò a Megara e più tardi iniziò a
viaggiare, visitando varie città della Grecia e dell’Italia, sofferman- dosi a
Siracusa, dove ritornò alcuni anni dopo. Tornato ad Atene, vi fondò l'Accademia
che può essere considerata la prima università a carattere scientifico. Per
secoli questo prestigioso centro di studi attrasse le migliori intelligenze
della Grecia. Scrisse moltis- sime opere, in parte andate perdute. Platone fu
il primo filosofo meta- fisico: per spiegare il mondo sensibile sentì il
bisogno di ipotizzare un altro mondo ideale, immateriale. Infatti,
caratteristica dominante del pensiero platonico è il dualismo: esistono due
mondi: uno intelligibile o mondo delle Idee, che sono le essenze eterne, divine
e immutabili delle cose e il mondo sensibile, che è prodotto dal De- miurgo,
l'artefice sovrano, plasmando la materia informe a immagi- ne delle Idee.
Caratteristica della filosofia platonica è la tesi secondo cui il conoscere umano
non è altro che un ricordare. Per Platone l'uomo è un'unità accidentale di
anima e di corpo: essenzialmente l’uomo è soltanto anima. Tutta la sua
filosofia ha un orientamento etico: l'uomo è sulla terra di passaggio, nel
desi- derio dell'eternità. iPer raggiungere la felicità occorre rinunciare ai
piaceri e alle ricchezze e dedicarsi alla pratica della virtù, per cui è meglio
subire l'ingiustizia che commetterla. La filosofia è l’unica via sicura per
giungere alla giustizia e al bene. All'incontro con le cose di questo mondo,
copie delle Idee, nell'anima umana si risve- glia il ricordo delle ‘Idee che
aveva contemplato in una vita prece- dente (mito della caverna). Anche la
concezione politica di Platone è ideale e si fonda sulla divisione dei compiti
e del lavoro tra le classi dei lavoratori, guerrieri e magistrati che
corrispondono alle anime concupiscibile, irascibile e razionale dell'individuo.
Dall'’armonia di queste tre classi nasce il raggiungimento del Bene, del
Giusto, del Vero. Per lui lo Stato ha origine dal fatto che l'individuo non può
bastare a se stesso. 326 Opere principali: a) Dialoghi giovanili (Apologia di
Socrate; Critone; Ipparco; Protagora; Menesseno); b) Dialoghi della matu- rità
(Gorgia; Menone; Cratilo; Repubblica; Fedone; Fedro); Dia- loghi della
vecchiaia (Teeteto; Parmenide; Sofista; Timeo; Crizia); Lettere. Plotino Nato a
Licopoli (Egitto), entrò nella scuola di Alessandria diretta da Ammonio Sacca e
partecipò a una spedizione bellica contro i per- siani. Poi si trasferì ad
Antiochia e infine a Roma, dove fondò una scuola. Morì in Campania, nella sua
villa. Fu l'ultimo grande espo- nente del pensiero classico e il principale
esponente del neoplato- nismo, movimento che opera una sintesi tra la filosofia
di Platone e le religioni pagane orientali. Per inclinazione naturale e dato
una certa conoscenza dell'ebraismo e del cristianesimo in Roma, ha con-
centrato la sua speculazione sul problema religioso, in particolare sul
rapporto dell'anima con Dio. Plotino accentua i concetti di semplicità e di
trascendenza ri- guardante l'Assoluto che chiama Uno. All’Uno quindi: non si
può attribuire nessuna qualità positiva (teologia negativa). Dall'Uno trag-
gono origine tutte le altre realtà mediante emanazione, secondo un ordine: il
Nous o intelligenza, la vita, l’anima universale, le anime, la materia. La
missione dell'anima umana è di ristabilire l'unità originaria delle cose,
riconducendole all’Uno, attraverso tre tappe: ascetica e catarsi,
contemplazione, estasi. Opere principali: i suoi scritti furono ordinati dal
discepolo Porfirio e sono noti sotto il nome di Enneadi. Popper Nacque a
Vienna, dove studiò fisica, matematica e poi filosofia. Data la sua origine
ebraica emigrò in Nuova Zelanda dove insegnò a Christchurch. Si trasferì a
Londra, iniziando ad insegnare alla London School of Economy. Popper fu, in un
primo tempo, uno degli esponenti più qualificati del Circolo di Vienna e del
neopositivismo, ma poi abbandonò questo sistema e sviluppò una concezione
originale dei fondamenti della scienza e del metodo scientifico, che può essere
definita come razionalismo critico, in forte contrasto con la Scuola di
Francoforte a cui rimprovera, oltre la dialettica, lo « storicismo », per cui
si fan- no previsioni della storia nella totalità del suo corso che viene con-
siderato essere diretto in modo ineluttabile verso una meta prefis- sata, come
la società senza classi prevista da Marx. I punti qualificanti della sua
concezione in campo epistemologico sono due: il carattere sostanzialmente
deduttivo (anziché induttivo) della scienza; e il criterio di demarcazione tra
teorie scientifiche e non scientifiche, che viene chiamato criterio di
falsificabilità. Que- sto stabilisce che una teoria può considerarsi
scientifica soltanto se è falsificabile, ossia se si può indicare dei casi in
cui risulterebbe 327 falsa, cioè smentita in linea di principio e non per
essere stata consta- tata falsa di fatto. Notevole anche l'apporto di Popper
alla filosofia politica con la sua appassionata difesa della « società aperta
», vale a dire la difesa di una società che non solo tolleri, ma stimoli la
cri- tica dei singoli e dei gruppi in vista della soluzione razionale dei
problemi più gravi come quello delia fame e dell'ignoranza. Opere principali: La
logica della scoperta scientifica; Che cos'è la dialettica; La ‘società aperta
e i suoi nemici; Miseria dello storicismo; Congetture e confutazioni;
Conoscenza oggettiva. Frotagora Filosofo greco, massimo esponente della
sofistica. Dalla sua natia Abdera (in Tracia), si trasferì ancora in giovane
età ad Atene, dove insegnò ad una folta schiera di studenti entusiasti. Si
guadagnò la stima e il favore di Pericle, il quale lo incaricò di stendere la
costituzione della colonia di Thurii. Data e luogo della sua morte sono
incerti, e ja causa sembra sia stata un naufragio. L'attenzione precipua della
riflessione filosofica di Protagora non è più voita come nella maggior parte
dei presocratici allo studio della natura e della causa o principio primo,
bensì verso l’uomo ed è tesa, soprattutto, a scoprire quali sono le possibilità
umane in or- dine alia conoscenza e alla morale. In entrambi i casi Protagora
sposa una tesi sostanzialmente relativistica: non esistono verità asso- lute
nell'ordine gnoseologico né leggi universali nell'ordine etico; sia le verità
sia le leggi sono relative. Questa tesi è espressa nel ce- lebre detto di
Protagora: « L'uomo è misura di tutte le cose; di quelle che sono perché sono e
di quelle che non sono perché non sono ». È la stessa condizione naturale
dell’uomo, la sua struttura corporea a non consentirgli di raggiungere né il
vero né il bene in maniera assoluta e definitiva: «La materia, afferma
Protagora, è flut- tuante, e fluendo essa ininterrottamente, si verificano
aggiunte al posto delle perdite, e le sensazioni mutano e variano secondo l'età
e secondo le altre costituzioni dei corpi ». Opera principale: La verità o
Discorsi sovvertitori. Renouvier Filosofo francese, nato a Montpellier e morto
a Prades, nei Pirenei Orientali. Nella sua oper, I/ personalismo, ha fornito
spunti fondamentali al personalismo contemporaneo offrendo addirittura la
denominazione che lo caratterizza e che è desunta da una indagine filosofica
centrata sull'uomo concreto e sulla sua dimensione dia- logica. ‘ Per Renouvier
il carattere specifico della persona umana è Îa conoscenza da intendersi come
apertura verso il mondo e verso l'as- soluto e capace di portare l’uomo a
riconoscere l’esistenza di una Persona prima e creatrice. Il riconoscimento
della sua esistenza è imposto al nostro assenso dal carattere di unità armonica
delle leggi 328 che regolano l’intendimento degli esseri intelligenti e reggono
il mondo. È favorevole ad una specie di religione filosofica. Opere principali:
Saggi di critica generale; La nuova monadologia (con L. Prat, 1899); Il dilemma
della metafisica pura (1901); Il personalismo (1903). Rickert Filosofo tedesco,
nato a Danzica, fu docente di filosofia ad Heidel- berg dove morì e direttore
delia scuola di Baden; sviluppò la « fiia- sofia dei valori », distinguendo la
scienza delio spirito dalle scienze della natura. Critico del positivismo,
distingue due forme di conoscenza e due logiche ad esse correlate: 1) la logica
delle scienze spirituali o sto- riche da un lato; 2) la logica delle scienze
naturali dall'altro. 'La realtà per Rickert è quella che ci rivelano le scienze
spirituali o che i loro giudizi valutativi determinano. La natura, invece, è
solo un'immagine astratta e abbreviata della realtà, creata per il bisogno che
l'uomo ha di dominare, classificandola e uniformandola, l'infi- nita varietà
degli individui, di cui consta l’esperienza., Le scienze naturali, pertanto,
tendono all'astrazione; mentre le scienze spirituali o storiche tendono a
determinare il valore dei fatti, che sono il presupposto stesso della storia.
Opere principali: L'oggetto della conoscenza; Scienze della cultura e scienze
della natura (1899); La filosofia della vita; Sistemi di filosofia; La logica
del predicato e il problema dei- l’ontologia (1930); Problemi fondamentali
della filosofi. Ricoeur Filosofo francese, nato a Valence, docenie di filosofia
ciella storia prima alla Sorbona e poi all'università di Parigi-Nanterre, può
essere annoverato sia tra i fenomenologi che tra gli esistenzialisti e i
personalisti. Assertore di una interessante visione antropologica, Ricoeur la
fonda sul concetto di fallibilità, che la storia delle religioni docu- menta
aîtraverso i simboli del male e dei peccato. La fallibilità è una prerogativa
dell’uomo, realtà essenzialmente progettuale, che può fallire nella realizzazione
dei proprio progetto. La persona per Ricoeur è un progetto di umanità. Attività
fonda- mentali della persona sono il conoscere, il cui oggetto è il vero; il
volere, il cui oggetto è il bene; il sentire, il cui oggetto è l’affettività.
Alla sfera del sentimento appartengono l'amicizia (apertura verso i propri
simili) e la deiezione (apertura verso il mondo delle Idee, la Trascendenza,
Dio). Opere principali: Marcel e Jaspers; Jaspers e la filosofia dell'essere;
Filosofia della volontà; Finitu- dine e colpa; Il conflitto delle
interpretazioni; La sfida semiologica; Metafora viva SERBATI Nacque a Rovereto
e fu ordinato sacerdote. Fonda la congregazione religiosa dei « rosminiani »;
morì a Stresa sul Lago Maggiore; È ambasciatore a Roma di Carlo Al- berto
presso Pio IX; suo compito era quello di cercare un accordo col Pontefice per
una confederazione di stati italiani, ma la missione fallì. In quella stessa
occasione, furono messe all'indice due opere in cui egli propugnava il
rinnovamento della Chiesa. Amareggiato, si ritirò a Stresa, dedicandosi
esclusivamente alla filosofia. Rosmini tentando di porre un freno
all'estensione del sensismo e dell’empirismo, riconosce come elemento a priori
oggettivo della co- noscenza l'idea dell'essere, che non è l’idea dell'Essere
reale (Dio) ma dell'essere ideale, astratto, indeterminato che deriva
dall’Essere reale. L'essere ideale è forma di ogni conoscenza, ma in se stesso
non rappresenta nessun oggetto determinato. Deve incontrare e unire qualche
dato della sensibilità. La conoscenza si sviluppa in diversi gradi: intuizione,
affermazione, astrazione. Opere principali: Nuovo saggio sull'origine delle
idee; Principii della scienza morale; Antropologia in servigio della scienza
morale (1838); Trattato della coscienza morale; Filo- sofia della politica;
Filosofia del diritto; Teodicea. Opere postume: Saggio storico-critico sulle
categorie e la dialettica; Antropologia soprannaturale; Teosofia. Rousseau
Filosofo svizzero di lingua francese, nacque a Ginevra. Orfano di madre, a soli
sedici anni iniziò una vita di vagabondaggi. A Parigi frequentò gli ambienti
dell'Enciclopedia. Si attirò molti nemici. Fuggì in Svizzera e in Inghilterra.
Rientrato in Francia, passò gli ultimi anni nella solitudine e nella povertà,
continuando a scrivere fino alla morte. Massimo esponente dell'illuminismo francese,
Rous- seau scrisse moltissimo occupandosi degli argomenti più disparati: dalla
storia alla musica, dalla pedagogia alla politica, dalla metafisica alla
religione. Nel Contratto sociale espone la sua concezione politica in cui, pur
assegnando allo Stato un'origine convenzionale, non gli si ascri- ve mai poteri
assoluti e definitivi, ma ogni decisione dello Stato sotto- stà
all'approvazione dei cittadini. Altre due sue opere espongono la dottrina
pedagogica. Questa si caratterizza per una completa fiducia nelle capacità
autoeducative del fanciullo: alla scuola della natura egli ritiene di ottenere
un'educazione assai migliore di quella che somministra normalmente la società
ai suoi membri. Opere principali: Discorso sulle scienze e le arti; Discorso
sull'origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini; Lettera sulla
provvidenza (1756); Lettera sugli spettacoli; Emilio o dell'educazione (1762);
Contratto sociale (1762); Lettera a 330 Christophe de Beaumont. Dialoghi:
Rousseau giudice di Jean-Jacques; Meditazioni di un viandante solitario.
Russell Nacque (e vi morì anche) nel Galles da famiglia nobile. Entra nel Trinity
di Cambridge, dove fece gli studi di ma- tematica e filosofia. Scienziato e
filosofo tra i più celebri del no- stro secolo. Scrisse moltissimo. Russell fu
uno spirito profondamente inquieto, mai soddisfatto delle soluzioni acquisite,
in continua evoluzione di pensiero. Egli aderì successivamente all’idealismo,
al realismo, al neopositivismo, alla analisi linguistica, al fenomenismo.
Tuttavia, nonostante la perenne instabilità e icambiamenti, talora radicali, di
vedute, di teo- rie, di sistemi, c'è una prospettiva di fondo cui egli ha
mantenuto sempre fede durante la sua quasi centenaria esistenza: è la prospet-
tiva empirista propria della filosofia inglese, la quale è caratterizzata da un
forte attaccamento alla esperienza ed uno spiccato interesse per le questioni
di ordine epistemologico e morale, anziché metafisico e teologico. In logica
sono importanti le considerazioni svolte da Russell intorno alla definizione
degli individui, delle classi, dei tipi e delle « descrizioni ». In gnoseologia
finì per professare un empiri- smo radicale, riducendo la conoscenza ad un
fascio di sensazioni, ch'egli preferisce chiamare « una classe di particolari
»; il filosofo ha proposto sia una concezione « dualistica » della verità
(corrisponden- za tra fatti e proposizioni) sia una concezione « umanistica ».
Nella filosofia del linguaggio ci sono vari punti in comune con i neopositi-
visti, dai quali si allontana circa il criterio di significazione, distin-
guendo il senso dal significato. Russell nega alla morale la carat- teristica
di vera scienza e circa la religione la sua posizione è agno- stica. Opere
principali: Saggio sui fondamenti della geometria (1897); Principi della
matematica; Principia Mathematica; Sulla conoscenza del mondo esterno; Elementi
di etica; Analisi della mente; Atomismo logico; Perché non sono cristiano;
Libertà e organizzazione; Educa- zione e ordine sociale; Storia della filosofia
occidentale; Il mio sviluppo filosofico; Autobiografia (1967-1969). Saint-Simon
Claude-Henry de Di famiglia nobile nato a Parigi, dove morì, è un filosofo e
stori- co francese. Allievo del d’Alembert, seguì dapprima la carriera mi-
litare. Poi, dopo essersi proficuamente occupato di affari, nel 1798 si dedicò
totalmente alla filosofia, rovinandosi ben presto finanzia- riamente fino a
cadere nella più squallida miseria, pur non cessando per questo gli studi.
Rappresentante del positivismo, Saint-Simon fu tra i primi a sottolineare
l’importanza del fattore economico nella costituzione e nella trasformazione
delia società. A suo parere il problema eco- nomico soverchia, per imporianza,
tutti quanti gli altri, compresi quello palitico e quello religioso. La crisi
profonda che sta attraver- sando ia società moderna è dovuta soprattutto a ragioni
economiche, e non poeîirà essere superata se non ponendo a capo della società i
grandi industriali e gli womini di scienza. Nei nuovo sistema d'orga-
nizzazione della società ia direzione spirituale deve passare dal clero agli
scienziati, Ia cura degli interessi materiali dalla nobiltà alla bor- ghesia,
dalla corona alie banche. Queste teorie del Saint-Simor: eser- sitarono un
profondo influsso su alcuni grossi nomi della filosofia dell'Ottocento, in
particolare su Comte e su Marx. Opere principali: /miroduzione «i lavori
scientifici; Ricrganizzazione della società europea; Nuovo cristianesimo
(1825), che però fu incompiuto. Santeyana Filosofo, nacque a Madrid. Fu
professore alla università di Harvard dove aveva fatto gli studi di filosofia.
Cessato l'insegnamento si trasferì in inghilterra, quindi in Francia e infine
in Italia dove morì a Roma. Santayana professa un realismo di ispirazione
platonica, basato su un dualismo esasperato tra « essenze » ed « esistenze ».
L'esistenza è la materia, i'essenza è lo spirito. L'anima è la vita di un
organismo in cui è incarnato lo spirito e funge pertanto da mediatore tra la
materia e le essenze. I due mondi delle essenze e delie esistenze co-
stituiscono un dualismo irriducibile; ia vita è divisa, scissa tra questi due
regni; e l’aitività umana non è che lo sforzo assurdo, grottesco e tragico di
conciliare l'essenza (l’idea) con l’esistenza e l'esistenza con l'essenza
(l’idea). Tutto quanto gli uomini fanno e pensano (istituzioni sociali, riti
religiosi, sistemi filosofici ecc.) nen è che un immenso, vano tentativo di
accordare la vita animale e la contemplazione spirituale, quasi una condanna
imposta all'uma- nità. Opere principali: La vita della ragione; Soli- loqui in
Inghilterra (1922); Scetticismo e fede animale; Dia- loghi nel Limbo; I regni
dell'essere; Dominazioni e poteri. Sartre Nacque e morì a Parigi, dove, all’ecole
normale supérieure, studiò filosofia che insegnò poi per diversi anni nei licei
di Le Havre e Parigi. Iniziò la carriera letteraria come giornalista,
romanziere, saggista, drammaturgo e sceneggiatore cinematografico. Dopo il 1945
viaggiò moltissimo, anche per motivi politici, data la sua mili- tanza nel
Partito Comunista francese, di cui poi assunse dall'esterno il ruolo di
critico. Negli anni del dopoguerra fu la personalità più popolare in Francia e
più discussa in Europa. 332 Sartre, come Heidegger, concentra la sua analisi
filosofica sul- l'essere ai fine di coglierne il significato profondo e di
svelarne la natura. Però per Sartre l'essere, che egli chiama essere-in-sé per
distinguerlo dalla coscienza (essere-per-sé) è una massa inerte, gon- fia,
qualcosa di ripugnante. Ma la caratteristica sua particolare è l'assurdità:
nell’assurdità sta la chiave della esistenza di ogni cosa. L'uomo si distingue
dagli altri esseri perché ha la coscienza che è l'opposto dell'essere. Per
vivere, la coscienza ha bisogno di nulli- ficare l'essere, in quanto è per sua
natura il non-essere, il vuoto, il nulla. L'attività nullificatrice della
coscienza ha come sbocco neces- sario la « nausea ». Questa nasce dal fatto che
la coscienza trova sempre davanti a sé qualche cosa di troppo. Ma ciò che è il
dato costitutivo essenziale dell'uomo non è la coscienza ma la libertà, senza
limiti e non vincolata da nessuna legge morale. L'uomo desi- dera
fondamentalmente di essere in sé, poiché il per sé (o essere della coscienza) è
un puro nulla. Questo ideale è ciò che può essere chia- mato Dio, il quale
perciò è una semplice ipostatizzazione di questo ideale. Opere principali: La
trascendenza dell’Ego; L'imma- ginazione; La nausea; Abbozzo di una teoria
delle emo- zioni; L'immaginario; L'essere e il nulla; Il muro; Le mosche; A
porte chiuse (1945); Materialismo e rivo- luzione; Questioni di metodo; Critica
della ragione dia- lettica; Le parole; Kierkegaard vivo (1966); Conversa- zione
sull'antropologia (1966); L'idiota di famiglia (1971-1972); Ri- bellarsi è
giusto (1974). Scheler Filosofo nato a Monaco e morto a Francoforte. Già di-
scepolo di Dilthey, Eucken e Simmel ed influenzato da Nietzsche, subì in
seguito fortemente l’influsso di Husserl, dal quale apprese il metodo
fenomenologico, di cui fece ampio uso nel suo studio del- l'uomo, della
persona, dei suoi atti, della conoscenza (intenzionalità ed oggettività) ed in
particolare della esperienza morale. Importante il suo tentativo di uscire
dall’'etica formalistica di ispirazione kan- tiana, conferendole un contenuto
materiale desunto dai valori. La sua opera principale porta per titolo //
formalismo in etica e l'etica materiale dei valori, « l'opera di gran lunga più
signifi- cativa apparsa da molto tempo » (Hildebrand). Mediante l’elabora-
zione di un'etica dei valori, in cui si rivendica a queste entità una
dimensione ontologica propria che sfugge a tutte le minacce dello psicologismo,
Scheler sottrae la morale oltre che al formalismo kantiano anche a tutte quelle
visioni soggettivistiche e positivistiche che erano diventate di moda alla fine
dell'Ottocento (nominalismo, psicologismo, positivismo, pragmatismo ecc.).
Scheler definisce i valori come « oggetti autenticamente ogget- tivi, disposti
in ordine eterno e gerarchico ». La sua assiologia si ca- 333 ratterizza
pertanto come realistica, come gerarchica ed inoltre come personalistica (in
quanto tutti i valori dei gradi inferiori sono subor- dinati alla persona) e
teocentrica (in quanto al vertice di tutti i va- lori, come valore supremo,
viene posto Dio). Scheler si sottrae al rischio immanentistico presente nel
metodo fenomenologico distin- guendo la fenomenologia dei valori dalla filosofia
della religione. Senonché questa distinzione viene abbandonata negli ultimi
scritti, dove Scheler assume una visione immanentistica e pertanto pan-
teistica della realtà. Opere principali: Il formalismo in etica e l'etica
materiale dei valorî; Essenza e forme della simpatia; Le forme del sapere nella
società; La posizione dell'uomo nel cosmo; La visione filosofica nel cosmo
(postuma). Schelling Nacque a Leonberg, nel Wiirttemberg, studiò a Tubinga dove
ha come condiscepolo Hegel. È chiamato a sostituire Fichte a Jena, poi passa ad
insegnare a Wiirzburg, a Monaco e a Berlino. Schelling ha una concezione
dell’assoluto come sintesi degli opposti: dell'io e della natura, del soggetto
e dell'oggetto, dello spi- rito e del mondo. L'assoluto origina la natura,
forma oggettiva, per acquistare per mezzo di essa maggiore coscienza della
propria sog- gettività. Quindi la natura è preistoria della coscienza, pensiero
pie- trificato. L'uomo è l'essere in cui l'assoluto acquista coscienza di sé
diventando spirito. La comprensione dell'universo in cui natura e spirito non
sono più contrapposti ma armonizzati si attua nell'attività estetica. L'opera
d’arte è manifestazione dell'infinito sotto forma finita. Opere principali: Sui
miti, le leggende storiche e i filosofemi del mondo antico; Lettere filosofiche
sul dogmatismo e sul criticismo; Nuova deduzione del diritto naturale; Sistema
dell'idealismo trascendentale; Esposizione del mio sistema di filosofia;
Filosofia e ragione (1804); Ricerche’ filosofiche sull'essenza della libertà
umana. Opere postume: Filosofia dell'arte; Le età del mondo. Schlegel Critico e
filosofo tedesco, nacque ad Hannover e studiò giurispru- denza dedicandosi allo
studio «della letteratura greca. Insegnò priva- tamente a Parigi e poi a
Colonia. Fu a Vienna, dove si impegnò in un movimento tardo romantico
fiancheggiato dalla rivista Concordia. Morì a Dresda. Dopo una fase in cui
Schlegel si distinse per i suoi contributi di natura storico-filologica, egli
cominciò a orientarsi verso gli studi filosofico-estetici. I suoi primi
contributi in questo senso, appaiono nella rivista Atheneum, organo del Circolo
di Jena, 334 raccolti più tardi col titolo Lezioni filosofiche del 1804-06.
Dopo la conversione al cattolicesimo, avvenuta nel 1808, Schlegel orientò il
suo pensiero verso un nuovo spiritualismo fondato sull'esperienza cristiana.
Opere principali: Sul valore dello studio dei greci e dei romani.
Schleiermacher Filosofo e teologo tedesco. Nacque a Breslavia e morì a Berlino.
Studiò teologia all'università di Halle, che era il centro dell’illumi- nismo
tedesco. Come Kant, ricevette una formazione religiosa di stampo pietistico.
Amico di Schlegel, si aprì per il suo tramite al romanticismo. Durante
l'occupazione napoleonica con Fichte fu uno dei più ardenti difensori del
nazionalismo tedesco. Dopo la ca- duta di Napoleone riprese l'insegnamento alla
università di Berlino dove fu anche preside della facoltà di teologia per oltre
un ventennio. Schleiermacher è più teologo che filosofo; i suoi argomenti pre-
feriti sono la ‘Scrittura, la fede, il cristianesimo, la religione, ai quali si
accosta da una prospettiva che fonde insieme istanze ra- zionalistiche,
romantiche e idealistiche. Il suo apporto maggiore riguarda la natura della
teologia e il metodo teologico e il suo inse- gnamento in questo campo avrà un
influsso rimarchevole dando origine a quel movimento che porta il nome di
protestantesimo li- berale. Notevole anche il suo insegnamento relativo
all'essenza della religione. Due sono i principi su cui egli fonda il suo
concetto della religione: la religione è una determinazione del sentimento; l'essenza
della religiosità sta nel fatto di essere coscienti della propria dipendenza da
Dio. Il sentimento, come lo concepisce Schle- iermacher è qualcosa di più della
comune accezione dello stesso. È una facoltà che si colloca tra la ragione e la
volontà. Per lui il cristianesimo è superiore alle altre religioni « non per il
valore ra- zionale dei suoi contenuti dottrinali, ma per il maggiore grado di
ade- guatezza con cui questi contenuti attestano e suggeriscono il senti- mento
fondamentale della nostra dipendenza da Dio ». Opere principali:. Discorsi
sulla religione; Monologhi; La fede cristiana. La maggior parte dei suoi corsi
accademici vennero pubblicati postumi nell'edizione delle Opere complete.
Schopenhauer Nacque a Danzica da famiglia agiata. Costretto dal padre a se-
guire la carriera commerciale, l’abbandonò nel 1805 alla morte del padre e
studiò a Gottinga e poi a Jena, dove si laureò in filosofia. Ottenne la libera
docenza all'università di Berlino, ma le sue dottrine pessimistiche come
risultavano nella sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione,
pubblicata, non trovarono molta fortuna. Si stabilì a Francoforte ove
risied&tte fino alla morte. Schopenhauer, opponendosi alla tesi idealistica
della razionalità della storia, evidenzia gli elementi negativi della natura e
della storia. Movendo dalla distinzione kantiana fra fenomeno e noumeno, ma
rovesciandone i significati, identifica il mondo dei fenomeni (della
rappresentazione) col mondo della ragione e il mondo noumenico (reale, vero)
con quello della volontà, una volontà cieca e irrazio- nale, da cui traggono
origine tutte le cose e tutti gli avvenimenti. Gli individui non sono altro che
l’oggettivazione della volontà. Tutto nel mondo è volontà, desiderio di ciò che
non si possiede, perciò l’u- manità è in preda a un continuo dolore nato
dall’insoddisfazione dei suoi desideri. L'unico modo per liberarci da queste
dolorose volontà di vivere è quello consistente nella noluntas, nella rinuncia
alla pro- pria individualità. Essa avviene in tre momenti: arte, simpatia, a-
scesi. Opere principali: Sulla vista e i colori; Il mondo come vo- lontà e
rappresentazione; Sulla volontà della natura; Sulla libertà del volere; Sul
fondamento della morale; I due problemi fondamentali dell'etica; Quadruplice
radice; Parerga e paralipomena (1851). Scoto Duns (1265-1308) Nacque a Maxton
in Scozia. Entrò giovanissimo nell'ordine fran- cescano. Fece gli studi ad
Oxford e a Parigi. A Parigi ottenne il ti- tolo di magister theologiae. Nel
1298 tornò in Inghilterra dove com- mentò le Sentenze di Pietro Lombardo. Poi
ancora a Parigi. Finì la sua vita nello studentato francescano di Colonia.
Scoto si sforzò di operare una sintesi fra la corrente francescana e quella
aristotelica. Le dottrine più originali della sua metafisica so- no l'univocità
dell'essere, l’ecceità e la distinzione formale tra essenza ed esistenza.
L'oggetto della metafisica è l'essere in quanto perfe- zione massimamente
indeterminata. L'ecceità -- o questità -- è una forma particolare che
conferisce l’individuazione. Tra essenza ed e- sistenza non vi è distinzione
reale, ma « formale ». L'esistenza di Dio deve essere dimostrata: la prova più
convincente è quella della causalità. Sia in Dio sia nell'uomo la volontà ha
priorità rispetto al- l'intelletto. L'uomo è essenzialmente composto di anima e
di corpo. Intelletto e volontà sono formalmente distinte dall'anima, pur costi-
tuendo con essa una sola realtà. Distanziandosi da s. Tommaso, Scoto afferma la
priorità della volontà sull’intelletto. Opere principali: Commentari ad
Aristotele; Opus oxoniense; Re- portata parisiensia; De primo rerum principio.
Seneca Lucio Anneo (4 a.C.-65) Nacque a Cordova, ma si trasferì a Roma sin da
fanciullo. Qui ebbe come maestri di filosofia gli stoici Attalo e Sozione.
Assimilò 336 in modo personale le loro dottrine e divenne il massimo rappresen-
tante dello stoicismo nel mondo latino. Diventò massimo consigliere di Nerone.
Ma, caduto in disgrazia di questi, si ritirò dalla vita pub- blica. Accusato di
aver partecipato ad una congiura contro Nerone, fu da questi indotto al
suicidio. Secondo Seneca l'universo è composto di due principi: uno passi- vo,
la materia, e uno attivo, Dio. Questi è l’anima dell'universo, ra- gione
(logos) diffusa in tutte le cose, fonte immanente di vita, legge suprema che
connette in un'unica catena di cause tutti gli eventi e condiziona l'unità
organica del cosmo. Seneca è il filosofo pagano che maggiormente ha compreso il
valore della libertà come diritto costitutivo fondamentale di ogni uomo. La
lotta di Seneea eontro la schiavitù è incondizionata. L'uguaglianza è un
diritto naturale. Fine ultimo della vita umana è l'autonomia della persona di
fronte ad uo- mini ed eventi: è la libertà dello spirito da tutto ciò che può
pro- fanare la divina serenità dell'animo. Opere principali: 9 Tragedie; De
clementia; De beneficiis; Dia- logorum libri; 124 Lettere a Lucilio; Naturalium
quaestionum libri. Socrate Nacque e visse ad Atene nell'epoca del suo maggior
splendore arti- stico e della maggiore potenza militare ed economica. Condusse
una vita molto semplice e frugale. Venne accusato di empietà e corruzione della
gioventù. Non volle salvarsi andando in esilio pri- ma del processo. Condannato
a morte, morì bevendo la cicuta. Eser- citò una grande influenza sulla
filosofia greca. La missione a cui si sentì chiamato dall’oracolo di Delfi fu
di in- citare gli uomini a preoccuparsi degli interessi della loro anima con
l'acquisto della saggezza e della virtù. Contro i Sofisti si preoccupò di
definire i concetti universali di bene, giustizia, felicità e virtù, iden-
tificando la conoscenza con la moralità e la felicità con la pratica del- la
virtù. Infatti per lui è essenziale la distinzione di male e di bene. Il metodo
‘da lui usato nelle conversazioni con i discepoli fu quel- lo dell'ironia che
spinge l'interlocutore a porsi nuovi problemi (maieutica). Non ha lasciato
alcuno scritto. Spencer Nato a Derby, Inghilterra, compì studi scientifici e
avanzò la tesi dell’evoluzionismo scientifico dalla iettura delle opere di
Lyell. Successivamente, trasferendo l'evoluzione dal campo scientifico a quello
filosofico, ne ha fatto una vera e propria visione del mondo sia cosmico che
biologico, sia umano che sociale. Valendosi dell’evo- luzione anche per
spiegare l'ordine dell'universo, Spencer ascrive a tale ordine un'origine
meccanica e non intenzionale {o finalistica). Non per questo egli ritiene di dover
negare l’esistenza di Dio, che anzi egli ammette, perché sfugge alla ragione.
Questa realtà assoluta è l’Inconoscibile, l'essere assoluto che l'uomo chiama
Dio. Opere principali: Statica sociale; Principi di psicologia; Primi principi
(1862); Principi di psicologia; Principi di etica; Individuo e Stato;
Autobiografia. Spinoza Nacque ad Amsterdam da una famiglia di ebrei profughi
dal Por- togallo. Il padre lo avviò allo studio delle sacre Scritture e delle
dottrine rabbiniche, ma Spinoza coltivò anche lo studio della filo- sofia e
della teologia protestante. Asserendo che l’interpretazione tradizionale della
sacra ‘Scrittura era errata, fu scomunicato dalla comunità israelita ed espulso
per eresia. Abbandonò Am- sterdam e si trasferì a Leida dove visse nella
riservatezza e nella povertà. Spinoza, quasi ignorato per oltre un secolo dopo
la sua morte, avvenuta a l’Aia, fu messo poi in luce dai filosofi tedeschi come
Lessing, Herder e gli idealisti che divennero suoi ferventi ammira- tori e gli
assicurarono un posto tra i più grandi pensatori dell'uma- nità. Come Cartesio
egli incentra tutta la sua riflessione filosofica su due realtà: Dio e l’uomo.
Il suo obiettivo non è la conquista della verità ma il raggiungimento della
felicità. Spinoza risolve il dualismo cartesiano di res cogitans e res extensa
considerandole come i due attributi conoscibili dell'unica so- stanza
esistente, Dio, costituita da infiniti attributi. Il mondo è iden- tico a Dio
(Natura sive Deus): Dio è natura naturans, cioè infinita attività produttrice e
il mondo è natura naturata, infinito prodotto. L'etica di Spinoza si risolve
nell’amor intellectualis Dei, cioè nella conoscenza della sostanza divina che
si ha quando è raggiunto il trionfo della ragione e il dominio delle passioni.
In politica Spinoza è uno dei primi assertori della teoria dell’origine
contrattuale dello Stato. Opere principali: Breve trattato su Dio, l'uomo e la sua
feli- cità; Ethica more geometrico demonstrata; Tractatus de intel- lectus
emendatione; Principia philosophiae cartesianae; Trac- tatus
theologico-politicus (1670). L'itinerario filosofico di SPIRITO (vedasi), filosofo
italiano nato ad Arezzo e morto a Roma, inizia con un'adesione piena ed
entusiastica al- l’attualismo di Gentile, che lo Spirito difese contro le
obiezioni che da varie parti sorgevano contro di esso. Ma poi proseguì su una
linea autonoma, dando all’attualismo una piega marcatamente anti- intellettualistica
oltre che fortemente immanentistica ed atea, cui viene dato il nome di
problematicismo. Come spiega lo stesso Spi- rito, il problematicismo è « una
concezione della vita come ricerca, che non ha scetticamente rinunciato alla
verità e che anzi sa bene quanto dogmatica e contraddittoria sia tale rinuncia,
ma che non si illude d'averla già in suo possesso ». « Esso non si presenta
come una filosofia bensì soltanto come un'aspirazione alla filosofia: non
pretende di avere valore assoluto [...] ma non si definisce nep- pure come
relativismo, perché non comprende come si possa rinun- ciare alla speranza
dell’assoluto ». Al termine del suo movimentato itinerario filosofico Spirito
si attestò su una posizione sostanzialmente neo-positivistica, assumen- do la
scienza come principio chiave per la comprensione del mondo e come criterio
supremo per decidere di qualsiasi problema, inclusi i problemi di ordine etico
ed assiologico. In tale prospettiva marcata- mente scientista, Spirito affida
alla scienza — e non più alla meta- fisica e alla religione — il compito di
fungere da strumento connet- tivo della società e di fissare una nuova tavola
di valori. Opere principali: Il pragmatismo nella filosofia contemporanea;
Scienza e filosofia; La vita come ricerca; Il pro- blematicismo;
Dall’attualismo al problematicismo. Dzugasvili, nato in Georgia, uomo politico
russo, fondatore, con Lenin e Trotzsky, del Politburo del Partito Bolscevico
russo e collaboratore di Lenin nella fase di ricostruzione della Russia;
stroncò le opposizioni interne con dure repressioni, facendo assassinare
persino Trotzsky quando già si tro- vava in esilio in Messico (1940). Lo
stalinismo è il frutto più specifico del dogmatismo ideologico di Lenin. Nei
suoi brevi scritti, Stalin segue la linea del suo maestro Lenin, sforzandosi di
dimostrare che questi era il più diretto e orto- dosso seguace di Marx e che la
dottrina derivante messa a punto da Lenin, il marxismo-leninismo, era la più
completa teorizzazione fi- losofica per lo sviluppo dell'umanità. Il XX
Congresso del Partito comunista russo del 1956, quando era salito al potere
Kruscev, rinnegò e condannò l’opera di Stalin, avviando il cosiddetto processo
di destalinizzazione. Opere principali: Sul! materialismo dialettico e sul
materialismo storico, Principi del leninismo; Questioni del leninismo. Stein Ebrea
di razza e di fede, nata a Breslavia in Germania, fu disce- pola e assistente
di Husserl. Convertitasi al cattolicesimo nel 1922, nel '32 entrò nel Carmelo
di Colonia, dove fu arrestata dai nazisti. Morì nel lager di Auschwitz.
Carattere centrale del suo pensiero è l'impegno di rivedere tutto l'impianto
della metafisica aristotelico-tomista in chiave fenomeno- logica. Nella sua
tesi di laurea Sul! problema dell'empatia sviluppa uno studio pregevole e
originale sul sentimento dell’empatia, con cui l'io « percepisce condividendola
» la realtà dell'altro. 339 ILa Stein intende approfondire la riflessione
avviata da Lipps e Husserl: pur avendo quaicosa in comune sia con la percezione
ester- na, sia con la memoria, sia con l'immaginazione, l’empatia è un'espe-
rienza sui generis: è l’esperienza che un Io in generale ha di un altro Io. Con
l’empatia, considerata come atto di compartecipazione, si entra nel « regno
dello spirito », che è il regno dei valori. Opere principali: Su! problema
dell'empatia; La fenome- nologia di Husserl e la filosofia d'Aquino; Essere
finito ed eterno; La scienza della croce. Suarez Nacque a Granada. Fu filosofo
e teologo. Mentre studiava nel- l'università di ‘Salamanca entrò nell'ordine
dei gesuiti. Insegnò filosofia a Segovia e teologia a Valladolid. Insegna a
Roma al « Collegio Romano ». Poi rientrò in Spagna e continuò a insegnare.
Suarez è il pensatore più profondo e originale della Controri- forma. Col suo
tentativo di conciliare il tomismo con le dottrine do- minanti dopo Occam e con
le nuove teorie che lo sviluppo della scienza moderna andava evolvendo, egli
inaugura un nuovo tipo di filosofia scolastica, il cui obiettivo principale è
di operare una sin- tesi tra le posizioni di san Tommaso e il pensiero moderno.
La sua opera principale, Disputationes metaphysicae, è la prima trattazione
sistematica completa delle questioni discusse dalla filosofia scola- stica, in
forma indipendente sia dalla teologia che dalle opere di Aristotele. In tal
modo Suarez costituì la metafisica nella sua spe- cificità e totalità. In una
prima parte tratta dell'essere in generale e delle sue cause, nella seconda dei
vari enti esistenti: Dio, l’uomo e il mondo. Opere principali: De Verbo
incarnato; Disputationes me- taphysicae; Varia opuscola theologica; De vera
intel- ligentia; De legibus ac Deo legislatore. Talete Matematico, astronomo e
filosofo di Mileto. Fondatore della Scuo- la ionica. Descritto nell'antichità
come una personalità poliedrica. A lui sono attribuiti numerosi teoremi di
geometria e la scoperta del- la formula per misurare l'altezza delle piramidi
attraverso la misu- razione dell’ombra da queste proiettata. Pone l’acqua come
prin- cipio da cui traggono origine tutte le cose, per condensazione o ra-
refazione. Telesio Originario di
Cosenza, studiò fisica, medicina e filosofia a Padova. Si ritirò poi, per circa
dieci anni, in un convento benedettino. È il primo importante esponente di una
nuova filosofia della na- tura che scorge in essa solo forze naturali che si
devono spiegare con i suoi principi. L'indagine sulla natura deve procedere non
dalla ragione ma dal senso. Ed è quest’ultimo a rivelare che nella natura non
agiscono principi astratti come le forme o le cause finali, ma le forze, che
sono cause meccaniche, principi agenti. I due principi agenti sono il caldo e
il freddo. Dal loro contrasto deriva la realtà dei fenomeni fisici. Con questi due
principi Telesio spiega anche la conoscenza umana, ridotta a sensazione.
Telesio riconosce, comunque, la presenza nell'uomo anche di un'anima
soprannaturale, divina e infusa da !Dio, la cui presenza non è testimoniata
solo dalla rivelazione, ma anche dal bisogno innato che l’uomo ha di iDio e di
una giustizia, ultraterrena. Conse- guentemente quest'anima è immortale. Opere
principali: De rerum natura juxta propria principia; Varii de rebus naturalibus
libelli (1590, postumi). Aquino Nato a
Roccasecca, presso Aquino (Frosinone), ricevette la pri- ma educazione dai
benedettini di Montecassino. Studiò a Napoli ed entrò nell'ordine dei
domenicani. Imprigionato dai fratelli perché contrari alla sua scelta
religiosa, quando uscì di prigione lasciò l’Ita- lia e andò in un convento
domenicano di Parigi, sotto la guida di Alberto Magno. Insegnò teologia alla
Sorbona e fu teologo papale presso la corte pontificia. Passò gli ultimi anni
nel convento di Na- poli componendo la Summa theologiae e predicando al popolo.
Papa Gregorio X lo invitò al Concilio di Lione. Durante il viaggio si ammalò e
fu trasportato nell'abbazia cistercense di Fossanova (in provincia di Latina) e
qui morì. Tommaso d'Aquino, una delle maggiori figure della filosofia occi-
dentale, portò a compimento quella straordinaria sintesi tra la gran- de
eredità classica e la metanoia cristiana, che pone l’uomo al centro della
creazione. Nella sua filosofia la conciliazione tra cristianesimo e aristo-
telismo avviene in seno ad una altissima concezione dell'Essere se- condo cui
l’Essere è la perfezione assoluta; l'origine degli enti è dovuta alla
creazione; la creazione è una partecipazione per somi- glianza della perfezione
dell'essere da parte degli enti; tra i singoli enti e l’Essere c'è solo
analogia. In tale prospettiva, fede e ragione sono modi di conoscere diver- si,
che non si contraddicono ma si completano reciprocamente: 1) la ragione accetta
una verità nell'ordine delle cose naturali in base alla loro evidenza; 2) la
fede accetta una verità nell'ordine del sopranna- turale sulla base
dell'autorità di Dio rivelante. 341 Filosofia e teologia sono di conseguenza
due scienze diverse, che non si contraddicono poiché Dio è il loro autore
comune. (Circa la concezione antropologica, Tommaso considera l’uomo come un
composto {sinolo) di anima e corpo, in cui l’anima è l'unica forma del corpo.
La conoscenza umana è autosufficiente per cui non abbisogna di interventi straordinari
per avere luogo. L'anima è im- mortale, di immortalità personale perché essa è
« forma assoluta, che non dipende dalla materia ». Pur riconoscendo all'anima
un più elevato grado di perfezione ri- spetto al corpo nella gerarchia degli
esseri, egli crea una antropologia integrale, nella quale al corpo viene
restituita tutta la sua dignità nell'ordine della creazione. Tommaso considera
la conoscenza dell'uomo autonoma da un intervento diretto di Dio e risultato di
un processo che l'intelletto compie a partire dall'esperienza. Definisce
inoltre la coscienza quale « ritorno completo del soggetto in se medesimo »: la
coscienza, in virtù dell'intenzionalità, pone se stessa in relazione con le
cose e, confrontandosi con esse, conquista la propria identità. iLa
consapevolezza di Tommaso della dignità dell’uomo è tale che sia l’esistenza di
Dio (cinque prove) che l'immortalità dell'anima ven- gano dimostrate dalla
ragione. In Tommaso trova spazio anche il problema politico, in relazione al
quale egli asserisce l'origine naturale dello Stato, che considera una società
perfetta poiché ha un fine proprio, il bene comune, e mez- zi sufficienti per
realizzarlo. Nel conflitto tra i due poteri, tipico del suo contesto storico,
egli fu assertore della dipendenza indiretta dello Stato dalla Chiesa, che è
una società più perfetta in ordine ai fini e ai mezzi che le sono propri: lo
Stato dipendente indirettamente dalla Chiesa nell'ordine dei fini
soprannaturali dell’uomo. È opportuno sottolineare come oggi molti noti studiosi,
ca- me ad esempio Jaspers, hanno riconosciuto che le analisi sulla volontà, la
libertà e le passioni umane fatte da Tommaso sono pro- fonde e precise, valide
anche per la filosofia contemporanea. Opere principali: De ente et essentia;
Commentari alle principali opere di Aristotele; Summa contra gentiles; Summa
theo- logiae (iniziata nel 1269 e rimasta incompiuta); De unitate intellectus
contra averroistas; De veritate; De potentia; De malo; De spiritualibus
creaturis; Expositio super Job; De regimine princi pum; Compendium theologiae;
De substantiis separatis. Vico Nato a Napoli, studiò filosofia presso i
gesuiti, sotto la guida di padre Rissi. Dal 1699 fu professore di retorica
all'università della stessa città. Visse poveramente fra incomprensioni e
ostilità. Gli fu conferito l’incarico di storiografo regio. L’intuizione
fondamentale di Vico dal punto di vista filosofico è 342 espressa nella formula
« verum est factum », cioè per conoscere ve- ramente una cosa è necessario
essere in grado di farla. In base a questo criterio l’uomo non può conoscere la
natura perché creata da Dio, non può conoscere il proprio essere in quanto non
si è auto- creato. Oggetto della conoscenza umana è la storia in quanto opera
dell’uomo. La legge universale che regola la storia è una legge di sviluppo
attraverso la ritmica ripetizione delle tre epoche del corso storico (età degli
dei, degli eroi, degli uomini). Questa legge della ripetizione dei corsi non
sopprime la libertà umana, non è un ostacolo al proces- so della civiltà, è necessaria
e voluta da Dio per riportare l’uomo cor- rotto dalla ragione alla religione.
Oltre alla dimensione storica, Vico riabilita, in sede filosofica, quella
estetica. Per lui l’arte ha una funzione metafisica, in quanto è l'espressione
profonda delle cose da parte di un essere intelligente, in cui la ragione non
ha ancora raggiunto la piena maturazione e che perciò riesce a esprimersi per
mezzo del sentimento e della fantasia. . Opere principali: De nostri temporis
studiorum ratione (1708); De antiquissima Italorum sapientia; Liber physicus;
Liber moralis; Il diritto universale; De universi iuris uno principio et fine
uno; De constantia iurisprudentis; Principi d'una scienza nuova dintorno alla
natura delle nazioni (Scienza nuova prima; Scienza nuova seconda; Scienza nuova
terza. Arouet Nato a Parigi, studiò presso i gesuiti della stessa città. Fre-
quentò l’ambiente libertino di Parigi e si prese un anno di prigione per il suo
spirito dissacratorio e anticonformista. È in Inghilterra. Torna in Francia per
un decennio circa, riti- rato in un castello della Lorena, poi andò a Berlino
alla corte di Federico II. Trascorse gli ultimi venti anni a Ferney, in
Francia, impe- gnato a far conoscere le sue idee sulla tolleranza religiosa e
sulla libertà. Massimo esponente dell'illuminismo francese, tentò di operare
una sintesi tra il razionalismo di Cartesio e l'’empirismo di Newton. Dalla
contingenza del mondo egli argomenta a favore dell’esistenza di Dio, ma resta
profondamente agnostico per quanto concerne la sua natura e i suoi attributi.
Anche riguardo all’immortalità dell'ani- ma sostiene che bisogna credervi anche
se non esistono argomenti probativi per dimostrarla. In conformità con le
esigenze dell’illuminismo Voltaire è massimamente critico di ogni religione
istituziona- lizzata, in particolare del cristianesimo. Egli attacca con
critica spietata, ingiusta e beffarda tutte le dottrine e le strutture della
Chiesa cattolica. Opere principali: Edipo; Lettere filosofiche, Trattato di
metafisica; Elementi della filosofia di Newton; Il secolo di Luigi; Dizionario
filosofico; Candido; Trattato sulla tolleranza; Questioni sui miracoli;
Filosofia della storia; Filosofo ignorante; Bisogna prendere partito; Questioni
sull’Enciclopedia. Whitehead Matematico e filosofo inglese, nato nel Kent, a
Ramsgate e morto negli U.S.A. a Cambridge, nel Massachusetts. Giunse tardi alla
filosofia, dopo avere insegnato per molti anni geometria e mate- matica
all'università di Londra. Occupa la cattedra di teoretica all'università di
Harvard. In collaborazione con Russell scrisse i famosi Principia mathematica,
opera volta a dimostrare che le matematiche pure (compresa la geometria pura)
sono un ramo del- la logica e le loro proposizioni sono analitiche e non
sintetiche a prio- ri come aveva sostenuto Kant. Sulie orme di Peano e Frege,
White- head pone come proposizioni iniziali pochi principi logici, rappresen-
tati da simboli formali, da cui, con un calcolo logico, si deducono al- tre proposizioni.
Con questo metodo vengono man mano introdotti e dimostrati principi e teoremi.
Il processo è puramente analitico e a priori, indipendentemente dalle cose e
dallo spirito. Non per questo Whitehead sposa una visione idealistica della
realtà: il mondo non emerge dal soggetto come per gli idealisti, ma piuttosto
il soggetto dal mondo. Ma questo non significa che il soggetto procede dalla
ma- teria come insegnano i materialisti. La realtà è concepita come un
processo, costituito da eventi in connessione reciproca. Oltre che dagli eventi
il processo è costituito da forme e struiture ricorrenti che Whitehead chiama «
oggetti eterni ». Al più alto grado gli og- getti eterni costituiscono i valori
{il bene, il bello, il vero) che si rea- lizzano occasionalmente nel processo.
Di qui la singolare concezione del divino proposta da Whitehead: Dio è insieme
ia « natura origi- naria », in quanto contiene in sé la totalità degli oggetti
eterni, e la « natura conseguente », come realizzazione progressiva, interna al
processo, di tutti i possibili valori dell’esistenza. Dio, principio del bere e
degli altri valori supremi, è in lotta con ii male. Egli soffre per iiberarsene
insieme a quanti vivono e soffrono ia vicenda della vita. Alia filosofia del
processo di Whitehead si è ispirato un impor- tante movimenio teologico
statunitense, chiamato « teologia del processo » {Process theology). Opere
principali: L'organizzazione del pensiero (1917); Ricerca sui principi della
conoscenza naturale (1919); ii concetto di natura; La scienza e ii mondo
moderno; Processo e realtà; Avventure delle idee; Modi di pensiero; Scienza. e
filosofia. Wittgenstein Ludwig (1889-1952) Logico e filosofo del linguaggio,
massimo esponente prima del neopositivismo e poi dell'analisi linguistica. Nato
a Vienna, compì gli 344 studi in Germania e in Inghilterra. Qui svolse anche la
sua attività accademica a partire dal 1939 operando con B. Russell, a
Cambridge, dove morì. Le due opere Tractatus logico-philosophicus e Osserva-
zioni filosofiche rappresentano due diverse concezioni della filosofia del
linguaggio, per cui si è soliti parlare di un Wittgenstein I e di un
Wittgenstein II. il primo (che è quello del Tractatus) concepisce il linguaggio
come rappresentazione delle cose, privilegia il linguaggio scientifico su tutti
gli altri e assume come criterio di significazione la verifica sperimentale. Il
secondo (che è quello delle Philosophical Investigations) considera il
linguaggio come un gioco le cui regole so- no fissate arbitrariamente.
Riconosce molti giochi linguistici validi, purché siano regolati da un preciso
e stabile gruppo di norme. Ri- tiene che la funzione di linguaggio-guida,
criterio di verifica per ogni altro linguaggio, non spetti al linguaggio
scientifico bensi al linguag- gio ordinario. Opere principali: Tractatus
logico-philosophicus; Osservazioni filosofiche; Quaderno blu -- appunti; Quaderno
marrone; Osservazioni sui fondamenti della matematica; Grammatica filosofica;
Della certezza. Wolff Christian (1679-1754) Nacque a Breslavia e nel 1706 fu
nominato professore nell'uni- versità della stessa città. Il re Federico,
convinto dai suoi avversari, gli tolse l'insegnamento per il suo razionalismo
religioso. Il succes- sore Federico II, però, lo riconiermò nell'insegnamento.
Discepolo di Leibniz, è l'autore di una sintesi poderosa tra il pensiero
filosofico tradizionale di stampo razionalistico e le scoperte scientifiche del
suo tempo. Egli divide tutta la filosofia in sette parti principali: /ogica,
antologia, cosmologia, psicologia empirica, psicologia razionale, teo- fogia
naturale, filosofia moraîe. Questa divisione verrà regolarmente seguita dalla
maggior parte dei filosofi dei secoli successivi. Riguardo aì contenuto la
filosofia di Wolff è sostanzialmente leibniziana. Come Leibniz, Wolff elabora
una spiegazione della realtà partendo da tre principi: ragion sufficiente,
armonia prestabilita, ottimismo. Offre, però, due importanti novità: abbandono
del concetto della monade, come sostanza semplice costituente lo spirito e la
materia; riduzione del principio di ragion sufficiente al principio di non
contraddizione. Opere principali: Philosophia rationalis sive Logica (1728);
Philo- sophia prima sive Ontologia; Philosophia moralis sive Ethica; Oeconomica.
Zenone Nato a Cizio, nell'isola di Cipro, si trasferì ad Atene dove fre- quentò
le scuole di diversi filosofi. Tenne ie sue lezioni sotto il Portico Dipinto
(Stoà Poikilé) di Atene. Da qui prese il nome ia sua dottrina filosofica: lo «
stoicismo ». La sua dottrina è essenzialmente di ordine morale, ma comprende anche
importanti elementi di metafisica e cosmologia. E i suoi inse- gnamenti morali,
estremamente rigorosi (soppressione delle passioni e degli istinti,
eliminazione del piacere, pratica della virtù) sono in perfetta armonia con la
sua visione metafisica. Questa pone al vertice di tutte le cose il Logos (la
ragione), il quale irradia la sua forza sulla materia a modo di semi (/ogoi
spermatikoi); questi germi svi- luppandosi danno origine agli individui. I semi
irradiati dal Logos non sono altro che frammenti del Logos stesso. Anche
l'uomo, come tutti gli altri esseri, è costituito da un frammento del Logos
(l’anima) e da una parte di materia (il corpo). L'uomo può essere immortale
solo in quanto cerca di identificarsi col Logos, cioè in quanto cerca di superare
la sua individualità, distaccandosi dalla materia. Opere principali: La
repubblica; I segni; Il discorso; La natura; La vita secondo natura; Le
passioni, 346 Parte quarta: GUIDA ALLA LETTURA DI ALCUNE OPERE DI FILOSOFIA Il
Fedone di Platone Il discorso sul metodo di Cartesio La missione del dotto di
Fichte Manifesto del partito comunista di Marx- Engels Introduzione alla
metafisica di Heidegger Non c'è via migliore alla conoscenza del pensiero dei
filosofi della let- tura diretta delle loro opere. Ma è evidente che per uno
studente di liceo (e non soltanto per lui) questa è un'impresa impossibile,
dovendo egli, nel breve giro di tre anni, prendere contatto con tutta la folta
schiera di pen- satori che va dal primo sorgere della filosofia fino ai giorni
nostri. Cio- nondimeno, per ogni epoca della storia della filosofia, i
programmi gover- nativi prevedono che lo studente effettui una lettura accurata
e critica di almeno un'opera di un grande autore. La scelta dell'opera è
general- mente affidata al professore. Quando insegnavo storia della filosofia
in liceo ai miei studenti facevo leggere tre opere, le quali oltre che
importanti e significative in se stesse, e per il nome dei loro autori, sono
anche singolarmente adatte ad intro- durre lo studente alle tre grandi epoche
della storia della filosofia: an- tica, moderna e contemporanea. Tali opere
sono: — Il Fedone, di Platone — Il discorso sul metodo, di Cartesio — La
missione del dotto, di Fichte Per venire incontro alle richieste di diversi
insegnanti e per una mi- gliore completezza storica del pensiero filosofico
contemporaneo, abbia- mo aggiunto poi due opere, che riteniamo significative: —
Manifesto del partito comunista, di Marx-Engels — Introduzione alla metafisica,
di M. Heidegger. * Le traduzioni di cui si siamo serviti sono le seguenti:
PLATONE, Fedone, tr. di M. VALGIMIGLI, Laterza, Bari. CARTESIO, Il discorso sul
metodo, tr. di BONTADINI, La Scuola, Brescia 1957. FICHTE, La missione del
dotto, tr. di C. MAZZANTINI, Società ‘Editrice Interna- zionale, Torino.
MARx-ENGELS, Il manifesto del partito comunista, tr. di E. CANTIMORI MEZZA-
MONTI, Laterza, Bari. HEIDEGGER, Introduzione alla metafisica, tr. di G. Masi,
Mursia, Milano. Le accuse a Socrate Difesa di Socrate: educazione del giovani
all'esercizio della virtù I. «IL FEDONE » Platone (427-347 a.C.) 1.
Ambientazione storica dell’opera Nel 399 a.C. Socrate viene condannato a morte
dai governanti di Atene sotto l'imputazione di empietà e corruzione delia
gioventù, due accuse che gli erano state mosse da varie parti già da molto
tempo. Ancora nel 423, nella commedia Le Nubi, Aristofane aveva attaccato
Socrate proprio in quanto, col suo spirito critico, incitava i giovani a considerare
con di- sprezzo la tradizione etico-politica della città, e in quanto con i
suoi inse- gnamenti si metteva fuori della stessa tradizione religiosa seguita
da tutti i cittadini. Alcuni anni più tardi ii poeta tragico Meleto aveva
dichiarato: «Commette reato Socrate, non ritenendo dèi quelli che considera
tali lo Stato e tentando inoltre di introdurre altri enti demoriaci nuovi; com-
mette ancora reato corrompendo i giovani ». In questo clima si spiega la
denuncia contro Socrate, che appariva a molti non soltanto l'avversario più
accanito della cultura allora impe- rante (quella sofista) ma anche come
l'esponente intellettuale più te- mibile per gli aristocratici che governavano
la città. Probabilmente l'o-biettivo dei suoi avversari era che egli se ne
andasse in esilio e in effetti gli proposero questa soluzione; ma Socrate volle
affrontare il pro- cesso, in cui respinse entrambe ie accuse: il suo obiettivo
non era quello di corrompere la gioventù, ma di sollecitarla alla pratica della
virtù e al ‘perseguimento dei più elevati valori morali; quanto alla religione,
egli non avversava affatto la tradizione, ma cercava di ‘adeguarla alle esi-
genze di una maggiore razionalità. In tribunale, i più dovettero avere ia
chiara impressione che Socrate non intendeva affatto modificare ii suo
atteggiamento; ed i voti di coloro che si pronunciarono per la sua asso-
luzione furono inferiori a quelli necessari. Quando si trattò di definire il
tipo di pena che gli sarebbe stata inflitta, Socrate chiese ironicamente che gli
venisse decretata una pensione a vita, come benemerito dello Stato. La cosa
suonò come una provocazione e come un insulto alle isti- tuzioni cittadine;
anche parecchi di quelli che avevano votato a favore della sua assoluzione gli
furono infine contrari; ed egli fu condannato a bere la cicuta. L'esecuzione
della pena capitale, che di per sé doveva aver luogo im- mediatamente, fu
rimandata d'un paio di settimane, perché in quei giorni sì stavano celebrando
le Delie (le feste in commemorazione della impresa di Teseo) e pertanto non si
potevano eseguire pene capitali. In attesa dell'esecuzione della sentenza
Socrate fu rinchiuso in prigione. È ap- punto questo il luogo e il momento in
cui si svolge il dialogo tra Socrate e i suoi discepoli circa il destino ultimo
dell'uomo, 348 2. Ii dialogo, metodo dell’opera La metodologia filosofica ai
tempi di Platone è ancora in fase di gesta- zione e assestamento. Î primi
pensatori greci avevano dato espressione poetica alle loro meditazioni
filosofiche. Più tardi Aristotele introdurrà quelia che diventerà la forma
definitiva: quella sobria e rigorosa del trattato. Per esporre il suo pensiero
Platone si vale di una via di mezzo: meno libera ed alata di quelia poetica, ma
anche meno arida e sistema- tica di quella del trattato, ia via del diaiogo. Il
dialogo e il trattato perseguono lo stesso obiettivo ma cercano di raggiungerlo
in maniera diversa. Tutt'e due svolgono una tesi; ma mentre nel trattato il
discorso è sviluppato da una sola mente, la quale prima di accoglieria con
certezza definitiva, vaglia tutti i pro e contro della tesi, i! cialogo è tun
discorso tra due o più persone, le quali di fronte ad una tesi particolare,
assumono ciascuna una posizione perso- nale, Diversamente che nel trattato,
dove le obiezioni rimangono pure difficolrè. astratte da superare, nel dialogo
le tesi contrastanti si inca: nano in personaggi vivi: esse rappresentano il
loro modo di intendere le cose e di vivere ia vita. uesto è vero in rarticolare
del Fedone, del quale il Valgimigli scrive a ragion veduia che « quì non
abbiamo a che fare con un’opera filosofica pura e semplice, la quale possa
essere considerata esclusivamente nella sua astrattezza razionale, sia pure nel
vivo diaiettizzarsi del pensiero; qui abbiamo a che fare con un'opera ci
filosofia che si concreta s si avvia in una vera azione, che anche dai punto di
vista formale esterno si sviluppa in un vero dialogo, cioè in una scena che si
muove tra persone vere, non tra simboli, tra persone le quali, sì, ragionano,
ma anche sono agitaie e travagliate e conimosse e hanno un’ansia di ricerca che
non ie interessa solc intellettualmente, ma ie prende e conquide nella loro più
profonda umanità. Lo stesso Socrate avverte più volte, e scherzando se ne
giustifica, che questo ragionare lo tocca assai da vicino; e ci sono intorno a
lui il giovanetto Fedone e il vecchio Critone, e i due ospiti te- bani, e
Apollodoro che meno degli altri, guando Socrate beve il far- maco, riesce a
frenare il pianto; e tutti infine si velanc il capo e si traggo- no da parte, e
nella stanza ormai fatta oscura e silenziosa biancheggia ii iettuccio dov'è
disteso il maestro, il compagno e l’amico, con gli occhi e le labbra appena
chiusi per sempre dal pio atto di Critone ».i 3. Divisione e sintesi dell’opera
Ii dialogo si divide in due grandi parti (separate da un breve ma splendido
intermezzo), costruite in perfetta simmetria tra di loro. La prima comprende i
capiîci! 1-34; la seconda i capitoli 36-66. Entrambe le parti si articolano in
tre tempi: primo, annotazioni biografiche (nella prima parte Socrate è seduto
sui suo lettuccio, accanto a iui è Santippe, intorno gli amici, e Critone com
ia sua premura affettuosa e le sue rac- comandazioni un poco inopporiune; nella
seconda parte Socrate si trova nuovamente sul suo Jettuccio con intorno gli
amici piangenti); secondo, ! M, VALGIMIGLI, intrcduzione a PLATONE, Fedone,
Laterza, Bari. La metodologia platonica dei dialogo Distinzione tra dialoge e
trattato Il ‘“Fedone’”: un’opera di pensiero e concretezza Struttura simmetrica
del dialogo Un dialogo tra amici su Socrate Gli ultimi istanti della vita di
Socrate La sopravvivenza dell'anima dopo la morte Filosofia e musica: aftinità
tra mitologia e filosofia dimostrazione dell'immortalità dell'anima (nella
prima parte con le pro- ve della reminiscenza e della affinità dell'anima con
la sfera delle Idee: nella seconda parte con la prova dei contrari e della
partecipazione del- l'anima al mondo delle Idee); terzo, miti (nella prima
parte, il mito della metempsicosi; nella seconda parte, il mito della
condizione delle ani- me dopo la morte). Il dialogo .tra Socrate e i suoi
amici, in :particolare con Simmia e Cebete, due pitagorici, è collocato in un
contesto più vasto, che ha come interlocutori Echecrate e Fedone. Questi,
ritornando ad Atene dopo il volontario esilio che si era imposto dopo la morte
del maestro, passa da Fliunte patria di Echerate, il quale coglie l'occasione
per chiedere all'amico come Socrate avesse trascorso i giorni del carcere.
Echecrate domanda informazioni a Fedone riguardo agli ultimi mo- menti della
vita di Socrate; più esattamente gli chiede due notizie: — Come mai passò tanto
tempo tra ‘la condanna e l'esecuzione della pena? Chi era presente alla morte
di Socrate? ‘Alla prima domanda Fedone risponde che la ragione del lungo inter-
vallo fu la coincidenza della condanna a morte di Socrate con la celebra- zione
delle Delie, durante le quali non si poteva dare esecuzione a nes- suna pena
capitale. Alla seconda domanda risponde che erano presenti alcuni ateniesi, tra
cui Critone, due forestieri, Simmia e Cebete, che pro- venivano da Tebe {cc.
1-2), e la moglie di Socrate, Santippe. Poi Fedone passa a descrivere le prime
vicende dell'ultimo giorno: l'allontanamento sofferto ma deciso di Santippe da
parte di Socrate dalla prigione, e lo scioglimento di Socrate dalle catene.
Quest'ultimo fatto offre a Socrate lo spunto per introdurre il tema che gli sta
a cuore, la sopravvivenza dell'anima dopo la morte. Stropicciandosi la gamba
indo- lenzita, Socrate pensa al singolare caso di due esseri i quali, pur
essendo tra loro contrari, piacere e dolore, non possono stare separati; e chi
fa per inseguire l'uno e lo prende, ecco che gli viene subito dietro anche
l’altro, quasi ‘che fossero legati insieme a un unico capo: cosicché, dice, se
Fisopo ci avesse posto mente, certo ne avrebbe composta una del. le sue favole.
Allora si introduce Cebete il quale chiede a Socrate: a proposito, com'è che da
quando sei qui, ti sei messo a musicare favole di Esopo e un poema ad Apollo?
Me l’ha domandato più volte anche l’amico Eveno. E tu digli la verità, gli
risponde Socrate: più volte nella vita passata mi apparve un sogno, ora in
questo, ora in quell’aspetto, e sempre mi di- ceva la stessa cosa: O Socrate,
componi ed esercitati nella musica. Ed io credevo in verità che il sogno mi
incitasse a quello che già facevo, ossia a filosofare, ritenendo appunto che la
filosofia fosse la più alta musica. Ma venuto qui sono stato assalito dal
dubbio che il sogno volesse intendere musica proprio nel significato usuale e
comune del termine; e allora mi parve bene obbedire comunque al sogno; e così
composi un inno ad Apollo e ho messo in musica alcune favole di Esopo? Dì,
dunque, all'amico Eveno, conclude Socrate, che questa è la ragione della mia
applicazione alla musica e alla poesia; e digli inoltre che « se è savio, mi
venga dietro al più presto ». Queste mie parole, insiste Socrate, non devono sorprendere
nessuno, perché tutti i veri filosofi desiderano di morire, anche se non è loro
consentito procurarsi la morte con ila propria mano. A questo punto Cebete
obietta: « Come dici, o Socrate, che far vio- lenza a se stessi non è lecito, e
d'altra parte che chi è filosofo possa avere desiderio di andare dietro a chi
muore? » L'obiezione interessa molto Socrate, anche perché, a chi è sul punto
di intraprendere il viaggio per il mondo di là, niente si addiceè meglio che
meditare intorno a questo viaggio. Immortalità dell'anima è Tesi di Socrate: Al
filosofo è lecito desiderare la morte Prima formulazione della tesi — Socrate
risponde all’obiezione di Cebete che per certi uomini e in certe circostanze è
meglio morire che vivere, però è loro vietato procurarsi la morte da se stessi
perché « noi uomini siamo come in una specie di carcere, e quindi non possiamo
libe- rarci da noi medesimi e tanto meno svignarcela », infatti: « Dei sono
coloro che hanno cura di noi uomini e noi siamo una delle cose in pos- sesso
degli Dei. Obiezione di Cebete — Appunto perché siamo nelle mani degli Dei non
è lecito al filosofo desiderare di morire. Si tratta infatti di una cosa
assurda che una persona saggia come il filosofo desideri sottrarsi al ser-
vizio di coloro che sono i migliori dominatori, dato che gli è impossi- bile
provvedere meglio a se stesso divenendo libero. Seconda formulazione della tesi
— Socrate risponde a Cebete dando una formulazione più completa della sua tesi.
Afferma che è lecito desi- derare di morire perché egli crede che dopo la morte
si va presso altre divinità savie e buone, insieme a uomini morti migliori dei
vivi. « Data questa speranza, io non ho ragione di rammaricarmi alla pari di
chi eguale speranza non abbia; e anzi io sono pieno di fede che per i morti ?
Platone accenna ad una teoria che gli è molto cara: quella delle affinità tra
mitologia e filosofia: « C'è un “fare miti” o poetare che non contraddice
propriamente al “fare logoi” 0 filosofare, e anzi sono ambedue, in vario senso,
più compiuto o più limitato, un “fare musica”; e codesto far miti o poetare può
dar luogo esso al filosofare, e anche concludere il filosofare, quando in
questo far logoi il logos sia giunto a un punto estremo oltre il quale non può
più avere svolgimento senza mutarsi in mito. Questo spiega perché Platone
accompagri sistematicamente le sue argomentazioni filosofiche con immagini
mitiche. Nel Fedone alle dimostrazioni dell'immor- talità dell'anima, fa
seguire il mito della metempsicosi e il mito della con- dizione delle anime
dopo la inorte. I veri filosofi
desiderano la morte Non è lecito ad alcuno procurarsi la morte La vita
Immortale in La vita ascetica del filosofo puro ragionamento si rivela la
verità Astrazione e contemplazione La morte è indispensabile al raggiungimento
della sapienza, verità e virtù qualche cosa ci sia, e come anche si dice da
tempo, assai migliore per i b i che per i cattivi. Dimostrazione della tesi. Al
filosofo è lecito deside- rare la morte, anzi, durante tutta la vita non si
cura di nient'altro se mon di morire ed essere morto, perché la morte è la
separazione dell'anima dal corpo, e questa separazione è desiderabile per tanti
motivi: Primo motivo. Durante la vita non vale la pena interessarsi del corpo,
e questo per quattro ragioni: I piaceri del corpo sono troppo caduchi. Perciò «
il filosofo in tutte le cose sopra dette (mangiare, bere, vestire...) cerca di
liberare quanto più può l’anima da ogni comunanza col corpo, a differenza degli
altri uomini. Il corpo impedisce l’acquisto della sapienza. Vista e udito, che
sono i sensi più perfetti, non ci fanno conoscere niente di preciso e di
sicuro, e invece di farci conoscere la verità ci tirano in inganno. È solo nel
puro ragionamento che si rivela all'anima la verità. « L'anima ragiona con la
sua migliore purezza quando non la conturba nessuna di cotali sensa- zioni. Né
vista, né udito, né dolore e nemmeno piacere; ma tutta sola si raccoglie in se
stessa, dicendo addio al corpo; e, nulia più partecipando del corpo, né avendo
contatto con esso intende con ogni suo sforzo la verità. Le idee di giustizia –
H. P. Grice, “Philosophical eschatology and Plato’s Republic” --, bontà, ecc.
non possono essere percepite dal corpo; esse possono essere percepite solo da
chi « con purità perfetta massimamente si adoperi di avvicinarsi a ciascun
oggetto col solo pensie- ro, senza né aiutarsi, nel suo meditare, con la vista
o con altro senso anzi astraendo, per quanto può, da occhi e da orecchi e
insomma da tutto il corpo, come quello che perturba l'anima e non le permette
di acqui. stare verità e intelligenza, quando abbia comunanza con esso. Fino a
quando abbiamo il corpo e la nostra anima è mescolata e con- fusa con un male
di tal natura, noi non saremo mai capaci di conqui- stare compiutamente quello
che desideriamo e che diciamo essere la verità o « sapienza. corpo stesso è
causa delle inquietudini che lo tormentano: « Infinite sono le inquietudini che
il corpo sì procura per le necessità del nutrimento. Guerre, rivoluzioni,
battaglie, chi altri ne è cagione se non il corpo e le passioni del corpo? Secondo
motivo. La morte è desiderabile perché completa quella separazione tra anima e
corpo che è indispensabile per il raggiungimen- to della sapienza; separazione
che il filosofo ha cercato di attuare du- rante tutta la sua vita con l’ascesi
di purificazione. La purificazione con- siste nell'adoperarsi « in ogni modo a
tener separata l’anima dal corpo e abituarla a raccogliersi e a racchiudersi in
se medesima fuori da ogni elemento corporeo. Se il filosofo non desiderasse la
morte com- metterebbe una grande contraddizione, perché il filosofo è per ogni
ri- spetto in discordia con il corpoe ha desiderio di essere solo con la
propria anima e solo con la morte questo diviene possibile -- la bellissima
finale). Terzo motivo. La morte è necessaria non solo per raggiungere la verità
(o sapienza), ma anche per raggiungere le altre virtù: giustizia, fortezza e
temperanza. Solo i filosofi considerano la morte un bene; tutti gli altri la
mettono nel numero dei grandi mali. Per cui, fatta eccezione per 352 il
filosofo, tutti gli altri sono coraggiosi perché sono vili e hanno paura, sono
temperanti per la loro intemperanza, per paura di restar privi di certi
piaceri. Tutto quello che Socrate ha detto sulla desi- derabilità della morte è
vero solo a patto che l’anima sia immortale, ma molti uomini temono che, «
quand’ella sia distaccata dal corpo, non esista più in alcun luogo, e si guasti
e perisca il giorno stesso in cui l’uomo muore. :Perciò affinché sia possibile
accettare quello che Socrate ha detto sulla desiderabilità della morte e sulla
vita futura è necessario che Socrate provi prima che l’anima seguita ad
esistere quando l’uomo è morto, e poi che ella conserva potere e intelligenza
(c. 14). Socrate accetta la richiesta e adduce vari argomenti a favore
dell'immortalità dell'anima. 1) Il primo argomento è basato sulla dottrina dei
contrari — I con- trari (piacere-dolore, buono-cattivo, vita-morte,
caldo-freddo, etc...) si avvicendano in modo ciclico. Perciò i vivi si generano
dai morti e i morti dai vivi. Aspetto religioso dell'argomento. Dottrina della
metempsicosi: « C'è una antica dottrina che esistono colà anime giuntevi di qui
e che di là nuovamente tornano qui e che si rigenerano dai morti nuovi esseri.
Aspetto filosofico dell'argomento. Ogni essere che ha il suo contrario, non da
altro si genera se non da quello appunto che è il suo contrario. « Ebbene,
disse, al vivere c'è qualcosa di contrario, come all'essere sveglio è contrario
il dormire? Certamente, disse. E che cosa è? L'essere morto, disse. E, dunque,
questi due stati, se è vero che sono contrari fra loro, non si generano così
l’un dall'altro? Senza dubbio. Dunque da ciò che è morto, o Cebete, si genera
ciò che è vivo, e insomma dai morti si generano i vivi? » È chiaro, disse. Dunque
le nostre anime sono nell’Ade. Così pare. Necessità di un perpetuarsi ciclico
nel passaggio da un contrario al- l'altro. « Perché non ci fosse tra gli
esseri, nel loro generarsi, una corri- spondenza perpetua degli uni con gli
altri, come se ruotassero in cerchio; e invece il processo generativo si
svolgesse esclusivamente da un essere al suo opposto, come in linea retta, e
non girasse più all'indietro verso il primo punto e non compisse il suo giro,
tu capisci bene che tutti gli esseri finirebbero con l'assumere la stessa forma
e si troverebbero nelle stesse condizioni e insomma cesserebbero di generarsi.
« Se tut- te le cose che muoiono rimanessero in tale forma e non più
riprendessero il corso verso la vita, sarebbe necessario che alla fine tutto
fosse morto e più niente vivesse. Il secondo argomento è tratto dalla dottrina
della reminiscenza — Senza la preesistenza dell'anima la reminiscenza è
impossibile. La remi- 353 Argomenti a favore dell’immortalità dell’anima I
contrari si generano l’uno dall'altro Ciclicità della generazione dei contrari
Resistenza e reminiscenza: prove di immortalità fl ricordo delle idee come
criterio di giudizio Reminiscenza e perdita delle conoscenze alla nascita Tutto
ciò che è vivo si genera da ciò che è morto x niscenza non « è possibile se
l'anima nostra non esistesse già in qual. che luogo prima di generarsi in
questa nostra forma umana. Cosicché anche per questa via appare che l’anima è
qualcosa di immortale » (c. 18). Socrate distingue due modi di reminiscenza: a)
reminiscenza per contiguità; per esempio, vedendo la lira dell’innamorato ci si
ricorda del- la sua figura; b) reminiscenza per somiglianza; per esempio,
vedendo i’im. magine di Simmia, ci si ricorda della sua persona. Poi,
esaminando il se- condo tipo di reminiscenza {quello fondato sulla somiglianza)
trova che non è possibile giudicare della somiglianza tra varie cose senza
avere una idea universale di eguaglianza, dell’eguale in sé. Ma questa idea
dell’egua- le in sé non può essere ricavata dall'esperienza. Infatti,
nell'esperienza, le cose che giudichiamo eguali sono sempre difettose, non sono
perfette come l’eguale in sé. Ora per giudicare di questa discrepanza tra
l’eguale in sé e le cose eguali, colui che giudica « ha da essersi pur fatta
dapprima in qualche modo un'idea di quel tale essere a cui dice che la cosa
veduta s'assomiglia, ma rispetto alla quale è difettosa » (c. 19). « Dunque
prima che noi cominciassimo a vedere e a udire, insomma a far uso degli altri
sensi (cioè prima di nascere) bisognava pure che già ci trovassimo in possesso
della conoscenza dell’eguale in sé, che cosa realmente esso è, se poi dovevamo,
gli eguali che ci risultavano dalle sensazioni, ripor- tarli a quello, e
pensare che tutti quanti hanno una loro ansia di essere come quello, mentre poi
gli rimangono al di sotto » (c. 19). Questo si- gnifica che « prima di nascere
e subito dopo nati conoscevamo già non so- lo l’eguale e quindi il maggiore e
il minore, ma anche tutte insieme le al- tre idee; perché non tanto dell’eguale
stiamo ragionando ora, quanto anche del bello in sé e del buono in sé e del
giusto e del santo. Il meccanismo della reminiscenza viene spiegato nel modo
seguente: « Acquistate delle conoscenze prima di nascere noi le perdiamo
nascendo; e poi, valendoci dei sensi relativi a certi dati oggetti, veniamo
recupe- rando di ciascuno di essi quelle conoscenze che avevamo già anche pri-
ma » (c. 20). Poi Socrate mostra che la reminiscenza è l’unico modo di spiegare
il fatto che noi non conosciamo immediatamente le idee appena nati (cfr. c.
21). In conclusione: la reminiscenza delle idee postula la preesistenza
dell'anima. « Se veramente esistono questi esseri di cui an- diamo ragionando
continuamente e il buono, e il bello e ogni altro si- mile e a ciascuno di
questi riportiamo e compariamo tutte le impressioni che ci vengono dai sensi
riconoscendo che essi sono gli esemplari prima già posseduti dal nostro
spirito, non è necessario, per la stessa ragione onde questi esistono, che
anche esista la nostra anima prima ancora che noi siamo nati? » (c. 22).
Dimostrazione che l'anima continua ad esistere anche dopo la morte del cor po.
All’argomentazione di Socrate Simmia obietta: « Che cosa vieta che ella si
generi e si formi da qualche altra parte ed esista anche prima di giungere nel
corpo umano; ma che poi, quando vi sia giunta e se ne distacchi, allora finisca
anch'ella di esistere e si perda compiutamente? » (c. 23). Risposta di Socrate.
« Ebbene, o Simmia e Cebete, disse Sacrate, è dimostrato fin d'ora anche
questo: purché vogliate congiungere insieme il nostro presente argomento con
l’altro sul quale già ci mettemmo d'ac- cordo prima, e cioè che tutto ciò che è
vivo si genera da ciò che è morto. Infatti, se l’anima esiste anche prima, ed è
necessario che, entrando 354 essa per la sua generazione nella vita, non da
altro si generi se non dalla morte e dall'essere morti; come non è parimenti
necessario che ella seguiti ad esistere anche dopo la morte, se è vero che deve
poi nuova- mente rinnovarsi? Ed ecco dunque che anche questo secondo punto ri-
mane dimostrato senz'altro » (c. 23). (Digressione sul fanciullo dentro di noi
[la parte irrazionale dell'anima che non vede il bene e tende solo al
piacevole], che si spaventa davanti alla morte) (c. 24). 3) Il terzo argomento
a favore dell'immortalità dell'anima è basato sulla semplicità del suo essere —
L'anima non è soggetta a decompo- sizione perché il suo essere non è composto,
ma semplice. Ora solo gli esseri composti sono soggetti a corruzione. L'anima è
semplice perché è costante, invariabile e invisibile. L'anima ha queste doti
perché è « congenere alle idee che sono costanti, invariabili e invisibili ».
Le idee sono invariabili. « L'eguale in sé, il bello in sé e insomma ogni data
cosa che è in sé, l'ente, c'è mai caso che patisca mutazione veruna? — No. Le
idee sono invisibili. « Quelle che rimangono costanti non c’è altro mezzo col
quale le possa apprendere se non col pensiero e con la medita- zione: perché
quelle di questa specie sono invisibili e non si possono per- cepire con la
vista » (c. 26). Il corpo invece è mutevole e visibile perché è simile alle
cose sensibili. Per cui l’anima soggeita al cotpo « va errando qua e là e si
conturba e barcolla come ebbra » mentre l'anima indipen- dente dal corpo « se
ne va colà dov'è il puro, dov'è l’eterno e l’immuta- bile e l’invariabile... e
cessa dal suo errare, e rimane sempre invariabil- mente costante. fondato sulla
fun- 4) Il quarto argomento a favore dell'immortalità è è padrona del corpo.
zione dell'anima nei riguardi del corpo — L'anima Ora questa è una funzione
divina {(c. 28). 5) Il quinto argomento si basa sul fatto che neppure il corpo,
pure appartenendo alla sfera del corruttibile, si corrompe immediatamente,
perciò tanto meno potrà essere distrutta l'anima dalla morte, che appar- tiene
alla sfera dell'incorruttibile. « Ebbene dunque, se tale è l'anima, non se
n’andrà ella a ciò che le è simile, cioè, dico, all’invisibile, al divino, al-
l'immortale, all’intelligente, dove giunta potrà essere in realtà felice
[....]? » (c. 29)? 4. Metempsicosi Dopo aver provato l'immortalità dell'anima
del filosofo, Socrate espone la sorte che tocca ai filosofi e agli altri uomini
dopo la morte. ? Gli studiosi sono in disaccordo circa il numero delle prove
che Platone elabora nel Fedone: chi ne conta tre, chi cinque, chi otto. Però se
si tiene conto della struttura dialettica dell’opera, la quale esige che si
considerino le singole argomentazioni non come qualcosa di autonomo, completo e
defi- nitivo, ma come elemento di un unico tutto, allora si può ‘dar ragione a chi
ritiene che Platone, alla fin fine, sviluppi un'unica grande prova. Non figura
peraltro nel Fedone la prova della semovenza (cioè la prova fondata sulla
proprietà che ha l’anima di muovere se stessa e d’essere causa del proprio
agire), a cui Platone dà ampio risalto nel Fedro -- M., Corso di storia della
filosofia. Semplicità e immortalità dell'anima L’anima Incontaminata ritorna
agli dei L'arnlma contaminata è nuovamente “incaîenata al corpo” La filesofia
conduce agli dei La morte non è per Socrate una sventura L'anima che durante la
vita non è stata contaminata dal corpo, cioè l'anima del filosofo, ritorna fra
gli Dei. Quest'anima « si diparte pura dal corpo; nulla del proprio conpo
traendo seco, come quella che nulla in vita, per quanto poté, volle avere in
comune con esso e anzi fece di tutto per fuggirlo e starsene tutta raccolta in
sé medesima. L'anima che in questa vita è stata contaminata dal corpo, alla
morte « si parte dal corpo contaminata e impura, come quella che fu sempre
assieme col corpo e lo servì e Io amò e si lasciò affascinare da esso, e cioè
dalle sue passioni e dai suoi piaceri » (c. 30). Quest'anima non può ritornare
tra gli Dei, ma, vinta dalla sollecitudine del corpo, « sarà tratta di nuovo in
giù verso la ragione visibile, per paura dell’invi- sibile, o, come dicono,
dell’Ade; e se ne andrà girando intorno alle tombe e ai sepolcri [...] fino a
che, per l’insaziabilità di quel corporeo che sempre l’accompagna, non è di
nuovo incatenata in un corpo» (c. 30). « Queste anime che durante la vita
furono contaminate dal corpo, si reincarneranno e assumeranno forme corporee
diverse secondo le con- suetudini diverse che ebbero in vita: così per esempio,
quelli che furono dediti a gozzoviglie o a violenze carnali, ecc. diventeranno
asini e simili bestie; altri che furono ingiusti o rapaci, diventeranno lupi e
sparvieri e così via » (c. 31). Conclusione. Per raggiungere gli Dei occorre
mettersi sotto la guida della filosofia. « La filosofia, prendendo ad educare
la loro anima in tali condizioni (la condizione di essere «incollata al corpo e
costretta ad indagare la verità attraverso questo, come attraverso un carcere
»), cerca a poco a poco di guidarla e addirittura si adopera di liberarla dal
corpo » (c. 33). Sotto la guida della filosofia «l'anima cerca di conquistare
la propria serenità da codeste passioni, seguendo il razio- cinio e in esso
persistendo ininterrottamente, attendendo alla contem- piazione del vero, del
divino e di ciò che non è soggetto all'illusione dei sensi. Quando Socrate ebbe
finito di parlare domandò se ci fosse qualche manchevolezza nei suoi
ragionamenti. Simmia risponde che ha dei dubbi, ma non osa manifestarli « per
la preoccupazione che potesse riuscirgli fastidioso questo domandare in un
momento così malaugurato ». Socrate protesta che se è così, cioè se è vero che
hanno paura di fargli delle do- mande, vuol dire che non è ancora riuscito a
convincere i suoi amici che egli non reputa sventura la sua condanna a morte, e
che essi lo riten- gono da meno dei cigni, i quali, con un canto più lungo e
più bello, sanno predire, quando si avvicina la morte, che andranno al Dio, di
cui sono devoti. Ma « anch'io credo di essere compagno di servizio coi cigni e
sacro al medesimo Iddio (Apollo) e di avere avuto dal Dio Signore non meno di
loro l'arte della divinazione; e perciò anche credo di potermi allontanare
dalla vita con non minore letizia » (c. 35). 356 (cc. 36-66) (cc. 36-40) 1. Le obiezioni di Simmia e
Cebete Obiezione di Simmia — Simmia osserva che tutto quello che Socrate ha
detto riguardo all'anima e al corpo si può ugualmente dire dell’ac- cordo e
della lira; anche l'accordo, come l’anima, è invisibile, incorporeo, bello,
divino; anche la lira come il conpo è visibile, corporea, terrena, e insomma
congenere del mortale. Possiamo noi ammettere, secondo il tuo ragionamento,
che, rotta la lira, possa seguitare ad esserci l'accordo? Ora, l’anima è una
specie di accordo degli elementi che costituiscono il corpo; e dunque se il
corpo, che è condizione indispensabile per l’esistere dell'anima, verrà meno,
anche l’anima necessariamente, per quanto di- vinissima, dovrà venir meno; e
anzi verrà meno prima del corpo, che durerà ancora per qualche tempo, fino a
che non sia arso dal fuoco o consumato dalla putredine. Obiezione di Cebete —
Cebete dice che Socrate, con l'argomento della reminiscenza non ha fatto un
passo avanti nella dimostrazione dell'immortalità. Ha dimostrato che l’anima
esiste già prima del nostro nascere; ma che ella seguiti a vivere eternamente,
questo non pare an- cora dimostrato. Non già che egli sia d'accordo con Simmia,
perché crede che l'anima è più resistente del corpo: ma questo non basta a
dimostrarne l'immortalità. Facciamo un esempio: chi dura più a lungo, il
tessitore o il suo mantello? Chiaro, il tessitore. Infatti egli consuma diversi
mantelli e rispetto a questi mantelli si può dire che egli è morto dopo. Però
se il tessitore è morto non si può provare che egli è ancora vivo portando come
prova che l’ultimo mantello che si era tessuto e portava non è ancora
consumato. Applichiamo questo esempio alle relazioni tra l'anima e il corpo.
L'anima può via via consumare e ritessere sopra di sé più corpi, come il
tessitore più mantelli; e un giorno che ella venga a morire avrà sopra di sé
l’ultima sua tessitura e morirà prima di questa. Si può quindi concedere che
sopravviva a più corpi, ma chi potrà mai avere coscienza che il proprio corpo
non sia precisamente l’ultima tessi- tura della propria anima, e con codesto,
anzi prima, muoia anche la sua anima? Ecco perché io dico che sulla soglia
della morte ognuno ha ragione di temere che in quel momento avvenga anche per
la sua anima l'estrema dispersione e distruzione (c. 37). Gli argomenti di
Simmia e di Cebete fanno molta impressione sugli astanti che sono presi da un
certo senso di scoraggiamento e temono che la immortalità dell'anima non sia
dimostrabile (c. 38). Allora Socrate li ammonisce contro la malattia della
misologia (cioè dell’avversione al ragionamento) e raccomanda Îoro di « non
diventare misologi come si diventa misantropi. Perché non può capitare a uno
peggior guaio di questo, che gli vengano in odio i ragionamenti » {c. 39. Vedi
la bellissima spiegazione dell’origine della misantropia). Se un argomento
appare una volta vero e un'altra falso non è colpa sua: il ragionamento rimane
sempre lo stesso, o vero o falso. La colpa è solo di chi ragiona o meglio della
sua imperizia nell'arte del ragionare. E sarebbe molto pietoso se « per piacere
di liberarsi dal tormento di si- 357 Argomento di Simmia: l’accordo e la lira
come l’anima e il corpo Argomento di Cebete: l’anima è più resistente del
Corpo, ma non necessariamente eterna; il tessitore e il suo mantello
Sopravvivenza, ma non eternità Socrate contro la misologia che distrugge il
sano ragionamento L’imperizia nell’arte di ragionare La tesi di Simmia non
spiega il vizio e la virtù C'è contrasto tra anima e corpo Socrate e i
naturalisti; come spiegare l’eguale esito dei processi contrari? mile
alternativa, egli finisse col respingere da sé quella che è unicamente sua
colpa e la gettasse addosso ai ragionamenti stessi, e così ormai seguitasse
tutto il resto della sua vita, odiando e maledicendo ogni ra- gionamento, e si
privasse della conoscenza e della verità di ciò che real- mente esiste » (c.
39). Quindi, conclude Socrate, le obiezioni di Simmia e Cebete « non devono scoraggiare
più voi di quello che turbino me, e io non ne sono certamente turbato perché
non mi preoccupo tanto di fare apparire vero a voi quel che dico, quanto che
apparisca vero a me prima che ad ogni altro, diversamente dai sofisti che non
si curano già dove sia la verità in ciò di cui stanno ragionando bensì di fare
apparire vere a chi discute con loro le questioni che essi stessi pongono »
Secondo Socrate l’obie- zione di Simmia, basata sulla concezione dell'anima
come epifenomeno del corpo, non regge per tre motivi: a) Essa mette Simmia in
contraddizione con se stesso, perché egli accetta l'argomento della
reminiscenza e sostiene allo stesso tempo che l’anima non è altro che l'accordo
degli elementi del corpo. Ora chi accetta l'argomento della reminiscenza deve
ammettere che l’anima esi- ste prima del corpo mentre chi concepisce l'anima
come accordo deve negare che l’anima esista prima del corpo (come l’accordo non
può esi- stere prima delle corde della lira). L'anima non può essere concepita
come accordo, perché in tal caso non si potrebbe spiegare cos'è il vizio e la
virtù; perché, in tal caso si dovrebbe dire che la virtù è un accordo di un
accordo ed il vizio un di- saccordo di un accordo. Se l’anima è per definizione
un accordo, « nessu- na anima pcetrà avere più di un'altra né disaccordo né
accordo e ancora se questa è la sua condizione, nessun'anima potrà avere più di
un’altra né vizio né virtù, ammesso che vizio è il disaccordo e virtù è accordo.
L'anima non può essere concepita come accordo, perché tra anima e corpo non c'è
accordo, ma disaccordo, contrasto, lotta, guerra. « Per esempio, nel corpo c’è
arsura e sete, e l’anima lo tira, ai contrario, a non bere; c'è fame, e l’anima
lo tira a non mangiare, e così in mille aitri casi in cui vediamo che l’anima
si oppone alle passioni del corpo. Risposta all'’obiezione di Cebete — Passando
alla obiezione di Cebete, Socrate dice che in sostanza Cebete domanda che sia
dimostrato che l'anima nostra è indistruttibile ed immortale. « Non è cosa da
poco, o Cebete, quello che cerchi; bisognerà rifarsi a ricercare in genere la
causa della generazione e della corruzione delle cose. Ora io ti dirò a questo
proposito, se vuoi, quello che è capitato a me e se qualche cosa di quello che sono
per dirti ti sembrerà utile potrai usarne. All’inizio Socrate seguì i
naturalisti. « Quand’erc giovane fui preso da una vera passione per quella
scienza che chiamano indagine della na- tura ». Ma poi « finii col persuadermi
che a questa specie di indagini io 358 ero nato assai meno di ogni altro. E a
persuadertene basterà questo. Che quelio che già prima sapevo con chiarezza
[...] ecco che allora, per effetto di queste ricerche mi si abbuiò totalmente
cosicché disimparai anche quello che prima credevo di sapere. Il problema che
tormen- tava Socrate e a cui i naturalisti erano incapaci di dare una risposta
era come sia possibile con due processi contrari (per es., sottrazione e addi-
zione) ottenere lo stesso risultato (per esempio si può ottenere con l'addizione
di due unità e con la divisione di 4 in due parti eguali) e come una stessa
cosa possa essere chiamata a volte grande e a volte piccola. Poi si entusiasmò
per Anassagora. « Ma udito una volta un tale leggere da un libro, come egli
diceva, di Anassagora, e dire che dunque c'è una Mente ordinatrice e causa di
tutte le cose, io mi rallegrai di questa causa, e mi parve, secondo un mio
modo, che questo porre Ja Mente come causa di tutto, convenisse sommamente.
Presi con grande sollecitudine quei suoi libri, mi misi a leggerli con la
maggior rapidità, perché volevo, con la maggior rapidità, conoscere il meglio e
il peggio. Ma Socrate restò deluso da Anassagora, quando si accorse che anziché
attribuire alla causalità della Mente l'origine delle cose, la attribuiva alle
cose mate- riali. « Ed ecco, invece, o amico, che da così alta speranza io mi
sentivo cadere giù e portar via man mano che, procedendo nella lettura, vedevo
quest'uomo non valersi affatto della Mente, non assegnarle alcun prin- cipio di
causalità nell'ordine dell'universo, bensì presentare come cause e l’aria e
l'etere e l’acqua e altre cose, e tutte quante fuori di luogo; e mi parve fosse
proprio lo stesso che se uno, pur dicendo che Socrate tutto quello che fa lo fa
con la mente, quando poi si provasse a determi- nare.le cause delle cose che io
faccio, incominciasse col dire che ora, per esempio, io sono qui seduto per il
fatto che il mio corpo è composto di ossa e nervi [...] senza curarsi affatto
di dire quelle che sono le cause vere e proprie: e cioè che, siccome agli
Ateniesi parve bene votarmi contro, per questo anche a me è parso bene
restarmene a sedere qui, e ho ritenuto mio dovere non andarmene via. Ma chiamar
cause ragioni di questo genere non ha a che fare assolutamente. Ché se uno dice
che io, senza avere di codeste cose e ossa e nervi e tutto quello che ho non
sarei capace di fare quello che mi sembra di dover fare, sta bene, costui dirà
il vero. Ma dire che queste sono la causa per cui io faccio quelio che faccio,
e dire ai tempo stesso che io opero con la mente, ma senza che ci sia per mia
.parte la scelta dei meglio, questo in verità è il più grossolano e insensato
modo di parlare. Questo significa essere incapaci di discernere «che altro è la
causa (aition) vera e propria, altro quella cosa senza cui la causa non potrà
mai essere causa » (c. 47), ossia altro è la causa e altro è la condizione
necessaria. Ora questa è precisamente una distinzione che Anassagora non era
riuscito a vedere. La ricerca della vera causa condusse Socrate alla scoperta
della dot- trina {ipotesî) delle « idee »
Disgustato di Anassagora, Socrate abban- donò la filosofia dei naturalisti
e si mise alla ricerca della vera causa, e disse che per trovarla dovette
rifugiarsi nei concetti (logoi) e « consi- derare in essi la realtà delle cose
esistenti » {c. 48). «Io mi misi dunque per questa via; e assumendo caso per
caso come vero quel concetto che io giudicassi più sicuro e più saldo, ie cose
che a questo concetto mi par- vero accordarsi, queste ritenevo come vere, sia
rispetto alla causa, sia rispetto a tutte ie altre questioni; quelle che no, io
ritenevo come non 359 Socrate come Anassagora: le cose sono originate dalle cose
materiali e non dalla mente Distinziene tra causa e origine delta causa in
quanto fale La ricerca della vera causa nei concetti La presenza 0 comunanza
delle cose al suo concetto La dottrina delle Idee spiega l’essere e il divenire
Apparente contraddizione della tesi sulla teoria delle idee con l'argomento
contro Cetete Occorre distinguere i contrari nelle cose dai contrari in sé Le
cose nartecipano dei contrari, ma non sono necessariamente contrarie in sè
vere. Ma voglio chiarirti meglio ciò che intendo dire, perché penso che tu ora
non capisca » (c. 48). Socrate passa quindi a dimostrare apertamente qual è la
specie di causa che si è costruita. « Poniamo dunque che esista, (si tratta
quindi di un'ipotesi) un bello in sé, un buono in sé, un grande in sé, e così
via: le quali cose se tu mi concedi e ammetti che esistano realmente io ho
speranza, movendo da queste di scoprire la vera causa e di dimostrarti che
l’anima è immortale ». Infatti, ammesse le Idee, Socrate trova che esse sono la
vera causa. « A me pare infatti che, se c'è cosa bella all'infuori del bello in
sé per nessuna altra ragione sia bella se non perché partecipa di codesto bello
in sé. E così dico naturalmente di tutte le altre cose. Niente altro fa sì che
quella tale cosa sia bella se non la presenza o comu- nanza di questo bello in
sé (e ekeinu tu kalù eite parusia eite koinonia) o altro modo qualunque onde
codesto bello le aderisce. Perché io non insisto affatto su questo modo, e dico
soltanto che tutte le cose belle sono belle per il bello » (c. 49). La dottrina
delle Idee spiega non solo l'essere delle cose finite, ma anche il loro
divenire. Infatti, dice Socrate, una data cosa si genera in quanto viene a
partecipare di quella essenziale realtà che è propria di quella data idea onde
essa partecipa; e così nei casi sopraddetti, tu non hai altra causa da addurre
di codesto diventar due, se non la parteci- pazione alla dualità, e che di
questa dualità bisogna che partecipino tutte ie cose che sono per diventare due
e dell'unità le cose che sono per diventare uno » {c. 49). C'è però una
difficoltà: come si spiega con la teoria delle Idee che la stessa cosa è
chiamata grande e piccola (ad esempio, Socrate è chia- mato grande rispetto a Cebete
e piccolo rispetto a Simmia)? Socrate ri- sponde che ia difficoltà è puramente
verbale. In realtà « non solo la grandezza non vuole mai essere grande e
piccola al medesimo tempo, ma altresì la grandezza che è in noi non vuole mai
accogliere la picco- lezza e tanto meno esserne superata: e allora delle due
l'una o fugge o cede il posto, quando il suo contrario, la piccolezza, le si
avvicina, o addirittura quella sopravvenendole perisce; ma di restar ferma aì
suo posto e ricevere in sé la piccolezza, e essere diversa da ciò che era
prima, questo non vuole assolutamente » {c. 50). Qui pare però che Socrate si
contraddica con quello che aveva affer- mato prima riguardo ai contrari, cioè
che un contrario genera l’altro e Cebete fa presente a Socrate la difficoltà.
Socrate chiarisce la difficoltà facendo vedere che essa deriva da un semplice
malinteso: « Prima non si ragionava dei contrari, ma delle cose che hanno in sé
i contrari (alle quali per questo si dà pure il nome di contrari). Ora parliamo
dei con- trari in sé che noi riteniamo non vorranno mai accettare di generarsi
gli uni dagli altri » (c. 50). Ultima dimostrazione dell'immortalità dell'anima
(cc. 52-56) — Ora Socrate applica la dottrina che due contrari non possono
partecipare l’uno dell'altro, (perché si oppongono e si escludono; e nel caso
che so- pravvenga l’altro contrario il primo deve allontanarsi o perire) a
quelle cose che non sono contrarie (solo le Idee si possono chiamare propria-
mente contrarie) ma partecipano essenzialmente dei contrari {per esem- pio la
neve e il fuoco non sono contrari, ma partecipano essenzialmente del freddo e
del caldo che sono contrari). Tali cose quando sopravviene l’altro contrario
non possono riceverlo, 360 ma'devono 0 allontanarsi o perire. Così, per esempio,
la neve partecipa essenzialmente del freddo. Se sopravviene il caldo essa deve
o allontanarsi o perire. Infatti, poiché partecipa essenzialmente del freddo,
essa non può più essere neve se perde il freddo. Ciò che è essenziale non può
essere ab- bandonato senza perire. Questo è precisamente il caso dell'anima.
L'anima non è un contrario (perché non è un'Idea) ma partecipa essenzialmente
ad uno dei contrari (la vita). Per cui l’anima, quando sopravviene l’altro
contrario (la morte), deve o allontanarsi o perire. Secondo Socrate l’anima non
può perire perché incorruttibile. Cebete concede che bisogna am- mettere non
solo che l’anima è immortale (cioè non soggetta al contrario della vita, la
morte) ma anche che è imperitura, perché se si ammette che « l'immortale che è
eterno si corrompa » sarebbe impossibile poter cre- dere che nel mondo esista
alcunché di incorruttibile (cc. 52-55 a). 3. Conclusione Non solo Dio e l’Idea
della vita sono incorruttibili e imperituri, ma anche l’anima. « E quindi se la
morte si abbatte sull'uomo, la parte di lui che, come sembra, è mortale, muore:
la parte che è immortale, se ne va via salva e incorrotta sfuggendo la morte »
(c. 56). ; Simmia però non è completamente pago della dimostrazione di So-
crate. Questi gli dà ragione perché « quelle nostre prime ipotesi (le Idee), se
anche non sono a te e agli altri cagione di dubbio, gioverà in ogni modo, per
ragione di sicurezza, riesaminarle da capo » (c. 56). Però Socrate ritiene che
se anche le prove non sono del tutto convincenti, l’a- nima è senza dubbio
immortale. Dopo l'esposizione del mito meraviglio- so del giudizio delle anime
dei morti e la descrizione della terra ideale, Socrate conclude: « Certo,
ostinarsi a sostenere che le cose siano proprio così come io le ho descritte non
si addice a uomo che abbia senno; ma che sia così o poce diverso da così delle
anime nostre e delie loro abitazioni dopo che s'è dimostrato che l’anima è
immortale, sostenere questo mi pare che si addica e anche si possa avventurarsi
a crederia » (c. 63). Quanto a sé. conclude Socrate serenamente e solennemente,
egli non ha nulla da temere perché « timori per la propria anima non deve avere
chi nella vita disse addio ai piaceri del corpo e ai suoi ornamenti, sa- pendo
che gli sono estranei, e persuaso che più gli possono far male che bene; e si
curò invece dei piaceri deli'apprendere, e l'anima adornando non di ornamenti a
lei alieni, ma di quelli suoi propri, temperanza, giu- stizia, fortezza,
libertà, verità, attende così preparato l'ora del suo viaggio all’Ade, pronto a
pigliare la sua strada appena il! destino lo chiami. Il mito delle anirne dopo
la morte « Ebbene, o amici, questo se non altro, sarà bene sia chiaro nella
mente: che se l’anima è immortale essa ha il diritto che se ne abbia cura; né
solo per questo spazio di tempo che chiamiamo vita, ma per sempre e che ormai,
dopo quel che s'è detto, anche il pericolo, a chi non ne abbia 361 L’anima
partecipa a uno dei contrari: la vita Incorruttibilità e immortalità Non teme
ia moris chi ha vissuto bene la vita Avere cura per l’anima che è immortale
Sosmogratia pitagorica, dicotomia plaionica e mito della caverna Ultime parole
dii Socrate cura, dovrà apparire assai grave. Infatti, se la morte fosse una
libera- zione da ogni cosa, gran fortuna sarebbe per i trisii, morendo,
sentirsi liberi non solo dai corpo, ma, nello stesso tempo, insieme con l'anima
anche delia loro tristezza. Ma ora che l’anima ci si è rivelata immor- tale,
nessuno scampo essa potrà avere dai mali, né alcuna salvezza, se non in quanto
diventa il più possibile virtuosa ed intelligente. Perché nient'altro l'anima
ha seco, andando all’Ade, all'infuori della sua cul- tura e dei suo costume,
che è ciò appunto come dicono che grande- mente giova o nuoce a chi muore,
subito al principio del suo viaggio all’al di là. Figura e dimensione delia
terra (cc. 58-61) Questi capitoli sono importanti per tre motivi: a) sono un
docu- mento molto interessante per la conoscenza cella cosmografia pitagorica:
ia terra non è piatta (come dicevano gli Ionici), ma sferica; è molio gran- de
ed è collocata nel mezzo dell'universo; b) Platone vi espone la distin- zione
fondamentale tra mondo sensibile ed intelligibile, tra la nostra terra e la
terra ideale; c) c'è infine una chiara allusione al mito della caverna. La
morte di Socrate Ultime parole di Socrate: « O Critone, disse, noi siamo
debitori di un gallo ad Asclepio: dateglielo e non ve ne dimenticate. Il
significato di questa ingiunzione è il seguente: chi guariva da una malattia,
in segno di gratitudine usava offrire un gallo ad Asclepio (detto anche
Esculapio), il dio della medicina. Ora, essendo per Socrate l’esistenza
corporale una malattia e la morte una guarigione ed una liberazione, è quindi
giusto che morendo si mostri grato ad Esculapio. Intanto la cicuta che Socrate aveva
bevuto da poco, comincia a produrre il suo effetto letale. Tutti intorno
scoppiano in lacrime. Socrate si corica sul suo lettuccio e poco dopo muore.
Critone gli chiude le labbra e gli occhi. « Questa, o Eche- crate — soggiunse
Fedone — fu la fine dell'amico nostro: un uomo, noi possiamo dirlo, di quelli
che allora conoscemmo il migliore; e senza paragone il più savio e il più
giusto ». QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE Che senso ha la vita per
Socrate? . Che valore assegna Platone alla conoscenza intellettiva? . Come
giustifica il valore assoluto della conoscenza intellettiva? . Quali sono le
principali prove dell'immortalità dell'anima? . Come formula la prova basata sulla
reminiscenza? . Come formula la prova basata sulla « parentela » o affinità
dell'anima con il mondo delle Idee? 7. Come formula la prova basata sulla
partecipazione dell'anima all’Idea della Vita, ossia al contrario dell’Idea
della Morte? 8. Quali sono le obiezioni di Simmia e Cebete alla tesi di
Socrate? 9. Che valore annette Socrate alle sue argomentazioni? 10. Confrontare
le prove del Fedone con quella del Fedro. SAAWwWNA Che rapporto pone Platone
tra immortalità dell'anima e la teoria delle Idee? 12. In che cosa consiste il
mito della metempsicosi? Sviluppare la conce- zione platonica dei rapporti tra
mito e filosofia. 13. Su quali ragioni fonda Platone la dottrina delle Idee nel
Fedone? 14. Quali sono le implicazioni etiche della dottrina della immortalità
del- l'anima? — Illustrare l'ascesi platonica: rapporti tra teoria e prassi.363
A Cartesio si deve l'impostazione della filosofia moderna Le quattro
caratteristiche presentate nell’opera sono: autonomia, gnoseologia, metodo e
antropocentrismo Obiettivo di realizzare una scienza universale e rigorosa li.
IL « DISCORSO SUL METODO » Cartesio (René Descartes, 1596-1650) 1. Origine
dell’opera Cartesio è universalmente riconosciuto come il padre della filosofia
moderna. A lui in effetti spetta il merito d'aver dato a quest'ultima i li-
neamenti che la caratterizzano: autonomia della filosofia rispetto alla
teologia; orientamento spiccatamente gnoseologico anziché metafisico: il primo
e massimo problema da risolvere è quello della conoscenza, del suo valore e
della sua portata; preoccupazione per il metodo: per dare solidità e organicità
alla ricerca filosofica occorre valersi di un metodo sicuro e rigoroso;
attenzione per l’uomo, che ora viene posto al centro di tutte le ricerche e di
tutte le cose: dal teocentrismo si passa all’antro- pocentrismo. Il « manifesto
» della nuova filosofia è la prima importante opera filo- sofica di Cartesio,
Discorso sul metodo. In questo breve e tuttavia ri- voluzionario saggio, si
annunciano chiaramente i quattro lineamenti ca- ratteristici della filosofia
moderna: autonomia della filosofia, orientamento gnoseologico, interessamento
per il metodo, antropocentrismo. Cartesio aveva avvertito la necessità di
rinnovare lo studio e l'insegna- mento della filosofia ancora quando
frequentava la scuola dei gesuiti a Parigi. Ma un piano preciso di revisione
gli si presentò alla mente per la prima volta nel 1619 durante una visione.
Allora Cartesio, che si era arruolato con le schiere degli imperiali (era
scoppiata da poco la Guerra dei Trent'anni), si trovava in Germania. All’inizio
dell'inverno, dove si erano fermati a svernare, « non trovando alcuna
conversazione che lo svagasse, e non avendo d'altronde né preoccupazioni né
passioni che lo turbassero, restava tutto il giorno solo accanto ad una stufa,
dove aveva tutto l’agio di intrattenersi con i suoi pensieri ». Ed ecco,
appunto, a risultato della assidua e profonda meditazione, la visione. Gli
comparve l'Angelo della Luce e gli fece comprendere che il metodo matematico
che aveva adoperato con tanto profitto nelle studio dell'algebra e della
geometria era un metodo valido per tutte le scierize, compresa la filo- sofia.
Di qui la risoluzione di Cartesio di tradurre in realtà la « scoperta mirabile
»: si propose di elaborare una scienza universale dotata di quella rigorosità,
certezza e precisione tipiche della matematica. Per alcuni anni lavorò
all'applicazione della matematica alla fisica, facendo vedere che « la fisica,
la quale fino al suo tempo era ancora unita alla medicina e alla filosofia si
poteva tradurre in numeri ». Più tardi cercò di compiere la stessa impresa
anche per la filosofia: Dio e gli angeli, i misteri del tempo e dello spazio,
delle piante e degli animali, le complicate relazioni sociali, anche quella
creatura complessa e sfuggente che è l’uomo, dove- vano essere tradotte in idee
chiare e distinte come se si trattasse di quan- 364 tità matematiche. « Tutte
le scienze », scrive Cartesio, « sono legate tra loro da una catena; non è
possibile afferrare alcuna di loro senza aver compreso le altre e pertanto
senza abbracciare contemporaneamente tutta l'enciclopedia del sapere ». E
ancora: « Tale scienza dovrebbe in- cludere tutti i primi rudimenti della
ragione umana, e il suo dominio dovrebbe estendersi fino a comprendere la
conoscenza di tutte le cose ». Pertanto, il mondo e qualsiasi conoscenza sono
raggiungibili col nuovo metodo. Per quanto Cartesio ascriva la sua « mirabile
scoperta » ad una visione (a qualcosa di imprevisto, subitaneo e in certa
misura soprannaturale), in effetti non si trattava di un'idea priva di
precedenti. Uno dei suoi pro- fessori al collegio dei gesuiti, padre Clavius,
ch'egli stimava e apprezzava moltissimo se n'era fatto già da tempo convinto
assertore. Nelle sue Opere matematiche; stampate, aveva scritto: « Le
discipline matematiche dimostrano e giustificano con le più solide ragioni
tutto ciò che è oggetto di discussione, cosicché esse producono effettivamente
la scienza e scacciano dalla mente dello studente qualsiasi dubbio. La stessa cosa
non si può assolutamente affermare delle altre scienze, nelle quali molto
spesso la mente resta incerta e dubbiosa circa il valore delle con- clusioni,
talmente numerose sono le opinioni e contrastanti i giudizi. I teoremi di
Euclide come pure quelli degli altri matematici, oggi sono ancora così veri,
sicuri nei loro risultati, solidi nelle loro dimostrazioni, come erano molti
secoli orsono [...] Ora, siccome le discipline matema- tiche sono così
completamente assorbite dall'amore e dal culto della verità, che nel loro
ambito nulla di falso viene recepito e neppure ciò che è meramente probabile
non si dà alcun dubbio che tra le varie scienze il primo posto spetta alla
matematica ». Queste teorie del padre Clavius erano certamente note a Cartesio,
il quaie le fece sue. Un po’ alla volta esse fermentarono nella sua mente fino
ad esplodere nella celebre visione. Come s'è detto, Cartesio in un primo tempo
effettuò l’applicazione del metodo matematico alle scienze sperimentali e poi,
in un secondo tempo, alla filosofia. Dopo una decina d'anni di ricerche
ininterrotte un nuovo sistema cominciò a delinearsi con chiarezza nella sua
mente, un sistema che si distingueva nettamente sia da quello di Platone come
da quello di Aristotele e degli Scolastici. Cartesio si sente ormai così sicuro
di sé che non esitò a prendere parte ad una discussione pub- blica, tenuta a
Parigi alla presenza del nunzio pontificio, il cardinale Berulle, e di padre
Mersenne, con alcuni dei massimi filosofi e scienziati del tempo. Con le sue
istanze di chiarezza, rigorosità e precisione in materia di metodo, Cartesio
impressionò profondamente il Berulle, il quale lo invitò a mettere per iscritto
le sue teorie per controbattere gli argomenti degli scettici e degli atei.
Cartesio aveva portato a compimento una vasta opera di fisica e di filosofia,
intitolata /l Mondo, ma la notizia della condanna di Galileo lo indusse a non
procedere alla sua pubblicazione. Da essa stralciò tre trattati (Diottrica,
Meteore e Geo- metria), ai quali appose come introduzione il Discorso sul
metodo, e li consegnò alle stampe. Il piano di quest’ultima opera era già stato
definito l’anno precedente. Nel marzo del 1636 Cartesio ne aveva dato
l'annuncio all'amico Mer- senne con queste parole: « L’opera comprenderà
quattro trattati, tutti in francese, e il titolo generale sarà: Progetto di una
scienza universale che 365 La connessione tra le scienze Primato epistemologico
delle discipline matematiche Metodo matematico dalle scienze sperimentali
applicato alla filosofia La chiarezza cartesiana a servizio del dibattito
teologico Il ‘‘Discorso’’ come proposta e come pratica Divisione dell’opera in
sei parti possa elevare la nostra natura al più alto grado di perfezione. Più
la Diot- trica, le Meteore e la Geometria: in cui le più curiose materie,
scelte per prova della Scienza universale proposta dall’Autore, sono spiegate
in modo che possano essere intese anche da coloro che non le hanno mai studiate
». Seguiva un sommario delle materie studiate nei tre saggi. Quando Cartesio
così scriveva a Mersenne, non aveva ancora steso tale parte preliminare. La
compose invece alcuni mesi dopo, nello stesso anno, in autunno, secondo
l'attestazione ch'egli ci fornisce alla fine della III Parte del Discorso. 'In
una sua lettera al padre Vatier confessa ch'egli finì di scrivere il Discorso
mentre, essendo già composto tutto il resto, il libraio pressava perché gli
mandasse quella parte. La quale, è da sup- porre, soltanto allora venne fuori
col titolo, che poi mantenne, di Discorso sul metodo. Intanto, quando nel marzo
del 1637 Mersenne ricevette il pacchetto delle bozze del volume completo,
dovette meravigliarsi di non trovare il preannunciato « quarto trattato », ma
semplicemente un « discorso » e ne scrisse a Cartesio, il quale così gli
rispose: « Non capisco bene ciò che voi obiettate riguardo al titolo: io non ho
messo Trattato, ma Discorso, ch'è come dire Prefazione o Avvertenza, e ciò
perché fosse chiaro ch'io del metodo non pretendo di offrire una trattazione da
insegnare agli altri ma soltanto di parlarne (come di esperienza personale):
perché, come si vede anche da ciò che vi ho detto, esso consiste più nella
pratica che nella teoria, e vi ho inserito qualcosa di metafisica, di fisica e
di medicina per mostrare che tal metodo si estende a ogni sorta di materie ».
Ottenuta l'autorizzazione del re per il libraio, il volume poté finalmente
uscire recando nel frontespizio la dicitura stabilita: « Discours de la Méthode
pour bien conduire la raison, et chercher la vérité dans les sciences ». 2.
Divisione e sintesi dell’opera In apertura del Discorso Cartesio stesso
fornisce al lettore una lucida divisione dell'opera. Essa consta di sei parti
le quali trattano nell'ordine: I. L'esperienza scolastica di Cartesio e il suo
giudizio sulle varie di- scipline studiate al collegio dei gesuiti. Le
principali regole del metodo. I principi fondamentali della morale. II dubbio
metodico e i fondamenti della metafisica, Dio e l’anima umana. V. Il corpo
umano, spiegazione del movimento del cuore, la differenza che passa fra l’anima
umana e quella delle bestie. VI. Considerazioni sul progresso delle scienze e
motivazioni per la pubblicazione dell’opera in lingua francese anziché in
latino. Gli uomini, che pure sono tutti eguali in fatto di intelligenza (che
Car- tesio chiama « buon senso » o « ragione »), ottengono tuttavia risultati
diversi a seconda del metodo adoperato. Di qui l’importanza capitale del
metodo. Ma i metodi finora usati non sono affatto buoni; per questo i ri-
sultati conseguiti sono stati quasi sempre meschini. Cartesio informa il
lettore di avere scoperto un metodo particolarmente efficace e perciò ha deciso
di renderlo pubblico, non con lo scopo di insegnare a tutti come devono
condurre la propria ragione ma soltanto per mostrare agli altri come egli abbia
condotta la sua (pp. 7-10). 2. La storia della propria educazione e l'utilità
dello studio delle materie sco- lastiche Cartesio racconta che aveva iniziato
gli studi dai gesuiti con la per- suasione che per mezzo delle varie discipline
scolastiche avrebbe potuto acquistare una cognizione chiara e sicura di tutto
ciò che è utile alla vita. Ma dopo alcuni anni di studio si accorse che sebbene
l'istruzione scola- stica gli avesse insegnato molte cose utili ed
interessanti, perché tutte le discipline (storia, poesia, retorica, filosofia,
teologia, ecc.) gli avevano fatto apprendere qualche cosa, non aveva tratto
altro profitto... se non quello di aver scoperto sempre più la sua ignoranza
(p. 10). Infatti nessuna disciplina è capace di insegnare tutto quello che è
utile alla vita. Non la storia che ci dà del passato notizie sempre impre- cise
e talora false e ci lascia completamente ignoranti della situazione presente e
futura. Non la retorica e l’arte poetica, che sono del tutto su- perflue dato
che la stessa cosa si può benissimo dire senza retorica e senza arte poetica.
Non le matematiche, perché « non vedevo ancora il loro vero uso » (p. 16)
sebbene lo dilettassero per la certezza ed evidenza delle loro ragioni. Non
l'etica naturale degli antichi, perché « fabbricata sulla sabbia e sul fango.
Non la teologia, perché non è necessaria per andare in cielo: « la via di esso
non è meno aperta ai più ignoranti che ai più dotti» (p. 18) e non riesce a
dissipare il velo del mistero. Non la filosofia, perché fino ad oggi non è
riuscita a dirci niente di indiscu- tibilmente vero. Non le altre discipline,
perché « siccome esse prendono i loro principi dalla filosofia, giudicavo che
non si poteva aver fabbricato nulla di solido su basi così poco ferme. Lo
studio del mondo attraverso i viaggi. Per queste ragioni non appena l’età gli
permise di uscire dalla sog- gezione dei suoi genitori, Cartesio abbandonò
interamente lo studio delle lettere e si mise a viaggiare con lo scopo di
imparare dal libro della na- tura quello che non aveva imparato sui libri di
carta. Però, viaggiando trasse l'impressione che, per quanto riguarda la
morale, le cose stessero come in filosofia: considerando «i costumi degli altri
uomini vi notavo quasi tanta diversità quanta ne avevo rilevata prima tra le
opi- 367 . Esigenza del metodo per il conseguimento del fine Studio e
consapevolezza della propria ignoranza Nessuna disciplina insegna tutto ciò che
è utile alla vita Lo studio di se stesso riesce meglio che non attraverso
viaggi e libri Un solo autore costruisce meglio Necessità della revisione della
propria mente e della propria cultura nioni dei filosofi. Così « imparavo a non
credere troppo ferny mente a ciò di cui non ero persuaso che a cagione
dell'esempio e del. l'usanza; e così mi liberavo a poco a poco da molti errori
che possono offuscare la nostra luce naturale e renderci incapaci di intendere
la ragione. 4. Lo studio di se stesso «
Dopo che ebbi impiegato alcuni anni a studiare così nel libro del mondo e a
procurare d’acquistare un po’ di esperienza io presi un giorno la risoluzione
di studiare anche me stesso, e di impiegare tutte le forze della mia mente a
scegliere le vie che dovevo seguire. Il che mi riuscì assai meglio, mi sembra,
che se non mi fossi mai allontanato né dal mio paese né dai miei libri » . Terminati
gli studi al « La Flèche » (il collegio dei gesuiti), Cartesio si era arruolato
nell’esercito degli Imperiali. Questo tuttavia non gli impediva di continuare
ad occuparsi di filosofia. In particolare, durante la sosta forzata che
l'inverno imponeva alle azioni militari in quei tempi, aveva tutto l’agio di
dedicarsi alla riflessione filosofica, trascorrendo il tempo accanto ad una
stufa, immerso nei suoi pensieri. Prima considerazione Le opere composte di
molti pezzi e fatte da molti maestri sono spesso più imperfette di quelle cui
ha lavorato uno solo. Così si vede che gli edifici che un architetto ha
iniziato e compiuto da solo sogliono essere più belli di quelli che molti hanno
cercato di riadattare, servendosi di vecchie muraglie, che erano state
costruite per altri fini. Altrettanto si può dire delle scienze e della
politica. La ragione per cui c'è tanta im- perfezione nelle scienze e nelle
costituzioni è che esse :sono il prodotto di molte mani diverse (pp. 25-27). 3.
Seconda considerazione È vero che non si buttano giù tutte le case di una
città, allo scopo di rifarle in un altro modo e di rendere le vie più belle; ma
si vede che molti demoliscono le proprie case per ricostruirle, e che anzi
talvolta vi sono costretti, quando esse sono in pericolo di cadere da sé, e le
loro fonda- menta non sono ben ferme. Da questo esempio Cartesio trae la
conclusione che sarebbe stato completamente inverosimile proporsi di riformare
tutto il corpo delle scienze e l'ordine stabilito nelle scuole per inse-
gnarle; tuttavia avrebbe potuto riformare la sua mente e la sua culturà,
togliendo via tutte le opinioni raccolte nel passato, per rimetterne in seguito
delle altre migliori o anche le medesime, quando le avesse ag- giustate al
livello della ragione {pp. 27-29). 368 4. Ammonimento Cartesio avverte il
lettore che non intende consigliare a nessuno il suo esempio. Infatti ci sono
due specie di ingegni ai quali non conviene affatto seguirlo: quelli che quando
si sono presi una volta la libertà di dubitare dei principi che hanno ricevuto
e di allontanarsi dal cammino comune non potrebbero mai tenere il sentiero che
bisogna prendere per andare più diritti e resterebbero sviati per tutta la loro
vita; e quelli che, essendo meno capaci di altri di distinguere il vero dal
falso, hanno sufficiente modestia per mettersi alla scuola di altri. 5.
Decisione di procedere alla ricerca di un nuovo metodo, essendo la logica e la
matematica metodi insufficienti — Lalogica serve solo a spiegare ad altri
quello che già sanno. — La matematica è troppo complicata. In entrambi i casi
si tratta di discipline che si riferiscono a materie astrattissime appesantite
da una montagna di regole che ne hanno fatta « un'arte confusa e oscura che
imbarazza la mente, invece, che una scien- za che la coltivi ». 6. Le regole
del nuovo metodo Così finalmente Cartesio si decide a cercare un nuovo metodo,
sem- plice, facile, basato su pochissime regole. E trova finalmente un metodo
che consta solo di quattro regole. Ecco le quattro famose regole: a) Non
accogliere mai nulla di vero, che non si conosca evidentemen- te come tale: «
Non comprendere nei miei giudizi niente di più di quello che si presentasse
così chiaramente e distintamente alla mia mente che io non avessi alcuna
possibilità di metterlo in dubbio ». In questa regola Cartesio indica il
criterio di verità che egli intende adottare: è il famoso criterio della
chiarezza e distinzione. Nei Principia philosophiae esso viene così precisato:
chiamo chiara un'idea che è presente e manifesta a uno spirito attento: come
quando diciamo di vedere chiaramente gli oggetti, allorché essendo presenti
agiscono assai fortemente sui nostri occhi disposti a guardarli. E distinta,
quella che è talmente precisa e diffe- rente da tutte le altre, che non
comprende in sé che ciò che sembra ma- nifestamente a chi la considera come
conviene (Princ. phil. 1, n. 45). Dividere ciascuna difficoltà che si incontra
in tante parti quante è possibile... per meglio risolvere le difficoltà stesse.
c) Condurre con ordine i propri pensieri, cominciando dagli oggetti più
semplici per salire a poco a poco, come per gradi, sino alla cono- scenza dei
più composti. d) Far dappertutto delle enumerazioni così complete e delle
rassegne così generali, da non omettere nulla. 7. Fecondità del nuovo metodo Col
nuovo metodo si possono conoscere tutte le cose, purché soltanto ci si astenga
dall'accoglierne alcuna per vera che non lo sia e si serbi sempre l'ordine che
occorre per dedurre le une dalle altre. 369 Cartesio denunzia i rischi della
sua scelta critica Le regole del nuovo metodo: chiarezza e distinzione – H. P.
Grice: “Descartes on clear and distinct PERCEPTION” -- divisione delle
difficoltà — ordine nel pensieri — completezza delle enumerazioni 8.
Applicazione del nuovo metodo alla matematica Cartesio fa la prima applicazione
del nuovo metodo alla matematica per due ragioni. Anzitutto perché era
necessario partire dalle verità più semplici e più facili. E poi perché tra
tutti gli scienziati solo i matematici erano riusciti fino ad allora a trovare
delle dimostrazioni convincenti, « cioè delle ragioni certe ed evidenti ». 9.
‘Primi risultati Esiti positivi del ‘L'esatta osservanza di questi pochi
precetti che Cartesio aveva scelto, nuovo metodo gli procurò tale facilità di
risolvere tutti i problemi a cui si estendono quelle due scienze (algebra e
geometria), che nei due o tre mesi che impiegò ad esaminarli, non soltanto
venne a capo di molti di essi, che altra volta aveva giudicato difficilissimi,
ma gli parve anche, verso la fine, che poteva determinare in quelli stessi che
ignorava, con quali mezzi e fin dove fosse possibile risolverli. Applicazione
del nuovo metodo alla filosofia Cartesio allora si propone di applicare lo
stesso metodo anche alle altre scienze. «Ma avendo notato che i loro principi
dovevano essere at- tinti dalla filosofia, nella quale non ne trovavo ancora di
certi, pensai che bisognava prima di tutto che io cercassi di stabilirvene LE
MASSIME DELLA MORALE PROVVISORIA E L'ESERCIZIO DEL METODO 1. Necessità di una
morale provvisoria Necessita una Come uno che, dovendo ricostruire in modo
diverso la casa dove abi- morale provvisoria: ta, si provvede di un'altra casa
dove abiterà mentre si lavora alla nuova, — diversità di così occorre al
filosofo trovarsi una morale provvisoria con cui regolarsi comportamento circa
fino alla scoperta della vera. Infatti non è possibile comportarsi verso le È
opimiani porca azioni allo stesso modo come ci si comporta verso le opinioni.
Si possono REAZIONE sospendere le opinioni, ma non si può essere irresoluti
nelle azioni. « E così, giacché spesso le azioni della vita non tollerano
nessuna dilazione, è x una verità certissima che, quando non è in nostro potere
discernere le opinioni più vere, dobbiamo seguire le più probabili. Delle
quattro regole: la prima fissa il criterio di verità. Le altre si riferi- scono
al metodo, i cui momenti principali sono due: l’analisi {seconda regola); la
sintesi (quarta regola). i L'originalità di Cartesio sta nella sua
preoccupazione di dare ampio svi- luppo al primo momento, quello dell'analisi,
in modo da preparare alla sin- tesi un terreno solido. Al momento dell’analisi
appartiene la critica laboriosa di tutte le opinioni incerte, accettate dalla
tradizione e dall'ambiente e la di- mostrazione di come si arriva ai primi
principi e alle definizioni (Cartesio rimanda questa dimostrazione alle
Meditazioni). Per Cartesio l'unica intuizione che ha valore è quella
intellettuale; l’in- tuizione sensitiva è fonte di innumerevoli errori e perciò
va scartata. 370 2. | principi della morale provvisoria Primo. Obbedire alle
leggi e ai costumi del proprio paese, praticando la religione nella quale si è
stati istruiti sin dall'infanzia, e regolarsi in ogni cosa secondo le opinioni
più moderate. A giustificazione di questo principio Cartesio adduce la seguente
ragione: « cominciando da allora a non contare per nulla le mie proprie perché
volevo sottoporle tutte all'esame, ero sicuro di non poter far meglio che
seguire quelle dei più assennati ». Egli sottolinea peraltro il carattere
provvisorio di tale accet- tazione: « Fra parecchie opinioni ugualmente
ammesse, io non sceglievo che le più moderate, e anche queste solo in modo
provvisorio, e avrei pensato di commettere un grande delitto contro il buon
senso, se, per il fatto che approvavo allora qualche cosa, mi fossi obbligato
di prenderla per buona, anche dopo che avesse forse cessato di esserlo o che io
avessi cercato di stimarla come tale » (p. 48). Secondo. Essere fermo e
risoluto nelle azioni e opinioni a cui si fosse determinato. « Imitando in ciò
il viaggiatore che trovandosi smarrito in qualche foresta non deve errare
girando da una parte e dall'altra e ancora meno fermarsi in qualche posto, ma
camminare sempre quanto più diritto è possibile in una sola direzione almeno si
arriverà così in qualche parte. Sforzarsi sempre di vincere se stesso piuttosto
che la fortuna, e di cambiare i propri desideri piuttosto che l'ordine del
mondo; e gene- ralmente di abituarsi a :credere che non c'è nulla che sia
interamente nostro tranne i nostri pensieri e perciò non bisogna affannarsi
troppo per le cose esterne. Né questo riesce difficile se noi « consideriamo
tutti i beni che sono fuori di noi come ugualmente lontani dal nostro potere ».
Allora « non avremmo maggior rammarico di mancare di quelli che sembrano esser
dovuti alla nostra nascita, allorché ne saremo privati senza colpa, di quel che
ne abbiamo per non possedere i regni della Cina e del Messico ». « Ma confesso
che c’è bisogno di un lungo esercizio e d'una meditazione spesso reiterata per
abituarsi a guardare da questo punto di vista tutte le cose. Rassegna delle
varie azioni per scegliere la migliore Cartesio trova che la cosa migliore è «
impiegare tutta la vita a coltivare la ragione e progredire quanto più è
possibile nella conoscenza della verità ». Questa è la migliore occupazione per
due ragioni: a) Perché la vita intellettuale è piena di soddisfazioni. « Avevo
provato così elevate soddi- sfazioni da quando avevo cominciato a servirmi di
questo metodo che non credevo se ne potesse ricevere delle più dolci e delle
più innocenti in questa vita. Perché progredendo nella conoscenza si progre-
disce nelle virtù, « infatti, siccome la nostra volontà non si determina a
seguire né a fuggire alcuna cosa se non secondo il nostro intelletto gliela
rappresenta buona o cattiva, basta ben giudicare per ben fare e giudicare
meglio perché si possa fare anche tutto il proprio meglio. Esercizio del metodo
viaggiando e studiando Dopo essersi così rassicurato di queste massime e di
averle messe da parte insieme alle verità della fede, Cartesio giudica che, per
tutto il — obbedienza alle leggi e ai
costumi del proprio paese — scelta delle opinioni moderate — risolutezza nelle
azioni e nelle opinioni determinate — vincere se stessi piuttosto che l’ordine
del mondo — valore della vita intellettuale Distruggere per arrivare alla
verità; conservare ciò che può dare cognizioni certe Il dubbio metodico come
sospensione della conoscenza umana in generale resto delle sue opinioni, poteva
liberamente cominciare a disfarsene. E poiché sperava di poter venire meglio a
capo conversando con gli uo- mini... si rimise a viaggiare. Intanto, mette in
pratica il nuovo metodo, guidato da due norme: a) non distruggere per
distruggere (come gli scet- tici), ma per arrivare alla verità; b) non
distruggere tutto, ma conservare quello che può servire per arrivare a
cognizioni certe. Dopo nove anni di viaggi, per applicare il nuovo metodo alla
filosofia si ritira nella solitudine in Olanda.? Il dubbio metodico Per uscire
dall’incertezza in cui era stato gettato dalla diversità delle opinioni e costumi,
Cartesio decide di rigettare come assolutamente falso tutto quello in cui
potesse immaginare il minimo dubbio, allo scopo di vedere se gli restasse dopo
ciò qualche cosa che fosse interamente indubitabile. Così decide di scartare:
tutta la conoscenza sensitiva, « siccome i no- stri sensi qualche volta ci
ingannano »; tutta la conoscenza razionale, « poi- ché ci sono uomini che si
ingannano ragionando »; tutta la conoscenza umana in generale: « considerando
che tutti i medesimi pensieri che ab- biamo da svegli ci possono venire anche
quando dormiamo, senza che ve ne sia allora alcuno che sia vero, risolvetti di
fingere che tutte le cose che mi erano mai entrate nella mente non fossero più
vere delle illusioni dei miei sogni.3 ? a) Morale provvisoria e morale
definitiva - La morale definitiva, che Cartesio esporrà più tardi nel libro Les
passions de l’àme è in sostanza iden- tica alla morale provvisoria. L'una e
l'altra sono di marca stoica. Unica diffe- renza: la prima legge della morale
definitiva non è di obbedire alle leggi e costumi del proprio paese, ma di
obbedire alla ragione e adoperarla costan- temente per scoprire quel che è
doveroso fare. Inoltre nella morale defini- tiva è aggiunta qualche
precisazione alla terza legge con l'intento di indi- care quello che è
necessario fare per vincere se stessi (e le proprie passioni) e rendersi
completamente indipendenti dal mondo. Per raggiungere un com- pleto dominio
sulle cose e su se stessi (cioè sulle passioni) serve molto medi- tare su due
verità fondamentali: presenza e provvidenza di Dio e immortalità dell'anima.
Facendo questo si può raggiungere il fine ultimo, la contempla- zione di Dio.
b) Errore e male - Cartesio riduce la questione del male a quella dell'er-
rore. Il male consiste nell'errore. Egli però risolve il problema dell'errore.
adoperando i principi tomistici per la risoluzione del problema del male. Così
l'errore come il male è una « carentia perfectionis debitae » (responsa- bile
di tale carenza non è Dio, ma l'uomo). L'errore però non è causato dal-
l'intelletto, ma dalla volontà. Infatti per Cartesio affermare, dubitare,
negare non sono atti della ragione, ma della volontà. In definitiva l'errore è
dovuto a un cattivo uso del libero arbitrio... :GIiLson, La doctrine
cartésienne de la liberté et la théologie). ? Il dubbio metodico - Il dubbio
metodico di Cartesio non è un dubbio universale, ma è un dubbio parziale. Non è
un dubbio universale anzitutto perché un dubbio universale non è possibile; di
fatto poi risulta chiaro che 2. La prima
verità indubitabile: il « cogito ergo sum » Ma, mentre cercava di dubitare di
tutto, Cartesio s'accorge di una verità: « mentre in tal modo volevo pensare
che fosse tuito falso, biso- gnava necessariamente che io che lo pensavo fossi
qualche cosa. E no- tando che questa verità: IO PENSO DUNQUE SONO era così
ferma e così sicura che tutte le più stravaganti supposizioni degli scettici
non erano capaci di scuoterla, giudicai che potevo riceverla senza scrupolo
come il principio della filosofia che io cercavo.* Cartesio non intende
adottare il dubbio universale. Nella parte terza ha detto che applicando il
metodo del dubbio non bisogna scartare tutto e che esa- minando criticamente le
proposizioni che costituivano il sapere del suo tempo, « non ne incontrava
alcuna sì dubbia che non ne traesse sempre qualche con- clusione abbastanza
certa, non fosse altro che questa: che non conteneva nulla di certo » (p. 54).
Cartesio quindi non intendeva dubitare di tutto, ma solo tentare di dubitare
quanto più fosse possibile per potere con più sicurezza raggiungere la verità.
Così inteso il dubbio è legittimo. Si tratta infatti solo di una sospensione
prov- visoria della nostra conoscenza ordinaria per arrivare ad una
giustificazione critica della medesima; non è perciò negazione, svuotamento, annullamento
del pensiero, ma solo sospensione dell’assenso. « Ciò che Cartesio già sa, ciò
che forma il suo patrimonio mentale, ricco o povero che sia, è l'immediato, dal
quale egli parte, come ogni uomo, ogni filosofo, parte dal suo. Egli è filosofo
precisamente in quanto si propone di rivederlo criticamente, di discuterlo, di
fondarlo, di meditarlo. L'atteggiamento implicito nel dubbio cartesiano, visto
nelle sue giuste dimensioni, non esagerato, non fatto slittare sul viscido di
qualche espressione del testo, è l'atteggiamento filosofico come tale: non SA
cata del pensatore 'di La Haye BoNTADINI, Discorso sul me- todo, Nelle
Meditazioni la fondazione del dubbio metodico prenderà molto più rilievo: essa
occupa tutta la prima Meditazione. Anche la formulazione verrà radicalizzata
per mezzo del genio maligno. Nelle Meditazioni il dubbio meto- dico rischia di
diventare dubbio scettico. Sulla validità di un dubbio metodico spinto fino a
questi punti l'ermeneutica cartesiana è discorde, Comunque se si può riportarla
alla interpretazione che abbiamo data alla formulazione del Discorso sul metodo
noi riteniamo che sia un procedimento valido. Se, invece, il dubbio diventa un
autentico dubbio positivo (e non sem- plice negativo) universale, esso porta
necessariamente allo scetticismo, e costituisce quindi un procedimento
invalido. ‘ Significato del cocito — A proposito del Cogito è necessario notare
che non si tratta di una dimostrazione ma di una intuizione. Il dunque (ergo)
non ha valore di conseguenza, ma è semplicemente pleonastico. Se il Cogito
fosse la conclusione di una dimostrazione, ossia un entinema, allora sarebbe
neces- sario sottintendere una premessa universale (per esempio: dovunque c'è
co- noscenza c’è esistenza) e non sarebbe quindi più possibile considerare il
Cogito come la prima verità metafisica. Quanto all'esistenza provata dal Cogito
non si può trattare che del. l'esistenza del pensiero, della realtà pensante
(res cogitans) non già della realtà distinta dal pensiero. Così per la sostanza
intuita nel Cogito, si deve dire che essa non è altro che il pensiero stesso e
non già qualche cosa di di- stinto dal pensiero e soggiacente ad esso. Dicendo
del pensiero che esso è una sostanza Cartesio viene ad affermare che il
pensiero è qualche cosa che sta da sé, indipendentemente dalla realtà corporea.
Infatti questo « star da sé » è la sostanzialità. Ecco il motivo della sostituzione
alle espressioni « cogito » e « cogitatio » di queste altre: « Sub- stantia
cogitans» o «res cogitans» («res cogitans» che è contrapposta alla « res
extensa » 0 sostanza corporea). Non solo l'esistenza provata dal Cogito
riguarda soltanto il pensiero ma ha anche carattere momentaneo, contingente,
riguarda l’hic et nunc. Nulla è provato della sua esistenza nel passato e nel
futuro. ‘Perciò il Cogito è un cri- terio universale di verità solo in un senso
molto ristretto. Anzi più che criterio Prima verità indubitabile: dal dubbio
all'evidenza del pensare e dell’esistere Esame della natura del ‘‘sum’’
(l’esistenza) Chiarezza e distinzione come criterio di verità 3. L'essenza
dell'uomo consiste nel pensiero Dal Cogito Cartesio passa a considerare la natura
del « sum » (= l'esi- stenza) che vi aveva intuito e osserva che poteva fingere
di non aver alcun corpo..., ma che non per questo poteva fingere di non
esistere e che, al contrario, dal fatto stesso che pensava a dubitare della
verità delle al- tre cose, seguiva evidentissimamente e certissimamente che
egli era: laddove se appena avesse cessato di pensare, ancorché tutto il resto
di ciò che aveva immaginato fosse stato vero, non avrebbe mai avuto nes- suna
ragione di credere che esisteva; conobbe da ciò che era una sostanza della
quale tutta la essenza o la natura non è che di pensare e che, per, non ha
bisogno di alcun luogo e non dipende da alcuna cosa materiale. « Di modo che
questo io, vale a dire l’anima, per la quale io sono ciò che sono, è
interamente distinta dal corpo ed anzi è più facile a conoscere di questo e
dato pure che questo non fosse non cesserebbe di essere tutto quello che è. Il
criterio di verità: chiarezza e distinzione Conseguiti questi risultati
sensazionali, Cartesio passa a considerare che cosa è necessario ad una
proposizione per essere vera e certa; perché dal momento che ne aveva trovata
una che sapeva essere tale, pensava che doveva altresì sapere in che cosa
consisteva questa chiarezza. Edavendo notato che non vi è niente in questo « 10
PENSO DUNQUE SONO » che ci assicuri di dire la verità se non il fatto di vedere
chiarissimamente che per pensare bisogna essere, ritenne di poter prendere per
regola generale che le cose che noi concepiamo ben chiaramente e ben distin- di
verità esso è una illustrazione del criterio di verità. Infatti per Cartesio il
criterio di verità è la chiarezza e distinzione. Come esemplificazione, il
Cogito ha valore, ma non un valore così esclusivo come credeva Cartesio. Ci
sono molti altri principi (per esempio, il principio di non-contraddizione) in
cui la verità risplende immediatamente e possono essere presi come
illustrazione del criterio di verità. Spesso si paragona il Cogito di Cartesio
al si fallor di S. Agostino. Tanto Cartesio come S. Agostino hanno fatto uso
del dubbio metodico, ma in modo diverso e per questo il Cogito ha una portata
diversa del si fallor. Il si fallor mira soprattutto al superamento dello
scetticismo e per S. Agostino, esso non costituisce la prima e unica certezza.
Il Cogito non mira tanto al supera- mento dello scetticismo quanto al
fondamento della verità e costituisce la pri- ma certezza metafisica. 5
Dualismo di spirito e materia, anima e corpo - Questa distinzione è il ri-
sultato di un paralogismo. Cartesio commette un passaggio illecito quando dal
fatto che l'anima può essere conosciuta senza che sia richiesta la conoscen- za
del corpo conclude che essa esiste senza che sia richiesta l’esistenza del
corpo. Dalla constatazione che l’anima è distinta dal corpo è illecito
concludere che essa è un ente diverso dal corpo e capace di esistere senza di
esso. Cartesio « ha fuso e confuso il fatto gnoseologico col fatto ontologico,
ha modificato il cogito nella res cogitans, ha sostituito alla proposizione
vera « io sono nell'atto della mia coscienza » la proposizione non vera « io
sono l’atto della mia co- scienza » (F. MEI, La filosofia del concreto,
Marzorati, Milano, p. 48). Cartesio eviterà di ripetere questo paralogismo
nelle Meditazioni, dove svolge una trat- tazione a parte per provare la teoria
del dualismo tra spirito e materia. Ad ogni modo, il dualismo tra spirito e
materia, anima e corpo è insostenibile non solo dal punto di vista ontologico
(anima e corpo formano una unità sostanziale), ma anche dal punto Si vista’ psicologico,
perché l'anima non conosce direttamente se stessa senza l'uso del corpo. 374
tamente sono vere, ma che vi è soltanto qualche difficoltà nel ben discer- nere
quali siano quelle che concepiamo distintamente. Dimostrazione dell’esistenza
di Dio Trovato il principio fondamentale della metafisica e il supremo criterio
di verità, Cartesio passa a dimostrare l’esistenza di Dio, e la prova in
quattro modi: a) Dal fatto che abbiamo l'idea di perfetto e non possiamo essere
noi la causa di tale idea — « Riflettendo sul fatto che io dubitavo e che per
conseguenza il mio essere non era tutto perfetto, perché vedevo chiara- mente
che era una più gran perfezione conoscere che dubitare, mi proposi di cercare
donde avessi imparato a pensare qualche cosa di più perfetto che io non fossi,
e conobbi con evidenza che doveva essere da qualche natura che fosse in realtà
più perfetta [...j poiché non vi è meno ripu- gnanza che il più perfetto sia
una conseguenza e una dipendenza del meno perfetto di quel che dal nulla
proceda qualche cosa [...] di ma- niera che restava che essa fosse stata messa
in me da una natura che fosse veramente più perfetta di quel che io non fossi e
che anzi avesse in sé tutte le perfezioni delle quali potevo avere qualche
idea, vale a dire per spiegarmi in una parola che fosse Dio » (pp. 68-69). b)
Dal fatto che non mi sono dato io stesso la mia esistenza — Se è vero che io,
pur avendo l'idea di perfetto, non sono perfetto, vuol dire che non mi sono
dato l'esistenza da me, perché altrimenti mi sarei data un'esistenza perfetta;
cioè conforme all'idea che posseggo; solo Dio dun- que, cioè l'essere
perfettissimo, può aver creato me avente l'idea di per- fetto (p. 70). A questo
punto Cartesio fa una breve digressione sulla natura divina: « Di tutte le cose
di cui trovavo in me qualche idea (consi- deravo) se fosse perfezione o no il
possederle, e ero sicuro che nessuna di quelle che denotavano imperfezione era
in Lui, ma che tutte le altre vi erano. Dall'idea di perfetto Tornando ad
esaminare l’idea che avevo di un essere perfetto, trovavo che l’esistenza vi
era compresa allo stesso modo che è compreso nell’idea di triangolo che i suoi
tre angoli sono uguali a due retti, o in quella di una sfera che tutte le sue
parti sono equidistanti dal centro, ed anche più evidentemente; e che per
conse- guenza è altrettanto certo che Dio, che è questo Essere perfetto, è o
esiste, quanto potrebbe esserlo qualunque dimostrazione di geometria » (p. 72).
d) Dalle conseguenze disastrose che la negazione dell'esistenza di Dio implica,
cioè dal fatto che in tal caso qualsiasi certezza diviene impos- sibile. «
Infatti donde si sa che i pensieri che vengono in sogno sono più falsi degli
altri, visto che spesso non sono meno vivi e precisi? E anche se i migliori
ingegni vi studino quanto più loro piacerà non credo che pos- sano dare alcuna
ragione che sia sufficiente a togliere questo dubbio, se non presuppongono
l’esistenza di Dio. Giacché [...] anche quella che io testé ho presa come
regola, cioè che le cose che noi concepiamo in modo $ Il criterio di verità
proposto da Cartesio suscitò aspre critiche da parte di molti autori, in
particolare da parte di Pascal (che lo tacciò di raziona- lismo: «ci sono
verità che soltanto il cuore può capire ») e del Vico (che lo accusò di
soggettivismo e di superficialità. Al criterio cartesiano del verum est certum
il Vico contrappose il suo verum est factum). 375 Dio causa dell’idea di
perfezione Prova ontologica dell’esistenza di Dio Dio garante della conoscenza
Dio garante della verità Dalla metafisica alla cosmologia chiarissimo e
distintissimo sono tutte certe, non è accettata che dal fatio che Dio è o
esiste, che Egli è un Essere perfetto e che tutto ciò che è in noi viene da lui.
Funzione psicologica dell’esistenza di Dio Dopo che la conoscenza di Dio e
dell'anima l’ha reso certo di questa regola (chiarezza e distinzione), Cartesio
dice di poter accettare con indu- bitabilè certezza tutte le altre idee che si
presentano col carattere della chiarezza e distinzione, « perché non è
possibile che Dio, che è somma- mente perfetto e verace » ce le abbia messe in
mente per ingannarci.VERITÀ DI ORDINE FISICO - NATURA DELL'ANIMA UMANA Il corpo
degli animali e dell’uomo Cartesio ora deduce dalle verità metafisiche
dimostrate nella quarta parte (Cogito ergo sum, ed esistenza di Dio) alcune
verità circa il mondo, adoperando sempre il criterio di verità della chiarezza
e distinzione ed ? a) Dimostrazione dell’esistenza di Dio — La più conosciuta
delle prove di Cartesio è la terza, che è spesso chiamata argomento ontologico.
Si chiama argomento ontologico perché parte dal concetto di Dio per provarne
l’esi- stenza. L'argomento ontologico di Cartesio come quello di S. Anselmo
(Deus est esse cuius maius concipi nequit) è ritenuto invalido dalla maggior
parte dei filosofi, perché l'uomo non ha un'idea adeguata del perfetto, ma solo
un concetto negativo, ricavato dalle cose per viam mnegationis et eminentiae.
Cartesio però sosteneva che l’idea di perfetto non è ricavata dalle cose, ma è
un’idea innata, prodotta da Dio nella nostra mente, perciò capace di rappre-
sentare Dio adeguatamente. Le prime due prove sono cogimolo siche, partono cioè
da fatti che noi espe- rimentiamo. La prima è un’esemplificazione della prova
agostiniana delle verità eterne. b) La natura di Dio — Una delle dottrine più
caratteristiche di Cartesio circa la natura divina è quella che riguarda la
volontà di Dio. Secondo Car- tesio in Dio non v'è alcuna distinzione tra
intelletto e volontà, altrimenti la volontà dovrebbe dipendere dall’intelletto
e non sarebbe più libera. La vo- lontà divina invece è assolutamente libera e
tutto quello che essa fa è un pro- dotto della sua libertà. La conseguenza più
grave di questa dottrina è che anche le verità eterne, per esempio, le verità
matematiche, sono creazione della libera volontà di Dio. Esse tuttavia sono
eterne e immutabili perché la volontà di Dio è eterna e immutabile. * Il circolo
vizioso — Cartesio prima dimostra l’esistenza di Dio valendosi della regola
della chiarezza e distinzione; poi dice che il valore di tale regola dipende da
Dio. Chi garantisce la chiarezza e distinzione, cioè la verità del mio
pensiero? L’esistenza di Dio. Ma chi garantisce l’esistenza di Dio? La
chiarezza e distinzione. Si tratta chiaramente di un circolo vizioso. Cartesio
ha certato di difendersi da questa accusa sostenendo che la veracità di Dio è
invocata solo per dare valore alla memoria. Ma non pare che sia una risposta
soddi- sfacente, perché, nella dimostrazione dell’esistenza di Dio, Cartesio
deve ap- poggiarsi su vari principi che sono accettati adoperando il criterio
della chia- rezza e distinzione (CopLESTONn, History of Philosophy; tr. it.,
Storia della filosofia, 5 voll, Paideia, Brescia). 376 il metodo geometrico. Si
tratta però solamente di un riassunto del libro Il mondo o Trattato sulla luce.
Le due dottrine più importanti esposte in quel libro sono quella della duce e
quella della circolazione del sangue. Esse vengono riportate per esteso nella
quinta parte del Discorso sul metodo. Dal punto di vista filo- sofico la cosa
più interessante di questa parte è la dottrina della na- tura del corpo animale
ed umano. Rispetto al corpo Cartesio afferma che non c'è alcuna differenza tra
uomini ed animali: essi sono tutti degli automi o macchine semoventi. Il
movimento è causato dagli spiriti ani- mali, « che sono come' un vento
sottilissimo o piuttosto come una fiamma purissima e vivissima che, salendo
continuamente in grande abbondan- za dal cuore nel cervello, si reca di lì
attraverso i nervi nei muscoli e dà il movimento a tutte le membra ». Ciò che
distingue l’uomo dagli altri animali è l'anima. Gli animali non hanno l’anima,
nessun’anima; l’uomo invece ha un'anima creata da Dio. In pratica, dato che
l’anima è invisibile, l'uomo si distingue dagli animali per due
caratteristiche: il linguaggio e la libertà. 1) Gli animali mai potrebbero
usare parole né altri segni compo- nendoli come facciamo noi per comunicare
agli altri i nostri pensieri (p. 98). 2) Anche se essi facessero parecchie cose
bene o forse anche meglio di alcuni di noi, essi « sbaglierebbero
infallibilmente in certe altre, me- diante le quali si scoprirebbe che non agiscono
iper coscienza, ma solo per disposizione degli organi » (p. 99). 2. Natura
dell'anima Al termine della quinta parte Cartesio indica brevemente qual è la
natura dell'anima. Essa in nessun modo può essere tratta dalla potenza della
materia, così come le altre cose delle quali aveva parlato, ma essa deve
espressamente essere creata; e non basta che sia posta nel corpo umano come un
pilota nella sua nave, se non forse per muovere le sue membra, ma bisogna che
essa sia congiunta ed unita più strettamente con esso per avere, oltre a ciò,
sentimenti ed appetiti simili ai nostri e così comporre un vero uomo (pp.
101-102)? ? a) L'universo cartesiano — L'universo cartesiano è costituito da
due tipi di realtà profondamente diverse: realtà pensante (res cogitans), e realtà
estesa (res extensa). La realtà pensante costituisce il mondo spirituale;
quella estesa costituisce il mondo fisico. I due mondi si incontrano nell'uomo,
ma senza compenetrarsi: essi si toccano appena nella glandola pineale. b) La
definizione di sostanza — Tanto il mondo fisico come quello spi- rituale
contengono molte sostanze, ma sono tutte imperfette, perché per esistere
dipendono da Dio. L'unica sostanza perfetta è Dio e solo a Lui si può applicare
in modo proprio la definizione che Cartesio dà di sostanza: Res quae ita
existit ut nulla re alia indigeat ad existendum. c) Il mondo fisico — L'essenza
del mondo materiale è l'estensione. Il mo- to dà all’estensione diverse forme.
Così dall’estensione, per mezzo del moto, si ottiene l'origine di tutte le
cose. Delle varie proprietà che noi attribuiamo alle cose solo quelle primarie
(spazio, figura e numero) appartengono effettiva- mente ad esse; quelle
secondarie sono dovute ai sensi. (Esempio di un pezzo di cera odorosa colorata
messa sul fuoco: l'odore se ne va, il colore cambia... Resta solo qualche cosa
che occupa spazio, ha qualche figura ed è capace di essere divisa) (cfr. /I°
Meditazione, in Meditazioni filosofiche, Pa- ravia, Milano, p. 30). Nel Metodo
questa dottrina è appena accennata (vedi Parte V, p. 83). 377 Meccanicismo e
animismo | caratteri peculiari dell’uomo: linguaggio e libertà L’anima
espressamente creata e strettamente congiunta al corpo cempone un vero uomo RAGIONI
DELLA MANCATA PUBBLICAZIONE DE « J{ Mondo » In questa parte Cartesio dà le
ragioni che lo hanno portato a differire la pubblicazione de Il Mondo già
terminato prima del Discorso. Le ra- gioni principali sono due: timore che il
libro potesse essere condannato dalla Chiesa; il fatto che l'opera non era
molto progredita e poteva dare origine a molte controversie tra gli scienziati.
QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE I. Di quante parti si compone il
Discorso sul metodo? 2. Cosa intende Cartesio per « buon senso »? 3. Che
giudizio dà Cartesio della storia e della teologia? 4. Quali sono le quattro
regole del metodo cartesiano? 5. Confronta il metodo di Cartesio con quelli di
Aristotele, Galilei, Bacone e Hegel. Quali sono le somiglianze e le differenze?
6. Cosa intende Cartesio per « chiarezza e distinzione »? 7. Il criterio delle
idee chiare e distinte che valore ha? 8. Cosa si intende per dubbio metodico?
9. Che differenza passa tra il dubbio metodico e il dubbio scettico? 10. Che
cosa sono le idee innate? Quali sono le idee innate secondo Carte- sio? Che
differenza c’è tra l'innatismo cartesiano e quello leibniziano? Che funzione
svolge il Cogito nel sistema di Cartesio? 12. Qual è la concezione cartesiana
dell'uomo? Che rapporti pone Cartesio tra anima e corpo? Paragona la dottrina
di Cartesio cor quelle di Platone, Ari- stotele, San Tommaso d'Aquino e
Spinoza. 13. Quali sono i quattro argomenti con cui Cartesio prova l'esistenza
di Dio? 14. Metti a confronto l'argomento vniologico di Cartesio con quelli di
Sant'Anselmo e Leibniz e con la quarta via (quella dei gradi di perfezione) d’Aquino.
Quale considerazione ha Cartesio per îa religione? Pone sullo stesso piano la
religione « filosofica » e le varie religioni positive? Quali sono i fondamenti
della morale cartesiana? Quale è l'essenza del mondo materiale secondo
Cartesio? Tra qualità primarie e secondarie che distinzione pone Cartesio? 19.
Quali sono, a parere di Cartesio, gli elementi che distinguono il corpo
dell'anima da quelio degli animali? 20. Perché si dice che Cartesio è un
razionalista e quali sono i limiti di tale posizione? d) Relazione tra anima e
corpo — L'anima muove il corpo mediante la volontà. Il corpo eccita le
sensazioni dell'anima mediante gli stimoli mec- canici che arrivano al cervello
(glandola pineale). Tuttavia le sensazioni sono atti della sola anima; esse
sono innate, sono prodotte dall'anima stessa in cor- rispondenza a quanto
avviene nel corpo. e) Facoltà dell'anima — Nelle Meditazioni Cartesio ascrive
all'anima tre facoltà: sensazione, immaginazione (fantasia) e ragione. Inoltre
divide le idee in tre classi: avventizie (quelle che dipendono dai sensi};
fattizie (quelle che dipendono dalla fantasia); innate (quelle che dipendono
esclusivamente dalla ragione). Nei Principi Cartesio ritiene ancora verbalmente
le tre facoltà del. l'anima, ma elimina la classificazione delle idee innate,
fattizie e avventizie, a favore delle sole idee innate. Così però rende inutili
anche due facoltà: la sensazione e l'immaginazione. « LA MISSIONE DEL DOTTO »
Fichte. Origine e importanza dell’opera La missione del dotto (Einige
Vorlesungen iiber die Bestimmung des Gelehrten), composto nel 1794, allorché
Fichte contava appena 32 anni, è uno dei suoi primi scritti. Fu preceduto
soltanto da Kritik aller Offenbarung, un saggio che, pubblicato anonimo, in un
primo momento era stato attribuito erroneamente a Kant, ma poi, dopo la
smentita e la rettifica di quest’ultimo, aveva fatto segnalare il nome di
Fichte all’at- tenzione del mondo filosofico. La missione del dotto occupa un
posto di capitale importanza non solo nello sviluppo del pensiero del suo
giovane autore, ma.anche nello sviluppo della stessa storia della filosofia, in
quanto segna il distacco di Fichte da Kant, e il superamento del criticismo in
direzione dell’idealismo. A grandi pennellate Fichte vi traccia tutto il quadro
della sua visione idealistica della realtà e vi enuncia chiaramente tutte le
tesi fondamentali del suo idealismo: la negazione della cosa in sé,
l'affermazione del pri- mato assoluto dell’autocoscienza, la derivazione della
realtà materiale dall’Io assoluto come momento dialettico di quest'ultimo, il
ruolo essen- ziale della scienza e della filosofia nello sviluppo della storia
dell'uma- nità, l'impegno etico, politico e sociale del filosofo. La missione
del dotto appartiene ad un gruppo di scritti abbastanza consistente, in cui
Fichte si rivolge ad una vasta cerchia di lettori, con intento divulgativo. Di
qui il suo stile semplice, chiaro, immediato, fa- cilmente comprensibile anche
a studenti di liceo. L'opera comprende cinque lezioni (Voriesungen) che Fichte
tenne agli studenti dell’Università di Jena, durante l'estate del 1794, ogni
domenica mattina dopo il rito religioso. Gli argomenti trattati nelle cinque
lezioni sono i seguenti: 1) la mis- sione dell'uomo in sé; 2) la missione
dell'uomo in società; 3) la distin- zione fra gli stati sociali in società; 4)
la missione del dotto; 5) critica della tesi di Rousseau circa i rapporti tra
cultura e moralità. 379 Questa opera segna il distacco di Fichte da Kant
Intento divulgativo dell’opera Senso della struttura dell’opera e il rapporto
dotto- società Ciò che è e non è l’uomo Confutazione dei materialismo
trascendentale L’uomo come fine a se stesso 2. Divisione e sintesi dell’opera LA
MISSIONE DELL'UOMO IN SÉ 1. Introduzione Fichte esordisce enunciando il
programma delle sue lezioni. Esso comprende quattro argomenti principali: a) la
missione dell'uomo consi- derato in se stesso; b) la missione dell'uomo in
società; c) la missione del. l'uomo nelle singole classi sociali; d) la
missione del dotto. Alla tratta- zione di questi quattro argomenti sono
destinate le prime quattro lezioni. :In una quinta lezione esaminerà la teoria
del Rousseau circa i rapporti tra cultura e moralità. A giustificazione
dell'ordine indicato, che a prima vista potrebbe sem- brare poco opportuno,
dato che l'obiettivo primario del breve corso di lezioni è illustrare la
vocazione e la missione del dotto (ossia del filosofo), Fichte dice che siccome
il dotto è pensabile soltanto in una società, oc- corre anzitutto chiedersi
quale sia la missione dell'uomo nella società. E poiché a quest'ultima domanda
non si può rispondere, se non si cono- sce qual è la missione dell'uomo in se
stesso, è necessario premettere una lezione sullo studio della missione
dell’uomo considerato in se stesso, come singolo individuo. Nella parte
conclusiva dell’introduzione, Fichte mette in risalto l'importanza del suo
argomento. Egli afferma che la missione del- l'uomo in generale è il primo
problema della filosofia, e la missione del dotto « è l’ultimo problema d'ogni
ricerca filosofica ». 2. Natura e missione dell’uomo in se stesso Prima Fichte
spiega quello che l’uomo non è, poi quello che è. L'uomo, il suo principio
spirituale, non è causato dal Non-io. Il materialismo tra- scendentale, che
sostiene il contrario, è falso. Il principio spirituale del- l'uomo è invece causa
del Non-io. Però il principio spirituale dell'uomo (l'Io puro) non può esistere
senza essere qualche cosa (un Io empirico) e l'Io empirico non può essere
qualche cosa senza essere determinato dal Non-io. Conclusione: « Dicendo perciò
che si vuol considerare l’uomo in se stesso e isolato, non si vuol intendere di
considerarlo semplicemente come Io puro, senza rapporto alcuno con nessuna cosa
che sia estranea a questo suo Io puro. S'intenderà soltanto pensarlo fuori di
ogni rapporto con esseri ragionevoli simili a lui » (p. 79). Tuttavia la natura
dell'uomo appare ben diversa a seconda che si consideri come ragione o come
qualche cosa. L'uomo in quanto ragione è fine a se stesso, è indipendente e
attivo: è assolutamente, è perché è. L'uomo in quanto è qualche cosa è passivo
(senziente) e dipendente, non è fine a se stesso ma ha per fine l’Io puro.
Rapporti fra ragione e sensi- bilità: ambedue devono sussistere l'una accanto
all'altra. La ragione non dev'essere annullata dalla sensibilità. Ma a sua
volta non deve sopprimere quest'ultima. 380 Conclusione: « L'uomo deve essere
ciò che è soltanto per questa ra- gione, che egli è. In altri termini tutto ciò
che egli è, deve essere riferito al suo Io puro, al suo semplice essere come
Io, o Iità. Tutto ciò che egli è, dev'esserlo esclusivamente per questo, che
egli è un Io; e ciò che egli non può essere per questa sola ragione, egli non
deve assolutamente essere. La legge morale dell’uomo considerato in se stesso
Dato che il fine dell'Io empirico è l'Io puro, da questo Fichte deriva le
regole della condotta dell'Io empirico. Dalla natura dell'Io puro egli ri- cava
la condotta dell'uomo considerato in se stesso e le seguenti leggi: a) L'uomo
deve essere sempre uno (coerente) con se stesso, perché l'Io puro è perfetta e
assoluta unità. Ossia, l’uomo non deve contraddirsi, non si deve mai lasciar
determinare da qualcosa di estraneo, cioè dalle cose esterne, perché nell’Io
puro non c'è diversità e perciò non può es- sere determinato da alcuna cosa
estranea, ma è sempre uno ed identico con se stesso. In altre parole, che
Fichte riprende da ‘Kant, l’uomo deve essere determinato in quel. modo, nel
quale avrebbe potuto eternamente essere determinato, cioè senza nessun riguardo
per le cose che lo circon- dano nel tempo, perché l'Io puro agisce come se non
ci fosse il Non-io. Quindi, « agisci in modo che tu possa pensare la massima
della tua volontà come legge eterna per te. L'uomo deve cercare di modificare
le cose (che nella loro molte- plicità sembrano irriducibili all'unità e
all'identità), e portarle ad accor- aarsi con la forma pura dei suo Io. Per
questo non basta la sua volontà. Ci vuole anche una certa abilità, e questa si
acquista solo con l'esercizio e la cultura. c) L'uomo deve estirpare le cattive
inclinazioni, dovute all’influsso delia natura quando la ragione non si era
ancora destata. Anche per questo non basta la sola volontà e occorre abilità,
e, perciò esercizio e cultura. La cultura « è l’ultimo e più alto mezzo per il
fine ultimo del- l'uomo, ossia, la sua perfetta coerenza con se medesimo. Il
fine ultimo, il sommo bene, ia perfezione Il fine ultimo dell'uomo, che Kant
chiama Sommo Bene, e Fichte preferisce chiamare perfezione, è « la perfetta
coerenza dell’uomo con se stesso, e, appunto perché egli possa raggiungere
questa coerenza, anche la perfetta coerenza di tutte le cose esterne a lui (con
la sua volontà) » (p. 86). Il fine ultimo, considerato come coerenza dell'uomo
con se stesso {della sua volontà con la volontà dell'Io puro, cioè del suo vero
essere), costituisce il bene morale. Il fine ultimo, considerato come accor- do
delle cose fuori di noi con la nostra volontà, costituisce /a felicità. Però,
osserva Fichte, l’ultimo fine è qualcosa di assolutamente irraggiun- gibile per
l'uomo: è un Sommo Bene, una perfezione che rimarrà eter- namente
irraggiungibile. La missione dell'uomo consiste in questo: avvi- cinarsi
all'infinito, al suo uliimo fine, perfezionarsi all'infinito. « Egli esi- ste
per divenire egli stesso sempre moralmente migliore, e per rendere tutto ciò
che trova intorno a. sé riigliore sensibilmente e anche moral. mente; e in
questo modo fare se stesso sempre più felice. Questa è la missione dell'uomo in
quanto lo si consideri isolato, e cioè senza relazione con nessun essere
ragionevole simile a lui. L’io come dover essere dell’uomo L’uomo non deve
contraddire la sua identità La cultura come mezzo alla perfetta coerenza
dell’uomo a se stesso ll bene morale come perfetta coerenza dell’uomo a se
stesso Ls felicità: accordo delle cose fuori di noi con la volontà La missione
dell’uomo: perfezionarsi sempre più La società: rapporto reciproco tra gli
esseri ragionevoli | due presupposti della società: la presenza di esseri
ragionevoli fuori di noi — la possibilità di distinguerli dagli esseri
irragionevoli tra coscienza interiore e coscienza esteriore Finalità e libertà:
criterio di distinzione degli esseri ragionevoli MISSIONE DELL'UOMO IN SOCIETÀ
1. Introduzione — La soluzione dei problemi filosofici non può essere basata
sul buon senso come pretendono i filosofi popolari (Nicolai, Mendelsohn, ecc.),
ma su ragionamenti rigorosi. — Scopo della seconda lettura: « stabilire quale
sia la missione del- l'uomo nella società. Definizione di società: « Col
termine società intendo designare il rapporto reciproco di esseri ragionevoli
tra loro. Esistenza della società Fichte enumera anzitutto le cose che la
società presuppone per poter esistere e poi formula i problemi riguardo
all'esistenza della società, I presupposti della società sono due: Che vi siano
esseri ragione- voli fuori di noi »; Che « noi li possiamo distinguere da tutti
quegli altri esseri che sono invece irragionevoli. Perciò due sono i pro- blemi
che riguardano la società: 1) Problema del fondamento razio- nale della
credenza nell'esistenza di altri uomini; 2) Problema del criterio per
distinguere gli esseri ragionevoli dagli esseri privi di ragione. Quindi Fichte
passa a risolvere il problema del fondamento razio- nale della credenza nella
esistenza di altri uomini. Scarta anzitutto una soluzione ch'egli giudica
errata, quella fondata sulla esperienza. Secondo Fichte tale soluzione è errata
per due ragioni: 1) anche i solipsisti (gli egoisti) hanno l’esperienza di
altri esseri ragionevoli, ma non credono alla loro esistenza; 2) l'oggetto
dell'esperienza è la rappresentazione, non la cosa in sé -- pagine chiarissime!
Al posto della soluzione fondata sull'esperienza, Fichte propone una soluzione
basata sulla esigenza della esistenza di altri esseri ragio- nevoli perché
l'uomo possa raggiungere il suo ideale di perfetta coe- renza con se stesso.
L'uomo, argomenta Fichte, non può raggiungere l'ideale della coerenza interiore
senza mantenere la coerenza esteriore. Ma, affinché ci sia perfetta coerenza
esteriore, per « ciascun concetto che si trova nell’fo, deve trovarsi nel
Non-io l'oggetto corrispondente ». Ora « nell'uomo si trova anche il concetto
di ragione, e di un agire, e di un pensare alla ragione conforme ». Perciò per
tale concetto è necessario che nel Non-io si trovi l'oggetto corrispondente,
cioè è necessario che si trovino degli esseri ragionevoli. « Tra le sue
esigenze (dell'Io) va annoverata anche questa: che si trovino, nella realtà a
lui esterna, esseri ra- gionevoli simili a lui » (p. 100). 3. Il criterio per
distinguere gli esseri ragionevoli dagli esseri privi di ragione. Il criterio è
duplice: finalità e libertà. Quello della finalità, da solo, è insufficiente e
va integrato con quello della libertà. Primo criterio: finalità — « Il primo
carattere che subito ci si presenta per riconoscere la ragionevolezza è quello
della finalità ». Infatti, « tutto ciò che porta impresso il carattere della
finalità può avere un autore ra- gionevole » (ib.). Però la finalità è un
criterio insufficiente perché è equi- 382 voco. « L’unificazione del molteplice
in un tutto coerente è certo carattere della finalità ma vi sono parecchie
specie di unificazioni consimili che si lasciano spiegare con semplici leggi
naturali (non certo meccaniche, ma organiche. Dove c’è ordine, c'è finalità. Ma
l'ordine può avere cause naturali. Secondo criterio: libertà — Questo è un
criterio sicuro: « qualsiasi unificazione di un molteplice in un tutto
coerente, la quale fosse operata mediante la libertà sarebbe una caratteristica
sicura e non equivoca, che il fenomeno stesso ci offrirebbe della
ragionevolezza » in quanto « la na- tura anche là dove opera secondo fini,
opera però secondo leggi neces- sarie; la ragione invece opera sempre con
libertà » (p. 102). Ma, in pratica, è possibile distinguere se un effetto si
produce per mezzo della necessità o per mezzo della libertà? A questa
difficoltà Fichte risponde che non è possibile avere esperienza della libertà
perché la libertà è presupposta a qualsiasi esperienza. Si può avere esperienza
del- l'assenza di costrizione e « questa non consapevolezza di una cosa esterna
si potrebbe anche chiamare consapevolezza della libertà. Per- tanto, ogni volta
che per una azione io non conosca altra causa, non riesca anzi a supporne
nessuna ali'infuori di una volontà libera, che si decida per motivi ragionevoli
corrispondenti a quelli che hanno guidato la mia volontà libera, allora :potrò
concludere con certezza che si tratta di un'azione prodotta da un essere
ragionevole come me, 4. Società e Stato Secondo Fichte, tra società e Stato vi
è differenza profonda. Lo Stato è qualcosa di contingente e transitorio mentre
la società è qualcosa di necessario e permanente. Quindi «la vita nello
Stato... non può dirsi uno dei fini dell'uomo. Essa è piuttosto un mezzo... per
la fonda- zione di una perfetta società. Quando si arriverà alla costituzione
di una società perfetta allora «saranno divenuti superflui tutti quei vincoli i
quali costituiscono lo Stato. Fine e missione della società La società è fine a
se stessa. Però più avanti, riprendendo lo stesso tema, Fichte dirà che «
l’ultimo e più alto fine della società è la totale unificazione e concordia di
tutti i possibili suci membri ». La missione della società è il perfezionamento
della specie umana per rendere sempre più vicino l'ideale della unificazione.
Questo progressivo perfezionamento è inevitabile. Infatti, « ciascun individuo
ha il suo proprio ideale dell’uomo in genere; tutti questi ideali sono di-
versi non per materia, ma per grado. E ciascun individuo valuta ogni altro, che
egli riconosca conìe uomo, secondo il proprio ideale dell'uomo. Ciascuno
desidera in virtù di quella aspirazione fondamentale di trovare ogni individuo
simile al proprio ideale dell'uomo; lo mette alla prova perciò e lo esperimenta
in tutti i modi. Nel caso poi che lo irovi inferiore a quell’ideale cerca di
sollevarlo alla medesima altezza. in questa iotta tra spirito e spirito vince
sempre colui che è uomo in senso migliore e più elevato. L'uomo ha la missione
di vivere per la società. Questa missione per la società in generale è,
tuttavia, in quanto mero im- La ragione opera secondo libertà Volontà libera:
causa dell’azione dell’essere ragionevole Stato, mezzo per giungere ad una
società perfetta Missione della società: perfezionamento della specie umana
Rapporto tra morale sociale e morale individuale Coordinazione delle volontà
Unità perfetta degli uomini come dell’uomo pulso, subordinata a quella legge
più alta della stabile coerenza con noi stessi. La morale sociale fondamentale
è la coerenza dell’uomo con se stesso. Da questa legge su- prema della morale
individuale Fichte deduce le seguenti leggi della morale sociale: a) L'impulso
alla socievolezza non deve entrare in contraddizione con se stesso. Questo
accadrebbe se l'uomo trattasse gli esseri ragione- voli da schiavi. Infatti la
ragionevolezza consiste nella relazione reciproca, e quindi l'impulso alla
socievolezza è rivolto alla relazione reciproca. Ma se ci comportiamo verso gli
altri uomini da padroni « mettiamo il nostro impulso alla socievolezza in
contraddizione con se medesimo. Quindi la nostra condotta non deve mirare alla
subordinazione degli altri, ma alla coordinazione della nostra volontà con
quella dei no- stri simili. « Chiunque si ritiene padrone degli altri uomini è
egli stesso uno schiavo. Non adoperare mai gli altri esseri ragionevoli come
mezzi per i propri fini. « È lecito all'uomo usare le cose irragionevoli come
mezzi per i suoi fini; ma non gli è lecito agire nello stesso modo con gli
esseri ragionevoli. Adoperarsi perché tutti gli altri uomini raggiungano
l’ideale della perfezione. 7. Il fine ultimo e la missione dell'uomo nella
società Il fine ultimo dell’uomo in quanto essere socievole è l’unità perfetta’
con gli altri individui. Però anche questo fine, come anche quello della perfetta
coerenza con se stesso, è irraggiungibile. « Se tutti gli uomini potessero
diventare perfetti e raggiungere così il loro più alto e supremo fine, essi
sarebbero allora totalmente simili l'uno all’altro; formerebbero anzi un solo
essere, un solo soggetto », cesserebbero di essere uomini per essere Dio. La
missione dell'uomo in società è il progressivo avvicinamento al- l'ideale
dell'unità. Fichte chiama questo indefinitivo avvicinamento uni. ficazione. 8.
L'educazione alla socievolezza Per realizzare la missione dell’unificazione
occorre una duplice abi- lità: abilità nel dare ossia nell’agire sugli altri in
quanto esseri liberi; abilità nel ricevere. LA DISTINZIONE TRA GLI STATI
SOCIALI 1. Introduzione Dopo aver studiato la missione dell’uomo in se stesso e
nella società, Fichte dovrebbe ora passare allo studio della missione del
dotto. Però, 384 poiché il dotto non è solo uno dei membri della società, ma è
altresì un membro di un determinato stato sociale, Fichte deve premettere allo.
studio della missione del dotto, lo studio dell'origine della diseguaglianza
tra gli uomini, che è il presupposto della distinzione tra gli stati sociali.
2. La diseguaglianza tra gli uomini Nella lezione precedente Fichte ha mostrato
l’esistenza di fatto della molteplicità degli esseri ragionevoli, ma non la
possibilità di tale fatto. Ora, nella terza lezione, egli mostra che la
molteplicità e la diversità degli Io empirici si fonda, in ultima analisi,
sull'influsso che il Non-Io finito esercita sopra gli esseri ragionevoli
finiti: « Il Non-Io, come quel fonda- mento dell'esperienza che è indipendente
da noi, e che può anche chia- marsi natura, è molteplice; nessuna sua parte è
perfettamente simile a nessun'altra [...]. Quelle parti diverse agiranno perciò
sullo spirito umano in modo diversissimo e non potranno mai sviluppare in egual
modo le capacità e le disposizioni. Da questi diversi modi di agire della
natura nascono gli individui, e vien formata quel che in ciascuno di essi so-
gliamo chiamare la loro semplice natura empirica individuale. Si tratta perciò
di una diseguaglianza inevitabile: 1) perché non dipende dalla nostra volontà
essendo causata dal Non-Io; 2) perché l'ideale della coerenza, il quale, come
s'è visto, riporterebbè gli esseri ragionevoli all'unità, è irraggiungibile.
Tuttavia mediante la socievolezza si deve fare tutto il possibile per ridurre
le diseguaglianze ed eliminare le differenze. « E qui si presenta l'efficacia
dell'impulso alla socievolezza, il quale è diretto al medesimo fine e diventa
mezzo per quell’avvicinamento all'infinito che la legge da noi pretende ».
L'impulso alla socievolezza comprende sia l'impulso alla partecipazione, cioè
l'impulso a dare, sia l'impulso a ricevere. Così, per opera della ragione e
della libertà viene corretto l'errore che la natura ha commesso. « La ragione
si tro- va impegnata in una lotta senza tregua con la natura; né questa guerra
potrà mai avere termine, se pure non dovremo diventare iddii. Tuttavia potrà e
dovrà diventare sempre più debole l'influsso della natura e sem- pre più forte
invece quello della ragione. Questa lotta con- tro la natura fa nascere una
nuova solidarietà tra gli uomini e li stringe assieme come a formare un nuovo
corpo (p. 131). 3. La scelta dello stato [La natura fornisce ogni uomo di
particolari impulsi, o attitudini. Si sceglie uno stato quando si sceglie di
sviluppare una certa attitudine. Facendo questa scelta « io stabilisco una
volta per tutte di non tener più conto da allora in poi di certe opportunità
che la natura forse potrebbe fornirmi, e di applicare invece esclusivamente
tutte le forze e le qualità naturali allo sviluppo di una sola, o magari di
parecchie, ma sempre ben determinate attività. La scelta dello stato non è
obbligatoria, ma jibera La scelta dello stato non è obbligatoria, ma libera
perché se fosse ob- bligatoria, allora dovrebbe essere possibile « dedurre
dalla suprema 385 Molteplicità e diversità degli ‘‘lo’’ fondate sul “non-lo”’
Gli individui originati dai diversi modi di agire della natura La socievolezza
come riduzione Libertà e ragione in lotta contro l’errore della natura Scelta
di uno stato di vivere e sviluppo di determinate attitudini Scelta nella
libertà Scelta di uno stato: atto di libertà e restituzione alla società di
quanto Partecipazione al perfezionamento dell'umanità e immortalità legge
razionale l'impulso il quale spinga alla scelta di uno stato allo stes- so modo
con cui abbiamo dedotto riguardo alla società un impulso ana- logo ». Ma la
legge suprema dice soltanto: « Educa tutte le tue attitudini completamente ed
uniformemente per quanto ti è possibile. Essa non arriva a determinare se io
debba esercitare quelle mie attitudini imme- diatamente sulla natura o solo attraverso
la mediazione degli altri uo- mini: la scelta perciò si trova, a questo
riguardo, interamente lasciata alla mia prudenza. « La legge non vieta di
scegliere uno stato; neanche però comanda. Mi trovo sul terreno del libero
arbitrio: mi è semplicemente lecito di scegliere uno stato. Tuttavia la scelta
dello stato è consigliabile perché ogni uomo ha il dovere di restituire alla
società quanto ha da essa ricevuto. Questo è facile se si sceglie uno stato.
Nessuno ha diritto di lavorare per la propria soddisfazione soltanto. « Questo non
è lecito. Egli deve almeno sforzarsi di pagare alla società il suo debito; deve
occupare il proprio posto; deve fare almeno ogni tentativo per elevare in
qualche modo il grado di perfezione della specie che tanto ha lavorato per lui
» (p. 136). Per raggiungere questo fine, due vie gli si aprono davanti: o
cercherà di elaborare la natura in ogni sua parte, ma questa è un'impresa
impos- sibile. Oppure affronterà solo una porzione determinata della natura:
quella della quale gli sia forse più accessibile tutta la elaborazione prece-
dentemente compiuta, quella per la elaborazione della quale egli forse dalla
natura e dalla società fu già nel tempo anteriore specialmente for- mato.
Questa seconda via è senz'altro la migliore. Quando uno si dedica a questa speciale
porzione, egli ha scelto il proprio stato. Conclusione: « La scelta di uno
stato è una scelta per mezzo della libertà; perciò nessuno deve essere
costretto ad abbracciare uno stato, come nessuno deve essere escluso da uno
stato. È però una scelta consi- gliabile perché la particolare abilità che uno
ha è in un certo senso un prodotto, un legittimo possesso della società, e
ognuno ha il dovere di restituire alla società quello che da essa ha ricevuto
secondo le proprie possibilità. La partecipazione al perfezionamento
dell'umanità assicura come premio l'immortalità Qualcuno si chiederà: che
vantaggio ha l'individuo a lavorare per il perfezionamento dell'umanità?
Secondo Fichte ha due vantaggi: è di utilità agli altri: «il felice pro- gresso
di un membro è infatti non meno felice progresso degli altri » (p. 140); è di
utilità a se stesso: si assicura infatti l'immortalità. Ogni uomo è « un anello
necessario della catena, la quale dalla generazione del primo uomo, avanza
verso la piena consapevolezza della sua propria esi- stenza nell’eternità. Ogni
uomo può avvicinare di più alla sua perfezione quel tempio di- vino che i suoi
predecessori furono costretti a lasciare interrotto. È vero che ogni individuo
morirà. Ma se egli partecipa a questa sublime im- presa non si estinguerà
completamente, perché la morte non può inter- rompere la sua opera, giacché la
sua opera, mentre deve essere terminata, non può essere terminata nel tempo.
Egli è eterno. LA MISSIONE DEL DOTTO 1. Introduzione È ora necessario passare a
parlare della missione del dotto, « una missione molto onorevole, molto
elevata, nettamente superiore a quella degli altri stati. Forse, il fatto che
sia un dotto innanzi a dotti in via di formazione, a parlare della missione del
dotto, potrebbe causare imbarazzo (timore di offendere gli altri stati, di
apparire superbo ecc.). Ma se questo ci trattenesse dal nostro compito, peccheremmo
di falsa modestia. Non c'è infatti nessun pericolo di insuperbirsi, né di
offendere gli altri se l'esposizione della missione del dotto viene fatta in
modo oggettivo e si tiene presente che « non lo stato, ma la degna afferma-
zione di esso, nobilita l’individuo ». Non lo stato, ma il perfetto compimento
del proprio dovere è quello che importa. Dopo questo preambolo Fichte mostra la
necessità di uno stato speciale, d'una professione particolare, quella del
dotto, muovendo dalla definizione di società perfetta. A suo giudizio è
perfetta quella so- cietà in cui si è provveduto « allo sviluppo e alla
soddisfazione di tutti i bisogni, e anzi al loro uguale sviluppo e alla loro
uguale soddisfazione. Questo non è possibile senza la professione del dotto. La
società perfetta richiede lo stato (la professione) del dotto La società
perfetta ha bisogno di tre cose cui può provvedere una sola professione, quella
del dotto: 1) Perfetta conoscenza dell'uomo nella sua interezza, delle sue
atti- tudini, di tutti i suoi impulsi e bisogni (perché senza tale conoscenza è
im- possibile provvedere allo sviluppo uguale di tutte le attitudini). Questo è
l'oggetto della filosofia. 2) Conoscenza dei mezzi per sviluppare Ie attitudini
e soddisfare i bisogni (perché la semplice conoscenza delle attitudini e dei
bisogni, senza la conoscenza dei mezzi sarebbe vuota e inutilissima). « Con
quella conoscenza dei bisogni deve dunque andare unita la conoscenza dei mezzi
per soddisfarli; e questa conoscenza dovrà legittimamente essere posse- duta
dal medesimo stato sociale, dato che una conoscenza senza l’altra non può mai
arrivare ad essere perfetta, né tanto meno viva ed efficace. La conoscenza dei
mezzi è l'oggetto della scienza filosofico- storica. 3) Conoscenza del grado di
cultura in cui si trova in un determinato momento storico una società e quale
grado essa dovrà raggiungere per primo partendo da quello che ora occupa; e infine
di quali mezzi essa possa disporre per questo fine. Questo è l'oggetto della
scienza storica. Conclusione: «La sintesi di queste tre forme di conoscenza
costi- tuisce quella che si chiama, o almeno ciò che esclusivamente dovrebbe
chiamarsi dottrina, e lo stato di coloro che si dedicano allo studio della
dottrina, si dovrebbe chiamare stato (o professione) dei dotti. 3. Definizione
del dotto « Dotto si chiama colui che all'acquisto di tali conoscenze
(filosofica, filosofico-storica e storica) dedica la sua vita. Lo stato del
dotto e la società perfetta La missione del dotto e la dottrina: filosofia scienza
filosotico- storica - scienza storica Il dotto e le sue regole di vita: elevare
il grado delle scienze; agire con piena moralità; sviluppo della socialità;
essere maestro dell'umanità; essere guida nelle circostanze particolari; essere
modello eccellente II dotto sacerdote della verità 4. La missione del dotto «
Così ci si rivela finalmente la vera missione dello stato dei dotti; tale
missione consiste nella suprema vigilanza sopra il progresso reale della stirpe
umana in genere e nell'attività continuamente diretta a promuovere questo
progresso, specialmente il progresso delle scienze: infatti « dal progresso
delle scienze dipende in modo immediato il progresso del genere umano. Chi
ferma quello, ferma questo. La morale del dotto (La morale professionale) Le
principali leggi che regolano la vita del dotto sono le seguenti: Sforzarsi per
portare a un grado più elevato le scienze, e in parti- colare quel ramo della
scienza che egli ha prescelto », altrimenti il dotto si mette in contraddizione
con la sua missione che consiste appunto nel promuovere il progresso delle
scienze. Questa legge è dedotta dalla suprema legge della morale individuale
(non-contraddizione, unità- coerenza). Nella propria attività non deve
adoperare mai mezzi che non siano perfettamente morali; il dotto non cadrà mai
nella tentazione di far ac- cettare agli uomini le convinzioni proprie con
mezzi coercitivi, con l'uso della violenza fisica. Questa legge è dedotta dalla
suprema legge della morale sociale (coordinazione e non-subordinazione). Sviluppare
in se stesso quanto più gli è possibile le disposizioni socievoli, la capacità
di ricevere e quella di comunicare, perché il dotto è destinato alla società, «
esiste in virtù della società e per il vantaggio della società. Questa legge è
dedotta dalla missione del- l'uomo nella società (che consiste nel
perfezionamento della società attra- verso la politica del dare e del
ricevere). Deve portare gli uomini alla consapevolezza dei loro bisogni, alla
conoscenza dei mezzi atti a soddisfarli. È possibile attuare que- sta legge?
Sì, perché gli uomini hanno fiducia nella dottrina e abilità degli altri;
inoltre tutti gli uomini hanno un certo senso di verità. Da questa legge il
dotto è costituito maestro dell'umanità. Si può dunque affermare che il dotto,
secondo quel concetto di lui che finora è stato sviluppato, è per la sua
missione stessa maestro dell'umanità. Il dotto non deve soltanto istruire gli
uomini sopra i loro bisogni e sopra i mezzi necessari per soddisfarli in
generale. Deve anche guidarli, in particolare, in un determinato tempo e in un
determinato luogo, a prendere coscienza dei bisogni che si presentano in quelle
particolari circostanze e a scoprire quei mezzi particolari che servono per
raggiun- gere i fini in certo modo imposti dalla situazione presente » (p.
163). Da questa legge il dotto è costituito educatore (guida) dell'umanità. —
Il dotto infine deve dare buon esempio, deve essere un modello perché il dotto
« deve essere l'uomo moralmente migliore della sua età. Da questa legge il
dotto è costituito modello dell'umanità. Conclusione: Fichte conclude la quarta
lezione col seguente pane- girico sulla missione del dotto: « Questo è
l'ufficio a cui sono chiamato, a rendere testimonianza della verità. Nulla
importano la mia vita e la mia sorte, ma l'ufficio che io compio ha
un'importanza infinita. Io sono un Sacerdote della verità. Appartengo alla sua
milizia; ad essa ho prestato giuramento di fare, di osare, di soffrire tutto
fedelmente per lei! CRITICA DELLE AFFERMAZIONI DI ROUSSEAU ÌNTORNO ALL'INFLUSSO
DELLE ARTI E DELLE SCIENZE SOPRA LA FELICITÀ DELL'UOMO ìntroduzione ‘Per la scoperta della verità,
dice Fichte, la confutazione degli errori opposti non è di considerevole
importanza. La critica degli errori, però, è sempre di grande utilità per
mettere meglio a fuoco la verità già sco- perta: « Il confronto della verità
con gli errori costringe ciascuno di noi ad osservare i caratteri distintivi
dell'una rispetto agli aitri; e ci conduce a formare un concetto più perspicuo
e meglio definito della verità stessa. L'errore di Rousseau Secondo Rousseau il
fine dell'uomo è raggiungibile solo nello stato di natura. La civiltà, la
cultura (lo stato dei dotti) « costituiscono se- condo lui la sorgente e nello
stesso tempo la espressione più completa della corruzione umana. Questo è in
diretta e completa con- traddizione con tutto l'insegnamento di Fichte, che «
ha riposto la mis- sione della umanità nel progresso continuo della cultura e
nello sviluppo parallelo e continuo di tutte le sue attitudini e dì tutti i
suoi bisogni. Critica dell'errore di Rousseau Fichte fa dell'errore di Rousseau
una duplice critica. Anzitutto egli rileva che, nonostante la sua dottrina
secondo cui la felicità è raggiungibile solo nello stato di natura, Rousseau ha
educato le proprie attitudini in un grado molto raffinato; e coll'educazione
che ha ricevuto da questo alto grado di cultura egli si adopera quanto può a
convincere l'umanità della giustezza delle sue affermazioni. Quindi, « le sue
azioni contraddicono in modo flagrante i suoi principi ». Poi, fichte svolge
una critica molto dettagliata della dottrina di Rousseau. Gli argomenti
principali sono i seguenti: — La dottrina di Rousseau non è dedotta « per via
meramente razio- cinativa, da un principio più fondamentale ». Infatti « su
nessuna que- stione il Rousseau ha approfondito la sua ricerca fino a
raggiungere gli ultimi fondamenti di tutto il sapere umano. Tutto quello che
dice Rousseau si fonda sul sentimento e non sulla ragione e quella del
sentimento è una conoscenza malsicura, in cui il vero si trova commisto al
falso, « perché ogni giudizio fondato sul sen- timento greggio e immediato
presenta come equivalenti cose che non sono punto tali. Tuttavia la deduzione
delle conseguenze non viene fatto da Rous- seau secondo le leggi del
sentimento, ma secondo quelle della ragione: « Se egli avesse lasciato al
sentimento un influsso anche sulla deduzione delle conseguenze, il sentimento
l'avrebbe poi riportato sulla strada giu- sta, dalla quale prima l’aveva sviato.
La dottrina di Rousseau anziché avere una base razionale ha una motivazione
psicologica: la constatazione che il suo alto ideale del dotto Confutazione
degli errori e focalizzazione delle verità scoperte Critica a Rousseau: — non
raggiunge i fondamenti primi del sapere — deduce secondo le leggi della ragione
e nor del sentimento La dottrina dello stato di natura ha conseguenze
disastrose Due incompatibilità:stato di natura e indipendenza dai Bisogni Con
il ‘’non-lo’’ si ha l’ideale di perfetta coerenza Rousseau: energia gel
sopportare, fiuttosto che energia dell’agire non trovava alcuna attuazione
nella realtà tra i suoi contemporanei; an- zi, i dotti del suo tempo mettevano
il loro ingegno a servizio dei soldi, degli onori, e delle ricchezze, e
cercavano di far passare come virtù la corruzione degli uomini. Questa dolorosa
constatazione spiega la sua avversione per la cultura e il suo odio per
l'umanità. Ecco donde sorge nel Rousseau l'aspirazione allo stato di natura.
Nello stato di natura, così come egli lo intendeva, le attitudini proprie della
umanità non dovrebbero ancora essersi sviluppate; non dovrebbero anzi nep- pure
essersi manifestate. L'uomo non dovrebbe avere nessun bisogno oltre a quello
della sua natura animale; dovrebbe vivere come le bestie vivono nei campi sotto
i suoi occhi. E certamente in uno stato simile non troverebbe posto nessuno di
quei vizi che avevano acceso l'ira del Rousseau. L'uomo, in quello stato,
mangerà quando avrà fame e berrà quando avrà sete. Una volta saziato non avrà
nessun interesse a pri- vare gli altri di quel nutrimento che egli non può in
quel momento utilizzare. La dottrina dello stato di natura come stato ideale è
inaccettabile per le sue disastrose conseguenze. « Certo il vizio viene in
questo staio di- strutto totalmente, ma col vizio viene distrutta la virtù e
senz'altro la ragione. L'uomo diventa allora un animale. Lo stato di natura
rende impossibile il conseguimento del fine che Rousseau si propone, quello di
« riflettere sopra la sua missione e sopra i suoi doveri per poter così
nobilitare se stesso e i suoi fratelli in uma- nità » (p. 189). — Rousseau
vuole due cose incompatibili: il ritorno allo stato di natura; b)
l'indipendenza dell'uomo dai bisogni della sensibilità. Queste due cose sono
incompatibili perché si trovano in proporzione inversa. Infatti, «quanto più la
ragione estenderà il suo dominio, tanto meno l'uomo avrà di bisogno » (p. 190).
— ‘Rousseau si raffigura come qualche cosa che noi siamo già stati quello che
invece dobbiamo diventare; si rappresenta il fine che noi dob- biamo
raggiungere corne qualche cosa che noi abbiamo perduto (p. 191). — Rousseau
dimentica che l'umanità si può, anzi si deve avvicinare a questo stato soltanto
attraverso la sollecitudine, la fatica, il lavoro. È attraverso la progressiva,
laboriosa conquista del Non-io (natura) che l’uomo realizza il suo ideale di
perfetta coerenza, «l'aspirazione di essere simile a Dio. Ma l'uomo è, quanto
alla sua natura, pigro e inerte. Ecco come nasce la dura battaglia tra il
bisogno e la pigrizia naturale; il primo vince, ma la seconda si lagna
amaramente, non il biso- gno è l'origine del vizio; il bisogno è invece lo
stimolo che spinge alla attivita e alla virtù. L'origine del vizio è
nell'inerzia naturale. « Non v'è per l'uomo nessuna salvezza, finché questa sua
inerzia naturale non sia stata combattuta e sconfitta; finché l'uomo non
riponga nell'attività, e soltanto nell'attività, tutte le sue gioie e tutto il
suo piacere. In definitiva lo sbaglio di Rousseau è il seguente: aveva anche
lui urna certa energia, ma era piuttosto l'energia del sopportare che non
l'energia dell'agire (l'energia di piangere invece di operare). Egli è l'uomo
della sensibilità sempre sofferente, ma non è nello stesso tempo l’uomo
dell’attività in lotta. « La lotta della ragione contro le passioni, la
vittoria strappata a poco a poco tutto questo egli lo nasconde ai nostri occhi.
Fichte conclude la quinta lezione con una infuocata esortazione a fuggire
l'esempio di Rousseau: « Agire! agire ancora. Questa è Ja ragione per la quale
noi esistiamo » {D. 196). QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Per chi fu
scritto La missione del dotto? 2. Quante e quali sono le parti di La missione
del dotto? Con quali argomenti Fichte respinge il materialismo e fonda
l'idealismo? . Tra Io-puro e Io-empirico che rapporti pone Fichte? Confronta la
dot- trina fichtiana con quelle di Schelling e Hegel. 5. Che cos'è il non-Io?
Che atteggiamento assume Fichte nei confronti del non-Io? Metti a confronto il
pensiero di Fichte su questo punto cor quello di Spinoza. 6. Quali sono secondo
Fichte gli elementi caratteristici, essenziali del. l’uomo? 7. A parere di
Fichte, è possibile esperire la libertà degli aitri? 8. Da che cosa deduce la
necessità degli stati sociali, ossia delle vatie pro- fessioni? Confronta la
dottrina fichtiana sull'origine della società con guelie di Aristotele, Hobbes,
Spinoza, Rot:sseau. 9. Su che cosa fonda Fichte il progresso deila società? 40.
Cosa intende Fichte per scienza filosofica, filoscfico-storica e storica? Cosa
insegna sullo stesso argomento nelle altre opere? 11. Chi è il dotto e quali
sono i suoi compiti? 12. Quali sono le principali leggi dell'etica individuale,
sociale e professio» nale? Confronta i principi etici di Fichte con: quelli di
Kant. 13. Secondo Fichte a quale immortalità può aspirare l'individuo? Può spe-
rare nell'immortalità individuale? Paragona la dottrina jichtiana sull’immor-
talità con quelle di Platone, Spinoza e Kant. Quali sono le critiche più acute
che Fichte muove a Rottsseati? LS 391 Rivoluzioni e trasformazioni socio-
politiche agli inizi del XIX secolo L’opera nasce in occasione del primo
Congresso internazionale della ‘Lega dei Giusti” Engels invita Marx a formulare
l’opera come un catechismo IV. il MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA Marx e Engels.
Quando Marx e Engels scrissero il Manifesto tutta l'Europa sì trovava in stato
di agitazione: una nuova ondata rivoluzionaria la scuoteva da capo a piedi dopo
quelle del 1789, del 1821 e del 1830. In conseguenza delle precedeni
rivoluzioni le strutture politiche della società avevano già subito profonde
trasformazioni: in varie nazioni l'assolutismo aveva dovuto cedere il posto al
parlamentarismo e alla de- mocrazia e quasi ovunque l'aristocrazia era stata
soppiantata dalla bor- ghesia. Solo il proletariato continuava ad essere
oppresso e sfruttato come per il passato, anzi più ancora che nel passato. In
effetti verso la metà dell'Ottocento !e sue condizioni di sfruttamento e
asservimento avevano toccato il punto estremo. Ma l'atmosfera rivoluzionaria
che stava attraversando l'Europa fece credere a Marx e a Engels che l'ora fosse
propizia anche per la libera- zione del proletariato, mediante la soppressione
del capitalismo e l’avven- to del comunismo. Essi erano del parere che « la
rivoluzione borghese in Germania, compiendosi in condizioni di grande progresso
della civiltà europea e con un proletariato più progredito che non ci fosse
stato nella rivoluzione inglese e francese, avrebbe rapidamente preparato la
rivo- luzione proletaria » (E. Cantimori Mazzomonti), la quale si sarebbe
conclusa con la conquista del potere da parte della classe operaia. La
circostanza storica immediata che indusse Marx e Engels a com- porre il
Manifesto fu il primo congresso internazionale della Lega dei giusti (un
movimento operaio d'origine inglese, ma che contava seguaci in tutta l'Europa)
ai primi di giugno del 1847. In quella occasione, Engels aveva proposto di
cambiare la denominazione della Lega in « Lega dei comunisti ». Il suo
suggerimento venrie accolto. Presidente della nuova comunità di Bruxelles fu
eletto Karl Marx. Nella seconda metà di ottobre Marx fu invitato a partecipare
personalmente al secondo congresso, nel quale sarebbe stata discussa anche la
professione di fede politica della Lega. Di questa professione di fede, nei mesi
che intercorsero ira i due ‘congressi si occupò soprattutto Engels, ma senza
poriare a compimento la stesura del saggio. Poco prima della partenza per il
congresso egli scriveva a Marx: « Pensaci un po’ tu alla professione di fede.
Credo sia la miglior cosa abbandonare la forma di catechismo e intitolare la
cosa: Manifesto comunista ». Verso la fine di novembre Marx raggiunse Engels a
Londra per partecipare al secondo congresso della Lega. { principi pro-
grammatici e tattici suoi e di Engels furono accettati, e il congresso in-
caricò entrambi di stendere il Manifesto. Appena tornato a Bruxelles e cioè a
metà dicembre del 1847, Marx si mise al lavoro. Verso la fine di gennaio il
manoscritto era pronto e fu spedito a Londra. La stampa del Manifesto si
protrasse per quasi tutto il mese di febbraio. Pochi giorni prima dello scoppio
della rivoluzione, il Manifesto del partito comunista uscì dalla stamperia di
J.E. Burghard, in Londra, in 30 pagine di formato 8°. Sul frontespizio non
figura nessuna indicazione dei nomi degli au- tori: solo il titolo,
l’indicazione « febbraio 1848 » e il motto: « Proletari di tutto il mondo
unitevi ». Il Manifesto, come del resto tutti gli altri scritti di Marx e
Engels, ebbe poca diffusione e poca influenza in questi anni; cominciò a esser
largamente letto, diffuso e tradotto solo dal 1870 in poi. 2. Divisione e
sintesi dell’opera Il Manifesto si articola in quattro parti, precedute da una
breve in- troduzione. Le quattro parti portano i titoli seguenti: 1) Borghesi e
pro- letari; 2) Proletari e comunisti; 3) Letteratura socialista e comunista;
4) Posizione dei comunisti di fronte ai diversi partiti di opposizione.
Nell’Introduzione Marx e Engels tratteggiano con brevi ma vigorose pennellate
la situazione di guerra ingaggiata dalla « vecchia Europa » contro il
comunismo. Contro questo sono scesi in campo « papa e zar, Metternich e Guizot,
radicali francesi e poliziotti tedeschi » (p. 51). Ma la lotta, argomentano gli
autori, è anche un indizio positivo: si- gnifica che « il comunismo è di già
riconosciuto come potenza da tutte Je potenze europee » (p. 52). Perciò,
concludono Marx e Engels, « è ormai tempo che i comunisti espongano apertamente
in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze,
e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del
partito sîesso. BORGHESI E PROLETARI In questa parte Marx e Engels enunciano i
principi fondamentali della loro concezione della storia, una concezione in cui
si assegna il primato assoluto alle strutture economiche; espongono la storia
della borghesia e del proletariato; e, infine, mostrano che i tempi sono ormai
maturi per l'abbattimento della borghesia e ia conquista del potere da parte
del proletariato. JI punti più salienti della loro trattazione sono i seguenti:
1) La storia dell'umanità concepita come storia di lotte di classe. Muovendo
dal postulato secondo cui « la storia di ogni società esistita fino a questo
momento, è storia di lotte di classi » (p. 54), e valendosi di tale postulato
quale principio ermeneutico per ia comprensione delle vicende storiche, Marx e
Engels ricostruiscono schematicamente la storia dell'umanità come una sequenza
ininterrotta di antagonismi tra le classi 393 Prima edizione a Londra Nella
‘‘vecchia Europa’’ i nemici del comunismo Storia della borghesia e del
proletariato La storia dell'umanità come di lotta tra le classi sociali
politico e potere economico La concezione Qorghese dell’uomo la dignità deila
persona Trasformazione sociale e irasformazione economica La sovrapproduzione
la causa delîa crisi della borghesia il proletariato è una creazione del di
classe e prospettiva : in Grecia tra liberi e schiavi, a Roma tra patrizi e
plebei, nel Medioevo tra feudatari e servi della gleba, nell'epoca moderna tra
borghesia e proletariato {pp. 54-55). 2) Storia della formazione della borghesia:
i suoi inizi sono fatti risa- lire aila fine del Medioevo. Coincidenza
dell’accrescimento del potere politico cella borghesia con l'aumento del suo
potere econo- mico. Così alla fine dello sviluppo della classe borghese « dopo
la crea- delle grandi industrie e del mercato mondiale, la borghesia si è con-
quistata il dominio politico esclusivo nello Stato rappresentativo mo- derno.
TI potere stataie moderno non è che un comitato che amministra gli affari
comuni di tutta ia classe borghese » (p. 57). Anche la borghesia come qualsiasi
altra classe sociale è salita al potere con la lotta, la rivoluzione (pp.
57-58). 3) Le aberrazioni della concezione borghese dell’uomo e della società:
nella concezione borghese sono stravolti ia dignità personale, la libertà de}
singolo (p. 58), il significato delle professioni, i rapporti familiari so-
ciali e nazionali (pp. 59-62). 4) Il dinamismo di trasformazicne della società:
un tipo di società si qualifica in forza dei rapporti economici esistenti tra i
suoi membri, ossia secondo la distribuzione dei inezzi di produzione. Una
società si trasforma allorché i rapporti economici subiscono un cambiamento so-
stanziale. Così, alla società feudale è subentrata la società borghese
allorché, «a un certo grado di sviluppo dei mezzi di produzione e di scambic,
le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scam- biava,
l'organizzazione feudale dell’agricoltura e della manifattura, in una parola i
rapporti feudali della proprietà, non corrisposero più alle forze produttive
ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione invece di promuoverla. Si
trasformarono in aitrettante ‘catene. Dovevano essere spezzate e furono
spezzate. Ad esse subentrò la libera concorrenza con la confacente costituzione
sociale e politica, con il dominio economico e ‘politico della classe borghese
» (pp. 62-63). 5) Crisi della società borghese: « La società borghese moderna
che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, ras-
somiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui
evocate. Sono decenni ormai che la storia dell'industria e del commercio è
soltanto storia della rivolta delle forze produttive moderne contro i rapporti
moderni della produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che costituiscono
le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio » (pp. 63-64). La
causa principale della crisi della società borghese è « l'epidemia della
sovraproduzione. La svolta verso il comunismo: essa è preparata dallo stesso
capita- lismo mediante la creazione di una nuova classe sociale, la classe del
pro- letariato (p. 65). Questa classe sta ingrossando vieppiù mediante l'assor-
bimento di tutte le classi intermedie (pp. 67 e 72). 7) Le cause della
ribellione del proletariato: la disumanizzazione del lavoro, l'ingiusta
retribuzione, lo sfruttamento, l’asservimento. La dialettica della lotta di
classe: da lotta di piccoli gruppi un po' alla volta essa si sta trasformando
in lotta massiccia dell'intera classe operaia contro la classe dei padroni (p.
68); da lotta nazionale in lotta internazionale (p. 74). 9) Definizione del
proletariato: « Il proletario è senza proprietà; il suo rapporto con moglie e
figli non ha più nulla di comune con il rapporto familiare borghese; il lavoro
industriale moderno, il soggiogamento mo- derno al capitale, identico in
Inghilterra e in Francia, in America e in Germania, lo ha spogliato di ogni
carattere nazionale. Leggi, morale, religione sono per lui altrettanti pregiudizi
borghesi, dietro i quali si nascondono altrettanti interessi borghesi » (p.
73). 10) La via al comunismo: consiste nella eliminazione dell’attuale si-
stema di appropriazione e nella conquista delle forze produttive della società
« attraverso il violento abbattimento della borghesia » e la sop- pressione
della proprietà privata: «I proletari non hanno da salvaguar- dare nulla di
proprio, hanno da distruggere tutta la sicurezza privata e tutte le
assicurazioni private che ci sono state fin qui. Certezza della vittoria del
proletariato sulla borghesia: perché quest’ultima contiene in se stessa i germi
della sua dissoluzione. Essa e- sige infatti la moltiplicazione incessante del
capitale, ma ciò non si può ottenere che con uno sfruttamento sempre più iniquo
della classe operaia. E questo conduce inevitabilmente alla reazione violenta
da parte del proletariato e alla rivoluzione PROLETARI E COMUNISTI In questa
parte Marx e Engels, dopo una breve dilucidazione dei rapporti tra proletariato
e comunismo, prendono in esame e respingono con fermezza, ad una ad una, tutte
le critiche più gravi che vengono sollevate contro la visione comunista della
società. 1) Distinzione tra proletari e comunisti: anche i comunisti sono dei
proletari, ma non si identificano con essi; se ne distinguono come ii partito
di punta del proletariato nella lotta contro i! capitalismo. Obiettivo
immediato ‘del comunismo: « Abbattimento delia bor ghesia e conquista del
potere da parte de! proletariato » {p. 78). 3) Obiettivo ultimo del comunismo:
abolizione della proprietà privata. 4) Legittimazione della soppressione della
proprietà privata: questa è un'istituzione che è essenzialmente incompatibile
con la giustizia so- ciale. Infatti, nel sistema borghese, «il lavoro dei
proletario crea il capitale, ossia quella proprietà che sfrutta il lavoro
salariato, che può moltiplicarsi solo a condizione di generare nuovo lavoro
salariato, per sfruttarlo di nuovo » (p. 80; ofr. anche p. 83). 5) Ingiustizia
del lavoro salariato: nella società borghese esso è ap- pena sufficiente a
garantire all’operaio « la sua nuda esistenza. Funzione del lavoro nella
società borghese e nella società comu- nista: « Nella società borghese il
lavoro vivo è soltanto ur: mezzo per mol. tiplicare il lavoro accumulato. Nella
società comunista il lavoro accu- mulato è soltanto un mezzo per ampliare, per
arricchire, per far pro- gredire il ritmo d'esistenza degli operai » (p. 81).
7) Diversità tra concezione borghese e concezione comunista della libertà e
della persona umana. Diversa funzione della cultura, del diritto, della
religione, della morale nella società comunista e nella società borghese {p.
85). Subordi- 395 Legge, morale e religione: pregiudizi borghesi La via al
comunismo: sconfitta della borghesia, fine della proprietà Lo sfruttamento
conduce alla rivoluzione del proletariato Alsune importanti affermazioni di
principio risultano dall'esame delia situazione La tradizione del socialismo in
Europa Adesione dei comunisti ad ogni forma di rivoluzione contro il sistema in
atto. nazione della cultura, del diritto, della religione e della morale alla
strut- tura economica (p. 85). 9) Storicità delle espressioni culturali (p.
85). 10) Subordinazione dell'educazione al sistema economico vigente in una
determinata società. Superiorità dell'educazione comunista nei con- fronti di
quella borghese (p. 86). 11) Le diverse concezioni della famiglia e della
nazione (p. 86). 12) Approfondimento del tema dei rapporti tra struttura
economica e sovrastrutture culturali (pp. 88-90). 13) Dieci provvedimenti
riguardanti l’abolizione della proprietà pri- vata (pp. 91-92). 14) Abolizione
della divisione della società in classi: «Il proleta- riato [...] facendosi
classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abo- lendo con forza, come
classe dominante, gli antichi rapporti di produ- zione, abolisce insieme a quei
rapporti di produzione le condizioni di esi- stenza dell'antagonismo di classe,
cioè abolisce le condizioni di esistenza delle classi in genere, e così anche
il suo proprio dominio in quanto clas- se. LETTERATURA SOCIALISTA E COMUNISTA
In questa parte Marx e Engels presentano una rassegna critica della letteratura
socialista e comunista del loro tempo, soffermandosi in par- ticolare sul «
socialismo cristiano » dei romantici cattolici francesi (Lam- menais e
Montalembert) (pp. 97-98), sul « socialismo piccolo borghese » di Sismondi {pp.
99-102), sul « socialismo tedesco » di Bauer e Hess, sul « socialismo borghese
» di Proudhon (pp. 109-113), e sul «‘comunismo critico-utopistico » di
Saint-Simon e iFourier. POSIZIONE DEI COMUNISTI DI FRONTE AI DIVERSI PARTITI DÌ
OPPOSIZIONE In questa parte conclusiva gli autori delineano brevemente la posi-
zione dei comunisti di fronte ai diversi partiti operai già costituiti e ai
movimenti rivoluzionari già operanti in Francia, Svizzera, Polonia e Ger-
mania. Particolare attenzione riservano a quest'ultima nazione perché, a loro
giudizio, la Germania offre le condizioni socio-politiche più pro- pizie per la
lotta e per la vittoria del proletariato contro il sistema bor- ghese. Le linee
direttrici indicate da Marx e Engels sono le seguenti: «I comunisti appoggiano
dappertutto ogni movimento rivoluzionario diretto contro le situazioni sociali
e politiche attuali. Entro tutti questi movimenti essi mettono in rilievo, come
problema fondamentale del movimento, il problema della proprietà, qualsiasi
forma, più o meno svi- luppata, esso possa avere assunto. Infine, i comunisti
lavorano dappertut- to al collegamento e all’intesa dei partiti democratici di
tutti i paesi. I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro
intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti
soltanto col rovesciamento violento di tutto l'ordinamento sociale finora
esistente. Rovesciamento Le classi dominanti tremino al pensiero d'una
rivoluzione comunista, Violento del sistema I proletari non hanno da perdervi
che le loro catene. Hanno un mondo anto: da guadagnare. PROLETARI DI TUTTI Ì
PAESI, UNITEVI. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE Che cosa è la « Lega dei
giusti » e dove sorse? 2. Quando e dove sorse la « Lega dei comunisti »? 3. Chi
ne fu il primo presidente? 4. Il libretto « Manifesto del partito comunista»
quando e dove venne pubblicato? 5. Marx come concepisce la storia dell'umanità?
6. Dalla concezione borghese della società che cosa deriva? 7. Quale era la
crisi della borghesia che Marx intravvedeva? 8. Questa crisi, a distanza di un
secolo, era reale? 9. Come vengono considerate da Marx le leggi, la morale e la
religione? Che distinzione c'è tra proletari e comunisti? . 11. Per quali
motivi Marx giustifica la soppressione della proprietà privata? Quale funzione
ha il lavoro nella società comunista? 13. Quale è la posizione dei comunisti
rispetto agli altri partiti operai sorti in Europa? Obiettivo della metafisica:
risposte esaustive agli interrogativi ultimi Nei secoli XVIII e XIX la scienza
come sapere assoluto Attualità della metafisica, ‘‘inattualità’’ dei suoi
risultati Denunciati gli errori del passato e nuove soluzioni per il futuro
Organicità e maturità delia trattazione INTRODUZIONE ALLA METAFISICA Heidegger I
limiti della scienza, i pericoli della tecnologia, la caducità delle cose, la
finitudine del mondo, il non-senso della storia, il nichilismo che ci circonda
e assedia da ogni parte, hanno conferito nuova attualità (tanto da farne
secondo alcune previsioni il sapere del futuro) a quella che già fu per molti
secoli regina di ogni sapere, la metafisica. Definita già da Aristotele come
studio delle cause ultime oppure come studio « dell’ente in quanto ente »,
l’obiettivo della metafisica è stato sempre quello di esibire una risposta
esaustiva agli interrogativi ultimi, gli interrogativi che riguardano il senso
della vita, l'origine del mondo, il valore della conoscenza, il problema del
male e della libertà, la verità, la morte, ecc. Con l'avvento della scienza e
con l'illusione che questa potesse affer- marsi come un sapere assoluto, si è
creduto di poter dichiarare il tra- monto della metafisica. Il XVIII e il XIX
secolo hanno espresso una cul- tura essenzialmente antimetafisica; ma la
scienza, che si è sempre più perfezionata nel calcolare i fenomeni per poterli
controllare e dominare, si è invece arrestata davanti alla porta dei problemi
ultimi. Così il loro esame e possibilmente la loro soluzione sono oggi
nuovamente demandati alla metafisica. L'uomo, diceva Schopenhauer, è
essenzialmente un essere metafisico: lo è in forza della sua natura spirituale,
lo è grazie al suo conoscere intel- lettuale. Come essere metafisico egli è da
sempre chiamato ad interro- garsi su se stesso, sul proprio essere e sugli enti
che lo circondano con l'obiettivo e la speranza di pervenire ad una risposta
soddisfacente e conclusiva. Il suo oggetto e il suo compito rendono, pertanto,
la meta- fisica sempre attuale, anche se i suoi risultati sono costantemente
messi in crisi dall'inarrestabile tensione di ricerca della mente umana. 2.
Origine e obiettivi dell’opera Dei filosofi del nostro secolo nessuno come Heidegger
— che molti studiosi considerano il più grande di tutti — si è occiipato con
altrettanto impegno e costanza della metafisica, denunciando, da una parte, gli
er- rori in cui sono incorsi i filosofi del passato e proponendo, dall'altra,
nuo- ve impostazioni e soluzioni per il futuro. Dei molti scritti in cui
Heidegger affronta il problema della metafisica la Einfiihrung in die
Metaphysik (Introduzione alla metafisica) si racco- manda in modo particolare
per la organicità, completezza e maturità della trattazione. Questo saggio
occupa « una posizione centrale e peculiare nel- lo svolgimento del pensiero di
Heidegger tanto che esso si può col. 398 locare accanto a Seiti und Zeit
(Essere e tempo) come seconda cpera chia- ve per la comprensione dell’intero
suo pensiero » {Vattimo). Concepita e scritta a quasi dieci anni di distanza da
Essere e tempo — nello sviluppo del pensiero heideggeriano Introduzione alla
metafisica è il documento principale della grande svolta (Kehre) in dire- zione
dell'essere. In Essere e tempo, per risolvere la questione ontolo- gica (quella
dell'essere), Heidegger aveva seguito il cammino ascendente (dagli enti
all'essere), assumendo come punto di partenza quell’ente pri- vilegiato che è
l’uomo, che è colui in cui l'essere si interroga e si mette in questione. Ma
questa strada Jo aveva condotto in un vicolo cieco: anziché alla sponda
dell'essere approdava a quella del nulla. Così, in Introduzione aila
metafisica, Heidegger segue il cammino inverso: dal- l'essere agli enti.
L'essere è il punto di partenza, è il fondamento, la sor- gente da cui tutto
discende. Gli enti o essenti sono le parole, il raccogli- mento, la
non-latenza, la verità, l’epifania, il disvelamento dell'essere. In taì modo
Heidegger ritiene di sfuggire alla trappola in cui — a suo avviso — è caduta
tutta la metafisica tradizionale {greca, medioevale, moderna), che assumendo
come punto di partenza questo o quell’ente o questa o quella modalità
dell'essere non era mai riuscita ad oltrepas- sare l'orizzonte degli essenti
ossia l'orizzonte della fisica e finiva rego- larmente nella identificazione
dell'essere con l'Ente supremo. (Kehre), oltre che un nuovo cominciamento della
comprensione dell'essere, comporta anche la ricerca di un nuovo lin- guaggio, «
adatto », cioè adeguato al contenuto di un pensiero che non in- tende più
avvalersi delle categorie metafisiche tradizionali e vuol met- terle in
discussione nelia loro stessa radice. Anche di questo sforzo arduo e grandioso
la Introduzione costituisce il primo importante documento e, fino a Cammino
verso il linguaggio, resterà l'unico saggio di una certa ampiezza ed
organicità. Introduzione alla metafisica consta di quattro capitoli che
trattano 399 in ‘‘Essere e îempo’’ cammino ascendente: dail’ente al nulla in
questa opera cammino discendente: dall'essere agli enti La storia dischiude
l'essenza dell’essere Le quattro delimitazioni dell’essere: divenire, apparire,
pensare, dovere La grande svolta: nuovo sominiciamento e nuovo linguaggio Le
tre priorità della domanda metafisica fondamentale: ampiezza, profondità, origine
La domanda fondamentale: evento, salto, non suscettibilità di verifica La
filosofia come sapere: inattuale inutile ambiguo fecondo difficile
rispettivamente di: La domanda metafisica fondamentale; Grammatica ed
etimologia della parola « essere »; La domanda sulla es- senza dell’essere; La
limitazione dell'essere. 3. Divisione e sintesi dell’opera. La domanda
metafisica fondamentale È la seguente: « Perché vi è, in generale, l’essente e
non il nulla? ». Questa è la domanda metafisica per eccellenza e gode su
qualsiasi altra domanda di una triplice priorità: in ordine all'ampiezza « è la
più vasta »; in ordine alla profondità: « è la più profonda »; in ordine
all'origine: « è la più originaria ». L'interrogativo riguarda tutti gli enti
senza nessuna distinzione: « In ragione della sua portata illimitata tutti gli
enti per essa si equivalgono ». Perciò « bisogna evitare di porre in primo
piano un ente particolare, anche l’uomo. Non sussiste nessun motivo perché, per
entro l’essente nella sua totalità, si debba porre in primo piano quel-
l'essente chiamato uomo, alla cui specie noi stessi per caso apparteniamo. La
domanda metafisica fondamentale, già singolare in se stessa, as- sume capitale
e vitale importanza per colui che la solleva: è un evento nella sua esistenza.
L'evento consiste in un salto, che comporta l’abban- dono di tutte le
precedenti certezze; ma si tratta di un salto singolaris- simo, che si esplica
più in maniera passiva che attiva, è un salto originario (Ur-sprung). La
domanda metafisica non è suscettibile di verifica; perciò non si può stabilire
con certezza se essa è autentica oppure inautentica. Tuttavia, almeno una cosa
è certa: non è autentica quando si presta a ricevere una risposta sicura, precisa,
definitiva; per esempio, la risposta biblica: c’è l'essente perché Dio l’ha
creato. D'altronde questa è una di quelle do- mande che si colloca fuori
dall’orizzonte della fede: l’interrogarsi sul- l'essente in rapporto al suo
fondamento per il credente è « una follia. Caratteristiche della filosofia i-
sica. Ma se si risale al significato originale del termine physis, il quale
voleva dire « ciò che si dischiude da se stesso (come, ad esempio, lo sbocciare
di una rosa), l’aprentesi dispiegantesi e in tale dispiegamento l’entrare
nell’apparire e il mantenersi in esso, in breve: lo schiudentesi- permanente
imporsi », allora si può ben dire che oggetto della filosofia è nient'altro che
la physis, in quanto «la physis è lo stesso essere, in forza del quale soltanto
l'essente diventa osservabile e tale rimane; « l'essente come tale nella sua
totalità è physis, cioè ha come essenza caratteristica lo
schiudentesi-permanente imporsi. Per- tanto studiare la physis e studiare
l'essere è la stessa cosa. Senonché non è a questo studio dell'essere come tale
che ha atteso la metafisica tradizionale: volendo scavalcare la physis essa ha
fallito il suo obiettivo, l'essere, sin dall'inizio. « Per chiunque si ponga
dal nostro punto di vista, diviene chiaro che l'essere come tale risulta in
realtà na- scosto alla metafisica, resta obliato, e ciò in maniera così
radicale che la dimenticanza dell’essere, col cadere essa stessa in oblio,
viene a costi- tuire l'impulso, ignoto ma costante, che sollecita il domandare
metafisico. Il ricominciamento deila filosofia Per fare autentica filosofia
occorre ricominciare da capo, sollevando di nuovo la domanda fondamentale: «
Perché vi è, in generale, l'essente e non il nulla? ». Questa domanda ha
‘carattere fortemente personale. Per affrontarla non ci sono né maestri, né
guide, né compagni, né sostituti: « è un andare avanti domandando [...] che non
comporta nessuna compagnia. Essa ha, inoltre, carattere di ri-soluzione, di
impegno: « interrogare significa voler-sapere. Chi vuole, chi pone tutto il suo
es- sere in un volere, è risoluto. Infine, ha anche carattere di eser- cizio:
l'atteggiamento interrogativo dev'essere sviluppato, fortificato con
l'esercizio. Svolgimento della domanda fondamentale AI fine di chiarirne meglio
il senso, Heidegger vi distingue tra l'inter- rogato {l'essente) e ciò su cui
verte l'interrogazione: il fondamento (Grund) dell'essente. A prima vista, si
ha l'impressione che la domanda sia tutta rinchiusa in « perché l’essente?» e
che l'aggiunta « e non il nulla » abbia una funzione meramente pleonastica.
Tuttavia, se si fa mag- 401 straordinario La ‘‘physis’’ oggetto della
filosofia: è studiare l’essere Carattere personale e carattere di risoluzione
della dumanda fondamentale sull’essente Il nulla è legato alla logica del
pensare Priorità del sapere filosofico e dei psetare sui sapere scientifico
Distinzione dell’essere dall’essente La crisi dell'Occidente: oblio dell’essere
e frenesia dell’essente Ripetizione del cominciamento e ricollocazione
dell’esistenza storica dell’uomo gior attenzione si vede che c'è almeno urna
ragione storica per integrare la dorranda cor l'espressione « e non il nulia »:
il fatto che la filosofia si è posta sin dall'inizio insieme alla domanda
sull’essente anche la doman- da sul non-essente, sul nulla. Ma c'è di più: il
divieto di interpellare il nulla, perché il nulla è nulla, è sì legato alla
logica del pensare, ma si tratta di una logica che opera all’interno di una
determinata precom- prensione dell'essente, e potrebbe essere che « ogni
pensiero che obbe- disce solamente alle regole della logica tradizionaie si
trovi fin da prin- cipio neli'impossibilità anche solo di comprendere, in
generale, la do- imanda circa l’essente, e tanto più nella impossibilità di
svilupparla real- mente e di pervenire ad una risposta. Solo la logica del
pensiero scientifico vieta il discorso sul nulla. Ma (e questa è tesì assai
cara a Heidegger) il sapere filosofico e il poetare godono di un'assoluta
priorità sul sapere scientifico. Ci sono pertanto delle buone ragioni (storiche
e teoretiche) per includere nella domanda fondamentale la frase «e non il nulla
». Questa aggiunta conferisce alla domanda un più ampio respiro e le apre un
orizzonte diverso. Nella forma abbre- viata l'orizzonte e il respiro restano
sempre quello dell’essente; così, si è tentati di rinvenire il fondamento nello
stesso ordine {un essente su- periore}. Invece, includendo il riferimento al
nulla, ciò che si vuol scoprire è la ragione deila ‘vittoria dell’essente sui
nulla. La differenza ontologica tra essente ed essere Di che natura è questa
differenza basilare, primaria? Non è soltanto una differenza logica,
concettuale, bensì una differenza reale. Anche se inafferrabile, l'essere
rimane sempre distinto dall’essente, è altra cosa rispetto all’'essente. E ciò
implica una qualche comprensione dell’es- sere: solo grazie a tale comprensione
noi possiamo interrogare l’essente a proposito del suo essere. L’essere non è
incluso nella definizione dell’essente (del cavallo, del- l’uomo, del gesso,
ecc.) eppure senza l'essere nessun essente è. E, tut- tavia, l’essente non è
percepibile immediatamente, non è qualcosa che si vede. Ma tutto questo non
giustifica la tesi nietzschiana secondo cui l'essere è « fumo, esalazione,
errore ». Quella sull'essere è domanda estremamente seria, che tocca
direttamente il destino del. l'Occidente. Dal rapporto che l'umanità assume nei
confronti dell’es- sere ne va del suo destino, della sua storia. in effetti,
l'oblio dell'essere e la frenesia per l’'essente sono la causa vera e profonda
della crisi e della rovina dell'Occidente e del mondo intero. Del tutto
singolare è la responsabilità del popolo tedesco che « è il popolo metafi- sico
per eccellenza, nei confronti dell'essere. 7. La ripetizione del cominciamento,
superando gli errori della ontologia Dopo la « morte dell'essere » sentenziata
da Nietzsche, solo un co- minciamento nuovo, originario, può restituire
all'interrogativo « che cosa è dell'essere », quella forza, quella rilevanza,
quel peso che gli è proprio come interrogativo fondamentale. La ripetizione del
fondamento riguarda anzitutto e soprattutto il concetto di « essere »,
sottraendolo a quell’appiattimento che l’ha ridotto a « concetto più generale
di tutti », come è stato normalmente inteso dalla ontologia. Per realizzare la
ripetizione del cominciamento occorre « ricollocare l'esistenza storica
dell'uomo nella potenza dell'essere da rivelarsi in modo ori- ginario: tutto
ciò, beninteso, solo nei limiti del potere concesso alla filosofia. Porre
questo nuovo cominciamento è una « decisione storica » per l'Europa e per tutto
il globo terrestre. Urgenza del ricominciamento Esso è indispensabile per
vincere quel depotenziamento dello spirito che si registra ovunque oggi nel
mondo. Definizione dello spiri- to come « dischiudimento (ent-schlossenheit)
originario verso l'essere ». Ed è per questo che l'interrogarsi sull’essente
come tale nella sua totalità, «il proporre la domanda sull’essere, costituisce
una delle condizioni fondamentali, essenziali, per un risveglio dello spirito,
per il porsi di un mondo originario dell'esserci storico, per arrestare il
pericolo di un oscuramento del mondo e per una assunzione della missione
storica del nostro popolo considerato come centro dell'Occidente. Il
ricominciamento — che ha luogo quando si instaura un autentico rapporto con
l'essere — è anche condizione essenziale per restituire al linguaggio la sua
funzione e il suo significato SULLA GRAMMATICA E SULLA ETIMOLOGIA DELLA PAROLA ESSERE.
Condizioni preliminari all'esame grammaticale ed etimologico :Si impone
anzitutto un'autentica rivoluzione del nostro rapporto con la lingua; anche se
è vero che la determinazione dell'essenza del lin- guaggio e il nostro stesso
modo di interrogarci si conformano alla nostra concezione dell'essenza
dell’essente e dell'essere, tuttavia è pur vero che « l'essenza e l'essere
parlano nelia lingua ». Di qui la necessità « di chia- rire l'essenza stessa
dell'essere, per quanto riguarda la sua essenziale implicazione con la natura
della lingua. La grammatica della parola essere. Come sostantivo “l'essere”
deriva dal verbo. Per questo si dice che la parola “l'essere” è un sostantivo
verbale. Con questa forma gram- maticale si può considerare esaurito quanto c'è
da dire, sul piano lin- guistico, delia parola “essere” » (p. 66). E tuttavia
rimane aperto e sco- perto un problema: «il problema di sapere se la forma
originaria della parola come sostantivo e come verbo rappresenti effettivamente
il ca- rattere originario del dire e del parlare. Tale questione include in sé,
in pari tempo, quella dell’origine della lingua. Ma non ci si può accontentare
di questa indicazione assai generica. Per verificare quale sia stato in origine
il rapporto linguaggio-essere occorre esplorare come siano andate le cose nella
lingua greca, la quale «è accanto alla tedesca la più potente ed insieme la più
spirituale. Heidegger si sofferma anzitutto sulla distinzione tra onoma e rema:
onoma è manifestazione ed espressione della cosa, rema dell’azio- ne; il primo
corrisponde al sostantivo, il secondo al verbo. Ma questa 403 Lo spirito:
dischiudimento verso l’essere Necessaria una autentica rivoluzione de rapporto
con la lingua La parola ‘‘essere’' e l’origine del linguaggio Analisi dei
termini greci: ‘“onoma”’ (manifestazione della cosa), ‘‘rema”’ (dell’azione)
L’‘‘emergenza dell’essente come lotta: ‘“polemos”’ Essere come vivere:
dischiudersi, permanere L’inafferrabilità dell’essere analisi dice ancora poco.
Perché la ricerca approdi a qualche risultato apprezzabile occorre spingersi
più avanti, e cercare di comprendere come i greci concepivano il linguaggio
(pp. 68-69). Heidegger fa vedere che nella lingua greca l’essente è concepito
come qualche cosa che si rende presente assumendo un limite (telos), una forma
(morfé), un aspetto (idea), una natura (physis), una verità {a-letheia), cioè
come « un fuoruscire dalla latenza. L'emergenza dell’essente come qualcosa di
distinto e determinato è concepita come polemos (lotta). Quando la lotta cessa
l’essente perde la sua identità, e viene ridotto a mero oggetto di
considerazione teorica, di calcolo, di produzione: « resta pur sempre l’essente
ma l'essere si è ritratto da lui » (p. 73). In conclusione, « per i greci
“essere” significa stabilità (Stàndigkeit), e ciò in duplice senso: 1) Lo stare
in sé nel senso del prodursi, del pro-cedere (Ent-stehen): physis. 2) Lo stare
in sé come tale, come qual. cosa di “stabile”, che rimane, di permanente
(Verweilen): ousia. Non-es- sere, per conseguenza, significa l’uscire da tale
stabilità proceduta da se stessa: existasthai. “Esistenza” ed “esistere”,
significano quindi per i Greci precisamente: non-essere. A questo punto
Heidegger fa seguire una sottile disquisizione sulla forma infinitiva delle
parole (pp. 77 ss.). 3. Etimologia della parola « essere » Le tre radici del
verbo « essere » (che si possono cogliere nelle pa- role indogermaniche, greche
e latine), determinano i tre significati prin- cipali che questa parola ha
avuto sin dalle origini nella lingua greca: vivere, dischiudersi, permanere. «
Ma a questo punto ci si presenta una domanda decisiva: come si accordano e in
che cosa convergono le tre radici citate? Cosa è che regge e dirige il dire
dell'essere? Su che cosa si fonda il nostro dire dell'essere secondo le varie
flessioni della lingua? Questo dire e la comprensione dell'essere sono o no la
stessa cosa? Come è presente (west), nel dire dell'essere, la differenza fra
l'essere e l’essente? » (p. 82). 4. Questioni pendenti ‘A questo punto
Heidegger segnala una serie di importanti questioni ancora aperte ed irrisolte,
in particolare: 1) Quale tipo di « astrazione » era in gioco nella formazione
della parola « essere »? 2) Qual è il signifi- cato fondamentale predominante
(dei tre significati iniziali) che può avere presieduto alla fusione
verificatasi? 3) Il senso dell'essere che, stando alle interpretazioni
puramente logiche e grammaticali, ci si pre- senta come « astratto » e come
qualcosa, per conseguenza, di puramente derivato, può essere in se stesso pieno
e originario? Quando si tenta di spiegare il significato della parola «essere »
ci si trova subito in imbarazzo, perché è un voler cogliere l'inafferrabile. «
Con tutto ciò, noi siamo continuamente attratti dall’es- sente, inseriti in
esso, portati a considerare noi stessi come degli “es- senti”. “L'essere”, per
ora, non è per noi che un semplice vocabolo, un termine frusto. Se non altro,
bisogna che cerchiamo almeno di impadro- nirci di quest'ultimo resto rimasto in
nostro possesso » (p. 83). È quanto 404 si è tentato di fare nel secondo
capitolo mediante la ricerca grammati- cale e filologica intorno alla parola «
essere ». LA DOMANDA SULL’'ESSENZA DELL'ESSERE La strategia da seguire per
determinare l'essenza dell’essere Chi vuole realizzare un effettivo «
cominciamento » ed ha constatato che l’essere è diventata la parola più
generica e più vuota di tutte, può essere tentato a Jasciare in disparte questa
parola e rivolgersi ai vari ambiti dell’essente. Senonché a questo punto sorge
un grosso problema: come stabilire che qualche cosa è davvero un essente? « E
come stabilire, d’altra parte, che in un certo tempo, in un certo luogo, un
supposto es-. sente non è, se non siamo già in grado di distinguere con
chiarezza fra essere e non essere? E come compiere questa decisiva distinzione,
se non sappiamo, in modo altrettanto decisivo e determinato, che cosa signi-
fichino l'essere e il non essere che vengono qui appunto distinti? Come può,
nel caso specifico e in generale, un essente essere per noi un essente, se
prima non comprendiamo che cosa significhino “essere” e “non esse- re”? » {p.
87). 2. Il significato della parola « essere » « Essere », questa parola apparentemente
tanto vaga ed indeterminata, tuttavia è così densa di significato da fornire
una sicura e decisiva linea di demarcazione sia nell'ordine del pensiero sia in
quello del linguaggio. « Riflettendo più attentamente su questa parola risulta
alla fine questo: malgrado ogni obliterazione, mescolanza, genericità del suo
significato, noi pensiamo in essa qualcosa di determinato. Questo qualcosa di
deter- minato è così determinato ed unico nel suo genere che occorre fare la
seguente aggiunta: quell’essere che tocca a qualsiasi ente e che si sperde in
ciò che vi è di più comune, è, per eccellenza, quanto vi è di più unico.
Pertanto « proporsi di abbandonare l’“essere”, come parola vuota di senso, per
rivolgersi all’essente in particolare, è cosa non solo avventata ma oltretutto
eminentemente incerta. ‘Heidegger illustra questa tesi ricorrendo
all'applicazione di un con. cetto generale (per esempio, albero) ai casi
singoli e mostrando che questi sono identificabili (come alberi) solo grazie al
concetto generale. Ma, si potrebbe obiettare che il caso dell'essere è molto
diverso da quello del- l'albero, perché l’essere non è un genere. Tuttavia,
risponde Heidegger, « la necessità di comprendere già in anticipo la parola
“essere” è la più alta ed ineguagliabile. Ciò che ‘va approfondito (« erigere
in sa- pere ») è la particolarità, unica nel suo genere, di questo nome. 3.
Accertamento della conoscenza dell'essere Che si dia una certa cognizione
dell'essere lo si può provare quanto meno indirettamente. ‘Infatti, senza una
cognizione dell'essere risulte- rebbe impossibile qualsiasi dischiudersi
dell’essente in quanto tale, e ri- sulterebbe impossibile anche il linguaggio,
perché parlare è sempre dire 405 Capire ‘‘essere’’ e “‘non-essere'’ per
giungere all’essente L’unicità dell’essere Parlare è sempre dire l’essere
L'uomo è l’essere capace di ‘‘dire’’ La necessità di interrogare l'essere Il
linguaggio luogo del dischiudimento dell'essere Determinazione del senso
dell’essere: presenza presenzialità consistenza sussistenza permanenza avvenire
e Il fatto che noi comprendiamo l'essere, anche se in modo indetermi- nato ed
opaco, « ha per il nostro esserci il più alto valore, in quanto vi si manifesta
una forza nella quale si fonda tutta la possibilità essen- ziale del nostro
esserci. Non si tratta di un fatto qualunque, ma di qual- cosa che per il suo
peso esige la più alta valutazione, a patto che il no- stro esserci, che è
sempre qualcosa di storico, non rimanga per noi qual- cosa di indifferente.
D'altronde anche perché il nostro esserci possa ri- manere per noi un'entità
indifferente, occorre comprendere l'essere. Sen- za questa comprensione non
saremmo neanche in grado di dire di no al nostro esserci. Interrogare l’essere
(non il rispecchiarlo o rap- presentarlo c l'apprenderlo) è l'unica via da
seguire per sottrarlo al suo nascondimento. E « il nostro interrogare risulta
tanto più autentico quan- to più ci atteniamo con aderenza e costanza a ciò che
più merita di essere investigato, e precisamente al fatto che l'essere è ciò
che per noi risulta compreso in modo completamente indeterminato e tuttavia
eminente- mente determinato. L’interrogare verte sul senso dell'essere cioè
sulla sua « apertura ». 5. La filosofia come accesso all'essere Il dischiudersi
dell'essere è un evento ed un evento è anche la filosofia in quante cerca di
ri-effettuare taje dischiudimento. La via però che la filosofia ha da
percorrere nen è quella ascendente della metafisica tradi- zionale
{dall'essente verso l'essere), bensì quella discendente: « dall’es- sere a ciò
che si deve problematizzare della sua apertura. La « di- scesa » da seguire è
quella tracciata dalia lingua, perché il dischiudersi dell'essere ha luogo nel
linguaggio: « l'essere stesso è legato alla parola in un senso del tutto
diverso e più essenziale di qualunque altro ente. 6. L'orizzonte del senso
deli’essere . Mediante una vasta esemplificazione ed esplorazione dei vari
sensi dell'essere, Heidegger perviene alla conclusione che essi si inscrivono
tutti dentro un certo orizzonte, che corrisponde a quello del pensiero greco: «
C'è una certa linea unitaria che li percorre tuiti. Essa orienta la com-
prensione dell'essere verso un determinato orizzonte dal quale trae il suo
significato. La determinazione dei senso dell’essere si circoscrive nell'am-
bito della presenza (Gegenwartigkeit) e della presenzialità {(Anwesenheit),
della consistenza {(Bestehen) e deila sussistenza (Bestand), della perma- nenza
(Aufenthait) e dell'avvenire (Vor-kommen) LA LIMITAZIONE DELL'ESSERE In questo
capitolo Heidegger tenta un’altra via per raggiungere il di-schiudersi
dell’essere (oltre a quella ciel linguaggio: grammatica ed eti- mologia),
quelia di mettere a confronto e di contrapporre l'essere con slcune sue modalità
fondamentali: l'apparire, il divenire, il pensare e il dever-essere, modalità
queste che hanno trovato espressione nelia sto- ria della filosofia {per cui il
dischiudersi dell'essere coincide, come vuole iIeidegger, con la storia della
filosofia), le prime due modalità nella filosofia greca, le ultime due nella
filosofia moderna. 1, Fsssre e divenire Storicamente questa è la prima
distinzione e contrapposizione presa in considerazioni dai filosofi (Parmenide,
Eraclito, ecc.). Contropposto al divenire « l'essere si mostra come la solidità
propria dello “stabile in sé raccolto”. Qui Heidegger introduce una importante
osservazio- ne concernente la storia della filosofia: che non è semplice
altalena di affermazioni e negazioni, di tesi e antitesi, come si suol credere,
bensì un discorso unitario intorno alla stessa cosa la quale « possiede in
realtà come sua interna verità l’inesauribile ricchezza di essere ogni giorno
come al suo primo giorno. 2. Essere e apparenza ro Le modalità fondamentali deli’essere:
apparire, divenire, pensare, dover essere La filosofia: discorso unitario
intorno alia stessa cosa L’unità recondita di essere e apparenza L’apparenza
come possibilità intrinseca dell’essere La lotta dei greci per la conquista
dell’essere Tre vie per un giusto rapporto dell'essere con l’'essente: la via
dell'essere, del nulla, dell'apparenza Il pensare: modalità dell'essere
Carattere prospettico del pensare e valore prospettico del conoscere sembrare è
conseguenza dell'essere stesso come sua possibilità intrin- seca in quanto —
come physis — consiste nell'apparire, nell'emergere per prospettive (p. 114). a
sperimentato, sulla via del- l'essere, la tempesta capace di trascinarlo via, a
colui cui lo spavento della seconda via, quella che conduce all’abisso del
nulla, non è rimasto estraneo, e che pure ha saputo accettare il rischio sempre
incombente della terza via, quella della apparenza. vo del Dasein, è anzitutte
modalità dell'essere. ia distinzione esse- re-pensiero va studiata con la
massima attenzione, in quanto precede tutte ie altre distinzioni e, per
intenderla rettamente occorre ricondurla alle origini: anche per essa è
necessario il « ri-cominciamento », di modo che la verità primigenia venga
restituita nei suoi propri limiti e con ciò nuovamente fondata. Occorre
anzitutto prender nota del carattere prospettico del pensare: esso accade
sempre dentro un determina- to orizzonte, un determinato campo di osservazione.
Non tenendo conto del valore prospettico del conoscere — assolutizzandolo — la
gente in- 408 corre spesso in gravi errori e deviazioni, talché « non
riconosciamo più guono tre tipi principali di a. predicativa: di attribuzione,
di proporzionalità propria e di proporzionalità metaforica. L'a. è una
categoria fondamentale per la verifica del linguaggio metafisico e religioso.
Anima - Deriva secondo i filologi o dal greco anaigma (senza sangue) o dal
greco dnemos (soffio, vento). Il termine viene universalmente ado- perato per
significare il principio primo della vita. I pensatori antichi e medioevali
solevano distinguere tre a. vegetativa, sensitiva e razio- nale. Secondo molti
scolastici nell'uomo le tre a. sono formalmente di- stinte; invece secondo san
Tommaso si dà nell'uomo soltanto l’a. razio- nale la quale svolge anche le
attività delle a. inferiori. A. si distingue dalla parola spirito, sia in
quanto contiene l'idea di una sostanza’ spiri- tuale, sia in quanto è più
comprensiva, dal momento che la parola spirito si applica soprattutto alle
operazioni intellettuali. Antropologia - È lo studio dell'uomo {dal greco
anthropos = uomo, logos = studio). Si danno tre tipi principali di a.:
culturale (o scienti- fica), filosofica e teologica. La prima studia l'uomo con
criteri scienti- 416 fici e si propone di ricostruire gli elementi costitutivi
delle culture pri- mitive o tradizionali. L'a. filosofica cerca di risolvere
col puro ragiona- mento l'enigma umano in tutti i suoi molteplici aspetti:
ontologico, etico, politico, religioso, storico, ecc. Infine l'a. teologica
procura di ottenere un'intelligenza approfondita e sistematica del mistero
dell'uomo alla luce della «Parola di Dio. Arte - L’a. è ogni produzione di
bellezza da parte di un essere co- sciente. L'oggetto dell’attività artistica
(o estetica) è la bellezza, come oggetto di quella scientifica è la verità, di
quella etica la bontà, di quella religiosa il sacro, di quella tecnologica
l'utile. Perciò l'a. si distin- gue dalla tecnica. L'artista facendo un'opera
d'a. si propone anzitutto di dare espressione sensibile alla bellezza (in un
disegno, un edificio, un quadro, ecc.). L'opera d'a. non è mai una semplice
riproduzione di fatti naturali. Perché si dia opera d'a. occorre originalità,
genialità, creatività. Aseità - Indica la condizione dell'essere che esiste di
per sé. Il con- cetto di a. è presente nella patristica in relazione alla
natura di Dio. In Cartesio e Spinoza riguarda la sostanza. Nell’assiologia di
Nicolai Hart- mann l'a. è riferita alla sussistenza dei valori. Assiologia - È
lo studio filosofico dei valori (dal greco arxios = degno, valido; e logos =
studio). È una disciplina che deve le sue origini, al- meno indirettamente, a
Nietzsche con la sua aspra critica dei valori tradizionali e il tentativo di capovolgerli
in valori « mondani », terrestri. Ma il suo vero fondatore fu Lotze, un
contempo- raneo di Nietzsche. Egli distingueva tre regni di ricerca: regno dei
fatti, regno delle leggi universali e regno dei valori. I primi due sono
studiati dalla ragione con il metodo analitico e possono essere considerati in
prospettiva meccanicistica, il terzo è appreso dal sentimento e implica
necessariamente una prospettiva spiritualistica. Infatti, secondo Lotze,
fondamento ultimo di tutti i valori e valore assoluto esso stesso è Dio.
Astrazione - Denota l’attività con cui l'intelletto (agente) ottiene la
conoscenza delle idee universali. La loro conoscenza, secondo la teoria dell’a.
(che fu elaborata per primo da Aristotele e fu ripresa nel Medio- evo da san
Tommaso), non avviene né per anamnesi, cioè il ricordo di quanto l'anima ha
contemplato nell'Iperuranio prima di entrare nella prigione del corpo
(Platone), né per illuminazione divina (Agostino), ben- sì mediante l’azione
dell'intelletto, che ricava dai dati della fantasia ciò che è fondamentale,
essenziale, trascurando ciò che è accidentale, pe- culiare di un fenomeno
particolare. Così, per esempio, dal fantasma (immagine) di questo colore
(bianco, verde, ecc.) l'intelletto ricava l’idea di verde. Ateismo - È la
negazione di Dio (dal greco a-theòs = senza Dio). Fe- nomeno già noto
nell’antichità, ha acquistato vasta diffusione soltanto dopo la rivoluzione
francese. Si distinguono due forme principali di a.: teorico e pratico. Il
primo è il risultato di una speculazione più o meno sistematica e rigorosa (e
viene anche chiamato a. scientifico), il secondo corrisponde all’indifferenza
religiosa, ed è la negligenza di ciò che riguarda Dio nella vita quotidiana.
Atto - Categoria fondamentale della metafisica aristotelica insieme al 417 suo
correlativo, la potenza. A. designa tutto ciò che è perfezione, com- pletezza,
realizzazione, definizione, mentre la potenza indica ciò che è imperfetto,
incompleto, indefinito. Nelle cose materiali l’a. non si iden- trascendentale
dell'essere. Bene - Secondo la classica definizione di Aristotele, il b. è
tutto ciò che è oggetto di appetizione, di desiderio. Il b. interessa sia la
metafisica sia l’etica. Dalla prima è visto come una delle qualità trascenden-
tali dell'essere (insieme all'uno, al vero e al bello). Dalla seconda è
considerato come il fine a cui l'uomo indirizza costantemente le proprie
azioni. Categoria - Significa classe di predicati (o predicamenti). Aristote-
le, che fu il primo a fissarne la classificazione, definisce le c. come idee
generali che non sono riconducibili a nessun'altra. Sono dieci: sostanza,
«qualità, quantità, azione, passione, relazione, tempo, luogo, posizione e
rivestimento (abito). Per Kant e la scuola kantiana, le c. sono i concetti
fondamentali dell'intelletto puro, forme a priori della nostra conoscenza, che
rendono possibili tutte le funzioni del pensiero discor- sivo. Causa - È tutto
ciò che in qualche modo contribuisce alla produ- zione di qualche cosa. È di
Aristotele la classica divisione delle c. in quattro specie: materiale,
formale, efficiente e finale. Le prime due de- signano la materia e la forma, e
per questo sono dette c. intrinseche, mentre la c. efficiente indica l'agente e
la c. finale lo scopo per cui una cosa viene prodotta o un'azione compiuta. Non
rientrando tra gli ele- menti costitutivi di ciò che viene prodotto, le c.
agente e finale sono dette c. estrinseche. Molto si è disputato nella filosofia
moderna sia intorno alla c. agente come a quella finale, 418 Concetto - Denota
una conoscenza universale, astratta ed è pratica- mente sinonimo di idea
universale. Le diverse scuole filosofiche differi- scono profondamente sia
nella spiegazione dell'origine dei c. sia nell’as- segnazione del loro valore.
Quanto all'origine, Platone propone la teoria dell’anamnesi, cioè del ricordo;
Aristotele la teoria dell'astrazione; Ago- stino la teoria dell’illuminazione e
Kant quella della struttura a priori dell'intelletto. Quanto al valore, si sono
proposte tre soluzioni: i c. non hanno nessun valore, essendo dei puri nomi
(flatus vocis); hanno valore totalmente oggettivo e rispecchiano realtà
sussistenti in rerum natura: le Idee dell’Iperuranio; hanno un valore
parzialmente oggettivo e par- zialmente soggettivo: oggettivo quanto al
contenuto, soggettivo quanto alla forma (l'universalità esiste solo nella
mente). La prima è la soluzio- ne dei nominalisti e degli empiristi; la seconda
è la soluzione di Platone e dei suoi discepoli; la terza è la soluzione di
Aristotele, di san Tom- maso e dei loro rispettivi seguaci. Conoscenza - Il
termine è usato sia per designare l'attività con cui si diviene consapevoli di
qualche cosa, di qualche oggetto, sia l’infor- è usato per quella parte che
stu- dia la realtà materiale (dal greco cosmos = mondo e logos = studio).
Aristotele questa parte l'ha chiamata Fisica. Il suo obiettivo non è sem-
plicemente quello di spiegare la costituzione fondamentale dei corpi (ma- teria
e forma), la ragione della loro individuazione, le condizioni del loro esistere
(spazio e tempo), ma anche l'origine prima e il fine ultimo del mondo
materiale. Creazione - In senso lato indica ogni genere di produzione; in senso
stretto designa l'azione con cui Dio trae dal nulla tutte le cose. Secondo la
definizione latina la c. è productio rei ex nihilo sui et subiecti: è pro-
durre una cosa dal nulla rispetto sia alla forma, sia alla materia (su-
biecti). Mentre gli uomini nelle loro « creazioni » traggono le cose dal nulla
rispetto alla forma (in effetti l’uomo può soltanto trasformare ma- teriali già
esistenti) e non rispetto alla materia; è privilegio di Dio trarre le cose
dalla condizione di totale inesistenza. Insegnata dalla Bibbia (Gn.) questa
verità è stata ripresa sul piano razionale dalla filosofia cristiana, della
quale è divenuta una delle dottrine emblema- tiche. Cultura - Della c. si danno
tre accezioni principali: elitaria, pedago- gica e etnologica. Secondo la prima
accezione, c. significa erudizione (ha c. chi possiede molte cognizioni, o in
generale o in un campo ristretto, come l’arte, la musica, la filosofia, ecc.).
Secondo la seconda accezione, c. significa educazione: è la c. del corpo {c.
fisica) o dell'anima (c. morale e spirituale), c. degli istinti o degli
affetti, ecc. Di questa c. si occupa la pedagogia. Secondo la terza accezione,
la c. è la forma spirituale di una società, tutto ciò che la unisce all’interno
e la distingue dalle altre so- cietà all’esterno (come fa la c. italiana per
gli italiani, quella francese per i francesi, quella cinese per i cinesi,
ecc.). La c. intesa in questo ultimo senso costituisce l'oggetto sia
dell’antropologia culturale sia della filosofia della c. Deduzione - È un
procedimento raziocinativo con il quale da prin- cipi o proposizioni generali o
universali si discende verso conclusioni meno universali o particolari. La
forma ideale e perfetta della d. è il sillogismo, il quale è un ragionamento
che consta semplicemente di due premesse e di una conclusione. Creatore della
scienza della d., cioè della Logica, fu Aristotele. Kant denomina « deduzione
trascendentale » il suo procedimento con cui cerca di stabilire quali sono i
concetti a priori, cioè le categorie, che vengono applicati agli oggetti
dell'espe- rienza nei vari tipi di giudizi. Definizione - Secondo Aristotele,
la d. è l'enunciato che esprime la quiddità, cioè l'essenza di una cosa. La
filosofia moderna si rifiuta di dare alla d. un senso così marcatamente
ontologico e metafisico e per d. intende semplicemente un’operazione logica
mediante la quale si de- zzo filosofico chiamato nuova ermeneutica (Gadamer,
Ricoeur), il termine e. ha acquisito un significato più esteso e più profondo e
sta ad indicare una prospettiva di pensiero che asse- gna sia alla filosofia
che alla teologia il compito di interpretare, poiché l'uomo stesso è un essere
che vive nella precomprensione e nell’inter- pretazione delle cose e della
storia. Esistenza - Nel linguaggio più comune il termine denota semplice- mente
il fatto che qualche cosa è. In filosofia ha acquisito valenze se- n sono
distinguibili fisicamente ma sol- tanto metafisicamente. Secondo san Tommaso,
e. ed esistenza si trovano nel rapporto di potenza e atto: in effetti è
l’esistenza (più esattamente l'atto dell'essere, actus essendi) che conferisce
attualità ad un'e. In Dio e. ed esistenza si identificano. Essere - Da sempre
il termine e. è plurisemantico e, secondo i casi, varia da un minimo di
comprensione (quando si limita a significare la presenza o posizione di una
cosa, come dice Kant) ad una comprensione 422 sconfinata, che « abbraccia tutte
le perfezioni », come afferma san Tom- maso. Secondo Aristotele, Tommaso e
Heidegger studiare l’e., le sue proprietà e le sue manifestazioni è compito
primario della metafisica. Estetica - Termine tratto dal greco aisthesis {=
sensazione), e creato da Baumgarten come titolo della sua opera Aestetica, che
aveva per oggetto l’analisi e la formazione del gusto. Di solito la si adopera
per denominare quella parte della filosofia che si occupa dell'arte: della sua
natura, principi, funzioni e distinzione dalle altre attività dello spirito.
Etica - Dal greco ethos = costume. È la scienza che ha per oggetto il fine
della vita umana e i mezzi per raggiungerio. Storicamente la pa- rola e. è
stata applicata alla morale sotto tutte le sue forme, sia come scienza del
comportamento effettivo degli uomini, sia come arte di guidare il
comportamento. Propriamente l’e. si dovrebbe occupare del bene quale valore
primario da assumere dalla libertà come guida delle proprie scelte. Fede - In
generale si intende la disposizione del credente ad abban- donarsi
fiduciosamente nelle mani di Dio e ad accettare umilmente la sua parola. In
modo ulteriore, la f. è definita come assenso della mente e della volontà alle
verità rivelate da Dio e proposte dalla Chiesa come tali e accettate non in
forza della loro intrinseca evidenza, bensì sull’au- torità di Dio stesso il
quale non inganna né può ingannare. Come dice sant'Agostino, la f. consiste nel
credere, nell'accettare ciò che non è manifesto alla ragione. Il suo oggetto
proprio sono i misteri. Felicità è la condizione di completo soddisfacimento di
tutte le proprie aspirazioni, soprattutto di quelle che assecondano
maggiormente la piena realizzazione del proprio progetto di umanità. A seconda
dei ‘vari progetti di umanità proposti dai filosofi (eroe, ‘filosofo, gaudente,
santo, ecc.), di volta in volta, la f. è stata riposta nella forza, nella con-
templazione, nel piacere, nell'unione beatificata con Dio, ecc. Fenomeno - Dal
greco phainomenai = apparire. Il termine è usato so- prattutto da Kant, Hegel e
Husserl e dai loro seguaci, con valenze se- mantiche distinte. Per Kant il f. è
l'oggetto del nostro conoscere, un pirito? E in che rapporto si trova lo
spirito con la materia? Il corpo è prigione dell'anima (Platone), strumento
dell'anima (Agostino, Cartesio), compo- nente essenziale ma subordinata
all'anima (Tommaso) o in qualche altro rapporto? Quello gnoseologico si
preoccupa di verificare se questioni come questa, della natura profonda
dell'essere dell'uomo e della sua pos- sibile sopravvivenza dopo la m. siano
questioni alla portata della ragione umana o enigmi insolubili. Una cosa
comunque è certa: anche per chi il problema di tutti i problemi, il problema
principe della ricerca filosofica. È disci- plina importante anche per la
teologia perché l'intelligenza della fede (che è l’obiettivo della teologia) si
opera al massimo livello, quando si ricorre al più alto grado di
intelligibilità, e questo è appunto quello onto- logico o metafisico. Pace - La
p. è quella tranquillitas ordinis (ordine tranquillo) di cui 430 gode una
società quando tutto funziona bene al suo interno e non pa- venta pericoli
dall'esterno. Due sono pertanto le principali espressioni della p.:
internazionale e sociale. La prima riguarda i rapporti di uno Stato con gli
altri Stati, mentre la seconda riguarda i rapporti tra le classi e gli
individui di uno stesso Stato (nazione). Passione - In generale significa una
inclinazione veemente, un senti- mento forte, prepotente, difficilmente
controllabile. Nonostante una certa connotazione negativa del termine, la p.
può essere sia buona sia cattiva: è buona se è volta ad uno scopo, un oggetto
moralmente buono; è cat- tiva nel caso contrario. Le p. hanno costituito
argomento di studio da parte di moltissimi filosofi, in particolare di Aristotele,
Tommaso d'Aqui- gli educatori » (Lalande). Pensiero - Comunemente si dice di
tutti i fatti cognitivi, in oppo- vidua substantia incommunicabilis (una
sostanza individua e inco- municabile di natura ragionevole). iPer i
medioevali, fondamento della p. è l'essere, più esattamente il possesso di un
proprio atto d'essere, in- vece per i moderni fondamento è l’autocoscienza,
mentre per i contem- poranei fondamento è l’intersoggettività oppure
l’autotrascendenza. In tutte queste tesi c'è qualche cosa di vero e, per
questo, come definizione adeguata della p. si può proporre la seguente: un
essere sussistente dotato di autocoscienza, intersoggettività e
autotrascendenza. Politica - È lo studio dei fatti politici, cioè dei fatti che
riguardano lo Stato e il governo, in opposizione ai fatti economici, culturali
e so- ciali. La filosofia politica studia principalmente la questione
dell’origine’ dello Stato, la sua strutturazione e la sua forma migliore, la
questione dei rapporti tra lo Stato, le classi sociali, i partiti e la persona
singola, la questione dei rapporti tra politica e morale, politica e cultura,
poli- 431 tica e religione ecc. E in effetti, tutti questi problemi sono stati
affron- tati dai filosofi nel corso dei secoli a partire da ‘Platone e da Aristotele.
Potenza - Nel suo significato più comune il termine indica la ca- pacità e
l'abilità di compiere un'azione. Denota pertanto l’idea di at- tività e di
efficacia. Nella metafisica aristotelica e scolastica p. si Studiare e
risolvere i p., cioè le questioni aperte, è compito sia della scienza (Popper)
sia della filosofia. Compito specifico della filo- sofia è affrontare e
risolvere i problemi ultimi (cfr. « Filosofia » e « Me- tafisica »).
Prospettiva - È il punto di vista che si assume nel vedere, nel consi- derare,
nello studiare una cosa. La filosofia contemporanea vede in tutte le conoscenze
umane, compresi i sistemi scientifici e ‘filosofici, semplice- mente delle
prospettive più o meno allargate; in tal modo rifiuta ogni forma di olismo,
cioè di visione e spiegazione totale, completa, esaustiva perfetta della
realtà. Prova - Operazione mentale con cui si cerca di stabilire la verità di
un’asserzione o la validità di una tesi. Normalmente si tratta di qualche forma
di ragionamento (induttivo o deduttivo), ma può trattarsi anche di semplice
ostensione dei fatti, allora si chiama p. ostensiva. . Ragione - Comunemente
oggi si intende la facoltà conoscitiva propria dell’uomo e di cui lui solo è
dotato. Sostanzialmente questo è il senso che ha il termine anche nella
filosofia scolastica e moderna fino a Kant. È una facoltà discorsiva, che
raggiunge la verità non immediatamente, per intuizione (come fa invece
l'intelletto), ma mediante qualche forma di ragionamento. Kant restringe l'uso
del termine r. {Vernunft) alla co- noscenza dell'eterno e dell’assoluto, che
però sortisce risultati estrema- mente deludenti, in quanto la r. in questo
campo può soltanto avvertire e impostare dei problemi senza essere in grado di
risolverli. Relazione - È sostanzialmente sinonimo di rapporto. :È un concetto
fondamentale per molte scuole filosofiche. Nella filosofia hegeliana la r. è la
categoria primaria; in effetti, per Hegel, tutta la realtà non è altro che una
vastissima trama di r. Nella filosofia aristotelica è una delle dieci
categorie, e di tutte sembra la più debole, fragile, povera, dato che non
esiste in se stessa e neppure può vantare una consistenza ontologica analoga a
quella della quantità, della qualità o dell’azione. Per acquisire consistenza
ontologica la r. richiede quanto meno due real- tà, perché si tratta di una
specie di ponte, che si regge soltanto quando ci sono almeno due enti a farle
da sostegno. Eppure, la r. è un veicolo potentissimo di realtà, soprattutto
quando si tratta della r. di causalità, cioè della r. tra causa ed effetto,
perché l’effetto in quanto effetto deve tutta la sua realtà, tutto il suo
essere alla causa: questa è causa soltanto nella misura in cui è in r. con
l’effetto e gli comunica qualche cosa del proprio essere. Si è soliti
distinguere tra r. reali e logiche: le prime sono quelle che influiscono
sull'essere dei termini rapportati, le seconde non influiscono. La categoria di
r. riveste, infine, una importanza fondamen- tale nel personalismo
contemporaneo, che, centrato sulla struttura dia- logica della persona umana,
ne coglie come costitutiva la r. io-tu, fonda- mento di ogni possibile forma di
comunicazione. Una sintesi concettuale che accomuna i personalisti è quella
relativa all'uomo come essere-di- relazione. Religione - Dal latino religare =
legare insieme. È l'insieme dei miti (racconti, testi sacri) e dei riti
(preghiere, azioni, sacrifici) con cui l’uo- mo esprime e attua i suoi rapporti
con Dio. La r. è l’espressione spon- tanea, naturale della condizione di
finitezza e creaturalità dell’uomo. Ogni popolo, sviluppando la propria
cultura, si crea anche una r. (che nella maggior parte dei casi, storicamente,
assume un carattere animi- stico, politeistico, mitologico, magico). Oltre alle
r. « naturali » esistono anche tre r. « storiche » o rivelate: l’ebraismo, il
cristianesimo e l’isla- mismo, a cui forse va aggiunto anche il buddismo, se lo
si considera una r. e non una semplice filosofia. Riflessione -Autocoscienza .
Rivoluzione è lo sviluppo di nuove forme di potere che dividano ed
indeboliscano il vecchio ordine e facciano posto al sorgere del nuovo, e che
nello stesso tempo siano in grado di stabilizzare il nuovo al suo sorgere in
mezzo al vecchio -- Schaull. È una categoria che s’applica a qualsiasi ordine
di cose, così si può parlare di r. religiosa, filosofica, scientifica,
letteraria, economica, politica, ecc. Ma più comu- nemente si usa per l'ordine
socio-politico. In tutti i casi, la r. è un valore strumentale e non assoluto,
ed è un valore positivo quando serve la causa dell'uomo {della società, della
nazione, del popolo) non gli inte- ressi di una sola classe, di un partito e
tanto meno di una sola persona. 433 Sacro - In senso generale e più proprio,
questo termine denota un ordine di cose separato, riservato e inviolabile, che
deve essere oggetto di rispetto religioso da parte di un gruppo di credenti. È
correlativo di profano. Il s. è la qualità specifica che caratterizza la
dimensione religiosa (questa è per definizione la dimensione del s.), come il
vero è la qualità specifica della dimensione gnoseologica e il bene della
dimen- sione appetitiva. È una qualità analogica che ha per analogato
principale Dio (che è il s. per eccellenza) e per analogati secondari tutte le cose
o persone che si trovano o vengono messe in rapporto con Lui: come libri (libri
s.), attività (arte s., musica s., ecc.) persone (persone consa- crate).
Scienza - Termine polivalente, la cui gamma semantica va dal conosce- re in
generale alla conoscenza metodica più rigorosa e sofisticata. Di soli- to,
comunque, si intende una conoscenza sistematica intorno ad un deter- minato
oggetto, condotta con rigore ed obiettività. È un concetto essen- zialmente
analogico, in quanto sia il rigore sia la obiettività variano da oggetto ad
oggetto. Grazie alla sua metodologia assai precisa e al- l'obiettività
facilmente verificabile nell'epoca moderna e contempora- nea non solo si è
visto nella scienza sperimentale il tipo ideale del sapere scientifico, ma
spesse volte si è identificato la s. con esso sic et simpli- citer (così
l’illuminismo, il positivismo, il neopositivismo, il materiali- smo, ecc.).
Oggi che le ambizioni della s. sono state fortemente ridimen- sionate sia
quanto alla portata sia quanto al rigore e all’obiettività, si ritorna a
riaffermare il valore analogico del termine s. Segno - Tutto ciò che ha il
potere di richiamare l’attenzione oltre che su se stesso anche su un'altra
cosa. Così, il fumo in quanto richiama l'idea del fuoco, le nubi in quanto richiamano
l’idea dell’acqua, la co- lomba in quanto richiama l’idea della pace, un suono
vocalico in quanto richiama l’idea di un determinato significato, ecc. Il regno
dei s. è va- stissimo, infinito. Se ne distinguono molti generi: naturali e
conven- zionali, iconici e arbitrari, vocalici e scritti, ecc. Area
massimamente importante è quella dei s. linguistici. In effetti, il linguaggio
non è altro che un insieme di s. volto alla comunicazione tra gli uomini. Due
sono le discipline principali che si occupano dello studio del linguaggio: la
linguistica che studia i s. dal punto di vista fonetico, grammaticale e
sintattico e la semantica che studia il linguaggio dal punto di vista del
significato. Simbolo - Dal greco symballo = comporre, mettere insieme. Il ter-
mine si adopera per significare tutto ciò che si collega intenzionalmente con
qualche altra cosa e perciò serve a richiamarla. In genere viene con- siderato
come sinonimo di segno; ma qualche autore (per esempio, Tillich) assegna al s.
una pregnanza semantica più forte, in quanto, mentre i segni possono essere
prodotti puramente convenzionali, ciù non si avvera nel caso dei s., in quanto
questi comportano una partecipa- zione nella realtà della cosa di cui sono
simboli (così, per esempio, l’ac- qua battesimale, s. della purificazione
dell'anima). Nel linguaggio eccle- siastico la parola s. è stata adoperata sin
dalle origini per indicare una formula di fede ufficiale, che serve come carta
di identità, come tessera distintiva anzitutto di appartenenza alla Chiesa e in
secondo luogo di 434 ortodossia (per esempio, il Simbolo apostolico, il Simbolo
costantino- politano, ecc.). Sintesi - In generale significa composizione: il
mettere insieme ele- menti dapprima separati. In particolare e in senso
tecnico, s. indica quel processo logico — tipico delle scienze sperimentali —
per cui si passa da nozioni più semplici o da dati particolari per ottenere
asserzioni più complesse e universali. Società - Qualsiasi gruppo di individui
che si riuniscono per il con- seguimento di determinati obiettivi. In questo
senso il termine s. ha un'estensione vastissima: si applica alla famiglia, alla
chiesa, allo stato, ai gruppi sportivi, culturali, economici, ecc. In senso
proprio, il termine designa un « insieme di individui i cui rapporti sono
consolidati in isti- tuzioni nonché, per lo più, garantiti dall'esistenza di
sanzioni, sia codi- ficate sia diffuse, che fanno sentire all'individuo
l’azione e la costrizione della collettività » (Lalande). Sociologia - Termine
di accezione recente nel linguaggio filosofico e delle scienze umane e risale
alla filosofia positivistica di Comte, il padre della s. Egli l’ha considerata
la forma di sapere positivo per eccellenza, essendo lo studio del predotto
proprio della natura umana: la società. Anche successivamente il termine ha
continuato a mantenere il significato di scienza dell’« attività sociale » e,
poiché questa attività è sempre orientata a sistemi sociali, si può anche dire
che la s. è la scienza dei sistemi e dei gruppi sociali (piccoli e grandi).
Sostanza - In filosofia questo termine ha un significato tecnico ben preciso:
secondo la classica definizione che ne ha dato Aristotele, la s. « è ciò che è
in sé e non in un'altra cosa ». S. è qualsiasi realtà dotata di un proprio atto
di essere e ha quindi una sua consistenza ontologica. È il contrapposto di
accidente, che non ha un proprio atto di essere, ma per esistere, deve
appoggiarsi, deve inerire (inesse) alla s. di cui è un frutto più o meno
avventizio (per questo si distingue tra « accidenti propri» e « accidenti
accidenti » o « accidenti puri»). Nella filosofia moderna, a partire da Locke,
il termine s. è stato svuotato di questa densità ontologica e ridotto a mero
sustrato, inattingibile dall'intelletto umano, in quanto questo, ristretto ai
dati dell'esperienza sensitiva, non può andare oltre i fenomeni. Spazio - Nel
linguaggio filosofico questo termine significa il luogo o ambiente illimitato e
indefinito in cui gli oggetti reali appaiono collo- tati. Questo concetto è
stato variamente inteso dalle scuole filosofiche antiche e moderne. Le
soluzioni proposte si possono ridurre a tre: quel- la ultrarealistica o
realistica che vede nello s. una realtà interamente oggettiva sussistente in se
stessa, come un grande recipiente che con- tiene tutte le cose materiali
(Platone, Newton); una idea puramente sog- gettiva, una forma a priori della
sensibilità, che mette ordine ai feno- meni materiali (Kant); una costruzione
mentale con fondamento nelle cose (Aristotele). Speranza - Il termine indica un
atteggiamento fondamentale dello spirito umano: quello di fiducia verso il
futuro, più precisamente di 435 attesa fiduciosa di qualche futuro evento. C'è
una s. umana, quando è fondata su calcoli umani; c’è una s. cristiana o
religiosa quando è fon- data sulla parola di Dio, le sue promesse, la sua
grazia. Generalmente trascurata da tutta la riflessione filosofica antica e
moderna, la s. è diventata argomento fondamentale nelle riflessioni e nei «
sistemi » di Bloch (Il principio speranza), Marcel (Homo viator), «Pieper
(Speranza e storia). SPIRITO. Con questo termine si denota qualsiasi realtà immateriale,
cioè superiore alla materia e indipendente da essa, quanto meno nel- l'ordine
ontologico. Con riferimento all'uomo si dice dell'anima, in con-trapposizione
al corpo; con riferimento all'universo si dice di Dio in contrapposizione al
mondo e alla materia. La parola s. viene adoperata spesso e volentieri anche da
una cultura fortemente sensistica e mate- rialistica qual è la nostra. Pur
negando Dio e tutto il mondo della tra- scendenza, che — in sede ontologica — è
l'unico mondo che meriti effet- tivamente il nome di s., la cultura laica, e
talvolta ostentatamente atea del nostro tempo, non esita a parlare con rispetto
di « valori spirituali », ad esaltarne l’importanza e a invocarne la
riabilitazione per salvare la nostra società. Ma è chiaro che tutto questo è
vaniloquio se nell'uomo e al di sopra dell’uomo stesso non esiste una
dimensione, una realtà effet- tivamente spirituale. Storia - È l'insieme degli
eventi di cui l’attore principale è l'uomo. Analogicamente il termine si
applica anche alla natura e perciò si parla anche di s. naturale. La s. nel
senso che si è detto è un concetto squisi- tamente biblico e cristiano, ignoto
alla filosofia greca, anche se come sequenza di eventi il concetto è già
presente nei narratori greci (Tuci- dide, Erodoto). Sulla natura, senso,
periodizzazione della s. e sulla co- scienza storica la riflessione filosofica
s'è concentrata soltanto nell'epoca moderna a partire da Vico, dando luogo a
tre soluzioni principali: cri- stiana (che fa intervenire nelle vicende umane
anche la Provvidenza di- vina), idealista (che fa della s. una manifestazione
diretta dello Spirito Assoluto), atea, che esclude totalmente Dio dal processo
storico e lo con- sidera esclusivamente un'opera dell'uomo. I due orientamenti
più re- centi circa l’interpretazione della s. sono quelli dell’Historie e
della Geschichte: il primo considera la storia solo in relazione al fatto nella
sua contingenza e relatività; il secondo considera la storia come « tempo-
ralizzazione » dei valori (o degli anti-valori), che contrassegnano la condotta
umana. Tecnica - È l'insieme di procedimenti ben definiti e trasmissibili de-
stinati a conseguire un risultato utile. In altre parole: sono i procedi- menti
e gli strumenti escogitati dall'uomo per dominare la natura e as- servirla ai
propri bisogni. È una delle componenti.fondamentali della cultura insieme al
linguaggio, ai costumi e ai valori: costituisce in un certo qual modo la sua
esteriorizzazione. La t. rappresenta il risvolto pratico, applicato, della
cultura: è l'applicazione al mondo della natura delle acquisizioni simboliche.
Per questo, scienza e t. camminano di pari passo. Man mano che progredisce la
conoscenza teorica delle leggi della natura, avanza anche la capacità dell'uomo
di sfruttare le sue risorse. Così la storia della t. coincide sostanzialmente
con la storia della scienza. Alle conoscenze prescientifiche corrispondono t.
estremamente 436 elementari di tipo manuale ed artigianale. Poi, col
sopraggiungere della conoscenza scientifica, ha inizio l'invenzione di i.
sempre più complesse, che trasformano l’uomo da semplice homo faber in homo
tecnologicus (vedi anche « Lavoro »). Tempo - In generale per t. si intende una
durata infinita di momenti, simile all'estensione spaziale, entro la quale
durata trovano posto tutte le altre durate più o meno lunghe degli anni, delle
stagioni, dei mesi, dei giorni, delle ore, ecc. La riflessione dei filosofi sul
tempo ha camminato di pari passo con la riflessione sul t. e ha dato luogo
sostanzial- mente alle stesse soluzioni: ultrarealistica o realistica (Platone,
New- ton), concettualistica (Kant) e logico-realistica (Aristotele). È di
Aristo- tele la celebre definizione: « Il tempo è la misura del movimento
secondo il prima e il poi ». Intendiamo, infine, per tempo cronologico quello
segnato dagli eventi inconsapevoli della natura e per tempo storico quello che
è oggetto della coscienza riflessa dell’uomo, che contrassegna il t.
cronologico con l'incidenza delle sue azioni consapevoli e libere. Teodicea è
un termine coniato da Leibniz e che etimologicamente signi- fica difesa di Dio --
dal greco dîìke = difesa e theòs = Dio. Si dice di quella parte della filosofia
che si occupa dell’esistenza di Dio, della sua natura e dei suoi attributi.
Questa parte si chiama anche « teologia na- turale ». Intorno alla possibilità
di questa disciplina i filosofi sono di- visi in due grandi partiti: quelli
che, assegnando alla conoscenza razio- nale un valore obiettivo, la ritengono
possibile (e sono quasi tutti i filo- sofi antichi, medioevali e moderni fino a
Kant) e quelli che, riconoscendo al conoscere un valore puramente soggettivo,
la giudicano impossibile (questa è la tesi di molti filosofi dopo Kant). TEORIA.
Dal greco theoria = visione di uno spettacolo, oppure visione intellettuale.
Nella lingua filosofica ha due valenze semantiche principali, una in
opposizione alla conoscenza volgare e l'altra in opposizione a quella pratica.
Nel primo caso, significa una concezione metodica organiz- zata
sistematicamente e rigorosamente (e ciò vale sia per il campo scienti- fico sia
per quello filosofico); nel secondo, t. significa ciò che è oggetto di una
conoscenza disinteressata, indipendentemente dalle sue applicazioni. Tradizione
- Comunemente il termine t. significa ciò che in una so- cietà, piccola o
grande, si irasmette in maniera viva, sia per mezzo della parola sia della
scrittura e dei modi di agire. In questo senso, la t. rappresenta la vita
stessa di una cultura, la sua storia. Pertanto non ci può essere cultura senza
t. né t. senza cultura. Il valore di una t. va controllato con la bilancia del
valore-uomo. Questo controllo consen- tirà di constatare che, analogamente alle
culture, nessuna tradizione è un valore interamente positivo sotto ogni aspetto
in tutte le circostanze, perché in nessuna t. si realizza pienamente quel
valore o quei valori in cui una cultura intende specializzarsi e tanto meno
tutto l'universo dei valori. Per questo, nessuna t. dal punto di vista della
ragione appare divina, assoluta, perfetta, sacra e intoccabile. Per contro, ci
sono culture e anche t. molto povere e talvolta anche gravemente difettose ed
er- rate. Colui che le possiede ha il diritto e il dovere di rivederle, criticarle,
correggerle e, se necessario, anche abbandonarle. Trascendentale - In filosofia questo termine
conosce due usi princi- pali, quello aristotelico-scolastico e quello kantiano.
Nella filosofia aristotelico-scolastica sta ad indicare le proprietà
fondamentali dell'essere, che secondo alcuni autori sono tre: l'uno, il vero e
il bene, secondo altri sono quattro (ai tre precedenti aggiungono anche il
bello). Nella filosofia kantiana t. sta ad indicare le condizioni a priori del
conoscere e il loro studio (estetica t., analitica t. e logica t.).
Trascendenza - Dal latino trans-ascendere = salir su, valicare. Il con- cetto
di t. è attinto dall'esperienza sensibile e in tale ambito denota una relazione
spaziale: di superamento, sconfinamento, oltrepassamento, ecc. Successivamente
questo concetto dalle cose materiali è stato tra- sferito a quelle spirituali e
astratte. Così si è potuta, dire che il mondo dello spirito trascende quello
della natura, che Dio trascende il mondo, ecc. In termini recenti in filosofia,
ha acquisito un significato tecnico e sta ad indicare la realtà divina; la t. è
Dio. Però, oltre che per parlare di Dio, il termine t. viene adoperato oggi
anche per parlare dell’uomo e lo si adopera soprattutto per indicare la
capacità che l’uomo ha di superare costantemente se stesso in tutto ciò che fa,
che dice, che pensa e che è. È questa, dell'autotrascendenza, una delle
proprietà specifiche dell'uomo e più ricche di significato al fine di una
comprensione del suo essere profondo. Umanesimo - Questo termine è usato sia
come nome proprio sia come nome comune. Nel primo caso indica quel movimento
spirituale rappre- sentato dagli « umanisti » del Rinascimento (Ficino, Valla,
Pico della Mi- randola, Erasmo, ecc.) e caratterizzato dallo sforzo di
sollevare la dignità dello spirito umano e di rimetterlo in valore
richiamandosi all’antichità classica greca e romana. Come nome comune significa
qualsiasi dot- trina che esprime e sottolinea il valore dell'uomo. Ciò si può
fare asso- lutizzando il valore dell’uomo con l'esclusione di Dio e allora si
parla di u. ateo, o affermando il valore dell'uomo in coniugazione e subordina-
zione al valore di Dio e allora si parla di u. religioso o cristiano. Univocità
è la funzione semantica propria di un termine che viene applicato a molti
soggetti sempre con lo stesso significato. Per esempio, l'applicazione del
termine “uomo” a Pietro, Paolo, Giovanni, Marco, ecc. Utopia - Dal greco ou =
non e topos = luogo e pertanto significa una realtà che non esiste in nessun
luogo. Il nome è introdotto da Moro nel titolo della sua famosa opera De optimo
reipublicae statu, deque nova insula Utopia, nella quale descrive un popolo
perfettamente saggio, forte e felice grazie alle istituzioni ideali di cui
gode, il quale abita appunto nell'isola di Utopia. Organizzazioni ideali ed
immaginarie della società umana, sull'esempio di Moro, furono escogitate da
Cam- panella, da Fénelon e, con pretese più scientifiche, da Comte e da Marx.
Del ruolo dell’u. nella dinamica sociale e culturale la filosofia ha co- minciato
ad occuparsi soltanto recentemente. A questo riguardo occorre evitare sia la
posizione di rifiuto categorico come se l’u. fosse soltanto un fattore
alienante, sia quello di approvazione incondizionata, come se l’u. fosse la
panacea di tutti i mali. Valore - « Il senso esatto di valore è difficile da
definire rigorosa- mente perché il più delle volte questa parola esprime un
concetto instabile, un passaggio dal fatto al diritto, dal desiderato al
desiderabile » (Lalande). In italiano v. possiede tre significati principali:
economico, etico, ontologico. In economia significa « danaro », in etica la
virtù con cui si affrontano gravi pericoli e si compiono grandi imprese; in
ontolo- gia la qualità per cui una cosa possiede dignità ed è quindi degna di
stima e di rispetto. La scienza dei v. — cioè l'assiologia — si occupa del
concetto di v. inteso secondo il terzo senso e cerca di comprendere qual è la
sua natura effettiva, le sue caratteristiche essenziali, i suoi rapporti con
gli altri trascendentali dell'essere e di fissare l'ordine e la gerarchia dei
v. Il termine ‘verità’ assume in filosofia un significato veramente
fondamentale, perché il sapere filosofico si configura anzitutto come amore e
ricerca della v. Secondo la definizione più classica, la v. è la conformità
della mente, cioè della conoscenza con la realtà. Questa si chiama anche v.
logica. Ad essa si contrappone la v. ontologica, che è la corrispondenza delle
cose alla mente divina, che le ha ideate. C'è anche una terza forma di v. ed è
la v. morale che è data dalla corrispondenza delle proprie intenzioni con le esigenze
della moralità. Non c'è dubbio che la v. è un valore fondamentale anzitutto
nell'ordine noetico, perché essa costituisce l’obiettivo principale di detto
ordine, ma è valore primario anche per altri ordini: pedagogico,
epistemologico, onto- logico e culturale. Della v. i filosofi si sono occupati
da sempre sia per definirne l'essenza, sia per scoprire le vie per
raggiungerla, come pure per determinare i criteri per identificarla. Due sono i
criteri per deter- minare ia v.i quello oggettivo dell'evidenza e quello
soggettivo della certezza. L'integrazione dei due criteri è proprio delle
filosofie intellettua- listico-realiste (da Aristotele a S. Tommaso a Maritain,
ecc.). Il primato del criterio della certezza è proprio delle filosofie
idealistico-dogmatiche (da Plaione a Cartesio ad Hegel, ecc.). Col termine ‘virtù’
generalmente si intende un'abitudine, cioè una disposizione ferma e costante,
ad agire bene: è un'’inclinazione al bene che si è consolidata, tanto che il
virtuoso è portato ad agire bene (per esempio, ad essere casto, generoso,
coraggioso, umile, ecc.) con spontaneità, anzi con veemenza. La v. è oggetto
primario dell'etica, in quanto questa studia il fine dell'uomo e i mezzi per
raggiungerlo e la v. è appunto il mezzo principale. La ‘v. si può dividere e
classificare in tanti modi. Importante è la divisione tra v. etiche e v.
dianoetiche: le prime sono le disposizioni ad operare bene nell'ordine morale;
le seconde nell'ordine speculativo o intellettuale. Vita - È la qualità per cui
un essere è capace di muovere se stesso. Dal punto di vista della biologia
molecolare la v. consiste esclusivamente in una singolare e più complessa
strutturazione delle molecole rispetto alla strutturazione che si incontra
nella sostanza inorganica. Fenome- nologicamente la v. si manifesta come un
movimento che diversamente da quello meccanico è immanente (cioè va a vantaggio
del soggetto che lo produce) e spontaneo (è prodotto direttamente dal soggetto
stesso grazie alla sua costituzione intrinseca). Le caratteristiche principali
della v. sono: potere di crescere, di rispondere all'ambiente e di riprodursi.
Si è soliti distinguere tre gradi di v.: vegetativa, sensitiva, razionale; la
prima è propria delle piante, la seconda degli animali, la terza dell'uomo. 439
Vocazione - Con questo termine generalmente si intende la chiamata che una
persona sente dentro di sé a svolgere determinate attività e ad assumere un
certo ruolo nella società. Nella concezione secolarizzata della vita la v. è
semplicemente siffatta inclinazione. Invece nella vi- suale cristiana, la
diversità di attitudini fa parte del piano provviden- ziale che Dio ha
concepito per ogni singolo uomo e la v. non è altro che il modo con cui Dio fa
sentire a ciascuno la chiamata alla realizzazione del suo piano o progetto.
Tema raramente trattato nella storia della filosofia, quello della v. ha
acquisito rilevanza speculativa soprattutto per merito dei personalisti e degli
esistenzialisti cristiani (Marcel). Volontà - È il nome che si dà alla facoltà
che ha l'uomo di tendere verso il bene; si dice anche appetito razionale, per
distinguerlo dall’ap- petito sensitivo che è proprio degli animali. Mentre
l'appetito sensitivo è una tendenza istintiva, quello razionale cioè
l'inclinazione della v., è un appetito guidato, calcolato, libero. Il
privilegio della v. è in effetti quello di essere libera: cioè padrona dei
propri atti e quindi anche degli oggetti verso cui si porta con le sue
decisioni. In filosofia due sono le grosse questioni che sono state dibattute
in ogni tempo a proposito della v.: una riguarda proprio la libertà. La
questione è di sapere se, nono- stante tutti i condizionamenti cui viene
sottoposta la v. umana, essa può dirsi veramente libera (è la controversia tra
i deterministi e gli inde- terministi). La seconda è se nell'uomo conta
maggiormente la cono- scenza o la v. {è la controversia tra intellettualisti
che assegnano il primato alla conoscenza e volontaristi che per contro
assegnano il pri- mato alla v.). Battista Mondin. Keywords. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Mondin” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Mondolfo: l’italiano ebreo e la ragione conversazionale della
filosofia romana – antica filosofia italica – la scuola di Senigallia – filosofia
ebrea -- filosofia marchese -- la filosofia italiana – Luigi Speranza (Senigallia). Grice: “Like
at Oxford – Berlin, Hart, Honore, Ayer, etc. – Italy also has her share of
Hebrew philosophers!” -- Filosofo italiano. Senigallia, Ancona, Marche. Grice:
“Mondolfo is one of the few who have focused on ‘gli eleati’ as involving a
locus – pretty much as I do when I talk of Oxonian dialectic.” Grice:
“Mondolfo’s study of the politics of Risorgimento is good; especially since
every Englishman seemed to endorse it!” -- essential Italian philosopher. Like
Grice, Mondolfo believed seriously in the longitudinal unity of philosophy and
made original research on the historiography of philosophy, especially during
the Eleatic, Agrigento, and later Roman periods. Figlio di Vito Mondolfo e Gismonda
Padovani, una famiglia benestante di commercianti. Aderisce alle idee marxiste
e socialiste. Studia a Firenze. Si laurea con F. Tocco, discutendo una tesi su
Condillac dal titolo: "Contributo alla storia della teoria
dell'associazione", un saggio da cui saranno poi tratti alcuni dei suoi
primi saggi di storia della filosofia. Frequenta un gruppo socialista. Insegna
a Potenza, Ferrara, Mantova, Padova, Torino, e Bologna. Consigliere comunale
nelle file del Partito Socialista. Collabora con la rivista "Critica
Sociale" fino a quando viene soppressa dal regime fascista. Compone
"Saggi per la storia della morale utilitaria" di Hobbes ed
Helvetius”; "Tra il diritto di natura e il comunismo", "Rousseau
nella formazione della coscienza moderna", "Il materialismo storico
in F. Engels" (Formiggimi, La Nuova Italia) "Sulle orme di
Marx". E tra i firmatari del manifesto degli intellettuali anti-fascisti,
redatto da Benedetto Croce. Si dedica alla filosofia italica antica. Ciò
nonostante, pur in questo periodo, grazie alla politica di Gentile che volle
coinvolgere filosofi di diverso orientamento nell'impresa, collabora con
l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Compone la voce Socialismo. In seguito
alle leggi razziali fasciste che vietavano agli ebrei di ricoprire cariche
pubbliche, Mondolfo scrisse il proprio curriculum di benemerenze e vi inserì lo
stesso Gentile come testimone il quale ha a propormi per il Premio Reale di
filosofia presso i lincei". Gentile autorizza Mondolfo a citarlo tra i
testimoni e tenta inutilmente di farlo ri-entrare tra gli esclusi dalle leggi razziali.
Costretto a lasciare l'Italia Gentile scrive ad Alberini e lo aiuta a trovare
lavoro in Argentina. Il suo archivio personale è depositato in parte a Firenze
presso la Fondazione di Studi Storici Filippo Turati ed in parte presso Milano.
Altre saggi: Sulle orme di Marx,” – Grice: “Whitehead used to say that
metaphysics has been but footnotes to Plato; and Strawson used to say that to
rob peter to pay paul you must show first that pragmatics is but footnotes to
Grice!” -- Grice: “But of course a footnote is not a footprint – only similar!”
– Grice: “While ‘footprint’ involves Roman pressum, ‘orma’ obviates that!” --
Cappelli); “L'infinito nel pensiero dei greci, Felice Le Monnier, La Nuova
Italia); “Problemi e metodi di ricerca nella storia della filosofia”
(Zanichelli, La Nuova Italia, Firenze, Milano, Bompiani, “Gli albori della
filosofia in Grecia,” «La Nuova Italia», Editrice Petite Plaisance, Pistoia,.
La comprensione del soggetto umano nella cultura antica, La Nuova Italia
(Milano, Bompiani ). Alle origini della filosofia della cultura, Il Mulino, “Il
pensiero politico nel Risorgimento italiano,” Nuova accademia, Cesare Beccaria,
Nuova Accademia Editrice,. “Moralisti greci: la coscienza morale da Omero a
Epicuro,” Ricciardi, “Da Ardigò a Gramsci,” Nuova Accademia, “Il concetto
dell'uomo in Marx,” Città di Senigallia, “Momenti del pensiero greco e
cristiano,” Morano, “Umanismo di Marx. Studi filosofici, Einaudi, “Il
contributo di Spinoza alla concezione storicistica, Lacaita, Polis, lavoro e
tecnica, Feltrinelli, Educazione e socialismo, Lacaita, “Gli eleati,”
Bompiani,. Note Vedi Paolo Favilli, Dizionario Biografico degli Italiani,
riferimenti in. Fu una delle prime donne italiane a conseguire la laurea (cfr.
Le donne nell'Firenze). Sposò civilmente a Firenze in Palazzo Vecchio Cesare
Battisti. La sorella di Ernesta, Irene, sposerà Giovanni Battista Trener, per
anni collaboratore di Cesare. Amedeo Benedetti, L'Enciclopedia Italiana
Treccani e la sua biblioteca, "Biblioteche Oggi", Milano, Enciclopedia
Treccani, vedi alla voce futuro di Cesare Medail, Corriere della Sera, Archivio
storico. «SOCIALISMO» la voce nella Enciclopedia Italiana, Volume XXXI, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Paolo Simoncelli41. Paolo Simoncelli42.
Paolo Simoncelli43. Vedi Fabio Frosini, Il contributo italiano alla storia del
PensieroFilosofia, riferimenti in. Archivio, Inventari Stefano Vitali e Piero
Giordanetti. Ministero per i beni culturali e ambientali. Ufficio Centrale per
i beni archivistici. Archivio Rodolfo Mondolfo. Inventari, Stefano Vitali e
Piero Giordanetti, Roma, Ministero per i beni culturali e ambientali. Ufficio
Centrale per i beni archivistici, Paolo Simoncelli "Non credo neanch'io
alla razza" Gentile e i colleghi ebrei, Le Lettere, Firenze, L. Vernetti,
R. Mondolfo e la filosofia della prassi, Morano, E. Bassi, Rodolfo Mondolfo
nella vita e nel pensiero socialista, Tamari); A. Santucci, Pensiero antico e
pensiero moderno in Mondolfo, Cappelli, Bologna); Bobbio, Umanesimo di Rodolfo
Mondolfo, in Maestri e compagni, Passigli Editore, Firenze 1984. M. Pasquini,
Del Vecchio, il kantismo giuridico e la sua incidenza nell'elaborazione di
Rodolfo Mondolfo (Alfagrafica, Città di Castello); C. Calabrò, Il socialismo
mite: tra marxismo e democrazia, Polistampa, Firenze); E. Amalfitano, Dalla
parte dell'essere umano. Il socialismo di Rodolfo Mondolfo, L'asino d'oro,
Roma. TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. su
siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo Unificato per le
Soprintendenze Archivistiche. Opere su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere
Fabio Frosini, MONDOLFO, Rodolfo, in Il contributo italiano alla storia del
Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Vita opere e
pensiero Diego Fusaro, sito "filosofico.net". Fondo Rodolfo Mondolfo
Università degli Studi di Milano. Biblioteca di Filosofia. Fondo Rodolfo
Mondolfo Fondazione di Studi Storici Filippo Turati. Italiani emigrati in
Argentina – Antica filosofia italica. La filosofia italica sin dai tempi
antichi era cosi deita, e quel che più monta, dai Greci stessi, e l'autorità
non sospetta di un Platone e di un Aristotele, che non la chiamarono con altro
nome, ci sembra dar peso alle ragioni di quanti la vogliono originaria, contro
l'opposta opinione di chi tra noi la dice portata dalle colonie greche.
Comunque sia, certo è che in questa seconda supposizione, l'Italia non perde tutto
il suomerito, perchè la scienza quisorse più splendida mercè il concorso del
genio e il sussidio delle tradizioni italiane. Le scuole di cui essa può menar
vanto sono due, la di Crotone/Ponto/Taranto e la dei velini. La setta di
Crotone e fondata da Pitagora, di cui si tiene incerta così l'origine come
iltempo della nascita; l'origine, perchè è dubbio s'ei nascesse à Samo della
Ionia od a Samo della Magna Grecia; il tempo, perchè chi lo vuol nato nell'anno
584 av. C.,chi nel 608,e chi ancor prima, ai tempi di Numa, il quale, come ciè
noto, mori nel 672, dopo quarantatrè anni di regno. Tra i filosofi che vi
appartennero, chiamati ancor essi pitagorici, con un ARCHITA di TARANTO (il più
celebre di tutti), che capitana più volte gl’eserciti, e non fu mai sconfitto,
si ricordano un FILOLAO, probabilmente di Crotone, un TIMEO di LOCRI, ed un
OCELLO di LUCANIA. Taciamo i minori o dimen nota dottrina, come LISIDE, CLINIA,
EURITE, ZELEUCO, e CARONDA -- i quali due ullimi, legislatori entrambi, di
Locri l'uno, l'altro di CATANIA, insigni rese l'efficacia che, per loro opera
specialmente, ha allora la filosofia negl’ordini civili, quando, mutata la
forma, i governi regi si convertirono in popolari. La setta di CROTONE ha vita
dal bisogno di una scienza, che, professata da uomini austeri e ornati di
grandi virtû, e con giunta all'operosità civile -- in ciò la consorteria
pitagorica, chè tale fu veramente, distinguesi dalle indiane -- serve di
criterio per una riforma riconosciuta necessaria in mezzo al guasto ognor crescente
della religione, dei costumi e della libertà; lo che ci spiega le persecuzioni
a cui andò soggetto. Scuola pitagorica. -Nuovo affatto è nella scienza il
metodo recatovi dai CROTONESI. Questo metodo -- e lo stesso dicasi del
linguaggio -- è il matematico; il quale consiste nell'applicare le idee di
quantità alla natura interna ed esterna, ed al principio sommo della medesima;
metodo che, tutto essendo nel mondo capace di numero e di misura, non sarebbe
forse tanto strano quanto a prima vista appare, se non fosse che i Crotonesi
all'esperienza, che la verità ci rivela nell'ordine dei contingenti, il più
delle volte preferirono il ragionamento a priori, error palese a chi consideri
che dal concetto, per esempio, di circolo, di triangolo, di pentagono, non si
può argomentare che questi tipi si effettuino in natura, e chi lo fa si espone
al pericolo manifesto di costruire da sè un mondo fantastico, un mondo che non
esiste fuori della sua mente. Ma i crotonesi sono educati allo studio delle
matematiche; perciò non è meraviglia cheil metodo di queste scienze
trasportassero nelle regioni della filosofia. Il gran problema metafisico dei
CROTONESI riducesi adunque al seguente: trovare la legge mentale della quantità
effettuate nella realtà, e con queste salire alla prima cagione. Ed ecco perchè
tutto è numero nel loro sistema. I principi delle cose sono i numeri. Un
numero, una unità parziale è ogni cosa. Un numero, una unità generale il loro
complesso, cio è l'universo o mondo, il quale comprendendo in sè tutti i numeri
od unità parziali, à in sè la pienezza d'ogni grado di entità, epperciò è
decade; e la prima cagione, il principio di tutti iprincipi delle cose, la
causa che ad ogni altra causa antecede, è numero essa pure, ma il numero per
antonomasia, e quindi può chiamarsi l'unità, la diade, la triade, il
quadernario (o solido), il settenario e la decade. Ma lasciamo da banda questo
gergo simbolico, e vediamo che di sostanziale si peschi in fondo alla dottrina
dei Crotonesi, e come s'abbia a intendere la sua formula. Ogni cosa è un
numero. Che cosa è il numero per eccellenza, la Monade somma, infinita, il
divino dei Crotonesi? E che sarà l'essere individuo? Che cosa il mondo od
universo? Il divino èl'ente che in sè contiene la propria essenza e quella di
tutti gl’esseri, epperò tutti i contrari, cioè le cose più opposte e disparate
(inito ed infinito, dispari e pari, uno e più, positivo e negativo, quiete e
moto, luce e tenebre, bene e male, ecc.), ed inoltre la moltiplicità loro
insieme concilia, risultandone una suprema unità, un'armonia universale. Il
divino, insomma, è l'unità suprema di tutti icontrari. Le cose particolari,
gl’esseri derivati da lei sono immagini sue, epperò consteranno anch'esse di
elementi contrari, a unità ed armonia ridotti; dunque ogni essere è un numero
ed armonia parziale. Poni assieme tutti questi numeri, tutti gl’esseri finiti,
e in modo che i contrary non cozzino, ma formino un solo numero, una sola unità
vastissima, immagine essa pure della monade divina. Tale il mondo od universo
dei crotonesi, il quale e l'assieme dei contrari, non già nell'unità somma
inesistenti, ma in atto e dal divino ridotti ad armonia. Ora, in qual modo la
generalità dei contrari, cioè la decade, il mondo in esi steva nell'unità per
eccellenza, nel divino? Qui crotenesi tacciono, di modo che nulla di positivo e
certo può rilevarsi dalla loro dottrina. Bensi e'ci apprendono come l'universo
o mondo si venisse formando per ispirazione od aspirazione.La monade universale
e suprema, contenente in sè le unità particolari, da principio e una, continua,
indivisa, ma non indivisibile, e da ogni parte circondata da un vuoto immenso;
il quale, aspirato da essa,come l'aria entra nei polmoni, si introduce fra i
contrari,ossia fra le monadi particolari, e cosi separandoli, individuolli, e
produsse la grande moltiplicità delle cose mondiali. La formola esprimente
l'armonia universale (tuttoènumero) per la scuola pitagorica può dirsi il
principio di tutta la filo sofia, dappoichè essa l'applicò in tutti tre
gl’ordini --metafisico, logico e morale. Che cosa è l'anima umana, la quale,
dice Filolao, giace nel corpo come in un sepolcro? Risponde il crotonesi: un
numero, un’armonia, insieme conciliando essa due contrari, cioè i sensi e la
ragione, che sono ilnegativo ed il positivo, l'irragionevole ed il ragionevole.
E la verità, la co gnizione che cosa è mai ? Un numero, un'armonia, come fuor
dell'armonia è l'errore, essendo che per l'acquisto della medesima cooperano
gli stessi contrari, quantunque la ragione si spinga più oltre dei sensi, i
quali non escono dalla sfera dei contingenti o fenomeni. E che sarà, infine, la
virtù? Un numero, un'armonia, che risulia anch'essa dall'accordo
dell'irragionevole col ragionevole, essendo la virtù riposta nella soggezione
dei sensi all'impero della ragione, toltalaquale, all'armonia sotten
traladisarmonia, alla virtû il vizio. Vadasè che la virtù ci rimena alla monade
suprema, all'ordine od armonia universale, che d'ogni essere è principio e
fine. Critica. Bene esaminando la dottrina dei crotonesi, si scuopre nella
medesima un error capitale, che à per sorgente l'abuso del metodo
trascendentale, come quello che li condusse a trasportare nell'ordine delle
realtà le astrazioni della matematica, e a concepir il divino quasi unità
generica o numero per eccellenza, che è come dire quale un'essenza in cui si
contengono e si immedesimano le cose tutte quante. Nè a salvarli dal panteismo
implicito bastano le alte verità frammischiatevi, eladichia Senofane,
schernitore dei politeisti, i qualiammettono più dei, e degli antropomorfisti,
che li fingono a loro immagine e somiglianza, insegna che il divino è
potentissimo, uno ed eterno; potentissimo, perchè egli è l'ente (entità, forza,
energia e potenza per la scuola italica sono termini sinonimi). Uno, perchè,
tra più dèi uguali, nessuno è potentissimo per l'uguaglianza, e se inferiori,
nessuno è potentissimo per inforiorità; eterno, perchè l'ente non può non
essere, e il non ente non può divenire. Si fosse egli qui arrestato! ma fra gli
altributi divini ne annovera un quinto, dal quale poi con falsa logica deduce
una (1) Colonia ionica di Elea. (2) Velia ha un'altra scuola, fondatavi da
Leucippo e Democrito, i quali spiegavano la formazione del mondo con ammettere
nel vacuo immenso una infinità di atomi eterni, il cui fortuito accozzamento
avrebbe dato origine a tutte cose (atomismo). Questa scuola,chiamata fisica,non
siconfonda coll'eleaticasemplicemente detta, e denominata anche metafisica per
distinzione. Uno razione di Filolao, Dio essere imperatore e duce sommo, ed
eterno, potentissimo, supremo e diverso dalle altre cose; per chè d'uopo è che
accetti le conseguenze chi non rinunzia al l'erroneità dei principi. E
l’erroneità del principio pitagorico sta appunto nel far di Dio un tutto, un
numero che comprende in sè ogni altro numero. Il sentimento religioso e morale,
scri ve il dottissimo Bertini (Idea d'una filosofia della vita) induce va i
Pitagorici a collocare Dio molto al dissopra del mondo;ma il fato della logica
li forzava sovente ad immedesimarli in una sola sostanza, e ricacciavali nel
panteismo . La scuola eleatica ebbe tal nome da quello della città dove sorse,
poco dopo la di Crotone, per opera di Senofane, che, nato a Colofone della
Ionia tardi migra di là per l'invasione della patria,e venuto nella Magna
Grecia, prenfr stanza in Velia, e vi morì nella grave età di oltre a cent'an
ni.- SenofaneebbediscepoloParmenide,eParmenideZenone, buon patriota, che,
condannato a morte da un tiranno, corag giosamente sostenne ilsupplizio.Questi
due,d'Elea entrambi, con Melisso di Samo, il quale capitano gl’Italioti contro
Pericle, continuarono la dottrina del primo, e vi dettero forma più rigorosa,
se non incremento. D'altri nomi più famosi non la menzione la storia della
filosofia eleatica. Una dottrina si ripugnante al senso comune non poteva
menarsi per buona; perciò si levarono a impugnarla e combat terla gli
empiristi, o fautori del metodo a posteriori, sostenendo contro gli Eleati
el'esistenza reale di sostanze finite, e la loro contingenza e varietà, e la
mutabilità loro, attestata dall'evidenza dei fatti. Zenone, quel valente Zenone
che Aristotele riconobbe quale inventore della dialettica -- scienza ed arte di
ragionare e disputare -- come lo fu senza dubbio tra gli Occidentali, a sua
volta non lascia senza difesa la filosofia della sua scuola e del suo maestro,
anzi incalzò gliavversari con molta lena e con buona copia d'argomenti diretti
a dimostrare, per una parte la fallacia dei sensi e l'autonomia della ragione,
per l'altra, e con sofismi ad homincm, che l'empirismo, ilquale all'autorità
della ragione oppone quella dei sensi, contiene in sè contraddizioni ben più
gravi di quelle che si dicevano implicite nella metafisica eleatica. Ed allora,
se la memoria non ci falla, sorse la prima delle po lemiche che, per la loro
importanza, ànno meritato una pagina nella storia della scienza. ~ Famoso
argomento di Zenone deyto l'Achille. strana conseguenza: l'ente è tutto od
intiero, epperò nulla a lui può aggiugnersi; donde segue che nulla può
incominciare ad essere.Qui l'error di illazione, il sofisma del conseguente è
manifesto; quanto viene all'esistenza è forse un che d'aggiunto
all'infinitudine divina? D'altronde, se nulla può nascere o di venire, che
pensare degli esseri contingenti e mutabili, cosi detti perchè nei vari momenti
del tempo sono e non sono, e mutano continuamente ? Senofane se la spicciò
nettamente con negare a dirittura l'esistenza delle sostanze finite, e
sentenziò: Tali cose non ànno altra vita fuorchè l'apparenza, ed appartengono
all'opinione. O che! sarà dunque menzognera sempre la voce dei sensi ? E ci
ingannerà di continuo l'intimo sentimento ? Che si, rispondono in coro gli Eleati,
quanto ci rilevano i sensi altro non è che illusione; e la ragione è il mezzo
unico per giungere al vero; e il vero è che tutto è uno, e l'uno è tuito.
Critica. Ma l’arte dei Zenoni, che con sofismi strani pro pugnano la falsità
del vero, e quel che è più, l'incertezza del l'evidente, e, prova non dubbia di
grande acume, perfin riesco no a dimostrare, contro la possibilità del moto,
che nella più rapida sua corsa il più celere cavallo non raggiungerà mai una
tartaruga,quantochè tardissima, la quale anche di poco la preceda, tutta l'arte
dialettica, ripeto, non sarà mai da tanto che possa collocare sopra una base
solida isistemi della scuola Filosofia presso i Greci antichi. Principio, mezzo
e fine; infanzia,virilità e decrepitezza, o decadimento, ecco i tre stadi o
periodi, le tre età dell'antica fi losofia greca. Tra il principio e la fine
corrono ben sette secoli, all'incirca; ma noi li percorreremo in minor tempo,
se non ci manchi lena. da l'alete a Socrate. La prima età della filosofia greca
antica incomincia con Talete, e termina al comparire della filosofia socratica.
Talete, già è delio, nacque 600 anni av. C. e Socrate nel 170 ; qui dunque
abbiamo press'a poco un periodo di centotrenť anni, durante i quali sorsero due
scuole, la ionica e la sofistica; le quali, aggiunte alla pitagorica ed
all'eleatica, ci dànno in com plesso l'antica filosofia designata col nome di
italo-greca. Scuola ionica. Fondata in Mileto della Ionia, sua patria, da
Talete, primo tra i filosofi greci conosciuti, ma forse non tale veramente, que
sta scuola è, come vedremo, la men filosofica di tutte le pre cedenti. Nè la
ragione è difficile a comprendersi da chi sappia che la scienza ebbe allor
contrari i voluttuosi costumi e la ser vitù di quelle cit tà, soggette ai Lidi
ed ai Persiani, e che, a giudicarnedalsilenzioe dai pochi cenni della storia,
coloroi quali la professavano erano ben lontani dalle virtù che adorna vano i
pitagorici; virtù che col venir meno a poco a poco, pois cleatica; e sono tre:
l'idealismo logico, perchè si nega l'au torità dei sensi, per riconoscere
soltanto quella della ragione; l'idealismo metafisico, perchè si esclude la
materialità, ilmolte plice ed ogni mutamento; e, conseguenza di ciò, ilpanteismo,
che ammette la sola esistenza dell'ente immutabile ed eterno, e cosi rimuove
ogni concetto di creazione. Il primo nacque colla scuola pitagorica,mada
Senofane fu recatoasistema ;ilsecon do venne accolto dagli Eleati per evitare
le contraddizioni della medesima, che nell'uno identificava le cose più
opposte; il terzo sidirebbe comune alle due scuole,se non fosse che
nell'eleatica si lasciò da banda la parte corporea e mutabile, e così si riusci
a un panteismo parziale, al panteismo idealistico. Grice: You have to love
Mondolfo. As a Jew he was into Sartre’s existentialism, and the rest of it –
when Gentile inhibited Jews from teaching Italians, M. had to stream his energy
into the study of ‘antica filosofia italica’! for our glory!” -- o ABBAHU di
Cesarea Rabbi Abraham educazione, in Filone) Achei Acheronte Acherusia, vedi
Acheronte Achille Adamo Adamson Ade AEZIO Africa, africani Afrodite Agamennone
ACATARCO AGATONE Agostino agostiniana corrente filosofia Aiace Albertelli ALCEO
Alcibiade ALCMEONE ALESSANDRINA FILOSOFIA ALESSANDRINI MATEMATICI Alessandro,
vedi Paride. ALESSANDRO Afrodisia Alessandro Magno ALESSIDE Alfieri Altamura
Ambrogio Amerio Amicizia Amleto Amore ANACARSI di Scizia ANACREONTE Ananke
ANASSACORA DISCEPOLI di - ANASSIMANDRO ANASSIMENE Anfione Anima universale
Anselmo ANTICHI POETI E SAGGI ANTICHITÀ CLASSICA antica scienza, cultura,
antico spirito, pensiero, etc. ANTICO TESTAMENTO ANTIFANE ANTIFONTE Antigone
ANTIcoNo di Caristo ANTISTENE Apatia stoica Apocalissi di Pietro Apollo Apollo
Lairberos (santuario di) Aquitania ARCAICo pensiero ARCESILAO ARCHELAO
ARCHILOCO ARCHIMEDE ARCHITA Ardizzoni AREIOs DIDYMOS Areopago Aridea, vedi
Thespesio. ARISTARCO ARISTIPPO ARISTOCLE ARISTOFANE ARISTOSSENO ARISTOTELE
Armstrong Arnauld Arnim ARTE Artemide ASCLEPIO commentatore di Aristotele
Asclepio (dio) Asia minore Asiatico principio AssIoco Atarassia epicurea
Atargatis (dea) Ate Atena Atene, ateniesi ATENIONE di Atene ATOMISMO, ATOMISTI
Atreo Atride Augusto Aulide Aymard Baccanti Вассо Bacone Bacone Baeumker Bailey Baius
Barbari del nord Barth BASILICA PITACORICA della Porta Maggiore a Roma
Battaglia F. Bauch B. Beare Becker 0. Behaviourismo Bello Bene Bergk Berkeley
BIANTE BIBLICA tradizione Bignone Bill A. Billeter Binder Blanchet Blankert
Blondel Boas Lovejoy Boemia Bolland Bossuet Bovis Bréhier Breier Brochard Brune
Buccellato Buonaiuti Burnet Bywater CARNEADE CARONDA Carteron H. Cartesio,
cartesiano Cassandra Cataudella Cattolicesimo Cattolici filosofi, storici
Cefalo CELSO CENSORINO Centimani Ceramone Cerbero Cesarea Charisio Charu
Cherecrate CHEREMONE Cherniss Chimera Chronos Ciaceri Cibele CICERONE,
ciceroniano Ciclopi Caino Cairo Calcidio Callahan CALLICLE CALLIPPO Calogero
Calvino Cameron A. Campanella Campidoglio Canosa Cantarella Carcopino Carlini
Cilento Cilonidi CINICI CIRENAICI Classicista concezione CLASSICO spirito,
mondo, CA cultura Claudio CLEANTE CLEIDEMO CLEMENTE alessandrino Clitennestra
Clodd Cohn CoLòTE di Lampsaco Colchide Combarieu COMMEDIA DI MEZZO COMMENTATORI
DI ARISTOTELE Comparetti Comte Condillac E. B. de CoNoNE di Samo Contese
Croiset Croce Cusano Cypselo arca di Dahlmann Daimon Dal Pra M. DAMONE Danaidi
Dante Dardania, Dardano Daremberg Ch. e Saglio E. Dario Dedalo Controriforma
Copernico Coribanti Corinto, corinzi Conford CORPUs HIPPOCRATICUM COSMOLOGHI
(primi) Couissin Cousin Covotti CRATETE CRATILO Credaro Creso Creta Crimine
oggettivo CRISIPPO Cristianesimo, cristiano spirito, pensiero, cristiana era,
na, filosofia, etc. Cristo CRITIA Criticismo kantiano Critone Ctesibio Delatte
DELFICA religione, DELFICO «ePto, le a Delfi Del Grande Del Re R. Delvaille
Demetra DEMETRIo cinico DEMETRIO LACONE DEMOCRITO DEMOCRITEA tradizione
DEMOCRITEO-ARISTOTELICA stinzione di Demoni del cristianesimo 401. DEMOSTENE
Deonna W., vedi De Ridder A. Derenne De Ridder A. e Deonna Derketo Ruggiero
Descartes, vedi Destino De Strycker Deucalione Dewey Dialettica moderna Diano
DICEARCO Diderot Diela Diels Diès Dieterich Dike Diller Dimenticanza Dio natura
persona DIODORO CRONO DIODORO SICULO DIOGENE di Enoanda DIOGENE DIOCENE LAERZIO
Dione DIONE CRISOSTOMO DIONISIACO culto, spirito Dioniso Discordia Discorsi
menzogneri Aiacol Royor Divinazione Doering Dornseiff Fr. Dostoiewski DRACONE
430. Ducati Dümmler Dupréel EBRAICO-CRISTIANE eredenze, reli- gione, tradizione
EBRAISMo, ebrei EBRAICA religione EBRAICHE suggestioni ed ispirazioni EBRAICE
elementi Ecabe Ecate EcATEo d'Abdera EcATEo di Mileto Eden Edipo Efesto EcESIA
di Cirene Egisto Egitto Egizi EGIZIANO tradizionalismo ELEATI, ELEATISMO,
scuola, dottrina Elena Elettra Eleusi Eleutherna ELLENICO genio, spirito,
pensiero, etc. ELLENISMO ELLENISTICA eredità ELLENISTICA ROMANA filosofia
2ELVIDIO PRISCO EMPEDOCLE, EMPIRISTICHE correnti Empusa Endimione Enea
ENESIDEMO Enoanda Enoch pentimento, in Filone Enos speranza, in Filone Enriques
EPICARMICO principio EPICUREI, EPICUREISMO EPICURO Epidamno Epifanio EPIMENIDE
Epimeteo EPITTETO Erarmeno (mito di) Era Eracle ERACLIDE PONTICO ERACLITO
FRACLITEA dottrina esigenza proposizione ERACLITISMO BRASISTRATO BRATOSTENE
Brinni ERMIPPO ERMOTIMO Ernout Erodico di Selimbria ERODOTO ERoFILo di
Calcedone Eros Esaminatore interno (elenchos) ESCHILO ESCHINE Esculapio ESICHIO
EsIoDo ESIODEO principio Espero Età post-omerica Eteocle ETICA ANTICA, CLASSICA
cristiana e moderna GRECA morale moderna STOICA Etiopi Ettore Eucken EUDEMO
EuDosso Eumenidi Eumeo Euromo di Polignoto EURIPIDE Euristeo Eusebio Eva
Evangeli evangelico messaggio Fabre Falaride, toro di, Farrington B. Fatica
Fato Fedra FERECRATE Festa Festugiere Feuerbach Fichte Ficino Fidia Fiere
FILEMONE FILISCO Fränkel Frazer Friedländer Frigia Frinide Furie GALENO Galileo
Callavotti Gallia Ganter 201. Gassendi Gea Geffcken Geiger GELLIO AULO Gelosia
degli dei Genius malignus di Cartesio Gentile GEREMIA Germani Сет FILODEMO FILOLAO FILONE FILONIANO
testo Filoponia FILOSOFIA NATURALISTICA (ionica) FILOSOFIA OCCETTIVISTICA
FILOSOFIA PRESOCRATICA FILOSSENO FILOSTRATO FISICI ANTICHI Fitzralph Flegias
Flint FoCILIDE Fougères Frank Gerusalemme GesÚ figlio di Sirach GIAMBLICO
Giansenio Gige, anello di, Gigon Gileon GIMNOSOFISTI indiani GIoBBE Giovanni di
Rodington GIOVANNI FILOPONO Giove GIOVENALE GIUDAISMO, giudaica chiesa, etc.
Giuliano imperatore Giuliano di Eclano pelagiano Giussani Glaser Glauco di Chio
Glotz GNoMIcI poeti CNOMICA saggezza GNOSEOLOGIA ANTICA GRECA medievale
NEOPLATONICA Goedeckemeyer Gomar Gomperz Gomperz Goodenough GORCIA Gorgoni
Gottschalk Grande Anno GRECA morale GRECA tragedia, vedi TRAGEDIA. GRECI, greco
pensiero, popolo, spirito, etc.; greca anima, arte, cultura, filosofia, etc.
Grecia Greene Grilli Grousset Guthrie Guyau Halbfass Harnack Hegel Heidel W. A.
Heinemann Heinze Henz Herbertz Herder Hermann Hermes Hildebrand Himeros Hirzel
Hobbes Hoffmann Howald E. Hume Hus Huyghens Hybris Ida Idealismo assoluto
cristiano GRECO postkantiano Idealisti Idra IEROCLE Ifigenia Ilio ILLUMINISMO,
ILLUMINISTI, etc. Musionismo Indiani Inferi (Enfers) Inganno Inge Innocenzo III
Intelletto Invidia degli dei Lo Ionia, ionico mondo, ionica civil- ta, etc. JONICA
poesia IONICI poeti IONICI Glosofi IONICA filosofia scienza Ipermestra IPPIA
(sofista) IPPOCRATE, IPPOCRATICI, ippocrati- ci scritti, trattati, Ippolito
Ippolito Iris Isaac (= natura, in Filone) Isaac (Abn Jacob Jsaac?) ISAIA Isdoso
scolastico Isis isiaco culto ISOcRATE, pseudo Issione Jaeger Jago Jacob
ascetismo e perfezione, in Filone Janet Jardé Jehova Jeat Kaibel Kant Kêr,
Kêres Kern Kierkegaard Kirk Kitto Kleingünther Klimke Kock Kranz Krokiewicz
Kronos Laas Laberthonnière Labriola Lachesi Lachete Laconia Laio Lamennais
Lamenti Laminette auree Lana Langerbeck Latini Lattanzio Latzarus Laurent
Lavagnini Leibniz Leonardo da Vinci Leone Ebreo Leonte di Salamina Leonzio
Leroux Lesky LeuCIPPO Levi Levi Lévy-Bruhl Licurgo Lidia, Lidi Liénard E.
IONICO-EOLICA LISIA Locke Lodge LOGICA ANTICA Logos divino Loisy Losacco Lotte
Lovejoy LUCIANO Lucido Lucifero Lucilio LUCREZIO Lugdunum (Lione) Luria
Lusitania Lutero Maddalena Magalhães Vilhena Y. De Magia Maieutica Maier
Malcovati Mancini Manetti MANICHEISMO Marbach Marchesi Marchesini MARCO AURELIO
Mario Vittorino Marouzeau Marsia Martin Martinazzoli Marx MASSIMO TIRIO
Mazziotti M., vedi Enriques F. Meautis MEDICI EMPIRICI O METODICI IPPOCRATICI
mediche scuole Medievale gnoseologia, scienza, filosofia, teologia — coscienza
Medio Evo MECARICA teoria MECARICI Meineke MELIsso di Samo MENANDRO Menelao
Menzel MENONE Mercier Messaggio evangelico, ellenizza- zione del METRODoRo di
Chio Milesi Mill Milton Minucio MISTICA, MISTICA soggettività, MI-CORRENTI,
CRECO (medievale) MITOLOGIA ANTROPOMORFICA CRECA, mitologiche rappresentazioni
OMERICO-ESIODEA Mitre Modernismo Moderni, moderno spirito, pen- cultura,
hlosofia, sia, etc. Ix, Moeller Moira Momigliano Mondo classico cristiano greco
precristiano ionico arcaico orientale, greco, romano, germanico M. A. M. vedi
Zel-Monoteismo cristiano e greco MORALISTI GRECI Morrison MOSCHIONE Mose
Mullach Murray MUSoNIo RUFo 5Nardi Natorp NATURALISMO PRESOCRATICO, NATURALISTI
PRESOCRATICI Nauck Nausicaa Neikos Nekyia omerica Nenci NEOACCADEMICI
Neohegeliani NEOPITAGORICI NEOPLATONICI, NEOPLATONISMO, NEOPLATONICA teoria,
etc. Nestle Nestore Newmann Nicia di Atene Nietzsche Noè (- giustizia, in
Filone) Norden NUMENIO Nuovo Testamento Occhio di Zeus Occhio vendicatore degli
dei Oceanidi OCCETTIVISMO ANTICO Olimpica religione Olimpo, olimpici dei Olimpo
Olivieri OMERO OMERICHE concezioni Ontologica prova ontologico argomento
ORACOLO DELFICO, lemma dell', vedi DELFico precetto. Oratorio ORAZIO Oreste
Orfeo ORFICI, ORFICO misticismo, religione, etc oRFISMO Oriente, orientali
Origene Otium Otto OVIDIO Pacioli PAGANESIMO, PAGANI FILOSOFI, etc. Palamede
Pan PANEZIO Paolo Paratore Parche Paride PARMENIDE DISCEPOLI di parmenideo ente
mondo parmenidea Pascal Pascal Pasquali Patristica patristica eredità Pearson
Peipers Pelagio, pelagianismo Pelasgo Pelope Penía Pericle PERIPATETICI,
PERIPATETICA teo-ria, etc. Пері téXvNS Perrotta Perse Persiani Pesce Petelia Petersen
Petrarca Pettazzoni Philippson Piat Pico della Mirandola Pieper Pilade PINDARO
Piriflegetonte PIRRONE PITAGORA PITAGORICI, PITACORISMO, etc. Pittura greca
etrusca PLATONE PLATONICO mito PLATONISMO PLAUTO Pleiadi PLINIO PLOTINO
PLUTARCO POETI COMICI TEOCONICI TRAGICI Pohlenz PoLIBIO Policleto POLICRATE
Polignoto di Taso Polinice POLITEISMO PoLo Poppe PORFIRIO Puech Póros Porzig
Posidone PoSIDONIO POSTARISTOTELICA epoca, filosofia, etc., POSTARISTOTELICI
FILOSOFI Praechter K., vedi Ueberweg Pragmatismo, pragmatisti Predestinaziani
424. Positivismo, positivisti 29, 578. PRESOCRATICI FILOSOFI, NATURALI-STI,
etc., PRESOCRATICA filosofia Priamo PRIMI FILOSOFI Primitivi popoli PROCLO
PRODICO Prometeo PROTAGORA PROTAGORISMO Protestanti, protestantesimo
protestante storiografia Provvidenza PSICOLOGIA « behaviourista, del
comportamento platonica Radamanto Radermacher RAFFINATI del Teeteto Ragione
divina Regenbogen Regnum hominis Reinach Reinhardt Reminiscenza platonica
ReyRinascimento rinascimentale distinzione rivoluzione rinascimentali
celebrazioni — innovatori scrittori Ritter Rivelazione Rivaud Robin Rohde Roma
Romanticismo Rosmini Ross Rossi Rosei Rostagni Rousseau Rudberg Ruvo Saffo
Saglio E., vedi Daremberg Ch. Saitta SALLUSTIO SALOMONE Satana Saturnia età
Saturno SCETTICI, SCETTICISMO SCETTICA critica Schaerer Schiller Schleiermacher
Schmid Schuhl Sciacca Scilla Seiti Scolastica, etc. Scrittura, Scritture Sacre
Segni indicativi, teoria dei, Segni memorativi, utilizzazione dei SENECA
SENOFANE SENOFONTE Senso comune aristotelico Senso interiore agostiniano Serse
Sertillanges SESTIO, SESTIL, scuola dei EMPIRICO Sette savi Shakespeare Shorey
Sibari Sibilla SIMONIDE di Ceo SIMPLICIO SINESIO Siri Sisifo Snell SOCRATE
SOCRATICA esigenza esperienza predica SOCRATICI, SOCRATISMO Sofferenze 86.
SOFISTI, SOFISTICA SOFOCLE Sofronisco Soggettivismo cristiano-moderno Sogni
Solari Soliman SOLONE Sorley Sparta Spencer Spengel Spengler SPEUSIPPO Spinoza
Spirito classico antico cristiano moderno greco classico Spiritualisti
cristiani, spiritualismo cristiano Stefanini TEOCONIE, TEOGONICI POETI Teologi
di Oxford Teone Stein Stenzel Stige STILPONE SToBEo STOICI, STOICISMO, etc.
Sroic, HOMAN Storicismo, storicistica concezione Stragi STRATONE di Lampsaco
Strycker TALETE Tannery Tantalo Tarozzi Tartaro tartareo abisso Tatto interno
Taylor Tebe Teeteto Teggart Temesa TEMISTIO Tempo Tenebre TEODETTE
TeodoretoTeodoro di Beza TEOFRASTO TEOGNIDE TERENZIO Тевео Thamus Thaumante Theiler Thespesio
Theuth Thurii Tieste Tifeo Tifone Tilgher TIMEO TIMONE TIMOTEO Tindaro Tiresia
Tiro TISIA Titani Titano Tizio Tommaso Tomismo, etc. Traci TRADIZIONE
DEMOCRITEO-EPICUREA Traducianismo TRAGEDIA TRAGICI POETI TRASIMACO Traversari
Treves Trieber Troia, troiani Tuchulca TUCIDIDE Türk Tylor Tzetzes Uccisioni
Ueberweg Ulisse 4Uno Untersteiner Usener Uxkull Vaihinger Weil Wendland
Wilamowitz Windelband Wundt Wycliffe algimigli Vangelo Vangelo Vaso arcaico di
Palermo Vespasiano Vico Vidari Vlastos Walzer Wehrli Zafiropulo ZALEUCO
ZARATHUSTRA ZENONE ZENONE Zeller. L'eredità in T. Tasso, in «Archivio di
psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale, Torino, Memoria e
associazione nella scuola cartesiana (Cartesio, Malebranche, Spinoza), con
appendice per la storia dell'inconscio, M. Ricci, Firenze. Per le relazioni fra
genialità e degenerazione: Guerrazzi, in «Archivio di psichiatria, scienze penali
ed antropologia criminale, Torino, Spazio e tempo nella psicologia di
Condillac, in «Rivista filosofica, Pavia, Scienza e opinioni di B. Varisco, in
«Scienza sociale, Palermo, Uno psicologo associazionista: E. B. de Condillac,
R. Sandron, Palermo. In esso viene riportato anche lo scritto sullo spazio e il
tempo in Condillac precedentemente citato Il concetto di bene e la psicologia
dei sentimenti in Hobbes, in Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna,
L'educazione secondo il Romagnosi, in Rivista filosofica, Pavia, Ora anche in
Tra teoria sociale e filosofia politica. M. interprete della coscienza moderna.
Scritti a cura di R. Medici, CLUEB, Bologna Ancora a proposito di refezione
scolastica: il pensiero di Romagnosi, in Critica Sociale, Milano, Saggi per la
storia morale utilitaria: I - La morale di Hobbes, Drucker, Padova Saggi per la
storia morale utilitaria: II - Le teorie morali e politiche di Helvétius,
Drucker, Padova La politica degli insegnanti, in Critica Sociale, Milano, Il
dubbio metodico e la storia della filosofia, Prolusione a un corso di storia
della filosofia nell'Università di Padova, con appendice storico-critica,
Drucker, Padova. Per una filosofia naturale, in Rivista di filosofia e scienze
affini, Bologna, Recensione a G. Marchesini, La funzione dell'anima, Laterza,
Bari, in Critica Sociale, Milano, L'insegnamento liceale della filosofia.
Considerazioni pratiche, in Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna
L'insegnamento della filosofia nei licei e la riforma della scuola media al
congresso di Milano, in Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna, Per la
riforma della scuola media: la scuola unica, in Critica Sociale, Milano, Anche
in Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del
900 alla Riforma Gentile), a cur. di T. Pironi, Laicata, Manduria Ancora per la
riforma della scuola media: polemica fra colleghi, in Critica Sociale, Milano,
Di alcuni problemi della pedagogia contemporanea, in Rivista di filosofia e
scienze affini, Bologna, Anche in Educazione e socialismo. Scritti sulla
riforma scolastica (dagli inizi alla Riforma Gentile), Dalla dichiarazione dei
diritti al Manifesto dei comunisti, in Critica Sociale, Milano, Con alcune
variazioni è stato inserito da Mondolfo anche nella raccolta Tra il diritto di
natura e il comunismo: studi di storia = •archive.org INTERNET ARCHIVE e
filosofia, parte I, Tip. degli operai, Mantova Tra teoria sociale e filosofia
politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza moderna. Scritti Intorno
al convegno filosofico di Milano, in Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna
Politica scolastica: per la riforma della scuola media, in Critica sociale,
Milano, Questioni varie: il problema della laicità nella scuola media, in
Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna Educazione e socialismo. Scritti
sulla riforma scolastica (dagli inizi alla Riforma Gentile), Ancora Mazzini e
il socialismo, in La fiaccola», Senigallia Altre obiezioni alle idee di
Salvemini sugli esami, in Nuovi doveri», Palermo Il contratto sociale e la
tendenza comunista in J. J. Rousseau, in Rivista di filosofia e scienze
affini», Bologna, Tra il diritto di natura e il comunismo: studi di storia e
filosofia, parte II, Tip. degli operai, Mantova Il pensiero di Ardigo, Mondovì,
Mantova. La dottrina della proprietà del Montesquieu, in Rivista filosofica»,
Pavia Tra il diritto di natura e il comunismo: studi di storia e filosofia,
parte II, cit. 30. La filosofia della proprietà alla Costituente e alla
Legislativa nella rivoluzione francese, in Rivista di filosofia e di scienze
affini», Bologna, Pubblicato anche in Tra il diritto di natura e il comunismo:
studi di storia e filosofia, parte II, cit. Sulla laicità della scuola, in
Critica sociale», Milano Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma
scolastica (dagli inizi alla Riforma Gentile), Religione, fanciulli,
educazione, in Nuovi doveri», Palermo, Educazione e socialismo. Scritti sulla
riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma Gentile), La fine del
marxismo?, in Critica sociale», Milano, Umanismo di Marx. Studi filosofici a
cura di N. Bobbio, Einaudi, Torino Roberto Ardigò nelle scuole di Mantova.
Notizie e documenti, Tip. Operai, Mantova. Studi sui tipi rappresentativi.
Ricerche sull'importanza dei movimenti dell'immaginazione, nelle funzioni del
linguaggio, nelle pseudoalluci-nazioni e nella localizzazione delle immagini,
in Rivista di filosofia», Roma. Tra il diritto di natura e il comunismo: studi
di storia e filosofia, parte I, Tip. Operai, Mantova. La filosofia di Feuerbach
e le critiche del Marx, in La Cultura filosofica», Firenze Accolto in Sulle
orme di Marx. Studi di marxismo e di socialismo a partire dalla prima edizione
(Cappelli, Bologna con il titolo Feuerbach e Marx. È stato poi successivamente
integrato di due capitoli, precisamente il sesto e il settimo, nella terza
edizione (Cappelli, Bologna Ora anche disponibile, sempre con il titolo Feuerbach
e Marx, in Umanismo di Marx. Studi filosofici La filosofia della storia di
Ferdinando Lassalle (Per nozze Mondolfo-Sacerdote), Pirola, Milano. Poi nelle
prime due edizioni de Sulle orme di Marx: Cappelli, Bologna Cappelli, Bologna
Recensione a G. Vidari, L'individualismo nelle dottrine morali, in Cultura
Filosofica», La riforma della scuola media: fra la Commissione Reale e il
congresso della federazione, in Critica sociale», Milano, Politica scolastica:
il dovere presente della federazione degli insegnanti, in Critica sociale»,
Milano La vitalità della filosofia nella caducità dei sistemi, Prolusione
all'Università di Torino Cultura filosofica», Firenze Rovistando in soffitta,
in Critica sociale», Milano, Pubblicato anche in Umanismo di Marx. Studi
filosofici Fra l'ideale e l'azione: per l'unità di teoria e praxis, in Critica
sociale», Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici La filosofia di Bruno e
l'interpretazione di Felice Tocco, in La Cultura filosofica», Firenze, V, n.
5-6, aprile, pp. 450-482. Pubblicato poi a sé: La filosofia di Giordano Bruno e
l'interpretazione di Felice Tocco, Tip. Collini e Cencetti, Firenze Sul
concetto di plus-valore, in Critica sociale», Milano La pretesa antieticità del
materialismo storico - il sopravalore e il passaggio dalla necessità alla
libertà) de Il materialismo storico in Federico Engels, Formiggini, Genova
Nell'edizione del (La Nuova Italia) Il concetto di necessità nel materialismo
storico, in Rivista di filosofia II fatalismo materialistico o dialettico e il
concetto di necessità storica) de Il materialismo storico in Federico Engels La
Nuova Italia, Firenze Umanismo di Marx. Studi filosofici Il materialismo
storico in Federico Engels, Formiggini, Genova. I ginnasi magistrali, in
Unità», Firenze, Partiti politici e generi letterali, in Unità», Firenze Intorno
alla filosofia di Marx, in Critica sociale», Milano, Presente anche in Umanismo
di Marx. Studi filosofici La crisi magistrale, in Unità», Firenze, La
preparazione dei maestri elementari, in Unità», Firenze, Intorno alla morale
sessuale, in Critica sociale», Milano, Ancora la morale sessuale, in Critica
sociale», Milano, Rousseau nella formazione della coscienza moderna, in Rivista
pedagogica», Roma Saggio che Mondolfo ripropone nel volume Per il centenario di
Rousseau (Formiggini, Genova) e poi con alcune modifiche nell'Introduzione alle
opere di Rousseau (Discorsi e il Contratto sociale, a cura di M., Cappelli,
Bologna Rousseau e la coscienza moderna (La Nuova Italia, Firenze, di cui si ha
una precedente edizione in lingua spagnola (Rousseau y la consciencia moderna,
Imán, Buenos Aires Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo
interprete della coscienza moderna. Scritti Socialismo e filosofia: I. La crisi
e la necessità di un orientamento filosofico; II. Materialismo, realismo
storico e lotta di classe; III. La necessità della filosofia della praxis, in
Unità», Firenze, Ristampato nelle prime due edizioni di Sulle orme di Marx,
Cappelli, Bologna Nella terza edizione in due volumi (Cappelli, Bologna) fu
pubblicato privato della prima parte (La crisi e la necessità di un
orientamento filosofico) e con qualche aggiunta. Anche in La cultura italiana attraverso
le riviste, a cura di Golzio e Guerra, Einaudi, Torino Umanismo di Marx. Studi
filosofici Personalità e responsabilità nella democrazia, in La Cultura
filosofica», Firenze Per l'amore della moralità e per la moralità dell'amore,
in Critica sociale», Milano La preparazione degli insegnanti, in Unità»,
Firenze, La crisi della scuola media e il compito delle Università, in Nuova
Antologia», Roma, Ripubblicato da Mon-dolfo, con alcune modifiche, in Libertà
della scuola, esame di stato e problemi di scuola e di cultura, Cappelli,
Bologna Discutendo di materialismo storico, in Rivista di filosofia
neoscolastica», Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, Zur soziologie
der Geschlechtsmoral, in Archiv für Sozialwis-senschaft und Sozialpolitik», Tübingen,
Mohr, Per la biografia di Bruno, Rivista d'Italia», Roma, Appunti di Storia
della filosofia La filosofia di Giordano Bruno, R. Università di Torino,
Facoltà di Lettere e filosofia, Torino Acri e il suo pensiero, Discorso tenuto
nella R. Università di Bologna, Zanichelli, Bologna. Il pluralismo nell'etica,
in Rivista d'Italia», Roma Acri, in Rivista pedagogica», Roma La filosofia in
Belgio, Rivista di filosofia», Genova La crisi del socialismo e l'ora presente,
in Unità», Firenze La cultura italiana del '900 attraverso le riviste, vol. V,
a cura di Golzio e Guerra, Einaudi, Torino Revolutionärer Geist und
historischer Sinn, in Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der
Arbeiterbewegung, her-ausgegeben von Prof. Carl Grünberg Hischfeld Verlag, Leipzig.
Successivamente in italiano: Spirito rivoluzionario e senso storico, in Nuova
Rivista Storica Roma, Le matérialisme historique chez F. Engels, Trad. de
l'Italien par S. Jankelevitch, Giard et Brière, Paris. 72. Chiarimenti sulla
dialettica engelsiana Rivista di filosofia Genova Sulle orme di Marx con il
titolo La dialettica di Engeis (Cappelli, Bologna Cappelli, Bologna Il
materialismo storico in Federico Engels. Ristampato anche in Tra teoria sociale
e filosofia politica. Mondolfo interprete della coscienza moderna. Scritti
Spirito rivoluzionario e senso storico, in Nuova rivista storica, Roma,
Revolutionärer Geist und historischer Sinn, in Archiv für die Geschichte des
Sozialismus und der Arbeiterbewegung, herausgegeben von Prof. Carl Grünberg,
Hischfeld Verlag, Leipzig. Nella versione italiana è apparso anche nella prima
edizione di Sulle orme di Marx (Cappelli, Bologna e nelle successive. Presente
anche in Umanismo di Marx. Studi filosofici Dai sogni d'egemonia alla rinuncia
della libertà. Discorso letto per la solenne inaugurazione degli studi
nell'Università di Bologna, Zanichelli, Bologna. Confluito con una nota
introduttiva e con il titolo La teoria della egemonia tedesca in Filosofi
tedeschi: saggi critici, trad. di L. Bassi, Cappelli, Bologna Mondolfo e la
guerra delle idee. Scritti a cura di G. Ferrandi, Museo storico del Trentino e
Società aperta di Trento, Trento Imperialismo e libertà, in Unità Il primo
assertore della missione germanica: Herder, Rivista delle nazioni latine
Mondolfo e la guerra delle idee - Scritti Tra il primato d'un popolo e la
missione universale delle nazioni, in Nuova rivista storica, Milano, Mondolfo e
la guerra delle idee - Scritti Leninismo e marxismo, in Critica sociale,
Milano,Poi in Sulle orme di Marx, a partire dalla seconda edizione (Cappelli,
Bologna Studi sulla rivoluzione russa, a cura del Centro Studi di Critica
Sociale, Morano, Napoli Umanismo di Marx. Studi filosofici Leninismo e
socialismo, in Critica sociale, Milano Sulle orme di Marx, Ristampato anche in
Studi sulla rivoluzione russa Il socialismo e il momento storico presente, in
Energie Nove, Torino, Poi inserito nelle prime due edizioni di Sulle orme di
Marx: Cappelli, Bologna Cappelli, Bologna Il socialismo dopo la guerra):
Cappelli, Bologna Recentemente anche in M. e la guerra delle idee - Scritti
L'insegnamento di Marx, in Critica sociale, Milano, Saggio apparso anche come
Prefazione alla prima edizione di Sulle orme di Marx. Studi di marxismo e di
socialismo, Cappelli, Bologna Sulle orme di Marx. Studi di marxismo e di
socialismo, Cappelli, Bologna. Per una coscienza realistica della storia e
della rivoluzione sociale, in Critica sociale, Milano Sulle orme di Marx,
Cappelli, Bologna Visioni realistiche e utopie rivoluzionarie. Presente anche
in Umanismo di Marx. Studi filosofici Problemi concreti: la scuola: I. L'azione
pro schola» e la difesa della coscienza laica, in Critica sociale, Milano,
Campane d'allarme, in Il Progresso, Bologna Problemi concreti: II. Il
proletariato e la scuola media. La difesa dellafunzione sociale della finalità
educativa della scuola di Stato, in Critica sociale, Milano Educazione e
socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma
Gentile Problemi concreti: III. Linee di un programma d'azione scolastica:
Premesse generali; il concetto di servizio pubblico e la scuola, in Critica
sociale, Milano Problemi concreti:L'amministrazione della scuola, in Critica
sociale, Milano Problemi concreti: d) La partecipazione del proletariato alla
cultura, in Critica sociale, Milano, Riportato anche in Libertà della scuola,
esame di stato e problemi di scuola e di cultura, Gli adulatori del
proletariato, in Cultura popolare, Milano Libertà della scuola, esame di stato
e problemi di scuola e di cultura Intorno al progetto Rignano, in Critica
sociale, Milano, Recensione a E. di Carlo, Ferdinando Lassalle, in Critica
sociale, Milano, Ardigò, in Critica sociale, Milano, Bevilaqua, C'è uno spettro
in Italia, Modernissima, Milano Critica sociale, Milano Ardigò, in Il Tempo
Socialismo e lezioni della realtà, intervista con Rodolfo Mondolfo, in Il
piccolo della sera, Trieste, Il marxismo e la crisi europea, in Scientia Il
problema sociale contemporaneo, relazione al IV congresso italianodi filosofia,
in Rivista di filosofia, Bologna, Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna Parte
di questo articolo apparve con il titolo Le condizioni della rivoluzione, in
Critica sociale, Milano, Anche in Umanismo di Marx. Studi filosofici Le
condizioni della rivoluzione, in Critica sociale Sulle orme di Marx, 2ª
edizione accresciuta di nuovi saggi, Cappelli, Bologna. La rivoluzione e il
blocco, in La Giustizia, Reggio Emilia, 11 dicembre, p. 1. Per la realtà del
socialismo, in La Giustizia, Reggio Emilia Le condizioni della rivoluzione, in
La Giustizia, Reggio Emilia, 1 gennaio, p.1. Martoff contro Zinovieff e
l'antitesi fra socialismo e bolscevismo, in Critica sociale, Milano Sulle orme
di Marx, Cappelli, Bologna Studi sulla rivoluzione russa Introduzione a F.
Turati, Le vie maestre del socialismo, Cappelli, Bologna. Forza e violenza
nella storia, Introduzione a S. Panunzio, Diritto, forza e violenza. Lineamenti
di una teoria della violenza, n. III della Biblioteca di Studi sociali diretta
da R. Mondolfo, Cappelli, Bologna. Pubblicata con l'aggiunta di alcune note in
Sulle orme di Marx, II vol., Cappelli, Bologna Umanismo di Marx. Studi
filosofici 1 corsi di esercitazione nelle Università, in Educazione nazionale,
Roma funzione sociale della finalità educativa della scuola di Stato, in
Critica sociale, Milano, Più recentemente in Educazione e socialismo. Scritti
sulla riforma scolastica (dagli inizi alla Riforma Gentile Problemi concreti:
III. Linee di un programma d'azione scolastica: Premesse generali; il concetto
di servizio pubblico e la scuola, in Critica sociale, Milano, Problemi
concreti: c) L'amministrazione della scuola, in Critica sociale, Milano
Problemi concreti: La partecipazione del proletariato alla cultura, in Critica
sociale, Milano, Riportato anche in Libertà della scuola, esame di stato e
problemi di scuola e di cultura, Gli adulatori del proletariato, in Cultura
popolare, Milano Libertà della scuola, esame di stato e problemi di scuola e di
cultura, Intorno al progetto Rignano, in Critica sociale, Milano, Recensione a
E. di Carlo, Ferdinando Lassalle, in Critica sociale, Milano, Ardigò, in
Critica sociale, Milano, Recensione a G. Bevilaqua, C'è uno spettro in Italia,
Modernissima, Milano Critica sociale, Milano,Ardigò, in Il Tempo, 16 settembre.
Socialismo e lezioni della realtà, intervista con Rodolfo Mondolfo, in Il
piccolo della sera, Trieste, 24 settembre. Il marxismo e la crisi europea, in
Scientia Il problema sociale contemporaneo, relazione al IV congresso italiano=
• archive. di filosofia, in Rivista di filosofia, Bologna Sulle orme di Marx,
Cappelli, Bologna Parte di questo articolo apparve con il titolo Le condizioni
della rivoluzione, in Critica sociale, Milano Umanismo di Marx. Studi
filosofici Le condizioni della rivoluzione, in Critica sociale Sulle orme di
Marx, 2ª edizione accresciuta di nuovi saggi, Cappelli, Bologna. La rivoluzione
e il blocco, in La Giustizia, Reggio Emilia, Per la realtà del socialismo, in
La Giustizia, Reggio Emilia, Le condizioni della rivoluzione, in La Giustizia,
Reggio Emilia, 1 gennaio, p.1. Martoff contro Zinovieff e l'antitesi fra
socialismo e bolscevismo, in Critica sociale, Milano Sulle orme di Marx,
Cappelli, Bologna Studi sulla rivoluzione russa, Introduzione a F. Turati, Le
vie maestre del socialismo, Cappelli, Bologna. Forza e violenza nella storia,
Introduzione a Panunzio, Diritto, forza e violenza. Lineamenti di una teoria
della violenza, n. III della Biblioteca di Studi sociali diretta da R.
Mondolfo, Cappelli, Bologna. Pubblicata con l'aggiunta di alcune note in Sulle
orme di Marx, II vol., Cappelli, Bologna Umanismo di Marx. Studi filosofici 1
corsi di esercitazione nelle Università, in Educazione nazionale, Roma Il
proletariato e la scuola, in La squilla Educazione e socialismo. Scritti sulla
riforma scolastica (dagli inizi alla Riforma Gentile La scuola e i partiti, in
Il Progresso, Bologna, marzo. I discorsi di F. Turati ai Congressi Socialisti,
in Critica sociale, Milano, Il saggio corrisponde ad alcuni paragrafi tratti
dalla prefazione di R. Mondolfo a F. Turati, Le vie maestre del socialismo,
Cappelli, Bologna Collaborazione e lotta di classe, in Critica sociale, Milano
Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna Per la comprensione storica del fascismo,
in Critica sociale, Milano, Il saggio corrisponde ad alcuni paragrafi dell'
introduzione alla raccolta Il fascismo e i partiti politici italiani, Cappelli,
Bologna Significato e insegnamento della rivoluzione russa, in Critica sociale,
Milano, La contraddizione iniziale; La conquista compiuta; La nuova
contraddizione risultante e la progressiva consapevolezza del problema.
Ristampati con alcune modifiche e aggiunte in Studi sulla rivoluzione russa,
cit., pp. 67 ss. Estratto poi in edizione Benporad, Firenze Significato e
insegnamento della rivoluzione russa, in Critica sociale, Milano, La rivincita
della realtà; L'inevitabile soluzione: dal libero commercio al capitalismo; La
lotta e l'immediato rapporto delle forze L'anello e la catena; Le nuove
condizioni del proletariato e la sua scissione in gruppi concorrenti; I nuovi
problemi del Governo: la rivalutazione della moneta; Gli insegnamenti: a) non
il dissolvimento ma lo sviluppo è condizionato dalla rivoluzione; on ne détruit
que ce qu'on substitue; Le condizioni di un regime socialista: produzione e
distribuzione; I limiti dell'azione politica: forza ed economia. Ristampato con
alcune modifiche in Studi sulla rivoluzione russa, La libertà della scuola, in
Critica sociale, Milano, Riportato in Libertà della scuola, esame di stato e
problemi di scuola e di cultura. Recentemente in Educazione e socialismo.
Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma Gentile
Scuola e Stato. Lettera a Luigi Miranda, in Il Tempo, Roma Libertà della
scuola, esame di stato e problemi di scuola e di cultura, La libertà e la
scuola, in Il Tempo, Roma, 16 giugno, p. 3. L'esame di Stato, in Critica
sociale, Milano, Libertà della scuola, esame di stato e problemi di scuola e di
cultura, La formazione storica delle arti e dello spirito umano in Vitruvio, in
L'Arduo, Bologna Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo
interprete della coscienza moderna. Scritti Sempre nuove opposizioni al
progetto su l'esame di Stato, in L'istru-zione media, Perugia-Bologna-Firenze,
Lettera a Gobetti, in La Rivoluzione liberale, Torino Ricostruire, in La
Giustizia Per la comprensione storica del fascismo, introduzione alla raccolta
Il fascismo e i partiti politici italiani, I volume, Cappelli, Bologna. Per la
difesa della libertà, in Critica sociale, Milano, Il problema della cultura
popolare, in Critica sociale, Milano Il comunismo è la negazione del marxismo,
in La Giustizia, Milano, 1 ottobre. Libertà della scuola, esame di Stato e
problemi di scuola e di cultura, Cappelli, Bologna Prefazione a S. Diambrini
Palazzi, Il pensiero filosofico di Antonio Labriola, Zanichelli, Bologna.
Educazione e rinnovamento sociale in Mazzini e in Marx, in Rivista di filosofia
Con alcune modifiche anche in Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna Tra teoria
sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza
moderna. Scritti Mazzini e Marx, in Critica sociale, Milano, Poi confluito in
Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna, Il monito delle tradizioni del
Risorgimento nazionale, in Istruzione media Scuola, patria e libertà, in La
Giustizia, quotidiano del Partito Socialista Unitario, Milano. Più recentemente
anche in Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi
alla Riforma Gentile Scuola, patria e libertà, in La Giustizia, quotidiano del
Partito Socialista Unitario, Milano, Il materialismo storico: conferenza
all'Università Proletaria di Milano, in L'Avanti!, Milano, Volontà e necessità
nella storia, scambio di lettere con Longobardi L'Avanti!, Il materialismo
storico, in La Rivoluzione liberale, Torino Umanismo di Marx. Studi filosofici
Mentre la riforma si compie, in L'istruzione media, I punti oscuri, in
L'istruzione media La riforma della scuola, in Critica sociale, Milano
Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi alla
Riforma Gentile Il problema sociale in Mazzini e Marx, in Critica sociale,
Milano, Con alcune modifiche confluito in Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna
Scuola e libertà (Note polemiche), in Critica sociale, Milano,196. Risposta
all'inchiesta tra scrittori italiani: Dove va il mondo?, Libreria politica
moderna, Roma. Aspetti della crisi contemporanea, in Studi politici La riforma
universitaria, in Critica sociale, Milano Libertà e funzione sociale della
scuola nella riforma Gentile, in Cultura popolare Educazione e socialismo.
Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi alla Riforma Gentile Si chiedono
dati statistici, in L'istruzione media L'esperimento russo, in La Rivoluzione
liberale, Torino, Verso la scuola confessionale?, in L'istruzione media Si
chiedono dati statistici, in L'istruzione media La lotta di classe in Russia,
in La Rivoluzione liberale, Torino Le attività del bilancio, in Critica
sociale, Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici Contadini e proletariato
nella Rivoluzione russa, in Nuova rivista storica, Milano Sulle orme di Marx, Cappelli,
Bologna: vol. 1 Studi sui tempi nostri, Lineamenti di teoria e di storia
critica del marxismo. La filosofia e l'insegnamento di Francesco Acri
(commemorazione nel decennale della sua morte), in Rivista di filosofia
Significato e insegnamenti della rivoluzione russa, con prefazione di C. Treves,
Bemporad, Firenze Contributo a un chiarimento di idee, in Critica sociale,
Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici Il rispetto dei diritti acquisiti e
l'interesse della nazione, in L'istruzione media Marxismo e revisionismo, in
Libertà, quindicinale della gioventù socialista, Milano La filosofia politica
in Italia Raccolta sulla Storia d'Italia a cura dell'Istituto superiore di
perfezionamento pergli studi politico sociali e commerciali in Brescia,
Litotipo editrice, Padova Dal naturalismo di Feuerbach allo storicismo di Marx,
in Rivista di psicologia, Bologna Estratto da Feurbach e Marx Sulle orme di
Marx. Si trova anche in Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo
Mondolfo interprete della coscienza moderna. Scritti Ricordando Antonio
Labriola, in Critica sociale, Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici L'esame
di Stato professionale, in L'istruzione media Rousseau, Discorsi e Contratto
sociale, cur. M., Cappelli, Bologna. L'idealismo di Jaurés e la funzione
storica delle ideologie, in Cri-tica sociale, Milano, Ristampato in Tra teoria
sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza
moderna. Scritti Dopo il primo esperimento, in Istruzione media Le cose più
grandi di lui (i programmi degli esami di Stato), in Istruzione media
Momigliano, in Rivista di filosofia, Torino Prefazione a F. Dal Monte,
Filosofia e mistica in Bonaventura da Bagnorea, Libreria di scienze e lettere,
Roma. Sintomi premonitori in Russia. Nuove forze politiche in vista, inCritica
sociale, Milano, Studi sulla rivoluzione russa, Opere scelte di Beccaria, con
introduzione e note a cura di Mondolfo, Cappelli, Bologna La questione
istituzionale, in La Rivoluzione liberale, Torino Fiorentino, in Nuova rivista
storica, Milano, Da Ardigò a Gramsci, Nuova Accademia, Milano Discussioni
marxiste, in La Rivoluzione Liberale, Torino Umanismo di Marx. Studi filosofici
Intorno ai nuovi concorsi, in L'Istruzione media I punti del problema: per
definire la discussione marxista, in La Rivoluzione Liberale, Torino Umanismo
di Marx. Studi filosofici Liberalismo della vecchia destra, in Critica sociale,
Milano, L'opera di Ferdinande Lassalle, in Critica sociale, Milano, Il problema
delle classi medie, in Critica Sociale, Milano, Uscito anche come opuscolo con
un preambolo di Filippo Turati nell'edizione La Giustizia, Milano 1925. Il
pensiero di Engels e la prassi storica della classe lavoratrice, in Critica
sociale, Milano Proletariato e ceti intellettuali, in La Giustizia Beccaria e
Kant, in Rivista Internazionale di Filosofia del Di-ritto, Genova Tra teoria
sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza
moderna. Scritti La negazione della realtà dello spazio in Zenone di Elea, in
Rendiconti dell'Istituto Marchigiano di scienze, lettere ed arti Problemi del
pensiero antico, Zanichelli, Bologna Per la serietà dell'esame di Stato, in
Istruzione Media, Parma Critiche esagerate?, in L'istruzione media, Parma
Veritas filia temporis in Aristotele, in Scritti filosofici per le onoranze
nazionali di Bernardino Varisco, Vallecchi, Firenze. Presente anche in Momenti
del pensiero greco, Morano, Napoli, Das Problem der Mittelklassen in seiner
Bedeutung für den Sozialismus in Italien, in Archiv für die Geschichte des
Sozialismus und der Arbeiterbewegung, herausgegeben von Carl Grünberg, Beccaria
filosofo, in Rivista di filosofia, Torino, Tratto dall' introduzione a Opere
scelte di Cesare Beccaria, Cappelli, Bologna Risposta a un'inchiesta
sull'idealismo, in Il Baretti, Torino, Un cervello maschile, un cuore materno.
In memoria di Anna Kuliscioff, in Critica Sociale, Milano Moto e vuoto, in Il
Baretti, Torino. Il problema etico e culturale del socialismo nei rapporti col
movimento socialista, in Critica sociale Materialismo, idealismo, realismo
critico-pratico, in Il Quarto Stato, Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici
Per la revisione del bilancio idealistico, in Il Quarto Stato, Milano Umanismo
di Marx. Studi filosofici Primum intelligere..., in Il Quarto Stato, Milano
Umanismo di Marx. Studi filosofici Dall'esperienza agricola russa al problema
contadino occidentale, in Critica sociale, Milano Studi sulla rivoluzione russa
Diderot, D'Alambert e il Trattato delle sensazioni, in L'idealismo realistico,
Roma Condillac contro Condillac. Critica della prima parte del Trattato delle
sensazioni, in Rivista di Psicologia, n. 1. Sulla nozione di progresso, sintesi
di una comunicazione al Congresso della Società per il progresso delle Scienza
(sezione scienze filosofiche), in Atti del Congresso di Bologna. Il trattato
delle sensazioni di Condillac, con introduzione su L'Opera di Condillac, Cappelli,
Bologna. Spinoza e la nozione del progresso umano, in Rivista di filosofia.
Anche in Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolo interprete
della coscienza moderna. Scritti La polemica di Zenone di VELIA contro il
movimento, Rivista di Filologia e d'istruzione classica, Torino, Confluito poi
con alcune aggiunte in R. Mondolfo, Problemi del pensiero antico, Der
Faschismus in Italien (sotto lo pseudonimo di Rerum italicarum scriptor), in
Internationaler Faschismus, herausgegeben von C. Landauer und H. Honegger,
Karlsruhe. La polemica di Zenone di VELIA contro il movimento, parte II, in
Rivista di Filologia e d'istruzione classica Problemi del pensiero antico,
Zanichelli, Bologna Fichte, in Dizionario di scienze pedagogiche Vallardi,
Milano, Confluito poi nella raccolta Filosofi tedeschi: saggi critici, trad. di
L. Bassi, Cappelli, Bologna Il realismo di Roberto Ardigò, in Rivista di
filosofia Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete
della coscienza moderna. Scritti Nel primo centenario di Roberto Ardigò, in
Rivista internazionale di filosofia del diritto, Roma Romagnosi, in Dizionario
di scienze pedagogiche, vol. II, Vallardi, Milano, Il pensiero antico. Storia
della filosofia greco-romana, esposta con tesi scelti dalle fonti, Società
Editrice Dante Alighieri, Roma-Genova-Milano-Napoli. Sintesi storica del
pensiero antico, Società Editrice Dante Alighieri, Roma-Genova. Rassegne di
storia della filosofia: I. Filosofia del Rinascimento, in Rivista di filosofia,
Torino L'antinomia fondamentale nella visione della vita e della storia di F.
Nietzsche, in L'idealismo realistico Die Anfänge der Arbeiterbewegung in
Italien und der Konflikt zwischen Mazzini und Bakunin, in Archiv für die
Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung, herausgegeben von Prof.
Carl Grünberg, Hischfeld Verlag, XIV, heft 3, Leipzig Il superamento
dell'utilitarismo e la coscienza morale nella dottrina epicurea, in Rendiconto
delle sessioni della R. Accademia delle scienze dell'Istituto di Bologna, Azzoguidi,
Bologna. Confluito poi in Problemi del pensiero antico, c Responsabilità e
sanzione nel più antico pensiero greco, in Civiltà moderna, Firenze Problemi
del pensiero greco Razionalità e irrazionalità della Storia: per una visione
realistica del problema del progresso, in Nuova Rivista Storica, Milano
Collaborazione alla Encyclopedia of the Social Sciences della Columbia
University di New York; voci: T. Campanella, A. Costa. I primordi del movimento
operaio in Italia avanti il 1872 e il conflitto tra Mazzini e Bakunin, in Nuova
Rivista Storica Die Anfänge der Arbeiterbewegung in Italien bis 1872 un
Konflikt zwischen Mazzini und Bakunin Riproposto poi da Mondolfo in una rivista
argentina Nella versione italiana, anche in Tra teoria sociale e filosofia
politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza moderna. Scritti
Collaborazione alla Enciclopedia Italiana (Istituto Treccani); voce: Giordano
Bruno, vita ed opere, religione e filosofia, dio e l'universo: il monismo,
l'etica Nella sua versione rielaborata Mondolfo ripropone questo articolo in
Figure e idee del Rinascimento, trad. di L. Bassi, La Nuova Italia, Firenze
Tarozzi, L'esistenza e l'anima, in Nuova Rivista Storica Enciclopedia Italiana
(Istituto Treccani); voci: Comunismo (esposizione critica della dottrina e
della storia Filone di Alessandria, Helvétius Collaborazione alla Encyclopedia
of the social Sciences della Columbia University di New York; voci: Epicure and
epicureanism, Giuseppe Ferrari, Gaetano Filangeri, Pasquale Galluppi, Melchiorre
Gioia, Gian Vincenzo Gravina, Theodor Karl Grün, Peter Alexeyevitch, Antonio
Labriola. Collaborazione a Pedagogia (Enciclopedia delle Enciclopedie,
Formiggini, Roma); voci: Didattica della filosofia Libertà e Laicità della
scuola Entrambi riportati in Educazione e cultura come problemi sociali,
Cappelli, Bologna Comunicazione al Congresso della Società Italiana per il
progresso delle scienze su Criteri di studio del problema riguardante le
origini della filosofia greca. Germi in Bruno, Bacone e Spinoza del concetto
marxistico della storia, in Civiltà moderna, Firenze Germania, e,
successivamente, nel sulla rivista argentina Dialéctica Tra teoria sociale e
filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza moderna.
Scritti Un educatore scomparso: Marchesini, in La Cultura popolare Rapporti tra
la speculazione religiosa e la filosofia nella Grecia antica, I, in La Nuova
Italia, Firenze, II, dicembre, pp. 463-468. Intorno al contenuto dell'antica
teogonia orfica, in Rivista di Filologia e d'istruzione classica Rapporti tra
la speculazione religiosa e la filosofia della Grecia antica, II, in La Nuova
Italia, Firenze Il concetto della umwälzende Praxis e i suoi germi in Bruno e
Spinoza, in Grünbergs Fetschrift, Hirschfeld, Leipzig, I Discorsi e il
Contratto sociale di Rousseau, trad. con introduzione e commento, 2ª edizione,
Cappelli, Bologna. Collaborazione alla Enciclopedia Italiana (Istituto
Treccani); voci: Labriola Internazionale e Internazionalismo Il Giansenismo in
Italia di Jemolo, in Rivista di Filosofia, Torino. Discutendo il problema dei
caratteri differenziali tra filosofia antica e moderna, in Rivista di
filosofia, Milano Nota sul genio ellenico, inserita nell'edizione italiana di
E. Zeller-R.Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, I
Presocratici; vol. 1: Origini, caratteri e periodi della filosofia greca, La
Nuova Italia, Firenze Arte e religione in Grecia secondo gli schemi del
neoumanesimo, in Civiltà moderna, Firenze Tratto da M., Nota sul genio ellenico
in E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico,
Parte I: 1 Presocratici, vol. I: Origini, caratteri e periodi della filosofia
greca, Nota sulla divisione in periodi della filosofia, in Archivio di storia
della filosofia Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo
storico, 1 presocratici, Origini, caratteri e periodi della filosofia greca, La
Nuova Italia, Firenze La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I:
I presocratici, vol. II: lonici e Pitagorici, La Nuova Italia, Firene
Encyclopedia of the Social Sciences della Columbia University di New York;
voci: Lucretius, Karl Geory Winkelblech (Karl Marlo). E. Zeller-R. Mondolfo, La
filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: 1 Presocratici, vol. I:
Origini, caratteri e periodi della filosofia greca, traduzione e aggiornamenti,
La Nuova Italia, Firenze. Studi sopra l'infinito nel pensiero dei Greci, in
Memoria della R. Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna, classe di
scienze morali, Gamberini e Parmeggiani, Bologna Azzoguidi, Bologna Eternità e
infinità del tempo in Aristotele, in Giornale Critico della Filosofia Italiana,
Firenze Il contributo di Zenone di VELIA alla scoperta dell'infinitesimale, in
Archivio di storia della filosofia La preparazione dei greci alla comprensione
dell'infinito, in Civiltà moderna, Firenze La concezione dell'Empireo in
Platone, in La Nuova Italia, Firenze, marzo. 242. Il passaggio dal teleologismo
al determinismo nella dottrina peripatetica dell'eternità del mondo, in Rivista
di filosofia, Milano L'infinito nel pensiero dei Greci, Le Monnier, Firenze
L'infinità divina nelle teogonie greche presocratiche, in Studi e materiali di
storia delle religioni, Roma L'infinito nel pensiero dei greci, Le Monnier, Firenze
L'infinità della potenza divina in Aristotele (Dal concetto negativo al
concetto positivo dell'infinito), in Ricerche religiose, Roma L'infinito nel
pensiero dei greci, Le Monnier, Firenze, L'infinità dell'essere in Melisso di
Samo (contributi a un processo di riabilitazione), in Sophia, Padova L'infinità
divina da Filone ai neoplatonici e ai suoi precedenti, in Atene e Roma,
Firenze, Le Monnier L'Infinito nel pensiero dei greci, Le Monnier, Firenze
L'infinità del numero dai Pitagorici a Platone e ad Archimede, in Archivio di
filosofia, Roma Prassi che rovescia o Prassi che si rovescia?, in Rivista
internazionale di filosofia del diritto, Roma, Scritto che viene
successivamente inserito da Mondolfo in Il materialismo storico in Federico
Engels Collaborazione alla Enciclopedia italiana; voce: Materialismo storico Il
contratto di lavoro nella voce Il lavoro Encyclopedia of the Social Sciences
della Columbia University di New York; voce: Paruta. Lezioni di storia della
filosofia svolte da M., a cura di Bortolotti e Wittig, Bologna, Facoltà di
filosofia, Bologna La genesi storica della filosofia presocratica, in La Nuova
Italia, Firenze, Prefazione al libro di G. Fontanesi, Il problema filosofico
dell'amore nell'opera di Leone ebreo, Libreria Emiliana, Venezia, Problema
umano e problema cosmico nella formazione della filosofia greca, Memoria
presentata all'Accademia delle Scienze di Bologna, Azzoguidi, Bologna Problemi
del pensiero antico Note sull'eleatismo di VELIA: a proposito degli Studi
sull'eleatismo di G. Calogero, in Rivista di filologia e d'istruzione classica,
Torino Problemi del pensiero antico, Zanichelli, Bologna I problemi dell'infinità
numerica e dell'infinitesimo in Aristotele, in Rivista di filosofia, Milano
L'infinito nel pensiero dei greci, Le Monnier, Firenze, Caratteri e sviluppi
della filosofia presocratica, in Sophia, Roma, luglio-settembre, pp. 274-288.
La giustizia cosmica secondo Anassimandro ed Eraclito, in Civiltà moderna,
Firenze L'infinito nel pensiero dei Greci, Le Monnier, nella Collezione di
Studi filosofici diretta da G. Gentile, Firenze. Recensioni in Pan: A.
Rosemberg Storia del bolscevismo da Marx ai giorni nostri, Sansoni, Firenze, in
Rivista internazionale di filosofia del diritto; N. Festa, I frammenti degli
stoici antichi, vol. I, Laterza, Bari; G. Della Valle, Tito Lucrezio Caro e
l'epicureismo campano, Accademia Pontaniana, Napoli 1933; Id., Dove nacque T.
Lucrezio Caro?, Stab. industrie editoriali meridionali, Napoli 1933, in Sophia;
G. Pasquali, Pagine stravaganti di un filologo, Carabba, Lanciano, Conte di
Gobineau, Il rinascimento, trad. di F. Gentile Tarozzi, Cappelli, Bologna
Civiltà moderna; G. Mayer, Friederich Engels: Eine Biographie, M. Nijhoff,
Haag; Marx-Engels, Historische, Kritische, Gesamtausgabe Werke Schriften,
Briefe, Berlin, in Rivista di filosofia; C. Ottaviano, Joachimi abbatis liber
contra Lombardorum, Reale Accademia d'Italia, Roma 1934. 261. Collaborazione
alla Enciclopedia italiana; voce: Movimento Operaio Fiorentino e il
positivismo, in AA.VV, Onoranze a F. Fiorentino nel cinquantenario della sua
morte, Morano, Napoli Infinità dell'istante e infinità soggettiva nel pensiero
degli antichi, in Giornale critico della filosofia italiana, Firenze Problemi
del pensiero antico L'infinito nel pensiero dell'antichità classica, La genesi
e i problemi della cosmogonia di Talete, in Rivista di filologia e d'istruzione
classica, Torino Physis e theion: intorno al carattere e al concetto centrale
della filosofia presocratica, in Atene e Roma, Firenze, Le Monnier Il principio
universale di Anassimandro, in Civiltà moderna, Firenze Questioni di storia
della scienza greca, in Rivista di filosofia, Torino L'infinito e le antinomie
logiche nel pensiero greco, relazione al Congresso della Società italiana per
il progresso delle scienze, tenutosi a Palermo, Società italiana per il
progresso delle scienze, Roma. Confluito poi in R. Mondolfo, I problemi del
pensiero antico, Zanichelli Enciclopedia italiana: Sindacalismo, Socialismo
Scienza (classificazione delle scienze e storia della scienza Problemi del pensiero
antico, Zanichelli, Bologna, Lezioni di storia della filosofia, a cura di
Zambrini, Università di Bologna, Facoltà di lettere e filosofia, Bologna.
Lezioni di filosofia moderna: Benedetto Spinoza, tenute dal Chiar.mo Prof M., a
cura di Cavalli, GUF G. Venezian, Bologna Gli albori della filosofia in Grecia,
in La Nuova Italia, Firenze, gennaio. Feuerbach y Marx. La dialéctica y el
concepto de la historia, trad. di M. P. Alberti, Claridad, Buenos Aires. Su una presunta affermazione antica
della sfericità terrestre e degli antipodi, in Archeion Anaximenea, in Rivista
di Filologia e d'istruzione classica, Torino Gérmenes en Bruno, Bacon y
Espinoza de la concepción marxista de la historia, in Dialéctica, Buenos Aires,
abril. Per Diogene d'Apollonia, in Rivista di filosofia, Torino Gli atomisti
antichi, in Il Lavoro Formes et tendences actuelles du mouvement philosophique
en Italie (in collaborazione con il Prof. Limentani della R. Università di
Firenze), in Revue de Synthèse L'utopia di Platone, in Il Lavoro, Aristotele ed
Epicuro, in La Nuova Italia, Firenze Echi del centenario di Romagnosi, in Il
Lavoro La vitalità di Aristotele, in Il Lavoro. La filosofia antica in terra
d'Africa e le tendenze del soggettivismo. Estratto da Atti della Riunione della
SIPS a Tripoli, Raduno coloniale della scienza italiana, 1-7 novembre 1936.
Relazione Congresso della Società per il progresso delle scienze (Tripoli).
Problemi della cosmologia di Anassimandro, in Logos, Napoli Nota sulla
cosmologia e la metafisica di Anassimandro introdotta come aggiornamento nel Il
vol. dell'edizione italiana de E.Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel
suo sviluppo storico, Parte I: I Presocratici, Il vol.: lonici e Pitagorici, La
Nuova Italia, Firenze, Ancora sull'infinito e gli antichi, in Sophia La prima
affermazione della sfericità della terra. Nota dell'accademico effettivo prof
M., comunicata il 12 dicembre, in Rendiconti delle sessioni della R. Accademia
delle scienze dell'Istituto di Bologna. Classe di scienze morali Bologna, Tip.
Azzoguidi, Trad. it con l'aggiunta di una postilla in Momenti del pensiero
greco e cristiano Enciclopedia italiana; voci: Unità, Universo (nella storia
della filosofia) Per l'interpretazione di F. Fiorentino, in Archivio di storia
della filosofia italiana Sui frammenti di Filolao (contributo a una revisione
del processo di falsità), in Rivista di Filologia e d'istruzione classica
Platone e la storia del pitagorismo, in Atene e Roma, Firenze, Le Monnier Nota
sulle fonti della nostra conoscenza e ricostruzione storica del Pitagorismo, in
E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Forme e
tendenze attuali del movimento filosofico in Italia, (in collaborazione con il
Prof. Limentani della R. Università di Firenze), in Logos, Napoli L'origine
dell'ideale filosofico della vita. Comunicazione, Rendiconti delle sessioni
della R. Academia delle scienze dell'Istituto di Bologna. Classe di scienze
morali, serie V, I, Azzoguidi, Bologna Zeller-M., La filosofia dei Greci nel
suo sviluppo storico, Parte I: 1 Presocratici, vol. Il: lonici e Pitagorici, La
Nuova Italia, Firenze. Intorno ad Epicarmo, in Civiltà moderna, Firenze L'unità
del pitagorismo, in La Nuova Italia, Firenze, giugno. Origen y sentido del concepto de cultura
humanista, para la inauguración de cursos del Istituto de Humanidades de la
Universidad Nacional de Córdoba, El Sol, La Plata Historia y filosofia, in
Sustancia, Tucumán, Trad. it. in Alle origini della filosofia della cultura,
trad. di L. Bassi, Il Mulino, Bologna El materialismo histórico en Federico
Engels, version castellana de A. Mantica, Libreria y Editorial Ciencia,
Rosario, Descartes, Discorso sul metodo, a cura di M. e Garin, Sansoni, Firenze
La traduzione e le note di M. vennero pubblicate anonime in questa prima
edizione, mentre ricompaiono nelle ristampe successive Descartes, Principi di
filosofia, a cura di M. e E. Garin, Sansoni, Firenze, La traduzione e le note
di M. vengono pubblicate anonime in questa prima edizione, mentre ricompaiono
nelle ristampe successive Sócrates, edición de la Universidad Nacional de
Córdoba, Córdoba. Anche
in Moralistas griegos. La conciencia moral de Homero a Epicuro, Imán, Buenos
Aires, Sugestiones de la técnica en las concepciones de los naturalistas
presocráticos, in Archeion de la Universidad Nacional del Litoral Trad. it di
L. Bassi: Suggestioni della tecnica nelle concezioni dei naturalisti
presocratici, in Alle origini della filosofia della cultura, introduzione di R.
Treves, Il Mulino, Bologna Moralistas griegos. La conciencia moral de Homero a
Epicuro, Imán, Buenos Aires. Trad. it. accresciuta a cura di V. E. Alfieri, Moralisti
greci. La
coscienza morale da Omero a Epicuro, Ricciardi, Napoli-Milano Espíritu
revolucionario y conciencia histórica, in Revista Mexicana de Sociología,
Universidad Nacional Autónoma de México El pensamiento antiguo, historia de la
filosofia greco-romana, Losada, Buenos Aires. El problema del conocimiento
desde los presocráticos hasta Aristóteles, Publicaciónes del Instituto de
Humanidades de la Universidad Nacional de Córdoba, n. 19, Córdoba. La teoría
del sentido interior en San Agustín y sus antecedentes griegos, in Insula,
Buenos Aires. Trad. it. in Momenti del pensiero greco e cristiano Espíritu
revolucionario y conciencia histórica, in Revista mexicana de Sociología e nel
Boletín del Instituto de Sociología de Bueons Aires La antinomia del espíritu
innovador, in Sustancia, n. 9, Tucumán, pp. 12- La filosofia política de Italia
en el siglo XIX, Imán, Buenos Aires. En los orígenes de la filosofía de la
cultura, Imán, Buenos Aires. En el centenario de Galileo, in Sur La crítica
escéptica de la causalidad, in El problema de la causalidad, Publicaciones del
Instituto de Humanidades de Córdoba. El genio helénico y los caracteres de sus
creaciones espirituales, Cuadernos de la Facultad de Filosofía y Letras de
Tucumán, Tucumán. Roberto Ardigó y el positivismo italiano, in Sustancia,
Tucumán Naturaléza y cultura en la formación de la filosofía griega,
Publicaciones del Instituto de Humanidades Córdoba. Rousseau y la consciencia
moderna, Imán, Buenos Aires. Campanella y Descartes, in Estudios de Filosofía,
Universidad Nacional de Córdoba. La filosofía de la historia de Fernando
Lassalle, in Revista mexicana de Sociología, Universidad Nacional Autónoma de
México Traducción de Carmelo di Bruno del original italiano. E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia
dei Greci nel suo sviluppo storico, 1 Presocratici, vol. I: Origini, caratteri
e periodi della filosofia greca, 2ª edizione, La Nuova Italia, Firenze. El pensamiento
de Galileo y sus relaciones con la filosofía y la ciencia antiguas,
Publicaciones del Instituto de Humanidades, n. 33, Córdoba La filosofía de
Giordano Bruno, trad. Ricardo Resta, in Minerva, Buenos Aires, a. 1, vol. 1,
mayo-junio. La ética antigua y la noción de conciencia morale, Imprenta de la
Universidad Nacional de Córdoba, Publicaciónes del Instituto de Humanidades, n.
41, Córdoba Misión de la cultura humanista, in Papales, Buenos Aires. Determinismo contra volontarismo en
la filosofia de Nietzsche, in Minerva, Buenos Aires, II, n. 4. Anche Ensayos
críticos sobre filósofos alemanes, Imán, Buenos Aires Determinismo contro
volontarismo nella filosofia di F. Nietzsche, in Filosofi tedeschi: saggi
critici, trad. di L. Bassi, Cappelli, Bologna La politica y la utopía de
Campanella. La
Ciudad del Sol, in Revista mexicana de Sociología, Universidad Nacional
Autónoma de México Origen del ideal filosófico de la vida, in Revista de
estudios clásicos de la Universidad de Cuyo, Mendoza Inserito successivamente
in M., En los orígenes de la filosofía del la cultura, Libreria Hachette,
Buenos Aires La trascendencia extratemporal divina y la infinitud temporal en
el período religioso de la filosofía griega, in Philosophia, Mendoza,
Universidad de Cuyo Eternidad e infinitud del tiempo en Aristóteles,
Publicaciones del Instituto de Filosofía y Humanidades, n. 44. Pubblicato nella
Revista de la Universidad Nacional de Córdoba El infinito y las antinomias
lógicas de la filosofia antigua, Publicaciones del Instituto de Humanidades
Córdoba. El primer fragmento de Heráclito: texto, traduccion y comentario, in
Revista de la Universidad de Buenos Aires El pensamento antiguo, Losada, Buenos
Aires. Sobre la pena de muerte (Kant contra Beccaria), in Bebel, Santiago del
Chile Bruno, in Philosophia, Mendoza, Univer- sidad de Cuyo La infinitud del
espiritu en la filosofia antigua, Universidad Nacional de Córdoba,
Publicaciones del Instituto de Filosofía y Humanidades, Córdoba Qué es el
materialismo histórico, in Babel, Santiago del Chile, Heidel, La edad heroica
de la ciencia, Espasa Calpe, Buenos Aires. Cesar Beccaria y su obra, Depalma,
Buenos Aires Trad. it con ampliamenti ed aggiunte: Cesare Beccaria, La Nuova
Accademia, Milano Descartes, Discorso sul metodo, a cura di E. Garin e R.
Mondolfo, Sansoni, Firenze, 2ª edizione. R. Descartes, Principi di filosofia, a
cura di E. Garin e R. Mondolfo, Sansoni, Firenze, 2ª edizione. Il problema del
male in Agostino e nell'agostinismo, conferenza tenuta nell'aula magna
dell'Università di Montevideo il 31 agosto. Confluita in
Momenti del pensiero greco e cristiano Ensayos críticos sobre filósofos
alemanes, Imán, Buenos Aires. Trad. it a cura di L. Bassi, Filosofi tedeschi: saggi
critici, Cappelli, Bologna 1958. La idea de progreso humano en G. Bruno,
in Babel, Santiago del Chile Tres filósofos de Rinascimiento: Bruno, Galileo,
Campanella, Losanda, Buenos Aires. Poi rifuso in Figuras e ideas de la
Filosofía del Rinacimento, Losada, Buenos Aires San Augustín y el problema del
mal en el neoplatonismo cristiano, in Revista de la Facultad de Humanidades y
Ciencias de Montevide Interpretaciones de Heráclito en el último medio siglo,
prólogo a O. Spengler, Heráclito, Espasa-Calpe, Buenos Aires. Interpretaciones
italianas del materialismo histórico, in Cultura italiana, Buenos Aires. Trad.
it: Il materialismo storico nelle interpre-tazioni italiane, in Critica
sociale, Milano Voluntarismo y pedagogia de la acción en Mazzini y en Marx, in
Babel, Santiago del Chile La idea de cultura en el Rinacimiento italiano, in
Jornadas de centro de cultura italiana, Tucumán, Universidad Nacional Figure e
idee del Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze, Die Klassische Philosophie in
Latein-Amerika, Universitas, Stuttgart. Problemas y métodos de la investigación
en historia de la filosofia, Cuadernos de Instituto de Universidad Nacional de
Tucumán, Tucumán. Sulle orme di Marx, 4ª edizione, Cappelli, Bologna. Le sujet
humain dans la philosophie antique, Proceedingof the Congress of Philosophy,
North-Holland Publishing Co., Amsterdam Voluntad y conocimiento en Heráclito,
in Notas y estudios de filosofía, Tucumán, Spinoza y la noción de progreso
humano, in Bebel, Santiago de Chile Descartes, Discorso sul metodo, a cura di
E. Garin e R. Mondolfo, 3ª edizione, Sansoni, Firenze. Descartes, Principi di filosofia, a
cur. di Garin e M., Sansoni, Firenze. El hombre como sujeto espiritual en la
filosofía antigua, in Actas de primer Congreso Nacional de Filosofía, tomo III,
Mendoza, Universidad Nacional de Cuyo L'utopia di Campanella, Studi in onore di
Gino Luzzatto, Giuffrè, Milano. Rousseau, Discorsi e Contratto sociale, a cur. M., 3ª
edizione, Cappelli, Bologna. Il pensiero antico. Storia della filosofía
greco-romana, esposta con testi scelti dalle fonti, 2ª edizione, La Nuova
Italia, Firenze. Il metodo di Galileo e la teoria della conoscenza, in Rivista
di filo-sofia, Torino Figure e idee del Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze
Ensayos sobre el Renacimiento italiano, Universidad Nacional de Tucumán,
Instituto de filosofía, Tucumán. El método de Galileo y la teoría del
conocimiento, in Actas de la Academia de Ciencias Culturales y Artes de la
Universidad Nacional de Tucumán, Tucumán Trabajo manual y trabajo intelectual
desde la antigüedad hasta el Renacimiento, in Revista de historia de las ideas
de la Universidad Nacional de Tucumán, Tucumán Lavoro manuale e lavoro
intellettuale dall'antichità al Rinascimento, in Critica sociale, Milano,
Ristampato in Alle origini della filosofia della cultura, a cura di R. Treves,
Il Mulino, Bologna Polis, lavoro e tecnica, introduzione e cur. Ferriolo, Feltrinelli, Milano La
filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: I presocratici, vol. Il: Ionici e
Pitagorici, 2ª edizione, La Nuova Italia, Firenze Lo humano y lo subjetivo en
el pensamiento antiguo, in Notas y estudios de filosofía, Tucumán, Sobre una
interpretación reciente de Anaxagoras y los eleatas, in Notas y estudios de
filosofía, Tucumán, Preparación profesional e investigación científica, in La
universidad del siglo XX, Universidad Nacional de San Marcos, Lima Trad. it. in
Educazione e cultura come problemi sociali La reminiscencia platónica y la
actividad del espíritu, in Actas del Congreso de filosofía en Lima y Revista de
la Universidad Nacional de S. Agustín de Arequipa. Reseñas en Notas y estudios de
filosofía, sobre: M. Dal Pra, La storiografia filosófica antica; C. Moeller,
Sagesse grecque etparadoxe chrétien; A. Nogueira, Universo Zeller-M., La
filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: I Presocratici, vol. I:
Origini, caratteri e periodi della filosofia greca, 3ª edizione, La Nuova
Italia, Firenze El pensamiento antiguo.Desde los orígines hasta Platón. Tomo II: Desde
Aristóteles hasta neoplatónicos, 3ª edizione, Losada, Buenos Aires El infinito
en el pensamiento de la antigüedad clásica, trad. de F. Gonzáles Ríos, Ediciones
Imán, Buenos Aires. La
filosofía como problematicidad y el historicismo, in Philosophia, Universidad
Nacional De Cuyo, Mendoza, Trad. it: La filosofia come problematicità e lo
storicismo, in Il Dialogo Il materialismo storico in F. Engels, 2ª edizione
italiana, La Nuova Italia, Firenze. Leonardo teórico del arte y de la ciencia,
in Sur, Buenos Aires, Eduard Zeller y la historia de la filosofía, in Notas y
estudios de filosofía, Tucumán Intorno alla gnoseologia di Democrito, Rivista
critica di storia della filosofia, Milano La comprensione del soggetto umano
nell'antichità classica, trad. di L. Bassi, La Nuova Italia, Firenze Problemi e
metodi di ricerca nella storia della filosofia, La Nuova Italia, Firenze. I cirenaici e i raffinati del Teeteto
platonico, Rivista di filosofia, Torino La comprensione del soggetto umano
nell'età classica Il valore del lavoro nel riconoscimento di Senofonte, Platone
ed Aristotele, in Critica sociale, Milano, Trabajo y conocimiento según
Aristóteles, in Imago mundi, Buenos Aires L'unité du sujet dans la gnoséologie
d'Aristóte, in Revue philosophique, Paris Platón y el concepto unitario de
cultura humana, in Humanitas, Universidad Nacional de Tucumán; nella versione
italiana: Platone e il concetto unitario di cultura umana, in Scritti di
sociologia e politica in onore di Luigi Sturzo, II, Zanichelli, Bologna, Dos
textos de Platón sobre Heráclito, in Notas y estudios de filosofía, Tucumán
Leonardo teorico dell'arte e della scienza, in II Ponte, Firenze Campanella y
su utopía, prólogo a T. Campanella, La Ciudad del Sol, Losada, Buenos Aires. Breve historia
del pensamiento antiguo, Losada, Buenos Aires La valoración del trabajo en la
Grecia antigua hasta Sócrates, in Revista de economía, Córdoba, The Greek
attitude to manual labour, in Past et Present, London Rousseau e la coscienza
moderna, La Nuova Italia, Firenze. Trad. it. di Rousseau y la consciencia
moderna, Imán, Buenos Aires 1944. Cultura e libertà nel pensiero di Croce, in
Critica sociale, Milano, Educazione e cultura come problemi sociali Cultura y
libertad en el pensamiento de Croce, in Homenaje a Croce en el primer
aniversario de su fallecimiento, de la Facultad de Filosofía y Letras de Buenos
Aires Seneca e l'infinità del progresso spirituale, in Critica sociale, Milano,
aprile. La divisione del lavoro e il compito sociale dell'educazione, in
Critica sociale, Milano Educazione e cultura come problemi sociali, Séneca y la
infinitud del progreso espiritual, in La Torre, de la Universidad de Puerto
Rico, Il problema di Cratilo e l'interpretazione ai Eraclito, in Rivista
critica di storia della filosofía, Milano, La conciencia moral en Sócrates,
Platón y Aristóteles, in Humanidades, de la Universidad Nacional de La Plata,
n. 34, Seccíon Filosofía Figuras e ideas de la filosofía del Renacimiento,
Losada, Buenos Aires. Trad. it. a cura di L. Bassi: Figure e idee della
filosofia del Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze El problema de Cratilo y
la interpretación de Heráclito, in Anales de Filología Clásica, Buenos Aires,
Universidad de Buenos Aires Rousseau, Discorsi e Contratto sociale, a cura di
R. Mondolfo, 4ª edizione, Cappelli, Bologna. Educazione e democrazia nel
pensiero socialista, in Critica sociale, Milano Historia de la filosofía e
historia de la cultura, in Imago mundi, Buenos Aires, marzo. Trad it. Storia della filosofia e
storia della cultura, in Educazione cultura come problemi sociali Intorno a
Gramsci e alla filosofia della prassi, in Critica sociale, Milano Critica
sociale, Milano 1955, con prefazione di E. Bassi. Successivamente compreso nel
volume Da Ardigò a Gramsci, Nuova Academia, Milano Umanismo di Marx. Studi
filosofici Antologia di Aristotele, La Nuova Italia, Firenze. La comprensión
del sujeto humano en la cultura antigua, Imán, Buenos Aires. Trad. it. a cura
di L. Bassi, La comprensione del soggetto umano nell'antichità classica, La
Nuova Italia, Firenze 1958. Giuseppe Mazzini y los orígenes del
movimiento obrero en Italia. El conflicto entre Mazzini y Bakunin, in Cuadernos
de la cultura de Italia, Buenos Aires, Sócrates, Colección filósofos y
sistemas, Losange, Buenos Aires. Edizione ampliata de Sócrates, edición de la
Universidad Nacional de Córdoba, Cordoba I moralisti greci. La coscienza morale da Omero a
Epicuro, Ricciardi, Milano-Napoli Lavoro e conoscenza nelle concezioni
dell'antichità classica, Sag-giatore, Torino. Poi in Educazione e cultura come
problemi sociali, Successivamente anche in Polis, lavoro e tecnica, a cura di
M. V. Ferriolo Espíritu revolucionario y conciencia histórica, Ediciones
Populares Argentinas, Buenos Aires. Evolución del socialismo, Ediciones
Populares Argentinas, Buenos Aires. Historia de la Universidad de Bologna, in
La Torre, Puerto Rico, Puerto Rico, Trad. it. Storia dell' università di
Bologna, in La vita italiana, nel volume Estudios italianos en la Argentina,
publicado dal Centro di studi italiani, Buenos Aires Cultura y libertad en el
pensamiento de Croce, in Homenaje a Croce en el primer aniversario de su
fallecimiento, Facultad de Filosofía y Letras de Buenos Aires. Trabajo y
conocimiento en las concepciones de la antigüedad clásica, in Cuadernos
Americanos, México, Universidad Nacional Autónoma de México, Titolo originale:
Lavoro e conoscenza nelle concezioni dell'antichità classica, in Saggiatore
Torino. Storia dell'università
di Bologna, in La vita italiana, nel volume Estudios italianos en la Argentina,
publicado dal Centro di studi italiani, Buenos Aires Educazione e cultura come
problemi sociali, L'infinito nel pensiero dell'antichità classica, La Nuova
Italia, Firenze. El
genio helénico: formación y caracteres, Editorial Columba, Buenos Aires. La
ciencia de la lógica de Hegel, trad. de Augusta y M., prólogo de M. Hachette,
Buenos Aires. La división del trabajo y la tarea de la educación, en Estudios
sociológicos (congreso de sociologia), México, y en La Nación, Buenos Aires,
abril. El materialismo histórico en Engels y otros ensayos, nueva traduccion de
la 2ª edicion italiana con agregados, Editorial Raigal, Buenos Aires. Alle origini della filosofia della
cultura, trad. it di L. Bassi e con introduzione di R. Treves, I Mulino,
Bologna. Bolscevismo e dittatura (la conseguenza del sistema), in Critica
sociale, Milano Studi sulla rivoluzione russa, cit., L'esigenza del nesso fra
storia della filosofia e storia della cultura, in Verità e storia: un dibattito
sul metodo della storia della filosofia, Società filosofica romana, Arethusa,
Asti Aristotele. Antologia, 1ª ristampa, La Nuova Italia, Firenze. La coscienza
morale e la legge interiore in Plutarco, in Filosofia, Torino, Sul concetto di
lavoro, in Il comune, Senigallia, febbraio. Successivamente in S. Anselmi,
Incontro con Rodolfo Mondolfo. In appendice: M. Il concetto di lavoro, Libr.
editrice Sapere, Senigallia 1961. La filosofia della Critica sociale, in
Esperienze e studi socialisti: in onore di U. G. Mondolfo, La Nuova Italia,
Firenze, pArte, religión y filosofía de los Griegos, Columba, Buenos Aires. La deuda de
Aristóteles con Platón, in La Nación, Buenos Aires. Acerca de la primera
traducción directa de la Ciencia de la lógica de Hegel, in La Prensa, Buenos
Aires, 13 de enero. La filosofía como problemática y su continuidad histórica,
in Revista de filosofía de la Universidad de Costa Rica, San José de Costa Rica,
Prólogo a A. Nogueira, Ideas vivas e ideas muertas, Colecão Rex, Río de
Janeiro. Problemas de cultura y educación, Hachette, Buenos Aires. Trad. it
Educazione e cultura come problemi sociali, Cappelli, Bologna 1957: Prólogo a
Lamanna, Historia de la Filosofía, I: El pensamento antiguo, trad. de Caletti,
Hachette, Buenos Aires. Educazione
e cultura come problemi sociali, Cappelli, Bologna. Edizione spagnola:
Problemas de cultura y education, Hachette, Buenos Aires. La historia de la
filosofía y la historia integral, in Revista de la Universidad de Buenos Aires,
Buenos Aires, Note intorno alla storia della filosofía, in Rivista critica di
storia della filosofia», Milano, L'influenza storica e la perennità di Socrate,
in Il Dialogo, Bologna, Evidence of Plato and Aristotele relating to the
ekpyrosis in Heraclitus, trad. D. J. Allan, in Phronesis, Intorno al problema
storico di Hilferding, in Critica sociale, Milano, Ristampato in R. Mondolfo,
Umanismo di Marx. Studi filosofici, Filosofi tedeschi: saggi critici, trad. di
L. Bassi, Cappelli, Bologna. Il pensiero stoico ed epicureo. Antologia di
testi, a cura di M. e Pesce, La Nuova Italia, Firenze. Determinismo contro
volontarismo in Nietzsche, in Il Dialogo, Bologna, nTitolo originale:
Determinismo contra volontarismo en la filosofia de Nietzsche, in Minerva,
Buenos Aires. Nella sua traduzione italiana il saggio si trova anche in Id.
Filosofi tedeschi: saggi critici, trad. di L. Bassi, Cappelli, Bologna
Prospettive filosofiche: la filosofia come problematicità e lo storicismo, con
bibliografia degli scritti di R. Mondolfo, in Il Dialogo, Bologna, Titolo
originale: La filosofía como problematicidad y el historicismo, in Philosophia,
Universidad Nacional De Cuyo, Mendoza, Rispetto all'originale spagnolo,
Mondolfo inserisce una breve postilla di aggiornamento. La comprensione del
soggetto umano nell'antichità classica, trad. it. L. Bassi, La Nuova Italia,
Firenze. Titolo originale: La comprensión del sujeto humano en la cultura
antigua, Imán Buenos Aires Prefazione a L. Conti, L' assistenza e la previdenza
sociale. Storia e problemi, Feltrinelli, Milano. Aristotele. Antologia, La
Nuova Italia, Firenze Eraclito e Anassimandro, La Nuova Italia, Firenze.
Eraclito e Anassimandro (Dalle note di aggiornamento Zeller-Mondolfo, vol. III:
Capitoli su Eraclito), in Filosofia, Torino, I frammenti del fiume e il flusso
universale in Eraclito, in Rivista critica di storia della filosofía, Milano El
flujo universal de Heráclito y el símbolo del río, in Cultura Universitaria
Anche in E. Zeller e R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo
storico, Parte I: 1 Presocratici, Eraclito, La Nuova Italia, Firenze, Il
pensiero politico del Risorgimento italiano, La Nuova Accademia, Milano. Titolo
originale: La filosofia política de Italia en el siglo XIX, Imán, Buenos Aires.
Rispetto all'edizione
castigliana quella italiana presenta aggiornamenti e arricchimenti. El
pensamiento antiguo. Historia de la filosofia greco-romana, Losada, Buenos
Aires. Sócrates, Editorial Universitaria, Buenos Aires. El sol y las Erinias,
según Heráclito, in Universidad, Universidad Nacional del Litoral, Santa Fe, La
idea de una misión del filósofo, en el pasado y en nuestros días, in La Nación,
Buenos Aires, octubre. El flujo universal de Heráclito y el símbolo del río, in
Cultura Universitaria, Caracas, Direccion de Cultura. Departamento de
Publicaciones, Nota sobre los Antecedentes en la historia de la filosofía, in
Philosophia, Mendoza, Universidad Nacional de Cuyo, Facultad de Filosofía y
Letras, Instituto de Filosofía, La conflagración universal en Heráclito, in
Philosophia, Mendoza, Revista del Instituto de Filosofía, Universidad Nacional
de Cuyo, Facultad de Filosofía y Letras, Los seminarios de investigación
filosofíca, in Revista de Educación, La Plata, La missione della filosofia
nell'epoca attuale, in Critica sociale, Milano, Anche in Prospettive storiche e
problemi attuali dell'educazione. Studi in onore di Ernesto Codignola, La Nuova
Italia, Firenze Guía bibliográfica de la filosofía antigua, Losada, Buenos
Aires. Cesare Beccaria, La Nuova Academia, Milano. Edizione italiana, con complementi
ed aggiunte de Cesare Beccaria, Editorial Depalma, Buenos Aires Moralisti
greci. La coscienza morale da Omero a Epicuro, trad. a cura di V. E. Alfieri,
Ricciardi, Napoli-Milano. Titolo originale: Moralistas griegos. La conciencia
moral de Homero a Epicuro, Imán, Buenos Aires Rispetto all'originale edizione
spagnola, quella italiana si presenta accresciuta. O genio
helénico, en V. de Magalhães Vilhena, Panorama do pensamiento filosófico,
Cosmos, Lisboa. En los orígenes de la filosofía de la cultura, 2ª edición
ampliada, Hachette, Buenos Aires. La Universidad latino-americana como creadora
de cultura, Cultura universitaria de Caracas Universidad de la República,
Montevideo; Universidades (Unión de Universidades de América latina), Buenos
Aires, IMarx y marxismo, Estudios histórico-críticos, Trad. esp. parciale de M.
H. Alberti, Fondo de cultura económica, México-Buenos Aires. Socrates, Eudeba,
Buenos Aires Bibliografía heraclitea, in Anales de filología clásica, Buenos
Aires, Il pensiero stoico ed epicureo. Antologia di testi, introduzione critica e commento a cura di
D. Pesce, La Nuova Italia, Firenze. Presentazione a AA.VV, Senigallia, a cura
di S. Anselmi, Libreria Editrice Sapere, Senigallia. Socialismo e
cristianesimo, in Critica sociale, Milano, El genio helénico y Arte, religión y
filosofía de los griegos, Editorial Columba, Buenos Aires. Notas heraclíteas.
La identidad de los caminos opuestos (B 59 y B 60), in Philosophia, Mendoza,
Universidad Nacional de Cuyo, Facultad de Filosofía y Letras, Instituto de
Filosofía, Heráclito y Parménides, in Cuadernos filosóficos, Universidad
Nacional del Litoral, Rosario, De las notas de actualización de
Zeller-Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico. Problemas y
métodos de la investigación en la historia de la filosofia, 2ª edición
ampliada, Edit. Universitaria, Buenos
Aires. Il pensiero neoplatonico. Antologia di testi, scelta, traduzione e note
introduttive di M., introduzione critica e commento di D. Pesce, La Nuova
Italia, Firenze. Il pensiero antico. Storia della filosofia greco-romana
esposta con testi scelti dalle fonti, 3ª edizione aggiornata, La Nuova Italia,
Firenze. E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo
storico, I Parte: 1 Presocratici, vol. IV: Eraclito, La Nuova Italia, Firenze.
E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico La
filosofia post-aristotelica, vol. VI: Giamblico e la Scuola di Atene, trad. di
E. Pocar, a cura di G. Martano, La Nuova Italia, Firenze. Nel centenario di
Filippo Turati, in Quaderni italiani dell'Istituto italiano di cultura, Buenos
Aires. Arte,
religion y filosofia de los Griegos, Columba, Buenos Aires. Veritas filia temporis en
Aristóteles, in Revista de la Universidad Nacional de Córdoba, Personalità e
responsabilità nella democrazia, I parte, in Critica sociale, Milano, Il
movimento operaio fino al 1860, in Critica sociale, Milano, S. Anselmi,
Incontro con Rodolfo Mondolfo. In appendice: M., Sul concetto di lavoro,
Libreria editrice Sapere, Senigallia. Personalità e responsabilità nella democrazia,
Il parte, in Critica Sociale, Milano, Il concetto dell'uomo in Marx, in Il
dialogo, Bologna, e a cura del Comune di Senigallia. Si tratta di una
conferenza tenuta all'Università di Montevideo per i corsi del Consejo
Interuniversitario Regional di Argentina, Cile e Uruguay, nel febbraio del
1962. Successivamente pubblicata in spagnolo (trad. a cura di O. Caletti) nel
testo Humanismo de Marx, Fundo de la cultura económica, México Ora in Umanismo
di Marx. Studi
filosofici Personalidad y responsabilidad en la democracia, in Buenos Aires.
Revista de Humanidades, Buenos Aires, La conciencia moral de Homero a Demócrito
y Epicuro, Eudeba, Buenos Aires Materialismo histórico. Bolschevismo y
dictadura, Ediciones nuevas, Buenos Aires. Le opere complete di Antonio
Labriola, in Critica sociale, Milano, in numero di ripubblicazione dell Tesi di
Critica Sociale, Rousseau y la conciencia moderna, Eudeba, Buenos Aires.
Homenaje a M., Universidad Nacional de Córdoba. Da Ardigò a Gramsci, La Nuova
Accademia, Milano. Testimonianze
su Eraclito anteriori a Platone, in Rivista critica di Storia della filosofia,
Milano, Fratelli Bocca Eraclito, Testimonianze e imitazioni, a cura di M. e L.
Tarán, La Nuova Italia, Firenze Breve historia del pensamiento antiguo, Losada,
Buenos Aires. Siete opiniones sobra la significación del humanismo en el mundo
contemporáneo, in Revista de la Universidad de Buenos Aires, Buenos Aires Un
precorrimento di Vico in Filone alessandrino, Miscel-lanea di studi
alessandrini in onore di A. Rostagni, Bottega d'Erasmo, Torino, Successivamente
in R. Mondolfo, Momenti del pensiero greco e cristiano, Morano, Napoli Morale e
libertà in Labriola, recensione a Dal Pane, Ricerche sul problema della libertà
e altri scritti di filosofia e pedagogia Critica sociale, Milano, L'uomo greco
secondo Pohlenz, in Il Ponte, Firenze, La Nuova Italia, Poi in Momenti del
pensiero greco e cristiano, Morano, Napoli, Fromm y la interpretación de Marx,
in La Nación, Buenos Aires, julio. La Universidad y sus antecedentes, in La
Gaceta, del Fondo de Cultura Económica, Mexíco. Personalidad y responsabilidad
en la democrazia, Buenos Aires. Sócrates, Mestre Jou, São Paulo. Sócrates, 4ª
edición, Eudeba, Buenos Aires. En torno a la contemporaneidad de la historia,
in La Torre, Puerto Rico, Universidad de Puerto Rico, Trad. it. Intorno alla
contemporaneità della storia, in Critica sociale, Milano, La obra de Condillac,
prólogo a Condillac, Tratado de las sensaciones, Eudeba, Buenos Aires.
Problemas y métodos de la investigación en la historia de la filosofía, Eudeba,
Buenos Aires. Fromm e il concetto
dell'uomo in Marx, in Critica sociale, Anche in R. Mondolfo, Umanismo di Marx.
Studi filosofici, Figure e idee della filosofia del Rinascimento, La Nuova
Italia, Firenze. Trad.
it. Figuras e ideas de la filosofía del Rinacimento, Losanda, Buenos Aires. La fondazione del materialismo
storico (A proposito di recenti studi), in Il Dialogo, Bologna, Ristampato in
Umanismo di Marx. Studi filosofici, Nuovi studi su Feuerbach e Marx, a cura di
M. e Testa, in Il Dialogo, Bologna, Marxismo e libertà, in Il Ponte, Firenze,
Anche in Umanismo di Marx. Studi filosofici, Le antinomie di Gramsci, in
Critica sociale,Decartes, Discorso sul metodo, a cura di M. ed E. Garin,
Sansoni, Firenze. Galileo e la scienza, in Critica sociale, Milano,
Ripubblicazione del saggio (cap II: Il pensiero di Galileo e i suoi rapporti
con l'antichità e con il Rinascimento) apparso nella raccolta Figure e idee del
Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze In memoria di Gino Luzzatto, in Critica
sociale, Galileo y el método experimental, in La Nación, junio. Momenti del
pensiero greco e cristiano, Il Morano, Napoli. A quarant'anni della prima
edizione de La Rivoluzione Liberale, M. a Piero Gobetti, Centro Studi Gobetti,
Quaderno Torino. El
humanismo de Marx, trad de Galetti, Fondo de la Cultura Económica,
México-Buenos Aires. Origen y desarrollo histórico de la universidad, in
Revista de la Universidad de Córdoba, Córdoba. O pensamento antiguo, 2 tomos,
Maestre You, São Paulo. Momentos de pensamiento griego y cristiano, versión
castellana de O. Caletti, Paidós, Buenos Aires Materialismo histórico como
humanismo realista, in La Gaceta, del Fondo de la Cultura Económica, México,
septiembre. Si tratta di una
conferenza tenuta all'Università di Montevideo per i corsi del Consejo
Interuniversitario Regional di Argentina, Cile e Uruguay, nel febbraio del
1962. Pubblicata anche nel testo Humanismo de Marx, Fundo de la cultura
económica, México. La versione italiana (I materialismo storico come umanismo
realistico) si trova in Il Dialogo, Bologna, e in M., Umanismo di Marx. Studi
filosofici, Discussioni su un testo di Parmenide (Die Fragm. d. Vorsokr. --
Rivista critica di storia della filosofia, Milano, Sul valore storico delle
testimonianze di Platone, in Filosofia, XV, ottobre, pp. 583-601. Anche in
Eraclito, Testimonianze e imitazioni, a cura di M. e Tarán, La Nuova Italia,
Firenze, Platón y la interpretación de Jenófanes, in Revista de la Universidad
Nacional de Cordoba. La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, I
presocratici, vol. Il: Ionici e Pitagorici, La Nuova Italia, Firenze. K. Marx,
Crítica de la filosofia del derecho de Hegel, trad. del alemán, con notas
aclaratorias de R. Mondolfo, Ed. Nuevas, Buenos Aires La lotta di classe
secondo Juan B. Justo, in Critica sociale, Milano, Riproduzione
dell'Introduzione a Bilancio del marxismo, Cappelli, Bologna; e con il titolo
Conclusioni sul marxismo, in П Dialogo, Tecnica e scienza nel pensiero antico, in
Athenaeum, Pavia, El pensamento antiguo, trad. del italiano por S. A. Tri, tomo
I-II, 5ª edición, Losada, Buenos Aires. Introduzione a Bilancio del marxismo,
Cappelli, Bologna. Le testimonianze di Aristotele su Eraclito, in Filosofia,
Torino, Anche in Heraclitus, Testimonianze e imitazioni, cura di R. Mondolfo e
L. Tarán, La Nuova Italia, Firenze, Aristotele. Antologia, 4ª edizione, La
Nuova Italia, Firenze. Verum ipsum factum desde la antigüedad hasta Galileo y
Vico, in La Torre, Puerto Rico. Verum ipsum factum dall'antichità a Galileo e
Vico, in Il Ponte, Firenze, La prima inchiesta sul fascismo, in Critica
sociale, Milano, Il centenario di Filippo Turati e introduzione e parti di F.
Turati, Le vie maestre del socialsimo, Morano, Napoli. Universidad:
pasado y presente, Eudeba, Buenos Aires. Sócrates, Eudeba. Heráclito, textos y
problemas de su interpretacion, prologo de R. Frondizi, trad. de O. Caletti,
Siglo XXI, México, Madrid, Buenos Aires Battisti, in Critica sociale, Milano,
La lucha de clases según ]. Justo, in Concepto humanista de la historia,
Libera, Buenos Aires. Chiarimenti
sulla filosofia della prassi, in Critica sociale, Anche in R. M., Umanismo di
Marx. Studi filosofici, Prefazione e saggi: Per la comprensione storica del
fascismo e il fascismo in Italia, Il fascismo e i partiti politici italiani.
Testimonianze, a cura di R. De Felice, Cappelli, Bologna. Cesare Battisti
socialista, in Critica sociale, Milano, Zeller-M., La filosofia dei Greci nel
suo sviluppo storico, Parte II: Da Socrate ad Aristotele, Aristotele e i
Peripatetici più antichi, trad. di C. Cesa, a cura di A. Plebe, La Nuova
Italia, Firenze. La testimonianza di Platone su Eraclito, in De homine, Roma,
Anche in Eraclito, Testimonianze e imitazioni, a cura di R. Mondolfo e L.
Tarán, La Nuova Italia, Firenze Zeller-M., La filosofia dei Greci nel suo
sviluppo storico, Parte I: 1 Presocratici, vol. Origini, caratteri e periodi
della filosofia greca, testo della 5ª edizione tedesca con nuovi aggiornamenti,
La Nuova Italia, Firenze. Zeller-M., La filosofia dei Greci, 1 Presocratici,
vol. III: Eleati, a cur. Reale, La Nuova Italia, Firenze. Il pensiero antico.
Storia della filosofia greco-romana: esposta con testi scelti dalle fonti, La
Nuova Italia, Firenze. Estudios sobre Marx (histórico-críticos), Mestre You, São
Paulo. La questione delle ideologie, in Critica sociale, Milano, Problemas de
cultura e de educaçao, trad. de Maillet, Mestre You, São Paulo. Rousseau y la
conciencia moderna, Eudeba, Buenos Aires. Capitalismo di stato sovietico, in
Critica sociale, Milano. Figuras y idéias de filosofía da Renascença, Mestre
You, São Paulo. L'infinito nel pensiero
dell'antichità classica, La Nuova Italia, Firenze. La comprensione del soggetto
umano nell'antichità classica, La Nuova Italia, Firenze. Il pensiero
neoplatonico. Antologia di testi, introduzione critica e commento di Domenico
Pesce, La Nuova Italia, Firenze. Aristotele. Antologia, La Nuova Italia,
Firenze. Alessandro Levi socialista, in Critica sociale, Milano, Espiritu
revolucionario y conciencia histórica, Escuela, Buenos Aires. Historia de
ideas, Escuela, Buenos Aires. Studi sulla rivoluzione russa, a cura del Centro
Studi di Critica sociale, Morano, Napoli. Umanismo di Marx. Studi filosofici, a
cura diBobbio, Einaudi, Torino. Bolchevismo y capitalismo de Estado.
(Estudios sobre la revolucion rusa), Trad. E. Rondanina, Libera, Buenos Aires.
O infinito no pensamento da antigüidade clássica, trad. L. Darós, 1ª ed. em
português, Mestre Jou, São Paulo. Figuras e ideas de la filosofia del
Renacimiento, Losada, Buenos Aires. Il pensiero storico ed epicureo, La Nuova
Italia, Firenze. La conciencia moral de Homero a Demócrito y Epicuro, 2ª
edición, Euseba, Buenos Aires. O homem na cultura antiga, trad. de L. A.
Caruso, Mestre Jou, São Paulo. Sulle orme di Marx, 5ª edizione, Cappelli,
Bologna. La ciencia de la lógica de Hegel, trad. de Augusta y RodolfoMondolfo,
prólogo de M. Solar-Hachette, Buenos Aires. E. Zeller-R. M., La filosofia dei
Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: 1 Presocratici, vol. IV: Eraclito, La
Nuova Italia, Firenze. E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo
sviluppo storico, La filosofia post-aristotelica, Giamblico e la Scuola di
Atene, trad. di E. Pocar, a cura di G. Martano, La Nuova Italia, Firenze. R.
Decartes, Discorso sul metodo, a cura di M. e Garin, G. C. Sansoni, Firenze. Problemas y
métodos de investigación en la historia de la filosofia, 4ª edición, Eudeba,
Buenos Aires. La comprensión del sujeto humano en la cultura antigua, nueva
edicíon, Eudeba, Buenos Aires. Aristotele. Antologia, La Nuova Italia, Firenze. C. Cattaneo
nel pensiero del Risorgimento, in Critica sociale, Milano, El pensamiento
antiguo, 6ª edición, Losada, Buenos Aires. Marx y
marxismo. Estudios histórico-críticos, Fondo de Cultura Económica, México. Il verum factum prima di Vico, 8ª
edizione, Guida, Napoli. Breve historia del pensamiento antiguo, Losada,
Buenos Aires. Il PCI non è disponibile
per la democrazia, in Critica sociale, Discutendo una critica del revisionismo,
in Critica sociale», Milano, Noi buoni marxisti del marxismo classico, in
Critica sociale», Milano, Problemas y métodos de investigação na história de
filosofia, trad. de L. Reale Ferrari, Mestre Jou, São Paulo. Problemi e metodi
di ricerca nella storia della filosofia, ristampa, La Nuova Italia, Firenze. E.
Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: I
Presocratici, vol. V: Empedocle, Atomisti, Anassagora, trad. di Musti, a cura
A. Capizzi, testo della tedesca con nuovi aggiornamenti, La Nuova Italia,
Firenze. J. J. Rousseau, Discorsi e contratto sociale, a cura di R. Mondolfo,
4a edizione, Dini, Modena, Sócrates, 6ª edición, Eudeba, Buenos Aires. Historia de
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di G. Casertano, Petite Plaisance, Pistoia. Zeller-M.-G. Reale, Gli Eleati da
La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, con un aggiornamento bibliografico
di Girgenti, Bompiani, Milano 2011. L'attrattiva della bellezza poetica, con
cui Lucrezio adorna la sua esposizione della teoria del progresso nella
filosofia dell’orto intensifica il potere suggestivo di questa sulla mente dei
filosofi romani. Cooperano, a Roma verso la visione ottimistica del progresso,
altri influssi, come quelli del lizio e del portico che si riconosceno nella
celebrazione da Cicerone del divino potere creatore dell'intelligenza
dell’uomo. L'influsso democriteo si ripercuoteva in Diodoro Siculo attraverso
Ecateo di Abdera. Quello dell’Orto agiva non solo sul grande poema di Lucrezio,
ma anche (attraverso questo) sulla filosofia di Virgilio, Orazio, e Vitruvio.
Certo, a Roma ci si mostrano due orientamenti opposti. Quello ottimistico,
assertore ed esaltatore del potere creatore dello spirito umano e del
progresso. Quello pessimistico, ispirato all'idea di una inferiorità naturale
dell'uomo rispetto agl’animali, ovvero di una sua caduta dalla perfezione e
felicità primordiali della mistica età saturnia alle miserie, alle fatiche e ai
conflitti dell'epoca storica. Queste voci tetre risuonano in Ovidio e Plinio,
come già anteriormente in quella di Sallustio (Catilina). Ovidio, in
Metamorph.-, influsso di Cicerone (De natura deorum), esalta la nascita
dell'uomo (« natus est homo »), come dell'animale piú savio e di maggior
capacità mentale tra tutti, dominatore della natura, di figura simile a quella
degli dèi, l'unico che per la sua posizione eretta possa contemplare il Cielo.
Ma Ovidio limita l'epoca beata dell’uomo all'età d’oro, quando non ancora
l'uomo aveva scoperto i metalli, né inventato la navigazione, né le armi, né le
fortificazioni, e neppure l'aratro e iutte le altre creazioni tecniche che sono
per Ovidio fonti di pene e di danni per il loro inventore. La creatività della
mente dell’uomo ha cosí un riconoscimento in Ovidio, ma come causa lamentevole
d'infelicità. “Contra
te sollers, hominum natura, fuisti, et nimium damnis ingeniosa tais Amores). D'altra parte Plinio (Natur. hist.)
vuole umiliare l'orgoglio di coloro che - come Cicerone in De natura deorum, —
affermano che il mondo fu creato *per* l'uomo; e li richiama alla
considerazione di tutti gli elementi d'inferiorità che ha l'uomo rispetto agli
altr’animali, e dei motivi della sua infelicità: un'anticipazione del
pessimismo del “De miseria hominis.” Ma nell'atteggiamento di Ovidio il
riconoscimento (fatto a denti stretti) del potere creatore dell'intelligenza
dell’uomo, rivela la forza con cui, nonostante ogni pessimismo, tale idea
s'imponeva allo spirito dell'epoca. Aiutata certo nella sua diffusione dalla
condizione storica, cioè dall'espansione trionfale del potere di Roma. Ma
ispirata nella sua affermazione da suggestioni teoriche derivanti da filosofi.
Dall’orto attraverso l'affascinante esposizione poetica di Lucrezio, e da
Cicerone. Influenze combinate si devono riconoscere appunto in Cicerone, nella
sua celebrazione dell'eccellenza dell'uomo, del potere creatore dello spirito
umano, del lavoro, dell'industria e della co-operazione tra gl’uomini, come
fonti delle grandi conquiste della civiltà, che troviamo in “De natura deorum”,
“De finibus bonorum et malorum”, “De legibus”, e “De officiis”. L'uomo, dice
Cicerone in “De legibus,” questo animale previdente, sagace, molteplice, acuto,
dotato di memoria, pieno di ragione e di prudenza, ha da dio la sua natura
privilegiata, anzi partecipa con la sua ra- lavor dichiarate alle he Coceo in
“De officis”, L, s, dove ri corda che Panezio ha sviluppato molto ampiamente e
con numerosi esempi ciò che i capitoli sintetizzano, specialmente intorno alla
co-operazione tra gli uomini, indispensabile per la creazione di tante arti --
“senza le quali la vita non meriterebbe d'esser vissuta” . . Modernamente
l'influenza di Panezio è sione di richiamare l'attenzione nel saggio L'infinito
nel pen siero dell'antichità classica, Firenze, La Nuova Italia] gione alla
natura e alla comunità divine 7. Seminato sulla terra, ha ricevuto il dono
divino dell'anima e la capacità della virtú, che è la natura perfezionata in se
stessa ed elevata al suo grado sommo (“in se perfecta et ad summum perducta
natura”); e, mediante l'imitazione della natura maestra, la ragione umana,
usando la sua capacità industriosa (“sollerter”), è pervenuta all'invenzione di
un numero infinito di arti (“artes innumerabiles repertae sunt”). La natura
diede all'uomo — mediante i sensi messaggeri, la rapidità della mente e la luce
dell'intelligenza -- i fondamenti della scienza (“quasi fundamenta quaedam
scientiae”), di modo che, per se stessa, la natura umana sempre piú progredisce
ed avanza (“ipsam per se natu-ram longius progredi”) e, da sé, senza aver
bisogno di maestri (“etiam nullo docente”), arriva a consolidare e a
perfezionare la ragione, partendo dalle cose le cui specie ha conosciuto per
mezzo della intelligenza primordiale ed iniziale (“ex prima et inchoata
intelligentia”) In tal modo — ripete Cicerone alla fine dell'Hortensius (come
riferisce Agostino, De trinit.), con Aristotele, Protrept. fr. c Walzer (Rose),
l'intelligenza è forza visiva e sforzo attivo della mente (“mentis aciem”),
animata dal desiderio attivo dell'investigazione (“ratione et investigandi
cupiditate”). E come la sua attività è rivolta ugualmente e congiuntamente
[Eredità di ARISTOTELE, Protreptico, fr. c Walzer = 61 Rose (che Anoke qul
Cierone a apia al concet aristotelice dele potenza che per se stessa tende
all'atto. La potenza fondamentale dell'intelligenza (“inchoatae
intelligentiae”) considerata qui, è tanto teorica (argumentamur, etc.) quanto
pratica (conficimus), e non è privilegio di pochi eletti, ma possesso di tutti
(“communis omnium”). E Cicerone aggiunge ciò che già diceva Sofocle nel coro
dell'Antigone e tornerà a dire nel rinascimento Pico nel suo “De hominis
dignitate”, cioè che l'uomo ha nella sua natura la doppia possibilità,
d'elevarsi verso la sommità del bene o di sprofondare negli abissi del male
alla conquista della scienza e alla creazione delle arti, cosí — ripete
Cicerone, “De finibus”, con lo stesso Protreptico di Aristotele - si deve
riconoscere che l'uomo è nato per una doppia finalità, mentre ogni animale è
nato per un unico compito: il cavallo per la corsa, il bue per arare, il cane
per cercare, ma l'uomo, come un dio mortale, per due attività creatrici,
intendere ed operare (“ut ad cursum equum, ad arandum bovem, ad investigandum
canem, sic hominem ad duas res, ut ait Aristoteles, ad intelligendum et agendum
esse natum, quasi mortalem deum”). Queste idee hanno piú ampio sviluppo in “De
natura deorum”, dove la superiorità dell'uomo sugli animali è affermata da
Cicerone, seguendo le orme di Panezio, negli aspetti seguenti. La costituzione
del suo corpo, la cui posizione eretta gli permette la contemplazione del cielo
e gli dà la possibilità di conoscere il corso degli astri, di determinare le
divisioni del tempo, di prevedere i fenomeni astronomici per tutto l'avvenire
(“in omne posterum tempus”) e di trarre dall'ordine di essi la nozione della
divinità legislatrice e governatrice del mondo. I sensi che alla percezione
associano i giudizi di distinzione e di valutazione delle impressioni, e si
fanno pertanto ispiratori della creazione di arti rivolte a cogliere e ad usare
le sensazioni (“ad quos sensus ca-piendos et perfruendos, plures etiam quam
vellem artes repertae sunt”); l'intelligenza che comprende, definisce, connette
le cose e crea una scienza di tale potere ed eccellenza, che neppure in dio c'è
qualcosa di superiore (“qua ne in deo quidem est res ulla prestantior” § 59). E
per questa via l'uomo crea anche le arti, le une per le necessità della vita,
le altre per il diletto (secondo la distinzione tradizionale di Democrito e
Aristotele); e a questi risultati coopera anche il linguaggio che, come mezzo
di comunicare le conoscenze e di influire sul sentimento e la volontà altrui, e
il vincolo sociale che trasse l'umanità fuori della vita ferina primordiale
(“haec nos iuris, legum, urbium societate devinxit: haec a vita immani et fera
segregavit”). Ma nella creazione delle arti Cicerone torna a far notare, con
Anassagora, l'opera della mano, la cui conformazione e agilità permettono
all'uomo di operare tanto nelle arti di diletto (pittura, scultura, musica),
quanto in quelle di necessità (agricoltura, edilizia, tessitura, cucitura,
confezione di strumenti di metallo, etc.). «Per cui si comprende che noi abbiamo
conseguito tutto ciò che concerne le cose scoperte dallo spirito e percepite
dai sensi, mediante l'applicazione delle mani degli operai, per poter essere
protetti, vestiti e salvi, e avere città, difese, domicilii, templi ». Possiamo
prendere l'ali-mento e conservarlo; allevare e utilizzare animali per il
trasporto e per l'agricoltura; estrarre i metalli nascosti dalle profondità
della terra e forgiarli in strumenti e decorazioni; tagliare alberi per
riscaldamento, cottura di alimenti, edificazione di case, costruzione di navi,
che a noi — unici al mondo — permettono di dominare la forza del mare e dei
venti. In conclusione, l'uomo si converte in inventore delle arti e in
dominatore della natura, cioè in creatore di una nuova realtà, quella del mondo
della cultura. «Noi usufriamo dei campi, noi dei monti; nostri sono i fiumi,
nostri i laghi; noi seghiamo le messi, noi tagliamo gli alberi; noi, mediante
l'immissione di acque, diamo fecondità alle terre; noi chiudiamo i fiumi tra
dighe, li inalveiamo, li deviamo; insomma cerchiamo di creare con le nostre
mani una specie d'altra natura nella natura delle cose ». Non seguiremo
Cicerone nella sua dimostrazione successiva della tesi che il mondo fu creato
al servizio dell'uomo, che è la tesi contro cui polemizza Plinio, ma che non
interessa il nostro tema. Ciò che ci importa è la celebrazione menzionata del
potere creatore dell'umanità, che si può considerare un eloquente commento
esplicativo della citazione che il “De finibus” trae dal Protreptico
aristotelico, la quale dichiara che l'uomo è nato per la doppia attività,
conoscitiva e creativa, come un dio mortale. L'uomo contemplato qui da Cicerone
è appunto quello che crea il mondo della cultura e lo sovrappone al mondo della
natura; e Cicerone offre una formula efficace per esprimere tale creazione: «
nostris denique manibus in rerum natura quasi alteram naturam efficere
conamur». Formula che, insieme alla ricordata definizione (“dio mortale”)
tratta da Aristotele, ispira le 'linee memorabili dello Spaccio della bestia
trionfante di Bruno, che sintetizzano il contenuto essenziale della
dimostrazione ciceroniana: « gli dèi avevano donato a l'uomo l'intelletto e le
mani, e l'avevano fatto simile a loro, donandogli facultà sopra gli altri
animali; la qual consiste non solo poter operar, secondo la natura ed
ordinario, ma, ed oltre, fuor le leggi di quella; acciò, formando o possendo
formar altre nature, altri corsi, altri ordini con l'ingegno.... venesse a
serbarsi Dio de la terra » (Gentile, Dialoghi morali, Bari, Laterza). Anche
quello che segue nella pagina bruniana, sulle necessità che acuiscono gli
ingegni e fanno inventare le arti — di modo che « sempre piú e piú....
allontanandosi dall'esser bestiale, piú altamente s'approssi-mano a l'esser
divino › poteva ispirarsi alle frasi di Cicerone relative all'uomo che « se
segregavit a vita immani et fera »; frasi che, tuttavia, esprimevano un
concetto comune ad altri filosofi antichi, da Democrito a Lucrezio, i quali
insieme a Cicerone influiscono sulle celebrazioni della dignità dell'uomo e
della creatività dello spirito, rinnovate dagli scrittori rinascimentali, da
Manetti a Bruno e Campanella ?. Ma in un particolare caratteristico il luogo
citato dello Spaccio bruniano poté ispirarsi alla I Georgica di Virgilio, vale
a dire nel considerare la mitica età dell'oro come epoca di pigrizia e di
stupidità umane, e nel celebrare invece la dura necessità come causa del
risveglio dell'intelligenza e della creazione delle arti. « Ne l'età de l'oro,”
dice Bruno, “per l'Ocio gl’uomini non eran piú virtuosi, che sin al presente
cultadi, risorte le necessitadi, sono acuiti gl'ingegni, inventate le
industrie, scoperte le arti; e sempre di giorno in giorno, per mezzo de
l'egestade, dalla profundità de l'intelletto umano si eccitano nove e
maravigliose invenzioni. Onde, sempre piú e piú per le sollecite ed urgenti
occupazioni allontanandosi da l'esser bestiale, piú altamente 'approssimano a
l'esser divino » Senza dubbio il mito dell'età aurea o saturnia, pertamente
svalutato qui da Bruno, e motivo di sogni nostalgici per i filosofi dell'epoca
d’Ottaviano, quando Ovidio lo evoca in Metamorph., collegandolo con l'altro
mito esiodeo delle cinque età della degradazione umana, e lo stesso Virgilio
torna a sognare un ritorno del regno di Saturno (« redeunt Saturnia regna »)
nella profezia della Sibilla nell'Egloga IV. Tuttavia questi miti si trovavano
già in Esiodo in conflitto con la celebrazione del lavoro condizionante la
dignità della vita, oltre che ogni acquisizione di beni. 3 Cfr. anche Gentile,
«Il concetto dell'uomo nel rinascimento › ne Il pensiero del rinascimento,
Firenze. E il problema torna a porsi per Virgilio, che lo risolve nella I
Georgica in un modo che precorre Bruno. L’abbondanza e la facilità di vita
della mitica età saturnia significano ozio e letargo mentale; e Giove, che nel
detronizzare Saturno introduce le difficoltà, l'indigenza e la necessità del
lavoro, da agli uomini per questa via il dono inestimabile dell'attività
dell'intelligenza, creatrice delle arti e trionfatrice di tutte le avversità
per mezzo del lavoro. Giove, il padre, pater ipse, volle che non fosse facile
la via della coltivazione, e dapprima fa lavorare i campi per mezzo dell'arte,
e acuí per mezzo delle preoccupazioni gli spiriti dei mortali, e non permite
che il suo regno s'intorpidisse in un pesante letargo », come accadeva prima
del suo governo, quando nessuno lavora la terra, e questa concede tutto
senz'esser sollecitata dal lavoro umano. Giove cancella totalmente le facilità
e comodità, « affinché la necessità suscitasse le diverse arti, a poco a poco,
mediante la meditazione ». Cosí nasce l'agricoltura. Si scopre il modo di
accendere il fuoco con la pietra focaia. Si incanalano i fiumi. Si inventa la
navigazione, e il navigante impara a conoscere e nominare le stelle. Si
inventano gl’artifici della caccia e della pesca. Si forgia il ferro e se ne
fanno strumenti come l'ascia e la sega. «Allora vennero le varie arti;
trionfano di tutte le difficoltà il lavoro instancabile e l'indigenza che
assilla [gli uomini] nell'asperità delle condizioni di esistenza »: Tum variae
venere artes; labor omnia vicit improbus, et duris urguens in rebus egestas. In
tal modo, per Virgilio, la necessità e il lavoro, che Ovidio lamenta come una
maledizione per la vita umana, sono una vera benedizione, perché risvegliano
l'intelligenza e l'attività creatrice dell'uomo, e stimolano quella
meravigliosa creazione delle arti e della cultura, i cui momenti e aspetti
Virgilio sintetizza ispirandosi alla ricostruzione storica tracciata nel V
libro di Lucrezio. Certo, Virgilio s'allontana da Lucrezio nell'accettare il
mito dell'età saturnia, pur valutandolo negativamente rispetto a ciò che è piú
essenziale e nobile nell'umanità, vale a dire, l'intelligenza e la creatività
dello spirito. Ma un'eco piú fedele della concezione lucreziana sulla
condizione primordiale dell'umanità risuona in Orazio (“Satyr.”) con la
descrizione dei primi uomini che, come gl’altri animali, formano un gregge muto
e turpe (mutum et turpe pecus), lottano tra loro con unghie e pugni, poi con
bastoni e piú tardi con altre armi per soddisfare i primordiali bisogni di cibo
e di riparo, finché non creano il linguaggio, desistendo dalle guerre,
edificando città e creando leggi che impediscano i delitti. In una generazione
successiva Giovenale (“Satyr.”, VI e XIII) ripresenta una descrizione analoga
dello stato bestiale dell'umanità primitiva, satirizzando l'idea dell'età
saturnia: anch'egli, probabilmente, influenzato da Lucrezio e dalla concezione
epicurea della storia dell'umanità. Tuttavia, l'eco piú importante,
teoricamente, di tale concezione ci si presenta nell'età d'Ottaviano (come oggi
si torna a riconoscere da parte della critica storica) con Vitruvio, il quale
sembra raccogliere dagli ambienti colti della sua epoca o compiere lui stesso
una fusione delle idee esposte da Lucrezio con altre di varia provenienza,
relative al progresso umano, derivanti da Cicerone, al cui insieme aggiunge
l'intuizione dell'importanza che hanno per il progresso due fattori,
apparentemente contrari, ma connessi da lui in una dipendenza mutua, che sono
la divisione del lavoro e l'unità organica della cultura umana. Vitruvio mette
in rilievo, nella sua concezione del progresso storico dell'umanità e della
creazione della cultura, una molteplicità di fattori cooperanti: la durezza
primordiale della vita; le esperienze fortuite che suggeriscono qualche mezzo
per mitigare tale durezza; le capacità e potenze congenite negli uomini, che
sono stimolate al loro esercizio dai due fattori suddetti, e sono avviate cosí
ad uno sviluppo progressivo e alla produzione di risultati crescenti; la
ripercussione che hanno i fattori citati sulla formazione di raggruppamenti
umani permanenti, a partire da quelli temporanei primordiali, e sulla creazione
del linguaggio; l'effetto prodotto da tali innovazioni, che non solo permettono
l'assommarsi delle capacità individuali, ma provocano il loro acerescimento
progressivo, dovuto sia al mutuo aiuto e all'esperienza dei vantaggi della
cooperazione, sia allo stimolo reciproco derivante dall'attrito degli ingegni;
il sussidio poderoso, che dà a tale processo l'uso di due strumenti
meravigliosi, che sono il linguaggio, generato dalla convivenza sociale, e il
possesso della mano, organo naturale incomparabile per afferrare ed elaborare
le cose, la cui efficacia, già intuita da Anassagora, ha di nuovo posta in
rilievo Cicerone; e infine l'imitazione e trasformazione della natura
effettuate dalle arti, dove il conoscere è un fare e l'esperienza è un
esperimento. Questo fare e sperimentare воло геві possibili precisamente dal possesso
e dall'uso delle mani, che rendono capace l'uomo di tentare i piú vari modi di
combinazione ed elaborazione dei mezzi naturali, di modo che, a partire da
principi minimi, le arti si elevano nel loro sviluppo verso risultati sempre
maggiori e progressivi affinamenti delle loro capacità creative. Tutti questi
elementi sono messi in rilievo da Vitruvio nel cap. I del libro II del De
Architectura: Sulla vita degli uomini primitivi e sugl’inizi e incrementi della
civiltà e dell'architettura.” La prima esperienza che, secondo Vitruvio, ha una
funzione decisiva per togliere gli uomini dalla vita ferina primordiale e
generare la convivenza sociale permanente, fu quella dell'incendio di selve
prodotto da qualche tempesta. L'impressione di terrore iniziale è seguita dalla
curiosità, per la quale gli uomini, dopo esser fuggiti, tornano ad avvicinarsi
e, sentendo il calore del fuoco, intuiscono la sua utilità per la vita.
Attratti dallo spettacolo, gl’uomini si riuniscono, concepiscono la possibilità
di continuare ad alimentare il fuoco. E cosí iniziano la loro convivenza ed una
comunicazione mutua delle loro impressioni mediante voci, che a poco a poco,
con il tempo, si convertono in linguaggio. La posizione eretta e il possesso
delle mani, che permettono il maneggio di qualunque oggetto, portano gl’uomini
alla prima creazione di ripari e di tetti, mediante escavazione di tane o
costruzioni di rami e fango che imitano quelle dei nidi di rondini. Lucrezio e
Cicerone insieme suggerivano a Vitruvio questa concezione delle fasi e dei fattori
del processo. Vitruvio aggiunge l'idea di un'analogia generale di questo
sviluppo storico presso i diversi popoli, allegando i documenti offerti da
resti di costruzioni primitive che si trovavano in paesi civili come sul
Campidoglio di Roma, e dalle edificazioni che continuavano a farsi in paesi
barbari (Gallia, Aquitania, Colchide, Frigia, etc.). Queste osservazioni
comparate, che presentano il passato dei popoli civili come analogo al presente
dei barbari, potevano suggerire l'idea di un futuro progresso dei barbari verso
uno sviluppo analogo al presente dei popoli civili, tanto piúin quanto Vitruvio
rileva l'impulso che danno al progresso le relazioni mutue nell'interno d'ogni
popolo. L'osservazione reciproca (egli nota) desta non solo la capacità d'imitazione,
ma anche l'emulazione, per cui si perfezionano con il tempo i prodotti e si
affinano la stessa intelligenza e la facoltà di giudizio dei produttori. Allora
con l'osservazione delle costruzioni altrui e l'aggiunta di novità per mezzo
delle riflessioni proprie, di giorno in giorno andavano migliorando il tipo
delle costruzioni. Ed essendo gli uomini capaci d'imitazione e d'istruzione,
nel celebrare giornalmente le loro invenzioni, si mostravano tra di loro i
risultati delle loro costruzioni; e in tal modo, nell'esercitare i loro ingegni
in competizioni, di giorno in giorno si facevano di giudizio piú raffinato ».
Quest'ultima frase, “in dies melioribus iudiciis efficiebantur,” anticipa
l'idea di Bruno, che gli uomini acquistano progressivamente giudizio « piú
maturo »; il che si determina, secondo Bruno per tre fattori: l'accumulazione
delle osservazioni, l'attività riflessiva e inventiva del pensiero, e la
varietà delle cose osservate. Ma Vitruvio aggiunge un altro fattore piú
importante: l'esercizio attivo del potere dell'ingegno, stimolato dalla
emulazione (exercentes ingenia certationibus). In ciò Vitruvio raccoglie la
suggestione di Aristotele relativa all'affinamento progressivo del giudizio per
via del suo esercizio costante. Ma in Aristotele tale esercizio nasce
dall'insoddisfazione e dalla critica delle idee altrui. In Vitruvio dallo
sforzo d'emulazione. In entrambi, tuttavia, il processo si realizza tanto nello
spirito individuale quanto in quello collettivo; e Vitruvio riconosce cosí la formazione
storica dello spirito dell'umanità, considerando il vincolo e l'azione
reciproca tra il perfezionamento dei prodotti dell'arte e lo sviluppo dello
spirito produttore.Vitruvio esprime cosí u concetto tipicamente storicistico,
nel riconoscere che lo spirito umano è in sé e per sé storia e sviluppo;
concetto considerato abitualmente « tutto proprio dell'età moderna», come lo
define Gentile (Il pensiero del rinascimento, cit.), nel trovarlo espresso da
Bruno. Vitruvio riconosce e spiega tale carattere storico dello spirito in
rapporto con la storia dell'architettura, che nel suo sforzo di perfezionamento
progressivo, per rispondere sempre piú alle esigenze umane, si fa, secondo lui,
generatrice di altre arti e discipline, per via dell'esercizio continuo cui
obbliga la mente, che in tal modo si potenzia e sviluppa in se stessa nuove
capacità, madri di arti e scienze nuove. « Come, dunque, con l'attività
costante (quotidie faciendo) avevano [gli uomini] rese piú esperte ed abili le
loro mani per ogni costruzione (tritiores manus ad aedificandum perfecissent),
e mediante l'esercizio instancabile dei loro ingegni (solertia ingenia
exercendo) erano giunti con l'uso incessante alla creazione delle arti, allora
l'attività industriosa aggiunta da essi ai loro spiriti (industria in animis
eorum adiecta) fece sí che quelli che erano piú ben disposti e diligenti
(studiosiores) si convertissero in artefici professionali (fabros se esse
profiterentur) ». Nasce in questo modo, dal progresso delle capacità
intellettuali e pratiche, la divisione del lavoro; ma nasce e si mantiene
legata all'unità organica della cultura, affermata già, con notevole vigore, da
Vitruvio nel I cap. del libro I. Dove si fa notare per l'architettura il
vincolo reciproco dell'attività pratica (fabrica) e di quella teorica
(ratiocinatio), che non permette di raggiungere la perfezione dell'arte né al
puro homo faber né al puro homo sapiens, ma solo a chi riunisce in sé entrambe
le condizioni; e aggiunge Vitruvio che l'architetto ha bisogno di conoscenze di
letteratura, disegno, geometria, storia, filosofia, musica, medicina, diritto,
astronomia, cioè di possedere una cultura organica: « tutte le discipline hanno
tra loro un vincolo ed una comunicazione mutua e la [cosí detta] disciplina
enciclica come un corpo unico è costituita di tali membri ». Certamente, come
tecnico e teorico dell'architettura, convinto e preoccupato dell'importanza
preminente della sua arte, Vitruvio nel I cap. del libro II, che stiamo
analizzando, sembra che spieghi l'unità e connessione reciproche di tutte le
arti e discipline come dovute ad un germinare di tutte dalla radice comune
dell'archi-tettura, che per le sue esigenze ed i suoi sviluppi genererebbe le
altre arti e scienze, e ne determinerebbe i progressi. « Dalla costruzione
degli edifici progredendo gradualmente verso le altre arti e scienze (e
fabrica-tione aedificiorum gradatim progressi ad ceteras artes et disciplinas)
e utilizzando le armi del pensiero e la riflessione deliberativa', con cui la
natura rafforzò le loro menti (cum natura cogitationibus et consiliis
arma-visset mentes), essi trassero l'umanità dalla vita ferina e selvaggia a
quella civile (e fera agrestique vita ad mansuetam perduxerunt humanitatem) ».
Allora si genera negli uomini la capacità di prepararsi nel loro spirito, e di
guardar lontano per mezzo dei pensieri piú grandi, che nascono dalla varietà
delle arti (tum autem instruentes animo se et prospicientes maioribus
cogitationibus ex varietate artium natis); il che Vitruvio applica,
indubbiamente, ai progressi del-l'architettura, ma è un concetto che s'estende
da sé ad ogni sviluppo culturale. « Poi con le osservazioni degli 1 Se
leggessimo, con qualche edizione, conciliis anziché con siliis, dovremmo
pensare che Vitruvio rilevasse qui non già l'importanza della riflessione
deliberativa (consilia), bensi quella della convivenza e della cooperazione
sociale (concilia). Ma queste ul- time sono per Vitruvio creazione umana e non
dono della natura. studi portarono le loro opere dai giudizi errati ed incerti
alle ragioni certe delle simmetrie. Quindi mediante le loro cure alimentarono e
adornarono di piaceri l'eleganza della vita, accresciuta dalle arti (trac-
tando nutriverunt et auctam per artes ornaverunt vo- luptatibus elegantiam
vitae) ». Si presenta pertanto, nella concezione di Vitruvio, tutto un processo
storico nel quale l'uomo, spinto dai bisogni, guidato dalle esperienze,
rafforzato dall'eserci-zio, sviluppa e traduce progressivamente in atto le sue
potenze naturali, creando le arti e le scienze; ma in questo processo i
prodotti reagiscono sul produttore; l'esercizio intensifica i poteri dello
spirito e genera nuove capacità; i risultati realizzati si convertono in mezzi
e impulsi per creazioni ulteriori; e in questo modo l'umanità progredisce e si
sviluppa, creando il mondo della cultura e creando nello stesso tempo
spiritualmente se stessa per mezzo del suo lavoro, come causa ed effetto
insieme dei suoi progressi. La concezione della creatività dello spirito
appare, dunque, raggiunta in pieno da Vitruvio. Lo scambio d'azione che
Vitruvio vedeva effettuarel tra lo spirito produttore e i suoi prodotti nella
creazione e nello sviluppo progressivo delle arti e delle scienze, significava
per se stesso un processo storico di autocreazione e d'autosviluppo incessanti
dello stesso spirito umano, che logicamente doveva presentarglisi come un
processo infinito. Ma Vitruvio non segnalò, e forse non intuí neppure questa
conseguenza della sua conce- ' (Appare in questa visione un barlume del
processo chiamato da Marx il processo della umwälzende Praxis, cioè
dell'attività dell'uomo che si rovescia su se stessa e sull'uomo,
trasformandolo nel trasformare se stessa. zione, cosí come non l'aveva espressa
né vista Aristotele, benché riconoscesse che il potere intellettuale dell'uomo
va aumentando sempre, quantitativamente e qualitativa- mente, con l'esercizio
attivo delle sue capacità di indagine e di riflessione critiche. La prima
affermazione esplicita dell'infinità del progresso spirituale umano ci appare
nell'antichità classica con Seneca, che tuttavia era stato precorso
parzialmente da Filone ebreo, come diremo. Ma mentre nella concezione di
Vitruvio l'infinità potenziale del progresso è in rapporto con il processo di
creazione e sviluppo delle arti, a cui egli collegava la scoperta delle
scienze, Seneca invece nella polemica contro Posidonio ripudia l'unità e
identità tra l'homo faber e l'homo sapiens, che quello aveva affermato (cfr.
Epist.). Contro la celebrazione del progresso tecnico, inserito da Posidonio
nello sviluppo stesso della saggezza, Seneca nella sua polemica sembrava
ripudiare la creazione umana delle arti, accusandola di complicare e render
difficile la vita, e sembrava ritornare, con l'evocazione di Diogene,
all'ideale cinico-stoico della semplicità primordiale della vita conforme alla
natura, che facilmente soddisfa le sue esigenze minime. «Non fu tanto nemica la
natura, da concedere la facilità della vita agli altri animali e volere che
solo l'uomo non potesse vivere senza tante arti.... Siamo noi che ci rendemmo
tutto difficile per la nostra tendenza a stancarci (fastidio) delle cose
facili. Tutte queste arti, per le quali la città si eccita e rumoreggia,
lavorano per il corpo, a cui prima si imponeva ogni [sa-crificio] come ad uno
schiavo, mentre ora gli si prepara ogni [godimento] come ad un padrone »
(epist. cit.). Tuttavia questa posizione polemica non rappresenta integralmente
l'orientamento spirituale di Seneca. Seneca è ben lungi dall'identificare la
saggezza nel cui culto vede l'unica attività che possa render degna la vita
umana - con la supposta felicità primordiale dello stato di natura. « Per
quanto egregia e priva di inganni fosse la vita di quelli (primitivi), essi non
furono savi.... non avevano ingegni perfezionati (consum-mata). La natura non
dà la virtú, e il diventar buono è un'arte.... Quelli erano innocenti per
ignoranza; ma c'è una gran differenza tra il non volere e il non saper peccare
(multum interest utrum peccare aliquis no-lit an nesciat). Mancava loro la
giustizia, mancava loro la prudenza, la temperanza, la fortezza. La loro vita
incolta aveva qualcosa di simile a tutte queste virtú; ma la virtú non è
conseguita se non da uno spirito edu-cato, istruito e portato mediante
l'esercizio assiduo fino al vertice. Certo nasciamo per questo, ma senza
que-sto; e anche negli uomini migliori, prima che posseggano l'educazione,
esiste la materia della virtú, ma non la virtú stessa » (ibid.). In tal modo,
la virtú torna a presentarsi connessa alla cultura in questa stessa Epistola
90, dove la critica a Posidonio sembrava portare ad una rivendicazione della
natura primordiale, simile a quella dei cinici. La virtú, dunque, per Seneca
non è un'ingenuità ignorante, ma deve avere chiara coscienza del male e del
vizio per trionfare di essi. Seneca fa in certo senso presentire il concetto
che ispira in tempi moderni la filosofia della storia di Fichte (Caratteri
fondamentali dell'epoca con- temporanea), secondo cui l'umanità, dopo di essere
uscita dalla sua primitiva rettitudine incosciente, abbisogna della piú
profonda coscienza ed esperienza del peccato, per elevarsi alla sua cosciente
redenzione. Con la rivalutazione della cultura come condizione e fondamento
dell'etica e della filosofia, tornano ad essere pertanto rivalutate da parte di
Seneca anche le arti, ed è riaffermato il concetto del Protreptico
aristotelico, della doppia e indivisibile funzione che incombe al- Q l'uomo,
cioè quella di esercitare tanto l'attività intellettuale quanto quella pratica.
Aristotele aveva affermato, secondo la testimonianza di Cicerone, De finibus,
che l'uomo nacque per due cose: intendere e operare («ad duas res, ad
intelligendum et agendum esse natum »); e Seneca (De otio) ripete che la natura
volle che facessimo le due cose: operare e coltivare la contemplazione. «
Natura autem utrumque fa-cere me voluit, et agere et contemplationi vacare ».
Anzi, aggiunge che egli le fa entrambe, perché sono insepa-rabili, giacché
neppure la contemplazione può esistere senza azione: « utrumque facio; quoniam
ne contem-platio quidem sine actione est »'. Nessuna virtus è un bene reale,
finché non passa all'azione (“in otium sine actu proiecta”). Chi potrebbe
negare che essa deve comprovare nelle opere i suoi progressi, e non limitarsi a
pensare ciò che si deve fare, bensí esercitare anche le sue mani e portare a
realtà le sue meditazioni? sed etiam aliquando manum exercere, et ea quae
meditata sunt ad verum perducere? Questa rivalutazione dell'attività pratica, a
causa del legame che l'attività teorica ha con essa, doveva portar seco anche
un apprezzamento delle creazioni delle arti, che per questa via tornano ad
inserirsi nel processo creativo della cultura, dove si afferma il potere e il
valore dello spirito umano. Una celebrazione caratte ristica di questa
creatività dello spirito, applicata alle opere della civiltà e delle arti,
merita di esser segna- É evidente la derivazione da Seneca del noto luogo dello
Spaccio bruniano (ed. Gentile): « e per questo ha determinato la providenza,
che vegna occupato ne l'azione per le mani, e contemplazione per l'intelletto;
de maniera che non con-temple senza azione, e non opre senza contemplazione. Ne
l'età dunque de l'oro per l'Ocio gli uomini non erano piú virtuosi, che sin al
presente le bestie son virtuose ». lata nell'Epistola, relativa all'incendio
che in una sola notte aveva distrutto la città di Lione (Lugdunum), che era per
la sua bellezza la gloria della Gallia. Seneca si rende conto che le opere dei
mortali sono. condannate a perire e che noi viviamo tra cose caduche: « omnia
mortalium opera mortalitate damnata sunt. Inter peritura vivimus». Ma questo
carattere mortale delle opere è superato dall'imperitura energia creatrice
del-l'umanità, che ricostruisce sempre ciò che è caduto e lo ricostruisce piú
bello e perfetto, di modo che le distruzioni si convertono in fattore di
progresso. Multa cecide-runt ut altius surgerent et in maius. Come Roma sempre
risorse piú bella e potente dalle ceneri degli incendi subiti, cosí anche a
Lione tutti competeranno per ricostruirla in forma piú grande e piú solida di
quella per-duta: « ut maiora certioraque quam amisere restituant. Ciò che
caratterizza l'uomo, dunque, consiste per Seneca nell'esigenza e nello sforzo
costanti di superamento; per il loro mezzo lo spirito immortale dell'umanità si
sovrappone al carattere mortale delle sue creazioni. Sono mortali - sembra dire
Seneca — le creazioni partico-lari; ma è immortale la creazione progressiva
della cul-tura, per essere immortale e inesauribile lo spirito creatore. In
questo sforzo interminabile di superamento, le attività pratiche delle arti e
della tecnica in generale si unificano, per Seneca, con le attività teoriche
della scienza e della filosofia. Possiamo dire che Seneca precorre Lessing nel
considerare che questo sforzo spirituale costituisce il valore della vita, che
pertanto si afferma solo in quanto l'uomo amplia progressivamente il suo
orizzonte e le sue aspirazioni. Se mai l'umanità potesse giungere ad un
possesso pieno della scienza, e non avesse piú davanti a sé un cammino
ulteriore da percorrere e difficoltà nuove da superare, non avrebbero
piúsignificato la vita e il mondo in cui si sviluppa l'attività umana. È lo
sforzo ciò che costituisce il valore della vita; la sua persistenza
inestinguibile e il suo rinnovamento incessante presuppongono l'impossibilità
perenne di raggiungere il fine ultimo; ma questa condizione non significa per
l'uomo una maledizione o condanna ad una tensione vana che non può mai essere
soddisfatta, bensí alimenta e mantiene il valore della vita come milizia ' ed
aspirazione dignificatrice, che sono nello stesso tempo perfezionamento
spirituale progressivo. Quest'idea, dell'infinità dello sforzo e del progresso
umano, derivante dall'impossibilità di conseguire il fine supremo, era stata
intuita ed espressa parzialmente, prima di Seneca, da Filone ebreo. La
posizione degl’uomini in qualsivoglia delle loro attività, dice Filone, sta
sempre nel mezzo tra l'inizio e la fine: « Noi siamo trattenuti nell'intervallo
tra la fine e l'inizio nell'impa-rare, nell'insegnare, nel lavorare la terra,
nell'operare in ciascuna delle altre cose (Quis rerum divin. heres sit); ma
questa inferiorità che caratterizza la nostra imperfezione costante in
confronto alla perfezione assoluta di Dio, non significa ristagno e immobilità
spi-rituali, bensí movimento e progresso incessanti: « A misura che uno avanza
nelle scienze e si pone stabilmente sul loro terreno, si fa tanto piú incapace
di raggiungere i loro limiti. La scienza per i piú capaci è una sorgente sempre
in movimento, che produce sempre nuovo afflusso di idee» (De plantat. Noë). In
tal modo per Filone ogni approfondimento della nostra conoscenza è nello stesso
tempo un approfondi- [Cfr. Epist.: Atqui vivere, Lucili, militare est. Itaque
qui iactantur et per operosa atque ardua sursum ac deorsum eunt, et
expeditiones periculosissimas obeunt, fortes viri sunt, primo- resque
castrorum; isti, quos putida quies, aliis laborantibus, mol- liter habet,
turturillae sunt, tuti contumeliae causa. mento della coscienza della nostra
ignoranza: dalla conoscenza acquisita spuntano sempre problemi nuovi; ma dai
problemi nasce il movimento progressivo dell'intel-ligenza, in un processo che
non finisce mai a causa dell'impossibilità di raggiungere, con il pensiero, il
termine ultimo. Questo, per Filone, si raggiunge certo nel rapimento
dell'estasi, che è estinzione di ogni movimento attivo della mente; ma fuori
della soluzione mistica, c'è solo un processo infinito, conseguenza
dell'infinita di- stanza, che ci divide dall'irraggiungibile oggetto supremo.
Vero è che di questi pensieri di Filone non ebbe alcuna notizia Seneca, il
quale giunse per una via parzialmente analoga all'idea dell'infinito progresso
conoscitivo, cou- siderandolo determinato dall'infinita distanza, che ci separa
sempre dal fine supremo delle nostre aspirazioni e dai nostri sforzi. Ci sono
delle realtà — osserva Seneca in Natur. quaest., a proposito dell'igno-ranza
del suo tempo riguardo alle orbite e alle. leggi di movimenti delle comete: -
che non possono essere colte dai nostri occhi, o perché permangono in luoghi
sottratti alla nostra vista, o perché la loro sottigliezza è irraggiungibile
per la nostra acutezza visiva, o forse anche perché non abbiamo la capacità di
percepirle, nonostante che riempiano i nostri occhi. Tutte queste realtà sono
accessibili unicamente allo spirito (animo) e debbono essere contemplate con il
pensiero (cogitatione). Ma lo stesso pensiero che ci porta fino all'idea
dell'esistenza di Dio, che creò tutto l'universo intorno a sé e lo governa, ed
è la parte mag- derlo nella giore e migliore della sua opera, non arriva a
comprenderlo nella sua essenza. « Non possiamo sapere che cos'è ciò, senza di
cui nulla esiste, e ci stupiamo per non conoscer bene certi piccoli fuochi (le
comete), mentre ci resta celata la parte maggiore dell'universo, dio. Quid sit hoc,
sine quo nihil est, scire non possumus, et miramur si quos igniculos parum
novimus, cum maxima pars mundi, deus, lateat »). Ma da questa situazione nasce in noi
uno stimolo all'indagine, che si intensifica con l'esperienza dei pro-gressi
già realizzati. Ci sono conoscenze che abbiamo acquisito di recente, altre in
gran numero che ancora non abbiamo raggiunto; ma - aggiunge Seneca - verrà un
tempo in cui queste cose, che ora permangono occulte, le porterà alla luce un
giorno futuro ed una indagine assidua di piú lunga durata.... Verrà un tempo in
cui i nostri posteri resteranno stupiti che noi igno-rassimo cose che per essi
saranno tanto evidenti. Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet; multa
saeculis tune futuris cum memoria nostri exoleverit reservantur. Pusilla res
mundus est, nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat. Questa
inesauribilità dell'indagine e delle scoperte supera con la sua infinità la
gradualità progressiva. ma limitata, del processo delle iniziazioni ai misteri,
a cui Seneca la paragona. Certo che, come ad Eleusi non si mostrano tutte le
cose sacre al novizio, riservandosi le piú importanti per gli iniziati, cosí si
può dire che la natura non concede in una sola volta ed a chiunque tutti i suoi
sacri segreti, e anche quando ci crediamo iniziati, siamo ancora nel vestibolo
del tempio e gli arcani rimangono chiusi nel sacrario interno. Ma nelle
cerimonie mistiche gli iniziati pervengono, alla fine, a veder tutto; e nella
scienza, invece, il processo di sco-perta non finisce mai. Dei suoi segreti,
alcuni potrà sco-prirli la nostra età, altri le età successive (« aliud haec
aetas, aliud quae post nos subibit aspiciet »); ma ri-marrà sempre campo per le
investigazioni di « tutto il mondo ». E anche nell'ipotesi che gli uomini si
dedi-chino completamente all'indagine e alla comunicazione reciproca delle conoscenze
acquisite, Seneca dice che a mala pena (vix) si giungerebbe a quel fondo dove è
collocata la verità che ora cerchiamo alla superficie e con leggerezza (ibid.,
cap. 32); e l'esplorazione di questo fondo, secondo le dichiarazioni
precedenti, esigerebbe sempre uno sforzo investigativo infinito. La sospensione
dello sforzo e del lavoro, dunque, non solo ritarda o impedisce del tutto le
grandi conquiste ulteriori (« tarde magna proveniunt, utique si labor ces-sat
»: ), e impedisce che si trovi alcunché di ciò che gli antichi indagarono in
modo insufficiente, ma fa perdere anche le stesse scoperte già realizzate («
adeo nihil invenitur ex his quae parum investigata antiqui reliquerunt, ut
multa quae inventa erant obliterentur). Donde la necessità e l'obbligo morale,
per cia-scuno, di mantenere attivo lo sforzo incessante e di cooperare
attivamente alla grande opera di conquista collettiva dell'umanità. Coloro che
rimangono soddisfatti delle acquisizioni già realizzate dagli antecessori, non
si rendono conto dell'immenso cammino da percorrere, che si estende davanti a
noi. «Non si troverebbe mai nulla, se restassimo contenti con ciò che è già
stato trovato. Inoltre, chi si limita a seguire un altro, non trova nulla per
conto suo, anzi, non cerca neppure. Ma coloro che hanno promosso queste
investigazioni sono per noi guide, non padroni. [Il cammino del]la verità è
aperto a tutti, non è ancora occupato, anzi gran parte di esso resta ancora da
percorrere agli uomini del futuro › (Epist.). Confidiamo pertanto e molto nel
giudizio dei grandi uomini, ma rivendichiamo anche l'uso del giudizio nostro.
Forse neppur essi ci han lasciato scoperte effettuate, ma indagini da compiere
» (* Num illi quoque non inventa, sed quaerenda nobis reliquerunt »: Epist.).
«Non mi sembra che i predecessori si siano impadroniti con la forza
(praeripuisse) di ciò che si poteva dire, ma che ce lo abbiano solamente
mostrato (ape-ruisse). Se non che c'è molta differenza tra l'avvicinarsi ad una
materia esaurita (consumptam) e ad una solamente preparata (subactam): questa
va crescendo giorno per giorno, e le invenzioni effettuate non sono ostacoli
per chi realizzerà invenzioni ulteriori (« crescit in dies, et inventuris
inventa non obstant »: Epist.). Anzi, chi ha qualcosa da insegnare agli altri,
deve spargerlo come semente feconda (« seminis modo spargenda sunt»), la quale,
per quanto piccola, cadendo in terreno adatto sviluppa le sue forze, e dalla
sua piccolezza originaria, crescendo fino alle sue dimensioni massime, si
diffonde (« ex eo minimo in maximos auctus diffunditur»). Gli insegnamenti son
come le sementi: ancorché siano limitati (angusta), possono sviluppare una
grande efficacia, purché una mente idonea li accolga e li raduni in se stessa;
e a sua volta questa mente ne genererà molti altri e renderà piú di quello che
ricevette » (Epist.). Naturalmente questo processo storico di accrescimento
progressivo della cultura, nella successione delle generazioni e delle
comunicazioni da maestri a disce-poli, esige l'attività vivente degli spiriti
ricettori. Quindici secoli piú tardi G. Bruno dirà che se « di questi alcuni,
che son stati appresso, non siino però stati piú accorti, che quei che furon
prima.... questo accade per ciò che quelli non vissero.... gli anni altrui, e,
quel che è peggio, vissero morti quelli e questi negli anni pro-prii » (Cena
delle Ceneri, ed. Gentile). Una esigenza analoga aveva affermato Seneca nella
Epist. 84, dichiarando che gli insegnamenti devono, come alimenti digeriti,
trasformarsi in forze e sangue di chi li assimila in vires et sanguinem
transeunt. Le conoscenze ingerite non debbon lasciarsi tali e quali sono
(integra), affinché non restino come cose estranee (alie-na): dobbiamo
digerirle (concoquamus), affinché sianonutrimento dell'ingegno e non peso della
memoria. I discepoli o le generazioni successive devono assomigliare ai loro
maestri e padri come figli viventi e attivi, non come immagini morte: « imago
res mortua est »; e nella trasmissione della cultura, invece, occorrono spiriti
viventi che (come dirà Bruno) vivano attivamente gli anni dei predecessori e
non vivano morti gli anni propri, bensí progrediscano sempre piú. Si deve
imprimere la forma della propria personalità a tutti gli elementi di cultura
che si raccolgono, affinché confluiscano in una unità (in unitatem illa
competant) come le voci di un coro. Tale voglio che sia il nostro spirito, che
abbia in se stesso molte arti, molti precetti, gli esempi di molte generazioni,
ma facendoli confluire tutti in una unità», vivente e attiva (« ut multae in
illo artes, multa praecepta sint, multarum aetatum exempla, sed in unum
conspirata). L'Epistola 84 integra pertanto l'affermazione del-l'Epistola 80,
che lo spirito (animus) non è come il corpo, che abbisogna dall'esterno di
molto alimento, di molta bevanda, di molto olio e di lunghe cure; lo spirito
invece (continua l'Epistola) cresce da se stesso, si alimenta e si esercita da
sé, ed abbisogna solo della volontà per il suo perfezionamento. L'Epistola 84,
dunque, riconosce che anche lo spirito abbisogna del suo alimento, che consiste
nella cultura che riceve dalle generazioni precedenti e dall'ambiente sociale
in cui si sviluppa, e che anch'esso deve, non meno del corpo, assimilare il suo
alimento e trasformarlo in proprio sangue e forza attivi. Certamente egli deve
avere in sé l'energia della volontà richiesta dall'Epistola 80: ossia deve,
secondo il paragone dell'Epistola 39, essere come una fiamma che s'innalza in
linea retta e che non può essere inclinata e oppressa, né tanto meno aver
tregua: cosí lo spirito è in movimento ed è mobile e attivo tanto piú quanto
piú è energico. Ma questa energia, questa attività, questo movimento spirituali
non si esercitano nel vuoto, bensí nel mondo della cultura, che è creazione
dello spirito; nel qual mondo si forma cosí la tradizione vivente e attiva, che
è conservazione e accrescimento in-cessanti. Seneca ha visto che questo doppio
aspetto della tradizione implica un doppio atteggiamento spirituale: di
dipendenza e d'indipendenza rispetto al passato. I diritti del passato devono
essere riconosciuti, ma come condizione e mezzo di salvare e assicurare i
diritti dell'avve-nire, che sono diritti di un progresso infinito. Venero
pertanto — dice l'Epistola 64 - le invenzioni della sapienza e i loro
inventori; bisogna avvicinarsi ad essi come ad una eredità collettiva. A nostro
beneficio sono state effettuate queste acquisizioni e questi lavori. Ma
comportiamoci come buoni padri di famiglia; rendiamo piú ampia l'eredità
ricevuta, cosi che questa passi da noi alla posterità fatta maggiore. Molto
lavoro resta ancora da compiere, e molto ne resterà poi; né a nessuno, anche se
nasca dopo migliaia di secoli, sarà preclusa l'occasione di aggiungere ancora
qualcosa di piú ». Anche nell'ipotesi assurda, che gli antichi avessero inventato
tutto, resterebbero sempre nuove l'utilizzazione, la scienza e la disposizione
delle invenzioni altrui. Ma siamo ben lungi dalla possibilità di ammettere
l'ipotesi citata. Quelli che esistettero prima di noi « multum ege- runt, sed
non peregerunt ». Certamente dobbiamo ammirarli e onorarli come dei, e
professare verso « i precettori del genere umano, da cui ci vennero i principi
di un bene tanto grande, la stessa venerazione che dobbiamo ai nostri maestri
personali ». Tuttavia l'onore migliore, anzi l'unico onore degno ed efficace
che i discepoli possano rendere ai mae- stri e i figli ai padri, consiste,
secondo le affermazioni esplicite di Seneca già citate, nel far viva e operante
la loro eredità, nel proseguire le vie che essi ci aprirono, cioè nel compiere
per ciò che possiamo il progresso della cultura, la cui infinità esige sempre
l'attività creatrice di ogni generazione nel trascorrere infinito del tempo. In
questo senso devono intendersi le affermazioni della Epistola 102, relative
allo spirito: « Lo spirito umano è una realtà grande e generosa, che non
tollera gli si pongano mai limiti che non gli siano comuni anche con Dio»; cioè
afferma la sua esigenza di infinità e vuole tradurla in atto nel doppio aspetto
spaziale e temporale. Lo spirito pertanto non accetta che gli si attribuisca
una patria umile e limitata, come sarebbe la città natale di ciascuno, e
reclama come propria patria tutto l'universo; e «non permette che gli si
assegni un'epoca limitata: tutti gli anni sono miei (dice); nessun tempo è
inaccessibile al pensiero ». Ma questa doppia esigenza di infinità - che
significa coscienza di un potere infinito, e che, quanto al tempo, si estende
ugualmente verso il passato e verso il futuro — vale, secondo il pensiero
espresso di Seneca, tanto per la contemplazione quanto per l'azione creativa.
La contemplazione si realizza per mezzo dell'investigazione e (come vedemmo)
piccola cosa sarebbe il mondo se in esso non avesse sempre tutto il mondo
qualcosa da investigare (Nat. quaest.); ma d'altra parte (come vedemmo) neppur
la contemplazione può darsi senza azione: ne con- templatio quidem sine actione
est › (De otio). Talché lo spirito deve effettuarle entrambe ad un tempo, nella
loro mutua correlazione, e considerare l'infinita estensione dell'universo in
tutte le sue dimensioni, e del tempo nella sua doppia direzione di passato e
futuro, non solo come oggetto di contemplazione conoscitiva, ma anche come
campo d'azione creativa. Per questa via, nellaconcezione delineata da Seneca,
lo spirito riconosce ве stesso nell'infinita creazione
della cultura, opera del suo infinito passato e compito del suo infinito
avvenire 1. m). In tal modo, nell'affermare esplicitamente e mettere in
evidenza sotto vari aspetti l'infinità del processo storico di creazione della
cultura e d'accrescimento dello spirito umano, Seneca portava la teoria del
progresso al suo piú alto grado di compimento nell'antichità. Dopo di lui,
nonostante l'attivismo della gnoseologia e della pedagogia di Plutarco e di
Plotino, il predominio crescente dell'orientamento mistico nella filosofia non
favorí certo nuovi sviluppi della teoria del progresso; la cui tradizione,
tuttavia, lungi dal perdersi, appare conservata — come abbiamo visto a
proposito di Aristotele anche in scrittori tardi come Asclepio e Giovanni 1
Meritano di essere ricordate alcune altre dichiarazioni signi- Epansa (Sice rel
Eple 65) Eaar dee appreanere ne che a riferisce alle cose divine e alle umane,
alle passate e alle future, alle caduche e alle eterne, al tempo, etc.»; e qui
Seneca cita esempi delle « innumerabiles questiones» che si pongono per la
conoscenza di ogni sfera e di ogni aspetto della realtà universale. Ma il De
otio, mostra che all'infinito numero dei problemi corrisponde l'infinita
curiosità (curiosum ingenium) dell'uo- mo: il desiderio di conoscere lo
sconosciuto (cupiditas ignota no-scendi) ci spinge ai viaggi ed alla
navigazione, alle investigazioni naturali ed agli scavi, alle ricerche storiche
relative all'umanità ad che poe eseri al dd a del come o aire dacueione dei
probiem pelaurs ar ateria dd ale epifio) relativi alla materia ed allo spirito,
etc. Nello stesso capitolo del “De otio” aggiunge (come abbiamo già ricordato)
che la contemplazione non può mai essere senza azione, e che le cose meditate
esigono la loro realizzazione mediante l'esercizio della mano; di modo che il
processo infinito di creazione della cultura è inteso nell'unità di teoria e
pratica. Filopono; e la loro fonte al riguardo, Aristotele, ci attesta che tale
teoria si è trasmessa senza soluzione di continuità. Ma Plutarco ci fa udire
l'eco tanto di idee provenienti da Archita e Democrito, intorno alla funzione
che spetta alla necessità nel processo storico delle creazioni umane, quanto
dell'ordine cronologico in cui Democrito e Aristotele distribuivano la
creazione progressiva delle arti di necessità, di quelle di abbellimento e
delle scienze. E nello stesso II secolo cui appartiene Aristocle, un documento
caratteristico ci dimostra la diffusione raggiunta dall'idea del progresso
umano nella coscienza pubblica dell'epoca; documento che consiste
nell'utilizzazione che fa Luciano (“Erotes”) di questa idea con fini satirici.
L'apologia paradossale dell'amore per gli efebi, che Luciano fonda sul
principio che, essendo creazione piú recente dell'amore per le donne, deve
costituire un progresso rispetto a questo, poteva avere significato come satira
solo in un clima spirituale dove l'idea del progresso figlio del tempo fosse
divenuto generale e dominante. Nella sua esposizione di questa teoria, Luciano
dipende specialmente dalla tradizione democriteo-epicurea, ma con infiltrazioni
della tradizione platonico-ari-stotelica relativa al rinnovamento ciclico
successivo alle catastrofi, e con derivazioni anche da altre fonti. Da
Democrito ad Epicuro deriva la descrizione della vita ferina primordiale: « i
primi uomini nati dovevano cercare un rimedio per la fame d'ogni giorno, e per
il fatto che erano preda della indigenza presente e che la pe- o chi il ato
nuria non permetteva loro alcuna scelta del migliore, dovevano mangiare le erbe
che trovavano, e le radici tenere che dissotterravano, e soprattutto le ghiande
delle querce. Mentre la loro vita permaneva cosí incolta e non concedeva loro
ancora la comodità per esperimenti giornalieri al fine di trovare il meglio,
essi dovevano accontentarsi di quelle stesse cose necessarie, poiché il tempo,
incalzandoli, non permetteva loro l'invenzione di un buon regime». Anche per
ciò che concerne la necessità di difese, gli uomini subito, all'inizio della
vita, avendo bisogno di coprirsi, 'avvolgevano nelle pelli delle fiere
scorticate ed escogitavano come rifugio contro il freddo le grotte delle
montagne o le cavità disseccate di radici o alberi antichi». piú che
democritea, poiché è scomparsa in essa, come pia wete Questa descrizione è
evidente eredità epicurea ancor tra gli epicurei, la distinzione introdotta da
Democrito tra i momenti successivi della prima fase di vita del- l'umanità.
Manca inoltre in Luciano ogni allusione all'introduzione della convivenza sociale
e del linguaggio e alla scoperta del fuoco, già considerati dall'epicurei-smo;
ma la suggestione epicurea si riconosce nella spiegazione che dà tanto
dell'uscita dallo stato primordiale mediante l'agricoltura, quanto delle
invenzioni della tessitura e dell'edilizia per via di un'imitazione dei ripari
naturali (pelli e caverne) usati primordialmente. La capacità di un'imitazione
dei processi naturali, che ripro-ducendoli li modifica e li adatta alle proprie
esigenze e finalità, era già per gli epicurei un carattere che differenziava
l'uomo dagli altri animali, incapaci di uscire dalla loro condizione naturale
originaria. Tuttavia sembra che in Luciano si perda la comprensione della
funzione attribuita dagli epicurei alla necessità come forza stimolante dell'intelligenza
umana; Luciano la considera piuttosto un ostacolo alla ricerca del meglio.
Solamente (dice) « dopo che le necessità urgenti ebbero fine, le intelligenze
(zoyouo) delle generazioni successive, liberate dalla necessità, trovarono
l'occasione d'inventarequalche miglioramento, e di lí a poco a poco
s'accreb-bero al tempo stesso le scienze. E questo ci è possibile congetturarlo
dalla considerazione delle arti piú perfezionate ». Può esservi in queste linee
un'eco (certo confusa) della distinzione democriteo-aristotelica dei tre
momenti successivi di creazione progressiva: delle arti di neces-sità, di
quelle d'ornamento e delle scienze disinteressate; certo Luciano -- utilizzando
l'esempio dell'arte tessile, preso dagli epicurei, e quello dell'architettura,
derivante forse da Vitruvio - insiste specialmente sul carattere graduale e
quasi insensibile dei progressi, dicendo che «le arti presero per maestro il
tempo » e progredirono « segretamente». E questa idea di un processo graduale
sembra associarsi a quella di un rinnovamento ciclico, cioè alla teoria
platonico-aristotelica della rinascita progressiva della cultura dopo le
catastrofi distruttrici - idea rievocata nel II secolo da Aristocle - poiché
Luciano scrive che « ciascuna di queste arti e scienze, che giaceva muta e
coperta in molto oblio, come da un lungo tramonto a poco a poco si levò nella
sua luce raggiante ». Questa confluenza di elementi di derivazione tanto
diversa è un indice interessante della conservazione di differenti rappresentazioni
del progresso nell'epoca di Luciano, che le mescola senza preoccuparsi molto
dei loro eventuali contrasti. E cosí, nonostante la sua apparente accettazione
della teoria ciclica platonico-aristote-lica, Luciano delinea un processo di
sviluppo della cul-tura, che per se stesso gli si presenta infinito, cosí come
era apparso a Seneca. « Poiché ciascuno che faceva qualche scoperta la
trasmetteva alla posterità; e quindi la successione di quelli che ricevevano
l'eredità, facendo aggiunte a ciò che avevano appreso, continuò a riempire le
lacune esistenti ». E cosí ‹ le scienze varie... mediante sforzi (uoris) si
preparano per arrivare (EUENOV 7ÇELV) alla loro chiara manifestazione, spinte
dal tempo infinito (úò To aiovos), che non lascia niente senza indagare. Ma ciò
che agisce attivamente sugli uomini attraverso il corso del tempo è (per
dichiarazione esplicita di Lu-ciano) « l'intelligenza (ppóvnois), che si
accompagna alla scienza e trae dal frequente sperimentare la possibilità di
scegliere l'ottimo ». Pertanto « dobbiamo considerare necessario lo studio
dell'antico, ma onorare come migliore ciò che la vita seppe trovare poi, dopo
aver raggiunto la possibilità di dedicarsi alla riflessione razionale (поугомоїс) ». Torna cosí in Luciano il
concetto della tradizione vivente, che non è conservazione cristallizzata,
bensí creazione progressiva continua realizzata dalla vita; torna l'idea
dell'infinità di questo processo, che si estende dal passato e dal presente verso
l'avvenire. Riassumendo, possiamo dire che per tutti gli assertori antichi
dell'idea del progresso umano la natura offra il punto di partenza allo
sviluppo dell'attività creatrice dell'intelligenza dell'uomo; quindi le
conquiste compiute da ogni generazione offrono alle successive i mezzi e gli
stimoli per nuovi incessanti esperimenti e nuove acqui-sizioni; e in tal modo
la creazione della cultura progredisce insieme con l'intelligenza creatrice.
L'antichità dichiara con Cicerone ciò che tornerà a dichiarare il rinascimento
con Bruno; cioè che l'umanità è caratterizzata dal suo sforzo incessante di
creare, mediante l'opera della sua intelligenza e delle sue mani, un'altra
natura, altri corsi e altri ordini al di sopra di quelli che le furono dati
naturalmente; e per questa creatività del suo spirito l'uomo merita d'esser
considerato «come un dio mortale» o « dio della terra. Dai presocratici e dai
poeti tragici fino a Seneca innegabilmente l'idea della creatività dello
spirito si afferma e si sviluppa nell'antichità, e si ripercuote poi sugli
ultimi secoli della cultura classica, da Luciano ed Aristocle ad Asclepio e
Giovanni Filopono. Per negare agl’antichi il raggiungimento di tale intuizione,
occorre chiudere gli occhi alla realtà storica e cancellare l'ampia
documentazione che conferma la sua esistenza. Rodolfo Mondolfo. Mondolfo.
Keywords: antica filosofia italica. Refs.: Luigi Speranza, "Grice,
Mondolfo, e la filosofia greco-romana," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Mondolfo
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Monferrato: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Casale Monferrato -- filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Casale Monferrato). Filosofo italiano.
Casale Monferrato, Alessandria, Piemonte. Autore di opere di teologia e scienza
e legato pontificio. Entra nell'ordine francescano nella provincia genovese. Docente
presso lo studio francescano di Assisi. Compone il saggio. “Quaestio de
velocitate motus alterationis, Venezia. In esso presenta un'analisi grafica del
movimento dei corpi uniformemente accelerati. La sua attività di insegnamento
in fisica matematica influenza gli studiosi che operarono a Padova e Galilei
che ri-propose idee simili. ‘Giovanni da Casale’, Treccani. Filosofia Filosofo
del XIV secolo Teologi italiani Casale Monferrato Storia della scienza. Grice: “Casali dicusses the velocity of motion of alternation. He wisely
remarks that if one takes the example of the quality of hotness, one may
conceive of a UNI-FORM hotness throughout – ‘just as a rectangular
parallelolgram is formed between two equidistant lines, such that any part you
wish is equally wide with another. ‘Let there be throughout a UNIFORMLY DIFFORM
hotness, such that it is a triangle!” – Nome compiuto: Giovanni da Casale
Monferrato. Monferrato.
Keywords: corpi inanimati, corpi animati, inerzia, un corpo animato non e un
missile guidato – Grice. La liberta dei corpi animati, uniform, uniformly
difform, difformly difform. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Monferrato” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Monimo: all’isola – la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Roma – filosofia siciliana
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Grice: “Cicero used to say, ‘once a slave, always a slave,’ referring
stupidly to Monimo!” -- Filosofo
italiano. A
former slave. Wrote two books. Monimo.
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