GRICE ITALO A-Z L
Luigi Speranza – GRICE
ITALO; ossia, Grice e Limenanti – l’ebreo italiano -- filosofia italiana --
Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “I would call Limentani an Italian
philosopher, but Mussolini would not!” -- Grice: “Oxford had Ayer – Italy had
Limetani!” – Keywords: ebreo Italiano, Gentile, storia della logica. Filosofo italiano. La dialettica come materia di
studio trapassa DA ROMA a BOLOGNA nel Medio Evo. Gli scritti tratteggiati di
Marciano Capella, di BOEZIO (si veda), di Cassiodoro, e in parte anche di
Agostino e del Pseudo-Agostino, son le fonti esclusive che offrirono allora il
materiale per lo studio della logica a BOLOGNA, la prima scuola d’Europa. Li
tutt’i luoghi dove, in connessione con il (Rifondersi del Cristianesimo, o
sorsero numerosi centri di cultura del tutto nuovi, o anche fu talvolta
possibile riattaccarsi ad istituti antichi, troviamo comunemente adottato il
corso di studi, più o meno compiuto, del TRIVIO – grammatica filosofica,
dialettica, e retorica -e del Quadrivio – arimmetica,
geometria, astronomia, e musica. E sebbene il quadrivio non e coltivato
dovunque alla stessa maniera, regna tuttavia per lo più una certa uniformità
nello studio del trivio, in quanto che non c’e scuola dove queste tre arti
mancano. Non è frase o esagerazione il giudizio che pronunziamo relativamente
alla dialettica, che cioè l’intiera ITALIA, per tutta la estensione in cui in
generale la filosofia nella sua graduale diffusione è venuta a contatto con
esso, è stato addottrinato dalla tradizione dei filosofi, testé nominati, della
tarda ROMANITÀ, che cioè in ITALIA si venne effettivamente a conoscenza di un
certo materiale di teorie logiche, e anzi soltanto, in modo esclusivo, sul
fondamento di quella tradizione. Appunto per questo riguardo, tuttavia, sembra
che la storia della dialettica non deve già esorbitare dal campo che le spetta.
Si dà cioè il caso che da notizie isolate sopra istituzioni scolastiche, o da
cataloghi di biblioteche, e via dicendo, non risulti assolutamente nient’altro,
se non che in questo o quel luogo o era semplicemente conservato, o in una
qualunque scuola claustrale era anche soltanto letto uno saggio di dialettica,
opera di Marciano Capella o di BOEZIO (si veda) ecc., ovvero che c’ è stato chi
si è coltivato la mente con questa lettura, o l’ha raccomandata ad altri, e
così via. Orbene, queste notizie, per quanto preziose ci possano apparire,
proprio a cagione della loro sporadicità, noi dobbiamo lasciarle alla storia
generale della filosofia o alla storia della universita di BOLOGNA; poiché per
la storia della dialettica basta in generale il fatto di un diffuso esercizio
delle sette così dette arti liberali, quale generico fondamento per entrar a
parlare del Medio Evo, e su questa base dobbiamo poi andare qui in traccia di
ciò che e prodotto da ima personale, per quanto ristretta, attività, di singoli
filosofi, e che perciò presenta elementi, i quali hanno contribuito al
progresso della filosofia nel corso della sua storia. Inoltre, simili dati,
anche se per essi non si oltrepassi la cerchia del materiale apparentemente
insignificante, conterranno poi bene in sè a lor volta qualche elemento, che
permetta di trarre induzioni relativamente a ciò che dicevamo dianzi, che cioè
accanto all’attività individuale isolata, ha da esserci stata una operosità
collettiva, rimasta attaccata semplicemente al testo della tradizione dei libri
scolastici. Si diffonde nelle scuole la dialettica della tarda LATINITÀ. Ma ima
osservazione sola, riguardo a questo materiale scolastico, bisogna premetterla
subito qui, in tutto il suo rigore e in tutta la sua estensione. Dobbiamo cioè
fin dal principio tener fisso lo sguardo sopra l’assoluta esclusività del
materiale stesso, cioè in primo luogo sopra il fatto che questi prodotti
filosofici LATINI sono incondizionatamente i soli che si trovassero in
circolazione, e che pertanto l’ITALIA non conosce nè poteva adoperare in
generale, per la dialettica, nessun’ altra fonte, all’ infuori da Marciano
Capella, BOEZIO (si veda), Cassiodoro e l’autentico o lo spurio Agostino. A
questo periodo del Medio Evo e possibile, intorno alle opere che stanno a
fondamento della dialettica, solamente quella conoscenza di seconda mano, che
puo esser attinta appunto a questi filosofi; e particolarmente gli scritti del
LIZIO (anzi in generale addirittura anche il nome soltanto di Aristotele) sono
conosciuti esclusivamente in quella sola forma, in cui li aveva trasmessi
BOEZIO. Quando in documenti si trovano menzionati saggi del LIZIO, non si può
pensare a nient’altro assolutamente, se non appunto a queste traduzioni di
BOEZIO. Così p. es., quando ') Per Tintento presente debbo pertanto lasciar da
parte un materiale di fonti, non scarso e che sono riuscito a raccogliere non
senza fatica, un materiale che o si gonfierebbe sino a formare una storia di
BOLOGNA, oppure, anche a volersi limitare (cosa del resto non facile a farsi),
a una scelta di passi, strappati dal contesto e solo attinenti alla dialettica
filosofica, comprenderebbe pur sempre soltanto la documentazione di un fatto,
anche senza di ciò universalmente noto, che cioè il contenuto della scienza
scolastica e formato da quelli filosofi nominati più sopra.] tra i libri della
Biblioteca di York viene nominato anche un « aoer ArisBobeles » 2 ), o quando
troviamo ricordate a Tegemsee le Categorie di Aristotele. Certamente, che
simili passi sieno tutti da spiegare soltanto a questa maniera, e perfettamente
chiarito al lettore, grazie, per così dire, alla sua personale esperienza,
soltanto da ciò che si dirà appresso, come pure dal trapasso a quel periodo, in
cui venne a conoscenza del Medio Evo il testo del LIZIO. Ma si è ritenuto non
superfluo delimitare esattamente fin da questo momento il campo visivo.
Naturalmente una eccezione soltanto apparente è data dalla tradizione di un
Bulgaro, un certo Simone, che avrebbe studiato a Costantinopoli la sillogistica
di Aristotele. Poiché, che nell’IMPERO ROMANO di Oriente i greci si occupassero
di tale materia, si è ba[La biblioteca fondata a York da Alberto è descritta
dallo scolaro di lui, Alcuino, nel suo poema De Pontificibus et Sanctis
ecclesiae Eborucensis, Aixuini Opera, ed. Frobenius. Ivi si legge, [Fersus de
Sanctis Euboricensis Ecclesiae: cfr. MGH, Poetile latini nevi Carolini, ed.
Dùmmler]: Qiute Victor inus script ere BOEZIO alque, Historici velerei,
Pompeius, PLINIO, ipse Acer Aristoteles, rhetor quoque TuUius CICERONE ingens
[P!L]) Un monaco di Tegernsee scrive in una lettera (riferita dal Pez,
Thesaurus Anecdotorum Novissimus, [Codex diplomaticohistorico-epistolaris di
Pez e Hueber): stultam fecit Deus sapientiam mundi huius (queste son parole di
S. Paolo, ad Corinth.), poslquam exsiccayit fluvios Ethan. Prae dulcitudine
enim decem chordurum Davidis.... paene oblitus sum totidem culegoriarum
Aristotelis.Posso qui rinviare fino da ora per il momento al noto eccellente
lavoro di Jourdain, Recherches critiques sur Page et l’origine des traductions
latines (TAristote, Parigi, sia pure riservandomi di doverlo in più luoghi
correggere e integrare. Liutprandi Antapodosis Pertz, MGH: hunc etenim Simeonem
emiargon, id est semigraecum, esse idebunt, eo quod a puericiu Bizantii
Demostenis rhetoricam Aristotelisque silogismos didicerit [PL]. Ma c’ è una
notizia isolata, e una soltanto, che potrebbe sembrare in contraddizione con il
giudizio da noi pronunziato. Cioè, Papa Paolo I manda a Pipino il Breve, vari
scritti, citando egli stesso tra questi, nella lettera relativa, anche libri
del LIZIO; tuttavia il documento, se è genuino, e della sua autenticità non
sembra esserci ragione di dubitare, parla assai più a favore che non contro la
nostra tesi, poiché manifestamente questo esemplare, unico allora in quella
regione, di mi testo del LIZIO, rimane sepolto presso la corte di Francia,
oppure anda perduto, non riscontrandosi almeno in alcun luogo la minima traccia
di uso che ne sia stato fatto. Inoltre, per quei paesi, la prima sicura notizia
di traduzioni dal LIZIO, cade anzi in generale soltanto all epoca di Carlo
Magno, e appresso verniero ancora i lavori dello Scoto Eriugena (traduzione del
Pseudo-Dionigi. La lettera è stampata da Cajetanus Cenni, Monumenta
dominationis pontificiae, si ve Codex Carolinus (Roma), dove figura il passo.
Direximus edam excellentiae vestrae et libros, quantos reperire potuimus, id
est, Antiphonale, et Responsale, in simul artem grammaticam, Aristotelis,
Dionysii Ariopagitae libros (nel Cenni si legge, senza segno di divisione,
artem Grammaticam Aristotelis), Geomelricam, Orthographiam, Grammaticam, omnes
Graeco eloquio scriptores. La frase “graeco eloquio’, il cui significato nel
linguaggio dell’epoca è fissato con piena sicurezza, si rifere certo
esclusivamente ai libri su nominati, soltanto a incominciare da Aristotele,
perchè 1’ Antiphonale e il Responsale sono naturalmente in latino, e così pure
probabilmente la prima grammatica, mentre la seconda e in greco. Del resto non
si trova questa notizia utilizzata in Jourdain. P. es. nel Chronieon Saxoniae et
vicini orbis Arcloj di David Chttraeus (Lipsia [ed. di Rostock): Instiluit
autem Carolus Osnabrugae, ut in collegio [BOLOGNA] assidui lectores Latinae
linguae essent. Vidi enim cxerulli um literarum fundationis, ut vocant, quas
ecclesiae Osnabrugensi Carolus dedit. E così in molti luoghi, ma sempre con
riferimento alla nota ambasceria della Imperatrice Irene e alle relazioni
diplomatiche, che ne furono determinate. La tradizione della dialettica
scolastica, nei riguardi delle traduzioni di BOEZIO, è limitata e s’ignorano le
principali opere logiche di Aristotele. In secondo luogo, tuttavia, anche quel
materiale di fonti IN LATINO è, a sua volta, proprio nella parte essenziale,
limitato. Mentre cioè gli scritti del LIZIO avrebbero potuto esser letti tutti
quanti nelle traduzioni di BOEZIO, che sono per tale oggetto LA UNICA FONTE,
proprio qui si presenta ima rigorosa delimitazione; poiché della su citata
produzione letteraria di BOEZIO, si adoperano in modo esclusivo soltanto quelle
traduzioni, eli egli stesso illustra con commenti e apprestate per uso
scolastico A BOLOGNA, cioè, oltre alla doppia ri-elaborazione dell’ “Isagoge”
di Porfirio, soltanto la traduzione delle Categorie e le due edizioni del libro
de interpretatione [cf. “the only two things on which I lectured with J. L.
Austin at Oxford” – H. P. Grice], a cui si aggiungono poi a poco a poco ancora
i compendi che son opera dello stesso BOEZIO. All’ incontro, le versioni dei
due Analitici, come poire della Topica aristotelica e dei Sophistici elenchi,
tutte opere che BOEZIO lascia LATINIZZATA si senza commento, rimaneno, appunto
per questo motivo, escluse dalla considerazione, e si sottrassero pertanto alla
conoscenza, a tal punto che per lungo tempo non si sa in generale nemmeno più
che esistesno. Sicché, quando a poco a poco incominciarono a rendersi note
quelle opere principali del LIZIO, e questo un momento decisivo per lo sviluppo
della dialettica. E mentre L, ritene fallaci tutt’ i tentativi di dividere in
periodi, per motivi interni, la così detta « filosofia » medievale, mi sembra
resa possibile per 1 intiero Medio Evo una partizione in singoli periodi,
esclusivamente dal punto di vista della quantità del materiale, di volta in
volta esistente o novamente apportato. Così potrei anche nettamente qualificare
la differenza, rilevando elle prevale qui una conoscenza frammentaria di
BOEZIO, mentre nella Sezione prossima si manifesta un influsso chiaramente
visibile, così della conoscenza, che a poco a poco si acquista, DELL’INTIERO
BOEZIO, come pure dell’ apprestamento di traduzioni nuove delle opere non
utilizzate finora; a ciò si aggiungono in sèguito per le Sezioni successive
analoghi arricchimenti di materiale. La dimostrazione di queste 1 mie idee e
presentata, come ben s’intende, qui appresso. In poche parole, dunque per
ripetere la delimitazione così recisamente e chiaramente quant’ è possibile ,
il materiale tradizionale della dialettica, per questa prima sezione del Medio
Evo, è costituito esclusivamente da quanto segue: Marciano Capella, Agostino,
pseudoAgostino. Cassiodoro, e BOEZIO. E, precisamente, di BOEZIO: ad Porphyrium
a VITTORINO translatum, ad Porphy rium a se translatum, ad Aristotelis
Categorias, ad Aristotelis DE INTERPRETATIONE, ad CICERONE Topica, Introductio
ad categoricos syllogismos, De syllogismo categorico, De syllogismo
hypothetico. De divisione, De defninone, De differentiis topicis. Manca invece
in questo primo periodo la conoscenza dei due Analitici, della Topica e dei
Sophistici elenchi di Aristotele. E limitandosi lo studio della filosofia in
modo esclusivo alla DIALETTICA, mentre altri rami, come ■s p. es. la PSCIOLOGIA
RAZIONALE e l’ETICA, sono sistematicamente intrecciati con la teologia morale,
anche per la filosofia in generale i suddetti filosofi formano il materiale
quasi esclusivo; poiché vi si aggiunge ancora solamente, riguardo alla
COSMOLOGIA, la traduzione del Timeo piatonico, opera di Calcidio: come pure,
d’altra parte, per la così detta questione della teodicea, un materiale spesso
sfruttato era fornito dal De consolatione philosophiae di Boezio. Ma duplice e
l’attività personale, esercitata da insegnanti o da filosofi di tutto questo
periodo, sopra siffatto materiale esclusivo della tradizione scolastica. Vale a
dire, o si tratta di aggiustare compendi, per lo più dominati da un
affastellamento di svariate fonti, accozzate a casaccio (in maniera del tutto
simile a quel che abbiamo dovuto rilevare particolarmente a proposito dello
scritto di Cassiodoro [De artibus ac disciplinis liberalium littcrarum ]),
oppure ci si occupa di un più o meno minuto COMMENTO dei libri già in uso, tra
i quali si fanno avanti in prima linea la Isagoge e le Categorie nella
redazione (traduzione e commento) di BOEZIO. Ma inoltre, alla discussione dei
problemi della dialettica s’intrecciavano questioni di teologia
GIUDEO-CRITSTIANA – non romana --, come pure le controversie della logica fanno
risentire il loro possente influsso sopra le contese della dommatica, e anzi in
generale domina da principio, per questo riguardo, una situazione molto
caratteristica, che non si può lasciar esclusa dalla nostra considerazione.
Atteggiamento della ortodossia rispetto alla logica. La dottrina
GIUDEO-CRISTIANA, cioè, in se stessa fatta del tutto astrazione dal processo di
formazione delle idee GIUDEO-CRISTIANE in generale e in verità, nel suo primo
manifestarsi, informata ad assoluta semplicità e immediatezza, e parla all’
animo suscettibile di emozione religiosa. Ma nello stesso tempo si trova
determinata, nel corso della sua ulteriore propagazione, a operare su di una
popolazione, la quale in parte possede una cultura, formata per opera delle
scuole che funzionavano nella tarda antichità, e che puo cosi cougiungere al
contenuto nuovo di dottrma giudeo-cristiana e di Anta cristiana, un aspetto
formale del mondo antico. Come da questa mescolanza d’immediatezza religiosa e
di addottrinata capacità didattica, si svolgesse rapidamente l’antitesi fra
LAICATO e clero, si formasse cioè una ecclesia docens, e come la Chiesa, per il
fatto eh era docens, affatto naturalmente ponesse le mani sopra le istituzioni
scolastiche, e così facendo si appoggiasse, formalmente, a quel che già esiste,
sou cose che non c’interessano punto qui, nè più nè meno che le lotte, condotte
con le armi della dialettica, e attraverso le quali si veniva compiendo la
formazione del dogma. Invece è di grande interesse per noi la circostanza, che
venne a manifestarsi da un lato una valutazione positiva, e dall’altro lato un
disdegno della logica, come già si è appunto veduto per due eminenti
rappresentanti della teologia giudeo-cristiana, cioè Girolamo e Agostino, che
abbiamo dovuti ricordare più sopra, e dei quali particolarmente il secondo
mostra molto chiaramente il presentarsi di quelle due tendenze, una accanto all
altra. Ma quanto più energicamente e accentuato in tale contrasto il punto di
vista specificamente giudeo-cristiano, tanto maggior importanza dove essere
riconosciuta a quella intima immediatezza, che Agostino denomina lux interior:
e non soltanto è cosa che si spiega facilmente, ma addirittura risponde a una
esigenza teorica, che proprio i più rigidi fra i primi teologi
giudeo-cristiani, mentre conduceno la polemica obbligatoria contro il contenuto
dell’antica filosofia, hanno un atteggiamento molto riservato anche verso le forme
di quella filosofia, da'l quale la fede non soltanto non può essere sostituita,
ma resta anche sovente turbata. Fatto sta che così si forma anzitutto
un’avversione sistematica contro la logica o dialettica, e se riflettiamo che
nelle lotte per la formazione dei dogmi, proprio gl’Ariani e i Pelagiani hanno
una effettiva superiorità per cultura e ABILITA DIALETTICA, ci riesce facile
spiegarci come quell’avversione si sia sviluppata sino a diventare animosa
ostilità. Non soltanto da Ireneo e Tertulliano, ma particolarmente nell’epoca
culminante della contesa intorno ai dogmi, da Basilio il Grande, Gregorio
Nazianzeno, Epifanio, Hieronymue Presbyter [Stridonensis: S. Girolamo],
Faustino, Mansueto, Eusebio, Socrate, Teodoreto e altri, può citarsi una
stragrande quantità di passi, nei quali LA DIALETTICA è tacciata di
superfluità, o è denominata un ozioso operare, che distrugge se medesimo, e
un’artificiosa filastrocca senza scopo, la quale per il suo carattere
mondanamente versipelle non può profittare alla semplice pura verità, e in
generale è ANTI-cri[Basilo Magni adversus Eunomium (Opp ., ed. di Parigi): ij
xòrv \ApioxoxéXo'JS 5vxwj xal Xpoaduioo auXÀoY'.sp&v éìei rcpòp xà |iaOetv
Sxi 6 iYÉvvrjxo; où YSY^vrjxat ; [PG « mira vere Aristotelis aut Chrysippi syllogismis
opus nobis erat, ut disccrcmus eum qui ingenitus est, (neque a seipso, neque ab
altero) genitum fuisse. Tertulliani de praescriptione haereticorum, Opp., ed.
di Venezia): Miserum Aristotelem! qui illis dialecticam instituit, artificem
struendi et destruendi, versipellem in sententiis, coaclam in coniecturis,
duram in argumentis, operariam contentionum, molestarli etiam sibi ipsi, omnia
relractantem, ne quid omnino tractaverit [PL], Grixohii Nazi.anzeni Oratio 26
(Opera, ed. di Colonia): oOx ol5s Xóy“ v o-potfà(, faas xe ooyibv xa l
atviy|iaxa, xal xà; nóppcovo? ivaxàosig, f; è:pééeij, f) àvxiO-éosif, xal
xù>v Xpualintou auXXoYiaptùv xàp éiaXùast?, ■?, xiòv 'ApioxoxéÀoog xsxvùv
x^v xaxoxexvlav. Oratio: yaipovxsg xalj pspVjXoi; xsvo^òiviatf, xal àvxtOéaect
xfjg (tsuìiovòpou Y v( ',aso) f’ xa i? eig oòSèv xpL ( at|iov cpepoùaaij XoY 0
l ia X^ al » [PG: Oratio nec verborura flexus et captiones novit, nec
sapientoni dieta et aenigmata, nec Pyrrhonis instantias, aut assensus
retentiones, aut oppositiones, nec syllogismoruin Chrysippi solutiones, aut
pravorn artium Aristotelis artificiuin. PG Oratio quique inanibus verbis, et
contentionibus falso nominatae seientiae, ac disputationum pugnis, quae nullam
utilitatcm afferunt, obleetantur Epiphanii adversus haereses Opera, ed.
Petavius, Colonia): Ssivóxrjxt gàXXov iaoxoùg ÈxSsStiixaaiv, èvSuaà|ievot
’ApiaxoxsXrjv xs xal xoòj SXXoog xoO xóo|iou StaXexxixoùs, iùv xal xo'jf
xaprcoùg iiexlaat, |n;8Éva xapnòv 8ixaiooóvi){ eiSóxsf. lbid.. Ili, praef. (p.
809): èx ouXXoYiapffiv y àp xal ’Apiaxo-] -stiana. Epperò tutta la
sillogistica, come deve venir meno dinanzi alle semplici parole degli Apostoli,
serve dal canto suo ancor mia volta soltanto a contraxsXixcòv xal Y Et0
]iSTptxà>v xòv S-sòv Ttaptoxàv jìoóXovxaiIbid., Ili, 76, 20 (p. 964): xaòxa
Ss dxpatpstxai itàaav ooD xùv Xóyiov ouXXoyumxijv nuÀoXoytav. Kal oì)x
èv&èxt'tat ^{*^6 rcpoipé^aatf-ai jiath^ràs Yevéa&ai ’Apia'coxéXoos toD
ao5 éicioxdtou»... Où Y a «° * v Xif(p aoXXoYtaxixip r/ [ìaa'.Xs'.a xcòv
o&pavù>v, xal èv Xó^iji X 0 |iJta:mx, àXX" èv Suvct|isi xal
àXYiO-stqc (v. nota 20). Ibid., 76, 24 (p. 9il): xpooèXaps xò 0-stov, ibg xaxà
xòv aiv Xoyov, si; xr ( v auxoO xiaxiv xijv ouXXoYiaxtx^v xaùxnjv aou x^v
xsxvoXoyiav. 1PG, calliditatem potius amplexi sunt, seque et ad Aristotelem ac
caeteros mundi huius DIALECTICOS accommodare maluerunt: quorum fructus ita
consectantur, nullam ut justitiae frugem proferant. PCI, quippe syllogismis
quibusdam Aristotelicis ac geometrici Dei naturato explicare studeut. PG atque
haec omnia tuam illam argumentorum fabulam circumscribunt. Neque id hortatione
ulla pcrficere potes, ut Aristotelis praeceptoris lui discipuli esse velimus.
Non enim in syllogismis argumentisve regnum cadeste positura est, neque IN
ARROGANTI INFLATOQUE SERMONE, sed in virtute ac ventate ». PG, Deus, ut asse
rere videris, tuum illud DIALECTICAE SVBTILITATIS ARTIFICIVM, velut quandam
lidei euae accessioncm adjecit. Inoltre proprio in Epifanio si presenta con la
massima frequenza affermazioni di questo genere. Cfr. Hieronvmi de perpetua
virginitale B. Mariae adversus Helvidium (i Opp ed. di Parigi: Non campimi
rhetorici desideramus eloquii, non dialecticorum tendiculus nec Aristotelis
spineto conquirimus: ipsa Scripturarum verbo ponendo sunt [PL. Faustini de
Trinitate adversus site de Fide contrai Arianos, Bibliolheca Veterum Patrum,
cura Andreae Gallando, Venezia, VIE. Noli injelix adversus Christum Dominimi
tolius creuturae, Aristotelis artificiosa argomenta colligere, qui te
Christiunum qualitercumque profileris, quasi ex disciplina terrenae
supputationis circumscriptor advenias [P.L. Theodoreti sermo de natura hominis
(Opp., ed. Sirmond, Parigi) [ed. Festa] : fjpslg 8è aòxffiv xf ( v ipjtXrjgiav
òXo^upò|isi>a 8xi 8»; ópùvxsg gapfapocpwvoog àvOpuixoug xtjv 'EXXtjvtxTgv
eÒYXtoxxlav vevixrjxóxag, xal xoòg xsxop'jis’Jiiévo'Jg pùS-ODg xavxÉX&g
ijsXtjXapivous, xal xoùg àXiEuxixoog ooXoixp opob? xoùg ’Axxixoùg xaxaXeXoxóxag
E'jXXoyi3|ioù? [PG Graecarum affectionum curatio ): trad. Festa: Ma noi
compiangiamo la stupidità dei derisori. Vedono' pure che uomini di barbara
favella hanno vinta la facondia ellenica, hanno spazzato via. le loro ben
composte favole, vedono che i solecismi dei pescatori hanno dissolto i
sillogismi attici. Quest’allusione alla semplice parlata dei pescatori si trova
pure altrove ancora piuttosto di frequente.] stare e falsificare la fede, come
in particolare si vede nel caso degl’ariani, e così via dicendo. Ma se per tal
modo LA DIALETTICA, della quale per lo pj£i g]*£} latto responsabile
Aristotele, e precisamente in particolare a cagion della sofistica contenuta
nelle Categorie, era quasi diventata oggetto di orrore, insorge tuttavia in
pari tempo da se stesso il senso della necessità di potersi difendere ad armi
uguali contro i nemici della dottrina ortodossa, ed è naturale che finisce con
il prevalere questo motivo, che cioè LA DIALETTICA è UTILE per la lotta contro
gli eretici. Quel che ora importa, e dunque lo spirito e la intenzione, con cui
si coltiva lo studio della DIALETTICA, e a questa maniera si [Irenaei adversus
contro haereses, Opp., ed. di Venezia): minutiloquium miteni et sublimitatem
circa quaestiones, cum sit Aristotelicum, injerre fidei collant II r [cfr. PO,
Eusf.bii historia ecclesiastica, Opp., ed. di Parigi: Christum ignorarli, sed quaenam
syllogismi figura ad suoni impietalem confimiaridaiti reperilur, studiose
indagarunt; quod si quisquam forte illis aliquod divini eloquii testimonium
pròjerat, quaerunt, ulriim CONIVNCTAM VN DISIVNCTAM syllogismi figuram possit
efficere sollerti impiorum astutia et subtilitate simplicem ac sinceroni
divinarum scripturarum fidem adulterant [cfr. PC, e Griechische Chrisùiche
Schriftsteller traduzione latina di Rufinus, Hieronymi. adversus [Diulogus
contrai Luciferianos, Ariana haeresis magis cum sapientiu seculi facit, et
argumentationum rivos de Arislotelis fontibus mutuatur [PL) Socratis Historia
ecclesiastica, ed. Valesii, Torino: siiOòc o&v èjjsvo?cóva: (intendi Aezio)
xoòg èvxUYXàvovxag. ToOxo 8è Ijxoìei, ta:j xaxrjYOpEcus’ApiaxoxéXoos zioxsóiov
gtjìXEov Ss oilxojf ixxlv èmYSYpa|i|isvov a 5 x(j> ig aòxàìv xs SiaXsYÓpsvog
[xal] iauxijì allaga 7xotv ’ApioxoxéXoos.] puo persino menar vanto delle
proprie conoscenze in materia di DIALETTICA ; ma con ciò puo benissimo rimaner
legata la idea, che proprio soltanto per ragioni estrinseche la teologia
dommatica ha, servendosi della dialettica, messo il piede nel campo di un
verbalismo affatto esteriore, e pertanto non ci fa meraviglia trovare più oltre
ripetutamente un’aperta ostilità contro qualunque dialettica in generale. La
Isagoge di Porfirio. Ma in ogni caso, come si è detto, la ecclesia docens e per
questa via, pervenuta ad accogliere nell’ambito della propria attività una
certa somma di teorie logiche, e una volta che, per uso dei chierici, sono adottati
compendi quali si vogliano, se pure con le debite riserve per quel che
riguardava lo spirito informatore e la intenzione -, puo e dove bene
presentarsi inevitaouXÀoytO|ix é>S àXy,9-eiav èxrtaiSeùovxa, àXX’oif; gjtXa
x-ij« àXr^slaj xaxà xoù 4>eó8oo£ Y‘T vé l 1 ® va 82 > 1189 ‘ Aristotelis
syllogismos, et Platonis facundiam aurium adjumentis e cieco didicit Didymus,
non quasi veritatem ista doceant, sed quod arma sin! veritatis contra
mendacium. Cyrilli Alexandrini Thesaurus de Trinitate, 11 ( Opp, ed. Auberl,
Parigi: Ex pa8-vjpàxtov r,|nv xiòv'ApiaxoxéXoug ipiuópevot, xal xj Seivóxr ( xt
xi)£ Ev x6o|i(p aotplag àTioxsxpxinivoi, xxóxoug èystpcuat ^'rjp.àxtov XEVtòv,
oòx e18óxs£ 8 xi xal tipEg xaóxtjv àpaiHB? 8/ovxej èXsYX s ' 1 Ì 30VTal '
S-aupiaai 5 vxwj àxiXooS-ov. 6 xi 8V) xàv iispl xoa |isi^ovo£ xal xoO EXàxxovog
Esexàsovxsf Xéyov, i-l xòv Ttspl xoO 6|ic£o’J xal àvopolou |iexar:sTCX(óxaotv,
oOx eISóxe; 6 xt, xaxà xr/V ’ApiaxoxéXouj xiyyrp, 4 tp* % pàXiaxa
|iEYaXo:ppovEtv Etónlaaiv aòxol, oùx et; xaùxòv xaxaxàxxExat. Y* V °S 33 1:5 6
l i0l0v xal xè àvópoiov. ó)( xal xò pst^ov xal xò IXaxxov [PG. Ea Aristotelica
disciplina nobis insultantes, et mundanae sapientiae fastu turgidi, inanes
verborum crepitus excitant, parum sibi persuadente se Aristotelicae disciplinae
ignaros ostendi posse. Mirandum enim est quod, rum rationeni majoris et minoris
excutiant, ad sermonem de simili et dissimili prolabantur, nescientes, juxta
Aristotelis placita quo ipsi plurimum sese jactitant, simile et dissimile non
in eodem genere collocari, in quo maius et minus.] bilmente anche il caso di
filosofi isolati, i quali, di quel materiale che dove altrimenti servire quale
mezzo ordinato al fine, fanno oggetto speciale e indipendente del loro studio.
E furono, per questo riguardo, prima di tutto le Categorie, che, in dipendenza
dalla tradizione scolastica della tarda età classica, trovarono largo impiego
nelle fondamentali questioni teologiche non pagane ma giudeo-cristiane, e
soprattutto, precisamente, proprio in Agostino (relativamente alla Trinità e ai
così detti attributi del divino. Anzi è persino possibile che già abbastanza
anticamente si ritene autentico lo scritto pseudo-agostiniano sopra le
Categorie, e ci si sente così francheggiati, nello studio di quest’oggetto,
dall’AUTORITA dello stesso Agostino. Ma se le Categorie avevano in ogni caso un
valore rilevante per la teologia pagana o romana e giudeo-cristiana, si ha in
verità nello scritto di Porfirio, cioè nelle Quinque voces – genus, species,
proprium, accidens, differentia -una introduzione alle Categorie, ritenuta
indispensabile nella scuola, e ben e’ intende come, sia per l’insegnamento sia
per lo studio, si prende sempre principio dall’ “Isagoge”, che da uno dei
commentatori e stata anzi persino indicata come condizione preliminare della
beatitudine eterna. Ma tutti due, sia cioè il libro delle Categorie sia anche
lo scrittarello di Porfirio, sono accessibili, per la Chiesa latina, nella
traduzione di BOEZIO, e inoltre corredati anche di note illustrative, e così
diventarono i principali testi scolastici medievali di dialettica. [Miseria del
pensiero medievale]. Il corso della storia ci mostra come, esclusivamente dallo
stu[L’argomentazione e di questo tenore. Chi non studia l’ “Isagoge”, non
intende le Categorie, e chi non intende le Categorie, non intende il resto
dell’Organon. Ma chi non intende l’Organon, non sa pensare rettamente, e chi
non pensa rettamente, non sa AGIRE rettamente. Ma a un tale uomo non può
toccare la beatitudine eterna.] -dio ininterrotto di Porfirio e di BOEZIO
prende origine quella contesa intorno al valore dei così detti ‘universali’,
che, secondo si è finora comunemente ammesso, si presenta come antitesi di due
termini soltanto, realismo e NOMINALISMO, ma in verità fa venire in luce una
variopinta moltitudine di opinioni, caratteristiche di altrettanti
numerosissimi indirizzi. Queste battaglie sul terreno della dialettica non sono
già suscitate da una filosofia personale, segnato della impronta di una
individualità autonoma, di mi uomo eminente. E bensì una materia tradizionale,
sono pensieri ereditariamente trasmessi per via scolastica dall’antichità, e
ora non si fa che prenderli a poco a poco in considerazione alquanto più
rigorosamente, nè altra che questa e la occasione al formarsi di determinati
atteggiamenti, caratteristici delle varie tendenze, e le cui radici sono di già
riposte nella tradizione stessa. Di creazione, intimamente indipendente, di un
motivo nuovo, non è il caso di parlare, nemmeno nello Scoto Eriugena, e neanche
in Abelardo. E im’epoca che sta ancora attaccata tutta quanta nel modo più
assoluto alla pura tradizione, e così puo tutt’al più, con uno studio assiduo,
pieno di abnegazione, forse anche minuzioso, appesantirsi più ostinatamente,
entro gl’angusti limiti che le sono dati, sopra singoli punti, ma non mai
dominare liberamente la materia. Giustamente colpisce gli scolastici non la
taccia di confidente avventatezza o di tumida vacuità, che li porta forse a
scaraventare nel mondo sistemi belli e fatti, nè ci fan rabbia con la loro
verbosità. Ma ben piuttosto ci prende un senso di compassione, quando vediamo,
con un campo visivo estremamente ristretto, sfruttate fedelissimamente sino
all’esaurimento, con una solerzia senz’ombra di genialità, le vedute
unilaterali possibili entro quel campo 6 tesso, o quando a questa maniera si
sprecano secoli intieri nel vano sforzo d’introdurre metodo nella insensatezza.
Simili pensieri malinconici sopra tanto tempo perduto, si destano in noi per lo
più proprio là dove con maggior violenza si fan guerra, relativamente
agl’universali, le diverse opinioni, svolte sino alle ultime conseguenze,
mentre il primo sorgere della contesa ci può pur sempre apparire in parte come
principio di un’azione fecondatrice e stimolatrice. Per il progresso di quella
scienza che si denomina propriamente filosofia, bisogna considerare questo
periodo come un millennio assolutamente perduto, poiché ci si dove, per mezzo
del Rinascimento, riattaccare proprio a quel punto, a cui ci si e trovati. [La
questione degli universali determina un CONTRASTO DI TENDENZE NEL CAMPO DELLA
DIALETTICA: PREVALENZA DI UN REALISMO platonico]. Se riflettiamo che la
“Isagoge” di Porfirio e il testo scolastico più universalmente diffuso, il
quale e ritenuto condizione preliminare per aver adito allo studio della
dialettica, certamente si riesce a spiegare che in tutte le scuole il filosofo
della materia, nell’interesse suo e de’ suoi scolari, dovesse indugiarsi
alquanto più a lungo sovra UN PASSO d’importanza decisiva, che si trova subito
in principio del libriccino (si sa bene che da principio si va avanti
volentieri più minuziosamente e più lentamente), cioè sopra quel passo, che
nella traduzione di BOEZIO è di questo tenore: essere cioè prima quaestio se
gl’universali hnno realtà obbiettiva come esseri IN-CORPOREI, o sieno solamente
finzioni nella sfera dell’intelletto umano. E se ora la risposta più precisa a
questa domanda, che riguarda nel modo più chiaro l’antitesi di platonismo e
aristotelismo, viene evitata da Porfirio-BOEZIO, perchè altioris ne gotti,
proprio da ciò i filosofi piu provetti sono determinati a decidersi per uno o
l'altro dei due indirizzi. Vero è ora che il neo-platonico Porfirio dice
espressamente in quel luogo, che egli si attene alla tesi della natura
obbiettiva degl’universali. Ma in pari tempo ha aggiunto eh’ egli ha svolto la
propria trattazione, per lo più secondo l’indirizzo del LIZIO anche BOEZIO, dal
canto suo, dichiara, nella forma più sbrigativa, che gl’universali esistono in
verità, e vengono appresi consideratione animi. Cosi da questo passo, di
decisiva importanza, del testo di scuola, e bensì reso possibile che molti con
tutta ingenuità credreno fosse loro dato di seguire insieme un modo di pensare
platonico dell’ACCADEMIA e uno aristotelico del LIZIO. Cf. H. P. Grice, A. Dodd,
IZZING and Hazzing, platonism. Ma
proprio per quelli che vuole pensarci su con alquanto maggior precisione, si
tratta di un aut aut, e rispetto a quest’ alternativa, dal punto di vista
teologico romano e giudeo-cristiano, la risoluzione e propriamente presa di già
in antecipo a favore di un realismo platonico. Poiché, quando la dialettica e
considerata tutta quanta un vuoto formale strimpellamento verbale, quei che si
occupano purtuttavia di questa materia, doveno necessariamente industriarsi di
dare a tutto il complesso un fondamento reale, e precisamente, come ben
s’intende, non puo in ciò esercitare decisivo influsso alcun’altra realtà,
all’infuori da quella che si trova nelle idee giudeo-cristiane. Ed è pur anche
possibile che, come per altri riguardi, così anche relativa[V. Col'SIN,
Ouvrages inédits d'Abélard, Parigi: riprodotto con alcune correzioni e aggiunte
nei Fragnients de philosophie du moyen-àge, Parigi, ha il grande merito di
essere stato il primo a mostrare questa vera fonte del nominalismo e del
realismo, e in base alle indicazioni di lui, Havréau, De la philosophie
scolastique, Parigi, Hist. de la phil. scol., Parigi, ha tratto dai manoscritti
ancora vario materiale prezioso.] -mente alla dialettica, hanno cooperato qual
autorità perentoria, sentenze che si trovano nell’epistole paoline. Per lo meno
vediamo enunciata da Teodoro Raitliuensis, con riferimento diretto a Paolo, la
opinione che si trovi in contraddizione con l’apostolo chi designi lo studio
delle Categorie come un eminentissimo pregio del teologo, e così porta la pia
disposizione d’animo del giudeo-cristiano a non consister d’altro che di parole
o suoni [FLATVS] di parole. E sebbene non vogliamo citare questo passo
addirittura come la prima e più antica manifestazione dell’anti-tesi fra
nominalismo e realismo, è comunque tanto chiaro tuttavia, che, dalla parte
della teologia romana e giudeo-cristiana, dev’esserci, in dialettica, una
corrente prevalente, nel senso del platonismo dell’ACCADEMIA, e non del
nominalismo o concettualismo del LIZIO. La sostanza indi[Per es.: ud Corinth.,
I, 1, 17 : s'ia-;~;s'/JX!i^ba.'. oòx èv ao?!a [evangelizare: non in sapientia
verbi]: xal 6 Xóyos poo xal xò xV/pUYPà poi» oòx Iv nsiOotc aocflaj Xifo i?,
àXX' èv àjtoSelgs'. nvsùpaxos xal Suvà|isioj, iva Jtlaxif 6p(3v pf/ ^ èv
aotplqt àvOptóittov 4XX' èv Sovàpei O-soO [et sermo meus, et praedicatio mea
non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritns,
et virtutis: ut fides vestra non sit in sapientia hominuni, sed in virtute Dei]
; ad ThessaL. I, 1, 5: xó «flaYYèXiov ^ptòv oOx è^sv^a-ig 5tpò? 5pàs èv Xóyip
póvov, àXXà xai èv Sovdpei xal èv nveùpaxi Stylqt Evangelium nostrum non fuit
ad vos in sermone tantum, sed et in virtute, et in Spiritu sancto »] ; ad
Timoth., I, 6, 3-4: et xtj éxspoSiSaaxaXsì..., xsxù?(oxai, pr|5èv émaxàpevog,
àXXà voacòv itspi ^TjxVjasts xal Xoyopaxiap Si quis aliter docet superbus est,
nihil sciens, sed languens circa quaestiones, et pugnas verborum. Theodori
Presbìteri Raithuensis Praeparatio de incarnatione ( Bibl. Patr. Galland.): i-ziiy,
5è 4 Heuijpog cJiiXat; jtpoxaOé^Exai cpfflvalj. èv fr/paoi xs póvotp xal ij/oip
T1 ì v sùaéjistav 0noxi8-exaf xalxoiYE xoD àrcoaxóXou XéYOvxop „oò Y“P èv Xiyip
ij gaoiXeta xoS 6so0, dcXX’ èv 5ovàps: xal àXvjOsl:?,, (ad Corinth., I, 4, 20).
o5xos 5è xap* a&x(j> Seotjptp xpolxiaxog S-sÌXoyos y vwpijsxat. tì)g àv
xàf xaxrjYopiaj 'AptoxoxéXooj. xal xà Xouxà xiòv S?o) cpiXoaó;pci>v xoptjià
Jjaxrjpévop toyX ) Orig. II, 23 (p. 29a)
[Lindsay]. In his quippe tribù» generibus Philosophiue etium eloquio divina
consistunt. Nam aut de natura disputare solent, ut in Genesi et in Ecclesiaste:
aut de moribus, ut in Proverbiis et in omnibus sparsim libris: AVT DE LOGICA
[DIALETTICA], prò qua nostri Theoreticam [ma Prantl legge tlteologiorni sibi
vindicant, ut in Cantico canlicorum, et Evangeliis [PL. Per lo meno, quanto al senso, la distinzione coincide
perfettamente con quel che si legge nella introduzione allo saggio di VITTORINO
da noi conservato, Expositio in CICERONE Rhetoricam (ed. Capperonicr ed. Halm,
RHETORES LATINI Minores: Q. Faro Laurentii VITTORINO Explaruitionum in Rhet. M.
T. CICERONE, Orig.: Inter arlem et disciplimim Plato non soltanto e possibile
tenere staccati come due rami separati il dominio della retorica e quello della
speculazione, ma era anche consentito a quest’ultimo di trovare, dal suo lato
estrinseco e tecnico, una particolare maniera di trattazione. Compendio di
dialettica nelle Origines. Così Isidoro divide tutta la sfera della logica o
dialettica, anche tenuto conto della dictio e del sermo, in grammatica,
dialettica, e retorica – il trivio, e a quel modo che, rispetto alla
distinzione adottata nelle scuole tra questa e quella, si attiene parola per
parola a Cassiodoro, così in generale proprio il mostruoso compendio di quest’
ultimo, già da noi più sopra tratteggiato, è quel che Isidoro trasmette, con
alcune varianti o aggiunte. Dopo avere cioè compiuto il passaggio dalla
PARTIZIONE DELLA FILOSOFIA – psicologia razionale, grammatica razionale -alla
Isagoge in et Aristoteles hanc difjerentiam esse tolueruiit, dicetiles artem
esse in his quae se et aliler habere possunt. Disciplina vero est, quae de liis
agii quae uliter evenire non possunt. Nam quando veris disputationibus aliquid
disseritur, disciplina erit. Quando uliquid verisimile atque opinabile
tractatur, nomen artis habebit [PL], e differ. spir. Nunc partes logices exsequamur.
Constai autem ex dialectica et rhetorica. DIALECTICA est ratio sive regala
disputatali, intellectum mentis acuens, veraque a falsis distinguens. Rhetorica
est RATIO DICENDI, jurisperitorum scientia [cf. Grice, the devil of scientism],
quam oratores sequuntur. Hac, ut quidam ait, sicut jerrum veneno, sententia
armalur eloquio [PL Orig.]: Logicam, quae rationalis vocatur, Plato
subiimxitdividens eam in DIALECTICAM et Rlictoricam. Dieta autem Logica, i. e.
RATIONALIS Aóyoj cnim apud Graecos et SERMONEM significai et rationem [PL
Logici quia in natura et in moribus rationem adiungunt. RATIO enim Graece Xifog dicitur [PL. Dialectica est
disciplina ad disserendas rerum causas inventa. Ipsa est FILOSOFIA species,
quae Logica dicitur, i. e. rationalis definiendi, quaerendi et disserendi
potens. Aristoteles ad regidas quusdam huius doclrinae argumenta perduxit, et
Dialecticam nuncupavit, prò eo quod in ea de dictis disputatile. I\'um Xextdv
dictio dicitur Ideo autem post Rheloricam disciplinam DIALETTICA sequitur, quia
in multis utraque communio existunt [PL] quella «tessa maniera secca, che
abbiamo veduta iu Cassiodoro), egli presenta una enumerazione e illustrazione
delle quinque voces – genus, species, differentia, proprium, accidens - dove
prende occasione di far risaltare i meriti di Porfirio, di fronte ad Aristotele
e CICERONE), e manifestamente non ha fatto che attingere alla traduzione di
VITTORINO, commentata da BOEZIO, al quale VITTORINO anzi rinvia egli medesimo).
Particolare a lui è, a tal proposito, la pensata sommamente scolastica, di
esprimere a mo' d’esempio le cinque voci – genus, species, differentia,
proprium, contingents -in una proposizione. Appresso viene, relativamente alle
categorie, una notizia che in principio e in chiusa è ricavata letteralmente da
Cassiodoro), ma nella parte centrale è più estesa, e particolarmente più ricca
di esempi. Dopo di ciò viene naturalmente de interpr., una Sezione che qui per
la prima volta incontriamo con la barbarica – NON-LATINA -intestazione De
Perihermeniis [ Aristoteli s] Le parole introduttive e il nu[Orig. Cuius
disciplinae definitionem plenum existimaverunt Aristoteles et Tulliiis CICERONE
ex genere et differentiis consistere. Quidam postea pleniores in docendo eius
perfectam substantialem definitionem in quinque V partihus. veluti membris
suis, dividerunt [PL]. Boezio, ad Porph. [a Vict. fransi., ed. Brandt [Opp.],
ed. di Basilea [PL]: Isagogas aulem ex Crucco in Latinum transtulil VITTORINO
orator, commentumque eius quinque libris BOEZIO edidit [PL]: et est ex omnibus
his quinque partihus oratio plenae sententiae, ita, “Homo est animai ralionale,
mortale, risibile, boni malique capax” [PL.]. Anche le parole della chiusa del
testo d’Isidoro, eh’è guasta, son da leggere secondo il tenore del luogo
corrispondente di Cassiodoro. Si ravvisava cioè in Perihermeneias inspi ip
|iv)vsia?!. SCRITTO IN UNA SOLA PAROLA, un accusativo plurale, e s’imaginava un
corripondente nominativo, “Perihermeneiue”. Invero troviamo nella Storia di S.
Gallo di Ii-defons v. Arx, I, p. 262, “die Periemerien » di Aristotele”.] eleo
centrale vero e proprio -la definizione di nomen, verbum, ORATIO (indicativa o
enunciativa, imperativa), nuwtiatù, affirmatio, negatio, contradictio) sono
copiate parola per parola da Cassiodoro, ma in mezzo ci sono alcune
osservazioni più generali, che son prese da BOEZIO, e che, concernendo la
relazione tra linguaggio e la psicologia RAZIONALE, vennero ad assumere grande
importanza; ma le parole di chiusa segnano il passaggio alla SILLOGISTICA in
ima maniera più tollerabile che non sia quella tenuta da Cassiodoro. Segue ora
LA SILLOGISTICA stessa, che, dopo un monito introduttivo a guardarsi dall’abuso
sofistico, è presa con la più letterale fedeltà da Cassiodoro. Appresso viene
la teoria della definizione, che Isidoro copia da VITTORINO, ragion per cui
abbiamo dovuto riferirne il contenuto. Ma dalla definizione si passa alla
TOPICA con le stesse parole di Cassiodoro, e anche nella enumerazione dei loci
è utilizzato solamente quest’ultimo. Ma anzitutto rimangono qui affatto escluse
quelle interpola[[Isidoro riproducel anche il motto su Aristotele: Omnis quippc
res, quae una est et uno si^nìficiitur sermone, aut per nomen significatur, aut
per verbum: quae dune partes orutionis interpretanlur totum, quidquid
conceperit mens ad loquendum. Omnis enim elocutio CONCEPTAE rei mentis
interpres est [PL], Particolarmente dobbiamo a questo proposito mettere in
rilievo la locuzione concipere, concepito. \Utililas~\ Perihermeniarum haec
est, quod ex his INTERPRETAMENTIS syllogismi fumi. Vnde et analytica
pertructantur: plurimum lectorem adiuvat ad veritatem investigandam tantum, ut
absit ille error decipiendi adversarium per sophismata falsarum conclusionum
[PL).] -zioni estranee), e inoltre, omessi i loci retorici, vengono, di quelli
dialettici, accolti integralmente soltanto di CICERONE, e tre inoltre di quelli
di Temistio. Finalmente la chiusa è data da ima speciale Sezione De opposilis,
che senza dubbio qui non sta nella solita connessione con la teoria delle
categorie, ma si riattacca ancora al materiale della topica, coni’ è anche di
fatto estratta dal commento di BOEZIO alla Topica di CICERONE. Altri spunti di
teorie logiche. Ma, oltre a questo compendio di dialettica, c’ è in Isidoro
qualche cos’ altro ancora, che, grazie all’ autorità da lui goduta esercita
influsso sopra la storia. Da un lato cioè si trovano frammenti isolati di
teorie logiche in altre sezioni della sua opera enciclopedica. Così, p. es.,
oltre a ripetere la solita definizione degli omonimi ecc. (nella Sezione
intorno alle categorie), Isidoro viene anche nella Grammatica razionale a
parlare di quest’oggetto, ma qui egli fa uso delle forme verbali greche.
Inoltre, della retorica, è da ri[fra i loci ivi riferiti di Temistio, troviamo
qui soltanto: a loto, a partibiis [PL Invece, in altra forma: Primum genita est
contrariorum, quod iuxta CICERONE diversum (leggi AD-versum) vocutur. Secundum
genita est relalivorum. Tertium genus est oppositorum -si osservi la
terminologia inesatta -habitus vel orbatio. Quod genus Cicero privationem
vocat. Quartum vero genus
ex confirmutione et negatione opponilur. Quod genus quartum apud Dialecticos
multimi liabet conflictum, et appellatur ab eis calde oppositum [PL. La fonte di questo vedila in BOEZIO, ad. CICERONE
Top. [PL]; il luogo relativo di Cicerone e citato. Orig. : Synonyma, hoc est
PLVRINOMIA. Homonyma [AEQUI-VOX]. hoc est VNINOMIA PL]] cordare in particolare
la Sezione De syLlogismis, perchè, da un lato, fa riconoscere, per
l’argomentazioue, un’alto valore all’entimema O IMPLICATURA o raggionamento
implicito --, e perchè, dall’altro lato, contiene una, per quanto meschina,
notizia della esistenza della IN-duzione. II contenuto di questa teoria del
sillogismo non offre, coni’ è naturale, assolutamente NULLA DI NUOVO, bensì è
preso da VITTORINO, e attraverso VITTORINO rinvia «ino a CICERONE e ivi
particolarmente il passo relativo, concernente 1 ’ cnthymemd. D’ altra parte,
infine, con alquanti semplici accenni a punti particolari, che in se stessi
stanno FUORI DAL CAMPO DELLA LOGICA – ma la prammatica di Grice -Isidoro quasi
direi senza volere da occasione a quelli che son venuti dopo, di sollevare
questioni, delle quali noi dovremo citare appresso le soluzioni, come elementi
del corso della storia. Una delle cose sopra le quali a tal proposito fermiamo
l’occhio, è la determinazione di mia DIFFERENZA TRA RAZIONALE E RAGIONABILE
[cf. GRICE], che, evidentemente fondata sopra un passo del commento di BOEZIO
alla Isagoge, può aver [ Orig.: Syllogismus Graece, Latine ARGVMENTATIO –
RATIONAMENTVM -appellatur. Syllogismorum apud rhetores principulia genera duo
sunt: inductio et RATIOCINATIO [PL. Sebbene dunque possa far maraviglia al
lettore che di tali cose io faccia menzione qui, risulteranno più sotto
sufficentemente i motivi, per cui è bisognato che, dello straricco tesoro di
scienza scolastica isidorea, io facessi risaltare proprio questi, e anzi
esclusivamente questi due elementi particolari. Si tratta in generale di
rendersi conto dell’assoluta intima MANCANZA D’INDEPENDENZA dei ‘filosofi’ di
questo periodo. De difjer. spirit.,
[PL] GRICE: INTER RATIONABILE ET RATIONALE hoc interesse sapiens quidam
[Agostino, De ordine, PL, dixit RATIONALE est, quod rationis utitur intellectu
– ut: “homo.” RATIONABILE vero, quod ratione dicium vel
factum est. Lo stesso, quasi alla lettera,’ Differ. PL. Porfirio aveva cioè,
nell’indicare quel eh’è comune al yivoc e alla Staqsopà, adoperato come esempio
il Xoy ixóv, in un passo che nella traduzione di BOEZIO (p. 95 [In Porph. a se
avuto per conseguenza che in seguito si facessero oggetto di ancor più accurata
ponderazione le parole del passo. Invece l’altra cosa consiste nell’
affermazione, connessa alla creazione dal nulla, che LE TENEBRE *NON* sono
sostanza, e di ciò non tarderemo a trovare appresso ima conseguenza ulteriore.
Alcuino: sua compilazione di un compendio di dialettica. Lo stesso punto di
vista d’Isidoro, così riguardo al valore della dialettica, come anche nella
bislacca compilazione di un compendio, prevale pure in Alcuino: coni’è noto,
dell’insegnamento, da lui impartito, della logica allora in voga, profitta lo
stesso Carlo Magno. Non soltanto troviamo in Alcuino la partizione delle
scienze secondo transl.: ed. Brandt, suona cosi: Cumque sit differentia
RATIONALIS praedicatur de ea ut differentia id quod est ratione ufi, non solum
aulem de eo quod est RATIONALE, sed etiam de his qttae sunt sub rationali
speciebus praedicabitur ratione uti [PL]. Ora nel commento di queste parole
BOEZIO dice (p. 96 [ ittici ., ed. Brandt): de RATIONALI duae differentiae
dicuntur. Quod enini RATIONALE est, utitur ratione nel habet rationem. Aliud
est aulem. uti ratione, aliud habere rationem.... ergo ipsius RATIONABILITATIS
quaedam differentia est ratione uti, sed sub RATIONABILITATE homo positus est
[PL, Sentent. : Materia ex qua coelum terraque formata est, ideo informis
vocata est, quia nondum ea formata erant, quae formari restabant, verum ipsa
materia ex nihilo facta erat: Non ex hoc substantiam habere credetulae sunt
TENEBRAE, quia dicit dominus per prophetam. Ego Dominus formans lucem, et
creans tenebras [Eisa.] ; sed quia angelica natura, quae non est praevaricata,
lux dicitur. Illa autern quae praevaricata est, tenebrarum nomine nuncupatur
[PL) Einhahdi Vita Karoli lmperatoris [Pertz, MOH: audivit in discendis
caeteris disciplinis Albinum cognomento Alcoinum apud quem et rethoricae et
dialecticae ediscendae plurimum et temporis et laboris impertivit [PL. Poeta
Saxo, Annalium de gestis Caroli Magni Imperatoris, nel Pertz, MGIT, I, p. 271:
Artis rethoricae, seu cui diulectica nomen. Sumpsit ab Alquini dogmute noticium
[PL]] uno schema che si conforma a quello d’Isidoro, ma egli inoltre ripete
letteralmente, attingendo a quest’ultimo, la su riferita concezione teologica
romana o giudeo-cristiana della logica. Nello svolgere questi pensieri, mostra
dappertutto di apprezzare altamente LA FILOSOFIA, non la TEOLOGIA, e mentre
spesso a tale apprezzamento associa lamentele per la ignoranza largamente
diffusa, si leva a sentenziare che le arti liberali son le sette colonne della
sapienza, e così, nelle principali questioni teologiche romane e
giudeo-cristiane sopra il concetto del divino fa largo uso, rimandando ad Agostino,
della tradizionale filosofìa scolastica, cioè della teoria delle categorie. Ma
che lo stesso Alcuino scrive intorno a tutte sette le arti, è ima credenza già
da gran tempo confutata, essendo stato dimostrato che passa per essere opera di
Alcuino mi compendio del De artibus di Cassiodoro, molto letto. È bensì vero
invece eh’ egli coltivò la grammatica, la retorica e la dialettica, e che
inoltre accompagnò 1’ invio a Carlo Magno del libro pseudo-agostiniano sopra le
Categorie con mi prologo metrico dove nel modo d’in[Ai.cuini Operu, ed.
Frobenius, Ratisbona PL e Dialectìca, P. cs., E pisi. Epist. 68 (p. 94), E piu.
ed. Diinimler, MGH, Epist. Grammatica PL: Sapicntia liberalium litlerurum
septem columnis confirmatur; nec alitar ad perfectam quemlibet deducit
scienliarn, itisi bis septem columnis vel etiam grndibus exaltetur. De Fide S.
Trinitatis ed Epistola nuneupatorio: ed. Diinimler, Epist.], Quaestiones de
Trin., Epist., Epist. ed. Dummler, Epist. Dal Frobenius, nella Praef., PL Tale
prologo è del seguente tenore ed. Dummler, MGH Continet iste decem naturile
verbo libellus, Quae iam verbo tenenl remm ratìone stupenda Omne quod in
nostrum poterit decurrere sensum. Qui legit ingenium veterum mirabile laudet,
Atque suum studeat tali exercere labore, Exomans titulis vitae data tempora
honestis. Rune Augustino placuit transferre matender le categorie è implicito
il punto di vista di BOEZIO. Lo stesso compendio di dialettica, che reca
parimente in cima mi simile INSIGNIFICANTE prologo, è scritto in forma dialogica.
LE DOMANDE SONO SEMPRE FATTE DA CARLO MAGNO. Ma Alcuino dà le risposte. In
questo compendio, da principio TUTTO E LETTERALMENTE preso da Isidoro, anche la
divisione della logica in retorica e dialettica. Ma al contenuto vero e proprio
si passa con una partizione, in sommo grado scolastica, della dialettica in
cinque specie, La prima Sezione, cioè, coni’ è naturale, la Isagoge, è COPIATA
PAROLA PER PAROLA da Isidoro, e neanche manca quell’unica proposizione
esemplificativa. Fa seguito una minuziosa notizia, intorno alle categorie, che
è interamente estratta dal compendio pseudo-agostiniano, con trascrizione
BARBARICA delle parole greche che vi s’incontrano. Di nuovo c’è aggiunta una
cosa soltanto, che cioè anche per le categorie viene ora formala qui una frase
unica, presentata come esempio [Ma mentre nel pseudo-Agoslino dopo la decima
categoria dell’habere viene la solita trattazione degli opgislro De veterum
guzis Graecorum clave latino. Quem libi rex, magnus sophiae sectator, umator,
Munere qui tali gaudes, modo mitto legendum [PL, K. Quot sunt species
dilecticae? A. Quinque principales; isagoge, categoriae, syllogismorum.
formulae, diffinitiones, topica, periermeniae. In veri là una disposizione
mostruosa, che mal si accorda inoltre con il numero di cinque, che si chiude
con le seguenti parole: tlaec commentario sermone de isagogis Porphyrii dieta
sufficiant. Pinne ardo postulat ad Aristotelis categorias nos transire. K. Ex
his omnibus decerti praedicamentis unam mihi conjunge orationem. A. Piena enim
oratio de his ita conjungi potesti Augustinus magnus orator, filius illius,
stans in tempio, hodie infulatus, disputando fatigatur.] posti, per tale
argomento Alcuino disdegna questa fonte, limitandosi a COPIARE ORA PAROLA PER
PAROLA, con la intestazione De contrariis vel oppositis, la Sezione
corrispondente in Isidoro. Invece immediatamente dopo, per i così detti
Postpraedicamenta (prius e simul), fa ancora un salto per ritornare al
Pseudo-Agostino, omettendo tuttavia affatto, di quest’ultimo testo, il cap. sull’immutatio.
Viene poi, con la intestazione De argumentis, prima di tutto un riassunto
estremamente sommario di quell’ estratto della teoria del giudizio, che BOEZIO
incorpora al suo scritto De differentiis topicis, e poi, in quanto che proprio
lì si viene a parlare anche dell’argomentazione, ima meschina scelta di alcuni
esempi di sillogismi ipotetici, svolti da BOEZIO in quello stesso scritto. Ma a
ciò si attaccano ancora subito i quattro primi modi dei sillogismi categorici,
che son tratti da Isidoro. La teoria della [Con la sola differenza che
negl’esempi i nomi propri o il contenuto degli esempi stessi sono trasportati
■iella sfera morale-teologica romana e giudeo-cristiana. Nè al principio di
questi postpraedicamenta nè in chiusa, è stato segnato un qualsiasi trapasso,
che li riconnettesse alle trattazioni precedenti. Dopo ch ! è stato determinato
che cosa sia urgumentum (rei dubiae affirmatio) e che cosa sia oralio (veruni
Dial. Particolarmente si trova anche fatta qui novamente menzione di concetti
imaginari, p. es.: HIRCOCERVVS quod graece trngelaphus dicitur. PL. K. Num et
Ulne aline species quatuor (non enunciativa, ma, cioè interrogativa,
imperativa, deprecativa, e vocativa) ad dialecticos non pertinenl? A. Non
pertinenl ad dialecticos sed ad grammaticos.] zione, ma adduce inoltre alquanti
esempi attinenti alla sfera delle fallacie sofistiche, servendogli qui da fonte
Aulo GELLIO (si veda)[ Fredegiso da Tours]. Se questi due compendi che abbiamo
sinora considerati, ci presentano esclusivamente la forma di opere a centone,
nella compilazione delle quali non si fa neanche sentire più il bisogno
astrattamente logico di un qualsiasi ordine di successione che tenesse unito il
complesso, certamente, al paragone di tali prodotti scolastici, ravvisiamo già
un progresso, quando vediamo questo o quello filosofo sentirsi per lo meno
stimolato, dal materiale divenuto tradizionale, a proporre questioni, alle
quali tenta di dar tale o talaltra risposta. Ma non possiamo pretendere gran
che da siffatti primi tentativi: e nient’ altro che un documento di assoluta
mancanza di chiarezza, in quelle questioni che non tarderanno a determinare
dissidi di tendenze, ci è dato dalla maniera in cui Fredegiso, scolaro di
Alcuino, abate di Tours, in una Epistola de nihilo et tenebris, indirizzata ai
teologi della corte di Carlo Magno, viene alle prese con i concetti di « nulla
» e di « tenebre », dei Dialogus de Rhetorica et Virtutibus PL: Si dicis, non
idem ego et tu; et ego homo, consequens est, ut tu homo non sis. Sed quot syllabas habet homo?
Duas. Nunquid tu dune itine syllubae es? Nequaquam.
Sed quorsum ista? Ut sophislicam intelligas versutiam. Cfr. La [Stampata nella
Steph. Baluzii Miscellanea, ed. Dom. Mansi, Lucca, e di là riprodotta nella PL:
ma la edizione migliore, fondata sopra una nuova comparazione dei manoscritti,
si trova curata da Ahner, Fredegis von fours, Lipsia. Le parole introduttive
son di questo tenore. Omnibus fidelibus et domini nostri serenissimi principis
mjt ' J acro eius F tdntio consistentibus Fredegysus Diaconus [IL, quali,
secoudo la maniera usata, vuol parlare così ratione, cioè logicamente, come
anche auctoritate, cioè conforme alla teologia ortodossa, romana e
giudeo-cristiana. La occasione a tutto il dibattito è data certamente, in
generale, dal passo già citato di Isidoro, ma il modo d’intendere le questioni,
a prescindere dal generale punto di vista teologico romano e giudeo-cristiano,
è, per riguardo alla dialettica, cosi rozzo o così ingenuo, che di fatto non
troviamo un termine per qualificarlo. Poiché, dove non si presenta neanche la
più tenue traccia di riflessione sopra i così detti ‘universali’, ci è
impossibile parlare di realismo o di nominalismo. Insomma si tratta di ima
mostruosità tale, da non potersi neanche designarla come un primo passo verso
idee venute fuori in epoca più tarda. Non soltanto cioè si afferma, in termini
secchi, che, insieme con l’ESPRESSIONE (EXPLICATVRA) verbale, noi intendiamo
immediatamente la cosa, ma vengono inoltre assunte senz’altro come identiche la
signi[Chl j. m,ue Studichi senza prevenzione, consentirà che questo dualismo di
ratio e auctoritas. il quale si manifesta dappertutto rondo li • nd,e de ' le
Par ° 1 ! '' * Fredegiso. Queste, sei rondo la piu antica lezione riportata dal
Baluze i suonano come segue: huic responsioni oblia,uhm est primari'. Ubet’
sedrZT ‘‘"'T' rfe,We betoniate, non q ua., ’ r "',0 ’,r ‘ dumtaxat,
quae sola auctoritas est salame immola " f 7 urd / NeS6Uno infaUi si
Presterà ad accreditare derZi^ ). Ma poi, anche nello scritto De institutione
clericorum, Hrabano viene a parlare delle sette arti liberali: e dopo che ivi
egli lia già in generale ammonito i teologi a guardarsi dall’abuso dell’arte di
disputare, questo atteggiamento circospetto è quel che predomina in lui, anche
là dove, seguendo l’ordine solito di successione, viene propriamente a trattare
de DIALETTICA dopo avere parlato della grammatica filosofica e della retorica.
Ripete cioè, per prima cosa. Opera, ed. Colvener, Colonia) Hrabani Mauri) De
universo: Logica autem dividitur in duus species, hoc est DIALECTICAM et
Rhetoricam. De instit. cler.: Sed disputationis disciplina ad omnia genera
quaestionum. quae in litteris sanciis sant penetranda et dissolvendo, plurimum
valet; tantum ibi colenda est Pl 'ioTTo I ^ PUenl ' S e I’815 "or 10 fra
r887 « r890) abbia esercitato in . en era e Ti r r ” rì,,i “ ) ’ “,,ra « t::
1,: è noto; ma può darsi che a noi ~z:: e t abbia T imes ° qn6to s. decisiv °
-*• °° ICa > ^iche, relativamente al punto il 122» voT ddla Patralógii TeWiomtP-"-,«/;
F, t0SS ’ e toTm * ferisco qui nelle citazioni. Ma a nurlli J"*' 18j ? ’
al qua,e n,i ri ‘ opera dell’ Hauréau il Commentairede le % 3ggl £ n . t0
'"Cora,,, r lionus Cupella (nelle Nolices et Extraitì T ^ Ér,gène sur Mar.
2, Parigi 1862 [p. 1 ss.]) Extraits dea Manuscrits, non r’imér^no r qui*'ì!’a 1
nno ' ^ròv^to un rifl'’ 8 *" 0 C °" lo Soot ° letteratura, avendo
Nicola Mofli ™T,nten f° anche "ella und seme Irrthiimer OC S F,• tLEB
preso posizione (J. S. E tro Fr. Am. Staudr™*™ U sT 1844) con Ze« 1«G. S. E. e
la sci. nl,,,1 1 . • dle Wissenschuft seiner te 1834), e contro il Saint-Rtné
TaiTi.andifr I>1, Gotha 1860), nè da V Kin. ' m"” C dottrina System des
J. S E r« TI Jl. » Naulicm (Dos speculatil e, negli Atti 3,'ll ó è ™ s
Peeulativo di G. S. E » IP™!), nè da Gio v. Hubeh (/. slVf ili vista logico,
che lo Scoto si trova ad avere assunto, non sembra comunque essersi pronunziato
ancora un giudizio esauriente, quando ci si limita a qualificarlo come
realismo, o magari anche come realismo stravagante. Vero è invece che con
l’atteggiamento realistico, che in generale è fondato sopra la concezione
biblico-teologica romana e giudeo-cristiana, e che naturalmente a nessuno può
passare per il capo di negare allo Scoto, si unisce qui, in maniera sommamente
caratteristica, un motivo dialettico, al quale ci sembra di dover attribuire
somma importanza, perchè in esso ravvisiamo i primi lineamenti del nominalismo
scolastico. La prima cosa che certo si manifesta con la massima evidenza a
qualsiasi lettore dello Scoto, è la forma rigorosamente sillogistica, nella
quale si volge questo filosofo, mettendo con ciò in mostra nello stesso tempo,
per così dire, le sue conoscenze scolastiche di logica. È questa ima cosa,
della quale per se stessa non faremmo già particolare menzione, non essendo qui
compito nostro di registrare per avventura tutti quanti gli scritti di tutti
quanti i Padri della Chiesa o filosofi medievali, nei quali si riveli un
addestramento logico. Tuttavia nel caso presente sussiste, a quanto ci pare,
una stretta connessione fra tale cultura scolastica estrinseca e l’intima
struttura dell’ordine d’idee professato dal filosofo. Lo Scoto Eriugena
manifestamente, nella persuasione che la sillogistica, proprio nella sua forma
rigorosamente scolastica, abbia un valore filosofico, trae partito da tutte le
cose consimili. Così ne’ suoi scritti, a prescindere dalla frequente larga
trattazione delle categorie in senso teologico romano o giudeo-cristiano, si
presenta, p. es., della teoria del giudizio, la divi[Des ]. E. Stellung zur
mittelalterlichen Scholastik und Mystik f« La posizione di G. E. rispetto alla
scolastica e alla mistica medievale], Rostock), nè da Lod. Noack (Weber Leben
und Schriften des ] J. S. E.: [die Wissenschaft und Bildung seiner Zeit, Della
vita e degli scritti di G. S. E.: la scienza c la cultura del tempo suo »),
Lipsia.] aione in giudizi affermativi e giudizi negativi, e anzi con fa
terminologia affirmativus e abdicativus, o la indicazione delle varie specie di
opposti, tra i quali inoltre viene sovente messo in particolare rilievo il cosi
detto opposto CONTRADITTORIO: come pure viene fatta menzione delle relazioni
anti-tetiche sussistenti fra il possibile e 1 impossibile. Si trova anche presa
in considevolia ilio Scoto (de dlctóone a^°I'^ 1 p una Cap. delle Categorie
pseudo-azostini»,,» r W3j 111 C0 P‘ are *1 10° sario, -“j! ch è neces ' de div.
nat., I, 14, p. 462: Et hoc Ir i • i’ ^“ 8nto a * giudizio, v. p. es. ^soXoyla
iKo^onix-rj del Pseudo Dioniei ° r£ “ ; xaxcreaTtxrj e la damus exempio. Essentia
tZaZf A reopag,ta) brevi conci,,. coda : « supe’ressetZTLT ** ^ terminologia
che ricorre ancor più volte nelIoVom 6 * 0 ''""' alla confusione che
abbiamo trovata di eb n r ’ Va r / 1 f 0n ® chiaro dalla spieoare Pian, ad
duplum... ; am per negat’ionZ Z Z SÌnt ’ ut s, ' m ‘ propter) qualitates
naturales per abZntiam’m°h “*\ °“*^ (, leggi AVT SECVNDVM PRIVATIONEM, ut mors
etvUaL n tenebrae sanitas et imbecillitas. Su questo numi „ s, u contrarl “m,
ut desuma fonte che Isidoro (v. sopri la „mwn? aU ' n, ° alla, ne ' cavato
malamente dalle parole di 11 *.. : s °hanto che ha rie absentia. 1 ' BOEZIO °
una distinzione tra PRIVATIO [De praedestinatione, 5, 8 n ì"». i,„,, i
oluntate posset simul dici « libera est iihe quomodo de eadem CONTRADICTORIE
dicuna,r, quia simul fieri n “ l>; haec enim nat.: comradictoZnJZ r p0ssunt
~ De divis. erit veruni, alterimi falsimi Non !«' 9'"a fient, et
necessario unum ”r l htsa calidario ZloaZ 7e sZZ versahter sint, sive
particulariter fi, : subjecto eodem, sive unidelia terminologia di BOEZIO
(clntradZ ** Vede ’ C è '"escolanza nota 113) con quella di M^ianoTl n ).
Copella (proloquium) De divis. nat., II, 29 n 597Pn*.n,ir in numero rerum
computi impossibile dicet.... De quibus quisquis alene T . pl,lloso P lum tium
coniraOwi-E, hi JZ’Z,u,‘Z,ZZ": hoc p Z£L~ illt razione la solita
enumerazione delle varie specie di definizione. Ma principalmente sono messe in
rilievo dallo Scoto, tanto frequentemente, proprio dal punto di vista formale,
le forme dell’argomentazione: e non soltanto troviamo in lui, in molti luoghi,
intrecciati nel testo, sillogismi formulati assolutamente secondo la regola
delle scuole, bensì ancora egli molto si compiace di menzionare, con i loro
nomi tecnici, sillogismi appartenenti alla topica. Ma appunto per quest’ ultimo
riguardo ha grande importanza per noi, che lo Scoto accuratamente distingua il
procedimento dialettico propriamente detto, cioè il sillogismo in generale,
dalla rimanente sfera puramente retorica, e per la dimostrazione dia importanza
decisiva alla sopito dispulutum est. È ben facile capire cbe questo è tutto
preso da BOEZIO. Quamvisque multae definitionum species quibusdam esse
videuntur, sola ac vera ipsa dicenda est definitio, quae a Graecis oòaubSr jj,
a nostris vero essentialis rocari consuevit. Aline siquidem aut
connumerationes intelligibilium partium oùatag, ai il argumentationes quaedam
extrinsecus per accidentiu, aut qualiscunque sententiarum species sunt. Sola vero oòauóSrjs id solum recipit ad definiendum,
quod perjectionem nuturue, quam definit, complet ac perjicit. Questo può essere
ricavato da Alcuino o da Isidoro (v. sopra le note 38 s.) o da BOEZIO. Tali
passi non si discostano da quella terminologia ch’è usuale in Boezio; così, p.
es., affirmativus, negativus, termini, diulectica proposito, jormula syllogismi
condilionulis, e così pure connexio (v. la Sez. XII, nota 141), e persino
tropus; inoltre troviamo ancora collectio e reflexio, che son termini propri di
Apuleio (v. la Sez. X, note 15 e 19). 81 ) Così, p. es., de praedest., 14, 3, p. 410; ibid.,
16, 4, p. 420. De div. nat., I, 49, p. 491 ; v. anche qui appresso le note 94
ss. 92 ) P. es., de div. nat., I, 27, p. 474: sunt loci diidectici u genere, a
specie, a nomine, ab antecedenlibus, u consequeiuibus, a contrariis, ceterique
hujusmodi, de quibus nunc disserere longum est. De praedest.: argumentum, quod ub effectibus ad
causam sumitur, locus a contrario e locus a similitudine, e similmente più
volte. Anche nel Comment. ad Muri. Gap. tres purles syllogismorum, i. e. ab
antecedentibusi, a consequentibus, a repugnantibus. Ma la conoscenza di tutti
questi loci lo Scoto la poteva ricavare esclusivamente de Cassiodoro. 'orma
logica soltanto. Anzitutto cioè viene da lui attribuito già il più eminente
valore a quèlla formulazione del sillogismo disgiuntivo, che, da CICERONE in
poi, si e conservata nella tradizione come enthymema, e che per tal via aveva
avuto accoglimento anche nella Enciclopedia d Isidoro (e ripetuta la stessa
cosa, a proposito di Alenino: ed effettivamente Scoto in questa forma del
sillogismo ravvisa il punto culminante di tutti gl’argomenta, i quali invero
sono ancora pur sempre considerati congiuntamente ai signa i r ra in: anzi la
forma dell’entimema ha potere d’in•'«rio a qualificare l’entimema stesso
senz’altro come syllogismus: e in verità in un altro passo, dove dice
espressamente di volersi servire deIl’*ico8«i*Tix* le dimostrazioni che
seguono, sono appunto presentate esclusivamente in quella forma disgiuntiva; ma
nello stesso tempo egli assegna tuttavia decisamente alle forme del cosidetto
sillogismo categorico un posto ancor più eievato, appun to perchè queste non
appartengono al meccasumuntur. Qribm tanta ’rii inll [ R Stu " t
contrarietatis loco excellcntwe suae merito a ('rimri^'è'h""'' qt ‘°
(ìam privilegio conceptiones rLZ sicJZZ e,,lhymemnt “ dicantur. hoc est, munì
est illud, nuoci sumitur * '‘ rsu . met },orum omnium forlissicalium aptissimum
est. quo d ducitur "ab end" ° mnU,m . si S"°rum volhid.. m, 1 n
193 . „ \ tU, et >dem conlranetatts loco. Diulècticisac RhètorZiseZnt"”
^ediyimus. a xaTavTC'fpaat .5 IW 4vtt*p«oi ^ TestZmTi’uZ grnmmaticis ver °
gnorumque verbalium nobilissima v loT^T ar ^ n -n'orum stiri fine, e cfr. poi
la nota 189 * qm appresso la nota 96 > concluditur, quodsemperesTn coni nulo
°c" "" '',,r * umento (ora segue un sillogismo della l'orma Non
eZnVn'B* 4 ° “** ergo B non est: v. la Se? Vili t.n i l 1 „ et A est. Idem
quoque syllogismiis hnr 'm 1 ' p a • XII, note 13 e 69 ).... cibici. 4 3 n T?J
w connectitur (id. c. *.). àitoS.txxtx^ utamur, primufnfadversus ZT"e
uTl^’ * C *f" r sillogismi della forma ricordata or ,U f ann,° S, '* U1| °
due parole, da uomo consapevole della vitro* P °A S ‘ con queste Via igitur
regia gradiZdtm, r, ?''' C °
ncIllsum est igitur.... vcrtendum, etc. ’ ° " d d^ternm, nec ad sinislram
dinismo dell’argomentazione retorica, apparentemente più efficace Bli ). Ma che
questa preponderanza della forma sillogistica sia stata anche subito sentita
come tale dai lettori dello Scoto, ci è confermato dalla ineccepibile testimonianza
di un anonimo del IX secolo, il quale dice che Scoto fa consistere la
dialettica in un continuo incalzarsi e cacciarsi (fuga et insecutio) delle
proposizioni. Scoto, del resto, la conoscenza delle forme sillogistiche da lui
usate, la poteva ricavare esclusivamente da 8l! ) Vale a dire, in occasione di
una dimostrazione piuttosto lunga, relativa alla immaterialità della sostanza (
de div. nat., I, 47 ss.), troviamo anzitutto, dopo le parole introduttive hus
inique paucas de pluribus dialecticas collectiones considera, due sillogismi
categorici secondo il primo modo della prima figura, c appresso segue
un'argomentazione in forma dilemmatica; ma dopo questa si trova la seguente
transizione: l’t uulem piane cognoscus,... hunc argumentalionis accipe speciem.
[Discipulus] Acci piani ; sed prius quondam formulalii praedictae
argumentationis fieri necessarium video. Nam praedicta ratiocinatio plus
argumentum u contrario videtur esse, quam dialectici syllogismi imago.
[Magisteri Fiat igilur maxima propositio sic: e ora seguono quattro sillogismi
secondo il modo 2° della 1* figura, con le parole conchiusive: huec formula
idonea est; ma immediatamente appresso: [D.] Hoc etiam certa dialettica formula
imaginari volo. | M. | Fiat itaque fornuda syllogismi conditionalis ; il che si
verifica nella forma : Si A est, lì est, A vero est; e dopo tutto questo si
trova, per chiudere in maniera energica, ancora un entimema: Si autem
èvtì-upijiiaTOf. hoc est, conceptionis communis animi syllogismum, qui omnium
conclusionum principatum oblinet, quia ex his, quae simili esse non possimi,
assumitur, audire desideras, accipe hujusmodi formulam. Riferita da V. Cousin,
Ouvr. inéd. d’Abél: Secundum vero Joannem Scottum, est dyalectica quaedam fuga
et insecutio, ut cum quis dicit « omnis honestus est », et insequitur alius
dicendo omnis honestus non est, talis haec disputatio fugae et insecutioni
videtur esse consimilis. Se del resto già l’abate Benedetto da Aniane [Francia
Merid.], si lamenta di un syllogismus deltisionis iipud modernos scholasticos,
maxime apiid Scotos (Baluzii Misceli., ed. Mansi), non è leeito già inferire da
ciò, che lo Scoto abbia potuto ricavare la propria abilità dialettica da studi
di logica che fossero con larga diffusione coltivati nelle scuole della Scozia:
bensì quel lamento si riferisce esclusivamente a un singolo contrasto dommatico
(riguardo alla Trinità), il quale può esser denominato syllogismus nella sua
formulazione, nè più nè meno che cento altri simili Isidoro o da Marciano
Capella, e non c’èun solo passo che ci costringa ad ammettere eh egli abbia mai
conosciuto anche gli Analitici di Aristotele, nella traduzione di BOEZIO os ).
[b) posizione dello Scoto, rispetto alla dialettica Ma proprio questi elementi,
che per così dire appartengono alla prassi logica dello Scoto, ci apron la via
per passar a considerare anche la posizione teoretica di lui, nei rispetti
della dialettica. Nelle arti liberali in generale, egli ravvisa i prodotti di
una naturale attitudine dell amma umana, e pertanto un suo ornamento B8a ), in
quanto che esse sono le compagne e le investigatrici della sapienza "); ma
nello stesso tempo riconosce che quel che importa qui è la disposizione di
spirito, trovando hi particolare la dialettica, della quale è facile abusare,
il proprio compito essenziale nella lotta contro gli eretici 10 °). ) 1 oicliè
questo punto avrà ancora più volte importanza ner noi ho dovuto di proposito
fin qua richiamare còsi n inutàumnte rat’tenzione sopra le fonti della logica
dello Scoto. )G ommenl. ad Mari. Cup. [Artes libe:tZ ] n, 0la iPSa amma P erci
P' umur ’ nec uliunde assi,n,untar sed nalurahier in anima mieli,gannir ; p.
30: Liberales disciplinar ’natu r ali ter insunl in anima, ut aliunde venire
non intelligunUir ■ et ideo TCTTìI ~, Cfr q,,i appresso la noia l78 (cioè ri.-’
fi • ’’ ’• P430: ^ rrorem saevissimum eorum (cioè de suoi avversari dommaUci)
....e* utilium discinlinarum alias, psa sapienti a suas comites
investigatricesque fie^voluTTdr S ira la notai 50), ignorantia credtdenm
sumpsisse primordio In un A ìSi " 4 "'“ » aZerS denTk 77™ Gotes
UerumSez. XII note 84 J ST: Tt ^zrZiiri uctìones ’ sensui subjacet: cirro nnnm
... . • P nr, ‘ l ' s _>'st, nulhque corporeo versuntur. Al si illa
incorporea est^nuTtìb' Ziter'vìd t omnia, quae ani ei adhaerent, au, in P «
subsistoZ, ' non possimi, incorporea sint 9 ‘slum, et sine ea esse se
immutabiles puro mentis contuitn „ t f r ! ale f* Q h*er res per ' rontl
‘“" perspiaenlur in sua simplicisce anche il concetto di genere in maniera
del tutto realistica 115a ), anzi ripete minutamente la dimostrazione, ricavata
dal Pseudo-Dionigi, che essentia e corpus sono totalmente diversi e non possono
essere mai scambialino. In una parola, è un avversario sistematico della
sostanza individuale (del xóSe ti) di Aristotele. [e) ontologia e dialettica],
Ma dobbiamo riflettere che, per lo Scoto, tutta quanta la sfera del molteplice
(dimque infine anche la pluralità delle categorie stesse) viene a cadere in
quello stadio H. P. GRICE STAGE in cui la sussistenza concreta è propriamente
qualche cosa che non dev’ essere, perchè la pluralità è provenuta per via di
divisione dalla unità, e ha essenzialmente per funzione di essere di nuovo
risolta nella unità, e in tale processo proprio il punto mediano dev’ essere
quello di massima lontananza, sia dalla unità originaria sia dalla unità
finale. Così la formazione delle cose infinitamente molteplici del mondo
sensibile è la prima parte del processo, come dire una scissione della
Divinità: e Scoto spiega, in accordo con Gregorio da Nissa, il manifestarsi
concreto delle cose sensibili e in tute, aliler senati corporeo in ali quii
materia ex concursu earum facto compositae. Omnia erìim, quae intellectus in
rulione universaliter considerai, particulariter per sensum in rerum omnium
discretas cognitiones definitionesque partilur (dunque rSpiattxóv delle
definizioni speciali viene già a esser più pertinente alla sfera sensibile. Il
passo di BOEZIO).,ls ‘) Comm. ad Alari. Cap„ Genus est multarum formarum
substantialis unitas.... Est enim quaedam essentia quae comprehendit omnem
naturam, cujus participatione consistit omne quod est. Substantia generalis est multorum individuorum
substantialis unitas. De div. nat. Sed adversus eoa, qui non aliud esse corpus,
et aliud corporis essentiam putant, in tantum seducli, ut ipsam substantiam
corpoream esse, visibilemque et traclabilem non dubilent, quaedam breviter
dicendo esse arbitrar: f t autem firmius cognoscas, oòalav id est essentiam,
incorruptibilem esse, lege librum sancti Dionysii Areopagilae de divinis
Nominibus eie.: e a ciò fa seguito la dimostrazione estesa. generale la origine
della materia, con il fatto che alcune categorie vengono a trovarsi insieme,
per modo da poter essere apprese dai sensi) : e nello stesso tempo, in questo
generarsi, analogamente che per i filosofi precristiani, opera poi il fuoco,
come quello che dà la forma alle cose sensibili. Ma poiché ora, secondo lo
Scoto, non in altro che in questa molteplicità del mondo deve, per opera della
filosofia, essere scomposta (5iaipruxVj) la unità divina, e da quella deve da
capo partire la via da percorrere per il ritorno alla unità (àvaXtmxrj), quel
grado intermedio della pluralità acquista una speciale importanza anche per la
dialettica, poiché proprio in quella stessa pluralità del sensibile si viene a
contessere la favella umana, come mezzo di espressione. A quel modo perciò che
nelle cose sensibili le categorie, incorporee in se stesse, sono alla fine
diventate corporee (per quanto m maniera enimmatica e mistica), così anche il linguaggio,
in quanto è sensibile, afferrerà le categorie soltanto nella forma verbale
sensibile-corporea (per quanto parimente con un intrecciarsi di motivi
mistici), e appunto lo stadio H. P. GRICE STAGE -- intermedio della dialettica,
vale a dire **? rh ' d ' 34 ’ Quantitàs vero, qualitasque. situs, et habifT \
nte \r COeu ’ ltes mater iem.... jungunt, corporeo sensu per Wcl nU alluTT
GregoriusN y s ^-orti* raHonibu, ita esse ahud dicens matenam esse, nisi
aecidentium quondam compositi 0, nem ex mvis.lnlibus causi® ad visibile®
materica, pròcedentem [Lo Scoto cita il Sermo « De Imagine» del NiTsen” ma
forse parafrasa I cap^XXHHV del libro « De hominis opificio *] interni 2 ’ 5'
494 S : Formarum al,l ‘e in oùoia. aline in qualitate uVc" r; j ^
'"°' iOÌa « "‘bstantùdes speciel generis ti^ 'seu mLtn* 8 ’ °,
‘"Tatque P° XÌ,Ì onem naturali um par “7 " Ì r r r «d quahtatem
referri, formatnque proprie vomembra e [ l ",T dl ? ìtt . am 1 en ‘ e «
forma, bensì all’armonia delle membra e bellezza del colorito] ex qualitate
ignea, quae est color FXfrDe i rr tur Et h r n vocatur a form °’ h ° r si rai '
d (v! 1 estus [De I erborimi significata ed. Lindsay, p. 73] s v forma) Udum Sa
rii diffinitione non dissential.... (PL 9 lj,y oj. ): Aristoteli genus,
speciem, difjerentiam. propnum et accidens, subsistere denegava (se. Minerva),
quae Platani subsistentia persuasa. Aristoteli an Plotoni magis credendum
pulatis. Magna est utriusque
aucloritas, quatenus rix audeat quis allerum alteri dignitate praeferre [PL]. Cui rei Aristoteles in libro Peri Ermenias congrua
bis verbis: Sunt ergo ea quae sunt in voce, earum quae sunt. Altre notizie
ancora, appartenenti alla seconda metà o alla fine del secolo X, possiamo
citarle soltanto come documento del perpetuarsi della tradizione scolastica;
tal è il caso, quando vien riferito che il vescovo \ olia n g o a Ratisbona in
una disputa teologica trovò maniera di applicare le varie specie in cui può
esser diviso Yaccidens (a tal proposito c degno tuttavia di nota, che il metodo
dialettico viene denominato carnali^ antidotus), o quando vengono menzionati
gli studi di logica, di lAbbone da Orléans, che studia a Fleury e ivi
successivamente insegna, e del vescovo Bernward a Hilin anima passionimi nolae
[cfr. BOEZIO, p. 216 e 297; Prima cditio, I 1 ed. Meiser, Pars Prior, p. 36;
Secunda edilio, I, 1, ed. Meiser, Pars Posi.; PL, 64, 297 e 410], Omnis nota
aUcujus rei nota est. Prius ergo res est quam nota. Res ergo prius ponderando
est, quum nota».... Boetius tir eruditissimus in libro Peri Ermenias secundae
editionis [p. 450; VI, 13, ed. Meiser, Pars Post., p. 4a), Spira pret..
Analitici e Topica, e a proposito di quest’ ultima, d’accordo con BOEZIO (de
diff. top.), riconosca che i due campi, dialettico e retorico, sono a contatto
uno con l’altro, per accennare da ultimo a Cicerone, rappresentante della
retorica vera e propria, in quanto questa non venga a ricadere nella sfera
dialettica 206 ). [§ 22. Gerberto, figura ASSOLUTAMENTE INSIGNIFICANTE: a)
materiale degli studi di logica al tempo suo]. J "*) Il 1° Libro (ibid.,
p. 35) s'intitola: Primus libeUus de studiopoetae, qui et scholasticus, e dopo
aver trattato della poesia, fa seguire la filosofìa: Inde ubi maiorum tetigit
nos cura ciborum, Porphyrius claras nobis reseravit Athenas, Qua multi indigente
librabunt verba sophistae. Cernere erat quondam vidtu pallente puellam.
Pructica cui limbum pinxitque theorica peplum, Et licet effigiem macularet
parva (leggi: prava) vetustas, Ipsa tamen ternas suspendit ab ubere natas (v.
ibid. la tripartizione della sfera teoretica). Praeslitit haec nobis summi
subsellia ledi. Et postquam strato licuit discumbere cocco. Proceduta senae
turba comitante SORORES (cioè dialettica, retorica, ritmica, matematica,
musica, astronomia). Ingenui vultus non absque gravedine gestus Adducit famulas
praestanti corpore quinas (cioè le cinque parti che vengono subito appresso)
Omnia sub gemino claudens Dialectica puncto (il duplice punto di vista è
invenlio e io dicium, v. la Sez. XII, ibid.). Prima quidem (la Isagoge) miles
generali nomine pollens Insignita tribus (cioè genus, species, difjerentia)
unum selegit amictum. Hanc vice continua sequitur gradiente secunda (le
Categorie). Tertia (la teoria del giudizio) discredi quidquid primaeva coegit,
Dans operam sane cirros crispare secundae, Quos quartae (sillogistica, cioè
Analitici) solido collegit fibula nodo. Inslabilem fucum lulit ultima (la
Topica) quinque sororum Dodo quibus geminas decernens Graecia jormas (cioè loci
dialettici e retorici) Pinxit « quale » tribus, « quid sit » reperendo duabus
(cioè il Quale consiste in persona, tempus, circumstanliae , e invece il Quid
in definitio e descriptio), Ut reboant nobis deliramentu Platonis (questo non
riesco a spiegarlo). Inde suam stipai comilem pressura sodalem Rhetoricam
duplicis vestitam flore coloris, Quuc iaciens varias nervo pulsante sagittas
Monstrat hypothetici nobis spedaicula ludi. Et ioni cornuta surgens ad sidera
fronte Causarum rivos putido profudit ab ore. Sed postquam illatas pepulit
conclusilo lites Ipsaque gravigenas conipegit pace sophistas. Omnibus asseculum
veniente porismate laetis Sub pedibus Eogicae recubabat nexa coaevae,
Commissura tibi reliquie rum munia, Tulli. A ciò fanno seguito la ritmica e le
altre discipline nominate più sopra. Anche del famoso Gerberto (Papa Silvestro
II) dobbiamo anzi affermare la stessa cosa, che cioè egli, senza originalità,
rimase assolutamente irretito nella tradizione scolastica: purtuttavia c’è d’
uopo bitrattenerci sopra di lui alquanto più a lungo, appunto perchè a lui e al
suo comparire si riconnettono notizie preziosissime riguardo ai limiti
ristretti, entro i quali era contenuta in quell’epoca la trattazione della
logica). Ci racconta cioè anzitutto un contemporaneo di Gerberto, come questi
in gioventù fosse iniziato alla logica da un chierico eminente (probabilmente
Giselberto) a Reims, dove poi incominciò subito la sua operosità di maestro
delle solite discipline scolastiche). Ma, come colui che riferisce la notizia
enumera a tal proposito distesamente e compiutamente anche tutto m ) Per
notizie sul conto di lui in generale, v. M. Buedincer, Gerbert’s
U’issenschaftliche und politische Stellung («Posizione scientifica e politica
di G. »), Cassel, e K. Werner, Gerbert !’• Aurillac, die Kirche und
Wissenscfiaft seiner Zeit (« G. da A., la Chiesa c la scienza del tempo suo»),
Vienna [2* ed.,J. a ®) Richeri Historiarum (Pertz, :MGH, V, p. 617): luvenis
igitur apud pupam relictus, ab eo regi (cioè Ottoni) oblatus est. Qui (vale a
dire Gerberto) de urte, sua interrogatus, in mathesi se satis posse, logicae
vero scientiam se addiscere velie respondit.... Quo tempore G. Remensium
archidiaconus in logica clarissimus habebalur. Qui etium a I.othario Francoricm
rege eadem tempestate Ottoni regi Italiae legatus directus est (un arcidiacono
di Reims in quel tempo, con il nome incominciante per G, sarebbe Giselberto,
presente al Concilio d’ingelhcim: v. Marlot, Metropolis Remensis historia.
Lilla; il Buedincer e 1 Olleris; v. [per la precisa citaz. delPoperg;, ai quali
si unisce il Werner, pensano a Garamnus, menzionato [dal Mabillon] negli Acta
Sanctorum Ordinis S. Benedicti : Saec. [dove precisamente trovo ricordato il «
Signum.... Geranni Archidiaconii »]. Cuius adventu iuvenis exhilaralus, regem
adiit, atque ut G.... o committeretur obtinuit. E G.o per aliquot tempora
haesit, Remosque ab eo deductus est. A quo etiam logicae scientiam accipiens,
in brevi admodum profecit, G....S vero cum mathesi operam daret, artis
difficultate iictus, a musica reiectus est. Gerbertus interea studiorum nobilitate
praedicto metropolitano commendatus, eius gratium prue omnibus promeruit. linde
et ab eo rogatus, discipidorum turmas artibus instruendas et adhibuiI [PL il
repertorio di scritti di logica, di cui si serviva Gerberto nell’ insegnamento,
così veniamo in possesso di un documento tanto importante quanto decisivo, per
provare che pur alla fine del secolo X restava ancora sempre sconosciuta la
traduzione, dovuta a Boezio, degli Analitici e della Topica di Aristotele:
perchè proprio di questi manca la menzione, mentre vengono citate in fila tutte
le altre traduzioni e i lavori originali di Boezio (v. la Sez. XII, note 72
s.); ed è altresi degno di nota che Gerberto facesse venire l’insegnamento
della retorica soltanto di seguito a quello della dialettica, come pure che il
cronista nel suo racconto assegnasse ancora la retorica alla logica, trovandosi
pertanto a considerarle da quel punto di vista, che abbiamo veduto proprio
d’Isidoro, Alcuiuo e Hrabano (note 27, 54 e 79 di questa Sezione) 209 ). Ma ci
viene riferito inoltre che Gerberto si occupava di delineare una figura, nella
quale fosse rappresentata in una Tabula logica la distribuzione di tutte le
cose; venne tuttavia su questo punto a contesa con Otrico, e con ciò va messa
in relazione una disputa filosofica che si svolse =l *l Ibill, (in
continuazione) L4-6-8J : Dialecticum ergo ordine librorum percurrens, dilucidis
senlentiarum verbis enodavit. In primis enim l’orphyrii ysagogas id est
introductiones secunduin Pictorini rhethoris trunslationem, inde etinm easdem
secunduin Mani inni explanavit, Cathegoriarum id est pruedieamenlorum librino
Aristotelis consequenter enucleans. Periermenius vero, id est de
interpretatione librimi, cuius luboris sit, aplissime monstravit. Inde edam
topica, id est argumentorum sedes, a Tullio de Graeco in Latinum translata et u
Manlio constile sex commenlariorum libris dilucidala, suis auditoribus
intimavi!. Necnon et quatuor de
topicis differentiis libros, de sillogismis cathegoricis duos, de ypotheticis
tres, diffinitionumque librum unum, divisionum aeque unum, utililer legil et
expressit. Post quorum laborem cum ad rhethoricam suos provehere velici, id
sibi suspectum erat, quoti sine locutiontim modis, qui in poelis discendi sunt,
ad oratoriam arlem ante perveniri non queat. Poelas igitur adhibuit quibus
ussuefactos, locutioniunque niodis composilos, ad rhethoricam trunsduxit. Qua
instructis sophistum adhibuit: apud quem in controversiis exercerentur, ac sic
ex urte agerent, ut praeter arlem agere viderentur, quod oratoris maximum
videtur. Sed haec de logica. In mathesi vero. etc.
[PL a Ravenna, al cospetto di Ottone II, allora quindicenne 21 °). Un’ altra
più minuziosa narrazione concernente questo colloquio, ci fa chiaramente
riconoscere, che sopra l’argomento i contendenti sapevano semplicemente a
memoria quel che aveva detto Boezio (nel commento alla Isagoge), e su tal
fondamento dibattevano la controversia, se cioè il concetto di RAZIONALE sia
più ristretto che quello di Mortale, o non piuttosto, viceversa, si dimostri
più ristretto quest’ ultimo Z11 ). Huconis monachi Virdunensis, abballa
Flaviniacensis, Chronicon (P'ertz, MGH) : Quo tempore Otrieus apud Saxones
insigni* habebatur.... Adalbero Romam cum Gerberto petebat, et Ticini Augustum
(cioè Ottonem) cum Ottico reperit, a quo.... duo tus.... Ravennani, et quia
anno superiore Otrieus Gerberti se veprehensorem in quudam figura cum
mulliplici diversarum rerum distribuitone (presa da Boezio, p. 25 (in l’orph. a
Vict. transl.: ed. Brandt; PL) monstraverut, iussu Augusti omnes pnlatii
sapientes intra pululium colletti sunt, tirchie piscopus quoque cum Adsone
abbate Dervensi et scolasticorum numerus non parvus; et coeptu disputatone, cum
iam pitene lotum diem consumpsissent. Augusti nulu finis impositus est. È
inconcepibile che il Werner, abbia potuto, con accento di biasimo, rinfacciarmi
di aver antccipato la data della disputa, riportandola all'anno 870, perchè
nella prima ediz. di questo volume (pag. 54) si poteva pur leggere chiaramente
il numero 970; senza poi contare che non è lecno ritenermi capace di far
partecipare a un dibattito nell' 870, un uomo che io stesso dò come morto nel
1003. "“) Richerj op. cit., e. 60 e 65, p. 620 s.: Otrieus.... a il:
«Quoniam pliilosophiae partes uliquol hreviter uttigisti, ad plenum oportet ut
et dividas, et divisionem enodes...... Tunc quoque Gerbertus: 4 ....secundum
Vitruvii (leggi Victorini ) atque Boctii divisionem dicere non pigebit. Est
enim philosophia genus; cuius species sunt. predice, et theorelice: praclices
vero species dico, dispensativam, distribulivam, civilem. Sub theoretice vero
non incongrue intelligunlur, phisica naturalis, mathematica intelligibilis, or
theologia intvllectbilis. La fonte è BOEZIO. Tunc vehementius Otrieus admirans
I versa circa la distinzione tra l’octu.s necessaria, l'actus non necessanus,
il quale ultimo ha origine a palesiate ovvero a subsistendo. e analmente la
pura e semplice potenzialità. Gerberto mette questa partizione in forma di
tabella: ma in ciò può ben ravvisarsi soltanto un modesto titolo di merito,
poiché, ch’egli non abbia neanche un solo pensiero suo personale. Io
dimostriamo, qui come apP m?’/ IC ? 1 no\emotiva di Monaco (C.od. lui. 14272),
contiene questa lettera. tuisce l’oggetto di giocherelli sillogistici: dopo
averla rappresentata cioè in modo assoluto come una disutilaccia, a Adalberone
viene in mente di saggiare logicamente la validità universale di questo
giudizio riprovativo, e procede ora a una disquisizione in forma dialogica, per
sostenere che il giudizio è singolare, che c’è un opposto contraddittorio del
giudizio stesso, e via dicendo: viene appresso l’invito a fornire a regola d’
arte la dimostrazione della inutilità di quell’animale 2S0 ) ; ciò si fa
percorrendo nel dialogo, in forma antitetica, l’intiero elenco dei giudizi ipotetici
233 ), e a ciò si trovano anche fram-, hc riempie una pagina e mezzo in folio
(fol. 182 tO. Pare elle il titolo riferito più sopra sia stato semplicemente
combinato dal Pez. FUilco). Denique haec mula.... non esset universaliter, seri
polius aut particulariler aut indefinite, quae paene unum suiti, inutilis
proponendo.... Igitur quae
particulariter quoquo modo utilis est, omnimodis universaliter inutilis non
est. A(dalbero). Si hanc iauliiem atque
inhonestam indefinite vituperarem, veruni a falso non diseernerem, nam huius
mulae inutilitas, si universaliter esset dedicatila. particulariler esset
abdicatila (cioè sarebbero allora predicati nello stesso tempo concetti
contraddittori). Sed haec viluperatio
ncque universaliter ncque particulariter est determinata.... igitur quia
singularis est, neutrum horum est. F.
Singulare dedicativum nonne suum hubet abdicativum?... Putasne, universale
propositio universali, purticularis particolari, indefinita indefinitae sicut
siaglilares contrudictorie opponuntur? A. Piane opponuntur: si substantia
fuerit, erit praedicativa, sive sit sive non sit. F. Putasne. si accidens? A.
Eodem modo opponuntur, si illud fuit inseparabile. F. Omne inseparabile
contrudictorie opponitur? A. Non. _F. Illud tanlummodo cui aliquid possit uccidere,
et illud dicitur substuntiale. Sed nunc ex arte, non de arte, nostris
affirmalionibus cum luis repugnantiis hanc mulani esse inulilem atque
inhonestam onci nei profiteberis. Qui sono mescolate insieme la teoria di
Boezio (fin Ar. de interpr.. ed. seconda, II, 7 e III, 10: ed. Meiser, p. 117
ss. e 255 ss.; PL, e la terminologia di Alareiano Capella (ibid.. nota 66). 31
) A. Mula haec si claudicai, male ambulai; atqui claudicai : igitur male
ambulai. F. Mula haec si claudicai, mule ambulai: utqiii non claudicai; igitur
non male ambulai . A. Mula haec non. si claudicai, male non ambulai; atqui
claudicat: igitur male ambulai. F. Mula haec non. si non male ambidat,
claudicai : atqui non male ambulai; igitur non claudicat. A. Si valida non est.
debilis est; atqui valida non est; igitur debilis est, e via dicendo. 106
mischiate enunciazioni di regole logiche) ma l’insieme, clf è preso tutto
quanto da BOEZIO, si chiude con l’accenno a lma causalità demoniaca della
inutilità della mula, una spiegazione, questa, che dovrebbe, a quel che sembra,
sodisfare ambedue le parti contendenti. Scolaro di Gerberto e panmente
Fulberto, vescovo di Chartres (dove nel 990 aveva aperto una scuola, e vi resse
la sede vescovile dal 100/ [o 1006] sino alla morte,che godette di grande
reputazione come conoscitore della dialettica 234 ), sì che persino gli f u
conferito il soprannome di Socrate dei Franchi). Ma, mentre assolutamente nulla
di preciso ci è noto, in ordine alla sua teoria F e' A ' et negalio semper est
in pruediculis nota 119) adhibetur, vind/cat sibi vini contradictionis et modus
in1 A Hon et eodZTn em P °"" P, r “ cA ' c ""' s Sminati»
subiectis. 4 7>liL f'i nominali appresso da Tritenuo, sono d. contenuto
puramente teologico). erio iì““S . Ji Bereiim’SLST logica 23B ), dobbiamo in
ogni caso tenerlo in gran conto quale maestro di Berengario da Tours, sebbene
sia lecito argomentare che da Fulberto le conoscenze e l'abilità, relative alla
dialettica, erano ancora tenute del tutto lontane dal campo
teologieo-dogmatico, poiché per quest’ultimo riguardo egli esortava i suoi
scolari alla più rigorosa ortodossia 237 ). Ma possiamo, in generale, scorgere
un segno di più intensa operosità, relativamente alle condizioni di
quell’epoca, già nel fatto che di nuovo si procedeva ad apprestare compendi o
si elaborava con commenti continuativi il materiale esistente a uso delle
scuole, poiché, quantunque in ciò non donimi ancora una energia creativa
ùltimamente personale, purtuttavia si torna a ravvisare nella conservazione o
nell’ incremento del sapere logico il vero e proprio fine: l’attività si volge
cioè alla teoria come tale, sebbene senza originalità. [Anonimo rifacimento
metrico della Isagoge e delle Categorie: colorito nominalistico]. Cosi un A il
o n i ni o Ila rifuso in esametri la Isagoge e le Categorie), per imprimersi
nella memoria, con questo primo suo lavoro, come dice egli stesso nella
introduzione in prosa, indirizzata a un certo Belinone, il contenuto di quei
libri 239 ). Inco3, l La notizia, che Fulberto abbia mandato la Isagoge allo «
scholaslicus » di un chiostro (v. Fui.berti Opera, ed. Villiers, Parigi 1608,
Ep. 79, fol. 76 b [PL: Ep.) è priva d'importanza. I Adelmanno, loc. cit., p. 3
[§ 6-8): obtestans per secreta ilio.... [colloquiai..., et obsecrans per lacrymas,...
ut illue omni studio properemus, viam regioni directim gradientes, sunctorum
Patrum vestigiis obsenantissime inhaerentes, ut nullum prorsus in diverticulum.
milioni in novam et fallacem semitoni desiliamus etc. f PL. loc. cit. or ora,
nella nota 2351. Il lavoro è riprodotto a stampa, di su un codice di St.
Germain (n. 1095), dal Cousin, Ouvr. inéd. d’Abél., p. 657-669. ) Chi sia stato
o dove sia vissuto quel tal Bennone, non può mincia con il prendere da Boezio
la divisione (Sex. XII, nota 77) dell’ Organon aristotelico, e pensa a tal
proposito che la faccenda sia andata cosi: che cioè Aristotele abbia
incominciato con lo scrivere i primi Analitici, e poi, siccome questi erano
riusciti incomprensibili, abbia scritto appresso gli Analitici secondi, ai quali
per lo stesso motivo ha dovuto far seguito la Topica, come pure poscia il De
interpr., e quindi ancora le Categorie; ma non avendo voluto Aristotele
scendere, per farsi capire, a un livello ancor più basso, e avendo perciò
passato sotto silenzio le quinque voces, è intervenuta qui per fortuna, a
compier V opera, l’attività di Porfirio. II contenuto della Isagoge viene poi
spicciato molto sommariamente con la semplice indicazione della definizione
delle quinque voces 241 ), e indi fanno seguito le Categoricavarsi dalla
introduzione, che si tiene affatto sulle generali. Del no stesso lavoro dice
ivi l'Autore: Quoniam complurium mci ordinis scholusticorum, praesul venerande,
oblatus tibi litteras omni gradarum idacritate saepius te audio suscepisse,...
tuue confisus.... pietati uliqua et ego offerre litterarum jocularia praesumo
tliae maiestati. Feri animus, Dei aspirante grada, quum puueissimis oratione
metrica absolvere, quod Porphyrii Isagoge et Aristotelis Calegoriae videntur in
se continere. Quod batic ob causam maxime decreta agere, ut, quae illi latius
difjudere, breviter collecta per me tenaci diligentius crederem memoriae.
Nomina quoque grueca quaedoni interposui, ubi lege metri constrictus latina non
potili.... Id mihi ne duculur litio, primum abs te, pater piissime, cui hoc
litterarum munere ingenii mei primitias immolo, deinde ab omnibus veniam
/tostalo. ) lbid„ p. 658: Doctor Aristoliles, cui nomen ipsa dedit res, Ingenio
pollens miro praecelluit omnes. Hic, natis post se diulectica ne latuisset, Primos
componens Analilicos studiose. De syllogismis ratio perpenditur in quis,
Credidit ut sapiens hos planos omnibus esse. Sed cum nullus eis intellectu
capiendis Sufficeret, rursus tentai prof erre secundos : Quos ncque posse capi
cum sensit. Topica scripsit ; Hinc Perihermenias, postremo Cathegorias : Post
quas finitas. descendere noluit infra. Hic genus ac speciem, proprium,
distantia, stritigens, Simbebicos edam quid sint omnino tacebat. Porphyrius
tandem cernens, nisi cognita quinque Haec sint, bis quinus nesciri cathegorias,
Cuique smini finem signavit convenientem. (Cfr. anche Bokzio, p. 113 rio Ar.
prued.. I; PL, 64, 160 s.] ; Sez. XII, nota 841.
t Jbid. Dopo la definizione delle cinque voces, si legge: Ni nimis est longutn.
communio dicier horuni (vale a dire ciò di cui rie. Dice espressamente
l’autore, a proposito di queste, sin dal principio, che si tratta lì non già
delle cose per se stesse, ma soltanto delle voces signativae delle cose 242 1,
si che troviamo qui una ripetizione di quel punto di vista nominalistico,
considerato più sopra (note 149 ss. e 159); ma hi ciò consiste anche tutto quel
che di più importante dobbiamo rilevare in questo compendio; poiché nel
rimanente esso si tiene cosi strettamente attaccato allo scritto
pseudo-agostiniano intorno alle categorie (Sez. Xll, note 43-50), che di l'atto
lo si può denominare, in una parola, una versificazione dello scritto stesso;
tutfai più si può osservare inoltre, che i numerosi termini greci, i quali vi
figurano barbaramente trascritti, derivano ugualmente da quella medesima fonte,
dove pure si trovano abbastanza spesso intercalati, restando con ciò molto
semplicemente eliminata ogni ipotesi che eventualmente sorgesse, relativamente
a studi che fin d’allora si facessero sopra l’originale greco 243 ). appreso
viene a trattare Porfirio: v. la Sez. XI, note 49 ss.), Non nos barrerei : sed
malumus ergo lucere. Ne generelur in his libi nausea discutiendis. :l: ) lbid.,
p. 658 s. : Post haec, bis quinus pandamus cuthegorias. In quis rir doclus non ex ipsis
quasi rebus, Sed signativis de rerum vocibus orans. SuiniI ab omonymis tractandi synonymisque Principium
eie. ***) Poiché tutto questo scrino è semplicemente una ripetizione metrica di
quello del Pseudo-Agostino, appare superfluo fare citazioni particolari. Ma per
quel che riguarda i termini greci, spiegati per lo più in latino con glosse
interlineari, può ricordarsi: usya, simbebicos e simbebicota, enarithnui
(àvdpiitpa : Sez. XII, nota 43), epiphania (a proposito della quantità) T6601,
poi, a proposito delia relazione, Pesametro 1662): Thesin, diuthesin,
episthemin, estesili, exin (cioè èiuaxrjprjv, aloDijoiv, IJ'.v e similmente [
il). | Dicilum ornile quod est, rei eneria dinamite (cioè évspysJa e Suvàpzi),
come pure, a proposito della qualità 16631: Exis, diathesis, phisices dittamis
poelesque (rcoiÓTrjg Passibilis, potius seu pathos, scemala morphue (axtipaTa
popcff,c), nella Sezione che tratta degli opposti 1667 \habitus sleresisque
atépr,oi;, e, a proposito del postpraedicamentum del moto [668-9] : Auxesis,
megesis, genesis, florus, aliusis. Et Itala ton joras, metabeles associato
(cioè aB(;l}Olg, |ia£o)atg, YÉvEatg, àXÀoùasig, xatà xòv tónov, pexagoXtJ). no
[§26. Intensa attività della Scuola di S. Gallo. Notker Labeo: a) un Tractatus
insignificante ].Ma principalmente a S. Gallo noi troviamo, intorno a
quell’epoca, una più estesa rielaborazione del materiale logico in uso nelle
scuole, e per tale riguardo spetta in ogni caso al famoso NotkerLabeo il merito
di aver dato P impulso e diretto la esecuzione, sebbene non tutt’ i lavori dei
quali qui si tratta, sieno venuti fuori proprio dalle sue mani 24 *). Non c’è
dubbio che qui pure il fondamento è dato solamente dal materiale tradizionale,
e non c’ è da aspettarsi propriamente novità 245 ): ma questo materiale
tradizionalmente trasmesso è in parte trattato tuttavia in maniera più libera,
mostrandosi in ogni caso un interesse, che si volge con abbandono all’ oggetto
della trattazione per se medesimo. J4 *) Mentre cioè J. Gbimm («Gott. Gel. Anz.
», 1835, N. 921 è (li opinionr che Notker sia l'autore unico di tutti quegli
scritti, e a questa opinione aderisce incondizionatamente anche H. Hattemer
iDenkmiiler des Mitteltdters « Monumenti del M. Evo », III [S. Gallo, p. 3
ss.), ci sembra invece più giusto, tenuto conto della diversità intrinseca di
quei lavori, ammettere con W. WackerNACEL I Orse il ichte dir deulschen
Lilteralur «Storia della letteratura tedesca », p. 80 s. 12* ed., Basilea 18791
: v. di lui anche la orazione accademica sopra le benemerenze degli Svizzeri
verso la letteratura tedesca, Basilea 1833) che le opere recanti il nome di
Notker sieno state composte da vari autori, semplicemente sotto la direzione di
lui: rfr. inoltre appresso la nota 262. FI1 Franti non cita Die Schriften Natkers
und seiner Scinde (« (ili scritti di Notker e della sua scuola») editi da P.
Piper, Voi. I (Scritti di argomento filosofico). Frihurgo-Tubinga, 1882], ' 45
l Cose straordinarie si posson leggere invero nella Geschiehte Din St. Gallai
(«Storia di S. Gallo») di Ild. v. Arx. Nella Dialettica, ch’essi dividevano in
Logica, Peripatetica, Stoica e Sofica [sic/l, furono loro maestri Aristotele,
Platone, Porfirio e BOEZIO: eran loro ben note le dieci categorie e le
Periemerie del primo tra essi, le cinque Isagogi di Porfirio e il metodo
d’insegnamento di Socrate. Ma nientr’ è facile scorgere subito che tutta questa
notizia può fondarsi solamente sopra la più crassa ignoranza dell'autore, si
dovrebbe supporre tuttavia ch’esso abbia ricavato da mi qualche manoscritto la
informazione che dà, relativamente alla partizione della dialettica; tuttavia
anche su questo punto sono -tato messo tranquillo dal mio amico e collega
Hofmann, il (piale, in occasione di sue ricerche personali, fece a S. Gallo Tra
questi scritti il più insignificante è un « Tractatus inter magistrum et
discipulum de artìbus »: l’autore infatti si è limitato qui a riassumere il
Compendio di Alenino (v. sopra le note 48 ss.), conservandone la forma
dialogica, e ha inoltre utilizzato in compendio anche BOEZIO, ma epiest ultimo
soltanto da principio, cioè a proposito della Isagoge e della categoria della
quantità 24 °). [§ b) rifacimento delle Categorie]. Invece un più diligente
studio delle opere di BOEZIO e una rielaborazione alquanto più libera del materiale
che vi si trova, sono manifesti in altri due scritti, notoriamente di somma
importanza anche per la storia della lingua tedesca, cioè nel rifacimento delle
KaTTjyopi'at, e nel rifacimento del libro IlepUppTjvelas 247 ). Il primo di
questi scritti si attiene in complesso rigorosamente, quanto al testo, alla
anche nel mio interesse una verifica relativamente alle opere di logica, ma non
potè trovare assolutamente nient’altro, all’ infuori da quali t’è stato di già
pubblicato, o per lo meno accennato dal (iraff. dal Wackernagel e dallo
Hattemer; v. anche appresso nota 271. ’ / bsisle manoscritto alla Biblioteca
Governativa di Monaco (Coti. lat..), di dove lo Hattemer ( Denkm. d.
Mitlelalt.. [già Cil.l, III, p. 532 ss.) trasse per pubblicarle le sole intestazioni
dei capitoli. La partizione della filosofia e della logica è quasi
letteralmente presa da Alcuino, ma dove si tratta delle quinque voces, la '
numerazione delle diverse loro sottospecie e gli esempi illustrativi -ono
ricavali da Boezio; la Sezione che tratta delle categorie è da principio un
riassunto da Alcuino, con omissione degli homonyni" ecc.; e dopo che di
nuovo è stato utilizzato Boezio, solamente riguardo alla categoria della
quantità, si viene in seguito a parlaridelie rimanenti categorie, attingendo
parola per parola ad Alenino, ma soltanto fino alla categoria dell’/iufiere: e
da quell" unica proposizione esemplificativa (v. qui sopra la nota 57) si
passa subito, con la intestazione Quid su,il formulile syllogismorum, alle
notizie !" -Alcuino intorno all argomentazione, le quali sono altrettanto
'"eraunente riassunte, quanto le seguenti che riguardano Biffi niil( *\
topica e Periermertine. .. 1 F ;^ P 7 Ìo 24S ). ma frammezzo al testo, periodo
traduzione di Boezio t n te per periodo, vi è intrecciata una spiegazione,
contendi, S ua volta la parte più importante del commento dello «Z Boezio, e a
BOEZIO una volta Fautore espressaniente si richiama: molto spesso la
dimostrazione queste spiegazioni viene articolata ne suoi e 1 maniera perspicua,
mediante cenni sommari del conte unto o altre intestazioni, anzi anche con la
indicazione Propositi io, Asmmptio, Conclusi o«): e gh esempi esplicativi sono
in alcuni luoghi personalmente escogitati da Notker; si può osservare ancora
che Fautore, con manifesta predilezione per la geometria, s indugia piu a lungo
e con maggiore originalità su quei passi, che contengono un accenno a tale
disciplina • re) rifacimento del De mlerpretalione). Il rif"'" menlo
del II.pt nlliene «« 1»"• a 1 ™r«n «tesso della storia della logica, lo ho
prealcun influsso nel torso, zwe i altesten Compendien srwfttiSX* gj d r p,l
l8™“,b ‘ di logica in tedesco»), Monaco,, ^ aria ’ zion ;. ta,l V olta sono
abbrevT.zSi od Soni ^ * dere, e via dicendo. a pedo mule [el disposino ist PÌP
-; €o S t 4 p. lC eTaT4 a n9 le s Quesfulti.na terminologia è presa da Hoizio.
de syll. hyp.\ v. la nota a • intu itiva «) A questa maniera non soltanto lp.
WZ ss. « u5 mediante disegni "jò^l'^niTesaurita la trattazione della *„
.... diseano diverso che in Roezio. to al testo, parola per parola alla
traduzione di BOEZIO, e i commenti che si trovano alla stessa maniera
intrecciati anche qui, si fondano parimente sopra il commento di Boezio, del
quale l’autore, come accenna egli stesso, ha utilizzato ambedue l’edizioni
***). Ma ha importanza la introduzione, eh’ è premessa all’ insieme, in quanto
che novamente c’ imbattiamo qui pure nel punto di vista nominalistico, che
ravvisa nel significato delle parole l'oggetto delle Categorie; ivi inoltre,
notizie, ed espressioni tecniche, tratte da Marciano Capella, vengono
intrecciate in maniera caratteristica con quelle osservazioni die riguardano
l’ordine ili successione dei libri dell’ Organon, e che sono ricavate da
BOEZIO: e appunto rispetto a queste ultime notizie, ci è consentito ancora di
ricavare dagl’ ingenui equivoci dell’autore la conchiusione sicura eh’ egli
conosceva gli Analitici e la Topica di Aristotele, proprio soltanto per sentito
dire, da quel passo di BOEZIO, Hattemer, p. 474 a [ ed. Piper, p. 511: rifacimento
del De interpr., Lili. I, 111: Est hoc \tractare 1 nlterius negotii. Taz isl
anders uuur zelerenne, samoso er chade, lis mine metaphisicu (v. BOEZIO, p. 230
[ in de interpr., Prima editio: ediz. Meiser, I, 5, p. 74; PL, 64, 3151), dar
lero ili tih iz. Ahere boetius saget iz fure in, in secunda editione etc. (cioè
Boezio, p. 326 I ih., Seeunda editio: ediz. Meiser, II, 5, p. 101; PL. [Est hoc
alterius negolii. Ciò dev’essere insegnato in altro luogo; così disse egli:
«leggi la mia Metafisica; li te lo insegno». Ma BOEZIO lo dice apertamente in
secunda editione ete. (Della traduzione, di questo, come dei segg. passi di N.
L., debbo esser grato alla dottrina, tanto cortese quanto sicura, del rh.mo
collega BATTISTI (si veda). Neanche mancano qui quelle figure, con le quali
BOEZIO rende intuitiva la teorica del giudizio, e anzi per esse l’autore
rinunzia a servirsi del tedesco. “’) ìhid.. p. 465: Aristotiles sreib
cathegorias, chunl zcluenne, uutiz einluzziu uuori pezeichenen (cfr. più sopra
le. note 149 ss., 159 c 242, e subito appresso la nota 256); nu lutile er samo
chunt ketuon in periermeniis, uuaz zesumine gelogitiu bezeichenen, an dien
veruni linde falsum fernomen uuirdet; tiu latine heizent proloquia; an dien
aher neuueder uernomen neuuirdet, tilt eloquio heizent (la fonte di questa
terminologia, vedila in Marciano Capella, Sez. XII, nota 51, e in Agostino,
ibid., nota 33); tero uersuiget er an disamo buoclie. I nandù ouh proloquia
geskeiden sint, unde einiu heizent 8. il «De parlibue loicae»; nominalismo]. Un
altro scrittarello, intitolato « D e partibus loicae»™) si presenta come una
compilazione compendiosa per uso delle scuole, essendovi anzitutto enumerate le
sei parti* della logica, compresa la prima, che fu aggiunta da Porfirio alle
cinque aristoteliche) : alla enumerazione fa poi Simplicio, dar eia uerbum ist,
ut homo uiuit, andenu duplicia, dar zuei ucrba sint, ut homo si uiuit spirat,
so leret er hier simplicia, in topicis leret er duplicia. Fone simplicibus
uuerdent predicatoli syllogismi, jone duplicibus uuerdent conditionules
syllogismi (la fonte di questa distinzione, in BOEZIO: A ah periermeniis sol
man lesen prima analitica, tur er beidero syllogismorum kemeina regida
syllogislicam heizet: taranah sol man leseti secunda analitica, lar er sull
Arrigo leret predicutinos syllogismos, tie er heizet upodiclicam (anche chi
avesse dato appena una occhiata superficiale agli Analitici stessi, non si
potrebb esprimere a questa maniera); zc iungisl sol man lesen topica, un diener
oidi sunderigo leret conditionales, tie er heizet dialecticam. Jiu purtes
heizenl samenl logica. Nu uernim uuio er dih ielle zuo dien proloquiis (anche
nel commento stesso, accanto alla terminologia di BOEZIO, vediamo sovente
figurare proloquium). [Aristotele scrive le Categorie, per indicare che cosa
significhino le parole isolate. Invece nelle Periermeniae egli stesso
dichiarerà quello che significano le combinazioni di parole, con cui viene
enunciato il verum e il falsimi, e che in latino soli dette proloquia ; se
invece non viene enunciata nessuna delle due cose, «on dette eloquio. Ala su
ciò egli tace in questo libro. Inoltre anche nei proloquia si può fare una
distinzione, e taluni, p. es. « homo viviti, in cui c è un verbo solo, vengon
detti « simplicia », altri, in cui ci sono due verbi, p. es. « homo si vivit
spirat», vengon detti « duplicia». Dei simplicia egli ragiona qui, dei duplicia
nei Topica. Dai proloquia semplici si fanno i predicativi syllogismi. dai
duplici i conditionales syllogismi. Dopo le Periermeniae, si leggeranno i primi
Analitici, dove si chiama sillogistica la regola comune agli uni e agli altri
sillogismi; dopo di che si leggeranno i secondi Analitici, dov’egli insegna
separatamente i sillogismi predicativi, la cui regola chiama apodittica; per ultimo
si leggeranno i Topica, dove insegna separatamente i sillogismi condizionali,
la cui regola egli chiama dialettica. Queste parti complessivamente portano il
nome di logica. Ed ora apprendi coni’ egli ti guida ai proloquia (ed. Piper, p.
499, op. ull. cit., « Praefatiuncula »)]. 251 ) Edito, di su un manoscritto
zurighese, dal XX ackernacel negli Altdeiilsche Bliitter (« Fogli Altotedeschi
») di FIaupt e Hoffmann, II, p. 133 ss., e dallo Hattemer, op. cit., p.
537-540. *“) Hattemer, p. 537: Quot sunt partes logicue? Quinque secundum
Aristolelem, sextum partem addidit aristotelicus Porphirius; quae sunt:
isagoge, calhegoriae, periermeniae, prima analitica, secunda analitica, topica.
seguito una più o meno lunga indicazione del contenuto delle parti stesse. Dopo
che cioè della Isagoge sono state citate soltanto, nella traduzione di Boezio,
le definizioni delle quinque voces, viene brevemente illustrata mia sola delle
categorie, la sostanza, senza che sieno neanche nominate le altre nove, ma in
tale occasione viene enunciata 2o6 ) la concezione nominalistica, ancor più
nettamente di quel che s’è veduto or ora, alla nota 253; segue poi, riguardo ai
giudizi, la semplice enumerazione delle quattro specie (universale affermativo,
universale negativo, particolare affermativo, particolare negativo), tratta da
Marciano Capella e con la terminologia di lui 2r ‘ 7 ). Ma ciò che viene detto
poi intorno agli Analitici primi e secondi, ha ugualmente per fondamento quello
stesso passo di Boezio, dove questi espone 1’ ordine delle parti dell’ Organon,
e certo neanche qui è fatto uso della traduzione da lui curata degli Analitici
23S ). Infine si tratta minutamente della Topica, e anzi in piena conformità
con Isidoro (v. sopra la nota 39), aggiungendo qui 1* autore proverbi tedeschi
come esempi dei singoli loci 259 ). fe) scritto De syllogismis, e sua
importanza ]. Ma il più importante fra tutti questi scritti, provenuti da : “ 8
) Ibid., p. 538 a: Quid tractutiir in cathegoriis? Prima rerum significano et
quid singulae dictiones significent, utrum substantiam an accidens etc. sn
)Ibid.: Quid narratile in periermeniis ? Quid consideratile in primis
analiticis? SILLOGISTICA quae est communis regula omnium sillogismorum,
necessariorum et probabilium, cathegoricorum et ippolhelicorum, item
praedicativorum et condilionalium (raddoppiamento insulso, risultante daH’aver
tirato dentro la terminologia di Marciano Capella. Quid traclatur in secundis
analiticis? Apodictica id est demonslraliva quae demonstral veritatem, id est
necessarios siilogismos. w ) È parimente copiato da Isidoro (nota 27) quanto lo
Hattemer (ibid., p. 530 s.) riporta, da un altro luogo dello stesso
manoscritto, intorno alla differenza tra dialettica e retorica. S. Gallo, è la
monografia De syllogismis 2G0 ) ; poiché, sebbene si fondi parimente ancli’essa
sopra una compilazione di materiale svariato, il suo autore, con un maggior
corredo di letture, mette mano qui anche sopra cose, per cui non bastava una
conoscenza puramente superficiale dei compendi scolastici d’Isidoro o di
Alcuino; inoltre egli conserva una notevole indipendenza, in quanto che mostra
la tendenza verso una interna, unitaria finalità della logica: con la
esposizione di tale finalità si chiude la monografia. Prima viene enunciata )
la definizione del SILLOGISMO, presa da Marciano Capella, con l’aggiunta di
alcune parole della Retorica d Isidoro, e qui già un considerevole numero di
esempi in tedesco serve a chiarire la trattazione: poscia 1 autore, facendo uso
di una terminologia mista, presa sia da Marciano sia da Boezio, adduce la
divisione dei sillogismi in categorici e ipotetici 2 ' 12 ); presenta quindi,
attingendo a Marciano (Sez. XII, note 63 e 67), le parti costitutive del
sillogismo categorico e del giudizio categorico), per far poi seguire a ciò la
esposizione integrale dei diciannove modi del sillogismo, la quale è tratta da
Apuleio (Sez. X, 1 Integralmente riprodotto a stampa nello IIattf.mer; in forma
di estratti, nel Deutsches Lesebuch [« Antologia tedesca»] di Gucl.
Wackfrnacel, I, p. Ili ss. ) C. 1, ibid., p. 541 a: Quid sii syllogismus.
Syllogismus graece, lutine dicitur ratiocinatio.... quuedam indissolubilis oralio
.... quae~ dam orutionis catena et inficia ratio. Et ex iis videntur quidam
esse qui latine dicuntur praedicativi, alii autem qui dicuntur
conditionales.... (p. >12 b) Constai autem omnis syllogismus proloquiis i.
e. proposilionibus. Dalle parole che
vengono appresso proloquia dicumus cruezeda, similiter proposiliones cruezeda [
incroci, combinazioni di voci CI, itera proposiliones pietunga O Bietungen »,
offerte, trad. lett. di proposiliones 3, alii diami pemeinunga [« Bemeinungen
», enunciazioni) risulta altresì che in ogni caso erano in parecchi a occuparsi
di simili rifacimenti della logica Od. Piper: r r hti minori, attinenti a
Boezio, lì : «/le Syllogismis », 1], Cioè sumpta, illatio, subiectivum,
declaralivum.n-ote 18 ss.), e chiarita con esempi tedeschi, che son opera dello
stesso compilatore 2M ). Si passa quindi ai sillogismi ipotetici, e anzi per
prima cosa viene presentato, alquanto liberamente elaborato e con intercalati
termini di Boezio, quel che su tale argomento si ritrova in Marciano: solamente
appresso trova posto la indicazione compiuta dei sette modi sillogistici
enumerati da Cicerone (Sez. Vili, nota 60), e illustrati qui con una minuta
spiegazione, che l’autore trae dal commento di BOEZIO alla Topica di CICERONE,
e correda parimente di esempi in tedesco 20 °). Ma ora c’ era pur iuoltre in
Isidoro un syllogismus rhelorum (v. sopra la nota 43), e in connessione con
quanto da lui era stato detto, viene colta qui la occasione di passar a
considerare più minutamente la teoria retorica, illustrandosi, con esplicito
rinvio a CICERONE (de Inventione, v. la Sez. Vili, nota 59), l’argomentazione
retorica, e facendosi uso perciò di un esempio che si trova in Cicerone stesso
2B7 ). Ma subito 1’ autore s’industria di ricondurre al sillogismo categorico
tale specie di sillogismo, in quanto che questo è adeguato all’ esigenze
formali della riprova della verità, accennando di nuovo sulle orme di Boezio
agli elementi semplici dei sillogismi in generale 2B8 ), e a ciò unendo
spiegazioni reC. 3-8, p. 543-47. ) C. 912, p. 548 s. L’espressioni usate «la
Marciano vengono qui intese come specifica terminologia, cioè: pro/Htsitio, assumptio,
conclusio. **) C. 13, p. 55(4553. Qui LA FONTE è BOEZIO, ad CICERONE Top., V,
p. 831 [PL, 64, 1142] ss. I C. 14, p. 553 a: Transeunt vero syllogismi et nd
rlietores iam latiores et diffusiores factì.... Ilorum esempla sunt upud Ciceronem in libri* Rhetoricorum.
L’esempio ciceroniano del governo delI universo (de Invcntione, I, 34, 59),
elle del resto figura anche in BOEZIO, de cons. phil., I, p. 958 [PL,, viene
poi svolto parimente in tedesco. l Ibid., p. 554 a: Praedicntivus est ille
syllogismus nut condi lative al giudizio 269 ). E dopo che a ciò hanno fatto
seguito disquisizioni etimologiche sopra alcuni concetti, affini per
significato al syllogismus disquisizioni che sono tratte o direttamente da
Isidoro, o dal così detto Glossario di Salomone (v. sopra la nota 185), e in
parte anche da BOEZIO 27 °) vien approfondita, in base alla Topica ciceroniana,
la differenza tra dialettica e apodittica 2T1 ) ; tale differenza coincide con
quella tra sillogismi ipotetici e categorici, ma proprio per questo, nel fine
unico della scoperta del vero, si risolve in ima superiore unità, poiché con il
magistero del ragionare si apprende ogni verità umana, mentre il divino
trascendente s’intende senza tale arte 272 ). tionulis?.... Piane ergo
praedicativus est.... nam et omnes purtes syllogismorum, sire propositio sive
approbalio sive sumptum sive illatio sive conclusio sive ut alii dìcunt
complexio (v. la Sez. Vili, nota 59) aut confectio, communi nomine enuntialio
vocantur (v. ibid. la nota 45). La fonte di questa riduzione alla proposizione
semplice è Boezio, ad Cic. Top., V, p. 823 [PL, 64, 1129]: cfr. anche la Sez.
XII, note 131 e 140. "’) lbid.: Est autem enuntialio oratio verum aut
falsum significans.... huius species sunl affirmatio et negatio (Sez. XII, nota
111): successivamente si vien a trattare, in lingua tedesca, di assumptio,
illatio, conclusio. OT ) C. 15, p. 555 a: Cioè sopra ratiocinari, disputare,
iudicare, experimentum ; e inoltre: argumentum dicitur, ut BOEZIO (ad CICERONE
Top., I, p. 763 [PL, 64, 1048]) placet, quod rem arguii i. e. probat. '”) C.
16, p. 556 a: Quuerendum autem magnopere est, quare CICERONE dialecticam in
ypolhelicis tantum conslituerit syllogismis.... Est enim medius inter
Arislolelem et Stoicos (forse che quella tale notizia, accennata più sopra,
nota 245, I. v. Arx l’ha attinta di qua?).... Proplerea Boetius Arislolilem in
thopicis dialecticam et in secundis analiticis apodicticam docuisse testalur,
cioè il complesso è preso da BOEZIO, ad Cic. Top., I, p. 760 LPL, 64, 1045] g.,
dove si trova uno svolgimento ulteriore del punto di vista ricordato. De
potentia disputandi, i. e. Fone dero muhte des uuissprachonis. Si ergo satis
intellectum est, omnem apodicticam constare in decem et novem modis
syllogismorum et dialecticam in septem modis syllogismorum, non sit dubitandum,
totam earum utilitatem esse in invenienda veritate. Ube niunzen sloz
apodicticae unde sibeitiii dialccticae muda gelirnet sin, so uuizin man
dormite, duz sie nuzze sint, alla uuarheit mit in zeeruarenne [Quando si sono
bene appresi i 19 sillogismi apodittici e i 7 dialettici, con ciò Così
l’autore, la cui concezione già con questo ci rammenta, in maniera tanto chiara
quanto consolante, 10 Scoto Eriugena (note 111-120), può, per la sfera della
umana aspirazione alla verità nel mondo di qua, enunciare una definizione
unitaria della logica, nella quale ha la propria essenza la dialettica «ovvero»
apodittica: e quel ch’egli trovava detto già da Boezio (Sez. XII, nota 76),
prende da lui mia espressione più precisa ed energica, là dove dice,
analogamente allo Scoto, che la logica è la scienza del giudicare o disputare
273 ) : perchè 11 potere della forma, che si manifesta nei sillogismi di
qualunque specie, è per lui quel che decide, è il termine, nel quale vengono a
confluire tutte le differenze che si manifestano entro la sfera della logica
274 ); la retostesso apprendiamo che essi giovano a riconoscere ogni sorta di
veritàl. Omnia enim his Constant, quae in humanam cadunt rationem. Al daz
menniskin irratin mugin, taz uuirdit hinnan guuissot [Quanto gli uomini
arrivano a intendere, tutto viene saputo con questo mezzo]. Divina excedunt
humanam rationem, intcllectu enim capiunlur. Tiu gotelichin ding uuerdent
keistlicho uernomen ane disa meistrrskaft ILe cose divine vengono apprese con
l’intelletto, senza questa maestria (nel ragionare) (ed. Piper. Quid sit
dialectica vel apodictica. Ergo diffinienda est dialectica sire apodictica,
possunt enim unam et eandem suscipere diffinitionem in hunc modum.. Dialectica
est sive apodictica iudicandi peritia vel ut olii dicunt disputandi scientia
(proprio questo già si trova anche nello Scoto, v. sopra la nota 112).
Meisterskafl chiesennes linde rachonnis, taz ist dialectica, taz ist ouh
apodictica [La maestria nel giudicare e nel disputare, è la dialettica o
l'apodittica (ed. Piper, ed. Piper,
ibid.] : l'rius diximus. quia ratio est quae ostendit rem. Reda skeinit uuaz iz ist. Pi
dero redo sol man chiesen. ube iz uusen nuige.... Taranah mag er [Il discorso dimostra quel che una
cosa è; con questo discorso si ricercherà se una cossa possa sussistere. In
seguito egli potrà] rachon i. disputare, ioh [e anche] uuarrachon. i.
ratiocinari.... Ter uuarrachot. ter mit redo sterchit. linde ze uuare bringel.
taz er chosot. Reda errihtet unsih allis tes man stritet. Ter dia chan uinden.
(p. 621) der ist [Ragiona colui che con il suo discorso rafforza e dimostra
quanto ha ricercato.... Il discorso c’istruisce in tutto ciò su cui si viene a
contesa. Chi può trovare questo, è un] index, ter ist raliocinator. ter ist
disputator. Ter ist argumentator. ter ist dialecticus. der ist apodicticus et
sillogisticus. rica invece, la quale serve soltanto alla verisimigliauza ma non
già alla verità, è perciò situata su di un altro campo, mentre quel che c’è di
comune e di più veramente omnicomprensivo è la espressione verbale (verbum),
nella quale deve spaziare così il sermo filosofico come anche la diclio
retorica. Ma proprio per questa ragione il punto di vista che è per l’autore
assolutamente ovvio e naturale, è quel punto di vista nominalistico, che
abbiamo trovato nello Scoto, poiché la differenza tra vero e falso, cioè
l’oggetto di ogni atto giudicativo o di ogni disputa nella sfera della logica,
può manifestarsi solamente nella forma di giudizi umani, e anche i praedicamenta
non sono appunto nient’altro che enunciazioni 276 ). Comunque, è una cosa che
ci fa veramente piacere, esserci qui imbattuti in un autore, che sa quel che si
vuole, e per noi questo scritto è infinitamente superiore ai giocherelli
pedanteschi e senza costrutto di un Gerberto o di un Anseimo; è anche ben
difficile imaginare che si sarebbe venuti a presentar le « prove della esi) C.
19, p. 558 b [ed. Piper]: Nec panini hoc altendendum est. quantum intellectu
quaedam distata, quae simili modo solent interpretati, ut sunti verbum, sermo,
dictio.... Qiuie si unum significatela, nequaquam sermo daretur philosophis,
dictio vero rhetoribus; ut auctores docenl (cioè Isidoro: v. sopra la nota 27);
nani et Aristotiles dialecticum, quae interprelatur de dictione, ad rhetores
traxil et voluit eam esse in argumentìs rhetoricis, i. probabilibus, quae ille
iudicavit esse (nel manoscritto: rum esse) discernenda a necessariis
argumentìs, de quibus fiunt ypothetici syllogismi et tota dialecticu, ut Cicero
docuit (v. Boezio, cit. nella prered. nota 271).... Dignior est namque sermo et
gravior, ut sapientes decet, dictio humilior est et plus communis data
rheloribus. Verbutn autem omnium est. ■ ''> IbidEt in interpretando proprie
sermo (cfr. la nota 321[?]) saga diritur. sic et enuntinlio, quae similiter philosophis
tradita est. et disputantibus necessaria est. quia inest ei semper veruni aut
fcdsum.... Praedicare autem est, inquit Doetius To
non forse 124? ad Ar. pracd., I; PL, 64, 1761), aliquid de aliquo dicere, i.
eteuuaz sagen fone etcuuiu. linde et praedicnmenlum dicitur et praedicatio,
einis tingis kesprocheni fone demo undermo [Tesser una rosa detta di un’altra
cosa]. stenza di Dio », se in generale si fosse conservata quell’avvedutezza,
di esercitare cioè belisi in tutte le direzioni la maestria deH’argoinentare,
iiell’ànibito della realtà da noi percettibile, ma di lasciare invece al pio
sentimento dei credenti la rivelazione del Divino nella sua immediatezza. Del
resto, dobbiamo pure qui far ugualmente rilevare che l’autore di questa
monografia non può aver conosciuto la traduzione degl’analitici curata da
BOEZIO, perchè altrimenti, se gli fosse stata accessibile la sillogistica
stessa di Aristotele, egli, che pur mostra in generale un corredo di letture
maggiore di quello degli altri, non sarebbe certamente andato già a prendere i
diciannove modi da Apuleio, nè, con la sua aspirazione alla unità interiore
della logica, si sarebbe riattaccato esclusivamente a quegli stessi passi, che
a ciascuno erano noti, dalle traduzioni e dai commenti più diffusi di BOEZIO.
Ma in quello studio esteso della logica, quale ci si presenta a quest’epoca in
S. Gallo, potremmo ben anche ravvisare un fenomeno piuttosto isolato, sempre
che non sia determinato solamente da mancanza di notizie il giudizio che
pronunciamo, quando diciamo che nella prima metà del secolo XI in generale ha
prevalso una mancanza di attività, per quel che concerne il dibattito delle
questioni di logica, o persino la *") In siffatti casi sembra che l'argumentum
ex silentio sia assolutamente calzante, e elle pertanto si aggiunga, come una
convalidazione mollo precisa, alla circostanza generale, vale a dire non
esserci, in tutta questa letteratura, un solo indizio positivo che sia stato
fatto uso di quegli scritti aristotelici. TSoggiugerò qui che lo scritto del
Prantl. da lui citato più sopra, comparso negli Atti della Regia Accademia
Bavarese delle Scienze (Classe I, voi. "Vili, Scz. I), riguarda non gli
scritti logici di Notker L., bensì due compendi dovuti uno a Ortholph
Fuchsperger, l’altro a Volfango Biitner, e rispettivamente stampati ad Augusta
e a Lipsia. compilazione di compendi. Nel corso della nostra indagine, dobbiamo
invero a ogni passo tener presente la possibilità clic una parte del materiale
die esisteva, sia stata sottratta totalmente alla nostra conoscenza, sebbene si
sia portati ad ammettere che difficilmente le manifestazioni di una certa
importanza sarebbero dileguate senza lasciar alcuna traccia, e che un silenzio
assoluto di tutte le fonti non sarebbe pensabile, se realmente lo studio della
logica fosse stato più largamente diffuso. [Altri documenti relativi allo
studio DELLA LOGICA NEL SECOLO XI: FrANCONE A LlEGI, OtLOH a Ratisbona, Pier
Damiani], Dalla metà circa del secolo XI ci giunge la notizia che un tal
Francone, scholasticus a Liegi (intorno al 1047), compose, sopra la quadratura
del circolo (v. le note 191 e 251 di questa Sezione), ima monografia che si
riattacca al relativo passo di Boezio 278 ) : e forse della stessa epoca
possiamo citare almeno l’espressioni, con le quali un monaco di St. Emmeram,
Otloh, morto a Ratisbona [dove appunto sorgeva il chiostro di St. Emmeram],
vien a riconoscere che ci sono alcuni dialectici ita simplices, che applicano
il canone dialettico a tutte le parole della Sacra Scrittura, e credono a
Boezio più che alla Bibbia stessa 278 ). Ma da quest’ultima doglianza bisogna
con*") Sicebekti Gemblancensis Chronica ad unnum 1047 (Pertz, MiGH, :
Franco scolaslicus Leodicensium et scìentia litterarum et morum probitate claret;
qui ad Herimannum archiepiscopum scripsit librum de quadratura circuii, de qua
re Arislolelcs (com’è riferito da Boezio I in Ar. praed., II; PL, 64, 230], p.
165) ait: Circuii quadratura, si est scibile, scìentia quidem non est, illud
vero scibile est |PL, 160, 209]. ”°) Oti.ohni Dialogus de tribus Quaestionibus
(riprodotto dal Pez, Thesaur. Anecdot., HI, 2, p. 143 ss.), p. 144-5: Peritos
autem dico magis illos, qui in Sacra Scriptura, quarti qui in Dialectica sunt
instructi. Nani dialecticos quosdam ita simplices inveni, ut chiudere che il su
riferito monito di Fulberto (nota 237) non fu disdegnato solamente da un
Berengario, ma che da varie parti fu designata la dialettica come pietra di
paragone in questioni teoretico-dommatiche ). La maggioranza invece, com’è ben
facile intendere, rimaneva fedele al punto di vista originario del Medio Evo
cristiano, e può perciò, poiché stiamo ormai per entrare in un’epoca di
contese, ricordarsi soltanto a mo’ d’esempio come Pier Damiani, assegnasse alla
dialettica il compito di starsene quale pia ancella al servizio della Chiesa, e
di tener dietro umilmente pedisequa alla sua padrona 2S1 ), senza che in verità
la divota anima del Damiani abbia ancora il minimo presentimento che anche
questa domestica possa licenziarsi e fondarsi un proprio focolare. omnia Sacrae
Scriplurue dieta juxta dialecticae auctoritatem constringendo esse decernerent:
mugisque Boèlio quam Sanctis Scriptoribus in plurimis dictis crederent. Linde
et eundern Boètium secuti, me reprehendebant, quod personae nomen, (dicui, nisi
substimtiae rationali, adscriberem etc. [PL], W. Scheber, Leben VTilliram’s
Ables von Ebersberg [« Vita «li Williram, abate di Ebersberg »] (nei Rendiconti
dell’Accademia imperiale, Classe filosoficostorica, voi. 53, Vienna, 1866), p.
289, riferisce queste allusioni a scolari di Lanfranco; cfr. appresso la nota
299. '*') Poiché, a prescindere dal fatto che nei vari scritti teologici di
Otloli non si parla in maniera particolare della questione della Santa Cena, e
pertanto è difficile che la sua polemica contro i dialettici si riferisca a
Berengario, nel passo sopra citato si tratta proprio di casi personali, che
Otloh designa come conseguenza di un indirizzo generale dell’epoca. *“) Petri
Damiani Opera, ed. Cajetano, Parigi,De. divina omnipolentia, V; PL, 145, 603]:
Haec piane, quae ex dialecticorum vel rhetorum prodeunt argumentis, non facile
divinaivirtutis sunl optando mysteriis; et quae ad hoc inventa sunt, ut in
syllogismorum instrumenta proficiant, vel clausulas dictionum, absit ut sacris
legibus se pertinaciter inferant et divinae virluti conclusiotiis suae
necessitates opponant. Quae tamen artis humanae peritia, si quando tractandis
sacris eloquiis adhibetur, non debet jus magisterii sibimet arroganler
arripere; sed velut ancilla dominue quodam famulatus obsequio subservire, ne,
si praecedit, oberrel eie. Movimento più vivace nella seconda metà del SECOLO
XI: la scienza giuridica. Ma proprio nella seconda metà del secolo XI si
manifestò nella storia della cultura l’azione di fattori, i quali portarono,
entro la tradizione della logica delle scuole che si conservava uguale a se
medesima, un movimento più vivace, e anche un violento rinnovarsi di vecchi
contrasti fra le varie tendenze. Da due lati diversi si risente un influsso
sopra la logica, ma in varia maniera e in molto vario grado, perchè di questi
lati uno possiamo scorgerlo qui dapprima soltanto in tenui inizi, per poi
novamente riattaccarci a questo punto, quando lo stesso fattore si manifesterà
più tardi con maggiore intensità, mentre l'altro lato sùbito si leva su con
tutta la sua forza, e per molto tempo determina le condizioni in cui la
evoluzione compie il suo corso. Ma questi due lati corrispondono alla
giurisprudenza e alla teologia dominatica. Se cioè l’amministrazione della
giustizia già per se stessa in generale implica un richiamo alla prassi
dialettico-retorica, è facile spiegare come, in un’epoca in cui in Italia
s’iniziava un rinnovamento della scienza giuridica e incominciavano a sorgere
scuole di diritto), si desse ora maggior peso alla logica pratica, cioè a ima
logica, la quale veramente mal si distingue dalla retorica, ma nella teorica
dell’argomentazione e nella topica rimane pure conforme al solito materiale
ch’era in uso nelle scuole di logica. Come noi stessi per il nostro presente
intento abbiamo potuto già da prima (Sez. Vili, note 52 e 68) trovare la nostra
fonte in passi che prendevamo dalle Pandette, così sembra d’altra parte fL )
Vedi Savigny,GESCHICHTE DER ROMISCHEN RECHTS IN MITTELALTER Geschichte dea
Ròmischen Rcchts im MiUelalter [Storia del diritto romano nel Medio Evo],.
[trad. it., Torino, J, e Giesebrecht, De
lìti, attui, ap. Itiilos, Berlino, 1845, in -4° [ir. it. Pascal, già cit.]. che
IN ITALIA lo studio della grammatica filosofica e della retorica abbia
conservato una connessione ininterrotta con le materie giuridiche del DIRITTO
ROMANO ) : e sebbene noi preferiamo lasciar da parte l’aneddoto letterario,
secondo il quale tutto quanto lo studio del DIRITTO ROMANO a BOLOGNA avrebbe preso
principio da una spiegazione grammaticale della parola « As » 2S ) Ibid.,
Aristotelica didicimus disciplina duarurn specierum commistione lertiam gigni
minime. Rerum etiam naturam puli nomino non posse, duo contraria simili in
eodem esse vel, quod trovava nel commento (li Hoezio alle C-utegorioo. Ma
questa medesima questione fu anche oggetto di una disputa che Anseimo sostenne
a Magonza, e della quale diede minuta relazione in una lettera al suo maestro
Droone. Ecco il nòcciolo della questione: Quando sussiste un’alternativa (p.
es. tra lode e biasimo), si può creder di cogliere il giusto mezzo, non facendo
nè una cosa nè l’altra; ma si obbietta in contrario, die il giusto mezzo è la
unione degli opposti (come p. es. il rosso è la unione di nero e bianco),
dunque bisogna pure scegliere per conseguenza una delle due cose, qualora non
si voglia farle tutte due al tempo stesso. Ma a ciò da capo si obbietta che il
mezzo è propriamente la negazione dei due opposti (dunque p. es. è
impossibilius, eandem essentium procreare. Quod veruni sit necne, quaerimus f
Hbetorim., iib. I]. M ° c ) Laudare enim vel vituperare necesse est. «Non
laudabo, inquid, nec vituperabo, cuoi medium faciam, quod nec laus est nec
viluperatio. Est igilur possibile utrum non lucere, ubi aliquod neutrum est
invenire. Si medium, inquam, ut dicitis, fecerilis, lune et utrumque. Constai enim medium ex utrisque,
ut ex albo et nigro rubrum, et ideo medium. Sicque in faciendo neutrum facietis utrumque. Utrum
ergo facere necesse est, quoniam in utro vel ulroque utrum non lacere possibile
non est». « Medium, inquid, ut dicitis, non ex utrisque, sed ex nega!ione
confìcitur utrorumque, ut non quod et album et nigrum illud rubrum, set quod
est neutrum, illud dicimus rubrum, sicque omne medium. Utrum ergo lacere
necesse non est, quia in meo neutro utrum vel utrumque possibile non est ». «
Si ex negatione utrorumque. medium confectum est, quod, ut dicitis, neutrum
est, non magis utrorumque quarti omnium rerum neutrum est. Quod bene perspectum
nichil est. Non enim magis ex albi et nigri negatione confìcitur rubrum, quam
cucii et lerrae ceterarumque rerum. Quia sicut est veritas ut, quod nec album
nec nigrum est, illud rubrum existat, sic quod nec caelum nec terra nec celerà,
illud esse rubrum a veritale non [58] discrepat, Quod aulem omnibus rebus
negatis nichil illarum est, illud res praedicari inpossibile est. Rcs vero,
quod non est illud, nichil esse necessario consequens est. Sicque in faciendo
(diquid facietis nichil. Utrum ergo facere necesse est, utrumque enim vel
neutrum impossibile vel nichil est. Epistola Anseimi ad Droconem (sic)
mugistrum et condiscipulos de logica disputatione in Gallia habitat. rosso,
quel che non è nè bianco nè nero); ma questa obiezione viene respinta, perchè
una tale negazione va di là dall’alternativa data (perchè allora si potrebbe
dire altrettanto bene, che è rosso, quel che non è nè cielo nè terra), e
metterebbe capo infine a una negazione di tutti gli opposti, cioè dunque a un
nulla. Il risultato è, per conseguenza, che nella presente alternativa bisogna
pure scegliere proprio un solo dei due termini. Abbiamo una prova ulteriore di
come la scienza del diritto entrasse in giuoco nello sviluppo della logica,
quando in due uommi eminenti di quell’epoca, Lanfranco e Irnerio, vediamo
presentarcisi, per così dire, ima unione personale di quei domìni. È infatti
incontestabile che Lanfranco dedica ampiamente e con buon successo la prima
metà della sua operosità, prima che scoppiasse la contesa intorno alla Santa
Cena, principalmente allo studio del diritto 291 ), sebbene non si possa, per
ragioni cronologiche, pensare a una relazione diretta, quale persino gli è
stata attribuita con lo stesso Imerio); ma in ogni modo, come risulta dalle
testimo"9 Milonis Crispini Vita Beati Lanfranci, c. 11, riprodotta dal
Mabillon, Acia Bened. [Sacc. VI, P. II], Tom. IX, p. 639 [PL, Ab annis
puerilibus eruditus est in scholis liberalium nrtium, et legum saecidarium ad
siate morern patriae. Adolescens orulor veteranos adversantes in uctionibus
causarum frequentar revicit, torrente facundine accurate dicendo. In ipsa
aetale sententias depromere sapuit, quas gratnnter Jurisperiti aul Judices vel
Praetores civitatis acceptabanl. Meminit horum Papiu (cioè PAVIA sua patria).
At cum in exsilio philosopharetur, accendit animum ejus divinai ignis, et
illuxit cordi ejus amor venie sapientiae. Notizie varie, specificamente
giuridiche, vedile nel Merkel, op. cit., p. 14 e 46 s. [12 s. e 35 ss. della
cit. trad. it.??J. 5 ") Roderti De Monte Auctarium ad chronicam Sigeberti
Gemblacensis ad anntan 1032 (Pertz, MGII): Lanfrancai Papiensis et Garnerius
socius eius, repertis upud APVD BONONIAM LEGIBVS ROMANIS quas Iustinianus....
emendaverat, Itis, inquarn, repertis, 9.
C. Prantl, Storia della logica in Occidente, II, manze, quella medesima
abilità dialettica, della quale fanno fede le battaglie da lui più tardi
sostenute contro i suoi avversari teologici, lo ha assistito di già fin
d’allora. Ma Imerio, e cbe con la sua comparsa segnò, com’è noto, per LA SCUOLA
O LO STUDIO DI BOLOGNA, il passaggio dal pruno’ periodo embrionale a una più
ricca espansione, viene, nelle glosse di Odofredo, designato espressamente come
«logico»; e la circostanza ch’egli sia stato antecedentemente maestro delle
arti liberali, spiega quella esagerata sottigliezza cb’è venuta a trovarsi
nelle sue glosse-’ Avendo d'altra parte lrnerio composto anche un Formularium,
a questo fatto dobbiamo connettere una osservazione preliminare, essersi cioè
venuta a creare una particolare ed estesa letteratura, la quale serviva
all’arte e alla prassi del notariato, e che valse a mantener viva per
l’avvenire la relazione tra la retorica in uso nelle scuole, e la materia del
diritto. Questi « F o r m u operam dederant eas legere et aliis exponere; sed
Garncrius in hoc « vero disciplinas liberales et litteras divi, tuis m Galli,s
multo* edoccns, tandem Beccum verni, et ibi mona, ehm facili* est [PL], Forse
tuttavia la obiezione croTologira sollevata dal Savigny [p. 25-6 della trad. it
|) e m generale fuor di luogo, se, dove si dice « socius », non pensiamo a
relazione personale, ma piuttosto a un comune atteggiaspirituale nei riguardi
della concezione del diritto. minorameli Uge 1 ldtima de in "tegrum
resti,utione "l", . 2, 22); Or, segnar,, plura non essent dicendo
super lege ista Dom.nus lumen } rnenus, quia loicus fui,, et mogister fui. In c
rifate istu in arti bus, antequum docerel in legibm, fecit imam g ssam
sopitisticun ?, quae est obscurior, quam sii textus. E (CoÌi% l, n /r^ miCa M,and. Urstis, Francoforte, 1585, p. 433
[Pebtz, >MGH, XX, 376]): l’etrus iste (se. Abailardus).... habuit.... primo
praeceptorem Rozelinum quondam, qui
primus noslris temporibus in logica sententi am vocum instiluil, et post
ad gravissimos viros Anshelmum Laudunenscm, GwUhelmum Campellensem Catalauni
episcopum migrans, ipsorumque dictorum pondus, tanquam sublilitatis acumine
vacuum iudieans, non diu sustinuit. Inde magistrum induens Furisius venit (v.
la Sez. seguente, nota 258). "') [Johannes Turmair detto] Aventinus,
Atinales Ducum Boiariae, VI, 3 (ed. Riezler. Hisee quoque temporibus fuisse
reperto Rucelinum Brilanum, magistrum Petri A belar di, novi lycaei conditorem,
qui primus scienliam (leggi sententinm) vocum sive dictionum insliluit, novam
philosophandi ciani invertii. Eo namque authore duo Arislolelicorum,
Peripateticorumque genera esse coeperunt, unum illud vetus, locuples in rebus
procreandis, quod scientiam rerum sibi vendicai, qttamobrem reales vocantur,
allerum noviim, quod eam distrahit, nominales ideo nuncupali, quod avari rerum,
prodigi nominum atque notionum, verborum videntar esse adsertores.
"") Joannis Saresbehiensis Metalogicon, (Opera, ed. Gilè?, V, p. 00
[ed. Webh. Naturata lamen tmiversalium hic omnes expediunt, et allissimum
negotium et maioris inquisitio-[Le notizie sul conto di Roscelino rivelano
Vastio degli avversari]. Ma poiché
Anselmo 31B ), che nella sua ortodossomania, inventò la squisita espressione di
« eretici della dialettica » e la usò a carico di Roscelino, dice, per cieca
passionalità o maligna esagerazione, che secondo quella opinione le sostanze
universali non sono nient’altro che un flatus vocis, sarà bene che noi accogliamo non senza
cautela anche le altre notizie comunicate da quello zelatore del realismo, tanto più che, come vedremo, se si sta ai
prodotti originali della sua dialettica, non si può ritener che fosse capace di
giudicare sopra questioni di logica; così pure egli non fa invero che dar
espressione al più intransigente odio partigiano, quando rampogna i seguaci di
Roscelino, perchè danno nis contro menlern auctoris esplicare nituntur. Alius
ergo consistit in vocibus; licei haec opinio curii Rocelino suo fere omnino iam
evanuerit. Alius sermones (v. sotto la noia 324) inluetur et ad illos detorquet
quicquid alicubi de universalibus meminit scriptum; in bue autem opinione
deprehensus est Peripateticus Palalinus Abaelardus noster, qui multos reliquit
et adhuc quidem aliquos habet professioni huius sectatores.... [iPL, 199,
874], Così anche nel Polycruticus (Opp.,
IV, p. 127 [ed. Webb, U, p. 142; PL, 199, 6651): Fuerunt et qui voces ipsus
genera dicerenl esse et species ; sed eorum inni explosa sententia est et
facile cum auclore suo evanuil (v. la nota 325). "*) Ansfxmi de fide
Trin., c. 2 (ed. Gerberon, p. 42 s. [PL, 158, 265J): llli utique nostri tempori
dialeclici (imo dialeclicae haeretici, qui non nii flatum voci putant esse
universales substantias, et qui colorem non aliud queunt inielligere quam
corpus, nec sapienliam hominis aliud quam animami prorsus a spiritualium quaestionum
disputatione sunt exsufflandi. In eorum quippe animabus ratio, quae et princeps
et judex omnium debel esse quae sunt in /tornine, sic est in imaginationibus
corporulibus obvoluta, ut ex eis se non possit evolvere, nec ab ipsis ea, quae
ipsa sola et pura contemplari debel, valcat discernere. Qui enim nondum intei
ligit, quomodo plures homines in specie sint uniis homo, qualiter in illa
secretissima et altissima natura comprehendet, quomodo plures personae.... sint uiius Deus? Et cujus meris
obscura est ad discemendum inter equum sinim et colorem ejus, qualiter
discernet inter unum Deum et plures relationes ejus? Denique qui non potest
intelligere aliquid esse hominem, nisi individuum, nullalenus intelliget
hominem, nisi humanam personam. Omnis enim individuus homo, persona est. Quomodo ergo iste intelliget hominem assumptum esse a
Verbo eie. la ragione in balia corporalibus imaginationibus : e in verità è
lecito sperare, tutt’al contrario, che proprio nulla ci faccia assurgere così
alto al disopra dell accidentalità sensibile, come il penetrare a fondo nell
universale contenuto concettuale delle parole, e che soltanto a questa maniera
ci sia aperta la via a un sapere effettivo, conquistato da noi stessi, mentre a
una ontologia soprannaturalistica è spesso indispensabile ima imaginazione
irretita nella sensibilità. E possiamo lasciar stare il rimprovero ridicolo,
mosso a Roscelino, ossia di non intendere come la pluralità degl’individui nel
concetto della specie sia una unità poiché anzi proprio questo è riuscito
invece a intendere Roscelino, che cioè la unità risiede nella parola
enimciatrice del concetto. Dovremo ora piuttosto rimettere, come si conviene,
le questioni nei loro veri termini, per quanto concerne le altre osservazioni
mosse contro Roscelino: vale a dire ch’egli fa confusione tra il colore di una
cosa e la cosa stessa, e tra le proprietà e i loro substrati, e parimente
ch’egli non si rende conto, come altro sia « Uomo », e altro il singolo uomo.
Infatti la prima osservazione può significare solamente che, secondo la
opinione di Roscelino, il concetto di una qualità, in quanto concetto, contiene
altrettanta universalità quanta ne contiene il concetto di una sostanza, in
quanto concetto. L’altra osservazione poi comprende, se la sfrondiamo di quella
interpetrazione odiosa che le dà il relatore, il semplice principio
fondamentale del nominalismo, che cioè obbiettivamente, nell’essere concreto,
esiste dappertutto soltanto l’individuale, mentre i concetti della specie e del
genere si trovano soltanto subbiettivamente nelle parole dell’uomo, che insomma
obbiettivamente gli universali non hanno esistenza separata dall’individuale.
Che per conseguenza la Trinità, come obbiettiva essenza di Dio, debba parimente
consistere di tre individui), è implicito in una tale veduta logica,
coerentemente svolta: e così fu che, analogamente a quanto era accaduto con
Berengario, la teologia venne a essere coinvolta nella lotta fra le tendenze
che si dividevano il campo della logica. Ma sembra che Roscelino in generale abbia
molto conseguentemente svolto sino in fondo da tutt i lati il suo punto di
vista, perchè altrimenti sarebbe difficile spiegare, come mai nelle scarse
informazioni che ci sono pervenute sul conto di lui, ci sia ancora una volta un
certo punto isolato, che ci rhuanda in pieno a quel medesimo principio: si
tratta cioè del concetto di parte, che Boezio aveva preso a considerare in vari
luoghi, e riguardo al quale, così per Roscelino come per l’Anonimo già
ricordato (nota 171 g), il momento subbiettivo è ugualmente il momento
decisivo; poiché la notizia, relativa al punto in questione 321 ), va intesa
nel senso seguente: Se p. es. il tetto dev’essere considerato come parte della
casa, si ha da riflettere che obbiettivamente, in “>) Ibid., Epist. n, 41,
p. 357 [PL quia Roscelinus clericus dicil, in Deo tres personas esse tres ab
invicem separatns, sicut sunt tres angeli, ita tamen ut una sit voluntas et
poteslas: aut Pulrem et Spiritum sanctum esse incarnatum, et tres deos vere
posse dici, si usus admilteret. *») Abaelardi [Dialectica, P. V*. liber]
divisionum et defin., p. 471 (ed. Cousin): Fuit aulem, memini, magislri nostri
Roscellim tam insana sentenlia, ut nullam rem purtibus constare velici, sed
sicut solis vocibus species, ila et partes adscribebat. Si quis aulem rem
illam, quae domus est, rebus aliis, pariele scilicet et fondamento, constare
diceret (è questo il solito esempio di divisione del tutto in parti, usato da
Boezio, p. es. a p. 52 s. [in Porph. a se trami., I, 8; ed. Brandt, p. 154,
156; PL, 64, 80 s.] e a p. 646 [de divisione ; PL, 64, 888]), tali ipsum
urgumentatione impugnabili: si res illa quae est puries, rei illius quae domus
est, pars sit, cum ipsa domus nihil aliud sit quam ipse paries et tectum et
fundamentum, profecto paries sui ipsius et caeterorum pars erit. At vero
quomodo sui ipsius pars fuerit? Amplius, omnis [pars] naturaliter prior est
loto suo : quomodo aulem paries prior se et aliis dicelur, cum se nullo modo
prior sit? quanto è una cosa, il tetto è una entità perfettamente indipendente,
poiché, nel riguardo della obbiettività o dell’essere reale, quel che ci può
essere, è appunto soltanto un tetto di ca6a, e parimente soltanto una casa
fornita di tetto (dato cioè che debba essere realmente una casa); perciò, se il
tetto fosse oggettivamente una parte della casa, verrebbe a essere ima parte di
quella che è ima totalità obbiettivamente indivisibile, e pertanto, in seguito
a tale indivisibilità, finirebbe con l’essere anche una parte di se stesso:
vale a dire che il concetto di parte, dal punto di vista obbiettivo o
dell’essere reale, conduce a contraddizioni, e la couchiusione giusta è che il
tetto viene caratterizzato come parte esclusivamente dalle nostre parole,
racchiudenti in sé i concetti, sicché dunque il concetto di parte, come tale,
si trova essere di spettanza della espressione verbale subbiettiva. Lo stesso
può ripetersi, anche relativamente alla priorità della parte di fronte al
tutto, poiché dal punto di vista obbiettivo, in quanto è cosa, non è possibile
che il tetto sia antecedente alla unione obbiettivamente inscindibile di se
stesso con qualche cos’altro, poiché allora alla stessa maniera, a cagione
della inscindibilità, risulterebbe che il tetto sarebbe prima di se medesimo :
sicché bisogna conchiudere che anche la priorità del concetto di parte ha luogo
solamente nel pensiero subbiettivo. Ma, come anche questa idea di Roscelino fu
malignamente deformata da’ suoi avversari), così egli stesso l’applicò
spiritosamente contro il ra ) Abaelardi Epist. (Opera, ed. Amboes. [ed. Cousin;
PL (Epist., Hic sicut pseudo-Dialecticus, ita et pseudo-Christianus, cum in
Dialeclica sua nullam rem, sed solam vocem partes habere astruat, ita divinam
paginam impudenter perverlit, ut eo loco quo dicitur Dominus parlem piscis assi
comedisse, partem huius vocis, quae est piscis assi, non purtem rei intelligere
cogatur. Che questa lettera [indirizzata a Gilberto vescovo di Parigi] sia
stata scritta da Abelardo, o, com’è opinione del Du Boulay, da un altro intorno
al 1095, è, per quel che ri-mutilato Abelardo, da ciò prendendo occasione per
assegnare, coerentemente, all’atto intellettuale subiettivo anche il concetto
di totalità, poiché, modificandosi la consistenza obbiettiva di una unione
inscindibile, deve essere subito sostituita con una denominazione diversa la
denominazione che si conformava al suo concetto, e che allora non è più in
grado di tener saldo il pensiero soggettivo di una totalità" ')[c)
conchiusione sopra Roscelino ]. Che del
resto il punto di vista di Roscelino non fosse, in sostanza, affatto nuovo,
risulta manifesto dal confronto con quel che siamo venuti dicendo più sopra;
soltanto che, dopo la comparsa di Berengario, la idea che, nella questione
degli universali e della formazion dei concetti, si tratti solamente di parole,
e dell’uso che ne fa l’uomo, aveva pròvocato ima maggiore circospezione e una
più aspra ostilità per parte della ortodossia. C è invece un punto solamente, e
forse anzi il più importante, che, in seguito alla mancanza di fonti, ci rimane
assolutamente oscuro; nel passo sopraccitato di Giovanni da Salisbury, è fatta
cioè una netta distinzione tra coloro che riponevano gli universali nella « vox
», e quelli che li riferivano ai « sermones », e si soggiunge che Abelardo era
di questi ultimi. Ora, tenuto conto del valore gramguarda questo passo,
indifferente; del resto quanto è stato detto più sopra, nota 314, sembra
avvalorarne l’attribuzione [oggi infatti non contestata] ad Abelardo). [Il
passo citato, in Lue., XXIV, 421. ra ) Roscelini Epist. [ed. Remerà, p. ol I.
S,,J forte Petrum te appellavi posse ex consuetudine mentiens. Certus sum
aulem, quod masculini generis nomea, si a suo genere deciderit, rem solitam
significare recusabit Solent emm nomina propriam signìficationem ami tte r e,
cum eorum significata contigerit a sua perfeclione recedere. /Veglie emm ablalo
tecto vel pariete domus, sed imperfecla domus vocabilur. Sublata igitur parte
quae hominem facit, non Petrus, sed imperfectus Petrus appellandus es. maticale
delle parole vox e serrno, e antecipatamente riferendoci a quel che prenderemo
a considerare più sotto (Sez. seguente, note 308 ss.) a proposito di Abelardo,
dobbiamo senz’alcun dubbio congetturare che Roscelino, con veduta unilaterale,
abbia tenuto presente soltanto il concetto isolato, e pertanto, senz’avere
riguardo alla connessione della proposizione, abbia considerato le parole come
concetti compiuti 324 ); ma non sappiamo invece determinare se la teoria del
giudizio sia stata da lui semplicemente trascurala, o se forse egli non abbia
contestato anche direttamente il valore del giudizio, o quale procedimento
abbia seguito, nel portare così il nominalismo alle ultime sue conseguenze).
Raimberto a Lilla, e la logica « vecchia » di Ottone da CambraiJ. Ma proprio
per l’epoca, nella quale aveva fatto la sua comparsa Roscelino, possediamo una
notizia sommamente caratteristica, relativamente alla lotta delle tendenze sul
terreno della lo***) [Cfr., su questo punto, Ueberwec-Gf.yer]. Tra i più vecchi
nominalisti potrebbero pertanto essere riawicinati a Roscelino, per aver dato
un più unilaterale rilievo alla vox, quel tale Pseudo-Hrabano, Jcpa, l’Anonimo,
l’Anonimo del Cousin (nota 242), e l’Anonimo di S. Gallo, che ha rifuso il
libro De interpr., come pure in parte anche lo Scoto Eriugena; sarebbero invece
più affini ad Abelardo, per aver tenuto eonto del serrno e del rapporto
predicativo, Erico, l’Anonimo di S. Gallo, autore della monografia De
syllogismis, e Berengario. Sarebbe possibile, qualora Roseclino avesse re alm
ente avvalorato con argomenti questa orientazione unilaterale del nominalismo,
prender alla lettera la succitata espressione di Ottone (primus.... sententiam
vocum instituit ); ma risulta comunque da Giovanni da Salisbury, che i seguaci
del nominalismo non tardarono ad abbandonare questo punto di vista angusto;
soltanto non ci si può, come ha pur fatto già qualcheduno, esprimer nel senso
che Giovanni da Salisbury abbia dichiarato il nominalismo in generale ormai
spento; v. la Sez. seguente, note 76 ss. 150
gica 326 ). C’era cioè a Lilla un certo Raiinberto, che insegnava la
dialettica, al pari di « moltissimi altri », se**) Hekmajvni Narratio
Heslaurulionis Abbuliae Sancii Martini Tornacensis, riferita dal D’Acheby,
Spicilegium, ed. De la Barre, PL, 180, 41 ss.; MGH, XTV, p. 274-5]: Iam vero,
si scolae appropiares, cernercs magistrum Odonem nunc quidem Feripulelicorum
more cura discipulis dovendo deambulanlem, nunc vero Stoicorum instar
residentem, et diversus quaestiones solventem.... Sed cum omnium septem
libcruliurn artium esset peritus, praecipue tamen in dialeclicu eminebat, et
prò ipsa maxime clericorum frequenlia eum expetebat. Scripsit etiam de ea duos
libellos, quorum priorem, ad cognoscendu devitandaque sophismala valde utilem,
inlitulavit « Sopliistem », alterum vero appellavit libruiti « Complexionum »;
tcrcium quoque «De re et ente » composuit; in quo sol vii, si unum idemque sit
res et ens. In his tribus libellis.... non se Odonem, sed, sicut lune ab
omnibus vocabatur, nominubat Odardum. Sciendum tamen de eodem magistro, quod eandem
dialecticam non juxta quondam modernos (è questo, qualora non si vogliano per
caso invocare le parole citate il testo più antico dove si trovano designati i
nominalisti come moderni) in voce, sed more Boetii antiquorumque doctorum in re
discipulis legebat (dunque, in opposizione alla pretesa innovazione, Boezio e
Porfirio, in quanto realisti, vengon chiamati antiqui. Unde et magister
Baimbertus, qui eodem tempore in oppido Insulensi dialecticam clericis suis in
voce legebat, sed et alii quam plures magistri ei non parum invidebant, et
delrahebanl, suasque lectiones ipsius meliores esse dicebant; quam ob rem
nonnulli. ex clericis conturbali, cui magis crederent, haesitabant, quoniam et
magistrum Odardum ub antiquorum doctrina non discrepare videbant, et tamen
aliqui ex eis, more Alheniensium aut discere aut audire aliquid novi semper
humana curiositate studentes, alios potius laudabant, maxime quia eorum
lectiones ad exercilium disputandi, vel eloquentiae, immo loquacilatis et
facundiae, plus valere dicebant (Alcuni dunque desideravano di poter
congiungere tuttavia all’ortodosso realismo il virtuosismo formale dei loici
propriamente detti, cioè dei nominalisti). Unus itaque ex eiusdem ecclesiae
canonicis, nomine Gualberlus.... tanta sentenliarum errantiumque clericorum
varietate permolus, quendam pbitonicum (cioè un indovino rpyt/ion/cum]), surdum
et mutum, sed in eadem urbe divinandi famosissimum, secreto adiit, et, cui
magistrorum magis esset credendum, digilorum signis et nutibus inquirere
coepit. Protinus ille (mirabile dictu!) quaestionem illius intellexit,
dexteramque manum per sinistrae pulmam instar aratri terram scindentis
perlrahens, digitumque versus magistri Odonis scholam protendens, signifkabat,
doctrinam eius esse rectissimam ; rursus vero digìlum contro Insulense oppidum
protendens, manuque ori admota exsufflans, innuebat, magistri Raimberti
lectionem nonnisi ventosam esse loquacitatem. Haec dixerim, non quo pbitonicos
consulendos.... arbitrer..., sed ad redarguendum quorundam superborum nimiam
coudo le « moderne » idee nominalistiche (in voce), e costoro, insieme con i
loro seguaci, apertamente si atteggiavano ad accanita rivalità contro Oddone,
vescovo di Camhrai, il quale aveva ricostituito il chiostro di S. Martino a i
ournai, e ivi insegnava logica secondo lo stile « vecchio », cioè secondo
l’indirizzo realistico (in re). Ora, poiché ci sono diversi che dal fascino
della novità si sentivano attratti verso Raimberto, ma poiché nello stesso
tempo, bilanciando tra loro i pregi delle due scuole, non sembrava si potesse
ottenere im risultato ben determinato, uno dei canonici di Touruai si rivolse a
un indovino che godeva allora di gran fama. Questi, SEBBENE SORDOMUTO, intese
subito la questione che gli era rivolta, e con il linguaggio dei gesti si
pronunciò incondizionatamente nè altro
ci si poteva aspettare nel senso di
riconoscere come giusta ed eccellente la tendenza rappresentata dalla scuola
realistica di Oddone. Se del resto chi ci riferisce questa storia (l’abate
Ermanno, vivente a Tournai nella prima metà del secolo XII), il quale del pari,
da buon ortodosso, si professa naturalmente nemico della ventosa loquacità del
nominalismo, ricorda nello stesso tempo scritti di logica, composti da Oddone,
dobbiam certo deplorare ch’essi sieno andati perduti; puramente si può
congetturare che forse il « Liber complexionum » fosse semplicemente tolto di
peso da Boezio (de syll. categ.: v. la Sez. XII, note 131 ss.), e così pure che
il « Sophistes » sia stato putacaso in relazione più stretta con le polemiche
teologiche, o che, com’è possibile, si limitasse anche a ripetere le nozioni
esposte da Cassiodoro (Sez. XII, nota 182); praesumptionem, qui nihil aliud
quarentes nisi ut dicantur sapientes, in 1‘orphirii Aristolelisque libris magis
volimi legi suarn adinventitiam novitatem, quam Boetii caetcrorumque antiquorum
exposilionem. maggiore importanza può invece aver avuta lo ecritto « De re et
ente », poiché la questione, se res ed ens sien lo stesso, era ivi risolta
certamente in senso realistico, quantunque sia da presumere come la cosa più verisimile che tutto il complesso semplicemente si
limitasse a richiamarsi a un passo isolato di Boezio (Sez. XII, note 89 s.). Comunque, si potrebbe ammettere tuttavia che
il nominalismo rosceliniano di allora sia stato rappresentato in un numero di
scritti, più considerevole di quel che le nostre fonti non ci diano a divedere;
poiché, per siffatte notizie letterarie occasionali, siamo invero quasi
esclusivamente rimandati ad autori teologici, mal disposti sin da principio,
quali avversari di una minoranza ch’era loro sospetta, a parlare lungamente di
questa, e invece più propensi ad accordarsi con un Fulberto (nota 237) o un
Lanfranco (nota 309) nella condanna della dialettica in generale. Anselmo
d’AOSTA (si veda): a) Vargomento ontologico Se pertanto ci volgiamo a
considerare) F inventore del concetto di haerelicus dialecticae e dunque il
rappresentante attendibile di una logica correttamente ortodossa, cioè Anseimo
[d’AOSTA, arcivescovo] di Canterbury, per prima cosa c’interessa soprattutto
quel così detto argomento ontologico, al quale egli deve la sua •") Così
dice p. es. Ildeberto da Lavardin, arcivescovo di Tours, Sermo (Opera, ed.
Beaugendre [PL Quidum enim in philosophicis jacultatibus qiumulam subtilitalem
inutilem vel inutilitatem subtilem quaerentes, quibusdam minutiis verborum in
cavillatione respondenles utunlur, quibus in disputatione uli, ossa Christi est
incinerare.... Ktsi enim deus convertii nos, arlium liberalium phanlusmatibus
uli, si in hac Scriptum voluerimus similiter sophistice incedere, odibiles Deo
erimus, strepitum ranarum Aegypti in terram Gessen traducere molientes. ra )
Quel che nella prima edizione costituiva il contenuto delle note 328-333, è
stato qui soppresso. pretesa gloria imperitura 33i ), e che, quanto al suo
contenuto teologico o speculativo, viene a cader fuori dai limiti che qui ci
sono imposti, dovendo fermarsi la nostra attenzione puramente sopra il suo
aspetto formale. Che in generale l’assunto di voler dimostrare la esistenza
obbiettiva di Dio, sia tutto quanto una pazzia (perciò anche lo Hegel, proprio
solamente nella sua qualità di neoplatonico ha ripreso per suo conto
l’argomento ontologico), è cosa ammessa da chiunque non sia filosoficamente già
prevenuto, a quel modo stesso che sicuramente si riterrebbe un controsenso
l’assunto di dimostrare per sillogismi la esistenza di un mondo obbiettivo; ma
che in quell’epoca antifilosofica e senza idee chiare potesse venir fuori un
tale tentativo, si spiega benissimo, soprattutto perchè c’era allora, come
sostitutivo della filosofia, solamente ima sfera culturale, limitata alla
teologia dommatica e ad un’abilità tradizionale nella logica delle scuole;
tostochè, per effetto delle controversie teologiche, ci si era dunque fatta
l’abitudine di unire tra loro questi due elementi, in tal maniera che si
tentava di dare un fondamento logico anche a singole frammentarie parti del
domma (v. sopra la nota 303), era semplicemente questione di coerenza, che a
tale formulazione si procedesse, incominciando subito da quello che, nella
professione di fede obbiettivamente dommatica, è il punto supremo. Ma era
perciò naturalmente da porre, quale condizione essenziale, che la posizione
dell’Autore si presentasse come un realismo logico, poiché a un nominalista,
che avesse informato il [La esposizione esaurientemente particolareggiata che
del pensiero di Anselmo è stata pubblicata da Hasse ( Anselm von Canterbury,
Lipsia), è informata a una costante sopravvalutazione della importanza di lui.
Cfr. del resto anche G. Runze, Der ontologische Gottesbeweis, kritische
Darstellung seiner Geschichte [« La prova ontologica della esistenza di Dio:
esposizione critica della 6ua storia»]. Halle.
proprio pensiero a una certa coerenza, non sarebbe venuto mai in niente
di dimostrare con parole subbicttivamente umane la esistenza obbiettiva di Dio
(abbiamo veduto più sopra, nota 272, per questo rispetto, un esempio molto
onorevole di circospezione); e questa connessione con il modo di vedere
realistico, è anche il solo motivo, che c’induce a menzionare questi tentativi
di dimostrazione, al loro primo comparire (cfr. anche la Sez. seguente, nota 94
a); perciò siamo anche ben contenti di rinunziare per tutt’i successivi sviluppi, nei quali
vien meno il punto di vista della logica formale, con la relativa distinzione
di contrastanti tendenze a ricordar le
diverse trasformazioni, per le quali è passato l’argomento ontologico (p. es.
nella filosofìa di Cartesio, Leibniz, Wolff, Mendelssolm, ilaumgarten, Kant).
Anseimo si atteneva, nè altro c’è da aspettarsi da un discepolo di Lanfranco,
al punto di vista, secondo il quale il sapere ha, nella fede cristiana, la
propria condizione e il proprio limite) ; per conseguenza, egli trova, di
fronte al pensiero, una realtà incondizionatamente obbiettiva, nel riguardo
intellettuale già bell’e compiuta, sì che a questa realtà obbiettiva il
pensiero può semplicemente o partecipare o non partecipare: Anseimo, cioè,
com’è di per sè chiaro, in logica è un realista. E il singolare desiderio di costringere
irrevocabilmente il nostro pensiero a questa partecipazione in senso
obbiettivo, cioè d’imporre per forza di dimostrazione il punto di vista
realistico al pensiero umano, è il motivo fondamentale dell’argomento
ontologico 336 ) : ar’“) Epist., Il, 41 (Opera, cd. Gcrberon, Parigi, 1675), p.
357: Chrisliunus per fidem debet ad intellectum proficere, non per intelleclum
ad fulem accedere, aul, si intelligere non valel, a fide recedere. Sed cum ad
intellectum valel perlingere, deleclalur, cum vero nequit, quod capere non
potest, veneralur [PL], ”*) Broslogion, c. 2, p. 30 [te6to curato dal Daniels:
Beitrage del Baumker, voi. "Vili, fase. I-IIJ : Convincitur ergo etiam
insipiens gomento clie ci offre lo spettacolo della massima contraddittorietà,
dovendo invero per esso 1 obbietlivismo sistematico più rigoroso, ricevere,
come tale, proprio un fondamento subbiettivo. il controsenso di questa
intrapresa consiste dunque nel proposito stesso del realista, il quale, mentre
a priori riconosce l'ideale solamente come obbiettivo, vuole dimostrarne la
esistenza obbiettiva ancor soltanto con mezzi subbiettivi; ora un tale
controsenso fu scorto cou perfetta esattezza da G a unilone (monaco
nell’abbazia di Marmoutier [Tours]), come dimostra la sua aff ermazione che
l’argomento varrebbe altrettanto bene anche per provare la esistenza di
un’isola incondizionatamente perfetta 337 ), poiché, di fatto, con la medesima
formula il realismo avrebbe poesie vel in inlellectu aliquid quo nihil maius
cogitari palesi, quia hoc, cum audii, intelligil; et quicquid inlelligitur, in
inlellectu est. Et certe id quo maius cogitari nequit non palesi esse in solo
inteileclu. Si enim vel in solo inlellectu est, potest cogitari esse et in re,
quod maius est. Si ergo id quo maius cogitari non potest est in solo
inlelleclu, id ipsum quo maius cogitari non potest est quo maius cogitari
potest. Sed certe hoc esse non potest. Existit ergo procul dubio aliquid, quo
maius cogitari non valet, et in intellectu et in re [PL, 158, 228J. Liber apologeticus contro Gaunilonem [testo
c. s.J : Ego dico: si vel cogitari potest esse, necesse est illud esse. Nani
quo maius cogitari nequit, non potest cogitari esse nisi sine initio. Quicquid
uutem potest cogitari esse et non est, per initium potest cogitari esse. Non ergo quo maius cogitari
nequit, cogitari potest esse et non est. Si
ergo cogitari potest esse, ex necessitate est, e via dicendo, con grossolana
continua confusione tra cogitari ed esse [PL, 158, 2491. U! ) Liber prò
insipiente, c. 6 (Anselmi Opp., p. 36 [testo c. s.]): aiunt quidam ulicubi
oceani esse insulam, quam ex difficultale vel potius impossibilitate inveniendi
quod non est cognominanl aliqui perditam, quamquam jabulanlur.... universis
aliis.... usquequaque praestare. Hoc ita esse dicat mihi quispiam.... At si
lune vel ut consequenter adiungat ac dicat: non potes ultra dubitare insulam
illam lerris omnibus praestantiorem vere esse alicubì in re, quam et in
intellectu tuo non ambigis esse, et quia praestantius est, non in intellectu
solo sed eliarn esse in re, ideo sic eam necesse est esse, quia nisi fuerit,
quaecunque alia in re est terra, praeslantior illa erit; ac sic ipsa iam a le
praestantior intellecta praestantior non erit , si inquam per hacc ille mihi
velil astruere de insula illa, quod vere sit, etc, etc. [PL]. Più minute notizie sopra Gaunilone son date
da B. Hauréau, Singularités historiques et littéraires, Parigi tuto dimostrare
anche la esistenza reale di tutte quante le idee platoniche. Ma quando a ciò
Anseimo replica ch’egli non ha parlato già della esistenza del concreto, bensì
ha parlato proprio soltanto dell’ Incondizionato 338 ), si lascia
necessariamente prendere al suo stesso laccio; poiché si trova costretto a
ricorrer ora tuttavia a un’ascesa per gradi successivi, onde soltanto a poco a
poco ci eleviamo dal minore condizionato, mentalmente, sino al pensiero del
superlativo incondizionato 339 ) ; per conseguenza, come essere reale, questo
Incondizionato non può naturalmente avere se non una realtà che sia posta dal
pensiero; ma, da capo, con questa conchiusione molto male si armonizza invece
quel che dice d’altra parte lo stesso Anseimo, quando in ciascun pensiero, e
anzi espressamente anche nel pensiero drizzato verso cose concrete, distingue
mi aspetto puramente nominale (vox signìfìcans) e un intendere reale (id
ipsiirn quod res est), in maniera tale, che in quest’ultimo sia già implicita
la esistenza, ma nel primo sia possibile ogni assurdità 340 ); e infatti,
stando così le cose, non c’è *“) Apoi. c. Gaun., c. 3, p. 38: Sed tale est,
inquis, ac si aliquis insulam oceani etc . Fidens loquor; quia si quis
invenerit mihi [ aliquid] aut re ipsa aut sola cogitatione existens praeter
quo[d] maius cogitari non possit, cui optare valeat connexionem huius meae
argumenlationis, inveniam et dabo illi perditam insulam amplius non perdendam
[PL]. “*) Ibid., c. 8, p. 39: Quoniam namque omne minus bonum in tantum est
simile maiori bono in quantum est bonum, patel cuilibel rationabili menti quia
de bonis minoribus ad maiora conscendendo ex bis quibus aliquid maius cogitari
potest multum possumus conicere illud quo nihil potest maius cogituri,... Est igitur linde possit conici
quo maius cogitari nequeat | PL. M0 ) Prosi., c. 4, p. 31: Aliter enim
cogitatur res cum vox eam significans cogitatur, aliter cum id ipsum quod res
est intelligitur. Ilio ilaque modo potest cogitari Deus non
esse, isto vero minime. [Nella ed. Gerberon: Nullus quippe intelligens id quod
sunt ignis et aqua palesi cogitare ignem esse aquam secundum rem ; licet hoc
possit secundum voces, ita igitur nemo intelligens id quod Deus est....]
IS'ullus quippe intelligens id quod Deus est potest cogitare quia Deus non est,
licet haec verbo dicat in corde aut sine ulta aut cum aliqun estranea
significatione [PL bisogno, in generale, nè di ima prova della esistenza, nè di
un’ascesa all’Incondizionato, bensì non c è allora nient’altro da fare, che
pensare appunto ciascuna cosa dal suo lato obbiettivo reale. Con molta
accortezza perciò Anseimo non si addentra con una sola parola neanche nella più
calzante obiezione di Gaunilone; quest’ultimo rappresenta un nominalismo molto
ragionevole, quando dice eh è bensì vero che la vox da sola, come semplice vox,
cioè puramente come suono di lettere (dell’alfabeto), non contiene verità di
sorta, ma che nella Bfera della esperienza, dove il significato intelligibile
della parola viene connesso con cose note e commisurato a queste, si pensa
effettivamente nelle parole l’essere obbiettivamente reale, dovendosi dunque,
per quella sfera che trascende ogni esperienza, star contenti alla significano
perccptae vocis, che non implica in sè la esistenza obbiettivamente reale della
cosa significata 341 ). Dice cioè Gaunilone: nelle no*“) L. prò insip., c. 4,
p. 36[testo c. s.] : Neque enim aut rem ipsam [girne deus est] novi aut ex alia
possum conicere simili, quandoquidem et tu talcm asseris illam ut esse non
possil simile quicquam. Nam si de homine aliquo mihi prorsus ignoto, quem etiam
esse nescirem, dici lamen aliquid audirem, per illam specialem generalemve
notiliam, qua quid sit homo vel homines novi, de ilio quoque secundum rem ipsam
quae est homo cogitare possem. Et tamen fieri posset ut, mentiente ilio qui
diccret, ipse quem cogitarem homo non esset; cum tamen ego de ilio secundum
veram nihilominus rem, non quae esset ille homo sed quae est homo quilibet,
cogitarem. Nec sic igitur ut haberem fulsum istud in cogitatione vel in
intellectu, habere possum istud, cum audio dici « Deus » aut « aliquid omnibus
maius », cum, quando illud (cioè quell'uomo) secundum rem veram mihique notum
cogitare possem, istud (cioè Dio) omnino nequeam nisi tantum secundum vocem,
secundum quam solam aut vix aut nunquam potesl ullum cogitaci verum. Siquidem
cum ila cogitatur, non tam vox ipsa quae res est utique vera, hoc est
litterarum sonus vel syllabarum, quam vocis auditae significatio cogilelur, sed
non ita ut ab ilio qui novit quid ea soleat voce significavi, a quo scilicet
cogitatur secundum rem vel in sola cogilatione veram : verum ut ab eo qui illud
non novit et solummodo cogitat secundum animi molum illius auditu vocis effeclum
significationemque perceptae vocis conanlem effingere sibi. Quod miruin est si
unquam rei peritate potuerit. Ita ergo. stre parole abbiamo la esperienza
concreta convertita in concetti, e nelle parole possediamo anche la forza di
trascender la immediata realtà; ma tostochè questo accada, ci troviamo
esclusivamente nella sfera del pensiero, ed è fatica sprecata voler fare venir
fuori da questo, in quanto puramente subbiettivo, la esistenza obbiettiva del
pensato, perchè, proprio quando ci si volge al cogitavi, si rende manifesto che
esse e non esse appartengono alla sfera obbiettiva, sicché la prova ontologica
non prova niente, perchè va di là dal proprio campo, e così prova troppo. [b)
realismo anselmino, privo di fondamento scientifico, nel Dialogus de
veritate]. Se dunque l’argomento
ontologico è nato solamente perchè Anseimo non era riuscito a venire
logicamente in chiaro neanche del suo proprio punto di vista realistico, questa
medesima debolezza si mostra anche in quella professione di fede realistica,
cli’è contenuta nel « Dialogus de veritale s >. Già più sopra (nota 319),
nel passo indirizzato contro Roscelino, abbiamo veduto la espressione
schiettamente realistica «substantiae universales » ; ma proprio un tal modo
d’intendere impedisce naturalmente ad Anseimo qualsiasi comprensione di quel
che significhi la forma del giudizio logico: poiché, potendo egli sin dal
principio considerare la enuntiatio solamente come ricalcata sopra l’essere o
il non-essere obbiettivo, nemmeno in tale forma assegna alla enuntiatio stessa
la verità, ma questa trasferisce in modo esclusivo nella sfera obbiettiva, la
quale, lungi dall’esser vera nel suo presentarsi come oggetto del giudizio,
contiene invece solamente la nec prorsus al iter. adirne in intellectu nuo constai
illud haberi, cum audio intelligoque dicentem esse aliquid maius omnibus quae
valeanl cogitari. Haec de eo quod somma
illa natura iam esse dicitur in intellectu meo [PL]. causa della verità del
giudizio 342 ) ; Anselmo auzi espressamente irride alla forma del giudizio:
questo infatti com'egli si esprime anche quando è in contraddizione con lo stato
di fatto oggettivo, continua pur sempre a essere un giudizio giusto, per quanto
si attiene puramente all’enunciare e al significare, mentre la vera giustezza,
cioè la stessa verità, risiede appimto solamente in quella obbiettività, a
raggiunger la quale, in senso obbiettivo, s’ha da tender con uno sforzo, ch’è
designato quasi come dovere morale 343 ) : poiché, dato che tutte le cose
ricevono Tesser loro solamente dalla suprema Verità 344 ), Tessere stesso
prende infine la forma di un *°) Dialogus de ventate, Magister. Quando est numi
intuì vera? Discipulus. Quando est, quod
enuntiat si ve affermando sive negando; dico enim esse quod enuntiat, eliam
quando negai esse quod tuta est; quia sic enuntiat, quemadmodum res est. An
ergo libi videtur, quod res enunliata sit veritas enunlialionis? Non. Quare? Quia nihil est veruni, itisi
participando verilatem: et ideo veri veritas in ipso vero est; res vero
enunliata non est in enuntialione vera, unde non ejus veritas, sed causa
veritatis ejus dicendo est [PL. "*’) Ibid., p. 110: XI. Ergo non est illi
[se. enuntiationi\ aliud veritas [?], quam reclitudo. Video quod dicis: sed doce me,
quid respotulere possim, si quis dicat, quod ctiam cum [ojratio significai esse
quod non est, significai quod dehet: ttariler namque accepit significare esse
et quod est et quod non est. Nam
si non accepisset significare esse eliam quod non est, non id significarci.
Quare eliam cum significai esse quod non est, significai quod debet. Al si,
quod debet significando, recto et vera est, sicut ostendisti, vera est oralio,
edam cum enuntiat esse quod non est. XI.
Vera quidem non solet dici, cum significai esse quod non est; veritatem tamen
et rectitudinem habet, quia jacil quod debet. Sed cum significai esse quod
est, dupliciter jacil quod debet: quoniam significai et quod accepit
significare, et [adì quod facta est. Sed secundum hanc rectitudinem et
veritatem, qua significai esse quod est, usu recto et vera dicitur enuntiatio,
non secundum illam, qua significai esse eliam quod non est.... Alia igitur est
rectitudo et veritas enuntiationis, quia significai ad quod significandurn
facta est: alia vero quia significai quod accepit significare. Quippe ista
immutabilis est ipsi oralioni: illa vero, mutabilis [ PL, p. 111-2: An putas
aliquid esse aliquando, autalicubi, quod non sit in stimma ventate, et quod
inde non accepcril quod est inquantum est: aut quod possil aliud esse, quam
quod ibi est? [PL], Dovere S4B ). Per conseguenza
risulta sì un fondamento unitario, semplicemente obbiettivo, della verità 346
), ma con quanto maggior energia vien dato rilievo all’ apprendimento
esclusivamente spiritualistico di quello), tanto meno si riesce a capire, come
mai rimanga ancora una qualsiasi funzione di principio alla forma logica del
giudizio. [c) punto di vista compassionevolmente basso, nel Dialogus de
grammatico]. Ma quanto poco accuratamente elaborata sia stata in generale
nell’opera di Anseimo la concezione della logica, appare manifesto con la
massima chiarezza dallo scritto intitolato « Dialogus de grammatico » 34S ). È
vero che si tratta semplicemente *“) : In rerum quoque exislemia, est simililer
vera vel falsa significano ; quoniam eo ipso quia est, dicil se debere esse
[PL], Con quest’affermazione è connessa anche la totale identilicazione che
Anseimo stabilisce tra il Non-essere reale, ovvero il Nulla che è, da una
parte, e, dall’altra, il Male ( Epist., II, 8, p. 343 s. [PL), onde,
confrontato con lo Scoto Eriugena (note 133 ss.), egli fa una più risoluta
professione di realismo platonico. '“) Ibid., c. 13, p. 115: Si recliludo non
est in rebus illis, quae debent rectiludinem, nisi cum sunt secundum quod
debenl, et hoc solum est illis rectas esse, manifestum est, earum omnium unam
solam esse rectiludinem.... Quoniam illa (se. veritasj non in ipsis rebus, aut
ex ipsis, aul per ipsas, in quibus esse dicitur, habet suum esse; sed cum res
ipsae secundum illam sunt, quae semper praesto est his, quae sunt sicut debent,
tunc dicitur hujus vel illius rei veritas IPL,Nempe nec plus nec minus continet
isla diffinitio veritatis, quam expediat, quoniam nomen reclitudinis dividii
eam ab ornili re, quae rectitudo non vocatur. Quod vero sola mente percipi
dicitur, sepurat eam a reclitudine visibili [PL]. **) Dice lo stesso Anseimo
(Prologus ad dial. de ver., p. 109 [PL): [edidi tractatum ] non inulilem, ut
puto, inlroducendis ad dialecticam, cujus initium est « De grammatico»: e da un
passo di SiciBKftTO da Gsmbloux (de scriptoribus ecclesiaslicis, c. 168), dov’è
ripetuta questa notizia (vedilo riprodotto dal Fabricius nella Dibl. eccl., p.
114 [PL, 160, 586] : scripsit.... alium librum inlroducendis ad dialecticam
admodum utilem, cujus initium est « De grammatico »), ha avuto origine la
opinione erronea, ch’egli abbia scritto una particolare « Introducilo in
dialecticam ».di un esercizio scolastico, composto da Anseimo, come dice egli
stesso, soltanto in considerazione delle solite numerose trattazioni analoghe 3
'* 9 ) ; ma mentre ci è ignoto se quegli altri scritti consimili sieno mai
stati migliori, scorgiamo in ogni caso che questo di Anseimo si tiene a un
punto di vista compassionevolmente basso. Poiché è un continuo insulso giocare
con proposizioni ricavate da Boezio, e apprese macchinalmente, senza trarsi
fuori dalla tediosa fatica di scovare in un primo tempo difficoltà, là dove un
uomo ragionevole non ne saprebbe trovare, e poi da capo presentarne la
soluzione adeguata; insomma è il
prodotto di una erudizione scolastica estremamente limitata, tanto meschino
quanto lo scritto ricordato più sopra di Gerberto; e di un qualche impulso che
sia da esso derivato allo studio della dialettica, si può tanto meno parlare, in
quanto che, persino relativamente alla questione che divideva il campo della
logica in contrarie tendenze, si presenta estremamente ottuso e scolorito.
Tutta la trattazione si volge intorno alla questione, se « grammaticus » sia
sostanza o sia qualità, dato che ima e l’altra alternativa debbano entrambe
esser ammesse, ma non sia possibile che sieno in pari tempo tutt’e due vere 35
°). Ma alla risposta ragionevole, che **) Diulogus de grammatico, Tamen quoniam
scis, quantum noslris temporibus diulectici certent de quaestione a te
proposila, nolo le sic his quae diximus inhaerere, ut ea perlinaciter teneas,
si quis validioribus argumentis haec destruere et diversa valuerit astruere:
quod si conti gerii, saltem ad exercitationem disputandi nobis haec profecisse
non negabis [PL, . B °) lbid., c. 1, p. 143: De grammatico peto ut me cerlum
jacias, utrum sit substantia an qualitas, ut, hoc cognito, quid de aliis quae
similiier denominative dicuntur, sentire debeam, agnoscam. La questione ha la
propria fonte in Boezio (p. 121 [in Ar. praed., I; PL, 64, 171-2]), il quale,
dove nelle Categorie vien citato grammaticus come denominalivum da grammatica,
nomina nel commento Aristarco quale esempio di grammaticus, e inoltre, nel trattare della categoria della
sostanza (p 134 [ibid.; PL, 64, 189]), espressamente riconduce grammaticus su
su ad animai, mentre è da agli. cioè son pur vere tutte due le alternative, ci
si arriva per via indiretta nel modo più artificioso 351 ). Alla opinione di
chi ammette che « grammaticus » è sostanza, perchè invero il grammatico è un
uomo, ma l’uomo è sostanza, si contrappone cioè anzitutto un sillogismo
deforme, il quale ha per conchiusione che nessun grammatico è uomo 352 ) :
conchiusione, che per prima cosa viene confutata con l’argomento, che alla
stessa maniera potrebbe anche dimostrarsi che nessun uomo è un essere vivente
353 ) ; ora soltanto a tale argomento vien disgiungere che (p. 185 s. [i6., HI;
PL, 64, 256-7J) per la categoria delia qualità, grammuticus era diventato
l’esempio stereotipato. Perciò Anselmo pone ora una accanto all'altra come
reciprocamente contraddittorie le seguenti espressioni: Ut quidem grammaticus
prò betur esse substantia, sufficit quia omnis grammaticus homo, et omnis homo
substantia (cfr. Boezio [ad Porph. a se fransi.], p. 63 s. [probabilmente si
deve leggere 36 6.: lib. H, c. 11; ed. Brandt, p. 103-4; PL, 64, 57]).... Quod
vero grammaticus sit qualitas, aperte jatentur philosophi, qui de hoc re
tructaverunt, quorum aucloritalem de his rebus est impudenlia improbare. Item quoniam necesse est, ut
grammaticus sit aut substantia aul qualitas.... Cum ergo alterum horum verum
sit, alterum jalsum, rogo ut julsìtatem detegens, aperius mihi veritatem [PL,
158, 561]. K1 ) Ibid„ c. 2: Argumenla, quae ex
utraque parte posuisti, necessaria sunt; nisi quod dicis, si alterum est,
alterum esse non posse. Quare non debes a me exigere, ut alteram partem esse
falsam ostendam, quod ab ulto fieri non potesti sed quomodo sibi invicem non
repugnent, aperiam, si a me fieri polest. Sed vellem ego prius a te ipso
audire, quid his probalionibus tuis oblici posse opineris \ib., 561-2]. K ‘)
Ibid.: Ulani quidem propositionem quae dicit, grammaticum esse hominem, hoc
modo repelli existimo : quia nullus grommati• cus potest intelligi sine
grammatica, et omnis homo polest intelligi sine grammatica. Item, omnis
grammaticus suscipit magis et minus (questo è ricavato da BOEZIO, p. 186 [in
Ar. Praed., Ili; PL, 64,
257]), et nullus homo suscipit magis et minus: ex qua utraque contextione
binarum propositionum conficitur una conclusio, id est, nullus grammaticus est
homo [PL, 158, 562]. * sl ) C3, p. 143 s. : Non sequitur.... Contexe igitur tu
ipse quatuor.... propositiones.... in duos syllogismos:... « Orane animai
polest intelligi praeler rationalitatem; nullus vero homo potest intelligi
praeter rationalitatem>. Item: que multipliciter appellatur.... Et communis
est multiplex appellatio, edam in his nominibus, quae veluti genera de
speciebus dicuntur;e (p. 183 [ibid., PL): Grammatici enim a Grammatica
nomìnantur, atque hoc est in pluribus, ut posilo nomine, si quid secundum ipsas
qualitales, quale dicilur, ex his ipsis qualilatibus appellatio derivetur. Etc . distinctis qualitatum vocabulis appellantur....
Così neanche Anseimo oltrepassa dunque assolutamente la limitata sfera delle
fonti sin qui note, e se si fosse già fin d’allora conosciuta la traduzione
degli Analitici, è da credere che in generale tali disquisizioni sarebbero
state impossibili. Anseimo tuttavia non ci consente ancora di gustare subito la
sua concezione realistica, bensì ancora per qualche tempo ci mena strascicando
attraverso uno sciocco gingillar con le parole. Se cioè si obietta che «
grammatico » e « uomo » vengono per conseguenza a essere ugualmente predicati
significativi, e che pertanto il primo abbraccia del pari in una unità reale il
concetto di uomo e il concetto di grammatica
tale obiezione dev’essere ora confutata con la considerazione, che
allora « grammatica » non sarebbe accidente, ma differenza sostanziale, il che
dovrebb’essere altrettanto vero di tutte le qualità simili: e così pure ne
risulterebbe la illazione che un non-uomo, il quale fosse grammatico, dovrebbe
allora proprio perciò essere nello stesso tempo uomo 364 ) ; inoltre bisogna
ben riflettere appunto sopra la forma di aggettivo che ha la parola grammaticus,
poiché se « uomo » fosse già per sè contenuto in « grammatico », potrebbe darsi
che, con la sostituzione, si dovesse continuar a ripetere all’infinito la
parola « uomo », e in generale si sconvolgerebbe il punto di vista proprio
degli appellativi derivati, perchè allora p. es. anche hodiemus dovrebb’essere
un verbo 363 ). J C. 13, p. 14 ì: Sicut enim homo constai ex ammali et
rationalitate et morlalitale, et idcirco homo significai liaec trio, ila
grammatici^ constai ex homine et grammatica; et ideo nomen hoc significai
utrumque.... M. Si ergo itti est, ut tu
dicis, diffinitio et esse grammatici est « homo sciens grammalicam ».... Non
est igitur grammatica accidens, sed substantialis differentia; et homo est
genus, et grammaticus species: nec dissimilis est ratio de albedine, et
similibus accidentibus: quod falsum esse totius artis traclatus ostendit
((BOEZIO fin Porph. a se transl., IV, 1: ed. Brandi, p. 239 ss.; PL, 64, 115
ss.], p. 79 ss.).... Ponamus, quod sit animai aliquod rationale, non tamen homo,
quod ita sciai grammalicam sicut homo ... Est igitur aliquis non homo sciens
grammaticam.... At omne sciens grammalicam est grammaticum.... Est igitur
quidam non homo grammaticus.... Sed tu dicis in grammatico intelligi
hominem.... Quidam ergo non homo est homo quod falsum est [PL, 158, 571-2], )
Jbid. : Si homo est in grammatico, non praedicatur cum eo simul de aliquo...;
non enim apte dicitur, quod Socrates est homo animai (Boezio [loc. ult. cit.,
II, 6: ed. Brandt, p. 192; PL Dopo che si dà così
per dimostrato che grammatica* non chiude in sè unitariamente la sostanzialità
dell’uomo, bensì vale soltanto quale significazione adeguata della grammatica,
deve adesso chiarirsi ancora tuttavia in qual modo grammaticus sia puramente un
appellativo mediato dell’uomo; e ciò si fa, con il più balordo scambio di
concetti attributivi, mediante questo esempio, che cioè, se ci sono, uno
accanto all’altro, un cavallo bianco e un bove nero, dicendosi senz’altro S, qUoJ 7. homo solus, i. e. sine grammatica,
est gromma auinno f b ‘ m °' l,S,ntell W POtest: uno vero, altero falso. Homo
quippe (questo e il verni modus) solus, i. e. absque grammatica est qiTnecToh
Ter habe ^ ^ m maticam: grammatica namque, nec sola nec cum honune. habet
grammaticum. Sed homo so irammn ' grammat,ca ««* grammatici; quia, absente
grammatica, nullus esse grammatici potest (il falsus modus consi alerebbe cioè
ne 1 intender quella proposizione nel senso che non per^ r „a n n e ted a n>
^amniotica alla sostanza 7 ». stante dell uomo): sicut qui praecedendo ducit
alium, et so . 1 praevius, quia qui sequitur non est praevius,... et solus non
lvL pr i5T l 5m l, !cr n T f qui T‘ evius esse non P° test la prima delle due
alternative viene utilizzata per la professione di fede realistica, e qui Anselmo
aderisce, con l’accento di chi si rassegna di mala voglia, alle idee dei
dialettici aristotelici, per salvare almeno quel che poteva essere salvato,
poiché, visto che le Categorie godevan pure di ima così grande autorità, da non
poter essere del tutto rigettate, bisognava far il tentativo d’interpetrarle in
senso realistico. Dice Anselmo cioè, che designare il grammatico esclusivamente
come qualità, è giusto soltanto dal punto di vista delle Categorie
aristoteliche, poiché in quest’opera si tratta in verità non dell’essere reale
delle cose stesse, e neanche della designazione puramente appellativa mediante
parole, bensì delle voces significativae (v. sopra la nota 363), in quanto che
queste significano immediatamente l’essere sostanziale in se stesso: e perciò è
giusto che tra i dialettici sia rimasto in uso di tenersi puramente nell’orbita
di questa significazione sostanziale, cioè di servirsi del grammatico, soltanto
com’esempio di qualità 3T0 ) ; peroc”“) C. 16: Cum vero dicitur, quod
grammaticus est qualilas, non recte, nisi secundum tractatum Aristotelis de
categoriis, dicitur. C. 17: D. An aliud habet ille tractatus quam « omne quod est, aut est
substantia, aut quantitas, aut qualilas, etc. » (BOEZIO [in Ar. Praed., I;
PL).... M. Non tamen fuit principalis
intentio Aristotelis, hoc in ilio libro ostendere, sed quoniam omne nomen vel
verbum atiquid horum significai; non enim intendebal ostendere, quid sint
singulae res, nec qiiarum rerum sint appellalivae singulae voces, sed quorum
significativae sint. Sed quoniam roces non significant nisi res, dicendo quid
sit quod voces significant, necesse fuit dicere quid sint res.... De qua
significatione videtur libi dicere, de illa qua per se significant ipsae voces,
et quae illis est subslantiulis, an de altera, quae per aliud est, et
accidentalis? D. Non nisi de ipsa, quam
idem ipse eisdem vocibus esse, diffiniendo nomen et verbum (Boezio [in de
interpr., ed. Becunda, I, 1: rdiz. Meiser, Pare Post.,
p. 13 ss. ; PL, 64, 398-9], p. 293 s.), assignuvil, quae per se significant. M. An pulas.... aliquem eorum, qui eum sequentes de
dialectica scripserunt, aliter sentire voluisse de hac re, quam sentii
ipse? D. Nullo modo eorum scripta hoc aliquem opinari
permilliinl: quia nusquam invenitur aliquis eorum posuisse aliquam vocem ad
ostendendum aliquid quod significet per aliud, sed semper ad hoc quod per se
significai [PL, chè, in questo senso realistico, il grammatico, per rispetto
alle categorie, è, parimente dal punto di vista del linguaggio come nella
realtà, una qualità laddove, fatta
astrazione da questa considerazione dialettica, la quale tuttavia deve pertanto
contenere Tessere essenzialmente sostanziale, ciò che rimane è solamente il
campo della comune maniera di parlare appellativa, nella quale il grammatico è
chiamato «uomo»: non diversamente p. es., nel considerare le forme
grammaticali, è giusto chiamare maschile il sasso, mentre, nell’uso comune del
linguaggio, non c’è nessuno che designi il sasso come mi essere mascolino 3n ).
Dunque Anseimo scorge bensì nelle categorie un pòtere formale, ma lo riferisce
esclusivamente alla Tabula logica, già obbiettivamente data, dell’Essere
sostanziale. Ma quanto rozzamente ciò da lui sia stato inteso, appare manifesto
dalla concliiusione dello scritto, dove si discute ancora la questione, se una
sola cosa possa cadere sotto più categorie; poiché, quando p. es. si dice c ìe
armatus può anche rientrare nella categoria della sostanza, perchè l’armato ha
in sè una sostanza, vale a In C ' 18, U s .: Si crgo proposila divisione oraefata
(cioè L!X n 7 e ;' leCÌ categorie), quaero a te, q uid sii grammaticm secundum
hanc divisionem, et secundum eos. qui illuni scribendo D P™lT2Z qUUn,Ur t: qU,d
QUaer0 ’ ° Ut QUÌd mihi rospondebi? _ -A " ÌUC P ° test quaeri ’ nisi de
voce aut de re quam significati quare, qu ia constai grammaticum non
significare respondebo^i '"'“'"'T hominem sed grammaticum, Incuneiamo
Tve^oauàerlde de V ° Ce ' quu ) vox significans quali totem, si vero quaens de
re, q uia est q ualitas.... Quare si ve quaeralur de yZZlil Ve J e,lf’ CUm
quuer,tur quid sit gr animai-ras secundum A ristoici s tractatum et secundum
sequaces ejus. recte respóndZr -Mila' "t t * men s f cundum oppellationem
vere est subslanliu. scribuntd emm V Vere " OS debet ' quod d ulectici
ahler utùmur InLc J bUt S0C ‘,ndum quod sunt significativae,,diter eis dèi Idi
//T '" secun dum qiwd sunt appellativae: si et grommatic ahud dietim
secundum formam vocum. aliud secundum reium naturam. Dicunt quippe lapidem esse
mascolini generis.... cum tu rno dicat lapidem esse masculum [PL, dire le armi,
cou ciò si tocca veramente il colmo della incomprensione della logica; e a noi
piace chiudere con la sentenza che Anselmo pronuncia su tale argomento, essere
difficile cioè ( poiché non vuole affermare neanche questo con assoluta
certezza ) che una cosa, la quale eia un tutto uno, possa cadere sotto più
categorie, laddove invece una parola, includente più significati, può ben
essere considerata, come non unitaria, dal punto di vista di più categorie: tal
è p. es. il caso di albus, ch’e di pertinenza così della categoria della
qualità, come anche di quella dell’avere. Cosi quest’ottuso realismo
s’inviluppava, per la sua propria impotenza, in difficoltà, che in generale,
per chi consideri le questioni secondo un criterio realmente logico, sono
inesistenti, e tutto l’atteggiamento di Anseimo ci appare soltanto come un
documento di una congenita disgraziata disposizione, dalla quale è affetto, in
ordine alle questioni di logica, l’oggettivismo realistico. [§ 35. Grado ancor basso di sviluppo del contrasto
FRA LE TENDENZE. ONORIO DA AUTUN. Ma ili generale sembra in quel tempo, cioè al
limite fra l’XI e il XII secolo, essersi manifestato, quale risultato di più
Nam, si grammaticus est qualilus, quia significai qualitatem, non video cur
armalus non sit substantia,... quia significai habentem substantiam, i. e.
arma:... sic grammaticus significai habere, quia significai habentem
disciplinam. M. Nullalenus.... negare
possum, aut armatum esse substantiam aut grommaticum [esse] habere.... Rem
quidem unam et eamdem non puto sub diversis apiari posse praedicamentis, licet
in quibusdam dubitari possit: quod majori et altiori disputationi indigere
existimo (saremmo stati in verità smaniosi (li leggerla, questa altior
disputatio).... Unam aulem vocem plura significamela non ut unum, non video
quid prohibeat pluribus uliqucndo supponi praedicamentis, ut si albus dicitur
qualitas, et habere [PL], Successivamente si prende ancor in esame il concetto
di albus, per sostenere ch’esso non è unitario, ma risulta appunto da qualitas
e habere appiccicati insieme. e meno recenti controversie logiche e teologiche,
un contrasto, ancora dichiaratosi in maniera anzichenò grossolana, tra
nominalisti e realisti: si era cioè incapaci, all’infuori da questi due punti
di vista, di prenderne in’ considerazione alcun altro, come pure si enunciava
ciascuno di quei due unilateralmente, ancora in forma estrema e per così dire
grezza. Uno svolgimento di gran lunga più ricco e meglio disciplinato, ce lo
presenteranno di già subito i prossimi decenni, e più che mai 1 epoca
ulteriore, che per il momento preferiamo tuttavia passar del tutto sotto
silenzio. La usata logica delle scuole poteva anzi esser allora intesa da
alcuni singoli scrittori in maniera tale, che rimanesse ancor affatto immune da
qualsiasi influsso del contrasto fra le tendenze, e qual esempio di assoluta
ingenuità, così per questo rispetto come relativamente alla logica in generale,
possiamo, per chiudere questa Sezione, citare ancora, del principio del secolo
XII, alcune amene osservazioni di Onorio da Autun, il quale rappresenta le
sette arti liberali come altrettante sedi dell’anima: ed ecco tutto ciò che, a
tal proposito, egli sa metter avanti, relativamente alla dialettica: per cinque
porte (le quinquc voces) si entra nella vera e propria fortezza (cioè le dieci
categorie), dove stan pronti due campioni, vale a dire il sillogismo categorico
© quello ipotetico, che Aristotele ha armati nella Topica e ha portati poi, nel
libro de interpr., sul campo di battaglia, sicché ci si può qui metodicamente
addestrare nella lotta contro gli eretici S7S ). TO ) Honorii Aucustodunensis
de Animae Exsilio et Patria, c. 4, riprod. dal Pez, Thesaur. Tenia civilus est
Dialettica, multis quaestionum propugnando munita.... Uaec per quinque portas
adventantes recipit, scilicet per genus, per species, per differens, per
proprium, per accidens; unde et Isagogae introductiones dicuntur, quia per has
repatriantes introducuntur. Arx hujus urbis est substantia; turres circumslantes
novem sunt accidentia. In hoc duo pugiles sunt et litigantes certa ratione
dirimunt: Calhegorico et hypothetico Syllogismo quasi praeclaris armis viantes
muniunt. Quos Aristoteles
in Topica recipit, argumenlis instruit, in Perihermeniis ad lalum campum
syllogismorum educit. In hac urbe
docentur itineranles haereticis, et aliis hostibus armis rationis resistere
eie. [PL PROGRESSO GRADUALE VERSO LA CONOSCENZA COMPIUTA DELLA LOGICA
ARISTOTELICA Si colmano le lacune del materiale degli STUDI DI LOGICA, CON LA CONOSCENZA
DEI DUE ANALITICI e della Topica, oltre che degli Elenchi Sofistici]. Dopo aver
detto più sopra che c’è un solo motivo di dividere in periodi la storia della
logica medievale, motivo che consiste per me nella misura estrinseca della
conoscenza, più limitata o più estesa, che si aveva degli scritti aristotelici,
e che la differenza di contenuto fra la precedente e la presente Sezione si
riduce in ultima analisi al fatto che sino al principio del sec. XII non erano
noti nè utilizzati i due Analitici e la Topica, insieme con gli Elenchi
Sofistici, mentre in seguito, a poco a poco, anche questi libri furon tratti
entro la sfera dei dibattiti sopra le questioni di logica, m’incombe ora qui per prima cosa il dovere di
fissare anzitutto precisamente quei dati di storia letteraria, che stanno a
fondamento della separazione. Per tutta questa Sezione, con la quale entriamo
nell’agitata epoca di Abelardo e procediamo sino al termine del XII secolo,
bisogna cioè in primo luogo metter sott’occliio l’àmbito del materiale di cui
disponevano gli studiosi di logica, e dal quale scaturirono le numerose
controversie di questo periodo, vale a dire bisogna mostrare che, e in qual
modo, a poco a poco, per un verso si pervenne alla conoscenza di tutta quanta
la produzione letteraria di Boezio, che aveva appunto tradotto l’Organon per
intiero, e per l’altro verso si apprestarono traduzioni nuove dei libri
suddetti: perchè, solamente dopo fatto ciò, potremo riferire quale attività si
sia svolta nel frattempo sopra questo terreno gradatamente ampliato. Che quella
suindicata limitazione sia effettivamente sussistita fino al principio del
secolo XII, si può forse darlo ora per dimostrato, sia dalle notizie positive,
addotte nella Sezione precedente, sia anche dall’assoluta mancanza di qualsiasi
accenno in contrario. Ma appunto, quanto più per questo periodo antecedente
invochiamo in nostro favore la forza dell 'argumentum ex silentio ’), tanto più
diligentemente abbiamo preso in considerazione anche le tracce isolate e per così
dire cancellate, di manifestazioni, dalle quali quel silenzio viene rotto, a
partire da un dato momento. Il punto critico si ha cioè, quando viene presa
conoscenza degli Analitici e della Topica, oltre che degli Elenchi Sofistici*),
e per quanto ciò sia accaduto soltanto insensiCerto non deve perciò negarsi la
possibilità di nuove scoperte in qualche Biblioteca, dalle quali vengano messe
in luce notizie, contrastanti con questa nostra veduta; ma tuttavia si
tratterebbe sempre soltanto di casi isolati, senz’alcun indosso sopra lo
svolgimento generale della logica in quel tempo, perchè a riconoscere
l’andamento della logica in generale, sembrano sufficienti le fonti sinora
accessibili, ") Jourdain nelle sue Rechcrches critiques si era invero
proposto solamente il compito di ricercare le traduzioni nuove, venute fuori
nel Medio Evo, e poteva escludere dunque dalla propria considerazione questa
rivoluzione, in quanto essa concerne la conoscenza di Boezio: ma gli sono
sfuggiti testi d'importanza decisiva anche per quel suo intento particolare
bilmente e a poco a poco, ci si può bene aspettare che una conoscenza, sia pur
ancora frammentaria, di queste principali opere aristoteliche non sarà senza
connessione con lo studio della logica, fattosi ora più ricco e variato.
Giacomo da VENEZIA (si veda). Già una notizia che c del seguente tenore: un
tale Giacomo da Venezia [SI VEDA] tradusse dal greco i due Analitici, la Topica
e gli Elenchi Sofistici, e nello stesso tempo li corredò di un commento,
sebbene degli stessi libri ci sia stata una traduzione più antica » *), riguarda, come si vede, proprio quelle opere,
che il periodo precedente non aveva nè conosciute nè utilizzate: e, com’è da
rilevare da un lato, che l’informatore, appartenente egli pure al secolo XII,
era edotto della esistenza della traduzione, curata da BOEZIO, di quei
libri, poiché dove si parla di una
traduzione « più antica », non può alludersi se non a quella , è parimente chiaro,
d’altra parte, che quel tale Giacomo di VENEZIA (si veda) ignorava che la
traduzione stessa esistesse, e proprio da ciò era stato indotto a curar egli
stesso la sua propria versione di quei libri. Ma il paese, al quale siffatte
circostanze vanno ambedue riferite, è L’ITALIA. Prima ancora che si disponga
del testo DEI LIBRI ARISTOTELICI SU RICORDATI, TRAPELANO D’ALTRA FONTE NOTIZIE
SPORADICHE. Si DIMOSTRA CIÒ CON ARGO*) In nota a un passo di Roberto da
Mont-St.-Michel (Roberti de Monte Cronica, riprod. dal Pertz, MGH, Vili, p.
489), un continuatore (cioè « alia manus », ma, come afferma il Pertz [rectiiu:
L. C. Bethmann]) osserva quanto segue: Iacobus Clericus de VENEZIA (si veda)
transtulit de Graeco in Latinum quosdam libros Aristolilis, et commentatili
est; scilicet Topica, Anal. priores et posteriores, et Elencos; quamvis anliquior
translatio super eosdem libros haberetur fPIL MENTI TRATTI dagli scritti di
AbelardoJ. Questa importante notizia, la quale contiene dunque elementi
relativi alla conoscenza di quelle opere, e inoltre nello stesso tempo elementi
relativi alla non-conoscenza delle opere stesse, non sta tuttavia così isolata,
come si eredeva 4). Una conoscenza di quei libri sembrerebbe cioè, ben è vero,
rimaner esclusa a prima vista da dichiarazioni di Abelardo, affatto categoriche
e di amplissima portata. Fatta astrazione dal lamento ch’egli leva, e che qui
non c’interessa, per la mancanza di una traduzione della Fisica e della
Metafisica di Aristotele 5 ) Abelardo
c’indica egli stesso espressamente le fonti della sua logica, e dice che la
letteratura in lingua latina, riguardante la logica, ha per fondamento sette
scritti, ripartiti fra tre autori: di Aristotele cioè si conoscono soltanto le
Categorie e il de interpr., di Porfirio la Isagoge, ma di BOEZIO sono in uso i
trattati de divisione, de differenti™ topicis, de syllogismo categ., de
syllogismo hypoth. b ); inoltre, anche una osservazione, tratta dagli, ora ’
®“P ra Giacomo da V., anche Ueberwec-Geyer, p. 146] .11I Cousin (Ouvr. inédits
d’Abélard, p. L ss, e anche Fragni. de pini, du moyen àge Parigi) è assolutamente
in errore, e dai passi di Abelardo che dovremo citare subito appresso, trae
conchiusioni, solamente in base al tenore delle parole, estrinsecamente
considerate, senza por mente al contenuto delle dispute intorno ai problemi
della logica. . “I Abaelardi Dialectica, negli Ouvr. inéd. (ed. Cousin), p.
200: in l hysicis [et].... in his libris, quos Metaphysica vocat, exequitur
(se. Aristoteles). Quae quidem opera ipsius nullus adhuc translator latinae
linguue aptavit. Confido.... non pauciora vel minora me praestiturum
cloquentiae peripateticae munimenta, quam illi praestiterunt, quos latinorum
celebrat studiosa doclrina.... Sunt autem tres, quorum septem codicibus omnis
in hac arte eloquenza latina armalur. Aristotelis enim duos tantum,
Praedicamentorum scilicel et l J eri ermenias libros usus adhuc latinorum
cognovil; Porphyrii vero unum, qui videlicet de Quinque vocibus conscriptus,
genere scilicet, specie, differentia, proprio et accidente, introductionem ad
ipsa praeparal praedicamenta; BOEZIO autem qualuor in consuetudinem duximus
libros, videlicet Divisionum et [2291 Topicorum cum Syllogismis tam Categoricis
quam Hypotheticis. Quorum omnium summam noElenchi Sofistici, Abelardo la cita
una volta, soltanto di seconda mano, espressamente riferendosi a BOEZIO, come a
propria fonte 7 ). Mentre dunque Abelardo, com’è di per sè chiaro, da quei
passi di BOEZIO già più volte menzionati, doveva aver appreso esattamente quali
sieno i libri scritti da Aristotele, si direbbe ch’egli riconosca con le parole
ora riferite, in modo assolutamente inequivocabile, che non gli era possibile
far "uso delle traduzioni degli Analitici, della Topica e degli Elenchi
Sofistici. Ma tutto quel che ci è lecito conchiudere anche da questo
riconoscimento, si è che Abelardo non aveva a disposizione quelle opere
principali di Aristotele, perchè queste in generale non si trovavano tra gli
scritti entrati nell’uso (si ponga mente all’espressioni « usus.... cognovit »
e «in consuetudinem duximus »); vediamo cioè che allora in Francia, in tutti
quei luoghi, per i quali Abelardo si andò aggirando o dove in generale ci si
occupava di logica, non si possedeva un esemplare del testo genuino di quei
libri; poiché 6e se ne fosse posseduti, con l’ardore per gli studi di logica,
caratteristico di quell’estrae dialecticae textus pienissime concludet etc. Che
per Topica qui non sia da intendere nient’altro che lo scritto de diff. top., è
dimostrato, oltre che dalla esposizione che di questo ramo della dialettica si
trova nello stesso Abelardo, anche da una quantità di passi, dov’egli cita
punti singoli 'del de di/}, top. come « Topica» di BOEZIO, tout court: così, p.
es., lntrod. ad thcol. [ed. Amboes.], II, 12, p. 1078 [ed. Cousin, II, 93; PL,
178, 1065] (si riferisce al de diff. top., I, p. 858 s. [corrisponde a PL),
Theol. Christ. [ed. Martène], IU, p. 1281 [ed. Cousin, II, p. 488: PL] (si
riferisce c. s.). Sic et Non, c. 9, p. 41 della ediz. Henke e LindenkohI [PL
(de diff. top., II, p. 866 [PL, ]), ibid., c. 43, p. 105 [PL, 178, 1405] (de
diff. top., III, p. 873 [PL, 64, 1197]), ibid.. c. 144, p. 397 [PL] (de diff.
top., II, p. 867 [PL]). ') Dialect., ed. Cousin, p. 258: Sex autem sophismatum
genera Aristotelem in Sophisticis Elenchis suis posuisse, Boethius in secando
editione Peri ermenias commemorai (BOEZIO, p. 337 s. [in de inlerpr., Secunda
editio, II, 6: ed. Meiser, Pars Post., p. 133-4; PL, 64, 460 s.]). poca, li si
sarebbe certamente messi in piena luce. Non rimane invece esclusa in tali
circostanze la possibilità che qualche elemento di quegli scritti sia tuttavia
venuto altrimenti a conoscenza del pubblico dei dotti: e sol che si trovasse
anche una unica notizia soltanto, della quale si riuscisse a dimostrare che non
possa essere stata ricavata da uessun’altra fonte se non da uno di quei libri,
sarebbe fornita la prova che in qualche maniera, da qualche altra parte, dati
isolati ricavati dagli Analitici e dalla Topica sono filtrati nell’atmosfera
degli studiosi francesi di logica. Ma dimostrare per opera di quali uomini e in
quale maniera ciò sia accaduto, non è compito da assegnare a noi; è impossibile
fornir tale prova, anzi nemmeno possiamo designare la fonte locale. Che cioè al
tempo di Abelardo si fosse venuti a conoscenza di elementi staccati, tratti da
quegli scritti aristotelici che fin allora non erano ancora stati messi a
profitto, è cosa della quale possiamo trarre le prove precisamente da Abelardo
stesso, e anzi riferendoci non a un pimto soltanto, ma a parecchi. Abelardo
osserva una volta, a proposito della definizione del genus 8 ), che in
determinate circostanze anche l’individuo può fare da predicato, come p. es.
nella proposizione « hoc album est Socrates», oppure «/tic veniens est Socrates
» : una considerazione questa, che
sarebbe vano ricercare in tutta la serie dei commenti di BOEZIO, ma che si
trova bensì negli Analitici Primi, con letterale coincidenza di quelle
proposizioni esemplificative; e proprio di là questa notizia dev’essere venuta
anche a cono[Glossae in Porph., ibid., p. 560: videtur esse falsum, quod
individua de uno solo praedicenlur, cum hoc individuum Socrates de pluribus
habeat praedicari, ut « hoc album est Socrates », « hic veniens est Socrates».
Il luogo aristotelico corrispondente si trova negli Anal. pr., I, 27 (nella
traduzione di BOEZIO PL. scenza di vari altri cultori della logica 9 ).
Abelardo riferisce inoltre che ci son « molti » che traspongono la essenza
della definizione esclusivamente nella indicazione delle qualità 10 ) : e non
sarebbe il caso di dire che questa opinione è soltanto una conseguenza estrema
ricavata da un passo [delle Categorie] già da gran tempo conosciuto [nella
traduzione di Boezio] ll ), perchè un contemporaneo di Abelardo formula quella
opinione stessa in termini tali da ricondurci alla vera sua fonte, che troviamo
soltanto nella Topica di Aristotele 12 ). Abelardo poi, a proposito della
controversia intorno agli universali, usa inoltre una maniera di esprimersi
(cioè universalia « appellant in se »), spiegabile soltanto ove si ammetta che
la idea fondamentale di quei passi degli Analitici secondi, dove Aristotele
tratta di xaxà •) Che la cosa abbia dato occasione a una controversia di moda
nelle scuole, ai desume da Joh. Saresb., Metalog., II, 20 (p. 110, ed. Giles d.
Webb; PL]) : Hoc enim ex opinione quoTundam sensisse visus est Aristotiles in
Ancdeticis dicens (segue quel passo medesimo [cit. nella nota precedente]). ’”)
Dialect., p. 492: Unde multi, cum significationem substantiae hitjus nominis
quod est « homo » agnoscant, nec qualitates ipsius satis ex ipso percipiant,
tantum propter qualitatum demonstrationem diffinitionem requirunt. “)
Abistotele, Cut., 5 ; in BOEZIO, PL. L’autore dello scritto De generibus et
speciebus, dal Cousin attribuito a torto ad Abelardo (v. sotto le note 49 e
148), dice a p. 541 9.: Concedunt omnes, species ex differentiis constare....
Dicunl, omnes differentias esse in qualitate etc. In tale forma accentuata,
quest’ultima affermazione poteva esser ricavata solamente da Aristotele. Top.
(cioè dalla trattazione, che ivi si trova, della definizione, con la quale si
accordano poi altri passi), e ha dovuto in tal maniera appartenere al novero di
quelle notizie sporadiche, che ora contribuivano a moltiplicare, le
controversie scolastiche; l’autore del De gen. et spec. fa poi sforzatamente
risalire la idea ora citata a un altro passo di BOEZIO, p. 62 (ad Porph. [a se
transl., II, 5: cd. Brandt, p. 186; PL, 64, 93-4]), e dunque è certo che
possedeva come fonti solamente i testi universalmente diffusi. Invece Joh.
Saresb., loc. cit., p. 100 [edL Webb, p. 103; PL, 199, 880] mette già in
connessione con tale questione anche Sopii. El., 22, 178 b 36. 7tavTÓ£ e di xn
pr,ma d °° Magalo! bi >]U,S cairn
istas concedei ; « nllLl, Secunda figura coni,agii m > oni oe justum possibile
est ! lum Possibile est esse bo zs‘?r, • *» : ìt . ’z *• vZ’-£z iz"tr;«,ur
Zssrzzzr 6 “ *5 (ibid., nota 5721 _ E-.-, . 41 jnstani esse». Sic et ..._ 6u veraciter
componi. ÉZpus enT n Td Syllog,smi
Ibid., c. 27, p. 183 [ed. Webb, p. 193; PL]: Ceterum conira eos qui
veterum favore potiores AristotiUs libros excludunt Boetio fere solo contenti,
possent plurima allcgari. ed. Webb,
p. 170-1; PL, 199, 919-20]: rosteriorum vero Analeticorum subtilis quidem
scientia est et paucis Ma come da questa lamentanza risulta naturalmente
manifesto che quei libri eran conosciuti, così d’altra parte viene riferito
ancora che la Topica aristotelica, da gran tempo trascurata, proprio allora è
stata, per così dire, richiamata da morte a vita 2S ) : e alla informazione,
secondo la quale questa idea di tirar fuori la Topica ha anche trovato a sua
volta i suoi oppositori, si collega anche l’altra notizia, concernente un certo
D r o g o n e, che non ci è ulteriormente noto, e che a Troyes manifestamente
lavorò attorno alla topica, secondo il modello di quella di Aristotele 2B ). [|
7. Nuove traduzioni dell’Organon, nella
Bassa Italia e nell’Impero Bizantino].
Ma per quanto concerne ora in particolare il venire in luce di
traduzioni nuove, si ricava in verità assai poco da una lettera di Giovanni,
che da Costanza richiede copie ingeniis pervia.... Deinde huec ulenlium
raritate iam fere in desuetudinem abiil, eo quod demonstralionis usus vix apud
solos malhemalicos est.... Ad haec, liber quo demonslrativa trudilur disciplina
(cfr. la nota 25), ceteris longe lurbutior est, et transposilione sermonum,
traiectione litterarum, desuetudine exemplorum, quae a diversis disciplinìs
mutuata sunt, et postremo, quod non conlingil auctorem, adeo scriplorum
depravatiti est vitio, ut fere quot capita, tot obstacula hubeul. Et bene quidem
ubi non sunt obstacula capitibus pluru. Unde a plerisque in interpretem
difficultalis culpa rejunditur, asserenti bus librum ad nos non vede translulum
| pervenisse]. A qual traduttore si fa qui allusione, a Boezio o a un altro? B
) Ibid., Ili, 5, p. 135 [ed. Webb, p. 140] : Cum itaque tam evidens sii
utilitas Topicorum, miror quare cum aliis a maioribus tam diu intermissus sit
Aristotilis liber, ut omnino aul fere in desuetudinem abierit, quando aetate
nostra, diligentis ingenii pulsante studio, quasi a morte vel a somno excitalus
est, ut revocarvi errante* et i iam veritalis quaerenlibus aperiret [PL]. “)
Ibid., IV, 24, p. 181 [ed. Webb, p. 191: e v. ivi la nota]: Salis ergo mirari
non possum quid mentis habeant (si quid tamen hubent) qui haec Aristotilis
opera carpunt.... Magisler Theodoricus, ut memini. Topica non Aristotilis, sed
Trecasini Drogonis irridebat; eadem tamen quandoque docuil. Quidam auditores
magistri Rodberti de Meliduno (v. appresso le note 453 e.) librum hunc fere
inutilem esse calumnianlur [PL I di Jibn aristotelici in generale, e prega
inoltre che vengano anche aggiunte annotazioni, data la possibilità che non ci
sia da fidarsi del traduttore 3 °). È invece di grande importanza veder da lui
citato un medesimo passo, sia nella traduzione di Boezio, sia anche, e
contemporaneamente, nella versione « nuova >«); e come quest’ultima si
distingue per essere più letterale, così in generale Giovanni si era fatta una
opinione abbastanza precisa in latto di traduzioni (soltanto cioè quando queste
aderìscono, quanto strettamente è possibile, secondo una regola rigorosa,
all’originale, è dato ottenere una con,prensione, garentita contro qualsiasi
pericolo di unilateralna da una « ratio indifferentiae »); egli dice che una
tale opinione ha trovato allora conferma e appoggio in un Greco da Severinum
(cioè da Szoreny in Ungliena), versato in entrambe le lingue 32 ). Ora quella I
Epist. 211 (II, p. 54 s ed. Giles 1PL 19Q oacn ri. > stotehs, quos habelis,
mihi facialis exscribi ) \. M,ro . s Ar " supplicatione, quatinus in
operibus Aristoteìis ubiZitr 'T "7"“ haaonetn: cicadàtionès enimJùntJ
-IL ^ rPL 199 io A m ct ' 11 .’ Sl sunt > menu ad rutionem Sei HI° IT ^
ÌPÌat ° n T dÌ ArÌS, °, • A’sitcaftratio indifferentiae per se stessa non
c’interessa per il momento qui, bensì la si vedrà intrecciarsi alla nostra
esposizione della logica di Giovanni da Salisbury (note 574 ss.); ma è ben cosa
che c’interessa lino da ora, che, in connessione con quella, egli ricordi
inoltre anche un secondo traduttore (parimente, è vero, senza riferirne il
nome), del quale aveva l'atto la conoscenza nelle Puglie 33 ). Ma se, coni’ è
attestato da questi importanti passi, il comparire di traduzioni nuove, ebbe
impulso nell’ Impero tuzantino, e, per opera di Greci, nell’ Italia meridionale,
e se di ciò ebbero notizia gli studiosi di logica a Parigi o in Inghilterra, si
avrebbe qui una prima traccia, sebbene passeggierà, di un influsso dell’epoca
di Anna Comncna (v. qui appresso le note 219 e 370, come pure altre notizie
nella prossima Sezione, note 1-5 ss.).
Finalmente può ricordarsi ancora, per così dire ad abundantiam, che
negli scritti di Giovanni, accanto a citazioni coincidenti in modo
assolutamente letterale con la traduzione di Boezio, se ne trovano anche di
quelle, che bisogna chiamare per lo meno inesatte, semprechè non sieno state
originariamente attinte ad altra fonte 34 ). manga, aU’infuori da quel
Severinum che si trova in Ungheria [Webb: / orsan e civitate Sanctae Severinae
in Calabria (Santa Severina, prov. di Catanzaro)]. ") Ibid., I, 15, p. 40
[ed. Webb, p. 37; PL, 199, 843] : non pigebit re/erre, nec forte audire
displicebit quod a Graeco interprete et qui Latinum linguam commode noverai,
durn in Apulia morarer, accepi eie. M ) Tra le prime vanno annoverate: Metal.,
II, 15, p. 86 [ed. Webb, p. 88; PL, 199, 872] (Top., I, 11: nella traduzione di
Boezio, p. 667 [I, 9: PL, 64, 916]) e
II, 20, p. 110 [ed. Webb. p. 113; PL, 199, 887] (Anal. pr., I, 27: p. 490 della
traduzione di Boezio [I, 28: PL, 64, 669]).
Tra le seconde vanno annoverate: Metal., II, 9, p. 76 [ed. Webb, p.
75-6; PL, 199, 866] (Top., I, 11: p. 667 della traduzione di Boezio |I, 9; PL,
64, 917]) - II, 20, p. 100 [ed. Webb, p. 103; PL, 199, 880] (De sophisticis
Elenchis, cap. 22: nella traduzione di Boezio, p. 750 [II, 3; PL, 64,
1032]) III, 3, p. 126 [ed. Webb, p. 131;
PL, 199, 897] (Top., I, 9: p. 666 della traduzione di Boezio [I, 7; PL, 64,
915. Invece lo Webb rinvia a Cat., 4, 1 b 25 ss.]). CARLO PRANTL f§ S’iIVTENSIFlCA
LO STimm np,, . A LOGICA C„„ la " tT Cm ' BEL Pseudo-BoezioJ. Ora ch’è f, Tr filate strato a sufficienza
come antece 1, C °“ C1 ° dÌmo " letteraria di Abelardo ^ “ f 1 ^ 6 aI1 ’
atti vità studio della logica fos’se stataT^à arrfccWt^ T ^ sovra punti
particolari e „ P arricchita, abneno piersi a poco a dopo 1, ^ Ve “ Uta P OÌ a
c °®Jisbury (di questo sr T°i 3 temP ° ^ Giovanni da Saranno ancora “ ale « ;
0m P Ìme «‘o « si presenteci è reso noto cosìVfattor T’* ?8 ’ 219 allora
derivare un birre T t™™: ^ qUale doveva nell’attività svolti 1 • "V™ ° '
lntensità e di estensione si SDie^a t rapporto scambievole die ben SJ spiega,
una forza cooperante era do, . . . dalla teologia donunatica: e ciò nere! ' “ a
f Uardo ' die Sia di fronte allo Scoto EringLt a ortodossia,,„„l le ta Materi,
* * " ' “ «“'»«. ’• stata all’erta così • . q e tloni mgJche, era resse,
ora che la diale1 1 ^'^ ViSta dtd n,e(lesin '° intesi» «.loro. z:::~ * r**r «
lotte, si tiraron fuori a Ài * propria vita d intime incularlo teologico
affinclo" ordeea> dall’armaeon,tastanti J '* Sci. era 'L SS ““ •“'«
1o»n« eliic’ mischiati anche elementi di ^ ^,rapassassero fra mfera dogmatica p
ri » L :,tr;i%r P a a'rr;“ ì r te: valere, ma ora inZiT' . T *°' P Ur fatta mettersi in più inten ^ d " C
^ pOSltlvamente a nitrologica messa in condizioTeTdot ““ !" 8t ° rÌa deUa
~ no'opera di grazie a una certa formulazione di principii logico-ontologici,
potè esercitare azione cooperatrice nelle controversie dei dialettici. Si
tratta del de Trinitene del Peeudo • B o e z i o, e a tal proposito non mancò
naturalmente di manifestar il proprio influsso il fatto che fosse ritenuto suo
autore proprio Boezio, il rappresentante di tutta la logica S5 ). Appunto in
quell’epoca cioè, ossia a K ) Da Fr. Nitzsch (Dos System des Boethius und die
ihm zugeschriebenen theologischen Schrijten [«Il sistema di Boezio, e gli
scritti teologici a lui attribuiti »]), Berlino, 1860, furono svolte le più
valide ragioni elle si oppongono alla tesi [oggi invece generalmente accettata]
che sia Boezio l’autore dei trattati teologici a lui attribuiti. E se poi
Hermann Usener, Anecdoton Holderi [ : ein BeiIrug zur Geschichte Roms in
Ostgotischer Zeit (« Testo inedito comunicato all’Usener da Alfred Holder:
contributo alla storia di Roma nel periodo ostrogotico »). Festschrift zur Begriissung
dcr XXXII. Versammlung deutscher Philologen und Schulmiinner in Wiesbaden],
Lipsia [rectius : Bonn] ha pubblicato di su un manoscritto di Reichenau del
secolo X un passo di un sunto di uno scritto di Cassiodoro finora sconosciuto (
il passo Tp. 4] suona così: « Boethius dignitatibus summit excelluit. ulraque
lingua peritissima orator fuit.... scripsit librimi de sanciti trinitate et
capita quaedam dogmatica et librum contro Nestorium. condidit et carmen
bucalicum. sed in opere artis logicae id est dialecticae transferendo ac
mathematicis disciplinis talis fuit ut antiquos auctores aut uequiperaret aut
vinceret » ) e a ciò è unito un tentativo di dimostrazione dell’autenticità di
quei trattati, non direi che gli sia
riuscitoconciòdiconfutareffettivamente la opinione, rappresentata dal Nitzsch e
ripetutamente suffragata dai competenti specialisti. Poiché rimane senza
soluzione la contraddizione innegabile, che cioè un uomo, il quale si mantiene
assolutamente entro la sfera della filosofia della tarda antichità e non fa mai
il nome di Cristo, nè dice mai una parola intorno alla consolazione della idea
cristiana dell’opera di redenzione, si sia occupato minutamente di sottili
questioni di doinmatica cristiana. Se l’Usener (p. 50) dice che si devono appunto
tener separate le due personalità, dell’uomo e dello scrittore appartenente
alla storia della letteratura, questa è cosa che non sembra possibile in tal
maniera per l’autore della Consolatio philosophiae, il quale anzi si trova
direttamente in presenza della questione della teodicea, questione appartenente
all’orbita della religione. Ma poiché in quel manoscritto di Reichenau neanrhe
abbiamo un testo che sia dovuto allo stesso Cassiodoro, bensì solamente l’opera
di un epitomatore, che, come ammette l’Usener (p. 28), riassume tutto il lavoro
originale frettolosamente, e attribuisce a Boezio fra l’altro anche un Carmen
bucolicurn, rimane comunque possibile che l’epitomatore stesso, stando sul
terreno della tradizione ch'era in circolazione dal tempo di Alcuino, abbia
fatto partir da Abelardo 36 ), si accumulano le citazioni tratte da quei
quattro libri intorno alla Trinità, e Gilbert de la Porrée li accompagnò con un
ampio commento, sì che non era più possibile lasciarli da parte, nel trattar
delle questioni relative.,. Ma ’ 111 ordine a un influsso esercitato sopra la
logica, c interessano qui essenzialmente quegli assiomi, che l’Autore in
principio del 3» Libro [cioè del libro «Quomodo substantia, in eo quod sint,
bonae sint, cum non sint smistanti alia bona »] mette in testa a tutto, per poi
ri arsi da essi, quando costruisce nel corso ulteriore deiopera l’edifizio
delle sue prove. Premessa una definizione della communis conceptio, gli assiomi
stessi”) si riferiscono alla differenza, invalsa nella teologia, tra essenza
Oòcfa) ed esistenza (òrtóaraai?), in quanto che a quest ultima deve ancora
aggiungersi la forma dell’Essere, e per essa lia pertanto luogo una
partecipazione, come pure risulta la possibilità di un avere-in-sc, il che poi
conduce alla distinzione di sostanza e accidente, e serve di fondamento a
distinguere due modi di essere di quella partecipazione; ma, a tale proposito,
viene ato rilievo anche alla unità, in cui sono congiunte negli esseri
semplici, a differenza dai composti, la essenza e la es.stenza, e da ultimo
viene messa in vista mia naturale affinità di essenza in seno alla diversità
esplicata. “Tp* * di Parigi, traua r]af uth ’ ’ !•’ P ' ? 039 ’ Amho ™[ed. di
d’Anjboisel W.Co^II.mTpI.iS 10Mr,Ser,,ti ^ Fra " S ° ÌS ZtaontZb no,a tìSu/ti£'Za
rÌ39Ue etiam d “ ci,jlinis:Pr ° pOSUÌ «EQuesti prineipii, dei quali non ci
concerne qui 1 uso che se ne faccia nel campo teologieo-dommatico, non
tardarono a essere citati, anche da cultori della dialettica, come « regulae »,
insieme con altre « auctoritates », e e da ritenere che vari studiosi di logica
sin da principio, su questioni ontologiche, si guardassero daH’andar contro
questi assiomi, perchè poteva inoltre esserci la minaccia di conseguenze
pericolose, relativamente alla Trinità. Così ne venne, che si ebbe qui non già
soltanto una più larga applicazione della logica alla teologia, ma anche un
diretto influsso di elementi dominatici sopra il movimento di elaborazione
della logica nel suo aspetto ontologico. [§ 9.
Contrasto fra logica e dogma]. Senza
dubbio, con questa mescolanza viene a verificarsi una situazione
caratteristica, ed è cosa notevole che in quell’epoca, naturalmente incapace di
una chiara e meditata separazione dei due campi (nel senso in cui 1 hanno
intesa p. es. Cristiano Thomasius o Pietro Bayle), venga enunciata tuttavia la
incommensurabilità delle due verità, teologica e logica, mentre si continuava a
svolgere nello stesso tempo i due punti di vista inconciliabili. Anzi proprio
Abelardo stesso, il Peripateticus Pwlatinus, ne dà la più eloquente
testimonianza, quando 2) Diversum est esse, et id quod est. Ipsum enim esse nondum est. At
vero quod est, accepta essendi forma, est alque consistit. 3) Quod est, participare aliquo potest. Sed ipsum
esse nullo modo aliquo participat.... 4) Id quod est. Iutiere aliquid
praeterquam quod ipsum est, potest, ipsum vero esse nihil aliud praeler se,
habet admistum. 5) Diversum est....
esse aliquid, et esse aliquid in eo quod est: illic enim uccidens, hic
substantia significalur. 6) Omne quod est, parlicipat eo quo est esse, ut sit,
ulio vero participat, ut aliquid sit.... 7) Omne simplex esse suum, et id quod
est. unum habet. 8) Omni composito aliud est esse, aliud
ipsum est. 9) Omnis diversitas est discors, similitudo vero quaedam appetendo
est. Et quod appetii aliud, tale ipsum esse naluraliter ostenditur, quale est
illud ipsum, quod appetit fFL, dice che ai cultori della logica, ovvero
Peripatetici, Dio rimane ignoto, perchè da quelli tutto viene sussunto a una o
l’altra delle dieci categorie, laddove Dio non può cadere sotto alcuna di
queste 38 ) : e mentre ciò potrebb’eseere ancora interpetrato come il punto di
vista generale, venuto in uso fra i teologi da Agosthio in poi (efr. lo Scoto
Eriugena, Sez. precedente, note 120 s.), Abelardo, proprio relativamente alla
dottrina della Trinità, si pronuncia con la massima chiarezza, nel senso che
quella ha i suoi nemici più pericolosi nei dialettici o peripatetici 39 ),
argomentando costoro, dal punto di vista della logica, la unità individuale dalla
unità di essenza delle tre Persone, e, viceversa, dalla diversità delle tre
Persone la diversità della loro essenza 40 ). E non ténTI D B nRANn D VP e0/ '
Chrht " V1271 (ne,la di Martene e Uuram) Thesaurus novus Anccdotorum,
Parigi, 1717, voi V) edt-ousin, II, p. 478]: Quod autem illi quoque doctore's
nostri UT intendimi Logieae. ill„ m summam majestatem, quam in n . L eUm eSSe
',rofì "; nt ", r omnino ausi non sunt attingere, aut Cum e Z oZ ?
COm P rehender *’ ex ipsorum scriptis liquidum est. Cum erum omnem rem aut
substantiae aut alieni aliorum generalissimorum sub],ciani: inique et Deum, si
inter res ipsum eomdZnnZT ’ aut ? ubstantiis ’ quanti tali bus, aut ceterorum
pruedicamentorum rebus connumerarent, quod nihil omnino esse ex ipsis
convmcitur (p. 1273) [480].... qui tamen omnem rem aut siibstantiae aut alieni
aliorum praedicamenlorum applicanti palei leni 1’ ruCU,lu h .enpalelicorum
illuni summam [481] majeslatem omnino esse exclusam [PL], ' Christi'^tion / C 1
’, P ‘ 1242 C44, 8] j S " Pr " univers °> s autem inimicos
sani-lue TriniZZZ*’ J,,daeo \ sive Oenliles, subtilius fide,,, essores d el
Perquuunt. e, ucutius arguendo contendimi pròfessores dialecticae, seu
import,mitas sophistarum. quos verborum agrume atque sermoni,m inundatione
bentos esse Plato irridendo apZtzl mm T dem ’ ° ^ nane dZeZeos [PL^l 78, ]2 lT™
UUaS ^ maXlmM haere *es.... esse repressas eie. eillinl "'Z'f 'I' P ' 1266
r472,: in loco Kravissimae et difficili,mae Dialecticorum quaestiones
occurrunt. Hi quippe ex unitale duZsTtn, n ",tuU ' m Pecsonarum impugnanti
ac cursus ex [473] rìnZn, Pf ‘ rSO " an,m ldentlt !' u ‘ m essentiae
oppugnare laborant. rPL T?8 A C, TH Z'T"r P onamus ' r>°'« a
dissolvamus di A . r '° A, "dfd fa ora seguire una enumerazione, ' f P t
nl, . tre *, ‘•«""•o 'a Trinità, ricavate dalla logica, per
confutarle poi teologicamente. 1 è
facile (lifatti metter d’accordo il concetto aristotelico della sostanza
individuale con il domina della Trinità, sicché a rigore tutt’i cultori della
logica, che seguivano Aristotele, si trovavano inevitabilmente esposti alla
taccia di eresia. [ § io. Pietro
Lombardo. Bernardo da Ciiiaravalle].
Così si riesce a spiegare come Pietro Lombardo (morto nel 1164 [1160.'']),
mentre sta ad attestare la connessione tra la controversia intorno alla
Trinità, e la scissione delle tendenze sul terreno della logica, respinga nello
stesso tempo qualsiasi applicazione della logica a quella fondamentale
questione della teologia 41 ). Anzi egli stesso è esclusivamente puro teologo
in così alto grado, che per lui la questione degli universali in generale non è
neanche oggetto di contesa; e mentre più tardi (particolarmente nella Sez. XIX)
avremo a sazietà occasione di ravvisare nei numerosi commenti ai « Sententiarum
libri quatuor » del Lombardo (ch’eran divenuti, com’è noto, il fondamento di
tutta quanta la letteratura teologica) un principale teatro della guerra
intorno agli universali, il Lombardo “) Petri Lomhardi Sententiarum 1, 19, 9
(/. 27, ed. dl Ira, 1516 fdi Quaracclii: S. Bonaventurae Opera omnia l,p.
ifUj): Videlur tamen mihi ita posse accipi. Cum alt (seAugustinusJ « substantia
est commune, et hypostasis est particulare » ; non ita haec accepit, cum de Pro
dicantur, ut aecipiuntur m phtlosophtca disciplina, sed per similitudinem eorum
quae a philosophis dicuntur. locutus est; ut sicu/ ibi commune vel universale
dicitur quod praedicatur de pluribus. particulare vero vel individuimi quod d
uno solo; ita hic essentia divina dieta est universale, quia de omnibus
personis simili et de singulis separutim dicitur, particulare vero singula
quaelibet personarum, quia nec de alus hoc de aliqua aliarum singulariler
praedicatur. I ropter similitudinem ergo pruedicalionis substantiam Pei dixit
universale, et P^ s °nas particularia vel individua.... (e. 101 Dicuntur enim ^
d^erre numero, quando ita difjerunt. ut hoc non sit tUud.... dl b ferunt
Socrates et Pialo et huiusmodi, quae apud philosophos dicuntur individua vel
particularia; iuxta quemi modum non possunt dici tres personae differre numero.
Etc. [PI-, 192, 57 1 (I, 1, 14 e 1 )]. non si è in alcun luogo immischiato egli
medesimo in questa controversia, bensì solamente, con l’uso di determinate
innocenti parole, ha offerto a’ suoi conunentatori motivo occasionale di dare,
nella lotta già divanipata, libero corso al loro infiammato zelo. E come ciò si
è verificato nella più larga misura per le parole testé mentovate del Lombardo,
così il lettore delle « Sente*tiae » non può, a proposito di moltissimi luoghi,
avere neanche il piu lontano sentore della caterva di discus«oni, attinenti a,
problemi logici, che vi si sarebbe più tardi riattaccata la). De] resto ^ p.^
riproducono anche le sofistiche quistioni, più sopra (Sez. precedente, nota
303) citate, dibattute dalla teologia medievale « ■»). Nello stesso senso può
ricordarsi che anche un altro celebre contemporaneo, cioè Bernardo da Chi ara
valle (nato nel 1091, morto nel 53) apertamente si professa nemico della
dialettica «). simplex, i. e.'indivisibìlh et inmateliaÙs^pluna’ Es " cn,
j a restie! f r ia ’ te r de •h 1-2)1. O similmente L^L^ T-'T^ Qua «u,r'rÌ’ V
49 ’ r 61 ‘ 5 f?) ’ n, 17, i m ; ’ 19 ’ 1 fed ' logia trovò e aÌche°i dd
in -Ha teotenga esclusivamente alla
letteratura tcXrir° 0013 478) ’ appar " libro di Fr. Protois Pierri* tomi
ì .° 0f!ter m veniendam necescst logica causa elLuenZZ N P™ Slma «»'*•» omnium
inventa disciplinas investigarmi et ’unireM Tert'’ ^ prn ! !tl ' ct, as
Principales tractare, et disserro de UlZc Zà veracl ™’ honestius dlas cius per
dialecticum, honestius ner rhoZ ** ^ (,mmati c«m, veracundiae rectitudinem
veritatem heU, rtcam. Logica namque fa^asi testualmente nel mZZ’X"‘TZ ad ^
nitt ^ U s,esso 809]); cfr. ibid.. I r „ ) ì 2 Vn 7 m’ TI ; P 39 fPL > 17 6,
745, 752, 765], P ' ’ 2 (l >7); III, 1 (p . i 5) tPL> 176 . 1 Lhdasc., I,
12 (Opp., HI, p . fj) mj j 7fi 7 . q| . repertae fuerant; sed necesse luitloZ ’
* . ' • Ceterae pnus nemo de rebus con veniente J PljZ quoque invemn ; quoniam
quandi rationem agnoverii. / 6,u"vi
TmÓ' iqf IpZZZm ^ Istae tres usu prirnae lucrimi to/ i * * 176, 8091: venta est
logica Ouae cum dt i p ? stca P r °Pter eloquentiam indebet in doctrina Fr, J
‘, -''"'T' Ul " ma ' prima tamen Excerpt. pnor., loc. ciL, c. 23: In
designa la logica come « sermocionalis », perché tratta « de vocibus » 47 ), e
la divide ora in una maniera che ci ricorda molto da vicino lo Scoto Eriugena
(Sez. precedente, nota 105), dimodoché, appartenendo alla logica, secondo la
più vasta accezione della parola Àóyoc, ogni manifestazione della facoltà di
parlare, la logica stessa si divide così in grammatica e logica rarìonalis:
quest’ultima, corrispondente all’accezione più ristretta della parola Àóyo;,
viene poi ulteriormente suddivisa nella maniera ordinaria, tenuti presenti i
passi ovunque divulgati di BOEZIO. Movimento più intenso: grande estensione, E
IN PARI TEMPO CARATTERE UNILATERALE, DELLA LETTERATURA ATTINENTE ALLA
LOGICA]. Ben è vero che sarebbe stato
certo più comodo lasciare sin da principio legendis urtibus talis est orda
servandus. Prima omnium comparando est eloquentia, et ideo expetenda logica,
deinde etc. [PL], ) Didasc., II, 2 (p. 7) [PL Philosophia dividitur in
theoricam, practicam, mechanicam, et logicum. Hae quatuor omnem continenl
scientiam.... Logica sennotionalis, quia de vocibus tractat.... Hanc divisionem
Boetius fucit uliis verbis.... (segue il passo citato più sopra, Sez. XII, nota
76). *) Ibid., I, 12 (p. 6): Logica dicitur a Graeco vocabulo Àóyog, quod nomen
geminam habet interpretationem. Dicitur enim Xiyog sermo sive ratio (v.
Isidoro, Sez. precedente, nota 27): et inde logica sermotionalis sive
rationalis scientia dici polesl. Logica ralionalis, quae discretiva dicitur,
continet dialecticam et rhetoricam. Logica sermotionulis genus est ad
grammaticum, dialecticam atque rhetoricam: et continet sub se disertivam. Et
haec est logica sermotionalis, quam quartam post theoricam, practicam et
mechanicam annumerami^ [PL, 176, 749-501.
Excerpt. prior. TI1, c. 22 (p. 339): Logica dividitur in grammaticum, et
rationem disserendi. Ratio disserendi dividitur in probabilem, necessariam. et
sophisticam. Probabilis dividitur in dialecticam et rhetoricam. Necessaria
pertinet ad philosophos, sophistica ad sophistas (v. BOEZIO). Grammatica
filosofica est scientia RECTO loquendi. Dialeclica dispulalio acuta, verum a
falso distinguens. Rhelorica est disciplina ad persuudendum quaeque idonea [PL,
177, 201-21. Didasc., Il, 29 (p. 14):
Logica dividitur in grammaticam. et in rationem disserendi. Grammatica
razionale,... est litteralis scientia.... Ratio disserendi agii de vocibus secundum
intellectus fPL, 176, 7631. Ibid-, 31
(p. 15): Ratio disserendi esaurirsi tutta quauta la logica in un simile cliché
tradizionale, e a questo modo anche le idee platonico-cristiane, del pari che
la dommatica teologica, avrebbero potuto continuare, senz’essere turbate nella
loro ingenuità, la innaturale loro alleanza con avanzi di aristotelismo
atrofici e contorti. Tuttavia l’intimo impulso ch’è peculiare alla dialettica,
era pur anche rimasto vivo, già fino a questo momento, in seno alla stessa
ecclesia docens, e poiché ora, come s’è visto, da due lati si faceva strada una
più energica spinta (da due lati: vale a dire, da un lato, proprio per effetto
della controversia dommatica intorno alla Trinità, e dall’altro, per effetto
della conoscenza sporadica, la quale gradualmente veniva compiendosi, dei libri
aristotelici fin allora ignoti), si levò ora, nel tempo stesso, sul terreno
della logica, accanto alla scuola di S. Vittore, con tutto il suo misticismo,
un ricco movimento, diviso in molteplici diramazioni : e qui la stona della
logica, dovendosi stare alle fonti esistenti, entra in un periodo di difficoltà
estrema. La difficoltà consiste cioè per prima cosa in questa circostanza, che
le informazioni a noi accessibili discendono bensì con abbondanza di notizie
sino al minuto particolare, ma intanto, con la loro forma semplicemente
frammentaria, ci lasciano all’oscuro, riguardo a tutt’i fili di collegamento: a
ciò si aggiunge ancora il carattere indeterminato della usuale espressione «
quidam » ch’era in uso [per designare i rappresentanti di una data tendenza], o
della integrale partes habet, inventionem et judicium (v. più sopra Boe:
divisivas vero demonstrationem, probabilem, sopluslicam. Demonstratio est in necessariis
argnmentis, et pertinet ail philosophos. Probubilis pertinet ad dialecticos et
ad rhetores. Sophistica ad sopliistas et caviliutores. Probubilis dividitur in
dialecticam et rhetoricam, quorum utraque integrales partes habet invenhonem et
judicium [PL, 176, 764], Parimente ibid.. Ili, 1 • i i * k’ 176, 765], Le stesse notizie
ritornano in una € Epitome iti philosophiam » «li Ugo, edita dall’ Hauréau
(Hugues de Saint-Victor: nouvel examen de l’èdition de ses oeuvres, Parigi
indicazione del nome di im cultore della logica, con la semplice lettera
iniziale; e così in generale (particolarmente p. es. riguardo a quel frammento,
al quale il Cousin diede il titolo « De generibus et speciebus ») 4 "), la
ricerca, che comunque sarebbe di già malagevole, viene attraversata inoltre da
molteplici difficoltà letterarie; per di più fra i relatori ce n’è parecchi che
in se medesimi son poco degni di fede, e c’imbattiamo in contraddizioni, che
non possiamo, per mancanza di altre fonti, risolvere in maniera adeguata. Ma se
poi si domanda ancora come questo materiale slegato e lacunoso debba venir
elaborato per la presente esposizione, ecco quel che debbo limitarmi a
rispondere: data la impossibilità di svolgere il pensiero dei singoli autori
(per la maggior parte non meglio conosciuti) secondo Cordine della successione
storica, io sono riuscito a trovare, dopo molta riflessione, soltanto
l’espediente di presentare l’epoca di Abelardo in blocco, e precisamente in tal
modo che, analogamente a quel che ho fatto nella Sezione XI, vengano messe
sott’occbio le numerose controversie, secondo l’ordine di successione di quei
gruppi che, negli studi di logica di quell’epoca, prevalgono per importanza,
quanto al contenuto; a tal riguardo è da notare che le varie opinioni intorno
alla Isagoge, cioè la disputa intorno agli Uni«) Non poteva non esser «ausa di
grave confusione, l’errore degli eruditi francesi, i quali con il Cousin hanno
ritenuto che questo frammento sia opera di Abelardo; sopra tale punto ha più
rettamente giudicato H. Ritter (sebbene non sia per noi accetta» bile la sua
congettura, riguardo l’autore di quello scritto: v. appresso la nota 146);
invece a prescindere dal Rousselot, che
non poteva ancora avere sott* occhio, quando compose la sua opera [Études sur
la philosophie dans le Moyen a Parigi, 1840-21, il VII 0 volume del Ritter anche il RÉMUSAT e persino I’Haureau han
fatto le. viste di non conoscer affatto la opinione del Ritter,. e, aderendo al
Cousin, si sono fondati sopra quello scritto per costruire argomentazioni, che
dovevano nuocere alla esatta esposizione della controversia intorno agli
universali. CABLO PRANTL versali, offrono un materiale più vasto che non i
dibattiti sopra le rimanenti parti della logica. Ma mentre degli autori più
eminenti e meglio conosciuti si viene così a parlare, in connessione con questi
motivi attinenti al contenuto, bisognava senza dubbio che io facessi una
eccezione, proprio per Abelardo: le vedute di lui intorno agli universali
potranno pine a loro volta esser fatte oggetto di sufficiente disamina
solamente più tardi, quando si tratterà di esporre la caratteristica di tutta
quanta la sua Dialettica, poiché egli è invero il solo, del quale possediamo
uno scritto, che abbracci quasi intiera la sfera della logica. Tuttavia mi è
sembrato che un tale smembramento della esposizione delle controversie, per
quanto si riferiscono agli universali, fosse qui proprio il minore
degl’inevitabili inconvenienti. Ad Abelardo potremo poi far seguire, allo
stesso modo, principalmente Gilbert de la Porrée e Giovanni da Salisbury. Per
effetto delle ragioni suindicate, lo studio della logica, a prescinder dalla
sua universale diffusione in tutt’i paesi, decisamente progredì, quanto alla
intensità, in rigore e precisione, e per quanta era la estensione del materiale
allora accessibile ai cultori della logica, ci si abituò, con la maggior
esattezza possibile, a ponderar e lumeggiare da vari lati tutte le particolari
tesi o controversie: certo con questo lavoro, mancando in modo assoluto una
base propriamente filosofica, poteva venir fuori soltanto una sottigliezza
contraddistinta da unilaterale formalismo, e die per un verso doveva condurre
al massimo sminuzzamento nella formazione di contrastanti indirizzi, mentre per
l’altro verso fu, a sua volta, parimente alimentata e rafforzata da quello: e
il numero dei magiatri, che in tal maniera, per lo più risolvendo polemicamente
i contrasti di opinioni, esplorarono con cura tutto il campo della logica, non
può forse, nella sola Francia, essere rimasto molto al di sotto del centinaio.
Non farà meraviglia che in un tale movimento quelli che non avevano a priori,
per ragioni teologiche, un sacro orrore della logica, si trovassero spesso
imbrogliati, al primo momento che ne intraprendevano lo studio 50 ) ; anche a
noi vengon pure quasi le vertigini, quando dai particolari frammentari
risaliamo a una conchiusione concernente quella totalità, alla quale essi
avevano appartenuto. È una grande illusione, a proposito del movimento di
quell’epoca nel campo della logica, creder di potersela cavare con i due termini
di « nominalismo » e « realismo », tutt’al più aggiungendone ancora un terzo,
cioè « concettualismo », poiché in primo luogo, come apparirà manifesto, la
divisione in tendenze contrastanti è ben più molteplice, e questa, in secondo
luogo, costituisce soltanto una parte dell’attività complessiva spiegata nello
studio della logica. Le vicende dello
studio della logica, NEL RACCONTO CIIE NE FA GIOVANNI DA SALISBURY. Se ci
possiamo interamente fidare di Giovanni da Sali-sbury, il quale spesso in
verità si è limitato a metter giù impressioni generiche, e in buona parte
puramente a memoria (v. appresso la nota 536), in quei decenni il corso seguito
dalla logica nel suo svolgimento, in quanto essa fu rielaborata in compendi
(artes) o in commenti o semplicemente in glosse 51 ), sarebbe 6tato in
complesso il seguente. Giovanni parla cioè di un awerM ) Abael. Dialect., ediz.
Cousin, p. 436: Sed quia labor hujus doclrinae diuturna*.... jatigat Icctores,
et multorum studia et aelates sublilitas nimia inaniter consumit, multi.... de
ea diffidentes, ad ejus angustissimas fores non audenl accedere; plurimi vero
ejus subtilitate confusi, ab ipso aditu pedem referunt. 51 ) Joh. Sakesb.
Metal., ITI, Prol., p. 113 (ed. Giles, voi. V [ed. Wclib, p. 117; PL): Nec in
transitu vel semel dialecti- corum attigi scripta, quae vel in arlibus vel in
commentariis aul glosematibus scienliam pariunt aut retinent aut reformanl. II
sario della sua concezione della logica, da lui simbolicamente denominato
Cornificio (v. appresso le note 528 se.), e in tale occasione dice 52 ) che
quel modo di fare, venuto in voga, di chi, senza uno studio metodico e
faticoso, vuol diventare filosofo, ma riesce in realtà a diventare solamente un
sofista e a addestrare gli altri nella pura sofistica, proviene da quella
scuola, nella quale ) Ibid., I, 1, p. 13 [ed. Webb, p. 8]: Cornificius non ter,
stu- diorum eloquenliae imperilus et improbus impugnatoti. (2, p. 14 [ed. Webb,
p. 9]): populum qui sibi credat habet; et.... ei.... turba insipientiurn
adquiescit. lllorum tnmen maxime, qui.... videri quam esse appelunt
sapientes.... 3, p. 15 ss. 110J: sine arlis beneficio.... faciet eloquentes et
tramite compendioso sine labore philosophos.... Eo autem tempore ista
Cornificius didicit quae nunc docenda reservut,... quando in liberalibus
disciplinis Intera nichil erat et ubique spiritus quuerebutur, qui (ut aiunt)
latet in littera. Ylum esse ab Hercule, validum scilicel argurncnlum a forti et
robusto argumentutore..., et in hunc modum docere omnia, sludium illius aetatis
erat. Insolubilis in illa philosophantiurn scola lune temporis quaestio
habebatur, an porcus, qui ad renalicium agilur, ab homine an a funiculo
teneatur. Item, an capucium
emerit qui cuppam integram comparava. Inconveniens prorsus erat oratio, in qua
haec verbo, «conveniens » et « inconveniens », « argumentum » et « ratio» non
perslrepebant, multiplicatis particulis negativis, et traiectis per « esse » et
« non esse », ita ut calculo opus esset, quotiens fuerat disputandum.
Sufficiebat ad victorium verbosus clamor; et qui undecumque aliquid inferebat,
ad propositi perveniebat metam. Eoetae, liisloriographi habebanliir infames, et
si quis incumbebat labori bus anliquorum (cioè degli autori dell’antichità,
Porfirio, Boezio), .... omnibus erat in risum. Suis enirn atit magistri sui
quisque incumbebat inventis. l\ec hoc tamen diu licitum, curn ipsi
auditores.... urgerentur, ut et ipsi, spretis bis quae a doctoribus suis
audierant, cuderent et conderent novas scctas. Fiebant ergo summi repente
philosophi; nani qui illiteratus accesserat, fere non morabatur in scolis
ulterius quam eo curriculo temporis, quo avium pulii plumescunl. Jtaque
recentes magistri e scholis ... pari tempore.... avolabanl. Bcce nova fiebant
omnia; innovabatur gramalica, immutabatur dialectica, contemnebatur rethorica;
et novas totius quadruvii vias, evacuatis priorum regulis, de ipsis
philosophiae aditis proferebant. Solam « convenientiam » sive « rationem »
loquebantur, « argumentum » sonabat in ore omnium, et.... nominare.... aliquid
opertim naturar instar criminis erat aut ineptum nimis aut rude et a philosopho
alienum. Impossibile credebatur « convenienter »
et ad rationis » normam dicere quicquam, aut facere, nisi « convenientis» et «
rationist mentio cxpressim esset inserta. Sed nec argumentum fieri licitum,
nisi praemisso nomine argumenti [PL ci si voleva mostrar geniali di suo, con
l’occuparsi, senz’altro fondamento che l’attitudine logica innata, di
controversie del genere più balordo (p. es., se un maiale, portato al mercato,
è tenuto dalla fune o dall’uomo, e simili), sempre tuttavia sputando con
arrogante albagìa alquanti termini tecnici della logica, un indirizzo, questo, tanto intollerante nei
riguardi di qualsiasi altra scienza e studio, quanto destinato, con la sua
mania del nuovo e il rapido trapasso dall’apprendere all’insegnare, a
frantumarsi subito nella più confusa varietà di vedute individuali. Questo
anfanare senza ima direzione, ha avuto ora per conseguenza 53 ), che ialini,
persuasi della vanità di siffatte cose, in preda a un pessimismo universale, si
son rifugiati nei monasteri, altri han posto mano, a Salerno e a Montpellier,
allo studio della medicina, per coltivare ora questa scienza con lo stesso
spirito cavilloso che prima mettevano nello studio della logica : ma altri a
lor volta cercavano di campare alle corti dei ricchi e dei potenti, e altri
infine, a nulla pensando fuorché a guadagnare quattrini, si son dedicati alle
sfere più basse di attività (v. appresso la nota 530): insomma, con tutta
questa genia, la logica e la scienza in generale son cadute nel massimo
dispregio. In seguito tuttavia continua
Giovanni ) per opera ") Ibid., c.
4, p. 18 ss. [ini. Webb, p. 12; PL, Alii
namque monuchorum aul clericorum claustrum ingressi sunt.... deprehendentes in se et aliis
praedicantes quia quicquid didicerant vanitus vanitatum est. Alii autem....
Salernum vel ad Montem Pessulanum projecli, facti sunt clientuli medicorum, et
repente, quales fuerant pliilosophi, tales in momento medici
eruperunt...Alii.... se nugis curiulibus mancipaverunt ut, magnorum virorum
patrocinio jreli, possent ad divitias aspirare.... Alii autem.... ad vulgi
profession.es easque profanas relapsi sunt; parum curante* quid philosophia
doceat.... dummodo rem faciant f 11 » 6
> P138 [ed. Webb, p. 143; PL, 199, 904]: Non... inanem reputem operam
modernorum, qui equidem nascentes et convalescentes ab Aristotile, inventis
eius nudlas adiciunt rationes et regalas prioribus aeque firmas..Habemus
graliam.... Peripatetico Palatino, et alus praeceptoribus nostris, qui nobis
proficere studuerunt vel in explanatìone veterum vel in inventione novorum. )
Epist. 181 (voi. I, p. 298, ed. Giles) [PL, 199, 179]: Sludiis tuis
cangratulor, quem agnosco ex signis perspicuis in urbe garrula et ventosa, ut
pace scholarium dictum sit, non tam inutilium argumentationum locos inquirere,
quam virlutum. Tuttavia è anche possibile, poiché non
sappiamo nient’allro sul conto del Maestro Ra«E*» N,CER ' destinatario dt
questa lettera, che per urbs ventosa debba intendersi Avignone, essendo passato
in proverbio: « Avenio ventosa, stne vento venenosa, cum vento fastidiosa »
fluiva col non sapere nemmeno più quale fosse la opinione sua propria S8 ) : e
intanto poi, per amor di gloria personale, si disprezzavano anche gli autori
antichi, e si metteva da parte quell’ordine, al quale la logica scolastica si
soleva attenere 5B ). E infine vien fatta ora inoltre espressamente la
osservazione, che questo enorme e stupido dispendio di tempo e di energie aveva
per suo principale obbietto la Isagoge, e che questa veniva commentata,
assumendosi a compito esclusivo e supremo la contesa intorno agli universali 60
), sicché da ultimo nella *') Melai., II, 6, p. 72 [od. Webb, p. 71]: Indignantur....
puri philosophi et qui omnia praeter logicam dedignantur, aeque grammaticae ut
phisicae experles et ethicae.... c. 7, p. 73 [72] : qui damant in compilis et
in triviis docent, et in ea, quam solam profitentUT, non decennium aut
vicennium, sed lolam consumpserunt aelatem.... Fiunt itaque in pile rili bus Achadcmici
senes, omnem dictorum aut scriplorum excutiunt sillabam, immo et litleram;
dubilanles ad omnia, quaerentes semper, sed numquam ad scientiam pervenientes;
et tandem convertuntur ad [73] vaniloquium, nesciente* quid loquantur aut de
quibus asserant, errores condunt novos, et antiquorum (cioè degli autori
dell’antichità, come più sopra, nota 52) aut nesciunt aut dedignantur
sententias imitari. Compilant omnium opiniones, et ea quae eliam a vilissimis
dieta vel scripta sunt, ab inopia iudicii scribunt et referunl.... Tanta est
opinionum oppositionumque congeries, ut vix suo nota esse possit auctori
[PL], lbid-, c. 18, p. 93 [96; PL] : De
magistris ani nullus aut rarus est qui doctoris sui velit inhaerere vesligiis.
Ut sibi faeiat nomea, quisque proprium cudit errorem. Polycr., VII, 12, p. 126 [cd. Webb, li, p.
141] : Veterem.... quaestionem in qua loborans mundus iam senuit, in qua plus
temporis consumptum est quam in adquirendo et regendo orbis imperio consumpserit
Coesarea domus.... Haec enim tam diu multos tenuit ut, cum hoc unum in tota
vita quaererent, tandem nec istud nec aliud invenirent [PL, 199, 664]. V.
inoltre appresso, nota 540. “1 Enthetìcus, v. 41 ss.: Si sapis auctores,
veterum si scripta recenses, Ut staluas, si quid forte probare velis, Undique
clamabunt « i ctus hic quo tendit asellus? Cur veterum nobis dieta vel acta
refert? A nobis sapimus, docuit se nostra juventus, Non recipit veterum dogmata
nostra cohors. Non onus accipimus, ut eorum verbo sequamur, Quos habet auctores
Graecia, ROMA colit.... » (v.
59) « Temporibus pioniere suis veterum bene dieta. Temporibus nostris jam nova
sola placent ».... Haec schola non curat, quid sit modus, ordove quid sit, Quam
teneanl doctor discipulusque viam [PL Metal., II, 16, p. 89 [ed Webb, p. 901:
Sed quia ad hunc elementarem librum (cioè le Categorie) magis elementarem
quodamSTORIA DELLA LOGICA IN OCCIDENTE disamina dello scritto di Porfirio si
finiva con il cacciar dentro tutta la filosofia, offrendosi in tal modo un
campo alla sodisfazione della vanità personale, e ugualmente recandosi danno
all’insegnamento La polemica intorno agli universali: si PUÒ DIMOSTRARE CHE
ALMENO TREDICI ERANO LE CORRENTI, NELLE QUALI SI DIVIDEVANO LE OPINIONI SU
QUESTO PROBLEMA. Così le notizie, di carattere più generale, trasmesseci da
Giovanni da Salisbury, ci portano naturalmente a prender in esame le
controversie intorno agli universali, e da quel che abbiamo veduto sinora, ci è
lecito concliiudere legittimamente, che la contesa divampò, in quella maniera
unilaterale e sofistica, nei primi decenni del secolo XII, sicché qui si
presenta manifesta la connessione storica con la comparsa di Roscelino e con le
lotte insorgenti in quell’epoca (v. la Sez. precedente, note 312 ss., e
particolarmente 326). Ci sono anzi ragioni interne, militanti a favore della
opimodo scripsit Porphirius, eum ante Aristotilem esse credidit antiquilas
praelegendum. Recte quidem, si
recte doceatur; id est ut tenebras non inducat [91] erudiendis nec consumat
aetatem.... c. 17, p. 90: Naturam tamen universtdium hic omnes expediunt, et
altissimunì negotium et maioris ìnquisitionis contro menlem auctoris explicare
[92] nituntur. Ibid., Ili, 5, p. 136 [141]: qui in Porphirio aut
Categoria explanandis singuli volumina multa et magna conscribunt [PL, 199:
873-4, 903]. Ciò trova conferma in una espressione di Abelardo: v. appresso la
nota 104. I Ibid., I], 20, p. 113 [ed. Webb] : Nec fideliter cum / or ph trio
nec utiliter cum introducendis versantur qui omnium de generibus et speciebus
recensent opiniones, omnibus obviant, ut tandem suae inientionis erigant
titulum. Ibid., Ili, 1, p. 117 [ c d.
Webb, p. 121]: Austerus nimis et durus magister cst'lollens quod positura non
est et metens quod non est seminatum, qui Porphirium cogit solvere quod omnes
pbilosophi acceperunt; cui salisjactum non est, nisi libellus [122] doceat
quicquid alicubi scriptum invenitur.
Polycr., VII, 12, p. 129 [ed. Webb, II, p. 144]: Qui ergo Porpniriolum
omnibus philosophiae partibus replent, introducendorum obtundunt ingenia,
memoriam lurbant | PL, 199: 888, 891, 666], Vedi inoltre il passo di Guglielmo
da Conches, che si troverà citato appresso, ne, secondo la quale, a partir da
quel momento, nelle controversie concernenti gli universali, sarebbe stata
piuttosto prevalente, in un primo tempo, la concezione nominalistica : non
soltanto infatti è indizio di una tale prevalenza la circostanza, che quei
cultori della logica, a quanto riferisce Giovanni, assumevano un contegno
esclusivistico e intollerante contro qualsiasi scienza reale (note 52 e 58), ma
riesce anche facile argomentare che gli scrittori citati da Giovanni, come
benemeriti del risveglio degli studi di logica, tutti quanti alieni da un
nominalismo estremo, o anche in parte avanzati sino ai limiti estremi del
realismo, hanno provocato o promosso in ogni caso una rivoluzione, la quale
determinò il passaggio dai principii nominalistici verso differenti cammini. Ma
da una più esatta e approfondita ispezione delle fonti a noi accessibili,
risulta chiaro che, per tale riguardo, come abbiamo già detto, il dissidio
delle opinioni non si aggirava soltanto entro i limiti di un contrasto
dicotomico o tricotomico, bensì si manifestava distinto in una serie di
graduazioni più numerose. La più precisa notizia ce la dà ancor una volta Giovanni
da Salisbury, e, stando a quella, la diversità di opinioni relativamente agli
universali, ha preso la forma seguente: 1) la opinione di Roscelino, che gli
universali sieno voces 6J ) : v. le note
76 ss. di questa Sezione; 2) quella di Abelardo e de’ suoi seguaci, che cioè
gli universali vadano ridotti a sermones, non potendo K ) Metal., Il, 17, p. 90
[ed. Webb, p. 92; PL, 199, 874], dove alle parole testé citate (nota 60) fa
seguito immediatamente quel passo intorno a Roscelino, che abbiamo veduto alla
nota 318 della Sezione precedente. mai il predicato di una cosa esser esso
stesso una cosa 03 ): v. appresso le
note 283 ss.; 3) la tesi, che intellectus o nono, nel senso attribuito a questi
termini da Cicerone (cioè dagli Stoici), sia ciò che si chiama « universale » M
) : v. appresso le note 581 se. Da
costoro Giovanni distingue poi quelli che si tengono attaccati alle cose ( «
rebus inhaerent »), ma a lor volta si scindono in varie tendenze, e dunque: 4)
la opinione che fu poi subito ancora abbandonata, di Gualtiero da Mortagne,
secondo la quale gli unie! ) lbid.: Alius sermones intuetur et ad illos
detorquel quicquid alicubi de universalibus meminil scriptum ; in hoc attieni
opinione deprehensus est Peripateticus Palatinus Abaelardus nosler, qui multos
reliquit et adhuc quidem aliquos habet professionis huius sedatores et testes.
Amici mei sunt ; licet ita plerumque captivatam detorqueant litleram ut vel
durior animus miseratione illius movetur. Rem de re praedicari monslrum
dicunt; licet Aristotiles monstruositatis huius auctor sit, et rem de re
saepissime asseral praedicari; quod palam est, nisi dissimulent, familiaribus
eius. **) lbid. (in continuazione): Alius versatur in intellectibus, et eos
dumtaxat genera dicit esse et species. Sumunt enim occasionem a Cicerone et
Boetio, qui Aristotilem laudani auclorem, quod haec credi et dici dcbeant
noliones. « Est autem », ut aiunt, « notio ex ante
perceplu forma cuiusque rei cognitio enodatione indigens » (cosi effettivamente
Cicerone, nel passo citato alla nota 37 della Sez. Vili, passo che mostra
tuttavia nello stesso tempo com’egli si riferisse non già ad Aristotele, bensì
a « Graeci », cioè agli Stoici). Et alibi; « Nodo est quidam intellectus et
simplex animi concepito » (così Boezio, ad Cic. top. [Ili], p. 805 [PL, 64,
1106], dove si commenta quel passo di Cicerone: solo [che in Boezio si legge r,
" ltUr ea in Versoi r "“°" e singularibus specialissima
genelerce 1 aque ™nstuml. Sunt qui more mathematicorum « fornuis » 142] rifinì
AW'/ 1 lddquid de univLalibus lert.l.,,1
referunl. Alu discutiunt «
tntellectus » (3) et eos uniiZ “ U uomimbus censeri confirmanl. Fuerunt et qui
«voces» (lt ìm*h. UùJZ U L S "'“ *•-»» «M,,c qui r l JVella ediz. Cousin
degli Outr. inéd. d’Abélard p 513n P genertbus et speciebus diversi diversa
sentiunt. Alii namqul voces rebus Zo a n?hil P ho PS «dngularcs esse affirmant,
in rebus vero mìni horum assignant. Alti
vero res generales et speciales universales et singulares esse dicunt; sed et
ipsi interne cieTe» 0 *, ' ntlUnt P'"d« m enim dicunt singularia individua
esse species et genera subalterna et generalissima, alio et alio modo alterna
mento la distinzione tra coloro che qualificano gli universali come vox
[voces], e quelli che li considerano come res, ma della posizione di questi
ultimi vengono nominate soltanto due sottospecie, cioè 10) la così detta ratio
indifferentiae (v. appresso le note 132 ss.) e 11) il punto di vista di
Guglielmo da Champeaux, v. le note 102
ss. Di queste varietà di opinioni parla inoltre una volta anche Abelardo 7S ),
ricordando, in seno al realismo, pri(lo stesso autore indica questa opinione
come « sentendo de indif- ferendo »: v. appresso la nota 133). Atti vero
quasdam essendas universales fingimi, quas in singulis individuis totas
essentialiter esse credunt (che qucst'ultima sia la opinione di Guglielmo,
risulterà chiaramente appresso). ™) iE cioè nelle Glossulae super Porphyrium,
già più sopra (nota 13) ricordate, e riferite dal Rémusat, op. cit., p. 96
(neanche qui purtroppo ci vicn fatto conoscere il testo originale): La grande
queslion que PorphyTe indique en débutant.... arrète Abélard, et il est
presque obligé de la traiter seulement pour la poser. Toules les opinions sur
les universaux se prévalent, diuil, de grundes auto- rités [testo originale,
ed. Geyer: «De generibus et s peci eh us quaestiones enodarc compeUiinur, quas
(nec ipse Por- pkyrius ausus est solvere, cum cas tamen tangendo ad earum
inquisitionem accenda! lectorem ». E,
dopo aver accennato alla varietà delle soluzioni proposte : «tamen unusquisque
lue- tur se aurtorilate i u d i c e » (p. 512)] (già qui la traduzione del
Rémusat è sbagliata, poiché nella nota egli riproduce le parole dell'originale,
« unus quisque se tuetur auctoritale iudice », e queste voglion dire che ciascuno
avvalora la propria opinione con l’autorità tradizionale, cioè Aristotele)....
p. 97 : Le premier syslème est celiti de l’existence des choses universelles.
lì est plusieurs manie- res de Vétablir. Suivant l’une eie. [Geyer, p. 515: .... primam (se. sententiam
de universalihus) quae de rebus est, primi- tus exequamur. De qua etiam sunt
plurcs opiniones, cum alii aliter res universales esse affirmant. Nominili cnim....] (ora viene la opinione di
Guglielmo da Champeaux: v. appresso la nota 105)... p. 99: «La seconde manière»
ecc. [Geyer, ma di tutto le due tesi
dottrinali anche testé ricordate, ma poi 12) una concezione, secondo la quale
la differenza ra genere e individuo risiede soltanto in un modo par- ticolare
(propalasi) di esistere, in quanto che 1W versale può presentarsi così in
parecchie cose insieme come anche in esseri singoli. Invece nel De
intellectibus del Pseudo-Ahelardo (v appresso le note 416 ss.) si trova
soltanto espressa, in amerà ^determinata e generica, la distinzione tra rea-
sii, nominalisti, e opinione di Abelardo u ). l'ZL'mZp mTtó, appreso pou r
soutenir que les universali sonldesdoses VoulZT "T^ la communauté, l’on
dii ai,'entri- l„ Voulant expliquer singtdière est une diffide TlrtruTl et l *
cho.se a etre universelle, la proprietà ani Inni' ",> . ropne, ' i ( l
ul consiste mal, le corps est nniZZl et Zel " ? ^ • bt ****- L'ani- et
quelque corps ; mais dire un étre qui
aliter re, universales esse videninV affi “ " n® r, u m a 1 i i, nitatem
assignnntes dicunt rem .,t;„ • ®,rniare * Hj re bns comrmi- id est alterins
proprietatis (il C uru . ver . 6a ^ em > aliam singularem, inéd., p. 522 IDe
Zen et s Jc \ « V “ CoVSIN ’ Ou.tr esse ex hoc quod est onivTsai et ^ V ” EAV ’
V, 313) Iaris. Ut animai est
universale et mm!!""* h ° C q ” od est sin SB- vel aliquod corpus.
Tale est enini ^ ’ j CC t ? men al| quod animai mal esse universale, ne si
dieatnr- ni. Undum,lanc sen tentiam ani- animal est, et tale est hoc animai
" a s “ nl quorum unumquodque dieatnr: una sola rea«J°hoc d T, 8ol °» ac -
espressa in forma indeterminata la r „ n l . na]ment ^ (P- 106) segue, voces
[cfr. Geyer, p. 522 - 31 . ’
oncezione degli universali come ^à-VtoZ^ 63 : Philosophie sco - Quidam enim
volimi omnZloZ f * diversa -^ntiunt. dam nullas ^ro folti snnt (mane. Il lo,.,
”ha "“(til T :zh r p- * T„,-irr rato vel albo Zane cana l VOCabul °'
!" ^pus ipsum a colo-altri invece, e certamente i più sconsiderati e più
radicali, come p. es. un tal magister « \ . si appigliavano unicamente al «
significare », sì che per e6si in ciascuno dei predicati assegnati a una cosa
qualunque, si trova insieme già significata la cosa stessa: e degno di nota è
che costoro si appoggino per tal riguardo alla grammatica, secondo la quale
ogni nome significa così una sostanza, come anche, al tempo stesso, una qualità
83 ). Dovevan essere nominalisti di quest’ultima specie anche coloro che, forse
seguendo in maniera unilaterale le vedute di Rosceliuo (Sez. precedente, nota
321), si spinsero sino ad affermare che la semplice dictio (vale a dire la
parola singola, in opposizione con il giudizio) non porta in generale affatto
in sè parti dell’atto intellettivo, vale a dire neanche parti simultanee, bensì
come un punto, comprende in uniLà indifferenziata tutto quel che cade entro
l’accezione della parola 84 ). Alcune
particolari conseguenze del nominalismo, in ordme alla teoria delle categorie,
vedile appresso, alle note 196 s. e 199. M J lbid.: ....Hi vero, qui onirtem
vocum impositionem in significutionem deducunt, auctorilatem protendimi, ut eu
quoque significati dicant a voce, quibuscumque ipsa est imposila, ut ipsum
quoque hominem ab animali, t ei Socratem ab homine, vel subjectum corpus ab
albo vel colorato; nec solum ex arte, verum edam ex auctoritate grammalicae
id conantur ostendere. Cum enim tradat
grammatica, omne nomen substantium cum qualitate significare, album quoque,
quod subjcctam nominat substantium, et qualitqlem determinai circa eam,
utrumque dicitur significare (dunque, secondo il Cousin, questo dovrebb’essere
il modo di vedere proprio del realista Guglielmo da Cbampeaux!). M )
Pseudo-Auael. de ititeli-, loc. cit-, p. 472: Sunt iluque inteilectus
conjunctarum ve! divisatimi rerum, dictionum tantum; cotijungentes vero vel
dividentes intellectus, oralionum tantum sunt. liti quippp simplices sunt, isti
compositi (Tale la opinione del1 Autore). Sunt plerique fortassis (cioè
nominalisti), qui intellectus simplices nullas ninnino purtes habere concedant,
ncque scilicet per sticcessionem nequc simili (vale a dire parti
non-simultanee, o successive, ne ba in generale soltanto il giudizio, ma non
mai la parola singola). Qui enim, inquilini, plura simul intelligit, una
simplici actione omnia simul attendit [Arali.. Opera, ed. Cousin, La teoria che
gli universali sono « maneries » : Ucuccione].
Ma era certo una ramificazione del nominalismo la tesi sostenuta
relativamente alla « manerics » (v. sopra la nota 69); poiché è vero che
Giovanni da Salisbury l’annovera tra le opinioni realistiche; ma, d’altra parte,
non soltanto suscita in noi gravi dubbi quel passo di lui, riferito più sopra
(nota 70), dov’egli già finisce con il qualificare tutto quanto come realismo,
bensì dobbiamo anche tener conto di un’altra fonte d’informazioni: infatti,
secondo quel che viene altrove perentoriamente riferito, erano i nominalisti
che, a sostegno della loro opinione, secondo la quale generi e specie sono
soltanto le parole, piu universali o più particolari, enunciate nel soggetto o
nel predicato, senz’altro denominavano, nei rispettivi passi di Boezio e di
Aristotele, la « res » « vox » e il « gemisi « maneries » *>). La parola «
maneries » per "se stessa non e, parimente, nè così mostruosa nè così
rara, come Giovanni mostra di ritenere nella notizia più sopra’ riferita: non
soltanto infatti la s’incontra, con accezione generica, in Bernardo da
Cliiaravalle 8S ), ma, addirittura in senso specificamente logico, in un altro
au) De gen et spec., loc. cit., p. 522: Ntmc illam sementiam quue toces solas
genera et species unìversales et partici,lares praesubjectas asserii et non
res, insistamus.... ( p 523 ) Boethius, ira commentano super Categorias ([L.
I], p . 114 rp[, 64 162n dici « quoniam rerum decem genera sunt prima,
necessefuUdSem suhilrH i eSS \ S,m f. llces voces > dune de simplicibus fin
Boeziosubtectis J rebus d,perenti,r ». Hi tamen exponunt: « genera id est
Z"Z1* S L r : 0 r dam ™ Aerili 1 S f 7 Jm rme p aS,raduzi0ne di BOEZIO
[Prima Ldino, 1, 7. ed. Meiser, Pars Pnor, p. 82; PL, 64, 318], p 233)«rerum
alme sani unìversales, aline sunt singulares». Hi tamen rUatibic Lo r onTì;,d T
° C " m HU "“ tem tnm «PertM auctomentili aut e n‘ l ir"*
",lentes ’ aut di ™nt «udori,a,es TncTdunt. P labor «utes, quia excoriare
nesciunt, pellem . Epi y402 S° pera ’, d Martène, Venezia, 1765, 1, p. 156)m"614]
1 wn ' s pro *,f!lll ° sU dilla ad mommi non erat [PL, tore dei primi del
Duecento, cioè nel canonista Uguccione (morto nel 1212), il quale nel suo
scritto lessicale definisce « species » come « rerum maneries » 87 ). E a quel
modo che questa parola (il francese « manière »), se stiamo alla sua precisa
etimologia, ci riporla da ultimo al significato di « maneggio » o « modo di
trattare » [« Behandlungsweise » da « Hand », come «maneries » da « manus »] S8
), cosi, nel suo uso logico, ha dovuto anzitutto significare il modo d’intendere
subbiettivo, e pertanto raccostarsi alla concezione nominalistica, o a quel
tale « colligere » che abbiamo veduto alla nota 68; invece, soltanto allorché
«maneries» dall’accezione « maniera, guisa », a poco a poco fu volta a
significare una « sorta », fu possibile prenderla, come termine della logica,
in senso oggettivo, per tal modo che potè entrare in giuoco la questione dello
« status » (nota 65), sebbene, anche trattandosi di « sorta », venisse ancor
fatto abbastanza facilmente di pensare all’ « assor¬tire » (cioè
colligere). I Platonici: a) Bernardo da
Cliartres Gli avversari unilaterali degli unilaterali nominalisti furono
comunque i veri e propri platonici, tra i quali ci si presenta per primo, come
principale rappresentante, Bernardo da Cbartres, soprannomi*0 Uguccione, autore
di una Stimma Decrelorum e di altri scritti canonistici (sul conto di lui,
notizie più precise nel Sarti, de clarissimis Arcbigymnasii tìononiensis
projessoribus, I, p. 296 ss., c nella Prefazione del Du Cange al suo Glossario,Ugutionis
vocabularium »]), aveva scritto un vocabolario (liber derivationum), ricavato
in parte da quello su ricordato (Sez. precedente, note 286 ss.) di Papias, e
conservatoci in numerosi manoscritti. Da esso il Du Cange j. v . «Maneries » riferisce
le seguenti parole: Species dicitur rerum Maneries, secundum quod dicitur «
Herba huius speciei, id est, Maneriei, crescit in borio meo ». “) Vedi Diez,
Etymtdogisches Wórlerbuch der romanischen Sprachen, p. 216 [s. v. «Maniero», p.
203 della 5" ediz.j. Parola del tutto diversa è maneria, derivante da
maneo e affine a mansio, con il significato di « soggiorno » (v. il Du Cance,
s. v. « Maneria »).nato Sìlvester (viveva intorno al 1160). [Oggi dai P,U . 81
r,t, ° '' dell, pera idea platonica, laddove il “tLÀTSH”' fica iniziarsi della
mescolanza co „ "*”>la olitolo l’aggettivo {album) è ritenuto e, •’ m
°“ lre contaminazione insanabile della idea coó 1 T"' '* orna Pertanto ci
didicUe del".;.7b ‘ “"T sieno state rese ne.» . «eptorare che non ci
* i .™.,r,:;LT H ~ ri,e nere)], _ PmtaLtt',2ri tu’in 893hVr"“ a o f C 2;;.™* idem 120 [ed i
Wcbb ’ 124; PL AÌebai a R et q “ Ìbus
dominamtur den °a ~r, 2 ?»SSS. tn ffi emm il/ud, ‘ x culiàs^ l qùod^vJ r b 1
ui^ l lg > ',t ^ nem,/ >v. nelle Opere del Venerabile Beda (ediz. di
Colonia, 1688, li. p. 206 ss. [PL, 90, 1127 ss.]). Ma proprio questa medesima
parte della Philosophia detta minor la si ritrova da capo, non soltanto ristampata
nella Maxima Bibliotheca Patrum [di Lione], voi. XX, p. 995 [PL, 172, 40 ss.],
dov’è indicato come suo autore Onorio da Autun (Sez. precedente, nota 373)
[Honorii Augustodunensis De Philosophia Mundi 11 IVI. bensì ancora in un libro
che sta a sè, con il titolo: Philosophicarum et astronomicarum institutionum
Guilei mi, Hirsaugiensis olim abbatis, libri tres, Basilea, 1531, in -4°.
(Questo abate Guglielmo da Hirschau, nato nel 1026, morì nel 1091: v. Pertz,
MGH, VII, p. 281; XII, p. 54 e p. 64 ss.; XIV, p. 209 ss.). Se ora 1’ Hauréau (
Singularilés hist. et litlér., p. 240) a favore dell’attribuzione di quello
scritto a Guglielmo da Conches può richiamarsi a un manoscritto di Parigi, e
nello stesso tempo allega la testimonianza di Guglielmo da S. Thierry, un
avversario contemporanco, io ritengo senza dubbio questi argomenti conte
decisivi, ma è da richiamare in ogni caso l’attenzione sopra il fatto che nella
stampa nominata per ultima (fatta astrazione da frequenti piccole modificazioni
della espressione letterale) è menzionato in più luoghi per nome l’autore arabo
Costantino Cartaginese, e del pari è nominato una volta anche Johannitius, cioè
Hunain Ibn Tshàk, mentre nelle altre edizioni a stampa, in luogo di questi nomi
figurano soltanto le espressioni indeterminate « philosophus » o « philosophì
», sicché questa variante richiede forse ancora una ricerca più approfondita.
Le glosse di Guglielmo da Conche* al De consol. phil. di Boezio ei sono state
fatte conoscere da Ch. JourDAIN (nelle Notices et Extraìls des manose., voi. XX, p. 21. Ma se, come vuole 1’ Hauréau ( op. ull. cit ., p. 242
s.ì sia da attribuirai al nostro Guglielmo anche il commento al Timeo, che il
Cousin (Ouvr. inéd. d’Abél., p. 644 ss. r648-157]) ha pubblicato in estratti,
attribuendolo a Onorio da Autun, sarebbe cosa da lasciar in dubbio. Senza
contestazione sono invece di Guglielmo quei frammenti [della secunda e tertia
philosophia (Antropologia e Cosmologia)], che il Cousin ha pubblicati ibid.. p.
669 ss. r670-7. 1,’Ott AVMNO ha curato
la pubblieaz. di Un brano inedito della « Philosophia » di G. di C., Napoli,
1935, illustrando nella Prefazione lo stato attuale delle questioni relative].
glielmo »^) svolge, secondo I ‘ P l8tIca ~ che G u . grafìa, psicologia e
fisica 9 ‘ c ). ben sì ^p 21 ™ 16 di co »niof, oens! ci limiteremo a quel Bcda,
p. 207 r (PL. e 9o" 112820l per
mundi ère,,iohoc foctus est aLmT ** ° ngel,,s “-/"'deus \ f To nnifice ;
(irlif(, x mundutn creanti )T°’ r,i ^
v„i. 75 ( 'i873! R ;.1;rs. dc,rArcatlt ' mi; d 'Vie.;: poco clic c’è ila rammentare, in ordine alle
questioni di logica vere e proprie. Guglielmo, che sul terreno della
gnoseologia si pone dal punto di vista platonico, di un idealismo che procede
verso l’alto er ’), e anche espressamente sentenzia che tra i filosofi pagani
egli dà la palma a Platone " 6 ), distingue si una quadruplice maniera di
considerare tutte quante le cose, cioè dialettica, sofìstica, retorica,
filosofica 87 ), ma relativamente alle prime due (quanto alle due ultime, è per
lui cosa che già s’intende da sè) si schiera risolutamente dalla parte dei
realisti, combattendo coloro che volevano escludere qualsiasi realtà, o infine
da ultimo neanche volevano ammettere più i nomi delle cose, bensì, in generale,
alquante parole solamente (che sarebbero poi le quinque voces) 9S ). Ma,
analogamente allo Scoto Eriugena, egli almeno riconosce tuttavia, richiamandosi
a Boezio, che appartiene allo spirito umano la funzione d’imporre alle cose che
hanno “) V. i frammenti riprodotti dal Cousin, op. cit., c specialmente p. 673
s. M ) Nella edizione già ricordata del Gratarolus, p. 13: Si gentili*
adducenda est opinio, malo Plalonis quam alterius inducalur; plus numque cum
nostra fide concordai. ”) Ibid., p. 4: De eodem numque dialectice, sophistice,
rhelorìce, vel philosophice disserere possumus. Considerare numque de ali quo,
an sit singultire un universale, est dialeclicum; probare, ipsum esse quod non
est vel non esse quoti est, sophisticum est: probure, ipsum esse dignum proemio
vel poena, rhetoricum: sed de natura ipsiusque moribus et officiis disserere,
est pbilosophicum. Dialecticus ergo, sophistn, oralor, philosophus, de eudem re
diversa considerunles et intendentes disputare possimi. ”) Ibid., p. 5: Quod
intelligentes quidam res omnes a dialeclica et sophisticu di sputulione exter
minar erunt, nomina lamen earum receperunt, eaque sola esse universalia vel
singulttria praedicaverunt; deinde supervenit stultior aetas, quue et res et
earum nomina exclusit alque omnium disputationem ad qualuor fere nomina
reduxit; ulraqiie tamen seda, quia non erat ex deo, per se defecit. Quei qualuor nomina non posson essere altro elle le
quinque voces, escluso forse il proprium : in antitesi ron una siffatta
riduzione di numero, incontreremo in compenso anche sex voces: v. la nota 278.
mulo franti. ^r^roi 1 zj,,on'» Se Be 'ZlTcZ, “‘“T* O»»]. 8rao platonico, princiml
mamfe8tava J ano realilenm affermazioni idealistiche"' 6 . e8prÌBlendo8Ì
con soficanti, era in ogni caso imn ° 3 am P lificazi om edit0ria *”**• d i
prender oranti JT ° ^ meri * relazione debba pensarsi che L,]i “ 8lderare “
quale esistenti, stiano con gl’individuf.U1 "r erSah> come eose c7° C °
nSÌ8te Ia ^portanza 2*^J, * ten * C h ani P e a ux (morto nel 119 !) ; U ^ llel
«o da ! ma lo 8Ìeo, nel realismo di hii n ’ U pnnto * Imea, rispetto al pimto
di ’ P “” ancora m seconda varsi tuttavia, fin da principio i ^ De ™
rileGuglielmo da Champeaux siàm^l "‘T" 0 * Ue idee di C081
minutamente informati, ^,lmgi dall’essere 8in ; di ahri,. pe re h è rir; r r^
ioj,e dei c assolutamente andar oltre il n na non Possiamo notizie, a noi accessibili,
che,mnT° * ^ ghw ono le a equivoci «»*). “ lascino per nulla adito w ) Ibid.,
p. 29 o, • i Hit 12’un°A OCUlÌS muìlT 1 constituto tr :~«4 ^.rr »" stolrfe
in prìmam T? “‘T"' sub °P™£ dicati?’s "’ m istn Stendi . aliai,,,,,,}
* secun dam dividitur ali,, ‘H*’ un et e "b Ari \ T ° P° S! "*sio. ’
allf P‘»ndo ... actus b . 199, 8321 ’ SARESB I, s, p . 2, S li r . led ^cbl»,
p. 16-7; PL Della produzione letteraria di Guglielmo, non abbiamo sotto mano
nulla, cbe riguardi oggetti di pertinenza della logica 103 ) : siamo così ridotti
a servirci principalmente di una notizia di Abelardo, il quale mena vanto di
avere combattuto con felice successo le idee di Guglielmo intorno agli
universali, di guisa che quest’ultimo le modificò in misura notevole: ma con
questo il suo insegnamento ci scapitò, per autorità e per concorso di uditori,
a tal punto che finirono con il passare forglielmo da Champeaux tutte quante
quelle abbreviazioni (« magister V. », « magister noster V. ») che si trovano
nel manoscritto, nè più nè meno che quei passi, dove si trova « If illelmus » ;
anzi ha persino fatto lo stesso in un certo luogo, dove (de gerì, et spec., p.
509) con le parole « Vel uliter secundum magistrum G. », è indicata in modo
abbastanza chiaro una posizione antitetica a quella del mngister Willclmus
antecedentemente (p. 507) nominalo, E come ora è francamente segno di
leggerezza trovare ugualmente in quel magister G. un'allusione al nostro
Guglielmo, cosi non è detto cbe in compenso abbiamo un punto di appoggio
nell’abbreviatura € V. », tanto più che questa lettera stessa parla in senso
contrario. Poiché Abelardo, prima di recarsi presso Guglielmo da Cliampeaux,
aveva cercato d’istruirsi presso tutti i dialettici eminenti ( Epist ., I, c.
I, p. 4, Amboes. Ted. Quercetanus di Parigi 16161, [ed. Cousin, I, p. 4; PL,
178, 115]: Proinde diversas disputando perambulans provincias, ubicunque huius
arlis vigere studium audieram, peripaielicorum uemulalor fuctus sum), come «
magister noster » egli può indicare una quantità di uomini, dei quali ci è ignoto
il nome, c dobbiamo guardarci daU’argomentare, senza sufficiente ponderazione,
che si alluda a persone determinate, per evitar di andare fuor di strada (v.
per es. più sopra la nota 82 ). Ma alle deduzioni del Cousin aderirono il
Rousselot, l’Hauréau, e anche H. Rittcr. lra ) L’Hauréau (De la phil. scoi., I,
p. 223 [cfr. Ili ut. de la phil. scol^, I, 322]) riferisce che il Ravaisson ha
trovato, nella Biblioteca di Troyes, 42 frammenti di Guglielmo; e con la
pubblicazione di questi frammenti, E. Michaud, nel suo scritto Guillaume de
Champeaux et les écoles de Paris au Xll.e siede (2’ ediz., Parigi, 1868), si
sarebbe potuto acquistare una benemerenza. In base a quel ch’è stato detto più
sopra (nota precedente), non si può argomentare che Guglielmo da Champeaux
abbia scritto «Glossulae super Periermeneias », perchè il passo relativo nella
Dialectica di Abelardo (p. 225) attribuisce uno scritto così intitolato
semplicemente a un « magister noster V. ». [Ma ora son da vedere i 47 frammenti
« Guillelmi Campellensis Sententiae vel Quaestiones XLVII » puhbl. da G.
Lefèvrk. Les variations de
Guillaume de Champeaux et la question des Universaux, Lilla, 1898, pp. 19 ss.].
malmente tutti alla opinione di Abelardo
104 ). Guglielmo cioè avrebbe affermato ili primo luogo che gli universali, in
quanto sono, nella loro unità, cose uguali, ineriscono nello stesso tempo
essentialiter, in indivisa totalità, a tutti cpianti gl’individui che cadono
nella loro estensione, e pertanto fra gl’individui non sussiste differenza di
essenza, bensì le differenze hanno fondamento soltanto nella molteplicità di
determinazioni accidentali. E come ciò trova letterale conferma nel passo del
De gen. et spec., citato più sopra (nota 72), ivi appunto ci viene data una
spiegazione più precisa-la quale persino ci riporta a un passo, affatto
isolato, di Boezio, e ci dà così maniera di veder bene addentro come il daffare
che si davano a quel tempo con le controversie tra opposti indirizzi, avesse
fondamento in minuzzaglie di erudizione scolastica, piuttosto che in contrasti
intimi fra modi di vedere teoretici. IM ) Abaf.l. Epist., 1, c. 2, p. 4 [ed.
Consinl : Perveni tandem ransius, uh, jam maxime disciplina liaec florere
consueverat, ad \rUiUclmum scilicet Campellensem praeceptorem meum in hoc lune
magisleno re et fama pruecipuum: cum quo aliquanlulum moratus primo et
acceptus, poslmodum gravissimiis extiti, cum nonnuttas scuicet ejus sententias
refellere conarer, et ratiocinari conira eum saepius aggrederer, et nonnunquam
superior in disputando viderer tp. a) lum ego ad eum reversus, ut ab ipso
rhetoricam audirem. mler caetera disputationum nostrarum conamina, antiquam
ejus de uni versali bus sententiam patentissimis argiimentorum dispulationihus
ipstim commutare, imo destruere compiili. Erat autem in ea senlenlia de
commentiate universalium, ut eamdem essentialiter rem imam simul smgulis suis
inesse astenerci individuisi quorum quidem nulla esset m essenti!, diversitas,
sed sola multitudine accidentium vanetas. ile autem tstam lune suam correxil
sententiam, ut deinceps rem eamdem non essentialiter. sed individualiter (la
variante « indilferenter » [accolta dal Comuni, che la ed. d’Ambois segna in
margme Si trovava anche in vari manoscritti; vedi I’Hauréau, op. cit, 1, p. 236
( H,st. de la ph. scoi., I. p. 3381), dicere,. Et.... quum hanc "le
correxisset, imo coactus dimisisset sententiam, in tanlam lectio ejus devoluta
est negligentiam, ut jam ad dialecticae lectionem vix admitteretur: quasi in
huc scilicet de universalibus senlenlia tota hiijiis artis consisterei summit
(cfr. la nota 60). Ilinc tantum roboris et auctontatis nostra suscepit
disciplina, ut ii, qui antea vehemenj nogutro tilt nostro adhaerebant. et
maxime nostram infestabant aoctnnam. ad nostras convolarent scholas fPL
Affermava cioè Guglielmo che in quel quid di accidentalmente superaddito
(adveniens) son da ravvisare le forme individuali, le quali improntano la
materia, consistente nel concetto del genere (malcriam informarli), in tal
maniera, che con ciò la essenza universale ne risente una individualizzazione
secundum totam sitarti quanlitatem : e lo stesso può ripetersi poi, a questa
maniera, per tutta quanta la scala, dal genere, attraverso la specie, sin giù
giù airindividuo 103 ). Inoltre, come riferisce altrove Ahelardo, Guglielmo,
incominciando dalle dieci categorie, svolgeva a fondo questo processo
d'informazione giù giù sino agl’individui, e poteva allora, poiché quelle
stesse forme più individuali differenzianti rimandano da capo agli universali,
spiegare la predicahilità degli universali con il fatto che questi spettano
agl'individui, o essenzialmente o adiettivamente iadjacenter) 10 °). Ma proprio
in ciò consiste decisamente Ite gen. et sper., p. 513 s. : Uomo quaedam species
est, res una essenti ali ter, cui adveniunt forntae quaedam et efficiunt
Socralem: Ulani eamdetn essentiuliter eodem modo informata formae facientes
Platonern et caetera indiridua hominis ; nec aliquìd est in Socrate, praeler
illas jormas informanles il latti malcriam ad fuciendum Socratem, quia iìlud
idem eodem tempore in Platone informatimi sit formis Plalonis. Et hoc intelligunt de singulis
spcciebus ad individua et de generi bus ad species.... Ubi enim Socrates est, et homo universalis ibi est,
secundum totani suoni quantitatem informatus Socratitate (riguardo al concetto
di Socratitas, v. la concezione corrispondente di I orfirio e Boezio: Sez. XI,
nota 43). Quicquid enim res universalis suscipit, tota sui quantitate
retinet.... Quicquid suscipit, tota sui quotifilale suscipit. Ma anche questo'
è proprio ricavato da Boezio, che dice, a proposito della differenza {ad Porph.
a se transl., p. 87 tEd. Brandt, IV, 9, p. 263; PL, 64, 1261): Aeque enim sicnt
in corpore soler. esse alia pars alba, alia nigra, ita fieri in genere potcst;
getius enim per se consideratimi partes non habet, itisi ad species referalur.
Quicquid igitur habet, non purtibus, sed tota sui magnitudine retinebit. Cosi,
dove si tratta di storia della filosofia medievale, spesso 1 apparenza [della
originalità, o della novità! viene a ridursi | grazie alla indicazione delle
fonti antiche] a quella ch’è la vera sua portata: “ r H U ' a PP r re riprod.
XTTe": dÌ ( ?* differentiam et
secundum IdZtiZ^eZd^^' ^ Secundum intUfferentiam l>, e J ll *dem prorsus essentiae. n hZ£ s : adem -=£t2; nrtlSTò ifhix Sfe
isrF"’ SS ff *7 rs s »;s£*Atas pure appartiene infine alla tradizione la
notizia isolata, che, riguardo alla topica, egli portava la essenza della
inventio a consistere nella scoperta di un termine medio 110 ). [§ 21. Le difficoltà e i gradi del realismo]. È probabile che proprio le difficoltà, alle
quali si trova esposta la opinione di Guglielmo da Champeaux, abbiano dato ai
realisti mentre in generale essi
potevano approvare il punto di vista di lui
motivo di scindersi essi medesimi a lor volta fra loro, a forza di
tentativi di correggere quella opinione, o di darle nuovo fondamento: si è così
formata una quantità d’indirizzi divergenti, ai quali anche passando affatto sotto silenzio il nome
dei loro rappresentanti non ci è più
possibile tener dietro, considerando minutamente il determinarsi delle loro
particolari differenze. A parte le difficoltà teologiche die si sollevavano,
sia che si assumessero gli universali quali prodotti di una creazione, sia che
li si assumesse quali entità eterne, tanto più che alcuni effettivamente
designavano per tal modo come « cose » tutt’i singoli attributi di Dio nl
), positìonem ejusdem parti* sequatur
pars illius. Sequitur enim bipunctalem lineam pars ejus, i. e. punclum., non
tamen ad punctum pars ejus sequitur, quia indiani habet. u ") Joh. Saresb.
Metal. Ili, 9, p. 115 [ed. Webb, p. 152] : Versatur in his (se. in Topici*)
incentionis muteria, quam hilaris memoriae fVillelmus de Cam pelli*....
diffinivil, etsi non perfecte, esse scienliam reperiendi medium terminimi et
inde eliciendi argumentum [PL, 199, 9091. m ) De gen. et spec., p. 517 : Genera
et species aut creator sunt aut creatura. Si creatura sunt, ante juit suus
creator quam ipsa creatura. Ila ante juit Deus quam justitia et jortitudo....
Itaque ante juit Deus quam esset justus vel fortis. Sunt auleta qui.... illam
divisio- nem.... sic jaciendam esse dicunt: quicquid est, aut genitum est aut
ingenitum. Universalia autem ingenita dicuntur et ideo coaeterna, et sic
secundum eos qui hoc dicunt,... [noni Deus aliquorum jactor est. Abael.
Inlrod. ud theol., II, 8, p. 1067 ( Amboes. [ed. Cousin, II, p. 85; PL, 178,
1057]): Terlius vero praediclorum (se. magistro- rum divinae paginae, cioè un
magister in pago Andegavensi ) non so- ciò che dal punto di vista ontologico si
voleva evitare era proprio quel vicendevole invilupparsi di tutti eli
universali. 6 Perciò alcuni si appigliarono all’espediente, certo grossolano di
assumere quel «sovraggiungersi» (che abbiamo veduto piu sopra, alla nota 105)
delle differenze specifiche, come qualche cosa di puramente passeggierò, per
salvare così la indipendenza del genere »*) Altri invece tiraron fuori un modo
di vedere, ch’era proprio di Aristotele, considerando il genere come la materia
che nella sua essenza rimane identica, e che viene diversamente formata nelle
specie: ma, proprio per quella identità di essenza, vennero a trovarsi in con-
lutto con la teoria degli opposti 11S ). Onde a ccadde, da un lato, che,
relativamente a questo «i™ isssrwtsar ir-" -s™ ~~~ hujusmodi, quae iuxta
fiumani * erlcor( i‘,im, tram et caelera gnificantur, res quasdam et amil i
lonls, c ? nsuetu di nem in Deo si- t ig jfer res diversas conslituat. '
aicumur, tot in Deo dicunt quidam, quia differentiÌe "quldmn m "J° rU
. slm P l icitatis, quod genere non fondanti* U%kVt generi ’ sed in subjectum.
per se d,c,tur e- sia inasprita, e ahL ia n* 1 « a anZ * C ^ C c * uesta
diffìcile controversia si « gran somaro », non essendo C cT alu U " C
" t0 ^ r Z ° sco,astico del passo del De gen. et spec u ( man,era . dl
comprendere il quod scilicet incoteMens eduttl „ ° PPOSlta - «*• in codem,
sententiam tenenl perchè non *" • n { >oss n nt > qui grandis asini
:±,rr"° év-J quale n.n fl 1ZS processo,
con il quale alla materia si dà la forma, venne fuori da capo la questione, se
cioè la differenza specifica sia solamente il mezzo per formare le specie, o se
essa invece, insieme con il genere, trapassi nello stesso tempo nella essenza
della specie medesima, e alcuni (evidentemente
tenendosi più vicini a Guglielmo da Champeaux) si son pure effettivamente
decisi a favore della seconda soluzione 114 ) : e così, d’altra parte, per i
concetti di genere e di specie, veniva in luce una difficoltà, anche per il
fatto degli opposti che (almeno nella loro esistenza individualizzata) si
trovano in imo e medesimo soggetto: ciò ha per conseguenza che, qualora un uomo
sia bensì casto ma in pari tempo sia avaro, dovrebbe in lui coincidere
l’universale del bene con quello del male; ora, taluni se la cavavano con una
distinzione tra i generi superiori da un lato, e dall’altro lato le specie
degli opposti, nella loro specializzazione, escludendo almeno queste ultime
dalla possibilità d’incontrarsi [in un medesimo soggetto], laddove altri
estendevano persino ad esse la pericolosa concessione 115 ). 1H ) Abael. Dial.,
p. 477 : RATIONALITAS enim et mortalitas, adve- niente* subtantiae animulis,
eam in speciem creunt. quae est homo. Nec cum ipsae generis substuntium in
speciem reddunt, ipsae quoque in essentiam speciei simul transeunt, sed sola
genera vel subjecta specificantur.... non quidem cum differentiis, sed per
differentias.... Si enim differentiae in speciem transferrentur cum genere,....
sicul quorumdam sententia tenet,... profecto cogeremur jateri, et dijjeren-
tias ipsas cum genere aeque in essentia speciei convenire ; linde et ipsas de
substanlia rei esse, et in partem maleriae venire contingcrel. m ) Ihid.. p.
390: Sunt uutem quidam qui contraria genera in eodem esse non abhorrent, sed
contrarias species in eodem esse impossibile confitentur. Dicunt enim quod cum
omnia accidenlia per individua in subjecta veniant, et ipsa contraria genera
per individua sua subjeclis contingunt . ut virtus et vitium, quae in hoc
homine per hanc castitatem et hanc avaritiam recipiunliir, quae individua sunt
caslitatis et avaritiae, quae invicem species non sunt contrarine.... Verum
species contrarias esse in eodem per aliquu sua individua, illud prohibet, quod
nec ipsarum individua in eodem possunt esse, quorum sunt tota substantia ea
quae sunt contraria, utpote species.... Sunt autem et qui species contrarias in
eodem posse consistere non denegant. adol e, T ^ C1 " aUrÌ 3UCOra «
indotti a adottare 1 esperte radicale, di affermare cioè che la .uizmne della
differenza specifica in generale ha luogo tu ta quanta solamente nella
categoria della sostanza laddove, quando si tratta delle qualità, le così dette
sue’ eie o sottospecie son propriamente da considerare sen z altro come
formazione d’individui, sicché n es h' e nero sarebbero due essenze diverse a
cuci 1 h che son tali due individui umani ”)’ " ^ 816880 farina, non c’è
nane », . 3,10n c e * c e pane », dovendo prima la ~7 n p, *“’ ” c,,e “ cb
'»a»c»„r;.jr,o " awo cì **•£ [§ 22. Controversie intorno alla
definizioneINTORNO al CONCETTO DI PARTE | E cakie»j. M a controversie ) De gerì, et spec. d ?4i. c
tmnsubnantiae differentiis haberTdilZTe?™ Solum P^edicamentn duas proximas
species. dicunt illaT'nn l cllm . J ff uaht ^ dividati,r aliquas differenti,:
»ed et in micas converti tur linde nèn • sc, i,c el furinam esse deserit non
sit, panis desit. Eie. equicquam concedila ut, si farina di questo genere, che
venivano per lo più agitate, con grande sfoggio di passi di Boezio, sfiorando
già, come si vede, il confine della stupidità, venivano altresì dibattute,
secondo il modello della logica in uso nelle scuole, anche nell arringo affine
della teoria della divisione (v. sopra la nota 75) e della definizione. Ben è
vero che i realisti si trovavano tutti d’accordo nel preferire, in armonia con
il modo di pensare di Boezio (Sez. XII, nota 98), o piuttosto di Porfirio (Sez.
XI, note 41 ss.: cfr. la Sez. Ili, note 78 ss.), il procedimento platonico di
ima continua dicotomia 118 ); ma subito a proposito della divisione del genere,
necessaria per la definizione, doveva già ripresentarsi la questione del come
vadan le cose con le parti della essenza, distinguibili nel concetto del
genere: e mentre da taluni si affermava che tali parti sono unite per
mescolanza, press’a poco a quel modo che anche dalla mescolanza di bianco e
nero si genera un terzo colore differente 119 ), altri facevano osservare che
tutte le parti della essenza del genere posson pure, anche singolarmente, esser
enunciate come predicati degl’individui, appartenenti al genere stesso 120 );
per con) Ibid., p. 458: Si aulem genus seni per nel in proximas species t ei in
proximas differenlias dìvideretur, omnis divisio generis, sicut Boethio (de
divis p. 643 [PL, 64, 8831) placuit, bimembris essel.,.. Hoc autem ad eam
philosophicam sententiam respicil, girne res ipsus, non tantum voces, genera et
species esse confitetur. ) Oilberti 1 orretae in l. 1 . Boethii de S .
Trinitele commenta • ria_ (Bokth. Opera, eri. [costantemente cit. dal Franti]
di Basilea, 1570), p. 1144 [PL, 64, 12721 : Butani quidam imperiti.... quod non sit vera dictio. si
quis dical « homo est corpus », non addens et anima »: uut si dicat « homo est
anima », non addens c et corpus ». Opi nantes quod, ex quo diversa, ut unum
componant, conjuncta sunt. esse utriusque adeo sit ex illa conjunctione
confusimi, ut sicut cum album et nigrum permìscentur, quod ex illis fit, nec
album nec nigrum dicilur, sed ciijusdam alterius coloris ex illa permixtione
provenienti».... 1 Ibid., p. 1143:.... corporalitàs, non
modo de hominis illa parte I qua e corpus e.st], verum etiarn de homine
praedicetur. Et....
rationalitas.... non modo de hominis illa parte, quae spiritus est, sed etiam
de homine praedicatur.... (p.
1144).... quicquid de parte nuturaliter, idem et de composito affirmandum [PL,
64, 1272-3]. irò, anche questo fu da capo contestato da alcuni, perche quelle
parti della essenza sono predicati, soltanto in quanto sono concetti più
generali, fatta cioè astrazione dalla loro connessione con altre note
essenziali; dellW mo, p. es„ viene affermata cioè, come predicato, non -dà la
corporeità specificamente umana, ma proprio in gèneraie la corporeità nella sua
accezione universale, e tosi parimente anche la spiritualità 121 ). Un’altra
controversia manifestamente comiessa con quel che precede, concerneva la
seguente questione se ' fr J “ dMÌ *"• ^ il 7o,Z f dilTereuza -pacifica si
riferisca «oltau.o alla .peci. O anche, nello stesso tempo, al genere che st r,
’ mento della specie 122 ! Y, 3 fonda ia specie ). Via via che si separava più
net. amente a t ìlferenza dal genere (note 112, 114) g j po z::i re p t n r pit
° lbid., p . H44 f PL 6,,, 'illuni
rationalitatem guani Uhm quuè est A,"” al ‘ qU ‘ d ‘ cere 8esti unl, d‘ci.
et simUiter scienti,, a liam et alUmr ‘ T™"*' de homine human, corporis
est. ’ 1 sparai,totem quam quae notila. PaSS °
re,atÌV ° è ri P r « d »« integralmente più sopra> • ^ Abael. Dialect. n 402
• \f 1 * * noe hujus nominis quod est « homo » 'nen™ s,gn, fi cat ‘t»iem
substans, at ±' f* x P so percipiant, tantum nronlèr nT 7?’ nec ^ ualitat ^
ipsius diffinitionem requirunt. P P r qualitatum demonstrntionem il suo
significalo concettuale, fosse stata accolta, in senso realistico, quest’ultima
soluzione, sicché la proprietà sarebbe definita come un quid, formato da un
universale (p. es. [il «bianco» è un] formatum albedine), si poteva da capo
domandare se questa sia la definizione della proprietà stessa ( albedo ), o del
sostrato qualificato (album); e se poi ci si atteneva alla seconda alternativa,
dato che la prima conduce a mia reduplicazione priva di senso, sorgeva il
dubbio, se con ciò sia definito ciascun singolo di siffatti sostrati, o non
forse invece tutti quanti insieme: e necessariamente ambedue le ipotesi si
mostravan da capo insostenibili, poiché da un lato non si tratta di definire le
cose stesse, bensì soltanto ima proprietà, nè d’altra parte le cose, per una
sola proprietà che abbian comune, sono identiche nella loro essenza 121 ). Ma a
quel modo che tutta questa discussione si atIbid., p. 495: Ai vero in fiis
diffinitionibus quae sumplorum (con questo termine Abelardo suole indicar gli
aggettivi: v. appresso la nota 321) sunl vocabulorum, magna, memini, quaestio
solet esse ub his, qui in rebus universalia primo loco ponunt....; duplex enim
horum nominum quae sumpta sunt, significatio dicitur, altera.... principalis,
quae est de forma, altera vero secundaria, quae est de formalo. Sic enim «
album », et albedinem, quam circa corpus subjectum determinai, primo loco
significare dicitur, et secundo ipsius subjectum, quod nominai. Cum ilaque
album hoc modo diffinimus « formatum albedine », quueri solet. ulrum haec
diffinitio sii tantum hujus vocis, quae est « album », an alicujus siine
significationis. Al vero cum vocem non secundum essenliam suam, sed
significulionem diffiniamus, videlur haec diffinitio recte ac primo loco illius
esse. Restat ergo
quaerere, sive illius significationis sit, quae prima est, i. e. albedinis, sit
e cjus, quae seconda est. quae est « subjectum idbedinis ». At vero si haec
diffinitio albedinis sit, praedicalur de ipsa, et de quocumque albedo dicitur,
et ipsa diffinitio prucdicatur. At vero quis vel albedinem vel hanc albedinem
formuri albedine concedei?... Si
vero diffinitio supraposita ejus rei, quam « album » nominani, esse dicatur,...
quaerilur, utrum uniuscujusque sit per se, quod albedinem susci pi unt.... | il
Cousin corregge: suscipiat], sive omnium simul acceptorum. Quod si
uniuscujusque sit illa diffinitio, utique et margaritae. Vnde de quocumque illa
diffinitio dicitur, et margarita praedicatur, quod omnino falsum est. Si vero
omnium simul acceptorum esse concedatur, oporlebit ut, de quocumque diffinitio
illa enuntiatur, omnia simid praedicenlur. quod iterum falsum est. tiene ancora
di regola a quello stesso basso punto di vista, che abbiamo trovato più sopra
(Se*, precedente, note 350 ss.), dove si trattava del realista Anseimo, cosi
anche le dispute sopra il secondo metodo di divisione, cioè sopra la partizione
della o alita ne suoi elementi, recano in sè una ben grave unilateraLta. I
oiche la questione di stabilire che cosa s’intenda per parte originaria (pars
principalis), fu forzata a prendere la forma di un’alternativa, in quanto che
cioè gli uni denonimavano originarie quelle parti le quali, mentre
costituiscono la essenza della totalità, non sono piu a lor volta parti di una
parte (p. es„ nell’uomo, anima e corpo), e invece gli altri consideravano come
origmane quelle parti costitutive ultime, distrutte le quali viene distrutto il
tutto (p. es. la testa o il cuore) -»)• ma a questa maniera, in seguito al
realismo ontologico, adotandosi la prima soluzione, tutto questo punto di vista
della divisione rimaneva falsato, e surrettiziamente scambiato con il terreno
proprio della definizione, laddove, se »! adottava la seconda soluzione,
sconsideratamente « trasponeva la funzione subiettiva dell’intelletto urna“’ !•
q S ° la . Crea ÌJ COncetto di P«le, nella realtà ZTl ì C0MCeZ1One "«usa,
della quale già si era linoi ^ 9 ! “T m ° r ° 8CelÌniauo (Sez. precedente, note
321 s.). Mentre gli uni intendevano la divisione ab «finito come
obbiettivamente materiale, ed escludeno cosi dalla considerazione l’attività
formale [die gècundarias'^àrtès ZocaH^TnTat^alf 0 ’ ocrates. destructa ungula,
remanet Socrates et ila quod prius non erat Socrates, fìt Socrates. O, similmente,
ibid., p. 512: Haec.... sen-La teoria dello « status », come tentativo di
conciliazione: Gualtiero da Mortacne].
Se a questa maniera il realismo offriva in realtà molteplici documenti
di quella cattiva sorte, che nelle questioni di logica propriamente dette, deve
rimanere insepara. . Je da esso ’ non fa maraviglia che da vari lati si sieno
battute vie nuove per rendersi conto degli universali, r csidcrandosi co 8I di
sfuggire alle difficoltà del realiamo non meno che alla unilateralità del
nominalismo. mbra doversi interpetrare quale forma di passaggio prima di tutto
quella concezione, che potrebbe, dal suo termine tecnico caratteristico,
denominarsi «teoria e lo status »: e parimente sembra (cfr. la nota “ e *f a
813 8tata originata dalle obiezioni sorte contro le affermazioni di Guglielmo
da Champeaux. Se cioè la essenza universale del genere deve, per tutta quanta
la sua estensione, venire specializzata mediante lorme individuali (v. sopra la
nota 105), è difficile veder bene addentro, come stiano le cose, riguardo a
quelle «proprietà superaddite » (advenicntia), che, in seno a IimiT’ ° T Ìan °
° 80U0 S ° lamente P asse ggiere. Ora alctmi si appigliarmi qui all’espediente
di ammettere che ! universale e bensì modificato da siffatte qualità, ma non tuttavia
proprio in quanto è un universale: e una faeffe 1 ir e a arriVatÌ dn ° 3 qUeSt
° P unto ’ 8i rendeva acile la effettiva trasformazione degli miiversali, i
quali dai realisti erano stati tenuti b, conto di cose (res) in daT >: i
CÌOè ° ra ne »a serie graduale che va dal genere all individuo, non fu più
tenuto conto del1 Universale, bensì dello .status universali*»: ima concezione
questa, che era così abbastanza facilmente suggerita dal motivo usuale di ma
Tabula logica, come anlentia medium digiti naturam unam esse nonni, creaturam
esse merito dubitat. Aut er J Zò, 'che poteva, dal canto suo, trovare parimente
appoggio in un passo di Boezio 129 ). Un rappresentante di questo modo di
vedere fu Gualtiero da Mortagne [de Mauretania] (insegnante a Parigi al tempo
di Abelardo, e morto, vescovo di Laon, nel 1174) : egli dedicò, è vero, con
preponderante ardore, la propria attività alle controversie dommaticlie ), ma
fece sentire, per incidenza, il suo influsso anche nel campo della dialettica.
Cercò cioè di conciliare la unità numerale deH’universale con la connessione
essenziale, in cui esso sta con le cose singole. > Ibid., p. 514 s.: Amplius
sanitas et lunguor in corpore animahs fundalur; albedo et nigredo simpliciter
in corpore. (Juod si animai totum existens in Socrate languore afficilur, et
totum, quia quicquid suscipit. Iota sui quantitale suscipit, eodem et momento
nusquam est sine lang[u)ore; est autem in Platone totum illud idem; ergo edam
ibi languerel; sed ibi non languet. Idem de albedine et nigredine circa corpus.
Ad haec enim non rejugiant, ut dicani etc.... Addurli: animai universale
languet, sed non in quantum est universale. L tinum se videant !... Si ad
status se transfer ani, di centes I animai in quantum est universale non
languet in universali statu », respondcant, de quo velint agere per has voces $
in stata universali ». Ma di questo concetto di « status universalis »
scorgeremo a buon diritto la fonte in Boezio, là dov’egli dice, a proposito
della qualità (ad Ar. praed. [I. 11IJ, p. 180 |PL, 64. 250J): Nihil impedit,
secundum aliam scilicet ulque aliam causam, unam eamdemque rem gemino generi
spedai suae supponere, ut Socrates in eo quod pater est, ad aliquid dicitur, in
eo quod homo, substantia est, sic in calore atque frigore, in eo quod quis
secundum ea videtur esse dispositus, in disposinone numerula sunt, perchè quel
rhc qui deride, è lu espressione « in eo quod » : e rosi pure in un altro passo
ancor più chiaro (ibid., p. 189 [PL, 64, 2611): Si secundum aliam atque aliam
rem duobus generibus eadem res.... supponutur, nihil inconveniens cadit. Ita
quoque et habitudines, in eo quod alicuius rei habitudines sunt, in relutione
ponuntur, in eo quod secundum eas quales aliqui dicuntur, in quotitele
numerantur. Quare nihil est inconveniens, unam atque eamdem rem, secundum
dnersas naturae suae potenlias (proprio questo son gli universali),... pluribus
adnumerare generibus. Le euc lettere (stampate nello Spicil. del D’Achery, ed.
De la Barre, Parigi, 1723, III, p. 520 ss.) sono soltanto di contenuto
dommatico, e non hanno menomamente rhe fare con la storia della filosofia. [Ora
è da vedere il trattato sopra la teoria della indifferenza, attribuito a
Gualtiero da Mortagne e pubblicato dall’Haurcau (1892), poi dal Willner
procedendo a questa maniera, vale a dire con il distinguere nell’individuo, uno
per uno, come status differenti, la individualità, e il concetto della specie,
e così pure il concetto del genere, fino su su al sommo genere 1SI ). Comunque,
sebbene ci manchino del tutto notizie più precise sopra un tal modo di vedere,
c’è questo di notevole in esso, che cioè da un lato l’universale è raccostato
alle cose singole, e dall’altro lato, per quel tenere distinti i diversi «
stati », la operazione intellettuale subbiettiva si fa più avanti nel primo
piano. Perciò neanche appare indegna di fede quella notizia (v. sopra la nota
69), secondo la quale sembra che taluni, dalla tesi nominalistica della «
maneries » sieno passati alla questione dello status (v. la nota 88). [§ 24. La teoria dell’iindifferenza. Ma la
evoluzione interna degli studi di logica ci conduce con ciò spontaneamente alla
teoria della indifferenza, la quale in particolare occupa ima posizione di
mediatrice tra le varie tendenze. A suo fondamento sta il principio, che una medesima
cosa è, nello stesso tempo, universale e singolare, nel senso non già che si
dia un universale essenzialmente inerente alle cose, bensì semplicemente che in
queste, in quanto sieno più cose e simili per natura, si presenti alcunché, che
esse hanno indifferenziatamente ( indiff&renter ) in comune; per
conseguenza, ciò che più cose hanno d’indifferente o intrinsecamente simile
(indifferens o consimile), è dunque indicato nella definizione come « genere »,
e, per l’universale così inteso, è salva la possibilità della predicazione
(praedicari de pluribus ), laddove il realismo ha sempre corso pericolo di
dover, di una cosa, predicare ima cosa (v. appr. la nota 287): e quest’ultimo
aspetto suhbiettivamente logico poteva ora caso mai venir pure M1 ) Il passo in
appoggio, vedilo più sopra, alla noia
unilo anche con il concetto di status, di modo die ciascuna cosa avrebbe
in sè uno « stato » d’individualità e nello stesso tempo uno « stato » di
universalità 132 ); ma si tratta nonpertanto di un punto di vista, tutto
diverso da quello di Gualtiero. Mentre là, cioè, si tiene ancor ferma la
esistenza delu ‘) Abael. Glossulae sup. l’orph., riferite dal Rémusat (v. le note
13 e 73), p. 99 s. : La seconde manière de soutenir l’universalilé des choses,
c’est de prétendre que la ménte chose est universelle et particulière; ce n’est
plus essentiellement, mais indifféremment que la chose commune est en
divers.... Ce qui est dans Platon et dans Socrate, c’est un indifférent, un
semblablc, « indifferens vel consimile ». Il est de certaines choses qui
conviennenl ou s’accordent entre elles, c esl-à-dire qui sont scmblables en
nature, par exemple en tanl que corps, en lant qu’animaux ; elles sont aitisi
universelles et particulières, universelles en ce qu’elles sont plusieurs en
conimunaulé d attributs essenliels, particulières, en ce que chacune est
disimele des autres. La définition du genre (« praedicari de piuribus »....) ne
s’applique alors aux choses qu’elle concerne qu’en tanl qu’elles sont
semblables, et non pus en lant qu’elles sont individuelles. Ainsi les mèmes
choses ont deux états, leur étal de genre, leur état d’individus, et, suivant
leur étal, elles comportenl ou ne comportenl pas une définition differente.
[Vedasi ora il testo originale, ediz. Geyer, p. 518: Sunt a lii in rebus
unii-er salitatela assignantes, qui eandem rem universalem et parlicularem esse
astruunl. Hi namque eandem rem in diversis in
differente r, non essentialiter inferioribus affirmunt. Veluti cum dicunt idem
esse in Socrate et Plutone, « idem » prò indifferenti, idest consimili,
intelligunt. Et cum dicunt idem de pluribus praedicari vel inesse aliquibus,
tale est, ac si aperte diceretur: quaedam in aliqua convenire natura, idest
similiu esse, ut in eo quod corpora sunt vel ammalia. Et iuxta hanc....
senlentium eandem rem universalem et particularem esse concedunt, diversis
tamen respeclibus; universalem quidem in eo quod cum pluribus communitutem
habet, particularem secundum hoc quod a ceteris rebus diversa est. Dicunt enim
singulas substunlius ita in propriae suae essentiae discretione diversas esse,
ut nullo modo haec substantia sii eadem cum illa, etiamsi substantiae materia
penitus formis carerei, quod tale secundum illos praedicari de pluribus, ac si
dicatur: aliquis status est, participatione ctiius multae sunt convenientes,
praedicari de uno solo, uc si dicatur: aliquis status est, parlici patione
cuius multae sunt non convenientes 1 . Se il Rémusat abbia effettivamente
trovato qui [come (v. s.) effettivamente ha trovato] nel manoscritto il termine
« status » cosi almeno sembra che
sia o se si tratti di un’aggiunta,
fondata solamente sopra il suo personale modo di vedere, io non lo so.
l’universale, e proprio a quest’ultimo vengono atmbu «stati» differenti, per i
sostenitori della tesi della indifferenza viene avanti in prima linea, con
tutto il suo rigore, la idea, appartenente al nominalismo (note 77 ».), vale a
dire che in generale null’altro esiste, all infuori dai soli individui, e
apprendendosi il pensiero a questi, come a’ suoi propri oggetti, gli universali
si generano soltanto per la diversità dell’apprendimento (aliter et aliter
attentum), sicché status o natura dell’essere individuo o dell’essere specie e
via dicendo, sono da considerare soltanto come modi di vedere soggettivi: e a
tal proposito è prima di tutto da considerare il carattere, per così dire,
negativo del procedimento che conduce dall’individuo all’universale, in quanto
che Ymtellectus gradualmente lascia da parte (non concipit), intenzionalmente
dimentica ( oblitus ), posterga e abbandona ( postponit, relinquit) le
differenze individuali, per prògredire nell’apprendimento dell’indifferenziato,
sino al grado supremo, cioè alla sostanza 1 ). Pertanto anche questo modo di
vedere, analogamente «*) De geli, et spec., p. 518: Nane itaque >Uam, quae
de indifferentia est. sententi,im perquiramus Cujus *«£«**£**£ JJJJ ninnino est
nraeter individuimi; sed et illud aliter et aliter atten tum specie* et genus
et genertdissimum est (ugualmente nel pas.o ' ùo già opra! nota 72). Itaque
Sacrate* in ea natura (m ponga mente al termine « natura », in luogo del quale
subno dopo « de Socrate, quod nota, idemj homo » -^CmfPponat ZioaagsH’S z zzi:
zzi::‘oli.. „ . .» «» bocr “ m quod notul « substantia », generulissimttm est.
agli altri, può richiamarsi a passi isolati di Boezio, quando si tratta di
affermare che l’individuo, considerato come individuo, non reca in sè nulla d
indifferenziato, ch’egli abbia in comune con altri individui, bensì, per così
dire, egli è la differenza stessa, laddove, quanto più si considera questo
medesimo individuo come specie o come genere, tanto in maggior numero si
scoprono in lui momenti indifferenziati comuni, e allora si abbraccia, come
concetto del genere o della specie, tutto quel che c’è di elemento comune 134 )
: cosicché con ciò, poiché infine ogni manifestarsi d’individui si può
prenderlo anche dal lato (status) del suo genere più universale, ci sono in
verità tanti generi universalissimi, quanti sono gl’individui: ora questi
generi supremi si raggruppano a lor volta in dieci classi (categorie), soltanto
mediante la considerazione di quel che d’indifferenziato hanno in comune, ma
d’altra parte tutt’insieme vengono a formare da capo una unità universalissima,
consistente m ) Ibid. : Socrates, in quantum est Socrutes, nidlum prorsus
indifferens habet, quod in alio inveniatur; sed in quantum est homo, plura
habet indifferentia, quae in Platone et in aliis inveniuntur. Nam et Plato similiter homo est,
ut Socrates, quamvis non sit idem homo essentialiter, qui est Socrates. Idem de animali et substantia. Ma per ricondurre
questo testo alla sua fonte, bastano i seguenti passi di Boezio, ad Porph. a se
trunsl., I, 11, p. 56 [ed. Brandt, p. 166; PL, 61, 85J : Cogitantur vero
univcrsalia, nihilque aliud species esse putanda est, nisi cogilatio collecta
ex individuorum, dissimilium numero, substantiali similitudine: genus vero
cogitano collecta ex spoderimi similitudine. Sed haec similitudo cum in
singularibus est, fit sensibilis: cum in universalibus, fit intelligibilis ;
inoltre ibid.. Ili, 9, p. 76 [ed. Brandt, p. 228; PL, 64, 111]: Individuorurn
quidem simililudinem species colligunl, specierum vero genera. Similitudo autem nihil est
aliud, nisi quaedam unitas qual itati s ; c ibid., TU, 11, p. 78 [ed. Brandt,
p. 235; PL, 64, 114]: ea enim sola dividuntur, quae pluribus communio sunt; his
enim unum quodque dividitur, quorum est commune, quorumque naturam ac
simililudinem continel. llla vero, in quibus commune dividitur, communi natura
parteciparti, proprietasque communis rei his, quibus communis est, convenit. Al vero individuorurn proprietas nulli communis est.
Qui cioè è abbastanza chiaramente preannunriato così il simile o commune, come
anche il colligere (nota 136). 17. C.
Pbantl, Storia della logica in Occidente, II.CARCO prantl ili ciò che son
proprio essi 1 elemento comune e indifferenziato 135 ). Nella stessa maniera si
configura poi anche la relazione predicativa, poiché, mentre l'individuo è
sempre soltanto il suo proprio predicato, quell’aspetto suo, che viene inteso
come specie o come genere, può recare con sè un riferimento reciproco ad altri
individui: cioè, p. es., Tesser uomo, di Socrate, è predicato (inhaeret) anche
per Platone, e viceversa: e questo esser genere, dell’individuo, è concetto
collettivo (colligitur), cosi per questo stesso individuo come anche per gli
altri della medesima specie 13 °) insomma il rapporto dell’universale e del
singolare si riduce a un « in quntum », e, non essendoci nè un puro universale
nè un puro individuale, dipende dalla diversità del punto di vista (diversus
respectus), che l’universale venga considerato come singplare, e il singolare
come universale 13T ). [Adelardo da Bath: intonazione platonica DA LUI DATA
ALLA TEORIA DELLA INDIFFERENZA]. Ora U5 ) Jbid., p. 519: Solvunt.... illi
dicentes: generalissima quidem infinita esse essenlialiter, sed per
indifferentiam decem tantum ; quot enim individua substanliae, tot et sunt
generulissimae substantiae. Omnia lamen illa generalissima generalissimum unum
dicuntur, quia indifferentia sunt. Socrates enim in eo quod est substantia,
indifjerens est cum qualibel substantia in eo statu, quod substantia est. ”“)
Ibid.: Sed et hi dicunt: Socrates in nullo slatti aliati inhaeret nisi sibi
essenlialiter; sed in statu hominis pluribus dicitur inhaerere, quia olii sibi
indifferentes inhaerent; eodem modo in statu animalis.... (p. 520) Dicunt ita:
Socrates, in quantum est homo, de se colligitur (si ponga mente a questa
espressione) et de Platone caelerisque; unumquodque individuimi, in quantum est
homo, de se colligitur. ls, > Ibid., p. 521: Itti tamen non quiescunt, sed
dicunt: nullum singulare, in quantum est singulare, est universale, et e
converso; et cum universale est, singulare est universale, et e converso. Ibid., p. 520: Negant hanc consequenliam € si
est universale, non est singulare». Nam imposilione suae sententiae habelur:
omne universale est singulare, et omne singulare est universale diversis
respcctibus. questa dottrina dell’ indifferenza viene tuttavia a sua volta ad
armonizzare infine con il principio « Singultire senti tur, universale
intelligitur », sicché le era dato di trovare un appoggio anche in Boezio (Sez.
XII, nota 91), e comunque si poteva ammettere che per noi quaggiù, in questa
valle di lacrime, gli universali soltanto come individui hanno una esistenza
percettibile, mentre va riconosciuta a essi in verità una realtà intelligibile:
stando così le cose, anche i Platonici, particolarmente per via di quella
tendenza dell’ individuale a deviare all’insù, « lasciando » [relinquere] le
sue caratteristiche singolarità, potevano prender gusto alla teoria della
indifferenza, mentre nello stesso tempo gli Aristotelici erano inclini a por
mente in essa alla relazione scambievole tra universale e particolare, come
anche al conto in cui quella tiene la operazione suhbiettiva dell’intelletto
(di quest’ultimo modo di vedere troveremo un esempio appresso, note 432 s., in
imo scolaro di Abelardo). S’intende pertanto come Adelardo da Bat li, il quale
compose intorno al 1115 [tra il 1105 e il 1116] imo scritto De eodem et
diverso, che aveva per fondamento il platonismo 138 ), credesse di potere,
proprio con la dottrina della indifferenza, comporre il contrasto fra Platone e
Aristotele. Si lamenta Adelardo dell’aspro contrasto fra opposte tendenze, nel
campo della logica, come pure della mania d’innovazioni dominante al tempo suo
13,) ), ma è d’opinione che, lss ) V. sul conto suo maggiori particolari nelle
Recherches critiques dello Jourdain (2* ed. 1843, p. 26-7, 97-9 e 258-277), dove
si riproducono tradotti, di su un manoscritto parigino, notevoli frammenti di
questo libro. [Ma ora del trattato di Adelardo è stato pubblicato integralmente
il testo originale, a cura di H. Willner, nei Beitriige del Baunikcr, IV, 1,
Miinster, 1903, p. 3-34]. “”) Ibid., p. 262: L'un prétend qu’on doit partir dcs
choses sensibles, l'autre commence par les choses non sensibles. Celui-là
soutient que la Science n'est que dans les premières, cclui-ci qu’elle est.
hors des dernières; ils s’inquiètent aitisi mutuellement, à fin qu’aucun d’eux
ne s’altire la confiunce.... (p.
263) A qui donc faul-il con il venir bene in chiaro di quel che concerne gli
universali, si potrebbe appianare la contesa 140 ). Intorno ai concetti di
specie e di genere, egli si esprime qui in perfetto accordo con la teoria della
indifferenza, anzi facendo pereino uso quasi degli stessi termini (p. es.
diversus respectus, oblivisci, non attendere ecc.), sicché può ritenersi che il
nostro informatore su citato [v. s. la nota 133] avesse sottocchio lo scritto
di Adelardo, non essendoci altra variante, se non che qui non è messo in campo
il concetto di status, ed è forse dato un certo maggior peso alla denominazione
141 ). Ma croire d'entre
ceux qui tourmenle.nl nos oreilles de leurs innovations journalières, qui
cheque jour naisscnt pour nous, nouveaux Aristotes et nouveaux Piatomi, qui
prometterà également et les choses qu’ils savent, et celles qu’ils ignorent? Ili testo originale, ediz. Willner, p. 6, suona così:
« Alius enim a sensibilibus invesligundas (se. res) esse censuil, alter ab
insensibilibus incepit; alius eus in sensibilibus tantum esse arguii, alter
praeter sensibilia etiam. esse divinavit. Sic dum uterque alterum inquietat,
neuter fidem adipiscitur.... (p. 7) Cui tandem eorum credendum est, qui
cotidianis novitatibus aures vexant.” Et assidue quidem etiam nunc cotidie
Platones, Aristoleles novi nobis nascuntur, qui aeque ea, quae nc sciant, ut et
ea, quae scianl, sine frontis iacluru promittant.... » |. M “> Ibid., p. 267: L’un
d’eux (cioè Platone e Aristotele), transporté par l’élévation de son esprit et
les uiles qu’il semble s’ètre créés par ses efforts, a entrepris de connuilre
les choses par les principes eux-mémes ; a esprime ce qu’ils élaient avant
qu’ils ne se reproduisissent dans les corps, et a definì les formes archétypes
des choses. L’autre, au conlraire, a commencè par les choses sensibles et
composées ; et puisqu’ils se rencontrent dans leur route, doit-on les dire
opposés? Si l’un a dit que la Science étuit hors des choses sensibles, et
l’autre, qu'elle était dans ces mémes choses, voici conimela il jaul les
interpréter. [Ed. Willner, p. 11: « Unus eorum merilis altitudine clatus
pennisque, quas sibi indui obnixe nisus, ab ipsis iniliis res cognoscere
aggressus est, et quid essent, antequam in corpora prodirent, expressit,
archelypas rerum formas, dum sihi loquilur, definiens. Alter autem.... a
sensibilibus et compositis orsus est. Dumque sibi eodem in itinere obviant,
contrarii dicendi non sunt.... Quod autem unus ea extra sensibilia, alter in
sensibilibus tantum existere dixit, sic accipiendum est. »1. «*) Delle parole ohe ora fanno immediatamente seguito
(p. 267-8 del Jourdain), FHauréau (De la philos. scol., I, p. 255 IHistoire de
la phil. scol.) riproduce il testo latino originale [che qui si riferisce
secondo la ediz. Willner] : Genus et species
de his enim senno est etiam rerum
subiectarum nomina sunt. fan poi seguito, secondo lo spirito del platonismo,
espressioni di lamento, perchè agli uomini runiversale si presenta oscurato
dalla indispensabile percezione sensibile, mentre gli universali, nella loro
pura semplicità, esistevano originariamente soltanto nel No0{ divino 11); e*a
questo si connette subito la strana affermazione, che proprio perciò hanno
ragione tutti due, così Aristotele, il quale ha trasportato gli universali in
quella sfera, cli’è la sola dove sieno a noi accessibili, come anche Platone,
che li confina là dov’essi hanno la vera loro realtà, che insomma entrambi,
mentre nella maniera di esprimersi sembra si contraddicano, nel merito si
trovan d’accordo 143 ). Per arrivare a questa conciliazione, AdeNam si res
consideres, eidem essentiae et generis et speciei et individui nomina imposita
sunt, sed respectu diverso. V olcntes etenim philosophi de rebus agere
secundurn Itoc quod sensibus subiectae sunt, secundurn quod a vocibus
singularibus notantur et numeraliter diversae sunt, individua vocarunt, se.
Socratem, Platonem et celeros. Eosdem autem altius intuente s, videlicet non
secundurn quod sensualiter diversi sunt, sed in eo quod notantur ab liac voce «
homo », speciem vocavertuti. Eosdem item in hoc tantum, quod ab hac voce «
animai » notantur, considerantes genus vocaverunt. Nec tamen in consideratione
speciali jormas individuales tollunt, sed obliviscuntur, cum a speciali nomine
non ponantur, nec in generali speciales oblatas inielligunt, sed incsse non
attendunt, vocis genendis significatione contenti. Vox enim haec « animai » in
re illa notai substantiam cum animatione et sensibililate ; haec autem « homo »
totum illud et insuper cum ralionulitale et mortalitate: « Socrates » vero
illud idem addila insuper numerali accidentium discrelione [ed. Willner, :
Assueti enim rebus . cum speciem intueri nituntur, eisdem quodammodo
caliginibus implicantur nec ipsam simplicem notam.... contemplari nec [350] ad
simplicem specialis vocis positionem ascendere queunl. Inde quidam, cum de
universalibus ageretur, sursum inhians « Quis locum earum [se. vocimi] mihi
ostendet? », inquit. Adeo rationem imaginatio perturbai.... Sed id apud
mortales. Divinae enim menti.... praesto est muteriam sine formis et jormas
sine aliis, immo et omnia cum aliis.... distincte cognoscere. Nani et antequam
coniuncta essent, universa quae vide?in ipsa noy simplicia erant [ed. Willner,
p. 12]. lbid.: Nunc autem ad propositum redeamus. Quonium igitur illud idem,
quod vides, et genus et species et individuimi sit, merito ea Aristoteles non
nisi in sensibilibus esse proposuit. Sunt etenim ipsa sensibilia, quamvis
acutius considerata. Quoniam vero ea, inlardo non deve davvero essersi molto
stillato il cervello 144 ). [§ 26.
Gauslenus o Joscellinus da Soissons: sua idea del colligere ]. Un modo di vedere analogo al principio della
teoria della indifferenza, sebbene il metodo seguito fo9«e alquanto diverso,
potrebbe ravvisarsi nella opinione di Gauslenus o Joscelli¬ nus da Soissons
(dove fu vescovo dal 1125 [1122] al 1151), il quale ritiene cioè che gli
universali non si trovano già negl’individui presi per se stessi, bensì com¬
petono a questi, solamente in quanto l’individuale viene raccolto in una unità
(in unum collectis ) 145 ) ; poiché questa è ima tesi che sarebbe perfettamente
in armo¬ nia con il principio su riferito (nota 133), vale a dire che esistono
esclusivamente individui; soltanto che il formarsi degli universali nel
pensiero umano sarebbe ottenuto qui non già con mi lasciar da parte
[(re/inquere ) le differenze individuali], bensì fin da principio con un metter
assieme ( colligere ), del quale infine non poteva pur fare a meno neanche la
teoria della indiffe¬ renza (nota 136). Ma sopra la opinione di Gauslenus non
sappiamo assolutamente nulla di più preciso 14e ) : quantum dicuntur genera et
species, nemo sine imaginatione presse pureque intuetur (qua pertanto troviamo
veramente «li già la « ignota cosa in sé»), Plato extra sensibilia, scilicet in
niente divina, et concipi et existere dixit. Sic viri illi, licet verbis
contrarii videantur, re lamen idem senserunt [ed. Willner, p. 12], Tanto più
che poteva ben essergli accessibile, almeno attra¬ verso Agostino (de civ. Dei,
Vili, 6 f?j), il noto passo ciceroniano dello stesso tenore ( Acad. Prior., I,
6 Tv. anche ih., 41, relativa¬ mente ad Antioco [d'Ascalonal). Abbiamo veduto
più sopra (nota 66) come anche Bernardo da Chartres si sforzasse di conciliare
Pla¬ tone e Aristotele. ’“) Vedi la fonte più sopra, nota 68. “*) Poiché, se H.
Bitter, che sopra Gualtiero da Mortagne, Adelardo da Balli ecc. ci dà notizie,
in parte prive della necessaria precisione, in parte addirittura erronee, vuole
senz’altro riven¬ dicare a Gauslenus lo scritto De generibus et speciebas, per
indurci e mentre da un lato già molto
avanti abbiamo veduto (Sez. prec., nota 175) cbe anche il realista Ottone da
Cluny si serviva di una espressione analoga, e anzi an¬ che Giovanni da
Salisbury sembra riconoscere in Gaueleno un realista (il che tuttavia non ha
forse grande importanza: v. sopra le note 70 e 85), d’altro lato può darsi che
soltanto la separazione degli universali da¬ gl’individui singoli sia per noi
il principale motivo che c’induce a raccostare la tesi di Gausleno alla teoria
della indifferenza: e a conferma di ciò potrebbe fors’anche valere il fatto,
ch’egli ha promosso il passaggio alla teo¬ ria nominalistica della « mancries »
(v. sopra la nota 68). Allora avremmo qui una ripetizione di quel che fu già
affermato, a proposito dei primi inizi di una formazione di contrastanti
tendenze dalla parte dell’indirizzo nomi¬ nalistico liT )Lo scritto anonimo de
generibus et speciebus: punto di vista del suo autore: a) critiche ad altre
soluzioni del problema degli universali],
Ma se, relativamente agli universali, l’ordine al quale dobbiamo dar la
preferenza (v. sopra la p. 208), ci porta a prender in esame le vedute di AEelardo,
come pure di Gilbert de la Porrée e di Giovanni da Salisbury, solamente qui
appresso, in connessione cioè con la totalità della loro dottrina, per il momento ci rimane da conati ammettere
quest’attribuzione non basterebbero le poche parole di quel l'unica fonte che
possediamo intorno a Gauslenus, neanche qualora esse fossero in armonia con le
vedute dell’autore dello scritto Do gen. et spec. Ma che un tale accordo sia
molto dubbio, può risultare da quanto dovremo ora subito dire, a proposito di
quello scritto anonimo [che invece oggi si tende ad attribuire appunto a
Gauslenus o a un discepolo di lui. Del Ritter v. la 3“ parte della già cit. St.
d. fil. cristiana, p. 381-6 (Allei, da Bath) e 397401 (Gualt. da Mortagne)].
Cioè il Pseudo-Rabano (Sez. precedente, nota 153) e quel co,i detto Jepa
(ibid., nota 170) si sono espressi, intorno al concetto di genere, in maniera
affatto simile. CABLO PRANTL siderare un unico scrittore ancora, e questi è
l’autore sconosciuto dello scritto «De generibus et speciebus» liS ), il quale
ci mostrerà taluni punti di contatto o di affinità con parecchie delle opinioni
menzionate «inora. In origine il lavoro, nel suo complesso, si presentava certo
come ima monografia «De divisione » (cfr. le note 118-128), assolutamente alla
stessa maniera dello scritto omonimo di Abelardo (v. appresso le note 277 e 353
ss.), e, come in principio del testo da noi conservato si tratta ancora della
questione delle parti originarie di ima totalità, così anche qui l’Autore,
altrettanto colto quanto acuto, ha poi preso occasione, dalla discussione
intorno alla divisione del genere, per intervenire nella disputa intorno agli
universali, e lumeggiando criticamente le opinioni degli altri, e ancora
esponendo le ragioni delle sue proprie vedute 149 ). Per prima cosa combatte
alla spiccia il nominalismo, con l’argomento che le parole in generale non
hanno un essere, poiché ciò che si genera soltanto per successione temporale,
non può costituire un tutto unitario: ima osservazione, questa, che è volta
appunto, per 14 “) Del libro, edito dal Cousin ( Ouvrages inédits d'Abélard, p.
507-550) di su un manoscritto di St. Gerniain, manca il principio; e il titolo,
che è invenzione dello «tesso Cousin, si può forse continuare a adottarlo, ma
certamente fatta eccezione per l’aggiunta «Petti Abelardi » ; poiché, che nel
suo complesso non sia un’opera di Abelardo (v. sopra la nota 49), se ne sarebbe
dovuto accorgere anche il Cousin; la cosa appare manifesta non soltanto da
particolarità stilistiche (p. es. Fespressioni « Attende » o « Solutio », intercalate
dove si tratta di risolvere obiezioni, o ancora, il caratteristico termine «
rationabile ingenium », clic l’Autore mostra di prediligere, ecc.), ma anche da
intrinseche divergenze che modificano la teoria stessa, e si acuiscono persino
in forma polemica. Sopra questo punto, a scanso di ripetizioni, mi limito a
rinviare alle note seguenti, 150, 167, 168, e particolarmente 171, dove si
vedrà addirittura designata come « ridicola » una opinione che è di Abelardo.
’*) Con lo studio accurato di questo scritto, potrebbero forse venir meno del
tutto le censure enunciate a suo carico da H. Rrr- ter (VII, p. 363), che lo
giudica malcostrutto e oscuro. quanto in essa si attiene alla funzione del
pensiero nel giudizio, anche contro le idee di Abelardo (v. appresso la nota
315) 15 °); ma poi la relazione tra materia e forma, dominante nel passaggio
dal genere alla specie, neanche sarebbe già assolutamente possibile esprimerla
con parole, poiché mai ima parola è materia di un altra parola 151 ). D’altra
parte, l’Autore combatte anche il realismo di Guglielmo da Champeaux, poiché se
l’universale, in tutto quanto il suo contenuto, viene individualizzato
nell’individuo (nota 105), non soltanto questo medesimo contenuto dovrebbe pur
trovarsi da capo nello stesso tempo tutto quanto in un altro individuo 152 ),
ma dovrebbero altresì spettare a tutti gl’individui anche le proprietà varianti
o transitorie 153 ), e nioltre nel concetto del genere si troverebbero poi
simultaneamente anche gli opposti 154 ). E ugualmente egli assume più oltre un
atteggiamento m ) Cousin, loc. cit., p. 523: ltem voces nec genera sunt nec
species nec universales nec singulares nec praedicatae nec subjectae, quia
omnino non sunt. Nani ex his, quae per successionem fiunt, nullum omnino totum
constare, ipsi qui hanc sententiam tenent, nobiscum credunt. Quemadmodum statua
constai ex aere materia, forma autem figura, sic species ex genere materia,
forma au- tem differentia (v. la nota 160 s.), quod assignare in vocibus
impossibile est. Nam cum animul genus sit hominis, vox vocis nullo modo est
altera alterius materia. m ) p. 514: Quod si ita est, quis polest solvere, quin
Socrates eodem tempore Romae sii et Athenis? Ubi enim Socrates est, et homo
universalis ibi est, secundum totani suam quantitatem infor- matus
Socratitate.... Si ergo res universalis, tota Socratitate affecta, eodem
tempore et Romae est in Plutone tota, impossibile est, quin ibi etiam eodem
tempore sii Socratitas, quae totani Ulani essentiam conlinebat. Ubicumque autem
Socratitas est in homine, ibi Socrates est: Socrates enim homo Socraticus est. Ibid. Il passo si trova citato già più sopra, n. 129.
”*) p. 515: Quam statim enim rationalitas illam naluram tangit, se. animai, tam
statim species efficitur, et in ea rationalitas fundatur. llla ergo totum
informat animai.... Sed eodem modo irrationalilas totum animai informat eodem
tempore. Ita duo opposita sunt in eodem secundum idem. polemico contro la
teoria della indifferenza, cosi attaccandola nel suo principio, cioè in quel
tale concetto del « comune » (nota 134) 155 ), come anche contraddicendo sia la
opinione, che i sostenitori di quella teoria professano, relativamente al
concetto collettivo (collidere, nota 136) 15 “), sia del pari la conseguenza,
che si ricava, e che consiste nelTobliterarsi della differenza tra universale e
particolare 157 ). [b) soluzione da lui stesso proposta ]. La sua propria opinione traspare già, in
primo luogo, dov’egli tratta della divisione all’infinito (note 126 s.), e riconosce
che una totalità può ancora continuar a sussistere, quand’anche una sua parte
perda la propria forma e subisca, quanto alla materia, ima diminuzione 158
), e cosi pure particolarmente, in
secondo luogo, dov’egli esprime la idea, che due punti non vengono ancora a
formare una linea, se non c’è la cooperazione di una energia creatrice unitaria
(una creatura ) 15B ). Anche nella p. 519: Ncque enim Socrnles aliquam
naturarti, quarti habeat, fiatoni communicut, quia neque homo qui Socrales est
neque animai, in aliquo extra Socratem est. !M ) p. 520: Socrates.... lumen
nullo modo de pluribus colligitur, quia in pluribus non est. Già questo dovrebbe renderci circospetti, nell
attribuzione di tale scritto a Gausleno: ma v. appresso la nota 162. 15t ) P521: Al vero nec
particuluritas nec universalitas in se transenni. Namque universalitas potest
praedicari de particularitate, ut animai de Socrate vel Platone, et
particularitas suscipit praedicalionem universalitatis ; sed non ut
universalitas sit particularitas, nec quod particolare est, universalitas fiat.
[Queste parole fan parte di una eitaz. da
Boezio, ad Ar. Praed., I, p. 120; PL, 64, 170]. P510: Non sequitur « si hic
asser est, et medietas hujus asseris est»; posset enim destrui medietas,....
non quanlum ad totani ejus massam, sed quanlum ad formam, et tamen remanentibus
ejus aliquibus particulis non destrueretur hic asser, quoniam medietatis ejus
materia, forma tantum pereunte, tota non periret. P511 : Si quuelibet duo
puncta proxime juncla faciunt bìpunctalem lineam, quue sit una creatura, tunc
habebit unum fundamentum; sed una atomits non erit ejus fundamentum; jam polemica contro un emendamento [proposto per
sfuggire alle difficoltà] del realismo, egli risolutamente si attiene alla
similitudine derivata da Porfirio (Sez. XI, nota 44), e indi passata nelle
teorie di Boezio (Sez. xn, nota 97) : la similitudine, cioè, dell’opera d’arte,
sicché per lui il genere è la materia e la differenza è la forma, ma il
prodotto stesso, cioè la specie, nella quale la materia è il sostrato della
forma (formarti sustinet ), viene considerato come una unione permanente, e
designato anche con il termine « materiatum » 160 ) ; in luogo di questo
termine, d’altro canto, trovasi pure, ferma restando rigorosamente la idea di
parte, la caratteristica espressione « diffinitivum totum » J01 ). Ma un più
preciso fondamento a questa sua opinione egli lo dà nella maniera seguente:
Nell’individuo una certa «essentia», cli’è la materia, porta in sè ( sustinet )
la forma della individualità, ed è composta con essa, dal che appunto si genera
la diversità degl’individui singoli; ora, proprio questa essenza, in quanto la
si trova non soltanto in uno o nell’altro individuo, ma nello stesso tempo
anche, come materia, in tutti quanti insieme, è la specie, la quale pertanto,
per molte che sieno le essenze singole ( essenrìaliter multa), viene tuttavia
designata come concetto collettivo ( collectio) con le enim esset bipunctaliter
linentum.... p. 513 : postarlius dicere quod ipsa bipunctaìis linea fundutur in
illis duabus alomis ut in subjeclis, non in subjecto. ’*’) p. 516: Sed dico:
facta est species ex genere et substanliali differentia, et sicut in statua aes
est materia, forma autem figura, similiter genus est materia speciei, forma
autem differentia. Materia est, quae suscipit formam. Ita genus in ipsa specie
constituta formimi sustinet. Nani et postquum constituta est, ex materia et
forma constai, i. e. ex genere et differentia.... p. 517: ontne materiatum
sufficienter constituitur ex sua materia et forma. ’") p. 522: Speciem ex
genere et substanliali differentia constare, ut statua ex aere et figura,
alidore Porphyrio (in Boezio, ad Porph. a se trinisi., IV, 11, p. 88 fed. Brandt, p. 268; PL]), constat.
Itaque pars est speciei materia et similiter differentia. Ipsa vero species est totum diffinitivum eorum.
parole « un universale », ovvero « una natura », press a poco come anche il
concetto di «popolo» abbraccia molti individui 162 ); non già viene cioè
individualizzata in ciascun individuo singolo la specie tutta quanta, bensì
solamente una sua parte, cioè appunto una sola siffatta essenza, la quale non è
già identica alla totalità che costituisce la specie (concollectio), ma ha con
essa in comune soltanto la simile composizione o la simile energia creatrice
(similis compositio, similis creatio ): onde neanche la similitudine con il
popolo o con un esercicito calza perfettamente, sussistendo tra l’essenze
smgole e la loro totalità, data quella somiglianza nella produzione, una
maggiore identità di essenza che non tra un soldato e l’esercito; tutta questa
relazione si presta invece meglio a esser paragonata con il caso di una massa
di metallo piuttosto grande, la quale in una delle sue parti può esser lavorata
in forma di coltello, e nello stesso tempo, in un’altra sua parte, in forma di
stile. Quid nobis polius lenendum rideatur de his, Deo annuente, amodo
ostendemus. Unumquodque individuimi . ex materia et forma compositum est, ut
Socrates ex homine materia et Socratitate forma; sic Plato ex simili materia,
se. homine, et forma diversa, se. Platonitale, componitur; sic et singuli
homines. Et sicut Socratilas, quae formaliler constituit Socratem, nusquam est
extra Socralem, sic illa hominis essentia, quae Socralitatem sustinet in
Socrate, nusquam est nisi in Socrate. Ita de singulis. Speciem igitur dico esse
non illam esscntiam hominis solum, quae est in Socrate, vel quae est in aliquo
alio individuorum, sed tolam illam collectionem ex singulis tdiis [5251 hujus
naturae conjunc.tam. Quae tota colleclio, quamvis essentialiter multa sit, ab
auctoritatibus (cioè da Porfirio e Boezio) tamen una species, unum universale,
una natura appellarne, sicut populus (v. la Sez. precedente, nota 153), quamvis
ex multis personis collectus sit, unus dicitur. Speciem esse dicimus multitudinem
essentiarum inter se similium. ut hominem.... lllud tantum humanitatis
informatur Socratitate. quod in Socrate est. Ipsum autem species non est, sed
illud quod ex ipsa et caeteris similibus essentns conficttur. Attende. Materia
est omnis species sui individui et ejus formam suscipit, non ita scilicet, quod
singulae essentiae illius speciei informentur illa forma sed una tantum, quae
tamen.... similis est
compositioms, prorsùs cum omnibus aliis ejusdem naturae essenliis.... Neque.... diversum judicaverunt [se. auctores] unam
essenJiam illius con[Ora questa medesima relazioue si ripete per il concetto di
genere, essendo ciascuna delle esscntiae, appartenenti alla totalità di una
specie, composta a sua volta di una materia e di una forma, con questa sola
differenza, che cioè la forma qui non è più esclusivamente quella sola della
individualità, ma involge essa medesima in sè la pluralità delle differenze
specifiche, cioè sostanziali; ma quella materia come tale appare
indifferenziata ( indifferens ) in quelle essenze singole, che, come materia,
stanno a fondamento della formazione della specie, e si chiama ora genere la
multitudo dell’essenze, che possono far da sostrato (sustinere, recipere) alle
differenze specifiche 164 ). E lo stesso può infine ripetersi anche
relativamenteal « primo principio », perchè le essentiae appartenenti a un
genere, consistono a lor volta di materia e forma, e sono, quanto alla materia,
parimente indifferenziate colleclionis a tota collectione, sed idem, non quod
hoc esset illud, sed quia similis creationis in materia et forma hoc eral cum
ilio.... Massam aliquam ferream, de qua fuciendi suiti cultellus et Stylus,
videntes, dicimus: hoc fulurum materia cultelli et styli, cum tàmen nunquam
tota suscipiut formam alterulrius, sed pars styli, pars cultelli.... (p. 527)
Major.... identitas alicujus essentiae illius collectionis ad totum, quarti
alicujus personue ad cxercitum; illud enim idem est cum suo tato, hoc vero
diversum. Inoltre p. 535: Hoc enim habet
nostra sententia, quod animai illud genus in parte sui suscipit rationalilalem
et in parte irrationalitalem. 1M ) p. 525 : Item unaquaeque essentia hujus
collectionis, quae humanitas appellalur, ex muteria et forma constai, se. ex
animali materia, forma autem non una, sed pluribus, rationalitate et
mortalitate et bipedalitate, et si quae sunt ei aliue substantiales. Et sicut de homine dictum est,
se. quod illud hominis, quod sustinet Socrutitalem, illud essentialiter non
sustinet Platonitatem, ita de animali. Nam illud animai, quod formas [Cousin
corregge: formami huma. nilatis, quae in me est, sustinet, illud essentialiter
alibi non est, sed illi indifferens est in singulis materiis singulorum
individuorum animalis. Hanc itaque mullitudincm essentiarum animalis, quae
singularum specierum animalis formas sustinet, genus appellandum esse dico:
quae in hoc diversa est ab illa multitudine, quae speciem facit. Illa enim ex
solis illis essentiis, quae individuorum formas sustinent, collecta est; ista
vero, quae genus est, ex his, [quae] diversurum specierum substantiales
differentias recipiunt. C (indiff erentes
), mentre recano in sè, come loro forma, le differenze del genere, e così ancor
una volta si arriva a una multiludo di essenze, come al generalissimum, del
quale infine può ancora dirsi soltanto, che la sua materia è la « mera essentia
» o la sostanza stessa, mentre la sua forma è la susceptibilitas contrariorum
165 ). Così l’Autore, con il suo caratteristico potenziamento o incastramenti
della essenza, si accosta tuttavia ancora molto dappresso a Guglielmo da
Cliampeaux; pertanto non si può in verità dire di lui che, come Gauelenus,
abbia staccato l’universale dalPiudividilo (v. le note 145 s.), ma nello stesso
tempo, mediante i concetti di collectio e d’indifferens, egli viene a contatto
con la teoria della indifferenza, mentre quei concetti stessi, hanno certamente
per lui, in grado di gran lunga maggiore, una validità obbiettiva. [c) dottrina
del giudizio ]. Ma tanto più caratteristica è perciò la forma che deve qui
assumere la concezione della funzione logica subbiettiva, cioè del giudicare,
nei riguardi degli universali, mentre d’altra parte, soltanto con la
enunciazione del modo di vedere dell’Au’*) Ibid.: Item, ut usque ad primum
principium perducalur, sciendum est, quod singulae essentiae illius
multitudinis, quue animai genus dicitur, ex materia aliqua essendo corporis et
formis substantialibus, animatione et sensibililale, constat, quae, sicut de
animali diclum est, nusquam alibi essentialiler sunt; sed illae indifferentes jormas
susdnent omnium specierum corporis. Et haec taliurn corporis essentiarum
multiludo genus dicitur illius naturae, quam ex moltitudine essentiarum
animalis confectam diximus. Et singulae corporis, quod genus est, essentiae ex
materia, se. aliqua essentia substandae, et forma, corporeitate Constant. Quibus indifferentes essentiae incorporeitalem, quae
forma est, species, sustinent ; et illa taliurn essentiarum multiludo
substantia generalissimum dicitur, quae tamen nondum est simplex, sed ex
materia mera essentia, ut ita [526] dicam, et susceptìbilitate contrariorum
forma constattore sopra questo punto, le idee di lui trovano la loro
esplicazione compiuta. Egli si lamenta della mancanza di una definizione della
relazione predicativa; poiché intenderla senz’altro come inerenza obbiettiva, è
un uso non giustificato, a prescinder dal fatto che la inerenza stessa la si
può prendere soltanto nel senso sumdicato di divisione: e come ci si deve
guardare dalle conseguenze della teoria della indifferenza, è in generale da
respingere la identificazione di praedicari e di esse, dal punto di vista del
contenuto definitorio della specie: mia osservazione, questa, che certamente è
rivolta contro Abelardo (v. appresso la nota 318), e più che mai assume il
carattere di una espressione specificamente polemica, allorquando, prendendosi
posizione, come non si può disconoscere, contro una teoria di Abelardo
(relativamente ai « sumpta»: v. appresso la nota 321), si afferma che tutte
quante le denominazioni universali, sieno aggettivi eieno sostantivi, si
riferiscono indirettamente a forme obbiettive 166 ). Insomma, il giudizio ) p.
526: Audi et attende; praedicari quidem inhaerere diclini. Usus quidem hoc
habet; sed ex auctoritate non imeni con cedo tamen; inhaerere autem dico humanitatem
Socrati, non quod tota consumatiliin Socrate, sed una tantum ejus pars
Socratitate mformatur (v. la nota 163). p. 531: Nasse debes quod nusquam, quid
sii praedicari, piane dicit auctoritas. Nani quod solet dici quod praedicari
est inhaerere, usus est ex nulla auctoritate procedens., p ; 21 ' ltem «pec'es
in quid praedicatur de individuo (quest abbreviazione «praedicari in quid» la
incontriamo qui per la prima volta efr. la nota 282: cioè nella traduzione di
Boezio [in p. 527 8.: Sed, dicuril^.. «
ralionale » alterius nomen est, prò impositione scilicet animalis, et aliud est
quod principaliter significai, se. rationalitas, quam praedicat et subjicit; t
homo non asserisce mai che quel dato soggetto e quel dato predicato, bensì
asserisce solamente che il soggetto va annoverato fra quell’ essenze, che o son
costituite da una determinata materia, o sottostanno a una determinata forma
168 )! pertanto (e ad avvalorar le sue parole 1 Autore può persino richiamarsi
qui a un passo isolato di Boezio) il nome che significa una specie, viene dato
appunto soltanto ai rispettivi individui singoli, ma non mai alla specie stessa
170 ); e per tal riguardo si distinguono i sostantivi e gli aggettivi, in
quanto che quelli si riferiscono alla materia e questi alla forma, sicché chi
parlasse di un accidentale, cioè di un « adiacens » ma è proprio ancora Abelardo che fa così : v.
appresso le note 283 s. , commetterebbe il più grande degli errori m ) ; ma se
così stanno le cose per quel che concerne il significato originario dei
termini, modi di dire, come p. es. « Uomo è un concetto di specie », sono
soltanto espressioni traslate, imposte dalla necessità 17 ). vero nihil aliud
vel nominai vel significai, quam illam speciem. Absit hoc; imo, sicut «
Tallonale » et « homo», sic et quodlibet aliud universale substantivum alterius
nomen est, per impositionem quidem ejus, quod principaliter significai. V. g.:
rationale vel album imposi timi luit Socrati vel alicui sensilium ad nommundum
propler formas, i. e. rationalitalem et albedmem, quas principaliter
significant. . . . ’*) p. 528 : Itaque cimi dicitur « Socrates est homo », lue
est sensus «Socrates est unus de materialiter constitulis ab homine».... Sicut
cum dicitur « Socrates est ralionalis », non iste est sensus « res subjecta est
res praedicata », seti « Socrates est unus de subjectis huic jormae, qvae est
rationalitas ». ... "») Ibid.: Quod aulem « homo » impositum sit lus, quae
materialiter consliluiinlur ab homine, i. e. individuis, et non speciei, dicit
Boethius, in commentario super Calegonas, his verbis etc. (v. BOEZIO liti ir.
praed.. II. p. 129); cfr. la Se-/., precedente, nota 121. m ) Ibid.: Nomina
illa tantum dicunlur substantiva, quae imponuntur ad nominandum aliquem propter
ejus malenam.... vel.... expressam essentiam .; adjectiva
vero Ma dicuntur, quae,mponuntur alicui propler formam, quam principaliter
significai.... I\a quod dici solet, adjectivum esse, quod significai accidens,
secundum quod adjacet, et substantivum, quod significai essentiam, ut essentiam,
ridiculum est vel sine inlellectu. '”) p. 529: Sciendum est ergo: vocabula,
quae imposita sunl [d) propensione al
platonismo ]. Già da ciò è manifesto che
l’Autore (in antitesi con Abelardo) disconosce il valore effettivo della
sintesi che ha luogo nel giudizio, e, secondo lo spirito del platonismo, isola
le parole tutte quante, come imagini subbiettive di esemplari obbiettivi:
pensiero che non potrebb’enunciarsi con maggior chiarezza di quel ch’egli
stesso fa, quando p. es. dice : « razionale » non è il nome di ciò che, come
soggetto, sottostà al predicato della razionalità, bensi è il nome di una
entità, che vien costituita dalla « razionalità » 17S ) ; anzi, a questa
maniera, bisogna ch’egli concepisca il rapporto predicativo in guisa così
indeterminatamente generica, ch’esso si trovi in generale a coincidere con il
prodursi del termine « significante », ed essendo quest’ultimo momento, per il
soggetto e per il predicato, il medesimo, la differenza tra uno e l’altro si
riduce a essere puramente esteriore e accidentale; ma, a tal proposito,
l’Autore si appoggia a un passo di Prisciano, dove, in base alla terminologia
generalmente adottata dagli Stoici (v. la Sez. VI, note 112 ss.), le particelle
vengono denominate « syncategoreumata », dal che si può argomentare che allora
tutte le altre parole sono appunto categoreumata, cioè predicati 174 ). rebus
propter aliud significandum principaliter circa eas, quandoque transjerunlUT ad
agendum de principali signi ficatione ; ut cum.... translative .... dicilur «
rationale est differentia » et « album est species coloris i, nihil aliud
intclligo quam « ralionalitas » et « albedo ». Sic.... cum dicilur « homo est
species ».... Concedimus itaque, hanc translationem necessitate fieri. *”) p.
547: Rationale enim non est nomen subjecti rationalitatis, sed rei quae a
rulionalitale constiluitur, quae non est ipsum animai. m ) p. 531: Mihi autem
videlur, quod praedicari est principaliter signi ficari per vocem praedicatam;
subjici vero, significavi principaliter per vocem subjectam, et hoc quodammodo
videor habere a Prisciano, quod in tractatu orulionis, unte nomen (cioè nel
capitolo che precede la trattazione del Nomen), dicit praepositiones et
conjunetiones « syncategoreumata », i. e. consignificantia. Scimus autem « syn
» apud graecos « cum » praepositionem [532] significare, « categorare » autem «
praedicuri » ; unde « categoriae » « prne1S.
Questi syncategoreumaia die, presi dalla
grainma. tica, son qui messi in campo di passata, e che noi in questa Sezione
incontreremo ancora qualche volta, esercitarono più tardi, a partire da Psello
(Sez. seguente, note 9 e 92) e da Pietro Ispano (Sez. XVII, nota 256), un
influsso estremamente esteso: ma questo è im argomento che, com’è ben naturale,
dobbiamo riserbare al seguito della presente esposizione. Invece la conseguenza
che da ciò ricava qui il nostro anonimo Autore, conduce a un platonismo, che
deve farci ricordare da vicino lo Scoto Eriugena. Se cioè « praedicari », a
questa maniera, è la stessa cosa che « significari principaliter », la funzione
dell’intelletto umano trapassa in quelle forme e maniere di essere obbiettive,
che stanno a fondamento degl’individui, poiché il concetto si genera
(intellectus consti tuitur, generante) per mezzo della parola, in vista
dell’universale obbiettivo 1 ”), e anche la inerenza, se con essa si vuole,
secondo l’abitudme tradizionale, identibeare la relazione predicativa, ha
tuttavia appunto esclusivamente mi valore obbiettivo nel processo del divenire
delle cose ”•). Insomma si tratta soltanto delle irifcantLl d,"" ur S
.' td . em est «eategoreumata» quoti «sifótér» Til n d0m p « praedicari » quoti
« significar, principavol i, S41 s „,n SCUN ',°> II, 15 [ed. Hertz, voi I p.
54] suona così: Partes ignur orationis sunt secundum dudecticos dune, uomo,, et
verbum, quia hae solae eliam per Te coniunctae plenum facium ortUionem, alias
attieni partes « syncategoremata », hoc est consignificantia, appellabant).
WiJJV i" 1 erl * « praedicari. » quoti « si.gnificari principali ’ q i SO
r‘ m s, Z m J ìc ationem recepit Aristoteles, juxta iUud albani mi significai,
msi qualilatem (Cai., 5: v. la Sezione IV nota 476; cosi si storceva qualsiasi
testo a favore del proprio perso’ " • m °'!° dl V e dere) : n Cu m enim
album «subjectum albedinis » nominando significa, illuni solam significationem
notaviI. Aristole- les m qua mtellectus constituitur per vocem.... Sicut ensis
et g/a- diuseumdem generant mlcllcelum, ita ilio duo nomina jacerent. ) p.
53.1: Quod si «praedicari» quidem prò « inhaerere » ac- liPl ì q “° d ?* c °
ncedl ™us, ncque enim bonum usimi abo- e lolumus sic dicendum est: omms natura,
quae pluribus inolierei indivulins materuiliter, species est. nature »
unitarie, che stanno a fondamento delle cose: e, quando il concetto di natura
viene ridotto alla similis creatio (v. sopra la nota 163) o rispettivamente,
per mantener la separazione da altre formazioni, alla dissimilis creatio m ), a
ciò si connette una teoria platonico-mistica della Creazione, la quale qui non
c’interessa 17S ). Ma è da considerare, a questo proposito, che, da un lato,
secondo è stato detto più sopra, vien a essere posta massimamente in rilievo,
per la predicazione, la distinzione tra essentia materialis ed essendo forma-
lis 17 °), come pure, dall’altro lato, che nel rispetto ontologico viene
attribuita una efficienza alla forma soltanto 1S0 ) ; per tali ragioni va
combattuta quella opinione la quale del
resto appartiene del pari ad Abelardo (v. appresso la nota 306) secondo la quale il sommo genere ( genus
generalissimom) sarebbe la materia stessa, e pertanto le forme sarebbero le sue
specie prossime 181 ); OT ) 1 Ititi. : Hic aulem tantum agitur de naturis. Si
uutem quae- ras, quid appellem naturimi, exaudi: naturam dico, quicquid
dissimilis crealionis est ab omnibus, quae non sunt vel illud vel de ilio, sive
una essentia sii sive plures, ut Socrutes dissimilis crea- tionis ab omnibus,
quae non sunt Socrates. Similiter et homo spe- cies est dissimilis creationis ab omnibus rebus,
quae non sunt illa species vel aliqua essentia illius speciei. Anche la obiezione relativa alla f enice, la quale
esiste soltanto in esemplare unico (v. la Sez. XII, nota 87), viene presa in
ronsiderazionc, ma la si rimuove, con la osservazione che la opposizione tra
materia e materiatum (v. sopra la nota 160) dev’essere tuttavia mantenuta nella
sua universalità. ™> p. 538-540. *'") P- 548 s. : Concedo,
rationulilatem praedicari de homine in substantia, ut animai, sed illud ut
formalem essenliam, aliud [Cou- sin corregge: animali vero ut materialem. Vere
attieni assero, imi- Inni simpUcem jormam de alio praedicari substanlialiter,
quam de his, quae formaliter constiluit. P- 549: Non est diversus effectus
materiarum, imo forma- rum.... Apparvi, quod ille effectus sequitur formas, et non
maleriam. m ) p. 546: .... ne concedere cogamur, et muteriam substantiae
generalissimum esse genus, et susceptibilitatem contrariorum, et quaslibet
simpliccs formas esse species.... Respondendum
est, quod in diffinitione generis intelligcndum est, id quod genus est debere
276 e questo perchè, come s’è veduto (nota 165), già nel sommo genere stesso
l’Autore ravvisa un prodotto di materia e forma, e perciò per queU’ultima
materia suprema, cioè per la « mera essenza », altro predicato non gli rimane
all’infuori dal puro essere, vale a dire « est » 182 ) ; precisamente alla
stessa maniera che anche (v. la nota 170) quella essenza, la quale, come
materia, sta a fondamento degl’individui, non ha di già essa stessa un nome che
sia dato a lei quale predicalo, perchè invece mi tale nome collettivo viene
predicato solamente dei rispettivi individui 183 ). Ma quest’ultima
considerazione viene ora estesa anche alle forme, cioè alle differenze
specifiche; in un lungo dibattito, d’intonazione polemica estremamente
accentuata, contro la tesi usuale (Sez. XI, nota 44, e Sez. XII, nota 87), si
dimostra cioè la impossibilità che la differenza specifica venga a cadere sotto
la categoria della qualità, perchè allora la qualità dovrebbe scomporsi in due
specie supreme, ciò sono la differenza e la qualità residua, ma ciascuna di
esse a sua volta potreb- b’essere costituita solamente mediante mia differenza
specifica, e quest’ultima d’altra parte dovrebbe pure venir a cadere parimenti
sotto la categoria delle qualità, il che non le è possibile in nessuna maniera,
cioè nè come genere nè come specie o sottospecie; e così anche, nemmeno in
un’altra categoria ci può essere poi ima dif- praedicari de pluribus speciebus
proxime sibi supposids, quod, quia deest illi maleriae [Cousin corregge:
materia], idcirco non est genus. *) Ibid.: Possumus edam dicere, quia illa mera
essendo ad interrogadonem factum per quid convenienler non respondetur.... Si
ergo quaeritur «quid est [547] substantia », respondeamus «est». Neque enirn
potest responderi per nomen « sub stantia »; namque non est nomen nisi
materialorum a substantia, vel ipsiits substan- dae. Per transladonem
supervacue responderi manifestum est. “’) p- 534: Opponetur: illa essendo
hominis, quae in me est, aliquid est aut nihil.... Respondemus, tali essentiae
nullum nomen esse dalum, nec per imposidonem nec per transladonem.ferenza
specifica, poiché ciascuna specie della qualità (e a queste la differenza
stessa dovrebbe ben appartenere) potrebb’essere soltanto una differenza
specifica nell’àmbito della qualità stessa 18, II, p. 98; PL, 199, 640]: Sunt
autem dubitubilia sapienti quae.... suis m ulramque parlem nituntur firmamenti.
Talia.... sunt, quae quaerunlur.... de materia et motu et principiis corporum.
de progressu multttudims et magnitudini sectione an terminos omnino non habeanl
(v. sopra le noie 125 ss.). de tempore et loco de numero et mattone, de codoni
et diverso, in quo plurima attrilio est, de dividilo et individuo, de
substanlia et forma vocis, de statu universalium, de usu et fine orluque
virlulum eie. logica, la tendenza propria di quell’epoca; con ciò diremmo di
poter in pari tempo rendere compiuta la conoscenza del terreno, sul quale si
esercita la operosità tal proposito, anzitutto le Categorie, di fronte alle
quali alcuni che ne hanno trattato, hanno assunto invero di Abelardo. [a) sopra
le Categorie]. Per quel che riguarda, a
un atteggiamento svalutativo 18 “), già quei concetti preliminari di aequivocum
ÆQVIVOCVM GRICE, univocum e denominativum (v. sopra la nota 93) hanno dato
motivo a discrepanze ™°). Ma poi la contrapposizione di sostanza e accidente
(Sez. XII, nota 90) fu da taluni contestata, da altri invece o giustificata,
limitatamente alle cose naturali concrete, o riferita alla mera relazione
predicativa (cfr. la nota 186), o anche, con uno scambio tra forma e accidente,
trasportata nel concetto di totalità costituita da parti m ). *'"l Lo
stesso, Metal., IV, 2-1 ( Opp ., V), p. 181 [ed. Velili, p. 191J: Alti
detrattimi Catliegoriis IPL, 199, 930J. *) lbid-, III, 2, p. 120 [ed. Wehb, p.
124; PL, 199, 893]: Ex opinione plurima idem principtditer significala
denominativa et ca a quibus denominuntur (un’affermazione come questa, può
essere stata fatta esclusivamente da segnaci dell'indirizzo realistico). Arali. . Dialecl., p. 481 : Alee aequivoca ex
sola debent praedU catione judicari ; sed nec unìvoca propler eamdem
communionis causarti.... Sani autem nonnulli, qui.... non ad ca, quibus est
impositurn vocabulum acquivocum et de quibus enuntiatur, respiciunt; imo ad ea,
ex quibus est imposilum ; ut « amplector », cum ad eamdem personam,
amplectenlem simul et umplexam. acquivocum dicatur, secundum diversarum
proprietatum diffinitioncs, uclionis scilicet et passionis, non ad personam
commune dicatur, sed ad pròprietales, quas aeque designat. M Pseudo-Abael. De
inlell. (riferito dal CousiN, Fragments pitilosophiques, Parigi, 1840, p. 493
[Abael. Opera, II, p. 753]): Quaeritur, un linee divisin, leonini qttae sunt,
aliud est substantia, uUud est accidens », sit sufficicns. Quod si concedatur, tunc, cum
Tulionulitas sit, opnrtet esse substantiam vel accidens. Si autem accidens
fuerit, potesl adesse et abesse....; quod falsum est.... Quidam dicunt, quod de
quocumque veruni est dicere « istud est una res», de eodem veruni est dicere,
esse substantiam vel accidens. Hi
tamen non conceduti/, rem imam debere dici, quod per opus hominum liabet
exislentium, ut domus, nec quod habet pnrtcs disgregalas, sicut popuAnche la
disamina delle singole categorie diede parecchia materia a controversie, le
quali non varcarono tuttavia il limite di quel che si trovava negli scritti di
Boezio. Così, per quel che riguarda la relazione, la divergenza, che già si era
manifestata fra Platone e Aristotele, rispetto al modo d’intendere questa
categoria, si era trasmessa, attraverso i commentatori (Sez. Ili, nota 49; IX,
nota 31; XI, nota 71), sino a farsi sentire anche nella discussione che
s’incontra in Boezio (Sez. XII, nota 93), e pertanto questo punto controverso
torna a comparire anche qui I92 ). Si disputava altresì, se i concetti di
somiglianza o di uguaglianza non sieno da ascrivere alla qualità, piuttosto che
alla relazione, a quel modo che studiosi isolati assegnavano alla qualità
persino la categoria della situazione ( situs) 193 ). Ovvero si metteva hi
dubbio che fosse giusto considerare ubi e quando come categorie, dato che son
ricavati dai concetti di spazio e di tempo, i quali appartengono alla quantità,
e lus.... Alti vero duobus modis dicunl [754] divisionem sufficiente ni esse:
praedicatione scilicet, et continentia secundum naluram. Predicanone quidem....
v. g.: animalium aliud est rationale, aliud irrattonale ; haec divisto est
sufficiens praedicatione, quia de quocumque poterit dici: «istud est animai»,
de eodem statim consequelur, esse vel rationale vel irrutionale.
Continentia.... ut tale sit exemplum: « domus alia pars paries, alia tectum,
alia fundamentum Accidens tamen ibi large accipitur prò forma. ) Abael,
Dialect., p. 201 s.: Quae quidem [ diffinitio ] ab alia in eo maxime diversa
creditur, quod itane Aristoteles secundum rerumnaluram protulil, illam vero
Plato secundum conslruclionein nominum dedit.... Sunt autem qui quemadmodum
Platonicam diffinilionem nirnis laxum vituperata, ila et Aristolelicam nimis
strictam uppellant. ' (kid., p. 204: Sunt tamen, qui « acqualis et inaequalis, simihs et
dissimilis » inter qualitates contrarias recipianl. p.
208: Hi vero, qui similitudinem potius inter qualitates enumerant, ut Magislro
nostro V. (v. la nota 102) piacili t. (La fonte di questa controversia è
Boezio, messa a confronto con p. 187 \in Ar Praed., II e III: PL, 64, 219 e
259]). Ibid., p. 201: Unus, memini,
Magisler noster erat, qui positionis nomea ad qualitates quasdam aequivoce
detorqueret. sono pertanto in perfetto parallelismo, p. es., con l’avverbio
interrogativo « qualiter » 104 ). O, ancor una volta, si domandava quale fosse
la corretta subordinazione dei concetti di « morte », o di « sonno », e simili
1B5 ). Oppure si discuteva sul come vada inteso il magis vel minus che compare
sovente nelle Categorie, se cioè la graduazione concerna puramente il sostrato,
o puramente la proprietà, o uno e l’altra al tempo stesso 106 ). Li tali
occasioni poteva anche venir fuori la distinzione tra i diversi indirizzi sopra
la questione di principio, in quanto che i nominalisti, p. es., designavano il
concetto di « ieri » come un Non-essere 1B7 ), o facevan valere il proprio lw )
Ibid., p. 199: Videntur autem nec generalissima esse « Ubi » vel « Quando », eo
quod prima principia non videantur. Quae enim ex alio nascuntur, prima non
videntur principia, sed ipsa quoque principia habenl; Ubi autem ex loco. Quando
autem ex tempore..,, originem ducimi.... Solel autem a multis in admiratione[m]
ac quaesi ione [ ni ! deduci, cur magis ex loci vel temporis udjaccntia
praedicamenta innascantur, quum ex adhaerenlia aliarum specierum sire generum.
Tarn enim bene « Qualiter » unius nomiti generalissimi videtur, sicut « Ubi »
vel « Quando », cujus quidem species bene vel male dicerentur [Cousin: bona vel
mala dicereturl, sicut « Quando » heri vel nudiustertius, vel « Ubi » Romae vel
Antiochiae [200] esse. La fonte di questa controversia, oltre che la Sezione riguardante la quantità,
e nella quale anzi locus e tempus hanno avuto una speciale trattazione
(Bof.zio, p. 146 [in Ar. praed.. Il: PL, 64, 205]), è in particolare il commento dello stesso
Boezio, p. 190: « quando» et «ubi» esse non polesl, nisi locus ac tempus fuerit
[in Ar. praed.. Ili: PL, 64, 262], ”“) Ibid., p. 402: Solel autem de morte et
vita quaeri, utrum in privalionem et habilum, un potius in contraria
recipiuntur. p. 406: Si.... f in
dormiente ], inquiunt, visio esset..., ridere eum oporleret. Si vero caecitas
inesset, nunqunm amplius ipsum ridere contingeret. “*) Gilb. Porret. de sex
princ., 8 (puhhl. nella ediz. lat. delle Opere di Aristotele, Venezia, 1552, I,
f.34) : Dicitur autem « magis et minus suscipere » tripliciter. Aiunt enim
quidam secundum erementum vel diminutionem eorum, quae suscipiunt, subiectorum.
Aliter autem et olii, ipsa quidem, quae suscipiuntur, in suscipiente diminuì et
crescere, annuntiant. Alii autem secundum ulrumque, amborum diminutionem et
augmentationem [cfr. PL, 188, 1268. e la nota 21 di questa Sez.]. w ) Abael.
Dinlect., p. 196: Cum.... « Iteri » rei existentis designativum non videatur....
Sed fortasse hi, qui magis in speciebus 282 CABLO PRANTL punto di vista, anche
in ordine alla relazione e agli op. posti, mentre allo stesso modo operava, dal
canto suo, la corrente realistica 19S ). Ma sembra che, più spesso di tutto, si
sia parlato della categoria della quantità, già per il fatto che questa offriva
la opportunità di passare di nuovo alle questioni concernenti il concetto di
parte (note 125 ss.). Mentre i nominalisti intendevano i concetti numerali in
modo perfettamente analogo a tutto il resto [ intendi : dei concetti], e perciò
designavano i singoli numeri come specie, il cui genere è il concetto stesso di
Numero I99 ), ciò era negato dai loro avversari; secondo costoro infatti,
mancava nei numeri quella essenziale unità di natura, eh e necessaria per il
concetto di specie o di genere, e per conseguenza i numeri vanno semplicemente
qualificati come espressioni aggettivali di un procedimento collettivo;
quest’ultimo poi si applicava altresì a tutti quanti i momenti della quantità,
in quanto che a ima realtà sostanziale posson pretendere soltanto i fondamenti
semplici della quantità, vale a dire i concetti di rerum naturimi quarn
vocabulorum impositionem attendimi, per * ^ Qunmduiji praesentem (idjacenliam
designari volunt. ) lbid., p. 392: Quod qitidem multos in hanc sententiam
induxtt, ut contrarium nomen tantum universalium, non eliam sitiglilarium
confiterentur, albedinis quidem et nigredinis, non hujus albedmis vel hujus
nigredinis. Sic quoque et
relutivum et « privalio et habitus » nomina tantum universalium diclini.
Relativa quidem.... tantum universalìa dicebanl ex relatione construclionis. «
Habitus» quoque et « prie alio » universalium tantum nomina diclini, eo quod in
individuis non possimi servaci. lbid.. p. 398: Quidam talem eum (se. Boethium )
divisionali invilisse dicunl, quod contraria alia siint genera, alia
specialissima. Specialissima vero sic subdividuniur, ut cornili alia sub eodem
genere, alia sub diversis contrariis ponantur. ' ') lbid., p. 190: Hi vero,
quibus videtur. in speciulibus uut generalibus vocabulis non solimi ea
contineri, quae una sunt naturaliter, sed magis ea, quae substantialiter ab
ipsis nominantur, possimi forlasse et istu (rior i singoli ronrrtli numerali)
species appellare, quum videlicel magis logicum in impositione vocimi
sequuntur, quam physicam in natura rerum investigando. punto, unità, istante, lettera
[dell’alfabeto, come suono elementare], luogo, ma tutto il resto si riduce a
pure espressioni collettive 200 ); fu altresì da alcuni fatto cenno della
differenza che sussiste, rispetto alla divisibilità, fra il concetto di tempo e
quant’altre quantità ci sono, divisibili e continue 201 ). [b) sopra la teoria
del giudizio in generale]. Nella teoria
del giudizio sembra essere stato spesso compendiato tutto quanto il contenuto
essenziale della logica, entro i limiti in cui di questo si faceva uso,
semplicemente per la istruzione degli scolari più giovani; imperocché si
riduceva il libro De interpretatione in forma di compendi, di « Introductiones
» o di « sumrna artis », ”») Ibid., p. 188 Numentm autem colleclionem unilatum
determinimi....’ I ndo maxime Magistri nostri sementiti, membri, confirmabut,
binarium, ternarium, caeterosque numeros spectes numeri non esse, nec numerimi
genus oorum, cujus videlicet res una natur,diter non esset. Hae namquc dime
unitates in hoc homine liomae habitante, et in ilio qui est Antiochiae
consistimi, atque lume binariunì componimi. Quomodo una res in natura
diceretur, aut quomodo ipsae spatio tanto disluntes imam simili specialem seti
generalem naturam reci pieni? Linde potius numeri nomen et binarli et ternani
et caeterorum a collectionibus imitatimi sumpta dicebant [così il codice: ma il
C. legge « (Magister noster) dicebal»]. Ibid.,
p. 179 s.: Ilarum autem (se. qu.mtilalum) aline sunl simplices, alme
compositae. Simplices vero quinque dicunt: punctum scilicet. unitotem, instans
quod est indivisibile lemporis momentam, dementimi quoti est vox individua,
simplicem locum.... Ilas autem tantum, quae simplices sunt, Magistri nostri
sementili speciales appellabili naturas, eo videlicet quod sint unite
nuturaliter, quae partibus careni, quae vero e* bis sunt compositae, composita
individua dicebat, nec una naturaliter esse....; mugisque eurum nomina....
sumpta esse a collectionibus quibusdam.... ™) Ibid., p. 186: Cimi autem res
singulae sua habeant tempora in se ipsis jundata, sua scilicet momento, suas
horus, silos dies, rei menses, vel annos, omnes lumen dies simul existentes,
vel menses, vel anni prò uno accipiuntur.... (p. 187) In ttliis.... lotis,
lotum positum ponil partem, et pars desimela perimit totum.... In tempore vero e converso est, velati in die. Si
enim prima est, dies esse dicitur, sed non convertitur.... Al vero si dies non
est, prima non est. sed non convertitur.... In his itaque totis, quae per unum
tantum partem semper existunt, iUud, quod de inferenlia totius et partis
Boethms (de difj. top.. TI, p. 867 [PL, 64, 1188]) docet, non admittunt. e si mettevano assieme regole sopra le parti
e le forme del giudizio, la quantità, qualità ed equipollenza, il contrano e il
contraddittorio, la verità e la falsità, la con versione e la modalità dei
giudizi ecc., cercandosi a que sta maniera di meglio conformare, per così dire,
il li. bro aristotelico all’uso scolastico, e di apportarvi in vari mod!
compimenti o ampliamenti 202 ). Ma, per quest’ultimo riguardo, nessuna più
precisa notizia ci è stata tramandata: che a tale lavoro si collegassero da
capo altre controversie sovra punti particolari, ci risulta invece ani le t a e
ristrette fonti, a noi accessibili. Furon così solevale subito difficoltà, già
riguardo al concetto di vox significativa (Se*. XII, nota 109), e tali
difficoltà, relativamente alla propagazione del suono, arrivarono a un tale
colmo di astruseria, che alcuni finirono con il de«ignare addirittura l’aria,
come ciò che ha la funzione di « significare » *). Non vale molto di più la
questione, QuiZ^n 135]: manifestiti* poteril nuilihet, mterpr.), compendiosius
et excepla reverenti vZborZL fn ZT’ T° d " quas Introduciiones foconi Vix
est Jn," l ‘ b "r rudintentìs > non doceat, adirai* aUis non
mtnTn^LlrS^a qmd nomea, ql,id verbum, quid oratio none Urrunt,taque quae vires
enuntiationom 1 orano, qU ae spectes eius, tate, q U ae determinate verae sunt
auUahà^ SOrtÌant “ T aut ( i,lnlU team, quae consentiant sibi quae dissentine? 11 ™ qu,bus, l ?qu>pol
visim, coniunctim praedicenlur alt con? " ’ 9 “ ae P raed,ca ‘“ dU quae
sii natura modalium et auae si et quae non >' il em n ni 11171 . /> • *
Quae smgularium contradìctio _ Pcriermeniis docet?"o'uis^'liimd? *** quae
vel Aristotile* in cairn totius artìs sumZm Zfc, C ° nq “ lslta l « dicit? Omnes Cfr ! qUÌaPP^’la noU 366. /aC ‘ 7,7 "“
fra, „ b „ n j~ sollevata a proposito della unità della significano, se cioè
una parola possa « significare » anche le lettere da cui è costituita 204 ).
Poteva invece esercitare più profondo influsso,
sebbene non ci sia stata tramandata notizia di ulteriori conseguenze ,
la netta delimitazione che si segnò, a proposito del nomea, tra significare e
nominare, in quanto che di quello è oggetto la universalità, e di questo il
singolare 205 ). E così pure, prima di tutto,
in occasione della controversia, se le preposizioni e le congiunzioni
sieno parimente parole « significanti », o non possano invece assolutamente
esser annoverate tra le parti del discorso
grande importanza potè avere il contatto che si venne a determinare tra
i dialettici e i grammatici: di questi ultimi, taluni si decisero, da un punto
di vista unilaterale, per la seconda alternativa, ma altri tennero conto anche
degl’interessi della logica, rendendo con ciò effettuabile una conciliazione,
in base alla quale si potè almeno preparare a quelle parti del discorso
aeres..., ipsis etiam, quos reverberat, consimilem soni formam attribuita
illeque fortasse aliis, qui ad aures diversorum perveniunt. Nostri tamen,
mcmini, sententia Magislri ipsum tantum aèrem proprie audiri ac sonare ac
significare volebat. Cfr. qui appresso la nota 499. ) lbid., p. 488: Totum
constai ex suis parli bus, vox ex suis non conslituitur significationibus. Et
fil quìdem divisio totius in partes, vocis vero [non] in significationes. Nam
etsi hoc in quibusdam vocibus contingat, ut scilicet ex suis jungantur
significationibus. ut hoc vocabulum quod est xens» ex littcris suis, quas etiam
significai, non tamen id ad naturam vocis, sed totius referendum est; in eo
enim quod ex eis constai, totum est earum, non eas significans. Est etiam et
alia quorumdam solutio, ut scilicet concedant, nullam vocem conjungi ex signi
ficationibus diversis, ad quas videlicet diversas impositiones secundum
aequivocationem habeal. Ncque enim « eris » ad quaelibet plora dicunt
aequivocum ÆQVIVOCVM GRICE, sed tantum ad divcrsorum subslantias
praedicamenlorum. linde de lilleris, quae in eodem clauduntur praedicamento.
aequivoce non dicilur. *“> J°«Saresb. Metal., II, 20, p. 100 [ed. Webb, p.
104; PL, 199, 881] : Quod fere in omnium ore celebre est, aliud scilicet esse
quod appellativa significant et aliud esse quod nominant. Nominante singularia,
sed universalia significantur. (analogamente, si direbbe, al modo tenuto
dall’autore del De gen. et spec.: v. «opra la nota 174) il successivo loro
ingresso nella logica 20 °). Può essere ugualmente attribuita a im influsso
della grammatica (ed è possibile sia stato per opera di Bernardo da Cliartres:
v. la preced. nota d9) la introduzione di una terminologia, per la quale
giudizi, come ad es. «Uomo è un sostantivo», furon denominati « materialiter im
posila», ovvero giudizi « de significante et significato» 207 ). Ma nei dibat¬
titi sopra la questione della essenza deiraffermazione e della negazione,
poteva ricomparire il contrasto fra opposti indirizzi, attenendosi alcuni alla
forma gramma¬ ticale, altri ai concetti, altri ancora alla realtà obbiet¬ tiva
208 ). ) Abael. Dialect., p. 216: Praepositiones et conjunctiones de rebus
corion, quibus apponuntur, quosdum inlellectus facere videntur, alque in hoc
impericela canon significalo dicilur, quod... ipsu quoque res, de qua
inlellectus habetur, in hujusmodi dictionibus non tenelur stetti in nominibus
et eerbis, qtute simul et res demonstrant ac..... I nde certu apud grammaticos
de praepositionibus sementili exlitit, ut res quoque eorum, quorum vocabulis
apponuntur, ipsae destgnarent.... Vnde illa quorumdam dialecticorum setitentia
potior yidetur, qttam grammaticorum opinio, quae omnino a parlibus orationis
hujusmodi voces, quas signifieativas esse per se non judicavit, divisti, uc
magis ea quucdarn supplemento ac colligamenta (v. la Sezione XII, note 43, 60 e
111) partirne orationis esse aicit.... (p. 217) soni etiam nominili, qui omnino
a significativi hujusmodi dictiones remorisse diulecticos adstruant. Cfr.
appresso le note 349 Reggi: 348] e 620. 1Q0 1J?"1 S . AK T B MetaL ’ jfl,.
5, P137 [ed. Webb, p. 142; PL, JU4J. Interdum tamen dictionem rem esse
contingit, cimi idem sermo ad agendum de se assumitur, ut in his quae
jtraeceptores nostri materialiter dicebant imposi la et dicibilia; quale est:
«Uomo est nomea », «CurriI est verbum ».
Abael. Dial... p 248IJitidam tamen trnnsitivam grummaticam in quibusdam
propositiom US esse volimi; qui quidem propositionum alias de
consignificantibus vocibus ulias vero de significante et significato fieri
diclini, ut soni dlae, quae de ipsis vocibus nomina sua enunciant hoc modo «
homo est nomea vcl vox vel disyUabum ». Cfr. la nota 618. ) Abaei.. Dialect.,
p. 404: Quidam aiitem per « jacere sub affirmatioae et negatione » finitum et
infinitum vocabulum accipiunl.[c) sopra questioni particolari, attinenti alla
teoria del giudizio]. Anche a proposito
di vari punti parti¬ colari, che si trovavano dibattuti nel commento di Boe¬
zio, ci si decise senz’altro iu senso contrario all’autorità di lui: così, p.
os., riguardo alla unità del giudizio 2UB ), o relativamente alla scomposizione
del verbo in due ele¬ menti, la copula e un participio 210 ), o a proposito di
cpiei giudizi, nei quali 1 « est » non implica la esistenza effettiva del
soggetto 211 ), o a proposito della questione del rapporto quantitativo tra
soggetto e predicato 212 ), ut « sedet, non sedetti quidam vero intellectus ab
affirmalione et negatione generalos (v. la nota 175): sed nos polius va, quae
ab affirmatione et negatione dicunlur, aceipimus, essentias scilicel rerum, de
quibus per affirmulionem et negationem agitar. Ma non si riesce a intender bene
Joh. Saie Metal., 11, 11, p. 81 Led. Webb, p. 83; IL, 199, 869]: expedit [
dialeclicu J quaestiones...; quale est: An affirmare sit enuntiare (viceversa,
se si potesse leggere « an titillitiare sit affirmare », ci sarebbe qualche
maggiore possibilità di congetturare un significato), et: An simili exture
possit contradictio. •“) Abael. L)ial., p. 298: Sunt aulem, qui udslruanl,
diversa accidentia unam enuntiationem lucere, cum tulio sumuntur, quae ad
diversa referuntur, veluti si dicatur : «/ionio citliaroedus bonus» (v. Boezio,
p. 419 [in de interpr., ed. secunda, V, 11; cdiz. Meiser, Pars Post., p. 363: PL,
64, 573J). '") lbid., p. 219: Idem dicit « homo ambulata, quunlum prò-
ponit «homo est ambulatisi) (Boezio [ ib., V, 12; p. 390: PL, 64, 586], p.
429). Sed ad hoc, memini, magister nosler V. opponete so' let: si, inquit,
verbum proprium significationem inhuerere dicit, ve¬ runi autem sii, cam
inhuerere, projeclo ipsum verum dicit, ac sen- sum propositionis perfidi. ‘ )
Ibidem, p. 223 s.: Unde quidem, cum dicitur, Homero quo¬ que defuncto, «Homerus
est poiitu » (Boezio [//>., V, il; p. 3734: PL, 64, 578], p. 423).... «esse»
quoque, quoil inlerponilur, in desi- gnatione non existentium vqlunt accipi....
Nostri vero sementili Ma- Bistri non secundum verbum accidentalem dicebat
praedicationem, sed secundum tolius construclionis significaturam, atque impro-
priam loculionem.... Sed quaero in
ilJu significativa locutione, « Ho¬ merus est poeta», cujus nomea « Homerus»
aul « poeta» acci- piatur. At vero, si hominis, falsa est enunciutio, co
defuncto ', si vero poemutis.... est.... nova vocis aequivocalio. ' ) lbid., p.
247: In liis autem quae secundum accidens praedi- cunlur nec totani subjecti
substantium continent, sed in parte tan¬ tum subjectum attingunt (Boezio [in de
interpr., ed. prima, II, 11; ed. Meiser, Pars Prior, p. 159: PL, 64, 358], p.
263).... non est necesse, praedicatum vel majits esse subjecto vel aequale,
veluti cum dicitur « animai est homo », vel « quiddam animai est homo alla
quale questione potevan riattaccarsi pure sottigliezze grammaticali 213 ). Anzi
le opinioni furono divise, anche in ordine a quei cenni intorno al « giudizio
indefinito », con i quali Boezio aveva dato il compimento che ci voleva allo
scritto aristotelico De interpretatione (Sez. XII, nota 115), essendo stato
tale compimento da taluni giustificato, ma da altri respinto, e fra questi ultimi ci vien fatta menzione di
un Magister « V. », autore di « Glossulae super Periermenias » 214 ). Riguardo
ai giudizi modali v. la Sez. XII, nota
119: il termine tecnico « modalis » appare ora pienamente invalso •, si deve
ravvisare veramente un modo di vedere individuale nell’ atteggiamento di
alcuni, i quali deducevano i giudizi stessi dai giudizi non-modali, in tal
maniera che dalle parole « possibilmente » o « necessariamente » rimanesse
modificato non il contenuto di fatto, ma il senso della enunciazione, ovvero nell’atteggiamento di altri, i quali
dicevano che in tali giu- (cfr. Boezio ( iniroiì. ad cuthegoricos Syll.: PL,
64, 768], p. 562). Quamvis tamen et hic quidam concedunt, animai quod subjicitur non esse
majus homine. Diclini cnim, quia animai, quod homo est, ibi subjicitur, quod
non est majus homine. “> J° H - Saresb. Metal., n, 20, p. 101 [ed. Webb, p.
105; PL, 199, 881]:.... quia « omnis homo diligit se». Quod si ex relativae
dictionis proprietate discutias, incongrue dictum forte causabaris et falsum;
siquidem.... sive collcclive sire distributive accipialur quod dicium est « omnis
», pronomen relativum « se », quod subiun- gitur, nec universitati singulorum
nec alicui omnium veraciter el necesse est, So- cralem non esse equum,
possibile est vel necesse esse non equum.... In.... universali bus.... non ita concedunt, ut
videlicet tantumdem va- leat « non » ad «esse» praepositum, quantum id [Cousin:
ei], quod « esse » copulai compositum. "i Ibid., p. 442: Sunt lamen
quidam, qui nec discretionem ul- lam inler categoricam et hypotheticam in
disjunclione compositas habenl. sed idem dicunt proponi, cum dicitur « Socrates
est vel sanile vel aeger », et cum dicitur « aut Socrates est sanus aut aeger
»; ut scilicet omnis enunliatio, quae disjunctas recipit conjunctiones,
hypothetica credatur. Volunt itaque semper in hujus modi categorici s. quae
disjuncliones recipiunl, hypotheticae sensurn intelligi. veduti cum dicitur
«Socrales est sanus vel aeger », tale est ac si dicatur « aut Socrates est
sanus aut Socrates est aeger. [d) sopra difficoltà inerenti alla teoria del
sillogismo ]. Dalla sfera della
sillogistica non possiamo a tutta prima aspettarci ima così fatta letteratura
sovra punti controversi, perchè, mentre da un lato i relativi compendi di
Boezio, essendo, per così dire, puri formulari scolastici, non porgono
occasione a divergenze di opinioni, dall’altro lato, come abbiamo veduto (qui
sopra, note 8-34), solamente a poco a poco si venne, appunto in quell’epoca, a
conoscenza degli Analitici aristotelici, i quali inoltre mancavano anche allora
di mi apparato esegetico, quale da gran tempo erasi avuto per le rimanenti
parti della Logica. Si trova tuttavia, almeno in Giovanni da Salisbury, una
notizia, dalla quale sembra potersi argomentare che sia stato preso
particolarmente in considerazione quel tal passo estrema- mente difficile degli
Analitici Primi, concernente la conversione dei giudizi modali (Sez. IV, nota
546), in quanto che si trovò necessaria una particolare terminologia ( materia
naturalis, contingens, remota), per significare i concetti, che ivi
s’incontrano, di quel eh’ è naturalmente determinato [tte^’jxcs], del
possibile, e del non-aver-luogo 219 ). Dalla medesima fonte apprendiamo
altresì, che dei sillogismi, già noti ad Abelardo ") Joh. Sar. Metal., IV,
4, p. 160 [ed. Webb, p. 168; PL, 199, 918], dove in un sommario del contenuto
degli Analitici Primi si legge anche quanto segue: quid in loto esse aul non
esse, quas prò positiones ad usum sillogisandi converti contingat et quas non;
quidve optinent in his quae modcrnorum (v. la nota 55) usti dicuntur esse de
naturali materia aut contingenti aul remota. Quibtis praemissis, trium
figurarum subneclit rationes etc. La eennata tripartizione poteva essere
ricavata da Boezio (Sez. XII, nota 119), il quale dal canto suo aveva attinto
ad Ammonio (Sez. XI, nota 157); la terminologia di quest’ultimo passò nel
Compendio di Psello (Sez. XV, nota 14), dove il passo corrispondente presenta,
nelle traduzioni latine, le tre espressioni testé ricordate (Sez. XVII, note 38
e 155). Ci troviamo pertanto, anche qui, dinanzi alla possibilità che verso la
fine delI’XI secolo si sieno fatti strada nell’Occidente latino sparsi
frammenti della letteratura scolastica bizantina. (nota 17), formati da giudizi modali, fu ora
fatto uso frequente, così per parte dei teologi, come pure nelle scuole di
dialettica 220 ). Un’argomentazione insidiosa, occasionalmente menzionata ima
volta, e relativa alla possibilità del futuro, è d’imitazione ciceroniana 221
). [e) sopra questioni di Topica ].
Invece la Topica ebbe a godere ancor una volta di una più vasta e varia
attività di studiosi; e ciò risulta già in generale dall’opera di Abelardo, il
quale, a proposito dei singoli loci, si esprime in tal modo da indurci a
ritenere ch’egli abbia trovato dappertutto già pronto un numero determinato di
« regole » formulate, le quali rappresentavano la redazione, fatta nelle
scuole, delle notizie riferite da Boezio nel suo scritto De diff. top. 222 );
inoltre, a partire dal tempo in cui fu tratta fuori novamente la Topica
aristotelica (v. sopra le note 28 s.), ci furono effettivamente alcuni, che
tentarono di arricchire questo ramo della dialettica con la invenzione di nuovi
loci e di nuove « regole » 223 ), Ibid. : Deinde habila modalium rutione
transit ad commixtiones qitae de necessario sunt aut contingenti rum bis quae
sunt de inesse.... Expositores vero divinar paginae rationem modornm
pernecessariam esse diclini.... [169] Est enim modus, ut aiunt, quasi quidam
medius habitus terminorum (ofr. la Sez. XII, nota 150). Et prafecto, licei
nullus modos omnes, linde modales dicuntur, singultitivi enumerare sufficiat,
quod quidem nec ars exigit (v. ibid., noia 163), lumen mugistri scolarum inde
commodissime disputant, Cfr. appresso la nota 623. Lo stesso, Polvcr.. II, 23.
p. 125 [ed. Webb. I, p. 132; PL, 199. 455] : Restai libi illius Stoici lui quaestio....
Quaerebat.... enim.... an posses aliquid facete eorum quae minime faclurus es
etc. Cfr. la Sez. VI, note 136 e 164. '“) Abael. Dialect., p. es. p. 334 (sunt
igitur quatuor hujus inferentiae regnine), p. 353 (regulae antecedentis et
consequentis), p. 375 (regidae ab interpretatìone), p. 376 (tres autem regidas
a genere in usum duximus), e cosi via pereorrendo tutta la Topica. ’l Joh. Sar.
Metal., Ili, 9, p. 145 [152]: Non omnes tamen locos buie operi (cioè BOEZIO, de
diff. top.) insertos arbitror, quia nec potuerunt, cum et a modernis, huiiis
praeeunte benefìcio, aeque necessarios evidentius cotidie docerì
conspiciam. lbid., 6, p. 138 [1431: ma potè nello stesso tempo
diffondersi altresì una idea giusta del posto e della importanza della
dialettica ). Trasparivano tuttavia anche qui le differenze di ordine generale
tra punti di vista, quando da taluni erano posti unilateralmente in maggior
rilievo i concetti isolati, fatta astrazione dalla espressione verbale 225 ),
da altri invece s’insisteva solamente sopra la necessità interna dell’ordine di
successione nell’argomentazione 22 “), mentre altri ancora, al contrario, ci
tenevano a veder presa in considerazione proprio la probabilità subbiettiva. Ma
c’erano poi varie controversie, che si collegavano anche a singoli loci o a
regole particolari 22S ). Non tamen huic operi (cioè alla Topica aristotelica)
tantum tribuo, ut inanem reputem operam modernorum, qui equidem nascentes et
convnlescentes ab Aristotile, inventis eius multas adiciunt rationes et regulas
prioribus aeque jirmus | PL, 199, 909 e 9011. V. appresso la nota 413 a. “)
Ibid., 5, p. 134 [ed. Webb, p. 139; PL, 199, 9021:... scienti Topicorum.... ex
opinione multorum dialeclico et oratori principuliter faciat. ™) Abael. Dialect.,
p. 426: Dieunlur in argumentis ea, quae a propositionibus ipsis significanti^,
ipsi quidem intellectus, ut quibusdam plucet, quorum conceptio, sine eliam
vocis prolulione, ad concessionem alterius ipsum cogit dubitanlem. **•) Ibid-,
p427: Sunt autem, meniini, qui, verbis auctoritatis nimis adhaerentes, ornile
necessarium argumentum in se ipso necessarium dici velini. **) Ibid., p. 335:
Sunt autem quidam, qui non solum necessarias consecutiones, sed quaslibel
quoque probabiles verus esse fateanlur. Dicunl enirn, verilatem hypotheticue
proposilionis modo in necessitale, modo in sola probabilitale consistere; in
qua quidem sentenliu Magistrum etiam nostrum deprehensum dolco.... (p. 336)
Dicunl tamen, quia omne quod probabile est, verum est, saltem secundum eum, cui
est probabile. *“) Così taluni volevano che tra le maximae propositiones (Sez.
XII, nota 165) fossero annoverate anche le regole principali del giudizio
categorico (Abael. Dial., p. 339 s.), e c’eran altri che volevano estenderle
anche di più (ibid., p. 366): oppure si trasferivano l 'antecedere e il
consequens nei [intendi: «si allargava l'applicazione delle regulae antecedenti
et conseguenti, fino a comprendere anche le relazioni tra i »] singoli termini
del sillogismo (ibid., p. 353 s.), o si restringeva il locus a praedicalo
puramente a giudizi categorico-ipotetici (p. 381), mentre da altri lo si faceva
valere soltanto come principio di prova del locus a genere (p. 384); 293 U 29 . Negli studi di logica, la qualità
continua A RIMANER MOLTO AL DISOTTO DELLA QUANTITÀ]. Ma riflettiamo ora come
quasi tutta la materia, che avevamo da presentar sino a questo punto, si sia
dovuto ricavarla da due scrittori soltanto, vale a dire Abelardo e Giovanni da
Salisbury, dei quali per caso ci sono conservate opere di più lunga lena,
cosicché ci sarebbe comunque da imparar ancora ben di più, qualora si
disponesse di fonti più abbondanti: e riflettiamo così pure, inoltre, che
ciascuna delle opinioni sopra citate, relative a punti particolari, ci permette
di argomentare, per parte dello scrittore che se ne fa sostenitore,
un’operosità di studioso, estesa a tutta quanta la sfera della logica di
quell’epoca; se terremo presenti queste considerazioni, ci sarà difficile andar
tropp’oltre, nell’ imaginarei la estensione dell’attività, svolta in quel
tempo, soprattutto in Francia, nel campo della logica. Ben è vero che, ad
avvalorare, per così dire, una impressione generale ben nota, può darsi che,
quanto a intensità, le cose andassero diversamente, perchè in nessuna parte abbiamo
trovato, non che una concezione filosofica, neanche segni di effettiva
originalità. Come in generale il Medio Evo era e rimase dipendente dal
materiale di una tradizione, imposto dal difuori, così anche le numerose
controversie attinenti alla logica, non prendevano principio da un intimo
impulso, bensì si fondano sopra uno stimolo esterno, dato dal materiale della
tradizione scolastica, e bisognava, a così dire, che aspettassero questo
stimolo, per avere in generale occasione di inoltre, anche sopra questo stesso
ultimo /ocus, si dibatteron da rapo varie controversie, disputandosi cioè se
esso abbia validità incondizionata (p. 378), o sia da intendere soltanto in
senso causale (p. 386): e controversie analoghe concernevano il locus ab
efficiente. con partecipazione anche di motivi teologici (p. 413), o il locus
ab interpretatione, trattandosi di decidere fino a qual punto coincida con la
etymologia. manifestarci. Così anche i
rappresentanti delle più importanti opinioni, caratteristiche dei vari indirizzi,
abbiamo pur dovuto spogliarli della gloria di essersi aperti da sè la loro
strada; poiché certi passi isolati di Boezio, strappali dal contesto, e che
sono stati appunto oggetto di studio appassionato, ci si sono rivelati (note
105, 129, 134, 170) come i punti di partenza, in base ai quali, a forza di
stiracchiare, è stato poi messo insieme il resto, E se in mani nostre neanche
Abelardo si sottrae forse a un simile destino (nota 286), non ne abbiamo colpa
noi, ma la ragione ne va rintracciata nella verità storica come tale. [§ 30
. Abei.ardo : a) suo ingegno:
caratteristica generale], Proprio la considerazione ora esposta, che cioè in
quell’epoca, da un lato, una grande moltitudine di maestri si occupavano, discendendo
sino ai più minuti particolari, del materiale di studi di logica, quale veniva
tramandato, e che, dall’altro lato, per l’appunto nella letteratura
tradizionale tutto questo genere di produzione veniva a trovare le proprie
condizioni, derivandone il suo proprio indirizzo ci doveva già da principio indurre a
procedere con circospezione nel nostro giudizio sul conto di Abelardo (nato nel
1079, morto nel 1142): e di fatto, a prender in esame più da presso l’opera sua
in connessione con quella dei contemporanei, ci troveremo anche messi in guardia
contro ogni esagerazione nell’apprezzamento di lui 22B ). Mentre “) In
particolare gli studiosi francesi sembrano propensi a sopravvalutare il loro
connazionale, e in ciò, fra i tedeschi, va per lo meno a pari con loro
[Federico Cristoforo] Schlossf.r [in un libro del 1807, su Ab. e fra Dolcino].
La vasta opera di Charles de Rémusat, Abélard, Parigi, 1845, in due voli., è,
per la parte biografica, quanto di meglio possediamo, nella letteratura
moderna, sul conto di Abelardo: aH’inoontro, nella esposizione della dottrina,
i presupposti storici, consistenti nei movimenti spirituali generali, propri di
quell’epoca, son forse lasciati troppo nell’ombra, in concioè, riguardo
all’etica, ci compiacciamo di ravvisare e riconoscere in Abelardo un eretico
del tempo suo, e delle sue benemerenze di teologo 22Ba ) dobbiamo lasciare
invece che si occupi la storia della teologia, ci apparirà chiaro come, nel
campo della logica, egli non abbia esplicato un’attività più originale di forse
cento altri suoi contemporanei 23 °). È innegabile la sua grande vivacità
d’intelletto, e prima di tutto la sua straordinaria abilità nella forma
retorica di esposizione: anche alla dialettica, come a tutto ciò su cui metteva
le mani, si slanciò sopra con appassionato fervore, e si manifestò subito come
maestro estremamente suggestivo; la sua attenzione era qui essenzialmente volta
all’intento di fronto con le benemerenze personali di Abelardo : a ciò si
aggiunge ancora, riguardo alla dialettica, l’inconveniente già più sopra (nota
49, e cfr. la nota 148) rilevato con espressioni di biasimo. w ‘) Su questo
argomento, v. la vasta opera di S. Maht. Deutsch, Peter Abàlard: ein kritischer
Theologe des 12. Jahrhunderts [P. A.: un teologo critico del XII secolo],
Lipsia, 1883. a ") Non s’insisterà mai abbastanza nel ricordare che la
nostra indagine si svolge tutta quanta entro i limili segnati esclusivamente
dal quantitativo del nostro materiale di fonti. E tra Abelardo c gli altri
dialettici dell’epoca sua sussiste qui una differenza soltanto, che cioè di
quello ci sono conservati casualmente moltissimi scritti, si che di lui, per
conseguenza, siamo in grado di riconoscere e pienamente svolgere le idee
fondamentali, più largamente ricostruite nel loro ordine sistematico, mentre
per gli altri non ci è possibile fare altrettanto. Ma dobbiamo guardarci dal
convertire in una obbiettiva superiorità di Abelardo, questa circostanza
favorevole, che torna a vantaggio della nostra esposizione. m ) Ch’egli sia
stato scolaro di Roscelino, ma anche di Guglielmo da Champeaux, e che inoltre
abbia cercato e trovato ispirazione in tutti gli altri eminenti maestri, si
vede dalla nota 314 della Sezione precedente, c dalle note 102 e 104 di questa.
Del suo presentarsi come maestro fa il racconto egli stesso, Epist., I, c. 2,
p. 4 (Amboes.) [ed. Cousin, I, p. 4 c 6] : Perverti tandem Parisius... Factum
tandem est ut supra vires aetatis meae de ingenio meo praesumens, ad scholarum
regimen adolescentulus aspirarem, et locum, in quo id agerem, providerem ;
insigne videlicet tunc temporis Meliduni castrum, et sedem regiurn.... (p. 5)
Ab hoc autern scholarum noslrarum lyrocinio [Amboes .: exordio] ita in arte
dialeclica nomea meum dilatori coepit, ut non solum condiscipulorum meorum,
verum etiam ipsius magistri (cioè Guilelmi Campellensis) fama farsi capire
facilmente, adattandosi egli, anche nella scelta del materiale, all’esigenze
della scolaresca ), ed è naturale che fosse perciò invitato sovente a
esercitare a profitto di altri il suo talento di maestro di logica **). Ma il
nomignolo di « Peripateticus Palatimis » [nativo di Palet o Palais] egli lo
deve soltanto a questo suo virtuosismo formale, perchè, da un lato, per i suoi
contemporanei « peripatetico » e « cullor della logica » eran espressioni
sinonime, nulla conoscendosi in generale di Aristotele aH’infuori dall’Organon,
e con quella espressione volevasi soltanto significare uno che si occupasse
molto estesamente o con particolar efficacia di questi scritti aristotelici 2S4
), senza che con ciò si pensasse già a un pieno esauriente svolgimento del
principio aristotelico; ma, d’altro lato, lo stesso Abelardo ha avuto pure
contrada paulatim extinguerelur.... (p. 6) [6] 1 unc ego Melidunum reversus, scholas ibi
nostras, sicut antea, constitui.... Meliduno
l'arisius redii . extra civilatem in monte S. Genovejae, scholarum noslrarum
castra positi [PL) Joh. Saresb. Metal., Ili, 1, p. 116 (ed. Giles [cd. Webb, p.
120]): Sic omnem librimi legi oportet, ut quam facillime potasi eorum quae
scribuntur hubeatur cognitio. Non enim occasio quaerenda est ingerendue
difficultatis, sed ubiqiie facilitas generando. Qttem morem secutum recolo
Peripateticum Palatinum. Inde est, ut opinor, quod se ad puerilem de generibus
et spedebus, ut pace suorum loquar, inclinavit opinionem: malens instruere et
promovere suos in puerilibus quam in gravitate philosophorum esse obscurior.
Faciebat enim studiosissime quod in omnibus praecipit fieri Augustinus, i. e.,
rerum intellecltii serviebut I PL, 199, 890-1J. at ) Abael. Introd. ad llteol.,
I, Pro!., p. 974 (Amboes. [ed. Confiti, II, 31): Ad has itaque dissolvendas
controversias cum me sufficere arbitrarentur, quem quasi ab ipsis eunubitlis
[Cousin: inainabulis] in Philosophiae studiis ac praecipue Dialecticue, quae
omnium mugislra ralionum videtur, conversatimi sciant, atque experimento, ut
aiunt, didicerint, unanimiter postulane, ne talenlum miht a Domino commissum
multiplicare differam. Ep. 1, c. 2, p. 5
[51 : Non multo aiitem interjecto tempore, ex immoderata studii affliclione
correptus infirmitate, coactus sum repatriare, et per unnos atiquot a Francia
quasi remolus. quaerebar ardentius ab iis, quos dialectica sollicitabat
doctrina [PL]. =“) Joh. Saresb., loc. cit., I, 5, p. 21 [171 : Peripateticus
Pulatinus, qui logicue opinionem praeripuit omnibus coetuneis suis, adeo ut
solus Aristotilis crederetur usits colloquio [PL una felice idea, a tenor della
quale poteva, rifacendosi da un unico passo che si trova in Boezio [v. appr.
nota 2861, «connettere ad esso il riconoscimento della giu"tozza della
teoria aristotelica del giudizio; ma invece e;>/., p. 226, Abelardo dice,
nel passare da questa prima parte principale alla seconda: Hactenus quidem,
Dagoberte frater, de partibus orationis, quas dictiones appeUamus, sermonem
texuimus. Quorum tractatum tribus vóluminibus comprehendimus. Primarn namque
partcm libri Partium ante Praedicamenta posuimus ; dehinc autem Praedicamenta
submisimus, denique vero Postpraedicamenta novissime adjecimus, in quibus
Partium textum complevimus. Come vengano intesi gli Antepraedicamenta, apparirà
chiaro appresso; ma intanto nel procedere dai Praedicamenta ai
Postpraedicamenta, si dice (p. 209): Evolutus superius textus ad discretionem
significanonis nominum et rerum natura s, quae vocibus designantur, diligenter
secundum distinctionem decem praedicamentorum aperuit. Nunc autem ad voces
significativas recurrenles, quae solae doctrinae deserviunt, quol sint modi
significanti studiose perquiramus ( similmente alla p. 245: Non itaque
propositiones res aliquas designant simpliciter quemadmodum nomina): e
pertanto, alle p. 209226, segue non già, come fa ritenere il titolo,
arbitrariamente imposto dal Cousin, la Sezione de intcrpretationc, bensì
solamente una trattazione delle parti della proposizione. Con questa
denominazione e suddivisione della prima parte principale si accordano poi
anche le citazioni che Abelardo fa di se stesso, sia che rinvìi alla Sezione
complessiva, denominandola Liber partium (p. 377 : sicut in libro Partium
docuimus, e p. 477: sicut in libro Partium, tractatu speciei, disseruimus ),
sia che ricorra proprio a quella denominazione nel menzionar pure le
suddivisioni (p. 174: sicut secundus anle-praedicamentorum de differentia
continet; p. 249: Nam« homo mortuus»
....compositura nomen est.... sicut in primo Posl-praedicamentorum ostendimus :
e questa citazione, al pari delle due altre dello stesso tenore, alle pagine
296 e 299, si riferisce alla p. 214; negli altri due rinvìip. 204: sicut in
Libro Partium ostendimus, e p. 205: in Libro Partium requi rantur va certamente letto primo, anziché libro).
Dei resto, con tutto questo sistematico rilievo dato alle « parti del discorso
», riusciamo ora a spiegarci come Abelardo potesse effettivamente denominare «
Grammatica » un rifacimento delle Categorie (v. qui sopra la nota 241). 273 )
p. 227: Susta et debita serie textus exigente, post tractatum singularum
dictionum occurrit comparano orationum .... Non autem quarumlibet orationum
construclionem (anche questa e una esptesquesta Sezione Abelardo diede il nome
di « Libcr calegoricorum » 274 )Ma quando ha poi da far sèguito la teoria del
giudizio ipotetico, Abelardo, anche a ciò determinato da Boezio (de diff. top.:
v. la Sez. XII, nota 167), fa che la validità di queste forme di giudizio sia
condizionata dai loci (v. la nota 269), e pertanto premette il « Liber
topicorum », così che soltanto dopo di esso vengono lo stesso giudizio
ipotetico e i sillogismi fondati sopra di questo 275 ) : a quest'ultima Sezione
dà il nome di « Liber hypotheticorum » 27e ). Così Abelardo, secondo il suo
modo d’ intendere, ha compiutamente svolto la teoria deirargomentazione,
procedendo dal semplice, cioè dagli elementi, al complesso: quanto al « Liber
divisionum », designato dal Cousin come quinta parte della dialettica, non ha
alcun nesso sione di Prisciano; v. sopra la noia 263) exequimur, sed in his
tantum opera consumenda est, quae verilatem seu falsitatem continent, in quorum
inquisitione dialecticam maxime desudare meminimus. Undc cum inter
propositiones quaedam earum simplices sinl et natura priores, ut categoricae,
quaedam vero compositae ac posteriores, ut quae ex categorici jungunlur
hypotheticae, has quidem quae simplices sunt prius esse tractandas...., unaque
earum syllogismos ex ipsis componendos esse apparet. 274 ) È vero che il manoscritto
reca qui il titolo (p. 227) « Abaelardi.... Analyticorum priorum primus», ma
non soltanto si corregge da se stesso nella seconda suddivisione di questa
Sezione, dove a p. 253 si legge questo titolo: « Explicit primus; incipit
secundus eorundem, hoc est categoricorum », bensì ancora dallo stesso Abelardo
questa Sezione è citata come Liber categoricorum (p. 395: Sed de hoc quidem
uberius in libro Categoricorum egirnus). 275 ) p. 437 : Congruo.... ordine,
post categoricorum syllogismorum traditionem, hypotheticorum quoque, tradamus
constitulionem. Sed sicut ante ipsorum categoricorum complexiones categoricas
propositiones oportuit tractari, ex quibus ipsi materiam pariter et nomea
ceperunt, sic et hypotheticorum tractatus prius est in hypotheticis proposìtionibus
eadem causa consumendus, de quorum quidem locis ac veritate inferentiae, quia
in Topicis satis, ut arbitror, disseruimus, non est hic in eisdem immorandum.
Sed satis earum divisiones exequi. 27e ) Anche qui si verifica la medesima
singolare circostanza, che cioè il manoscritto reca da prima (p. 434) il titolo
« Abaelardi.... Analyticorum posteriorum primus », ma poi nel passaggio dalla
prima alla seconda suddivisione, la indicazione esatta (p. 446): Explicit
primus hypotheticorum, incipit secundus. con quel che precede 2 "), ma è
ima monografia che sta a sé, concernendo lo stesso oggetto che lo scritto De
getter, et spec.; in questa monografia Abelardo unì immediatamente uno
all’altro gli scritti di Boezio, de divisione e de definitione, cosicché, a chi
consideri 1’ intima diversità fra questi due (Sez. XII, nota 103), appare con
tutta chiarezza, come in Abelardo l’interesse per la logica si converta in
interesse per la retorica. Seguendo noi ora perciò, per la nostra esposizione,
il suindicato motivo, dominante nella divisione della materia secondo Abelardo,
ci atterremo interamente all’ordine già tenuto per Boezio, e inseriremo, ancor
prima della teoria del giudizio, quel che sarà necessario dire della Sezione de
divisione, la quale si riattacca alla teoria del concetto. [li) esposizione
della Isagoge (Antepraedicamenta), quale risulta dalle Glossae, e soprattutto
dalle Glossulae, super Porphyrium: atteggiamenti polemici sopra la questione
degli universali]. Quanto alla prima
Sezione della prima parte principale, cioè la Isagoge o i così detti
Antepraedicamenta, la grave lacuna già ricordata dobbiamo cercar di colmarla
attingendo ad altra fonte, e precisamente, in special modo, ai testi riferiti
dal Rémusat (nota 238) : ma inoltre ricorreremo anche a tutti quegli altri
luoghi, che possano aiutarci a comprendere, con maggior vigore o maggior
ampiezza, la posizione di Abelardo nel contrasto fra i diversi indirizzi,
sicché già qui si ha da chiarire, quante possibile compiutamente, le questioni
essenziali e di principio, e da ottenere mia conoscenza esatta e approfondita
della logica di Abelardo in generale: resterà poi, relativamente alle altre
parti della dialettica, da addurre ancora, su tale ) Neanche si trova, in alcun
punto del libro, fatto cenno a un ricollegamento con altre parti della
dialettica. fondamento, soltanto i testi relativi a punti più particolari. Ha
in sè qualche cosa di sorprendente il fatto che Abelardo, nelle glosse alla
Isagoge, non soltanto parla di « sei parole », aggiungendo alle solite cinque
anche « individuum », ma osserva altresì che si tratta, oltre che di queste
parole stesse, anche di ciò ch’esse significano
significala eorum 27S ); tuttavia
la prima circostanza si spiega in parte con quel passo di Boezio ch’è la fonte,
a cui Abelardo attinge 2T9 ), e in parte con la espressa osservazione [fatta
dallo stesso Abelardo], che cioè Porfirio non ha avuto bisogno di comprendere,
subito da principio, nel novero delle voces il concetto d’individuo, perchè già
1’ individuo vien comunque a rientrare sotto le altre cinque parole, e in se
stesso è una denominazione predicativa di un oggetto, nè più nè meno che i
generi e le specie 28 °). Ma se ora proprio questo rilievo che 27s ) Glossae in
Porph., riferite dal Cousin, p. 553: Intendo Porphyrii est in hoc opere
tractare de sex vocibus, i. e. de genere, e! de specie, et de dijjerentia, el
de proprio, et de accidenti, et de individuo et de signijìcatis eorum....
Considerare, nullas voces magis esse necessarias ad Categorias quam istas sex
voces, quoniam ex istis sex vocibus con stituunlur praedicamenta, ideo
perelegit tractare de istis sex vocibus. Hujus operis sunt materia istae sex
voces el earum significata, finis ipse catcgoriae (il Cousin. con le sue
modificazioni e con la interpunzione, ha guastato il giusto significato del
manoscritto). Scicntiae inveniendi supponitur iste traclatus ([passo già più
sopra cit.,] nota 268), quia hic docemur invenire rationcs sufficienles ad
probandas quaslibet quaestiones Jactas de istis sex vocibus et de signijìcatis
earum. Cfr. appresso la nota 603. 27 *) Questo numero di sei non ha cioè niente
che fare, come si capisce da sè, con quel passo, che si è avuto da citare,
ricavandolo dai commentatori greci (Sez. XI, nota 134). ma ha per fondamento il
contenuto di quelle notizie, date da Porfirio (ibid., nota 43), che son
riferite come segue da Boezio, p. 15 [ad Porph. a Vict. transl. I, 16; ed.
Brandt, p. 44: PL, 64, 28]: Eorum, quae. dicuntur, alia ad unitatem dicuntur,
sicut sunt omnia individua, ut est Socrates et hic et illud, alia quae ad
mulliludinem, ut sunt genera (et) species et differentiae et propria et
accidentia. 280 ) p. 553: Et cum
intendat tractare de istis sex vocibus et omne (leggi omnes) tractat, lamen non
proponit nisi [Cousin: vocibus, et omne tractare tamen non proponit, nisi....] de quibusdam tantum ; ideo Abelardo dà alla relazione predicativa, torna
a coincider pure con il secondo punto, cioè con la presa in considerazione
anche di « quel ck’è significato dalle sei parole », d’altra parte Abelardo
sopra tale questione fondamentale non presenta qui spiegazioni più precise:
bensì, persino a proposito di quel passo
di essenziale importanza (prima quaestio), al quale da gran tempo abbiamo
veduto riattaccarsi tutta la questione, che dividea tra loro le tendenze
contrastanti egli presenta
esclusivamente una sottile distinzione, insignificante nei riguardi degli
universali, tra solus intellectus, nudus intellectus e purus intellectus 2S1 )
: e anche nel rimanente della esposizione, si tiene aderente al testo della
Isagoge, prevalentemente limitandosi a dare spiegazione delle parole 282 ).
Invece proprio sopra questo punto che ci rimane qui ancora oscuro, gettano la
più vivida luce le altre così dette glosse minori alla Isagoge. Ivi cioè Abelardo,
alle notizie che dà sopra le opinioni altrui (e per questo ci è servito più
sopra egli stesso quale fonte) collega in primo luogo osservazioni polemiche,
per poi svolgere la sua personale concezione degli universali. Contro Gunon
ponit de individuo, quia individuum continetur sub unoquoque, et in
significatione et in praedicamentali ordine : nam quemadmodum genera et species
proprie ponuntur in praedicamento, eodem modo individua ipsorum. Anche questo
si trovava nel commento di Boezio al passo citato dove (p. 16 s. [loc. ult. cit., p. 49: PL,
64, 30]) si legge: Ita individua, quae ad unitatem dicunlur, cunctis
superioribus (cioè quinque vocibus) supposita sunt.... Individua vero.... ad
nihil aliud praedicantur nisi ad se ipsa, quae singula atque una sunt.
Atque.... « ad unitatem dicunlur». Abelardo cioè ne ricavò che le denominazioni
individuali vengono purtuttavia predicate
dicunlur, praedicantur. 2S1 ) p. 555: Illa dicimus poni in solis
intellectibus, quae tantum intelliguntur et non sunt.... Illa dicimus poni in
nudis intellectibus. quae, cum sint, aliter intelliguntur esse, quam sirtt....
Illa dicimus poni in puris inlelleclibus, quae intelliguntur simpliciler ut
sunt. a82 ) Si può osservare che anche qui la locuzione abbreviata, ricordata
già più sopra (nota 167) „praedicari in quid “ o ., praedicari in quale “ è
comunemente adottata nel senso di „ praedicari in eo quod quid “ o,, praedicari
in eo quod quale". glielmo da Champeaux osserva (v. sopra la noia 106)
che, se si ammette una così poco stretta connessione tra le forme
individualizzanti e le sostanze universali, tutte le sostanze _non eccettuata
neanche la Fenice, che esiste esclusivamente mia volta sola appunto come sostanze, dehhon finir con
l’essere uguali e identiche fra loro, e neanche possono per conseguenza
distinguersi dalla sostanza di Dio : e parimente osserva che questa identità di
essenza di tutte le sostanze, o la loro indifferenza rispetto a qualsiasi forma
individuale che vengan a prendere, conduce a dover ammettere anche la coincidenza
degli opposti in ima stessa sostanza Glossulae s. l’orph ., riferite dal
Rémusat, toc. cit., II, p. 97-99: Ce SYStème exige que les jormes aient si peu
de rapport avec la malière qui leur seri de sujet, que dès qu'elles
disparaissenl, la malière ne diffère plus d'une aulre malière sous aucun
rapport, et que tous les sùjets individuels se réduisent n l'unité et à
l'identité. Une grave hérésie
est au bout de cotte doctrine ; car avec elle, la substance divine, qui est
reconnue pour n'admettre aucune forme, est nécessairement identique à toute
substance quelconque ou à la substance en generai.... Et non seulement la
substance de Dieu, mais la substance du Phénix (v. la Sez. XII, nota 87), qui
est unique, n'est dans ce système que la substance pure et simple, sans
accident, sans propriélé, qui, partoul la méme, est ainsi la substance
universelle. C'est la mème substance qui est raisonnable et sans raison,
absolumenl camme la mème substance est à la Jois bianche et assise ; car étre
blanc et ótre assis ne soni que des jormes opposées, comme la rationnalité et
son contraire, et puisque les deux premières Jormes peuvent notoirement se
trouver dans le méme sujet, pourquoi Ics deux secondes ne s'y
trouveraient-elles pas égalemenl ? Est-ce parce que la rationnalité et
Virrationnalité soni contraires ? Ellcs ne le sont point par l'essence, car
elles sont toutes deux de Vessence de qualité ; elles ne le sont.... per
adjacentia, car elles sont, par la supposilion, adjacentes à un sujet
identique. Du moment que la mème substance convient à toutes les Jormes, la
contradiction peut se réaliser dans un seul et mème ótre [ed. Geycr del testo
originale, p. 515:... « Quibus hoc obicimus: quod si hanc sententiain concedi
convenit, quippe si formas contingeret a subiecta materia discedere, ita
scilicct quod subiecta bis penitus rarerent, in nullo pcnitus hir et ille
differrent, sed iste et ille omnino idem efiicerentur. Ex quo scilicet
pessimain haeresim incurrunt, si hoc ponatur, clini scilicet divinam
substantiam, quae ab omnibus formis aliena estidem prorsus oporteat esse cum
substantia. Nec (propter) deum solum verum est, sed etiam propter alias
substantias fortasse, ut est phoenix. Oportet igilur secundum praedictam Contro la dottrina
della indifferenza, egli oppone (v. la nota 132) per prima cosa la definizione
del concetto di genere ( genus est, quod praedicatur de pluribus ), dalla quale
rimane escluso che ima e medesima cosa possa essere mai al tempo stesso genere
e individuo: e poi le oppone anche la relazione predicativa in generale, stando
alla quale bisogna mantenere la distinzione tra individui e concetti specifici,
e deH’universale stesso è impossibile predicare la individualità, laddove, se si prende l’individuo già nello
stesso tempo come specie o come genere, il concetto di genere, in quanto vieu
predicato, resta privato del proprio soggetto, o, quando si tratta di qualità
(cioè di adiacentia ), non può appunto essere più un predicato, valido per
diversi soggetti [cfr. il testo originale, ed. Geyer, p. 520: « .... non omni
generi convenit, eum omne genus non habeat praedicari in adiacentia »] 2Si ).
sententiam substantiam divinam idem esse cubi qualibet substantia, quam constat
esse veram et simplicem et ab ni nni proprietate irnmuncm. Praeterea si cadem
substantia essentialiter sit in omnibus, ita scilicet (ut) ea quae informata
est ralionalitate, sit irrationalitate occupata, quomodo negari potest, quin
substantia rationalis sit substantia irrationalis ? Quibus obiectis nidlatenus
refragari queunt, cum eadem substantia penitus omnibus f'ormis informari
ostendatur. Quis enim cum eandem substantiam albedine et nigredine et sessione
occupatam viderit, ncgabit substantiam albani esse sedentem ? Si quis vero dicat insistens rationale esse
irrationale, veluti substantia alba est substantia sedens, cum hae oppositae
formac contrarrne sint, illae vero non, fallitur, quia nec in essentia magis
sunt oppositae istae quam illae, cum eadem essentia qualitatis sit penitus, nec
in adiacentia, cum eidem substantiae penitus adiaceant. Sed si quis dicit formas istas
oppositionem habere ex oppositis formis quibus informantur, fallitur, cum eadem
ratione non possit assignare, onde illae oppositionem trahant »]. 2S1 ) Ibid.,
p. 100: Muis c’est là ce qui n'esl pus soutenable. La défirtition qui veul que
le gerire soit ce qui est attribuable à plusieurs, a été donnée à l'exclusion
de Vindividu. Ce qu’elle définit ne peut en soi étre à aucun titre, en aucun
état, individu. Dire qu'une méme chose tour à tour comporle et ne comporte pas
la définition du genre, c'est dire que cette chose est, comme genre,
attribuable à plusieurs, mais que, comme genre aussi, elle ne Vest pas, car un
individu qui serait attribuable ò plusieurs serait un genre ; par conséquent
Vassertion est con[Finalmente, anche contro quella tesi, a noi non meglio nota,
che concerne una proprietas delle cose (v nota 73), rivolge ripetutamente la
stessa obiezione tratta dalla definizione del concetto di genere, e denota in
generale come la cosa più pericolosa e insostenibile. tradicloire, ou plutòt
elle n’a aucun gens. Les auteurs
disent que celle nroposition : L’homme se promène, vraie dans le particulier,
est fausse de l’espèce (qui tuttavia il Réniusat deve o aver avuto sottocchio
un testo scorretto, o aver inteso scorrettamente il testo corretto, poiché lu
dottrina ripetutamente enunciata da BOEZIO, a p. 15 [in Porph. a Vici, transl.,
I, 16: ed. Brandt, p. 45; PL, 64, 27], p. 36 [i6.. II, 10 (Cicero sedet, homo
sedei): cd. Brandt, p. 103; PL, 64, 57], ecc., facendo uso dello stesso esempio
Cicero ambulai, homo ambulai è espressa
naturalmente nel senso, che l’accidente è predicato, primitivamente dell’
individuo e derivativamente della specie, ma non che questa seconda
predicazione sia falsa). Commenl maintenir cotte dislinction, si une ménte chose
est espèce et individu ? (p. 101) V individuai ile résultant de formes
accidentelles ne saurait èlre l'attribut essentiel d’une substance susceptible
d'universalité ; ccpendant certe substance, en tant que particulière, distincte
de ses somblables, est esscntiellement individueUe, violation manifeste de la
règie de logique qui porte que „dans un mème, Vaffirmalion de l'opposé exclut
Vaffirmation de l’autre oppose’'’. Lorsqu'on dit que le genre est atlribuable à
plusieurs, on parie ou d'attribution essentielle (praedicari in quid), ou de
toute autre ; s’il s’agit d'attribution essentielle, camme on le nie aprìs
Vavoir affirmé, elle cesse d’ètre essentielle, ou elle emporte avec elle son
sujet ; s'il s’agit d’attribution accidentelle (in adjaceutia), la définition
n’est plus exacte, elle ne convient plus à tout genre [ed. Geyer Huic autem
sentcntiae o p p o nani u s . . . . In primis inquirendum iudico, quomodo
Porphyrius dicit praedicari de pluribus ad cxclusioncm individuorum, cum illa
scilicet praedicentur de pluribus secundum illos. Sed dicunt mihi, quod cum
dicitur genus de pluribus praedicari, tale est, ac si dicatur: genus in quantum
est genus, praedicatur de pluribus. quod constare non potest. Amplius cum
diffinitio generis sit, quod praedicatur etc., oportet eum concedere quod
individuimi ex stalli individui sit genus, quia ex ilio quod praedicatur de
pluribus, [quod] est animai. Propterea quomodo dicunt « praedicari de pluribus
», quod generi convenit, genus ab individuo removcrc, cum idem prorsus
individuo conveniat ?... Amplius
quomodo dicit B o e t h iu s super Peri ermenias [Boezio, in libr. de
interprete ed. seconda, L. II, c. 6 (ed. Meiser, Pars Post., p. 133: PL, 64,
461), p. 337] quod haec propositio « homo ambulat » de speciali falsa est, de
particolari vero vera est ? Numquid et de universali similiter vera est, cum idem sit
universale et particulare ? Sed fortassis inquies, quod ab hoc universali
ambulatio prorsus removeri potest, a particulari vero non, hoc modo: nullum
universale ex statu universali ambulat. Sed
similiter dici potest, quod nullum particulare ex statu particuqualsiasi
scambio o confusione tra individuo e universale. [i) soluzione proposta da
Abelardo : il senno praedicabilis]. Ma
secondo il suo personale modo di vedere, egli credeva di aver trovato la via
giusta per poter alfine comporre, com’è sua opinione, il contrasto fra Platone
e Aristotele, vale a dire appigliandosi a quell’unico passo del libro De
interpr., dove l’universale è designato come ciò, ch’è « naturalmente fatto per
essere predicato laris anilnilationcm habeat. Haec quippe enuntiatio: « in co
quod est universale, non ambulata, duobus modÌ9 potest intelligi, sive
interpositum sive praepositum. Interpoeituin sic: in eo quod universale, non
ambulat, ac si diceretur: proprictas universalis non patitur ambulationem, quod
omnino falsum est, eum eidem subiecto universalitas et particularitas et
ambulatio adiaceant. Quod si praeponilur, intelligitur boc modo: non in eo quod
est universale, ambulat, sicut est illud: non in eo quod animai est, habet
caput, hoc est: non exigit proprietas universalis, ut ambulet, sicut non exigit
natura animalis, quod habeat caput. Sed eodem modo verum crii de particulari, orai proprietas
particularis non exigat ambulationem ». Ecc. ecc., sino alla p. 521], 286 )
Ibid., p. 102: La difficulté est toujours de faire cadrer ce système avec la
définition du genre. Il faut que la propriété d'ètre attribuable à plusieurs
séparé Vuniversel de l'individuel ; or, on vieni de dire que de plusieurs
choses chacune est individuellement animai ; le nom indiriduel d'animal
seraitil donc le nom de plusieurs ? V indie Uhi serait-il attribuable à
plusieurs ? Cela ne se peut. Mais comme animai ne peut plus se dire de
plusieurs, mais de chacun, il n’y a plus de genre, ou plutòt tout est renversé,
c'est l’individu ou le non-universel qui prend la place de Vuniversel, c'est ce
qui ne peut s'ajfirmer de plusieurs qui s'affirme de plusieurs. et c'est une
pluralité où chacun s'affirme de plusieurs que l'on appelle Vindividu [ed.
Geyer, p. 521-22 : « Primum quaerendum est.... quomodo secundum hanc sententiam
individuimi ab universali differat per praedicari de pluribus, cum individuimi
habeat praedicari de pluribus, id est plura sunt, quorum unumquodque est
individuimi. Sed fortasse inquies, quod recte praedicari de pluribus in
diffinitione universalis ponitur ad exclusionem individuorum, cum omne
universale praedicari de pluribus habeat, nullum autem individuimi de pluribus
praedicetur. Sed eodem modo inter universale et animai differentia potcrit
assignari, cum omne universale de pluribus et nullum animai de pluribus...
Praeterea secundum banc sententiam concedere oportet, quod non-universale sit
universale et res quae non praedicatur de pluribus, praedicetur de pluribus et
multos quorum unumquodque de pluribus praedicatur, concedat individuimi
appellali»]. di più cose» (quod natura est de pluribus praedicari
); poteva Abelardo con questo, nella maniera già più sopra ricordata (nota 254
1, far procedere insieme la genesi delle cose qual è data obbiettivamente in
natura, e quella produzione subbiettivamente umana che è la denominazione, e
anzi esprimere questa relazione, persino ricorrendo alla similitudine della
statua, la quale è costituita dalla pietra, che lia esistenza obbiettiva, e
dalla forma, ch’è aggiunta dalla mano dell’uomo 286 ). Ma su ciò si fonda ora
il vero e proprio sciboleth, che contraddistingue la posizione di Abelardo nel
con2BC ) liuti., p. 104 s. : Aristote, au dire d'Abélard, parati l'insinuer
clairement, qunnd il définit l'universel ce qui est né altribuable à plu~
sieurs, quod de pluribus natum est praedicari. Cest une propriété uree
laqtielle il est né, qu’il a d’origine, a nativitate sua. Ór, quelle est la
nativité, l'origine des discours ou des noms ? Vinstitution humaine, tandis que
l’origine des choses est la création de leurs natures. Celle différence
d’origine peut se rencontrer là méme où il s’agit d’une mème essence. Ainsi
dans cel exemple : cette pierre et cette statue ne font qu’un, l'étal de pierre
ne peut ótre donné à la pierre que par la puissance divine, l’état de statue
lui peut ótre donné par la main des hommes. [ed. Geycr, p. 522: «Est alia de
universalibus sententi a rationi vieinior, quae nec rebus nec vocibus
communitatem attribuit; sed serinones sivc singulares sive universales esse
disserunt. Quod etiain Aristoteles ... . aperte insinuat, cuin ait: «
Universale est, quod est natum praedicari de pluribus », idest a nativitate sua
hoc contrahit, ex institutione scilicet.... Hoc enim quod est n o m e u sive s
c r m o, ex hominum institutione eontrahit. Vocis vero sive rei nativitas quid
aliud est, quam naturar creatio, e uni proprium esse rei sive vocis sola
operatione nalurae consistat ? Itaquc
nativitas vocis et sennonis diversitas, etsi penitus in essentia identitas.
Quod diligentius exemplo declarari potest. Cum idem penitus sit hic lapis et
haec imago, alterius tamen opus est iste lapis et a[terius haec imago. Constat enim a divina substantia statura lapidis
solummodo posse conferri, statum vero imaginis hominum comparatione posse
formari»]. Nella traduzione di Boezio, p. 338 [ed. secunda, II, 7: ediz.
Meiser. Pars Post., p. 135; PL, 64, 462], il passo aristotelico citato nella
Sez. IV. nota 197, è cioè del seguente tenore: Quoniam autem sani haec quidem
rerum universalia, illa vero singillatim ; dico autem universale, quod in
pluribus natum est praedicari, gingillare vero, quod non, etc. Qui dunque
Abelardo poteva appoggiarsi, per la tesi realistica, alla parola « natum », e
al tempo stesso, per la tesi nominalistica, alla parola « praedicari ». Così in
quell’epoca, ch’era incapace di assurgere alla visione dei principii, ma si
limitava allo studio « tra ' Van mdirizzi;
««Perocché, una volta che il predicato venga r, conosciuto come naturalmente
determi nato, ne consegue che nè le cose come tali, nè le paroJ ' come tali
sono 1 universale, bensì la universalità è ri posta soltanto nello stesso
praedicari, e dunque in' quella maniera di esprimersi ch’è il giudizio, insomma
el « sermo » : con questo si evita ora la opinione sba ghata e insostenibile,
che cioè di una cosa possa ori carsi una cosa, sì che, a questa maniera, mia co
a f ugual r e in più e una cm., ma « per r.ppnnto „„ preJica | 0 ' E, mettendo „
ra Abelardo in eo„„e„i„„ e eon ' conseguenza 1, definizione già riferita del
genere ne ‘ espressamente che nega mo)
sia di • universale il predicato (ser” 3 3ll ° ra ‘“tersale anche la parola in
quanto paro a poiché alla stessa maniera si potrebbe d mLT U Cl,e è “• «. 'ce
dell alfabet o; „ deve rnvece, in,„eli„ definir .. tener rizzi sano
statesenz^tmcozUuIt^o^^* 1 !, 0 he dei J ' vcra ' 'odilati diversi da uno
all’altro scrittore 77'l f°? dame ? to di passi isolai/ Ctteratura in uso nelle
scuole Cfr -Y* !u testi e l‘e formavano ^)Ibid aPPre S .° k DOta 293 -‘ P1U S °
Pra n ° tC I05 ’ 129 ’ buatte à plufieurs, ni ìefchòses'n'i fet* 1 umversel Pst
d'origine altri c p n est paste mot. la voix. mais le dilriu, T" Car stori
du mot, qui est attribuable à divers C e ? t ~ d ~ dire l ' p *prcsdis mots, ce
ne sont pas les mots mais Ù . 9 lw, g “ P ' Ù S ° Pra (nota 63 > "tato,
di GiovauTda Salisb^ “ PaSS °’ fisso l’occhio sopra l’oggetto da essa definito,
cioè sopra lo stesso genere, e con ciò si rende manifesto che nella parola
singola non è già contenuto il genere stesso nella sua totalità, bensì invece
la parola ch’esprime il genere, viene, in un giudizio, predicata di diverse
cose, insomma che proprio il giudizio è predicabile, « sermo est prue dicabilis » , perchè il
pensiero dispone per ordine le parole, in vista della descrizione delle cose
2SS ). Se per conseguenza la parola è predicata, non secondo la esteriorità del
suo effettivo suono, bensì secondo il suo intimo significato, e è dunque il suo
significato che ne fa un uni) Ibid., p. 107 s.: Mais Abelard se faii des
objeclions. Comment l oraison
peni-elle elre un,vergelle, et non pas la voix, quand la descriplion du genre
convieni aussi bien à l’une qu'à Vautre ? Le genre est ce qui se dii de
plusieurs qui diffèrent par Vespèce ; ainsi le décrit PorphyTe. Or, la
descnption et le décrit doivenl convenir à tout suiel quelconque ; c est une
règie de logique, la règie De quocumque, et camme le discours et Ics mots ont
le ménte sujet, ce qui est dit du discours est dii des mots. Vane, comme le
discours, la voix est le genre. Celle pròposti,on est incongrue, non congruit;
car la lettre étant dans le mot et par consequent s attribuant à plusieurs
comme lui, il s'ensuivrait que la lettre est le genre. Cesi que, pour que la
description ou définition du genre so,t appi,cable il faut qu'on Vapplique à
quelque ckose qui uit en so, la realite du défim, rem definiti; c'est la
condilion de l'applicatwn de la regie De quocumque, et ici catte condition
n'existe pus Le mot ne contieni pas tout le défini, il n'en a pas laute la
compréhens,on et,1 n est atlnbue a plusieurs, affirmé de plusieurs, pracdicatum
de pluniras. qU e parce que le discours est prédicable. est sermo pracdicabibs,
c est-a-d,re parce que la pensée dispose des [si direbbe che Franti intenda
come « fosse scritto « Ics »] mots pour décrire toutes choses [ed. Geyer. p.
522-23: «Cui sementine opponitur. 1 rimimi enun quaeritur, cur sermones et non
voces esse universale? astmant cum descriptio generis tam vocibus quam sermombus
conveniate De quocumque enim praedicatur descriptio, et descriptum; sed
descriptio generis praedicatur de voce, cum vox sit ifiud quod praedicatur de
pluribus differentibus specie etc.; vox «ritur est genus. Quod
sic s o 1 v i t u r: Huic argumentationi; Cst ', ., '',j US ' ^ mUd q "° d
praedicatur ' ( iuia est sermo PaANTL, Storia detta logia, in Occidente,
II.versale 289 ), ben può dirsi a questa maniera che il genere e la specie sono
una parola (vox), ma non già, viceversa, che la parola è la specie o il genere,
perchè la essenza individuale, che è la parola, non può essere predicata di più
cose, mentre si può, con una tale concezione, ammettere invece, senza
difficoltà, un essere obbiettivamente reale, corrispondente ai generi e alle
specie 2D0 ). Generi e 2#s )
Ibid.. p. 108: On peut dotte dire que le discours étanl un gente, et le
discours étant un mot, un mot est le genre. Seulement il faul ajouter que c'est
ce mot uvee le sens qu’on a entendu lui donner. Ce n'est pus l essence du mot,
en tant que mot, qui peut ètre attribuée à plusieurs ; le son vocal qui
constitue le mot est toujours actuel et particulier à chaque fois qu’on le
prononce, et non pas universel ; mais c'est la signification qu'on y attaché
qui est générale [cd. Geyer, p. 523-4:« Cum haec vox sit hic sermo et hic sermo
sit genus, quomodo ratiouab iliter negari poterit, quin haec vox sit genus ?
Quod sic solvitur: Cum dicimus « hic sermo est genus», tale est ac si dicamus:
sermo huius institutionis est genus. Sed cum dicimus « haec vox est genus »,
tale est ac si dicamus: haec essentia vocis est praedicabilis ctc., quod falsum
est.... Concedimus itaque has esse
veras: Hoc nomen est genus, hoc nomen est universale. Similiter: Hic sermo «
animai» est genus, hoc vocalndum « animai » est genus et universale, et
similiter omnes in quihus subicitur vox innuens institi! tionem, non
simpliciter essentiam vel prolationem, sed signifìcationem et praedicans
eommunitatem, sicut est: genus, universale, sermo, vocabulum, dictio,
oratio.... »]. *®°) Ibid., p. 108-9: Abélard.... permei qu'on dise que le genre
ou l'esp'ece est un mot, est vox, et il rejette les propositions converses ;
car si l on disait que le mot est genre, espèce, universel, on attribuerait une
essence individuelle, celle du mot, à plusieurs, ce qui ne se peut. C'est de
mème qu'on peul dire: cet animai ( hic status animai) est cette matière, la
socratité est Socrate, l’un et l’aulre de ces deux est quelque chose, quoique
ces propositions ne puissent ètre renversées [ed. Geyer, p. 524: « Nota tamen,
quod haec propositio vera est: genus est vox et species est vox. Tale est enim
ac si dicatur: generale vocabulum est vox vel speciale. Convcrsae harum,
scilieet: vox est genus vel vox est species, non sunt concedendae, cum per
illas communitas essentiae ostendatur, quae similiter in omnibus reperitur.
Concedimus exiirn propositiones: hic status animai est, haec materia Socratis
est Socrates, utrumque istorum est aliquid; conversas vero istarum negamus
omnino, scilieet: homo est hic status animai, Socrates est materia Socratis,
aliquid ast utrumque istorum»),
Dialect., p. 480: in significationibus suis vocabula saepe nominantur,
ut cum ea quoque vel genera vel species vel universalia vel singularia rei
substantias vel accidentia nominamus. Nomen
autem.... hoc loco accipiendum est quaelibet vox significativa simplex, qua
rebus praeposita vocabula praedicamus. specie, cioè, in quanto sono da noi
pensati, si riferiscono bensì a qualche cosa che esiste, e questa cosa
afferrano, ina soltanto in senso figurato poteva dirsi che essi esistono quali
universali pensati da noi, poiché il senso proprio di tale espressione è
solanieute questo, che esiste cioè qualche cosa che dà luogo a questi
universali 291 ). 2tfl ) Ibid., p. 109 10: Il décide que. bien que ces concepts
(ma chi sa se nell’originale latino ri leggerà in questo punto « conceptus » ?
io eongetturo piuttosto che vi si dica « intellectus » : v. appresso le note
313 ss.) ne donneiti pas les choses camme discrètes, L, 64, 121-2], p. 84: rfr.
la Sez XI, nota 44), secundum quas ipsa genera, quae ab ipsis divisa sii nt.
specificantur.... Nec cum ipsae generis subslantiam in spederà reildunt, ipsae
quoque in essentiam speciei simul transcunt, sed sola "enera vel subjecta
specificantur, non qmdem separata a difierentiis. sed, nisi ei differentiae
adveniunt, ipsa sola non etiam differentiae species efficitur, non quidem cum
differentiis, sed per differentias, sicut in libro Partium, tractatu speciei,
disseruimus (v la nota 272). Si enim differentiae in speciem transferrentur cum
lenere . ipsas de substantia rei esse, et in partem malenae venire
rontineeret.... (p. 478) Nihil.... aliud materia jam fannie aclual,ter contunda
quam ipsum materiatum, ut nihil aliud est hic annulus aureus quam aurum in rotundilalem
duetum.... Stalline.... compostilo, quem Boethius (p. 88) ponit . species non
riddar, cum nec materia sit unum, sed operatione hominum, nec substantiae
nomen, sed accidentis cum statua videtur et a quadam compositione sumptum. z»«)
Introd. ad t/no/.. II, 13, p. 1083 [98]: Cum autem species ex genere creaci
seti gigni dicantur, non lanieri ideo ri eresse est,genus speries suas tempore,
vel per existentiam precedere, ut videlicet ipsum prius esse contigeril quam
Mas. Numquam eternai genus nifi per aliquam speciem suam esse contingit, vel
ullatenus animai juit, antequam calumale vel irrationale fuerit : et ita
quaedam species cum suis generibus simul naturaliter existunt, ut dMlatenus
genus sino illis, sicut nec ipsae sine genere esse‘pomerint [PI., 178, lOtuj.
praedicatio, la quale può riferirsi ora alla forma, ora alla cosa formata da
questa, e via dicendo 29? ). Ma dovendosi, a proposito di questo generarsi
delle specie dai generi, toglier di mezzo quella più difficile questione
riguardante gli opposti (v. sopra le note 113 e ilo s.), ecco qual è su questo
punto il modo di vedere di Abelardo: La diversità delle specie può essere
determinata soltanto dal fatto che sussiste ima diversità delle sostanze; ma
questa è un prodotto della differenza specifica la quale si chiama sostanziale,
proprio perchè realizza entro la sostanza ima separazione di gruppi, e con ciò,
al tempo stesso, una unità dei gruppi così separati, eiascuno dei quali ha una
comune natura 888 ); e a quel modo che, per conseguenza, la materia, ch’è il
genere, non si presenta più, hi identità di essenza, in tutte quante le specie,
cosi dalla differenza specifica vengono esclusivamente prodotte soltanto le
specie della sostanza stessa; se perciò tutte le altre specie, che non
procedono dalla sostanza, si debbono generare senza l’azione esercitata da una
differenza sostanziale e debbono pertanto aver il pròpno fondamento nella sola
materia, la unità di quest’ultnna va intesa come somiglianza di essenza
(consimilitudo), dalla quale per es„ nonostante la comune essenza
ipslls^nriti^t ^ P> 1277 f183]: ^oprie,as ilaque n,aterine ZZ, v/,, secundum
quam ex ea materialitcr al,quid fieri habe'. Materiati vero proprietàs est ipsa
e converso postcrioritas Pro prietates itaque ipsae impermixtae sunt per praedicMionem
licei iosa proprietà.... permixtim de eodem praedicentur. Aliud quippe est prue
Ì7{/~\^]. f ° rma,Um ÌPSUm ' h e iP sam Jormae subjec“ ) Dialect., p. 418:
Diversitas itaque subslantiae diversitatem quae natura substantiae divina
univit operatio. (lell'esser colori, non
rimane esclusa la opposizione contraria del bianco e del nero 2 "). Così
Abelardo tiene distinte, da un lato, quelle forme, che son, esse medesime,
essenze, e che bisogna pur che entrino nella materia, la quale sta a loro
fondamento ( subiectum ), per far di questa qualche cosa, che senza quelle non
sarebbe, e, dall’altro lato, quelle
forme, che per se stesse non sono essenze, ma son di già contenute nella
materia del genere 300 ) ; naturahnente nelle prime c’è la differenza specifica
vera e propria, a quel modo che nelle seconde c’è la così detta nota casuale di
differenze accidentali, cioè queU’adiacerma (nota 284), cli’è oggetto della
predicazione non-sostanziale 301 ). Ma, con ciò, gli opposti, nelle forme
sostanziali, sono derivati soltanto ! ") Uh/., p. 400, dove al passo
citato più sopra (nota 113) fa sèguito: Si enim omnium specierum est eadem in
essentia materia, tunc albedinis et nigredinis et caeterorum contrariorum, quae
omnia.... ejusdem generis species esse necesse est.... Nostra quoque sententi a
te net, solas substantiae species differentiis confici, caeterasque species per
solam subsistere materiam, sicut in libro Partium ostendimus. Si ergo eadem
prorsus est materia, quae est in ipsis diversitas ? Sed eadem (cioè diversitas
in ipsis est), quae est in consimilitudine substantiae, non indeterminatae
essentine. Ncque enim ea qualitas, quae est essentia albedinis, essentia est
nigredinis, essel enim albedo nigredo, sed consimilis in natura generis
superioris. Consimilitudo autcm vel substantiae vel jormae contrarietatem non
impedit. Riguardo alla consimilitudo, e£r. qui appresso la nota 307. 30 °)
Pseudo-Abael. de intell., edito dal Cousin, Fragm. phil. (1840), p. 495 s.
[Opera, II, p. 755]: Alii autem, qui quasdam formas essentias esse, quasdam
minime, perìiibenl. sicut Abaelardus et sui, qui artem dialecticam non
obfuscando sed diligentissime perscrutando dilucidante nullas formas essentias
esse approbant, nisi quasdam qualitates, quae sic insunt in subjecto, quod subjectum
ad esse earum non sufficit, sicut ad esse quantitatum ipsum subjectum
sufficit... et ad esse sessionis necessaria est dispositio partium... Nullam
enim formam essentiam esse asserunt, cui... poterit assignari... subjectum ad
esse illius sujfficere. Theol. Christ., Ili, p. 1280 [487]: sire illa forma sii
communis differentia, h. e. separabile accidens. ut nasi curvitas, si ve magis
propria differentia, i. e. substantialis, sicut est rationalitas, quae sci
licet substantialis differentia non solum facit alterum, i. e. quoquo modo
diversum, verum etiam aliud, h. e. substanlialiter atque specie diversum [PL,
178, 1251]. Qui la fonte è Porfirio (Sez. XI, nota 44), cioè Boezio [ad Porph.
a se transl., lib. IV], p. 79 ss. dall'attività della differenza specifica e
sono senz'altro separati, mentre, trattandosi delle forme non-sostanziali, ci
si presentano nella materia del genere, quali possibilità’' 2 ): e Abelardo,
dato che per lui a base di tutte quante le opposizioni puramente qualitative
non c’era un substratum sostanziale, mentre un tale substratum andava
riconosciuto esclusivamente per quelle opposizioni che vengono a costituir
delle specie, poteva molto facilmente, con il mantenere la non-unificabilità
degli opposti, sottrarsi a quella difficoltà che più sopra (nota 115) abbiamo
veduta 303 ). ' Ma mentre a questo modo quel processo di creazione, nel quale
la differenza specifica opera separando, e le specie cosi separate si
raccolgono in raggruppamenti unitari (nota 298), si estende, in progrediente
graduazione, sino all individuo singolo, il quale è, come tale, essentialiter o
entialitcr (non tuttavia secondo la sua sostanza) separato dal suo simile 3
°fre (B0tZI0 ’ P™ nox7Lì h -md ÌS lil l P Ì80 3 r487F-T ^ già, più s °P ra '
aUa mero sun, difierenlia. q uae loia JL,.,L. Z^ZTentt disTctsum sire solo
numero ab inviami disteni, ut Socrate* e, i>LT ’ mente come im nome generale
equivoco EQUIVOCO GRICE 305 ), ma invece
la « subsiantia », in quanto è questo il concetto del genus generalissimum,
dev'essere consideratacome quella suprema ultima materia, sulla quale
incomincia a esercitarsi Fattività della differenza specifica 308 ). Così
Abelardo, in quanto è platonico, insegna mia ontologia obbiettiva degli
universali, la quale da un lato vantaggiosamente si distingue, per la maggior
cura con cui si giova di Boezio, dal più grossolano realismo di Guglielmo da
Cbampeaux, ma al tempo stesso, mediante il concetto già sopra menzionato (nota
299) di consimilitulio, viene, d’altra parte, in certo modo, a mettersi in
contatto con l’autore dello scritto De gen. et spec. (note 163 e 177) o con la
teoria (nota 132) della indifferenza 807 ). [mi ma dallo stesso principio
Abelardo trae insieme partito secondo il punto di vista aristotelico ]. Ma ora, quanto a quell’altro modo di vedere
di Abelardo, die si 305 ) Glossae ad Porph. (riferite dal Cousin), p. 568: Ens
est aequivocimi.... [569] videlicet illam definilionem, quam habel ens in
praedicamento substantiae, nunquam habebit in praedicamento quantitàtis.... Ens non habet unam substantialem
diffinitionem, cum qua praedicalur de omnibus generalissimis, cum hac
diffinitione praedicatur ens de substantia : substantia est ens, quod ncque est
qualitas nec quantitas etc. V. la Sez.
XII, nota 89. 30li ) Ibid.. p. 565: Substantia est generalissimum, quia est
solum genus.... (p. 566) quemadmodum
substantia est genus generalissimum, cum suprema sii, eo quod nullum genus
supra eam sit, etc. Inoltre il passo citato più sopra, nota 298, e
Dialect., p. 485: Genus omne naturaliter prius est suis speciebus.... genus
[est materia] specierum. 307 ) In una maniera consimile, che ricorda quelle
teorie, si esprime Abelardo, Theol. Christ., Ili, p. 1261 [468]: Sed nec
Socrates, cum sit a Platone numero diversus, li. e. ex discretione propriae
essentiae ab ipso alius, litio modo ideo ab ipso aliud dicitur. h. e.
substantialiier differens, cum ambo sinl ejus[dem ] naturae secundum ejusdem speciei
convenientiam, in eo scilicet [1262] quod uterque ipsorum homo est. Ibid., p. 1279 [486]: Idem vero similitudine
dicuntur quaelibet discreta essentialiler, quae in aliquo invicem similia sunl,
ut specics idem sunt in genere vel individua idem in specie [PL]. accorda con
il punto di vista logico di Aristotele, bisogna che tentiamo di metter in
chiaro, in qual maniera dovesse, secondo lui, intendersi il concetto già
ricordato (note 286 ss.) di « sermo », e com’egli ne determinasse minutamente
il fondamento: e qui fin da principio sembra esser degno di nota ch’egli,
rimanendo assolutamente fedele al punto di partenza da cui lì aveva preso le
mosse, si attiene a passi contenuti nel libroDe interpr. Se cioè deve tenersi
fermo il principio dianzi enunciato, vale a dire che il praedicari è degli
universali, quali sono naturalmente determinati, si ha anzi tutto una semplice
parafrasi dello stesso principio, quando si afferma che la predicazione (sermo)
è in rapporto di originaria affinità con le cose 308 ) : tuttavia, com’è
naturale, ciò va inteso nel senso che la denominazione (vocum impositio ),
venendo dopo, è condizionata e dipendente dalle cose obbiettive che essa
significa ( res significala) 30S ), anzi che, in questo senso, anche la
significano della parola è ancora quel primum, dal quale soltanto dipende la
parola come parola 310 ). Vero è poi che a questa maniera i generi e le specie
non sono nient’altro che ciò che da queste parole è significato 3n ), ma quel
che da esse è significato. 3 " 8 ) Introd. ad theol., II, 10, p. 1074
[90]: Conslat quìppe, juxta Boethium ac Platonem, cognatos de quibus loquuntur
rebus oportere [91] esse semiortes [PL, 178, 1062]. V. Boezio, ad Ar. de interpr. [ed. seconda,
II, 4: ediz. Meiser, Pars Post., p. 93; PL, 64, 440-11, p. 323. J 30 °)
Dialect., p. 487: vocem secundum imposilionis suae originem re significata
posteriorem liquet esse. Ibid., p. 350:
Si nòminis hujus. quod est « homo », propriam impositionem tenueril, secundum
id scilicet, quod substantiae hominis ut existenti ex animali etrationalitote
et mortalitate datum est, ratam omnino conseculionem viderit. Inoltre il passo ricordato più sopra, nota
255. 31 °) Dialect ., p. 345: neque enim nomina ncque verbo sunt, suis non existentibus
significationibus. Ibid.. p. 482:
[propria significatio. illa ] scilicet. de qua inlelleclum proprie vox queal
generare. 3iI ) Glossae in Porph.. p. 567: genera et species. id est ipsa
significata harum vocum, come pure nel passo riferito più sopra (nota 278) si
dice sempre: sex voces et significata eorum. in altro non può consistere, a sua
volta, se non nei prodotti (li quel processo di creazione, onde dal genere si
scende giù giù sino all’individuo: e avendo i generi e le specie una esistenza
concreta soltanto negl’individui, nella proposizione « Socrate è un uomo » noi
parliamo per esempio soltanto di quel che significato da queste parole, ina non
già delle parole stesse, in quanto parole 312 ). Ma proprio poiché i generi e
le specie non sono ciò ch’esiste concretamente, l’antico motto « singultire
sentilur, universale intelligitur » conserva il proprio valore: ed essendo, dal
concetto intellettivo ( intellectus ), afferrato ciò che non cade sotto i sensi
3113 ), bisogna che poiché quell’universale
che non cade sotto i sensi, è ciò ch'è destinato a esser predicato 1 esso concetto necessa¬riamente contenga in
sé il principio onde si genera la predicazione, e venga alla coscienza,
attraverso qualsiasi predicato, come principio del generarsi di questo,
ovverossia: sermo generalur ab intellectu et generar infelicetum 314 ). Così il
« predicare » (sermo) è il terreno degli 312) Diale et., p. 204: Neque enim
substantia specierum diversa est ab essentia individuorum, sicul in Libro
(leggi primo: v. la nota 272) rartium ostendimus, nec res ita sicut vocabolo
diversas esse contingit. Sunt namque diversae vocabulorum in se essentiae
specialium et singularium, ut « homo » et « Socrates sed non ita rerum diversae
sunt essentiae. Unde Ulani rem, quae est Socrates. Ulani rem. quae homo est, esse
dicimus ; sed non illud vocabulum, quod est « Socrates », illud, quod est «
homo», linde quod in re speciali contingit, et in ipsius individuis necesse est
contingere, cum videlicet nec ipsae species habeanl nisi per individua
subsislere, nec in ea, quae informant et ad invicem jaciunt respicere, nisi per
individua, venire (cfr. la nota 296). 313) Introd. ad theol., li, 3, p. 1061:
Proprie.... de invisibilibus intellectus dicitur, secundum quod quidem
intellectuales et risibiles naturar dislinguuntur [PL, 178. 1052: e cfr. PL,
76, 1202], 3U ) Theol. Christ.. I, 4, p. 1162 a. [365]: Licei etiam ipsum
nostrae mentis conceptum ipsius sermonis lan i effemini quam causam ponere, in
proferente quidem causam. in audiente effeclum, quia et sermo ipse loquenlis ab
ejus intellectu proficiscens generalur, ut cum (leni rursus in auditore generel
intellectum. Pro hac itaque maxima sermonum et intellectuum cognatione non
indecenler in eorum nominibus mutuas fieri licei translationes : quod in rebus
quoque et nominibus propter adjunctionem significationis frequenter contingit
[PL, 178, 1130]. alcunché di predicato), bensì soltanto nel fn) ispirazione
aristote/im al giudizio (praedicari) I _ jù a m dato ceintellettivo lin e"
^ 1“' “nnon cade,,1,,,; e "p *» »“» lenivo. Con Jè U 00 “ en “ U
Intelpovalità (cfv. la nota 252) Tv '7 ’ m mon,e n‘o di tem. M»v enunciato,
richiede „„ cèrio i'.'mm,!!" per "'ente significante, * non dopo che
tnt.e k,T ' '“'i .teno successi va mente fatte innanzi- e r, ' r„ alicujus
exist.it.... fìuod intei cativam dicere, quod unum P de
hU*eó"""l ."™‘ 9u, ' ml,bel ’ta signifi-,V U !,a f,,nte è
Boezio (ad Ar de ituern l ? tellectus ooncipiatur. Meiser p ars Post ^ ss • PI T, P
‘ Ynf 1 ' 1 seeu “ da - I. 1; ed. Sez.
XII, nota 110. - 64 ’ 402 S -L P- 296 s.; V. Ja
siste nella unità di quel pensiero, che esso fa nasce- -re sl8 )- Ma
proprio perciò il giudizio, al pari della parola, in quanto
questaèelementodelgiudiziostesso, ha essenzialmente due lati a un tempo, uno
dei quali consiste nelle cose, delle («de») quali il giudizio tratta
{significai io reali*), mentre l’altro riguarda il pensiero, che esso giudizio
contiene e genera, ma del quale non tratta (significatio intellectualis ): e
c’è pertanto parallelismo tra essere e non-essere, nella realtà obbiettiva, ed
esser vero e falso, rispetto al giudizio 317 ). Ben è vero, cioè, 316 ) Ibid.,
p. 297: ....ut multiplìcem illam dictionem dicamus, quae pluribus imposila est,
ex quibus non fit unum, li. e. plura in sentenlia tenet non secundum id, quod
ex eis unus procedal intellectus. Sic autem e converso omnis illa una est
diclio, quae plurium significativa est. secundum id, quod ex eis unus
intellectus procedal. V. Boezio, p. 335 [o non forse 328? Loc. ult. cit. II. 6.
p. 106 ss.: PL, 64, 447-8] (cioè Aristotele: v. la Scz. IV, note 185 ss.). 317
) Ibid., p. 238: Sunt igitur veruni ac falsum nomina intel- lectuum, voluti cum
dicimus „intellectus verus et falsus “, h. e. habitus de eo, quod in re est vel
non est, quos quulem intellectus in animo audientis prolata propositio
generai.... Sunt cursus vertim ac falsum nomina proposti 1 onum, ut cum
dicimus,,propositio vera vel falsa" i. e. veruni vel falsum intellectum
generane. Significant
propositiones idem, quod in re est, vel quod in re non est. Sicut enim nominum
et verborum duplex ad rem et ad intellectum significatio. ita etiam
propositiones, quae ex ipsis componuntur, duplicem ex ipsis significationem
contrahunt, unam quidem de intelleclibus, aliam vero de rebus.... Patet insuper
adco, per propositiones de rebus ipsis. non de intellectibus nos agere. p. 240 s.: Restat itaque, ut de solis rebus,
ut dictum est, propositiones agant, sive idem de rebus, quod in re est,
enuncient, ut „homo est animai, homo non est lapis “, sive id, quod in re non
est, proponant, ut „homo non est animai, homo est lapis “, ut etiam de
significatione reali propositionis, non tantum de intellectuali, suprapositae
[Prautl corregge: supraposita] propositionis diffinitio (Boezio, p. 291 [?
Corrisponde a loc. ult. cit., Prooem., p. 7 ss.: PL, 64, 395-6]) possit exponi
sic significane veruni vel falsum, i. e. dicens illud, quod est in re vel quod
non est in re“, et in hac quidem significatione veruni et falsum nomina sunt
earum exislentiarum rerum, quas ipsae propositiones loquuntur. Cum autem eamdem
dijfinilionem et de intellectibus ipsis hoc modo exponimus „significanles
[Prantl: significane] verum vel falsum, h. e. generane secundum inventionem
suam de rebus, de quibus agitur. verum vel falsum intellectum “, lune quidem
ipsos nomi- nani [Prantl: nominai] intellectus. Nota autem, sive de intellectibus sive de rerum
existentiis exponamus, orationis praemissionem necce-che la parola « praedicari
» ha tre significati: vale a dire,ni primo luogo la si usa, in modo affatto
estrinseco, per significare la semplice collocazione di un soggetto e di un
predicato, imo di seguito all’altro, fatta astrazione da qualsiasi contenuto
reale; ma poi quella stessa parola concerne, in doppio senso, la relazione,
qual è data effettivamente nella realtà obbiettiva, in quanto che, riguardo a
quel tale processo di creazione (note 294 ss. e 312), il praedicari mette in
rapporto con la materia del genere o il formato ( materiatum ) o la forma ;
tuttavia, com’è naturale, soltanto tale relazione, espressa dal termine praedicari
in queste due ultime sue accezioni, è ciò di cui («de quo») tratta il giudizio:
e in tale significalo praedicari vai quanto esse, sicché, in quanto non possiamo enunciare giudizi, se
non con parole che im giudizio sia
affermativo, o un altro negativo, e via dicendo, queste son distinzioni che
ricadon nell’orbita della modalità della espressione 318 ). Inoltre c’è pur
coincidenza tra quel duplice riferimento che può esser contenuto nei giudizi, e
l’antica distinzione tra « de subie- soriani esse. Qui la fonte si trova in
Boezio, p. 321 [corrisponde a tm iM ' V/ 7 64 ’ 437 ~ 8] -~ Cf "- anche la
347 - ) Unii., p. 366-7 : Tnbus autem modis „praedicari “ sumilur : uno quidem
secundum enuntiationem vocabulorum ad se invicem in conslructione ; duobus vero
secundum rerum ad se inhaerentiam, aut cum videlicel in essentia cohaeret sicut
materia materiato, aut cum alterum alteri secundum adjacentiam adhaeret, ut
forma materiae. Ac secundum
quidemenuntiationem omnis enunliatio.... praedicatum et sub- jectum li a bere
dicitur.... Sed non de his in propositione aeitur.
sed de predicanone tantum rerum, illa scilicet solum. quae in essentia, quae
verbo subs,antico expnmitur. consista!.... Tantum itaque ..praedican illud
accipimus, quantum si „hoc Mud esse 1 * diceremus. tantum per,,removeri'\
quantum per,,non esse 1 *.... Cum itaque per ..praedicari, „esse accipiamus,
superflue rei „rere“ vel .. affermative “ apponitur: Quod emm est aliquid, vere
est illud, affirmative autem enuntiatioms est determinano, quia tantum in
vocibus consisti/ affirmatio sicul et modi vel determinationis oppositio [leggi
con il Pronti appositio). Modus emm vel determinano (v. la Sez. XII, nota 119)
tantum vocum sunt designatila, quae solae moderanmr vel determinata [Prantl:
determinantur] in enuntiatione positae.
c/o» e « in subiccto » (v. la Sez. XII, nota 92), e la h>x
praedicamenti ha la propria sfera d’influenza proprio in quelle due accezioni
reali del giudizio 31 °). Con ciò ci è resa ora soltanto interamente perspicua
la su riferita partizione della dialettica (note 272 ss.) secondo Abelardo.
Tutto sta nel sermo, cioè nel giudizio. Ma è anche vero che gli universali sono
i predicati che son nati, che sono stati generati nel processo della creazione,
e il pensiero li aff erra, secondo la dottrina di Platone, e, secondo la logica
di Aristotele, li enuncia, come universali, nel giudizio: e anzi perciò
Abelardo, accanto alle solite quinque voces, ne annoverò ancora mia sesta, cioè
anche l’individuo (note 278 ss.), poiché l’individuo, quale prima substantia
(Sez. XII, nota 91), ovvero, come qui anche lo si denomina, quale principalis
substantia, viene designato appunto con quella parola (vox), che corrisponde
all’ultimo grado del processo della creazione 3l2 °). Ma poi, giacché Abelardo
considerava la differenza specifica esclusivamente come forza efficiente, e non
come tale che passi essa medesima nella materia del genere (nota 295), egli si
trovava a dover prendere qui il nome della differenza non quale sostantivo,
come aveva fatto Guglielmo da Champeaux) Glossae in Categ . omnia.... aut dicuntur de princi ’palibus
substantiis sibi subjectis.... servata lege praedicamenti.... aut sani in eis subjectis. Un diverso modo di
esprimersi, in luogo di questo, si ha (ibid ., p. 585 s.) nella distinzione tra
praedicari sub stantialiter e praedicari accidentaliter (Boezio, p. 131 \i.n 4r
Praed I; PL, 64, 189]): cfr. la nota 322. m> ) Ibid., p. 584: species, in
quibus conlinentur principales subslamine.... genera et species ordinata post
principales substantias sola.... dicuntur secundac substantiae (e ripetutamente
a questa stessa mamera). p. 591 : Vere primae substantiae significanl aliquid
hoc individuale, quia illud, qund significatur a prima substnnlia, scilicet
quae tox est sicut et consimilia (così si deve leggere secondo il manoscritto,
con una piccola modificazione; la lezione del Cousin dà un controsenso), est
individuum et unum numero, i. e. parificalum numerali descriptione, i. e.
significatur ab hac voce, quae est individuum et unum numero., bensì alle
obiezioni che su questo punto furono sollevate anche da altri (nota 122),
poteva sottrarsi con l’interpetrare la parola che designa la differenza, come
un aggettivo derivato da questa (sump-, um » ,) ss)). Ma a quei predicati nati
seguono poi nelle Categorie le cose stesse, in quanto vengono designate con
parole « naturae, quae vocibus
designatitur » e per conseguenza le
categorie contengono le cose a22 ), mentre appresso vengono prima di tutto
considerate le parole, in quanto esse sono ciò che designa, e costituiscono il
passaggio al giudizio (sermo) stesso, che è composto da quelle. [o) anche il
preteso intellettualismo di Abelardo deriva dal suo aristotelismo]. Ma allora il giudizio non contiene già le
cose, bensì contiene il pensiero ( intelleetus), e invece tratta intorno alle
cose, ma non 321) Dialect., p. 456 : De nominibus dififerentiarum sciendum est,
ut non quidem substantiva, sed sumpta a dififierentiis sumantur, posita lumen
loco specierum. Oportet eitim in eadem significai ione vocabula dijjerentiarum
sumi in divisione generis, in qua significatione ipsa in dijfinitione speciei
ponuntur, cum scilicel nomini generali adjacent.... (p. 457) sicut in nostra
fixum est senlentia, nullo modo inter accidentia dififerentias admiltamus (v.
sopra le note 300 s.). Quod autem Porphyrius per dififerentias genus in species
dividi dixit, secundum eam dictum est sentenliam. qua naturam generalem in
species redigi atque distribuì per susceptionem dififereniiarum realiter voluit
; aut potius per dififerentias genus in species dividi voluit, cum earum
vocabula adjuncla nomini generis speciem designant, atque diffinìtionem speciei
componunt. hoc modo „animai aliud ralionale, aliud irrationale animai .‘ Ihid, p. 189: In sumplis enim non ea, quae ab
ipsis nominantur, comparantur, sed tantum fiormae, quae per iosa circa subjccta
determinane tur ; alioquin et subslantias ipsas comparaci contingeret, quae
saepe a sumptis nominibus nominantur, ut ab eo quod est album.... 322 ) lbid..
p. 209 e 245, cioè due passi, che sono stati citati di già più sopra, nota 272.
Ma vedi inoltre a p. 220: Subiectarum vero rerum diversitas secundum decem
Praedicamentorum discretionem superius est ostensa, qua [Cousin: quae]
principale ac quasi substantialis nomini significano detur. Caeterae vero
significationes, quae secundum modos significando accipiuntur, quaedam
posteriores atque accidentale* dicuntur. già ili quanto le significhi, bensì in
quanto contiene la connessione, afferrata dal pensiero, tra le cose e il
processo di creazione. Laddove per conseguenza il predicare Tessere (nel
giudizio) non è esso medesimo un essere, nel predicare si tratta di uno stato
di cose reale, cioè della connessione obbiettivamente reale tra ciò ch’è
significato dal soggetto, e ciò cli'è significato dal predicalo 323 ). Questa
distmzione fra « contenere » e « trattare » forma l’intimo nòcciolo della
concezione del giudizio secondo Abelardo 324 ). È ben vero, cioè, che il
predicato ha un suo aspetto grammaticale, e che, designando noi nel giudizio
una sola e medesima cosa con varie denominazioni (come per esempio quando
chiamiamo Socrate ora uomo, ora corpo, ora sostanza), appunto in ciò consiste
una differenza tra la espressione verbale e la realtà (efr. la nota 312); ma
mentre la praedicatio per eè sola, avulsa dalla obbiettiva rerum inhaerentia,
non è assolutamente nulla, precisamente la logica ha il compito di studiare il
giudizio, in questo senso, dal lato della espressione verbale S2S ). Anzi quel
che più importa è pro32S ) lbid., p. 241: Digrumi miteni inquisitione censemus,
utrum Mae existentiae rerum. quas propositiones loquiintur, sint aliquae de
rebus existentibus. Clanim ilaqiie ex suprapositis arbitrar esse, res aliquas non esse ea, quae
a propositionibus dicuniur.... Palei insuper, ea quae propositiones dieunt
nullas res esse, cum videlicet nulli rei praedicatio eorum apiari possit ; de
quibus enim dici putest, quod ipsa sint ..Socrates est lapis “ vel ..Socrates
non est lapis"?. ...Esse
autem rernaliquam vel non esse, nulla est omnino rerum essentia. Non itaque
propositiones res aliquas designant simpliciter quemadmodum nomina. Imo
qualiter sese ad invicem habeant, utrum scilicel sibi conveniant annon,
proponunt ; quae idcirco verae sunt, cum ita est in re sicut enunciant, lune
autem falsae, cum non est in re ita. Et est projecto ita in re, sicut dicit
vera propositio, sed non est res aliqua, quod dicit. linde quasi quidam rerum
modus habendi se per proposiliones exprimitur, non res aliquae designantur. s24
) Soltanto dall’avere disconosciuto questa differenza è derivato, che il
Cousin, e con lui l’Hauréau e il Rémusat, abbiano ravvisato nella dottrina di
Abelardo un intellettualismo o concettualismo. 3 “) Dialecl., p. 247 s.: Si
quis itaque secundum rerum inhaeren tiam rcalem acceperit praedicationem ac
subjectionem, secundum id prio ciò, di cui il giudizio « tratta »; ma ciò non è
nè la parola nè il pensiero (intellectus), poiché non può dirsi che dalla
esistenza di tuia data parola venga posta la esigenza che esista un’altra
parola, e neanche sussiste, tra i pensieri, che i giudizi « contengono », una
reciproca affinità che li leghi a forza: poiché in ciascun giudizio abbiamo
pure un unico pensiero soltanto, e ad ammettere che ne abbiamo parecchi
insieme, si arriverebbe alla conseguenza che avremmo al tempo stesso un numero
infinito di pensieri, essendo obbiettivamente, di fatto, contenuti in ciascuno
stato elementi infiniti in serie continua: invece solamente in ciò, di cui il
giudizio « tratta », deve trovarsi o fissarsi la connessione reale, ovvero
quell’obbiettiva relazione reciproca: e perciò anche la modalità della
espressione, sia cioè affermazione o negazione o via dicendo (v. la scilicet,
quod unaquaeque res in se recipit ac subsistit, sicut nihil esse eam viderel
praeter ipsam, ita eam nihil esse per se ipsam invenerit. Al vero magis
praedicationem secundum verbo proposiiionis, quam sedi ndum rei exislenliam,
nostrum est attendere, qui logicae deservimus, secundum quod quidem de eodem
diversas facimus enuntialiones hoc modo Socrates est Socrates vel homo vel
corpus vel substantia. Aliud enim in nomine Sacratis quam in nomine hominis vel
caeteris intelligitur ; sed non est alia res unius nominis, quod Socrati
inhaeret, quam altcrius. V. inoltre il passo citato più sopra, nota 255. 328 ) lbid.,
p. 352 s.: Neque enim veram Itane consequenliam „si est homo, est animai “ de
vocibus agentem possumus accipere, sive diclionibus sive propositionibus. Falsum est enim, ut, si haec vox
..homo" existat, haec quoque sit quae est,.animai “ ; ac similiter de
cnuntiationibus sive earum intellectibus. Ncque enim necesse est, ut qui
intellectum praecedenti propositione generatum habet, habeal quoque intellectum
ex consequenti conceptum. Nulli enim diversi intellectus ita sunt affines, ut
ulterum cum altero necesse sit haberi, imo nullos simul intellectus diversos
animam retinere, ex propria quisque discretione convicerit, sed totani singulis
intellectibus, dum eos habet. vacare invenerit. Quod si quis essentiam
intellecluum ad se sequi sicut essentiam rerum, ex quibus habentur intellectus,
concesserit, profecto quemlibet intelligentem infinilos intellectus habere
concederei, secundum id scilicei, quod quaelibet propositìo innumerabilia
consequentia habet.... Ut igitur
verilatem consecutionis teneamus, de rebus tantum eam agere concedamus, et in
rerum natura regulas anteccdentis ac consequentis accipiamus. nota 318), non
risiede nè nelle parole nè nei pensieri, bensì è da ricondurre soltanto al loro
fondamento obbiettivamente reale 32r ). [p) ma in Abelardo, vero spirito
aristotelico non c’è: il suo interesse centrale è volto, sotto l’impulso di
Boezio e dello stoicismo, alla teoria retorica dell'argomentazione}. Ma se a questa maniera, secondo Abelardo, nel
giudizio si ha clic fare non con il pensiero ( intellectus ), ma con la
inerenza di fatto nella sfera della oggettività, si capisce ora altresì perchè
egli (e il motivo al quale in ciò si conforma, è dato dal giuoco di combinare
assieme elementi stoici con elementi boeziani) tratti il giudizio categorico
solamente come un grado preparatorio al giudizio ipotetico, nel quale ultimo
s’inserisce la topica, come base della sua validità. Il giudizio ipotetico, in
quanto è complesso, ha anzi la funzione di servire come espressione adeguata
della connessione, e questa viene resa manifesta nel procedimento
dell'argomentazione, mediante ragionamenti, nella ipotesi che le premesse
abbiano, per chi ascolta, un valore di enunciazione espressiva. Quel, cioè, che
l’uomo pensante afferra con la mente, nella maniera rivelata da Platone, ed
enuncia con il giudizio, nella maniera fissata da Aristotele, deve ora esser
utilizzato per l’argomentazione, nella maniera propria della tradizione
retorico-ciceroni alia. Vale a dire che anche neH’argomentazione come viene osservato con tono polemico contro
altri studiosi: v. la nota 225 non si
tratta già dei pensieri ( intellectus ), bensì di quel medesimo oggetto del
quale trattano i giudizi, che costituiscono rargomentazione stessa, con questa
sola differenza, che cioè qui la necessaria connessione (necessitas) che ci si
presenta nello stato di fatto obbiettivo, è nel RAGIONARE espressa precisamente
dalla sussunzione (inferentia): ne ad Abelardo sembra d’insistere mai
abbastanza nel rilevare che la relazione di dipendenza tra antecedens e CONSEQUENS
non è data nel pensiero, ma, come esclusivamente obbiettiva, sussiste già da se
stessa nella natura creata, e nel fondamento reale di tutt i giudizi 329 ). L
perciò, anche a quel1 altro modo di vedere unilaterale, che abbiamo incontrato
più sopra (nota 215), egli nettamente contrappone la idea, che alla modalità
dei giudizi, anche relativamente ai concetti di possibile e di necessario (del
pari che più sopra, nota 327), sia da metter a fondamento una modificazione
obbiettiva dell’essere. Dicunlur in argumentis ea. quae a propositionibus ipsis
significantur. ipsi quidem inlcllectus, ut quibusdam placet, quorum conceptio,
SINE ETIAM VOCIS PROLATIONE, ad concessionem alterius ipsum cogit dubitantem.
XJnde et bene rationis nomea in praemissa diffinitione (cioè in quella di
Cicerone [intendi la definizione di CICERONE di ARGVMENTVM ; Top., cap. 2, §
8]: vedila, riprodotta in BOEZIO, neljla Sez. XII, nota 165) dicunt apponi ;
ratio enim nomen est intcllcclus. qui in anima est. Sed, si divisioni verbo altendamus,
potius argumentum accipiendum erit in designatane eorum, quae a propositionibus
dicunlur, quam eorum intellecluum, qui ab ipsis " enerantur.... Neque enim
in propositione quidquam de intellectu dicilur. sed, cum de rebus agitur, per
ipsam intcllectus generatur, qui neque in sua essentia necessilatem tenet,
neque in/erentiam ad alterum ... linde potius de bis, quae propositiones ipsae
dicunt, supraposita diffinitio ....est accipienda. 3 “ 9 ) Introd. ad theól
III. 7, p. 1134 [141] : Ex quo apparet, quarti veruni sit,... in illa....
philosophorum regula, cujus possibile est ante cedens, et consequens, eos ad
creaturarum tantum nomea accommodare [IL. 178, 1112]. Dialect. Ex his itaque manifeslum est, in
consequentiis per propositiones de earum inlelleclibus agendum non esse, sed
magis de essentia rerum.... Et in hoc quidem significalione eorum, quae
propositiones loquuntur, una tamen exponitur regula, quae ait, posito
antecedenti, poni quodlibet consequens ejus ipsitts, h. e.: existente aliqua
antecedenti rerum essentia, necesse est existere quamlibet rerum existentiam
consequentem ad ipsam. Ibid., p. 351: Si
quis itaque vocum impositionem recte pensaverit, enunliationum quarumlibet
veritatem facilius deliberaverit, et rerum consecutionis necessitatali velocius
animadverterit. Parimente alle p. 343 s.
e 382. 33 °) Dialect. Unde oportet, ut rcctae sint modales, ut etiam de rebus,
sicut simplices. agant ; et tunc quidem de possibili et impossibili et
necessario ; quod quidem tam in his, quae singultire subjectum hdbenl, quam in
his, quae universale, licei inspicere. Con quel che siamo venuti dicendo
intorno alla essenza, al principio e allo svolgimento della dialettica di
Abelardo, crediamo di esser giunti a farcene ima idea giusta e approfondita,
che, ove ce ne fosse bisogno, potremmo noi stessi avvalorare con un documento
estrinseco, servendoci di un epitafio) composto in onore di Abelardo, da un suo
contemporaneo. In questa dialettica, non è certamente spirito aristotelico quel
che ci alita in fronte, bensì di gran lunga più manifesto vi risentiamo
l’influsso ammorbante dello stoicismo (v. la Sez. VI, note 47-56), che s’era
fatto strada negli scritti di Boezio; poiché quell’associazione di mi rozzo
empirismo con un motivo formale, dato dal progresso verso mia sempre più
complessa composizione, e con l’interesse retorico delFargomentazione,
prende proprio là, dove Abelardo
sacrifica dappertutto i motivi logici, per considerare lo stato di fatto
obbiettivo il posto di una sillogistica
che torni veramente a profitto del sapere definitorio: e a chi tenga presente
la logica di Abelardo nel suo nucleo centrale, egli appare come un retore che
fa la teoria dell’argomentazione, piuttosto che come un platonico o un
aristotelico. Tuttavia egli è ampiamente giustificabile, perchè delle opere
principali di Aristotele, conosceva, semplicemente per sentito dire, soltanto
alcuni particolari frammentari (note 8-18), e in special modo perchè, dato, per
un verso, 1 ordine irrazionale in cui erano disposte le parti dell’Organon,
come pure date, 881) Citato, attingendo al Rawlinson, dal Rémusat, II. p. 101:
Hic docuit voces cum rebus significare, Et docuit voces res significando
notare; Errores gencrum correxit, ita specierum. Hic genus et species in sola
voce locavit, Et genus et species sermones esse notavit . Sigili* ficativum quid sit (questo, cioè, è il
giudizio: v. la nota 315), quid significatami Significans quid sit (questa è la
parola singola), prudens diversificar il. Hic quid res essenti quid voces
significar enti Luci dius reliquis palefiecit in arte perilis. Sic animai
nullumque animai genus esse probalur. Sic et homo et \sed?] nullus homo species
vocitatur [PL, 178, 104], per 1 altro verso, le idee che Boezio aveva prese da
Porfirio, era inevitabile che traesse origine da ciò mia concezione contorta e
contraddittoria. In Abelardo, e forse in tutti i suoi contemporanei, si compie
la vendetta del fatto che, da un lato la Isagoge e le Categorie [delle quali,
come sappiamo, il Franti contesta l’autenticità: v. la Sez. IV, nota 5] si
tengono più vicine al platonismo, e che d’altro canto, al tempo stesso, nei
libri successivi si trova contenuto l’aristotelismo; e inoltre può darsi che
Abelardo dal suo medesimo personale talento fosse portato a non curarsi
d’intendere più profondamente queste antitesi, e trascinato ad assumere
Patteggiamento del retore. Si direbbe ch’egli, se fosse vissuto in quei secoli
più vicini a noi, sarebbe stato certamente un seguace di Pietro Ramo. [ql
continua l'analisi del contenuto della Dialettica: le Categorie]. Ma adesso ci rimane il compito di seguire,
anche attraverso le singole parti della dialettica. Io svolgimento che questa
ha avuto da Abelardo, il quale ci si presenta sulla stessa linea degli altri autori
di cui sopra, che hanno promosso le particolari controversie già ricordate, e
dei quali ci è ignoto il nome. Seguendo la partizione dello stesso Abelardo
(note 2,2 ss.), dobbiamo supporre colmata la lacuna del testo qual è a noi
giunto, dovuta alla mancanza degli Antepraedicarnenta, e pensar di essere già
stati condotti così a trattare le questioni più generali, e che più
propriamente si posson dire questioni di principio. Agli Ante praedicament a
tien ora dietro la seconda Sezione della prima parte principale, cioè i
Praedicamenta, dove, come ben s’intende, è preso a fondamento Boezio, che viene
ormeggiato a passo a passo. I concetti di univocum, e simili, conforme a quanto
abbiamo detto più sopra, sono naturalmente di spettanza dell [a teoria della
predicazione, in quanto quest’ultima ha anche un] aspetto grammaticale 332 ).
La categoria della substantia, che altrove, d’accordo con il de Trin. del
Pseudo-Boezio, viene intesa anche come subsistentia 333 ), è l’atta qui oggetto
di una trattazione, che in tutto e per tutto si mantiene nel più pieno accordo
con Boezio 334 ). Più minutamente è presa in esame la quantità, sebbene qui
Abelardo si dovesse appoggiare a quel che n’era stato detto da altri, perchè,
com’egli medesimo confessa, era ignorante di aritmetica M5 ) ; egli consente
con coloro Icfr. le note 109 e 127), i quali eran di opinione che la linea
consista di punti 33 °), e, riguardo al concetto di numero, si attiene al
principio della unità naturale, condizionata dal processo della creazione (nota
304) : per conseguenza, in contrasto con le su riferite opinioni di altri (note
199 s.), qui il fondamento realistico è formato dal singolo, in quanto è
particolare, cosicché da un lato il « numero in generale » include già la
pluralità e ha lo stesso significato che « [le] unità », e d’altra parte i
diversi numeri determinati sono, come sostantivi, le denominazioni di diverse
unità collettive superiori, in maniera comparabile con il procedimento
collettivo, onde, secondo diversi punti di vista, raccogliamo 332 ) Così,
occasionalmente, Dialect., p. 480: Hoc ituque nomea, quoti est aequivocum ÆQVIVOCVM
GRICE sive univocum, ex vocabulis tantum in rebus contingit. 333 ) Introd. ad theol., II, 10.
p. 1071 [88]: Unde et subslanliae quasi subsistentiae esse dictae sunt, et
cactcris rebus, quae ei assistunt, [ci] non per se subsistunt. naturaliter
priores sunt [PL, 178, 1060], 334 ) Dialect., p. 173178. (Il testo del manoscritto incomincia propriamente
soltanto a mezzo della categoria substantia, cioè in corrispondenza con Boezio
[in Ar. praed., I: PL, 64, 187-8], p. 133). 333 ) Ibid., p. 182: Etsi multas
ab arithmeticis solutiones audierim, nullam tamen a me praeferendam judico,
quia ejus artis ignarum omnino me cognosco. 336 ) Ibid. : Talem autem, memini, rationem Magistri
nostri sententia praetendebat, ut ex punctis lineam constare
convinccretur.... (p. 183) Alioquin
supraposita Magistri sententia, cui et nostra consentii, etc. le cose ili
specie, o sottospecie, o altrimente ili gruppi 337 ). In quanto che nello
stesso luogo si deve trattare anche del discorso umano inteso come alcunché di
quantitativo, Abelardo combatte il modo di vedere unilaterale, che abbiamo
trovato più sopra, onde si ritenne che fosse l’aria a adempiere l’ufficio di
«significante»: e, assegnando egli invece al suono questa funzione di «
significare », va in cerca di autorità che suffraghino tale sua opinione 338 ).
Ma, immediatamente dopo la quantità, fa posto alle categorie ubi e quando, come
a quelle che per natura sono collegate, nella loro origine, con i concetti di
luogo e di tempo, presi hi esame nella trattazione della quantità 339 ), e
mentre così intende quelle due categorie in 337 ) P186: [numerus] semper.... in
natura discretionem habct, qui solam unitatis parlicularilatem requiril.... cum
nomea numeri plurale simpliciter videatur atque idem cum co, quod est unitates.
Unde opportunius nobis videtur, ut, sicut supra tetigimus, numeri nomea
substantivum tantum sii ac particulare unitatis, atque idem in significai ione
quod unitates. Binarius vero vel ternarius cacteraque nu merorum nomina
in/eriora sunt ipsius pluralis, sicut homines vel equi ad animalia, aut albi
homines et nigri, vel tres vel quinque homines ad homines. Et fonasse quoniam
omnia substantiva numerorum nomina in unitalibus ipsis pluraliter accipiuntur,
omnia ejusdem singularis pluralia poterunt dici, secundum hoc scilicet, quod
diversas unitatum collecliones demonstranl (c£r. la nota 307). Numerus quidem
simplex metialur plurale, alia vero secundum certas collectiones determinala. A
ciò fa poi seguito il passo citato più sopra, nota 199. Cfr. anche alla p. 421: Haec
enim unitas hominis Parisiis habitanlis et illa hominis Romae manentis, lume f
aduni binarium. Unde sola unilatum pluralitas numerimi
perfidi. Così pure a p. 486. ) P* 190:
Nos autem ipsum proprie sonum audiri ae significare concedimus: unde et
Priscianus ( Inst. gramm., I, 1 [ed. Hertz, p. 5]) ait, voccm ipsam tangere
aurem, dum auditur, ac cursus ipse Boethius (deMusica [cap. XIV: PL,63, 1177],
p. 1071 [della ediz. delle Opere di Boezio, Basilea 1546, cit. dal Cousin: p.
1379 della ediz. di Basilea 1570, alla quale, come s’è visto, suol riferirsi il
Prantl]) totam vocem.... ad aures diversorum simul venire perhibet, dopo di che
ci si richiama ancora, con le seguenti espressioni, di forma singolare, ad
Agostino e a Boezio (p. 193): Ipsum etiam Augustinum in Categoriis suis
asserunt dixisse..., e etiam Boethius dicitur in libro musicae artis.... [194]
adhibuisse. 33 °) P195: Hactenus de quantitale disputationem habuimus. Nunc ad
tractalum pracdicamentorum reliquorum operam transferamus, eaqtie geuso
realistico, includendovi anche p. es. il concetto di « ieri » * * 3 '* 0 ),
arriva, per via dell’« essere nel luogo » e delT« essere nel tempo », a
considerare i vari significati di « messe » 341 ), ma cerca, in contrasto con
obiezioni di altri, riferite più sopra (nota 194), le quali mettevano in campo
l’analogia con l’avverbio interrogativo qualiter, di assegnare
quell’espressioni concernenti l’inesse, all’uso del linguaggio secondo la
grammatica 342 ), e di giustificar invece quelle due categorie, come tali, con
la considerazione che in quelle è possibile una comparazione, e che pertanto
non è il caso di ricondurle alla quantità, la quale esclude ima comparazione
343 ) : a ciò del resto si lega ancora il lamento che Aristotele sia stato in
generale così parsimonioso nella trattazione delle ultime sei categorie 344 ).
posi quantitatem exequamur, quae ei naturalitcr adjuncta videntur ac quodam
modo ex ea originem ducere ac nasci. Ilaec aulem ., quando *" ei
..ubi." nominibus Aristoteles designai. Quorum quidem alterum ex tempore,
alterum ex loco duxit exordium. ***) p. 196: v. sopra la nota 196 [reclius
197J. 3)l ) p. 197 : Quum aulem et ..quando" in tempore esse et
..ubi" in loco esse determinamus, non incommodo hoc loco demonstrabimus,
quot modis ..esse in aliquo" accipimus ; Boelliius autem in edilione prima
[198] super Categorias novem computai (dei quali modi segue qui la
enumerazione, ricavata da Boezio [in Ar. praed., I; PL, 64. 172], p. 121: v. Sez.
XII, nota 92; Cousin si scandalizza, per non aver trovato questo passo di
Boezio!). 3 «) p. 200: Si quis autem „qualità “ dica! nihil aliud quam
qualitatem demonstrare, et ..ubi"' dicemus nihil aliud quam locurn
designare, vel „ quando “ nihil aliud quam lempus. Unde et carlini definitiones
recte vel „in loco esse “ vel „in tempore [esse]" dicimus, quae, si
grammaticae proprietatem insistamus, nihil aliud a loco vel tempore diversum
ostendunt.... Videntur itaque magis prò nominibus accipienda esse ..esse in
loco “ vel ..esse in tempore", quam prò definitionibus. M3 ) Ibid .: Haec
autem generalissima ipsa, ut arbitror, comparationis necessitas meditari
compulit. Cum enim quantitates non comparaci constarci (Boezio [in Ar. praed..
II; PL, 64, 215], p. 154), non poteramus comparalionem,,diu “ vel „diuturni “
vel ..extra" ad tempus vel locum reducere: indeque maxime inveniri
pracdicamentu arbitror, ad quae illa reducantur. 3M ) Ibid. : Ac de his quidern
praedicamenlis difficile est pertractare, quorum doctrinam ex auctoritate non
habemus, sed numerum tantum. Ipse enim Aristoteles, in tota praedìcamentorum
serie, sui studii operam Nella controversia intorno alla categoria della
relazione (v. sopra la nota 192), Abelardo finisce con il decidersi a favore
dell’autorità della definizione aristotelica 3, * n ), e così pure la questione
del posto da assegnare ai concetti di simile e di uguale (nota 193) è da lui
risolta nel senso che essi appartengano alla qualità 346 ). [r) i
PostpraedicamentaJ. I Postpracdicamenta
poi, che costituiscono la terza Sezione del Liber partium, contengono, come si
è veduto (nota 272), la trattazione del nome e del verbo, in quanto questi sono
i modi di significare le cose, e vengono considerati quali parti, da cui il
giudizio, come totalità, è costituito. La opinione di Abelardo, riguardo al
concetto di significavi o SIGNIFICATIO (cf. Grice, “Meaning”), da noi
precedentemente messa in chiaro, lo porta qui a dichiararsi d’accordo con quel
Garinondo (nota 82), ch’era un nominalista moderato, e ìwn nisi qualuor
praedicamerUis ndhibuit, Substanliae scilicct. Quantitali, ad Aliquid,
Qualitati ; de Facere autem vel Pati nihil aliud docuit, nisi quod
contrarietatem ac comparalionem susciperent.... De reliquis autem qualuor.
Quando scilicet. Ubi, Situ, Ilabere, eo quod manifesta sunt, nihil praeter
exempla posuit.... De Ubi quidem ac Quando, ipso quoque attestante Boethio (p.
190 [in .-Ir. praed., HI; PL. 64, 262 s.].), in Physicis, de omnibusque altius
subtiliusque in his libris, quos Metaphysica vocat, exequilur. Quae quidem
opera ipsius nullus adirne translator lalinac linguae aplavit ; ideoque minus
natura horum nobis est cognita. Cfr.
più sopra la nota 18, dove abbiamo dovuto accennare di già alla integrazione,
portata più tardi da Gilbert de la Porrée: v. appresso le note 488 ss. Ms ) p.
204: Aristoteles de imperfcelione restrictionis sicut Plato de acceptatione
nimiae largilatis culpabilis videlur ; uterque enim modum excesserit, alque hic
quasi prodigus, ille tanquam avarus redarguendus. Sed et si Aristotelem
Peripateticorum principem culpare praesumamus, quem amplius in hac arte
recipiemus ? Dicamus itaque, omni ac soli relationi ejus diffìnitionem
convenire eie. 346 ) p. 208: At vero, cum similitudo relationibus aggregetur
(Boezio [in Ar. praed., II; PL, 64. 219], p. 157),.... non videtur secundum
solas qualitates simile dici.... His autem. qui simile ac dissimile inter
qualitatcs computant (Boezio [in Ar. praed., Ili; PL, 64, 259], p. 187),
monstrari potcst, res quaslibct in eo, quod dissimiles sunt, esse similes....
At fortasse non impedit, si in eo, quod dissimilitudinem participanl, similes
inveniantur (si attiene cioè al passo ult. cit. di BOEZIO. pertanto scorgeva la
essenza della significazione non nella parola come tale, bensì nel contenuto concettuale
della parola stessa: un modo di vedere, questo, che Abelardo trova confermato
da passi di Boezio,7 ). Nella disputa intorno alla questione, se le
preposizioni e le congiunzioni sieno da considerarsi come parti del discorso (
nota 206), cerca di conciliare i punti di vista imilaterali dei grammatici e
dei dialettici, attribuendo bensì a quelle parti del discorso la capacità di
significare, ma riconducendo questa capacità, alla stessa maniera che la
modalità della predicazione (note 327 e 330), a una modificazione obbiettiva
348 ); onde, come si vede, anche secondo la opinione di Abelardo, i così detti
byncategoreumata (cfr. le note 174 e 206) dovrebbero coerentemente trovar posto
in una o nell’altra parte della logica. . Ma in tutto il resto egli si tiene
strettamente vicino a Boezio, e cerca di confutare obiezioni, sollevate da
altri 349 ), cogliendo la occasione che di ciò gli era offerta. sn\ 210, dove
alle parole già citate (nota 82) fa seguito immediatamente: linde manifestimi
est, eos velie vocabula non omnia illa significare, quae nominimi (che p. es.
animai non « significhi » •ria senz’altro homo), sed ea tantum, quae definite
designata, ut animai se, Hat animai sensibile, aut album albedinem, quae semper
m ipsis denotanlur. Quorum scntentiam ipse commendare Boethius (p. bij ['«'
divisione: PL, 64, 877]) videlur, cum ait in divisione vocis „vocis attieni in
proprias significationes divisto fit etc .(p. ZÌI) Oiiamen sanificare"
proprie ac secundum rectam et propnam ejus dijjinilionen, signamus, non alias
res significare dicemus, msi quae per vocem concipiuntur. Cfr. la nota 317. 348 ) p. 217: llla ergo
mihi sententia praelucere videtur, ut grammatici consentientes, qui eliam
logicae deserviunt, has quoque per se sisnificativas esse confiteamur, sed in
eo significatwnem earum esse dicamus, quoti quasdam proprietates circa res
forum vocabulorum, quibus apponi,ntur praepositiones, quodam modo
determinerà.... t.onjunctiones quoque, dum quidem rerum demonstrantconjiinctionem,
quamdam circa eas determinant proprietatem.
Cfr. la nota 620. ;n ») p eg219, dove di fronte alla obiezione ricordata
piu sopra (nòta 210), si osserva: Veruni ipse verbo deceptus erat, ac prave id
ceperat, verbum dicere rem suam inhaerere. così relativamente a quei giudizi
(nota 211) che non implicano la esistenza effettiva del proprio soggetto 35 ),
e questo nesso, che consiste in quella rispondenza, onde i due concetti son
riferiti uno all’altro, è ciò per cui si distingue esso giudizio dal giudizio
categorico: questo cioè enuncia la semplice esistenza, mentre l’ipotetico c
valido con assoluta necessità, fatta astrazione dalla esistenza delle cose, ma
appunto per questo ricorre all'aiuto dei loci, relativamente a ciò che non può
desumersi dalla semplice realtà 396 ). In questo senso ex loco firmitalcm
halent. Cujus quidem loci proprietas hacc est : vim inferentiae ex habiludine,
quarti habet ad terminum illatum, conferre consequentiae, ut ibi tantum, ubi
imperjecta est inferentia, locum valere confiteamur.... Hoc ergo, quod ad per]eclionem
inferentiae deest, loci supplet assignatio. La deno mutazione « inferentia » è derivata dal
termine boeziano « inferre » : e così parimente anche la idea che la
consecuzione abbia a fondamento il nesso della necessità, è presa da Boezio: v.
la Sez. XII, note 153 s. 301 ) p. 330 s.: Quae enim in ea ponuntur vocabula,
essentiae tantum, non habitudinis, sunt designativa, ut « homo » et « animai »
et « lapis». Qui itaque dicuut «
si est homo, est animai, si est homo, non est lapis», nullo modo de habitudinibus
rerum, sed de essentiis agunt, ila.... ut, si aliquid sit essentia hominis, et
essenlia animalis esse concedatur, et lapidis subslanlia esse denegelur. 39S ) p. 336: Quod autem veritas hypotheticae
propositionis in necessitate consistat, tam ex auctoritate quam ex ralione
tenemus. Questa maniera d’intendere il giudizio ipotetico sembra essere stata,
in modo speciale, peculiare di Abelardo. (Jon. Saresb. Polycr. II, 22, p. 122
[ed. Webb, I, p. 129]): Solebai nostri temporis Peripateticus Palalinus omnibus
his conditionibus obviare, ubi non sequentis inteileclum anlecedentis conceptio
claudit, aut non antecedentis contrarium conseqitentis destructoria ponit, eo
quod omnes necessariam tenere consequentiam velint. Dello stesso, Metalog.: Miror tamen quare
Peripateticus Palatinus in ipoteticarum iudicio tam artam praescripseril
legem.... Siquidem.... ipotelicas respuebat, nisi manifesta necessitate urgente
[PL, 199, 453 e 904]). 39 °) p. 343: Categoricarum autem propositionum veritas,
quae rerum aclum circa earum existentiam proponil, simul cum illis incipit et
desinit. Hypotheticarum vero sententia nec finem novit nec princi pertanto,
nelle discussioni dialettiche la concessione fatta daH’mterlocutore va intesa,
fatta astrazione dalla sua esatta corrispondenza alla realtà, come una tale
necessità 3B7 ), e nel giudizio ipotetico non si tratta già, come taluni
ritengono (nota 228), de’ suoi singoli membri, bensì proprio di tutto quanto il
nesso tra antecedens e consequens 3BS ) ; inoltre, per la medesima ragione, nel
giudizio disgiuntivo, come già è stato mostrato da Boezio (v. la Sezione XII,
nota 141), è semplicemente da ravvisarsi un’altra forma di enunciazione del
giudizio ipotetico 3BB ). Li base a tale fondamento si parla poi, d’accordo con
Boezio, delle cosi dette « maxitnae proposi tiones » (v. ibid., nota 165), le
quali, in polemica con le idee di altri (v. sopra la nota 228), vengono
ristrette alla forma del giudizio ipotetico 1B0 ). Indi fan seguito pium. Ulule
el antequam homo et animai creata Juerint, vel postquam cliam omnino perierint,
aeque in veritate consisti! id, qupd haec consequentia proponit « si est homo
animai ralionale mortale, est animai. Quia vero calegoricae enuntiationes actum
rerum proponunt quuntum ad enuntiationes inhaerentiae praedicati. actus vero
rerum ex ipsarum rerum praesentia manifestila est, necessitas autem inferentiae
ex aclu rerum perpendi non potest, quae acque, ut dictum est, et rebus
existcntibus et non existentibus. permanet, arbitror. hinc. locum tantum in hypotheticis
propositionibus requiri ; cum de vi inferentiae rerum earum dubitatur, quae ex
actu rerum convinci non possimi. 3BT ) p. 342: Ncque mirri dialecticus curai,
sive vera sit sive falsa inferentia proposilae consequenliae, ilummodo prò vera
eam recipiat ille, cum quo sermo conseritur.,.. Seti liaec.... concessio vcrae
inferentiae in necessitate recipienda est. >W) p. 353: Quidam lamen has
regulas non solum in tota anteccilenlis et consequcntis enuntiatione, veruni
ctiam in terminis eorum assignaiUes.... Sed.... regulae sunt accipiendae in his, quae tota
propositionum enuntiatione dicuntur. Quoti autem antecedens et consequens in
disjunctis quoque lloethius accipit, non ad renna essentias, sed ad
enuntiationum constitutionem respexit ....Quod ex resolutione disjunctae di e
nosci tur ; ex qua etiam resolutione. hypothelicae, i. e. condilionales,
disjunctivae quoque sunt appellatae. 40 °) p. 359 s.: Maximarum....
proposilionum proprielales inspiciamiis, quibus quitlem singularum veritas
consequenliarum exprimitur, quaeque ultimam et perfeclam omnium consecutionum
probationem tcnent.... Cum itaque
diximus, eas conseculionis sensum habere, categoricas enuntiationes exclusimus.
i singoli loci, e qui Abelardo, esclusi quelli retorici, vuole metter in campo
solamente i dialettici 401 ); l’ordine di successione in cui son disposti,
trova fondamento in Boezio, che, trattando di questo argomento, cerca (de dijf.
top . : v. la Sez. XII, nota 168) di accordare i loci di Temistio (Sez. XI,
nota 96) con quelli ciceroniani ‘"'); ma la conchiusione è costituita da
osservazioni sopra ^argomentazione in generale, e sopra la importanza che han
per la retorica la induzione e l’entimema 40S ). Come già più sopra (nota 222)
è stato rilevato, la dichiarazione dei singoli loci consiste nella indicazione
ed enumerazione di « regole », fissate secondo l’uso delle scuole: e anche
nella esposizione dello stesso Abelardo si fa manifesto, hi connessione con
quel che 401 ) p. 334 : Illud praesciendum est, nos, qui haec ad doctrinam artìs
dialecticae scribimus, eos solum laens exsequi, quibus ars ista consuevit uti.
102 ) In confronto con quell’ordine di successione [seguito da Cassiodoro], del
quale abbiamo dato notizia nel 1° voi. (Sez. XII, nota 184), la materia si
dispone qui nella forma seguente: Anche qui (p. 368) si presentan da principio
i loci tratti dalia sostanza stessa, cioè a diffinitionc, a descriptione, a
nominis inter pretal ione ; ma appresso vengono, in una scelta risultante da
una combinazione di elementi derivali da Temistio c da Cicerone, i loci che son
tratti dalle conseguenze della sostanza (p. 375), cioè a genere, a toto, a
partibus divisivis, a partibus constilulivis, a pari, a praedicato, ab
antecedenti, a consequenli ; a questi fan seguito (p. 386), come loci presi extrinsecus,
solamente le sottospecie del locus ab oppositis, cioè a relatione (inclusi
simul e prius), a contrariis, a privatione et habitu, ab ajfirmatione et
negatione (in questa trattazione delle quattro specie di opposizione vien
tirata dentro quasi per intiero la corrispondente Sezione delle Categorie);
poi, come loci medii, seguono a relativi^, a divisione et parlitione, a
conlingenlibiis, e sono quindi indicati inoltre a compimento come quelli che vengono raramente in uso (p.
409 : sunt autem alii, quibus diabetici raro ac nunquam fere utuntur, quos
tameri Boethius.,.. non praetermisit)
tra i « loci» ex consequentibus substantiam, quelli a causa, a materie,
a forma, a fine, a motu. Del resto in tutta questa Sezione il Cousin si è
spesso limitato ad accennare con intestazioni di titoli l’ordine della
successione, senza pubblicare il contenuto stesso. 4 " 3 ) p. 430 ss. I
passi ai quali attinge qui Abelardo, son presi da Boezio, de dijf. top., su cui
si fondano queste notizie: v. la Sez. XII, note 82 e 137. »i è visto più sopra
(nota 228), a quanto muneroso conLvorsic generale abbi. 1. ..pi» tonato nelle
svuole l’argomento e la occasione 404 )r z) i sillogismi ipotetici. Giudizio
conclusivo sopra l'opera di Abelardo]. Infine nel Liber hypo, h e ticorum, cioè
nella teoria dei gtudtzi e 8 dlo gismi ipotetici, viene ora riprodotto per urti
ero d con tenuto dello scritto di Boezio de syll. hypoth Attui trendo a tale
scritto, Abelardo incomincia con lo syol aere per prima cosa 406 ) la
partizione del gmdmo ipo tetico (v. la Sez. XII, note 139 ss.), e,
relativamente ai giudizi che s’iniziano con la congiunzione « cum » n( . h,, intorno alla causa efficiente e a
motu (p. 41.5 ss.) si e g . 376 8B .) causalità divina del creatore de mondo H
locas « ge ^ Crca . porla a prender in coimderazione il processo Stendere il
locus a ..one e così comdde cernii m iUimit;, ta,nenie universale praedicato
(p. 484), i fi incontriamo qui la ter(p. 381). A proposito del Incus °*>opP
4fl7 . comp lexa autem miuologia « complexa » c « in P ^ ^ cod em contraria
cnuncontraria eas dicimus proposilionc, 7 acgerrt). e così pure tiant hoc SS*
immediata inferra« constantia » (p. 408 [nassunto ue ' imme diMa smt ; qiiam
linai habeant, adjietendumesse..ag»J p hrdus]) _ Abelardo ìss'ù.w ù. >. (v.
le note 18 e 344). 405) p. 437-439. tici
406 ); inoltre combatte la opinione già ricordala (nota 218) di altri,
relativamente alla posizione del « vel.... vel » nei giudizi disgiuntivi 407 ).
Ma è poi notevole quel che vien detto appresso, circa la conversione dei
giudizi ipotetici; questi cioè, quando sono in forma disgiuntiva, potrebbero
esser convertiti simpliciter (scambiandosi di posto i termini della
disgiunzione!), e lo stesso potrebbe pure ripetersi del giudizio, che contenga
[la enunciazione di] una [relazione di] contemporaneità, e che incominci con
«cum»; invece, quando si tratti del giudizio propriamente ipotetico, fondato
sopra il nesso della necessità naturale, il principio fondamentale, a tutti
noto, della consequenlia (vedilo in Boezio, Sez. XII, nota 145) sarebbe da
prendere [cfr. ibid., nota 130] nel senso che qui si dia un caso di conversiti
per contrapositionem 40S ). Ma se questo preteso compimento della teoria
tradiziosed ad conceptus tummodo leritatem Aeque cairn unus est intellectus
..lapis ratio,lamultos intellectus ' *“"iplicem l’ero intellrctum dicimus
muuos intellectus ab invicem dissolutos, ut si dicam animai" pauluhim
quiescens, addam „rationale'\ ’ Cfr iuvece ' 4 ?» C " Abc,:!r US Wmim P erso ' lalem discreti,m,m attendimi, h. e.
simpliciter hominem excogilo,,n eo scilicel tantum, quod homo est i e animai
rat tonale mortale, non edam in co, quod esVhic ho moti file ri!!ru rSale h “ J
iu ‘ c ", s “hslraho individui s. SU itaque abstractio superna r‘ l
"feTtor, lbus : «“ scilicet universalium ab individui per praedicationem
subjecds, sme Jarmari,m a materiis per fundationem no/, Subtrac "° f ero e
con, rario dici potest,... cum alìquis subjeclae naturam essenti,,,absque omn,
forma nidtur speculari. Uterque autem mtellectus, tam abstrahens scilicel quam subtrahens, aliter
quam res se habet concipere V, detur.... p. 482: Nusquam enim ita pure
subsistit S smt“Pl T C ° n rP llUr 'E *. m,ìla esl na •) a: Non vidctur ergo
transferenda conversatio dialeclicorum ad huiusmodi propter inconvenientia.... 33,
p. 91 b: Quod ergo dica Johannes Damasceni is (v. la Scz. XI. nota 170), non
ita accipiendum, ut universalia et individua ita accipiantur sicut in
philosophicis disciplinis.... Si quaeratur, an hoc praedicabile,.deus“ sii
universale rei CARLO PRANTL tavia in molte delle sue trattazioni al De
Trinitate del Pseudo-Boezio (v. le note 35 ss.), e anzi con la comica
osservazione che quello scritto è fdosofico (!) più che teologico, e che perciò
non si deve lasciarsene sviare 451 ) ; inoltre la distinzione della sostanza
come soggetto e della sostanza come forma, del pari che la distinzione della
forma sostanziale come produttrice dell’individuo e come suscitatrice delle
specie e dei generi, ci fan soltanto vedere il realismo platonico-teologico
nella sua forma più rozza 452 ). Parimente nel suo contemporaneo Roberto da M e
1 u n [m. 1167], molto celebrato per la sua superficiale abilità nella
dialettica 453 ), si trova nient'altro che il solito realismo ontologico, il
quale teoreticamente è tanto ottuso da non poter in generale interessarsi ai
momenti individuimi, neutrum hic admittendum [PI,, 211 922 e 921], E tuttavia
fu anche lui accusato di eresia : v. lu nota 478. 451 ) Ibid., I, 4, p. 8 b:
Ideo imponitur Boelio, quod illam diffmitionem (cioèfdi persona ) magis posuit
ut philosophus, quam ut thcoloP" s
32, p. 93 b. : Sed nostri thcologi plerique non habent illam
diffinitionem prò aulhentica, quia magis Juit philosophus quam theo^^923 I {t
mag * S “) Ibid,, 1,6, p. 12 a:
Subslantia a subslando dicitur ipsum subjectum, quod substat Jormis, sive sit
corpus sive alia res. Substantia a subsistendo dicitur forma, quae adveniens subjecto illud
subsistit, i. e. sub se et aliis Jormis sistit, i. e. substare sibi et aliis
Jacit, sìcut imago sigilli ceram.... Sed substantialis forma duplex est, vel
quae facit „quis“, et lalis est omnis individualis proprielas, i, e. individuo
et proprio nomine, ut Platonitas, cujus parlicipatione Plato est quis ; vel
quae facit „quid“. ut speciale vel generale, i. e. quae speciali vel generali
nomine significatur, ut humanitas, animalitas, cujus participatione Plato est
..quid", non vero „quis“ [806-7], 4M ) Joh. Saresb. Metal.. II, 10, p. 78
s. (ed. Giles [e Webb]): Sic ferme loto biennio conversatus in monte (cioè
Sanctae Genovefae), artis huius praeceploribus usus sum Alberico (v. sotto la
nota 521) et magistro Rodberto Meludensi (ut cognomine designetur quod meruil
in scolarum regimine, natione siquidem Angligena est); quorum alter.... Alter
aulem (cioè Roberto), in responsione promptissimus, subterfugii causa
propositum numquam declinavit articulum, quia alteram contradictionis partem
eligeret ani determinata multiplicitate sermonis doceret unam non esse
responsionem.... In responsis perspicax, brovis et
commodus [PL logici, oppure, dove s’interessa, si mostra appunto in tutta la
sua debolezza, come p. es. quando si polemizza contro chi riconosce carattere
unitario al significato che è racchiuso in « est », e a quello ch’è racchiuso
in « ens » 154 ). Ma per conseguenza non fa maraviglia che gli scolari di
questo Roberto vilipendessero la Topica aristotelica, giudicandola un libro
inutile (v. sopra la nota 29). [§ 35.
Gilbert de la porrée: a) il commento al De Trinitate del Pseudo-Boezio :
posizione teoretica ingenua e contraddittoria].
Invece LnGilbert de la Porrée (nato a Poitiers, e perciò detto anche
Pietàviensis, morto nel 1154) l’alterco dei teologi intorno alla Trinità ha
dato occasione a una concezione logica, nettamente determinata, riguardo agli
universali, e bisogna pertanto che ci teniamo presente più da vicino, oltre
allo scritto De sex principila, reputato di grande importanza nei secoli
successivi, anche il commento dello stesso Gilberto al De Trinitate del
Pseudo-Boezio 45 °). Che Gilberto conoscesse di già gli Analitici di
Aristotele, è stato ricordato già più sopra (nota 21); tuttavia, fatta
astrazione da quella citazione, egli in realtà non trae ulteriormente 1M )
Oltre alle notizie che si trovano nel De Bollai', Hist. Universitatis Paris.,
II. p. 264 [ivi, p. 585628, testi di R. da M.], I’IIauréaU, de la phil.
scolasi., I, p. 333 ss. [Hist. de la ph. scol., I, p. 491ss.], ha riprodotto
ancora vari tratti da manoscritti ; di quel ch’egli riferisce, poiché tutto il
resto non ha che fare con il nostro presente intento, può citarsi, riguardo a
un punto di logica, il passo seguente (p. 333 [492]): Has verovoces „esl“ et
„ens** ejusdem esse significationis, omnes philosophicae clamitanl scriplurae.
In istis ergo locutiotlibus,,tiiundiis est ens**, ..mundus esf”, terminis
oppositis idem significatile; sed nullus tanta amentia ignorantiac excaecatus
est, qui aliquam harum vocum „essentia, est, ens** in illa significalione
retenta, in qua creaturis convenit, Deuni vcl essenliam divinam significati
praesumut, e via dicendo [Su Rob. da Melun, v. ora Uebervveg-Geyer, p. 272 e
276-8], «*) Riprodotto a stampa nel voi. delle Opere di Boezio, ed. di BasUea
1570, p. 1128-1273 [PL, partito da una conoscenza intrinseca dei principii ivi
contenuti, bensì si limita ad aggirarsi entro l’orbita, più ristretta, della
logica scolastica generalmente in uso 4S0 ). Mentre anch’egli ci mostra il
singolare spettacolo della contraddizione, onde da un lato si fa sfoggio di
tutto l’acume logico nella discussione sopra la Trinità (v. tuttavia la nota
478), e intanto, dall’altro lato, si mantiene ima separazione assoluta di Dio e
del mondo della natura, semiira in
verità che, sul compito e la posizione della logica, egli non sia stato in se
stesso del tutto chiaro. Nè si può in Gilberto, neanche allo stesso modo che in
Abelardo, distinguere le sfere della ontologia e della logica, ma, a mal grado
di tutto il suo fondamentale tono realistico, egli accetta con piena ingenuità
e senza incertezze il principio della funzione della espressione linguistica
umana; poiché l’eccitazione della intelligenza egli la fa dipendere affatto
ugualmente, ripetendo un detto di Boezio, dalla proprietà delle cose,
altrettanto che dal significato costituito delle parole 45 . 7 ): e se alla
stessa maniera trova la qualità del giudizio nella successione delle cose e
delle parole, o nella modalità della espressione, ciò che potrebbe rammentarci Abelardo : v. le
note 318, 327, 330 , e con questo richiama energicamente l’attenzione sopra la
forma verbale 458 ), egli torna da capo
156 ) Così p. es. a p. 1185 [1315] egli ricorda la differenza tra sillogismo ed
entiinena, a p. 1187 [1317] la« dialecticorum omnibus nota topica generalis, »,
a p. 1225 [1361] la «regula dialeclicorum [de conversione] », ap. 1187 [1317]
la «concepito communis », a p. 122 1 [1360] il « conceptus non entis [rectius :
ejus quod non esl] » (p. es. i Centauri), a p. 1226 [1362] il nihil come nomea
infinitum. e via dicendo: c anche la menzione che fa de’ sei sofismi (p. 1130
[1258]) può averla attinta alla stessa fonte che Abelardo (v. sopra la nota 7).
457 ) Cum in aliis inlelligenliam excilel rei certa proprietas, aul certa vocis
positio, ctc. Trio quippe sunt.
res, et intellectus, et sermo. Res intellectu concipitur, sermone significatur
(Boezio, p. 296 [toc. tilt. cit. (alla
nota 436), p.20:PL, 64, 402]: v. la Sez. XII, nota 110). 45s ) p. 1130 [1258]:
Qualitas autem orandi vel in rerum atque dietionum consequentia. vel in
earumdem tropis attenditur. logica in occidente a collocare il contenuto
filosofico, che 6 considerazione approfondita della proprietàs rerum,
immediatamente accanto alle loqttendi rationes, che son di competenza della
logica, e in pari tempo accanto a, momenti grammaticali, e a quelli sofistici,
e a quelli retorici • ). fb) concetto di sostanza. Teoria delle formae
nativae]. Pertanto Gilberto, nelle questioni riguardanti la relazione della
obbiettività ontologica con la subbie»,vita logica, è persino ancor più ingenuo
che non fosse stato lo Scoto Eringena: ma invece, dal primo di tal, punti d,
vista, cioè dal lato obbiettivo-ontologico, il concetto, ond eg i prende
posizione tra gl’indirizzi che si contrastavano nella contesa intorno agli
universali, è il concetto d, sostanza; e se la sua posizione ci mostra punti d,
contatto essenziali con altre correnti, questa è appunto una prova novella
dell’incrociarsi delle opposte tendenze in vari punti nodali. . Nel concetto di
sostanza che, in maniera omnicomprensiva, va considerato come genere supremo d,
tutti gli esseri, così corporei come incorporei, Gilberto distingue cioè,
conforme al punto di vista della terminologia teologica (ossia dtel
Pseudo-Boezio), due aspetti, onde m un essere viene designata quale g ua
sostanza così que ch’esso è (quod est subsistens), come anche ciò, per cui esso
è quel che è {quo est subsistenUa) ). Ma ora, m # [1406]: Quia omnis dictio
diversa significa,, quid e, de quo diligens “ u,U X 1246 113831: Ne ergo
lectorem decipere possit aliqua dictio, «Hfndat ; ^ locis am siderans, de tot
signifiirSX’lSto pertinet, convenientium illi rationum admtnÌC ‘t i'X 2 [1281]:
Hoc nomea, quod est ..substa,aia“ non a pe_-\ d. 1145 112741: Subsistentia
causa est, ut id, quod per eam est aliquid, suis propriis sit subjectum. p. 1175 [1305]: Quoties enim subsistens ex
subsistentibus conjunctum est. necesse est, ejus totum esse, i. e. Ulani qua
ipsum perfectum est subsistentiam, ex omnium parlium suarum omnibus
subsistenlus esse conjunctam. concetti ili genere e di specie hanno un altro
essere da quel delle cose stesse; poiché i primi hanno appunto solamente
l’essere della sussistenza, e invece le seconde hanno l’essere, come soggetti e
sostrati degli attributi unificati nella sussistenza 4 ' 0 ). E così il
pensiero intende i concetti generici e specifici, come gli universali di fronte
alle cose particolari, argomentando, con un atto di metter assieme (colligere),
dagli oggetti particolari concretamente esistenti, ai quali ineriscono gli
attributi, l’essere della sussistenza 471 ); e da tale punto di vista poi le
cose naturali, rispetto alla sussistenza del genere e della specie, alla quale
[sussistenza] partecipano, come le cose singole partecipano all’essere
sostanziale, vengono significate con i nomi di specie e di genere, del pari che
gli attributi vengono enunciati come predicati, e, anche denominativamente, la
sussistenza stessa viene chiamata soggetto 472 ). Ma, come il concetto del
metter assieme ( collectio ), for47,) ) Genera et species, i. e. generales et
speciales subsistentiae, subsistunt tantum, non substanl vere.Ncque enim
accidenlia generibus speciebusve contingunt. Ut quod sunt, accidentibus debea
ni (il concetto di accidens, qui come dappertutto, è preso in tal senso da
comprendere, di fronte alla sostanza, tutte nove le altre categorie)....
Individua vero subsistunt quidem vere.... Informata enim sunt jam propriis et
specificis differentiis, per quas subsistunt. Non modo autem subsistunt, veruni
etiam substanl individua, quoniam et accidentibus, ut esse possitit, ministrant
: dum sunt scilicel subjecta.... accidentibus. 471 ) p. 1238 [ 13715] :
Essentiae in universalibus sunt, in partimilaribus substant . Subsistentiae
[così il Prantl, ma nelle ediz. cit. : substantiae] in universalibus sunt, in
parlicularibus capiunt substantiam, i. e. substant.... Universalia, quae intellectus
ex parlicularibus colligit, sunt, quoniam particularium illud esse dicuntur,
quo ipsa particularia aliquid sunt. Particularia vero non modo sunt, quod
utique ex hujusmodi suo esse sunt, veruni etiam substant. 472 ) p. 1137 [1265]:
Ad generales quoque et speciales subsistcn tias, quae subsistentium, in quibus
sunt. esse dicuntur, eo quodeis, ut sint aliquid, conferunt, ejusdem nominis,
i. e. matcriae, alia fil denominatio. p. 1140 [1269]: Essentia est
illa res, quae est ipsum esse, i. e. quae non ab alio lume mutuai dictionem, et
ex qua est esse, i. e. quae caeteris omnibus eamdem quadam extrinseca
participatione communicat .... Namque
et in naturalibus omne subsislenmaluiente usato da Gilberto per dar una
definizione del genere 473 ), lo abbiamo di già incontrato più sopra nella
teoria della indifferenza (nota 136), in Gausleno (nota 146) e nell’autore
dello scritto De gen. et spec. (nota 162),
così Gilberto associa a questo concetto, ispirandosi a vedute
realistiche, una concezione, da lui designata con le espressioni «
substantialis similitudo » o « conjormantes subsistentiae », ma di preferenza
con il termine, che ricorre in lui così frequentemente, di« conjortnilas»,
anche esteso ai nomi delle cose 471 ); nè può qui disconoscersi tinnì esse ex
forma est, i. e. de quocunque subsistcnte dicitur « est », formar, quam in se
habet, participatione dicitur. p. 1141 [
1270J : Omnia de subsistente dicuntur : ut de aliquo homi/ie tota forma
substanliae, qua ipse est perfectus homo, et omne genus omnisque differcntia,
ex quibus est ipsa composita, ut corporalitas et animatio, ...et denique omnia,
quae vel loti illi formae adsunt, ut humanitati risibilitas, vel aliquibus
partibus ejus. p. 1145 [1274]:
Quoniam... subsistentia causa est, ut id quod per eam est aliquid, suis
propriis sit subjectum, ipsa quoque per denomi nalionem eisdcm subjecta
dicitur, et eorunUkm materia.... (p. 1146 [rectius : 1142 (1270)]): et ideo gerteraliter
cum qualitalibus qualitas ....dicitur, et cum solis albedinibus specialiter albedo.
Atque adeo multa sunt. quae de. istis
dicuntur : ut saepe etiam efficiendi ralione a coaccidentibus ad ea, quibus
coaccidunt, denominativa transsumptio fiat. Ut « linea est longa, albedo est
clara». p. 1199 [1329]: Hoc igitur,
quod* habet a sua substantia, nomea, ad ea, quae ex ipso [il Pranll legge:
ipsa] fluxerunt, denominative transsumptum est. 473 ) p. 1252 [1389]: Genus
vero nihil alimi putandum est, nisi subsistentiarum secundum totam eorum
proprietatem, ex rebus secundum species suas differentibus, similitudine
comparata collectio. 174 ) p. 1135 [1263] :,l)iversae,... subsistentiae, ex
quartini aliis homines, et ex aliis equi, sunt ammalia, non imitationis vel
imaginaria, sed substantiali similitudine ipsos, qui secundum eas subsistunt,
facilini esse conformes. p. 1136 [1263
s.] : Dicuntur etiam multa subsistentia unum et idem, non naturar unius
singularilate, sed multarum, quae ralione similitudinis fit, unione ....Ilio,
quae divcrsarum nnlurarum adunai conformitas, genere vel specie unum dicuntur
.... Tres homines.... neque genere ncque specie, i. e. nulla subsistentiarum
dissimilitudine, sed suis accidenlibus dissimilitudinis distant . Sunt
conformantium ipsos subsistentiarum numero plures. p. 1175 [1305]: Conformitate aliqua....
plures homines dicuntur unus homo. p.
1192 [1322]: Secundum proposìtae naturar plenitudinem.... dicitur substantialis
similitudo : qualiter album albo simile est, et homo homini. p. 1194 [1324]: Tales sunt omnes differentiae
illae, quae[cunque] rei huic generalissimo proxime cum ipso quaedam
contrae-l’affinità con la« similia creatio» del libro De gen. et spec. (nota
163), e particolarmente con la « consimilitudo » di Abelardo (nota 299) ; ma è
degno di nota che il termine « indìfierentia », che pur doveva offrirglisi
affatto spontaneamente, Gilberto lo usi esclusivamente a proposito di
discussioni teologiche intorno alla Trinità « 5 ), e che pur si serva invece,
così per sostanze come per attributi, del termine « identitas» 47B ). In
generale egli intende questa virtù formativa degli universali in senso
realistico, a tal punto, che, p. es., non solamente la bianchezza, ma anche la
unità appare a lui come una tale forma, la quale deve, qualunque sia il
predicato, cooperare per far del soggetto di esso una cosa 477 ): e, mentre con
ciò si trova esposto alla obiezione sopra citata (nota 438) : ed è possibile
che fosse diretta proprio contro Gilberto), arriva qui a stabilire una
distinzione, utilizzabile per la questione della Trinità, ma poi da capo
violentemente combattuta da altri, fra la unità e 1’ Uno, o in generale tra gli
aggettivi numerali e le forme ideali che stanno loro a fondamento in quanto che quelli posson essere predicati
soltanto delle fiorii similitudinis consumimi genera, quae a logica....
subalterna vocanlur ■ vel subalterna similiter adhaerentes, quamlibet siib ipsa
Subsistentiam specialem componuntp. 1231 [Ì370]: ffomo subsistentia spedala,
quae est hujus nomina qualità» una uulan conformilate, sed plures essenliae
singulantate, de singola honunibus.... Parimente p. 1251 [?}» 1262 [1399], ecc.
|9Q0) in ) Così, p. es., p. 1134, 1152 e 1169 [1262, 1280 e 1-99]. 4tg\ p H 69
[1299]: Identitate unionis.... homo idem quod nomo est. Nam'piato et Cicero
unione speciei sunt idem homo. .. auae ex proprietate est unitatis |Prantl
legge: propnetata est unitale ], q “ra,ion P ale P idem quod rationate est,
eduli anima hommu, et,pse homo, non unione speciei, sed unitale propnetata,
sunt unum ra donale. [ 1309 ]: Vnilas omnium.... praedicamentorum Comes est.
Narri de quocunque aliquid praedicatur, idpraticato ?“**'” «* hoc, quod nomine
ab eodem sibi indilo, et verbi iubifonm'i compos.tione ... esse significata,
sed unitale,psi cooccidenfe esf um m ul album albedine quiden, album est, sed
un,late cocce,dente albedim, unum, et simul albedine et ejus comite annate est
album unum. cose concrete, che appunto sottostanno all’azione formativa degli
universali ideali 478 ). Ma poi al concetto di conjormitas si associa inoltre
anche un modo d’ intendere, secondo il quale nell’ individuo tutte le
determinazioni possibili sono unificate per tal maniera, che esso, nella
totalità della sua sussistenza (cfr. la nota 462), non è conforme a nessun
altro essere, e pertanto la individualità consiste in questa dissimiglianza di
essenza, mentre all’ incontro tutto quel che c’è di nonindividuale si fonda
sopra una somiglianza, e può pertanto venire compartito ne’ suoi modi di
manifestarsi, individuali e concreti, che in esso sono simili, ma tra loro son
dissimili: concezione questa, che Gilberto carat47S ) p. 1148 [1277]: Quod est
unum, res est unitali subjecta, cui scilicet vel ipsa unilas inest, ut albo :
rei adest, ut albedini. Unitas vero est id, quo ipsum, cui inest, et ipsum, cui
adest, dicimus unum: ut album unum, albedo una. liursus ea, quae dicimus esse
duo, in rebus sunt, i. e. res sunt dualitati similiter subjcctae, quae dune
sunl.... ldeoque non unitas
ipsa, sed quod ei subjeclum est, unum est ; nec dualitas ipsa, sed quod ei
subjectum est, recle dicitur duo . Nani
vere omnis numerus non numeri ipsius, sed rerum sibi suppositarum est numeriti.
Ma che in generale persino questo sforzo, ispirato alla più stretta ortodossia,
abbia raccolto poca gratitudine dalla parte di vari altri teologi, lo desumiamo
dal fatto che, come riferisce il Du Houlay, Il istoria Universitatis
Parisiensis, I, p. 404 [rectius : p. 402 ss.: y. inoltri ibid. p. 741, e
particolarmente p. 200], il Priore Gualtiero di S. V ittore compose egli stesso
uno scritto contro i« quattro labirinti di trancia» [Contro qualtuor
labyrinthos Franciae : lo scritto si suol citare appunto con questo titolo],
cioè contro Pietro Lombardo (v. sopra le note 41 ss.), Abelardo, Pietro da
Poitiers e Gilberto; da manoscritti di tale opera (conservati nella Biblioteca
di S. Vittore) il Launoi, de varia Aristot. in Acad. Paris. Jori., c. 3. p. 29
[p. 189 della ediz. di Vittemberga, 1720], comunica il passo seguente: Quisquis
hoc legerit, non dubitabit, qualuor Labyrinthos Franciae, i. e. Abaelardum et
Lombardum, Pelrum. Pictavinum et Gilbertum Porretanum. uno spiritu Aristotelico
afflalos, dum ineffabilia Trinitatis et Incarnationis scholastica levitate
tractarent, multas haereses olim vomuisse, et adhuc errores pullulare [Cfr.
UEBERtYEG Geyer, p. 271]. Maggiori particolari sopra questo alterco fra teologi
sono stati riferiti dall’UsENER nei Jahrbiicher fiir protestantische rheologie,
voi. V (1879), p. 183 ss. [« Gislcbert de la Porrée» è il titolo della nota,
riprodotta nel IV voi. della raccolta delle Kleine Schriflen dell’Usener,
Lipsia terizza scegliendo, per i così detti nomina appellativa, il termine «
dividila », che troviamo qui per la prima volta, e, per i così detti nomina
propria, il termine « individua » 479 )Per la logica, una maniera di trarre
partito da questo realismo ontologico consiste nell’andar su e giù per la
Tabula logica, come si fa, secondo il procedimento di Boezio, nella definizione
e nella divisione 48 °) : consiste pertanto nella funzione predicativa,
inquantochè quel che dal predicato si predica, relativamente alle cose
concrete, non è mai l’essere concreto per se stesso, ma solamente la essenza,
cioè la sussistenza e gli attributi essenziali 481 ): vale a dire che il
realismo di Gilberto trova la propria espressione in ciò, ch’egli considera
tutte le categorie come le causalità reali del loro manifestarsi nelle cose
concrete, e le designa pertanto come sommi generi non dei 47 9\ y 1164* 112941:
Si enim dividuum facit similitudo, consequens est ut individuimi dissimilando.
p. 1236 11372]: Homo et sol a Grammatici appellativa nomina, a Dialeclicis vero
dividila vocantiir Plato vero et eius singularis albedo, ab eisdem Grammatica
propria, a Dia lecticis vero individua. Sed horum homo tam aclu quam natura
appella tivum vel dividuum est; sol vero natura tantum, non aclu. Multi nam que non modo natura,
verum etiam actu, et fuerunt, et sunt, et sant, subslanliali similitudine
similes hommes. Pestai igitur, ut illa tantum sint individua, quae ex omnibus
composita. nullis aliis in loto possimi esse conformia, ut ex omnibus, quae et
actu et natura fuerunt vel sunt vel futura sunt, Platoms collecta Hatomtas. 112g jj 255 j. Sia* in diffinitiva demonstratione
specie» aenere, sic in divisiva genus specie declaratur. Nulla species de suo
genere praedicatur» in diffimtionum genere verum est; itero « orarti* species
de suo genere praedicatur » in divistonum genere verum est., 48 i\ p. 1244
[1381]: Nunquam enim id, quod est, praedicatut % sea. esse et quod illi adest,
praedicabile est, et sine tropo, non msi de eo, quod est. (Se Gilberto con
queste parole designava ì giudizi puramente esistenziali come inconcludenti, si
metteva con ciò da capo in contrasto con certi teologi: v. Otto Frisino, de
gest. Fnd.. I, 52 n. 437, ed. Urstis [MGH, XX, p. 379-80]: Erat quippe
quorunda'm in logica sententia, [quod.] cum quis diceret, Socratem esse, nihil
diceret. Quos praefatus episcopus [intendi appunto 1 episcopus (i tctaviensis)
Gisilbertus ] seclans, talem dicti usuro haud premeditate „d theologiam
verterà!). predicati ma degli oggetti,
si che per conseguenza la jacultas logica contiene semplicemente un ricalco
della realtà 482 ). Ma, su questo punto, non si limita a distinguere le
categorie, alla solita maniera, onde quella della sostanza si contrappone a
tutte le altre nove, bensì queste ultime si dividono a lor volta, secondo che
appartengono all’ intima essenza, o han per contenuto solamente una relazione
estrinseca 483 ) ; cioè, qualità e quantità, che appartengono alla « natura»
(nota 461) o alla sussistenza, servono perciò ancora a predicare il vere esse,
laddove le altre sette categorie,
inclusa dunque pur quella della relazione , esclusivamente ricadono
nella sfera degli status e delle loro esterne mutevoli circostanze (status :
cfr. circumstantia in Boezio, Sez. XII, nota 166) «“). 4S2 ) p. 1173 [1303]:
Ilorum nominum illa significata, quae diversis rationibus Grammatici
qualilates, Dialectici cathegorias, i. e. praedicamenla, vocant, praedicantur
substantialiter, p. 1153 11281-2]:
Qualilas ....omnium qualitatum gcneralissimum est, et quantilas omnium
quantilatum.... Ideoque qualitas est qualitas genere cujuslibet qualitatis,
quale vero est quale qualitate cujuslibet generis.... Sirniliter nullum, quod
est ad aliquid, relatio est. et nulla relatio est ad aliquid. Sed.... id, de
quo ijJsa dicilur, est ad aliquid.... Ubi quoque, et quando, et habere, et
situm esse, et Jacere, et pati, rwmina sunt generalissima, non eorum quae
praedicantur, sed eorum de quibus praedicantur.... Ilaec igitur praedicamenta
talia sunt relationibus logicae jacullatis, qualia illa subjecta, de quibus ea
convenit dici, permiserint. p. 1146
[1274]: Caeteras, quae in corporibus sunt, vocantes formas, hoc nomine
abutimur, dum non ideae, sed idcarum sint eìxóveq, i. e. imagines, quod ulique
nomen eis melius convenit. Assimilantur enim.... quadam extra substantiam
imitatione his formìs, quae non sunt in materia constitutae, sinceris) p. 1153
[1282]: Quidquid hoc est subsistentium esse; eorundcm substantia dicilur. Quod
ulique sunt omnium subsistentium speciales subsistentiae, et omnes ex quibus
hae compositac sunt, scilicet, eorumdem subsistentium, per quas ipsa sibi
conformia sunt, generales, et omnes, per quas ipsa dissimilia sunt,
dijjerentiales.... Accidenlia vero de illis quidem substantiis, quae ex esse
sunt, aliquid dicuntur, sive in eis creata, sive extrinsecus affixa sint, sed
eis tantum, quae esse sunt, accidunt. 484 ) p. 1156 [1285]: Ilare quidem, i. e.
subslantiae, qualitates, quantitates, sunt talia, quibus vere sunt, quaecunque
his esse proponuntur, ideoque recte de ipsis praedicari dicuntur. Reliqua vero
sep[d) lo scritto De sex principiis: un'abborracciatura]. Ma proprio quest’ultimo argomento ci porta a
prender in esame lo scritto di Gilberto De sex principiis, un pasticcio
veramente pietoso, che fu già commentato da Lamberto da Auxerre (v. la Sez.
XVII, nota 116), e poi, in conseguenza dell’autorità goduta da Alberto Magno
(ibid., note 439 s.), venne a essere tenuto in così grande conto da essere
formalmente incorporato aH’Organon 485 ). ivi c’ imbattiamo novamente (cfr. la
nota 461) nel concetto di essere sostanziale, nel quale risiede la forma di un
intrecciarsi degli elementi della essenza 486 ) : e a tale proposito si fa la
osservazione, la quale, come più sopra (nota 464), resta senza motivazione, che
cioè dalla singolarità delle cose concrete il pensiero trae fuori e intende
quell’elemento, cb’è, nella sua unità, commune e universale 487 ). Ma poi si
passa a considerar le categorie. lem generai» accidentia.... [non] vera essendi
rationc praedicantur. Narri.... extrinsecis scilicet eircumfusus et
determinatili minime praedicaretur, si non prius suis esset per se propri
elalibus informatili. p. 1160 [1290]:
Sic ergo praedicatio alia est, qua vere inhaerens inhaerere praedicatur ; alia,
quae quamvis forma inhaerentium fiat, tamen ila exterioribus datur, ut ea nihil
alieni inhaerere inlelligatur. Caetera vero (cfr. la nota 461). quae de ipso
noturaliter dicuntur, quidam ejus status vocantur, eo quod nunc sic, nunc vero
aliler, rctinens has. quibus aliquid est, mensuras et qualitalcs et maxime
subsistentias, statuatur.... Situ, vel loco, vel Inibita, vel relatione, vel
tempore, vel actione, vel passione slatuitur. Cori, quanto alla categoria della
relazione, vien detto inoltre, nella forma più esplicita, a a p. 1163: relativa
praedicatio ....consislil.... non in eo, quod est esse. 485 ) In conseguenza
del suo accoglimento neH’Organon, è stato stampato in quasi tutte le più
antiche traduzioni latine di Aristotele; io cito dal voi. I delle Opere di
Aristotele in versione latina, Venezia 1552, in fnl. [Qui s’includono tra
parentesi quadre i riferimenti al testo accolto nella PL: cfr. più sopra la
nota 21]. 4S “) Cap. 1, f. 31, v. A: Forma est compositioni contingens,
simplici et invariabili essentia consistens.... Substanliale vero est, quod
conferì esse ex quadam composilione compositioni, ut in pluribus, quod
impossibile est deesse ei [PL, 188, 12589]. 487 ) f. 31, v. B: Sicut ex plurium
partium coniunclionc constitutio quaedam primorum excedens quantitatem ejfìcilur,
sic ex singularium discretione unum quoddam intelligilur. eorum excedens
praedicationem. Così anche [Cap. 2], f.
32, r. B: omnes quidem homines eius hominis. qui communis est, et universale
con quella stessa dicotomia (note 483 ss.) di categorie intrinseche ed
estrinseche, ma con questa differenza tuttavia, che cioè qui la categoria della
relazione non viene ora più annoverata fra le categorie estrinseche, bensì
questo gruppo viene a esser costituito dalle ultime sei categorie soltanto
(actio, passio, ubi, quando, situs, habere) : e poiché delle prime quattro
categorie ha di già parlato a sufficienza Aristotele, Gilberto vuole trattare
ora più compiutamente appunto di queste altre sei 488 ). Sodisfa cosi un
bisogno, che abbiamo veduto di già manifestato piu sopra (note 18 e 344): e
qualificando Gilberto, con la sua mania realistica, anche queste categorie come
« principia» (cfr. le note 477 e 482), tale suo scritto, privo di senso comune,
venne ad assumere più tardi, anche in considerazione del suo titolo, una cosi
grande importanza, da esser accolto per cosi dire nelFOrganon come sua parte
integrante. [e) i sei « principii»: actio, passio, quando, ubi, situs,
habitus]. Per prima cosa vien definita l
'actio, e, con il più netto dualismo tra azione corporea e azione psichica, la
si qualifica come legata da relazione di reciprocità con il concetto di
movimento 489 ) : a ciò fa seguito la osservazione che la particolarità
delazione ha per 4#8 ) [Cap. 2], f. 32, r. A: Eorum vero, quae contingunt
exislenti, singultirli aul extrinsecus advenit, aul intra subslanliam
consideratur simpliciler : ut linea, superficics, corpus. Ea vero, quae
extrinsecus contingunt, aut actus, aut pati, aul dispositio, aut esse alicubi,
aul in mora, aut habere necessario erutti. Sed de his, quae subsistunt, et quae
non solum in quo existunt exigunl, in eo qui « de Categoriis» libro
inscribilur, disputatimi est: de reliquis vero continuo aeamus [1260], * 4S “)
Cap. 2, ibid. : Actio vero est, secundum quam in id, quoti subiicitur, agere dicimur....
Differunt autem, quoniam ea, quae corporis est, rnovens est necessario illud,
in quo est,.... actio autem animae non id movet, in quo est, sed coniunclum :
anima enim, dum agii, immobile est.... Omnis ergo actio in mota est : omnisque
motus in actione firmabitur sua proprietà (li produrre la passio, e che
pertanto l'actio è il « principio » primordiale 49 °): a questo punto il
concetto di « jacere » viene applicato anche a tutte le rimanenti categorie in
ima serie di affermazioni che son delle più aride e peggio fondate 491 ) : e
secondo il modello delle quattro prime categorie si fa vedere, anche nel jacere
e nel pati, il rapporto di contrarietà e la graduazione di più o meno 492 ). Ma
poi viene, ciononostante, in secondo luogo la passio, dandosi per essa rilievo
alla varietà di accezioni di questo termine 493 ). Viene appresso presentata,
in terzo luogo, la categoria del quando, la quale è bensì afline al tempus, ma
pur se ne distingue, in quanto che i tre tempi, passato e presente e futuro,
non son già un quando, ma sono solamente un effetto e una proprietà, conforme a
cui qualche cosa viene denominata come passata e via dicendo (v. alcunché di
simile alla precedente nota 194); inoltre nulla può misurarsi secondo il
quando, ma secondo il tempo sì 494 ). 49 °) f. 32, r. B: Naturqlis vero actionis propnetas est,
passionem ex se in id, quod subiicitur, inferre : omnis enim aclio passionis
est effectiva.... Et sic actus quidem est primordiale principiata [1261]. 491 )
Ibid.: Facere vero id, quod quale est, ex se gignit.... Quantitatum vero
particularium positio effectrix est, et qunlilatum universa enim liaec a situ
substantiam et generalionem kabent.... Situs
autem, agere et pati : in dispositionis nonuple compositione quaedam generalio
simplicium fil, quam in motiva actione consistere necesse est. Quando vero
tempus. Ubi vero locus. Habere autem corpus : ea enim, quae circa corpus sunt,
habere dicuntur [1261], 492 ) Ibid.: Recipit autem facere et pati
contrarielalem, et magis et minus : secare enim ad plantare contrarium est....:
et calefieri magis et minus dicilur [1261-2]. 493 ) C. 3, f. 32, v. A: Passio
est effectus illatioque actionis.... Est autem pati eorum, quae multipliciter
dicuntur : animae enim actionum unaquaeque passio dicitur.... Dicilur quoque passio, quod in naturam agii : ut
morbus.... Ea vero, quae nunc relinquuntur, in eo qui est « de Generatione»
libro tractanlur (questa citazione è presa da Boezio [in Ar. praed.. Ili: PL,
64, 262], p. 190). 494 ) C. 4, ibid. : Quando vero est, quod ex adiacentia
(cfr. la nota 504) temporis reliquitur. Tempus vero quando non est, utriusque
autem ratio coniuncta est, ut tempus quidem praeteritum quando non est, A ciò
fa seguito, come il colmo della stupidità, la indicazione di una differenza tra
quando e ubi, in quanto che il quando del presente, in pari tempo che l’istante
stesso, è in eodem, ciò che non si verifica per Vubi 49S ), e cosi pure ima
divisione del quando e del tempus in semplici e in composti 496 ), e infine la
notizia che la relazione di contrarietà, e di più o meno, non ha luogo nel
quando 497 ). Quarto viene ora ubi, e qui si presenta la distinzione analoga
tra ubi e locus 498 ): e alla impossibilità che due cose sieno in uno stesso
luogo o una stessa cosa in diversi luoghi, si collega anche la controversia
sopraccennata (nota 203) circa la propagazione del suono); anche Vubi vien
distinto in semplice e in complesso, e si esclude che, rispetto ad esso, abbia
luogo la relazione di più efeclus autemcius, et affectio, secundum quarti
dicilur aliquid fuisse, quando est. Instans autem quando non est, sed secundum
quod aliquid aequale, tei inacquale est: eius autem affectio, secundum quam
aliquid dicilur in instanti esse, quando est. Futurum similiter tempus quando
non est. — f. 32, v. B: Distai autem et tempus ab eo, quod quando: quoniarn
secundum tempus aliquid est mensurabile : ut motus animus.... Al vero secundum quando ri ih il mensuratur, sed
aliquando dicilur esse [1262]. 4 96 ) f. 32, V. B : Differì enim quando ab eo,
quod est ubi : quoniarn in quocunque, tempus est vel fuitvcl erit, in eo quidem
quando, est vel fuit vel erit, quod secundum idem tempus dicilur: quando enim,
quod exislenti est, curn ipso instanti est, et simili in eodern sunt.... Ubi
vero et locus, a quo est, vel fit, nunquam simili in eodem : ubi enim in
circumscriptione est: locus autem in compicciente [1263], 19a ) Ibid. : Quando
....sicut autem et tempus, aliud quidem compositum est, aliud vero simplex. Est
autem compositum, quod in composita anione consista: simplex vero, quod cum
simplici procedit [1263], 497 ) Ibid.: Inest autem quando, non suscipere magis
et minus.... Amplius quando nihil est contrarium) C. 5, f. 33, r. A: Ubi vero
est circumscriptio corporis, a circumscriptione loci proveniens. Locus autem in
eo, quod capii, est, et circumscribit.... Non est autem in eodem locus et ubi:
locus enim in eo, quod capii, ubi vero in eo, quod circumscribitur et
complectitur [1264]. 4 ") Ibid, : Nequaquam igitur duo in eodem loco esse
simul possunt, nec idem unum in diversis.... Movet autem quis quaestionem f
orlasse, idem in diversis et pluribus concludens ; etenim vox in auribus
diversorum est.... Confiteli oportel omnino, urtarti particulam aeris ad aures
diversorum pervenire.... Relinquitur igitur, diversum sensum esse imaginabiliter
se generanlium, et similiter [1264-5]. o ili meno, e così pure quella di
contrarietà, a proposito della quale l’Autore persino espressamente si
riferisce ai concetti di sopra e di sotto 50 °). Quinto segue situs, ovvero la
categoria, come la chiama Gilberto, della positio, intesa secondo il realismo
più rozzo possibile, sicché tutte le particolari manifestazioni di questa
categoria, nel cui novero vengono compresi, p. es., anche lo scabro e il
levigato (cfr. la nota 193), sono considerate soltanto come espressioni
derivate 501 ); si contesta che questa categoria comporti opposizione
contraria, e ciò perchè i contrari appartengono soltanto a un medesimo genere,
e invece lo star seduti e il giacere vanno assegnati a generi differenti, in
quanto che soltanto esseri ragionevoli possono star seduti, laddove gli altri
stanno a giacere 502 ); e mentre qui è inammissibile anche la relazione di più
o di meno, questa categoria va messa nella più stretta connessione con quella
della sostanza, proprio in essa trovando le sostanze il loro ordinamento 503 ).
Ml °) f. 33. r. B: Ubi autem. aliud quidem simplex, aliud vero composilum.
Simplex quidem, quod a simplici loco procedit : composilum autem, quod ex
composito.... C.arct autem libi inlenlione et remissione : non enim dicitur
alterum altero magis in loco esse vel minus.... Inesl autem ubi, nihil esse
contrarium.... Sursuni enim et deorsum esse contraria pluribus videntur....
Conlingit autem contraria in eodem esse.... Si enim sursum esse et inferius
esse contraria sunt, cum idem sursum et deorsum sit, colligitur, idem sibimet
contrarium fieri [1265]. 601 ) C. 6, f. 33, v. A: Positio est quidam parlium
situs, et generati onis ordinatio, secundum quam dicuntur stantia vel
sedentia.... Sedere autem et lacere positiones non sunt, sed denominative ab
his dieta sunt. Solet autem quaestio induci de curvo et recto, aspero et
leni.... Non sunt autem positiones ea, quae dieta sunt omnia, sed qualia circa
situm existentia [1265-6]. 60S ) Ibid. : Suscipere autem videtur situs
contrarietates : nam sedere ad id quod stare contrarium esse videtur....
Ponentibus autem nobis, haec contraria esse, inconvenientia recipere cogimur,
hoc, quod unum sit contrarium plurium.... Amplius autem conlrariorum quidem
ratio est, circa idem natura existere. : sedere enim et iacere non circa idem
natura sunt seiuncta : est enim sedere proprie circa ralionalia, iacere vero et
accumbere circa diversa) f. 3, V. B.: Proprium autem positionis, ncque magis
neque minus dici.... Magis autem
proprium videtur esse positionis, substantiae Riinane poi ancora in sesto luogo
Vhabitus, categoria identificata con il concetto di adiacentia, già familiare a
noi, che conosciamo Abelardo (nota 284) 504 ); quando poi si legge che per
habere la relazione di più o di meno è, di regola, ammissibile, ma talora,
come, p. es., nel caso dell’« esser vestito », è inammissibile, e che in questa
categoria non sussiste contrarietà, perchè esser armato ed esser calzalo non
sono opposti 505 ), — anche ciò rende sufficiente testimonianza del talento
logico dell’Autore; come particolarità di questa categoria, viene indicato il
fatto che essa rimanda sempre a una pluralità, il che può, soltanto per certi
rispetti, ripetersi anche per le categorie della quantità e della relazione 508
); finalmente vengono citate ancora cinque accezioni differenti del termine
habere 507 ). [f) la controversia intorno al magis e al minus]. — Ma venuta poi
a una conchiusione questa disamina dei « principi » 508 ), fa ancor seguito una
trattazione speciale del proxime assistere, omnibus qiiidem aliis/ormis
suppositis. Posilio autem nihil aliati est. quatti naturalis ipsius subslantiae
ordinatio [1260]. S04 ) C. 7, f. 33, v. B: Habitus est corporum, et eorum quae
circa corpus suoi, adiacentia : secundum quam hoc quidem habere, illa vero
dicunlur halteri. Haec autem non
secundum totum dicunlur, sed secanti uni particularem divisionem, ut armatum
esse [1267], s01i ) f. 34, r. A: Suscipit autem habitus magis et minus :
armatior enim est eques pedite.... In quibusdam autem non videtur, quoti rum
magis et minuspraedicentur : ut vestitum esse, et similia. IIabitui quoque
nihil est conlrarium : elenim armatio calceationi non est contraria [1267], 60
°) Ibid. : Proprium quidem habitus est, in pluribus existere.... In paucis
autem aliis principiis huiusmodi invenies : in quantilate enim solum, et in his
quae ad aliquid sunt, similia reperies.... Habitus autem omnis in pluribus
necessario existit, ut in corpore. et in his quae circa corpus sunl) Ibid. :
Dicilur autem habere multis modis : habere enim dicitur alterationem.... Dicilur etiam ras aliquid habere.... Habere quoque in
membro dicimur,... Dicitui vir uxorem habere, et recipere uxor virum.... Quare
modi habendi, qui dici consueverunt, quinario numero terminanlur [1267-8], 50s
) Ibid. : Et quidem de principiis haec dieta sufficiant : reliqua vero in eo,
quod de Analylicis est. quaerantur volumine magis et minus ; e qui Gilberto
taglia il nodo della controversia ricordata più sopra (nota 196), non potendo
l’ordine delle graduazioni risieder già nella sostanza stessa, poiché questo
urta contro il concetto di sostanza, ma d’altra parte nemmeno negli accidenti,
perchè allora il grado superiore, p. es., di bianchezza dovrebbe consistere
nell’ampiezza della superficie (!) : donde consegue che il più o il meno
neanche ha la propria sede nell’ima e negli altri insieme, cioè nella sostanza
e ne’ suoi accidenti 509 ). Ma la soluzione positiva, che dà ora Gilberto, ha
questo fondamento, che cioè il magis vel minus consiste nel grado in cui lo
stato di fatto reale sta più vicino o più lontano dall’accezione del termine
che designa la qualità, una graduazione questa che non si manifesta, dove si
tratta di sostanze, per la ragione che la denominazione delle sostanze stesse
rimane compresa entro saldi confini (in terminis) : tuttavia a tal proposito
viene a confessare egli stesso quali assurdità sieno queste che presenta,
quando deve aggiungere che una tale saldezza si ritrova tuttavia anche nella
denominazione di talune qualità 51 °). In60 “) C. 8, f. 34, r. B: Non ergo
secundum suscipicntium ipsorum Crementum vel decremenlum, cum „magis vel minus
“ aliqua dicuntur. Nulla cnim ratio obviarel dicenti, hominem et animai et
substantiam et caetcra consimilia cum „magis et minus" dici.... Mons eliam
alio monte maior dicitur, cum neuler crescat vel decrescat.... Amplius autem
ncque secundum ea, quae inficiunt. Si enim, secundum magnitudinem albedinis vel
alicuius caelerorum, dicitur aliquid albius aliquo, vel, secundum parvitatem,
minus album, vel quomodolihet aliter, utique et magis albus equus vel homo, vel
quodlibet aliud albius margarita dicetur : etenim maior albedinis quantitas
equo accidit quam margaritae.... f. 34, v. A: l’atet itaque, nihil
secundum,.magis et minus“ praedicari, ncque secundum suhiecti solum augmentum
vel diminutionem, neque secundum accidentis ; quare ncque secundum utrunaue
[1268-9], ^ 61 °) 6 34, v. A: Oportet igilur ab alio ea invenire, quae cum
„magis et minus" dicantur. Huiusmodi vero sunt ea, quae. sunt in voce
eorum, quae adveniunt, et non secundum subiecti vel mobilis cremenlum vel
diminutionem, sed quoniam eorum, quae sunt in voce, impositioni propinquiora
sunt, sive ab eadem remotiora sunt : de his etenim cum „ magis" dicuntur,
quae proximiora sunt ei, quae in ipsa voce est, impositioni, cum „minus"
autem de his, quae remotiora consistunt.... Quanto igitur tìne la faccenda
mette pur capo anche alla tesi essenziale, che cioè nella pluralità della
realtà materiale in generale, hanno loro proprio luogo il divenire e la
relatività 511 ), e F illogico realista assume poi a criterio per questo campo
la espressione verbale, mentre, per Forbita del vero essere, possiede nella
parola solamente il ricalco di una idea. Così lo scritto di Gilberto intorno
alle categorie ci porge un documento veramente miserevole, per provare come
quell’epoca non fosse per nulla meno goffa e inetta dei secoli precorsi,
tostochè sol si tentasse mai, senza le dande della tradizione, di muover un
passo indipendente, anche senza uscir dall’ambito delle cose più semplici. [§
36. — Ottone da Freising, seguace di Gilberto. Lo scritto pseudo—boeziano De
imitate et uno]. — Ma quale seguace di Gilberto, riguardo alla concezione degli
universali, ci si presenta Ottone da Frei8 i'n g (nato nel 1109 [rectius : nel
1114 o 1115], morto nel 1158), che alle sue opere storiche intreccia talvolta
disgressioni formali di contenuto filosofico, manifestando in esse, con i modi
consueti di espressione, il suo rispetto di teologo verso Platone, e in pari
tempo il conto in cui ad vocis impositionem accedens puriori inficitur
alitarne, tanto et candidior assignabitur.... Dubitabit autcni aliquis, quarc
haec quidem cum ..magis et minus LL dicantur, substantiae vero minime : hoc
autem contingit. quoniam subslantiarum impositio quidem in termino est, ultra
quem transgredi impossibile est. Additur autem et de accidenlibus quibusdam,
quae sine ..magis et minus “ dicuntur : ut quadrangulus, et triangulus, et
similia [1269], 6U ) f. 34, v. B: In subiecto enim duo sunt. quorum haec quidem
estjorma secundum rationem, haec autem secundum materiam ; quando igitur in his
duobus est transmutatio, generatio et corruptio crii simpliciter secundum
veritatem.... Est autem materia
maxime quidem subieclum gencrationis et corruptionis proprie susccptibile....
Haec autem hoc aliquid significant et substantiam, haec autem quale, haec autem
quantum. Quaecunque igitur non substantiam
significant, non dicuntur simpliciter, sed secundum aliquid generari tiene la
logica aristotelica 512 ). Come Ottone occasionalmente aderisce una volta alla
tesi, che gli esseri concretamente esistenti formano il contenuto e l’oggetto
dei predicati dichiarativi, laddove i concetti di specie e di genere vengono
predicati, avuto riguardo alla causalità delle cose che ha in essi fondamento
513 ), — così un’altra volta egli si pronunzia più distesamente sopra questa
relazione, in tutto e per tutto ripetendo la opinione di Gilberto, con il quale
si accorda anche nella espressione letterale ( nativum, natura, Jorma,
con.jorm.is, coadunatio, — « omne esse ex Jorma est» —) 514 ). Nello stesso
senso, 612 ) Chron. II, 8, p. 27, cri. Urstis [MGH, XX, p. 147]: Sacrale*....
educaviI Platonem et Aristotilem, quorum alter de potentia. sapientia, bonilate
creatoris ac genitura mundi creationevc hominis tam luculenter, lam sapienter,
tam vicine verilati disputai.... alter vero dialecticae [libros] arti* vel
primus edidisse, tei in melius correxisse, aculissimeque ac disertissime iride
disputasse invenilur [cfr. il testo della ediz. Wilmans (M G II), e ivi
l’apparato critico], 61a ) De gest. Frid. Prolog., p. 405, cd. Urstis [MGH, XX,
p. 352]: Sicut enim iuxta quorundam in logica nolorum positionem, cum non formarum,
sed subsistentium proprium sii praedicari seu declarari. genera tamen et
species praedicamento transsumpto ad causam praedicari dicuntur. Vel, ut
communiori utar exemplo, sicut albedo clara, mors pullida, eo quod claritatis
altera, palloris altera causa sit, appellatur, etc. (La espressione
transsumptio, come pure lo stesso esempio albedo clara, si trovano in Gilberto,
p. 1142 [1270] : v. la nota 472). M4 ) De gest. Frid. I, 5, p. 408 [354]:
Nativum velut natimi aut gemtum, descendens a genuino (v. la nota 464).... In
nalivis igitur omnem naturata seu formam, quac integrata esse subsistentis sii,
vel adii et natura, vel natura sallem conformem habere necesse est.... Partes
aulem hic vaco eas formas (nota 468), quae ad componendarn speciem aut in
capite ponuntur, ut generales, aut aggregante, ut differentiales, aut eas
comitantur, ut accidentales.... [355] Potei.... humanitatem Socratis secundum
omnes partes et omnimodum effectum humanitali Plutoni* conformem esse, ac
secundum hoc Socratem et Platonem eundem et unum in universali dici solere
(nota 474),... Concretìo etiam in naturaiibus non solum coadunatione formae et
subsistentis. sed ex moltitudine accidentium, quae substanliale esse
comilantur, consideravi potest (note 464 e 471).... Sunl aliae formae subiectum
integrum informante*, quae naluram tantum conformem habenl. Esse quippe soli*,
etsi non aclu, natura conformem habere noscitur. Quare, quamvis plures soles non
sint, sine repugnanlia tamen naturae plures esse possunt (nota 479).... (p.
410) Omne namque esse ex forma est.... Tantum de co, quae a philosophis
genitura, a nobis faclura seu creatura dici solet, disputai inumi inslituimus. Sed notandum, quod compositio alia forébìin altro
luogo (con. intonazione polemica contro Guglielmo da Champeaux) qualifica
l’universale come« quasi in unum versale», e a ciò unisce una giustificazione
etimologica dei termini e dei concetti di dividuum e individiium 515 )',
inoltre condivide con Gilberto l’ingenuo raccostamento delle cose e delle
parole 516 ), come pure ricorda altresì ima volta quell’esercizio ginnastico,
che vien fatto nello studio della logica, sull’albero di cuccagna della Tabula
logica 517 ). Appartiene allo stesso gruppo anche uno scrittarello anonimo
[oggi è riconosciuto esser opera di Domenico Gundissalino] «De unitate et uno»,
che manifestamente è una produzione determinata dalle polemiche di quel tempo
intorno alla Trinità, ma che, al pari di quella più antica opera De Trinitate
[oggi, come abbiamo veduto, attribuita appunto a Boezio], fu ritenuta marum,
alia est subsistentium.formarum ex formis, subsistenlium ex subsistentibus..,.
[356] Formarum autem aliae compositae, aline simplices ; simplices, ut albedo,
compositae, ut humanitas.... Ulule Boetius in oclava rcgula libri llebdomade
„omni composito aliud est esse, aliud ipsum est“ (v. la noia 37). 61S ) Ibid.,
53, p. 437 [380] : Universalem..., dico, non ex eo, quod una in plurilius sii,
quod est impossibile (noia 105), sed ex Iwc, quod plura in similitudine vivendo
[rectius : uniendo] ab assimilamii unione univcrsalis. quasi in unum versalis
dicalur.... Ex quo palei . quare.... singularem, individualem vel parlicularem
dixerim proprietatem, eam nimirum, qttae suum subiectum non assimilai aliis. ut
humanitas, sed ab aliis dividii, discernit, partitur. ut ea, quam fido nomine
solemus dicere,,Platonitas “, a dividendo individua, a parliendo particularis,
a dissimilando singularis dieta. Nec opponas, quod potius a dividendo dividuam,
quam individuam dici oporteat. Nam cum suum subiectum non solum ab aliis
dividat vel dissimilet. sed etiam in sua individualitale et dissimilitudine tam
firmiter manere faciat, ut nec sii nec fuerit neo futurum sit aliud subiectum,
quod secundum eiusmodi proprietalem illi assimUari queat, melme individuum
privando, quam dividuum ponendo vocalur, eiusque oppositum, quod dividendo
pluribus communical, et communicando dividii, rectius dividuum dici debet (noia
479). “ 1G ) Ibid., p. 438 [ifc.] : Cum enim omne esse ex forma sii, quodlibet
subsistens rem et nomea a sua capit forma (note 458, 174, 482). s17 ) Ibid..
60, p. 444 [386] : iuxta logicorum enim regulam methodus a genere ad
destruendum, a specie valet ad aslruendum (nota 480). fattura di Boezio (v.
sopra la nota 35) «»). Domina nella questione della unità, che anche Gilherto
era stato tratto a discutere (note 477 s.), quello stesso realismo di Gilberto
o di Ottone 519 ), e forse possiamo tutt’al più ricordare che qui si trova una
singolare enumerazione di accezioni varie del termine « unum» Alberico (da
Reims ?), a Parigi. WilliRAM DA SoiSSONS. VARI ALTRI AUTORI, MENZIONATI DA
Mapes]. Ma nello stesso tempo, cioè press’a poco tra il 1140 e il 1170, viene a
cadere anche la comparsa di alcuni altri autori, dei quali conosciamo quasi
esclusivamente i nomi, e a ogni passo della nostra indagme torna a imporsi la
considerazione, che cioè le fonti a noi accessibili ci consentono pur sempre
soltanto una conoscenza frammentaria. Si dovrà anzi designare come casuale la
notizia dataci da Giovanni da Salisbury, quando, raccontando il corso de’ suoi
studi, fa il nome di un certo Alberico, che, morto Abelardo, insegnò aS.te
Geneviève in Parigi, e imprese energicamente la „ Q M^n. tampata °P cre di
Boezio, ediz. di Basilea 1570, p. 1274 l'òleslpaTJTwTìMiT l * 3 bibli0thè 1 ue
* *.s dipar,ements de . ’ 1 ungi 1841, p. 169) trovo m un manoscritto di St
-Michel Hd/nf t0 an0nmM p rh e T nd ° aUe righe “ iziali d “ lui citate, c
identico a questo Pseudo-Boezio. ".*> p -.,. 1274 t PL ’ „ 63 1075]:
Omne enim esse ex forma est, in unita* r f ' S> ' " ullum eSSC ex f°
rma nini cum forma maleriae unita est. Esse xgitur est nonnisi ex eoniunctione
formae cum materia j.m autem forma matenae unitur, ex eoniunctione utriusque
necessario al,quid unum consti,ni,ur.... Uni,io autcm non fi, nisi un.tatZ Zmam
autcm non tene, uni,am cum materia nisi unitasi ideo materia egei untiate ad
umendum se.... et de natura sua habet multiplicari Uni,as vero retine,, umt e,
colligi,. Ac per hoc ne materia divida,ur et spargami -, necesse est, ut ab
unitale retineatur ecc. [testo cit. se0nd ° a ed £C r ™ (Beitràge del Baumker,
I, 1, p. 3 5 )]. ) p. 12/6 fPL, 63, 1077-8]: Unum enim aliud est essentiae
Simpl,Citate.... Ahud simplicium eoniunctione.... Aliud.... continuitate....
Ahud... compositione.... Alia dicuntur unum aggrega,ione Alta....
proportione.... Alia.... accidente.... Alia.... numerai Alia ZZI'"' Al,a
":;. natura . unum ’ ut participatione speciei plures hommes unus.
Alia.... natwne.... Alia.... more [testo c. s„ p. 9-10]. STORIA DELLA LOCICA IN
OCCIDENTE lotta contro i nominalisti, nella quale pare lo abbia sostenuto un
considerevole talento per le distinzioni 521 ). Riferisce inoltre Giovanni,
ch’egli stesso ha impartito 1’ insegnamento della logica a tale W i 1 1 i r a m
[Guglielmo ?] da Soissons, il quale, da lui presentato poscia a Adamo dal
Petit-Pont (note 440 ss.), ha ideato in seguito una speciale machina contro i
seguaci della vecchia logica (antiqui, logicae vetustas: v. sopra le note 55
ss.) 522 ). Giovanni menziona poi un’altra volta, oltre 621 ) Jou. Saresb.
Metal., II, 10, p. 78 s. (ed. Giles [e Wcbbj): Contali me ad Peripateticum
Palatinum qui. Iurte in monte Sanctae Genoue/ae clarus doclor et admirabilis
omnibus praesidebat. Ibi ad pedes eius prima artis huius rudimento accepi....
Deinde post discessum eius, qui michi praeproperus visus est, adhaesi magistro
Alberico, qui inter ceteros opinalissimus dialeclicus enitebal et erat revera
norninalis sectae acerrimus impugnator. Sic ferme tota biennio conversatus in
monte, artis huius praeceptoribus usus sum Alberico et magistro Rodberto
Meludensi (v. sopra la nota 453)....; quorum alter (cioè Alberico), ad omnia
scrupulosus, locum quaestionis inveniebal ubique, ut quamvis polita planilies
ojjvndiculo non carerei et, ut aiunl, ei [sjcirpus non esset enodis. Nam et ibi
monstrahat quid oporleal enodari ....Apud hos, toto exercilatus biennio, sic
locis assignandis assuevi et regulis et aliis rudimentorum elementis, quibus
pueriles animi imbitumar, et in quibus praejati doctores potentissimi crani et
expeditissimi, ut etc. [PL, 199, 867-8). Menzione di questo Alberico si trova
fatta da Giovanni anche nell’ Enthelicus, v. 55 s. : Iste loquax dicaxque parum
redolel Melidunum, Creditur Albrico doctior iste suo [PL, 199. 966). Ma di
quale Alberico si trattasse, fra i parecchi con questo nome, menzionati in
quell’epoca, non è possibile determinare con sicurezza; la indicazione
cronologica su riferita rende probabile che fosse Alberico da Reims,
soprannominato de Porta Veneris, il quale fece più tardi accoglienza ospitale a
Giovanni da Salibury e all’arcivescovo Tommaso [Becket], quando furon esuli in
Italia. V. Du Boulay, Hist.
Univ. Par.. II, p. 724. e la Ilistoire littér. de la France, XII, p. [72-6, e
particolarmente] 75. 522 ) Ibid., p. 80 [81]: linde ad magistrum Adam....
familiarilalem contraxi ulteriorem.... Interim Willelmiim Suessionensem, qui ad
expugnandam, ut aiunt sui, logicae vetustatem et consequentias inopinabiles
construendas et antiquorum sentcntias diruendas rnachinam postmodum fedi, prima
logices docili dementa et tandem iam dieta praeceplori appositi. Ibi forte
didicit idem esse ex contradictione, cum Aristotiles obloquatur, quia « idem
cum sit et non sit, non necesse est idem esse » (queste parole si trovano negli
Anni, pr., II, 4, 57 b 3: v. la Sez. TV, nota 614), et item, cum aliquid sit,
non necesse est idem esse et non esse. Nichil enim ex contradictione [82]
evenit et conlradictionem impossibile est ex aliquo evenire. Unde nec amici machina ima quel suo avversario,
denominato da lui Cornificio (v. subito appresso), il rappresentante di un
altro indirizzo, a quanto sembra, esagerato e astruso, nello studio della
logica, e lo designa con il nome imaginario di Sertor i u s 523 ). Ma a ciò si
aggiunge, oltre a notizie mal verificate circa un tal Davide, a ITirschau, e un
Giovanni Serio, a A ork r ’ 24 ), un’altra informazione ancora, che dobbiamo a
un autore della fine del secolo XII», cioè a Walter M a p e s, il quale nelle
sue poesie occasionalmente dimostra conoscenza delle personalità e delle tendenze
dominanti nelle scuole; costui menziona (con la osservazione, che il maggior
numero di seguaci lo ha Abelardo), oltre a Bernardo da Chartres, Pietro da
Poitiers e Adamo dal Petit—Pont, anche un certo Regina I d o, uno straordinario
sbraitone, che criticava tutti pellente urgeri potili ut credam ex uno
impossibili omnia impossibitia provenire [PI,, 199, 868], Anche a prescindere
dalla questione di determinare in che cosa inai potesse consistere questa
misteriosa machina, tutto il passo, del quale può anche ben darsi che il testo
sia guasto, mi è rimasto assolutamente incomprensibile; tutto quel che risulta
da un altro passo (v. appresso la nota 624), è che si tentav f di riattaccare a
quelle parole di Aristotele i sillogismi ipotetici. ) Enthet.,\. 116 ss. |PL,
199, 967-8]: Si i/uis credatur logicus, hoc satis est ; Insanire putes potius.
quam philosophari, Seria sani etemm cuncta molesta nimis. Dulcescunt nugae,
vultum sapientis abhorrent, lormenti geritts est saepe videre librum. Ablactans
nimium tencros Sertorius olim Discipulos Jerlur sic docuissc suos ; Doctor mini
juvrnum prelio compulsila et aere Pro magno docuit munere scire nihil. tuo ),
1THKMI1 Ann ? liì Uirsaugienses, ann. 1137 (ediz. di S. Gallo. 1690, I, p.
403): David.... monachicum habitum suscepil.... Scripsil quaedam non spernendae
lectionis opuscolo.... de grammatica L. 1, in Perihermenias Aristotelis libros
duos. Che tuttavia le notizie di Tritemio abbiano scarso valore, lo sanno tutt’
i competenti; d’altra parte è noto che le cose vanno di gran lunga anche peggio
per il 1 ITSEUS [John Pits, 1560-1616], il quale spesso, quando non copiava il
Lei and [John Leland (Leyland, Laylonde), antiquario inglese m. 1552],
inventava semplicemente menzogne, sicché forse neanche vai la pena di ricordare
quel ch’egli dice. De illustribus Anghae scriptoribus. p. 223 s. (ad ann.
1160): Joannes Serio dictus magister Serio.... ex Eboracensi canonico Jactus
est.... Fontanus Abbas.... Scripsit.... de aequivocis diclionibus librum unum,
de univocis dictionibus librum unum. e appiccò Porfirio alla l'orca (laqueo
suspendit), sicché potremmo forse ravvisare in lui quel Comifìcio di cui parla
Giovanni da Salisbury [e da altri diversamente identificato; cfr. la nota del
Webb alla p. 8 della sua ediz. del Metalogicus] ; menziona inoltre, insieme con
Robertus Pullus, un Manerius, estremamente sottile, mi arguto Bartolomeo e un
Roberto Amici a s 525 ). Si può anche ricordare che la poesia finisce con la
cacciata dei monaci dalle scuole dei filosofi 528 ): e c’è del pari un’altra
poesia, che appartiene press’a poco alla stessa epoca, e rappresenta con molto
spirito il contrasto fra il pretume, dedito ai piaceri del senso, e la fine
cultura logica 527 ). 5 “) The latin poems commonty attributcd to Walter Mapes,
collected and edited by TnOMAS Wrigiit (Londra, 1841-4), dove uella
Introduzione è anche esposto quel che di più preciso risulta sul conto di
Walter Mapes. In una delle poesie, Metamorph. Goliae, v. 189 ss. (p. 28), si
trova il passo seguente: Ibi doctor cernitur ille Carnotensis, Cujus lingua
vehemens truncat vclut ensis ; Et hic praesul praesulum stai Pictaviensis,
Prius et nubenlium [studenlium ?] miles et castrensis (seguono i versi cit. più
sopra, nota 442).... [v. 199 ss.) ....Celebrem theologum vidimus Lumbardum ;
Cum Yvone, Helyam Petrum (entrambi grammatici), el Bernardino [p. 29], Quorum
opobalsamum, spiralo*, el riardimi. Et professi plurimi sunt Abaielardimi. Reginaldus
monachus dumose contendit. Et obliqui s singulos verbi s comprehendit ; Hos et
hos redarguii, nec in se descendit. Qui nostrum Porphyrium laqueo suspendit.
Roberlus theologus corde vivens mando Adest, el Manerius quem nullis secando ;
Alto loquens spiritii el ore profundo. Quo quidem subtilior nullus est in
rnundo. Hinc et Bartholomaeus faciem acutus. Retar, dialecticus. sermone
astutus, Et Robertus Amiclas simile secutus, Cum hiis quos praetereo, populus
minutus. 5 -’) Ibid., v. 233 (p. 30): Quidquid tantae curiae sanctione datur. Non ceda t in irritum, ratuni habealur ; Cucullatus
igitur grex vilE pendatur. Et a philosophicis scolis expellatur. — Amen. 5 “')
De presbytero et logico (parimente edito dal Wrigiit, op. cit., p. 251 ss.) in
216 versi, dove a dire il vero non si trova alcun contributo d’ informazione
storica per il nostro intento. Il contrasto degl indirizzi ha p. es. la sua
espressione nei versi 29 ss.: Logicus: «Fallis. fallis, presbvter, coelum
Christianum, Abusive loqueris. laedis Priscianum; Te probo falsidicum, te probo
vesanum»; ....Presbyter. « Tace, tace, logice ; tace, tir fallator; Tace, (lux
insaniae, legis vanne lator ;....» Log. — « Peccasti, sed gravius adjicis
peccare. Legem hanc adjiciens vanam nominare; Sanum est, dissercre nel gramC.
Prantl, »S 'torio, della logica in Occidente, H. [§ 38. — Il così detto Cornificio, oggetto
della polemica di Giov. da Salisbury]. — Ai già nominati si unisce finalmente
ancora tutto quell’ indirizzo, che Giovanni da Salisbury, volendo combattere
non contro la persona, ma esclusivamente contro la cosa, qualifica con il nome
simbolico di Cornificio 528 ). I numerosi passi dov’egli rammenta questo suo
avversario o i seguaci di lui, coincidono in un punto, che è questo: c’erano
cioè parecchi, i quali a priori respingevano come inutile ogni tecnica della
parola nudrita di pensiero (eloquentia o logica), perchè tutto ha fondamento
nella disposizione naturale, e pertanto, chi possieda questa, senza punta
tecnica, tocca da se medesimo il segno, e invece chi non ha talento, non fa
progressi neanche in grazia della teoria 629 ). E quando si soggiunge che
questi « filosofi di mutilare, — Si insanum reputai, velim dicas quare». Prcsb.
— « Dco est udibile vestrum argumentum ; Ibi nulla veritas, toturn estfigmentum
;», o p. es. ai versi 129 ss.: Log. —« Audi, inter phialas quid philosopharis ;
follus, non philosophus, bine esse probaris ; Stulto sunt similia singola quac
faris, [parte tua caream quarti ibi lucraris ]. Epicure lubrice, dux ingluviei,
Cujus Deus venter est, dum sic servis ei etc. ». 62S ) J OH. Saresb. Metal., I,
2, p. 14 [ed. Webb, p. 8|: Utique par est sine derogatione personae sententiam
impugnari ; nichilque lurpius quam cum sententia displicet aut opinio, rodere
nomea aucloris.... [9] Celerum opinioni reluclor, quae multos perdidit, eo quod
populum qui sibi credat habet ; et licei antiquo novus Cornificius ineptior
sii, ei tamen turba i nsipienlium adquiescit. — Polycr., I, Prol., p. 15 [16]:
Aemulus non quiescit, quonium et ego meum Cornificium habeo.... Quis ipse sit, nisi ab iniuriis temperet, dicam....
Procedat tamen et publicet, arguat meum ralione vel auctoritate mendacium [PL,
199, 828 e 388], Dal modo di esprimersi dello scrittore in questi due ultimi
passi, risulta come Giovanni non abbia fatto che trasportare simbolicamente il
nome di Cornificius da un personaggio del1 antichità al suo proprio nemico, e
può ammettersi con certezza che a ciò gli abbiano dato occasione le notizie di
Donato (Pila Virgilii, c. 17 s. : vedi le Opere di VIRGILIO, ed. Wagner, I, p.
XCIX s.), riguardo a un tale Cornificio, avversario di Virgilio « ob perversam
naturami> [cfr., nella ediz. Brummcr delle Vitae Vergilianae, il « Plenus
apparatus ad vitam Vergilii Donatianam», p. 31], 529 ) Ib., Metal., I, 1, p. 12
[ed. Webb, p. 6]: Miror ilaque.... quid sibi vull, qui eloquentiae negat esse
studendum.... p. 13 [8[: Cornificius noster, studiorum eloquentiae imperitus et
improbus impugnalor. — C. 3, p. 15 [10]: Fabellis tamen et nugis suos pascit
interim auditesta propria », avendo a disdegno F intiero trivio e quadrivio. si
son gettati sopra forme di attività pratica e sovra profitti pecuniari ;>3
°), sarebbe in ciò da riscontrare un indizio significativo, in quanto si
direbbe che tale corrente, non prendendo ispirazione da vedute clericali o
dommatiche bensì per effetto di un impulso pratico, si sarebbe mostrata avversa
al farraginoso viluppo della scienza scolastica, e avrebbe richiamato
l’attenzione sopra il valore immediato del talento individuale. Così potremmo
intendere tali manifestazioni come un preludio di tendenze svoltesi più tardi.
Qualora ci fosse lecito riferire al così detto Cornificio anche la notizia, che
taluni rigettarono le Categorie e la Isagoge come inutili libri elementari 531
), potremmo forse ritenere che il già tores quos sine artis beneficio, si vera
sunt quae promittit, fa ci et eloquentes et tramite compendioso sine labore
philosophos. — C. 5-6, p. 23 [20]: Neque erti rii. ut Cornificius, meipsum
docui.... Non est ergo ex eius sententia.... sludendum praeceplis eloquentiae ;
quoniam eam cunctis natura ministrai aut negai. Si ultra ministrai aut spante,
opera superflua et diligentia ; si vero negai, inefficax est et inanis. — C. 9,
p. 29 [26]: Eo itaque opinionis vergit intentio, ut non omnes mutos faciat.
quod nec fieri potcst nec expedit, sed ut de medio logicam tollal. — Ibid.. II,
Praef., p. 62 [60]: Logica, quam. etsi mutilus sit et amplius mutUandus,
Cornificius, parielem solidum eccoti more palpans, impudenter attemptat et
impudenlius criminatur. — Ibid., IV, 25, p. 181 [192]: Sed Cornificius nosler,
logicar criminator, philosophantium scorra, non immerito contemnetur. —
Enthel., v. 61 ss. « Quum sit ab ingenio totum, non sit libi curae. Quid prius
addiscas posteriusve legas ». Ilare schola non curai, quid sit modus ordove
quid sit. Quam teneant doctor discipulusve viam [l’L, 199: 827, 828, 833 837,
857, 931, 966], 530) j \Jctal. I, 4, p. 20 [15]: Alii autem Cornificio similes
ad vulgi professiones easque prophanas relapsi sunt; parum curantes quid
philosophia doceat, quid appetendum fugiendumve denuntiet ; dummodo rem
faciant, si possunt, recte ; si non, quocumque modo rem (Hor. Ep. 1, 1,
65[-6])....Evadebant illi repentini philosophi et cum Cornificio non modo
trivii nostri sed totius quadruvii contemptores IPL, 199. 831], 531 ) Ibid.,
III, 3, p. 123 [128]: Sunt qui librum islurn (cioè le Categoriae), quoniam
elementarius est, inutilem fere dicunt, et satis esse putant ad persuadendum se
in diabetica disciplina et apodictica esse perfectos, si contempserinl vel
ignoraverint illa, quae in primo commento super Porphirium anlequam artis aliquid
attingatur docel Boelius praelegenda [PL nominato Reginaldo fosse per lo meno
un rappresentante di questa tendenza 532 ), se non apparisse inutile, con tante
lacune nella conoscenza delle fonti, presentare semplici congetture. Ma quale
idea si fosse fatta lo stesso Giovanni della origine di siffatta opposizione
alla logica scolastica, è stato già più sopra indicato, alle note 52 s. [§ 39.
— Giovanni da Salisbury: a) i suoi studi: il « Metalogicus»]. — Ma così è
venuto il momento di occuparci proprio di quello stesso autore, che già tante
volte abbiamo finora dovuto usare quale fonte, cioè di Giovanni da Salisbury).
Costui (morto nel 1180) aveva intrapreso lo studio della logica alla scuola di
Abelardo, lo aveva proseguito presso il già ricordato Alberico, Roberto da
Melun e Guglielmo da Conches, M2 ) È possibile che nella espressione sopra
citala « laquco suspendi!» (nota 525) si celi anche un’altra volta un giuoco di
parole con Cornificius e carni/ex. V. upprcsso, nota 545, un altro giuoco di
parole con cornicari. 693 ) Approfondite ricerche sopra Giovanni da Salisbury,
dal punto di vista della storia letteraria, sono state presentate da Cristiano
I’ETERSEN nella sua edizione dell’Uref/ietieus (Amburgo). La monografia, nella
quale Ermanno Reuter (Johann von Salisbury : Zur Geschichte der christlichen
Wissenschaft im 12. Jnhrhundcrl [G. da S. : Per la storia della scienza
cristiana nel 12° Secolo], Berlino, 18 12) ha tentato di svolgere la dottrina
di Giovanni, generalmente si risente dell’orientamento proprio dell’Autore, e
che è tanto sbagliato quanto estremamente insufficiente. Una ricca esposizione
della dottrina stessa la dobbiamo a C. ScHAARSCHMIDT, Joh. Saresberiensis nach
Leben und Studiai, Schriften und Philosophie [G. da S. ueda vitu e negli studi,
negli scritti e nella filosofia] (Lipsia, 1862): ma le osservazioni ch’egli
muove in questo suo libro (p. 303 ss.) contro il mio modo di vedere, non in’
inducono per nulla a modificare la mia opinione, che trova appoggio nelle
fonti. — Le citazioni son fatte sulla base della edizione complessiva di A.
Giles (Oxford 1848, in 8°, 5 voli., dei quali il 3° e il 4° comprendono il
Policraticus, mentre il Metalogicus si trova nel 5°), sebbene tale edizione non
sia adatto compiuta con diligenza, e sia particolarmente da rilevare conte
essa, con la più assurda interpunzione, renda spesso difficile l’intelligenza
del testo (le necessarie modificazioni ce le introduco tacitamente). [Qui sono
aggiunti, per il Policraticus e per il Melalogicon, i rinvii alle più recenti
ediz., curate dal Webb. e seguite in massima nella riproduzione dei testi]. poi
entrò in relazioni scientifiche con Adamo' dal PetitPont, ascoltò di nuovo
lezioni di dialettica presso Gillierto de la Porrée, di teologia presso Roberto
Pulleyn [e Simon Pexiacensis], indi ritornò agli Abelardiani, che nel corso di
quei vent’anni nulla avevano appreso e nulla dimenticato 534 ), e compose
intorno al 1160 535 ) il suo Metalogicus, dove principalmente espose le sue
vedute relativamente alla logica. Giovanni ha scritto, come dice egli medesimo,
quest’opera sua soltanto a memoria, frettolosamente e in breve tempo, dopo che
da molti anni aveva interrotto i suoi studi di logica, e fu suo intento non già
di comporre un commento che servisse a insegnare o a imparare, bensì
essenzialmente di dimostrare la utilità della logica, contro gli attacchi che
le erano stati mossi, e così difenderla 636 ). 534 ) Metal., II, 10, dove al
passo citato più sopra (n. 521) fa seguito (p. 79) [79]: Deinde.... [80] me ad
gramaticum de Concilia transtuli, ipsumque triennio docentem audivi. Viene
appresso il contenuto della precedente nota 522, e poi [82]: Reversus
itaque.... repperi magistrum
Gileberlum. ipsumque audivi in logicis et divinis ; sed nimis cito subtractus
est. Successa Rodbertus Pullus, quem vita pariter et scienlia commendabanl. Deinde me excepit Simon Pexiacensis [J’issiacensis.
Pisciacensis, cioè da Poissy: è lecito congetturare eon lo Wcbb che si tratti
dello stesso Simone, di cui v. qui sopra. nota 54].... Sed hos duos in solis
theologicis habui praeceptores.... locundum itaque visum est veteres quos
reliqueram et quos adhuc diabetica detinebat in monte recisero socios, conferve
cum eis super ambiguilatibus pristinis, ut nostrum invicem ex collatione mutua
commeliremur profectum. Inventi suiti qui fuerant et ubi ; neque enim ad palmam
visi sunt processisse. Ad quaesliones pristinas dirimendas neque
propositiunculam unam adiecerant. — Ibid., Ili, 3, p. 129 [134]: Habui enim
hominem (cioè Adamo dal Petit — Pont: v. la nota 441) familiarem assiduitate
colloquii et communicatione librorum et cotidiano fere exercitio super
emergentibus articulis conferendi ; sed nec una die discipulus eius fui. Et
lamen Italico gratias, quod eo docente plura cognovi, plura ipsius.... ipso
arbitro reprobavi [PL, 199, 868-9 e 899]. Cfr. inoltre la nota 54. 53ó) V.
Petersen, loc. cit., p. VI e 73 ss. 63B ) Metal.. Prol., p. 8 [2]: Siquidem cum
opera logicorum vehementius tanquam inulilis rideretur, et me indignanlem et
renitenlem aemulus cotidianis fere iurgiis provocare!, tandem litem excepi et
ad.... cnlumnias.... studiti responderc.... [3] Placiti! itaque sociis ut hoc
ipsum tumultuario sermone dictarem ; cum nec ad sententias subtiliter . [b) punto
di vista utilitaristico, alla maniera di Cicerone. La divisione del sapere ]. —
Per lui il punto di vista decisivo è quello della utilità, e per conseguenza
dobbiamo già aspettarci di trovar in lui un eclettico, che procede
assolutamente senza scorta di principii 537 ). Dominato com’è anche lui dalla
pratica tendenza utilitaria, si distingue dal suo avversario Cornifichi,
soltanto perchè non rigetta, come costui, la dottrina delle scuole, bensì vuole
render pratica questa dottrina stessa; ma egli è filosofo tanto poco quanto
Cicerone, con il quale si trova in intimo accordo. Anzi fa anche espressamente
professione di aderire alla dottrina probabilistica di quella setta degli
Accademici, ch’era caldeggiata da Cicerone 63S ), e per conseguenza trova nella
utilità pratica il fine unico di ogni scienza 539 ). In tal senso si esprime
circa il peexaminandas nec ad verbo expolienda studium supcresset aut otium....
(p. 9) Nam ingenium hebes est et memoria infidelior quarti ut antiquorum (v. le
note 55 ss.) subtilitates percipere aut quae aliquando percepta sunt diutius
valeam retinere.... Et quìa logicae suscepì patro cinium. Metalogicon inscriptus est liber. Praef. p. 113 [117]: Anni fere vigilili elapsi sunt
ex quo me ah officiai» et palaestra eorum qui logicam profitrntur rei
jamiliaris avulsit angustia.... Unde me excusaliorem habendum pillo in bis quae
obtusius et incultius a me dieta leclor internet. Ergo procedat oratio. et quae
anliquatae occurrent memoriae de adolescentiae sludiis, quoniam iocunda aetas
ad menlem reducilur ctc. — III, 10, p. 156 [164]: ....pròpositura est ;
scilicet, ut potius aemulo occurratur, quarti ut in artes, quits omnes docenl
aut discunt, commentarli scribantur a nobis TP!, 199: 824, 889-90, 916], 1 ’
537 ) Reuter s’inganna a partito, quando parla di un « superiore punto di vista
filosofico», che Giovanni avrebbe assunto, elevandosi al disopra degl’
indirizzi allora contrastanti. ) I olycr., I, Pro!., p. 15 [1. 17] :
[cum]....in phitosophicis academice disputane prò ralionis modulo quae
occurrebant probabilia sectatus sim. Nec Academicorum erubesco professionem.
qui in bis quae sunt dubilahilia sapienti, ab eorum vestigiis non recedo. Licei
enim seda haec tenebras rebus omnibus videalur inducere, nulla ventati
examinandae jidelior et, auctore Cicerone qui ad eam in senectute divertii,
nulla profectui familiarior est. — Metal., II, 20, p. 102 [106]: qui me in bis,
quae sunt dubitabilia sapienti, Academicum esse pridem pro/cssus sum [PL, 199:
388 e 882|. 63 ") Metal., Eroi., p. 9 [4]: De moribus vero nonnulla
scienter inserui ; ratus omnia quae legiintur aut scribunlur inutilia esse,
nisi dantesco verbalismo e la sottigliezza dei dialettici, facendo uso di
termini così energici, che il più sistematico nemico della logica in generale,
non potrebbe pronunziarsi con maggiore veemenza 54 °); anzi persino in quelle
discettazioni sopra le Categorie, alle quali il suo maestro Gilberto s’era
dedicato, egli trova, pur essendo per molti lati d’accordo con lui (v. appresso
le note 582 ss., 593 ss. e 606 ss.), da criticare tuttavia qualche cosa, che
possa cioè scapitarne la conoscenza morale di noi stessi 5U ) : e trascinato
dal suo zelo per la teologia morale, qualifica la logica aristotelica, che pur
vuole difender contro chi l’attacchi, con il termine aslutiae, che siamo
abituati a veder usato dai nemici fanatici della filosofìa 542 ). quatenus
afferunl nliquod adminiculum vilae. Est enirn quaelibet professi philosophandi inutili et
falsa, quae se ipsam in cultu virlulis et vitae exhibitione non aperit [PL,
199, 825]. MO) Polycr., VII, 9, p. 110 [II, 123]: Suspice ad moderatores
philosophoruni temporis nostri....; in regula una aut duobus aut pauculis
verbis invenies occupalos. aut ut mullum pauculas quaesliones aplas iurgiis
elegerunt, in quibus ingenium sutim exerceant et consumatit aetatem. Eas tamen
non sufficiunt etwdare, sed nodum et tolam ambiguitatem cum ititricntione sua
per auditores suos transmittunt posteris dissolvendum.... Latebras quacrunt,
variant faciem, nerba distorquenl,... si in eo perstiteris, ut quocumque verbo
defluant et volvantur. quid velit, intelligas et quid sentiat [II, 124] in
tanta varietale varborum, et tandem vincietur sensu suo et capielur in verbo
oris sui, si substantiam eorum quae dicunlur attigeris firmiterque tenueris. —
lbid., 12, p. 122 [II, 136]: Erranl ulique et impudenler errant qui
philosophiam in solis verbis consistere opinantur ; erranl qui virtutem verbo
putant.... Qui verbis inhaerent, malunt videri quam esse sapientes.... [II,
137] quaestiuneulas movent, intricala verbo ut suum et alienum obducant sensum,
paratiores ventilare quam examinare si quid difficultalis emersit [PL, 199, 654
e 662]. Inoltre, la precedente nota 58. 511 ) Jbid., Ili, 2, p. 164 [I, 174]:
Inde est forte quod illi, qui prima totius philosophiae elemento posteris
tradcre curaverunt, substantiam singulorum arbitrati sunl intuendam,
quantilatem, ad aliquid. qualitotem, situai esse, ubi, quando, habere, facete,
et pati, et suas in omnibus his proprietates, ari intcnsionem admittant, et susceptibilia
sint contrariorum, et ari eis ipsis aliquid invenialur adversum (queste ultime
son tutte questioni discusse appunto da Gilberto: v. le note 489-509 [507]).
Provide quidem haec et diligenter, etsi in eo negligentiores exstiterint. quod
sui ipsius notitiam in tanta rerum luce non asseculi sunt etc. [PL, 199, 479]. 5! -) Jbid., IV, 3, p. 227 [I, 243]:
Astutias Aristolilis, Crisippi acuMa se cerchiamo quindi di scoprire quale sia
la posizione che Giovanni assegna alla logica, dal punto di vista di un
ordinamento sistematico, vediamo una volta, relativamente alla divisione delle
scienze, accennato da lui un tono fondamentale, che ci ricorda molto da vicino
Ugo da S. Vittore (note 45 s.), designandosi come forze ancillari, sotto la
sovranità della divina pagina, le discipline meccaniche, teoriche e pratiche, e
con esse la filosofia che erige il saldo baluardo 543 ) : e a tal proposito è
degno di nota che anche da Ugo il compito della logica è trasferito nel
perfezionamento della espressione verbale. E quando un altra volta, tenendosi
attaccato, nella maniera più lampante, a Gilberto (nota 465), Giovanni
distingue ima triplice funzione della ratio, — in quanto che l’uso concreto di
questa (modus concretivus) è rivolto alla natura sensibilmente percettibile,
Tattivita astrattamente analitica ( resolvere ) conduce alla matematica, e la
comparazione riferente (conjerre et rejerre) è compito della logica 544 ), —
già da ciò desumiamo l’attitudine di Giovanni ad afferrare a capriccio opinioni
varie di altri, e a metterle ancora, ecletticamente, una accanto all’altra.
mina, omniumque philosophorum lendiculas resurgens mortuus confutabat. Metal.,
Ili, 8, p. 141 [147]: Pithagoras naluram exculit, Socrates morurn praescribit
normam, Plato de omnibus persuader, Aristotile* argutias procurai [PL, 199. 518
e 906], Cfr. la nota 560.,,J3 ) Enthet., v. 441 ss.: Ilaec scripturarum regina
vocalur, eandem Divinam dicunt.... Haec caput agnoscil Philosophia suum ; Huic
omnes artes famulae ; medianica quaeque Dogmala, quac variis usibus apio videi,
Quae jus non reprobai, sed publicus approbat usus, Iluic operas debent
militiamque suam ; Practicus buie servii servitque theoricus; arcem Imperli
sacri Philosophia dedii [PL, 199, 971-5]. Riguardò a Ugo, cfr. più oltre la
nota 555. 64 ‘) Ibid., v. 659 ss.: Res triplici spedare modo ratio perhibetur,
Nec quartum poluit meni reperire modani ; Concretivus hic est, alius concreta
resolyit, Res rebus confert tertius atque refert ; Naluram primus, mathesim
medius comilatur, Vindical extremum logica sola sibi [c) punto di vista retorico, come in
Cicerone. Grammatica e dialettica ]. — Ma invero per la logica il punto di
vista propriamente eclettico è il punto di vista retorico, perchè questo si
libera di tutte le difficoltà che si possono presentare nelle questioni
filosofiche fondamentali: e così anche Giovanni è esonerato dalla fatica di
decidersi per ima data concezione filosofica, a preferenza delle altre. Senza
determinare più precisamente il posto della logica nel campo delle scienze, nè
discutere in base a una qualsiasi veduta, pur che fosse una e ben definita, la
relazione del pensiero subbiettivo con la obbiettività o con la forma della
espressione verbale, egli può qui accontentarsi di opporre ai nemici della
logica, sfoggiando una ricca colorita varietà di frasario, e traendo partito
dalla solita tradizione scolastica, il concetto e il valore della « eloquentia»
64S ). La maniera in cui il pensiero si atteggia rispetto alla espressione
verbale, è qualificata mercè un fioretto retorico, parlandosi di un « dolce e
fecondo connubio» della ragione e dell’eloquio 546 ), nè diverso valore ha
l’altra frase, che cioè le proprietà delle cose « ridondano» nelle parole: e
data l’affinità che sussiste fra le cose e ciò che di queste si dice [.sermones]
(lo stesso 5Ji ) Melai.. I, 7, p. 24 [21]: Cornicatur haec domus insulsa (suis
tamen verbis ) et quarti constai totius eloquii contempsisse praecepta.... [22]
Ait cairn : Superflua sunl praecepta eloquentia, quoniam ea naturaliler adest
aut abest (nota 529). Quid, inquarti, falsius ? Est enim. eloquentia facullas
dicendi commode quod sibi cult animus expediri.... (p. 25) Ergo cui facilitas
adest commode exprimendi verbo quidem quod sentii, eloquens est. Et hoc
faciendi jacultas rectissime eloquentia nominatur. Qua quid esse praeslantius
possit ad usum, compendiosius ad opes. fidelius ad gratinai, commodius ad
gloriam, non facile video [PL. 199. 834]. M6) lbid., I, 1, p. 13 [7]: Ratio,
sciattine virlutumque parens..., quae de verbo frequentius concipil et per
verbum numerosius et fructuosius parit, aut omtrino sterilis permanerei aut
quidem infecunda, si non conceptionis eius fructum, in lucem ederet usus
eloquii; et invicem quod sentii prudens agitano mentis hominibus publicaret.
Haec autem est illa dulcis et fructuosa coniugatio rationis et verbi, quae etc.
[PL si legge in Abelardo — cfr. la nota
308 —, e qualche cosa di simile in Gilberto — cfr. la nota 457), si tratterebbe
semplicemente di possedere in mente una quantità di cose, e in bocca una
quantità di parole 547 ). Insomma per Giovanni il punto di vista più essenziale
è rappresentato dalla consistenza dei mezzi, che s’abbiano una volta a
disposizione, appropriati per la manifestazione del pensiero con il discorso, e
pertanto la « logica nel significato più esteso» della parola, è da lui
definita in termini ciceroniani come ratio loquendi vel disserendi, onde è di
sua competenza l’addestramento all’uso del discorso (magisterimn sermonum): e
qui essa, mentre da un lato rivela la propria utilità, dall’altro lato tiene
anche il primo posto fra le arti liberali, poiché in quella più vasta accezione
comprende anche la sfera della grammatica 548 ). Ma mentre con ciò si
renderebbe tuttavia manifesta la esigenza di una più rigorosa determinazione,
in ordine a questa estesa definizione, della relazione reciproca tra grammatica
e logica (cfr. subito appresso la ) Ibid., 16, p. 42 [39]: Natura enìm copiosa
est et ubertatis suae pratiam Immotine mdigentiae facit. Inde ergo est, quod
[401 pròpnetas rerum redundat in voces, dum ratio offertat sermone, rebus de
quibus loquUur esse cognatos. — Polycr., VII, 12, p. 124 fll. 1391 A telili
cairn utilius, nichil ad gloriam aut rcs adquirendas com'modius inventati quam
eloquenza quae ex eo plurimum comparatile si rerum ln r re copia sit ver,l °
rum fPL, 199, 845 e 6631. etuTrìJ, 1 ': 10 ’ P ‘ w 8 [ 2 J ]: Est ita ^ e lo *
ica ' ). Ma poiché
ciascun’argomentazione o disputa consiste di espressioni verbali, si la ora la
distinzione — in maniera simile che in Abelardo (nota 271), e tenuto conto di
questa definizione più ristretta (cfr. invece la nota 548) — fra la grammatica,
che tratta soltanto della dictio, e la dialettica, che ha per oggetto e
contenuto i dieta : ma a tal proposito, con atteggiamento di puro
indifferentismo, si qualifica come irrilevante la questione se si tratti qui
del profferire, o di quello che vien profferito 556 ). E mentre Giovanni a ciò
novamente ricollega la parcisecundo super Porphirium asserii (p. 47 [PL, 64,
73; ed. Brandt, 140]), est orlus logicai disciplinae. Oporluit enim esse
scientiam quae veruni a falso discerncret. et doceret quae ratiocinatio veram
teneat similari i disputarteli, quae verisimibm, et quae fida sit, et quae
debeat esse suspecta ; alioquin veritas per ratiocinantis operam non poterai
diveniri. — I, 15, p. 41 [39]: Diabetica autem id dumtaxalaccentai. quoti verum
est aut verisimile, et quicquid ab his longius dissidet ducil absurdum [PL.
199: 857, 858 e 844]. 5M) ihid.. II, 3. p. 65 [64]: Profecta igitur hinc est et
sic perfecta scientia disserendi ; quae disputandi modos et rationes
probationiim aperit...; aliis philosophicis disciplinis posterior tempore, seti
ordine prima (parimente Ugo da S. Vittore, nota 46: e cfr. la nota 543). Inchoanlibus enim philosophiam
praelegenda est, eo quod vocum et intellectuum inlerpres est. sine quibus
nullus philosophiac articulus recte procedil in lucern [PL, 199, 859]. 5M )
lbid., 4. p. 67 [65] : Est autem diabetica, ut Angustino placet (v. la Sez.
XII, nota 30), bene disputandi scientia.... Est autem disputare, aliquid eorum,
quae dubia sunt aut in [66] contradictione posila aut quae sic rei sic
proponunlur catione supposita probare rei irnprobare ; quod quidem quisquis ex
arte probabiliter facit, ad dialectici pertingil metani. Hoc autem ei nomea
Aristotiles auctor suus impostili, eo quod in ipsa et per ipsam de diclis
disputatile : ut enim gramatica de diclionibus et in dictionibus. teste
Ilemigio (Sez. precedente, nota 172), sic ista de dictis et in diclis est. Ilio
verbo sensuum P rln ~ cipaliter : sed linee examinat sensus verborum ; nani
lecton [aev. .ov] graeco eloquio (sicut ait Isidorus) (Sez. precedente, nota
27) dietum appellalur. Sire autem
dicatur a Graeco lexis [>.£''.;], quod locutio interpretalur.... site a
lecton [)£Xt6v], quod dietum nuncupatur. non multum refert ; cum ex aminare
loculionis vim et eius quod dicitur veritalem et sensum. idem aut fere idem sit
; vis enim verbi sensus est. — III, 5, p. 137 [142]: Est autem res de quo
aliquid, dicibile quod de aliquo, dictio quo dicitur hoc de ilio : e a ciò fan
seguito le parole sopra citate, alla nota 207 [PL. zione delia logica, venuta
in voga nella scuola, da Boezio in poi 537 ), la conoscenza ch’egli ha di
Aristotele, lo porta in pari tempo a distinguere tra apodittica e dialettica:
in tale distinzione tuttavia, neanche la prima delle due reca in se stessa una
propria interna finalità, bensì rimane pur sempre come cosa essenziale la
utilità della logica, così divisa, nella sua totalità 558 ). [d) conoscenza
compiuta . 66 [64]: Pro co namquc logica dieta est. quod rationalis, i. e.
rationum ministraloria et examinalrix est. Divisti eam Plato in dialeclicam et
rethoricam ; sed qui efficaci am eius altius metiuntur, et pitica attribuunt.
Siquidem ci demonstrativa. probabilis et sopii'stira subicmntur, ecc., in piena
conformità con Boezio (v. in Sez. XH, nota 82). Così pure 5, p. 68 [67]:
Demonstrativa. probabilis, et sophistica, omnes quidcm consistimi in inventione
et iudicio, et itidem dividentes, diffinientes, et colligentes, domestici
rationibus utuntur : v. ibid. la nota 76 [PL, 199, 859 e 861], yotq Uiid.. II,
14, p. 85 [87]: Principia inique dialecticae probabilia sunt ; sicut
demonstralivae necessaria . — III, IO, p. 152 [160]: Sophisma est sillogismus
litigatorius ; philosofimn vero, demonstrativus ; argumentum aulem. sillogismus
dialecticus ; sed aporisma (v. la Scz. IV, nota 33), sillogismus dialecticus
contradictionis. Horum omnium necessaria estcognitio, et in facultatibus
singulis perutilis est exercilalio. — p. 154 [162]: Sic simrum instrumentorum
necessc est logicum expedilam habere faciillatem, ut scilicet principia
noverii. probabilibus habuntoo et inducendi omnes ad manum habeat rationcs [PL
iiosce più gli scritti logici parzialmente, e soltanto per sentito dire, è da
lui qualificato come vero duce (campiduc- tor) di tutti gli studiosi di logica,
e in ogni caso, sebbene con le riserve dovute all’autorità della fede cristiana
e della teologia morale, come maestro dell’arte di disputare 559 ): al
ciceroniano Giovanni, cioè, manca naturalmente il senso dell’ intimo valore
filosofico della logica aristotelica, nella quale scorge invece soltanto una
tecnica estrinseca: e perciò è anche sua opinione questo ci fa ricordare la espressione su
ricordata (nota 542) « astu- tiae» — che Aristotele mostri maggior vigore nella
polemica contro altri, che non nella costruzione positiva della sua propria
dottrina 58 °). Prese le mosse dalla tesi che la logica, come tecnica dei
discorsi ( sermones ), comprendendo inventio e iudicium (Sez. XII, nota 76), è
lo strumento di tutte le discipline, per la quale ragione appunto Aristotele si
è meritato di essere soprannominato « il Filosofo » 581 ), Giovanni con- 559 )
Ihid., Ili, 10, p. 147 [154]: Rei rationalis opifex et campi- doctor (Giles legge
campi doctor [PrantJ, campiductor ]) eorum qui lo- gicam profitentur.
Campidoctor (come sopru) itaque Peripateticae disciplinae, quae prae ceteris in
veritatis indaga- lione laboret, infelicem summam operis dedignatus, taluni
compqnil (allusione a Hor. Ars poet., v. 34); cerlus quoti cuiusque operis per-
fectio gloriam sui praeconalur aucloris. — IV, 23, p. 180 [] : Sicul optimus
campidoctor (qui anche il Giles dà la lezione corretta [ campiductor ]) hunc ad
infcrendam pugnimi, illum inslruit ad cau- telam. — 27, p. 183 : Nec tamen
Aristotilem ubique bene aut sensissc aut dixisse protestar, ut sacrosanctum sit
quicquid scripsit. Nam in pluribus [194], optinente ratione et auctoritatc
fidei, con- vincitur errasse . linde sic accipiendus est, ut ad promovendos iu-
vrnes ad gravioris philosophiae instituta doctor sit, non morum sed
disceptaiionum [PL, 199: 910, 915-6, 930, 932], 5 ““) Ibid., III, 8, p. 141
[147]: Aristotilem prue ceteris omnibus tam aliae disserendi ratiocinationes
quam diffiniendi titulus (cioè il contenuto del 6° Libro della Topica)
illustrarci, si tam patenter astrarrei propria quam potenter destruxil aliena
[PL, 199, 906], M1 ) Enlhel., v. 821 ss.: Magnus Arisloleles sermonum possidet
artes Et de virtutum culmine nomen habvt. Judicii libros componil et inve-
niendi Vera, facultales tres famulantur ei; Physicus est moresque docet, sed
logica servii Alidori semper officiosa suo ; Haec illi nomen proprium Jacit
esse, quod olim Donai amatori sacra Sophia suo ; Nam qui prae - sidera
l’intiero Organon in una maniera che perfettamente si accorda con il modo di
pensare di Abelardo (note 271 ss.); Aristotele cioè avrebbe ricevuto dalle mani
dei grammatici la semplice vox significativa, della quale avrebbe preso a
trattare nelle Categorie, in tal guisa che essa possa poi (De Interpretatione)
venire considerata come elemento della complessa struttura del giudizio, e a
ciò possa far seguito Io svolgimento di quanto si attiene alla inventio e al
iudicium ; la Isagoge compilata da Porfirio [per introdurre] alla prima di
queste parti principali, appartiene al tutto, proprio soltanto quale
introduzione, e non si deve, come si suole da molti (note 56 ss.), farne per
così dire la cosa principale 562 ). Così però si opera nell’Organon anche una
nuova divisione in due gruppi principali, in quanto che la Isagoge, le
Categorie e il De interpr. posson valere solamente da gradi preparatorii
(praeparaticia artis), essendo tali libri ad artem, piuttosto che de arte,
laddove la tecnica vera e propria, nella quale la inventio e il iudicium
trovano la loro piena esplicazione, si presenta nelle tre opere celiò, liluli
communis honorem Vindicat. — Metal., II, 16. p. 88 [90]: fìrnnes se Aristotilis
adorare vestigio gloriantur ; adeo quidem, ut communi' omnium philosophorum nomea
praeminentia quadam sihi proprium fecerit. Nam et antonomasice, i. e.
excellenter. Philo- sophus appellatile [PL, 199: 983 c 873], 562) jVf e (a/.,
II, 16. p. 89 [90]: Ilic ergo (cioè Aristotele) proba- bilium rationes redegit
in artem et, quasi ab dementis incipiens, usque ad propositi perfectionem
evexit. Hoc autem pianura
est his qui scru- tantur et diseutiunt opera cius. Voces enim primo
significativas. i. e. sermones incomplexos, de gramolici menu accipiens,
differentias et vires eorum diligenler exposuit, ut ad complexionem
enuntiationum et inveniendi iudicandique scientiam facilius qccedant. Sed quia
ad lume elementarem librum magis elementarem quodammodo scripsit Por- phirius,
eum ante Aristotilem esse credidii antiquitas praelegendum. Recte quidem, si
recte doceatur ; i, e. ut tenebras non inducal [91] erudiendis nec consumai
aetatem,,.. linde quoniam ad aliu introduclorius est, nomine Ysagogarum
inscribitur. Itaque inscriptioni derogant qui sic versantur in hoc, ut locum
principalibus non relinquant [PL, principali: Topica, Analitici e Soph. Elenchi
563 ). Ma proprio per rispetto alla inventio e
al iudicium, risulta di nuovo un altro punto di vista da adottar quale
principio della partizione, in quanto che la Topica, insieme con i libri
precedenti, riguarda prevalentemente e fondamentalmente la inventio, laddove
alla stessa maniera Analitici e Soph. El. debbono servire al iudicium ;
tuttavia neanche si potrebbe daccapo mantenere rigorosamente questa partizione
(della quale poi non sappiamo davvero perchè in generale sia stata assunta come
fondamentale), perchè alla inventio contribuiscon pure gli Analitici e i Soph.
El., e viceversa anche la Topica giova al iudicium 564 ). D’altra parte, oltre
a tutto ciò, troviamo che Giovanni, per far intendere che cos’è l’Organon,
utiM3 ) Dopo che cioè nel lib. Ili, cap. I, del Metal, si è trattato della
Isagoge, nei cap. 2 e 3, delle Categorie, c nel cap. 4, del De interpr., al
principio del c. 5, p. 134 si legge:
Artis praeparalitia praecesserunl, ad quam suus opifex et quasi legislator
rudem omnino tironem irreverenter el, ul dicisolet, illotis manibus non censuit
admittendum.... Utilissima quidem sunt et, si non satis proprie dicantur esse
de arte, satis vere dicuntur esse ad artem : parum autem refert, si magis
dicatur ari sic. Ipsum itaque
quodammodo corpus artis, deditctis praeparatiliis, principaliter consistit in
tribus ; scilicet Topicorum. Analeticorum. Elenchorumquc notitia; his enim
perfecte cognitis, et habitu eorum per usum et exercilium roboratis, inventionis
et iudicii copia suffragabitur in omni facultate tam demonstratori quam
dialectico et sophistae [PL, 199, 902]. M4 ) Ibid., IV. 1, p. 157 [165]: Unde
cum inventionis instrumenta procurasset et usum. quasi in conflatorio setlens,
examinatorium quoddam studuit cadere, quo diligentissima fieret examinatio
rationum. Ilic autem est Analeticorum liber, qui ad iudicium principaliter
special, et lanieri ad inventionem aliquatcnus proficit. Nani [166]
disciplinarum omnium connexae sunt rationes, et qucelibel sui perfectionem ah
aliis mutuatur. — III. 5, p. 134 [139]: Scientia Topicorum. quae, etsi
inventionem principaliter instruat, iudiciis tamen non mediocriler
sujjragatur.... Siquidem sibi invicem universa
contribuunt. coque in [140] proposito facultate quisque expeditior est, quo in
vicina el cohaerente instructior fueril. Ergo et tam Analetice quam Sophistica
conferunt inventori, et Topice itidem conducit indicanti ; facile tamen
adquieverim singulas in suo proposito dominari et accessorium esse beneficium
cohaerentis. — IV, 8, p. 164 [173]: Licei ad iudicium maxime dicatur hacc
scientia (se. demonstrativa) pcrtinere, invenlioni tamen plurimum conferì [PL
izza una similitudine, e compiutamente la svolge, facendo corrispondere alle
lettere dell’alfabeto le Categorie, e alle sillabe il libro De interpr. 56S );
fa poi seguito la Topica, che rappresenta la parola (dictio) e v’incliiude la
colleclio degli elementi 566 ) : e ciò anzi in tal guisa, che, procedendo lo
sviluppo nel senso di una costante ascesa, a fondamento di tutta quanta la
logica stia il primo libro della Topica 567 ), e cosi poi il libro ottavo
corrisponda alla connessione della proposizione ( constructio, espressione di
Prisciano — cfr. la nota 273), ond’è proprio questo il libro, in cui si dà la
scalata al punto culminante della logica, ed esso, al paragone di tutta la
letteratura moderna (dei moderni : v. le note 55 ss.), dev’essere qualificato
come lo scritto di gran lunga più utile 588 ). Gli Ana5C5) Jbid., Ili, 4, p.
130 [135]: Libcr Pcriermeniarum, vel potius Periermenias (v. la Sez.
precedente, nota 33), ratione proporlionis sillabicus est, sicul
Praedicamenlorum elementarius ; nam dementa ralionum, quae singulatim tradii in
sermonibus incomplexis. iste colligil, et in modum sillabae comprehensa
producit ad veri falsiquc signijlattionern. Tantae quidem subtilitatis est
habitus ab antiquis, ut in praeconium eius celebralum ferat Isidorus (v. ibid.
la nota 34), quia Aristotiles, quando Periermenias scriplilabat, calamum in
mente tinguebat [PL, 199, 899]. _ 66r >) Ibid.. 6, p. 137 s. [143]: Sicul
autem elementarius est Praedicamentorum, Pcriermeniarum vero sillabicus, ila et
Topicorum liber quodammodo dictionalis est. Licei enim in Periermeniis agatur
de simplici enunliatione, quae ulique veri falsine dictio est, nondum tornea ad
vim colligendi pertingit, nec illud assequilur. in quo dialecllces praecipua
opera versalur. Ilic vero prirnus
est in rationtbus ex piicandis, doctrinamquc facit localium argumentationum, et
sequcntium complexionum pandit initia ]PL, 199, 904]. _ 567 ) Ibid., 5, p. 135 [140]: Odo quidem
voluminibus clauditur, fiuntquc semper novissima eius potiora prioribus. Primus
autem quasi materiam praeiacit omnium reliquorum [141] et lolius logicae
quaedam conslituit fundamenta [PL, 199, 903]. 56S ) Ibid., 10, p. 147 [154]:
Arma lironum siiorum locami m arena, dum sermonum simplicium significationem
evolverei et ilem cnunliationum locorumque naturam aperiret.... Ut autem
praemissae similitudinis sequamur proporlionem, quemadmodum Categoriarurn
clcmentarius, Pcriermeniarum syllabicus, proemiasi Topici dictwnnles libri sunt
; sic Topicorum octavus constructorius est ralionum, quorum eiementa vel loca
in praecedentibus monstrala sunt. Solus itaque versatur in praeceptis, ex
quibus ars compaginatur, et plus confort ad scientiam litici Primi, che si riattaccano a quel libro
stesso, vengono, con l’aggiunta di una barbarica interpretazione [etimologica]
del titolo (cfr. la nota 23 e la Sez. precedente, n. 288), lodati bensì
parimente per la loro utilità, ma nello stesso tempo criticati tuttavia per la
sterile loro forma, poiché non soltanto si trova lo stesso contenuto svolto
altrove (cioè evidentemente in Boezio, de syll. cat. e Introd. ad syll. cat.)
in forma molto più facile e penetrante, ma ancora perchè quell’opera, in
generale, con il suo stile conjusus e inintelligibile, è poco meno che
inservibile per dare all’argomentazione il suo apparato esteriore (ad phrasim
instruendam) : e però ci si doveva limitare a imparar a memoria le regole in
essa contenute (dunque press’a poco alla stessa maniera che troviamo in Boezio,
loc. cit. [direi che si riferisca alla nota 77 della Sez. XII, richiamata nella
nota — o, più precisamente, al seguito del testo corrispondente, dove si parla
di Boezio, come del primo autore di una logica, indirizzata all’unico intento
di far entrare un certo numero di regole nelle teste dei più stupidi]), ma il
rimanente si poteva lasciarlo da parte, come loppa o foglie secche 589 ).
disserendi, si memoriter habeatur in corde... .quam omnes fere libri
dialecticae, quos moderni patres nostri in scnlis legere consueverant ; nani
sine eo non disputatile arte., sed casu [PI]. 60 °) Jbid.. IV, 2, p. 158 [166]:
Analeticorum quidem perutilis est scienlia, et sine qua quisquis logicam
profitetur, ridiculus est. Ut
vero ratio nominis exponatur, quam Graeci Analeticen diclini, nos possumus
Rcsolutoriam appellare (questo è un pensiero che Giovanni ha preso da Boezio :
v. la Sez. XII, nota 77), familiarius tamen assignabimus. si dixerimus aequam
locutionem; nam illi anu « acquale », lexim « locutionem » dicunl. Frequens
autem est, cum sermo parum est inlellectus, et eum in notiorem resolvi
desideremus aequivalenter ; unde et interpres meus (probabilmente uno o l’altro
di que’ due traduttori, che abbiamo trovati più sopra, note 32 s.), cum verbum
audirei ignotum, et maxime in compositi », dicebat « Analetiza hoc » quod
volebat aequivalenter exponi . Ceterum, licei necessaria sit dottrina, liber
non eatenus necessarius est ; quicquid enim continet, alibi faci lius et
fidelius traditur, sed certe verius aut forlius nusquam. Siquidem et ab invito
fidem extorquel.... Porro exemplorum confusione et traiectione litterarum quas
tuoi de industria, tum causa brevilatis, tum E se è opinione di Giovanni che
questa incomprensibilità si manifesti per es. particolarmente neU’ultimo
capitolo degli Analitici Primi (Sez. IV, note 649 s.) 57 °), lo stesso biasimo
è da lui rivolto anche contro tutti quanti gli Analitici Secondi, soltanto con
raggiunta, che una parte di colpa ce l’ha forse la traduzione 571 ). Invece il
ciceroniano Giovanni si trova ora di nuov o, da buon retore, nel suo elemento,
con i Soph. Elenchi, che pertanto, staccati dalla Topica, egli colloca alla
fine dell’Organon; dice che nessun altro libro è più utile di questo per la
gioventù, e com’esso porge il più grande ausilio per la retorica (ad phrasin),
così va preferito anche ai due Analitici, perchè promuove, in maniera più
facilmente intelligibile, la eloquentia, cioè la espressione del pensiero
mediante la parola). Ma dalla Topica ne falsitas alicubi cxemplorum argueretur,
interseruit, coleo confusus est, ut cum magno labore co perveniatur, quoti
faciliime tradì potest. Sicut autem regulae utiles sunt et necessariae ad
scientìam, sic liber fere inutilis est ad frasim instruendam, quam nos verbi
supellectilem possumus appellare.... Ergo scientia memoriter est firmando, et verbo pleraque
excerpenda sunt ; ....quac alio commode transferunlur et quorum potest esse
frequentior usus. Reliquae coaequantur foliis sine fructu, et oh hoc aut
calcantur aul sua relinquuntur in arbore. (Qui fa seguito il passo citato più
sopra, nota 20). — Ibid., HI, 4, p. 132 [137]: Sunt autem pleraque quae, si a
suis avellas sedibus, aut nichil aul minimum sapiunt auditori; qualia fere sunt
omnia Analelicorum exempla, ubi litterae ponunlur prò terminisi quae, sicut ad
doclrinam profìciunt.. sic tracia alias inutilia sunt. Regulae quoque ipsae,
sicut plurimum vigorie habent a veritate doclrinae, sic in commercio verbi minimum
possunt [PL, 199, 916-7 e 900-11. 67 °) Ibid., IV, 5, p. 162 [170]: Postremo
agii de cognitione naturarum. Grande quidem capitulum et quod, licei
aliqualenus proposito conferai, fidem tamen prom issi nequaquam irnpìet. Unum scio, me huius capituli beneficio neminem in
cognitione nalurarum vidisse perfectum [PL, 199, 919], Il passo è stato citato
di già più sopra (nota 27). E72 ) Metal., IV. 22, p. 178 s. [188]: Sophisticam
esse dicium est, quae falsa imagine tam dialecticam quam demonslralìvam
acmulatur, et speciem quam virtulem sapientiae magis affettai.... Opus quidem
dignum Aristotile et quo aliud magis expedire diventati non facile dixerim ....
Frustra sine hac se quisquam [189] gloriabitur esse philosophum; cum nequeat
cavere mendacium aut alium deprehendere menlientem.... Unde et ad frasim
eoncilìandum et totius philosophiae in[di Aristotele], che contiene proprio il
fondamento della logica, sono scaturiti i rispettivi scritti di Cicerone e di
Boezio, come pure il libro di quest’ultimo De divisione (su questo punto non
c’è dubbio che Giovanni ha perfettamente ragione), il quale tra le opere di
Boezio occupa un posto particolarmente eminente 573 ). [e) la « ratio
indijjerentiae » come indifferentismo scientifico]. — Con questo ci siamo ora
perfettamente orientati riguardo al punto di vista di Giovanni, e in esso
ravvisiamo certo con buon fondamento un’accentuazione di quella, che Abelardo
aveva chiamata (nota 267) eloquentia Peripatetica ; e se nel rispetto
filosofico già in Abelardo aveva prevalso una conciliazione inorganica di
opinioni opposte, anche questo può ripetersi in più alto grado per Giovanni. È
in verità un atteggiamento coerente il suo, quand’egli, stando con l’attenzione
rivolta in modo esclusivo alla eloquenza dell’argomentazione, va in cerca
persino di una formula determinata, con cui elevarsi a tutta prima al disopra
di quante difficoltà potrebbero esser riposte in una salda posizione
filosofica, che fosse assunta nel contrasto fra le tendenze. Questa formula è
la sua« ratio indijjerentiae », vale a dire il procedimento del perfetto
indifferentismo. Egli cioè anzitutto, trattandosi della conoscenza delle cose
che posson essere oggetto dei discorsi (rerum praedicamenlalium : v. appresso
vesligationes sophisticae exercitatio plurimum prodest ; ita tamen ut veritas,
non verbositas, sit huitis excrcilii fructus. In eo autem michi videntur (se.
Elenchi ) Analelicis praejerendi, quod non minus ad exercitium conferunt et
faciliori intellectu eloquenliam promovent [PL, 199, 929-30], 57a ) Ibid.. Ili,
9, p. 145 [152]: Qui vero librum hunc (cioè la Topica aristotelica) diligentius
perscrutatur, non modo Ciceronis et Boetii Topieos ab his septem voluminibus
(cioè dai primi sette libri) erulos deprehendet. sed librum Divisionum, qui
compendio verborum et eleganlia sensuum inter opera Boetii, quae ad logicam
spectant, singularcm gratiam nactus est [PL, e dei discorsi stessi (sermonum),
richiama l’attenzione sopra la molteplicità di significato a cui i discorsi si
prestano, e osserva che questi all’epoca di Aristotele potevano avere un
significato diverso, perchè invero, secondo la sentenza oraziana, le parole van
via scorrendo in continuo mutamento, e solamente 1’ uso le fissa a questo o
quel modo). E sebbene ora si conceda che, a parità di significato, la
terminologia degli antichi sia più degna di reverenza, che non quella dei
moderni), in linea di principio tuttavia l’uso è più potente che non sia lo
stesso Aristotele: e perciò, in quanto venga in questione la verità di fatto
nella sua obbiettività, e con essa il senso reale delle parole, ben possono
anche sacrificarsi l’espressioni verbali, mentre d’altra parte, fin che la cosa
sia soltanto ammissibile, si può conservar insieme, del1 antica dottrina, e la
lettera e l’intimo significato 576 ). S71 ) Ibid., 3, p. 128 [133]: Profecto
rerum praedicamentalium et sermonum pcrulilis est notitia.... Et quia
multiplicitas sermonum plerumque inlelligentiam claudit, quoliens dicatur
unumquodque docci (se. Aristotiles) esse quaerendum.... Conlingit autem tractu
temporis, et adquiescente utentium voluntate, multipticitalem sermonum nasci
itemque extingui.... (p. 129) [134: Esse in aliquo] multiplicius dicitur quam
Aristotelis tempore diceretur ; et quae lune verbo aliquam. nunc forte nullam
habenl significalionem ; siquidem « Multa renascentur quae iam recidere,
cadentque Quae nunc sunt in honore vocabuia, si volet usus, Quem penes
arbitrium est et ius et norma loquendi » (Hor. Ars poet., v. 70 ss.) [PL, 199,
898-9J. “"') Ibid., 4, p. 131 []: Praeterea reverentia exhibenda est
verbis auctorum, cum culla et assiduitale utendi ; tum quia quondam a ma gnis
nominibus antiquitatis praeferunt maiestalem, tum quia dispendiosius
ignorantur, cum ad urgendum aut resistendum potentissima sint.... Licei itaque modernorum et
veterum sii sensus idem, venerabilior est velustas [PL, 199, 900]. 6,r ') Patet
itaque quod usus Aristotile potentior est in derogando verbis vel abrogando
verbo ; sed veritatem rerum. quoniam eam homo non statuii, nec voluntas Humana
convellit. Itaque. si fieri polest, artium verba teneantur et sensus. Sin autem
minus, dum sensus maneat, excidant verbo ; quoniam artes scirc non est
scriptorum verbo revolvero, sed nasse vini earum atque senlentias. Enthel., v. 27 ss.: Qui sequitur sine mente sonum,
qui verbo capessit. Non sensum, judex integer esse nequit : Quum vim verborum
dicendi causa minislrel, Ilaec si nescilur, quid nisi ventus erunl? [PL Già di
qua si desume che tale principio deve condurre a una maniera estremamente
comoda di fare sparir tutte le difficoltà che vengono a galla, perchè in tutti
questi casi basterà dire che la espressione verbale nel corso del tempo è
venuta ad assumere un significato diverso, oppure che in generale essa non ha
importanza. Cosi dice appunto Giovanni stesso (a proposito di una opinione di
Bernardo da Cliartres) che non è per lui di nessun momento il prender una
parola alla lettera, e che non c’è punta necessità di metter in armonia con un
singolo passo, in tal senso, anche tutti gli altri passi). E di fatto a questa
maniera la ratio indijjerentiae, ch’egli ritiene il punto di vista giusto anche
ai fini del tradurre (nota 32), prende forma, dov’egli si richiama a essa, di
esplicito metodo di negazione dello spirito scientifico. Poiché certamente è
somma leggerezza non soltanto il considerare, com’egli fa, « significare-» e «
praedicare » quali perfetti sinonimi, mentre Abelardo si era pure sforzato di
arrivare a una rigorosa definizione (nota 318), — ma anche il denotare, a tal
proposito, come cosa assolutamente indifferente che p. es. con gli aggettivi si
voglia intendere la qualità, ovvero l’oggetto che n’è qualificato; e
rimettendosi egli su questo punto per ciascun singolo caso a una benigna
interpretatio, fa valere le Categorie come un fondamento essenziale ad
avvalorare il suo procedimento, proprio perchè in esse si tratta, ora delle
parole significanti, ora delle cose significate 578 ). Similmente ) Metal.,
dove al passo che abbiamo già citato qui sopra (nota 93) fa seguito: Habet haec
opinio sicut impugnatores, sic defensores suos. Michi prò minimo est ad nomea
in talibus disputare, cum intelligentiam dictorum sumendam noverim ex causis
dicendi. Nec sic memoratam Arislotilis aliorumve auctoritates interprelandas
arbitrar, ut trahalur istuc quicquid alicubi dictum reperitur [PL, 199, 893].
57S ) Ibid., p. 122 : Ex quo liquel quoniam « significare », sicut et «
praedicare », multipliciler dicitur ; sed quis modus familiarissimus sit,
discernere palam est. Inde est, quod iustus et similia si comporta Giovanni, a
proposito di un passo aristotelico, e viene su questo punto, conforme alla sua
indifferentia o ratio licentiae, al risultato, che 1’ individuo singolo,
percettibile per mezzo dei sensi, può essere tauto predicato quanto
soggetto”»). E se nella trattazione di tali questioni siamo con Giovanni al
punto dove la logica finisce, prima di esser in generale neanche incominciata,
non può farci maraviglia che, presentandosi difficoltà un poco più riposte,
egli enunci subito con tutta disinpassim apudauctores rame dicuntur iustum, nunc
iustitiam significare vel predicare.... J Tale est iUud Aristntilis :
Qualitalem significant, ut album; quantilatem, ut bicubitum (Cai., 4: v. la
Sez. IV. nota 303 [dove la citaz. si arresta avanti le esemplifieaz. : Sinr/u
Xsuxiv...]; in Boezio [ad Ar. praed., I; PL, 64, 180], ) .Sic ulique quia
dantur a quahtale vel quanlitate, ila et qualitalem praedicant, quam apposita
demonstrant inesse subieclis ; inlerdum dicuntur significare quatta, quomam
apposilione sua declarant quali,i sint subiecta. Sed haec a se, si sit benignus
inlerpres, non multum distaili, etsi andito albusintelhgatur in quo albedo ;
cum autem albedo (licitar, non mteUigiturin quo talis color ; sed polius color
jaciens tale. Illud vero quod nudità voce concipit iniellectus, ipsius familiarissima
significalio est. 3, p. 122 s.: Quia ergo aut acquivoce aul univoco aut
denominative, ut sequmtur indifferentiae rationem, singula praedicanlur,
ipsaque praedicatio quaedam ratiocinandi materia est. praedicamenlorum
praemissa sunt instrumenta.... Rationem vero indifferentuie, LI—“J quarti
semper approbamus, liber iste commendai prue cetens ; etsi ubique dilìgenter
inspicienti manifesta sit. Agii enim nunc de sigmficantibus, nunc de
significati, aliorumque doctrinam J acU n nomuitbus aliorum [PL, 199, 894-5], «
Ih>d " 2 ;?‘ P'., 110 Mine forte est illud in Analeticis Aristomenes
intclligibihs semper est; Aristomenes autem non semper . ( Ar l al pr .,, I,
33; in Boezio [PL], p. 445). Et hoc quidem est singulariter individuum, quod
salum quidam munì posse de al,quo praedicari.... Ego quidem opinionem hanc
vehementernec impugno, nec propugno; nec enim multum referre arbitror, ob hoc
quod illam amplector indifferentiam in vicissitudine sermonum, sino qua non
credo quempiam ad mentem auctorum fidehter pervenire. Itaque hic. sicut et alibi,
executus est quod decet libertdium artium pracceptorem, ugens, ut dici solet.
Minerva pinguion [Cic. de Amie., V, 19] ut intelligeretur.... Quid ergo
prohihcl,uxta hanc licentiae rationem ea quae sunt sensibilia vel praedicari
vel subici? Nec opinor auctores hanc vim imposuisse sermoni, ut alligatus sit
ad imam in iuncturis omnibus signìficationem, sed doctnnaliter sic esse
locutos, ut ubique servianl inlelleclui Ino c ° n ‘™ n f!' !i '! mus est el Q upm ‘bi haberi prue ceteris ratio
exigit [PL. 149, 886-/]. V. inoltre appresso [il seguito, nella] voltura il suo
punto di vista, come p. es. quando, riguardo al giudizio universale, prende per
equivalenti la inerenza obbiettiva e la predicazione subbiettiva, e tutt’al più
ravvisa qui ima modificazione di terminologia, presentatasi nel corso del tempo
580 ). [f) la Isagoge. Concezione deglia universalia in re»]. — Se dopo di ciò
seguiamo nei loro particolari l’espressioni di Giovanni relativamente alla
sfera propria della logica, tenendo dietro al filo della partizione da lui
stesso assunta come fondamentale per l'Organon, — incontriamo in lui anzitutto,
come ben s’intende, nell analisi della Isagoge, cioè nella questione degli
universali, 1 estremo sincretismo o eclettismo, cbe sfocia da ultimo in una
concezione stoico-ciceroniana. Non già al punto di vista di un filosofo cbe
stia al disopra della unilaterale contesa tra i contrastanti indirizzi, bensì a
mancanza di acume filosofico o a faciloneria da retore praticone, s’informa
l’atteggiamento di Giovanni, quando qualifica come infantile tutta la disputa
sui concetti di genere e di specie : e invero, a tal proposito, egli si limita
a tirarsi indietro, riferendosi a quella molteplicità di significati delle
parole, di cui più sopra (note 574 s.) abbiamo fatto cenno : imperocché genere
e specie possono significare cosi il principio della generazione, cioè la base
ontologica delle cose, come anche il predicabile, cioè il valore logico dei
concetti universali 58 ^). E a quel modo cbe su questo punto m°) JHd„ IH, 4, p.
132 [137]: Quod dicitur „in loto esse allerum alteri “ vel .. 'in loto non esse
", et „universaliler aliquid de aliquo prae dicari '“ vel „ab aliquo
removeriidem est (cfr. la nota 16); frequens tamen usus est alterius verbi, et
alterius fere inlercidit, nisi quatenus ex condicto inlerdum admittitur. Fuit
/orlasse tempore Aristotilisutriusque usus celebrior, sed nunc prae altero
viget alterum, quoniam ita vu lt usus. Sic et in co quod dicitur contingens.
aliquatenus derogatimi est ei quod apud Aristotilem optinebat [PL, 199, 901]
(cfr.la nota 216). 581 ) lbid., 1, p. 116 s. []:... sed ad puerilem de genenbus
et speciebus.... inclinavit opinionem (s’intende Abelardo); malens in Giovanni
si appoggia al commento boeziano della Isagoge di Porfirio, così insomma è
ancor una volta, come vedremo (nota 602), in un passo isolato di Boezio che ci
si offre concentrata la opinione di lui, sicché anche in lui ritroviamo di
nuovo un argomento per provare quanto strettamente tutto il movimento degli
studi di logica in quell’epoca si tenesse attaccato a sentenze frammentarie
degli autori tradizionalmente più autorevoli. Perfettamente analogo
all’atteggiamento di Abelardo, che si riattaccava a un solo unico passo [della
versione boeziana del De inlerpr.] per avvalorare la duplicità del suo modo di
vedere [nella questione degli universali] (nota 286), è l’atteggiamento
complessivo anche di Giovanni, in quanto ch’egli presta agli universali un
valore ontologico, e logico al tempo stesso; con la sola differenza, che in lui
la confusione dei punti di vista è non soltanto più complessa e stravagante, ma
anche ben più contraddittoria che non in Abelardo. Giovanni, cioè, non soltanto
parla occasionalmente, quale teologo, intorno ai concetti di sostanza e di
essenza, alla stessa maniera che si trovano trattati questi argomenti nel
Pseudo-Boezio de Trin. e in Gilberto 582 ), ma anche in quello scritto ch’è
dedislruere et promovere suos in puerilibus quam in gravitate philosophorum
esse obscurwr.... Itaque sic
Porphirius legendus est, ut sermonum de quibus agitar, significatici teneatur,
et ex ipsa superficie habeatur sensus verborum.... Sufficiai ergo introducendo nosse quia nomen generis
multiplex est et a prima instilutione significai generationis prìncipium....
Deinde hinc translatum est ad significandum id, quod de differentibus specie in
quid pratdicatur (sopra questa terminologia abbreviata, v. la nota 282). Item
et species multipliciter dicilur ; nam ab instilutione formam significai....
Hin autem sumptum est ad significationem eius quod in quid de differentibus
numero praedicalur. (lutto ciò ha fondamento in Boezio [ad Porph. a Vict tranci
I 22: ed. Brandt, p. 66; PL, 64. 38], p. 22, e [od Porph. a se fransi, lì, 2:
ed. Brandt, p 171 ss.; PL, 64, 87-8] 57 s.).... Quid ergo sibi volunt [Webb:
voi in qui.... quicquid aliud exeogitari potest, adiciunt ?.... Vocabulorum
simpliciter aperiantur significai ioncs, apprehendatur illa quae proposito
congruit per descriptiones certissimas etc. [PL]. oS ") Epici. Quicquid
autem subsistit, sine dubìo in genere vel in natura vel in substantia manet.
Quum ergo essentiam cato alla logica, espressamente manifesta il suo accordo
con Platone e con il suo realismo ontologico, secondo il quale il vero essere
appartiene all’ intelligibile, mentre le cose concrete neanche son degne del
verbo «esse» 083 ). E com’egli all’erma quale base reale dell’essere la natura
non peritura della sostanza e la persistente efficienza della forma,
attenendosi in ciò pedissequamente al motto, trasmesso per antica tradizione «
singultire sentitur, universale intelligitur » 6M ), così a lui Gilberto è
guida, anche relativamente alla definizione della natura, e alla forza
plasticadella differenza specifica 686 ): Giovanni anzi si serve persino del
termine « jorma nativa » (cfr. la nota 467); nè parimente manca in lui, come
non manca in alcuno tra i realisti, il concetto di partecipazione 586 ) ;
infine la dicimus significare naturam, vel genus rei suhstantiam. intelligimus
ejus rei, qua e in his omnibus semper esse subsistat.... Quod si apud Graecos
expressam habent dififerenliam lutee, quae Ilio totics inculcata sunt, essendo,
natura, genus, substantia, cam expediri omnium arbitror interesse quamplurimum
[PL, 199. 162-3]. i > 83 ) Metal., IV, 35, p. 193 [204]: Plato quoque eorurn
quae vere sunt et eorum quae non sunl sed esse videntur, dififerenliam docens,
intelligibilia vere esse asseruit.... Unde et eis post essenliam primam reale
competei esse; i. e. firmus certusque status, quem verbum, si proprie, ponilur,
[205] cxprirnil substantivum ; temporalia vero videntur quidem esse, co quod
intelligibilium praetendunt imaginem. Sed appellatione verbi substanlivi non
satis digna sunt quae rum tempore transeunt, ut nunquam in eodem statu
permansavi, sed ut fumus evane scant ; fugiunt enim, ut idem ail in Thimaeo (p.
49 E), noe expeetant uppellutionem .... p. 195 [206]: Ideam vero.... sicut
aelernam audebat dicere, sic coaeternam esse negabal [PI., 199, 938-9]. 6M)
Enthet. Nulla perire potasi substantia, formaque jormae Succedens prohihet,
quod movet, esse nihil. Solis corporeis sensus carnalis inhaeret, Res
incorporcae sub ratione jacent [PL. 199. 987 e 992]. m ) Metal., I, 8, p. 26
[23]: Est autem natura, ut quibusdam placet (evidente allusione a Gilberto: v.
la nota 461), ( licei eam sit dijfinire difiìcile,) vis quaedam genitiva, rebus
omnibus insita, ex qua /arare vel [24] pati pnssunt. Genitiva autem dicitur, eo
quod ipsam res quaeque controllai, a causa suae generalionis, et ab eo quod
cuique est principium existendi.... (p. 27) Sed et unamquamque rem injormans
specifica differenza, aut ab eo est, per quem facta sunt omnia. aut omnino
nichil est. Esto ergo ; sit potens et ejficax vis illa genitiva, indita rebus
originaliter [PL, 199, 835—6]. 686 ) Énthet.. v. 395 ss.: Est idea potens veri
substantia, quae rem stessa concezione della individualità assume una forma
tale, che vi riconosciamo la distinzione di Gilberto tra dividila e individua
587 ). [g) grossolano eclettismo, nella questione degli universali]. Ma, dopo
avere udito Giovanni pronunziarsi in tal maniera, che non lascia adito a
equivoco EQUIVOCO GRICE, abbiamo ragione di maravigliarci che egli, per il
fatto che l’intelligibile non può esser universale, ma può soltanto esser
concepito universalmente, dichiari che quella intorno agli universali è una
disputa priva di oggetto, nella quale si cerca di acchiappare la sostanzialità
di un’ombra o di una nube fuggevole 688 ). Vien ora anche, per quel che
riguarda la logica, dato formalmente congedo a Platone, oltre che ad Agostino e
a tutt’ i Platonici, per far posto ad Aristotele, sia pure con l’aggiunta, a
mo’ di consolazione, che la dottrina di quest’ultimo può ben darsi Quamlibet
informat ut Jacit esse, quod est ; Omne quoti est vcrum, convinci! forma vel
actus, Necfalsum clubites, si quid utroque caret. Forma suo generi quaevis
addirla tcnelur Et peragil semper, quicquid origo jubet; Ergo quod informa
nativa constai agilve, Quod natura mancns in ratione rnonet Esse sui generis,
veruni quid dicilur idque Indicai effectus aut sua forma probat. — Polycr..
Iniplet autem haecvita omnem creaturam, quia sine ea nulla est substantia
creaturae. Omne enim quod est, eius participatione est id quod est [PL]. Metal.
Ergo si genera et species a Deo non sunt, omnino nichil sunt. Quod si unumquodque eorum ab
ipso est, unum piane et idem bonum est. Sì autem quid unum numero est, protinus
et singulare est. Nam quod quidam unum aliquid dicunt, non quod unum in se. sed
quod multa unial expressa plurium conformitate, articulo praesenti non
derogant.... Omnis namque substantia acciden tium pluralitate numero subest.
Accidens autem omne et forma quaelibet itidem numero subiacet, sed non
accidentium aut formarum participatione, sed singularitate subiecti [PL, 199,
884], Polycr., VII, 12, p. 127 [II, 141]: Sicut in umbra cuiuslibel carpari,
frustra solidilatis substantia quaeritur, sic in his quae intelligibilia sunt
dumtaxat et universaliter concipi nec tamen univcrsaliler esse queunt,
solidioris existentiae substantia nequaquam invenitur. In his aetatem terere nichil agentis et frustra
laborantis est ; nebulae siquidem sunt rerum fugacium et, cum quaeruntur
avidius, citius danese uni [PL che non sia per nulla più vera, ma è comunque
his disciplinis magis accommoda [tale (v. la nota 589) è la espressione di
Giovanni, resa dal Prantl con le parole « fiir die logischen Partien passender
»] sa9 ). Vengon ora pertanto criticati tutti coloro, che nella Isagoge voglion
metterci dentro un modo di vedere ispirato al platonismo, o che in altra
maniera si scostano da Aristotele: e, richiamandosi nel modo più risoluto alla
sentenza aristotelica, che cioè gli universali non hanno per se stessi
esistenza separata, Giovanni respinge a priori qualsiasi teoria che parli di un
essere degli universali stessi 590 ), combattendo così in particolare, da
questo punto di vista, anche la teoria dello status 591 ). Ma se siamo ora
effettivamente curiosi di vedere come si risolva cjuesta contraddizione con le
tesi prima enunciate, il nostro stupore crescerà forse ancora di passo in
passo. Giovanni cioè anzitutto mette pur in prima linea P intellectus, in tal
maniera che, accordandosi quasi 58 B ) Metal., II, 20, p. 112 [115]: Licei
Plato cetum philosophorum grandetti et lam Augustinum quatti alios plures nostrorum
in statuendis ideis habeat assertores, ipsius lanieri dogma in scrutinio
universalium nequaquam sequimur ; eo quoti hic Peripateticorum principem
Aristotilem dogmatis huius principem prafilemur. Ei qui Peri palei ieorutn
libros aggredilur, magis Aristotilis sentendo sequenda est ; forte non quia
verior, sed piane quia his disciplinis magis accommoda 'est [PL, 199, 888], 60
°) Ihitl.. 19, p. 94 : Quasi ab adverso
pectentes (cioè i commentatori della Isagoge), veniunt contro menlem auctoris
et, ut Aristoliles planior sit, Platonis sententiam docent aut erroneam
opinionem, quae aequo errore deviai a sententia. Aristotilis et Platonis;
siquidem omnes Aristotilem profilentur. 20, p. 94: Porro hic genera et species
non esse, sed intelligi tantum asseruit (Anni, post., I, 22 e 11: v. la Sez.
Ili, nota 66, e la Sez. IV, nota 373) ....(p. 95) Ergo si Aristotiles verus
est. qui eis esse tollit. inanis est opera praecedentis investigationis....
[98] Quare [oul] ab Aristotele recedendum est, concedendo ut universalia sint
[oul....] [PL], e via dicendo. B91 ) Ibid., 20, p. 102 s. [106]: Sed esto ut
statimi aliquem generalem appellativa significent,... status ille quid sit, in
quo singola uniuntur, et nichil singulorum est, etsi aliquo modo somniare
possim ; lamen quotando sententiae Aristotilis coaptetur. qui universalia non
esse conlendit, non perspicuum habeo [PL, parola per parola con l’autore dello
scritto De intellectibus, non soltanto dà rilievo all’ intellectus coniungens
et disiungens, e in priino luogo principalmente alla forza dell’astrazione (
intellectus absirahens: v. la nota 432), — ma, respingendo anche la obiezione
che 1 intellectus abstrahcus sia illegittimo ( cassus : v. la nota 429),
rivendica all’ intellectus la facoltà di considerar le cose, altrimenti da quel
che sono in concreto (v. le note 432 s.): e con ciò designa l’astrazione, quale
condizione fondamentale di tutta la tecnica dell’intelletto : a tal proposito,
mentre si trova d’accordo con Gilberto (abstractim attendere: v. la nota 464),
va facendo uso altresì di espressioni che abbiamo trovate adottate dai
rappresentanti della teoria della indifferenza ( generaliter intueri, diverso
modo attendere: v. [per una terminologia analoga] le note 133 e 13/), e nello
stesso tempo viene a trovarsi ancora d’accordo, nel concetto del raccogliere le
somiglianze (v. le note 162 s.), con l’autore dello scritto De genenbus et
speciebus: anzi, con la risèrva che si tratta qui soltanto della facoltà
intellettiva subbiettiva, e che obbiettivamente nella natura gli universali non
esistono, si serve persino di quello, ch’era il ter min e invalso nella teoria,
da lui combattuta, dello status (v la nota 132) S92 ). ’*-) limi., 20, p. 95
[98]: Nec verendum ut cassus sii intellectus, qui ea percepent scorsimi a singularibus,
cum lumen a singularibus seorsum esse non possint. Intellectus enim quandoque
rem simpliciter tntuetur, velut si hominem per se intucatur...; quandoque
gradalim suis inceda passibus, ut si hominem albore.... contemplelur. Et hic
quidem dicitur esse compositus. Porro simplex rem interdum inspicit ut est, ut
si Platonem attendai, interdum alio modo ; nunc enim componendo quae non sunt
composita, nunc abstrahendo quae non possunt esse distancta. Ceterum componens,
qui disiuncta coniungit (l’esempio è HIRCOCERVVS [oltre che centaurus]), inanis
est ; abstra hens vero fidelis, et quasi quaedam officina omnium artium. Et quiocm rebus existendi unus
est modus, quem scilicel natura conlulil, sed easdem intelligendi aut
significatali non unus est modus. Licet
enim esse nequeat homo qui non sit iste vel alias homo, intelligi tamen potest
et significari. Ergo ad significationem incomplexorum per abstra -Se così, in
una variata scelta di motivi, ricavati dalle opinioni di altri autori, si vedon
convergere diversi fili, a formar la concezione della operazione subbiettiva
delT intelletto, deve ora riuscirci inaspettato che a ciò si ricolleghi da capo
il realismo di Gilberto: la dottrina, cioè, secondo la quale la incorporeità
qualifica gli universali soltanto negativamente, laddove, rispetto al loro
fondamento positivo, questi debbono, come in generale tutte le cose, esser
messi in relazione di dipendenza da Dio; ma Dio ha creato la materia formata,
vale a dire che tutte quante le forme, sicno sostanziali sieno accidentali (v.
questo punto in Gilberto, alle precedenti note 461 s.), hanno da Dio il loro
essere e la loro efficienza, e così nell'atto onde sono state espresse le cose,
ha predominato un riguardo ai concetti delle specie, concetti che pertanto il
cultore della logica non può tener separati da Dio, ma in virtù dei quali « le
cose son venute fuori [ma Prantl rende « prodierunt » con « eingiengen»]
dapprima nella loro propria essenza, e appresso nell’intelletto umano» 593 ).
In seguito a tale cauhentem inteUectum genera concipianlur el species ; qaae
tamen, si quis in rerum natura dùigentius a sensibilibus remota quaerat, nichil
aget et frustra laborabil; nichil cnim tale natura peperit. Ratio autem ea
deprehendil, substantialem simililudinem rerum differentium perirnetans apud
se. — Polycr., [I, 103]: InteUectus....
nunc quidem res ut sunt, nunc aliter imudar, nunc simpliciter, nunc composite,
mine disiuncta coniungit, nunc coniuncta distroihil et disiungii. Si
abstrahentem tuleris inteUectum, liberalium arliurn officina peribit.... Sic
hominem intellectus attingit, ut ad neminem hominem aspectus illius descendat,
generaliter intuens, quod non nisi singulariter esse potest. Dum itaque rerum
similitudines et dissimilitudines colligit, dum differentium convenientias el
convenientium dijfcrentias altius perscrutata, multos apud se rerum invenit
status, alios quidem universales, alias singulares [PL]. Metal.: Sed et nomina,
quae proemisi,,.incorporeum“ et insensibile “, universalibus convenire,
privativa in eis dumtaxat sunt, nec proprietates aliquas, quibus natura
universalium discernatur, illis attribuunt ; siquidem nichil incorporeum aut
insensibile universale est.... Quid est autem incorporeum quod non sit substantia
creata a Deo vel ipsi concretum ? Valeanl autem, immo salita mistica di quella
clic Gilberto aveva chiamata forma sostanziale, Giovanni ora può dire che la
sostanzialità degli universali è vera, soltanto riguardo alla causa
cognitionis, e in pari tempo riguardo al generarsi delle cose (natura), perchè
ciascun ente, secondo ch’è situato a un grado più basso nella Tabula logica, ha
bisogno, per il suo proprio essere ed essere pensato, di un altro ente, che si
trovi rispettivamente a un grado più alto; ma d’altra parte gli universali non
hanno un essere, nè come corpi, nè come spiriti, nè come individui). Cosi
dunque Giovanni, mentre segue Gilberto, crede di poter in pari tempo essere un
aristotelico, e come ritiene di sfuggire a quella non necessaria duplicazione
di sostanze, ch’è una conseguenza della concezione platonica), cosi dice nella
maniera dispereant univcrsalia, si ei obnoxia non sunt. Omnia per ipsum farla
sunl, inique lam subiecta formarum quam formae subiectorum.... Formae quoque, tam substantiales
quam accidentales, habenl ab ipso ut sinl et ut suos subiectis operentur
effectus. Quod itaque ei obnoxium non est, omnino nichil est. Ut enim ait
Auguslinus, formatam creavit Deus materinm.... Eo spectat illud fìoetii in
primo de Trinitate,.omne esse ex forma esl“ CuiUbet ergo esse quod est, aul
quale aut quantum est, a forma est. fundamenta iecit Deus; et in ipsa
expressione rerum habita est mentio specierum. Non illarum dico, quas logici fìngunt non obnoxias
creatori ; sed formarum in quibus res pròdierunl primo in essentiam suam, et in
liumanum deinde intelleclum. Nam hoc ipsum quod aliquid coelum aut terra
dicitur, formae. effectus est [PL]. Quod autern univcrsalia dicuntur esse
substantialia singularibus, ad causam cognitionis referendum est singulariumque
naturam (analogamente lo Scoto Eriugcna aveva, riferendosi agli universali,
fatto uso dell’espressioni causaliter ed effectualiler); hoc enim in singulis
patet. siquidem inferiora sine superioribus nec esse nec intelligi possunt....
Quia ergo tale exigit tale, et non exigitur a tali, tam ad essentiam quam ad
notitiam, ideo hoc illi substantiale dicitur esse. Idem est in individuis, quae
exigunt species et genera, sed nequaquam exiguntur ab eis.... Universalia tamen
et res dicuntur esse, et plerumque simpliciter esse ; sed non ob hoc aut moles
corporum aut subtilitas spirituum aut singularium discreta essentia in eis
attendendo est [PL]: Itaque detur ut sint univcrsalia, aut etiam ut res sint,
si hoc pertinacibus placet ; non tamen ob hoc rerum erit più esplicita che gli
universali — i quali stanno a fondamento delle cose, non diversamente dal modo
in cui il piano detrazione, che è incorporeo, sta a fondamento delle azioni,
che sono invece sensibilmente percettibili, — li troviamo appunto, esclusivamente,
soltanto nelle cose singole, le quali ultime si presentano visibilmente come ex
empia, in cui gli stessi universali si fanno manifesti: Giovanni cioè
risolutamente rappresenta — e su questo punto è il primo, ad assumere tale
atteggiamento — la concezione degli « universalia in re», e persino combatte la
dottrina platonica degli « universalia ante rem », perchè fuori dal singolo non
c’è universale 596 ). Ma poiché, in questa sua posizione, gli sta sempre
dinanzi il concetto che ha Gilberto della forma sostanziale, è naturale che si
attenga a quei passi di Aristotele, dove il concetto di genere e il concetto di
specie vengono designati come qualche cosa di qualitativo ). rerum numerum aligeri vel minai prò eo, quoti
iuta non sunl in numero' rerum [PL], C ' J6 ) Ihid. : Nirli il au tem
universale est, nisi quoti in singularibus invenitur.... Nec moveat quoti
singularia et corporea exempla sunl universalium et incorporalium ; cttm omnis
ratio gerendi... incorporea sit et insensibile, illud tamen quoti geritur, et
actus quo geritur, plerumqite sensibilis sit (anche ciò fa tornare a mente il
significato che lo Scolo Eriugena ripone nel termine,,agcre“. Habita tamen
ratione aequivocationis. qua ens vel esse distinguitur prò diversilate
subiectorum, species et genera utrumqite non sine ratione esse dicuntur.
Persuadet enitn ratio ut ea dicantur esse, quorum exempla conspiciuntur in
singularibus, quae nullus ambigli esse. Non autem sic dicuntur genera et
species exemplaria sitigli lorttm, ut. iuxta Platonicidogmalis sensum, formae
sint exemplares, quae in mente divina intelligibiliter constiterint, antequam
prodirent in corporei (questo è il passo di Prisciano. già cit. nella nota
263); sed quotiiam, si quis eius quod communiter concipitur, audito hoc nomine
..homo", aut quod dijjinitur, cttm dicitur ..homo esse animai rationale
mortale l % quaerat exemplum, slalim ei Plato aliusve hominum singulorum
oslenditur. ut communiter significantis aut dìffinientis ratio solidelur [l’L,
199, 879 e 885-6]. ia, ) : /lem Aristotiles : Genera, inquit, et species circa
substantiam qualitatem determinanl (Cai.).... Item in Elenchis (in Boezio [PL],
con una traduzione che alquanto si scosta dal testo: v. soIn queste forme
qualificanti scorge la « mano [dell’Artefice] della natura», che ha dato alle
cose la veste delle forme, perchè l’uomo le possa più facilmente comprendere: e
perciò si presenta ora con il più spiccato rilievo la prima substantia di
Aristotele, cioè l’individuo, movendo dal quale l’intelletto da sè solo si eleva,
in linea ascendente — per mezzo della uguaglianza di forma che accomuna i
singoli ( conjormitas : v. questo concetto in Gilberto) sino alla universalità dei concetti di specie
e di genere): e come Giovanni si ritrova su questo punto ancora in accordo con
la teoria della indifferenza, così adopera anche a tal riguardo persino la
espressione» conjormis status» ). A pra
la nota 34):,,/Jomo et omne commune non hoc aliquid, sed quale quid, (rei) ad
aliquid vel aliquo modo vel huiusmodi quid significai". Et post paura :
„Manifestum quoniam non dandum hoc aliquid esse quod communiter praedicalur de
omnibus, sed aut quale aut ad aliquid aut quantum aut talium quid
significare". Profecto quod non est hoc aliquid, significatione espressa
non potest explanari quid sii [PL]. 69S ) Polycr., II, 18, p. 98 [I]: Et primo
substantiam, quae omnibus subest, acutius intuetur (se. intellectus), in qua
manus naturae probalur artificis, dum cam variis proprietatibus et formis quasi
suis quibusdam vestibus induit et suis sensuum perceplibilibus informat, quo
possit aptius humano ingenio comprehendi. Quod igitur sensus percipit,
formisque subiectum est, singularis et prima substantia est. Id vero sine quo
illa nec esse nec inlclligi potest, ei substantiale est, et plerumque secunda
substantia nominatur.... Universale, si, licei non natura, conformitate tamen
sii commune multorum. Quod forte facilius in intellectu quam in natura rerum
poterit inveniri, in quo genera et species, dijferenlias, propria et
accidentia, quae universaliter dicuntur, planum est invenire, cum in actu rerum
subsistentiam universalium quaerere exiguus fructus sii et labor infinitus, in
mente vero Militar et faciliime reperiuntur. Si cnim rerum solo numero differen'.ium substantialem
similitudinem quis mente pertractet, speciem tenel; si vero etiam specie
differentium convenientia menti occurrat, generis lalitudo mente diffunditur.
Denique dum rerum, quas natura substanlialiter vel accidenlaliter assimilavit,
conformitatem percipit intellectus, in universalium comprehensionc movetur. Numquid
abstrahens intellectus, dum haec agit, otiosus est aut inutilis, per quem
animus honestarum artium gradibus ad thronum consummatae philosophiae
consccndit? [PL]. Enthet. Est individuum, quicquid natura creavit, Conformisque
status est ralionis opus : Si quis Arislotelem primum questo modo la
uguaglianza delle cose tra loro, riguardo alla forma, viene messa in
connessione immediata con la inlellectus communitas (communiter intelligi) ),
ma gli universali stessi vengono, come tali, trasferiti puramente nel modus
intelligendi (e ciò è in armonia anche con la teoria della maneries), sì
ch’essi vengono denominati parole « figurali», e appartenenti esclusivamente
alla « dottrina » (di figura locutionis avevano parlato anche i nominalisti: v.
la nota), o, in una parola, « jigmenta », che, con le cose singole, si trovano
nella relazione scambievole di mostrare e di essere mostrati, e però han potuto
da Aristotele esser acconciamente denominati « monstra » (monstrare) concetto
indeterminato di notio. Ma questo modo di considerare gli universali è ora in
verità così elastico, che nel concetto di« figmentum» Giovanni ci può
trasportare anche l’apprendimento, per parte dell’ intelletto, non censet
liabendum, Non reddit merilis proemia digita sttis [PL], Melai. Ergo quod mcns communiter
inteìligil et od qingularia multa aeque perlinet, quod vox communiter
significai et acque de mullis ve rum est, indubitanter universale est. Secundum
intellectum illuni deliberari palesi de re subiecta, i. e. actualiter
exemplificari, ob inlellectus communitatem ; res, quae sic intelligi potest,
etsi a nullo intclligalur, dicitur esse communis ; res enim conjormes sibi
sunt, ipsamque conjormilatem deducta rerum cogitatione perpendit inlellectus
[PL]. Ergo dumlaxat intelligunlur, secundum Aristotilem, universalia ; sed in
actu rerum nichil est quod sii universale. A modo enim intelligendi figuralia haec, licenter
quidem et doctrinaliter. nomina indila sunt. Ergo ex sententia Aristotilis
genera et spccies non omnino quid sunt sed quale quid quodammodo concipiuntur ;
et quasi quaedam sunt figmenla rationis, seipsnm in rerum inquisilione et
doctrina suhtilius exercentis....
Possunt et monstra dici (si riferisce al noto passo antiplatonico di
Aristotele: vedilo qui più sopra, nota 31), quoniam invicem res singulas
mon.siranf, et monstrantur ab eis. Ea vero quae intelligunlur a singularibus
abstracta,.... animi figmenla sunt.... quae ex conformitale singularium
intellectu non casso concipiuntur [PL]. dei modelli originari (exempiano), che
misticamente esercitano il loro influsso, dalle cose (exempla), sopra l’anima:
a tal proposito enuncia con sufficiente chiarezza il suo sincretismo eclettico,
qualificando, oltre che far uso di quell’espressioni
d’intonazione nominalistica —, gli universali come prodotti psicologici
(phantasiae, termine che ricorda lo Scoto Eriugena: v. appresso la nota 613
[per altre reminiscenze delle dottrine doU’Eriugena]), ma a ciò collegando nel
medesimo tempo la concezione stoicociceroniana, secondo la quale gli universali
stessi sono concetti subbiettivi (svvoiou, notiones); e inoltre egli passa
ancora, in modo molto manifesto, rasente al platonismo, o per lo meno va
d’accordo con Gilberto, in quanto che anche da lui gli universali son tenuti in
conto d’ imagini di una originaria purezza ideale, tralucenti dalle somiglianze
delle cose singole: con ciò si trova infine ancora commisto l’aristotelismo,
poiché queste figurazioni fantastiche non possiedono già una esistenza separata
dalle cose singole, bensì, quando si volesse così afferrarle, si dileguano come
ombre o come imagini di sogno). Se ora sembra che non sia effettivamente
possibile accumulare, una sull’altra. 602) : Sunt itaque genera et species nor.
quidem res a singularibus aclu et naturaliter alienae, sei! quaedam nottiralium
et aclualium phantasiae (anche questo termine si trova parimente — cfr. [per la
concezione di Giovanni degli universalia in re, nella sua relazione con quella
dello Scoto Eriugena] le note 594 c 596 — nello Scoto.Eriugena: v. la Sez.
XIII, nota 125) renitentes in intellectum, de similitudine aclualium. tamquam
in speculo, nativae puritatis ipsius animar, quas Gracci ennoyas [evvoia;] sire
yconayfanas [elxovo22 ) Policr.: Sic et geometrae primo petinones quasdam quasi
totius artis iaciunt fondamento, deinde commanes animi conceptiones adiciunl et
sic quasi acie ordinala ad ea quae stb, sunt demonstranda procedunt [PL ch’è
stata colmata dagli studiosi venuti più tardi, ma anche riguardo ai sillogismi
consistenti in combinazioni di giudizi categorici con giudizi di necessità e di
possibilità (Sez. IV, note 558 ss.), dice che essi non sono esposti da
Aristotele in maniera esauriente: e pertanto rimane qui ancora aperto ad altri
il campo a un’attività, la quale tuttavia, sussistendo il bisogno pratico di
così fatte forme di ragionamento, dovrà fornire. per sodisfarlo, mezzi che
sieno, dal punto di vista pratico, più convenienti) e queste sono ehiaccbieie,
per le quali, anche dal canto suo, egli stesso sembra dover pretendere quella
benigna interpretatio, di cui s’è fatto cenno più sopra. Similmente Giovanni si
pronunzia circa i sillogismi ipotetici, da Aristotele lasciati forse
intenzionalmente da parte, a causa della loro difficoltà; tuttavia, oltre a un
accenno a questi sillogismi, che si trova già nella Topica, è stato in
particolare un certo passo degli Analitici. che ha determinato Boezio e altri a
colmare la lacuna, sebbene neanche per opera loro sia stata ancora raggiunta la
vera compiutezza 624 ). Che Giovanni anche 623) Metnl.. IV, 4, p. 160 [168]:
Trium figurarum subnectil rationes (se. Aristotiles) et qui modi in singulis
figuri* ex complexione extremitatum provenirmi docci : data quidem semente
rationis eorum quos, sicul Boetius asserii (il passo è stato citato più sopra,
Sez. V, nota 46), Theofrastus et Eudcmus addiderunt. Deinde habita modalium
ratione transil ad commixtiones quae de necessario sunl aul contingenti cum his
quae sunl de inesse.... A ec tamen dico ipsum Aristotilem alicubi, quod
legerim, nisi forte quod ad propositum, de modalibus sujficienler egisse ; sed
procedendi de omnibus fidelissimam scientiam trudidit. Exposilores vero divinae
paghine rationem modorum pernecessariam esse dicunt. Et prof celo licei nullus
modos omnes, unde modale s dicuntur, singulatim enumerare sufficiat. quod
quidem ncc ars exigit, tamen magistri scolarum inde commodissime disputali t.
et, ut pace multitudinis loquar, Aristotile ipso commodius [PL] Dialecticam et
apodicticam.... prue cedentia docent ; in his tamen de ipoteticis syllogismis
nichil aut parum est actitatum, Seminarium tamen datum est ab Aristotile, ut et
istuc per industriam aliorum possit esse processus. Cum cairn tam probabilium
quam necessariorum loci monstrati siili, ostensum est quid ex quo sequilur
probabiliter aut necessario. Quod quidem ad vpoteticarum negli Analitici avesse
dinanzi agli ocelli soltanto lo scopo pratico dell’argomentazione, è manifesto
dove fa menzione così della pelino principii B2S ), come pure di alcuni altri
momenti della tecnica, tra cui il procedimento della controprova, per il quale
sceglie il termine « catasyllogismus » «»). Dagli Analitici secondi lia potuto
attingere la conoscenza dei così detti quattro principii aristotelici 6 “'), e
aneli egli è stato inoltre portato a entrare nelle questioni di teoria della
conoscenza, che tuttavia discute assai peggio che non l’autore dello scritto De
intellectibus (note 418 ss.), perchè a un esordio, d’intonazione ancora
abbastanza aristotelica, concernente la percezione sensibile, la fantasia e la
opinione, fa seimUcinm maxime special.... Praeterea Boetius (De syll.
hypothetico ( 1. IL, 01 . 836]) hoc prò seminio inveniendorum dicit acceptum
quod Aristotile$ ait in Analeticis (v. sopra la nota 522): ..Idem cum su et non
SI', non neresse est idem esse." Ergo ipse et olii (v. la Sez. XII nota
139) aliquatenus suppleverunt imperfectum Aristotilis in line . parte; seti
quidem, ut michi visum est, imperjecte (sino a qual punto ‘,‘Zn r:r oss I er ':
azione sia v. Md., note 155 e imi [188],Sea forte ab Aristotile de industria
relictus est hic lahor. co quòd plus difficultatis quam utilUatis videtur
habere libcr illius qui dilLenttssime scnpsit. Prof ceto si hunc Aristotiles
more suo exequerelur, vensimile est tantae difficultatis fare librum ut praeter
Sibillam inlelligat nomo. Nec tamen hic de ypotelicis satis arbitrar expeditum,
sudP ien ^ nia vero scolorimi perutilia et necessaria sunt [PI,. 199 928-01
nota 62BW 5 ' P | 161 t 1 . 7 ?] 1, Adicit (-inai. pr.. II, 16: v. la Sez. IV\
nota 628) et regulampetitwnis principii, quae speculatio tam demonstraton quam
diabetico satis accommodata est ; licei hic probabilitale gaiiaeat* tue
verUatem aumtaxat amplectatur. PL. Segui tur de causa falsae conclusioni, et
catasillogismi (cosi è anche intitolato effettivamente nella traduzione di
Boezio, p. 516 [cap. XX „De falsa ratiocinalione. catasyllogismo iZlZTu l Z l
'° ne ì e l e ' en rt° : PL 64 ’ 7 ° 51 ’ 11 ri8 P««ivo capitolo AnaL pr II,
19. v. la Sez. IV, nota 631) et elenchi et de fallacia secundum opinionem
(ibid. : nota s.) et de conver sione
medi! et extremerum (ibid., nota 636 s.), cuius tamen tota utili tas longe
commodius tradi potest [PL], w ') Enthct., v. 375 ss. [PL. 199, 973]: Quatuor
ista solerei laudem praeslare creatis : Subjectum, species, artificisque manus.
Finis item cunclis qui nomina rebus adaptat. Arist. Anal. post., II, 11: v la’
Sez. IV, nota 696. Era pertanto affatto inutile che si mettesse in librila SS U
" a COnOSCenZa ’ P" ài Giovanni, dei guito subito il concetto
ciceroniano di prudenza pratica, al quale viene appresso la concezione
platonica della rado i, per metter capo infine alla sapientia, intesa in senso
teologico, come ultima meta 628 ). Parimente, come tratto dalla conoscenza dei
Sopii. Elenchi, posti da Giovanni a conchiusione dell’Organon aristotelico,
potrebbe tutt’al più essere degno di ricordo il termine « reluclatorius
[eluctatorius : v. la nota] syllogismus), e così pure, come ricavata dairàmbito
degli scritti di Boezio, la menzione delle quindici specie di definizione (v.
la Sez. XII, nota 107); e qui la lettura superficiale del libro di Boezio ha
indotto Giovanni a ritenere che Cicerone abbia composto anche lui uno scritto
De definidone 63 °). 6as ) Melai.: Cum sensus secundum Aristotilem ( Anal. post.) sit naturalis
potenlia indicativa rerum, aut omnino non est aut vix est cognitio, deficiente
sensu.... p. 166: Aristotiles autem sensum potius vim animae asserii quarti
corporis passioncm. Imaginatio itaque a radice sensi!um per memoria’ fomitem
oritur. Primum enim iudicium viget in sensu.... Secundum vero imaginationis
est; ut cum aliquid perceptorum. relenta imagine, tale vel tale asserii, de
fiuturo iudicans vel remoto. Hoc
autem alterutrius iudicium opinio appellalur (così in Boezio si trova tradotto
il termine Só^a: v. sopra la nota 19; invece per existimatio v. la nota 423). —
12, p. 169: Prudentia autem pst, ut ait Cicero, virtus animae, quae in
inquisitione et perspicientia sollertiaque veri versatur. Inde est quod maiores
prudentiam vel scientiam ad temporalium et sensibilium notiliam retulerint : ad
spiritualium vero, intellectum vel sapienliam. Nam de humanis scientia, de
divinis sapienlia dici solet. Ergo et potenlia et potentine motus ratio
appellatur. Ilunc autem motum asserii Plato in
Politia vim esse deliberativam animae ctc. Sapendo vero sequitur intellectum,
co quod divina de his rebus quas ratio discutit, intellectus excerpsit, suavem
habenl gusta ni et in amorem suum animas intelligentes accendunt [PL, 199:
921-3, 925, 927], 629 ) [ed. Webb]:
Sicut enim dialecticus elencho, quem nos eluctalorium dicimus sillogismum, eo
quod contradiclionis est,.... utitur ctc. [PL, 199, 930]. — Cfr. Polycr., II,
27, p. 145 [ed. Webb, I, p. 153; PL, 199, 467], dove, sotto il nome [di
syllogismus] „cornutus“, viene messo in opera un dilemma. oso) Vietai., Ili, :
Sumpserunt hinc (cioè da Arist., Top. VI) doctrinae suae primardio Marius
Victorinus et Boelius cum Cicerone, qui singuli libros dififinitionum
cdiderunt. Illi quidem difi . — Alano da Lilla], Mostra qualche affinità con Giovanni da
Salisbury, nei riguardi della ontologia teologica. Alano da Lilla [ab Insulis],
scrittore tanto scipito quanto affettato, a entrambi servendo da comune punto
di partenza, circa tali questioni, la concezione di Gilbert de la Porrée. Alano
tuttavia non ba trovato che valesse la pena di prender in considerazione,
neanche a quella maniera che ci si fa manifesta in Gilberto o magari anche in
Giovanni, il valore di questa ontologia dal punto di vista della logica,
dovendo, in ordine a quella, rimanere riservato ai teologi il compito di
giudicare o apprezzare: bensì ba assunto, nell’ampolloso suo poema «
A/iticlaiidianus », rispetto alla logica, il punto di vista della dottrina
scolastica piu volgarmente ordinaria, che ancb egli ha in buon conto, solamente
come mezzo di argomentazione per la battaglia contro gli eretici). Facendo
comparire, analogamente a Marciano Capella, le sette arti quali figure
simboliche, egli, dopo che per prima è stata introdotta la grammatica,
rappresenta, in secondo luogo, la logica come una vergine estremamente
industriosa e solerte, nel cui volto scolorito si scorgono solamente pelle e
ossa, sicché vi si riconoscono le conseguenze delle veglie trascorse
nell’applicazione allo studio 63 -); enumera poi i suoi doni, ch’essa reca con
sé finicndi nomen usque ad quindecim species dilataverunl, describcndi modns
dijfinitionis vocabulo subponentes ; hiiic vero de substanliali praecipue cura
est fPL, 199, 906] (v. la fonte di questo errore alla Sez. XII. note 103 c
106). Anticlaud. (Alani Opp., ed. C. de Visch, Anversa [PL]: Succedit Logicae
virlus arguta, Haec docet argutum JMartem ralionis mire, Adversae parti concludere,
frangere vires Oppositas, parlenupie su ani ratione Uteri : Eestigare fugarti
veri, falsumque fugare, Schismaticos logicce, falsosque retundere fratres. Et
pseudologicos et denudare sophislas [testo cit. secondo la ediz Wright: Dist.
VII, eap. VI, 1 ss.]. 6 ‘-) [PL]: Latius inquirens, sollers, studiosa,
laborans. Virgo secando starlet, intrat penetralia mentis, Sollicitatque manum,
mentem manus excitat, urget Ingenium.... Et decor nella battaglia per la
verità, e tra essi precisamente nomina anzitutto la topica, con le sue maximae
propositiones, a questa intrecciando la sillogistica, come pure la induzione e
Vexemplum: seguono poi la definizione, con inclusa la descrizione, e la
divisione del genere nelle specie, come pure del lutto nelle parti, e inoltre
il ricostituirsi della connessione tra i membri così differenziati: tutte
funzioni, queste, con le quali la logica agisce quale strumento o chiave della
verità, come pure quale arma per tutte le altre arti). Finalmente Alano,
enumerando gli scrittori di logica, esalta Porfirio come un secondo Edipo,
critica Aristotele, per la confusione di parole che ha introdotta, onde la
logica è stata novamente oscurata e velata : ma dopo di lui è venuto Boezio a
riportare nel tutto, luce e ordine). e t species afilasset virginia arlus,
Sicul praesignis membrorum disseril orda. Ni facies quadam macie, respersa
iacerel. Vallai eam macies, macie vallata profunde Su lisi del. et nudis culis
ossibus arida nubit. Ilaec habitu . gesta, macie, pallore, figurai Insomnes animi
motus, vigilemque Minervam Praedicat, et secum vigiles vigilasse lucernas
[Dist.]. [PL]: Monslrat elenchorum pugnas, logicaeque duellum : Qualiter
ancipiti gladii mucrone coruscans Vis logicae veri facie tunicata recidit
Falsa, negane falsum veri latitare sub umbra.... Quid locus in logica dicalur
quidve localis Congruitas, quid causa loci, quid maxima, quid sitVis argumenli,
mattana a fonte locali, C.ur argumentum firmeI locus, armet elenchum Maxima,
quae vires proprias largitur elencho. Cur ligel extremos medius mediator eorum
Terminus, et firmo confibulel omnia nexu...., Qualiter usurpans vires et robur
elenchi Singula percurrit inductio, colligit omne.... Qualiter excmplum de se
paril.... Quomodo diffinit, parlitur, colligit, unii Singula, quaegremio
complectitur illa capaci. Quomodo res pingens descriptio claudit easdem, Nec
sinit in varios descriptio currere vultus. Quid genus in species divisum
separai, aut quid Dividit in partes totum, rursusque renodal, Quae sunt sparsa
prius, divisaque cogil in unum. Qualiter
urs logicae tanquam via, janua, clavis, Ostendil, reserat, aperii secreta
sophiae. Qualiter arma gerii, et in omni militai arte [PL]: Auctores logicae,
quos donai fama perenni Vita, recole.ns defu nctos suscitai orbi. [Illic
Porphyrius directo tramite pontem Dirigit, et monstrat callem quo lector
abyssum latrai Aristotilis, penetrane penetralia libri.] Illic Porphyrius
arcana Passaggio alla letteratura]. Eccoci giunti così al limite del XII 0 e
del XIII° secolo, limite caratterizzato anche dal fatto, che proprio in quel
momento da varie parti è stato recato all’Occidente latino materiale nuovo : la
considerazione di questo deve formare l'oggetto delle due prossime Sezioni,
perchè sia poi possibile distesamente illustrare i vasti effetti di questo
materiale nuovo che ha da sopraggiungere. Per quanto si attiene al progresso
della storia della civiltà, è un fatto che la nostra ricerca, sino al punto a
cui Pabbiamo condotta, non ci ha davvero presentato punti di vista, i quali ci
dian motivo a rallegrarci. Ci siamo sì fatti passare dinanzi multa, ma
certamente non multum. Anzi, persino la conoscenza che un poco per volta si
ridesta, delle principali opere aristoteliche, non è stata feconda di frutti
che meritino di essere ricordati: e al posto di un modo veramente filosofico d’
intendere la logica, quale avrebbe potuto essere determinato dallo studio di
Aristotele, sembrò infine volersi ancora far valere, più che mai di gusto, P
impulso alla retorica pratica. E anche le Sezioni che seguiranno più tardi, ci
faranno, pure in un’epoca in cui uno spirito nuovo spezza le catene della
tradizione e dell’autorità esteriore, assistere, nel campo della logica,
solamente a una ripetizione intensificata di questo giuoco della storia, onde
la logica, frammezzo a molte diverse concezioni, continua sempre a esser di
nuovo cacciata via da una base intimamente filosofica. resolvit, ut alter
Aedipodes nostri solvens aenigmata sphingos, Verborum turbator adest, et
turbine multos Turbai Aristotiles noster gaudelque Intere. Sic logica tractat,
ut non tractasse videtur ; Non quod oberret in hoc, scd quod velamine verbi
Omnia sic velai, Quod vix labor ista revelet.... In lucem tenebrosa rejert,
nova ducit in usum, Exusalque 1 rapo s, in normam schema reducit, Exerit ambiguum
Severinus ; quo duce linquens Natalem linguam nostri, peregrinai in usum
Sermonis logicar virlus, ditatque Latinum. Abbone da Orléans Abelardo
abstractio Adalberone Adamo dal Petit-Pont Adelardo da Balli udjticcnler,
adjacentia aequi pollentia Alano da Lilla Alberico Alberico da Monle Cassino
Alcuino Anonimo, De gener. et specieb. De intellectibus De interprete De unii, et uno San gali.
De p<irt. Loicae SangaU. De
syllog., 115 Anselmo d’AOSTA (si veda) Anseimo il Peripatetico
Anlepraedicamenta antiqui antiqui e moderni Aristotele (nuove traduzioni di)
Arnolfo da Laon Asino (Prova dell’) Bartolomeo Berengario Questo Elenco è
mantenuto ei eli'erano stati segnati dai Franti (N. Bernardo da Chartres
Bernardo da Chiaravalle Bernhard da Hildesbeim, 93. Borgognone da PISA (si
veda) calasyllogismus Categorie colligere concepito conceptus communes
conformilas consimilitudo contingens c possibile copida Cornifieio Costantino
Cartaginese [note] Damiani Davide da Hirsebau Definizione Differenza, v.
Porfirio Diritto (Scienza del), v. Giurisprudenza dividenlia dividuum Drogone
da Troyes eloquentiu eloquentia peripatetica Erico da Auxerre forma
subslantialis formae nativae Formularii ìtro gli stessi limiti, molto ristretti
(I. J'.) Francone da Liegi Fredegiso Fulberto da Charlrcs Gannendo Caunilone
Gauslenus da Soissons Genere (Concetto di), v. Universali Gerberto Giacomo da
Venezia Gilbert de la Porrée Giovanili da Gorze Giovanni da Saiisbury Giovanni
Scoto Eriugena Giovanni Serio Giselberto da Reims Giudizio Giurisprudenza
Gualtiero Mapes, v. Mapes Gualtiero da Mortagne Gualtiero da S. Vittore [nota]
Gualtiero da Spira Guglielmo da Champeaux Guglielmo da Conches Guglielmo da
llirscliau Gunzone ITALO (si veda) Uraliano Mauro identitas Jepa indifferentia
Indifferenza (Dottrina della) individualiter inesse informare Intellettualismo
inlelleclus intellcclus conceptus intellectus coniungens e dividens Josccllinus
da Soissons, v. Gauslcnus Irnerio Isidoro da Siviglia Lanfranco Logica, vecchia
e nuova, v. antiqui c moderni maneries Manerius Mapes malerialite.r imposila
materialum modulis moderni moderni e antiqui, v. antiqui e moderni monstra, Nominalismo
Nominalismo e realismo nominaliter notio Notker Labeone Oddone do Candirai
Onorio da Autun Otloli da Ratisbona Ottone da Cluny Ottone da Freising Papia
Parte (Concetto di) perihermeniae Pietro LOMBARDO (si veda) Pietro da Poitiers
Plutonici Poppone Porfirio (Isagoge di) possibile e conlingens, v. contingens e
possibile postpraedicamenta praedicamentalis praedicari praedicari in quid
[nota] proprium, v. Universali Pscudo-Abclardo Pseudo-Boczio, De Trin.
Pseudo-Boezio, De unii, et uno Pseudo-Erico Pseudo-Hrabano Rainibcrto da Lilla
rntionale Realismo Realismo e nominalismo, v. Nominalismo e realismo Reginaldo
Reinhard da Wiirzburg Remigio da Auxerre res de re non praedicalur Rhahano
Mauro, v. Hrahano Roberto Amiclas Roberto da Melun Roberto da Parigi Roberto
Pulleyn Roscelino Salomone (Glossario di) S. Gallo Scoto Eriugcna, v. Giovanni
S. E. Sensismo aerino sermocinalis Sertoriu9 sex principia significatimi
Sillogismi' (Teoria dei) Sillogismi ipotetici Silvestro li, v. Gerberto Simeone
speries, v. Universali status sumplum syllogismi imperfccti syncalegoreumata
Tendenze contrastanti Teologia Topica Ugo di S. Vittore Ugucrione universale
intelligitur, singultire sentitur Universali (Disputa intorno agli), v.
Tendenze contrastanti Universali in re vcrbaliter, v. nominaliter vocalis voce»
signativae vocis flatus vocum impositìo Volfango da Ratisbona Williram da
Soissons Finito di stampare, in 1500 esemplari numerati, nella Tipografia
Fratelli Stianti in Sancasclano Fai di Pesa Esemplare N. IL PENSIERO STORICO SOTTO
GLI AUSPICI DELL’ENTE NAZIONALE DI CULTURA. CONOSCENZA INCOMPIUTA DELLA LOGICA
LIZIO Delimitazione dell’oggetto e dell’intento della presente ricerca. Si
diffonde nelle scuole lu logica della lorda latinità .La tradizione della
logica scolastica, nei riguardi delle traduzioni di Boezio, è limitata: e
s’ignorutto le principali opere logiche di Aristotele. Atteggiamento della
ortodossiarispettoallalogica L’Isagoge di Porfirio, Miseria del pensiero
medievale. La questione degl’universali determina un contrasto di tendenze nel
campo della logica: prevalenza di un realismo platonico .Pensiero e linguaggio
. Isidoro da Siviglia: Logica e Teologia Compendio di dialettica nelle «
Origine, Altri spunti di teorie logiche . Alenino: sua compilazione di un
compendio di dialettica INDICE DELIE MATERIE Fredegiso da Tours . Pag. 35
Hrabuno Mauro: suoi scritti di sicura autenticità. Il « De TrinUate » del
Pseudo-Boezio, Giovanni Scoto Eriugenu, Sua abilità nella logicu formale
.Posizione dello Scoto, rispetto alla dialettica, Realismo teologico dello
Scoto, il quale tuttavia fu unche mollo conto della Sterilità: tenui tracce di
studio della logica: Poppone a Fulda, Reinhard a W'iirzburg, Giovanni da Garze,
Canzone Italo ( prende cosci mitemente posizione nel contrasto delle tendenze),
Wol fungo a Ratisbona, Abbone du Orléans, Bernward a llildesheim, Gualtiero da
Spira, Gerberto, figura assolutamente insignificante: Materiale degli studi di
storia di logica altemposuo. Lo scritto
«De rationale et ratione uti Adalberone di Laon . Fulberto di Chartres .
Anonimo rifacimento metrico della Isagoge e INDICE DELLE MATERIE XV delle
Categorie, del secolo XI: colorito nominalistico .Intensa attività della scuola
di Sun Gallo. Notker Labeo: Un trattato insignificante Rifacimento delle
Categorie . Rifacimento del «De interpretatione Il «De partibus loicae»:
nominalismo. Scritto anonimo De syllogismis, e sua importanza . » Conclusione .
Altri documrnti relativi allo studio della logica nel secolo XI: Francane u
Liegi, Otloh a Ratisbona, Pier Damiani .Movimento più vivace, la scienza
giuridica l’apia. Anseimo il Peripatetico, Lanfranco, Irnerio; i Formulari .
Movimento più vivace, la teologia. Nominalismo di Berengario nella questione
della Santa Cena, e atteggiamento
Movimento più intenso: grande estensione, e in pari tempo carattere
imilaterale, della letteratura attinente alla logica. Le vicende dello studio
della logica, nel racconto che ne fece Giovanni da Salisbury Contrasto caratteristico fra logica «vecchia»
e «nuova» . La polemica intorno agli tuiiversuli : si può dimostrare che almeno
tredici erano le correnti. xvn nelle quali si dividevano le opinioni su questo
problema. Nominalismo che rasenta il sensismo Grudi vari di questo nominalismo
(Garmondo) La teoria che gli universali sono « maneries »: Uguccione / Platonici: . a) Bernardo da Chartres .
Guglielmo da Conches (e Costantino Cartaginese. Il realismo di Guglielmo da
Champeaux .Le difficoltà e i gradi del realismo Controversie intorno alla
definizione e intorno al concetto di « parte La teoria dello «status», come
tentativo di conciliazione. Gualtiero da Mortagne La teoria della «
indifferenza Adelardo da Balli : intonazione platonica da lui data alla teoria
della « indifferenza Gauslenus o Joscellinus da Soissons: sua idea del
colligere. Lo scritto anonimo « de generibus et speciebus »: punto di vista del
suo autore: Critiche ad altre soluzioni del problema degli universali.
Soluzione da lui stesso proposta . Dottrina del giudizio . Propensione al
platonismo . Controversie sovra punti speciali. Sopra le « Categorie Sopra la
teoria del giudizio in generale Sopra cpiestioni particolari, attinenti alla
teoria del giudizio. Sopra difficoltà inerenti alla teoria del sillogismo . e)
Sopra questioni di Topica .Negli studi di logica, la qualità continua a rimaner
molto al disotto della quantità Abelardo : a) Suo ingegno: caratteristica
generale Scritti di logica . Dialettica e teologia: intimo dissidio della
dottrina di Abelardo) Abelardo aristotelico. Ma il « Peripatetieus Palalinus è
al tempo stesso anche platonico, Nè aristotelico, nè platonico, infine: bensì,
retore, La « Dialettica » è la principale tra le. opere logiche di Abelardo:
disposizione della materia . Esposizione dell’Isagoge o Antepraedicamenta », quale risulta dalle «
Glossae », e soprattutto dalle « Glossulae », « super Porphyrium»:
atteggiamenti polemici sopra la questione degli universali, Soluzione proposta
da Ahelardo: il « sermo praedicabilis) L’universale inteso come « quoti natum
est de pluribus praedicari »: uso di questo principio, secondo lo spirito del
platonismo, Ma dallo stesso principio Ahelardo trae insieme partito, secondo il
punto di vista aristotelico . » 331 n) Ispirazione aristotelica, nel maggior
rilievo dato al giudizio (« praedicari »)) Anche il preteso intellettuulismo di
Abelurdo deriva dal suo aristotelismo) Ma in Abelardo, vero spirito
aristotelico non c’è: il suo interesse centrale è volto, sotto l’impulso di
Boezio e dello stoicismo, alla teoria retorica dell’argomentazione .Continua l’analisi
del contenuto della « Dialettica»: le « Categorie La topica . zi l sillogismi ipotetici.
Giudizio conclusivo sopra l’opera di Ahelardo Accentuazione dell’ aspetto
aristotelico della «Dialettica» di Abelardo: .l Ja B371 In un commento anonimo
del De interpretatione. Nell’acuto untore dello scritto pseiulo-abelurdiano De
intelleclibus, Punto di vista aristotelico, Dottrina del « sermo In Adamo dal
Petit-Ponl prevale la teoriu del giudizio Scetticismo logico di Roberto
Pulleyn: e reazione teologica di Pietro da Poitiers e di Roberto da Melun
Gilberto de tu Porrée: . Il commento al « De Trinitate » del PseudoBoezio:
posizione teoretica ingenua e contraddittoria, Concetto di sostanza. Teoria
delle « formae nativae ». Realismo di Gilberto .I.o scritto « De sex principiis
* : un’abborracciatura . > e) I sei « principii » : « actio, passio, quando,
ubi, situs, habitus » » /) La controversia intorno al « magi» » e al « minus
Ottone da Freising, seguuce di Gilberto. Lo scritto pseudo-boeziano « De
unilate et uno Alberico (da Reims?), a Parigi. WUliram de Soissons. Vari altri
autori, menzionati da Walter Mapes . Il cosi detto Cornijìcius, oggetto della
polemica di Giovanni da Salisbury . Giovanni da Salisbury: a) I suoi studi: il
« Metalogicus Punto di vista utilitaristico, alla muniera di Cicerone. La
divisione del sapere. Punto di vista
retorico, come in Cicerone. Grammatica e dialettica. Conoscenza compilila dell
« Organon ». Punti di contatto con Abelardo, soprattutto nel modo di intendere
e giudicare l’opera logica di Aristotele . Pag. 430 e) La « ratio
indifferentiae » come indifferentismo antiscientifico, L’Isagoge, Concezione
degl’universalia in re, Grossolano eclettismo, nella questione degli universali,
Concetto indeterminato di « notio, Le Categorie, Teoria del. Giudizio, Topica,
sillogistica, teoria dei sofismi Uno scritto insignificante di Alano da Lilla, Passaggio
al XIII secolo. LA LOGICA MEDIEVALE
CONOSCENZA INCOMPIUTA DELLA LOGICA ARISTOTELICA NEL PRIMO MEDIO EVO
Delimitazione dell’oggetto e dell’intento della presente ricerca]. Saggio su
PRANTL, STORIA DELLA LOGICA IN OCCIDENTE NELL’ETÀ MEDIEVALE. LA NUOVA ITALIA
FIRENZE. La Geschichte der Logik ini Abendlande, di Prantl, curata da Fock a
Lipsia, è divisa in parti. La prima ha por oggetto lo svolgimento della Logica
nell’Antichità. Gli fecero sèguito una seconda parte dedicata alla Logica nel
Medio Evo. In una Collezione, che ha per suo programma di rendere largamente
accessibili ai filosofi italiani quello grande saggio di esplorazione e ricostruzione
della storia della filosofia, che sono imperitura gloria della cultura, doveva
esser fatto luogo a un classico trattato qual è questo del Prantl. Per ragioni
editoriali l’ordine di apparizione dei volumi della traduzione italiana non
corrisponde all’ordine di successione del saggio originale: e si è dovuto dare
la precedenza al Medio Evo, la quale forma un tutto unico e continuo, dotato di
una certa autonomia. Alla traduzione del primo volume che vedrà successivamente
la luce, diviso in due o tre tomi, sarà premesso un discorso introduttivo
intorno all’Autore, e alla importanza e. vitalità della sua opera: bastino qui
brevi cenni, a giustificare il lavoro e a render ragione dei criteri adottati
dal Traduttore. Il disegno di Storia della Logica Medievale presentato dal
Franti non è stato sostituito da opere più recenti: il suo intento, di
risparmiare, almeno per lungo volger (Tanni, agli studiosi venturi, la immane
fatica di riprender ex novo l'argomento, rifacendosi direttamente dalle fonti,
è stato raggiunto: e il trattato è ancor oggi cosa viva, sì che nessuno
studioso, mettendosi, con un suo particolare obbietta, a lavorar attorno a
questa materia, può far a meno di ricorrere e di ricollegarsi a quello: è, a
giudizio di CROCE, il solo, tra i libri special, recanti il titolo di Storia
della Logica, che, fondato sopra lunghe ricerche, sia veramente insigne per
dottrina e per lucida e animata esposizione. Animata, vorrei soggiungere, ancor
più che lucida: non di rado, in venta, la espressione è negletta e contorta, e
la perspicuità e sacrificata alla rapidità e alla efficacia: lettura dunque,
non tutta agevole, ma tale da far desiderare una versione che, se non sembri
troppo ambizioso il proposito, elimini almeno in parte, pur attenendosi con
scrupolosa cura di fedeltà all'originale, quelle cause che non possono non
render ostica a noi Italiani la greve prosa * f-CXC SC Q, Dei progressi che gli
studi son venuti facendo in questi cinquant anni si doveva naturalmente tener
conto, ma senz alcuna intenzione di metter assieme un Prantl nuovo, in luogo di
ri presentare nella sua integrità il I rantl vecchio: e la questione era
soltanto del modo piu opportuno di far posto a quel pochissimo ch'è del
traduttore, nella poderosa costruzione innalzata dall Autore. i\on era dunque
il caso di contrapporre all'atteggiamento che il Pronti assunse, con icastiche
espressioni di disprezzo, di fronte al pensiero medievale, un giudizio
valutativo diverso o per lo meno più temperato: anche se nessuno si sentirebbe
disposto a ripetere senza riserve che una filosofia medievale non c'è stata,
intensificandosi anzi da molte parti lo sforzo di rintracciare nel Medio hyo
anticipazioni e presagi del pensiero moderno, il giudizio del Prantl va
conservato in tutta la sua crudezza, per lo meno quale documento significativo
di un momento importante nella storia della cultura: d'altra parte, in antitesi
con la corrente che, sempre tendenziosamente talvolta nostalgicamente,
porterebbe ad abohre la differenza tra Medio Evo ed età moderna, o a sopravvalutare
quello, a tutto danno di questa, può avere virtù correttiva, od operare come
reazione salutare, la ricomparsa dell'opera di un eminente ricercatore., il
quale, proprio studiando lo sviluppo di quella disciplina filosofica che fu più
largamente e appassionatamente coltivata nella età di mezzo, ne trasse
occasiime a rivelare lo spirito medievale nel suo aspetto deteriore: quasi si
direbbe ch’egli si fosse accinto all’ardua impresa di esporre classificare
giudicare i cultori illustri e oscuri della logica nel Medio Evo, con la
persuasione di vedersi dispiegare dinanzi agli occhi un panorama tanto
interessante quanto poco conosciuto, e tale comunque da compensare il travaglio
della indagine: e nei giudizi recisamente svalutativi da lui pronuziati nei
riguardi di quasi tutti gli autori che ha studiati, diresti di sentire la eco
di un’amara delusione o un movimento di dispetto, se non addirittura l’accento
scorato di chi è tratto ad esclamare: «et oleum et operata perdi di » !
Rimaneggiare l'opera di Prantl, conservando immutate quelle sole parti che han
conservato oggi tutto il loro valore, e sostituendo integrando rifacendo quelle
che appaiono antiquate o inadeguate, sarebbe stato in contrasto con l’indirizzo
al quale, come s’è accennato, la Collezione si attiene: il rispetto dovuto alle
opere in essa incluse, ne esige la riproduzione compiuta, senza modificazioni o
mutilazioni, che han sempre l’aria di manomissioni arbitrarie. Primo dovere era
quello di rivedere l’ingente materiale accumulato nelle numerosissime note, che
prevalgono per ampiezza sopra il testo del Prantl: poderosa raccolta di testi
accortamente scelti, della quale riconoscono l'incomparabile valore anche i
meno disposti a seguire. l’Autore ne’ suoi apprezzamenti e nelle sue
interpetrazioni. È Prantl uno studioso di esemplare diligenza, e fa veramente,
maraviglia che, con lina smisurata mole di lavoro, egli sia soltanto
eccezionalmente incorso in errori di trascrizione, sviste nella correzione
delle bozze, inesattezze nelle citazioni e nei rimandi. Ma alcune mende s’è pur
dovuto rilevare, che, com’era inevitabile. sono state naturalmente travasate
tutte quante nel « Manuldruck. In una traduzione, invece, bisognava procurare
di eliminarle, e riscontrar le citazioni, una per una, con i testi, per ottener
la massima possibile correttezza, evitando altresì che, come pure in alcuni
luoghi è accaduto all Autore, la trascrizione frammentaria possa alterare o non
render intiero il pensiero dello scrittore: si direbbe che il Franti qualche volta
prendesse frettolosamente le sue note dai testi da citare, e poi le
trascrivesse per la stampa, senza più darsi pensiero di collazionarle con l
originale. Inoltre, era suo costume di servirsi a caso di una o altra edizione
che trovava, per ciascun autore, consert ata nelle Biblioteche di Monaco,
rendendo così a noi, molto spesso, difficile il riscontro delle sue citazioni
con i testi originali da lui usati: era dunque necessario non solamente
emendare e aggiornare le citazioni, ricorrendo, ogni qual volta fosse
possibile, a edizioni moderne criticamente condotte, ma inoltre sodisfare una
esigenza di uniformità e di unificazione, aggiungendo a ciascun passo il
riferimento al luogo corrispondente di un grande repertorio, largamente diffuso
e facilmente accessibile, qual è la Patrologia, Greca e Latina, del Migne
(designata nelle note, tra parentesi quadre, con la sigla PC o PL, seguita in
cifre arabiche dalla indicazione del volume, poi della colonna o delle colonne
corrispondenti). Testi che il Franti aveva potuto conoscere solamente di
seconda mano, riferendoli secondo le parafrasi di benemeriti studiosi francesi,
son oggi editi, e dovevano naturalmente venir citati anche nella forma
originale, così rendendosi manifesti i progressirealizzatinella conoscenza di
scrittori, quali Adelardo e Abelardo. Successivamente alla comparsa del secondo
volume (seconda edizione) della Storia del Pronti, la letteratura concernente
gli Autori da lui studiati si è venuta accrescendo in misura molto rilevante: e
non c’è forse un solo scrittore o argomento, per il quale non si rendano
necessarie allo studioso informazioni bibliografiche supplementari: ma si è
voluto evitar di gonfiare la mole della traduzione, introducendovi dati che
ciascuno può facilmente trovare raccolti in opere di uso comune, universalmente
apprezzale per ricchezza ed esattezza d’indicazioni, qual è, per citare la più
nota, il Manuale d’Ueberweg, nelle più recenti edizioni curate dal Paumgartner
e dal Geyer. Questioni che si giudicano definitivamente risolte, in senso
contrario alle tesi sostenute dal Pronti — quelle, per esempio, che riguardano
l’autenticità degli scritti teologici di Boezio, o le relazioni tra le Summulae
» di Pietro Ispano e la Sinossi di
Psello — non potevano venir qui dibattute: e al lettore basterà veder accennato
il presente stato delle questioni stesse. I volumi del Pronti son tipici
esemplari dell arte tipografica tedesca, intorno alla metà del secolo scorso:
pagine massicce, caratteri minuti, scarsità di capoversi: tutto quelchecivuole,perdisvogliaredalla
lettura, o per renderla più che mai fastidiosa. Ben diverso è l’aspetto delle
pagine della traduzione: la necessità di conformarla al tipo prescelto per i.
volumi precedenti della Collezione, portava di necessità a un considerevole aumento
di mole, in confronto con l’originale: e s è dovuto ripartire in tre volumi la
materia compresa dal Pronti nel secondo e nel terzo volume: effettivamente le
due ultime Sezioni del secondo volume del testo, la XV a («Influsso dei
Bizantini») e la XVI a («Influsso degli Arabi»), trovano il loro posto più
adatto, meglio che nel presente volume, in quello che gli farà sèguito: non
servono di conchiusione. alla Storia della Logica, ma d’introduzione alla
Storia della Logica nel XIII 0 secolo: e formeranno dunque opportunamente,
insieme con l’amplissima Sezione XVIP, il contenuto del prossimo successivo
volume. Ho avuto cura di render sensibile al lettore come si compartisca e
articoli la trattazione del Prantl, moltiplicando i « da capo », e soprattutto dividendo
e suddividendo in paragrafi le varie Sezioni, ciascuna delle quali forma nel
testo un tutto compatto: una modificazione, questa, che osiamo sperare sarà
apprezzata segnatamente dagli studiosi, quando ricorreranno al libro per
consultazioni e ricerche particolari. I titoli dei paragrafi e sottoparagrafi
corrispondono inpartealleindicazioni che il Prantl ha raccolte nell’ Indice
delle Materie, e anche riprodotte in capo alle pagine, in parte sono state
aggiunte dal Traduttore, il quale ha cercato di tener distinta, compilando
l’Indice stesso, una dall’altra parte, mediante l’uso di tipi differenti. Di
regola, e nel corso dell’intiero lavoro, ha incluso tra parentesi quadre tutto
ciò ch’è aggiunta sua, dichiarativa o emendativa o integrativa, evitando tuttavia
di esporsi alla taccia di pedanteria con una frappo minuta registrazione delle
varianti: solamente il raffronto fra i testi quali sono riferiti nell'originale
e nella versione potrebbe, a chi volesse, fornire la misura della pazienza che
ha richiesta la revisione dell’estesissimo prezioso materiale. Il traduttore
non s’illude di esser riuscito a evitare errori e sviste nel lavoro di
versione, trascrizione, rettificazione: ma ha coscienza di aver fatto tutto
quello che stava in lui, per ridurli al minimo: è grato a quanti gli hanno
agevolato le ricerche, condotte per lungo periodo di tempo, presso Biblioteche
italiane e straniere: in particolare ringrazia l'insigne collega Mons. Geyer
della Università di Bonn, che gli ha liberalmente offerto ospitalità nella sede
dell’Albertus Magnus Institut di Colonia. Nell’attendereaquestanuova edizione
riveduta, era mio primo dovere, come ben s*intende, di adeguarla alla presente
condizione degli studi: e sebbene non sieno stati molto numerosi i contributi,
recati negli ultimi ventiquattr’anni allu storia della logica medievale,
bisognava certamente trarne profitto con la massiina accuratezza. Ma la nostra
conoscenza attuale della letteratura logica di quell’epoca presentando pur
sempre, sovra punti particolari, varie lacune, sarei lieto di dare rinnovellato
impulso alla pubblicazione di testi supplementari, quali appaion desiderabili,
tratti dai preziosi fondi manoscritti delle Biblioteche. Questo augurio vale
ancor oggi segnatamente nei riguardi della questione pselliana [sopra la quale
son da vedere le Sezioni XV e XVII, nel volume successivo di questa versione],
clic io sono bensì convinto di avere oramai risolta in linea di principio, ma
che debbo tuttavia qualificare come una questione aperta, in quanto che presentemente
ci manca tuttora la conoscenza degli anelli intermedi, che si erano avuti
antecedentemente su terreno bizantino. Pbantl. Monaco di Baviera.Relativamente
al Medio Evo si trattava ancora di studiare criticamente tutto quanto il'
materiale accessibile, come pure di rintracciare la linea effettivamente
seguita dal corso della storia. E, per quest’ultimo rispetto, si rese subito
manifesto che proprio la storia della logica può aver il compito di correggere
o di compiere la conoscenza della così detta filosofia del Medio Evo. A quel
modo cioè che, in ordine alla controversia intorno agli universali, è venuta in
luce una varietà di tendenze contrastanti. della quale finora non si aveva la
idea, — così si .è potuto in compenso non soltanto delimitare esattamente, in
quale misura fosse, in quei secoli, conosciuta la letteratura logica, ma anche
fornire la dimostrazione incontestabile, che nell’intiero Medio Evo, senza
eccezione di sorta, non c’è stato un solo autore che abbia cavalo fuori dalla
propria testa un pensiero che fosse suo: bensì la letteratura di quell’epoca
era tutta dipendente e condizionata dalla estensione di un materiale
preesistente, trasmesso per tradizione. Soltanto sobbarcandomi alla fatica
indicibile di sollevare e di risolvere, quasi direi frase per frase, la
questione della fonte dalla quale la frase! fosse stata ricavata, sono riuscito
a esporre in maniera obbiettivamente esatta il corso della evoluzione; e anche
quella sola volta che (cioè a proposito di Escilo) non sono stalo più in grado
di dar una risposta a quella domanda « Di dove? », non è già che su questo
punto resti da ciò alterata la giustezza della mia tesi generale, ma in quel
caso speciale semplicemente manca alla ricerca il materiale necessario. Se del
resto io per principio mi sono limitata a quella produzione letteraria, che
abbiamo a nostra disposizione in pubblicazioni a stampa, sono tuttavia contento
di ammettere la possibilità che da varie Biblioteche, utilizzandosi materiale
manoscritto, vengano tratti alla luce elementi per rettificare o integrare la
mia ricerca, e anzi in più luoghi ho espressamente formulato l’augurio che ciò
awengà. Purtuttavia in un caso soltanto ho derogato a quel mio principio: da
manoscritti parigini, additati dall’ Hauréau, ho potuto cioè desumere con gioia
ch’era mio dovere addurre il materiale che ivi si trova; poiché n’è derivata
luce, non meno nuova che interessante, sopra la relazione di Psello con Pietro
Ispano, o piuttosto con i predecessori e contemporanei di quest’ultimo: un
risultato, al quale non si sarebbe mai potuti pervenire, con la letteratura a
stampa. | Il l J rantl allude qui munì lestamente a scritti inediti di
Guglielmo da Shyreswood e di Lamberto da Auxerre, dei quali tuttavia egli si è
giocato non per il 2”, ma per il 3" volume di questa sua Storia. Si veda,
nel volume successivo della presente traduzione italiana, la Sezione XVII J. Se
i passi delle fonti, copiosamente riportati nelle Note, sembrano spesso
(particolarmente nella Sezione [la XVI': vedi il voi. successivo della
traduzione ] che tratta degli Arabi) contenere più ancora di quel che ho
esposto nel testo, il lettore vorrà scusarmene, considerando che io mi sono
sempre sforzalo di attenermi alla massima possibile brevità, e che pertanto mi
son provato a presentare nel testo non una semplice traduzione e neanche un
riassunto, bensì la intima essenza dei passi originali. Al medesimo intento di
brevità servono anche i numerosi reciproci rinvii, nei quali il lettore vorrà
ravvisare non un ozioso abbellimento, o imbruttimento, ma un mezzo compendioso
di tener dinanzi agli occhi in molti casi una più ampia connessione. Monaco di
Baviera. Le
difficoltà che s’incontrano in una rassegna del ‘positivismo’ italiano
dipendono, in primo luogo, dall’incerto significato del nome stesso, onde puo
essere ugualmente designate come POSITIVA, filosofia -della quale sembra più
interessante mettere in luce le caratteristiche differenziali che non i tratti
comuni. I positivisti non si definiscono come tali per la concorde adesione a
una rigida dottrina, o per la collaborazione consapevole alla costruzione di un
sistema ben determinato: si tratta piuttosto di un indirizzo metodico, di una
forma mentale che impronta di sè non solamente la ricerca filosofica
propriamente detta, ma l’intiero mondo della cultura. Il positivismo ripone e
ricerca la verità nel fatto, intende la conoscenza come relativa, la esperienza
come unica fonte del sapere e ultimo criterio della certezza, ritiene che la
cognizione filosofica non sia diversa per natura dalla scientifica, e anche non
possa se non prepararla e integrarla, assume di fronte ai problemi della
metafisica un atteggiamento agnostico o semplicemente negativo, concepisce la
natura come universale meccanismo, escludendone la teleologia e, pure
affermando la irreducibile diversità della materia dallo spirito, non crede che
da ciò rimanga spezzata la unità e interrotta la continuità del reale,
interpetra il mondo dei valori come prodotto della evoluzione psicologica, e
dei valori stessi domanda la spiegazione e la giustificazione alle leggi della
psicologia. Ma l’accordo — che può anche essere parziale — sopra questi
principii non esclude la possibilità di svolgimenti molteplici e autonomi,
perchè i principii stessi valgon piuttosto a dirigere nella selezione e nella
discussione dei problemi, che non ad anteciparne in concreto la soluzione:
onde, chi voglia essere cronista esatto del vasto e vario movimento, si trova
di necessità a ravvicinare pensatori che si sono reciprocamente ignorati e che
proverebbero senza dubbio grande maraviglia di trovarsi messi insieme:
particolarmente in Italia il positivismo è affermazione perenne della libertà
filosofica, sì che sembra vano ogni tentativo di esprimerlo con una formula, e
si manifesta la necessità di determinarne la fisionomia, considerando in modo
distinto la operosità de’ suoi seguaci. E tale necessità risulta ancora dal
fatto che nella maggior parte dei positivisti italiani, sopra il gusto delle
costruzioni sistematiche, ha prevalso la tendenza a esplorare determinati campi
della indagine: e però limitarsi a registrare le concezioni generali del mondo
e della vita, trascurando i contributi recati da più modesti studiosi alle
scienze filosofiche speciali, equivarrebbe a dare del movimento una idea
affatto inadeguata. Inoltre, appunto perchè in alcune almeno tra le
fondamentali assunzioni del positivismo possono, senza chiaro intendimento del
loro più profondo significato, consentire anche quegli scienziati che sono
affatto estranei agl’interessi speculativi, avvenne che si decorasse del nome
di positivismo anche la loro afilosofia, che fu qualche volta, per dirla con
Bruno, la loro filasofia, cioè una metafisica grossolana, ingenua sino alla
inconsapevolezza, e di gran lunga peggiore di quella metafisica contro la quale
il positivismo era sceso in campo: positivismo non può infatti essere ignoranza
della tradizione metafisica e incapacità d’intenderne le ragioni, bensì
dev’esspre revisione critica dei postulati assunti e dei metodi tenuti dalla
metafisica stessa. Eppure in un quadro sommario che aspiri a riuscire completo,
anche queste manifestazioni di pensiero più povere di critica hanno il loro
significato e debbono trovare il loro posto. D’altra parte, in Italia, in
questi ultimi anni, le fortune della filosofia idealistica, soprattutto nella
sua forma attualistica, indussero i dissenzienti a costituire una fronte unica
contro una dottrina che romanticamente presentava la filosofia, piuttosto come
opera di fantasia e prodotto di subbiettiva ispirazione, che non come sistemazione
di conoscenze vere: e il comune, se pur tutt’altro che uguale, atteggiamento di
opposizione e di reazione, ebbe come conseguenza che tendessero a obliterarsi i
caratteri differenziali del positivismo da altri indirizzi. A far la rassegna
dei filosofi che pròfessano oggi di essere positivisti, si sarebbe indotti a
conchitidere che i « quadri » non sono stati mai poveri come adesso : eppure
mai come in questo momento è apparsa chiara la influenza del positivismo sopra
la educazione mentale e la posizione dottrinale di quei pensatori che non si
sono ralliés alla filosofia di moda. Il periodo storico che qui si considera,
coincide con il cinquantennio dell’attività filosofica di R. Ardigò; questi,
nato a Casteldidone, pubblica La psicologia come scienza positiva », segnandovi
le linee fondamentali della sua dottrina, già preannunziata l’anno precedente,
quand’egli era ancora prete, nella commemorazione di Pomponazzi — e morì a
Mantova, avendo atteso fin quasi all’ultimo giorno, all’opera sua di scrittore.
Ma alla costruzione del sistema ardighiano erano precorse in Italia altre
manifestazioni di pensiero positivistico. Il sorgere e vigoreggiare della
filosofia del fatto si lega in Italia come all’estero, a ragioni complesse, fra
le quali prevalgono i maravigliosi progressi della scienza, nell’ordine cosi
delle invenzioni come delle scoperte, il fervore degli studi storici, la
reazione contro le intemperanze del pensiero metafisico, il disgusto dei
sistemi dogmatici. Le origini prossime del movimento positivista sono da
ricercare nella scuola di Romagnosi, dalla quale uscirono Ferrari e Cattaneo.
Ma Ferrari, rappresentante di un fenomenismo estremo che reca le tracce
d’influenze discordi e tende a sboccar nello scetticismo, non orientò il suo
pensiero verso il positivismo così decisamente come il Cattaneo: questi è
comunemente riconosciuto come l’iniziatore del movimento e il più ef. ficace
banditore della dottrina. Nel Cattaneo, patriotta insigne, cittadino
intemerato, scrittore magnifico, mente poliedrica, si manifesta l’interesse per
la glottologia, la storia e la politica, la demografia, la economia e la
organizzazione tecnica della industria e dell’agricoltura: ne’suoi scritti
filosofici, non ammette conoscenza che non sia di fatti, e attribuisce alla
filosofia una funzione sintetica rispetto alle altre scienze: raccogliendo la
eredità del Vico, pone come fondamentale il pro-^ bleina deH’incivilimento: la
civiltà è opera dell’uomo; ma l’Uomo dei metafisici è una finzione mentale, che
non può adeguarsi alla varietà e alla concretezza del mondo umano; la
psicologia individuale deve integrarsi nella psicologia sociale, o psicologia
delle menti associate; mente non si dà, nè funziona e si forma se non in un
giuoco di azioni e reazioni, che, poiché i conviventi operano uno sopra l’altro
e ogni generazione scomparsa sopra le successive.] è a un tempo il fondamento
della unità sociale e della continuità storica. La dottrina del Cattaneo
s'intona al positivismo del Comte e all’umanismo del Feuerbach, sebbene si sia
costituita in perfetta indipendenza dall'uno e dall’altro, e contiene germi che
dovranno maturare nella filosofia dell’Ardigò (« Opere edite e inedite di
Cattaneo). Maestro acclamato e autorevolissimo nelle scienze storiche, Villari,
che aveva mostrato, nel « Saggio sull’origine e sul progresso della Filosofia
della Storia, di risentir la influenza di Comte e Mill, illustrò e favori («La
Filosofia positiva e il metodo storico) l’indirizzo storico già prevalente
nelle scienze morali, sostenendo che queste non avrebbero potuto fiorire come
le scienze naturali, se non ne avessero fatto proprio il metodo, positivo o
sperimentale. La influenza esercitata dalla divulgazione della dottrina
darwiniana, che apriva nuovi orizzonti agli studi biologici ed ebbe fra noi il
suo apostolo più fervido in Canestrini ( « Antropologia » La teoria dell’evoluzione esposta ne’ suoi
fondamenti La teoria di Darwin), è manifesta negli scritti di Tommasi, medico
insigne che promosse il progresso delle scienze biologiche dallo stato
metafisico allo stato positivo, e ammoniva i discepoli a porsi dinanzi ai
problemi della natura, con l’animo sgombro da ogni apriorismo dottrinale e
metodico. Il suo naturalismo è concezione della filosofia come organamento del
sapere scientifico, è realismo rigoroso, che tende a identificarsi con il
materialismo, e non meno rigoroso empirismo: è evoluzionismo che esclude da sè
ogni teleologia («Il naturalismo moderno, Il rinnovamento della medicina in
Italia). Positivista fu pure Cantani, collega del Tommasi e suo successore
nella clinica di Napoli. Il positivismo italiano non è tutto nella dottrina d’Ardigò
e della sua scuola: ma l’Ardigò ne è, per concorde giudizio, la figura più
rappresentativa. Di lui gli undici volumi delle Opere Filosofiche rispecchiano
il genio speculativo e l’animo candido e generoso, la fede inconcussa nel Vero
e il culto operoso dell’ideale etico, celebrato nella esemplare austerità della
vita. Il positivismo del Comte era stato giudicato impari, se pur non affatto
insensibile, alla esi genza gnoseologica: nè questa era sodisfatta, in modo
positivo, dalITnconoscibiie spenceriano, che rappresenta ancora una entità
ontologica, onde si mantiene l’antitesi di sostanza e di fenomeno, e il
fenomeno è un relativo che postula un Assoluto e trova alla soglia di questo il
proprio limite: il sistema dell'A. si forma fuori da ogni diretta influenza di
queste dottrine, per la rivoluzione che lo studio delle scienze naturali opera
nella sua mente, resa, da lunga consuetudine, familiare con i classici della
teologia e della metafisica: il distacco dalle vecchie credenze non è
definitivo, fin ch’egli non ha trovato la soluzione del problema gnoseologico,
e non ha inteso come si possa spiegare la origine delle idee, senza ricorrere
alla trascendente facoltà dell’intelletto. La posizione centrale assegnata alla
teoria della conoscenza è la caratteristica più significativa del sistema
dell’A. « Non è senza significato che il positivismo assuma in Italia, quasi al
suo apparire coll’A., fisonomia spiccata di naturalismo sistematico affrontando
subito il problema dell’infinito cosmico e traducendone la visione in una
concezione organica dell’universo, e che in questa, come unicamente esteriore
ed obiettiva non si acqueti, ma la integri subito colla ricostruzione sintetica
dell’uiiità della coscienza, e invece che tener separata la questione
gnoseologica dalla cosmologica trasfonda l’una nell’altra creando un nuovo
concetto si della natura, sì dell’esperienza, tale che l’uria dall’altra non si
separano se non per distinzione sopravveniente; questo non è il positivismo di
Comte, nè quello di Spencer, è il positivismo di un popolo ove è indigeno il
naturalismo del Rinascimento» (Tarozzi). Il fatto è divino, i principii sono
umani: ma il fatto primo e assolutamente certo, per la consapevolezza immediata
che ne abbiamo, è il fatto di coscienza, la sensazione: la esperienza che sta a
fondamento di ogni verità e che non si può tentar di trascendere senza
trascorrere dal reale nel chimerico, è esperienza psicologica. Il monismo
dell’A. che elimina ogni residuo di trascendenza, esclude come fantastica così
la contrapposizione dell’oggetto al soggetto, come l’annichilazione
dell’oggetto nel soggetto; e sfugge al pregiudizio del realismo ingenuo senza
incorrere nei sofismi del soggettivismo radicale. La contrapposizione è fra
termini di pensiero, fra gruppi di sensazioni: la sensazione afferma se stessa
assolutamente, il conoscere non si deve che alla sua virtualità; ma la
sensazione, e l’attività psichica in generale, ponendosi, si sdoppia in due
mondi, per il doppio sguardo (diblemma psicologico) onde si compie da un lato
la sintesi delle sensazioni interne (Autosintesi, Me), dall’altro, la sintesi
delle sensazioni esterne (F.terosintesi, Non-Me): le sensazioni non sono per se
stesse nè interne nè esterne, ma il differenziamento si opera, per la
specificazione degli organi di senso e per il contrastare di attività stabili e
costanti, ad altre accidentali e intermittenti. La sensazione, in quanto tale,
è solo quello che è essa stessa in se medesima; ma la reciproca integrazione
delle sensazioni pertinenti a sensi diversi (le quali son tutte fra loro
incommensurabili o reciprocamente trascendenti), converte la sensazione in
percezione, aggiunge alla osservazione l’esperimento («Il fatto psicologico
della percezione). Ed è un imperativo logico la sensazione, non soltanto in se
stessa, in quanto conoscenza assoluta o posizione di se medesima, ma anche come
percezione, o conoscenza relativa e posizione della propria causa: si definisce
cosi la oggettività del sapere, mentre si evita l’errore di risolvere il
soggetto nell’oggetto. La conoscenza è relativa, ma non perchè abbia il suo
termine antitetico in un Assoluto che trascenda la esperienza e figuri come
possibile oggetto di una Mente sovrumana, bensì per quel rapporto
d’irreducibilità che il pensiero stesso pone fra i propri termini sensibili, e
che, come tale, è noto («L’Inconoscibile di Spencer e il positivismo). La
materia non farà mai conoscere lo spirito, nè lo spirito la materia: ma la
trascendenza così intesa, in senso affatto diverso dal tradizionale, non
esclude la fondamentale unità, che è l ’indistinto sottostante ai distinti (Me
e Non-Me) che vi si costituiscono, collegandosi in un organismo logico unico.
«L’unità dell’indistinto sottostante alla molteplicità dei distinti, e la
continuità del processo della duplice distinzione ('spaziale e temporale)
caratterizzano la concezione naturalistica del cosmo » (Marchesini). È una
formazione naturale la psiche, e la legge della distinzione, che ne spiega
l’essere e ne domina lo sviluppo, è legge di tutte le formazioni nelle quali si
specifica la realtà: la preminenza e la priorità del problema gnoseologico
rispetto a tutti gli altri problemi filosofici si esprimono nel fatto che
appunto dallo studio del fenomeno cogitativo induttivamente si ricava il
concetto della natura come indistinto, matrice onnigena inesauribile, infinita
virtualità di successivi che si realizza nella infinità dei coesistenti. Il
processo dall’indistinto al distinto è governato dalla legge del ritmo, la
quale spiega come ogni formazione naturale debba sempre essere un ordine,
malgrado le accidentalità proprie di ogni ordine dato, che è sempre
l’effettuazione di uno tra infiniti altri possibili. Per la universale
ritmicità si ha infatti nella natura non il caso, ma la cosa e il fatto, il
tipo e la legge, l’impero, dunque, della causalità; ma causalità non è forma a
priori dello spirito, nè semplice successione che generi per abitudine l’attesa
del riprodursi del passato; l’idea di causa è una formazione naturale
endogenetica per l’esperienza subita dal mondo esterno, onde avvertendo
costantemente una determinata successione, siamo costretti ad ammettere che il
fatto precedente ha in sè una condizione e ragione di causare: ogni fatto,
dunque, emerge in modo necessario dall’indistinto che lo determina. Ma, d’altra
parte, la necessità non esclude il caso, perchè l’ordine si attua in seno
all’universo che è infinito: onde il fatto può a un tempo dirsi, per la sua
intrinseca necessità, equazione del determinato, e, per la imprevedibilità
della sua determinazione necessaria, equazione dell’infinito: poiché
l’indistinto non è un sistema chiuso, il distinguersi di uno o dell’altro
ordine è casuale. Il determinismo non elimina dunque la casualità, nè
semplicemente l’ammette come espressione della nostra ignoranza: ma la
riconduce alla varietà infinita che è un positivo aspetto della realtà, non
meno che la causalità: il caso è l’effetto prodotto per necessità naturale da
una causa imprevedibile, assolutamente parlando, e quindi non assegnabile, o
non fissata nella stessa natura, a motivo dell’infinità del suo principio, non
solo nei momenti del tempo, che è senza limiti, ma anche negli elementi
costitutivi, eccedenti ogni confine di spazio (« La formazione naturale nel
fatto del sistema solare; la trilogia: « Il Vero» «La Ragione» L’Unità della Coscienza). E’ una
formazione naturale anche la filosofia, che non soltanto ha funzione
coordinatrice e sintetica rispetto alle scienze, ma è la matrice perennemente
feconda del sapere scientifico e dei problemi che alla scienza appartiene di
risolvere. Come l’indistinto si specifica, per un processo di ascendenza
dinamica, nei sistemi ritmici, corrispondenti a gradi sempre più alti di
autonomia, cosi la filosofia si viene differenziando nelle discipline speciali
che in essa si unificano e di essa risentono l’azione propulsiva (« Lo studio
della Storia della filosofia Il compito della filosofia e la sua perennità).
Sopra i contributi recati dall’A. alle distinte scienze filosofiche non posso
intrattenermi qui: basti ricordare come il suo realismo psicofisico e il
prevalente interesse gnoseoiogico lo abbiano portato alla costruzione di un
sistema di psicologia, dove la unità della coscienza figura come idea
direttrice, e la critica del vecchio associazionismo prepara la teoria della
confluenza mentale — come inoltre sovra basi fisiopsicologiche si eriga una
concezione della vita morale, nella quale la impulsività della sensazione è assunta
a spiegare la imperatività della idealità sociale antiegoistica (« La Morale
dei positivisti) — come, ancora, la morale s’integri in una sociologia che è
piuttosto una filosofia del diritto, o lo studio della formazione naturale
della Giustizia, intesa come forza specifica della società (Sociologia) — come
infine le dottrine fondamentali si coordinino e sbocchino in ima pedagogia, che
pone l’esercizio a fondamento cosi della educazione intellettuale come della
educazione morale (La Scienza dell’educazione). Ardigo, prof, di storia della
fil. a Padova, fu un caposcuola, e fra i suoi discepoli vogliono essere
ricordati in primo luogo Marchesini, Dandolo, Tarozzi, Ranzoli, Troilo. MARCHESINI
(vedasi), prof, di ped. a Padova, fondatore e direttore della « Rivista di
Filosofia, pedagogia e scienze affini, illustrò la figura del Maestro e ne
propagò la dottrina, elevandosi dalla esposizione acuta e fedele alla originale
ricostruzione e rielaborazione (« La vita e il pensiero di Ardigo; Ardigo,
L’uomo e l’umanista. Il M. ha definito il positivismo d’Ardigò come naturalismo
umanistico e questa denominazione designa la duplice direzione nella quale egli
stesso ha svolto la propria attività di scrittore, integrando felicemente il
sistema, che rivela così nella varietà e la novità degli sviluppi la propria
feconda vitalità. Il naturalismo del M. si fonda sopratutto sul principio
dell’unità come sintesi universale: egli concepisce la unità come continuità
dinamica dei fatti fisico, biologico, psichico, postulando il « fatto minimo »,
come idea-limite, in armonia con lo stesso concetto della continuità nella
eterogeneità, e spiegando con la impossibilità di depotenziarci la presunta
inintelligibilità del trapasso, alla quale si devono le due estreme concezioni,
idealistica e materialistica. La conoscenza, in quanto è determinata dal reale,
in ordine al principio della continuità stessa ha un valore assoluto ed
obbiettivo, non già puramente simbolico (« La crisi del positivismo e il
problema filosofico, Il simbolismo nella conoscenza e nella morale). Umanistico
è detto dal Marchesini il naturalismo dell’Ardigò, principalmente perchè riesce
alla celebrazione della persona umana e dà fondamento razionale e positivo
all’idealismo etico e alla dottrina dell’autonomia; negli ultimi libri del M.,
e non soltanto in quelli che hanno più diretta attinenza con la pedagogia («
L’educazione morale» I probi, fond. dell’ed., Disegno stor. delle dottr. ped.),
si manifesta più che mai spiccata la sua eminente vocazione di educatore. Anche
per il M. la continuità non esclude, ma comprova l’autonomia del soggetto
umano, come formazione naturale e pedagogica superiore, sulla quale si fonda il
diritto a un orgoglio umano razionale come vera e propria virtù etica (« Il
dominio dello spirito, ossia il problema della personalità eildiritto
all’orgoglio). Sulla stessa autonomia si fonda il principio della tolleranza
come rispetto della personalità nella sua costituzione specifica («
L’intolleranza e i suoi presupposti). L’ideale è relativo alla personalità, ma
pensato come assoluto acquista da ciò uha particolare potenza utilizzabile
pedagogicamente (Le finzioni dell’anima). In esso, e nelle sue singole specie,
si reintegrano le inclinazioni umane fondamentali, all’infuori d’ogni
trascendenza metafisica, ch’è puramente simbolica («La dottrina positiva delle
idealità). Nella teoria del M. si ravvisa antecipata in alcuni de’ suoi
elementi più caratteristici e significativi la filosofia del « come se », che
ha avuto in questi ultimi anni singolare fortuna e grande diffusione. Dandolo,
prof, di fil. teor. a Messina, concepì il problema gnoseologico come problema
psicologico, e lo fece oggetto d’indagine accurata e penetrante, rivelando rare
attitudini all’analisi e alla rappresentazione della vita mentale. Tra fatti
psichici e fatti fisiologici corre un rapporto unitario di correlazione: il
fatto psichico non è il riverbero di un evento fisiologico, ma ha la sua specie
caratteristica nella coscienza, che è autonoma, è un distinto che si pone
assolutamente e del quale è artificioso e vano ricercare il perchè. I limiti
dell’esperienza edelconoscerecoincidono; e continuo è il processo dal senso
all’intelletto, se pur non sia possibile risolvere senza residuo la conoscenza
nella sensazione; ciò che è necessità di origine si conserva come necessità di
sviluppo: la pura sensazione, unità indistinta, s’integra nella percezione,
come l’appetito s’integra mercè la conoscenza nel desiderio, e mercè la ragione
nella volontà. Contro il realismo ingenuo e l’idealismo dogmatico il D. afferma
la relatività reciproca di soggetto e oggetto; il conoscere in generale, mentre
si pone come fatto di coscienza, accenna alla necessità di un eterogeneo, d’un
termine correlativo esteriore, distinto e in pari tempo inseparabile dal pensiero.
Questo incontra nella esperienza un limite alla propria libertà: nella
oggettività della percezione ha fondamento la oggettività della causa, della
legge, della scienza. Contro la dottrina della scienza sostenuta dal Mach, il
D., mentre riconosce la incommensurabilità della spiegazione scientifica con i
fenomeni naturali, sostiene che fra questi e quella intercede un vincolo, che è
un adattamento speciale della intelligenza alle cose: il vero è adattamento
conquistato dal pensiero sulla realtà naturale (« Le integrazioni psichiche e
la percezione esterna, Le integrazioni psichiche e la volontà, La causa e la
legge nell’interpretazione dell’universo, Intorno al valore della scienza, Studi
di psicologia gnoseologica, oltre a numerosi altri saggi, soprattutto di psic.
e di st. della psic.). TAOROZZI (vedasi), prof, di fii. a BOLOGNA, occupa in
Italia, rispetto alla tradizione storica del positivismo sistematico, una
posizione spiccatamente personale: è stato, e si è professato sempre, discepolo
delI’Ardigò: e del positivismo infatti accetta il metodo e alcuni fondamentali
postulati: la filosofia è anche ricerca, perennemente promossa dai risultati
della scienza e dallo sviluppo dei pensiero comune; scienza e filosofia si
differenziano non per il metodo bensì per l’oggetto, e insieme tendono a un
fine comune cioè alla obbiettività, la quale può essere raggiunta dallo spirito
umano solo entro l'ambito della categoria quantitativa, onde ha grande valore
filosofico lo sforzo di esprimere il qualitativo in termini quantitativi; la
esperienza non è di atti ma di fatti; non è concreto se non ciò che è
sicuramente determinabile nel tempo e nello spazio. Ma la originalità del T. si
è rivelata anzitutto nelle critiche alle quali egli sottopose il determinismo,
ravvisando in questo un residuo metafisico e un elemento estraneo allo spirito
del positivismo. il suo indeterminismo, diverso da quelli del Boutroux, del
Bergson, del Mach, congiunge le due concezioni del divenire e della spontaneità
del fatto singolo, senza lasciarsi sedurre dal Xóyo; àgy ò? del finalismo («
Della necessità nel fatto naturale e umano). Con l’indeterminismo si collega il
realismo gnoseologico, li principio che « la realtà è il fatto della esperienza
» consente una soluzione esauriente della questione relativa alla
determinazione qualitativa e quantitativa della realtà; ma non basta a dar
fondamento alla persuasione della esistenza della realtà: la conoscenza è
contingente, e però presuppone il reale come altro da se stessa, e implica
l’idea della esistenza come incondizionalità dell’essere rispetto alla
conoscenza; da ciò s’inferisce un reale, di cui tutte le determinazioni
appartengono alla esperienza, tranne una, cioè la esistenza, che le si sottrae.
Il reale così inteso sfugge a quella determinazione del finito che è propria
della conoscenza razionale : e però è l’infinita varietà, che come tale non può
essere se non dinamica: infinito dev’essere dunque il principio dinamico
dell’infinitamente vario in ciascun essere che l’esperienza ci presenta come
determinato e finito. La contingenza della conoscenza, da un lato, giustifica
la distinzione della conoscenza pura dalla conoscenza empirica e quindi il
riconoscimento di leggi proprie del pensiero, dall’altro, ha in tale
distinzione e nella esistenza di queste leggi la propria riprova. Nella
conoscenza pura, intesa come conoscenza deH’autonomia dello spirito, consiste
il fondamento gnoseologico e logico, dell’idealismo etico. Caratteri
dell’idealismo etico sono la coscienza della libertà dello spirito, la
responsabilità, l’impero effettivo dell’ideale. La libertà dello spirito, come
rivelazione dell’infinito nella coscienza, e capacità che ha l’uomo di creare
il regno della sua umanità morale, non esclude ma implica la obbligazione,
l’impero dell’universale: l’antitesi che sussiste fra necessario e infinito, in
quanto quello pone un limite che questo esclude, vien meno, infatti, nella
necessità morale, e in essa soltanto, perchè in essa l’infinito si limita non
negandosi, ma rivelandosi. La responsabilità, in quanto è correlativa alla
obbligazione, è responsabilità non soltanto del male, ma anche del bene, in
quanto è indipendente dalla obbligazione, trascende i limiti dell’attività del
soggetto, onde questi tende ad assumere sopra di sè il carico del male della
umanità intiera. Effettivo è l’impero dell’ideale, perchè esso come autonomia
dello spirito, è, per natura sua, un fine: ma non può essere fine a se stesso,
bensì presuppone un reale ateleologico che si offre come oggetto e materia al
teleologismo in cui esso ideale si esplica; presuppone dunque, nell’ordine
degli oggetti, la natura indifferente, nell’ordine dei valori, l’utile, il
regno dell’interesse egoistico, in cui l’uomo a questa natura indifferente
obbedisce. Moralità è spiritualità, e spiritualità è successiva trascendenza di
fini gli uni rispetto agli altri. Con il sentimento dell’infinito ha affinità
profonda il sentimento estetico: l’estetica non determina una distinta regione
dello spirito, ma si afferma sovrana, come espressione sintetica della
humanitas. La pedagogia idealistica che risolve la educazione
nell’autoeducazione, ripugna al senso comune: la educazione dev’essere
spiritualistica, perchè promuovere negli educandi il loro valore propriamente
umano, significa avviarli a pensare come vera vita la loro vita interiore.
Nonostante le ragioni profonde di dissenso, la dottrina del T. appartiene alla
storia del positivismo italiano: il suo spirito fervido, aperto a interessi
molteplici, non si ferma appagato sulle posizioni raggiunte, bensì è portato a
rispondere con sintesi sempre più alte e più vaste e logicamente meglio
coerenti, all’esigenze poste dalla fede generosa e sincera nei valori umani; ma
egli non ha mai dubitato che quella rivendicazione morale dell’energia dello
spirito, che è nello spirito suo il bisogno fondamentale (Gentile), non sia
appunto il programma che il positivismo propone a se stesso e ha virtù di
realizzare (Del T„ che finora non ha divulgato in modo sistematico tutte le
idee qui accennate, vedi: « La coltura intellettuale contemporanea, Ricerche
intorno ai fond. della certezza raz. » Menti e caratteri » «La virtù
contemporanea» 1900 « Idee di una scienza del bene Il contenuto mor. della
libertà del n. Tempo L’educazione e la scuola Note di estetica sul Par. di Dante.
Anche Troilo, prof, di fil. a Padova, operoso cultore della st. della fil. («
La dottrina della conoscenza nei mod. precursori di Kant, Telesio » La fil. di
Bruno Figure e studii di st. della fil.), manifesta, nella esposizione delle
sue vedute teoretiche, il travaglio perenne di uno spirito che si cerca: tutta
la sua feconda attività di scrittore è infusa di pathos profondo. Egli riferisce
a un’antitetica che si rivela fondamentale nell’attività dello spirito, il
perenne avvicendarsi dei due indirizzi, positivistico e idealistico: e tende a
uscirne con una dottrina, che superando la unilateralità delle contrastanti
vedute, integri il positivismo con una sua propria costruzione teoretica (Idee
e ideali del Pos. Il Pos. e i diritti
dello spirito). Il suo atteggiamento di calda simpatia per il sistema d’ARDIGÒ
non gli vieta di criticarne il concetto dell’Indistinto psicofisico, nel quale
ravvisa una pericolosa concessione al dualismo; d’altra parte, il fenomenismo
puro riesce a una finale identificazione con il soggettivismo idealistico: a
questi indirizzi egli oppone lo schietto Monismo ontologico, la necessità
dell’Essere come Dato primo assoluto, assolutamente autonomo. Monismo
ontologico, ma, d’altra parte, dualismo gnoseologico: nell'Essere, includente
in sè quella forma della Realtà ch’è lo Spirito, la legge è l’Unità: nel
Conoscere, il quale altro non è che funzione, la legge è la Dualità: cosi
organicamente si compongono Immanenza e Trascendenza, spoglie di ogni residuo
metafisico. Ogni filosofia, come espressione integrale teoretica e pratica
dello spirito, è filosofia morale, pedagogia dello spirito umano: Philosophia
sire Vita : la filosofia che non deve limitarsi a interpetrare il mondo e deve
mutarlo, trapassa in storia (« Filosofia, vita, modernità, La conflagrazione).
Il positivismo del Trailo si determina come Realismo Assoluto: e un Realismo
assoluto è anche la dottrina di RANZOLI (vedasi), prof, di SI. teor. a Genova.
L’oggetto della conoscenza non è nè una imagine dell’oggetto esterno, nè una
creazione del soggetto, bensi lo stesso oggetto che conosce se stesso, e,
conoscendosi, .si pone come identico a sè e come diverso da sè, come conoscente
e conosciuto, come spirito e come natura (L’idealismo e la fil.). Porsi come
natura significa rappresentarsi e « distendersi » in quei rapporti spaziali e
temporali che risultando dalla mutua irreducibilità degli elementi della
conoscenza, e quindi del reale, si possono definire come la visione panoramica
che il reale ha di se stesso («Teoria del tempo e dello spazio). Lo spirito
costituisce il ritmo supremo dell’esistenza, ossia il limite di quel processo
d’individuazione che rappresenta la legge fondamentale della realtà : legge che
non ha nulla in sè di finalistico, ma esprime al contrario la fusione del caso
con la causalità (« Il caso nel pensiero e nella vita). Queste idee sono
espresse dal R. in una prosa ch’è sovente un modello di stile filosofico: anche
di lui può dirsi, come di DANDOLO (vedasi), che la natura sobria dell'ingegno
si riflette nella composizione nitida e organica delle dottrine, ma non vieta
di avvivarne efficacemente la espressione con imagini colorite e vaghe.
Ranzoli, in un pregevole saggio sopra « La fortuna di Spencer in Italia, ha
dimostrato che il positivismo nostro mosse i suoi primi passi sotto la sola
guida del Comte e del Littré, ma se n’è staccato ben presto, attratto dalle
ampie formule della filosofia spenceriana, che meglio si accordavano con la
natura del nostro ingegno e delle nostre tradizioni filosofiche, rappresentate
non soltanto dal naturalismo del Rinascimento, ma anche da quel filone
solitario di filosofia sperimentale che si continua ininterrotto attraverso il
Sette e l’Ottocento: il positivismo dello Spencer, meglio di quello del Comte,
aiutò l’ingegno italiano a ritrovare se stesso: l’Italia di platonica che era,
divenne spenceriana, passando per lo hegelismo: fra questo e il positivismo è
l’abisso, ma la scuola hegeliana, dalla quale uscirono alcuni fra i primi
positivisti (Marselli, Villari, Angiulli) annovera anche pensatori (basti
ricordare il Fiorentino) che, rimanendo sul terreno dello hegelismo,
riconobbero, nei limiti della filosofia della natura, il valore del principio
della evoluzione. E il positivismo italiano fu, per molta parte, evoluzionistico:
il fascino esercitato sopra le menti dalla idea di evoluzione trae il sacerdote
giobertiano Trezza, bene a ciò preparato dagli studi storici filosofici
religiosi, a convertirsi a una intuizione naturalistica, della quale egli fu il
poeta piuttosto che il filosofo: le sue idee si organizzarono (La critica
moderna) intorno ai due concetti, della relatività di tutti i fenomeni, onde
natura e storia gli appaiono come una serie di trasformazioni perenni — e.
della immanenza delle leggi cosmiche che sottrae la natura e la storia
all’intervento e all’arbitrio delle volontà trascendenti (Melli). La sintesi
spenceriana trovò largo consenso fra gli scienziati: minor favore incontrò la
dottrina dell’Inconoscibile, combattuta, per opposte ragioni, da hegeliani e da
neo-criticisti, da spiritualisti e da positivisti; ma è manifesta la influenza
dello Spencer sopra quel movimento di pensiero che ebbe per organo la Rivista
di filosofia scientifica, fondata e diretta da MORSELLI, prof, di psichiatria a
Genova. L’opera di lui è soprattutto notevole per lo sforzo assiduo di
richiamare i filosofi alla scienza e gli scienziati alla filosofia, combattendo
la metafisica antiintellettualistica, e reagendo contro io spirito
antifilosofico, manifestato o anche ostentato da molti scienziati puri. Il M.
rappresentò autorevolmente una filosofia monistica ed evoluzionistica,
consapevole della propria funzione sintetica e non ignara delle proprie intime
difficoltà, ma da ciò indotta non a cedervi bensì a superarle e una psicologia
che si rende conto dei limiti, ma anche del valore del metodo introspettivo
(«La fil. mon. in Italia» Id. id.» L’evoluz. monistico nella conosc. e nella
realtà, Il darwinismo e l’evoluzionismo La psic. scient. o pos. e la reaz.
neo-ideal. » ecc.). Classiche sono le
ricerche biopsicosociologiche del M. sul suicidio. Anche a dire del M. («C. L.
e la fil. scient.), LOMBROSO (vedasi), prof, di antrop. crim. a Torino, non fu
un filosofo: la sua Weltanschauung è schiettamente materialistica, la sua
psicologia è puro somatisino; ma se si pensa quanta luce è derivata dalle
indagini ch’egli compì o promosse, alla conoscenza delle manifestazioni
psicologiche anormali o supernormali; se si considera quante idee, accolte,
quand'egli le mise in circolazione, come scandalose o ridicole, sono diventate,
quasi insensibilmente, elementi vitali della comune cultura e hanno agito sopra
la costituzione deila nostra coscienza morale: se infine si pensa alla
influenza che la sua antropologia criminale, ispirata a un rigoroso
determinismo bio sociologico, ha esercitato in tutto il mondo sopra la
legislazione penale è debito di giustizia ricordare l’attinenza dell’opera di
lui e de’ suoi discepoli, con il movimento
della filosofia scientifica («L’uomo delinquente» L’anthrop. crim.
L’uomo di genio, «Nuovi studi sul genio). Alla negazione del libero arbitrio e
alla fondazione .di una dottrina della imputabilità penale non costituita sopra
la responsabilità morale, diede opera, con altri, FERRI (vedasi), fondando
quella scuola del diritto penale, o piuttosto della criminologia, che fu detta
positiva, e che propugnò lo studio e la considerazione non del delitto, ma del
delinquente. Il Lombroso diffuse in Italia, La circolazione della vita » di
Moleschott. Questo saggio, nel MOLESCHOTT, prof, a Torino, sostenne le proprie
vedute materialistiche, ebbe parte notevole nella ispirazione della dottrina
lombrosiana. Al materialismo aderirono o per lo meno inclinarono molti fra i
cultori delle scienze biologiche: e un tale indirizzo è manifesto nelle
ricerche psico-fisiologiche di Schiff, prof, di fisiologia a Firenze («Sulla
misura della sensaz. e del movimento»
«La fisica nella filosofia» 1875), del suo discepolo, Herzen (Fisiol. e
psicol., La condizione fisica della coscienza » « Della nat. dell’attività
psich. » «Il moto psich. e la coscienza) che nell’« Analisi fisiologica del
libero arbitrio umano illustrò il doppio determinismo, organico e sociologico,
delle azioni umane; e dell’antropologo Sergi, già prof, a Roma (« Elem. di
psic. L’origine dei fenomeni psichici), studioso anche di problemi pedagogici
(« Per l’educazione del carattere » Educazione e istruzione). Le vedute di
SERGI (vedasi) sono impugnate da REGALIA (vedasi), sostenitore della tesi che
il dolore è l’antecedente costante e immediato di ogni azione (saggi vari,
cinque raccolti nel voi. « Dolore e azione). Un altro antropologo, Vignoli,
coltivò la psicologia comparata (animale e etnografica) e genetica («
Peregrinazioni psicologiche » 1895). L’esclusivismo psicologico nella
spiegazione delle malattie mentali e le ragioni filosofiche che sono poste a
suo fondamento furono combattuti dal grande clinico MURRI (vedasi) (Nosologia e
psicologia. Non si staccò dall’indirizzo materialistico BUCCOLA (vedasi), il
quale a Reggio Emilia — dpve sotto la direzione di TAMBURINI (vedasi), e più
recentemente di Guiceiardi (vedasi), ebbero grande impulso la psicopatologia e
la freniatria — avvia ricerche psicometriche che ebbero larga eco anche
all’estero («La legge del tempo nei fenomeni del pensiero). Ma scarso è il
contributo direttamente recato dai filosofi positivisti alla psicologia con
ricerche sperimentali, alle quali attesero prevalentemente seguaci di altri
indirizzi o studiosi estranei alla milizia filosofica. Allo studio sperimentale
delle emozioni contribuì poderosamente MOSSO (vedasi), prof, di fisiologia a
Torino (La paura, La fatica), studioso anche di problemi educativi, il quale
aderì alla teoria Lange-James: a lui e alla sua scuoia (particolarmente al
lombrosiano PATRIZI (vedasi)– no il da Dazia --, prof, di fisiologia a Modena)
è dovuto il primo impulso alle ricerche di psicologia applicata ai problemi
sociali e del lavoro (psicotecnica). Il nome del Patrizi è legato anche a
tentativi d’interpretazione delle opere d’arte con il sussidio della psicologia
positiva («Saggio psico antropol. su 0. Leopardi, Il Caravaggio e la nuova
crit. d’arte. Treves, scolaro del Mosso, contribuì alle stesse ricerche (per
es. con studi sopra le relazioni fra emozioni e lavoro muscolare) e
particolarmente coltivò le applicazioni della psicologia alla pedagogia e alia
tecnica scolastica, portando modificazioni alla scala metrica del Binet. Al
problema della valutazione della intelligenza, e inoltre agli studi di
psicologia e pedagogia dei deficienti («Educazione dei deficienti)si dedica
Sanctis, prof, di psicol. a Roma), autore anche di apprezzate ricerche sopra i
sogni. Benemerito della pedagogia correttiva è Ferrari, direttore dal 1905
della Rivista di Psicologia. BROFFERIO (vedasi), prof, di st. della fil. a
Milano (La filosofia delle Upanishadas », postumo), esercitò la propria
attività nella sistemazione della psicologia e, sopra saldo fondamento
psicologico, della gnoseologia positivistica : si propose il problema della
classificazione delle specie della cognizione, come propedeutico rispetto al
problema dell’origine, razionale o sperimentale, della cognizione, e ridusse le
intuizioni, per le quali la esperienza è resa possibile, alla intuizione
fondamentale del numero (unità e molteplicità), la quale s’integra in quelle
della quantità (intensità) e della qualità; ma di quella intuizione egli
illustrò la natura sperimentale. Scarso è il contributo recato dai positivisti,
alla estetica. Oltre a Mantegazza, professore a Firenze (Epicuro), autore anche
di molto fortunati studi sulle emozioni, si può appena ricordare Pilo
(«Estetica Psicologia musicale) e BARATONO (vedasi) («Sociol. estetica»). Quest’ultimo,
autore anche di lodati Fondamenti di psicologia sperimentale ha coltivato poi
di preferenza la pedagogia, con indirizzo criticistico. il preteso a priori non
è se non la esperienza accumulata della razza. Il positivismo affermando, in
contrasto con il materialismo degli scienziati, la relatività della cognizione
e precludendosi la via alla ricerca della realtà assoluta, lascia la
possibilità di fondare sovra prove morali la credenza nella esistenza di Dio e
di appagare la invincibile aspirazione alla immortalità. Il B. ravvisò poi
nelle esperienze spiritiche la verificazione sperimentale di quelle ipotesi che
aveva da prima accolte per volontà di credere («Le specie dell’esperienza »
Man. di psic., Per lo spiritismo). Anche Ettore Galli, lib. doc. a Padova, pone
a fondamento della filosofia la psicologia, analitica e genetica: origine del
conoscere è il sentire, che è fatto biologico. Le leggi della ragione sono le
leggi dell’apprendere; e si apprende quando un fatto di sentire secondo una
legge dinamica universale si fonde, in ciò che ha di comune, con virtualità di
sensazioni anteriori: tale processo si ripete in tutte le operazioni del
pensiero. La realtà è tutta relativa al conoscere, e quindi al sentire: dal
sentire nascono così l’io come il nonio. E il sentire è anche base della
morale. La vita, la quale per conservarsi e integrarsi suggerisce agli uomini
la collaborazione e la divisione del lavoro, ha nel dovere un mezzo che poi
agli effetti pratici vien postulato come fine delle azioni. E al dovere
s’informa anche la educazione, in quanto è mossa dall’esigenze della vita (Nel
regno del conoscere e del ragionare» «Alle radici della morale» «Nel dominio
dell’io, Alle soglie della metafisica. Dell’attività esplicata dall’Ardigò, da
Marchesini, dal Tarozzi come pedagogisti, già si è fatto cenno. L’indirizzo
positivistico ebbe, in generale, grande influenza sopra la scienza della
educazione: e si onora anzitutto del nome di GABELLI (vedasi), che professa un
positivismo agnostico, combattendo le degenerazioni materialistiche; ma più che
ai problemi speculativi, volse la mente ai problemi della pratica: propugnò
l’applicazione del metodo sperimentale alle scienze morali, e delineò un’etica
utilitaria, fondata sopra l’amor di sè, distinto daH’amor proprio (« L’uomo e
le scienze morali » 1869). Esplicò la sua missione socratica (Credaro) con la
diagnosi severa — condotta da un punto di vista rigidamente conservatore — dei
mali morali del popolo italiano e con la indicazione del rimedio, che doveva
consistere in una educazione diretta a formare le teste, a bandire l’artifizio,
il verbalismo, la retorica, ad assumere come elementi integranti del carattere
idee chiare verificate al paragone della esperienza: il miglioramento morale è
indissolubilmente legato al progresso intellettuale: non sussiste
contraddizione tra il fine umanistico e l’indirizzo realistico della educazione
(«Il metodo d’insegnamento nelle scuole elementari d'Italia Riordinamento
dell’istruzione elementare. Relazione, Istruzioni e programmi» L’istruzione in
Italia). Angiulli, prof, di ped. a Napoli, reagisce contro l’imperante
hegelismo con un sistema, ispirato alla fede nel valore teoretico e sociale
della scienza positiva, .che è legata con la filosofia da un vincolo d’interdipendenza:
ripudia l’Inconoscibile e ammette la possibilità, per la virtualità
dell’astrazione, di una metafisica critica e scientifica, evoluzionistica e
relativistica. La dottrina della evoluzione cosmica informa di sè anche la
morale scientifica progressiva (migliorismo), la quale s’integra con la
cosmologia in una religione nuova: l’A., determinista, ammette negl’individui
anche il determinismo dell’ideale. Ma l’ideale non si realizza se non nella e
per la educazione, intesa non come sempiice adattamento alle condizioni
esistenti, ma come preparazione a nuove conquiste. Tutti i problemi sociali
s’incontrano nel problema pedagogico, che dev’essere risolto teoricamente con
la costituzione della pedagogia sopra fondamento scientifico e filosofico, praticamente
con l’attuazione sua negli ordini della scuola e della vita. Liberale in
politica, l’A. rivendica allo Stato il diritto, che è dovere, d’impartire la
educazione nazionale e la istruzione obbligatoria e laica. L’incremento della
cultura femminile deve render possibile che si armonizzino, nella scienza, la
educazione domestica e la pubblica. La istruzione scientifica deve in tutti i
suoi gradi essere animata da spirito filosofico («La Filosofia e la ricerca
positiva, La Ped., lo Stato e la Famiglia, La Fil. e la Scuola). SICILIANI
(vedasi), prof, di ped. a BOLOGNA, aspira a una sistemazione del positivismo
italiano, sulla traccia di Galileo e di Vico e in armonia con l’evoluzionismo
(«Sul Rinnovamento della Fil. pos. in Italia). La sua pedagogia ha a fondamento
la storia della educazione e ne ricava i due principii della dignità intrinseca
della «santa» personalità umana, e dell’autodidattica (La Scienza nell’Educ.
Rivoluzione e Ped. moderna). FORNELLI (vedasi), prof, di ped. a Napoli,
contribuì a diffondere in Italia la dottrina herbartiana (Studi herbartiani),
la quale tuttavia dovette la sua maggiore fortuna fra noi all’opera di Luigi
Credaro (« La Ped. di Herbart): ebbe vivo il senso della importanza del
problema pedagogico nello Stato liberale e propugnò la laicità della scuola che
deve trovare nella scienza il proprio centro. La misura dell’esigenze che si
pongono sopra il fanciullo dev’essere ricavata dalla considerazione non della
sua costituzione psicologica, ma della finalità civile della educazione. La
volontà è determinata, ma tra i fattori che la determinano è compresa anche la
individualità: e in ciò la responsabilità trova il proprio fondamento. Fu
sostenitore, nella istruzione secondaria, di un temperato classicismo
(«Educazione moderna» «L’Insegnamento
pubblico ai tempi nostri» 1881 «L'adattamento nell’educazione). DOMINICIS
(vedasi), già prof, dì ped. a Pavia, si è ispirato ai principii
dell’evoluzionismo e del darwinismo («La dottrina dell’evoluzione); ha
determinato, in base alla esperienza naturalistica e storica, i fattori, le
leggi, i fini della educazione, il fondamento e i limiti della sua efficacia,
acutamente analizzando la vita interna della scuola (« Scienza comparata della
Educ.), e ha esercitato grande influenza («Linee di Ped. elem.) sopra la
formazione dei maestri. Colozza, prof, di ped. a Palermo, concepisce non
diversamente dal suo maestro Angiulli la scienza della educazione nel sistema
della filosofia scientifica ed evoluzionistica («Saggio di Ped. comparata» La
Ped. nei suoi rapporti con la Psic. e le Se. Soc.): ma ha temprato il forte e
indipendente ingegno nell’analisi psicologica, nella ricerca del fondamento
psicologico della pedagogia, nello studio di problemi educativi e didattici,
nella revisione di concetti comunemente accolti senza discernimento critico:
dal ripensamento originale della dottrina del Rousseau ha tratto conforto alla
fede nella virtù del metodo attivo; ha risposto negativamente al quesito se
esista la educazione dei sensi («Il giuoco nella psic. e nella ped., Del potere
d’inibizione, La meditazione, Questioni di Ped. «Il metodo attivo nell 'Emilio.
Ripensando l ’Emilio » La matematica nell’opera educativa). VALLE, prof, di
ped. a Napoli, studiò la formazione dell’autocoscienza, nel riguardo della
forma e del contenuto (« La Psicogenesi della coscienza): ma prevale nell’opera
sua il gusto delle vaste costruzioni. La vita umana dà materia alla indagine
sperimentale del lavoro mentale (che è sempre un mezzo), e alla indagine
speculativa del Valore (che è sempre un fine,): donde due dottrine pure
(Psicoenergetica, Axiologia) e due dottrine applicate (Psicotecnica,
Teleologia). Il D. V. può dirsi positivista, quando ricava « Le Leggi del
lavoro mentale » per induzione da esperienze, anche originali, e ravvisa nella
pedagogia sperimentale un capitolo della psicotecnica (come la ped. fil. è un
capitolo della teleologia). Ma la sua axiologia realistica lo allontana dal
positivismo. I Valori (esistenziali, logici, estetici, morali, economici) sono
rivelati ma non contenuti dalla coscienza: sono il prodotto di una sintesi a
priori ; possono esser creduti, ma non dimostrati; sono assoluti, trascendenti,
cioè indipendenti da ogni singola mente e validi potenzialmente, anche se non
intuiti empiricamente da alcuno. Si unificano oggettivamente nella Realtà
assoluta trascendente (Dio), soggettivamente nella coscienza generica assoluta.
L’educazione consiste nella creazione e acquisizione delle varie classi di
valore (« Teoria Gen. e Formale del Valore, come fondamento di una ped. fil.:
Le premesse dell’Axiol. pura»).Montessori ha coltivato l’« Antropologia
pedagogica, ma il suo nome è soprattutto legato alle Case dei bambini, che
hanno avuto ampia diffusione anche all’estero e nelle quali il principio di
spontaneità è portato alle sue estreme applicazioni («Il met. della ped.
scient. applicato all’educ. inf. nelle Case dei bambini» 1910 « L’autoeduc.
nelle se. elem. » 1916 «Manuale di ped. scient.). Tauro, lib. doc. a Roma,
autore di un lodato profilo del Pestalozzi, ha propugnato il metodo positivo ed
evoluzionistico nella ped., scient. e filosofica, della quale ha delineato un
piano sistematico (« Introd. alla ped. gen.): ha studiato « Il probi, delia
coltura nelle sue attinenze con la scienza e con la scuola, ha affrontato
questioni di ped. applicata, relative alla educaz. intellettuale (« L’unità
mentale e la concentraz. della istruz.) e alla formazione del maestro (« La
preparaz. degl’insegnanti elem. e lo studio della ped.), ha, infine, assunto il
silenzio a oggetto di analisi psicologiche e di ricerche storiche accurate,
fermandosi a considerare il silenzio interiore come mezzo e processo
dell’autoeducazione («Il Silenzio e l’Educazione dello Spirito). Per Resta,
lib. doc. a Roma, realtà propria del vivere umanno è non l’errare a caso in
balia delle contingenze (attualità,ed eterogenesi dei fini), ma la conformità
dei risultati complessivi a un piano di svolgimenti progressivi (persistenza, e
omogenesi dei fini). Occorre perciò (ed è tendenza dell’uomo) una forma o norma
di vita, per la progressiva riduzione dell’ordine naturale e attuale dello
sviluppo umano, secondo l’ordine ideale o finale della vita. Una tale forma o
legge delle realizzazioni umane è la educazione: e questa è, da un lato,
inerente al vivere umano, ma si rivela anche, dall’altro lato, specifica cioè
distinta e originale, in quanto si definisce come legge di maestria, cioè come
il farsi maestro e far da maestro, mediante una progressiva azione di
corrispondenza delle potenzialità ed inclinazioni del soggetto (ordine attuale)
alle finalità della vita (ordine finale). La educazione è dunque attività di
sforzi perfettivi possibili (legge di convenienza progressiva) che si
trasformano in abilità o autonomia (legge di maestria) del soggetto nei fini
della vita: suo modello dev’essere la personalità più saldamente autarchica
(l’autonomia) nella migliore realizzazione dell’ordine ideale (Peunomia) «
L’anima del fanciullo e la ped., I probi, fond. della ped. » Trattato di Ped. 1
» L’educaz. del geografo. 11 carattere umanistico della morale dei positivisti
è stato già rilevato. Troiano, prof, di fil. mor. a Torino, studioso benemerito
dell’etica greca, defini come umanismo la sua filosofia : umanismo critico e
integrale, distinto dall’umanismo pragmatistico, perchè tien separate le
categorie gnoseologiche e quelle pratiche. L’uomo è il centro teoretico e
appreziativo del mondo: tutto da lui prende luce e si predica, tutto da lui
prende senso e si avvalora. Fondamento di ogni valutazione è uno spirito
individuale, che è l’unico reale: lo spirito assoluto è impensabile, lo spirito
collettivo una metafora. Ma nell’individuo esistono pure tendenze collettive e
storiche, e tendenze universali: individualismo e universalismo sono aspetti
inseparabili deH’umanesimo concreto. Ogni etica metafisica è essenzialmente
eteronoma e dogmatica: la concezione subbiettivistica dei valori porta a
costruire la morale sopra fondamento psicologico. Centro della vita psichica,
organo dei valori finali, regolatore supremo della vita è il sentimento, che è
il Iato subbiettivo e vissuto d’ogni fenomeno psichico, e però espressione
immediata dello stato del soggetto: fondamento di una morale autonoma è il
sentimento non come dolore (tendenza) o piacere (fruizione), bensì come
sentimento di calma che rivela lo stato di tregua per la sodisfazione avvenuta
e l’armonia di tutte le tendenze: all’edonismo va sostituito l’alipismo: il
senso di tutto il mondo dello spirito umano è spirito, sospiro o conato di
pace, di liberazione dal dolore. L’umanismo pedagogico assume a fine della
educazione la perfetta formazione degli organi individuali dei valori umani,
informandoli al sistema storico della coltura: la educazione deve tendere a
sostituire i valori religiosi con valori spirituali più alti, vincendo la
superstizione del divino con la celebrazione divina dell’umano (« Etilica. I »
« Ricerche sistematiche per una fil. del costume. I » «La fi!, mor. e i suoi
probi, fond. » 1902 « Le basi dell’umanismo, L’umanismo ped.). L’umanismo etico
di CESCA (vedasi), prof, di st. della fil. e di ped. a Messina, è fondato sul
fenomenismo gnoseologico ed esclude da sè il trascendentalismo, ma culmina
nella concezione di una religione morale e umanitaria (« La religione morale
dell’umanità» La Fil. della vita» La Fil. dell’az.). La religione identificata
con la forza della idealità continuamente aspirante al meglio, viene anche a
identificarsi con la educazione moderna che, distinguendosi dall’addestramento,
deve rivolgersi all’Io profondo dell’educando («Religiosità e ped. mod.). Il C.
costruisce la pedagogia generale sopra fondamento evoluzionistico: il suo
pluralismo critico tende a superare « Le antinomie psicologiche e sociali della
educazione» (1896) nella concezione della educazione stessa come processo
unitario, realizzantesi nella concordia di discordi molteplici fattori. In JUVALTA
(vedasi), prof, di fil. mor. a Torino, è particolarmente viva la consapevolezza
della esigenza critica. Non ha scritto molto: ma gli scritti suoi («
Prolegomeni a una morale distinta dalla metafisica » 1901 « Su la possibilità e
i limiti della morale come scienza» 1907 «II vecchio e il nuovo problema della
morale » I limiti del razionalismo
etico) son tutti il frutto di meditazione severa, promossa da un irresistibile
bisogno di chiarezza che lo trae a rivedere assiduamente non soltanto le
soluzioni dei problemi etici che sono state proposte nel corso della storia, ma
anche i termini e la posizione dei problemi stessi. Le esigenze di ordine
morale sono fondamentali e decisive nella posizione e nella soluzione dei
problemi di ordine metafisico; e direttamente o indirettamente ne dipendono
anche le questioni filosofiche, che a primo aspetto si presentano come
d’interesse prevalentemente teoretico. È dunque, nonché opportuno, necessario
affrontare i problemi morali indipendentemente da presupposti di qualsiasi indirizzo
filosofico, implicanti una particolare soluzione dei problemi della realtà e
della conoscenza. Nella scelta fra le diverse intuizioni religiose, o fra i
diversi sistemi filosofici, prevale l’atteggiamento personale della coscienza
morale. JUVALTA crede alla possibilità di una scienza normativa etica, ma la fa
consistere in un sistema di relazioni e di leggi, le quali non hanno valore di
norme da seguire, se non nella ipotesi che sia assunto come fine quell’effetto
o quell’ordine di effetti, del quale esse leggi esprimono le condizioni e i
fattori. Una tale scienza differisce dalle altre scienze precettive soltanto
perchè suppone che al fine suo sia riconosciuto un valore di universale
preferibilità e precedenza sopra ogni altro fine. Perchè la determinazione
delle norme etiche possa dirsi scientifica, si richiede che il fine sia
umanamente possibile, cioè in relazione di dipendenza da una certa forma di
condotta collettiva o individuale (e particolarmente per questa maniera
d’intendere il carattere scientifico della morale, il punto di vista dello J.
si differenzia da quello che ha prevalso tra i positivisti). Perchè le norme
sieno norme etiche, si richiede che sia ammesso come postulato che il
riconoscere al fine assunto valore di universale preferibilità e precedenza
rispetto a qualsiasi altro fine umanamente possibile, è una esigenza morale.
L’esigenza caratteristica di una norma morale (esigenza giustificativa, diversa
dalla esigenza esecutiva, che è relativa ai mezzi di assicurare la osservanza
della norma stessa) è quella di una universale giustizia; e il fine che sodisfa
a questa esigenza è una forma di società umana tale, che tutti i socii trovino
nelle sue stesse condizioni di esistenza la medesima o equivalente possibilità
esteriore di rivolgere la loro attività alla ricerca di qualsivoglia dei beni
ai quali la convivenza e cooperazione sociale è mezzo. Allo studio del
conflitto fra i criteri fondamentali di valutazione morale, lo J. ha recato, e
ancora promette, notevoli contributi. ORESTANO, prof, di st. della fil. a
Palermo, ha coltivato la storia della filosofia e della pedagogia («Der
Tugendbegriff bei Kant» 1901 «Le idee fondam. di F. Nietzsche» «L’originalità di Kant» Comenio » Angiulli »
Rosmini» L. da Vinci) e la filosofia morale (« I Valori umani» 1907 «La scienza
del bene e del male» Gravia Levia» Prolegomeni alla scienza del bene e del male,
Pensieri’). Meglio che fra i positivisti, va annoverato fra i seguaci
dell’indirizzo critico. Egli ritiene che il positivismo coerente non possa
uscire dalla descrizione della vita morale: ma la scienza si rivela
insufficiente di fronte alle questioni più essenziali che la mente umana può
proporsi di fronte alla realtà, e delle quali nell’operare umano è implicita
una soluzione : la esperienza morale, forse tutta la esperienza umana, non
rivela al pensiero la totalità delle condizioni sue: non tutta la realtà è
nell’esperienza. 11 progresso dello spirito è segnato dall’accrescimento dei
problemi. D’altra parte ORESTANO ha finora soprattutto inteso a costruire sul
terreno della esperienza una scienza del bene e del male, che si limita alla
descrizione più economica, cioè più semplice e più completa, dei rapporti
funzionali elementari (espressi possibilmente nella forma del calcolo) dei
fenomeni morali; e ha portato nn ricco geniale contributo al problema del
valore e della valutazione, considerato cosi in generale come dal punto di
vista etico. Ogni sistema di vita morale consiste infatti in un complesso di
valutazioni, tendenti a obicttivarsi mediante azioni e a svilupparsi in un
sistema di principii e di leggi. Ammessa la subbiettività del valore, non per
questo se ne assume come sufficiente la spiegazione psicologica: la coscienza
non è che una piccola sezione della personalità: e quest’ultima è coestensiva
col sistema della vita, il quale presenta, nell’aspetto organico psicologico
sociale, una composizione multipla e pluricentrica. L’unità trascendentale
dell’io è un mito che non spiega nulla. La valutazione è una funzione
dell’interesse (che è reazione totale dell'io): è la coscienza riflessa di uno
stato d’interesse riferito al suo oggetto. Il concetto ontologico del valore
non può essere fondamento della scienza morale, la quale deve adoperare il
concetto del valore come un principio formale di sintesi dell’esperienza morale
senza obbedire ad alcuna intuizione concreta; caratteristico della reazione
morale è pertanto il riferimento di un oggetto particolare d’interesse al
concetto fondamentale che si ha della vita nella totalità de’ suoi scopi: questo
concetto è il vero fondamento di tutt’i giudizi etici: fondamento relativo, ma
che una volta fissato, agisce come principio assoluto. Tale definizione
s’integra nella definizione del fatto morale come impiego effettivo, cosciente
e volontario della vita in funzione di un tale concetto unitario, esplicito o
implicito, di essa: è la vita che pensa e vuole se stessa, che sceglie da sè i
suoi propri modi di essere: il mondo morale è una teleologia in azione. Ma la
vita non può pensarsi nè volersi che socialmente: la personalità sociale è il
soggetto della esperienza etica, la quale presenta cosi due aspetti, sociale e
personale. L’O. riconduce tutte le valutazioni a un comune denominatore, la
vita, che è la massima misura umana della realtà e del valore: il valore della
vita, poi, è una funzione dipendente del valqre supremo idealmente concepito:
per VALLI (vedasi), lib. doc. a Roma, Il Valore Supremo s’identifica con la
vita stessa. La sua teoria generale del valore come simbolo di una corrente
d’impulsi o di volontà concordi in una direzione, mette in luce la legge di
proiezione dei valori, per la quale la coscienza crea ai valori stessi una meta
fittizia, considerando come valore proprio l’ujtima parte consapevole di ogni
processo vitale, e con ciò crea i falsi assoluti della morale, che devono via
via decadere. Valore proprio, rispetto al quale tutti gli altri sono valori
relativi, è soltanto la vita, unico valore vero e perciò supremo, nel quale e
per il quale esistono gli altri valori, compresi i valori conoscitivi che sono
anch’essi valori strumentali della vita. In questa stessa Rivista, il V. ha
presentato modificata in senso antiintellettualistico, la teoria della
religione sostenuta nel libro « Il fondamento psicol. della religione). ZINI (vedasi), lib. doc. a Torino, aderisce,
sul terreno della gnoseologia, al realismo critico: afferma l’intima unità o
mutua compenetrazione dello spazio e del tempo, e svolge una teoria dinamica
dello spazio, concepito come emanazione del tempo: la nostra sensibilità, cioè ia
nostra vera vita spirituale in quanto è formata di rappresentazioni e di
sentimenti, d’intuizione e di volontà, è soggetta alla legge fondamentale del
tempo e delio spazio; ma le condizioni per cui nella realtà soggettiva sorgono
queste forme fondamentali, esistono nella realtà oggettiva, nella natura (« La
doppia maschera dell’universo). Nel campo della morale, Z. haprofessato sempre
la insufficienza dell’empirismo e si è venuto sempre più accostando (La morale
al bivio) alla posizione criticistica, in antitesi con il naturalismo etico e
il determinismo: ma può essere annoverato qui per l’opera data alla costruzione
di una morale logica, la quale sia l’applicazione alla condotta dei sistemi di
cognizioni formulati dalla scienza. ZINI ha vigorosamente criticato la morale
religiosa, emotiva ed eteronoma, tutta volta alla espiazione del passato e alla
redenzione dai peccato, e, svelandone il meccanismo psicologico, l’ha
presentata come impedimento alla formazione della personalità libera e
responsabile (« Il pentimento e la morale ascetica): egli ha ricostruito la
storia psicologica del sentimento e della idea di « Giustizia, e studiato il
problema sociale come problema che è anche morale e che trova la sua soluzione
non nella socializzazione della proprietà, ma nella partecipazione di tutti
alle condizioni di una civiltà superiore (« Proprietà individuale o proprietà
collettiva?). Scolaro d’ARDIGÒ e di MARCHESINI (vedasi), LIMENTANI, prof, di
fil. inor. a Firenze, ha sostenuto che un’etica indipendente dalla metafisica
deve abbandonare ogni pretesa normativa o deontologica: il valore morale si
specifica come rapporto formale fra la coscienza del dovere la quale si spiega con la costituzione
pluralistica della personalità e della società
e la condotta effettivamente praticata: misura del valore morale è lo
sforzo, ed è però competente a giudicarne, in più eminente grado, lo stesso
soggetto agente. Dalla valutazione morale strido sensu vanno distinte come «
quasi morali » altre valutazioni, fra le quali caratteristiche son quelle
dipendenti dalla relazione fra la condotta del soggetto e le aspettazioni dei
socii (« I presupposti formali della indagine etica » «La morale della simpatia «Moralità e
normalità» «L’onore e la vita morale). Salvadori, lib. doc. a Roma, contribuì
efficacemente alla diffusione della dottrina evoluzionistica, con traduzioni di
opere dello Spencer e monografie illustrative (Spencer e l’opera sua, La
scienza economica e la teoria dell’evoluzione. Saggio sulle teorie econ.-soc.
di Spencer, L’etica evoluzionista. Studio sulla fil. mor. di Spencer); combattè
gli errori del trasformismo meccanico («Natura, evoluzione e moralità) ed ebbe
a guida l’evoluzionismo così nel sostituire una spiegazione razionale dei
sentimenti morali alle spiegazioni metafisica e puramente empirica, rivelatesi
insufficienti (Determinaz., classificaz. e spiegaz. dei sent. mor.), come nel
fondare sopra la conciliazione dell’antitesi essere-divenire, un concetto
positivo del diritto naturale (Das Naturrecht und der Entwicklungsgedanke. Il
positivismo italiano già nel suo fondatore, CATTANEO (vedasi), è, sulle orme
del Vico, storicismo: MARSELLI (vedasi), scolaro di SANCTIS (vedasi), dopo
avere, ne’ primi suoi lavori di fil. della st. e di estetica, ormeggiato lo
Hegel, prova poi il disgusto dello abuso che gli hegeliani avevano fatto della
Idea astratta e della scienza a priori, e concepì la storia come la più alta
tra le scienze di osservazione, che con lo stesso metodo adottato dalle scienze
naturali, deve rivelarci le manifestazioni della natura umana e le sue leggi.
Il positivismo del M. è una metafisica monistica, che non oppone lo spirito
alla natura, nè risolve questa in quello, ma spiega con la legge di evoluzione
il progresso da una all’altro («La scienza dellastoria» Le leggi storiche
dell’incivilimento», postumo). P. R. TROIANO (vedasi) da opera alla
costituzione de La storia come scienza sociale, combattendo il concetto
dellastoria come opera d’arte. Da apprezzate ricerche d’etnologia preistorica e
protostorica (L’origine degli Indoeuropei), condotte sulla traccia luminosa
d’intuizioni del Cattaneo, MICHELIS (vedasi) procede ad approfondire il
problema della conoscenza storica. Le scienze di leggi dalla matematica alla
sociologia e la storia lato sensu,
rispondono a due distinte esigenze del pensiero: le prime hanno per oggetto quei
rapporti condizionalmente necessari delle cose e dei fenomeni che costituiscono
la «Natura»: la seconda riesce invece alla costruzione e rappresentazione del
reale a titolo di « mondo » o «universo». Hanno torto quei positivisti che
vorrebbero sostituire la storia con le scienze di leggi, estendendo a quella il
contenuto logico e il tipo epistematico di queste; ma è anche infondata (o
fondata soltanto sopra un’analisi insufficiente delle categorie sotto le quali
viene pensato il reale come natura, e sovra persistenti vedute astrattistiche e
sostanzialistiche) la svalutazione del conoscere matematico-naturalistico. Se
la costruzione della storia è il termine d’arrivo di tutto il conoscere, ogni
progresso della conoscenza storica ha per condizione il progredire delle
scienze di leggi; e se queste avessero un valore puramente convenzionale,
neanche la storia potrebbe aspirare a un valore filosofico («II problema delle
scienze storiche). BERTAZZI (vedasi), prof, di st. della fil. a Catania,
fecondo studioso del pensiero antico, medievale e moderno, ha avviato ampie
ricerche sovra «I presupposti fondamentali della storia della filosofia.
Asturaro, prof, di fil. mor. a Genova, considera i problemi morali dal punto di
vista dell’evoluzionismo, che, meglio del semplice associazionismo, offre il
modo di conciliare il naturale egoismo con l’ideale del disinteresse («Saggi di
fil. mor.): si adoperò sopratutto a sistemare la sociologia mediante la classificazione
e seriazione dei fatti sociali: approfondì la dottrina del metodo delle scienze
morali e la dottrina della classificazione delle scienze ( « La sociologia, i
suoi metodi e le sue scoperte). Ma della vastissima letteratura sociologica che
dilagò per l’Italia sul finire dello scorso secolo e nel primo decennio del
presente, non è il caso di far parola: sopra quella emergono per l’austera
serietà degli intendimenti e la rigorosa fedeltà al metodo positivo gli «
Elementi di scienza politica di MOSCA (vedasi), prof, di diritto costituzionale
a Roma, e il «Trattato di sociologia generale di PARETO: questi scrittori, se
pure non fecero professione di filosofia, con il loro pensiero robusto e
originale esercitarono grandissima influenza sopra la formazione delle giovani
generazioni. Scolaro d’ARDIGÒ, LORIA (vedasi), prof, di economia politica a
Torino, sociologo ed economista dei più eminenti, ricercò un principio che lo
guidasse alla spiegazione organica della vita sociale: non si propose la
soluzione di problemi speculativi, ma intese il materialismo storico come un
ferreo determinismo economico e ne trasse nel modo più intransigente estreme
illazioni (Le basi economiche della costituzione sociale). Diffuse con parola
lucida colorita efficace la conoscenza del movimento sociologico contemporaneo
(«La sociologia, il suo compito, le sue scuole, i suoi recenti progressi Verso
la giustizia sociale). La concezione della storia come divenire automatico e
fatale dei processi economici, e la interpretazione del materialismo storico
come applicazione della filosofia materialistica alla storia, sono state
vigorosamente combattute da MONDOLFO (vedasi), prof, di st. della fi!, a BOLOGNA.
LABRIOLA (vedasi), prof, di fil. mor. a Roma, aveva sostenuto che il
materialismo storico deve fondarsi sopra una dottrina di attività, sopra la
marxista filosofia della praxis: l’uomo non è un essere passivo e inerte,
docile all’azione delle condizioni esistenti: queste, mentre limitano e
ostacolano la sua azione, lo stimolano a volgersi contro di esse per reagirvi e
trasformarle: le condizioni stesse che l’uomo ha create sono da lui, nel
processo della lotta fra le classi, superate e trasformate. Il marximo del L.,
contro ogni teoria dei fattori storici, artificiosamente separati ed entificati,
rivendica il principio della unità della vita e della storia («Saggi intorno
alla concez. mater. della st. » ). Anche MONDOLFO, autore di pregevoli saggi di
psicologia (Studi sui tipi rappresentativi) e di storia della filosofia
(Condillac, La morale di Hobbes, Le teorie mor. e poi. di Helvétius, Il dubbio
metodico e la st. della fil., Il pensiero di Ardigò» «La fil. di Bruno nella
interpretaz. di F. Tocco» Rousseau nella formaz. della cose, mod., Acri e il
suo pensiero) e studioso di problemi pedagogici e culturali («Libertà della
scuola), interpreta il materialismo storico come intuizione volontaristica
della vita e concezione critico-pratica della storia (Il materialismo stor. di
F. Engels, Sulle orme di Marx). A fondamento della ricostruzione della dottrina
sta lo stesso criterio, per cui la dialettica reale del Marx si opponeva alla
dialettica hegeliana della idea, ossia il principio, derivato dall’umanismo del
Feuerbach, che restituisce all’uomo la sua concreta realtà ed azione nella
vita, affermando di fronte alla realtà dello spirito la realtà della natura. La
conoscenza e la storia umana si sviluppano in un rapporto dialettico fra
soggetto (bisogni, aspirazioni, volontà degli uomini) e oggetto (condizioni
naturali e storiche): questo si pone come limite, ostacolo e perciò stimolo
progressivo all’attività umana e alle conquiste e creazioni, ch’essa compie
nella diuturna sua lotta, e che si convertono nelle condizioni nuove, alle
quali nuovamente spetterà la funzione di limite e perciò d’impulso a nuovi
sforzi di superamento. In questo volontarismo concreto, che riconosce fra i
bisogni umani la preminente impellenza del bisogno economico, è l’essenza del
processo storico e, insieme, la direttiva di ogni azione aspirante a inserirsi
efficacemente nella storia. Alla conoscenza della dottrina e dell’attività
politica degli estremi partiti rivoluzionari ha contribuito validamente ZOCCOLI
(vedasi) (« L’anarchia Gii agitatori Le idee I fatti), autore anche di saggi
sopra la filosofia dello Schopenhauer e del Nietzsche e già prof, di fil. mor.
a Catania. Largo contributo recarono i positivisti agli studi di filosofia
giuridica, nei quali aveva già stampato un’orma profonda ARDIGÒ (vedasi) con la
sua Sociologia. Uno sforzo di conciliazione fra le dottrine positivistiche e il
criticismo si ravvisa nei tre volumi delle Opere di VANNI (vedasi), prof, di f.
d. d.° a Roma, che assegna alla fil. del dir. il triplice problema
gnoseologico, fenomenologico, deontologico: mette in luce la esigenza
gnoseologica implicita nello stesso positivismo comtiano e illustra la dottrina
etico-giuridica di Spencer: segna le linee fondamentali di un programma critico
di sociologia, riconoscendo la caratteristica della vita sociale nella
«storicità-. Le sue Lezioni ebbero grande efficacia sulla educazione mentale di
parecchi giuristi. Piuttosto eclettica che propriamente positivistica è la
dottrina di Carle, prof, di f. d. d.° a Torino (« La vita del diritto nei suoi
rapporti colla vita soc.» «La F. d. d°.
nello Stato mod.), ispirata ai principii dello storicismo. La necessità di una
larga concezione sociologica e storicistica del diritto fu sostenuta da BRUGI
(vedasi), prof, d’istituz. di d° civ. a Pisa ( Introduzione enciclopedica alle
Se. giur. e soc. 4 , seguace e propugnatore dei principii della scuola storica,
il quale accolse e illustrò la dottrina d’ARDIGÒA; da DALLARI (vedasi) (La
esigenza del posit. crit. per lo studio fil. del dir. » Il pensiero fil. di
Spencer, Il nuovo contrattualismo nella fil. soc. e giur.. F. d. d.° e scienza
storica dell’incivilimento); e da SOLARI (vdasi) (La scuola del diritto
naturale nelle dottrine etico-giuridiche, «La idea individ. e la idea soc. nel
d°. privato» li probi, mor.), professori di f. d. d°. a Pavia e Torino.
Rigoroso positivista è FRAGAPANE (vedasi), prof, di f. d. d°. a BOLOGNA, che
sostenne contro il contrattualismo l’unità dell’individuo e del gruppo,
dell’idea e del fatto, della coscienza e della società (Contrattualismo e
sociol. contemp.), applica al campo della filosofia giuridica il metodo
genetico evolutivo (Il probi, delle origini del dir.) e combattè l’eclettismo di
VANNI (vedasi), negando il compito deontologico della f. d. d.° Obbiettò e
limiti della f. d. d.° . Scolaro di FRAGAPANE e illustratore dell’opera di
VANNI è FALCHI (vedasi), prof, di f. d. d.° a Parma («L’opera di I. Vanni»
Sulla differenziaz. del diritto dalla mor. »
«Le mod. dottrine teocratiche» I fini dello Stato e la funz. del Potere
»), che negò la legittimità della esigenza metafisica nella f. d. d.°
Particolare attenzione all’aspetto psicologico della fenomenologia giuridica
presta MICELI (vedasi), prof, di f. d. d.° a Pisa, che sostenne la riduzione
della f. d. d.° per la parte speculativa alla filosofia morale, e per la parte
tecnica alla dottrina generale del diritto (« Le fonti del d.° dal p. d. v.
psichico-soc. » Principii di F. d. d.° »). Considerarono la vita del diritto da
un punto di vista evoluzionistico e antropologico SCHIATTARELLA (vedasi),
AGUANNO (vedasi), e PAPALE (vedasi),prof, di f. d. d.° rispettivamente a
Palermo, Messina, Catania. Dalla scuola dell’Ardigò sono usciti Alessandro
Grappali e Alessandro Levi: il primo (n. 1874), prof, di f. d. d.° a Modena,
contribuì alla critica della Sociologia del Maestro dal punto di vista del
materialismo storico (« La genesi soc. del fenomeno scientifico), fece
conoscere in Italia le principali correnti del pensiero sociologico straniero
(« Saggi di sociologia » I fondamenti giu.el solidarismo) e assegna alla
sociologia la triplice funzione critica, sintetica e teleologica («Sociologia e
psicologia). LEVI (vedasi), prof, di f. d. d.°a Catania, assegna alla filosofia
il compito di discutere il problema gnoseologico, e conseguentemente intende la
f. d. d.°come logica o gnoseologia del diritto, differenziato dalla economia e
dall’etica come una distinta forma logica o guisa dello spirito umano; assume
come concetto fondamentale dell’ordinamento giuridico, quello di rapporto
giuridico, individuazione della forma logica del diritto, che è l’apprezzamento
delle attività nel loro profilo intersoggettivo: «ubi societas, ibi ius».
(«Contributi ad una teoria fil. dell’ordine giur.» F. d. d.°e tecnicismo
giuridico Saggi di teoria del d.° » « La Fil. poi. di Mazzini). BARTOLOMEI
(vedasi), prof, di f. d. d.° a Napoli, in un saggidiscusse, alla stregua di una
metafisica monistica e apprezzò con equanimità e acume « I principii fondam.
dell’etica di ARDIGÒ e le dottrine della fi], scientifica, ma il suo ulteriore
pensiero si svolse in direzione piuttosto criticistica che non positivistica. DONATI
(vedasi), prof, di f. d. d.° a Macerata, porta contributi allo studio del
diritto come fenomeno, e si è poi rivolto specialmente alle ricerche storiche,
rendendosi benemerito degli studi vichiani («Interesse e attività giuridica» 11
socialismo giur. e la riforma del d.° » Il rispetto della legge dinanzi al
principio di autorità. Critica alla Fil. civ. di Hobbes » «Autografi e documenti vichiani inediti o
dispersi » Essenza e finalità della scienza del d°). VACCA (vedasi) traccia le
linee di un programma di f. d. d.° sulla base del metodo sperimentale («Il d.°
sperimentale. Il positivismo è portato naturalmente a contribuire a quel
movimento che può definirsi di filosofia della scienza. Positivistico è
l'atteggiamento assunto nel suo libro «Scienza e opinioni» da VARISCO (vedasi),
prof, di fil. a Roma, il quale non potrebbe esser annoverato oggi più tra i
positivisti, dopo la revisione e le integrazioni alle quali è stato indotto dal
suo indomito spirito di ricerca. Il V. distingue assolutamente pensiero e
realtà. Questa si compone d’infiniti corpuscoli, estesi ma fisicamente
indivisibili, dotati di proprietà psico-fisiche. Fisicamente, i corpuscoli si
muovono e all’occasione si urtano; e, quantunque duri, negli urti si comportano
come se fossero elastici. La fisica del V. si riduce integralmente a una
meccanica, sul genere di quella di SECCHI (vedasi): l’accadere fisico è quello
che ha luogo tra i corpuscoli, mentre l’accadere psichico è provocato, In ogni
corpuscolo, degli urli a cui va soggetto. Non esistono mentalità indipendenti
dal fatto del nostro pensare (il V. mantiene anche oggi questo suo concetto,
che per altro ha reso più coerente). L’esigenza del nostro pensiero non è se
non l’esigenza causale dei fatti psichici che lo costituiscono, Ciascun fatto
psichico (separatamente preso) è insieme una forza, e un conoscere affatto
embrionale, ma certo assolutamente. Quello che è vero va distinto da quello che
consta. P. es.: consta che C è conseguenza necessaria di P; consta che il remo
nell’acqua si vede spezzato. Ma C non è vera che sotto condizione; e che il
remo sia spezzato, non è puntovero. Quello che consta non è dunque vero, in
generale, che relativamente; peraltro è un vero noto e certo. Al di là di
quello che consta c’è un vero assoluto (p. es., la dipendenza necessaria di C
da P è assolutamente vera), che può essere in parte ignoto, o non conosciuto
con certezza. Per giungere alla cognizione del vero assoluto, è necessario che
ci fondiamo su quello che consta. E a ciò si riduce quello, che dal V. fu
chiamato il suo positivismo: constano soltanto le conclusioni delle scienze
positive (dimostrative, secondo GALILEI BUONAUTI, il quale riteneva opinabili
tutte le altre dottrine). Fine della
filosofia,secondoilV.,ilqualeinpropositononmutò molto le sue opinioni, è la
discussione del problema, se oltre alla natura psico-fisica ci sia o non ci sia
un soprannaturale, cioè se la religione sia o non sia giustificata. Ed egli rispondeva
allora che alla riflessione il soprannaturale non può constare; il sentimento
del soprannaturale, qualunque ne sia il valore oggettivo, non può essere
tradotto in cognizione distinta, non può servire di fondamento alla costruzione
del sapere. 1 nomi di ENRIQUES e di RIGNANO si trovano associati nell’impresa
di promuovere con la rivista Scientia (fondata e tuttora fiorente sotto la
direzione del R.) la coordinazione del lavoro scientifico, la critica dei
metodi e delle teorie, e di affermare un apprezzamento più largo dei problemi
della scienza. «Problemi della scienza» s’intitola il saggio con il quale l’E.
, matematico di fama già mondiale, si annunziò come rappresentante di un
positivismo che può dirsi critico, dominato come tale, dalla consapevolezza
della esigenza gnoseologica. La teoria della conoscenza, sostenuta dall’E.,
deriva dall’esame della scienza, non accettata dogmaticamente ma investigata
nelle sue origini e nel suo significato: ed è ben giustificata la definizione
della sua costruzione come positivismo critico: l’E. infatti elimina il
dualismo di assoluto e relativo, sostanza e fenomeno rappresenta il lavoro
scientifico come un progresso senza fine, perchè sono senza fine i rapporti che
legano fra loro le cose, e il concatenamento delle cause naturali: e questo
progresso concepisce come procedimento di approssimazioni successive, dove
dalle deduzioni parzialmente verificate e dalle contraddizioni eliminanti
l’errore delle ipotesi implicite, sorgono nuove induzioni più precise, più probabili,
più estese ricerca la origine empirica delle concezioni metafisiche, alle quali
può attribuirsi soltanto il valore d’ipotesi, capaci talora di preparare
scoperte e teorie scientifiche fa oggetto di studio il fondamento psicologico e
il contenuto sperimentale delle supreme categorie logiche opera una revisione
delle stesse dottrine positivistiche, con il fine di escluderne i residui
metafisici assume come criterio della verità la esperienza, la quale dimostra
se sussista o meno l’accordo fra l’elemento subiettivo della previsione e
l’elemento obbiettivo della realtà riconosce come dati immediati della realtà
non le sensazioni pure, ma piuttosto i rapporti fra sensazioni e volizioni che
condizionano le nostre aspettative, e ne esprimono gl’invarianti elementari
riconosce pertanto che la nostra credenza a qualcosa di reale suppone un
insieme di sensazioni che invariabilmente susseguono a certe condizioni
volontariamente disposte riesce con la definizione del reale come invariante
della corrispondenza fra volizioni e sensazioni a unificare, contro le teorie
della scienza, nominalistiche e convenzionalistiche, la comprensione del «fatto
bruto» e quella del «fatto scientifico». Tutta l’opera dell’E. è ispirata alla
fede razionale nel valore della scienza e al principio della continuità e
interdipendenza di scienza e filosofia. Nella valutazione del contrasto
razionalismo-storicismo il pensiero dell’E. va sempre più evolvendosi nel senso
del razionalismo, ch’egli cerca tuttavia di comporre con l’empirismo da un lato
e con lo storicismo dall’altro («Scienza è razionalismo» «Per la storia della logica). RIGNANO
(vedasi), lib. doc. a Pavia, ha coltivato gli studi sociologici biologici
psicologici: ha esposto criticamente la sociologia comtiana, soprattutto dal
punto di vista metodologico («Là sociol. nel Corso di Fil. pos. di A. C. ): ha
spiegato il meccanismo di trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti con
una ipotesi ontogenetica, che rende conto dei fatti recati a favore così del
preforniismo come della epigenesi. L’altra ipotesi sussidiaria
suH’accutnulazione specifica, che sarebbe la proprietà fondamentale ed esclusiva
della energia nervosa, base della vita, spiega i fenomeni mnemonici
propriamente detti e la proprietà mnemonica della sostanza vivente in generale.
Così la ipotesi centroepigenetica rientra fra le teorie delio sviluppo, ed è
fornito un modello energetico, capace di dare una idea della natura intima
della vita (Sulla trasmissibilità dei caratteri acquisiti). Hanno origine e
natura mnemonica anche le tendenze affettive (« Essais de synthèse
scientifique). L’analisi del ragionamento, cioè del più complesso tra i fatti
psichici, porta a studiare gli altri fatti, sempre meno complessi, che lo
costituiscono, fino ai due più elementari, che dànno luogo a tutti gli altri:
da un lato, cioè, sensazioni ed evocazioni sensoriali, dall’altro, tendenze
affettive (« Psicologia del ragionamento). Così la sola proprietà mnemonica
spiega e unifica tutte le manifestazioni finalistiche della vita, dalla
ontogenesi e dal preadattamento anatomo-fisiologico ali’ambiente, fino
agl’istinti più complessi e alle più alte manifestazioni del pensiero (« La
memoria biologica). I nomi di Varisco, d’Enriques e di Rignano mostrano come il
pensiero italiano abbia preso parte attiva a quel movimento di revisione
critica della scienza, che è una delle caratteristiche più notevoli del pensiero
contemporaneo. Ma non debbo dimenticare
pur vedendomi costretto, per non esorbitare dai limiti del mio tema, a
un accenno sommario e pur troppo insufficiente
l’opera di Peano (Calcolo geometrico, 1 principii di Geometria
logicamente esposti) e de’ suoi discepoli Pieri, Padoa, Forti, la quale tanto
ha contribuito a dare alla matematica una rigorosa sistemazione
logico-deduttiva, con tendenza nominalistica, escludendo qualsiasi appello
all'intuizione. E vuol essere anche ricordato il valore logico e filosofico
che, partendo dagl’insegnamenti di PEANO (vedasi) e di GARBASSO (vedasi) (Fisica
d’oggi. Filosofia di domani), PASTORE (vedasi), prof, di fil. teor. a Torino,
ha dato alla logica-matematica e alla teoria dei modelli meccanici (Sopra una
teoria della scienza Logica formale dedotta dalla consideraz. di modelli
meccanici » «Del nuovo aspetto della
scienza e della fil.» «Sillogismo e
proporzione» «Il pensiero puro» «Il problema della causalità). Il calcolo
logico, secondo il P., non è che uno degl’infiniti modelli con cui si può
rappresentare l’ordine dei fenomeni e prevederli; e tutti sono immagini o
simboli equivalenti dell’infinita verità. Ma nelle sue ultime opere PASTORE
(vedasi), superando la posizione di questo suo iniziale nominalismo, accenna ad
orientarsi verso unaforma di panlogismo. Al positivismo anzi al positivismo più
rigoroso ed estremo va pure ascritta la « filosofia scettica » di RENSI
(vedasi), prof, di fil. mor. a Genova, pensatore fervido, scritore suggestivo,
polemista animoso. Egli muove in tutt’i suoi libri principali una vivace
battaglia contro l’idealismo assoluto, negando radicalmente ogni assolutezza
delle forme o attività spirituali, e sostenendo che nell’ambito della sfera
della pura ragione (in quanto cioè la pura ragione, o lo spirito, costruisca
cavando esclusivamente dal proprio fondo, a priori, e si concepisca non come
determinata dal fatto, dal dato, ma come generante essa l’oggetto) impera
sovrana e invincibile l’antinomica ossia lo scetticismo. Ma, quindi, certezza
v’è solo nella constatazione sensibile del fenomeno come tale, e a questa
certezza è parallelo l’accordo universale, in ciò, delle menti. Comincia il
regno dell’incertezza, della mera opinione, e quindi della fantasia (e perciò
in un certo senso dell’arte) quando si vuole salire oltre la constatazione del
fenomeno per interpretarlo. Dunque, o la filosofia è la constatazione del
fenomeno, ed è positivismo e scienza; o è l'interpretazione di esso, ed è mera
espressione d'impressioni, cioè arte, e, dal punto di vista del sapere,
scetticismo (« Lineamenti di Fil. scettica » ). Di conseguenza, anche nel campo
pratico, morale e diritto non sono costruzioni razionali che lo spirito cavi
con apodittica assolutezza dal proprio fondo, ma sono determinati, qua e là variamente,
dalla «Autorità» del fatto esteriore, come il positivismo sofistico e quello
hobbesiano avevano scorto («Il diritto», ib. «Filosofia dell’Autorità» «Introduzione alla scepsi etica). Anche
l’estetica è, come forma a priori dello spirito, nient’altro che scepsi
estetica (« La scepsi estetica) e come «bello» non può valere se non la
valutazione di fatto che pronuncia il gruppo sociale o la specie. Negli ultimi
suoi scritti (L'irrazionale, il lavoro, l’amore, Interiora Rerum, Realismo) RENSI
(vedasi) accentua i caratteri realistici e nello stesso tempo pessimistici del
suo scetticismo. Non come positivista, ma come scettico, vuol essere qui
ricordato LEVI (vedasi), prof, di st. d. fil. a Pavia e operoso cultore della
st. d. fil. ant. (« Il concetto del tempo nei suoi rapporti coi probi,
dell’essere e del divenire nella fil. gr. sino a Platone» « Id. nella fil. di Platone» «Sulle
interpretaz. immanentistiche della fil. di PI.»), mod. («La fil. di Berkeley) e
conteinp. (« L’indeterminismo nella fil. frane, contemp. » ecc.). Il L. («Sceptiea) rappresenta un
radicale scetticismo che eliminando da sè ogni elemento dommatico, sfugge alla
consueta accusa d’intima contraddizione. Tutte le metafisiche, compreso l’idealismo
assoluto, si fondano sopra una concezione realistica, che, in quanto voglia
rispondere a esigenze non pratiche ma puramente teoretiche, è senza
giustificazione, anzi in contrasto con il presupposto fondamentale del
conoscere (costituito dal mio io pensante): tuttedico — fuorché una, il solipsismo,
che da questo presupposto direttamente deriva, e che, sebbene criticabile
perchè includente innegabili irrazionalità, è fra tutte la più plausibile.
Contro il positivismo, il solipsismo sostiene che il dato dell’esperienza esige
una interpretazione del pensiero, e però non ha valore per sè. L’estetica del
L. («La fantasia estetica) si riassume nella tesi che « l’opera d’arte nasce
dal mistero, ha caratteri non determinabili completamente ed esaurientemente e
suscita in chi la contempla uno stato particolarissimo, irreducibile e non del
tutto definibile ». In SICILIA (non Italia) il positivismo si presenta con
aspetti caratteristici nella filosofia dell’identità di CORLEO (vedasi), prof,
di fil. mor. a Palermo, e nel radicale empirismo di GUASTELLA (vedasi), prof,
di fil. teor. a Palermo. In CORLEO., positivistico è il metodo, o il punto di
partenza: ma egli con la pura osservazione dei fatti e senza nulla presupporre
vuol giungere alla metafisica e a conclusioni eminentemente razionalistiche.
Non vi è qualità la quale non si riduca a quantità, e questa riduzione che è il
compito della scienza, rende possibile la costruzione di una filosofia che
adegui la esattezza della matematica. CORLEO ha una concezione atomistica della
vita psicologica: dalle percezioni che sono gli atti primordiali del pensiero,
e, presentandosi come in parte identiche, in parte non identiche fra loro, sono
tutte complessi, identici con la somma delle parti risultano l’analisi e la
sintesi spontanee, che operano sopra le percezioni stesse, onde i punti simili
di queste si presentano similmente, e i punti per cui si differenziano si
separano naturalmente: così si spiegano le formazioni mentali superiori. Lo
stesso fondamentale assioma della identità non è dunque che un dato della esperienza,
emergente dalla osservazione del fatto del pensiero: ma è un tale dato che
consente di trovare nell’empirico l’assoluto, perchè assoluto è che
identicamente apparisca ciò che identicamente apparisce. La noologia del C. è
per un verso psicologia empirica: ma per l’altro verso è, in quanto la sua
psicologia è piuttosto una schematizzazione matematica di esperienze
psicologiche, anche logica e gnoseologia. La esperienza si eleva al grado di
concetto per virtù della legge di priorizzazione, onde gli elementi costanti
della rappresentazione di un oggetto «prendono il davanti», diventando tipo e
norma degli altri, e quel che vieti dopo, o si assimila a ciò che precedette e
riproduce quegli elementi costanti, o non si assimila e non li riproduce: qui è
la fonte della universalità e della necessità: ma i giudizi si fondano tutti
sull’analisi del fatto o del concetto e sul riconoscimento d’un’identità
parziale o totale: non esistono giudizi sintetici a priori. Alla stregua del
principio d’identità il C. esamina e critica le idee madri (categorie) e
procede a rettificare e giustificare, contro i positivisti, le idee della
metafisica, da quella di atomo a quella di Dio, mostrando che esse hanno pure
fondamento positivo e valore obiettivo, perchè sono composte con elementi presi
dalla esperienza mediante l’astrazione e la sintesi degli astratti (« Fil.
univ. Il sistema della fil. univ. ovvero la fil. dell’identità). GUASTELLA
procede sulle orme del Mill, sforzandosi di ridurre il pensiero di lui a
maggior coerenza, e professa un assoluto nominalismo. Il suo sistema
nell’aspetto ontologico, è un fenomenismo radicale (esse est percipi) e,
nell’aspetto logico, psicologico e gnoseologico, un non meno radicale
empirismo. Fenomenismo, perchè questa dottrina non afferma niente, nè come
conosciuto nè come inconoscibile, ai di là del mondo empirico, intendendosi per
mondo empirico l’insieme dei fatti di cui si ha esperienza o che s’inferiscono
da questi in virtù della generalizzazione dei rapporti costanti osservati fra
di essi, ed essendo esso null’altro che la stessa esperienza. Empirismo, cioè
una dottrina sul criterio della verità, che tra i motivi delle nostre
affermazioni di quelle che non sono semplici atti di memoria o comparazione non
ammette come legittimo che la induzione, e respinge come illegittimi l’evidenza
intrinseca (non confermata dall’induzione) e l’influenza della passione e della
volontà. Il pensiero ha natura sensibile, e non è costituito se non da imagini
concrete e particolari: non esistono giudizi a priori : tutte le nostre
proposizioni sono affermazione o negazione della esistenza di certi fatti
particolari. Anche le nozioni di causa (notevole la critica dissolvente del
concetto di causa efficiente) e di sostanza derivano daglielementi del senso. Non
si può affermare altra esistenza che quella dei fenomeni: fenomeni interni o
subbiettivi nei quali si risolve il Me, fenomeni della natura esteriore, che si
risolvono in sensazioni reali o possibili: non vi è altra scienza possibile che
quella delle uniformità di successione, coesistenza, somiglianza tra i
fenomeni. E il fenomeno è il fatto dell’esperienza, e non esiste se non in
quanto se ne ha esperienza: ma questa conoscenza fenomenica è completa e
assoluta. Anche la credenza nella esistenza degli altri soggetti ha fondamento
nella esperienza, che dà cosi la via di sfuggire al solipsismo. Il postulato
della corrispondenza tra spirito e realtà deve essere ammesso come
obbiettivamente valido, senza uopo di prova, perchè esso è anzi implicito in
ogni prova, e non si potrebbe contestarlo senza rinunziare all’uso del
pensiero: rientra, in sostanza, nel postulato universale, che noi dobbiamo aver
fiducia nelle nostre facoltà. La parte più originale della dottrina di
GUASTELLA è la Filosofia della Metafisica, cioè la ricerca del fondamento
psicologico delle costruzioni metafisiche e la dimostrazione del loro carattere
illusorio. Quel fatto che è la metafisica, richiede di essere spiegato: come
nasce la tendenza irresistibile a trascendere la esperienza, e come si
determinano le varie forme sotto cui ci apparisce questo preteso al di là dei
fenomeni? Tale tendenza è tutt’uno con quella che porta ad assimilare tutti i
fenomeni e tutte le idee che ci formiamo su di essi ai fenomeni, e alle idee
sui fenomeni, che ci sono più familiari: particolarmente ai fenomeni
dell’azione della volontà sul nostro corpo donde la filosofia volizionale — e
del movimento per urto — donde la filosofia meccanica o impulsionistica («Saggi
sulla teoria della con. I. Sui limiti e l’ogg. della con. a priori. II. Fil.
della Metafisica» «Le ragioni del fenomenism). Non e il compito di L.
considerare le relazioni del positivismo italiano con le filosofie ch’esso
trova già vigoreggianti al suo primo manifestarsi, e con le altre correnti che
successivamente, in antitesi o in continuità con esso, hanno avuto o'ritrovato
fortuna tra noi. La precedente rassegna analitica basta a dimostrare la
profondità, l’ampiezza, la fecondità di un movimento che scaturisce da una
necessità, immanente allo spirito umano. Fin dal suo apparire il positivismo fu
accompagnato in Malia con i segni aperti di una ostilità che non ha disarmato
mai : è leggenda tanto più insistentemente ripetuta quanto più esaurientemente
sfatata ch’esso abbia mai ottenuto il predominio nell’insegnamento superiore o
aspirato a esercitarvi una tirannica dittatura. Ha tenacemente resi¬ stito
all’imperversare di polemiche, le quali hanno sovente trasceso i limiti segnati
alla critica onesta e serena, mossa unicamente da zelo di verità. Seguendo la
traccia d’ARDIGÒ, e trovando in sè la virtù di reagire contro la tendenza al
semplicismo e al rozzo empirismo, è venuto progressivamente interiorizzandosi e
affinando in sè il senso della esigenza storica e critica: inflessi- bile nel
rivendicare alla filosofia la stffi autonomia e la sua distinta funzione, ha
tenuto fede al patto di alleanza con la scienza, stretto sul fondamento della
unità di metodo : e non è certamente questa la sua minore benemerenza verso la
cultura nazionale. Firenze, R. Università. Nome compiuto: Ludovico Limentani. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Limentani”.
Limentani.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Limone: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della simbolica del potere – la scuola d’Atella -- filosofia
basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Atella). Abstract.
Grice: “When I decided to educate my pupils on Peirce, I avoided his ramblings
on ‘simbolo,’ since it fits less nicely than his other categories of ‘sign’ in
my over-all proposal of getting rid of his latinate prose and reduce all to
‘mean,’ which the Italians have, but only derivatively – mentire and the
post-formation, ment-are!” Filosofo
italiano. Atella, Potenza, Basilicata. Grice: “I like Limone; like me, he has
explored the idea of value in terms of catastrophe – I didn’t. He has explored
the poetics of philosophy – and he has investigated on a concept that Strawson
and I always found fascinating, that of a person!” -- “Che cosa è, nel mondo
umano, la persona?” “Tutto.”
“Che cosa è, nel mondo contemporaneo, la persona?”” Nulla.” Persona e memoria,
Rubbettino. La sua ricerca filosofica si inserisce nel solco del personalismo
comunitario. Si laurea a Napoli e il
Roma. Studia a Parigi e a Châtenay-Malabry, sede dell'Association des
amis de Mounier, presso la Comunità dei muri bianchi, cui appartenevano
Fraisse, Ricœur, Mounier, Domenach. Insegna a Napoli. I suoi interessi di
ricerca abbracciano aspetti epistemologici, etici, filosofico-pratici e simbolici.
Al centro della sua attenzione teoretica è “la persona”. Fonda la rivista
"Persona” e "Symbolicum" sulla simbolica. SIMBOLO. Sonda in
profondità l’idea di persona. Là dove la persona non è né la semplice
nobilitazione dell’essere umano in generale, né una singola unità seriale.
Della persona si può dare idea, non “concetto”, perché l’idea è aperta come la
vita, mentre il concetto è chiuso. L’idea di persona, però, non è l’idea di un
quid ma di un “QVIS” perché la persona è un “chi” (“Someone is hearing a
noise”) non un “che” (“Something is hearing a noise”)– That’s why it’s very
wrong to call “the chair is red” as third-PERSON seeing that the chair is
hardly a person!” è l’idea di un’essenza che non può essere separata dalla
concreta singola esistenza, originalissima e dotata di dignità. In quanto idea
di un “quis”, la persona si presenta come l’altro versante del teorema
d’incompletezza di Gödel. Il significato della persona si delinea all’interno
di una costellazione in cui essa: -è realtà singolare e la sua idea; -è
prospettiva ontologica sussistente e la sua verità; -è la parte di un tutto che
solo parzialmente è parte, perché per altro verso si presenta come un tutto, in
quanto è irriducibile al tutto e indivisibile in sé; -è l’eccezione istituente
una regola che riesce, e non riesce, a farsene istituire; -è l’idea di qualcosa
che resiste alla possibilità di essere ricondotto a un’idea; -è l’idea di un
appartenere che resiste all’idea di appartenere. L’essere della persona
richiama, a suo modo, il problema delle antinomie di Russell. Un tale
arcipelago di paradossi costituisce, però, una forza virtuosa che interroga
ogni sistema. La persona si configura come invenzione teorica, paradosso logico
e misura epistemologica, e rappresenta il punto strutturale di base che istituisce
la visione del gius-personalismo. Altri saggi: “Tempo della persona e sapienza
del possibile: Valori, politica, diritto (ESI, Napoli); “Tempo della persona e
sapienza del possibile: Per una teoretica, una critica e una metaforica del
personalismo (ESI, Napoli); La catastrofe come orizzonte del valore, Monduzzi,
Milano. Bellezza e persona, su “Aisthema” “La macchina delle regole, la verità
della vita. Appunti sul fondamentalismo macchinico nell’era contemporanea, in
La macchina delle regole, la verità della vita (Angeli, Milano); Che cos’è il
gius-personalismo? Il diritto di esistere come fondamento dell’esistere del
diritto, Monduzzi, Milano. Ars boni et aequi. Ovvero i paralipòmeni della
scienza giuridica. Il diritto fra scienza, arte, equità e tecnica (Angeli,
Milano), Filosofia e poesia come passioni dell’anima civile. La persona fra potere
e memoria in Persona, Artetetra, Capua. Persona e memoria – cf. Grice,
“Personal identity” -- “Oltre la maschera” il compito del pensare come diritto
alla filosofia, Rubbettino, Soveria Mannelli. Poesia Polifonia d’un vento
(Salerno-Roma). Dentro il tempo del sole (Salerno-Roma). Ore d’acqua
(Salerno-Roma). Incontrando il possibile re (Salerno-Roma). “Notte di fine
millennio” (Bari). Fenicia, sogno di una stella a nord-ovest (Roma). L'angelo
sulle città, in onore del figlio (Roma ). Le ceneri di Pasolini (Pasturana, Alessandria).
Aforismi di un impiccato felice (Salerno). Aforismi del passato duemila:
distruzioni per l'uso (Salerno). Ossi di limone. Aforismi di uno scostumato
(Vatolla). Sierra Limone. Dai taccuini fenici di Er Limonèro (Vatolla). NV.
Melchiorre, Essere persona, Fondazione A. e G. Boroli, Milano Fondazione roberto
farina. Nome compiuto: Giuseppe Limone. Limone. Keywords: simbolo, simbolismo,
la dimensione del simbolo, ventennio,
fascismo, simbolica del potere, mistica fascista, damnatio memoriae, la
composita, la simbolica, simbolo, composito. Strawson, “The concept of a
person” – Ayer: “The concept of a person” – Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Limone: la composita” --. Luigi
Speranza, “Grice e Limone: umano e persona” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisi: la ragione conversazionale e la
diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Taranto). Abstract.
Grice: “Cuoco calls Pythagoras the father of Italian philosophy – strictly, the
father of philosophy in Magna Graecia – as Cicero refers to this uncivilized
area of the peninsula!” -- Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean.
When the Pythagoreans were being persecuted in Italy, L. escapes and makes his
way to Teba. There he becomes the tutor of Epaminonda, the city’s military
leader. He writes a letter to
Ipparco. Lisi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lisi”.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisiade: all’isola – la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia siciliana – scuola di Catania. filosofia italiana –
Luigi Speranza (Catania). Abstract.
Grice: “Cuoco calls Pythagoras the father of Italian philosophy – he could just
as well have said, ‘and Sicilian philosophy, too!’ -- Filosofo italiano. Catania, Sicilia. A Pythagorean
according to Giamblico di Calcide. Lisiade. Refs. Luigi Speranza, “Grice e
Lisiade.”
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisibio: la ragione conversazionale e la
diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Taranto). Abstract: Grice: “Pythagoras was not an Italian, but he
became an Italian by adoption – at Crotona – and his son was Italian enough,
having been born there. But upon the destruction of the headquarters of his
sect in that seaside village, his teachings spread all over: Taranto,
Meloponto, Sibari, and the rest! His doctrines have made a nationalist
philosopher such as Cuoco to refer to Pythagoras as the father of Italian
philosophy!” -- Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean according to Giamblico di
Calcide. Lisibio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lisibio.”
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisimaco: la ragione conversazionale al
portico romano -- Roma – filosofia
toscana – filosofia fiorentina – scuola di Firenze -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Firenze). Abstract.
Grice: “Philosophers can be sneaky – and allowed to be so! Consider the funny
names that some -isms have in classical philosophy: stoicismus – try to define
it essentially! The idea of the porticus is such an accident to this -ism that
it never ceases to irritate me when someone calls himself a ‘stoic’!” -- Filosofo
italiano. Firenze, Toscana. He belonged to The Porch. The tutor of Amelio
Gentiliano. Since Amelio comes from Firenze, that may be taken as having been
the home of L. as well. Lisimaco.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lisimaco.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Livi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del consenso sociale
– la scuola di Prato -- filosofia toscana -- filosofia italiana – l’aporia: se
cristiano, non filosofo. Luigi Speranza (Prato). Abstract. Grice:
“There is a word we don’t use at Oxford much, although perhaps we should. I
gave many seminars with Warnock on SENSING, but few on CO-SENSING. The Italians
have a word for this, consenso – and they build a whole philosophy around it!” Filosofo
italiano. Prato, Toscana. Grice: “Livi is one of the few Italian philosophers
who have taken Moore’s ‘common-sense’ seriously!” – Grice: “The way Livi
justifies common-sense, not unlike Moore, is via a principle of ‘coherence’”
Allievo di Gilson, collabora con Fabro, Noce edAgazzi. Inizia la scuola filosofica del senso comune,
rappresentata dalla Common-Sense Association, che ha come organo ufficiale la
rivista "SENSVS COMMVNIS” – cf. Grice on Malcolm, Moore -- . Alethic
Logic". Tra i suoi numerosi discepoli o estimatori vi sono Renzi, autore
di importanti saggi di Storia della Metafisica, Bettetini, Arecchi,
Spatola, Covino ed Arzillo. Fondatore di
Vinci, membro associato della Accademia d’AQUINO, decano e professore emerito della
Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense. Firma con
Giovanni Paolo II alcune parti dell'enciclica Fides et ratio. «Senso
comune» è il termine utilizzato da Livi – apres Malcolm, Moore e Grice -- in
chiave anti-cartesiana per individuare le certezze naturali e incontrovertibili
possedute da ogni uomo. Non si tratta di una facoltà o di strutture cognitive a
priori, ma di un sistema organico di certezze universali e necessarie che
derivano dall'esperienza immediata e sono la condizione di possibilità di ogni
ulteriore certezza. – cf. Grice, “Common Sense” --. Grice, “Common Sense and
Ordinary Language,” “Common Sense and Scepticism” --. Ha per primo precisato quali siano queste certezze e
ha provato con il metodo della presupposizione che esse sono in effetti il
fondamento della conoscenza umana. Il senso comune comprende dunque l'evidenza
dell'esistenza del mondo come insieme di enti in movimento; l'evidenza dell'io,
come soggetto che si coglie nell'atto di conoscere il mondo; l'evidenza di
altri come propri simili; l'evidenza di una legge morale che regola i rapporti
di libertà e responsabilità tra i soggetti; l'evidenza di Dio come fondamento
razionale della realtà, prima causa e ultimo fine, conosciuto nella sua
esistenza indubitabile grazie a una inferenza immediata e spontanea, la quale
lascia però inattingibile il mistero della sua essenza, che è la Trascendenza
in senso proprio. Queste certezze sono a fondamento di un sistema di logica
aletica su base olistica. Tra gli studi recenti sul sistema della logica
aletica elaborato da lui vanno ricordati i saggi di AGAZZI, "Valori e
limiti del senso comune" (Angeli, Milano), Ottonello ("L.", in
"Profili", Marsilio, Venezia ), Vassallo ("La riabilitazione del
SENSO COMUNE", in "Memoria e progresso", Fede et Cultura,
Verona), di Arzillo, “Il fondamento del giudizio -- una proposta teoretica a
partire dalla filosofia del SENSO COMUNE (Vinci, Roma ); Renzi, La logica
aletica e la sua funzione critica -- analisi della proposta di L. (Vinci,
Roma). Hanno scritto su L. anche Andolfo, storico della filosofia antica,
Sacchi, Cottier, Fisichella, Galeazzi, Pangallo e Possenti. Da Gilson, Fabro ed
Agazzi ha appreso ad affrontare i problemi essenziali della speculazione
metafisica in dialogo con grandi filosofi antichi (Platone, Aristotele, la
Scesi, Agostino), del Medioevo (Anselmo, Aquino, Scoto) e dell'età moderna
(VICO, Kierkegaard, Rosmini-Serbati). Convinto assertore del metodo realistico
di interpretazione dell'esperienza, ne ha difeso le ragioni utilizzando sistematicamente
gli strumenti dialettici offerti dai filosofi della scuola analitica. Suoi
critici più intransigenti sono stati, da una parte, l’idealista Severino, e
dall'altra il caposcuola del pensiero debole, Vattimo. Altri saggi: “Cistiano e
filosofo -- il problema (L'Aquila:
Japadre); “Cristiano e comunista” (Torre del Benaco: Colibrì);
“Filosofia del SENSO COMUNE -- Logica della scienza (Milano: Ares); “IL SENSO
COMUNE tra razionalismo e la scesi in VICO” (Milano: Massimo); “Lessico
filosofico latino” (Milano: Ares); “Il principio di coerenza – SENSO COMUNE e
logica epistemica” (Roma: Armando); “Aquino: filosofo” (Milano: Mondadori); “La
filosofia in eta antica” (Roma: Alighieri); “Dizionario storico della
filosofia, Roma: Alighieri); “La ricerca della verità” (Roma, Vinci, Verità del
pensiero (Fondamenti di logica aletica) Roma: Laterano); “Razionalità della
fede nella Rivelazione -- Un'analisi filosofica alla luce della logica aletica”
(Roma: Vinci); “La ricerca della verità -- Dal SENSO COMUNE alla dialettica”
(Roma: Vinci); L'epistemologia d’AQUINO e le sue fonti” (Napoli: Comunicazioni
); “SENSO COMUNE e logica aletica” (Roma: Vinci); “Perché interessa la
filosofia e perché se ne studia la storia” (Roma: Vinci); “Storia sociale della
filosofia in eta antica: aspetti sociali”, La filosofia antica e
medioevale; moderna; contemporanea, L'Ottocento; Il Novecento,
Roma: Alighieri); “Logica della testimonianza - quando credere è ragionevole”
(Roma: Lateran); “SENSO COMUNE e metafisica -- sullo statuto epistemologico
della filosofia prima” (Roma: Vinci); “Nuovo Dizionario storico della
filosofia” (Roma, Alighieri); “Premesse razionali della fede. Filosofi e
teologi a confronto sui praeambula fidei” (Roma: Lateran); “Etica
dell'imprenditore. Le decisioni aziendali, i criteri di valutazione e la
dottirna sociale della chiesa” (Roma: Vinci); Dizionario critico della
filosofia, Roma: Alighieri); “Teologia come braccio della metafisica speziale”
(Bologna: Edizioni Studio Domenicano); “IL SENSO COMUNE al vaglio della critica”
(Roma: Vinci); “Filosofia del SENSO COMUNE. Logica della scienza e della fede”
(Roma: Vinci); “Vera e falsa teologia. Come distinguere l'autentica scienza
della fede da un'equivoca "filosofia religiosa" (Roma: Vinci);
“L'istanza critica, Roma: Vinci); “La certezza della verità. Il sistema della
logica aletica e il procedimento della giustificazione epistemica” (Roma:
Vinci); “Dogma e pastorale. L'ermeneutica del Magistero, dal Vaticano II al
Sinodo sulla famiglia, Roma:Vinci,. Le leggi del pensiero. Come la verità viene
al soggetto” (Roma: Vinci,. Teologia e Magistero” (Roma: Vinci); “Vera e falsa
teologia. Come distinguere l'autentica scienza della fede da un'equivoca
"filosofia religiosa", su Gli
equivoci della teologia morale dopo l’amoris Laetitia” (Roma: Vinci); “Aquino filosofo” in Piolanti, AQUINO nella
storia della filosofia” (Roma: Vaticana); “La filosofia di Gilson", in Piolanti, Gilson, filosofo, Roma:
Vaticana, "L'unità dell'ESPERIENZA
nella gnoseologia in AQUINO", in Piolanti "Noetica, critica e
metafisica in chiave tomistica", Roma: Vaticana); “SENSO COMUNE e unità
delle scienze"[cf. Grice, Einhiet Wissenschaft] in Martinez "Unità e autonomia del
sapere: il dibattito", Rome: Armando, Ledda, In memoriam: Corrispondenza
Romana, antoniolivi.Vinci, su editriceleonardo
ISCA Commonsense Association ca-news; fidesetratio. Ilgiudiziocattolico. Antonio
Livi. Keywords: ‘il senso commune in Vico” – Grice develops a sceptical defence
in his early “Common sense and scepticism,” “mainly motivated by what he sees
as a ‘cavalier attitude’ to the sceptic by, of all people, Malcolm.” – Grice:
“I’m not sure Livi would agree with my idea, but I think he would – certainly
Vico took the sceptic challenge possibly most seriously than anyone and Livi is
an expert on Vico. Vico’s line of defense lies on the connection, conceptual he
thinks, between ‘common sense’ and ‘consenso’: therefore, Malcolm and I have to
reach a consensus that we are going to use ‘know’ for things like ‘I know that
s is p,’ say, there is cheese on the table, there is a mermaid on the table.
Etc. And that “if I’m not dreaming” may not always be a conversationally
appropriate defeater!” – Nome compiuto: Livi. Keywords: consenso sociale, amoris laetitia, Letizia
dell’amore -- Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Livi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Livio: la ragione conversazionale e la
storia romana come fonte della morale romana – etica togata -- Roma – filosofia
veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova). Abstract.
Grice: “I give only ONE example from the History of England in my seminars:
“Decapitation willed Charles I’s death” – On the other hand, there’s Livio – a
philosopher who sprinkled his philosopjhical treatises with such an abundance
of historical references that the vulgus knows him as a historian, rather!” Filosofo italiano. Padova, Veneto. Disambiguazione
– "Livio" rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Livio
(disambigua). (latino) «Neque indignetur sibi Herodotus aequari Titum Livium»
(italiano) «Che Erodoto non s'indigni che gli venga eguagliato Tito Livio»
(Quintiliano, Institutio oratoria, X, 1, 101) Busto di Tito Livio, opera di
Lorenzo Larese Moretti (1858-1867) Tito Livio (in latino Titus Livius[1];
Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore degli
Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di
Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C. È considerato uno dei maggiori storici
dell'Antica Roma, assieme a Tacito.[2] Biografia Ritratto di Livio Secondo
Girolamo, il quale a sua volta si rifà al De historicis di Svetonio, nacque nel
59 a.C.[3] a Padova.[4] Quintiliano ha tramandato la notizia secondo la quale
l'oratore Asinio Pollione rilevava in Livio una certa patavinitas ("padovanità"
o peculiarità padovana), da intendersi come patina linguistica rivelatrice
della sua origine,[5] mentre il celebre epigrammista Valerio Marziale ricorda
l'accentuato moralismo della sua terra,[6] tipico del carattere di Livio, tanto
quanto le sue tendenze politiche conservatrici.[7] Lo stesso Livio, citando
Antenore, mitico fondatore di Padova, all'inizio della sua monumentale opera,
conferma indirettamente le proprie origini patavine.[8] Per tutta la sua vita,
ha dimostrato sempre un amore sfrenato per la sua città natale.[senza fonte] I
Livii erano di origine plebea, ma la famiglia poteva fregiarsi di antenati
illustri in linea materna: nella Vita di Tiberio Svetonio ricorda che la
Liviorum familia «era stata onorata da otto consolati, due censure, tre trionfi
e persino da una dittatura e da un magistero della cavalleria».[9]
Verosimilmente, Tito Livio fu educato nella città natale, istruito prima da un
grammatico, con cui apprese a scrivere in un buon latino e imparò altresì il
greco, e poi da un retore, che lo avvicinò «all'eloquenza politica e
giudiziaria».[10] Uno degli avvenimenti più importanti della sua vita fu il
trasferimento a Roma per completare gli studi; fu qui che entrò in stretti
rapporti con Augusto, il quale, secondo Tacito,[11] lo chiamava
"pompeiano", ossia filo-repubblicano; questo fatto non compromise la
loro amicizia, tanto che godette sempre della stima e dell'ospitalità
dell'imperatore, e per suo consiglio il nipote e futuro imperatore Claudio
compose un'opera storica.[12] Non ebbe tuttavia incarichi pubblici, ma si
dedicò alla redazione degli Ab Urbe condita libri per celebrare Roma e il suo
imperatore, e si impose ben presto come uno dei più grandi storici del suo
tempo. Fu anche autore di scritti di carattere filosofico e retorico andati
perduti.[13] Ebbe un figlio, che egli esortò a leggere Demostene e
Cicerone,[14] autore di un'opera di carattere geografico, e una figlia, che
sposò il retore Lucio Magio.[15] Non si sa quando sia tornato a Padova, ma è
certo che qui vi morì nel 17 d.C., secondo Girolamo: «T. Livius historiographus
Patavii moritur».[16] Opere Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della
letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.). Gli Ab Urbe condita libri Lo stesso
argomento in dettaglio: Ab Urbe condita libri. Voce da controllare Questa voce
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sull'uso delle fonti. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento. Una
stampa cinquecentesca delle Historiae di Livio Ab Urbe condita, 1715 Iniziata
nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che
narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di
Druso, in forma annalistica; è molto probabile che l'opera si dovesse
concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla
morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C.[senza fonte] I libri furono
successivamente divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto
coincidere con determinati periodi storici. Dell'intera opera ci è pervenuta
solo una piccola parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall'I al X e
dal XXI al XLV (la prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della
quinta). Gli altri sono conosciuti solo tramite frammenti e riassunti
("Periochae"). I libri che si sono conservati descrivono in
particolare la storia dei primi secoli di Roma dalla fondazione fino al 293
a.C., fine delle guerre sannitiche, la seconda guerra punica, la conquista
della Gallia cisalpina, della Grecia, della Macedonia e di una parte dell'Asia
Minore. L'ultimo avvenimento importante che si trova è relativo al trionfo di
Lucio Emilio Paolo a Pidna. Già il titolo dell'opera dà l'idea della grandezza
dei propositi dello storico. Livio utilizzò il metodo storiografico che alterna
la cronologia storica alla narrazione, spesso interrompendo il racconto per
annunciare l'elezione di un nuovo console, dato che questo era il sistema
utilizzato dai Romani per tener conto degli anni. Nell'opera, Livio denuncia
inoltre la decadenza dei costumi ed esalta al contrario i valori che hanno
fatto la Roma eterna. Lo stesso Livio affermò inoltre che la mancanza di dati e
fonti certe precedenti al sacco di Roma da parte dei Galli, nel 390 a.C., aveva
reso il suo compito assai difficile. A rendere più arduo il compito dello
storiografo fu il fatto che non poteva accedere, come privato cittadino, agli
archivi e dovette accontentarsi di fonti secondarie (documenti e materiali già
elaborati da altri storici). Allo stesso modo, molti storici moderni ritengono
che, per la mancanza di fonti puntuali e precise, Livio abbia presentato per le
stesse vicende sia una versione mitica sia una versione "storica",
senza privilegiare nessuna delle due versioni, ma lasciando alla discrezione
del lettore la decisione su quale sia la più verosimile. Nella prefazione è
l'autore a spiegare che «quanto agli eventi relativi alla fondazione di Roma o
anteriori, non cerco né di confermarli né di smentirli: il loro fascino è
dovuto più all'immaginazione dei poeti che alla serietà dell'informazione» (ne
è un esempio la presenza nell'opera del mito dell'ascensione al cielo di Romolo
e di un racconto secondo il quale lo stesso Romolo sarebbe stato ucciso). Il
suo talento non va tuttavia ricercato nell'attendibilità scientifica e storica
del lavoro quanto nel suo valore letterario (il metodo con cui impiega le fonti
è criticabile poiché non risale ai documenti originali, qualora ve ne siano, ma
utilizza quasi esclusivamente fonti letterarie). Livio scrisse larga parte
della sua opera durante l'impero di Augusto; nonostante ciò, la sua opera è
stata spesso identificata come legata ai valori repubblicani e al desiderio di
una restaurazione della repubblica. In ogni modo, non vi sono certezze riguardo
alle convinzioni politiche dell'autore, dal momento che i libri sulla fine
della repubblica e sull'ascesa di Augusto sono andati perduti. Certamente Livio
fu critico nei confronti di alcuni dei valori incarnati dal nuovo regime, ma è
probabile che il suo punto di vista fosse più complesso di una mera
contrapposizione repubblica/impero. D'altro canto, Augusto non fu affatto
disturbato dagli scritti di Livio, e anzi lo incaricò dell'educazione di suo
nipote, il futuro imperatore Claudio. Nella Ab Urbe condita si trova la prima
ucronia conosciuta, quando Livio immagina le sorti del mondo se Alessandro il
Grande fosse partito per la conquista dell'occidente anziché dell'oriente. Lo
storico si dice convinto che, in tal caso, Alessandro sarebbe stato sconfitto
dalla maggiore organizzazione dell'esercito e dello Stato romano. Stile
"Titus L. historicus" in un'illustrazione delle Cronache di
Norimberga. Livio fu sempre accusato di patavinitas ("padovanità");
ancora oggi non si è riusciti a capire quale sia il significato preciso del
termine: la maggior parte dei critici rileva in ciò una critica nei confronti
dello stile "provinciale" dello storico (ma di suddetta provincialità
non si rilevano tracce negli scritti a noi pervenuti) mentre altri, come il
Syme, ritengono che il termine riguardi più la sfera morale e ideologica.
Questa critica è stata mossa inizialmente da Asinio Pollione, politico e
letterato romano. Quintiliano definì il suo stile come una lactea ubertas
(letteralmente "abbondanza di latte"), per indicare che la prosa di L,
è scorrevole e allo stesso tempo dolce e piacevole per il lettore. Lo stile di
Livio è caratterizzato da architetture ben studiate e da un periodare fluente.
A Livio interessa comporre un'opera dilettevole sulla storia di Roma, non
facendolo scientificamente (come faceva Tucidide in Grecia), ma raccogliendo
semplicemente le notizie dando così piacevolezza all'opera. Ciò lo allontana
dallo stile secco e chiuso tipico di Polibio e fa sì che la sua narrazione
venga caratterizzata da sfumature definibili "drammatiche", senza
eccessi. La storia per lui è "Magistra Vitae" dal punto di vista
morale, vivendo infatti in un periodo difficile per la società romana riteneva
che il modello da seguire per tornare la grande potenza di un tempo sarebbe stato
quello degli antichi romani, per primo quello di Romolo. Livio era un grande
nostalgico del passato soprattutto riguardo alla morale e ai valori che avevano
reso grande Roma, che in quel periodo erano in grande declino. Livio
attribuisce ai vari personaggi che pone sotto analisi dei caratteri quasi
assoluti, facendoli diventare dei paradigmi di passioni (tipi). Un altro
elemento tipico della drammatizzazione è quello di mettere in bocca ai
personaggi dei discorsi, sia in forma diretta che indiretta, informazioni utili
ai fini della narrazione, soprattutto per quanto riguarda la parte
"dilettevole" del suo intento. I discorsi sono infatti costruiti in
maniera fantasiosa, e di fatto non sono da prendere come verità storiche
oggettive ma come esigenze di stampo narrativo e psicologico. Spesso lo storico
padovano rileva come una situazione stia precipitando, quando all'ultimo
istante si ha un ribaltamento di fronte inatteso, il tipico procedimento
teatrale greco del "deus ex machina". Dal punto di vista prettamente
stilistico Livio procede sulle orme di Erodoto (più fiabesco) e segue il
modello di Isocrate, con la sua eloquenza piacevolmente narrativa. Fama di Tito
Livio tra i posteri L'opera di Livio fu un esempio di stile e di rigore
storiografico durante l'epoca dell'Impero, venendo copiata nelle biblioteche
imperiali. Successivamente, nel Medioevo, il testo fu copiato anche nelle
abbazie cristiane. L. ebbe famosi ammiratori, tra cui Alighieri, che nel XXVIII
canto dell'Inferno della Divina Commedia cita un episodio cruento della
Battaglia di Canne, preso da Livio, ed elogia lo storico: «come Livio scrive,
che non erra» (XXVIII, 12). Anche Niccolò Machiavelli lo stimava e scrisse i famosi
Discorsi sopra la prima Deca di Tito L.. Tito è il praenomen, cioè il nome
personale; Livius è il nomen, cioè il nome gentilizio, che significa
"appartenente alla gens Livia". Dunque, Tito L. non ha il cognomen,
il terzo nome, quello di famiglia, cosa peraltro non insolita in epoca
repubblicana. In ciò le fonti classiche sono concordi: Seneca (Ep.), Tacito
(Ann.), Plinio il Giovane (Ep.) e Svetonio (Claud.) lo chiamano Titus L.;
Quintiliano lo chiama Titus L. (Inst. Or.) o semplicemente L. (Inst. Or.).
Nell'epigrafe sepolcrale di Patavium, che con tutta probabilità lo riguarda, è
chiamato, con l'aggiunta del patronimico, T(itus) L. C(ai) f(ilius) (CIL). Gnoli,
L., Tito, in Enciclopedia dei ragazzi, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Chronicon, anno Abrami: «Messala Corvinus orator nascitur et T. L.
Patavinus scriptor historicus». Tuttavia Messalla Corvino nasce nel 64 a.C.
Probabilmente l'errore è dovuto alla somiglianza dei nomi dei consoli dei due
anni, Cesare e Figulo e Cesare e Bibulo. Il luogo di nascita è confermato anche
da Asconio Pediano, Pro Cornelio, Simmaco, Epistulae, e Sidonio Apollinare,
Carmina, oltre che da Asinio Pollione. Quintiliano, Institutio oratoria Pollio
deprehendit in L. Patavinitatem e: «in Tito L. mirae facundiae viro putat
inesse Pollio Asinius quamdam Patavinitatem. Marziale, Epigrammaton: Tu quoque
nequitias nostri lususque libelli Uda, puella, leges, sis Patavina licet.
Ricordate da Cicerone, Philippica durante la guerra civile: Patavini eiecerunt
missos ab Antonio, pecunia, militibus et, quod maxime deerat, armis nostros
duces adiuverunt. Ab Urbe condita libri. Svetonio, Tiberius: Quae familia,
quamquam plebeia, tamen et ipsa admodum floruit octo consulatibus, censuris
duabus, triumphis tribus, dictatura etiam ac magisterio equitum honorata.
Solinas, Introduzione a Tito Livio, Storia di Roma, Milano, Mondadori. In
Annales, Tacito fa dire a Cremuzio Cordo: L., eloquentiae ac fidei praeclarus
in primis, Cn. Pompeium tantis laudibus tulit, ut Pompeianum eum Augustus
appellaret; neque id amicitiae eorum offecit. Svetonio, Claudius, Seneca,
Epistulae: scripsit enim et dialogos, quos non magis philosophiae adnumerare
possis quam historiae, et ex professo philosophiam continentis libros.
Quintiliano, Institutio oratoria: apud L. in epistula ad filium scripta,
legendos Demosthenem atque Ciceronem, tum ita ut quisque esset Demostheni et
Ciceroni simillimus». Solinas; all'opera del figlio di Livio accenna Plinio il
Vecchio. Chronicon, anno Abrami. Ab Urbe condita libri, edizione del XV secolo
Tito L., Storia di Roma dalla Sua Fondazione, edizioni BUR, Testo Latino a
fronte. Trad. e Note di Michela Mariotti (Si riferisce al Volume 13, edizione
della seconda ristampa 2008) Angelo Roncoroni, Roberto Gazich, Elio Marinoni,
Elena Sada, Studia Humanitatis vol. 3 La formazione dell'Impero L., Storia di
Roma, Newton Compton, Milano, traduzione di Gian Domenico Mazzocato Opera di
Giovanna Garbarino Storie Sansoni, 1918, commenti di Carolina Lanzani Tito
Livio, Ab urbe condita, Stampate nella inclita cittade di Venetia, per Zovane
Vercellense ad istancia del nobile ser Luca Antonio Zonta fiorentino. L., Ab
Urbe condita. Libri 6.-23., Venetiis, apud Carolum Bonarrigum. Tito L., Ab Urbe
condita. Libri, Venetiis, apud Carolum Bonarrigum. Manfredi, Codici di Tito
Livio nella Biblioteca di Niccolò V, in Italia medioevale e umanistica, vol.
34, Padova, Antenore, OCLC . Ospitato su archive.is. Voci correlate Dum Romae
consulitur, Saguntum expugnatur L., Tito, su Treccani.it – Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Sanctis., L,, Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. L., in Dizionario di storia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Ogilvie, Livy, su Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata Tito Livio, su BeWeb,
Conferenza Episcopale Italiana. Opere di Tito L., su PHI Latin Texts, Packard
Humanities Institute. Modifica su Wikidata Opere di Tito Livio / Tito L. (altra
versione) / Tito Livio (altra versione) / Tito Livio (altra versione) / Tito
L.(altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited. Opere di Tito L., su Open
Library, Internet Archive. Opere di Tito L., su Progetto Gutenberg. Modifica su
Wikidata (EN) Audiolibri di Tito L. / Tito L. (altra versione), su LibriVox.
Modifica su Wikidata (EN) Bibliografia di Tito Livio, su Internet Speculative
Fiction Database, Al von Ruff. L. (autore), su Goodreads. Tito L.
(personaggio), su Goodreads. Bibliografia su Tito L., su Les Archives
de littérature du Moyen Âge. Tito L., su IMDb, IMDb.com. Tito L., Ab Urbe condita, su
IntraText Digital Library, Èulogos SpA Roma. - Testi con concordanze e liste di
frequenza Tito L., Le Deche di Tito L. - Volgarizzamento del buon secolo
corretto e ridotto a miglior lezione, a cura di P. Francesco Pizzorno, Savona,
Sambolino. Tito L., La Storia romana di Tito L. coi supplementi del Freinsemio
- tradotta e con il testo a fronte - 39 volumi, a cura di Mabil, Brescia,
Nicolò Bettoni, La storia Romana di Tito L. V · D · M Storici romani Portale
Antica Roma Portale Biografie Portale Età augustea Portale Letteratura Categorie:
Storici romaniStorici del I secolo a.C.Storici del I secoloRomani del I secolo
a.C.Romani Nati a Padova Morti a Padova Personaggi citati nella Divina Commedia
(Inferno) Tito L. [altre] Storico latino (n. Padova -- , autore di una storia
di Roma dalla fondazione della città (ab Urbe condita libri) alla morte di
Druso. Di questa vasta trattazione in forma annalistica sono giunti a noi i
libri I-X e XXI-XLV oltre a numerosi
frammenti (come quello del libro XCI, su Sertorio, conservato in un palinsesto,
e quelli del libro CXX, sulla morte e la figura di Cicerone, conservati da
Seneca il Vecchio), cioè circa un quarto dell'opera che, come ci informano i
sommarî (periochae) compilati nei secc. 3°-4° d. C., era costituita di 142
libri. Per la stesura di quest'opera, che cominciò tra il 27 e il 25 a. C. e
cui attese per tutto il resto della vita, L. si giovò di fonti storiografiche
di svariato valore (rarissimo è l'uso diretto di fonti documentarie): per l'età
più antica, degli annalisti romani, particolarmente dei più recenti come
Valerio Anziate, Licinio Macro, Elio Tuberone, dei quali tuttavia non gli
sfuggiva la sostanziale mancanza di attendibilità; per l'età delle guerre
puniche e in particolare di quelle macedoniche, soprattutto di Polibio. Ma il
problema della scelta delle fonti non è per L. d'importanza preminente, come
mostra assai spesso di fronte a versioni diverse di un medesimo avvenimento.
Poco rilievo hanno in L. i problemi sociali, economici, costituzionali; scarsa
è la sua precisione nel narrare avvenimenti militari, quando non abbia la guida
dell'esperto Polibio, ineguale interesse prova per i popoli italici che furono
soggiogati dai Romani (Sabini, Volsci, Sanniti, Etruschi, ecc.), che pure
avevano espresso civiltà e forme di vita notevolissime. Centro ideale della sua
storia è il popolo romano, il cui formarsi e progredire L. segue
appassionatamente, senza quel relativo distacco che è proprio, per esempio, dei
maggiori storici greci (Tucidide e Polibio), sino alle vicende dei suoi giorni,
in cui Roma comincia a soffrire della sua stessa grandezza. Appunto perché L.
intese scrivere l'epopea del popolo romano, con intenti sostanzialmente non
diversi da quelli che spinsero, in pari tempo, Virgilio alla stesura
dell'Eneide, si comprendono le deficienze di cui s'è detto e di cui, dato
l'assunto, L. non si curava; per questo le poetiche leggende delle origini,
delle quali L. stesso non ignorava la falsità, sono accolte nella sua storia in
quanto rispondenti allo spirito della romanità e tali da avvolgere i primordî
del popolo romano in un'aura di veneranda grandezza. Lo spirito tradizionalista
di L. soffriva del rivolgimento subìto dallo stato romano e il narrare la
storia di Roma rievocandone le singolari doti religiose, morali e patriottiche,
era per lui un isolarsi dai mali del presente. Questo si avverte anche nelle
sue predilezioni stilistiche. L. si prefisse nella sua prosa il modello
ciceroniano e se non sappiamo bene in che consistesse la patavinitas (una
specie di provincialismo linguistico di cui lo accusò Asinio Pollione),
riscontriamo nel suo periodare una ricchezza e scioltezza di espressione (detta
da Quintiliano lactea ubertas) che si vale dei coloriti poetici specialmente
nei primi libri, e acquista poi maggior fascino dal senso drammatico che spira
dalla sua narrazione. L'imparzialità e la nobiltà d'animo di L., riconosciuta
da Tacito e Seneca il Vecchio, ci fa maggiormente rimpiangere la perdita di
quella sezione dell'opera ove L. trattava dell'età delle guerre civili, a
proposito delle quali, come risulta dagli scarsi frammenti pervenutici, lo
storico non esitava a dare giudizî, quali quelli famosi su Cicerone e Cesare,
che potevano anche dispiacere ad Augusto, il quale tuttavia protesse e altamente
stimò Livio. ▭
L'abitudine di ripubblicare la storia di L. a parti staccate
("deche"), e in riassunti, facilitò la perdita quasi totale
dell'opera. Al sec. 4° d. C. risale il più antico manoscritto liviano (libri
III-VI); ma al principio del Medioevo si conosceva di L. meno di quanto noi
possediamo, dato che il libro XXIII fu scoperto nel 1651 e i libri XLI-XLV nel
1527. La parte perduta dell'opera può, in minima parte, essere ricostruita
dalle cosiddette periochae (sommarî) dei 142 libri, cui si aggiungono, ma di
assai maggior valore, le periochae di alcuni libri scoperte a Ossirinco. Molti
epitomatori (v. epitome) di storia romana attinsero largamente, e talora
esclusivamente, a L.: Floro, Eutropio, Granio Liciniano, Rufio Festo, Giustino,
Giulio Paride, Gennaro Nepoziano: la prima di queste epitomi risale alla fine
del 1° sec. d. C. Altri attinsero larghissimamente a L. per opere particolari:
Orosio, per i libri 4°-6° delle Historiae adversus paganos; Giulio Ossequente,
per il suo Liber prodigiorum; Valerio Massimo, per buona parte dei suoi
Factorum ac dictorum memorabilium libri IX. Grande il culto di L. nel Medioevo:
Dante (Inf. XXVIII, 12), alludendo alle spoglie dei Romani prese dai
Cartaginesi nella battaglia di Canne, dice "come L. scrive che non
erra". Non minore fu la sua fama nell'Umanesimo e nel Rinascimento, a cui
le storie di L. offrivano illustri esempî di virtù umane, quali artefici di
alti destini. Petrarca si ispirò a Livio in larghe parti dell'Africa e del De
viris e intervenne nella tradizione manoscritta, riunendo i libri della 1ª, 3ª
e 4ª decade in un solo codice, che servì di base alle prime traduzioni in
volgare, e sul quale VALLA (vedasi) condusse le sue Emendationes in L.. Sono
noti di N. Machiavelli i Discorsi sopra la prima deca di T. Livio. La
drammaticità del racconto liviano ispirò tragici d'ogni epoca, da Trissino a
Corneille, ad Alfieri. La critica del sec. 19° ha demolito il mito
dell'esattezza di L., ma nulla ha tolto alla nobiltà dei suoi ideali e alla sua
potenza artistica.Although famous as one of the great Roman historians, he is
also a philosopher, who popularises the genre of the ‘dialogo filosofico.’
Pre-testo. DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI L. di MACHIAVELLI, FIRENZE, G.
BARBÈRA, EDITORE. MACHIAVELLI A ZANOBI BUONDELMONTI E COSIMO RUCELLÀI SALUTE. o
vi mando un presente, il quale se non corrisponde agl’obblighi clic io ho con
voi, è tale senza dubbio, quale ha potuto Machiavelli mandarvi maggiore. Perchè
in quello io ho espresso quanto io so, quanto io ho imparato per una lunga
pratica e continova lezione delle cose del mondo. E non porlendo nè voi nè
altri disiderare da me più, non vi potete dolere se io non vi ho donato più.
Bene vi può incrcsccre della povertà dello ingegno mio, quando siano queste mie
narrazioni povere; e della fallacia del giudizio, quando io in molte parli,
discorrendo, m'inganni. Il che essendo, won so quale di noi si abbia ad esser
meno obbligato all’altro; o io a voi, che mi avete forzalo a scrivere quello
ch’io mai per me medesimo non arci scritto; o voi a me, quando scrivendo non
abbi soddisfatto. Pigliate, adunque, questo in quello modo che si pigliano
tulle le cose degli amici: dove si considera più sempre l’intenzione di chi manda,
che le qualità della cosa che è mandata. E crediate che in questo io ho una
salisfazione, quando io penso che, sebbene io mi fussi ingannato in molle sue
circostanze, in questa sola so eh io non ho preso errore, di avere delti voi,
ai quali sopra tutti gli altri questi miei Discorsi indirizzi: sì perché,
facendo questo, ini pnre aver mostro qualche gratitudine de benefizii ricevuti:
si perchè e mi pare esser uscito fuora dell’uso comune di coloro che scrivono,
i quali sogliono sempre le loro opere a qualche principe indirizzare; e,
accecati dall’ambizione c dall’avarizia, laudano quello di tutte le virtuose
qualitadi, quando di ogni vituperevole parte doverrebbono biasimarlo. Onde io,
per non incorrere in questo errore, ho eletti non quelli che sono Principi, ma
quelli che per le infinite buone parti loro meriterebbono di essere; nè quelli
che polrebbono di gradi, di onori e di ricchezze riempiermi, ma quelli che, non
polendo, vorrebbono farlo. Perchè gl’uomini, volendo giudicare dirittamente,
hanno a stimare quelli che sono, non quelli che possono esser liberali; e così
quelli che sanno, non quelli che, senza sapere, possono governare un regno. E
gli scrittori laudano più Icronc Siracusano quando egli era privato, che Perse
Macedone quando egli era re: perchè a Icronc a esser principe non manca altro
che il principato; quell’altro non avera parte alcuna di re, altro che il
regno. Godetevi, pertanto quel bene o quel male che voi medesimi avete voluto:
e se voi starete in questo errore, che queste mie oppinioni vi siano grate, non
mancherò di seguire il resto della istoria, secondo che nel principio vi
promisi. Valete Ancouaciiè, per la invida natura degl’uomini, sia sempre stato
pericoloso il ritrovare modi ed ordini nuovi, quanto il cercare acque e terre incognite,
per essere quelli più pronti a biasimare che a laudare le azioni d’altri;
nondimeno, spinto da quel naturale desiderio che fu sempre in me di operare,
senza alcun rispetto, quelle cose che io creda rechino comune benefìzio a
ciascuno, ho deliberato entrare per una via, la quale, non essendo stata per
ancora da alcuno pesta, se la mi arrecherà fastidio e diffìcultù, mi potrebbe
ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche
considerassero. E se T ingegno povero, la poco esperienza delle cose presenti,
la debole notizia delle antiche, faranno questo mio conato difettivo e di non
molta utilità; daranno almeno la via ad alcuno, che con più virtù, più discorso
e giudizio, potrà a questa mia intenzione satisfare: il che se non mi arrecherà
laude, non mi dovrebbe partorire biasimo. E quando io considero quantoonore si
attribuisca all’antichità, c comemolte volte, lasciando andare moltialtri
esempi, un frammento d’una antica statua sia stato comperato granprezzo, per
averlo appresso di sè, onorarne la sua casa, poterlo fare imitare da coloro che
di quella arte si dilettano; e come quelli poi con ogni industria si sforzano
in tutte le loro opererappresentarlo: e vcggendo, dall’altrocanto, le
virtuosissime operazioni che le istorie ci mostrano, che sono state operate da
regni cda repubbliche auliche, dai re, capitani, cittadini, datori di leggi, ed
ultri che si sono per la loro atfaticati, esser più presto ammirate che
imitate; au/i in tanto da ciascuno inogni parte fuggite, che di quella antica
virtù non ci è rimaso alcun seguo: posso fare che insieme non me nelavigli e
dolga; e tanto più, quanto veggio nelle differenze che intra iladini civilmente
nascono, o nelle inalattie nelle quali gl’uomini incorrono, essersi sempre
ricorso a quelli giudiciio a quelli rimedi che dagl’antichi sono stati
giudicati o ordinati. Perchè le leggi civili non sono altro che sentenzio date
dagli antichi iurcconsulti, le quali, ridotte in ordine, a’presenti nostri
iureconsulti giudicare insegnano; nè ancora la medicina è altro che cspcrienzia
fatta dagli antichi medici, sopra la quale fondano i medici presenti li loro
giudicii. Nondimeno, nell’ordinare le repubbliche, nel mantenere gli Stati, nel
govcrnai e i regni, nell’ordinare la milizia ed amministrar la guerra, nel
giudicare i sudditi, nell’accrescere l’imperio, non si trova uè principi, nè
repubbliche, nè capitani, nè cittadini che agl’esempi degl’antichi ricorra. Il
che mi persuado che nasca non tanto dalla debolezza nella quale la presente
educazione ha condotto il mondo, o da quel male che uno ambizioso ozio ha fatto
a molte provincie c città cristiane, quanto dal nou avere vera cognizione delle
istorie, per non trarne, leggendole, quel senso, nè gustare di loro quel sapore
che le hanno in sè. Donde nasce che infiniti che leggono, pigliano piacere di
udire quella varietà dell’accidenti che in esse si contengono, senza pensare
altrimeute d’imitarle, giudicando l’imitazione non solo difficile ma
impossibile: come se il cielo, il sole, gl’elementi, gl’uomini fossero variati
di moto, d’ordine e di potenza, da quello eli’egli erano anticamente. Volendo,
pertanto, trarre gl’uomini di questo errore, ho giudicalo necessario scrivere
sopra tutti quelli libri di L. che dalla malignità dei tempi non ci sono stati
interrotti, quello che io, secondo l’antiche e modern cose, giudico esser
necessario per maggiore intelligenzia d'essi; acciocché coloro che questi miei
discorsi leggeranno, possino trarne quella utilità pella quale si debbe
ricercare la cognizione della istoria. G benché questa impresa sia difficile,
nondimeno, aiutato da coloro che mi hanno ad entrare, sotto aquesto peso
confortato, credo portarlo in modo che ad un altro reste breve cammino a
condurlo al luogo destinato. Quali siano stati universalmente i principit’di
qualunque città, c quale fosse quello di ROMA. Coloro che leggeranno qual
principio fosse quello della città di ROMA, e da quali legislatori e come
ordinato, non si maraviglieranno che tanta virtù si sia per più secoli
mantenuta in quella città; e che di poi ne sia nato quell’imperio, al quale
quella repubblica aggiunse. E volendo discorrere prima il nascimento suo, dico
che tutte le città sono edificate o dagl’uomini natii del luogo dove le
s’edificano, o dai forestieri. Il primo caso occorre quando agl’abitatori
dispersi in molte e piccole parli non par vivere sicuri, non potendo ciascuna
per sè, e per il sito e per il piccol numero, resistere all’impeto di chi
l’assalta; e ad unirsi per loro difensione, venendo il nemico, non sono a tempo;
o quando fossero, converrebbe loro lnsciare abbandonati molti de’loro ridotti,
e cosi verrebbero ad esser sùbita preda dei loro nemici: talmente che, per
fuggire questi pericoli, mossi o da loro medesimi, o d’alcuno che sia infra di
loro di maggior autorità, si ristringono ad abitar insieme in luogo eletto da
loro, più comodo a vivere e più facile a difendere. Di queste, infra molle
altre, sono state Atene e Vincaia. La prima, sotto l’autorità di Teseo, fu per
simili cagioni dall’abitatori dispersi edificata; l’altra, sendosi molti popoli
ridotti in certe isolette che erano nella punta del mare Adriatico, per fuggire
quelle guerre che ogni dì, per lo avvenimento di nuovi barbari, dopo la
declinazione dell’imperio romano, nascevano in ITALIA, cominciano infra loro,
senza altro principe particolare clic gli ordinassi, a vivere sotto quelle
leggi che parvono loro più atte a mantenerli. Il che successe loro felicemente
per il lungo ozio che il sito dette loro, non avendo quel mare uscita, e non
avendo quelli popoli che affliggevano ITALIA, navigi da poterli infestare:
talché ogni picciolo principio li potò fare venire a quella grandezza nella
quale sono. Il secondo caso, quando da genti forestiere è edificata una città,
nasce o da uomini liberi, o che dipendano d’altri come sono le colonie mandate
o da una repubblica o d’un principe, per Sgravare le loro terre d’abitatori, o
per difesa di quel paese che, di nuovo acquistato, vogliono sicuramente e
senzas pesa mantenersi; delle quali città IL POPOLO ROMANO ne edifica assai, e
per tutto l’imperio suo: ovvero le sono edificate d’un principe, non per
abitarvi, nia per sua gloria; come la città d’Alessandria d’Alessandro. E per
non avere queste cittadl la loro origine libera, rade volte occorre che le
facciano progressi grandi, e possinsi intra i capi dei regni numerare. Simile a
queste fu l’edificazione di FIRENZE, perchè (fi edificata da’soldati di SILLA,
o, a caso, dagl’abitatori dei monti di Fiesole, i quali, confidatisi in quella
lunga pace che sotto OTTAVIANO nacque nel mondo, si ridussero ad abitare nel
piano sopra Arno) si edifica sotto l’imperio romano; nè potette, ne’principii
suoi, fare altri augumentiche quelli che per cortesia del principe li erano
concessi. Sono liberi l’edificatori delle cittadi quando alcuni popoli, o sotto
un principe o da per sé, sono costretti, o per morbo o per fame o per guerra,
od abbandonare il paese potrio, e cercarsi nuova sede: questi tali, oegli
abitano le cittadi elle e’ trovano nei paesi eli’ egli acquistano, come fa
Moisè; o ne edificano di nuovo, come fa ENEA. In questo caso è dove si conosce
la virtù dello edificatore, e la fortuna dell’edificato: la quale è più o meno
meravigliosa secondo che più o menoè virtuoso colui che ne è stato principio.
La virtù del quale si conosce in duoi modi: il primo è nell’elezione del sito;
F altro nella ordinazione delle leggi. Eperchè gli uomini operano o per
necessità o per elezione; e perchè si vede quivi esser maggiore virtù dove
l’elezione ha meno autorità; è da considerare se sarebbe meglio eleggere, per
la edificazione delle cittadi, luoghi sterili, acciocché gl’uomini, costretti
ad indùstriarsi, meno occupati dall’ozio, vivessino più uniti, avendo, pellla
povertà del sito, minore cagione di discordie; come intervenne in Raugia, e in molte
altre cittadi in simili luoghi edificate: la quale elezione sarebbe senza
dubbio più savia e più utile quando gli uomini fossero contenti a vivere
delloro, e non volcssino cercare di comandare altrui. Pertanto, non potendo
gl’uomini assicurarsi se non colla potenza, è necessario fuggire questa
sterilità del pnese, e porsi in luoghi fertilissimi; dove, potendo pell’ubertà
del sito ampliare, possa e difendersi da chi l’assalta, e opprimere qualunque
alla grandezza sua si opponesse. G quanto a quell’ozio che l’arrecasse il sito,
si debbe ordinare che a quelle necessitadi le leggi la costringhino che’l sito
non la costringesse; ed imitare quelli che sono stati savi, ed hanno abitato in
paesi amenissimi e fertilissimi, c alti a pròdurre uomini oziosi ed inabili ad
ogni virtuoso esercizio: chè, per ovviare aquelli danni i quali l’amenità del
paese, mediante l’ozio, arebbero causati, hanno posto una necessità d’esercizio
a quelliche avevano a essere soldati: di qualità che, per tale ordine, vi sono
diventat imigliori soldati che in quelli paesi i quali naturalmente sono stati
aspri e sterili Intra i quali fu il regno degl’Egizi, che non ostante che il
paese sia amenissimo, tanto potette quella necessità ordinata dalle leggi, che
vi nacquero uomini eccellentissimi; e se li nomi loro non fussino dalla
antichità spenti, si vedrebbe come meriterebbero più laude che Alessandro
Magno, c molti altri dei quali ancora è la memoria fresca. E chi avesse
considerato il regno del Soldano, e l’ordine de’Mammaluchi e di quella loro
milizia, avanti che da Sali, Gran Turco, fusse stata spenta; arebbe veduto ili
quello molti esercizi circa i soldati, ed arebbe in fatto conosciuto quanto
essi temevano quell’ozio a che la benignità del paese gli poteva condurre, se
non v’avessino con leggi fortissime ovviato. Dico, adunque, essere più prudente
elezione porsi in luogo fertile, quando quella fertilità con le leggi infra’
debili termini si restringe. Ad Alessandro Magno, volendo edificare una città
per sua gloria, venne Dinoerate architetto, e gli mostra come ei la poteva fare
sopra il monte Albo; il quale luogo, oltre allo esser forte, potrebbe ridursi
in modo che a quella città si darebbe forma umana; il che sarebbe cosa
meravigliosa e raro, e degna della sua grandezza: e domandandolo Alessandro di
quello che quell’abitatori viverebbono, rispose, non ci averepensato: di che
quello si rise, e lasciatostare quel monte, edifica Alessandria, dove
gl’abitatori avessero a stare volentieri pella grassezza del paese, e pella
comodità del mare e del Nilo. Chi esaminerò, adunque, l’edificazione di Roma,
se si prende Enea per suo primo progenitore, sarà di quelle citladi edificate
da’forestieri; se Romolo, di quelle edificate dagl’uomini natii del luogo; ed
in qualunciic modo, la Vedrà avere principio libero, senza depcndere d’alcuno:
vedrà ancora a quante necessitadi le leggi fatte da Romolo, Numa, e gl’altri,
la costringessino; talmente clic la fertilità del sito, la comodità del mare,
le spesse vittorie, la grandezza dell'imperio, non la poterono per molti secoli
corrompere, e Ir» » mantennero piena di tante virtù, djp^quante mai fusse
alcun’altra repubblica ornata. E perchè le cose operate da lejj, ^e che sono da
L. celebrate, sono seguite o per pubblico o per privato consiglio, o dentro o
fuori della cittade, io comincerò a discorrere sopra quelle cose occorse
dentro, e per consiglio pubblico, le quali degne di maggiore annotazione
giudicherò, aggiungendovi tutto quello che da loro dependessi: coni quali
Discorsi questo primo libro, ovvero Questa prima parte, si terminerà. Di quante
spezie sono le repnbbtiche, e di quale fu la Repubblica Romana. Io voglio porre
da parte il ragionare di quelle cittadi clic hanno avuto il loro principio
sottoposto ad altri; e parlerò di quelle che hanno avuto il principio 'ontano
do ogni servitù esterna, nia si ; j sono subito governate per loro arbitrio, o
come repubbliche o come principato: U quali hanno avuto, come diversi principi,
diverse leggi ed ordini. Perchè ad alcune, o nel principio d’esse, o dopo non
molto tempo, sono state date d’un solo le leggi, e ad un tratto; come quelle
che furono date da Licurgo agli Spartani: alcune le hanno avute a caso, ed in
più volte, e secondo l’accidenti, come Roma. Talché, felice si può chiamare
quella repubblica, la quale sortisce uno uomo sì prudente, che le dia leggi
ordinate in modo, che senza avere bisogno di correggerle, possa vivere
sicuramente sotto quelle. E si vede che Sparta le osservò più che ottocento
anni senza corromperle, o senza alcuno tumulto pericoloso: e, pel contrario,
tiene qualche grado d’infelicità quella città, che, non si sendo abbattuta ad
uno ordinatore prudente, è necessitata da sè medesima riordinarsi: e di queste
ancora è più infelice quella che è più discosto dall’ordine; e quella è più
discosto, con suoi ordini è al tutto fuori del dritto cammino, che la possi
condurre al perfetto e vero fine: perchè quelle clic sono iu questo grado, è
quasi impossibile che per qualche accidente si rassettino. Quel le altre che,
se le non hanno l’ordine perfetto, hanno preso il principio buono, e atto a
diventare migliori, possono pell’occorrenza dell’accidenti diventare perfette.
Ma fia ben vero questo, mai non s’ordineranno senza pericolo perchè l’assai
uomini non s’accordano mai ad una legge nuova che riguardi uno nuovo ordine
nella città, se non è mostro loro d’una necessità che bisogni farlo; e non
potendo venire questa necessità senza pericolo, è facil cosa che quella
repubblica rovini, avanti che la si sia condotta a una perfezione d’ordine. Di
che ne fa fede appieno la repubblica di Firenze, la quale fu dallo accidente
d’Arezzo, nel 11, riordinata, e da quel di Prato, nel XII, disordinata.Volendo,
adunque, discorrere quali furono li ordini della città di Roma, e quali
accidenti alla sua perfezione la condussero) dico, come alcuui che hanno
scritto delle repubbliche, dicono essere in quelle uno de'tre stati, chiamati
da loro Principato, d’Ottimati e Popolare; e come coloro che ordinano una
città, debbono volgersi ad uno di questi, secondo pare loro più a proposito.
Alcuni altri, e secondo l’oppinione di molti più savi, hanno oppinione che
siano di sei ragioni governi; delti quali tre ne siano pessimi; tre altri siano
buoni in loro medesimi, ma sì focili a corrompersi, che vengono ancora essi ad
essere perniziosi. Quelli che sono buoni, sono i soprascritti tre: quelli clic
sono rei, sono tre altri, i quali da questi tre dependono; c ciascuno d’essi è
in modo simile a quello che gli è propinquo, che facilmente saltano dall’uno
all’altro: perchè il Principato facilmente diventa tirannico; li Ottimati con
facilità diventano stato di pochi; il Popolare senza diflìcultà in licenzioso
si converte. Talmente che, se uno ordinatore di repubblica ordina in una città
uno di quelli tre stati, ve lo ordina per poco tempo; perchè nessuno rimedio
può farvi, a far che non sdruccioli nel suo contrario, pella similitudine che
ha in questo caso la virtù ed il vizio. Nacquono queste variazioni di governi a
caso intra li uomini: perchè nel principio del mondo, sendo l’abitatori rari, vissono
un tempo dispersi, a similitudine delle bestie; di poi, multiplicando la
generazione, si ragunorno insieme, e, per potersi meglio difendere, cominciorno
a riguardare fra loro quello che fusse più robusto c di maggiore cuore, c
fecionlo come capo, e lo obedivano. Da questo nacque la cognizione delle cose
oneste e buone, differenti dalle perniziose e ree: perchè, veggendo che se uno
noceva al suo benefattore, ne veniva odio e compassione intra gl’uomini,
biasimando li ingrati ed onorando quelli che fusscro grati, e pensando ancora
che quelle medesime ingiurie potevano esser fatte a loro; per fuggire simile
male, si riducevano a fare leggi, ordinare punizioni a chi contea facesse:
donde venne la cognizione della giustizia. La qual cosa fa che avendo di poi ad
eleggere un principe, non andano dietro al più gagliardo, ma a quello che fussi
più prudente c più giusto. Ala come di poi si comincia a fare il principe per
successione, e non pei’ elezione, subito cominciorno li eredi a degenerare dai
loro antichi; e lasciando 1’opere virtuose, pensano che i principi non avessero
a fare altro clic superare l’altri di sontuosità e di lascivia c d’ogni altra'
qualità deliziosa: in modo che, cominciando il principe ad essere odialo, e per
tale odio a temere, e passando tosto dal timore all’offese, ne nasce presto una
tirannide. Da questo nacquero appresso i principi» delle rovine, c delle
conspirazioni e congiure contea i principi; non fatte da coloro clic fussero o
timidi o deboli, ma da coloro che per genei'osità, grandezza d’animo, ricchezza
e nobiltà, avanzavano gl’altri; i quali non potevano sopportare la inonesta
vita di quel principe. La moltitudine, adunque, seguendo l’autorità di questi
potenti, s’arma contra al principe, c quello spento, ubbidiva loro come a suoi
liberatori. E quelli, avendo in odio il nome d’uno solo capo, constituivano di
loro medesimi un governo; e nel piincipio, avendo rispetto alla passata
tiratinide, si governavano secondo le leggi ordinate da loro, posponendo ogni
loro comodo alla comune utilità; e le cose private e le pubbliche con somma
diligenzia governano c conservavano. Venuta di poi questa amministrazione ai
loro figliuoli, i quali, non conoscendo la variazione della fortuna, non avendo
mai provato il male, e non volendo stare contenti alla civile equalità, ma
rivoltisi all’avarizia, all’ambizione, all’usurpazione delle donne, feciono
clic d’uno governo d’Ottimati diventassi un governo di pochi, senza avere
rispetto ad alcuna civiltà: tal che in breve tempo intervenne loro come al tiranno;
perchè infastidita da’loro governi la moltitudine, si fe ministra di qualunque
disegnassi in alcun modo offendere quelli governatori; e cosi si levò presto
alcuno che, colI’aiuto della moltitudine, li spense. Ed essendo ancora fresca
la memoria del principe e delle ingiurie ricevute da quello, avendo disfatto lo
Stato de’pochi e non volendo rifare quell del principe, si volsero allo Stato
popolare; c quello ordinarono in modo, che nè i pochi potenti, nè uno principe
v’avesse alcuna autorità. E perchè tutti gli Stali nel principio hanno qualche
reverenza, si mantenne questo Stato popolare un poco, ma non molto, massime
spenta che fu quella generazione che l’aveva ordinato; perchè subito si venne
alla licenzia, dove non si temeno nè li uomini privati nè i pubblici; di
qualità che, vivendo ciascuno a suo modo, si facevano ogni di mille ingiurie:
talché, costretti per necessità, o per suggestione d’alcuno buono uomo, o per
fuggire tale licenzia, si ritorna di nuovo al principato; e da quello, di grado
in grado, si riviene verso la licenzia, nei modi e pelle cagioni dette. E
questo è il cerchio nel quale girando tutte le repubbliche si sono governate, e
si governano: ina rade volte ritornano nei governi medesimi; perchè quasi
nessuna repubblica può essere di tanta vita che possa passare molle volte per
queste mutazioni, c rimanere in piede. Ma bene interviene che, nel travagliare,
una repubblica, mancandoli sempre consiglio e forze, diventa suddita d'uno
Stato propinquo, clic sia meglio ordinato di lei: ina dato che questo non
fusse, sarebbe atta una repubblica a rigirarsi infinito tempo in questi
governi. Dico, adunque, che lutti i detti modi sono pestiferi, pella brevità
della vita che è ne’ tre buoni, e pella malignità che è ne’ tre rei. Talché,
avendo quelli che prudentemente ordinano leggi conosciuto questo difetto,
fuggendo ciascuno di questi modi per se stesso, n’elessero uno che partieipasse
di lutti, giudicandolo più fermo e più stabile; perchè l’uno guarda l’altro,
scudo in una medesima città il Principato, li Ottimati ed il Governo Popolare.
Infra quelli che hanno per simili constituzioni meritato più laude, è Licurgo;
il quale ordina in modo le sue leggi in Sparta che dando le parti sue ai He,
agli Ottimali e al Popolo, fa uno Stato che durò più che ottocento anni, con
somma laude sua, e quiete di quella città. Al contrario intervenne a Solone, il
quale ordina le leggi in Atene che per ordinarvi solo lo Stato popolare lo fa
di sì breve vita che avanti morisse vi vide nata la tirannide di Pisistrato: e
benché di poi anni quaranta ne fusscro cacciati gli suoi eredi, c ritornasse
Atene in libertà, perchè la riprese lo Stato popolare, secondo gl’ordini di
Solone; non lo tenne più cliccento anni, ancora che per mantenerlo facesse
molte constituzioni, pelle quali si reprime la iusolenzia grandi c la licenzia
dell’universale, le quali non furou da Solone considerate nientedimeno, perchè
la non le mescola colla potenzia del Principato e con quella dclli Ottimali,
visse Atene, spetto di Sparta, brevissimo tempo. Ria vegniamo a ROMA; la quale
nonostante che non ha uno Licurgo che la ordinasse in modo, ilei principio, che
la potesse vivere lungo tempo libera, nondimeno sono tanti gl’accidenti che in
quella nacquero, pella disunione che era intra la Plebe ed il Senato che quello
che non fa uno ordinatore lo fa il caso. Perchè, se ROMA non sortì la prima
fortuna, sortì la seconda; perchè i primi ordini se sono defettivi, nondimeno
non deviarono dalla diritta via che li potesse condurre alla perfezione. Perchè
ROMOLO e tutti gl’altri re fanno molte e buone leggi, conformi ancora al vivere
libero: ma perchè il fine loro fu fondare un regno e non una repubblica, quando
quella città rimane libera, vi mancano molte cose che era necessario ordinare
in favore della libertà, le quali non erano state da quelli re ordinate. E
avvengachè quelli suoi re perdessero l’imperio pelle cagioni e modi discorsi;
nondimeno quelli clic li cacciarono, ordinandovi subito duoi Consoli, che
stessino nel luogo del re, vennero a cacciare di Roma il nome, e non la potestà
regia: talché, essendo in quella Repubblica i Consoli ed il Senato, veniva solo
ad esser mista di due qualità delle tre soprascritte: cioè di Principato e di
Ottimali. Restavali solo a dare luogo al Governo Popolare: onde, essendo diventata
la Nobiltà romana insolente, si leva il Popolo contro di quella; talché, per
non perdere il tutto, fu costretta concedere al Popolo la sua parte; e,
dall’altra parte, il Senato e i Consoli restassino con tanta autorità, che
potcssino tenere in quella Repubblica il grado loro. E cosi nacque la creazione
de’Tribuni della plebe; dopo la quale creazione venne a essere più stabilito lo
stato di quella Repubblica, avendovi tutte le tre qualità di governo la parte
sua. E tanto li fu favorevole la fortuna, che benché si passa dal governo de’Re
e delli Ottimati al Popolo, per quelli medesimi gradi e per quelle medesime
cagioni che di sopra si sono discorse: nondimeno non si tolse mai, per dare
autorità alli Ottimati, tutta l’autorità alle qualità regie; nè si diminuì
l’autorità in tutto all’Ottimati, per darla al Popolo; ina rimanendo mista, fa
una repubblica perfetta: alla quale perfezione venne pella disunione della
Plebe e del Senato. Quali accidenti facessino creare in Roma i Tribuni della
plebe; il che fa la Repubblica più perfetta. Come dimostrano lutti coloro che
ragionano del vivere civile, e come ne è piena d’esempi ogni istoria, è
necessario a chi dispone una repubblica, ed ordina leggi in quella, presupporre
tutti gli uomini essere cattivi, e clic li abbinosempre od usure la malignità
dell’animo loro, qualunchc volta ne abbino libera occasione: e quando alcuna
malignità sta occulta un tempo, procede d’una occulta cagione, ebe, per non si
essere veduta esperienza del contrario, non si conosce; ma la fa poi scoprire
il tempo, il quale dicono essere padre d’ogni verità. Pare clic fusse in Roma
intra la Plebe cd il Senato, cacciati I Tarquiili, una unione grandissima; e
che i Nobili, avessino deposta quella loro superbia, c russino diventati
d'animo popolare, c sopportabili da qualuncbc, ancora ebe infimo. Stette
nascoso questo inganno, nè se ne vide la cagione, infino ebe i Tarquini
vissono; de’quali temendo la Nobiltà, ed avendo paura che la Plebe mal trattata
non s’accostasse loro, si porta umanamente con quella: ma come prima furono
morti I Tarquini, e die a’ Nobili fu la paura fuggita, cominciarono a sputare
contro Olla Plebe quel veleno che s’avevàno tenuto nel petto, ed in tutti i
modi che potevano la offendevano: la qual cosa fa testimonianza a quello che di
sopra ho detto, che gl’uomini non operano mai nulla bene, se non per necessità;
ma dove la elezione abbonda, e che vi si può usare licenzia, si riempie subito
ogni cosa di confusione e di disordine. Però si dice che la fame e la povertà
fu gli uomini industriosi, e le leggi gli fanno buoni. E dove una cosa per sè
medesima senza la legge opera bene, non è necessaria la legge; ma quando quella
buona consuetudine manca, è subito la legge necessaria. Però, mancati i
Tarqnini, che con la paura di loro tenevano la Nobiltà a freno, convenne
pensare a uno nuovo ordine ehe facessi quel medesimo effetto che facevano i
Tarquini quando erano vivi. E però, dopo molte confusioni, romori e pericoli di
scandali, che nacquero intra la Plebe c la Nobiltà, sivenne per sicurtà della
Plebe alla creazionc ile’ Tribuni; e quelli ordinarono con laute preminenze e
tanta riputazione, che potcssino essere sempre di poi mezzi intra la Plebe e il
Senato, eovviare alla insolenzia de’Nobili. Che la disunione della Plebe c del
Senato romano fece libera e polente quella Repubblica. H0U njt fil ùi òVvil
tf,; il "iit’ lo non voglio mancare di discorrere sopra questi tumulti che
furono in Roma dalla morte de’Tarquini alla creazione de’Tribuni; e di poi
alcune cose contro la oppinionc di molti clic dicono. Roma esser stata una
repubblica tumultuaria, e piena di tanta confusione, clicse la buona fortuna c
la virtù militare non avesse supplito a’loro difetti, sarebbe stata inferiore
ad ogni altra repubblica. Io non posso negare che la fortuna e la milizia non
fussero cagioni dell’imperio romano; ma e’ mi pare bene, che costoro non
s’avvegghino, clic dove è buona milizia, conviene clic sia buono ordine, e rade
volte anco occorre clic non vi sia buona fortuna. Ma vegniamo all i altri
particolari di quella città. Io dico clic coloro clic dannano I tumulti intra i
Nobili c la Plebe, mi pare clic biasimino quelle cose che furono prima cagione
di tenere libera Roma; c clic considerino più a’romori ed alle grida clic di
tali tumulti nascevano, che a’buoni effetti clic quelli partorivano: e che non
considerino come ei sono in ogni repubblica duoi umori diversi, quello del
popolo, c quello dei grandi; c come tutte le leggi che si fanno in favore delia
libertà, nascono dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere
seguito in Roma: perchè da’Tarquini ai Gracchi, che furono più di trecento
anni, i tumulti di Roma rade volte partorivano esilio, radissime sangue. Nè si
possono, per tanto, giudicare questi tumulti nocivi, nè una repubblica divisa, che
in tanto tempo pelle sue differenze non mondò in esilio più che otto o dieci
cittadini, e ne ammazzò pochissimi, e non molti ancora condennò in danari. Nè
si può chiamare in alcun modo, con ragione, una repubblica inordinata, dove
siano tanti esempi di virtù; perchè li buoni esempi nascono dalla buona
educazione; la buona educazione dalle buone leggi; e le buone leggi da quelli
tumulti che molti inconsideratamente dannano: perchè chi esaminerò bene il fine
d’essi, non troverà ch’egliabbino partorito alcuno esilio o violenza in
disfavore del comune bene, ma leggi ed ordini in benefizio della pubblica
libertà. E se alcuno dicesse: i modi erano straordinari, e quasi efferati,
vedere il Popolo insieme gridare contro il Senato, il Senato contra il Popolo,
correre tumultuariamente per le strade, serrare le botteghe, partirsi tutta la
Plebe di Roma le quali tutte cose spaventano, nonclic altro, chi legge; dico
come ogni città debbe avere i suoi modi, con i quali il popolo possa sfogare
l’ambizione sua, e massime quelle ciltadi che uelle cose importanti si vogliono
valere del popolo: intra le quali la città di Roma aveva questo modo, che
quando quel Popolo voleva ottenere una legge, o e’faceva alcuna delle predette
cose, o e’non voleva dare il nome per andare alla guerra, tanto che a placarlo
bisogna in qualche parte satisfargli. E i desiderò de’popoli liberi, rade volle
sono perniziosi alla libertà, perchè e’na seono o da essere oppressi, o da
suspizionc di avere a essere oppressi. E quando queste oppinioni fussero false,
e’vi è il rimedio delle concioni, che sorga qualche uomo da bene, che, orando,
dimostri loro come c’ s’ ingannano: e li popoli, come dice CICERONE, benché
siano ignoranti, sono capaci della verità, e facilmente cedono, quando da uomo
degno di fede è detto loro il vero. Debbesi, adunque, più parcamente biasimare
il governo romano, e considerare che tanti buoni effetti quanti uscivano di
quella repubblica, non erano causati se non da ottime cagioni. E se i tumulti
furono cagione della creazione dei Tribuni, meritano somma laude; perchè, oltre
al dare la parte sua all’amministrazione popolare, furono constituiti per
guardia della libertà romana. Dove più sccurnmentc si ponga la guardia della
libertà, o nel Popolo o ne’Grandi; c c/uali hanno maggior cagione di
tumultuare, o chi vuole acquistare o chi vuole mantenere. Quelli clic
prudentemente hanno constituita una repubblica, intra le più necessarie cose
ordinate da loro, è stato constituire una guardia alla liberta: e secondo che
questa è bene collocala, dura più o meno quel vivere libero. Eperché in ogni
repubblica sono uomin grandi e popolari, si è dubitato nelle mani di quali sia
meglio collocata detta guardia. Ed appresso i Lacedemoni, c,ne’nostri tempi,
appresso de’Viniziani, la è stata messa nelle mani de’Nobili; ma appresso
de’Romani fu messa nelle mani della Plebe. Per tanto, è necessario esaminare
quale di queste repubbliche avesse migliore elezione. E se siandassi dietro
alle ragioni, ci è che dire da ogni pajte: ma se si esaminassiil fine loro, si
piglierebbe la parte de’Nobili, per aver avuta la libertà di Sparla c di
Vinegia più lunga vita che quella di Roma. E venendo alle ragioni, dico,
pigliando prima la parte de’Romani, come e’si debbe mettere in guardia coloro
d’una cosa, che hanno menoappetito d’usurparla. E senza dubbio, se si considera
il fine de’nobili e deili ignobili, si vedrà in quelli desiderio grande di
dominare, cd in questi solo desiderio di non essere dominati; e, per
conseguente, maggiore volontà di vivere liberi, potendo meno sperare
d’usurparla che non possono li granili: talché, essendo i popolani preposti a
guardia d’una libertà, ò ragionevole ne abbino più cura: e non la putendo
occupare loro, non permettino clic altri la occupi. Dall’altra parte, chi
difende l’ordine sparlano e veneto, dice clic coloro che mettono la guardia in
inano de’potenti, fanno due opere buone: I’una, che satisfanno più
all’ambizione di coloro che avendo più parte nella repubblica, per avere questo
bastone in mano, hanno cagione di contentarsi più; I’altra, clic bevano una
qualità di autorità dagli animi inquieti della plebe, che è cagione d’infinite
dissensioni escandali in una repubblica, e alta a ridurre la nobiltà a qualche
disperazione, che col tempo faccia cattivi eliciti. E ne danno per esempio la
medesima Roma, che per avere i Tribuni della plebe questa autorità nelle mani,
non bastò loro aver un Consolo plcbeio, che gli vollono avere ambe due. Da
questo, c’voltano la Censura, il Pretore, e tuttili altri gradi dell’imperio
della città: nè bastò loro questo, chè, menati dal medesimo furore, cominciorno
poi, col tempo, a adorare quelli uomini che vedevano atti a battere la Nobiltà;
donde nacque la potenza di Alarlo, e la rovina di Roma. E veramente, chi
discorressebene I’una cosa c l’altra, potrebbestare dubbio, quale da lui fusse
eletto per guardia tale di libertà, non sapendo quale qualità d’uomini sia più
nociva in una repubblica, o quella ohe desidera acquistare quello che non ha,‘
o quella che desidera mantenere l’onore già acquistato. Ed in fine, chi
sottilmente esaminerà tutto, ne farà questa conclusione: o tu ragioni d’una
repubblica che vogli fare uno imperio, come Roma; o d’una che li basti
mantenersi. Nel primo caso, gli è necessario fare ogni cosa come Roma; nel
secondo, può imitare Yinegia e Sparta per quelle cagioni. Ma, per tornare a
discorrere quali uomini siano in una repubblica piu nocivi, o quelli clic
desiderano d’acquistare, o quelli clic temono di perdere lo acquistato;
dicodie, scudo fatto Marco Meiiennio dittatore, e Marco Fulvio maestro
de’cavalli, tutti duoi plebei, per ricercare certe congiure clic s’erano falle
in Capovaconlro a Roma, fu dato ancora loro autorità dal Popolo di poter
ricercare chiin Roma per ambizione e modi straordinari s’ingegnasse di venire
al consolato, ed agli altri onori della città. Eparendo alla Nobiltà, che tale
autorità fusse data al Dittatore contro a lei, sparsero per Roma, clic non i
nobilierano quelli che cercavano gli onori per ambizione e modi straordinari,
ma gl’ignobili, i quali, non confidatisi nel sangue e nella virtù loro,
cercavano pervie straordinarie venire a quelli gradi; e particolarmente
accusano il Dittatore. E tanto fu potente questa accusa, che Mencnnio, fatta
una conclone c dolutosi deite calunnie dategli da’Nobili depose la dittatura, e
sottomessesi ai giudizio che di lui fussi fatto dal Popolo; c di poi, agitala
la causa sua, ne fu assoluto: dove si disputò assai, quale sia più ambizioso, o
quel che vuolemantenere o quel che vuole acquistare; perchè facilmente 1’uno e
l’altro appetito può essere cagione di tumulti grandissimi. Pur nondimeno, il
più delle volte sono causali da chi possiede, perchè la paura del perdere
genera in loro le medesime voglie che sono in quelli che desiderano acquistare;
perchè non pare agli uomini possedere sicuramente quello clic l’uomo ha, se non
si acquista di nuovo dell’altro. E di più vi è, che possedendo molto, possono
con maggior potenzia c maggiore moto fare alterazione. Ed ancora vi è di più,
che li loro scorretti e ambiziosi portamenti accendono ne’petti di chi non
possiede voglia di possedere, o per vendicarsi contro di loro spogliandoli, o
per potere ancora loro entrare in quella ricchezza c in quelli onori clic
veggono essere male usati dagli altri. Se in 1 ionia si poteva ordinare uno
stalo che togliesse via le inimicizie intra il Popolo ed il Senato. Noi abbiamo
discorsi di sopra gli effetti che facevano le controversie intra il Popolo ed
il Senato. Ora, sendo quelle seguitate in fino al tempo de’Gracchi, dove furono
cagione della rovina del vivere libero, potrebbe alcuno desiderare che Roma
avesse fatti gl’effetti grandi che la fece, senza che in quella fussino tali
inimicizie. Però mi è parso cosa degna di considerazione, vedere se in Roma si
poteva ordinare uno stato che togliesse via dette controversie. Ed a volere
esaminare questo, è necessario ricorrere a quelle repubbliche le quali senza
tante inimicizie c tumulti sono state lungamente libere, e vedere quale stato
era il loro, e se si poteva introdurre in Roma. In esempio tra lì antichi ci è
Sparta, tra i moderni Yinegia, state da me di sopra uominate. Sparla fece uno
Re, con un picciolo Senato, che la governasse. Vinegia non ha diviso il governo
con i nomi; ma, sotto una appellazione, lutti quelli che possono avere
amministrazione si chiamano Gentiluomini. Il quale modo lo dette il caso, più
che la prudenza di elùdette loro le leggi: perchè, sendosi ridotti in su quegli
scogli dove è ora quella città, pelle cagioni dette di sopra, molti abitatori;
come furon cresciuti in tanto numero, che a volere vivere insieme bisogna loro
far leggi, ordinorono una forma di governo; c convenendo spesso insieme
ne’consigli a deliberare della città, quando parve loro essere tanti che
fussero a sufficienza ad un vivere politico, chiusono la via a tutti quelli
altri che vi venissino ad abitare di nuovo, di potere convenire ne’loro
governi: e, col tempo, trovandosi in quel luogo assai abitatori fuori del
governo, per dare riputazione a quelli clic governavano, gli chiamarono
Gentiluomini, e gli altri Popolani. Potette questo modo nascere e mantenersi
senza tumulto, perchè quando e’nacque, qualunque allora abita in Vinegia fu
fatto del governo, di modo che nessuno si poteva dolere; quelli che di poi vi
vennero ad abitare, trovando lo Stato fermo c terminato, non avevano cagione nè
comodità di fare tumulto. La cagione non y’era, perchè non era stato loro tolto
cosa alcuna: la comodità non v’era, perché chi regge gli teneva in freno, c non
gl’adopera in cose dove e’ potessino pigliare autorità. Oltre di questo, quelli
che di poi vennono ad abitare Vinegia, non sono stali molli, c di tanto numero,
che vi sia disproporzione da chi gli governa a loro che sono governati; perchè
il numero de’Gentiluomini o egli è eguale a loro, o egli è superiore: sicché,
per queste cagioni, Vinegia potette ordinare quello Stalo, e mantenerlo unito.
Sparta, come ho detto, essendo governata da un Re c da una stretto Senato,
potette mantenersi così lungo tempo, perchè essendo in Sparta pochi abitatori,
ed avendo tolta la via n chi vi venisse ad abitare, ed avendo prese le leggi di
Licurgo con reputazione, le quali osservando, levano via tutte le cagioni
de’tumulti, poterono vivere uniti lungo tempo: perchè Licurgo colle sue leggi
fece in Sparta più cqualità di sustanze, e meno equalità di grado; perchè quivi
era una eguale povertà, ed i plebei erano manco ambiziosi, perchè i gradi della
città si distendevano in pochi cittadini, ed erano tenuti discosto dalla plebe,
uè gli nobili col trattargli male dettero mai loro desiderio di avergli. Questo
nacque dai Re spartani, i quali essendo collocati in quel principato e posti in
mezzo di quella nobiltà, non avevano maggiore rimedio a tenere fermo la loro
degnità, ehc tenere la plebe difesa da ogni ingiuria: il che fa che la plebe
non temeva, c non desiderava imperio; e non avendo imperio nè temendo, era
levatavia la gara che la potessi avere con !unobiltà, c la cagione de’tumulti;
e poterono vivere uniti lungo tempo. Ma due cose principali causarono questa
unione: T una esser pochi gli abitatori di Sparta, e per questo poterono esser
governati da pochi; l’altra, che non accettando forestieri nella loro
repubblica, non avevano occasione nè di corrompersi, nè dicrescere in tanto che
la fusse insopportabile a quelli pochi che la governavano. Considerando,
adunque, tutte queste cose, si vede come a’ legislatori di Roma era necessario
fare una delle due cose, a volere che Roma stessi quieta come le sopraddette
repubbliche: o non adoperare la plebe in guerra, corne i Viniziani; o non
aprire la via a’forestieri, come gli Spartani. E loro feceno 1’una e l’altra;
il che dette alla plebe forza ed augumento, ed infinite occasioni di
tumultuare. E se lo stato romano veniva ad essere più quieto, ne seguiva questo
inconveniente, ch’egli era anco più debile, perchè gli si tronca la via di
potere venire a quella grandezza dove ei pervenne: in modo che volendo Roma
levare le cagioni de’tumulti, leva ancole cagioni dello ampliare. Ed in tutte
le cose umane si vede questo, chi le esaminerà bene: che non si può mai cancellare
uno inconveniente, che non ne surga un altro. Per tanto, se tu vuoi fare un
popolo numeroso ed armato per potere fare un grande imperio, lo fai di qualità
che tu non lo puoi poi maneggiare a tuo modo: se tu lo mantienio piccolo o
disarmato per potere maneggiarlo, se egli acquista dominio, non lo puoi tenere,
o diventa sì vile, che tu sei preda di quaiunche ti assalta. E però, in ogni
nostra deliberazione si debbe considerare dove sono meno inconvenienti, c
pigliare quello per migliore partito: perchè tutto netto, tutto senza sospetto
non si trova mai. Poteva, adunque, Roma a similitudine di Sparta fare un
Principe a vita, fare un Senato piccolo; ma non poteva, come quella, non
crescere il numero de’cittadini suoi, volendo fare un grande imperio; il che fa
che il Re a vita ed il picciol numero del Senato, quanto alla unione,
glisarebbe giovato poco. Se alcuno volesse, per tanto, ordinare una repubblica
dinuovo, arebbe a esaminare se volesse ch’ella ampliasse, come Roma, di dominio
e di potenza, ovvero ch’ella stesse dentro a brevi termini. Nel primo caso, è
necessario ordinarla come Roma, edare luogo a’tumulti e alle dissensioni
universali, il meglio che si può; perchè senza gran numero di uomini, e bene
armati, non mai una repubblica potrà crescere, o se la crescerà, mantenersi.
Nel secondo caso, la puoi ordinare come Sparta c come Yinegia: ma perchè
l’anipitale è il veleno di simili repubbliche, tlebbc, in tutti quelli modi che
si può, citi le ordina proibire loro lo acquistare; perchè tali acquisti fondati
sopra una repubblica debole, sono al tutto la rovina sua. Come intervenne a
Sparta ed a Yinegia: delle quali la prima avendosi sottomessa quasi tutta la
Grecia, mostra in su uno minimo accidente il debole fondamento suo; perchè,
seguita la ribellione di Tebe, causata da Pelopitia, ribellandosi l’altre
cittadi, rovinò al tutto quella repubblica. Similmente Yinegia, avendo occupato
gran parte d’Italia, e la maggior parte non con guerra ma con danari e con
astuzia, come la ebbe a fare prova delle forze sue, perde in una giornata ogni
cosa. Crederei bene, che a fare una repubblica che dura lungo tempo, fussi il
miglior modo ordinarla dentro come Sparla o come Yinegia; porla in luogo forte,
e di tale potenza, che nessuno credesse poterla subito opprimere; e dall’altra
parte, non fussi si grande, che la fussi formidabile a’vicini: c così potrebbe
lungamente godersi il suo stato. Perchè, per due cagioni si fa guerra ad una
repubblica: Cuna per diventarne signore, l’altra per paura ch’ella non ti
occupi. Queste due cagioni il sopraddetto modo quasi in tutto toglie via;
perchè, se la è difficile ad espugnarsi, come io la presuppongo, sendo bene
ordinata alla difesa, rade volte accadere, o non mai, che uno possa fare
disegno d’acquistarla. Se la si starà intra i termini suoi, e veggasi per
esperienza, che in lei non sia ambizione, non occorrerà mai che uno per paura
di sè gli faccia guerra: e tanto più sarebbe questo, se e’fusse in lei
constituzione o legge che le proibisse l’ampliare. E senza dubbio credo, clic
polendosi tenere la cosa bilanciata in questo modo, che e’sarebbe il vero
vivere politico, e la vera quiete d’una città. Ma scudo tutte le cose degli
uomini in moto, c non potendo stare salde, conviene che le saglino o clic le
scendino; e a molte cose che la ragione non t' induce, t’induce lo necessità:
talmente che, avendo ordinata una repubblica atta a mantenersi non ampliando, e
la necessità la conducesse ad ampliare, si verrebbe a torre via i fondamenti
suoi, ed a farla rovinare più presto. Così, dall’altra parte, quando il Cielo
le fusse si benigno, che la non avesse a fare guerra, ne nascerebbe che l’olio
la farebbe o effeminata o divisa; le quali due cose insieme, o ciascuna per sè,
sorebbono cagione della sua rovina. Pertanto, non si potendo, come io credo,
bilanciare questa cosa, nò mantenere questa via del mezzo a punto; bisogna,
nell’ordinare la repubblica, pensare alla parte più onorevole; ed ordinaria in
modo, che quando pure la necessità la inducesse ad ampliare, ella potesse
quello ch’ella avesse occupato, conservare. E, per tornare al primo
ragionamento, credo che sia necessario seguire l'ordine romano, e non quello
dell’altre repubbliche; perchè trovare un modo, mezzo infra l’uno e l’altro,
non credosi possa: e quelle inimicizie che intra il popolo ed il senato
nascessino, tollerarle, pigliandole per uno inconveniente necessario a
pervenire alla romana grandezza. Perchè, oltre all’altre ragioni allegate dove
si dimostra Y autorità tribun zia essere stata necessaria per la guardia della
libertà, si può facilmente considerare il benefizio che fa nelle repubbliche
l’autorità dello accusare, la quale era intra gl’altri commessa a’Tribuni.
Quanto siano necessarie in una repubblica le accuse per mantenere la libertà. A
coloro che in una città sono preposti per guardia della sua libertà, non si può
dare autorità più utile e necessaria, quanto è quella di potere accasare i
cittadini ai popolo, o a qualunque magistrato o consiglio, quando che
pcccassino in alcuna cosa contea allo stato libero. Questo ordine fa duoi
effetti utilissimi ad una repubblica. Il primo è che i cittadini, per paura di
non essere accusati, non tentano cose contro allo Stato: e tentandole, sono
incontinente e senza rispetto oppressi. 1/ altro è che si dà via onde sfogare a
quelli umori che crescono nelle citladi, in qualunque modo, contea a qualunque
cittadino: e quando questi umori non hanno onde sfogarsi ordinariamente,
ricorrono a’modi straordinari, che fanno rovinare in tutto una repubblica. G
non è cosa che faccia tanto stabile e ferma una repubblica, quanto ordinare
quella in modo, che l’alterazione di questi umori che l’agitano, abbia una via
da sfogarsi ordinata dalie leggi. Il che si può per molti esempi dimostrare, e
massime per quello che adduce L. di CORIOLANO, dove ei dice, che essendo
irritala contro alla Plebe la Nobiltà romana, per parerle che l Plebe avesse
troppa autorità mediante la creazione de’Tribuni che la difendevano; ed essendo
Roma, come avviene, venuta in penuria grande di vettovaglie, ed avendo il
Senato mandato per grani in Sicilia; Coriolano, nimico alla fazione popolare,
consiglia come egli era venuto il tempo da potere gastigare la Plebe, e torte
quella autorità die ella si aveva acquistata c in pregiudizio della nobiltà
presa, tenendola affamata, c non li distribuendo il frumento; la qual sentenza
sendo venuta alii orecchi del Popolo, venne in tanta indegnazione contro a
Coriolano, che allo uscire del Senato lo arebbero tumultuariamente morto, se
gli Tribuni non 1’avessero citato a comparire a difendere la causa sua. Sopra
il quale accidente, si nota quello che di sopra si è detto, #quanto sia utile e
necessario che le repubbliche, con le leggi loro, diano onde sfogarsi oli’ira
clic concepc l’universalità contra a uno cittadino; perchè quando questi modi
ordinari non vi siano, si ricorre agli estraordinari; c senza dubbio questi
fanno molto peggiori effetti che non fanno quelli. Perchè, se ordinariamente
uno cittadino è oppresso, ancora che li fusse fatto torto, ne seguita o poco o
nessuno disordine in la repubblica: perchè l’esecuzione si fa senza forze
private, e senza forze forestiere, che sono quelle che rovinano il vivere
libero; ma si fa con forze ed ordini pubblici, che hanno i termini loro
particolari, nè trascendono a cosa che rovini la repubblica. E quanto a
corroborare questa oppinione con gli esempi, voglio che degli antichi mi basti
questo di Coriolano; sopra il quale ciascuno consideri, quanto male saria
resultato alla repubblica romana, se tumultuariamente ci fussi stato morto;
perchè ne nasceva offesa ila privati a privati, la quale offesa genera paura;
la paura cerca difesa; pella difesa si procacciano i partigiani; dai partigiani
nascono le parti nelle cittadi; dalle parti la rovina di quelle. Ma sendosi
governata la cosa mediante chi ne aveva autorità, si vennero a tór via tutti
quelli mali che ne potevano nascere governandola con autorità privata. Noi
avemo visto ne’nostri tempi, quale novità ha fatto alla repubblica di Firenze
non potere la moltitudine sfogare l’ nniino suo ordinariamente contra a un suo
cittadino; come accadde nel tempo di VALORI, clic era come principe della
città: il quale essendo giudicalo ambizioso da molti, e uomo che volesse con la
sua audacia e animosità trascendere il vivere civile; e non essendo nella
repubblica via a poterli resistere se non con una setta contraria alla sua; ne
nacque che non avendo paura quello, se non di modi straordinari, si comincia a
fare fautori che lo difendessino; dall’altra parte, quelli clic lo oppugnano
non avendo via ordinaria a reprimerlo, pensarono alle vie straordinarie:
intanto che si venne alle armi. E dove, quando pell’ordinario si fusse potuto
opporseli, sarebbe la sua autorità spenta con suo danno solo; avendosi a
spegnere pello straordinario, seguì con danno non solamente suo, ma di molti
altri nobili cittadini. Potrebbesi ancora allegare, a fortificazione della
soprascritta conclusione, l’accidente seguito pur in Firenze sopra SODERINI; il
quale al tutto segui per non essere in quella Repubblica alcuno modo d’accuse
contra alla ambizione de’potenti cittadini: perchè l’accusare un potente a otto
giudici in una repubblica, non basta: bisogna che i giudici siano assai, perchè
pochi sempre fanno a modo de’pochi. Tanfo che, se tali modi vi fussono stati, o
i cittadini lo arebbono accusato, vivendo egli male; e per tal mezzo, senza far
venire l’esercito spagnuolo, arebbono sfogato l’animo loro: o non vivendo male,
non arebbono avuto ardire operarli contra, per paura di non essere accusati
essi: e cosi sarebbe da ogni parte cessato quello appetito che fu cagione di
scandalo. Tanto che si può concludere questo, che qualunque volta si vede che
le forze esterne siano chiamate da una parte d’uomini che vivono in una città,
si può credere nasca da’cattivi ordini di quella, per non esser dentro a quello
cerchio, ordine da potere senza modi islraordinari sfogare i maligni umori che
nascono nelli uomini: a che si provvede al tutto con ordinarvi le accuse alii
assai giudici, e dare riputazione a quelle. Li quali modi furono in Roma sì
bene ordinati, che in tante dissensioni della Plebe e del Senato, mai o il
Senato o la Plebe o alcuno particolare cittadino non disegnò valersi di forze
esterne; perche avendo il rimedio in casa, non erano necessitati andare per
quello fuori. E benché gl’esempi soprascritti siano assai sufficienti a
provarlo, nondimeno ne voglio addurre un altro, recitato da L. nella sua
istoria: il quale riferisce come, scudo stato in Chiusi, città in quelli tempi
nobilissima in TOSCANA, da uno Lucumone violata una sorella d’Aruntc, c non potendo
Arunte vendicarsi pella potenia del violatore, se n'andò a trovare i Franciosi,
che allora regnano in quello luogo che oggi si chiama Lombardia; e quelli
confortò a venire con annata mano a Chiusi, mostrando loro come con loro utile
lo potevano vendicare della ingiuria ricevuta: che se Arunte avesse veduto
potersi vendicare con i modi della città, non arebbe cerco le forre barbare. Ma
come queste accuse sono utili in una repubblica, così sono inutili e dannose le
calunnie. Quanto le accuse sono utili alle repubbliche, tanto sono perniziose
le calunnie. Non ostante che la virtù di Cnmmillo, poi ch’egli ebbe libera Roma
dall’oppressione de’Franciosi, avesse fatto che tutti i cittadini romani, parer
loro tòrsi reputazione o cedevano a quello; nondimeno MAULIO Capitolino non
poteva sopportare chegli fusse attribuito tanto onore e tanta gloria;
parendogli, quanto alla salute di Roma, per avere salvato il Campidoglio, aver
meritato quanto CAMMILLO; c quanto all’altre belliche laudi, non essere
inferiore a lui. Di modo che, carico d’invidia, non potendo quietarsi pella
gloria di quello, c veggendo non potere seminare discordia infra i Padri, si
volse alla Plebe, seminando varie oppinioni sinistre intra quelfb. E intra V
altre cose che dice, era come il tesoro il quale si era adunato insieme per
dare ai Franciosi, e poi non dato loro, era stato usurpalo da privati
cittadini; e quando si riavesse, si poteva convertirlo in pubblica utilità,
alleggerendo la Plebe da’tributi, o da qualche privato debito. Queste parole poterono
assai nella Plebe; talché comincia avere concorso, ed a fare u sua posta
tumulti assai nella città: la qual cosa dispiacendo al Senato, e parendogli di
momento e pericolosa, crea uno Dittatore, perchè ei riconoscesse questo caso, e
frenasse lo impeto di MANLIO. Onde che subito il Dittatore lo fa citare, e
eondussonsi in pubblico all’incontro l’uno dell’altro; il Dittatore in mezzo
de’Nobili, e MANLIO in mezzo della Plebe. Fu domandato Manlio che dove dire,
appresso a chi fusse questo tesoro che ei dice, perchè ne era cosi desideroso
il Senato d’intenderlo come la Plebe: a che MANLIO non risponde
particularmenfe; ma, andando fuggendo, dice come non era necessario dire loro
quello die e’si sapevano: tanto che il Dittatore lo fece mettere in carcere. È
da notare per questo testo, quanto siano nelle città libere, ed in ogni altro
modo di vivere, detestabili le calunnie; e come per reprimerle, si debbe non
perdonare a ordine alcuno che vi faccia a proposito. Nè può essere migliore
ordine a torle via, che aprire assai luoghi alle accuse; perchè quanto le
accuse giovano alle repubbliche, tanto le calunnie nuocono: e dall’altra parte
è questa differenza, che le calunnie non hanno bisogno di testimone, nè
d’alcuno altro particulare riscontro a provarle, in modo che ciascuno da
ciascuno può essere calunniato; ma non può già essere accusato, avendo le
accuse bisogno di riscontri veri, e di circostanze, che mostrino la verità
dell’accusa. Accusatisi gl’uomini a’magistrati, a’popoli, a’consigli;
calunniatisi pelle piazze è per le logge. Usasi più questa calunnia dove si usa
meno 1’accusa, c dove le città sono meno ordinate a riceverle. Però, uno
ordinatore d’una repubblica debbe ordinare che si possa in quella accusare ogni
cittadino, senza alcuna paura o senza alcuno sospetto; e fatto questo e bene
osservato, debbe punire aeremente i calunniatori: i quali non si possono dolere
quando siano puniti, avendo i luoghi aperti a udire le accuse di colui che gli
avesse per le logge calunniato. E dove non è bene ordinata questa parte,
seguitano sempre disordini grandi:perchè le calunnie irritano, c non castigano
i cittadini; e gli irritali pensano di valersi, odiando più presto, che temendo
le cose che si dicono contea a loro. Questa parte, come è detto, era bene
ordinata in Roma; ed è stata sempre male ordinala nella nostra città di
FIRENZE. E come a Roma questo ordine fa molto bene, a FIRENZE questo disordine
fa molto male. E chi legge le istorie di questa città, vedrà quante calunnie
sono state in ogni tempo date a’suoi cittadini che si sono adoperati nelle cose
importanti di quella. Dell’uno dicevano ch’egli aveva rubati danari al comune;
dell altro, che non aveva vinto una impresa per essere stato corrotto; e che
quell’altro per sua ambizione aveva fatto il tale e tale inconveniente. Del che
ne nasceva che da ogni parte ne surgeva odio: donde si veniva alla divisione;
dalla divisione alle sètte; dalle sètte alla rovina. Che se fusse stato in
Firenze ordine d’accusare i cittadini, c punire i calunniatori, non seguivano infiniti
scandali che sono seguiti: perchè quelli cittadini, o condennati o assoluti che
russino, non arebbono potuto nuocere alla città; e sarebbono stati accusati
meno assai clic non ne erano calunniali, non si potendo, come ho detto,
accusare come calunniare ciascuno. Ed intra l’altre cose di clic si è valuto
alcuno citadino per ventre alla grandezza sua, sono state queste calunnie: le
quali venendo conira a’cittadini potenti che allo appetito suo si opponevano,
facevano assai per quello; perchè, pigliando la parte del Popolo, e
confirmandolo nella mala oppiatone eh’egli aveva di loro, se lo fece amico. E
benché se ne potesse addurre assai esempi, voglio essere contento solo d’uno.
Era lo esercito fiorentino a campo a Lucca, comandato da GUICCIARDINI (si veda),
commissario di quello. Vollono o i cattivi suoi governi, o la cattiva sua
fortuna, che Ja espugnazione di quella città non seguisse. Pur, comunque il
caso stesse, ne fu incolpato inesser Giovanni, dicendo com’egli era stato
corrotto da’Lucchesi: la quale calunnia sendo favorita da’nimici suoi, condusse
messer Giovanni quasi in ultima disperazione. E benché, per giustificarsi, ei
si volessi mettere nelle mani del Capitano; nondimeno non si potette mai
giustificare, per non essere modi in quella repubblica da poterlo fare. Di che
ne nacque assai sdegno intra li amici di messer Giovanni, che erano la maggior
parte delli uomini Grandi, ed infra coloro che desideravano fare novità in
Firenze. La qual cosa, e per queste e per altre simili cagioni, tanto crebbe, che
ne seguì la rovina di quella repubblica. Era dunque MANLIO Capitolino
calunniatore, e non accusatore, ed i Romani mostrarono in questo caso appunto,
come i calunniatori si debbono punire. Perchè si debbe fargli diventare
accusatori; e quando 1’accusa si riscon tri vera, o premiarli, o non punirli:
ma quando la non si riscontri vera Uf»5 Come egli è necessario esser solo a
volere ordinare una repubblica di nuovo, o al lutto fuori delti antichi suoi
ordini riformarla. E’porrà forse ad alcuno, che io sia troppo trascorso dentro
nella istoria romana, non avendo fatto alcuna menzione ancora degli ordinatori
di quella Repubblica, nè di quelli ordini che o alla religione o alla milizia
riguardassero. E però, non volendo tenere più sospesi gli animi di coloro che
sopra questu parte volessino intendere alcune cose; dico, come molti per
avventura giudicheranno di cattivo esempio, che uno fondatore d’un vivere
civile, quale è ROMOLO, abbia prima morto un suo fratello, di poi consentito
alla morte di Tito TAZIO Sabino, eletto da lui compagno nel regno; giudicando
per questo, che gli suoi cittadini potessero coll’autorità del loro principe,
per ambizione e desiderio di comandare, offendere quelli che alla loro autorità
s’opponessino. La quale oppinionc sarebbe vera, quando non si considerasse che
line l’avesse indotto a fare lai OMICIDIO. E debbesi pigliare questo per una
regola generale: clic non mai o di rado occorre che alcuna repubblica o regno
sia da principio ordinato bene, o al tutto di nuovo fuori delti ordini vecchi
riformato, se non è ordinato d’uno; anzi è necessario che uno solo sia quello
clic dia il modo, e dalla cui mente dependa qualunque simile ordinazione. Però,
uno prudente ordinatore d’una repubblica, e che abbia questo animo di volere
giovare non a sé ma al BENE COMUNE, non alla sua propria successione ma alla
comune patria, debbe ingegnarsi d’avere l’autorità solo; nè mai uno ingegno
savio riprende alcuno d’alcuna azione istraordinaria, che per ordinare un regno
o constituire una repubblica usasse. Conviene bene, che, accusandolo il fallo,
lo effetto lo scusi; e quando sia buono, come quello di ROMOLO, sempre lo
scuserà: perchè colui che è violento per guastare, non quello che è per
racconciare, si debbe riprendere. Debbe bene in tanto esser prudente e
virtuoso, che quella autorità che si ha presa, non la lasci ereditaria ad un
altro: perchè, essendo gl’uomini più proni al male che al bene, potrebbe il suo
successore usare ambiziosamente quello che da lui virtuosamente fusse stato
usato. Oltre di questo, se uno è atto ad ordinare, uoti è la cosa ordinata per
durare molto, quando la rimanga sopra le spalle d’uno; ma si bene, quando la
rimane alla cura di molti, e che a molti stia il mantenerla. Perchè, cosi come
molti non sono atti ad ordinare una cosa, per non conoscere il bene di quella,
causato dalle diverse oppinioni che sono fra loro; cosi conosciuto che lo
hanno, non si accordano a lasciarlo. E che ROMOLO fusse di quelli che NELLA
MORTE DEL FRATELLO e del compagno meritasse scusa; e che quello che fece, fusse
per IL BENE COMUNE, e non per ambizione propria; lo dimostra lo avere quello
subito ordinato uno Senato, con il quale si consigliasse, e secondo l’oppinione
del quale deliberasse. E chi considera bene P autorità che ROMOLO si riserbò,
vedrà non se ne essere riserbata alcun’altra che comandare alli eserciti quando
s’era deliberata la guerra, e di ragunare il Senato. Il che si vide poi, quando
Roma divenne libera per la cacciata de’Tarquini; dove da’Romani non fu innovato
alcun ordine dello antico, se non che in luogo d’uno Re perpetuo, fussero duoi
Consoli annuali; il che testifica, tutti gli ordini primi di quella città
essere stati più conformi ad uno vivere civile e libero, che ad uno assoluto e
tirannico. Polrebbesi dare in corroborazione delle cose sopraddette infiniti
esempi; come Licurgo, Solonc, ed nitri fondatori di regni e di repubbliche, i
quali poterono, per aversi attribuito un’autorità, formare leggi a proposito
del bene comune; ma gli voglio lasciare indietro, come cosa nota. Addurronne
solamente uno, non si celebre, ma da considerarsi per coloro che desiderassero
essere di buone leggi ordinatori: il quale è, che desiderando Agide re di
Sparta ridurre gli Spartani intra quelli termini che le leggi di Mcurgo gli
avessero rinchiusi, parendoli che per esserne in parte deviati, la sua città
avesse perduto assai di quella antica virtù, e, per conseguente, di forze e
d’imperio; fu ne'suoi primi principii ammazzato dalli Efori spartani, come uomo
che volesse occupare la tirannide. Ma succedendo dopo lui nel regno Cleomene c
nascendogli il medesimo desiderio per gli ricordi e scritti eh’egli aveva
trovati di Agide, dove si vede quale era la mente ed intenzione sua, conobbe
non potere fare questo bene alla sua patria se non diventa solo di autorità;
parendogli, pell’ arabizione degli uomini, non potere fare utile a molti contra
alla voglia di pochi: e presa occasione conveniente, fa ammazzare tutti
gl’Efori, e qualunque altro gli potesse contrastare; di poi rinnova in tutto le
leggi di Licurgo. La quale deliberazione era atta a fare risuscitare Sparta, e
dare a Clcomcne quella reputazione che ebbe Licurgo, se non fussc stato la
potenza de’Macedoni e la debolezza dell’altre repubbliche greche. Perchè,
essendo dopo tale ordine assaltato da’Macedoni, e trovandosi per sè stesso
inferiore di forze, c non avendo a chi rifuggire, fu vinto; e restò quel suo
disegno, quantunque giusto e laudabile, imperfetto. Considerato adunque tutte
queste cose, conchiudo, come a ordinare una repubblica è necessario essere
solo; c ROMOLO per LA MORTE DI REMO E DI TAZIO meritare iscusa, e non biasmo.
Quanto sono laudabili i fondatori d’una repubblica o dJ uno regno, tanto quelli
dJ una tirannide sono vituperabili. Intra tutti gli uomini laudati, sono i
laudatissimi quelli die sono stati capi e ordinatori delle religioni. Appresso
dipoi, quelli che hanno fondato o repubbliche o regni. Dopo costoro, sono
celebri quelli che, preposti alti esercìti, hanno ampliato o il regno loro, o
quello della patria. A questi si aggiungono gli uomini iilterati; e perchè
questi sono di più ragioni, sono celebrati ciascuno d’essi secondo il grado
suo. A qualunque altro uomo, il numero de’quali è infinito, s’attribuisce quut’
che parte di laude, la quale gli arreca l’arte e l’esercizio suo. Sono, pello
contrario, infumi e detestabili gli uomini destruttori delle religioni,
dissipatori de’regni e delie repubbliche, inimici delle virtù, delle lettere, e
d'ogni altra arte che arrechi utilità ed onore alla umana generazione; come
sono gli empii e violenti, gl’ignoranti, gl’oziosi, i vili, e i dappochi. E
nessuno sarà mai sì pazzo o si savio, si tristo o si buono, che, propostogli la
elezione delle due qualità d’uomini, non laudi quella che è da laudare, e
Biasini quella che è da biasmare: nientedimeno, di poi, quasi tutti, ingannati
da un falso bene e da una falsa gloria, si lasciano andare, o voluntariamente o
ignorantemente, ne’gradi di coloro che meritano più biasimo che laude; c
potendo fare, con perpetuo loro onore, o una repubblica o un regno, si volgono
alla tirannide: nè si avveggono per questo partito quanta fama, quanta gloria,
quanto onore, sicurtà, quiete, con satisfazione d’animo, e’fuggono; e in quanta
infamia, vituperio, biasimo, pericolo e inquietudine incorrono. Ed è
impossibile che quelli che in stato privato vivono in una repubblica, o che per
fortuna o virtù ne diventano principi, se leggcssino l’istorie, e delle memorie
delle antiche cose facessino capitale, che non volessero quelli tali privati,
vivere nella loro patria piuttosto Soipioni che Cesari; e quelli che sono
principi, piuttosto Agesilai, Timolconi e Dioni, clic Nabidi, Falari e Dionisi:
perchè vedrebbono questi essere sommamente vituperati, e quelli eccessivamente
laudati. Vedrebbono ancora come Timoleone e gli altri non ebbero nella patria
loro meno autorità che si avessiuo Dionisio e Falari; ma vedrebbono di lungo
avervi avuto più sicurtà. Nè sia alcuno che si inganni pella gloria di Cesare,
sentendolo, massime, celebrare dagli scrittori: perchè questi che lo laudano,
sono corrotti dalla fortuna sua, e spauriti dalla lunghezza dello imperio, il
quale reggendosi sotto quel nome, non permette che gli scrittori parlassero
liberamente di lui. Ma chi vuole conoscere quello che gli scrittori liberi ne
direbbono, vegga quello che dicono di CATILINA. E tanto è più detestabile
GIULIO (si veda) CESARE, quanto più è da biasimare quello che ha fatto, che
quello che ha voluto fare un inule. Vegga ancora con quante laudi celebrano
BRUTO (si veda); talché, non potendo biasimare quello pella sua potenza,
e’celebrano il nemico suo. Consideri ancora quello eh’ è diventato principe in
una repubblica, quante laudi, poiché ROMA fu diventata imperio, meritarono più
quelli imperadori che vissero sotto le leggi e come principi buoni, che quelli
che vissero al contrario: e vedrà come a Tito, Nerva, Traiano, ADRIANO,
Antonino e Marco, non erano necessari i soldati pretoriani nè la moltitudine
delle legioni a difenderli, perchè i costumi L loro, la benivolenza del Popolo,
l’amore i del Senato gli difende. Vedrà ancora come a Caligola, Nerone,
Vitellio, ed a tanti altri scellerati imperadori, non bastarono gl’eserciti
orientali ed occidenItili a salvarli conira a quelli nemici, che li loro rei
costumi, la loro malvagia vita aveva loro generati. E se la istoria di costoro
fusse ben considerata, sarebbe assai ammaestramento a qualunque priucipe, a
mostrargli la via della gloria o del biasmo, e della sicurtà o del timore suo.
Perchè, di ventisei imperadori che furono da Cesare a Massimiuo, sedici ne
furono ammazzati, dicci morirono ordinariamente; c se di quelli che furono
morti ve ne fu alcuno buono, come Galba e Pertinace, fu morto da quella
corruzione che lo antecessore suo aveva lasciata nc’soldati. E se tra quelli
che morirono ordinariamente ve ne fu alcuno scellerato, nome Severo, nacque
d’una sua grandissima fortuna e virtù; le quali due cose pochi uomini
accompagnano. Vedrà ancora, pella lezione di questa istoria, come si può
ordinare un regno buono: perchè tutti gl'imperadori che succederono all’imperio
per eredità, eccetto Tito, furono cattivi; quelli che per adozione, furono
tutti buoni, come furono quei cinque da Nervo a Marco: e come P imperio cadde
negli eredi, ei ritornò nella sua rovina. Pongasi, adunque, innanzi un principe
i tempi da Nerva a Marco, e conferiscagli con quelli che erano stati prima e
che furono poi; edipoi elegga in quali volesse essere nato,o a quali volesse
essere preposto. Perchè in quelli governali da’buoni, vedràun principe sicuro
in mezzo de’suoi sicuri cittadini, ripieno di pace e di giustizia il mondo:
vedrà il Senato con la sua autorità, i magistrati con i suoi onori; godersi i
cittadini ricchi le loro ricchezze; la nobiltà c la virtù esaltata: vedrà ogni
quiete ed ogni bene; e, dall’altra parte, ogni rancore, ogni licenza,
corruzione e ambizione spenta: vedrà i tempi aurei, dove ciascuno può tenere e
difendere quella oppinione che vuole. Vedrà, in fine, trionfare il mondo;
pienodi riverenza e di gloria il principe, d’amore e di sveurilà i popoli. Se
considererà, di poi, tritamente i tempi degli altri imperadori, gli vedrà
atroci per le guerre, discordi per le sedizioni, nella pace e nella guerra
crudeli: tanti principi morti col ferro, tante guerre civili, tante esterne; P
Italia afflitta, e piena di nuovi infortunii; rovinate e saccheggiate le città
di quella. Vedrà Roma arsa, il Campidoglio da’suoi cittadini disfatto, desolati
gl’antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le città di adulterii: vedrà
il mare pieno di esilii, gli scoglipieni di sangue. Vedrà in Roma seguire
innumerabili crudeltadi; e la nobiltà, le ricchezze, gli onori, e sopra tutto
ia virtù essere imputata a peccato capitale. Vedrà premiare li accusatori,
essere corrotti i sèrvi contro al signore, i liberi contro al padrone; e quelli
a chi fusscro mancati i nemici, essere oppressi dagli amici. E conoscerà allora
benissimo quanti obblighi Roma, Italia, e il mondo abbia con Cesare. E senza,
dubbio, se e’ sarà nato d’uomo, si sbigottirà I da ogni imitazione dei tempi
cattivi, c accenderassi d’uno immenso desiderio di seguire i buoni. E
veramente, cercando un principe la gloria del mondo, doverrebbe desiderare di
possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto come Cesare, ma per
riordinarla come lloinolo. E veramente i cieli non possono dare all i uomini
maggiore occasione di gloria, nè li uomini la possono maggiore desiderare. E
se, a volere ordinare bene una città, si avesse di necessità n dcporrc il
principato, meriterebbe quello clic non la ordinasse, per non cadere di quel
grado, qualche scusa: ma potendosi tenere il principato ed ordinarla, non si
merita scusa alcuna. E in somma, considerino quelli a chi i cieli danno tale
occasione, come sono loro proposte due vie: 1’una che gli fa vivere sicuri, e
dopo la morte gli rende gloriosi; I’altra gli fa vivere in continove angustie,
e dopo la morte lasciare di sè una sempiterna infamia. Delta religione
de’Romani. Ancora che Roma avesse il primo suo ordinatore ROMOLO, e che da
quello abbia riconoscere come figliuola il nascimento e la educazione sua; nondimeno,
giudicando i cieli che gli ordini di ROMOLO non bastano a tanto imperio,
niessono nel petto del Senato romano di eleggere NUMA (si veda) Pompilio per
SUCCESSORE A ROMOLO, acciocché quelle cose che da lui fossero state lasciate
indietro, fossero da Numa ordinate. II quale trovando un popolo ferocissimo, e
volendolo ridurre nelle ubbidienze civili con le arti della pace, si volse alla
religione, come oosa al tutto necessaria a volere mantenere una civiltà; e la
costituì in modo, che per più secoli non fu mai tanto timore di Dio quanto in
quella Repubblica: il che facilitò qualunque impresa che il Senato o quelli
grandi uomini romani disegnassero fare. E ehi discorrerà infinite azioni, e del
popolo di Roma lutto insieme, e di molli de’Romani di per sé, vedrà come quelli
cittadini temevano più assai rompere il giuramento che le leggi; come coloro
clic stimavano più la potenza di Dio, che quella degli uomini: come si vede
manifestamente per gli esempi di SCIPIONE e di MANLIO TORQUATO. Perchè, dopo la
rotta che Annibale aveva dato a’Romani a Canne, molti cittadini si erano
adunati insieme, c sbigottiti e paurosi si erano convenuti abbandonare
l’ITALIA, e girsene in Sicilia: il che sentendo SCIPIONE, gli andò a trovare, e
col ferro ignudo in mano gli costrinse a giurare di non abbandonare la patria.
LUCIO MANLIO, padre di TITO MANLIO, che fu di poi chiamato Torquato, era stato
accusato da MARCO POMPONIO, Tribuno della plebe; ed innanzi che venissi il di
del giudizio, Tito andò a trovare Marco, e minacciando d’ammazzarlo se non
giura di levare l’accusa al padre, lo costrinse al giuramento; e quello, per
timore avendo giurato, gli levò t'accusa. E cosi quelli cittadini i quali
l'amore della patria e le leggi di quella non ritenevano in ITALIA, vi furon
ritenuti da un giuramento che furono forzati a pigliare; e quel Tribuno pose da
parte l'odio che egli aveva col padre, la ingiuria che gli aveva fatta il
figliuolo, c i’onore suo, per ubbidire al giuramento preso: il che non nacque
da altro, che da quella religione che Numa aveva introdotta in quella città. E
vedesi, chi considera bene le istorie romane, quanto serviva la religione a
comandare agli eserciti, a riunire la plebe, a mantenere gli uomini buoni, a
fare vergognare li tristi. Talché, se si avesse a disputare a quale principe
Roma fusse più obbligata, o a ROMOLO o a Numa, credo più tosto Numa otterrebbe
il primo grado: perchè dove è religione, facilmente si possono introdurre
l’armi; e dove sono l’armi e non religione, con diflìcultà si può introdurre
quella. E si vede che a ROMOLO per ordinare il Senato, e per fare altri ordini
civili e militari, non gli fu necessario dell’ autorità di Dio; ma fu bene
necessario a Numa, il quale simulò di avere congresso con una Ninfa, la quale
lo consiglia di quello ch’egli avesse a consigliare il popolo: e tutto nasce
perchè voleva mettere ordini nuovi ed inusitati in quella città, e dubita che
la sua autorità non basta. G veramente, mai non fu alcuno ordinatore di leggi
straordinarie in uno popolo, che non ricorresse a Dio; perchè altrimenlc non
sarebbero accettate: perchè sono molli beni conosciuti da uno prudente, i quali
non hanno in sè ragioni evidenti da potergli persuadere ad altri. Però gli
uomini savi, che vogliono torre questa diflìcultà, ricorrono a Dio. Cosi fece
Licurgo, cosi Solone, cosi molti altri che hanno avuto il medesimo fine di
loro. Ammirando, adunque, il popolo romano la bontà e la prudenza sua, cede ad
ogni sua deliIterazione, Ben è vero che l’essere quelli tempi pieni di
religione, e quelli uomini, con i quali egli aveva a travagliare, grossi, gli
detlono facilità grande a conseguire i disegni suoi, potendo imprimere in loro
facilmente qualunche nuova forma. E senza dubbio, ehi volesse ne’presenti tempi
fare una repubblica, più facilità troverebbe negli uomini montanari, dove non è
alcuna civilità, che in quelli che sono usi a vivere nelle città, dove la
civilità è corrotta: ed uno scultore trarrà più facilmente una bella statua
d’uno marmo rozzo, che d’uno male abbozzato d’altrui. Considerato adunque tutto,
conchiudo che la religione introdotta da Piuma fu intra le prime cagioni della
felicità di quella città: perchè quella causò buoni ordini; i buoni ordini
fanno buona fortuna; e dalla buona fortuna nacquero i felici successi delle
imprese. E come la osservanza del culto divino è cagione delia grandezza delle
repubbliche, cosi il dispregio di quella è cagione della rovina d’esse. Perchè,
dove manca il timore di Dio, conviene che o quel regno rovini, o che sia
sostenuto dal timore d’un principe che supplisca a’difetti della religione. E
perchè i principi sono di corta vita, conviene che quel regno manchi presto,
secondo che manca la virtù d’esso. Donde nasce che i regni i quali dependono
solo dalla virtù d’uno uomo, sono poco durabili, perchè quella virtù manca
colla vita di quello; e rade volte accade che la sia rinfrescata colla
successione, come prudentemente ALIGHIERI (si veda) dice: tt Rade volte risurge
per li ramiL'umana probitade: e questo vuolo Quel che la dà, perchè da lui si
chiami. „Non è, adunque, la salute di una repubblica o d’uno regno avere uno
principe che prudentemente governi mentre vive; ma uno che l’ordini in modo,
clic, morendo ancora, la si mantenga. E benché agli uomini rozzi più facilmente
si persuade uno ordine o una oppinione nuova, non è per questo impossibile
persuaderla ancora agli uomini civili, e che si presumono non essere rozzi. Al
popolo di Firenze non pare essere nè ignorante nè rozzo: nondimeno da
Savonarola fu persuaso che parla con Dio. lo non voglio giudicare s’egli era
vero o no, perchè d’un tanto uomo se ne debbe parlare con reverenza: ma io dico
bene, che infiniti lo credevano, senza avere visto cosa nessuna istraordinaria
da farlo loro credere; perchè la vita sua, la dottrina, il soggetto che prese,
erano sufhzienti a fargli prestare fede. Non sia, pertanto, nessuno che si
sbigottisca di non potere conseguire quello che è stato conseguito da altri;
perchè gli uomini, come nella Prefazione nostra si disse, nacquero, vissero e
morirono sempre con un medesimo ordine. Di quanta importanza sia tenere conto
della religione j e come la Italia per esserne mancata mediante la Chiesa
romana y è rovinata. Quelli principi, o quelle repubbliche, le quali si
vogliono manienere incorrotte, hanno sopra ogni altra cosa a mantenere incorrotte
le cerimonie della religione, e tenerle sempre nella loro venerazione; perchè
nissuno maggiore indizio si puote avere della rovina d’una provincia, che
vedere dispregiato il culto divino. Questo è facile a intendere, conosciuto che
si è in su che sia fondata la religione dove l’uomo è nato; perchè ogni
religione ha il fondamento della vita sua in su qualche principale ordine suo.
La vita della religione gentile era fondata sopra i responsi delti oracoli e
sopra la setta delli aridi e delli aruspici: tutte le altre loro cerimonie,
sacrifìcii, riti, dependevano da questi; perchè loro facilmente credevano che
quello Dio che ti poteva predire il tuo futuro bene o il tuo futuro male, te lo
potessi ancora concedere. Di qui nascevano i tempii, di qui i sacrifici!, di
qui le supplicazioni, ed ogni altra cerimonia in venerarli: perchè l’oracolo di
Deio, il tempio di GIOVE Aminone, ed altri celebri oracoli, tenevano il mondo
in ammirazione, e devoto. Come costoro cominciarono dipoi a parlare n modo
de’potenti, e questa falsità si fu scoperta ne’popoli, divennero gli uomini
increduli, ed atti a perturbare ogni ordine buono. Debbono, adunque, i Principi
d’uria repubblica o d’un regno, i fondamenti della religione che loro tengono,
mantenerli; e fatto questo, sarà loro facil cosa a mantenere la loro repubblica
religiosa, e, per conseguente, buona ed unita. C debbono, tutte le cose che
nascono in favore di quella, come che le giudicassino false, favorirle ed
accrescerle; e tanto più Io debbonofare, quanto più prudenti sono, e quanto più
conoscitori delle cose naturali. E perchè questo modo c stato osservato dagli
uomini savi, ne è nata l’oppinione dei miracoli, che si celebrano nelle
religioni eziandio false: perchè i prudenti gli aumentano, da qualunche
principio e’si nascano; e l’autorità loro dà poi a quelli fede appresso a
qualunque. Di questi miracoli ne fu a Roma assai; e intra gli altri fu, che
saccheggiando i soldati romani la città de’Veienti, alcuni di loro entrarono
nel tempio di Giunone, ed accostandosi alla immagine di quella, e dicendole vis
venire Romani, parve od alcuno vedere che la accennasse; ad alcun altro, che
ella dicesse di si. Perchè, sendo quelli uomini ripieni di religione (il che
dimostra L. perchè nell’entrare nel tempio, vi entrarono senza tumulto, tutti
devoti e pieni di reverenza), parve loro udire quella risposta che alla domanda
loro per avventura si avevano presupposta: la quale oppiuione e credulità, da
Cammillo e dagli altri principi della città fu ni tutto favorita ed
accresciuta. La quale religione se ne’ Principi della repubblica cristiana si
fusse mantenuta, secondo che dal datore d’essa ne fu ordinato, sarebbero gli
stati e le repubbliche cristiane più unite e più felici assai ch’elle non sono.
Nè si può fare altra maggiore conieltura della declinazione d’essa, quanto è
vedere come quelli popoli che sono più propinqui alla Chiesa romana, capo della
religione nostra, hanno meno religione. E chi considerasse i fondamenti suoi, e
vedesse l’uso presente quanto è diverso da quelli, giudicherebbe esser
propinquo, senza dubbio, o la rovina o il flagello. E perchè sono alcuni
d’oppinione, che’l ben essere delle cose d’Italia dipende dalla Chiesa di Roma,
voglio contro ad essa discorrere quelle ragioni che mi occorrono: e ne
allegherò due potentissime, le quali, secondo me, non hanno repugnanza. La,
prima è, che per gli esempi rei di quella i corte, questa provincia ha perduto
oguI divozione ed ogni religione: il clic si i lira dietro infiniti
inconvenienti e infiniti disordini; perchè, così come religione si presuppone
ogni bene, dove ella manca si presuppone il contrario. Abbiamo, adunque, colla
Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obbligo, d’essere diventati
senza religione c cattivi: ma ne abbiamo ancora un maggiore, il quale è cagione
della rovina nostra. Questo è die la Chiesa ha tenuto e tiene questa nostra
provincia divisa. E veramente, alcuna provincia non fu mai unita o felice, se
la non viene tutta alla obedienza d’una repubblica o d’uno principe, come è
avvenuto alla Francia. E la cagione che la Italia non sia in quel medesimo
termine, nè abbia aneli’ella o una repubblica o uno principe che la governi, è
solamente la Chiesa; perchè, avendovi abitalo e tenuto imperio temponile, non è
stata sì potente nè dì tal virtù, che l'abbia potuto occupare il restante
d’Italia, e farsene principe; e non è stata, dall’altra parte, si debile, che,
per paura di non perder il dominio delie cose temporali, la non abbi potuto
convocare uno potente che la difenda contra a quello che in Italia fusse
diventato troppo potente: come si è veduto anticamente per assai esperienze,
quando mediante Carlo Magno la ne cacciò i Lombardi, eh’ era no già quasi re di
tutta Italia; e quando ne’ tempi nostri ella tolse la potenza a’Veneziani con
l’aiuto di Francia; di poi ne cacciò i Franciosi eoa l’aiuto de’ Svizzeri. Non
essendo, dunque, stata la Chiesa potente da potere occupare l’Italia, nè avendo
permesso che un altro la occupi, è stata cagione che la non è potuta venire
sotto un capo; ma è stata sotto più principi e signori, da’quali è nata tanta
disunione e tanta debolezza, che la si è condotta ad essere stata preda, non
solamelile di barbari polenti, ma di qualunque I’ assalta. Di clic noi altri
Italiani abbiamo obbligo colla Chiesa, c non con altri. E chi ne volesse per
esperienza certa vedere più pronta la verità, bisognerebbe che fusse di tanta
potenza, che mandasse ad abitare la corte romana, coll’autorità che l’ha in
Italia, in le terre de’Svizzeri; i quali oggi sono quelli soli popoli che
vivono, e quanto alla religione e quanto agli ordini militari, secondo gli
antichi: e vedrebbe che in poco tempo furebbero più disordine in quella
provincia i costumi tristi di quella corte, che qualunchc altro accidente clic
in qualunche tempo vi potessi surgere. Come t Romani si servirono della
religione per ordinare la città, e per seguire le loro imprese e fermare i
tumulti. Ei non mi pare fuor di proposito addurre alcuno esempio dove i Romani
si servirono della religione per riordinare la cillà, e per seguire l’imprese
loro; e quantunque in L. ne siano molti, nondimeno voglio essere contento a
questi. Avendo creato il Popolo romano i Tribuni, di potestà consolare, e,
fuorché uno, tutti plebei; ed essendo occorso quello anno peste c fame, e
venuti certi prodigii; usorono questa occasione i Nobili nella nuova creazione
de’Tribuni, dicendo che li Dii erano adirati per aver Roma male usata la maestà
del suo imperio, e che non era altro rimedio a placare gli Dii, che ridurre la
elezione de’Tribuni nel luogo suo: di che nacque che la Plebe, sbigottita da
questa religione, creò i Tribuni tutti nobili. Vedesi ancora nella espugnazione
della città de’Ycienti, come i capitani degli eserciti si valeno della
religione per tenergli disposti ad una impresa: ehè essendo il lago Albano,
quello anno, cresciuto mirabilmente, ed essendo i soldati romani in fastiditi
pella lunga ossidione, e volendo tornarsene a Roma, trovarono i Romani, come
Apollo e certi altri responsi dicevano che quell’anno si espugnerebbe la città
de’Veienti, che si deriva il Ingo Albano: la qual cosa fece ai soldati
sopportare i fastidi della guerra e della ossidione, presi da questa speranza
d’espugnare la terra; e stettono contenti a seguire la impresa, tanto che
Cammillo fatto Dittatore espugna detta città, dopo dieci anni che l’era stala
assediata. E cosi la religione, usata bene, giovò e pella espugnazione di
quella città, e pella restituzione dei Tribuni nella Nobiltà: chè senza detto
mezzo difficilmente si sarebbe condotto e l’uno e l’altro. Non voglio mancare
di addurre a questo proposito un altro esempio. Erano nati in Roma assai
tumulti per cagione di Terentillo Tribuno, volendo lui promulgare certa legge,
per le cagioni che di sotto nel suo luogo si diranno; e tra i primi rimedi che
vi usò la Nobiltà, fu la religione: della quale si servirono i duo modi. Nel
primo fecero vedere i libri Sibillini, e rispondere, come alla città, mediante
la civile sedizione, soprastavano quello anno pericoli di non perdere la
libertà: la qual cosa, ancora che fusse scoperta da’ Tribuni, nondimeno messe
tanto terrore ne’petti della plebe, che la raffreddò nel seguirli. L’altro modo
fu, che avendo uno APPIO ERDONIO, con una moltitudine di sbanditi e di servi,
in numero di quattromila uomini, occupato di notte il Campidoglio, in tanto che
si poteva temere, che se gli Equi ed i Volsci, perpetui nemici al nome romano,
ne fossero venuti a Roma, la arebbono espugnata; e non cessando i Tribuni per
questo d’insistere nella pertinacia loro di promulgare la legge Terentilla,
dicendo che quello in sulto era fittizio c non vero: uscì fuori del Senato uno
Publio Rubezio, cittadino grave e di autorità, con parole parte amorevoli,
parte minacciatiti, mostrandoli i pericoli della città, e l’intempestiva
domanda loro; tanto che e’constrinse la Plebe a giurare di non si partire dalla
voglia del Consolo: onde che la Plebe obediente, per forza ricupera il
Campidoglio. Ma essendo in tale espugnazione morto Publio Valerio consolo,
subito fu rifatto consolo Tito Quinzio; il quale per non lasciare riposare la
Plebe, nè darle spazio a ripensare alla legge Terentilla, le comanda s’uscissi
di Roma per andare contra a’Volsci, dicendo che per quel giuramento aveva fatto
di non abbandonare il Consolo, era obbligata a seguirlo: a che i Tribuni
s’opponevano, dicendo come quel giuramento s’era dato al Consolo MORTO, e non a
lui. Nondimeno L. mostra, come la Plebe per paura della religione volle più
presto obedire al Consolo, che credere a’ Tribuni; dicendo in favore della
antica religione queste parole: Nondum htiDPj quce nunc tenet sceculum,
negligcntict Dcùm venerai, nec interpretando sibi quisque jasjurandum et legcs
aplas a La ‘faciebal. Per la qual cosa dubitando i Tribuni di non perdere
allora tutta la lor degnila, s’accordarono col Consolo di stare all’obedienza
di quello; e che per uno anno non si ragionasse della legge Terentilla, ed i
Consoli per uno anno non potessero trarre fuori la Plebe alla guerra. E cosi la
religione fa al Senato vincere quella diffìcultà, che senza essa mai non arebbe
vinto. I Romani interpretano gli auspicii secondo la necessità, con la prudenza
mostravano d’osservare la religione j quando forzali non l’osservavano; c se
alcuno (emwariamente la dispregia, lo punivano. Non solamente gl’auguri! erano
il fondamento in buona parte dell'antica religione de’Gentili, ma ancora erano
quelli che erano cagione del bene essere della Repubblica romana. Donde i
Romani ne uvevano più cura che d’alcuno altro ordine di quella; ed usavangli
ne’comizi consolari, nel principiare l’imprese, nel trai’ fuori gl’eserciti,
nel fare le giornate, ed in ogni azione loro importante, o civile o militare;
nè maisarebbono iti ad una espedizionc, che non avessino persuaso ai soldati
che gli Dei promettevano loro la vittoria. Ed infra gli altri nuspicii, avevano
negli eserciti certi ordini di aruspici, che e’chiamavano Pollarii: e qualunque
volta eglino ordinavano di fare la giornata col nemico, volevano che i Pollarii
fucessino i loro auspicii; e beccando i polli, combattevano con buono augurio:
non beccando, si astenevano dalla zuffa. Nondimeno, quando la ragione mostra
loro una cosa doversi fare, non ostante che gli auspicii fossero avversi, la
fannp in ogni modo; ma rivoltavanla con termini e modi tanto attamente, che non
pare che la fucessino con dispregio dello religione: il quale termine fu usato
da Papirio consolo in una zuffa clic fece importantissima coi Sanniti, dopo la
quale restorno in lutto deboli ed afflitti. Perchè sendo Papirio in su’campi
rincontro ai Sanniti, e parendogli avere nella zuffa la vittoria certa, e
volendo per questo fare la giornata, comandò ai Pollarii che fucessino i loro
auspicii; ma non beccando i polli, e veggendo il principe de’Pollarii la gran
disposizione dello esercito di combattere, e la oppinione che era nei capitano
cd in tutti i soldati di vincere, per non torre occasione di bene operare a
quello esercito, riferi al Consolo come gli auspicii procedevano bene: talché
Papirio ordinando le squadre, ed essendo d’alcuni de' Pollarii detto a certi
soldati, i polli non aver beccato, quelli lo dissono a Spurio Papirio nipote
del Consolo; e quello riferendolo al Consolo, rispose subito, eh’ egli
attendesse a fare l’oflìzto suo bene, e che quanto a lui ed allo esercito gli
auspicii erano rolli; e se il Pollarlo aveva detto le bugie, ritornerebbono in
pregiudicio suo. E perchè lo effetto corrispondesse al pronostico, comandò ni
legati clic constituìssino i Pollarii nella primo fronte della zuffa. Onde
nacque che, andando contra ai nemici, sendo da un soldato romano tratto uno
dardo, a caso ammazzò il principe de’Pollarii; la qual cosa udita il Console,
disse come ogni cosa procede bene, e col favore degli Dii; perchè lo esercito
colla morte di quel bugiardo si era purgato da ogni colpa, e da ogni ira che
quelli avessino preso contra di lui. E cosi, col sapere bene accomodare t
disegni suoi agli auspicii, prese partito di azzuffarsi, senza clic quello
esercito s’avvedesse che in alcuna parte quello avesse negletti gl’ordini della
loro religione. Al contrario fece APPIO Pillerò in Sicilia, nella prima guerra
punica: che volendo azzuffarsi con l’esercito cartaginese, fa fare gli auspicii
a’Pollarii; e referendogli quelli, come i polli non beccavano, disse: veggiamo
se volessero bere; e gli fece giUare in mare. Donde che, azzuffandosi, perdette
la giornata: di che egli ne fu a Roma condennato, e Papirio onorato; non tanto
per aver l’uno vinto e l’altro perduto, quanto per aver 1’uno fatto contra agli
auspicii prudentemente e l’altro temerariamente. Nè ad altro line tende questo
modo dello aruspicare, che di fare i soldati confidentemente ire alla zuffa;
dalla quale confidenza quasi sempre uasce la vittoria. La qual cosa fu non
solamente usala dai Romani, ma dalli esterni: di che mi pare d’addurre uno
esempio. Come i Sanniti, per estremo rimedio alle cose loro afflitte, ricorsono
alla religione. Avendo i Sanniti avute più rotte dai Romani, ed essendo stati
per ultimo distrutti in Toscana, e morti i loro eserciti e gli loro capitani;
ed essendo stali vinti i loro compagni, come Toscani, Franciosi ed Umbri; ncc
suis, nec extcrnis viribus jam slare polcrant: t amen bello non abstinebantj
adeo ne infeliciler quidem defensae libcrtatis tcedcbalj et vinci quarti non
tentare victorianij malebant. Onde deliberarono far ultima prova: e perché ei
sapevano che a voler vincere era necessario indurre ostinazione negli animi
de’soldati, c che a indurla non v’era miglior mezzo che la religione; pensarono
di ripetere uno antico loro sacrifìcio, mediante Ovio Faccio, loro sacerdote.
Il quale ordinarono in questa forma: che, fatto il sacrificio solenne, e fatto
intra le vittime morte e gli altari accesi giurare lutti i capi dello esercito,
di non abbandonare mai la zuffa, citarono i soldati ad uno ad uno; ed intra
quelli altari, nel mezzo di più centurionicon le spade nude in mano, gli
facevano prima giurare che non ridirebbono cosa che vedessino o sentissino; di
poi, con parole esecrabili e versi pieni di spavento, gli facevano giurare e
promettereagli Dii, d’essere presti dove gli imperadori gli comandassino, c di
non si fuggire mai dalla zuffa, e d’ammazzarequalunque vedessino che si
fuggisse: la qual cosa non osservata, torna sopra il capo della sua famiglia e
della su stirpe. Ed essendo sbigottiti alcuni diloro, non volendo giurare,
subito da’ loro centurioni erano morti; talché gli altriche succedevano poi,
impauriti dalla ferocità dello spettacolo, giurarono tutti.E per fare questo
loro assembramento più magnifico, sendo quarantamila uomini, ne vestirono la
metà di pannibianchi, con creste e pennacchi sopra lecelate; e così ordinati si
posero presso ad Aquilonia. Contra a costoro venne Papirio; il quale, nel
confortare i suoi soldati, disse: Non enim crislas vulnerafacere, et pietà
alque aurata scuta transirc ttomanum pileum. E per debilitarela oppinione clic
avevano i suoi soldatide’ nemici per i) giuramento. preso, disse che quello era
per essere loro a timore, non a fortezza; perchè in quel medesimo tempo avevano
uvere paura de’cittadini, degli Dii, c de’nemici. E venuti al conflitto, furono
superati i Sanniti; perchè la virtù romana, ed il timore conccputo pelle
passate rotte, superò qualunque ostinazione ei potessino avere presa per virtù
della religione e per il giuramento preso. Nondimeno si vede come a lóro non
parve potere avere altro rifugio, nè tentare altro rimedio a poter pigliare
speranza di ricuperare la perduta virtù. Il che testifica appieno, quanta
confidcnzia si possa avere mediante la religione bene usata. E benché questa
parte piuttosto, per avventura, sirichiederebbe esser posta intra le cose
estrinseche; nondimeno, dependendo d’uno ordine de’più importanti della
Repubblica di Roma, mi è parso da commetterlo in questo luogo, per non dividere
questa materia, cd averci aritornare più volte. Un popolo uso a vìvere sotto un
principe, se per qualche accidente diventa libero, con difficultà mantiene la
libertà. Quanta difficultà sia ad uno popolo uso a vivere sotto un principe,
preservare di poi la libertà, se per alcuno accidente l’acquista, come
l’acquistò Roma dopo la cacciala de’Tarquini; io dimostrano infiniti esempi che
si leggono nelle memorie delle antiche istorie. E tale difficultà è
ragionevole; perchè quel popolo è non altrimenti che uno animale bruto, il
quale, ancora che di feroce natura e silvestre, sia stato nudrito sempre in
carcere ed in servitù, che di poi lasciato a sorte in una campagna libero, non
essendo uso a pascersi, nè sappiendo le latebre dove siabbia a rifuggire,
diventa preda del primo che cerca rincatenarlo. Questo medesimo interviene ad
uno popolo, il quale setido uso a vivere sotto i governi d’altri, non snppiendo
ragionare nè delledifese o offese pubbliche, non cognoscendo i principi nè
essendo conosciutoila loro, ritorna presto sotto un giogo, il quale il più
delle volte è più grave che quello che per poco innanzi si avevalevato d’in
su’1 collo: e trovasi in queste difficullà, ancora che la materia non sia in
tutto corrotta; perchè in uno popolo dove in lutto è entrata la corruzione, non
può, non che picciol tempo, ma punto vivere libero: e però i ragionamenti
nostri sono di quelli popoli dove la corruzione non sia ampliata assai, c dove
sia più del buono che del guasto. Aggiungesi alla soprascritta, un’altra
difficultò; la quale è che lo Stato che diventa libero si fa partigiani nemici,
e non partigiani amici. Partigiani nemici gli diventano tutti coloro che dello
Stalo tino dei dìscorsi Tannico si prevalevano, pascendosi delle ricchezze del
principe; a’quali sendo tolta la facoltà del valersi, non posso vivere
contenti, e sono forzati ciascuno di tentare di riassumere la tirannide, per
ritornare nell’autorità loro. Non si acquista partigiani amici; perchè il
vivere libero propone onori e premii, mediami alcune oneste e determinate
cagioni, e fuori di quelle non premia nè onora alcuno; e quando unoha quelli
onori e quelli utili che gli paremeritare, non confessa avere obbligo concoloro
che lo rimunerano. Oltre a questo, quella comune utilità che del viverelibero
si trae, non è da alcuno, mentreche ella si possiede, conosciuta: la qualeè di
potere godere liberamente le cosesue senza alcuno sospetto, non
dubitaredell’onore delle donne, di quel de’figliuoli, non temere di sè; perchè
nissuno confesserà mai aver obbligo conuno che non 1’offenda. Però, come
disopra si dice, viene ad avere lo Statolibero c che «li nuovo surge,
partigianinon partigiani amici. E vonemicilendo rimediare a questi
inconvenienti,c a quegli disordini che le soprascritte diflìculta si
arrecherebbono seco, non ciè più potente rimedio, nè più valido, nè più sano,
nè più necessario, che ammazzare i figliuoli di Bruto: i quali, come l’istoria
mostra, non furono indotti, insieme con altri gioveni romani,n congiurare
contra alla patria per altro, se non perchè non si potevano valere
straordinariamente sotto i Consoli, come sotto i Re; in modo che la libertà di
quel popolo par che fusse diventata la loro servitù. E chi prende a governare
una moltitudine, o per via„ di libertà o per via di principato, e non si
assicura di coloro che a quell’ordine nuovo sono nemici, fa uno Stato di poca
vita. Vero è ch’io giudico infelici quelli principi, che per assicurare lo
Stato loro hanno a tenere vie straordinarie, avendo per nemici la moltitudine:
perchè quello che ha per nemici i pochi, facilmente e senza molti scandali, si
assicura; ma chi ha per nemico 1’universale, non si assicura mai; e quanta più
crudeltà usa, tanto diventa più debole il suo principalo. Talché il maggior
rimedio che si abbia, è cercare di farsi il popolo amico. E benché questo
discorso sia disformo dal soprascritto, parlando qui d’un principe e quivi
d’una repubblica; nondimeno, per non avere a tornare più in su questa materia,
ne voglio parlare brevemente. Volendo, pertanto, un principe guadagnarsi un
popolo che gli fusse nemico, parlando di quelli principi che sono diventati
della loro patria tiranni; dico eh’ci debbe esaminare prima quello che il
popolo desidera, e troverà sempre ch’ei desidera due cose; Y una vendicarsi
contro a coloro che sono cagione che sia servo; l’altra di riavere la sua
libertà. Al primo desiderio il principe può satisfare in tutto, al secondo in
parte. Quanto al primo, ce n’è lo csempio appunto. Clearco, tiranno d’Eraelea,
scudo in esilio, occorse che, per controversia venuta intra il popolo e gli
ottimati d’Eraclea, veggendosi gl’ottimati inferiori, si volsono a favorire
Clearco, c congiuratisi seco lo missono, contea alla disposizione popolare, in
Eraclea, c toisono la libertà al popolo. In modo che, trovandosi Clearco intra
l’insolenzia degl’ottimati, i quali non poteva in alcun modo nè contentare nè
correggere, c la rabbia de’popolari, che non potevano sopportare l’avere
perduta la libertà, deliberò ad un tratto liberarsi dal fastidio de’grondi, c
guadagnarsi il popolo. E presa sopra questo conveniente occasione, tagliò a
pezzi tutti gli ottimali, con una estrema satisfazione de’popolari. E così egli
per questa via satisfece ad una delle voglie che hanno i popoli, cioè di
vendicarsi. Ma quanto all’altro popolare desiderio di riavere la sua libertà,
non potendo il principe satisfargli, debbe esaminare quali cagioni sono quelle
che gli fanno desiderare d’essere liberi; e troverà che una piccola parte di
loro desidera d’essere libera per comandare; ma tutti gli altri, che sono
infiniti, desiderano la libertà per vivere securi. Perchè in tutte le
repubbliche, in qualunque modo ordinate, ai gradi del comandare non aggiungono
mai quaranta o cinquanta cittadini: e perchè questo è piccolo numero, è facil
cosa assicurarsene, o con levargli via o con far lor parte di tanti onori, che
secondo le condizioni loro essi abbino in buona parte a contentarsi. Quelli
altri, ai quali basta vivere securi, si satisfanno facilmente, facendo ordini e
leggi, dove insieme con la potenza sua si comprenda la sicurtà universale. E
quando uno principe faccia questo, e che il popolo vegga che per accidente
nessuno ei non rompa tali leggi, comincerà in breve tempo a vivere sccuro e
contento. In esempio ci è il regno di Francia, il quale non vive securo per
altro, che per essersi quelli Re obbligati ad infinite leggi, nelle quali si
comprende la securtn di tutti i suoi popoli. E chi ordinò quello Stato, volle
che quelli Re, dell’arme e del danaio facessino a loro modo, ma che d’ogni
altra cosa non ne potessino altrimenti disporre che le leggi si ordinassino.
Quello principe, adunque, o quella repubblica che non si assicura nel principio
dello stato suo, conviene che si assicuri nella prima occasione, come fecero i
Romani. Chi lascia passare quella, si pente tardi di non aver fatto quello che
dove fare. Sendo, pertanto, il popolo romano ancora non corrotto quando ci
recuperò la libertà, potette mantenerla, morti i figliuoli di BRUTO e spenti i
Tarquini, con tutti quelli rimedi ed ordini che altra volta si sono discorsi.
Ma se fussc stato quel popolo corrotto, nè in Roma nè altrove si trovano rimedi
validi a mantenerla. Uno popolo coitoIIo, venuto in libertà, si può con
difficullà (grandissima mantenere libera. lo giudico che gli era necessario, o
die i Re si estinguessino in Roma, o che Roma in brevissimo tempo divenissi
debole, e di nessuno valore: perchè, considerando a quanta corruzione erano
venuti quelli Re, se l'ussero seguitati così due o tre successioni, e che
quella corruzione che era in loro, si fossi cominciata a distendere per le
membra; come le membra fussino state corrotte, era impossibile mai più
riformarla. Ma perdendo il capo quando il busto era intero, poterono facilmente
ridursi a vivere liberi cd ordinati. E debbesi presupporre per cosa verissima,
che una città corrotta che vive sotto un principe, ancora che quel principe con
tutta la sua stirpe si spenga, inai non si può ridurre libera; anzi conviene
che Putì principe spenga l’allro; e senza creazione d’un nuovo signore non si
posa mai, se già la bontà d’uno, insieme con la virtù, non la tenessi libera;
ma durerà tanto quella libertà, quanto durerà la vita di quello: come
intervenne a Siracusa di Dione e di Timoleone, la virtù de’quali in diversi
tempi, mentre vissero, tenne libera quella città; morti clic furono, si ritornò
nell'antica tirannide. Ma non si vede il più forte esempio che quello di Roma;
la quale cacciati i Tarquini, potette subito prendere e mantenere quella
libertà: ma morto Cesare, morto Caligula, morto Nerone, spenta tutta la stirpe
cesarea, non potette inai, non solamente mantenere, ma pure dare principio alla
libertà. Nè tanta diversità di evento in una medesima città nacqueda altro, se
non da non essere ne’ tempi de’Tarquini il popolo romano ancora corrotto; ed in
questi ultimi tempi essere corrottissimo. Perchè allora, a mantenerlo saldo e
disposto a fuggire i Re, bastò solo furio giurare che non eon sentirebbe mai
che a Roma alcuno regnasse; e negli altri tempi, non bastò T autorità e
severità di BRUTO, con tutte le legioni orientali, a tenerlo disposto a volere
mantenersi quella libertà che esso, a similitudine del primo BRUTO, gli aveva rendutu.
Il che nacque da quella corruzione che le parli mariane avevano messa nel
popolo; delle quali essendo capo Cesare potette accecare quella moltitudine,
eh’ella non conobbe il giogo che da sè medesima si mette in sul collo. E benché
questo esempio di Roma sia da preporre a qualunque altro esempio, nondimeno
voglio a questo proposito addurre innanzi popoli conosciuti ne’nostri tempi.
Pertanto dico, che nessuno accidente, benché grave e violento, potrebbe redurre
mai Milano o Napoli libere, per essere quelle membra tutte corrotte. H che si
vide dopo la morte di VISCONTI; che volendosi ridurre Milano alia libertà, non
potette e non seppe mantenerla. Però, fu felicità grande quella di Koma, che
questi Re diventassero corrotti presto, acciò ne fussino cacciati, cd innanzi
che la loro corruzione fosse passata nelle viscere di quella città: la quale
incorruzione fu cagione che gl’infiniti tumulti che furono in Roma, avendo gli
uomini il fine buono, non nocerouo, anzi giovarono alla Repubblica. E si può
fare questa conclusione, che dove la materia non è corrotta, i tumulti cd altri
scandali non nuòcono: dove la è corrotta, le leggi bene ordinate non giovano,
se già le non son mosse da uno che con una estrema forza le facci osservare,
tanto che la materia diventi buona. Il che non so se sie mai intervenuto, o se
fusse possibile ch’egli intervenisse: perchè c’si vede, come poco di sopra
dissi, che una città venuta in declinazione per corruzione di materia, se mai
occorre che la si levi, occorre per la virtù d’uno uomo eh’è vivo allora, non
per la virtù dello universale clic sostengo gli ordini buoni; c subito che quei
tale è morto, la si ritorna nei suo pristino abito; come intervenne a Tebe, la
quale per la virtù di Epaminonda, mentre lui visse, potette tenere forma di
repubblica e di imperio; ma morto quello, la si ritornò ne’primi disordini
suoi. La cagione è, che non può essere un uomo di tanta vita, che’l tempo basti
ad avvezzare bene una città lungo tempo male avvezza. E se unod’una lunghissima
vita, o due successioni virtuose conlinove non la dispongono; come una manca di
loro, come di sopra è detto, subito rovina, se già con molti pericoli c molto
sangue c’ non la facesse rinascere. Perchè tale corruzione e poca attitudine
olla vita libera, nasce da una inequulità che è in quella città: e volendola
ridurre equale, è necessario usare grandissimi estraordinari; i quali pochi
sanno o vogliono usare, come in altro luogo più particolarmente si dirà. In che
modo «ci.c; mi corrotte si potesse mantenere tino stalo liòerOj essendovi; o
non essendovi, ordinartelo. Io credo clic non sia fuori di proposito, nè
disformo dal soprascritto discorso, considerare se in una città corrotta si può
mantenere lo stato libero, scndovi; o quando e’non vi fosse, se vi si può
ordinare. Sopra la qual cosa dico, come gli è mollo difficile fare o l’uno o
l'altro: e benché sia quasi impossibile darne regola, perchè sarebbe necessario
procedere secondo i gradi della corruzione; nondimnneo, essendo bene ragionare
d’ogni cosa, non voglio lasciare questa indietro. E presuppongo una città
corrottissima, donde verrò ad accrescere più tale difficoltà; perché non si
trovano nè leggi nè ordini che bastino a frenare una universale corruzione.
Perchè, così come gli buoni costumf, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi;
cosi le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de’buoni costumi. Oltre di questo,
gli ordini e le leggi fatte in una repubblica nel nascimento suo, quando erano
gli uomini buoni, non sono di poi più a proposito, divenuti che sono tristi. E se
le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non variano mai, 0 rade
volte, gli ordini suoi: il che fa che le nuove leggi non bastano, perchè gli
ordini, che stanno saldi, le corrompono. E per dare ad intendere meglio questa
parte, dico come in Roma era l’ordine del governo, o vero dello Stato; c le
leggi di poi, che con i magistrati frenavano i cittadini. L’ordine dello Stato
era l’autorità del Popolo, del Senato, dei Tribuni, dei Consoli, il modo di
chiedere e del creare i magistrati, ed il modo di fare le leggi. Questi ordini
poco o nulla variarono nelii accidenti. Variarono le leggi che frenavano 1
cittadini; come fu la legge degli adulferi!, la suntuaria, quella della
ambizione, e molte altre; secondo clic di mano in mano i cittadini diventavano
corrotti. Ma lenendo fermi gli ordini dello Stato, che nella corruzione non
erano più buoni, quelle leggi che si rinnovavano, non bastavano a mantenere gli
uomini buoni; ma sarebbonn bene giovate, se con la innovazione delle leggi si
fussero rimutati gli ordini. G che sia il vero che tali ordini nella città
corrotta non fossero buoni, e’si vede espresso in due capi principali. Quanto
al creare i magistrati e le leggi, non dava il Popolo romano il consolato, e
gli altri primi gradi della città, se non a quelli che lo dimandavano. Questo
ordine fu nel principio buono, perchè e’non gli domandavano se non quelli
cittadini che se ne giudicavano degni, ed averne la repulsa era ignominioso; si
che, per esserne giudicati degni, ciascuno opera bene. Diventò questo modo,
poi, nella città corrotta perniziosissiiuo; perchè non quelli che avevano più
virtù, ma quelli che avevano più potenza, domandavano i magistrali; e
gl’impotenti, comecché virtuosi, se ne astenevano di domandargli per paura.
Vcnnesi a questo inconveniente, non ad un tratto, ma per i mezzi, come si cade
in tutti gli altri iuconveiiienti: perchè avendo i Romani domata l’Affrica e
l’Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a sua ohidienza, erano divenuti sicuri
della libertà loro, nè pare loro avere più nimici che dovessero fare loro
paura. Questa securtà e questa debolezza de’nemici fece che il Popolo romano,
nel dare il consolato, non riguarda più la virtù, ma la grazia; tirando a quel
grado quelli che meglio sapevano iutrattenere gli uomini, non quelli che
sapevano meglio vincere i nemici: di poi, da quelli che avevano più grazia,
discesero a dargli a quelli che avevano più potenza;talché i buoni, per difetto
di tale ordine, ne rimasero al tutto esclusi. Poteva uno Tribuno, e qualunque
altro cittadino, proporre al Popolo una legge; sopra la quale ogni cittadino
poteva parlare, o in favore o incontro, innanzi che la si deliberasse. Era
questo ordine buono, quando i cittadini erano buoni; perche sempre fu bene, che
ciascuno clic intende uno bene per il pubblico, lo possa proporre; ed è bene
che ciascuno sopra quello possa dire l’oppinione sua, acciocché il Popolo,
inteso ciascuno, possa poi eleggere il meglio. Ma diventati i cittadini
cattivi, diventò tale ordine pessimo, perchè solo i potenti proponevano leggi, non
per la comune libertà, ina perla potenza loro;ccontra a quelle non poteva
parlare alcuno per paura di quelli: talché il Popolo veniva o ingannato o
sforzato a deliberare la sua rovina. Ero necessario, pertanto, a volere che
Roma nella corruzione si mantenesse libera, che, cosi come aveva nel processo
del vivere suo fatte nuove leggi, l’avesse fatti nuovi ordini: per«thè altri
ordini e modi di vivere si debbe ordinare in un soggetto cattivo, che in un
buono; nè può essere la forma simile in una materia al tutto contraria. Ma
perchè questi ordini, o e’si hanno a rinnovare tutti ad un tratto, scoperti che
sono non esser più buoni, o a poco a poco, in prima che si conoschiuo per
ciascuno; dico che 1’una e l’altra di queste due cose è quasi impossibile. Perchè,
a volergli rinnovare a poco a poco, conviene che ne sia cagione uno prudente,
che veggio questo inconveniente assai discosto, e quando e’nasce. Di questi
tali è facilissima cosa che in una città non ne surga mai nessuno: e quando
pure ve ne surgesse, non potrebbe persuadere mai ad altrui quello che egli
proprio intendesse; perchè gli uomini usi a vivere in un modo, non lo vogliono
variare; e tanto più non veggiendo il male in viso, ma avendo ad essere loro
mostro per con letture. Quando ad innovare questi ordini ad un (ratio, quando
ciascuno conosce clic non sono buoni, dico che questa inutilità, clic
facilmente si conosce, è diffìcile a ricorreggerla: perchè a fare questo, non
basta usare termini ordinari, essendo i modi ordinari cattivi; ma è necessario
venire allo istraordinario, come è alla violenza ed all’armi, e diventare
innanzi ad ogni cosa principe di quella città, e poterne disporre a suo modo. E
perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone uno uomo buono, ed
il diventare per violenza principe di una repubblica presuppone un uomo
cattivo; per questo si troverà che radis sime volte accaggia, che uno uomo
buono voglia diventare principe per vie cattive, ancoraché il fine suo fusse
buono; e che uno reo divenuto principe, voglia operare bene, e che gli caggia
mai nell’animo usare quella autorità bene, che egli ha male acquistata. Da
tutte le soprascritte cose nasce la diffìcultà, o impossibilità, che è nelle
città corrotte, a mantenervi una repubblica, o a crearvela di nuovo. E quando
pure la vi si avesse a creare o a mantenere, sarebbe necessario ridurla più
verso lo stato regio, che verso lo stato popolare; acciocché quelli uomini i
quali dalle leggi, per la loro insolenzia, non possono essere corretti, lusserò
da una podestà quasi regia in qualche modo frenati. Ed a volergli fare per
altra via diventare buoni, sarebbe o crudelissima impresa, o al tutto
impossibile; come io dissi di sopra che fece Cleomene; il quale se, per essere
solo, ammazzò gli Efori; e se ROMOLO, per le medesime cagioni, AMMAZZO IL
FRATELLO E TITO TAZIO SABINO, e d ipoi usarono bene quella loro autorità;
nondimeno si debbe avvertire che V uno e T altro di costoro non avevano il
soggetto di quella corruzione macchiato della quale in questo capitolo
ragioniamo, e però poterono volere e, volendo, colorire il disegno loro. Dopo
uno eccellente principio si può mantenere un principe debole; ma dopo un
debole, non si può con un (diro debole mantenere alcun regno. Considerato la
virtù ed il modo del procedere di ROMOLO, NUMA e TULIO, I PRIMI TRE RE ROMANI,
si vede come Roma sortì una FORTUNA GRANDISSIMA, AVENDO IL PRIMO RE FEROCISSIMO
E BELLICOSO, 1’altro quieto e religioso, il terzo simile di ferocia a Romolo, e
più amatore della guerra che della pace. Perchè in Roma era necessario che
surgesse ne’primi principii suoi un ordinatore «lei vivere civile, ina era bene
poi necessario che gli altri Re ripigliassero LA VIRTU DI ROMOLO; ALTRIMENTI
QUELLA CITTA SAREBBE DIVENTATA EFFEMINATA, e preda de’suoi vicini. Donde si può
notare che uno successore non di tanta virtù quanto il primo può mantenere uno
Stato per la virtù di colui che PImretto innanzi, e si può godere te sue
fatiche: ma s’egli avviene o che sia di lunga vita, o che dopo lui non surga un
altro che ripigli la virtù di quel primo, è necessitato quel regno a rovinare.
Cosi, per il contrario, se due, 1’uno dopo P altro, sono di gran virtù, si vede
spess che fanno cose grandissime, e che ne vanno con la fama in fino al cielo.
Davit, senza dubbio, fu un uomo per arme, per dottrina, per giudizio
eccellentissimo; e fu tanta la sua virtù, che, avendo vinti ed abbattuti tutti
i suoi vicini, lasciò a Salomone suo figliuolo un regno pacifico: quale egli si
potette con le arti «Iella pace, e non della guerra, conservare; e si potette
godere felicemente la virtù di suo padre. Ma non potette già lasciarlo a Roboan
suo figliuolo; il quale non essendo per virtù simile allo avolo, nè per fortuna
simile al padre, rimase con fatica erede della sesta parte del rt'guo. Baisit,
sultan de’Turchi, ancora die fusse più amatore della pace che della guerra,
potette godersi le fatiche di Maumelto suo padre; il quale avendo, come Davit,
battuti i suoi vicini, gli lasciò un regno fermo, e da poterlo con F arte della
pace facilmente conservare. Ma se il figliuolo suo Salì, presente signore,
fusse stalo simile al padre, c non all’avolo, quel regno rovinava: ma e’si vede
costui essere per superare la gloria dell'avolo. Dico pertanto con questi
esempi, clic dopo uno eccellente principe si può mantenere un principe debole;
ma dopo un debole non si può con un altro debole mantenere alcun regno, se già
e’non fusse come quello di Francia, che gli ordini suoi antichi lo
mantenessero: e quelli principi sono deboli, che non stanno in su la guerra.
Couchiudo pertanto con questo discorso, clic LA VIRTU DI ROMOLO E TANTA che la
potette dare spazio a Numa Pompilio di potere molti anni con 1’arte della pace
reggere Roma: ma dopo lui successe Tulio, il quale pei’la sua ferocia riprese
la reputazione di ROMOLO: dopo il quale venne Anco, in modo dalla natura
dotato, che poteva usare la pace, e sopportare la guerra. E prima si dirizzò a
volere tenere la via della pace: ma subito conobbe come i vicini, giudicandolo
effeminato, lo stimavano poco: talmente che pensò che, a voler mantenere Roma,
bisogna volgersi alla guerra, e somigliare Romolo, e non Numa. Da questo
piglino esempio tutti i principi che tengono stato, che chi somiglierà Numa, lo
terrà o non terrà, secondo ehe i tempi o la fortuna gli girerà sotto: ma chi
somiglierà Romolo, e lui come esso armato di prudenza e d’armi, lo terrà in
ogni modo, se da una ostinata ed eccessiva forza non gli è tolto. K certamente
si può stimare che se Roma sortiva per terzo suo Re un uomo che non sapesse
colle armi renderle la sua reputazione, non arebbe mai poi, o con grandissima
dilTìcultà, potuto pigliare piede, nè fare quelli effetti ch’ella fece. E così,
in mentre eh’ ella visse sotto i Re, la portò questi pericoli di rovinare sotto
un Re o debole o tristo. Due continove successioni di principi virtuosi fanno
grandi effetti: c come le repubbliche bene ordinate hanno di necessità virtuose
successioni: c però gli acquisti ctl auQumcnli loro sono grandi. Poi che Roma
ebbe cacciati i Re, mancò di quelli pericoli i quali di sopradetti che la
porta, succedendo in lei uno Re o debole o tristo. Perchè la somma dello
imperio si ridusse nc’ Consoli, i quali non per eredità o per inganni o per
ambizione violenta, ma per suffragi liberi venivano a quello imperio, ed erano
sempre uomini eccellentissimi: de’quali godendosi Roma la virtù e la fortuna di
tempo in tempo, potette venire a quella sua ultima grandezza in altrettanti
unni, che la era stata sotto i Re. Perchè si vede, come due coutinove
successioni di principi virtuosi sono suffìzienti ad acquistare il mondo: come
furono Filippo di Macedonia ed Alessandro Magno, il clic tanto più debbe fare
una repubblica, avendo il modo dello eleggere non solamente due successioni, ma
infiniti principi virtuosissimi, che sono l’uno dell'altro successori: la quale
virtuosa successione fia sempre in ogni repubblica bene ordinata. Quanto
biasimo meriti quel principe e quella repubblica che manca d'armi proprie.
Debbono i presenti principi c le moderne repubbliche, le quali circa le difese
ed offese mancano di soldati propri, vergognarsi di loro medesime j e pensare,
con lo esempio di Tulio, tale difetto essere non per mancamento d’uomini alti
alla milizia, ma per colpa loro, che non hanno saputo fare i loro uomini
militari. Perchè Tulio, scudo stata Roma in pace quaranta anni, non trovò,
succedendo lui nel regno, uomo che fussc stato mai alla guerra: nondimeno,
disegnando lui fare guerra, non pensò di valersi nè di Sanniti, nè di Toscani,
nè di altri che fussero consueti stare nell'armi; ma deliberò, come uomo prudentissimo,
di valersi de’ suoi. E fu tanta la sua virtù, che in un tratto il suo governo
gli potè fare soldati eccellentissimi. Ed è più vero che alcuna altra verità,
che se dove sono uomini non sono soldati, nasce per difetto del principe, e non
per altro difetto o di sito o di natura: di che ce n’è uno esempio
freschissimo. Perchè ognuno sa, come ne’ prossimi tempi il re d’Inghilterra
assaltò il regno di Francia, nè prese altri soldati clic i popoli suoi; e per
essere stato quel regno più clic trenta anni senza far guerra, non aveva nè
soldato nè capitano che avesse mai militato: nondimeno, ei non dubitò con
quelli assaltare uno regno pieno di capitani e di buoni eserciti, i quali erano
stati continovamcnte sotto l'armi nelle guerre d’Italia. Tutto nacque da essere
quel re prudente uomo, e quel regno bene ordinato; il quale nel tempo della
pace non intermette gli ordini della guerra. Pelopida ed Epaminonda tebani,
poiché gli ebbero libera Tebe, e trattola dalla servitù dello imperio spartano;
trovandosi in una città usa a servire, ed in mezzo di popoli effeminati; non
dubitarono, tanta era la virtù loro ! di ridurgli sotto Parrai, e con quelli
andare a trovare alla campagna gli eserciti spartani, e vincergli: e chi he
scrive, dice come questi due in breve tempo mostrarono, che non solamente in
bacedemonia nascevano gli uomini di guerra, ma in ogni altra parte dove
nascessino uomini, pur che si trovasse chi li sapesse indirizzare alla milizia,
come si vede che Tulio seppe indirizzare i Romani. E VIRGILIO non potrebbe
meglio esprimere questa oppinione, nè con altre parole mostrare d’aderirsi a
quella, dove dice: u Desidesque movebit Tullus in arma viros. Quello che sia da
notare nel caso dei tre Orazi romani, e dei Tulio, re di Roma, e Mezio, re di
Alba, convennero che quel popolo fusse signore dell’altro, di cui i
soprascritti tre uomini vincessero. Furono MORTI TUTTI I CURIAZI albani, restò
vivo uno degli Orazi romani; e per questo, restò Mezio, re albaiio, con il suo
popolo, suggello ai Romani. E tornando quello ORAZIO VINCITORI IN ROMA e
scontrando una sua sorella, che era ad uno de’tre Curiazi morti maritata, clic
PIANGEVA LA MORTE DEL MARITO, L’AMMAZZO. Donde quello Orazio per questo fallo
fu messo'in giudizio, e dopo molte dispute fu libero, più per li prìeglii del
padre, clic per li suoi meriti. Dove sono da notare Ire cose: una, che mai non
si debbe con parte delle sue forze arrischiare tutta la sua fortuna; l’altra,
che non mai in una città bene ordinata li devmeriti con li ineriti si
ricompensano; la terza, che non mai sono i partiti savi, dove si debba o possa
dubitare della inosservanza. Perchè, gl’importa tanto a una città lo essere
serva, che mai non si doveva credere che alcuno di quelli Re o di quelli Popoli
stessero contenti che tre loro cittadini gli avessino sottomessi; come si vide
che volle fare Mezio: il quale, benché subito dopo la vittoria de’Romani si
confessassi vinto, e promettessi la obedienza a Tulio; nondimeno nella prima
espedizione che egli ebbono a convenire contra i Veienli, si vide come ci cercò
d’ingannarlo; come quello che tardi s’era avveduto della temerità del partito
preso da lui. E perchè di questo terzo notabile se n’’è pnr luto assai,
parleremo solo degli altri due ne’seguenti duoi capitoli. Che non si debbe
mettere a pericolo tutta la fortuna e non tutte le forze; c per questo j spesso
il guardare i passi è dannoso. Non fu mai giudicato partito savio mettere a
pericolo tutta la fortuna tua, e non tutte le forze. Questo si fu in più modi.
L’uno è facendo come Tulio e Mezio, quando e’ commissouo la fortuna tutta della
patria loro, e la virtù di tanti uomini quanti avea l’uno e l’altro di costoro
negli eserciti suoi, alla virtù e fortuna di tre de’loro cittadini, clic veniva
ad essere una minima parte delle forze di ciascuno di loro. Nè si avvidono,
come per questo partito tutta la fatica che avevano durata i loro antecessori
nell’ordinare la repubblica, per farla vivere lungamente libera e per fare i
suoi cittadini difensori della loro libertà, era quasi che suta vana, stando
nella potenza di sì pochi a perderla. La qual cosa da quelli Re non potè esser
peggio considerata. Cadesi ancora in questo inconveniente quasi sempre per
coloro, che, venendo il nemico, disegnano di tenere i luoghi diffìcili, e
guardare i passi: perchè quasi sempre questa deliberazione sarà dannosa, se giù
in quello luogo diffìcile comodamente tu non potessi tenere tutte le forze tue.
In questo caso tuie partito è da prendere; ma scndo il luogo aspro, e non vi
potendo tenere tutte le forze tue, il partito è dannoso. Questo mi fa giudicare
cosi lo esempio di coloro che, essendo assaltati da un nemico potente, ed
essendo il paese loro circondato da’monti e luoghi alpestri, noti hanno mai
tentato di combattere il nemico in su’passi e in su’monti, ma sono iti ad incontrarlo
di là da essi: o, quando non hanno voluto far questo, lo hanno aspettato dentro
a essi monti, in luoghi benigni e non alpestri. E la cugioite ne è suta la
preallegata: perchè, non si polendo condurre alla guardia de’luoghi alpestri
molli uomini, sì per non vi potere vivere lungo tempo, si per essere i luoghi
stretti e capaci di pochi; non è possibile sostenere un nemico clic venga
grosso ad urtarti: ed al nemico è facile il venire grosso, perchè la intenzione
sua è passare, e non fermarsi; ed a chi l’aspetta è impossibile aspettarlo
grosso, avendo ad alloggiarsi per più tempo, non sapendo quando il nemico
voglia passare in luoghi, com’io ho detto, stretti e sterili. Perdendo,
adunque, quel passo che tu ti avevi presupposto tenere, e nel quale i tuoi
popoli e lo esercito tuo confidava, entra il più delle volte ne’popoli e nel
residuo delle genti tue tanto terrore, che senza potere esperimentare la virtù
di esse, rimani perdente; c così vieni ad avere perduta tutta la tua fortuna
con parte delle tue forze. Ciascuno sa con quanta diftìcultà Annibaie passasse
r Alpi che dividono la Lombardia dalia Francia, e con quanta difficoltà
passasse quelle che dividono la Lombardia dalla Toscana: nondimeno i Romani
l’aspettarono prima in sul Tesino, e di poi uel piano d’Arezzo; e vollon più
tosto, che il loro esercito fusse consumato dal nemico nelli luoghi dove poteva
vincere, che condurlo su per l’Alpi ad esser destrutto dalla malignità del
sito. E chi leggerà sensatamente tutte le istorie, troverà pochissimi virtuosi
capitani over tentato di tenere simili passi, e per le ragioni dette, e perchè
e'non si possono chiudere tutti; sendo i monti come campagne, ed avendo non
solamente le vie consuete e frequentate, ma molte altre, le quali se non sono
note a’forestieri, sono note a’paesani; con l’aiuto de’quali sempre sarai
condotto in qualunque luogo, contra alla voglia di citi ti si oppone. Di che se
ne può addurre uno freschissimo esempio, nel T 51 5 . Quando Francesco re di
Francia disegna passare in Italia per lu recuperatone dello Stalo di Lombardia,
il maggiore fondamento clic facevano coloro eli’erano alla sua impresa
contrari, era che gli Svizzeri lo terrebbono a’passi in su’monti. E, come per
esperienza poi si vide, quel loro fondamento restò vano: perché, lasciato quel
re da parte due o tre luoghi guardati da loro, se ne venne per un’altra via
incognita; e fu prima in Italia, e loro appresso, che lo avessino presentilo.
Talché loro isbigottiti si ritirarono in Milano, e tutti i popoli di Lombardia
si aderiron alle genti franciose; sendo mancali di quella oppinione avevano,
che i Franciosi dovessino essere tenuti su’ monti. Le repubbliche bene ordinate
costituiscono premii c pene aJ loro cittadini; ne compensano mai r uno con
l’altro. Erano stati I MERITI D’ORAZIO GRANDISSIMI, avendo con la sua virtù
VINTI I CURIAZIl. Era stato il fallo suo atroce, avendo MORTO LA SORELLA:
nondimeno dispiacque tanto tale omicidio ai Romani, che io condussero a
disputare della vita, non ostante che gli meriti suoi fossero tanto grandi c sì
freschi. La qual cosa a chi superficialmente la considerasse, parrebbe uno
esempio d’ingratitudine popolare: nondimeno chi la esaminerà meglio, e con
migliore considerazione ricercherà quali debbono essere gli ordini delle
repubbliche, biasimerà quel popolo più tosto per averlo assoluto, che per
averlo voluto condeunare. E la ragione è questa, che nessuna repubblica bene
ordinata, non mai cancellò i demeriti con gli meriti de’suoi cittadini; ma
avendo ordinati i preraii ad una buona opera e le pene ad una cattiva, ed
avendo premiato uno per aver bene operato, se quel medesimo opera di poi male,
lo gastica, senza avere riguardo alcuno alle sue buone opere. E quando questi
ordini sono bene osservati, una città vive libera molto tempo; altrimenti, sempre
rovinerà presto. Perchè, se ad un cittadino che abbia fatto qualche egregia
opera per la città, si aggiugne, oltre alla riputazione che quella cosa gli
arreca, una audacia e confidenza di potere, senza temer pena, fare qualche
opera non buona; diventerà in brievc tempo tanto insolente, che si risolverà
ogni civilità. È ben necessario, volendo clic sia temuta la pena per le triste
opere, osservare i premii per le buone; come si vede che fece Roma. C benché
una repubblica sia povera, e possa dare poco, debbe di quel poco non astenersi;
perchè sempre ogni piccolo dono, dato ad alcuno per ricompenso di bene ancora
che grande, sarà stimato, da chi lo riceve, onorevole e grandissimo. È
notissima la istoria di ORAZIO CODE e quella di MUZIO SCEVOLA: come V uno sostenne
i nemici sopra un ponte, tanto che si tagliasse: l’altro si arse la mano,
avendo errato, volendo ammazzare Porscna, re delli Toscani. A costoro per
queste due opere tanto egregie, fu donato dal pubblico due staiora di terra per
ciascuno. È nota ancora la istoria di MANLIO Capitolino. A costui, per aver
salvato il Campidoglio da' Galli che vi erano a campo, fu dato da quelli che
insieme eon lui vi erano assediati dentro, una piccola misura di farina, il
quale premio, secondo la fortuna che allora corre in Roma, fu grande; e di
qualità che, mosso poi Manlio, o da invidia o dalla sua cattiva natura, a far
nascere sedizione in Roma, e cercando guadagnarsi il popolo, fu, senza rispetto
alcuno de’suoi meriti, gittato precipite da quello Campidoglio ch’egli prima,
cou tanta sua gloria, aveva salvo. Chi vuole riformare uno stalo antico in una
città libera, ritenga almeno l’ombra desmodi antichi. Colui che desidera o clic
vuole riformare uno stato d’una città, a volere elle sia accetto, e poterlo con
satisfazione di ciascuno mantenere, è necessitato a ritenere l’ombra almanco
de’modi antichi, acciò che a’popoli non paia avere mutato ordine, ancora che in
fatto gli ordini nuovi fussero al tutto alieni dai passati; perchè lo
universale degli uomini si pasce così di quel che pare, come di quello che è;
anzi molte volte si muovono più per le cose che paiono, che per quelle clic
sono. Per questa cagione i Romani, conoscendo nel principio del loro vivere
libero questa necessità, avendo in cambio d’un Re creali duoi Consoli, non
vollono ch’egli avessino più clic dodici littori, per non passare il numero di
quelli che ministravano ai Re. Olirà di questo, facendosi in Roma uno
sacrifizio anniversario, il quale non poteva esser fatto se non dalla persona
del Re; e volendo i Romani che quel popolo non avesse a desiderare per la
assenzia degli Re alcuna cosa dell’antiche j, creorono un capo di detto
sacrifìcio, il quale loro chiamorono Re Sacrifìcolo, e lo sottomessono al sommo
Sacerdote: talmentechè quel popolo per questa via venne a satisfarsi di quel
sacrifizio, e non avere mai cagione, per mancamento di esso, di desiderare la
tornata dei Re. E questo si debbe osservare da tutti coloro che vogliono
scancellare uno antico vivere in una città, e ridurla ad uno vivere nuovo c libero.
Perchè alterando le cose nuove le menti degli uomini, ti debbi ingegnare che
quelle alterazioni ritenghino più delr antico sia possibile; e se i magistrati
variano e di numero e d'autorità e di tempo dagli antichi, che almeno
ritengliino il nome. E questo debbe osservare colui che vuole ordinare una
potenza assoluta, o per via di repubblica o di regno: ma quello che vuol fare
una potestà assoluta, quale dagli autori è chiamala tirannide, debbe rinnovare
ogni cosa, come nel seguente capitolo si dirò. Un principe nuovo, in i ima
città o provincia presa da lui, 1 debbe fare ogni cosa nuova. Qualunque diventa
principe o d’unacittà o d’uno Stato, e tanto più quando i fondamenti suoi
lussino deboli, c non si volga o per via di regno o di repubblica alla vita
civile; il mcgliore rimedio che egli abbia a tenere quel principato, è, sendo
egli nuovo principe, fare ogni cosa di nuovo in quello Stalo: come è, nelle
città fare nuovi governi con nuovi nomi, con nuove autorità, con nuovi uomini;
fare i poveri ricchi, fece Davil quando ei diventò Re: qui csuricnles implevil
bonis, et divites dimirti inanes; edificare oltra di questo nuove città,
disfare delie fatte, cambiare gli abitatori da un luogo ad un altro; ed in
somma, non lasciare cosa niuna intatta in quella provincia, e che non vi sia nè
grado, nè ordine, nè stato, uè ricchezza, che chi la tiene non la riconosca da
te; c pigliare per sua mira Filippo di Macedonia, padre di Alessandro, il quale
con questi modi, di piccolo Re, diventò principe di Grecia. E chi scrive di
lui, dice che tramutava gl uomini di provincia in provincia, come i mandriani
tramutano le mandrie loro. Sono questi modi crudelissimi, e nemici d’ogni
vivere, non solamente cristiano, ma umano; e debbegli qualunche uomo fuggire, c
volere piuttosto vivere privato, che Re con tanta rovina degli uomini:
nondimeno, colui che non vuole pigliare quella prima via del bene, quando si
voglia mantenere, convien die entri in questo male. >la gli uomini pigliano
certe vie del mezzo, clic sono dannosissime; perchè non sanno essere nè tutti
buoni nè tutti cattivi: come ne seguente capitolo, per esempio, si mostrerà.
Sanno rarissime volle gli uomini essere al lutto tristi o al fulto buoni. Papa
Giulio secondo, andando na Bologna per cacciare di quello Stato la casa
de’Bentivogli, la quale aveva tenuto il principato di quella città cento anni,
voleva ancora trarre Giovampagoto Buglioni di Perugia, della quale era tiranno,
come quello che aveva congiurato contro a tutti gli tiranni che occupavano le
terre della Chiesa. E pervenuto presso a Perugia con questo animo e
deliberazione nota a ciascuno, non aspettò di entrare in quella città con lo
esercito suo che lo guardasse, mn % entrò disarmato, non ostante vi fusse
dentro Giovampagolo con genti assai, quali per difesa di sè aveva ragunate.
Sicché, portato da quel furore con il quale governa tutte le cose, colla
semplice sua guardia si rimesse nelle mani del nemico; il quale d ipoi ne menò
seco, lasciando un governadore in quella citta, che rendesse ragione pella Chiesa.
Fu notala dagli uomini prudenti che col papa erano, la temerità del papa e la
viltà di Giovampagolo; uè potevano stimare donde si venisse che quello noti
avesse, con sua perpetua fama, oppresso ad un tratto il nemico suo, e sè
arricchito di preda, sendo col papa tutti li cardinali, con tutte le lor
delizie. Nè si poteva credere si fusse astenuto o per bontà, o per conscienza
che lo ritenesse; perchè in un petto d’un uomo facinoroso, che si tene la
sorella, che aveva morti i cugini cd i nepoti per regnare, non poteva scendere
alcuno pietoso rispetto: ina si conchiuse, che gli uomini no sanno essere
onorevolmente tristi, o perfettamente buoni; e come una tristizia ha in sè
grandezza, o è in alcuna parte generosa, eglino non vi sanno entrare. Cosi
Giovampagolo, il quale non stimava essere incesto e pubblico parricida, non
seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendon giusta occasione, fare una impresa,
dove ciascuno avesse ammirato l’animo suo, e avesse di sè lasciato memoria
eterna; sendo il primo che avesse dimostro ai prelati, quanto sia da stimar
poco chi vive c regna come loro; ed avesse fatto una cosa, la cui grandezza
avesse superato ogni infamia, ogni pericolo, clic da quella potesse depeudere.
Per qual cagione i Romani furono meno ingrati agli loro cittadini che gli
Ateniesi. Qualunque legge le cose fatte dalle repubbliche, troverà in tutte
qualche spezie di ingratitudine contro a’suoi citladini; ma ne troverà meno in
Roma che in Atene e per avventura in qualunque altra repubblica. E ricercando
la cagione di questo, parlando di Roma c di Atene, credo accadesse perchè i
Romani avevano meno cagione di sospettare de’suoi cittadini, che gli Ateniesi.
Perchè a Roma, ragionando di lei dalla cacciata dei Re intino a Siila e Mario,
non fu mai tolta la libertà da alcuno suo cittadino: in modo che in lei non era
grande cagione di sospettare di loro, e, per conseguente, di offendergli
inconsideratamente intervenne bene ad Atene il contrario: perché, sendole tolta
la libertà da Pisistrato nel suo più florido tempo, e sotto uno inganno di
bontà; come prima la diventò poi libera, ricordandosi delle ingiurie ricevute e
della passata servitù, diventò acerrima vendicatrice non solamente degli
errori, ma delP ombra degli errori de' suoi cittadini. Di qui nacque l’esilio e
la morte di tanti eccellenti uomini; di qui Pordine dello ostracismo, ed ogni
altra violenza che contra i suoi ottimati in vari tempi da quella città fu
fatta. Ed è verissimo quello che dicono questi scrittori della civiltà: che i
popoli mordono più fieramente poi ch’egli hanno recuperala la libertà, che poi
che l’hanno conservala. Chi considerrà adunque, quanto è detto, non biasimerà
in questo Atene, nè lauderà Roma; ma ne accuserà solo la necessità, per la
diversità degli accidenti che in queste città nacquero. Perchè si vedrà, chi
considererà le cose sottilmente, che se a Roma fusse siila tolta la libertà
come a Atene, non sarebbe stata Roma più pia verso i suoi cittadini, che si
fusse quella. Di che si può fare verissima conieltura per quello che occorse, dopo
la cacciata dei Re, contra a Collatino ed a Publio Valerio: de’quali il primo,
ancora elicsi trovasse a liberare Roma, E MANDATO IN ESILIO NON PER ALTRA
CAGIONE CHE PER TENERE IL NOME DE’ TARQUINI; P altro, avendo sol «lato di sè
sospetto per edificare una casa in sul monte Celio, fu ancora per essere fatto
esule. Talché si può stimare, veduto quanto Roma fu in questi due sospettosa e
severa, che Farebbe usata la ingratitudine come Atene, se da’suoi cittadini,
come quella ne’primi tempi ed innanzi allo augumento suo, fosse stata
ingiuriata. G per non avere a tornare più sopra questa materia della
ingratitudine, ne dirò quello ne occorrerà nel seguente capitolo. Quale sia più
ingrato, o un popolo j o un principe. Egli mi pare, a proposito della
soprascritta materia, da discorrere quale usi con maggiori esempi questa
ingratitudine, 0 un popolo, o un principe. E per disputare meglio questa parte,
dico, come questo vizio della ingratitudine nasce o dalla avarizia, o dal
sospetto. Perchè, quando o un popolo o un priacipe ha mandato fuori un suo
capitano in una cspedizione importante, dove quel capitano, vincendola, ne
abbia acquistata assai gloria; quel principe o quel popolo è tenuto allo
incontro a premiarlo: e se, in cambio di premio, o ei lo disonora o ei T offende,
mosso dalla avarizia, non volendo, ritenuto da questa cupidità, satisfarli; fa
uno errore che non ha scusa, anzi si tira dietro una infamia eterna. Pure si
trovano molti principi che ci peccano. E Cornelio TACITO dice, con questa
sentenzia, la cagione: Proclivius est inj ur ite, quarti beneficio vicem
cxsolvcre, quia grafia oneri, ultio in questu fiabe tur. Ma quando ei non lo
premia, o, a dir meglio, l’offende, non mosso da avarizia, ma da sospetto;
allora merita, e il popolo e il principe, qualche scusa. E di queste
ingratitudini usate per tal cagione, se ne legge assai: perchè quello capitano
il quale virtuosamente ha acquistato uno imperio al suo signore, superando i
nemici, e riempiendo sè di gloria e gli suoi soldati di ricchezze; di necessità,
e con i soldati suoi, e con i nemici, e coi sudditi propri di quel principe
acquista tanta reputazione, che quella vittoria non può sapere di buono a quel
signore che lo ha mandato. G perchè la natura degli uomini è ambiziosa e
sospettosa, e non sa porre modo a ntssuna sua fortuna, è impossibile che quel
sospetto che subito nasce nel principe dopo la vittoria di quel suo capitano,
non sia da quel medesimo accresciuto per qualche suo modo o termine usato
insolentemente. Talché il principe non può peusare ad altro che assicurarsene;
e per fare questo, pensa o di farlo morire, o di torgli la reputazione che egli
si ha guadagnala nel suo esercito e ne’suoi popoli: e con ogni industria
mostrare che quella vittoria è nata non per la virtù di quello, ma per fortuna,
o per viltà dei nemici, o per prudenza degli altri capitani clic sono stati
seco in tale l’azione. Poiché Vespasiano, sendo in Giudea fu dichiarato dal suo
esercito imperadore; Antonio Primo, che si trova con un altro esercito in
llliria, prese le parti sue, e ne venne in Italia contea a Vitellio il quale
regna a Roma, e virluosissimamente ruppe due eserciti Vitelliani, c occupò
Roma; talché Muziano, mandato da Vespasiano, trova per la virtù d’Antonio
acquistato il tutto, e vinta ogni diffìcultà. Il premio che Autonio ne riportò,
fu che Muziano gli tolse subito l’ubidienza dell’esercito, e a poco a poco io
riduce in Roma senza alcuna autorità: talché Antonio ne andò a trovare
Vespasiano, il quale era ancora in Asia; dal quale fu in modo ricevuto, che, in
breve tempo, ridotto in nessun grado, quasi disperato morì. E di questi esempi
ne sono piene le istorie. Ne’nostri tempi, ciascuno che al presente vive, sa
con quanta industria e virtù Ferrante, militando nel regno di Napoli contra a’
Franciosi per Ferrando Re di Ragona, conquistasse e vince quel regno; e come,
per premio di vittoria, ne riportò che Ferrando si parti da Ragona, e, venuto a
Napoli, in prima gli levò la obedienza delle genti d’arme, c di poi gli tolse
le fortezze, ed appresso lo menò seco in Spagna; dove poco tempo poi,
inonorato, mori. È tanto, dunque, naturale questo sospetto ne’principi, che non
se ne possono difendere; ed è impossibile ch’egli usino gratitudine a quelli
che con vittoria hanno fatto sotto le insegne loro grandi acquisti. E da quello
che non si difende un principe, non è miracolo, nè cosa degna di maggior
considerazione, s.e un popolo non se ne difende. Perchè, avendo una città che
vive libera, duoi fini, V uno lo acquistare, l’altro il mantenersi libera;
conviene che nell’una cosa e nell’altra per troppo amore erri. Quanto agli
errori nello acquistare, se ne dirà nel luogo suo. Quanto agli errori per
mantenersi libera, sono, intra gli altri, questi: di offendere quei cittadini
elicla doverrebbe premiare; aver sospetto di quelli in cui si doverrebbe
confidare. E benché questi modi in una repubblica venuta alla corruzione siano
cagione di grandi mali, c che molle volte piuttosto la viene alla tirannide,
come intervenne a Roma di Cesare, che per forza si tolse quello che la ingratitudine
gli negava; nondimeno in una repubblica non corrotta sono cagione di gran beni,
e fanno che la ne vi\e libera più, mantenendosi per paura ili punizione gli
uomini migliori, e meno ambiziosi. Vero è che infra tutti i popoli che mai
ebbero imperio, per le cagioni di sopra discorse, Roma fu la meno ingrata:
perchè della sua ingratitudine si può dire che non ci sia altro esempio che
quello di Scipione; perchè Coriolano c Cammillo fumo fatti esuli per ingiuria
che l’uno e l’altro aveva fatto alla Plebe. Ma all’uno non fu perdonato, per
aversi sempre riserbato contea al Popolo l’animo nemico; Paiteo non solamente
fu richiamato, ma per tutto il tempo della sua vita adorato come principe. Ma
la ingratitudine usata a Scipione, nacque d’un sospetto che i cittadini
cominciorno avere di lui, che degli altri non s’era avuto: il quale nacque
dalla grandezza del nemico che Scipione aveva vinto; dalla reputazione che gli
aveva data la vittoria di sì lunga e pericolosa guerra; dalla celerità di essa;
dai favori che la gioventù, la prudenza, e le altre sue memorabili virtuti gli
acquistavano. Le quali cose furono tante, che, non che altro, i magistrati di
Roma temevano della sua autorità: la qual cosa spiaceva agl’uomini savi, come
cosa inconsueta in Roma. E parve tanto straordinario il vivere suo, che CATONE
PRISCO, riputato santo, fu IL PRIMO a fargli contra; e a dire che una città non
si poteva chiamare libera, dove era un cittadino che fusse temuto dai
magistrati. Talché, se il popolo di Roma 1 seguì in questo caso L’OPINIONE DI
CATONE, merita quella scusa che di sopra ho detto meritare quelli popoli e
quelli principi che per sospetto sono ingrati. Conchiudendo adunque questo
discorso, dico, che usandosi questo vizio della ingratitudine o per avarizia o
per sospetto, si vedrà come i popoli non mai per T avarizia la usorno, e per
sospetto assai i manco che i principi, avendo meno cagione di sospettare: come
di sotto si dirà. Quali modi debbo usare un principe o una repubblica per
fuggire questo vizio della ingratitudine: c quali quel capitano o quel
cittadino per non essere oppresso da quella. Un principe, per fuggire questa
necessità di avere a vivere con sospetto, o esser ingrato, debbe personalmente
andare nelle espedizioni; come facevano nel principio quelli imperadori romani,
come fu ne’tempi nostri il Turco, c come hanno fatto e fanno quelli che sono
virtuosi. Perchè, vincendo, la gloria e lo acquisto è tutto loro; e quando non
vi sono, sendo la gloria d’altrui, non pare loro potere usare quello acquisto,
s’ei non spengono in altrui quella gloria che loro non hanno saputo
guadagnarsi, e diventare ingrati ed ingiusti: e senza dubbio, è maggiore la
loro perdita, che il guadagno. Ma quando, o per negligenza o per poca prudenza,
e’si rimangono a casa oziosi, c mandano un capitano; io non ho che precetto dar
loro altro, che quello che per lor medesimi si sanno. Ma dico bene a quel
capitano, giudicando io che non possa fuggire i morsi della ingratitudine, che
faccia una delle due cose: o subito dopo la vittoria lasci lo esercito c
rimettasi nelle mani del suo principe, guardandosi da ogni atto insolente o
ambizioso; acciocché quello, spogliato d’ogni sospetto, abbia cagione o di
premiarlo o di non lo offendere: o, quando questo non gli paia di fare, prenda
animosamente la parte contraria, e tenga tutti quelli modi per li quali creda
che quello acquisto sia suo proprio e non del principe suo, facendosi benivoli
i soldati ed i sudditi; e faccia nuove amicizie coi vicini, occupi con li suoi
uomini le fortezze, corrompa i principi del suo esercito, e di quelli che non
può corrompere s’assicuri; e per questi modi cerchi di punire il suo signore di
quella ingratitudine che esso gli userebbe. Altre vie non ci sono: ma, come di
sopra si disse, gli uomini non sanno essere nè al tutto tristi, nè al tutto
buoni: e sempre interviene che, subito dopo la vittoria, lasciare lo esercito
non vogliono, portarsi modestamente non possono, usare termini violenti e che
abbino in sè Tonorevole, non sanno; talché, stando ambigui, intra quella loro
dimora ed ambiguità, sono oppressi. Quanto ad una repubblica, volendo fuggire
questo vizi dello ingrato, non si può dare il medesimo rimedio che al principe;
cioè che vadia, e non mandi, nelle cspedizioni sue, sendo necessitate a mandare
un suo cittadino. Conviene, pertanto, che pei rimedio io le dia, che la tenga i
medesimi modi che tenne la repubblica romana, ad esser meno ingrata che
l’altre: il che nacque dai modi del suo governo. Perchè, adoperandosi tutta la
città, e gli nobili e gli ignobili, nella guerra, surgeva sempre in Roma in
ogni età tanti uomini virtuosi, ed ornati di varie vittorie, che il popolo non
avea cagione di dubitare di alcuno di loro, sendo assai, c guardando P uuo
Patirò. E in tanto si mantenevano interi, e respettivi di non dare, ombra di
alcuna ambizione, uè cagione al popolo, come ambiziosi, d’offendergli; che
venendo alla dittatura, quello maggior gloria ne riporta, che più tosto la
depone. E cosi, non potendo simili modi generare sospetto, non generavano
ingratitudine. In modo che, una repubblica che nott voglia avere cagione
d’essere ingrata, si debbo governare come Roma; c uno cittadino che voglia
fuggire quelli suoi morsi, debbc osservare i termini osservati dai cittadini
romani. Che » capitani romani per errore commesso ?io« furono mai
istraordinariamcnlc puniti; nè furono mai ancora puniti quando, pella ignoranza
loro o tristi partiti presi da loro, ne fissino seguiti danni alla repubblica.
1 Romani, non solamente, come di sopra avemo discorso, furono manco ingrati die
V altre repubbliche, ma furono ancora più pii e più respctlivi nella punizione
de’loro capitani degli eserciti, che alcune altre. Perchè, se il loro errore
fussc stato per malizia, e’lo gastigavano umanamente; se gli era per ignoranza,
non che lo punissino, e’ lo premiavano ed onoravauo. Questo modo del procedere
era bene considerato da loro: perchè e' giudicavano che fusse di tanta
importanza a quelli che governavano gl’eserciti loro, lo avere l’animo libero
ed espedito, e senza altri estrinsechi rispetti nel pigliare i parliti, che non
volevano aggiugnere ad una cosa per sè stessa difficile e pericolosa, nuove
difficultà c pericoli; pensando che aggiugttendovcli, nessuno potesse essere
che operasse mai virtuosamente. Verbigrazia, e’mandavano uno esercito in Grecia
contra a Filippo di Macedonia, o in Italia contra ad Annibale, o contro a
quelli popoli che vinsono prima. Era questo cupitano clic era preposto a tale
espedizione, angustiato da tutte quelle cure che s’arrecavano dietro quelle
faccende, le quali sono gravi e importantissime. Ora, se a tali cure si
fus»sino aggiunti più esempi di Romani ch’eglino avessino crucifissi o
altrimenti morti quelli che avessino perdute le giornale, egli era impossibile
che quello capitano intra tanti sospetti potesse deliberare strenuamente. Però,
giudicando essi che a questi tali fusse assai pena la ignominia dello avere
perduto, non gli vollono con altra maggior pena sbigottire. Uno esempio ci è,
quanto allo errore commesso non per ignoranza. Erono Sergio e Virginio a campo
a Veio, ciascuno preposti ad una parte dello esercito; de’quali Sergio era
all’incontro donde potevano venire i Toscani, c Virginio dall’altra parte.
Occorse che sendo assaltato Sergio dai Falisci e da altri popoli, sopportò
d’essere rotto c fugato prima che mandare per aiuto a Virginio. E dall’altra
parte, Virginio aspettando che si umiliasse, volle piuttosto vedere, il
disonore della patria sua, e la rovina di quello esercito, clic soccorrerlo.
Caso veramente esemplare e tristo, c da fare non buona coniettura della
Repubblica romana, se 1’uno c l’altro non fusscro stati gasligali. Vero è che,
dove un’altra repubblica gli a r ebbe puniti di pena capitale, quella gli punì
in danari. II che nacque non perchè i peccali loro non meritassino maggior
punizione, ma perchè gli Romani voiiono in questo caso, per le ragioni già
dette, mantenere gli antichi costumi loro. E quanto agii errori per ignoranza,
non ci è il più bello esempio che quello di VARRRONE (si veda): per la temerità
del quale sendo rotti i Romani a Canne d’Annibaie, dove quella Repubblica porta
pericolo della sua libertà; nondimeno, perchè vi fu ignoranza e non malizia,
non solamente non lo gastigorno ma lo onororno, e gl’anda incontro nella
tornata sua in Roma tutto l’Ordine senatorio; e non lo potendo ringraziare
della zuffa, Io ringraziarono eh’ egli era tornato in Roma, c non si era
disperato delle cose romane. Quando Papirio Cursore volevu fare morire Fabio,
per avere contea al suo comandamento combattuto coi Sanniti; intra le altre
ragioni che dal patire di Fabio erano assegnale conira alla ostinazione del
Dittatore, era che il Popolo romano in alcuna perdita de’suoi Capitani non
aveva fatto mai quello che Papirio nella vittoria voleva fare. Una repubblica o
uno principe non e sia conira ad una consuetudine antica della città, è
scandalosissimo. Egli è sentenza degli antichi scrittori, come gli uomini
sogliono affliggersi nel male c stuccarsi nel benej e come dul1’una e
dall’altra di queste due passioni nascono i medesimi effetti. Perchè, qualunque
volta è tolto agli uomini il combattere per necessità, combattono per
ambizione: la quale è tanto potente ne’petti umani, che mai, a qualunque grado
si salgano, gl’abbandona. La cagione è, perchè la natura ha creati gl’uomini in
modo, che possono desiderare ogni cosa, e non possono conseguire ogni cosa:
talché, essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza dello acquistare,
ne risulta la mala contentezza di quello che si possiede, e la poca
satisfazionc di esso. Da questo nasce il variare della fortuna loro: perchè
desiderando gli uomini, parte d’avere più, parte temendo di non perdere lo
acquistato, si viene alle inimicizie ed alla guerra; dalla quale nasce la
rovina di quella provincia, e la esaltazione di quel1’altra. Questo discorso ho
fatto perchè alla Plebe romana non bastò assicurarsi de’ Nobili per la
creazione de’Tribuni, al quale desiderio fu constretta per necessità; che lei
subito, ottenuto quello, comincia a combattere per ambizione, e volere con la
Nobiltà dividere gli onori e le sustanze, come cosa stimata più dagli uomini.
Da questo nacque il morbo che partorì la contenzione della legge agraria, ed in
(ine fu causa della distruzione della Repubblica romana. E perchè le
repubbliche bene ordinate hanno a tenere ricco il pubblico, e li loro cittadini
poveri; convenne che fusse nella città di Roma difetto in questa legge: la
quale o non fusse fatta nel principio in modo che la non si avesse ogni di a
ritrattare; o che la si differisse tanto in farla, che fusse scandotoso il
riguardarsi indietro; o sendo ordinata bene da prima, era stata poi dall’uso
corrotta; talché, in qualunque modo si fusse, mai non si parlò di questa legge
in Roma, che quella città non anda sottosopra. Aveva questa legge duoi capi
principali. Ter l’uno si dispone clic non si potesse possedere per alcun
cittadino più che tanti iugeri di terra; per V altro, che i campi di che si
privavano i nimici, si dividessino intra il popolo romano. Veniva pertanto a
fare di duoi sorte offese ai Nobili: perchè quelli che possedevano più beni non
permetteva la legge (quali erano la maggior parte de’Nobili), ne avevano ad
esser privi; e dividendosi intra la Plebe i beni de’nimici, si toglieva a
quelli la via dello arricchire. Sicché, venendo ad essere queste offese contra
ad uomini potenti, e che pare loro, contrastandola, difendere il pubblico;
qualunque volta, com’è detto, si ricorda, anda sottosopra quella città: ed i
Nobili con pazienza ed industria la temporeggiavano, o con trac fuora un
esercito, o che a quel Tribuno che la propone s’opponesse uno altro Tribuno; o
talvolta cederne parte; ovvero mandare una colonia in quel luogo che si avesse
a distribuire: come intervenne del contado di Anzio, pel quale surgendo questa
disputa della legge, si mandò in quel luogo una colonia traila di Roma, alla
quale si consegnasse detto contado. Dove L. usa un termine notabile, dicendo
clic con ditTìcultà si trovò in Roma eli i desse il nome per ire in detta
colonia: tanto era quella Plebe più pronta a volere desiderare le cose in Homa,
che a possederle in Anzio ! Andò questo umore di questa legge così
travagliandosi un tempo, tanto che i Romani cominciarono a condurre le loro
armi nell’estreme parti d’Italia, o fuori di Italia; dopo al qual tempo parve
che la restasse. Il che nacque perchè i campi che possedevano i nimici di Roma
essendo discosti dagli occhi della Plebe, cd in luogo dove non gli era facile
il coltivargli, veniva meno ad esserne desiderosa: ed ancora i Romani erano
meno punitori tic’ loro nemici in siinil modo; e quando pure spogliavano alcuna
terra del suo contado, vi distribuivano colonia. Tanto che per tali cagioni
questa legge stette come addormentata inOno a’Gracchi: da’quali essendo poi
svegliata, rovinò al tutto la libertà romana; perchè la trovò raddoppiata la
potenza de’suoi avversari, e si accese per questo tante odio intra la Plebe ed
il Senato, che si venne all’armi ed al sangue, fuor d’ogni modo e costume
civile. Talché, non potendo i pubblici magistrati rimediarvi, nè sperando più
alcuna delle fazioni in quelli, si ricorse a’rimedi privati, e ciascuna delle
parti pensò di farsi uno capo che la difendesse. Pervenne in questo scandalo e
disordine la Plebe, e volse la sua riputazione a Mario, tanto che la lo fece
quattro volte Consolo; ed in tanto continuò con pochi intervalli il suo consolato,
che si potette per sè stesso far Consolo tre altre volte. Contra alla qual
peste non avendo la Nobiltà alcuno rimedio, si volse a favorir Siila; e fatto
quello capo della parte sua, vennero alle guerre civili e dopo molto sangue e
variar di fortuna, rimase superiore la Nobiltà. Risuscitorono poi questi umori
a tempo di Cesare c di Pompeo; perchè, fattosi Cesare capo della parte di
Mario, c Pompeo di quella di Siila, venendo alle mani rimase supcriore GIULIO
CESARE: IL QUALE E IL PRIMO TIRANNO IN ROMA, TALCHE MAI E POI LIBERA QUELLA
CITTA. Tale, adunque, principio e fine ebbe la legge agraria. E benché noi
mostrassimo altrove, come le inimicizie di Roma intra il Senato c la Plebe
mantenessero libera Roma, per nascerne da quelle leggi in favore della libertà;
e per questo paia disforme a tale conclusione il fine di questa legge agraria;
dico come, per questo, io non mi rimuovo da tale oppinionc: perchè egli è tanta
P ambizione de’grandi, che se per varie vie ed in vari modi la non ò in una
città sbattuta, tosto riduce quella città alla rovina sua. In modo che, se la
contenzione della legge agraria penò trecento anni a fare Roma serva, si
sarebbe condotta, per avventura, molto più tosto iti servitù, quando la Plebe,
e con questa legge c con altri suoi appetiti, non avesse sempre frenato la
ambizione de’Nobili. Vedasi per questo ancora, quanto gli uomini stimano più la
roba che gli onori. Perchè la Nobiltà romana sempre negli onori eedè senza
scandali istraordinari alla Plebe; ma come si venne alla roba, fu tanta la
ostinazione sua nel difenderla, che la Plebe ricorse, per Sfogare 1’appetito
suo, a quelli istraordinari che di sopra si discorrono. Del quale disordine
furono motori i Gracchi; de’quali si dcbbe laudare più la intenzione che la
prudenza. Perchè, a voler levar via uno disordine cresciuto in una repubblica,
e per questo fare una legge che riguardi assai indietro, è partito male
considerato; e, come di sopra largamente si discorse, non si fa altro che
accelerare quel male a che quel disordine ti conduce: ma temporeggiandolo, o il
male viene più tardo, o per sè medesimo col tempo, avanti che venga al fine
suo, si spegne. Le repubbliche deboli sono male risolute, e non si sanno
deliberare; c se le pigliano mai alcuno partito j nasce più da necessità che da
elezione. Essendo in Roma una gravissima pestilenza, e parendo per questo agli
Volaci ed agli Equi che fusse venuto il tempo di potere oppressar Roma; fatti
questi due popoli uno grossissimo esercito, assalirono gli Latini e gli Ernici,
e guastando il loro paese, furono constretti gli Latini c gli Ernici farlo
intendere a Roma, c pregare che fussero difesi da' Romani: ai quali, sendo i
Romani gravati dal morbo, risposero che pigliassero partito di difendersi da
loro medesimi e con le loro armi, perchè essi non li potevano difendere. Dove
si conosce la generosità e prudenza di quel Senato, e come sempre in ogni
fortuna volle essere quello che fusse principe delle deliberazioni che avessero
a pigliare i suoi; nè si vergognò mai deliberare una cosa che fusse contraria
al suo modo di vivere o ad altre deliberazioni fatte da lui, quando la
necessità gliene comanda. Questo dico perchè altre volte il medesimo Senato
aveva vietato ai detti popoli l’armarsi e difendersi; talché ad uno Senato meno
prudente di questo, sarebbe parso cadere del grado suo a concedere loro tale
difensione. Ma quello sempre giudicò le cose come si debbono giudicare, e
sempre prese il meno reo partilo per migliore; perchè male gli sapeva non
potere difendere i suoi sudditi; male gli sapeva che si armassino senza loro,
per le ragioni dette, e per molte altre che si intendono: nondimeno, conoscendo
che si sarebbono armati, per necessità, a ogni modo, avendo il nimico addosso;
prese la parte onorevole, e volle che quello clic gli avevano a fare, lo
facessino con licenzia sua, acciocché avendo disubbidito per necessità, non si
avvezzassino a disubbidire per elezione. E benché questo paia partito che da
ciascuna repubblica dove esser preso; nientedimeno le repubbliche deboli e male
consigliate non gli sanno pigliare, nè si sanno onorare di simili necessità.
Aveva il duca Valentino presa Faenza, e fatto calare Bologna agli accordi suoi.
Dipoi, volendosene tornare a Roma per la Toscana, mandò in Firenze uno suo uomo
a domandare il passo per sé e per il suo esercito. Consultossi in Firenze come
si avesse a governare questa cosa, nè fu mai consigliato per alcuno di
concedergliene. In che non si seguì il modo romano: perchè, sendo il Duca
armatissimo, ed i Fiorentini in modo disarmati che non gli potevano vietare il
passare, era molto piu onore loro, che paresse che passasse con permissione di
quelli, che a forza; perchè, dove vi fu al tutto il loro vituperio, sarebbe
stato in parie minore quando I’avessero governata altrimenti. Ma la più cattiva
parte che abbino le repubbliche deboli, è essere irresolute; in modo che lutti
i partili che le pigliano, gli pigliano per forza; e se vieti loro fatto alcuno
bene, lo fanno forzato, c non per prudenza loro. Io voglio dare di questo duoi
altri esempi, occorsi ne’tempi nostri nello stato della nostra città, nel mille
cinquecento. Ripreso che il re Luigi XII di Francia ebbe Milauo, desideroso di
rendergli Pisa, per aver cinquanta mila ducati che gli erano stati promessi da’
Fiorentini dopo tale restituzione, mandò gli suoi eserciti verso Pisa,
capitanati da monsignor Beaumonte; benché francese, nondiraanco uomo in cui i
Fiorentini assai confidavano. Condussesi questo esercito e questo capitano
intra Cascina e Pisa, per andare a combattere le mura; dove dimorando alcuno
giorno per ordinarsi alla espugnazione, vennero oratori Pisani a Beaumonte, e
gli offerirono di dare la città allo esercito francese con questi patti: che,
sotto la fede del re, promettesse non la mettere in mano de’Fiorentini, prima
che dopo quattro mesi. Il qual partito fu dai Fiorentini al tutto rifiutato, in
modo che si seguì nello andarvi a campo, e partissene con vergogna. Nè fu
rifiutato il partito per altra cagione, che per diffidare della fede del re;
come quelli che per debolezza di consiglio si erano per forza messi nelle mani
sue: e dall’altra parte, non se ne fidavano, nè vedevano quanto era meglio che
il re potesse rendere loro Pisa sendovi dentro, e non la rendendo scoprire P
animo suo, che non la avendo, poterla loro promettere, e loro essere forzati
comperare quelle promesse. Talché molto più utilmente arebbono fatto a
consentire che Beaumonlc V avesse, sotto qualunque pròmessa, presa: come se ne
vide la espcrienza di poi, die essendosi ribellato Arezzo, venne a’soccorsi
de’Fiorentini mandato dal re di Francia monsignor Imbalt con gente francese; il
qual giunto propinquo ad Arezzo, dopo poco tempo cominciò a praticare accordo
con gli Aretini, i quali sotto certa fede volevano dare la terra, a
similitudine de’Pisani. Fu rifiutato in Firenze tale partito; il che veggendo
monsignor Imbalt, e parendogli come i Fiorentini se ne inlendessino poco,
comincia a tenere le pratiche dell’accordo da se, senza participazione
de’Commessaci: tanto che e’io conchiuse a suo modo, e sotto quello colle sue genti
se ne entra in Arezzo, facendo intendere a’Fiorentini come egli erano matti, e
non s’intendevano delle cose del mondo: che se volevano Arezzo, lo fucessino
intendere al re, il quale lo poteva dar loro molto meglio, avendo le sue genti
in quella città, che fuori. Non si resta in Firenze di lacerare e biasimare
detto Imbalt; nè si resta mai, infino a tanto che si conobbe che se Beaumonte
fusse stato simile a Imbalt, si sarebbe avuto Pisa come Arezzo. E cosi, per
tornare a proposito, le repubbliche irresolute non pigliano mai partiti buoni,
se non per forza, perchè la debolezza loro non le lascia mai deliberare dove è
alcuno dubbio; e se quel dubbio non è cancellalo da una violenza, che le
sospinga, stanno sempre mai sospese. In diversi popoli si veggono spesso i
medesimi accidenti. E’si conosce facilmente per chi considera le cose presenti
e l’antiche, come in tutte le città ed in tutti i popoli sono quelli medesimi
desiderii e quelli medesimi umori, e come vi furono sempre: in modo che gli è
facil cosa a chi esamina con diligenza le cose passate, prevedere in ogni
repubblica le future, c farvi quelli rimedi che dagli antichi sono stati usati;
o non ne trovando degli usati, pensarne de’nuovi, pella similitudine
degl’accidenti. Ma perchè queste considerazioni sono neglette, o non intese da
chi legge; o se le sono intese, non sono conosciute da chi governa; ne seguita
che sempre sono i medesimi scandali in ogni tempo. Avendo la città di Firenze
perduto parte dell’imperio suo, come Pisa ed altre terre, fu necessitata a fare
guerra a coloro che l’occupano. E perchè chi l’occupa era potente, ne seguiva
che si spende assai nella guerra, senza alcun frutto; dallo spendere assai ne
risulta assai gravezze; dalle gravezze, infinite querele del popolo; e perchè
questa guerra era amministrata d’uno magistrato di dieci cittadini che si
chiamano i Dieci della guerra, 1’universale comincia a recarselo in dispetto,
come quello che fusse cagione della guerra e delle spese d’essa; e corniliciò a
persuadersi che tolto via detto magistrato, fusse tolto via la guerra: tanto
che avendosi a rifare, non se gli fecero gli scambi; e lasciatosi spirare, si
commisero le azioni sue alla Signoria. La qual deliberazione fu tanto
perniziosa che non solamente non leva la guerra come l’universale si persuade;
ma tolto via quelli uomini che con prudenza l’amministravano, ne seguì tanto
disordine, die, oltre a Pisa, si perde Arezzo e molti altri luoghi: in modo
che, ravvedutosi il popolo dell’errore suo, e come la cagione del male era la
febbre e non il medico, rifece il magistrato de’Dieci. Questo medesimo umore si
leva in Roma conira al nome de’Consoli: perchè, veggendo quello Popolo nascere
1’una guerra dall'altra, e non poter mai riposarsi; dove e'dovevano pensare che
la nascesse dalla ambizione de’vicini che gli volevano opprimere; pensano
nascesse dall’ambizione dei Nobili, che non potendo dentro in Roma gastigar la
Plebe difesa dalla potestà tribunizia, la volevano condurre fuori di Roma sotto
i Consoli, per opprimerla dove non aveva aiuto alcuno. E pensarono per questo,
che fusse necessario o levar via i Consoli, o regolare in modo la loro potestà,
che e’non avessino autorità sopra il popolo, nè fuori nè in casa. Il primo che
tentò questa legge, fu uno Terentillo tribuno; il quale propone che si
dovessero creare cinque uomini che dovessino considerare la potenza de’Consoli,
e limitarla. II che altera assai la Nobiltà, parendoli che la maiestà
dell’imperio fusse al tutto declinata, talché alla Nobiltà non restasse più
alcuno grado in quella Repubblica. Fu nondimeno tanta l’ostinazione dei
Tribuni, che il nome consolare si spense; e furono in fine contenti, dopo
qualche altro ordine, piuttosto creare Tribuni con potestà consolare, che i
Consoli: tanto avevano più in odio il nome che le autorità loro. E cosi
seguitorno lungo tempo, infino che conosciuto io errore loro, còme i Fiorentini
ritornorno ai Dieci, così loro ricreorno i Consoli. La creazione del
DECEMVIRATO in Roma, e quello che in essa è da notare: dove si considera, intra
molte altre cose, come si può salvare per simile accidente, o oppressore una
repubblica. Volendo discorrere particolarmente sopra gl’accidenti che nacquero
in Roma pella creazione del decemvirato, non mi pare soperchio narrare prima
tutto quello che segui per simile creazione, e dipoi disputare quelle porti che
sono in esse azioni notabili: le quali sono molte, e di grande considerazione,
cosi per coloro che vogliono mantenere una repubblica libera, come per quelli
che disegnassino sommetterla. Perchè in tale discorso si vedranno molti errori
fatti dal Senato e dalla Plebe in disfavore della libertà; e molli errori fatti
d’APPIO, capo del decemvirato; in disfavore di quella tirannide ch’egli s’aveva
presupposto stabilire in Roma. Dopo molte deputazioni c contenzioni seguite
intra il Popolo e la Nobiltà per fermare nuove leggi in Roma, pelle quali e’si
stabilisse più la libertà di quello stato; mandarono, d’accordo, Spurio
Postumio con duoi altri cittadini ad Atene pegl’essenti di quelle leggi che
Solone da a quella città, acciocché sopra quelle potessero fondare le leggi
romane. Andati e tornati costoro, si venne alla creazione degl’uomini
eh’avessino ad esaminare e fermare de.tte leggi; e ercorno dieci cittadini per
un anno, tra i quali fu creato APPIO CLAUDIO, il primo filosofo romano, uomo
sagace ed inquieto. E perchè e'potessimo senza alcuno rispetto creare tali
leggi, si levarono di Roma tutti gli altri magistrati, ed in particolare i
Tribuni e i Consoli, e levossi lo appello al Popolo; in modo che tale
magistrato veniva ad essere al tulio principe di Roma. Appresso ad APPIO si
ridusse tutta 1’autorità degli altri suoi compagni, per gli favori clic gli fa
la Plebe: perché egli s’era fatto in modo popolare colle dimostrazioni, che
pare meraviglia eh’egli avesse preso sì presto una nuova natura c uno nuovo
ingegno, essendo stato tenuto innanzi a questo tempo un crudele persecutore
della Plebe. Governaronsi questi Dieci assai civilmente, non tenendo più che
dodici littori, i quali andavano davanti a quello ch’era infra loro preposto. E
bench’egli avessino 1’autorità assoluta, nondimeno avendosi a punire un
cittadino romano per omicidio, lo citorno nel conspelto del Popolo, e da quello
lo fecero giudicare. Scrissero le loro leggi in dicci tavole, ed avanti che le
confirmassero, le messono in pubblico, acciocché ciascuno le potesse leggere c
disputarle; acciocché si conoscesse se vi era alcuno difetto, per poterle
binanti alla confirmazionc loro emendare. Fece, in su questo, Appio nascere un
rornorc per Bomn, che se a queste dieci tavole se n’ aggiungcssiuo due altre,
si darebbe a quelle la loro perfezione; talché questa oppinionc dette occasione
al Popolo di rifare i Dieci per uno altro anno: a che il Popolo s’accorda
volentieri; si perchè i Consoli non si rifacessino; sì perchè speravano loro
potere stare senza Tribuni, sendo loro giudici delle cause, come di sopra si
disse. Preso, adunque, partito di rifargli, tutta la Nobiltà si mosse a cercare
questi onori, ed intra i primi era Appio; ed usa tanta umanità verso la Plebe
nel domandarla, che la comincia ad essere sospetta a suoi compagni: credebant
cnim liaud gratuitam in lanla superbia comilatcmfore. E dubitando d’opporsegli
apertamente, diliberarono farlo con arte; e benché e’fusse minore di tempo di
tutti, dettono a lui autorità di proporre i futuri Dieci al popolo, credendo
eh’egli osservasse i termini degl’altri di non proporre sè medesimo, sendo cosa
inusitata e ignominiosa in Roma, Me vero imprdimentum prò occasione arripuit; e
nominò sè intra i primi, con meraviglia e dispiacere di tutti i Nobili: nominò
poi nove altri al suo proposito. La qual nuova creazione fatta per uu altro
anno, cominciò a mostrare al Popolo cd alla Nobiltà lo error suo. Perchè subito
Appio: finem fedi ferenda aliena persona; e comincia a mostrare la innata sua
superbia, ed in pochi dì riempiè di suoi costumi i suoi compagni. E per
Sbigottire il Popolo ed il Senato, in scambio di dodici littori, ne feciono
cento venti. Stette la paura eguale qualche giorno; ma cominciarono poi ad
intrattenere il Senato, e battere la Plebe: e s’alcuno battuto dall’uno,
appella ali’altro, era peggio trattalo nell’appeltagione che nella prima causa.
In modo che la Plebe, conosciuto l’errore suo, comincia piena d’afflizione a
riguardare in viso i Nobili; et inde libcrtatis captare a urani, linde
servitutem tiinendoj in cum s taluni rempublicam adduxerant. E alla Nobiltà era
grata questa loro afflizione, ut ipsij teedio prcesenliunij Consules desiderar
ent. Vennero i di clic terminavano l’anno: le due tavole delle leggi erano
fatte, ma non pubblicate. Da questo i Dicci presono occasione di continovare
nel magistrato, c cominciorono a tenere con violenza lo Stato, e farsi
satelliti della gioventù nobile, alla quale davano i beni di quelli che loro
condannavano. Quibus donis Juventus coirumpebatur, et malebat liccnliam suoni,
i quatn omnium liberlatcm. Nacque in questo tempo, che i Sabini ed i Volsci
mossero guerra a’Romani: in su la qual paura cominciarono i Dieci a vedere la
debolezza dello Stato loro; perchè senza il Senato non potevano ordinare la
guerra, e ragunando il Senato pare loro perdere lo Stato. Pure, necessitati,
presono questo ultimo partito: e ragunali i Senatori insieme, molti de’Senatori
parlorono contro alla superbia de’Dieci, ed in particolare Valerio ed Orazio: e
l’autorità loro si sarebbe al tutto spenta, se non che il Senato, per invidia
della Plebe, non volle mostrare l’autorità sua, pensando che se i Dieci
deponevano il magistrato voluntarii, che potesse essere che i Tribuni della
plebe non si rifacessero. Dcliberossi adunque la guerra; uscissi fuori con due
eserciti guidati da parte di detti Dieci; APPIO rimase a governare la città.
Donde nacque che s’innamora di Virginia, e che volendola torre per forza, il
padre VIRGINIO, PER LIBERARLA, L’AMMAZZO: donde seguirono i tumulti di Roma e
degl’eserciti; i quali ridottisi insieme col rimanente della Plebe romana, se
n’andarono nel Monte Sacro, dove stettero tanto clic i Dieci deposono il
magistrato, e che furono creali i Tribuni ed i Consolide ridotta Roma nella
forma dell’antica sua libertà. Notasi, adunque, per questo testo, in prima
esser nato in Roma questo inconveniente di creare questa tirannide, per quelle
medesime cagioni che nascono la maggiore parte delie tirannidi nelle città: e
questo è da troppo desiderio del popolo d’esser libero, e da troppo desiderio
de’nobili di comandare. E quando c’non convengono a fare una legge in favore
della libertà, ma gettasi qualcuna delle parti a favorire uno, allora è che
subito la tirannide surge. Convennono il Popolo ed i Nobili di Poma a creare i
Dieci, e crearli con tanta autorità, per desiderio che ciascuna delle parti
aveva, 1’una di spegnere il nome consolare, l’altra il tribunizio. Creati che
furono, parendo alla Plebe che Appio fusse diventato popolare c battesse la
Nobiltà, si volse il Popolo a favorirlo. E quando un popolo si conduce a far
questo errore di dare riputazione ad uno perchè balta quelli che egli ha in
odio, e che quello uno sia savio, sempre interverrà che diventerà tiranno di
quella città. Perchè egli attende, insieme con il favore del popolo, a spegnere
la nobiltà; e non si volterà inai all’oppressione del popolo, se non quando ei
V arà spenta; nel qual tempo conosciutosi il popolo essere servo, non abbi dove
rifuggire. Questo modo hanno tenuto tutti coloro che hanno fondato tirannidi in
le repubbliche: c se questo modo avesse tenuto APPIO, quella sua tironnide
arebbe preso più vita, e non sarebbe mancata si presto. Ma ei fece tutto il
contrario, nè si potette governare più imprudentemente; cliè per tenere la
tirannide, c’si fece inimico di coloro che glie T avevano data c che gliene
potevano mantenere, ed amico di quelli che non erano concorsi a dargliene e che
non gliene arebbono potuta mantenere; e perdèssi coloro che gl’erano amici, e
cerca d’avere amici quelli che non gli potevano essere amici. Perchè, ancora
che i nobili desiderino tiranneggiare, quella parte della nobiltà che si truova
fuori della tirannide, è sempre inimica al tiranno; nè quello se la può mai
guadagnare tutta, pell’ambizione grande e grande avarizia che è in lei, non
polendo il tiranno avere nè tante ricchezze nè tanti onori che a tutta
satisfaccia. E così Appio, lasciando il Popolo ed accostandosi a’Nobili, fa uno
errore evidentissimo, e pelle ragioni dette di sopra, e perchè a volere con
violenza tenere una cosa, bisogna che sia più potente chi sforza, che chi è
sforzato. Donde nasce che quelli tiranni che hanno amico l’universale ed mimici
i grandi, sono più sicuri; per essere la loro violenza sostenuta da maggior
forze, che quella di coloro che hanno per inimico il popolo ed amica la
nobiltà. Perchè con quello favore bastano a conservarsi le forze intrinseche;
come bastorno a Nabide tiranno di Sparta, quando tutta Grecia ed il popolo
romano l’assalta: il quale assicuratosi di pochi nobili, avendo amico il
popolo, con quello si difese; il che non arebbe potuto fare avendolo inimico.
In quello nitro grado per aver pochi amici dentro, non bastano le forze
intrinseche, ma gli conviene cercare di fuora. Ed hanno ad essere di tre sorti:
1’una satelliti forestieri, die li guardino la persona; l’altra armare il
contado, che faccia quell’oflìzio che arebbe a fare la plebe; la terza aderirsi
co’vicini potenti, che li difendino. Chi tiene questi modi e gli osserva bene,
ancora ch’egli avesse per inimico il popolo, potrebbe in qualche modo salvarsi.
Ma APPIO non poteva far questo di guadagnarsi il contado, scudo una medesima
cosa il contado e Roma; c quel che poteva fare, non seppe: talmente che rovinò
nc’ primi principii suoi. Fecero il Senato ed il Popolo in questa creazione del
decemvirato errori grandissimi: perchè ancora che di sopra si dica, in quel
discorso che si fa del Dittatore, che quelli magistrati che si fanno da per
loro, non quelli che fa il popolo, sono nocivi alla libertà; nondimeno il
popolo debbe, quando egli ordina i magistrali, fargli in modo che gl’abbino
avere qualche rispetto a diventare tristi. E dove e’si debbe proporre loro
guardia per mantenergli buoni, i Romani la levorono, facendolo solo magistrato
in Roma, ed annullando tutti gli altri, pell’eccessiva voglia che il Senato
aveva di spegnere i Tribuni, e la Plebe di spegnere i Consoli; la quale gli
acceca in modo che concorsono in tale disordine. Perchè gl’uomini, come dice il
re Ferrando, spesso fanno come certi minori uccelli di rapina; ne’quali è tanto
desiderio di conseguire la loro preda a che la natura gl’incita che non sentono
un altro maggior uccello che sia loro sopra per ammazzargli. Conoscesi,
adunque, per questo discorso, come nel principio proposi, l’errore del Popolo
romano, volendo salvare la libertà; e gl’errori d’APPIO, volendo occupare la
tirannide. Sahare dall’umilila alla superbia j dalla pietà alta crudeltà senza
debiti mezzij è cosa imprudente ed inutile. Oltre agli altri termini male usati
da APPIO per mantenere la tirannide, non fu di poco momento saltare troppo
presto d’una qualità ad un’altra. Perchè l’astuzia sua nello ingannare la
Plebe, simulando d’essere uomo popolare, fu bene usata; furono ancora bene
usati i termini che tenue perchè i Dieci s’avessino a rifare; fu ancora bene
usata quella audacia di creare sè stesso contra all’oppinione della Nobiltà; fu
bene usato creare colleghi a suo proposito: ma non fu già bene usato, come egli
ebbe fatto questo, secondo che di sopra dico, mutare in un subito natura; e
d’amico, mostrarsi nimico alla Plebe; d’umano, superbo; di facile, difficile; e
farlo tanto presto, che senza scusa veruna ogni uomo avesse a conoscer la
fallacia dell’animo suo. Perchè chi è paruto buono un tempo, e vuole a suo
proposito diventar tristo, io debbe fare per gli debiti mezzi; ed in modo
condurvisi colle occasioni, che innanzi che la diversa natura ti tolga
de’favori vecchi, la te ne ubbia dati tanti degli nuovi, che tu non venga a
diminuire la tua autorità: altrimenti, trovandoti scoperto e senza amici,
rovini. Quanto gl’uomini facilmente si possono corrompere. Notasi ancora in
questa materia del decemvirato, quanto facilmente gl’uomini si corrompono, e
fatinosi diventare di contraria natura, ancora che buoni e bene educati;
considerando quanto quella gioventù ch’Appio si aveva eletta intorno, comincia
ad essere amica della tirannide per uno poco d’utilità che gliene conseguiva; e
come Quinto Fabio, uno del numero de’secondi Dieci, sendo uomo oliimo, accecalo
da un poco di ambizione, e persuas dulia malignità d’APPIO, muta i suoi buoni
costumi in pessimi, e diventò simile a lui. Il che esaminato bene, fa tanto più
pronti i legislatori delle repubbliche o de’regni a frenare gl’appetiti umani,
c torre loro ogni speranza di potere impune errare. Quelli che combattono pella
gloria propria, sono buoni e fedeli soldati. Considerasi ancora pel
soprascritto trattato, quanta differenza è d’uno esercito contento e che
combatte pella gloria sua, a quello che è male disposto e che combatte
pell’ambizione d’altri. Perchè, dove gl’eserciti romani solevano sempre essere
vittoriosi sotto i Consoli, sotto i Decemviri sempre perderono. Da questo
essempio si può conoscere parte delle cagioni dell’inutilità de’soldati
mercenurii; i quali non hanno altra cagione clic li tenga fermi, che un poco di
stipendio che tu dai loro. La qual cagione non è nè può essere bastante a
fargli fedeli, nè tanto tuoi amici, che voglino morire per le. Perchè in quelli
eserciti che non è una affezione verso di quello per chi e’combattono, che gli
facci diventare suoi partigiani, non mai vi potrà essere tanta virtù che basta
a resistere ad uno nimico un poco virtuoso. G perchè questo amore non può
nascere, nè questa gara, d’altro che da’sudditi tuoi; è necessario a volere
tenere uno stato, a volere mantenere una repubblica o uno regno, armarsi
de’sudditi suoi: come si vede che hanno fatto tutti quelli che con gl’eserciti
hanno fatti grandi progressi. Avevano gl’eserciti romani sotto i Dieci quella
medesima virtù; ma perchè in loro non era quella medesima disposizione, non
facevano gl’usilati loro effetti. Ma com prima il magistrato de’Dieci fu
spento, e che loro come liberi cominciorno amilitare, ritorna in loro il
medesimo animo; e per conscguente, le loro imprese avevano il loro fine felice,
secondo l’antica consuetudine loro. Una moltitudine senza capo è inutile: e non
si debbo minacciare prima, c poi chiedere l'autorità. Era la Plebe romana pello
accidente di Virginia ridotta armata nel Monte Sacro. Manda il Senato suoi ambasciadori
a dimandare con quale autorità egli avevano abbandonati i loro capitani, e
ridottisi nel Monte. E tanta era stimata l’autorità del Senato che non avendo
la Plebe intra loro capi, ninno si ardiva a rispondere. E L. dice, ohe e’non
manca loro materia a rispondere, ma manca loro chi fa la risposta. La qual cosa
dimonstra appunto l’inutilità d’una moltitudine senza capo. Il qual disordinefu
conosciuto da Virginio, e per suo ordine si cre venti Tribuni militari, che
fussero loro capo a rispondere e convenire col Senato. Ed avendo chiesto che si
manda loro Valerio ed Orazio, ai quali loro direbbono la voglia loro, non vi
volsono andare se prima i Dieci non deponevano il magistrato: ed arrivati sopra
il Monte dove era la Plebe, fu domandato loro da quella, che volevano che si
creassero i Tribuni della plebe, e che s’avesse ad appellare al Popolo d’ogni
magistrato, e che si dessino loro tutti i Dieci, chè gli volevano ardere vivi.
Laudarono Valerio cd Orazio le prime loro domande; biasimorono l’ultima come
impia, dicendo: Crude litatcm dannatisj in crudclitaiem ruitis; e
consigliamogli che dovessino lasciare il fare menzione de’Dieci, e ch’egli
attendessino a pigliare l’autorità e potestà loro: di poi non mancherebbe loro
modo a satisfarsi. Dove apertamente si conosce quanta stultizia c poca prudenza
è domandare una cosa, e dire prima: io voglio far male con essa; perchè non si
debbo mostrare l’animo suo, ma vuoisi cercare d’ottenere quel suo desiderio in
ogni modo. Perchè e’ basta a dimandare a uno le armi, senza dire: io ti voglio
ammazzare con esse; potendo poi che tu bai l’arme in mano, satisfare allo
appetito tuo. E cosa di malo esempio | non osservare una legge falla, c massime
dallo autore d'essa: e rinfre scare ogni di nuove ingiurie in una t città, è a
chi la governa dannosisi simo. Seguito lo accordo, e ridotta Roma in l’antica
sua forma, Virginio citò Appio innanzi al Popolo a difendere la sua causa.
Quello comparse accompagnato da molti Nobili. Virginio comandò che fussc messo
in prigione. Cominciò Appio a gridare, ed appellare al Popolo. Virginio diceva
che non era degno di avere quella nppellagionc che egli aveva distrutta, ed
avere per difensore quel Popolo che egli aveva offeso. Appio replica, come
e’non aveano a violare quella appellagionc ch'egli avevano con tanto desiderio
ordinata. Pertanto egli fu INCARCERATO ED AVANTI AL DI DEL GIUDIZIO AMMAZZO SE
STESSO. E benché la scellerata vita d’Appio meritasse ogni supplicio, nondimeno
fu cosa poco civile violare le leggi, e tanto più quella che era fatta allora.
Perchè io non credo che sia cosa di più cattivo esempio in una repubblica, che
fare una legge e non l’osservare; e tanto più, quanto la non è osservata da chi
l’ha falla. Essendo Firenze stala riordinala nel suo stato con l'aiuto di frate
Savonarola, gli scritti del quale mostrano la dottrina, la prudenza, la virtù
dello animo suo; ed avendo intra P altre conslituzioni per assicurare i
cittadini, fatto fare una legge, che si potesse appellare al popolo dalle
sentenze che, per caso di Stato, gli Otto c la Signoria dessino; la qual legge
persuase più tempo, e con difficoltà grandissima ottenne: occorse che, poco
dopo la confirmazicne d’essa, furono condcunati a morte dalla Signoria per
conto di Stato cinque cittadini; e volendo quelli appellare, non furono
lasciati, e non fu osservata la legge. Il che tolse più riputazione a quel
frate, che nessun altro accidente: perchè, se quella appellagione era utile, ei
doveva farla osservare; s’ella non era utile, non doveva farla vincere. E tanto
più fu notato questo accidente, quanto che il frate in tante predicazioni che
fece poi clic fu rotta questa legge, non mai o dannò chi P aveva rotta, o lo
scusò; come quello che dannare non voleva, come cosa che gli torna a proposito;
e scusare non la poteva. Il che avendo scoperto l’animo suo ambizioso e
paitigiano, gii tolse riputazione, e dettegli assai carico. Offende ancora uno
Stato assai, rinfrescare ogni dì nello animo de’tuoi cittadini nuovi umori, per
nuove ingiurie ebe a questo e quello si fucciano: come intervenne a Roma dopo
il decemvirato. Perché tutti i Dieci, ed altri cittadini, in diversi tempi
furono accusati e condannati: in modo che gli era uno spavento grandissimo in
tutta la Nobiltà, giudicando che e’non si avesse mai a porre fine a simili condennagioni,
fino a tanto che tutta la Nobiltà non fusse distrutta. Ed arebbe generato in
quella città grande inconveniente, se da Marco Duellio tribuno non vi fusse
stato provveduto; il qual fece uno editto, che per uno anno non fusse lecito ad
alcuno citare o accusare alcuno cittadino contano: il che rassicurò tutta la
Nobiltà. Dove si vede quanto sia dannoso ad una repubblica o ad un principe,
tenere con le continove pene ed offese sospesi e paurosi gli animi dei sudditi.
E senza dubbio, non si può tenere il più pernicioso ordine: perchè gli uomini
che cominciano a dubitare di avere a capitar male, in ogni modo s’assicurano
ne’pericoli, e diventano più audaci, e meno rispettivi a tentare cose nuove.
Però è necessario, o non offendere mai alcuno, o fare le offese ad un tratto; e
dipoi rassicurare gl’uomini, e dare loro cagione di quietare e fermare l’animo.
Gl’uomini salgono da una ambizione ad unJ altra; c prima si cerca non essere
offeso t dipoi d’offendere altrui. Avendo il Popolo romano ricuperala la libertà,
ritornato nel suo primo grado, ed in tanto maggiore, quanto si erano fatte
dimolte leggi nuove In corroborazione della sua potenza; pare ragionevole che
Roma qualche volta quictasse. Nondimeno, per esperienza si vide il contrario;
perchè ogni di vi surgeva nuovi tumulti e nuove discordie. E perchè L.
prudentissimamente rende la ragione donde questo nasce, non mi pare se non a
proposito riferire appunto le sue parole, dove dice che sempre o il Popolo o la
Nobiltà insuperbiva, quanto l’altro s’umiliava; e stando la Plebe quieta intra
i termini suoi, cominciarono i giovani nobili ad ingiuriarla; ed i Tribuni vi
potevano fare pochi rimedi, perchè ancora loro erano violati. La Nobiltà,
dall’altra parte, ancora che gli pare che la sua gioventù fusse troppo feroce,
nondimeno aveva a caro ch’avendosi a trapassare il modo, lo trapassassino i
suoi, e non la Plebe. E cosi il desiderio di difendere la libertà fa che
ciascuno tanto si prevaleva, eh’egli oppressava l’altro. E V ordine di questi
accidenti è, che mentre clic gli uomini cercano di non temere, cominciano a far
temere altrui; e quell ingiuria ch’egli scacciano da loro, la pongono sopra un
altro: come se fussc necessario offendere, o essere offeso. Vedesi, per questo,
in quale modo, fra gl’altri, le repubbliche si risolvono; e in che modo
gl’uomini salgono d’una ambizione ad un’altra; e come quella sentenza di
SALUSTIO posta in bocca di GIULIO Cesare, è verissima: quod omnia mala exempla
bonis mitiis orla sunt. Cercano quelli cittadini clie ambiziosamente vivono in
una repubblica, la prima cosa di non potere essere offesi, non solamente dai
privati, ma eziam da’magistrali: cercano, per potere fare questo, amicizie; e
quelle acquistano per vie in apparenza oneste, o con sovvenire di danari, o con
difendergli da’potenti: e perchè questo pare virtuoso, s’inganna facilmente
ciascuno, c per questo non vi si pone rimedio; intanto che egli senza ostacolo
perseverando, diventa di qualità, che i privati cittadini ne hanno paura, ed i
magistrati gli hanno rispetto. E quando egli è saJito a questo grado, c non si
sia prima ovvialo alla sua grandezza, viene od essere in termine, che volerlo
urtare è pericolosissimo, pelle ragioni che io dissi di sopra del pericolo che
è nello urtare uno inconveniente che abbi di già fatto augumento in una città:
tanto che la cosa si riduce in termine, che bisogna o cercare di spegnerlo con
pericolo d’una subita rovina j o lasciandolo fare, entrare in una servitù
manifesta, se morte o qualche accidente non te ne libera. Perchè, venuto a’soprascrilti
termini, che i cittadini ed i magistrati abbino paura ad offender lui e gli
amici suoi, non dura di poi molta fatica a fare che giudichino ed offendino a
suo modo. Donde una repubblica intra gl’ordini suoi debbe avere questo, di
vegghiarc che i suoi cittadini sotto ombra di bene non possino far male; e
di’egli abbino quella riputazione che giovi, e non nuoca, alla libertà. Gli
nomini j ancora clic si ingannino ncJ generali j nei particolari non si
ingannano. Essendosi il Popolo romano recato a noia il nome consolare, e
volendo che potessiao esser fatti Consoli uomini plebei, o che fusse limitata
la loro autorità; la Nobiltà, per non deonestare l’autorità consolare nè
coll’una nè coll’altra cosa, prese una via di mezzo, e fu contenta che si
creassino quattro Tribuni con potestà consolare, i quali potcssino essere cosi
plebei come nobili. Fu contenta a questo la Plebe, parendogli spegnere il
consolato, ed avere in questo sommo grado la parte sua. Nacquene di questo un
caso notabile: che venendosi alla creazione di questi Tribuni, e potendosi
creare tutti plebei, sono dal Popolo romano creati tutti fiobiii. Onde L. dice
queste parole: Quorum comitiorum eoenlus docuit, alias animo sin contcntione
libertatis et honoris, alios secundum deposita certamina in incorrupto judicio
esse. Ed esaminando donde possa procedere questo, credo proceda che gii uomini
nelle cose generali s’ingannano assai, nelle particolari non tanto. Pareva
generalmente alla Plebe romana di meritare il consolato, per avere più parte in
la città, per portare più pericolo nelle guerre, per esser quella che colle
braccia sue mantene Roma libera, e la fa potente. E parendogli questo suo
desiderio ragionevole, volse ottenere questa autorità in ogni modo. Ma come la
ebbe a fare giudizio degli uomini suoi particolarmente, conobbe la debolezza di
quelli, e giudica che nessuno di loro merita quello che tutta insieme gli pare
meritare. Talché vergognatasi di loro, ricorse a quelli che Io meritano. Della
quale deliberazione meravigliandosi meritamente L., dice queste parole: /lane
modestiam, aquila IcmquCj et allitudinem animi, ubi moie in uno inveneris, qua:
lune populi universi fuit? In corroborazione di questo, se ne può addurre un
altro notabile essempio, seguito in Capova da poi che Annibaie ebbe rotti i
Romani a Canne; pella qual rotta sendo tutta sollevata Italia, Capova sta
ancora per tumultuare, pell’odio eli’ era intra il Popolo ed il Senato; e
trovandosi in quel tempo nel supremo magistrato Pacuvio Calano, e conoscendo il
pericolo che porta quella città di tumultuare, disegna con suo grado
riconciliare la Plebe con la Nobiltà; e fatto questo pensiero, fece ragunare il
Senato, c narrò loro Podio che M popolo aveva contra di loro, ed i pericoli che
portano d’essere ammazzati da quello, e data la città ad Annibaie, sendo le
cose de’Romani afflitte: di poi soggiunse, che se volevano lasciare governare
questa cosa a lui, farebbe in modo che s’unirebbono insieme; ma gli voleva
serrare dentro al palazzo, e co fare potestà al popolo di potergli gastigare,
salvargli. Cederono a questa sua oppinione i Senatori, e quello chiamò il
Popolo a coocione, avendo rinchiuso in palazzo il Senato; e disse com’egli era
venuto il tempo di potere domare la superbia della Nobiltà, e vendicarsi delle
ingiurie ricevute da quella, avendogli rinchiusi tutti sotto la sua custodia:
ma perchè crede che loro non volessino che la loro città rimanesse senza
governo, era necessario, volendo ammazzare i Senatori vecchi, crearne de’nuovi.
E per tanto aveva messo tutti gli nomi degli Senatori in una borsa, e
comincierebbe a trargli in loro presenza j ed egli farebbe i tratti di mano in
mano morire, come prima loro avessino trovato il successore. E cominciato a
trarne uno, fu al nome di quello levato un rumore grandissimo, chiamandolo uomo
superbo, crudele ed arrogante: e chiedendo Paeuvio che facessino lo scambio, si
racchetò tutta la conclone; c dopo alquanto spazio, fu nominato uno della
plebe; al nome del quale chi cominciò a fischiare, chi a ridere, chi a dirne
male in uno modo, e chi in un altro: o così seguitando di mano in mano, tutti
quelli che furono nominati, gli giudicavano indegni del grado senatorio. In
modo che Pacuvio, presa sopra questo occasione, disse: Poiché voi giudicate che
qucslu città stia male senza Senato, ed a fare gii scambi a’Senatori vecchi non
vi accordate, io penso che sia bene che voi vi riconciliate insieme; perchè
questa paura in la quale i Senatori sono stati, gli arà fatti in modo
raumiliare, che quella umanità che voi cercavate altrove, troverete in loro. Ed
accordatisi a questo, ne segui l’unione di questo ordine; e quello inganno in
che egli erano si scoperse, come e’furono constretti venire a’particolari.
Ingannansi, olirà di questo, i popoli generalmente nel giudicare le cose e gli
accidenti di esse j le quali di poi si conoscono particolamento, si avveggono
di tale inganno. Sendo stati i principi della città cacciati da Firenze, e non
vi essendo alcuno governo ordinato, ma piuttosto una certa licenza ambiziosa,
ed andando le cose pubbliche di inale in peggio; molti popolari veggiendo la
rovina della città, e non ne intendendo altra cagione, ne accusavano la
ambizione di qualche potente che nutrisse i disordini, per poter fare uno Stato
a suo proposito, c torre loro la libertà: c stavano questi tali per le logge c
per le piazze, dicendo male di molti cittadini, e minacciandoli che se mai si
trovassero de’Signori, scoprirebbono questo loro inganno, e gli gastigarebbono.
Occorre spesso che de’simili ne ascendeva al supremo magistrato; e come egli
era salilo in quel luogo, e che e’vedeva le i cose più dappresso, conosce i
disordini donde nascevano, ed i pericoli che soprastavano, e la difficoltà del
rimecitarvi. C veduto come i tempi, e no gli uomini, causano il disordine,
diventa subito d’un altro animo, c di un’altra fatta; perché la cognizione
delle cose particolari gli toglieva via quello inganno che nel considerare
generalmente si aveva presupposto. Dimodoché, quelli che lo avevano prima,
quando era privato, sentito parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato
stare quieto, credevano che nascesse, non per più vera cognizione delle cose,
ma perchè fusse stalo aggirato e corrotto dai grandi. Ed accadendo questo a
molti uomini c molte volte, ne nacque tra loro un proverbio, che dice: Costoro
hanno uno animo in piazza, cd uno in palazzo. Considerando, dunque, tutto
quello si è discorso, si vede come e’si può fare tosto aprire gl’occhi
a’popoli, trovando modo, veggendo che uno generale gl’inganna, ch’egli abbino a
descenderc ai particolari; come fa Pacuvio in Capova, ed il Senato in Roma.
Credo ancora, che si possa conchiudere, che mai un uomo prudente non debbe
fuggire il giudizio popolare nelle eo9e particolari, circa le distribuzioni
de'gradi e delle dignità: perchè solo in questo il popolo non s’inganna; e se
s’inganna qualche volta, Ha sì raro, che s’inganneranno più volte i pochi
uomini che avessino a fare simili distribuzioni. Nè mi pare superfluo mostrare
l’ordine che teneva il Senato per isgannare il popolo nelle distribuzioni sue.
Chi vuole che uno magistrato non sia dato ad un vile o ad un tristo j lo facci
domandare o ad un troppo vile e troppo tristo, o ad uno troppo nobile c troppo
buono. Quando il Senato dubita che i Tribuni con potestà consolare non fussino
fatti d’uomini plebei, tene uno de’duoi modi: o egli fa domandare ai più
riputati uomini di Roma; o veramente, per i debiti mezzi, corrompe qualche
plebcio sordido ed ignobilissimo, che mescolati con i plebei che, di miglior
qualità, pell’ordinario lo domandano, anche loro lo domandassino. Questo ultimo
modo fa che la Plebe si vergogna a darlo; quel primo fa che la si vergogna a
torlo, li che tutto torna a proposito del precedente discorso, dove si mostra
che il popolo se s’inganna de’generali, de’particolari non s’inganna. Se quelle
città che hanno avuto il principio libcrOj come Romaj hanno diffìcultà a
trovare leggi che le mantenghino; quelle che lo hanno immediate servo, ne hanno
quasi una impossibilità. Quanto sia difficile, nell’ordinare una repubblica,
provvedere a tutte quelle leggi che la mantenghino libera, lo dimostra assai
bene il processo della Repubblica romana: dove non ostante che fussino ordinate
di molte leggi da ROMOLO prima, di poi da Nuraa, da Tulio Ostilio e Servio, ed
ultimamente dai dieci cittadini creali a simile opera; nondimeno sempre nel
maneggiare quella città si scoprivano nuove necessità, ed era necessario creare
nuovi ordini: come intervenne quando crearono i Censori, i quali furono uno di
quelli provvedimenti che aiutarono tenere Roma libera, quel tempo che la visse
in libertà. Perchè, diventati arbitri de’costumi di Roma, furono cagione
potissima che i Romani diflerissino più a corrompersi. Feciono bene nel
principio della creazione di tal magistrato uno errore, creando quello per
cinque anni; ma, di poi non molto tempo, fu corretto dalla prudenza di Mamereo
dittatore, il qual per nuova legge ridusse detto magistrato a diciolto mesi. Il
che i Censori che vegghiavano, ebbono tanto per male, che privorno Mamcrco del
senato: la qual cosa e dalla Plebe c dai Padri fu assai biasimata. perchè la
istoria non inostra che Mamerco se ne potesse difendere, conviene o che lo
istorico sia difettivo, o gl’ordini di Roma in questa parte non buoni: perchè
non è bene che una repubblica sia in modo ordinata, ebe un cittadino per promulgare
una legge conforme al vivere libero, ne possa essere senza alcuno rimedio
offeso. Ma tornando al principio di questo discorso, dico che si dehbe, per la
creazione di questo magistrato, considerare, che se quelle città che hanno
avuto il principio loro libero, e che per se medesimo si è retto, come Roma,
hanno difHcultà grande a trovar leggi buone per mantenerle libere; non è
meraviglia che quelle città che hanno avuto il principio loro immediate servo,
abbino, non che dilfìcultà, ma impossibilità ad ordinarsi mai in modo che le
possino vivere civilmente e quietamente. Comesi vede che è intervenuto alla
città di Firenze; la quale, per avere avuto il principio suo sottoposto
all’imperio romano, ed essendo vivuta sempre sotto governo d’altri, stette un tempo
soggetta, e senza pensare a sè medesima: di poi, venuta l’occasione di
respirare, comincia a fare suoi ordini; i quali sendo mescolati cogl’antichi,
che erano tristi, non poterono essere buoni: e così è ita maneggiandosi per
dugento anni che si lia di vera memoria, senza avere mai avuto stato pel quale
ella possa veramente essere chiamata repubblica. E queste diflicultà che sono
state in lei sono state sempre in tutte quelle città che hanno avuto i
principii simili a lei. E benché molte volte, per suffragi pubblici e liberi,
si sia dato ampia autorità a pochi cittadini di potere riformarla; non pertanto
mai l’hanno ordinata a comune utilità, ma sempre a proposito della parte loro:
il che ha fatto non ordine, ma maggiore disordine in quella città. E per venire
a qualche essempio particolare, dico come intra le altre cose che si hanno a
considerare d’uno ordinatore d’una repubblica, è esaminare nelle mani di quali
uomini ci ponga 1’autorità del sangue coutra de’suoi cittadini. Questo era bene
ordinato in Roma, perchè e’si poteva appellare al Popolo ordinariamente: e se
pure fussc occorsa cosa importante, dove il differire l’esecuzione mediante la
appellagione fusse pericoloso, avevano il refugio del Dittatore, il quale
eseguiva immediate; al qual rimedio non rifuggivano mai, se non per necessità.
Ma Firenze, c Y altre città nate nel modo di lei, sendo serve, avevano questa
autorità collocata in un forestiero, il quale mandato dal principe fa tale
uffizio. Quando di poi vennono in libertà, mantennero questa autorità in un
forestiero, il quale chiamano Capitano: il che, per potere essere facilmente
corrotto da’cittadini potenti, era cosa perniciosissima. Ma di poi, murandosi
per la mutazione degli Stati questo ordine, creorno otto cittadini che
facessino l’uffizio di quel Capitano. Il quale ordine, di cattivo, diventò
pessimo, per le cagioni che altre volte sono dette: che i pochi furono sempre
ministri dc’poehi, e de’più potenti. Da che si è guardata la città di Vinegia;
la quale ha dieci cittadini, che senza appello possono punire ogni cittadino. E
perchè e’non basterebbono a punire i potenti, ancora die ne nvessino autorità,
vi hanno constituito le Quarnntie: c di più, hanno voluto che il Consiglio
de’Pregai, elicè il Consiglio maggiore, possa gastigargli; In modo che non vi
mancando l’accusatore, non vi manca il giudice a tener gl’uomini potenti a
freno. Non è dunque meraviglia, reggendo come in Roma, ordinata da sè medesima
e da tanti uomini prudenti, surgevano ogni di nuove cagioni pelle quali s’aveva
a fare nuovi ordini in favore del viver libero j se nelle altre città che hanno
più disordinalo principio, vi surgono tuli difficoltà, che le non si possino
riordinar mai. iVon dcbbc uno consiglio o uno magistrato potere fermare le
azioni della città. tirano consoli in Roma Tito Quinzio Cincinnato c Gneo
Giulio Mento, i quali sendo disuniti, avevano ferme tutte le azioni di quella
Repubblica. Il che veggcndo il Senato, gli conforta a creare il Dittatore, per
fare quello che pelle discordie loro non poteva fare. Ma i Consoli discordando
in ogni altra cosa, solo in questo erano d’accordo, di non voler creare il
Dittatore. Tanto che il Senato, non avendo altro rimedio, ricorse allo aiuto
de’Tribuni; i quali, con l’autorità del Senato, sforzarono i Consoli ad ubbidire.
Dove si ba a notare, in prima, la utilità del tribunato; il quale non era solo
utile a frenare l’ambizione che i potenti usano contra alla Plebe, ma quella
ancora ch’egli usano infra loro: 1’altra, che mai si debba ordinare in una
città, che i pochi possino tenere alcuna deliberazione di quelle che
ordinariamente sono necessarie a mantenere la repubblica. Yerbigrazia, se tu
dai una autorità nd uno consiglio di fare una distribuzione di onori c di
utile, o ad uno magistrato di amministrare una faccenda; conviene o imporgli
una necessità perchè ei l’abbia a fare in ogni modo; o ordinare, quando non la
voglia fare egli, che la possa e debba fare un altro: altrimenti, questo ordine
sarebbe difettivo e pericoloso; come si vede che era in Roma, se alla ostinazione
di quelli Consoli non si poteva opporre l’autorità de’Tribuni. Nella Repubblica
veneziana il Consiglio grande distribuisce gl’onori e gl’utili. Occorre alle
volte che l’universalità, per isdegno o per qualche falsa suggestione, non crea
i successori ai magistrati della città, ed a quelli che fuori amministravano lo
imperio loro. Il che era disordine grandissimo: perchè in un tratto, e le terre
suddite e la città propria mancavano de’suoi legittimi giudici; nè si poteva
ottenere cosa alcuna, se quella universalità di quel Consiglio non si
satisfaceva, o non s’ingannava. Ed avrebbe ridotta questo inconveniente quella
città a mal termine, se dagli cittadini prudenti non vi si fusse provveduto: i
quali, presa occasione conveniente, fecero una legge, che tutti i magistrati
che sono o fussino dentro e fuori della città, mai vacassero, se non quando
fussino fatti gli scambi e i successori loro. E cosi si tolse la comodità a
quel Consiglio di potere, con pericolo della repubblica, fermare le azioni
pubbliche. Una repubblica o uno principe debbe mostrare di fare per liberalità
quello a che la necessità lo consiringe. Gl’uomini prudenti si fanno grado
sempre delle cose, in ogni loro azione, ancora che la necessità gli
constringesse a farle in ogni modo. Questa prudenza fu usata bene dal Senato
romano, quando ei deliberò che si desse lo stipendio del pubblico agli uomini
che militavano, essendo consueti militare del loro proprio.Ma veggendo il
Senato come in quel modo non si poteva fare lungamente guerra, e per questo non
potendo nè assediare terre, uè condurre gl’eserciti discosto; e giudicando
essere necessario potere fare 1’uno e 1’altro; delibera che si dessino detti
stipendi; ina lo feciono in modo, che si fecero grado di quello a che la
necessità gli constringeva; e fu tanto accetto alla Plebe questo presente, che
Roma anda «sottosopra pella allegrezza, parendole uno benefizio grande, quale
mai speravano di avere, e quale mai per loro medesimi arebbono cerco. E benché
i Tribuni s’ingegnassero di cancellare questo grado, mostrando come ella era
cosa che aggrava, non alleggeriva, la Plebe, scodo necessario porre i tributi
per pagare questo stipendio; nientedimeno non potevano fare tanto che la Plebe
non lo avesse accetto: il che fu ancora augumentalo dal Senato pel modo che
distribuivano i tributi; perchè i più gravi ed i maggiori furono quelli
chVposono alla Nobiltà, e gli primi che furono pagati. A reprimere la insolenza
d’uno che surga in una repubblica potente, non vi c più securo e meno
scandaloso modo, che preoccuparli quelle vie pelle quali e’viene a quella
potenza. Yedesi per il soprascritto discorso, quanto credito acquistasse la
Nobiltà colla Plebe pelle dimostrazioni fatte in benefizio suo, sì del
stipendio ordinato, s’ancora del modo del porre i tributi. Nel quale ordine se
la Nobiltà si fosse mantenuta, si sarebbe levato via ogni tumulto in quella
città, e sarebbesi tolto ai Tribuni quel credito che egli avevano colla Plebe,
e, per conseguente, quella autorità. E veramente, non si può in una repubblica,
e massime in quelle che sono corrotte, con miglior modo, meno scandaloso e più
facile, opporsi all’ambizione d’alcuno cittadino, che preoccuparli quelle vie,
pelle quali si vede che esso cammina per arrivare al grado che disegna, li qual
modo se fusse stalo usato contra Cosimo de’Medici, sarebbe stato miglior
partito assai per gli suoi avversari, che cacciarlo da Firenze: perchè, se
quelli cittadini che gareggiavano seco, avessino preso lo stile suo di favorire
il popolo, gli venivano senza tumulto e senza violenza a trarre di mano quelle
arme di che egli si valeva più. SODERINI s’aveva fatto riputazione nella città
di Firenze con questo solo, di favorire l’universale: il che nello universale
gli da riputazione, come amatore della libertà della città. E veramente, a
quelli cittadini che portavano invidia alla grandezza sua, era molto più facile
ed era cosa molto più onesta, meno pericolosa, e meno dannosa pella repubblica,
preoccupargli quelle vie colle quali si fa grande, che volere contrapporsegli,
acciocché colla rovina sua rovinasse tutto il resto della repubblica: perchè,
se gli avessero levate di mano quelle armi colle quali si fa gagliardo (il che
potevano fare facilmente), arebbono potuto in lutti i consigli, e in tutte le
deliberazioni pubbliche, opporsegli senza sospetto, e senza rispetto alcuno. E
se alcuno replica, che se i cittadini che odiavano Piero, feciono errore a non
gli preoccupare le vie colle quali ei si guadagna riputazione nel popolo, Piero
ancora venne a fare errore, a non preoccupare quelle vie pelle quali quelli
suoi avversari lo facevano temere; di’che Piero merita scusa, si perchè gli era
difficile il farlo, sì perchè le non erano oneste a lui: imperocché le vie
colle quali era offeso, ciano il favorire i Medici; con li quali favori essi io
battevano, e alla fine !o rovinorno. Non poteva, pertanto, Piero onestamente
pigliare questa parte, per non potere distruggere con buona fama quella libertà
alla quale egli era stato preposto a guardia: di poi, non potendo questi favori
farsi segreti e ad uno tratto, erano per Piero pericolosissimi; perchè
comunelle ei si fusse scoperto amico de’Medici, sarebbe diventato sospetto ed
odioso al popolo; donde ai nimici suoi nasce molto più comodità di opprimerlo,
che non avevano prima. Debbono, pertanto, gli uomini in ogni partito
considerare i difetti ed i pericoli di quello, e non gli prendere, quando vi
sia più del pericoloso che dell’utile; nonostante che ne fusse stata data
sentenza conforme alla deliberazion loro. Perchè, facendo altrimenti, in questo
caso interverrebbe a quelli come intervenne a Tullio; il quale volendo torre i
favori a Marc’Antonio, gliene accrebbe. Perchè, sondo Marc’Antonio stato
giudicalo inimico del Senato, ed avendo quello grande esercito insieme adunato,
in buona parte, dei soldati che avevano seguitato la parte di Cesare; Tullio,
per torgli questi soldati, confortò il Senato a dare riputazione ad Ottaviano,
e mandarlo con lo esercito e con i Consoli contra a Marc'Antonio: allegando,
che subito che i soldati che seguitavano Marc’Antonio, scntissino il nome
d’Ottaviano nipote di Cesare, e che si fa chiamar Cesare, lascerebbono quello,
c si aceosterebbono a costui; e così restato Marc’Antouio ignudo di favori,
sarebbe facile lo opprimerlo. La qual cosa riuscì tutta al contrario; perchè
Marc’Antonio si guadagnò Ottaviano; e lasciato Tullio ed il Senato, si accostò
a lui. La qual cosa fu al tutto la destruzione della parte degl’Ottimati. Il
che era facile a conietturare: nè si dove credere quel che si persuase Tullio,
ma tener sempre conto di quel nome che con tanto gloria aveva spenti i nimici
suoi, ed acquistatosi il principato in Roma; nè si dovea credere mai potere, o
da suoi eredi o da suoi fautori, avere cosa che fusse conforme al nome libero.
Il popolo molte volte desidera la rovina sua j ingannato da una falsa spezie di
bene: e come le grandi speranze e gagliarde promesse facilmente lo muovono.
Espugnata che fu la città de’Veienti, entrò nel Popolo romano una oppinione,
che fusse cosa utile per la città di Roma, che la metà de’Romani andasse ad
abitare a Veio; argomentando che, per essere quella città ricca di contado,
piena di edifizii e propinqua a Roma, si poteva arricchire la metà de’cittadini
romani, e non turbare per la propinquità del sito nessuna azione civile. La
qual cosa parve al Senato ed a’più savi Romani tanto inutile e tanto dannosa,
che liberamente dicevano, essere piuttosto per patire la morte, che consentire
ad una tale deliberazione. In modo che, venendo questa cosa in disputa,
s’accese tanto la Plebe contra al Senato, che si sarebbe venuto alle armi cd al
sangue, se il Senato non si fusse fatto scudo di alcuni vecchi e stimati
cittadini; la riverenza dc’quali frenò la Plebe, che la non procede più avanti
colla sua insolenza. Qui si hanno a notare due cose. La prima, che’l popolo
molte volte, ingannato da una falsa immagine di bene, desidera la rovina sua; e
se non gli è fatto capace, come quello sia male, e quale sia il bene, d’alcuno
in chi esso abbia fede, si pone in le repubbliche infiniti pericoli c danni. E
quando la sorte fu che il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta
occorre, sendo stato ingannato per l’addietro o dalle cose o dagli’uomini; si
viene alla rovina di necessità. Ed ALIGHIERI (si veda) dice a questo proposito,
nel discorso suo che fa De Monarchia che il popolo molte volte grida viva la
sua morie j C muoia la sua vita. Da questa incredulità nasce, che qualche volta
in le repubbliche i buoni partiti non si pigliano: come di sopra si disse
de’Veneziani, quando assaltati da tanti inimici non poterono prendere partito
di guadagnarsene alcuno colla restituzione delle cose tolte ad altri (pelle
quali era mosso loro la 'guerra, e fatta la congiura de’principi loro contro),
avanti che la rovina venisse. Pertanto, considerando quello che è facile o
quello che è diffìcile persuadere ad un popolo, si può fare questa distinzione:
o quel che tu hai a persuadere rappresenta in prima fronte guadagno, o perdita;
o veramente pare partito animoso, o vile: e quando nelle cose che si mettono
innanzi ai popolo, si vede guadagno, ancora che vi sia nascosto sotto perdila;
e quando e’paia animoso, ancora che vi sia nascosto sotto la rovina della
repubblica, sempre sarà facile persuaderlo alla moltitudine: e così fia sempre
difficile persuadere quelli partiti dove apparisce o viltà o perdita, ancoraché
vi fusse nascosto sotto salute e guadagno. Questo che io ho detto, si conferma
con infiniti esempi, romani e forestieri, moderni ed antichi. Perchè da questo
nacque la malvagia opinione che surse in Roma di Fabio Massimo, il quale non
poteva persuadere al Popolo romano, che fusse utile a quella Repubblica
procedere lentamente in quella guerra, e sostenere senza azzuffarsi l’impeto
d’Annibaie; perchè quel Popolo giudica questo partito vile, c non vi vede
dentro quella utilità vi era; nè Fabio aveva ragioni bastanti a dimostrarla
loro: c tanto sono i popoli accecati in queste oppinioni gagliarde, che benché
il Popolo romano avesse fatto quello errore di dare autorità al Maestro
de’cavalli di Fabio di potersi azzuffare, ancora che Fabio non volesse; e che
per tale autorità il campo romano fusse per esser rotto, se Fabio colla sua
prudenza non vi rimedia; non gli basta questa esperienza, che fa di poi consolo
VARRONE (si veda), non per altri suoi meriti che per avere, per tutte le piazze
e tutti i luoghi pubblici di Roma, promesso di rompere Annibaie, qualunque
volta gliene fusse data autorità. Di che ne nacque la zuffa e rotta di Canne, e
presso che la rovina di Roma. Io voglio addurre a questo proposito ancora uno
altro essempio romano. Era stato Annibaie in Italia otto o dieci anni, aveva
ripieno di occhione de’Romani tutta questa provincia, quando venne in Senato
Marco Centenio Penula, uomo vilissimo (nondimanco aveva avuto qualche grado
nella milizia), ed offersegli, che se gli davano autorità di potere fare
esercito d’uomini volutitari in qualunque luogo volesse in Italia, ei darebbe
loro, in brevissimo tempo, preso o morto Annibaie. Al Senato parve la domanda
di costui temeraria; nondimeno ei pensando che s’ella se gli negasse, e nel
popolo si fusse di poi sapula la sua chiesta, che non ne nascesse qualche
tumulto, invidia e mal grado contro all’ordine senatorio, gliene concessono:
volendo più tosto mettere a pericolo tutti coloro che lo seguitassino, che fare
surgere nuovi sdegni nel Popolo; sappiendo quanto simile partito fusse per
essere accetto, e quanto fusse difficile il dissuaderlo. Anda, adunque, costui
con una moltitudine inordinata ed incomposita a trovare Annibaie; e non gli fu
prima giunto all’incontro, che fu con tutti quelli che lo seguitavano rotto e
morto. In Grecia, nella città di Atene, non potette mai Nicia, uomo gravissimo
e prudentissimo, persuadere a quel popolo, che non fusse bene andare ad
assaltare Sicilia: talché, presa quella deliberazione contra alla voglia
de’savi, ne segue al tutto la rovina d’Atene. Scipione quando fu fatto consolo,
e che desidera la provincia d’Affrica, promettendo al tutto la rovina di
Cartagine; a che non s’accordando il Senato pella sentenza di Fabio Massimo,
minaccia di proporla nel Popolo, come quello clic conosce benissimo quanto
simili deliberazioni piaccino a’popoli. Potrebbesi a questo proposito dare
esempi della nostra città: come fu quando messere Ercole Bentivogli,
governadore delle genti fiorentine, insieme con Giacomini, poiché ebbono rotto
llartolommeo d’Alviano a San Vincenti, andano a campo a Pisa; la qual impresa
fu deliberata dal popolo in su le promesse gagliarde di messcr Ercole, ancora
che molti savi cittadini la biasimassero: nondimeno non vi ebbero rimedio,
spinti da quella universale volutila, la qual era fondata in su le promesse
gagliarde del governadore. Dico, adunque, come non è la più facile via a fare
rovinare una repubblica dove il popolo abbia autorità, che metterla' in imprese
gagliarde: perchè, dove il popolo sia d’alcuno momento, sempre fieno accettale;
nè vi arà, chi sarà d’altra oppinione, alcuno rimedio. Ma se di questo nasce la
rovina della città, ne nasce ancora, e più spesso, la rovina particolare
de’cittadini che sono preposti a simili imprese: perchè, avendosi il popolo
presupposto la vittoria, eomee’vienc la perdita, non ne accusa nè la fortuna,
nè la impotenza di chi ha governato, ma la tristizia e l’ignoranza sua; e
quello il più delle volte o ammazza, o imprigiona, o confina: come intervenne a
infiniti capitani Cartaginesi, ed a molti Ateniesi. Nè giova loro alcuna
vittoria che pello addietro avessino avuta, perchè tutto la presente perdita
cancella: come intervenne a Giacomini nostro, il quale non avendo espugnata
Pisa, come il popolo aveva presupposto ed egli promesso, venne in tanta
disgrazia popolare, che non ostante infinite sue buone opere passate, visse più
per umanità di coloro che n’avevano autorità, che per alcun’altra cagione che
nel popolo lo difendesse. Quanta autorità abbia uno uomo grande a frenare una
moltitudine concitata. Il secondo notabile sopra il testo nel superiore
capitolo allegato, è, che veruna cosa è tanto atta a frenare una moltitudine concitata,
quanto è la riverenza di qualche uomo grave e d’autorità, che se le faccia
incontro j nè senza cagione dice VIRGILIO (si veda): “Tutn vietate graverà ac
meritis si forte virum Conspexere, sileni, arrectisque aur^®n^ci Per tanto,
quello che è proposto a uno esercito, o quello che si trova in una città, dove
nasce tumulto, debbe rappresentarsi in su quello con maggior grazia e piu
onorevolmente che può, mettendosi intorno l’insegne di quel grado che tiene,
per farsi più reverendo. Era, pochi anni sono, Firenze diviso in due fazioni,
Fratesche ed Arrabbiate, che cosi si chiamano; e venendo ali’arme, ed essendo
superati i Frateschi, intra i quali era Soderini, assai in quelli tempi
riputato cittadino; cd andandogli in quelli tumulti il popolo armato a casa per
saccheggiarla; suo fratello, allora vescovo di Volterra, ed oggi cardinale, si
trova a sorte in casa: il quale, subito sentito il romore e veduta la turba,
messosi i più onorevoli panni indosso, e di sopra il rocchetto episcopale, si
fa incontro a quelli armati, e colla persona e COLLA PAROLA GLI FERMA; la qual
cosa fu per tutta la città per molti giorni notata e celebrata. Conchiudo,
adunque, come e’non è il più fermo nè il più necessario rimedio a frenare una
moltitudine concitata che la presenza d’uno uomo che per presenza paia e sia
reverendo. Vedesi, adunque, per tornare al preallegato testo, con quanta
ostinazione la Plebe romana accetta quel partito d’andare a Yeio, perchè Io
giudica utile, nè vi conosce sotto il danno vi era ? e come nascendone assai
tumulti, ne sarebbero nati scandali, se il Senato con uomini gravi e pieni di
riverenza non avesse frenato il loro furore. Quanto facilmente si conduellino
le cose in quella città dove la moltitudine non è corrotta: e che dove è e
qualità, non si può fare principato / e dove la non èj non si può far
repubblica. Ancora clie di sopra si sia discorso assai quello sia da temere o
sperare delle città corrotte; nondimeno non mi pare fuori di proposito
considerare una deliberazione del Senato circa il voto ehe Cammillo fa di dare
la decima parte ad Apolline della preda de’Veienti: la qual preda sendo venuta
nelle mani della Plebe romana, nè se ne potendo altrimenti riveder conto, fa il
Senato uno editto, che ciascuno dove rappresentare al pubblico la decima parte
di quello gl’aveva predalo. E benché tale deliberazione non ha luogo, avendo di
poi il Senato preso altro modo, c per altra via satisfatto ad Àpolliue in
satisfazione della Plebe; nondimeno si vede per tali deliberazioni quanto quel
Senato confidasse nella bontà di quella, e come e’giudica che nessuno fusse per
non rappresentare appunto tutto quello che per tale editto gl’era comandato. E
dall’altra parte si vede, come la Plebe non pensa di fraudare in alcuna parte
l’editto con il dare meno che non dove, ma di liberarsi da quello con il
mostrarne aperte indignazioni. Questo essempio, con molti altri che di sopra si
sono addotti, mostrano quanta bontà e quanta religione fusse in quel Popolo, e
quanto bene fusse da sperare di lui. E veramente, dove non è questa bontà, non
si può sperare nulla di bene; come non si può sperare nelle provincic che in
questi tempi si veggono corrotte: come è la Italia sopra tutte le altre; ed
ancora la Francia di tale corruzione ritengono parte. E se in quelle provincie
non si vede tanti disordini quanti nascono in Italia ogni di, deriva non tanto
dalla bontà de'popoli, la quale ìh buona parte è mancata; quanto dallo avere
uno re che gli mantiene uniti, non solamente pella virtù sua ma pell’ordine di
quelli regni che ancora non sono guasti. Vedesi bene nella provincia della
Magna, questa bontà e questa religione ancora in quelli popoli esser grande; la
qual fa che molte repubbliche vi vivono libere, ed in modo osservano le loro
leggi, che nessuno di fuori nè di dentro ardisce occuparle. E che sia vero che
in loro regni buona parte di quella antica bontà, io nc voglio dare uno
essempio simile a questo detto di sopra del Senato e della Plebe romana. Usano
quelle repubbliche, quando gli occorre loro bisogno d’avere a spendere alcuna quantità
di danari per conto pubblico, che quelli magistrati o consigli che ne hanno
autorità, ponghino a tutti gli abitanti della città uno per cento, o dua, di
quello che ciascuno ha di valsente. E fatta tale deliberazione secondo 1’ordine
della terra, si rappresenta ciascuno dinanzi agli esecutori di tale imposta; e,
preso prima il giuramento di pagare la conveniente somma, getta in una cassa a
ciò deputata quello clic secondo la conscienza sua gli pare dover pagare: del
qual pagamento non è testimonio alcuno, se non quello che paga. Donde si può
conictturare quanta bontà e quanta religione sia ancora in quelli uomini. E
debbesi stimare che ciascuno paghi la vera somma: perchè, quando la non si
pagasse, non pitterebbe la imposizione quella quantità che loro disegnassero
secondo le antiche che fussino usitate riscuotersi; e non gitlando, si
conoscerebbe la fraude; e conoscendosi, arebbon preso altro modo che questo. La
quale bontà è tanto più d’ammirare in questi tempi quanto ella è più rara: anzi
si vede essere rimasa sola in quella provincia. Il che nasce da due cose: Y
una, non avere avuti commerzi grandi co’vicini; perchè nè quelli sono ili a
casa loro, nè essi sono iti a casa altrui; perchè sono stati eontenli di quelli
beni, e vivere di quelli cibi, vestire di quelle lane che dà il paese: d’onde è
stata tolta via LA CAGIONE D’OGNI CONVERSAZIONE, ed il principio d’ogni
corruttela; perchè non hanno possuto pigliare i costumi nè franciosi nè
spagnuoli nè italiani, le quali nazioni tutte insieme sono la corruttela del
mondo. L’altra cagione è, che quelle repubbliche dove s’è mantenuto il vivere
politico ed incorrotto, non sopportano che alcuno loro cittadino nè sia nè viva
ad uso di gentiluomo: anzi mantengono infra loro una pari equalità, ed a quelli
signori e gentiluomini che sono in quella provincia, sono inimicissimi; c se
per caso alcuni pervengono loro nelle mani, come priacipi di corruttela e
cagione d’ogni scandalo, gl’ammazzano. E' per chiarire questo nome di
gentiluomini quale e’sia dico che gentiluomini sono chiamali quelli che ociosi
vivono de’proventi delle loro possessioni abbondantemente, senza avere alcuna
cura o di coltivare, o di alcuna altra necessaria fatica a vivere. Questi tali
sono perniciosi in ogni repubblica ed in ogni provincia; ma più perniciosi sono
quelli che, oltre alle predette fortune, comandano a castella, ed hanno sudditi
che ubbidiscono a loro. Di queste due sorti d’uomini ne sono pieni il regno di
Napoli, terra di Roma, la Romagna e la Lombardia. Di qui nasce che in quelle provincie
non è mai stata alcuna repubblica, nè alcuno vivere politico; perchè tali
generazioni d’uomini sono al tutto nemici d’ogni civiltà. Ed a volere in
provincie fatte in simil modo introdurre una repubblica, non e possibile: ma a
volerle ri-ordinare, s’alcuno ne fusse arbitro, non arebbe altra via che farvi
un regno. La ragione è questa, che dove è tanto la materia corrotta che le
leggi non bastino a frenarla, vi bisogna ordinare insieme con quelle maggior
forza; la quale è una mano regia, che colla potenza assoluta ed eccessiva pone
freno alla eccessiva ambizione e corruttela de’potenti. Verificasi questa
ragione coll’esempio di Toscana: dove si vede in poco spazio di terreno stale
longamente tre repubbliche, Firenze, Siena e Lucca; e le altre città di quella
provincia essere in modo serve, che, coll’animo e coll’ordine, si vede o che le
mantengono, o che le vorrebbono mantenere la loro libertà. Tutto è nato per non
essere in quella provincia alcun signore di castella, c nessuno o pochissimi
gentiluomini; ma esservi tanta equalità, che facilmente da uno uomo prudente, e
che delle antiche civilità avesse cognizione, vi si introdurrebbe un viver
civile. Ma lo infortunio suo è stato tanto grande, che infino a questi tempi
non ha sortito alcuno uomo che lo abbia potuto o saputo fare. Trassi adunque di
questo discorso questa conclusione: che colui che vuole fare dove sono assai
gentiluomini una repubblica, non la può fare se prima non gli spegne tutti: e
che colui che dove è assai EQUALITA vuole fare uno regno o uno principato, non
lo potrà mai fare se non trae di quella equalità molti d’animo ambizioso ed
inquieto, e quelli fa gentiluomini in fatto, e non in nome, donando loro
castella e possessioni, c dando loro favore di sustanze e d’uomini; acciocché,
posto in mezzo di loro, mediante quelli mantenga la sua potenza; cd essi,
mediante quello, la loro ambizione; e gli altri siano constretti n sopportare
quel giogo che la forza, e non altro mai, può far sopportare loro. Ed essendo
per questa via proporzione da chi sforza a chi è sforzato, stanno fermi
gl’uomini ciascuno nell’ordine loro. E perchè il fare d’una provincia atta ad
essere regno una repubblica, c d’una atta ad essere repubblica farne un regno,
è materia da uno uomo che per cervello e per autorità sia raro; sono stati
molti che Io hanno voluto fare, e pochi che lo abbino saputo condurre. Perchè
la grandezza della cosa parte sbigottisce gl’uomini, parte in modo
gli’mpedisce, che ne’primi principii mancano. Credo che a questa mia oppiatone,
che dove sono gentiluomini non si possa ordinare repubblica, pare contraria la
esperienza della repubblica veneziana, nella quale non usano avere alcuno grado
se non coloro che sono gentiluomini. A che si risponde, come questo essempio
non ci fa alcuna oppugnazione, perchè i gentiluomini in quella repubblica sono
piu in nome che in fatto; perchè loro non hanno grandi entrate di possessioni,
sendo le loro ricchezze grandi fondate in sulla MERCANZIA e cose mobili; e di
più, nessuno di loro tiene castella, o ha alcuna iurisdizione sopra gl’uomini:
ma quel nome di gentiluomo in loro è nome di degnila e di riputazione, senza
essere fondato sopra alcuna di quelle cose che fa che nell’altre città si
chiamano i gentiluomini. E come l’altre repubbliche hanno tutte le loro divisioni
sotto vari nomi, così Vinegia si divide in gentiluomini e popolari; e vogliono
che quelli abbino, ovvero possino avere, tutti gl’onori; quelli altri ne sieno
al tutto esclusi. Il che non fa disordine in quella terra. Gonstituisca,
adunque, una repubblica colui dove è, o è fatta una grande egualità; ed
all’incontro ordini un principato dove è grande inequalità: altrimenti fa cosa
senza propprzione, e poco durabile. Innanzi che segnino i grandi accidenti in
una città o in una provincia, vengono segni che gli pròìioslicanOj o uomini che
gli predicono. Donde e’si nasca io non so, ina si vede pei’gli antichi e per
gli moderni essempi, che mai non venne alcuno grave accidente in una città o in
una provincia, che non sia stato, o d’indovini o da revelazioni o da prodigi, o
d’altri segni celesti, predetto. E per non mi discostare da casa nei provare
questo, saciascuno quanto da Savonarola fusse predetta innanzi la venuta del re
Carlo di Francia in Italia; e come, olirà di questo, per tutta Toscana si disse
esser sentite in aria e vedute genti d’arme, sopra Arezzo, che s’azzuffavano
insieme. Sa ciascuno olirà di questo, come avanti la morte di Lorenzo de’Medici
vecchio fu percosso il duomo nella sua più alta parte con una saetta celeste,
con l'ovina grandissima di quello edilìzio. Sa ciascuno ancora, come poco
innanzi che Soderini, quale era stato fatto gonfaloniere a vita dal popolo
fiorentino, fosse cacciato e privo del suo grado, fu il palazzo medesimamente
d’un fulgore percosso. Potrcbbesi, olirà di questo, addurre più essempi, i
quali per fuggire il tedio lascerò. Narrerò solo quello che L., innanzi alla
venuta de’Franciosi in Roma: cioè, come uno Marco Cedizio plebeio, riferì al
senato avere udito di mezza notte, passando pella Via Nuova, una voce maggiore
ch’umana, la quale l’ammoniva che riferisse ai magistrati, come i Franciosi
venivano a Roma. La cagione di questo credo sia d’essere discorsa ed
interpretata d’uomo che abbia notizia delle cose naturali e soprannaturali: il
che non abbiamo noi. Pure, potrebbe essere che, sendo questo aere, come vuole
alcuno filosofo, pieno d’intelligenze; le quali per naturale virtù prevedendo
le cose future, ed avendo compassione agl’uomini, acciò si possino preparare
alle difese, gl’avvertiscono con simili segni. Pure, comunelle si sia, si vede
cosi essere la verità; e che sempre dopo tali accidenti sopravvengono cose
istraordinarie e nuove alle provincie. La plebe insieme è gagliarda; di per se
è debole. Erano molti Romani, scudo seguita pella passata de’Franciosi la
rovina della lor patria, andati ad abitare a Yeio, contea alla constituzione ed
ordine del senato: il quale, per rimediare a questo disordine, comanda per i
suoi editti pubblici che ciascuno, infra certo tempo e sotto certe pene, torna
ad abitare a Roma. De’quali editti, da prima per coloro contea a chi
e’venivano, si fu fatto beffe; di poi, quando s’appressò il tempo
dell’ubbidire, tutti ubbidirono. E L. dice queste parole: Ex fcrocibus
universtSj singtili metti suo obedienfes fuere. E veramente, non si può mostrare
meglio la natura d’una moltitudine in questa parte che si dimostra in questo
testo. Perchè la moltitudine è audace nel parlare molte volte contra alle
deliberazioni del loro principe; di poi, come veggono la pena in viso, non si
fidando l’uno dell’altro, corrono ad ubbidire. Talché si vede certo, che di
quel che si dica uno popolo circa la mala o buona disposizion sua, si debbe
tenere non gran conto, quando tu sia ordinato in modo da poterlo mantenere,
s’egli è ben disposto; s’egli è mal disposto, da poter provvedere che non
t’offenda. Questo s’intende per quelle male disposizioni che hanno i popoli,
nate da qualunque altra cagione, che o per avere perduto la libertà, o il loro
principe stato amato da loro, e che ancora sia vivo; perchè le male disposizioni
che nascono da queste cagioni, sono sopra ogni cosa formidabili, e che hanno
bisogno di grandi rimedi a frenarle:1'altre sue indisposizioni fieno facili,
quando ci non abbia capi a chi rifuggire. Perchè non ci è cosa, dall’un canto,
più formidabile ch’una moltitudine sciolta e senza capo; e, dall’altra parte,
non è cosa più debole: perchè, quantunque ella abbi 1’armi in mano, fia facile
ridurla, purché tu abbi ridotto da potere fuggire il primo impeto; perchè
quando gl’animi sono un poco raffreddi, e che ciascuno vede d’aversi a tornare
a casa sua, cominciano a dubitare di loro medesimi, e pensare alla salute loro,
o con fuggirsi o coll’accordarsi. Però una moltitudine così concitata, volendo
fuggire questi pericoli, ha subito a fare infra sè medesima un capo che la
corregga, tenghila unita e pensi alla sua difesa; come fa la Plebe romana,
quando dopo la morte di Virginia si partì da Roma, e per salvarsi feciono infra
loro venti Tribuni: e non facendo questo, interviene loro scmj)re quel che dice
L. nelle soprascritte parole, che tutti insieme sono gagliardi; e quando
ciascuno poi comincia a pensare al proprio pericolo, diventa vile e debole. La
moltitudine è più savia e più costante che un principe. Nessuna cosa essere più
vana e più inconstante che la moltitudine: cosi L. nostro, come tutti gli altri
filosofi affermano. Perchè spesso occorre, nel narrare l’azioni degl’uomini,
vedere la moltitudine avere condannato alcuno a morte, e quel medesimo di poi
pianto e sommamente desiderato: come si vede avere fatto il Popolo romano di
Manlio Capitolino, il quale avendo CONDENNATO A MORTE, sommamente di poi
desidera. E le parole dell’autore son queste: Populum brevi, posteaquam ab co
periculum nullum eral, desiderium rjus tenuit. Ed altrove, quando mostra
gl’accidenti che nacquero in Siracusa dopo la morte di Girolamo nipote di
Ierone, dice: Hcec natura mulliludinis est : aut umiliter servii, aut superbe
domi natur. Io non so se io mi prenderò una provincia dura, e piena di tanta
difficoltà, che mi convenga o abbandonarla con vergogna, o seguirla con carico;
volendo difendere una cosa, la quale da tutti gli scrittori è accusata. Ma,
comunehc si sia, io non giudico nè giudicherò mai essere difetto difendere
alcune oppinioni colle ragioni, senza volervi usare o la autorità o la forza.
Dico adunque, come di quello difetto di che accusano i filosofi la moltitudine,
se ne possono accusare tutti gl’uomini particolarmente, e massime i principi;
perchè ciascuno che non sia regolato dalle leggi, farebbe quelli medesimi errori
che la moltitudine sciolta. E questo si può conoscere facilmente, perchè e’sono
c sono stati assai principi, e de’buoni e de’savi ne sono stati pochi; io dico
de’principi che hanno potuto rompere quel freno che gli può correggere; intra i
quali non sono quegli re che nascevano in Egitto, quando in quella antichissima
antichità si governa quella provincia colle leggi; nè quelli che nascevano in
Sparta; nè quelli che a’nostri tempi nascono in Francia: il quale regno è
moderato più dalle leggi, che alcuno altro regno di che ne’nostri tempi si abbi
notizia. E questi re che nascono sotto tali constituzioni, non sono da mettere
in quel numero, donde si abbia a considerare la natura di ciascuno uomo per sè,
e vedere se egli è simile alla moltitudine: perchè a rincontro loro si debbe
porre una moltitudine medesimamente regolata dalle leggi come sono loro; e si
trova in lei essere quella medesima bontà che noi veggiamo essere in quelli, e
vedrassi quella nè superbamente dominare nè umilmente servire: come era il Popolo
romano, il quale mentre durò la Repubblica incorrotta, non servì mai umilmente
nè mai dominò superbamente; anzi con li suoi ordini e magistrati tenne il grado
suo onorevolmente. E quando era necessario insurgerc contra a uno potente, lo
fa; come si vede in Manlio, ne’Dieci, ed in altri che cercorno opprimerla: e
quando era necessario ubbidire a’Dittatori ed a’Consoli per la salute pubblica,
lo fa. E se il Popolo romano desidera Manlio Capitolino morto, non è
meraviglia; perchè e’desidera le sue virtù, le quali erano state tali, che la
memoria d’esse reca compassione a ciascuno; cd arebbono avuto forza di fare
quel medesimo effetto in un principe, perchè 1’è sentenza di tutti i filoofi,
come la virtù si lauda e s’ammira ancora negli inimici suoi: e se Manlio, infra
tanto desiderio, fusse risuscitato, il Popolo di Roma arebbe dato di lui il
medesimo giudizio, come ei fa, tratto che l’ebbe di prigione, che poco di poi
lo condenna a morte; nonostante die si vegga di principi tenuti savi, i quali
hanno fatto morire qualche persona, e poi sommamente desideratala: come
Alessandro, Clito ed altri suoi amici; ed Erode, Marianne. Ma quello che lo
istorico nostro dice della natura della moltitudine, non dice di quella che è
regolata dalle leggi, come era la romana; ma della sciolta, come era la
siracusana: la quale fa quelli errori che fanno gl’uomini infuriati e sciolti,
come fa Alessandro magno, ed Erode, ne’casi detti. Però non è più d’incolpare
la natura della moltitudine che de’principi, perchè tutti egualmente errano,
quando tutti senza rispetto possono errare. Di che, oltre a quello che ho
detto, ci sono assai essempi, ed intra gl’imperadori romani, ed intra gli altri
tiranni e, principi; dove si vede tanta incostanza e tanta variazione di vita,
quanta mai non si trova in alcuna moltitudine. Conchiudo, adunque, contea olla
comune oppimene, la qual dice come i popoli, quando sono principi, sono vari,
mutabili, ingrati; affermando che in loro non sono altrimente questi peccati
che si siano ne’principi particolari. Ed accusando alcuni i popoli ed i
principi insieme, potrebbe dire il vero; ma traendone i principi, s’inganna;
perchè un popolo che comanda e sia bene ordinato, sarà stabile, prudente e
grato non altrimenti che un principe, o meglio che un principe, eziandio
stimato savio: e dall’altra parte, un priucipe sciolto dalle leggi, sarà
ingrato, vario ed imprudente più che uno popolo. E che la variazione del
procedere loro nasce non dalla natura diversa, perchè in tutti è ad un modo: e
se vi è vantaggio di bene, è nei popolo; ma dallo avere più o meno rispetto
alle leggi, dentro alle quali l’uno e l’altro vive. E chi considerrà il Popolo
romano, lo vede essere stato per quattrocento anni iuimico del nome regio, ed
amatore della gloria e del bene comune della sua patria: vedrà tanti essempi
usati da lui, clic testiiuoniauo 1’una cosa e l’altra. £ se alcuno m’allega
l’ingratitudine eh7 egli usa centra a Scipione, rispondo quello die di sopra
lungamente si discorse in questa materia, dove si mostrò i popoli essere meno
iugraii de’principi. Ma quanto alla prudenza ed alla stabilità, dico, come uno
popolo è più prudente, più stabile e di miglior giudicio che un principe. E uon
senza cagione si assomiglia la voce d7 un popolo a quella di Dio; perchè si
vede una oppinioue universale fare effetti meravigliosi ne’pronostichi suoi:
talché pare che per occulta virtù e’prevegga il suo male ed il suo bene. Quanto
al giudicare le cose, si vede rarissime volte, quando egli ode due concionanti
che tendino in diverse parti, quando e’sono di egual virtù, che non pigli’ia
oppinione migliore, e che non sia capace di quella verità ch’egli ode £ se
nelle cose gagliarde, o che paiano utili, come di sopra si dice, egli erra;
molte volte erra ancora uri principe nelle sue proprie passioni, le quali sono
molle più che quelle de’popoli. Yedesi ancora, nelle sue elezioni ai
magistrati, fare di lunga migliore elezione che uno principe; nè mai si
persuaderà ad un popolo, che sia bene tirare alla degnila uno uomo infame e di
corrotti costumi: il che facilmente e per mille vie si persuade ad un principe.
Yedesi un popolo cominciare ad avere in orrore una cosa, e molti secoli stare
in quella oppinione: il che non si vede in uno principe. E dell’una e
dell’altra di queste due cose voglio mi basti per testimone il Popolo romano:
il quale, in tante centinaia d’anni, in tante elezioni di Consoli e di Tribuni,
non fece quattro elezioni di che quello si avesse a pentire. Ed ebbe tanto in
odio il nome regio che nessuno obbligo di alcuno suo cittadino che tenta quel
nome, potette fargli fuggire le debite pene. Yedesi, oltra di questo, le città
dove i popoli sono principi, fare in brevissimo tempo augumenti eccessivi, e
molto maggiori che quelle che sempre sono state sotto un principe ! come fa
Roma dopo la cacciata de’re, ed Atene da poi che la si liberò da Pisistrato. Il
che non può nascere d’altro, se non che sono migliori governi quelli de’popoli
che quelli de’principi. Nè voglio che s’opponga a questa mia oppinione tutto
quello che lo istorico nostro ne dice nel preallcgato testo, ed in qualunque
altro; perchè, se si discorreranno tutti i disordini de’popoli, tutti i
disordini de’principi, tutte le glorie de’popoli, tutte quelle de’principi, si
vede il popolo di bontà e di gloria essere di lunga supcriore. E se i principi
sono superiori a’popoli nell’ordinare leggi, formare vite civili, ordinare
statuti ed ordini nuovi; i popoli sono tanto superiori nel mantenere le cose
ordinate, eh’egli aggiungono senza dubbio alla gloria di coloro che l’ordinano.
Ed in somma, per epilegare questa materia, dico come hanno durato assai gli
stati de’principi, hanno durato assai gli stati delle repubbliche, el’uno e
l’altro ha avuto bisogno d’essere regolato dalle leggi: perchè un principe che
può fare ciò che vuole, è pazzo; un popolo che può fare ciò che vuole, non è
savio. Se, adunque, si ragionerà d'un principe obbligato alle leggi, ed’un
popolo incatenalo da quelle, si vedrà più virtù nel popolo che nel principe: se
si ragionerà dell’uno e dell’altro sciolto, si vedrà meno errori nel popolo che
nei principe; e quelli minori, ed aranno maggiori rimedi. Perchè ad un popolo
licenzioso e tumultuario, gli può da un uomo buono esser parlato, e facilmente
può essere ridotto nella via buona: ad un principe cattivo non è alcuno che
possa parlare, nè vi è altro rimedio che il ferro. Da che si può far coniettura
della importanza della malattia dell’uno e dell’altro: chè se a curare la
malattia del popolo bastano le parole, ed a quella del principe bisogna il
ferro, non sarà mai alcuno che non giudichi, che dove bisogna maggior cura,
siano maggiori errori. Quando un popolo è bene sciolto, non si temono le pazzie
che quello fa, nè si ha paura del mal presente, ma di quello che ne può
nascere, potendo nascere infra tanta confusione un tiranno. Ma ne’principi
tristi interviene il contrario: che si teme il male presente, e nel futuro si
spera; persuadendosi gli uomini che la sua cattiva vita possa far surgere una
libertà. Sì che vedete la differenza dell’uno e dell’altro, la quale è quanto
dalle cose che sono, a quelle che hanno ad essere. Le crudeltà della
moltitudine sono contra a chi ei temono clic occupi il ben comune: quelle d’un
principe sono contro a chi ci temono che occupi il bene proprio. Ma la oppiti
ione contro ai popoli nasce perchè de’popoli ciascuno dice male senza paura e
liberamente, ancora mentre che regnano: de’principi si parla sempre con mille
paure e mille rispetti. Nè mi pare fuor di proposito, poiché questa materia mi
vi tira, disputare di quali confederazioni altri si possa più fidare, o di
quelle falle con una repubblica, o di quelle fatte con ui> principe. Di
quali confederazioni, o lega, altri si può più fidare; o di quella fatta con
una repubblica, o di quella fatta con uno principe. Perchè ciascuno dì occorre
che P uno principe con l’altro, o V una repubblica con l’altra, fanno lega ed
amicizia insieme; ed ancora similmente si contrae confederazione ed accordo
intra una repubblica ed uno principe mi pare d’esaminare qual fede è più
stabile, e di quale si debba tenere più conto, o di quella d’una repubblica, o
di quella d’uno principe, lo, esaminando tutto, credo che in molti casi e’siano
simili.ed in alcuni vi sia qualche disformità. Credo per tanto, che gli accordi
fatti per forza non ti saranno nè da un principe nè da una repubblica
osservali; credo che quando la paura dello stato venga, l'uno e l'altro, per
non lo perdere, ti romperà la fede, e ti userà ingratiludine. Demetrio, quel
che fu chiamato espugnatore delle cittadi, fa agl’Ateniesi infiniti benefici!:
occorse di poi, che sendo rotto da’suoi inimici, e rifuggendosi in Atene, come
in città amica ed a lui obbligata, non fu ricevuto da quella: il che gli dolse
assai più che non aveva fatto la perdita delle genti e dell’esercito suo.
Pompeio, rotto che fu da Cesare in Tessaglia, si rifuggia in Egitto a Tolomeo,
il quale era pello addietro da lui stato rimesso nel regno; e fu da lui morto.
Le quali cose si vede che ebbero le medesime cagioni; nondimeno fu più umanità
usata e meno ingiuria dalla repubblica che dal principe. Dove è, pertanto, la
paura, si trova in fallo la medesima fede. E se si trova o una repubblica o uno
principe, che per osservarti la fede aspetti di rovinare, può nascere questo
ancora da simili cagioni. E quanto al principe, può molto bene occorrere che
egli sia amico d’un principe potente, che se bene non ha occasione allora di
difenderlo, ei può sperare che col tempo e lo restituisca nel principato suo; o
veramente che, avendolo seguito come partigiano, ei non creda trovare nè fede
nè accordi con il nimico di quello. Di questa sorte sono stati quelli principi
del reame di Napoli che hanno seguite le parti franciose. E quanto alle
repubbliche, fu di questa sorte Sagunto in Ispagna, che aspettò la rovina per
seguire le parti romane; e di questa Firenze, per seguire le parti franciose. E
credo, computata ogni cosa, che in questi casi, dove è il pericolo urgente, si
trova qualche stabilità più nelle repubbliche, che ne’principi. Perche, sebbene
le repubbliche avessino quel medesimo animo e quella medesima voglia che un
principe, lo avere il moto loro tardo, fa che le porranno sempre più a
risolversi che il principe, e per questo porranno più a rompere la fede di lui.
Romponsi le confederazioni per lo utile. In questo le repubbliche sono di lunga
più osservanti degli accordi che i principi. E potrebbesi addurre essempi, dove
uno miuinio utile ha fatto rompere la fede ad uno principe, e dove una grande
utilità non ha fatto rompere la fede ad una repubblica: come fu quello partito
che propose Temistocle agl'ateniesi, a’quali nella conclone disse che aveva uno
consiglio da fare alla loro patria grande utilità; ma non lo poteva dire per
non lo scoprire, perchè scoprendolo si toglieva l’occasione del farlo. Onde il
popolo d’Atene elesse Aristide, al quale si comunic la cosa, e secondo dipoi
che paresse a lui se ne deliberasse: al quale Temistode mostrò come I’armata di
tutta Grecia, ancora che stesse sotto la fede loro, era in lato che facilmente
si poteva guadagnare o distruggere; il che fa gl’Ateniesi al tutto arbitri di
quella provincia. Donde Aristide riferì ai popolo, il partito di Temistocle
essere utilissimo, ma disonestissimo: per la qual cosa il popolo al tutto lo
ricusa. II che non arebbe fatto Filippo Macedone, e gl’altri principi che più
utile hanno cerco e più guadagnato col rompere la fede, che con verun altro
modo. Quanto a rompere i patti per qualche cagione d’inosservanza, di questo io
non parlo come di cosa ordinaria; ma parlo dì quelli che si rompono per cagioni
istrasordinarie: dove io credo, per le cose (lette, che il popolo facci minori
errori che il principe, e per questo si possa Fidar più di lui che del
principe. Come il consolato e qualungue altro magistrato in Roma si (lava senza
rispetto di età. E’si vede pell’ordine della istoria, come la Repubblica
romana, poiché’i consolato venne nella Plebe, concesse quello ai suoi cittadini
senza rispetto d’età o di sangue; ancora cbe il rispetto dell’età mai non fusse
in Roma, ma sempre s’anda a trovare la virtù, o in giovane o in vecchio cbe la
fusse. Il che si vede per il testimone di Valerio Corvino, che fu fatto Consolo
nell! Ventitré anni: e Valerio detto, parlando ai suoi soldati, disse come il
consolato crai prcetnium virfulisj, non sanguinis. La qual cosa se fu bene
considerata, o no, sarebbe da disputare assai. E quanto al sangue, fu concesso
questo per necessità; e quella necessità che fu in Roma, sarebbe in ogni città
che volesse fare gli effetti che fece Roma, come altra volta si è detto: per i!
chè e’non si può dare agl’uomini disagio senza premio, nè si può torre la
SPERANZA di conseguire il premio senza pericolo. E però a buona ora convenne
che la Plebe avesse speranza di avere il consolato; e di questa SPERANZA si
nutrì un tempo senza averlo. Di poi non bastò la speranza, che e’convenne che si
venisse allo effetto. Ma la città che non adopera la sua plebe ad alcuna cosa
gloriosa, la può trattare a suo modo, come altrove si disputa: ma quella elle
vuole fare quel che fe Roma, non ha a fare questa distinzione. E dato che così
sia, quella del tempo non ha replica; anzi è necessaria: perchè nello eleggere
uno giovane in uno grado che abbi bisogno d’una prudenza di vecchio, conviene,
avendovelo ad eleggere la moltitudine, che a quel grado lo facci pervenire
qualche sua nobilissima azione. E quando un giovane è di tanta virtù, che si
sia fatto in qualche cosa notabile conoscere; sarebbe cosa dannosissima che la
città non se «e potesse valere allora, e che la avesse ad aspettare che fusse
invecchiato con lui quel vigore deir animo, quella prontezza, della quale in
quella età la patria sua si poteva valere: come si valse Roma di Valerio
Corvino, di Scipione, di Pompeio e di molti altri che trionfarono giovanissimi.
Laudano sempre gli uomini, ma noti sempre ragionevolmente, gli antichi tempi, e
gli presenti accusano: ed in modo sono delle cose passate partigiani, che non
solamente celebrano quelle etadi che da loro sono state, pella memoria che ne
hanno lasciata gli scrittori, conosciute; ma quelle ancora che, sendo già
vecchi, si ricordano nella loro giovanezza avere vedute. E quando questa loro
oppinionc sia falsa, come il più delle volte è, mi persuado varie essere le
cagioni he a questo inganno gli conducono. E la prima credo sia, che delle cose
antiche non s’intenda al tutto lu verità; e che di quelle il più delle vollesi
nasconda quelle cose che recherebbono a quelli tempi infamia; e quelle altre
che possono partorire loro gloria, si remlino magnifiche ed amplissime. Però
che i più dei filosofi in modo alla fortuna de’vincitori ubbidiscono, che per fare
le loro vittorie gloriose, non solamente accrescono quello che da loro è
virtuosamente operato, ma ancora le azioni de’nimici in modo illustrano, che
qualunque nasce di poi in qualunque delle due provincie, o nella vittoriosa o
nella vinta, ha cagione di maravigliarsi di quelli uomini e di quelli tempi, ed
è forzato sommamente laudargli ed amargli. Olirà di questo, odiando gli uomini
le cose o per timore o per invidia, vengono ad essere spente due potentissime
cagioni dell’odio nelle cose passate, non ti potendo quelle offendere, e non ti
dando cagione d’invidiarle. Ma al contrario interviene di quelle cose che si
maneggiano e veggono; le quali, pei l’intera cognizione di esse, non t’essendo
in alcuna parte nascoste e conoscendo in quelle insieme con il bene molte altre
cose che ti dispiacciono, sei forzato giudicarle alle antiche molto inferiori,
ancora che in verità le presenti molto più di quelle di gloria e di fama
meritassero: ragionando non delie cose pertinenti alle arti, le quali hanno
tanta chiarezza in sè, che i tempi possono torre o dar loro poco più gloria che
per loro medesime si meritino; ma parlando di quelle pertinenti alla vita e
costumi degli uomini, delle quali non se ne veggono sì chiari testimoni.
Replico, pertanto, essere vera quella consuetudine del laudare e biasimare
soprascritta; ma non essere già sempre vero che si erri nel farlo. Perchè
qualche volta è necessario che giudichino la verità; perchè essendo le cose
umane sempre in molo, o le salgono, o lescendono. E vedesi una città o una
provincia essere ordinata al vivere politico da qualche uomo eccellente; ed, un
tempo, pella virtù di quello ordinatore, andare sempre in augumento verso il
meglio. Chi nasce allora in tale stato, ed ei laudi più li antichi tempi che i
moderni, s’inganna; ed è ausato il suo inganno da quelle cose che di sopra si
sono dette. Ma coloro che nascono di poi, in quella città o provincia, che gli
è venuto il tempo che la scende verso la parte più rea, allora non s’ingannano.
E pensando io come queste cose procedino, giudico il mondo sempre essere stalo
ad un medesimo modo, ed in quello esser stato tanto di buono quanto di tristo;
ma variare questo tristo e questo buono di provincia in provincia: come si vede
per quello si ha notizia di quelli regni antichi che variavano dall’uno
all’altro pella variazione de’costumi; ma il mondo resta quel medesimo. Solo vi
era questa differenza, che dove quello aveva prima collocata la sua virtù in
Assiria, la colloca in Media, di poi in Persia, tanto che la ne venne in Italia
ed a Roma: e se dopo l’imperio romano non è seguito imperio che sia durato, nè
dove il mondo abbia ritenuta la sua virtù insieme; si vede nondimeno essere
sparsa in di molte nazioni dove si vive virtuosamente; come era il regno
de’Franchi, il regno de’Turchi, quel del Soldano; ed oggi i popoli della Magna;
e prima quella setta Saracina che fa tante gran cose, ed occupa tanto mondo,
poiché la distrusse l’imperio romano orientale. In tutte queste provincie,
adunque, poiché i Romani rovinorono, ed in tutte queste sètte è stata quella
virtù, ed è ancora in alcuna parte d’esse, che si desidera, e che con vera
laude si lauda. E chi nasce in quelle, e lauda i tempi passati più che i
presenti, si potrebbe ingannare; ma chi nasce in Italia ed in Grecia, e non sia
divenuto o in Italia oltramontano o in Grecia turco, ha ragione di biasimare i
tempi suoi, e laudare gli altri: perchè in quelli vi sono assai cose, che gli
fanno meravigliosi; in questi non è cosa alcuna che gli ricomperi d’ogni
estrema miseria, infamia e vituperio: dove non è osservanza di religione, non
di leggi, non di milizia; ma sono maculati d’ogni ragione bruttura. E tanto
sono questi vizi più detestabili quanto ei sono più in coloro che seggono prò
tribunali, comandano a ciascuno, e vogliono essere adorati. Ha tornando al
ragionamento nostro, dico che se il giudicio degl’uomini è corrotto in
giudicare quale sia migliore, o il secolo presente o l’antico, in quelle cose
dove pell’antichità ei non ha possuto avere perfetta cognizione come egli ha
de’suoi tempi; non doverrebbe corrompersi ne’vecchi nel giudicare i lempi della
gioventù e vecchiezza loro, avendo quelli e questi egualmente conosciuti e
visti. La qual cosa sarebbe vera, se gl’uomini per tutti i tempi della lor vita
l'ussero del medesimo giudizio, ed avessero quelli medesimi appetiti: ma
variando quelli, ancora che i tempi nou variino, non possono parere agl’uomini
quelli medesimi, avendo altri appetiti, altri diletti, altre considerazioni
nella vecchiezza, che nella gioventù. Perchè, mancando gl’uomini quando li
invecchiano di forze, e crescendo di giudizio e di prudenza; è necessario che
quelle cose che in gioventù pareno loro sopportabili e buone, ineschino poi
invecchiando insopportabili e cattive; e dove quelli ne doverrebbono accusare
il giudicio loro, n’accusano i tempi. Sendo ultra di questo, gl’appetiti umani
insaziabili, perchè hanno dalla natura di potere e voler desiderare ogni cosa,
e dalla fortuna di potere conseguirne poche; ne risulta continuamente una mala
contentezza nelle menti umane, ed un fastidio delle cose che si posseggono: il
che fa biasimare i presenti tempi, laudare i passati, e desiderare i futuri;
ancora che a fare questo non fussino mossi d’alcuna ragionevole cagione. Non
so, adunque, se io meriterò d’essere numerato tra quelli che si ingannano, se
in questi mia discorsi io lauderò troppo i tempi degli antichi Romani, e
biasimerò i nostri. E veramente, se la virtù che allora regna, ed il vizio che
ora regna, non fussino più chiari che il sole, andrei col parlare più rattenuto,
dubitando non incorrere in quello inganno di che io accuso alcuni. Ma essendo
la cosa si manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire manifestamente
quello che intenderò di quelli e di questi tempi; acciocché gl’animi de’giovani
che questi mia scritti leggeranno, possino fuggire questi, e prepararsi ad
imitar quegli, qualunque volta la fortuna ne dessi loro occasione. Perchè gl’è
offizio di uomo buono, quel bene che pella malignità de’tempi e della fortuna
tu non hai potuto operare insegnarlo nd altri, acciocché sendone molti capaci,
alcuno di quelli, più amato dal Cielo, possa operarlo. Ed avendo ne’discorsi
del superior libro parlato delle deliberazioni fatte da’Romani pertinenti al di
dentro della città, in questo parleremo di quelle che’l Popolo romano fa
pertinenti all’augumento dell’imperio suo. Quale fu più cagione dell’imperio
ch’acquistarono i Romani, o la virtùj o la fortuna. Molti hanno avuta
oppinione, intra i quali è Plutarco, gravissimo filosofo, che’1 Popolo romano
nell’acquistare lo imperio e più favorito dalla fortuna che dalla virtù. Ed
intra l’altre ragioni che n’adduce, dice che per confessione di quel popolo si
dimostra, quello avere riconosciute dalla fortuna tutte le sue vittorie, avendo
quello edificati più templi alla fortuna ch’ad alcuna altra divinitai. E pare
che a questa oppinione si accosti L.; perchè rade volte è che facci parlare ad
alcuno Romano, dove ei racconti della virtù, che non v’aggiunga la fortuna. La
qual cosa io non voglio confessare in alcun modo, nè credo ancora si possa
sostenere. Perchè, se non s’è trovato mai repubblica che abbi fatti i progressi
che Roma, è nato che non si è trovata mai repubblica che sia stata ordinata a
potere acquistare come Roma. Perchè la virtù degl’eserciti gli feciono acquistare
I’imperio; e l’ordine del procedere, ed il modo suo proprio, e trovato dal suo
primo legislatore, gli fa mantenere l’acquistato. Dicono costoro, che non avere
mai accozzate due potentissime guerre in uno medesimo tempo, fu fortuna e non
virtù del popolo romano; perchè e’non ebbero guerra con i Latini se non quando
egli ebbero non tanto battuti i Sanniti, quanto che la guerra fu da’Romani
fatta in difensione di quelli; non combatterono con i Toscani se prima non
ebbero soggiogati i Latini, ed enervati colle spesse rotte quasi in tutto i
Sanniti: che se due di queste potenze intere si fussero, quando erano fresche,
accozzate insieme, senza dubbio si può facilmente conietturare che ne sarebbe
seguito la rovina della romana Repubblica. Ma, comunelle questa cosa nasce, mai
non intervenne ch’eglino avessino due potentissime guerre in un medesimo tempo:
anzi parve sempre, o nel nascere dell’ una, l’altra si spegnesse; o nel
spegnersi dell’una, l’altra nasce. Il che si può facilmente vedere pell’ordine
delle guerre fatte da loro: perchè, lasciando stare quelle che feciono prima
che Roma fusse presa dai Franciosi, si vede che, mentre che combatterno con
gl’Equi e con i Volsci, mai, mentre questi popoli sono potenti, non si levarono
contro di lor uitre genti. Domi costoro, nasce la guerra contea ai Sanniti; e
benché innanzi che finisse tal guerra i popoli latini si ribellassero
da’Romani, nondimeno quando tale ribellione segui, i Sanniti erano in lega con
Roma, e con il loro esercito aiutorono i Romani domare l’insolenza latina. I
quali domi, risurse la guerra di Sannio. Battute per molte rotte date a’Sanniti
le loro forze, nacque la guerra de’Toscani; la qual composta, si rilevarono di
nuovo i Sanniti pella passata di Pirro in ITALIA. Il quale come fu ribattuto e rimandatoin
Grecia appiccarono la guerra con i Cartaginesi: nè {ìrima fu tal guerra finita
che tutti i Franciosi, e di là e di qua dall’Alpi, congiurarono conti ai
Romani; tanto che intra Popolonia e Pisa, dove è oggi la torre a San Vincenti,
furono con massima strage superati. Finita questa guerra, per ispazio di venti
anni ebbero guerra di non molta importanza; perchè non eombatterono con altri
che con I LIGURI, e con quel rimanente de’Franciosi che era in Lombardia. E
così stettero tanto che nacque la guerra cartaginese, la qual per sedici anni
tenne occupata Italia. Finita questa con massima gloria, nacque la guerra
macedonica; la quale tìnita, venne quella d’Antioco e d’Asia. Dopo la qual
vittoria, non restò in tutto il mondo nè principe nè repubblica che, di per sè,
o tutti insieme, si potessero opporre alle forze romane. Ma innanzi a quella
ultima vittoria, chi considerrà l’ordine di queste guerre, ed il modo del
procedere loro, vedrà dentro mescolate colla fortuna una virtù e prudenza
grandissima. Talché, chi esaminasse la cagione di tale fortuna, la ritroverebbe
facilmente: perchè gli è cosa certissima, che come un principe e un popolo
viene in tanta riputazione, che ciascuno principe e popolo vicino abbia di per
sè paura ad assaltarlo, e ne tema, sempre interverrà che ciascuno d’essi mai lo
assalterà, se non necessitato; in modo che e’sarà quasi come nell’elezione di
quel polente, far guerra con quale di quelli suoi vicini gli parrà, e gii altri
colla sua industria quietare. I quali, parte rispetto alla potenza suo, parte
ingannati da quei modi che egli terrà per nddormentargli, si quietano
facilmente; e gli altri potenti che sono discosto, e che non hanno coinmerzio
seco, curano la cosa come cosa longinqua, e che non appartenga loro. Nel quale
errore stanno tanto che questo incendio venga loro presso: il quale venuto, non
hanno rimedio a spegnerlo se non colle forze proprie; le quali di poi non
bastano, sendo colui diventato potentissimo. Io voglio lasciare andare, come i
Sanniti stettero a vedere vincere dal Popolo romano i Yolsci e gli Equi; e per
non essere troppo prolisso, mi farò da’Cartaginesi: i quali erano di gran
potenza c di grande estimazione quando i Romani combattevano con i Sanniti e
con i Toscani; perchè tii già tenevano tutta 1’Affrica, tenevano ia Stintigna e
la Sicilia, avevano dominio in parte della Spagna. La quale polenza loro,
insieme coll’esser discosto ne’confini dal Popolo romano, fa che non pensarono
mai d’assaltare quello, nè di soccorrere i Sanniti e Toscani: anzi fecero come si
fa nelle cose che crescono, più tosto in lor favore collegandosi con quelli, e
cercando l’amicizia loro. Nè s’avviddono prima dell’errore fatto che i Romani,
domi tutti i popoli mezzi infra loro ed i Cartaginesi, cominciarono a
combattere insieme dell’imperio di Sicilia e di Spagna. Intervenne questo
medesimo a’Franciosi che a’ Cartaginesi, e cosi a Filippo re de’Macedoni, e ad
Antioco; e ciascuno di loro crede, mentre che il Popolo romano era occupato
coll’altro, che quell’altro lo supera, ed essere a tempo, o con pace o con
guerra, difendersi da lui. In modo che io credo che la fortuna che ebbono in
questa parte i Romani, 1’arebbono tutti quelli principl che procedessero come i
Romani, c fussero di quella medesima virtù che loro. Sarebbeci da mostrare a questo
proposito il modo tenuto dal Popolo romano nello entrare nelle provincie
d’altri, se nei nostro trattato de’principati non ne avessimo parlato a lungo;
perchè in quello questa materia è diffusamente disputata. Dirò solo questo
brevemente, come sempre s’ingegnarono avere nelle provincie nuove qualche amico
che fusse scala o porta a salirvi o entrarvi, o mezzo a tenerla: come si vede
che pel mezzo de’Capovani entrarono in Sannio, de’Camertini in Toscana,
de’Mamertini in Sicilia, de’Saguntini in Spagna, di Massinissa iti Affrica,
degl’Eloli in Grecia, d’Eumene ed altri principi in Asia, de’Massiliensi e
dell’Edui in Francia. E così non mancarono mai di simili appoggi, per potere
facilitare l’imprese loro, e nel’acquistare le provincie e nel tenerle. Il che quelli
popoli ch’osserveranno, vedranno avere meno bisogno della fortuna che quelli
che ne saranno non buoni osservatori. E perchè ciascuno possa meglio conoscere
quanto potè più la virtù che la fortuna loro ad acquistare quello imperio; noi
discorreremo di che qualità furono quelli popoli con i quali egli ebbero a
combattere, e quanto erano ostinati a difendere la loro libertà. Con quali
popoli i Romani ebbero a combattere, e come ostinatamente quelli difendevano la
loro libertà. Nessuna cosa fece più faticoso a’Romani superare i popoli
d’intorno, c parte delle provincie discosto, quanto l’amore che in quelli tempi
molti popoli avevano alla libertà; la quale tanto ostinatamente difendevano che
mai se non da una eccessiva virtù sarebbono stati soggiogati. Perchè, per molti
essempi si conosce a quali pericoli si mettessino per mantenere o ricuperare
quella; quali vendette e’ facessino contra a coloro che l’avessino loro
occupata. Conoscesi ancora nelle lezioni delle istorie, quali danni i popoli e
le città riccvino pella servitù. E dove in questi tempi ci è solo una provincia
la quale si possa dire che abbia in sè città libere, ne’tempi antichi in tutte
le provincie erano assai popoli liberissimi. Vedesi come in quelli tempi
de’quali noi parliamo al presente, in Italia, dall’Alpi che dividono ora la
Toscana dalla Lombardia, insino alla punta d’Italia, erano molti popoli liberi;
com’erano i Toscani, i Romani, i Sanniti, e molti altri popoli che in quel
resto d’Italia abitano. Nè si ragiona mai che vi fusse alcuno re, fuora di
quelli che regnano in Roma, e Porsena re di Toscaua; la stirpe del quale come
s’estinguesse, non ne parla la istoria. Ma si vede bene come in quelli tempi
che i Romani andarono a campo a Veio, la Toscana era libera: e tanto si godea
della sua libertà, e tanto odia il nome del principe, che avendo fatto i
Veienti per loro difensione un re in Veio, e domandando aiuto a' Toscani contra
ai Romani; quelli, dopo molte consulte fatte, deliberarono di non dare aiuto
a’Veienti, infino a tanto che vivessino sotto’1 re; giudicando non esser bene
difendere la patria di coloro che l’avevano di già sottomessa ad altrui. E
facil cosa è conoscere donde nasca ne’popoli questa affezione del vivere
libero; perchè si vede per esperienza, le cittadi non avere mai ampliato nè di
domiuio nè di ricchezza, se non mentre sono state in libertà. E veramente
meravigliosa cosa è a considerare, a quanta grandezza venne Atene per ispazio
di cento anni, poiché la si liberò dalla tirannide di Pisistrato. Ma sopra
tutto meravigliosissima cosa è a considerare, a quanta grandezza venne Roma,
poiché la si liberò da’suoi Re. La cagione è facile ad intendere; perchè non il
bene particolare, ma il bene comune è quello che fa grandi le città. E senza
dubbio, questo bene comune non è osservato se non nelle repubbliche; perchè
lutto quello che fa a proposito suo, s’eseguisce; e quantunque e’torni in danno
di questo o di quello privato, e’sono tanti quelli per chi detto bene fa, che
lo possono tirare innanzi contra alla disposizione di quelli pochi che ne
fussino oppressi. Al contrario interviene quando vi è uno principe; dove il più
delle volte quello che fa per lui, offende la città; e quello che fa pella
città, offende lui. Dimodoché, subito che nasce una tirannide sopra un viver
libero, il manco male che ne resulti a quelle città, è non andare più innanzi,
nè crescere più in potenza o in ricchezze; ma il più delle volte, anzi sempre,
interviene loro, che le tornano indietro. E se la sorte facesse che vi surgesse
un tiranno virtuoso, il quale, per animo e per virtù d’arme ampliasse il
dominio suo, non ne risulterebbe alcuna utilità a quella repubblica, ma a lui
proprio: perchè e’non può onorare nessuno di quelli cittadini che siano valenti
c buoni, che egli tiranneggia, non volendo avere ad avere sospetto di loro. Non
può ancora le città che egli acquista, sottometterle o farle tributarie a
quella città di che egli è tiranno: perchè il farla potente non fa per lui; ma
per lui fa tenere lo Stato disgiunto, e che ciascuna terra e ciascuna provincia
riconosca lui. Talché di suoi acquisti, solo egli ne profitta, e non la sua
patria. E chi volesse confermare questa oppinione con infinite altre ragioni,
legga Senofonte nel suo trattato che fa De Tirannide. Non è meraviglia adunque
che gl’antichi popoli con tanto odio perseguitassino i tiranni, ed nmassiiio il
vivere libero, e che il nome della libertà fusse tanto stimato da loro: come
intervenne quando Girolamo nipote di lerone siracusano fu morto in Siracusa,
che venendo le novelle della sua morte in nel suo esercito, che non era molto
lontano da Siracusa, cominciò prima a tumultuare, e pigliare 1’armi contro agli
ucciditori di quello; ma come ei sentì che in Siracusa si gridava libertà,
allettato da quel nome, si quietò tutto, pose giti l’ira contra a’tirannicidi,
e pensò come iti quella città si potesse ordinare un viver libero. Non è
meraviglia ancora che i popoli faccino vendette istraordinaric contra a quelli
che gli hanno occupata la libertà. Di che ci sono stali assai esempi, de’quali
n’intendo referire solo uno, seguilo in Coreica, città di Grecia, ne’tempi
della guerra peloponnesiaca; «love sendo divisa quella provincia in due
fazioni, delle quali 1’una seguita gl’Ateniesi, l’altra gli Spartani, ne nasce
che di molte città, che erano infra loro divise, l’una parte segue l’amicizia
di Sparta, l’altra d’Atene: ed essendo occorso clic nella detta città
prcvalessino i nobili, e togliessino la libertà al popolo, i popolari per mezzo
degl’Ateniesi ripresero le forze, e posto le mani addosso a tutta la nobiltà,
gli rinchiusero in una prigione capace di tutti loro; donde gli traevano ad
otto o dieci per volta, sotto titolo di mandargli in esilio iti diverse parli,
e quelli con molti crudeli essempi fanno morire. Di che sendosi quelli che
restano accorti, deliberano, in quanto era a loro possibile, fuggire quella
morte ignominiosa; ed armatisi di quello potevano, combattendo con quelli vi
volevano entrare, l’entrata della prigione difendevano; di modo che il popolo,
a questo romore fatto concorso, scoperse la parte superiore di quel luogo, e
quelli con quelle rovine sufìbeorno. Seguirono ancora in delta provincia molti
altri simili casi orrendi e notabili: talché si vede esser vero, che con
maggiore impeto si vendica una libertà che ti è suta tolta che quella che li è
voluta torre. Pensando dunque donde possa nascere, che in quelli tempi antichi,
i popoli fussero più amatori della libertà che in questi; credo nasca da quella
medesima cagione che fa ora gl’uomini manco forti: la quale credo sia la diversità
dell’educazione nostra dalla antica, fondata nella diversità della religione
nostra dall’antica. Perchè avendoci la nostra religione mostra la verità e la
vera via, ci fa stimare meno l’onore del mondo: onde i Gentili stimandolo
assai, ed avendo posto in quello il sommo bene, erano nelle azioni loro più
feroci. Il che si può considerare da molte loro constituzioni, cominciandosi
dalla magnificenza de’sacrificii loro, all’umilila de’nostri; dove è qualche
pompa più dilicata che magnifica, ma nessuna azione feroce o gagliarda. Quivi
non manca la pompa nè la magnificenza delle cerimonie, ma vi s’aggiunge
1’azione del sacrificio pieno di sangue e di ferocia, ammazzandovisi
moltitudine d’animali: il quale aspetto sendo terribile, rende gl’uomini simili
a lui. La religione antica, oltre di questo, non beatifica se non gl’uomini
pieni di mondana gloria: come erano capitani d’eserciti e principi di
repubbliche. La nostra religione glorifica più gl’uomini umili e contemplativi
che gl’attivi. Ha di poi posto il sommo bene nell’umilila, abiezione, nello
dispregio delle cose umane: quell’altra lo pone nella grandezza dell’animo,
nella fortezza del corpo, ed in tutte l’altre cose atte a fare gl’uomini
fortissimi. E se la religione nostra richiede che abbi in te fortezza, vuole
che tu sia atto a patire più che a fare una cosa forte. Questo modo di vivere,
adunque, pare che abbi renduto il mondo debole, e datolo in preda agl’uomini
scellerati; i quali sicuramente lo possono maneggiare, veggendo come
l’università degl’uomini, per andare in paradiso, pensa più a sopportare le sue
battiture che a vendicarle. E benché paia che si sia effeminato il mondo, e
disarmato il cielo, nasce più senza dubbio dalla viltà degl’uomini che hanno
interpretato la nostra religione secondo l’ozio, e non secondo la virtù. Perchè
se considerassino come la permette l’esultazione e la difesa della patria,
vedrebbono come la vuole che noi l’amiaino ed onoriamo, e prepariamoci ad esser
tali che noi la possiamo difendere. Fanno adunque queste educazioni, e si false
interpretazioni, che nel mondo non si vede tante repubbliche quante si vedeva
aulicamente; nè, per conscguente, si vede ne’popoli tanto amore alla libertà
quanto allora: ancora che io creda piuttosto essere cagione di questo, che
l’imperio romano colle sue arme e sua grandezza spende tutte le repubbliche e
lutti i viveri civili E benché poi tal imperio si sia risoluto, non si sono
potute le città ancora rimettere insieme nè riordinare alla vita civile, se non
in pochissimi luoghi di quello imperio. Pure, comunelle si fusse, i Romani in
ogni minima parte del mondo trovano una congiura di repubbliche armatissime, ed
ostinatissime atia difesa della libertà loro. Il che mostra che'1 Popolo romano
senza una rara ed estrema virtù mai non l’arebbe potute superare. E per darne
esseinpio di qualche membro, voglio mi basti l’essempio de’Sanniti:i quali pare
cosa mirabile, e L. lo confessa, che fussero sì potenti, e 1’arme loro si
valide che potessero infino al tempo di Papirio Cursore consolo, figliuolo del
primo Papirio, resistere a’Romani (che fu uno spazio di XLVI anni), dopo tante
rotte, rovine di terre, e tante stragi ricevute nel paese loro; massime veduto
ora quel paese dove erano tante cittadi e tanti uomini, esser quasi che
disabitato: ed allora vi era tanto ordine, e tanta forza, eh’egli era
insuperabile, se da una virtù romana non fusse stato assaltato. E facil cosa è
considerare donde nasce quello ordine, c donde proceda questo disordine; perchè
tutto viene dal viver libero allora, ed ora dal viver servo. Perchè tutte le
terre e le provincie che vivono libere in ogni parte, come di sopra dissi,
fanno i progressi grandissimi. Perchè quivi si vede maggiori popoli, per essere
i matrimoni più liberi, e più desiderabili dagl’uomini: perchè ciascuno procrea
volentieri quelli figliuoli che crede potere nutrire, non dubitando che il
patrimonio gli sia tolto; thè eT conosce non solamente che nascono liberi e non
schiavi, ma che possono mediante la virtù loro diventare principi. Veggonvisi
le ricchezze multiplicare in maggiore numero, e quelle che vengono dalla
cultura, e quelle che vengono dall’arti. Perchè ciascuno volentieri multiplica
in quella cosa, e cerca d’acquistare quei beni, che crede acquistati potersi
godere. Onde ne nasce che gli uomini a gara pensano ai privati ed a’pubblici
comodi; e l’uno e l’altro viene meravigliosamente a crescere. II contrario di
tutte queste cosesegue in quelli paesi che vivono scivi; c tanto più mancano
del consueto bene, quanto è più dura la servitù. E di tutte le servitù dure,
quella è durissima cheli sottomette ad una repubblica: E una, perchè la è più
durabile, e manco si può sperare d’uscirne; Y altra, perchè il fine della
repubblica è enervare ed indebolire per accrescere il corpo suo, tutti gli
altri corpi. Il che non la un principe che ti sottometta, quando quel principe
non sia qualche principe barbaro, destruttore de’paesi, e dissipatore di tutte
le civilità degli uomini, come sono i principi orientali. Ma s’egli ha in sè
ordini umani ed ordinari, il più delle volte ama le città sue soggette
egualmente, ed a loro lascia l’arti tutte, e quasi lutti gl’ordini antichi.
Talché, se le non possono crescere come libere, elle non rovinano anche come
serve; intendendosi della servitù in quale vengono le città servendo ad un forestiero,
perchè di quella d’uno loro cittadino ne parlai di sopra. Chi considerrù,
adunque, tutto quello che si è detto, non si meraviglierà della potenza che i
Sanniti avevano sendo liberi, e della debolezza in che e’vennero poi servendo:
e L. ne fa fede in più luoghi, e massime nella guerra d’Annibaie, dove ei
mostra che essendo i Sanniti oppressi d’una legione d’uomini ch’era in Nola,
mandano oratori ad Annibale a pregarlo che gli soccorresse; i quali nel parlar
loro dissono, che avevano per cento anni combattuto con i Romani con i propri
loro soldati e propri loro capitani, e molte volte avevano sostenuto duoi
eserciti consolari e duoi consoli; e che allora a tanta bassezza erano venuti,
che non si potevano a pena difendere da una piccola legione romana che era.
Roma divenne grande città rovinando le città circonvicine, e ricevendo i
forestieri facilmente aJ suoi onori. Crescit inlerea Roma Albce ruinis. Quelli
che disegnano che una città faccia grande imperio, si debbono con ogni
industria ingegnare di farla piena d’abitatori; perchè senza questa abbondanza
di uomini, mai non riuscirà di fare grande una città. Questo si fa in duoi
modi; per amore, e per forza. Per amore, tenendo le vie aperte e secure
a’forestieri che disegnassero venire ad abitare in quella, acciocché ciascuno
vi abiti volentieri: per forza, disfacendo le città vicine, e mandando
gl’abitatori di quelle ad abitare nella tua città. Il che fu tanto osservato in
Roma che nel tempo del sesto Re in Roma abitano ottantamila uomini da portare armi.
Perchè i Romani vollono fare ad uso del buono cultivatore; il quale, perche una
pianta ingrossi, e possa pròdurre e maturare i fruiti suoi, gli taglia i primi
rami che la mette, acciocché, rimasa quella virtù nel piede di quella pianta,
possino col tempo nascervi più verdi e più fruttiferi. E che questo modo tenuto
per ampliare e fare imperio, fusse necessario e buono, lo dimostra I’essempio
di Sparta e d’Atene: le quali essendo due repubbliche armatissime, ed ordinate
d’ottime leggi, nondimeno non si condussono alla grandezza dell’imperio romano;
e Roma pare più tumultuaria, e non tanto bene ordinata quanto quelle. Di che
non se ne può addurre altra cagione che la preallegata: perchè Roma, per avere
ingrossato per quelle due vie il corpo della sua città, potette di già mettere
in arme dugentottantamila uomini; e Sparta ed Atene non passano mai ventimila
per ciascuna. Il che nacque, non d’essere il sito di Roma più benigno che
quello di coloro, ma solamente da diverso modo di procedere. Perché Licurgo, fondatore
della repubblica spartana, considerando nessuna cosa potere più facilmente
risolvere le sue leggi che la commistione di nuovi abitatori, fa ogni cosa
perchè i forestieri non avessino a conversarvi: ed, oltre al non gli ricevere
ne’matrimoni, alla civiltà, ed alle altre conversazioni che fanno convenire
gl’uomini insieme, ordina che in quella sua repubblica si spende monete di
cuoio, per tor via a ciascuno il desiderio di venirvi per portarvi mercanzie, o
portarvi alcuna arte; di qualità che quella città non potette mai ingrossare di
abitatori. E perchè tutte l’azioni nostre imitano la natura, non è possibile nè
naturale che uno pedale sottile sostenga un ramo grosso. Però una repubblica
piccola non può occupare città nè regni che siano più validi nè più grossi di
lei; e se pure gl’occupa, gP interviene come a quello albero che avesse più
grosso il ramo che’l piede, che sostenendolo con fatica, ogni piccolo vento lo
fiacca: come si vede che intervenne a Sparla, la quale avendo occupate tutte le
città di Grecia, non prima se gli ribellò Tebe, che tutte l’altre cittadi se
gli ribellarono, e rimase i! pedale solo senza rami. Il che non potette
intervenire a Roma, avendo il piè si grosso, che qualunque ramo poteva
facilmente sostenere. Questo modo adunque di procedere, insieme con gl’altri
che di sotto si diranno, fa Roma grande e potentissima. Il che dimostra L. in
due parole, quando disse: Crcscit intcrea Roma Albce ruinis. Le repubbliche
hanno tentili tre modi circa l’ampliare. Chi ha osservato l’antiche istorie,
Iruova come le repubbliche hanno tre modi circa l’ampliare. L’uno è stato
quello ch’osservorono i Toscani antichi, d’essere una lega di più repubbliche
insieme, dove non sia alcuna che avanzi l’altra nè di autorità nè di grado; e
nello acquistare, farsi 1’altre città compagne, in simil modo come in questo
tempo fanno i Svizzeri, e come nei tempi antichi feciono in Grecia gl’Achei e
gl’Etoli. E perchè gli Romani feciono assai guerra con i Toscani, per mostrar
meglio la qualità di questo primo modo, ini distenderò in dare notizia di loro
particolarmente. In Italia, innanzi all’imperio romano, furono i Toscani per
mare e per terra potentissimi: e benché delle cose loro non ce ne sia
particolare istoria, pure c’è qualche poco di memoria, e qualche segno della
grandezza loro; e si sa come e’mandarono una colonia in su’l mare di sopra, la
quale chiamarono Adria, che fu si nobile, che la dette nome a quel mare
ch’ancora i Latini chiamano Adriatico. Intendesi ancora, come le loro arme
furono ubbidite dal Tevere per infìno ai piè dell’Alpi, che ora cingono il
grosso d’Italia; non ostante che dugento anni innanzi che i Romani crescessino
in molte forze, detti Toscani perderono l’imperio di quel paese che oggi si
chiama la Lombardia; la quale provincia fu occupata da’Franciosi: i quali mossi
o da necessità, o dalla dolcezza dei frutti, e massime del viuo, vennono in
Italia sotto Bellovcso loro duce; e rotti e cacciati i provinciali, si posono
in quel luogo, dove edificarono di molte cittadi, e quella provincia chiamano
GALLIA, dal nome che tenevano allora; la quale tennono fino che da’Romani
fussero domi. Vivevano, adunque, iToscani con quella equalità, e procedevano
nello ampliare in quel primo modo che di sopra si dice: e furono dodici città,
tra le quali era Chiusi, Yeio, Fiesole, Arezzo, Volterra, e simili: i quali per
via di lega governavano lo imperio loro; nè poterono uscir d’Italia
cogl’acquisti; e di quella ancora rimase intatta gran parte. L’altro modo è
farsi compagni j non tanto però che non ti rimanga il grado del comandare, la
sedia dell’imperio ed il titolo dell’imprese: il quale modo fu osservato
da’Romani. Il terzo modo è farsi immediate sudditi, e non compagni; come fecero
gli Spartani e gl’Ateniesi. De'quali tre modi, questo ultimo è al tutto inutile;
come c’si vide che fu nelle sopraddette due repubbliche: le quali non
rovinarono per altro, se non per avere acquistato quel dominio che le non
potevano tenere. Perchè, pigliar cura d’avere a governare città con violenza,
massime quelle che tassino consuete a viver libere, è una cosa diffìcile e
faticosa. E se tu non sei armato e grosso d’armi, non le puoi nè comandare nè
reggere. Ed a voler esser così fatto, è necessario farsi compagni che ti
aiutino ingrossare la tua città di popolo. E perchè queste due città non
feciono nè1l’uno nèll’altro, il modo del procedere loro fu inutile. E perché
Roma, la quale è nello esempio del secondo modo, fa l’uno e l’altro; però salse
a tanta eccessiva potenza. E perchè la è stata sola a vivere cosi, è stata
ancora sola a diventar tanto potente: perchè, avendosi ella fatti di molti
compagni per tutta Italia, i quali in di molte cose con eguali leggi vivevano
seco; e dall’altro canto come di sopra è detto, sendosi riservato sempre la
sedia dell’imperio ed il titolo del comandare; questi suoi compagni venivano,
che non se n’avvedevano, colle fatiche e col sangue loro a soggiogar sè stessi.
Perchè, come cominciorono a uscire con gl’eserciti d’Italia, e ridurre i regni
in provincie, e farsi soggetti coloro che per esser consueti a vivere sotto i
Re, non si curano d’esser soggetti; ed avendo governadori romani, ed essendo
stati vinti d’eserciti con ii titolo romano; non riconoscevano per superiore
altro che Roma. Di modo che quelli compagni di Roma ch’erano in Italia, si trovano
in un tratto cinti da’sudditi romani, cd oppressi d’una grossissima città come
era Roma; e quando e’si avviddono dello inganno sotto i! quale erano vissuti,
non furono a tempo a rimediarvi: tanta autorità aveva presa Roma colle
provincie esterne, e tanta forza si trova in seno, avendo la sua città
grossissima ed armatissima. E benché quelli suoi compagni, per vendicarsi delle
ingiurie, gli congiurassino contea, furono in poco tempo perditori della
guerra, peggiorando le loro condizioni; perchè di compagni, diventarono ancora
loro sudditi. Questo modo di procedere è stato solo osservato da’Romani: nè può
tenere altro modo una repubblica che voglia ampliare; perchè la esperienza non
te ne ha mostro nessuno più certo o più vero. Il modo preallegato delle leghe,
come viverono i Toscani, gl’Achei e gl’Etoli, e come oggi vivono i Svizzeri, è
dopo a quello de’Romani il miglior modo; perchè non si potendo con quello
ampliare assai, ne seguitano duoi beni: l’uno, che facilmente non ti tiri
guerra addosso; l’altro, che quel tanto che tu pigli, lo tieni facilmente. La
cagione del non potere ampliare, è lo essere una repubblica disgiunta, e posta
in varie sedi: il che fa che difficilmente possono consultare e deliberare. Fa
ancora che non sono desiderosi di dominare: perchè essendo molte comunità
a’participarc di quel dominio, non istimano tanto tale acquisto, quanto fa una
repubblica sola, che spera di goderselo tutto. Governansi, oltra di questo, per
concilio, c conviene che siano più tardi ad ogni deliberazione che quelli che
abitano dentro ad un medesimo cerchio. Vedesi ancora per esperienza, che simile
modo di procedere ha un termine fisso, il quale non ci è esempio che mostri che
si sia trapassato: e questo è di aggiugnere a dodici o quattordici comunità; di
poi non cercare di andare più avanti: percliè sendo giunti al grado che par
loro potersi difendere da ciascuno, non cercano maggiore dominio; sì perchè la
necessità non gli stringe di avere piò potenza; si per non conoscere utile
negli acquisti, pelle cagioni dette di sopra. Perchè gli arebbono a fare una
delle due cose; o seguitare di farsi compagni, e questa moltitudine farebbe
confusione; o gl’arebbono a farsi sudditi: e perchè e’veggono in questo
difficultà, e non molto utile nel tenergli, non lo stimano. Pertanto, quando
e’sono venuti a tanto numero che paia loro vivere sicuri, si voltano a due
cose: P una a ricevere raccomandati, e pigliare protezioni; c per questi mezzi
trarre da ogni parte danari, i quali facilmente intra loro si possono
distribuire: 1’altra è militare per altrui, e pigliar stipendio da questo e da
quello principe che per sue imprese gli soldo; come si vede che fanno oggi i
Svizzeri, e come si legge che facevano i preallegati. Di che il’è testimone L.,
dove dice che, venendo a parlamento Filippo re di Macedonia con Tito Quinzio
Flamminio, e ragionando d'accordo alla presenza d’un pretore degl’Etoli; in
venendo a parole detto pretore con Filippo, gli fu da quello rimproverato
l’avarizia e la infidelità, dicendo che gl’Etoli non si vergognavano militare
con uno, e poi mandare loro uomini ancora al servigio del nimico; talché molte
volte intra dnoi contrari eserciti si vedevano le insegne di Etolia. Conoscesi,
pertanto, come questo modo di procedere per leghe, è stato sempre simile, ed ha
fatto simili effetti. Vedesi ancora, che quel modo di fare sudditi è stato
sempre debole, ed avere fatto piccoli profitti; e quando pure egli hanno
passato il modo, essere rovinati tosto. E se questo modo di fare sudditi è
inutile nelle repubbliche armate, in quelle che sono disarmate è inutilissimo:
come sono state ne’nostri tempi le repubbliche d’Italia. Conoseesi, pertanto,
essere vero modo quello che tennono i Romani 5 il quale è tanto più mirabile
quanto e’non ee il’era innanzi a Roma essempio, e dopo Roma non è stalo alcuno
elio gli abbi imitati. E quanto alle leghe, si trovano solo i Svizzeri e la
lega di Svevia che gli imita. E, come nel fine di questa materia si dirà, tanti
ordini osservati da Roma, così pertinenti alle cose di dentro come a quelle di
fuora, non sono ne’presenti nostri tempi non solamente imitati, ma non n’è
tenuto alcuno conto; giudicandoli alcuni non veri, alcuni impossibili, alcuni
non a proposito ed inutili: tanto che standoci con questa ignoranza, siamo
preda di qualunque ha voluto correre questa provincia. E quando la imitazione
de’Romani paresse difficile, non doverrebhe parere cosi quella degli antichi
Toscani, massime a’presenti Toscani. Perchè, se quelli non poterono fare uno
imperio simile a quel di Roma, poterono acquistare in Italia quella potenza che
quel modo del procedere concesse loro. Il che fu per un gran tempo securo, con
somma gloria d’imperio e d’arme, e massima laude di costumi e di religione. La
qual potenza e gloria fu prima diminuita da’Franciosi, di poi spenta da’Romani;
e fu tanto spenta che ancora che duemila anni fa la potenza de’Toscani fusse
grande al presente non ce n’è quasi memoria. La qual cosa m’ha fatto pensare
donde nasca questa oblivione delle cose. Che la variazione delle sèlle e delle
lingue insieme coll'accidente de' diluvi o delle pesti j spegno la memoria
delle cose. A quelli FILOSOFI che hanno voluto che’l mondo sia stato eterno,
credo che si potesse reificare, che se tanta antichità fusse vera, e’sarebbe
ragionevole che ci fusse memoria di più che cinque mila anni; quando e’non si
vede come queste memorie de’tempi per diverse cagioni si spengano: delle quali
parte vengono dagli nomini, parte dal cielo. Quelle che vengono dagl’uomini,
sono LE VARIAZIONI DELLE SETTE E DELLE LINGUE. Perchè quando surge una setta
nuova, cioè una religione nuova, il primo studio suo è, per darsi reputazione,
estinguere la vecchia; e quando egli occorre che gl’ordinatori della nuova
setta sono di lingua diversa, la spengono facilmente. La qual cosa si conosce
considerando i modi che ha tenuti la religione cristiana contra alla SETTA
GENTILE; la quale ha cancellati tutti gl’ordini, tutte le ceremonie di quella,
e spenta ogni memoria di quella antica teologia. Vero è che non gl’è riuscito
spegnere in tutto la notizia delle cose fatte dagl’uomini eccellenti di quella:
il die è nato per AVERE QUELLA MANTENUTA LA LINGUA LATINA; il che fecero
forzatamente, avendo a scrivere questa legge nuova con essa. Perchè, se
l’avessino potuta scrivere con nuova lingua, considerato l’altre persecuzioni
gli feciono, non ci sarebbe ricordo alcuno delle cose passate. E chi legge i
modi tenuti da san Gregorio e dagli altri capi della religione cristiana, vedrà
con quanta ostinazione e’perseguitarono tutte le memorie antiche, ardendo P
opere de’poeti e delli istorici, minando le immagini, e guastando ogni altra
cosa che rendesse alcun segno della antichità. Talché, se a questa persecuzione
egli avessino aggiunto una nuova lingua, si sarebbe veduto in brevissimo tempo
ogni cosa dimenticare. È da credere, pertanto, che quello che ha voluto fare la
religione cristiana contra alla setta gentile, la gentile abbi fatto contra u
quella che era innanzi a lei. E perchè queste sètte in cinque o in seimila anni
variarono due o tre volle, si perdè in memoria delle cose fatte innanzi a quel
tempo. E se pure ne resta alcun segno, si considera come cosa favolosa, e non è
prestato loro fede: come interviene alla istoria di Diodoro Siculo, che benché
e’renda ragione di quaranta o cinquanta mila anni, nondimeno è riputata, come
io credo che sia, cosa mendace. Quanto alle cause che vengono dal cielo, sono
quelle che spengono l’umana generazione, e riducono a pochi gl’abitatori di
parte del mondo. E questo viene o per peste o per fame o per una inondazione
d’acque: e la più importante è questa ultima, sì perchè la è più universale, sì
perchè quelli che si salvano sono uomini tutti montanari e rozzi, i quali non
avendo notizia di alcuna antichità, non la possono lasciare a’posteri. E se
infra loro si salvasse alcuno che n’avesse notizia, per farsi riputazione e
nome, la nasconde, e la perverte a suo modo; talché ne resta solo a’successori
quanto ei ne ha voluto scrivere, e non altro. E che queste inondazioni, pesti e
fami venghino, non credo sia da dubitarne; sì perchè ne sono piene tutte le
istorie, sì perchè si vede questo effetto della oblivione delle cose, sì perchè
e’pare ragionevole che sia: perchè la natura, come ne’corpi semplici, quando vi
è ragunato assai materia superflua, muove per sè medesima molte volte, e fa una
purgazione, la quale è salute di quel corpo; così interviene in questo corpo
misto della umana generazione, che quando tutte le provincie sono ripiene
d’abitatori, in modo che non possono vivere, nè possono andare altrove, per
esser occupati e pieni tutti i luoghi; e quando l’astuzia e malignità umana è
venuta dove la può venire, conviene di necessità che il mondo si purghi per uno
de’tre modi; acciocché gl’uomini essendo divenuti pochi e battuti, vivano più
comodamente, e diventino migliori. Era adunque già tu Toscana potente, piena di
religione e di virtù; aveva i suoi costumi e la sua LINGUA PATRIA: il che tutto
è stato spento dalla potenza romana. Talché di lei ne rimane solo la memoria
del nome. Come i Romani procedevano nel fare la guerra. Avendo discorso come i
Romani procedeno nell’ampliare, discorreremo ora come e’ procedeno nel fare la
guerra; ed in ogni loro azione si vede con quanta prudenza i diviano dal modo
universale degl’altri, per facilitarsi la via a venire a una suprema grandezza.
L’intenzione di chi fa guerra per elezione, o vero per ambizione, è acquistare
e mantenere l’acquistato; e procedere in modo con esso, che I’arricchisca c non
impoverisca il paese e la patria sua. È necessario dunquc, e nell’acquistare e
nel mantenere, pensare di non spendere; anzi far ogni cosa con utilità del
pubblico suo. Chi vuol fare tutte queste cose, conviene che tenga lo stile e
modo romano: il quale fu in prima di fare le guerre, come dicono i Franciosi,
corte e grosse; perchè, venendo in campagna con eserciti grossi, tutte le
guerre eh’egli ebbono co’Latini, Sanniti e Toscani le espedirono in brevissimo
tempo. E se si noteranno tutte quelle che feciono dal principio di Roma infino
all’ossidione de’ Yeienti, tutte si vedranno espedite, quale in sei, quale in
dieci, quale in ventidi. Perchè l’uso loro era questo: subito che era scoperta
la guerra, egli uscivano fuori con gl’eserciti all’incontro del nimico, e
subito facevano la giornata. La quale vinta, i nimici, perchè non fussc guasto
loro il contado affatto, venivano alle condizioni; ed i Romani gli condennavano
in terreni: i quali terreni gli convertivano in privati comodi, o gli
consegnavano ad una colonia; la quale posta in su le frontiere di coloro,
veniva ad esser guardia de’confini romani, con utile di essi coloni, che
avevano quelli campi, e con utile del pubblico di Roma, che senza spesa teneva
quella guardia. Nè poteva questo modo esser più seeuro, o più forte, o piu
utile: perchè mentre che i nimici non erano in su i campi, quella guardia basta:
come e’fussino usciti fuori grossi per opprimere quella colonia, ancora i
Romani uscivano fuori grossi, e venivano a giornata con quelli; e fatta e vinta
la giornata, imponendo loro più gravi condizioni, si tornavano in casa. Così
venivano ad acquistare di mano in mano riputazione sopra di loro, e forze in sè
medesimi. E questo modo vennono tenendo infino che mutorno modo di procedere in
guerra: il che fu dopo l’ossidione de’Veienti; dove, pei’potere fare guerra
lungamente, gl’ordinarono di pagare i soldati, che prima, per non essere
necessario, essendo le guerre brevi, non gli pagavano. E benché i Rotflani
dessino IL SOLDO, e che per virtù di questo ei potessino fare le guerre più
lunghe, e per farle più discosto la necessità gli tenesse più in su’campi; nondimeno
non variarono mai dal primo ordine di finirle presto, secondo il luogo ed il
tempo; nè variarono mai dal mandare le colonie. Perchè nel primo ordine gli
tenne, circa il fare le guerre brevi, olirà il loro naturale uso, T ambizione
de’Consoli; i quali avendo a stare un anno, e di quello anno sei mesi alle
stanze, volevano finire la guerra per trionfare. Nel mandare le colonie, gli
tenne 1’utile e la comodità grande che ne risulta. Variarono bene alquanto
circa le prede, delie quali non erano cosi liberali come erano stati prima; sì
perchè e non pare loro tanto necessario, avendo i soldati lo stipendio; sì
perchè essendo le prede maggiori, disegnano d’ingrassaie di quelle in modo il
pubblico, che non lussino constretti a fare le imprese con tributi della città
li quale ordine in poco tempo fece il loro erario ricchissimo. Questi duoi
modi, adunque, e circa il distribuire la preda, e circa il mandar le colonie,
feciono che Roma arricchiva della guerra j dove gli altri principi e
repubbliche non savie ne impoveriscono. E ridusse la cosa in termine, che ad un
Consolo non pare poter trionfare, se non porta col suo trionfo assai oro ed
argento, e d’ogni altra sorte preda, nell’erario. Cosi i Romani con i
soprascritti termini, e coti il finire le guerre presto, sendo contenti con
lunghezza straccare i nemici, e con rotte e con le scorrerie e con accordi a
loro avvantaggi, diventarono sempre più ricchi e più potenti. Quanto terreno i
Romani danno per colono. Quanto terreno i Romani distribuiisino per colono, credo
sia molto diffìcile trovarne la verità. Perchè io credo ne dessino più o manco,
secondo i luoghi dove e mandano le colonie. E giudicasi che ad ogni modo ed in
ogni luogo la distribuzione fusse parca: prima, per poter mandare più uomini,
sendo quelli diputati per guardia di quel paese; dipoi perchè vivendo loro
poveri a caso, non era ragionevole che volessino che I loro uomini abbondassino
troppo fuora. E L. dice, come preso Veio e’vi mandorno una colonia, e
distribuirono a ciascuno tre iugeri e sette once di terra; che sono al modo
nostro. Perchè, oltre alle cose soprascritte, e giudicavano che non lo assai
terreno, ma il bene coltivato bastasse. È necessario bene, che tutta la colonia
abbi campi pubblici dove ciascuno possa pascere il suo bestiame, e selve dove
prendere del legname per ardere; senza le quali cose non può una colonia
ordinarsi. La cagione perchè i popoli si partono da luoghi patriij cd inondano
il paese altrui. Poiché di sopra si è ragionato del modo nel procedere della
guerra osservato da’Romani, c come i Toscani furono assaltati da’Franciosi; non
mi pare alieno dalla materia discorrere, come e’si fanno di due generazioni
guerre. L’una è fatta per ambizione de’principi o delle repubbliche, che
cercano di propagare lo imperio; come furono le guerre che fece Alessandro
Magno, e quelle che feciono i Romani, e quelle che fanno ciascuno di, 1’una
potenza con F altra. Le quali guerre sono pericolose, ma non cacciano al tutto
gl’abitatori d’una provincia; perchè e’basta al vincitore solo la ubbidienza
de’popoli, e il più delle volte gli lascia vivere con le loro leggi, e sempre
con le loro case, e ne’loro beni. L’altra generazione di guerra è, quando un
popolo intero con tutte le sue famiglie si beva d’uno luogo, necessitato o
dalla fame o dalla guerra, e va a cercare nuova sede e nuova provincia; non per
comandarla, come quelli di sopra, ma per possederla tutta particolarmente, e
cacciarne o ammazzare gli abitatori antichi di quella. Questa guerra è
crudelissima e paventosissima. E di queste guerre ragiona SALUSTIO nel fine
dell’Iugurtiuo, quando dice che vinto lugurta, si senti il moto de’Franciosi
che venivano in Italia: dove e’dice che’l Popolo romano con tutte le altre
genti combattè solamente per chi dovesse comandare, ma con i Franciosi si combattè
sempre per la salute di ciascuno. Perchè ad un principe o una repubblica
spegnere solo coloro che comandano; ma a queste popolazioni conviene spegnere
ciascuno, perchè vogliono vivere di quello che altri vive. I Romani ebbero tre
di queste guerre pericolosissime. La prima fu quella quando Roma fu presa, la
quale fu occupata da quei Franciosi che avevano tolto, come di sopra si disse,
la Lombardia a’Toscani, e fattone loro sedia; della quale L. ne allega due
cagioni: la prima, che furono allettati dalla dolcezza delle frutte, c del vino
di Italia, delle quali mancavano in Francia; la seconda che, essendo quel regno
francioso moltiplicato in tanto di uomini, che non vi si potevano più nutrire,
giudicarono i principi di quelli luoghi, che fusse necessario che una parte di
loro anda a cercare nuova terra; e fatta tale deliberazione, elcssono per
capitani di quelli che si avevano a partire, Belloveso e Sicoveso, duoi re
de’Franciosi: de’quali Belloveso venne in Italia, e Si» coveso passò in
Ispagna. Dalla passata del quale Belloveso, nacque l’occupazione di Lombardia,
c quindi la guerra che prima i Franciosi fecero a Roma. Dopo questa, fu quella
che fecero dopo la guerra cartaginese, quando tra Piombino e Pisa ammazzarono
più che dugentomila Franciosi. La terza è quando i Todeschi e Cimbri vennero in
Italia: i quali avendo vinti più eserciti romani, furono vinti da Mario.
Vinsero adunque i Romani queste tre guerre pericolosissime. Ne era necessario
minore virtù a vincerle; perchè si vede poi, come la virtù romana manca, e che
quelle arme perderono il loro antico valore, fu quello imperio distrutto da
simili popoli: i quali furono Goti, Vandali c simili, che occuparono tutto lo
imperio occidentale. Escono tali popoli de’paesi loro, rome di sopra si disse,
cacciati dalla necessitò: e la necessitò nasce o dalla fame, o da una guerra ed
oppressione clic ne’paesi propri è loro fatta; talché e’sono constretti cercare
nuove terre. E questi tali, o e’sono grande numero; ed allora con violenza
entrano ne' paesi altrui, ammazzano gl’abitatori, posseggono i loro beni, fanno
uno nuovo regno, mutano il nome della provincia: come fa Moisè, e quelli popoli
che occuparono lo imperio romano. Perchè questi nomi nuovi che sono nella
Italia e nelle altre provincie, non nascono d’altro che d’essere state nomate
così da’nuovi occupatoci: come è la LA LOMBARDIA, CHE SI CHIAMAVA GALLIA
CISALPINA: LA FRANCIA SI CHIAMAVA GALLIA TRANSALPINA, ed ora è nominata
da’Franchi, chè cosi si chiamano quelli popoli che l’occuparono: la Schiavoniu
si chiamava ILLIRIA, l’Ungheria PANNONIA; l’Inghilterra BRITANNIA: c molte
altre provincie che hanno mutato nome, le quali è tedioso raccontare. Moisè
ancora chiama Giudea quella parte di SORIA occupata da lui. E perchè io ho
detto di sopra, che qualche volta tali popoli sono cacciati della propria sede
per guerra, donde sono constretti cercare nuove terre; ne voglio addurre lo
essempio de’Maurusii, popoli anticamente in Soria: i quali, sentendo venire i
popoli ebraici, e giudicando non poter loro resistere, pensarono essere meglio
salvare loro medesimi, t’ lasciare il paese proprio, che per volere salvare
quello, perdere ancora loro; e levatisi con loro famiglie, se ne andano in
Affrica, dove posero la loro sedia, cacciando via quelli abitatori che in quelli
luoghi trovarono. G così quelli che non avevano potuto difendere il loro paese,
poterono occupare quello d’altrui. E PROCOPIO, che scrive la guerra che fece
Bellisario co’Vandali occupatori dell’Affrica, riferisce aver letto lettere
scritte in certe colonne ne’luoghi dove questi Maurusii abitano, le quali
diceno: S os Maurusii, qui fugimus a facie Jesu latronis filii flava. Dove
apparisce In cagione della partita loro di Soria. Sono, pertanto, questi popoli
formidolosissimi, sendo cacciati d’una ultima necessità; e s’egli non
riscontrano buone armi, non saranno mai sostenuti. Ula quando quelli che sono
constretti abbandonare la loro patria non sono molti, non sono sì pericolosi
come quelli popoli di chi s’è ragionato; perchè non possono usare tanta
violenza, ma conviene loro con arte occupare qualche luogo, e, occupatolo,
mantenervisi per via d’amici e di confederali: come si vede che fa ENEA,
Didone, i Massiliesi e simili; i quali lutti, per consentimento de’vicini, dove
e’posorno, poterono mantenervisi. Escono i popoli grossi, e sono usciti quasi
tutti de’paesi di Scizia; luoghi freddi e poveri: dove, per essere assai
uomini, cd il paese di qualità da non gli potere nutrire, sono forzati uscire,
avendo molte cose che gli cacciano, e nessuna che gli ritenga. E se da
cinquecento anni in qua, non è occorso che alcuni di questi popoli abbino
inondato alcuno paese, è nato per più cagioni. La prima, la grande evacuazione
che fece quel paese nella declinazione dello imperio; donde uscirono più di
trenta popolazioni. La seconda è che la Magna e1’Ungheria, donde ancora
uscivano di queste genti, hanno ora il loro paese bonificato in modo, che vi
possono vivere agiatamente; talché non sono necessitati di mutare luogo.
Dall’altra parte, sendo loro uomini bellicosissimi, sono come uno bastione a
tenere che gli Sciti, i quali con loro confinano, non presumino di potere
vincergli o passargli. E spesse volte occorrono movimenti grandissimi
da’Tartari, che sono di poi dagl’Ungheri e da quelli di Polonia sostenuti; e
spesso si gloriano, che se non fussino 1’arme loro, la Italia e la chiesa
arebbe molle volle sentito il peso degl’eserciti tartari. E questo voglio basti
quanto a’prefati popoli. Quali cagioni comunemente faccino nascere le guerre
intra i polenti. La cagione che fece nascere guerra intra i Romani ed i
Sanniti, che erano stati in lega gran tempo, è una cagione comune che nasce
infra tutti i principati potenti. La qual cagione o la viene a caso, o la è
fatta nascere da colui che desidera muovere la guerra. Quella che nacque intra
i Romani ed i Sanniti, fu a caso; perchè la intenzione de’Sanniti non fu,
muovendo guerra a’Sidicini, e di poi a’Campani, muoverla ai Romani. .\Ia sendo
i Campani oppressati, e ricorrendo a Roma fuora della oppinione de’Romani e
de’Sanniti, furono forzati, dandosi i Campani ai Romani, come cosa loro
difendergli, e pigliare quella guerra che a loro parve non potere colloro onore
fuggire. Perchè e’pare bene a’Romani ragionevole non potere difendere i Campani
come amici, eontra ai Sanuiti amici, ma pare ben loro vergogna non gli
difendere come sudditi, ovvero raccomandali; giudicando, quando e’non avessino
presa tal difesa, torre la via a tutti quelli che disegnassino venire sotto la
potestà loro. Ed avendo Roma per fine l’imperio e la gloria, e non la quiete,
non poteva ricusare questa impresa. Questa medesima cagione da principio alla
guerra conira a’Cartaginesi, per la difensione che i Romani presono
de’Messinesi in Sicilia: la quale fu ancora a caso. Ma non fu già a caso di poi
la guerra che nacque infra loro; perchè Annibaie capitano Cartaginese assalta i
Saguntini amici de’Romani in Ispagna, non per offendere quelli, ma per muovere
l’arme romane, ed avere occasione di combatterli, c passare in Italia. Questo
modo nello appiccare nuove guerre è stato sempre consueto intra i potenti, e
che si hanno e della fede, e d’altro, qualche rispetto. Perchè, se io voglio
fare guerra con uno principe, ed infra noi siano fermi capitoli per un gran
tempo oservati, con altra giustificazione e con altro colore assalterò io un
suo amico che lui proprio 5 sappiendo massime, che nello assaltare lo amico, o
ci si risentirà, ed io arò V intento mio di fargli guerra; o non si risentendo,
si scuoprirà la debolezza o la infidelità sua di non difendere un suo
raccomandato. E l’una e I'altra di queste due cose è per torgli riputazione, e
per fare più facili i disegni miei. Debbesi notare, adunque, e pella dedizione
de'Campani, circa il muovere guerra, quanto di sopra si è detto; e di più, qual
rimedio abbia una città che non si possa per sè stessa difendere, e voglisi
difendere in ogni modo da quel clic l'assalta: il quale è darsi Uberamente a
quello che tu disegni che ti difenda; come feciono i Capovani ai Romani, ed i
Fiorentini al ré Roberto di Napoli: il quale non gli volendo difendere come
amici, gli difese poi come sudditi contra alle forze di Castruceio da Lucca,
die gli opprimeva. I danari non sono il nervo della guerra j secondo che è la
comune oppi ninne. Perchè ciascuno può cominciare una guerra a sua posta, ma non
finirla, debbe uno principe, avanti che prenda una impresa, misurare le forze
sue, e secondo quelle governarsi. Ma debbe avere tanta prudenza, che delle sue
forze ei non s’inganni; ed ogni volta s’ingannerà, quando le misuri o dai
danari, o dal sito, o dalla benivoienza degli uomini, mancando dall’altra parte
d’arme proprie. Perchè le cose predette ti accrescono bene le forze, ma le non
te ne danno; e per sè medesime sono nulla; e non giovano alcuna cosa senza
l’arme fedeli. Perchè i danari assai, non ti bastano senza quelle; non ti giova
la fortezza de! paese; e la fede‘e benivoienza degli uomini non dura, perchè
questi non ti possono essere fedeli, non gli potendo difendere. Ogni monte,
ogni lago, ogni luogo inaccessibile diventa piano, dove i forti difensori
mancano. I danari ancora non solo non ti difendono, ina ti fanno predare più
presto. Nè può essere più falsa quella comune oppinione che dice che i danari
sono il nervo della guerra. La quale sentenza è detta da Quinto Curzio nella
guerra che fu intra A'ntipatro macedone c il re spartano: dove narra, che per
difetto di danari il re di Sparta fu necessitato azzuffarsi, e fu rotto; che se
ei differiva la zuffa pochi giorni, veniva la nuova in Grecia della morte
d’Alessandro, donde e sarebbe rimaso vincitore senza combattere. Ma mancandogli
i danari, e dubitando che lo esercito suo per difetto di quelli non Io
abbandonasse, fu constretto tentare la fortuna della zuffa: talché Quinto
Curzio per questa cagione afferma, i danari essere il nervo della guerra. La qual
sentenza è allegata ogni giorno, v da’principi non tanto prudenti che basti,
seguitata. Perchè, fondatisi sopra quella, credono che basti loro a difendersi
avere tesori assai, e non pensano che se’1 tesoro basta a vincere, che Dario
arebbe vinto Alessandro, i Greci nrebbon vinti i Romani; ne’nostri tempi il
duca Carlo arebbe vinti i Svizzeri; e pochi giorni sono, il Papa ed i
Fiorentini insieme non arebbono avuta difficultà in vincere Francesco Maria,
nipote di papa Giulio II, nella guerra d’Urbino. Ma tutti i soprannominali
furono vinti da coloro che non il danaro, ma i buoni soldati stimano essere il
nervo della guerra. Intra le altre cose che Creso re di Lidia mostrò a Solone
ateniese, fu un tesoro innumerabile; c domandando quel che gli pare della
potenza sua, gli rispose Solone, che per quello non lo giudica più potente;
perchè la guerra si fa col ferro e non coll’oro, e che poteva venire uno che
avesse piu ferro di lui, e torgliene. Olir’a questo, quando, dopo la morte
d’Alessandro Magno, una moltitudine di Franciosi passò in Grecia, e poi in
Asia; e mandando i Franciosi oratori al re di Macedonia per trattare certo
accordo; quel re, per mostrare la potenza sua e per {sbigottirli, mostrò loro
oro ed argento assai: donde quelli Franciosi che di già avevano come ferma la
pace, la j uppono; tanto desiderio in loro crebbe di torgli quell’oro: e cosi
fu quel re spogliato per quella cosa che egli aveva per sua difesa accumulata.
1 Yeniziani, pochi anni sono, avendo ancora lo erario loro pieno di tesoro, perdeno
tutto lo Stato, senza potere essere difesi da quello. Dico pertanto, non l’oro,
come grida la comune oppinione, essere il nervo della guerra, ma i buoni
soldati: perchè 1’oro non è suflìzienle a trovare i buoni soldati, ma i buoni
soldati son ben sutlìzienti a trovare l’oro. Ai Romani, s’egli avessero voluto
fare la guerra più con i danari che con ii ferro, non sarebbe bastato avere
tutto il tesoro del mondo, considerato le grandi imprese che fcciono, e le
difficoltà che vi ebbono dentro. Ma facendo le loro guerre con il ferro, non
patirono mai carestia dell'oro; perchè da quelli che li temevano era portato
l’oro infino ne’campi. E se quel re spartano per carestia di danari ebbe a
tentare la fortuna della /uffa, intervenne a lui quello, per conto de’danari,
che molte volte è intervenuto per altre cagioni; perchè s’è veduto che,
mancando ad uno esercito le vettovaglie, ed essendo necessitati o a morire di
fame o azzuffarsi, si piglia il partito sempre d’azzuffarsi, per essere più
onorevole, e dove la fortuna ti può in qualche modo favorire. Ancora è
intervenuto molte volte, che veggendo uno capitano al suo esercito nimico
venire soccorso, gli conviene o azzuffarsi con quello e tentare la fortuna
della zuffa; o aspettando eh’egli ingrossi, avere a combattere in ogni modo,
con mille suoi disavvantaggi. Ancora si è visto (come intervenne ad Asdrubale
quando nella Marca fu assaltato da Claudio Verone, insieme con l’altro consolo
romano), che un capitano che è necessitato o a fuggirsi o a combattere, come sempre
elegge il combattere; parendogli in questo partito, ancora che dubbiosissimo,
potere vincere; ed in quello altro, avere a perdere in ogni modo. Sono,
adunque, molte necessitati che fanno a uno capitano fuor della sua intenzione
pigliare partito d’azzuffarsi; intra le quali qualche volta può essere la
carestia de’danari: nè per questo si debbono i danari giudicare essere il nervo
della guerra, più che le altre cose che inducono gli uomini n simile necessità.
Non è, adunque, replicandolo di nuovo. 1’oro il nervo della guerra; ma i buoni
soldati. Son bene necessari i danari in secondo luogo, ina è una necessità che
i soldati buoni per sè medesimi la vincono; perchè è inipossibile che a’buoni
soldati manchino i danari, come che i denari pei loro medesimi truovino i buoni
soldati. Mostra questo che noi diciamo essere vero, ogni istoria in mille
luoghi; non ostante che Pericle consigliasse gli Ateniesi a fare guerra con
tutto il Peloponneso, mostrando che e potevano vincere quella guerra colla
industria e colla forza del danaio. E benché in tale guerra gl’ateniesi
prosperassino qualche volta, in ultimo la perdeno; e valsoti più il consiglio e
gli buoni soldati di Sparta, che la industria ed il danaio d’Atene. Ma L. è di
questa oppinione più vero testimone che alcuno altro, dove discorrendo se
Alessandro Magno fusse venuto in Italia, s’egli avesse vinto i Romani, mostra
esser tre cose necessarie nella guerra; assai soldati e buoni, capitani
prudenti, e buona fortuna: dove esaminando quali o i Romani o Alessandro prevalessino
in queste cose, fa di poi la sua conclusione senza ricordare mai i danari.
Doverono i Capovani, quando furono ricfiiesti da’Sidicini che prendessino
l’arme per loro contea ai Sanniti, misurare la potenza loro dai danari, c non
dai soldati: perchè, preso ch’egli ebbero partito d’aiutarli, dopo due rotte
furono constretti farsi tributari de’Romani, se si vollono salvare. Non è
partito prudente fare amicizia con un principe che abbia più oppinionc che
forze. Volendo L. mostrare l’errore de’Sidicini a fidarsi dello aiuto
de’Campani, e l’errore de’Campani a credere potergli difendere, non lo potrebbe
dire con più vive parole, dicendo: Campani magie nomen in auxilium
Sidicinorunij quam vires ad prcesidium atlulcrunl. Dove si debbe notare che le
leghe si fanno co’principi che non abbino o comodità d’aiutarti pella distanzia
del sito, o forze di farlo per suo disordine o altra sua cagione, arrecano più
fama che aiuto a coloro ehe se ne fidano: come intervenne ne’dì nostri
a’Fiorentini, quando il papa ed il re di Napoli gl’assaltarono; che essendo
amici del re di Francia, trassono di quella amicizia magis nomcn, r/nam
praesidium: come interverrebbe ancora a quel principe, che confidatosi di
Massimiliano imperatore, fa qualche impresa; perchè questa è una di quelle
amicizie che arrecherebbe a chi la fa magis nomcn 9 quam prassi ditinij come si
dice in questo testo, che arrecò quella de’Capovani ai Sidicini. Errarono,
adunque, in questa parte i Capovani, per parere loro avere più forze che non
avevano. E così fa la poca prudenza delti uomini qualche volta, che non
sappiendo nè potendo difendere sè medesimi, vogliono prendere imprese di
difendere altrui: come fecero ancoro i Tarentini, i quali, sendo gl’eserciti
romani allo Incontro dell’esercito de’Sanniti, mandorono ambasciadori al
consolo romano, a fargli intendere come ci volevano pace intra quelli duoi
popoli, e come erano per fare guerra centra a quello che dalla pace si
discostasse, talché il consolo, ridendosi di questa proposta, alla presenza di
detti ambasciadori fa sonare a battaglia, ed al suo esercito comandò che anda a
trovare il nimico, mostrando ai Tarentini col1’opera e non colle parole – GRICE
A MAN OF WORDS AND NOT OF DEEDS IS LIKE A GARDEN FULL OF WEEDS -- di che
risposta essi erano degni. Ed avendo ragionato dei parliti che pigliano i
principi al contrario pella difesa d’altrui, voglio parlare di quelli che si
pigliano pella difesa propria. Scegli è meglio, temendo d’essere assaltalo o
inferire, o aspettare la guerra. lo lio sentito d’uomini assai pratichi nelle
cose della guerra qualche volta disputare, se sono duoi principi quasi d’eguali
forze, se quello più gagliardo abbi bandito la guerra contra a quello altro,
quale sia miglior partito per Poltro; o aspettare il nimico dentro ai confini
suoi, o andarlo a trovare in casa, ed assaltare lui: e ne fio sentito addurre
ragioni d’ogni parte. E chi difende l’andare assaltare altrui, n’allega il
consiglio che Creso da a Ciro, quando arrivato in su’confini de’Massageli per
fare lor guerra, la lor regina Tarniri gli manda a dire, ch’elegge quale
de'duoi partiti volesse; o entrare nel regno suo, dovè essa Ip aspetterebbe; o
volesse che ella venisse a trovar lui. E venuta la cosa in disputazionc, Creso,
contra all’oppinione degl’altri, dice che s’andasse a trovar lei; allegando che
s’egli la vince discosto al suo regno, che non gli torrebbe il regno, perchè
ella arebbe tempo a rifarsi; pia se la vince dentro a’suoi confini, potrebbe
seguirla in su la fuga, e non le dando spazio a rifarsi, torli io Stato. Allegane
ancora il consiglio che da Annibaie ad Antioco, quando quel re disegna fare
guerra ai Romani: dove ei mostra come i Romani non si potevano vincere se non
in Italia, perchè quivi altri si poteva valere delle arme e delle ricchezze e
degl’amici loro; chi gli combatte fuora d’Italia, e lascia loro l’Italia
libera, lascia loro quella fonte, che mai li manca vita a somministrare forze
dove bisogna; e conchiuse che ai Romani si poteva prima torre Roma che
l’imperio; prima l’Italia che l’altre provincie. Allega ancora Agatocle che non
potendo sostenere la guerra di casa, assalta i Cartaginesi clic glieuc
facevano, e gli ridusse a domandare pace. Allega SCIPIONE che per levare la
guerra d’Italia, assalta l’Affrica. Chi parla al contrario dice, che chi vuole
fare capitare male uno nimico, lo discosti da casa. Allegane gl’Ateniesi, che
mentre che feciono la guerra comoda alla casa loro, restarono superiori; e come
si discostarono, ed andarono cogl’eserciti in Sicilia, perderono la libertà.
Allega le favole poetiche, dove si mostra che Anteo, re di Libia, assaltato da
Ercole Egizio, fu insuperabile mentre che Io aspettò dentro a’confini del suo
regno; ma come e’se ne discosto per astuzia di Ercole, perdè lo Stalo e la
vita. Onde è dato luogo alla favola di Anteo, che sendo in terra ripiglia le
forze da sua madre, che era la Terra; e che Ercole avvedutosi di questo, lo
leva in alto, e discostollo dalla terra. Allegane ancora i giudizi moderni.
Ciascuno sa come Ferrando re di Napoli fu ne’suoi tempi tenuto uno savissimo
principe: e venendo la fama, duoi anni avanti la sua morte, come il re di
Francia Carlo Vili voleva venire ad assaltarlo, avendo fatte assai
preparazioni, ammalò; e venendo a morte, intra gli altri ricordi che lasciò ad
Alfonso suo figliuolo, fu che egli aspettasse il nimico dentro al regno; e per
cose del mondo non traesse forze fuori dello Stato suo, ma lo aspettasse dentro
aisuoi confini tutto intero; il che non fuosservato da quello; ma mandato uno
esercito in Romagna, senza combattere perdè quello c lo Stato. Le ragioni che,
oltre alle cose dette, da ogni parte si adducono, sono: che chi assalta viene
con maggiore animo che chi aspetta, il che fa più confidente lo esercito;
toglie, oltra di questo, molte comodità al nimico di potersi valere delle sue
cose, non si potendo valere di quei sudditi che sieno saccheggiati; e per avere
il nimico in casa, è constretto il signore avere più rispetto a trarre da loro
danari ed affaticargli: sicché e’viene a seccare quella fonte, come dice
Annibaie, che fa che colui può sostenere la guerra. Oltre di questo, i suoi
soldati, per trovarsi ne’paesi d’ altrui, sono più necessitati a combattere; e
quella nccessila fa virtù, come più volte abbiamo detto. Dall’altra parte si
dice; come aspettando il nimico, si aspetta con assai vantaggio, perchè senza
disagio alcuno tu puoi dare a quello molti disagi di vettovaglia, e d’ogni
altra cosa che abbia bisogno uno esercito: puoi meglio impedirli i disegni
suoi, per la notizia del paese cheta hai più di lui: puoi con più forze incontrarlo,
per poterle facilmente tutte unire, ma non potere già tutte discostarle da
casa: puoi sendo rotto rifarti facilmente; sì perchè del tuo esercito se ne
salverà assai, per avere i rifugi propinqui; si perchè il supplemento non ha a
venire discosto: tanto che tu vieni arrischiare tutte le forze, e non tutta la
fortuna; e discostandoti, arrischi tutta la fortuna, e non tutte le forze. Ed
alcuni sono stati che per indebolire meglio il suo nimico, Io lasciano entrare
parecchie giornate in su il paese loro, e pigliare assai terre; acciò che
lasciando i presidii in tutte, indebolisca il suo esercito, e possiulo dipoi
combattere più facilmente. Ma, per dire ora io quello che io ne intendo, io
credo che si abbia a fare questa distinzione: o io ho il mio paese armato, come
i Romani, o come hanno i Svizzeri; o io l’ho disarmato, come avevano i
Cartaginesi, o come Y hanno i re di Francia e gl’Italiani. In questo caso, si
debbe tenere il nimico discosto a casa; perchè scudo la tua virtù nel danaio e
non negli uomini, qualunque volta ti è impedita la via di quello, tu sei
spacciato; nè cosa veruna te lo impedisce quanto la guerra di casa. In essempi
ci sono i Cartaginesi; i quali mentre che ebbero la casa loro libera, poterono
colle rendite fare guerra con i Romani; e quando la avevano assaltata, non
potevano resistere ad Agatoeie. I Fiorentini non avevano rimedio ulcuuo con
Castruccio signore di Lucca, perchè ci faceva loro la guerra in casa; tanto che
gli ebbero a darsi, per essere difesi, al re Roberto di Napoli. Ma morto
Castruccio, quelli medesimi Fiorentini ebbero animo di assaltare il duca di
Milano in casa, ed operare di torgli il regno: tanta virtù monstrarono nelle
guerre louginque, e tanta viltà nelle propinque. Ma quando i regni sono armati,
come era armata Roma e come sono i Svizzeri, sono più difficili a vincere
quanto più ti appressi loro: perchè questi corpi possono unire più forze a
resistere ad uno impeto, che non possono ad assaltare altrui. Nè mi muove in
questo caso I’autorità di Annibaie, perchè la passione e Y utile suo gli faceva
cosi dire ad Antioco. Perchè, se i Romani avessino avute in tanto spazio di
tempo quelle tre rotte in Francia ch’egli ebbero in Italia da Annibaie, senza
dubbio erano spacciati: perchè non si sarebbono valuti de’residui degli
eserciti, come si valsono in Italia; non arebbono avuto a rifarsi quelle
comodità; nè potevano con quelle forze resistere ai nimico, che poterono. Non
si trova che, per assaltare una provincia, loro mandassino mai fuora eserciti
clic passassino cinquantamila persone; ma per difendere la casa ne misono in
arme conira ai Franciosi, dopo la prima guerra punica, diciotto centinaia di
migliaia. Nè arebbono potuto poi romper quelli in Lombardia, come gli ruppono
in Toscana; perchè contro a tanto numero di ninnici non arebbono potuto
condurre tante forze sì discosto, nè combattergli con quella comodità. I Cimbri
ruppono uno esercito romano in la Magna, nè vi ebbono i Romani rimedio. Ma come
egli arrivorono in Italia, e che poterono mettere tutte le loro forze insieme,
gli spacciarono. I Svizzeri è facile vincergli fuori di casa, dove e’non
possono mandare più che un trenta o quarantamila uomini; ma vincergli in casa,
dove e’ne possono raccozzare centomila, è difficilissimo. Conchiuggo adunque di
nuovo, che quel principe che ha i suoi popoli armati ed ordinali alla guerra,
aspetti sempre in casa una guerra potente e pericolosa, e non la vadia a
rincontrare: ma quello che ha i suoi sudditi disarmati, ed il paese inusitato
della guerra, se la discosti sempre da casa il più che può. E così r uno e
l’altro, ciascuno nel suo grado, si difenderà meglio. Che si viene di bassa a
gran fortuna più colla fraude che colla forza. Io stimo essere cosa verissima,
che rado, o non mai, intervenga che gli uomini di piccola fortuna venghino a
gradi grandi, senza la forza e senza la fraude; purché quel grado al quale
altri è pervenuto, non ti sia o donalo, o lasciato per eredità. Xè credo si
truovi mai che la forza sola basti, ma si troverà bene che la fraude sola
basterà: còme chiaro vedrà colui che legge la vita di Filippo di Macedonia,
quella di Agatocle siciliano, e di molti altri simili, che d’infima ovvero di
bassa fortuna, sono pervenuti o a regno o ad imperi grandissimi. Mostra
Senofonte, nella sua vita di Ciro, questa necessità dell’ingannare; consideralo
che la prima ispedizione che fa fare a Ciro contea il re d’Armenia, è piena di
fraude, e come con inganno, e non con forza, gli fa occupare il suo regno; e
non conchiude altro per tale azione, se non che ad un principe che voglia fare
gran cose, è necessario imparare a ingannare. Fagli, olirà di questo, ingannare
Ciassare, re de’Medi, suo zio materno, in più modi; senza la quale fraude
mostra che Ciro non poteva pervenire a quella grandezza che venne. Nè credo che
si truovi mai alcuno constiluito in bassa fortuna, pervenuto a grande imperio
solo colla forza aperta ed ingenuamente, ma sì bene solo colla fraude: come fa
Galeazzo per tor lo Stato e lo imperio di Lombardia a messer Bernabò suo zio. E
quei che sono necessitati fare i principi ne’principi! degli augumenti loro,
sono ancora necessitate a fare le repubbliche, infimo che le sieno diventate
potenti, e che basti la forza sola. E perchè Roma tenne in ogni parte, o per
sorte o per elezione, tutti i modi necessari a venire a grandezza, non mancò
ancora di questo. Nè potè usare, nel principio, il maggiore inganno, che
pigliare il modo di sopra discorso da noi, di farsi compagni; perchè sotto
questo nome se li fece servi: come furono i Latini, ed altri popoli
all’intorno. Perchè prima si valse dell’arme loro in domare i popoli convicini,
e pigliare la riputazione dello Stato: di poi, domatogli, venne in tanto
augumento, che la poteva battere ciascuno. Ed i Latini non si avviddono mai di
essere al tutto servi, se non poi che viddono dare due rotte ni Sanniti, e
costrettigli ad accordo. La (piale vittoria, come ella accrebbe gran
riputazione ai Romani eoi principi longinqui, clic mediante quella sentirono il
nome romano e non l’armi; così generò invidia e sospetto in quelli che vedevano
e sentivano l’armi, intra i quali furono i Latini. E tanto potè questa invidia
e questo timore, che non solo i Latini, ma le colonie che essi avevano in
Lazio, insieme con i Campani, stati poco innanti difesi, congiurarono contra al
nome romano. E mossono questa guerra i Latini nel modo che si dice di sopra,
che si muovono la maggior parte delle guerre, assaltando non i Romani, ma
difendendo i Sidicini contra ai Sanniti; a’quali i Sanniti facevano guerra con
licenza de’Romani. E che sia vero che i Latini si movessino per avere
conosciuto questo inganno, lo dimostra L. nello bocca di Annio Setiuo pretore
latino, il quale nel consiglio loro disse queste parole: Nam, si etìam mine sub
umbra feederis cequi servitutem pati possumus etc. Yedesi pertanto i Romani
ne’primi augumenti loro non essere mancati eziam della fraude; la quale fu
sempre necessaria ad usare a coloro che di piccoli principii vogliono a sublimi
gradi salire: la quale è meno vituperabile quanto è più coperta, come fu questa
de’Romani. Ingannatisi molte volle gli uomini j credendo coll’umilila vincere
la superbia.Vedesi molle volte come l’umilila non solamente non giova, ma
nuoce, massimamente usandola cogl’uomini insolenti, che, o per invidia o per
altra cagione, hanno concetto odio teco. Di che ne fa fede lo istorico nostro
in questa cagione di guerra intra i Romani ed i Latini. Perchè, dolendosi i
Sanniti con i Romani, che i Latini gli avevano assaltati, i Romani non vollono
proibire ai Latini tal guerra, desiderando non gli irritare: il che non
solamente non gli irritò, ma gli fece diventare più animosi contro a loro, e si
scopersono più presto inimici. Di che ne fanno fede le parole usate dal prefato
Annio pretore latino nel medesimo concilio, dove dice: Tentaslis patientiam
negando mililem: (jais dubitai cxarsisse eos ? Pcrtulerunt (amen hunc dolorem.
Excrcitus nos parare adversus Snmnilcs feederatos suos audierunl, ncc mnverunt
se ab urbe. I
Inde hcec illis tanta modestia j, ni si a eonscienlia virium, et n os trarum,
et suarum? Conoscesi, pertanto,
chiarissimo per questo testo, quanto la pazienza de’Romani accrebbe l’arroganza
de’Latini. E però, mai uno principe debbe volere mancare del grado suo, e non
debbe mai lasciare alcuna cosa d’accordo, volendola lasciare onorevolmente, se
non quando e’la può, o e’si crede che la possa tenere: perchè gli è meglio
quasi sempre, sendosi condotta la cosa in termine che tu non la possa lasciare
nel modo detto, lasciarsela torre colle forze che con la paura delle forze.
Perchè se tu la lasci con In paura, lo fai per levarli la guerra, ed il più
delle volte non te la lievi: perche colui a chi tu arai con una viltà scoperta
concesso quella, non starà saldo, rao ti vorrà torre delle altre cose, e si
accenderà più contra di te, stimandoti meno; e dall'altra parte, in tuo favore
troverai i difensori più freddi, parendo loro che tu sia o debole, o vile: ma
se tu, subito scoperta la voglia dello avversario, prepari le forze, ancoraché
le siano inferiori a lui quello ti comincia a stimare; stimanti più gli altri
principi allo intorno; ed a tale viene voglia di aiutarti, sendo in su P arme,
che abbandonandoti non ti aiuterebbe mai. Questo si intende quando tu abbia uno
inimico; ma quando ne avessi più, rendere delle cose che tu possedessi ad
al’euno di loro per riguadagnarselo, ancoraché fusse di già scoperta la guerra,
e per smembrarlo dagli altri confederati tuoi inimici, fia sempre partito
prudente. Gli Stati deboli sempre fieno ambigui nel risolversi: e sempre le
deliberazioni lente sono nocive.in questa medesima materia, ed in questi
medesimi principi! di guerra intra i Latini ed i Romani, si può notare come in
ogni consulta è bene venire allo individuo di quello die si ha a deliberare, e
non stare sempre in ambiguo, nè in su lo incerto della cosa. Il che si vede
manifesto nella consulta che feciono i Latini, quando c’pensavano alienarsi
da’Romani. Perchè avendo presentito questo cattivo umore che ne’popoli latini
era entrato, i Romani, per eertificarsi della cosa, c per vedere se potevano
senza mettere mano all’arme riguadagnarsi quelli popoli, fecero loro intendere,
come e’mandassero a Roma otto cittadini, perchè avevano a consullare colloro. I
Latini, inteso questo ed avendo conscienza di molte cose fatte centra alla
voglia de’Romani, fcciono consiglio per ordinare chi dovesse ire a Roma, e
dargli commissione di quello ch’egli avesse a dire. Estando nel consiglio in
questa disputa, ANNIO loro pretore disse queste parole: Ad sumiuam veruni
nostrarum pertinerc arbitrar, ut vogilctis magis, quid agendum nobis, quam quid
loqucndum sii. Facile crii, cxphcatis consiliis j accommodarc rebus nerba.
Sono, senza dubbio, queste parole verissime, e debbono essere da ogni principe
e da ogni repubblica gustate: perchè nell’ambiguità e nell’incertitudine di
quello che altri voglia fare, non si sanno accomodare le parole; ma fermo una
volta 1’animo, e deliberalo quello sia da eseguire, è facil cosa trovarvi le
parole, lo ho notato questa parte più volentieri, quanto io ho molte volte
conosciuto tale ambiguità avere nociuto alle pubbliche azioni, con danno i’con
vergogna della repubblica nostra. E sempre mai avverrà, che ne’partiti ilubbii,
e dove bisogni animo a deliberargli, sarà questa ambiguità, quando abbino ad
esser consigliati e deliberati d’uomini deboli. Non sono meno nocive ancora le
deliberazioni lente e tarde, che ambigue; massime quelle che si hanno a
deliberare in favore di alcuno amico: perchè colla lentezza loro non si aiuta
persona, e nuocesi a sè mede simo. Queste deliberazioni così fatte procedono o
da debolezza d’animo e ili forze, o da malignità di coloro che hanno a
deliberare; i quali, mossi dalla passimi propria di volere rovinare lo Stato o
adempire qualche suo desiderio, non lasciano seguire la deliberazione, ma la
impediscono e l’attraversano. Perchè i buoni cittadini, ancora che vegghino una
foga popolare voltarsi alla parte perniciosa, mai impediranno il deliberare,
massime di quelle cose che non aspettano tempo. Morto che fu Girolamo liranno
in Siracusa, essendo la guerra grande intra i Cartaginesi ed i Romani, vennono
i Siracusani in disputa se dovevano seguire l’amicizia romana o la cartaginese.
E tanto era l’ardore delle parti che la cosa sta ambigua, uè se ne prende
alcuno partito; insino a tanto che Apollonide, uno de’primi in Siracusa, con
una sua orazione piena di prudenza, mostrò come non era da biasmare chi teneva
E oppinione ili aderirsi ai Romani, nè quelli che volevano seguire la parte
cartaginese; ma era bene da detestare quell’ambiguità e tardità di pigliare il
partito, perchè vede al tutto in tale ambiguità la rovina della repubblica; ma
preso che si fusse il partito, qualunque e’si fosse, si poteva sperare qualche
bene. Nè potrebbe mostrare più L. che si faccia in questa parte, il danno che
si tira dietro lo stare sospeso. Dimostralo ancora in questo caso de’Latini:
perchè, sendo i Latini ricerchi da loro gli stessine neutrali, e che il re
venendo in Italia gli avesse a mantenere nello Stato e ricevere in proiezione:
e dette tempo un mese alla città a ratificarlo. Fu differita tale ratificazione
da chi per poca prudenza favoriva le cose di Lodovico: intantoehè, il re già
sendo in su la vittoria, e volendo poi i Fiorentini ratificare, non fu la
ratificazione accettata; come quello che conobbe i Fiorentini essere venuti
forzati, e non voluntari nella amicizia sua. Il che costò alla città di Firenze
assai danari, e fu per perdere lo Stato: come poi altra volta per simile causa
li intervenne. E tanto più fu dannabile quel partito, perchè non si servi
ancora il duca Lodovico; il quale se avesse vinto, arebbe mostri molti più
segni d’inimicizia conira ai Fiorentini, che non fece il re. E benché del male
che nasce alle repubbliche di questa debolezza se ne sia di sopra in uno altro
capitolo discorso; nondimeno, avendone di nuovo occasione per un nuovo
accidente, ho voluto replicarne, parendomi, massime, materia che debba esser
dalie repubbliche simili alla nostra notala. Quanto i soldati ne’nostri tempi
si disformino dall’anttcht ordini. ha più importante giornata che fu mai fatta
in alcuna guerra con alcuna nazione dal Popolo romano, fu questa che ei fece
con i popoli latini, nel consolato di Torquato e di Decio. Perchè ogni ragione
vuole, che cosi come i Latini per averla perduta diventarono servi, così
sarebbono stati servi i Romani, quando non l’avessino vinta. E di questa
oppinone è L.; perchè in ogni parte fa gl’eserciti pari d’ordine, di virtù,
d’ostinazione c di numero: solo vi fa differenza, che i capi dell’esercito
romano furono più irtuosi che quelli dell’esercito latino. Yedesi ancora come
nel maneggio di questa giornata nacquero duoi accidenti non prima nati, e che
di poi hanno rari esempi: che de’duoi Consoli, per tenere fermi gl’animi
de’soldati, ed ubbidienti al comandamento loro, e diliberati al combattere,
1’uno ammazzò sè stesso, e I’altro il figliuolo. La parità, che L. dice essere
in questi eserciti, era che, per avere militato gran tempo insieme, erano pari
di lingua, d’ordine e d’arme: perchè nell’ordinare la zuffa tenevano uno modo
medesimo $ e gl’ordini ed i capi degl’ordini avevano medesimi nomi. Era dunque
necessario, sondo di pari forze e di pari virtù, che nascesse qualche cosa
istraordinaria, che fermasse e facesse più ostinati gl’animi dell’uno che
dell’altro: nella quale ostinazione consiste, come altre volte si è detto, la vittoria;
perchè, mentre che la dura ne’petti di quelli che combattono, mai non danno
volta gl’eserciti. E perchè la durasse più ne’petti de’Romani che de’Latini,
parte la sorte, parte la virtù de’Consoli fece nascere, che Torquato ebbe ad
ammazzare il figliuolo, e Decio sè stesso. Mostra L., nel mostrare questa
purililà di forze, tutto l’ordine che tenevano i Romani nell’eserciti e nelle
zuffe. Il quale esplicando egli largamente, non replicherò altrimenti; ma solo
discorrerò quello che io vi giudico notabile, e quello che per essere negletto
da tutti i capitani di questi tempi, ha fatto negli eserciti e nelle zuffe di
molti disordini. Dico, adunque, che per il testo di Livio si raccoglie, come lo
esercito romano aveva tre divisioni principali, le quali toscanamente si
possono chiamare tre schiere; e nominavano la prima astati, la seconda
principi, la terza triarii: e ciascuna di queste aveva i suoi cavalli.
Nell’ordinare una zuffa, ei mettevano gl’astatiinnanzi; nel secondo luogo, per
diritto, dietro alle spalle di quelli, ponevano i principi; nel terzo, pure nel
mede»imo filo, collocano i triadi. I cavalli di tulli questi ordini gli
ponevano a destra ed a sinistra di queste tre battaglie; le schiere de’quali
cavalli, dalla forma loro e dal luogo, si chiamavano alce, perchè parevano come
due alie di quel corpo. Ordinavano la prima schiera delli astati, che era nella
fronte, serrata in modo insieme che la potesse spignere e sostenere il nimico.
La seconda schiera de’principi, perchè non era la prima a combattere, ma bene
le conveniva soccorrere alla prima quando fusse battuta o urtata, non la
facevano stretta, ma mantenevano i suoi ordini radi, e di qualità che la
potesse ricevere in sè senza disordinarsi la prima, qualunque volta, spinta dal
nimico, fusse necessitata ritirarsi. La terza schiera de’triadi aveva ancora
gl’ordini più radi che la seconda, per potere ricevere in sè, bisognando, le
due prime schiere de’principi e degli astati. Collocate, dunque, queste schiere
in questa forma, appiccavano la zuffa: e se gl’astati erano sforzati o vinti,
si ritiravano nella radila degl’ordini de’principi; e tuttiinsieme uniti, fatto
di due schiere un J corpo, rappiccavano la zuffa: se questi ancora erano
ributtati e sforzati, si ritiravano tutti nella radila degl’ordini de’trioni; e
tutte tre le schiere diventate un corpo, rinnovavano la zuffa: dove essendo
superati, per non avere più da rifarsi, perdeno la giornata. E perchè ogni
volta che questa ultima schiera de’triarii si adopera, lo esercito era in
pericolo, ne nacque quel proverbio: Res redacta est ad triarios; che ad uso
toscano vuol dire: Noi abbiamo messo I’ultima posta. I capitani dei nostri
tempi, come egli hanno abbandonato tutti gli altri ordini, e della antica
disciplina ei non ne osservano parte alcuna, cosi hanno abbandonata questa
parte, la quale non è di poca importanza: perchè chi si ordina da potersi nelle
giornate rifare tre volte, ha ad avere tre volte inimica la fortuna a volere
perdere, ed ha ad avere per riscontro una virtù che sia atta tre volte a
vincerlo. Ma chi non sta se non in su M primo urto, come stanno oggi gli
eserciti cristiani, può facilmente perdere; perchè ogni disordine, ogni mezzana
virtù gli può torre la vittoria. Quello che fa agli eserciti nostri mancare di
potersi rifare tre volte, è lo avere perduto il modo di ricevere I una schiera
uelP altra. Il che nasce perchè al presente sf ordinano le giornate con uno di
questi duoi disordini: o ei mettono le loro schiere a spalle P una delP altra,
e fanno la loro battaglia larga per traverso, e sottile per diritto; il che la
fa più debole, per aver poco dal petto alle schiene. E quando pure, per farla
più forte, ei riducono le schiere per il verso de’ Romani, se la prima fronte è
rotta, non avendo ordine di essere ricevuta dalla seconda, s’ingarbugliano
insieme tutte, e rompono sè medesime: perché se quella dinanzi è spinta, ella
urta la seconda; se la seconda si vuol far innanzi, ella è impedita dalla
prima: donde che urlando la prima la seconda, e la seconda la terza, ne nasce
tanta confusione, che spesso uno minimo accidente rovina uno esercito. Gli
eserciti spagnuoli e franciosi nella zuffa di Ravenna, dove mori monsignor de
Pois, capitano delle genti di Prandi (la quale fu, secondo i nostri tempi,
assai bene combattuta giornata) s’ordinarono con uno de’soprascritti modi; cioè
clic l’uno e1’altro esercito venne con tutte le sue genti ordinate a spalle: in
modo che non venivano avere nè 1’uno nè 1’altro se non una fronte, ed erano
assai più per il traverso cìie per il diritto. E questo avviene loro sempre
dove egli hanno la campagna grande, come gli avevano a Ravenna: perché,
conoscendo il disordine che fanno nel ritirarsi, mettendosi per un filo, lo
fuggouo quando e’possono col fare la fronte larga, coni’ t detto; ma quando il
paese gli ristringe, si stanno nel disordine soprascritto, senza pensare il
rimedio. Con questo medesimo disordine cavalcano per il paese inimico, o se
e’predano, o se e’ fanno altro maneggio di guerra. Ed a santo Regolo in quel di
Pisa, ed altrove, dove i Fiorentini furono rotti da' Pisani ne’tempi della
guerra che fu tra i Fiorentini e quella città, per la sua ribellione dopo la
passata di Carlo re di Francia in Italia, non nacque tal rovina d’altronde,
clic dalla cavalleria amica; la quale sendo davanti e ributtata da’nimici,
percosse nella fanteria fiorentina, e quella ruppe: donde tutto il restante
delle genti dierono volta: e messcr Ciriaco dal Borgo, capo antico delle
fanterie fiorentine, ha affermato alla presenza mia molte volle, non essere mai
stato rotto se non dalla cavalleria degli amici. 1 Svizzeri, che sono i maestri
delle moderne guerre, quando ei militano coi Franciosi, sopra tulle le cose
hanno cura di mettersi in lato, che la cavalleria amica, se fusse ributtata,
non gli urti. E benché queste cose paiano facili ad intendere, e facilissime a
farsi; nondimeno non si è trovato ancora alcuuo de’nostri contemporanei
capitani, che gl’antichi ordini imiti, e gli moderni corregga. E benché
gl’abbino ancora loro tripartito l’esercito, chiamando 1’una parte antiguardo,
l’altra battaglia e l’altra retroguardo; non se ne servono ad altro che a
comandargli nelli alloggiamenti: ma nello adoperargli, rade volte è, come di
sopra è detto, che a tutti questi corpi non faccino correre una medesima
fortuna. E perchè molti, per scusare l’ignoranza loro, allegano che la violenza
dell’artiglierie non patisce che in questi tempi s’usino molti ordini
degl’antichi, voglio disputare questa materia, ed esaminare se l’artiglierie
impediscono che non si possa usare l’antica virtù. Quanto si debbino sii inave
dagl’eserciti ne'presenti tempi l’artiglierie; e se quella oppiatone che se ne
ha in universale j è vera. Considerando io, oltre alle cose soprascritte,
quante zuffe campali (chiamate ne’ nostri tempi, con vocabolo francioso, giornate,
e dagl’Italiani fatti d’arme) furono fatte dai Romani in diversi tempi; mi è
venuto in considerazione l’oppinione universale di molti, che vuole che se in
quelli tempi fussino state le artiglierie, non sarebbe stato lecito a’Romani,
nè sì facile, pigliare le provincie; farsi tributari i popoli, come e’feciono;
nè arebbono in alcuno modo fatti si gagliardi acquisti. Dicono aiTcora, che
mediante questi instrumenti de’fuochi, gli uomini non possono usare nè mostrare
la virtù loro, come e’ potevano anticamente. E soggiungono una terza cosa: che
si viene con piu diflìeultà alle giornale che non si veniva allora, nè vi si
può tenere dentro quegli ordini di quelli tempi; talché la guerra si ridurrà
col tempo in su le artiglierie. E giudicando non fuora di proposito disputare
se tali oppiuioui sono vere, e quanto l’artiglierie abbino cresciuto o
diminuito di forze agl’eserciti, e se le tolgano o danno occasione ai buoni
capitani d’operare virtuosamente; comiucerò a parlare quanto alla prima loro
oppinione: che gl’eserciti antichi romani non arebbono fatto gl’acquisti che
feciono, se l’artiglierie lussino state. Sopra che, rispondendo, dico: come
e’si fa guerra o per difendersi, o per offendere; donde si ha prima ad
esaminare a quale di questi duoi modi di guerra le faccino più utile, o più
danno. E benché sia che dire fla ogni parte, nondimeno io credo che senza
comparazione faccino più danno a chi si difende, che a chi offende. La ragione
che io ne dico è, che quel che si difende, o egli è dentro a una terra, o egli
è in su’campi dentro ad uno steccato. S’egli è dentro ad una terra, o questa
terra è piccola, come sono la maggior parte delle fortezze, o la è grande. Nel
primo caso, chi si difende è al tutto perduto, perchè l’impeto delle
artiglierie è tale che non trova muro, ancoraché grossissimo, che in pochi
giorni ei non abbatta; e se chi è dentro non ha buoni spazi da ritirarsi e con
fossi e con ripari, si perde. Nè può sostenere 1’impeto del nimico che volesse
di poi entrare pella rottura del muro, nè a questo gli giova artiglieria ch’ha:
perchè questa è una massima, che dove gl’uomini in frotta e con impeto possono
andare, l’artiglierie non gli sostengono. Però i furori oltramontani nella
difesa delle terre non sono sostenuti: son bene sostenuti gl’assalti italiani,
i quali non in frolla, ma spicciolati si conducono alle battaglie, le quali
loro, per nome mollo proprio, chiamano scaramuccio. E qucsli che vanno con
questo disordine e questa freddezza ad una rottura d’un muro dove sia
artiglierie, vanno ad una manifesta morte, c conira a loro l’artiglierie
vogliono: ma quelli clic in frotta condensati, e che l’uno spinge l’altro,
vengono ad una rottura, se non sono sostenuti o da fossi o da ripari, entrano
in ogni luogo, e l’artiglierie non gli tengono; e se ne muore qualcuno, non
possono essere tanti che gl’impedischino la vittoria. Questo esser vero, si è
conosciuto in molte espugnazioni fatte dagl’oltramontani IN ITALIA, e massime
in quella di BRESCIA: perchè, sendosi quella terra ribellata da’Franciosi, e
tenendosi ancora per il re della Gallia la fortezza, hanno I VENEZIANI, per
sostenere l’impeto che ila quella potesse venire nella terra, munita tutta la
strada d’artiglierie che dalla fortezza alla città scende, e postane a fronte e
ne’fianchi, ed in ogni altro luogo opportuno. Delle quali monsignor di Fois non
fa alcuno conto; anzi quello con il suo squadrone, disceso a piede, passando
pel mezzo di quelle, occupa la città, nè per quelle si sentì eli’egli avesse
ricevuto alcuno memorabile danno. Talché, chi si difende in una terra piccola,
conte è detto, e trovisi le mura in terra, e non ha spazio di ritirarsi con i
ripari e con fossi, ed hasi a fidare in su l’artiglierie, si perde subito. Se
tu difendi tuta terra gronde, e che tu hai comodità di ritirarti, sono
nondiinanco senza comparazione più utili l’artiglierie a chi è di fuori, che a
chi è dentro. Prima, perchè a volere ch’una artiglieria nuoca a quelli che sono
di fuora, tu sei necessitato levarti con essa dal piano della terra; perchè,
stando in sul piano, ogni poco d’argine e di riparo che il nimico fa, rimane
sicuro, e tu non gli puoi nuocere. Tanto che avendoti ad alzare, e tirarti sul
corridoio delle mura, o in qualunque modo levarti da terra, tu ti tiri dietro
due difficoltà. La prima, che non puoi condurvi artiglieria della grossezza e
della potenza che può trarre colui di fuora, non si potendo ne’piccoli spazi
maneggiare le cose grandi. L’altra, che quando bene tu ve la potessi condurre,
tu non puoi fare quelli ripari fedeli e sicuri, per salvare detta artiglieria,
che possono fare quelli di fuora, essendo in su terreno, ed avendo quelle
comodità e quello spazio che loro medesimi vogliono: talmentechè, gli è
impossibile a chi difende una terra, tenere l’artiglierie ne’luoghi alti,
quando quelli che soli di fuora abbino assai artiglierie e polenti; e se egli
hanno a venire con essa ne’luoghi bassi, ella diventa in buona parte inutile.
Talché la difesa della città si ha a ridurre a difenderla colle braccia, come
anticamente si fa, e colla artiglieria minuta: di che se si trae un poco
d’utilità rispetto a quella artiglieria minuta, se ne cava incomodità che
contrappesa alia comodità della artiglieria; perchè, rispetto a quella, si
riducono le mura delle terre, basse e quasi sotterrate ne’fossi: talché, com’e’si
viene alle battaglie di mano, o per essere battute le mura o per essere ripieni
i fossi, ha chi è dentro molti più disavvantaggi che non ha allora. E però si
disse giovano questi instrumenti molto più a chi campeggia le terre che a chi è
campeggiato. Quanto alla cosa di ridursi in uno campo dentro ad uno steccato
per non fare giornata, se non a tua comodità o vantaggio. Dico che in questa
parte tu non hai più rimedio ordinariamente a difenderti di non combattere, che
s’avessino gl’antichi; e qualche volta, per conto dell’artiglierie, hai
maggiore disavvantaggio. Per chè, s’il nimico ti giunge addosso, ed ha un poco
di vantaggio del paese, come può facilmente intervenire; e truovìsi più alto di
te; o che nello arrivare alio tu non hai ancora fatti i gini, e copertoli bene
con que luto, e senza che tu hai alcun ti disalloggia, e sei forzato usci
fortezze tue, e venire alla zuffa intervenne agli Spagnuoli nel nata di RAVENNA
i quali essent nili tra il fiume del Ronco ed gine, per non l’avere tirato U
che bastasse, e per avere i Frai poco il vantaggio del terreno, constretti
dall’artiglierie usci fortezze loro, e venire alla zi dato, come il più delle
volte de sere, che il luogo che tu hai coll campo è più eminenti altri
all’incontro, e che gli ar; sino buoni e sicuri, tale che, r il sito e 1’altre
tue preparazio miro non ardisse d’assaltarti; in questo caso a quelli modi c
cainente si veniva, quando uno il suo esercito in lato da non pi sere offeso: i
quali sono, co paese, pigliare o campeggiare le terre tue amiche, impedirti le
vettovaglie; tanto che tu sarai forzato da qualche necessità a disalloggiare, e
venire a giornata; dove l’artiglierie non operano molto. Considerato, adunque,
di quali ragioni guerre feciono i Romani, e reggendo come ei feciono quasi tutte
le lor guerre per offendere altrui, e non per difender loro; si vedrà, quando
sieno vere le cose dette di sopra, come quelli arebbono avuto più vantaggio, e
piu presto arebbono fatto i loro acquisti, se le fussino state in quelli tempi.
Quanto alla seconda cosa, che gl’uomini non possono mostrare la virtù loro,
come ei potevano anticamente, mediante l’artiglieria; dico eh’egli è vero, che
dove gl’uomini spicciolati si hanno a mostrare, eh’e’portano più pericoli che
allora, quando avessino a scalare una terra, o fare simili assalti, dove
gl’uomini non ristretti insieme, ma di per sè 1’uno dall’altro avessiuo a
comparire. E vero die gli capitoni e capi degli stanno sottoposti più al perii!
morte che allora, potendo esser con le artiglierie in ogni lu giova loro lo
essere nelle ultii «Ire, e muniti di uomini fortissi dimeno si vede che l’uno c
P questi duoi pericoli fanno ra danni istraordinari: perchè munite bene non si
scalano, i con assalti deboli ad assaltarh volerle espugnare, si riduce la una
ossidionc, come anticamen ceva. Ed in quelle clic pure pe si espugnano, non
sono molto i pericoli che allora: perchè n cavano anche in quel tempo a fendeva
le terre, cose da trarre se non erano si furiose, facevam all’ammazzare gli
uomini, *il s fello. Quanto alla morte de’ci de’condottieri, ce ne sono, in v
tro anni che sono state le guerre simi tempi in Italia, meno esempi, che non
era in dieci anni di tempo appresso agii antichi. Perchè, dal conte Lodovico
della Mirandola, che morì a Ferrara quando i Veniziani pochi anni sono
assaltarono quello Stato, ed il Duca di Nemors, che muore alla Ciriguuola, in
fuori; non è occorso che d’artiglierie ne sia morto alcuno; percdiè monsignor
di Pois a Ravenna mori di ferro, e non di fuoco. Tanto che, se gli uomini non
dimostrano particolarmente la loro virtù, nasce non dalle artiglierie, ma dai
cattivi ordini, e dalla debolezza degli eserciti; i quali, mancando di virtù
nel tutto, non la possono dimostrare nella parte. Quanto alla terza cosa detta
da costoro, che non si possa venire alle mani, fc che la guerra si condurrà
tutta in su P artiglierie, dico questa oppinione essere al tutto falsa; e così
ila sempre tenuta da coloro che secondo P antica virtù vorranno adoperare gli
eserciti loro. Perchè, chi vuole fare uno esercito buono, gli conviene, con
eser più apertamente questo errore, mare più i cavalli che le fantei uno altro
essempio romano. E Romani a campo a Sora, ed i usciti fuori della terra una tu
cavalli per assaltare il campo, fece all’incontro il Maestro de romano con la
sua cavalleria, e di petto, la sorte dette che nel scontro i capi dell’uno e
dell’alticito morirono; e restali gli alti’governo, e durando nondimeno I i
Romani per superare più faclo inimico, scesono a piede, e cc sono i cavalieri
nimici, se si voi fendere, a fare il simile: e co questo, i Romani ne
riportarom toria. Non può esser questo eì maggiore in dimostrare quanto virtù
nelle fantericche ne’cavag che se nelle altre fazioni i Con cevano discendere i
cavalieri i era per soccorrere alle fanterie i tivano, e che avevano bisogno
ili aiuto; ma in questo luogo e’discesono, non per soccorrere alle fanterie nè
per eombattere con uomini a piè de’nimici, ma combattendo a cavallo co’cavalli,
giudicareno, non potendo superargli a cavallo, potere scendendo più facilmente
vincergli. Io voglio adunque conchiudere, che una fanteria ordinata non possa
senza grandissima diffìcultà esser superata, se non da una altra fanteria.
Crasso e Marc’Antonio romani corsone per il dominio de’Parti molte giornate con
pochissimi cavalli ed assai fanteria, ed all’incontro avevano innumerabili
cavalli de’Parti. Crasso vi rimase con parte dello esercito morto. Marc’Antonio
virtuosamente si salvò. Nondimanco, in queste afflizioni romane si vede quanto
le fanterie prevalevano ai cavalli: perchè essendo in un paese largo, dove i
monti son radi, ed i fiumi radissimi, le marine longinque, e discosto da ogni
comodità; nondimanco Marc’Antonio, al giudicio de’Parti medesimi, mente si
salvò; nè mai ebbe tutta la cavalleria pnrtica te ordini dello esercito suo. Se
rimase, chi leggerà bene le s vedrà come e’vi fu piuttosto che forzato: nè mai,
in tutti sordini, i Parti ardirono di uri sempre andando costeggiando
pedendogli le vettovaglie, prò gli e non gli osservando, lo et od una estrema
miseria. Io avere a durare più fatica in p quanto la virtù delle fanterie lente
ebe quella de’cavalli, fussino assai moderni essenv rendono testimonianza
pieniss è veduto novemila Svizzeri i da noi di sopra allegata, and frontale
diecimila cavalli ed fanti, e vincergli: perchè i cf li potevano offendere: i
fanti, ] gente in buona parte guascoi ordinata, stimavano poco. Yi ventiseimila
Svizzeri andare a trovare sopra Milano Francesco re di Francia, che aveva seco
ventimila cavalli, quarantamila fanti e cento carra d’artiglieria; e se non
vinsono la giornata come a Novara, combatterono due giorni virtuosamente; e
dipoi, rotti che furono, la metà di loro si salvarono. Presunse Marco Regolo
Attilio, non solo con la fanteria sua sostenere i cavalli, ma gli elefanti; e se
il disegno non gli riuscì, non fu però che la virtù della sua fanteria non
fusse tanta, che ei non confidasse tanto in lei che credesse superare quella
difficoltà. Replico, pertanto, che a voler superare i fanti ordinati, è
necessario opporre loro fanti meglio ordinati di quelli: altrimenti, si va ad
una perdita manifesta. Ne’tempi di FilippoVisconti, duca di Milano, scesouo ili
Lombardia circa sedicimila Svizzeri: donde il Duca avendo per capitano allora
il Carmignuola, lo manda con circa mille cavalli e pochi fanti allo incontro
loro. Costui non sappiendo combatter loro, n’anda ad inc nari o d’amici ei non
può tenere lungamente tale esercito, è matto al tuttose non tenta la fortuna
innanzi che tale esercito s’abbia a risolvere: perchèaspettando, ei perde al
certo; tentando, potrebbe vincere. Un’altra cosa ci è ancora da stimare assai:
la quale è, che si debbe, eziandio perdendo, volere acquistar gloria; e più
gloria si ha adesser vinto per forza, che per altro inconveniente che t’abbia
fatto perdere. Sì ch’Annibaie dove essere constretto la queste necessità. E dì
Scipione, quando Anuibaferita la giornata, e non stalo l’animo andarlo a tghi
forti, non pativa, pevinto Siface, e acquistate Affrica, che vi poteva sta
comodità come in Italia, terveniva ad Annibaie, ql’incontro di Fabio; nèciosi,
che erano all’inctzio. Tanto meno ancoragiornata colui che coll’il paese
altrui; perchè, trare nel paese del niiviene quando il nimico scontro,
azzuffarsi seco; er la più corta, e per vincere ogni di (Tic ulta nè dar tempo al
marchese a diliberarsi, ad un tratto mossele sue genti per quella via, cd al
marchese significa gli mandasse le chiavi diquel passo. Talché il marchese,
occupato da questa subita diliberazione, glimandò le chiavi: le quali mai gli
arebbemandate se Pois più lepidamente si fusscgovernato, essendo quel marchese
in legaeoi papa e coi Viniziani, ed avendo uusuo figliuolo nelle mani del papa;
le quali cose gli danno molte oneste scuse a negarle. Ma assaltato dal subito
partito, pelle cagioni che di sopra si dicono, le concesse. Cosi feciono i
Toscanie o i Sanniti, avendo pella presenza dell’esercito di Sannio preso
quelle arme che gli avevano negato per altri tempi pigliare. Qual sia miglior
partito nelle giornale, o sostenere lf impeto de’nimicij c sostenuto urtargli;
ovvero dapprima con furia assaltargli. Erano Decio e Fabio, consoli romani, con
due eserciti all’incontro degli eserciti dei Sanniti e dei Toscani; e
venendoalla zuffa ed alla giornata insieme, è danotare in tal fazione, quale di
due diversi modi di procedere tenuti dai dueConsoli sia migliore. Perchè Decio
conogni impeto e cor ogni suo sforzo assalta il nimico; Fabio solamente lo
sostenne, giudicando V assalto lento essere più utile, riserbando l'impeto
suonell’ultimo, quando il nimico avesse perduto il primo ardore del combattere,
e come noi diciamo, la sua foga. Dove si vede, per il successo della eosa, che
a Fabio riuscì molto meglio il disegno che a Decio: il quale si straccònei
primi impeti; in modo che, vedendo la banda sua piuttosto in volta
diealtrimenti, per acquistare con la morte quella gloria alla quale colla
vittorianon aveva potuto aggiungere, ad imitazione del padre sacrificò sè
stesso perle romane legioni. La qual cosa intesada Fabio, per non acquistare
manco onore vivendo, che s’avesse il suo collega acquistato morendo, spinse
innanzi tutte quelle forze che s’aveva a tale necessità riservate; donde ne
riportò una felicissima vittoria. Di qui si vede che’l modo del procedere di
Fubio è più sicuro e più imitabile. Donde nasce che una famìglia iìi una città
tiene un tempo imedesimi costumi. E’pare clic non solamente 1’una città
dall’altra abbi certi modi ed institutidiversi, e procrei uomini o più duri
opiù effeminati. Ma nella medesima città si vede tal differenza esser nelle
fumiglie l’una dall’altra. H che si riscontraessere vero in ogni città, e nella
città di Roma se ne leggono assai essempi:perché e’si vede i Manlii essere
statiduri ed ostinati, i Pubi icoli uomini benigni ed amatori del popolo, gli
Appiiambiziosi e nimici della Plebe: e cosimolte altre famiglie avere avute
ciascunale qualità sue spartite dall’altre. La qualcosa non può nascere
solamente dal sangue, perchè e’conviene eh’ei varii mediante la diversità dei
matrimoni; ma è necessario venga dalla diversa educazione che ha una famiglia
dall’altra. Perchè gl’importa assai che un giovanetto dai teneri anni cominci a
sentirdire bene o male di una cosa; perchè conviene che di necessità ne faccia
impressione, e da quella poi regoli il modo del procedere in tutti i tempi della
vita sua. E se questo non fosse, sarebbe impossibile che tutti gl’Appii
avessino avuta la medesima voglia, c Rissino statiagitati dalle medesime
passioni, come nota L. in molti di loro: e per ultimo, essendo uno di loro
fatto Censore, ed avendo il suo collega alla fine de’diciotto mesi, come ne
dispone la legge, deposto il magistrato, Àppio non lo volle deporre, dicendo
che lo poteva tenere cinque anni secondo la prima legge ordinata dai Censori. E
benchésopra questo se ne facessero assai concioni, e se ne generassino assai
tumulti, non pertanto ci'fu mai rimedio che volesse deporlo, conira alla
volontà del Popolo e della maggior parte del Senato. E chi leggerà l’orazione
che gli fece contro Publio Sempronio tribuno della plebe, vi noterà tutte
l’insolenze oppiane, e tulle le bontà ed umanità usale da infiniti cittadini
per ubbidire alle leggi e dagl’auspicii della loro patria. Che un buon
cittadino per amore della patria debbo dimenticare l’ingiurie’ private.Era
Manlio consolo con l’esercito conira ai Sanniti ed essendo stato in una zuffa
ferito, e per questo portando legenti sue pericolo, giudicò il Senato esser
necessario mandarvi Papirio Cursore dittatore, per sopplire ai difetti del
Consolo. Ed essendo necessario che’l Dittatore fusse nominato da Fabio, il
quale era con gli eserciti in Toscana; e dubitando, per essergli nimico, che
non volesse nominarlo; gli mandarono i Senatori due ambasciadori a pregarlo,
che,posti da parte gli privati odii, dovesseper benefìzio pubblico nominarlo.
Il che Fabio fece, mosso dalla carità della patria; ancora che col tacere e con
molti altri modi facesse segno che tale nominazione gli premesse. Dal quale
debbono pigliare essempio tutti quelli, che cercano d’essere tenuti buoni
cittadini. Quando si vede fareuno errore grande ad un nimico, si debbe credere
che vi sia sono inganno. Essendo rintaso Fulvio Legato nello esercito che i
Romani avevano in Toscana, per esser ito il Consolo per alcune cerimonie a
Roma; i Toscani, per vedere se potevano avere quello alla tratta, posono un
aguato propinquo ai campi romani, e mandarono alcuni soldati con veste di
pastori con assai armento, e gli feciono venire alla vista dell’esercito
romano: i quali così travestiti s’accostarono allo steccato del campo; onde il
Legato meravigliandosi di questa loro presunzione, non gli patendo ragionevole,
tenne modo ch’egliscoperse la fraude; e cosi restò il diigno de Toscani rotto.
Qui si può comoramente notare, che un capitano dieserciti non debbe prestar
fede ad uno errore che evidentemente si vegga fare al nimico: perchè sempre vi
sarà sottofronde, non sendo ragionevole che gli uomini siano tanto incauti. Ma
spesso il disiderio del vincere acceca gl’animi degl’uomini, che non veggono
altro che quello pare facci per loro. I Franciosi avendo vinti i Romani ad
Allia, e venendo a Roma, e trovando le porte aperte e senza guardia, stettero
tutto quel giorno e la notte senza entrarvi, temendo di fraude, e non potendo
credere clic fusse tanta viltà c tanto poco consiglio ne’petti romani, che gli
nbbandonassino la patria. Quando nel 4508 s’andò per gli Fiorentini a Risa a
campo, Alfonso del Mutolo, cittadino pisano, si trova prigione dei Fiorentini,
e promise che s’egli era libero, darebbe una porta di Pisa all’esercito
fiorentino. Fu costui libero. Di poi, per praticare la cosa, venne molte volte
a parlare coi mandati dc’commissari; e veniva non di nascosto, ma scoperto, ed
accompagnato da’ Pisani; i quali lasciava da parte, quando parla eoi
Fiorentini. Talmentechè si poteva conietturare il suo animo doppio; perchè non
era ragionevole, se la pratica fussc stata fedele, eh’ egli 1’ avesse trattata
sì alla scoperta. Ma il disiderio che s’aveva d’aver Pisa, accecò in modo i
Fiorentini, che condottisi coll’ordine suo alla porta a Lucca, vi lasciarono
più loro capi ed altre genti con disonore loro, pel tradimento doppio che fece
detto Alfonso. Una repubblica, a volerla mantenere libera, ha ciascuno di
bisogno di nuovi provvedimenti; e per guali meriti Quinto Fabio fu chiamato
Massimo. E di necessità, come altre volte s’è letto, che ciascuno dì in una
città grande 'taschino' accidenti che abbino bisogno elei medico; e secondo che
gli importano più, conviene trovare il medico più savio. E se in alcune città
nacquero mai simili accidenti, nacquero in t\oma e strani ed insperati; come fu
quello quando e’parve cha tutte le donne romane avessino congiurato contra ai
loro mariti d’ammazzargli: tante se ne trovò clic gli avevano avvelenati, e
tante eh’ avevano preparato il veleno per avvelenargli. Come fu ancora quella
congiura de’baccanali, clic si scopri nel tempo dellaguerra macedonica, dove
erano già inviluppati molti migliaia d’uomini e di donne; e se la non si
scopriva, sarebbe stata pericolosa per quella città; o seppure i Romani non
fussino stati consueti a gasligare le muititudiui degl’uomini erranti: perchè,
quando e’non si vedesse per altri infiniti segni la grandezza di quella
Repubblica, e la potenza dell’esecuzioni sue, si vede per la qualità della pena
che la impone a chi erra. Nè dubita far morire per via di giustizia una legione
intera per volta, ed una città tutta; e di confinare ottoo diecimila uomini con
condizioni straordinarie, da non essere osservate da un solo, non che da tanti:
come intervennea quelli soldati che infelicement combatteno a Canne, i quali
confina in Sicilia, e impose loro che non alkergassino in terre, e che
mangiassino ritti. Ma di tutte 1’altre esecuzioni era terribile il decimare
gl’eserciti, dove a scorte da tutto uno esercito è morto d’ogni dieci uno. Nè
si poteva, a gasligare una multitudine, trovare più spaventevole punizione di
questa. Perchè quando una moltitudine erra, dove non sia 1’autore certo, tutti
non si possono gastigare, per esser troppi; punirne parte e parte lasciare
impuniti, si farebbe torto a quelli che si punissino, e gl’impuniti arebbono
animo di errare un’altra volta. Ma ammazzare la decima parte a sorte, quando
tutti la meritano, o, 1'è punito si duole della sorte; ehi non è punito, ha
paura che un’altra volta non tocchi alui, e guardasi di errare. Sono punite,
adunque, le venefiche e le baccanali secondo che meritano i peccali loro. K.
benché questi morbi in una repubblica faccino cattivi effetti, non sono a
morte, perchè sempre quasi s’ha tempo a correggerli: ma non s’ha già tempo in
quelli che riguardano lo stato, i quali se non sono da un prudente corretti,
rovinano la città. Erano in Roma, pella liberalità che i Romani usano di donare
la civilità a’forestieri, nate tante genti nuove, che le comincia avere tanta
parte ne’suffragi, che’l governo comincia a variare, e partivasi da quelle cose
e da quelli uomini dove era consueto andare. Di che accorgendosi Quinto Fabio
che è censore, mette tutte queste genti nuove da chi dipende questo disordine
sotto quattro tribù, acciocché non potessino, ridotte in si piccioli spazi,
corrompere tutta Roma. È questa cosa ben conosciuta da Fabio, e posto vi senza
alterazione conveniente rimedio; il quale è tanto accetto a quella civilità,
che merita d’esser chiamato Masssirno. Machiavelli a Zanobi Buondelmonti e
Rucellai salute. Tito Livio. Keywords: filosofia romana, Romolo, metafisica e
storia, Grice, Strawson, Pears – when history came o age. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Livio” – The SwmmingPool Library, Villa Speranza. For H. P.
G. Grice’s Gruppo di Gioco. Tito Livio. Refs.: “Luigi Speranza, “Grice e
Livio”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Lodovici: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della virtù – verso la meta – la meta è l’origine – la scuola
di Messina -- filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Messina). Abstract.
Grice: “In my ‘Logic and conversation,’ I gave as an example of patent tautology
which is implicature-loaded or laden, that of ‘Women are women’. However,
sexual dymophism came late in my reflections on pirotology. In my seminars on
philosophical psychology and philosophical biology I sum up some functions:
‘breathe (why?), excretion, digestion, reproduction – in no particular order. Aristotle
himself was confused about sexual reproduction, perhaps influenced by Socrates,
given that Socrates apparently never reproduced! But of course, Aristotle is
wrong. In Ancient Athens, Xanthippe was the wife of the philosopher Socrates,
and the mother of their three sons: Lamprocle, Sofronisco, and Menesseno.
Historical accounts portray Xanthippe as a spirited woman, often described as
having a difficult or challenging demenaor, which was unuaual for Athenina
women of the time. Hoever, these portrays might also reflect the societal
biases against outspoken women in Ancient Athens, and some scholars argue that
her actions could be interpreted as a form of resistance against societal
expectations. Socrates is said to have chosen Xanthippe because of her
challenging nature, as he believed that tolerating her would help him navigate
interactions with people in general. Socrtes and Xanthippe’s marriage reported
occurred after 423 BC, with their eldest son, Lamprocle, bour around 415 or 414
BC. The other two sons, Sofronisco and Menesseno, were younger and were still
children at the time of Socrates’s trial and death. There are differing
accounts regarding the MOTHERHOOD of all three sons, with some sources
suggesting Socrates had a second wife named MYRTO. However, the story of the
second marriage is generally doubted by scholars. While their marriage is often
depicted as tumultuous, it appears a bond existed between them. Xanthippe was
presente at Socrates’s death-bed, demonstrating a degree of affection and
concern. Socrates himself, while rarely mentioning his family, did so on
occasion, suggesting their importance to him.” Filosofo siciliano.Filosofo italiano. Messina, Sicilia. Grice: “I like
Emanuele Samek Lodovici – very Italian – his metamorfosi della gnosi is good!”
-- samek lodovici -- one of the two. Il
suo pensiero d'impronta metafisica si oppone al materialismo e al riduzionismo.
Esperto della filosofia di Plotino, Sant'Agostino e Marx, si occupa dello
gnosticismo che a suo parere si trova ripresentato in diverse filosofie e
ideologie dell'età moderna e contemporanea. Figlio del bibliotecario e
bibliografo Sergio Samek Lodovici, nativo di Carrara, che lo chiamò come suo
fratello maggiore, noto medico e politico. Rimase in Sicilia per breve tempo
per poi vivere sempre a Milano. Scampò a soli cinque anni alla tragedia di
Albenga, quando dopo il naufragio di un'imbarcazione carica di bambini era
stato inserito nel gruppo delle piccole salme, ma il tempestivo intervento di
un medico lo salvò. Di formazione e cultura cattoliche, studia a Milano dove si
laurea con «Filosofia classica e spiritualità cristiana nel Commento di
Sant'Agostino al Vangelo di San Giovanni». Insegna aTorino. Pubblicò due
monografie, una su Agostino (con il contributo del C.N.R.), e l'altra sulla
gnosi moderna, che gli valsero la cattedra di Filosofia a Trieste. In una lettera Noce si riferiva così. Nella
prima delle sue due opere fondamentali, Dio e mondo, inizia considerando la
grave accusa rivolta da Heidegger alla metafisica, ovvero di non aver compreso
che cos'è l'«essere» e di aver reificato Dio, di averlo cioè reso una
«cosa». Questa critica può essere legittima ma non nei riguardi della
metafisica neoplatonica nella forma in cui è stata mediata da Agostino. Individua
il fulcro di tale metafisica nella dottrina della «partecipazione» delle idee
col mondo, in forza della quale il rapporto di Dio col mondo è una relazione
sostanziale e non oggettualità. In Metamorfosi della gnosi, delinea una
fenomenologia della cultura come influenzata da una mentalità inconsciamente
gnostica. Tale mentalità ha assunto in sé le tesi dello gnosticismo antico,
ovvero la sostanziale negatività del mondo, la possibilità di redenzione dalla
oscurità del mondo attraverso un sapere salvifico (gnosi) e la possibilità di
un redenzione del mondo realizzata, senza bisogno della grazia divina, dalla
sola azione dell'uomo tramite la politica e/o la scienza. Così nel
pensiero gnostico la finitezza e la creaturalità vengono disprezzate e
rifiutate, con l'ambizione di creare l'Uomo Nuovo e la Gerusalemme terrena.
Insomma, sintesi del pensiero gnostico è quella formulazione che trova il
proprio culmine nel «rifiuto di non poter essere Dio»; in tal modo nella
visione gnostica non è più Dio, ma l'uomo gnostico a identificarsi con
l'infinito, sgravato com'è da qualsiasi limite. Da ciò appaiono evidenti
gli obiettivi polemici e critici di ogni metamorfosi dello gnosticismo rappresentato
nelle forme del riduzionismo antireligioso, del prometeismo marxista,
della filosofia radical-relativista diffusa attraverso i media, della
corruzione della memoria storica attuata anche attraverso la corruzione del
linguaggio ed infine nella strategia della distruzione della famiglia, che è
stata potentemente colpita in particolare con la rivoluzione sessuale e con
alcuni tipi di femminismo. Per quanto riguarda la sua pars construens,
Safferma che proprio a partire dalla post-marxistica crisi del pensiero
secolarista gnostico si deve delineare la necessità di ritornare alla tradizione
metafisica, da lui indicata sulla linea di Platone, Plotino e soprattutto
Agostino. In sintonia con l'ermeneutica
contemporanea, e pur evitandone le derive nichilistiche, riconosce la struttura
storicamente condizionante del linguaggio nei confronti dell'esistenza e della
conoscenza, secondo una sua favorita formula per cui «chi non ha le parole non
ha le cose», e d'altra parte il filosofo riconosce anche la funzione inversa
del linguaggio per cui, oltre che elemento condizionante, esso è anche il mezzo
con cui l'uomo storico può trascendere i vincoli della storia e del linguaggio
stesso (i baconiani «idola fori» e «idola theatri») ed esprimere le verità eterne. Rievoca
la valenza dell'autocoscienza della ragione e delle sue vastissime
potenzialità, sia in bene che in male, e a partire da queste, ne ricorda i
limiti, i fallimenti storici e le costitutive incapacità che emergono
specialmente nel momento in cui essa viene elevata ad una illuministica
idolatria, concretizzandosi nella moderna vita di massa che «ha affermato la libertà politica da ogni
autorità spirituale, finendo per favorire il potere dell’uomo sull’uomo; ha
affermato la libertà dell’amore dalla morale per vanificarlo nel sesso; ha
affermato di lottare contro ogni religione in quanto superstizione, solo per
prepararne una più esiziale, quella della scienza e del successo.»
Piuttosto, una ragione accorta deve, restando autonoma, interagire con la
religione, per corroborarla e giustificarla razionalmente o per cercarvi le
risposte prime ed ultime. Tipica poi del suo pensiero è la «cultura del ricordo», intesa come
cultura non di una memoria archeologica bensì di una memoria che guardando ai
fallimenti del passato possa liberare il presente dalle menzogne ideologiche e
dai progetti utopistici che, ripetendosi nella storia, hanno generato i
totalitarismi del XX secolo, e che oggi producono la dittatura del relativismo
e del nichilismo. Così la memoria assume una funzione spirituale nel senso che «mi rende migliore di quello che sono». La
riflessione è dunque nel complesso di carattere etico-sapienzale, consapevole
che in ogni agire umano si esplica la ricerca della felicità, una ricerca che,
per essere efficace e compiuta, deve però essere immune da qualsiasi utopismo
onirico: è alla luce di questa precisazione che può affermare che «non vi è
nessuna felicità senza virtù, in altre parole non vi è nessuna felicità senza
quell'unica attività che è in grado di rendere l'uomo pienamente umano», perciò
«non si può pretendere che l'acquisto della felicità non passi attraverso lo
sforzo, la lotta, e in ultima analisi la sofferenza», ed è in tal modo che
trovano un senso il limite umano e la sofferenza. Non sfugge al filosofo la
coscienza della precarietà della felicità umana, però questa «ben lungi dallo
spingerci alla tristezza per l'insaziabilità dell'uomo, va tuttavia vistaottimisticamente,
come l'indizio che è un'altra la felicità conforme al livello spirituale degli
esseri umani», perché «ultima hominis felicitas non est in hac vita. Saggi: “
Plotino nel In Johannis Evangelium di Agostino, in Contributi dell'Istituto di filosofia, Vita e
Pensiero, La Lettera ai Galati” in Marcione e Tertulliano, in «Aevum», Milano, Agostino,
in Questioni di storiografia filosofica,
La Scuola, Brescia); Sul processo di Gesù e su Gesù e gli zeloti, Vita e
Pensiero, Marxismo o Cristianesimo, Ares, Sesso, matrimonio e concupiscenza in,
Etica sessuale (Milano); Tra cosmologia e metafisica. Note sul concetto di
cosmo, in “Il demoniaco nella musica, Giappichelli, La felicità e la crisi della cultura radicale
ed illuministica, in La crisi della
coscienza politica e il pensiero personalista, Libreria Gregoniana, “Dio e
mondo: relazione, causa e spazio” (EStudium); “Metamorfosi della gnosi” Ares, Dominio
dell'istante, dominio della morte. Alla ricerca di uno schema gnostico, in
«Archivio di Filosofia», Istituto di studi filosofici, Roma, “La gnosi e la
genesi delle forme, in «Rivista di Biologia», Il gusto del sapere, Universitas);
“L'arte di non disperare. Il gusto del sapere
Estratti di L'arte di non disperare
M. Picker, Il mio professore di
filosofia, Studi Cattolici, Alabiso, La critica dell'attacco macro-strutturale
al cristianesimo, Catania. Giacomo L., Profili. L., Studi Cattolici, Sciffo, Le
maschere della gnosi, «Avvenire», Barbiellini Amidei, Il filosofo che insegna
l'arte della speranza., in «Corriere della Sera», filosofo che insegna arte_della_co
shtml G. Feyles, La battaglia di Samek, in «Tempi», tempi la-battaglia-di-samek
Fumagalli, L. e Noce: Gnosi e secolarizzazione, Santa Croce, Roma //sergiofumagalli/files/
tesi.pdf Taddeo, Verità e diritto, Trento
G. Segre, una vita per la Verità, «la Bussola Quotidiana» /la nuova bussola quotidiana.com/it/archivio
Storico Articolo-emanuele-samek- lodoviciuna vita-per-la-verit- A. Galli, Il
ritorno della gnosi, in «Avvenire», Anna, L'origine e la meta. Ares, Milano. Gnosticismo Cattolicesimo, Noce, Voegelin, Mathieu
su Santi, beati e testimoni, santiebeati. Il gusto del sapere Universitas, Documentazione
interdisciplinare di scienza e fede, Gnosi moderna e secolarizzazione
nell'analisi” Fumagalli, Pontificia Università della Santa Croce, Roma, “la
gnosi come vero avversario della verità di Restelli, sito "Cultura Cattolica.
Nome compiuto: Emanuele Samek Lodovici. Lodivici. Keywords. la virtù, l’amore sessuuale,
il sessuale – la sessualita, il maschile, il machio, il sesso maschile, il vir,
virile, virilita. Refs.: Luigi Speranza, “ Grice e Lodovici” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lodovici:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma)
The author of a fascinating essay on philosophical psychology. Figlio di
Emanuele Samek Ludovici. Giacomo Samek Lodovici. Lodovici. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Lodovici.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lombardi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia
campanese – filosofia napoletana -- scuola la filosofia italiana – Luigi
Speranza (Napoli). Abstract. Grice: “At Oxford, we say Galileo – in
Italy, where they know better, they say BONAIUTO!” The surname BONAIUTI became
associated with the Galilei family through an ancestor named Galileo Bonaiuto.
Here’s how it happened. In the fifteenth century, Galileo Bonaituo was a
prominent physician, professor, and politician in Florence. In the the late
fourteenth century, his descedants began refering to thsmelves as GALILEI in
his honour. While the family officially retained the BONAIUTI surname for
generations, they started using GALILEI or GALILEO informally in honour of his
ancestor. The famous astronomer Galileo Galilei inherited both his given name
and the family name (Galilei) fom his ancestor, Galileo Bonaiuti. Therefore,
the association begain in the late 14th and 15th
centuries through the prominence and influence of Galileo Bonaiuti in Florence.
Abstract. Grice: “The Italians have a thing for the plural – witness all the
surnames ending in -i. True, Lombardo IS a philosopher, too!” Filosofo italiano. Grice: “I like Lombardi; he took
seriously my idea of Philosophy’s Longitudinal Uniity, and like Passmore or
Warnock, engaged iin a study of the ‘last hundred years of Italian philosophy.
This shows that his interests on Kant, etc., are Italian-based, mainly!” Il padre e avvocato e docente di diritto e procedura
penale a Napoli, già allievo prediletto di Bovio, deputato prima e dopo il
fascismo, autore di scritti vari di sociologia. La madre Rosa Pignatari fu
nipote di Ciccotti, nella cui casa era
cresciuta. Tradusse alcuni degli scritti di Marx nelle Opere edite dal Ciccotti
e la Storia del movimento operaio di Edouard Dolleans. Laureato e libero docente in filosofia lavora
in filosofia. Pubblica “Il mondo degli uomini” (Firenze, Le Monnier) Insegna a
Roma. Presidente della Società Filosofica Italiana e (sin dalla fondazione)
della Società filosofica romana, diresse il "Centro di Ricerca per le
Scienze Morali e Sociali" presso l'Istituto di filosofia della Roma. Direttore
della rivista De Homine cui si è affiancato il Bollettino Bibliografico per le
Scienze morali e sociali. Membro dell’Accademia nazionale dei Lincei. Gli e
conferito il premio nazionale "Croce" per la filosofia. Saggi: “L'esperienza e l'uomo.”“Fondamenti di
una filosofia umanistica” (Firenze: Sansoni); “Il mondo morale;”“Feuerbach” (Firenze:
Nuova Italia); “Feuerbach e Marx: “Kierkegaard” (Firenze: La Nuova Italia); “La
libertà del volere” (Milano: Bocca); La filosofia critica, Roma: Tumminelli;
“Il problema kantiano, “Commento alla Critica della ragion pura” Kant vivo (Firenze:
Sansoni); Nascita del mondo modern (Firenze: Sansoni); Concetto e problemi di
Storia della filosofia” (Asti: Arethusa); “Le origini della filosofia” (Asti:
Arethusa); “Libertà” (Asti, Arethusa); “Dopo lo Storicismo” (Firenze: Sansoni);
“Ricostruzione filosofica” (Asti: Arethusa); “La filosofia italiana” Asti:
Arethusa, Il piano del nostro sapere, Asti: Arethusa); “La posizione dell'uomo
nell'universo, Firenze: Sansoni); “Problemi della libertà, Firenze: Sansoni, Filosofia e civiltà” (Firenze: Sansoni, Saggi
Manoscritti inediti Scritti vari di filosofia, Scritti politici Filosofia e
Società, Firenze: Sansoni, Filosofia e Società Firenze: Sansoni, Il senso della
storia” (Firenze: Sansoni); Aforismi inattuali sull'arte” (Firenze: Sansoni); Galilei:
un ante-signano”(Firenze: Sansoni, scritti per l'università, Firenze: Sansoni,
“Continuità e Rottura, Firenze: Sansoni, Una svolta di civiltà, n.d.: ERI, Calabrò,
Torino: Filosofia, Atti del Congresso internazionale di Filosofia, Milano:
Castellani et C Editori, Il materialismo storico Atti del Congresso
internazionale di Filosofia; Roma: Fratelli Bocca, Il problema della filosofia
oggi Varie Taccuini di viaggio Dodici canzoni napoletane, su versi di Salvatore
Di Giacomo, Firenze: Forlivesi, Torino: Edizioni di Filosofia, Treccani
L'Enciclopedia italiana. Un contributo significativo per la costruzione della
filosofia italiana contemporanea, Lincei, in Biblioteca di Filosofi, Sapienza Roma.
Nome compiuto. Franco Lombardi. Lombardi. Keywords: la filosofia italiana,
Galilei. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Lombardi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Longino: la ragione conversazionale e il filosofo della
regina -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “I was criticised for giving as an
example of a patent tautology that of ‘Woemn are women’ – versus the oddity of
‘Men are men’ – but I was having Queen Zenobia in mind. As a philosopher having
encountered philosophy through the classics – at Oxford – I was very familiar
with Longino, the famous adviser to Queen Zenobia, and it always struck me that
when the Queen was indeed defeated by the Romans, she is safely taken to Roma,
whereas his adviser, who happened to be a Roman citizen by birth – was promptly
executed!” Filosofo italiano. An adviser to Queen Zenobia. Oddly, when Zenobia is
defeated by the Romans, she is taken off to Rome, whereas her adviser is
executed. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Longino.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Longino: la ragione conversazionale e il diritto romano
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract: Grice: “It’s very sad – yet typical of
Italian historiography – that, for all of Longino’s achievements as a
philosopher of law, he is best remembered by posterity as one of the 50
murderers of Giulio Caesare!” Filosofo
italiano. A legal scholar and theorist. Uno degl’uccisori di GIULIO (si veda)
Cesare. Nome compiuto: Gaio Cassio Longino. Longino. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Longino’.
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