GRICE ITALO A-Z L

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; Grice e Lettieri: all’isola -- la ragione conversazioanle e l’implicatura conversazionale – filosofia siciliana scuola di Messina – i pericolanti -- filosofia italiana – SICILIANO, NON ITALIANO -- Luigi Speranza (Messina). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Messina, Sicilia. Grice: “Lettieri rightly contrasts sensualism in the practical sphere of reason as ‘egoism’ – my ‘principle of conversational self-love’ – but focuses on benfeficence, and solidarity – as ‘rational’ – my principle of conversational benevolence, -- or conversational helfpfulness.” Grice: “I like Lettieri for two reasons: he uses ‘diritto razionale’ which we at Oxford don’t! – He cherishes the ‘dialogo filosofico’ as a genre as we Aristotelians at Oxford don’t – he wrote one on ‘l’intuito’ – While he wrote on ‘sensualism,’ he also explored the idea of ‘man’ and ‘ragione,’ or ragiun, as he put it in his vernacular!” – M. Messina. Insegna a Messina. Presidente della Real Accademia Peloritana dei Pericolanti. Molto apprezzato da Mamiani,  Gioberti e Galluppi. Altri saggi: Il sensualismo – cf. Grice, “Some remarks about the empire of the five senses” – Austin, “Sense and sensibilia” --, dissertazione, Messina, Capra; “La fisiologia calunniata di materialismo, Messina, Nobolo; La potenza del pensiero, Palermo, Console; Etica e diritto naturale, Messina, Amico; L’intuito: dialogo filosofico, Messina, Arena; L'omu nun avi l'usu di la ragiuni -- cicalata di lu professuri cav. A. Catara- Lettieri (Messina, Amico; Introduzione alla filosofia morale e al diritto razionale, -- Grice: “I like the idea of ‘rational’ right!” (Messina, Amico; “La cognizione del dovere -- poche nozioni dirette all'operaio e ad ogni classe di cittadini” (Messina, Amico; “Ricordi storici intorno al movimento filosofico in Siciliam Messina, Amico; “L’uomo” Pensieri” (Messina, Amico; Via Lettieri, Messina. Lettieri basis his moral system on rationality – solidarity, beneficence and all the conversational principles appealed by Grice find room in Lettieri’s system – ‘dovere verso l’altri” o “il prossimo” – The fundamental one is that of equality, as when Chomsky says that competence is an ideal natuve speaker with another one --. Grice: “Lettieri would hardly consider hiseself an Italian philosopher, seeing that he wrote a trattarello on ‘filosofia in Sicilia’ meaning that Italy does not belong to him, nor does he belong to her!”  L. is a Sicilian philosopher whose work on the  theory of signs and language as communication is deeply rooted in the Italian empiricist tradition, specifically influenced by GALLUPPI (vedasi). His thought serves as a bridge between Enlightenment sensationalism and the emerging psychological and social analyses of communication. The Empiricist Context L. operates within a philosophical milieu that prioritised experience as the primary source of knowledge. GALLUPPI (vedasi)’s Influence: L. is a student and correspondent of GALLUPPI (vedasi), the leading figure of Italian empiricism. L. adoptes G.’s focus on the "analysis of the faculties" of the human mind, viewing language not as an abstract formal system but as an active tool of the intellect. Anti-Metaphysical Stance: L.’s work rejects purely speculative or innate theories of language, instead grounding the origin of the sign in sensory perception and the psychological need to manifest internal states.  Theory of the Sign L.’s semiotic theory emphasizes the sign as a mediator between the internal psychological world and the external objective world. Functional Intentionality: For L., a sign is not merely a label for a thing but an instrument used by the human spirit to fix and stabilise ephemeral thoughts. The Sign as a "Tool of Reason": He views the sign as necessary for the "use of reason" -- usu di la ragiuni, in his Sicilian (not Italian) vernacular -- arguing that without the sign, the human mind could not organise complex ideas or perform high-level abstractions. Integration of Senses: Consistent with his empiricism, L. explores how different sensory modes (visual, auditory, tactile, olfactory, tactile – cf. Urmson, The Object of the Five Senses, and H. P. Grice, Some remarks about the senses) contribute to the formation of a sign system, anticipating later discussions on the multi-sensory nature of communication.  Language as Communication L. moves beyond the individual-centric view of language to emphasise its social and communicative function.  Intersubjective Bond: L. argues that language's primary purpose is communication — the sharing of one’s internal representations with others to create a common social reality. Cultural Context: In his roles within Sicilian academies (such as the Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Palermo), L. promotes language as a vehicle for cultural and civic progress. Linguistic Practice: Unlike formalists, L. sees language as a "discursive practice" where meaning is refined through social interaction and the practical demands of life.  4. Legacy and Influence L.’s integration of empiricist epistemology with a functionalist view of language placed him in conversation with other major thinkers: He collaborates on liberal journals like Lo Spettatore del Peloro, using his theories of communication to advocate for intellectual and political freedom. His correspondence with contemporaries like TROYA (vedasi) and GALLUPPI (vedasi) highlights his role as a key node in the Italian intellectual network that seeks to modernize Italian philosophy through the lens of experience and social communication. – -- è stato un filosofo italiano. Professore di diritto naturale ed etica a Messina, è presidente della Real Accademia Peloritana dei Pericolanti. Molto apprezzato da ROVERE (vedasi), GIOBERTI (vedasi) e GALLUPPI (vedasi), è sepolto nel famedio del cimitero monumentale di Messina. La città natale intitola al suo nome una via cittadina.  Principali pubblicazioni Sul sensualismo. Dissertazione, Messina, Stamp. T. Capra all'insegna di Maurolico, La fisiologia calunniata di materialismo, Messina, M. Nobolo, La potenza del pensiero. Opera composta per la gioventu siciliana, Palermo, Stamp. M. Console, Scritti varii di etica e di diritto naturale, Messina, Stamp. A. D'Amico, Sull'intuito. Dialoghi filosofici, Messina, Stamperia ant. D'Amico Arena, L'omu nun avi l'usu di la ragiuni. Cicalata di lu professuri cav. L., Messina, Tip. D'Amico. Introduzione alla filosofia morale e al diritto razionale, Messina, Tip. D'Amico, Introduzione alla cognizione del dovere. Poche nozioni dirette all'operaio e ad ogni classe di cittadini, Messina, Tip. D'Amico, Ricordi storici intorno al movimento filosofico in Sicilia, Messina, Tip. D'Amico, Salvo, Accademia Peloritana dei Pericolanti e Università degli Studi a Messina, su accademiapeloritana.it, Accademia Peloritana dei Pericolanti. Opere di Antonio Catara Lettieri, su MLOL, Horizons Unlimited. Sull'Uomo. Pensieri di L., Messina, presso Ignazio D'Amico Testo in Google Libri. Portale Biografie  Portale Filosofia Categorie: Filosofi italiani Nati a MessinaMorti a MessinaProfessori dell'Università degli Studi di Messina Membri dell'Accademia Peloritana dei Pericolanti[altre] RELAZIONE LETTA NELLA R.  ACCADEMIA  PELORITANA DI  MESSINA, L. RELAZIONE V LETTA NELLA R. ACCADEMIA PELORITANA DI MESSINA Tornata dal Segretario Generale della stessa   PROF. GAY, L. INTORNO AL DISCORSO DEL   COMM. NEGRI CRISTOFORO   della Societt Geografica Italiana     AU/AOUNANEA OEHERÀLB DKI MEMBRI DELLA MEDESIMA MESSINA   PRE88O IGNAZIO d' AMICO   Impressore d<»lla R. Accadevi» i.  / i ; f \ . Ì . : !'. : • r • >  m» i H:rt- laeafc Darò cominciaraento alla relazione interno la Società  Geografica Italiana , toccando dapprima alcune cose che con-  cernono questo Sodalizio; il quale da più mesi si occupa  con attteso animo e colla coscienza del proprio dovere ,  a poter renderò gli onori funobri alla memoria non peritura  dell' illustre estinto socio Professore Felice Bisazza t Segre-  tario della quarta classe ; non senza ricordare con parole  di lodo gli egregi soci Barone G. Natoli, Senatore del Re  gno , Antonio Uaivjcri , Kracamp, anche essi rapiti dallo  indico morbo.   Taluno pratiche, o certi incidenti inaspettati, sono stati  di ostacolo a poter avere luogo la tanto bramata generale  tornata. Però convenne rassegnarsi; ma ora abbiamo ragione  di potere annunziare cho in brevo sarà reso all' inclito  nostro consocio quell'onore, che per noi si potrà maggiore  di conserva agli altri soci nostri suddetti.   Ci corre il debito manifestarvi, che il Segretario Gene-  rale col consenso dell' onorando Presidente , è ormai più  di un mese , ha iniziato delle trattative , che sono di già  condotte a buon punto , per raccogliere tutte le Opere del  Bisazza, edite ed inedite , e farne un' edizione a vantaggio dell' egregia Vedova , consenziente , e dei figli dell' insigne  poeta , di cui deploriamo la dipartita. E se V opera perse-  verante ed affettuosa nostra non andrà disgiunta dal concorso  dei nostri consocii, e di quanti nel lor cuore hanno un culto  alla sapienza ed alla virtù, qui fra non molto sorgerà il  mezzo busto in marmo del Bisazza nostro ; poiché è da più  settimane che il bravo Letterio Gangeri, fratello all' estinto  egregio Antonio, si ò messo all'opera. L'accademia, malgrado  i mezzi esigui disponibili, si coopererà ancora ed efficacemente  perchè le spoglie mortali dell' illustre poeta abbiano riposo  in luogo degno, e sieno trasportate con quel decoro che si  addice a chi onorava tanto questo consesso, la patria, l'Uni-  versità degli Stodii, e V Italia I   Ora darò mano alla Relazione circa la Società Geografica  Italiana, e al discorso del Commendatore Cristoforo Negri  Presidente della stessa.   Noi, figli di Dicearco, di Maurolico, di Borelli, quando  apprendiamo che alcuna cosa di utile, di grave e di grande  si sollevi, e si scuota dall' inerzia il pensiero e voglia farsi  sempre più indagatore della natura, come lo furono quei som-  mi nostri padri, che tante solenni verità disvelarono anche nel  giro delle cose sensate ; noi par che un che di soave allora  proviamo, un nobil sentimento si susciti in noi e scorra per  tutto le nostre fibr3, e lo spirito degli avi aleggi d' intorno  a noi, e c' ispiri amore e riverenza verso quegli uomini e quel-  le associazioni, che intondono a tutt' uomo riportare nuove  vittorie sulla natura, estendendo ognora il pensiero ed il  potere umano, e coli' incremento di questi volgerò in meglio  le condizioni dell' umana famiglia.  Allora di presente ci ricorre alla memoria, che Dicearco  anche egli si rese benemerito in fatto di Geografia, ricordando  la storia le carte geografiche da lui fatte, e che, come ri-  ferisce Cicerone , esistevano ai suoi tempi , e furono da lui  vedute ed ammirate, E , senza tener dietro ai portenti di  quei sovrani intelletti, del secondo Archimede e del Borelli,  questo nostro sodalizio ha titolo alla comune benemerenza ,  perocché esso con Arrosto (Gioacchino) fu il secondo che in  Europa felicemente esegui 1' esperienze galvaniche ; con Jaci  creava una Meridiana in Messina ; con Arrosto (Antonino)  arricchiva di nuove famiglie di piante la scienza; con Cocco  popolava di nuove specie il muto armento. E se il morbo  del 54 , non avesse reciso anzi tempo quelle care vite di  Giamboi (Giuseppe), Preetandrea (Antonio), De Katale (Giu-  seppe), ohe tanto confortavano le speranze della patria, ed  erano degnamente continuatori di quegli osservatori e dili-  genti scrutatori della natura , ma che entravano nel campo  interminato di essa con con quelle nuove vedute , con quei  nuovi elementi che la maturità delle scienze naturali offriva,  il nostro consesso avrebbe certo a quest'ora titolo ad  altre lodi.   Ricordando i socii nostri che si distinsero veramente  nelle scienze, che alla natura volgono il loro amorevole sguardo,  non devo non fare onorata menzione di Francesco Arrosto ,  figlio a Gioacchino, rapito immaturamente da morte quando  già avea dato in luce la Monografia sugli Agrumi , che pel  suo intrinseco valore ha avuto l'onore di molte ristampe, senza  dire che venne in allora premiata dalla Società Economica di  questa Provincia. Ma oggi? Pure il nostro Consesso e la Regina del Peloro hanno in Cuppan un eminente intelletto, che tieno  il primato in Italia quanto ad Agraria, e l'Arrosto (Giuseppe)  e Seguenza (Giuseppe) han rappresentato bene, il primo alla  Esposizione Italiana in Firenze , ed a quella internazionale  in Londra eoi lavoro suHe acque minerali, e l'altro alla  Esposizione universale in Parigi con una colle-  zione di fossili , cho chiaramente dimostrano i' esistenza  di un nuovo torrcno interposto tra il Piacenziano del Mayer  ed il Tortoniano dello stesso autore , han rappresentato , io  dico , bene questo nostro Consesso , e ne vennero premiati  con medaglie, lo son parco nelle lodi, massimo coi viventi  e presenti forse , ma certo amici; e saria stata colpa non  lieve non din» una parola, quando i fatti sono cosi elo-  quenti a prò dell' egregio figlio del chiarissimo Gioacchino  Arrosto, o del valente naturalista Seguenza, si bene conosciuto  ed apprezzato pei suoi lavori, che riguardano principalmente  la Geologia e la Paleontologia Stratigrafica della provincia  4i Messina. Kè oseremo dimenticare il Socio Costa-Saya  (Antonio) Segretario della 1? olasse di quosta Accademia ,  cotanto benemerito, anch' egli autore del Filo di Prova, stru-  mento addetto a dimostrare, come la elettricità statica si  ditribnisca anco alla superficie interna dei conduttori cavi,  in opposizione a ciò che credevano di ave*e. dimostrato i fisici.   £ noi abbiam fiducia che i sapienti gli renderanno  piena giustizia.   Ho toccato di questi antecedenti storici e contemporanei  della nostra Accademia a fine di poterò affermare, che essa  non fu e non è straniera a quei movimenti intellettivi, che  mirano ad eccelsa mota, come oggi veggiamo avvenire colla fondazione della Società Geografica Italiana. Di vero, mentre  esistono in Europa tredici società geografiche, tre in Asia o  quattro in America, chi il crederebbe che nella nostra Italia,  quasi sin l' altro ieri, non si fosse pensato nè punto nò poco  a costituirne una ? Come fra tanto movimento intellettivo, fra  tanto associarsi e dissociarsi, in mozzo alla nuova forza uni-  ficante, che puro esiste, malgrado di quelle dissolventi, indi-  gene ed esotiche, e delle aberrazioni che il moto politico ha rice-  vuto da forze estrinseche, meccaniche, certo non dinamiche,  come non era caduto in meato a tanti dotti, che risplendono  fra di noi per eminente virtù di peregrina sapienza, la for-  mazione di una società geografica , di cotanta importanza  alla scienza ed alla prosperità dei popoli? Forse l' idea poli-  tica, assorbendo a ae di troppo V attività dei nostri sommi  avea fatto negligentare nel periodo del Rinnovamento la crea-  zione di un sodalizio, cho 1' Italia nazione ed il progresso   della scienza altamente reclamavano. Forse. ma qui   i forse ricorrono e molti e spontanei allo spirito. Certo si $  che non si pensò cotant' alto, mentre per taluni si fu cosi  solleciti, andando terra tnrra, a volere fare rivivoro appo noi  sistemi da più tempo morti nella nazione stessa, ove ebbe-  ro nascimento , annunziandoli qua! punto culminante , sia  dato allo spirito poter giugnere , facendo opera indegna di  screditare tatto lo nostre glorio , anco quella del Vico. Ed  a noi appena redenti dalla servitù del pensiero francese ,  si volea faro il regalo d' imporri un altro giogo mentale ,  non francese, ma certamente giogo I , ,  Ma se i sapienti combattono corpo a corpo i sistemi  d' Alemanna, cho si vogliouo importare da Italiani in Italia, dopo avere avuti 1' ostracismo nella terra nativa, gli statai  sacerdoti di Minerva fondarono di già nel bel Paese la  Società Geografica Italiana. Lode alta, sincera a chi combatte  a visiera alzata V errore, . lode a chi ebbe il nobile pensiero  e lo condusse in atto con crear* 1' associazione in discorso,  e con operosità oltre ogni dire rcommendevole la fe' in breve  perìodo tanto progredire, a potere con fondamento sperare di  ammirarla, in un tempo non lontano, gareggiare colle società  sorelle ormai adulte.   Il principe di Metternioh almeno ammette che l' Italia è un' espressione geografica. E quest’Italia, che non volle appagarsi d'appartenere meramente alla geografia dovea  essere il solo paese che mancasse d' una Società Geografica!  Ma, noi lo rispetiamo, essa esiste e viverà di vita prospera.  Non ne ineepto desistere vietosf Si orta sociteas fuisset con-  dita tomolo, coram Europa ubinam gentium essemus ? Tolga  Dio tanta vergognai Noi non saremo dejettati al retroguardo del-  la scienza, noi che con Galileo abbiamo scosso 1' immobilità  di questa terra, lanciandola fra i rotanti pianeti; noi che  abbiamo letto pei primi nel fulgente volume del cielo le sue  forme, partizioni e misura; noi che con Polo 1' abbiamo inon-  dato di luce a levante, con Colombo Y abbiamo tolta in Po-  nente all'eternità delle tenebre, con Pigafetta l'abbiamo cir-  condata, misurata con Cassini .eon Volta vi abbiamo fatto  discorrere per elettriche fibre fin nei gorghi del mare Y i-  stantaneità del pensiero. Qui Flavio Gioja insegnava ai navi-  ganti la misteriosa virtù dell' ago magnetico di volgersi al  polo; qui Torricelli trovava la bilancia delle altitudini; qui  Brocchi poneva le basi della scienza geologica; da qui alzavasi la prima volta all' empireo nel telescopi 1' arma conqui-  statrice dei campi eterei; e nella forma dèi pianeti, noila loro  rotazione , nella varietà dell' asse polare e dell' equatoriale ,  nel corteggio dei satelliti, e nelle fasi di questi, leggevanai  e modi ed ordini di questa bassa dimora, ubbidiente pur essa  alla generale legislazione del cielo. Col Zeno abbiamo prece-  duto alla nobile schiera degli artici navigatori, con cui l'In-  ghilterra ha poscia il più ammirabile poema d' energia, di  perduranza e sapienza ; con Baratti abbiamo preceduto in  Abiasmia a Brace: abbiamo guidato con Cadamosto i Porto-  ghesi, coi Cabot gì' Inglesi , con Vcrazzani i Francesi a sco-  perte ed acquisti. Noi dunque, il dirò coli' illustro Negri nostro  Socio corrispondento, non getteremo nel fango la nobiltà dello  spirito, e caccieremo gì' inerti, dovessimo pur fare il deserto 1  Pensiamo, anche per far dispetto, ai nemici del pensiero! Operiamo: dagli operosi avremo plauso ed onori: dagli infingardi  avremo quel silenzio che vale onore, ed anche quel biasimo che  vale trionfo ! (Pag. 28) Eppure, dirò di nuovo, la Società Geo-  grafica Italiana oramai esiste. Nel mese di maggio p.p. quando  ne avvenne la fondazione i soci erano al numero di 120, oggi  sono 377, ed undici di questi lo sono a vita. E, facendo a-  strazione di molti soct di nobilissima fama , e non distin-  guendo la massa dei medesimi se non nelle classi cui apparten-  gono per le professioni e condizioni di vita , abbiamo titolo  a contento e speranza. Il Corpo diplomatico e Consolare d  rappresentato da soct 21, la Regia Marina da 19, la Camera  dei Deputati da 47, il Senato da 27. i professori di varie  scienze fisiche sono 36 , e 17 gli Ingegneri. Veramente ci  gode Y animo, pensando che essa abbia di già nel suo seno navigatori provati ali© brume biancastre del Baltico, ed allo  «ostanti bufere australi d' America; ed abbia Apostoli che  battezzarono le negre fronti, i nudi selvaggi chiamando dalla  vita dei sensi a quella delle idee coli' evangelizzarli della  dottrina amica del oielo e della terra , di Dio come padre ,  e degli uomini come fratelli : pei quali non vi ha che un»  sola terra di promissione, ma tutti sono chiamati all' eredità  dei medesimi premt. Fra essi vi sono astronomi cho drizzano  alle altissime sfere l' ottica lente, e vi mostrano quelle danze  dei pianeti , e loro amc*i e simpatie , che nello Bcabro loro  linguaggio chiamano poi orbite, attrazioni, aberrazioni. Certo  questi sacerdoti <Y Urania saranno abbandonati, quando par-  lano del pianeta intormercurialo , del sistema planetario di  Kirio, o del sole in cammino vorso la costellazione di Ercole;  saranno lasciati in allora , che con nuovi caratteri si fanno   o sognano ad una cometa che fuege il sentiero invisibile  nell' immensità dello spazio , ma sarà con loro la società ,  perchè rispondente allo scopo di essa, quando più di fre-  quente si fanno del cielo stellato no' orario quadrante , su  cui naviga qual indice mobile il nostro compagno pianeta a  donarci le posizioni precise dei punti alla superfìcie del glo-  bo. Tra loro sono i geologi , sì poetici , e ad un tempo sì  positivi e sì utili, questi geogran delle età sconosciute, che  vedono addentro la scorza terrestre, fatta per essi diafana .  le trasformazioni che nell'abisso dei secoli ha subito la terra.  Sono eziandio con essi, naturalisti, che perigliando la vita trassero da stranie contrade ricchezza pei nostri Musei; Etnografi  che procedendo da tronco a ramo, e da ramo a foglia, tatto rischiarano l' intrecciato albero di favello , che si allargò  sulla terra ; idrografi come Paleocapa , come Lombardini ,  certamente non secondi a qualunque nome più glorioso nel  mondo.   Arrogi che ogni famiglia di scienze , ogni accademia  principale d' Europa o d' America , ogni colonia italiana in  qualsivoglia lontano paese, ha degni rappresentanti in essa  Società.   È adunque evidente, evidentissimo che la Società, cho  porge materia al nostro dire, noo solo per numero dei mem-  bri, cho la compongono, ma anche pel loro valore morale  divenne capace ad ottenere gli scopi, ai quali mira, o ad il-  lustrare ancora la scienza.   E chi conosce V avanzamento , il progresso della Geografia nei tempi moderni , vedrà di leggieri come, e quanti  scienziati, o meglio una pleiade nobilissima di sapienti con-  corrono al suo perfezionamento ; a tal che essa , per molti  aspetti e forse i più importanti, sia tutt' altro della geogra-  fia degli antichi, che rozza e sensibile pò tea dirsi in con-  fronto della geografia moderna. In effotti, vel dirò colie stesso  sapienti parole del dotto Presidente Negri, dal cui discorso  ho quasi tolto il contenuto di questa breve relazione, o ciò  per rispondere bene allo scopo propostomi.   t La nostra scienza, la nostra Società d cosmopolita, ò  amica di tutti : non distingue sulle bocche il partito , sui  cappelli le nappe, od il culto nei penetrali del cuore: non  adatta secondo il vento la vela, non muta ad ogni suono la  danza : qui tutti i meriti son fratelli : noi non ci curviamo  ad ossequio servile ad alcuno. La nostra scienza corro il prati mare dell' essere t descrive, per dirlo con Dante, fondo  a tatto 1' universo : invade tutti i campi del sapere e della  vita civile : riceve da ogni scienza tesoro, e ad ogni scienza  ne dona. Essa è nell'istinto del secolo: in questa età l'uo-  mo nasco viaggiatore: chi non lo può colla persona, viaggia  col pensiero, entra i regni remoti, scorre i mari in procella,  spazia nelle contrade della state perpetua, e sulle silenti del  polo al cozzo paventoso dei ghiacci lottanti, vuol conoscere  intero il nostro pianeta, e si sdegna che ad onta del fortu-  natissimo successo di tanti viaggi, segnatamente di Inglesi,  di Russi e Tedeschi , ancora vi siano nel centro d' Asia ,  noli' Australia , nell' Africa, vaste regioni , la cui configura-  zione è molto più ignota che non lo sia quella del disco  lunare. Ma il moto d impresso e nulla sarà che lo arrosti.  Chi mai potrebbe   Sistero aquaoi fluviis, et vertere aidera retro?   E quanto si è vasta, alta scienza è la nostra. Anche  gli antichi viaggiavano per commercio, per religione, per po-  litici rapporti, per guerra : anch' essi scoprivano, e le notizie  delle cose crescevano. Ma quant' era più umile la cognizione  degli antichi ! Era meno ristretta di spazio, che non lo fosse  la scienza : non è che da un secolo si viaggia a scopo di-  retto di scienza, e nelle serie dei fatti concatenati e posti a  raffronto, si svelano le leggi che governano il globo. Ormai  quella geografia antica così irta di nomi e vuoto di cose ,  quella geografia letargica, che porgevasi ai giovani, che era  discesa anche al di sotto dei tipi , che ci lasciarono i  Greci , quella Geografia è morta : gli Azara , i Niebuhr , » Forster 1' aveano ferito, Ritter ed Humboldt la uccisero. La  Geografia moderna rivisse, vera fenice, variopinta e più gaja;  guizza luce come stella che tremola : è corruscante d' ogni  bellezza, ingemmata d' ogni sapere : ò una scienza, o meglio  la parte positiva di tutte le scienze. Noi l'avevamo inviata  dall' Italia pellegrina succinta e modesta a mercanteggiare ,  ad iscoprire, ad evangelizzare la terra: ora ritorna regina  gemmata e pomposa : accoglietela degnamente: essa ha por-  tato a tutto il mondo la fama italiana ! Stringiamoci ad essa,  ed alcuno di voi la farà ili nuove gioie fulgente, nè troverà  il secolo lento alla gloria, ma la consueta vincendo oblivione  degli anni, prenderà fama tra colon»   Che questo tempo chiameranno antico.   Così pon line ai gravi e modesti ragionamenti l' insigne  Presidente della Società Geografica Italiana.   Noi, rendendo le debite e sincere laudi all' illustre Ne-  gri , ed a quanti egregi uomini con lui si fecero compagni  ed iniziarono e condussero, con indicibile operosità ed intel-  ligenza, la Società al segno, non isperabile al certo , ove la  veggiamo , facciam caldissimi voti che lo splendido esempio  abbia sempre più un eco maggiore. E come non debba  averlo, so il passato scientifico d'Italia parla chiaro a prò di  essa, ed oggi per virtù singolare ci vien fatto ormai ammirare  il neonato Sodalizio quasi adulto, e per numero di socii, «•  per loro peregrino valore , e pei indirizzo sapientemente  avuto ? Io bramerei, o son certo aver con me tutti coloro , cui  sta a cuore la patria , la scienza ed il bene altrui, bramerei  che i dotti fossero accesi dal desiderio di concorrere a tutto  potere ad opera si utile. Sarei presto, se la mia voce fosse  autorevole, a fare un appello ai più grossi comuni del Re-  gno, a tutte le accademie, invitando gli uni e le altro a far  parto del nuovo Sodalizio, con quei diritti che sono con-  sentiti dagli Statuti e con i doveri rispettivi. Nulla dirò dei  consessi scientifici , essendo certo della loro presunta annu-  enza ; mentre il patriottismo dei Mnnicipii senza alcun du-  bio darebbe piena adesione, trattandosi di una tenue som-  ma annua, che in nulla potrebbe squilibrare la loro finanza.  Ed a condurre in atto il mio disegno potrebbe essere effi-  cace 1' opera coadiutrico del Governo, del Giornalismo , o di  qualunque associazione, degna di questo nome. E già il Go-  verno destinavalo un locale entro il palazzo stesso del Mi-  nistero. Il giornalismo si ò reso benemerito. — Ricorderemo  con lode il socio Sig. Mussi, Direttore del Diritto che ha dato  luogo nello stesso giornale agli atti della Società — come  ancho ad altri direttori di altri giornali si debbo esser grati.  Cosi la Gazzetta di Venezia, il Giro del Mondo di mano  han ripetuto per intero le pubblicazioni della Società ; la  Gazzetta di Torino, il Corriere delle Marche ec le riprodus-  sero per estratto. Ancho ncil' Argia di Melbourne e nella  Gazzetta Italiana di San Francesco in California si fece  onorevole menziono della Società Geografica Italiana.   Eccomi, onorovoli Socii, al termine della mia relazione,  cho vo' chiudere con un mio desiderio ispirato da giustizia.  S*» al capitano Tortello, che spaventò i più audaci na-  viganti, facendo con piccolissima barca un giro attorno il  globo, nel (inalo rettificò anche la carta delle Caroline di  Luthe , si debba una medaglia d' onoro ; come la si deve  pure al Vicario Borgatti per la bella relazione del suo viag-  gio d' Abbeocuta e del Delta del Niger , ed anche a Don  Paolo Abona , residente a Mandalay nell' impero birmano ,  le cui notizie sull'alto Jrawaddy hanno contribuito a sta-  bilire comunicazioni fra l' Europa o la China occidentale ,  che sono cinque volto più pronte delle già esistenti esclusi-  vamente per Canton ; se all' illustre Antinori , che per la  Fauna e l* Archeologia geografica , non ha temuto nella Nu-  bia e nella Tunisia del Sud , nè i miasmi pestiferi delle  paludi , nò le zanne dello pantere , ed ha il valent' uomo  tanto operato a prò della società di conserva al sullodato  Comm. Negri , se a lui debbasi per giustizia una medaglia  ò cosa evidentissima, — Nè si potrebbe non retribuire con  pari onoreficenza Raimondi che rischiara con tanto successo  l' intrigata idrografia delle acque peruviane scendenti alle  Amazzoni, Ori cho avanza operoso la scienza sul Nilo, Boc-  cari o Dorìa cho V accrescono ad lava ed in Bornoo.... nè  a qualche altro benemerito socio si potrebbo negare l' onore  di una medaglia — io bramo, ed il desiderio mio sarà di  tutti, perchè eco di giustizia, che una medaglia sia conferita  pure da quel Consesso al Comm. Cristoforo Negri Presidente  della Società Geografica italiana por tanti titoli sì benemerito,  cho nulla più.   Possano gli uomini onorandi , che racchiude nel proprio  seno quel nobile Consesso far lieta accoglienza al desio di colui, che ammiratore del merito, brama ammirare che non  vada senza essere onorato!   Quindi questa nostra Accademia manda, per mio orga-  no, a quoll' illustre Sodalizio un saluto fraterno, veggendolo  «urto con si lieti auspici in si breve tempo!  SULL'UOMO  PENSIERI   DI L. AW Illustrissimo  SIGNOR PRESIDENTE DELLA R. ACCADEMIA PÉLORITANA   CAV. PÀRKOCO GAETANO MESSINA  PROFESSORE ni DIRITTO ecclesiastico sella  n. università degli stcd di Messina   preside DELLA FACOLTÀ GIURIDICA fjl fu A \ i ò s i nto ó temente     Offrendo alla S. I . Ili™ questo mio lavoro  mi e caro il dire, che soddisfo un voto del  mio eiwre , perocché si e per Lei massima-  mente che si videro cominciare le domenicali  Conferenze nel nostro Sodalizio, cotanto bene  accolte nel nostro Paese, e che saranno con-  tinuate nel novello anno. Io non debbo ricor-  dare tutto che si è tatto di bene durante la  Sua Presidenza , che la Sua modestia mei  vieta, cume per medesimezza di ragione noìi  devo dire della dottrina vasta e profonda  di Lei e delle specchiate virtù, che han sede  nel Suo petto — ma mi permetterà dirle che     mandando alle stampe la prima conferenza,  che per me si lesse in quella prima tornata, ed  il seguito che avrei dovuto leggere per. C anno  vegnente, che essi scritti si appartengono alla  Accademia — però che sento il debito fre-  giarli del nome di Colui, che degnamente  rappresenta il Peloritano Sodalizio. Mi con-  tinui la Sua amicizia , mentre ho V onore  essere   Messina 21 novembre 186ÌL   \   i   De wli «siino  A. . Cat«ra-L. UNA PAROLA AI SOCI  Son lieto potervi annunziare che la risoluzione  di aprire in questo luogo , sacro al Sapere , le con-  ferenze domenicali , ò stata accolta con plauso da  coloro , che son socii del Peloritano Consesso , ed  anche dai non socii.   Pure non toccava a me esordire quest' oggi ,  perocché non era affatto preparato , ma dovetti sob-  barcarmi , piegando la cervice , non senza il timore  di non colpire nel segno, trattandosi d' un lavoro  fatto d 7 un fiato.   Quindi alla mia pochezza, io nqn dubito, sop-  perirà la vostra indulgenza.   Il mio discorsetto suir uomo non sarà invero  dire una conferenza, ma piuttosto V inizio delle con-  ferenze, che saranno ogni domenica date dai nostri  egregi Socii.   Se dovessi dirvi schiettamente la cosa, la mia  conferenza sarà lo schema di una serie di conferenze '  relative ali' Uomo. Noi dicendo conferenze domenicali scnz' altro ,  abbiamo intono lasciare intera la libertà dei socii,  non legandola a nessuna specie d' argomento sia  letterario, o scientifico, od artistico, o classico, o  tecnico — abbiamo inteso eziandio che le lor confe-  renze sian popolari , o pur no , o siano miste di  cognizioni che rispondano alla comune apprensiva  degli animi colti , e di quelle che sono patrimonio  esclusivo dello scienziato. Abbiamo tutto questo vo-  luto lasciare alla discrezione d' ognuno.   Rispettando tale libertà non solo si risponde  alla varietà dei bisogni , delle tendenze e delle ca-  pacità , ma si rende un omaggio alla Società che  seppe e volle attuarle.   La quale, ponendo mente all'attuale movimento  degli spiriti, ben comprese il dovere di prender parte  a quel commercio di lumi cotanto importante al  progresso dell' umano consorzio.   Io adunque prendo l' iniziativa , facendo asse-  gnamento stili' animo vostro benevolo , che saprà  accordare alle mie povere parole larga indulgenza.  L'UOMO Sento una voce che altamente dice, una voce ripetuta  da mille lingue : 1/ uomo 4 un bruto!   2. Mirato qu^st' essere ! Ora ignorante , ipocrita , su-  perstizioso — ora credulo , avaro , ambizioso , il buo cuore  essere sede delle più abbiette passioni.   3. Egli sacrifica il bene altrui alle sue brutali passioni!  Caino e Giuda non furvn soli nel mondo , il loro seme   non si è spanto mai.   4. Lodino pure ed innalzino a cielo quest'essere umano,  ludibrio di tutto le più scompigliate passioni, dei più tetri e  rei disegni , non potranno giammai negar la storia che alta-  mente ad ogni piò sospinto smentisce la vanità degli umani  pensieri.   5. Egli porta la mano sacrilega sul suo simile , e Te-  nore , la persona , gli averi altrui non isfuggono alle sue   cupidigie ingorde. Conferenza letta nella Rcalt Acromi» Prioritari» il giorno 13   aiu»no 1JM30. 8   6. Fa sa ben dissimulalo , ti sbatte in viso il turiboli  ■MI' adulazione — c , in raen che tei dico, ti tradisce.   7. Oh il bacio di Giuda non restava infecondo!   8. Se non à potuto agguantare il potere, ti vien fatto  wd rio tutto umanità, ogni 6uo discorso esser tutto micio di   rwi umanitario, di eguaglianza, di libertà, di civiltà,  e di tutto le più bollo parole che suonano così gradite alle  crecchie casto , ai cuori retti!   9. Oh Dio! Eccolo già in alto saggio, su cui vi per-  venne coli' ipocrisia e col delitto — e con questo e con quella  si mantiene , dando sfog » ai suoi istinti brutali.   10. Ove n'andato quei sensi umanitari , quelle promesse  di migliorar lo umane condizioni, lo stato del popolo?   3 1. Povero Popolo] tutti dicono che son per te, e da  to , ma tutti finiscono con crocifiggerti !   12. Povero Popolo! sei zimbello di tutte le adulazioni,  di tutte le più smodate lodi — bugiardo osanna, cui tien  dietro il crveifìi/e! Perocché alla fine col tuo sangue si chiude  ogni dramma sociale.   13. Tu, o Topo lo , paghi tutto! Per te lo caste, per  te la servitù , per t« il feudalismo , e quinci e quindi il  pauperismo.   H. Ludibrio dello passioni dei potenti, vi si aggiunge  lo scherno chiamandoti — Popolo Sovrano/   1 5. Sovrano che à tra per lo mani la canna per scettro,  in capo la corona di spine! con quella sei battuto, e con le  acutissime spino ti si traiigo il capo !   lo. Si lasci almeno al popolo la sua più preziosa ere-  diti, qual si e quella dello »uo credenze! Ah non si attenti a  questa sacra proprietà ! Eccolo ferocemente bruto portar la sua mano sa-  crilega sul Santo dei santi , e far di tutto per alterar o per     annullare le più sublimi e consolanti verità, patrimonio della  umanitaria coscienza, che. dovria restare inviolabile ai deliri  delle bugiardo passi' mi !   1S. Mirato come la vita dell' uomo di lettere è sparsa  di dolori, e spesso di tormenti che gli sono un vero martirio! Egli cho tien dietro al bello, al vero , al bene in  questa vita terrena, e non mai può coglierli del tutto, ma pur  ognora vi] aspira, e fu di tutto per incarnarne alcun che nelle  sue opere , nelle sue azioni, vedesi tormentato dalla società, dai  fatti che essa più o meno offre in opposizione a queir ideale  per lui vagheggiato nel proprio spirito 1   20. Adunque doppio martirio è per lui , quello di una  idea che gli sta ognora presente , e sempre gli sfugge , e  quello dei fatti sociali, degli uomini che lo fan segno delle loro  calunnio , o dei fatti che vede in antagonismo a quelle alto  idee che vagheggia ! La vita di lui è attorniata di tutti i pericoli.  Tenta portar la face nrlle tenebre della vita , e di presente  tutto lo passioni si svegliano , si scatenano e vogliono anni-  chilire la potenza di quel pensiero apportatore di luce.   22. Lasciatolo , dico uno , è pazzo ! non vedete che il  suo pensiero ò in antagonismo alla realità della vita !   23. Schiacciamolo colla potenza dell'oro, dice un' altro I  Ma la virtù dell'uomo divino sfugge all'azione corruttrice  dell' oro , non avendo la potenza morale aflinità alcuna con lo  ricchezze , anzi ripulsione,   24. Non abbiamo che farne di costui , grida alto una  voce I gittiamoio in una prigione , egli scandalizza e conrompo  il popolo , e io solleva !   25. Ed ci, l'uomo virtuoso, vi sta incatenato pfr s^i  lustri come Campanella ! E la potenza d«l suo sovrano intel- lo   Mto non si spegli» 1 , ansi divien più luminosa a mille doppj  in quel luogo tetro. N«>n vi è eh.» farne di uomini così caparbj, insen-  sibili a tutte le p^ne dei ferri, dell'esilio, delle carceri, delta  torture, però levasi la v >ce di molti: mandiamolo a morte!  E 1 uomo divino muore si , ma come Socrate be-  vendo la cicuta , e predicando 1' immortalità dell' anima  o come PAGANO (vedasi), disputando coi colleglli di martirio la  nera che precesse la sua morte sul palco eretto dalla ferocia  dei tiranni , sul tema socratico ed a prò di esso !   28. Oh animo benedetto di Anassagora, di Socrate, di  Pagano , di Cirillo e di cento altri , noi vi salutiamo , ed il  nostro saluto sia un omaggio reso alla virtù, che ebbe sede  nei vostri intemerati petti ! Oh martiri della fede, della patria, della scienza!  Voi mostrando la potenza della fede , del patriottismo , del  vero, mostraste la potenza dell' intelletto e del cuore umano!  Voi mostraste che 1' uomo non è argilla soltanto , ma questa  animata e vivificata dallo spiro divino I Voi mostraste che  1' uomo non ò soltanto bruto, ma alla natura animalesca con-  giunge un cho di divino ! Se guardi la stupidezza, la corruzione, le roe ten-  denze, l' abbiezione, 1' abbrutimento di alcuni uomini sei tentato  a dire che 1' uomo sia un bruto o un demone.   31. Ah sospendi , per amor di Pio, il tuo giudizio — -  osserva meglio , estendi 1' orizzonte delle tue idee , allontana  Io sguardo dalle miserie umano, in che l'avevi ristretto,  volgiti altrove, e vedrai 1' altro lato dell* uomo ed il più im-  portante, lo vedrai un angelo.   '\2. Fa ragione che quegli uomini stessi la cui mente  ^'ìaco avvolta nel hujo dell' ignoranza , son capaci di essere     Digitized by Google     11   illuminati , il loro spirito può eascro stenebrato. Quelle umane  creature il cui cuore è avviticchiato dal reo costume, e per-  Vertito tanto che oflVe il tristo spettacolo di una furia di  sverno — esse stesse son capaci di smetterò quelle colpevoli  azioni , quello ree abitudini ed entrare in una via di morale  perfezionamento. Basterebbe questo solo a mettere in chiaro non  essere l' uomo del tutto bruto , esistere in lui un che di supe-  riore alla natura tutta sensata, all' immensa schiera animalesca.   Pon mente a quel che dico.   A lui solo il rimorso, il pentimento, perche a lui solo  apparisce la legge, a lui appartiene la libertà.   Egli adunque nei suoi stessi traviamenti comprende che  è uomo o non bruto. Che vaio dunque addurre le sue colpe, se  in esse stesse si legge che uon ò bruto , se in esse sta  scolpita la sua umanità , la eccellenza del suo essere ?   34. Ma vi ha di più , anzi quasi dirò il meglio , che  forma V iucantesimo di quanti voglian essere giudici imparziali  e son scienti.   Mirate i prodigi dell' umana potenza in tutte le opere  che Ella ha largamente sparse , e quasi vorrrei dire gettate  sulla terra !   35. Se volgi lo sguardo alle Piramidi d' Egitto , al   Colosso di Rodi, al Panteon, al Circo si appresenteranno   grandi e magnifici insieme il Vaticano , il l'aìazzo di cristallo,  il Tunnel .... e cento di simili opere colossali fra gli antichi  od i moderni.   30. Mira la trasfigurazione dell'Urbinate, forse e senza  1' opera più perfetta che sia uscita dalle dita d'un pittore!  Volgiti alle logge del Vaticano! Son semidei , non ò egli vero , son angeli coloro  che fecero opere sì stupende , por non ricordarne altre ! Non     12   pare che la Provvidenza per rendere mono incresciosa la vita  mandi quando a quando qualche spiriti superiori, che con le  loro opere faccian dire ai contemporanei: Eglino son angeli!   38. E non furono angeliche lo opero di un Bellini , e  quello della sovrana mente del Rossini ?   Si , la Pittura , la Scultura , la Musica sono «stupendo  manifestazioni della potenza del pensiero umano , eh" non si  può stoltamente confondere con nulla did creato.   39. Eppur vi ha un' arto che pinge , scolpisco ed è  armonia. La è questa la Poesia.   Omero , primo ptttor delle memorie antiche , è ad un  tempo scultore del pensiero armonicamente.   39. Che dirai della Stampa, della Pila di Volta, del  Vapore ? Mi dirai cho intendi ad alto line , quello cioè di  accomunar le ideo, dando a queste, possibilmente, in atto  quella universalità che si hanno in potenza. Vuoi in un certo  modo fare che il pensiero non sia esclusivamente mio o tuo ,  ma umanitario. In pochi istanti il pensiero fa il giro del  mondo. Pria giravano gli uomini per acquistar le idee ; oggi  viaggiano queste per istruir gli uomini.   L' uomo vive sotto l 1 impero della leggo del tempo e  dello spazio — ma ei colla forza del suo spirito ha fatto di  tutto per ridurre , quasi direi , a nulla e spazio 'e tempo.  L' anima sua vivo noi t^mpo e nello spazio, e non già per  questo e quello, corno l'unità dello epoche e quella dei corpi;  brama ed opora in modo per trasfondere nelle coso circostanti  la sua potenza unificatrice, figlia dell'unità dell'essere pensante.   40. Né spaziando solo nel campo dell'arte, sia bella o  meccanica , o predomini in essa il raggio del bello o V ele-  mento dell' utile , ti vien fatto toccar con mani la grandezza  dell' uomo, ma pure se alle scienze sollecita ti fai a volgere  lo sguardo — svolgendole sarai meco che 1' uomo esercita un imprrio su lu natura tutta quanta , ed < gli solo lo esercita ,  perciò a lui solo è dato quello spirito immortalo che primeg-  gia sulla natura intera. Dalla molecola al globo coleste, dall'insetto all'ele-  fante, dalla fogliuzza all'albero più alto e maestoso tutto ei  ha tentato conoscere. La potenza del suo genio gli fa crear  degli strumenti , e penetra nelle più esili parti della materia,  ne rileva le leggi di composizione p decomposizione ; le leggi  generali della natura comprende.   42. Non isfagge il globi terrestre alle sue indagini —  t-i tenta penetrarne 1' intima natura , la struttura , la forma-  zione — quasi geografo dolio età sconosciute, vede addentro la  scorza della t rra, fatta por lui diafana, lo trasformazioni che  nel corso dei secoli ha ella subito.   43. Invano la sterminata distanza fra terra e cielo ,  chè drizza alle sfere l* ottica lenta, vi ascende vittorioso, vedo  le vie dogli astri , ne conosce lo moli , le orbito , le attrazioni ,  le aberrazioni , — addiviene legislatore degli astri. Quindi non più impallidisce delle eoclissi , e della  malaugurata luce d 'Ile fiammeggianti comete , ma seguitandolo  col pensiero nel cammino dei secoli, i più tardi nepoti del  loro apparire ammonisce.   45. Oh i prodigi della mente dei sacerdoti d' Urania f  di questi profeti astronomici !   46. Ricco ornai di tanto sapere attinto negli astri ,  scendo sulla terra, e malgrado cho essa col senso sia incom-  mensurabilo , pure col pensiero la stringe in piccol campo .  e la misura, come si fa del più piccolo oggetto che si ha  tra mani.  Dalle astronomiche cognizioni egli ottenne guida su  pei mari — norma stabile nei pesi e nello misure.   48. Le leggi del moto ci rivela, e quindi allevia di     li   dure fatiche gli uomini , dà nonna certa agli editizj , uustodia  alle città dai fulmini dei guerrieri offensori. Ed è pur bello il dire che egli ha ottenuto tali  miracoli su pei cieli, sulla terra e sul moto muovendo dai con-  cetti dello spazio e del tempo, ed atjgiraudoM nH campo ideale,  ai ù fatto ricco di quel materna; ico sapere, cui l'acuto senno  della iMatomca fìlosotìa die il n me di Ih'anoja, per significarne  il carattere medio fra 1' intelligibde ed i sensibili , fra la  scienza e 1' opinione, Dimmi ora, sa il cuor ti basta, che l'uomo è  bruto ? che uno spirito non informi il suo corpo , e come di-  cea il Pascila! , che l' uomo non sia una canna pensante ?   . egli ù fragile quauto una canna fisicamente consi-  derato, ma forto e potente rispetto al pensiero.   Il quale non contento di scendere, or nei profondi abissi  della terra e del mare , or d' innalzarsi nelle interminate vie  del firmamento, pur ardito sollevasi all' Eterno, e lo vede in  ispecchio ed in enigma, per usar lo parole dell' Apostolo.   51. Non vi ha molecola , non erbetta , non insetto , di  cui non intenda comprenderli 1 le leggi, la struttura, gli usi, i  lini, le attinenze col creato intero. Quindi scoprendo le leggi  dei minerali , dei vegetabili . degli animali , piega la natura  ai suoi desideri! , la doma, la impera — egli tanto può,  quanto sa.   52. Volete adunque sapere la forza , 1* astensione del  suo pensiero ? mirate il suo prodigioso potere.   Se dal campo della natura corporea ei è principe  mercè V anima, vasta e potente, si ò colla stessa forza divina  ohe penetra nel mondo morale ed in quello sociale.   ó:'». Chi potrebbe dimostrare brevemente come il pen-  siero scandaglia se stesso , il mondo , DJb ?   Senza fotocopi] , microscopi , crogioli, fornelli , reattivi , scalpelli il pensiero ha virtù di penetrare in se , nelle   ragioni supremo degli esseri , nella ragion prima creatrice  Egli è vero che penetra in tutto questo, ei è capace di questi  sublimi voli , di eseguire questi difficili e miracolosi viaggi  scientifici , che all' occhio volgare sembrano impossibili, o fan-  tasie, ma tutto quest > lo fa coli' ajuto della luce ideale, che  lo anima e vivifica , tuttavolta è certo che senza la potenza  cogitativa di riflettere non potn'a sì allo sollevarsi.   . Oh auimc sublimi di Platone e di VICO (vedasi), d'Aristotile  e di Cartesio, di Senofane e di MICELI (vedasi), di BRUNO (vedasi) e di Spinoza,  di Kant e di Hegel , d’AOSTA (vedasi) e d’AQUINO (vedasi), d’ALIGHIERI (vedasi) e di FIDANZA (vedasi), di Lock, di ROMAGNOSI (vedasi), GALLUPPI (vedasi), SERBATI (vedasi), GIOBERTI (vedasi), Cousin o cento altri , noi rispettosa-  mente vi «aiutiamo , e con noi tutti coloro che sono all' al-  tezza di comprendere la misaioue della scienza principe, della  scienza dello scienze ! di questa legislatrice di lutto lo scibile !  Potrà alcuno ignorarla , potrà pur calunniarla — ma chi non  ha attinto a quella fonte , avrà sempre inaridita 1' anima , e  si morrà come Tantalo. Ed è appunto n i campo sociale, che ei scendo  armato col sapere filosofico. — E qui è dove i doveri ed ì  diritti individuali , sociali , pubblici interni ed est-mi — la  società nella sua natura, nel principio vitale, mi suo tripli, e  stato economico, morale o politico — la legge che serbano  nella loro evoluzione — oppur le leggi dell' ordine n casari >  delle ricchezze.   56. Un altro passo — ed ecco ascendere alto allo —  dalla contemplazione dell' Idea studiar la vita dell' umanità, e  formolarne la legge, o scandagliar la legge che serba l'urna  mtà nello evolgimento del vero, del bene, del bello, nelle quali  ella compie tutta quanta se stessa — Tali sono le impr-a* giganti àel pensiero nell'ordine morale, giuridico, economie),  umanitario.   57. Pur maestoso è ammirare il pensiero procedendo da  tronco a ramo, o da ramo a foglia, tutto rischiarare T intrec-  ciato albero delle favelle, che si allargò sulla terra.   58. 0 colla stampa produrrò V immensa rivoluzione noi  mondo intellettivo, cosicché cessando il sapere d'essere la pro-  prietà di pochissimi privilegiati, divenne patrimonio comune,  ed il solo di Minerva illuminò rapidamente tutto il globo. Se  allora 1' acquisto d' un' idea costava un tesoro , oggi poco o  nulla vaio — allora viaggiavano i sofi per imparare , oggi i  libri per insegnare — oggi le idee viaggiano, facendo il giro  della terra, colla rapidità dell' elettrico.   59. Ammirato questa fragil canna pensante , coli' aiuto  della stampa , trascorrere 1' oceano ed il nuovo mondo , e far  stupire l'antico — penetrare la terra dello sabbie, ravvivare  le ceneri di Cartagine , e far parlare lo ossa dei Faraoni —  rovistare l* Asia , e squarciare il velo Sanscrita , palesare i  misteri dell' Indostan — dapprima col cannone britannico ,  quindi con amichevoli relazioni atterrare 1' egoista muraglia del  celeste impero, già da tanto tempo addormentato alle cantilene  dei suoi Bonzi ed allo sbadiglio dei suoi imperatori — tirare  di mezzo alle onde un nuovo continente , i; l' Oceania colle  nuove sue pianto , coi suoi nuovi animali , collo mille isole ,  sorge quinta figlia del mondo, ed all'amore dello maggiori  sorolle presenta il suo seno ancor vergine, |' incanto della sua  gioventù. L' umana intelligenza adunque non cammina più a  stento od al nulla, ma cammina alla perfezione, e svolgendoci  sempre più vinco il passato, domina la barbarlo e la forza, »■  coragpoia &i stende all'avvenire. Quando io lui penso che ebbi culla in una terra ,  patria di quegli arditi e potenti pensatori , che destarono il  mondo dal profondo letargo in che viveasi , imprimendogli  quel moto che die vita a tutte le genti — io ne lodo la  Provvidenza di un tanto bene ! *   Quando ini ricorrono alla mente Dante creatore delle  lettere ed arti cristiane , sintesi suprema di tutti i tipi della  estetica moderna, ingegno eminentemente dinamico — Flavio  Gioja elio insegna ai naviganti !a virtù misteriosa dell' ago  magnetico — Colombo che d ma al mondo antico un nuovo  mondo — Galileo che scuotendo !' immobilità della terra , ai  fò ardito a lanciarla fra' rotanti pianati — Archimede che  rivive in Maurolico — e Telesio , e Campanella, e Bruno, e  Macchiavclli, e Sarpi, e Torricelli , e Volta colla famosa Pila,   e Vico Creatore di una scienza e conscio di esserlo o tutti   coloro che levarono vanto d'esser maestri delle genti — il mio  cuore s'inonda di gioj.i, e ne ringrazio Colui che tutto muove. Si, la Divina Commedia, la Scienza' Nuova, la Pila di Volta  bono tal triade gloriosa dell'ingegno creatore italiano, che  rolla maggioro !   62. Non è boria nazionale, ma verità di fatto. — Qui  la sovrunità dell'ingegno siede maestosa sin da' tempi vetusti,  e si perde nelle venerande memorie del Pitagorismo, e più in là.   Qui la Provvidenza suscita in p chi lustri ciò che al-  trove ha luogo in secoli , e forse , per alcuni rispetti , non  inai — Qui per tristi casi , per nequÌ2Ìe di tempi non venne  mono giammai !   63. A me pare di vedere con Dante assorto nella con-  templazione della sua Beatrice — con Colombo che si volge  alla scoperta dei Nuovo Mondo — con Galilei che non paven-  tando nò la tortura nè il rogo, pronunzia il sublime: Eppur   la si muove/ — con Cavalieri che medita 1' invenzione della Geometrìa dogi' indivisibili — con Michelangelo inteso allo  innalzamento della Olinola dol Vaticano — con Raffaello elio   pingo la trasfigurazione a ino paro di vedere il simbolo   dello scienze , d ;lle lettere e delle arti I   Ogni simbolo doflo ombre venerande dei grandi figli di  Italia ò una potenza, una storia, una scienza, un'arte — o  più che una face, un faro, un Sole nel tempio dell' universo  sapere I   G-i. Potea adunque qui durar per sempre la schiavitù  del pensiero, la servitù allo straniero, la patria scissa iu  brani ? La sovranità della mente richiedo autonomia , che ra-  zionalmento reclamavano il pensiero , la nazionalità , e perciò  nelP ordino operativo dimostra fondarsi la grandezza di quello  intellettivo. Spingo ancora lo sguardo dilla mente nel processo  dell' umano pensiero.   Il quale tende ad accomunarsi eolla tradizione nella  specie, o quindi a rappresentar se stesso con immagini,  d' onde la scrittura ideografica o rappresentativa, o con simboli ,  la scrittura simbolica o geroglifiea, Mia Bempre imperfettamente,  finché non perviene a c mprendere non dovero imprimere s<  stesso immediatamente , ma i segni dei suoni , che saranno  segui dei pensieri — ecco la scrittura alfabetica.   Si avvantaggia grandemente , che il pensiero , che pria  era individuo, addiviene sociale — pur non è ancora umani-  tario. Non ò certo 1' isolamento della prima epoca , ma ù  pensiero, da cui deve venirne la comunione, è quasi solitario.  La scintilla, arcanamente divina, tende a produrre gran  fiamma, ad accendere un faro universale, ma mancalo 1' ossi-  geno , 1' aria.   »'•<>. il |*'iisiero di quell'epoca rispetto all'umanità, ò  lampade che illumina più sè stessa, che vii altri — o latn-pade cho illumina gli scheletri d' un sepolcro. La virtù cogi-  tativa risplende rinserrata in se, come la potenza di ro soli-  tario in isola deserta ; o come ro , cui manchi il popolo , od  oratore nel deserto.   So non che, verrà giorno in cui gli scheletri si tramu-  teranno in esseri rigogliosi di vita por opera dello stesso  pensiero, che troverà modo, come acquistare in atto quella  signoria che si ha in potenza , annullando tutto che si oppone  alla sua universalità, alla sua forza espansiva ed unificatrice,  * ognora perenno anche quando sembri che non operi , o pur  che facci l' opposto.  Allora ti verrà fatto ammirare quel re solitario, re  cT immenso popolo, umanitàrio , re dell' umanità ! E ciò sarà  un fatto. Io il dico con piena convinzione , che in me o pro-  dotta dal presente unito con vigorosa sintesi al passato ,  unione di presento e di passato che mi fa presentire il futuro.  Ciò che fummo , spiega ciò che siamo — quel che siamo ,  dichiara quel che saremo.  Facciasi ragione che se all' epoca di assorbimonto ò  .succeduta quella di antagonismo o di guerra: a questa terrà  dietro un epoca di pace o di conciliazione, più o meno. per-  fetta o proporzionevole all' imperfetta e perfettibile umana  natura — alla quajo n.l secondo ciclo ò sol concessa quella  perfezione , cho nel tempo ò follia sperare , ma cho pure essa  brama, ò il mjvent^ precipuo delle magnanime op^re, tanto  nel campo del sapere, quanto in quello pratico.   00. Volgasi con me uno sguardo fuggevole al passato  ed al presente , e tantosto si riv-i-lerà all' anima il futuro , e  ai accrescerà la fedo in esso.   Di vero so ti farai ad esaminare con occhio superticial-i  il corso degli ultimi tre secoli, non vi vedrai che lo spaven-  Lovolc caos, che novella Babele — Sistemi che si seguono.     . incalzane , e miti ai urtano , m contraddicono — Scien»  che si c.DU-ndf/no a viva forza il primato , anzi par che vo-  gliano assorbire tutto in se stesse lo scibile — Tutte le  credenze tir. osse , tutte le autorità chiamate a render severo  conto di ce, della loro ragion d' essere , anco quella della  steppa ragione , che chiamava tutto a novello sindacato — e  talvolta tutte esautorate, coni" la ragione uccise se stessa.   70. Lunghe c fi>re son citali battaglie, che io chiamerei  umanitarie; in esse si combattono sempre l'idea c<">n la scusa-  zione, la libertà cn l'autorità, la ragione col senso, la fede  con la ragione, la civiltà con la barbarie.   Ed imminente ti aspetti la morte dei combattenti, pe-  rocché) semi raso dirette dal soffio venefico d< 1 genio della  distrattone , che fra non guari t' immagini assiso sui rottami  del mondo delle nazioni , e eoli' inno d< Ila vittoria intonare i  funerali dell' umanità.   71. Ma DO ! allontana 1' «occhio dalla buccia delle cose,  o spingilo addentro in esse — penetra c<dla tua mente, ti  dirò col linguaggio Kantiano , n^lla realità noum. nica , non  curando quella fenomenica, che è quati la Maja degl'Indiani,  ed aliora leggerai apertamente nel compito dei secoli, uou già  un lavoro doli' indolo di quello di Penelope, o di quello delle  Dftnajdi , immagini pagane della fatale itasi, o di un Cerchio  fatalo ed eternamente identico, ma vi leggerai, il ripeto, le  vittorie dell'uomo, di questo misto di miseria e grandezza,  nel mondo lìbico, intellettivo, politico....   72. Ah si, leviamo con grato animo alto la mente a  quegli uomini, che furono i profeti delle grandi idee nou solo,  ma i martiri ; perocché noi al loro patire ed al loro sangue-  dobbiamo la libertà ed i beni di cui godiamo. Qua=i direi  novelli imitatori di Cristo, a' immolarono pel riscatto dell'umano  pesueiro, e eoa ea-o delle umane associazioni ! 11 loro sangue, quasi direi , ai trasformò in quella sostanza vitale , chi? forma  il nutrimento sostanziale , .salutare della moderna società , la  quale a quel sanguo benedetto ed a quei dolori santissimi va  debitrice, se oggi non ha più inutile e sacrilego spargimento  di sangue , e non ò più martoriata da atroci dolori.  Un'altro istante con me, signori, o toccherete con  mani la realità di belle , eloquenti vittorie.   Allora si uccideva 1' uomo che pensava — oggi nem-  meno si uccido 1' uccisore del pensiero.   Allora il rogo a chi pensava ; oggi nemmeno al bruto  che non pensa,   Allora si martoriava l'accusato colla corda, col ferro,  col fuoco — ora nemmeno il ivo vien punito con tali pene.   Allora il diritto mentiva le apparenza di divino, ma  <ra in fatto regio, patrizio, nobile, di sangue, era privilegio  — oggi il dritto è tutto in tutti, ed ò veramente divino sol  perchò è diritto.   Allora il dirilt » del re era solo sulla sua spada —  oggi precipuamente nel volerò del popolo.   Allora il diritto del re era la forza, ed i! dovere del  popolo una fatalo necessità prodotta dalla forza imperante —  oggi il dovere del popolo ò il diritto del principe , corno il  dovere di questo si risolve nel j'.is del popolo.   Allora dicevasi : io sono re per volere di Dio — oggi  per volere del popolo.   Oggi un pazzo direbbe : io sono lo Stato — ma invece  io sono pel popolo e dal popolo.   Allora la forza di uno che mentiva il giure di tutti —  oggi il dritto del popolo che ne investe chi merita, chi è  galantuomo,   Allora il diritto divino — oggi il divmo-umano — ciò* 1     hi* allora il ro dice»: Dio e*l Jo — oggi dir dove — /sto, il po-  polo ed io.   . Allora...! Oggi !   Oh l' immenso divario che corre fra 1* un tempo e l'altro '  Divario che si accrescerà ognora , essendo Y avvenir»  simile al passato.  Infine medito mille insegne adottato da tre nostri  italiani sapienti, o vi leggo il pensiero magnanimo e sublime,  elio ò stato 1' anima del mio discorso.   Divoro quando richiamo al mio spirito , 1* insegna di CAMPANELLA (vedasi) — una campana col motto: Kon tacd>o.  L'intitolarsi che facea Giordano Bruno: Dormi tantium r uni-  morum cxumbitor. L' impresa da Bernardino Tele» io posta  all' accademia di Cosenza, una luna crescente col motto: Dome  lotum imnkat orbcm — quando a tali simboli io penso, com-  prendo allora la voce , che parl i forte o soave ad un tempo  all' umanità , anco quando sembri che stia silenziosa.   Veggo la sua potenza, che custodisce e scuote l' inerzia  d^gli animi , e li tien desti , anche quando questi faccian le  viste d' ossero profondamente addormentati.   E veggo infine che il verbo interno umanitario sempre  loquente, sempre custode e potente, tende mai sempre a  riempir di se tutto il globo, ad attuaro quella suprema  signoria, che si ha in potenza.   E pur veggo che ù 1' Ideale, che è nell'umanità, sopra  l'umanità ed al di là di essa, e pertanto è distinto dalla  stessa. È l'Ideale, che muove l'umanità, la penetra, la  informa, la vivifica, la anima — e pur non è l'umanità!  Compreso da riverente affato adoro tal sublime parola , che  muovendo arcanamente 1' umanità , le dà nobile indin/jw !   Me lo prostro , e voi con me. L ' UOMO Dovendo preludere alla solenne apertura doi eorbi d'  questa R. Università» il mio discorso, quanto alla sostanza ed  all' intento propostomi , riesce opportuno — oggi elio por taluni  si mettono innanzi vecchi errori, degni solo di occupare un  posto nella storia delle aberrazioni dello spirito umano — oggi  par proprio debito dello scrittore impugnar la penna c vi^o-  rosamento combatterli, cacciandoli nell' obblio, da cui la pas-  siono vollo cacciarli fuori.   Taro veramente una contraddizione , ma puro ò una  verità di fatto , che mentre i' attuale generazione concepisce ,  ed intende con generosi sforzi attuare le più bolle aspirazioni  che siano cadute in mente umana, rispetto al progresso sociale,  quali sono il vivere libero, la pace perpetua ed universale,  il risorgimento delle nazioni, la trasformazione delle plebi in  popolo.... e cosi via via, che sarebbo lungo il ridire a lodo dei  nostri tempi — pare impossibile , io dico , che si dia opera  per alcuno a rinnegare la nobiltà dell' essere umano , confon-  dendolo colla natura brutale del gorillo o dell' orang-outang ;  pare impossibile che le scienze naturali si faccian tanto scon-  finare , asserendosi per taluno che la materia à tutto, il sistema  nervoso ò 1' unico fattore nell' uomo. [■'■) Alcuni brani di questo lavoro furono per ino letti il 16 no-  vembre in occasiono dell* solenne apertura doi corsi di questa Regia  l'nivcrwtd de^li Studi.     Iti*  1A   Coma si può rendere ra"ione .li Ini mostruosa contrad'  dizione ?   Da una parte la brama <Y invadere il campo altrui .  costume vecchio quanti il mondo, ed a cui non può far lieto  viso che 1' ignoranza , o ppgpìor cosa ; corno d' altra parto i  prosperi successi ottenuti nella sfera delle scienze che han  per obbietta la natura materiale, possono illudere al segno di  trasportare in altre scienza, di eoa e ben diverse dalla materia  ed in altra guisa conosciute, il proprio metodo, il proprio  criterio, Io abitudini proprie   Vi son altri fattori che dàn spiegazione , ma che per  ora non è necessario significare. Solo devo diro che por molti  si tien dietro al cattivo vezzo , perchè usciti da un' epoca di  servitù, alla quale non si tornerà giammai, l'invaghiscono  di una libertà fescennini, sconfinando nelle loro azioni ; simili  a quei giovinetti tenuti per lunga pezza sotto oppressiva tu-  tela , venuti poi a libertà, olirono una condotta per nulla  edificante, ina pur scandalosa, immorale.   Pure è da sperare che dopo aver toccato 1' estremo  opposto , si accorgano quando che sia dei mali commessi ,  che il sentiero da loro battuto non conduco alla s spirata  meta , e però scelgano una posizione che stia fra gli estremi  opposti , percorrano una via dignitosa o che risponda a capello  a quei lini , che all' uomo si appartengono.   Se non che ad ottenere l'intento bramato, ad accelerare  il momento sospirato è mestieri alzar la voce e forto contro  i pretesi saggi, che facendo le viste di emancipar 1" uomo dal-  l' crr re , richiamano essi stessi a lurida vita rancidi errori .  nati in essi da abitudini inveterate.   Si, se in noi è amoro al vero, dubbiamo a tutto potere  abbattere ciò che altra volta venne felicemente abbattuto. Non  è tempo di sacrificare in silenzio i nostri sinceri affetti , lo     Digitized by Google     nostro più profonde e ragionevoli convinzioni. Non è tempo «li  dissimulare i danni prodotti da uno speculare licenzioso, da  un pessimo indirizzo — è debito escir dall' inerzia.   E poiché i creduti sapienti c^ngiung no con falsa sintesi  la loro opinione alia politica, allo scopo umanitario, asserendo  che distruggendo anima o Dio potranno i popoli esser vera-  mente liberi e riuscir al rea! ? godimento dei beni civili e  politici sinora non avuti ; cosi corro allo scienziato il debito  a dileguar questo futilo o funesto errore, che potendo preva-  lere nello inenti inesperto sarebbe causa di esiziali danni nel  civil consorzio.   Il tempo in che viviamo rende grave e di somma im-  portanza T argomento di cui parlo, perocché oggi la quistione  politica ti ri 1' onore del campo, quinci e quindi è facile il  farsi abbindolare dall' errore impudente , facilità che cresce a  mille doppi , avendo V occhio che il nostro risorgimento ha  preso una tal quale ilsonomia religiosa , e ciò massimamente  per la lotta con Roma , a tal che si vorrebbe p< r taluni an-  nullare Dio ed anima col pretesto di attuare con facilità la  legittima aspirazione nazionale.   Noi mirando allo sc«jpo nazionale non dobbiamo darci  della falce sui piedi , che tale sarebbe il dar io sfratto a  quello idee sovrane, che sono la base e la vita di ogni umano  consorzio.   Il materialismo e 1' ateismo son la negazione di tutto  che all' ordino morale e sociale si spetta.   Noi non dobbiamo imitare quei tali dei nostri nemici  in commettere orrori, che tornino a noi stessi nocivi, chè se  essi in grazia di un granello d" arena sacrilegamente fan ser-  vire la religioni ai loro rei disegni, noi non dobbiamo in  grazia della giustizia della nostra causa adoprar dei mezzi  indegni , cho portano la nostra stessa rovina. Se miriamo ad     20   e?sor grandi, dobbiamo mettere in opera i messi veri per  esserlo consentiti dalla ragiono, dalla storia , e dal consenso  dell' amenità.   La scienza, la patria, la religione tre afletti, tre idee,  tre nobili aspirazioni del cuoro umano, che Etan racchiuse in  quello sapremo categorie elio l'umanità contengono e rivelano;  ^sso sono in lotta perenne, porche nella lotta sta ii progresso,  dalla lotta poi la vittoria, ch^ vicn coronata dal premio — le  intelligente miopi gi scandalizzano reggendo la lotta, ma il filo-  sofo vi scorge la legge provvidenziale d^I pr^gn sso, richiamando  alla monto le parole di Paolo, che anco le eresie son necessarie.   Forse in una sintesi suprema, in uno schema sublimo ideale  mollo tre grandi nozioni si unificano, erme V Essere da cui •  vennero ò uno — ma V essere umano imperfetto e perfettibile ,  non potendo elevarsi tant'alto incespica negli errori, e questi  servono spesso a condurlo al vero — In somma ei lotta, e dalla  lotta viene il progresso, e dall' ottenuta vittoria il premio.   La scienza ha un grande compito , quello cioè del  trionfo della ragione sul senso, del diritto sulla forza, della  civiltà sulla barbarie , e francamente vi dirò che barbarie  rediviva sono il materialismo e 1* ateismo che per alcuni si  vogliono propagare nei popoli e nelle nazioni.   E tutto questo mi stndierò dimostrare nella presento  orazione inaugurale , a cui mi chiama il dovere d' amicizia  verso V ogregio collega professore P, Interdonato , chiamato  altrovo per impreveduto {accendo domestiche, e la voce dello  illustre Rettore , che sul mio animo esercita tanto potere.   Che cosa avrei potuto io fare in duo settimane, dopo  di essermi per molto l'iato provato nel difficile aringo?   Mi fu forza fra tanti mwi inediti lavori sceglier quello  che piti si aflacesse alla circostanza, accomodandolo al possibile  con molta fatica all' ufficio impostomi.  Fortunatamente vi ha una larghezza di vedute tali, una  tal quale universalità di sapere, che ben può in gran parto  rispondere allo scopo.   So non che , essendo ben lungo il lavoro , ho dovuto  accorciarl o e forse privarlo di cose che sono di molto interesse ;  nò ho potuto fare altrimenti che in alcun luogo non manife-  stasse la sua erigine , cioè una tal quale popolarità, essendo  nato per far seguito alla mia conferenza sull' Uomo, letta il  giorno 13 Giugno nella nostra Feloritana.   L' uomo in vero dire, essendo un soggetto troppo com-  plesso , non potea per me ossero svolto in quella tornata cV  in parte, e nello relazioni più importanti, o, meglio, in ciò  che costituisce il titolo precipuo della sua grandezza ed eccel-  lenza — il che al certo per coloro che han diraestichozza con  la scienza era un' affermazione solenne della spiritualità del-  l' anima ed una disdetta all'abbietto materialismo; quindi ri-  chiedevansi nuovi svolgimenti, io li promette» ; ed eccomi  presto a darli.   Se non che oggi devo, più che altro volto, aver fiducia  nel generoso compatimento di coloro cho mi onorano.   § L   La Scienza Pupolan.   Vi ha chi ehi opera a voler rendere la scienza popolare.  ( Ili animi buoni o superficiali vi prestan fede ; dico buoni ,  stantechò si propongono un fine retto, qual si ò quello di  giovare al prossimo ; dico intelletti supertìciali , perchè imma-  ginano le BCicDZQ e lo intelligenze comuni, non quali realmente  soni , ina in altro stato.   Popolarizza^, la scienza , democratizzarla , sono parole  die molto illudono ai nostri tempi ; è necessario quindi met-     (erto giusto loro aspetto, toglierne i' orpello, mostrandone  il vero senso.   Si può flemocrattaer la scienza n<>] senso di portare  alla comune intelligenza i risultati, almeno alcuni, pratici ed  Otiti delle scienza stesse.   Così si può faro una Fisica , una Chimica popolare .  anco un catechismo d' Economia Politica , e co^ì via. In tali  casi il democ ratizzare equivale a castrare le scienzo , o ron-  fiarle ad un tempo acefalo. In sostanza non è la scienza che  in tali casi si trasforma , ma è V uomo che intendendo far  goderò al maggior numero i benefici effetti della scknza ,  allontana pr»r anni. si quel che in c*so o di sublime, veramente  scientifico, e riunendo ciò che è privo dell' elemento essenziale,  lo porgo agli spiriti comuni.   Valga quest'esempio. Eccovi un individuo, il qual<-  volendo far gustare alcuni cibi ad un' altr' uomo , ma attesa  I' incapacità di questo ad ingojarli o a digerirli , ed attesa la  impossibiliti del cibo ad esser condott.) allo stomaco di quel-  1' infermo uomo , si studia con amore ricavare , e , direi , ra-  schiare da quello sostanze alimentari tutto che possa esserne  cavato fuori , ed ing jato e digerito.   Ciò mostra che la scienza , in se considerata , occupa  un alto seggio, è aristocratica; essa n r n può scendere, masi  d V" a 4 essa salire. La si può far scendere , ma a brani , a  ritagli, a minuzzoli, omettendo quello che scienza la costituisce.   Chi intende metter soft' occhio ad una congrega di  uomini il corpo umano e darne una tal nozione di esso, quale  vien data dalla scienza d" oggi , non può supplirvi giammai ,  mostrandone un dito, un dente, o il carpo, o il tarso, od  una vertebre.   Democratizzare la scienza per me non ista nello snaturare la seleni», ma piuttosto uH rimuoverò tutti gli ostacoli, tutte  le paatoje, tatto ciò che ne rende non solo difficile, ma Miche  impossibile l'acquisto delle scienze alla generalità dei cittadini.  Quindi bando ai monopolj , ai privilegi , agi' impacci.  Da questo aspetto Guttembcrg democratizzò la scienza  nel vero senso della parola. Egli la rese accessibile a tutte le  intelligenze, diffondendo i libri ad un prezzo tènue. Egli tolte  queir aristocrazia della scienza , che non era naturale , della  essenza della cosa, ma quella che era accidentale e viziosa -  come arbilrarie e viziose sarebbero quelle leggi che respinges-  sero il povero dai Ginnasj . dai Licei, dalle Università, o  dagli Stabilimenti Tecnici , e che a ftp» di regolamenti in-  ceppassero la libertà degli studenti.   A me sembra che la scienza rispetto agli uomini si  possa figurare a questo modo.   Ella è come augusta matrona, che abita in luogo emi-  nente , che per la giacitura e gV ingombri , che presenta , ò  quasi inaccessibile agli umani sguardi. Essa non può scendere  a noi uomini, ma siamo noi che dobbiamo avere il coraggio,  la forza e l'animo tenace a salirvi. In modo che l'ascendere  presto o tardi, c u maggiori o minori sforzi, averne la beata,  visione , più o meno di essa sovrumana donna , o non averne  allatto è opera nostra , e quindi offrir deve delle disu-  guaglianze necessarie, nate dalla varietà delle disposizioni  intellettive c volitive dei singoli individui. E questa disugua-  glianza è tale che V umana potenza non può scemare o can-  cellare.   So non che , vi ha una disuguaglianza o aristocrazia ,  ohe non ha sua base nella democrazia.   E, tornando alla figura, rendendo il terreno più agevole  a tutti gli uomini , senza distinziono alcuna , a poter salire ,  togliendo al possibile gì' ingombri che nffre il Ur>go selvaggio.     30   rendendo tutti gli nomini «'gualment* capaci , se vogliano , a  potervi ascendere — è questa la democrazia attuabile ,  legittima o giusta. Guttemberg a tanto mirò ; il resto ò l'opera  sapiente d' opportuno e giuste leggi ; le quali facondo scemare  gì* incagli, agevolando tutti egualmente, e menomando 1' azione  governativa sul sapere, mirano alla democrazia attuabile della  scienza , di cui parlo.   Facciam caldi voti che tutti sien chiamati al banchetto  intellettuale , senza distinzione di sorta ; vi sia un luogo vuoto  ognora attorno del grande desco , per chi vuole o può , quan-  tunque poi ognuno userà di quei cibi , che si affanno ai su»»  gusto ed alle proprie forze digestive.   E per dire un' altra parola sull* argomento, che ho tra  mani , mi par giusto osservare, che noli' apologo , nella favola  o parabola io veggo chiaro, cho non potendo la sapienza degli  antichi, far. scendere la scienza morale o politica negli animi  volgari, facea tutti gli sforzi per renderno accessibile alcun  bricciolo , presentandolo sotto quella forma sensibile a tutti  ben conta.   Era anche questa un' opera democratica , ma sempre  rispondente a quel che per me ò stato detto.   L'apologo ù un piccol ritaglio, che la sapienza strap-  pava al manto di quella regalo donna per coprirne la nudità  dei bisognosi.   Però , io ben dicca in altri luoghi , essere la scienza  por un lato monarchica , per un' altro aristocratica , o per  un terzo aspetto democratica.   II sapere è monarchico , quanto al principio, emanando  dall' Eterno Vero i raggi primi della scienza : è democratico ,  rischiarando tutte le umane menti, e porcili tutte han diritto  ad illuminarsene: ma perchè tutti gli .spiriti han lume in r.i-  giono delle loro disposizioni , d< lla lor volontà e degli . L'orzi, e Insogni speciali , è por questo verso il aaporo disuguale o  aristocratico.   Si potrebbe dire che nello stato intuitivo ò democratico,  ina iu quello riflessivo è aristocratico , essendo opera della  riflessione la disuguaglianza dolio svolgimento della tela idea-  le , e dell' applicazione dello verità attinto in alta regione  ai vari rami dello scibile. Ciò rispondo a capello ai diversi  caratteri della riflessione e dell' intuito o visione ideale.   In somma il sa pero è monarchico nel principio, da cui  muovo ; è democratico nella diffusione e nel diritto eguale in  tutti gli uomini ad essente partocipi ; e aristocratico in fatto  giustificato dal diritto.   È un fonte , ove tutti gli uomini han diritto di attin-  gervi acqua , ma ognuno ve 1' attinge a seconda lo sue forzo  e dei bisogni e voleri propri.   0 come la luce ed il calorico , che vengono dal sole »  cho illumina e riscalda tutti i corpi, ma in ragione delle loro  speciali disposizioni,   1 quali pensieri sulla popolarità d- Ha scienza sono t>p-  portuni , o p ossono avere di grandi svolgimenti ; ma mi fu  f >rza attenermi a brevità , essendo il mio sc^po discorrere  della parte più nobile dell' uomo , cioò dello spirito , che ani-  mando e vivificando il corpo organico , costituisco un' uniti  concreta , sostanziale , cho e la persona umana, l' uomo.   § II.   R Naturalismi , il MatcriaUòiiw <• li Spiritualismo.   Non iscrivo pei dotti nelle socratiche carte, ma per  cloro che corrono facilmente dietro a quello, che giudicano  nuovo, o purché han letto o meditato poco , credono che sien  c*xm nuovo , aucho quello cho aon vecchio quanto il inondo. Del quale erroneo giudieio non possiamo chiamare in  colpa il Bùchner, che malgrado i suoi stessi futili errori,  confessa non avere il pregio della novità.   Is'on pochi si lascian spesso abbindolare da parole alto-  sonanti ! Arrogi a ciò l'umana inerzia, che brama sapero  senza studio , ed ove se ne richiegga molto , mostrasi meglio   ■   presta a negare.   E qual miglior libro , a cagion d' esempio , ohe libera  con pochi tratti di penna di tanto indagini, di tante luculra-  zioni , analisi o sintesi , e studj incessanti o profondi , qual  libro, io dico, come quello che s' intitola Fui za e Materia,  che intende annientar tutto che non parla ai sensi , tutto ciò  che non si palpa e non si vede ?   Se non che, dal detto al fatto vi ha un grande abisso,  che non potrà giammai essere colmato , non dico già dalle  vane ciancio dei ciurmadori della scienza , ma nemmeno da  coloro che stanno in cima , per meritata fama , delle naturali  scienze.   Veramente saria molto comodo cacciar via tante scienze,  e rendere più semplice Y albero genealogico del sapere.   Di vero , se 1' unica via del sapere è il senso , se non  vi ha altro mezzo d'istruzione che esso veicolo, spariranno la  Ontologia , la Cosmologia, la Psicologia , la Teologia razionale  e tutte le scienze, che ne derivano.   Resteranno allora i corpi , sento dirmi — e coi corpi  organati ed inorganici, animati o pur no, c cui loro modi, si  costruirà tutto l' albero enciclopedico.   Tale insano tentativo venne messo in atto più volte  nelle epoche di declinazione di lle scienze razionali . cioè quando  lo spirito, fuorviando, ripudiò la coscienza, l'intuizione , il  raziocinio , ed ogni altro mezzo di pervenire al vero , e con-  centrò tutto se stesso su 1' unica sorgente del senso, o megli"»  si fece assorbir ila questo — eppure quante volto queato  upeculare vizioso apparve nel campo scientifico, tanto e con  forza fu respinto dall' unanime consentimento dei sapienti , e  fra questi da uomini insigni anco nelle naturali scienze.   So non cho allora, diranno taluni, le scienza naturali  non erano così progredite , come oggi lo sono ; però oggi po-  tranno esse condurre ad effetto ciò che in altri tempi non  potevano , od al più le era dato soltanto intravedere. Così  s' immaginano taluni , o almeno si potria per alcuno fantasticare.   Or egli ò vero , cho 1' incremento dello scienze naturali  dovrà seco trarrò la distruzione delle scienze razionali e morali ?   Senza entrare in lunghe e profondo discussioni , io mi  so , e la storia il dimostra , che V aumento di una scienza  influisce, o influir può al miglioramento d' altra scienza sorella •  come ò avvenuto nelle scienze che han per obbietto la natura  rispetto alla medicina , cho ha usufruito dei trovati di quelle ,  ma di progredire d' un ramo di scibile, che produca la morte  d' altra scienza, non vi ha fatto storico che il dimostri.   So che lo scienze percorrono varj periodi; so che con  1' avanzar dei lumi una scienza ne partorisce altre, quasi fos-  sero racchiuse nel suo seno , oppur si distingua una scienza  dall' altra colla quale dapprima confondevasi, ma senza perdere  esse duo scienze lo relazioni scambievoli, come ò avvenuto al  Diritto rispetto alla Morale.   ìson ignoro conio una scienza non percorra tal fiata  quella via , che sola può condurla alla desiata meta , e che  dopo un periodo più o meno lungo di aberrazioni smette il  brutto vezzo di camminare in via tortuosa e sdrucciolevole e  non conducente al segno, e con piò franco e sicuro e con  alacrità percorre il cammino, che la conduce alla sospirata  meta , come: ò avvenuto alle scienze tìsiche dal (Jaliloo e   3 0 <fv 34   Bacone in poi, eccetto la Geologia, che malgrado il retto  avviamento dal nostro Scilla datole, pure fin l'altro ieri pro-  cedeva non per la via dei fatti , ma piuttosto per fantasie ;  ma di una scienza, convien ripeterlo, che col suo progressivo  perfezionamento uccida altre scienze , non vi ha esempio. So  cho l'Alchimia addivenne Chimica, l'Astrologia Astronomia,  ma ciò altro non fa che drizzare lo sguardo al vero scopo di  esse scienze, rimuovendo il futile fantastico che lo deturpava,  ed allora il mezzo addivenne fine, e lo Rcopo cui miravano svanì.   E di ciò la ragiono è semplice e chiara quant' altra mai ;  conciossiache ogni scienza ha il proprio obbietto, il suo metodo,  i suoi pnncipj ed il criterio, quindi bo anco una scienza possa  alcuna volta errare quanto al criterio , V errore tosto o tardi  potrà cssrr corretto, c sì del metodo e via.   Adunque ci ò forza concili udore, che l'avanzare di un ra-  mo dell' albero dell' umana enciclopedia non può menomamente  recar danno ni portati inconcussi d' altre scienze , non può il  progresso delle scienze , che mirano alla natura materiale ,  inorganica od organica , animata od inanimata , produrrò il  menomo danno alle scienzo razionali o morali.   Se non che , un pensiero si affaccia alla mia mente ,  quantunque dinanzi dichiarato , ed ò questo.   La distruzione delle scienze razionali e morali viene dal  perchè osse non reggono alle osservazioni dei sensi , con le  quali procedo vittorioso nel campo della natura il naturalista.   Adunque paro che anche le matematiche pure messe a  viva forza nel letto di Trocuste del senso, non solo si do-  vranno impicciolire, ma pur annullare; eppure è cosa ormai  evidente che questo erroneo modo di speculare ò nell' impos-  sibilita di rendere ragione dell' esistenza delle scienze dello  matematica pura , cotanto belle , cospicuo ed utili. Ma se ò un fatto 1' esistenza di questo scienze , ne conseguita eli' esso  solo ha virtù a ridurrò in nulla il futile empirismo della vana  declamazione dell' aberrato naturalista.   Si dica tal modo di speculare empirismo, sensismo,   0 positivismo poco importa, giacché cangiando la parola per  nulla muta il significato, salvo ebo la parola positivo oppo-  nendosi al negativo, nelle menti volgari suscita quella della  realità , che esclusivamente poi essi fanno appartenere alla  filosofia dei sensi.   Finche non si sappia, che positivo ò ciò che ò nel senso,  pel senso , e non può andare al di là di esso , può la parola  aver qualche prestigio nelle nienti pregiudicate o deboli , ma  certo le verrà meno , quando si avrà saputo esser tutt' uno  col lurido sensismo.   Non è adunque 1' avanzare delle scienze della natura ,  che vuole l'annientamento delle scienze razionali e morali, ma  il falso criterio, il sistema erroneo che tutto sensualizza l'uomo,  ed in questa fantastica concezione negar deve tutto quello non  è coi sensi apprezzabile.   Si dirà che cosiffatto naturalista è come colui che cieco  a nativilatc vuole a tutto potere negare i colori, o come colui  che non sentendo i suoni colla vista e col palato, ne nega la  esistenza ?   O piuttosto il naturalista inorgoglito dai felici risulta-  menti ottenuti nel campo fisico , inconsideratamente si fa a  trasportare quelle tali abitudini , quei tali metodi , che fanno  gran prò nell'oggetto delle suo indagini, in altro campo tutto  affatto diverso dal proprio, o che procedo per altra via e con  altro abitudini ?   Pognamo due campi vicini , limitrofi 1' uno all' altro ,   1 proprietarj di essi fondi hanno dei doveri , delle relazioni  reciproche , nato dalla vicinanza dei poderi. Ma tali relazioni     /.ve m vero dire, so impongono un dovere d' aiuto reciproco , non  importano che 1* un padrone possa invaderò od usurpare il  campo altrui, cacciarne a viva forza il contiguo domino, e  dire questo campo ò mio.   La relaziono non è medesimezza, La dualità non è unità.   L' anima è in relaziono col corpo, massime col cervello;  ma quella è unità , questo è molteplice.   Como ò stolto 1' idealismo , clic immedesima il molte-  plice all' uno, ò flel pari stolto il materialismo, che fa l'uno  ad immagine del molteplice. L' idealista idealizza il corpo —  il materialista materializza lo spirito — errore dall'una parte  e dall'altra. Errore si, perchè osservano per metà, cioè l'uno  coi soli sensi , 1' altro o;!la sola coscienza — quindi la meta  negletta dovetto essere immedesimata coli' altra rispettiva meta  percepita — in tal modo 1' idealista ha spiritualizzato la ma-  teria , il sensista ha materializzato lo spirito.   Come ammesso , che i scusi esterni sono coscienza il  moltiplice devo logicamente essere annullato; per medesimezza  di ragiono ammesso che la coscienza ò la stessa cosa del senso  esterno , 1' uno dovrà esser soppiantato dal moltiplice.   Ecco l' immagine dell' invasione , ecco spiegato (' esein-  i pio dei due campi.   Turo si può spiegare la cosa in altro modo , o mi par  giusto dirlo.   Quando allo spirito umano e dato in alcun ramo otte-  nere dei felici risultamcnti', suolo accadere che si susciti in  lui un impulso interno a trovar modo di trasportare in altri  rami dello scibile quei metodi produttivi di buoni effetti. Ciò  è naturalo. La medicina ne offro palpabili esempi nel chinina  nel mercurio od altro farmaco specifico in alcune malattie ,  ma che si volle applicaro in altri morbi , e si ottennero dei  fatti in opposizione al caritatevole , inconsiderato desiderio. Ciò «> prodotto da astrazione precipitata, perchè non avente 1' ad-  dentellato nei fatti , la ragion d* essere nell' osservazione di  essi ; e però figlia di un nobile desiderio di avanzar nello  scibile e produrre un bene all' umanità , ma non condotto in  atto nei modi prescritti ali' umano intelletto per afferrare il  vero, e coglierlo senz' ambagi, senza vio tortuose, e secondo  il metodo proprio di quel dato ramo di sapere: e perciò lungi  dal condurre alla desiata meta, ti fa forviare , ed inabissar  noli' errore.   Quasi lo stesso deoei dire del naturalista, che pieno di  santa ebbrezza osa temerariamente trasportare il suo buon  metodo , produttore di eccellenti effetti nella scienza per lui  coltivata, in altra scienza cno ha un obbietto diverso dal suo ,  che cammina con altro metodo.   Non ò adunquo 1' incremento dello scienze fisiche o na-  turali , che dia un diritto ad usurpare il campo altrui , ad  imporre un metodo , a dire battete la via che io ho calcato  meglio che per tre secoli , e vi troverete bene , e farete dei  progressi rapidi e belli, simili a quelli per noi ormai ottenuti ,  ma è il sensismo , 1' empirismo , il positivismo elevato ad  assioma filosofico, che, per non salire troppo alto, avea dato  Hobbes , dichiarando essere la filosofia la scienza dei corpi  dei lor vwdi, che signoreggiando la mento di alcuni naturalisti  conduceli a negar tutto ciò che non provenga dai sensi , senza  disdire 1' influenza cho possano esercitare le proprie abitudini  e 1' avanzamento della propria scienza.   Adunque non ò come naturalisti cho ossi negano , ma  come sensisti,   Quanto eccede la sfera dei semi è falso c di mal»  provenienza «lice Bùchner (1), senza awr juvsento la storia F.y. x » Matxrta — Prefctione dell' EOi/. Italiana p.i« "1 o vv —  doli' umanità , 1 principi Jello scibile , l«' matematiche pnr<* »  misto-, elio sono tanti scogli, ove va a rompere il vecchio,  fruite e sdrucito l-gno dell' empirismo.   Lo spirito spesso tocca gli estremi, 0 va dall' uno al  1' altro opposto ; perocché al naturalismo elio dominava non « %  gran tempo molto nobili intelligenze, elio traeva la naturo  dallo spirito, oggi è succeduto nn naturalismo, che fa 1»  spirito ad immagino della natura ; se quello era idealismo ,  questo ò materialismo. E poiché la materia , quasi direi , si  specchia nello Hpiritr» , e quo?to in certo modo si specchia  nelle. cose che lo circondano; cosi confondendo Io specchio con  la cosa riflessa , la materia addivenne spirito nell'idealismo  germanico, come oggi lo spirito addiviene materia.   Le quali fasi del pensiero filosofico mi richiamano quel   combattimento fra lo spinto e la materia , fra 1* idea e la   sensazione, c la vittoria dell' una a scapito dell'altra, ma   momentauca , finché un mezzo conciliatore o dialettico non le   ridurrà in pace.   Tutto il fin qui detto dimostra, che il naturalista,   come naturalista, cioè scienziato che si occupa della cognizione  d- Ila materiale natura , non può , non devo entraro col suo  metodo , coi suoi principi nel campo filosofico , cioè in quelli  della natura intellettuale e morale, e so egli tanto osa, è ciò  un' usurpazione derivata da un principio falso , cioè dal sen-  sismo. È corno 1' appropriazione , che fa un uomo della roba  altrui in forza dell' assioma Prudoniano: la proprietà cssero un  furto. Ma se la proprietà è un diritto? allora il rapire l' altrui  sarà un delitto. Così se il sensismo ù falso? aliterà le pratese  del naturalista saranno assurde.     Digitized by Google     39   § ÌIÌ.   Delle attinenze fra le scienze razionali, inorali  e quelle naturali.   V argomento è grave e merita che si guardi da tutti   i lati.   Or eccomi a mostrare lo vere attinenze fra lo scienze  razionali e quelle naturali , giacché se noi siam contro le ec-  cessivo pretese , che vanno all' errore , comprendiamo e con-  fessiamo le relazioni fra esse Bcienzo, rappresenta trici delle  relazioni fra la dualità , che costituisce l' unità umana.   E qui calza a proposito il ricordare la divisione dello «  scibile in varj rami essere stata oberata per nostro comodo,  per sorreggere la limitazione del nostro spirito, e conoscer  meglio la natura materiale o spirituale ; ma quando questa  divisione subbiettiva si trasporta assolutamente negli obbietti,  anzi che aver guadagno , si ha grande scapito. Vo' dire che  gli esseri tutti han delle relazioni, tutti son legati, il finito  all' Infinito, V essere finito materiale a quello finito spirituale;  sminuzzando adunque le scienze non dovete credere che gli  obbietti di esse sieno per effetto della nostra divisiono slega-  ti, divisi, perocché essi sono sempre ciò che erano pria della  divisione , cioè aventi le stesse attinenze.   Adunque per ovitàr 1' errore ò mestieri avor presento »  che la divisiono dello scibile è artificiale e subbiettiva, nata  dalla nostra pochezza , e quindi nel discutere 1' oggetto spe-  ciale di una qualsiasi scienza è gioco forza guardarlo non  isolatamente, ma insieme alle relazioni che esso ha con altri  oggetti: bisogna in somma usar dello sguardo di vigorosa  sintesi. Se è erroro massimo 1' immedesimare gli esseri distin-  Oro     40   ti. e jiViie errore trasp- rtnre Bell- cose un'assoluta dicotomia.  [)cw lo scienziato mutare, \vì processo scientifico, la natura  Delia produzione delle ricchezze j deJle qaaK se la divisione w  è una causa , 1' associazione n' è un' altra, anzi n«»n vi lui  divisione senza associazione. Cobi le ricchezze intellettuali , i  tesori dell'umana scienza si ottengono e colla divisiono o con  l'associazione, o coli' analisi e colla sintesi nel modo suddetto  per noi dichiarato ; come la povertà si ha esagerando od  usando uno dei due mezzi , cioè eoli' esagerar la sintesi si ha  1' immedesimazione, ed usando all'eccesso la sola analisi, »i  attiene la biasimata dicotomia.   So taluno riflessivamente si studj richiamare al pensiero  quelle sentenze della S. Scrittura — aÌiumus gaudenti mtar  tem Jloridam facit, sjriritus tristis exicat ossa (1). Corpus  cui tu qvod comtftipttur , aggravai anima.ni , et terrena in-  hahitatio depriviti soisum multa cogitantein (2) — Scntio aliati»  legnn in numbris mcis repugnantem legi intuii s mee  chiaro  ben comprende lo relazioni reciproche fra 1' anima ed il corpo,  fra il me spirituale ed il corpo organico,   Se ricorda che gli antichi faceano le loro pitture o  scolture degli eroi con fronte spaziosa c prominente, e che  la favola fece Ercole con grande corpo e piccola testa, e fece  venir fuori Minorva dal cervello di Giovo — ben vede i sim-  boli della grande verità delle relazioni esistenti fra il fisico  ed il morale.   So spinge lo sguardo nelle sentenze dei sapienti, relative  alla sede dell' anima, vedrà che Pitagora, Platone, Galeno la  giudicavano nel cervello , Erofilo nei grandi ventricoli del cer-  ti) Trov. XVTI 22.    Sftj». IX 15.    Rom. velleità , Scrvett» nell' aquidotto di Silvio, Auranti nel ter-  zo ventricolo del cervello , Cartesio nella Glandola jrinctdc ,  Vartham e Schelharamer nella jmnta dolici nascita della vridolut  spinale, Drclincourt , Malacarne nel cervelletto, Bentkoè, Lan-  cisi , Lapeyronnie nel corpo calloso o grande commisura del  cerccllo, Willis nei corpi striati, Vieucessiens nel centro ovaie  della sostanza midollare , Ackermann nei tubercoli dei sensi  (strati ottici o corpi striati) ed altri — ricorderà pure che  Aristotile , Ippocrate e gli Btoici ne collocavano la sede nel  cuore , ove l'animo si pasce d' una materia pura e luminila  separata dal sangue, Erosistrato nelle Meningi, Van Helmont  nello stomaco e cosi via altri in altro regioni del corpo —  Ricordando tutto questo , ben comprenderà , elio esse vario  opinioni sono 1' espressione della relazione fra 1' anima ed il  corpo.   Se richiama alla mente i fatti narrati da Tucidide e  Diodoro Siculo di quegl' individui , che camparono dalle pesti-  lenze di Atene e di Siracusa, e non riconoscevano più nè amici,  nù parenti , ben si accorge della cospicua relazione , di cui  parliamo.   Se volge il pensiero allo ipotesi con le quali si preteso  spiegar la dipendenza in che trovasi la facoltà riproduttrice  dallo stato cerebralo , vedrà cellette , impressioni digitali od  altro di materiale , ma immaginato , che sempre accenna alla  verità per noi dichiarata.   Ed oltre alla storia, che ci mostra oratori e professori  colpiti sui pergami e sulla cattedra da apoplessia, chi ò che  ignori che dopo lunga ed intensa meditazione , la fronte dà  segno di speciale calore e la testa duole ? ciò ò conforme a  quella legge per cui cresce il calore, aumentandosi l'aziona  d' un organo, e si sviluppa il senso di fatica.  Chi ù che non sappia che l' nomo travagliato ila gravo  dolor di testa , non può meditare affatto , o almeno non può  in quel modo , quando ne è privo ?   Chi ignora che dopo lauto pranzo, è più viva la facoltà  immaginatrice, o non quella di giudicare? e che, trasandando  certi limiti nel bere, si alterano siffattamente e l 'una e V altra  e tutto le facoltà dell' anima da produrre ghiribizzi e peggio ?   Ognuno bene sa gli effetti dell' ubriachezza considerata  nei suoi noti gradi, e gli effetti dell'uso dell'oppio ed altri  narcotici   Chi non sa che digestioni faticose, che incessantemente  si succedono , sono accompagnate da incapacità a riflettere in  quello stesso modo , quando lo stomaco e gì' intestini erano  sgombri da quella smodata quantità di sostanze alimentari?   Per qual ragione i filosofi antichi coli' astinenza si pro-  paravano alla meditazione?   E Carneado usava 1' elloboro per rispondere meglio allo  obbiezioni di Crisippo ?   Ho voluto mettere sotto i vostri sguardi dei fatti co-  muni, ben conosciuti da chiunque, i quali tutti accennano allo  relazioni fra lo due sostanze componenti 1' uomo. Solo devo  aggiungerò che 1' influenza dell' anima sul corpo , quantunqne  per me accennata, puro molti e molti fatti ognora la dimostrano  ad evidenza. Son noti gli effetti delle passioni sul corpo, anzi  su taluni organi ; corno lo spavento di un incendio vicino al  luogo degli ammalati , o per un forte tremuoto diè l' uso dello  gambe a paralitici, che da anni giacnano in letto, senza spe-  ranza di guarigione dal male , da cui erano travagliati.   E gli stessi sistemi che han voluto determinare ciò che  vi ha nell' organismo , e nel cervello massimamente giudicato  V organo , lo strumento delle facoltà cogitative , che rende     Digitized by Google     i uomo l'essere pili. intelligente, o meglio l'essere intelligente,  chiaro dicono anche essi questo commercio , queste relazioni  fra lo spirito ed il corpo organico.   Se ben si considerino essi sistemi , o nonne materiali  dell' intelligenza, si vede di leggieri che V assoluta dimensione  del cerei «ro , o la proporzione fra il peso del corpo e quello  del cervello , l* angolo faciale di Camper , 0 quello occipitale  di Daubenton , o Y unione di tutti e due angoli , o la freno-  logia del Gali, della quale si volle vedere il germe in San  Bonaventura , come insegna 1' Alighieri , ed anco la fisiogno-  raonia del Porta e Lavater sino alla norma del numero delle  circonvoluzioni del cervello , o alla quantità del fosforo relati-  vamente alla maggiore intelligenza , non già come essere pen-  sante .... questo ed altr ) di simil risma in fondo non dico  altro, che relazione fra l'io immateriale ed il corpo organico,  poco montando, se i fisiologi o naturalisti sieno stati più o  meno felici in determinare ciò cui intendevano.   I fatti adunquo per me accennati, posti nel loro ordino   naturale, le sentenze e le opinioni dei filosofi , i pensieri dei   fisiologisti e dei naturalisti , le convinzioni umanitarie ben   meditato non dicono nò che 1' anima è materiale , nò che il   corpo ò spirito, ma che l'unità umana risultante dalla dualità   deve soggiacerò ai cambiamenti avvenuti in uno degli elementi  di questa.   Dalle coso per me esposte in questo paragrafo, ò facile  dedurre le relazioni fra le scienze razionali e morali e le scienze  naturali : stantechò se l' anima immateriale è in attinenza col  corpo organico , seguir no deve che le scienze che han per  obbietto 1' umano organismo sono in relazione con quelle , che  mirano alla cognizione dell'anima, presa questa in senso lato,  cioè considerata in tutti i suoi fattori. Che so poi si volesse  allargare , come ò di ragiono , il concotto delle relazioni fra     44   osse scienze a questo modo , cioè che l' organiamo, informata  dallo spirito, trovasi in effettiva relazione colla natura latta  quanto , ben si dedurrebbe che tutto le scienze naturali , pio  o meno , sono in attinenza colle scienze razionali e morali.   Scrivendo per tutti , non posso dispensarmi d" esempi  di facile intellig» nza , e che rondan ciliari i pensieri per me  dichiarati.   L' unità della sp eie umana è una tal verità, che è in  intima connessione coli' unità di legislazione e di religione  Pongasi per poco che le vario razze sieno varie specie, allora  vicn meno e 1' unità delle leggi e quella dello religioni , anzi  la schiavitù è di diritto , non solo naturale , ma divino , come  ha proclamato ai nostri giorni il Courte t de V Isle , ammet-  tendo , come ei fece , le varie razze come diverso specie.   Nò ad illazioni meno esiziali si arriva, facendo lieto viso  all' opinione dei superlativi lodatori della cagiono climatologica  rispetto al morale umano — niente meno si tratta di largire  la civiltà , la scienza , la libertà , il progresso ai fortunati  abitatori di alcuni luoghi, in certi gradi paralleli e in taluno  circostanze topografiche , e condannare quei popoli alla barba-  rie , all' ignoranza , al dispotismo , alla stasi , che sventura-  tamente trovansi in condizioni opposte.   Ciò che dico è di sì grave importanza die nulla più ,  e mostra le relazioni intime di che ragiono , come si può anco  in altro modo facile dichiarare.   La giustizia , dovere e diritt» dell' uomo , bisogno su-  premo di lui ed aspirazione perenno d' ogni umano consorzio,  non potrebbe essere attuata , il che significa che la vita ,  l'onore, le sostanze dei cittadini non potrebbero esser tutelate  senza gli oracoli ed i responsi del medico e del naturalista.   E chi T avrebbe mai sospettato nei tempi antichi , che  per attuare il giusto peso e la giusta misura , 1* uom i avesse  dovuto ricorrere all' Astronomia ? Tutto è legato , tutto ò unito nulla natura , tutto può  risponderò tosto o tardi agli svariati e molteplici'bisogni umani.  Non vi sono cognizioni inutili. L' impulso , la leggo che fa  bella la verità, anche quando non so no vegga l'utile, ò provvi-  denziale. L' uomo deo adunque avere un ossequio , un affetto  per tutto lo scienze , perocché tutte son belle , tutte sono  utili, tutto son legato con rapporti di solidarietà.   Ciò il diciamo con animo franco in omaggio alle scienze  naturali, delle quali ne abbiam sempre compreso e manifestata  T alta importanza , quantunque lungi il nostro pensiero da  quella esclusività , da quella supremazia , o spirito di assor-  bimento che inconsideratamente si va bocinando per taluni Confutazione del materialismo fisiologico — lìclle atti-  nenze reciproche fra la Psicologia e la Fisiologia dedotte dalla  natura ed ìndole di esse scienze, e dei loro limiti.   Qui fisiologisti o naturalisti cho pretendono ridurre il  morale al fisico, l'anima spirituale all'organismo o parte di  esso, sia cervello, cellula, sia fosforo o qualunque altra mate-  riale sostanza , gravemente errano , ed importa non poco  conoscerò il loro badiale errore. E di buon grado io il farò ,  presentando degli argomenti, cho a me pajon perentori.   E per procedere colla masssima chiarezza il vo' faro  quasi per domande e per risposte.   Dapprima domando : Qual' è la materia propria su cui  si travaglia la loro scienza ?   Tutti unanimamente risponderanno : è la vita, 0 le fun-  zioni organiche, tanto nollo stat) sano o fisiologico, quanto in  quello morboso o patologico. In secondo luogo m dimando:   Qual'è.il mezzo che ella adopera por pervenire a ;>!  nobile intento ?   L' osservazione diretta a' fenomeni vitali, osservazione  che dalla virtù cogitativa (sorretta da svariatissime verità  porte dalle scienze sussidiarie) vien fecondata, offrendo in tal  guisa quello leggi che vitali o fisiologiche son dette.   Ma pure una terza domanda :   Come adunquo si osa per alcuno dire, che lo spirito o  la sostanza immateriale pensante è una chimera ?   Sento rispondermi : Perchè non cado sotto la sensata  osservazione , la quale non vedo altro che organi e lo loro  azioni.   Al che io rispondo : Per questo appunto , cho l' anima  immateriale non può esser presa dall' ispeziono dei sensi, voi  avreste dovuto tacere, cioè non affermarne, nò negarne la esi-  stenza, limitati nello vostre indagini, come siete, ai sensi. Pe-  roccchò suppongo che sappiate (e come no?) che vi ha una  altra scienza detta Psicologia, la quale si occupa a conoscere   10 facoltà cogitative o le loro leggi, come la natura ed il de-  stino dell' essere pensante. Quindi , conoscendo ciò , avreste  dovuto almeno percorrere il campo psicologico, e ragguagliando  poi bene lo cose, comprendere che l'anima pensante non è  oggetto della fisiologia o d' altra scienza che tratta della ma-  teriale natura, ma obbietto della psicologia, cui si appartiene   11 diritto d' indagare le manifestazioni , lo leggi , la natura e  simili di quella realità spirituale. Perciò non conveniro al  fisiologo decretare lo sfratto di ciò , che in altra scienza ò  stabilmente saldo.   Di nuovo si controrisponde :   Non esser mestieri conoscere la Psicologia , perchè lo  verità dalla Fisiologia svelate annullano per sempre sin auco la possibilità del soggetto immateriale pensante. Così tutto le  esperienze mostrano , che cotesta virtù cogitativa , elevata al  grado di spirito, altro non essere che nervi e cervello e simili,  nei quali non che essa risederò, ma da essi derivare, come da  lor precipuo fattore. E si dice precipuo e non unico fattore ,  giacché alla produzione del pensiero concorre lo esterno collo  suo azioni, che poi son trasformate dalla sostanza cerebrale  in percezioni, in idee ec. appunto come il polmone riceve l'aria  dall' esterno , e sur essa operando , trasformala , rioavandono  l'ossigene, mercè di cui avviene rematosi.   Io replico : Ma di grazie , mi giova non poco sapero  quei fatti , ohe distruggono la spiritualità dell'anima, metten-  dovi invece di lei gli organi cerebrali. E che ! hanno forso  colali fisiologisti veduto e palpato il cervello pensante ?   Sproposito! sento gridarmi all'orecchio, il cervello si vede  o si palpa, il pensiero non mai.   Come adunque, io dirò, si è potuto asserire, che l'anima  non possa esistere, perchè non cade sotto l' esterna osservaziono,  se il pensiero che non è nò veduto , nò toccato si stima esi-  stente ?   Non vi ha mezzo : 0 si ammettano due specie di osser-  vazione, 1' esterna e l' interna, i sensi e la coscienza, o si dica  che noi non pensiamo , o si dica che i pensieri son vedu-  ti o palpati nella midollare sostanza , come i cibi mezzo  digeriti nello stomaco e negl' intestini. Ma poiché noi abbiamo  certezza che pensiamo , come siam certi che i pensieri non si  son veduti nel cerebro, cioè delle tre proposizioni le due ultime  sono assurde, resta evidente che il pensiero è dalla coscienza  manifestato.   Or fate meco ragione , so il pensiero ò dato dalla co-  scienza, il cervello ò da essa pure offerto ?   Certo che no. Perchè dunque il pensiero dalla coscienza rivolato è da alcuni teologhiti attribuiti al corvello , quandi  queet' organo non e da quella veduto?   8« non che, ecco come rispondono infine : Perche il  pensiero soggiace a tutte lo vicossitudini cerebrali : esso na-  sce, si svolge , si altera, vien meno , secondo che la sostanza  midollare va soggetta ad alcuni cambiamenti: il pensiero è  adunque un prodotto dal cerebro. E continuando , osservano,  che le leggi dell' organismo sono generali : cosi cibi ed azione  dello stomaco e degl' intestini . . . danno per prodotto la  digestione; aria ed aziono dei polmmi . . . producono la respi-  razione ; sensazioni ed aziono cerebrale , e si ha per prodotto  il pensiero. Ma alterato o distrutti lo stomaco od altri visceri  addominali, alterati o distrutti i polmoni, si alterano o di-  struggono la digestione o la respirazione ; dunque queste fun-  zioni si appartengono ad essi organi , perciò detti digestivi  o respiratori. Perche adunque, se alterato o distrutto il cerebro,  viene alterati o spento il pensiero , non dovremo noi diro  ohe la funzione cogitativa si appartenga alla sostanza cere-  brale ? Non sarebbe contro l' analogia il pensare diversamente ?   Udite la risposta.   No, non ò contro l' analogia , anzi 1* asserito processo  del fisiologista è contro ogni analogia. Conciossiacchò nello  funzioni, addotte in esempio, pongasi mento cho materiali sono  gli organi, materiale è lo stimolo, materiale è il loro prodotto,  e sì quelli che questo sono apprezzabili coi sensi; ma non  così del pensiero, il quale non è materiale, non è osteso, non  ha nossuna delle qualità dei corpi, e però i sensi non possono  prenderlo , avvertirlo, sfugge alla loro azione ; è dalla sola co-  scienza rivelato. Ove ò adunque l' analogia di che parlasi ? Anzi  e violare enormemente l'analogia il volersi ad ogni modo inca-  ponirò per ispiegarlo a somiglianza delle altro fisiche funzioni;  porche in queste trattandosi di cose estese od aventi le altn: qualità doi corpi, conviene a forza ricorrere ai sensi materiali,  ma il pensiero essendo in se privo d'estensione ed immune di  qualsiasi qualità primitiva o seconda che sia , conviene far  ricorso alla coscienza, senza di cui non sapremmo giammai di  essere pensanti , e non potremmo renderci conto dello nostro  cogitazioni Che direbbero di colui, cho volesse conoscere i co-  lori colle narici, o coli' udito? o coi sensi esterni aver contezza  della fame o della sete ? Ogni senso ha la sua sfora speciale,  offrendo ciò a cui da natura fu disposto: il veder fare altri-  menti ò opera di mente insana. Or so talo sarebbe colui, cho  volesse sostituire uno dei sensi esterni ad un altro, cho direm-  mo se si volesso all' interiore riflessione stupidamente sostituire  T esterna osservazione ?   E si faccia ragione, lo scienziato, come ogni altro uomo,  non esser libero nella scelta dei mezzi cho il conducono ad un fine,  ma aver soltanto piena liberU nella scolta di questo ; il quale  essendo determinato, i mezzi saranno tali e non altri, cioè quolli  necessari per ottenerlo. Così p. es. chi vuol recarsi in Palermo,  muovendo da Messina, dove fare un viaggio o per terra, o per  mare , e secondo cho si determina andar per quello o per  questo, ha mezzi diversi e tali, che non dipende dal suo volere  il cambiarli. In pari modo si è dei viaggi scientifici , nei quali  se da noi dipendo il farli, badisi pertanto che scelto il punto,  determinato lo scopo, non ista più in noi il volere impiegarvi  taluni o tali altri mezzi , ma quelli offerti dalla natura , che  sono quelli opportuni e rispondenti all' intento.   Posto ciò, qual' ò il fine o l' oggetto, cui mira il fisiolo-  go? le funzioni degli organi. Fin poi era libero, giacché po-  teva proporsi tutt' altro fine. Ma determinatalo una volta , io  dirò, quai ne sarà il mezzo per conseguirlo? Qui non ò più libe-  ro, essendo la natura cho impera su di lui, come nel fine cho   ebbe in mira fu il suo libero volere che comandò. Il mezzo è   i     fi<th    r esterna osservazione , che ae^i-: necessaria dai fine voluta     Non è perciò di sua competenza 1' anima spirituale, nò  il menomo raggio di pensiero. -   Nò vale il dire, che l'esperienza attesta i cangiamenti,  cui il pensiero soggiace per opera delle modificazioni succedute  nella midollare sostanza, perocché , senza tener conto entro  quali limiti stieno le attinenze fra il fisico ed il morale , ò  certo che cotale dipendenza non dà giammai al fisiologo il  diritto di usurpare 1' altrui campo, o- mo al psicologo di fare al-  trettanto. Se non che, ciò merita spi<-g:izione, e son presto a darla.   Il fisiologo, come fisiologo, ha per obbietto la cognizione  delle azioni degli organi, mercè l' esterna osservazione ; se non  che questa essendo legata alla coscienza , egli prende, in que-  sto punto di contatto i fatti psicologici, non direttamente, ma  quasi sfiorandoli , e per meglio dire , egli tocca il lembo della .  coscienza,   11 psicologo, in quanto psicologo, colla riflessione interiore , della quale è oggetto lo spirito che pensa , non va più  in là della coscienza; ma poiché questa ha relaziono coi sensi,  egli accorger si deve mediatamente delle variazioni di questi,  egli insomma lambe il margino dell' oggetto fisiologico,   È adunque evidente, che in questo punto misterioso di  contatto fra la coscienza ed i sensi, fra lo spirito e la materia,  fra 1' interno e 1' esterno stà 1' attinenza mutua fra la Psicologia e La Fisiologia , ed i loro limiti rispettivi son segnati.  Il psicologo non può colla coscienza scenderò sul terreno della  Fisiologia , ma può , atteso il legame di sopra dichiarato ,  servirsi dei lumi fisiologici. Medesimamente il fisiologo non  potrà giammai eoli' osservazione sensibile trasferirsi nel mon-  do psicologico ; egli trasferendosi col suo mezzo nel campo  psicologico , romperà nello scoglio di materializzar lo spirito ;  ina può , pel legamo in cui 1' osservazione sensata è colla co-  scienza , mettere a profitto le verità offerte dalla Psicologia.   Anzi dirò meglio : il fisiologo deve mettere a profìtto le  verità psicologiche , perocché quando egli intendo a dichiarare  i fenomeni della vita animale , ò astretto ad avvalersi degli  ajuti della Psicologia , senza di cui , perchè privo di guida  nello suo ricerche , imbatterebbe in errori funesti.   Al certo , come potrà egli far parola di tutto il corredo  nobile degli atti intellettivi , affottivi e volitivi , senza far ri-  corso ai lumi della coscienza, senza la riflessione psicologica ?  Pongasi mento che col solo dire cho ei fa, sonsaziono, percezione,  desiderio, volontà, giudizio, raziocinio, riflessione, analisi, sintesi,  immaginaziono riproduttrice od inventrice, associazione delle idee,  unità sintetica e simili, si 6 di già trasportato nel campo psico-  logico, si è accostato ed avvalso del lume della visiono interiore.   E notisi , cho i' esterna osservaziono gli darà moto , o  non mai volere , moto e non mai sensazione. E so questi son  fatti , cioò il moto volontario e la sensazione , che hanno re-  lazione cogli organi, e tanto che ò percepita coi sensi cosiffatta  relazione , come noi volere , e nella cagione della sensazione ,  cho diremo quando gli atti del soggetto pensante si limitano  nel soggetto istesso , cioò non trasandano 1' uomo interiore, e  cominciano dall' interno ?   11 solo dire moto volontario , ò un accennare alla co-  scienza , ò un attingerò dalla stessa quella guida sicura per  ispiegare quei fatti , che altrimenti sarebbero inesplicabili , e  senza ragion d' essere nel fisiologo che gli accenna. Obbiezione e llisposta.   Voglio fare un' obbiezione a me, poiché il muoverla par-  liti clic renda più chiari i miei concetti. Si potrebbe dire per alcuno : conio la ideologia potrà  dar luce alla Fisiologia , se gli frumenti di cui esse si gio-  vano , son del tutto diversi ?   E poi pare che la stessa natura dello cognizioni delle  due scienze ha tal diversità , che non ammette V applicazione,  di cui parlasi. È giusto in conseguenza che si lascino , non  che distinte , separate.   Al che è facile la risposta.   8e alcuno dicesse al fisico t Voi applicando Io verità  puro della matematica ai fatti dellt natura , commettete un  errore gravissimo , stantechè riunito cognizioni di natura di-  versa, essendo le cognizioni del matematica o priori, indipen-  denti da qualsia esperienza,-., e quelle della natura sono a  posteriori , sperimentali ..... ragionerebbe a somiglianza di chi  non vuol riconoscere nel fisiologista il bisogno delle psicolo-  giche notizie.   Se non che ò degno d' osservarsi, che la diversità, che  corre fra le ideo della pura matematica ed i fatti sensibili, è mag-  gioro di quella che passa fra i fatti della coscienza e quelli  fisiologici, giacchò tanto questi, quanto quelli sono a posteriori e  percepiti, quantunque gli interiori e spirituali, gli altri esterio-  ri e materiali, mentre le idee della matematica sono a. priori  ed intuite, i fatti della natura a j^teriori e sentiti. E si noti  ancora , che l' attinenza fra i fatti psicologici, e quelli fisiolo-  gici è sì intima, che gli uni e gli altri avvengono nelfuomo,  vale a dire, cho quei fisiologici sono fatti spettanti allo stru-  mento , cioè al corpo, e quelli psicologici bì appartengono allo  spirito, che servesi di esso strumento , a cui quaggiù è unito,  costituendosi la persona detta uomo. Ed e si stretto tal legame,  cho nel misterioso punto di contatto , di cui dinanzi si tenne  parola, il fisiologista prende, ma in modo rasente, la coscienza.  Ma siccome la mente di lui è rivolta all' osservazione sensata, può facilmente avvenire che egli, in grazia dell'oggetto principale  dello sue meditazioni, ed ancora della lunga abitudine di atten-  dere agli oggetti dei sensi, e per mezzo di essi, perda di vista  l'accessorio , o lo immedesimi coli' oggetto proprio principale ,  senza porre mento , che ciò che è accessorio per lui , nella  spiegazione poi di quegli atti organici, che concernono la vita  psicologica, é principale.   Ed e facile eziandio osservare la strana inconseguenza  nel fisiologo, che ripudia lo psicologiche verità , considerando  quanto egli sia sollecito ad accogliere e far tesoro di tutto  che possa offrirgli la fisica, la chimica e simili scienze.   Perchè si fa buon viso a queste, e si dà lo sfratto a  quelle ? non si può dir per la ragione cho gli obbietti di  quello scienze, i fatti che prendono in eaame sono nell'umano  organismo, perche i fatti psicologici non sono in rogiono estra-  nea all' umana natura, anzi ne sono parto nobilo ed eccelsa di   §. VI.   JDileinvia che dimostra la necessità in che trovasi il Fisiologo  di far tesoro delle verità psicologiche.   Presento un dilemma al senno imparziale di chi ascolta.  O il fisiologo intende alla spiegazione di tutte le funzioni de-  gli organi dell'ornano corpo, o pure di alcune.   Se mira a renderne ragione di talune , cioè di quelle  della vita vegetativa od automatica, pare cho possa far senza  dei dettati psicologici ; se non che, essendo la vita fisica nel-  r uomo in relazione con quella intellettiva o spirituale , non  potrebbe il fisiologista essere del tutto digiuno di senno  psicologico.   Che se poi egli , corno il fatto dimostra , intende alla  spiegazione di tutte 1*» funzioni organiche , fra le quali han     luogo quelle della vita, a buon diritto detta intellettiva, morale,  psicologica , spirituale , ò in allora Biottamente tenuto a far  tesoro delle verità psicologiche, senza delle quali non gli verrà  giammai fatto dare un sol passo , che non lo precipiti nello  abisso degli errori, il che e evidente dalle cose dianzi discorse.   Scelgano adunquo quei fisiologi, che non sono d'accordo  con noi e cogli illustri nomi d<;gli Haller , Sthal, Bonnet ,   Foderò, Matthey, Berard, Virey, Buisson, Hartemann   scelgano : 0 stringere il loro discorso alle sole funzioni nutri-  tive, rompendo il legamo che queste hanno con quelle animali,  e così mutilar la loro scienza : 0 assumere tutte le funzioni  nel doppio ordine di nutritive ed intellettuali, ritirando queste  alle verità psicologiche , senza di cui perderebbero la loro di-  gnità , il loro primato , e Y orroro di trasformare la causa  strumentale in causa efficiente sarebbe inevitabile.   Si persuada chiunque è tuttora ostinato , the non si  può parlar di facoltà intellettive e morali , senza metter pié  nel campo psicologico, il che significa senza usar d'altro stru-  mento , attingere ad altra sergente cho è quella vera.   Si persuada ognuno , dirò ancora , che ò massima in-  conseguenza ricorrere alla Fisica, alla Chimica, quando trattasi  di spiegaro de' fenomeni , oggetto di quelle scienze , e rifiutar  poi la psicologica scienza , quando si discorro di coso , cho  sono di sua esclusiva competenza.   Si persuada infino , cho il fisiologo non può star cam-  pato in aria, dovendo egli decidersi a riguardare il corvello, od  altro agente materiale, o corno strumento, o come causa effi-  ciente , nò ciò può fare staudo limitato all' osservazione dei  sensi , cioè senza far ricorso alla Psicologia. Una preghiera ai psicologi ed ai fisiohgisti.   •   Kon la finirei più , se volessi diro tutto quello che mi  ricorre alla mente sui limiti di esso scienze, e sulle loro scam-  bievoli relizioni. Solo, quasi a preghiera, dirò ai fisiologi ed aj  psicologi quanto Beguo :   Egli è certo che vi ha una psicologia terrena , come  ve ne ha una celeste — ma di quest' ultima all' uomo è dato  saperne , nella vita presente , ben poco ; ciò a cui egli può  aspirare a conoscere, si è l'animo pensante strettamente legato  al corpo e soggetto agi' influssi di questo. Pure i psicologi  par che sovente dimentichino la psicologia terrona per sosti-  tuirvi qui quella celeste.   Vi ha una fisiologia materialista, ed una spiritualista :  la prima e un' impresa assurda e veramente impossibile , la  seconda , non solo non trascende le umane forze, ma ne è  doverosa la sua attuazione, come è stato fatto da insigni uomini  testé ricordati. Eppure non vi ha penuria di fisiologi, che si av-  volgono nelle assurdità del lurido e stomachevole materialismo.   Laonde , se ò giusto ricordare ai Psicologi , che non  fossero tanto celestiali , cioò che non dimentichino , quando  occorro , 1' anima essere avviticchiata al corpo ; per medesi-  mezza di ragiono è giusto dire ai fisiologi , cho non fossero  tanto terreni o materialisti , cioè non facciano astrazione dello  spirito , cho è il soggetto arricchito di quelle nobili facoltà ,  per le quali 1' uomo principalmente eccelle cotanto sulla natura.   § vm   Spiegazione del materialismo Fisiologico.   Conoscendo la generazione degli umani errori , egli riu-  scirà facile lo evitarli. Bacon o a ciò intese coi famosi quattro idoli — Idola Tribu8 , Idola Specus , Idola Fori , Idola Thea-  tri. Sarò brcvo o chiaro al possibile.   L' uomo ebbe da natura largiti sensi , coscienza ; con  quelli prende cognizione del mondo esterno , materiale , con  questa del mondo intento , intellettuale.   Coi sensi percepisce i fatti esterni, cioè i corpi colorati,   caldi , freddi , odorosi , saporosi , est-si, in moto a dir   tutto in poche parole , percepisce coi sensi ciò che avviene  fuori di lui — colla coscienza prendo cognizione de' fatti in-  terni , intellettivi , psicologici , cioè delle sensazioni , delle no-  zioni , delle idee , dei giudizi , dei raziocini , dei desideri , dei   voleri e simili insomma di ciò che intimamente avviene.   Col mio discorso io non intendo escludere l* intervento d' altro  facoltà, tanto pei sensi, quanto per la coscienza, come l'intui-  zione o la riflessione per ottenero la cognizione del mondo ma-  teriale e di quello spirituale — ma in vista di semplificare la  cosa, ne ho fatto senza.   Or siccome 1' uomo munito di sensi , non è por questo   solo fisico , chimico , naturalista ... così quantunque dotato   di coscienza , non ò per quest i solo titolo filosofo , perchè è  mestieri volgere la riflessione a ciò che offre il senso , a ciò  che svela la coscienza. Quindi applicando la riflessione ai sensi,  ai fatti esterni , forma la grande famiglia delle scienze , che  han per obbietta i corpi ; applicandola poi sui fatti interni ,  su quelli svelati dall' inlimo senso, e non senza V apprensione   intuitiva da vita alla psicologia propriamente detta. Al   certo questo ritorno dell' io di sè, in se e per sè, questo ri-  pensare il già pensato, rifaro e ritcssere il già fatto e costruito,  é baso precipua della scienza dell' anima. Qui tutto è chiaro ,  nessun, credo, che il possa negare. Ora gli uomini fanno essi eguale uso dei sensi e della  coscienza ? meditano tutti sulle rivelazioni di quelli e di questa? No, certamente, perciocché avvi taluni uomini ebo sin  dai loro teneri anni han rivolto il pensiero agli obbietti posti *  di fuori; essi tutto ciò ebo sanno, lo conoscono pei sensi,  perchè la loro riflessione han concentrato esclusivamente sugli  oggetti di questi. Dal che seguo che eglino dànno importanza  solo allo scoperto ed allo cognizioni ottenuto pei sensi , e ciò  può giungere al grado di credere che non possano ottenersene  altre, in altra maniera, e di non lieve importanza. Ciò ó sem-  plice o naturale, giacché i bisogni dell'uomo attirano la sua  mente all'esterno; l'esercizio frequente rendo facile siffatta  inclinazione, e si forma quindi l'abito di cou<->scere per mezzo dei  sensi. È perciò necessario fermo e risoluto volere e riflettere  rientrando in se stesso , e per molto tempo , a fine d' inter-  rompere tale abito, ed acquistare l'opposto, cioè quello psicolo-  gico, o di ripiegarsi in so stesso. Lo stesso avviene in coloro,  che, assuefatti all'abito psicologico, devono passare allo acqi-  sto di quello ontologico. Tali scienziati hanno il senso intimo,  ma non riflettono sullo sue rivelazioni. Quindi ò elio tali uo-  mini associano finalmente la certezza a ciò che viene dai sensi,  e, sopprimendo in tal modo la coscienza e qualunque altra  visione, credono fermamente che nulla si possa sapere, se non  quello che si vede o tocca, ossia si statuisce nel lor pensiero,  come verità inconcussa: ogni notizia viene dai svisi e pei  sensi.   Adunque ò evidente che per troppo esclusivo meditare  sui sensi, si finisce con dire : Tutto l'uomo sta nei sensi, ogni  certezza viene dai sensi.   Tale ò la spiegazione, o la gènesi del fisiologico mate-  rialismo, e di qualunque materialismo.   A mo pare, che cotali materialisti son simili a quegli  idealisti , che quantunque muniti dei sensi , pure meditando  unicamente sulla coscienza, si stringono soltanto a questa, nè veggendo più in là di essa, immedesimano V uggctù, conosciuto  al tubbietto conoscitore , come quegli scienziati , avvolti nella  materia, il subbiato fanno ad immagine dell' oggetto.   Tatti han torto, perehè abusano, quelli dei sensi, questi  della coscienza. Tutti han torto, perchè mutilano 1' uomo, quelli  materializzandolo , questi spiritualizzandolo. Tatti han torto ,  perchè- seco stessi contradditori , i primi sentend > l' attività  interna dell' essere pensante , eli altri non interrompendo lo  pratiche della vita esterna.   Un BorcheW , un llubb s potranno avere dei discepoli  più o meno ardenti per le loro dottrine, più o meno dotti, ma  non potranno giammai avere a discepola l' umanità ; la qualo  respingerà mai sempre eoo tutte le più splendide dichiarazioni,  le più costanti ed universali manif-stazioni lo spiritualismo  assolato ed il material isino.   È agevole ora l'intendere a che si riduca il tanto van-  tato materialismo fisiologico ; esso è nò più, nò meno che cieca  abitudine, nata dalla diuturna osservazione sensata.   Adunque il materialista è schiavo dei sensi , schiavo  dell' abitudine ? Chi può dubitarne! Egli che vagheggia la libertà del pensiero , e dico ad  ogni piè sospinto: io s >n lib-rj pensatore, ò mestieri tutto  sacrificare alla libertà del pensiero. Egli che fa le viste di ser-  barsi immollo all'influsso di qualunque idea, di qualsiasi con-  cetto. Egli elio dispregia il volgo, perchè schiavo a non so  quante o quali abitudini. Egli è in fritto più schiavo del volgo  stesso, porche avviticchiato alla più abbietta delle schiavitù ,  che è quella dei sensi.   Tutto questo dimostra quanto sia diificile, anche a' più  millantatori del libero pensiero , il mostrarsi coerenti ai lor  principi. Urta jxirola conciliatrice.   Non creda alcuno ch'io intenda accennare ai congressi  di pace, al famoso Progetto della Pace perpotua di Emmanuel©  Kant, o d' altro autore franceso — nulla di tutto questo —  ma io ritorno , consentaneo a me stesso , a quello che meglio  che 27 anni addietro io mi facoa a proporre: alleanza fra la  Micologia e la Fisiolojia (1), paco fra le scienze razionali e  morali e lo scienze naturali   Ciò in vero non è un caritatevole desiderio , che muovendo da buona radico, pur tuttavia è inattuabile , ma ò una  necessaria deduziouo dalle coso nuora discorse , dalle relazioni  intime fra esse soienze. Conciossiacchò, se è errore materializzare  lo spirito, ò del pari errore spiritualizzare la materia- Spiritua-  lismo assoluto o material temo sono sistemi esclusivi, incompleti,  mancanti, che or ti trasportano alle nubi , or ti pittano nel  fango , come se non vi sia uu luogo da star bene fra quello  o questo. L' uomo non ó né tutto sensi , nò tutto coscienza ;  deve dunque avvalersi di quelli e di questa ; riliutare 1' uno  dei duo, è render l'uomo monco, e bruttamente svisarlo.,   Se adunque lo spirito e unito alla materia; so i sensi  sono congiunti alla coscienza , è tempo, giustizia altamente il  reclama, che Fisiologi o Psicologi si dieno il bacio della concilia-  zione, e cessi lo scandalo che l* uomo separi ciò che natura ha  strettamente unito, che egli voglia distruggerò cièche natura ha  creato. E sì, valgano lo sapienti parole dell' illustro fisiologo  Tommasi « non voglio diro con questo cho io intenda procla-  mare divorzio fra lo scienze naturali o lo speculative e lo morali ,  qualuuquo possa essere la grande povertà delle mie parole: La Fisiologia calunniata «li Materialismo — Nutulu IS 12. al contrario la natura e l'uomo, la geologia o la storia compon-  gono necoasariamonto un tutto organico ; o non c'è bisogno di  trovaro il principio dell' unita per poterne affermare così intui-  tivamente. Che maraviglia adunque elio il filosofo abbia ad  importare dalla sola esperienza il materiale o il contenuto dei  suoi concetti universali, e d' altra parte che i naturalisti ricono-  scano , anzi invochino una /orma ideale al frutto delle loro  esperienze ? nessuno di noi deve rifuggire dal nobile desiderio  di organare le diverso parti del sapere, e sta bene che questo  sapore svariato armonizzi con le leggi del pensiero. Il naturalista  sotto questo punto di vista vorrebbe esser filosofo anche lui ».   Nò certo vi alieneranno, dalla reclamata, giusta pace lo  vane voci cho qua e là sorgono , perocché sono declamazioni,  che finiranno con ammazzar se stesse.   Veramente quaT impressiono potranno fare Bull' animo di  un uomo , cho alle filosofiche cognizioni coogiungo ancora  quelle notizie anatomiche o fisiologiche necessarie all'argomento,  qual' impressione, io dico, con serietà tutti quegli esperimenti  eseguiti sui conigli e sullo rane o sovr' altre bestie ? Sia  togliendo alcuni fili nervosi , o amministrando la stricnina, o  toccando parte dol loro corpo coli' acido solforico, o avvelenan-  doli col curaro , o coli' etere solforico in altro modo ?   Signori , gli esperimenti son veri , cioè vi dànno taluni  determinati effetti , apprezzabili quasi da chiunque non abbia  perduto il bene dell'intelletto — il modo di spiegarli è falso:  la loro interpetraziono non regge alla sana logica ; lo deduzioni  sono illegittime,   Tutti gli esperimenti fatti , o possibili non potranno  dimostrare altro, che questa antica verità antropologica quanto  il mondo, che il morale dipendo dal fisico, le facoltà pensanti  dall'organismo, ma che il pensiero si appartenga, come effetto a  causa, a tale o tal altro organo , a tale o tal altra parto di un organo , corno alla sostanza grigia del corvello ed allo   celialo di cui esso è composto tutto questo, od altro di   simil risma, ò arbitraria deduzione non legittimata dalla logica.   E qui permettete che chiaramente voi dica , il tanto  decantato positivismo so ne va in fumo, onde essere surrogato  da un audace razionalismo.   E qui le scienze dette positive addivengono le più in-  temperanti , le più razionali e fantasticamento a priori.   Tutti gli esperimenti ormai fatti o faciendi potranno darci a  conoscere più specificatamente la notissima dipendenza , porgerò  nuovi e splendidi casi, ignoti sin ora, di tali rolazioni fisico-  morali, ma senza dare il diritto di menomamente offendere la  inconcussa esistenza del Me spirituale.   Io ammiro l' ingegno umano , che cotanto sa spingersi  nei recessi del misterioso sistema nervoso — ma cessa la mia  ammirazione o sottentra lo sdegno ed il disprezzo , quando si  voglion dedurrò < cose fuori dell'esperimento , quando la in-  vasione va all' eccesso.   Avete voglia di spiegaro , corno taluni si lascian tra-  sportare tant' oltre ?   É facile dalle coso discorso il comprenderlo: sono vitti-  me di cieca abitudine ; pria degli esperimenti, poscia tortamente  interpretati , se non tutti , molti , eran materialisti, o la loro  mente non informata dallo spirito delle socratiche carte.   Non può essoro diversamente , leggendo quelle pagino  ove uno di essi dice che • la sostanza grigia del cervello, agisco  » come una bilancia delicatissima ; essa pesa le singole im-  » pressioni che riceve dal di fuori — e queato posare ò un  t processo che noi sentiamo in noi stessi, del quale abbiamo  » coscienza p cho chiamiamo pensare ad una cosa » (1).   (1) Fisiologia del Sistema Nervoso del «Ioli. Alessandro ILìraen.  Milano, E. Trovo»? e C. Benissimo ! i nostri padri avean detto cogitare, cogitatio,  quasi accennando all'azione che ha luogo nell'animo , quando  pensa — nella nostra lingua si disse pensare quasi pesare ,  alludendo al confronto che fa l' anima delle idee , preso il  vocabolo in senso traslato — oggi ci si fa conoscere che  pensare è pesaro in senso proprio, perchè il pesatore è mate-  riale Benissimo I   E la coscienza come c'entra ?   La coscienza che nulla dice di bilancia cerebrale; i  sensi , e sarebbe cosa di loro competenza , nulla pure dicono  di bilancia nella sostanza grigia ; adunque chi lo dice ?  La fantasia dell'autore, che certo è senza bilancia-  si accorse l' autore , che trasandava i limiti della sua  scienza, invadendo la Psicologia, e soggiunge :   t Noi siam giunti senza avvedercene in mezzo alla psi-   • oologia, o sarebbe stato difficile avvedercene, giacché nella  » natura non esiste alcun limite fra la fisiologia c la psico-  » cologia — Oggidì la scienza è* in grado di dichiarare la   * loro identità t .   Un uomo cho invade il campo altrui , vicino al suo ,  tradotto innanzi al magistrato , dirà quel campo esser suo ,  perchè senza alcun limite. Così pare che faccia il citato autore.   Alla fine i limiti fra una scienza ed un'altra saranno  forse le colonne di Ercole ? L' autore ha dimemticato che la  divisione fra' diversi rami dello scibile è più soggettiva, che og-  gettiva. Stanco alle sue pirolo nemmeno vi ha limito fra la  fisica e la chimica, eppure son duo scienze belle e fatte. E  si noti che la chimica , la fisica , la mineralogia, la geologia ,  1' astronomia han tutto un oggetto materiale, tutte si servono  delle osservazioni dei sensi ; ma la psicologia ha un' oggetto spirituale, c la fisiologia corporeo, la psicologia procede mas-  simamente colla coscienza , la fisiologia coi sensi — dunque  esse due scienze hanno un limite tale che non è nelle scienze,  che della natura materiale si occupano.   L'autore, senza avvedersene, entrò nella psicologia, non  perchè avvi un'identità fra essa e la psicologia , ma perchè  le duo scienze hanno delle relazioni , come abbiamo preceden-  temente dimostrato — se non che, egli vi entrò collo suo a-  bitudini, col suo metodo, materializzando tutto.   Quindi la scienza non è in grado di dichiarare la  identità delle due scienze , come non può dichiarare identici  l'anima ed il corpo, la coscienza ed i sensi.   Io avrei lasciato in pace 1* autore della conferenza sulla  Fisiologia del Sistema Nervoso fatta in Firenze. Ma  . il pensare che trattasi di scienza popolare, che libercoli di tal  natura fanno il giro dell' intero regno , e con essi s' intendo  porgere al popolo un cibo sostanziale , ciò m'indusse a dirne  due parole , come ora no dirò qualche altra , sembrando che  invece di cibo di sostanza, si amministri la stricnina o il curaro. Udite con attenzione.   » Possiamo esprimere cosi il risultato, dice l'IIerzen,  » generalo di ciò che mi sona sforzato di spiarvi oggi.   t Ogni nostra azione dipende da tre fattori essenziali: »   (Già m' immagino, voi col pensiero volato all'intelletto,  alla volontà, alla facoltà locomotrice — al n )sse, velie, posse . .  disingannatovi, nulla di tutto questo).  Dalla nostra organizzazione individuale;  Dallo stato in cui un' impressione dal di fuori  trova i nostri nervi in un dato moment") ;  Dal complesso d* impressioni che in quel dato  momento riceviamo dal mondo esterno.    Fn» 4f,-47 Voi vi accorgete di leggieri che questi tre fattori es-  senziali di ogni umana operazione , por usar le parole dello  autore , sono tutti e tre organici e fatali , essendo escluso  qualunque arbitrio , atto di volontà , che imperando modifichi  colla sua azione quelle subiettive organiche disposizioni insieme  all'esterne impressioni. L' aut ro , pensa tutto questo, com-  prende la cosa, e dove vada a finire, ma con parole, che stanno  fra h stupido ed il buono, continua.   » E se finalmente da questo conclusioni vogliamo trarre  » un' applicazione alla vita pratica — essa sarà veramente di  » natura tale, da fare andare la scienza superba del suo lavoro •.   Ognuno già colla sua mente tenterà arrivare al trovato  peregrino nella vita pratica, che farà andare superba la scienza  del suo lavoro — chi penserà già ad un modo di rialzare la  finanza, chi ad altro per iscemare il numero dei reati , a chi  ricorrerà al pensiero un nuovo metodo educativo, a chi infine  sembra che l'autore ha bello e fatto il trovato di mettere in  su il principio autoritativo , circondandolo dall' aurèola Bua  propria, senza scemar punto la libertà — datevi pace, frcuate  il corso dei vostri pensieri, rassegnatevi ad ascoltarlo.   > Essa non sarà altro cho una raccomandazione di  » usare della massima indulgenza verso lo parole e gli atti  • del prossimo, tenendo sempre in mento cho l' azione sua ò il  t prodotto di tre fattori indipendenti di lui, di tre fattori dei  » quali esso non ò punto padrone, di tre fattori cho al contrario dominano lui.   So dividessi il parere dell'autore, sarei indulgente con  lui, che comincia col materialismo e finisce apparentemente  colla morale.    rag. 17. Sì, in apparenza , giacché il suo discorso ò oltremodo  immorale, Le sue parole fan tremare i polsi agli uomini onesti,  c fan gongolare di gioja selvaggia gli assassini.   Il lavoro della scienza è il materialismo ed il fatalismo  — quindi gli atti del prossimo fatali e necessari non meritano  nò lode , nò biasimo , non premio , nò pena, non sono nò vir-  tuosi, nè malvaggi — perciò in vista di ciò clic farete ?   Massima indulgenza, massima indulgenza vi raccomanda  la scienza per bocca di Herzen.   Voi, assassini, continuate nell'opera vostra chò il dottor  Herzen vi assicura l'impunità sino alla consumazione dei secoli!   E la società debbe ancora sapergli grado, perchù viene  a liberarla da tante inutili spese per la magistratura giudi-  ziaria , o per altra autorità che intende -alla sicurezza , anzi,  spingendo il pensiero di lui alle ultime illazioni ai potrebbe  stabilire una magistratura d'indulgenze, ma senza timore che  si rinnovi e susciti un'altra Riforma.   E questo ò cibo sostanziale che si porge al popolo , o  stricnina o curaro? Se il popolo facesse gran caso delle parole  di lui , so vedesse perchè si voglia ricorrerò all'indulgenza ,  darobbo un prodotto da fare andar veramente superba la scienza,  e chi per essa !   A voi il giudizio. Il progresso delle scienze "naturali non può menomar^  la spiritualità dell' anima.   Poniamo ora che la cognizione delle leggi fisiologiche  ai conduca grado a grado a maggior perfezione, ma <-prt-»  restando nel giro dei fatti esterni , di esterna esperienza , solo avanzate al seguo di esprìmere i modi della eintesi della  umana dualità, costitutiva l'unità antropnlogicafche avrebbesi  che potesse ledere in modo alcuno la spiritualità dell' essere  nostro ? Sarà impossibile al fisiologista venir fatto mostrare,  dicea io in altro luogo, che la superiorità psicologica, intellet-  tuale e morale, dell' uomo suli' orang-antang derivi d' un po' di  più di polpa cerebrale esistente nel cranio degli nomini, e che  spieghi i fatti psicologici col moto , o colle leggi organiche.  • I motodi, i processi delle scienze naturali finora conosciuti  » non danno nessuna traccia, dalla quale potessimo arguire  » una benché lontana spiegazione del pensiero. Un'illustre  » fisiologo e giudice molto competente in questa materia , il Virchow , dice che non si ha il diritto , almeno nello stato  » attualo dello scienze naturali, di entrare nel dominio della  » coscienza, e ciò si potrà fare soltanto allora, quando si sarà  » trovato un metodo sufficiente a spiegarne i fenomeni. Ed un  » altro fisiologo tedesco , il Volkmann , non solo dichiara la   > incompetenza della fisiologia sulla personalità, ma soggiunge  » che il solo fondamento, che possa venire proposto come dub-  » bio è la dissoluzione dell' organismo nella morte. In ogni   > caso però dalla fisiologia V anima personale non è posta ,  » ma soltanto determinata mediante 1' organismo. Non potrà giammai il fisiologo, o il naturalista entrare  col suo metodo nel dominio della coscienza , essendo il metodo  di studiar questa o il pensiero in antagonismo a quello dei  cultori della natura materiale. Però vennero meno tutte quelle  pretensioni che il Morgan ed il Cabanis misero avanti.   Io il ripeterò: oggetto, metodo, strumento tutto distin-  gue lo studio dell' anima da quello dei corpi, senza annullarne  le relazioni ed i limiti.   (I) Dell' immortalità dell' anima umana Discorso della Mar-  ciosa Marianna Fiorenti Waddington. Firenie Le Mounier Per altro [conviene esser giusti , ed in confidenza dir  fra noi, che quando si tentò dai fisiologi materializzar lo spi-  rito , la colpa stesse più da parte dei filosofi che da quella  dei fisiologi ; perocché se questi attingevano all' impura sor-  gente del sensismo , dai filosofi era stato proclamato, e quindi  non potevano che logicamente i fisiologi incarnare nell' organo  la sensazione, alla quale avean ridotto il pensiero — insomma  il materialismo di quei fisiologi tTa conseguenza del sensismo,  che signoreggiava in allora le migliori intelligenze da sovrano  assoluto.   Quindi a me sembra chiaro , che non si possa, non ai  debba dire da alcuno : io perché son medico , o fisiologo , o  naturalista , perciò son materialista. No : il medico, il fisiologo,  il naturalista può abbracciare il materialismo, non perchè pro-  fessa quelle scienze della natura , ma perché ó sensista , e  perché invade il campo altrui coi suoi metodi , coi suoi stru-  menti , col suo modo di procedere.   Io richiamo agi' imparziali pensatori a rivolgere lo sguar-  do della loro meditazione dentro di loro stessi , nel santuario  della lor coscienza , e dirmi col cuore sulle labbra , se noto-  mizzando se stessi , nella grande varietà e moltiplicità prodi-  giosa dei modi di essere che ognuno vede in se , e che pare  dovriano condurlo ad ammettere un aggregato di forze , di  esseri, di subbietti, ai quali appartengono essi modi o facoltà  non coglierà col suo pensiero V io uno — perocché di leggieri  ei si accorge che V io che sente , poi pensa , quinci e quindi  vuole .... è sempre lo stesso soggetto : egli è uno.   E facciasi , ragione che se un' epoca è una , un corpo  è uno , vo' dire che se alle epoche ed ai corpi si riferisce  per noi 1' unità , non è quella che alla sostanza pensante si  conviene , quantunque pure tale unità agli avvenimenti ed ai  corpi attribuita sia m relazione coli' unità spirituale. La quale non è riunione di elementi nel tempo — essa ha vita e du-  rata , ma senza decomporsi o dividersi , essendo sempre la  stessa — nella successione resta la stessa , in tutti gì' istanti  la stessa, perocché cambiano gli atti , mutano gì' istanti , e  1' io pertanto vedo se sempre lo stesso — Non moltiplica cogli  clementi della durata, anzi veggendo cangiare e moltiplicar la  durata , vede aè lo stesso.   Uno è adunque nel tempo ; e tale è puro nello spazio. Conciossiachè in lui non vi ha moltiplicità o composizione  nello spazio: non ò un tutto, di cui le molecole sucoessiva-  niento decrescono od in un modo qualunque cambiano, come  tutto dì vedesi succedere nei corpi, giacché un assieme avente  sempre delle parti connesse in una perfetta simultaneità, è  cosa contraddetta dai fatti, e repugnanto alla natura del mol-  teplice, che è necessariamente divisibile.   Pertanto di quale divisione è capace Y io f dove ò in  lui la pluralità ? Quante e quali unità il compongono ? — Forse le facoltà che irraggiano da lui , e per lo quali bellamente  risplende ? — Certo che no , perchè le facoltà non sono di-  verse da lui stesso. — Forse i suoi attributi , i suoi atti ?  Nulla di ciò , giacché facoltà , attributi , ed atti di lui sono  esso stesso.   Né v' illuda il vedere che si enumerano gli atti , le fa-  coltà, perocché con tale enumerazione non si accenna all'essere,  che é uno, ma alle apparizioni, ai modi di sua manifestaziono,  essendo il nr.mcro tanto in antagonismo con lui , che è indi-  visibile , quanto lo è il composto col semplice.   A questa forza unica adunque, che facilmente è com-  presa da chi sa bene interrogar se stesso , mal si conviene  T unità delle cose successive , o quella delle composte ; le  quali ultimo perché estese , figurate , impenetrabili , perchè  aggregati di forze , se costituissero il me , o ei fosse a loro     69   immagine e somiglianza , non unico io , ma tanti , quanti   non unica forza, ma tante indefinite coscienze di sentire ,   di pensare , di volere : ma una coscienza ò in noi , unico io ,  un' unità pensante.   È adunque uno il nostro subbietto e nel tempo e nello  spazio , e non già per questo o per quello.   E pongasi mente che la stessa unità che egli riferisce  alle cose successive, o epoche, od alle cose composte, o corpi,  od a quelle coso che sono une pel tempo e per lo spazio, da  lui stesso viene , quantunque trovi un che in esso — dico da  lui , essendo egli che scopre le attinenze degli avvenimenti ,  o la composizione delle parti di qualunque composto , e vi  riferisce il pensiero unificato ed unificatore, perchè egli è uno.   A dir breve e chiaro:   Perchè egli ò uno nel tempo o nello spazio, e non già  in virtù di questo e di quello , qualifica , dando 1' impronta  dell' unità , ciò che non è uno nel tempo e nello spazio. Spiritualismo nelle Bell* Arti.   Come che io non iscriva pei sapienti, ai quali son noto  tante dottrine , tante discussioni , profondi pensieri in modo  cho nulla più , pur tuttavia mi sarà concesso considerare la  spiritualità del soggetto pensante da aspetti , quasi direi ,  nuovi ed intimamente legati alla vita pratica , o meglio alla  vita delle arti belle , della scienza , della società e dei popoli  della terra.   Nella vita dei popoli, nelk- svariate fasi di essi vi ha ilei  tempi in cui predominando un' id«>a , un sentimento , come il  concetto politico, quello utilitario qualunque, .sembra ohe ciò che quello predominante non sia , e che con forza attraente  assorbisce tutto in se , sembra , io dico , che meriti lo sfrat-  to eppur non è così. L' uomo non può rassegnarsi a   non ripensare il bello, che risplende al suo intelletto, ed aste-  nersi d' incarnarlo nei marmi , nelle tele , od in altra materia  ed in altra guisa. I lavori artistici sono allora vere e solenni  proteste contro coloro che , se potessero , vorrebbero materia-  lizzar tutto, e dare ad intendere di vedere unicamente nell' uomo,  che è corpo e spirito ad un tempo in unità armonica , che  ha senso , ragiono ed idea, che fona- e materia, e di scorger*  nei suoi indefiniti , svariati e nobili prodotti t che macchine  e conti.   Ah sì , egli è evidente adunque , che Y arte sbugiarda  anch' essa il materialismo ed i materialisti!   L' arte invero , questo nobile slancio dell' anima verso  1' alta regione del bello , ne coglie alcun raggio e lo incarna  nella materia , e , quasi direi , la divinizza , e con .questo an-  nulla il sozzo pensiero che intende materializzar 1' uomo.   L' artista è novello Prometeo, che rubba il fuoco a Dio  per farne partecipi gli uomini , annulla il materialismo , che  concentrandosi unicamente nei fisici bisogni, vorrebbe imperare  da sovrano assoluto, obbliando i bisogni morali , le magnani-  me tendenze , che alto reclamano alla lor volta i loro diritti  manomessi , che hanno ragion d' essere nella stessa umana  natura, così bruttamente mutilata.   L' arte adunque riduco in frantume 1' apoteosi del   ▼entro.   L' artista è qual novello Francklin che eripuit cerio  julmen — se non che 1' americano commise il generoso e  sapiente furto per tutelare il capo degli uomini dalla malefica  potenza del fuoco elettrico , mentre gli artisti furano i raggi  estetici del cielo per farne partecipi i mortali. 1/ QUO e gli altri ricorrono al cielo coli' intento lodevole di beneficare l' u-  manità, ma in modo diverso; cioè il cittadino del nuovo mondo  allontanandone dei mali terribili ed improvvisi , gli altri col  far piovere sovr' essa dei beni squisiti e puri   E però è gioco-forza considerare 1' artista qual sacer-  dote , che fa scendere dal cielo sulla terra un che di divino,  salvo che il magistero ieratico ò nell' ordine del mistero ,  quando 1' artista opera nel mondo della natura — eppur sarà  sempre vero che V arte è il sacerdozio dell' estetica.   Adunque la manifestazione delle ispirazioni estetiche,  anche nei tempi nei quali si corre a voto materializzar tuttd  è una nobile protesta contro il materialismo, è un' affermazione  solenne della spiritualità dell' anima,   E qui mi pare opportuno richiamare alla mente alcune  idee per me manifestate altra volta , e che son legate all' ar-  gomento.   Laude si deve a chi fa opera trovar dei mezzi , attin-  gendo nelle scienze , che si occupano della natura materiale ,  organica od inorganica , onde render comuni quelle immaginii  quei fatti , quelle cose che interessano ogni uomo ; a questa  guisa, io direi, che V arte si democratizza, per quanto è pos-  sibile. Se non che , 1' utile che si può ottenere , abbassandone  il prezzo, perchè si è scemato e tempo e fatica ed altro in  produrle, non deve far s\ che annulli ciò che non si possa  ottenere in altro modo, e concerne le più nobili aspirazioni  dell' uomo.   Di vero coi moderni trovati si è ottenuto più Y utile ,  che il bello , più la merce a buon patto , che il bello , più il  buon negozio che lo sviluppo dell' arcana relazione fra 1' ani-  ma ed il bello — e ciò anziché esser da me biasimato , n' è  lodato , ma pure entro certi limiti , cioè di estendere a tutte  le classi in data colai maniera e grado di perfezione una pailida immagine d»-i dip ; nti <• d<-llo incisioni, ma non già nel  tengo clic le arti bello sieno mandate giù. Ciò non può , non  devo essere , dovendosi trovar modo d' associare, sejpure è  possibile , come parnii che lo sia, 1' utilo al bello , ma quello  non dove aver nò punto nè poco prevalenza su questo o di-  struggerlo.   E sino ad un certo segno 6 mestieri far plauso allo  intento di render comuni a tutte lo classi i benolìcii della  scienza e dell' arto — e qui si fa bone , percliò si opera pel  popolo. Ma è mestieri aver presento ognora, che il bello non  è V utile, e che per troppa brama di stendere 1' utile, questo  non usurpi i diritti del bello.   Si ponga attenzione che 1' nomo non ò tutto senso ,  tutto corpo ; c' ò in lui alcuna cosa d' intangibile, d' invisibile,  d'intelligibile, che non può cadere sotto 1' apprensiva dei sensi,  e che sfugge alla dnra forinola del dare ed avere , del peso  r> della misura.   Si riflotta ancora che altro è il pretendere, che si svol-  gano gli elementi dell' umana natura , altro è poi che 1' uno  viva a scapito dell'altro, richiedendosi anzi cho si armonizzino,  perocché 1' armonia compie 1' npera dello svolgimento , Benza  della quale non vi ha vero progresso.   A me sembra, che pensare altrimenti si è sconoscere  quella leggo di solidarietà , che ha luogo fra gli esseri o fra  gli elementi, cho compiono 1' umana natura tutta quanta.   Ilo fede che la vittoria riportata dall'uomo sulla na-  tura coli' intento di far partecipi i più dei grandi trovati  dell' ingegno , per quanto le arti belle riguarda , se apporta  alcun che di danno allo parti più nobili dell' arte, sarà ciò  per poco , non durerà gran fatto , non patendo 1' uomo rinun-  ziare alla sua intima natura, che cacciata anche a viva forza,  tornerà ognora vincitrice. Le quali riflessioni sa la tendenza attuale a spingerò  al possibile le cose artistiche al meccanismo, mostrano che la  signoria assoluta di questo su 1' elemento estetico segnerà il  volgere in basso dall' arte, che sarà sempre il nobile attributo  dell' uomo, risorgendo a nuova vita dalle sue stesse ceneri. Spiritualivmo nella ruttura.   E fate meco ragione, che il pensiero umano non è quale  per taluni si crede, perocché esso ben comprende anche nella  materia uno spiritualismo, non già che spiritualizza questa,  ma per veggendola, pensandovi su, riflettendovi, di presente  comprende un che non materiale , ossia 1' uomo col pensiero  va più oltre delle cose materiali, dei sensibili. Appunto come»  veggendo un altro uomo, gli si attribuisce uno spirito, o me-  glio si spiritualizza in certo modo 1' organismo di lui, in pari  guisa avviene dell' universo : la mente umana non si ferma  alla terra, al sole, alla lana, alle stelle, e cosi via. Se ella  vede un fiorellino vario pinto , ne ammira pur la vaghezza ,  le foglie , lo stelo , il calice non senza essere ammaliata dal  grato odore , e via via. Eppur non si ferma l' umana mente  a tali percezioni, a tante grate sensazioni, poiché dal fiore  passa al seme, da questo ad altri esaeri, e quindi infine a  quei primi esseri che chiudean virtualmente tutti i fiori , che  furono e che saranno al mondo .... in fine alla causa su-  prema di tutti i fiori, come di tutte le cose.   Nò qui ha posa V umano intelletto, che si spingo , por  naturale virtù, a legare gli effetti alle cagioni, a comprendere  le cagioni finali degli esseri, e legge in essi i fini, cui mirano,  e la corrispondenza fra mezzi e fini ; e però vede nella natura  impressi i caratteri indelebili della Mente Sovrana. Laonde e chiaro, che allo sguardo dell' umanità gli es-  seri tutti , che compongono V universo , dall' atomo al globo  celeste, dal fiorellino al boabab, dall' insetto all' elefante, . . .  quindi all' uomo non è un' accozzaglia di esseri sdruciti , in  congiunzione, per usar questa parola nel significato di Davidde  Hume, ma un tutto , quasi direi , organico , connesso , diretto  ad un fine pensato dall' intelletto divino ed attuato dal su-  perno volere. Adunque la materia che si percepisce, che si vede e  si tocca, in distanza od in vicinanza, grande o piccola , orga-  nica od inorganica non è dall' uomo intesa in modo da tro-  vare un limite in ciò che vede soltanto, scompagnata da qua-  lunque concetto, anzi la intende animata e vivificata da quei  nobili ed alti concetti, che da inerte , fredda dal gelo di morte  la elevano a quel grado superiore, la circondano di una splen-  dida aureola, la spiritualizzano.   La è questa la poesia dell' umanità, ma naturale e su-  blime poesia. Dire si deve ancora metafisica dell' umanità;  conciosiachd, come ben dicea il Vico, la poesia essere una me-  tafìsica in abbozzo , la si dee perciò chiamar poesia e meta-  fisica ad un tempo. E ciò risponde a capello al pensiero del  Kant , che ammetteva una metafisica naturale , ed ai pensieri  del Gali , che nel cervello vide pure 1' organo della teosofia ,  e vi assegnò un cantuccio.   Ed anche se taluno non facesse lieto viso alle idee si-  stematiche dell' autore della Craniologia o Cranioscopia , non  si verrebbe per questo a menomare per nulla il valore del  nostro discorso; il quale poggia tutto sulla disposizione dello  spirito \tfnano, non disgiunta dall' attinenza in cui esso è col-  1' organismo — Se poi questo è come V intende Gali , o pure,  come si pretende da altri, una semplice disposizione cerebrale,  senza la creduta divisione del cerebro in tanti organi ciò in nulla influisce a scornare la forza del nastro argo-  mento.   Signori, allo sguardo del genere umano la natura tutta  quanta , 1' intero universo non è una macchina , che opera da  se e per se, come orologio senza artefice , ma orologio con un  artefice ; e più che orologio ed artefice , è musica , parto di  maestro sublimo ; e più che musica e maestro, poesia di divin  poeta; e più che poesia e poeta, palagio di grande architetto;  e più che edifizio di sommo architetto, pianta svolta da spiro  potente , pensiero* che la muove, anima che la vivifica , e n' è  ragione d' essere.   Vedete adunque, se io mi abbia il diritto a dire, api-  ritualismo nella natura.   Ed osservasi che io nel pensiero umano, che spiritua-  lizza, nel senso per me dichiarato, la natura, ho dovuto porro  un limite necessario al mio discorso , trattandosi di ragion  comune, d' umanitari pensieri.   Quindi ho messo innanzi ciò che vi ha in tutti, eaclu-  dendo al possibile l'opera della riflessiva potenza del filosofo ;  la quale, quantunque nelle varie scuole non sia immune d' er-  rore, pure eccetto una breve falange di seguaci dello schietto  naturalismo, che, secondo alcun sapiente, è merce soltanto mo-  derna, pure, io dico, la massima parte dei filosofi è pel retto  spiritualismo della natura nel giusto senso della parola, spi-  ritualismo che ha poi un riscontro superlativo in colui, che  idealizza la materia, in chi fa 1* apoteosi della natura , in chi  le dà un'anima, ma non già in coloro che spiritualizzano i  primi starai dell' universo colla famosa monadologia del filosofo  di Lipsia.   A me pare che il nostro Bisazza , questo spiritualismo  per me messo in rilievo, cantava esprimendo al vivo il concetto  umanitario, di cui parlo: Chi ha dato all' onda  Confin «li sponda ?  Chi all' erbe o al ùniv  Diede 1' odore ?  Chi a voi diè stolli-  Rosee fiammelle?   Egli é il vergine fiato dell* eterno  Che infronda , o svesto le infrondite cime ,  Atira di primavera, algor d' inverno,  l'iacido nel nucel, nel tuon sublime.   Alpi che arcate   Vi sollevate,  Ripidi monti  Padri dei fonti,  Chi vi diè o rupi  Frane e dirupi ?   Chi vi appese le splendide corone   O noia della notte , nstri pietosi ?   Chi ti precinse d' infocate Bone,   Sole , che or levi il capo , or ti riposi ?   É il suo beato  Spiro increato ,  Che il ciel gioconda ,  Cho il mar feconda ,  Che in terra cade ,  Sciolto in rugiade.   Veggo i cernii monti alluminarsi ,  Poiché fiato ò di Dio la luce nnch' essa.  Veggo gli augelli a turbini levarsi  Che un* aura di quel fiato in lor sta impressa.   Scorrete o rivi  Placidi e vivi,  Levate o monti  Al ciel le fronti ,  Dite siam figli  Dei suoi consigli !   Deh fra le corde di commossa lira ,  Che di terrena polvere S* ammanta ,  Deh tn soffio di Dio , discendi e spira ,  Mentre rapita in te, l'anima canta 1 A me pare che il mio diacono procede chiaro ed inat-  taccabile , anche se taluno venga innanzi con qualche errore,   (1) Fide e Dolore elio la rozza mente comune possa produrre, conciossiachè il  fatto dell' errore non distrugge Y esistenza dello spiritualismo  noila natura , ma sol che esso ha bisogno di riflessione e di  emendamento. Como il fatto di alcun costume barbaro od inu-  mano non annulla la moralità ; così alcun errore, quanto allo  spiritualismo della natura , non menoma punto la natia di-  sposizione od attuosità dell' intelletto , ad animare , o meglio  a concepire a traverso della materia questo cotale spiritua-  lismo nell' universo, prestandogli con sintesi quelle nobili ideo,  che gli danno vita ed essere.   A me sembra chiaro assai, cho quando ad un uomo  vien fatto dire : Oh quanto è belio quell' essere ! Quanta 0  sublimo quell' altra cosa I per mo d evidente che le nozioni  del bollo e del sublime eziandio accennano implicitamente allo  spiritualismo, di cui parlo. Spiritualismo nel Senso Comune dei popoli.   Il concetto dell' anima spirituale ò cosa essenziale alla  vita pratica dello umano associazioni , anzi lo circonda , le  avvolge e compenetra in ogni verso e sin negli intimi pe-  netrali.   Ragioniamo da noi , ma in modo facile , piano e colla  massima evidenza nel tempo stesso.   Concentriamo lo sguardo della nostra mente su quell' uo-  mo ; egli e padre , il quale leva a cielo le doti morali della  figlia , per nomo Giulia , che è modesta , ubbidiente , capace  di sacrificio pel bene dei simili , alla vista dello cui miserie  è tocca da indicibil dolore.     78   Un altro genitore si addolora , e quanto , pensando di  aver perduto il figlio , chiamato Eugenio , il cui animo era  seggio di apecchiate virtù morali , di belle qualità mentali.   Povero genitore ! egli ne rimembra le virtù peregrine  di quell' angelica creatura , e gli astanti dividon con lui quei  sensi di mesto affetto!   Tutto questo ha per base , che quelle creature avessero  uno spirito dotato di nobili facoltà , anzi d' una facoltà che è  il pregio morale dell' uomo , e , quasi direi , lo emancipa da  tutto il creato, e lo rende arbitro del suo destino, voglio dire  della volontà. La quale rende 1' uomo capace di legge morale,  responsabile delle sue azioni , e queste degne di premio e di  pena — la quale volontà libera costituisce la virtù ed il vi-  no, il merito e la pena , a tal che tutto il sistema morale e  di legislazione è fondato sovr' essa , e compenetrato in essa  stessa.   Questo dice, manifesta il senso comune, universale dei  popoli tutti quanti della terra che furono , che sono, e che  saranno.   Coli* intimo convincimento di tale cospicua verità, pene-  trato il loro spirito di tanta morale scienza, tutti i legislatori  delle nazioni dettarono le leggi ad esse, sapendo di applicarle  ad esseri liberi , ad esseri capaci di legge , e degni di pena  e di premio , e capaci di rientrare nei diritto sentiero ormai  smarrito ; insomma il legislatore seppe aver che fare con esseri  intelligenti e liberi , ebbe piena e lucida coscienza di ciò , e  non mai con automi. Così alla lor volta , i popoli accolsero di  lieto animo le leggi nella coscienza del loro dovere, della loro  libera volontà.   Questa manifestazione del senso interno , quest' intimo  convincimento , questo dogma di ragione naturale , conduce     79   1' umanità ad ammirare il virtuoso , a venerare l 1 eroe , a  rizzare altari a quegli uomini, che si segnalarono per le loro  peregrine virtù !   Come, per medesimezza di ragione, a condannare all'  oblìo, alla meritata pena coloro , che abusarono del loro potere ,  che con volere e scienza violarono la legge !   Gli umani apprezzamenti adunque, i gindizj degli uomini  ànno quel fondo comune , quel sustrato , poggiano su quella  concezione dell' anima spirituale , una , superiore e distinta  di ciò che vediamo e tocchiamo.   Or , se vi fa cuore , fatevi a sostituire all' essere pen-  sante immateriale i portati della materialistica dottrina: ove  sarà più il pregio singolare dell' umano pensiero , dell' umano  volere , la bellezza e V incanto delle doti mentali e di quelle  morali ?   Re il pensiero non ò nè più, nè meno di un prodotto  del cervello sullo sensitive impressioni, un modo di digerirle ,  come lo stomaco e gì' intestini digeriscono i cibi, e danno il  chimo ed il chilo, o un modo di secrezione, come il fegato rispetto  alla bile. Se il pensiero , intelletto e la volontà e tutte le fa-  colta morali e mentali non sono al più che fosforo, e l'anima  una cellula , od altro supposto impasto di materia , o imma-  ginato prodotto di leggi fisiche, chimiche, vitali, ove sarà  più quel primato ed eccellenza che l' umanità tutta quanta  accorda , vede , riconosce e sanziona nella virtù cogitativa ?   Non è uno stolto quel genitore , or ora ricordato , che  innalza a cielo le belle doti della figlia di lui ?   Non è un insensato quell' altro , che va tanto altero  dei pregi morali ed intellettivi del figlio suo?   Sì , sorgo io a nome del materialismo , fate Benno uo-  mini illusi , che date tanto valore a ciò che di cesi mente, anima, spirito, ragione, intelletto, volontà, virtù di mente, virtù di cuoro, tutte queste coso prese a singolo, o sinteticamente altro non sono che forza e materia , nò più, nò meno  dei prodotti della digestione , delia respirazione , della secre-  zione dello urine , od altro di simil natura.   È evidento che materializzando tutto V uomo , si dovrà  per legittima illazione materializzar tutto elio all' uomo si ap-  partiene.   Se non che materializzar tutto ciò, che non ò materia,  quantunque trovisi in relazione con questa, è snaturare, ò an-  nullare ; dunque logicamente il pensiero colla sua potenza ,  1' anima colla sua nobiltà , grandezza ed eccellenza vanno in  fumo — e vi ha tanta ragione od apprezzare ed ammirare i  voli del genio, i portati del sovrano ingegno, quanto ve ne ha  ad ammirare un poco di cispa, di urina, o di qualunque so-  fìti^nz8( o s o r in di t i /j i il «   Eppure lo stesso Voltaire manifestava una grande verità,  quando in un suo romanzetto , facendo lo viste d' immaginar  quel mostruoso gigante che toccava Sirio , scendendo sino alla  terra , e che veggendo un vascello , prendevalo e poggiavalo  Bull' unghia del suo pollice, e compiacevasi di guardare guegli  insetti cho formicolavano, per lui microscopici, cioè gli uomini,  i quali alla vista di quella mostruosa creatura , senza un fia-  tar di mezzo, facendo uso di strumenti e di calcoli, ne deter-  minarono con meravigliosa esattezza o celerilà l'altezza del  gigante. Manifestava il Voltaire una grande verità, facendo  escire dalla bocca di quello spaventovolo essere, dopo cho vide  il miracolo della potenza dell' umano ingegno, cho in un atti-  mo colse la misura intellettualmente di quella smisurata altezza :  Uomo sei un insetto, quanto al corpo, ma un angelo ti mostri  riguardo allo spirito. Permettete ora che io interroghi lo stesso Voltaire-  oggi la cosa ò facile, che collo spiritismo si evocano le ombre  dei trapassati , e si ottengono delle risposte , come se fossero  in vita tra noi.   Caro Voltaire, gli dirò coi materialisti, la grandezza  dello spirito, 1* eccellenza di lui è cosa apparente e non reale,  essa è un pò di sostanza cerebrale con qualche imponderabile,  o una cellula od altro di simil natura; poni giù adunque la.  poesia delle lodi e dell' ammirazione superlativa ed Hfclusiva. Voltaire risponde : Cari miei , io mi tengo stretto ai  fatti ; V eccellenza dell' ingegno umano è un fatto ; ma che  V umano pensiero sia materia, o prodotto di essa, almeno fin-  che io fui peregrinando in terra, non era un fatto.   Rispondono a coro i materialisti moderni : Altro cho  fatto oggi, ma è dimostrato da un subisso di fatti.   A cui 1' arguto francese : Almeno additatemene uno ,  perchè" io da tanti anni nell'altro mondo, potrò ignorare ciò  che si è fatto in questo in tanto tempo — ve ne saprò grado,  perchè mi dileguerete i dubbii che mi tormentarono in vita.  Certo non obblierete quel cho per rne si fece a prò della vo-  stra scuola   E qu\ i valenti materialisti presti a sciorinare tanti  splendidi esperimenti, ben noti a voi che ascoltate, quello, a mò  d' esempio , del taglio del nervo . . . quello dell' etere solfo-  rico . . . quello del curaro ... e così via.   A questo punto Voltaire subisce un cangiamento nel  volto, e con brutto cipiglio risponde:   Ma, miei signori , questi fatti io gì' ignorava , è vero .  ma ne sapea dei simili : ma questi fatti da voi allegati non  annullano 1' eccellenza del pensiero , e vel dico in confidenza  h-A noi, sema che il sappiano gli spiritualisti , essi esperimenti     82   accrescono soltanto la scienza delle mutue relazioni fra il tìsico  ed il morale, ma non dimostrano punto che questo è cosa ti-  sica, ma che solo in contatto col corpo.   In ogni tempo si è saputo che, dando a bere una  quantità di alcool ad un genio , come ad un Newton , dopo  un istante sparirà la potenza del genio , ed il sommo inglese  addiverrà meno di un fanciullo , o meglio meno d' un otten-  toto. Perciò chi ha detto mai da senno , fra di noi parlando  che nof ci ascoltino gli spiritualisti , chi ha detto che per  tali fatti, ed altri di simil risma, si possa logicamente de-  durre cho T anima ù la stessa cosa del corpo ? Tante cose  si dicono, tanta e quante io ne dissi per ispargere a larghe  mani il dubbio; ma fra noi, miei valenti medici, l'eccellenza  del pensiero e un fatto , ma 1' opinione che il pensiero è pro-  dotto da materia o modo di essa, ò un' ipotesi — ora un' ipo-  tesi non può distruggere un fatto, perchè essa non è un fatto.   Che so si voglia dire, che 1' ipotesi sia fatto rispetto  alla sua effettiva esistenza, dicasi pure, ma non ò fatto per ciò  a cui mira, anzi aspetta dai fatti il trasformarsi in fatto, perdendo 1' ipo ed allora addivien tesi.   Lasciatemi adunque , io ritorno d' onde venni , e coi  miei dubbi ancora , e colla dolorosa certezza che il materia-  lismo non ha fatto alcun progresso, da che lasciai questo  mondo !  Spiritualismo nella Morale e nel Diritto.   lo dioea che il concetto dell' anima spirituale ò essen-  ziale alla vita pratica , il che è verissimo , e parrai averlo di-  mostrato ; ma vi ha di più , anzi , quasi direi , il meglio , se  pur si possa dire. Vo' qui mostrare la relazione intima m che btanno i  doveri ed i diritti coli' anima spirituale, una, immateriale.   Tutto le scieuze, che han per oggetto i diritti ed 1 do-  veri umani suppongono la eccellenza del soggetto pensante   Di vero , se il mio pensiero , so la sostanza de. 1  essere pensante e cosa corporea , o parte di esso corpo, qual  nozione potrò io avere del dovere e del giure ? Se son logico ,  il mio dover© ed il mio diritto non saranno uè 1' imperativo,  nò la facoltà morale di operare , ma 1' impeto dei miei istinti,  la necessità ineluttabilo della mia natura.   Bo con queste ideo , sa con questi preliminari si possa  attuare un ordino mnrftle , giuridico , rispondente ai bisogni  dell' umanità , si lascia alla discrezione di chi ascolta.   Trasportiamoci nel caso della vita pratica, o vedrem «  so la dottrina materialistica sia d' alcun prò.   Ecco un accusato alla presenza del magistrato. Udito  questo dialoghetto , e giudicate.   Magistrato  Voi siete imputato d' omicidi'» con furto — difendetevi. Accusalo — Signore , può essere che i>> sia accusato ,  ma la mia difesa sta nella mia natura, nella vostra, in quella  di tutto il genere umano.   M. Ìsoiì v' intendo — spiegate meglio il vostro pen-  siero.   A. Il mio pensiero ò chiaro. Quelle azioni che dicono  che io abbia commesso , e tutte quelle che si possono com-  mettere , son prodotto dalle stesse cagioni , sono identiche  del tutto.   M. Como ! ò identica 1' azione di spogliare il simile  con quella di coprirne la nudità ? Quella di uccidere un uo-  mo con quella di salvami la vita? Un pazzo sulo può pen-  sare a questo modo. A. No , anco un savio pensa a questo modo, corno son  io. L' aziono di chi spoglia e quella di chi copre la nudità  del simile , di chi uccido e di chi salva sono movimenti ne-  ecaifcri del sistema nervoso nell'uno e nell'altro uomo perfettamente identici nell' uno e Boll' altro.  M. li atto di spogliare e quello di ucciderò , come  quello di far bene al prossimo sono prodotti dall' umana vo-  lontà — cioò gli atti imperati, vi dirò collo scuole, sono moti  organici, ma non mai quegli eliciti , che son gli schietti voleri.   A. Non signore, anche 1' atto elicito, la stessa volontà,  1' anima stessa sono modi necessari del sistema nervoso.   M. Ma il dovere che si ha di rispettare la roba e la  vita altrui ?   A. Signore , il dovere viene dagli uomini , la passione  dalla natura. Perciò ò leggo naturale , è dovero quello che  risponde agi' impulsi del mio animo , e non già quello che  fecero gli uomini.   M. Ma in tal guisa v^ngon giù tutte lo leggi, ed anco  la possibilità di una legislazione attuabile fra gli uomini ,  mancandone il fondamento razionale. Perocché senza liber-  tà nel volere , non vi ha responsabilità , imputabilità , mo-  ralità   A. Il volere è libero , quando non incontra ostacoli  è un moto organico non impedito, ma che è prodotto da cause,  a cui non si può sottrarre colui che lo commette.   Tutt' altro , io non T intendo , è linguaggio di pretume,  che fa la guerra al progresso della scienza.   M. Io non son prete , ma saeerdoto di Temi. Ma con  chi e dove avete studiato , o meglio imparato sì strane , an-  tisociali , inattuabili idee ?   A. Signore , io sono stato in Firenze , in Torino , in  Napoli , in Milano — ho appreso da Chiff . da MoJlescolt .  $5   da Eletteli, dai liberi pensatori, e più dalla lettura dell'aureo  libro  Forza e Materia, che per me vale un tesoro.   .Signore , vi dirò in due parole U mia professione di  fedo — il mio credo, che é il simbolo della novella fede e  del - progresso.   lo mangio materia , respiro materia , eento materia ,  tocco materia , e palpo materia , mando fuori dal mio corpo  materia, sono circondato ed immerso nella materia . . . adunque  non conosco altro che materia . sou tutto materia !   So dopo di ciò volete condannarmi , io non vi biasimo,  come se mi assolveste , io non vi loderei , perchè 1' una e  1' altra azione sono necessarie e prodotte in voi da cagioni  che vi dominano , come 1' omicidio ed il furto per mo perpe-  trati furono effetti di prepotenti ed irresistibili cause — i fat-  tori delle azioui del genere umano son fatali e necessari.   Ilo voluto sotto la forma di dialogo presentare la con-  nessione , che vi ha fra il dovero ed i diritti , ossia fra  V ordine morale e la spiritualità dell' anima umana.   Se volessi spingere il mio sguardo più oltre,, farei toc-  car con mani , che le tristi influenze del materialismo vanno  più in là di quello, che comunemente si crede. Ciò sarà svolto  in altri §§.   tSjkntualismo neW Jù:onomta litUtica. ►Seguitemi ora colla vostra attenzione , entrando in una  scienza , che ha pure un grave compito sociale , vo' dire la  Economia Politica , ed i scopriremo le belle attinenze fra essa  e la spirituale sostanza.   Uno sguardo fugace sovr essa scienza , che mirando a  rilevare le leggi dell'ordine necessario delle ricchezze nel tri- Sii   plico appetto della produzione , del consumo e della diatriba*  tìntiti , vedrà, , che essa scienza ha per obbietti V uomo  considerato in una relazione determinata coi beni materiali ,  ma non comprenderà la squisita attinenza fra essa scienza ed  il Eoggetto spirituale pensante. Ciò invero sarà un difetto di  sintesi molto ordinario , mostrando 1' esperienza che molti ma-  terializzano cotal ramo di sapere ; perocché rivolta la loro  mente a* termini del rapporto di questa scienza , quali sono  1' uomo ed i beni materiali , non si addanno che 1' uomo con-  siderato dal lato esteriore è materiale , ma nell' uomo inte-  riore il principio pensante è immateriale. E poiché 1' uomo  esteriore è legato a quello interiore , perciò è dell' ultima evi-  denza che uno dei termini dei rapporti molteplici e svariatis-  simi economici é immediatamento legato allo spirito. Perciò d  evidente ancora che la scienza economica non può prescinderò  •Lilla relazione colla spirituale sostanza.   A mo non cale tener qui parola dell' alleanza fra la  Giurisprudenza e 1' Economia , come ben dichiarò 1' alta mente  del Romngnosi , nò se altri ai nostri giorni colpì nel segno, ammattendo un diritto economico, facendo sconfinare la scienza  dalla sua cerchia, trasformando la relazione in medesimezza —  solo devo ancor mostrare col fatto stesso della scienza la re-  lazione , che essa ha col soggetto spirituale: insomma l'ho  dimostrato per !a natura della scienza considerata ne' termini,  dai quali svolgo le attinenze , che concernono la ricchezza ,  ora lo mostrerò nel fatto stesso della scienza esplicata.   La più chiara nozione del capitale lo presenta , comò  un lavoro accumulato , cioè il lavoro dell' ieri, conio il lavoro  dell'oggi ò il capitale del domani. Quindi ciò mostra la stret-  ta attinenza fra lavoratori o capitalisti, l'amicizia naturale in  che si trovane, e che l'ignoranza, l'ingordigia od altra bassa  passione può disconoscere, ma contro ragiono. So non che, l'uomo ò un agente della produzione, è un capitale anch'esso,  ò una macchina semovente , è un capitalo immateriale — fin  qui d'accordo. Ma sorge un dubbio, ed è questo: Come il  capitalista deve trattare l'operajo, cioò in quale relazione star  debba questo con quello ? Forse come l'asino ed il bue stanno  a petto del lor padrone ? Al certo che no, direte voi, perocché*  egli è vero che il bue e l'uomo sono macchine lavoratrici en-  trambe e semoventi, egli è vero che sono tutti e due capitali,  ma differiscono nella natura del capitale e nell'indole del pro-  dotto — giacche l'uomo che si offre anch' esso dall'Aspetto di  macchina, di capitalo ha un'intelligenza immateriale, ha un  volere libero , ha comuni con ogni altro uomo le aspirazioni  al vero, al bene, al bello, in che si compie l'umana natura,  appalesando la propria eccellenza.   Però ne conseguita da ciò che il capitalista non può ,  non deve trattare l'operajo che come uomo, cioè in modo pro-  porzionevolo alla sua natura.   Dal clie tutti quei contratti che violassero i naturali ,  reslì e razionali rapporti fra il capitalista e l'operajo cioè che  non fossero in equazione alla sua natura morale, spiritatilo  sarebbero nulli. Da ciò lo ore di lavoro per ogni giorno, cho  non possono assorbir tutta la giornata, dovendo l'operajo  rifocillare le sue forze non solo, ma pur soddisfare i suoi bisogni morali, volgerò il pensiero o l'opera al suo moral per-  fezionamento. Qui hanno eziandio ragion d'essere i giorni di  riposo o festivi o simili.   L' uomo non può, non deve in alcun modo, e per alcun  pretesto essere trasformato in fossile ed in mero congegno  meccanico.   Ciò rilutta all'eccellenza del suo essere, sarebbe nè più,  nè meno cho una nuova fasi dell' abborrita schiavitù. 11 Cristianesimo, e la civiltà diffusa da questo, riprovano altamente SS   c.ò che appo i pagani era diritto, era legge; perocché il pa-  gano servendosi degli uomini, come di macchine, esercitava un  impero illegittimo, perchè era quello della forza bruta, mentre  il cristiano vede oggi in un altro uomo il raggio sublime  della nobile origine, una comune discendenza, identico destino,  però esercita il proprio poterò sulla natura materiale, potere la  cui legittimità è proclamata dalla filosofia , santificata dalla  Religione.   E mi par bello ridire ciò, che tre lustri addietro scrivea,  Se fu un portato di nobile intelletto afferrare le armonie d'una  scienza, ò senza alcun dubbio parto di nobilissima mente quello  di comprendere lo armoniche relazioni di tutti i rami dello  scibile. Or, s^nza occuparmi di quel che concerne un tema  cotanto vasto, diremo solo alcuua cosa che concerne l'Economia  civile , la qualo non può giammai essere in opposizione collo  altre scienze, che mirano pure all'uomo ed alla società.   Ognuna di queste scienze mira 1' uomo da un lato, ma  guardandolo da un aspetto, non può esagerar questo sino a  farà un divorzio cogli altri lati, cioè collo altro scienze.   Noi intendiamo tutto questo in linea razionale , e non  di puro fatto, mostrando questo sovente gli abusi dell'uomo ;  e si è per tali abusi dell'uomo, che noi c'impegniamo a riti-  rar le coso a' veri principi.   In effetti l'Economia che intende, per alcuni rispetti, ai  mezzi materiali che servino all'uomo pel soddisfacimento dei  suoi bisogni , non deve obbliare elio cotali fini economici ser-  vono a fini più nobili, il che in altri termini significa, che essa  non può , non deve sconoscere le relazioni che ha colle altre  scienze, le quali si occupano di talune cose, allo quali ciò che  l'Economia propone è mezzo. Così, a cagion d'esempio, la pro-  duzione d'una sostanza che tendesse o facesse rovinare la sa-  lute degli uomini, quantunque avesse virtù grande di alimentare Jo ricchezze , essa sostanza essendo proscritta dalla medicina ,  il retto senso no vieterebbe V uso. E però, dovendo la Econo-  mia armonizzare colla Medicina , dovrebbe quella rassegnarsi  ai dettami di questa, che sarebbero anche quelli della Morale,  la quale ha poi un' incontrastabile primato su tutto lo scibile.  Così, se un esercizio qualsiasi è nocivo alla salute, o degrada  la nobiltà dell'essere umano, e perciò si oppone ai fini digni-  tosi e nobili della creatura, qualunque incremento di ricchezza  potria produrrò , qualunque incitamento o stimolo alla produ-  zione , alla circolazione delle ricchezze , è per natura vietato ,  dovendo l'Economia essere in armonia, non solo colla medici-  na , ma dblla Morale e col Diritto. E già il Romagnosi chia-  mava con molto senno uno dei peccati capitali il' divorzio fra  1* Economia ed il Giure privato e pubblico. Sarà forso  l'uomo fatto per V economia, o questa per l'uomo ? cioè l'uomo  è fatto per la ricchezza, o questa ò fatta per l'uomo ? E quan-  do dico uomo intendo lignificarlo tutto, abbracciarlo da tutt'i  lati, riassumere con vigorosa e reale sintesi tutti i fattori che lo  costituiscono. Se non che, ordinariamente non si pratica così, si  abusa della astrazione, guardandosi un sol lato, concentrandosi  l'attenzione sopra un sol fattore, c»n obbliaruc gli altri ed i più  nobili. Quindi se Y uomo ha bisogno di pane , ma non deve  averlo a prezzo di mali , d' infamia : V uomo ha bisogno di  pane , ma deve acquistarlo senza mancare a' fini nobili del  suo essere, senza vulnerare le sue più alte aspirazioni.   Io il so, che le tendenze del secolo son troppo per le  cifre, non già per quei calcali che feoro ascendere un Cava-  lieri , un Leibntz , un Newton , un Laplace , un Maurolico ed Collezione ,U'jU a) t. di Economia roliti'a. Prato 18jU } >ag 7  e vgnmti — un Galilei tanf alto , che nulla più, ma por qtj<-i calcoli vo'  «lire Bancari , che quasi, se fosse possibile , vorrebbero concen-  trare tutto in essi ; ma so die istinti nobili stanno a tutela  delle umane associazioni, che fuorviano, per ricondurle nel retto  sentiero. Ed all' istinto non manca sovente la potente voce  • Iella ragiona E gode 1' animo allora dire. — Le dottrino eco-  nomiche debbono salire ad un' altra sfera diversa da quella  dei materiali capitali, nei quali un Galileo ed un Lax'oiser ven-  tano accomunati al bue ed al cavallo, e gli operai alle mac-  chine insensate. Questo modo di trattar la dottrina, oltre eh*  spando un gelo ferreo ed immorale d' inumana cupidigia , ma-  nifesta la più completa ignoranza dello leggi irrefragabili  della natura. Avvi nella politica economia dello ricchezze una  parte spirituale, la quale fonda ed assicura la morale dell' u-  manitA. Le sole aspettative, o non assicurato, o interrotto o  soffocate , bastano a colpire con una apoplessia tutta 1' indu-  stria , tutto il commercio , e quindi tutta la sicurezza di uno  «tato.   L' economia politica adunque non e materialista ; essa  sta in bella ed armonica relaziono coli* anima spirituale.   Questo concetto è adunquo essenziale nelle scienze, che  han per oggetto 1' uomo : questo concetto dol soggetto incor-  poreo anima e vivifica esse scienze ; perocché quando ho detto  che la morale , il giure , 1' economia sono essenzialmente con-  nesse coli' immaterialità del me , è facile il dimostrare , come  tutte le altro scienze sociali, che sono un' applicazione ed uno  svolgimento di quelle, sono dipendenti dalla psicologia, rice.  vono da essa lume e vigore. 0]>. oit. del Ktei<n-_m»»si — S)il ,,,i,do w*<i/<> di traila,' Ir dot  trifU f^tmOmtfht. ^'jn ritualismo nrll' manna associazione, nei governi , nella po-  litica, nel? uguaglianza , nella libertà, nella civiltà, nel.  progresso — ossia relazione di essn vice colla spiritua-  lità del soggetto pensante.   Non vo* andar troppo alle lunghe, però accorcio quanto  più mi sarà possibile.   E qui non voglio passar sotto silenzio una dichiarazione  0 , meglio , una protesta che ci viene da parte doi materia-  listi ; i quali si fanno a diro essere eglino onesti ed ubbidienti  alle leggi dello Stato.   Questa loro dichiarazione ha un grande significato, ed  6 questo.   Eglino ben compresero, almeno all' ingrosso, che il ma-  terialismo è dottrina di tal natura, che attuata produrrebbe  lo scompiglio in tutto l'ordine sociale; perciò la loro protesta  si traduce a questo modo: Vero egli è che la dottrina per  noi difesa e propagata è nociva agli umani consorzi ; ma puro  dal canto nostro la società non avrà nulla a temere, perocché  l'onestà e l'ubbedienza alle loggi non si scompagneranno giam-  mai da noi.   Voi adunque, io mi fo a dir loro, avete coscienza della  perversità della vostra opinione, come adunque vi basta il cuore  di adoperare ogni mezzo per insinuarla ? Forse perché siete  convinti della sua verità ? Ma se è nociva , se è un male, o ,  meglio , condotta in atto fa sprofondar la società in un' abisso  di mali, come mai sarà una verità ? Una verità nociva 1 Una  verità che scatena tutti i mali nelle umane associazioni , non  può essere una verità!   Comprendo che un materialista può essere onesto, come  lo può essere un ateo ma l' onestà del materialista o dello     92   ateo, non è come materialista e rome atK>, ossia non è eco  del materialismo ed ateismo in essi esistenti, ma come uomini  che operano in opposizione a quelle false concezioni, ma pure  in conformità a quelle primissime ideo , che ebbero dall' edu-  cazione , che si connaturarono col loro spirito , e tanto che  pensano in un modo , ed operano in un altro. E qui calza a  proposito la sentenza del Voltaire — Mettetevi in guardia  dell' ateo, che opera come ragiona.   Ora mi par giusto volgere una parola al dottor Bùch-  ner: Ha egli mai pensato che cosa sarebbe una società in-  formata e guidata dallo spinto del materialismo ? Se egli noi  sa, glielo dirò io chiaro, chiaro in due parola. Una società  brutale — una società in cui la forza ed il libito sarebbero  tutto.   Egli cho vuole che la t baso della filosofia, e con essa  » anche quella che più importa dello stato e della società ,  » non potrà più esser teologica o metafisica , ma bensì sol-  » tanto antropologica , ossia fondata sulla riconosciuta unità   » dell' umana natura non teme di dire che « le neces-   » sarie conseguenze di questo progresso non p« tranno pro-  » durre che grandi trasformazioni d' universale e benefico  » effetto, e dar nuovo impulso al progredire di tutte le sfero  > della scienza e della vita (1 ) ».   Non va a dubbio , dirò al Bùchner , che se lo stato e  la società avessero per base 1' unità dell' umana natura , cioè  la medesimezza dello spirito coli' organismo, dovrebbe seguirne  un grande cangiamento in tutto ; ma grandi trasformazioni di  universale benefico effetto ? nuovo impulso al progredire dì  tutu le sfere della scienza e della vita .» Di buon grado accet-  terei il pensiero dell' autore , purché si facessero queste va-   (1) Forza e MaUna Prefazione della Edizione italiana rianti , cioó alla vogo benefico si sostituisse malefico , ed a  quella pro>jrcdke retrocedere.   Come, con qual diritto, con qual coscienza asserire, che  l'attuazione del materialismo trarrà seco grandi trasformazioni  a universale benefico efìetto , mentre è evidente essere il mate-  rialismo la negazione dèlia moralità , della giustizia , di tutte  le virtù, e la trasformazione dell' uomo in animale bruto , sic-  come antecedentemente venne per mo dimostrato ? '   Ditemi , sig. dottore , voi che amate i fatti , e tanti  che vorreste concentrar tutta la scienza nei soli fatti , non vi  accorgete di un fatto , ben riconosciuto da tutti i sapienti ,  che senza spirito di parte han meditato sull'uomo e sulla so-  cietà , mirando al nobile scopo di arrivare alla soluzione dei  grandi problemi sociali , la cui soluzione ò il martirio dello  intelligenze ?   Vo'dire, che grande parte dei mali che al presente tra-  vagliano la povera società sono l' effetto di quella dose di ma-  terialismo, che guasta e corrompe i consorzi, e scema o non fa  godere quei beni, che son frutto di vero, genuino progresso.   Ah, signore, vi pr-ghiamo ad avere più rispetto ai fatti,  altrimenti vi diremo, che voi predicate la filosofia positiva colle  parole, ma poi la rinnegato coi fatti !   È inutile aggiungere, che la materialistica dottrina, es-  sendo attuata, non potria produrre l' immaginato nuovo indulso  al progrosso delle scienze e della vita, ma la morte delle  scienze e della vita sociale.   Tarmi evidente che l'alemanno medico abbia tal fanta-  sia, che in lui tiene spesso le veci della ragione.   Di vero, che lo stato e la società debbono avere una  base non più teologica e metafisica, ma materialistica, cioè non  più Dio, nò più anima sieno l'addentellato delle umane socie-  tà , ma forza e materia , che poi alla fin fine significa atomi JL1M> *• moto , <• lo stesso pensi-ro epicureo presentato sotto altra  torma.   Non entra nei disogno per me ideato esaminare qual  sia la base dello stato e della società  il pensiero dall'au-  tore enunciato in questi termini, che lo stato e la società »on  dovranno più avere una base teologica e metafisica, ma antropo-  logica, vale che Dio ed anima dovranno essere cacciate dagli  umani consorzi, e soppiantati dalla sola ed unica materia, dal-  l' ateismo e dal materialismo. Se non che, siccome la Religione  nei primordi dell' umana società assorbiva tutto , scienza e go-  verno , che poi a bel bello se ne emanciparono , costituendosi  potenze a se, quantunque per la prima è tutt'ora un desiderio,  così in questi due stadi dell' umano incivilimonto vi ha sem-  pre la Jerocrazia , ma in proporzioni diverse. Questo offre la  storia ; ciò è positivo. Or può aver luogo un terzo periodo, in  cui la Religione sparisse del tutto dalle associazioni umane, dai  popoli o dalle nazioni, dall'umanità, anche come motore o fattore  dello stato morale della società?   Al certo che no, come estesamente mostrerò in un' altra  lettura, che ha per titolo : La Morale e la Legge.   Pertanto osservo che la sapienza civile dei più grandi  uomini presso l'antichità, e quella presso i moderni, anco di  liberi pensatori, ha messo il suggello a tal grande verità, cioè  fu sempre d'accordo in giudicare la Religione come essenziale  alle umane società.   Solo per ora diremo al Sig. Bùchnor e consorti: Voi  avete una prova, cho la base materialistica ed ateistica, per  voi reclamata, non può avere dogli effetti benefici; aprite gli  occhi evedretola nel fatto d'Italia nostra, nella quale molti  mali si deplorano precipuamente , perchè l'ateismo ed il ma-  terialismo han fatto cap olino più del consueto. Questa venefica  atmosfera d' empirismo fatale tenta avvolgere in se la scienza ,  i governi,, i popoli, e se la virtù c l 1 amoro non vi si opponessero,  ^uai, guai all'umanità sedotta dallo bugiarde promesso degli  apostoli del nulla.   Di vero, fate che i popoli abbiano l'universale, interno  convincimento che V uomo tutto intero sia un' impasto di ma-  teria organata ; che come lo spirito non anima il corpo , così  una mente Sovrana creatrice non muove e governa l'universo,  e però tutto non essere che forza e materia sin dall' eternità . . .  Oh, allora vedrete come si ò la preoccupazione di un'idea si-  stematica vagheggiata, e la forza di essa sola, non convalidata  dalla storia, anzi smentita , sbugiardata da questa vi conduce  a vedere il bene, ove è il male, la luce, ov' è le tenebre, la  vita ov'è la morte.   Il dì nel quale l'Idea divina si spegnesse del tutto noi  civili consorzj, sarebbe questo il momento della loro morte. Ed ò bello il ridiro coli' illustre traduttore di Esiodo:   Dio, parola ed arcano, concento  Di mille arpe, ponster del pensiero:  Da to solo in un solo momento  Tutto il corso dei secoli usoi.   •   Mille mondi sollevi ad un fiato,  E mill? altri nel vano risolvi:  E immutabil tu resti increato,  Senza il primo ne l'ultimo di.   Ore poetici Messina .   Spiriti superficiali, che non comprendete le squisite re-  lazioni fra le cose , ed immaginate che sia facoltativo , o me-  glio un'ostacolo al bene dolio società, ciò ch'ù una naturale  necessità dell'umanità, compiacetevi por mente a quel che dice  chiaramente o senz'ambagi di sorta un autore non sospetto,  Voltaire.  L'ateismo è un mostro pericolosissimo in coloro, che   • governano ; ed è in tal modo nelle persone di gabinetto ,   • quantunque la loro vita sia innocente, perchè dal loro ga-  » b netto possano penetrare sino a coloro, cbo stanno nelle piaz-  i za. È evidente essere la santità del giuramento necessario, e  » che dovesi d'avantagio aver fiducia in color), che pensano   • un falso giuramento sarà punito, che a coloro che pensano  » che essi possano spergiurare impunemente.   Ed altrove t Io nnn vorrei avere affari con un principe  » ateo, che troverebbe il suo interesse in farmi pigiare in un   • mortajo , perocché io son ben sicuro che vi sarei pigiato.  » Io non vorrei , se fossi sovrano , avere affari con cortigiani  » atei, il cui interesse sarebbe d' avvelenarmi , mi saria ne-   • cessano prendere , per premunirmi , il contro veleno ogni  » giorno.  È adunque necessario, tanto pei principi, quanto  » pei popoli, che Y idea d* un Essere Supremo, creatore, go-   • vematore, rimuneratore e vindicatore aia profondamente im-  » pressa negli spiriti »,   Ed in altro luogo: Togliendo agli uomini il pensiero d* un Dio vindice  » e rerauneratore, Siila e Mario si tuffano nel sangue dei loro  » concittadini : Augusto, Antonio o Lepido sorpassano i furori  ■ di Siila : Nerone ordina a sangue freddo l* assassinio di  » sua madre. Egli ó certo che la dottrina d' un Dio era estinta allora appo i Romani. L' ateo furbo , ingrato , calun-  t niatore, brigante, sanguinario, ragiona ed opera conseguen-  » temente , se egli è sicuro dell' impunità per parte degli uo-  » mini ; poiché senza la crodenza di un Dio , questo mostro  » ò Dio a so stesso. Egli immola a se stesso ciò che brama,     » o tutto ciò che gli è d" ostacola Le preghiera più tener*,   » i migliori ragionamenti, non han potenza sopra di lui, de   » sopra un lupo famelico di carname. È verisimilissimo cha   t 1' ateismo sia stata la filosofia di tutti gli uomini potenti ,   » che han passato la lor vita in questo cerchio di delitti che   » gì' imbecilli chiamano politica, colpi di Stato. E valgano quest' altre parole dell' autore del Contratto  Sociale, anche non sospetto e libero pensatore quant' altri mai .   « Nulla esiste , se non per Colui che ò. L desso che   » dona un fine alla giustizia, una base alla virtù, un prezzo   » a questa corta vita impiegata a piacergli ; è desso phe di   » continuo grida ai colpevoli che i loro delitti secreti sono   • stati veduti, e che fa dire al giusto obbliato : le tue virtù  » hanno un testimone! È desso, è la sua sostanza inaltera-  » bile, che è il voro modello della perfezione, di cui noi por-  t tiamo in noi stessi 1* immagine. Lo nostre passioni hanno  » un bel fare a sfigurarlo, perocché tutti i suoi tratti legati  » all' essenza infinita , lo rapprcseutano ognora alia ragione ,   > servendogli a reintegrare ciò che l' impostura o 1' amore ne   • hanno alterato. Tenete la vostra anima in istato di deside-  » rare che vi sia un Dio , e voi non ne dubiterete giammai.  » Fuggite coloro cho sotto pretesto di spiegare la natura ,  » spargono nei cuori degli uomini dello desolanti dottrine, e il  » cui scetticismo apparente è cento fiate più affermativo e  » dogmatico, che il tuono decisivo dei loro avversari. Sotto  » il superbo pretesto cho essi soli sono illuminati, possessori  » del vero, di buona fede, essi vi sommettono imperiosamente   > alle loro perentorie decisioni , e protendono darci per vari  » principi delle cose gì' inintelligibili sistemi , che eglino han  » fabbricato nella loro immaginazione. Del resto, abbattendo, distruggendo , calpestando sotto i piedi tutto ciò che gli  » uomini rispettano, eglino negano agli afflitti l* ultima conso-  » laziono della loro miseria , ai potenti ed ai ricchi il solo  » freno allo loro passioni ; eglino strappano , svellon odal fondo  • dei cuori i rimorsi, die produce il delitto, la speranza della  » virtù, e menano vanto ancora di essere i benefattori del  » genere umano.   Udite lo stesso Ginevrino, eh- merita ancora un attento  sguardo :   » Ciascuno devo sapere che esisto un Arbitro della sorte  > degli uomini, di cui noi siamo tutti figli — che ci prescrive  » a tutti di essere giusti, di amarci gli uni agli altri, d' es-  » sere benefattori e misericordiosi , di mantenere le nostre  » promesse verso tutti gli uomini , anco coi nostri nemici ed  » i suoi — che 1' apparento felicità di questa vita ù un  » niente , ma che ve no ha un' altra dopo di questa , nella  » quale l'Essere Supremo sarà il remunerat^ro dei buoni ed  » il giudico dei cattivi. Questi dogmi sono quelli che importa  » d' insegnare alla gioventù , ed insinuare a tutti i cittadini.  » Chiunquo combatto questi dogmi merita castigo senza dub-  t bio ; egli ò perturbatore dell' ordine ed il nemico della so-  » cietà ».   Udiste ? Fcrturbatori dell' ordine e nemici della società  Bono i materialisti o gli atei I   Quanto al meritar castigo dall' umana autorità , io non  to' prender parte, gli è un affare che eglino si sbrigheranno  con Rousseau e consorti.   E potrei qui chiuder questa parte , quanto a citazioni »  ohe concerne il fondamento dell' umana società e dello stato l  se non che, la grandezza dell' argomento, cotanto rimpicciolito Rousseau Ktoilc     90   e svisato per alcuni ai nostri giorni, in' induco se non ni' im-  pone il dovere di far sentire eziandio la voce d' un uomo ,  per nulla sospetto, e degna d'essere ricordata nei momenti di  declinazione degli animi umani, e di perturbazione sociale, come  era il tempo in che egli proclamava questi sentimenti.   » Cittadini, dicea il Robespierre, è nella prosperità che  i popoli, a somiglianza d'i privati, debbono, per dir così, rac-  cogliersi per ascoltare nel silenzio delle passioni la voce della  saggezza. Il momento , ovo il rumore delle nostro vittorie ri-  suonò nell'universo ò adunque quello, nel quale i legislatori  della repubblica francese devono vegliare con una novella sol-  lecitudine sovr' essi stessi e sulla patria, consolidando i prin-  cipi sui quali dove riposare la stabilità e la felicità della re-  pubblica. Mi farò a sommettero oggi alla vostra meditazione  delle verità profondo, che sono importanti alla felicità degli  uomini , ed a proporvi delle norme , che naturalmente no con-  seguitano   11 fondamento unico della società civile ò la morale.   Non consultate cho il bene della patria e gì' interessi dell' u-  raanità. Ogni istituzione, ogni dottrina cho consola e che eleva  gli animi deve essere accolta ; rigettato tutte quelle che ten-  dono a corromperli ed a degradarli. Rianimate, esaltato tutti  i sentimenti generosi e tutte Jo grandi idee morali cho si d  dato opera a spegnere; ravvicinato, mercò V incanto dell'ami-  cizia ed il legame della virtù , gli uomini che intendevasi dividere. Chi dunque ti ha dato la missione di annunciare al  popolo , che la Divinità non esiste , o tu che ti lasci preoc-  cupare dalla passiono , cho ti appassioni per questa arida  dottrina , e non ti appassioni giammai per la patria ? Qual  vantaggio trovi tu dunque a persuadere 1' uomo , cho una  forza presiede , governa i suoi destini e percuota a caso il de- 100   htto e la virtù, che l'anima di lui è un'aura leggera, che sì  spegne sul limitare della tomba?   » L' idea del suo proprio niente gì' ispira essa dei  sentimenti più puri ed elevati , che quelli della sua immorta-  lità? d'ispirerà essa più rispetto verso i suoi simili e verso  se stesso , più devozione per la patria , più d' audacia per  affrontare la tirannia , più di disprezzo por la morto e per la  voluttà ? Voi che piangete un amico virtuoso , voi che vi  compiacete a pensare che la più bella parte di lui è sfuggita  alla morte , voi che piangete sul feretro di una donzella o di  una sposa , siete voi consolati per questo che voi dite , che  non resta più di loro che vile polvero ? Infelici che spirato  sotto i colpi d' un assassino , il vostro ultimo sospiro ò un  richiamo alla giustizia eterna!   » L' innocenza sul patibolo fa impallidire il tiranno sul  suo carro trionfale: avrebbe ella quost' ascendente se la tom-  ba eguagliasse Y oppressore o 1' oppresso ? Infelice sofista !  con qual diritto ti fai a strappare all' innocenza lo scettro  della ragiono per metterlo nelle mani del delitto , gettare un  velo funebre sulla natura , disperare la sventura , rallegrare  il vizn , sconfortare la virtù, degradare i' umauità ? Quanto'  più un uomo ò dotato di sensibilità e di genio, tanto più egli  si attacca alle id^e che ingrandiscono il suo essere e che  elevano il suo cuore ; e la dottrina degli uomini di talo tem-  pra addiviene quella dell'universo. Kb! come quest» ideo non  sariano punto delle verità ? Io non concepisco nemmeno come  la natura avrebbe potuto suggerire all'uomo delle finzioni più  utili di tutto le realità ; e se 1' esistenza di Dio , se 1' im-  mortalità dell'anima non fossero che dei sogni, sarebbero  eziandio lo più belle di tutto le concezioni dello spirito umano.   » Io non ho bisogno di osservare, che non si tratta qui  di fare il proc«»so ad alcuna opinione filosofica in particolare, nò di quistionare so tal filosofo può esser virtuoso, qualunque  Biano le suo opinioni, ed anco ad onta di esse, e ciò in virtù  di felici disposizioni naturali, e di una ragiono superiore; si  tratta solamente di considerare l' ateismo corno anti-nazionale  e legato ad un sistema di cospirazione contro la repubblica   * L' Mea d' un Essero supremo e dell' immortaliti   dell' anima ò un richiamo incessanto alla giustizia ; essa idea  sociale è repubblicana ». (Si applaudisco). Vi contesso, esimi colleglli, cho mi fa pena scendere a  confutare pensieri sì futili , cho appena potrebbero cadero in  mento di un giovinetta imberbe , uscito dal Ginnasio.   Vegga una volta il materialista Moleseott, che non ò il  pretume, nò altro cho gli muove questa guerra, ma la scienza.  Vegga 1' autore della circolazione della vita cho non sono  coloro che odiano la scienza e la verità, perche importune ai  loro materiali interessi, ma gli fan contrasto coloro cho amano  la scienza e la verità , a nome delle quali difendono , propu-  gnano gli interessi umanitarj.   Koi non vogliamo saperne nò di pretume, nò di laicume,  nò di altro che siasi di simil risma.   Koi abbiamo 1' occhio alla verità ed alla scienza , cho  nobilmente mira alla stessa. Gli atleti che han fatto bella mostra, veri campioni dello scibile, sono cimo d' intelligenza , e  sono in s\ grande numero, cho si dura,f.ttiga ad enumerarli.  Cominciano , per non ascendere più in sù , da Platone ed  Aristotile , ad Agostino , ad AQUINO (vedasi), ai Padri della chiesa ,  che formano una forte falange , non mai veduta , un' aurea  catena le cui anolla sono indestruttibili, e vanno a Cartesio, Leibnitz, Gerdil, VICO (vedasi), Reid, Cousin, GENOVESI (vedasi), GALLUPPI (vedasi), SERBATI (vedasi), GIOBERTI (vedasi), per ricordalo alcuni dei morti, ed altri ed  altri, o tedeschi, o frane-si, o inglesi, od italiani, o spapnuoli. Io veggo in taluni materialisti moderni grande audacia  in affermare il materialismo — veggo scrittori dotti , animati  da uno zelo ardente di faro in polvere la metafisica , anima e  Dio, con furore simile a quello elio agitava, gl'iconoclasti, fa-  cendo in brani gl'idoli — veggo degl'uomini ebbri delle sco-  verte della scienza moderna, alla qualo vorrebbero ridurre tutto,  anzi con essa spiegar tutto, — simili, mi si accordi il paragone,  a qu "gli uomini eh ' ingenuament ? ci dicono di non saper leg-  ger^, che nel soh od unico 1 >ro libro — veggo in molti di  loro dogli amici ardenti del pregresso politico e sociale —  come ne scorgo accusatori d- Ila metafisica, dicendola rea di  avere apprestato i soporiferi sorismi e dello chimere , con cui  ha reso gli uomini indili r -nti ali i libertà I Fichte e Mario  Pagano basterebbero a smentire essi s/.li questa gratuita ed in-  giuriosa asserzione, senza far pure bella ricordanza del Gioberti   so che i materialisti mettono la lor dottrina   al servizio del radicalismo politico — so che Vogt nel Parla-  mento di Francofort nel 1848 occupò 1' estrema sinistra, e vi  pronunziò dei discorsi pieni di fu' co ; che fu proscritto ed ebbe  asilo in Ginevra .... so tante altre coso — ma che perciò ?   Signori , lasciando a Dio ed all' anima il dominio della  coscienza, vo' ammettere che si abbia una retta intenzione ,  cho si voglia fare il bene, pure ò facile il comprendere che la  vostra mente non imbercia sei vero, forse a ciò impedita da ar-  denti passioni, dalle quali è con veemenza agitata. Conciossiachè,  so Dio ed immortalità dell'anima sono tali verità , che nella  vita pratica sono moralità, giustizia ed ogni nobile slancio; se  moralità , giustizia sodo le basi inconcusse d' ogni attuabile  progresso ; so Dio cJ immortalità dell'anima, perchè produttrici  del giusto e del morale, sono idee eminentemeute democratiche,  ne conseguita cho Voi , c ;n tutta la migliore intenzione del  mondo, facendo ingiusta gu'-rra a Dio od anima, siete in contraddizione a voi stessi, scavato la foBsa o Bepellito , metten-  dovi su lapide sepolcrale, ed il progresso e la democrazia.   So non che, panni sentire uua voce elio forte mi dica:  La nostra dottrina noi la mettiamo in relazione alla politica ,  ma intendiamoci bene a quella politica ampia , elio va per  numeri ben larghi, elio non ù la comune ed ordinaria, cioò noi  siam teneri della politica radicale. Questo ù il segno, a cui  miriamo, la meta dei nostri sforzi   Pronta e facilo è la risposta, cho mi farò a dare. 10 il so che ogni dottrina, cho concerne l' umana natura  può avero un eco nell'ordine sociale, o che questo ò il crogiolo  delle metafisiche concezioni — quindi la grande sollecitudine,  non mai abbastanza, di studiar l'uomo in tutti i suoi fattori  perocché l'errare speculativo, avendo un eco nella realità,  dovrà tosto o tardi produrre il malo nel civil consorzio in  proporzione dell'enormità dell'errore stesso.   Or l'erroro del materialismo ò cotanto grave, che nulla  maggiore.   11 materialismo , negando l' anima, ed essendo , per non  dir altro, colla morale ed il diritto in intima connessione  l'anima spirituale, seguir ne devo che sfumeranno in questa  esiziale dottrina il dovere ed il diritto, per esser soppiantati  dal libito e dalla forza. In altro modo. Essendo e materialismo  ed ateismo dottrine negative , esso però saranno la negazione  del giure e del dovere.   Signori, non ci debbano illudere le parole, ma penetriamo  con nobile audacia e grave senno nel significato intim > di essci  nella lor sostanza, e ci verrà fatto toccar con mani l'errore,  che si nasconde sotto quelle parole. Uditemi.   L'uomo non può uscir dell' umana natura. Se non che  talvolta avviene, che l'umanità tutta quanta dica una cosa ©  la riflessone sapiente ne ottenga un altra diversa, an»i opposta a quella umanitaria. Che faro allora ? uscir dall' umana  natura ? ciò è impossibile — mettersi in opposizione al senso  umanitario ? noi consento la prudenza. Che faro adimque ? non  volendo lo scrittore rinunziare ai suoi concepimenti, nò oppor-  si alle umanitarie convinzioni, almeno apparentemennte, troverà  comodo per lui e rispondente ai suoi disegni conservare, usare  quelle parole d'uso comune ed universale, ma svisandole, sna-  turandole al possibile da quel che sono, da ciò che naturalmente  devono rappresentare. Così l'umanità ha per suo patrimonio il  debito, il giure, per suo aspirazioni il progresso, l'eguaglian-  za , la libertà — quindi l'autore non darà lo sfratto a tali  parole, le conserverà, usandole e quanto, ma coli* accortezza  fiua, coli' accorgimento squisito di ritirarle al possibile allo  ottenuto false concezioni. Sb n^ ha una prova in Hobbes , in  Spinosa, nel comunismo e in tutti i filosofi di simil risma.   Allora il diritto sarà la forza, il dovere l'intinto, l'im-  peto irresistibile dell'umana natura — ecco materializzati  e diritto e dovere, il che vaio annullati.   Sarà la forza di un solo , di pochi , di un popolo , ed  ancho dell' umanità tutta quanto poco monta, giacché non sarà  per questo giammai diritto, non essendo la sede, che costituisce  il giure , o chi Ij esercita , ma la natura stessa di esso , nò  per cangiar di soggetti può la forza schietta perdere la sua  natura esiziale e divenire diritto. Allora la libertà non avrà quella formola squisitamente  razionale, cioò poter fare quel che si deve, ma una formola  selvaggia, poter fare come piace. E qui si scorge sempre il  dominio del libito o della forza, sostituiti al dovero ed al giure.   Allora 1' eguaglianza non sarà noi diritti, ma negli ogget-  ti di questi ; non sarà un trattare inegualmente esseri ineguali,  ma trattare egualmente esseri ineguali, o trattare inegualmente  esseri eguali. Allora la civiltà non sarà quello stato, ove si vanno at-  tuando le condizioni rispondenti ai bene, al vero, al bello,  sublimi aspirazioni in cbo si compie l'umana natura — ma  la barbarie decorata sarà pur civiltà.   Allora il progresso sarà regresso , come la civiltà bar-  barie, la libertà licenza, il diritto la stessa cosa della forza  bruta, il dovero ogni voglia impetuosa ed insana. E la democrazia, presa nel vero senso della parola, che  intende a diffondere sui maggior numero i comodi, le utilità,  estendere ogni guisa di godimenti e di prosperità su tutte le  classi, porgendo loro quel cibo intellettuale e quella morale  educazione proporzionevoli a' lor bisogni — facendo ogni opera  di fare ascendere in su coloro che trovansi in basso, di tra-  sformare il servaggio sensuale delle plebi in potenza razionale   di popolo la democrazia logicamente verrebbe meno al suo   nobil compito, cessando la leva potente dell' ordine morale, so-  ciale, e politico, quali sono Dio ed anima.   Ditemi adunque, seppellendo il vostro spirito nella carne  e cacciando 1' universo intero nella cieca forza degli atomi ,  che cosa potrete ottenerne? Vel dirò in poche parole. Un subisso di proteste dapprima.   Le bello arti, che vivono più di spirito che di corpi, vi  daranno lo sfratto.   Protesta la natura tutta quanta che , senza lo spiri-  tualismo che le fa corona , perde 1' incantesimo indicibile per  addivenire peggio elio cadavere calvanizzato , senza 1' essere  che lo calvanizzi.   Il senso universale dei popoli vigorosamente s' innalza  contro di voi, perdendo i suoi giadizl. le sue tendenze quella  ragion di es3ere che si hanno nella spiritualità dell' essere  pensante. La morale, volgendo la faccia altrove, poderosamente vi  respinge , qual pudica vergine , la mano impertinente d' insano,  furibondo uomo — il giure con la forza che è in lui, dalla  santità della sua sorgente , vi fa aperta guerra ed a morte —  come la politica economia vi guarda in cagnesco , se pur non  vi odia, per la degradazione , a cui intendete condurla.   Se poi vogliamo considerare la cosa da un altro aspetto,  quello cioè di considerare la vostra dottrina in relazione alla  società , alle attinenze coi suoi membri , alle libere istituzioni,  alla civiltà , al progresso, all' eguaglianza , alla libertà, allora  vi vedrete ancora e meglio il guasto , lo scompiglio , il caos  da esse dottrine prodotto, avendo eco nelle associazioni. Potete voi gridare con quanta forza ne abbiate in gola :  progresso , libertà , civiltà , eguaglianza !   Potrete occupare in un' assemblea legislativa 1' estrema  sinistra , ed improvvisare dei discorsi con maggioro eloquenza  del maggior oratore della rivoluzione francese ; che perciò ?  Datevi pace, che il fuoco delle vostro orazioni non avrà virtCl  di cangiar la natura dello cose. Ne conseguita da tutto questo , fin qui per me detto ,  cho so allo spiritualismo sono legati fortemente , jn dissolubile  mente e dovero e giure , e libertà e4 eguaglianza , e progresso  e civiltà, insomma tuttofò cho interessa grandemente l' uma-  nità , ne viene che noi difendendo o Dio ed anima , siamo i  propugnatori degl' interessi più vitali umanitari — cioè noi i  difensori del progresso , della civiltà, dulia libertà , dell' egua-  glianza, ed i sostenitori e propagatori di esso nobili idee — noi  gli amici dolla democrazia, che ha per sostrato la santità del  giure e del dovere — noi infine gii amici di ciò che vi ha di  umanamente nobile ed attuabile nei civili consorzi.  Apostrofe all'Anima.   0 anima , raggio celeste , a te volgo infine la mia  parola !   Sei puro spirito , ma sei avvolta nella creta.   Spesso 1' uomo confonde la benda che ti cinge , con te  stessa : e fa offesa al vero. Ciò non sia mai al senno filoso-  fico imparziale.   Perocché spesso hai le ali dorate , invece di quelle di  limo, e penetri ove l'occhio terreno non può, nò potrà giam-  mai i e sublimi verità arcane si rivelano a te stessa , e ti  fanno cosa immortale e divina. Tu sei fra la terra ed il cielo, fra il finito e l'Infinito,  fra il mondo e Dio. Sei colle cose terrene , finite , mondiali  pel velo di creta , che ti cinge , ma col cielo , coli' Infinito ,  con Dio nel sublime slancio della tua nobil natura.   Facil cosa ò adunque , che 1' uomo , che si trovi posto  fra due , scambii V uno coli' altro ; si concentri tutto sul ter-  reno o tatto sul divino ; materializzi tutto , o spiritualizzi  ogni cosa.   Rifugge il filosofo da sì mostruosi errori , chò egli in  una vigorosa sintesi abbraocia , senza nulla confondere , te a  un tempo e il tuo corpo od il terreno soggiorno , come il fi-  nito e 1* Infinito , terra e cielo , senza immedesimarli.   Vedi giudizio uman comn spesso erra ! vi fu chi ti disse  fango , chi ti disse Dio — nè l' uno, nè l* altro del tutto , o  1' uno e 1' altro , ma questo ed in certo Benso.   0 anima , ti fa bella e sovrumana 1'occhio, che drizzi  in alto , lo sguardo che levi su per le sfere , e contempli  quelle verità ascose al senso e ad ogni essere, che viva quag-  Iu8   giù , come Io sguardo , che volgi in basso , ajutata dal tuo  misterioso compagno , il corpo.   Son belli questi dae tuoi sguardi — eppur l'umana  fralezza tal fiata ne obblia uno a scapito del vero!   Non ti adirare per questo , o farfalla dei cieli , che  sempre sei bella ! sei gemma che splende pur nel fango —  ma non sei fango.   Chi dice che sei fango , erra e quanto !   Ma che vuoi , ciò in alcun uomo avviene per considerar  di troppo la materia, e sempre volgere il proprio pensiero ad essa.   Simile a quegli uomini , che per lunga abitudine di  convivere colle bestie , e quasi con esse sole , si assimilano  alla fine i lor costumi , s' imbestialiscono ; così succede di chi  troppo rivolto alla materia , e unicamente alla stessa, finisce  con materializzar sè stesso.   Anima , sei bella ancora , anche quando 1' uomo diso-  nora se stesso con opere ree ! Non è il fallo che ti rendo  bella, ma il rimorso , il pentimento che tengon dietro al male  fatto, rimorso e pentimento che accennano alla nobiltà del tuo  essere , perchè figli del tuo arbitrio e della leggo suprema ,  che splendo al tuo intelletto I   Anima , sei pur bella , quando 1' uomo cammina nel  sentiero de' vizi, perchè hai virtù di andare a ritroso , e sbu-  giardare , emendare con opere buone la vita trascorsa !   Ti veggo pur bella , o anima , quando sei immersa  nell' ignoranza , che tanto offende il tuo intelletto , che aspira  nobilmente al vero — non ò 1* ignavia che ti rende bella e  maestosa , ma il potere , che grande serbi nella profondità di  te stessa , a dileguarla , a passare alla scienza , come dallo  tenebre alla luce.   Chi non è uso a medi taro in se , per so , con se , nel  silenzio delle passioni, c di tutte le sensitive esteriori impressioni ; chi non è avvezzo a questa notomia psicologica , e ad ,  appuntar lo sguardo a quei semi ideali, che riescon poi tanto  fecondi nella tela scientifica , che si va svolgendo ; chi non  mette in opera tutto questo , deve dare gran prò ai sensi , e  finire con dogmatizzare , perchè immerso sino alla gola nella  Forza e Materia : quanto eccede la sfera dei sensi è falso /  0 anima , io ti ammiro sommamente nelle opere escito  dall' onnipotenza del Creatore, perchè le vinci tutte in sapienza,  in potenza , in bontà — cioè porchè risplende in te un raggio,  ed in te sola , di quel solo divino , che illumina ogni uomo ,  che viene quaggiù — perchè col volere libero ti sottrai alle  leggi del Cosmo , e vivi vita morale , e di amore , e di bel-  lezza , e di virtù , che son tuo esclusivo retaggio 1   0 anima , hai nemici , che ti vorrebbero preoipitar nel  nulla ; eppur non ti mancano degli antichi e nuovi amici che  li faranno arrossir per vergogna.   0 farfalla dell' Empirò ! Vana sarà ognora 1' opera di  chi vorrebbe farti tutt' uno col corpo.   Perocché la tua potenza d' intendere , di slanciarti più  oltre del senso, ed in opposizione di questo, la celerità,  1' estrusione, 1' unità armonica dei tuoi concotti , 1' essere il  pensiero non Bolo uno in se stesso , ma comunicar© 1* unità o  la semplicità sua al moltiplico od all' eterogeneo , abbraccian-  dolo; il riunirò che fa in se stesso i contrari ed immedesi-  mare le differenze , ciò mostra che non sei un accidente , un  modo , ma la sostanzialità intima , come quella che mediante  l' identità pcrsonalo ha il pieno possesso , e come dire la  compenetrazione di se medesimo , e a cui tutte le altre so-  stanze si appoggiano e riferiscono.   Sì , dirò ancora , lo slancio costanto verso 1' Infinito ,  il bene ed il male morale , il bello ed il sublime , il dovere ,  il diritto, la legge , il rimorso, il pentimento , V arbitrio , la virtù ed il vizio, il premia e la pena .... tutto ben meditato  annullerà ognora i Bollerai insani di chi vorrebbe seppellirti  nella carne.   O anima , io ti ammiro , ed a mille doppi veggo ri-  splendere in te la gloria di Colui, che tutto muove!   Le tue facoltà a me pajon microscopi ideali , che ben  mostrano le cose , che si sottraggono ai sensi — simili a te-  loscopt , la cui forza annulla la distanza degli esseri — è la  tua potenza cogitativa qual prisma ideale, che ne scompone i  concetti sino agli esili elementi — fuoco d' una lente , che  riunisce e condensa i raggi ideali sopra un sol punto  infine  come il vette di Archimede , che muove tutto il sistema pla-  netario e ad un tempo la mano di Copernico e di Newton, che  Io dirige , tu , o spirito , colla potenza del tuo volere muovi ,  e governi il mondo morale e quello delle nazioni. Dedica P»g- »   Una parola ai Sodi » 5   // U omo » 7   L' Uomo (scritto secondo)   |t La Scienza Pope-laro »    j IL II naturalista, il materialismo e lo spiritualismo .    \ Delle attinenze fra le Scienza razionali, morali e quello   naturali « » 39   2 IV. Confutazione del materialismo fisiologico Delle attinente reciproche fra la IV. -o\ . :\ \ e I-i F:.-'i-.v -ria d?dotl ? dalla   natura o dall'indole di essj scienza, o dei loro liiaiti . »    g V. Obbiezione o Risposta Dilemma che dimostra la necessita in che trovasi il Fisiologo di far tesoro delle venta Psicologiche »   Una preghiera ai psicologi ed ai fisiologisti Spiegazione del materialismo Fisiologico i id.   g IX. Una parola conciliatrice » Il progresso delle scienza naturali non poò menomato la   spiritualità dell'anima »   Spiritualismo nella Belle Arti i 09   Spiritualismo nella Natura %    g XIII. Spiritualismo nel Senso Cornane dei Popoli » g Spiritualismo nella Morale e nel Diritto . Spiritualismo noli' Economia Politica t 85   Spiritualismo nell'umana associazione, nei governi, nella   politica, nell'eguaglianza, nella liberta, nella civiltà,  nel progresso «— ossia relaziono di esse ideo colla   spiritualità del soggetto pensante  XVH.Apostrofj all' Anima » AVVERTENZA. Nota: '   Le parole del professore Tomtnasi lì leggono nei Morgagni anno Vili,  Nota Seconda Dove si tien parola del dottor Gali conviene aggiungere, o dir meglio,  che il dottor Spurzheim chiamò tal facoltà surnaturalité , o facoltà del  •oprannaturale. Vedi Kouveau Manuel de Frenologie par Ooerge Combc  — Bruxelles . OPEKE E LA VOltl DELL'AUTORE  Sopra alcuni errori d'Ideologia Innominato, au, I , n. 8, 9, .   8uli' Ideologia di M. Gioja — Innominato. Sul Diritto Naturalo del prof. D' Ambra — Innominato.  Sul Giornale di Statistica di Palermo — Innominato.   5. Conno sull'Adulazione — Spettatore Zancho , an. VII.   C. Sulla vita e sul Sistema di Emanuele Kant— Sentinella dd Piloro Rassegna di Opere — Annunzio Nocrologieo del Galluppi — Gior-  nale del Gabinetto Letterario di Messina , fase. XIH , Proemio alla Rivista Siciliana — Sul Sistema dalle Facoltà dell'anima ,  Sopra le macchine — Sentinella del Peloro Dialogo fra il Senso ed il Cervello 4  Beo Pelorilano, an. Ili, fase. Sul Lockismo  Eco Peloritano, Sulle Bollii Arti — Eco rcloritano , Discorso sulla vita e sullo Opere dell' Ab. Antonio Sarao, letto n<.)U  R. Accademia Peloritana  Eco Pelorxtano , Biografi -i di Elisabetta Molino  Ero Ptloritano, L' Uomo non ha l'uso della Ragione — Eco Pclontano, an. IV, faec. 1.  Dialogo  L'Ideologo ed il Naturalista. Messina tip. Ant. d'Amico  Arena Introduzione allo Studio della Filosofia — Messina tip. G. Fiumara Osservazioni unii* Empirismo — Messina tip. Nobolo Sopra i Frammenti di Hamilton — Messina tip. Fiumara. Memoria Estemporanea pel Concorso a Professore Sostituto alla Cat-  tedra di Logica e Metafisica nella R. Università degli Studi di Mes-  sina — Messina tip. Fiumara Discorso Filosofico ai suoi Allievi — Messina tip. Fiumara La Liberta — I Sacerdoti — nel Giornalo L'Aquila Siciliano   Messina, an. I, 1848.   23. Sullo Statuto — Messina tip. Capra Sulla Cicca Serrile Imitazione degli Stranieri in fatto di Politica Palermo .  Premio alla Potenza del Pensiero Palermo M. Consolo Opuscoli Editi ed Inediti  Messina tip. d'Amico Arena, e d'A-  mico,  — voi. cinque. Scritti Vari d'Etica e dì Diritto Saturnie tip. d'Amico  Arena, Dialoghi Filosofici sull'Intuito  Messina tip. d'Amico Arena Orazione Inauguralo per la trienne apertura d.gli Studi dell'anno  Scolastico 1859-60 della E. Università di Messina — Messina tipo-  grafia Ignazio d'Amico Introduziono al Giornale 1' I<ka Messina , un. I, 2* semestre. Iutrodnzione alla Filosofia Morale ed al Diritto Eazionale, voi. unico   Messina tip. Ignazio d'Amico Discorso letto nella Società degli Operai inaugurando la solenne Aper-  tura delle Scuole pei figli dei Socii — Messina tip. Ignazio d'Amico L'Eguaglianza considerata da un nuovo aspetto  Prolusione letta  nella R. Università degli Studi  Messina  tipografia Ignazio d'Amico Predica di un Parroco in occasione della morte di Giuseppe La Farina    Messina tip. Orazio Pastore Relazione letta nella R. Accademia Peloritana intorno ad una Dissertationo sulla Sovranità dell' A vv. Trof. Giacomo Maeri — Messina  tip. Ignazio il 1 Amico Relazione intorno «Ila R. Scuola Tecnica di Messina per l'anno Scolastico Massino tip. Ribcra. Ter la fino dell' anno Scolastico 1861-05, Discorso scritto per la Repiri   Università degli Studi di Messina —Messina tip. Ignazio d'Amico ISO"   38. Relazione letta nella R. Accademia Peloritnnn intorno all'Opera in  titolata: Origine e Progressi ddi Aritmetica del Colonnello Cav. Do-  menico Martines  Messina tip. Ignazio^d' Amico    . Intorno ad alcuno Glorie di Messina, Oraziouo Inaugurale p.-r la  solenne apertura dell' Università dell'anno Scolastico   Messina tip. Ignazio d'Amico, Con6idorazioni sul Precipuo Fattore dell' Eguaglianza — Estratto  dall' Archivio Giuridico — Bologna tip. Fava c Garngnani.   . Per nn Disegno a penna del Trof G. Benincasa — Messina tipe  grafia Ignazio d* Amico, .   . Relaziono letta nella R. Accademia Peloritana intorno al Discorso del   Presidente della Società Geografica Italiana Coram. Negri Cristoforo    Messina tip. d'Amico Commemorazione degl'Illustri Accademici morti nel colera del 1S>7 Messina tip. Ignazio d'Amico, Discorso i:i occasione dell' ottavo anno della Società Operaja di Messina  Messina tip. Ignazio d' Amico .  Un Fiore sulla tomba di Maria Ellero. Messina tip. d'Amico Relaziono Finala Letta nella R. Accademia Peloritana  Messina tip. d' Amico L'Omu nun avi l'uau di la Ragiuni Cicalata Messina tipograiin  d'Amico, . Studi sull'Intelligenza negli Annali dell' Istruzione Messina lUnip.  e stereot Capra . 0 1 1 p INK1M T I  Introdottone alla Filosofia Morab ed ul Diritto Rasiouale, Seconda  Edizione migliorata ed accresciuta pia d'una metà. Dio — Meditazione-.   La Legge e la Morale Il Saluto al Capo d'Anno  Conferenza '.letta nella R. Accademia  Peloritana il giorno J del !<0.   L' Eguaglianza ó il Diritto. Intorno l'Eguaglianza  Conferenza Poppare.   ?. Miscellanea Filosofica OPUSCOLI EDITI   DEL PROCESSORE L.    #  £ 61 / OPUSCOLI   DI L. PROFESSORE INT. DI DIRITTO NATURALE ED ETICA NELLA REGIA UNIVERSITÀ DEGLI STUDI1 DI MESSINA, PROFESSORE DI FILOSOFIA E DIRITTO NATURALE NEL SEMINARIO ARCIVESCOVILE, PROFESSORE DI FILOSOFIA E DIRITTO NATURALE NEL MONISTERO DEI RR. PP. CISTERCIENSI , DI-  RETTORE DELLA CLASSE DI LETTERATURA E BELLE ARTI NELLA REALE  ACCADEMIA PELORITANA , SOCIO ONORARIO NELLA CLASSE DI LEGISLAZIONE , SOCIO DELLA GIOENIA DI CATANIA , SOCIO ORDINARIO DELLA SOCIETÀ ECONOMICA DELLA PROVINCIA DI MESSINA. MESSINA   STAMPERIA IGNAZIO I»' AMICO COLLEGIO DECURIONALE DI MESSINA CHE CON SENSO CIVILE PBOVVEDE ALLA. PUBBLICA AZIENDA  E   NON TRALASCIA L’ INCLORAMENTO PIÙ NOBILE  A PROTEGGERE GENEROSO COLORO CHE INTENDON CALDISSIMI  ALLE BELLE ARTI ALLE LETTERE ALLE SCIENZE  VIVE SEMPRE MAI E FIORENTI  NELLA PATRIA   DELL’ ANTONELLO DEL MAUROLICO E DI ALTRI ILLUSTRI  ACCIÒ IN ESSA   I VEGNENTI NON MANCASSERO DI SÌ GLORIOSI MAGGIORI  QUESTE CARTE A PRESERVAMELO DEI GIOVANI INTELLETTI DA INVASIONE STRANIERA DI PERNICIOSI ERRORI  FIERAMENTE MINACCIATI L. COI SENTIMENTI PIÙ VIVI DI PATRIO AFFETTO OFFRE F. CONSACRA. OPUSCOLI EDITI    DEL PROFESSORE  L. OC3JC23QD£3r!3t>4*A £3tX>EC£Za®S3rS3 CON CORREZIONI E» AGGIUNTE  DELLO STESSO AUTORE MESSINA   STAMPERIA I)' IGNAZIO 1>* AMICO RIFLESSIONI CRITICHE    SUL SISTEMA PSICOLOGICO   DEL CONTE DESTCTT-TRACY La riconoscenza dovuta a questi uomini  illustri non distrugge il diritto di rettificarne le idee , quando si scostano  dal vero. Anzi cresce per cosi dire  l'obbligo di censurarli , a misura die  è maggiore la loro rinomanza, giacché  questa suole ’ servire di egida agli er-  rori nella mente dei lettori comuni ,  più capaci di annoverare le autorità die  di pesare le opinioni.   M. Gioja Nuovo Prospetto dello Scienze Eco-  nomiche Tom. 1. nella Prefazione.  \   cosa ornai notissima somma laude dover-  si riferire a quegli uomini insigni, nelle cui opere  vi è profondo sapere. La qual sentenza , nel vero  significato concepita, ci spinge a rendere debiti elo-  gi a meriti cospicui de' Leibnitz , de' Kant , dei   Quest’opuscolo venne la prima volta in luce pei tipi di Giuseppe Fiumara.  Lock e consorti, ma non ci arresta di notare i loro trascorsi, perocché la celebrità di un autore non  è argomento delia sua infallibilità. E, per la veri-  tà di ciò che dico , allegar posso le censure che  meritamente sonosi fatte alle opere de’sullodati fi-  losofi , censure che se non piacciono a coloro , i  quali son pieni di culto superstizioso , piaceranno  a coscienziosi amatori del vero , a’ buoni filosofi.  Che in filosofia , come in ogni altra cosa , è da  fuggirsi la servitù, detestarsi la licenza, ed amar-  si quella libertà di ragionare die le opinioni di  qualsiasi filosofo sottopone ad una severa critica.  Incomincio adunque a dire alcune parole sul siste-  ma delle facoltà dello spirito dell’ illustre ideologo  Destutt-Tracy. Per Destutt-Tracy le facoltà mentali sono quattro  e nella sensibilità concentrale. Gli Elementi d' Ideologia fruttarono a questo  filosofo gran plauso, non solo appo i francesi, ma  eziandio in Italia , perocché il dotto cav. Compa-  gnoni, recando l’opera in discorso nella nostra bel-  lissima lingua, fe in tal modo ricogliere al suo au-  tore nuove lodi. Ma il traduttore fece di più : e-  gli , nella prefazione a bella posta dettata , rende  elogi all’ ideologo francese , asserendo che comple-  ta ed esatta sia la sua Ideologia ; ma, per quel che  a me ne sembra , in essa veggonsi non pochi errori. E primieramente il Tracy è di fermo parere,  che le facoltà del pensiero sieno quattro, cioè sen-  sibilità , memoria, giudizio e volontà, e che sieno  sentire e nuli’ altro che sentire. Ecco le sue pa-  role :   « Ed infatti formare un giudizio vero o falso  » è un atto del pensiero ; e quesf alto consiste in  » sentire che vi c una connessione , una relazione  » qualunque tra due cose che si paragonano in-  » sieme. Quando io penso che un uomo è buono,  » io sento che la qualità di buono conviene a quel-  » 1’ uomo .... Pensare adunque è un vedere una  » relazione di convenienza tra due idee , è sentire  » una connessione o relazione. Voi dite pure io  » penso alla nostra passeggiata di ieri , quando la  » memoria di quella passeggiata viene a colpirvi ,  » e , dirò così , a toccarvi. In questo caso pcn-  » sare c dunque provare un’ impressione di una  » cosa passata : è sentire una ricordanza. Quando  » voi desiderate , quando voi volete qualche cosa,  » voi non dite già comunemente parlando: io pcn-  » so, che provo un desiderio , una volontà. Que-  » sto infatti sarebbe un pleonasmo, una espressio-  » ne inutile. Non è però meno vero che desidera-  » re e volere sono atti della facoltà interna che in  » generale noi chiamiamo pensiero ; c che quando  » noi desideriamo o vogliamo qualche cosa , pro-  » viamo un’interna impressione che chiamiamo un  * desiderio o una volontà. In questo caso pensare  » è un sentire un desiderio. Egli incorre in petizione di principio. Tali pensamenti , per quanto io sappia , sono  stati confutati. Si è detto, e non senza ragione, al  Tracy : il giudizio, secondo voi, è sentire, perchè  è sentire un rapporto; la memoria è sentire, per-  chè è sentire una reminiscenza ; il desiderio è sen-  tire, perchè è sentire un desiderio o una volontà :  al tutto pensare è sentire , perchè è sentire. Ciò è  una vergognosa petizione di principio indegna di  un filosofo. Qual prova è adunque la vostra ? re-  plichiamolo, è un pretto sofisma. Non vi era noto  il canone logico : Definilum non debet ingredi in  dcfinitionem ? e voi lo violate, anzi di troppo. Ol-  tre a ciò confondete mai sempre la coscienza delle  operazioni spirituali con le stesse operazioni. Con-  ciossiachè egli è vero che lo spirito sente la ricor-  danza, il giudizio, il desiderio c tutto ciò che av-  viene entro di sè , ma è un atto della coscienza o  senso intimo con cui percepisce tali modificazioni ,  atto che non può confondersi colle stesse. Voi dun-  que non ispiegate tutte le facoltà mentali, anzi so-  lo date contezza del sentimento che le svela , im-  medesimandole con esso. Che cosa sono adunque  il giudizio , la memoria , il desiderio ? vo’ dirlo a  viso aperto, il Tracy non lo ha giammai dimostro,  avendo considerato un sol lato del pensiero , cioè  il sentimento , e tutto intero in questo Iato lo ha  visto. Im. sua definizione della relazione non si può con-  ciliare colla di lui dottrina sul giudizio.   Or io, considerando addentro la cosa , veggo  che lo stesso autore si oppone a' suoi principi ,  giacche definisce la relazione in tali parole: La relazione è quella veduta della mente, quell’ atto della nostra facoltà di pensare, per cui  * noi avviciniamo un’ idea ad un’altra, c le para-  » goniamo insieme in una maniera qualunque (a).  » Una relazione non è che una veduta della mcnte , c non già una cosa , che per se stessa esista. Non imprendo io ad esaminare , se il Tracy  intenda parlare delle relazioni logiche, o delle rea-  li , c dimostrare la falsità o almeno la inesattezza  della sua definizione (4) ; mi contento dire con lui  la relazione è una veduta della mente e non già  una cosa che per se stessa esiste ; or , se ciò è  vero, con qual diritto egli asserisce, che il giudizio  consiste in sentire relazioni ? Se è una veduta del-  la mente, c non già una cosa per se esistente, co-  me si potrà sentire ? come potrà essere oggetto del  senso ? La sensazione suppone un oggetto esterno  clic la cagioni, ed a cui corrisponda ; la relazione  è veduta dello spirito , è subiettiva , e però non  corrispondente ad alcun oggetto ; dunque non si  può sentire, non è una sensazione.   Nè si può difendere l’ autore , dicendo clic la  relazione consista in sentire , perchè svelata dal sentimento , comprendendo ognuno che in tal mo-  do si confonderebbe la coscienza delle spirituali fa-  coltà colle medesime facoltà , come si osservò nel  precedente § , o , che vale lo stesso , si confonde-  rebbe il mezzo conoscitivo colla cosa conosciuta.   Inoltre, se si pon mente alle altre parole del-  l'autore: quell’alto della nostra facoltà di pen-  sare , per cui avviciniamo un' idea ad un altra, di  leggieri si vedrà, la relazione o avvicinamento non  essere una sensazione , ma un operazione con cui  si avvicina o riferisce un idea ad un’ altra ; stan-  techc gli obbietti offroosi isolali, separati , e come  esistono in natura , quando per lo paragone deb-  bonsi appressare e, per Così dire, sovrapporre gli  uni agli altri , il che è un atto dell' attività intel-  lettuale.   A ciò si arrogo , che la facoltà di giudicare,  consistendo in sentire , dovrebbe essere infallibile.  Perocché quando le due sensazioni , dice il Rous-  seau, sono percepite , la loro impressione c fatta ,  ciascun oggetto è sentito, i due son sentili ; ma il  loro rapporto non è sentito perciò. Se il giudizio  di questo rapporto non fosse che una sensazione ,  e mi venisse unicamente dall’ oggetto , i miei giu-  dizi non m’ ingannerebbero giammai , poiché non  è giammai falso , che sento ciò che sento (5}.   Restringendo adunque la somma delle ragioni  son condotto a stabilire :   r. Che la facoltà di giudicare dal Tracy ri-  posta in sentire, non può conciliarsi colla sua de-  finizione della relazione.   a. Le stesse parole dell' autore dicono chiaro che nel giudizio vi è un atto , che non è sentire ;  il che dimostra non essere tutte le facoltà spiritua-  li nel senso concentrate.   3. Se il giudizio altro non fosse che sensazio-  ne, dovrebbe essere sempre infallibile.   .   Jl cap. VI. del V.* voi. è in aperta contraddizio-  ne al sensismo del Tracy.   Ma dirò di più. Da per tutto l’ideologo fran-  cese dice , e nella formazione delle idee composte  massimamente , che per aver le idee concorrono  due operazioni dello spirito , quella di concretare  e quella di astrarre, o vogliam dire, sintesi e ana-  lisi , comporre e decomporre , senza punto aver  presente di aver detto che quattro sieno le facoltà  del pensiero, sentire , ricordare , giudicare , volere  e nuli’ altro che sentire.   » Quest'operazione della mente, dice il Tracy,  » la quale consiste in radunare parecchie idee per formarne una sola , a cui si dà il nome che le  » unisce tutte insieme, viene espressa con una de-  » nominazione propria , eh’ c concretare in oppo-  » sizione ad astrarre eh’ è il nome dato all’ opera-  » zione inversa .... Quest' operazione si chia-  » ma astrarre, parola procedente dal verbo latino  » ab trahere , composta dall' altro trahere , pre-  » messa la particola ab, quasi trarre da ,   » perchè nel caso nostro effettivamente da due o  » più idee individuali si trae tutto quello che le confonde insieme, rigettando ciò che le distingue,  » e se ne forma un’ idea comune » (G).   Parrai vero che le facoltà di concretare ed a-  strarre, sintesi ed analisi, sieno esistenti nello spi-  rito umano , attalchè se ei ne fosse privo , nulla  distinguerebbe , perdendosi tutto in un sentimento  confuso. Ma che dirò del Tracy ? La sua contrad-  dizione ( colla riverenza dovuta a cotant uomo ) è  badiale. Perocché se quattro sono le facoltà del  pensiero, come asserire l’ esistenza di altre due, a-  strarre c concretare ? Se nella sensibilità tutte le  forze della mente concentransi, in qual modo con-  ciliare 1’ esistenza di esse facoltà ? La potenza di  astrarre , come si sa , non è una sensazione, anzi  è una operazione alla sensibilità opposta , perche  questa offre gli obbietti composti, confusi, quando  quella decompone , separa , divide e rende chiara  ogni cosa. Medesimamente la facoltà di concretare  o sintesi è una forza dello spirito, colla quale com-  bina gli clementi in isvariatc guise ; non è perciò  nè può dirsi una sensazione. E confondere queste  facoltà colle sensazioni , sarebbe dire clic le mac-  chine c gli strumenti , clic modificando le materie  grezze danno le manifatture, sono le materie grez-  ze stesse. Laonde convien osservare , che il Tracy  infatuato a trovar nelle facoltà mentali f unità si-  stematica , cioè ridurre tutto ad un sol principio ,  non solo vedeva assimilazioni in cose disparatissime , commetteva asserzioni , ma , che più monta ,  imbattevasi in manifeste contraddizioni. Tanta è im-  mensa la possanza dello zelo di parte !  E qui giova riflettere , clic vedrebbe torto chi  dicesse 1’ Astrarre c Concretare non essere facoltà  elementari e ridursi aila sensibilità. 11 severo ana-  lista và immune da tali errori : egli vedendo che  dalla combinazione binaria ternaria ec. delle quat-  tro facoltà da esso autore credute elementari non  possa rendersene ragione , le riguarda elementari.  Difatti sensazioni , ricordanze , giudizi e volontà  secondo la sua opinione in sentire limitate , non  possono formare le potenze di Astrarre e Concre-  tare , che , come si sa ed ho dimostro , sono es-  senzialmente distinte dalla sensibilità.   Ma, se mal non mi avviso, ho letto nella logica del Tracy le seguenti parole :   » So che molti osservatori dell’ uomo hanno  » notato assai maggior numero di modificazioni  » della nostra sensibilità, eh' essi hanno creduto do-  >» ver distinguere, come sono la riflessione , il pa-  » rogane, l’ immaginazione ec. Nè io nego che non  » sieno queste cose tanti stati della nostra sensibilità , ovvero sieno operazioni del nostro pensie-  » ro , le quali realmente differiscono le une dalle  » altre : ma per noi non risultano da esse imme-  » datamente percezioni di un nuovo genere , che  » noi possiamo chiamare riflessioni , paragoni , im-  » maginazioni. Quando io paragono due idee , io  » le sento e le giudico ; oppure non fo nulla. Lo  » stesso è quando rifletto. Quando similmente io  » immagino , non fo che unire differentemente i-  » dee che ho già avute : separo le une , avvicino  » e congiungo le altre, ne formo nuove combina-  » rioni ; ma tutto ciò in virtù di percepirle e di  » giudicarle. Sono esse dunque tante operazioni     12   » differenti , se così vuoisi, ma non operazioni e-  n lementari c primordiali, poiché ri risolvono tut-  » te in quelle che noi abbiamo osservate. Si troverà la medesima casa in tutti i casi nei quali  » si vorrà ben esaminare il fatto. Concludiamo per-  » ciò che noi non facciamo mai altro che perce-  » pire, giudicare, volere » (8).   L’ autore qui avrebbe dovuto provare che le  due potenze di Astrarre e Concretare non sono o-  pcrazioni elementari c primordiali o sia si risolva-  no in quella di sentire ; ma siccome ei dice che  1’ immaginazione ( sintesi immaginativa o fantasia)  non è potenza elementare , mentre che il me im-  maginando separa ed unisce e forma nuove com-  binazioni , e ciò in virtù di giudicarle e percepir-  le ; si potrebbe perciò dire die 1* Astrarre e Con-  cretare si risolvono per l' autore nella percezio-  ne c nel giudizio. E quantunque ciò sia vano, pu-  re trattandosi di un autore , la cui autorità pres-  so il volgo de’ lettori , per usar le parole dell’ illustre Galluppi , ha la stessa forza della dimostra-  zione , dirò ciò che per lettori savi ed imparziali,  sarebbe meglio tacere.   Pria di tutto il dire che una facoltà, non dan-  do percezioni di un nuovo genere, non sia elemen-  tare, è un’ asserzione. Imperciocché fra le potenze  intellettive alcune offrono al Me gli oggetti de’ suoi  pensieri, come i sensi, la coscienza , la memoria ,  altre, le meditative , separando e riunendo produ-  cono tutti i tesori dell' intelletto ; c sebbene queste  non dieno percezioni di un nuovo genere che pos-  sano chiamarsi composizioni, decomposizioni, ana-    Digitized by Google    13   lisi, sintesi, pure e perchè senza di esse non vi sa-  rebbe intelligenza, e perchè è impossibile risolver-  le nella sensibilità, sono primordiali ed elementari,  almeno rispetto alla stessa facoltà di sentire. Dun-  que debbe soltanto discutersi , se possano risolver-  si in altra facoltà.   Per non dipartirmi dal Tracy. « Quando io  * immagino, egli dice, non fo che unire differen-  » temente idee che ho già avute : separo le une ,  » avvicino e congiungo le altre c forme nuove com-  » binazioni ; ma tutto ciò in virtù di percepirle e  » giudicarle ». Io non intendo come l’autore abbia  ciò asserito. Veramente colle percezioni 1' lo non  separa nè unisce, anzi se fosse limitato a questa ca-  pacità di essere passivamente modificato, non vi sa-  rebbero idee per lui, ed avrebbe un’ infinità di sen-  timenti confusi (vedi il §. IV). Il giudizio poi neppu-  re separa ed unisce, giacché pel Tracy giudicare è  sentire una relazione, àia si dirà: quando si giudica  è mestieri analizzare dal subielto il predicato, e poi  farne la sintesi. Al che rispondo : tale obbiezione  non può farla il Tracy, perchè il giudizio, secondo  lui, è una sensazione di rapporto; e se fosse dallo  stesso fatta, dirci che il giudizio non è in tal caso  facoltà elementare , stantechè si risolve in quelle di  Astrarre c Concretare, le quali in altre non decom-  ponendosi , senza alcun forse sono elementari.   Ha dunque lo spirito umano due facoltà ele-  mentari e primordiali. Analisi e Sintesi, o Astrar-  re e Concretare , di combinare e decomporre che  non son sentire. Più sotto farò un’altra osservazio-  ne sul luogo teste citato. Le idee generali ammesse dal medesimo non pos-  sono spiegarsi colla sensibilità , nella quale per  lui consistono le intellettuali potenze.   È opinione dell’ ideologo francese , com’ è no-  to , che le mentali potenze sieno concentrate nella  circoscritta periferia della sensibilità ; ma ascoltia-  mo ciò che dice altrove.   * Nè è inutile qui osservare , che essendosi  » tratte od astratte certe parti della idea parlico-  » lare per generalizzarla , quando è divenuta ge-  » nerale non è più esattamente la stessa che era,  » essendo individuale »   » L’ operazione di Concretare ci serve per  » formarci 1’ idea delle cose eh’ esistono ; e quella  di Astrarre ci serve a comporre de' gruppi d’ idee  il modello delle quali non esiste in natura » (9).   Sopra le quali parole dirò : Se pensare fosse  unicamente sentire , i prodotti intellettuali dovreb-  bero essere sempre identici alle sensazioni . agli  obietti sentiti ; e perciò. L'idea generale, che non è più esattamente la stessa eh’ era, essendo individuale , il model-  lo della cui idea non esiste in natura , verrebbe  meno ;   a. Impossibili sarebbero i rapporti , clic, per  esso autore , sono vedute della mente , c non già  cose che per se stesse esistono ;   3 . Effcllivar non potrebbonsi quelle nuove com-  binazioni operate dalla immaginativa. Le quali cose ammesse dal Tracy, cioè rapporti, idee genera-  li , prodotti della immaginazione , essendo diverse  dagli oggetti della sensibilità , e per legittima illa-  zione non spiegabili mercè di essa , è 1’ autore co-  stretto , suo malgrado , ad ammettere altre facoltà  ben distinte dalla sensibilità, onde rendere ragione  di questi fenomeni intellettuali.   §• vi.   L' uomo , per esso autore, si distingue dai bruti  per la facoltà d’astrarre, di che è dotato, idea  contraddittoria ai suoi principi. Nè metterci fine a queste qualsiano riflessioni, se tutti volessi scrivere i pensieri che alla mia mente affanciansi ; e dirò pertanto un’osservazione, chè il farne trascorrere 1’occasione sarebbe colpa. Tracy che sì spessamente asserisce che pensare è formato da quattro potenze, cioè sentire  propriamente detto, ricordarsi, giudicare, volere, e nuli' altro che sentire, nella sua grammatica così s’esprime. Penso adunque che ciò che manca agli animali, sia la capacità d’isolare un idea parziale, di distaccare una circostanza da un’ impressione totale e composta, di separare un soggetto dal suo attributo, d’astrarre, in somma, e d’analizzare. E ciò fa che il loro linguaggio non  » sia mai se non una serie di interiezioni c di pro-  » posizioni implicite. Ecco tutto quello che costi-  » tuiscc tutta la differenza tra gli animali c noi (io).     16   Non è questa una contraddizione ? Al certo por-  tare opinione che le facoltà del pensiero sien quat-  tro, sentire , ricordarsi , giudicare e volere , c poi  dire che 1’ altissimo intendimento dell' uomo si dif-  ferisce dalla corta intelligenza dei bruti , perchè  quello è munito della facoltà di Astrarre , è pro-  nunziare una contraddizione. Medesimamente ciò  non può affatto conciliarsi colla sola nuda sensibi-  lità di che , secondo lui , è dotato 1’ uomo ; stan-  tcchè se pensare fosse sempre mai sentire, io non  so in qual modo potrebbe all’ umano intelletto con-  cedersi 1' Astrarre, operazione che non è spiegabi-  le per la sensibilità, sendo il suo officio di separa-  re , analizzare , e dividere : il che è tanto diverso  dalla sensibilità , quanto lo è 1' attività dalla passività. Riassunto delle Riflessioni Critiche.   Pertanto, pria di porre fine a queste riflessioni, credo non sarà discaro al lettore il conoscere ad un colpo d' occhio le opinioni del Tracy e le mie osservazioni ; cosicché rendendo simultaneo ciò che  nel discorso c successivo , cogliere nel tempo stesso i vantaggi dell' analisi c della sintesi. Opinioni di Tracy Le facoltà del pensieio sono quattro: sentire propriamente detto, ricordarsi, giudicare, volere, tutte e quat-  tro nella sensibilità concen-  trate.  Il giudizio consiste in sen-  tire relazioni. La relazione è  quella veduta della mente ,  quell' alto della nostra facol-  tà di pensare per cui avvici-  niamo un' idea ad un' altra ,  e le paragoniamo insieme io  uua maniera qualunque.   Una relazione non è che  una veduta della mente , e  non già una cosa che per se  stessa esista.    III.   La formazione delle idee  è dovuta a due facoltà. Con-  cretare ed Attrarre. Osservazioni critiche. Niuna ragione adduce il  Tracy, e , quel che eh' è di  peggio . con una vergognosa  petizione di principio asseri-  sce che pensare è sentire ,  perchè è sentire. Confonde spesso il sentimento delle facoltà colle stesse facoltà.  1. Asserendosi coll'autore  che la relazione sia veduta  dello spirito, e non giù una  cosa clic per se stessa esista,  non può il giudizio consi-  stere in sentire relazioni ,  queste non essendo realità  nelle cose sentite. La definizione della re-  lazione mostra eziandio che  nel giudizio evvi 1’ avvicina-  mento o Sintesi , che non è  sentire ; e perciò falso che  le facoltà dello spirito sieno  quattro, falso che si concen-  trino tutte nella sensibilità.   3. ° Se fosse il giudizio u-  ua sensazione, i giudizi del-  1' uomo sarebbero infallibili ,  come senuatamenle ha detto  ltousseau. L'autore è in aperta con-  traddizione coi suoi principi. Perché le facoltà dello Opinimi del Sig. Tracy.  L' idei» divelluta generale  non è più esattamente la stes-  sa eli’ era essendo individuale.  La facoltà di Astrarre ci ser-  ve a formare dei gruppi di  idee , il modello delle quali  non esiste in natura. Il rapporto è una veduta dello spi-  rito, e non già una cosa che  per se stessa esista.   Quando io immagino, non  fo che unire differentemente  idee che ho già avute : se-  paro le une, avvicino e con-  giungo le altre , ne formo  nuove combinazioni. 1a differenza intellettuale  fra l'uomo ed il bruto si è,  che il primo in preferenza  del secondo è dotato della ca-    Osservazioni critiche   spirito non saranno quattro,  ma sei.  Pensare non sarà sempre sentire, c nuli’ altro che  | sentire, giacché due forze vi  i sono di natura distinte dalla  : sensibilità. Concretare ed A-  ‘ strane , Sintesi ed Analisi ,   | le quali non decomponendosi  ! in altre facoltà, sono primor-  j diali ed elementari , almeno  rispetto al sentire.   IV.   Le idee generali , i rap-  porti, i prodotti della imma-  ginativa, essendo diversi da-  gli oggetti della sensibilità ,  e non spiegabili perciò per  essa, ò mestieri , onde esser  conseguente, ammettere altre  facoltà distinte dalla sensibi-  lità.  Portare opinione che le po-  tenze dello spirito sieno quat-  tro , sensibilità , memoria ,  giudizio, volontà ed in sen- Opinioni di Tracy. j Osservazioni critiche.   parità d'isolare un’idea par- lire riposte, e dire che rin-  viale, di distaccare una circo- ! telletto dell’uomo si distin-  stanza da un' impressione to- guc da quello del bruto, per-  iate e composta, di separare che il primo è esclusivamen-  un soggetto dal suo altribu- te romito della facoltà di A-  to , di Astrarre iu somma e slrarre, si è pronunziare una  di Analizzare. palpabile contraddizione. La   potenza di Astrarre è ele-  mentare e diversa essenzial-  mente dalla sensibilità: dun-  que le facoltà del pensiero  non saran più quattro , nè  tutte sentire.   Queste sono le principali mende , clic il inio  ingegno Ita potuto scovrire nel sistema delle facol-  tà dello spirito del Conte Dcslutt-Tracy. E non mi  resta a dir altro , clic 1’ illustre ideologo francese  fu trascinato dalla sua erronea idea , cioè clic le  facoltà dello spirito sieno quattro , c tulle dall' an-  gusta sfera della sensibilità circoscritte. ANNOTAZIONI Ideologia Ho detto mostrarne la falliti o almeno la inesat-  tezza, perchè le relazioni, come tutti sanno , essendo di due  modi , si potrebbe dire : di quali relazioni egli parla ? delle  reali , o delle logiche ? Se delle prime, va errato, dappoiché  non sono vedute dell' Io, o, come dicesi, subiettive, ma reali  od oggettive.   Sia parla egli forse delle seconde , cioè delle relazioni  logiche ? Si , dirà taluno , ed il vocabolo veduta sembra ciò  confermare. Peggio ; perocché il giudizio non consiste sem-  pre in percepire cotali attinenze , ma eziandio si versa sulle  relazioni reali ; di che la definizione del Tracv, essendo gene-  rale , sarebbe inesatta. E ciò basti onde mostrare la falsità,  o almeno inesattezza di esso autore.   Credo utile avvertire , che in tutta 1’ opera del Tracy  campeggia un errore , cioè che avere due sensazioni sia lo  stesso che compararle ; errore oggimai con somma penetra-  zione da un esimio filosofo confutato ; perciò io mi dispenso  farne parola. — (Gali. Fieni, di Filos. V. 2. Cap. X. Sagg.  Filos. V. 1. Cap. 2. §. 32).   Parimenti si avverta, che il Tracy confonde il desiderio  colla volontà ; distinzione che era stata giudiziosamente co-  nosciuta dal celebre filosofo LOCKE – citato da H. P. Grice (Essai Phi-  losophiquc) , ed il nostro profondo Galluppi ha fatto eco al sullodato filosofo ( Sagg. Fi-  los. Voi. HI. Cap. 5. § ai. — Eleni, di Filos. Voi. II.  Cap. 6. §. 44. Filos. della Volontà. eome pure il dotto Pezzi nelle sue Lezioni di Filos. V. II.  Quindi prego il lettore di consultare i luoghi citati. Emil. Liv. IV. Op. cit. Voi. I. Cap. VI.   (7) Piacemi accennare un mio pensiero onde far vedere  la impossibilità in che furono i filosofi di ridurre tutti i fatti  dello spirito alla sensazione. Tracy , che disse pensare esser  tutt' uno che sentire , ha , siccome ho osservato , incorso in  contraddizione ammettendo le facoltà di Attrarre e Concre-  tare. Or Elvezio che pure Insegnò le potenze della mente  esser due , sensibilità fisica e memoria ( la quale è per lui  sensazione continuata ma indebolita ) , ammise due facoltà ,  quella di decomporre, e di ricomporre gli oggetti , e di po-  terne creare de’ nuovi non aventi esistenza in natura. ( De  P Homrae Set. Vili. Chap. 19 ) ; e perciò contraddisse sè  stesso. (Vedi GALLUPPI (vedasi) Filos. della Volontà). Ma che dirò dell'illustre Condillac? Le sennate cri-  tiche da valentuomini prodotte, ed in ispezialità dal Laromi-  guiere e Galluppi , fan chiara fede dell’ erroneità della sua  sensazione trasformata. Nella sua logica pertanto leggo le  seguenti parole :   » Quando colia riflessione osservate si sono le qualità ,  » per cui gli oggetti differiscono, si possono, colla medesima  » riflessione , raccogliere in un tolo le qualità , che tono se-  » parate in molti. A questo modo un poeta si forma , per  » esempio , l’ idea di un eroe che non ha mai esistito. Al-  » lora le idee che uno si forma , sono immagini che non  » hanno realità se non nello spirito , e la riflessione che  » forma queste immagini , prende il nome d’ immaginazio-  » ne. (Cap. VII. ) ».   Quando il filosofo è mosso dallo zelo di parte, vede nei  fatti similitudini non esistenti , trascura cose importantissi-  me , e fa violenza a tutto onde tenersi dietro a quell’ idea ,  che tanto lo signoreggia. Cosi Condillac , il quale vuol  darci ad intendere che la potenza di sentire contenga tutte  le altre facoltà dell’ anima , sogna che l’ immaginazione sia sensazione , senza por mente che questa non può rentier ra-  gione di quella. E invero se questa facoltà raccoglie in un  nolo oggetto le qualità che sono separate in molti; se con que-  sta potenza il poeta si forma l' idea di un eroe che non ha  mai esistito ; se i prodotti di essa non hanno realità , se non  nello spirito, come potrà dirsi sensazione? Questa ha un og-  getto corrispondente, c le idee effetti della immaginazione non  hanno realità , se non che nell’ animo ; più , per aver luogo  una sensazione si richiede 1' azione di un corpo su 1‘ organo,  quando per ottenere gli effetti della immaginativa è mestieri,  oltre le sensazioni , ec. l’ azione di raccogliere , combinare ,  concretare , sintesizzare , il che dinota la riunione operata  dalla mente. Dire adunque che la collezione dello intelletto  sia sensazione , è dire che 1’ azione dell’ operajo è la stessa  materia bruta.   Nè monta il dire , che secondo il Condillac le operazio-  ni dello spirito altro non sono che sensazioni trasformate ;  giacché in tal caso è forza ammettere cause , mezzi , facoltà  che operino siffatta trasformazione, e la differenza allora fra  ■ne e lui sarà poca o nulla.   In fine fra i caldi ammiratori del sensualismo non è  1’ ultimo il chiarissimo fisiologo Richerand , il quale ne’ suoi  Elementi di Fisiologia fa la seguente riflessione.   » Quantunque Condillac abbia detto in molti luoghi del-  » le sue opere che tutte le operazioni dell’ anima non sono  » che la sensazione stessa , la quale si trasforma differente-  » mente ; che tutte le facoltà son rinchiuse in quella di  » sentire ; la maniera con cui egli ha analizzalo il pensiero,  » lascia tuttavia molti dubbi ed incertezze sul vero caratte-  » re c sull' importanza relativa di ciascuna delle sue facoltà.  » Il merito di dissipare le tenebre , che oscuravano ancora  » questa parte delia Metafisica, era riservato a Tracy. Gli elementi d’ Ideologia che egli ha pubblicati non ha  » guari , non lasciano nulla a desiderare su quest’ oggetto. Ediz. di Firenze. Ma , colla riverenza a si valente autore dovuta , mi sia  permesso il dire alquante parole. Il Sig. Richerand è dun-    Digitized by Google    23   que d’ avviso , che il sistema delle facoltà del pensiero del  Tracy nulla lasci a desiderare : ma ciò' è véro ? credo che  le mie poche riflessioni abbiano messo a vivo lume gli erro-  ri del Pari di Francia. E poi l’aualisi, che il dotto fisiologo  dà dell' umano intendimento , dimostra che tutto sia senti-  re ? Mai no. Eccone il perchè. Per esser breve al possibile,  nulla dico delle espressioni da lui usate parlando dell’atten-  tiva facoltà, cioè « potenza di concentrare le facoltà intellet-  tuali sullo stesso oggetto » ed altrove la dice « raccoglimen-  to dell’ anima » con le quali parole , come ognun vede, non  può I* attenzione riguardarsi una sensazione ; ma trascriverò  soltanto ciò che egli dice dell’ immaginazione.   » Questa facoltà creatrice porta il nome d’ immagina-  » zinne; so inventa de’ mostri avviene dacché il cervello pò-  » tendo associare unire combinare , le riproduce in un ordi-  » ne di non naturale successione , le associa a capriccio , e  » dà luogo a non pochi falsi giudizi ». Che intende- qui il chiaro autore ? Che in noi evvi una  forza combinatrice , che associa , lega, unisce le idee. E può  questa potenza confondersi col sentire? A me pare di no.  Ometto la dimostrazione per non ripetere le idee dette con-  tro Tracy e Condillac ( Vedi §. IV. ) e sicuro che il savio  lettore potrà di leggieri farne 1’ applicazione. È forza quindi  dire che nell’umana mente, restringendomi a considerar 1’ ar-  gomento in relazione alle cose sensibili e nient’ altro, debbon-  si distinguere tre cose : sentimenti , facoltà , idee , cioè ma-  teriali, macchine o strumenti, e manifatture. I sentimenti non  sono idee , ma lo addivengono mercè l' azione della facoltà ,  come le materie grezze non son .manifatture , ma si fan ta-  li per le macchine : le idee non sono facoltà, ma efletti di  esse , cioè hanno origine dall’ azione delle potenze sui senti-  menti , appunto Come i prodotti <T industria sono diversi dal-  le macchine lavoratrici ec. Asserire dunque , come fecero i  sensualisti , che le sensazioni sono idee o facoltà , si è diro  che le materie grezze sono manifatture o macelline , si ò  confondere tutto.   Dalle quali cose partili, che il Richerand vada errato.    1. « Stimando esatta l' Ideologia del Tracy , e massime 1' analisi delle facoltà dell'anima, nella quale stanno molti  errori. Perchè egli non prova che tutto sia sentire, anzi ammette 1'immaginativa, che non è sentire. Queste riflessioni faranno ad evidenza conoscere , che i  più celebri sensualisti sono stati nell' impossibilità di sostene-  re il loro sistema. Tanto è assurdo che tutte le forze dello  spirito si concentrino nella sensibilità I   Per mostrare ancora, sino a qual segno sia stato spinto  lo zelo di parte in quell' epoca , rispetto alla filosofia della  sensazione , ci faremo a trascrivere una scena avvenuta alla  Scuola normale. Cette philosophic dominait allors avec une puissance  » qui en faisait comme une religion ; elle dtait non seule-  » ment la véritd, mais toute la vdritd : ses nombreux disci-  » ples n* admetlaicnt pas qu' il v eùt possibilità à croire en  » quelque autre symbole philosophique ».   » Le spiritualisme essaya pourtant d' une timide rdcri-  » mination. A cette dcole , les dldves avaient le droit d’ in-  » terpeller les professeurs, soit pour les combattre, soit pour  » leur demander de plus amples explications : un jour par  » semaine dtait riserve à ses ddbats. Or , parmi les audi-  » teurs de Garat , se trouvait ce fameux Saint-Martin , au-  » teur mystdrieux de tant d’ ouvrages mystiques, traducteur  » et commentateur de Jacob Boehm , celui que M. de Mai-  » sire a nommd le plus dldgant des thdosophes modemes ,  » et probablement seul alors à oser professer en France  » une autre philosophie que celle de Condillac. Saint-Martin  » eut d’ abord quelque peine à se faire au langage du jour.  » La langue du matdrialisme ne ressemblait en rien à celle  » parlde dans ces hautes sphères de la spdculation où l’empor-  » tait son gdnie. Enfin, le professeur ayant amèrement blà-  » md cette cdlèbre proposition de Jean-Jacques : La parole  » semble avoir 4M fort ne'cenaire à V inslitution de la paro-  » le.  Saint-Martin, de son banc, et du melieu de la fou-  » le, entreprit la ddfense de Ronsseau. Profitant de l’occasioo , il défendait de mème , contro une autre attaque du  » professeur , la doctrine de Hutchesson sur le sens mora!.  » Mais le débat ne tarda pas à devenir plus important , le  » dialogue suivant s’ engagea entre 1' élève et le professeur :  » Vous parahsez vouloir, disait ce dernier, qu' il y ait dant  » f homme un organi d’ intelligence autre que noe leni exté-  » rieun et notrc lentibililé intérieurc?  Oui , citoyeu.   » Un organo d’ intelligence ?  Oui, citoyen.  Voui avez  » pour doctrine que t entir le chotei et le t connattrc toni dei  » choset differente! ? J' en tuit pertuadé. Cependant ,  » lortque je refoii en pritance du toleil lei tensaJiont qu e  • me donne cet altre éclatant qui échauffe et qui éclaire la  » terre, eit-ce que j’ en connata autre eh ole que le leniationt  » mémet que j‘ en remoti ? — Vani lente z lei scniationt ;  » mait le réflexiont que vout ferez eur le teleil, mah ... (1)  » Saint-Martin aurait eu sans doute bien d* autres mah  > à ajouter ; mais le professeur , prenant tout à coup uu  » ton solennel : Ce qu' il importe d’abord de dire, c'eit que  » par celle doctrine doni la quelle on lappole que noi ttn-  » tal ioni et noi idéet toni de chotei différentei, c'eit le pia-  ti toniime , le cartélianiitne, le mullebranchiime que vout ret-  ti luicitez. Quand on a une foi, il ett beau de la profeiser ,  » il ett beau de la profetter du haut dei toits ; mah il n’  » ett pai bon de porter une foi doni la mélaphytique eom-  j> me en physiquc. La philotophie obierve lei failt , elle lei  » classe , elle lei combine , mah elle ne t’ écarte jamaii dei  » réiultati immediati , loit dant leur timplicité , soit doni  » leur combinauon. Ce n’ est point là le procédé de Maltc-  » branche et de Platon : l' un et l’ autre suppoient dant  s i homme dei agent qui ne nout toni connui par aucun fait  » tentible, et dei fatti qui ne nout toni connut par aucune de  » noi lensations. De pareils agent toni préche'ment de cet  » idolet qui ont obtenu li Iung-tempt un culle supentithux  Débals, » de V esprit humain , de ces ùloles doni leu écoles étaint let  » temples , et dont Bacon le premier a brité let statue s et  » let autels. Ce serait t/.v gra.wo ualuevr ti, à V ouverture  » det écoles normale » e dei é colei centrale t , cet idoles pouvaint y pe'ne'trer : tonte Isonne philotophie serait perdue ,  » tous lei progrèt det connaitsances seraient arre té t, et e' est  » pour cela gue je regarde comme va Dttroin sjcrè , doni  » un profetseur de V anmjse , de trailer cet idolet avec le  » méprit qu’ ellet méritent.   » Peu de minutes avant tette terrible conclusioni , il s’en était falla de fort peu qae la question ne fùt mise aux  vois. Nout somme t ratsemblés ici en Irei grand nombre , di-  ». tait le profetseur , nous tommes deux ou trois mille per-  ii tonnes ; je coita invite donc, citoyens , à vous recueillir au  » fond de voi amet , et à cotta demander ti let sentations  » que vous are: recuet et gardéet de la chaleur , de l’ éclat  » et du mouvement apparent du toleil , et la connaissance de  » cet éclat , de celle chaleur , de ce mouvement , toni pour  » cotta deux chuset di/ ferenti , (tu ti ellet ne toni pai une  » sente et méme chose tous deux points de ette et tous deux  » dénominations (2). I.a majorité était , sans aacun doute ,  » au professeur ; Saint-Martin aprés avoir répété sa profes-  » sion de foi , n’ eut plus qu’ à se rasseoir , bien dfiment  » convaincu de ptatonisme , de cartésianisme , de mallebran-  » chisme. Aitisi condamné , Galilée , agenouillé pour confes-  » ser erreur ce qu’ il savait vérité , se relcva pour pronon-  » cer le faineux e pur ti muove ; et pourtant , dit Saint*  » Martin en se rasseyant, let sentations que je refois du to-  » leil et 1’ idée que f ai de cet altre »' en sont pas maini  » deux chostt é méne meni différentes ; et pourtant il y a ,  » mitre let impressioni éparses de chaleur , d’ éclat , que je  » refois , l’ impression compiere où se troucent confondile t Débats Debals toulei cet impretsions de de'tail par une f acuite tout autre  » que la tensilrilité qui a rtpu eellet-ci ».   » La question mise aux voix, et résolae dans le sens da  » professeur , n’ eùt pas été un des raoins singuliers òpiso-  » des de 1’ histoire des assemblées délibérantes. Histoire de la Pbilosophie Allemande depuis Leibnitz  josqn’ a Hegel. — Par le Baron Barchoa de Penhoen CENNO SUGLI ELEMENTI DI F1LOSOFU DI GALLUPPI (vedasi) L’Italia deve oltre modo superbire dacché il  Barone Pasquale Galluppi diè in luce le sue ope-  re filosofiche , e massime il Saggio sulla Critica  della Conoscenza; la quale opera fa chiarissima fe-  de che la sventura patria del Galilei , Filangeri ,  Beccaria e tanti altri , non lo è meno di filosofi  profondi e potentissimi. E son ben note le Iodi  con che è stato levato a cielo. Veramente è d’ uo-  po non aver senno per non conoscere la profon-  dità di questo italiano : c chi, dopo aver meditato  le opere dei grandi sapienti italiani e stranieri, non  ammirerà il merito di cotant’ uomo ? Ma se ciò è  vero, come è verissimo, mi sia lecito il dire alcu-  ne parole sugli Elementi di Filosofia ( a.d» edizio-  ne) di questo esimio autore. Questo opuscolo venne in luce la prima volia dai tipi di G.  Fiumara. Logica Pura. Il primo volume con che egli dà comincia-  mento agli elementi di Filosofia si è la Logica Pu-  ra , operetta che sola, se non ne avessimo altre, ba-  sterebbe a farci dedurre il suo profondo ingegno ;  perciocché in essa veggonsi risoluti ardui proble-  mi , e una raccolta intellettuale di preziose verità  in vari autori sparse. Egli nel primo capitolo sta-  bilisce la sennata distinzione fra conoscenze pure  ed empiriche (i) , dalla quale inferisce la differen-  za fra logica delle idee e quella dei fatti, cioè fra  la logica del matematico e quella del filosofo.   Il secondo capitolo è pure pieno di sostanzio-  se dottrine. L’esame delle verità primitive a priori,  la confutazione della Kantiana dottrina, la quale sti-  ma esservi giudizi sintetici a priori che non sol-  vonsi nel principio di contraddizione, tutte le altre  riflessioni sulle definizioni sono con molto sagace di-  scernimento discusse.   Ammiro nel terzo capitolo 1’ analisi che dà del  raziocinio. L’ autore volgendo in pensiero l’ insuf-  ficienza dell' esame de’ filosofi su quest’ atto menta-  le , da profondo analista dimostra come un giudi-  zio si deduca da un altro giudizio , e quanti giu-  dizi sieno necessari per formare un raziocinio. E  questa sua analisi debb’ esser tanto gradita a’ pen-  satori , quanto più si chiami al pensiero esser le  teorie di Locke c Condillac imperfettissime. Difatti  nessuno, io credo, potrà esser soddisfatto in udire che Locke reputa istruttiva quella proposizione clic  non è contenuta, nè identica con un’ altra, ma clic  è una conseguenza necessaria di essa. Invero il fi-  losofo inglese avrebbe dovuto provare , come av-  viene clic un'idea clic non è racchiusa in un’altra,  possa affermarsi di quest’ altra ; egli dice che ciò  può farsi perchè la seconda è urta conseguenza ne-  cessaria della prima ; ma per f appunto si cerca ,  come f idea B che non è racchiusa nell' idea A ,  possa dirsi una conseguenza di A. Se fra le due  idee A, e B non vi è alcuna relazione d’ identità ,   10 spirito non si vede come possa legarle insieme.  Nè può saziare la mente la dottrina Condillachia-  na, cioè che la dimostrazione altro non sia che u-  na serie di proposizioni perfettamente identiche , e  solo differenti nell’ espressione, perchè ciò supposto  non si può comprendere in qual modo il razioci-  nio estenda la sfera delle nostre conoscenze.   L’ autore fa eziandio conoscere in questo Ca-  tolo III. i due uffici del raziocinio, e ciò con mol-  ta evidenza ; come del pari mi piace oltremodo la  soluzione da lui data del problema relativo all’ i-  struzione del raziocinio, vale a dire in qual modo   11 raziocinio puro poggiato sull’ identità è istrutti-  vo ; problema che , se mal non mi avviso , è nei  desiderata del celebre Degerando, ed ingenuamen-  te dico clic il Sig. Galtuppi lavorando da filosofo  lo ha con molta soddisfazione risoluto. Stimo con-  venevole 1’ avere aggiunti a questa a.* edizione alcuni §§. perchè danno maggior lume alla dottrina  del raziocinio.   Dopo d’ aver egli considerato il raziocinio nel pensiero, viene nel Capitolo IV. a considerarlo nella  parola. Fa un bastevol cenno de' modi di argomenta-  re ; poscia espone la dottrina del Tracy , il quale  opinava il sorite esser il modo naturale di ragionare,  c che il sillogismo debba ridursi al sorile c non già  questo al sillogismo. Debbo qui dire che il Gallup-  pi in questa a.* edizione con non poca nettezza dà  a conoscere la opinione dell' ideologo francese. Che  dirò della critica al Tracy fatta ? È eccellente , c  veramente degna dello spirito che f ha dettata. In  essa chiaramente si scorge 1’ equivoco preso dal  Tracy, cioè di aver confuso idee elementi del giudi-  zio, col giudizio stesso; il che lo condusse a con-  fondere l ordine della deduzione delle idee con quel-  lo della deduzione delle conoscenze ; ed è ancora  evidente come il sorite vada dall' universale al par-  ticolare, e non già viceversa, e perciò il sorite al  raziocinio si risolva.   In questo Capitolo IV. fa un leggerissimo toc-  co delle regole sillogistiche , ed i §§, a questa c-  dizionc apposti suppliscono alla mancanza della  prima. In quanto all' ultimo Capitolo di essa logica ,  il quale ha per iscopo il metodo , per me credo  che il sullodato filosofo siasi bene internato nelle  ^®11 analisi e sintesi, ed il 56 di cui que-  sta edizione c adorna , è molto acconcio per mo-  strare le leggi dei due metodi. Giudico pure sen-  natamentc inseriti in questo luogo gli altri §§. sui  mezzi logici di passaggio da una proposizione no-  ia ad un altra ignola. Un' all ra lode finalmente è  d' uopo riferire al Sig. Galluppi. Egli comincia lo studio dell'umana intelligenza non dall'origine del-  le idee o dalle facoltà dell' intelletto, cioè dallo stato  primitivo della mente, ma dalle conoscenze, vale a  dire dallo stato attuale ; c quanto questo metodo sia  esatto c possa influire al perfezionamento della scien-  za , lo han bene dimostrato insigni ideologi. Nella Psicologia Galluppi (vedasi) analizza le facoltà dell’anima umana. Discute la quistione della percezione del me , esponendo lo  stato della quistione, le opinioni de’ filosofi (e bene  le ribatte) c con gran sagacilà stabilisce la coscienza di ogni sensazione esser congiunta colla perce-  zione del me. Avrei desiderato che 1’ autore nel  §. 6. avesse spiegato come per Condiilac 1 Io è la  collezione delle modificazioni che ciascuno prova ;  stantcchè nel §. 5. si legge che, secondo questo fi-  losofo, una prima sensazione non dà alla statua la  percezione del proprio essere, immedesimandosi es-  sa colia scusazione , ma come poi la statua ba il  sentimento dell’ lo, non si vede.   Il secondo Capitolo è del pari una chiara e  sottilissima disquisizione della percezione del fuor  del me : stato della quistione , pareri de’ filosofi ,  confutazione di essi, ragioni che sono la base del-  la di lui opinione , son cose tutte profondamente  condotte. É per lui ogni sensazione oggettiva , o  sia la percezione di un incognito. Passa nel ILI. capitolo a discorrere sull'Analisi. Mi vanno a sangue i §§. io e 11. che ho let-  to nella presente edizione ; specialmente il §. 11.  era indispensabile, perchè un' opera in cui tanto e  sì bene si ragiona delle facoltà dello spirito, è co-  sa alccrto non buona esser mancante delia defini-  zione di facoltà. Medesimamente penso dei §§. ag-  giunti al IV. capitolo, nel quale 1 ' autore svolge le  leggi dell' immaginazione.   Aè meno eccellente è il V. capitolo in che  1'autore discorre della Sintesi , ossia facoltà di riu-  nire le percezioni che * l ' analisi acca separate. I’’a  vedere eh’ essa è di tre specie : reale , ideale , ed  immaginativa. La prima unisce clementi reali di un  oggetto reale, e gli unisce perchè uniti sono offerti  dal senso interno, o dal senso esterno ; c tali ele-  menti possono essere congiunti o colla relazione che  è fra la causa e 1’effetto , o con quella clic esiste  tra il soggetto c i modi, attinenze che sono reali ,  oggettive, essenziali. Dalla seconda prowengono le  relazioni d’ identità e diversità , clic dall’ autore so-  no stimate soggettive , ossia viste dell’ intelletto ;  come pure con essa sintesi ideale si formino le  idee universali , le quali sono esistenti nella men-  te , c non come han creduto tortamente Elve-  zio, Robinet ec. soli vocaboli. Suddivide , in que-  sta edizione , la sintesi ideale in oggettiva c sog-  gettiva: quella fa conoscere le relazioni logiche fra  gli oggetti reali , questa le stesse relazioni fra le  nostre idee. La sintesi immaginativa è la facoltà  di riunire in una percezione complessa, alla (/uà- le non corrisponde alcun oggetto naturale , diver-  se percezioni, che hanno ciascuna un oggetto na-  turale. La suddivide in Civile e Poetica , mostran-  do come i prodotti di quella si possono cfTcUivare  dall’ opera dell’ uomo, mentre quelli della seconda  specie nascono dal pensiero, e son diretti allo stes-  so pensiero. Con questa sintesi immaginativa poe-  tica personifica il poeta gli accidenti naturali, ani-  ma la natura materiale, c crea in tal modo piace-  ri per 1’ immaginazione. .Non debbo quindi tacere,  che questo capitolo è da vero maestro toccalo , e  nessuno, per quanto io sappia, ha così ottimamen-  te ragionato su tal forza corabinatrice dell' intellet-  to. Potrei ancora dire le relazioni che hanno alcu-  ne di queste dottrine della sintesi colla realtà dello  umano sapere , ma dirò bensì che questo capitolo  c quello dell’ analisi sono all’ imparziale e saggio  lettore una prova della futilità del sensismo.   Tien parola nel sesto capitolo del desiderio e  della volontà, c distingue con Locke l'uno dall'al-  tra ; pure mette distinzione fra volere e deliberare.  Nel settimo capitolo si trattiene sulla memoria, re-  miniscenza c dimenticanza, incominciando a dimo-  strare che le sette facoltà da lui ammesse sono e-  lementari.   Or io osservo il numero delle facoltà elemen-  tari clic, secondo l’ illustre autore, giungono a set-  te , cioè sensibilità , coscienza, desiderio, volontà ,  analisi , sintesi , ed immaginazione , non è esatto.  Egli ha veduto che il desiderio non è , giusta la  di lui dottrina , facoltà elementare o primordiale ,  giacche in questa seconda edizione ha detto « può non dimeno eccettuarsi il desiderio , il quale , se-  condo la dottrina che spiccheremo nel quinto vo-  lume, essendo uno stato misto dall’anima, può spie-  garsi col concorso di altre facoltà ». Son dunque  le potenze elementari , secondo il nostro filosofò ,  sei e non sette. Nei luoghi in che si legge dunque  che le potenze elementari dello spirito son sette ,  io credo che debbe correggersi e dirsi sei.   Buone osservazioni si leggono nell' Vili, ca-  pitolo dove il filosofo discorre sui sogni : ma il  §. 56. a questa edizione aggiunto non mi soddisfa  interamente. Il chiarissimo autore in questo §. si  propone discutere , se lo spirito possa nel sonno  esser privo d' ogni pensiero: confuta poi l'opinio-  ne di Locke , c si dichiara pel parere di Cartesio  c Leibnizio , cioè tien dietro a’ sostenitori del pe-  renne pensiero. Trascrivo le ragioni da lui addot-  te in conferma della sua opinione. Il sentimento del me sensitivo di un fuor  » di me non ci abbandona giammai nella veglia ,  » e ne’ sogni ; su qual motivo, lo faremo noi ces-  » sare in un sonno profondo ? Non mancano ccr-  » tamcnle allo spirito, in questo stato, gli oggetti  » di questo sentimento : 1’ io c presente a se stcs-  >* so: egli è unito al proprio corpo, e questo non  » si sottrae all’ azione de’ corpi stranieri su di es-  » so. Noi non abbiamo idea di uno stato dell’ a-  » nima nostra , che sia diverso dal pensiero. Ri-  » guardare l’anima come priva di qualunque pen-  » siero si c riguardarla in uno stato di morte ;  » stato che mi sembra impossibile ».   Perche l’ lo è presente a se stesso , c perche     36   egli è unito al corpo , clic non si sollrac all’ azio-  ne de’ corpi , 1' anima nel sonno profondo ha il  sentimento di sè e de’ corpi : così ragiona il Sig.  Galluppi. 3Ja è facile conoscere che ciò eh' egli  dice è senza base. Dacché l’ anima ha origine è  presente a se stessa ; dunque la quistionc se 1' ani-  ma alla prima sensazione percepisca se stessa (qui-  slione da lui con tanto senno discussa ) è inutile ,  giacche essa sempre percepisce se medesima , per-  chè a se stessa sempre è presente. Il dire poi clic  1’ Jo è unito al corpo che non si sottrae all' azio-  ne de’ corpi , è nulla dire ; giacché per sentire si  richiede non solo 1’ azione degli oggetti sul fisico ,  ma ben anco che gli organi di questo sieno ido-  nei alla loro funzione : e tale idoneità , come si  sa, manca agli organi dei sensi che sono, nel son-  no profondo spezialmente , in un perfetto riposo.   Il capitolo IX , che ha per iscopo gli abiti  intellettuali , è lavorato da eccellente maestro. Ho  letto con sommo piacere, in questa seconda edizio-  ne , come di tutti gli abiti intellettuali non se ne  possa rendere ragione colla rapidità di alcune as-  sociazioni , come la memoria si perfezioni coll’ e-  sercizio , 1’ effetto della ripetizione degli atti sulla  sensibilità, c, quel che più ammiro, l'esposizione c  confutazione dell’ opinione de' filosofi relativa a’ giu-  dizi abituali e rapidi , che trasformando le nostre  sensazioni, fuori di noi le trasportano. K all’ ulti-  mo grado di convincimento recato, che l'abito non  può produrre una facoltà che non si ha dalla na-  tura ; verità eh’ è feconda di molte illazioni.   L' ultimo capitolo è 1’ esame del sistema delle facoltà dello spirilo secondo Condillac. Il Sig.  Galluppi dopo aver esposto colle precise parole del-  1’ autore il sistema della sensazione trasformala ,  profittando de' lumi di altri filosofi , in ispczialità  di Laromiguicre , ne ba con non poca profondità  rilevato gli errori. Per altro non so perchè il chia-  rissimo autore nulla ha detto sulla dottrina del  Condillac relativa al desiderio , nè in altro luogo  di questi clementi mi è venuto fatto vederne cenno. Ideologia.   Esaminate con tale e tanta penetrazione le fa-  coltà dello spirito , le quali sono i nostri mezzi di  conoscere , passa il dotto autore a vedere 1' origi-  ne e generazione delle idee. Ponendo mente alla  varietà de’ pensamenti de’ filosofi, sopra tal proble-  ma dell’ origine delle idee, ognun di leggieri si ac-  corge della sua difficoltà. Il filosofo per ben riu-  scire in tal gravissima impresa , è forza che con-  cili due sistemi contrari , quello cioè che fa nasce-  re le idee tutte da' sensi, c f altro clic suppone in  noi certe idee inerenti al nostro essere. Vediamo  se l’autore abbia bene risoluto il problema. Locke  avea detto tutte le idee semplici derivare dalla sen-  sazione e dalla riflessione; ed il nostro filosofo con-  viene in ciò col filosofo inglese , ina si allontana  quando e' si fa a dire che lo spirito è passivo ri-  guardo alle idee semplici , mostrando in un modo chiaro che le idee sono gli elementi de' nostri giu-  dizi, e che questi elementi sono il prodotto della  meditazione su gli oggetti delle sensazioni e della  coscienza. Poi si accinge ad indagare se tutte le  idee semplici sieno il prodotto dell' analisi degli  oggetti della sensazione e della coscienza ; que-  stione nè da Locke , nè da suoi seguaci pensata.  L’autore osserva clic la cognizione del sistema del-  le facoltà dello spirito è sufficiente , onde risolvere  tal domanda. È difatti dalla sintesi ideale che prov-  vengono alcune nozioni soggettive , che si chiama-  no rapporti , i quali non corrispondono ad alcun  oggetto sensibile. Sono dunque nello spirito idee  semplici, che sono prodotte dalla sintesi.   In poche parole la dottrina dell’ autore è la  segnente. « Alla domanda, scrive egli, che cosa è  idea ? io risponderò : 1' idea c un elemento del  giudizio : essa è un prodotto della meditazione su  gli oggetti presentati dalla sensibilità e dalla co-  scienza : essa è un prodotto della meditazione sui  sentimenti. Con queste diverse espressioni io dirò  la stessa cosa. Alla domanda : d' onde ci vengono  le idee semplici? Io risponderò: alcune idee sem-  plici sono un prodotto dell’ analisi degli oggetti  sensibili ; altre sono un prodotto della sintesi. Io  risponderò ancora : alcune idee semplici sono og-  gettive : esse corrispondono ad alcune realità : al-  tre idee semplici sono soggettive ; esse non corri-  spondono ad alcun oggetto fuori dello spirito , le  quali derivano dalla facoltà di sintesi ».   In seguilo 1’ A. distingue le idee universali in  due specie; delle quali una comprende le idee essenziali allumano intendimento, l’altra le idee ac-  cidentali allo stesso. Le prime son quelle, che cia-  scun uomo può colla meditazione sul sentimento  del me sensitivo di un fuor di me , formarsi ; le  seconde derivano dal paragone di alcuni individui,  che non si manifestano a tulli gli uomini. Egli con  buonissime ragioni stabilisce cosiffatta distinzione ;  ragioni desunte dall' indole delle lingue cc. c , ciò  che più è, con far conoscere che l'analisi stessa del-  le idee che Locke – citato da H. P. GRICE -- ci diè , conferma essa distinzio-  ne. Il filosofo inglese difatti non ci dà l’ analisi  delle idee accidentali all' intelletto, ma di quelle che  si trovano universalmente e costantemente in tutti  gli uomini , che hanno 1’ uso della loro ragione.  L' ideologia debbo dunque occuparsi delle idee es-  senziali.   In questa edizione 1' Autore con fino avvedi-  mento fa cenno de’ sostenitori dell’ idee innate , e  ne osserva le differenze che sono nelle loro opinio-  ni. I Cartesiani ammisero nel nostro spirito alcu-  ne idee innate, che, secondo essi, hanno una real-  tà obbiettiva. Alcuni di essi le riguardavano come  atti perenni, privi di coscienza, e simili agli amo-  ri abituali. Leibnizio ammise le idee innate , c le  stimò disposizioni , non atti : disse pure clic tali  virtualità sono accompagnate sempre da alcune a-  zioni , sovvente insensibili , che vi corrispondono.  Il filosofo di Koenisberg credè coi Cartesiani 1’ c-  sistenza delle idee innate, a priori, ma tolse a que-  ste , in se stesse considerate , qualunque obbiettiva  realità. Determinato lo stato della quistione , 1' A.  distingue conoscenze da idee o nozioni ; quelle sono giudizi , queste elementi di giudizi. Vi sono  delle conoscenze a priori , necessarie , universali ,  ma le idee elementari di esse sono ancora a prio-  ri ? Il fdosofo di Lipsia risponde di sì. Il nostro  autore non ammette idee anteriori ai sentimenti cd  assolutamente indipendenti dagli stessi, altaiche nem-  meno gli suppongano come condizione ; è per lui  r idea il prodotto della meditazione sui sentimenti,  egli ammette alcune idee essenziali all' intendimen-  to, per le quali idee non mancano ad ogni uomo  i mezzi per acquistarle , cioè il sentimento del me  che sente un fuor di me, c le facoltà meditative.   Dunque ci nega 1’ esistenza delle idee innate ,  nel senso di idee anteriori cd indipendenti assolu-  tamente da’ sentimenti, ma ammette nello spirito li-  na disposizione o virtualità a formar le idee sog-  gettive. È da notarsi ancora clic , secondo Locke,  tutte le idee essenziali sono oggettive , per Kant  tutte soggettive , c perciò distrutta la realità della  conoscenza, per l’A. alcune soggettive altre obbiet-  tive. Vorrei dir qualche altra cosa su questo im-  portante argomento , se non in impedisse il mio  proponimento; ma il savio lettore leggendo l'ideo-  logia ed il quarto volume del Saggio Filosofico  dell’ illustre Galluppi facilmente vedrà come egli si  allontani dal sensismo.   Dopo la discussione dell' origine delle idee ,  I A. si impegna ne' capitoli a. 0 3.° 4-° 5.® 6.° a  mostrare 1’ origine delle idee essenziali all’ umano  intelletto : cioè delle idee di spirito , corpo, unità ,  numero , tutto , identità e diversità , sostanza e accidente, causa cd effetto, tempo, spada, universo  c Dio , c nel settimo parla di alcuni errori della  volgare Ontologia. Ed è inutile riflettere che il Ch.  filosofo in tutto questo procedimento analitico è  sempre penetrante, e mi sembrano bene esaminate,  per non dir d’altro, le idee di causa ed effetto non  che quella di tempo, su le quali idee son conosciu-  ti gli sragionamenti di Hume per le prime , di  Kant per tutte e tre. Debbo qui dire , che avrei  desiderato più estesi cenni sullo spiritualismo e sul  materialismo. Sta bene , in questa edizione il capi-  tolo Vili, dell'influenza de' vocaboli nella forma-  zione delle idee dopo 1* esame delle idee essenziali.   È da notarsi con particolare attenzione, come  l’A. in questo capitolo si studia provare i vantag-  gi del linguaggio, cioè eh' esso fa l’analisi del pen-  siero , che rende più facile 1’ astrazione , eh’ è ne-  cessario per la scienza del calcolo cc.   Chiude questo volume coll’ imposizione cd e-  same della filosofia trascendentale. Si , è d’ uopo  dirlo apertamente, è pur vergogna ignorar questa  filosofia per chi vuole spingere addentro lo sguar-  do nella filosofia : tale e tanta è la rivoluzione fi-  losofica eh’ essa ha prodotta! Il nostro autore con nettezza ed ordine ne distende le precipue nozioni, e ne osserva con sottilissimo avvedimento taluni errori, quantunque avrei bramato veder qui alcune riflessioni che ho apparato, massimamente leggendo il suo eccellente saggio filosofico. Egli riduce la lite fra la filosofia sperimentale ed il trascendentalismo alla soluzione del problema. La prima operazione dell' attività dell’intelligenza è 1‘analisi, o la sintesi – H. P. Grice: Why not both? --? Egli si determina pell’analisi, c però s’avvisa il criticismo onninamente  venir meno. Logica Mista. È d’ uopo dir qualche parola. Imprende il nostro filosofo nel I. capitolo a  tener discorso delle verità primitive di fatto, il che  lo conduce ad esporre X idealismo di Cartesio, Malebranche e Lcibnitz, c di ciò fa una sottile confu-  tazione. Egli , non come alcuni filosofi che credono aver confutalo gl’ idealisti quando han detto son  visionari , ribatte i loro sistemi con caldissime ra-  gioni ; ma si ticn sempre entro i limiti di un - ope-  ra elementare. In somma in questo capitolo si ve-  dono con gran penetrazione discusse le principali  quistioni relative alla realità delle umane conoscenze.   Ne’ susseguenti capitoli discorre sull’ istruzio-  ne del raziocinio misto ; adduce 1’ obbiezione di  Hume contro la legittimità de’ raziocini , coi qua-  li da un’ esistenza che si sperimenta, se ne deduce  un’ altra che non è oggetto di esperienza, c pene-  trando nel midollo della quislionc ottimamente sta-  tuisce la somiglianza fra il futuro ed il passato es-  ser una verità sperimentale : nè omette di esaminare i sistemi de’ filosofi su le cause naturali. Ammiro oltre ogni credere ciò che scrive sull’ espe-  rienza primitiva c comparala , sull’ argomento di  analogia ; c i §§. che hanno per oggetto 1’ esame dell'origine della scrittura figurativa , geroglifica ,  sillabica ed alfabetica son condotti con non poco  senno , c , secondo il mio avviso, utilissimi a co-  loro clic volgono 1’ animo alla scienza.   Stabiliti i motivi legittimi de nostri giudizi ,  cioè coscienza , sensibilità, memoria, evidenza, ra-  ziocinio , ed altrui testimonianza , viene ad analiz-  zare i motivi c l’origine degli errori. Stima il dot-  to autore clic i suddetti motivi che conducono lo  spirito alla verità, lo conducano del pari all’ erro-  re ; nè ciò favorisce lo scetticismo , giacche esa-  minando egli attentamente l' Origine de’ nostri errori , dà a divedere che 1’ errore nasce supponendo  come motivo de’ nostri giudizi ciò che non è tale.  Pon fine alia logica mista parlando con maturo giu-  dizio della certezza, probabilità ed ipotesi. Morale. Discusse le leggi del raziocinio , le facoltà ,  l’origine c generazione delle idee ed il raziocinio  misto, il clic è lo stesso avere esaminato 1’ intellet-  to, passa 1’ egregio Galluppi alla volontà , la  cui scienza chiamasi filosofia pratica o morale. Pren-  de egli le mosse dal fatto della scambievole influen-  za delle due facoltà dell’ umano pensiero , cioè  intelletto e volontà, e nel i.° e a. 0 capitolo si trat-  tiene a mostrare minutamente cosiffatta influenza. Senza occuparmi «li tutto quello ebe di buouo con-  tengono essi capitoli, farò alcune riflessioni. Vari pensatori avean definito il desiderio 1' in-  clinazione dell’ anima verso un oggetto ; ma il no-  stro valente filosofo sennalamente osserva clic i vo-  caboli forza , tendenza inclinazione applicati ai cor-  pi non destano altra nozione, se non «juella di una  causa ignota di un effetto noto , cosa potrebbero  significare applicati allo spirito? Ciò gli porge op-  portunità di meditare più addentro sul desiderio.  Egli dimostra essere il desiderio uno stato misto  dell’ anima di piacere c dolore ; questa dottrina ,  per quanto a me pare, è profonda. Ma le sue in-  dagini qui non si fermano , e vanno più in là. I  desideri dispongono la volontà ad agire , c 1’ effet-  to di quest’azione c il cambiamento della nostra fa-  coltà di conoscere ; ma ciò è cosi di tulli i desi-  deri ? Egli sembra che alcune volte 1' oggetto del  desiderio è di produrre nell’ animo de’ nostri simi-  li alcune modificazioni. Così la madre porge al suo  figliuolo la mammella per destare in lui le sensa-  zioni piacevoli del nutrimento dal latte : il padre  travaglia per lo ben essere della propria figiiuo-  lanza : 1’ oratore aringa per persuadere e commo-  vere i suoi uditori, il filosofo scrive per insegnare  la verità al genere umano. Quantunque ciò sia  vero , bisogna cercare , se il destare certi pensieri  nello spirito de’ nostri simili sia solamente deside-  ralo, come mezzo per aver noi certe percezioni, o  pure se in molti casi sia 1’ ultimo fine del nostro  desiderio. Non pochi filosofi dissero la morale essere fon-  dala sopra un principio unico: tanto la madre che  piange la perdila del figlio, quanto colui che soc-  correre un infelice operano, solamente per amor di  se , per interesse. Tutto , secondo essi , parte da  questo principio. Non àvvi dubbio , dicono altri  pensatori , che f uomo è spinto ad agire dall’ a-  mor di sè , ma egli è del pari guidato da un in-  trinseco amore disinteressato verso dei soli simili.  E qui è da notarsi , che questa filosofica disputa  erasi sì a lungo portata, per non essersi con pre-  cisione determinato lo stato della quistionc. Indi è  che il dotto A. a ciò si accinge.   L’ uomo può volere una cosa perchè nè vuo-  le un'altra: allora questa seconda sarà il fine del-  le sue operazioni c la prima il mezzo. Possono  esservi mezzi di mezzi , cioè una cosa può esser  mezzo rispetto ad una , fine per un' altra ; latta-  volta in questa catena di mezzi e di fini evvi un  termine in cui la volontà si riposa c che è voluto  per se stesso : tal fine addimandasi fine ultimo. Inoltre non bisogna confondere il desiderio coll’og-  getto desiderato. Il proprio piacere entra in cia-  scun desiderio, come parte costitutiva dello stesso,  ma questo piacere non si deve confondere coll’og-  getto desideralo. Permesse queste nozioni, ecco come determina lo stato della quistionc. L oggetto  del desiderio è esso sempre di cambiare lo stato  della nostra facoltà di conoscere ? In altri termi-  ni : il fine ultimo della nostra volontà è esso sem-  pre il cambiamento dello stato del nostro intclletto? Questo fine ultimo può egli essere un certo  stalo dell' anima degli altri uomini ?   Stabilito così bene lo stato della quistione, egli sembra facile darne la soluzione, Quando io ve-  do cader nel fuoco o in un fiume un fanciullo ,  non penso certamente a me, obbiio anzi me stesso,  cerco di ajutarlo, c sono fuori di me colla mente,  colla volontà e coll' opre. Può egli negarsi che la  compassione per l’ altrui miserie sia un’ affezione  primaria e naturale del cuore umano ? Infiniti e-  scmpi dimostrano ciò. Senza questa originaria  disposizione della nostra natura , in qual modo il  poeta potrebbe commovcrc gli spettatori? — L’uo-  mo non di rado ajuta il suo simile con gravissi-  mo pericolo di sò ; egli incontra qualche volta vo-  lontariamente la morte per salvare 1’ amico. Tanto  è il potere di siffatta molle del nostro cuore !   Ma, dicono altri filosofi, i motori della volon-  tà sono il piacere ed il dolore : essa va costante-  mente in cerca del primo , c fugge costantemente  il secondo. A questa ricerca e fuga costante si dà  il nome di amor di se stesso, amor proprio. Tut-  te le azioni della volontà han dunque per fine ultimo 1’ amor proprio , c noi amiamo gli altri per  nostro ben essere : il proprio me è 1’ ultimo ter-  mine di ogni nostra tendenza. Questa obbiezione  nasce dall’ ignoranza dello stato della quistione. Egli  è fuor di dubbio, che i principi motori della volon-  tà sieno il piacere ed il dolore, ciò non di meno è  estraneo al nostro proposito , perchè c relativo al-  l'origine e alla natura delle nostre affezioni, mentre  noi cerchiamo 1’ oggetto de' desideri, cioè se 1 oggetto di ogni nostro desiderio sia il me. Quando al  vedere un infelice corro a soccorrerlo, la mia vo-  lontà è mossa dal dolore prodotto dalla vista di  quell' infelice , ma 1' oggetto di essa è il cambia-  mento dello stato interno del mio simile. Ne dica-  si che prestato il soccorso segue un certo piacere,  perchè le conseguenze che provengono da un’ a-  zione non sono sempre il fine ultimo di quest' a-  zionc. L’ uomo non pensa a sè in tali casi , egli è  concentrato sul suo simile , ed opera per liberarlo  dal dolore. Aggiungi, clic se 1’ oggetto del deside-  rio fosse il piacere di vederlo sollevato , egli ope-  rerebbe mosso dal piacere e non già dal dolo-  re ; la vista dell’ infelice sarebbe per lui piacevole,  poiché ciò , che si riguarda come mezzo di perce-  zioni piacevoli , è piacevole. — Finalmente tutto il  genere umano mette distinzione fra le affezioni be-  nefiche o diffuse, die hanno per fine ultimo il pia-  cere ed il bene altrui, c le affezioni interessate che  hanno per fine ultimo il proprio piacere ed utile.  Si rispetta c venera il vero amico , il cuor benefi-  co e compassionevole ; si trascura c disprczza l'af-  fezione dell’avaro, dell' uomo insensibile, dell’ adu-  latore, dell’ambizioso, dell'egoista, cc. Da queste  fioche parole è facile il dedurre , che 1' A. fissan-  do il vero stato della disputa , ha potuto bene  sol verta.   Non poche altre dottrine di grave importanza  sono ancora ne’ primi due capitoli. Lcggcsi in que-  sta seconda edizione un migliore ordinamento dei  principi attivi indeliberati della nostra natura , i  quali sono i.® L'appetito scntitivo , a.® Il deside-    «   rio della propria eccellenza, 3.° Desiderio di cono-  scere il vcro'o curiosità , 4 ° Desiderio della glo-  ria, 5." Desiderio della società. Il desiderio del-  la superiorità su gli altri uomini, il che compren-  de «lucilo del potere e l’ emulazione , 7. 0 Le Affe-  zioni. È d’osservarsi che l’Autore ha dato un nuo-  vo ordinamento, attingendo ai principi di Deaeran-  do e dello Stewart.   Il terzo capitolo ha per oggetto il bene c ma-  le morale. Sono in esso esposti e censurali con  somma chiarezza il sistema sulla morale del celebre Wolff e (pici lo di Elvezio. Sebbene questi due  sistemi partano da un principio , cioè nel riporre  nella felicità 1’ unico principio motore c regolatore  delle umane azioni , pure sono fra essi importanti  differenze. Nel Wolfiano sistema si concede l’uma-  na libertà, la bontà c malizia intrinseca delle azio-  ni ec. le quali cose non sono affatto ammesse da  Elvezio che tortamente credè tutte le potenze del-  1’ anima esser riposte nella sensibilità.   Il valente nostro fdosofo , venendo alla criti-  ca, reputa esser due i principi determinanti la vo-  lontà, la felicità ed il dovere; osserva del pari che  vi sono azioni moralmente buone c male ; di’ evvi  una giustizia ed ingiustizia universale indipendente-  mente dalle leggi positive cc. ec. In fine, onde del  tutto abbattere la dottrina dello interesse persona-  le , egli dimostra che subboruinando il dovere al  personale interesse, si distrugge la moralità delle a-  zioni. Mi piace offrire brevemente gli argomenti da  lui addotti.   i.° La volontà dell'uomo virtuoso differisce    Digìtized by Google    49   intrinsecamente da quella dell’ uomo vizioso ; ora  nel sistema del personale interesse le due volontà  sono le stesse, perché vogliono la stessa cosa, cioè  il proprio utile. Questa morale è dunque contraria  alla voce dell’ interno sentimento della coscienza.   a. 0 Nella morale, di cui parliamo, la virtù non  risiede nella volontà , ma nell’ accortezza dell’ ope-  rare (4) ; poiché con un cuore il più perfido si  può esser cauto tanto da fare il proprio utile. Ma  la virtù , secondo la testimonianza della coscienza,  dee risedere nella volontà : questa morale è dun-  que contraria alla vera virtù ; e perciò falsa. La legge morale dee essere assoluta ed uni versale; ora la morale poggiata su 1’ utile c fon-  data su la situazione ipotetica dell’ uomo, la quale  cambiandosi , cambia parimenti nell' uomo il prin-  cipio di direzione, e la virtù diviene vizio, il vizio  virtù. Dunque, cc. ec.   Io voglio dire dunque apertamente, che la dot-  trina dello interesse personale , appo noi adotta-  ta da’ più , s’ insegnava qual verità saldissima , c  oggimai crollata ; c vorrei che i leali seguaci di  WolfT od altro sostenitore di siffatto sistema , me-  ditassero gl’ inconcussi argomenti che vari filosofi,  e Galluppi specialmente, hanno al loro sistema op-  posti.   È pure gravido di eccellenti dottrine il IV.  capitolo che intende a mostrare le relazioni fra , la  virtù c la felicità. Ira le cose ottime eh’ esso com-  prende hanno un luogo distinto l’ indagine , se la  morale sia fondata sul scutimcnto o sulla ragione , c si fa contro Humc vedere che consiste nella ra-  gione ; la liberti della volontà è difesa dalle ob-  biezioni dei fatalisti ; in ultimo 1’ immortalità dal-  l'anima. Laonde nel V. capitolo dagli esposti prin-  cipi deduce tutti i doveri dell’ uomo , e nel VI. i  mezzi per esser felice. Nulla in questi capitoli ei  lascia a desiderare ; vedendosi pure sviluppata la  dottrina del bello c del sublime secondo le dottrine  svolte nella Psicologia. Analisi sottile vedesi nel VII.  capitolo delle passioni, dove l’A. fa uso di alcune  riflessioni di I’eder. Dà termine al quinto ed ulti-  mo volume con parlare sulla Religione. Egli esa-  mina le relazioni del Cristianesimo col cuore uma-  no , ed il risultamcuto della sua investigazione è il  seguente.   La religione è il dono più augusto della be-  neficenza del Creatore , per condurci alla virtù ed  alla felicità. Essa ci annuncia due specie di dommi,  clie servono a questo doppio oggetto , quelli cioè  che la ragione può insegnarci , altri che sono so-  pra della ragione. Il benefìcio della rivelazione pei  primi dommi consiste in ciò eli’ ella li conferma ,  li annuncia in un modo positivo, li sanziona c di-  legua su l’oggetto qualunque incertezza. Pe’ secon-  di ella riempie il vólo, che la ragione ci lascia su  di alcuni punti , e ponendo in armonia le nostre  affezioni, soddisfa tutti i bisogni del cuore umano.   Da quanto ho esposto, e più da quanto ognu-  no è capace di conoscere avvicinandosi allo stesso  autore, avendo io detto poco o nulla, potrassi de-  durre quale c quanta utilità possa cogliersi dallo  studio degli Elementi di Filosofìa dell' esimio Galluppi. E se ciò c verissimo, perchè non porre es-  so autore in mano della gioventù ?   Io, che schiettamente parlo, non debbo tacere  che gran parte della gioventù nostra è male av-  viata nello studio della filosofia spettatrice c mo-  rale; perocché, tranne qualche precettore, usano in  questo secolo dare taluni autori elementari di filo-  sofia, i quali non rispondono affatto a que' bisogni  che dal profondo pensatore si sperimentano , vol-  gendo uno sguardo alle vicende avvenute in filoso-  fia da Cartesio sino a Kant , c da questo a noi.  E in vero non è pur vergogna, che nel secolo di  Laromiguicrc, Degerando, Galluppi, Cousin si fac-  cia studiare un Troi.sc, un Capocasalc od altro si-  mile autore? Nulla produrrà sul nostro spirito l'e-  sempio di vari luoghi della nostra Sicilia, ne’ qua-  li essa scienza con prospero successo si coltiva ?  Diasi dunque bando a colali autori , si studi Gal-  luppi , c si vedrà fra noi risorta la saggia c buo-  na filosofia.  ANNOTAZIONI    Tesasse^  ACCORDINO (vedasi), parlando ne' suoi Elementi di  Filosofia delle verità a priori, scrive cosi: Noi possiamo, egli è certo, percepire molte verità a priori, ossia che precedano ogni esperienza; ma ben pontiderate tali verità si scorre che non tono che «no sommo di esperienze già fatte, che somministrauo alla mente dei dati, che potranno servire per altre esperienze da farsi;  non in diverso modo, che la mente si forma le idee generali considerando un numero sufficiente d’oggetti particolati, e si giova poi delle stesse idee generali per analizzare altri oggetti, che presentatisi posteriormente. Le verità pure, a priori, speculative, sono dunque, secondo il detto Autore , una somma di esperienze già fatte, il che importa non sono a priori, avendo esse origine dall’esperienza, come l’ esempio delle idee generali chiaro ci fa  scorgere. L’ Autore pertanto confessa l’esistenza delle verità indipendenti da qua-  lunque esperienza, e perciò offre una palpabile contraddizione.   » Ogni cosa , ei dice, che comincia ad esistere esige una causa. Questa verità i speculativa , generale , indien-  ti dente da qualsivoglia tperienza x.   (2) Cousin , Cours de I’ histoire de la philosophie lef.  16 . Galluppi , Lez. di Logica e Metafìsica Lez. VII. In una  lettera che l'esimio signor Tedeschi ha inserito nel giornale  del Maurolico , An. I. N.° 14 , 1 , lettera  piena di filosofiche dottrine , ha reso elogio al celebre Galluppi , perche nelle sue lezioni di logica e metafìsica adottò  tal metodo , e del pari ha sviluppato con molto senno gl'inconvenienti in che incorsero vari filosofi per aver seguito l'op-  posto metodo.   (3) lo non oso asserire che il sistema delle facoltà del-  l' Autore sia perfetto , ma dirò bensì esser quello che più  si avvicini alla perfezione , o almeno scevro di quelle mende  che spesso aflacciansi alla mente del sensatissimo ed impar-  ziale lettore, meditando le opere di WolIT , Bonnet , Condil-  lac, Tracy, Stewart, La Romiguiere ec. L’illustre autore ha  saputo trarre molti lumi da questi ed altri filosofi , ma pur  tuttavia il di lui sistema è suo. Egli si è giovato delle Le-  zioni del Prof. La Romiguiere ; eppure quali differenze non  sono fra i loro sistemi ? Omettendo tante diversità, una del-  le precipue si è che nel sistema di La Romiguiere tutte le  facoltà ( intendi le attive ) si fanno derivare dall' attenzione ,  la quale trasformandosi diviene comparazione , raziocinio : e  perciò meritamente detto il sistema dell’ attività trasformata.  Tal sistema è stato pure adottato dal Signor Amice nel suo  Manuale di Filosofia Sperimentale ( 4. Dissertazione ]. Ma il  Sig. Galluppi, sebbene con La Romiguiere distingue l’attività  dalla passività, pure con fino giudieio divide quella, quasi di-  rei, in due rami, cioè nell’ analisi o facoltà d’ isolare le per-  cezioni, e nella sintesi o facoltà di unirle; cosicché sono due  modi di esercitare 1’ attività distinti, senza veruna trasforma-  zione ; sono facoltà elementari attive. Io poi non senza ra-  gione osservo, che i sostenitori dell’ atticità trasformata non  sono alfatto conseguenti ai loro principi ; perciocché conven-  gono che presentati all' intelletto i materiali delle sue cogni-  zioni, egli agisce, e che questa sua azione o isola, decompone,  astrae, o pure riunisce, concreta, combina. — Ora decompor-  re è lo stesso che unire ? Dividere è la medesima cosa che  ■ comporre, combinare? Se sono due atti non solo diversi, ma  opposti , come si asserisce che 1' uno è una trasformazione  dell’altro? E posto che si volesse concedere l' esistenza  di questa trasformazione , dovrebbe ammettersi nello spirito  qualche facoltà trasformatrice. Ed in tale ipotesi cosa avver-  rebbe dell’ attività soggetta ad una forza che la trasforma ?  Da ciò concludo che l’ atticità trasformata è del pari insostenibile che la tentazioni trasformala del Condillac , c che  Galluppi ha bene rettificato quest’ errore del Professore La  Romiguiere. Ammettendosi per vero che 1’ uomo virtuoso ò spin-  to a fare il bene da un calcolò interessato , non si verrebbe  a calunniare Washington e 1' apostolo Giovanni ? SI , perchè  essi in tal caso non sarebbero stati più virtuosi di Robespier-  re e di Giuda, ma solamente migliori calcolatori. È d’ uopo  ripetere col Ginevrino filosofo : te non vi <f un bene morale ,  di cui bisogna tener conto , non si spiegheranno giammai per  l' interesse personale, se non che le azioni de’ malvagi. ADDIZIONI AL CENNO SUGLI ELEMENTI DI FILOSOFIA DI GALLUPPI Questo Cenno sugli Elementi di Filosofia del Galluppi  è un estratto dell’ opera in discorso. Chi pon mente allo  stato intellettivo del nostro paese in quel tempo , avrà una  chiara spiegazione de' miei tre primi Opuscoli. Gli autori ,  che qui allora signoreggiavano, erano Tracy , Pezzi o altro  autore di simil tempra e peggio ; quindi era mestieri mo-  strarne gli errori , c biasimarli , ed esporre insieme le dot-  trine del Galluppi c quanto fossero superiori a quelle domi-  nanti, c come una nuova e forte spinta dessero agli ingegni,  emancipandoli dalla servitù intellettuale straniera.   F.ra necessario adunque che colla voce e cogli scritti si  mirasse al nobile intento ; e ciò, per quanto era in mio po-  tere , feci. Se non che , essendo trascorsi quasi venti anni  dalla pubblicazione de’ mici tre primi Opuscoli sin oggi, per-  ciò mi è forza apporre qualche nota, fare alcuni cambiamen-  ti ; in somma studiarmi di migliorare al possibile tutte le  operette edite. Tuttavia dichiaro , che se volessi dire tutto  che mi ricorre al pensiero, andrei troppo per le lunghe : ma  il lettore potrà di leggieri supplirvi, svolgendo tutti gli scritti  messi ora in luce , specialmente quelli che ora vengono per  la prima volta pubblicati. NOTA alla Logica Pura. Dapprima nulla dirò sulla definizione della filosofia po-  sta dal Galluppi, perchè in altro luogo ( nei Contigli alla gio-  ventù die volge t'animo alla Filotofia J ne dirò alcuna cosa.   Mi farò ad esporre un’ osservazione sulla distinzione dei  giudizi inpuri ed empirici, argomento di grave importanza.   Che una profonda meditazione , applicata alle umane co-  gnizioni , di leggieri ci conduce a distinguerle in due classi o  specie , è ormai cosa fuor di dubbio. Perciocché in taluni  giudizi si scorge fra il soggetto ed il predicato , anticipata-  mente a qualunque esperienza , una necessaria relazione , a  tal che 1’ opposto è impossibile , è inescogitabile. Cosi , in  questa proposizione: ogni e/felto dee avere una causa, si per-  cepisce un' attinenza necessaria fra effetto e causa , o che  ciò che comincia ad essere, ha di necessità di ciò che lo con-  duce all’ essere.   Nè vale il dire essere 1’ esperienza , 1’ abitudine , quella  che c’ induce a pensare che ogni effetto abbia la sua cagio-  ne ; giacché se fosse l’esperienza, allora potrei io esser cer-  to che gli effetti finora osservati sieno prodotti da una ca-  gione , ma chi mi assicurerebbe con certezza assoluta , che  in avvenire e sempre e in tutti i luoghi sarà così ? Intanto  è fuori della mia potenza cogitativa il pensare , che vi sieno  effetti non prodotti da cagione.   Non così in altri giudizi , ne’ quali l’ intelligenza più  grande non potrebbe anticipatamente a qualunque esperienza  scovrire relazione alcuna fra i termini del giudizio , nè, do-  po averla scorta , impossibilità dell’ opposto. L' uomo non  potrebbe conoscere , senza la debita esperienza , che il fuoco  lia la virtù d’ incenerirlo , che 1’ acqua ha il potere di disse-  tarlo , o affogarlo. Quantunque sì è veduto che tutti i corpi  sono centripeti , pure si può pensare che un corpo stii in  aria. Dal che è facile il raccogliere esistere nello spirito u-  mano due specie di cognizioni , aventi caratteri non solo diversi, ma opposti. Perocché i giudizi empirici sono sperimen-  tali, mentre i puri indipendenti dall' esperienza : gli empiri-  ci sono contingenti , cioè i' opposto è pensabile , laddove i  giudizi puri sono necessari , cioè 1’ opposto è impossibile o  inescogitabile : i giudizi empirici infine sono particolari , e  quando sono generali , la loro generalità è 1’ espressione si-  nottica de' casi particolari, mentre i giudizi puri sono sempre  mai universali, o d’ una universalità assoluta   Dalle quali cose è facile il desumere quanto sia lontana  dal vero la scuola empirica , che , per esser logica , dovette  negare 1’ elemento puro , necessario ed universale che infor-  ma 1’ umana cognizione, senza accorgersi, per non dir d’ al-  tro, che veniva in tal motto a distruggere la scienza , perchè  la scienza, senza l'elemento razionale, è il corpo senza vita  ed anima. Laonde quell’ empirismo Lockiano che muovendo  dall’ Albione avea invaso la Francia , l' Italia e la Germania,  grazie alla potente ed autorevole voce del filosofo di Koni-  sberge , cominciò dapprima a tentennare , e poi per terribili  colpi ricevuti d' altri filosofi , venne del tutto meno. Laude  somma nella nostra Italia si merita il Galluppi, per tacere di  altri insigni sapienti a lui posteriori , che primo mirò a si  nobile intento , e f ottenne.   Se non che , per mio avviso , questo non è tutto , giac-  ché devesi andare più avanti. Conciossiacchè , se la filosofia  lia rimosso da sè quel cieco e futile empirismo , riconoscen-  do quell’ elemento razionale , necessario , immutabile , essa  evitar deve f altro scoglio , nel quale è facile rompere e far  naufragio , intendiamo 1' imperfetto e monco razionalismo : il  quale, coinechè benemerito alla scienza per aver riconosciuto  e posto fuor di dubbio 1’ cimento vitale della stessa , si è  ingannato poi nell’ indagarne la sorgente , perchè lo ha fatto  derivare dal subbietto. Tale è f origine di quel subbiettivi-  smo , che ha prodotte tante aberrazioni.Dal quale chi  brama tenersi lontano, è mestieri che dapprima ponga mente  alle seguenti riflessioni :   1 Se I’ elemento razionale non può derivare dall’ espe-  rienza esterna, perchè questa è contingente, non potrà nemmeno avere origine dall' interna esperienza , essendo questa  pure colpita dallo stesso carattere di contingenza.   2.° È necessario distinguere nell’ essere pensante stato  intuitivo o primigenio da stato riflessivo o secondario, in mo-  do che nello stato riflessivo il pensiero ripiegandosi sopra se  stesso osserva gli elementi razionali nella coscienza , ma ciò  è nel secondo stato , che è quasi riverbero del primo — e  sarebbe assurdo il riferire al secondo ciò , che spetta al pri-  mo, o che siano le cose nel primo, come appariscono nel se-  condo.   £ forza che la filosofia, degna del nomo di scienza prin-  cipe, si allontani non solo dall’ empirismo, ma anco dal mu-  tilato razionalismo , e si trasporti con volo sublime in una  sfera piò elevata e più pura , che è base a tutto quanto lo  scibile, vogliamo dire nella primigenia apprensione , dove sta  la prima notizia rudimentale del vero.  NOTA alla Logica Pura.   Ciò che dicemmo nella precedente nota rispetto alla di-  stinzione delle cognizioni , della quale il Galluppi discorre  nel 2.° capitolo, può avere eziandio uno schiarimento , se ci  faremo a volgere uno sguardo al principio del terzo capitolo,  ove si tratta di principi , o meglio della loro necessità nella  scienza. •   La scienza essendo una catena di raziocini , sarà perciò  un conserto di giudizi tutti fra di loro legati da costituire un  tutto armonico, compatto , solido in modo che nulla più. Or  tutti i giudizi componenti una scienza non possono essere dc-  . dotti, perchè in tal caso non vi sarebbe da quali cose, o da  che sieno dedotti ; dunque ammesso il giudizio dedotto , vi  dee essere quello non dedotto. 1 giudizi di una scienza , che  non sono dedotti, diconsi principi.   In altro modo. 1 giudizi che compongono una scienza  non possono essere tutti d' una evidenza mediata , perchè mancherebbe la sorgente di questa ; dunque ammessa 1' evi-  denza mediata si deve ammettere I' evidenza immediata. I  giudizi d' una scienza che sono d’ una evidenza immediata ,  diconsi principi.   In altro modo. I giudizi componenti una scienza sono  dipendenti gli uni dagli altri , ma non possono essere tut-  ti dipendenti , perchè non vi saria in tal caso d’ onde muo-  vere ; dunque ammessi i giudizi dipendenti si devono ammet-  tere i giudizi indipendenti. Questi giudizi indipepdenti diconsi  principi.   Saranno adunque i principi quelle primigenie verità di  una scienza, che non sono dedotte , che non sono d’eviden-  za mediata, che non sono dipendenti.   Quindi a ragione si può dire essere i principi quelli, che  virtualmente racchiudono tutte le verità dedotte, altalchè so-  no i semi fecondi dell'umana scienza. Essi principi sono, rispetto all' ordineintellettuale , come il sole nell' ordine fìsico  rispetto a’ pianeti , e siccome la luce si diffonde dal sole in  tutti i corpi opachi , così essi, come altrettanti soli , sfolgo-  reggiano d' una luce lor propria che si diffonde in tutte le  altre cognizioni. I principi sono i cardini su cui stanno le  scienze , sono i perni su cui esse si agirano. Essi sono ne-  cessari, immutabili, assoluti , eterni, e perciò per questi loro  caratteri non possono originariamente derivare da qualunque  esperienza sia interna che esterna , essendo proprio di qua-  lunque esperienza il porgerci delle cose contingenti. Adunque  essi si trovano non negli oggetti dei sensi, non mai nel sog-  getto pensante, quantunque si affacciano a questo , che li ri-  ceve , gli svolge , ed appariscono nella coscienza nello stato  riflessivo ; la quale apparizione dà luogo all’ errore di coloro  che per questo li giudicano subiettivi. ( Vedi l’orazione Inaugurale di L. §§. 7. 8. 9. c seguenti }. NOTA alla Logica Pura. Quantunque questa nota , nella quale si dimostra ogni  raziocinio dovere esser composto di tre giudizi, non contenga  cosa alcuna in opposizione alle idee dell’ illustre filosofo , pu-  re crediamo utile inserirla. Essa venne per noi dettata agli  alunni.   Proponendoci dimostrare quanti giudizi debbano forma-  re un raziocinio , noi muo veromo da una semplice verità ,  cioè che il raziocinio consiste nel dedurre una cognizione  che è compresa in un'altra, o che è in attinenza colla stes-  sa. Or se ciò è vero, come è verissimo , ne conseguita che  la conoscenza dedotta non può essere nè perfettamente iden-  tica, nè del tutto diversa alla cognizione , o giudizio , da cui  è cavata; perocché se il giudizio dedotto o illazione fosse on-  ninamente identico al giudizio principio , in tal caso non vi  sarebbe nemmeno P ombra del raziocinio, ma una noiosa ri-  petizione di uno stesso giudizio per ben due volte. Chi di-  cesse : /.’ anima è immortale, adunque l' anima i immortale,  non avrebbe ragionato, ma enunciato due volte la stessa pro-  posizione ; egli non avrebbe nè dimostrato , nè provato cosa  alcuna , sotto qualunque senso si assumano le voci prova u  dimostrazione ; egli non avrebbe nè svolto , nè esplicato ciò  che chiudeasi nella prima proposizione, e perciò quel dunque,  aggiunto alla seconda proposizione, è senza alcuna ragione, è  arbitrariamente unito ; adunque la seconda proposizione non  è veramente illazione , quantunque ne mentisca P apparenza.   Venendo alla seconda supposizione , cioè che il giudizio  dedotto sia totalmente diverso dal giudizio principio , chiaro  si vede non esservi in tal cosa raziocinio alcuno , ma una  sintesi arbitraria di due giudizi diversi, non aventi alcuna re-  lazione , salvo quella estrinseca posta dal volere di chi do-  vrebbe ragionare , ma non ragiona. Se alcuno si facesse a  dire : Il cerchio ha tutti i raggi eguali , adunque la neve è  fredda , egli non ragionerebbe in alcun modo , non essendo la seconda proposizione nè compresa , nò in relazione alcuna  coll’altra; egli darebbe una prova di una sintesi capricciosa,  non fondata nelle idee , ina germinata dal proprio libilo.   Or se il giudizio dedotto non può essere nè al tutto i-  dentieo nè diverso dal principio , se noi legittimamente spes-  se fiate ragioniamo , come pare fuor di dubbio , ne dee se-  guire che fra il principio e I' illazione vi debba essere una  certa identità , o pure una certa diversità , il che significa  non dovere l’ illazio ne essere nè perfettamente la stessa o  diversa dal giudizio principio. Adunque l.° se il predicato del-  l' illazione è lo stesso di quello del principia, i due soggetti  di esse proposizioni debbono essere diversi : 2.° se il sogget-  to del principio è lo stesso di quello dell’ illazione , i due  predicati debbono essere diversi: 3.° se il soggetto del prin-  cipio è identico al predicato dell' illazione, allora il soggetto  di questa deve essere diverso dal predicato di quello , 4.° sa  il predicato del principio è lo stesso del soggetto dell’ illa-  zione , in tal caso il predicato di quest’ ultima è identico al  soggetto del principio. Questi quattro casi ben ponderati ci  condurranno a dimostrare , che tre giudizi debbano necessa-  riamente formare un raziocinio. In elfetti ponendo mente al  primo caso, cioè allorquando i predicati del principio e dei-  fi illazione sono identici , è facile comprendere clic questo  primo caso è solubile in due ; perocché due soggetti aventi  lo stesso predicato , è necessario che fra di essi corra una  tal quale attinenza , ma non potendo essere perfettamente i-  dentici , segue che i due soggetti debbano essere o due idee  aventi identità specifica o generica, o debbano essere lo stes-  so soggetto sotto due forme diverse considerato.   Ora se ci facciamo a concentrare il nostro pensiero sui  cinque enunciati casi, che tutta comprendono la forza dedut-  tiva , toccheremo con mani tre giudizi entrare nella forma-  zione di ogni raziocinio. Conciossiaccbò essendovi in ogni pro-  cesso deduttivo due idee identiche, sieno predicati, o soggetti,  o soggetto e predicato, o questo e quello, sarà gioco-forza am-  mettere che fra le altre due idee siavi una relazione, la qua-  le, essendo dalla mente ragionatrice compresa, può essa attribnire, o negare al snbbietto dell' illazione Io stesso predicato  del principio , o al predicato dell’ illazione Io stesso soggetto  del principio, c cosi via. É così necessario questo pensiero,  che comprende la relazione fra le due idee diverse che sono  una nel principio , 1’ altra nell' illazione , che senza di esso  pensiero non si può dedurre, non si può dir dunque , e per-  ciò noi lo chiameremo la ragione della deduzione. Per ren-  der chiaro ciò che dico , mi studierò ragionar con qualche  esempio la cosa.   Se died : l’ animale è sensitivo , dunque il rane è semi-  tiro , ognun vede che io attribu isco al cane la sensibilità ,  che ho dato all'animale , perchè veggo che il cane è com-  preso nell’ estensione del genere animale, il che significa che  io veggo una relazione fra cane ed animale. In fatti se ta-  luno mi richiedesse : il perchè dall’ aver io data la sensibili-  tà all’ animale , io concludo che il cane è sensitivo , io non  potrei rispondere in altro modo, se non dicendo : essere il  cane sensitivo , perchè animale. Adunque si vede che il ra-  ziocinio riducesi a questo : L’ animale è sensitivo, — Il cane  è animale, — lì cane è dunque sensitivo.   Quest’ applicazione della ragione generale , che noi ab-  biam fatto a questo caso particolare , è facile estenderla ad  ogni caso , essendo sempre necessario che lo spirito vegga  una relazione fra un’ idea dell' illazione ed un’altra del prin-  cipio , essendo le altre due identiche , e dovendo egli attri-  buire ad una idea riconosciuta identica a quella del principio  un’ idea che è diversa dall’ altra dello stesso principio.   Dalle quali cose ci è facile il dedurre tre essere i giu-  dizi che in ogni caso compongono il raziocinio: giudizio prin-  cipio , giudizio dichiarante o applicativo e giudizio dedotto  o illativo.  NOTA Alla Logica Pura. L’ Autore è d’ avviso che due sieno le funzioni del ra-  ziocinio puro , cioè una che consiste nel legare e porre in  ordine le nostre cognizioni ; 1* altra nel somministrarci delle  cognizioni , che sono 1’ esclusivo risultamento del raziocinio  (Cap. 4.°).   Or si può domandare : in qual cosa il secondo ufficio si  distingue dal primo ? Si risponderà che nel primo caso la  conoscenza si avea indipendentemente dal ragionamento e sol-  tanto mercè di questo si riduce alla sua classe , mentre col  secondo ufficio la cognizione si ottiene esclusivamente per  mezzo del raziocinio.   Ma ancora si può domandare : quando nel primo caso  si classifica, non si ottiene una relazione che pria non si a-  vea ? Certo che si. E può questa cognizione ottenersi senza  ragionare ? Non mai. Adunque la cognizione della relazione  che si ottiene nel primo caso è pure esclusivo risultamento  del raziocinio. Se ciò è vero , in qual cosa il primo caso si  distinguerà adunque dal secondo? Può distinguersi in questo,  che nel primo caso la conoscenza dedotta è nota , ma col  ridurla alla respcttiva classe', si ottiene un’ignota relazione  fra essa dedotta cognizione e il principio , a cui fu riferita ,  mentre nel secondo ufficio la conoscenza dedotta è ignota ,  c 1’ opera del raziocinio mi dà la relazione ignota fra i ter-  mini , che la compongono. In somma tanto nel primo che  nel secondo caso avrò una ignota relazione ; in quello fra  giudizi, in questo fra termini del giudizio.   Ma, si dirà per taluno, che il secondo ufficio del razio-  cinio , porgendoci delle ignote cognizioni , ci dà nuove idee :  il che è chiaro dall’ esempio delle monete , problema di pri-  mo grado a due incognite, addotto dal Galluppi , e da quello  per lui tratto dalla Metafìsica , nel quale prendendo le mos-  se da questo giudizio , che se qualche cosa esiste , deve esi-  stere un Essere infinitamente perfetto , c tirando innanzi il suo ragionamento , pmienc a conoscere la realità d’ una vi-  ta avvenire , nella quale le anime de’ giusti saranno premia-  te , e quelle de’ ribaldi punite. Quanto all’ uflicio del razio-  cinio puro, consistente in porgere allo spirito idee veramente  nuove , è mestieri porre mente alle seguenti riflessioni.   Se il giudizio dedotto debb’ essere in connessione colle  premesse ; se l' identità formale necessariamente dee aver  luogo in ogni raziocinio , ciò vale che il giudizio dedotto non  può non essere racchiuso nelle premesse, o nei giudizi dai qua-  li si deduce. Ma se i giudizi principi chiudono in se le verità  dedotte, il lavoro della mente nel ragionare altro non è, che  esplicare , svolgere ciò che è contenuto in germe nei princi-  pi. Or se ciò è vero , com’ è verissimo , come si potrà mai  dire esser nuove le idee , che si attengono mercè la dedu-  zione ì I,e idee sarebbero veramente nuove , se non fossero  acchiuse nei principi ; ma so non fossero chiuse nei princi-  pi , come mai sarebbe possibile il raziocinio ? É evidente a-  dunque che col raziocinio puro I’ umano spirito non ottiene  idee nuove , ma solamente svolge , esplica ciò che era avvi-  luppato ed implicato nei principi, vale a dire rende chiaro c  distinto ciò che era oscuro e confuso. Il raziocinio puro è nel  campo ideale, rispetto allo spirito, ciò che il teloscopio è nel  campo astronomico riguardo all’ osservatore degli astri. L’ a-  stronomo, ad occhio nudo, percepisce, per cagion d’ esempio,  la luna avente un palmo di diametro, ma armandosi l’occhio  di teloscopio , la vede di una prodigiosa grandezza. Or 1’ uf-  ficio del teloscopio non è stato in tal caso di creare, o pro-  durre nuovi raggi lunari, ma di estendere, ingrandire, ren-  der chiari c distinti quelli , che ad occhio nudo eran piccoli,  oscuri e confusi: cosi lo spirito umano, col teloscopio meta-  fisico del raziocinio puro, non produce nuovi raggi ideali, ma  soltanto rende chiari e distinti , svolgendo ed esplicando ,  quelli che nell’ apprensione ideale , ossia nell’ intuito , nella  primigenia rudimentale cognizione , lo spirito vedea oscura-  mente e confusamente. Se non che conviene osservare ancora , die nell’ esem-  pio, spettante alla vita avvenire, addotto dal Galluppi, il ra-  ziocinio non è puro , ma misto , e perciò ci dà una nuova  conoscenza ; quindi si è non essere esso esempio atto a pro-  vare clic il raziocinio puro conduca a nuove idee. E noi non  sappiamo persuaderci , come il Galluppi, uomo cosi beneme-  rito alla scienza , il cui spirito era fornito di eminenti doti ,  volendo provare l' utilità del raziocinio puro, abbia addotto in  esempio argomento di raziocinio misto. Vero è che, nello e-  sempio in discorso della vita avvenire , il raziocinio m’ istrui-  sce, dandomi una nuova cognizione, che non è racchiusa nel  contingente, nel sensibile, ma in tal caso il raziocinio è mi-  sto e non è puro , essendo un' applicazione delle verità ra-  zionali a quelle contingenti , mercè la quale applicazione 1’ e-  sperienza vien fecondata , porgendoci delle nuove verità , che  non sud contenute in essa.   E qui cogliamo l' opportunità d’ osservare la differenza  che, secondo noi , corre fra il raziocinio puro e il misto. Il  primo, versandosi tutto nel campo ideale, non può dare idee  nuove nel rigore del termine, ma soltanto svolgere ed espli-  care , estendere e rischiarare : tale è la novità, che può ot-  tenere lo spirito umano che medita sul campo ideale. Il se-  condo, cioè il raziocinio misto , applicando le verità di ragio-  ne a quelle sperimentali , ci dà in risultamene delle cogni-  zioni, die non sono acchiuse nell’ angusto cerchio dell’ espe-  rienza ; e perciò il raziocinio misto porge delle idee nuove ,  rispetto all’ ordine delle cose contingenti. Concludiamo adunque non esser vero, che uno degli uffi-  ci del raziocinio puro sia quello di dare idee del tutto nuove;  è questo 1’ estremo opposto a quello scelto dall’ empirismo ,  il quale mirando a deprimere la ragione ed innalzare i sensi,  l'esperienza, avea decretato inutili i principi razionali, e tutto  il lavoro mentale , che si versa sull' ordine puro. Le quali  due opinioni sono estreme , esclusive , c lontane dal vero ;  perciocché non erra solo chi nega il valore del potere ra-  zionale , ma chi lo esagera ; il primo pecca per poco , l’ al-  tro per troppo ; tutti e due han torto. Se è dunque errore biasimevole annullare l' ordine razionale e le sue conseguen-  ze, come tortamente intese il cieco empirismo , è errore pu-  re il credere essere la mente umana dotata dal potere di  trarre (non sappiam d’onde) idee nuove: la novità , di cui  è capace lo spirito nel campo ideale , altro non è che espli-  cazione, svolgimento di ciò eh’ era implicato ed avviluppato ,  o render chiaro e distinto ciò che era oscuro e confuso.   NOTA Alla Logica Pura. L' onorevole filosofo da Tropea avea già , sin dal 1807,  pubblicato in Napoli un Opuscolo soll'Ana/m e sulla Sintesi,  nel quale veggonsi le primizie del suo eminente ingegno. Ei  si faceva in esso a rettificare talune mende del Condillac e  degli Enciclopedisti francesi, mostrando ognora la tempra robusta della sua mente .- pure noi diremo alcune parole intor-  no all' altimo capitolo della Logica pura , ove si tien parola  dell' Analisi e della Sintesi. L’ argomento è estesissimo , ed  è I' anima di tutta quanta la scienza ; e però è mestieri toc-  carne alcuni punti capitali , affinchè le menti giovanili si di-  spongano ad accogliere quelle idee , altamente reclamate da’  bisogni attuali della filosofia, come a noi ne sembra. Il secolo XV1I1 avea levato a cielo I’ analisi , e ciò ri-  spondea a capello alt' esperienza dallo stesso qualificata base  unica della scienza. Galhippi ammette che il sapere umano  cominci colf esperienza, ma vuole che non tutto derivi dalla  stessa : Galluppi ammette f ordine delle verità contingenti ,  ma oltre a questo statuisce I' ordine delle verità necessarie.  Se non che, ciò che non deriva dall’esperienza, essendo sub-  biettivo e f ordino delle verità necessarie medesimamente  snbbiettiTe , conseguir ne dovea doversi egli determinare per  l’ analisi e non già per la sintesi. Quella perciò muovendo  dal particolare, dal composto per giugnere all’ universale , al  semplice, comincia dal noto per arrivare all’ ignoto , mentre  la sintesi procede in modo opposto. Or , senza dir parola     68   sulla subbiettività clic a torto si attribuisce all' ordine ideale,  io non so con quauta buona ragione egli possa asserire che  )’ analisi segua sempre una sola legge : cominciar dal noto e  poi passare all' ignoto, il che non avviene della sintesi ; per-  ciocché come la sintesi cominciar può da ciò che s’ ignora ?  e 1’universale non è , a mente di esso filosofo , reale per lo  spirito ? come adunque è ignoto ? Si dirà forse ignoto , per-  chè, secondo lui, il sapere cominci dall’esperienza, a cui se-  guiranno, senza dirivarne, le verità universali ? Ciò non può  essere, essendo egli d’ avviso che 1’ esperienza senza le veri-  tà razionali non può costituire scienza , e perciò quelle sono  cotanto note , quanto gli stessi particolari che da esse son  fecondati. Si dirà, in ultimo, ignoto f universale, perchè non  è nella regione dei sensi 1 Ma in tal caso s’ imbattereb-  be nell’ empirismo , cui l'illustre A. non fa lieto viso. Adun-  que, stanilo alle stesse idee di lui, l’universale è noto quan-  to i particolari , e non è esatto perciò il dire che la sola a-  nalisi cominci, dal noto. — Si arroge a ciò , che lo stesso  autore è d' avviso , che 1’ analisi faccia uso degli assiomi ,  quando vien costretta da circostanze particolari , quantunque  non ne usi ili principio , come la sintesi , e per Ispirazione ,  ma ove il bisogno lo esige. Or se la stessa analisi fa uso  degli assiomi, che sono certamente universali, in qual modo  l’ universale sarà ignoto ì come la sintesi prenderà comincia-  mento dall’ ignoto , mentre f analisi fa uso di ciò , da cui  muove la sintesi ì Ma questo non è tutto. L' uso degli assio-  mi da parte deli’ analisi , ammesso dall’ autore , mi porge  f occasione a fare le seguenti altre considerazioni.   Se 1' analisi usa degli assiomi , coi quali risolve i proble-  mi , come nell' esempio addotto dall’ A. , essa adunque va  dall’ universale al particolare. In qual cosa adunque si distin-  guerà dalla sintesi , almeno in taluni casi ?   Se 1’ analisi ha di bisogno dell' universale per ispiegarc  tal fiata i fatti , come non riconoscere nelle idee la spiega-  zione di questi ultimi ? Perchè adunque non muovere dalle  idee?   Se l' analisi usa degli assiomi, se l'universale, a cui può essere essa condotta, non va al di là della somma de’ casi  particolari , è gioco forza concludere che in tali casi l' analisi  si giova della sintesi , ossia il processo metodico è nn misto  d’ analisi o di sintesi.   Io non intendo dare un largo svolgimento a ciò che ho  detto in questa nota ; solo devo dire che se l’antore da una  parte teneasi dietro allo spirito del tempo , proclamando 1’ e-  sperienza e 1* analisi , pure da quella non facea derivar tut-  to ; e perchè conobbe 1’ elemento razionale , aggiungeva al  processo analitico , quale era concepito dal secolo XVlil ed  anco nei primi lustri del presente , i principi razionali. Ciò  spiega ad evidenza le opinioni dell’ autore e sull’ analisi c  sulla sintesi.   Infine coloro che tanto innalzano 1’ analisi a discapito  della sintesi , senza nemmeno porre mente all’ indole delle  scienze, delle quali si tratta , si ricordino del Condillac, uno  dei più famosi panegiristi dell’ analisi , che precede sovente ,  senza saperlo e volerlo , sinteticamente ; che Galluppi , oltre  alle cose predette, arriva ad ammettere una tinteti tenti! iva  quale stato primitivo dello spirito ( Vedi ne) Dizionario di  Conversazione art. Anima ). Io non vò esaminare, se sia ve-  ra o pur no questa sintesi sensitiva, quantunque veggo in es-  sa espressione che la forza del vero lo spingea alla sinte-  si e quella del sistema al senso , e veggo pure die essa c-  spressione depone a prò della sintesi : il che è bastevole al  mio intento.    •se®«?S*S91>  NOTE ALLA PSICOLOGIA    Oneste poche nozioni vennero dettate agli alunni in oc-  casione degli argomenti relativi e quali addizioni agli stessi ,  almeno in taluni casi.   Siccome con le note apposte alla logica, non intendem-  mo che accennare di passata qualche osservazione , cosi le  riflessioni brevissime , che aggiungeremo alia Psicologia , sa-  ranno allo stesso modo. Che coso sia Psicologìa Empirica. Che cosa Psicologia  Razionale. Della differenza che corre fra Psicologia e  Psicologismo • Fra Psicologi e Psicologisti.   La Psicologia , come suona 1' etimologia della sua paro-  la, significa « Scienza dell' Anima » ma , potendosi f anima  studiare in due modi , perciò la Psicologia , avendo sempre  per obbietto 1’ Anima, sarà o Empirica , o nazionale, secon-  dochè userà l'uno, o 1’ altro dei due modi. Nella prima, cioè  nell’ Empirica , guidati dalla coscienza , studieremo 1‘ anima  nelle sue manifestazioni, nei suoi fenomeni , senza andare al  di là dell’ interna esperienza, faremo tesoro di tutto ciò, che  essa riflessivamente ci manifesterà. Nella seconda , cioè neila  Psicologia Razionale, guidati dal lume della ragione , trasan-  deremo i limiti dell’esperienza, offrendo un complesso di ve-  rità , che 1’ esperienza non ci manifesta : tali sono i risulta-  menti, che si ottengono dalle indagini sull’ origine , sulla na-  tura, sul destino dello spirito umano e simili.   La differenza poi clic corre fra Psicologia e Psicologismo , fra Psicologi e Psicologisti , é questa : la Psicologia è  la scienza dell'anima, ed è una vera scienza. Il psicologismo  è un errore spettante al metodo, che consiste nell' attribuire  alla Psicologia ciò che non le appartiene ; cioè il primato su  gli altri rami dello scibile filosofico.  Psicologi son quelli  che scrivono cose pertinenti all' anima.  Psicologisti son  poi coloro , die attribuiscono alla scienza dell' anima ciò che  non ha. Che cota eia la coscienza. Dei diverti significati , che re-  ta attuine nelle teienze filosofiche.   L' etimologia stessa della parola coscien za facilmente ci  conduce all’ intento che bramiamo ; perocché coscienza , de-  composta nei suoi componenti con scienza , o sia cum scien-  ti a, significa, scienza di se stesso, in se stesso, con se stes-  so. Adunque lo spirito umano ha la consapevolezza, o l'ac-  corgimento di tutto quello che in lui succede : ecco ciò che  intendesi per coscienza. — Se non che la voce coscienza  suole avere nelle materie scientifiche altri due significati, cioè,  cosdenza riflessiva, e coscienza morale. La coscienza riflessiva, o come anco la chiamano, rifles-  sione psicologica , si distingue dal semplice accorgimento in  quanto che questo è involontario, mentre la coscienza riflessi-  va è volontaria. La coscienza riflessiva è il ripiegamento del-  lo spirito sopra se stesso , ossia è la riflessione applicata al-  la coscienza: la riflessione psicologica è lo strumento che usa  il Psicologo nelle sue indagini psicologiche. Negli animi del  volgo ha luogo la coscienza involontaria, o sia il mero accor-  gimento di tutto ciò che in essi succede ; ma non mai, o di  raro , la coscienza riflessiva. 11 termine adunque della rifles-  sione psicologica è lo spirito , il quale in tal caso è subhiet-  to ed obbietto , mentre nella riflessione ontologica 1’ obbietto  è 1' Assoluto. la quale distinzione è di somma importanza ,  ma sventuratamente non è compresa da tutte le intelligenze.  Li riflessione psicologica è lo strumento del psicologo nelle  indagini che versano sullo spirito , cioè sulla realità subiet-  tiva ; mentre la riflessione ontologica è la riflessione applica-  cata all' Assoluto, ed è lo strumento, di cui si serve 1’ ontologo, che medila sulla realità obbiettiva. La coscienza mo-  rale poi si distingue dalla mera coscienza , e dalla coscienza  riflessiva in questo. La coscienza morale non è il solo accor-  gimento di ciò , che avviene nello spirito , non è il ripiega-  mento che fa lo spirito in quanto vuol conoscere se stesso  psicologicamente, ma è un riflettere dentro di sè per vedere  se T azione fatta , o da farsi, sia contraria , o uniforme alla  legge. Lo spirito umano adunque , quantunque in tale stato  rientri in sè , ritorni sopra se stesso , non è ciò fatto con  l’intento di notomi/zare gli svariati e misteriosi fenomeni del-  la vita psicologica , ma soltanto ha per iscopo riandare le a-  zioni passate , o slanciarsi in quelle avvenire ; confrontare le  unc , o lo altre con la legge ; e quindi tirarne l’ illazione ,  che in tal caso è sentenza. Che tota tieno sensibilità interna ei esterna. E della relazione , nella quale queste due facoltà sono con la coscienza.   Lo spirito umano, essendo riunito ad un corpo organico,  sperimenta i cambiamenti , ai quali esso corpo soggiace. Ma,  poiché questi cambiamenti possono avere per causa una cau-  sa estrinseca al corpo , e senza punto alterarlo , o pure una  causa intrinseca , sia nello stato sano quanto nel morboso ,  o clic pure tragga sua origine da cagione estrinseca, perciò vi  sono due specie di sensazioni , cioè, sensazione esterna, e  sensazione interna. Cosi , a ragion d' esempio, i colori , che  si sperimentano per mezzo della vista , gli odori per mezzo  dell’ olfatto, lo stesso dicasi degli altri sensi , ci danno degli  esempi palpabili delle esterne sensazioni.   Ma il dolore al fegato, allo stomaco , agl’ intestini, alla  milza , o ad altri visceri che alloggiano nella cavità toracica, o in quella cefalica , sono esempi d’ interno sensazioni nello  stato morboso ; come quello stimolo che precede lo sterna-  to, la fame, la sete, e generalmente tutte le sensazioni, che  accompagnano la soddisfazione di taluni nostri bisogni nello  stato normale , son tutti esempi d' interne sensazioni nello  stato sauo.   Da ciò siegne doversi distinguere sensibilità interna , e  sensibilità esterna : questa ci dà i cambiamenti , che vengo-  no dal di fuori ; la sensibilità interna ci dà i cambiamenti ,  che riguardano i nostri visceri, tanto nello stato sano, quan-  to nel morboso.   Or che ho spiegato in che consistano l’ interna , od e-  stema sensibilità, mi farò a dichiarare in quale relazione es-  se siano con la coscienza. — E, per dimostrare ciò , ricorro  all’ analisi del linguaggio. Se io dico : lo so che reggo la la-  na , 1’ analisi di questa proposizione , mi dà tre cose : 1° la  luna , obbietto della mia visione — 2° la visione , obbictto  del mio sapere — 3° il sapere, o consapevolezza, che pren-  de immediatamente la visione , e mediatamente 1’ oggetto di  • questa , cioè la luna. Medesimamente se dico : Io so d' aver  fame, tre elementi mi dà 1’ analisi di questo fatto psicologico  enunciato in questa proposizione ; i quali elementi sono lo  stato del mio corpo, manifestato dalla sensazione della fame,  e la coscienza che manifesta allo spirito essa sensazione.  Adanque si vede chiaro che tanto le interne, quanto le ester-  ne sensazioni sono nella stessa relazione con la coscienza, va-  le a dire, che si le une, che le altre vanno nella coscienza,  come nel loro centro, a riverberare.   E qui pare opportuno ventilare una inesattezza del Gal-  luppi, e un errore d’ altri Filosofi. Siccome il Galluppi chia-  ma la coscienza eziandio sensibilità interna , perciò venne in  mente ad alcuno dire che esso Filosofo confonda esse due fa-  coltà e i loro fenomeni contro del senso da noi spiegato di  sopra. Ciò è falso, perocché non è vero che Galluppi con-  fonda i fenomeni dell’ una con quelli dell’ altra ; ma soltanto  si fa a chiamare la coscienza ancora sensibilità interna ; o  perciò vi ha solo confusione di nome , ma non di cosa. In effetti i fenomeni, da noi riferiti alta sensibilità interna , sono  dal Galluppi attribuiti all* esterna sensibilità. Par che questo  Filosofo consideri la fame , la sete, e simili', spettanti all’ e-  sterna sensibilità per essere il corpo fuori dello spirito ; il  che non è esatto , poiché sarà sempre vero che altro è nn  cambiamento avvenuto soltanto nei nostri visceri , ed altro è  un cambiamento avvenuto nel nostro corpo per 1’azione degli  oggetti esterni , e del quale cambiamento il corpo è soltanto  il veicolo. Esposizione del tittema psicologico del Galluppi. Pria d' esporre il sistema di quest’ insigne filosofo , il  dovere di gratitudine mi muore a dire alcuna cosa intorno  allo stesso sapiente.   Quando il sensismo signoreggiava tutti gli spiriti , e la  patria di Archimede, CICERONE (vedasi), AQUINO (vedasi), FIDANZA (vedasi), FICINO (vedasi), CAMPANELLA (vedasi), TELESIO (vedasi), VICO (vedasi) e cento altri era serva del  pensiere straniero , allora sursc il Galluppi richiamando gli  spiriti all' antica sapienza , mettendo a nudo i sistemi , che  aveano recato la desolazione e la rovina nell’ impero filoso-  fico, destando gli animi dal vergognoso letargo , in cui erano  immersi. La missione di lui fu nobile, mirando sempremai a  sperperare quella falsa Filosofia , che ci venne propinata dai  barbari d’ oltre monte e d’ oltre mare. Egli è vero che e-  mancipato una volta il pensiero filosofico italiano dalla servi-  tù intellettuale straniera, camminò da sé, prese un corso no-  vello , ma è pur verissimo al Galluppi esser dovuta la glo-  ria d’ avernelo sottratto , coni’ è pur verissimo essere egli  stato il primo movente di quest’ epoca di restaurata Filosofia  Italiana.   E, dovendo io sporre il sistema psicologico di questo Fi-  losofo. osserverò essere egli stato il primo, che in Italia trat-  tò la Psicologia con senno veramente italiano. Nutrita l’ani-  ma sua grande agli alti concepimenti d’ un AQUINO (vedasi) , di un S. Agostino , d’ un Leibnizio , d’ un Kant, non potea far  buon viso a quello sterile empirismo , a quello stomachevole  materialismo, che sensualizzano tutto , ed annullano la spiri-  tuale atiività ; perciò questa ebbe nel suo sistema quella  parte , che la Filosofìa della sensazione le negava. Quindi è  facile comprendere che , secondo la mente del Galluppi , due  son le facoltà, che offrono gli obbietti in confuso, su cui ver-  sar si dee l’umana attività : queste facoltà sono la coscien-  za e la sensibilità ; la prima che offré il me con le sue  modificazioni , I' altra il fuor del me , e le sue relazioni col  me. La nostra vita sensibile comincia da questo punto ; e  queste due facoltà ci danno la percezione dello stato presen-  te. Ma noi saremmo troppo miseri, se non avessimo la ricor-  danza degli stati passati ; ecco in noi una facoltà riproduttri-  ce, die soccorre a questo nostro bisogno. Or, presentati al-  lo spirito gli obbietti dalle sudettc facoltà , egli può agire su  di essi in due modi, o decomponendoli, o componendoli; ec-  co altre due facoltà attive, analisi, e sintesi , che sono sotto  l’ impero di una facoltà, che è la volontà, la quale è provo-  cata all' azione del desiderio.   Dalle quali cose emerge esser chiaro e semplice il si-  stema psicologico del Galluppi. Coscienza , sensibilità ed im-  maginazione son le facoltà , che prima hanno luogo in noi ,  presentando al subbietto conoscitore i materiali, su cui spie-  gar dee la sua attività ; le prime due offrono le percezioni  presenti ; la facoltà riproduttrice poi offre lo stato passato.  Ricevuti cosiffatti materiali , che sono , quasi direi , porti in  confuso, 1* analisi decomponendo , e la sintesi riunendo , pro-  ducono tutti i tesori dell' intelligenza , cioè , le idee semplici  e le composte , le subbiettive e le obbiettive ; ed anco il  concetto di Dio , che l’ insigne Filosofo calabrese stima sub-  biettivo in origine , ma obbiettivo in valore. Se non che è  da avvertire , che i sentimenti offerti dalla coscienza e dalla  sensibilità , rispetto all' idea di Dio , non sono i materiali ,  ma le condizioni, essendo l' idea di Dio, secondo l’ avviso del  Galluppi , un prodotto della sintesi , ma avente una realità  obbiettiva. Ma 1’ analisi e la sintesi son poste in movimento alalia volontà , che esercita un impero non solo sovra esse  facoltà, ma su altre ancora, come pure sul corpo. La volontà finalmente , potenza attiva c libera , è eccitata ad agire  dal desiderio, che c uno stato misto, iu cui hanno luogo per-  cezioni piacevoli c dolorose.   A sette adunque riduconsi le facoltà dello spirito , secondo il (ìalluppi , Sensibilità , Coscienza , Analisi, Sintesi, Immaginazione, Volontà, Desiderio; quantunque quest’ ultimo  non sia da lui considerato qual facoltà elementare, come sarà detto nel seguente paragrafo. Continua V esposizione (lei sistema del Galluppi. Se nell’ esporre il sistema dell’ onorevole Filosofo Tre-  peano ci limitassimo alle cose dichiarate nella precedente tesi , mancheremmo di chiarezza ; nè la nostra critica potreb-  be cogliere nel segno. E perciò ora daremo opera a discor-  rere dei segni , pei quali una facoltà è elementare, secondo  1* avviso di esso Filosofo , e 1’ applicazione eh’ egli ne fa alle  facoltà per lui statuite.   Alla domanda che sia una facoltà elementare ? il Gal-  luppi risponde : Noi non possiamo conoscere le facoltà dello  spirito in altro modo, se non per mezzo delle loro operazio-  ni. Noi distingueremo dunque due facoltà dello spirito fra di  esse, allora che ci faranno percepire oggetti diversi, o allora  che una operazione può andar disgiunta dall' altra. Noi ri-  guarderemo come elementare una facoltà , allora che la sua  operazione non può decomporsi , ed in conseguenza nou può  spiegarsi coi concorso di più facoltà.   Ennuciati questi segni , egli scende a farne applicazio-  ne. Cosi la coscienza è distinta dalla sensibilità, perchè quel-  la ci dà il me , e questa il fuor del me , oggetti diversi  1’ uno dall’ altro ; adunque esse due facoltà, dandoci oggetti  diversi, sono elementari. Sono elementari ancora la coscien-  za e la sensibilità , perchè può lo spirito volgere il suo pensiero agli oggetti offerti dai sensi, c formarsi degli stes-  si dell’ idee esatte ; c pertanto si può ignorare il sistema  delle facoltà dello spirito : così un fisico , od un naturali-  sta, che non sono giammai rientrati nel santuario dei loro  pensieri , ed hanno rivolto mai sempre la loro attenzione  alle cose sensibili, ignorano le leggi dell’ intelligenza, quan-  tunque sappiano quelle della natura materiale organica , od  inorganica. So adunque il meditare su i sensibili esteriori  non è la stessa cosa che il meditare sulla coscienza, adun-  que la coscienza è distinta dalla sensibilità ; adunque coscienza e sensibililà sono due facoltà elementari.   Ma 1' immaginazione è aneli’ essa facoltà elementare, do-  manda il Gallnppi ? Al certo che sì ; perocché , su un ob-  bietto non può essere immaginato senz' essere stato perce-  pito, pure può esser percepito senza essere immaginato. Po-  tendo adunque la sensibilità , e la coscienza , o per meglio  dire, gli atti di queste facoltà esser disgiunti dall’ immagina-  zione, perciò ne siegue essere 1’ immaginazione distinta dal-  la coscienza e dalla sensibilità. Convien qui notare che il  Galluppi applica alla immaginazione , considerata in attinen-  za alla facoltà di percepire, non il segno della diversità de-  gli obbietti , come fece per la coscienza e per la sensibili-  tà, ma il segno della disgiunzione o separazione.   Se non che l’ immaginazione, avendo due attinenze, cioè  una eoo la facoltà di percepire , e 1’ altra con la facoltà di  attendere ; ed avendo il Galluppi mostrato che , quanto alla  facoltà di percepire, l’ immaginazione è facoltà elementare ,  potendosi percepire, e non immaginare, restava a vedere se  1’ immaginazione fosse facoltà elementare fn riguardo all’ at-  tenzione. Le due facoltà di immaginare e di attendere non  possono andar disgiunte 1’ una dall' altra, essendo necessario  per la riproduzione un grado d’ attenzione ; come' adunque  l’ immaginazione sarà , rispetto all' attenzione , facoltà ele-  mentare ? Si risponderà essere 1' analisi una condizione so-  lamente per aver luogo il richiamo dell' idee. Ma, se l’attcntiva potenza si considerasse come cagione deli’ immagina-  zione riproduttrice , questa sarebbe allora elementare ? Il     78   Galhippi asserisce di si. Da ciò si vede che coutenza , sen-  sibilità, immaginazione, ed analiii, son facoltà elementari. Quest’ ultima facoltà , cioè 1’ analisi, non solo è distin-  ta dall’ immaginazione, secondo il nostro Filosofo, ma anco-  ra dalla coscienza, e dalla sensibilità, perchè gli obbietti di  quest’ ultime facoltà possono esser presenti allo spirito sen-  za esser decomposti, come possono essere le percezioni de-  composte senza essere ricomposte ; e perciò la sintesi è pu-  re facoltà elementare. Lo stesso vale del desiderio , il quale  può stare senza del volere ; dunque volere non è desidera-  re : ma il desiderio, essendo uno stato misto dell’anima co-  stituito di percezioni piacer oli e dolorose , perciò il deside-  rio non è facoltà elementare.   A sei adunque si riducono le facoltà elementari dello  spirito, secondo la mente del Filosofo Calabrese : esse sono  la Coscienza, la Sensibilità , la Immaginazione, la Yolonlà ,  V Analisi e la Sintesi, e per usare le sue stesse parole « Ninn-  ila operazione delle facoltà enunciate può decomporsi, nè spie-  garsi col concorso delle altre ; esse son dunque tutte ele-  mentari ».  Esame del sistema di esso Autore.   Non potendo stringere in poche parole tutto ciò, che ri-  corre al mio pensiero rispetto al sistema psicologico del no-  stro Galluppi , mi occuperò soltanto di alcune mende prin-  cipali, die in esso han luogo. Questo sistema psicologico, quantunque ammetta l’at-  tività, e perciò si allontani dal sensismo volgare , pure con-  sidera le facoltà cogitative in relazione coi sensibili soltan-  to, cioè con gli stimoli sensitivi , escludendo qualunque sti-  molo ideale , che eccoti e svolga 1' umano pensiero ; e per-  ciò questo sistema, come altrove vedremo , non può andare  al di là dei sensibili, interiori o esteriori che sieno. Galluppi ammette più segui, pei quali una facoltà può esser considerala come elementare. Ora debbano con-  correre tutti , allineile una facoltà sia considerata come ele-  mentare ? o pure due , o uno bastano all' intento ? E se un  segno è in opposizione ad un altro, vale a dire, se una fa-  coltà sia elementare per un segno , e noi sia per un altro ,  sarà essa in tal caso elementare? A tutto questo il Gallup-  pi non pose mente. Anzi pare che egli , non potendo riu-  scire con un sol segno, ne abbia escogitato più d’ uno.   3° In effetti egli considera la sensibilità e la coscienza  quali facoltà elementari, perchè ci danno oggetti diversi; va-  le a dire, perchè la prima ci dà il fuor del me , e la se-  conda il me. Ma il Galluppi non considerò che queste facol-  tà non possono andar disgiunte ; il che egli dimostrò con-  tro Leibnizio , cioè che di ogni percezione lo spirito ne ha  coscienza. Adunque, se la coscienza e la sensibilità non pos-  sono andar disgiunte , quantunque ci danno oggetti diversi ,  saranno esse mai elementari ? Qui un segno è in opposi-  zione con un altro , a quale dei due convien dare la pre-  ferenza? Ma la coscienza e la sensibilità , dandoci percezioni  cT oggetti diversi, sono per questo elementari ? Pare di nò ,  giacché tutte e due non sono altro che facoltà di percepire  internamente, o esternamente, e perciò si risolvono nella fa-  coltà di percepire.   5° Il dire poi che lo spirito , potendo meditare su gli  oggetti dei sensi , ed acquistare delle idee chiare e distinte  di essi , ed ignorare ciò che riguarda la coscienza, e perciò  la coscienza esser distinta dalla sensibilità , non è un valido  argomento; giacché, se la diversità delle facoltà dovesse de-  sumersi dalla diversità degli oggetti , su cui si può versar  T umano pensiero, c dalla varietà delle cognizioni che se ne  ritraggono , allora non una facoltà di sentire esternamente ,  ma tante, quanti sono gli oggetti relativi ad ogni senso ; il  che vale che si dovrebbero ammettere cinque facoltà elemen-  tari spettanti alla sensibilità esterna, e non una.   G° Quanto all' immaginazione, rispetto alla sensibilità o  all’ attenzione, considerandosi come un prodotto di esse due facoltà, essa si spiegherà per quelle, e non sarà elementare.   7° Le due facoltà d’analisi e di sintesi, essendo attive,  o volontarie , esse si potranno riguardare come effetti della  volontà , con la quale nascono , ed hanno medesimezza di  natura. Del desiderio non mi occuperò, perchè* l’ Autore stes-  so conviene non esser facoltà elementare.   Dalle quali poche riflessioni fatte, cosi di volo, sul siste-  ma psicologico dell’ insigne Galluppi , sono condotto alla se-  guente conclusione , cioè che se le facoltà spirituali si con-  siderano in relazione agli oggetti, allora ne vedremo nascere  tutte le facoltà enunciate dall’ Autore, e altre ancora, e noi  siamo lontani dal negarne 1' esistenza ; ma se poi vogliamo  considerar le facoltà non rispetto agli oggetti, ma in se stes-  se , allora ci sembra chiaro che a due si debbano ridurre  tutte le facoltà elementi dello spirito, cioè intelletto , e ro-  lontà, facoltà di percepire o di conoscere, e facoltà di volere. Questo sistema non solo è adombrato nella Filosofia  antica con Platone e con Aristotile , e nella moderna da al-  tri Filosofi espressamente dichiarato , ma pure è il sistema  del senso comune.  Efpotizione del siitema pticologico del Condillac. Pria di farmi ad esporre il sistema dell'abate di Con-  dillac, è mio dovere dire alcuna cosa intorno alla Filosofia del  sensismo. Questo sistema, detto sensismo o sensualismo , non è un  trovato dello spirito umano nei secoli diciassettesimo o di-  ciottesimo ; ma risale alle prime concezioni, della Filosofia  Indiana, dalla quale passò alla Filosofia Greca, a quella Romana , a noi. Non intendo io dire che tutti i Filosofi abbian seguito colai sistema , clic anzi i più potenti intellet-  ti mai sempre gli si opposero ; ma intendo soltanto signifi-  care che tale aberrazione ebbe culla appo gli antichi , è riapparsa quasi in lutto l' epoche ; ed ebbe finalmente nel  secolo passato il suo massimo svolgimento , e la più estesa  applicazione.   Senza dunque tener parola dei famosi sensisti, che ap-  parvero appo gli antichi , basterebbero soltanto gli Elvctius,  i Volney , gli Holbach , i Tracy consorti per farci com-  prendere le laide illazioni, a cui conduce la miserabile Filo-  sofìa dei sensi.   lilla è Ateismo in Religione, Materialismo in Psicologia,  Egoismo in Morale, il dominio della forza, o il potere ar-  bitrario nelle scienze giuridiche ; in somma il sensismo è  l'esclusione dell’Assoluto nel doppio giro del conoscere e del  volere.   laonde non sarà discaro esporre in brevi detti il si-  stema psicologico del Condillac ; e poi in altra tesi fame la  confutazione, quantunque dal semplice lato psicologico.   Tutte le facoltà dello spirito seno tentazioni trasforma-  te. ossia derivano dalla sensazione ; sono , quasi direi , rac-  chiuse in essa : appunto come il ghiaccio si trasforma in  acqua , e questa in vapore , cosi la sensazione si trasforma  per divenire ciascuna delle facoltà mentali ; o come il lino  si trasforma in tela , e questa in carta , cosi la sensazione  si trasforma in tutte le facoltà. Cosi 1’ attenzione non è già  F attività in opposizione alla passività , e soltanto preceduta  dalla sensazione, ma è la stessa sensazione ; con la sola differenza , che quando lo spirito sente , ha molte sensazioni ;  quando attende, ne ha una sola esclusivamente : quindi 1’ at-  tendere è uno stato dello spirito concentrato nella stessa sensibilità, ma che ha una sensazione.   Presso a poco la stessa cosa egli dice pel paragone, pel  giudizio, per la riflessione , immaginazione , e pel raziocinio ,  facoltà che tutte racchiude sotto il nome d’ intelletto. Adun-  que le facoltà dell’ intelletto sono trasformazioni della sen-  sazione, considerata come rappresentativa degli oggetti ester-  ni , come le facoltà della volontà sono trasformazioni delle  sensazioni, considerate come piacevoli e dolorose. E siccome   6 82 intelletto e volontà con vocabolo comune si chiamano pernie-  rò, perciò tutte le facoltà del pensiero sono sensazione tra-  sformata. Fu tanto e tale 1’ accecamento di quest* Autore, e la sua  predilezione pel sensismo , che 1’ io stesso fece derivare dal  di fuori, essendo l’ io del Condillac a La collezione delle sen-  sazioni , che ciascuno prova' ». Confutazione del tistema psicologico del Condillac.   Noi opporremo al sensismo Condii lacchiano le segueuti  riflessioni : Chi dicesse questo sistema è semplice , dunque è  vero , errerebbe , essendo la semplicità cosa relativa al no-  stro spirito, e la verità assoluta, indipendente da noi. Sol-  tanto si deve dire , essere il sensismo , attesa la sua super-  ficialità, come la buccia della Filosofia ; c perciò ben si afia  con le menti superficiali, e che non penetrano sin nel midol-  lo della scienza.   2° Questo sistema è smentito dalla coscienza individua,  e da quella del genere umano ; dalla prima perchè ognuno  ben si accorge essere il proprio spirito ora passivo, ora at-  tivo ; ed il sistema del Condillac riduce tutti i fatti psico-  logici alla passività. È smentito dalla coscienza umanitaria,  perchè le lingue , nelle quali si rivela lo spirito dell’ uomo ,  porgono da per tutto , a chi ben vi mediti , una distinzione  fra vedere e guardare ; fra udire ed ascoltare ; fra odorare  e fiutare , c simili ; in somma le lingue dei popoli chiaro ad-  dimostrano la differenza , che vi ha fra sentire passivamente  e sentire attivamente.   3° È assurdo ancora che 1’ attenzione sia sensazione ,  perchè 1’ attenzione è raggio dell’ umana attività , che deter-  mina , fissa , chiarifica c distingue ciò che nel sentire è va-  go, indeterminato, oscuro e confuso.   4° Se l' attenzione fosse sensazione , essa dovrebbe cssere in ragione sempre del sentire ; il che non essendo ve-  ro, mostrandoci l’ esperienza degli spiriti , nei quali è mas-  sima la forza di sentire, e minima quella di attendere, per-  ciò 1* attenzione è tutt' altro che sentire.   5° L’ essere poi la facoltà attentiva applicata alle sensa-  zioni, e in relazione perciò con gli organi, e con gli ogget-  ti, ciò non dimostra che sia la stessa cosa della sensazione,  ma soltanto dimostra il mutuo soccorso, lo scambievole aiu-  to che si porgono le mentali potenze. Anco nelle funzioni  organiche del corpo umano vi ha dipendenza, vi ha ordine ;  cosi non può aver luogo la chilificazione senza la chimifica-  zione, e questa senza la deglutizione, e questa senza il ma-  sticare e l' insalivare i cibi ; ma chi sarebbe cosi sciocco da  dire che la chilificazione, e tutte le altre funzioni digestive si  riducessero alla masticazione ?   0° Nè il giudizio, nè il raziocinio si possono ridurre al-  la sensazione , perchè non solo nel giudicare e nel ragionare  si attende , si astrae, si analizza , ma si riducono ad unità  sintetica i concetti, la quale unità sintetica è tanto lungi dal-  la sensazione, quanto f attività lo è dalla passività.   7° So le potenze di giudicare e ragionare fossero ten-  tazioni trasformate , in qual modo potrebbe avvenire che i  nostri giudizi , c i nostri raziocini sarebbero talvolta in op-  posizione alle stesse sensazioni ? In qual modo lo spirito li-  mano avrebbe potuto formare l’Astronomia Copernicana, che  è razionale , in opposizione all' Astronomia Tolomaica , che  è empirica?   Dai quali argomenti ho il dritto di concludere, essere il  sistema del sensismo una di quelle aberrazioni dello spirito  umano, che non hanno alcun valore scientifico , senza tener  parola delle assurde illazioni , che degradano 1’ uomo , e nelle quali esso và a sprofondarsi. Continua la confutazione del seminilo del Condillac.   Nò metterei fine a questa tesi, se volessi enunciare tut-  ti gli argomenti, che annllano la Filosofia della sensazione :  solo addurrò quest’ argomento , che vai per mille ; ma che  non mi è dato svolgere come trovasi nella mia Dissertazione  sul Sensualismo.   Se pensiero c sensibilità sono , secondo i sensisti , la  medesima cosa, seguir ne deve che i prodotti tutti del pen-  siero devono corrispondere perfettamente alle cose sentite, e  alle sensazioni ; ma 1' esperienza ci dimostra dei pensieri, il  cui tipo intero non esiste in natura , come avviene nei pro-  dotti della sintesi immaginativa civile, e della sintesi imma-  ginativa poetica; adunque pensare non è lo stesso che senti-  re , tutte le facoltà dello spirito non sono concentrate nella  sensibilità. In altro modo: se pensiero e sensibilità sono, se-  condo i sensisti , la stessa cosa, tutti i prodotti del pensiero  dovendo corrispondere alle sensazioni ed agli oggetti sentiti ,  non potrebbe essere nell' umano spirito alcun pensiero in  opposizione ai portati del senso , o che trascenda in alcun  modo le sensazioni, gli oggetti dei sensi ; ma 1' esperienza ci  dimostra come esistenti negli umani intelletti dei concetti iu  opposizione alle sensazioni , o che trasandano le cose senti-  te , come se ne ha un esempio nell' Astronomia Copernica-  na , ed in molte verità delle Matematiche Pure , e simili ;  adunque pensiero e sensibilità non sono tutt’ uno , tutte le  facoltà dell' intelligenza non sono racchiuse in quella di sentire. Iti altro modo finalmente. Se pensiero e sensibilità sono  la stessa cosa, tutti i concetti umani , dovendo corrispondere  alle sensazioni , devono perciò essere in ragione della perfe-  zione dei sensi ; c perciò animali aventi pari perfezione di  sensi, dovrebltero avere uguale intelligenza ; e animali aventi  sensi meno perfetti d’ altri animali , dovrebbero avere meno  intelligenza: ma l’esperienza dimostra a inissimo lume., la  perfezione , o imperfezione dei sensi, almeno sino ad un certo segno, in nulla influire sulla perfezione, o imperfezione del*  f intelligenza ; adunque pensare non è sentire; pensiero e sen-  sibilità non sono la medesima cosa. Che poi i gradi dell' in-  telligenza non corrispondano alla perfezione , o imperfezione  dei sensi , è facile a dimostrarlo ; perocché la scimia ha i  sensi uguali, o quasi uguali a quelli dell'uomo; c pure è im-  mensa la : distanza , che separa quel bruto dalla specie uma-  na : cosi il negro ha i sensi più perfetti dell' Europeo, ed il  selvaggio gli ha più perfetti dell’ uomo incivilito ; e pertan-  to le loro intelligenze sono immensamente distanti. E la storia non ci mostra celebri pittori con vista fioca ? e famosi  maestri di musica con debole udito ? e l’ oratore greco non  avea sortito dalia natura imperfettissimo l’ organo della favel-  la? forse diremo che le scoperte dei grandi, come di un Ga-  lileo, e di uu Newton sieno dovute a maggior perfezione sen-  sitiva ?   Concludo adunque esser futile il sensismo ; e perciò do-  versi considerar 1’ anima come dotata di facoltà attice, le qua-  li, operando sulle sensazioni, producono quelle idee comples-  se non aventi un tipo intero nella natura ; le quali, malgra-  do 1* imperfezione relativa dei sensi, rendono 1’ essere, che ne.  è fornito, più intelligente d' altri esseri di sensi piti perfetti.  Le quali facoltà in fine , operando sulle primigenie notizie ,  che sfuggono ai sensi , e alla coscienza , danno nella cogni-  zione riflessa quei pensieri che trascendono ogni esperienza. Sublime sentenza dell' Apostolo delle Centi che annulla il  sensismo.   Non si dilungherebbe dal vero , chi dicesse che le sacro  pagine, non solo contengono ciò che è necessario alla salute  delle anime, ma ancora tante preziose verità , che dalla spe-  culazione svolte ed applicate convenientemente, han virtù di  condurla ove ardentemente brama. Ciò diciamo a proposito d' una sentenza dell' Apostolo  delle genti , la quale , comechè da altri in altro modo spie-  gata e bene , pure nessuno ha subodorato che essa è capace  d' essere in altra guisa esplicata : tanto è semenzaio fecondo  di verità I Eccomi alle prove.   Sentio aliarti legem in mtmbrit meis repugnantem Itgi  mentis mee. ( Rom.).   In questa verità psicologica, se ben vi si mediti, si ve-  drà a chiarissimo lume la morte del sensismo.   S. Paolo annunzia un antagonismo fra la legge della  mente e quella dell’ organismo, fra la ragione e il senso, fra  la legge dello spirito e quella del corpo. Or so ciò è vero ,  com’ è verissimo, semplice è il raziocinio che dobbiam fare  per mostrare che essa conduce ad annullare il sensismo. Perocché se ia legge dello spirito è in opposizione a quella del  senso , ossia se la legge razionale è in antagonismo a quella  sensitiva , ne segue che la legge della ragione non può veni-  re da quella dei sensi: ma se la legge razionale non pud  scaturire dal senso , ciò vale che dehbe essere diversa dalla  legge sensuale : ma se la legge razionale é diversa da quel-  la sensuale, ciò vuoi dire che la vita intellettiva, la vita mo-  rale non è la stessa della vita sensitiva : ma se la vita razionale non è la stessa della sensuale , chiaro ne emerge  che tutto non è sentire, ogni cognizione, ogni atto spirituale  non essere acchiuso nella vita sensitiva , ossia l’ intelligenza  non esser la stessa cosa della sensibilità.   Questi argomenti sono inconcussi : essi sono poggiati  sulla sentenza dell'Apostolo, la quale è evidente, annuncian-  do un fatto che ogni uomo può in sé osservare. Ognuno è  spettatore di una serie di combattimenti , che durano quanto  la vita ; nc’ quali se la parte sensuale vince , 1’ uomo va a  precipitarsi nelle vie de’ vizi , se vince la razionale , la virtù  riesce vittoriosa. Ciò non solo nella vita individua , ma vaio  eziandio per quella delie nazioni , giacché civiltà e barbarie  son due perìodi, nei quali ha il predominio la ragione sai sen-  so o questo su quella. Adunque mi par bello concludere : se la legge della ra-  gione è in opposizione a quella del senso, la legge della ra-  gione non può venir dal senso — se la legge della ragione  non può venire dal senso, essa non sarà identica a questo-—  dunque l' intelligenza e la sensibilità non sono la stessa co-  sa — adunque il sensismo è distrutto , svolgendo le parole  dell’ Apostolo. OSSERVAZI0H1 SOPRA IL CENNO FILOSOFICO. DEL MERITO COMPARATIVO DI GALLUPPI (vedasi) E PEZZI (vedasi) «s s a mw » Volle il Sig. A. S. dare a luce un cenno sul meri-  to comparativo di Pasquale Galluppi e Carlo Antonio Pez-  zi, sul quale cenno dirò apertamente, ma educatamente ,  alcuni miei pensieri. E senza dir altro entro in materia.   Dapprima l’autore si fa a discorrere sulla necessità  dell'arte critica, e, toccando altre cose, dice:   » Se riguardiamo I’ opera di quest’ ultimo compresa  » in cinque volumi , edizione di Messina.  » osservasi , che raggira nei primi quattro volumi sulle  » facoltà dello spirito e suoi fenomeni, nell’ultimo sull’e-  » tica , che vuol dire quanto basta alla filosofia raziona-  li le e morale, con nessuno o pochissimi cenni sui reci-  » proci rapporti, che ha l’uomo fisico e morale, rappor-  » ti che han cagionato la vera filosofica rivoluzione negli Questo Cenno fa inserito nel giornale dello Spettatore Zan-  cleo ne’ numeri 39. 40. 45. 49 anno primo , e numeri 5. e 6 anno  secondo. ultimi tempi, di cui ne parla egli medesimo; ed a sa-  » per la quale impegna i giovanetti studiosi ; rapporti  » senza di cui spesso un Glosofo captai nubem prò lu.no-  » ne, o si diffonde in cose vane ed insulse, anziché pro-  » ficue all’umana vita; o pur con ali di cera tenta pog-  » giare ove poggiar non lice. Se sia ciò vero, svolgiamo-  » ne l’ indice ».   Che i primi quattro volumi degli Elementi di filosofia  del Sig. Galluppi trattino dell' intelletto , cioè dello spirito  considerato essere che percepisce, conosce, e l’ ultimo del-  la volontà , io nel nego , anzi dico che esatta e naturale  ue è la divisione , come il sullodato autore in varie sue  opere ha detto (1). Ma l' espressione del critico A. S.  manca di esattezza , giacché ei dice « raggira nei primi  quattro volumi sulle facoltà dello spirito e suoi fenomeni,  nell’ ultimo sull’ etica ». Al che rispondo : non solo i  primi quattro volumi, ma eziandio l'ultimo discute le fa-  coltà dell' anima , perchè esso volume ha per oggetto la  volontà, la quale, come si sa, è potenza del subietto pen-  sante. Questa inesattezza essendo di poco rilievo in con-  fronto degli errori, clic a larga mano sono sparsi in que-  sto cenno , credo miglior consiglio applicarmi ed appa-  lesarli.   Il sig. A. S. asserisce ancora che I’ esimio Gallup-  pi faccia pochissimi cenni dei reciproci rapporti delle due  nature , fisica e morale ; e se fosse come ei dice , segui-  rebbe che spesso captai nubem prò Junone ? o che si  diffonde in cose cane ed insulse ? o con ali di cera pog-  giare tenta, ove poggiar non lice? Qual logica è mai que-  sta ! Al più avrebbe potuto dire che f autore sia man-  cante. In vero il dire che un filocofo non trattando este-  samente de’ detti rapporti spesso captai nubem cc. cr. ec.  si è dire che tutta la filosofia razionale c morale si re-  stringe in tali rapporti , o che ogni dottrina filosofica si spiega mercè degli stessi. Quanto ciò sia falso, è facile di-  mostrare.   In primo luogo la filosofia è, secondo il Galluppi, la  scienza dell' umano pensiero , che è all’ uomo svelato dal  senso interno. Difatti è questa facoltà del suo essere pen-  sante, che lo avvisa sentir piacere e dolore, aver memoria,  giudizio , volontà ec. Applicando perciò il raziocinio allo  rivelazioni di essa coscienza , viene in tal modo a cono-  scere le funzioni del suo pensiero : Logica , Metafisica ,  Morale riconoscono questo fondamento. Basta riflettere ,  che se i fatti intellettuali e morali dall' uomo avvenissero  esternamente, sfuggirebbero alle operazioni sensibili , non  avendo alcuna qualità de’ corpi , onde renderci chiari die  il mezzo di scoprirli si, è la coscienza.   Ma, dirà alcuno , de' reciproci rapporti del fisico sul  morale nulla dovrà dire il filosofo? Ecco la mia risposta. Che il morale sia dipendente dal fisico , è un fatto che  non puossi trascurare dal filosofo : egli intanto debb' es-  sere molto cauto , vale a dire non dee credere potersi  tutto spiegare in si difficile materia ; perchè questa di-  pendenza, quantunque in alami casi di leggieri spiegasi ,  tuttavia in molli si nasconde. Cosi farà egli ottimamente  discorrere sulla differenza delle due vite dell' uomo , ve-  getabile ed intellettuale, come pure parlando della sensibi-  lità dimostrare che i nervi sono gli strumenti di questa  potenza ; che il moto in essi organi impresso deve tra-  smettersi al cervello onde avere I' anima la sensazione : in tal modo si aprirà la via a poter agevolmente parlare  delle anomalie delle sensazioni. Aggiungerà al cenno de-  gli organi del senso , un altro al luogo debito , sugli or-  gani del moto. Ancora dovrà , trattando delle passioni ,  dimostrare com' esse producono alterazioni sul fisico ec.  ma queste ed altre cose entro brevi ceuni alfine di otte-  nere il suo scopo. Veramente analizzare 1’umano spirito.  senza dire parola del corpo , si è stoltamente immagina-  re esse sostanze fra loro indipendenti, o credere clic nul-  la , dopo tante laboriose indagini , si sappia su tal mate-  ria ; e si la prima che la seconda cosa mostrerebbero ,  in chi ciò credesse, pochezza di mente. Ma se il filosofo  stima che si possa in tutti i casi particolari render ragio-  ne di cosiffatta dipendenza , andrà errato ; ei farà ipote-  si, congetture maggiori in numero delle cognizioni certe,  e spesso ridicole , rendendo in tal guisa la scienza del  pensiero un miscuglio d' ipotesi e congetture. Un filosofo  difatli che volesse conoscere lo stato del cervello, quando  lo spirito giudica, o ragiona , ossia decompone e combina  le sue idee, o quando è agitato da desiderio, o passione,  o sia che vuol e , tenterebbe l’ impossibile. Facciasi il pa-  ragone delle opinioni di coloro, che si sono addetti a que-  ste indagini , e facilmente si vedrà che inutili sono stati  gli sforzi, coi quali si è osato strappare il velo alla natura  in tali cose , almeno sinora. Laonde il filosofo meditando  che l’ oggetto positivo della filosofia , come vuoisi , è l'u-  mano pensiero e che la coscienza nè il mezzo , discuterà  le forze dell' intendimento , I' origine e generazione delle  idee, le leggi del raziocinio, quelle della volontà avendo a  guida la vista interna precipuamente : e ponendo mente  poi al fatto della dipendenza dell' anima dal corpo , egli  lungi dalla presunzione di spiegarlo in tutte le sue parti-  colarità , limiterà le di lui investigazioni a pochi fatti  senza imbaltere in ipotesi arbitrarie e stranissime. Questo  parere avrà più sotto maggior lume.   Ora venendo al sig. (jalluppi , dico eh’ egli stima il  fondamento della filosofia essere la coscienza ; egli ammet-  te il fatto generale della dipendenza del fisico dal mora-  le , ma crede nascondersi interamente ne' casi particola-  ri (2). E quantunque io pensi un pò diversamente riguar-  do a ciò , pure mi è forza dire eh’ egli non caplat nubem prò Junone ec. ma die solamente sia alquanto man-  cante. Imperocché se il sullodato filosofo non fa estesi  cenni de' rapporti aventi il corpo collo spirito, pure con-  fessa, siccome ho detto, la di loro dipendenza ; parla dei  sensi come degli organi della sensibilità; che il moto fat-  to sui nervi dee esser condotto al cervello: che negli es-  seri sensitivi della stessa specie o differenti perchè provve-  duti di organizzazione diversa, hanno sensazioni dissimili  ec. ; che per effetto della ripetizione le sensazioni scema-  no, mutando lo stato degli organi ; che le passioni produ-  cono notabili alterazioni sul corpo ec. Queste ed oltre i-  dee sul reciproco influsso leggonsi negli Elementi di filo-  sofia del Galluppi ; e comechè ei ne faccia pochi cenni ,  pure non ispiega tali fatti senza I' ajuto del fisico. A ciò  aggiungi, che Cartesio, Locke, Condillac, ancora pel critico ristoratori della filosofia, analizzando I’ umana intelli-  genza, parlando de’ detti rapporti non più, se non meno,  di Galluppi , spesso si diffusero dunque , secondo la  logica del sig. A. S. , in cose rane ed insulse , anziché  proficue all' umana rila, o con ali di cera poggiare ten-  tarono ore poggiar non lice. Se ciò è vero , con qual  diritto egli asserisce che furono i ristoratori d’ ogni filo-  sofia ? Io poi vorrei sapere dove il Galluppi per mancan-  za delle cose sudettc captai nubem prò Junone ec. e dove con ali di cera poggiare lenta ore poggiar non lice :  anzi il chiarissimo filosofo non imprende giammai a spie-  gare l’ unione dell’ anima col corpo , I' essenza de’ corpi ,  la natura Divina, la creazione ed altre cose , la esistenza  delle quali , quantunque da lui riconosciuta e con valide  ragioni provata, è pur non dimeno limite dell’ umano sa-  pere. Il filosofo debbo contentarsi di conoscere l’esistenza  di Dio, dell’ anima, de' corpi, ma dee astenersi di pene-  trare ciò che trasanda la sua mente : Dio esiste , ma è  incomprensibile ; 1’ anima esiste , ma la sua unione col corpo è un mistero : £' uomo non è fallo ni per lulio  sapere, nè per lutto ignorare. Tali sono gli ottimi pensa-  menti del profondo Galluppi, e perciò non può dirsi che  con ali di cera poggiare tenia ove poggiar non lice.  Ma il Critico dice : « Se sia ciò vero, svolgiamone 1" in-  dice ». Udiamolo dunque per esser ben disposti al giu-  dicò).   Scende dopo di ciò il sig. A. S. ad esporre le dot-  trine dell’ ideo logo di Tropea , ed offrendo la ideologia  di lui dice : Passa quindi all’ ideologia , si occupa della origine  » delle idee, da quali facoltà esse dipendano, senza però  » distinguere nozioni da idee ».   Le quali parole sono evidentissima prova della super-  ficialità con che egli ha letto gli Elementi di filosofìa del signor Galluppi. Trascrivo le parole di quest’ ultimo.   » Si può finalmente riferire il vocabolo d’ idea agli  » oggetti estesi , e quello di nozione agli oggetti ineste-  » si , e dire p. e. l’ idea dell’ arbore , la nozione della  » virtù » (4j. Segue il Critico A. S. » Ei le fa nascere or dal-  » f analisi , or dall’ analisi e sintesi ; che avvi delle idee  » semplici generate dalla sintesi, che i rapporti sono sem-  » plici vedute dello spirito ; e perciò possano dirsi non  » idee, ma sentimenti di esso ».   Mi duole oltremodo ch'egli non abbia concepito le  profonde dottrine del Ch. Galluppi.   Non và a dubbio che questi , Ammetta idee semplici generate dalla sintesi; Che i rapporti sieno viste dello spirito; ma che  dica che i rapporti possano dirsi non idee, ma sentimen-  ti di esso (dello spirito) ò nella testa di A. S. e non  già in Galluppi. Perocché avendo egli nella Psicologia giu-  diziosamcule osservato, eh' esistono alcuni rapporti ideali, estrinseci, logici, vedute dello spirito, e non reali nei cor-  pi, effetti in somma della sintesi ideale ; era d' uòpo Ta-  cendo indagine dell' origine delle idee, ammetterne alcune  dall’ attività sintetica originate. E perchè l’ illustre Laro-  romiguiere avea detto i idea essere un sentimento distinto  e sviluppato da altri sentimenti , e perciò l' idea di rap-  porto essere rinchiusa nel sentimento di rapporto ; il  Galluppi ha per questo con non poca penetrazione osser-  to che l’ idea di rapporto, sebbene supponga i sentimenti  come condizioni , da essi pure non è sviluppata , avendo  origine dalla sintesi. Ond’ è eh' essa idea relativa è nel  sentimento, non già in origine, ma bensì nel risultamen-  to, o immediatamente alla sua nascita. Veramente la dot-  trina del Prof. La Romiguiere pativa troppa imperfezio-  zione, essendo in contraddizione coi pensamenti di esso  autore sui rapporti, come il sullodato Galluppi ha con  fiuo accorgimento rilevato (6). Perchè non nasca alcun  dubbio, ecco ciò che ho Ietto nella sua ideologia.  Parlando della sintesi abbiamo spiegato la sintesi  » ideale, ed abbiamo mostrato, che i rapporti sono sem-  a plici vedute dello spirito , a cui non corrisponde alcun  a oggetto reale al di fuori. Si deduce da ciò che non si  a possono dare sensazioni di rapporti. Ma i rapporti, essendo vedute dello spirito, sono reali in lui , e sono  a perciò un oggetto della coscienza ; quindi pare che si  » possa dire , che noi abbiamo il sentimento del rappor-  a to , come diciamo di avere il sentimento del giudizio ,  » del raziocinio , della volontà cc. Meditando su questo  a sentimento pare che potremmo formarci le idee dei  a rapporti a.   a Ma se il rapporto è un idea , per poter avere il  a sentimento del rapporto, fa d'uopo che questa idea sia  » formata, ed abbia esistenza nello spirito. Ora si tratta di spiegare appunto l'origine di questa idea di rapporto , la quale è antecedente al senti-  » mento del rapporto, cioè alla coscienza di questa idea.  » In conseguenza non è esatto il dire , che l’ idea relati-  » va sia racchiusa nel sentimento del rapporto, come di-  » ce l’ illustre La Romiguierc. Eccovi alcune osservazio-  » ni su quest' oggetto : 1° I rapporti nascono dalla comparazionc dello spirito ; e perciò vero quello che ab-  >< biamo asserito di sopra , che le nostre idee sono un  ì> prodotto , dell' analisi o dell' analisi e sintesi insieme.  » 2° Supponendo la sintesi un analisi antecedente, e que-  » st’ analisi esercitandosi sulle sensazioni , è vero ancora  » quello che abbiamo asserito , cioè che le nostre idee  » nascono dall' azione dello spirito sui nostri sentimenti,  » e perciò i materiali delle nostre idee, ed in conseguen-  » za delle nostre conoscenze sono i sentimenti. 3° Le  » idee de' rapporti avendo esistenza nello spirito son sen-  » tite dalla coscienza , esse non sortono dunque dalla sfe-  » ra dell'attività del sentimento; esse sono nella coscien-  » za , e perciò nel sentimento non già nell' origine , ma  » nel loro risultamento , o immediatamente alla loro nascita.   Dalle quali riflessioni raccogliesi , che il sensatissimo  autore non dice non potersi chiamare il rap/iorto idea  dello spirito, ma sentimento, che anzi dice idea relativa,  sentimento relativo ; e solamente , mostrando l’ origine di  tale idea . effetto della sentisi ideale, stabilisce esser sen-  timento nel risultamento, o immediatamente alla sua na-  scita , e già in origine. Il sig. A. S. come ognun vede,  ha dimostrato chiaramente di non intendere la dottrina  del Galluppi, o, se vuoisi, di non averla saputo esporre ;  c si P una che P altra cosa meritano biasimo , che si ri-  ferisce a chi imprende a dettar critiche , spezialmente su  materie cotanto delicate, c su un autore pieno di profon-  de dottrine. Dopo d'avere esposte le dottrine de' sigg. Galluppi e  Peni, viene il critico a darne il suo giudicio.   » Ingenuamente, cosi egli, in prima dico che il sig.  » Galluppi nello enunciare le sue dottrine dà ad esse  » tanto peso che mi fu maggior pressa a riscontrarle ne-  » gli Elementi di sua filosofia per rilevarne f importan-  » za. Voglia il cielo che i metafisici rinvengano verità  » sempre conducenti a felicitare il mondo , e scemarne i  » malanni, c non mai a mettere in tortura le menti per  » leggerissime baje, o per articoli inestricabili e vani ».   Non senza potentissime ragioni il eh. Galluppi dà  alle sue dottrine tanto peso ; perciocché coscio egli del-  l'origine delle dottrine che in filosofia han cagionato ter-  ribili rivoluzioni , ed han tanto nociuto al progresso del-  la scienza, introducendo errori mostruosi, e volendo dare  ad essa solida base, ha avvisalo ai giovanetti, che spesso  non veggono lutti i rapporti, della gravissima importan-  za delle dottrine , eh' egli sempre mai con somma pene-  trazione discute. Chi è addentro in fatto d' ideologia , sa  meglio di me quanto importi avere un analisi perfetta  al possibile delle potenze dell’ intendimento. Basti osser-  vare che la falsa idea di concentrare le funzioni dell'ani-  ma umana nella sensazione , la spogliò del potere di co-  noscere Dio, la privò della libertà, condannandola ad una  cieca necessità, e per ciò distrusse la moralità delle azio-  ni , ridusse i bisogni a fisici ed ogni atto dal vile inte-  resse originato : il che vuol dire , abbassò f uomo alla  condizione del bruto. Ne son chiaro esempio Elvezio, Tra-  cy e consorti. I filosofi sanno parimenti f importanza delle quistioni relative all’ origine delle idee : si trat-  ta degli clementi dell’ umano sapere. É d' uopo esa-  minare le opinioni di Cartesio , Locke , Leiboitz , Kant  ed altri filosofi ; questioni che ( agli inesperti ) potrebbero sembrare di poco conto , ma oramai d' altissima im-  portanza. Cosi le logiche definivano le idee, le percezioni  per le rappresentazioni , le immagini degli oggetti , ma  che dedusse il filosofo di Kocnisberg da questa definizio-  ne ? L’ io essere un’ apparenza , e noi nell’ impossibilità  di conoscere la sua esistenza : strano dcliramento , ma  legittimamente dedotto da un principio scritto ne' filosofi.  Chi ignora la dottrina di Hurae sulla causalità ? Con es-  sa il filosofo inglese , oltre le perniciose illazioni per le  scienze fisiche, ci vieta di dedurre dall'esistenza del mon-  do quella dell’ Ente Supremo ; ed i filosofi sanno la filo-  sofica rivoluzione che Kant formò, prendendo le mosse dal  falsissimo principio di Hume. E chi mai avrebbe creduto  che il sistema di Berkeley, per non dir ancora di Hume,  è basato sulla teoria delle idee di Locke? In fine, dando  uno sguardo alle varie scuole filosofiche, cioè scetticismo,  dommatismo, empirismo, razionalismo, materialismo, idea-  lismo ec. agevolmente si verrà a capo di conoscere l'im-  portanza della discussione di quelle questioni, la soluzione  delle quali può mettere un filosofo in istato di cogliere la  verità. Al certo , che farà il filosofo ? Accetterà tutte le  opinioni de' filosofi ? Non già , perchè sarebbe ammettere  nel pensiero la contraddizione. Rigetterà tutti i sistemi?  Nou è da savio , sendo in essi delle cose vere miste alle  false. Nè 1’ una nè 1’ altra cosa essendogli permessa , ecco  il vero mezzo. Egli meditando e ravvicinando tutti i si-  stemi senza studio di parte , ne coglierà ciò che hanno  di vero , rimuovendone le falsità e migliorandone al possibile le dottrine. Ecco l’ immensa fatica del Galluppi.  L’ignoranza dello stato della filosofia fa dunque riguarda-  re cose vane , leggerissime baje , cose d' altissima impor-  tanza. Il critico ha pure osalo dire inutile la quislione  del modo con che l'anima conosce se stessa ; ma di ciò iti appresso. Ma quali sono queste leggerissime baje? Quali gli orlinoli inestricabili e vani ? Eccoli : Intanto s' accinge , segue A. S. , egli all' analisi  » delle umane facoltà facendo capo dal raziocinio; e do-  li po aver parlato sui giudizi , passa a quella , per lui e  » per qualche altro, famosa distinzione di raziocini' puri,  » empirici, e misti. Ma dico io, se questa distinzione far  » non si volesse , qual danno si recherebbe al progresso  » di essa scienza ? »   Queste parole fan chiarissima fede dell' estesa cogni-  zione che ha il critico della filosofìa. É in filosofia la di-  stinzione delle verità pure da quelle empiriche di tanta  importanza, quanto lo è avere buoni elementi filosofici. Non  sa il sig. A. S. che il Tracy per non aver fatto tale di-  stinzione ha adottato I 1 empirismo ? Sa le assurde conse-  guenze della scuola empirica ? Conosce egli che sull’ abuso  di essa distinzione è fondata la filosofia trascendentale ?  Ignora le illazioni di quest’ ultima ? Or f illustre Galluppi, il quale quanto estesamente conosca le metafisiche vi-  cende lo dicono le sue opere , principalmente il Saggio  Filosofico , ha senza trascorrere stabilito siffatta distinzio-  ne ; cosi tenendosi lungi e dall’ empirismo e dal trascen-  dentalismo, ha adempiuto le parli che a filosofo suo pari  conveuivansi. Proseguendo, parla A. S., nella lettura m’ imbatto  » al §. 6. ove nou mi soddisfa quel tuono decisivo, eoa cui pronuncia 1’ autore , che nelle conoscenze di fatto , se non si passa al mondo esterno, neppur sospettar si  » può di sua esistenza. Cosi, un negro che non è giammai uscito dall’Africa, dice Galluppi che non ha veduto altri uomini che quelli della sua nazione crede fermamente che tutti gli uomiui sieno uegri. Che un italiano, clic nou avesse giammai udito altra lingua che ls sus, crederebbe fermamente che tuti gl’uomini chiamano 1’astro del giorno sole. Il Critico qui fa dire a Galluppi ciò che questi non  ebbe mai in animo dire. L’ autore, sig. A. S., non dice  che « nelle conoscenze di fatto , se non si passa al mon-  do esterno neppur sospettar si può di sua esistenza » e  voi solo lo dite , ed applicando alla vostra espressione  1’ esempio del negro e quello dell’ italiano , credete far  scorgere in esso autore un errore : ma chi v’ intende, sen  ride, c ragiona adducendo fatti.   Il sig. Galluppi stabilita nel §. V. la distinzione fra  i giudizi puri ed impirici, viene nel §. seguente a dimo-  strare il diverso modo con che si fa acquisto delle ne-  cessarie e contingenti conoscenze; e dopo aver detto del-  la maniera di aver le prime, spiega che, per non imbat-  tere in errore nelle conoscenze di fatto, è mesteri percor-  rere il mondo de’ sensi. Trascrivo le sue parole onde ne  giudichi il saggissimo lettore. Giovanetti , la distinzione delle conoscenze , della  » quale vi ho parlato, è della più alta importanza. Essa  » vi farà conoscere il diverso modo con cui dovete fur  » acquisto delle conoscenze pure , da quello con cui ac-  » quistar dovete le conoscenze sperimentali. Voi non a-  » vele bisogno per le prime di gettarvi nel mondo ester-  » no e di percorrerlo parte per parte. No, queste cono-  » scenze sono indipendenti dall' esperienza de’ sensi u.   » Voi dovete discendere nel fondo del vostro pcn-  » siero: dovete contemplare attentamente le vostre idee;  » queste conoscenze consistono appunto nel solo rapporto  » delle idee vostre.   » Così per conoscere, che due quantità uguali ad una  » terza sono uguali fra di esse, che i) tutto è maggiore  » di ciascuna delle sue parti, voi non avete bisogno di fa-  » re alcuna osservazione : il vostro pensiero è in ciò    Digilized by Google    101   » sufficiente a se stesso. Paragonate l’ idea del soggetto  » con quella del predicato : la convenienza del secondo a!   » primo noti solo vi colpirà, ma voi sentirete la necessità  » di questa convenienza, e 1' impossibilità dell’ opposto.   » Avviene altrimenti nelle conoscenze sperimentali.  » Voi avete bisogno , per farne acquisto , di recarvi nel  » mondo de’ sensi e di percorrerlo parte per parte , di  » osservarlo attentamente. Ciò non ostante, se non pren-  » derete le dovute precauzioni , correrete rischio di ab-  » bracciarc Io errore che volete sfuggire, e di non prcn-  » dere la verità che bramate conoscere, lo mi son pro-  li posto di nulla dirvi , che non possa spiegarvi con de-  li gli esempi di facile intelligenza. Un negro che non ò  » giammai uscito dal mezzo dell' Affrica, che non ha ve-  ti duto altri uomini , che que’ della sua nazione , e che  » non ha inteso parlare degli altri popoli , senza dubbio  » crede fermamente, che tutti gli uomini sono negri, cd  » egli ha di questa proposizione la certezza più forte ,  » che possa derivare dal fatto e dall'esperienza. Un gior-  # no egli vede uomini bianchi ; 1' abitudine produce in  » lui la sorpresa , ma la sua ragione non soffre alcuna  » ripugnanza; egli vede qualche cosa d'insolito, ma non  » vede un impossibile, e si assuefa al bianco, come si era  » assuefatto al nero. Sarebbe lo stesso per noi , se non  » avessimo giammai avuto conoscenza dell'esistenza dei  » negri, e che giungessimo a discovrirli.   » Noi siamo certi , o almeno crediamo di esserlo ,  » che non vi sia alcun popolo di color verde. Intanto  » che cosa vi sarebbe d’ impossibile e di assurdo . se si  » scovrisse qualche giorno un' isola , in cui gli abitanti  » avrebbero la tinta verde? Se alcuno di voi non uscisse  » fuori dell' Italia , non avesse giammai udito un' altro  » linguaggio, che l' italiano, non fosse stato istruito, che  » altre nazioni , parlano un altro linguaggio , crederebbe     102   » certamente , che lutti gli uomini chiamano I' astro del  » giorno sole, e che ne scrivono il nome, come qui sent-  ii to lo vedete ; ed io non dubbio che i ragazzi credano  » il proprio linguaggio , il linguaggio naturalo di tutti i  » popoli.   » Per evitar l’ errore nelle conoscenze sperimentali ,  » bisogna dunque percorrere il mondo dei sensi , e fare  » un numero sufficiente di esperienze » (8).   Dove è dunque quel pensiero al Galluppi attribuito ,  che nelle conoscenze di fatto, se non si passa al mondo  esterno, neppur sospettar si può di sua esistenza? Secon-  do il solito, nella testa del sig. A. S.   Segue il Critico « Io non veggo il perchè debbesi  » così credere, e parmi che in questo §. abbia fatto l’uo-  » mo inferiore all’ arang-outang , o ad altro bruto me-  li no sagace , il quale quantunque non abbia veduto ani-  » male di altra specie , e d' altra forma , pure sospetterà  » clic ve ne sia e se 1’ immaginerà alla fantasia ».   Bene sig. A. S. ! I filosofi ve ne sapranno grado  infinitamente. Io sapea per lo passato che i bruti più vi-  cini all’ uomo fossero forniti della facoltà di sentire , di  qualche grado di attenzione , di memoria, appetiti, spon-  taneità , ed eziandio , secondo altri filosofi , di un grado  infimo di giudizio , raziocinio limitato ad alcuni oggetti  entro la sfera dei sensi , al tutto ristretto ai loro biso-  gni : ma che avessero la fantasia n’ era al certo ignaro.  E si, che poi V arang-oulang od altro bruto meno sagace,  il quale quantunque non abbia veduto animale d' altra  specie, o d’ altra forma , pure sospetterà che ve ne sia e  se l' immaginerà alla fantasia , è scienza tutta peculiare  del valente Critico : e chi non vede aver egli con queste  parole alle bestie attribuito ciò che all’essere intelligente  per eccellenza si conviene? Se ai bruti non possiamo con-  cedere altre facoltà , se non quelle che le loro operazioni ci manifestano, io rorrci sapere da quale operazione ani-  malesca il critico è stato indotto a dar loro la fantasia.  Ma se poi si vorrà inventare, credendo esser ciò permes-  so, allora fìneremo col chiamare a nuova vita le volitanti  immagini sensibili di Democrito e di Epicuro, l’armonia  prestabilita di Leibnitz, e tutte le belle invenzioni de' filosofi antichi e moderni.   »... Quante cose non vedute nè intese l’ uomo im-  » maginar si può colla vantata da lui sintesi ideale ! »   Dove avete pescato , sig. Critico , che per Galluppi  la sintesi ideale immagina ? In Galluppi non già ; certo  nel concavo della luna. « Quell' operazione dello spirito  » dalla quale nascono le relazioni o i rapporti , io la  i> chiamo sintesi ideale. Concludiamo: lo spirito umano ha la facoltà di riunire in una percezione conplessa, alla quale non corrisponde alcun oggetto naturate, diverse percezioni , che hanno ciascuna un oggetto naturale. Io chiamo questa specie di sintesi, sintesi immaginativa. Cosi Galluppi. Quindi ad evidenza conoscesi, che la sintesi ideale non immagina , ma  da essa provvengono i rapporti di identità e diversità ;  cose note ai lettori ragazzi degli Elementi di Filosofia di  esso autore, perchè cose di fatto. Non senza ragione per-  ciò osservo essere quest' errore un' altra prova della su-  perficialità con che il sig. A. S. ha studiato la Filosofia  del sig. Galluppi. Ma vediamo quel che il signor A. S.  asserisce riguardo ai giudizi puri.   » Se poi i giudizi nominati puri sieno tali, a prio-  » ri e indipendenti dall’ esperienza, come egli vuole, è un  » nodo per me più da tagliarsi che da sciorsi. É vero  » che tali dal più dei metafisici si son tenuti, perchè si  » reputano vedute dello spirito , e nozioni generali , che  » portano un convincimento sommo per 1' evidenza con  » cui si presentano ; non per un popolo , nè per un’ epoca del mondo , ma per tutti i tempi. Pur non di  » meno chi ci assicura, che non abbiano per base ciò che  v si vede e si palpa, da die l'uomo comincia la sua vita  » animale colla facoltà di sentire, e che dai confronti che  » quindi ne fa la ragione risultino quali assioni necessari? Chi mi fa certo che non sia nato dal rapporto  » giornaliero che si fa di cose vedute e tocche , quando  » poca è 1' attenzione , quel giudizio detto puro che due  » quantità uguali ad una terza sono uguali fra di esse ?  » 0 che al più altro non vi ha di priori , se non una  » predisposizione naturale a concepire rapidamente siffatti  » rapporti ? Per assicurarci bisognerebbe ritornare alla  » nostra prima età, o pure risovvenirci di ciò, che passava allora dentro di noi ; ma, per disgrazia, non ci è  » concesso nè 1' uno uè altro. Per me son fermo die se  » 1’ uomo in riguardo a’ sensi fosse una statua prima di  » tali organi, o, se avendoli, non vi fosse mondo esterno, cesserebbero queste vedute di spirito, questi giudizi  » a priori, meuoccliò si volessero ammettere idee, priu-  » cipi innati, ed il credulo pretto idealismo. Ci ideano altro che queste poche parole per mette-  re in forse una verità sì bene stabilita nell' opuscolo sul-  f Analisi e la Sintesi, nella Logica, nel Saggio Filosofico  e nelle Lezioni di Logica e Melafisica, opere tutte , come ognun sa , del Galluppi. Primamente il critico dice ,  che tali conoscenze dal più de' metafisici si riguardino co-  me pure , cioè indipendenti dall’ esperienza , e ciò pel  convincimento sommo, per l'evidenza con cui si presenta-  no, non per un popolo, nè per un epoca del mondo, ma  per tutti i tempi e tutti i luoghi; il che è vero. Or es-  si metafisici considerando che altre conoscenze ( le speri-  mentali o contingenti ) non sono per tutti i popoli , nè  per tutte le età , che per acquistarle e mestieri fare un  gran numero di sperimenti , come lo provano le fisiche Tenta, per questo, io dico, hanno stimato le une a prio-  ri , le altre a posteriori. Tolgo a trascrivere i pensieri  dell’egregio Galluppi, onde far chiara la distinzione fra le  verità necessarie e quelle contingenti.   » Noi abbiamo due sorti di proposizioni generali.  » Ogni cerchio ha tutti i raggi uguali , ceco una propo-  li sizione generale. Ogni corpo è grave , ecco un’ altra  » proposizione generale. Questa seconda, almeno per rap-  » porto al nostro spirito , è d' una natura diversa della  » prima. Nella prima io trovo nell’ idea del cerchio la  d ragione onde affermare l’ uguaglianza de' suoi raggi ;  » conosco evidentemente che fra 1' idea del cerchio , e  » quella dell' uguaglianza dei suoi roggi vi ha una con-  » nessione necessaria in maniera , che se si negasse del  » cerchio 1’ uguaglianza de’ suoi raggi lo spirito vedreb-  » be in questa negazione una contraddizione reale. Non  » avviene però lo stesso nella seconda: ogni corpo è grave , è una verità generale , ma è una verità , che noi  » non conosciamo col semplice paragone delle due idee  » universali di corpo e di gravità , ma col solo rapporto  » dell’ esperienza : noi non vediamo fra l’ idea che attac-  » chiamo a questo vocabolo Corpo , eh' è quella di un  » essere esteso, figurato , divisibile, impenetrabile, c l’ i-  » dea della gravità , un legame necessario in maniera ,  » che negando al corpo la sua gravità, si verrebbe a di-  » struggere la sua idea di essere esteso , figurato , divi-  » sibile , mobile , impenetrabile. L' esperienza mi fa co-  b noscere abbastanza , che tutte queste qualità coesistono  » sempre in natura colla gravità ; ma non vi veggo fra  » le prime e la seconda una necessaria connessione. É inutile far comenti a pensieri cotanto chiari. Che  poi siffatte conoscenze non abbiano per base , come vuole  H critico , ciò che I' uomo vede c palpa da che comincia  la sua vita intellettuale, non è difficile conoscere. Perocchè infinite cose 1' uomo percepisce dal principio della  sua intelligenza , eppure non ne vede un necessario rap-  porto , nè un impossibile o contraddizione nell’ opposto. Vaglia quest’ esempio. Non avvi cosa che dall’ uomo cosi  si appara, perchè si sente incessantemente, cioè il peso de*  corpi, pur tutta volta per poter dire i corpi pesano, quante  esperienze furori necessarie ? Furono gli esperimenti bellissimi di Paschal che ci dettero tal diritto. Il che dimostra tali conoscenze essere a posteriori , o 1’ espressione  sinottica de' fatti particolari. Ma nelle verità matematiche,  come va la faccenda? Al certo in altro modo. Il geòmetra  per affermare dell’ idea del cerchio , che il diametro è la  massima di tutte le corde, non osserva tutti i circoli esi-  stenti , operazione impossibile , meditando bensì sulle sue  idee ne è colpito dall' evidenza , e dalla contraddizione  dell’ opposto. Egli , io replico , per conoscere che tutti i  raggi del cerchio sono uguali, ha forse bisogno di esami-  nare tutti i cerchi possibili e di misurare col fatto tutti  i loro raggi ? Chi oserebbe asserirlo ? Queste verità , e-  sprimendo rapporti d’ idee , la loro generalità non è de-  dotta da' casi particolari : è la contemplazione sulle idee  astratte che somministra al matematico tali conoscenze.  E Condillac medesimo, che nel trattato de' sistemi adotta  1' empirismo , area insegnato e bene distinto 1’ evidenza  di ragione dall ' evidenza di fatto nell’ Arte di Ragiona-  re. Or , tralasciando la contraddizione di quest' illustre  pensatore, io dico, è la riflessione sulle idee che produce  1' evidenza di ragione.   Inoltre io penso che dagli esempi de’ fanciulli cal-  colatori estemporanei possano desumersi molte induzioni  per abbattere l' empirismo. IACCATO (vedasi) che , per  nou dir degli altri , in età si tenera e , che più monta ,  inalfabeta, conosce i rapporti de’ numeri, a tal che appe-  na enunciato il problema , lo risolve , dimostra il potere dello spirito di conoscere indipendentemente dall' esperien-  za i rapporti delle numeriche quantità. Quantunque nel  divino intelletto di quell' amabile fanciullo questo potere  sia in. sommo grado, significa sempre, a chi ben vi contempli, eh’ esse verità sono a priori e non dipendenti dal-  le osservazioni de' sensi. Un fanciullo fisico estemporaneo,  inalfabeta, non è stato veduto, e certamente non sorgerà  giammai , perchè senza molte e molte sperienze c racco-  gliendo fatti è impossibile conoscere il mondo fisico. Laon-  de ciò che si sente, e sia detto in buona pace dei signor  Critico, è la base ancora delle idee che formasi l'intellet-  to , e non di alcune relazioni che vede a priori. È ne-  cessario distinguere, secondo il Galluppi, elementi del giu-  dizio da quest’atto mentale stesso. Gli elemeuti, cioè f i-  dee, sono sempre a posteriori, fattizie , non ingenite , le  conoscenze noli sempre a posteriori, come avviene nelle ve-  rità matematiche. Egli fermamente crede, che vari filosofi  hanno detto tutte le conoscenze aver origine dall’esperien-  za, la qual cosa è empirismo, perchè filosofi sommi, i qua-  li si fecero a provare le conoscenze universali, necessarie,  a priori, riputarono ingenite, innate, a priori le idee ele-  menti di queste conoscenze. Ma la quistione sull’ origine  dell’ idee è indipendente , non ha rapporto con quella se  tali conoscenze sieno a priori o a posteriori ; e I’ esimio  Galluppi ha inteso scegliere una via di mezzo. Egli  ha ammesso le conoscenze a priori, ma ha rigettato ben-  sì , facendone vedere estranea la connessione, le idee in-  nate credute necessarie da Arnaldo , Leibnitz , Kant. Si  arroge a ciò che il capo scuola , il celebre Locke , del  quale è oggimai notissima la teoria sull’ origine delle idee,  adotta la distinzione tra le conoscenze di cui parlo (13);  e Condillac e Tracy avrebbero dovuto por mente a ciò.  Degerando , fautore della Lockiana teoria sopra l’ origine  dell’ idee, pure ammette essa distinzione. Dopo di ciò ognun si accorge della futilità de' dub-  bi del sig. A. S., se avvi bisogno di ritornare alla nostra  primà età ec. ec. bastava leggere, non dico i Nuovi Saggi  del gran filosofo di Lipsia e le opere di molti altri , ma  le opere de' signori Degerando c Galluppi per cavarsi di  errore.   Quelle ultime parole poi del Critico « Per me son  » fermo che se l’ uomo in riguardo ai sensi fosse una  » statua priva di tali organi, o se avendoli, non vi fosse  » mondo esterno, cesserebbero queste vedute di spirito,  » questi giudizi a priori, menochè si volessero aromette-  » re idee , principi innati , ed il creduto pretto ideali-  tà smo » son parto, scusi il sig. A. S., di bassa e meschi-  na logica. Per Galluppi , Signor mio , le idee sono a po-  steriori e , come dicesi , provvedenti dall' esperienza ; le  conoscenze sono alcune contingenti, a posteriori, altre ne-  cessarie, a priori: le prime conoscenze hanno origine dal-  1' osservazione sui fatti , le sccoude dalia contemplazione  sopra le idee operata dalla mente. Se dunque rimuovere-  te dallo spirito le idee elementi de' giudizi , non avrà e-  gli più nissuna specie di conoscenze , mancandogli i ma-  teriali su cui agire , ma non perciò potrà dirsi privo del  potere di formare essi giudizi , o che questi sieno a po-  steriori. Ragionerebbe a modo del Critico il sensualista ,  il quale per dimostrare che le facoltà dell’anima sono tut-  te rinchiuse nella sensibilità , dicesse : lo son fermo che  se 1' uomo in riguardo ai sensi fosso una statua priva di  tali organi , o se avendoli non vi fosse mondo esterno ,  cesserebbero queste facoltà dello spirito, menochè si vo-  lessero ammettere idee, principi innati, ed il creduto pret-  to idealismo. E spingendo il raziocinio del signor A. S.  sino alle sue ultime illazioni , si verrebbe a provare non  esser necessaria l' azione delle macchine per avere dei  prodotti : perocché per me son fermo, che se non vi fos-    109   sero materie grezze , cesserebbero queste manifatture od  altro , menochè ai volessero ammettere nelle macchine o  negli strumenti materie innate ec. Nulla dico di più ,  perchè la falsità del ragionamento del Critico salta agli  occhi de’ lettori , che appena distinguono cinque da sei. Passa il Critico A. S. a parlare del famoso proble-  ma di Kant, vale a dire, se sieno possibili i giudizi sin-  tetici a priori che non solvonsi al principio di contraddi-  zione. Ei crede non esser soddisfatto dall’ esempio della  neve , e gli sembra andare dritto il sentimento di Kant , che asserisce giudizi sintetici necessari, sebbene non sie-  no a priori, nè di necessità assoluta , ma fisica, lo vor-  rei schiarimenti su ciò , sembrandomi che giudizio sinte-  tico non sia conciliabile con necessario. Tutti i giudizi  sintetici sono empirici e contingenti ; perchè 1' essenze  de' corpi ci sono ignote , e non possiamo perciò giammai  vedere una relazione necessaria fra i termini di siffatti  giudizi. Non è cosi nel piano ideale della ragione : 1' es-  senze degli esseri matematici son cognite. È dunque l’ i-  gnoranza dell’ essenze che fa essere le verità sperimentali,  riguardo allo spirilo, contingenti, nel mentre le verità pu-  re , delle quali son conosciute 1’ essenze , son necessarie.  Ed io penso , che se i filosofi empiristi avessero posto  mente alla ignoranza dell' essenze de' corpi ed alla scien-  za di esse negli esseri ideali , avrebbero portato diversa  opinione di quella, che stima tutte le conoscenze essere a  posteriori. Medesimamente avrei desiderato sapere il perchè non  giova contrastare a Kant il suo problema de’ giudizi sin-  tetici puri , che al principio di contraddizione non risol-  vonsi. La distinzione poi della logica delle idee da quella  dei fatti scende dall' inconcusso principio, che i giudizi so-  no di due modi , puri cd empirici ; il che , come ho di-  mostrato , il Critico nou arrivò ad intendere. In quanto alla distinzione fra giudizio e definizione nulla dico , perchè il lettore filosofo sa i sensati pensamenti degli illu-  stri Wolff e Laromiguiere, e Galluppi ha cammi-  nato sulle loro tracce.   11 sig. A. S. scende a parlare sopra la distinzione  della definizione in nominale e reale , e cosi conchiude : Ma Signor a pretto dire io nulla veggo d’importanza;  » altro non iscorgendo che una conversione di proposizio-  » ne , dove l’ attributo può sostituirsi al soggetto , ed il  » soggetto all' attributo , non le converto , perchè ogni  » leggitore può da sé convertirle ».   O non si può, o non si vuole intendere ciò che di-  ce il signor Galluppi ; e mi fa pena ribattere critiche si  futili , che al certo son vere baje. Le parole deH’ autore  confermano la mia osservazione. L’ idea di uno è semplice , ora se io vi fo osser-  » vare, che voi potete aggiungere uno ad uno e formar-   » vi così l' idea di un insieme , di un tutto, le cui par-   » ti son uno ed uno , e che a questo tutto potete dare   » il nome di 2 ; io vi presento la definizione del 2. lo   » vi do ugualmente la definizione del 2, se vi dico: il 2  » è 1 + 1 . Ma osservate che nel primo caso io vi condu-  » co dall' idea al vocabolo , laddove nel secondo vi con-  ti duco dal vocabolo all' idea. Osservate di più , che nel primo caso vi spiego  » distintamente la generazione dell’ idea, facendovi osser-  » vare, che l’idea del 3 nasce in voi dal potere, che ha  » lo spirito di replicare l’ idea dell’ uuo , e di riunire  » queste due idee in una. Egli è vero , che definendo il  » due nel secondo modo la generazione dell’ idea dei 2  » anche si vede ; ma vi ha delle definizioni , in cui an-  » dando dal vocabolo all' idea, questa generazione non ap-  » parisce. Se io dico : il circolo è una superficie piana,  » terminala da una linea curva , la quale superficie ha un punto in mezzo, da cui tutte le linee rette, che si  » (trono a questa curva sono uguali ; allora io vado dal  » vocabolo all’idea e non presento la genesi dell' idea ; laddove avviene il contrario nella seguente definizione :  » se una linea retta terminala si concepisca muoversi in  » una stessa superficie piana, restando immobile uno dei  » suoi estremi , e movendosi l' altro intorno del primo ,  » finché ritorni allo stesso punto donde incominciò e muo-  » versi , la figura che nasce da questo molo , si chiama  » circolo. In questa definizione io vado dall’ idea al vo-  » cabolo , e cosi facendo spiego insieme la generazione  » dell’ idea ».   » È molto importante di distinguere questi due mo-  » di di deGnire ; allorché avrete fatto qualche progresso  » nella filosofia vi accorgerete di questa importanza. La  » definizione , in cui si va dall' idea al vocabolo , e si  » spiega insieme la generazione dell' idea si chiama defi-  » nizione reale o genetica. Quella in cui si enuncia solamento il complesso dell' idee , legato al vocabolo che  » si definisce, senza occuparsi della generazione di questa  » idea , si chiama definizione nominale. Ve ne do un al-  to tro esempio: Se io, volendo definire la logica, dicessi : la logica c la scienza del raziocinio , farei una definizionc nominale, menandovi dal vocabolo logica all'idea,  » che a questo vocabolo voglio legare. Ma se , per darvi  » la definizione della logica , io procedessi a questo mo-  to do : gli uomini fanno naturalmente de' raziocini difet-  to tosi : ciò ha obbligato coloro che si sono applicati allo  » studio della filosofia , di esaminare 1’ atto intellettuale  » chiamalo raziocinio; c di determinarne le leggi del ra-  to ziocinio : a questa scienza del raziocinio hanno dato  » per l'appunto il nome di logica. Così procedendo io vi  » menerei dall' idea , che lego al vocabolo logica , al vocabolo stesso , e vi farei conoscere la generazione di  » questa idea (16j.   Da queste parole ognun si avvede , quanto siasi di-  lungato dal vero il sig. A. S., asserendo io nulla veggo  d' importanza , altro non i scorgendo che una conversione  di proposizione, dove l'attributo si può sostituire al sog-  getto , ed il soggetto all’ attributo. Egli ha , per non dir  di peggio , olla scapestrata pensato che il signor Galluppi  creda definizione nominale, p. e., la logica è la scienza del  raziocinio , e definizione reale o genilica , la scienza del  raziocinio dicesi logica : ma da qual parola di Galluppi  può ciò desumersi ? Da nissuua. Le definizioni dell’autore sono evidenti , gli esempi evidentissimi. Nella defini-  zione reale si t-a dati' idea al vocabolo e si spiega la ge-  nerazione dell' idea ; come può chiaramente conoscersi  dagli esempi del circolo e della logica da esso filosofo ad-  dotti , ne’ quali si dà contezza della genesi di tali idee ,  c non vi ha affatto la pretesa conversione. Nella definizio-  ne nominale si enuncia solamente il complesso delle idee  semplici , senza occuparsi della generazione di questa i-  dea. S' intende il significato della voce generazione ? Per rilevare in fine la diversità delle due definizioni ba-  stava scorrere imparzialmente, oltre il §. 24 che ho tra-  scritto , il §. 52 in cui f autore dà la genesi dell’ idea  del punto ; in tal modo avrebbe evitato di venderci si  bello errore.   » Va a ribocco poi, dice A. S., la mia confusione a  » quella per me inconcepibile legge ideologica da lui pro-  » rnulgata. Conchiudiamo che i vocaboli, che costituisco-  » no una definizione possono essere o segni immediati  » d’ idee o segni immediati di vocaboli. In conseguenza  » lo spirito può passere dalle idee a' vocaboli , e da’ vocaboli ad altri vocaboli e questa è un’ osserva-   » zinne assai importante. Che laberinto, donde neppure la stessa Minerva ciò trarmi ! Vocaboli segni d' altri vo-  li caboli ! Sarà cosi ; io però mi perdo in un profondo  » abisso filosofico ».   Vi lm di che ridere leggendo queste parole. Il cri-  tico avrebbe dovuto esporre i motivi della sua confusione,  come pure far vedere la falsità de’ principi da cui il Galluppi deduce cosi fatta legge , o che non scende da essi  legittimamente ; perchè essa non è asserzione , ma bensì  illazione. Egli non ha fatto nè 1' una cosa nè 1' altra , e  perchè ? . Ecco i principi donde il filosofo profondo   trae la sua legge, e giudichi a suo senno il leggitore del  supposto laberinlo, se avvi d' uopo di Minerva cc. cc.   » Perchè una definizione possa farmi legare al vo-  li cabolo definito un idea complessa , è necessario che io  » intenda il senso de’ vocaboli , che la compongono : ora  » ciò può accadere in due modi: 1° se i vocaboli di cui  » si fa uso sono segni d' idee semplici: 2° se essendo se-  » gni d' idee complesse sieno stati antecedentemente de-  li finiti. In questo secondo caso il degnilo è segno di al-  » tri vocaboli , i quali son segui di altri vocaboli. Se io  » dico : il parallelogrammo è un quadrilatero , » cui  » lati Opposti son paralleli ; un uomo che ignorasse la  » geometria, ed in conseguenza le definizioni del quadri-  » Intero , e delle linee parallele , non legherebbe alcuna  » idea al vocabolo parallelogrammo ; ma se questa definizione del parallelogrammo vi sarà presentata , dopo di  » avervi definito il quadrilatero per una superficie pia-  li na terminata da quattro linee rette , e le linee paral-  » lei e, per quelle rette, le quali prolungate, per quanto  » si vuole, non s'incontrano giammai, serbano sempre la  » stessa distanza fra di esse ; allora il vocabolo paralle-  » logrammo vi desterà un' idea ; ma osservate che que-  ll sta idea non è immediatamente legata al vocabolo parailelogrammo ; questo vocabolo è legato a questi vo-  » caboti quadrillatero , « cui lati opposti son paralleli ;  » o per dir meglio questo vocabolo è segno di questi al-  fe tri vocaboli : questi vocaboli sono inoltre segni di que-  » st’ altri superficie piana terminala da quattro linee  » rette ; delle quali le due opposte fra di esse prolunga -  » le per quanto si mole non s’ incontrano giammai , e  » serbano sempre la stessa distanza fra di esse. Questi  » ultimi vocaboli sou segni immediati delle idee , che  » costituiscono l' idea complessa , che si vuol legare al  » vocabolo parallelogrammo. Adduciamo altri esempi. Se io, volendovi dare la nozione di Dio, vi dicessi : Iddio è spirito eterno creatore di tutti gli esseri: se poi vi dicessi , che lo spirito è una sostanza semplice iutelligente, e che la creazione è la produzione delle sostan-  » ze finite ; e che I’ essere eterno è ciò clic non inco-  » mincia ad esistere, c che non è prodotto ; il vocabolo  » Dio sarebbe allora segno di altri vocaboli di spirilo e-  » terno creatore di lutti gli esseri. Questi secondi voca-  li boli sarebbero ancora segni di altri vocaboli , cioè dei  ii seguenti, sostanza semplice intelligente , che non inco-  » mincia ad esistere , nè è prodotta , e che ha prodotto  » tutte le sostanze finite. Questi ultimi vocaboli finalmen-  » te sarebbero segni immediati d' idee.   » Concludiamo che i vocaboli , i quali costituiscono  » una definizione , possono essere , o segni immediati di  » idee, o segni immediati di vocaboli. In conseguenza lo  » spirilo può passare delle idee a vocaboli , c dai voca-  » boli ad altri vocaboli, e cosi di seguilo; e può ancora  » scendere da un vocabolo ad altri vocaboli, e da questi  » di seguito ad altri e giungere così alle idee : è questa  i> una osservazione molto importante. Le quali parole son troppo ciliare, non dico per chi  ha mente filosòfica, ma per chi non è privo di senso comunc : in grazia intanto di colui che non ha concepito  le dottrine di Galluppi, mi sia lecito dire un nonnulla ,  senza offendere perciò la sagacità del lettore.   Non può mettersi in dubbio che per intendere un  vocabolo deGnito , ò mestieri conoscere il senso de' voca-  boli che compongono la deGnizione ; cosi per legare 1’ i-  dea al vocabolo logica debbono intendersi le parole scienza del raziocinio , le quali formano la definizione , senza  della quale intelligenza la mente ignorerà l' idea della  logica siccome da principio. Parimenti è certo , che può  coucepirsi il senso de’ vocaboli costituenti una deGnizione.  in due modi : primamente se i vocaboli di che si fa uso  son segni di idee semplici , come 2 è 1 f 1 , nel qual  caso è chiaro che le parole 1 f 1 non essendo definibili ,  perchè segni d’ idee semplici , eccitano immediatamente  le idee , che dallo spirito son legate ni deGnito due. In  secondo luogo, o essendo segni d' idee compiesse, sieuo sta-  ri antecedentemente dcGuiti : in questo secondo caso i  vocaboli, de' quali componesi la deGnizione, sono segui di  idee complesse , e suppongono , per essere dall' intelletto  legata un' idea complessa al vocabolo deGnito, la loro de-  finizione , il che vuol dire, essi vocaboli son segui , cioè  eccitano , altri vocaboli , e questi l' idea che al definito  congiungesi. Difatti è evidente , anzi evidentissimo , che  nell' esempio della logica , se io ignorassi la definizio-  ne del vocabolo scienza e quella della parola raziocinio ,  nullo saprei dopo la medesima definizione dalla logica ;  stnntcchè i vocaboli che formano la definizione predetta  son segni d'idee complesse, e debbono essere definiti on-  de legarsi f idea complessa al vocabolo definito. È dun-  que in tal caso che i vocaboli ec. , e la legge del signor  Galluppi , anziché confonderci , è chiara e ottimamente  stabilita.   Viene, dopo di ciò, il sig. A. S. alla esposizione del1e dottrine del Pezzi per rilevarne il merito. Egli è fuor  di dubbio, che alcune cognizioni relative al fisico umano,  secondo che io credo , sono indispensabili alla completa  cognizione dello spirito ; ma è errore grande il credere  che le dottrine di Galluppi debbano riputarsi di  lieve momento , e , come tortamente asserisce il Critico ,  leggerissime baje , articoli inestricabili, cose inutili , fra-  sche d‘ inette quislioni metafisiche. Io ho di già aperto  il mio parere sulla loro importanza , e dirò ora che co-  lui , il quale si avvede la Glosofia intellettuale essere alla  morale, olla politica, alla economia, alla legislazione, alla  letteratura ciò che le matematiche sono alle scienze fisi-  che , e conosce lo varie scuole filosofiche , darà biasimo  alla opinione che inutili stima quelle minute indagini , e  ne riconoscerà l' altissima e grave importanza. Il Pezzi  ha pure inteso la necessità di ricerche sottili. » Ma la  » dultrina semplice e saggia di Federico , che pure fu  » quella di Socrate , non può serv ire di base alle nostre  » istituzioni , da che si sono moltiplicate le dotte ricer-  » che ed assottigliate le indagini a segno tale , che gli  » stessi articoli fondamentali della morale sembrano di-  » venuti problematici. Perciò la piò temperante filosofia  » ò presentemente costretta ad intraprendere minuti esa-  » mi, onde scoprire la verità smarrita tra il laberinto di  » inestricabili controversie e di sottili raffinamenti. Quantunque il dotto Pezzi si mostri qui conoscitore della  indispensabilità di minuti bensì , ma oggimai interessanti  esami, pure non mi è venuto fatto di vedere cenno nella  sua opera di molte quislioni di non lieve im|>ortauza , e  la cui soluzione può formare la base inconcussa della fi-  losofia. Ila dunque molla ragione , e sia detto per sempre , Galluppi di scendere a sottili discussioni , perchè  in tal modo si può dare solido sostegno alla scienza , al-  lontanandosi da qualunque scuola , mcnochò da quella che raccoglie ciò, che in ogni sistema ovvi di vero c si stu-  di a tutto potere di perfezionare la scienza. Per chi ha  fior di senno le mie parole som troppo evidenti.   Inoltre il profondere elogi al Pezzi, perchè « la vi-  » ta dell* uomo sia vcgitabile , sia animale , la riconosce  » da un sol principio detto anima » è rendere laudi ad  una contraddizione di esso autore. Imperocché egli stabi-  lisce prima la distinzione tra la vita vegetativa e P ani-  male , e con buone osservazioni appoggia detta distinzio-  ne , poi dimenticando ciò che area detto , asserisce una  sol vita esser nell’ uomo. Ecco per disteso le precise pa-  role di esso filosofo.   » Un vegetabile si sviluppa , cresce, si mantiene, si  » riproduce , invecchia e muore. Tutti questi fenomeni  » compariscono derivanti dalla simultanea azione degli or-  » gani, suscitala da qualche agente meccanico, nel che è  » riposta la vita vegetativa. Ma sia inerente nei vegetabili questo loro prin-  » cipio vitale , oppure sia estrinseco al loro organismo,   » ho detto eh’ è un agente meccanico , perchè nelle loro   » funzioni i vegetabili ubbidiscono essi pure alle leggi fisiche universali della natura : per cui si possano pre-  » sagire i loro fenomeni senza timore d'inganno. Ma ben  » diverso è 1’ aspetto sotto cui un animale si presenta.   » Oltre gli accennati fenomeni, che in voi ed in lui pure   » scorgete , vi compariscono i mirabili effetti della sensi-  » bilità nervosa. Siete convinti di sentire , di pensare ,  » d' imprimere il moto spontaneamente, e vedete nei vo-  » stri simili i segni non dubbi' delle medesime operazio-  o ni. Fi è dunque in voi ed in essi un altro principio  d attivo diverso dal primo che le produce : principio  » costituente la nostra essenza ; che vi fa autori delle  » particolari vostre funzioni ; che può sottrarsi alle leggi  » fisiche universali , del quale perciò non si vorrebbero con certezza a vaticinarne gli effetti : principio cha  » non traiuce nei vegetabili; ed appunto alla sua presen-  ti za meritamente si ascrive una seconda vita, quella che  » dicesi vita animale ».   v Qui 1' autore , come ognun può da sè rilevarlo ,  distingue 1° la vita vegetativa dall' animale ; 2° attribui-  sce la prima ad un agente meccanico, da cui provengono  i fenomeni comuni a’ vegetabili , 3° riferisce la seconda  ad un principio attivo diverso dal principio meccanico ,  principio attivo che non traluce ne’ vegetabili , il quale  produce i fenomeni del sentire, pensare, volere ec. Quin-  di fa nel §. 39 vedere i punti di contatto fra queste due  vite ; poi nel §. 40 cosi scrive :   » Se abbandonato il corpo dui principio animatore ,  » spariscono ben presto i fenomeni della vita vegitotiva ,  » e gli organi senza moto e perciò inetti a riparare le  » perdite , cedono agli agenti che gli riducono materia  » inorganica ; è indubitabile altresì , che sospeso codesto  » moto e quella vita perduta, vengono pure a dileguarsi  » talmente i fenomeni del summentovato principio da non  » potersi dubitare aver egli cessato di appartenere più a\  » corpo. Dal che vi è forza il conchiudere , che in noi  » sopprattutto tanta è la promiscuità delle vite di cui vi  » parlo, che in onta ai manifesti indizi della precisa lo-  fi ro distinzione , possono considerarsi come costituenti  » una vita sola ».   É qui certamente il signor Pezzi si contraddice. Se  egli ammise per la vita vegetativa un principio meccani-  co, e per la vita animale un principio aitino, detto anima,  diverso da quello , come ora asserisce che una sol vita  cvvi nell' uomo ? Come ora dice che qualunque vita , sia  vegetabile , sia animale proviene dall’ anima ? Non avea  detto nel §, 38 che la vita animale non è confondibile  colla vegetabile ? E quantunque abbandonato il corpo dall’anima spariscono i fenomeni della vegetazione, e sospe-  so il moto della vita vegetativa dileguatisi le funzioni dcl-  I' essere pensante , non segue da questo che una sia la  vita dell’ uomo, ma che ciò avvenga per legge di unione  dell' anima col corpo ; unione costituente 1’ uomo. Que-  sta osservazione dovea farsi dal Critico.   Nè sembrami da buon filosofo il §. 39 del VII. ca-  pitolo , dove il signor Pezzi si fa a dimostrare le diffe-  renze Gsiche tra 1' uomo ed il bruto. 11 dotto autore in  tal modo scrive :   » L’Orang-outang, che pur sovente cammina su due  » piedi, oltre di essere peloso per modo che il suo tatto  » non ò squisito, ed aver mani per ruvidezza e per for-  » ma mollo inferiori alle nostre , ha eziandio il sommo  » svantaggio che non può articolare parola , perchè un  » doppio sacco membranoso , situato presso la faringe ,  » soffoca la sua voce. Se 1' organo di qualche volatile gli  » concede di pronunziare alcuni nostri vocaboli , non si  » può dire per questo che parli. Parlare non è già sol-  » tanto pronunziare parole , ma conoscere altresì la re-  » lazione che passa tra ognuno di questi suoni c l' idea ,  » la nozione , 1' affetto di cui è esso segno ; ed appunto  » questo conoscimento manca a quei bruti che ripetono  » le nostre parole , perchè non ne intendono il signifi-  » cato , nè sanno usarne come segni espressivi dei loro  » pensieri o bisogni ».   Chi considera bene queste parole , si accorgo facil-  mente che il Pezzi nulla diee confacente allo scopo del  suo capitolo. Egli vuol mostrare le differenze fisiche fra  l’uomo ed il bruto, e dopo averne accennato alcune, vie-  ne al §. che ho trascritto col titolo — Privilegio della  favella — dice che 1’ orang-outang non può articolare pa-  rola pel doppio sacco membranoso presso la faringe, e ciò  è esalto : poi, quasi prevedendo l' obbiezione. Se l' organo di qualche volatile cc. cc. É vero anzi , verissimo ,  che gli animali, i quali pronunziano alcune nostre parole,  non parlano , perché non sanno il rapporto fra il suono  e d' idea, di cui è segno, ma, Signor mio, non ò per la  mancanza di organi, ma pel corto conoscimento della loro  anima : il che importa non essere più una differenza fi-  sica fra l'uomo ed il bruto, ma bensì intellettuale. Spie-  go ciò più largamente. L'autore, per rispondere al titolo  del suo capitolo, avrebbe dovuto concludere in altro mo-  do. Se alcuni bruti ripetono alcune nostre parole , pro-  nunziano alcuni nostri vocaboli , ciò prova 1' attitudine  de' loro organi vocali, c per questo non vi ha differenza  fisica fra 1’ uomo ed il bruto. Che poi essi non parlano ,  cioè, non conoscendo le relazioni fra le parole e le idee,  stupidamente le rq>etono , dimostra la loro corta intelli-  genza ; e questa è una differe nsa intellettuale. Il parlare  perciò nell' uomo non proviene dall’ avere esclusivamente  organi vocali , ma dall' essere munito , oltre degli organi  a ciò idonei, di altissima intelligenza, quando qualche bru-  to , sebbene possessore di tali organi , non parla per di-  fetto delle sue mentali potenze. Quindi i pensieri del Pez-  zi buoni, a mio avviso , per far vedere che non agii or-  gani soli della voce debbe attribuirsi il parlare che fa  l’uomo, ma bensì al suo sommo intendimento, nulla gio-  vano al di lui scopo, anzi lo contraddicono. Ma lasciamo  l’esame delle dottrine di PEZZI (vedasi), perchè sarebbe di-  lungarci di troppo, per ritornare al Critico. Mi si opporrà a tal parlare, ed io il credo : sig.  d Critico non siete più certo degli atti d i vostra coscien-  » za , quando riflettete su di voi, che del vostro fisico ?  » Sì il confesso , e so esservi stalo chi negò I' esistenza  » de' corpi , ma non vi fu stolto che abbia negato la se-  » rie de’ suoi pensieri , de' suoi giudizi, de’ suoi razioci-  » zi. Qui però altro è il punto della quistionc: è il presumersi da alcuni di spiegare si fatti fenomeni , voler-  » li analizzare minutamente , e saperne il come con a-  » stratte ed ipotetiche sottigliezze. Or questo per me è  » 1’ islimum fodere degli antichi , è tentar 1' impossibile. All’ incontro, se non tutti, alcuni fenomeni dello spiri-  » to cogli ajuti delle nozioni fisiologiche si spiegano , e  » si perviene, se non al grado di certezza, a somma pro-  li Labilità e lucidezza ».   Su queste parole rifletterò : É falso che Io spirito sia più certo di sò che del  fuor di lui, perché nella certezza nou vi ha più e meno,  ed il suo parere può condurre all’ idealismo.  Se 1' umano spirito è fornito della facoltà di sen-  tire , o sensibilità esterna , cd applicando ai dati di essa  facoltà il raziocinio discopre le leggi di corpi, perchè, a-  vendo la coscienza , vista interna , facoltà che lo rende  consapevole di ciò che in lui avviene , non possa mercè  l' induzione conoscere le leggi del suo pensiero ? Come ,  sig. Critico, sapete che voi sentite piacere e dolore, che  giudicate , ragionate , volete , avete memoria, in somma  pensate ? É la coscienza , senza alcun dubbio , che ve lo  svela. In qual maniera , signor mio , conoscete le leggi  del raziocinio, quelle delle idee, della volontà ? Meditando  sulla coscienza si ottiene, se non altro, la Psicologia em-  pirica. I sensi esterni danno le percezioni de corpi e  delle loro qualità essi ce li offrono colorati, molli o du-  ri, aspri o lisci, di tal odore e sapore, ma quale di que-  ste proprietà appartiene al pensiero ? Nessuna. È dunque  falso interrogare ai sensi, onde scoprire le funzioni dell' u-  mana mente.   Ma intanto ogni uomo che una sensazione, un desi-  derio, un volere, un giudizio, un raziocinio, sa che que-  ste cose esistono in lui , egli le sente col senso interno.  Fa d‘ uopo dunque a questo rivolgere la riflessione. Qui     122   non vi sono astratto ipotesi ; il metodo è sperimentale ,  quello cioè proclamato da Cartesio – citato da H. P. Grice , adottato da Locke – citato da H. P. Grice -- ,  Condillac, Tracy ed eziandio da vari materialisti. Il Criti-  co ha detto essere impossibile , ma senzu alcuna prova.  Ed io vorrei sapere come senza i lumi della coscienza si  possa pervenire alla cognizione delle funzioni dell' lo ; e  parmi tanto impossibile che la filosofia si serva del meto-  do della fìsica , quanto è impossibile spiegare i fenomeni  del mondo materiale colla coscienza.   Ma sento dirmi : I' anima non dipende dal corpo ?  SI non 1’ ignoro , ho detto il mio parere su tale dipen-  denza. Un savio contegno è forza usare in siffatte inda-  gini per non incorrere in astratta ed inutili ipotesi. In  primo luogo egli è necessario adottare le rivelazioni del-  la coscienza ; ma essendo fra il morale ed il fisico dei  reciproci rapporti , procede da ciò la necessità di alcu-  ne cognizioni relative al fisico dell' uomo , senza però la  mania di voler rendere ragione della predetta dipenden-  za in ogni caso particolare , o voler dare contezza di  ciò, che sfugge ai sensi coi sensi. Dcbbe ancora aggiun-  gersi I' analisi del linguaggio appo i vari popoli , perchè  dai segni, cioè dalle parole, possono cavarsi molte dedu-  zioni sulle cose significate , vale a dire sui pensieri ; co-  me pure la lettura de’ poeti ed oratori eccellenti , veri  dipintori del cuore umano, non che la storia dell’umano  genere .... In tal modo polrassi pervenire in parte  alla cognizione dell' intendimento dell' uomo; dico in par-  te, perchè non si esce dal cerchio sperimentale.   Proseguendo la lettura del Cenno Filosofico del sig.  A. S., m’ imbatto in una osservazione critica da lui fatta  al Pezzi ed al Galluppi. Crede il signor A. S. che non  possano aver luogo nello spirito sensazioni simultanee, ed  adduce in prova della sua opinione la similitudine del tiz-  zone acceso c velocemente aggirato , che rappresenta in un circolo ignito contemporaneamente più volte se stesso.  Ma pormi che questo paragone sia del tutto fuor di pro-  posito , come il dotto Pezzi ha detto. Quindi, per  dimostrare la fallacia dell' idea del Critico , ragiono così.   Voglio conoscere in che la percezione A. sia simile  o diversa da quella di B : percepisco queste due idee ,  quindi le confronto e discopro che sono identiche. Or se  1' lo non avesse coutemporeamente sentito A e B, non  sarebbe venuto giammai a capo di giudicarle ; perchè se  egli sente solamente A, conosce questa e niente altro, se  sente B, sa quest’ ultima sola e non potrà mai portar giu-  dizio, cioè non conoscerà l' identità o diversità delle due  percezioni. Nel giudizio debbe dunque I’ anima aver si-  multaneamente presenti le idee. Credo perciò che negare  le simultanee sensazioni , percezioni , idee, si è negare i  fatti evidenti che osserva ognuno uel santuario del suo  pensiero.   » Cortesissimi Soci , segue il Critico , debbo dirvi  » alla schietta che gli ultimi 4 capitoli della Logica pura di Galluppi mi saziarono di dottrine. Egli approfonde con sagace e sottilissima mente 1' essenza del  » raziocinio , scrutinandone i più intimi recessi per rile-  » vame gli elementi e le diverse specie di argomenta-  vi zioni, in cui si trasforma; e posso senza esitazione af-  » fermare che ne ha fatto una profonda , non meri che  u una ben ordinata disquisizione ».   Io credo sig. Critico che se aveste la pena di leg-  gere e rileggere attentamente gli Elementi di Filosofìa ,  il Saggio , le lettere Filosòfiche , e tutte le oltre opere  del Galluppi, vi accorgereste della falsità di molti e mol-  ti vostri pensieri , esclamereste ad ogni momento : Gal-  luppi è veramente profondo filosofo ! Ma , per condurre  ad effetto ciò è d' uopo , oltre alle buone disposizioni  incutali, spendere molto tempo. Ma che poi il raziocinio, come egli vuole nel §. 33  » capitolo 3. , oltre le conoscenze che si ottengono dalla  » di lui indole analizzandolo, e dandogli tutte le possibi-  » li forme, di cui è capace , ci conduca a conoscenze di  » altra specie, non mi accordo ; poiché esso serve a di-  » mostrare bensì la verità, ma non già a scoprirle; poi-  » chè dal semplice passa al composto, ed è di norma al  » metodo sintetico che non ci fa scoprire, ma dimostrare  » la verità ; mentre 1' induzione ed il sorite , che dui  » composto ci guidano al meno composto ed al semplice  » discoprendole servono all’ analisi , senza di cui non al-  » tro che cognizioni intuitive avrebbe 1’ uomo. Intanto  » l’autore reca, in conferma di quanto asserisce, un pro-  » blemn algebrico tolto, se mal non mi appongo, dal cor-  » so degli studi del sig. Condillac ( cui si bene e tanto  » volte staffila). Egli la soluzione di questo, messo in e-  » quazionc, riconosce da un raziocinio , il di cui princi-  » pio è I' assioma : se a quantità uguali , $' aggiungono  » quantità uguali, la somma sarà eguale. Alto sig. Filo-  » sofo, non è quest’ assioma che mi conduce a sciorre il  » problema ; poiché dopo di averlo per mezzo degli ol-  » gebrici artifici sciolto , veggo che per dimostrarlo pos-  » so adattargli quest’ assioma , altrimenti le idee univer-  » sali per intensità equivarrebbero alle particolari ».   » 1)' altronde egli stesso, nel §. 53 cap. a°, s'espri-  » me così : 1' analitico non fa uso degli assiomi , se non  » nel momento in cui le circostanze delle sue ricerche  » l'obbligano ad usarli, or ciò fa nel metodo istruttivo,  » non dirò punto in quello d' invenzione ; poiché l’appli-  » razione de’ principi generali vien dopo la soluzione del  » caso particolare. Con queste parole nulla si prova. Primieramente é  mestieri, secondo Galluppi, distinguere conoscenze univer-  sali da idee universali: le prime, cioè le conoscenze, sono df due specie, necessarie che hanno origine dalla riflessio-  ne sulle proprie idee astratte , e la loro generalità non è  perciò dedotta dai casi particolari. Ancora è necessario av-  vertire, che la mente si forma le idee universali, partendo  dalle idee particolari. Quindi è chiaro, che trattandosi del-  l’ordine cronologico delle idee, conviene che lo spirito va-  da dal composto al semplice, dal particolare all’universale,  ma nell’ordine della deduzione delle conoscenze non è cosi,  perchè le verità pure o necessarie sono formate, non già  dall'esame de 'casi particolari, ma paragonandole idee uni-  versali. Lo spirito inconseguenza , dopo aver scoverto al-  cuni rapporti immediati fra le sue idee generali , applica  queste sue conoscenze ai casi particolari. E il sig. A. S.  che crede esalta la critica fatta da Galluppi a Tracy ,  non ha veduto eh' essa ha per base la differenza fra l'or-  diue della deduzione delle idee c quello della deduzio-  ne delle conoscenze. 11 dire poi che il sorite conduce dal  composto al semplice, ossia dal particolare all’ universale,  è falso: perocché esso si risolve al sillogismo, cioè al ra-  ziocinio , il quale va dall’ universale al particolare ; ed i  filosofi sono stati di accordo su ciò, tranne Tracy, il qua-  le, come fra poco dimostrerò, è stato compiutamente con-  futato da Galluppi.   In secondo luogo è l'assioma che mi conduce alla  soluzione del problema , perchè senza di esso non potrei  avere de' risultamenti generali, il che vuol dire non avrei  sciolto il problema. Se voi, sig. Critico, credete che col-  V esempio particolare il problema sia sciolto , v’ inganna-  te, giacché in matematica non si ammette regola o pro-  posizione alcuna che, come dice il Celebre La Croiv, non  sia la conseguenza necessaria delle prime nozioni sulle  quali si è appoggiato , o la cui verità non sia stabilita  in generale, in seguilo di raziocini indipendenti dagli e-  sempi particolari, che non possono giammai formar pròva , e che non servono, che a facilitare al lettore V intelligenza de' raziocini., o la pratica delle regole. Dopo di ciò il sig. A. S. scrive : « Ho dichiarato  » che ottimamente 1' autore conduce I' analisi del razioci-  » nio , e quell’ osservazione che fa non poter essere per-  ii lettamente identici il principio coll' illazione , nè assolutamente diversi è condotta ad evidenza . e come tre  n idee principali , altrimenti nomati termini , e non più  » possono entrare io esso , è recata al massimo grado di  » convincimento ; come del pari la genesi degli assiomi  » che nascono dalle definizioni; nè crede che altri, come  » lui , sia riuscito in questo processo logico ».   Mostra qui il Critico di aver concepito alcune os-  servazioni dell' autore , di cui è parola : ma egli , prose-  guendo, dice cose che son valido argomento di non averlo  sempre inteso,   » Dissentisco, dico A. S., intanto dal più de’ meta-  » fìsici, quando asseriscono che nei raziocini puri dall’u-  » niversalc si va al particolare , senza negare, secondo il  » linguaggio scolastico, che la conseguenza debba seguire  » la parte più debole ; cioè se havvi premessa particola-  » re o negativa , tale debba esser la conseguenza. Ma  » perchè non hauno indagato , se potessero darsi razioci-  » ni costanti lutti di giudizi universali ? Galluppi, che tanto a lungo discute la natura del raziocinio,  » non si è occupalo di ciò, contentandosi di riferire sol-  » tanto la legge scolastica: se una delle promesse è par-  ìa ticolare ; anzi se mal non ni appongo ha dello , che  » nei raziocini puri dall' universale si conchiude al particolare ».   Signor A. S. avete letto , non dico tutte le opere  del Galluppi, ma la logica di esso autore ? lo porto opi-  nione , che voi o non avete studialo la logica pura , o ,  che è probabile, di volo ; giacché è falso che il Galluppi non siasi occupato d' indagare , se possano esservi de' ra-  ziocini costanti tutti di giudizi universali. L'esimio filo-  sofo , dopo aver ad evidenza provalo che il principio e  I' illazione non possono essere nè perfettamente identici ,  nè diversi, cosi parla :   » É necessario dunque che vi sia un’ identità, o nei  » predicati o nei soggetti de' due giudizi di cui parlia-  » ma. Supponiamo il primo caso , cioè che il giudizio  » dedotto abbia lo stesso predicato del principio. Uno  » stesso predicato suppone una certa identità nei sogget-  » ti ; vi ha dunque identità nei soggetti del principio e  » dell’ illazione ; ma non potendo essere, per quel che si  » è detto, perfettamente identici, rimane, che vi sin fra  » questi soggetti quell’ identità , che passa fra la specie  » ed il genere , fra la specie e I' individuo , o pure che  » questi due soggetti sieno lo stesso soggetto riguardato  » sotto due aspetti : esaminiamo il primo caso a. Viene quindi all’ esame del primo caso , cioè quan-  do i predicati del principio c dell’ illazione sono identici  e tra i soggetti ovvi 1' identità , che passa fra la specie  ed il genere, fra la specie e l'individuo, e da profondo  filosofo dimostra il soggetto del principio dover essere in  tal caso più universale di quello dell’ illazione, come pure  che debbono essere tali raziocini di tre giudici composti,  e conclude in queste parole :   » La legge generale di questi raziocini si è : ciò che  » conviene al genere, conviene anche alla specie, ciò che  » ripugna al genere ripugna alla specie.   l)a quanto ho detto si fa chiaro la legge di tutti i  raziocini non esser pel nostro autore quella , la quale  prescrive che dall’ universale debba concludersi al parti-  colare , ma che tal legge sia di alcuni raziocini , perchè  egli dice la legge generale di questi raziocini.   Nel §. seguente imprende a parlare del taso, in cui il principio c l' illazione hanno lo stesso ollrilmto e i lo-  ro subbictti sono uno stesso soggetto riguardalo sotto due  aspetti- Ecco le sue jwrole :   » Nel caso in cui il principio e 1' illazione abbiano  » lo stesso predicato , ed i loro soggetti sieno lo stesso  » soggetto riguardato sotto due aspetti , per concludere  » si richiede un giudizio, che dimostri l' identità de’ due  » soggetti , ed il raziocinio è composto anche in questo  » coso di tre giudizi : 7 f 1 è 8 : 6 + 2 è lo stesso che  » 7 + 1,0-5-20 dunque 8. Il secondo [giudizio (5 f 2  » è lo stesso che 7 + 1 , enuncia I' identità de' soggetti  » del principio, e dell' illazione. Vi fece altrove osserva-  » re che 7 f 1 è la deflnizione di 8 ; questo  » raziocinio è fondato dunque sul seguente principio ge-  » iterale : a chi conviene la definizione, conviene il de-  » finito, e viceversa ».   Or in questo caso il principio c I’ illazione hanno  lo stesso predicato , ed i loro soggetti sono il medesimo  subbielto sotto due vedute riguardato ; c perciò le pro-  posizioni sono uguali in estensione , e si può affermare  del secondo soggetto ciò che si è affermato del primo.   Inoltre quando, nel secondo caso, il principio ed il  giudizio dedotto hanno uno stesso soggetto ed un diver-  so predicato , sono eziandio universali. Ecco l’ esempio  recato nel §. 29.   » 7 f 1 è maggiore di 7 ;  ma 7 è 6 + 1 ,   7 + 1 6 dunque maggiore di 6 + 1 ». Altri esempi, che confermano ciò che iodico; leggon-  si nello stesso jj. dove I’ autore mostra che in alcuni ca-  si il soggetto del principio è predicato nell' illazione , c  viceversa. Ma il sig. Critico, se mal non mi avviso, non  ha letto 1' opera , cotanto celebre del Galluppi , titolata  Saggio Filosofico sulla Critica della Conoscenza. Cosa dice il nostro filosofo in esso opera ? Ei, discu-  tendo il raziocinio, dà un analisi severa di quest’atto men-  tale , e con somma penetrazione parla di tutti i rasi , e  conclude così : L’analisi che ho fatto del raziocinio, è molto im-  » portante, io ho creduto esser questo il vero mezzo di  » illuminarlo , e di dileguare qualunque dubbio. Questa  » analisi fa conoscere 1° che nel raziocinio astratto si  » conclude dall’ universale al particolare , non già vire-  » versa ; 2° che tutte le proposizioni possono essere uqualmente universali. Quindi il valente filosofo  dimostra l’ inesattezza delle leggi dei logici de orniti et  nullo , e quella una conlineat, altera conlentam dcrlaret  con dire tali parole. « L' analisi, che ho fatto del razio-  cinio , dimostra dunque che le regole da’ logici insegnate  finora non sono universali. Dirò ancora esser falso che il Galluppi siasi conten-  tato di riferire la legge scolastica , perchè essa , secondo  il sulloilato filosofo, è questa : » L' analisi, ei dice, clic ho  » fatto del raziocinio, mi conduce a stabilire questo prin-  » cipio. Nel raziocinio vi dee essere un’ idea comune al-  » l’ illazione ed al principio , ed un giudizio che affermi  » l’identità delle altre due idee, parziale o perfetta. E la stessa legge stabilisce 1' autore nel §. 8Ò del  suo Saggio Filosofico. Aggiungi a ciò che Galluppi de-  duce tutte le leggi scolastiche (inclusa quella se una delle  premesse è particolare , I’ illazione debb’ esser tale ) dalia  legge testò trascritta. Il critico dunque ci ha venduto due errori con po-  che parole, che ha detto, relative all'analisi del raziocinio  fatta dal sig. Galluppi. io concludo. 1° E falso eh’ esso  autore non abbia indagato, se possano darsi ragionamenti  composti di proposizioni universali ; 2° È falso ancora di  essersi contentalo riferire lu legge scolastica ec. , che an-  zi egli desume tutte le regole de’ logici da un principio  generale da loro non conosciuto. E chi , dopo di ciò, si  ostinerà a non voler biasimare la critica del sig. A. S. ?  àia quel che ho detto non è tutto, giacché egli ci ha dalu  altre prove di conoscere o intendere poco o nulla le sensa-  tissime dottrine dell' esimio sGalluppi. Eccole : Da generoso, cosi A. S., e con piè fermo calcan-  » do il polemico campo brevemente combatte, nel §. 43  » cap. 4., il signor Destutt-Tracy, che ridurre pretende  » tutte le forme del ragionare al sorite ; facendo all'op-  » posto eijli vedere esser il raziocinio contrario al sori-  » te ; e posso qui dire di averlo attaccato On dentro le  » sue trincee , e d' essersi avvalso delle stesse armi dei-  » l’avversario per finirlo. Egli facendo capo dall'equivo-  » co preso dal sig. Tracy fra idee c conoscenze, le qua-  » li ultime , sebbene non I’ ho vedute dall’ autore nostro  » definirsi , pure scorgo esser significate verità di giudi-  » zi. Quindi, dopo avergli appalesato lo equivoco, a chia-  » re note gli dimostro , che il raziocinio incomincia da  » conoscenze universali , e quello all' incontro nella ca-  » lena de’ suoi giudizi dal particolare va gradatamente  » progredendo alle universali nozioni ».   Tracy portò opinione il sorite esser il modo natura-  le di ragionare del!’ umano spirito, come pure che in es-  so sorite si vada dal particolare all' universale ; e che  perciò ei crede il sillogismo debba al sorite ridursi , e  non già, siccome i filosofi avean detto, il sorite risolver-  si al sillogismo : ciò è vero. Galluppi espone lo dottrina  dell' illustre francese ideologo , e con mollo senno la ri-  batte , cosa ugualmente vera : ma che poi Galluppi fac-  cia vedere esser il raziocinio contrario al sorite, è falso;  pure che esso filosofo dica che il sorite nella catena dei  suoi giudizi' proceda dal particolare all’ universale , ò fal-  sissimo. Perocché Galluppi dopo aver svelato l’e-  quivoco preso dal Tracy fra ordine della deduzione delle  idee ed ordine della deduzione delle conoscenze , cioè fra  idee clementi del giudizio e quest - atto intellettuale stes-  so, e la differenza fra verità speculative c verità empiri-  che, cosi s’ esprime :   » Ritorniamo all’ esempio recato di sopra. Io do-  » mando la ragione di questa conclusione : Pietro è una  » cosa mortale , essa nel sorite rapportato , consiste in  » queste due premesse : ciò che ha un corpo, il quale na-  » sce e sparisce dalla terra, è una cosa mortale. Pietro  » ha un corpo, il quale nasce e sparisce dalla terra. La premessa: Pietro ha un corpo, il quale nasce e spari-  ti tre dalla terra, è taciuta nel sorite enunciato; ma seb-  » bene sia taciuta, essa esprime un giudizio, che lo spi-  » rito dee fare necessariamente |>er poter concludere, che  » Pietro è una cosa mortale. Inoltre qui si conclude dal-  li I’ universale al particolare ; poiché il principio : ciò che nasce e sparisce dalla terra è una cosa mortale,  » è una proposizione universale, laddove l' illazione Pie-  ri tro è una cosa mortale, è una proposizione particolare,  n Se domando di nuovo la ragione di questa premessa ,  » taciuta nel sorite : Pietro ha un corpo ii quale nasce  n e sparisce dalla terra, essa consiste in queste due pro-  » posizioni ; ciò che ha un corpo organico , ha un cor-  » po il quale nasce e sparisce dalla terra. Pietro ha un  » corpo organico , La seconda proposizione : Pietro ha  » un corpo organico, è taciuta nel sorite, ma essa espri-  » me un giudizio , che lo spirito è obbligato , per con-  » eludere , di fare necessariamente. Similmente , se do-  li mando la ragione di questa premessa taciuta – IMPLICATA GRICE __ nel sorite , cioè di questa proposizione : Pietro ha un corpo organico ; essa si spiega nelle due seguenti proposizio-  » ni : Ogni animale ha un corpo organico. Pietro è animale. La seconda proposizione è taciuta nel sorite;  ma il giudizio da essa espresso è nello spirilo di colui  » che ragiona. Affinchè la conclusione del sorile sia in  » connnessione colla prima proposizione è necessario, che  » lo spirito giudichi convenire al soggetto della prima  » proposizione tutto ciò clic successivamente si trova contenuto nel predicato di questa stessa proposizione. Ciò  a fa si , che un’ esatta analisi di un sorite lo risolve in  » tanti sillogismi. Il sorite è dunque un compendio di  » sillogismi, ed è il sorite che si riduce al sillogismo; non  » giù il sillogismo, che si riduce ni sorite. Non farò chiose a parole si chiare ; ma dirò che il  sorite non è, per GALLUPPI (vedasi), contrario al raziocinio: c  solamente diverso nell’ espressione, perchè taccionsi alcune  proposizioni, che han luogo nella mente di chi lo forma,  e senza delle quali non vi sarchile alcuna conseguenza. In  somma distinguendo I’ alto intellettuale , detto raziocinio  nello spirilo e nel discorso, siccome ha detto Galluppi in vari luoghi della logica , si conoscerà che non solo il  sorite , ma eziandio gli altri modi di argomentare , sono  nel pensiero raziocini , sebbene nel discorso diversamente  enunciati. Dirò per conseguenza che il sorite nella cate-  na de’ suoi giudizi va, come il raziocinio, dall' universale  al particolare. Or io non so persuadermi, non tanto per-  chè il A. S. dissenta in molte cose da Galluppi ,  ma come egli incorre in errori di fatto sì badiali. E se  egli erra sì facilmente trattandosi di cose di fatto , nel  conoscere cioè qual sia la dottrina di tal filosofo, che sa-  rà poi discutendo il merito di qualche dottrina ? ognuno giudichi da sè.   Dopo di ciò il sig. A. S. si accinge a far qualche  cenno sulle dottrine nella Psicologia contenute.   » E tempo ornai, commendevoli Signori , fare qual-  » che cenno su le dottrine del sig. Galluppi in riguardo  » alla Psicologia. Costui pretende, da che l’iiomo pcrce-  » pisce un fuor di sè, percepire se stesso distinto dagli  » oggetti esterni. Primamente dico esser questa una del-  >< le inestricabili quistioni , ed il parteggiar clic fanno i  » gran filosofi, chi per Cuna opinione, chi per l'altra dà  » a divedere la difficoltà di sciorla; secondariamente dico  » esser futile, e vana la ricerca di tal soluzione, poiché non  » mi giova punto saliere, se nel principio della vita ani-  » male, quando non era che bambolo cinguettante, avessi  » la coscienza del me, e del fuor di me; in terzo luogo  » mi dichiaro dell’ avverso partito del signor Galluppi ,  » menochè ammettessi, che nel principio della vita tutte  » le facoltà insiememente si sviluppano nell' uomo ».   Non si potea peggio esporre la dottrina del Galluppi; giacché i filosofi contrari ol di lui parere convengono  nel dire « da che 1’ uomo percepisce un fuor di sè per-  cepire se stesso distinto dagli oggetti esterni » ma tutta  la quistione consiste in conoscere qual sia 1’ atto che ci  svela il me ed il fuor del me. Perchè alcuni credono che  la percezione del me sia un otto del giudizio ; altri filo-  sofi che la coscienza di ogni sensazione sia congiunta colla percezione del me – o dell’io – H. P. Grice, The personal identity of the person --. Galluppi è di quest' ultima opinione. In quanto alla percezione dell’ esistenza straniera, pu-  re vi ha tre opinioni : quella che stima alla facoltà di giudicare appartengasi il rivelarci un’ esistenza esterna ,  una seconda die del solo tatto sia tal istruzione , la ter-  za , eh’ è quella del Galluppi , ogni sensazione essere la  percezione di un’ esistenza esterna , ossia oggettiva. È  dunque evidente che invece di asserirsi , che secondo il  precitato filosofo, « da che l'uomo percepisce un fuor di  sè percepire se stesso distinto dagli oggetti esterni » do-  vea il Critico dire : Il Galluppi pretende da che 1' uomo  ha la percezione di una sensazione percepire se stesso ,  come pure che ogni sensazione rivela un’esistenza esterna. Ma è esatta 1’ asserzione del sig. A. S. , cioè esser  vana e futile la ricerca della soluzione di tal quistione ?  Dice il vero il Critico , Candidar, Tracy, Degerando cc.  ed anco Galluppi furono sciocchi, perchè volsero l’ani-  mo a cosa inutile ; era riserbato al signor A. S. svelare  ciò ; ed i filosofi gliene sopranno grado. Ma, buon Dio,  si sanno i sistemi de’ filosofi ? Si vedono le relazioni fra  le conoscenze ? Ora siffatta quistione essendo intimamen-  te legata alt’ idealismo e allo scetticismo , ec. è perciò  d' altissima importanza. Vediamo intanto le ragioni con  che egli confuta la dottrina del sig. Galluppi.   Primamente dice qualche parola sulla simultaneità  delle percezioni , e stimo inutile trattenermi su cosa che  ognun sente , e che ho di sopra provato. Quindi viene  alla confutazione. La stessa maniera sua di ragionare mi convince  » del contrario. Udiamolo. Ei dice, io posso provare più  » sensazioni, e sieno pure, soggiungo io, contemporance.  » Ma dove appoggia, gli domando, lo posso aver coscien-  » za nello stesso tempo di tulle queste modificazioni. Ed  » anche che sia possibile . è certo che a posse ad esse  » non colei consequentia : ma ecco , signori dove 1’ ap-  » (foggio nel §. 9. È incontrastabile , egli dice, che nel  » momento in cui vi parlo coi avete la percezione del vo-  » stro me; ma se l'avrete in questo momento, è necessa-  » rio che i abbiate avuto fin dal primo istante della vo-  to sira vita sensibile; ed è necessario che questa coscien-  » za abljia accompagnala ciascun vostra sensazione ».   Qui il sig. A. S. mostra ad evidenza che il prin-  cipio che lo muove ad agire è tutt' altro dello amor del vero : egli è accecato dallo zelo di parie , e mette in o-  pera mezzi irregolari ed inefficaci. Dico irregolari, perchè  non si censura I’ opinione di un autore, prendendo alcune  linee di un paragrafo , altre di un ultro , e di paragrafi  dove 1’ autore che si vuol criticare non stabilisce la sua  dottrina. Dico inefficaci, perche Galluppi si legge da tut-  ti, e massime da coloro che sono addetti alla filosofia , e  confrontando le parole del Critico cou i testi del Cele-  bre autore, si scorge 1’ errore di chi censura. Eccomi al-  le prove.   11 primo capitolo della Psicologia di Galluppi che  ha titolo “Della Coscienza o della Sensibilità Interna”  è formato da nove §. pag. 17. Ne' primi tre §§. del predetto capitolo l' insigne autore si fa a dimostrare, come la  scienza del raziocinio lo conduca alla Psicologia, e che il  metodo da lui seguito è perfettamente analitico. Nel 4°  §. cosa sin la coscienza, e nel quinto mette a chiara lu-  ce lo stato della quistione della percezione dell' lo non  che l' opinione di Condillac, Degerando , e quella di altri  filosofi coi quali Galluppi è d’ accordo. Nel sesto con  non poca profondità abatte l' opinione di Condillac, il  quale crede l’ “io” – H. P. Grice, The personal identity of the person -- essere la collezione delle sensazioni che  ciascuno prova , facendo quasi palpare che cosiffatta opi-  nione dà T lo in apparenza c lo toglie in realtà. Il set-  timo §. è unu solida risposta al sig. Degerando, provando  nello stesso tempo che la coscienza di qualunque sensazio-  ne è inseparabile dalla percezione del me.   Ognun vede che 1’ A. S. , dichiarandosi di avverso  parere del Galluppi, avrebbe dovuto a que' §§. indirizza-  re la sua critica, nei quali l’autore appoggia il suo pare-  re : il Critico non ha detto cosa alcuna su questi §§.  e quali sono i §§. da lui confutati ? Alcune parole del  §. 8. altre del 9. Ma, signor mio, in questi il Galluppi uon stabilisce la sua opinione , cioè che l’ atto , il  quale rivela la propria esistenza , è un atto del senso in-  terno , ma solo stabilisce nell’ ottavo che lo spirito inco-  mincia le sue operazioni dalla percezione del me non già  dal giudizio sul me, e nel nono fa un corollario delle ma-  terie spiegate. E poi perchè alcune parole di un §. altre  di un altro ? Io ben veggo ( e chi noi vede ? ) che egli non potendo criticare la profonda dottrina del Galluppi, si è  avvalso, siccome ho detto, di un mezzo irregolare ed ineffi-  cace. Onde il lettore vegga chiaramente ciò che dico, tra-  scrivo i testi, ne’ quali leggousi le parole riferite dall' A. S.   11 Chiarissimo filosofo dopo avere , siccome ho det-  to , nei sette primi di questo capitolo ben discusso  la quistione del me , viene , nel §. 8. a far vedere che  quantunque si abbia dalla prima sensazione il sentimento  del me , pure non può farsi giudizio su di esso , cioè  sul me.   » Ma sebbene , ei dice , «dia prima sensazione lo  » spirito abbia il sentimento del me, pure fa d’ uopo av-  » vertire , che un tal sentimento ritrovandosi nel principio confuso col sentimento della sensazione , non può  » nel primo istante esserne distinto. Lo spirito non può  » separare al primo istante due cose , eh’ esso sente iu-   » sitine : egli non può dire : io provo la sensazione dell' odore. Lo spirito non può incominciare dal giudi-  » zio, ed egli incomincierebbe dal giudizio , se al primo  » istante potesse dire : io provo la sensazione dell" odore, o io sono una cosa che ha la sensazione dell" odo-  a re. Le operazioni del nostro spirito incominciano dalla  » percezione del me, non già dal giudizio sul me. Rendia-  » mo più chiara questa importante dottrina. Allorché lo spirito guarda semplicemente un og-  » getto , e vi vede riuniti i suoi diversi elementi , egli   » non ha ancora , che una percezione ; ma allorché presta successivamente la sua attenzione a questi diversi  » elementi , decompone quest' oggetto , divedendolo , per  » dir cosi , ne’ suoi elementi diversi , cioè in un soggetlo , e nelle sue diverse qualità. Ma lo spirito non de-  li compone , che per ricomporre di nuovo , egli dopo di  » avere osservato separatamente le qualità, le riunisce al  » loro soggetto , quest’ atto dello spirito chiamasi giudi-  » zio. lo posso provare nel tempo stesso molte sensazioni, vedere molti oggetti , udire de’ suoni, provare de-  li gli odori , gustare de’ corpi saporosi , toccare de' corpi  » caldi ec. ; io posso aver e coscienza nel tempo stesso  » di tutte queste modificazioni ; in tal caso io ho la per-  ii cezioue del me , e di molte sue maniere di essere ;     136   » questa coscienza non è ancora altra cosa che perce-  « zinne   » Noi abbiamo , cosi nel §. 9 ed ultimo del capi-  » tolo , trallato sotto tulli i punii di veduta una que-  ll slione fondamentale nella Psicologia; è utile perciò di  » passare in rivista le verità, che abbiamo stabilito. Noi  » proviamo diverse sensazioni ed affezioni: è questo un  » fatto ; queste cose sono in noi , e le percepiamo ir»  » noi , è questo un altro fatto. Voi percepite il sole , e  » voi sapete che percepite il sole ; o per dir meglio :  » voi avete la percezione della percezione stessa del sole,  » la quale è in voi. La facoltà di percepire ciò che ac-  » rade in noi, chiamasi coscienza, sensibilità interna, sen-  ti so interno, senso intimo. V esistenza di questa facoltà  » è dunque un fatto incontrastabile.   » Le nostre affezioni interne sono in un flusso con-  » tinuo, noi cangiamo incessantemente le nostre maniere  » di essere ; la coscienza di questi cambiamenti si risol-  ti ve in due percezioni interne , nella percezione di una  » cosa costante e che dura e nella percezione di 8lcu-  » ne cose che cessano di essere c si succedono vicende-  » volmcnte ; la prima è la coscienza del me, la seconda  » la coscienza delle sue modificazioni ; o per dirlo altri-  o menti , la prima è la coscienza del proprio essere ; la  » seconda la coscienza de’ modi di quest’ essere. È dua-  li que incontrastabile , che nel momento in cui vi parlo ,  » t'o» avete la percezione del vostro me. Ma, se i avete  n in questo momento , è necessario che l abbiale avuta  » sin dal primo istante della vostra vita sensibile, è ne-  ll cessano, che questa coscienza abbia accompagnato cia-  ti scuna vostra sensazione. Vi ho fatto sentire l’ eviden-  ti za di una tal verità di fatto, e perciò abbiamo conclu-  » so, che sin dal primo istante della nostra vita sensibi-  li le , abbiamo avuto la percezione del me – H. P. Grice, “Personal identity” “I, me, mine” – “Somebody (scil. I) is hearing a noise” -- e che questa percezione è , in conseguenza, primitiva, non seconda-  li ria. Ma qui non ci siamo arrestati : vi ho fatto osservare che la percezione del me – H. P. Grce, “Personal identity” --, la quale accompagna la nostra prima sensazione è confusa colla percezione della sensazione – H. P. Grice: “Someone, scil. I, is hearing a noise” --, non già distinta, che in conseguenza lo spirito incomincia dalla PERCEZIONE del me, NON già dal GIUDIZIO SUL me. Io vi prego di rendervi familiari queste verità. Esse sono fondamentali nella psicologia filosofica di H. P. Grice. Le quali parole di GALLUPPI (vedasi) mettono in chiara luce il mio pensiero, cioè che il critico non potendo in alcun modo ribattere le profonde ragioni d’esso autore, prese alcune parole del §. 8, dove l’autore non dimostra affatto la sua opinione, c dimenticandosi a bella posta dei  sette §§. antecedenti, ti trasporta al §. 9 lin. 28 toglien-  do, eh' è più, la parola dunque, e con dire che qui l'autore appoggia la suo dottrina. Ognuno si può di leggieri  accorgere che il §. 9. è un corollario del capitolo. In fatti, le parole dell’autore che succedono a quelle dell’A.  S. Vi ho fatto sentire l'evidenza d’una lai verità di fatto, chiaro danno a conoscere essere la dimostrazione di già data, e non appoggiar qui egli la suo prova. E poi, perchè togliere la parola dunque? Non senza ragione il critico ha ciò fatto: non rimovendo il dunque ognuno si sarebbe accorto essere un’illazione e non poter 1'autore poggiare le sue ragioni. Dopo la discussione delle DUE PERCEZIONE DEL ME – H. P. Grice: “Someone, scil. I, is hearing a noise, and I KNOW this” -- due percezioni del me, che 1’ autore, come dissi, vuole contemporanee al primo vagir dell'uomo, entra nel secondo capitolo a trattar del come, essendo modificazioni dell’animo non di meno lo conducono a conoscere un FUOR DI ME – H. P. Grice. Così il critico A. S.  L’autore non discute nel capitolo LA PERCEZIONE DEL FUOR DEL ME – ‘the world’ – H. P Grice --; egli come può vedersi dal §. nono da  me citato, in esso capitolo, esamina soltanto LA PERCEZIONE DEL ME. Nel capitolo secondo poi entra a parlare della PERCEZIONE DEL FUOR DEL ME: la prima è un atto della coscienza, la seconda della sensibilità. È poi eziandio frivola quella critica della PERCEZIONE DEL FUOR DI ME. Il nostro autore GALLUPPI (vedasi), egli dice, senza sgomeritarsi del diffìcilissimo problema, afferma che ogni sensazione è di sua natura la percezione d’un’esistenza esterna. Per provare la sua dottrina, ragiono così. Noi diciamo lutti io perno ciò; io sento questa rosa – H. P. Grice: Someone – viz. I – is hearing a noise. Allorché voi dite, IO PENSO, posso tosto domandarvi, che cosa pensate eoi? Allorché dite , io » senio, sono anche nel diritto di domandarvi che cosa sentite ? Qui parrai che 1’autore si scorda di dover trattar con bamboli, e tratta perciò con adulti, che ragionano, e che anno UNA LINGUA che fa l’analisi de’loro pensamenti. Convengo con lui che 1'oggetto della sensazione è diverso dell’oggetto della coscienza, eh' è la sensazione. Convengo che 1'oggetto della sensazione è FUOR DEL ME. Ma non nasce da ciò, che lo spirito dell’infante debba pure percepir 1'oggetto come cosa FUORI DI SÈ; giacché, come sostenni dapprima, s’immedesima coll’esterne cose – non oggetti --, finché il tatto, e le non volute sensazioni di dolore lo rendano avvertito dei suoi falli,  L’autore , sig. A. S., non si scorda di parlar con bamboli. Egli esamina la sensazione e lo fa mercè 1’analisi della lingua – come H. P. Grice -- , mezzo acconcio, perchè sviluppando le parole si viene alla cognizione delle operazioni del pensiero. Se egli deducesse che ogni sensazione è OGGETTIVA,  perché lo è attualmente, allora sarebbe in errore. Ma egli da profondo filosofo discute la sensazione, e vede che  essa, come sensazione, debba ad un oggetto – H. P. Grice: “HEARING A NOISE, SEEING A COW, TOUCHING A HAND, SMELLING A RAT, TASTING A LEAF -- riferirsi, giacché altrimenti non sarebbe sensazione, e sarebbe un nulla. Ogni pensiero, ei dice, ed ogni sensazione si riferisce essenzialmente, e di sua natura ad un OGGETTO – H. P. Grice: OBBLE -- quale che siasi. Il dire “Io sento, ma non sento cosa alcuna” – “Someone – scil. I – is hearing, but not hearing anything” – H. P. Grice -- è lo stesso che dire, “Io sento E NON sento: insieme, è pronunciare un evidente contraddizione. La sensazione è dunque di sua natura RELATIVA all'oggetto sentito; essa o è sensazione DI – H. P. Grice: Hardie: what do you mean, ‘of’’? -- qualche cosa, o non è sensazione adatto. Chi si fu a meditare attentamente queste parole del sullodato GALLUPPI (vedasi), scorge che la dottrina di esso autore ha per base questo principio. Sentire e non sentire insieme è una contraddizione. E cosi quei filosofi che negano l’oggettività di qualunque sensazione, come pure coloro che la concedono al solo tatto, commettono una contraddizione, perché per essi lo spirito sente, ma nulla percepire d’esterno, il citò è lo stesso, sente e non sente insieme. Ma dirò dippiù. Il critico conviene che 1’oggetto della sensazione – cf. H. P. Grice on J. O. Urmson and G. J. Warnock on The object of the five senses -- e diverso dall' oggetto della coscienza, che è la stessa sensazione. Conviene ancora, che l’oggetto della sensazione è FUOR DEL ME. Ma ei dice, non nasce da ciò, che lo spirito dell’infante debba pure percepir l’oggetto come cosa fuori di sè. E facile rispondere al sig. A. S. colle stesse parole di GALLUPPI (vedasi). L’oggetto della coscienza è la sensazione. Ma della sensazione deve esservi un oggetto diverso dalla sensazione medesima, poiché altrimenti la sensazione non avrebbe oggetto, il che è assolutamente falso. Da questo principio incontrastabile segue che ogni sensazione, in quanto sensazione, ha necessariamente un oggetto esterno al principio che sente. Di fatto se ogni sensazione dee necessariamente avere un oggetto; se tutti gl’oggetti non possono essere diversi dal me, dalle sue modificazioni, e da ciò che è ESTERNO AL ME. Se l’io e le sue sensazioni sono 1’oggetto della coscienza, egli non rimane altro oggetto per le sensazioni che un oggetto esterno al me – H. P. Gice: “Which is absurd: When I head for the table to get a sandwich, I don’t perceive myself being hungry: I’m not an observer, not even on first row – I’m on the stage!” . Ogni sensazione dunque in quanto sensazione è la percezione d’una esistenza esterna. Io per altro non scorgo, perchè debba al tatto solo attribuirsi 1’ufficio di svelarci 1’esistenze esterne; anzi se mal non m'appongo, GALLUPPI (vedasi) risponde a Condillac, sostenitore di questa opinione, facendogli evidentemente vedere che la di lui opinione è contraddittoria al principio da cui parte, e che tutti i sensi potendo al tatto ridursi, niun privilegio debbo concedersi al tatto propriamente detto. Altre ragioni adduce il nostro filosofo contro i filosofi d'avverso parere del suo. Nè qui poli fine alla discussione,  giacché nella psicologia dimostra con somma chiarezza e profondità la percezione del FUOR DI ME non poter essere 1'effetto dell’abito, ed esser chimere i giudizi abituali e rapidi che, associandosi alla sensazioni, le alterino. Quindi credo che il sig. A. S. leggendo attentamente i §§. da me citati, e farà meglio insieme col secondo volume del saggio filosofico, appieno scopre le potenti ragioni di tal filosofo, e la verità delle mie parole. Egli, è d'uopo ripeterlo, nulla lascia a desiderare su tal materia colaute importante, mettendo il lettore in islalo a poter giudicare con cognizione di causa. Ma, prima di chiudere queste riflessioni, parmi esser mio debito paragonare il merito di GALLUPPI (vedasi) con quello di PEZZI (vedasi), lo non farò questo paragone estesamente, e ciò per molti motivi, il primo de'quali è la brevità. Mi contento d’offrire in poche parole la somma delle cose importanti de'due filosofi. Qua/ìro dimostratile il merito comparativo di GALLUPPI (vedasi) e PEZZI (vedasi). Pezzi. Molte idee anotomiche e fisiologiche. Pochissime parole sulle leggi del raziocinio, ossia quasi  assoluta mancanza di logica. Mancanza di dottrine relative all'ideologia: per esempio non si vede esame della teoria di Hume sulla causalità, non discusse le idee del tempo e dello spazio secondo Kant ec. Generalmente l'autore non tien conto delle quistioni che sono agitate da’fìlosoG. Nemmeno veggonsi cenni sull'idealismo, trascendentalismo, empirismo ec. Quanto alle facoltà dell'anima, sebbene non trattate con profondità, pure qualche lode ò da riferirsi all'autore pei rapporti di che spesso fa cenno, aventi il fisico col morale. Insomma io  avrei desiderato che l'autore fosse piti profondo ed esteso in logica e metafisica. GALLUPPI (vedasi). Poche idee anotomiche e fisiologiche. Analisi completa del raziocinio con sensatissima discussione d'interessanti quistioni. Laboriosa indagine sull'origine dell' idee con esame di  problemi di grave importanza. Analisi diligente delle facoltà dell’anima, e confutazione del sensismo. Medesimamente esposizione e profonda confutazione dell'ldealismo, trascendentalismo, ed  empirismo. L’autore in somma nulla lascia in dietro, per quanto un’opera elementare il comporta, di quelle ricerche di che in PEZZI (vedasi) evvi penuria, e, che più mon-  ta, con grande penetrazione  sempre le ragiona. Più este-  si cenni sulle relazioni fra le  due nature si desiano nella  sua opera. Questo confronto , clic ognuno può istituire avvici-  nandosi ad essi autori , fa vedere che se il Pezzi abbon-  da di alcune conoscenze , è mancante di moltissime indi-  spensabili alla solida base della scienza ; nel mentre il  Galluppi, se scarseggia di alcuue idee, siccome da taluni  si dice, tuttavolta i suoi clementi sono un corso comple-  to di logica , metafisica c morale. Nulla dico della pene-  trazione di spirito , perchè è oggimai risaputo da tutti  che Pasquale Galluppi ad istesissiraa erudizione GlosoGca,  congiunge profondità di mente tale , in guisa che non  solo dagl' italiani , ma eziandio dagli stranieri è stato a  cielo levato.   Fo Gne a queste osservazioni con una ingenua con-  fessione. lo rispetto fra gl' italiani filosofi moderni Pezzi,  Soave ec. ma ammiro e venero oltre modo Genovesi ,  Galluppi e 1' Autore del Nuovo Saggio sull' origine delle  idee, perchè tre grandi filosofi. Quest’opuscolo vide la prima volta la luce nel 1836 pei ti-  pi del Fiumara. ANNOTAZIONI Opus, d* Introd. alla Filus. Elcm. di Filos. Filos. della Voloutà, Elcm. di Filos. Il sig. Critico sarà compiacente indicarmi il volume, il cap. il  §. in che il sig. Galiuppi impegno i giovanetti studiosi a saper h fi-  losofica rivoluzione , di cui Io stesso Critico parla , perchè non mi è  venuto fallo vederla in esso filosofo. Il sig. A. S. dovrà pure dirmi  perchè la rivoluzione di cui ei parla è nera. Perchè l’nddicttivo vera ?   (4) Eleni, di Filos. Lezioni di Filos. Saggio Filos. Elcm. di Filos. Saggio Filos. Elementi di Filos. Opuscolo sull' Analisi e Sintesi Chi vuole approfondirsi in questa materia legga, oltre alla lo-  gica, all* opusc. sull’ Analisi c Sintesi) il secondo cap. del 1. voi. del  Saggio sulla Critica della Conoscenza di questo illustre ideologo.  Egli in questo cap. solve sei difficili ed importanti problemi , alcuni  de' quali sono desiderata del celebre Degerando. lino di questi quesi-  ti si è : Il sistema che ammette l' esistenza e l’ utilità de’ principi  a priori , è esso compatibile eon quello che rigetta le idee innaie ? Essai Philosophique  Hist. Comp. Des Sist. Psyc. Rat. scoi. Lcz. di  Filos. Eleni, di Filos. Troité Elcmeniaire di Arilmétique par la Croi* Saggio Filos. sulla Critica della  Conoscenza. Elem. di Filos. Saggio Filos. Elem. di Filosofia , Psicolog. u fisiologìa calunniata di materialismo    Animus gaudens acmtetn floridam facil ,  spirilus tristis cxiccat ossa.   Prov. xvu. 22.   Corpus eniro quod corrumpilur, aggravai  animam . et terrena inhabitatio depri-  mil stogimi multa rogitanlem.   Sap. li.  (vedi H Cor. r. ^ Bom. ni SS)   §• i.   Le indagini de' fisiologi sii, relative alle attinenze dell' or-  ganismo colle facoltà pensanti , sono utili e necessarie  al psicologo e non conducono al materialismo.   É ormai valico più d’ un lustro, che io sentivami da  uu tale sussurrare all’ orecchio : volgete l animo alla At-  tornia , alla Fisiologia ecc. e conoscerete esser chimera  platonica lo spirito; c poi da uu altro, che uditami dire  un che sulla immaterialità dell' io : se foste medico, non  ragionereste così. Alle quali cose quantunque io rispondes-  si, pure per dar pace alla mia coscienza , e perchè avea  conosciuto, avere il me delle attinenze coll'organizzazione,  la cui cognizione è essenziale alla Filosofia , mi rivolsi  alle predette scienze — studiai gli organi e le loro fun-  zioni , studiai .... ma qual fu la mia sorpresa in vede-  re , che il vantato materialismo della Fisiologia è un so-  gno, anzi un insulto fatto a si bella ed utile scienza !   La Fisiologia, attenendoci alla parola, significa scien-  za della natura , c dovrebbe occuparsi di tutto che è in  natura ; ma essa anziché spaziarsi in campo tanto esteso,  si è ristretta alle funzioni, alle leggi degli esseri organiz-  zali nello stato sano, lì siccome questi sono o vegetabili,  o animali , o uomini , però è nata la litotomia o Fisica  vegetabile, la Zoonomia o Fisica animale, dottrina dell’e-  conomia animale , c Fisiologia Comparata , se indaga le  dilTerenze fra gli alti vitali dell' uomo c quelli degli ani-  mali , e finalmente Antropologia o Fisiologia Medica, se Hi ha per obbietto gli alti vitali dell’uomo. Laonde era  naturale, che quest' ultima sì occupasse delle funzioni in-  tellettive ed affettive dell' uomo , che sono atti vitali e i  più nobili ; e dopo aver durate non poche fatiche conobbe-  si alla line, il cervello esser lo strumento principale di sì  nobili facoltà, dico principale, perchè non si può escludere  il concorso degli altri organi inservienti alla vita relativa,  come sensi, ossa, muscoli ec. Il (ìsiologista di mente de-  bole può qui dire : ogni funzione ha i suoi organi , il  pensiero è una funzione , ha dunque il suo organo, che  è il cervello ; or se accordiamo al cervello un’ anima per  agire , dobbiamo concederla agli altri organi ; e però lo  spirilo è una chimera da' metafìsici ideata. No, io rispondo ; è una realità, e voi v'ingannate negandola. Di-  temi , come sapete che il cervello è l’ organo delle fa-  coltà pensanti ? perchè 1' esperienza vi ha mostrato , che  tutto ciò che altero, o distrugge il cene.lo, altera, o di-  strugge il pensiero, che dopo lunga meditazione la fron-  te dà segno di speciale calore e la testa duole ( il che è  conforme a quella legge notissima per cui cresce il calore , aumentando I' oziane di un organo o si sviluppa il  sentimento di fatici), che negli animali ver trinati la per-  fezione graduale delle industrie, degl’ istinti è in propor-  zione del perfezionamento graduale del cervello ec. avete  adunque conchiuso, il cervello è il principio efficiente del  pensiero. Questa conclusione è illegittima : due fenomeni,  che costantemente si veggono congiunti , non segue per  questo solo, che l'uno sia causa dell’altro; è questo quel  sofisma che nessuno ignora : cum hoc, ergo propter hoc.  — Adagio, risponde egli: c’è i analogia, perchè nelle al-  tre funzioni riguardandosi gli organi quali cagioni efficien-  ti, dobbiamo in quelle pensanti riguardare il cerebro cau-  sa efficiente. No , quest’ analogia , non c è affatto. Nelle  nutritive funzioni voi avete qualche cosa di più, che non  si ha in quelle pensanti : ed in queste è una particolari-  tà, che non si ha in quelle. Così, in quelle digestive, voi  avete veduto non solo che I’ alterazione, o distruzione del  tubo digerente è seguila da disturbo , o nullità nella ri-  rispettiva funzione, ma avete eziandio osservalo la sostan-  za introdotta cambiarsi in passando nelle diverse porzioni di detto canale , c quindi assorbirsene una parte, cioè la  chilosa , e I' altra , le lecce , espellersi. Lo stesso dicasi  della respirazione, i cui organi , i polmoni, sonosi osser-  vati pieni d’ aria , c parimenti della circolazione , di cui  le arterie e le vene hanno offerto il sangue, c cosi delle  altre automatiche (unzioni. Ma, quanto al cervello, voi sa-  pete, che i 9ensi trasmettono mercè i nervi allo stesso le  impressioni , quindi si mostra il pensiero , la volontà na-  sce , la quale mercè i nervi trasmette ad alcuni organi  de’ movimenti ; che le alterazioni avvenute nell' apparato  cerebrale sono da rispettive alterazioni nel pensiero segui-  te ec. ; ma non avete osservato le sensazioni , le idee e  qualsiasi prodotto mentale, nel cervello, come il cibo ne-  gl' intestini , 1' aria ne' polmoni , il sangue nelle vene. E  ciò debb' e«ser cosi , perocché evvi una diversità fra il  mezzo con che prendesi cognizione degli atti del pensiero  e quello della vita nutritiva, (ili atti di qucjta si perce-  piscono coi sensi , quelli della vita intellettiva , invisibili  ed intangibili, son conosciuti per coscienza. Essi non aven-  do alcuna delle qualità de' corpi, cioè non essendo duri o  molli, freddi o caldi, lisci o scabrosi, colorati, sonori ec.  non possono conoscersi co' sensi. Chi col senso tenta co-  noscere il mondo intellettivo , opera I' impossibile , com-  mette peggiore errore di colui che vuol conoscere gli o-  dori colle mani, o cogli occhi, o colle orecchie. Possibile  che la mente senta sè fuor di sé ? o trovi se stessa , ove  ella non è? Non abbiamo adunque l'asserita analogia. Dal  che deducesi , che il saggio fìsiologista , conoscendo , che  gli atti intellettuali non offrono gli stessi caratteri degli  atti automatici, vai quanto dire, quantunque soggiacciono  alle alterazioni del loro organo , pure non se ne osserva-  no in esso i prodotti e sfuggono alla sensibili- esterna os-  servazione , e si manifestano all' interna soltanto , terrà  conto insieme di ciò che è fisiologico e di ciò che è psi-  cologico, o per dirlo in altri termini, userà I’ osservazio-  ne esterna e la interna. Si, è mestieri applicare la rifles-  sione a qualunque specie di fatti positivi , e gl’ interni  non sono meno positivi degli esterni : anzi son tanto po-  sitivi, quanto che senza di essi non sapremmo che esistessero gli esterni. Si dirà per taluni : il fisiologo / rroccde  coi sensi, coi quali nulla vede di s/nrito, e perù per lui  quesl' essere intelligente immateriale è una chimera. Debbo , o no rispondere a si futile argomento ? Il farò per  te. Giovinetto, cui intendo istruire — altri non avrà forse  bisogno delle mie istruzioni. Cbe diresti di colui, che in-  tendesse alla investigazione delle nutritive funzioni colla  coscienza, e perchè in essa non le vedesse, neghercbbele ?  Diresti ha perduto il ben dell' intelletto ; cosi dee dirsi  dei pseudo-fisiologo. Sì , perchè osserva per metà , ed in  questa sforzasi ridurre I' altra metà , che in quella non  trova, nè trovar può , e perciò nel suo pensiero distrug-  gete. Ma da chi egli ha tal potere? Da nessuno. L'uomo  con tutta te sua ragione non può creare una facoltà , nè  annientarne alcuna , solo può percepire e ragionare ....  Se fosse lecito sopprimere una facoltà per negarne le i-  slruzioni , grandissima ragione avrebbero gli idealisti di*  sciogliersi da ogni uso de' sensi, e perciò dire, come han  detto , i corpi non sono. Ma chi è quell’ uomo di buon  senso , che voglia acconsentire a' sogni di questi visiona-  ri? Nessuno. Nessuno adunque farà buon viso a' sogni  del pseudo-fisiologo.   Se poi egli vuol limitare te Fisiologia ai sensi , fac-  cialo pure a suo senno , ma non avrà diritto in (al ipo-  tesi discorrere delle mentali funzioni, perchè da' sensi non  rivelalo : sarà in tal caso la scienza della vita ristretta  alle vegetative funzioni, e niente altro, ed allora non sarà  nemmeno conducente al materialismo. Ma no , ei dappri-  ma ammette la coscienza , apparandone da essa la realità  delle spirituali funzioni, che non vi ha altro mezzo a cui  ricorrere, e poscia, per ridurre il morale al tisico, ponen-  dola in non cale, abbandonala ; vuol conoscere il subbia-  to a cui esse appartengono coi sensi, i quali non potendo  mostrare che materia, osa dire: lo spirilo non è — come  se te coscienza l'osso guida infedele: e se tale, perchè am-  metterne le istruzioni ? come se fosse lecito ammetterla  in un caso e a capriccio rifiutarla in un altro — come  se te coscienza ben meditala non isvelasse quell’ io sem-  pre identico, sempre uno in mezzo alla farragine ili diver-  se modificazioni alle quali soggiace. La coscienza riflessiva. conviea ripeterlo, è la stella polare di chi intende alla co-  gnizione del pensiero dentro il cerchio della empirica psi-  cologia ; è la fiaccola che dee guidarlo nel santuario dei  suoi pensieri. K simile il raziocinio del supposto fisiolo-  go a quello di un idealista , il quale dopo essere istrui-  to da’ sensi dei fatti esterni , si volge alla coscienza per  conoscerne l' essere , a cui appartengono , ed in que-  sta non vedendolo , perchè veder noi può , lo nega , an-  zi lo immedesima col me. Fra 1’ idealista e il pseudo-  fisiologo lo intento è diverso , ma il metodo è lo stesso.  Nè pur monta il dirmi : coi ammettete il sopradcllo me-  todo, perchè credete I' anima spirituale , ma se questa è  materiale, cadrà la coscienza, e dovremo ricorrere a’ sen-  si : anzi fate ma petizione di principio, ammettendo lo  spirilo per la coscienza , e questa per quello. Al che è  facile rispondere. Io non ho detto : 1’ anima è immate-  riale, la coscienza dunque esiste, e ad essa bisogna rivol-  gersi , ma ho detto, e dirò finché mi basti il fiato : che  da natura avendo l' uomo due modi di percepire , 1' uno  coi sensi , I' altro con la coscienza , e clic le funzioni del  pensiero essendo impercettibili co’ sensi, non puossi ad es-  si interrogare , se vuoisi vera risposta , ma volgersi alla  coscienza. La Psicologia non adotta adunque la coscienza,  deducendola dalla semplicità dell' io. Clic tal metodo poi  opra al psicologo la via allo spiritualismo, è un'altra cosa,  perchè coi sensi non verrà mai fatto scoprire ciò che ad  essi si sottrae ; e l’ errore nel metodo conduce a falsi ri-  sultamenti. La petizione di principio non ha dunque luo-  go. Ricorre perciò il psicologo alla coscienza, seuza porre  1’ anima semplice , quantunque siffatto metodo lo conduca  olla cognizione della metafisica unità. Ma se il filosofo pro-  clama base precipua della psicologia empirica la coscienza,  non dee arrestarsi ad essa soltanto, ehè debb' avvalersi di  altri mezzi , che servono a sviluppare e rendere com-  piuto I' esame del pensiero. Invocare in tutto c soltanto  la coscienza , invocare in tutto e soltanto i sensi , si è  essere esclusivo , si è svisare brullamente la scienza. È  perciò mestieri al mezzo del senso intimo congiungerc, ol-  tre alla ideale visione , i mezzi esterni.   L'uomo è veramente il capo d’ opera della creazione; in esso , per chi ben Io contempli , risplende a vivissimi  tratti :   • La gloria di Colui che tutto muove ».   Ma questa stessa complessione di fenomeni , che in  lui osservansi e i loro reciproci rapporti, ne rendono ma-  lagevole c f analisi e la sintesi. Cosi guardarlo da un sol  luto, è poco, ridurlo a questa qualsiasi veduta, è errore ;  convien dunque conoscerne i costitutivi e complessivamen-  te guardarli. Se volgete il pensiero a quella vita dell’io,  che fenomeni maravigliosi si appresentano al vostro sguar-  do 1 studierete non il mondo che sta rimpetto a voi , ma  il «ubbielto e i modi con che lo comprende ; eppure ciò  non basta. Quest' io è unito strettamente al corpo orga-  nico, e quantunque da questo distinto per natura , pure,  vivendo in esso, ha reciproche attinenze con lui, la quale cognizione relativa è tanto importante, quanto quella dell’io e delle sue funzioni. Perocché chi si propone studiare una cosa che ha de' rapporti con un'altro e trascura cosilfatle relazioni, imperfettamente la studia, se pur  iioii incorre in gravissimi falli, attribuendo esclusivamente a quella ciò che è prodotto pell’influenza di questa. Il quale errore de’metafisici muove dal timore d’imbatterò in materialismo. Ma questo timore é panico, perchè egli no stessi confessando l’uomo esser costituito di duplice – DUALISMO v. H. P. Grice’s FUNCTIONALISM -- sostanza, fisica e morale, interna ed esterna, materiale e spirituale, deve perciò in esse aver luogo vicendevole relazione, e la filosofia non può, senza mutilar se stessa, ometter la cognizione di cosiffatti reali rapporti. Fa al certo meraviglia vedere (die i filosofi conoscano, die l’anima  ha per lo mezzo de sensi le sensazioni, esegue per lo  mezzo di taluni organi i suoi voleri, e poi credere che sia  materialismo ammettere le vicende, alle quali l’essere spirituale soggiace per taluni cambiamenti nella stessa organizzazione avvenuti. Diicmi, mi volgo a colali lilosofì, da  dii avete apparato die f anima ha pe’sensi le sensazioni? che essa, mercè taluni organi, mette ad dTelto i suoi voleri, che le alterazioni avvenute negli organi sensori e motori soli seguile da alterazioni nelle relative facoltà di sentire e volere? Dall’esperienza, diranno, abbiamo avute tuli istruzioni  Ebbene, io rispondo, non è la stessa esperienza quella firn mostra a' fisiologisti le relazioni del sistema nervoso coll' intelligenza? Nessuno, purché studia alcun che di fisiologia, può negar ciò. Ho detto purché abbia studiato le dottrine fisiologiche, perchè si disprezzano, si grida al materialismo, perchè s’ignorano. Qui non si tratta di conoscer l’”io” – H. P. Grice, “Personal identity of the person” -- e le sue funzioni, ma le attinenze che l'organismo, e principalmente il sistema nervoso, ha con esso. Vedi curioso fenomeno! I psicologi accusano la fisiologia di materialismo, e i pseudo-fisiologi ne convengono: e perchè ciò ? perchè quelli la ignorano, questi, rinegando la coscienza, voglion conoscere l’anima co' sensi. Ma se lo studio della fisiologia conduce il savio ed imparziale filosofo a purgarla dell’ingiusta taccia di materialismo, lo rafforza pure nell'idea che allo elemento psicologico dee congiungersi il fisiologico. Il filosofo, come H. P. Grice, che trascura l’elemento fisiologico commette grave errore. L’ “io” – H. P. Grice, The personal identity of the person – someone, not something -- esiste ed opera: chi oserebbe negar ciò? ma nell’organismo esiste e mercè di esso opera: è questo pure un fatto, o se vuoisi deduzione legittima d’infiniti fatti. Ma il psicologo astrae l’”io” – H. P. Grice, The personal identity of the person -- dall’organismo – Grice: pure-ego “someone” – hybrid psycho-somatic ‘someone” – somatic ‘someone’ --, e dandogli un'esistenza indipendente, esamina l' “io” – H. P. Grice, The personal identity of the person --,  non qual è in realità, ma idealmente: ecco il suo errore. Il volgo cammina diversamente, perchè esso percepisce l’ “io” – the personal identity of the person – H. P. Grice --  ma insieme all’organismo il percepisce, e ciò per associazione o sintesi necessaria operata sin dai primi istanti della vita mentale, e non analizza; ecco il suo errore, il suo materialismo quando il psicologo non sintesizza, ecco  il suo idealismo. La deficienza d’analisi produce l’errore del volgo, quella di sintesi I' errore del psicologo. E, sul  difetto di sintesi, siami permessa questa riflessione. È mestieri insegnare a coloro che noi sanno, e ricordarlo a coloro che non lo ignorano, ma non ne fanno debita applicazione, che la divisione dello scibile in vari rami è stata operata per nostro comodo, per sorreggere la limitazione del nostro spirito, per conoscere meglio la natura;  ma quando questa divisione subbiettiva si trasporta assolutamente negli obbietti, anziché aver guadagno si ha  grande discapito. Vo' dire che gl’esseri tutti hanno delle relazioni, tutti sono legati, divedendo adunque le scienze non dovete credere che gl’obbietti di esse sieno per efletto della vostra divisione slegati, divisi, essi sono sempre ciò che sono pria della divisione, cioè aventi le stesse connessioni. Che bisogna far dunque per evitar lo errore? Aver sempre presente che la divisione dello scibile è artificiale e subbiettiva, nata dalla nostra pochezza; e perciò bisogna, nel discutere l’oggetto speciale di una qualsiasi scienza, guardarlo non isolatamente, ma complessivamente, nelle sue relazion. Bisogna, in somma, sintetizzare. Applicando questo discorso al nostro argomento  si vede ad evidenza d’ onde proceda l'errore de psicologi,  i quali immersi nella loro astrazione , non conoscono che  quantunque la loro scienza si occupa dello spirito, ed altre  scienze del corpo, in cui quegli è ed opera, pure f io a -  vendo rapporti col corpo , la scienza psicologica non dee  trascurarli. Credo non aver detto quanto basti. La scuola di Scozia che si avvisa, la fisica doversi includere nella filosofia, nou pose mente che con più ragione la fisiologia dovrebbe esservi comp.esa, giacché ciucila (la Fisica) si occu-  pa delle leggi generali dei corpi , mentre che questa ( la  Fisiologia ) dà la cognizione delle leggi degli esseri orga-  nizzali, ed il peusiero obbictto della psicologia appartiene  agli esseri di tal natura. E poi la Fisiologia si giova dei  lumi della Fisica. Ma il principio , d' onde muove detta  scuola, è falso. Perocché il porgersi due scienze degli aiu-  ti, non importa che debbano ridursi ad una, purché il lo-  ro oggetto sia diverso. E pere» la filosofia giovandosi del-  le idee dell' Anatomia , Fisiologia , Fisica ec. non è nè  I' una, nè altra di esse scienze : e ripeto che essendo gli  esseri tutti legati con iscambievoli relazioni , le scienze  tutte debbano fra loro esser legate. Tutta la differenza  sta in questo, che talune relazioni sono immediate , altre  mediate e prossime, ed alcune rimole. Cosi la Filosofia che  si occupa delle funzioni dell' intelligenza , questa avendo  relazioni colf organismo , perciò essa scienza è congiunta  immediatamente colla Fisiologia , ma questa avendo dei  rapporti colf Anatomia, Fisica, Chimica cc. la Filosofia è  mediatamente legata con quest' ultime scienze.   Dalle quali cose è forza dedurre che, essendo oggetto,  non unico, della Filosofia f umana intelligenza , pure alla completa cognizione di essa non si perverrà giammai , se  pur non s' imbatterà in molti e gravi falli, senza giovarsi  dei lumi che son porti dalla fisiologia, anatomia, zoologia, fisica ec. cioè senzu legarla ad esse scienze , quantunque  non possa confondersi colle stesse. Imitiamo I’ anda-  mento della natura nel produrre le ricchezze, delle quali  se la divisione dei travagli ne è una causa, l’associazio-  ne ne è pure un’ altra.   Proseguiamo il nostro argomento, anzi interniamoci in  esso a tutt’ uomo. Il volgo stesso per significare che uno  ha, o pur no giudizio, suol dire che ha o non ha cervello,  che ha lena furie, se ha mente elevata. Gli antichi faceano le loro pitture , o sculture degli eroi con fronte spa-  ziosa e prominente, e la favola fece Ercole con gran cor-  po e piccola testa, fece escir Minerva dal cervello di Gio-  ve. Eran questi , simboli di una gran verità all’ ingrosso concepita; ma gli autori n’eran materialisti? No, e perchè  debb’ esserlo il fisiologo ? Egli non fa altro che internar-  si negli organi e scoprirne le più recondite azioni , ossia  rende scientifico , sistematico , ragionalo , dimostrato ciò  che era puro sentimento. Eppure quanto tempo è passato,  affinchè si prendesse la vera via ! Si traviò co' sistemi fi-  siognomonici del Porta e del Lavater , sistemi oggi pre-  cipitali nella dimenticanza , ma che sempre movean dal  vero concetto di esistere nell' organismo relazioni colle  intellettive ed affettive facoltà eran false soluzioni di  un esatto problema. E se spingiamo il nostro sguardo  presso gli antichi e taluni moderni , quantunque in di-  verse sentenze , li vedremo sempre occupali ad assegnare  nel corpo la sede dell’ anima. Se Pitagora , Platone, Galeno stimano sede dell'animo il cervello ed altri altre parti di esso, come Erofilo i grandi ventricoli del cervello, Servetto 1’acquidollo di Silvio, Àuranli il terzo ventricolo del cervello, Cartesio la glandola pineale. Varthan  e Schellhammer la punta della nascita della midolla spinale, Drelincourt, Malacarne il cervelletto, Benlekoè, Lancisi, Lapeyronnie il corpo calloso o grande commisura del  cervello, Willis i corpi striati, Viecesscns il centro ovale  della sostanza midollare, Ackcrmann i tubercoli dei sensi  (strati ottici e corpi striati) pure Aristotile, Ippocrate e «li stoici ne collocavano la sede nel cuore , ove I' animo  pastosi <T una materia pura e luminosa, separata dal san-  gue, Erasistrato nelle menitjgi, Yan Helmont nello stoma-  co ec. Quantunque diversamente Tra loro opinassero , pu-  re convenivano in quest’ idea ; nel corpo essere una parte, ove il principio pensante ha seggio, e però tal parte detta impropriamente sede, essere in attinenza col pensiero e concorrere al suo sviluppo. Chi oserebbe dirli materialisti? Ma come conoscere le funzioni di quest’organo, se la sua anatomia sino a FRACASSATI (vedasi) e ROLANDO (vedasi) consiste a tagliarlo verticalmente, orizzontalmente, e ridurlo nelle più sottili feltoline? Se tutta la scienza di esso consisteva nel dare un nume vago, e talora bizzarro  alle sue parti? Cercasi in esso ventricoli, corpi striati, corni d' aminone, piedi d' ippocampo, volte, ponti, pilastri, salteri, natiche, testicoli, e die so io! Quanto a’nervi, prendevano tutti origine dal cervello, ed il sistema  nervoso della colonna vertebrale, non ne era che uu prolungamento. Foco innanzi a Meckel e Soeramering , si crede che non restassero a farsi altre scoperte sul cervello, die quelle che hanno per oggetto l’origine dei ner-  vi. E dopo le fatiche di Vicq d’ Azir , di Prokaskà , dei  Vènzel, tutti riguardano come presunzione il cercare qualche cosa di nuovo , o un ordine di organizzazione diffe-  rente io questo molle apparecchio, già ci eduto a sufficien-  za perlustralo. Lo stesso Pietro Frank con questo consi-  glio invita GALI a desistere da’ suoi lavori. Ma nè ROLANDO nè Gali vollero arrestarsi (3,i; il che fu sommamen-  te utile per la scienza. Ma torniamo al nostro assunto, da  cui sembra esserci alquanto dilungati.   Se è fuor di dubbio die il sistema nervoso è I’ or-  gano dell’ intelligenza, è lo strumento principale delle fun-  zioni istintive, affettive , intellettive e de’ movimenti , le  indagini dei Fisiologisli non solo non conducono al materialismo, ma offrono al psicologo quei materiali, coi qua-  li può compiutamente innalzare f edilìzio dell’ umana in-  telligenza, 1 filosofi prendono dai Fisiologi che i nervi  sono gli strumenti delia sensibilità , non possono perciò ,  senza contraddirsi, rifiutare le altre istruzioni.   Si è pure imputato di materialismo il sistema dei celebre Gali , ma agli occhi del pensatore tale imputazione  è calunniosa. Si posseggono in primo luogo quelle idee,  che solo possono mettere in istato il sapiente a portar ve-  ro giudizio sur esso sistema? Si ha in secondo luogo studiato ? Chi è privo d' una di queste due condizioni non  osi dirne parola Ma GALI, si dirà, ammette venzette  organi destinali ad altre tante facoltà , come la musica, la poesia ec. ognuna delle quali è fornita di sensibilità ,  memoria, giudizio ec., e, secondo lo sviluppo di taluno di  questi organi, nell'individuo avrà luogo lo sviluppo d' un  talento particolare Benissimo , io rispondo , ma non  veggo il materialismo, che voi gli apponete. Perocché gli  organi, nei quali GALI (vedasi) divide il cervello, sono strumenti e  niente altro che strumenti, e la perfezicne, e lo sviluppo  di essi metterà lo spirito in istato ad esercitare quelle  sublimi facoltà di die è dotato. E si sa che un abile so-  natore eserciterà tanto meglio la sua abilità , quanto lo  strumento di che usa sarà più perfetto , e per tanto non  si derogherà nulla alla sua abilità , facendola dependente  dalla perfezione dello strumento. Facciamo per poco astra-  zione delle idee galliane. Quei fdosofi e fisiologi che pria  di Gali, riguardando il cervello, quale strumento del pen-  siero, si studiavano stabilire norme materiali, quali misu-  re della intelligenza, eran materialisti ? Certo nessuno riferirà la taccia di materialismo a que’ filosofi e fisiologi  antichi, o moderni che la dimensione assoluta del cervel-  lo credevano dovesse rappresentare i gradi delle intelligenze, o il peso del cervello relativamente al peso del corpo,  o la proporzione fra il cervello e i nervi , o il rapporto  tra la midolla allungata ed il cervello, o il rapporto del-  le parli del cervello fra di esse , o I' angolo facciale di  Camper, o 1‘ occipitale di fktubenlon , o il numero delle  fagliene del cervelletto di malacarne, o in fine la propor-  zione tra il cranio e il viso. Essi credean certo che la  perfezione dell' organo intluisse sullo spirito si riguardo  alle facoltà, come a' talenti speciali, essi intanto per que-  sto solo non eran materialisti : perchè adunque il sarà  Gali? Egli non ha fatto che considerare il cervello, o meglio massa encefalica, non qual unico strumento, ma com-  plesso di strumenti ; ei non solo ha preteso determinare liii   il grado dell' intelligenza, il che erosi tentato pria di lui,  ma lo scopa, egli, mi si permetta l' espressione, ha particolarizzalo ciò che altri diceau in generale. Or se il  considerar I’ encefalo non unico organo, ma un aggregato  di essi, se I’ assegnare non il grado soltanto, ma lo scopo dell' ingegno, è dottrina materialista, io non so allora  come potrò ogni sapiente, che fa 1’anima dipendente dal cervello, scusarsi di materialismo, non so se i filosofi ra-  gionano , o farneticano. E sì, sragiona al certo colui che  ti crede non materialista , finché ammetti in generale il  fatto della dipendenza del morule dal fisico , specialmente  dal cervello , ma che poi ti grida al materialismo , se ti  farai a par titolari szar e. Ma dicono taluni : nel sistema dell’ organologia per  ogni organo dovrebbe esservi un io fornito di sensibilità,  memoria ec. mentre la coscienza ci dice uno esser l ’ io :  il sistema frenologico si oppone adunque ai fatti di coscienza, che provano la metafisica uttità Vi chiedo scu-  sa, il vostro ragionamento non mi va a genio- Dovrebbero esservi tanti io nel caso che il Gali non ammettesse  anima, il che non è, chè anzi dichiara che gli organi sono meri strumenti dello spirilo. Sta bene perciò che mal-  grado la rooltiplicitò degli organi l'io, è uno, perchè gli  organi non sono che strumenti. Non si oppone dunque ai  fatti di coscienza, se non nel caso che noi lo crediamo ma-  terialista , ed allora il materialismo è in noi , e non già  nel gailiano sistema. Ma soggiungono: Gali fa I' anima  troppo dipendente dagli organi, perchè un individuo, che  dalia natura ha sortito la disgrazia di avere lo sviluppo  di un organo delle basse e ree tendenze, sarà da inevita-  bile necessità tratto a' delitti Rispondo a ciò che sarà  la frenologica dottrina in tal caso conducente al fatalismo,  e non al materialismo , e si sa che ogni materialista è  fatalista, ma ogni fatalista non è materialista. In tal ca-  so sarà d’ uopo correggerne il fatalismo. Sia insorgono: le idee di Gali sono state rimbeccate sì riguardo alla mol-  tiplicità degli organi, che al numero, al sito ed alla cor-  rispoudenza delle protuberanze nel cranio, anzi taluni su  questo ultimo punto han gridato al ciarlatanismo , e qui  faran sentire molti nomi benemeriti alla Notoroia e Fisiologia Come ognun di leggieri conosce, qui cambiasi  lo stato della quistione , giacché io non pretendo che tal  sistema sia vero, ma voglio purgarlo dalla taccia di ma-  terialismo. lo ho mostrato che la cranioscopia non condu-  ce al grossolano materialismo ; il tempo farà vedere se  sia vero o no; ma, qualunque siane l'esito, son certo che  non precipiterà si presto nella dimenticanza , in cui sono  i sistemi di Lavaler e di PORTA (vedasi). Chiudo questo §. colle parole dell’ egregio professore di fisiologia MARTINI (vedasi). Gli autori di psicologia, quei medesimi che levarono grido di sé, errarono più volte, perche trascurarono gl'insegnamenti della Fisiologia. Non si può per niun conto avere un’esatta cognizione dell'uomo senza conoscerne la struttura. Sinché viviamo guaggiù 1’animo abbisogna dal ministerio del corpo, e perciò non solo giova, ma è necessario aver col- » tirato lo fisiologia per trattar profondamente la psicologia. Genesi della calunnia apposta alla fisiologia. Conoscere il modo della generazione degli umani errori è tanto importante , quanto lo evitarli, e però non  sarà discaro che dica alcun che sull' origine del pensiero,  oltre modo ingiurioso , alla fisiologia apposto: cosi saremo in istato di tenerci lungi da cosiffatto errore, che ha  prodotto f esclusione nella psicologia dello elemento fisio-  logico, il che significa, ha dimezzato, mutilato la scienza  della vita mentale. L’uomo ebbe da natura largiti dei modi di percepire: uno gli dà la cognizione del mondo esterno , ma-  teriale, l’altro del mondo interno, intellettuale. ...Se egli  coi sensi percepisce i fatti esterni, cioè i corpi colorati, caldi, freddi, odorosi, saporosi, estesi, in moto ec., a dir  tutto in poche parole, ciò che fuori di lui avviene, colla  coscienza prende cognizione de’ fatti interni vule a dire ,  delle idee, de’giudizi, de’raziocini, desideri', risoluzioni  ec. in somma di ciò che intimamente in lui avvieuc. Or,  siccome 1’uomo munito di sensi non è per questo solo lofi fisico, chimico, naturalista ec. cosi, quantunque dotato di  coscienza, non è perciò solo filosofo: è mestieri volgere la  riflessione a ciò che porge il senso , a ciò che svela la  coscienza. Quindi è che egli applicando la riflessione o  meditazione a' fatti esterni , cioè a quelli manifestali dai  sensi, forma le scienze che han per oggetto i corpi; con-  centrandola sui fatti interni , su quei svelati dall’ intimo  senso, e mercè I' apprensione intuitiva , dà vita alla psicologia propriamente detta : si , questo ritorno che fa V io di sè in sé e con sè , fonda la scienza del pensiero.  Ida gli nomini fanno cgual uso dei sensi e della coscienza? meditano tutti sulle rivelazioni di q .elli e di questa ?  No certamente, perciocché avvi taluni uomini che sin dai  loro teneri anni han rivolto il pensiero agli obbietti posti  di fuori ; essi lutto ciò che sanno, io conoscono pei sensi,  perchè la loro riflessione bau concentrato esclusivamente  sugli obbietti di questi. Dal che segue che ei danno im-  portanza solo alle scoperte che ottengono pei sensi, e ciò  può giugnere al grado di credere che non possano otte-  nersene altre, in altra maniera, e di non lieve importan-  za. Ciò è semplice e naturale, giacché i bisogni dell' uo-  mo attirano la sua meditazione all’ esterno, 1’esercizio  frequente rende facile siffatta inclinazione , c si forma  quindi 1' abito di conoscere per mezzo dei sensi. É per-  ciò necessaria ferma e risoluta meditazione , c per molto  tempo, affine d' interrompere tal abito ed acquistare l'op-  posto , cioè quello di ripiegarsi in se stesso. Hanno tali  scienziati il senso intimo , per non dir d' altro , ma non  riflettono sulle sue rivelazioni. Quindi è che tali uomini  associano finalmente la certezza a ciò che viene dai seu-  si. e, sopprimendo in tal modo la coscienza e l'ideale vi-  sione, credono fermamente che nulla possa sapersi, se non  quello che si vede o tocca, ossia si statuisce nei lor pen-  siero, come verità inconcussa : ogni idea viene da' sensi,  o pei sensi. Per troppo esclusivo meditar sui sensi, si fi-  nisce con dire: lutto l'uomo sta ne' sensi, ogni certezza  viene dai sensi. Tale è la genesi del pensiero, di cui parlo. Souo simili a quegli idealisti, che quantunque muni-  ti de’ sensi, pure meditando unicamente sulla coscienza, si  stringono a questa, nò reggendo più in là di essa, imme-   desi ma no l’oggetto conosciuto al subbietlo conoscitore, come quegli scienziati il subbielto Tanno ad immagine dell' oggetto. Tutti han torto, perchè abusano, quelli dei sensi, questi della coscienza. Tutti han torto , perchè muti-  lano l’uomo, quelli materializzandolo, questi spiritualizzan-  dolo. Tutti han torto , perchè sè stessi contradditori , i  primi sentendo l’ atticità interna, i secondi non interrom-  pendo le pratiche esterne. S- "f- Alleanza fra la Psicologia e la Fisiologia. Se alcun fisiologista  pretendesse troppo ? non do-  rrebbe aver negato il giusto poco. Che diresti di un giudice che ti nega a, che ti appartiene, perchè hai chiesto  a •f 6 ? Noi chiameresti ingiusto ? Ebbene tal rimprovero  deve a' più grandi psicologi diriggersi. Che se questi si  dolgono del materialismo della fisiologia, questa è pronta  e non senza ragione, alle discolpe da noi riferite in que-  sto scritto. Non furon tutti materialisti, ella ancora dirà,  e qui farà sentire gl’ illustri nomi degli Mailer , degli  Stilai, dei Foderè, de' Maltliey, de Berard, de’ Vircy, dei lluisson, de' Hartmann ec., e per torre d’inganno ognuno Bonnet il primo psicologo-fisiologico, o fisiologo-psicologico. Al certo se colpa non lieve è l'abuso, non lo è meno il non uso. Ma cosi è l'indole dell'umana mente, gir  sovente per opposti sentieri, e cosi dal vero disviarsi. Or  se è errore materializzar lo spirito, è del pari errore spi-  ritualizzar la materia. Spiritualismo assoluto e materialismo sono sistemi esclusivi, incompleti , mancanti che or  ti trasportano alle nubi, or ti gittano nel fango, come se  non vi fosse luogo di star bene fra quelle e questo. L’uo-  mo non è tutto sensi, nè tutto coscienza, dee dunque av-  valersi e di quelli e di questa ; rifiutare I' uno de’ due 6  render l'uomo monco, è bruttamente svisarlo. Fisiologi e  Psicologi è tempo ornai che vi diute il bacio delia conciliazione , unitevi come nell’ uomo i sensi sono uniti alla  coscienza , e cessi alla fine lo scandalo che I’ uomo separi  ciò che natura ha strettamente unito, che voglia distrug-  gere ciò che natura ha creato. Vero è che non tutto si-  nora ci hanno insegnalo i fisiologi sulle funzioni del cervello, ma non dobbiamo per questo dolerci con essi , pe-  rocché la somma difficoltà del soggetto ne ritarda i moti  progressivi , ed è stoltezza rifiutare la parte, quando non  si può ottenere il tutto.   Le quali considerazioni ben si addicono a que’ filosofi,  che proclamano il metodo sperimentale, la filosofia dell’esperienza , ed intanto si stringono all' anima unicamente. Oso dire, che sin ora non hanno conosciuto in tutta l'e-  stensione il vero spirito del loro metodo sperimentale.  Han creduto far bene dare per base alla filosofia la co-  scienza ( quantunque non unica, nè principale ) senza di  questa la riflessione non potrebbe volgersi in sé e non  si avrebbe quella notomia psicologica che è esclusiva al1’uomo , ma si fa veramente male, fermarsi unicamente  a ciò. Voi , direi a tali filosofi , rendete monca ed im-  perfetta la scienza , perchè non comprendete in tutta la  estensione il metodo che adottate. Voi poggiate sull' in-  terna esperienza , ma , questa essendo legata all’ esterno  ammettete il fuor del me , altrimenti restereste soli nel  f universo : in altre parole ammettete la coscienza qual  motivo immediato e medialo: cosi vi tenete lungi dall'idealismo. Ma ragionate meco. Se I' indole della coscienza  è di prendere ciò che con essa è connesso , se su tale *  fondamento statuite il non me, se in tal modo etitate lo  sconsolante idealismo , perchè adunque rifiutate I' altre i-  struzioni che la coscienza, guidata da’ sensi, vi porge? Am-  metterla iu un caso, e rifiutarla in un altro, è evidente  contraddizione. Le relazioni fra l’organismo ed il me son  manifestate da’ sensi, la coscienza le prende , il rifiutarle  adunque è rifiutar la coscienza, è contraddirsi. Ecco l’alleanza fra il senso e la coscienza , fra 1’uomo esterno ed  interno, insomma fra la fisiologia e la psicologia; ecco  la vera estensione del metodo sperimentale, il quale pecca non solo , perchè vuol far senza del lume ideale, ma  perchè mutila la stessa esperienza. Quest’ opuscolo (u reso di pubblica ragione pei tipi del Nobolo. A NNOT AZIONI ISO •sC«sS3J8"i^®J' ì ’Taluni autori hanno alla parola Fisiologia, sostituto quella di  Biologia, che significa scienza della vita, cd altri Biosofìa quasi ana-  loga ucl senso a quella. Ho spesse fiate nelle mie lezioni avuto eziandio bisogno della  Botanica. Non so, come possa rispondersi scientificamente a chi ti di-  ce, che la Buia graveolens (L.) , la Sjiarmannia Africana (L.) , In  Val/isneria spirali s (L.l , V Amuryllis aurea (L.) , In Diaamia mu-  scipula (L.' , la 3fgmosa pudica (L.) godono del privilegio di senti-  re, hanno de’ movimenti spontanei, senzà le risorse di detta scienza.  E si noli che lai dubbio elevasi facilmente nel pensiero de* giovanet-  ti , apparando essi dal bel principio delle filosofiche lezioni la distin-  zione fra esseri sensitivi e non sensitivi.   Prendo qui occasione per mani restare i miri sensi di vera senti-  ta gratitudine verso il sig. Natale Aloysio sotto la cui scorta appa-  rai alcun che di Botanica. Questo rullo ed abile farmacista è molto  innanzi nelle naturali scienze , e specialmente nella Botanica , inteso  alla cui scienza fra non molto darà un saggio delle sue durate fati-  che. E come avrei potuto dimostrare le cere fisiche differenze fra  l'uomo e gli animali, senza i sussidi delle naturali scienze? Per fi-  nirla dirò, che in una mia Opera, che spero in breve pubblicare col  titolo Elementi di Ideologia Comparata ossia Saggio sulle differen-  ze fra Vvomo e gli animali, opera che ini è costata lunghe c peno-  se meditazioni , ho colla ragione e col fatto dimostralo le vere atte-  nenze fra la Filosofia c le Naturali Scienze. Lcz. sulle malattie nervose di Puccinolti Lez. ni.  Però in Italia due aulii prima che Gali e Spurzheim pubblicassero la  loro grande opera sul cervello, aveva 1' italiano ROLANDO (vedasi) dato in luce  le sue ricerche anatomiche sullo stesso organo, e devesi a lui assolutamente la prima scoperta delle ramificazioni cerebrali de’ processi fibrosi, e del nuovo modo di trovarle c sezionarle. Dietro queste tracce del nostro italiano, Gali non In fatto che perfezionare il nuovo  sistema anatomico. Così l’illustre Puccinolti, e ciò sia detto ad onore dell’Italia. Fisiologia Il sagace lettore ha conosciuto che in questo mio discorso sovente ho confutate le idee madri del dottor Brussais, sparse nel primo  volume della sua opera. Bella Irritazione e della Pazzia senza citarlo , perchè avrei dovuto scrivere un volume e non un cenno  per seguirlo nei suoi sragionamenti declamatori mossi da manifesta  bile. In vero sapessi pria di lui che esistessero delle rclazomi fra il Esico «1 il morale, e che i materialisti stresserò opposto tal argomento  agli spiritualisti, e le risposte, sovente dall' autore omesse, di questi,  ma nessun vero e coscemioso sapiente , per quanto io sappia , crasi  Patto lecito dire dell’ immaterialità dell'anima » Frattanto i’ uoatomico comparisce col suo scalpello : egli squarcia 1’ uomo morto ; fa  » esperienza sull’ animale vivente ; il paragona coll' uomo sano c in-  » fermo , che ne possa dire il metafisico , il quale crcdesi disonorato  » di una simile comparazione, e gli dimostra il di lui preteso sonalo-  » re da esso gratuitamente stabilita nella glandola pineale, o nel ponte di Varnlio , non essere altra cosa se non 1’insieme dell' apparecchi» encefalico. Quando si hanno le traveggole agli occhi pretendesi auco veder 1’anima o toccarla  ( si rirordi il mio lettore di ciò che per me venne detto nel §. H. ). Veramente quest’ opera oltre una noiosa ripetizione degli argumenli  che il materialismo ha fallo allo spiritualismo , contiene non poche  asserzioni, omissione de’ ragionamenti a prò dello spiritualità dell’ io,  soventi declamazioni , ove era moslieri dimostrare , rd un ultra sen-  sismi) da me confutato nel mio quinto Opuscolo — Dissertazione sul  Sensualismo ; ma, facendo astrazione di tutte queste mende dell'opera  del snllodato medico, si coglie pure un bene dalla sua lettura, quel-  lo cioè che io ho dimostralo , 1’ alleansa fra la Psicologia e la Fisiologia. L'OMU NUN AVI  L'USU DI LA  RAGIUNI CICALATA  DI LU PROFESSURI  CAV. -...  L.  m   !f»o*Coogl[ L OMU il HI L ISI DI LI Ridili CICALATA HI 1,0 UOrXMDBI MESSINA TIPOGRAFIA d' AMICO ALI/EGitEflIU CITTADINI; SIG.' VINCENZI! CHEMI  Olii- olitili a Vul stu povlru  ts t; l'Iti u min , olii m andii alla  stampa pri Hoellwrax*! In desi-  derili eli l'amici, spora olii Vul  l'accoltli-ltl cu elela sasso, bona  volimi ;\. olii vi fa os»lr*i distinti!  patrioti» . .saggiti patri eli famig-  isliia oel amlou sincera — Oun-  tinuatl In vostra afrotm a In  vostra amlcn  A. Catara-L. Un pensiero ho ruminato per parecchi  anni in mento, quello cioè di offrire al pub-  blico un ragionamento sul tema: L'uomo non  ha H uso della ragione. Più io vi meditava, più  vedeva l'attuazione doverne riuscir facile —  più tempo iva scorrendo, nuovi materiali  nel mio intelletto e da questo sì riunivano.  Se non che tante e si svariate cagioni ognora  mene allontanavano dalla esecuzione. Quando pochi giorni addietro mi sentii  punto da vergogna, comprendendo che lo  svolgimento di tal tema, nel modo da me  ideato, mirasse al bene dell'umano consor-  zio — adunque, senza metter più tempo in  mezzo, mi feci a distenderlo in dialetto nostrano, che giudicai (iiù opportuno a colorire  il mio disegno. Gli uditori imparziali, che mi  onorano, ai (piali è noto, il processo, il mo-  vimento attuale degli spiriti e delle umane  associazioni, giudicheranno della santità del  mio scopo, e «e io fui da tanto a rispon-  dere allo stesso.   Se taluni amici, a' quali lessi alcun Urano  del presente cicaleccio, non mi avessero in-  cuorato colla loro non sospetta approvazio-  ne, io me ne .sarci rimasto senza farne un  motto (1).   Lo mie armi son contro del vizio, dello  orrore, dell'arbitrio, sotto qualunque forma  si presentino.   Dirò con Tommaso Campanella:   la nuqqi ■ àeUilu tre nidi «Irnnì, Qn»(o laverò fu lolt-> nei giorni 11 e 21 FeMnw, in  due Irmnte furiali slrii'inlmarin (HI» li. Ari'nJi>nùn IVIoritunn. In sugna piruccuni, mi tegnu strilla, attaccati! cu  la Santa Scritturo, L'omini tutti presenti, passati e  pura fatali mi parimi tanti ibddi — hi dici la vìntali  oh' infiniti! è In numera di li foddi. Oi si vanta lu  prugrcssu, la ragioni, la civiltati, o chi saecìu icu ! ma  iu puvircddu nun ci cridn un flou — pri mia c' 6 sem-  pri rigressu, disragiunì o pazzia.   Nun ci crìditi?   Vi cumpatisciu , anehi ìeu era foddu na vota  avia china la testa di sti paratimi , e mi paria già chi  putia sfunnari lu celli cun pugnu. Ma la scola di la  c spari eli za , e lu sludiu profumili di H sapienti cadi di  tanti omini summi mi ficiru a la fini cunusciri la granili  viriti, chi 1' omini nun ànnu 1' usu di ]a rogiuoi.   Bastiria la Kanta Scrittura pii cunvincìri ognunu  di la pazzia dill' omu, di la mancanza di ragioni.   Ma oggi mio cai o Professore , mi sentii diri di na  vuoi 'inpurtuna, oggi mio caro Professore, non ti penta  più come si pensivi! una volta — oggi si 7ii fede ntl  progresso, ni erede alla ragione, ed i ami detti sono  oracoli. A quali ragioni vuliti ca leu mi siiti unici) la ? a  cliidda di li dotti, di li filosofi? o a chidda di l'iimnnità ?   A mia pari, e vi lu mustru cu nrgmncnli lampanti,  comu quattri! e quattru famiu otta, chi li filosofi tutli  ìnsemmulft , e l'omini tutti pari jiari nun ùnnu mai  ragionato. Fermrru cu la menti tutti L'ejroohi, tutfu In nummi,  orientali, grecu, rumano, e Cristiano, e sempri erruri,  sem p ri pazzia.   Kun vi vogghio scnnzari tanto , Signuri mei gar-  bai ibs imi , ricurdunduvili tutti  basta dirivi chi In  granili Ciciruni a li so' tempi dici: Nihìl tam absttrdum  dici potasi , gitoti no» dicatur al aliquo philosopJwrum.  Ora immaginativi voi chi s'avi pvilutu diri 'ntra nautri  vinti secoli Mirabilia I   Lassarmi duuea in paci a Fitagnro, cu lu Boi ipse  dixtt, nfttu criseiutu e pasciutu 'ntra sotti anni di nsso-  lutu silenziu, a lu quali ohbrìcava li so' sculari a stari  muti, e a sìntiri li so' lizioni a la scum, e a raancìari  orbi a ova, e a hiviri acqua frisca — daunuci pri su-  praiavuln la musica e la ginnastica. E 'ulra sfu moda  a In fìlosufii di Sanili ci paria chi avissi a rifiinnari lu  ninnnu, e cauciannu li tiranni, e distruggennu la mala  siinenza.   I.assamu punì a Piatimi cu In so' bedda Repubblica, chi ò na 'naalaledda di tutli pititti  c'ó robba  cu la pala pri tutti — pei cu voli riviri a spiai d'autru,  o spassarisi cu tutti li fimmini , o viviri senza liggi e  senza Din , ci trova In so' spassu. La Repubblica di     Platani ù In, veni cuccagna — un la cuccagna chi facla  lu Re Ferdinandu Nasuni , oiiannu lu Diavulu ci mon-  dava quarchi figgliiu — ma na cuccagna di novu geniti è In spasali cu lo robba d' autru , e cu la Veniri  comuni  basta.   Lassaniu di parti ad Arislotili , lu filosufu di Sta-  glia , cu la so' schiavitù naturali !   St,' autru affniutu ci yulia a la povira umani tati 1  (Jlii bcdda cosa clii riga] io a lu mulina sta filosofimi  divisi lu geniri amami in dui parti, in patroni c  servi. Cu pri casu avi Da schizza di mìdudda di cliini,  ò palruni ; ddu svinturalu chi appi na fidduzza menu  di ciriveddu, è cundanuatu a la schiavitù.   A mia pari chi Fiatimi ed Arislotili, lu mastro e  lu fiadarn, ponnn tutti dui tiniri un carni.   a   A munti dunca li pagani filosofi — parramu nieg-  gliiu di li muderai.   E la solita vuoi in sentu I tedeschi , i tedeschi  eoi Padre della Filosofia Alemanna, Eliminimele Kant,  e laccherete con mani di che possa 1' umana ragione da  voi calunniata. E via, signor Professore, fate senno : la  filosofia tedesca da Kant sino a noi è tal periodo storico  sì luminoso da lasciare indietro assai C antichità tutta  quanta. Basta il solo Kant a Ciò.   Ci rispunnu ? Ci aju a rispanniri pri forza.   Beddu meu, lu to' alimamm Kant, lu zozza di li  filosofi Tidischi, nun ragiunau mai, o si iddìi ragiunan,  hi geniri umanu è privu di la rngiiuii. Cu avi lellu l 1 opiri di lu filosofi! di Conisberga ,  sapi mpgghìu di min li beddi proinissi obi iddu fa a  li so' lettori. Nun pari ohi iddu vi fari luccari cu li  marni e vidiri cu l'occhi Ut stissa virila? o paoificari  tatti li scoli, ehi sunnii seinpri a lichiledissi, chi onnu  seitipvi pareli avanti la sciarra? E mnudari a casa  di lu diavola lu brutta o Utenti scctticìsimu ? E cn lu  bo' mctudu criticu, chi dici min essiri ne scettica, nò  dummaticu , mandar! 'nzcmmula e scettici e dunimatici   Vi pari gii ehi hi Prussiani! filosofi! vi darà la  scienza vera, solida, inconcussa, o pri usar! li so' et issi  paioli, coma la Geometria, stabili e ferma chiù di na  rocca, chi min canoia culi' omini e ou H tempi.   Già vi pari chi addiventirili naulra divinila I Po-  VÌru vui ai ci «riditi I   Liiti cn mia li panini di la so' Jìiuldtica trattiti-   diniatì cliiu avanti I Chi vinni pari? Chi   l'umanità tutta inscnimula nun ha mai rngiunatn , a  min po' ragionari, pirchl la raglimi 6 in idda stissa  sufistica, o 'ntra la so' 'ntrinsica natura. Si la ragioni  si applica all' anima, a lu munnu, o a Din, nun dugna  autru chi apparenti, sofismi, illusioni, chi iddu chiama,  cu lu so' liugu;i:rgui sapienti, ^ni-nloijismì, antinomie, ide-  ale Umica stu munnu chi cosa è pri Kant? Illusione.  Dunca st' anima chi cosa i pri iddu ? Illusione. Dunca stu Diu , chi tuttu lu geniii umauu adura e  timi, e chi tutti li cosi di la terra e di lu cela mani-  festami cu la so' favella? Illosiani  Nsumsia la  umana raglimi ohi po' dori , chi dugna di risultati ì  Illusioni a tuttu pasto. Wapiti comu ò la ragiuni pri stu guarnii filosofi!?  È coma cllidda chi avia Giufà, obi nspittava cu li mani  aperti chi chiuvissiru ficu sicchi, passuli e ova mundati;  ma li ficu sicchi , li passuli o 1' ova mandati non dilu-  verà mai , nnn caderu di l 1 aria  occussl la ragiuni  umana ehi cerca, aspella a braaza aperti lo vero, min  arriva mai a Denti dì veru, di certo, d' incontrastabili  chini la rapinili si sfura, cliii'i la rinlifii si nlluntana,  conni 1' acqua chi sfai di li labbra Biechi di In sitibondi!  Tnntalu. E si pri casa iddìi dici quarohi vota iti e fon-  ia, sumiu supposizioni, dice GALLUPPI (vedasi), li pigghia a  Inerì dici GIOBERTI (vedasi); e in ini permettu di inneiri , chi  sunnu gtardiueddi di dilinìa 'ntra lu so' sistema, ca-  steddi 'ntra 1' aria, menu di li busciolii ili sapuiii.   Ohi cosa è sta filosofila Kantiana? & na filosofia  a va]iuri.   Cotichiudemu. 0 vui voliti chi Kant ragiona , o  nun ragiona: 'ntra lu prìmu casu, cioù si iddu ragiuna,   1' usu di la ragiuni ; passandu poi a lu secundii casu ,  cioè si Kant nnn ragiuna, si la so' Dialettica Trancia-  dintali è idda glissa sufistìca , la anatri o la nanna di  tutti li sofismi, allura cu quali facci di cantunera di  spitalì sustiniri ehi Kant fu un granni filosofa ?   Vurria dirivi qaarchi mitra cosa di sin aliinamui  sapientuni , e ferivi vidiri , coma quattro e quattro  fannn ottu , chi iddìi nun fu chiddu chi ei va pri In  nummi dicennu da chiudi tali chi vonml darì a cridiri chi  lu Buli spunta d'intinna ammari — sulu vi dicu chistu.   Boppu aviri fattn (anfu fracassìi, e terrimotu, doppu  aviri tantu ditiu e riditta, friltu e rifritti! chi la ra-     la fini qnannu sci nni u a panari di li dorili, di la mu-  rali, alluni dissi; e chi dissi? Chi la radium it ragi uni,  non ò gonna , non ó favilla , nun duglia illusioni.   Iu fazzu un cunfruntu , un paragoni tra Kant o lu  monaco. Lo monaca aria na manu longa e 1' autra  corta; cu ima pigghiava, cu l'autranun dava. Kant  1' avia tulli dui longlii , giacchi chiddo ehi vi aria li-  vaio cu na mano, vi la risfitnisci co l'autra. Cliisto  vi mostra Kant aviri cori hono , ma poco cirivcddu ,  pirchi sani' cranio unn 1 cramu.   Avia dunea ragioni lo so famusu scoloro Fichto ,  (joamiu dicia chi tul{<t è somm di sannu, ma sema chiddu  chi 'nconna; era lu ligitimu discipulo di Kant , lu quali  non accunsintcun o a la spicenzìoni di lu so' Aniidco ,  avia torto granni c sfaeciatu.   Mi ricorda d' aviri lettu 'ntra un filosofa tìdisco ,  Voltai si nun sbagghio, chi Deus cui l'hilosophus abso-  lulae tummut. Ora si iddìi ò vero chi Diu è lu filosofa  assulutamenli sommo, lu maslru ili li filosofi; si ìddu 4  vera chi Diu, comu dici lu Mumalisi filosofa, quannu  cria ci duglia jochi , chi lu Miceli chiama ludi , ja  ndi cimeli i odo , chi si lu filosofo divino non pò fari  nutro cu la so' onnipotenza chi jucari , li filosofi orna-  rli tutti 'oscillinola non hanno dato c non potrannu ilari  chi jocareddi.   E si li jocareddi di Kant ficiru lu giro di lo mimmi,  poro la so pirocca giriau pri tutta la terra. E sì li jocareddi di Kant haonu avutu tantu va-  lori , poro ca la so' pirocca s 1 insaccava beddi dinari ,  chi nisninnu li cariasi chi hi vujiann ridiri , e si la ir. vnliauu inculili supra la so testa! Nuu sauna ohisti  pazzti saprà parali P Giacchi purramu di tidisclii , vi vngghiu cantari  ila sturiedda eh' avvinili a mia. Ju non mi renda ri-  snuiisabili , comu oggi sntmu li ministri cuslituziunali  e li gerenti ili li giornali, ili chìddn chi mi dissi n' ami-  di min, orna dotln pri davc.ru — ma vi prega di midi-   Iddìi dnnca, lu min amica, mi dicia: oggi li cosi di  lu mulina vanmi a scapitai», a ruttura dì codilo. E sai cu  i'u la causa di tutti li mali chi ci sunmi stati 'atra tri  peculi? Luteri, ddu monaca, e sempri li monaci fora  neiddazzi di malaugurio, Lulcru chi misi avanti lu cri-  leria Individuali a damiti di chiddu universali di la  chiesa tutta 'nzemniulu. Da chistu ndi viimi uà libirtà  di pinz.iri c di opirari chi nun avi limiti , — lidi  viimi la morti di F autorità, e Tarda conni ndi nascili  cliistu. Tassalu slu principiu di la religioni 'iitra la  politica , chi putia produci ri ? Lu dannu e lì guai di  tutta l' umanità. La ragiuni umana , chiamanti!» allui-a a  sindacata tutti l' auturità, pri mala vintura , conni si  rampi un faseiu di virghi, l'ima doppu 1' antra, lì vosi  rampi ri tutti, ma si rompili idda si issa. Oh pazzia! É  tanta tempii olii lu principiu di l'autorità, lu principiu  ■lì lu dritta sinn' annuii a fimdu , lì non c' ù ama ehi  lu pò piscarì. Ndi vuliti ita prova bedda e chiara? Vi  la dagiui subita. llubbis vidennu tulli li danni chi eurginn .li la sfrinuta libertà, e BOantatn di tutto chiddu chi vitti 'ntra  la rivoluzioni 'ngrisa di li so tempi, si cnntintan meg-  gliin di trasformar! l' omo il) seccai , e dissi obìirdienm  2iassira ; nccussl furmulau (ulta, la vita politica di li  popoli. La potenza di lu Suvranu, cu fossi, fossi iddo,  o irrisistibili, iddu eumanna a bacchetta, o guai a co  min fa conni lu sccceareddu ! I.n Suvranu ù chiù di  Domioaddiu , pirchi Dio voli 'ozò eh 1 iS giustu , e pirch!  è giustn lu voli — ma 1» Suvrnou di Masi Ohbisi ò  proprio chiddu chi voli risto chi ci piaci , c di la so  pi.'iciri non avi a renditi onntu a nudilo, Almenu aju  'olisu diri di taluni, chi lu Sovrano avi Arrendi ri conta  a Diu , ma pri Obbisi min avi a rcndiri cnnfu manco  a lo Pinvulu 1   K Continuava 1' omo doftu dicennu : cu cridi chi  lìussò 'nzirlnu, lii sha^'liia ili ;rmin Iddo ò vitii chi  1' autori di lu Onolrallu Sociali noo trasforma 1' omo in  sccccu , oomu avia fattu Olhis ; voli Russò truvari na  cosa stabili, ferma, e punì, sì volili, murali; ma chi  voliti chi vi dicissi, vi 1 lussò scanna lu c.rapicciu di lu  tirannu e 1' ubbidienza passiva di 1' asiou , sbatti 'ntra  naufrii scog^hiu, i; .si fracassa lutili In eiriveddu, pircbl vi  duglia lo piacili, la erapicciu ili lu populn : iddu 6 vero  chi P uuluri di lo sociali enotrattu vi metti avanti dda  bedda frasi SuvranSà Papillari , ma li frasi non cao-  ciani! la natura di li cosi, o lu ninniti! non si pasci  e campa cu li frasi. La Sovranità di Ohbisi o V arbi-  traria vidimi à di non siili). La Suvranità di Russò  è 1' arbitraria volontà di lo populu, La Sovranità di Oubist è un mostro individuali , ohidda di Russi è un  mostra pupillari. L' Obbesiana 6 un nrostro cu na te-  stasusa, cliidda di Japìon ù mi mostra cu niigghiara di  tosti , grossi e picciriddi , di tutta tagghia. Leggi sta pagina di Russò, mi dioia lu meu annui  sapienti, e vidimi olii V auturi di 1' Emilia motti a  principili di la so Sovranità popolari In crapicciu di lu  populu.   Un popolo A mai sempre il padrone di cangiare le  sue legni, anche k migliori, perocché se gli piace far  male a lui sitwo , chi ha il diritto d' impedirm-lo ?   Quannu durica Petra Loroux dissi , chi Russò era  cliiìi di Gesù Cristu, non ghiastiinava? Oh qnanlu  jastimi sannu dittu punì 'nfra li nostri tempi, chi pas-  sami pri 'lluminati 1 Ju cridu olii Luronx dissi ddn ba-  vorau , pi rcH avia prisenti ddi paniluni di Japicii  Chi  chiddu chi lu prìmu dissi 'ntra stu munnu: sta cosa 6 mia,  fici un delitti! di Iosa umanitati. A mia pari chi ohista  !i la lastima di tulli li povireddi , chi vonnu vivili u  scialarsi cu la robba d' autru. Ed ò la lastima di tutti  li tempi !   Non vurria essiri mala lingua — Russò facia sti  Instimi e chiagnistei contra li ricchi e li proprietnrj, pir-  oni campava atfrittu , ma rittu, copiannu cacti di musica a Parigi.   Dunca è chiara chi Ohhisi, Russò, Leroux s' impi-  gliavano a riabilitari lu piacili, lu orapicciù, hi libiti! cosa vecchia u ridilla di 1' anahalisti, ma da clliddi  traspurtala 'nlra hi eanipu sociali.   E siccomu di cosa nasci cosa, e l'emiri pari sem-  pri bvddu, pura Carili l'otiricr, l'inventai di lu Falastero, dissi ehi li passioni veninu di la nutrì natura, li  duviri di 1' omini dunca guerra a lu duviri , minte-  mu 'nlronu li passioni.  A stu locu lu bravu miu amico si firmnu nisciu  la tabaccherà, jiie/^hiriii latiaecu. poi addnmau la so'  pipa Seguitati iu ci dissi E iiidu a mia Ohi  vi ftju a diri ; tutlu è negazioni 'ntra la scienza, c pur  ciò 'ntra la società chi si specchia oli idda è in iddo.  I,u drittu, lu duviri, la ligio murali slissa, chi duvria  tssiri la sovrana assulula, ò muli, c poi nenli, e seni-  Pari chi ddu filosofa Green, chi dissi chi la tiggi  È coma la Minia di la tarautula, la quali fa cadiri 'ntcrra  li corpi pisauti, ma tratteni chiddi leggi comu la  paghivi», dissi na granni verità. Comu Spinosa e Obbisi  chi dissìru chi lu drvltu è la Btissa cosa di la forza,  disdirà ria bedda verità di fallii. Iddi, e vero, ficiru  sbagghiu assai grossu 'ntra 1' ordini radunali, ma pri lu  fattn e pri la storia 'nzirtaru.   l'ri mia la forza avi a essiri lu meuzu pri fari  valili li nostri dritti, pri difendirli, tutelarli, o ricupe-  rarli senza forza min ci poti essiri csereiziu di drittu,  couia senza pinneddu min ei pò essiri pittura, senza pinna  scrittura. Ma viditi d' undi e coinu ndi vinili l' orrori  chi cunfumìi lu drittu cu !a forza. Siccomu pri figura si  dici di un bonu pitturi chi ò un bonu pintieddu, e d'un  bonu scritturi chi è na bona pinna; accussl cu avi chiù  forza ai dissi, o si dici, e bì dirà sempri, chi avi drittu. Senti, amica min, la forza è compagna di lu drittu, ma  6 na oumpngna poriculusa, infidili, chi apissu ammazza  lu stcssu dritta.   Si Cesari min dispania di tanta forza, nuu ci vinia  lu siila di passari lu Rubicuni. Si Napuliuni Primu nun  aria dda granni forza non cacciava a culazzati di fucili  li cincucentu. Si lu Terzu Napuliuni n' avia dda forza  chi sapemu, lu seculu nun aviria vidutu lu dui dicembri ;  et sic do singulis.   Granni forzi avianu Cesari e li dui Napuliuni; dunca  avianu drìttu. Uedda, ma fatali figura rettorioa!   SÌ nun obagghia lu coi-pu di statu di lu dui dicembri  fu lodata 'ntra lu Parlamenlu ngrisi da Lordu Palmiston,  e n l avia ragiuni, pirchi lu mali cuntngiusu putia passari  lu strittu e 'mpistari l' Inghilterra — Fici beni dunca  la Prisidenti di la repubblica chi l' ammazzali. Avia  ragiuni lu Diprumalicu 'ngrisi, lu diavulu fa diavulicchi !  E puru ddu granni Ministra, ohi avia l'occhi di Argu,  nun vitti o nun s'addunau pri notiti, chi la limuta posti  ci trasia 'ntra In regna di nautra parti cu lu Fenianismu ! Cosi di lu 'nfami munnii ! L' i ngrisi chi scialavanu  e ridianu di li rivuluzioni di l'antri paìsi, e iddi stissi  ci li attizzavanu o ii stutavanu a so' piaciri di sti  tali 'ngrisi quantu cosi si putissi™ diri!   Senta parrari spissu di giuramenti, di cuntrattu, di  pattu sociali! AiniÈ ! fulinii di tarautulal si, fidimi dì  tarantula , senza dda liggi suprema chi Ciciruni dici»  Santina Ratio, e l'Aquinati nec ejus lev est aliud al  ipso, unde celerità non ordinato ad aìhm finem, e  Uwl.r irillll  I Si'l M.iM.ili- [iFl.i! .-si  Jll-.t.. ti l.nliu ] «terna in raliouali crcaliira - ijouuu. IW. lf a, ll.uuMi. Sii, nrl. 11. Dante divina roluntas sii ipnmjtu; la quali riverbi-  ranno 'atra l' umana cuscenza \<ò parlari fcUoementi  l' animi 'mporlu, coma la vila servi di guida a la navi.  E cca si zittlu lu mia amica e segui tu ieu. u li rimproviii olii ci odìotìqd d'ogni bandai   Si na vota un filosofo tidìsohn dissi a vuci furti  di la oatUdra: Oggi creeremo Dio'. Jn Faccio cLi naulru  filosofo viventi, italiano, avunt' cri tlissi poro di la cai-  lidra , isandu lu vrazzu ritlu all' aria , e strincciinu lu  pugnu: Dio ritirati! e pri tri voli.   vSi Fichte si mnstrau, coma un chimicu, chi voli ri-  cumpoLiiri chiddu chi avi decuinpostu, o di un furnaciara  chi dicissì: oi facemu ria pignatedda o un lìganedàu—  lu nostra ilaliami Ferrari chi ci dici, chi manda a spasso  Dio, mi pari un pattimi chi licenzia lu criato — almeno  ci avissì dato la benservita !   Poni la Convenzioni francisa, Irasfurmannusi in  Cnnoiliu Ecumenica, dicritau na vota chi Diu esisti ,  coinu chi s 1 arissi trattata di na liggi civili o criminali  chi fusai. Oh , <3<1Ì iranoisi n' haunu fattu pura grossi  assai 'etra menu d'un seculul Hannu distrutta dinastii,  altari, liggi, statuti, ed hannu crìatu principi, religioni,  liggi. Hanno mandati! a diavulu re, repubbliehi, cunsulì,  presidenti e ehiddu ehi niaudivainiu appressi lu sapi Diu I Eppuru, mischini ! sunnu ancora comu l' anima di  Si sbirri 1   Fri mia vi dicu uhi tutti 1' omini sunnu foddi , ina  chi lì chiù foddi sumiu li sedicenti filosofi; e si chistu  nun lu dici la Santa Scrittura, vi lu dicu ju, chi macari,  si min autru, aju sfuggliiatu quarchi carta di Platuni, di  Aristotili, di Agustinu, di VICO (vedasi), di GIOBERTI (vedasi), di SERBATI (vedasi),  di GALUPPI (vedasi), o paru di chiddi chi si fannu 'neiuriari filosofi, o sunnu foddi 'ntra la carni e 'ntra 1' ossa. Hi ricordu chi Fidi ri ou lu filosofu dieia: Qiiannu  vogghiu punirì li mei popnli, ci mandu pri gu viro arili li  filosofi. Ah chi beddu spezienti sestieri ddi filosofi di  dda tempra di Lamathric, chi oripau ahi so tavola riali  cottu comu un jammaru c nbbuttalu comu un porcu! Oli  chi beddu espedienti , chi dhuuslra chi lì filosofi sunnu  li chiù foddi 'nlra l'omini!   Lassamu di parti li filosofi chi sunnu d' autri paìsi,  parramu na picca di cliiddi nostri.   Oggi poniiu spajari tutti pari pari Anzelmu, Tuniwasi, FIDANZA (vedasi), ALIGHIERI (vedasi), VICO (vedasi), Gisrd.il, GALUPPI (vedasi), GIOBERTI (vedasi), SERBATI (vedasi), o tutti li so sculari.   Chi ci vasi ad Anzelmu essici lu funnaluri di l 1 On-  tologismo 'ntra lu Alediu Eva cu la so famosa prova a  priori, accittata dallu stissu Aquinati, c a FIDANZA (vedasi)  lu so' Itinerario di la mente a Din, chi superò lu stissn  Platuni a Danti chi nellu concetto filosofieu di lu  dritta lassù arreri lu stissu stagirita, e tutti li filosofi  chi foni e chi nasciraunu a lu munita , comu dici ed  affirma lu filosofa lidiscu Stilai Chi a Vicu l'assiri  acclamali! lu fondatori di la so bedda u sublimi Scienza Mova, chi mancu diluisciti Sant' A gustino 'atra la so sur-  prìndenti Città di Din, nò l' insigni auturi di lu Discurat  stilla Storia Generali iddi, sti dui Viscuvi, trattami  l'arguiuentu teolcgicamenti. Già puru lu stissu summu Eoraagnosi avia avrriu  paroli prima di la sciarra cu Vicu, chinuiandulu anturi  li' un presentimenti! fa ni astiai, o tanti autri beddi paroli. Ma oi ? Oggi di Vicu bì arrivò a diri , chi iddìi  lu granili napolitani , min avia filosofia. Nun mi cri-  diti? Lìggiti Augustu Vera, e vi convincati chi tutti  li filosofi Buona Denti , raaoari lu bIìbsu Vicu , anturi  senza filosofia.  A SERBATI (vedasi) o a GIOBERTI (vedasi) nnn ci must rami li nostri  moderni filosofi tanta 'ncagna , aniri mi pari chi volimi  l'ari 1' ani u ri cu iddi pri lirarili a la so' parti.   Tri Gioberti , placatimi lu valenti Spaventa 'ntra  1' Opiri Postumi di In Turi ni si quarchi i'rnsi nun sviluppata , quarchi concetta nun chiara, ci voli rialari la  Bumìgghiania 'atra GIOBERTI (vedasi) o lu so' prediletti! Hegel,  senza accor{ririsi chi V Opiri stampati di lu smnmu  auturi di hi Prima tu stallini ehmiituli snpra lu principili  di la CrìamoDÌ, chi si la fa a caaKotti cu la filosofia  pantiistica di Giorgi. 'Nfra P italiani! filosofu e chiddu  alimannu e' ò n 1 abissu chi li dividi, o chi tutta la  |>otcnza di la nienti di Spaventa min pò culinari.   Nun panni di BRUNO (vedasi), a iddu l'alliffenu ,  pirclil 1' bannu nautru Kpinosii; aii^i, mentii p ri mia, Spi-  nosa esaltali!, chi uuarchumi ha dittu Spinosa 'inbriacu t   l'ovini monacheddu di Kola fu iireu viva comu un  pinci! Din ci avia datu tanta 'utellottu, (anta fantasia c (nata cori, c la fantasia, lu focu di la passioni , c  chiù In traili in ondi a li farisri,... lu lìc-iru bruciar! vivile  'ndi ficiru spargiri li. cinniri a lu Tenta! Qunnnu li ju-  dici ci annunziavanu la sintcnza di morti trimavami ,  comu na fogghia di canna — c Giurdanu cu (Ida forza  chi veni di l' innuccenza e di la superiorità chi sin! ìn  'ntra iddìi in cuufruntu di ddi carnifici , cu la forza di  nn liuni o tisu coma tin taddn di Giuda, ci dissi : Jlfii-  jori forsaii con timore seiitatiitim in me tìkctis, guani aio  accipiam. Chistu mi ricorda, chi 'ntra ddi tempi jittnri  'ntra li Gammi un omu era conia flmiarisi oi un sicarru !   Ju Din pozza loitari la cundutfa di Brami, di Vn-  nìni, di Arnaldo, di Paleario e d'autri, ma darili a 1»  loca sulu pironi pinzavami a modu so', ah ebisdì no,  «un è agiri di cristiana , manca d' omu 1   Pri mia cridu chi Din misi'i-icimliiisii uvirà faltu chili  bona cera alli vittimi 'nfilici chi ali carnifici spietati !   Vcru iddu i ehi bisogna guardari li cosi e l'avvini-  menti cu V occhi di ddi tempi, comu in grazia di esempi ir,  a ddi tempi e 'ncostu ad iddi, li stissi rcpubblichi famusi,  lu sacchi ju, avianu liggi veri barbari: cu allibava na  junta di liri avia tagghiata na marni, cu 'ndi ranfuliav.i lu  duppin, o era rieidivu, senza misiricordia oi taggiiiavann  tutti li dui manu si sciiirhnvanu allura l'omini, comu  'nzinavantcri si li varano l'occhi cu la ferru 'afucatu a li  cardiddi, rappareddi, zumi e spunzuni. — Allura lu vas-  salli! chi ammazzava la palamma di lu so' princìpi, en  cundanuatu a morti, ma si lu principi ammazzava lu  vassallu, eh' era un 1 nomo, comu tulli li principi di  la terra, si la passava pagannu pochi liri. Chi liggi di  Draouni qnannu lu tagghiuni era inlerpelratu materialmenti! Racchi elusili c sacchi ani ni m acari , ma chi  voliti , bruciari un orna vivu , pirehl pinzava a modu  so, era na barbarli inqualificabili. Ma tant'è Bninu  fu arsii vivo, mentri tra Pontifici Clementi Vili, chi li  storici imparziali o min sospetti , ci di\nnu di bona  pasta, e cu la direzioni di li Cardinali San Severinu ,  Aldobrandino , e Bellarmino , quantnnchi cìùstu era ge-  suita , e si snpi chiddu cbi successi 'ntra lu Conclavi ,  quannu lu vii liana erinri Papa — sì jìsau un Cardinali  c ei dissi a vuoi forti, corau un spiritatu a li so' cul-  leghi : Digmts , sed Gesuita.   Jfa chi valiti erann accosti ali ir.it i l'omini 'ntra autri  tempi, chi hi stissn San ltinnardn, lu locllifluu duttnri,  cnnsigghiava di brueiari viva ad Arnaldi! di Brescia 1 Quannu jeu penzu alla lini di Brunii , chi la elo-  quenti o sapienti parola di Cousin inzcrfa dicennu ,  la trace Imnineuse et simulante 'ntra la storia di la ci-  vilizzazioni , ni' acci liana hi dìavulu I Como Adamu nun putti agghiuttiri ddu grossu pil-  lilo , accussl 1' omini di ddu (impazzii nun pettini oolari  ddi piunuli chi Bruno ci dava, o chiui chidda grossa  grossa , di Lu spaccili dì la Bestia Triunfantì.   Ju non fazau ecu a li so' errori, ma comu talianu  vi vogghiu ricurdarì ddi so' btddi palori. Italia, Napoli, Nola, quella regione gradita dui  cielo , e posta insieme inh-oìta capo e destra di questo  globo, governatrice c dominatrice de le altre generazioni,  i sempre da noi et altri stata stimata maestra, nutrice e  madre di tutte le virtiuti , discipline , nmanitadi.   E poi cu qual' impigna mi putiti nigari cbi l' omi-  ni sonni! pazzi, sunnu privi di l'usa di la rngiuni ? Ju sugnu cntolicu, min mi virgoguu, anzi punì mi  vantu di dirilu, c l'aju »t:iiii]):iln. mi dispiaci, e quandi,  dì l 1 erisia; brainiria e vurria vidiri 'ntra tutta la terra  un pasturi sulu ed un covili  preju pri li traviali e  li raccumandu a Dia — ina ju min fussi capaci alli  eretici , sulu pirchl eretici , sciupparici un pilu di la  barba.   Ju mi tegmi forti cti la Santa Scrittura o cu li  Patri — ju aju 1' occhi all' istituzioni e non all' omini.  Ju sugnu cu In gran Viscuvu d' Ipponn, chi dici : Diligile homines, inlerfietìe errore. Sì, amuri all'omini,  morti all' emiri.  Ma villania la facci di l'errori e virgogui di l'omi-  ni , e turuamu arreri pri vidirinni aulri.   Ju vi dicia chi li nostri filosofi siimi ponnu andari  a eogghiri cauliceddi, o procchia, o peaza pri li strati,  i) mozzoni di sicurri pri la via. Voliti sapiri cu 1* avi  ditta ? l'avi dittu lu signuri Augustu Vera, a cui sempri  ci leni la birritta. Wdu dici, chi lu filosofu veramenti  filosofi!, hi filosolu chi tuccau la cima di dda sapienza ,  a cu nuddu avia pututu arrivar! e Giorgiu Hegel. E  nun o' è nutra filosofia chi chidda so'.   Ju mi ricordu di na proposta di llgu Fosculii ijual-  menti velia tirati tutta lu sucu di tutti li libbri , e  ficcarilu 'nfra un miggliiaru di volumi  n liruciari pui  tutta dda riibb.i//,;! v. ci hia chi listava.   Ma megghiu fannu pri nui li paioli di iu nostra  siciliana Mnanmeci , chi tantu foddt pri I' opira sni dì la Gran Teoria di la Cunserradoni, ci dicia un ghiornu  ii n' amidi so 1 a Napuli , mentri cranu 'ntra la lucanna ;  Bruciali tutti li libbri di tuffi l 1 anturi , chi ci sunna  Stati a lu mimmi , pirehl sunnu pari pari tutti 'nipu-  Bturi 1' opira mia è la siila viriti !   Chi vìndi pari, nun c'azaicca? E si ali palori di  1' Onorevoli Vera si junci punì chi Michelet , filosofu  tidiscu, parranmi di Oiurgi, di la sa' catrida a Birlinu,  i sanno l'occhi a lu oda c junoenda na marni cu l'autra  dicia: Giorgia Hegel era un santo! E quasi quasi nun  chiancia ddu affemonalu scularu pri la santità di lu  so mastra !   Viditi , ora mi vaju pirsuadennu megghìu , elii la  filosofia di Hegel nun ò eludila ehi va spacciannu lu si-  gnur Vera. — Nun avi tonta tempo chi certi filosofi  pri 'usitiuari li duttrini di 1' anturi famusu di l'Etica,  di 1' oechialani d'Amsterdam, dìciann chi idilu era mu-  rigeratu, tanta murali, chi iddu era 'nsumma un sanili!  Viditi chi lu stissu Vittoriu Cousin si fici licitu para-  gunari Spinoza cu 1' autori di l' Imitazioni di Cristi! ! Mi pari chi a stu moda sinni va a Diavulu la li-  bidi di pinzar! o qualuiujiii discussioni libica, 0 senza  preoccupazioni s'arriva a la infallibilità di lu mastra  pri naiitra via !   Poviru Mariu Nizzoliu chi prima di Cartesiu avia  proclamata ntra la nostra Italia cu l'opira so'  I)e vcris  principila et vera rutiuiie philowphandì — la libertà di filo-  sofarli dicennu 'ntra tanti beddi cosi, coisti chi vi vogghiu  ricurdari :Generali: piiiu ipium voritatis est libertas  i et vera licentia sentieiidi ac judicandi de omnibus rebus  i ut veritas ipsa remmque natura postulai. Uoc est, • ut is qui mete phiiosophandi studet, ante omnia libertini se conservet ac solutam ab croni philosophorum aecta, nec alla cujuspnam viri quamlibet magni   • dottrina) fama Sfa teneatur ast rictus , et quasi compeditus , qui quia ipsi prò rei veritate probanda nut  > improbanda videbantur , ea libere , et sino ullo impedimento probaro , aut impvobare. E pura li so scalari, di Hegel, min ci cridiim a tutta  cliidda , chi si va cliiacchiariannu 'utra di noi , pivelli  ognuno d 1 iddi penza a modu so'. Si haimu divisa in  destra e sinistra, conni 'ntra na cammira legislativa, 0  poi bì la fannu a cazzotti , o cu poti chiù si la porla.   Ndavi difattu 'ntra li so sculari alii, materialisti,  fatalisti, panteisti, o tutti figghi di la stissu patri! Lu  quali, dicemu la viriti, aria ditta, olii la so' dottrina  era tanta profunna chi nuddu di li so' discipuli 1' avia  caputo — farsi uniiidu sulu, ina min beni. Banca ju cunchiiidu : la filosofia di Hegel min era  pri 1' omu da nui cunusciutu, ma forsi pri nautra razza  nova , o meggliiu , pri nautra specii. La nostra è trop-  pi! assai foddi, chidda chi venirà di la dilaniata tra-  sformazioni, sarà meggliiu organizzata — e perciò mena   Ora cumpreridu H paroli di Kan Paula, quannu dici:  Guardativi chi quarchidunu nun v' inganna cu la filosofia,   E dicia beni Paulu, si li filosofi smura 'ntra 1' omi-  ni li chiù pazzi ; era giusta e sanu 1' avvilimento.   E poiobl la lingua dissi Paula , e li palori sunna  coma lì eirasi , voggkiu diri punì chi Paula senza   Lib. I, rap, Do thi nt. pilli. vantatisi filosofa, pridicau 'mncnzii li filosofi 'ntra l'Areu-  pagu , e li so' beddi o sublimi cuncetti passami chi  gonna di chistu o di ohidda !   E ilda fratìllanza universali 'litri lutti 1' omini e  li populì di la terra  la solidarietà 'ntra iddi, pirchl  sunnu membri di mi stissu eoipu , chi avi nn sulu a  stissu capii , o si unu d' iddi sì doli , 1' nutru udì pati.  E accusai vìa dice nnu... sunna farina di lu gru nni sacca  di Faulu , c non di li sacchi di tanti antri chi dannu  a cridiri mari e munti , e poi finiscimi cu manifistari  la so' pazzia.   E sapiti midi è la pazzia di tali o quali filoso-  fimi ? È in chìstu , chi scurciaru di 1' Apostulu di li  genti ddi granili viviti , oi livaru la parli positiva, li  fkiru astratti e peju, c li vannn pridicannu pri la  mimmi vecchiu e novu senza autorità, senza liggi o  BCtiza Din, conili pazzi chi sunnn o sarannu, muslrunnu  nun a viri 1' usu di la bedda ragiuni. Basta pri lu municntu di li politici o di li filosofi,  videmu si putemu 'nzirtari la casedda unni si trova  am miicciata la bedda vantata ragiuni. Mi votu a lu campa  ecunomicu, e a mia pari chi mancu cc& c' è spirnnza di  truvari la tana o lu jazzu di sta crìduta rigina di li omini.   Quanuu si parva di riccliizzi !Ì muderni 'ndi vonnu  ccntu a majorca. A mia pari chi cca punì la ragiuni ha  futtu fiascu.   Ju lu sneciu chi oi la summa di lì ricchizzi, di li  menai di godimenti! , di li cosi pri sudisfari li bisogni granili rissai, c supira in quantità, pian e misura BOCCU avianu l'antichi nostri patri.   Oggi un arripezEaturi e un cuslureri liannu chiù cum-  muditati di lu granili Agamenmini, di lu ro dì li ve a lu quali 'ntra li jurnati d' inverni! tuccava stari 'ntra  li so cammiri a lu scuru quannu avia la flussioni o  forti catarru 3' avia a siujari lu nasu cu li jdita, o cu  lu manta riali. Senza cammisa di fila 0 di musulina  stava 'mmnggluntu 'ntra la lana di slati e d' invcrnu; scnaa  fari pinitenza era un veru cappuccina   Un cus turi rie chìu avi la so' 'nvitriata, c godi di la  bedda luci puru 'ntra li jurnati chiù scuri — avi lu so  fazzulettu pri lu nasu — avi la so cnmmisa di tila o  di mu sul ina, e rebbi pri lu friddu c pri lu caudu.   Lu granili Àgnmenmmi 0 un so pari, re, magnatu,  'mpcraturi, quannu c'indehulia la rista, nun avia chi furi,  mandi si piilia illii !n insanii, piivliì n-miu turchi 0 brei. Quanti beddi cosi ci sunmi ora?   Vai li s api ti, e perciò vaju avanti.   E puru cu tuttu chistu l' orali min avi avanzata,  s' avi 'mbrugghìatu pen, e ruvinatu. Eecurai a li provi. E quanti provi e riprovi pulirla  dorivi !   Si ecidi chi quannu si junci a mcntiri ricchtzzi ,  supra rioehÌBzi, d'aviri cliiu 'ndnstria e traficu, chi s'avi  fattn tuttu. Gnirnò, gnirnò pri ecntu milia voti. Auniin-  tannu li suli godimenti, li siili utilità, piaciri c eom-  modila, cu chistu sulu l'omini s' imbriaeann 'ntra H  piaciri di li senni , min sentimi chiui o pocu li nobili  aspirazioni pri lu beddii, pri lu veni, pri la santu, e pri  lu giustu, e Vangati 'naina a la gula, comu li porci, '□ira la materia, sentimi! sul u li cosi materiali, e ma-  cari 'ntra In sonnu, conni 1' annnluzzu di Kant' Antoni ,  'nzonnanu la ghianda. E aconssl, accusai a picca a picca,  di mali in peju, 'ridi veni ddu spaventi villi regressu, chi  Diu mindi libira.   E pirolil (uliii «Mutui'   l'i ioli! ([iiamiii li beni, nialcrjalì crisi-imi in abbini'  danaa , si timi si leni forti 'ntra la so fi olii na granili  dosi di giustìzia, di bontà, di bòni costumi, o chi sac-  ciu jn, sindi venirla couiu tanti diavuli li discordi, na-  scimi tatti li gilusj, e tutti li passioni «satinati cusler-  nanu la povira umanità. Chidda chi ju vi dicu e In vangeliu di la Santa  Mi B8a — E si non aviti fidi a mia, sinlitulu pam di  la bucca di dui omini granai, non di lu lielgiu, o l'antro  Italiana.   Dici lu primu, lu Signori Ah arena: Il materialsamo disapprovalo in teoria, regnt geueralmentc nella pratica: la novella potenza industriale, senza contrap-   > peso morale, ha favorito siffatta tendenza, 0 la corruzioiiu si accrebbe coi due estremi dell' opulenza c   ■ della miseria : ogni cosa attcsta una scostumatezza , una corruttela che invaso tutte lo parti del corpo sociale.   Chi vindi pari?   Sintiti ora lu sapienti Conti T. Mamìani di la lio-  veri: > Ella è una verità confessata oggimai da quanti col pensiero innovano in traccia di un rimedio o di  • una correziono efficace a guarirli la nostra generazione  Alunni . Curi» di Dritto Kitantt, da quel!' anarchia morale ed intellettuale , ondo gl’animi sono pur troppo afflitti o travagliati, the il malo attesi; le profonde radici che ha messo primamento negl' intelletti e nei cuori, poi di mano in mano   • nei costumi c udì' ordinamento civile medesimo.  Ju varria chi tutti avissuru prisenti li paroli di li  dui citati sapienti, olii sunmi verità vangolichi. Ahimè ! L' omini Boriati fatti accusai storti e mala-  rettehi, chi s' abbagghianu di l'apparenti, vardanu la  la forma, e no la Bastanza, vardanu la parti acciden-  tali e nun chidda essenziali, e tutti 'ncan ti simati di li  'llusioni di cosi fausi chi li soiorbanu, cunfunnunu la vera  civiltà cu cliidda fausa, chi si spaccia pri chidda vera.   Ancora aju ntra 1' oricchi li paroli di lu Bummu  Eomagnosir Quando tu ini mostri solamente scritiure, pitture, sculture, so io forse se un popolo sia provveduto di vitto, di vestito e ili abitazioneV Quando mi  » mostri armate, corteggi, consilii, feste, conosco forse   > so egli gode pace, equii» e sicurezwi, mediante buono leggi , un' equa amministrazione , ed un potente or-  . dinamento ? E pura smura digni di ricurdarisi st' antri ditti di  n 1 autru auturi, li quali sunnu accussl beudi, chi panniti  fatti a posta pri nui.   . Il falso oolle apparenze del vero, il malo collo   > apparenze del bene , scuoto 1' occhio volgare , ma   > alla vista penetrante del sapiente ò la cronica infer-   ii) Snjy-i .li Filusutn Ui«lc tolti di^li /Itti jtcMdnuri d. Hku/n  /fot™, o IHllMirali ,h\ sa» H^lari» l'rof. CI. Itoqcirdo _ Cuora 1SW,  l«g. 3-   (2) DilITnJMh e dei VMatì dell' IjwmtimHLte, p. 1. miti della vita degli stati con il lieto colore nel sembiante <li florida salute ; è un vizio organico del   > corpo sociale, clie ne consuma la vitalità, mentre clie i sintomi estcriui-i a e eoli nano vigore di libbre e   • di nervi ; ì> un moto retrogrado , o mal diretto della   • società, che si avvicina alla morie politica, e copro   > la ritirata o il traviamento con artefatti splendori , che agli occhi del filosofo sono i presagi dei suoi funerali. E cosi brillando, si estinguono, a similitudine   > della fiiimma artificiale, che, mancando dì alimento,  . più crepita o brilla, quanto 6 prossima a perderò la  . sua vita splendidi».   Sintistu? Jeu spera chi li cosi 'ntra sin munnu  nun andassiru accussì di mali inpoju.echi avanzwmu  cu la pala lu beni matiriali inizi si vidissi vinili menu  chiddu murali — 'nsunima chi nun fussiru in ragioni  'nversa. 0, Sperami] ! la spiranza , dissi un filosofi! chi era  poeta, forma parti di l'umana filisi t a. L'anturi di   !' Antodi» di Firenzi dissi chi era la in di la vita pri mìa è na ddiccafa di meli obi Jiannu li veleni di  la vita — All' omu ngghiulfuinu veleno , ci pari cu  dda ddicata di moli , di manciari cosi duoi.   Nun finiscimi cca li mali di lu munnu economicn  cu tutti li granni Economisti , aceuminzannu di Serra ,   Ortis , Ginuisi , Smith o finennu a lu viventi nostra   siciliana Ferrara, e poni a lu min valenti amico Maja-  rana Calatala tana.  Ve* Àntokigi» dì Tmaa, n.' 11 M 2.* decennio. Vi ricordu lu misi di Giugnu , quanuu 'ntra  Parigi lu repubbli cairn Gcnirnli Cavìgnac appi a ncsciri  cu 11' armata dì stintali e on tanti cannimi pri elim-  inati iri ; chi cosa? li ligitlimisti ? gnirnò — pri cum-  ìnattirì a cni ? lì Orlianisli ? gnirnò , gnirnò. A cu  dorica la Repubblica Fraticisa vulia distruggili ' J Vui lu  snpil.i , lu Sucialismu , lu Cuuiunismu. Ttun ei trattava  chiui di ddu campirai chi avìa fattu llicu Saint Simon,  chi bastaru na curupagnia di gronateri a li tempi di  Luigi Filippu a sdirrignarilu non lassanna petra supra  petra. Iddu già Sansimuni, comu prnfeta, mentri stava  rinnennu l'anima a Din o a lu diavulu, ci l'avia dittu  a littiri di scatula a li so' scolari: La poìre est mure,  iwtó la adìicres, ohi vi vogghiu traduoiri accasai: Beddi  figgili mei, ju moni, mmdi occhiami leggiti leggili, badali  a rvi, la pira è fatta, viti min sautu la pittiti cogghiri, Sa-  jiiti vui chi 6 la pira sansimuiiiana ? 6 la robba d'antro.   Nui semu 'nnuccenti assai 1 robba d' autru , vali a  diri ubi la propietà è un drittn , ma si idda e un  furi li , allura li propietari su tanti latri — (tanca ù  logicu, ad iddi ! ad iddi 1 ! !!   Ju min cuntu favuli, ma ricordu verità dulurusi e  di fattu.   Cu assaggia ddi liggi fatti supra dda basì, cu ddu  spiriti!, psu dì chiddu a prova di pruvuli, comunista si  addicca li idita. Simun pri menu mali tassì non supra  li frutti chi dugnami H propietà, ma sopra la pro-  pietà stissa, cioè, mi spiegu uiegghiu, nun sonno tassi  sopra Iti fruttati! , ma sopra la cosa stissa, livannuc-  oinni na ritagglùa; c na ritaghiedda oi , imulra doma-  ni.... Ah chi brullii jocit, chi laida iindenza chi vili!     Si, diciti a chiù min pozzu chi I' omu avi l'usu di   E poi vutamu naulru fogghiu.   Comu vuliti chi a vissi 1' usu di la ragiuni chidda  chi chiamasi vulgu , si vui aviti latta ogni cosa pri  purtarilu al a guerra con tra Dia, centra li ricchi, li pro-  pietarj , li capitalisti. .. -sirvennuvi di dda inalintisa  eguaglianza e fralilliinza , pri nu riourdari autru ? Chi  spiegati a modu vostra, lu renninu salvaggin, barbara  o quarchi cosuzza di chiù tinta. Hi vui ci aviti ditta  para chi iddu è Diu ! Lu puvireddu ripensa a li vostri  ditti , chi b' avi agghiuttutu , e ci cogita supra pirchi  fannu pri 1' utili so', e dici 'ntra iddu stissu : si ju su-  gna Diu , coma lu ticou , comu lu propietariu , lu ca-  pitalista , coma lu rocu gnuri, chi ragiuni ci ìs chi jeu  aju a travagghiari lultu lu jornu o li ricchi starìsinni  a spassi! ? chi ragiuni ci 6 chi jeu aju a caminari a  podi scausi, mala vistutu, tuttu tipizzata, e iddi 'ntra  li heddi carrozzi chi si paparianu , vistati cu lussu a  la Lion? Chi ragiuni chi iddi sì annu a fumar i li heddi  sigarri di la vana , o jeu, a quamiu mi tocca, un muz-  zuni di sigarru scarfidutu ? c pri iddi In tiatru, li festi  o giochi e jeu «enti '. J chi raglimi chi a mia avi a tnc-  cavi un pezzu di pani e formaggio e un hicchcri di vinu  acitu, e ad iddi li beddi pitanzi di carni, pisci, caccia,  jaddini, e picciuirì, pastiniti, vini d' ogni sorti e d'ogni  man era, e tutti li piaciri '< .tVrcUi iikli limimi a cuman-  nari e miatri povireddi a servili ? Sunuu forai figgili  di la jaddina bianca? Unii' è chi lu siili quanuu nesci  iddu nesci pri tutti? E chi l'acqua cld clùovi è man-  naia pri tutti? E 'osino a eoa ci summ pinzeri o nenti autru chi pinseri. Ma si lu Diavulu ci ispirassi ?   Jeu dica lu veru chi ci hannu fattu perdiri lu ciriveddu.  E guai cu la pula ci saranno, si tutti li sonni e l 1 er-  rori , si pri malasorti si andassi™ allargannu , pri poi  viniri avanti 'ntra la povira società, chi avi a essiri  serupri, o si voli o nun si voli, fulidata su la riligioni,  la famigghia, la propietà e perciò supra Umorali,  sopra lu duviri, supra lu Guvemu. Poi ju dìcu, chi è na vera 'mpirtmenza e na granili  'ingiustizia suffriri a vidi ri un Diu morlu di fami, tutlu  strozzata c tuttu lorda , o chimi di mali e chiù scemi  di li scecchi t   Cu quali curnggiu oi putiti diri : Stadduni ignobili   Oh foddi, foddi , si sta divinila poviredda si ri-  svigghia, e senza misericordia, unni andirannu li ricchi V   Jeù lu sacci ti , e 1* aju sjrittu , chi trasfurmari la  plebi in populn è cosa giusta.... ma dda riabilitazioni  chi Tanna chiaccliiariannn min avi chi fari cu la Irasfur-  m azioni , sunnu cosi di romanzu. E iddu li romanzi o  li giornali, tali e curili, hannu vastatu la menti o lu  cori di la povira genti ! Hannu vulutn alcuni auturi  rivilari quarchi chiaja, comu iddi dicinu, di la società,  o pri mala vintura senza dari rimediu, hannu 'nchi/ijatu  tutta para pani, 'ni ra tldi paisi maggiurmentì, l 1 afflitta  società.   Ah, si fttssi oca lu min amicu Masi Gullu, chi dici  chi la ragioni, la quali scinniu di 1' aulu, lu purU autu  autu a trnvari in motu perpctuu ci dina valenti omo,  und'ò sta ragiuni chi tantu magnifichi, si tutti l'omini  sunnu pri lu menu foddi? mi suppogim la so' risposti  SI clii saria coniti chidda di Archimedi , senza 'mpirìi an-  dari a la nuda pri li stradi  V aju Iruvalu , C aju  franate V   Ju fazzn un dilemma : 0 Gullu lia travata o non  La travata lu mota perpetui Hi iddu 1! avi truvatu, 1' umanità ndi aviria un beai ; si nun 1' avi travata ,  allura pri lu miu arguiuentu ci saria un beni , pirchi  eviriamo, nautru foddi di chiù.   Ju disìdiru stu casu. Chi voliti tini bracia pri In  min cudduruni ! Dunca ù pazzia, min darici 'ntisa.. Spora chi finissi sta cunieddia di In uiotu perpetua,  c chi li ine' partili fnssiru ben ignam enti ascultati , pir-  clil quannu si voli, senza fari na nova liggi a posta, si  po' truvari lu menzn di sintirilu senza pregiudiziu di  nuddu. Continua la mia cicalata, ma triniamo, pirchi via  tanti omini dotti , mastri mei e di chiddi chi gonna  saputi. Sunna così bernischi li nostri paroli, jucamu, o  nenti aulru chi pri jucari acchianu cca supra. "Vi prega  non piggbiari la cosa pri lu seriu e pri daveru.   Oi ed ottu ci aggiustai li cusluri a Pitagura, a  la repubblica di Platnni, ad Arislotili, e poi a lì soli  tidisohi, a lu filosofa di Coenisberg cu la so' Dialettica  Tras con (1 intali — Poi mi la piaghisi cu li giuristi e li  politici — e ci desi dui scoppoli a Obbis, a Russò, a  Pietra Leroux e ad antri sapientuni. Poi . passai a li  i'Vmininisti , e cca dàlia chi dàlia, e quanta!   Ora a cu pifffihiu , a cu afferru pri dimustrari  megghiu lu miu arirumentu ? C'è robba assai ma ju strinciu quanti! pozzu. Chi vuiiti li pazzli di l'emini  sunna tanti e po' tanti, chi semprì nun rostu cuntentu  di chiddu chi dicu!   Ci fu cu dissi 'ntra 1' antichi, chi Y animali hannu  1' usu di ia ragiuui ; ju pri mia la negu puru all' omu,  e 1' aju diniustratu.   Ju nun vidu beni chiddu chi tanti autori, maestri  di color che sanno, hannu vululu diri di li diffirenzi  'ntra 1' omu e 1' animali. Vaja finitila! 1' omu è n'arroalazzu , comu tutti 1' autri , o vi lu mustru cu tanti  beddi auturi sani e chini di vita, e puru cu tanti ar-  gomenti mei.   Si guardati 1' omu di la parti di la menti , chi ci  viditi chi vt pozza fari diri : chi iddu è quarchi cosa  di ehi al di li best'ii?   Prì mia Denti. Iddu è vera cbi tanti autri dissiru  viirabilin, mari e munti, nautra picca dìoìanu ehi l'omu  fussì Diu, si nun lu dissiru  ma chiaccbiarì, Tan'.asf,  llnsìoDÌ, nutrì pazzi! , autri provi chi ad iddu nun ci  durinoli la ragiaui.   Ri vantami li oasi e li palazzi suntuusl , chi avi  fattu 1' omu, nun e' bannu a siurdari li casiceddi di li  castori, li cupigghiuni di 1' apozzì, c li nidi di 1' aceddi;  lì «piali opiri di 1' auimalozzi sunna accussl beddi, fatti  cu tanta maistria c talento , chi hannu fattu la di li zia  e lu stupuri di tutti 1* omini , accnminzannu di Salamuni , Teufirastu , Virgilm  'nzina a nui. E si iddi  nun migghiurnno 1' opiri soi , chistu succedi , o pirchl  pri saggizza e pri moderazioni si cuntentanu di fari  quantu ci basta pri li so veri bisogni , o pirchl hannu  tanta abiliti o granili 'ngegnu chi senza stentu e cu un rara periria ranno 1' opirì soi perfetti di priniu ac-  chitta qaannu l'omo avi lantti a stintari, sbagghìannu,  e poi rlfocennn e curreggennu, c scmpri ristanno scun-  lentu 'ntra 1' nnimu su', chi è uà pigliata, chi scmpri  vugghi , e nini eocì nentì , ma si distruggi idda stissa.   Si iddi min hanno fn lui strumenti e ìnachini ed  autri stìgghi di casa, chistu è effetto di la perfezioni  di 1' animali , chi nun avenno bisogno di na cosa, non  la fa. Accussl iddi suunu un terni uni il ni, un baroni tru,  un sismografo , sapennu prima assai di l 1 unni chi avi  a chioviri , e hi oauda , e lu friddu , e V umidu , e la  t impesta, o li terremoti, e lidi avvertimi 1' omu dista  so sdenta , cu li mozziconi , cu li gridi e li fracassi  ed antri sigili.   Misuranu lu tempo e cerniscimi li stagiuni, oomu lu  gaddu, li rinnineddi, li quaggiù ed autri aceddi di passa.   Hnn è veru chi nun cancianu inai li so' opirazkmi,  chi sunuu in perfetta stasi , giacchi quannu la natura  ci 6 contraria, fanno cu prudenza all'opportunità li  giusti e saggi canciamenti. Accussl lu struzzu , 'ntra  li paisi caudi assai, pri fari sai vari 1* ova, opira di na  mancra , mentri 'ntra li chiù timpirati di nautra. Li  quaggiù olii pasanu 'ntra li nostri paisi a lu tempu  di la primavera, quii si movimi mai di li diserti di  1' Africa, nun sulu 'ntra dda stagiuni, ma quannu spira  lu ventai sud-est — accussi fauno tanti autri aceddi  d' acqua, pri passari di na spiaggia a nautra, apprufit-  taunu di la rema, si fanno strascinar! di 1' acqui.   Fannn puru di 1' ammassi , hannu capitali  comu  li castori , li furmiouli chi si sanno fari tanti beddi  mogoscui sutla la terni. Vado adfomkam, o piger, d considera rias ejtis et discc sapkniim». E si iddi cog-  ghinu furmenlu chiù di In bisogna, s' intra Iti 'uvernu  restarm assidìrati , non è curpa so , ma di la stagiuni.  E poi min ci aunnu 'ntra V omini 1' avari , eh' ammassami pri tanti anni immenzi ricchizzi , c Bucami la  sarda e montili dì misoiaciu ? Qttantu cosi hannu apprisu 1' omini di 1' animali ?  Vi lu dici la cicogna cu lu so' beecii longu , chi  ìnsignó a V ornu a farisi li cristeri  P api o li [or-  miculi a sapiri beni guvemari cu li so ordinati asso-  ciazioni e beddi governi li taranluli a fari la fila li castori cu li casi a due o tri appartati ci (lettini  lu mudellu di l'abitazioni  ii quatrupìdi ci insignarn  a natari lu Nautillu 1' arti di navigali , di maiiiarì  li rimi , di riciviri P urtu di li venti. Ah di quantu casi non sunnn capaci li animali! zzi  li chiù picoiriddi !   Vi lu dici la tarantula di Pellisson , a ohidda di  Pellicu  - chi di Vanta di la prigioni a lu sonu di lu  bicchieri , chi tuccavanu ohiddi cun firruzzu , scinnianit  supra lu filu di la so' tila, ed andavanu a pusarisi supra  li yrazza di ddi 'llustri prigiuneri, o poi si accustavanu  a la so' vucca, ci la basciavanu, e ci sucavanu la saliva.   Cu T occhiu Buttili di la sapienza tanti cosi granili  si vidimi 'ntra 1' animaluzzi ma bisogna studiati o  jttari sangu supra li libbri e supra 1' animali stissi ,  saponmili intirrogari, chi iddi a cu li sapi intirrogari  ci rispunninu. Rispunni la natura bruta a li fisici , c  non vnliti chi rispundissi ohidda animata a noi ?   Vi vogghiu ora diri li beddi risposti chi bannu  avida tanti granni anturi — Kintitili pri pìaciri. Eraiimu Darwin ci dici citi l' animali , comu li  cani, filtrati contratti '"Ira d' iddi, o cu 1' omu puru   iddi li bistioli hanno 1' idei iicddi c netti di la giusti-  zia e di 1' onestà Sulu ci jtmci sta clatisula , chi  li cuntratti chi fanno lì bestii cu imi , stimiti comu  chiudi chi fatimi diti omini di liuguaggiii diversi!, chi nuli  s' intendi mn.   Li cavaddi 'ntra nui , dici lu stissu anturi , niu-  strami pocu signi d' aviri comuni regulamonti ma  'ntra la Tartaria o la Siberia, undi suniiu cacciati di li  tartiri, fannii na sorli di società, mettimi min sulu li  .siutinelU ed hanno capi chi li dirigenti e li sullicitunu  a curriri , o andari oca e dda Punì 1' apuzzi hanno  un regulamcntu clii uni nini cimusccniu, è vera, ma chi  esisti Hannu nsumni.i 1' animali na specii d' arami-  lustrazioni, chi nun è ccrlu chiiìda di l'omu.nia l'anno  si min autrii in germi — pri quanta ad iddi ci basta   soma cummettiri ddi emiri chi pocn onurauu la no-  Etra specii. E Gioja acconsenti , c ai firma ut sopra !   Vindi dicu nautia.   Si dicina tanti cosi di lu putiri tradizionali di Tornii,  comu patrimonio esclusivi! di la so specii, o chi forma  un granni titulu dì la so grannizzo t   Nenti , non ci criditi , 'ntra 1' armaluzzi e' ò pam  la tradizioni di generazioni in generazioni , comu 1' os-  servarti hi Sig. Adanson , lu nostm M. Gioja 'ntra li  gaddini d'India, 'ntra li enniggliia nostrali e 'ntra chidili  di 1' Isula di Sor vicini! a lu Senegal , e famiu trasiri  puru a Linneu pri testimoniti.Giojn, Idwloji. ; Fir. E la Sig. Dupont da Nemours , faccnno pr    meditazioni    sopra In canta di li Corvi , cumisci    iddi hannu    na lingua so cu diversi desinonzi , qu di pari uniformi e monotona. Sin litigi    di li Corvi è composto di 25 paroli , vicini l 1 c  » uno li stasi, e una confundirisi | Kdi  liti sapiri nautra, clii sarà comu la bu     Si Darwin avia raauifestatu chi l' animali si dilet-  tanti puro di fari cuntralti , senza 1' incommudu di li  nutari e lu pisu di li tossi, ed autri cosi ehi aju ditto,  c Gioja l'appoggia, e quanta, 'Ntoni Coste, lu tradut-  tori trancisi di Look, dici, chi iddi scntunu virgogna e  pintimcntu , Adanson ci dugna lu putiri tradizionali e  Dopont do Hemonra la lingoa a li Corvi — Pliniu dici  a littri di scalula chi 1' Elefanti nanna idei di Reli-  gioni , sunnu riligiusi , ma senza aviri chiesi , altari o  panini. Ch' ingegno profumili di st' anturi, chi hannu aocossi  beni saputo leiri 'atra 1' animali , la giustizia, l'oiòstà,  la tradizioni, lu pintimcntu, la virgogna, la riligionit   Jeu non vi lo dìcia chi qoannu ei sanno intirrugari,  si vidi chiaro e beddu chiddu chi sfui a 1' autri , o si  vidi comu quattro e quattru fannu oentusissantaquattru ?   Ju vi parru cu 1' esperienza 'ntra li marni , o non  pozzu shagghiari.   llitiniti comu certu ehi tottu sannu fari l'animali,  e cu chiù ordini e mudirazioni di 1' orou. Si quarchi  cosa nun la fannu , chistu soccedi a pirchl non vonno ,  QualqiiM ÌIsrnoirts sui jiJtrail;» njL-ts, Ir. pina pari il'UiiUiire  imlurollc, c de ['hi-hi'ic ^upillIl' ci [':uti' iiIiotc . É OÌÌ1ÌY1I in S.V Pa-  ri* 1S13, a pirchl la gnuranza di I' omu lutti ci la sapi eomuni-  cari o risvìgghiarì 'iitra li so' spiriti, min dicu brutali,   cani JVi/t* chi Uggia , scrivia , facia 1* abbacu c jucav*   di lutti, e pri virgogna ili chiddi chi min salimi Irggiri  e scriviri 'ntra di nni, chi assumili anu almcmi in Italia  a IT milinni. Fu tanta hi frncasau c lu stupuri chi  facia lu sapienli J'ìViti, undi andava e dava prova .tesassi  bedda di la so' sapienza , chi quarchi Viscuvu 'ntra li  Calabrj hi proibiva, e hi fici Cacciari, conni opira 'lidi-  moni afa e poju.   Era beddu e purlintusu vidiri Fidu , quannu avia  a mirili na parola cu duppia cunsunanti — andava  'ntra 1' alfabeti! pigghiava la prima cunzunanti , poi  tiirnava e nun vidennu ia secunda, bajava, si dispirava,  faoemm chiarii a comisciri chi cindi vulia nautra — ai  miltia dda cunzunanti a nautm locu di l'nbbizzc, e iddìi  cu rari! accurgimcnlu c cu l' ali i grinza, chi e figghia di  li seuverta di lu veni, la picchiava, e ciimpunia la parola.   E oca min fini» 1' opira di hi mastra di Fidu, lu  signuri Farina Italiani!, giacchi lu rara 'ngegnu di iddu  rinisciu a sapiri BVÌgghinri la sapienza di autri dui cani,  pri nonni unii Moniiti , V Mitra Biantu. — Di Monitu  min vi pana, piretri vili scrittu chi facia a Parigi ile*  cìioses inci-oyables ju criu ehi appi a dari quarchi  lezioni a la Sorbona, o pura 'ntra lu Culloggiu di Luigi  il Orando !   0 calli sapienti, o sapienza di li coni!   /'ì<ri< cumpunia tutti li parali di la lingua italiana,  chi ci vinismi addittatì. e traducili cinquanta paruli in sei lìngiiì, cioè fra nei sa , italiana, latina, 'ngrisa, ali'  manna e greca.   Lu sapienti Fìdu facia Y addizioni, la suttrazioni,  la moltiplicazioni e la divisioni accussl beni e cu tanta  sullioitudini , quanta lu caia esercitatu 'ntra la scienza  di li calculi.   Fidtt e Bianca jucavanu a li carti 'ntra iddi e cu  qualunqui pirauna , comu li megghiu jucaturi.   Iddi cupiavanu tutti H Boriiti chi ci vinÌBsiru pri-  sintati.   Cunusoianu tutti 1' oggetti , tutti li cosi , tutti li  culmi , tutti li sciuri , lu valuti di li muniti   Si pruvaru a jucari cu Fidu tanti bravi jucaturi  franciai, e foni abbattuti, pura un giovani eullcgiali, chi  avia beni studiatu 'ntra lu libra di li quaranta fogghi !   Quanti dumandi ci fioim, a tuttu rispuairu! Un dottn naturalista ci dumandau l'epoca di lu  regnu di Franciscu Primu, e chidda di lu regnu di Er-  ricu Quartu e ci 'martori tutti li dui epuohi.   0 cani sapienti, o sapienza di li cani !   Nun vi maravigghiati di chiddu chi dicu , chi è  virità lampanti.   Ddi cani nun facianu chiddu chi aju ditto pri si-  gnali di In patruni, chi non ndi facia affattu  mane»  l'armali lu guardatami, chi di rara. Dunca? Ndi veni chiddu chi ajn dittu, l' animali o  nun vonnu fari na cosa, o l'omini 'gnuranti nun ci sannu  fari nasciri la voluntà di farla — Iddi hanno la sapienza  in putenza, ma videndusi chiusi 'ntra ddu carpii pilusu  e laidu si siddiami, si pigghiaiiu di malincunia, o min danna provi di la so granili intilligenza , o fannu sulu  quanti] ci basta pri li so' stritti bisogni.   Qnannu 'nipìro hannu simpatia prì qiiarchì onta, chi  si l'avi saputu aflizzìunari e» li boni trattamenti e cu  li boni maneri, allura li cani fantiu vidirì la grannizza  so qnanta è purtinttisa.   Ndì vttliti quarclii autra prova ?   Non vi ricordu li cani di li: munti San Birmania ,  nè di obiddo chi vitti la l'isico Signor Aragu 'nlra  n'albergu, quattri! leghi lnntanii di Montpellier , ohi è   rifiata di Monzù Bureau do Lamallc nentì di chistu   e d'aulru, ma chiddu chi vitti In Filosofa di Lipsia,  e Leibniziu.   E obi vitti? Vitti pressu Zcitz 'nini la Mismia nn  cani di pasturi chi parrava — Un giovani alimannu si  avia tantu saputu affizzianari ad iddu ddu cani , chi  chistu risponnennii all' amuri cu n'autru omuri ci pro-  nunciava na trentina di paroli beddi e chiari, qoantu chili  Ei pozza imagginari.   E riflittitì chi avia tri anni lu cani quannn parrai!   giacchi, ju oriu, chi si lu stuzzicavanu di picciriiidu,  e la bestiedda si ci mittia pri daveru , arriuiscia un  poliglotta di putirsila fari a pam o sparu cu lu colibrì  cardinali Mezzofanti.   Oh, lu mcgghiu mi scurdava ! Va l'omo tantu superbo pri la musica! Ebbene quau-  nu li caui vomiti, sunnii punì musici! comu fici vidiri lu  dutturi Bennati, abili 'ntra la musica, cu na so barbetta;  iddn , a la prisene* di la so scolara , passannu sopra  sette campani diufoiiiehi n' archiceddo faciaci vibrali di li soni , e la 30 canicedda In novi jorna di lezioni cantò  la Solfa. No eoa iìniu la sapienza musicali di la barbetta,  chi arrivali ad esequiri di li terzetti e accumpagnari  correttisaimamenti lu cantu di lu so patruni, chi avia una  di li vuoi chiù estesi obi si cunuscissiru. Nò na vota Buia si hannu vidutu caci musici — M.  Guerry fa testimonìu puru di chiddu chi facia. un cani  spagnola  la quali portava tantu amori e rispcltu  a la so patrona, chi quannu la dama vulia iddu canta-  va na sorti di solfa cromatica. Ora vaju cumprinnennu pirohl l' animali sunnu stati  tantu onorati. Pirohl li poeti l' hannu misu 'ntra li fa-  vuli cumprennu pirchi l' antichi, chiù sapienti di nui,  consultavanu lu volu di 1' aceddi, o li vudedda di V a-  nimali... o si iddi manciavana o nun manciavanu chi  era bonu o malaggurio... o pirohl quannu niscennu di  casa e vidianu na baddottula, sindi turnavanu a la casa  cumprinnennu la disgrazia chi l' avia a cogghiri 0 si  ralligravanu quannu certi aceddi aliavann supra la te-  sta di li so figgili... Li principi e li republichi 'ntra  li so bannerj ci hannu misu a stampa qnarchi animali ,  corou acali, cu na testa, cu dui, niri, bianclii, o liuni, e  puru 'ntra li decorazioni — hanno 'ntra stu modu volu-  tu fari n'omaggiu a 1' eccellenza di li bestii. Fri chistu  mutivu 1' antiohi sapientuni incheru hi cclu di animali,  corau a' avissiru volutu signifioari la so' origini cilesti.  Cumprennu pirchì l' Evangelisti hannu macari li so  animali — pirchi 'ntra l'Indi! c'eranu spitali pri l 'ani- Domi de Limila, lUaain aur It temlvpptmint &i faoitu  nUìhttvtUu éu niti'tintu: lauro jm ir tWl,.K T.u aV Intlìlnt , le S  ■ai ISSO, A™. d,a Sciata KatunUa, i. XXII, ISSI.  mali Ora cumprcnuu pirclil In. sapienza 'ntra dui poptili  Orientali si facia significati cu lu sirpenti, e 'ntra   E , acchiananmi chiù autu, univa a cumpremiiri Un-  ii cosi, chi si leino 'ntra li sacri carti. Comti quannu si dici di essiri prudenti coma ti serpenti, e simprici eoiiiu li palummi. Pirchl min si curò  la divina Anturi, pri In diaideriii di cunvertiri a li piccaturi, di prisintarìsi iddu stissu sutta l’immagini di n/i  gaddinedda La bedda parabula di lu pasturi e di li picurcddi (3J. Ddi beiìdi pareli di San Petra, quannu parrà di chiddi chi abbannunano lo liggi di Cristu, li paraguna a li cani , a li porci e peju. Quannu Isaja si paraguna a la rinninedda o alla palomma Beni cumprennu pirchl la salmista si cun-franta a lu Pillicanu – H. P. GRICE: My logo at CORPUS! --, e a lu passareddu supra li tetti, ed autri sublimi massimi arrivu a pirciari cu la mia povira monti, chi si ammirami 'ntra lì Salmi, 'ntra Gcrimia, Isaia, Giobbi, 'ntra li Proverbj. Pura chiddu chi chini vi surprennirà, comu a mia  mi fa diri chi nun jocu, ma parru cu lu sangu all'occhi, sunnu Bti paroli di li Proverbj chi vi vogghiu tutli diri in italianu. Quattro cose delle più piccole sono sulla terra, e questo superano in sapienza i sapienti: Le formiche, s. Mattai . S. HuUeo una. . S. Luca  Si  S. GiennnJ X. .n S. Piai™ IT.  Frov.1. u. Sai. CJ, 7.1W- popolo debolissimo, il quale al tempo della messe si  prepara il suo vitto: I conigli, razza paurosa, la quale  pianta il suo covile nei massi: Le cavalletta non hanno re, e si muovono tutte diviso ili isquadroni: Lo stellione, che si reggo sulle sue mani, e abita nelle case dei re. Oh quantu ndi vurria diri di l'animali! Quotimi li pittagorici didar. u dda metempsicosi, chi  oggi tanti si loeltinu a bufliniari, tcctftu ddi tilischi chi vonno lu cìrculu 'ntra la vita mondiali, li pitagorici tbafrghiavanu pirchl fac ianu passari l anima di I omini tra li : di animali, mentre è all'oppostu, qoaooa  Dia castiga l'animali, li fa passari 'atra li corpi di l'omini. E na bedda pmva di chiodo ohi dira s' avi in chiddo, chi aju ditta, ma pura 'ntra ehiddn chi vaju a dirivi. E' prova di faftu, chi sompri l'omini hanno quaranta di lì qualità di li bestii, d'undì derivaru. Ci sunnu omini cani , omini accechi , omini vurpi, omini lupi, omini ticri, omini liunì, omini tarpi, omini  ecìdi» 'nsumma ci sunnu ntra1'omini li SIGNI EVIDENTI di l'origini umana, chi si cunfunni cu chiddu brutali Quannu l'uomini s’imbestialisoinu vera vcru  renuinu n'omaggio all'eccellenza di li bestii. Vuru Paulu cunfessa chi sintia ntra iddu atissu la liggi di l' animali. E nun era na ritagghiedda di sta liggi stessa del1’animali chiddu, chi sintia in iddu stissu ddu beddu Prof. , Zi, 25, Cu, santa di Giara Borromeo:, chi la raaliditta natura 1'aviria purlatu acmpri a ranfuliari V Alinenu a Borromeu ci bastati la forza di la rililìgioni a frinarilu di dda brutta tindenza — ma pri nserti tali e quali non v 1 è riligioni chi teglia, nò camiuni chi ponnu ali untoli arili di fari snnlu liuffndi] E chiddu  ohi è pejn, chiù ndi robbanu, chiù non si saziami, e Bempri li divora la fami dill'oro pejp di prima. Viditì quantu la sbnggliiaru Ferecidi e Pereira e tutti  poi lì cartesiani, chi calunnimi tantu l'animali 'nzina  a diri chi sunna AUTOMI – RYLE – Grice: “Are we to be led by the devil of scientism into thinking that to think that animals are animate is the last vestige of ANIMISM!? --, chi min sentunu, nun cumprennunu, nun desideranti, forsi stirimi na picca chiù slitta di la nolimitangerì e di la pigghia muschi. Eranti accussl foddi ddi omini , chi lu stissu Cola Malebranche nun si fici scrupulu di tirari ddu ranni cauoi a la cani gravida di dda 'micu bo, sulu pirchl dda povira bestia, chi di tantu tempu nun lu vidio, ci anda di slitta e ci sbattia la cuda tra 1' ancb.it Lu povirn patroni mandali un gridìi di duluri – a GROAN; MY SIGN – H. P. Grice -- ! ma  ddu filosofuni fridda frìddu, senza scumponirisi, ci rispusi: Mi mararigghiu di vui, chi nun Bapiti chi li bestii non sentunu, nun annu scntutu mai, e nun sentiranno mai 'nzinu a chi lu muunu sarà mtinnul Oh pazzii di l'omini quannu finititi? Ju parrannu d'animali nun cridu ricurdari l'angulu faciali di Camper, o maucu chidda occipitali di Dauben-  ton, quantunqui iddi ai siryeru pura di In studiu pro-  funnu di l'animali, e ntin rinisceru a dimostraci chi l' omu  di la parti di lu citiveddu è quarchi cosa di chiui di  tutti 1' animali — Nù divu parrari d' autri nonni mate-  riali, comu la massa assoluta ciribrali, nè di hi pisu di la     lidi chìdda di lucorpu, tutti . camprisu Ju stissu numiru di li fogghiceddt di lu e  leltu,chi CU tanta pacenza cuntau Malacarni, e f  ficiru li signori Porta e Luvater, e poi Gali — cu la diffi-  renza chi chistn esaminava l'internu ciribrali e lu craniu,  e chiddi l'esterna di V orna, paragunandulu cu chiddu di  l'animali. Porta e Lavator, si nun m' ingannu, mustraru la  vera grannizza di li bestii, pirchl vittim la samigghianza  'ntra naso, occhi, manu, frunti, varvarottu... di l'omu co  chiddi di l' animali bruti — coma poi lu dutturi Gali vitti  'ntral'internu di l'omu, cioè tra lu cirìveddu-e oirividduzzu,  dda suraigghianza di li so 27 organi, chi poi Spruzzeim  assommò meghio, o rinisceru 3f>, cu chiddi di l'animali.   E chistu chiurli musini chi ai l'omu ò quarclil cosa di  la parti di lu corpo, iddu lu è pirchl avi lu pregio d'aviri  dda parti, chi liannu lì bestii.   Dunca avia ragiuni jeu chi dicia, chi ci sumiu omini  gattumamuni, omini cani, omini asini, omini vulpi, omini  tigri, omini liuni, e acoussì aimamra discurrennu — grazii  a ddi omini sommi ohi aju citata nun bì po' chiù dubi-  tari di chistu.   Pirciò dioinu 'nsoccu vonno «Idi dotti naturalisti, chi  l'omini tutti pari pari li vonnu figgili di lì signi, giacchi  pri mìa ci sunnu omini figgili di li signi, omini figgili di  li Bceeohì, di li cani, di li boi, di li vulpi, di li lupi,  di li tigri , di U becchi , di li camilionti , e di liuni o  puro di li porci pri mia starnai a fatti Gustatali, l' omini sunna figgili di tutti 1' animali, e  coma si dici pri matta di un bastarda, di na picca a l'uno.   Ju nun possa e non divu vinili a dispula cu la famusa  teoria di 1' onorevoli Signor Darwin di la trasformazioni  di la specii , pinseri olii nun è so; tua fu di Lamarck ,  Herbert, Grant e tanti autri, e olii si nun sbagghiu, puru  Laiuulrio andau dcoramandu cu la so' profunna scienza,  chi lu purtò a fari lu burlimi a lu ru Fidino» e a cri-  pari di ddu modu chi videmmu, chi lì omini rtasoiaa di  li bestiì 'ntra sta ninnerà.   L' animali faoonnu porcarii 'ntra iddi, ndi vinni a la  fini e nasciu lu beddu mostru chiamatu omu.   Monca aiu a vinili a sciarra cu lu sig. Lyell cu la  so 1 antichità di 1' omu, chi macarì sustcni dda teoria, chi  avi puru 'ntra la Svizzera li so' sequaci; e 'ntra la nostra  bedda Italia lì signuri Mollescott, Schifi", De Filippi   A tatti chisti ju ci manda c ci assiu di supra tanti  antri dotti naturalisti — comu p. esempiu D' Archiac  e l'iourens chi fici a posta un beddu libru contra l' idei  chi Dar viti manifesta 'ntra la so opira De V origine de»  éspcces, dioennu c ripitennu che Darwin tra la so Opira di  luttu parrà o chiacchiaria, fora chi di l'origini di li specii.   Ci putria puru, e oi li divu mettiri avanti Godron,  Quattre-fages , Malebranche, Feo, Ewdards.... e li nostri  italiani Stoppali! e Biancone — Liggitili, si puru nun  l' aviti studiati!, a vidiriti chi iddi nun diuramanu, nun  fannu gratuiti asserzioni, ma ragiunanu o dimustranu cu  li fatti a li manu. È beddu a vidiri lu colibrì scienziato Biancone, nostra  Italianu, fari cundannari lu Daruanismu dalla stissa osteo-  logia comparata 'ntra l'omo e li bruii!     40   Putria parrari di na t'amusa donna, Ulureima foyer,  chi pura difendi a spada tratta li pinseri di Darwin, a  fa tutti li sforzi pri prupagarì per urbeni et orbem lu  Daruitiaismu ma olii vuliti di fimmini littrioutì o  scienziati , senza pregiudizi» di sia dotta signura, ndi  aju na coppaia china.   Jen l'uiumiru, pivelli ouura lu so sessu ! Ma aernpri  rumili lìmmini , u finiscimi cu cosi di fimmini.   Mi ricordu di la Blomor chi giriau hi ioannu aiiticu  a chiddu nova, vistuta d 1 omu 'nsemmula a so inaritu,  pii fari nubili tari la donna. Chi ottinni e ricavau di li  so viaggi ? Chi li signuri l'istaru seuipri fimmini, it mcg-  ghiu, niellai uomini a menai fimmini. Pirelli lu cappiduzzu all' oniinina ailu misuru , lu  jppuni punì ; ma la faudedda ? Ali cbistu no , dissiru  tutti li fimmini a coni !   Ha la lilomer gridava, coma na disperala, dicenuu;  pezzi di sceechl l'istinti dilnoil ermafroditi?   Voi ini diriti, guadiignaru li fimmini uduttanmi lu  cappidduz7.il all' ominiiia e la giacchi! teddu? Chi sacciu  jeu?ISnlu vi dicu chi oca, min c'è ohi diri, ci fu e c'è na  vera trasformazioni, non di .■•pedi, ma di scssu, quiuiUni-  qui non futili , ma menzli , lu ivslu appressu , secimdu  lu liggi di lu continuità obi rogna min sulu 'ntra li cosi  naturali , ma 'ntra la sooietfc macarì. E ragginnannu di fimmini olii sunmi l 1 onuri di lu  so sessu, vogghiu riourdari la fiignura Maruhisa Fiorerai,  chi è digna di la vostra attenzioni. Iddu ha traduttu  beddì operi di Filosofia tidisoa , o s 1 ha iinpegiiaUi di  propagati l' Egeliaiiismu 'ntra la nostra Italia c pari f;lii avissi ii"ngpgmi virili filosofici] e ognuna la loda,  pirchi onura In beddu sessu.   E po.ru vi dico no, rosa, cbi nu:i la cridirili. Idda, sta  dotta signora, finisci fin mostrarisi limmina: giacché 'litro  l'ultima libro > ; ou lu (itola lmmortaOà deWamma,  titolo chi ò tanto giostri, qnantu chiddi. d' Klvcaiu L'c-  tprit, pri coi Voltaire andava dicennu : lu libro di Elvczin ? opra lo sparito senza spirito - dnnca ju dico la  FIomiizÌ 'ntra afa libro sopra l' Immortalità di l'anima,  Bensa ìminorlaliià di l'anima, da vora AmmaEzwii ci  dujrna cu la mazza d' Krculi un (.Tanni corpo a t'uerWh,  r 'mina a eco lo corpo fu d' rmu; nia idda non s' avvidi,  chi omnia /.za mio a lu nemico, lo corpu ribbommaii tanto,  clii r' nmniaz7.no irida glissa: o. cca fu lìmmina.  Nstnoraa li fimmini sempre ninno (immilli: I)i coita  ritmi menti nn Iòsa t ta, l'alia conni voi saiijiri è ciiciccn,  r portami In piccato di Adamo. 13 la parola Adamo mi ffvigghia nautra vota la  Signora (IlarcnKa lioyor e lo Burnanismu. (Jliindi avia a fari ddo guardiano di pecuri di Mosi di  seri viri dda tienisi e ficcarici ad Adamu di limo ! L'omii  di fango vcramimli min si In polliru ngirìiiuUiri, ed tra  na pnreberia, piroió si voli fìggimi di la signa.   Iddìi ó la nobiltà di sinliri, ohi porta ddi valorosi  uiiiini a ricumisciri meggltin pri proto-parenti la scinda,  c no lu fango.. È inutili obi lu min illustri amiou lo Oav. Garbiglieli! dicissi, obi mm hannu potata li paliantologi sco-  prire l'ancddii paleo zologicu 'ntra l'omo e li pchnii,  conili atleslanu li celebri Fruner Hay e lu Professori Bianconi, lì Daruiuisti sunna surdi, e lu vera su  ò chiùdi chi nun voli sentiri. Nui ora ridewu, ligonnu ddi attacchi olii ci ficii  la Scrittura, sirvennusi di la chiù antica e di !a c i a la v ti r . ohio ini cunvinciu di sta granili  Oh obi minchinnaria chi die  Iddu voli andari avanti, voi  E sapiti chi cosa ò lu prog,   sacciu diri. Forai pirchl nun mi 1).  Torsi pirchl È na cosicedda si.  l'acqua di li laaooarruni? Gnirni   Pirchl aviasi a ohiaoohiariar  la testa chiù di chiddn olii aju f   Sia vui ndi vuliti pri forza su  parola e fuju. avanti si ci sumiu oiuotagni a rocchi chinatali ili tanti  sconti! Dunca prima coiidÌBÌoni di progredir! e ohidda di  Bohiantari e distruggiri 'nziuu a l'urliinu tutti li osUculi. Quali tmnnu ddi cosi chi ostaoalanu pri andari avanti,  e pri la megghia ?   Chiddi chi sunnu chiù vecchi, chiù antichi. Dauco guerra all' antinu, a lu vecchiumi e rancidumi.   Tutta chistu è logica, non è voto? Ma viditi comu scinni sula, idda pri idda, la conchiu sioni. Lu chiù vecchia di tutti È Diu , e pirciò ti pinci  'atra la Chissà latina cu na varvazza bianca , poi veni  l'anima, la famigghia, la propietà. Dunca cacciamuli na vota pri sempri, Hindi 'ndassiru  a diavulu Din, animo, famigghia e propietà chi s' avi  'ndari avanti, s' avi -a progredirli   Pirciò viditi, ohi rngiuni nd' lumnu di cu marni ari a  Diu chi s' arritirassi cheta, ohatu, chi ndi livassi 1" inco-  modo , chi 'odavi data pri tanti seculi.   E st' autra cosa vecdiiu ili In pnipiel'i, antica qunntu  lu marnili, chi puro, comu Din, avi l'ardiri d' aiFacc ir-  risi 'ntra tatti li populi min sul», ina puru 'ti tri la genti  Barvnggia, st'aut.ra nanna di fanti mali dell'egoismo, di li liti e soiarri, di li discordii, e ehi alimenta ou lu so  sciatu 'nvilinalu ogni manera di piccati e di disparità  'ntra l'omini, chi sunnu fratelli — sindi 'ndassi a dia-  scacci comu lu ventai   La propielii 'nscmninla a la famigghia sunnu n' antri  dai croci di l'umanità, la qiuvl i min po aviri rifrisen si  non quando si li leva dinooddo.   Cu la faniighin ci va riessa e connessa la propietà,  la s accessi oni , cose diabotiohi, chi lu tumnu, l'abìtu-  dini o la tirannia fanali stari 'untili. Oli, tiliui V omini qniinnu 'ndavann cuggliieunu ramu-  razzi prì H vnsclii, nza ci" i^.-.siri lift to nÈ mcu, senza re,  senza pari-ini, sfilza jiulici, senza avvocati, senza matri-  moniu civili cccnicsiasticu... e gudianu la paci di t 'anelli.   Tutto chistu, già s' intendi, cu la pirmissu di Masi  Hobis. Oh, mi scurdava In megghiu ! E l'anima? idda si  nd' avi punì andari, e scumpariri di la scena di lu munnu.   Nun pari veni quantu voti à stulu cacciata sta  brutta magara di lu munnu , sempri e Co facci di na  pctra di sciara nun senti nenti, siudi torna frisca frisea, La caccìanu di l' Indii, e cumparisci 'tilra la Grecia;  la caccianu fora a eanci l' Epicurei ili la Grecia , o  e torna bedda, sana e china di vita '«tra lu Medio Evii Si junceru finalmcnti tri seonli, avenuu L'urtimi!  un battagghiuni di Enciclopidisti , cuiuannaln di Vol-  taire cu lu nervu 'ntra li manu, e a via di cauci , di  beffi , dì sputaazati , di sucuzzuni , tirapulati , di Ugnati  c corpa di nervn e cu la corda 'nturciniata e 'ncataramata. o scnmparisci l'anima.   Oli, quantu cindi foru, chi allora cantaru vittoria,  dicennu pressu a pocu sti pardi: Cu lu cridiria, ehi doppu sta sullonni cacciata, chi  nautra vota s'affacciassi viva viva e fiatami 'ntra lu  nnstru sccnlu ! Olii fari! pacìenza cu li penarli molesti!   Ma cì sunna li chiù amili , chi sacaru lu latti di  lu senza  e da capu all' anima dalli, cu dalla, ad idda  ad idda !   Mi ricorda d' un Medica Trancisi, colibrì pirclil tutti  lì raalatii vidia nasciri di lu stoinacu c di li budedda, e li  curava cu sancisuchi a tuttu pasta ; 5 tu dotlu oiuu pri  fatila andari a mauu a uianu, senza tanti cirimonj , jnpriu  c sciaccau cintinara di crozzi di morti , chini forsi di  qaanti ndi a via aperta Gali pri la so Craniologia, ebbi  la filici prova, firrianmi tutti li pirtusa e li caseddi c  casidduzzi di lu ciriveddu, di min avirla viduta, e nun-  chiusi: si l'anima nun si vidi, dnnea l'anima nun c' è.   E iloppn tuttu chistu, cacciata cu li farcini, comu  dici Oraziu, idda sindi torna catainiuari calammari. Chi nun ci hannu dittu pri t'arila andari ! chi e venti) t  aria, foou, nenti, e chiù sutta di' lu aeriti... fmalmenti ci  dissiru nautra cosa. 0 sapiti chi ci dissiru ?   Ci dissiru chi lu fosfora è idda stissa, o chi lu  fosfora ù na granili cosa, È chiddu chi 'ntra lu ciriveddu  fa chi csistissi 'ntra l'omu un gradu autu e sublimi  d' intelligenza, e cu 'ntra V animali ndi avi chiù o menu,  È chili o menu intilligcnti.   Ma chista era fantasia, e li stissì senzi niegghiu  'nterrugati da li valenti professuri Sgarzi e Borsarelli  dettini un risultatu chiara, comu la ìuoi di lu siili: o  chi lu fosfora nun havi alcuna 'nfluenza pri lu gradii  di ì"ntelligenza, 0 chi tatti 1' animali hannu lu stissn  gradu intellettuali.   E sapiti conili s'arrivò a sta bedda c lucida con-  clusioni ? I.'h 1' jii'iIhi p*J in' l.i •.uyrt  in.< J-li ! -iihih li   diversi razzi c d'animali, offrcnim di li tamii ehi farina  vìdiri li risultali di la diversa quantità di fosfora òhi  cunteninu li direni ciriveddi. Maleschott  min mi senlu ala valia — iddu è Jugiou, coma  Hroussais o tutti li sinsisti, 'ntra li so pinseri — Sia la  logica aula, sulìdda, rum basta! Giacchi postli citi lutili   e nenti autru chi sonai, ò loico di circari I' anima, o Villi-  rila tuccari cu li maini, 0 vidimila cn i' occhi ajutati di  lenti iiiicrosopica la chili pirfutta, chi l'arti pui dari, ed è  logici! paro conni dici In stinsi! anturi di La CiradfUion  rie la Vie: chi la cìrietddtt nwt è un Menati di cu l' anima  si aerei pri jrfnanrt, tua chi 'atra In seum chiù rigurutu  di la parola, idilli è V orbami rli In pinseri, chi l' attività  intcUetluali i uà wuiijt'.fUi-i'nii diii-niiiai iiidixsntlubilmaiH  iigata a un stistratu materiali. Ma iddu è vera, chi tutta lu pinseri amano è chiusi!,  strìttu è '«catinaio 'ntra li acuzi, comu un carcìratu 'litri  li gradi di la prigioni, o un ferra 'ntra la morsa di lu  firraru? Nuddu lu polti sioora dimostrac). c lu  stissu Malescott la dimustra accussl evidenti, comu quat-  tro c quattro fanno centu quarantaquattro {Douxiéme  lettre pag. 0).   Hi iddu mustrau na gran forza pri acchianari quarchi  vota supra di Liebig, e vitti chiddu chi ci sfuiu a stu   (Il II Cerv^i 'li 'in V,-n> rMl. filli.] '. .U I>,i'lor> 1. B-Tnanl,. D»«a Rllazime Ititi utili •,.[,(., .!,)ril. I), biv l-i, S. .Mia R. Accadami"  ili Malicim di Tetino da] Sc»:ij D-jtn.r Cu-. Autoniu «arl>i B lietti. |>»6- S. T.  Lì CircnLition do li vis. .' Dil UtiSmo Ittita Vali i mia Opnwoli Sditi ed insilili Vsl I, II, IV. P anim   qnanni  beddn Coinu a mia pari clii ri successi nvanl ' ori a il.* Don-  de» cu li sol dui sfrumenti, li quali serrino a mujurari  li cilirità relative di li percezioni e chidiln di 1» pinscri.   Oh, li granni progressi olii s'anno fatto 'nlra In  Psicologia cti la potenza di li fisici 1   Si iddi oggi misurano la eilerifà di In pinseri, ap-  pressi! ndi daranno In pisn, la granni&sa o lu cnlnri di  1' anima pinsanli sfissa! Cu tutta hi X<iniatocho<!rnphe e lu Nóéfìialochométrc,  aju 1' omiri di diri a M.° Donders chi mi consola assai,  annamu avanti corno lu curdaru!!! Quannu mi metto a leggiri accussì pri spasso, qitnr-  obi lìbricedda, e viu scritto chi sfo Becolu 6 lu secala  dì li vapori c di li felegrifi elettrici, e chi saccio jn !  mi pari chi si sbagghia in generi, in numera e casu la  formula vera di l' indoli e geniu di stu tempu.   Pri mia sentimcntu la formula di lu spirito di lu  nostra secala è chista — Seoulu Divoraturi I Attenti a  li provi. Cu li vapuri e li telegrifi elettrici ha divorata lu  toropu. o la — cu li focili ad aoa a rptrunarica e   cannoni di nova 'nvcnjioni ha divorata I' omini — cu li  rivoluzioni ha liivoraln lì diimlu e li regni — cu li  CT|)i di stalli ha onorato li rcpcbblicìii co lu Daghcr-  rotjpo a la Futografia ba dìvoralu la loci e certi  arti 'ndi vuliti chiù provi ? 'atra quarchi naziunali  Congresso. BÌ ha la ìiedd' arti di divorari a cliiu nun pozza  ii caparli :Y sui! abilità, e tutta lu joniu si studia In moda  oomu aghiuttirisiuili quaivhi autra. 15 'rutilili a eoa è divoraturi in atta è divoratori 'n potenza chi tenta di  mettìri in att.u, ma nun ci ha potutu rinesciri giuslu  giuslu di manciarisi Diu , V anima , la fainigghia , la  propietà.   Oi sì divorano li miliuni, coma ogghiu pitrolu I E  pircià fu saggizza fari scnnipariri 1' argenti! e l'ora, e  darioi in cancia carta. Almeno ca divora la carta, nnn  mancia la mitallu, chi nun po' digiriri. Ch'ista fu na sag-  gia previdenza e pruvidenza!  U.   Sogna jantu quasi alla fini di la mia cicalata  naa-  tri dui paroli pri la nostra Italia, e finiremn sta storia  dalurusa.   Tatti li temi chi aju trattatu meriliriann na longa  dioiria , ma chistn di la bedda nostra patria chi fa la  saspira di Danti , Macohiavelli e tanti sommi omini chi  snpiti, e chi fn addivata e crisciuta oo li lacrimi, li  torturi e lo snngu binidittu di li martiri , meritiria pri idùa sola un discnrsu chiù lunga di la misiricordia  di Diu.   Lassami! la Finanza, l'Interim o l'Esteri, la Guerra. lassamu l' Istruzioni pubblica e lu bcddu codici civili,  dignu monumenti! di la sapienza italiana... Lassamu tuttu  chi c'è coni ch'abbruciami, e tuccaniu di tro omini chi  iiunnu signu di tanti dicurii e di calumili, di tre omini chi  la fami canina si vurria ìn.mciari c divurari tutti sani sani.   Ju non saccin si 'nsoccu dici lu prufeta Mazzini avrà  loca oi, dumani, nautrn misi, 'ntrii nautru annu, o a gghiri  dda nautru ledila™ mi dichiaro nun aviri la domi di la  profitti a! E sta mia simplici cunfessioni, min fa torta a In min  poviru talenta, ninznudu chi quannu lu nostra La Farina  si prisintau di notti, amniucciuni, ammucciuni u lu Conti  di Cavour pri 1' affari di la Società Nazionali, lu Conti  Beoni, chi era ddu grnnni politicnni chi sapermi, puro ci  dissi a lu nostru insigni l'ippino, chi iddu nun sapia si 1' Italia si facissi 'atra nautru misi, o n' annu, ovintanni..  Dunca pri mia dicu; a lì postiri l' ardua sintenza iddi  risolvirannu e vidirannu di l'idea Mazuiniana!   Ju nun saccìu nimmenu si 'idra li pinseri di Mazzini  cindè di chiddi chi fnnmi scìauru o fetn di sucialismu Nenti sacciu e vogghiu sapiri di stì cosi ma sac-  ciu chi tutti fummo so scolari cu la so' Giovìni Italia e l' Apostolato popolari e pri dirla chiù chiara , tutti  bivemmu a ddu so fonti, tutti respirammu l'aria Maz-  ziniana chi era allara la aula aria criduta, respirabili.   Hacciu chi iddu sulu pinzau all' Unilà d' Italia 'ntra  ddi tempi , chi paria on sonnu d' iiifirnm , o si sforzati  cu li scritti, cu li pareli e cu li fatti a prupagarla per  urbem et orbem. Sacciu punì tuttu chiddu chi avi fattu,  e pensa sempri di fari ddi so' noliti   Sacci u e quantu ndi BacoìuIM   Ma nun è giustizia, nun ù ragiuni furi conni 1' asìntt,  chi doppu d'aviri bivutu 'ntra lu sicchiu, si vota e ci  duglia na pa ricci Lia di cauci. Piggbiamu lu beni d' undì veni; semu giusti cu tutti,  pani cu lu diavula I Nun nigamu li pregi di na cosa sulu  pirchl avi punì difetti  lu difettu nun havi amuc-  ciari lu pregiu, né chistu sì avi a fari sorviri pri distrug-  giti lu difettu. Avanti, fnicm uh!   Eppuru. quantu c' 'ndè chi vurrianu fari sosizzeddi  di Peppi Mazzini ? D' iddu sulu 1 E di Peppi Garibaldi? Tutta si scurdaru I e Marsala o Calatafimi , e  Palcrmu o Milazzu e e tutti 1' 'mprisi eroici di lu Capi-  tana dì la populu!   Nun ci basto pri saziari l'animu crudili di ddi tali  ilda nfamuna padda d' Aspramunti ! Si iddu nun avi na granni menti, avi in cumpenzu  un cori granni assai! Qnannn Jeu penzu chi l' Eroi di Caprera andau a  Londra, pirchl ci fu chiamatu; li granni priparativi; li  festi di lu populu 'Ngrisi pri la vinnta di Garibaldi  chi un postu pri vidirilu si pagava cintinara di Uri e chi tattu chistu finiu pcju chi a coda di surci, o meg-  ghiu comu la scena dì Don Basiliu 'nlra lu Varveri di  fìivigghia, mi cunferniu 'ntra lu raiu propositu, ohi l' omii  min avi V iisu di la ragiuni. Oli   E quitti! u nuii u' indi dicinu punì e iteli 1 nfust occli ianu  pri Vittoria Kiuanui'lr, indirti He?'   Tutti li gu;ti citi hannu, (tiliu chiddu citi patiscili!),  lullii 1' imputano a Vittoriu I   A lu Parlamenta, a lu Cimsigghiu Provinciali, a  chiddu fuma itali.... mai ci penzaiiu , mai ci dicinu nenli,  coma sì non csistissiru ! Addirsti e crisciuti sulla 1' assolutismo , undi ogni  boni vinia di lu re, ogni mali d' iddu pura citi la vita  di lu popola, sipuuru allora avia vita, vinia pri motu  miccanicu. òhi scinnia di l'aulu a lu vasciu, min cum-  prennintt, clii la cosa oggi procedi diversamenti. Dunca min hannu l'usa di In ragioni.   Un Re chi fa ncchianari la rivoluzioni 'ntra lu tronu, c, quasi saria pri diri, si l'abbrazza — Chi fa supra  lu I umulu di so Patri ddu fmnusu giuramento, e lu man-  tini a costu di tuttu, anchi spargennu lu sangu soi e  chiddu di li so beddi figgili , comu lu surdato lu chiil  valurusu  Chi nini vota facci a tutti li pericoli , ohi  min si scanta di nenti.... un Re democraticu 'ntra hi  veru senzu di la parola.   Nun po' apprizzarilu beni , nun po' ammiruri li so'  virtù, cu min avi studialu l'educazioni ehi si dugna a   li principi reali. Iddi avvezzi a lu sic volo, sk jubco   Kppuru lu nostra Vittoriu, sunun già rintaniti, c mai si  è mnstratu nun essiri ddu Ite, chi regna c nun governa. Si poi lu diavtilu chi s"mmisca 'ntra tutti li cosi  di stu 'nfami marniti, ha futili pigghiari lu capii stomu  a chiù d' uno di ddi li barai uni, di co è la curpa ?   Quannu acoliiananu ddi scanni ministeriali omini sa-  pienti, chi hannu strascinato un cantari! di maggbi di ca- Una a li pedi ini tinti anni 'nlra li galeri, a hamiu futili  la muffa nlra li sultirranii, o limosinata jiri lu munnn   ti sti torri chi hannu ainniututu , bla unirti chi hai uni  cugghiulu jooti juoti, e bla fami chi bannu suppuri il u.tutta è statu pei causa di la liberta quamiu sii   tali at ninni 3 lu Pptiri , di cu è la curpa, ai l'affari O ragiuui , ragiuui , buJdu raggia divinu , pirebì  l"nunucoiasti, unni si mai Wnata? Quali furettu ti  po fari Desoirì a lu chiauu ? 'Nlra li filosofi min ti trovu  'nlra li pulitili min  ti viju firrianmi rvcuuumisti mandi 'ntra iddi cindn  na lagrima di la to' essenza — di li naturalisti faci sti  sfiauffii — di li populi spiristi.   Unaoa aju uju raglimi dianmu, nhi l'omo min avi  I' usu di la ragioni '/ A sta dumanna rispunniruum nautra vota, mualramiu :  chi la suiti oiKK avi l'usa di la raglimi. yen <g. 7 fik I In leggi Jn 7 . fi in . Ju 1 shunti filosofi    g C Giorni fu    filosofo caudda cauda i 2 mani mnnn  G brano siMdilKKMi  wmm lilosotìia ti lo «olia  In Ju 1 mentfri molli ri min In • ioli lima filosofi covili > ovili 21 monliri > mei tiri moli jaddini jniMina ynddiiu N..11  » hiihmk Lflibnidu    ifi ranni 2'.' W. Nome compiuto: Antonio Catara Lettieri. Antono Catara-Lettieri. Antonio Catara-Lettieri. Lettieri. Keywords: implicatura.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lettiere: la ragione conversazionale” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lia: la memoria conversazionale – filosofia napoletana – scuola di Castrovillari – filosofia cosenze – filosofia calabrese – filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Castrovillari).  Abstract. Grice: “When I applied Locke’s mnemonic theory to Gallie’s ‘Someone is hearing a noise,’ I was somewhat anware that the Italians had built careers on the idea of ‘memory,’ L. being my favourite!” Filosofo. Filosofo italiano. Castrovillari, Cosenza, Calabria.  Frate minorita. Nato a Castrovillari da Amostante L. e una Gesualdo, assunse il cognome materno in quanto di più antico e nobile casato. Entrato ad appena dieci anni come oblato nel convento cittadino di San Francesco, ret-  to dai frati minoriti, fu ammesso al noviziato. I Minoriti si presero cura della  sua formazione, mandandolo a studiare a Roma, Treviso e Padova. In quest’ultima città  Gesualdo prese gli ordini sacerdotali egli venne affidato un lettorato presso lo  studium. La sua attività didattica si protrasse per un ventennio in vari collegi dell’ordine  e il capitolo generale gli conferì il titolo di Maestro. Venne eletto ministro generale dell’Ordine, di cui perseguì una radicale riforma. Il generalato del Gesualdo è dunque volto al rinnovamento dei voti di povertà e di vita comune, spesso disattesi  dagli stessi frati. Tra l’agosto e il settembre dello stesso anno, egli fissò i Decreta de casuum  reservatione, con i quali venivano abolite tutte le deroghe ai voti, s’introduceva l’obbligo  di rendicontazione e conservazione dei documenti amministrativi e, infine, veniva isti-  tuita l’obbligatorietà dei seminari per i novizi. La carica a Generale venne riconfermata  per altre due volte, grazie all’appoggio di Clemente. E vescovo di Cariati  e Cerenzia. Muore a Cariati. Su di lui e la sua opera si veda Busolini; Russo; Keller-Dall’Asta; Cipani. Iofepbus Tamplorut. PJJ >. PLVTOSOFIA di FILIPPO GESVALDO MINOR CON. Nella quale, fi (piega l'Arte, della Memoria con altre cole notabili pertinenti,    24. ì> . 31.. ‘ ... i r, } /T'4 T"V t'f   - ì -A S. ^ v-« 'w->' X i ' li A   \h '  IJ A V 23 f    "7 ? J r T   iù i -a X o 3 ;. o A 1 t/i   ÈiottfiW. r.'!sb su k'I II : XX   Q - l  t br: ii;v, ; o H : d ti ic . 1 5)03 oi -A ì >1 J W 4 i4 A 4 J A O 1 ;3 A T J A jl v t a h -, V.I.V.  x - x ; r », .IO   '•• r&v.  V»* 'MCa V,. •- > Vt et. ^•.... *T / m V    > f?£  ' 1 c£$é . - w. r-^iL   >«r 'v-.'vr^  v r :x’  J \ i-ì à • : * oliif ! oì)o:r*q A «Violai a: 7 *   4. a Ai    .XXXV.v^ *&$gij,x. 41 ALLILLVSTRISS ET REVERENDISS. SIGNOR arnolpho vchanskii, CONTE DI SLVZEVVO j { *1   ABBATE DI SVLEOVIA. Signor mio Colendisfimo.   cn > o Divotissimo servo r : > 3 j 'Z\nii*r-Pi s   Paolo Meietti. ALLA    GLORIOSISSIMA HABITATRICE DEL CIELO CATERINA VERDINE ILLVMINATRICE, ET PROTETTRICE   DI S^TlEJ^Tl&c.   I € H E gli antichi fapienti appende nano in Sa c/e Colonnt le compite Opere .loro, egli Moderni qlii nomi dì Fa  mòfi et lllujlr tifimi Trencipi cort e crar le fogliano : però battendo io dato fine hoggi all utilis fimo Compendio  della memoria artificiale, quale per  esser tesoro e ricihc^a d'ogni bimana fapienza, mi parue intitolarlo con parole greche plutosofia, hò no luto raccomandarlo alh MeJJaggieri angelici, che colonne fono del Cielo, e confecrarlo al nome di te che feiuna  delle più care Spofe di Chrifìo, et una delle più fauorite Tren  cipejje del' Taradifo t Serenisftma per fangue, Illuflrisfima per  lapidila, purisftma per virginità, Santisfima per gratia t Con  ftantisjima flantìsfìma per Martìrio, felicìsfima per gloria . JE fe tate  non è il dono, quale ric ercar ebbe t importane del foggetto t  e meritarebbe la dignità dello tuo fiato ; è perà tale quale fi  può da me pre/entare, in qucHa fua prima delineatura.  Ideila quale t fe ui è co fa di lode, lariconofco dalle tue gratic, col le quali ni impetra (li gratta apprefjo il tuo e mio Signo  re di formarla . E fe cofa ui è di biafimo ( coni io {limo di  certo ) ante s' attribuita, che tmperfettis/imo mi ricono fco.  Spero che accettando tu il dono, et aggradendo per tua pietà il Donatore ; ti digneraì ancora ( di che uiuamente tiprie •  go ) ottenere à me lume, ch'io pojja col tempo illufìrarla di  quella chiarella e perfettione, che con la prima mano non  Jho laputo e potuto darle ; et à quelli che la leggeranno, gratia  dinteUigen'^a,fi che poffano arricchirli felicemente in quello  foblime The loro di Memoria Ex fi come io tenacemente ten  go fcolpito il tuo gran T^ome nella mia Memoria, E femprc  uiuol tuo culto fra gli diuotipcufieri della mia Mente ;  coti ti fupplico che mi tengbi uiuo, tra le tue uiuaci  et efficaci Intercesso, inaila. ghriofa prefenT^a del Tadre delle mifericordte Dio, c  •j diOieùi tuo Spofo,& dilla M«drc   ielle gratie Mar (adergine, 1 ' J XX  ., alli quali con profonda fima humiltà   1,  di CH&rt t ‘ C- a X-L  per   me%p tuo faccio riueren^a.   Dì Palermo  ÌV, Tuo Diuotixfimo Sento   Fra Filippo Cefualdi Minor' Conuentoale. TAVOLA delle colè notabili contenute nella Plutofofia.  Innumeri moftrano li fogli, la Intera a. moftra la prima  et il b. moftrala feconda facciata  :uu    1 I.  . 1.  Memoria è Tesoro et Erario. Necessità dealermo Tuo Diuotixfimo Sento Fra Filippo Cefualdi Minor' Conuentoale. TAVOLA delle cose notabili contenute nella plutosofia. Innumeri moftrano li fogli, la Intera a. moftra la prima  et il b. moftrala feconda facciata* :uu 1 I. . 1. Memoria è Teforo et Erario. Necessità della Memoria. Titolo di qutft Opera,  i^c 9. Guide allukezza delle Mule*  Encomij della Memoria Memoria diumità Humana. Memoria nona Sfera Cclcttc et angelica No«e ordini Angelici nell’Huomo. Memoria perche nuda nell’Origine. Memoria come fi uefte. Memoria prima parte dell'Oratore Memoria rara e difficile. Pcrfonc illuftrisfime nella Memoria. Pci/onc infelici di Memoria LETTIGHE. SIGNIFICATI della Memoria. Se nell Huomo fia Memoria intellettiua. Se nella parte lènfitiua ui fia Memoria. Se li Bruti hanno Memoria – H. P. Grice on “Someone” versus “Something” – Something is thinking about Hitler. In che qualità confitte la Memoria. Tre forti d'ingegni. Caggione della tenacità della Memoria. Co'i e fi caggionano li fimolacri perla Memoria.  Detti fimolacri imaginati . LETTIGHE. III. A Tto di Memoria qual fia.  Due atti di Memoria. Differenza tra Memoria e Reminiscenza.   Come posfiamo ricordarci di colà dimenticata •  Documenti per facilitar U Memoria. Muodi di facilitar la Memoria C me fi aiuta la Memoria otturale Rimedi j per la Memoria J t.u   i. b;   a.a. 14 . a a.  a. ai а. bu j. a.  j.b.  j.b. 4   4 «a.   4 .b» a ff Accora /Aceorgùncntr per aiuto della Memoria Dcirefftrrcitio. neceflario alla Memoria.  Nome Hebraico della Memoria mifteriofb •  Dell’Arte della Memoria.   Inuentore dell’Arte della Memoria.   Auttori c Scrittori dell’Arte della M emoria»  Muodo d’infegnar queft'Arte.  L ETT I 0 7^E. ITi   C He colà fia Memoria artificiale •   Nomee titolo di queftfArtc.   Soggetto di qucft’Arte.. Parti tionc di qucft’Arte. Delli Luoghi perla Memoria.’» Dclli luoghi imaginati (è fumo per l’Arte.  Deili luoghi Naturali fepofiono ulàrfi  Delli luoghi Artificiali ottimi  Conditioni perla formatione di luoghi  Del Doue, prima conditionc del luogo  Del Sen/àto, feconda conditone  LETT l  V * A   D Ella formatione di luochi til   Dell’ufo di luochi    ai . s ini    jqt:    E. V.    iDb uxa/ vM ti cruoiiE j CU adì E VU  l / . f.X  Della    10. a. 10. a.b.  iò.a.  xo.b. 11. a»  1 IUU   x i.a»  X i.b, n.b. ri.bt  1 1.b»   ia,b. a>.a.   Ijb* l£.b.   ì^b.   X 15. su  I/Jéb.. lòa. 16. b» 1 7.8»  J7.b.  i8.a. 18. b.  ip.b»  ao.a.  ao.b.  ao.b.  ai. a. ai.b. 11. a. Detta Perfona (labile neìluocM   LETTfO'KE  lEtti taoCirinmiTc raTr Vili . a 6 . a.  26 ai  » 7 »a*    D Lh*   Detti lunchiperckittwiayaf  Detti luochi alternati  Luochi (opra la perfona humana  Q T* E IX,   L Voghi perprogreflfo rigreffo et alternati a8. 29- 30,  Luoghi perla Circolatione   limoli' jt.   D Elle Imagini per l’Arte   Due muodi di collocar imaginiDel collocar mediato in due muodi  Del collocar Concetti  Del collocar le parole  Della collocatone di uerbi  Della collocatone delle cole L E T T 1 0 ìi É  /^Ottocatione dette cofe figurate formabili  Collocatone delle cofe naturali eccedenti  Collocat one delle perfone.   MetHt do dì collocar cofe no figurate»   Collocar per limili longilinea tio ne.   L ETTI 0 ^ E X T T,   C ^Oilocarper Mmiimiùmeui vu^   A  “ X A tv lUHVf m   Collocar per aggiungimento.   Cotto   Collocar per il nuolgimento .  rTT " r_rT 7  L h x — 1  j u e X 1 71. C ollocare pei ta uaiiabonc   Collocar per bittitci Collo  la com linone  Collocar perla diuilione  Alfabeti per la diuiuon E X J V. nocar pe ma di uppoin Collocar perii uolontario  Mcto che quello fi può intendere da tre  cole, Complesfione, Età, et alteradone. quanto al primo, eh 'c  la Complcfììone,dico fecondo lifìlofofi, che dalle due qualità humidità,etficcità,fi argomentano e concludono l’apprcn  fiua,c la retétiua-.poiche 1 numido è atto all’app renderceli fèc  "co al ritenere. Colsi fi uedel Acqua, che facilmente appréde,  malamente ritiene;il Salso difficilmente apprende, tenacisfimamente ritiene; l’Acqua per l'humidità, il Salso per la licci*  tà.Parimentc l’apprenfiua in noi confille nella qualità humi dada retentiva nella qualità lecca del cervello. £ fi trouano  tre lord d’ingegni, alcuni nel predominio de? lécco, c quelli  difficilmente apprendono; ma tenacemente ritengono, com’il  Saffo. Altri nel predominio delThumido, e quelli prontilfimamentc apprendono; ma puoco ritengono, à guila dell’Acqua. Altri confiflono in una mediocre qualità d humido, et  lecco, e quelli mediocremente apprendono, e mediocremen  te ritengono.La caggione dunque della cattiua Memoria, è  il flulftì, et il fouerchio humido del ceruello . Quanto al fccó  do dell'Età dico, che dall’Età fi uedel'augmento et il mancamento negli organi fènficiui; l’augmento nclli Fanciulli nelli  quali ui c l’alteratione del nutrimento che lèmpre crelcc: fi co  me nelli vecchi ui è il mancamerto; per la quale alteratione,  li fimolacri fenfibilifonoimpcdid,e periicono ; àguilà, che  la forma del uolto,che fi uede ftapataaiell’Acqua penice, per  l'alterationc, c mouimento dell' Acqua. Di piu dall’iflcfaEtà  li uede, cheli Fanciulli fon teneri et numidi ; li Vecchi duri c  fecchi: per lo che, quelli facilmente,nceueno li fimolacri ;et  in quelli ; per la durezza e ficcittàdc gli organi intcriori, difficilmentc .,7 film erteli Gmolacri trapassano: tome fi nedc,c'hel lume trapala per l’Aria, thè ha del fottile è puro ; non però trapala  pef il Marmo, che ha del grò (so, duro,c, fecco. Quanto al ter  20 dico, che l'alteratione può naScere, ò da pasfionc di timo  re,ò d’infermità, ò d’imbriachezza ; perle quali alterationi per  turbati gli organi, non riceuono ; ò Se riceuono, non ritengo  noli fimolacri Sòmmiftillrati da Senfi, E Semi dirai che li Fan  ciulli hanno tenace Memoria; poiché creSciuti in età fi ricordano delle prime co/è, che appre/èro : e parimente li Vecchi  fi ricordano di molte colè antiche. Rispondo quanto alli Fan  ciulli, che per due raggioni hanno quella tenace Memoria.La  prima Secondo Arinotele et Auerroe; perche alli fanciulli, le  prime cole ch’apprendono sono nuouec mirabile però con attentionc apprendendole, tenacemente le ritengono. La onde  li fanciulli meglio fi racordano d’una semplice favola, che pargoletti intcScro dalla nutrice; che di cento altre ch’esfi  medesimi huomini fatti leggano ne i Poeti. Veggiamo eSfer  ciò cònaturalc à noi, che lecoSenuouc prime, e rare ci appor  tano marauiglia;la marauiglia porta Sèco gagliarda attentionc  nellapprendente, ilqualc inten/àmente attendendo, tenacemente ritiene. L’ifteSlo ci rroftra l’eSperienza, che più ci ricor  damo d’vna Cometa apparta, che de mille Stelle cadenti nel  notturno Cielo; più d vn’Eccli/Te del Sole, che di dieci della Luna; come che la Stella crinitica, ò il Sole Eccli Sfato hanno  men del frequente, c piu del nuouo e raro ; e per confequcnza piò marauiglia apportano. La feconda ragione è d'Auiccn  na, ilquale dice che li Fanciulli tenacemente ritengono quel  che apprendono nella fanciullezza; perche in quell’età Sono  alieni da penfieri, cure, affanni, c trauagli : perlochc, come  fgombrati da ogni impedimento fbn’attisfimi à riceuere,per  ritener tenacemente le prim’apprenfioni. E quella ragione  d’Auicenna, è rifiutata dal Sig.Porta,nel fuo trattato della Me  moria nel capitolo vndecimo. Mà perche la ragione di AriSlo  tele mira I oggetto mouentc;e la ragione d‘ Auiccna mira il fo*  getto riccucntc : lolodola prima ragione mirante la dtfpofitione oggettiua; e non rifiuto la lèconda ragione, laquale ma  rala difpolìtione del riceuenteipoiche la nouità dell’oggetto, Ja purità del Soggetto, fanno ch’il Fanciullo tenacemente ritenga;    rìtenga;oue per cagione di qualità complesfionale non potrei  be tenacemente ritenere. Al secondo dubbio delti vecchi fi ri  Iponde, chè quella facilità di Memoria nafee, per la moltiplfcatione delle meditationi, Se eflercitio, Se vfo dell'intenderej  Però dice Arillotele nel fecondo capo del fuo libretto della  Memoria, e Remini feenza, che Meditationes Mcmoriam confer  uant reminijeendo. E quello, perche l’Intelletto viene ad habi  tuarfi colla frequente meditatone; è queflhabito poi,viene à  facilitare l'atto del ricordare . £ quello balli quanto al primo  lignificato della Memoria,chc è la potentia memoratiua. E •  paflfando al fecondo lignificato della Memoria, che c il fimolacro dirò due cofe; prima, comcfi fà in noi quella Memoria; fecondo fe oltre latro del Senio, fi polla in noi far Memo  ria. Al primo dico, che il fimolacro in noi fi caggiona prin  cipalmente da Senfi, li quali riceuono lifimolacri Icnfibili, e  per quelli Senfi, come per tante Finellre, e Porte, paflàno al  le llanze interiori Senio comune e Memoria, doue fi ftabiliIcono e fermano : li quali fimolacri fono da le potenti muoue  re la potentia cognitiua,per l’atto del conofcere . E quelli fimolacri, idee, Se imagini fono da Filofofi chiamati fantalmi, li  quali depurati poi per l’intelletto agente diuentano fimolacri, e fpccie intelligibili. E quelli limolacri intelligibili fi ri  ceueno neU’Intelletto posfibile; poiché come diceuamo l’Anima lepacata, pure ritiene li fimolacri conofoibili ; il che non  irebbe, fe fidamente nella Memoria finfitiua li fimolacri fi ri  ceucfTero.   Al fecondo dico, che la Memoria, non fidamente riceue li  fimolacri, li quali intieramente fumo nei Sentì; rnà ctiandio  li fimolacri imaginati formati dalla nofira Cogitatiua, la qua  lehauendo li primi fimolacri nella Memoria contemplandoli, puolc congiongcrc uno fimolacro con 1 altro;ò uero racco  gliere dalTifiefio fimolacro nuoue imagini, e quelli fimolacri  et imagini poi fi riceuono nella Memoria. Per clcmpio nella  Memoria ui è il fimolacro del Sole, Se il fimolacro del verde  villi dal Senfo; prefentandofi quell» due fimolacri al a Cogitatiu ;li congionge, è dice, il Sole verde, Se nidi la Memoria riceue quello fimolactodel Sole verde. È parimente fi fa de  gli altri imaginati fimolacrij come del monte d’0.o,ckll’B*p   ‘pocctuc. p© cerno, e della Chimera. Forma ancora delle prime figure,  et idée, ò arguitiuamente, ò per ragione di fbmiglianza altri nuoui fimolacri; li quali fi chiameranno imaginati; perche  non comprcfìda fenfi. Liquali fimolacri imaginati fono necef  fari j all’Arte della Memoria: nella quale ci {bruiremo, non fòllmente de gli fimolacri hauuti da gli Senfi ; ma ancora degli  raccolti dalla Memoria,c Cogitatiua. E quello balli perla cognitione del fecondo lignificato della Memoria,& anco per  quella Lettione. Douendo raggionare del Terzo lignificato delia Memo  ria,ch*è l'attoal recordatione, quando attoalmente ci ra  cordamo, ( il qual’atto propriamente fi chiama ricordare, fi  ben’ anco li chiama con nome generale, Memoria ) diremo  tre colè. Prima, come fi fa quelt'atto.Secondo in quanti muo  di fi fa auefl'atto.Tcrzo in che modo fi può facilitar quell- . atto, al che mira l'Arte della Memoria, della quale noi trattando.   Quanto al primo dico, che quell’atto fi fa, quando la potè  za cognitiua fiumana drizzata al tesoro della memoria, fé li  offerifeano fpeditamente,e prefentano li fimolacri, con li quali  ò contemplai raggiona,ò infegna,ò predica, fecondo l’ufo  delle forze interpretatiue.   Quanto al fecondo dico, che l’atto della Memoria paragonato all’impedimento antecedente, prende due nomi, l’uno  chiamato ripigliamento di memoria^’ altro Rcminifccnza. Il  primo quando fi frapone interrompimcnto di tempo.ll fèco  do, quando fi framette interrompi mento d’obliuione, e dime  ticanza. E che quelli due atti fiano differenti, appare per due  ragioni Arifloteliche. La prima dall’attitudine, La feconda  i dai fòggetto.Quantoalla prima chi è pronto ad apprendere^  capire, e ueloceadimpararc;è pronto, e uelocealla reminifeenza.E chi è tardo ad imparare et apprendere; è pronto alla ri  membranza « Quanto alla feconda, la rimembranza o ricordarsi; è atto dt molti Animali: mila reminileenza ddTHuotr» lolamente,comc dirò piu inanzi . £ per darui vn cflcmpio di  quelli due atti, prendo qucll’auttorità, Sapientiam fine fi filone* 0  didici, et fine inuidia communico,& bone fìat era illitts nonabfcon  do . Haueudo hoggi riporto nella Memoria quell ’auttorità, e  domani volendo recitarle, le inticramctela Memoria me la ra  prefenrarà, quell’atto di Memoria li chiama ripigliamcnto di  Memoria: perche tra l’atto d'hieri, c quello d’hoggi fidamente ci ètrapollo interromptmento di tempo. Mi fcdelvcrfb  che hieri m’albergai in Memoria, hoggi io mi ricordo la prima, e la feconda parola, e non mi ficordcrò la terza, ò quarta; e pcnlàndo, eripenlàfldo, dopò quella obliuione,è dimen  ticanza mi lòuiene la parola dimenticata; qncfl’atto di ricordarmi colà /cordata, li chiama atto di reminileenza ; perche  vi fi c trapolla dimenticanza et obliuione.Sichela reminilceiT  aa none ogni atto di Memoria, dopo qual fi uoglia interrom  pimento; mà lolamcntc l'atto di Memoria dopò l'interrompimento di obliuione. £ quelli due atti fecondo Ariflotile fono  coli differenti, che >1 primo è communc à gli Huomini et alti  Giomenti; mà il fecondo, che di reminileenza conuiene lolamcnte à gli Huomini: perche la reminileenza c vna reflesfio f  ne dell'Intelletto difcorrcnte, per ricordarli la colà dimenticata; fiche la reminileenza è atto dell intelletto, ò della Cogita  ciua lènfitiua,congionta all'Intelletto. Quanto al terzo principale, in ch$ muodo fi può facilitar  l’atto della Memoria, dico che ò pariamo dell’atto della reminileenza, ò del repigliamento della Memoria. Se del primo atto, racoglicndo da quel che dice Arillotcienel libretto della Me  moria c reminileenza, dico che in tre muodi noi postiamo ri  cordarci di colà dimenticata. Primo hauendo l’occhio all'ordine delle colè; Secondo al tempo; Terzo al luogo . Quanto  al primo, dico che dobbiamo mirare alle cole antecedenti, ò  iòflequenti alla colà che noi ci fiamo /cordati ; che coli ci Ibuenirà la colà mezzana; ilche fi vede per elperienza di quelli p  che làpendo molti uerfi, e /cordandoti del terzo, ò quarto;  recitando il primo, e fecondo, li louiene il terzo, et il quarto. Da quello nalcc dice il filosofo, che alle volte ci ricordiamo d’vna colà pafiàta d’?n gran tempo ; et una cola del riftcflfo gjornojA d’vn’altro innanzi fatta, non «i G>uiene:per»  che quella cofa fouucnutaci nouamente,hà qualche collegaza  et ordine có quella cofa, che noi prefcntialmcnte penfàuamo.  Et il procreilo in quella colliganza fi fa in tre maniere, come  dice Ariliotilc; dal limile; dal contrario : dal propinquo. Dal  Amile, come le mi ricorderò di Socrate; ricordandomi di Platone, ìlquale c limile à quello nella fapienza. Dal contrario,  come fe mi ricorderò di AchiIIc;facendo mentionedel fuo au  uerfario Hettore. Dal propinquo, fe mi ricorderò del Padrementre fò rimembranza del Figlio. Il fecondo muodo è mira  re al tempo;perche volendoci ricordare d’vna colà paflàta,diftinguendoli tempi, e conAdcrando d’hora in hora potremo  ricordarci della colà dimenticata. Il terzo muodo, è mirare al  luogo: perche conAdcrando diparte, in parte, i luoghi ne’qua  li habbiamo fatto dimora et operato, potrà louuenirci il fatto che vogliamo . Quelli tre muodi di ageuolare la reminiIcenza, lon fondate nell’ordine, ilqualc è ottima guida per la  facilita ancora del recordare. Indi A traggono d’Arillotilc a.  documenti per facilitar la Memoria, e la reminilcenza. Il primo, chele cofe da collocare in Mcmoria, Aano ben ordinate,  diftinte, e ridotte in capi : perlochelc colè malamente ordinate, tardamente ci lbucngono.Il lècondo, che le gli porga vna  gagliarda attentione di mente: perlochc alle uolte ci ricordamo piu d’vna cosa villa una sol volta ; che un’altra villa piu,  volte. Il terzo che frequentemente Aano meditate, et repetite  con ordine. 11 quarto che nel volerli ricordare colà dimentica .  ta, li Riabbia 1 occhio al principio della colà, ilqualc è atto atra  her a fe il nello, per la colligaza et ordinejcome A tira vn luco  filo, da chi prende il capo. Se pariamo del ripigliamcnto della Memoria, et vmuerfalmentcd ogni atto di Memoria dico  chem tre muodi posAamo haucr faciltà in quell’atti; primo  per natura; fecondo per clfercitio; terzo per arte. Della natu  ra noi non posAamo farci maeftri; poiché c dono di Dio, ilqualc dono l’habbiamo An da forigine; et cflendonenoi dotati eccellentemente, dobbiamo renderne lode a l’auttor della natura ; et eAèndonc bifognoA, dobbiamo ricorrere a fua  diurna MaeAa per aiuto: poiché ìnitium omnù Sapienti, timor  Domini e/t . E ben vero, che la Memoria naturale puoi elfer C aiutata    aiutata dalli Medicamenti, dairE{Tcrcitio, e dall’Arte. Dell’Arte, e dell’Effcrcitio diremo poi. Quanto alli Medicamenti, no  reiterò di dire*, che per lo più fogliono riufcire perigliofi, e par  ticolarmcntc le vntioni, che li fogliono tare alla poppa del  cerucllo ( chiamata l’occiput ) per ingagliardire la Memoria.  Lequali vntioni fogliono effer di qualità calida,c fecca; e per  che il caldo accende li fpiritidel cerucllo, e quelli (piriti aceli  et infiammati alterano, muouono, perturbano, dilordinano  li fimolacri; ne fiegue che quelli liquali vfano imprudentemé  te limili vntioni bene fpelfo diuentano frenetici, e pazzi. E fè  pure non incorrcfiero in quello danno ; non polìono fuggire  qucll’altro: perche fi sa bene, che l’ingagliardimento d’vn còtrario,rende debole la forza dell’altro contrario; à guifà, che  il calor che fubentra nell’Acqua, quanto più prende forza, tan  to più fi feema e, và mancando il freddo ; c perche l’ingegno  e l’acutezza dcllapprenfiua confitte nell humido; la tenacità  della Memoria confitte nel fccco ; però li Medicamenti calidi,  è fecchi; mentre ditteccano la Memoria, chiaro è che ingagliardendo la retentiua, debilitano l'apprenfiua . Laonde quefti tali mentre cercano d’hauer felice retentiua, diuentano roz'  zi, (tolti, c tardi, nell’apprenfiuaj intanto, che non fon’attimè  da fe fare inuentioni; nè ben aaper’imitar l’altrui; habili folamente à leggere l’altrui fcritti, e quelli parolatamente riporli  alla Memoria, Ne per quello intendo negar affatto tali Medicamenti: mà concedo bene poter effer vfati,col configlio d’vn  efpertisfimo Medico, ilqualc conofccndo la qualità e forza par  ticolare del medicamento, la qualità, la complesfione, l’età, il  bifogno delmcdicato,potràopportunamenteordinare,& indi  con ficurczza vfarfi l’ordinato medicamento. Fra gliremedij  vniuerfali,fi recitano, Il moto, Il lauare; La tenebra, e la mediocre attcntione. La onde fi formano quelli quattro quefiti.  Il primo perche caufa quelli, che fi vogliono ricordare muouono il Capo. 11 fecondo, perche caufa il lauare del Capo gi.o  ua alla buona Memoria. Il Terzo, perche meglio ci ricordiamo nella tenebra, che nella luce.ll Quarto, perche fapendo noi  recitar vna cefi, udendo darci molta diligenza, et attcntione;  ci feordiamo di quella. Al primo rifpódo,che alle volte nell’organo della potéza Mcmoratiua,vi è qualche oppilatione, laqua IO   le impedifceil libero paflaggio dell» 1 (piriti fenfitiui: e mouédoì  noi il capo, s’apre quell’impedimento, et aperto pa/Tano li  Spiriti, c ci ricordiamo. Al fecondo dico, che per tal lauamen  to s’aprono li pori della Tcfta, perii quali cleono fuora li fu  mi, che ingombrauano il ceruello, et impediuano illuogo co  fèruatiuo dclli fimolacri; la onde ufciti quelli fumi,reftando  libero l’organo, facilmente ci ricordatilo. Al terzo ri/pondo,   . che ne. la luce li moti de l’oggetti lenfibili efteriori, come piu  gagliardi, impediuano il moto delli fimolacri interiori, che fò  no men gagliardi. Per lo che fi da regola, che l’huomo per ricordai fi, e per collocar in Memoria, li può feruire dellatenebra,ò naturale, ò uolontariamaturalc del luogo o/curo;uoloa  taria, chiudendo gli occhi nella luce. Al quarto dico, che la fi>  uerchia diligenza^ attcntionc,preci/àmcntenclli fimolacri bc  ne habituati, perturba li /piriti, c muouc gagliardamente li fimolacri riporti nelforgani ; c quefta pcrturbatione ecommo  uimcnto alterando, dilfordinando, e confondendo li fimolacri, impedi/ce l’atto perfetto della Memoria- Ma ponendo mediocre attentione,e diligenza : non ne fiegue quefta perturba  tionc,e di/ordinationeje però li fimolacri meglio fi ripigliano.   Quanto all c/sercitio dico, che ottimo rimedio, per facilitar  l’atto della Memoria, è l’clcrcitio mentale, e uocalejpcr Io che  fi riferilee di quel Filo/òfo lettore, il quale più e più uolte ri  chiefto da’Difcepoli,chc uoleflelor’infegnare l’Arte della Me  moria : dopò molte preghiere, all’vltimo con Metafore di Me  tonomia figurando l’e/èrcitio difse,chc fi riccucflc Scarpa fa  na,c Scanno confumato.Volendo inferire, che lo Scolaro, per  far buona Memoria, fuggendo li fuiamenti; debbe /edere, c  uigilando /Indiar molti Libri, E chi non sà,chc fedendo affai  lo Sc-nno, ouc fi fiede fi confuma ;ele Scarpe, perii ripo/ò  rimangono lanc.E qudfto forfè, uolfe dire il Filo/ofo in quel  fuo detto fedendo, e ejuiefcendo,Jinimns fit prudens. Indi credo, che Adamo /àpientemente impor endo li nomi alle co/c,  chiama/Tc la Memoria con parola hebrea, Zecher. Il qual nome, c comporto di trelettre; Zain,che c Interpretata oliua.  Caph,chc interpretata,curuati funt: Res, ch’e interpretata Caput. Volendo dire, chelaMemoria confifte nel Capo curilo^ per Io cheuolendoci noi ricordare d’una cosa dimenticata, curuamo et inarcamo il Capo; perche ri fedendo la Memoria nella parte deretana del ceruello, chinando noi il Capo  al Petto, con quello moto s’aprc l’organo, e fasfi più atto, e fa  cile alla fua operatione. E di più la Memoria dice Capocuruo; perche dobbiamo curuar il Capo à lludiar li libri ; e da  qui nalce poi(come dice il filosofo)cheli Studenti per lo più,  hanno qualche poco di Gobba ; perche non piegano pigri  il Capo alle (palle fopral'otiofe piume; mà diligenti I'incuruano al petto, fopra gli aperti Libri . E di più il nome della  Memoria contiene l'Oliua, dalla quale fi fa foglio, udendoci  moftrare,che l'uomo per acquillar buona Memoria, debbe  uigilare, non folamente con la luce diurna del Sole ; màcon  la notturna dcll’oglio.Oltra che il lume dell’oglio,è più atto  di quello del Seuo,ò graffo, il quale col noiofo fumo, e feto  re appanna gli occhi, c difturba affai il cerudlo. Auertendo per fine di ciò,che in quello capo curuo non fi prenda fred  do nell’occiputjmà fi mantenga col fuo calor naturale, non ec  ceduto, nè alterato da calor eitrinleco : acciò il calor’acciden  tale, non perturbi l’ordine de’fimolacri :& il freddo nonag  giacci,& induri l’humidojfi che fi rendano poi l’organi tardi,  pigri, e difficili all’operatfone.Disfi dell’efercitio uocale, inté  dendo di quelli li quali ripongono in Memoria, per recitare  leggendo, predicando, od orando; perche lappiamo, che non  folamente l’Intelletto è habituabile; mà ancora la Mano, eia  Lingua; quella à fcriuere, quella al recitarejpcr chchauendo  noi imparato uinti,ò trenta uerfi,& affoefacendoci in recitar  li molti, è molti giorni, la Lingua uiene ad habituarfi, intanto, chefenza penlarci ò darci mente recita, e feorre diuerfo  in uerfo ottimamente.Dunque, perche la Lingua è cosfi habituabile,e porge aiuto alla Memoria in recitare;è molto ben  fatto alloggando nella Memoriale colè, e repetendoleper Ha  bilirle in quella, fare che ancorla Lingua le reciti, el’efplichi  con uocc quanto più fi può intelligibile ; e quello fi uederì  con elperienza,'chc apporterà grandiflimo giouamento alla  Memoria.   Quanto aTArte da facilitar l’atto della Memoria ; quella  farà la parte, che s’ha da trattare diffufamentedanoi . Della  quale, come uoglionocommunementcli periti de quell’ Arte   e P  1 1 e precifàmente CICERONE (vedasi), e Quintiliano, nc fu primo inuento  re Simonide Melico Poeta Lirico, il quale hauendo uifto mol  ti fedenti in unconuito,& efsendo poi caduta la ftanzadelcó  uiuio;& vccifi, c dislìpati li cóu tati di maniera, che nó poteua  no elTerconofciuti diflintamcte dalli parenti et amici, che vole  uano farli gli honori funerali, Simonidc Poeta fbp radette, hauS  do per prima riporti nella Memoria licóuitati, fecondo l’ordine de’luoghi oue fedeuano; diftintamente vno p vno li rico?- nobbe . Metrodoro feeptio fece perfetta qucft’Arte, Cicer:  adHercnnio ne trattò efquifìtamente, cort Quintiliano, Sene  c a, Petrarca, Rauenna ne fa un trattato ih  titolato la Fenice. Fra Lorenzo Guglielmo debordine minor  conuentuale, pienamente ne tratta nella fua Rhettorica. Fra  Cofma Rortellio dell’ordine dc’Predicatori, ne fà un libro intitolato, Thesàurus memoria: artificiose . E prima di lui ne  trattò pienamente F.Gio. Romberch, Iacopo Publitio, Matheolo Perugino, Francefco Monleo et altri nelle opre della  Retorica.il Sig.Dolce in forma di Dialogo, uolgarizò il Trac  tato del Romberch. E finalmente il Sig.Gio:Battifta la PORTA (vedasi), n’hà fatto un bellissimo trattato, Io mi sforzerò, et imitando inuentando; ridur queft’Arte, àquel compito Metodo,  che fi potrà maggiorc.Notando, che due colè iidefiderano in  qucft’Arte; primo, Il ucro Methodo della Dottrina; fecondo  la Voce uiua di chi bene l’infègni.Per difetto del primo, mol  tireftanopriui di queft’Arte; per difetto del Secondo Tariffi  mi ne riefeono; perche queft’Arte, à mio giuditio,è limile alla Mathematica,c Notomia ; le quali, mentre fi fpiegano, bifo  gna ch’il Mathcmatico habbi la fua tauoletta ingefsata, fbprà  la quale difegni, e moftri le Figure Mathematiche: et il Noto  mifta habbi dinanzi a gli occhi, e /òtto le Mani, e tagli di Prattici, il Corpo humanojfòpra il quale infegnando con la Lingua; moftri con il Dito di parte in parte, tutte le membra hu  manc.Cofiì il Lettore d» que/l'Arte,bifogna che feelga uinti,ò trenta luoghi, e quelli uifti dalli Scolari, c ben polli in Me  moria, come preamboli; fiuadipoidi parte, in parte, esplicando il contenuto dell’arte. D Alle cofc fopradette raccolgo, c concludo quattro colè;  la diffinitionc della Memoria Artificiale, il titolo dell'Art, il foggetto, la partitione. Del primo dico, che la Memoria Artificiale^ vna forza acquiftatacon arteficio ingeniofo, perlaquale tenacemente li fimolacri di cofe ò di parole fi ritengono, c viuacemcnte alla  virtù contemplatiua, cnarratiua fi rapprefentano. Dclfecon  do dico, che queft’Arte fi chiama, Arte di Memoria ; e chi la  volcfle chiamare Arte di Memoria vdita, non errarebbe ; poiché è vn’Artc, che conuienc,non folamentc efler iftudiata nel  li Libri; ma vdita ancora da voce viua ; nella guifà che forfè  Ariftotele (fecondo alcuni) intitulò li primi Libri della Fdofòfia,de Phifico auditu . Indi credo, che tra gli Ieroglifichi,  l’Orecchia fi troua confccrataalla Memoria . E fi bene dottamente Porta, intitulò queft’Arte, l’Arte del ricordare :  poiché la Memoria Artificiale mira, et attende à facilitar l’atto della Memoria, che è il ricordare; non però ne ficgue, che il  titolo antico, e communc diqueft’Arte debbia edere rifiutato; poiché e da Filofofi, e daThcologi, tanto la potenza della  Memoria; quanto il fuo fimolacro, c l’atto, son chiamati memoria. E fe ben affermo,  che queft’Arte mira anco la reminifccnzajquando ne i limola  cri albergati, foccedeffe obliuione: nondimeno conuenientemcnte fù chiamata da gli antichi Rettorici, Arte di Memoria;  non fedamente dal fine, come dice il Sig. Porta: poiché il tutto  fi fa per accrefcere la Memoria; ma perche ogni atto di ricor  dare, e chiamato Memoria, com’io disfi. Del Terzo dico, che  il foggetto di queft’Arte, c il Luogo ideato per ricordarci;inté  dendoper l’Idea il fimolacro,la fimilitudine,I’imagine, la quale fi colloca nel Luogo ftabile: acciò viuacemcnte ci raprefèn  ti la co(à,ò parola della quale vogliamo ricordarci.E da que»  fto foggetto, io prendo la partitione dell'Arte, laqualc è diuifa,in Luoghi, et Imagini.E fèbene il Signor Porta aggiongala  Perfona,tra il Luogo, e l’Imaginc j nondimeno diremo al fuo  luogo,fe quefta Perfona, fi deue ammettere in queft’Arte . Et ammettendofqla redurremoal Luogo, ò allTmaginctfi che re  ftafofficientela partitione,in Luoghi et Imagini.il luogo è  come Materia; l'imagine come Forma; Il Luogo ca guifa del  la carta nella quale li fcriuc: L knaginec à guifa della (cattura che fi (tende (òpra la carta, e come dice Quintiliano con CICERONE (si veda) il Luogo c come tauoletta incerata, l'imagine, come lettera. Si che il Luogo, è quella parte materiale, (labile,  diftinta, e proportionata, laquale c bafe della Imagine, Figura,  è fimilitudme della cofa,ò parofa,come vn’Angolo d’vna Cella. L’imagine c la Forma,!* Figura, la Similitudine, ó Segno  di quella cofa,ò parola, che noi vogliamo ricordarci, come la  forma d’vn’Huomo, ò d’vn Leone, quale con la noftra Mente, noi collocamo nel Luogo.Del qual Luogo, e poi dell’Imaginctrattarcmo.   Delli Luoghi.   Dirò ordinatamente tre colè delli Luoghi, ’la Partitiotie, le  Conditioni, ò Regole, et il muodo da formarli nella Memoria .   Quanto alla Paninone, ò diuifionede i Luoghi, dico che il luogo c di tre (orti ^ Imaginato.   rti, il primo Reale, il j. imiginato. Il pri  roo e quello, che nel luogo ucde il Senio,comc nel primo luogo ci trova la porta, nel secondo l’angolo, nel terzo la Fi  ncllra. Iinagmato c quello, che ut formala mente; per essempio le da angolo ad angolo d’una danza ui foffe uno spazio troppo grande per un luogo, ecapacedt due Luoghi, c‘  che non ci foffe in tale spazio niunodidintiuo; io posso formarcene uno, colla mente, collocandoci una persona, una figura, un colore, un’altro SIMILE SEGNO – no parole – H. P. Grice --;ò pure le voi avede commodtcà, farebbe bene farci UN SEGNO reale, come làrebbeà dire prender un banco o caffa, ò altro ARTIFICIATO, e por 10 in quello spazio per SEGNO; ò pure appendere nel muro qualche colà con un chiodo, come un quadro, una figura, ò ergerui un’altare, fè pure non uiuolede (bruire del muro per carta di pazzi, dipingendoci un legno col carbone, o altro co lorante. Equedi SEGNI sian vidi, re-vidi, e maneggiati; c poi  fermati, e repetiti nella memoria. E fc bene si rimouinoqucl   11 SEGNI da i luoghi, si ritengano però sempre nella memoria, come la prima volta ui si uiddcro. Auucrtendo sopra il tutto che IL SEGNO del didintiuo, non sia troppo piccolo; perche nó  darebbe quella vivezza che si desidra. Il numero di luoghi mira il bisogno di chi li forma; perche chi uuole luoghi per li concetti, un mediocre numero li bada; chili vuole usare anco pelle parole di molto numero n’ha-btfogno, si come colui che scrive poco, di poca carta hà btfogno; mà chi scriue molto, di molta è bifrgnolbr J 6 Il Raaenna fi uanta d’auerne formati cento diece mila. Il  Rolfellio stima che il gran numero offende alla memoria. CICERONE (vedasi) stima che fidamente cento luochi baftalfcro. AQUINO (vedasi) conseglia ad auerne molti. PETRARCA (vedasi), il Rauéna, Gio:  di Michiele, Matheo Veronefè ò Perugino, ìsibuto, e Chirio, e con quelli il Romberch si dilungano da CICERONE (vedasi)Cicerone. Voi formatencne prima cento, per rclfcrcitio j e poi di mano in marno formatene dell’altri, hor collocando vnaChiefa,hor un  Palazzo, hor un’altra Chiclà, finche haueretc la lèmma d’un  mille luoghi. E le quelli non ui baftalTero, potrete formarne,  de gli altri; purché non pasfiatc à formar li Luoghi della feconda Chiefa, ò Palaggio;fe prima non haurete molto bene Ila  biliti nella Memoria li luoghi formati nella prima Chiefà ò  Palazzo, ch’altrimente facendo, offendcrelle la Memoria, e con  la confu fione, e con la fatica.   Settimo, Della Diuerfìtà.  Non è colà doue fi ricerca tanta uarietà,c diuerfità, quan  toin queft’Artc; per lo che l’uniformità, ò Gmilitudine  delle colè, c diametralmente opposta alla Memoria di Luoghi.  Però in un Clauftro,doue fi ueggono Archi, e Colonne tutte  limili, non fi polTono formar Luoghi;!! come nc meno nelle  Celle di Dormitori; di Rcligiofi, parlo di quelle che tutte ha  no le porte, e diftanze fimili. Si ben’ alcuni uolcndofi feruire  di tali Luoghi fimili, diano Regola delli Diftintiui imaginati;  come legnarcon la mente le Colonne, una con una Croce,  un’altra con una Mano, vna Cella con un Santo, l’altra con  un’altra Figura;non dimeno quello mi pare uano c fuperfluo,  si perla difficoltà, che s’aggiongealla Memoria, come per ha  ucr noi ampia commodità da poter cIegger’aItrfLuoghi,qua  li per la dilfomiglianza,c diftintiui reali fon più atti, e facili al  la Memoria, lènza lottomcttcrci Se à quella nuoua fatica, et à  tal pericolo di uacillarnclli fimili. E ben uero, che le noi nel  formar di Luoghi, doùesfimo palTar da Luogo Commune  ad altro Luogo Commune, come palfarda una Cielàad una  Sacreftia; e per congiongcr quelli due Luoghi Communi, ci  conuenilfe palTar, per un Clauftro colonnato, e che le Colon   ne fu  nefuflero poche in numero, come tre,ò quattro ; non negarei il palTat per quelle, e diftinguerle con qualche legno reale  pofto ad tempus^com’io disfi nel Capo quinto del Diftintiuo,  ò collocandoci perfone familiari, fecondo le regole che fi di  ranno delle perfone ftabili, ò almeno diftinguerle con fegni  imaginati. Delle Celle fimih di Dormitori, s’auerta,che ce  ne potiamo lèruirc,ò palpando, ò entrando; le palTando,e tut  te le Porte, e le dirtanzc,tra Porta, e Portalono uguali, e fimi  li: è difficoltà a i oprarle, àchi non le li fàprattiche,diltinguc  dole per diftintiui efficaci, c particolarmente per Peritane che  ui habitano, quando lon molto ben conolciute dal Formato  . re. Se entrando è gran commodità ; perche col diftintiuo ef  ficace ritrouata la Cella, fi portono dentro di quella ordinatamente formare alcuni Luoghi, et ufeendo da una paflarc  per lo fpatio tra mezzo alla lequente Cella. Ocrauo Dell* Lumi, DErche forniamo fi Luoghi,per collocarci l’Imagini, e talmé  *•' teli raprelentano alla Mente l’Imagini, quafi l’hauesfimo  dinanzi à gli occhi: però bilogna,che il Luoco fia illuminato;  acciò Mangine fi posfimortrareallofguardo. La onde il Luo  go oleuro, non catto per queft’ Arte; perche fèpelifce, uela,&  acceca Tlmagine.E fi come l’Imagine porta in aperto Luogo,  perii fouercnio lume fi rende all’occhio fbuerchiamentefplc  dente, d’occhio irtelso s'offulca in mirarla, ne può diurnamente, e commodamente contemplarla; cofi la Mente non ef  fìcacemente apprende, nè uiuacemente la Memoria csfibilce  qucll'Imagine, cheda foucrchto lumeè illuftrata . E però le  Strade aperte; le Piazze, le Muraglie, che fono dalla parte di  fuori dell’Edificii, non fono troppo atti per quert’Arte. E qua  to aH’ofcurità,il Sauona dice,cheil Luogo oleuro, fi può far  luminolo: le fi confiderà, efi forma con un lume di Lucerna,  e Tempre fi mantenga nella Memoria cosfi illurtrato,come fu  uifto con il lume quella prima uolta.Ma quello io l'ammetto,  quando quel Luogo oleuro forte neccrtario all’ordine di Luo  ghi, per non interromperli; fi che per continuarli bilognaflc  palfar per un Luogo oleuro. Il limile dico dclli Luoghi aper    ti, che per cotinuar Luogo Còmfflune, al Luogo Comma  ne, mi bi/bgnaffc pattar per vn'Andito, ò per vna Strada,ò  per vn Cortile': potrei in tali Luoghi aperti, formar i Luoghi  diftinti.E quando fodero /ouerchiamenie luminofi :fitormino i Luoghi in tempo nuuololojò nell’hore, quando s’itn  bruna il giorno la /era, ò quando fi chiarifce la mattina. E  nel modo che furo vidi la prima volta che fi formaro ; così  fiano Tempre ramcntatt. Et auertail Formatore, di non eflcr  troppo fcrupoloio intorno alli Luoghi aperti; perche cttendo aperti uerio il Cielo, e per il progretto, nondimeno fono  chiufi a faccia, con mura et habitationi non troppo dittanti»  come /bgliono ctter le ftrade per le Città;e s’ofl'crui quelche  fi dirà della folitudinc,e fic detto di lumi, di formar i luoghi  in certe hofe del giorno, quando e men frequentati, e men  luminofi fi veggono; non c dubbio che permisfibili fono alfArtè. Nono Della Quantità. m P Erche ne gli Luoghi fi collocano l’Imagini corporali, diftefe per larghezza, et altezza;però bifogna, che li Luoghi  habbino la loro debbita grandezza. Et perche il Luogo trop  po piccolo, non potrebbe capir l'Imaginc ; e fe fotte troppo  grande fuiarebbe lo /guardo, et confequentemente la Mente # laquale ila attenta alla Memoria, che è fondata nel fenfo:  però fi attegna la larghezza di otto ò noue palmi, òpiedi;per  che in tanta larghezza, fi può à braccia aperte, e fpiegatediftender vn’Huomo.Nó meno, acciò nello fpiegar delle brac  ciad’vna perfona,noningombratteilLuogointanto: che nò  reftatte fpatio per l’altra Per/ona, quando per occorrenza del  l'Imaginc bifbgnatte fimilmcnte fpiegar le braccia.Non più»  perche noi uogliamo feruirfi delti Luoghi, non /blamente  per li Concetti: ma anco per le Parole. E fi come malamente leggiamo le parole, quando le lettre, fillabe, ò le parole an  Cora /on'troppo dittanti l’vna dall’altra: così tardamente /om  minittra la memoria, quando li simolacri non hanno tra loro vna cofiueniente vicinità» come diremo nelfeguente Capo della Dittanza. E Decimo Della Diftantia.'  CICERONE (vedasi) vuole, che un Luogo Ila dittante dall’altro trenta  Piedi, ilchc lìcgue ilMonlco. Il Rottcllio vuole, che 30 .  Piedi, s’intenda del Luogo ampio; ma del particolare, quindici ò vndici Piedi. Il Sig. Porta dice, che Cicerone vlàua i  Luoghi per li Concetti giudicali, douebifognaua hauer fpa  tio grande, per depingcrci gran fatto: ma per le noftre Regole batta la diftanzadi otto palmi . Alche fottoferiuo io di  ccndo y col detto Sig.Portarche le per calò ogni otto palmi*  non s’ihcontrafle Angolo^Porta^ Fineftra, ò dtftintiuo nel  Muro ; mà il dittintiuo fotte puoco amati, 11 che bifognal^  fc dittender’il Luogo altri due palmi, non importa che la didimi Ila di dieci palmi . Si come incontrando il dittintiuo  nel lètti mo palmo, e nelfottauo non ci fette ; non farebbe er  rorc, il fermarfì nel dittintiuo.E la dittanza s’intende, dal cétro,e dal mezzo del Luogo, al centro dell’altro Luogo : lì che  ne fìegue,che li Luoghi habbino ad etter fbccesfiui, e contigui . Il Rauenna adegua la dittanza di cinque ò Tei piedi : il  che le ben potette pattare,nondimcno è più lìcuro darli la Iar  ghezza d'vn huomo,con le braccia (piegate e diftefejaccio  occorrendo farli Ipiegar le braccia non s’ingombrino le Per  ione tra loro.URomber eh oltre che (lima ottimala Regola  dclRauenna,aflegna ancora la dittanza di due piedi quando  l’Angolo,ò altra cola lègnalata,abbracciafle i luochi.Ilche le  s’i mende da centro à cétro, forfè pattarebbe, per la collocano ne immcdiata:ma non è congruo perla cJlocatione mediata, la quale ricerca Pcrlone Se Imagini, lequali dovendosi spiegare per larghezza, non li ballano due piedi; le pure per piedi, non intendefle due moti, e pasfi. Ma s’egli intende della di  flanza,tra il fìne di vn Luogo, et il principio del feguente : fe  la necessitaci conftringe à far quello* c permetto com’io dif  fi con Porta.-,  Icttioiic La soccessione di Luoghi, ò s'intende tra Luogo Comma ne,e Commune:ò tra Particolare, è Particolare . Quanto  alla prima foccesfione, (irebbe bene in vna Città, hauendo  più Luochi Communi:chc il Formatore (ì sforza (Te ordinar  li, conforme al (ito ideilo che fi trouano;paflàndo da Luogo  Comtnune al Luogo Commune ordinatamente:cioc da un  Luogo Commune, li pas(i all'altro Luogo Commune più ui  cinoje co(i poi al terzo, c poi al quartoje girando, ò caminaa  do per dritto ordinatamente, pauarall altri foccesfìuamente.  E non potendoli ciò fare di tutti; (i faccino in due ò tre par*  tite.Et perpaflar da vn Luogo Commune, ad vn’altro Com  mune, coinè da vna Chieli ad vn Palazzo, da quedo ad vn altra Chicli: (irà ben’incatenar quedi Luoghi Communi, con  alcuni Luoghi Particolari;purche il uiaggio da brcue,cli Luo  ghi fi posfino formare commodamcnte, come disli nell’otta  uo.capodelli Lumi, e nel (èttimo della Diucrfità. E queda  (òcceslìone tra Luoghi Communi c vtile: perche collocando  voi vna T*redica,od Oratione, e li Luoghi Particolari d’vna  Chieli, non ui badalsero, perlochc ui bilognalse paflar ad  vn’altro Luogo Commune:gioua il paflirci,per un mezo con  tiguatojaltrimente la Memoria fuariarcbbc.È notate, che que  fio paflagio li fà in due modi nel recitare, primo conpaulà,  fecondo lenza paufa.Con paula c poli, per elfempio hauendo finito il Prohemio, il dicitore prende fiato, epoi ripiglia  la Narratiua:in queda polita, può il dicitore far paesaggio  da Luogo Scontiguato,ad un Luogo Dilcontiguato ; c non  (blamente da Luogo Commune, ad vn’altro Commune, che  lia in unaidefsa Città:tna ad un’altro Luogo Commune, che  fia in vn’altra Città.Pcr efempio, hauerò collocato il Prohemio, nclli Luoghi della Chiefa di San Francefcodi Palermo;  polso collocar la prima Parte della Predica, nclli Luoghi di  San Domenico di Palcrmojò nelli Luoghi della Minerua di   £ a Roma, e la feconda parte, in vn’altrà Chicli . E così, non è inconucniente pattar da Luogo feontiguato,à Luogo feontiguato;& ctiamdio lontano, quando li prende fiato . Mal nel  fecondo muodo,tjuando bifogna farpaiTaggio lènza paulà,  e fenzapofata: è pericolofo,il pattar da Luogo Commune, à  Luogo Commune, lènza qualche mezo. Per eflempio,la  prima parte d’vna Predicabile va fcguita lènza pofata ; bilbr  gna collocarla in un Luogo Commune. E fé un Luogo Com  munc non baftaflè ? Dico che collocandola tu ledeui daraitergo in un Luogo Commune, che fiacapace:e così fuggiti  pericolo.E le per mancamento di Luoghi, ò per inauertenza  te la troui collocata in un Luogo Commune, e poi fei forzato pattar ad vn’altro Luogo Communc:dico chedeui pattare  advn’altro Commune vicino, quale però fia contiguato per  Luoghi Particola ri, co m’io diceua. E le quello non fofic có  modo difarfi? Dico che bifogna adoprarl’allutia, fingendo  qualche coliche ti dia tanto di Paulà; quanto commodamc  te la Memoria, con la Mente uoliiio al principio dell’altro  Luogo Commune, e trouato il principio lèguir la Narratiua.  Per efsempio predicando, quando farògiutoal finedelli Luo  ghi Particolari d'vna Chiela,c douédo pafsar ad vn’altraChie  falontana;fingerò che mi venghi vnatofse, ò cheti Compagno michiama;c mentre ltarò,ò à tosfire e purgarmi, ò uoltandomi parlar, ò attenderai Compagno; pafserò con la Me  moria, e con la Mente, al principio dell’altro Luogo Comma  ne, e trouatolo e ben polsedcndolo, ripiglio il ragionamento, e così con l’Arte, e con l’allutia cuopro il difetto . E quello  fia detto della lòccesfione de’ Luoghi Communi, che della  lòccesfione di Luoghi Particolari, non occorre dir altro: poi  che quella li conchiude dalle due Regole antecedenti, Quanti  •tà, e Dillanza, alle quali necefiariamente ficguc la contiguationc,e lòccesfione. L’Ordine del Moto, s’intende dell’ordine che li de tenere  dilcorrcndo per li luochi : fe fi deue cominciare da man  delira, c campando finire nella man finillra; ò difeorrere al v - -- contrario.il Raucnna parche cominci dalla delira. Si bené  il Rombcrch r duca il Rauenna al mot* perla deftra;ma cominciaudo dalla liniftra.il Roffcllio vuole, che lì cominci da  man finiftraj (è bene non rifiuta il contrario. Il Porta lodai’*  rn’è l’altro;purchc li fèguiti l'ordine, che cominciando dallyna,fi Unifica all’altra.Che dalla delira fi de cominciare, cc Ioperfuade il Filofofo diccnte, ch'il moto comincia dalla parte  delira. Che dalla liniftra lo proua il Rofcelho: perche queft*Arte,è poco differente dall Arte di Icriuerc, come dice Cicero  ne:e perche noi lcriuendo,e leggcndo;fcriuemo,è lcggemo,Co  minciaudo dalla f!niftra,e cammamoalla dcftra;però li de ca  minar. per i luoghi dalla Anidra alla delira. Alcuni ftimano,  che quelli che ucggono bene col l’occhio deliro, come lon’io; e poco e niente coll’occhio lìniftro, Icofrefsero dalla delira alla finiftra; quelli che vgualmente ueggono, con ambedue gli occhi, pofsono indifferentemente di /correre dall’ vna,  e dall’altra parte. Nódimeno l’elperienza moftra, che ècosì facile cominciar da vna parte, e finir nell’altra : come cominciar dall’altra, e finir nell’vna.EIa raggione,non è, nè l’vna,nèl’altra asfignata dal Rofsellio : perche l’vna, efclude l’altra. Che fe fofse,pcr il moto dello fcriuere: non farebbe facile vgualméte il leggerete i Luoghi al rouerlo, come l’efperienzaci moftra. Se fofseil mote, che comincia dal deliro : ci  farebbe difficile il cominciar da man manca,ilchenon c vero:  fi che ne l’vna nel altra raggione, elattamente,& elquifitamé  te ci quieta.La ondeùn quello fatto ftimo, che ò pariamo de  la collocatone dell’Imagini : ò della formatone di Luoghi. Quanto alli Luoghi, vgualmente è facile rallentarli, per vn  verlo;comc per l'altro . Quanto airimagini,ò fono Imagini  intere e Iole, di concetti, ò di parole intiere i E così, perche ogni Luogo hi la fua intiera Imagine; parimente è così facile  i difeorrere per un uerfo,come peri altro.Mà fel'Imagini fof  lerodi parole, et Imagini fpezzatc, cbilògni leggerle, nel muo  do è uerfo,che fi leggono le fìllabe al dritto non al riucrlb :  così è più facile difcorrer’à quel verfo,chc fon collocate. Per  elsempio,nel primo Luogo ci metto quelle parole, te Ibl’ado  ro. per T. ci metto vna pei fona chiamata Tiberio, alqualc  dò in mano un Tridente, colquale fora una fòlad’oro . e così   da da Tiberio, hòilT.dal Tridente l'E,e dalla fclàdioro,que*  Ile due parole fol’adoro,e tutte tre quelle figure fanno,te fol*  adoro.Qucde tre figure le pofso collocare in due muodi,pri  mo all’vfo hebreo, che legge dalla delira alla fmiftra, fecondo all’ vfo greco, ò latino, che fcriue,e legge dalla fin idra alla  dedra.Se io le colloco al primo muodo, 'più facile farà proce  der poi, dalla dedra alla finidrarperchccon quclVordinc io  tengo albcrgatcncllaMcmoria.Se le colloco al fecondo muo  do;più facilmente procederò, dalla lìmdra alla dedra parte .  Mà feillmagincc intiera d’vna fola figura, come fe nel j^ri- ’  ino Luogo ci metterò queda parola Geronimo, 1 eper quedft  parola ci colloco l’Imagine di vn San Geronimo, colpetto  ignudo, e col fallo alla dedra mano : pollo ugualmente ben  ricordarmi queda parola, ò dalla dedra, ò dallj linidra parte, ch’io cominci.E la raggionc, perche la nodra Memoria, et  al dedro,& all’oppodo muodo vgualmcntc esfibifee, credo  che fia: perche non mira l’ordine del moto di nodripiedi;ma  l'ordine che ritroua nelle colè uide dall’occhio. E perche nel  le cole uide, non /blamente ui c l'ordine dal primo al fecondo, e daquedo al terzo,ecofi loccesfiuamentc fin’ull’vltimo j  ma vi è parimente l’ordine dall’infimo focccsfiuamente fino  al primo:pcrò ordinati ncU’idelTò muodo li fimolacrì, puole la Memoria fondata nel lenfo,&al dritto,& al rouerfo esfi  birh fenza difficoltà alcunaifi come l’occhio con l’ide/fa faci  lità,che mira gli oggetti dalla dedra alla finidraj puolc mirar  li dalla finidra alla dedra. Della Solitudine. Non parlo di quella solitudine, chefinfe Cicerone della Città da formarsi da noi cò l’imaginationein vn De  (èrto, per darli tutte le conditionidi Luoghijperchc di queda  ne raggionaiyquando disfi delli Luoghi imaginati : ma intendo dclìi Luoghi artificiali reali, liquali fecondo 1 ide/To Cice fonedeuono efler eletti, in Luoghi folitarii, non frequenta»  da gcnte;pcrche la frequentia.il pa/feggio,lo drepito delle gé  ti,didurba, e debilita li fegni delFlm?gini, che all’incontro la sòlitudinc conlerua integre llmagioìdi fimolacri.il Rauenni dima ftinuuana ropinione della fblitudine, ciocche non fi eleggano Luoghi,d >uec frequenta di gente, come le piazze publi  che, le ftradc della Città frequentate: perche balla hauer uifti  quelli Luoghi qualche uolta lolita rii, e lènza gente. loftimo  che quel che dice il Raucnna fia uero delle Chielè,e Tempii,  liquali in certe horelòn uacue,e lènza gente: et inqucll’bore noi poslìamo formar li Luoghi;!! che balla la prima uolt.i haucruilli tali Luoghi uacui. Ma delle piazze, e llrade frequentate d’ognihoradiurna, non so come le poslìamo ueder  folitdrie,e uacuejeccétto che lèm’empilTe l’orccchiedi bombacc,ò cottone,pcr non lèntir’il tumultojc con 1-occhi facef  fi un’eftàfe mctaphilìcale, e non attendere ad altro con gli oc  chi Cc non à ucdcr’e formar i Luoghi; ò pure formar iXuoghi, nella prima hora del giorno, quando tali Luoghi fogliono elfer quafi igombri di gentc,com'io disfi nel cap.8. à propofito di lumi. Et in quella maniera, potresfimo ancora formar Luoghi in tali Luoghi frequentati; Ma potendo hauer*  altri Luoghi più com modi, io non mi metterei à quella im«  prelà faticofa, e periglio là. Dell’Altezza.   I L RauennauuoIe, che li Luoghi non fiano alti:ma coli iti  lpofti,che mettedoci l’Imagine dcll’Huomo, tocchi il Luo  go dcfignato.& à mio giudicio, poiché haueteintelo della Iar  ghezza del Luogo, douete anco hauer Regola dell’ Altezza, che  mira la !ommità,ela baie del Luogo. La lommità,e bafe, ftabilitcla con l'altezza d'una perlbna humaua:fiche il piedcye  balè del Luogo, fia il tcrreno,ò l’aftricatOjò il mattonato, ò  folaroda fommità fia. (òpra il capo, tanto quanto può gionger col braccio dirtelo insù, e toccar conia fommità della ma  no.E quello,pcrche occorrerà alle uolte,dar gefto alla pérlo  na di braccio alzato uerlb il ciclo, ò darli qualche colà in mano, quale per fila conditti one ricerca TAltezza;comelè tenef.  fè una bandicra.Et il piede l intendo in Luogo, che l'occhio  poflà mirar tutta la perfona albergata . E fe nel Luogo ui fia  banco, poggio, ò grado, fi potrà ftabilir la perlbna, con li pie- *  di fopra di quellijsforzandofi però per quanto più fi potrà.    che li Luoghi fiano pari, e di fimile altezza, quando la {labili  tà di Luochi,non ricerchi far’altrimcnte, come nelle fcalc, nel  li afcenfi Src.Epcr la parità di Luoghi, che da cofc mobili fuf  fè impedita: fi potrebbe, o ad tenipus,o con 1 imaginatione fi  muoucrc quelle cofe,& formar nella Memoria li Luoghi pa Dei Sito. ;  • Z N On balla hauer il Luogo particolare: mabifogna conofeer la parte del Luogo, douc s’ha da fituare rimagi  ne;e quella parte deuc cller’il mezzo del Luogo particolare.  E (ebene il Roflcllio dubita, e difputa fiele Figure fi debbono colle care ne gli Angoli, ò nelTlnterflitii tra Angoli, Se Aa  go!i; non dimeno noi hauendo asfignata la quantità, e la diilanza de’ Luoghi particolari, con la mifiira della larghezza .  d’vn’Huomoj confequcntementc concludiamo la Figura, e l’Imagine doucr effer fituate, nel centro; difendendole poi dal  l*vna, e l'ajtra banda, delira e finiftra, tanto quanto ricercherà  la grandezza et quantità delle Figure, et Itnagini. E fé in un  Luogo occorrerà collocar più Figure: fi potranno collocare  proportionataipentc compartendoli Luogo, fi che ciafcuna  Figura habbi il filo didimo, e conueniente Sito.il Romberch  non loda gli Angolitperche la ftrettezza,che farebbero le col  locate Imagini,&l’ombra et ofeurità, impedirebbero la didin  tione,& chiara uifta. Nondimeno quello impedimento fi toglievo! giuditiodel collocante; mentre non ingombrerà fo4i erchiatnente il Luogo; ma in tal mifura, che le Imagini fi  modrino all’occhio lueidee didime.  Della Signatione Numerica.   V Volc Cicerone, che per ogni quinto Luogo particola  re; fi ponga un fegno numerale. Per efiempio, al quinto  Luogo mettere una Mano d’oro, che con le cinque dita moftra un cinque, e così (occcsfiuamente . Il Signor Porta (lima  quella Regola di CICERONE (si veda)  /uperflitiofà, e difiutile. Ermippo,  come dice Iacopo Supplitio,uuole che ciafcun Luoco è SEGNATO col numero. Alberto, che ogni decimo Luoco habbi U  j ~ ' fuo t ir Tuo mimero, Qulntiliatio con CICERONE (si veda) .chc ogni quinto. Que  flinumeriòli pongono per dirtimiui, ò per recitartele per  diftintiui fon fuperflui: poiché cialcun Luoco hi il fuodt(lintiuo, fenza far quella terza fatica. Se per recitarli, il numero è parte d lmagine,c pero mobile, non immobile ; poiché nè à tutti li Luochi fcrue, ne in ogni occafione . L per  le occafioni, bada ad hauer li Luochi numerali dclli quali  dirò poi. E quella Regola Ciceroniana – CICERONE (si veda) -- fia da me riferita, più  torto, per non lafciar cofa intatta, per la intiera notitia di que  {l’Arte; che ci habbia* o à lèruir di quella. E perche molti  Scrittori quali Dilcepoli Pitagorici, feguendo chi prima fcrif  fe c dille, empiono le loroprc di dottrine fuperflue, mutili,  et alle volte nociue, con poco profitto di chi le Icgqe;laonde  per auertirui rtn conftrctto alle volte trattar di cofe à fuga,  non a lèquela. Comc anco firn sforzato dirui di quella rego  ia'che dà il Roinberch, che li Luoghi non liano circolari :  perche il Circolo non hà principio, ne mezzo, ne fine. Nulla è quella Regola; perche parlando noi dclli Luoghi perii  quali li dilcorre; le ben c’incontramo in vna danza Circolare, cffendoci la parte per la quale s’entra; bilogna, che ci  fia la faccia dcringrello, &. indi la parte delira, e limftra ; e  dalle parti dell’ingrediente, c caminante lòcccsliuamente, li  formano li Luoghi con li fuoidirtintiui. Della Proporcione' . I L RolTcllio affegna quella condittione nelli Luoghi, che  habbmo proportione con le cole Iocate;perchc volendo ra  contar Panni di Sacrcrtia,più colimene collocarli in Sacreftia; clic in Cantina, ò in Cocina. Io rtiinarei quella Regola  efler bona, quando com meda mente fipotefle lare: perche le  racconterò molte cofe,c l’albergarò in vn Palazzo;c gtongcn  dpal mezzo, non conuiene, douendo idear colà Sacra, lenza  paula lalcia r li Luoghi locccsliui, per entrar* in Sacrertia ;  ma fi deue continouar nelli Luoghi cominciati ; perche col  lalto ad altro Luogo communc, non loccesliuo, fuariarebbe, e li perderebbe la Memoria . Oltra che la cola in lolita,   F apporta    apporta con la nouità maggior atttntione: Uche fuppli&e, »  quel che manca della proportionc.   Letti one VII P Ropofi la Partitione,e le Condittioni di Luoghi, et an  co laformationc di quelli} hauédo à baftanza detto del  primo c del fecondo ; reità che breuemente tratti del terzo, e poi dica dcU’vfo di Luoghi, c delle Perfòne, coni io  prumilì • • i t >* i r .1 . > ;)} Della Formationo di Luoghi . H Auendovoi ben iftudiateli foprapofti d ieci fette capi, an  darete alli Luoghi communi;& iui conforme alle Conditioni,e Regole aslignate, formarete i Luoghi. Laqualformationc, nura tre cole, IlDengnare,U Colli care, et il Rcpc  tere Primo, con l’occhio ben mirate, e rimirate il Luogo »  col foo diftintiuo; edifcgnato il primo Luogo particolare,  defignate il fecondo, e coli focccsfiuamente procedendo,  finche giongerctc al fine del Luogo communc. E fatto que  Ito al dritto, ritornerete àriuedcrli alrouerfo, e tante uolte  ciò fate, finche habbiate perfettamente il difegno di Luochi.  Secondo, ben difegnatilt Luoghi, con le regole fopradette  in mano,cominciarcte a collocarli in Memoria, uno per vnc;  collocandone una uolta dieci, poi altri dicci, e così di uolta  in uolta in più giorni collocaretc tutti. Terzo li repctirete,  più e più uolte, dt à dritto, et à rouerfo; fin tanto, che fenza  alcun’impedimento, c difficoltà, da per uoi lontano dalli  Luoghi, li fàprctc così ben recitarejcome felhauefte attoalmente dinanzi à gli occhi. E non ci rincre(ca(dice il Signor  Porta) recitarli trenta è cinquanta uolte il giorno ; poiché  quello c il fondamento dell opera. E come diccilRauenna,  quelli Luochi coli formati, li repetano,tre,o quattro uolte il  Mele: perche la repctitione di Luoghi, non è prezzo che Rimar la nosft .    che le dimoftrino, e faccino parere;  dunquegran facilità farà à tutti quefti bifogni, il ritrouar  ne i Luoghi le Perfone . La quarta perche con grande allegrezza^ chiarezza li viene al Luogo,oue fu una Persona, la- quale dii porga merauigl!a,ò II apporti diletto. La onde le  tn Muronud >ò altra Pcr(oua>nt, n così circonlìantionata,  ci fa ricordare vna fola parola; quella ci porgerà vn veri© m  tiero,come chfcfe ci preferita chiara» lumino!*, desiderata,  amata, diletteuole,"e : lrabilita.E le bene per vn numero con  ucnicnte e mediocre di Luoghi, comedi cento, ò ducano, lì  potrebbe far quella diligenza delle pecione inondimene in  un numero grande di cinqueccnt, e mille, e più Luoghi, lì  tratta co fa molto difficile il vler aggeauar la Memoria di  quella doppia fatica. Gkrachc farebbe vn’empir i Luoghi  di perfbnc communi, lcquali non farebbono ni una gagliarda motionc, come le foprapolle,e però a colui, che ha nume  ro grande di Luoghi, ne li reftano molti nudi. Olirachc in  certe occafioni*fon più atti li nudi, che li pfònati;come in ro  ler recitare vinti, ò trenta Santi, ò eflemptgò Auttomà lóro*  et effondo note à noi lelor figure ; più facile ci farà albergar  ne i Luoghi nudi, quelle figure grandi proportionate,e quali  Ttue,che il uolcr addattar la perlòna,chc fìanel Lu' go,chc  prenda figura di quel Santo: perche in collocar quel Santo,  nò lolo letica d: colVcarlo;mà far che la Pcrlona del Luogo, me lo rapprclcnti,hò due fatiche, la pr.ma di fpogliarmi della fila qualità, è pervadermi, che lia un’altro, e poi  datali quella figura, a llocarla nella Memoria; fi che con l’cIpcricnza, riefee più facile il primo muodo . Il limile dico,  in uolcr recitare molti nomi di Pcrfoneconofciute;chepiù  facile mi làrà,fubbito nel Luogo nudo collocar la Pcrfòna  cóno!ciuta,che m ler con l'imaginationc, formar’ altra Ima  gine,ò Figura nella Perfona (labile del Luogo. li fimilc dico di molte Imagini, che lì formano dalla conuenicnza del  la lcrittura,ò pronuntia, come diremo al fuoLuogo;lc quali  imagini, più fpeditamenre et cfijuifitamente fon raprefenta  te.ptfrle proprie imagini delle Pcrfonc, che dalle aliene. •  InoItrc,fc uorremo ufarc I Alfabeto perlonalc del Rauea.  na, che ogni lettera hà la fua Perfona,come A Antonio B  Bifliano C Carlo ecc., fàrà un metter Perii ma nella perfo-na,fe il Luogo none ignudo da altra Perlòna.Oltra cheuofendo noi effigiare la Pcrlona flante,non Icmpre conucrrà  à lei l’effigie dcliderata : che te uorrò l’effigie d’Androtnc  Ja,ò di Lucrerò)» trouado nel Luogo un‘huomo uecchio,'  molto ben da.mé coup Aiuto, come lo fatò Donna, fenza  «he gran repugnanza mi fi dia, e nel Collocai la, e nel ramentarla-ln olircela Perfona,per la Aia friabilità, è inetta à rollar Tempre col luoco; perche à quella Perlòna,che fi trou  collocata, puole Tuccedere alla giornata cafo di morte, e  di morte orwbde,ilcheal formatore, come amico, apporterà difgufto et borrorp,e difturbo graude ogni uolta, che Te li tara incontro rimembrando, llqual difturbo, quanta  fu nociuo all’ufo della memoria; la elperienza l’infegni.  Per quefte caggioni dunque c per lelpericnza iftefla conclu  do, che non conuiene,haucr tutti li Luoghi perfonati.E le  d’alcuni lo concedo, non oftaranno leraggioni, che fi po£  fono addurre in contrario, Non ofta primieramente eh?  gli Antichi, non deflero quello Mctodo:perche l’Arti col tf  po fon crefciute, migliorate, augmenrate,c fatte lèmprepii);  perfette, con le nuoue raggioni, inuentioni, Scelperienze,  Nc olla fecondo, che il Metodi della Perfona, aggionge fa  ne;poiche l’esperienza, la quale r verace maestra delle cose c’insegna che quelle perfone apportano all Arce merautgliofogiouamento, ed inelphcabiJc ageu dezza,c facilità alla memoria, e chi noi crede, ne facci  lc(pcricnza,e poi parli. E quello balli delle Perfone.  Per compimento della coguitlone di Luoghi, voglio m  quella Lcttionc raggionaredi alcuni metbodi Angolari  degni da saperli, il primo di Numeri, il fecondo dell» Luoghi per dritto, e per riuerfo, il terzo 'per ogni verfo dal capo, dal piede, dal mezzo, quinci, e quindi, il quarto Luogo per  la circjlationc color rettoria? («li..; Dclli Luoghi Numerali t ..d  -’-O* J • *>- ‘fj ... fi* * i Essempio. r,    -mi)!   •un ijl *5 ESSEMPIO .’*>   Parole che s’han da collocare làran XX.  Videlicec. 0 *i L L ( 9, Morte. ’UI CliO'   io. Porta. li. Inferno. i2.Cie'o.   iflitfD •: 1 3. Sole.   u sA iy   -iì 14. Luna. ; HHli'l if.Orizonte. ' o ( ina3i   iil j O .5   ip.Marc. • oq «fati   ao.Tempio. 1 &i>Oili   0. ./od i\   »OT 3 t 5 ;i   ;, - >• b " • ’J • l«- i* /(. li 1. 1 L   pftiarri (.1 f|o r j 0 i> ; .V .1k /.'Vc-mb ù Riti    -sxapaiibnu tlkuaiaiip tlciSOlU T -il 3.1 . Modo di Collocarle. 1 11 1  1Tr'mo le finità e Decine,  I. Rota.  io.Porta.  ao.Tempio. Secondo per le Cinquine,  5. Luce.  ij.Orizonte. fi Terzo per li Tari a. Pena. 4 Pane 6 Vita 8 Verità 12 Cielo 14 Luna 16 Raggio 18 F»gho,  >1   t   e  P tt  1 tO’j-Ó lì XtJDii starno? 1*1 noa oiu'    xi « • t ' * . .u / ;>q ìm    si sr   » * 4 £. Pietra.   7 -V^   5. Morte. ^ >,oìtìi. 1  li. Interno. etnico >1   IJ.Solc.,. n,   jp.Marc. G Oltre «  .1 Oltre di ciò nel collocarle parole, bifogna collocarle immediatamente fenza imagincima folamente fiano quelli numeri come la carta neHa quale Hanno ferine leproprieparo  le, fenza Imagini.E s’aucrra che collocando à memoriali nu  n eri con le parole, non fi fermino ò dabililcono in Luoghi  ò nella carta:perche v’apportarebbe confusone col ricorrere à duebande,& alli Luoghi imaginati, et al luogo ou’cra  fermo il numero, e la parola. Ma folamente prendete il lem  plice nome ò parola col fuo numero, e collocateli in memoria. Et di più nel recitar bilogna non (blamente recitar le pa  role, malinameri congiouti con le paiole, perche hauendo  noi familiari li numeri, dicendo il numero lubito ci rapprefenra la parola collocata nel numero, e con esplicar il numero si prende tempo tra pareli, e parola, fiche lì può commodamente e pensare, e pigliare la paro a fcguente.E per far  quello bifogna al principio proporre tutt’il numerò intiero  dclli titoli, ò nomi,ò cofe da recitarle, e cofi propofte poi  condì numeri ordinali recitarti, per eflempio dirò. SanMat  theo che (criue la Genclogia di Chrido con. quarantadue  perlonaggi, il pnmo è Abramo, il fecondo Ilàac, il terzo la  cob, il quarto Giuda, il quinto Pharcs, e così Seguiterai fino al 42. e poi volendo dir concetti, ò fpiegar vno per vno,  ù coimnci dal 42. retrocèdendo linai primo.E quello badi  quanto alli Numeri, per Luoghi numerali, quali àmerielco  no facili per il cotid ano edcrcitio che ci ho latto.Ma perche  noi non lodainolt luoghi imaginati potendo haucr li reali;  però potrete fcruiruid’vn’altro modo numeralc,ilqualcèdi  neceslità che fi facci in queft'arte, cioè che lì habbi uno, ò  due Luòghi communi, chchabbino cento, ò ducente Luoghi,  e quelli tutti lianb ordinatamente fegnati con li numeri.1.2.  $ .4. c così procedendo, c quelli Luoghi liano podi in memo  ru con li fuoi numeri, fiche lappiate recitarli al dritto, et al  riucr(o,e làppiatbàll'tmprouilopigliar qual lì uoglia numero contenuto ndccmo, o nclli ducento . Le note numerali  £ di riino nel trattato dcllìmagini.E quando vorrete recitar  molte cole numerate, collocarne le parole con l'imagini in  detti Luoghi, e potretc-lermrui di quelli ad ogni verlb.   mio w Peni Dclli Luoghi per dritto, e riucr fo . .* n. r.: • ., . (} (r   I L recitare al dritto>& al riuerfo fi può Far in due modi, ò  con le parole fole,ò con le parole e numeri, del primo le io  Uoglio recitar lènza numero, li patri della Gcntlogu dirò,  Mactheo racconta (antenati di Chrifto,ehe fon quelli, Abra  mo,I/aac, Giactb, Giuda, Fares,&c. quelli nomi li collocale  rò per-via d’Imagini nelli Luoghi ftabih nudi,ècon l’ifteffa  facilita li diro al dritto che al, riuerfo . Del foco n do le io voglio non folamentc dir quelli nomi; ma h numeri ordinali  dicendo Abramo il primo,il fecondo Ifaac, il terzo Giacob»  il quarto Fares, Sic. per quello recitare io mi fornirò dclli  Luoghi numerali, quali fon neccllarij in quell’arte, e quelli  lou di due forti come diifi nel palfato capo, li Luoghi di nu  meri foli,ò luoghi {labili fognati con li numeri, l’vm, e l’altri poflono foruir à quello effetto, li ben li fecondi fon mU  ghori.   Dclli Luoghi Alternati. '»L recitare non fidamente à dritto, et al riuerfo, ma ancora  f dal capo e dal fine alternata méte, per effempiod1rel142.no  mi della Genclogia di Chrilto cominciando d’Àbramo fino  a Chnllq,ficondo far regreffo cominciando da Chrillo e ri  tornando fino ad Abramo, Terzo prendere Abramo, e Chri  do, Ifaac eh e il focoudo,& il penultimo, e cosìalternatamé  te pigliando vno al dritto, Se vn’altroal riuerlb,uno dal pria  cipio, l'altro dal fine: fi può fare in tre modi, primo con li  Luoghi d’vna perfona humana, fecondo con li Luoghi dabili fucceslìui, terzo co li Luoghi dabtli che danno à faccia . Quanto al prun> della pcriòna humana fi uede l'effehi  pio apprefio, doue fono numerati 4 Luoghi . Il primo alla punta del piede, tl ai calcagnoli £. al ptfoione della gam  ba,il 4. al «inocchio, e così il 5. alle cofoie, alla Centura il 6 .  al fegato il /.all’afoella 1 8. Al gomito il 9. alla giuntura della  mano il x. al dito auncularc l’i i* al duo anolarc il 1 a. al 4i G x to to mezzano il i $. al dito indice i! 14. al dito police il r y.  allofTo tra la mano, e’1 gomito il 16. nelloflo tra il gomito, C la fpalliil ^.nclla altezza della fpalla il i8.nella gola il ijfc  Yiell’orccebia il 20. nelli capelli il 21.& altri tanti aU’aliro  lato procedendo di maniera, che li Luoghi liano fegnati l’vno  di 1 impetro all’ altro nelli lati, come lì vede, l’orecchio con 1 al  tro orecchio. £ praticati nella voftra ifteifa perlona quelli  Luoghi, volendo collocare li nomi, partiteli per metà,& Vna  parte méttete da vn lato, e l’altra metà dall’altro lato, comm  ciaiido à cóllocar dal capo difendendo al ballo finche ui (a  ranno nomi, e poi prender 1 altri dall altro lato fin al capotac  ciò il primo nome li rincontri e llta di rimperto coll'vltimo,  et il fecondo col penultimo, et in quella guifa potrete reci  tarli al dritto, al riucrfb, c d'ambe 1? parti alternatamente. Notando che quelle parole si pongono lènza Imagine, et im  mediatamente à guifa che fanno le parole fritte fopra la  Carta. E di quella perfona cosi difpofla,vi potrete anco fruire nelle parole con li numeri ordinali, udendoli recitare  per ogni ucrfo,e col proceflò alternato. •idsnflitn lt ^ ; ^*i:l>i 0 o r,. . .1  .ili* 7*4} 'HO    n taf   040! 7  Gratia 13 18   Piena 1 4 1 .  Nel quale esscmpio appare come è cofàfacilisfima far quelli progresli,e regredii, et alternati; Te ben all auditii  te appare gran cofa quel uaj-iare, come quello che non sà  l’Arte: che yòi dicendo al nucrfo, e prendendo in qua, et in  li le parole, tutte nondimeno le recitate per la drittura, è  foccesfioue ord nata di Luoghi. Anzi dico di più, che po«  trete. far n iT medclimo; eoo xij. Luoghi, che /ararono un terzp manco, e faranno èflfcttojdixviij. Luoghi, c quello fi fi,  collocando l’vlti ma parola njcl primo Luogo, e nel fèllo ui',  fia la prima, enelli figucriti vi. Luoghi collocateci le parole alternate # e recitando cominciate dal fèllo Luogo i  ritornando al primo: poi ripigliate il primo  Luogo, c fegu ite fia' al xij. e così ha  ll.  r  o : il    uerctc dette le 6. parole tre  uolte, peti dritto, per  riucrfo,& after^   natamente, eme appare inqueflo et    l  I i i - il } I    io. DI    n   •a  ' Fi    i    r»-i    r vi    /Si, . - 1.. j> j   sn*M j t    r • ^ììgj'^ìc va l :,1   -4   stv>n 1 «» ! I ; £,;  I 1 LVOCHI x. lanieri di Luoghi, che in tutto fono XII. »!> '  LVOCM 1 1 4 .li . Tcctlljl   0   lfr! » i Dominus 5  ?   ii|'   • Piena   4   Progteflo   OJP jS   4 -,n   Grada  3 il -ri:   5 Maria  i  i   Auc   i 7   Aue   ( -a   8   • Tecum   os 1  1   0 o   o 9  Maria l  o 1 tu ro Donvnus 5   ni  -i   a   1 1   Gratta   3   tu   rt   II   Piena 4 H RegrefTo  /?\ Vanto al muodo delti Luoghi {labili,' che danno à fap  eia. Dico che quello fi potrà fare, quando il forma*  tore potelfe incontrarle in vna corfia di Luoghi, ò camere  dentro Camere, che habbino quelle Conditioni. Siano i Luoghi dalle Bande l’vn contra Palerò. I  Luochi di quà, c di là, non funo troppo dittante; e fe folfc*  ro diftanti o'jò, ò diesci piedi, làrebbono ottimi. Da  no li Luoghi particolari àiuerfi, 6 che per la fimihtudìne,  non fu.irij la. Memoria. Perq le camere dentro camere, quando le porte danno nej mezzo, e Tvna di rimpetto all'altra,  fon atte, sì perla dmerlità J come ancp perche fi Ipoflonq  formar Luoghi l’f n contro l'altro, per 1 Angoli, Se. i  Interdici). Quar^oifiano dedgnàti li Lqo^  ghi particolari, t che l’vri dia dirimpetto' all’altro; fiche dando  tu in mezzo, pof   tr riveder li y j Luoghi, fenza troppo giro doc^   chi. Comcapparc nel te- r guentc edempio . „ [tz  «IjVÙ) CI 1 i  j t   -r i    V>«   -Si    %x  { . 1.1 ., r« . ! ! 1 1 1 1  X I r  3J   Z r,J! 5 I -j {.r.U^' t? iàiAì tj G    a .ti 3 jì:  ÌÌ»i/£ i  i jtn^u;  omiiq,  TPOÌ  JàJ r rton    li o    ; U    11, B   II !, ai ... •!    l fQf   ni i.!).cij    16  7  t 1 ‘V • c j - '   1. : ni .‘.fi   oj ait uno-ld^Jog ii> ;>  y s.ic I iì ‘-> *•> 11 >, * 3 (* i *4, .che è  delle imagini . ob.'*; : l . Q S 1 orr.tiu !. CI v! a ù ut    I O t Ill^> ; étagenus,Sul tri pi iciter 1 intédo, dalle tre dita della ma  Zioalzate.il fccódo muodo, ponedo la prima parola fola, p  laquale il recitate hi legno di tutte le parole fequcti ( p elle  po)p raccordarmi quella femeza. Specie» eft qu* predica tui,3ic. porrò nel Luogo fola mente la parola Ipec.e», dando in mano d'vna perfora un ncartocc-o, o un tacchetto di  fpetie,ò pure una piperà. Auertcndo per co p mcio di tut  to quefto,ci.equando nelle parole, li vainueft gaiidoffcUi fi  troua attionc; nò loio intendo 1 attuane immediata éte ftgnifì  cata per la parola; ma anco 1 anione, clic (i j otti, e med atamente rurarc dalla parola . Dell’ Attiene immediata fu  queflo esempio. Voglio metter quella fcntcnza, Sede e cft  verbum infinitum . La parola federe immediatamente può  cfTer’ideata,pcrvno che licda m vno Scanro: mà fe dirò,  Aue giatia piena, Se benedilla, quell Aneli può ridurre all'attione d’vno che faluu vn'altro;e coli la parola bened    Figurate, j p cr Volontà. Per Ingegno.  Le cofe figurate per Natura, ò sono uomini, ò altre co I i fc fotto  fc fottocelefti . Per Arte lecolc materiali formate dell’Arte.  Per Volontà come gl’Angeli, e ii Demoni j, che in certe oo  cafioni piendono forma Humana; e le Diurne perfone che  vna lì vede d Humanità, che fù il Figlio che fi riè huomo in  tempo, lo spirito santo appare in forma di colomba, e il  padre ancora ci vien dipinto in forma Maieftofa d’un vecchio sedente nel trono reale. Per ingegno come fono le £»  magini figurate, e fìnte di tanti Dei, con li loro Pegni, et im>  prelè, Giquc con li fulmini, Saturno con la falce, MARTE con LA LANCIA, Venere col fuo Cupido, Amore arcicro, Dia  naia Fonte, Mercurio con l’Alce’! Caduceo, Apolline col  Parrò, e cofi de gli altri . Così anco le Imagini, delle virtù  Morali, e Theologali, delle fcicnze, et Art» hberali, delle Muie, della Morte, della Vita, e filmili. Delle figurale per ingegno, e per volontà, dò unacoirmune Regola, chcoccorren  dori fintili cofc, le potiamo collocare con le loro Imagini, nel muodo, cheli formatore 1 ha utile, depinte; e conforme  a quel che bà letto, le fonnacon la imaginatione talmente,  quafi che rhaueffe dinanzi à gli occhi Delle colè Artificiali fi dice il medefimo, eccetto fe fodero eccedenti, che in ta^  calò bifogna ricorrer’ al limile ritratto ; conte fi dirà poi in  altro propofito,che farà delle cofe Eccedenti, nel lèguen ie. Delle cofe Nariuali > et eccèdenti.   Le cose naturai, o son uomini, o no. Trattamo delle seconde, quali ò fon proportionate al Luogo ; ò sono  improportionate, ed eccedenti. Se nel primo modo, quelle  iftelfe colè fi poffono collocare. Se fuflcro eccedenti, bisogna ò con la forza della mente invaginarle piccole c propor  nottate; ò attender alla foitanza della colà, lènza far troppo  penficro della grandezza; ò uero ( ilche meglio mi pare, e  più fccuro) collocar nel luogo la imagine di qualche figura artificiale dipinta, o scolpita di quella cola Pcreflempio,  mi bifogna collocar una Città, un monte una gran torre,  una naue, una Chicfa, un palaggio, una lèlua, una uigna, una   quer  qticrcia'& altre cote fimi!! naturali et artificiali. 11 collocar  nel luogo cofe tali, è una improportione grande ; peròbi»  fógna ricorrer’ alle tre regole adegnate, cioè ò {limandole  piccole, ò non attendendo fé non alla fi>llanza,ò feruendofi delli ritratti loro, Il che lèrue ancora, per le cote cclefticor  forali; et per qual fi uoglia alrra coti troppo eccedente,  E te quello non bafta,ò non piace; fi ricorra alle ^regole del  le parole non figurate. Nel collocar le persone ne 1 luoghi ; io miro à tre colè,  al proprio, aH'Imaginc,al limile. Chiamo proprio la  j>erlona propria tale dame mila, e conolciuta facialmente,   E quello farà il primo muodo di collocar Ieperlóne ; quan  do ci metterò le proprie perfone,perloro diede. Per eflem  piouorrò dire il papa, il re, 1’mperadore; porrò nel luo  go l'i(let(ì, Papa Rè, &. Imperadore da me uilli ecopolèiutl  11 fecondo muodo è, quando la perfona io non l’ho uill*  facialmente; ma fi bene per ritratto, e pitturalo fcultura, c  quello muodo lèrue, per collocar li Santi, li Profeti, li Patr j  archi, e tutte quelle perfone, le quali ci fon note per piuu  «,ò fcultura II terzo muodo è dal limile, che mancandomi 1 Imagini delle perlonc uilte facialmente, ò per ritratto 1  di pittura, ò fcultura ; io ricorro al fimilc( per elfempio)  udendo dir Papa Sifta, collocherq.un papa da me uifio,  che per habito papale, mi rapprelenta il prefèntc Papa, i  Coft uolendo metter quelli tre nomi, Pietro, Martino e Francesco; io metterò alii luoghi tre perfone, che hanno fimile nome, e fon da me conol’ciute. Le quali fc bene non fono.  Ti delle perfone, delle quali fi raggiona; fono nondimeno fintili di nome. Enel collocar delle perlóne bi fogna sforzar  fi, per quanto p ù fi potrà, collocar delle perfone più note, e  conofciute; perche più efficacemente mucuono.Nemi Icor.  do delle perfone, quali dieesfimo douer eflèr’ in alcuoàLuoghi ; non mobili, mà immobili ; che eflèndoui tali perloue immobili, bifjgnarcbbe dar à loro il tutto, e trasformar ', ~ " l«>per D fc, per p«rcp.«rcl fi nomi che noi uoghW * ben l «e   rnre che nel particolare di nomi nefea piu fac.Ie,& cfped»  «b,il metter Ie P propne,d dipinte, à fintili p(one,delchcinl  rimetto all’efpertenza, e quello baRi per hora. Delle Cofe non figurato.   Jsfi abattanza delle parole di anioni, e delle cofe fìgtl -Jratc* refta trattar della difficd.siima parte delle Im agirla qulle confitte intorno alle cose non figurate E prefupponco una diftintione.chc le cofe non figurate lono in  due modi.Le prime non figurate dallocchio, le feconde no  figurate da mun fenfo, Le prme fondi oggetti dell. quac.  tro fenfi, vd.to.gutto, odorato e tatto;come.l duro, A gol  le, il caldo, .1 freddo, l'amaro, il dolce, 1 odore, il fuono.Q^c  fte colereali, e perccpute dagl, alm leni», non pcio fon^  fte da gl. occhi, li chenepasfi Idea perla Memoria at tttic.a le. Come dunque collocaremo no. .1 do ce, tamaro, 1 odore, il fuono, e limili > R.fpondo che b. fogna ricorrere alle  Caufe,airelfet. ice, alla materiale, et all, getticeli,ftesl. fenfi.  Primieramente b.fogna uederc,dachi natte, e procede, “  fa; c così fi porrà l’efficiente F cr 1 effetto; cosi la can pana,  per il fuono, li cantanti per la uoce. fecondo mirateti oggetto, e la materia in cui f. troua quella colmici f ggeto  ponete, per la cofa Aggettata; e cosi porrete ^^co per.l  caldo, la neue per il freddo, .1 P ;,mo per 1 odore,.l fatto per  ilduro, l’acqua per il molle, il fauo per .1 dolce, I  per l'amaro, e così d. fimili, sforzandofi di Pender .l fogget  to in cui eccesfiuamcntc fi troui quella qual.tà fcnfibile.l er  20 mirate li getti di fenfi patienti, e così il capo piegato coir  Parecchie erfe, moftrail fuono; le nari ritratte col pomo in,  nanzi, moftrano 1 odore, &c. E fe mi d.ra. come (. formerà  Immagine del tuono Celefte, ò del Lampo ? R.fpondo dh .1  Tuono lo formo, con poner un Arteghana dinanzi a Gio-,   ue, ilquale con la Saetta llda fdocd je così hauerete Lan po;   Fulgore, et fracalTo del Tuono. Quello fi* detto delle co  ft, che non hanno Irnagme daU’occhio; fe bene dall altri tta fu Dell’altré co Teglie da neflun fenfola Memoria Artific/a  le prende le Tue Imagini,dirò eoa quella .maggior facilità, c  Mcthodo> che làrà posfibile.   Quelle Imagini fi formano io In Significa- i.Ina rei J tione. * » : "4i   il Si- i a.In Vo primo quando auuiene che la uqcc  tutta intiera lignifica cola, disfunilem colà, limile in noce •  Per cflempio, incontrandomi in quella parola auuerbiule.  Àncora, metterò nel Luogo l i nagincd'un’Ancora di Nauc; poiché quello nomee quell auueib.o han limile fcsétttt.* r i  fa, Te ben son dissimili ih SIGNIFICATO, e accento. Cosi ìncoii  tran domi in quella parola “porrò” (cf. Grice, ConTENT) : metterò nel Luogo in ma  no d’yna persona vn “porro” (cf. Grice, CONTent). E fe la parola tutta ioticra'non c  Amile ad un'altra parola, che SIGNIFICA cosa figurata; bisogna ricorrere al secondo muodo della similitudine in voce,  fecondo alcuna parte, e quello com'io proposi si fa in varij muodi.  DcU’Aggiongimento. Per ritrouar rimagine in parola Amile in parte, conuicne  alterarla con aggiungerli qualche fillaba o lettera. Perciò  fèmpio, uolcndo collocar quella parola Per. ui aggiungo  un'A. nel principio, e fi forma la parola Aper, laquale figni  fica colà Figurata, e cosi pongo nel luogo un Porco lèluaggio,e mi raprefenta il Per. E quello aggiungimcnto fifa in  tre muodi, nel principio, nel mezzo, e nel fine . Liquali tre  muodi, fon le tre Figure allignate da Grammatici, e Poeti,  la Protefi, laquale aggiunge nel principio . L'Epentefi, Che  aggiunge nel mezzo. LaParagoge, che aggiungenel fine. Si  che hauendo parola di cofa Infigurata, fi dilcorra perle lette  re, e per le fiUabc, aggiungendo nel principio, poinel mezzo,  poi nel fine: è riufeendo parola che fignifìchi colà figurata,  quella fi collochi nel Luogho . Della prima figura alTegno  quattro elTempi,il primo elfempio del per, 3t Aper, detto dì  /opra. 11 fecondo elfempio del Che, alla quale parola aggiun  gendo un’o,farà la parola oche. Laonde mettendo in mano  d’uua perfona due oche, mi rapprelènterà il che. Il terzo e£  /èmpio di quella parola, Scire, ui metterò il Sarto col fuo  cufure; perche allo (ciré aggiungendo la fillaba cu, fà cucire. 11 quarto elTempio di quella parola Amo, allaquale aggiungendo la lettera h, fà la parola hamo di pefeatore .  Della feconda figura, che aggiunge al mezzo, fia il primo ef  /èmpio, quella parola, pena, allaquale aggiungendo la lette  ra n, fi fila parola penna di fcr;uerc,ò altra. Il fecondo c£  fempio ila quella parola, Alium, allaquale aggiungendo un  1, fi fa la parola Album, fiche dando una penna, ò Aglio in K mano mano d’una perfòna, mi rapprefenterà la parola pena,©  ali u m. Interzo eflempio di quella parola, forme, aggiungen  do'oci linaio la Intera A, fila parola, foramejficbe la perfò  na inoltrante il forame dun muro, mi rapprcfenter4 quella  pacala forme . Della.terza Figura,cheaggiimgenel fine,  fia. per eflempio quella parola, ò articolo, uolgarejAH», à cui aggiungo la lìHaba um, e farà album. II fecondo eflèmp : o diquetta parola Vcl, allaquale giungi un’o,e-farà Velo.   Il terzo di quella parola, Vdut,aggiungafi un’o,c fifaràla  parola Veluto . Mà bi fogna hauerla Regola della coltoca*  none delle parole, cosi figurate coll’aggiongimento, et è,  •che fi ponga legno aila.cofa, perequale fi conofca, clic bifogna tome qualche colà dal principio,© dal mezzo, ò dal fi  ne. £ lidie per lane fi farà, con la nudità: nelle bcftié, con li  fccwtitdtura, ò troncatura di membra ; nelle piante, con la  fcorticatura, ò inedionc; ncU’attioni, col mancamento nclliilrumenti,ò coliègno nelle perfonej nelle cofc tenute dalle  perfone,con uelami,ò fógni nella perfona tenente. E quelli  fegnidi faccino ordinatamente ; fiche per la prima figura,  xhc aggiunge al principio, fi facci il legno al capo, ò princi  pio della colà, per la feconda al mezzo, et per la terza al fine?  Per eflempio alfApcr, li tronco, ò fcorticoilcapo, che mi  moflra douerfi torre la prima Intera, e fillaba; alloche pari  mente le ‘faccio moflrare lenza Telta;al cufcire fnudo il brac  ciò al Sarto. Alla penna la'nigrcggio nel mezzo, all’Aglio lo  fò tenere e coprire Con la mano nel mezzo; e così la penna,  dirà pena; c l’allium, alium. Al uclo, farò che uno lo tagli  dal piede, e co ì dal uelo, haurò uel. Marni dirai, ieoccorreficychc il nome hauefle quattro, ò cinque fillabc: comefa  rò à conofccr fc dal mezzo deuo lcuar la terzi, ò la quarta Ti rifpondo, che quello fi può fare, con dillinguerla perfò  na in lette parti, capo, petto, Ucntre, uelo, colcie, gambe, piedi,   et in.quelle parti ordinar le lillabe, la prima al capo, la fècóda  al petto, la j. al neutre, la 4. al uelo, la j.alle cofcie,la d.Jallc ga ’  be,la 7 .àib picdi;(ìcbe perla prima fiaséprealcapo,el’ultinia  fillaba all* piedi. (è la parola è di tre fillabe,la fècóda al petto,  le c di quattro, la terza al uentre. le è di cinque la quarta al  uel 0,' c coti lcguendo>L douc fi fàl’aggiuntione, là fi pon   ^ il'lègno.E le quello fi FI nd T eBefliV, fi “diifidalà bdH*  •infette parti, in capo, pcttó con piedi d’innanzMj-feen  tre, groppa con piedi di dietro, Coda, Es’olferui! iftéflò òfrdinc,che della perlona. E quello dico ddle Bcftie di debita et atta grandezza; perche nelle Hdlie ò inette, ò ptecòlc;i legni li faranno nella perlona. 11 che fi oflèrui nellipt  ante, tir altre cole, che commodamente non pòflono ricelie  're tale dillintione. PerelTempio uogliodiré fante, e prendo  • un’elefante; lo trouo col capo tronro,c collo (corticato* 8c  ho légno, che leggendo lafcio le due prime fillabe, e profèrifeo fante; Se uorrò dire l’amaro, darò in mano della pcrfona,un caIamiro,c farò comparire la perlona,;con la tèda e barba ra(à,il che mi fegna,ché fi debbe tor la prima fil  laba. Volendo dir polue, pongo in mano della perlona un  poluerino,e li fnudo il uentre con tutto ilreftòin giu, e cò  sì leggendo ; leggo le due prime fillabe, e trouando Tallire  parti nude,m’arrcfto . E (opra I tutto la facilità di qneftì fegni,nafce dall’atcentione della mente deftgnatricc di eslr; là  quale hauendo dcfignaro,coH >cato nella Memoria, e ftabilftò il tutto con la repetitione,fenza intoppo riefee nella con  templatione,ò narratone, precifamcnte «eirAggiurigimcnto delle lettere. Del Mancamento . C OrrilponJe il Mancamento al filo òppofto aggiungimi?   tò*fi che camina con l’iltclsc reg le ; perche nòh’rìufcé  da di ritrouar, parola figurata per raggiungi tódntóy ricorre  mo al mancamente), togliendo dal principio, ò dal mezzo, ò  dal fine. Indi le tre figuri dd'm'ahcànìcrtto,chramaté, Afe4‘  relì > Sìneopa,& Apocope, la'prifrfa* che tòglie dal principiò,!! 1'  feconda dal mezzora terza del fine. Del primo hò da coi-,  locar questa parola, malignojtolgo uia la prima lìllaba,emì'  reità hgno, et un legno colloco in fpalia ad una perlona.  CoìÌ di quella parola, doue; li tolgo la prima lettera, creila  oue. Coli di quella parola, dementa, li tolgo eie, e rella mé  ta; e da quella paioli contingi t,leuo uia il con, e rella tin K a gir,    git, petli quali ponendo rimagm!, il legno mi darà maligno, la menta dementa) un cedo d’oue il doue, un tintore  .che tinge il panno mi dara il contingit.E (èmi domandi, co  me li conoscerà che il legno uuol dire maligno, la menta eIementaPci rifpondo che lo conofccrai in tre modiche ti fèr  ueranno per Regole, la prima per la prefìssone della tua  mente, che così ttabili, del che tu ti ricordi . fecondo per  quel clic manca, tu puoi collocar lettere, ò altre figure ; onde per dir maligno, ui colloco una pcrlona chiamata Antonio, che mi rapprefental’A, per la Intera MJi dò nella man  delira un tridente, colquale percuote un legno che flà al la  to iìniftro. fé ben quello muodo partienc piu rollo alla diuilìcne,che al mancamento.terzo per quel che manca, li può  dar un fegno alh luoghi afsegnati già di fopra, nella perfona,ò corpi di beftie; come al tintore dare in fronte un tumore,© una gonfiagione. per le quali fi conofce, che bilògna aggiungere. Della feconda figura y quando fi toglie dal  mezzo, per elfempio udendo dire caulà, ui metto una cala,  per conolcie cdcie;& il légno del mancamento fi può formare conforme alle tre regole, aflegnate di sopra nel mancamento dal principio. Della terza figura che toglie dal fine, volendo collocar principiti, ui métterò principi, per fblemo Iole, pcrcanit due cani. E peraflegnar li SEGNI GRICE SIGNIFY da conoféer il mancamento, el’aggiungimento, che fi de’fare; fi ofTeruino le tre regole di sopra, uar>ando 1’ordine j perche nella prima figura, pella terza regola, li SEGNI si danno nel capo, nella seconda nel mezzo, e nella terza ideili piedi. Il tintore  hà'l tumore nella fronte; chi indirà la cafa l'hà nel petto,  h cani nelli piedi, per liquali légni al tingit dico contingit,  a cafa caulà, a cani canit ; alli principi li darò le podagre  Belli piedi, per li quali intendo, che ci bilògna aggiunger  qualche colà . E quello badi dell aggiungimelo, e mancamento . Et fiano ben notate le Regole aflegnate, per  intrichi, aflegnati d'alcuni in quelli proponti. Del Riuolgimento . S E bene ogni tralponimento irebbe al proposto; nondimeno della fola Riuolutione, hò fatta mcntione; Rimati  do quella tra gli altri e flcr men difficile. Io tre muodi fi può  trafporre ma parola, ò riuolgendola dal fine al principio»  come Amor, Roma, fecondo cangiando fito delle fillabe,co  me core, reco. Tento variando fito delle lettere, come alto,  lato . Siche per il primo muodo,in luoco di Roma, porrò  Amore.pcr il fecondo per reco, porrò rn core.E cóforme al  terzo.per alto, porrò lato. La regola delriuolgimento è, che la  colà fi ponga al riuerlò ; accio fi conofca che al riuerfo li  proferifee la parola, cosi per Roma ponendo Amore, porrò Cupido col capo in giù, e con li piedi in sù.E quella Re  gola del riuoIg!tnento,non è trpppo familiare, nell'ufo dellArte.  La variazione, è quando la parola lèrbando rifleflo ordì  ne delle parole, fe li caogia qualche lettcrajcomeper que  Ila parola, mente, cangiando 1 m. in u. dico uentre, et per  mentre colloco nel luogo un uentre. E quelle parole fi tro  uano,col difeorfo delle lettere dell’Alfabeto, rimouendo le  confonanti, et in uece di quelle ponendo dell’altre, ò nella   r ima,ò nella feconda.ò in altra fillaba, finche riefea paro- .   che lignifichi cofa atta da poter cller collocata. Per cficm  pio dirò mentre, poi rimofso l’m. comincio à decorrere  per le lettere confonanti, bentre, centre> dentre, fentre, genttc, ientre, »entre, uentre, pentre, rentre, fentre, tentre, uentrc.   Ecco che fri tutte quefte paro le, non ritrouo altre, che centtc * CU£n trc, fiche ò ui pongo un uentre, ò molte Centre,  fe io intendo quello uocabolo di centre, per quelli chiodct  ti piccoli chiamiti, «iure, A centrcBc.o tacce.o uccietw.  E re timone, >do la prima Confonante non, mi fufte nuli.,  ta parola lignificante, haurci rimolfo I n. e fatto 1 iftcflo dl tHHVu   L’agnominazioné, e Bifticcio,i!qnale è uno fchcrzo/di  parole, per uariationc di Lettcrejè regola molto al prò  polito per formar l'imagini. Li bifticci fono per elk mpio;  ponnoj panno; benché, banca; palla, perla ; lagg'a»  menica, manico; ora, ara; pena, pane; loco, luto, e limili. Siche, per pena, porro pane, per faggio icgg'a» P cr benché ba  che, per parla, perla, per ponnò, panno, o penna. Pcr liqua  li Bifticci li notino tre cofc, primo come li formino, fecon  do 1 vfodi quelli, p la memoria, terzo il fogno, che 'e li dà per  nò cófoivkrf, nel ramétarli Quanto al pruno, vedete, li mici  Methodi di moltiplicar i Cócetti; doucio a degno il n-.uo o  db fori ar li B.fticci.E qùì balli fapere, che tale formaturne,!»  fa fcccrédo.ple 5 .vocali;p cficpio m’incótro in qiicfta parp  h>póno,difcorro per le quattro uocah, panno, penna, pinna,  puuuo;duedi quelli nomi fon' al propofito, cioè peqna, p  panno; poiché lignificano cole figurate, et atte pcr cfler fol  locate. Quanto al fecondo dico che in i qucft'A myion fola  mente fi riceuono bifticci regolati, ma anco di quelli che  fon goffi; anzi piu goffi, e feonfer ati fono, purché habbinòi  la fomiglianza della uoce) maggiormente muouono .come  fece colui éhe per l’Ariosto pone un pezzo d'Arrofto. Quanto al terzo dico, che nelle cofe collocate, ùi fi può tot  mar fegno;còme fi formang, nclli Age.pnglmènti «i df fa  . prà, ponendo il lègBÒ ; àl'lùógo-doiie e latta lùlictàtione, o  nella primari nella lecouda lillaba.  La composizione congiunge le parole, che li douerebbo t  no diuidcre, e questo non folamente fi fà delle parole  intiere;mà delle litiabe. Per elTempio,quefte fon due parole,  qui, es, componendole faralfc la parola, quies, e coli per  quelle due parole, metterò vn che fi ripofa, E Erto rcifta. E fi, U. ; ' r *1 !   F Fabro F Fondcchiero G   Gouernatore G Geometra H Hofle H Hisloriografia I Imbiancatore P   Poct*. 3   Q Quo «aio. (£  R   JL-’. ;1   R   Ricamatore S Spedale S Sartore T Trombettiere T Tcslitorc V Vcfcouo V Vaiato X X   rrj'.-Arf J   z  Zeccatore z Zoccolaro. M A à quelle perfonc,bi fogna darli vn fcgno:acciò non  fi prenda il nome della pcrfona, in vece del nome deilane, dell'officio, ò della dignità . Quanto al Terzo Alfabetto fia per elfempio K Aquila A Agnello B Bue. y B Bufalo C Cane C   Cerno D Drago D Delfino E Elefante.   E F Falcone. ' 'r   F Fagiano G Gallo G Gatto H Harpia H 1 Iftrice . I L Leone L Lupo M Montone M   Moietta N Nottola N Nibbio O   Oca O Orlò. PpjCO p  Porco P   Pallone.  CL, Quaglia. i R Rinocerote, Ródmclla  R Regolo s Simia S Satiro T Tigre T Toro. ì V Volpe. ‘ i   V Vacca X  X   .i y yj z, rii •   z   iof/.-. ibi.uirt s Idbntniii   r z   * ' . . J * u   E Perche le medefime co fir, fi potrebbono prendere anco  ra per Imagi ni: però bi(ogna chc’l Formatore,dia uh (e  gno à quella colà, che fi determina per lettera, come il Leo  ne con vn monticai collo, fia per Lettera; lenza monile, fia  per Imagine. Quanto al Quarto Alfabeto .    Q Vefto Alfabeto, non fi prende dalle Lettere delle paro  ^ le, come li tre precedenti ; mà dalla forma, e figura  della cofa, laquale é limile alla figurac carattere della lettera;  per lochc ridee più facile di tutti li altri, come che alla prima occhiataci rapprefenta quella figura di lettera, quale fia  mo vii di veder con l’occhio legendo. Delquale Alfabeto no  ftro latino, fi reggono le figure nel Rombcrch, nel Dolce,  e nei Rottdho, le ben da altri anco lono ferirti. Et io nc fa  rò qua vna feelta delti più noti . •  t/l Vn Archipendolo di Muratori . Vn comparto grande  di legno, con li ferri in terra, quale vlino i Legnaiuoli .   B Vn Liuto col manico verfo il Cielo, e conlecorde alla finiftra. Vn Acciaiuoleò focile da gittar fuoco.   C Vna Comma di Pottighom. Vn ferro di Cauallo.Vnà •  Luna piccola, quale fi mira di fette giorni.   D Vna mezza Luna. Vna tetta di Toro, con vn còrno in  terra, c col mulo alta delira . Vna tetta di fanciullo,  col nafi> alla delira». Vn t$?zzo circolo, con l’arco alla   L a dcftia. i  delira. M   £ Vn pettine caualliiio di denti larghi dritto.Vna metta  rota, col rotto a man delira. Vna lega dritta, con li tre  legni alia man delira. F Vua falce di mòrte, col ferro in sù . Vna fcfmitatra f  con la. punta in terra, e col pendente del manico à  man delira.   G Vnacornamufa, ò ciramella e Piua di pallore .Vna  falce col piede in terra, e col taglio à man delira.   H Due colonne larghe, e con un trauerlo che li lega   f e llringenel mezzo, come li uede l’Imprclàdel Plus  'ultra. J Vna Colonna, Vna torre, Vn campanile, tali quali li  ueggono dipinti. Vna uerga. Vna, candela.   I Vna accetta grande, col ferro in terra, e manico in sù,  Vna Zappa nel medefimo muodo . Vn capo fuoco. '   Vn tre piedi di caldaia . Vn tridente di Nettuno.  Vn paro di forche, cól fuotrauerfo. Vn paro di mol  lette di fuoco. Vn paro diBilancic. 0 Vnallrolabio circolare. Vn cerch o di tauerna . Vna Corona. Vna Girlanda. Vna medaglia.   2» Vn Palio rale di Vefcoui. Vn uentagho.Vn manico di  forbice di Cimbatore.   Vn pozonctto,ò padella col manico in giù,& alquan  to pendente ; ò un ramaiolo nel medefimo muodo.   R Vn paro di Tenaglie. .   S Vna Tromba torta. T Vn Martello. Vn Succhiello,© triuclla grande di Le gnaiuoli. V Vn rafolo mezzo aperto in sù. Vn compaflo aperto  in sù. X Vnacroce. VnaSeggia. Z Vna Zappa col ferro in sù uolto à man finiftra,&alqua  to ripiegata.   Le figure di quello Alfabeto fi ueggono nel RolTclUo, c   con miglior intaglio nel Sopplitip, nel Romberch, et nel   Dolce. Doler. Se bene alcuni ih cambio di quelle figure,adoprst  no l’iflesfi caratteri di Lettere, invaginandoli grandi, come  li capitoni ò maiufcole.E farebbe anco bene formarli la pri  ma uolta di cartone, e tali quali fi uiddero, collocaro, c re*  pctiro la prima uolta le invagini di quelli caratteri ; tali rollino lempre nella memoria. Quelli quattro Alfabeti fatti familiari dal formatore, le  he fornirà nelle parole non figurate, auertendo prima che  è beneiluariar le lettere et Alfabeti, ordinandole con giudi  ciò, fi che habbino corrifpondenza infieme, e particolarme  te ordinandole con le perfòne . Per efiempio uorrò dire.  Anima, prendo dal terzo Alfabeto l’Agnello, dal fecondo il  Notaro,dal quarto una uerga. E per ordinarle infieme, pó  go il Notaro,chc con una fune tirai’ Agnello, nell’altra mano tien la uerga, c dinanzi à lui ci fia Antonio, che con  un tridente ribatte ilNotaro.Dall'AgnelIo hò l'A. dal Notaro IN. dalla verga IT. d’Antonio, hòl’A.e dal tridente  l’m.E Umilmente fi faccino l’altrc figure da collocarli, per  uia di Lettere. Auertail formatore, che il primo et fecondo  Alfabeto, fc li potrà formare anco di nomi Latini, fecondo  li ucrrà più commodo: purché fimoflri la lettera, per cui  flabilifce la perfona’. Il terzo Alfabeto Io può formare, ò  dell’ Animali podi per effempio da me, ò di altri qyali più  aggradiranno ad efTo; purché fiano noti,&atti fecondo l'ar  te. E parimente il quarto Alfabeto, fclo potrà formare ò  delle figure polle da noi, ò di altrcjpurche uiuamentc Iirap  prefentano il defiderato Carattere.   E fè occorrerà fcriucre in greco, in hebreo, ò in altri idiomi,che uariafTero caratteri e figure, il formatore fi formi le figure conforme all’Idioma.   :iij  u 'ìojafti uy ovint**-f . D lfsi che fi formano l’imagini dalli firodi, e dalli diflimi  Iij se hauédo detto à ballaza delli limili, retta che breuemente diciamo delli diliìmih,e primo dcUVppofiti. Non  ftarò à riferirui la molciplicita dell oppofiuonc : poiché mi  pare fuperfluo in quello luogo* non douendo noi adoprare, (e non alcune cole in certe uolte, quando ci mancatici  perfetta notitia dello ppofiti. Et à mio giudicio,ci posfiano f ruire delli relatiui,come porre il feruo per il patrone,  quando quello mi fufè noe* »e quello m c ignoto ; porre il Dtlcepolo peni Maftro, il Figho per il Padre, quando quel  li mi fuJlero noti,e quelli ignoti. Màbilogna darli legno, per  ilquale s’intenda, che non eslì per fc ftesfij mà per rapprefen  Urei altri, in quel luogo lon collocati .   Del Volontario .   Q Velia Regola fu molto commendata dagli antichi Greci; fc ben CICERONE (si veda) par che la rifiuti. Il modo uolon  torio è far una leelta di cento, ò ducento parole, che più lon frequentate nella profeslione del formatore, c parole che nò  hanno lignificato figurato, come le coniuntiorii, le disiuntio  ni, h fincatego remati, li articoli, aduerbij, e fintili, e pcrciafeuna di quelle parole a (legnarli vna cofa materiale, et occorrendo poi la parola, ripor fubito nel luogo quella cola .  Per elTempto, quelle parole. Et. Àn. Vel. In. Quia. Ad. Per  A, pongo vn melone; per An, vna Zucca; per Vel, un Cedro; per In, pongo un Granato; per Quia, vna Noce; per  Ad, vn Cocomero, c così de gli altri. Quello modo vfato  nelle poo. parole infigurate  prendo ducento colè materiali, che ftanno fempre per quel  le parole, io diuento pouero dlmagini; perche le perla pa  rola vcl, tengo vn Cedro, e per vn’Et, vn Melone; fo m’occorrcllc fcruirmi del Melo ne, e del Cedro per altra Imagine,  che per le dae parole Et, e Vel; io fon priuo di quelle colè  à poterle collocare. E (è pur le uorrò collocare, mi confonderò, mentre il Cedro nou (blamente è imagine del Cedro;  mà del Vcl Se ben per torre quella confulìone, potresfimo fegnar la figura con vn fogno diftinguenre la parola dall’Imaginè; noivdimciio io à quefto effetto mi forno delle per  iòne, perche (bruendomi fempre di cento, ò ducento perfo  ne, (blamente i quefto effetto, io non m'impoucrifto d’ima '  gim, non mancand-uni d'altre perfonc da ftru’nni in altri  btfogni.N.- miti genera confufione, poiché quelle pfone nò  mi (eruono ad altroché |> tal’effetto.Dunq; li olferuino que  Ile Regole, per riufeirehonoratamente in quefto modo uoló  tar o. Pruno, fi cófideri, in che arte, ò jpfesfione,ò eifercitio,vi  uorrcte fornire del modo uolontario,fo in latino fo inuolga  re,fo in Logica, fo in Grammatica, foin Filofofia,fo in Theo  logia, fom predicare die: e da quella profestione et eflercitio,(ì prendano le parole più ufitate e manco figurate. Secondo, quelle parole lì formano in un libretto ordinatami  te; c dirimpetto àciafouna parola,!! fcriua la perfona . Terzo, fiano collocate con frequentato elfcrcnio nella memoria, in tanto che indire ò incontrarli leggendo, ò in udir imparando quella parola, Tubilo ui fi raprefonn la perfona.   Per cllempio nella Grammatica, prendo quelle parole,dan  dolile Tue Pcrfone dirimpetto. Et Antonio.   n;   • ?;i o/licp orto In Vincenzo. N. i» nifi vilkitnoq Ad Tornado. N.   un ti -di Sur»   Ab Piero. N.   ì.litorali zìi: ni :-5 Quia   Paolo. N. ir. Jirioa t! 'lijj’.UI   Cuna Francelco. N. •rmioil-i ìwi   De   Sempronio   ' N. .snclvjq ^tab Ex Natalitio. N. -•conrjph clqrvq   Propter Lorenzo. -N.   D Ol pioT. ql?!    Per Filippo. N.,   E così dell’altre parole, facendo il'fimile in altra prorcslìo-*  re et eflercitio. Ne fi Igomcntila pcrlona al primo incontro, quafi il far quello lìa fatica grande: poiché è cola mira  bilisiimamcnte utile e gioueuole, et una fatiga fola di otto  giorni, in pratticar qucfte parole e pcrfone, dura in eterno^  e con apportar mcrauigliofii facilità alla ipemoria,iog le la  fatiga grande, che fi ha informar l’imagini^ alle parole infigu  rate; poiché in fentirquclla parola, ò trouàdola, fubbito col  loco la perlona, quale mi rapprelenta uiuamente la parola.  Quello modo lerueacoljro,che udendo lettione, ò predica, ò altro, collocano con merauigliofa preftezza . Et quelli  che fanno profesfione di fcriucre ad uerbum, fotto lauiua  uoce di Lettori, Oratori,ò predicatori; li termino con 1 iflelTo modo tre cento, ò cinque cento parole, ò più o meno  delle più ufitate in queUcflercitio ; et a quelle dianoli luoi  fègni, ecarattcriuolontarii,liquali fatti tamiliari allo fenttore,làrà men ueloce i' dicitore à recitare, che lo fermare  à fcriuere. E chi uolelfe far quella profesfione, olTerui l infra Icritte Rcgole.Pri no fi fcriua in un libretto le parole piu  ufitate in quella facoltà, et eflercitio . Secondo, lormi li legni, ecaratteri dillinti per cialcuna perlona.Tcrzo,licaratte  rifiano breui,edi pochi tratti di penne; accio nonuadi piu  tempo a Icriucre il carattere, che la parola. Alle parrole breui e piccole, si diano li caratteri più piccoli; alle parole più grandi, si potranno dare li caratteri maggiori, man  co grandi però, che fi potrà. Laonde fc non faranno futficienti li caratteri d’vn Ibi tratto di penna, bifognando leruirfi di Caratteri formati di più tratti di penna, quelli lì dia   no    fio allupatole maggiori. Li caratteri potranno clfere lettere di Alfabeti, latino, greco, ebraico; caratteri di  nutnèri, tratti Geometrici et altri legni volontarij ad arbitrio del formatore. Sello, potrà formar caratteri dalle prime lettere delle parole; auertendo pecche vn carattere nq  fia fimile all’altro. Settimo, lipotran formar caratteri, per  abbreuiaturc, Icquali lon familiari alli Greci,& anco all» La  tini, Logici, c Filoli-fi. Ilriufcirin quello particola  re è cofa diffìcile, per la gran fatica che bifogna à farli fami  Ilari li caratteri; nondimeno, perche è vna profesfione particolare, allaqualc alcuni totalmente lì dedic .no; pcròlcirer  citio grande li farà facile il tutto. E lederemo fi facci con pi  gliar (critturc, Latine, e Volgari, et quelle traferiuendo per  Caratteri elfercitarfi ; intendendo che li caratteri liano non  di tutte le parole, mà delle più frequentate comedislì. Con quello Methodo flimo fulìe notata tutta la oratione, che  hebbe Catone in Senato, contro i Congiurati di Catilina, e  contra il voto di Cesare, come racconta Plutarco . £ Tuo  Vcfpafiano, comeriferifce SVETONIO » raccoglieua velocisti*»  mameute le altrui parole. Del ConnefTo.  I L terrò modo propollo delli disltmili» c il ConnefTo»ilqtu  ic riduco à fei capi. i, Ugello. 1 i. L’Etimologia . M j. Il legno.  w; - l- ’ q.. L’inlegna, et imprelà.  >•' ( J j.L’inllromento.    e quelli teruono per formar 1 Imagini delle Arti,, et Ariette» di qual li    soglia forte; onde per il Zappatore fi ponga la «appi, perii  Notaro la penna, per il Soldato la Spata, e l’Elmo, per lAr*  tore l’aratro con li buoi. Il folito di dire c vn contingente,  che mira qualche perfona, laqualc frequentemente dice o una parola, o una sentenza [cf. UTTERER’S MEANING, UTTERANCE-MEANING, SENTENCE-MEANING, WORD-MEANING]; laonde incon randomi poi in  quella parola ò fentenza da collocarvi metto quella perfooa, laquale c lolita dir quella parola ò fentenza . Indi per- il  Quamquam, pongo una perfona, che lèmpre comincia il fuo  parlare, con il Quamquam. Per quella sententia, Auaritia  «Il Idoloru n feruuus; pongo vna perfona, che in tutti li prò  pofitil'hà in bocca, ccofì li intenda dell* altre Umili parole,  o fèntcnze.É quello balli delti Conncsfi,3c inficine di tutto  il Methodo di formar l’Imagini, ilqualc con ellrema fatica,  c molte vigilie, e flato da me inucntato,e prolequito; fe bea  quanto al fatto, in qualche parte fi ritroui dottrina diciò ap  predo h Scrittori di quell’Arte. Retta mò,chepasfiamoaUc  Regole deU’Imagini.  Regola per rimaglili. pRopofi di trature delle Regole dcll’itnagini, per compii  JL mento dell’Arte della memoria Artificialejlc quali Rcgo  le io le ridurrò ad alcuni capi, quali confiderà» c ponderati, daranno compiu notitia di quanto fi defidera fopr»  Ciò,  in Collocar le persone, fi habbi auertenza di dar  li quelle attioni, che conuengono alla fua qualitàjpcrchc no  Corni iene ad un muritore darli atto di predicare, ne ad un  predicatore darli atto di murare, quando fi poffono haue*  re le perfine appropriate; e parlo dcUi luoghi nudi, lènza  perfone immob.li. li. L’imaginehabbia qualche moto, e (è fufTc cola immo   bile, fi ponghi nel luogo perfona, che la rapprefenti . E per  colà immobile s’inreude colà, che non è animale. Le imagini non filano odo fé; perche non moucreb   bono con uiuezza; pcrò,clTendoui nel luogo un Cauallo»  fate che con la zampa zappi il terreno, ò tiri di calci ; il lupo, che dcuori pecora; il pallore, che minacci l'Agntllo .Et  eflcndo imagini congiunte con altre cofc; con qucllliftelTe  facciano li atti c gedi. Se la cola è animata, mà c piccola, comeFormica  Mofca, zenzala,pulice; bilogna metterai pcrfona, cheli mo  dri. Mà come li farà, per uederlc? Dico che lì ucdrà primo  perla prefissone delia mente. Secondo perle cofeannefi»  le àtali animali; come, fe fbpra un piatto di mele la pcrlo  na (tenderà un paramediche, lì cnnolceranno le Molche; et  come le formiche, nel mucchio di Grano. Terzo perii appropriati di alcune perfone; come fece il Raucnna, che hauendo uifto uno die ftropicciaua un puhee, lo chiamaua e  colloca ua per pulice. Così fi potrebbe far degli altri. Mà  fe uorrò dire Formica,e non Formiche; come farò, (e tante e non una fi mette nel luogo? Rifpondo, che la perlona  nuda,moltrail (ingoiare; 1; cpme ucllita, il plurale, come fi  dirà poi al fuo luòco. Se molte Imagini fi collocano in uno delio luogo,  ò pure perla continuationc della parola didima in piuluo  chi c ben fatto per quanto più fi può, darle continuatone  di attionefra loro. Per efiempio, udendo collocar per lettere queda parola, Deus, pongo nel luogo Dominico, i!  quale con un pettine, pettina un uitello, tenuto da Siluia.  Da Dominico hò il D. dal peuine l’E dal vitello I V. da  Silula l.S. L’Imagini liano proportionate al luogo non ecce-denti; e c fodero eccedenti, già disfi che modo s’hà da tene   re. Il che s’hauede confiderato il Monlco, non harebbe riprefo il Supphcio, il quale nell’Alfabeto d’artificiati, pofè  per 1. una torre, c per X. una naue; poiché le colè eccedenti, ò per liinaginanone,ò per le figure, fi rendono proporticna:c,come disfi.   Vii. Le perlonc che fi collocano nclli luoghi habbino  del grande, del uiuo, dell efficace quanto più fi può ; perche  più efficacemente muouono. La Figura et imagine,non (la /olita à (tare in quel  luogo dòuè fi colloca; perche eflendoui /olita, non muoué  efficacemente ; attento che giungendo nel luogo, crederai  che tal cofa non fia indagine; mà parte ordinaria di quel lùo  go, E per ouiarc à quello inconueniente, olferua la regola  di uariar quella cofa con l’imaginatione, dandoli qualche ua  riatione inlolita; per eflempio giungendo ad un luogo doue fia una feggia,e uorrò in quello luogo porre per indagine una feggia, io metterò quella feggia trauerfatain terra,  per lo qual fegno efficacemente conofcerò,che la feggia nò  fi troua nel luogo, come cola ordinaria; ma come Cola for  mata per imagine. Nel collocar all'improuifo, bada metter una ima"  gine per luogo; ;icl collocar pofatamente le cofe che fi ftu  diano à bel agio, non è inconueniente, porre molte imagini  in un luogojpurche fiano didime, c commodamcnte fiucg  ghinoc rapprefentino. Vogliono comunemente li profclfori di qucft’Arte,  che le imagini fiano collocate in atti fporchi, laidi, c ridicelo  fi ; perche quanto più fi uederanno goffe e fporche, tanto  maggiormente meucranno . Il che potendofi Tare lènza  fcrupolo di mouimento indegno nel formatore; nuderebbe molto utile all’Arte . Per lo che non laudo la dishoneftà  delle imagini.  Dottamente difeorre Cicerone intorno alla viuezza  delle imagini ; perche quelle cofe, che noi per efperiqhza co  nolciamo, che ci muouono à conofccrle attentamente fc à  ucderle anfiamentc, quelle lon’al propofito di moucr cffica  cernente e uiuamcnte la noftra Memoria, in ricordarli. Però le cofe nuoue,lc cofe merauigliofe,le cofe rare, le cofe di  letteuoli,le cofe brutte, fporche, e ridicolofe, le cod horribih e fpaucntcuolijlc cod di gran uarictà, le cod eccesfiue  in bellezze, eccesfiue in brutezze, come una faccia tagliata,  vn nafo grande, vna gobba monftruolà. Così le cofe eccclfiuc in degniti, come vn Rè, vn Impcradorc,vn lommo Pon  tcfice; e limili; le colè eccesfiue mpouertà è mendicità, come un pouerello ftracciato ccncioIofo,e fimili oggetti, (cmattislìim alla viuezza deil’Imagiai. Et à fimili accidenti deuc   hauer » li uadi (èmprè ri  . perendo; per elfcmpio polla la prima figura fi pasfi alla feconda, e poi fi ripigli la prima recitando, c contcplando, c  porta la terza fi ripeta di nuouo c la feconda, e la primate  portala quarta fi repctano l’antecedenti, e porta la x.fi repe  tano le antecedenti per folto, la prima, la fèptitna. lanona.la  Tetta la quarta, per le fpari per le pari, al dritto al riuerfo,chc  cofi tenacemente fi (colpirono le Imagini nella Memoria.  Sehoggi hauete collocato per imaginc una cofa ;  auertite dimani, non collocarla per'Imagine d vii altra cofa  diuerfo. Come le hoggi per quefta parola Agnus, hauete  porto vn Agnello, dimani non porrete l’Agnello per l’inno  cenza; perche vi potrebbe apportar confuhonc, mentre ui  rapprefenta due parole; le pur non fufte dimenticati della  prima fignificationc,ò pure forte variata 1 Imaginc con legni, ò bene rtabilità con li dirtintiui della mente, c con la  prefisfione della ripetitione.  Quando fi ha da collocar à memoria vna oratione,  ò periodo,parolatamentc; prima fi legghi due e tre volte pia  namente,e diftintamente,come vuole Cicerone, ilchc appor  (a non poca vtilità. Collocando le parole, fi dia proportione al Genere col fèllo; perche fe uoglio dir ricchezza, eh e di Genere  feminino, meglio è collocarci vna donna ricca, chevnhuomo ricco.  Se vorrete collocar periodi intieri ò parole, et occorrendo di ritrouar otto, ò dieci, o piu, ò meno parole,  quali noi fiprece molto ben recitare, fcnz’akra collocatiohe; non occorre far fatica d’Imagini interno alle parole che  voi fopetej mi balla collocarne una principale, quale ricordata u apporta cohfequcntcmente tutte l’altre. Et quello intendo, nelle coltocationi delle panie, lcquali recitate, noa  curamo chccì reftino à memoriamo ne delle Orationi, Prc  diche, Comedie, ecc. Le Figure, e Imagini habbino proportionata altezza, fiche l’occhio. 'non habbi fatica d alzarli troppo, pc®  vederle; nè all'incontro abballarli ioucrchiamcnte per contem- fuuer l'occhio il formator di quefl’Artè Nel collocar le Figure, et Imagini    lem piarle. Indi fiate cauti nelTordirfàtione, che fa il Roi»:  berch dellìmagroi l ena fopra l’altra, peiche hauendo noi  luoghi commodi da far progreffo per la.go, non occorre  aggrauarla memoria, laquale memorando procede con lo   ftabdimento del fenfo. Formando rimagini, non fiate prefittoli m rubilo collocarle, quando agiatamente potete formarle e collocarle* pche occorrendoui poi vna Imagine piu atta,& elquifita della prima ui irebbe difficile in collocar la feconda, ha  uendo collocatala prima; ò vi farebbe graue tralasciar la fe  concia, elTcndo miglior dcllaprima. Dunque peniate, e ripense prima, fe altra miglior u occorre, e poi collocate le   Imagini formate. Sopra il tutto fate, chele Itnagmi fiano di cote ja  *oi note, è notisfime;e però ui douete attenere dalle imagini finte, potendo hauer le reali » e dalle ignote hauendo le  note, e dalle men note haueodo le piu mahifcftc. Si come nuoce la fotniglianza tra li luoghi, nella for  mattone di luoghi; cosi la fomigltanza tra le figure, nelp  formationc delle imagini. Però ui sforzerete di farle, quando più fi potrà diuerfe e di filmili; accio non u’ingannatc ntf  la fomigltanza di elle; perloche hauendo à dire tre Franccfchi, dtllingueteli perle Cicatrici, ò per gli atti,e gelti, un  gobbo, un monoculo, un fenzanafo,e cò altri limili accidcn   ti Eccesfiui. # . . VT . Siate cauti nelti sinonimi ed equivoci. Nell’equivoci, accio ponendo il cane, per IL CAN CELESTE. Non diciate  cane, che rode l’olio. E nelli sinonomi, come pietra faflo^  accio una ftcflfa cosa hauendo piu nomi  non li dichi 1 un  nome per l’altro, il che fi può diitingucre, per l’attentione  della mente, nel collocarle e ripeterle, piuiiolte; o pure co  qualche altro diftintiuo, pollo neUa cofa, o di lettera o d’- »le picolc,e quello per non ingombrar tanto il luogo, e per  (farlo più capace Onde ne fiegue, che minor numero di luoghi farari neceflarn ; c li così picm. per la diversità, rie*  /cono più efficaci. Per cflempio per quella parola ffauentc, pongo nel luogo un’uomo chiamato Nicola, il quale  nella man delira tiene Un piatto di faue, che lo porge ad  un fuo Figliolino che li Uà alla delira, e nella man finiflra  tenga un Martelli, cól quale minacci e fcacci una fanciulla chiamata Emilia . E così legerete dal piatto Fauc. Dalla persona. Nicola, N. Dal Martello, T. Da Emilia, E. e da tutti  l'intiera parola faucnte. Laonde larà benfatto, tra gl’alfabeti di perlòne, hauerdue Alfabeti, vno di Fanciulli, l'altro  di Fanciulle, oltre li due di Huomini, e di Donne. Nel collocare, prendendo le parole ò concetti dalla carta,e riponendo nelli Luoghi, non fi facci memoria nel  la carta e parti fue; Mà (blamente nelli luoghi; perche làrebbe doppia fatica in ricordarti è delti luoghi, e della carta. Oltra che apporta gran confusione, perche la mente uedea  do, e. nella carta, e nclli luoghi uacilla, e fi confonde ; mentre a due parti fuggelo (guardo,e quella Regola li noti  molto bene. Nel collocarc,e ripetere l’Imagini, fi auertifca, di  non far’altri geflr, chc quelli che fi ricercano opportunaméte  fecondo l'Arte della pronuntia nel Recitatore. E-fi guardi il Formatore dinonappKarfi, ò collocado, ò ripetendo ;  à qualche geflo intcnlàmcntc fuor dell’Arte, come il contar con ledita^ener il capo faldo et erto, mirar in sù,piegar  fi in giù; ma indifferentemente redi libero d’ogni intenfa applìcatione di fi nifi atti; perche alrrirrt^nte facendo, il recitatore recitando farà poi l’iftcsfi gclli inconvenienti, c periglio  li j inconucnicntij per che concro l’arte; periglioli, perche le in qualche accidente muta gesto li fuiarcbbe la memoria, e fuariarebbe la mente. Per mancamento di quella regola, hò uillo alcuni recitanti, Ila re come che hau elferoin  giyctita una fpada, inflasfibili Hi erti; c con gli occhi fitti al ìjjuro, che Ila lor dirimpfctto, quali che fuiferò fiatar.la  /quii Uò.fanon (blamente difdicc aitili; ma fciiopre l’arte, il che èflifettuo(b, làpCndo elfer principal dell'Arte, il làp'ec  celar l'Arte, intanto che quel che l 'Intorno fi per Arte,coiU ’  libqrfa dd’li gclli, e' domiiniò de gli atti, moliti che lo facci   per  f.TI I W M M  per felicità di natura. £ quello piace affai, e giuramento  de piacere, e dilettare ; poiché nell’Arte fi fcuopre l’ingegno notro, e nelli doni della natura la bontà influente del  1 Auttor della natura. E conuieneohe piu. ci aggradi l'opra  di Dio, chela notraje che la prima laude, honorc, e gloria fia di Dio, non della creatura, laquals fc per Arte, ò per  ingegno fa, ò sà, ò può cofa, il tutto ultimamente de riferire à fua Diurna Maeftà.   R icerca queft’Arte della Memoria per fila compita perfettione,chc hauendoui trattato delle fueprencipi par  ti, Luogo, et Imaginc; tratti alcune cole particolari, vtili, e  neceflarie da làperlì. E tralalciando l'altreal giudicio, ingc  gno,e fatica del Formatore; tratterò preedàmente, delmodo di collocar li Libri, li Numeri, li Generi, li Tempi, li  Cali, li Punti, li Argomentale Quotationi. Dirò poi delle  Dittature, della Libraria,e dell vfo della Memoria, e fògillaro alla fine il tutto, con l’Arte dcll'Oblmione Della Collocatione di Libri. Occorrendo collocar Libri di qual li voglia profesfione,  è di necesfijp haucr l’Imagini formate di cialcun di loro. Laonde cftrtcuno fi potrà formar l'Imagini dclli Tuoi Libri, intorno a quali vcrlà;comelo Scrtttorale formi immagini dclli Libri della Sacra Bibia, Il Thcologo delti Scolatici, IL FILOSOFO DELLA FILOSOFIA, il Medico della Medicina, Il  Canonifta di Canoni, Il Giunta delle Leggi, il Logico della Logica, ecoii faccino tutti gli altri. E nel formar l’Imagini olferui quete Regole . Primo fi fcriua in vn foglio tutti  li Libri, intorno a quali uerla il Formatore . Secondo formi, l’Imagine da vn fatto principale di quel Libro, ò dal titolo, ò dall’agente, ò dalla prima parola del Libro, ò di qual’  altro capo fi yoglia;purche Ila reprefentatiuo del nome del   N Libro*    Libro.Terzo queft’Imagìnc ò la ponga (opra vn Libro, ò  la ponga nel luogo col Libro» ò vi metta la perfona che rap  prefènci il nome del Libro . Quarto nel collocar li Libri »  può il formatore. Icruirli dcirAuttore di quel Libro, come  fe in citar Paolo, vi metterò S. Paolo col Libro in mano, e  per faper qual libro Ha, vi metterò la fua Imagine,come le  fard illibrodi Corinti, ui metterò vnCore . Coli le uorrò  collocar l’auttorità dell'Euangelio, vi porrò l’Euangcltrta,  col libro, e fua figura, Giouanni con l’Aquila, Mattheo con  FHuomo alato, Marco col Leone, Luca col Vitello . E le  vu’Auttorc hi comporto più labri, vi pongo i fegni per di  ftingncrli, per dTempio, Giouanni hàfcritto l’Euangclo, l’Epiftola» l'ApocahlIc; per l'Euangclo lo pongo ledente,  predicante, per l’Epiftola lo pongo Icriuente, pcrl'ApocalilTe lo pongo con gli occhi merauigliofi alzati al Cielo, come in atto d; ueder colèi aulita te e noue. San Luca che ha.  fcritto rEuangcto, egli atti Apoftolici ; per l’Euangelo lo  pongo con Chrilio, per gli Atti lo pongo con gli Aportoli.  Mole che hà comporto, e le ritto il Pentateuco, Geneti, Efo*  do, Leuitìco, Numeri, Deutoronomio ;nel primo lo pongo con Adamo, Se Eua, nel fecondo con Faraone, nel terza  col Sacerdote, nel quarto con gl’Elìcrciti, nel quinto con  le Tauole della Legge. E pattando à gli altri Libri, li Libri  di Reggi li formarctecon li Reggi, il primo con Saul, et Da  uid Fanciullo, iUècondo con altri; ò pure balia hauer libro  c Rè, e poi li numeri porli per caratteri nu.i erali, come fi  dirà poi. Coli il L bro di Giofuc con Gi^lue, di Giud ci  con Sanlbnc, di Ruth con Ruthapprcflb i mietatori, Efter  col Rè Alfuero, Giudit con Oloferne, li Profeti con loro  medelimi, Efiua con la Slega, Geremia ch’è porto nel Lago,  Daniele fra Leoni, Ezechiele fra Rote,8c animali alati, Giona nella bocca della Balena, e h libri di Machabei con Giuda Machabco, di Solomone con elfo in fedia Regale giudi  cante,& il. limile degli almLibri fi facci in qual li uogUafcic  za e profesiìone .  Per numeri, altri adoprano caratteri formati da varij inftromenti. Altri adoprano perfone, dando loro li nume  ri. Altri. adoprano cofe Materiali,allequali volontariamente attribuirono li numeri, come che il Melone lia vno,il Ce  druolo due, la Zucca tre, il Cedro quattro. Quello modo  l’hà.per mirabile il Monleo,il fecondo lo fieguc il Rauennaj  il primo mi pare piu atto di tutti. Oppone il Monleo al primo modo dicendo, che li caratteri non fi muouono. Alche  Rilpondo,chc tali caratteri fi pongono in pcrlona morente,  come fi dirà poi: per loche Reità che fiano attisfimi tali ca  ratteri. Il modo delle perfone c bello; ma è alquanto diffici  Ic,& intrigato. Il terzo mi pare che apporta poucrtà c con-fufione al formatore; poiché fc li tolgono le cole materiali  delle quali potrebbe liberamente fcruirli, per imagini. Ne  è il fimilcdelli caratteri noflfri ; poiché noi ci feruimo loiamente di noue cole, dou’egli nc prende cento. Il modo e  fecondo, c terzo lòn belli, e chi li vuol leguire ved i li lopradetti Auttori; à me balla darui le Regole, per lèruiruidcl  primo modo. Si prendono dunque noue colè materiali, c  quelle lèruino per l’vnità, e per gli otto'primi numeri,  per cllcmpio I. Vn Spiedo, ò vn Pugnale  a. Vn paro di Forbici.   3. VnTriangolo. ' •   4. Vn Quadrangolo,  j. Vn Serpe ritorto.   6, Vna Lumaca, ò chiocciola grande marina col capo fuor del gufeio. Vna Squadra di Muratori. Vna Zucca a fialco, che ha due ventri lWn lopra l’altro. 9. Vn’Alciadi Legnaiuolo. Quelle Figure noue, ò altre noue che parranno al formatore, lèruono per tutti numeri occorrenti’, olTeruando  l’infrafcrittc Regole. Primo per fuggirla confu (ione di que N a fte  ite Soue co fé, perche potrebbonò eflcr prefe tal uolta per  Imagine; Ciano diftintc ; per elTempio Io Spiedo che fta per cola fu con carne, quando (là per numero dia con vcello;  il pugnale quando c cola lia nudo, quando numero lia fodra  to; li forbici percola fiano con panno, per numero lènza;  il triangolo per colà lia di legno, per numero lia di ferro ;  cofi il quatrangolo ; il lerpe per numero lia nero, per colà  fia pinto; la chiocciola per colà habbi il capo ritirato, per  numero lo Sporga in fuora;la Squadrali vari jjcon legno e fer  re; la Zucca fi vari; in figura, ^perche non mandano delle  Zucche, e tonde, e larghe da poter feruire per colà;l'A(cia  fi vari} con manico ligneo, e ferreo, e cofi fi friggerà la confusione. Secondo perche li numeri altri (on d’vnità, altri di  decine, altri di ccntenaia, altri di migliaia; l'ifteftè figure icr  uiranno per tutti li numeri, con quell’ordine, che quando  la figura, è nella man finiftra, dice vnità; quando nella Spalla  finiftra, dice decine; quando nella fpalla delira, dice ccntenaia; quando nella man delira f dice migliaia- Per elf^mpio  vorrò dire “1345,” “1.345” pongo alla delira mano della pcrlonalo  Spiedo, che infilzi il triangolo che Uà alla Ipalla delira, e paf  Ando per fiotto il mento infilza il quadrato, che Uà alla Ipal  la finiltra, e co la punta trapallà il Serpe che Ila alla man finiflra. Terzo quelle figure filano polle con la perlòna, laquale   S uanto più farà posfib ile, habbi e facci qualche attione,còle  ette figure, come ho mollrato có lo Spiedo, triàgolo quadra  to, e lèrpe. Quarto le li numeri limili fi moltiplicano, Ciano  anco moltiplicate le figui e limili, come fie uorrò dire “1551”  porrò due pugnali; uno alla man delira, e l'altro alla. man  finiftra, e due Sèrpi uno alla fpalla delira, e l'altro alla Spalla  finiftra della perlòna, la quale con pugnali impugnati, e co  braccia curue ferole Sèrpi. Bisognando moltiplicar  le migliaia per decine, e centenaia; bisogna per le decine por  le figure alla Centura delira, per li centinaia allo Ginocchio  deliro. Onde udendo dire “182659”, “182.679”: “cento ottanta due mila sei cento cinquanta nove”; porrò nella cintura delira d’un  Eremita la fialchetta, et al Ginocchio un Fanciullino, che  con uq pugnale ò Spiedo, fora la fialca ; e nella man delira  della perfiona un paro di forbici colliquali tronca le corna   alla    alla lumaca, quale ftl alla /paHa delira'; é con l'A/cia dell»  man Anidra percote il Serpe, che ila alla /palla fmiftra . £  Infognando moltiplicar per migliaia, fi ponghino le figu.  te alla piedi; onde «olendo dire,518265 aggiungo fra li  piedi dell’Eremita, che portailfiafco, unferpe,chcuà amor  der’il fanciullo il quale fora con lo Ipiedo il fufco . E bisognando aggiungere altri numeri (i ponghino ordinatamente nel poggio, c fcabello della per/ona del luogo ; ò uero fi  ponghino nel luogo antecedente, nell’altra pcrlòna. Eque  ilo badi quanto ahi Numeri aritmetica!!, che quanto alti numeri grammaticali /ingoiare e plurale^ dira nel capo dell»  Cafi.   J J f  d  ili | .r ' M  Dclli Generi k s poiché li generi fi nominano con li nomi di/esfi, perii  genere ma Tedino farete che la perfòna fia mafchiaje per  il genere feminino fia donna. E per didinguer IL MASCOLINO e feminino dal neutro, quando occorreflc, per quelli generi  MASCOLINO e feminino, Alcuni fanno che le persone habbino fuelati li uafi GENITALI; e perii neutro l'habbino uelatij/c  ben io li didinguerei col variar vela e, dando per l'unoe  l’altro fedo le mutande ò codiali, e perii neutro il velo aggroppato. Delli Tempi, habbiamo da fàpere il modo di collocare  l'Annijli Mefi, liGiorni, rHore, il prelente, spallato, il futuro. Per l’anni si collochi un fcrpente, che fi morda la co  da, al modo che faceano gli Egitti; significando che l'Anno  fi rincuruae ripiega in le defiò, mentre fi congiunge il fine,  al principio. Li Meli fi podono figurare in tre modi . Primo per li fogni ò caratteri delti dodici legni del Zodiaco, ponendole figure idede, un Montone per Marzo, Toro per aprile, gemi  su tu per Maggio, ò li Caratteri ufati  la man delira il Geniti  no, la fimltra il Dattilo,]! petto l’Acculàtiuo, il piede e gara  ba delira il Vocatiuo,il fimftro l’Ablatiuo.Si che, fc la parola è in calo nominatiuo, fi ponga in telta; le ablatiuo fi  ponghi al piede fimftro.E per faper anco li numeri s’oflerui,chc la parte nuda rnoftra il numero (ingoiare; la parte  ucllita mollra II numero plurate. Per esempio uorrò dire, Ego fum panis. Porrò un cello di pane in capo alla per  fona, e che il capo lìa (nudato ; il capo mi mollra il noinimtiuo, c la nudità mollra il numero (ingoiare. E le l'ima  gineè perlòna,li puòconolcereil cafo,ò per la parte, ò per  il Pegno, per la parte > Te Francclco hauendo tutto il redo  uellito, (blamente mi mollra la manfiniftra nuda, intendo il dativo. per il legno, fètutta la perfona è nuda, che midi  il (ingoiarmi rnoftra la man finiftra ferita, al qual legno  intendo il caso dativo. Conuiene che le parole habbino i Ior PUNTI, per non ap  portar contusone al legente [JOYCE], come li punti finali, pcr  fine del periodo, li mezzi ponti per prender fiato; così conviencchc anco in quella collocatione della scrittura della  Memoria ui fiano le diftanze debite, non (blamente tra leu  tenza e Temenza, n.à anco tra parola c parola: accio le lettere duna,non paslìno alla compofitione dell’altra parola  E quello oltra che fila, da una certa diftanzache fi de da  realleimagini, nfulta ancora dalla repetitione del Formatore, il quale collocando prefigge con la mente, douefi comincia, e doue fi fini Ice. E fecondo, quello lì può Tare con  alcuni geftì, per ellempio, nel PUNTO FINALE [il clistico di R. M. Hare – H. P. Grice], fare che la perlo  na ultima del periodo dia di fianco, con la faccia rivolta al rocchio del legente. Enel mezzo punto fare, che feafid  con le spalle al luogo, riuolti fidamente la faccia alla delira,  yerfol’occbio dellegentp. Nella diftintione delle parole fi può fare, che la perlona donde cominciala parola,  facci qualche gcflo, contro la perfona dell’ antecedente parola, e quella perfona fi ririti in un certo modo, dandoli  quella ò con un pugno, ò con vn calcio, ò con altro fecondo  che occorrerà, per l'opportunità dell’magine, e dell’annesti* -!iJ  L’argomenti, che si fanno universalmcnte, si riducono alli sillogismi, e alle consequenze d’entimeme, delli quali  balla qui dire della formatione dell’imagini, e del modo di  collocarli. Quanto alla formatione si tenghi il methodo universale, o formando immagini per li concetti, ò per le parole, e fi sforzi il formatore formar 1 In aginc del mezzo termine. Quanto al modo di collocar l’argomenti, o son syllogismi, o entimeme. Li Sillogismi, che hanno tre propositioni, la maggiore si colloca alta man delira, la minore alla man siniftra, la conclulìone al capo. Se bisogna provar la maggiore, le prove fiano collocate al lato deliro ordinatamele. Seia minore, fiano collocate le prove nel lato fini(lro,e feoc corre fare un prosìllogismo dalla conclufionc, che enei ca-,  pórli tiri la minore nel petto, la conclufione nel ventre. Se  l’argomento ha in confequcza; l’antecedentc llia nella ma de  fera, il cófequcte nella finiftra. E se bisogna provar consequenza, si collochino le prove alla faccia, petto, e ventre. E felatcce  détcs’ ha da ^puare, si collochino le prove al lato suo deliro, e  quelche bilògnafle per ile conseguente, si collochi nel lato fini(lro, haucndo memoria delti luoghi, ch'io formai ordinatimente nell! lati della pedona fiumana, e quello Modo balla  per fiatelligenti, à quale fofficicnte in tal propofito collocar Immediatamente, mà ehi uoleflfe collocar ogni colà mediatamente per imaginipotrà (cruiriì dclli luoghi {labili  ordinatamente.  Per citationi intendo quel riferire che si fà delli Libri,  delli Numeri de Libri, ò di capitoli, ò di titoli, e di limili. Lequali si uariano, secondo la uarietà delle profeslìoni; onde  il Theologo cota dift. par. ar. memb. Il Filosofo tex. com.  Il Lcgillaìeg. glof. tit. $. confil. Il Canonista quell, can.&c.  c tutte le Cotationi, io le riduco a tre capi, Libro, Nome  di Libro, et Aggiunto, dclli quali dirò didimamente. Della Cotationc di Libri, c Nomi di libri, mi riferifeo à  quel ch'io disfi, nella Lctt. 1 5. della collocatone di Libri;  aggiungendo, che li Nomi di libri, ò titoli di libri, si pollono ideare con l’iflcsfi libri; quali noi vlàmo gornalmcnte,c  di quali damo polfcfibri. Laonde fc uorrò citare Ai ili. nella Metafilica, io pongo nel luogo, in mano d'Arifiotcle il  mio libro della Mctafifica . E le vorrò citare il Macllro delle  fentenze, vi pongo l'iflcflo mio libro delle fentenze del Mae  ftro. E cosi fi può far de gli altri libri, in qual fi voglia prò  fesfionc. E di più, fe li nomi di libri d’vna profesfionc tufi,  {èro pochi, come tre ò quattro, fi potrebbono diftingucre  con li colori, vn nero, vn bianco, vn rollò, vn giallo, &c. co  me San Giouanni che ha fcrittotre libri, Evangelo, Apocalisse, et Epillola, diftinguerò quelli tre libri con tre colori  rofTo,ncro,uerde, per l'Euangelo colloco il libro rollo, in  mano di San Giouanni, per l’ApocalilTe il nero, per FIEpiflolu il verde. Con fimil muodo facci il Filosofo, il Legilla, c qual fi uoglia profefiorc. Dclli Aggiunti della Cotationo. S ’Aggiunge al Libro, c Nome del libro, il capitolo, il nu*  meiOjò limili. Quello aggiunto alle volte precede il nome del libro, alle volte fosfieguè ; precede quando l’Autto  rehà comporti molti libri in vn medefimo (oggetto, come  fe diccfte, Agoft. lib. 1 2. de ciuitate Dei, all'Auttore dò il  Libro, fieguc il numero, quale precede il nome dell’opera e  libro. Alle volte lòsliegue,& è di due (òrti, immediato, mediato. L'aggiunto immediato c la particolar cotatione di ca  pitoli, di dift. di terti,e limili, come s’io dicelle, Aug. de Ciuitate Dei quella parola cap. è aggiunto im  mediato, fi come il numero 4. c l’aggiunto mediato. Eque  rto aggiunto mediato, alle uolte fi fa per numero; come nel  J'addutto elfempio . Alle uolte fi fà per parola, come vfa il  Legifta,c Canonifta, che adduce la prima parola della legge,  Pan. in c.tua nos. e con l'ifteftb progrefi'o, ò di numeri, ò di  parole, fi fanno molce Cotationi mediate, fecondo ladiuer  fità delle profesfioni . Per le cotationi di numeri s’auer a,  primo, difarle ordinate, il numero del libro fi ponga alia  parte del libro, et il numero del capitolo ail’altra parte ; accio il formatore non fi confonda, per elfempio dicendo Au- { ;uft. Iibr.a.de Ciuitate Dei cap.7. nella man delira li dò il  ibro, e con fiftelTamano li fò moftrare due dita fpiegate,  che mi moftrano li due, e nell’altra mano li dò lo sguadro »  colquale tocca U capo; e coli hò dal capo il capitolo, e dallo sguadro il 7. Si noti fecondo, che quelli numeri fi poP  fono formare, con l’irtelfe dita della perlina ; e quando  il numero trapalfa il cinque, fi pongano l’imagini di nume  ri alle parti del corpo della pcrlona, conforme alle Regoli  date di numeri. La Cotatione della parola, del capitolo, del titolo,  ò della legge, tkc. fi formi con le Regole deljlmagini delle  parole figurate, ò non figurate. Laonde per la parola de vfu  ns, quel formatore poneua vn Hebreovfuraro. De gli aggiunti di capitoli,.di tedi, com. gioii leg. $. e  limili, fi pollino formare in tre modi; primo, per Imagini, conforme al Methodo allignato della formatione  dell’Imagini. Secondo, dipingendo, ò (colpendo nel libro, in lettere maiufcole quelle Cotationi; o ponendoli  caratteri del quarto Alfabeto nella perlina . Terzo, per via  Notariaca dal nome, che principia con la prima lettera della della Cotationè, fcruendol! ùell’irteffa perfoha j Laonde! >er cap. coiti, can. conf. tocchi il cappello, o’I capo, o’I col  o, ol cigl o ; per tit. tex. tocchi la tempia j Per dirti Dub,  tocchi li denti; per legg. Iett. tocchi la lingua, ò le labbia ;  per Glof. la guancia; per num. tocchi il nafo. In fimil modo fi formino laltre, con li nomi ò volgari, ò Latini della  perfona humana . Mi lì guardi ilfoamatore di non feruirli d’vn’iftelfa parte humana, per due Cotationi, quando  nell'ufo l’occorra l’una, c l'altra Cotatione;perche l’apportarebbe confu (ione, fe pure non la dirtingueilecon qualche legno, come fe il labbro corallino dica Legge, il lmido c nero dica Lettione ; il capo biondo dica cap. il nero  com. il bianco confi e coli de gli altri.  Delle Dittature.   Per dittature intendo lo rtupcndo dittare d'alcuni profeffori di queft’Arte, hquali in vn medefìmo tempo han  dittato à cinque, ò dieci e più acrittori, con dire dieci parole di dieci (oggetti ordinatamente, e poi fèguitare le tralafciate di mano in mano, fenza errar un iota dal propofito foggetto di ciafcuno. Il far quello perdono sopra naturale (GRICE: NATURA) c sopra nostro humano, non cade sotto le regole dell'arte (GRICE: ARTE). Mà il farlo per arte, in quanto poslìamo noiafeendere, mi pare (i facci in qucfto modo cioè . Che il dittatore formati h (oggetti diuerfi, ò di Lettioni,òdi Prediche, ò di lettere milione, ò di qual (ì voglia altro (oggetto, e difpofte le parole in tanti fogli, quanti fon li soggetti ; prenda ordinatamente le parole alternatiuamcnte da  ciafcun fogl o, He le alberghi nelli luoghi. Per essempio, la prima parola del primo foglio nel primo luogo, la prima del secondo foglio nel secondo luogo, la prima del terzo foglio nel terzo luogo, e coli di mano in mano finche faran collocate tutte le prime parole delli dieci fogli. Poi si ricominci, e la seconda parola del primo foglio, sìa collocata nell’undecimo luogo, la seconda del secondo foglio nel duodecimo luogo, e eoli sequendo. E finite le seconde, siano con l'illesso ordine collocate le terze, poi le quarte, poi  le quinte, finche fitran finite tutte le parole. E udendo dittare facci distributione delli soggetti alli scrittori, secondo l’ordine delli fogli scritti, già collocati. E facendo scriuere una parola per uno ordinatamente, alla fine ciascuno scrittore ritroverà il suo soggetto compito. E quell’ordine che si tiene delle parole, si può tare ancora delli concetti, o delle sentenze – GRICE UTTERER’S MEANING, SENTENCE-MEANING, WORD-MEANING; se bene il primo delle parole pare più stupendo. E chi volesse dittare per ogni verso, primo dal primo all’ultimo, poi dall’ultimo al principio, potrà con simil modo collocar le parole, che giungendo all’ultimo non si ricominci dal primo, ma dall’uItimo. E chi di quello modo si servisse per raggionare, sarebbe un modo di raggionare allo spropofito; se ben’ordinate poi le parole, ciascuna al suo soggetto, ri ufeirebbono al proposito li raggionamenti, come j appare in quello essempio di quattro dittata- E-tv, Per quello verso si collocano, e dittano. Ci  i-i i Aue Benedid Ti Nunc Magnificat 'o  pp  0  o ' Gratia Deus I Scruum Mea c rp  -i  Piena 4 Ifrael s Tuum DominCi u>  n   ciT c • o  •no Dominus Quia Donnine Et £0 •*t 0 o 2 I Tecum Vifitauit Secudum Exultauit, Li numeri mostrano li luoghi successivi. V'.  i  .Quello (la detto del dittare 1 molti per Arte; lafctamfo di qqcl che si possa per felicità d ingegno, come credo facesse Giulio Cesare, Uguale ditta à quat o, et egli per qutn. to scrive altro suggeto, come credo, anco lacelle Origene Adamantio (non però lenza superior dpno) il quale di continouo ditta à lètte scrittori; pello che non e incredibi Icy ch'egli compone dei milia volumi, qluli tellifica hauct Midi San Geronimo. Della Libreria della memoria. E tanta la forza di quello ricco tesoro della memoria,  che divenca anco biblioteca o Libreria, e con maggior felicità e facilità delle librerie, nelle quali si gloriano communemente gl’uornini studiosi. Non attendendo che 1 ha ucr libreria, non è perfezione per leità; ma imperfetta, che sopplilce all’imperfetto degl’uomini.AIli quali mancando la memoria feconda piena ed adorna, colla tenacità e permaenza perpetua dei simolacri, (bn conllretti tener copia dij'bri dalli quali posfmo riccucr i primi CONCETTI delle cose, e nuocar li dimenticati. Per lo che Iddio, ch’è perfettissimo, non ha quella che da noi è chiamata pcrlettiotiej poichc neH’illeira essenza sua, come in terlislimo specchio vede e contempla ogni cosa. Gl’angeli ancora non han bisogno di libreria; poiché pella cognizione vespertina, che è delle creature nelli lor proprij generi, hanno la memoria perfetta, fin dalla lor creazione, quando è'or data ogni pienezza di simolacri, così tenacemente impressi, che tempo non può scancellarli. Simile dono è fatto a primi nostri primi pro-genitori; la onde non averebbono avuto bisogno di libreria, poiché nella lor memoria per dono gratuito albergano tutti li simolacri. E perche il peccato, quali ladro ei spogha, e tra gl’altri beni ci lolle ancora què Ho dono, ed introdulTc per peggio nostro l’ignoranza. erim hebecillita; pell’ignoranza ciascuno nasce colla memoria no. da, come ingelfata parete; e pella imbecillità alle fatiche dell’acquillati simolacri bene fpeito foccede oblivione. In- 1 di per fouenir’ He all’ignoranza ed all’oblivione; l’arte hi.  introdotto l’aiuto delli libri. Li quali ancora soppliscono a due imperfetzoni, distanza, e morte; perche non essendo presente la voce dell’auttore o maestro, sopplisce la scrittura del suo libro; ed essendo egli morto, vive nella scrittura del libro, pello che li Rudenti mentre studiano, come si dice per proverbio, parlano con li morti. Se bene dunque li libri sono utili, e neceirarii al nostro stato imperfetto; non dimeno studiati che si sono una volta, meglio è aver la memoria per libreria, che 14 libreria di carte e scritture; poi che la libreria è fatta, per sopplimento della memoria. C se così è, meglio è aver la memoria, che è il principale che la libreria che è il sopplimento; si come meglio è aver la gamba e piede di carne e d’ossa, che di legno. In oh ire quella libreria apporta fatica, spesa, peso, travaglio; que  (sa non è d'altra fatica, che di ufiria. Di più la libreria è in uno o alcuni luoghi 1, non in tutti senza grandissima incorri modi ci; quella l’avete dove vi trovate, e senza pagar altro nolo che della vostra persona la portate vo seo dove vo lete. Quella conviene (blamente à ricchi, ed à chi abbonda in denari; quella è commune anco à poveri. £ se quella vi fa uomini, quella vi fa simili all’angeli, ed a Dio, li quali ogni seientia hanno sempre feco. Echi non sà che le cose quanto più s’avvicinano al perpetuo e necessario, tanto più son perfette ? l'universile, come che aftrahe da tempo e luogo e più astratto, e consequentemente più perfetto del singoiare, il quale è immerso nel tempo e luogho; la memoria ha ptù dell’asratto che la libreria; poiché li libri coll’uso e tempo s’invecchiano e consumano, la memoria coll’ulb e tempo si perpetua; quelli periscono, quella sempre resta; nè sì puole commodamente aver per ogni luogo quella biblioteca come quella, che vive e dimora sempre col formatore. L’oracoli parlano a voce presentialmente, e oracoli sono (limati quei sapienti, li quali all'improviso, senza girar l’occhio ai libri, rispondono elquiiitamente ad ogni proposto della lor profesfione; Come fi fa quello Te noti coll’aiuto della libreria della memoria, la quale toglie quel rinconuemente, che dille una uolta UN FILOSOFO di quel Me dico equivoco EQUIVOCO GRICE, il quale refpexit librum, et mortuus est aigrotus. E se ben io ammiro l’industtra di Gordiano imperatore, il quale lìima camole lettere eie scienze, che più atte (èall’acquillo di libri, che al tesoro d’argenti, d’ori, e di  gemme. La onde li legge, che raccolte nella sua libreria tef tenta due india volumi. Lodo la diligenza di 1 irannione Grammatico, che uilTeà tempi di POMPEO magno, il quale liebbe in suo possesio tre milia libri. Stupifco delle pergamene librerie, le quali, come riferifee Plutarco, aucano ducento milia volumi. Ofieruo grandemente Tolomeo Filadelfo, il quale per compir la sua libreria, quale ordina in Alelssandria, ottenne dalli Gerofolimitam tettanta delli più teuii ed esperti nelle l'acre lettere, e pr «felibri dcllVn’e l’altro Idoma, acciò li traducelfero la bibia (aera d’ebreo in greco. Mi più ammiro, lodo, celebro, ed oflervo la libreria della memoria, che hvbbe Lsdra, il quale come riferitee Eulèbio, avendo li reggi caldei prelì li libri tecri di Mose, egli tutti ad verbum h recita, e dal suo recitare furno dittati in quella maniera, che poi la sinagoga l’adopra. E perche non me chia&o, se quella libreria di Etedra, folte artificiale, mi balìa amteporui I’essempio di Ravenna, il quale tanto fi gloria di quella libreria della eemoria che dice, Cum patriam relinquo, ut peregrinus urbes Italia? uideam, dicere possum, Omnia mea mecum porto. E perche non mancheranno di quell’che uoranno formarli quella perfetta libreria; però allignera alcuni capi, dalli quali potrete raccogliere il modo. È di necessità aver m’gliarac migliara di luoghi, quali si potranno formare alla giornata, secondo che col1’occasione dello (India. re, creile il bisogno del formatore. Quel tanto ch’il formatore alla giornata ordinatamente, secondo l’ordine della Scicntiaò Artc, studia della sua profesfione; gtornalmente collochi il tutto nell 1 formati luoghi, non tralafciando cosa che Ila necessaria. Quelli luoghi pieni firn pre rellano piente per aver la fermezza e tenacità della Memo- M€nàona, cbe 6 dcfidcra eotitrtl’óbliul olle > tH« e il Urlo e. la poluè, che rode e dftirugge quella libreria; bisogna rivederla coll’uso della ripetizione.E quello si può fare con pigliar un giorno di vacanza della settimana, e ripetere quel che novamente si è collocato in quella settimana, 3c in un'al  trhora ripetere una parte cominciando dal principio, e forzandoti che sia tal notate compartita la ripetitiope, che per ciafeun Mefc fia npetita e rcuifta tutta la libreria. Pella qual ripetizione ancora si potrà dare quell’ora, eh il forma torc si trova disoccupato dall’essercitij diurni, ne i giorni fc ftiui. Sicomc nelle librerie fogliono alcuni tener quadri dipinti, con ritratti d’auttori, di sapienti, o potenti, di se medesimi, o d’alcun'altre pitture bene spesso vane, e lascive – GRICE THE SWIMMING POOL LIBRARY – WHAT BOOKS DO YOU KEEP THERE? -- ; il formatore di quella libreria vi ponga quadri di San»tif eleggendoti un certo numero di prencipi del paradilb, angeli, ed uomini, e quelli si constituisca per protettori di quella bella impresa, raccomandando à cialcuno di loro un libro, o una sentenza, o una materia, secondo che meglio pare al divoto formatore, ed a quei santi il formatore oiicri Ica, voti, digiuni, orazioni, secondo la sua divozione, ecc. La libreria come scrive VITRUVIO (si veda) deve esser fatta di rimpetto all’oriente, poiché l'vlo di libri ricerca il lume mannaie; e perche la libreria della memoria adopra lume interno, però io aucrtilco il formatore, che li sforzi d ha  ucr r. oriente spirituale che è christo, chiamato oriente d’un profeta, Ecce vir oriens nomen eius. Anzi Christo è il sole, come di ife un’altro profeta, Orietur vobis timcntibus. nomen meum SOL iustitiat. E 1’oriente di quello sole, quanto alla deità è il padre eterno, e l’oriente quanto alla temporale umanità è Maria Vergine. Di rimpetto à quelli oric  ti c lumi deve il formatore drizzai la sua libreria; sforzandoli di fuggirli peccati, e conseruarsi nella grazia di Dio, poiche, Imtium Sapientia: eli timor Domini. Sello, sicome nelle librerie li libri (on possi con ordine, fiche in una parte son ripossi quelli della logica, in un’altra quelli della filosofia, in queiraltro canto quelli della geometria, ecc. coti bisogna ordinarli LUOGHI COMMUNI, che trà P loro i toro siano distinti. Per esemplo, neHI luoghi tTvft* Ciftà  -cojloco la logica, ed in quelli d’vo’aitraJi Filofofia, in quelli della terza la theologia, ed in un luogo comniune della seconda città ei colloco il primo della fisica, nel secondo il secondo, e cosi procedendo nell» fequenti libri della FILOSOFIA. E quest’ordine è necessario, per poter subito ri tcoaara li libri, e li soggetti, che A desiderano. E se mi dirai che quella biblioteca ha del fa ti còlo affai. Pare che la memoria, non porta soffrire tanto peso. Pare un chaos di confttAonfc» Ache l’uomo non puole à Aia voglia ritrovare le materie e soggetti. Come A farà, in voler formare un raggionamento da questa libraria. Se occorrere all» giornata aggiungere alli soggetri albergatrnuo ui concetti j' non A potrà far quello senza confusione delle prime imagini. Sedo, come A potrà contemplare in questa libreria. Come porrà il formatore servirsi di luoghi va coi. Se conviene a padri di famiglia £ar che, IL  Figli studiosi Aano arricchiti di questa libreria. Rispondo didimamente a quefti otto capi, per compimento di questa libreria. Come il pefeatore non pup aven pefei senza bagnarA, nè l'auido trovar The Airi senza romper Terra e làsli; coli non può l’uomo far’acquifto di quc-t  ft'inclphcabile vtdità, senza gran fatica. La quale pare grande, perch’è insolita e non possa in uso. Ma cominci il forma  torè con le due guide, diligenza, e patienza, a farne dpcrien 2 a, e conofeeri che, mi dithcile volenti. Fingono li poeti, che Giasone con fatato di Medea acquista il vello d’oro; mi non però senza vincer e domar Tori, arar terra, feminar denti, armarse contrafchierearmate, superar draghi « Medea c 1 arte della memoria, Giasone il formatore, Tori Draghi, dicroti son le fatiche, li pudori, le vigilie, l’impcdimenti, li patimenti, che s’offerifeono alle frontiere di questa impresa, quali però dcuono esser soffriti, e vinti da colui, che aspira alla palina e corona d’una tanta felicità. Al secondo, dico che la memoria, quando con bel’agio, ed à poco à poco vien’alla giornata ripiena, non sente pelb e disturbo, anzi diletto e follcuamento; poiché col riccuer nuovi nàoui simolacri.  Jr, che coll’esperienzartegionano -dr quella utilissima e ne diària ptofesilone. Nc chiami inutile ingombro, e fatico» fo impacciò, il teloro utilissimo, elucidissimo di simolacri. Poiché li luoghi ed imagini sono come penne ciuanni, che aggiungendo pelo all’uccello, rapportano facilità ed agilità, inerauigliola al aolojcosi mentre s'accolla la memoria luoghi, 8t imaginiycon qacfti come con due ali vola con facilità stupenda pell’altezza della contemplatione, ed attione interpetrativa JE J se quelli mezzi son difficili; fegoo à che il fi N ie è di gran preggio -E chi mira l’asprezza del mezzo follmente non l’agcuola colla dolcezza del fine, e incauto ed impcudenccv poichc fauio, e prudente è colui che contrape’ findoiljialore &: il preggio del ficee dell’acquisto, dispone con prudenza, intende con sapicnza j abbraccia cori' rorezza, lìegue con patienza li debiti mezzi. E non peflo fi 1 non maravigliarmi d’Ippoino, il quale biafima l’arte della memoria, e pur fenc scrive; perche si non è cieco, quand’egli collocai un’gratnone a memoria, non fa egli memoria locale, nelli fogli delfi carta feri nailon de prende le parole o concetti, elic gli colloca ?e fibene questa memoria locale, non cl’ arte spiegata, è nondimeno arte confa magini, delle tpia li diccsfm.o; ìSc ii> parte averli pofiono, da quel che sìegue. Per utilissimo documento, hab >i il formatore qualche parti coiar divozione, pelli luoghi, pella collocazione dell’imagini, e pel recitare. Pei luoghi formandosi abbia l’occhio se vi trova figure di santi, altari, crocifissò imagine di Maria Vergine, e per ogni luogo commufcc fi a-, legga tre, quattro, o cinque, più ò meno, secondo la copia di luoghi, e secondo la divozione del formatore, di quelle finte figure, ed alli lor figurati, con effetto pio raccoman- x  dela tutela della memoria, sforzandoli che il primo e l’ultimo luogo siano figurati. E quando ripetendo i luoghi uipalla Culi la mente, li facci il formatore riverenza, con qual chfc divota orazione. Il simile facci prima cbenelli luoghi; collochi l’imaginij C prima che recitile collocate; diodo un  S, ro 6i  giro con ti mente, per quelle designate figure sante, è eia-'  leuna offerendo calda orazione, o mentale o vocale. Averca il formatore di non esser fcru polo fo intorno al veder lume prima ch egli vadi à recitare; perche quantunque; sia ben fatto dimorar in tenebre, ed in luogo rictirato, e solitario, e lontano d’ogni strepito, mentre ripone l’imagini a memoria, e cosi in quel tempo che è immediato il recitare. Non dimeno star sempre cosi, e non veder mai lume, senò quello ch'egli vede quando recita, è colla perighofà; perche i’insolito apporta dirturbo e confusione. Però stimo ch'il f amatore dove una volta a luce aperta ripeter le Tue cote. Ripeter fra strepiti e fragori giova: perche assicura la memoria intanto, che per qual fi voglia strepito ò caso che avenghi poi fra’l recitare, non fi (marritee IL DICITORE. Indi è da esser notato, ed imitato l'essercitio di Demostene, il quale per telleuarsi d’alcuni difetti di natura, come r.fe ri tee VALERIO MASSIMO (si veda), combattendo colla natura, la vince con i'artificial essercitio. Imperochc essendo egli Bacco di fianchi, e debole di lcna, e perciò IMPOTENTE AL DIRE, s’ingagltardì colla fuica, ed essercitio; auczzandofi à recitar molti ucrii ad un stato, e pronunciando mentre con ncloci paf fi (àliua per uiefaticolc, ed erte. Ora dirimpetto alli fra gori marini che pcrcoteuano li (coglie li lidi; si per fortificar la lena, come anco, acciò afluefatte l’orccchie a quel rumore e strepito del ripercotimento del mare, potettero patientemente al rumore della ragunata moltitudine perfeucrarc, non sgomentandoli nel (ènte, nè vacillando colla memoria. E per aver LA LINGUA piu spedita e fciolta alla loquela, ulàua pariarea lungo, con te pictruzze in bocca; accio uacoa folte poi più pronta, ed espedita. Ed avendo la voce tettile e molto aspra, e noiofa all’AUDIENTI; col continuo effermio, e grande industria, la ridusse al maturo, grave, e grato suono. E perche nel principio della sua gioventù, quali fu linguato, non poteva ben esprimere la lettera che noi chia  marno R. la qualo principia il nomò dell'arte rettorica, che egli imparbua; usa tanta diligenza che muno di poi la PROFERIVA meglio di lui. Bisogna rifuegliar le tepitc, e Ranche forze deli i> Q^. te  I le potenze, quando fi ua 1 recitare, con raiutl spirituali e  corporali. Li primi d’oratzoni a Dio, ed a santi, li secondi con alcuni ristorativi, come nell’estate rifrescarsi il volto, e mani, nell’inverno prender un’alito di fuoco, odorar cole grate, purché non fiano dieccessiva qualità; toccarsi le narici e polli, con odorifero vino, e simili, secondo il coniglio del perito medico.Abbi l’occhio il formatore di lenirli della memoria, non come fine ultimato, mà come fine ordinato ad altro fine, cioè seruirsi di quella all’ultimo fine dell’orare, eh e il persuadere, e ricordili che non li trova la maggior per ucrfità, che pervertir l’ordine, e seruirsi del mezzo per fine; Il che accenna Agostino in quel detto, Summa perversitas est frui utendis. Le parti oratorie sono fini, mà però ordinati all’ULTIMO FINE DEL PERSUADERE [GRICE INFLUENCING AND BEING INFLUENCED BY OTHERS]; però non conviene affettar tanto quelle parti, che all'ultimo L’AUDIENTE lodi quella ò qwe fi altra parte, senza che relli vinto, prcfo, e MOSSO DELLA PERSUAZIONE INTENTA. Dedalo vola per mezzo, nè col gelo baffo soggiaccia, nè col calor soprano si liqueface; mà ICARO INCAUTO, il quale invaghito delle nuove, ed inlohte penne, affetta con troppo alto eccelso il volo; sapete che ruinoso cade nell’onde falle. Cosi quelli ch’allontanandosi dalla prudente mediocrità, pongono tutta la lor mira nell’eccelso di memoria; cadono pell'imprudenza, perche non mirano il fine che dev’esser fine ultimato; e perche mirano il proprio onore, ed una vana pompa, non l'onor e gloria di Dio, di quali può ben dire il falmeggiante Davide. In fecuri, ed Afciade iecerunt eam. Parla il profeta di quelli, che dislìpano la Chiesa, COL PAROLARE, e memorare, che sono parti di chi raggiona. La secure e LA LINGUA O PAROLA, pello che Dimolline fi> lea dire che il suo aversario ORATORE Fedone è una fecurre; perche con breve mà acuta orazione molto li refifieva, e contradiceva. L’Afcia come fi dilfe mollra la memoria, per lochenci sepolcri gl’antichi scriveno quell’elogio. Sub  JVfciam dedi vetuit. Con quelle armi; gl’eretici cercano dissipar la chiesa, e li vani oratori poco frutto l'apportano, mentre s’aggregano al numero di quei maestri; di quali predille Paolo. Ad sua desideria coaceruabunt magillros prurientcs auribus. Dilettano l’orecchio, con puoco frutto  J del 6 %  détto rptrito: vogliono parer stupendi, còito felicità di memoria, 6t AFFETTAZIONE DI PAROLE, nè curano d’esser fruttuosi à convertir gl’animi à Dio. Dunque constituifcasi l’oratore per fine quel che dee esser fine cioè, l’ACQUISTO DELL’AUDIENTE S ual’è feopo, per cui è ordinato il suo officio; e per quello ne poi; senza affetiatione, fa lecito adopr.tr come mezzi le nobilislime parti della memoria. Verte in dubbio tra gli formatori, (è è meglio ripor a memoria LE PAROLE O LI CONCETTI – GRICE GELLNER WORDS AND THINGS -- nell’uso dell’orare, predicare, e raggionare, in diverse professioni. Collocar parole e quando li scrivono cento o ducento parole in un foglio, e coli scritte si ripongono in memoria, e le iflesse collocate e scrittc poi si recitano. Collocar concetti è quando il formatore si forma il concetto, ed cfphcandolo poi COLLA LINGUA non s’obliga a PREMEDITARE PAROLE; m^ lo spiega con quella FAVELLA, che all’irpproviso la maestra natura gli somministra. Chi ha tempo da farlo, e senza dubbio meglio ripor LE PAROLE: perche l’oratore humano o ecclesiastico non direbbe cosa e PAROLA se non PREMEDITAT, secondo il detto dì David, che dcscritle le parole del signore essèr premeditate cfà minate, e raffinate sette volte. Eloquia domini, eloquia carta, argentum igne examinatum, probatum terrac, purgati septuplum. E come premeditate farebbero proprie, fcclte, ORNATE D’ELOQUENZA, abbellite di COLORI RETTORICI; non uaneggurebbe IL DICITORE fuor di termini designati, non discorrore con digressioni lunghe, e noiose, ollcruarebbc L’AMATA BREVITÀ, AGGIUNGE DI PARTE IN PARTE AL DIRE SUTILI GESTI DEL CORPO, E TUONI DELLA VOCE, che richiede un'esquisita PRONUNCIA. Mà perche non tutti li soggetti ricercano quert’OBLLIGO PAROLATO; nè tempre à ciò fare il tempo è commodo c (officiente; t brache in alcune occasioni, fom- Kninirtrando lo spirito celerte nuovi pensieri e nuovi colori in premeditati, non deve il dicitore farli reftrtenza, oporsi impedimento: però il collocar concetti ancora non è, da esser biasmato. Nel collocare e prccifàmente i concetti, per facilitar la memoria ALL’USO DEL PARLARE,!! sforzi il dicitore d’m ftttitfef efquifuamenre IL CONCETTO, e diffonderlo anco in carta; e prima cheto spieghi in publico x 1 esplichi da se solo, ì  z uocc noce quanto più li puu intelligibile: perche possedendo bene il fatto, con facilità e abile a narrarlo. E scrivendo, e recitando uien‘ada(Tuefarf), ed abilitarsi maggiormente; e affuefaccndosi, s’apre la firada alla CHIAREZZA maggiore del soggetto, ALLA QUAL CHIAREZZA SEGUE POI PRONTEZZA E VIVACITA maggiore NEL DIRE. Larto di fcordarfc/. \rA i‘  ;i:> .) i il ii. t atti _>t  Se bene, oppositorum eadem disciplina, ir. tanto che ha vendo noi detto a badanza della memoria, potrebbe eia feuno da se (ledo intender che cosa sia il suo opposto eh’ è l’oblivione. Non dimeno perche dall’oblivione lì prendono alcune utilità in qued’arte, è bene a trattarne, non inquanto e disruttiva, ma in quanto per certa consequenza accidentale è perfettiva della rimembranza. Perche avendo fcoggi RECITATA UN’ORAZIONE, e udendo din ani scruirmi del rdleslì luoghi, trovandoli in gorobrati dalle precedenti ima ginij come me ne potrò io servire, senza grandissima difficoltà e confufione? Dirò tre cose, primo a che cosa serve qued’oblivionc. Secondo, a chi è facile per natura. Terzo, se per arte si può far dimenticanza. Qiiant’al primo dico che noi collocamo della memoria tre sorti di cose, le prime delle quali vogliamo sempre ricordarci. Le seconde delle quali  vorressimo, se potessimo sempre ricordarci. Le terze delle quali vorressimo subito fcordarccne. Le prime sono i luoghi dabili, e quell’imagini di dottrina, quali noi collocamo, acciò sempre diano vive nella memoria, pella felicità del sapere, come fa Ravenna che tutto quello che auea dudiato, lo colloca nelli luoghi intanto, che non avea bisogno d’adoprar libri, e per chiarezza di ciò, noi abdaino dato il modo di far la libreria della memoria. E rispetto a queda memoria, noi non vogliamo oblivionfc 9 dimenticanza; e se pur se ne tratta, l’intento è di trattarne come fà il medico dei veneni, il grammatico dell’incongruo – My neighbour’s three year old is an adult -- o il logico del falso, per fuggirli, non per feqnirli. Le seconde cose sono quelle delle quali fe fu lfe possibile vorreffimo sempre ricordarci, come sono le prediche o le partì  principali di quelle, le quali aueresfimo molto caro che ci feftafleno sempre nella memoria, mentre dura l’essercitio del predicare; accio dovendo farle, e recitarle altre volte, senza ugual nova fatica di collocarle, ci reftalfero tenaci, e urne nella memoria. Mi perche quello è difficile, però fatte e recitate una volta, non curandoci che sian sepolte nell’oblivione, desiderando li luoghi vacuoi – GRICE VACUOUS NAMES TRUTH VALUE GAPS -- , desideramo metodo da poterci dimenticare di quelle, e a quello scruel’arte dell’oblivione. Le terze cose sono quelle che le collocamo alla memoria per fcruircenc una volta sola, e poi delide raresfimo che subito ct ufciflcro di mente; come sono le comedie, ed altre cose simili collocate da recitatori. A questo anco serve l’arte del’oblivione; si che non e inutile il trattarne, accio non abbiate a lamentarui, come fa Temistocle con Simonide, che più torto desidera l’arte di dimenticarli che del ricordarli. E sìa sempre lodato GIULIO (si veda) Cesare, che così facilmente fifeorda dcl fingiurie riceuute; ove nel reftantchauea felieissima memoria, la qual arte è più torto cristiana che pagana; pello che dicca. Nulla laudabile oblivio nisi iniuriarum. Quanto al secondo, dalle cose dette nelle prime lcttoni della memoria naturale, in qual temperamento e qualità e fondata, lì trahe pep consequenza, che quelli liquali sono felici nell’apprensiva pell’umido, facilmente all’equiscono l’effetto di quest’arte; ma con molta difficoltà quelli che sono pella complefrfione secca tenaci et aridi. Quanto al terzo dico che l’arte giova aliai, per farci feordare; se bene nefee più difficile che il ricordarci, e quello per mancamento del tempo, il quale e padre dell’oblivione. La doue volendo noi in un subito, e senza lunghezza di tempo dimenticarci, si tratta via estraordinaria, e potenza maggiore si ricerca, per ottener l’intento. Oltra che essendo la memoria perfezione della natura, l’oblivione imperfettione; più inten fan ente è quelli riccuuta, e più caramente ritenuta. Ma quale sìa quello modo di far l’oblivione non e facile di mostrare. Li poeti ci mandarebbero à ber l’acqua di Lethe fiume dcU’Abifio, del s cui cui fiumare gufando fS dimenticare tutte le cose paflàtcj onde e detto Lethe da lithis, che vuol dire oblivione. Li cosmografi ci manderebbono o nell’ilbla di Zca, o apprelTo Cli 1  tone città d’Arcadia, douc son’acque delle quali chiane bc- ucdiuenta smemorato; ò pure vi condurrebono in Boetia, ove son due fonti, l’un de quali fa buona memoria e Tal  tra fa scordare ogni cosà. Rombercli dice, il professore di quest’arte abbi molti luoghi: accio possa uanargior-, nalmente, fi.che palTa col tempo la memoria dell’imaginni. Mà quello scordare non e per arte, essendo per via del tempo, il quale per il corso naturale apporta oblivione. Il Mó lco rifiutando molti mod'jftimache balli il tralalciar il pea fiero dell’imagini; perche così vanno in oblivione. Mi, chi non s'accorge che quello eaiuto piu tolto di natura, per via del tempo; che regola d'arte PIo tralafciando quelli aiuti nali, che sono manifelli: fa raccolta d’alcuni aiuti artificiali, li quali congiunti insieme, porgeràno facilità all’oblivione. Li quali aiuti e modi, lon nftretti nell’ifralcritti Capiò Regole, Primo, avendo recitate, e udendo mandar in oblivione l’imagini; òdi giorno con gl’occhi chiusi, ò di notte fra le tenebre, lì uadi colla mente girando per tutti li luoghi ideati con invaginarci un’olcurisfuna tenebra notturna, che cuopra tutti i luoghi, e cosi procedendo, e retrocedendo piu volte colla mente, e non vedendoci imagini facilmente suamfee ogni figura. Secondo, si vadi correndo per tutti li luoghi colla mente, dritto, à roverso, e si contemplino vacuoi e nudi, tali quali la prima volta senza alcuna imagine turno formati, e quello di?  Icorlò fi facci più volte. Se le peritine tacili luoghi sono llabili, si riucggtó no colla mente per ogni verlo più volte, e si contemplino nel modo come prima ui furo llabiIite, col capochino, colle braccia pendenti, e senza imagini aggiunte. Si come il pittore ingclfa e di di bianco alle pitture, per cancellarle; così noi con colori polli sopra l’imigini possiamo cancellarle. E quelli colori, o sia il bianco o’l verde, o’l nero; imaginando sopra li luoghi, tende biantche, o lenzuoli verdi, o panni neri, condiscorrer più uolc«, per li luoghi, con tal velo di colori. E lì poflono ancora imaginare gtnare li fuòchi, pieni, che virtute u po fu e re Dii fudore parandam. Alla qual arte le voi con patienza uigilia e timor di Dio atttenderete; avendo per metodo quello mio trattato, mi rendo certo, che voi nufciretc pierauigliofi nell’uso StclTercirto della memoria, col favor del divino nostro signore, alli cui piedi, e della sua Clvefi santa catholica e apostolica romana gitto me'ltellb, e lòttopongo ogni mio detco e scritto, ora e sempre. Nome compiuto: Filippo Gesualdo di Lia. Keywords: implicature. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lia.” Lia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Libanio: la ragione conversazionale e la setta di Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “When Oxford insittuted the 39 articles as part of the matriculation, I opposed on the grounds that a teen-ager cannot possibly understand them! In this respect, the Romans had it easier. The Roman religion is very easy to conceive: Jupiter and the top and the rest follows. This explains why L. found the Roman ‘pagan’ philosophy – with Jupiter at the top – as ‘not so extravagantly different from’ those who conceved of a jew – Jesus Christ – as the son of Jehova!” -- Filosofo italiano. Supports Giuliano in his attempt to revive paganism (a charming letter survives) – “but he is also a friend and teacher of many Christians, can you believe it?” – Loeb. Libanio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Libanio.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; Grice e Liberale: la ragione conversazionale al portico romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “At Oxford, unlike Cambridge, philosophy is a sub-faculty – therefore anything classical is second nature to us!” -- Filosofo italiano. Not to be confused with Liberace, he is staying at Lyons (Lugdunum) at the time it was destroyed by fire. A dear friend of Seneca. L. follows the Porch. In his eulogy, Seneca declaims: “While he is accustomed to dealing with everyday difficulties, a catastrophe, unexpected, and of such magnitude,  is more than he could handle.” Nome compiuto: Ebuzio Liberale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Liberale.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Liberatore: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ULIVO DELLA PACE filosofia campanese – scuola di Salerno -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Salerno). Abstract. Grice: “I would call L. a proto-Griceian, but he probably would not!” -- Grice: “In my talk on meaning to the Oxford philosophical society, I made fun of Italians using ‘senno,’ a corruption of ‘signum’ but then I realized that they were translating Aristotle’s semein, to signify!” -- Kewyords: senno. Filosofo italiano. Salerno, Campania. Grice: “One could write a whole dissertation – especially in Italy: their erudition has no bounds – about Liberatore’s choice of the sign being conventional, ‘ramo d’olivo’ = pace. It’s so obscure! Aeneas held one, against the Phyrgians – but did the Phyrgians know? And if Mars is often represented wearing an olive wreath, one would not think there is a ‘patto’ between Aeneas and the Phyrgian commander about that!”  Grice: “I like Liberatore – a systematic philosopher, as I am! His logic has the expected discussion on ‘sign.’ A conventional sign he says is a branch of olive ‘signifying’ peace – as opposed to smoke naturally meaning fire – As a footnote, one should note that in Noah’s days, the signification of the dove was ALSO natural – although not strictly ‘factive’ – but then not ALL smoke (e. g. dry ice smoke) signifies fire, as every actor knows!”  “Ma il difetto molto comune degl’economisti è il mancare di giuste idee filosofiche, e con ciò non ostante voler sovente filosofare.” Entra nel collegio dei gesuiti di Napoli e chiede di far parte della Compagnia di Gesù. Insegna filosofia. Fonda a Napoli “La Scienza e la Fede” con lo scopo di criticare le nuove idee del razionalismo, dell'idealismo e del liberalismo, dalle pagine del quale venne sostenuta una strenua battaglia in favore del brigantaggio, interpretato come movimento politico contrario all'unità d'Italia, ovvero: "La cagione del brigantaggio è politica, cioè l'odio al nuovo governo". Fonda “La Civiltà” per diffondere AQUINO. Uno degl’estensori dell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Studia Aquino. Pubblica “Corso di filosofia”. Membro dell'Accademia Romana,. Combatté il razionalismo e l'ontologismo, così come le idee di SERBATI. Sostenne che il brigantaggio e la legittima resistenza di un popolo a una conquista non solo territoriale, ma soprattutto ideologica. Difensore dei diritti della chiesa e studioso dei problemi della vita cristiana, delle relazioni tra chiesa e stato, tra la morale e la vita sociale.  I filosofi della sua scuola mettono in evidenza a acutezza dei giudizi, la forza degli argomenti, la sequenza logica del pensiero, la stretta osservazione dei fatti, la conoscenza dell'uomo e del mondo, la semplicità ed eleganza dello stile.  All'inizio professore e giudicato da molti nella Chiesa cattolica il più grande filosofo dei suoi tempi. Si ritenene che vive santamente, e si scorge in lui un profondo spirito religioso. Considerato uno dei precursori del personalismo economico. Altri saggi: “Logica, metafisica, etica e diritto naturale, e in particolare:  “Dialoghi filosofici” (Napoli); “Institutiones logicae et metaphysicae” (Napoli);“Theses ex metaphysica selectae quas suscipit propugnandas Franciscus Pirenzio in collegio neapolitano S. J. ab. divi Sebastiani Quinto” (Napoli); “Dialogo sopra l'origine delle idee” (Napoli); “Il panteismo trascendentale: dialogo” (Napoli); “Il Progresso: dialogo filosofico” (Genova); “Ethicae et juris naturae elementa” (Napoli); “Elementi di filosofia” (Napoli); “Institutiones philosophicae” (Napoli); “Della conoscenza intellettuale” (Napoli); “Compendium logicae et metaphysicae” (Roma); “Sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale dei corpi” (Roma); “Risposta ad una lettera sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale dei corpi” (Roma); “Dell'uomo” (Roma); “La Filosofia di ALIGHIERI”; In Omaggio a Aligh. dei Cattolici ital. (Roma); “Ethica et ius naturae” (Roma, Typis civilitatis catholicae); “Lo stato italiano” (Napoli, Real tipografia Giannini); “Della composizione sostanziale dei corpi” (Napoli, Giannini); “L'auto-crazia dell'ente” (Napoli); “Degl’universali -- confutazione della filosofia di Serbati” (Roma); “Principii di economia politica” (Roma, Befani); “La proposta dell'imperatore germanico di un accordo internazionale in favore degl’operai”; “Le associazioni operaie”; “Dell'intervenzione governativa nel regolamento del lavoro”; “L'Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII”; “De conditione opificium”; “La civiltà cattolica spiega nei dettagli il clima di "difesa" in cui la chiesa si sente. Il ritorno ad Aquino dov’essere orientato alle sue dottrine originarie. Convinto che dopo di lui ben poco di nuovo ha prodotto il pensiero umano.  Brigantaggio. Legittima difesa del Sud. Gli articoli della "Civiltà Cattolica"  introduzione di Turco (Napoli, Giglio); “Per l'atteggiamento arroccato in difesa della Chiesa vedi ad esempio Sillabo # La "cupa scia" del Sillabo  Nardini, Manca di verità e si oppone ad AQUINO la soluzione di un alto problema metafisico abbracciata da L.” (Roma, Pallotta); “Lettere edificanti della provincia napoletana della Compagnia di Gesù, in La Civiltà cattolica, Civiltà cattolica:, antologia  Rosa,  [ma San Giovanni Valdarno] ad ind.; G. Mellinato, Carteggio inedito L. Cornoldi in lotta per la filosofia di Aquino (Roma, Volpe, I gesuiti nel Napoletano, Napoli, Dezza, Alle origini del tomismo, Milano, Devizzi, La critica all'ontologismo, Rivista di filosofia neo-scolastica, Mirabella, Il pensiero politico di ed il suo contributo ai rapporti tra Chiesa e Stato, Milano, Scaduto, Il pensiero politico ed il contributo ai rapporti tra la Chiesa e lo Stato, in Archivum historicum Societatis Iesu, Serbati, Roma G. Rosa, Storia del movimento cattolico in Italia, Bari ad ind.; Lombardi, La Civiltà cattolica e la stesura della "Rerum novarum". Nuovi documenti sul contributo, La Civiltà cattolica, Dante, Storia della "Civiltà cattolica", Roma Nomenclator literarius theologiae catholicae,  Grande antologia filosofica, Milano, C. Curci, Compagnia di Gesù La Civiltà Cattolica Rerum Novarum Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana., presentazione del libro su La Civiltà Cattolica e il brigantaggio. Segno – SENNO -- è generalmente tutto ciò che, alla potenza conoscitiva, ra-ppresenta alcuna cosa da se distinta. Perciò tal denominazione ben si addice al concetto il quale esprime al vivo e ra-ppresenta alla mente l'obbietto intorno a cui si aggira. Ma il concetto è interno all'animo e per pale sarsi di fuora ha bisogno di un segno SENNO esterno. Questo segno SEENO esterno consiste ne' voicaboli, i quali tra tutti i segni ottennero la preminenza iq.ordine alla manifestazione delle cose, che internamente concepiamo. Così il termine mentale, cio è il concetto, e d il termine ora le cioè il vocabolo, convengono tra loro nella generica ragione di segno o SENNO. Ma si differenziano grandemente nella ragione specifica. Imperocchè, primieramente il concetto è segno naturale; il vocabolo è segno – O SENNO -- convenzionale. Dicesi segno naturale quello che di per sè e per sua natura mena alla cognizione di un'altra cosa -- come il fumo, per esempio, rispetto al fuoco, e generalmente ogni effetto, riguardo alla CAUSA. Dicesi segno convenzionale quello, che ARBITRARIAMENTE  o PER PATTO vien destinato a di-notare alcuna cosa; come il ramo d'olivo si ad opera per il termine orale, benchè prossimamente significhi (E SENNO DI) il concetto, non dimeno mediante il concetto significa (E SENNO DI) lo stesso oggetto. Anzi, poi chè da chi parla è ad operato per di-notare il concetto non subbiettivamente ma obbiettivamente, cioè in quanto è espressione della cosa percepita. Ne segue che, quanto alla significazione (SENNO), esso si confonde quasi col concetto, dicuiè come la veste e l'esterna apparizione. E però la logica a buon diritto tratta per ora ni un vocabolo è di sua natura connesso con un determinato concetto; e però tanta varietà di loquela si scorge presso le diverse nazioni. Al contrario, il concetto di per sè e necessariamente rappresenta l'obbietto, essendo ne una natural rassomiglianza; e però il discorso mentale è lo stesso appo tutti. Inoltre il concetto è segno formale; il vocabolo è segno (SENNO) istrumentale. Ad intendere questa differenza, è necessario osservare, che il vocabolo permenarci alla conoscenza della cosa significata, ha mestieri d'esser prima dạ noi compreso. E pero appartiene a quel genere di segni (SENNO), a a cui può applicarsi la seguente definizione. Segno (SENNO) è ciò che, conosciuto, adduce alla conoscenza di un'altra cosa. Ma del concetto non è così: giacchè esso, senza bisogno d'esser prima conosciuto, col solo attuare la mente, ci mena alla conoscenza del l'obbietto, sicchè questo appunto sia il primo ad essere diretta mente percepito. Ciò di leggieri apparisce, tanto solo che si consideri che il concetto non può percepirsi, se non per cognizione riflessa e pel ritorno della mente sopra sè stessa. Laonde quello che si percepisce per prima e diretta cognizione, non può essere esso concetto, ma necessariamente è una qualche cosa diversa dal medesimo. A di-notare per tanto una tal differenza, venne introdotta la distinzione del segno (SENNO) formale e del segno (SENNO) istrumentale. Viene l'abuso del linguaggio che è il mezzo dato all'uomo per esternare ad altrui gl’interni concepimenti dell'animo. L'analisi de’ vocaboli è ordinariamente un grande aiuto allo spirito per rischiarare le idee, merce chè essi sovente tengon chiusi sotto la loro spoglia. Ma accade altresì che si arroghino più di quello che loro di ragion si compele, e tentino non di essere esaminali e giudicali dall'intelletto, ma manciparselo e deltargli legge a capriccio. Per diverse maniere principalmente i vocaboli introducono falsi concetti nell'animo. Per la loro ambiguità e confusione, imperocchè ci ha delle voci d'incerto significato, le quali han bisogno d'esser determinale nel senso in cui si tolgono, altrimenti ingenerano concetto vago e mal fermo da cui procedon poi fallaci giudizii. Tale è a cagion d'esempio la voce natura, la quale suol prender sia d’esprimere or l'essenza di una cosa, or il mondo sensibile; or l'autore dell'universo, or tull'altro a talento di co foi che l'usa. Parimente le idee significate pe' vocaboli sovente sono assai complesse e complicate; e pero ove non bene si risolvano per via d'analisi ne’loro elementi, son cagione che si formiun assai confuse ed informe concetto. Secondo, tal volta i vocaboli vengono ad operati a significar mere negazioni o prodotti arbitrarii della immaginativa, o semplici ASTRAZIONI ell'animo; come la voce “cecità”, “fortuna”, “centauro”, “località”, e somiglianti. Oravviene che per difetto di debita considerazione si cada nella credenza ch'esse esprimano cose positive e reali si nell'essere che nel modo onde sou concepite. I vocaboli delle cose immateriali son formati d'ordinario per analogia presa dagli obbietti materiali, e quindi avviene che talora si confondano le une cogl’altri. Ne'nomi derivati sebbene spesso l'origine e l'etimologia del vocabolo coincide col senso in che comunemente si prende, tuttavia non rade volte se ne dilunga. Nel qual caso per mancanza di attenzione può avvenire che l'una coll'altro si scambi. A queste cause può aggiugnersi la novità de’ vocaboli di che taluni stranamente si piacciono, e l'uso incostante che fanno di quelli stessi che fuor di ragione introduceno. La filosofia per quanto può nell'ad operare il linguaggio non deve scostarsi dall’uso comune, nè cambiare a capriccio il senso delle voci ricevute o da sè stessa una volta determinate. Una indebita applicazione de’ mezzi di conoscenza è radice mal nal ad'errore. Accadecia in prima dal non bene distinguere con quali facoltà dove l'oggetto concepirsi; come a cagion d'esempio in chi con la fantasia vuole comprender ciò che allrimenti non si può che con l'intelletto. Dippiù si bada talora più alla vivacità e felicità della RAPPRESENTANZA, che alla fermezza del motivo che spinge all'assenso. E così le cose che vivacemente e prestamente feriscono l'animo più di leggieri si ammettono che allre non fornite di questa dote, ma più salde per forza di argomenti. Inoltre si procede temerariamente a giudizii senza prima considerare se l'obbietto è debitamente proposto giusta le leggi e le condizioni volute dalla natura. Quinci le fallacie de’ sensi, lo scambiarsi per i principii proposizioni arbitrarie, il formare assiomi illegittimi, il dedurre conseguenze erronee da sofistici ragionamenti. E perciocchè lo schivar questi mali richiede la  conoscenza del dritto cammino che deve tener la mente per le vie del vero, passiamo a trattar diligentemente questa materia, alla quale premettiamo il seguente articolo, che ad essa valga come d'introduzione. Cum animi nostri sensus cogitationesque animo ipso lateant, nec per sese ceteris patefiant; homo, qui ad societatem cum aliis coëundam e nascitur, idoneis mediis a provido naturae Auctore instructus est, ut ideas suas aliis, quibuscum vivit, manifestet. Haec media SIGNA (SENNI) quaedam sunt. Sic enim nominantur quaecumque ad res alias innuendas sive natura sive VOLVNTATE sunt INSTITUTA. Omnibus vere signis, quibus conceptus nostros et affectus animi patefacimus, maximopere vocabula praestant. Etsi enim suspiria, gemitus, nutus, sensa animi nostri significent; minime tamen id efficiunt eadem facilitate, perspicuitate, distinctione ac varietate, quae vocabulorum propria est. Quam quam non diffitear gestuum loquelam, si vivax sit, vehementius commovere, propterea quod imaginationem vividius feriat, et rem veluti ponat ob oculos. Vocabulum definiri potest: vox articulate prolata ad ideam aliquam significandam. Ex quo intelligitur, ope vocabulorum proxime et immediate conceptus, vi autem conceptuum ipsa obiecta significari. Ad originem sermonis quod spectat, nemini dubium est quin, etsi vis loquendi ingenit a nobis sit, verborum tamen determinatio ab arbitrio generatim pendeat. Secus si quodlibet determinatum verbum determinatam rem natura sua innueret; qui fieri posset ut verbum idem apud diversas gentes, quibus certe eadem natura inest, non idem exprimat? De hoc nulla est controversia; at quaestio in eo est utrum absolutae necessitatis fuerit ut sermo aliquis primis hominibus a Deo communicaretur, an homo sermocinandi tantum virtute ornatus sermonem ipse repererit vel saltem reperire potuerit. Qua de re in contrarias sententias FILOSOFI distrahuntur. Non nulli enim non modo possibilitatem, sed factum etiam tuentur, atque hominem sermone destitutum sermonis auctorem fuisse autumant. Alii id neutiquam evenire potuisse arbitrantur, cum sermo sine usu intelligentiae. efforinari nequeat, et ad usum intelligentiae sermonem necessarium esse putent. Equidem sic existimo: ad absolutam possibilitatem quod at tinet, hominem per se potuisse ex insita propensione et facultate loquendi, quam accepit, determinatum sensum vocibus quibus dam tribuere, et sic sponte sua efformare sermonem. Quid enim repugnasset ut homo rem sensibus occurrentem nutu aliquo com mopstraret aliis, atque ex innata vi loquendi sonum syllabis quibusdam distinctum proferret et ad commonstratam rem significandam libere determinaret. Expressis autem rebus sensibilibus, ad insensibiles significandas gradatim pervenire impossibile sane non erat; cum ad has exprimendas nomina quaedam ex rebus materialibus, propter analogiam, quam homo inter utrasque per spicit, transferri facile potuissent. At si non de absoluta et abstracta possibilitate, sed de facto loquimur, rem aliter contigisse certum est. Nam ex sacris litteris indubie colligimus elementa sermonis primo homini a Deo tributa esse, quantum saltem sufficeret ad domesticam societatem, in qua ille conditus est, retinendam. Cuius rei congruentia vel inde patet, quod si, ut supra dictum est, ad divinam pertinuit providentiam opportuna scientia instruere protoparen tem; hoc multo magis de usu sermonis dicendum sit,cuius longe maior necessitas imminebat. An sapienter cogitari poterit totius generis humani parens et magister, qui quasi principium et fun damentum constituebatur futurae societatis civilis et sacrae, sine actuali copia illorum mediorum, quae ad munus hoc adimplen dum tantopere requirebantur. Accedit, quod eruditorum vestigationes, qui de origine linguarum tractarunt, huc tandem concludendo devenerunt, ut omnes linguae tamquam dialecti linguae cuiusdam primitivae, quae perierit, habendae sint. At si sermo inventio esset humana, singulae familiae, quae diversis populis originem dederunt, linguam sibi omnino propriam atque ab aliis radicitus discrepantem creavissent. De utilitate vero, quam ex sermone pro rerum intelligentia mens capit, permulta fabulati sunt FILOSOFI quidam, in primisque Condillachius. Putarunt enim illum esse necessarium ad analysim et synthesim idearum habendam, nec sine ipso ideas generales efformari posse. Quin etiam eo progressi sunt, ut dicerent ipsam intelligentiam non nisi ex usu loquelae progigni. At enim haec esse ridicula optimus quisque iudicabit, modo cogitet non posse loquendi usum concipi nisi iam antea intelligentia sub audiatur. Non enim quia loquimur intelligimus, sed viceversa quia intelligimus loquimur. Unde bruta, quia intelligentia carent, id circo loquendi facultate privantur. Quod si intelligentia e sermone non pendet, poterit illa quidem suis uti viribus ad ideas sive dividendas sive componendas sive etiam abstrahendas, quin id circo sermo velut causa aut instrumentum adhibeatur. Sed de hac refusius erit in Metaphysica disputandum. Vera igitur emolumenta sermonis his continentur. Prae terquam quod ad ideas communicandas inserviat, ac proinde ve luti vinculum sit societatis; intellectui subvenit, quatenus loco phantasmatum verba ut signa sensibilia in imaginatione substituit. Memoriae opitulatur ad ideas semel habitas revocandas. Mentis attentionem figit detinetque in obiecto, quod exprimit, quae secus ad alia contemplanda statim raperetur. Mentis opificia conservat, efficitque, ut illa postquam contemplationis suae partus vocabulis scriptura exaratis ad retinen dum tradiderit, soluta curis ad nova speculanda impune progredi possit. Hae potissimum utilitates e sermone in hominem proficiscuntur; ceterae, quae a nonnullis nimium exaggerantur, sine fundamento ponuntur, et animo humano sunt dedecori. Denique ad dotes loquendi quod attinet, sermo sit perspicuus, usitatus, brevis; non ea tamen brevitate, qua obscurior sententia fiat; sed ea, quam rite descripsit Tullius CICERONE, ubi inquit brevitatem appellanda messe cum verbum nullum redundat, velcum tantum verborum est, quantum necesse est 1.  ANTICHITÀ PER L'INTELLIGENZA DELL'ISTORIA ROMANA E DEI FILOSOFI LATINI DELL'ABATE DECLAUSTRE Wwwna IN VENEZIA CO'TORCHI DI GIUSEPPE MOLINARI MITOLOGICHE   SLIEHE HE KOS WIEN HOFBIBLION KA  1 eeeeeeeeexe erele cele ; egli Ateniesi lee ressero delle statue. Ella fu ancora più celebra ta presso i romani, i quali le innalzarono il più grande ed il più m a goifico tempioche fosse in Roma. Questo tempia, le cui rovine ed anche una parte delle volte restano ancora io piedi, fu cominciato da Agrippina, e poscia compiuto da Vespasiano. Scrive Giuseppe, che gl'imperadori VESPASIANO e Tito deposero nel tempio della pace le ricche spoglie, che aveano levate al tempio di Gerusalemme. In questa tempio della Pace si adunavano quelli che professavano le belle arti per disputervi sopra le loro prerogative, acciocchè alla presenza della dea restasse bandita qualsi voglia asprezza pelle loro dispute. Questotem. pio fu rovinato da un incendio al tempo dell'imperator COMMODO. Presso i greci la Pace veniva rappresentata in questa maniera. Una dono aportava sulla mano il dio Pluto fanciullo. Presso I Romani poi si trova per ordinari o rappresentata la Pace con un ramo di ulivo PACIFERA. In una Medaglia di Marco Aurelio, Minerva viene chiamata “pacifera”; e in una di Massimino si legge Marte puciferus, qmegli, o quella che porta la pace, PACTIA.Suddito dei Persiani, al riferire d'Erodoto, essendosi ricoperato a Cuma città greca, i Persiani non mancarono di mandare a di mandarlo, acciocchè loro fosse consegnato nelle mani. I Cumeifo .  dea P Pace. I Greci e di Romani onoravano la Pace come una gran qualche volta colle ali, tenendo un caduceo, e con un serpente ai piedi, Le danno ancora il cornucopia, el'ulivo è il simbolo della Pace, e il caduceo è il simbolo del Mercurio Negoziatore, per additare la negoziazione, da cui n'è seguita la Pace. In una medaglia di Antonino Pio tiene in una mano un ramo di ulivo, e colla sinistra dà fuoco ad alcu di scudi,e corazze, j   PALAMEDE . Figliuolo di Nauplio re dell'isola d'Eubea, coman daya gli Eubei nell'assedio di Troja. Vi si fece molto stimare per la sua prudenza, pel suo coraggio, e de sperienza nell'arte militare; e dicono che insegnasse ai Greci il formare i battagliopi, e lo schierarsi. Gli attribuiscono l'invenzione di dar la parola delle sentipeļle, quel la di molti giuochi, come dei dadi e degli scacchi, per servire di trat tenimento ugualmente all'ufficiale e al soldato nella noja di up lungo assedio. ΡΑ1CHE tott an que 9 be 8Q CO 32 ti 8 $1 AL sto fu çerp ip contapepte ricercare l'oracolo de’ Branchidi, per sapere come doveano contenersi; el'oracolo rispose, che lo consegnassero. Aristodico, uno dei principali della città, il quale non era di questo parere, ottenne col suo credito, che si mandasse un' altra volta ad interrogare l'oracolo, ed egli stesso si fece mettere nel numero dei deputati. L'oracolo non diede altra risposta, che quella avea data prima. Poco sod disfatto Aristodico, penso nel passeggi. The branch of ‘ulivo’ is represented in the reverse of a coin of Antonius Pius --. Matteo Liberatore. “Segno e cio che, conosciuto, adduce alla conosence di un’altra cosa” – cf. Eco’s tesi su Aquino. Nome compiuto: Liberatore. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Liberatore” – The Swimming-Pool Library. Liberatore.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Licenzio: la ragione conversazionale e il filosofo poeta – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “Agostino was not an Italian, but an African – his friends, however, like Licenzio, were Italian thoroughbreds – and he discussed philosophy with them quite often! – except when he was meditating!’ Filosofo italiano. – A pupil of Agostino. L. achieves a reputation of a poet. Licenzio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Licenzio.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO! GRICE LIGURE!; ossia, Grice e Liceti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia ligure – l scuola di Rapallo -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Rapallo). Abstract. Grice: “We don’t have anything like Liceti and Oxford, but I wouldn’t be surprised if some English – and indeed Oxonian – philosopher found his philosophy inspiring!” Fortunio Liceti was a prominent Italian philosopher known for his wide-ranging publications. It is HIGHLY probable that his writings reached England and were available at Oxford during the 17th century. The Bodleian library was a significant reporisitory of knowledge, attracting scholars from across Europe. During the 17th century, it receivd numerous gifts of books and mnuscripts, including from individuals like the Earl of Pembroke, Sir Kenelm Digby, and Archbihop William Laud. This suggests a welcoming environment for acquiring foreign scholarly orks. Wile Liceti isn’t explicitly mentioned in the context of the Ashmole collection – focused on English political-theological controversy and the history of science – Licet’s works on topics like anatomy, monstruous births, and light, could have easily found a place in the general library collection or in the personal libraies of Oxford scholars interested in those subjects. Liceti’s s research spanned various fields, from genetics and reproduction to gems and animals. This broad appeal could have made his works interesting to a wide range of academics at Oxford. A catalog record from the British Museum library, referring to Licet’s ‘De Lucernis antiquorum recondites libb. sex’ indicates his writings were present in at least one significant English library. While the provided snippets do not offer definite proof of L’s writing being explicitly listed in Oxford library cataloues during the 17th century, the context of the Bodleian library’s collection growth and the intellectual environment of the time make it highly probably. The presence of at least one of his works in another major British library further strengthens this likelihood. To definitely confirm the presence of Liceti’s works at Oxford, a detailed examination of the Bodleian library’s acquisitions records and the library catalogues of ndividual Oxford collleges from the 17th centry would be necessary.” Filosofo italiano. Rapallo, Liguria. Grice: “Liceti is a fascinating philosopher; must say my favourite of his oeuvre is “Geroglifici,” which as he knows it’s a coded message – the old Egyptian priests kept this ‘figurata’ away from the plebs!” – Grice: “Alice once wondered what the good of a piece of philosophy is without ‘illustrations;’ surely Liceti’s beats them all!” L. does not engage in a theory of language as communication alla Grice. Rather, more philosophically, L. develops a ‘semiology’ of nature. L.’s work repurposes the concept of the "sign" from a religious omen to, alla Grice, a bio-logical indicator. PIROT Expresses that he is in pain to CO-PIROT. Theory of the Sign (Natural Semiology) L.’s engagement with the concept of a sign is primarily through teratology—the study of biological abnormalities or "monsters".  Rejection of Portents: Traditionally, a "monster" – cf. Grice, bete noire -- is seen as a divine sign (portents) of God's anger. L. famously breaks from this, arguing that these beings are not super-natural or non-natural (alla Grice) warnings but living expressions of nature's truths. Nature as Artist: L. views nature as an "artist" whose "error" (this or that monster) is a sign of its ingenuity and ability to adapt to imperfect matter. Scientific Semiology: L.’s approach is often described as a "naturalized semiology," where a physical traits – or a behavioural trait – the gait of that man -- serve as a sign – ‘he is a sailor’ -- that points to a physiological cause, such as a narrow uterus or placental issues, rather than a spiritual meaning.  Language and Communication While L. does not write a formal treatise on language as a system of communication, his use of language was strategically significant:  Vernacular vs. Latin. L. occasionally writes in Italian rather than the traditional Latin (notably in his dialogue La nobiltà) to challenge Aristotelian authority and emphasise empirical experience. The "Speaking" Body: In his philosophical dialogues, L. personifies bodily organs (e.g., the heart, brain, and even testicles), allowing them to "speak" to debate their own importance. This was more of a rhetorical device than a theory of communicative linguistics.  In summary, L.'s "sign theory" was an early scientific semiotics used to decode the physical world and biological "monsters" as natural phenomena rather than tools of human or divine communication. Allievo ed erede di CREMONINI (si veda). Nacque prematuro (6 mesi), venendo alla luce su una nave presa da tempesta lungo le coste tra Recco e Rapallo. Sempre secondo la tradizione orale suo padre, un medicoo, lo mise in una scatola di cotone dentro un forno, come si fa per far schiudere le uova, inventando così il prototipo della moderna incubatrice. Dopo aver compiuto i primi studi letterari a Rapallo, venne inviato a Bologna per compiere e approfondire gli studi legati alla FILOSOFIA. Insegna a Pisa. Padova, e Bologna. Ascritto ai “Ricovrati”  (oggi i galileii – degl’Accademia Galileiana di scienze, lettere ed arti.  Quando comparve in cielo una cometa, si riaccese una controversia analoga a quella suscitata dalla stella nova  ma questa volta le difese della teoria aristotelica furono assunte da L. ed il compito di attaccarla, partito ormai GALILEI (si veda), e assunto dal suo successore sulla cattedra di matematica, GLORIOSI, che se la prese appunto con L.. Questi risponde pubblicando un suo De novis astris et cometis, in cui, oltre a difendere il LIZIO, critica scienziati, tra i quali anche GALILEI, ma con espressioni molto rispettose e lusinghiere. A questo saggio GALILEI fa rispondere dal suo amico GIUDICCI col Discorso sulle comete. Srive saggi di filosofia, tra le quali “De monstruorum causis, natura et differentiis”,  (Padova), con aggiunte di Blaes, nei quali riprese le soluzioni del LIZIO sul problema delle anomalie genetiche, e “De spontaneo viventium ortu” nei quali sostenne la generazione spontanea degl’animali inferiori.  Altri saggi importanti per la ricerca sono “De lucernis antiquorum reconditis” apprezzato da Berigardo, e la “Silloge Hieroglyphica, sive antiqua schemata gemmarum anularium.” Tratta inoltre la questione dell'anima delle bestie nel “De feriis altricis animae nemeseticae disputationes.” I suoi saggi sono chiaramente ispirate al LIZIO, in particolare gli studi sul problema della generazione vivente e sul cosmo, entrando talvolta in contrasto con GALILEI, specialmente per quanto riguarda la struttura dei cieli e della Luna, che L. considera una sfera perfetta e trasparente la cui luminosità non e un riflesso della luce solare, ma veniva generata al suo interno. Al centro di questo dissenso cosmologico, c'e, infatti, il tentativo di spiegare il fenomeno luminescente della pietra di Bologna, che L. considera un frammento di materia lunare. Alcuni saggi di L. rimasero inediti a causa delle ampie discussioni riportate sulle novità astronomiche. Nella congerie immensa dei suoi saggi e commenti va notata la difesa della pietas d'Aristotele; quella pietas così vivacemente messa in forse alcuni anni più tardi dal platonicissimo cappuccino Valeriano Magno, che taccia d'a-teismo il sistema dello Stagirita. L. invece disserta «de gradu pietatis Aristotelis erga Deum et homines», e nel saggio sua «Philosophi sententiae plurimae, fidelium auditui durae, salubribus explicationibus emollitae, ad pias aures accommodantur, illaeso genuino sensu Aristotelis». E ad epigrafe dell'opera sua si compiace del distico Vulgus Aristotelem gravat impietate, L. Doctorem purgat. Numquid uterque pius? La città di Padova ed Spinola di Roccaforte rendeno omaggio al filosofo facendo erigere una statua in marmo scolpita da Rizzi. A Rapallo vi è dedicata una via. Gli è stato dedicato il cratere “L.” sulla Luna.  Altri saggi: “De centro et circumferentia”’ “De regulari motu minimaque parallaxi cometarum caelestium disputationes”Vtini, Nicola Schiratti, Vicetiae, Amadio, Bolzetta, Encyclopaedia ad aram mysticam Nonarii Terrigenae, Patavii, Crivellari“ Allegoria peripatetica de generatione, amicitia, et privatione in aristotelicum aenigma elia lelia crispis. Ad aram lemniam Dosiadae, poëtae vetustissimi et obscurissimi, encyclopaedia, Paris, Cottard; Ad Syringam publilianam encyclopaedia, Patauii, Pasquato, Bortolo, “Ad Epei Securim Encyclopaedia Genuensis FILOSOFI ac medici, Bononiae, Monti, “De centro et circumferentia, Vtini, Schiratti, “De luminis natura et efficientia, Vtini, Schiratti, “Litheosphorus, siue De lapide Bononiensi lucem in se conceptam ab ambiente claro mox in tenebris mire conservante, Vtini,  Schiratti, “Ad alas amoris divini a Simmia Rhodio compactas, Patavii, Crivellari,“De lucidis in sublimi ingenuarum exercitationum liber, Patauii, Crivellari “De Lunae Sub-obscura Luce prope coniunctiones, “Hieroglyphica”, Patavii, Sebastiano Sardi, “Hydrologiae peripateticae disputationes”, Vtini,  Schiratti, Ad syringam a Syracusio compactam et inflatam Encyclopaedia, Vtini, Schiratti, Baldassarri, La pietra di Bologna da Descartes a Spallanzani. Sviluppo di un modello scientifico tra curiosità, metodo, analogia, esempio e prova empirica, Nel nome di Lazzaro. Saggi di storia della scienza e delle istituzioni scientifiche, Garin, La filosofia, Milano, Vallardi, Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del progetto Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di Firenze, Bartholin, Institutiones anatomicae, Lugduni Batavorum, Riolan, Opuscula anatomica nova, in Id., Opera anatomica, L Pombaiae Parisiorum, Bartholin, Epistolarum medicinalium centuria Hafniae (lettere); Vesling, Observationes anatomicae et epistolae, Hafniae, lettere a L.; Dallari, I rotuli dei lettori legisti e artisti dello STUDIO BOLOGNESE, Bologna ad ind.; Edizione delle opere di Galilei, Firenze  ad indices; Acta nationis Germanicae artistarum, Rossetti, Padova, ad ind.; Rossetti, A Gamba, Padova, ad ind.; Giornale della gloriosissima Accademia Ricovrata, A: verbali delle adunanze, Gamba,  Rossetti, Trieste ad ind.; Salomoni, Urbis Patavinae inscriptions, Patavii Facciolati, FASTI GYMNASII PATAVINI, Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Modena, Renan, Averroès et l'averroïsme, Paris Taruffi, “Storia della teratologia” Bologna, Favaro, Amici e corrispondenti di Galilei, Gloriosi, in Atti del R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Favaro, Saggio di  dello Studio di Padova, Venezia, Ducceschi, L'epistolario di Severino, Rivista di storia delle scienze mediche e naturali, Castiglioni, Storia della medicina, Milano, Ducceschi, Un epistolario inedito di dotti padovani in Atti e memorie della R. Accademia di scienze lettere ed arti in Padova, Alberti, La prima incubatrice per prematuri, Minerva medica varia, Boffito, Battaglia di marche tipografiche di  Bella e l'ultima memoria scientifica dettata da Galilei, in La Bibliofilia, Pesce, La iconografia di L., in Genova. Rivista del Comune, Geymonat, Galilei, Torino, Rossetti, L'opera di L. in un manoscritto inedito della Biblioteca del Seminario vescovile di Padova, in Studia Patavina, Bertolaso, Ricerche d'archivio su alcuni aspetti dell'insegnamento medico presso Padova, in Acta medicae historiae Patavinae, Ongaro, Contributi alla biografia di Alpini, Tomba, Gli originali di Galileo in Physis, Ongaro, L'opera di L., in Atti del Congresso di storia della medicina, Roma, Ongaro, La generazione e il moto del sangue in Liceti, in Castalia, Rizza, Peiresc e l'Italia, Torino Simili, Una dedica autografa di Galilei a L. e il clima delle loro concezioni scientifiche e relazioni epistolari, in Galileo nella storia e nella filosofia della scienza. Atti del Symposium internazionale, Firenze-Pisa, Firenze Mirandola, Naudé a Padova. Contributo allo studio del mito italiano, in Lettere italiane, Castellani, Marangio, I problemi della scienza nel carteggio con Galilei, Bollettino di storia della filosofia dell'Università degli studi di Lecce, Marilena Marangio, La disputa sul centro dell'universo nel "De Terra" di L., Soppelsa, Genesi del metodo galileiano e tramonto dell'aristotelismo nella Scuola di Padova, Padova, Agosto et al., Rapallo, Berti, Galileo e l'aristotelismo patavino del suo tempo, in Studia Patavina, Ongaro, Atomismo e aristotelismo nel pensiero medico-biologico di L., in Scienza e cultura, Galilei e Morgagni, Padova. Brizzolara, Per una storia degli studi antiquari in Studi e memorie per la storia dell'Bologna, nZanca, L. e la scienza dei mostri in Europa, in Atti del Congresso della Società italiana di storia della medicina, Padova, Trieste, Padova Re, "De lucernis antiquorum reconditis": il capolavoro calcografico di Schiratti, in Ce fastu? Lohr, Latin Aristotle commentaries, Firenze, Basso, erudito ed antiquario, con particolare riguardo agli studi di sfragistica, in Forum Iulii, Basso, "Fortasse licebit". La marca tipografica di Schiratti e l'impresa accademica di L., in Quaderni Artisti Cattolici Ellero, Ongaro, La scoperta del condotto pancreatico, in Scienza e cultura, Poppi, Il "De caelesti substantia" di Ferchio fra tradizione e innovazione, in Galileo e la cultura padovana, Santinello, Padova, Kristeller, Iter Italicum, ad indices. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. sapere, De Agostini, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ruff. L.. Beerbohm: “Send me a letter; I live in Rapallo.” “How should I address it.” “Beerbohm, Rapallo” “Do not worry, there is only one Rapallo.” “Vico L., Rapallo” – “Statua a L. da Rizzi, Spinelli Roccaforte, Padova.xstril. minnstiii UAiTiO Stjftdsb iupon Ratfatia in IV libros De his, quidiuvi- P uunt fine alimento. P1?- 1 in quo eaptobatissimisautonbus afferuntur obferuationes eorum, qui vitra biduu . ab omni obo potuque abftmuere. Abstinentiae vana: intra fepumam diem conclu- .ffaec. Abfimenu, a iepfmo ad decimum diem extenfj. Abftmentixi decimo ad vigefiraumdiera protc- fe.cap.£. Abstinentii ad mensem produAfe. Abstinentiae a primo ad tertium mensem produ-. Ax. c Iehmium populorum Lucomonae ad quinque me des quotannis mire productum. Abstinentia Oftimeftns in muliete Patavina. Abstinentia pueli Tufer ad feitumdec unum- Spiritus non aliaere. Aerem in mitto vivente non ali aere intrinlecus quoraodocunqucattra Ao.lenem in mitto non abfumerc acrcm. Partes animalis 4 przdommio aereas non ali aere inspirato. nui Aerem hunc, quem inffiramus, non efle alendo et creari c 'i t. fpintus. Ad nutricationem metaphoricam non semper cd- sequi veram Rondelctij difficilis alfertio. Soluuntur argumenta quibus nititur pnor opinio, mensem protradla. Abstinentix ad II annos produAx. Ablhncntix ad III annos protenf. Historia puellæ Spirenfis quadriennium abftinen- . tiscap.it. Abftinentt a quarto ad duodecimum annum de- duAx. Abstinenn vitra duodecim annos longissime pro duA varia exempla. Abstinenti $ diuturnae incerto temporis spatio adi' mentr. Difficultatem negotii nos retrahere non debere a proposito. Curante omnia oporteatnos aliorum dogmata de Chatnxleontcm, ac Viperas non ahaere propol i t c tpeudere. inqua omnesaliorum opiniones examinand breui catalogo numerantur. tn quo examinantur sapientum virorum opiniones de natura et caudis tam diu- turni lciumj. Opinio Argenteoj et aliorum exiftimantiu abstmcntcs nomos nutriri aere inlpirato. Cancmlcucm et Manucodiatam apud Indos non alucrc.Secunda opmio Medici Clariflimt ex Augento, Si . M a nardo contendentis abstinentt ncftrosalf odoribus, fle exhala tione aerem obfidente car Examinatur propofita fcntenua, &: primum often diturnon elfe in topi acre vaporem, ac cxhalationcm.cap.a». Exhalationem infpiratam vi calori? humant non pofle cogi in fanguincm.St^ alimentum. Exhalationem non alere 1eiunantcs. Expenditurallata opinio demonttrando primum Non omne fapidu111 alere. caloris aAionein humorem non elle conti- nuam ;caqueiugi, nonidco affiduam clfc debe- re nutricationem, cap.i. intus in animali aereos non efltjfcd igneos. C. J. aimores proprie non ali.Spmtus in viuenni corpore r,ou nutriri.Odores non alere,quia non funt miftorum fpccits, prima ratio Arifiotchs aduerfus PITAGORICI c1phcatur.cap.2d. Secunda ratio Anftotclis LIZIO demonttrans odores n6 alere, quia per coAioncm a calore non podint ex odoribus excrementa lcgrcgan. Omne genera sed vnicum ottcnditurj nec ali omnia qiuecu que diffluunt in viufnteA^" reftauritionc indigent. Acrem ml piratum pon efle miftum, nec adeo ut fit alendo corpori. Explicantur allata dogmata Galeni de eo quod ctt ipiritus aere nutriri, J. Alexandri, Nicolai, CICERONE, ac Thcophraflirii- fla confiderantur.de eo, qupd eft att:m alerem fpiritus,& calorem; et ad A rittotclis, ac Hippo- cratis ccnfuram rediguntur.tf. Hippocratis afiettio dc triplici alimento illuftra- tlir Olimpiodori. ic Platonicorum dogma 'de horni mbus acre, ac radijs folartbus enutritis expendi tur.cap.primo noridari trianutrinientorum trrfs T Omnealimentum, feuexternum, feuinternumco coqui deberc, coftioneque aberctementispur- Odorem n aloris ita concoqui non poffe, vcab excrementis dicatur expurgari quia limplicem, l'eu nutriendo corpori omnino diflimilcm naturam obtineat, Ab odore vi caloris concoqnenris nec tenue, nec craflum fegregari excrementum.cap.j». Tertia ratio Arillotelisoftcndcns odorem nonale requiacoftionea calorenonincraffatur.cajt Quarta ratio, qua Ariftotcles probae odorem non Ci£,& quandopropemare ambulantes falfura. re fenrianr, et alsarum faporem quos prope ab- finthii fuccus agitatur. Tertia opimo doitiilimi Co/lii prxeeptoris exiftf m.mns abflinente» nofttos aqua enutrita» primumofle- Propoli ta sententia confideratnr, ac Ari ditur ex autorita te Platonis ^Haiqpupoacmrantoins a,lere, ftotehs, Galeni, &Auicennp cap Aquamvi calorisnoncraflefcere,ideoqu-everH ahftinentemalerc. Pvrauftas non ali exhalatione illi connmili cremento arugmeri fine ten^ imminutione, o. Plantae non Canemleucm non ali rore, Manucodiatain rore non pafc1. Argumentum duci non polle a brutomm alimen- to ad nutrimentum hominis. Quo fcnfu verum fit Quod ftpit nutrit, Exhalationem acri permiftam efle fapidl  t Exhalationem non efle odoriferam, et Allomos noneffe, quiod oribusnutriantur, quicqurdFici nusfenfcnt. Democritum, Homerum odonbus vitam libi prorogafle ceu medicamentis, non vt alimentis. Animo delinquentes odotibus recrearr non ut ali- mentis,fcd vt medicamentis Hippocratis dogma vulgatum de ctlcir nutncatio Aqua nihil inefle lcntiatur,nec epota ne per odoratum lUuitratur non poffc in alendi fubflantiam. effealendocorpori, quianonferaturadmem- Aquam coflione non fienfimile malendo corpobra nutrimentis dicau. Quinto confirmat Ariftotcles odorem non alere, quia nonnifi per accidens fertur w fontem ali- menti. Odor effe medicamentum, non alimentum texta ratione probatur, Ccnfurare fponfionum dcraonftratiombus Antro telicisab Argcntcnoallatarum. Respondetur ad argumenta, quibbs nititur fenten fupenor, ac primum oftendirur exhalatione de terra Turgentem non ubique pntfto fuiffe abftinentibus, nec effe milium, cap.jd. Bxhalationetn odore tciro afferam efle, lapidam ri,vt decet alimentum cap.do. effe Aquam non effe tale mtftom/juale oportet ali roentum.capdr. Aquam effe vehiculum alimenti, alimenniracap.dx. Satisfit rationibus quibus nititut et propterea non aliquot primoque decernitur cur ablhnentium hu- aquam potarent; quoniarmadpiocualbeihc,afpm^c3- mido inftauretur huraidum Aqua nec plantas ali,nec aquatdia. campf.t Arfu.mcnto, Vium non feruartccaalloroirse pvarbualnoi:mc*alorem vtcon- humorem non efleaquammec aqueum. Aqua non reftmn quod aqueume corporibus ef- fluxerit.cap.dd. alimento, &cauf carnem, 5tlac; quxpluatpoftca. AquaexAnflotelcquomodofit obigratia,fi noneffe.Exhalationem a calore non condenlan. Exhalationem in acre cogi non poffc infanguine Qua ratione potuerit animalia pluere,ac fpeciatim vitulum, pifces,ranas,atque lemmer. Hippocratis dogma illuftratur de cxhalatrone ve Solis attrafta ex animalium corporibus. Rorem non effe vaporem vi caloris c6crctum,ncc alimentum cicadarum.Mannam non fieri ex vapore vi caloris dentato in aere,nec folam alere poffc ad Hxbraic mannas difcnmcn.Mei non effe purum rorem concretum, nec tale quid fine alio nutrimento diu pofle hominem fa ftcrilitatis,& pilobus affumatur non vere alit  adeo ex igno, Animatu quomodo conftituantnuurtriantur aqua et aqua,vt moucanlur nigonee,ft vere alimentum. Hippocrati; cui aqua cap. femper ex morbo intermitti funiiiones vitx: quxue operationis lilio morbum fequatur. cVigelimaquinta opinion Qucrcetanireferendsab- ilinenttx caudam in petrificationcm partium . ventrisimi, & nutricatumaliarumexaere,ac odoribus.Expenditurallata lentenda offendendo longum ieiunium haud ortum ede a pctnficatione par- tium naturahum,& a nutricatu aliarum cx aere in vlkiabdinente. Soluuntur allatx rationes hanc opinionem robo- rantes, de dilcriminc inter Ecdafim,ac fom- num;VinterEcdafimgrauem, acleuema- gcntes.cap.aoo. viralianonaerenutrita, necalijsvitamcommu- Vigcfimapriraa opinio Podhij afferentis homines diu ab alrmemo abdincre, anima illorum pec cataphoram,& intendorem fomnum vacante a proprijsofficijs. cap.ioi. Examinatur, et improbatur opinio decernes ab- ftincntiam diuturnam abalto,&t_ profundiori fomno prodirc. Refpondctur ad argumenta de (omni differen- dis, et de longum tempus dormientibus, Vigefimalecunda opinio Benedilti, Montui, & Mercuriales dicendum caudam longi iciunij ede condri&ionem cutis, pororumque occlu- fionem quidquain ecorpore diffluere non per- uri ttentem.cap.2a4. Expenditur allata lententia demondrando vfum, ac necelficatem alimentorum non ede abfolute indaurationcm deperditi, fcd m alium finem : nec ita meatus omnes occludi pode,vt nihil ef- fluat ccorpore.Soluuntur Beucdifli, et Montui radones, oflendendo cur cxlum alimends non egear; et quo- modo corpora, c quibus nihil effluat, ali vanicade. Vigefimafcxta opinio decernens abdinantes no- ftrosdiufinecibo, potuqueviuercviherbx, ac medicamendcuiuldamfamem,fiumquepellen tu. Expenditur allata fentenda offendendo abdinentesnodros nullius hcrbx, autmcdicamenu vir- tute adeo longum pruduxideiciumum. Occurntur argumentis allatam fentenuam corfir- manubus, confiderando naturam herbarum,& pharmacorum fitmem dumque pellentium Vigclimaicptima opinio ex Valeriola referens caudam aiuturnxabdinendxin puram confue tudmcm.Expenditur propofita fentenda, offendendo contuet udinem non patere tam longam abffinentiatrc  r. Satisfit rationibus viri Clariffimi, offendendo qua rarione medicamenta, &venenanonagantin. aduetos;&quomodofc habeat confuctudo ad cibum, et potum, cap.aaa. Soluuntur argumenta Quercetani odendendo ab (linentis vilcera naturalia non fuide petnficata; libri Capita centum Prifatio, inqua& difla dicendis attexuntur, tam mitti Diftnbuitur viucnrium genus m fuas fpccies fupre Ariftotcli mus.cap.r. minem Quomodo fe habeant ad alimenta propofira vi- ucntiura fpecies vniucrfim. cap.z. Semen animalium St in vtero, extra vtrmm . femper viuere fine alimento, In animalium mortalium genere aurelias, 8r nym phas appellatas nunquam vllo alimento vri: co. paraturque generatio infefli ex verme cum ge- LIZIO in tex- pofle Ariflo neratione hominis. Semen plantarum non tota fui vita, fed tamen fine alimento viuere.Oua diu fine alimento viuere, quamuis non diu peratione viuere ex definitionibus nflotcle promulgatis, Deducitur hoc ipfum cx tngefimo De anima. o- animae ab A- fexto fecundi vitam fine alimento viuant. cap.tf Ligna,fcu ramos,&arboresextra humum totam diu fine Adijcittir his definitio vira in Tamis exarata propofitam iniermiflionem nis adftruens. naturalibus nutricatio- alimento viuere. Stirpes terra infixas diu, ac fpeciarim tota fine alimento viuere pofle. cap.8. Brutorum imperfeftioris naturi plurimas hieme Ariftotclihocidemplacuiflcin Moralium, primo Magnorum diu fine ali mento viuere pofle: ac fpeciarim icuinio, &ortu brutorum viucnrium intra ioli- diflimos, imperuiofquc lapides copertorum.c. Aues quampluresdiu abftmere incolumes, c.ro. Pifces diuturnam tolerareabftincnriam. cap. Tcrrcftrium brutorum perferorum plurima tumumagere ieiunium. cap.r Homines diu a cibo,potuque abftincrc pofle.c.r Quotuplex,quique caufla dc propofito nobis inquirenda fit. Quotuplex,quiquefitcommunisidea vniuerfa-, lilque forma diuturni abfhncntra. y. E quibufnam fontibus hauriantur argumenta caufla efficiens urqs abftinentes non ali confirmantia, Homines in diuturno ieiunio nutriendi Quid.dr' quomodo radicalis humoris a calore nanem intermittere pofle ratione aninra. Nos diuabftinctes pofle a nutricatione toto co tf- penitus prohibere peffit. ponstraiiuociari corporis habita rarione. De differentia originis xt 8. citra vitfdifpendiuhabitaquoqj ratione caloris.c. jr. iqualitatum mifli, deque Homines diu pofle nutriendi munere priuari ongtne radicalis humoris. Differentia cflentu tnum squalitatum eflcntia natiui calonsfliumidique dicalis explicatur. Pofle diuturnam nos agere vitam citra nutrica- tumex ratione vira, fcu viuentis totius, quod ex anima et corpore mediante calore conftitui. tur. Diu intermini pofle nutricationem abhomine ra- propofi- tioneipfiusmct nutricationis. Diu pofle intermitti funrtionem alendi ratione peramentorum, miflorumaqualium tcfcunt; a quibus feiungirur aequalitas humoris primigeni;, Differentia promulgatarum ipecierum hu,, om- natiui mons quicalorifubditusefledicitur nino ratione fpirituum. Confirmatur diu fine opera nutneatus viuerepoffe homines dc lententia principium autorum, ac pnmum Hippocratis, Nutricatione diu intermitti ex decreto Ocian diu nos pofle 3 nutriendi munere penes durationcm. cap Qui fitiqualitas impediens confumptionem Celfi.c.14, ad aures Galeni ex illuftn fentcnria m opere it lotis ait hu- natiui, SC humidi radicalis reperiri pofle. . et humoris naturalia Quomo- ffir.- caloris, I tvi dicendorum ratio, naturaque proponitur. Liber Tertius, inquoexrei natura difquiruntur caufisephyficx tara longum ieiunium confti- tuentes, efficientes, conferuantes, terminantes, ac diftinguetcs cum generarim, tum fpeciarim. fpecies Hominem diutius nutricatione intermittere pof- no- 1 6. funflio- diutunra huius abftinentii. ' Aequalitatem virium in homine diu fcruari pofle.  de lc de mente LIZIO in y. problemate prtmit  1 j. diu- frOionis.aif.j6. LIZIO fuppofuifle,ac potius exprefle 3. Laurentio nutricationem vira ncceflariam non fe.cap.3p. ef- Idipfum confirmatur ex eodem Galeno Corrtcli/ fententiam approbante, propofi- Confirmaturhomincmfine aflione alendi ftercpofle conii- diu de mete Galeni excorni 1 feOionis. t.a'phor. Operationem virtutis nutririuse in atrophia ex Auicemra fententia. quoque pnuatum aflionc nutriendi viuere pofle intextuij.hb.i.dc Confirmatur id ipfum ex eodem tu -e1ufdcmoperis. Nutricationem inviuente intermitti ho- anima. teleautorein yltimo problemate dteimtt fOiorir. Confirmatur hominem pofleabfquenuiricndi dccreuif- fe viuentia funflionem alendi poffeintcruutte- re, quod ena notauit Auerroes s.dcan. Marcello nutricationem in viucntibus pofle. intermica Colligitur forma, 8 idea vniuerfaJit abftincnrra noftrum iciunantium. Quptuplex,qu*qile fit vniuerialis riuo confumpeionem. Quotuplex efle pofllt qualitas in mifto. ?. tarum; ra Difcrimen trium earundem xqualitatum ratione leuradicah. squalitas quantitatis diferera; vnde mnumcry fpecies moris radicalis a calore nanuo. Æqualitatem caloris quoad virtutis in homine inter- teinno- caloris Quomodo aequalitas virium caloris natiui, er fe fitim procreent Vt allinentis per fe non refrigeretur vlla ratione-, calor nauuus.Anflotclis difficilis locus explicatur de refrigerio calor.s ab alimento.Galeno nem alimentum non refrigerare calortm natiumn, nili per accidens, fed per fcilluin au- gere. Vtalimentis augeatur caloris innati gradus, feu qualitas;nonfolamateriacalida exercitatio ; cumdortilfimo Fcrnelio. do. Vt alimentis non pofiit caloris virtus mtfdi abfq; Vt verne melerei de ventrtenld, inteftinis f» gant alimentum non expertato fine cortioms. Vt folia, ttores, frurtus, et femina plantarum pars tes vere non fint, fed excrementa potius,  Vt cx co, ouod oua,& femina citra nutricatum vi uant,colligere polfimus perferta quoque anima lia vitam polle traducere ablquc alimentorum vfu. co quod fubicrta calori materia augeatur. Vt anima nutriens artum habeat immediatum, et Curnonfintfrequentioresnofiri abfiinentes, fed proprium, in quo edendo no v tat ur organo cor» porco. Calorem natiuum in nobis,quin etiam ignis riam- tnamapudnos, non indigerencccllario humoris,quo vcluti pabulo nutriatur, Cur calor humorem in milio, et in viuentc prxfertim d:palcatur,& intentum procuret, exercita- tio cum liibtililfiino Scaligcro. Vttn Ecllali ceffct anima nutriens ab alcndimu- nei4.Vt Ecftafis non Iit priuatio munerum animi intcl ligeutis, exercitatio cu virodortiliiino, ex Sca- ligero.dd. Vehementi fiupore^hjsque plurimis de caudis de 1. Jertabanimopolle omnes nouones, et habitus, c Vtalimentivfusnon fitadrefiaurationemde per- di ti,fcd ad auocandum calorem a cita conlum- tione humons: exercitatio cum Magno Al- crto.cCur femen maris in vtero femina: concipientis no alatur.Vt IcmcnnonIit parsanimati, inquoeff.Vt ou»iubutntancaliat ammata. Digil qt fit  mK cuerti naturae lr| Calor, definiendo^ non^UfrAr.Vt calor iniitus igneo pro| iCrefpondcnscoi cum femetipfo coUlgaturitluod vcgcticficak.re,&hieme tiamehushabeant. aa,.:j) mi Ha.t.gMUlCi fsklJlli l"v'i fcwnq..4,..V«m .t {}.{ioli 1. :S utrori'' 1 1 ) r tluf. tvi. 11 . 5 . un. l M-k 'V' t -'iiklia^. Ohtvn.i, i!,» lRttift j 1? ' m. .j.j.il r.cvt .1 r4 .1 a» c ii t.ojSjva nm.iinhijjafc. Btiftt remtr.il buUma ttiu^ bi' iV.  min vituentCe fiuniftionecs UDt inirn^» marica Mntehumorem abfumert.dicatur. BnOoniidoaw» rf.u. bkrAt^natnitii\«i>.tthtij . t .1 Sei.t e«10»rilrurfvht 1 ? 9* i >v fp wuiMe''•{! a.l8-t. aavttt '»wj.iW'i'i :.!.wtvers qiRt . J.vrf>u.*-c tiVa humorem \ .s-u.-ue. K.,i .1 i/.XIA'VtrQ\i,' "i'l 9\a.1r’.av.iii.pi iA.ivr1 As.ftla,i),at;yi juajm.ih. i1riumdicaviipfuiacunfuaitre Yalcat.0^.1^Awimtar UiAnti«naV.v,?y..«ri*a: Trium Cupidinum; Voluptuofum tyranni demin Animæ facultas, concupiscibilisvtin anima vin Amotescur Alatifingantur. Cur Amores Nudifingantur. De Amoristergemini pulchritudine. Amor curnoncæcus inSchemate fidus. sa, gercnsincacumine volucrem, et caueam De fructuarboris sapientiæ, nostroinSchema Inter.viros altafapientiaprestantes, efequi nonvocedocerefintapts, fedtantum, Schema Gemme. Sapientium,sciendi cupidos edocere valentium, tresesseclasses.Coruicumviro fapientiæ scriptore detegitur analogia. Schematis Amorumtrium explicatio Medica. Devolumine Mufices, invnguibus Coruimy ab Alciato, consideracur. Schema Gemma. Explicatio viri eruditi de Amore nocturnas Amoris origo mirabilis; a Platone polica,de Defrondibus Aoribus hwnanæsapientiæ. claratur. Amor voluptuolus veergabellicum, et litera Amor fapiêtiæcúrnuduse fictus. Decer gemina significatione ftellæ prælucen. Amor sapientiæ curalatus, et quænam finteius cisin Schemate poni caput viripsallentis. Alæ. Quomodo fapientiæsymbolumsitarboranno Amoris Emblemanoftroperfimile, propofitum voce tantumodo docere valeant. Schema primç Gemma. De arboris in Schemate piata coinparatione 16 busomnibus, modo fcriptis. geminos Amoresprobaspassomexercere, çatirascibilem, et rationalem, Amor cur a veteribus Diuinitatc donatus, Explicatio Schematis ab incerto propolica consideratur. Yeiundas. Depriscis Anularium Gemmarum Sche maribus cxplicandis. Amor sapientiæcur, præteralas,adhibearetiam brachiamanusque geminas, quibusfuniculo riuin impcriolam tyrannidem exerceat. Sapientiam apprehendi ab Animo Doctrinę Humanus animus crga sapientiam cur se habeat sermone vocali discendi cupidos crudi. ente :primumque de biformis inferoa parte fticicanentis, repræsentat (1.. Inter viros dostos inueniri, qui non fcriptis Amor sapientiæ cureffictusingemma puellus Supremamonftriparshunana declaratur. Vt Amor pusio,corporepusilo imocens, arq;moribusfimplex gallum referente. Pientia comparatur. ad arborem scientiæ boni et malı, dudum a De fru&u arboris scientiæ boni et mali, primæ uæ in Paradiso cantilenas ad amicam personante perpen duplicisecollarinaltum. Responsio de Veterum Gemmarum ex- Demagnoconatu, ingentiquelabore, quofa plicationcadcunda. Amoris differentiæ tres cxplicatæ. Cur Amores ætate pueri fingantur a veteri sedulalectione, acintenta Aufcultatione. Schema Gemme. ditur. Propria proponitur explicatiode viro fapien. Amor fapientiæ curingem mafi Ausefteffigie DeBarbito, seulyradigitishumanispulfara pusionis,acinfantis. Deo in Paradiso creatam . cedelincatæ.  Pror Proposito Schemati comparauraliud Fabij Septentiam Viricl. hocsensusunprám, nocon cundiatoris, exterminatione confiftere, Schema Gemmę. uenire Schematis imaginibus, oftendirur. Propria Schematis explicatio prior eft, de Amico veromọitain Amaci et defunctime. De Armış offendentibus, Heroico Amoribel licodatis in Schema re. De Cun&ationebellicaper Amoremftantem Proponiturexpofitiopropriadeamorę Ca. indicata, tofis: cap.xlvi. postulan. Amicum verum inaduerfitate dignofces, cile fót: vél Tetbydis, aut Veneris Amores:vel Ægyptusludens ditur. Prima cxplicatio noftra moralis, de formola Peleum, velVencris ad Anchisen delatione, formofitas, do oscaffo, Şecunda Schematis explicatio, de Amico Pulchra mulier, permarevitavagarsadare De Amoris bel lici clypeo hieroglyphicum, Cur Amor istebellicus Pedes,non Equesef, Super incrementa Nili. Amici de funéti memoria femper in corde confer. raptaproponitur, &adhistoricamfidemrc digitur, Amoris bellici, ro, qui dignoscitur in aduersa fortuna, Schema Gemma, exarmati, pendicur. indignacionem.cap.liv. Coniugalis Amor armis offendentibus expolia. Proprja sententiaproponitur,quæ’est,obocu losooni Schemate noftro proprietares Amoris irascibilis, fiuemilitaris: primumque de Schema . Gemme. Index Titulorum, De Amoris bellicivultufæuo, seuero, actan. Explicatio Schematisacl.Viropropolita, de cumnontoruo,minaçique. De propria significatione Galeæ incapito dicitiam Matriş-familias. Schema Gemm &. De Amore civili, qui vocatur Amicitia, vt a tri muliere,quæ nimium extra domum vagans ad arbitrium,vel eft,vel euadit impudica, yanda;& Amantem non redamatum,indi-  Propria explicatio Gemmæ proponitur, de gnabundum extinguerequam affectionem, Schema Gemmx . Triconepulchram Nympham marinam yo, Aliena Viri cl.explicatio,de Amore monftran lentematq; lubentemcomplecterte, perqs maria ferentc. redamato, syum Amorem extinguente per Amorem Heroi cummilitiamagisin conferuatio Secundus eruditi viri sensus explicatur, et ne Ducis, et Exercitus oportune celeris, et cunctantis, quaminhoftium expenditur, moriam eonseruante, Opinio, dicenshocese hieroglyphicum Amo Secunda Şchematis explicatio, de Amantenon ris concupiscibilis per visam negociofam corpore milicis generatim. De Amoris belli ciceleritace, perAlaşindica- CupidineindigneferenteSibifpiculanegari a Venere,proponitur et expenditur, filius in Schemate noftræ Gemmulæ, IN SchemąGemma Smithi anaexplicatiode Nereideper falum Amicus vs que ad Aram Amico illicila busantea declaratis, Concupiscibili, Ra. Secunda explication fabulofa, vel Tethydisadrionali, et irascibili contradistinguitur. Opinio ponons hoc esse symbolum Amorisvo- Terrinexplicatio physicade Ægyprolafciui luptuosi, expenditur, entesuperincrementa Nilio Rapina puellas dealiasrespulchras exponit Propria declaratio prima de Amico vsque ad Aras., Fur et pudica Maire- familias. piugali, exarmatospiculisoffensjonisperpu bitrium, velimpudicaeft, velimpudicafa. equo marinoveda, proponitur, et cxpene Sententia virieruditide puella vere a Tritong tccun&ashumanasr esessevanas, proponi- Secunda cxplicatio,deTijroneraptāpuellam tur, et explicatur primosensu noftratélubvndasasportāte, Tertia Capicum Operis. Tertia moralis eft explicatio, depiratis,acpræ- Deoratione Mentalisubhieroglyphiconudæ mortali. Propria Schematisexplicatio, declarans spe tem et  faciem interga versa in,cumligneum scipionem. cDe forma templi Delphici in Schemate. De consulentis Delphicum oraculum baculo, Mundi Systema, partesquevniuerfuminte. grantes, explicantur. ASTV'S DEV DITVR ASTV. In cogniti viri explicatio indicata ex senis datotibus, aliisquemaritimaclasserapienti- mulierisgenuflexæ,sedentis, et vicumque busresalicnas. Sententia C l . viri, de primo quadrigarum inuentore proponitur ac expenditur. Oraculorum Diuinorum propriumest, homini, deEricthonioaPallade, ceu filiofpurio, et tanquam presentes. Schema Gemma. De Papauere, simulachrosomni,aquoprima De rupe templo Delphico subiect:.  Propria fententia proponitur primumquecal sumitexordia et  inquodimidiumsuædura giliapatratarum, perenneinin conftantiam. Proprialententiaproponitur, et confirmatur, impuro proicãobus euentus futuros demonftrare Schema Gemme. Aliena declaratioproponitur,& explicatur. ciarim arborem in lacus propeod ntem,& hominis cõsulentisoraculum cumpailijpar De Papilionc, significante breuitatem humanæ vitæ. De Simulachro in templo Delphico. De Canopo, Deo Aepytiorum, superante Iouis figura vesitaptum Terræ hieroglyphicũ. OratioVocalisatque Mentalisvnacon pirantes Pallas nuda ve fignct ignis Elementun . Deum flectunt,ob efficaciterexorant. Schema xiv, Gemma. De Mercurij ligno, Elementum Aeris repræ de Detribus orandi modis antiquis: ftatario,ad Beneficij, velabrutisaccepsi,Deumefegratum remuneratorem geniculato et sedentario.  decoreftantis, ambabusmanibus Deocor offerentis. Deque antiquo more tenendi Pallijmotus in terga declaratur. Explicatio noftrade Mundi Syftemate,parti tumAquæ.cap.xci. uariælymbolummedium explicaturdevita Dc Rota,lignantehumanarum actionum, invi. Schema Genoma. Tionis habet humana vita. De Vrna sepulchrali, ad quam terminantur a&iones omnes humanæ vitæ mortalis. Schema Gemme. Deum Chaldæorum Ignem, viâorem omnium aliorum Numinum Gentilitatis. buiqueintegrantibus, proponitur; primum que Zodiaci declaratur imago, pro toto Cælo.D e oraçione Mentali vereres profanos egisse. Facici mira versio in tergus explicata. Schema Gemma, corroboratur. Voca- De Nepturo, repræsentantetotum Elemen D e viribus et proprietatibus orationis  lis, atque Mentalis, Deo Accendo p orrigen . sentante, Poeta HEROV M FILII NOX £ . autoribus proponitur et Humana vita eft morsvndique miserysobfella. expenditur. De oratione Vocali, fignata per mulieremic. miamittam, quædexteralacinian tenet,fini- Schema Gemma, Explicatio Viri Cl. re&taproponitur, et latius ftraserpentem porrigit. Aras ab orantibus. Poetabonus, ad Lgraincanerenescius: vel  Propria Schemaris explicatio proponitur, de canere nescio.  Secunda Schematis explicatio depromitur ex pium natura generica, Proserpinæ Schema Schema Gemm &.  ponendis apre facilequedislidijstum ánimo rum dilceptantium, tum corporca violen:. Noftra explicatiode Ducisexercituumeripli- Sacrilegus Brenus ad Altaresempli Delphici ciproprietate. Tertia declaratio nultra de Amoris genitabilis fcibilis et Rationalis, explicari Schemare. Produnturin Schemate. mortem fibi metipfi sponte conscisceredebuis, Auroranettens Atheraterris,prouchit oria diem . Schema Gemma. Aurora diejnuncia, celeriterorbem terrarum circuit. . tiabelligerantur, setranfuerberat. absolute, frustra laboráns. Hesiodo poeta bono carmita sua ad lyram  adagio veçusto de viro fruftra laborante. PRINCIPATVS ANIMALIVM, Ducis exercituum proprietates: Amorisgenitalisimperiosapotestas, G Amoris tres differentia, Elementa vitalia. imperiosapotestate.  vel Ampli il regna benegubernantur, Explicatio viri Cl. de Principatu animalium. altronomo Lunæ, liderumque seruante, phasesob- De Ajace semetipsum interficiente, gladiodu dum ab He&ore sibi donato terramcum Plutoneraptoremanente,totie dem supracerráapudmatremdegente,my. Num Sahemapossitintelligi.dam fra&tam supplente,affertur,& expen ditur, Schema Gemma. De Cererisfilia Proserpina,sexmenses intra Amoris tresdifferentias,Irascibilis,Concupi Elementa viuentium fcracia,& altricia, terna Anonymisententiade Decio proponitur et  cxpenditur,obferuatoris hieroglyphicum. Schema Gemme, numpoflicimago Schematis interprecari.Explicatio fabulosa, seu poetica viri do &i de Schema Gemme. De Mercurio Canicipite, Regnum Acgyptium optimegubernante, Schema Gemench. De viribus Sapientiæ, ac Eloquentiæincom. Ajaxfurens, ob Achillis armfaibi negata, Schema Gemma. De Catone Veicense, semetipfum cõfodiente, Proponitur explicatio propria,de Brenno, Proditoremnunquamplacereviroforti, etiam cui sot vtilis prodirio nesati hoftis, Schema Gemm. Explicatiovirido &ideCicada, citharæchor Pulchra fæcunditas, a terracalore rapta, fex menfeslater intra terra viscera, totidem. que fupra terram in aere degit, C. Sapientia, don Eloquentia litigantes, atque pugnantesanimos apsefaciley, componit. Aftrorum Lunariummotuum et phasium Endymione a Diana ad amato. Propria Schematis explicari o proponitur d e Gallorum Duce facrilego, qui semetipsum confecerit ad Aram Apollinis in templo Index Titulorum, thologia cómunis explicata. Propria explicatio de vegetabilium, feu stir te, fabulisquerepræsentata, Sapientia, et fortitudine,fagaciqueprudentia De Bruto, separiter pugione confodiente, Delphico Schema Gemme. De off Au Cæsaris accipientis caput Pompeij Magni a proditore, qui virum interfecerat,  Schema Gemma. Larma. fiueperfona Dramaticum Poctamoftendit. Sue prijci sacrificabantvbigfingulisfere Dijs vitaprecellentibus, ta vetusta.  AftNo . Schema Gemma, Schema Gemma. Virtute fortunamsuperari. Dc Qliadrigain Anulosignatorio PlinijSca cundilunioris,& Rana fignatoria Mecæna eis. tasmaximoperedecet. Schema Gemme. cultatibusin columem. Martiales virimulierumraptor esprimi, par: Centauri cuerentis, et fagitcantis tergeminum novelfatuplenum, et excrinsecusoleolisi. Generofasindoles educaridebereab Heroibus ujoueperundum. Lætarin eminemo porterefraude; quum et ipse consimili capi valeat. cPropriæ fententiæ declaratio, devitæconcemAmpli Dominij splendor non ofuseatsidera viro Virumingenio, probitate, fortitudineque polen? thiuminbono Principe, Magnoque Mini, Stro,quem taciturnitas atque celeri. sememergeredefawienrisfortunediffi Gerimis Anulorum insculpiconsucuisse vultus gemina, fugax, dprocax, mysticerepre. Jenialacalefti Sagittario. Insignium virorum, adillorummemoriam, cultum, et imitationem. De Hominisin Alinumtransformationeper maleficā libidine abutentem myfteriumexplicatur,primumquedeScr monishumanidifferentia,& velocitace. Veterumsaltatio Iudicrasupervtresplenos, et extrinfecusvnitosexplicaia. Eodem Hieroglyphico denotari humanæ vitæ naturam fugacem, geminaquc differentia De vererum ludicra (alcationesuper vtrem vi. Schema Gemms. Personam non attribui PoetæLyrico,vel Epi- Chiron Centaurus, vtviruina&uofæfimul& contemplatiuæ vitæperitumindicet adomnia:jeaprecipue Veneriadpuritatem coniugý; dfæcunduarem prolisinNuprijs. Schema Gemma. Furum ex rapto viuentium antiquitus condi Schema Genome, De SacrificioSuisapudantiquos. Fraudulenti pari fraudecapiuniør: do Vitecontemplatricisverumacgenuinum hieroglyphicum. Schema Gemma. Gandium& Mæror viciffomfibifuccedunt. Schema Gemme. Anonymi sententia perpendicur de Psyche Pyralidisalasbabente, ansit Animesymbo fomquediffamati. Humani Sermonis ; do bumana vite natura in actuos apariter et incontemplatrice Schema Gemmt. Furacisrapacitatistypus,& inftrumen. Virorum infignium imagines Anulis in sculpifo: litas,adeorum memoriam, culium, Mulierumraptoresprimos,& paffim fuissevi ros bellicolos. imitationem. Libidinis atque Magia prauapoteftasingens, Schema Gemma, virtutis, et vitijdistinctam,maximeque libi. dinosam. Cole delle proprium symbolum Dramatici. aprum cducaregenerosa indolis adolcicencs. De Marlya geminatæ tibiæinucntorc fabula menio latjusexplicato. Schema Gemme. Schema Gemma. tionesexplicatæ. lum absolute. Platricisintimis attributis. Atuosa vita prima species Bigisinludorum Alia Panos explicatio devniuerfo proponitur. Circensium Schemare currentibus hieroglyphice interpretata. Aftuofa vita secunda species, Moralis&Actiua lufta Zelotypamulieris indignatio, familjema eft: nuncupata, Quadrigarum fpectaculomy. ftice representata. Schema Gemme de Equo Troianoproposita,&expensa: Propria Schematis explicatio primumque Darctis Phrygij deNaturalicu narratio. piditatesciendi. Virorum Heroica virtute preftantium vultus Potentiorum præde opulenti: Telluris occupatio apud antiquos merorieac imitationis ergo Dilly's Cretensis Ephemeridum inuentio communis receptio. veterum, Achillisi mago qualis, et curin Schemace. vltionem, Bigarum cursus in stadio H. P. GRICE STAGE -- ve indicet Artificum vitam effe&ricem. comprehendere fatagientis. Responsio LICETI denneac formasuisymboli Schema Gemmik. Sophiftaperimitindocius, adoctisinterficitur in literario mundo. Quadrigarum cursu signariviram Adiuam, Naturalis cupido sciendiqu. erielatentesrerum præcipueque Milicarem. que Aduerfus hoftesinbelloiusto,dolis Schema Gemma, expenduntur. cap.cxli. paratur, ac de singulis tribus censura pro mulgatur. interitus, Schema xlvij. Gemma. pafjem effigiatos. haberi. a fortioribus: Agraria Legis occafio, do ego Amicitia cogens ad iustam PerfeisimulacrocurfignaueritAlexander, cur vsiveteresin Numis. Multiplexænigmatis explicatio: et primade potentioribus diripientibus aliorum opes. De Anulis, quos adsignandum habebat Magnus Alexander. Secunda Schematis explicatio nostra est,de robustioribus,terræ dominium, acpofsef Panos Hieroglyphica, deSermone, deque Vniuerfo declarata. Tertia explicatio politica noftra Schematis, de terræ distributionem ilitibusvi&toribus, per Schema Gemma Platonica Panos explicatio, de conditionibus, Legem Agrariam, affertur. Quarta Schematis explicatio noftrae ftphysi. Auctarium. Schema Gemima. ca, de typo Agriculturæ. Hostium donfau fpecta fempereffedebere.nam. Poetarum et historicorum communisopinio, Veriores fententiæ deSphinge proponuntur exalijs,cap.cxlij. Tertia sententia PLINIO, Pausaniæque de Troia Equo proponitur, et allatisanteacom Arcana Numinis, et edifta Principumnonime telligentem, acnonobferuantemmanet Schemaxlij. Gemme. vis: Agriculturetypus: Ægyptus: Schema xlvii. Gemma, et PROPIA NATURA SERMONIS HUMANI proponitur. QuintanoftriSchematis explicacio, de regione fionem fibi occupantibus. licerarij. inuentis ingenia macerat. Schema Gemme. aqueacviribusvtendum . Aliorum opiniones de Sphingereferuntur, et Propria Schematis explicatio proponitur de Troiano Equo secundum senfa poetarum Principum,& nonintelligentesoracula. Index Titulorum, De Schemate noftri Mercurij Pana fugientem caufas, quibus inuentiscellat, non Sphinx curinterimat non obseruantesedi et a Ægypti. Postres i Poftreina Schematis explicatioest, de Amici- . Crucifixi Predicatores, Pifcatoreshominum: ciæ, ad vindictam injuriarum cxcrcitum. co. Chiorumantiquain Homerum obseruanti apu Explicatio prima Smethiæ Gemmæ de Crucie c Explicatio primæ Gemmæ Rhodianæ, rife, Propria Schematis explicario de Mula Thalia rentis obseruatores cæleftium luminumn proponitur et comprobatur. Curanti quis acerdotes offerrentali quando la Secunda explicatio Gemmæ, dehomineforcu crificia Numinisedentes, licibello Cælaris Augusti nata, Belisarja. Afferturgenuina declaratio Numi Comitis11 Comica lafcime gaudet fermone Thalia: vel Sccunda nostra Schematis affertur explicatio dia gentium comparari. Salute patratum natomarehumanævitænauigante ventose chariftie Sacramento.Schema Gemme. ad veritatis imaginem. Felicishominis,feu formuaritypus, Nawigans cum ventis in V'tre conclusis. culo. gentis, hieroglyphico, c UniuersalisIudicijtypus: Mirabileconuiuium in Deserto; Viros fapientes publicismonumentisefe colendos Schema. Numifmatis, Schemą liv, Gemm. De Smithiana gemma.cap.clxii, Animo pacato sacrificandum et fupplicandum, Fructuum atque frugum vbertatem concors Schema Gemma. Concordia, et fidedata, feruataquçmirificam Miles atrocibella fuper ftes in ærum nofam incidit inopiam fæpiffime duobus piscibus mirifice, Quarta explication Gemmæ, de Sacrofan&oEu Schema Gemma. cundoadarbitrium,fincracionis guberna blica.cli, Comparantur Numismati de-Lazara duo ali Numiab Augustino propositi. rá curba in deserto quinque panibus et explication viri eruditi de Venere, loco, et Cupidi neproponitur, cap.clv. Schema Gemma, De Amore fơecundante criainferaelementa. apud homines promoucri bonorum ome niumybercarem, Schemalvý, Gemma Belisarij et Horatij [ORAZIO] poetæ paupertas, exinfc Fortiondinis audar facinus, pro patrie næ calamitatisfere çoinpar exprimitur. Digreffiode Cicuræ medicamentis, &veneno. Mutij Sczuolæ Romani grande facinus et inli- Responsio deCicutæviribus: et pri mum, cus non habeat vim ex purgandi cor et eucharistia symbolum. Fixi prædicatoribus hominum piscatoribus. Schema Gemmila luftriss, loannisde Lazara, De sepulchrorum differentiis et Homericu. Secunda explicatio Gemmæ, finale iudiciuin mulo, cap,cliii. Poeta Comici, Lyrici uelafciuiori sactus, Gemma celestium obferuationivacandum animo curis vacuo, quies centeque corporeprorsus Expendunturalları Schematis imagines, & sensaViricl.cap.clvi, Aftronomio blernaca, et Aftrologiludicia, vc exarretieridebcant. cap.clxvii. myftice referentis.Tertia explication Gemmæ, desaturatainnume de Poerafcu Comico, feulyricolafciua fupidoMaria,Terras doAeremfæcundans: carmina pangente, cap.clviii, gnis erga Patriam Pictas atquc fortitudo detegiturinGemma cap.clxi.  pora çiçuræplanta: deque duplici genere Cicutarum, Sale. beat molliendi. etiamproba, plerumque multum nocet sibi, dum viro coniugi, Cupido au olans a Psyche fibi non morigera, Amaritudomunuscælitus datumhumanænaty. Ra ad procreandas multasbonasactiones. Schema lix. Gemma. Quatuor Nouissimorum explicatio in gemma de mortis memoria, per anulum schematis De secundonouiffimo, quodeftludicium Dei poftobitum hominum, perperdentis corum post ludicium luendis a vita de f u n et is per perenni poft obitum, aut purgationem in cælis possidenda, per Stellam, lunam et cicadam hieroglyphice signata. Per oratio totius Operis,Caputvlcim  n quo agitur de Monftris generatim. CJ Onflri varia ftgnijicatio 5 (02 propria efi, ac noflri inflituti^. deteoitHr, Monjlri etymologia vulgaris, quaft res eventnras monjiret^confiitatidr; vem (^ propria proponttur» DeMonjlroriim Hnmanorum reali existentia, Realts extftentta Monjlrornm irrationalium naturam non eoredientium patefit, OBenditur in fiirpibus etiam revera MonBra contingere, De Mon''hor Hmcauffis generatim ijtiot ^qu^ecjue fint, Monflrorum caujfa Hnalis generatim (jtiQtupLex^qucec^He fit. DeMonflrorumcattffaformaligeneratim, quotuplex quaquefit, De Moniirorum caufia ejfetirice generatim, quotaplex, qu& quefit De MonflrorHm caiifia effeflrice generatimtquotuple Xiqucequefit, Propria Alonfiriffeneratim accepti definitio investigator. Inventa Monfiri definitioexplicatur.CMonfridivifioin fuas fpeciesfupremasmtiltiplexaffertur, fedaptior eltgitur In quo fpeciatim agitur de Monftris tjumanis.Attexensdi6iisdicenda^&dkendorumordinempromulgans.ORige canjfd Mon^f OYPimh manorumcomm Hmsqti<e^ &quotwplexejfe valeat. Monftrorum in humana f^ecie mutilorum realis exiftentia ex Uifloricis elicitur, Origo, ( prima caujfa monBri uniformis mutili educitur ex propria materits defeu. Secunda caujjfa^ C=f orfgo MonHri mutili oHenditurejfe ex dehilitate, ac defe^uvirtutis formatricis, Tertia causa, ( origo MonBrimutilijlatuiturinangufiiauteri, acloci f(stum continentis, uarta mutili Monjlricaujfa^(origoadmateriaineptitudinem redigitUY. Quinta Mon(iri mutiLicaujja^ (£ origo eft ex parente itidem trunco. Sexta causa 3 origo Monflri mutili admorhumfoetus attinere dicitur, Monflra muttlaex imaginationis parentum viexoririnonpojfc Monjiri uniformis excedentis redis exifientia ex hiHoricis item compro- batur, (tajia, Monjiriexcedentisnatura, G?caujfa. prima elicitor ex parentum phan- Secunda causa, (^ origo Monjlri excedentis in materics nimio excejfu ejje perhibetur. Non omnia A^fonjlra excedentia ex materi^srednndantia ex oririiJed aliquaexcedeniiumfuicaajfamtertio locoin una materiae penuria obtinere. ^jiarta canfa, (^ oriuo Monjlri excedentis infk perfcetattone collocatur, .^inta caujja, origo Monjlri excedentis rejolvitur in iteratam ejfu^ Jionem maternifeminis in uterum citrafispeYfQ^tattonem. Sextacauffa, £? origo Monjtri excedemis pertinet ad anguHiam uteri Septima caujfi, c^ origo Adonftri excedentis ex parentibus monjirofts elicitur. OUava origo, ^ caujfa Monftri excedentis in vitio nutricationis confiftcre perhibetur„ Nona ratto, (^ canfja Monftri excedentis monftratnr in animipajfionibus parentes aJJicientibHS : ex^rciiatio cum Cavdano, (^ Parxo., Decima causa origo MonjiriexcedentisinviolentafKaternicorpo^ ns concnljione reponimr, .U/idecimacmjpi, ^origo Mon riexcedentisrefertnradmorhnm fœtus, Monjlrorum ancipitis natur^efHbfillentia realis demonflratnr,  Jldonftrianctpitisorigo, Causa. Communis injtntiaturj ermturque prima. ex ?nateriet diverfce dcfe^H, ac excejja. Secmda Alondrfancipitisorigo, caujjaextiteriangufiia, (de" feSiu virtuttsformatricis explicatur Tertia Monjtnancipitis origo, cau^ainmorhofmtm, ^ffiperfce' tatiom deteqitur^ ^iarta Mon^ri ancipitis origo, caujsa refertur in materi<e ineptitudinem, iteratammaterntjeminis, (fanguinisejjluxtoftemaduterum, citra fiper fostationsm, intaMonjlriancipitisorigo, causa de promitur ex parentum corpore Monjlrojb. Sexta Monjlriancipitisorigoy Ccaujfaex vehemenii parentum imaginationei vitio nutricationis in faetu enucleator Mofiflri ancipitis origo, Cscaujja feptima reponitur in arte, peccata JSfatura imitante, ac nonfine ai^ilio Naturiz operante. Mon^ridijformisexi Bentiaexhi Horicispromalgatur. De Monjlri dijformis natura, caujfis; primaque illius origo refoU vitur in malam uteri conformationem Secunda Monjlridijformisorigo, &caujfaJpe5lat ad malumjitum placenta nuncupatas: cujus ufns explicatur, Tertia dijformisMonfhicaujfa, (^origoexmoladepromitur. arta Monjiridiffhrmisorigo, (canjfaofienditurexmotu,  inta Monjlri dijformis origOj (caujfa flatuitur imhecillitas facuttatis difcretricis, yi. Sexta origo, (caujfa Monjiri dijformis ad nimiam materiie vifet- ditatem rediaitur, f^lI. Monflra informia, dehitam memhrorum figuram non retinentia reipfa inveniri. Cde Ad onflrovuminformiumorigine,&caujfa; qu^primlmde ducitur ex imbecillitatefacultatis formatricis. Secunda Monfirtinformisorigo, (^caujfj,exanguliiautericolli" gitur. Tertia informium monfirorum caujfa, (origo in motu inordinato repO nltur„. arta informis Monflri origoi caufpi d(?prmiturifi mola (fLicema, tumore utm^concuTYmie virtHtisform^trkn imhcilliime, acmatem tertceweptimdifie,inta informis Monflri orlgo j ($' C(^0jj4 ex imMgimtio^e parmtum vehementiexi^ltcatHr» Cap, Sexiatn formis Monftricauffa origo innsonflrofo parentedete* gttMY, Septimainformis Monjlriorig QcaajfnrefertmadmenflrmYHm fliixum tempore conceptus, Monjirienormisexi Hentiapatefit, Monjlra enormia et omnino monfira mn ejfe infantcs candidos e fareKtibus JEihioipibws ortos necviciffm iEthiopum moremgros e cmdidis: (^decolore Aadromeds.  Monflri enormis origo, caujfa prima ejje in imaginatione paren» tHmperhibetur: ^miiltadeaureocri^re Pythagorse confiderantHr, Secunda Monfirienormisaureofemorecaujfa, origo reponitur tn exhalationeigneadecorporeviveniis efliMente, Tertia Monfirie normisameofemore caufia, origorefblvitHYin morbum regium, ana Monfiri enormiter pilofi caujfa i (origo ex craffitiei (fuligi num copia extruditptr; ubiplura de cordepilofo Ariftomenis, inta Manflri enormiterpilofi origo, causa ex parentepariterpih» Jo petenda eft. Sexta Monflri enormiter Upi defcentis origo et causa ex intempefiei tic materiae ineptttudine dedudtur Mon^rimuiltt formtsineademfpeciefnbf Mentiapatefit; ubidecapi-'le ytrtli mulieris corpori ajfixo de Hermapbrodttts mira quadam explaviantur. Monfirimultiformisin eadem fpecie^muUerisnempevirite caput habenits origo, ej" cauffa prima ex hetero^e»ea feminis natura educitur j  defemi» nis' Vulgo tnwiafculosmutatts; Qfdemn fculisefieminatis, Secund.canfia ejufdem moftlhi multiformis ( ori<To excutitur ex de jtdu fminis m^fcpilei Tenia Monjiri multiformis in eadsmfpecie origo (£ cauJfarefertHf i,id pdrentumimairin Mionem..t^ariuorigo, (^cauffaMonfirimuliiformisin eademfpecieadpa rent^s conjimilem natnram attinef, monfira mnltiformia ^diverfas animulium species in ecdem genere proxmoreferemta fnonefie figmsnta ^jed in rernmnatura reperiri J^donjlYt midti formis diverfas animali Hmfpecies in eodem geneYepYO^ ximo referentiSy canjfa c origo frima depromitur ex apparentia. Secunda causa, G? origo Jkfanflri, mtiltiplicis fpeciei animalia referen' tts, ex imbecillitate generantis pendere demon(lrattir,  Tertia canjfa, Cs* origo Adonflri multiformi animalium fpecie elicitur ex deirenerata fsminis anima in nattiram alienam.arta Aionflri mnltiformis varias animaliam species referentis origo causa ermtm ex materialifostus principio, jtinta Monflri lotimani hrntalem effigiem habentis orioo scattjfa ex virtnt is alentis vitio elicitptr, Ssxta hominis monflroseferinaspartes habentisoritroj caujfain altmentaris materiis vitio reperitar, Septimacanjfa,(^origo Monflrihitmaniferinam effigiem habentisex morboelicitur. O avacauffa, origo Monflrihnmaniybrtitorumejfl gieminmem' bris habentiSfjx imaginatione parentum defttmitHr Nona caufja, corigo Alonflri varias animalitim effigies habentis agnofcitnr ex parentzbfis monflrofs, Decima causa origo Monflri partes habentisbrtitorum membra (hnmana referentes, explicatur exfeminum miHione, ac nefaria venere. Dttbitafiones propofltam theoriam. urgentes diluuntur (prima edn a ex ARISTOTELE, alicubi n^gante monjlrtim fieri ex animalibus diverfs fpeciei. AlteradubitatiQ Maniliana, G Lucretiana diluitur, negans qtiiA ejfe nobis commune cum feris, plantis ad invicem {nam Caftronianam ver^ bistemer efttffttltam, non autemrationibusinnixam, latedif cujfimusinopett de Feriis Aitricis Anim3?, difputat. Tertia dubitatio viri eximii negantis ex variis fpeciebus poffe ejuid uni tantum parenti congeneum nafci. Exercitatio cum acutiffimo Delrio. Di in le magis explicatur origo humani monflri ex fera nafcentis,Vndecima causa et origo Monfiri y varics speciei anirmliumi partes habentis, ex cacodamonis opera elicitur, Monflra muhiformia fuijfe conflruUa ex partibus referentibus animantia diversl generis, Monflrihttmani membravHiorumanimalium habentis origo caujfa prima in apparentiam refertur.  Secunda Monfira diverp generis origo S cauffa ex imbeciUitatsj vtrtutis generamis colligitur. Tertia Monflridmffigemi origo, emffain Milifate fcrma- tricis repomtnr artacmujfa c origo Monflrimnln gemie cimbecillitatcviv tmisfeparatricis dedHcttm. inta causa,  erigo Monflri multigenei referturad femims degeneranoncm. Sexta caujfa Monflri poligenii materice ineptitudo ejfe offenditur. Septima causa origo Monflri multigeneidejumitur ex debilitate virtmis alentisfoetum,  Octava causa origo Monflri diverft genii ex inepto partium alimento educitur,  Nona cauffa, origo Monflri multigenii ex morbofostus adducitur, Decima caujfa, G? origo Monflri multtgenii ex parentum imagi' natione hauritur. Vndecima cauflaj Gf origo Monflri diverft generis adparentes  mon Yofosrefertur, Duodecima causa y origo Monflripoligenii habetur infemitium permifiione, Decima tertia causa originis Medufaei tapitis in ovogallin s...Decima quarta caujfa origo Monjirimultigeniiadvim mali Diemonis refertur,  Monftricacodamonis origo explicatur ex causis prius adducis.  Vewv&tio totius operis. Licetus. Nome compiuto: Fortunio Liceti. Liceti. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Liceti” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Licone: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Abstract. Grice: “Cuoco calls Pythagoras, a non-Italian, the father of Italian (or Magna-Graecia) philosophy, just because after his school in Crotona was vandalised by the vulgus they all moved and rebuilt their secret heterodoxies in Taranto and evirons!” -- Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide. Licone. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Licone.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Licoforonte: all’isola -- la scuola siciliana – Roma – filosofia siciliana – scuola di Leonzio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Leonzio). Abstract: Grice: “Oxford has this stupid tendency to think they can teach ‘Greek philosophy’ – it’s evern worse at Cambridge! – The thing is, most of the so-called ‘Greek’, or ‘Ancient Greek philosophers’ were as Greek in the same way as we can say that William James – the Americo-Irish – was English! My favourite example is Leonzio, from Leonzio – as Occam was from Occam – and especially his pupil, Licofronte. We have to remember that this was before Oxford, or Bologna, so that the idea of a ‘scolaro,’ or pupil, or disciple – was to be taken, as the Italians say, with a ‘pinch of salt.’ At Oxford we repudiate discipleship – even though Austin was once heard as saying, ‘If they don’t follow me who are they going to follow?’” -- Filosofo italiano. Leonzio, Sicilia. A pupil of GORGIA (si veda) di Leonzio. Primarily a sophist, he takes positions on philosophical matters. For example, he declares that being from a noble family is worthless in itself, as its value depends solely on the esteem in which the family is held. Licofronte. Licofronte. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Licofronte.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Liguori: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura critica – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “At Oxford, we had a common ground – we university lecturerrs would only teach what other mmbers of the faculty would understand, since we don’t’ grade our pupils – the board of exminaers does --. On the other hand, in Italy, there is L., who teaches what he feels like!” Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “Personally, my favourite of Liguori’s metaphors is ‘the abyss of reason,’ since Speranza has elaborated on this: it’s Gide’s ‘mise-en-abyme’ no less, which breaks my principle of ‘conversational perspicuity’ – a mise-en-abyme text is just untextable!” -- Grice:  “Liguori has studied the metamorphosis of language in one of his philosophical noble ancestors!” “I like Liguori: he has the gift of the gab for metaphor: ‘i baratri della ragione,” “la fucina del filosofo,” “l’alambicco dell’anima,” “la condizione del senso” ‘il razionale dello irrazionale” o “le ragione dell’irrazionale” “le ambiguita della ragione,” “Trasimaco ha ragione” “Giustizia e carita” Ritratto. Frequenta il liceo classico dell’Istituto Massimo di Roma. Studia alla Sapienza. “Scherzi della memoria.” Si laurea con la tesi “La scesi giuridica.” Insegna a Lecce ed Ostuni. Si dedica alla storia della filosofia. Insegna a Bari, Urbino, Ferrara, Trento, Salento, Torino, Firenze, Lecce, Cassino, Napoli, e Noceto. Con “E il vero baratro della ragione umana” – cf. H. P. Grice, “Mise-en-abyme conversazionale” --  viene riconosciuto come uno studioso di Kant, Graf, LEOPARDI (si veda), e Cartesio. Tratta  Positivismo di Sergi,  Lombroso, Morselli e Vignoli; della scesi di RENSI (si veda) ponendolo in critica relazione tra LEOPARDI (si veda) e PIRANDELLO (si veda). Scrive di de' Liguori e di Benedictis, detto l'Aletino. Collabora con l'Istituto Italiano per gli Studi filosofici di Napoli. Tenne rapporti epistolari con GARIN, BOBBIO, Augias, Binni, Donini, Ferrarotti e Timpanaro. Fonda ad Ostuni il Circolo Culturale “Sic et Non”, cui aderiscono e collaborano note personalità della politica e della cultura quali Donini,  Fiore,  Radice, matematico e fondatore e direttore di “Riforma della scuola” e docenti delle Bari, Roma e Lecce. “Sic et Non” si impegna in complesse battaglie civili come quella per un dialogo tra marxisti e cattolici, ed altre incombenti questioni sociali come la campagna per il divorzio. Stringe intese, oltre che con moti uomini politici e studiosi di chiara fama, con il gruppo dei cattolici del Gallo di Genova e coi fiorentini seguaci di Giorgio La Pira, i quali si riunivano intorno alla rivista “Testimonianze” diretta da Balducci e Zolo, nonché con i ragazzi della Scuola di Barbiana, diretta da Don Lorenzo Milani. Manifesto editoriale del "Sic et Non" è la rivista Presenza, da lui diretta, che testimonia questa attività politica allora pionieristica per una piccola provincia del Sud Italia. I sette numeri pubblicati della rivista Presenza, e altra documentazione di tale impegno politico, sono attualmente depositati presso la Biblioteca di Ostuni intitolata a Trinchera e comunque ampiamente documentati nell'unico saggio autobiografico dello stesso autore.  Critica e commenti sull'opera di L. Carteggio con illustri studiosi Bobbio: Il saggio mi pare di grande interesse, per l’ampiezza e la serietà della ricerca su un tema, se non sbaglio, mai scandagliato a fondo, eppure importante nell'ambito più vasto della storia della filosofia positiva, della critica letteraria e della cultura torinese (argomento a me particolarmente caro). Sono convinto che si tratta di un lavoro di prim'ordine, che rende giustizia a uno studioso e a uno scrittore (e poeta) che è stato sì, ricordato più volte dai suoi discepoli, ma è stato poi dimenticato dagli storici. Credo che questo libro sia un effettivo contributo alla migliore di quel periodo della nostra storia che la cultura idealistica aveva disdegnato: un contributo di cui soprattutto noi piemontesi dobbiamo essere grati». Sebastiano Timpanaro: «Mi sembra, e non lo dico per adulazione, ma con piena sincerità, un'opera di livello davvero eccezionalmente alto, per la caratterizzazione del protagonista e di tutto il suo ambiente, per tutto ciò che finora ignoto essa porta alla luce. E’ venuto fuori cosi un lavoro che molto di rado accade di leggere». Donini: “Mi pare, ad un primo esame, fondamentale per la conoscenza del periodo ancora poco conosciuto. Apprezzo moltissimo tale metodo di indagine e la serietà della documentazione. Uno studio di questo genere è certamente costato decenni di intensa documentazione.  Oldrini: ho letto subito il volume su Graf così ricco e con non poco profitto. Quando l’autore, in un punto se la prende con gli storici della filosofia italiana che trascurano Graf, anzi noni menzionano affatto, mi sento in colpa; e tanto più in quanto io, studioso della cultura napoletana, mi son lasciato sfuggire quei nessi di Graf con Napoli che il volume di L. illustra con tanta passione». Contorbia: “poche volte accade di fare i conti con un libro così fatto, stratificato, totalizzante; ad apertura di pagina si avverte l’impegno, il grado di coinvolgimento appassionato con cui lei ha condotto avanti negli anni una così impegnativa ricerca peculiare, quasi il centro della sua esistenza intellettuale, il punto di arrivo (e a un tempo di partenza) di un confronto che è culturale ma anche morale e politico.La qualità di un tale lavoro, mi pare, fuori dell’ordinario». Valli: «L’autore ha consegnato alla critica e alla conoscenza uno studio così complesso da poter essere considerato un esaustivo panorama della cultura del secondo Ottocento italiano e non solo italiano]». Recensioni di illustri studiosi Rossi, “L'autore… ha fatto emergere un quadro ricco e articolato dove accanto alle ombre brillano alcune luci importanti». Recensione sulla rivista «Panorama» riguardante il  di de Liguori Materialismo inquieto, edito da Laterza. Cosmacini, «Il lavoro di L. è largamente meritorio oltreché ampiamente documentato». Recensione uscita su «Il Corriere della sera» riguardante il  di L. Materialismo inquieto, edito da Laterza. Marti::Dalle appassionate e diuturne indagini dell’autore su Graf e il suo tempo è venuto fuori il ponderoso, massiccio volume, che ho ricevuto come caro e preziosissimo dono. Davvero lusinghiera la “presentazione” di un grande Maestro come Garin, e accattivante e simpatica l’”Avvertenza”. Tutto il resto è da leggere». Recensione al volume di L. su Graf, Giornale storico della letteratura italiana. Augias: «Quella di De Liguori è infatti una storia meridionale che parte da una finzione narrativa di gusto classico ma così classico da poterla ritrovare in alcuni capolavori tanto celebri che non vale nemmeno la pena di citarli. Saggi: “Trasimaco ha ragione” (La Rassegna pugliese); “Giustizia e carità” “fra filosofia e vita” Ivi “Lo scetticismo giuridico di Rensi” (Rivista di Filosofia del diritto); “Una moderna enciclopedia del sapere, Rassegna pugliese, II“Efirov e la filosofia italiana, «Problemi», “Un Leopardi anti-progressivo” (Dimensioni); In tema di materialismo comunista, Ivi, “Gioberti e la filosofia leopardiana -- momenti del conflitto tra l’ideologia cattolico borghese e la protesta leopardiana” (Problemi); “Un episodio di solitudine. Rassegna di studi su Graf,” Ivi “Leopardi e i gesuiti -- appunti per la storia della censura leopardiana, Rassegna della Letteratura italiana, Quel povero “Diavolo” di Graf, «Giornale critico della Filosofia italiana», Le «Scandalose razzie». Scienza, politica, fede in Graf Ivi, Scetticismo e religiosità in una rivista militante: «Pietre» in, La filosofia italiana attraverso le riviste, A. Verri, Micella, Lecce,  “La condizione del senso”; “Per una riconsiderazione della lettura grafiana di Leopardi” «La Rassegna della Lett. It.», Il mito e la storia” – “Le ragioni dell’irrazionale in Graf, «Problemi», Quella «dubitante religiosità». Graf e il modernismo, «Giornale cr. della fil. It.», Doria tra platonismo e riformismo, «GCFI», Il sodalizio Labriola-Graf negli anni della loro formazione «Studi Piemontesi»,  Un anti-cartesiano di Terra d’Otranto: Benedictis, in, Miscellanea di Storia Ligure, Genova); “Materialismo e positivism -- questioni di metodo” (Facoltà di Filosofia, Bari); “Aletino e le polemiche anti-cartesiane a Napoli” (Rivista di storia della filosofia); “L’araba fenice: ossia la filosofia nella secondaria, «Idee», “E il vero baratro della ragione umana” – “Graf e la cultura” Prefazione diGarin, Lacaita, Manduria,  “Le ambiguità della ragione” – cf. Grice: ‘the equi-vocality of ‘reason’ Grice: “Liguori has a taste for unnecessary plurals: the abysses – the ambiguities -- ” -- «Idee», “Per la storia della psico-fisica in Italia”; “Il materialismo psico-fisico e il dibattito sulle teorie parallelistiche in Italia -- Masci e Faggi «Teorie e modelli», “Di una rinnovata attenzione al materialism” (Idee); “Mito e scienza nell’antropologia e nella storiografia del positivismo italiano”; “La filosofia tra tecnica e mito, Atti del Convegno della SFI, Assisi,  Porziuncola); Dimensioni», Livorno, Materialismo inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del positivism” (Laterza Bari); “Tommasi e la filosofia zoologica di Siciliani, Rileggere Siciliani, G. Invitto e N. Paparella, Capone, LecceI Presupposti epistemologici e immagine della scienza in Morselli e Graf, Filosofia e politica a Genova nell’età del positivismo, Atti del Conv. dell’Associazione filosofica Ligure--  Cofrancesco,  Compagnia dei Librai, Genova, pMaterialismo e scienze dell’uomo; Kant e la religiosità filosofica di Martinetti, iA partire da Kant; L’eredità della “Critica della ragion pura”, A. Fabris e L. Baccelli. Introduzione di Marcucci, Angeli, Milano, Materialismo e scienze dell’uomo -- Il dibattito su scienze e filosofia, Lacaita, Manduria, La fondazione razionale della fede in Martinetti, Dimensioni, Livorno, Darwinismo e teorie dell’evoluzione nella prospettiva monistica di  Morselli, Il nucleo filosofico della scienza, Cimino, Congedo, Galatina,  L’immagine della donna nel paradigma positivistico della degenerazione, Morelli. Emancipazione e democrazia, G. Conti Odorisio, Scientif. Ital., Napoli, La cultura filosofica in Torino, Rivista di filosofia», Presupposti torinesi della singolarità filosofica di Martinetti, «Studi Piemontesi»,  E’ possibile la storia dello scetticismo?, “Segni e comprensione»”; “ filosofi delle bancarelle». Per la critica della storiografia filosofica,  «Lavoro critico»,  Il sentiero dei perplessi -- scetticismo, nichilismo e critica della religione in Italia da Nietzsche a Pirandello, La città del Sole, Napoli, La reazione a Cartesio in Napoli, Giovambattista De Benedictis, «GCFI», La revisione della storiografia sul mezzogiorno, «Segni e comprensione», Positivismo e letteratura. Antologia di testi, con Introd. e note, Graphis Bari, La lezione scettica di Rensi, Critica liberale,- La psicofisica in Italia,  La psicologia in Italia, a cura di Cimino e Dazzi, Led, Milano, Vignoli e la psicologia animale e comparata, Ivi, Pensatori dell’area torinese --Percorsi», Quaderni del Centro Frassati, Torino, Il ritorno di Stratone. Per la collocazione del materialismo leopardiano, in Biscuso e Gallo, Leopardi anti-italiano, Manifesto libri, Roma, Kant e le scienze della natura -- in margine alle lezioni kantiane di Geografia fisica, in Filosofia, Lecce, Lacaita Manduria, Cattaneo, Psicologia delle menti associate, G. de L., Riuniti, Roma, Antropologia, psicologia comparata e scienze naturali in Vignoli, «Teorie e modelli»,  Geymonat, Treccani. Antropologia e tassonomia in Kant. Da Blumembach a Buffon, Atti del Convegno sulla Geo-fisica kantiana, Congedo Lecce, Antropologia, psicologia comparata e scienze naturali in Vignoli, «Teorie e modelli»,  Cronache di filosofia del diritto in Italia. Sforza e i suoi corrispondenti, in «Quaderni di Storia dell’Torino»,  Per Mucciarelli: positivismo psicologia e storia, «Segni e comprensione», Geymonat e il “materialismo verso il basso”, GCFI, Il materialismo di Timpanaro, «Critica liberale»,  Lettere di Timpanaro a Liguori, in Il Ponte, Da Teofrasto a Stratone. L’itinerario filosofico di Leopardi, «Quaderni materialisti», Labriola e Graf -- Principio e fine di un sodalizio di vita e di pensiero, in Labriola e la sua università. Mostra documentaria per settecento anni della “Sapienza” Aracne, Roma, A. Graf, Memorie, Introduzione, commento e cura, “Gli Arsilli”, Edizioni dell’Orso, Alessandria Un catalogo per Labriola, «Critica Sociologica», Utilità dell’inutile. Dalla elaborazione concettuale alla programmazione e alla costruzione di un catalogo, «Itinerari», I Gesuiti. Le polemiche sui riti confuciani tra l’Aletino e i missionari domenicani, «Studi filosofici»,Le «imbrogliate bestemmie germaniche». Moleschott e la medicina materialistica, «Physis», La fucina del filosofo. «Segni e comprensione», Filosofia teologia e fisica di Cartesio nella Difesa della Terza lettera apologetica dell’Aletino, «Il Cannocchiale», Liguori e la filosofia del suo tempo: Spinoza, Bayle, Hobbes e Locke, Rivista di Storia della Filosofia, “Libido Sciendi”. Immagini dell’empietà nell’apologetica cattolica tra Sei e Settecento (da Magalotti a Valsecchi), GCFI, Scherzi della memoria. Mappa di un itinerario non turistico tra politica e cultura in una provincia del Sud, Prefazione di Ferrarotti; Postafazione di Cumis, Salvatore Sciascia, Medicina e filosofia in Italia tra evoluzionismo e scientismo. Da Tommasi a Morse,  «Il cannocchiale»,, L’ ”il lambicco dell’anima”. Note sul Mind body problem in Italia nell’età del positivismo, in Anima, mente e cervello. Alle origini del problema mente-corpo, P. Quintili, Unicopoli,  L’ateo smascherato. Immagini dell’ateismo e del materialismo nell’apologetica cattolica da Cartesio a Kant, Le Monnier /Università, Le sorelle Vadalà. Quattro storie più una, Romanzo con pefazione di C. Augias Movimedia, Lecce, Pensatori dell’area torinese tra i due secoli, in Quaderni  Noce, Marco,  Lungro di Cosenza, Ateismo e filosofia. Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e sul rapporto tra fede e ragione, «Il Cannocchiale», Le metamorfosi del linguaggio nella controversistica e nella pratica missionaria, Le metamorfosi dei linguaggi, Borghero e  Loretelli, Edizioni di Storia e letteratura, Roma, Dannazione e redenzione dell'Eros. Soggetti e figure dell'emarginazione: la donna come oggetto determinante nella invenzione cattolica del peccato di lussuria in «Bollettino della Società filosofica italiana»,  Le cose che non sono, in «Critica Liberale»,   Prefazione di E. Garin, Manduria (TA), Bari, Roma, Lacaita, Gemoynat Treccani, Le Carteggio privato (corrispondenza autografa) tra L. e i singoli autori citati  Rossi, Viaggio nel Positivismo, in Panorama, Arnoldo Mondadori, L., Materialismo inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del positivism, Bari, Roma, Laterza, Giorgio Cosmacini, Povero medico condannato al materialismo, in Corriere della Sera,  Marti, Recensione a I baratri della ragione  in Giornale storico della letteratura italiana, Le sorelle Vadalà. Quattro storie più una, [Romanzo], Prefazione di Augias, Lecce, Movimedia.  Dannazione e redenzione dell’eros. Soggetti e figure dell’emarginazione: la donna come oggetto determinante nell’invenzione cattolica del “peccato” di lussuria di L. Il Cristianesimo ha maledetto la carne, ha infamato l’amore. L’atto vario e molteplice nei modi, ma uno nel principio, per il quale le creature si riproducono e a cui gli antichi avevano preposta una della maggiori fra le divinità dell’Olimpo, è, agli occhi del cristiano, essenzialmente malvagio e turpe e la malvagità e turpitudine sua possono a mala pena, nella progenitura d’Adamo, essere emendate dal sacramento. Il celibato è pel cristiano, se non altro in teoria, condizione di vita assai più pregevole e degna che non il coniugio e la continenza è virtù che va tra le maggiori. A. Graf1. L. examines the story of Eros, from ancient Greece to the age of Enlightenment, and tries to underline relevant connections with other events of thought and religious traditions as well as European popular customs. The ideological conflict with Christian ethics and Catholic church is particularly highlighted thanks to a specific textu- al analysis, particularly during 17th and 18th centuries. Keywords: Subjects and Figures of Marginalization, Woman Condi- tion, Ethics and Christianity, St. Alphonsus M. de’ Liguori. 1 A. Graf, Il Diavolo, Treves, cur. Perrone, introduzione di Firpo, Salerno, Roma. Avverto l’eventuale lettore che il saggio che segue ha natura meramente divulgativa e di mera indicazione didattica nei confronti dei docenti di discipline storico-filosofiche. Nasce dall’assemblaggio di appunti per il canovaccio di uno spettacolo tenutosi a Parma al Teatro del Vicolo, dal titolo Eros e Poesia. M’è d’obbligo infine rimandare sull’argomento che qui espongo, agli interventi di alta e corretta divulgazione, curati per Rai Educational, di Argentieri, Curi e Moravia, in Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. Raccolta e catalogazione dei materiali Non partiamo dalla consueta e abusata presunzione ontologica; non diciamo che le cose sono, piuttosto ci limitiamo, cartesianamente, a scoprire in noi il pensiero e, col pensiero il corpo e la sua capacità di rapportarci ad altri corpi attraverso quelli che chiamiamo i sensi. Ci hanno preceduto i sensi sti: nulla è dentro la nostra mente che non ci viene fornito dai sensi. E così la fantasia, la logica, la ragione, la fede altro non sono che gli strumenti più raffinati di un corpo tra i corpi (materia) che, come l’infima creatura che emette pseudopodi, procede dal coacervato all’ameba e arriva all’uo- mo, cuspide di presunzione, anelito più che sensata pregnanza di vita.. Non lasciamoci impressionare dai prodotti di questo strumentario intellettuale: arti, religioni, presenze invisibili, futurologie improbabili, paradisi perduti o escatologici disegni, virtualità effimere come sogni, denunciate già dal fol- le di Danimarca una volta per tutte. Sono sirene lusingatrici di contro al cui canto ammaliante hanno ancora buona validità i tappi di cera nelle orecchie usati da Odisseo, navigante curioso, per escludere i suoi compagni2. Qualcuno sostiene che le cose non sono se non create. Qui noi non soste- niamo l’inesistenza delle cose: in tal caso dovremmo postulare e ammettere la trascendenza, laddove noi riteniamo l’oltre una autonoma creazione (se vogliamo mantenere il termine) del nostro pensiero. Abbiamo raggiunto (a livello di pensiero puro, non certo di pensiero soggettivo) un tale grado di evoluzione da creare dal niente, come aveva, in termini tutti romanti- ci, spiegato Fichte enunciando i tre celebri principi della sua dottrina della scienza! Ma gli sviluppi delle neuroscienze, in particolare, hanno reso sterili tali tentativi di esplicazione del reale. Idealismo e religione fanno a gara a rincorrersi nella loro foga di raggiungere la verità eterna! Meglio perciò rinchiudere i filosofi nel trittico che si sono costruiti con secolare pazienza della Metafisica, Teodicea e Ontologia. Che farnetichino in eterno sull’ori- gine dell’anima, sul rapporto col corpo e sul destino futuro della umanità. Si potrà, una volta sgombrato il terreno dalla zavorra, procedere in modo più lineare, ordinato ed onesto alla diagnosi del male di vivere: del nascere e morire. Tolta di mezzo la pretesa razionalità e la scientificità teologica (e teleologica) con la sua saccenteria, gli strumenti dei sensi come la fantasia, la fede, la ragione potranno riprendere legittimamente la loro funzione di guida o di orientamento. Se partiamo dalla nostra “condizione umana” (senza scomodare Mal- reau) vera e concreta, viene prepotente in ballo, la nostra sensualità, prima ancora che la nostra sensitività. Avvertiti da Freud, che va ascoltato con la 2 Vedi quanto scrive, Berto, L’esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili, Laterza, Roma. 30  dovuta prudenza filosofica, ci accorgiamo facilmente che è l’eros la molla privilegiata delle nostre azioni o inazioni. Tanto è vero che sul terreno della storia è con l’eros che il Cristianesimo ha ingaggiato fin dalle sue prime origini la sua battaglia aperta, dagli erotici furori degli anacoreti fino ai ra- ziocinanti dogmatismi teologici dei nostri giorni. Conviene delinearne un breve profilo. Profilo storico dell’Eros in Occidente. Dal mito di Venere a Maria Vergine È proprio nel mondo romano, e in quella che gli storici designano come età tardo-antica, che si compie una storica metamorfosi della mitologia pa- gana: il suo graduale trasferimento da religione delle classi colte e dominanti a religione dei campi (pagi = pagani), della plebe rurale. Indicativo tra tutti il passaggio di Venere, dea della bellezza, dell’amore e della fecondità, da un canto, a quella di Demonio, Lucifero (portatore di luce), stella del mattino, per i suoi referenti legati alla sessualità, e, dall’altro, a quella della Vergine Maria, madre di Gesù Bisogna ricordare che mentre avanza il Cristianesimo, il mito di Roma non solo permane ma, sotto mutate spoglie, cresce e si svolge fino ai nostri giorni. Perde la sua valenza politica, la sua forza sugli eventi immediati ma guadagna nell’immaginario. Entra a far parte del grande patrimonio del- la memoria collettiva. Ma in tale processo, se perde i suoi caratteri storici, obbiettivi, acquista una rinnovata immagine fantastica, rispondente alle esigenze delle masse. Soprattutto il Medioevo trasforma Roma, i suoi dei, la sua cultura in nuova mitologia sincretica, mista di elementi tradiziona- li e di apporti nuovi conferiti dalle differenti popolazioni d’Europa, attinti soprattutto alla nuova fede cristiana che diventa l’amalgama di germane- simo, usanze barbariche, romanità, orientalismi, ecc. Roma continuava ad avere un suo primato nell’immaginario o mondo incantato dei miti e delle leggende3, come l’aveva avuto in quello, storico, politico culturale e civile. Ricordiamo l’accorato rimpianto di Rutilio Namaziano Fecisti patriam diversis gentibus unam. Urbem fecisti quae prius orbis erat Nella cultura illuministica, tra Settecento e Ottocento, il mito di Roma si veste di forme neo classiche. Goethe, Winkelmann, e Byron che 3 Cfr. F. Denis, Le monde enchanté,. Cosmographie et histoire naturelle fantastiques du Moyen Âge, richiamato da Graf, Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, 2 voll., Loe- scher, Torino. Ma vedi, dello stesso, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio evo, 2 voll., Loescher, Torino  ne fa la patria ideale delle genti Oh Rome! My country! City of the soul! The orphans of th heart must turne to thee, Lon mother of dead impires! Tale trasformazione della mitologia classica, porta con sé naturalmente un radicale cambiamento della maniera di concepire l’amore e di vivere l’e- ros. L’amore tra uomo e donna acquista differenti valenze e si prepara quella teorizzazione dell’amore tutto spirituale che verrà dommatizzato e praticato per tutto il Medioevo e, nella forma più angelicata e sublime, da Dante al Petrarca, ...quel dolce di Calliope labbro che amore nudo in Grecia e nudo in Roma, d’un velo candidissimo adornando, rendeva in grembo a Venere celeste. Dilagheranno per tutta Europa fenomeni di sessuofobia completamente ignoti alla società greca e latina, quale ad es. il fenomeno dell’ascetismo. Sorgerà la figura, del tutto nuova e inconcepibile per il mondo classico, dell’anacoreta e, d’altro canto, l’immagine del peccato prenderà aspetto dia- bolico orripilante, venendo a popolare tutta una nuova mitologia di presen- ze infernali che accompagnano e turbano la vita degli uomini del Medioevo. Molte e varie le rappresentazioni tipiche della diabolicità mostruosa, frutto, in particolare, del peccato di lussuria, quali il mosaico nel Battistero di Fi- renze, opera popolaresca di Coppo di Marcovaldo che tanto impressionò Dante fanciullo, il poema predantesco di Bonvesin della Riva, Il libro delle tre scritture o il De Babilonia di Giacomino da Verona e i vari “precursori” di Dante, fino alle allucinate raffigurazioni de il Giardino delle delizie di Bosch al Museo del Prado4. Ma che accadeva? Venere, scacciata, veniva ugualmente a tentare gli sciagurati che volevano sfuggirle, quali monaci ed asceti; e, come ci ricorda sempre Graf, «invadeva le loro celle ugualmente, immagine vagheggiata e detestata a un tempo». Siamo nell’epoca delle tentazioni. Ecco l’autorevolis- sima testimonianza di San Girolamo, il grande dottore della Chiesa, autore indiscutibile della Volgata, l’edizione ufficiale della Sacra Scrittura, in una sua lettera alla vergine Eustochia: Si ricordi, Villari, Alcune leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia, «Annali delle Univ. Toscane», Pisa. Soprattutto, A. D’Ancona, I precursori di Dante, Sansoni, Firenze. Per ulteriori e dettagliati riferimenti, cfr. il mio, I baratri della ragione. Graf e la cultura del secondo Ottocento, prefazione di Garin, Lacaita, Manduria. Oh quante volte, essendo io nel deserto, in quella vasta solitudine arsa dal sole, che porge ai monaci orrenda abitazione, immaginavo d’essere tra le delizie di Roma! Sedeva solo, piena l’anima d’amarezza, vestito di turpe sacco e fatto nelle carni simile a un Etiope. Non passava giorno, senza lagrime, senza gemiti e quando mi vinceva, mio malgrado, il sonno, m’era letto la nuda terra. E quell’io, che per timor dell’inferno m’era dannato a tal vita e a non avere altra compagnia che di scorpioni e di fiere, spesso m’im- maginava d’essere in mezzo a schiere di fanciulle danzanti. Il mio volto era fatto pallido dai digiuni, ma nel frigido corpo l’anima ardeva di desideri e nell’uomo, quanto alla carne già morto, divampavano gli incendi della libidine. E qui l’iconografia sacra ha lavorato sul santo, riempiendo di San Girolami, atteggiati in guise diverse, tele, altari, absidi, pale, trittici per tutto il medioevo e il Rinascimento. Da Dürer a Caravaggio, da Cima da Conegliano a Masolino, da Masaccio a Tiziano, dalle tentazioni di Giovanni Girolamo Savoldo al Perugino, fino alla compostezza gotico-geometrica di Antonello, ecc.Si assiste ad una evoluzione storica dell’eros, che si arricchisce, per così dire, dell’idea stessa del peccato. Simboleggiato dal frutto proibito, l’atto carnale tra Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre viene stigmatizzato come peccato originale, una sorta di marchio che da quel momento in poi mac- chierà ogni creatura. Homo vulneratus est naturaliter, sanziona definitiva- mente San Paolo! Anche se la dottrina della chiesa troverà il modo di recu- perare in positivo quella ferita, quella malattia costituzionale, con il concet- to dell’agape, nel quale l’eros si diluisce in amicizia includente la mediazione del Cristo. Ma la cosa più sorprendente è che Venere, simbolo dell’amore carnale, cantata da Lucrezio, poeta epicureo, come colei che presiede alla bellezza della fecondazione sia di piante che di animali, e perciò come voluttà d’uo- mini e di dei, subisce nel corso della storia differenti e impensabili metamor- fosi. Da un canto, come quasi tutte le divinità pagane, trapassa a popolare la mitologia cristiana di nuove figure positive e negative, arrivando a iden- tificarsi dapprima con il Demonio in persona, poi con la stella portatrice di luce, (Lucifero, angelo caduto e stella del mattino); infine, fattasi mite e mise- ricordiosa, gradualmente perdendo i suoi più accesi caratteri erotici di beltà voluttuosa, assurge addirittura al ruolo di Maria Vergine, concepita senza peccato, Madre di Gesù, figlio unigenito di Dio! Siamo di fronte a un fenomeno storico noto agli storici e agli antropologi come sincretismo religioso 5 Trad. fedele di Graf da Gerolamo, Epistolae, in Patrologia latina, cur. Migne, Parigi. Cfr. Graf, Il Diavolo, cit.,per cui le divinità pagane continuano una loro vita, si direbbe più dimessa e quasi nascosta, nei pagi, nelle campagne tra la povera gente, trasformandosi, e sovente confondendosi, coi santi e le divinità della nuova religione ebraica e cristiana. Ne è un esempio la favola di Tanhäuser, il cavaliere francone di cui la dea Venere si innamora. È nel mondo romano in sfacelo che gli dei di Roma – GIOVE CAPITOLINO -- si avviano alla loro metamorfosi -- quello che non e accaduto agli dei ellenici. Da un canto si rintanano nei pagi, nei campi, tra la povera gente di campagna e ne continuano a propiziare raccolti, a combattere carestie ad aiutare la gente misera nelle quotidiane disgrazie che affliggevano gl’umili e gl’indifesi. Dall’altro lato, in questa storica trasformazione, raccolgono in loro tutto il male esecrabile del mondo antico: il turpe, il diabolico, l’illecito, il peccaminoso del mondo romano. Soprattutto l’osceno -- ciò che è dietro alla scena e, pertanto, non è visibile -- e il sensuale nei rapporti amorosi. Gli dei di ROMA si trasformano così in demoni. Si passa dalla celebrazione dell’amore fisico, cantato dai poeti, da OVIDIO (si veda), Catullo (i neoteroi) a LUCREZIO (si veda), che lo inserisce nel fluire e divenire dei fenomeni naturali, alla definitiva divaricazione della sessualità dall’amore spirituale, come aspetti di una passionalità di differente e contrapposta natura. Si ricordi l’inno a Venere di LUCREZIO: AENEADVM GENITRIX HOMINVM DIVOMQVAE VOLVPTAS ALMA VENUS CAELI SVBTER LABENTIA SIGNA QUAE MARE NAVIGERVM QVAE TERRAS FRUGIFERENTES CONCELEBRAS PER TE QUONIAN GENVS OMNE ANIMANTVM CONCIPITVR VISITQVAE EXORTVM LVMINA SOLIS. Ma ecco come espone Graf, storico dei miti romani, la sottile trasformazione degli dei di Roma -- quelli stessi che VIRGILIO, guida d’ALIGHIERI, chiama falsi e bugiardi  -- in divinità o potenze demoniache. I numi che hanno altari e templi non muoiono, non dileguano. Si trasformano in demoni, perdendo alcuni l’antica formosità seduttrice, serbando tutti la gravità antica, accrescendola. GIOVE DEL CAMPIDOGLIO, Giunone, Diana, Apollo, MERCURIO, Nettuno, Vulcano, Cerbero e fauni e satiri sopravvivono al culto che loro e reso, ricompaiono fra le tenebre dell’inferno, ingombrano di strani terrori le menti, provocano fantasie e leggende paurose. Diana, mutata in demonio meridiano, invade i disaccorti troppo obliosi di lor salute, e la notte, pei silenzi dei cieli stellati, si trarrà dietro a volo le [6 G. Paris, Legendes du Moyen Age, Hachette, Paris, dove esamina la storia e la diffusione della leggenda (La légende de Tanuhäuser). Fonte delle varianti della stessa leggenda resta Guglielmo di Malmesbury. Vedi Graf, Il Diavolo]  squadre delle maliarde, istruite da lei. Venere sempre accesa d’amore, non meno bella demonio che dea, usa negli uomini l’arti antiche, inspira ardori inestinguibili, usurpa il letto alle spose, si trarrà fra le braccia, sotterra, il cavaliere Tanhäuser, ebbro di desiderio, non più curante di Cristo, avido di dannazione. Scienza, filosofia e fantasia: il pensiero femminile e la ”teoria e pratica della dimenticanza”. Il rapporto latente tra il sapere e il credere. Ogni proposta gnoseologica parte opportunamente da quelle ben note premesse che GALILEI (si veda) autorevolmente chiama la sensata esperienza, anche se le pone in relazione con la certa dimostrazione. Così, prudentemente procedendo, ogni teoria della conoscenza, pur restando legata alla dimensione esperienziale, per così dire, non esclude né puo escludere l’elaborazione successiva di ipotesi con l’ausilio della fantasia, della fede, dell’intuizione oltre che della facoltà razionale con la quale da sempre la mente umana prova ad elaborare i portati sensoriali, di volta in volta vari e complicati. Proviamo a valutare, ad esempio, non le nostre idee, o i nostri elaborati razionali ma alcuni particolari sentimenti o pulsioni come l’amore, l’erotismo, o, addirittura, la poesia con cui ci accostiamo ad una persona o ad uno scenario naturale quale, che so? la volta celeste di kantiana memoria. Gl’eroi greci per comprendere una verità nascosta, scendevano nell’Ade, entrano nel regno imperscrutabile delle ombre. Da altra prospettiva, sub specie feminae, da quel che oggi chiamiamo pensiero femminile, ci viene incontro, spalancandoci una diversa rinnovata visuale, un modo solitamen-te desueto di scrutare l’imperscrutabile. Abbiamo davanti un continente dissepolto, il nostro Ade, tutto da esplorare. È così che – s’è detto e sostenuto da parte delle donne – le poesie vivono delle voci narranti che, appassionatamente, riflettono su un passato da abbandonare. Quel che sembra finito e nascosto entro i luoghi del cuore. Da tale prospettiva, per giungere a tanto bisogna scendere all’Ade, come fa il viaggiatore Odisseo: provare i dolori più cupi e le delusioni più cocenti a cui seguono le esperienze. S’entra così nell’universo del senso fantastico senza ripudiare la possibilità razionale di elaborare non [Graf, Il Diavolo. Utilizzo in questo paragrafo, frammettendone brani a mie riflessioni e commenti, il testo originale inedito, cortesemente messo a mia disposizione, dalla filosofa della mente Bussolati, Teoria e pratica della dimenticanza.] più ciò che è nei sensi ma quanto ribolle nella fantasia. Un esempio potrebbe fornircelo LEOPARDI dell’infinito laddove dalla esperienza sensibile -- la siepe, il vento, lo stormir delle foglie -- che non si lascia elaborare razionalmente, sale, quasi spinozianamente, ad un sapere più complesso: una sorta d’amor dei intellectualis che s’apre al mistero sia della poesia che dell’amore. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio e questa voce vo comparando e mi sovviene l’eterno e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei. E, ancora, entrando nel campo intricato del male di vivere, addirittura nelle patologie del comportamento, delle ossessioni, delle schizofrenie, laddove ci siamo chiesti, con l’angoscia nel cuore, se questo è un uomo, proviamo a proporre la teoria e pratica della dimenticanza: l’obliviologia. È certo come un lavoro di scavo; ma non abbiamo da riportare al celeste raggio nessuna sepolta Pompei. Non procediamo, in senso freudiano, a rimestare nella memoria, nel sogno, recuperando oggetti rimossi, tutt’altro. L’oggetto è diventato uno scheletro che va dimenticato, ritenuto per non posto: mai esistito. La dimenticanza è dapprima una sola pratica; quasi l’abitudine a dimenticare le chiavi di casa. Poi assurge a tecnica e, infine a teoria e pratica dell’oblio. Corre, in un certo senso, parallela alla terapia farmacologica del sonno, indotto da dosi opportune di psicofarmaci. Si tratta di togliere le fissazioni tramite la dimenticanza: di riportare il conosciuto agl’elementi puri ma allo scopo di favorire un intervento di maggior forza ectoplasmica sugli oggetti e sugli eventi esterni, e per eliminare il noto processo di invecchiamento e, infine, di morte mentale. Scendendo al piano sperimentale, abbiamo cancellato i sovraccarichi delle impressioni mnemonizzatrici e fatto sparire le figure retoriche fantasmatiche, i “mostri” o “giganti” che si fissano e si ripetono continuamente, oberando la mente affralita. Dimenticare diventa così l’ausilio migliore del vivere senza alcun sforzo il presente. Non è la panacea, non si raggiunge il Nirvana; non si recuperano paradi- si perduti. Si vive riconquistando un più corretto rapporto col corpo, i sensi, la natura. La memoria deve servirci, non turbarci. Se è una soffitta ingombra rischia di confonderci nel suo disordine; dobbiamo far pulizia perché la vita va vissuta non sopportata E arriviamo infine a una considerazione alquanto complessa ma di facile comprensione. Quella stessa nostra propensione che chiamiamo fede altro non è, finanche nella sua forma più umile, che sempre e soltanto costruzio- 36  ne della ragione, in quanto ogni fede presuppone sempre un giudizio della ragione. Da tale considerazione deriva la plateale conseguenza che la fede non è altro, alla fin fine, che la nostra visione più o meno razionale della realtà; pertanto quella fede nel numinoso e nel fantastico che è la fede re- ligiosa dei fedeli e che alla nostra razionalità più sofisticata ripugna, è solo un puro e semplice equivoco EQUIVOCO GRICE, imposto dall’educazione, dalle convenzioni e mai può derivare dalla nostra libera scelta intelligente che in tal modo si contraddirebbe9. Credere, altro non è che atto razionale; in quanto, rigoro- samente, non c’è fede senza il sostegno della ragione. Ma, ci si chiede, fino a che punto? Il limite è il sano buon senso. Oltre c’è la follia e l’assurdo; ma follia, sempre ed esclusivamente della ragione stessa, unico vero soggetto di quanto chiamiamo fede! 4. Emarginazione femminile e non. La donna da oggetto a soggetto di pensiero Da differente angolatura l’oggetto del mistero che chiamano la verità, si svela gradatamente, di sotto il velame delli versi strani. Del resto, a ben pensare, quando penso, penso al maschile, ho sempre pensato al maschile. La storia, la civiltà tutta, occidentale e orientale, hanno pensato soltanto al maschile. Non solo: per secoli, il vero, il bene, il bello sono stati visti, si al maschile, ma ancora nella implicita insignificanza oltre che della donna, di altre figure sociali di grande rilevanza: del bambino, del disadattato o del diseredato o escluso dalla comunità, dell’alienato o del demente. Interi uni- versi come continenti inesplorati si sono schiusi appena abbiamo provato a visitarli. Erano emersi, nella dannazione dell’inferno dantesco, nei mosaici e negli affreschi allucinati di Coppo, nei battisteri, nelle chiese medioevali, nelle allucinazioni di raffiguratori fantasiosi fino al paradosso come in Bosch o in Goja, nei racconti favolosi delle mitiche origini di intere popolazio- 9 Cfr. Martinetti, Scritti di metafisica e di filosofia della religione, a cura di Agazzi, Ed. di Comunità, Milano, dove tra l’altro si legge: «Anche LA FILOSOFIA è sotto certi rispetti una fede; in quanto essa è uno sforzo verso l’unità sistematica che in ogni grado raggiunto si pone come una visione definitiva della realtà; ciò che non può fare che trasformandosi in una fede razionale; la fede nella dottrina kantiana. D’altra parte la fede comune non è assolutamente irrazionale; è una razionalità adatta alla mente comune, ma è una forma di razionalità; non v’è sistema di dogmi così assurdo che non tenti subito una razionalizzazione. Ogni esposizione d’un sistema di filosofia è, sotto questo riguardo, l’esposizione di una fede. Non ha quindi ragion d’essere la contrapposizione della ragione e della fede (come qualcosa di irrazionale): la fede è l’espressione stessa di una formazione razionale; ogni grado della vita razionale in quanto si esprime, si fissa e diventa una realtà operante, è una fede». Più analitica esposizione della questione si trova nel mio, Ateismo e filosofia. Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e contempora- neo e sul conflitto tra la fede e la ragione, Il Cannocchiale,  ni, tramandate oralmente nei miti e nelle leggende che correvano per l’Eu- ropa come fiumi carsici, uscendo di tanto in tanto al “celeste raggio”, dove l’oblio di secoli li aveva segregati....Soltanto oggi cominciamo a prenderne consapevolezza, filosofica e scientifica: scopriamo un nuovo continente speculativo, il pensiero al femminile come rinnovato modo di guardare la vita, la storia, la natura. Proviamo a riandare di qualche secolo addietro. Le cosiddette scienze umane ci si erano accostate per via di quel loro par- ticolare porsi dalla prospettiva del diverso, ma solo l’assurgere di quell’og- getto alla dignità di soggetto pensante e determinante trasforma del tutto la prospettiva. La partecipazione del femminile come quella del diverso, del disadattato alla ricerca della verità completa veramente il mondo storico della cultura portandolo al suo stadio H. P. GRICE STAGE -- più alto, fuori da ogni gilepposo pa- ternalismo o indulgente concessione caritatevole. Del tutto trascurati o stipati alla rinfusa nella soffitta anodina della eru- dizione, alcuni sprazzi di consapevole disponibilità al diverso erano emersi già nel passato, in ambito borghese progressista, presso spiriti particolar- mente sensibili. Ma restava un fatto isolato che non ha vissuto significanza o storicità. Sentite questa: siamo: E dei disadattati all’ambiente non è giusto parlar con tanto disprezzo. Ol- trecché esercitano alcune funzioni non esercitate dagli altri, essi sono un lievito sociale utile e necessario; tengon viva nell’organismo collettivo un’inquietezza nemica delle stagnazioni prolungate, e non avvien mutazio- ne alla quale in qualche maniera non cooperino che se i geni fossero pazzi davvero bisognerebbe riconoscereche i più disadattati fra i disadattati, quali son per l’appunto i pazzi, resero alla misera umanità più di un buon servigio. Da altra banda è da considerare che un perfetto adattamento all’ambiente farebbe gli uomini supinamente contenti e tranquilli e porte- rebbe fine al moto della storia, per la ragione potentissima che chi sta bene non si muove. Lo direi il vademecum per l’onest’uomo del nostro tempo! Ma molto an- cora resta da fare: e questa è la vergogna del nostro tempo. La chiesa cat- tolica ad es., che ha chiesto, solo di recente, con un pontefice tormentato e disponibile al dialogo, perdono al mondo islamico, ha ancora da chiedere scusa alle donne, ai bambini, alle coppie di fatto, agli omosessuali, agli atei, agli agnostici, agli scienziati onesti e laici che dalle dottrine e dai dogmi della chiesa vengono quotidianamente offesi, respinti e vilipesi. I libri proibiti e il rapporto sessuale come “peccato” contro il sesto precetto del Decalogo Tra i compiti primari che si assunsero al loro tempo gli apologisti catto- lici e i controversisti, figura subito in primo piano quello della lotta ai libri proibiti, che è come dire a tutta la prodizione libraria moderna. Prendo an- cora ad es. emblematico il santo teologo moralista e dottore autorevole della Chiesa: L. Ne La vera sposa di Gesù Cristo10, a dimostrazio- ne di quanto possa essere pericolosa la lettura in genere, sconsiglia alle Mo- nache addirittura lo studio sia della Teologia Morale che di quella Mistica. Parimenti libri inutili ordinariamente sono, ed alle volte anche nocivi per le Religiose, i libri di Teologia Morale, poiché ivi facilmente possono inquietarsi con la coscienza oppure apprendere ciò che lor giova non sapere. An- che nociva può essere a taluna la lettura dei libri di Teologia Mistica, giacché può essere che ella si invogli dell’orazion soprannaturale, e così lascerà la via ordinaria della sua orazione solita, in meditare e fare affetti, e così resterà digiuna dell’una e dell’altra. Vige, come una sentenza inappellabile, il motto lapidario di San Paolo: Sapienza carnis inimica est Deo. L’amore del sapere viene paragonato ad un vizio, alla libidine sessuale: libido sciendi11. Circa i classici del pensiero che pur contengono delle verità, si domanda con San Girolamo: Che bisogno hai di andar cercando un poco d’oro in mezzo a tanto fango, quando puoi leggere i libri devoti, dove troverai tutt’o- ro senza fango?». La lettura è importante, fondamentale anche alla via della salute, ma ha dei rigorosi limiti. Quanto è nociva la lettura de’libri cattivi, altrettanto è profittevole quella de’buoni. Il primo autore de’libri devoti è lo Spirito di Dio; ma de’li- bri perniciosi l’autore n’è lo spirito del Demonio, il quale spesso usa l’arte con alcune persone di nascondere il veleno, che v’è in tali suoi libri, sotto il pretesto di apprendersi ivi il modo di ben parlare, e la scienza delle cose del mondo per ben governarsi, o almeno di passare il tempo senza tedio. Con determinate categorie di persone, l’esclusione si fa radicale. Alle suore scrive così: Ma che danno fanno i romanzi e le poesie profane, dove non sono parole 10 Cito dall’ed. Remondini, Bassano, Vedi l’uso di tale espressione nella denuncia controversistica cattolica (aristotelica) della filosofia cartesiana e moderna nel saggio di chi scrive, «Libido sciendi». Immagini dell’empietà nell’apologetica cattolica tra Sei e Settecento (Da Magalotti al padre Valsecchi), Giornale critico della filosofia italiana,  immodeste? Che danno voi dite? Eccolo: ivi si accende la concupiscenza de’ sensi, si svegliano specialmente le passioni, e queste poi facilmente si gua- dagnano la volontà, o almeno la rendono così debole, che venendo appresso l’occasione di qualche affezione non pura verso qualche persona, il Demonio trova l’anima già disposta per farla precipitare12. Contro il risveglio delle passioni e contro la concupiscenza dei sensi, i controversisti scagliano i loro dardi infuocati e avviano le loro sottili disqui- zioni teologiche su quanto vada considerato peccato mortale. Ed è questo un fardello che la chiesa si porta dietro così come uno ster- corale si rotola la sua palla di escrementi. L’ossessione del sesso: la cura me- ticolosa con cui si prova da secoli a disciplinarlo, legittimarlo, canalizzarlo, evirandolo della sua essenza: la ricerca del piacere e costringendolo alla sola funzione riproduttiva. Ci serviremo non di un semplice scrittore di opere di pietà ma di un autorevole moralista della chiesa cattolica, santo per giunta, dottore della chiesa, uomo di grande pietà e d’erudizione: che CROCE define il più santo dei napoletani, il più napoletano dei santi. Ecco cosa scrive il nostro moralista sul sesto precetto del Decalogo e in che modo espone le sue precauzioni con cui anticipa una minuziosa tratta- zione di quanto potremo chiamare la fattispecie del peccato mortale. Il peccato contro questo precetto è la materia più ordinaria delle Confessioni, ed è quel vizio che riempie d’Anime l’Inferno; onde su questo precetto parleremo delle cose più minutamente; e le diremo in latino, affinché non si leggano facilmente da altri che dai confessori, o da quei sacerdoti che in- tendano abilitarsi a prendere la Confessione; e preghiamo costoro a non leg- gere né in questo né in altro libro di quella materia (che colla sola lezione o discorso infetta la mente) se non dopo tutti gli altri trattati e quando ormai sono prossimi ad amministrare il Sacramento della Penitenza. Affronta perciò subito lo scabroso tema della fornicazione, e dei rapporti carnali con l’altro sesso con minuta casistica sessuofobica: de tactibus, de muliebre permittente se tangere, an puella oppressa teneatur clamare, an possit unquam permittere sua violationem, de aspectis, de verbis, de audientibus verba turpie, ecc. Ma non manca di precisare: Ante omnia advertendum, quod in materia luxuriae (quidquid alii dicant de levi attrectatione manus foeminae, vel de in torsione digiti) non datur par- vitas materiae; ita uti omnis delectaio carnalis, cum plena advertentia, et consensu capta, mortale peccatum est. La vera Sposa di G.C., L., Istruzione e pratica per li Confessori, Giuseppe Di Domenico, Napoli, e sgg., anche per le citaz. successive. 40  Il pio moralista, scaltrito nella casistica giuridica, sa che bisogna scende- re nei minimi particolari per trovare la situazione peccaminosa: se grave o lieve o poco rilevante o, addirittura, del tutto inesistente; perciò distingue gli atti sessuali compiuti nel matrimonio o extra matrimonium. In situazio- ne extra coniugale, tutti i toccamenti, oscula et amplexus ob delectatione, mortale sunt. Vi sono numerosi casi dubbi da esplicitare: ne va di mezzo la salute delle anime, calate in situazioni mondane sempre diverse e comunque sempre a stretto contatto con le tentazioni della carne. Ad es., la donna o il fanciullo non peccano se si fanno toccare secondo la consueta pudicizia dettata dalla simpatia o dalla buona affettuosa disposizione; peccano invece se non si op- pongono a contatti impudichi, o a baci insistenti (morosis) e furtivi. E anco- ra: la fanciulla aggredita allo scopo di usarne violenza è tenuta a urlare ad se liberandam a turpitudine? Nel caso non invocasse aiuto con la dovuta forza e insistenza lo stupro si cambierebbe facilmente in consenso peccaminoso. Ma la questione resta controversa se debba ritenersi consenso il non aver gridato o invocato aiuto, secondo un’antica sentenza per la quale, praesume- batur puella non clamans consentiente. Perviene infine a definizioni accurate degli atti turpi, differenziando quelli compiuti naturalmente da quelli innaturalmente. Ecco la definizione di fornicazione e di concubinaggio, quali peccati mortali: Fornicatio est coitus intersolutos ex mutuo consensu. Concubinatus autem non est aliud quam continuata fornicatio, habita uxorio modo in eadem vel alia domo; [e quella di stupro, come:] defloratio virginis ipsa invita, et ideo praeter fornicationis malitiam habet etiam injustitiae. Attraverso una minuziosa casistica quasi boccaccesca, buona – si direbbe - ad arricchire la documentazione erotica di un romanziere libertino, il moralista passa in rassegna le svariate forme di rapporti sessuali, da quelle legittime a quelle addirittura più strane e peregrine, come l’accoppiarsi in luogo sacro, quali una chiesa, il cimitero, l’oratorio, il monastero, ecc. Pone addirittura questioni dubbie sulle maniere e le condizioni in cui tale rap- porto potrebbe verificarsi. Pur ammettendosi il peccato, sorge la questio se si tratti o meno di sacrilegio. Ad es. «an copula maritalis, aut occulta abita in Ecclesia, sit sacrilegium?» Vi si potrebbero emanare tre sentenze differenti: una che ritiene irrilevante la condizione di coniugi, un’altra la situazione occulta (che l’abbiano fatto di nascosto) e una terza che ritiene essere sacri- lego l’atto in ogni caso. Addirittura se si tratta di marito e moglie, secondo alcuni teologi, l’atto consumato in chiesa potrebbe essere scusato, si ipsi sint in morali necessitate coeundi, puta si ipsi in pericolo continentitiae, vel si diu in Ecclesia permanere debeant. Il lettore ne trae l’impressione che l’autore (più che dietro suggerimenti letterari coevi) vada ad estirpare direttamente dalla vita, dalle lussuriose esperienze dei peccatori, dalle situazione più impensabili, apprese nelle lun- ghe ore passate al confessionale ad ascoltare ed a sollecitare le confessioni più intime dei fedeli, tutte le forme, i modi che la secolare ricerca del piacere ha suggerito di epoca in epoca all’uomo, dalle più rozze e volgari maniere di accoppiamento fino alle più raffinate arti di amare e trarre godimento che proprio I LIBERTINI andano perfezionando e praticando in forme sempre più sofisticate. La stessa lingua latina – ma qui dovrebbe- ro dirla i linguisti – si fa molto particolare fino all’uso di neologismi non presenti nei classici. Parlando della sodomia distingue quella propriamente detta da quella impropria ed eterosessuale coitum viri in vase praepostero mulieris esse sodomiam imperfectam, specie distinctam a perfecta. Si quis autem se pollueret inter crura aut brachia mu- lieres, duo peccata diversa committeret, unum fornicationis inchoatae, alterum contra naturam. An pollutio in ore fit diverse speciei? Affirmant aliqui, vocantque hoc peccatum irrumantionem, dicentes quod sempre ac sit pollutio in alio vase quan naturali, speciem mutat. Sed probabilius sentiunt quod si pollutio viri sit in ore maris est sodomia; si in ore feminae, sit fornicatio inchoata, et in super peccatum contra naturam ut mox diximus... Arriva addirittura ad ipotizzare il coito cum femina morta, che non rien- trerebbe nella fattispecie dei rapporti bestiali ma nella polluzione e in quella che Alfonso chiama fornicatio affective. Dalla sessuofobia all’erotismo peccaminoso: Cortigiane poetesse e libertini filosofi. L’Eros redento Prendiamo due secoli di storia molto emblematici. Dall’Italia delle corti signorili alla Francia della grande rivoluzione. Due secoli in cui l’eros vive una sua storia illustre, tra cortigiane raffinate poetesse e abati filosofi e libertini. A dirla franca alla sua maniera sull’eros e a dargli veste poetica disinibita, ci pensa subito Pietro Aretino: ma sempre da una angolatura tutta maschile. Nonostante si salvi la dignità della partner che qui giuoca un ruolo attivo di co-protagonista del rapporto amoroso, in cui l’atto sessuale si trasforma in una sticomitia drammatica non priva di poetica oscenità. Soltanto nel petrarcheggiare delle cortigiane, come la soave Franco che riceve sotto le sue lenzuola di tela d’Olanda finanche Enrico III di Valois, la donna trova finalmente il suo primo vero riscatto sul maschio, con un suo modo raffinato (di alto erotismo) di 42  pilotare la barca dell’Amorosa Dea; ad esse, tra principi, sovrani, alti prela- ti, pontefici gaudenti, spetta il compito di riscattare dall’eterna dannazione l’Eros e fargli recuperare il valore perduto colla tradizione ebraica-cristiana. Un recupero, tutto al femminile, del paradiso perduto. Così canta il suo ufficio amoroso, guidato da Apollo, la dolce Veronica. Febo che serve a l’ amorosa Dea E in dolce guiderdon da lei ottiene Quel che via più che l’esser Dio il bea, A rilevar nel mio pensier ne viene Quei modi che con lui Venere adopra Mentre in soavi abbracciamenti il tiene. Ond’io instrutta a questi so dar opra, Si ben nel letto, che d’Apollo all’arte Questa ne va d’assai spazio di sopra E il mio cantar e ‘l mio scrivere in carte S’oblia in chi mi prova in quella guisa Ch’a suoi seguaci Venere comparte. Nel Settecento, cui ora vogliam far cenno, sia pur per sommi capi, le cose stavano in modo ben differente da come ce le hanno rappresentate quando a scuola ci hanno spiegato quel periodo. I libri del Marchese de Sade rap- presentano, ad es., una nuova filosofia morale e non sono la pura e semplice invenzione di tecniche erotiche pervertite, come comunemente si crede. I recenti studi hanno sfatato quella immagine del divin marchese. “La filo- sofia deve dire tutto”, egli ha affermato: tutto senza ipocrisie e fingimenti. Egli non fu né il primo né il solo a sostenere i diritti della carne, che grida la sua legittima soddisfazione contro le assurde costrizioni della cosiddetta civiltà. Il celeberrimo sadismo: ricerca del piacere attraverso il godimento per la sofferenza del partner, ha ben altre origini che le sole discendenze da Sade. Bisognerebbe intanto rifarsi alle meticolese ricerche di Skipp, di Leeds, che ha schedato tutti i testi erotici inglesi scoprendovi come l’uso educativo della frusta e le sculacciate a pelle nuda sui ragazzi, era praticato dai gesuiti in chiave educativa e correttiva, ma finiva per confinare molto spesso con l’erotismo portando addirittura all’orgasmo vero e proprio. Nacque un termine: “orbinolismo” che vuol dire “smania di frustare” (Cfr. Rodez, Memorie storiche sull’orbinolismo). Né si dimentichi, oltre la pratica, anche l’elogio cattolico, presso non solo l’ordine dei gesuiti ma anche di Scolopi e Salesiani, fatto in termini pedagogici della frusta e della sua frequente pratica a scopi educativi e correttivi: virga tua et baculus tuus salus mea fuerunt!.... A tali osservazioni sul costume del secolo va aggiunto che la proverbia- le sporcizia che caratterizzava il ménage domestico dell’epoca anche tra le famiglie nobili e abbienti, non era poi così generalizzata. Soprattutto le donne avevano introdotto l’uso davvero innovativo dell’erotico bidet (che ha la forma di violino e, al tempo stesso, quella dei fianchi femminili) che permetteva loro di mantenere igiene e pulizia in quelle parti del corpo che ne avevano più bisogno. A tal proposito restano molto istruttive le pagine dei romanzi erotici e libertini, tra i quali spicca Restif de La Breton con il suo Anti Justine dove si nota l’uso frequente e generalizzato di tale strumento da toilette, prima e dopo gli incontri amorosi.. Perciò, una volta sfatata l’immagine stereotipata del Settecento illumi- nistico, astrattamente razionalista, irreligioso e dai costumi depravati, pro- viamo a riguardare sotto diversa luce e angolatura, libere da pregiudizi e remore moralistiche e confessionali, la letteratura erotica e d’amore di quel secolo che, oltre tutto, fu di Mozart, di Kant, di Bach, oltre che di Voltaire, di Rousseau e di Goethe e ci lasciò in eredità non soltanto la grande rivoluzione dell’89 ma anche quella che fu la più colossale e universale summa di sapere moderno: l’Enciclopedia, ovverosia dizionario ragionato di tutte le scienze, le arti e i mestieri contro la quale pullularono subito una serie di Anti-Enciclo- pedie anche da noi in Italia per porre un argine all’avanzata di quelle idee di libertà e di progresso civile. Il ricordare LEOPARDI è qui d’obbligo: Così ti spiacque il vero, dell’aspra sorte e del depresso loco che natura ci diè, per questo il tergo vigliaccamente rivolgesti al lume che il fe palese... Insomma lo zelo sessuofobico, la guerra dichiarata all’istinto sessuale porta il sacerdote, il ministro del culto cattolico, il confessore a scendere nei particolari della vita sessuale singola e della coppia, sia entro che fuori del matrimonio: a scoprire i più segreti momenti dell’intimità delle coppie fino a scrutare e distinguere, entro le fantasie erotiche più raffinate, i comporta- menti più o meno peccaminosi, cioè conformi a canoni tutti da verificare di volta in volta (casistica). Una sorta di filo invisibile lega pertanto il pio cen- sore al libertino e al peccatore o la peccatrice (lo denuncia la stessa corrente espressione possessiva: il” mio” confessore!) tanto da diventare complemen- tari, avvincersi in un legame indissolubile fino a non poter più fare a meno l’uno dell’altro14. Ma il legame tra religiosità e libertinismo, così come tra l’erotismo e la religione cattolica in particolare, si fa sempre più stretto fino a dipendere l’uno dall’altro: come, in regime capitalistico, domanda e offerta. Il cattoli- 14 Cfr., infine, “L’Asino” di Podrecca a Galantara e le critiche positivistiche e anticlericali alla morale alfonsiana, Feltrinelli, Milano] cesimo deve disciplinare a suo modo il sesso e, in genere, tutta l’attività e la fantasia umane; l’eros deve trovare entro una nuova coscienza storica la sua rinnovata voluttà. Ecco allora il piacere stesso trovar vie differenti rispetto al piacere degli antichi, allor quando quella ricerca non veniva combattuta, non era un tabù, anzi era apprezzata come uno dei più ambiti doni della na- tura. Vengono a far parte del piacere anche i marchingegni e i sotterfugi per eludere le prescrizioni correnti e i limiti che le norme religiose impongono dall’esterno. Finanche i pregiudizi siano di ispirazione cattolica o meno - diventano materia di raffinato erotismo. L’esecrabile peccato della lussu- ria, prodotto tipico del Cristianesimo, diventa perciò stesso fonte di piacere (la Jouissance illuministica), proprio perché vietato e esecrato: soprattutto quando l’atto viene compiuto di nascosto, cogliendo quello che è diventato, dopo la mitica cacciata dal Paradiso terrestre, il frutto proibito, il godimen- to raggiunto di soppiatto e contro la legge o la morale corrente perciò più seducente e ricercato per la sua illegtittimità! La letteratura è piena zeppa di esempi e finisce per produrre un genere di scrittura narrativa particolare che chiamiamo “erotica” o “pornografica”: di libri che s’han «da leggere con una mano sola», un genere che non si spiegherebbe prima del cristianesimo e della dannazione dell’eros e del piacere e che va dai canti carnascialeschi al Decamerone, al Ruzante, all’ARETINO, ai poeti dialettali: da BAFFO, veneziano, al grandissimo BELLI, romanesco, al dimenticato TEMPIO, siciliano, nato a Catania, per arrivare alla letteratura erotica del romanzo libertino francese in cui confluiscono le innumerevoli forme e modi di estraniazione, di sogno, di fuga dalla realtà che delineano l’universo fantastico che sarà la base della letteratura romantica europea e soprattutto del romanzo e della grande narrativa ottocentesca e contemporanea, da Balzac a Flaubert, a Hugo a Dumas, dal romanzo russo al nostro MANZONI, a Zola, a VERGA alla miriade dei narratori dei nostri giorni. In conclusio-ne, ma in una maniera tutta nuova, possiamo ritenere avesse davvero visto giusto il grande saggio napoletano CROCE quando affermò che non possiamo non dirci cristiani. Se persino l’erotismo è stato, malgré lui, influenzato e raffinato dal cristianesimo. Se ne stanno accorgendo anche in Francia dove nasce la letteratura libertina e la illuminata filosofia del piacere: dal materialista La Mettrie all’esecrato marchese De Sade16. 15 Emblematico, per quanto qui si va rilevando, il romanzo libertino, non ancora tradot- to, D.A.F. de SADE, Alina et Valcour, ovvero il romanzo filosofico. Cfr., la Mostra: BNF, L’Enfer de la Biblioteque Nazionale. Eros au secret, Paris, 2 Ricco di titoli, è venuto alla luce un significativo numero di opere e autori soltanto  ad opera di specialisti che li vanno pubblicando e illustrando. Intanto segnalo l’originale antologia da Mettrie e Diderot, curata da Quintili, L’Arte di godere. Testi dei filosofi libertini, Manifesto libri, Roma. Nome compiuto: Alfonso di Liguori. Girolamo de Liguori. Liguori. Keyword: “Associazione Filosofica Ligure” – Keywords: implicature critica, ‘… is the true abyss of human reason” – “il baratro della ragione conversazionale” – l’anima distilata – il lambicco dell’anima”, redenzione dell’eros, la lussuria, la degenerazione, la metamorfosi dei linguaggi – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lilla: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Vico – la scuola di Francavilla Fontana -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza  (Francavilla Fontana). Abstract. Grice: “We don’t take Vico too seriously at Oxford – unless you are Stuart Hampshire, who has a penchant to take seriously any philosopher who the rest of us Oxonian philoosphers do NOT take seriously!” On the other hand, some Italian philosophers have based their philosophical career and reputation on re-vindicating Vico, such as Lilla!” -- Filosofo italiano. Francavilla Fontana, Brindisi, Puglia. Grice: “I like Lilla; for one, he ‘revindicated,’ as he puts it, the philosophy of Vico, which, in Italy, is like at Oxford ‘revinidcare’ Locke!” Formatosi nelle scuole dei Padri Scolopi aderì alle idee cattolico liberali divulgate dai filosofi della prima metà dell'Ottocento: Gioberti, Minghetti, Balbo e SERBATI al quale dedicherà molteplici studi subendone una marcata influenza. Lascia Francavilla per l'ostentata contrarietà di tutto il clero  alle sue idee patriottiche d'ispirazione giobertiana, manifestate apertamente nel "Programma d'insegnamento filosofico" pubblicato sul giornale il "Cittadino leccese", decise di trasferirsi a Napoli ove ebbe modo di confrontarsi con le idee di Sanctis, Spaventa, Settembrini, Tari e Vera. Si laurea e insegna a Napoli. Durante questi anni videro la luce "La provvidenza e la libertà considerate nella civiltà", "Dio e il mondo", e "La personalità originaria e la personalità derivata" (Nappoli, Rocco), nei quali getta le premesse degli studi filosofici e giuridici in cui si cimenterà per tutta la vita: la storia della filosofia, la filosofia teoretica e la filosofia del diritto; sviluppando altresì e precorrendo una moderna concezione del rapporto tra "diritti umani e progresso scientifico" sin da “La scienza e la vita” (Torino, Borgarelli) -- titolo paradigmatico del suo saggio – cf. Grice, “Philosophical biology,” “Philosophy of Life” Insegna a Messina. Furono quelli gli anni più fecondi della produzione scientifica volta a perfezionare la sua concezione dello Stato, approfondire le fonti rosminiane, confrontarsi con le teorie evoluzionistiche di Spencer e contemporaneamente intrattenere contatti epistolari con alcuni fra i maggiori filosofi, giuristi, patrioti e storici dell'epoca quali:  Jhering, Bluntschli, Roy, Tommaseo, Capponi e molti altri. Altri saggi: “Kant e SERBATI” (Borgarelli, Torino); “AQUINO” (Torino, Borgarelli); “Filosofia del diritto,”“Critica della dottrina utilitarista liberale empirica etico-giuridica di Mill”“Le supreme dottrine filosofiche e giuridiche di Vico ri-vendicate” -- “La pretesa persona giuridica e le funzioni personali degl’enti morali” (L. Gargiulo); “Della Riforma civile di Spedalieri” (Messina, Amico); “Le fonti del sistema filosofico di Serbati-Rosmini” (L.F. Cogliati); “Due meravigliose scoperte di Rosmin-Serbatii: l'essere possibile e l'unità della storia dei sistemi ideologici, Cogliati, Il Canonico Annibale Maria Di Francia e la sua Pia Opera di beneficenza, Messina, San Giuseppe, Manuale di filosofia del diritto, Milano, Società editrice, Pagine estratte. Martucci, Il concetto dello stato  Antonio Tarantino, Diritti umani e progresso scientifico: Polacco, La "Filosofia del diritto” (Randi); “Filosofia” (Milano, Giuffré); Tarantino, “La filosofia della giustizia sociale, Milano” (Giuffré) – cfr. H. P. Grice, “Social justice” in “The H. P. Grice Papers,” Bancroft, MS. In occasione del conferimento della "Cittadinanza onoraria (di Messina) alla memoria, su nettuno press.Tarantino, Diritti umani e progresso scientifico: emeroteca. provincia. brindisi. Martucci, Il concetto dello stato, su emeroteca.provincia. brindisi. Treccani, su treccani. Lettere a Jhering. non accordabile col supremo principio della Scienza Nuova Ilmiolavoro Vico rivendicato» meritòl'onoredi essere preso in considerazione dai due più competenti degli stu dii vichiani, ed al giudizio dei competenti bisogna dare gran peso, perchè effetto di conoscenza bene approfondita sopra un determinato autore, specialmente se si mira ricostruire la mente di Vico. Questi scrittori sono Ferri e Fornari i quali si trovarono in pienissimo accordo, tanto da far supporro che fosse effetto di un concetto prestabilito. L'accordo fu pie nissimo nella prima parte del lavoro di carattere puramente critico e riconobbero che la rivendicazione delle dottrine filoso fiche e giuridiche da tutte le fallaci interpetrazioni fatte in Europa Rivista Italiana di Filosofia. Quando gli opuscoli hanno un valore così notevole come quello qui sopra indicato del prof. Lilla, è giusto segnalarli all'attenzione degli studiosi piuttosto che i volumi di gran molo o di poca sostanza. Questo lavoro dice molto in poche pagine e il suo intento è questo: rivedere i giu dizi che sulle dottrine del Vico sono stati portati in Italia, in Germania e in Francia particolarmente, ricostruire dietro indagino esatta il concetto di questa dottrina e questo intento ci pare raggiunto. Il Vico non è sem plicemente un ontologista platonico, come parrebbe dal giudizio del Gioberti, nè un razionalista kantiano, o piuttosto un precursore del Kant, come sembra a Spaventa, nè un positivista como fu rappresentato da altri. Questi apprezzamenti risultarono dall'interpetrazione parzialeesoggetti va di qualche parte dei pensieri filosofici del Vico che nelle sue opero non sono esposti in ordine sistematico, e che l'autore di questo lavoro con grande dili genza raccoglie e combina riferendo le formole e le parole proprie dell'autore della scienza nuova sparse nei moltiplici suoi scritti. »   era esauriente e condotta con criterii elevati. La mia interpretazione sulla vera mente di Vico fu riconosciuta vera ed adeguata tanto che il Fornarì mostrò vivissimo desiderio di veder fecondare quelle supreme linee con svolgimenti ed appli cazioni. Dominato da tale pensiero concepii il disegno di scrivere un lavoro di lena, mirante ad un triplice scopo di rivendicare, illustrare, ed integrare la mente dell'autore della « Scienza Nuova» A tale scopo indirizza i tutte le mie ricerche attingendo sempre maggiori lumi dalle sue opere edite ed inedito e fin anche dai manoscritti che si conservano gelosamente nella bi· blioteca Nazionale di Napoli. I grandi genii, e segnatamente il Vico che, come non ha guari, fu appellato da un poderoso intelletto di una delle più famose Università il più grande filosofo del mondo, muovono da una idea madre fecondissima ed alla quale rannodava tutte le idee secondarie e particolari. Uvità ed armonia cioè perfetto organismo è la nota caratteristica del lavoro dei sommi.Ed io vado riunendo non poche idee per ricostruire su solide basi quest'opera di architettura gigante e le mie indagini non ric scono infruttuose, e ne è prova evidentissima questo frammento inedito dal titolo « Pratica della Scienza nuova . » Non poche censure mosse la turba dei filosofanti al Vico perchè s'ispirava a concezioni idealistiche negligentando la pra tica della vita. Tale critica presenta apparenze di verità tanto che VICO stesso no rimase impressionato,ma raffrontando dottrine a dottrine si coglie il genuino e loro vero significato. La grand o idealità diquestamassima la storia ideale eterna delle nazioni. L. ha liberato la dottrina del VICO da tutte le fallaci inter petrazioni. La sua dottrina che mi pare giusta, merita di essere più larga mente svolta. » Nel volume delle Onoranze; è una vera esagerazione, e chi si addentra nella parte riposta del sistema Vichiano si accorgerà che non si possa ascrivere ad essa une perfetta interpetrazione astratta e specialmente raffrottandola colla psicologia sociale che sta a base del processo del filosofo napoletano. Bisogna por mente innanzi tutto alle tre fasi che percorre l'umanità nella sua storica evoluzione; età del senso, della fantasia, e della ragiono. E molto più alla dottrina del corso e ricorso delle nazioni, cioè al loro periodo d'infanzia, di giovinezza e di vecchiaia. Valga ciò a smentire l'assoluto idealismo del VICO il quale è puramente immaginario. Tutta la seconda Scienza nuova è derivata dalla psicologia sociale evoli tiva e tutti i diritti, i costumi, le religioni, le costituzioni plitiche degli stati sono emanazionidiquesto principio. Nelprimo stadio tutto è divino, gli uomini inselvatichiti hanno un diritto divino, tuttoprocededagli Dei; il Governo teocraticorappresen ato dagli oracoli, la lingua divina per atti muti di religiose cerimonie. In Giove e Giunone si personifica ciò che si riferisce agli auspicii ed alle nozzo: la Giurisprudenza è scienza d'intendere i misteri della divinazione; il giudizio divino, cio è che nei templi divini,tutte le azioni sovo invocazioni agli Dei :ogni dritto è divino,ogni pena è sacrificio, ogni guerra assume carat tere religioso ed ha giudici gli Dei: od il giudizio di Dio si riduce a duello ed alle rappressaglie : tali categorie sono sim boleggiate dal lituo, dall'acqua e fuoco sopra un altare. Seguo poi un ordine di fatti eroici da cui deriva la natura eroica, o dei nati sotto gli auspicii di Giove, il costumo eroico como quello di Achille, il governo civico o aristocratico o dei for tissimi, la lingua eroica o delle armi gentilizie o stemmi. I caratteri eroici come Achille ed Ulisse, che personificano tutte le grandezze e i savii consigli. La giurisprudenza eroica, che stà nella solennità delle formule della legge, la ragione di stato conosciuta dai pochi provetti del governo, il giudizio eroico che consiste nell'esatta osservanza delle formule e precipua mente deriva il feudo dalla proprietà dei forti. Infine c'è un or dine di fatti umani, cui corrisponde la natura umana intelligente e perciò benigna,modesta, che riconosce per legge lacoscienza, la ragione, il dovere, e poi il costume officiale, indi il diritto umano fondato dalla ragione, il governo umano dettato dalla ragione, la lingua umana, Abbiamo motivo di credere che VICO impressionato dalle obiezioni dei contemporanei vollo dichiarare il supremo princi pio della Scienza Nuova, cioè la storia eterna ed ideale delle nazioni con questo frammento e senza addarsene disconobbe l'efficacia positiva della Scienza nuova. Egli dotato di mente speculativa, pratica e progressiva, non si poteva mai acconciare a vivere di formule astratte e di  umana, il parlare articolato, i caratteri in telligibili, che la mente umana rivelò dai generi fantastici se parando le forme e le proprietà dai subietti. La giurisprudenza umana che mira non al certo, ma alvero delle leggi. L'auto rità umuna che nasce dalla rinomanza di persone capaci e sa pienti nelle agibili ed intelligibili cose, la ragione umana o ragione naturale che divide a tutte le uguali utilità. Il giu dizio umano velato di pudore naturale e mallevadore della buona fode che ai fatti applica benignamente le leggi temperandone il rigore. E questi fatti hanno ancheiloro simboli nellabilanciache rappresenta le qualità civili nelle repubbliche popolari, perchè la natura ragionevole è uguale in tutti gli uomini. Questi tre ordinidifatti riposanointreprincipii, chesono:iltimore, l'amore, il dolore, simboleggiati dallo altare, dalla pace e dal l'urnacineraria,ecosì sifondarono loreligioni, imatrimoni e l'immortalità dell'anima.In questi concetti siriassume tutta la seconda Scienza nuova. Rispettaro tutto quanto i nostri maggiori operarono di grande è la disposizione più favorevole a quest'opera di conciliazione, ma perchè il ri spettonon portia delle idee esclusive e non soffochi la libertà dei nostri giudizi verso lo scopo ultimo della scienza, avvicinata a questo scopo la pro duzione più perfetta dell'uomo, ci rivela la sua imperfezione, in questo modo è riconosciuta la necessità dell'Ideale, perchè fossecriticatoemiglio rato il presente.  puri concetti metafisici, poichè il processo inquisitivo che egli seguiva aveva un fondamento storico e dava origine ad un temperato e ragionevole positivismo, pel quale non si poteva disgiungere la scienza dalla vita.Egli ben vedeva che la scienza fuori la vita era una vana supellettile intellettuale, un giuoco dialettico del pensiero e non punto proficua al beninteso pro gresso delle nazioni. Esiste un ideale di perfettibilità, supe riore, ma non indipendente dalla vita, verità questa intuita dall'antesignano della scuola storica tedesca, da Savignys, ilquale era ammiratore passionato delle istituzioni giuridiche romane nelle quali vedeva la più alta manifestazione del progresso giu ridico. Ma fatto maturo di anni e di senno confessò apertamente che per quanto possono sembrare perfette le istituzioni romane, pure comparate all'idealità mostrano la loro incompiutezza. VICO gittò le basi di una vasta costruzione scientifica fondata nel processostorico– filosofico. E dàbiasimo al divorzio fraquesti due processi metodici, in questa memoranda sentenza Peccarono per metà i filosofi perchè non accertarono le loro idee coll’autorità dei filogici; peccarono per metà i filologi perchè non inverarono la propria conoscenza coll'autorità dei filosofi». La storia ci rivela il certo, l'origine, le fasi o gl'incrementi degl'istituti politici, sociali giuridici, e la filosofia rivela l'ele mento razionale e addita le perfezioni ideali, cui si possono inalzare; veritá questa intuita da Bacone da Verulamin. I filosofi, dic'egli, scoprono molte cose belle a contemplarsi, ma impossi bile ad essere attuate, ed i giuristi ragionanı) come prigionieri nelle catene. Alla mente di VICO si affaccia, un dubbio che poteva presentare questo supremo principio della scienza studiossi ripararvi con questo frammento inedito. Tutla quesť opera è stata ragionata come una scienza puramente spe culativa intorno alla comune natura dello nazioni. Però sembra per quest’istesso mancare di soccorrere alla prudenza umana, ond'ella si adoperi perchè le nazioni, le quali vanno a cadere o non ruinino affatto, o non s'affrettino alla loro ruina ed in conseguenza mancare nella pratica, qual dev'essere di tutte le scienze, che si ravvalgono d'intorno a materie, le quali dipendano dall'umano arbitrio, che tutte si chiamano attive. Anche nella coscienza dei grandi vi sono delle oscil lazioni sulle loro concezioni. VICO nel fram . citato, dice che la scienza pratica non si possa dare dai FILOSOFI, ma i filosofi civili e i reggitori degli stati possono creare costituzioni politiche e leggi, e richiamare le nazioni al loro stato di perfe zione. Niente di più vero: le nazioni e tutto il mondo moralo creato dall'arbitrio umano non può ridursi a categorie logiche, non può essere sottoposto alla legge ferrea della necessità, e quindi la scienza puramente contemplativa o ideale non può contenere nella sua orbita le leggi relative dei fatti umani. Se quest'ordine è indipendente dalla necessità logica, può essere [Qui do legibus scripserunt, omnes vel tanquam PHILOSOPHI, vel tan quam Jureconsulti, argumentum illud tractaverunt. Atque Philosophi proponunt multa dictu pulcra, sed ab uso remoto. Jureconsulti autem, suae quisque patria legum, vel etiam Romanorum, aut Pontificiarum placctis abnoxüetad dicti, judicio sincero non utuntur,sedtanquam evincolis sermocinantur. Tractatus de dignite et augmentis scientiarum ; solo regolato o disciplinato dalle scienze pratiche ed attive e non dall'ordine puramente scientifico. Nel capitolo VIII della seconda Scienza nuova pare che VICO incorra in un'incoe renza, in quanto si propone di trattare di una storia eterna sulla quale corre di tempo la storia di tutte le nazioni con certo originiecerteperpetuità,e poidico chelescienze pratiche possono regolare la vita. Ma come si può parlare d'una storia eterna, sulla quale sono modellate le storie di tutte le nazioni se il mondo morale, con tutti i suoi fattori, procede dall'arbitrio umano ? Questo ardito disegno del filosofo napoletano racchiude un pen siero riposto. Questa Storia eterna delle nazioni, modellatrice, esemplatrice di tutte le storie delle nazioni è uno dei più grandi problemi della Scienza Nuova, che è assai bisognoso di com menti illustrativi ed esplicativi. In questo capitolo si nasconde una speculazione alta, e, dirò meglio, vertiginosa. Qui il Vico si rivela come idealista, o meglio tale appare, poichè nello stabilire un ideale comune a tutte le nazioni pare che proceda con un metodo astratto e formale, cioè como un ideale fanta stico di pura creazione del cervello. Parvenza vana inganna trice! Ad un pensatore meditativo apparisce,com'è infatti, una dottrina a fondo realistico. Essa non è generata ma è ricavata da uno studio coscienzioso ed accurato dei fatti. Il diritto naturale delle genti è reale quanto la natura umana, ed è la fonte di questa dottrina. Secondo la mente di VICO non si potrà revocare in dubbio l'esistenza d'un dritto naturale, comune a tutti i popoli. Cotal diritto, comune a tutte le nazioni, ricavasi dalla psicologia sociale, la quale ci attesta la natura comune sociale dei popoli.  Questo argomento comparativo trova la sua conferma nel fatto irrecusabile che questo diritto comune, patrimonio di tutto le genti, non poteva essere stato trasferito o comunicato da popolo a popolo, perchè fra loro non vi era, nè era possibile nes suna comunanza di relazione. Ponendo mente all'esistenza di un diritto naturale identico a tutti, o perciò universale e necessario, non si può negare un sicuro fondamento all'esistenza d'una sto ria eterna nella quale corrono di tempo in tempo le storie di tutte le nazioni. Il diritto é uno, come uno è il tipo umano. Nella varietà dei costumi dei popoli vi è qualche cosa che non va ria nè si trasforma. Dunque uno è il diritto, ed una è la storia ideale delle nazioni, la quale è fondata sull'unità del diritto. Dunque dalla medesimezza del costume, sigenera ildirittona turale,e da ciò nasce ildisegno di una storia eterna delle na zioni Concetto ardito e profondo, poichè in tanto è possibile una storia eterna ed ideale, in quanto vi è un tipo unico nel di ritto e nel costume. I grandi genii hanno il presentimento di certe verità che poscia approfondite dalle venture generazioni acquistano piena coscienza. Questa divinazione del VICO oggi è rifermata dalla analisi comparativa degli istituti giuridici e politici, e questa scienza divinata dal Vico è una delle più belle glorie dei nostri tempi, a cui un forte ingegno siciliano addisse il suo ingegno e ne abbozzò il primo disegno. E qui si adombrano le prime lince di un metodo armonico fra il vero e il fatto, fra LA FILOSOFIA e la Storia La Storia dei costumi deve emanare da due cause coefficienti: dall'ordine reale e dell'ordine ideale,e così si avvera il gran principio di VICO, verum et factum reciprocantur. Ma l'ordine ideale per non essere una chimera deve Ideo uniformi nate appo interi popoli fra essi loro non conosciuti, debbono avere un motivo comune di vero. Scienza nuova, Dignitá. avere un'origine per quanto rimota,ma sempre realistica, non è fantasmagorico, ma ricavato,o meglio osservato nell'elemento comune che presenta il costume dei popoli,e perciò non è in fecondo e sterile,ma proficuo alla vita. (1Questo brano è tolto dal capitolo Incoerenze di Vico del mio saggio: La mente del VICO rivendicata, illustrata e integrata.  A riassumere la dottrina giuridica di Vico  è indispensabile determinare i principi fondamentali  dell» scuola storico-filosofica da Ini splendidamente  rappresentata.   La Scienza Nuova è lu riprova più sicura della lenominazione apposta ; iu quel lavoro di architettura gigante si vede adombrato il disegno dell’armonia fra i principii razionali e il fatto storico. La psicologia sociale è il substratum delle leggi,  delle religioni, delle lingue e di tutti gli altri elementi della civiltà. In quella filosofia della storia  contenuta in germe LA FILOSOFIA DEL DIRITTO POSITIVO, perchè le costituzioni civili, sociali e politiche sono  conseguenza necessaria della vita, della cultura e  dei costumi delle varie nazioni.   Egli divide in tre grandi periodi la storia civile  delle nazioni, cioè l’età del senso, della fantasia e della ragione, e tutti i fattori dell’incivilimeiito, dalla  religione alla lingua, da questa alla giurisprudenza  c infine alla politica rispecchiano fedelmente le immagini e i caratteri di quei tre grandi avvenimenti  '‘tarici. Anche nell’opera, De universi iurte et prtnùfno et fine uno le ricerche del DIRITTO FILOSOFICO sono  accompagnate dall’indagine storica e innumerevoli applicazioni fa al diritto romano, da cui poi si eleva  ai supremi principii giuridici. Questo sapiente indirizzo trova la ragion di essere in quel supremo pronunziato del De antiquissima Italorum sapiential, che « verum et factum reeiprocantur. Il fatto adunque deve procedere di  conserva col vero, altrimenti si cade o nel formalismo astratto o nell’imperiamo gretto. E con questo criterio VICO dà biasimo ai FILOSOFI ed ai filologi; mancarono per metà I FILOSOFI perché  non accertarono le loro idee con l’autorità dei filologi, e mancarono per meta i filologi perchè non  avverarono le loro idee con l’autorità dei filosofi.  Il vero e il fatto sono due termini convertibili, e,  perchè convertibili, l’indagine storica trova la sua  vera integrazione nei principii di ragione, e questi  hanno il loro fondamento nell’ordine dei fatti bene  accertati.   Storia e Ragione sono adunque i due fattori del  diritto filosofico e, quando si scinde il fatto dal vero,  si avrà del diritto un’idea esclusiva, incompiuta, o fallace. Il diritto, secondo VICO, è un’idea umana, vale  a dire un principio ideale e storico, o meglio un  principio ideale che si attua nella storia; e tanto  è vero ciò che mette radice nell’ordine eterno dell’eterna ragione o dell’eterna volontà in quanto  prescrive alia volontà umana l’equo bono. Secondo questa dottrina il diritto deriva da due  cause coefficienti, cioè: l’utile e l’eterna ragione. L’una dà la forma e l’altra la materia. Utilità»  fiiit occasio iuris, honestas causa. Tutto ciò risponde esattamente allo spirito del sistema vichiano. Infatti la plebe, insorgendo contro il patriziato, conquistava i propri diritti, eppure era mossa dalla molla dell’interesse. Sicché il progresso morale e  civile delle nazioni era occasionato dalle passioni, lagli interessi, i quali contribuivano a far riconoscere i principii razionali. Quao vis veri sen liumann ratio virtus est quantuin cum cupiditate pugnat. Quantum utilitates diligit et exquat, quao  nnum universi iuris principium unusque iincs. L’utile non è per sè stesso né onesto nè turpe, ma  pnò divenire l’uno o l’altro quando è o confonne o disforme alla giustizia. Ecco dunque come il diritto ha l’anima e il corpo,  la materia e la forma, ed lia un contenuto etico, che applica nell’utile. E da ciò segue la definizione del diritto: Igitur ius est in natura utile a eterno, coniincusu acquale. I punti salienti nei quali si rias  mine la teorica del Vico sono i seguenti : l’indagine storica, base della ricerca razionale, convertibilità. del vero col fatto; insidenza del diritto nel  bene, incarnata nella formula dell’equo buono : inerenza dell’equo buono nell’ordine eterno; futilità  in quanto è regolata dalla ria veri; l’utile è materia;  e la ragione forma del diritto. Nome compiuto: Vincenzo Lilla. Lilla. Keywords: implicature, Vico, Vico ri-vendicato, Vico ri-vendicate, Luigi Speranza, “Grice e Lilla: la semiotica di Vico” – The Swimming-Pool Library. “Il Vico di Lilla” – The Swimming-Pool Library.

 

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