GRICE ITALO A-Z L
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Leopardi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del favoloso – Leopardi fascista – filosofia maceratese – la
scuola di Recanati -- filosofia marchese – scuola di Recanati -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Recanati). Filosofo italiano. Recanati, Macerata, Marche. Grice:
“Oddly, Leopardi’s philosophical semantics is negative; admittedly, he is
wedded to the Fido-‘Fido’ theory of meaning, so he thinks, pretty much like the
first Vitters, that language is a prison. Man has a need for ‘non-linguistic
thought,’ to think without naming – without conceptualizing! The oddest
philosophy of language for Italy’s greatest poet, one would first think!” -- Grice: “One could write a whole
dissertation on Leopardi’s implicata – not I My favourite expression would be
‘gli infiniti silenzi’” -- Grice: “While there is a philosophical griceianism,
seeing that my theories were stolen by non-philosophers, there is ‘leopardismo
filosofico,’ seeing that he wasn’t one!” -- essential Italian philosopher, and
founder of a whole movement, ‘leopardismo.’
L. Al dibattito sulle lingue universali
partecipò anche Giacomo L. nello Zibaldone de' pensieri. Sostenne che a rendere internazionale una
lingua non è la potenza della nazione che la parla o la diffusione dei suoi
domini, e nemmeno il suo prestigio letterario: se così fosse la lingua
italiana, che per molto tempo fu intesa e letta nelle corti di tutta Europa e
oltre, sarebbe assurta a lingua
utilizzata da più nazioni, ma così non è stato.L. spiega che invece ciò
che fa di una lingua universale è un aspetto ad essa intrinseco, ovvero la sua
capacità di essere geometrica e regolare e di possedere una struttura semplice
e ideale. Esattezza, precisione, chiarezza i suoi punti costitutivi fondamentali: Quello poi che ho detto che una lingua
strettamente universale, dovrebbe di sua natura essere anzi un'ombra di lingua,
che lingua propria, maggiormente anzi esattamente conviene a quella lingua
caratteristica proposta fra gli altri dal nostro Soave I...I, la qual lingua o
maniera di segni non avrebbe a rappresentar le parole, ma le idee, bensì alcune
delle inflessioni d'esse parole (come quelle de' verbi), ma piuttosto come
inflessioni o modificazioni delle idee che delle parole, e senza rapporto a
niun suono pronunziato, né significazione e dinotazione alcune di esso. Questa
non sarebbe lingua perché la lingua non è che la significazione delle idee
fatta per mezzo delle parole.linguaggio (così nominiamola) la quale giustamente
si è riconosciuta per quella maniera di segni ch'è meno dell'altre impossibile
ad essere strettamente universale.
63 Ella sarebbe una scrittura, anzi
nemmeno questo, perché la scrittura rappresenta le parole e la lingua, e dove
non è lingue né parole quivi non può essere scrittura. Ella sarebbe un terzo
genere, siccome i gesti non sono né lingua né scrittura ma cosa diversa
dall'una e dall'altra. Quest'algebra delLa proposta L.ana si avvicina alle idee
di Soave e crede realizzabile un progetto di lingua universale solamente
qualora questa sia rappresentata da segni matematici, algebrici. Conscio però
della forza implacabile del mutamento linguistico, a cui tutte le lingue sono
soggette, L. aggiunge: Resta dunque provato che la lingua strettamente
universale, per cagione di quelle stesse condizioni ond'ella sarebbe divenuta e
con cui sole sarebbe potuta divenire universale, e senza cui l'universalità sua
non potrebbe durare se non momentaneamente, per causa, dico, di queste medesime
condizioni, subitamente corrompendosi, dividerebbesi ben tosto, per causa di
tal corruzione, e quindi per causa di quelle medesime condizioni, che
naturalmente e necessariamente l'occasionerebbero, in diverse lingue, e
perderebbe conseguentemente la sua universalità, la durata della quale sarebbe
fatta impossibile da quelle medesime condizioni che a tal durata indispensabilmente
richieggonsi.oIn sostanza quindi, dopo aver individuato il miglior tipo di
linguaggio universale auspicabile, cioè quello composto matematicamente da
segni e caratteri, L. rimane scettico sulla possibilità, se non d'adozione di
una tal lingua, della sua resistenza al cambiamento. Di questo tratta anche
Stefano Gensini quando spiega che per L. In termini teorici l...] un'autentica
universalità è impossibile, perché quand'anche i dotti riuscissero a convenire
su un sistema artificiale di comunicazione esso, una volta calato nell'uso,
inevitabilmente comincerebbe a mutare In questo modo, spiega Gensini - (L.]
anticipa a livello teorico l'idea saussuriana che tempo e massa parlante
sianostrettamente universale. books.google.it/ books?id=hnS1DwAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad
=0#v=onepage&q&f=false consultato in data 06/05/2020. La proposta L.ana
si avvicina alle idee di Soave e crede realizzabile un progetto di lingua
universale solamente qualora questa sia rappresentata da segni matematici,
algebrici. Conscio però della forza implacabile del mutamento linguistico, a
cui tutte le lingue sono soggette, L. aggiunge: Resta dunque provato che la
lingua strettamente universale, per cagione di quelle stesse condizioni
ond'ella sarebbe divenuta e con cui sole sarebbe potuta divenire universale, e
senza cui l'universalità sua non potrebbe durare se non momentaneamente, per
causa, dico, di queste medesime condizioni, subitamente corrompendosi,
dividerebbesi ben tosto, per causa di tal corruzione, e quindi per causa di
quelle medesime condizioni, che naturalmente e necessariamente
l'occasionerebbero, in diverse lingue, e perderebbe conseguentemente la sua
universalità, la durata della quale sarebbe fatta impossibile da quelle medesime
condizioni che a tal durata indispensabilmente richieggonsi.otIn sostanza
quindi, dopo aver individuato il miglior tipo di linguaggio universale
auspicabile, cioè quello composto matematicamente da segni e caratteri, L.
rimane scettico sulla possibilità, se non d'adozione di una tal lingua, della
sua resistenza al cambiamento. Di questo tratta anche Stefano Gensini quando
spiega che per L. In termini teorici (.../ un'autentica universalità è
impossibile, perché quand'anche i dotti riuscissero a convenire su un sistema
artificiale di comunicazione (...] esso, una volta calato nell'uso,
inevitabilmente comincerebbe a mutare In questo modo, spiega Gensini - (L.
anticipa a livello teorico l'idea saussuriana che tempo e massa parlante siano
elementi 'interni' dell'organismo linguistico, svuotando di senso, fra l'altro,
ogni atteggiamento normativo di tipo puristico.5STEFANO GENSINI, «Sul campo
semantico del linguaggio nello Zibaldone», in Lo «Zibaldone» di L. come
ipertesto. Atti del Convegno internazionale, a cura di Marìa de las Nieves
Muñiz Muñiz, Barcellona, 2012, pp. 162-163.Il conte Giacomo L., al battesimo
Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro L. (Recanati), filosofo. L. develops
a sophisticated philosophy of language and signs, primarily articulated in his
massive notebook, the Zibaldone di pensieri. His theories often
anticipated modern linguistic concepts, such as the arbitrariness of the sign
and the cognitive function of language. His linguistic philosophy is
characterized by several key pillars: Words vs. Terms: Leopardi made a
fundamental distinction between parole (words) and termini (terms). Terms are
scientific and precise, stripping away all but one rigid meaning to facilitate
technical communication. Words are poetic and "vague," carrying a
"halo" of multiple associations, memories, and images. For Leopardi, "vague"
language is superior for poetry because it evokes the "indefinite,"
providing a temporary relief from the harsh clarity of reason. Constitutive
Nature of Language: He rejects the idea of language as a mere tool for
expressing pre-existing thoughts. Instead, he argued that human thinking is
inherently linguistic—words are not external symbols but are constitutive of
thought itself; without words, thought cannot objectivize or be
"present" in the mind. Arbitrariness and Conventionality: L. recognises
that the relationship between a sign and its meaning is arbitrary. He
criticized the idea of a "universal language" (based solely on
reason) as a "chimera" that would lead to cultural homogenization and
a loss of the natural variety of imagination. Materiality and the Body:
Influenced by Sensism, L. views language as deeply rooted in physical reality.
He theorized that ideas are "incarnate" in the physicality of
language and that the linguistic act is akin to a bodily gesture --- alla H. P.
Grice -- —a movement of an embodied mind rather than a purely abstract
calculation. Communication as Translation: He believed that perfect
communication is almost impossible, viewing the act of translation as nearly
identical to the act of writing poetry—both require "imitation" and a
"poetic soul" to bridge the gap between different linguistic and
emotional systems. In summary, L.’s "copious oeuvre" is
underpinned by a belief that while precise communication (terms) is necessary
for reason, it is the evocative, vague, and material power of "words"
that allows humans to navigate the existential "groundlessness" of
the human condition. È ritenuto il maggior poeta dell'Ottocento italiano e una
delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché una delle
principali del romanticismo letterario; la profondità della sua riflessione
sull'esistenza e sulla condizione umanadi ispirazione sensista e materialistane
fa anche un filosofo di spessore. La straordinaria qualità lirica della sua
poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale
europeo e internazionale, con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca. L.,
intellettuale dalla vastissima cultura, inizialmente sostenitore del
classicismo, ispirato alle opere dell'antichità greco-romana, ammirata tramite
le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio, Epitteto, Luciano ed altri,
approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici europei, quali
Byron, Shelley, Chateaubriand, Foscolo, divenendone un esponente principale,
pur non volendo mai definirsi romantico. Le sue posizioni materialiste derivate
principalmente dall'Illuminismosi formarono invece sulla lettura di FILOSOFI
come il barone d'Holbach, VERRI e Condillac, a cui egli unisce però il proprio
pessimismo, originariamente probabile effetto di una grave patologia che lo
affliggeva ma sviluppatesi successivamente in un compiuto sistema filosofico.
Muore di edema polmonare o scompenso cardiaco, durante la grande epidemia di
colera di Napoli. Il dibattito sull'opera L.ana, specialmente in relazione al
pensiero esistenzialista fra gli anni trenta e cinquanta, ha portato gli
esegeti ad approfondire l'analisi filosofica dei contenuti e significati dei
suoi testi. Per quanto resi specialmente nelle opere in prosa, essi trovano
precise corrispondenze a livello lirico in una linea unitaria di atteggiamento
esistenziale. Riflessione filosofica ed empito poetico fanno sì che L., al pari
di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche e più tardi di Kafka, possa essere
visto come un esistenzialista o almeno un precursore dell'Esistenzialismo. L.
nacque a Recanati, nello Stato pontificio (oggi in provincia di Macerata, nelle
Marche), da una delle più nobili famiglie del paese, primo di dieci figli.
Quelli che arrivarono all'età adulta furono, oltre a Giacomo, Carlo, Paolina,
Luigi, e Pierfrancesco. I genitori erano cugini fra di loro. Il padre, il conte
Monaldo, figlio del conte Giacomo e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro,
era uomo amante degli studi e d'idee reazionarie; la madre, la marchesa
Adelaide Antici, era una donna energica, molto religiosa fino alla
superstizione, legata alle convenzioni sociali e ad un concetto profondo di
dignità della famiglia, motivo di sofferenza per il giovane Giacomo che non
ricevette tutto l'affetto di cui sentiva il bisogno. In conseguenza di alcune
speculazioni azzardate fatte dal marito, la marchesa prese in mano un
patrimonio familiare fortemente indebitato, riuscendo a rimetterlo in sesto
solo grazie a una rigida economia domestica. La rigidità della madre,
contrastante con la tenerezza del padre, i sacrifici economici e i pregiudizi
nobiliari pesarono sul giovane Giacomo. Fino al termine dell'infanzia Giacomo
crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i suoi fratelli, soprattutto
con Carlo e Paolina che erano più vicini a lui d'età e che amava intrattenere
con racconti ricchi di fervida fantasia. La formazione giovanile La casa natale
Ricevette la prima educazione, come da tradizione familiare, da due precettori,
Torres e Sanchini che influirono sulla sua prima formazione con metodi
improntati alla scuola gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo
studio del latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione
scientifica di buon livello contenutistico e metodologico. Nel Museo L.ano a
Recanati è conservato, infatti, il frontespizio di un trattatello sulla
chimica, composto insieme al fratello Carlo. I momenti significativi delle sue
attività di studio, che si svolgono all'interno del nucleo familiare, sono da
rintracciare nei saggi finali, nei componimenti letterari da donare al padre in
occasione delle feste natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati ed
accurati e qualche composizione di carattere religioso da recitare in occasione
della riunione della Congregazione dei nobili. Il ruolo avuto dai precettori
non impedì, comunque, al giovane L. di intraprendere un suo personale percorso
di studi avvalendosi della biblioteca paterna molto fornita (oltre ventimila
volumi) e di altre biblioteche recanatesi, come quella degli Antici, dei
Roberti e probabilmente da quella di Vogel, esule in Italia in seguito alla
Rivoluzione francese e giunto a Recanati come membro onorario della cattedrale
della cittadina. Compone il sonetto intitolato La morte di Ettore che, come lui
stesso scrive nell'Indice delle produzioni di me L. è da considerarsi una
composizione. Da questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti
chiamati puerili. La produzione dei puerili Puerili e abbozzi vari Il corpus
delle opere cosiddette puerili dimostra come il giovane L. sapesse scrivere in
latino fin dall'età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di
versificazione italiana in voga nel Settecento, come la metrica barbara di
Fantoni, oltre ad avere una passione per le burle in versi dirette al
precettore e ai fratelli. Iniziò lo studio della filosofia e due anni dopo,
come sintesi della sua formazione giovanile, scrisse le Dissertazioni
filosofiche che riguardano argomenti di logica, filosofia, morale, fisica
teorica e sperimentale (astronomia, gravitazione, idrodinamica, teoria
dell'elettricità, eccetera). Tra queste è nota la Dissertazione sopra l'anima
delle bestie. Con la presentazione pubblica del suo saggio di studi che
discusse davanti ad esaminatori di vari ordini religiosi ed al vescovo, si può
far concludere il periodo della sua prima formazione che è soprattutto di tipo
sei-settecentesco ed evidenzia l'amore per l'erudizione oltre che uno spiccato
gusto arcadico. Si immerse totalmente in uno "studio matto e
disperatissimo" espressione da lui stesso coniata, che assorbì tutte le
sue energie e che recò gravi danni alla sua salute. Apprese perfettamente il
latino (sebbene si considerasse sempre "poco inclinato a tradurre" da
questa lingua in italiano) e, senza l'aiuto di maestri, il greco. Seppure in
modo più sommario apprese anche altre lingue: l'ebraico, il francese,
l'inglese, lo spagnolo e il tedesco (nello Zibaldone si trovano inoltre cenni
ad altre lingue antiche, come il sanscrito). Nel frattempo cessa la formazione
dell'abate Sanchini, il quale ritenne inutile continuare la formazione del
giovane che ne sapeva ormai più di lui. Risalgono a questi anni la Storia
dell'astronomia, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, diversi
discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni poetiche, alcuni versi e tre
tragedie, mai rappresentate durante la sua vita, La virtù indiana, Pompeo in
Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta). Per quanto riguarda la
compilazione della Storia dell'astronomia L. si avvalse di numerose fonti: il
testo di base fu sicuramente la Storia dell’astronomia di Bailly, ridotta in
compendio dal signor Francesco Milizia, a partire dalle Histoires del celebre
astronomo francese Jean Sylvain Bailly. L'opera termina con la scoperta del
pianeta Urano da parte di Herschel. Invece il lavoro di L. presenta ulteriori
aggiornamenti, come ad esempio la scoperta di Cerere, Pallade, Giunone e della
cometa. Per l'elaborazione del suo testo, L. fece uso, anche, dell’Abrégé
d’astronomie di Jérôme Lalande (presente nella biblioteca di casa L.), del
Dictionnaire de Physique di Aimé-Henri Paulian e delle storie di matematica
inserite nel Tacquet e nel Wolff. Inoltre L. adoperò diverse opere generali
come la Storia della letteratura italiana di Tiraboschi, gli Scrittori d’Italia
di Mazzuchelli e varie raccolte biografiche di alcuni ordini religiosi: Wadding
per i francescani, Quétif e Échard per i domenicani e così via. L'elenco di
questi testi dimostra l’erudizione raggiunta dal giovane L.. Nella Storia
dell'astronomia L. lasciò anche trasparire i limiti del suo interesse per la
matematica. Nulla, probabilmente sapeva a proposito dei logaritmi (ai quali
invece il Bailly-Milizia aveva dedicato due pagine illustratrici), e
sull'argomento si limitò a scrivere che «Enrico Briggs avendo udita la
invenzione de’ logaritmi fatta da Neper» aveva pubblicato un’opera al riguardo.
Probabilmente infatti L. non studiò mai i logaritmi, così come si arrestò alla
geometria cartesiana e al calcolo differenziale. Iniziò nello stesso periodo
anche le prime pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco,
dimostrando sempre di più il suo interesse per l'attività filologica. Sono
questi anche gli anni dedicati alle traduzioni dal latino e dal greco,
corredate di discorsi introduttivi e di note, tra i quali gli Scherzi
epigrammatici, tradotti dal greco e pubblicati in occasione delle nozze
Santacroce-Torre da Frattini di Reca, la Batracomiomachia e pubblicata su «Lo
Spettatore italiano», gli idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni
dell'Odissea, la Traduzione del libro secondo dell'Eneide, il Moretum (un
poemetto pseudo-virgiliano), e la Titanomachia di Esiodo, pubblicata su «Lo
Spettatore italiano». La conversione letteraria: dall'erudizione al bello Tra
Si avverte in L. un forte cambiamento, frutto di una profonda crisi spirituale,
che lo porterà ad abbandonare l'erudizione per dedicarsi alla poesia. Egli si
rivolge, pertanto, ai classici non più come ad arido materiale adatto a
considerazioni filologiche, ma come a modelli di poesia da studiare. Seguiranno
le letture di autori moderni come Alfieri, Parini,Foscolo e Vincenzo Monti, che
serviranno a maturare la sua sensibilità romantica. Ben presto egli legge I
dolori del giovane Werther di Goethe, le opere di Chateaubriand, di Byron, di
Madame de Staël. In questo modo L. inizia a liberarsi dall'educazione paterna
accademica e sterile, a rendersi conto della ristrettezza della cultura
recanatese ed a porre le basi per liberarsi dai condizionamenti familiari.
Appartengono a questo periodo alcune poesie significative come Le Rimembranze,
L'Appressamento della morte e l'Inno a Nettuno, nonché la celebre e non
pubblicata Lettera ai compilatori della Biblioteca Italiana, indirizzata ai
redattori della rivista milanese, in risposta alla lettera Sulla maniera e
utilità delle traduzioni di Madame de Staël, apparsa sul primo numero, nel
gennaio dello stesso anno. Destinato dal padre alla carriera ecclesiastica per
la sua fragile salute, rifiuterà di intraprendere questa strada. Fu colpito da
alcuni seri problemi fisici di tipo reumatico e disagi psicologici che egli attribuì
almeno in partecome la presunta scoliosiall'eccessivo studio, isolamento ed
immobilità in posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca
di Monaldo. La malattia esordì con affezione polmonare e febbre e in seguito
gli causò la deviazione della spina dorsale (da cui la doppia
"gobba"), con dolore e conseguenti problemi cardiaci, circolatori,
gastrointestinali (forse colite ulcerosa o malattia di Crohn) e respiratori
(asma e tosse), una crescita stentata, problemi neurologici alle gambe
(debolezza, parestesia con freddo intenso), alle braccia ed alla vista,
disturbi disparati e stanchezza continua. Era convinto di essere sul punto di
morire. Il marchese Filippo Solari di Loreto scrive poco dopo a Monaldo L.i:
«L'ho lasciato sano e dritto, lo trovo dopo cinque anni consunto e scontorto,
con avanti e dietro qualcosa di veramente orribile.» Egli stesso si ispira a
questi seri problemi di salute, di cui parlerà anche a Giordani, per la lunga
cantica L'appressamento della morte e, anni dopo, per Le ricordanze, in cui
ripensa a questo e definisce la sua malattia come un "cieco malor",
cioè un male di non chiara origine, che gli fa pensare al suicidio assieme
all'angusto ambiente: «Mi sedetti colà su la fontana / Pensoso di cessar dentro
quell'acque la speme e il dolor mio. Poscia, per cieco malor, condotto della
vita in forse, piansi la bella giovanezza, e il fiore de' miei poveri dì, che
sì per tempo cadeva. L'ipotesi più accreditata per lungo tempo (diffusa e
sostenuta da medici di Recanati e da Citati) è che L. soffrisse della malattia
di Pott (gli studiosi scartano la diagnosi dell'epoca, più volte riproposta
anche nel Novecento, di una normale scoliosi dell'età evolutiva), cioè
tubercolosi ossea o spondilite tubercolare, oppure dalla spondilite
anchilosante (secondo Sganzerla), una sindrome reumatica autoimmune che porta a
una progressiva ossificazione dei legamenti vertebrali con deformazione e
rigidità del rachide, uniti ad ampi disturbi infiammatori sistemici, oculari e
neurologici-compressivi in casi gravi, il tutto unitamente a problemi nervosi.
Alcune di queste sindromi hanno predisposizione genetica, derivabile dal
matrimonio tra consanguinei dei genitori. Tutti i fratelli L. furono deboli di
salute, con l'eccezione di Carlo, forse però sterile, e Paolina, la quale
presentava solo una leggera asimmetria del viso. Citati afferma che avesse
anche dei disturbi urinari e di probabile impotenza, e sarebbero stati questi,
più che l'aspetto fisico (a cui poteva ovviare essendo un nobile benestante) la
causa del suo rapporto difficile con le donne e la sessualità. Nel decennio
seguente l'apparire dei disturbi, alcuni medici fiorentini, come altri medici
consultati in gioventù, a parte la deformità fisica asserirannoprobabilmente in
maniera erroneache numerosi disturbi del L. erano dovuti a neurastenia di
origine psicologica (sempre in questo periodo comincia a soffrire di crisi
depressive che taluni attribuiscono all'impatto psicologico della malattia
fisica), come lui stesso a tratti sostenne, anche contro il parere di numerosi
dottori. «Ma io non aveva appena vent’anni, quando da quella infermità di nervi
e di viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte,
quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo; poi, due anni prima dei
trenta, mi è stato tolto del tutto, e credo oramai per sempre.» (Lettera
dedicatoria dei Canti, agli amici di Toscana) Secondo il neurologo Sganzerla,
propositore della tesi sulla spondilite al posto della tubercolosi, L. non
mostrava invece alcun segno di vera depressione psicotica, sfatando il mito
sostenuto da Citati e dai lombrosiani come Patrizi e Sergi. Queste patologie
comunque, se non condizionarono il suo pensiero in maniera diretta (come
ribadito spesso da L.), influenzarono comunque il suo pessimismo filosofico e
lo spinsero a indagare le cause della sofferenza umana e il significato della
vita da una prospettiva originale, divenendo, come affermato dal critico
Sebastiano Timpanaro, "un formidabile strumento conoscitivo". Dopo il
primo passo verso il distacco dall'ambiente giovanile e con la maturazione di
una nuova ideologia e sensibilità che lo portò a scoprire il bello in senso non
arcaico, ma neoclassico, si annuncia quel passaggio dalla poesia di
immaginazione degli antichi alla poesia sentimentale che il poeta definì
l'unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici. E per L., che giunto
alle soglie dei diciannove anni aveva avvertito, in tutta la sua intensità, il
peso dei suoi mali e della condizione infelice che ne derivava, un anno
decisivo che determinò nel suo animo profondi mutamenti. Consapevole ormai del
suo desiderio di gloria ed insofferente dell'angusto confine in cui, fino a
quel momento, era stato costretto a vivere, sentì l'urgente desiderio di
uscire, in qualche modo, dall'ambiente recanatese. Gli avvenimenti seguenti
incideranno sulla sua vita e sulla sua attività intellettuale in modo
determinante. In questo periodo è anche la prima formulazione della
"teoria del piacere", una concezione filosofica postulata da L. nel
corso della sua vita. La maggior parte della teorizzazione di tale concezione è
contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di esporre in modo organico la
sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero L.ano in
questi termini avviene. Scrisve al classicista Giordani che aveva letto la
traduzione L.ana del II libro dell'Eneide e, avendo compreso la grandezza del
giovane, lo aveva incoraggiato. Ebbero inizio così una fitta corrispondenza ed
un rapporto di amicizia che durerà nel tempo. In una delle prime lettere
scritte al nuovo amico, il giovane L. sfogherà il suo malessere non con
atteggiamento remissivo, ma polemico ed aggressive. Mi ritengono un ragazzo, e
i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, di eremita, e che so
io. Di maniera che s'io m'arrischio di confortare chicchessia a comprare un
libro, o mi risponde con una risata, o mi si mette in sul serio e mi dice che
non è più quel tempo. Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico
divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia» Egli vuole uscire
da quel "centro dell'inciviltà e dell'ignoranza europea" perché sa
che al di fuori c'è quella vita alla quale egli si è preparato ad inserirsi con
impegno e con studio profondo. Fissa le prime osservazioni all'interno di un
diario di pensiero che prenderà poi il nome di Zibaldone, in dicembre si
innamorerà della cugina, provando per la prima volta il sentimento d'amore.
Pietro Giordani riconosce l'abilità di scrittura di L. e lo incita a dedicarsi
alla scrittura; inoltre lo presenta all'ambiente del periodico «Biblioteca
Italiana» e lo fa partecipare al dibattito culturale tra classicisti e
romantici. L. difende la cultura classica e ringrazia Dio di aver incontrato
Giordani che reputa l'unica persona che riesce a comprenderlo. Il primo amore
«Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!» (Il primo amore, v.3) Geltrude Cassi
Lazzari con i figli, illustrazione di Chiarini per la Vita di Giacomo L..
Inizia a compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà le sue riflessioni, le
note filologiche e gli spunti di opere. Lesse la vita di Alfieri e compilò il
sonetto "Letta la vita scritta da esso" che toccava i temi della
gloria e della fama. Un altro avvenimento lo colpì profondamente: l'incontro,
nel dicembre dello stesso anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di
Monaldo, che fu ospite presso la famiglia per alcuni giorni e per la quale
provò un amore inespresso. Scrisse in questa occasione il "Diario del
primo amore" e l'"Elegia I" che verrà in seguito inclusa nei
"Canti" con il titolo "Il primo amore". La posizione di L.
verso il Romanticismo, che stava suscitando in quegli anni forti polemiche ed
aveva ispirato la pubblicazione del Conciliatore, va maturando e se ne possono
avvertire le tracce in numerosi passi dello Zibaldone ed in due saggi, la
Lettera ai Sigg. compilatori della "Biblioteca italiana", in risposta
a quella di Madama la baronessa di Staël, ed il Discorso di un italiano attorno
alla poesia romantica, scritto in risposta alle Osservazioni di Di Breme sul
Giaurro di Byron. Le due opere mostrano l'avversione, sul piano più
strettamente concettuale, al Romanticismo. La posizione di L. rimane
fondamentalmente montiana e neoclassica. Tuttavia, come si vedrà, quello che
professava sulla pagina critica si rivelerà, poi, profondamente diverso dai
risultati ottenuti nella poesia dove i temi e lo spirito saranno, invece,
perfettamente in sintonia con la mentalità romantica. Aveva, intanto, scritto
le due canzoni ispirate a motivi patriottici All'Italia e Sopra il monumento di
Dante che stanno ad attestare il suo spirito liberale e la sua adesione a quel
tipo di letteratura di impegno civile che aveva appreso dal Giordani. Il suo
materialismo ateo si pone in contrapposizione al Romanticismo cattolico
predominante, dal quale lo separavano notevolmente anche il suo rifiuto di ogni
speranza di progresso nella conquista della libertà politica e dell'unità
nazionale, la sua mancanza di interesse per una visione storicistica del
passato e per le esigenze di popolarità e di realismo nei contenuti e nella
lingua. E il naufragar m'è dolce in questo mare.» (L., L'infinito. Si
riacutizzarono i problemi agli occhi.Tra il luglio e l'agosto progettò la fuga
e cercò di procurarsi un passaporto per il Lombardo-Veneto, da un amico di
famiglia, il conte Ajano, ma il padre lo venne a sapere e il progetto di fuga
fallì. Fu nei mesi di depressione che seguirono che il L. elaborò le prime basi
della sua filosofia e, riflettendo sulla vanità delle speranze e l'ineluttabilità
del dolore, scoprì la nullità delle cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la
composizione di quei canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di
Idilli e scrisse L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna
(originariamente, i titoli di queste ultime erano La sera del giorno festivo e
La ricordanza), La vita solitaria, Il sogno, Lo spavento notturno. Sono i
cosiddetti "primi idilli" o "piccoli idilli". Qui
confluirono i rimpianti per la giovinezza perduta e la presa di coscienza
dell'impossibilità di essere felici. Ottenne dai genitori il permesso di
recarsi a Roma, dove rimase dal novembre all'aprile dell'anno successivo,
ospite dello zio materno, Carlo Antici. A L. Roma apparve squallida e modesta
al confronto con l'immagine idealizzata che egli si era figurata studiando i
classici. Lo colpirono la corruzione della Curia e l'alto numero di prostitute
che gli fece abbandonare l'immagine idealizzata della donna, come scrive in una
lettera al fratello Carlo. Rimase invece entusiasta della tomba di Torquato
Tasso, al quale si sentiva accomunato dall'innata infelicità (verso il Tasso,
che renderà protagonista di una delle Operette morali, sarà debitore a livello
stilistico e nella scelta di alcuni nomi più famosi dei suoi componimenti, come
Nerina e Silvia, tratti dall'Aminta). Nell'ambiente culturale romano L. visse
isolato e frequentò solamente studiosi stranieri, tra cui i filologi Christian
Bunsen (poi ministro del regno di Prussia e fondatore dell'Istituto di
Archeologia a Roma) e Niebuhr; quest'ultimo si interessò per farlo entrare
nella carriera dell'amministrazione pontificia, ma L. rifiutò. Ritorna a
Recanati dopo aver constatato che il mondo al di fuori di esso non era quello
sperato. Tornato a Recanati, L. si dedicò alle canzoni di contenuto filosofico
o dottrinale compose buona parte delle Operette morali. Lontano da Recanati:
Milano, Bologna, Firenze, Pisa. Il poeta, invitato dall'editore Antonio
Fortunato Stella, si recò a Milano con l'incarico di dirigere l'edizione
completa delle opere di Cicerone ed altre edizioni di classici latini e
italiani. A Milano, però, egli non rimase a lungo perché il clima gli era
dannoso alla salute e l'ambiente culturale, troppo polarizzato intorno al
Monti, gli recava noia. Ritratto di L. a metà degli anni '30, da alcuni
indicato come una realistica proto-fotografia, probabilmente una riproduzione
in eliografia (o altri tipi) di un'incisione; in alternativa realizzata con la
tecnica della camera oscura da artista: tramite bulino oppure immagine fissata secondo
il metodo di Joseph Nicéphore Niépce (sali d'argento o bitume e lunga
esposizione). Recanati, casa L.. Decise, così, di trasferirsi a Bologna dove
visse (al numero 33 di via Santo Stefano), tranne una breve permanenza a Reca
mantenendosi con l'assegno mensile dello Stella e dando lezioni private.
Nell'ambiente bolognese L. conobbe il conte Carlo Pepoli, patriota e letterato,
al quale dedicò un'epistola in versi intitolata Al conte Carlo Pepoli che lesse
nell'Accademia dei Felsinei. Nell'autunno iniziò a compilare, per ordine di
Stella, una "Crestomazia", antologia di prosatori italiani dal
Trecento al Settecento alla quale fece seguito una "Crestomazia"
poetica. A Bologna conobbe anche la contessa Teresa Carniani Malvezzi, della
quale si innamorò senza essere corrisposto. L. frequentò i Malvezzi per quasi
un anno, ma poi la donna lo allontanò spinta anche dal marito, mal tollerante
del fatto che il poeta si trattenesse con la moglie fino alla mezzanotte.L. si
sfoga in una lettera ad un corrispondente, usando parole molto dure verso di
lei. Uscivano intanto presso Stella le sue Operette morali. Frequentò anche la
casa del medico Giacomo Tommasini e strinse amicizia con la moglie Antonietta,
patriota, e la figlia Adelaide (coniugata Maestri), sue ammiratrici,con la
famiglia Brighenti e la cantante modenese Rosa Simonazzi Padovani. L. in un
ritratto postumo del 1845 (olio su tavola), commissionato da Antonio Ranieri al
giovane pittore Domenico Morelli sulla base della maschera mortuaria, del
ritratto di L. sul letto di morte di Angelini e delle descrizioni fisiche fatte
da Ranieri, da Paolina, sorella di quest'ultimo; Morelli vi lavorò per molto
tempo, a causa delle insistenze di Ranieri sui particolari, ma alla fine il
quadro venne ritenuto, dal Ranieri stesso e da altri testimoni, come il più
fedele e realistico dei ritratti di L., con l'aspetto che aveva verso la fine
della sua vita, soprattutto nei tratti del volto, oltre che il vestiario e
l'acconciatura che portava negli anni napoletani; i critici hanno però
argomentato che sia un ritratto comunque "idealizzato", in quanto
Morelli non vide mai L. dal vivo, ma solo nella maschera mortuaria in gesso e
nei ritratti eseguiti da altri. Nel giugno dello stesso anno si trasferì a
Firenze, dove conobbe il gruppo di letterati appartenenti al circolo Vieusseux
tra i quali Capponi, Niccolini (amico e corrispondente di Foscolo allora
esiliato a Londra), Colletta, Tommaseo ed anche Manzoni, che si trovava a
Firenze per rivedere dal punto di vista linguistico i suoi Promessi Sposi.
Divenne amico particolarmente del Colletta, ma fu in buoni rapporti anche con
Capponi e Manzoni, sebbene quest'ultimo non condividesse le idee di L. Fu
invece conflittuale il rapporto col Tommaseo, cattolico liberale, ma fortemente
avverso al razionalismo ed al materialismo, il quale giunse a provare una forte
avversione per L., attaccandolo ripetutamente su vari giornali (anche se
riconosceva l'abilità stilistica nella prosa); Tommaseo arrivò a denigrare L.
per il suo aspetto fisico (cosa che farà, però solo in lettere private rivolte
ad altri, anche il Capponi stesso irritato per la Palinodia). L. risponderà nel
1836 con un epigramma diretto contro Tommaseo, oltre che nell'ottava strofa
della detta Palinodia. Al marchese Gino Capponi. Si recò a Pisa, dove rimase.
Qui strinse un'affettuosa amicizia con la giovane cognata del padrone del
pensionato, Teresa Lucignani, a cui dedica una breve lirica rimasta a lungo
inedita. Grazie all'inverno mite, la sua salute migliorò e L. tornò alla
poesia, che tace (con l'eccezione della poco riuscita epistola in versi Al
conte Carlo Pepoli e del Coro di lo studio di Ruysch contenuto nel Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie delle Operette morali); compose la
canzonetta in strofe metastasiane Il Risorgimento e il canto A Silvia (figura
forse ispirata, secondo i critici che si basano su appunti dello Zibaldone e
dichiarazioni del fratello Carlo, alla figlia del cocchiere di Monaldo, morta
giovane, Fattorini), inaugurando il periodo creativo detto dei Canti "pisano-recanatesi",
chiamati anche "grandi idilli", in cui il poeta si cimenta nella
cosiddetta canzone libera o L.ana, il cui primo sperimentatore era stato
Alessandro Guidi, dalla cui lettura ne era venuto a conoscenza. Vaghe stelle
dell'orsa, io non credea tornare ancor per uso a contemplarvi» (Le ricordanze)
Il periodo di benessere era finito ed il poeta, colpito nuovamente dalle
sofferenze e dall'aggravarsi del disturbo agli occhi, fu costretto a sciogliere
il contratto con Stella e già durante l'estate del '28 si recò a Firenze nella
speranza di riuscire a vivere in modo indipendente. Chiese aiuto ad alcuni
amici: Tommasini,il più bello, gli propose una cattedra di Mineralogia e
Zoologia a Milano, ma il compenso era troppo basso e la materia poco consona
alle conoscenze di L.; Bunsen gli offrì la possibilità di una cattedra a Bonn o
Berlino, ma il poeta dovette subito declinare l'invito, poiché il clima tedesco
era troppo rigido e freddo per la sua salute malferma. L. allora progettò di
mantenersi con un lavoro qualsiasi, ma le sue condizioni di salute non gli
permisero nemmeno questo e fu quindi costretto a ritornare a Recanati, dove
rimase. In questi «sedici mesi di notte orribile. Si dedica nuovamente alla
poesia e scrisse alcune delle sue liriche più importanti, tra cui Le ricordanze
(la cui ultima parte è dedicata ad una giovane recanatese morta poco prima,
Maria Belardinelli, da L. chiamata Nerina), La quiete dopo la tempesta, Il
sabato del villaggio, Il passero solitario (forse su un abbozzo giovanile) e il
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Queste poesie, a lungo
denominate dai critici "grandi idilli" o anche "secondi
idilli", sono ora conosciute, insieme ad A Silvia anche come "canti
pisano-recanatesi". In questo periodo l'insofferenza per la sua città
natale, da lui definita "natio borgo selvaggio", aumenta,
proporzionalmente all'avversione per i recanatesi (gente zotica, vil), che lo
ritenevano un intellettuale superbo, tanto che anche i ragazzini del paese,
secondo testimonianze postume, cantavano in sua presenza canzoncine denigranti
del tipo: "Gobbus esto fammi un canestro, fammelo cupo gobbo fottuto. A
Firenze dal Perì l'inganno estremo, ch'eterno io mi credei.» (A se stesso).
Fanny Targioni Tozzetti Intanto, il Colletta, al quale il poeta scriveva della
sua vita infelice, gli offrì, grazie ad una sottoscrizione degli "amici di
Toscana", l'opportunità di tornare a Firenze, dove fu eletto socio
dell'Accademia della Crusca. Per mantenersi accettò la sottoscrizione e
progettò un giornale che avrebbe curato quasi da solo, Lo spettatore
fiorentino, ma che non realizzerà a causa della burocrazia e del timore della
censura. A Firenze cura un'edizione dei "Canti", partecipò ai
convegni dei liberali fiorentini e strinse infine una salda amicizia col
giovane esule napoletano Antonio Ranieri, futuro senatore del Regno d'Italia,
che durerà fino alla morte. Grazie alla fama di personalità liberale, fu eletto
deputato dell'assemblea del governo provvisorio di Bologna (sorto dai moti), su
designazione del Pubblico Consiglio di Recanati, ma non fa in tempo ad
accettare la nomina (peraltro mai richiesta) che gli austriaci restaurano il
governo pontificio. I genitori decidono infine di concedergli un modesto
assegno mensile che gli permette di sopravvivere; L. accetta ma, reputandolo
umiliante, decide di non tornare mai più a Recanati. Risale sempre a questo
periodo la forte passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti (terzo e ultimo
amore secondo i biografi, dopo la Cassi Lazzari e la Malvezzi), moglie del
medico fiorentino Antonio Targioni Tozzetti e forse amante di Ranieri,
conclusasi in una delusione, che gli ispirò il cosiddetto "ciclo di
Aspasia", una raccolta di poesie che contiene: Il pensiero dominante,
Amore e morte, Consalvo (in cui l'amore è visto ancora positivamente), la
drammatica e scarna A se stesso e Aspasia. In questa raccolta si manifestò il
L. più disilluso e disperato, orfano anche di quella tristezza nostalgica degli
Idilli, nella perdita dell'ultima illusione che gli era rimasta, quella
dell'amore (l'inganno estremo). Aspasia, seppur piena di rancore e sarcasmo
contro Fanny, è considerata l'unica poesia d'amore (seppur per un amore ormai
finito) scritta per una donna che egli frequentò realmente e intimamente, anche
se solo in maniera romantica e intellettiva (per parte di lui; lei lo descrisse
sempre come un amico e dopo la morte come una persona "disgraziata" a
cui non voleva dare alcuna illusione); tuttavia nei primi versi, contenenti la
descrizione fisica e caratteriale della Targioni, presentata come una
"donna fatale", si nota anche una tensione erotica molto rara in L.,
il quale ribadisce ripetutamente il fascino esteriore esercitato dalla
nobildonna. L'identificazione della donna con l'Aspasia poetica è data, più che
dalle lettere di L., dalle affermazioni di Ranieri nei Sette anni di sodalizio
e da alcune lettere tra lui e la Targioni Tozzetti. Tuttavia, se Aspasia
accenna anche a toni polemici e misogini, in cui L. si dice felice di essersi
perlomeno liberato della dipendenza affettiva verso l'amica, che descrive quasi
come un servilismo morale di cui si vergogna, un giogo ormai spezzato, in una
lettera a Fanny dei primi tempi si scorgono invece le riflessioni sull'amore e
la morte del periodo, che trovano l'esatta corrispondenza con alcuni versi di
Consalvo e con Amore e morte: «E pure certamente l'amore e la morte sono le
sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere
desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose
che non sono né belle né degne dell'uomo. Ranieri da Bologna mi aveva chiesto
più volte le vostre nuove: gli spedii la vostra letterina subito ierlaltro.
Addio, bella e graziosa Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo
che non posso nulla. Ma se, come si dice, il desiderio e la volontà danno
valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi alle bambine, e
credetemi sempre vostro.» (Lettera da Roma) «Due cose belle ha il mondo: /
amore e morte. All'una il ciel mi guida / in sul fior dell'età; nell'altro,
assai / fortunato mi tengo.» (Consalvo) Lo spostamento del Consalvo nei Canti
molto precedenti al ciclo, avvenuto dall'edizione napoletana, ha fatto pensare
che il personaggio di Elvira sia ispirato anche a Teresa Carniani Malvezzi e
non solo a Fanny. Per circa 4 anni frequenta molto spesso casa Targioni,
cercando di avvicinarsi alla padrona di casa procurandole moltissimi autografi
di scrittori e personaggi famosi, che lei collezionava. In questo periodo L.
diviene amico anche della contessa Carlotta Lenzoni de' Medici di Ottajano,
affascinata dalla grandezza intellettuale del poeta e conosciuta nel 1827, ma
poi se ne allontanò. Secondo un'opinione minoritaria, la donna descritta
negativamente come Aspasia sarebbe stata la Lenzoni. Si reca a Roma con Ranieri
per ritornare a Firenze e nel corso di questo anno scrisse i due ultimi
dialoghi delle "Operette", Il Dialogo di un venditore d'almanacchi e
di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico. Continuò a
corrispondere epistolarmente per un periodo con la Targioni Tozzetti, seppure
in maniera più fredda e distaccata. Quando Ranieri tornò a Napoli, tra i due
iniziò una fitta corrispondenza che ha fatto a taluni ritenere che tra L. e
Ranieri vi fosse un rapporto amoroso. Pietro Citati però precisa che si sarebbe
trattato di un semplice e intenso affetto "platonico" assai diffuso
nel XIX secolo, senza traccia di omosessualità, come quello rivolto a suo tempo
al Giordani. In una di queste lettere il poeta scrive a Ranieri: Antonio
Ranieri, tra gli anni '40 e '60 «Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai,
né ti raffredderai nell'amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi
desidero ardentemente che tu provvegga prima d'ogni cosa al tuo benessere; ma
qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo che noi viviamo l'uno
per l'altro, o almeno io per te, sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia.
Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà
eternamente tuo. Dopo aver ottenuto il modesto assegno dalla famiglia, partì
per Napoli con Ranieri sperando che il clima mite di quella città potesse
giovare alla sua salute. Sugli anni a Napoli, Ranieri dichiarò: «Quivi L.,
mentre che io, lasciatone il mio antico letto, dormiva in una camera non mia (cosa
che, nelle consuetudini del paese, massime in quei tempi, toccava quasi lo
scandalo), per dormire accanto a lui, ebbe, una notte, la strana allucinazione,
che la signora di casa avesse fatto disegno sopra una sua cassetta, nella quale
egli non riponeva mai altro che non nettissimi arnesi da ravviare i capelli, e
le cesoie. Pare infatti che la padrona di casa volesse cacciarli, per timore
che L. fosse portatore di tubercolosi polmonare infettiva e lui stesso
sosteneva, invece, che la donna volesse rubargli oggetti di sua proprietà,
mentre Ranieri credeva che soffrisse di paranoie, e non ci faceva caso.
Ricevette visita da August von Platen, che nel suo diario scrisse. «L. ist
klein und bucklicht, sein Gesicht bleich und leidend er den Tag zur Nacht macht
und umgekehrt führt er allerdings ein trauriges Leben. Bei näherer
Bekanntschaft verschwindet jedoch alles die Feinheit seiner klassischen Bildung
und das Gemütliche seines Wesens nehmen für ihn ein. L. è piccolo e gobbo, il
viso ha pallido e sofferente fa del giorno notte e viceversa conduce una delle
più miserevoli vite che si possano immaginare. Tuttavia, conoscendolo più da
vicino la finezza della sua educazione classica e la cordialità del suo fare
dispongon l'animo in suo favore. Busto del poeta presente a Villa Doria d'Angri
Intanto le Operette morali subirono una nuova censura da parte delle autorità
borboniche, a cui seguirà la messa all'Indice dei libri proibiti dopo la
censura pontificia, a causa delle idee materialiste esposte in alcuni "dialoghi".
L. così ne parlava in una lettera a Sinner: «La mia filosofia è dispiaciuta ai
preti, i quali e qui e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro,
possono ancora e potranno eternamente tutto». Durante gli anni trascorsi a
Napoli si dedicò alla stesura dei Pensieri, che raccolse probabilmente
riprendendo molti appunti già scritti nello Zibaldone, e riprese i Paralipomeni
della Batracomiomachia che, iniziati nel 1831, aveva interrotto. A quest'ultima
opera lavorò, assistito dal Ranieri, fino agli ultimi giorni di vita. Di
quest'opera incompiuta, in ottave, ampiamente influenzata sia dallo pseudo
Omero della Batracomiomachia, (che già L. aveva tradotta in gioventù, e di cui
continua la trama) che dal poema Gli animali parlanti di Giovanni Battista Casti,
rimane autografo il solo primo canto. Ranieri affermò sempre che gli altri, di
sua mano, furono scritti sotto dettatura del L.. Le ultime ottave sarebbero
state dettate da L. morente poco dopo aver terminato l'ultima poesia, Il
tramonto della luna. Qualche dubbio può nascere, se si pensa che Ranieri
investì soldi dopo la morte del poeta per farli pubblicare come autentici, con
poco successo finanziario. Quando a Napoli scoppiò l'epidemia di colera, L. si
recò con Ranieri e la sorella di questi, Paolina, nella Villa Ferrigni a Torre
del Greco, dove rimase dall'estate di quell'anno al febbraio del 1837 e dove
scrisse La ginestra o il fiore del deserto. Paolina Ranieri assisterà,
personalmente e con profondo affetto, L. nei suoi ultimi anni, all'aggravamento
delle sue condizioni fisiche. Paolina e l'unica donna che lo amò, sebbene si
trattasse di un amore fraterno. A Napoli L. lavora incessantemente, nonostante
la salute in peggioramento, componendo varie liriche e satire; non segue le
raccomandazioni dei medici, e conduce una vita abbastanza sregolata per una
persona dalla salute fragile come la sua: dorme di giorno, si alza al
pomeriggio e sta sveglio la notte, mangia molti dolci (particolarmente sorbetti
e gelati), talvolta frequenta la mensa pubblica (anche durante il periodo del
colera) e beve moltissimi caffè. La morte L. sul letto di morte, ritratto a
matita di Tito Angelini, anch'esso simile alla maschera mortuaria e quindi
molto realistico e verosimile In Campania egli compose gli ultimi Canti La ginestra
o il fiore del deserto (il suo testamento poetico, nel quale si coglie
l'invocazione ad una fraterna solidarietà contro l'oppressione della natura) e
Il tramonto della luna (compiuto solo poche ore prima di morire). Progettava
anche di tornare a Recanati, per vedere il padre, o partire per la Francia. L.
aveva infatti intenzione di riconciliarsi umanamente col padre di persona (il
tono delle lettere a Monaldo diventa molto affettuoso negli ultimi tempi, dal
formale e nobiliare signor padre e al voi delle lettere giovanili passa
all'incipit "carissimo papà" e al tu). In questo periodo cominciò ad
ignorare le prescrizioni, pensando che non potesse comunque decidere il suo
destino. In una lettera al conte L., una delle ultime di Giacomo, il poeta avverte
la morte come imminente e spera che avvenga, non sopportando più i suoi mali.
Ritorna a Napoli con Ranieri e la sorella, ma le sue condizioni si aggravarono
verso maggio, anche se non in modo tale da far sospettare ai medici o a Ranieri
il reale stato di salute. L. si sentì male al termine di un pranzo (che
abitualmente consumava all'inconsueto orario delle 17); quel mattino, aveva
mangiato circa un chilo e mezzo di confetti cannellini comprati da Paolina
Ranieri in occasione dell'onomastico di Antonio e bevuto una cioccolata, poi
una minestra calda e una limonata (o granita fredda) verso sera. Fu colpito da
malore poco prima di partire per Villa Carafa d'Andria Ferrigni, come era stato
programmato, e nonostante l'intervento del medico l'asma peggiorò e poche ore
dopo il poeta morì. Secondo la testimonianza di Antonio Ranieri, L. si spense
alle ore 21 fra le sue braccia. Le sue ultime parole furono "Addio,
Totonno, non veggo più luce". La morte fu dichiarata all'ufficio dello
stato civile il giorno successivo da Giuseppe e Lucio Ranieri, i quali fecero
registrare l'indirizzo del decesso (vico Pero 2, nel territorio della
parrocchia della SS. Annunziata a Fonseca) e indicarono che il fatto era
avvenuto "alle ore venti". Tre giorni dopo il decesso, Antonio
Ranieri pubblicò un necrologio sul giornale Il Progresso. La morte del poeta è
stata analizzata da studiosi di medicina. Molte sono state le ipotesi, dalla
più accreditata, pericardite acuta con conseguente scompenso, oppure scompenso
cardiorespiratorio dovuto a cuore polmonare e cardiomiopatia, seguite a
problemi polmonari e reumatici cronici, a quelle più fantasiose[146], fino al
colera stesso.Nessuna delle tesi alternative, tuttavia, è riuscita a smentire
il referto ufficiale, diffuso dall'amico Antonio Ranieri: idropisia polmonare
("idropisia di cuore" o idropericardio), il che è comunque
verosimile, dati i suoi problemi respiratori, dovuti alla deformazione della
colonna vertebrale; è anche possibile che l'edema fosse una delle conseguenze
dei problemi cronici di cui soffriva, e che la causa principale fosse un
problema cardiaco, forse accelerata da una forma fulminante di colera che
avrebbe ucciso il debilitato L. (che notoriamente soffriva di disturbi cronici
all'apparato gastrointestinale, i quali potevano mascherare la gastroenterite
colerosa) in poche ore. L. era morto all'età di quasi 39 anni, in un periodo in
cui il colera stava colpendo la città di Napoli. Grazie ad Antonio Ranieri, che
fece interessare della questione il ministro di Polizia, le sue spogliequesta
la versione accettata dalla maggioranza dei biografinon furono gettate in una
fossa comune, come le severe norme igieniche richiedevano a causa
dell'epidemia, ma inumate nella cripta e poi, dopo una breve riesumazione alla
presenza di Ranieri che volle anche aprire la cassa, nell'atrio della chiesa di
San Vitale Martire (oggi Chiesa del Buon Pastore), sulla via di Pozzuoli presso
Fuorigrotta. La lapide, spostata poi con la tomba, fu dettata da Pietro
Giordani: «Al conte Giacomo L. recanatese filologo ammirato fuori d'Italia
scrittore di filosofia e di poesie altissimo da paragonare solamente coi greci
che finì di XXXIX anni la vita per continue malattie miserissima fece Ranieri
per sette anni fino all'estrema ora congiunto all'amico adorato.” Il ministro
avrebbe accettato la richiesta del Ranieri solo dopo che un chirurgo, non il
medico curante Mannella, ebbe eseguita una sorta di sommaria autopsia per poter
dichiarare che la morte non fu dovuta a colera. In realtà fin dall'inizio il
racconto di Ranieri era apparso pieno di contraddizioni e molti furono i dubbi
che avvolsero quanto egli aveva dichiarato, anche perché le sue versioni furono
molte e diverse a seconda dell'interlocutore, facendo sospettare che il corpo
del poeta fosse finito nelle fosse comuni del cimitero delle Fontanelle, o in
quello dei colerosi (o nell'attiguo cimitero delle 366 Fosse), destinati in
quel periodo ai morti per colera o per altre cause, come attesta il registro
delle sepolture della chiesa della SS. Annunziata a Fonseca di Napoli
(riportante la dicitura "cimitero dei colerosi" e "sepolto
id.") o addirittura occultate nella casa di vico Pero, e che Ranieri
avesse inscenato, per un motivo recondito, un funerale a bara vuota, con la
partecipazione dei suoi fratelli, del chirurgo e di un parroco compiacente a
cui avrebbe regalato dei pesci freschi. La lapide originale, traslata nel parco
Vergiliano Comunque, Ranieri continuò ad affermare che le ossa erano nell'atrio
della chiesa di S. Vitale e che il certificato d'inumazione fosse un falso
redatto dal parroco su richiesta del ministro di Polizia, onde aggirare la
legge sulle sepolture in tempo di epidemia. Nel 1898 avvenne una prima
ricognizione; secondo il senatore Mariotti, smentito da altri, durante i lavori
di restauro di alcuni anni prima, un muratore ruppe inavvertitamente la cassa,
danneggiata dalla troppa umidità, frantumando le ossa e provocando la perdita
di parte dei resti contenuti, forse gettati nell'ossario comune o addirittura
con i calcinacci, mescolando i resti con altre ossa. La tomba di L. (Parco
Vergiliano a Piedigrotta o Parco della Tomba di Virgilio, Napoli). Alla
presenza dei rappresentanti regi e del comune di Napoli, venne effettuata la
ricognizione ufficiale delle spoglie del recanatese e nella cassa (in realtà un
mobile adattato allo scopo clandestino dai fratelli Ranieri), troppo piccola
per contenere lo scheletro di un uomo con doppia gibbosità, vennero rinvenuti
soltanto frammenti d'ossa (tra cui residui delle costole, delle vertebre
recanti segni di deformità, e un femore sinistro intero, forse troppo lungo per
una persona di bassa statura, e un altro femore a pezzi), una tavola di legno
(con cui gli operai avevano tentato di riparare il danno alla cassa), una
scarpa col tacco e alcuni stracci, mentre nessuna traccia vi era del cranio e
del resto dello scheletro, per cui in seguito si arrivò anche a formulare la
teoria di un suo trafugamento da parte di studiosi lombrosiani di frenologia
amici del Ranieri. Nonostante i dubbi, la questione venne ben presto chiusa;
secondo l'incaricato professor Zuccarelli, era plausibile che quelli fossero
parte dei resti di L.. Il medico parla esplicitamente di aver rinvenuto una
parte di rachide e una di sterno entrambe deviate. Alcuni, pur pensando ad
un'effettiva morte per colera, credettero comunque che Ranieri fosse riuscito
davvero nell'intento di salvare il corpo dalla fossa comune corrompendo, se non
il ministro, perlomeno dei funzionari incaricati. La scarpa ritrovata, o quello
che ne rimaneva, venne poi acquistata dal tenore Beniamino Gigli, concittadino
di L., e donata alla città di Recanati. Dopo vari tentativi di traslare i
presunti resti a Recanati o a Firenze nella basilica di Santa Croce accanto a
quelli di grandi italiani del passato, la cassa, per volontà di Benito
Mussolini che esaudì una richiesta dell'Accademia d'Italia, venne con regio
decreto di Vittorio Emanuele III che ne stabiliva l'identificazione, riesumata
di nuovo e spostata al Parco Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco
della tomba di Virgilio) nel quartiere Mergellinail luogo fu dichiarato
monumento nazionaledove tuttora sorge appunto il secondo sepolcro del poeta,
eretto quello stesso anno; nei pressi venne traslata anche la lapide originale,
mentre parte del monumento venne portata a Recanati. Questa versione è quella
sostenuta ufficialmente dal Centro Nazionale Studi L.ani. Nel 2004 venne anche
chiesta (da parte dello studioso leonardiano Silvano Vinceti, che si è occupato
anche della riesumazione e identificazione dei resti di Caravaggio, Boiardo,
Pico della Mirandola e Monna Lisa) la terza riesumazione, onde verificare se
quei pochi resti fossero davvero di L. tramite l'esame del DNA e del mtDNA,
comparato con quello degli attuali eredi dei conti L. (Vanni L. e la figlia
Olimpia, discendenti diretti del fratello minore del poeta Pierfrancesco) e dei
marchesi Antici, ma la richiesta fu respinta, sia dalla Soprintendenza sia
dalla famiglia L. (tramite la contessa Anna del Pero-L., vedova del conte
Pierfrancesco "Franco" L. e madre di Vanni). La posizione ufficiale
della famiglia L. (esplicitata dal 1898 in poi) e della Fondazione Casa L. da
loro presieduta (presidente fino al conte Vanni L.) è invece che i resti nel
parco Vergiliano non siano comunque del poeta e Ranieri abbia mentito, che il
corpo si trovi alle Fontanelle e che quindi la riesumazione sia inutile,
occorrendo altresì rispettare la tomba-cenotafio lì situata. Un altro membro
della famiglia, chiamato anche lui Pierfrancesco, si è invece detto
disponibile. Tale esame non è stato finora autorizzato. «Cantare il dolore fu
per lui rimedio al dolore, cantare la disperazione salvezza dalla disperazione,
cantare l'infelicità fu per lui, e non per gioco di parole, l'unica felicità. n
quei canti veramente divini il L. trasformò l'angoscia in contemplativa
dolcezza, il lamento in musica soave, il rimpianto dei giorni morti in visioni
di splendore.» (Papini, Felicità di L.) Il pensiero di L. è caratterizzato,
attraverso le fasi del suo pessimismo, dall'ambivalenza tra l'aspetto lirico-ascetico
della sua poetica, che lo spinge a credere nelle «illusioni» e lusinghe della
natura, e la razionalità speculativo-teorica presente nelle sue riflessioni
filosofiche, che invece considera vane quelle illusioni, negando ad esse
qualunque contenuto ontologico. La contraddizione tra anelito alla vita e
disillusione, tra sentimento e ragione, tra filosofia del sì e filosofia del
no, era del resto ben presente allo stesso L., il quale, secondo Karl Vossler,
si adoperò costantemente per ricomporle, non rassegnandosi mai allo
scetticismo, convinto che la vera filosofia dovesse in ogni caso mantenere i
legami con l'immaginazione e la poesia. Come ha rilevato De Sanctis. L. non
crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare.
Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un
desiderio inesausto. È scettico e ti fa credente; e mentre non crede possibile
un avvenire men triste per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per
quella e t'infiamma a nobili fatti. Francesco De Sanctis, Schopenhauer e
L.,Luoghi L.ani A Recanati Targa della piazzuola del Sabato del Villaggio
Palazzo L.: è la casa natale del poeta. Tuttora il palazzo è abitato dai
discendenti e aperto al pubblico. Esso venne ristrutturato nelle forme attuali
dall'architetto Carlo Orazio L. verso la metà del XVIII secolo. L'ambiente più
suggestivo è senza dubbio la biblioteca, che custodisce oltre 20.000 volumi,
tra cui incunaboli ed antichi volumi, raccolti dal padre del poeta, Monaldo L..
Piazzuola del Sabato del Villaggio: sulla quale si affaccia Palazzo L.. Ivi si
trova la casa di Silvia e la chiesa di Santa Maria in Montemorello, nel cui
fonte battesimale fu battezzato Giacomo L. nel 1798. Colle dell'Infinito: è la
sommità del Monte Tabor da cui si domina un panorama vastissimo verso le
montagne e che ispirò l'omonima poesia composta dal poeta a soli 21 anni.
All'interno del parco si trova il Centro Mondiale della Poesia e della Cultura,
sede di convegni, seminari, conferenze e manifestazioni culturali. Il Colle
dell'Infinito è diventato un Bene del Fai aperto a tutti. Palazzo
Antici-Mattei: casa della madre di L., Adelaide Antici Mattei, edificio dalle
linee semplici ed eleganti con iscrizioni in latino. Torre del Passero Solitario:
nel cortile del chiostro di Sant'Agostino è visibile la torre, decapitata da un
fulmine e resa celebre dalla poesia Il passero solitario. Chiesa di San
Leopardo): venne fatta edificare dalla famiglia L. insieme e nei pressi della
villa affidando la progettazione all'architetto Gaetano Koch. La cripta, a cui
si accede esternamente, è la tomba gentilizia della famiglia L.. Chiesa di
Santa Maria di Varano (XV secolo): costruita nel 1450 per i Minori Osservanti
insieme al Convento annesso, cacciati i frati e abbattuti due lati del
convento, l'orto divenne quello che ancora è il civico cimitero di Recanati. Vi
si conserva ancora il pozzo di San Giacomo della Marca ed affreschi nelle
lunette del portico. All'interno è la tomba di famiglia dei L. ove sono sepolti
Monaldo e Paolina, Altrove Spoleto, Albergo della Posta (corso Garibaldi),
Palazzo Antici Mattei (Roma, via Michelangelo Caetani), dove fu ospite.Roma,
tomba del Tasso in Sant'Onofrio al Gianicolo, "uno dei posti più belli
della terra, in mezzo agli aranci e ai lecci". Bologna
("ospitalissima"), convento di San Francesco (piazza Malpighi), primo
soggiorno bolognese. Casa dell'editore Anton Fortunato Stella, vicino al Teatro
alla Scala a Milano ("veramente insociale") (Casa Badini, vicino al
teatro del Corso (oggi via Santo Stefano, 33) a Bologna ("tutto è bello, e
niente magnifico"). Locanda della Pace, via del Corso, a Bologna, Ravenna
(qui si vive quietissimi), ospite del marchese Antonio Cavalli. Firenze,
"sporchissima e fetidissima città", Locanda della Fonte, nei pressi
del mercato del grano e di Palazzo Vecchio Targa sull'ultimo domicilio di L. a
Napoli Casa delle sorelle Busdraghi, via del Fosso (oggi via Verdi), Firenze.
Palazzo Buondelmonti, abitazione di Giovan Pietro Vieusseux, a Firenze. Pisa ("una
beatitudine"), via Fagiuoli (casa Soderini). Il Lungarno pisano
("spettacolo così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che
innamora"). "Una certa strada deliziosa" da lui battezzata
"Via delle Rimembranze", dove va a passeggiare a Pisa (lettera a
Paolina L.). Levane, Camucia e Perugia, di passaggio. Roma (città oziosa,
dissipata, senza metodo), via dei Condotti 81 (spendo qui un abisso), con
Ranieri. Napoli, piazza Ferdinando; poi Strada nuova di Santa Maria Ognibene
(casa Cammarota); poi vico Pero (tre appartamenti affittati con Ranieri e la
sorella di lui Paolina). Villa Ferrigni, detta villa delle Ginestre, a Torre
del Greco, alle pendici dello "sterminator Vesevo". Opere di Giacomo
L.. Copertina della prima edizione dello Zibaldone di pensieri. Epistolario Di
L. ci sono rimaste oltre novecento lettere, composte nell'arco di una vita e
indirizzate a circa cento destinatari, tra amici e familiari (soprattutto al
padre e al fratello Carlo). L'intero corpus epistolare di L. è raccolto
dall'Epistolario, che malgrado le origini si può leggere come un'opera
autonoma: questa raccolta di prose private, infatti, costituisce un
fondamentale documento non solo per seguire le vicende biografiche del poeta,
ma anche per comprendere l'evoluzione del suo pensiero, dei suoi stati d'animo
e delle sue riflessioni culturali. L. prese parte all'acceso dibattito
culturale innescato dalla pubblicazione del saggio Sulla maniera e utilità
delle traduzioni di Madame de Staël: questa polemica vide schierarsi da una parte
i difensori del classicismo, quali Pietro Giordani, e dall'altra i sostenitori
della nuova poetica romantica. L., amico del Giordani, si allineò alle tesi
classiciste, mettendo per iscritto il proprio pensiero nella Lettera ai
compositori della Biblioteca italiana e nel Discorso di un italiano intorno
alla poesia romantica, rimasti entrambi inediti sino al 1906. Nella prima L.,
pur riconoscendo la bontà dell'intervento dell'autrice ginevrina, assume una
posizione contraria alle istanze della lettera, nella quale si invitava il
popolo italiano ad aprirsi alle nuove letterature europee. Secondo il poeta di
Recanati, infatti, si tratta di un «vanissimo consiglio», essendo la
letteratura italiana quella più vicina alle uniche letterature universalmente
valide, ovvero quella greca e quella latina. Nel Discorso, invece, L.
approfondì la sua riflessione poetica in merito al dibattito, introducendo temi
che poi diverranno centrali della poesia L.ana, come l'opposizione tra i
concetti di «natura» e civilizzazione. Zibaldone Lo Zibaldone di pensieri è una
raccolta di 4526 pagine autografe nelle quali L. depositò ragionamenti e brevi
scritti sugli argomenti più vari. Inizialmente l'opera non era dotata
dell'organicità di un testo letterario, essendo semplicemente il frutto di una
scrittura immediata, di getto: L. iniziò a datare i singoli testi solo a
partire dal 1820, così da orientarsi agevolmente nel mare magnum di appunti (da
lui definiti un «immenso scartafaccio»), arrivando perfino a stilare due
indici. Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani Il
Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani, composto a Recanati
e rimasto inedito, è un breve trattato filosofico dove L. analizza le
peculiarità che contraddistinguono la società italiana, e le compara con il
carattere, la mentalità e la moralità delle altre nazioni d'Europa. Alla fine
dell'opera L. giunge all'amara conclusione che l'Italia, dilaniata da un
esasperato individualismo, è troppo poco civile per godere dei benefici del progresso
(come in Francia, Germania ed Inghilterra), ma troppo civile per godere dei
benefici dello «stato di natura», come accadeva nelle nazioni meno sviluppate,
quali Portogallo, Spagna e Russia. Secondo manoscritto autografo dell'Infinito
Le Operette morali, per usare le parole dello stesso poeta, sono un «libro di
sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici»: è ancora L. a
descrivere la propria opera in una lettera indirizzata all'editore Stella,
sottolineando «quel tuono ironico che regna in esse» e specificando che
Timandro ed Eleandro sono una specie di prefazione, ed un’apologia dell’opera
contro i filosofi moderni». Le Operette, oggi considerate la più alta
espressione del pensiero L.ano, racchiudono l'essenza del pessimismo del poeta,
trattando argomenti quali la condizione esistenziale dell'uomo, la tristezza,
la gloria, la morte e l'indifferenza della Natura. I Canti, considerati il
capolavoro di L., racchiudono trentasei liriche composte da L.. Tra i
componimenti poetici inclusi nei Canti ricordiamo Sopra il monumento di Dante,
l'Ultimo canto di Saffo, Il passero solitario, La sera del dì di festa, Alla
luna, A Silvia, il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, Il sabato
del villaggio, La ginestra e infine L'infinito, uno dei testi più
rappresentativi della poetica L.ana. Le ultime opere Durante gli anni
napoletani L. scrisse due opere, i Paralipomeni della Batracomiomachia e I
nuovi credenti. Il primo è un poemetto in ottave con protagonisti animali:
«Paralipomeni», infatti, significa «continuazione» mentre Batracomiomachia è
battaglia dei topi e delle rane, ovvero un'opera pseudoomerica che L. aveva
tradotto in gioventù. Dietro la finzione comica L. qui stigmatizza il
fallimento dei moti rivoluzionari napoletani. I topi infatti, simboleggiano i
liberali, generosi ma velleitari, mentre le rane sono i conservatori papalini,
che non esitano a chiamare a sé i granchi-austriaci, feroci e stupidi. nuovi
credenti, invece, sono un capitolo satirico in terza rima dove L. esprime una
spietata satira contro gli esponenti dello spiritualismo napoletano, dei quali
condanna la religiosità di facciata e lo sciocco ottimismo. Parole d'autore A
Giacomo L. si devono numerosi neologismi divenuti patrimonio diffuso (perlomeno
in un linguaggio colto e sorvegliato), come "erompere",
"fratricida", "improbo", "incombere",Al suo
tempo, questa vena creativa di L. non fu apprezzata e fu oggetto degli strali
di un atteggiamento purista che opponeva resistenze all'adozione, e
all'accoglimento nei lessici, di neologismi d'uso forgiati in epoca successiva
all'«aureo Trecento» In un caso, un frutto della sua creatività,
"procombere", gli guadagnò accuse postume mossegli da Niccolò
Tommaseo, coautore del Dizionario della lingua italiana. Poesia e musica A sé
stesso, romanza, versi di L., musica di Frontini, Milano, Edizioni Ricordi.Coro
di morti, versi di G. L. (dal Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie,
Operette morali), musica di Goffredo Petrassi, per coro e strumenti. Tre
liriche di Goffredo Petrassi, per baritono e pianoforte, testi di L., Foscolo e
Montale. Epistolario di Giacomo L.. L. nell'immaginario collettivo Il fatto che
l'opera di L. sia stata e sia ogni anno oggetto dello studio di migliaia di
studenti ha determinato (come per Dante) che molte locuzioni delle sue opere
siano divenute d'uso corrente. Fra le principali: studio matto e disperatissimo
(in: lettera a Pietro Giordani e Zibaldone di pensieri); passata è la
tempesta... (in: La quiete dopo la tempesta, 1829); che fai tu, luna, in ciel?
dimmi, che fai... (in: Canto notturno di un pastore errante dell'Asia); natio
borgo selvaggio... (in: Le ricordanze); la donzelletta vien dalla campagna...
(in: Il sabato del villaggio); godi, fanciullo mio; stato soave... (in: Il
sabato del villaggio);...e naufragar m'è dolce in questo mare (in: L'infinito).
Il pittore e scultore maceratese Valeriano Trubbiani realizzò una serie di 12
pirografie sul tema Viaggi e transiti, dedicata ai viaggi del poeta nelle varie
città della penisola: Recanati, Macerata, Roma, Bologna, Pisa, Firenze, Milano,
Napoli. Tali opere sono esposte nel CARTCentro permanente per la Documentazione
dell'Arte Contemporanea di Falconara Marittima, che conserva anche altre opere
di Trubbiani dedicate a L.: 10 disegni originali realizzati sul tema "L.
figurativo", 8 incisioni a colori, una scultura in rame, bronzo e argento
con il Poeta pensoso in osservazione di un gregge di pecore (“Move la greggia
oltre pel campo e vede greggi”, ispirata al Canto notturno di un pastore
errante dell'Asia, un'installazione scultorea sulla Batracomiomachia
("battaglia dei topi e delle rane") ispirata ai Paralipomeni della
Batracomiomachia L.ani. L'ispirazione prodotta in Trubbiani dall'opera L.ana è
raccontata dall'artista nel breve documentario "Le Marche di L.",
patrocinato dalla Regione Marche. L. nella musica pop italiana L. è citato
nella Canzone per Piero di Guccini e in Stai bene lì di Renato Zero; i suoi
versi sono citati anche nei titoli di Canto notturno (di un pastore errante
dell'aria) e Il cielo capovolto (ultimo canto di Saffo), entrambe di Roberto
Vecchioni. Giorgio Gaber, nella canzone "Benvenuto il luogo dove",
contenuto nell'album "Gaber" del 1984, dedicata all'Italia, parla
della penisola come il luogo "dove i poeti sono nati tutti a Recanati. Opere
cinematografiche su L. Dialogo di un venditore di almanacchi e di un
passeggiere, cortometraggio di Ermanno Olmi. Pisa, donne e L. (),
mediometraggio di Roberto Merlino. L. è interpretato da Orazio Cioffi; Il
giovane favoloso, film di Mario Martone. L. è interpretato da Germano. Vari
brani del film sono presenti nel programma televisivo"L., il
rivoluzionario" di Mancini, puntata della rubrica "Il tempo e la
storia"; "Le Marche di L.", breve documentario diretto da Alessandro
Scilitani, patrocinato dalla Regione Marche. Video in rete su L. "L., il
rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica televisiva
"Il tempo e la storia" con Massimo Bernardini e lo storico Lucio
Villari; "Giacomo L. e l`importanza di Recanati", per Rai Storia,
vita e opere di Giacomo L. nel commento del critico teatrale Guido Davico
Bonino. L’attore Umberto Ceriani legge: L'infinito, La sera del dì di festa,
Alla luna, La vita solitaria; "Ecco il vero Colle dell'Infinito descritto da
L."]: Guzzini del Centro Studi L.ani mostra l'itinerario che il Poeta
compiva per recarsi dalla propria abitazione al punto di osservazione del
paesaggio che gli ispirò L'infinito; "Marche, le scoprirai
all'infinito", spot turistico della Regione Marche con il noto attore
statunitense Dustin Hoffman che tenta di recitare in italiano L'infinito. Regia
di Giampiero Solari; "A casa di Giacomo L.", intervista di Pippo
Baudo alla contessa Olimpia L. all'interno del Palazzo L. di Recanati; "Un
L. inedito" raccontato da Novella Bellucci e Franco D'Intino nella puntata
di "Visionari" programma televisivo condotto da Corrado Augias su Rai
3. "L'arte di essere fragilicome L. può salvarti la vita", intervista
allo scrittore Alessandro D'Avenia sul suo omonimo libro e spettacolo teatrale.
Inoltre, sono pubblicate in rete numerose letture/interpretazioni dei
principali canti L.ani da parte dei più importanti attori italiani. Fra questi
si possono ascoltare: Gassman: L'infinito, A Silvia, La sera del dì di festa,
Amore e Morte, La quiete dopo la tempest, A se stesso; Carmelo Bene:
L'infinito, Passero solitario, La ginestra (o Il fiore del deserto) Alla luna,
La sera del dì di festa, Il sabato del villaggio, Le ricordanze, Canto notturno
di un pastore errante dell'Asia, Inno ad Arimane, Amore e Morte; Foà: L'infinito,
Passero solitario, A Silvia, Il sabato del villaggio, La sera del dì di festa,
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, Le ricordanze, La ginestra (o
Il fiore del deserto), Il tramonto della luna, All'Italia, Alla luna; Giorgio
Albertazzi: L'infinito; Nando Gazzolo: L'infinito; Gabriele Lavia: L'infinito,
Lavia dice L.; Alberto Lupo: Ultimo canto di Saffo; Elio Germano, nel film Il
giovane favoloso di Mario Martone: L'infinito], parte de La ginestra (o Il
fiore del deserto) la prima parte de La sera del dì di festa, un brano di Amore
e Morte, l'ultima parte di Aspasia. L. "testimonial" della Regione
Marche La Regione Marche, dopo aver più volte utilizzato l'immagine del poeta
recanatese per la promozione turistica del proprio territorio ed anche della
propria offerta enological commissionò una discussa campagna pubblicitaria
attraverso un video, per la regia di Solari, trasmesso sui principali canali
televisivi italiani ed anche esteri, con protagonista il noto attore
statunitense Dustin Hoffman[236], già conoscitore delle Marche per aver
interpretato ad Ascoli Piceno il film di Germi "Alfredo, Alfredo",
assieme ad una giovane Sandrelli. Questa la descrizione della sceneggiatura
dello spot per la promozione della stagione turistica: «Un uomo legge una delle
poesie più note della letteratura italiano, l’Infinito di Giacomo L., la cui
emozionalità è strettamente legata alle visioni, alle luci, ai colori della
terra marchigiana. L’uomo legge la poesia camminando, cerca di capire e
pronunciare bene la lingua non stando fermo, dietro una scrivania, ma
immergendosi nella terra che ha visto nascere questo capolavoro; legge,
riprova, si arrabbia, vuole assolutamente penetrare la lingua, il sentimento di
questa poesia, l’anima di questa terra e riprova e riprova. Nel sottofondo le
note sublimi del Tancredi di Rossini, che accompagnano il silenzio di questa
meditazione nuova che l’uomo cerca per sé: l’uomo cerca emozioni, vuole fare
un’esperienza nuova, e leggere l’Infinito nelle Marche che l’hanno generato è
un’esperienza nuova, formidabile, ma difficile e faticosa. Ma ne vale la pena.
Provare e alla fine sorridere, la poesia è mia, le Marche sono la mia meta
faticosamente conosciuta, capita e raggiunta.» (dal comunicato stampa della
Regione Marche) Nello spot Hoffman tenta di recitare i versi dell'Infinito in
un italiano "condito" dal suo marcato accento californiano. Un
accento tanto forte e straniante da suscitare numerose critiche all'operato
della Regione. Tra queste, quella di Mina, che nella sua rubrica sulle pagine
de "La Stampa", ebbe a scrivere: «L. bisogna meritarselo. Sarebbe
andato benissimo anche Oliver Hardy. Al quale, paradossalmente, in questa
demoralizzante «performance», mi sembra che assomigli. Non so come l'avrebbe fatta
Ollio. Non peggio, credo... Sentire la nostra potente, meravigliosa lingua
strapazzata dal pur bravo divo americano mi ha rigettato giù nella nostra
condizione di sempiterna colonia... il mondo della pubblicità è un mondo di
matti. A volte geniale, ma più spesso volgare e irrispettoso. Dustin Hoffman,
from Los Angeles, sarà pure un nome che tira, ma non li avevamo noi degli
attori al suo livello? E che parlano l’italiano? E che conoscono la musica
dell’andamento di un’esposizione poetica?» (Mazzini) Al contrario, l'operazione
promozionale fu elogiata da Rienzo, linguista e critico letterario, da
Francesco Sabatini e Francesco Erspamer, rispettivamente presidente onorario e
presidente emerito dell’Accademia della Crusca; quest'ultimo commentò lo spot
con queste parole: «Sprovincializza la lingua italiana» Comunque sia, lo scopo
perseguito fu raggiunto: anche grazie alle polemiche, la versione non
definitiva del video della Regione Marche, inserito su YouTube, totalizzò quasi
21.200 visualizzazioni in tutto il mondo solo nella prima settimana. Visto il
successo del, Dustin Hoffman fu confermato per la campagna promozionale della
stagione turistica. Niente più lettura dei versi L.ani, ma, come sottolineò
Grasso sul "Corriere della Sera", nella nuova edizione «il volto del
testimonial diventa più importante dell’oggetto da reclamizzare. Attraverso gli
scatti di Bryan Adams, si snoda un racconto tutto personale: i cinque sensi di
Dustin Hoffman dichiarano infinito amore per le suggestioni concrete che la
regione riesce a offrire: la gastronomia, l’arte, la musica, i vini e i
paesaggi. Nella campagna promozionale del Dustin Hoffman fu sostituito
dall'attore marchigiano Neri Marcorè. Continuò comunque l'utilizzo a scopi
promozionali dell'immagine di L.: sull'onda del successo del film "Il
giovane favoloso", diretto dal registra Mario Martone e interpretato
dall'attore Germano, la Regione mise in campo una serie di iniziative per
promuovere la visione del film e di conseguenza del territorio marchigiano che
ne aveva ospitato le location, tra cui un "movie-tour", consentito
gratuitamente a tutti gli spettatori muniti del biglietto del cinema. La
Regione ha patrocinato la realizzazione di un breve documentario, "Le
Marche di L.", diretto da Alessandro Scilitani, nel quale l'assessore alla
cultura dell'epoca tratteggiava il riepilogo delle iniziative regionali per
valorizzare la figura del poeta recanatese. Seguono una breve biografia di L.,
con le immagini di Recanati, e gli interventi di vari operatori culturali marchigiani
che, rifacendosi a veri o presunti collegamenti con la vita ed il pensiero del
Poeta, introducono ad altri importanti personaggi nati o presenti nella Regione
(Gioacchino Rossini, Antonio Canova, Terenzio Mamiani, Valeriano Trubbiani,
Osvaldo Licini), il tutto "condito" dalle musiche di musicisti
marchigiani (Giovan Battista Pergolesi, Gaspare Spontini) e da squarci
paesaggistici di varie località della regione.Opere biografiche su L. Giacomo
L., Puerili e abbozzi vari, Bari, G. Laterza et f.i,Antonio Ranieri, Sette anni
di sodalizio con L., Milano-Napoli: Ricciardi, 1920; poi Milano: Garzanti, (con
una nota di Alberto Arbasino); Milano: Mursia (Raffaella Bertazzoli); Milano:
SE, Mario Picchi, Storie di casa L., Milano: Camunia; poi Milano: Rizzoli, 1990
Renato Minore, L.. L'infanzia, le città, gli amori, Milano: Bompiani, Rolando
Damiani, Album L., Milano: Mondadori «I Meridiani», Attilio Brilli, In viaggio
con L., Bologna: Il Mulino, Rolando Damiani, All'apparir del vero. Vita di
Giacomo L., Milano: Mondadori «Oscar Saggi» Marcello D'Orta, All'apparir del
vero: il mistero della conversione e della morte di L., Piemme,. Pietro Citati,
L., Milano, Mondadori,. Il Centro Nazionale di Studi L.ani nel primo centenario
della morte del poeta, fu istituito a Reca Centro Nazionale di Studi L.ani.
Esso ha come scopo la promozione di ricerche e studi su Giacomo L. in campo
storico, biografico, critico, linguistico, filologico, artistico, filosofico.
Roberto Tanoni, L'aspetto di Giacomo L., Effettivamente il titolo di conte con
cui L. veniva talvolta appellato, e che egli stesso usava, in quanto
primogenito dei conti L., era un "titolo di cortesia", in quanto il
vero titolo nobiliare era ancora in capo a Monaldo, finché fu in vita. Uno
sconosciuto: l'ateo filantropo barone d'Holbach, su elapsus. ). Giulio Ferroni,
La poesia del dolore: Giacomo L., su emsf.rai). Forse la malattia di Pott o la
spondilite anchilosante. Erik Pietro Sganzerla, Malattia e morte di L..
Osservazioni critiche e nuova interpretazione diagnostica con documenti inediti,
Booktime,: «Questo libretto rende giustizia a un uomo che soffriva di numerosi
problemi fisici, che ebbe una vita non felice e una cartella clinica in cui
sono posti in evidenza i sintomi e il loro decorso temporale, l’età d’esordio
della progressiva deformità spinale e dei problemi visivi e gastrointestinali,
l’influenza delle condizioni psichiche e ambientali nell’accentuazione o
remissione dei segnali. altamente probabile la diagnosi di Spondilite
Anchilopoietica Giovanile»; viene poi sostenuto che L. «affetto da una
pneumopatia restrittiva con insufficienza respiratoria cronica, aggravata da
episodi infettivi intercorrenti, sia morto per uno scompenso cardiorespiratorio
terminale in paziente affetto da cuore polmonare e possibile miocardiopatia.
Questo io conosco e sento, che degli eterni giri, Che dell'esser mio frale,
qualche bene o contento avrà fors'altri; a me la vita è male» (L., Canto
notturno di un pastore errante dell'Asia) Renato Minore, L.. L'infanzia, le
città, gli amori, Milano, Lettera di G. L. (Recanati) a Pietro Colletta
(Livorno), ed atteso ancora che il patrimonio di casa mia, benché sia de'
maggiori di queste parti, è sommerso nei debiti. Emilio Cecchi e Natalino
Sapegno, Storia della letteratura italiana. Milano L'Ottocento Zibaldone «Il
Chimico italiano. Rossella Lalli, Si spegne la contessa L., erede e custode
della memoria del poeta, newnotizie,Scritti vari inediti di Giacomo L. dalle
carte napoletane, Firenze, successori Le Monnier, Maria Corti in «Giacomo L..
Tutti gli scritti inediti, rari e editi», Milano, Bompiani 1972 Citati20-25.
Cecchi, Sapegno, oGiuseppe BonghiBiografia di L., su classicitaliani. Lettera a
Pietro Giordani a Milano, Recanati,in Epistolario di Giacomo L. con le
iscrizioni greche triopee da lui tradotte e lettere di Giordani e Pietro
Colletta all'Autore, raccolto e ordinato da Prospero Viani, I, Napoli, Lettera
all'Avv. Pietro Brighenti a Bologna, Recanati, in Epistolario di L. con le
iscrizioni ecc. Il padre Monaldo lo vide parlare, con sorpresa, in questa lingua
con un rabbino di Ancona, secondo quanto riportato dallo storico Lucio Villari
nella trasmissione RAI Il tempo e la storia di Massimo Bernardini (puntata
"L., il rivoluzionario", 15 ottobre, RaiTre-RaiStoria) Sarà la lingua
utilizzata nelle lettere allo Jacopssen Il programma delle celebrazioni L.ane,
su giornale. regione. marche. Il sanscrito nella teoria linguistica di Giacomo
L., in L. e l'Oriente. Atti del Convegno Internazionale, Recanati a c. di F.
Mignini, Macerata, Provincia di Macerata, M. T. Borgato, L. Pepe, L. e le
scienze matematiche, 5-8. Aimé-Henri Paulian su data.bnf.fr. Un episodio della
sua vita farà da spunto a una delle Operette morali, Il Parini ovvero della
gloria Cecchi, Sapegno, Spesso nell'epistolario afferma di soffrire il freddo e
di coprirsi le gambe con una coperta di lana. C 33 esegg. Giuseppe Bortone, Il
"morire giovane" in L.i, su moscati..: "frequenti mi occorrono
febbri maligne, catarri e sputi di sangue…" scrive nel testo Alessandro
Livi, giacomo L., le malattie ed i misteri sulla morte e sepoltura,
alessandrolivistudiomedico, Paolo Signore, Giacomo L.: il genio di Recanati
favoloso e malato, su Rotari Club Fermo, «Di contenti, d'angosce e di desio, /
Morte chiamai più volte, e lungamente / Mi sedetti colà su la fontana / Pensoso
di cessar dentro quell'acque / La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
Malor, condotto della vita in forse, / Piansi la bella giovanezza, e il fiore /
De' miei poveri dì, che sì per tempo Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso /
Sul conscio letto, dolorosamente / Alla fioca lucerna poetando, / Lamentai co'
silenzi e con la notte / Il fuggitivo spirto, ed a me stesso / In sul languir
cantai funereo canto» (Le ricordanze, L. torrese, su torreomnia. Giuseppe Sergi
e Giovanni Pascoli furono i primi a ipotizzare la malattia,
"diagnosi" ripresa poi da Pietro Citati e altri, e considerata
probabile causa della deformità fisica e dei problemi di salute di L. anche da
una ricerca scientifica condotta nel 2005 da due medici pediatri recanatesi,
Edoardo Bartolotta e Sergio Beccacece. Es. sindrome della cauda equina Alcuni
propongono altre diagnosi: diabete giovanile con retinopatia e neuropatia,
tracoma oculare con sindrome di Scheuermann alla schiena e disturbo bipolare,
sindrome di Ehlers-Danlos di tipo cifoscoliotico, rachitismo e neuropatia
periferica originate da celiachia o malassorbimento, sifilide congenita con
tabe dorsale (Ranieri, negli anni napoletani, arrivò a pensaresalvo poi
smentireaffermando che L. morì vergine (cosa dibattuta), Sette anni di sodalizio
con L.i che avesse contratto la sifilide o che l'avesse ereditata dal padre.
cfr. R. Di Ferdinando, L'amarezza del lauro. Storia clinica di Giacomo L.,
Cappelli, Bologna, Con un'analisi postuma molto contestata poiché basata sulle
teorie pseudoscientifiche dell'antropologia criminale e della frenologia,
Cesare Lombroso e i suoi allievi Patrizi e Giuseppe Sergi affermarono che L.
aveva l'epilessia, e avesse disturbi ereditari come tutta la sua famiglia.
Cfr.: M_ L_Patrizi. Prof. M. L. Patrizi, Saggio psico-antropologico su L. e la
sua famiglia, Torino, Fratelli Bocca Editori, Patrizi. G. Chiarini, Vita di G.
L.453. E. Galavotti, Letterati italiani Lettera di Paolina L. a G.P. Vieusseux,
G. L., Lettera ad Adelaide Maestri, Lettera ad Antonietta Tommasini, G. L.,
Zibaldone, autografo, Scritti vari inediti di Giacomo L. dalle carte
napoletane, cUn'analisi critica del Discorso, insieme a un saggio sui
Paralipomeni alla Batracomiomachia si trova in: Riccardo Bonavita, L.:
Descrizione di una battaglia, Nino Aragno Ed., Torino, Aldo Giudice, Giovanni
Bruni, Problemi e scrittori della letteratura italiana, 3, tomo 1, Paravia,
Cfr. pag. 118 del ms. dello Zibaldone, con pensiero. Dove privato dell'uso
della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la
mia infelicità in un modo assai più tenebroso. Cecchi, Sapegno Lasciando da
parte lo spirito e la letteratura, di cui vi parlerò altra volta (avendo già
conosciuto non pochi letterati di Roma), mi ristringerò solamente alle donne, e
alla fortuna che voi forse credete che sia facile di far con esse nelle città
grandi. V'assicuro che è propriamente tutto il contrario. Al passeggio, in
Chiesa, andando per le strade, non trovate una befana che vi guardi. Trattando,
è così difficile il fermare una donna in Roma come a Recanati, anzi molto più,
a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine,
che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d'ipocrisia,
non amano altro che il girare e divertirsi non si sa come, non (omissis)
(credetemi) se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri
paesi. Il tutto si riduce alle donne pubbliche, le quali trovo ora che sono
molto più circospette d'una volta, e in ogni modo sono così pericolose come
sapete.» Il passo omesso dalla pubblicazione dell'epistolario venne censurato
alla prima edizione ed è stato ripristinato solo in edizioni recenti, come
quella dei Meridiani, poiché troppo esplicito ("non la danno"); cfr.
Il senso di L. per la donna di città. Pierluigi Panza, La casa di Silvia (amata
da L.) restaurata e aperta, in Corriere della Sera L'eliografia, metodo di
riproduzione messo a punto da Joseph Nicéphore Niépce fu da questi usato per la
prima fotografia (precedente di 13 anni il dagherrotipo). Bonghi, Biografia di
L., su classicitaliani. La donna nelle parole di L., su casatea.com. Paolo
Ruffilli, Introduzione alle Operette morali, Garzanti Citati 226 e segg.
Bortolo Martinelli, L. oggi: incontri per il bicentenario della nascita del
poeta: Brescia, Salò, Orzinuovi, Vita e Pensiero, Fotografia della maschera
(JPG), Centro Nazionale di Studi L.ani Recanati. 1º gennaio (archiviato il 1º
gennaio ). Donatella Donati, L. a Napoli, Centro nazionale di studi L.ani
Centro mondiale della poesia e della cultura "G.L."Recanati Città
della poesia, Per lui scrisse la celebre Palinodia al marchese Gino Capponi
Niccolini era già stato l'ispiratore del personaggio di Lorenzo Alderani delle
Ultime lettere di Jacopo Ortis «Ora bisogna che io scriva a quel maledetto
gobbo, che s'è messo in capo di coglionarmi» (Lettera di Gino Capponi a Gian
Pietro Vieusseux) Una stroncatura per L. Archiviato in.; mentre fu più meditato
e indulgente il giudizio dato dal Capponi stesso, in tarda età, sulla poesia e
su L. stesso. Introduzione alla Palinodia L., Epigramma contro il Tommaseo, su
fregnani. Giuseppe Bonghi, Analisi di "A Silvia", su
classicitaliani.Carlo L. così ricordava, su ilgiardinodigiacomo. wordpress.com.
Cfr. lettera di G. L. (Recanati) a Colletta (Livorno), in cui dichiara di aver
percepito venti scudi romani (diciannove fiorentini) al mese. Lettera aColletta
dcome citato in Marco Moneta, L'officina delle aporie: L. e la riflessione sul
male negli anni dello Zibaldone, FrancoAngeli, Milano, in CitaTO Luperini, Cataldi,
Marchiani, La scrittura e l'interpretazione, Palermo, Palumbo, Le ricordanze,
v. 30. Gente che m'odia e fugge, per invidia non già, che non mi tiene maggior
di sé, ma perché tale estima ch'io mi tenga in cor mio, in Le ricordanze,
Camillo Antona-Traversi, I genitori di Giacomo L.: scaramucce e battaglie,
Recanati, A. Simboli, Cecchi, Sapegno. L., in Catalogo degli Accademici,
Accademia della Crusca. CNote ad Aspasia, nei Canti, edizione Garzanti Donne
fatali 2: L. e Aspasia"Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto
amando...", su sulromanzo. "Tu vivi / bella non solo ancor, ma bella
tanto, / al parer mio, che tutte l'altre avanzi"Aspasia, G. Sarra,
Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti e link in. Giovanni Mèstica, Gli
amori di G. L., in Fanfulla della domenica, (Fonte DBI). Altri ritengono che il
canto alluda piuttosto alla sola Fanny Targioni Tozzetti, tra questi, Giovanni
Iorio nel commento ai Canti, edizione Signorelli, Roma. L.: dama invaghita del
poeta non fu ricambiata ma evitata, su adnkronos.com. 1M. de Rubris, Confidenze
di Massimo d'Azeglio. Dal carteggio con Tozzetti, Milano, Arnoldo Mondadori,
Paolo Abbate, La vita erotica di L., C.I. Edizioni, Napoli. Orto, Sempre caro
mi fu, pubblicato in "Babilonia" Robert Aldrich e Garry Wotherspoon,
Who's who in gay and lesbian history, 1, ad vocem L. gay? Vietato dirlo, su
ricerca. repubblica. Simone D'Andrea, Normalmente diverso, su L.. Epistolario,
BrioschiLandi, Sansoni Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con L.,
Garzanti, Milano. D'Orta12. Cfr. anche la lettera di Stanislao Gatteschi a
Monaldo L. in L. Epistolario, Brioschi Landi, Sansoni È stravagantissimo nelle
abitudini del vivere. Si leva verso le due pomeridiane, mangia ad orari
irregolari, va a letto verso il fare del giorno. La sua vita non può esser
longeva per i complicati mali onde è gravato." e Antonio Ranieri, Sette
anni di sodalizio con L., Garzanti, 1 "Durante tutta la sua vita, egli
fece, appresso a poco, della notte giorno, e viceversa." Traduzione in
Michele Scherillo, Vita di Giacomo L., Greco Editori, Milano, Epistolario,
lettera. L. e le donne una storia tormentata, su ricerca.repubblica. Moro,
Ranieri Paola (Paolina), su treccani. 2 D'Orta25. L. Il poeta della sofferenza,
su archivio storico. corriere. Teorie alternative sulla morte del conte L. sono
state trattate e documentate negli studi condotti da Cesaro (cfr. Sfrondando
gli allori della poesia) Lettera di Antonio Ranieri a Fanny Targioni-Tozzetti,
Napoli Confronta anche Citati, L., Mondadori,, Milano, Secondo originale
dell'atto di morte di L., su dl.antenati.san.beniculturali. Il Progresso delle
Scienze, delle Lettere e delle Arti, Napoli dalla Tipografia Plautina, cfr.
anche Notizia della morte del Conte Giacomo L. Angelo Fregnani Ad esempio cibo
avariato, congestione, coma diabetico o indigestione Cenni storiciFu
un'indigestione a causare la morte di L.?, su spaghettitaliani.com. Napoli e
L., su ildelsud.org. Ecco i confetti che uccisero L.. Al Suor Orsola la
collezione Ruggiero, su corrieredelmezzogiorno.corriere. in Lettera di Ranieri
a Fanny Targioni-Tozzetti, Napoli, 1 idem in Lettera di A. R. a Monaldo L.,
Napoli, in Opere inedite di Giacomo L., G. Cugnoni, I, Halle, Max Niemeyer
Editore, Nuovi documenti intorno alla vita e agli scritti di Giacomo L., G.
Piergili, Firenze, Le Monnier, in.; "Idrotorace" in Lettera di A. R.
a De Sinner, Napoli, idropisia di petto" dice Paolina L. in una lettera a
Marianna Brighenti Biografia sulla Treccani, su treccani. are LB, Matthay MA.
Acute pulmonary edema. N Engl J Med Giovanni Bonsignore, Bellia Vincenzo,
Malattie dell'apparato respiratorio terza edizione, Milano, McGraw-Hill,
Picchi, Storie di casa L., BUR, Dalla foto pubblicata qui, su
rete.comuni-italiani. Cfr. anche Effemeridi scientifiche e letterarie per la
Sicilia, Palermo, dalla tipografia di Filippo Solli, Opere di Pietro Giordani,
Scritti editi e postumi di Giordani, pubblicati da Antonio Gussalli, Milano
presso Francesco Sanvito, Riproduzione, che presenta lieve variazione di testo,
sotto forma di disegno in Opere di Giacomo L., edizione accresciuta, ordinata e
corretta secondo l'ultimo intendimento dell'autore, da Antonio Ranieri,
Firenze, Successori Le Monnier, 1889, fuori testo Archiviato il 10 ottobre in..
Pasquale Stanzione, Giacomo L.Una tomba vuota a Fuorigrotta, su
pasqualestanzione. Foto del Registro (JPG), su pasquale stanzione.
Ingrandimento (JPG), su pasqualestanzione. Nuove scoperte su L.? Occorre
cautela in. da Cronache maceratesi Garofano, Gruppioni, Vinceti Delitti e
misteri del passato: Sei casi da RIS dall'agguato a Giulio Cesare all'omicidio
di Pier Paolo Pasolini, Rizzoli PIER FRANCESCO L.: SONO DISPONIBILE ALLA PROVA
DEL DNA, MA I RECANATESI SONO D’ACCORDO? Loretta Marcon, Un giallo a Napoli. La
seconda morte di L., Guida,,Ida Palisi, L., strane ipotesi su morte e
sepoltura, “Il Mattino di Napoli”, recensione a: Loretta Marcon, Un giallo a
Napoli. La seconda morte di Giacomo L., Guida, Picchi, Storie di casa L. Si
riporta anche il verbale ufficiale delle persone presenti. E' vuota la tomba di
L.. Guerra sulla riesumazione dei resti, su ricerca.repubblica. La Vita L.,
sito gestito dal CNSL Si torna a parlare dei resti di L., nato comitato per
l'esumazione dal sacello del parco Virgiliano di Napoli, su
ilcittadinodirecanati. Il ritratto della pinacoteca di Recanati, su
cdn.studenti.stbm. In Opera Omnia, Milano, Mondadori, Cfr. in proposito anche
gli studi che il filosofo Gentile ha dedicato a L., in particolare: Manzoni e
L.: saggi critici (Milano, Treves, Poesia e filosofia di Giacomo L. (Firenze,
Sansoni). Paolo Emilio Castagnola, Osservazioni intorno ai Pensieri di Giacomo
L., Tipografia del Mediatore, Tellini, Filologia e storiografia. Da Tasso al
Novecento, Roma, Ed. di Storia e Letteratura, Sebastian Neumeister, Giacomo L.
e la percezione estetica del mondo Peter Lang, In Saggi critici, Russo, Bari,
Laterza Chiese e Santuari Comune di Recanati, su comune.recanati.mc. Per L., su
pergiacomo L..altervista.org. Tutte le indicazioni su luoghi e viaggi sono
prese da Attilio Brilli, In viaggio con L., Il Mulino, Bologna Tra virgolette
le parole di L., tratte da sue lettere. Marta Sambugar, Gabriella Sarà,
Visibile parlare, da L. a Ungaretti, Milano, RCS Libri, Marta Sambugar,
Gabriella Sarà, Visibile parlare, da L. a Ungaretti, Milano, RCS Libri, Operette
morali, su internetculturale. Sambugar, Sarà, Visibile parlare, da L. a
Ungaretti, Milano, RCS Libri, Marri, Neologismi Enciclopedia dell'Italiano (),
Istituto dell'Enciclopedia italiana. Catalogo della mostra "Viaggi e
transiti opere L.ane di Valeriano Trubbiani" realizzata in occasione
dell'inaugurazione del Centro culturale "Pergoli" di Falconara
Marittima Comune di Falconara Marittima, Aniballi Grafiche, Ancona, Vedi la
scheda dedicata al CARTCentro permanente per la Documentazione dell'Arte Contemporanea
di Falconara Marittima nel sito "La memoria dei luoghi" del Sistema
Museale della Provincia di Ancona: CARTCentro permanente per la documentazione
dell'Arte contemporanea, su Associazione "Sistema Museale della Provincia
di Ancona. Le Marche di L., breve documentario diretto da Scilitani,
patrocinato dalla Regione Marche: youtube.com /watch?v= Km1EK0MH6Sg ascolta la
canzone nel sito della Fondazione Giorgio Gaber:// Giorgio gaber/
discografia-album/ benvenuto-il- luogo-dove-testo Archiviato il 6 settembre in.
vedi il testo dell'Operetta morale in Operette _morali /Dialogo _di_ un_
venditore_ d%27 almanacchi_ e_di_un_passeggere. Il corto metraggio di Ermanno
Olmi Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere: youtube. com/
watch? v=hiJOBK JZNaU Il cortometraggio di Ermanno Olmi Dialogo di un venditore
di almanacchi e di un passeggiere è inoltre visibile all'interno del programma
"L., il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica
televisiva di Rai Storia "Il tempo e la storia" con Massimo
Bernardini e lo storico Villari://raistoria.rai/ articoli/l.-
il-rivoluzionario/default.aspx "L., il rivoluzionario" di Giancarlo
Mancini, puntata della rubrica "Il tempo e la storia" con Bernardini
e lo storico Lucio Villari://raistoria.rai/ articoli/ L. -il-rivoluzionario/
default.aspx in. Rai Storia, "Giacomo L. e l`importanza di
Recanati"://raiscuola.rai/articoli/
giacomo-L.-parte-prima/3205/default.aspx Archiviato l'8 settembre in. Nel sito
web de "La Stampa", Guzzini del Centro Studi L.ani mostra
l'itinerario che il Poeta compiva per recarsi dalla propria abitazione al punto
di osservazione del paesaggio che gli ispirò L'infinito:// lastampa//07/16/
multimedia/ societa/ viaggi/ecco-il-vero- colle-dellinfinito-
descritto-da-giacomo-L.-fncjkba7 fEJyVoUSrazy1H/ pagina.html. Lo spot turistico
sulle Marche con Dustin Hoffman con la regia di Giampiero Solari:
youtube."A casa di Giacomo L.", intervista di Pippo Baudo alla
contessa Olimpia L. all'interno del Palazzo L. di Recanati: youtube. com/watch?v=oNlkBu0E
"Un L. inedito" raccontato da Novella Bellucci e Franco D'Intino
nella puntata di "Visionari" del 15 giugno, programma televisivo
condotto da Augias su Rai 3: youtube. com/watch? v=KwFnKv0T BaI Intervista allo
scrittore Alessandro D'Avenia sul suo libro e spettacolo teatrale “L'arte di
essere fragilicome L. può salvarti la vita” nel sito di RepubblicaTv ():
youtube.com/watch?v=oX Gh3g6lQsM Gassman interpreta L'infinito, su youtube.com.
Gassman interpreta A Silvia: youtube. com/watch?v=7hEbvxBi2ZQ Archiviato il 29
marzo in. Vittorio Gassman interpreta La sera del dì di festa: youtube.
com/watch?v=TPpCs6tws_U Gassman interpreta Amore e Morte: youtube Gassman
interpreta La quiete dopo la tempesta: youtube.com/watch?v=- 8jasZDrV2U Gassman
interpreta A se stesso: youtube .com/watch?v=F0lhF2s_5s4 Bene interpreta
L'infinito: youtube.co Bene interpreta Passero solitario: youtube. com/
watch?v=IZz Qbnzpaok Bene interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto):
youtube. com /watch?v=ZqzVXF3Fx4Y Bene interpreta Alla luna:
youtube.com/watch?v= v9Iria UNWQk Bene interpreta La sera del dì di festa:
youtube.com/ watch?v= qydGUiV1wwI Bene interpreta Il sabato del villaggio:
youtube. com/watch?v=vI9PJfCtWw4 Bene interpreta Le ricordanze: youtube.
com/watch ?v=jyB0eM9AOoM Bene interpreta Canto notturno di un pastore errante
dell'Asia: youtube Carmelo Bene interpreta Inno ad Arimane: youtube.com/
watch?v=f2-QAubKbLE vedi su Inno ad Arimane: Canti_ (superiori )# Le_
posizioni_ contro _ l.27 ottimismo _progressista Archiviato in. leggi il testo
di Inno ad Arimane init.wikisource.org/wiki/ Puerili_(L.) /Ad_Arimane
Archiviato il 15 settembre in. Bene interpreta Amore e Morte:
youtube.com/watch?v=epYU4-n2jGw Foà interpreta L'infinito: youtube Arnoldo Foà
interpreta Passero solitario: youtube.com/watch?v= nOr3Qbceuhg Foà interpreta A
Silvia: youtube Arnoldo Foà interpreta Il sabato del villaggio: youtube.
com/watch?v=kmk_gd-48XE Foà interpreta La sera del dì di festa: youtube.
com/watch?v=a WOJfMZeCVo Foà interpreta Canto notturno di un pastore errante
dell'Asia: youtube Arnoldo Foà interpreta Le ricordanze: youtube.com /watch?v=
hL 855FC_juA Foà interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): youtube.com/
watch?v= zB nDqu8X5fk Arnoldo Foà interpreta Il tramonto della luna: youtube
Arnoldo Foà interpreta All'Italia: youtube. com/watch?v=iN HqhHiIqok Arnoldo
Foà interpreta Alla luna: youtube. Com /watch?v=oxzCzwR05WE Albertazzi
interpreta L'infinito: youtube. com/watch?v= BLmhOx6IuCw Archiviato il 1º
giugno in. Gazzolo interpreta L'infinito: youtube. com/watch?v=Te8tyDDsh2A
Lavia interpreta L'infinito: youtube.com/ watch?v=oSV7eBa-_Ao Lavia discetta
sull'opera di L., prima della "dizione" delle opere di L.: youtube
Alberto Lupo interpreta Ultimo canto di Saffo: youtube Elio Germano, nel film
Il giovane favoloso di M. Martone, interpreta L'infinito:
youtube.com/watch?v=jIvz Qvi75rQ Germano, nel film Il giovane favoloso di
Martone, interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): youtube IGHm4 Elio
Germano, nel film Il giovane favoloso di M.n Martone, interpreta la pri ma
parte de La sera del dì di festa: youtube.com/watch?v NgI8uekF6H4 Germano, nel
film Il giovane favoloso di Mario Martone, interpreta un brano di Amore e
Morte: youtube Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone,
interpreta l'ultima parte di Aspasia: youtube nito», su corriere,/
turismo.marche/ Portals/1/L./ L.%2 0nel%20mondo.pd Il backstage dello spot
promozionale della Regione Marche con Dustin Hoffman ed il regista Giampiero
Solari: youtube.com/ watch?v=zi- UJTIBatM La stroncatura di Mina allo spot
della Regione Marche: you tube.co riportato in: "Il cittadino di
Recanati", Anche Mina nella sua rubrica su "La Stampa" affonda
lo spot con L'infinito, su ilcittadinodirecanati, "Il Resto del
Carlino" Ancona, "L. bisogna meritarselo" Mina critica lo spot
della Regione, su ilrestodelcarlino,"Il Resto del Carlino" Ancona,
Spot di Hoffman, su YouTube 21 mila visualizzazioni, su il resto del carlino,
Dustin Hoffman ancora sponsor delle Marche. Ma sembra lo spot di se stesso, su
blitzquotidiano. 6 settembre (archiviato il 6 settembre ). vedi la serie di
spot "Le Marche non ti abbandonano mai" interpretati dall'attore
marchigiano Neri Marcorè, con la regia di Rovero Impiglia e Cagnelli: youtube
Minnucci, La regione Marche rispedisce Hoffman in America e pone fine allo
stupro di L., su qelsi, su Giacomo L.. Edizioni delle opere Giacomo L., [Opere.
Poesia], Bari, G. Laterza, Epistolario Epistolario di Giacomo L., Francesco
Moroncini, Firenze: Le Monnier, Lettere, Solmi e Solmi, Milano-Napoli:
Ricciardi, poi Torino: Einaudi «Classici Ricciardi» Il Monarca delle Indie.
Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo L., Graziella Pulce, introduzione di
Giorgio Manganelli, Milano: Adelphi «Biblioteca» Brioschi e Landi, Torino: Bollati
Boringhieri, Damiani, Milano: Arnoldo Mondadori Editore «I Meridiani»,
Zibaldone Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Giosuè Carducci e
altri, Firenze: Le Monnier, Pensieri di varia filosofia, Ferdinando Santoro,
Lanciano: Carabba, Attraverso lo Zibaldone, Piccoli, Torino: Pomba scelto e
annotato con introduzione e indice analitico Robertis, Firenze: Le Monnier, Il
testamento letterario, pensieri scelti, annotati e ordinati in sei capitoli da
«La Ronda», Roma: La Ronda, con prefazione e note di Flavio Colutta, Milano:
Sonzogno, Opere: Zibaldone scelto, Robertis, Milano: Rizzoli, Francesco Flora,
Milano: Mondadori, in Antologia L.ana: Canti, Operette morali, Pensieri,
Zibaldone ed Epistolario, Giuseppe Morpurgo, Torino: Lattes, in Opere, Sergio
Solmi e Raffaella Solmi, Milano-Napoli: Ricciardi, poi parzialmente Torino:
Einaudi, «Classici di Ricciardi», in Tutte le opere, introduzione e cura di
Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti, Firenze: Sansoni);
Moroni, saggi introduttivi di Solmi e Robertis, Milano: Mondadori «Oscar» (con
uno scritto di Ungaretti) e edizione fotografica dell'autografo con gli indici
e lo schedario, Emilio Peruzzi, Pisa: Scuola normale superiore, Il testamento
letterario, pensieri dello Zibaldone scelti annotati e ordinati da Vincenzo
Cardarelli, con una premessa di P. Buscaroli, Torino: Fogoli, Pensieri
anarchici scelti Francesco Biondolillo, Napoli: Procaccini, edizione critica e
annotata Giuseppe Pacella, Milano: Garzanti «I Libri della Spiga», Damiani,
Milano: Mondadori, «I Meridiani», Teoria del piacere, scelta di pensieri con
note, introduzione e postfazione di Vincenzo Gueglio, Milano: Greco e Greco,
edizione tematica stabilita sugli indici L.ani, Fabiana Cacciapuoti, prefazione
di Antonio Prete, Roma: Donzelli Editore, Lucio Felici, premessa di Trevi,
indici filologici di Marco Dondero, indice tematico e analitico di Dondero e
Marra, Roma: Newton Compton, «Mammut», Tutto e nulla, antologia Mario Andrea
Rigoni, Milano: Rizzoli «BUR», edizione critica Ceragioli e Ballerini, Bologna:
Zanichelli, Canti con note per cura di Francesco Moroncini, L., Giacomo, Canti:
commentati da lui stesso, Palermo: R. Sandron, Gallo e Garboli, Torino:
Einaudi, Poesie e prose. Poesie, Mario A. Rigoni, Milano: Mondadori «I
Meridiani», n Tutte le poesie e tutte le prose, Lucio Felici, Roma: Newton
Compton, «Mammut», Canti e poesie disperse, ed. critica Franco Gavazzeni (con
C. AnimosiItalia, M.M. Lombardi, F. Lucchesini, R. Pestarino, S. Rosini),
Firenze: Accademia della Crusca, Giacomo L., Canti, Bari, G. Laterza e Figli,
Operette Morali L. Operette morali; edizione critica di Francesco Moroncini,
Bologna: Cappelli, 1929 introduzione cura di Prete, Milano: Feltrinelli
«Universale economica classici», Milano: Mursia, in Poesie e prose. Prose,
Rolando Damiani, Milano: Mondadori «Meridiani», in Tutte le poesie e tutte le
prose, Emanuele Trevi, Roma: Newton Compton, «Mammut», poi da sole nella
collana «GTE», Giacomo L., Operette morali, Bari, Laterza, Pensieri Giacomo L.,
Pensieri, Bari, G. Laterza e Figli Edit. Tip., introduzione cura di Antonio
Prete, Milano: Feltrinelli «UEF classici», 1994 Crestomazia italiana Giulio
Bollati e G. Savoca, Torino: Einaudi, «Nuova Universale Einaudi», Memorie del
primo amore Galimberti, Milano: Adelphi, Epistolario di Giacomo L. L.
(famiglia) Opere Pensiero e poetica di L. Treccani Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giacomo L., in Enciclopedia Italiana,
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openMLOL, Horizons Unlimited srl.Progetto Gutenberg. Audiolibri di L., su
LibriVox. L., su Goodreads. italiana di L., su Catalogo Vegetti della
letteratura fantastica, Fantascienza.com. Spartiti o libretti di Giacomo L., su
International Music Score Library Project, Project Petrucci LLC. Centro
nazionale di studi L.ani Recanati, su centro studiL.ani. Classici Italiani e
opere complete interbooks.eu Lo Zibaldone, su rodoni.ch. I canti di L. dai
manoscritti autografi della Biblioteca Nazionale di Napoli, su bnnonline. Il
Pessimismo in L. e Schopenhauer [collegamento interrotto], su gheminga. Opere
integrali in più volumi dalla collana digitalizzata "Scrittori
d'Italia" Laterza Opere di Giacomo L., testi con concordanze, lista delle
parole e lista di frequenza L.: Dialogo di un Fisico e di un Metafisico. Arte
di prolungare la vita o arte della felicità?, su giornaledifilosofia.net.
Concordanze delle Lettere su classicistranieri.com. Autobiografia (Monaldo L.)/Monaldo
L., la satira a servizio della fede, su totustuus.biz. Nietzsche e L. a
confronto, su agenziaimpronta.net. L. ottimista: un mito del Novecento, su
cle.ens-lyon.fr 10 gennaio ). Poeta (Recanati 29 giugno 1798 - Napoli 14 giugno
1837). Tra i massimi scrittori della letteratura italiana di tutti i tempi,
nella sua opera risulta centrale il tema dell’infelicità costitutiva
dell’essere umano, intesa come legge di natura alla quale nessun uomo può
sottrarsi. Lo Zibaldone di pensieri
(pubbl. col tit. Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, 7
voll., 1898-1900) e soprattutto l'Epistolario (a cura di P. Viani, 1849; a cura
di F. Moroncini e G. Ferretti, 7 voll., 1934-41) vanno considerati non solo
come documenti indispensabili per l'interpretazione dell'anima e della poesia
di L., ma come opere d'arte a sé stanti che, insieme con le Operette morali (1ª
ed. Milano 1827), lo pongono anche tra i maggiori prosatori italiani. Vita e opere Primo dei cinque figli di
Monaldo e di Adelaide Antici. Nonostante che la madre fosse poco espansiva e
piuttosto rigida e il padre distratto dai suoi studî, la prima fanciullezza di
L. fu lieta, soprattutto per la compagnia dei fratelli Carlo e Paolina, di soli
uno e due anni più giovani. Sotto la guida di istitutori privati e del padre
medesimo, che avrebbe inizialmente emulato e del quale avrebbe assecondato le
ambizioni con un "grandissimo, forse smoderato e insolente desiderio di
gloria", si avviò precocemente agli studî, all'età di undici anni riuscendo
tra l'altro a tradurre il I libro delle Odi di Orazio e scrivendo a quattordici
due tragedie, La virtù indiana e Pompeo in Egitto. Nello stesso 1812 abbozzò
un'erudita Storia dell'astronomia, e nel 1815 il Saggio sugli errori popolari
degli antichi; ma l'adolescente molto altro tradusse e scrisse, di poderosa
filologia ed erudizione. Era cominciato il periodo di sette anni, come egli
stesso disse, di "studio matto e disperatissimo" nel chiuso della
ricca biblioteca paterna, che gli minò la gracile complessione. Dopo aver
stretto amicizia con P. Giordani (1817), che, intuendone le doti straordinarie,
lo confermò nelle sue ambizioni (continuando poi di volta in volta a incitarlo
e sorreggerlo), e dopo aver composto l'anno successivo l'importante Discorso di
un Italiano intorno alla poesia romantica, nel 1819 attraversò un periodo di
grave crisi: impeditagli dalle condizioni fisiche anche la lettura, non gli
rimaneva che meditare, approdando a quella che poi chiamerà "conversione
filosofica" e toccando il fondo della disperazione intellettuale e
sentimentale. Dello stesso anno è un ingenuo tentativo di fuga da Recanati,
facilmente sventato; dal suo "borgo" si allontanò più tardi con il
consenso dei genitori per un deludente soggiorno di cinque mesi a Roma (1822-23),
dove trasse conforto solo dalla stima e dall'amicizia di alcuni studiosi
stranieri. Nel luglio 1825 poté finalmente stabilirsi a Milano stipendiato
dall'editore A. F. Stella, per il quale pubblicò un commento a Petrarca (1826)
e due crestomazie, di prose (1827) e di versi (1828), di autori italiani. Da
Milano nel settembre 1826 si trasferì a Bologna sempre stipendiato da Stella;
dal novembre 1826 all'aprile 1827 fu a Recanati; quindi passò di nuovo a
Bologna e in giugno a Firenze e (inverno 1827-28) a Pisa, dove registrò
poeticamente un "risorgimento" degli affetti. Nel novembre 1828,
cessatogli ogni aiuto, dové peraltro tornare a Recanati; ormai, come egli
credeva, per sempre. Ma il provvido intervento di P. Colletta, che con delicati
sotterfugi lo indusse ad accettare, per un anno, un aiuto pecuniario suo e di
altri collaboratori dell'Antologia di G. P. Viesseux con cui era entrato in
contatto, gli permise di tornare nel maggio 1830 a Firenze, dove partecipò
senza troppo calore di consensi alla fiorente vita letteraria e mondana della
città. Qui conobbe A. Ranieri, con il quale, dal dicembre 1830, decise di
vivere insieme e di mettere in comune le proprie risorse (dal luglio 1831
sarebbe riuscito a ottenere dalla famiglia un modesto assegno mensile). Nel
marzo era stato nominato deputato di Recanati all'assemblea che dopo i moti di
quell'anno si sarebbe dovuta tenere a Bologna, ma, prima ancora della
repressione dei moti, la sua diffidenza nei confronti di qualsiasi illusione di
rinnovamento politico gli impedì persino di accettare la nomina. Nell'ottobre
1831 L. e Ranieri partirono improvvisamente da Firenze per Roma, dove si
trattennero sino al marzo 1832, quando tornarono a Firenze. L'improvvisa
partenza meravigliò allora amici e parenti: oltre al desiderio di L. di
accompagnare a Roma l'amico Ranieri, che vi si recava per seguire l'attrice M.
Pelzet di cui era innamorato, c'era probabilmente qualche altra ragione, più
personale, che ci sfugge. Certo essa non poté consistere, come più tardi si
credette, nell'amore disperato per una signora fiorentina, F. Targioni
Tozzetti, che il poeta aveva conosciuto nell'estate del 1830 e che si sarebbe
concluso con l'estrema delusione tre anni dopo. A Napoli con Ranieri dal
settembre 1833, L. visse qui gli ultimi suoi tristi anni: scampato al colera
scoppiato nell'ottobre 1836, morì qualche mese dopo per idropisia e conseguente
attacco di asma. La sua salma, sottratta dal Ranieri alla fossa comune, fu
tumulata a Fuorigrotta, dove più tardi fu eretto un piccolo monumento. I resti
di L. furono poi trasportati nel Parco Virgiliano. Non è esatto quel che si credeva un tempo,
che gli studî eruditi e filologici di L. appartenessero alla prima giovinezza
di lui e venissero ben presto abbandonati a favore della poesia: in verità L.
alternò le due attività almeno sino al 1827 e fornì le prove filologiche
migliori negli anni 1823-1827. Abbandonò gli studî di filologia solo nel 1830,
quando consegnò i suoi manoscritti di quella materia a L. De Sinner, che aveva
promesso di pubblicarli; ma anche negli ultimi anni mandava al De Sinner
aggiunte a quei manoscritti, e non cessò mai di considerarli come opera di
grandissimo pregio. Tali studî, specie quelli di critica testuale, lodati da B.
G. Niebhur, J.-F. Boissonade, F. Nietzsche, U. von Wilamowitz, sono stati
nuovamente valorizzati dalla critica più recente, che considera L. come uno dei
pochissimi filologi italiani del primo Ottocento che abbia statura europea.
Risale al 1816 il suo primo componimento poetico importante, la cantica
Appressamento della morte; ma il 1818 è l'anno del vero inizio della sua
poesia, con le due canzoni All'Italia e Sopra il monumento di Dante, alle quali
è da collegare strettamente, posteriore di due anni, quella Ad Angelo Mai. Il
giovane poeta s'inserisce, con accenti proprî, nella tradizione di eloquente
lirica civile e morale che risaliva al Petrarca, avendo come punto di partenza
prossimo gli spiriti eroici di Alfieri e del Foscolo alfieriano. Egli non vede
intorno a sé che ignavia e codardia: si assume il compito di risvegliare al
coraggio e all'azione gli Italiani del suo tempo immemori del loro passato. Pur
obbedendo a un imperativo morale addirittura eroico, l'indignato confronto tra
la nobiltà degli antichi e la moderna decadenza d'ogni virtù, anziché ispirarsi
alle recenti vicende politiche, sembra piuttosto nutrito di considerazioni
generalmente antropologiche e ha di mira intanto un orizzonte culturale e
letterario, nel quale infatti risulta più efficace e appropriato. Insieme con
quella al Mai, avrebbe voluto pubblicare, e non poté farlo per l'opposizione
paterna, altre due canzoni di tutt'altro argomento allora composte (Per una
donna inferma di malattia lunga e mortale e Nella morte di una donna fatta
trucidare col suo portato dal corruttore per mano di un chirurgo), lasciate da
L. anche in seguito fuori dei Canti, ma criticamente interessanti, poiché
mostrano un poeta che già alterna ai temi civili la considerazione della
privata infelicità. Allo stesso periodo risalgono anche i piccoli idilli, voce
di un L. intimo e segreto, che non saranno pubblicati se non nel 1825. Tra
l'ottobre del 1821 e il settembre del 1823 furono composte altre sette canzoni
(Nelle nozze della sorella Paolina; A un vincitore nel pallone; Bruto minore;
Alla primavera o delle favole antiche; Ultimo canto di Saffo; Inno ai
patriarchi o De' principii del genere umano; Alla sua donna), che insieme alle
tre precedenti L. pubblicò a Bologna nel 1824 in un volumetto di Canzoni,
accompagnate da erudite Annotazioni, che ne giustificano le scelte
linguistiche, invocando di volta in volta il buon senso e l'autorità della
Crusca. La canzone a Paolina, che è lo sviluppo d'un abbozzo risalente forse al
1819, non è lontana nello spirito dalle prime tre, proponendosi concreti fini
educativi: l'uomo superiore non deve deflettere dalle proprie convinzioni,
anche se ciò gli costerà l'incomprensione o l'ostilità degli uomini comuni,
cioè l'infelicità. Ma già nella canzone A un vincitore nel pallone appare il
concetto che ogni meta è deludente e vana, che non c'è nessuna vera differenza
tra il combattere per uno scopo che si reputa alto e il combattere per un
gioco. E nella canzone cronologicamente contigua, Bruto minore, L. procede
ancora oltre: la virtù non è che una "larva", una parola e non una
cosa salda. Bruto riconosce che la rovina di Roma, come la morte di tutto, è
una "ferrata necessità", contro cui è illusorio e vano lottare.
Tuttavia, mentre l'uomo comune si consola del male quando lo riconosce
necessario, l'uomo superiore non si rassegna al destino: non potendo più fare
altro si uccide, e con ciò diventa vincitore nell'atto stesso d'essere vinto.
Ma pochi mesi dopo L. compone L'ultimo canto di Saffo, nel quale la poetessa
greca si uccide senza intenzioni di rivalsa: si riconosce vinta e, anziché maledire
la vita, se ne distacca sconsolata di lasciarla senza averla goduta. Il
titanismo genericamente romantico di Bruto giunge così a un passo dalla
"fiera compiacenza" più specificamente leopardiana: dall'orgoglio,
cioè, di avere lui solo il coraggio di affrontare l'orrido vero, di
"strappare ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino
umano", di non piegare il capo a tale destino; e dall'ebbrezza di dolore
che da quell'orgoglio deriva. Questo particolare titanismo, trasferito
dall'azione al pensiero, sarà, con diverse modulazioni, motivo di poesia
costante in L. sino alla fine, secondo un'estensione del decoro formale
classicistico all'ambito etico e intellettuale.
Solo nel 1825, L. si decise a pubblicare nel Nuovo ricoglitore di
Milano, con il titolo di Idilli, alcune sue poesie composte tra il 1819 e il
1821: quelle che i critici usano chiamare "i piccoli idilli", cioè
(come s'intitolarono definitivamente): L'Infinito, La sera del dì di festa;
Alla luna; Il sogno; Lo spavento notturno; La vita solitaria. Esse contengono
alcune delle pagine più alte di tutta l'opera leopardiana. Sono espressioni di
una deliberata e fiera solitudine; eppure a esse, nell'ediz. 1835 dei Canti, L.
premise Il passero solitario, composto assai più tardi, nel quale egli sente
come una condanna la sua impossibilità di partecipare alla gioia e alla vita
degli altri. Tale esclusione si rivela un autentico motivo informatore, perché
dal piano biografico passa facilmente a quello culturale, connotando la
condizione di inferiorità in cui versa la poesia moderna rispetto a quella
degli antichi, e soprattutto corrisponde all'ideale di linguistica socievolezza
cui L. sottopone tanto la sua opzione classicistica, quanto l'ardua sostanza
intellettuale del suo messaggio. In questo senso, l'idillismo leopardiano,
lungamente preferito dalla critica ai grandi componimenti degli ultimi anni,
realizza effettivamente in maniera più compiuta il prodigio di un canto
ricavato senza sforzo apparente dalle parole di tutti i giorni e con le
immagini che sono sotto gli occhi di tutti: di un canto perciò capace di
mettere la semplicità e l'immediatezza al servizio della verità universale del
sentimento. Dal 1823 al 1828, a parte
l'epistola Al conte Carlo Pepoli (1826), L. tace come poeta. In questi anni
egli porta alle ultime conseguenze il suo pessimismo. L'infelicità umana non è
frutto di contingenze particolari a questo o a quell'uomo; e neppure nasce,
come aveva creduto in un primo tempo per influsso dei pensatori settecenteschi,
da situazioni storiche, dal prevalere della ragione sulla fantasia per effetto
dell'avanzare della civiltà, del costituirsi degli uomini in società, che
necessariamente tarpa le ali alla libertà e alla spontaneità individuale; ma è
una legge di natura, alla quale nessun uomo in nessun tempo, anzi nessun essere
può sottrarsi. È quello che gli studiosi chiamano il "pessimismo
cosmico" leopardiano. L'uomo non cerca altro che la sua felicità, l'amor
sui è l'unica molla della vita; e tuttavia la natura non si propone la felicità
degli individui, ma tende soltanto alla propria conservazione, per la quale
come sono necessarie le nascite così sono necessarie le morti. La vita non è
che un più o meno lento morire: assistiamo intorno a noi, dentro di noi, al
progressivo inesorabile sfiorire e morire d'ogni cosa, finché non interviene lo
stacco supremo, dopo il quale soltanto si ha, nell'annullamento totale, il
definitivo riposo. La vita dunque non è che un'"inutile miseria": e
l'accento del poeta batte soprattutto su questa inutilità. Donde il
"tedio", la grande malattia spirituale dei romantici, di cui L. è il
cantore italiano più alto e l'interprete più acuto: la vanità del tutto è per
lui implicita nelle aspettative di felicità. Intorno a tali temi, impostano una
interrogazione radicale le Operette morali, venti delle quali, il corpo
dell'opera, furono tutte scritte dal gennaio al dicembre 1824 (ne scrisse
un'altra nel 1825, e ancora due nel 1827, e due nel 1832). La conclusione
logica di questa concezione della vita non può essere che una: la necessità del
suicidio. E tuttavia, se Porfirio, nel dialogo che s'intitola a lui e a
Plotino, energicamente afferma quella necessità, Plotino lo dissuade: non ci è
lecito, è da barbari, privarci della consolazione che ci viene dall'affettuosa
presenza delle persone che ci vogliono bene, togliendo a queste la consolazione
della nostra presenza. È la felice contraddizione da cui nasce la poesia
leopardiana. Le Operette sono per lo più dialoghi, in cui spesso L. fa sibilare
lo staffile del suo sarcasmo contro gli uomini illusi e vili che si rifiutano
di fissare gli occhi sull'orrido vero. A questi toni sarcastici lo scrittore si
concede volentieri, riuscendo a governare con mano ferma stridori e dissonanze:
nelle Operette è del resto più genericamente ammirevole la lucidità con cui è
colta una realtà così totalmente negativa che sembrerebbe non potersi esprimere
che con un grido o un disperato gesto. Questa fermezza e questa lucidità si
riflettono nella sostenutezza dell'elaboratissimo stile, pur qua e là percorsa
e in certo senso sottolineata da abbandoni sentimentali. -ALT Le Operette nascono dunque nella più triste
stagione leopardiana: nella quale il poeta è veramente solo, non soccorso dalla
sua pietà, dal bisogno di consolare e d'essere consolato. Quando, nel 1828,
uscirà da questo orribile stato, dirà che è rinata in lui finalmente la facoltà
di piangere, che credeva gli fosse preclusa per sempre. E può quindi comporre
poesie "col cuore d'una volta". Aveva nel Risorgimento (1828) celebrato
questo rinascere in lui non della speranza, ma della vita sentimentale:
seguono, dallo stesso 1828 al 1830, i canti leopardiani che si designano come
"grandi idilli", e che segnano secondo molti l'apice della sua
poesia: A Silvia; Le ricordanze; La quiete dopo la tempesta; Il sabato del
villaggio; Il canto notturno di un pastore errante dell'Asia, e probabilmente
anche Il passero solitario. Il pessimismo cosmico assume il suo vero volto
poetico: la pietà cosmica. Con il pianto, cioè con la pietà per gli altri e per
sé stesso, non sono compatibili né lo sdegno e il disprezzo per i codardi, né
l'esaltazione del proprio coraggio. Ma anche quel Pastore errante, che è
vittima e non combattente e che non vede intorno a sé bersagli a cui mirare,
bensì compagni di pena da compiangere, anche egli non si rassegna, non viene a
patti con il destino; e perciò in sostanza combatte ancora: sconsolato titano
sconfitto, a cui però resta l'amaro conforto di non essere stato e di non
essere vile. In questo gruppo di mirabili poesie, sui toni agonistici e
titanici, che pur non mancano, prevalgono quelli di raccolto solidale dolore; i
quali a loro volta non erano mancati neppure nel L. eroico-alfieriano, e non
mancheranno mai. La pietà di L. è attiva, vuole consolare; e consolare non si
può chi per viltà chiude gli occhi al vero, accetta la realtà supinamente o per
"fetido orgoglio". Pietà e consolazione non possono volgersi a chi
soffre, e in primo luogo ai giovani, che per la loro ingenua fiducia nella
vita, per la loro inesperienza non sono in grado di capire la legge universale
dell'infelicità, e s'illudono di essere felici, e soprattutto di esserlo
domani. Intorno al Canto notturno, gli altri grandi idilli si possono
considerare tessuti tutti sul tema della speranza, una speranza vista non nel
suo valore positivo, forza della vita, bensì considerata con la tenerezza di
chi ne conosce la vanità: lo sbocciare e il fruttificare della speranza in
Silvia, in Nerina, in sé stesso giovane, la morte e la vita stessa che la tradiscono,
in A Silvia e nelle Ricordanze; l'aspettativa d'una gioia che non verrà, nelle
appena accennate figure del Sabato; il risorgere dell'alacre gioia,
dell'attaccamento alla vita dopo la tempesta, in quelle altre umili figure che
affollano nitide la Quiete. Se la speranza è per L. giovinezza, giovinezza è
per lui, sempre, compagnia: la gioia di ciascuno si riflette e ha senso nella
gioia corale del borgo: il poeta del Passero solitario si rammarica appunto di
non saper partecipare, pur giovane, a questo coro; dunque di non sapere essere
giovane. Dopo il 1830, si ha un'altra
pausa nell'attività poetica di L., colmata nel 1832 dalle due ultime Operette.
Poi, l'estrema illusione, l'estremo inganno: l'amore per F. Targioni Tozzetti,
da vicino e da lontano, che come abbiamo detto deve essere collocato
probabilmente negli anni 1830-33. Nascono cinque altre poesie, costituenti un
ciclo, detto "di Aspasia". Dall'estasi d'un dolce Pensiero dominante,
che rafforza l'intransigenza morale, lo sdegno per ogni umana viltà;
dall'esaltazione dell'amore come del piacere maggiore che si trova nel mare
dell'essere, fratello in ciò solo della morte (Amore e morte; Consalvo, che è
la meno intensa drammatizzazione della precedente poesia), si passa, quando la
grande illusione sarà caduta, ai secchi, terribili versi di A se stesso, lirica
epigrafe mortuaria, e poi alla rappresentazione, più pacata ma carica di
amarezza, delle circostanze dell'inganno (Aspasia). Si alternano in questo
ciclo i toni eroici della speranza impossibile, con le invettive e i sarcasmi
della disperazione, che sembra quasi suggerire i modi rinnovati di una
espressione in cui ormai coincidono intensità e rigore. Gli ultimi anni
napoletani sono caratterizzati, come sempre nei periodi leopardiani di più nera
depressione, da scritti satirici (la Palinodia diretta a G. Capponi; lo scherno
dei tentativi risorgimentali nei Paralipomeni alla Batracomiomachia, della fede
religiosa nei Nuovi credenti). Ma insieme c'è un lento risalire dalla china,
come mostrano, non tanto le canzoni Sopra un basso rilievo antico sepolcrale e
Sopra il ritratto di una bella donna, quanto la già citata La ginestra, e
soprattutto Il tramonto della luna, nel quale canto vi sono gruppi di versi
degni della proverbiale eloquente felicità dei grandi idilli. Postumi furono
pubblicati, con le cose minori, il ricco Epistolario (a cura di P. Viani, 1849;
a cura di F. Moroncini e G. Ferretti, 7 voll., 1934-41) e lo Zibaldone di
pensieri: 4526 pagine nel manoscritto, nelle quali L. dal 1817 al 1832 andò via
via segnando, con maggiore o minore frequenza, quanto le sue letture e la sua
meditazione gli andavano suggerendo sui più svariati argomenti (pubbl. col tit.
Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, a cura di una commissione
di studiosi presieduta da G. Carducci, 7 voll., 1898-1900; la più recente ed.
critica, col tit. Zibaldone di pensieri, è a cura di G. Pacella, 3 voll.,
1992); da esso per la maggior parte L. stesso trasse e rielaborò i centoundici
Pensieri, pubblicati postumi (in Opere di G. L., a cura di A. Ranieri, 2 voll.,
1845). Dei Canti si ebbero due diverse edizioni in vita di L.: presso Piatti
(Firenze 1831) e presso Starita (Napoli 1835); più complessa la storia delle
Operette morali, la cui 1ª ed. in volume apparve a Milano nel 1827 e la 3ª,
incompleta, a Napoli nel 1835. Le prime edd. critiche si debbono a F.
Moroncini: Canti (2 voll., 1927); Operette morali (2 voll., 1928); Opere minori
approvate (2 voll., 1931). Oltre alle edd. complessive (Tutte le opere di G.
L., a cura di F. Flora, 5 voll., 1937-49; Tutte le Opere, a cura di W. Binni e
E. Ghidetti, 2 voll., 1969), sono disponibili varie sillogi e singole edd., con
ottimi commenti, apparati, riproduzione degli autografi. È stata avviata la
pubblicazione degli scritti filologici e sono state approntate le concordanze
dell'intera opera poetica. Centro
nazionale di studi leopardiani. - Fu fondato a Recanati nel 1937 dal conte
Ettore Leopardi; ha avuto come direttori M. Porena, E. Leopardi, R. Vuoli, U.
Bosco, F. Foschi. Possiede una biblioteca specializzata di circa 7000 titoli e
le fotografie di tutti gli autografi leopardiani esistenti nelle biblioteche di
Firenze e di Napoli, di gran parte di quelli custoditi nell'attiguo palazzo
Leopardi, e varî altri. Promuove convegni internazionali (L. e il Settecento,
1962; L. e l'Ottocento, 1967; L. e il Novecento, 1972; L. e la letteratura
italiana dal Duecento al Seicento, 1976; L. e il mondo antico, 1980; Il
pensiero storico e politico di G. L., 1984; Le città di G. L., 1987; Lingua e stile
di G. L., 1991); cura una Bibliografia analitica (il volume che la aggiorna al
1980 è uscito a Firenze nel 1986); una collana di Documenti e studi; una
collana di Scritti inediti o rari del Leopardi.
Risorse correlate Achille Tartaro, Leopardi, Giacomo, in Dizionario
Biografico degli Italiani, vol. 64 (2005)
Nicola Del Corno, Leopardi, Monaldo, in Dizionario Biografico degli
Italiani, vol. 64 (2005) Guido Gregorio
Fagioli Vercellone, Leopardi, Paolina, in Dizionario Biografico degli Italiani,
vol. 64 (2005)Angelini, "Sereno in L.", su cesareangelini.
Buonofiglio, "L'inquietudine ritmica dell'in(de)finito", su
academia.edu. Il primo di questi scritti usci nella Rassegna bibliografica
della letteratura italiana d’Ancona,. Il secondo nella Critica. Il terzo nella
stessa Critica. Tutti e tre furono riprodotti nei Frammenti di Estetica e
Letteratura, Lanciano, Carabba, Si ha alle stampe un’ Esposizione del sistema
filosofico di Giacomo L. *. E una dissertazione di laurea, e reca infatti l’impronta
comune a tutti i lavori giovanili. L’inesperienza apparisce nello stesso titolo
del libro, un po’ troppo prosaico, e incongruo col contenuto del libro, che non
vuol essere propriamente un’esposizione fatta dall’autore del sistema
filosofico del L.; ma appunto questo sistema, portato innanzi al lettore con le
stesse parole del L.; non volendo l’autore da parte sua aggiungervi se non
prefazione, note ed epilogo. Metodo anche questo alquanto ingenuo e da
scrittore che non vede ancora la necessità, chi voglia rappresentare nella sua
unità logica e nell’organismo delle sue parti il pensiero d’un filosofo,
d’appropriarsi questo pensiero, entrarvi dentro, mettendosi allo stesso punto
di vista del filosofo, e quindi in grado di rielaborare il suo pensiero,
chiarendolo con le attinenze storiche a cui è legato, e con le dilucidazioni
intrinseche di cui logicamente è suscettibile, salvo a mostrarne, ove occorra,
la inconsistenza: in modo che l’esposizione riesca una vita nuova del sistema
filosofico nella mente dell’espositore. GATTI, Esposizione del sistema
filosofico di L., saggio sullo Zibaldone” (Firenze, Le Monnier). Lavoro
difficile, certo, e che non riesce felicemente se non agli scrittori provetti;
ma che nessuno ordinariamente crede di potere schivare, se non limiti il
proprio ufficio a quello di semplice editore; e tutti ne escono alla meglio,
esponendo i vari sistemi come ciascuno li ha intesi. L’autore di questo libro,
invece, ha voluto mettere insieme i passi dello Zibaldone L.ano, mostrando come
fil filo un pensiero si svolgesse dall’altro; e dove la connessione non
appariva evidente nelle parole del testo, ha supplito di suo i legamenti
opportuni, ma continuando a parlare, in prima persona, a nome del L.: proprio
come se questi avesse riordinata e organizzata quella copiosa congerie di
riflessioni già via via segnate sulla carta a schiarimento del proprio pensiero
e a sfogo della sua malinconia. Né ha lontanamente sospettato il rischio, e
stavo per dire la responsabilità, a cui andava incontro, facendo parlare per la
sua bocca lui, il L.. Ha creduto che nello Zibaldone stesse, pezzo per pezzo,
tutto un sistema; e non ha saputo resistere al seducente disegno d’innalzare,
con la semplice composizione degli stessi materiali L.ani, la statua del
filosofo sul piedestallo finora vuoto. Laddove è chiaro che, se anche nei
pensieri inediti del L. fosse implicito un sistema perfetto di filosofia, la
via di ritro- varvelo e dimostrarvelo non poteva essere questa scelta
dall’autore. Ma veniamo all’argomento. L’autore, come già altri, ha creduto
che, se le opere edite ci avevan dato il L. poeta, questi inediti Pensieri di
varia filosofia e di bella letteratura venuti ultimamente in luce, ci
scoprissero il L. filosofo. Questa era anche la tesi dello Zumbini nel suo
studio Attraverso lo Zilbaldone, da cui il nuovo studioso manifestamente prende
le mosse, distinguendo due fasi principali della filosofia pessimistica del L.:
nella prima delle quali il dolore sarebbe conseguenza della civiltà; nella
seconda, della stessa natura; donde prima una concezione storica del pessi-
niismo, e poi una concezione cosmica. Ma lo Zumbini non insisteva sul valore
sistematico di questa filosofia L.ana; e, d’altra parte, nel secondo volume dei
suoi Studi su L., esaminando le Operette morali, veniva in realtà a mostrare
come tutto il succo di quelle riflessioni dello Zibaldone, le conclusioni di
quel lungo soliloquio che L. aveva fatto seco stesso per iscritto, fossero
appunto condensate nelle Operette. Gatti, invece, ha esagerato fuor di misura
la tesi dello Zumbini, cominciando col cancellare quelle differenze
cronologiche, che lo Zumbini aveva badato bene a mantenere tra i vari Pensieri
(datati, com’ è noto, dal L.) : cancellarle a disegno, per poter adoperare i
singoli pensieri liberamente come parti integranti d’un sistema logico. Ora, lo
Zibaldone comprende centinaia e centinaia di pensieri annotati come si
formavano giorno per giorno nella mente del L. attraverso ben (juindici anni
periodo lungo per ogni vita, lunghissimo per quella del Leopai'di, che in 39
anni forse non visse meno che il Manzoni in 78. Esso è anzi il diario degli
anni in cui si svolse la vita morale del poeta, e offre perciò, com’ è stato
notato, un riscontro a tutti i sentimenti, a tutti i pensieri già noti dai
canti e dalle prose da lui stesso pubblicate. Ed è chiaro che, se in questi
sette volumi abbiamo, per dir così, i segreti documenti di tutto il lavorìo
intimo di quello spirito, non potremo apprezzarli nel loro giusto valore, se
prescindiamo dalle loro rispettive date; perché a chi scrive ogni giorno le
proprie riflessioni, la verità è quasi la verità di quel giorno: e quel lavoro
di sistemazione e organizzazione, per cui di tutti i pensieri slegati si possa
fare un tutto coerente, manca. Gentile, ifa» 2 ont e L.. Il Gatti protesta che
non va imputato a sua «poca accortezza qualche salto anacronico, a dir così,
facile a rilevarsi, che qua e là avvicinerà pensieri cronologicamente molto
lontani fra loro ». E la sua ragione sarebbe questa : Tali salti, mentre da un
lato ci forniscono ancora una prova evidentissima e incontrastabile della
profonda ripugnanza.... provata da L. per una concezione cosmica del dolore,
rivelano nettamente, d’altronde, il proposito nell’Autore di rifare spesso a
ritroso coll’ immaginazione la via già percorsa dal pensiero allo scopo di
viemmeglio assicurarsi che non battesse falsa strada, e così riprendere, sempre
jiiù sicuro di sé, il cammino, allorché quella linea immaginaria d’orientamento
non gli avrà mostrata altra via da battere per giungere alla mèta prefìssa».
Cioè, se ho capito bene; a dilucidazione di pensieri anteriori Gatti stima di
poter addurre pensieri di un tempo più avanzato, anche quando occorra ammettere
avvenuto nell’ intervallo un cambiamento sostanziale di pensiero, iierché L.
rifà talvolta con l’immaginazione la via già percorsa col pensiero, e già
superata. Ci sarebbero certi « pensieri di ritorno », o « ritorni immaginari »,
per cui, secondo il Gatti, non bisogna credere che il L. contraddica al suo
pensiero posteriormente acquisito, anzi lo lasci intatto, ma, per certa
ripugnanza sentimentale alle più accoranti verità, per un bisogno del cuore ili
certi temperamenti, torni per un momento agli ameni inganni, o alla mezza
filosofia d’una volta. Ma per immaginario che sia, un ritorno siffatto nella
mente del L., se noi crediamo di poter fissare questa nella coerenza di certi
pensieri definitivi, è evidente che non può essere altro che una
contraddizione. Di che, qua e là, il Gatti è costretto, quasi suo malgrado, ad
accorgersi, e a cercarvi una sanatoria. Sanatoria inutile, se egli avesse
rinunziato a pretendere dal L., nelle sue stesse intime confessioni, queU’unità
sistematica che non era nella natura di tali confessioni. E non era neppure
nella natura dello spirito del L., che fu un poeta, un grande, un divino poeta,
ma non fu un vero e proprio filosofo. Che fa che egli abbia tante volte
protestato di possedere una sua filosofia ? Allo stesso modo del L., più o
meno, chiunque si ritiene in grado di giudicare dei sistemi dei filosofi, ossia
di mettersi, non dico alla pari, ma al di sopra di costoro, e insomma di
affermare una filosofia propria che possa aver ragione di quei sistemi. E dal
proprio punto di vista chiunque, così facendo, ha ragione; e aveva ragione il
L. ; perché in fondo a ogni mente umana, sopra tutto in fondo a quella dei
grandi poeti, è incontestabile l’esistenza di una filosofia: e però è lecito
parlare così di una filo.sofia del L., come di una filosofia del Manzoni,
dell’Ariosto, di Shakespeare, di Omero. Ma questa filosofia dei poeti non è la
filosofia dei filosofi, e bisogna trattarla, per non snaturarla e non
distruggerla, con molta delicatezza. Una delle differenze più notabili tra la
filosofia dei poeti e quella dei filosofi è che il poeta può averne una, se è
capace di averla, in ogni singola poesia; laddove il filosofo che dice e
disdice, e muta sempre la sua dottrina, non ha nessuna dottrina. Il L. è in
pieno diritto, come poeta, di affrontare il problema del dolore, sempre da
capo, con nuovo animo, con considerazioni nuove, da un nuovo aspetto, ora
maledicendo alla virtù, ora inneggiando all’amore onde l’umana compagnia deve
stringersi contro il fato. Ogni poesia, ogni prosa di L. è infatti una
situazione d’animo nuova; quindi una nuova vista dello stesso dolore che domina
l’anima del poeta; un nuovo concetto, una filosofia nuova, che solo trascurando
le differenze essenziali, che in una poesia e in una prosa del genere di quelle
del L. son tutto, si può rappresentare come sempre identica. Egli è che il
poeta, checché si proponga e dica di aver fatto, non espone propriamente una
filosofia: ma esprime soltanto un suo stato d animo, occupato, determinato e
quasi colorito da certi pensieri dominanti. Abbozza in se medesimo (e quindi in
un diario intimo) una filosofia provvisoriamente sufficiente ad appagare i
bisogni della propria ragione (che non sono poi grandi in uno spirito
prevalentemente poetico); e questa filosofia, in quanto profondamente sentita,
in quanto vita della propria anima, diventa materia di poesia. Di poesia anche
in prosa; perché, in sostanza la prosa L.ana è anch’essa poesia, cioè
espressione piena di certi stati d’animo del Poeta, diversi da quelU
manifestati nei Canti per lo sforzo che nella prosa come nei Paralipomeni il L.
fa di costringere il sentimento spontaneo dentro r intenzione ironica,
satirica, che gli fece appunto pre- f0rire la prosa al verso. Ma in realtà,
nelle Operette come nei Canti c’ è L. con la sua filosofia tetra e col suo
candore, col suo disprezzo degli uomini e col suo grande amore per essi; con
tutte quelle contraddizioni, che altri ha studiosamente cercate in lui, e che
sono il vero segno caratteristico del suo spirito poetico e non filosofico. La
filosofia vera e propria non deve aver niente dell’anima individuale di chi la
costruisce. Essa è una liberazione assoluta compiuta dal filosofo dai limiti
della soggettività; è una contemplazione, diciamo così, d’una verità eterna, in
cui il filosofo, come persona particolare, si dimentica di se stesso, e dei
suoi dolori, e di tutte le tendenze affettive dell’animo suo. La filosofia di
Spinoza, la cui \dta e il cui animo han parecchi punti di somiglianza con
quelli del L. non presenta nes- Cfr. Tocco, Biografia di Spinoza, nella Rivista
d’ Italia, asuna traccia, non offre nessuno indizio di sentimenti personali. K
veramente una visione del mondo sub specie aeternitatis, come egli diceva, in
cui la personalità del filosofo scompare. La filosofia dei poeti, si potrebbe
dire, scompare nell’animo dei poeti stessi; l’animo dei filosofi. invece,
scompare nella loro filosofia. Onde una volta noi abbiamo innanzi una persona
determinata, viva in tutto l’agitarsi dell’animo suo; un’altra volta, un
sistema di concetti, in sé. Certo, tra le due filosofie non c’ è un taglio
netto, che divida i filosofi dai poeti; ma il pessimismo L.ano è, come è stato
tante volte osservato, così imprgnato di elementi ottimistici, così logicamente
frammentario e contradittorio, e d’altra parte così poeticamente coerente e
vivo, che lo scambio non è possibile. Noi possiamo studiare, dunque, la sua
filosofia, ma come vita del suo spirito, materia della sua poesia. Studio,
ripeto, molto delicato; perché in esso non bisogna mai lasciarsi sfuggire che
la realtà vera, a cui bisogna aver l’occhio, non è questa filosofia in se
medesima, astratta materia della poesia, ma la poesia appunto, in cui quella
filosofia è per acquistare la vita che uno spirito poetico è capace di
comunicarle. La filosofia quindi va studiata per intendere la poesia, e
valutata in quanto poesia, per quella vita poetica che riuscì a vivere nello
spirito del Poeta. La pubblicaizione dello Zibaldone ha fortemente contribuito
a fare smarrire questo criterio. Ci s’ è trovata innanzi la materia grezza
della poesia L.ana, quella tal filosofia, che il L. rimuginava dentro se
stesso, e che, per quanto confidata a uno Zibaldone, non aveva pregato nessuno
di mettere in pubblico: quella filosofia, che egli destinava a far materia di
espressione più perfetta, cioè di opera poetica; e che infatti divenne in parte
materia di canti e di dialoghi (com’ è stato osservato, ma merita di essere
particolarmente studiato). E dimenticando che pel L. tutti questi materiali non
avevano valore per sé, ma l’avrebbero acquistato soltanto quando egli li
avrebbe trasformati, qualcuno s’è detto : o eccoci finalmente innanzi la
filosofia del L.! No, questi sono i detriti della sua poesia: tutto ciò che la
sua forza poetica non avvivò, non trasfigurò, o rinnovò interamente,
avvivandolo e trasfigurandolo nel suo canto e nella sua satira. E produce
davvero una strana impressione il procedimento seguito dal dott. Gatti, che
riferisce nel testo certe informi osservazioni dello Zibaldone, e a sussidio di
esse, in nota, luoghi delle Operette o versi dei Canti, in cui gli stessi
pensieri assursero a forma artistica. Il perfetto fatto servire all’imperfetto;
la poesia ridotta a documento d’un suo documento! Ecco un esempio di filosofia
documentata con poesia. In un pensiero L. S’era domandato. Che vale per noi
questa «miracolosa e stupenda opera della natura, e l’immensa egualmente che
artificiosa macchina e mole dei mondi? A che serve, dunque, questo infinito e
misterioso spettacolo dell’esistenza e della vita delle cose », se « né
resistenza e vita nostra, né quella degli altri esseri giova veramente nulla a
noi, non valendoci punto ad esser felici ? ed essendo per noi l’esistenza, così
nostra come universale, scompagnata dalla felicità, eh’ è la perfezione e il
fine dell’esistenza, anzi l’unica utilità che resistenza rechi a quello
ch’esiste ?» Qui, in verità c’ e tutta la Idosofia del L.. Ma che significano
queste sue interrogazioni ? Esse non possono aver altro significato che questo,
che, non sapendo concepire il fine dell’esistenza umana [ Zibald., Queste
giunture frapposte alle parole del L. sono del Gatti, che riassumo e in questo
caso mi pare modifichi leggermente il senso del testo. e mondiale se non come
felicità, e non vedendo, d’altronde, che tal fine sia o possa mai esser
raggiunto, egli, Giacomo L., finisce col non sapersi più spiegare quale possa
essere il fine di quest’universo, che pur nella sua artificiosa costruzione e
nella sua vasta armonia farebbe pensare a un’ intima finalità. Qui non è
affermata una verità obbiettiva; è bensì manifestata la situazione personale
del poeta: situazione, che sarà jierfettamente espressa quando il L. ci dirà
tutta la risonanza che questo suo ondeggiare tra il concetto di una finalità
eudemonistica universale e il dubbio suUa validità di tal concetto ha neU’animo
suo; quando da questo suo perpetuo ondeggiare (che non è filosofia, ma
atteggiamento filosofico, o filosofia soltanto iniziale e potenziale), egli
sarà ispirato al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia che il Gatti
reca a confronto e conforto di quelle note dello Zibaldone. Nel Canto notturno
L. dice con l’energia della fantasia commossa quello che nelle note fugaci del
diario era sommariamente accennato, quasi appunto o traccia del canto. E quando
miro in cielo arder le stelle. Dico fra me pensando: A che tante facelle ? Che
fa l’aria infinita, e quel profondo Infinito seren ? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono? Cosi meco ragiono: e della stanza Smisurata
e superba, E dell' innumerabile famiglia; Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa. Girando senza posa. Per tornar sempre là
donde son mosse; Uso alcuno, alcun frutto Indovinar non so. Qui veramente c’ è
l’anima tormentata dal dubbio che non ci sia un fine nel mondo; e non è il
dubbio astratto di un filosofo, ma il dubbio che irrompe neH’anima di un poeta,
che mira in cielo arder le stelle, quasi tante faci accese a illuminare il
mondo; e sente l’infinità dell’aria, il sereno profondo infinito (elementi di
grande commozione, com’ è noto, per L.), e l’immensità della solitudine attorno
alla propria persona non dimenticata {ed io che sono P) né dimenticabUe perché
palpitante; ecc. Qui c’è, non più il germe d’una filosofia, ma l’uomo L.,
intero, con l’ansia e il terrore che gh desta lo spettacolo dell’ infinito
misterioso, muto al dolore di lui che vi si sente dentro smarrito. C’ è anche,
innegabilmente, un dubbio filosofico : semphce dubbio («qualche bene o contento
avrà /o;'s’altri. Forse s’avess’ io l’ale.... più febee sarei, o forse erra dal
vero b mio pensiero, Forse in qual forma.... è funesto a chi nasce il dì
natale); ma come elemento o momento della lirica grande. La pubblicazione dello
Zibaldone, badiamo bene, è stata, in fondo, una certa quale indelicatezza, che
nessun onesto avrebbe giustificato, vivo L., e che non si permise infatti il
Ranieri, intimo del Poeta e conscio deUe sue intenzioni e del valore da lui
attribuito al proprio diario. Ognuno che scriva e stampi, pubblica soltanto
queUo che gli par compiuto secondo il fine a cui, più o meno consapevolmente,
mira scrivendo. Un poeta non beenzia al pubbbeo le tracce e gli abbozzi delle
sue poesie. Anzi, questi antecedenti naturali del suo prodotto artistico, ha un
certo schivo pudore di mostrarli al pubbbeo: sono il suo segreto. Sono infatti
cosa sua personale; laddove quello che egli crede arte, gb par bene appartenga,
o possa appartenere, a tutti gb spiriti. Certo, r interesse storico, il
legittimo e nobile desiderio d’intendere le opere del genio, mediante la
conoscenza più larga che sia possibile della sua anima, bastano a giustificare
la pubblicazione di siffatti abbozzi, come degb epistolari intimi, che svelano,
senza riguardi, i più gelosi segreti delle persone, le quali a un certo punto
si finisce col credere che appartengano agli altri più che a se stesse. Ma
questa giustificazione non deve farci dimenticare che gli abbozzi del poeta,
sono abbozzi delle sue poesie, come gli appunti provvisori del filosofo sono
antecedenti spesso superati e rifiutati della sua filosofia. Ad ogni modo non
si dovrà mai pretendere d’attribuire ad essi altro valore che di sussidio a
intendere quelle opere, che rappresentano la conclusione definitiva del poeta e
del filosofo. Tutto questo, si potrebbe osservare, sarà un bel discorso; ma è
troppo generale ed astratto. Bisogna vedere al fatto, se il L., dopo gli studi
di Gatti, ci apparisca nello Zibaldone un vero filosofo. Potrei rispondere con
un altro discorso astratto, sostenendo che è ben difficile che uno stesso genio
possa essere insieme poeta e filosofo; richiedendosi alla poesia un’attività, che
la filosofia necessariamente combatte e mortifica. Ma penso a Dante: unico,
secondo me, e se non sempre, quasi costantemente mirabilissimo esempio
dell’energia, onde è capace lo spirito umano, di individualizzare e stringere
nella fantasia e nel sentimento di un’anima singolarmente potente il sistema
più intellettuahsticamente universale ed astratto che la storia della filosofia
ci presenti: penso a quella fusione e unità quasi sempre perfetta d’un sistema
miracolosamente vario e armonico di fantasmi che son pure astratti concetti:
unità, che non si finisce e non si finirà mai di studiare nella Divina Commedia
». E preferisco perciò una risposta particolare e concreta, che è questa. Tutto
il mio discorso generale io r ho fatto appunto a proposito del L., dopo Alla
quale per questo rispetto non credo si possa paragonare, ma a distanza
grandissima, altro che il Faust: dove l’unità dell’opera, come arte e come
filosofia, rimase lungi dall’esser raggiunta. aver letto attentamente il saggio
di Gatti. Libro, che non ò certo inutile, perché molti schiarimenti particolari
a concetti del L. da uno studio così attento e minuzioso dei Pensieri si hanno;
c molti istruttiva raffronti, oltre quelli già fatti dal Losacco e dal Giani,
vi sono opportunamente istituiti tra pensieri del L. e luoghi di Helvétius, di
Rousseau, di Maupertuis e degli altri autori del Poeta; ma insufficiente a
dimostrarci la tesi che il Gatti s’era proposta, che nella mente del L. si
fosse organizzato un sistema filosofico; atto anzi a dimostrare il contrario,
per lo stesso esame accurato che ci dà dei Pensieri L.ani con l’intento di
cavarne un sistema. 11 sistema non c’ è. C’ è la travagliosa meditazione sui
fantasmi del Poeta; ci sono le accorate riflessioni, che gli suggerirono quei
jiroblemi che furono il tormento e la musa perpetua del suo spirito: ma non più
di questo. Il L. lo ritroveremo sempre nel disperato lamento de’ suoi canti e
nel sorriso amarissimo e pur soave delle prose. 11 materialismo della sua
metafisica, il sensismo della sua gnoseologia, lo scetticismo finale della sua
epistemologia, l’eudemonismo pessimistico della sua etica sono nei pensieri
inediti, come in tutti gli altri scritti già noti, i motivi costanti del breve
filosofare leoparebano : ma sono spunti filosofici, anzi che principii d’un
pensiero sistematico; sono credenze d’uno spirito addolorato, anzi che veri
teoremi di un organismo speculativo. Le sue pretese dimostrazioni non vanno mai
al di là dell’osservazione empirica; e non servono ad altro che a dirci come
vedev^a le cose Giacomo L.. In lui non trovi né anche una critica della
ragione, come in Montaigne o in Pascal, a cui per molti riguardi somiglia. Ma
un prendere di qua e di là proposizioni contestabili, e accettarle come verità
assiomatiche e principii di deduzioni pessimistiche. Passione v^era per a
speculazione il L. non ebbe mai. Non studiò nessun grande sistema filosofico:
egli, conoscitore e studioso dei classici, non si sforzò mai d’intendere il
pensiero di Platone e di Aristotele. La sua storia della filosofia antica ò
tratta da Diogene Laerzio, da Plutarco o altri dossografi. Del Medio Evo non
studia nessuna filsofia. Di Cartesio, di Spinoza, di Hume non conosce neppur
nulla. Lesse Locke, ma come si leggeva. Di Leibniz sorrise come Voltaire, non
sospettando in alcun modo la profondità del suo pensiero Ebbe una vernice di
cultura filosofica, come l’avevano allora tutti i letterati; ed ebbe velleità
di filosofo; ma la sua vera indole, quella che noi dobbiamo guardare in lui, è
r indole poetica, convinti che fuori della sua poesia il suo pensiero, a
considerarlo nel valore filosofico, è molto mediocre. Non entrerò nei
particolari della esposizione di Gatti. Ma non voglio tacere che quella
filosofia pratica edilicatrice, che egli, conZumbini, giirstamente mette in
rilievo di contro alle conseguenze negative della sua filosofia teoretica, non
ha niente che vedere coll’odierna filosofia prammatistica, a cui egli
studiosamente la raccosta, per dimostrare così la modernità del pensiero L.ano.
Quella filosofia pratica è il retaggio dello scetticismo da Pirrone in poi: il
quale ha contrapposto sempre la vita alla scienza, e salvata almeno quella dal
naufragio di questa. Salvataggio operato ora con la natura, ora col sentimento,
ora con la volontà, e in generale con un principio irrazionale, o concepito
come tale, che, appunto perciò, non contraddice aUo scetticismo fondamentale.
L. ricorre all’ immaginazione e a un certo qual senso dell’animo, che fan
contrappeso agli argomenti dolorosi della ragione e bastano a confortarci a
vivere. Né anche questo principio, del resto, è sviluppato. Certo, esso non
giova a chi presuma di vedere nel Recanatese un precursore del James e degli
altri pram- matisti d’oggi, i quali non sono scettici, benché in realtà abbiano
una dottrina negativa del conoscere; non vedono nell’attività pratica un
surrogato dell’attività teoretica: ma unificano le due attività, e immedesimano
la verità con l’utile, in modo che quel che giova credere, sia esso stesso il
vero; laddove quel che gioverebbe credere, secondo L., sarebbe né più né meno
che un’ illusione. La differenza tra L. e James è la differenza profonda tra lo
scetticismo di tutti i tempi e il nuovo prammatismo, che si professa dottrina
essenzialmente dommatica e positiva. Gli studi del Gatti furono ripresi da
Giulio A. Levi *, uno degl’ ingegni più fini tra gh studiosi di letteratura
italiana, e dei più valenti e competenti interpreti del pensiero L.ano; ma con
altro criterio e altro intendimento. E io son lieto di leggere al principio del
suo libro le seguenti parole; «Fu tentato da Pasquale Gatti, e parzialmente dal
Cantella, di ordinare e comporre in un sistema filosofico i pensieri dello
Zibaldone L.ano; con esito che non poteva essere altro che infelice; quando si
pensi che sono riflessioni scritte giorno per giorno, senza disegno
prestabilito, per lo spazio di circa quindici anni, da quando prima il poeta
adolescente cominciò a voler pensare col suo cervello, fino aUa sua piena
maturità. Che fu uno degli argomenti principali che a suo tempo io opposi al
tentativo di GATTI. E sono interamente d’accordo con LEVI che lo Zibaldone, con
gli ondeggiamenti e gli sforzi speculativi di cui ci conserva i documenti, può
esser materia alla storia (anzi, alla preistoria) del pensiero del poeta, la
cui forma definitiva va piuttosto cercata nei prodotti più maturi, dove parve
all’autore d’avere impressa l’orma definitiva del suo spirito, nei Canti e
nelle Operette. Questa è, in sostanza, l’idea centrale del saggio del Levi, e
conferma pienamente il mio giudizio sul valore e sull’ interesse dello
Zibaldone. Questa idea bensì nel libro del Levi non apparisce netta e ferma
quanto si potrebbe desiderare, costretta com’ è dall’autore ad andare in
compagnia di certi prin- cipii direttivi, che oscurano, a mio avviso, la
visione esatta di taluni momenti dello sviluppo del pensiero L.ano e turbano il
giudizio sulla sua forma ultima. Cosi, quando comincia a notare che io ho
ecceduto « negando a priori allo Zibaldone ogni interesse speculativo, per la
qualità stessa dell’autore; il quale sarebbe bensì un osservatore acuto, ma
troppo essenzialmente poeta, dominato interamente dal sentimento, e perciò di
pensiero incoerente, mutevole e spesso contradittorio », egli, da una parte,
esagera e àltera il mio giudizio sullo Zibaldone e, in generale, su tutta
l’opera del L.; e dall’altra, accenna a un concetto (che non manca subito dopo
di dichiarare esplicitamente), il quale non gli può consentire una
ricostruzione storica non arbitrariamente soggettiva, ma razionalmente
giustificabile del pensiero L.ano. In primo luogo, non è esatto che io abbia
negato o voglia negare ogni interesse speculativo allo Zibaldone e tanto meno
alle poesie e alle Operette morali', anzi sono disposto a riconoscere che tutta
la poesia di L. non abbia altro contenuto, in tutte le sue forme e in tutti i
suoi gradi, che il problema speculativo, nei termini, s’intende, in cui egli
poteva e doveva porlo. Quel che ho negato e nego è; i) che nello Zibaldone ci
sia del pensiero del L. qualche cosa di più che non fosse negli scritti da lui
pubblicati; qualche cosa che, dal punto di vista del L., fosse già pervenuto a
quel punto di maturità spirituale, di verità, in cui il L. s’acquetò, a
giudicare dalle opere con cui egli stesso volle entrare nella nostra letteratura;
qualche cosa che possa nello Zibaldone farci vedere nulla di diverso {si parva
licei componere magnis) da quelle note, onde ognuno di noi si prepara ai suoi
lavori, e che, compiuti questi, quando ci pare d'averne spremuto bene tutto il
succo, si buttano al fuoco; e tanto più volentieri, quando dalle note alla
stesura dei nostri scritti le idee nostre si siano venute correggendo e
integrando in più logica compattezza ' ; 2) che si possa adeguatamente valutare
la grandezza di L., facendogli il conto del tanto di verità speculativa che è
nella sua poesia: poiché, a prescindere da ogni dottrina sulla natura della
poesia, basta considerare le critiche profonde e ineluttabili, onde quella
verità fu superata da uno spirito, che ebbe inizialmente una profonda simpatia
congeniale col L., il Gioberti (specialmente nella Teorica del sovrannaturale.
Levi scrive: « Fii detto che la pubblicazione del Diario sia stata
un'indelicatezza, quando il L. medesimo di questa pubblicazione non aveva
pregato nessuno. Oh si, sarebbe un indelicatezza esporre quelle cose agli occhi
bene aperti d’un pubblico di pedanti, i cjuali spiegherebbero con trionfo gli
errori del grand'uomo che si viene formando. Ma chi ha già imparato ad amarlo e
a venerarlo, può accostarsi senza scrupoli a tutte quante le sue reliquie. Se
il Levi con le prime parole si riferisce a quel che scrissi io nella Rass.
bibl. tett. U., mi rincresce di dovergli rispondere che egli non ha inteso lo
spirito della mia affermazione. La quale mirava soltanto a chiarire che dello
Zibaldone non ci si può servire se non come di documento della formazione del
pensiero del L., la cui forma ultima dobbiamo per altro cercare sempre nelle
opere che da <iuegli abbozzi trasse l'autore, e pubblicò egli stesso come
sole degne di sé. nel Gesuita e nella Protologia), in pagine che il Levi non
anteporrebbe di certo né pur a quelle dello Zibaldone. L vero che « nei sistemi
filosofici le parti più caduche sono spesso quelle dovute alle esigenze di
sistema ». Ma ciò non dimostra che la filosofia non è sistema, anzi dimostra
che è: perché gli errori di questo genere non si scoiarono dal critico se non
come errori della costruzione del sistema, ossia come divergenze dalla
costruzione che, secondo lui, sarebbe più conforme alle verità fondamentali intuite
d<al filosofo. E se U critico non rifacesse per suo conto la costruzione del
sistema, non avrebbe modo di discernere nel sistema criticato il vero dal
falso, nato dunque non dal sistema, ma dal falso sistema. Giacché un giudizio
che affermasse immediatamente : questo è vero, e questo è falso, senza
dimostrazione di sorta, non credo che pel Levi sarebbe un giudizio per davvero.
E vero, d’altra parte, che la coerenza del pensiero non è privilegio dei
filosofi, di contro ai yioeti; se per filosofi s’intende i filosofi
storicamente esistenti, Socrate, Platone, Aristotele ecc., e per poeti quelli
che sono realmente vissuti o vivranno. Omero, Dante, Shakespeare, ecc. Per
tutti costoro, non c’ è dubbio, secondo me, Iliacos intra muros peccatur et
extra. D’incoerenze, di maglie rotte nel sistema, ce n’ è state, e ce ne sarà
sempre, da una parte e dall’altra. Ma noi non possiamo parlare di Omero poeta e
di Platone filosofo senza un concetto del poeta e del filosofo, e cioè della
poesia e della filosofia: le quali, come funzioni dello spirito, trascendono la
storia, che è la concretezza stessa della realtà spirituale. E soltanto alla
poesia e alla filosofia come funzioni trascendentali dello spirito si possono
assegnare caratteri distinti, dei quali quello che è della poesia in quanto
tale non sarà della filosofia, e per converso. Nella storia tutte le funzioni
concorrono in un’unità concreta, in cui il poeta, essendo anche filosofo,
partecipa del carattere dello spirito che è filosofia; e il filosofo, essendo
pure poeta, partecipa del carattere dello spirito che è poesia, sempre. E la
rigida e salda distinzione delle funzioni astratte cede il luogo alla plastica
e mobile distinzione della storia, che fa essa stessa la divisione dei grandi
spiriti nelle due schiere dei poeti e dei filosofi, secondo che negli uni
prevale il momento poetico e negli altri il momento filosofico; onde la
distinzione e però la categorizzazione del giudizio critico sono poi, ogni
volta, funzioni di giudizio storico, concreto. Perché il L. va considerato come
poeta, e non come filosofo ? Perché, se conosco il L. storico, quale si formò e
quale si espresse nel suo canto, io ci vedo bensì dentro una filosofia; ma
questa filosofia la vedo chiusa, compressa, fusa e assorbita nella intuizione immediata
che questo spirito ha della sua personalità materiata di cosiffatta filosofia;
per cui dico che egli non rappresenta una filosofia, ma la sua anima; e poiché
il suo occhio è tutto intento alla risonanza tutta soggettiva, in cui vive per
lui un certo, oscuro, vago e frammentario concetto del mondo, la verità è per
lui, e dev’essere per me che lo giudico, non in questo concetto, ma nella vita
di esso, in quella tale risonanza, nella sua Urica. Beninteso che, per quanto
oscuro, vago e frammentario, quel concetto sarà pure un concetto, che avrà una
chiarezza e saldezza organica sufficiente alla logicità dello spirito lirico, e
quindi per lui assoluta. E non ci sono principii astratti ed estrastorici che
possano segnare a priori i limiti della filosoficità del concetto che vive neUa
Urica del poeta. Ma ciò non toglie che la distinzione non perda mai la sua
ragion d’essere, e che non si possa mai trascurare, volendo rilevare, a volta a
volta, il valore deUo spirito rispetto alle sue forme es- senziaU ed assolute.
Ma, dice Levi, «la grandezza in tutte le sue forme è in fondo una sola,
grandezza morale ed umana; e se è suprema esigenza etica che la nostra vita sia
azione, ed abbia un senso; non sarà fuor di luogo nei poeti, di cui sentiamo la
grandezza, sospettare qualche cosa di più che la passività del sentimento, o
l’attività dell’espressione: sospettare e cercare un’attività etica con un suo
senso determinato e costante ». Ond’egli si propone di cercare negli scritti
del L. «per quah vie egli giunse alla sua profonda intuizione, e potè prendere
un atteggiamento interiore costante e sicuro di fronte all’universo Ebbene,
tutto questo è molto vago perché possa servire di criterio alla storia del
pensiero di un poeta. Se la grandezza in tutte le sue forme è una sola soltanto
« in fondo », bisogna pure che si rispettino le differenze tra le varie forme,
in cui unicamente è possibile che quello che è in fondo venga su, e si
manifesti, e assuma così una forma storica determinata. E se è suprema esigenza
etica che la nostra vita sia azione, posto, com’ è necessario, che le suddette
forme della I grandezza, o, più modestamente, dello spirito, siano più d’una,
oltre la suprema esigenza etica, ci saranno (dato pure c non concesso che
questa sia la radice di tutte) altre esigenze supreme : come quella che la vita
sia poesia, e che la vita sia filosofia; le quah, se il Levi ci riflette bene,
s’avvedrà che non sono meno supreme, anche per la sua posizione, in cui
l’azione è fondamentalmente un ^ atteggiamento dell’uomo di fronte all’universo
: poiché; quest’atteggiamento o è un pensiero, o l’imphca; e questo pensiero,
dovendo essere una filosofia, non può non essere anche una poesia. In realtà,
quel che cerca il Levi nel poeta, non è la ! soddisfazione di una esigenza
etica, bensì una metafisica, I una rivelazione della ragione dell’esser nostro
o del regno soprannaturale dei fini: e con l’occhio a questa mèta. Gentile,
Manzoni e L.] pur accennando qua e là all’ identità del valore poetico e del
valore del contenuto filosofico della poesia, egli non si propone nemmeno, in
nessun punto del suo libro, il problema dei rapporti tra arte e filosofia, e
non mira quasi mai al giudizio estetico dell’arte L.ana; ma si restringe a
tracciare la linea di svolgimento del pensiero che c’ è dentro, e che egli
crede abbia assunto la sua forma finale in una specie di individualismo
romantico corrispondente alle tendenze dello stesso Levi. Dirò bensì che la
distinzione tra arte e filosofia accenna a svanire nel pensiero dell’autore
appunto pel concetto meramente estetico, più che etico, di questa filosofia
romantica a cui egli aderisce: quantunque pur in questo concetto la differenza
permanga e obblighi il Levi a far violenza, qua e là, al pensiero del L. per
dargli queUa sistematicità, che è necessaria anche a una filosofia
individualistica. Il risultato degli studi del Levi, in breve, è questo. Nel
pensiero del L. si devono distinguere due periodi; uno come di distruzione e
dissoluzione dell’uomo, l’altro di affermazione e ricostruzione dell’uomo stesso;
il quale allora si contrappone aUa natura pessimistici^- ! mente e
agnosticamente concepita in cui termina il primo periodo, e si aderge in tutta
la sua grandezza, che è la j sua stessa infeUcità, o piuttosto la coscienza
della sua p infelicità. 11 primo periodo terminerebbe verso la fine | del 1823,
e sarebbe rappresentato, sostanzialmente, dallo 1 Zibaldone', il secondo
comincerebbe, presso a poco, nel J gennaio 1824, quando il L. pose mano alle
Operette morali', a proposito delle quali il Levi scrive giusta- # mente ; « Fa
onore al buon gusto e al senso critico del 1 L. l’aver lasciato da parte tutto
quello ch’egU l sentiva estremamente ipotetico nelle sue teorie inrorno jS alla
storia dell’ incivilimento e agli intenti dcUa natura, ?. e l’aver esposto
definitivamente per il pubblico solo il nocciolo essenziale dei suoi pensieri
intorno alla virtù e alla felicità umana. Insomma, anche pel Levi, lo Zibaldone
è il periodo jelle indagini e dei tentativi (de’ suoi sette volumi i primi sei
giungono al 23 aprile 1824): il periodo, in cui il L. cerca tuttavia se stesso,
e ancora non si ritrova qual era nella sua giovinezza e all’ inizio del suo
speculare: «pieno d’ardore per la virtù, e assetato di felicità, di bellezza e
di grandezza ». La riflessione, in questo periodo, che comincia intorno al ’20,
si stringe addosso a quest’ ideali, che erano la vita dello spirito L.ano; e
non riesce a giustificarli, anzi h corrode e distrugge. Che cosa è il bello ? e
il bene ? e il vero ? e il talento ? Movendo dal sensismo, che negava lo
spirito e non vedeva altro che la natura, tutti i valori dello spirito si
dileguano facilmente dagli occhi del giovane pensatore, poiché perdono tutti la
loro assolutezza, la loro apriorità. Ma da ultimo la vita stessa, che prende in
lui il dolore di questo dileguo di tutti gl’ ideah, si desta nell'esser suo di
coscienza, e prorompe in una espressione ingenua della verità disconosciuta:
espressione, che ferma giustamente l’attenzione del Levi; e giustamente gli fa
segnare questo momento come principio d’un nuovo periodo dello svolgimento del
L., ma comincia ad essere interpretata alla stregua del difettoso concetto che
egli ha delle attinenze della poesia con la filosofia, e a far deviare quindi
tutta la sua interpretazione del secondo periodo. 11 L., il 27 novembre 1823,
scriveva nel suo Diario : « Bisogna accuratamente distinguere la forza
dciranima dalla forza del corpo. L’amor proprio risiede neH’animo. L’uomo è
tanto più infelice generalmente quanto è più forte e viva in lui quella parte
che si chiama Storia, anima. Che la parte detta corporale sia più forte, ciò
per se medesimo non fa ch’egli sia più infelice, né accresce il suo amor
proprio. Nel totale e sotto il più dei rispetti [l’infelicità e l’amor proprio]
sono in ragione inversa della forza propriamente corporale. La vita è il
sentimento dell’esistenza. La materia (cioè quella parte delle cose e dell’uomo
che noi più pecuharmente chiamiamo materia) non vive, e il materiale non può
esser vivo e non ha che far colla vita, ma solamente coll’esistenza, la quale,
considerata senza vita, non è capace di amor proprio, né d’ infelicità. Quello
che in questo luogo il L. chiama sentimento vitale, o vita», avverte
esattamente il T.evi, è manifestamente la coscienza ». Ma continua : Di qui innanzi
egli negherà ancora in astratto la nozione metafisica dello spirito (al che
egli ha avuto cura di tenersi aperta la strada colle circonlocuzioni quella
parte dell’uomo che noi chiamiamo spirituale e quella parte delle cose e
dell’uomo che noi più peculiarmente chiamiamo materia'). A questo lo movevano
il suo bisogno di concretezza, e l’avversione a tutto 1 accattato e il falso
ch’ei sentiva negli entusiasmi spiritualistici dei romantici. Ma, praticamente,
rispetto a sé e rispetto all’uomo in generale, egli ha fermato con sufficiente
sicurezza la nozione di ciò che in esso è di natura spirituale e della sua
dignità». Ora qui è il piincipio del maggiore equivoco EQUIVOCO GRICE, in cui
si dibatte poi il Levi in tutta la sua interpretazione del L.. Nel luogo citato
del Diario c’ è la coscienza della vita, ma non c è la coscienza (il concetto)
di questa coscienza; il L. sente la propria grandezza come uomo sugh animaU e
sugli esseri inferiori, e la propria grandezza come L. sugli uomini comuni,
come potenza di essere infehce. ma non pone mente che egli è grande, non perché
infelice, ma perché conscio della sua infelicità ; cioè non vede 1 esser cuo
nella coscienza che si eleva al di sopra del dolore, e lo impietra, nell’arte;
e però non si può a niun patto asserire che possegga la nozione della propria
natura spirituale e della propria dignità di contro alla natura. Infatti il
possederla praticamente (e soltanto praticamente) come vuole il Levi, che
significa se non che non la possiede come nozione, bensì con quella
immediatezza onde 10 spirito ha, qualunque sistema si professi, coscienza di sé
? Che se egli ne raggiungesse la nozione, il suo pessimismo, che è il contenuto
della sua poesia (attualità reale del suo spirito), sarebbe superato; poiché
sarebbe risoluto nella poesia diventata essa stessa contenuto od oggetto dello
spirito consapevole della propria vittoria sulla natura, come opposizione e
limite dello spirito, e quindi sorgente dell’ infelicità. Il pessimismo è
assolutamente inconciliabile col concetto del valore dello spirito; e questa è
la vera e profonda ripugnanza che prova il L., pur quando intravvede nella
vivacità stessa della sua spiritualità l’essenza propria del reale, che è
sentimento, com’egli s’esprime, dell'esistenza ad affermare quella realtà che
non ha posto nella visione pessimistica del mondo in cui si chiude e fissa
l’anima sua; e però ricorre a quelle circonlocuzioni « quella parte dell’uomo
che noi chiamiamo spirituale » ecc. ; circonlocuzioni, che sono la patente
documentazione del fatto, che il L. non si solleva al concetto dell’essenza
dello spirito. Che se questo concetto si fosse rivelato comunque alla sua
mente, con tutta la sua « avversione all’accattato e al falso che ei sentiva
negli entusiasmi spiritualistici dei romantici », con tutto « il suo bisogno di
concretezza », come avrebbe potuto egh chiudere gli occhi alla luce, e non
vedere che 11 sentimento dell’esistenza, non essendo materia..., non è materia,
e che la presunta concretezza della materia come tale non è altro che
un’astrazione, dal momento che essa non ci può esser nota altrimenti che pel
sentimento che ne ha il vivente? Orbene questa contraddizione intrinseca tra il
sentimento, non elevato a concetto, dell’umana grandezza, e il concetto
(contenuto della poesia L.ana) della nullità dell’uomo di fronte alla natura e
quindi della fatalità assoluta del dolore, questa è la grande situazione
poetica di L. rappresentata così splendidamente dal De Sanctis nel saggio su
Schopenhauer: L. produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede
al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare.
Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un
desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo, che non ti senta migliore; e non
puoi accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti e purilìcarti,
perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. È scettico, e ti fa credente; e
mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti
desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così
basso concetto dell’umanità, e la sua anima alta, gentile e pura la onora e la
nobilita ». Appunto, questo flagrante contrasto tra il suo concetto e la sua
anima è la forma e il valore speciale della sua poesia: ma non perviene mai a
distinta coscienza degli opposti motivi che vi concorrono senza scoppiare
dentro il contenuto (astrattamente considerato come filosofia) in manifesta
contraddizione logica, come avviene nella Ginestra: con quanto vantaggio della
poesia non so. Certo, la forma L.ana si regge sull’equilibrio di questi opposti
motivi, che sono la personalità del poeta e il suo mondo pessimistico:
equilibrio che si mantiene perfettamente, per esempio nell’ Ultimo canto di
Saffo, Saggi critici, à nel canto A Silvia, nel Canto notturno e, in modo
tipico, nei versi All' infinito, dove la personalità si dimentica nel suo
mondo, lo pervade e ne è la forma poetica : laddove, appena vi si contrapponga,
come parte di contenuto (che qui coscienza che il poeta ha di se medesimo)
accanto all'altra parte affatto ahena, tende necessariamente a spezzare l’unità
del fantasma, che è la logica del pensiero poetico. Di tale contrasto il Levi,
poeteggiando anche lui per interpretare il L., non vedo abbia chiara coscienza;
e però scambia la forma col contenuto dell’arte L.ana, e vede una filosofìa
(quella con cui piace a lui d’interpretare l'anima umana) dov’ è soltanto
l’anima, e cioè la poesia del L. Tralascio i bei capitoli, che il Levi consacra
alla storia della concezione storica del pessimismo, quale si disegna già nella
critica dello Stato e della civiltà, della scienza e della filosofia e nella
teoria delle illusioni attraverso 10 stesso Zibaldone per trovare in fine la
sua espressione nei primi canti; Nelle nozze della sorella Paolina, A un
vincitore nel pallone. Bruto minore. Ultimo canto di Saffo, Alla primavera e
Inno ai Patriarchi. ’E vengo al secondo periodo. 11 Levi studia gl’ indizi
della coscienza che il L. comincia ad acquistare della propria grandezza dopo
la dimora che fa in Roma: coscienza culminante da ultimo, in questa nota del
Diario: «Ninna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano
intelletto, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e
fortemente sentire la sua piccolezza.... E veramente quanto gli esseri più son
grandi, quale sopra tutti gli esseri terrestri è l’uomo, tanto sono più capaci
della conoscenza, e del sentimento della propria piccolezza » ». Quindi
s’inizia il secondo periodo, il cui Zibald.] pensiero il Levi vede maturarsi
tutto nelle prose {Storia del genere umano, Dialogo della Natura e di un'Anima,
Dialogo della Natura e di un Islandese, Frammento apocrifo di Stratone) e nelle
note sincrone dello Zibaldone. In questo secondo periodo dall’uomo L. ritrae la
causa del dolore universale nella natura; alla concezione storica del
pessimismo sottentra quella cosmica; ma di fronte alla natura inesorabile
artefice del nostro doloroso destino e imperscrutabile prosecutricc di fini
divergenti dai fini dell’uomo s’accampa questo con la coscienza del proprio
valore: dell’uomo, secondo intende il Levi, in quanto individuo, e pur creatore
del suo valore nel virile disdegno d’ogni illusione, nella magnanima sfida al
Potere ascoso: nell’affermazione, insomma, di sé come coscienza del dolore.
Onde il L. acquista una serenità, una sicurezza ignota a quell’angoscioso
piegarsi e stridere dell’anima sotto il dolore, che è l’atteggiamento del primo
jieriodo. Questo mi pare, se ho bene inteso il cenno più che esposizione del Levi,
il suo modo d’intendere questa forma suprema dello spirito L.ano. Ma contro
questa interpretazione vedo due princijiali difficoltà, la prima delle quali
confesso di proporre con qualche esitazione, perché non sono sicuro di cogliere
interamente il pensiero del Levi. Ed è che non vedo i documenti dell’
interpretazione del Levi per ciò che riguarda l’individualità dell’uomo, che in
questo secondo periodo starebbe di contro alla natura. Nell’allegoria
dell’Amore, alla fine della Storia del genere umano, la designazione dei «
cuori più teneri e più gentiU, delle persone più generose e magnanime », che
vengono a provare « piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine »,
comprende bensì il L., anzi rappresenta soltanto il L.: ma non come individuo
che crea se stesso, col suo valore. Non è coscienza del dovere dell’ individuo.
che può nello spirito vincere l’avversa natura e toccare (juindi la beatitudine
da questa contesagli ; ma è l’im- niediata condizione spirituale del Poeta, la
cui serenità estetica si diffonde per tutta la Storia e ne placa il dolore. 11
ragionamento dimostra la vanità delle illusioni, e di ogni desiderio della
felicità ignota e aliena alla natura dell’universo, e l’amarezza dei frutti del
sapere; ma della beatitudine che spira intorno al nume, figliuolo di Venere
celeste, non v’ è giustificazione, né quindi concetto. Dove egli si posa,
dintorno a quello si aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve,
già segregate dalla consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce per questo
effetto in sulla terra, permettendolo Giove, né potendo essere vietato dalla
Verità, quantunque inimicissima a quei fantasmi. Qui dunque c’ è l’anima che
non s’arrende alla verità; ma non la verità, come concetto dell’anima. E
l’anima è appunto quella dolce serenità che si diffonde per tutta la prosa:
ossia la forma, la poe.sia, non il contenuto, la filosofia, del pensiero L.ano.
Altrettanto, mulatis mutandis, ' mi pare sia da osservare di quella
individualità che il Levi vede nelle varie prose al di sopra del pessimismo
cosmico, fino a Tristano che non si sottomette alla sua infelicità, né piega il
capo al destino, né viene seco a patti, come fanno gli altri uomini.
L'affermazione di Tristano è piuttosto negazione: E ardisco desiderare la
morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità,
con quanta credo fermamente che non sia desiderata al mondo se non da
pochissimi. In altri tempi ho invidiato.... quelli che hanno un gran concetto
di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con alcuno di loro. Oggi non
invidio più né stolti né savi.... Invidio i morti, e solamente con loro mi
cambierei. In secondo luogo, di questo disdegnoso gusto, o come altrimenti si
manifesti la vittoria dell'uomo sulla natura, perché e come potrà farsi una
caratteristica del secondo periodo se nel primo periodo resta, per esempio, il
Bruto minore col « prode » di cedere inesperto, che guerreggia teco Guerra
mortale, eterna, o fato indegno; e resta 1 ’ Ultimo canto di Saffo, in cui
l’uomo si erge magnanimo contro i numi e l’empia sorte, e, conscio della
propria grandezza al di sopra del « velo indegno », emenda il crudo fallo del
cieco dispensator dei casi ? Però credo che nell’esame dei canti del secondo
periodo, cui è consacrato l’ultimo capitolo dell’acuto e suggestivo studio del
Levi, la poesia L.ana sia più d’una volta tormentata affinché risponda
docilmente ai preconcetti filosofici costruttivi dell'autore. Nel Risorgimento
sarebbe celebrata « con gioconda sicurezza la superiorità della vita affettiva
sulla conoscenza e su tutto, e la forza invitta con cui l’io profondo si
afferma, non ostante la contraddizione di tutto l’universo ». Ma, se il L.
canta: Proprii mi diede i palpiti Natura, e i dolci inganni; Sopire in me gli
affanni L’ingenita virtù. Non l’annullàr, non vinsela Il fato e la sventura;
Non con la vista impura L'infausta verità. Pur sento in me rivivere Gl’ inganni
aperti e noti; E de’ suoi proprii moti Si maraviglia il sen. la chiave,
l’intonazione della poesia è in questo meravigharsi dell’animo di fronte al
risorgimento dell’ ingenita virtù: a questo miraeoi novo, che, appunto perché
tale. j^on è menomamente sicura coscienza della superiorità della vita
affettiva sulla conoscenza. Data la sicurezza, perché meravigliarsi ? E se togliete
questa meraviglia, questo stupore innanzi al subito rianimarsi del mondo al
risorgere del vecchio cuore, la poesia è svanita. Un altro esempio
significativo. Nei versi .4 se stesso, secondo il Levi, « ancora una volta si
sfoga riaffermando, disperatamente, ma pure ancora superbissimamente,
l’assoluta solitudine della sua grandezza » ; e cita i versi; Non vai cosa
nessuna I moti tuoi, né di .so.spiri è degna La terra. Amaro e noia La vita,
altro mai nulla; e fango è il mondo. Ma dov’ è qui la solitudine della
grandezza, se il L. vi nega ogni finalità ai moti stessi del cuore, se cioè non
crede che il cuore possa aspirare a nulla, e tutti i versi sono uno
schiacciamento del cuore stanco sotto r immane fatalità ? Infine : « La
Ginestra », dice il Levi, « è da taluni, non senza un po’ di retorica, esaltata
per il suo contenuto morale; da altri è trovata troppo arida e raziocinativa. A
me sembra una cosa grande, anche per quella maschia e dantesca sprezzatura,
onde il poeta non rifugge, per rispetto all’ intento morale, dall’ interrompere
la sua melodiosa poesia colle pagine ossute di ragionamenti in versi. Certo le
parti più belle sono le meditazioni intorno all’ immensità dell’universo e alla
piccolezza dell’uomo, eppoi la straordinaria descrizione delle eruzioni
vesuviane. La bellezza di questa nasce da cosa molto più alta che non sia
l’eccellenza espressiva : e questa è l’intensità tragica del pensiero
universale simboleggiato, e la potenza di una personalità, che si colloca di
fronte alla natura, e ne abbraccia e comprende la terribile grandezza senza
lasciarsene opprimere ». Ma io direi che la Ginestra non può esser cosa grande
per la cosiddetta sprezzatura dantesca d’interrompere la poesia con pagine di
ragionamenti. Se vi sono ragionamenti che interrompono davvero la poesia, il
L., mi pare, sarebbe stato più grande non interrompendo la sua poesia; dato che
la grandezza della poesia non possa essere altro die il carattere eccellente di
una poesia, tanto più poetica, di certo, quanto più ò fusa e una, e tutta poetica.
Vero è che soltanto la retorica può persuadere ad esaltare la Ginestra per il
suo contenuto morale; poiché questa parte appunto (oltre che la polemica contro
la filosofia e contro Mamiani ROVERE (si veda)) è quella in cui è compromesso
l’equilibrio lirico della poesia; ma mi pare anche un errore staccare la
bellezza delle meditazioni sul contrasto tra la grandezza sterminata
dell’universo e la piccolezza deU’uomo, o ciucila della descrizione
dell’eruzione, dall’organismo, dalla vita di tutta la ])oesia, dove é la vera e
sola bellezza, da cui le altre particolari sono irradiate: e che è, credo, la
bellezza della ginestra, del fior gentile, immagine del L., che, mentre tutto
intorno una mina involve, al cielo Di dolcis.simo odor manda un profumo. Che il
deserto consola: l'espressione più delicata della divina poesia leojìardiana. E
dove il Levi afferma con intenzione, che la bellezza non so se della
descrizione delle eruzioni vesuviane o se di tutta la Ginestra, « nasce da cosa
molto più alta che non sia l’eccellenza espressiva » alludendo a una dottrina
estetica, che dice altrove di non poter accettare, noterò che egli mostra di
non aver forse compreso che s’intende in questa dottrina per espressione :
perché l’intensità tragica che egli vi contrappone non è niente di diverso
dalla espressione, se di questa intensità tragica intende parlare in quanto la
vede nella Ginestra] poiché l’espressione va cercata nell’atteggiamento
individuale che lo spirito assume di fronte a una certa materia, e questa, quindi,
in lui. Ma c’ è poi quella personalità, che si colloca di fronte alla natura
senza lasciarsene opprimere? Qui sarebbe il proprio della interpretazione del
Levi. Né supplicazioni codarde, né forsennato orgoglio. Ma la ginestra non
supplica semplicemente perché, più saggia dell’uomo, non crede sue stirpi
immortali, e sa pertanto che supph- cherebbe indarno al futuro oppressore. Non
c’ è, dunque, né pur qui, l’individuo che si contrappone alla crudel possanza,
ma la serenità pacata della coscienza della sua inesorabihtà ; insensibiUtà di
saggio antico, più che affermazione romantica dell’umana personalità. In
conchiusione, anche al nuovo schema filosofico la poesia L.ana si sottrae e
repugna, per richiudersi sempre ostinata nella naturai veste del suo pathos
lirico. ^l//o scritto precedente il prof. Levi rispose con alcune osservazioni
ingegnose ^ a cui fu replicato con la seguente lettera: Egregio Professore, Mi
par difficile discutere delle interpretazioni particolari di questa o quella
poesia o altro documento del pensiero L.ano senza rimettere in discussione il
concetto generale e quindi i canoni critici del Suo lavoro. Perché le mie
osservazioni singole non miravano a confutare singole opinioni e determinati
giudizi, né a mostrare piccole infedeltà ed inesattezze, sì bene a far vedere
in atto r illegittimità del criterio fondamentale con cui aveva Ella
ricostruito la sostanza dello spirito leo- [Si possono leggere nella Critica,]
pardiano. Così, nella risjiosta che Ella dà a talune delle mie critiche particolari,
mi pare si sia lasciato sfuggire r intento generale e il significato
complessivo del mio articolo. Per esempio, perché, pur consentendo che nel
luogo citato dello Zibaldone con vita o sentimento dell’esistenza H L. intenda
la coscienza, 10 negavo che si dimostrasse la coscienza, ossia il concetto,
della coscienza ? Perché questo concetto, in quanto tale, in quanto parte di
una generale intuizione del mondo, era ciò di cui Ella aveva bisogno per
cominciare a vedere nel L. la filosofia individualistica, in cui Ella intende
riporre l’essenza della più alta poesia L.ana. Con ciò io non dovevo attribuire
al L. soltanto 11 possesso immediato della coscienza (com’Ella mi fa dire), che
sarebbe stato invero troppo poco: ma solo un senso vago o, se vuole, una
nozione imperfetta, o magari un concetto, che però non era un vero concetto,
della coscienza. Il Leoparch insomma vede lì la coscienza, ma non la pensa;
sicché per lui pensatore questa coscienza è come se non fosse ; e non può dirsi
perciò, che « praticamente, rispetto a sé e rispetto all’uomo in generale, egli
ha fermato con sufficiente sicurezza la nozione di ciò che in esso è di natura
spirituale e della sua dignità. Il senso della spiritualità e della dignità
spirituale di sé e dell’uomo in generale sì; e questo appunto io dicevo essere
non il contenuto (la filosofia, il concetto) della poesia L.ana, ma la forma
(la poesia, la lirica, l’espressione della personalità del poeta, superiore
alla sua filosofia). Così, sarà verissimo che il L. si creda infelice perché
grande, piuttosto che grande jierché infelice. Ma questo non ha che vedere con
la mia osservazione che, se egli avesse avuto il concetto della coscienza,
avrebbe veduto la propria grandezza in un grado spirituale che è al di sopra
del dolore e della infelicità. La coscienza per lui era la stessa sensibilità,
non la coscienza vera e propria, il superamento della sensibilità, la filosofia
del dolore, che, come filosofia e quindi oggettivazione e visione sub specie
aeterni del dolore stesso, non può non liberare da esso il soggetto. Nel
Dialogo della Natura e di un Anima il L., phi che far dipendere l’infelicità
dalla grandezza, identifica l’una con l’altra. L’Anima domanda Ma, dimmi,
eccellenza e infehcità straordinaria sono sostanzialmente una cosa stessa? o
quando sieno due cose, non le potresti tu scompagnare l’una dall’altra?» e la
Natura risponde; Nelle anime degli uomini, e proporzionatamente in quelle di
tutti i generi di animah, si può dire che l’una e l’altra cosa sieno quasi il
medesimo : perché l’eccellenza delle anime importa maggiore intensione della
loro vita; la qual cosa importa maggior sentimento dell’ infelicità propria ;
che è come se io dicessi maggiore infelicità ». Dove è chiaro che la infelicità
maggiore è maggiore sensibilità, cioè eccellenza, grandezza spirituale: perché
l’infelicità è tale in quanto è sentimento di essa, cioè quella vita, nella cui
intensione consiste l’eccellenza dell’animale. E però L. deve ad ogni modo
commisurare la propria grandezza con la propria infelicità ; ciò che egli non
avrebbe fatto, se avesse fermato con sicurezza, sia pure praticamente, la
nozione della vera realtà spirituale, che in lui spontaneamente s’afferma
quando, come per esempio nella sua lettera del 15 febbraio 1828, tra i «
maggiori frutti » che si proponeva e sperava da’ suoi versi annoverava «il
piacere che si jirova in gustare e apprezzare i propri! lavori, e contemplare
da sé, compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con
altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo ; sia essa o non
sia conosciuta per tale da altrui. Dove c’ è quel dolore impietrato, di cui io
parlavo come dell’unica forma possibile del dolore in quanto contenuto della
coscienza « ; ma di questa coscienza, e quindi di quella vita del dolore che
non è più dolore nella vita dello spirito il L. non ha coscienza. E però il
contrasto interiore che io vedo nella poesia del L. è identico a quello che ci
vedeva il De Sanctis, anche se, nel passo citato da me, rappresentato da un solo
aspetto; il contrasto tra la ricchezza spirituale della personalità del poeta e
la povertà, per non dire negazione, di ogni sostanzialità spirituale, propria
del contenuto della sua poesia. Del Dialogo di Tristano e di un amico non è
esatto che il primo periodo citato da me sia; E ardisco desiderare la morte
ecc. ». Le parole precedenti erano state pur da me riferite immediatamente
prima fino a Tristano che non si sottomette alla sua infelicità, né piega il
capo al destino, né viene seco a patti, come fanno gli altri uomini » Ma queste
parole non potevano impedirmi di vedere in quel che segue, e in cui confluisce
il pensiero di quelle stesse parole, e però in tutto il Dialogo, una negazione
piuttosto che un’affermazione: e negazione non soltanto, come Ella dice, della
propria persona empirica; perché la morte, pel L., non distrugge soltanto la
persona empirica, ma tutto l’essere dell’ mdividuo. Mi piace ricordare la
felice osservazione di Sanctis {Studio sul L.). L. ha la forza di sottoporrei
il suo stato morale alla riflessione e analizzarlo e generalizzarlo, e
fabbricarvi su uno stato conforme del genere umano. Ed aveva anche la forza di
poetizzarlo, e cavarne impressioni e immagini e melodie, e fondarvi su una
poesia nuova. Egli può poetizzare sino il .suicidio, e appunto perché può
trasferirlo nella sua anima di artista e immaginare] Bruto e Saffo, non c’ è
pericolo che voglia imitarU. Anzi, se ci sono stati momenti di felicità, sono
stati appunto questi. Chi più felice del poeta o del filosofo nell'atto del lavoro
? — L’anima, attirata nella contemplazione, esaltata dalla ispirazione, ride
negli occhi, illumina la faccia. Quanto alla differenza di disposizione
spirituale tra ;j pruto minore, per esempio, e il Dialogo tra Plotino e
Porfirio o VAmore e morte, dove si anela alla morte, ma la si attende
serenamente, deposto ogni disperato pensiero di suicidio, non occorre negarla
per non vedere né anche nei componimenti più tardi quella coscienza jel valore
della propria individualità, che Ella ci vede. ^'el detto Dialogo non si cela,
almeno io non riesco a scorgere, « quella robusta fede nella grandezza umana,
riconosciuta possibile sempre, perché bastevole a se stessa ». Se l’essere
dell’uomo è la sua vita, quivi si dice che «la vita è cosa di tanto piccolo rilievo,
che l’uomo, in quanto a sé, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla
né di lasciarla. E, se non m’inganno, la nota fondamentale del dialogo è nelle
ragioni della tollerabilità della vita, per misera che sia: le quali ragioni
sono bensì la critica del pessimismo materialistico del L., ma restano nella
forma di sentimento, bastevole a conferire al dialogo quell’ intonazione
affettuosa che gli è propria, e sono veramente l’opposto di quella affermazione
dell’ individualità dello spirito, di cui si va in cerca : « Aver per nulla il
dolore della disgiunzione e della perdita dei parenti, degl’intrinsechi, dei
compagni; 0 non essere atto a sentire di sì fatta cosa dolore alcuno; non è di
sapiente, ma di barbaro. Non far ninna stima di addolorare colla uccisione
propria gli amici e i domestici; è di non curante d’altrui, e di troppo curante
di se medesimo. E in vero, colui che si uccide da se stesso non ha cura né
pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta, per
così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano; tanto
che in questa azione del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il più
sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo, che si trovi
al mondo. Se prendessimo atto di questa critica del suicidio che. risolvendosi
in una serie di asserzioni, vale certo come effusione di stati immediati
deU’animo, ma non come filosofìa che filosofia diverrebbe questa del Poeta che
ha ragionato sempresul presupposto che la vita dell’uomo sia racchiusa nella
sua sensibilità, e che tutto il mondo all’uomo non si rappresenti se non nella
breve sfera del piacere e del dolore suo individuale ? Ma, d’altra parte, senza
questa contraddizione interna tra la filosofia dominante nel dialogo e il senso
affettuoso onde il poeta è avvinto ai suoi prossimi e a tutto il genere umano
(cfr. la Ginestra) e che pervade tutta la conversazione intima di Plotino con
Porfirio, dove se n’andrebbe la poesia del commovente dialogo ? Nell’ intendere
come ho inteso il Risorgimento posso sbagliarmi; e la sicurezza con cui Ella
crede si debba intendere altrimenti, mi fa dubitare forte del mio giudizio. Ma
la ragione che mi oppone non mi riesce molto persuasiva; c’è, di sicuro, nella
poesia una risposta alle domande: «Chi dalla grave, immemore Quiete or mi
ridesta ? Che virtù nova è questa ? Chi mi ridona il piangere Dopo cotanto
oblio ? » ecc.; Da te, mio cor, quest’ultimo Spirto e l’ardor natio. Ogni
conforto mio Solo da te mi vien; ed è vero che nella quartina precedente
l’accento maggiore è nel terzo verso. Ma è anche vero che questa risposta è la
soluzione del problema, in cui consiste la poesia : l’inaspettato, il
miracoloso risorgimento del vecchio cuore. E quindi il sentimento che regge
tutta la poesia mi pare la meraviglia. Ragione, invece. Ella ha certamente nel
correggere il significato da me attribuito In un periodo ora non più ristampato
dello scritto precedente. agli ultimi versi del canto A se siesso; ma pur dopo
la correzione, il significato del canto non è punto favorevole alla tesi
dell’affermazione della propria grandezza, gi a quella del grido della
disperazione, comune a quasi tutta la poesia L.ana. E nella Ginestra chi
negherà il motivo da Lei richia- luato, della personahtà del Poeta che non si
lascia opprimere dalla crudel possanza della natura ? Ma bisogna vedere quanto
questo motivo sia attenuato qui dall’umile coscienza delle proprie sorti («che
con franca hngua. Confessa il mal che ci fu dato in sorte, E il basso stato e
frale...; ma non eretto Con forsennato orgoglio inver le stelle. Né sul
deserto.... » ecc.), e quasi rammoUito e sciolto nell’amore con cui l’animo
abbraccia tutti gli uomini fra sé confederati, e nella poesia consolatrice che,
commiserando i danni altrui, manda al cielo, come la ginestra, un profumo di
dolcissimo amore, che consola il deserto. Anche la ginestra, che piegherà il
suo capo innocente sotto il fascio mortai, insino allora non piegherà indarno
codardamente supplicando innanzi al futuro oppressor; ma ciò non toglie nulla
alla gentilezza del fiore di tristi lochi e dal mondo abbandonati amante, né
alla solenne rassegnata pacatezza del vero sapiente cantata da L. Certamente,
tutte queste cose meriterebbero di essere chiarite con un’anahsi più accurata
degli scritti L.ani; e io voglio sperare che questa discussione possa invogliar
Lei, che ha studiato tutte le cose del nostro grande Poeta con tanto acume e
con tanto amore, a non staccarsene senza prima avervi gittate su la luce di
nuove ricerche. Maestro di vita L.? Bertacchi > si è proposto appunto di «
raccogliere dagli scritti di Giacomo L. e di comporre in multiforme unità gli
elementi dell’opera sua nei quali parlino più alto le feconde ragioni della
vita»: «quanto di sereno o di mcn ; triste ricorre neUe pagine del Nostro;
quanto di attivo e di energico, pur nello stesso dolore, risulta dal senti- j
mento, e dal pensiero di lui.... allo scopo di integrar, ^ se pos’sibUe, la
figura del grande Scrittore ». Per dire la ' cosa più semplicemente e
chiaramente, egli intende illu- | j strare tutti gli elementi ottimistici
propri della poesia .‘1 L.ana. 1; Elementi che non mancano certamente nella
detta 'i poesia; e costituiscono la singolare caratteristica del suo j
pessimismo, come già osserva Sanctis nel suo dialogo sullo Schopenhauer (dopo
che allo stesso concetto aveva accennato un ventennio prima Alessandro Poerio,
in una sua lirica rimasta inedita); e conferiscono infatti agli scritti di
questo dolente e de- I solato pessimista un’alta virtù educativa e
consolatrice. E molti studi diligentissimi furono fatti in questo senso i da
Negri, nelle sue Divagazioni, che pare siano t rimaste ignote al Bertacchi. Ma
c’è ottimismo e ottimismo; e la ricerca del Bertacchi mi pare avviata m una J
direzione, che potrà condurre a falsificare interamente il, carattere dello
spirito L.ano, attribuendogli un ot- l timismo edonistico od estetico, che solo
un lettore di-A proposito del libro di Bertacchi, Un rft vita-. Sag^o L.ano, Il
poeta e la natura, Bologna, /a nichelli, igi?- stratto e superficiale può
vedere in alcuni aspetti della sua sublime poesia. Giacché l’ottimismo del L. è
la fede e l’esaltazione della virtù, della grandezza e della lenza dello
spirito, di quelle necessarie illusioni, come egli le chiama, a cui non trova
posto nel mondo, guardato come cieco crudele meccanismo naturale; ma che non
perciò egli abbandona, anzi afferma sempre più vigorosamente: di guisa che il
suo mondo triste e doloroso viene da ultimo purificato e rasserenato in questa
intuizione schiettamente spiritualistica. La quale, d’altra parte, non a\Tebbe
il suo proprio particolar significato, disgiunta dalla negazione pessimistica
della vita dei piaceri e delle gioie naturah, che ne è come la base o il
contenuto. In questa contraddizione intima tra la natura cattiva e lo spirito
buono che in sé accoglie la visione di cotesta natura, consiste proprio la
radice, da cui trae alimento tutta la poesia del L.; per intender la quale non
bisogna lasciarsi sfuggire né l’uno né l’altro dei due elementi contradittorii.
11 Bertacchi invece crede di poter quasi cogliere in fallo il Poeta ogni volta
che il vivo senso delle bellezze naturali (poiché in questa prima parte egli
studia il Poeta in rapporto con la natura) fa lampeggiare dentro ai suoi canti
una sensazione di letizia; per modo che, contro r intenzione del Poeta, la sua
poesia tratto tratto scoprirebbe nella stessa realtà naturale ravvivata
dall’anima dello stesso Poeta le ragioni della vita; ossia una fonte di
dolcezza, a cui il Poeta inconsapevole pur seppe attingere. Poiché, per lui, «
vita è sentire e far sentire il bello e il sereno di natura; vita ravvisare e
creare le fide corrispondenze con essa », e poi « l’uscirle incontro così, con
gli occhi luminosi di gioia o impregnati di pianto, narrarle le anime nostre, consenta
o contrasti essa con noi, moltiplicarci, nel suo cospetto, di atteggiamenti e
di modi, circuirla di umani argomenti. ] dedurre dal suo stesso sensibile le
conchiusioni jiiù nostre e i significati inattesi » ecc., e il Poeta studiato «
ne’ suoi fedeli commerci con la natura esteriore » apparirebbe maestro di vita
«spirito vigile e attivo. ])ronto a fecondarsi d’intorno e a moltiplicarsi le
cose » che sdoppia e ingrandisce e abbellisce con la sua fantasia. Insomma la
vita di cui sarebbe maestro il L. è una vita di piacere | del piacere procurato
dalla intuizione estetica della natura. Tesi in parte ingenua e oziosa, in
parte falsa. Perché se si volesse dire soltanto che il L. insegna a guardare
esteticamente la natura e in generale a dar vita estetica al mondo sensibile,
questo sarebbe verissimo, ma così del L. come, più o meno, di ogni grande
poeta; e non c’ è nessun bisogno di dimostrare questa tautologia, che un’opera
d’arte, qualunque essa sia, è rappresentazione estetica; e quel che può avere
un interesse e un significato, è dimostrare nel caso particolare in che modo un
artista rappresenti il suo mondo. Ma la tesi di Bertacchi ha in più la pretesa
d’indicare attraverso questo vagheggiamento fantastico della bella natura una
vita diversa da quella apparsa triste al Poeta: quasi che questi ne avesse
avuto innanzi due, una bella e luminosa e 1 altra squaUida e buia, e gli occhi
di lui, senza ch’egli se ne accorgesse, fossero attratti più dalla prima, e la
luce di questa s’effondesse sull’altra. Che è una pretesa affatto erronea; e
giustificabile soltanto col criterio dal Bertacchi candidamente esposto fin
dalla prima pagina del suo libro, come norma fondamentale del suo metodo
critico. Quivi infatti dice essere «comunissima sentenza che l’opera d’uno scrittore
non valga solo per sé, ma anche per il modo diverso ond’essa, quasi, si adatta
a ciascuno di noi », poiché « spesso dalla parola d’un autore, acco- r stata
alle anime nostre, si svolgono sensi ulteriori che l’autore non previde, ma che
le affinità degli spiriti e le somiglianze dei casi vi sanno naturalmente
ritrovare. Il creatore è creato a sua volta, è rinnovato via via di
significazioni e di uffici ». Sicché L. maestro di vita è il L. dei sensi
ulteriori e non il L. storico; L. creato più che il creatore: creato,
s’intende, in questo caso, da Bertacchi. 11 quale, una volta sul punto di
creare, non è più legato da nessuno dei vincoli onde ogni critico e storico è
legato alle opere che intende interpretare; e può scegliere tra gli scritti
L.ani quelli soli o di alcuni di essi quelle parti soltanto, in cui meglio può
vedere adombrata l’imma- I gine del maestro di vita che desidera raffigurare.
Così comincerà con lo scartare le prose ; perché « nella voluta terribile
aridità » di queste, « il pensatore sinistro svolge i suoi tristi argomenti, e
noi non abbiamo agio di aggiungervi nulla del nostro » (nessun senso tiUeriore
!) ; «egh non suscita in noi altro moto che non sia d’attenzione a quella sua
logica amara ». E il Bertacchi vuol dire che lì c’ è il pensiero del L., e non
c’ è la natura nei suoi aspetti suscitatori d’immagini belle: il che non è poi
vero, se si considerano almeno la Storia del genere umano, il Dialogo della
Natura e di un Islandese, La Scommessa di Prometeo e V Elogio degli Uccelli. Pel
Bertacchi le Operette morali sono filosofia e non poesia. Da scartare poi le
poesie in cui il Poeta «trasferisce nel canto quella materia medesima»,
malgrado «la maggior seduzione portata dall’onda del verso, dal periodar
musicale, dalle pur rare imagini che infiorano il discorso qua e là ». E con
questi caratteri il Bertacchi non si perita di designare, oltre 1 ’ Epistola al
Pepoli, la Palinodia ed / miovi credenti, canti come II pensiero dominante.
Amore e morte, il Bassorilievo antico e il Ritratto di bella donna ; definite «
Uriche anch’esse di pensiero e infuse di sentimento » ! Scartate, almeno questa
volta, le poesie in cui il L. parla bensì diretto al nostro cuore {Sogno,
Consalvo, A se stesso, Aspasia), ma cantando se stesso non esce dall’ambito umano
e sdegna ogni elemento esteriore : giacché « chi legge, anche in tal caso, è
legato alla parola del poeta, e solo la rielabora in sé in quanto essa gli
desti nel cuore un moto di passioni consimili che il cuore abbia provato esso
stesso ». Da escludersi infine i canti civili {AW Italia, Monumento di
ALIGHIERI, Ad .-l. Mai, Alla sorella Paolina, A un vincitore nel pallone) ;
sempre per lo stesso motivo, che « si resta, sebbene con ampiezza maggiore
nell’ordine voluto dal poeta ». Restano le altre poesie, dove il L. « canta
all’aperto » ed effonde il canto dell’anima al cospetto della natura: «vive con
la natura, o almeno, nella natura. E questa natura, poi, è quasi sempre serena
». Qui il ])oeta Bertacchi, creatore del creatore, può spaziare a suo agio nel
vasto cielo dei sensi ulteriori. Ecco; 1 paesaggi campestri, le scene umili o
grandi in cui si veniva a comporre l’anima del dolente poeta, sono sempre
evocati nei loro aspetti più belli ; soleggiati sono i suoi giorni; le sue
notti sono stellate e inargentate di luna. La pioggia, che appar malinconica in
un dei giovanili b'ranintenti, e procellosa in un altro, riappare in Vita
solitaria con fresca dolcezza mattutina, attraversata dal sole che entro vi
trema sorgendo». E questa presenza della natura « non è senza effetto per noi
». Creare qui si può. « Egli, il poeta, potrà bene, contro ogni serena
bellezza, accampar le sue tristi fortune, o le innate sventure di tutto il
genere umano, o l’arcano terribile dell’esistenza; noi potremmo bene, com’ei
vuole, seguirlo nei suoi tristi argomenti, veder quella bella natura velarsi
del dolore di lui, sentir vivo il contrasto che si agita tra quel poeta e quel
mondo: ma, poi, non possiamo impedire che alcunché di quel bello, di quel
sereno che egli evoca, si apprenda alle anime nostre, e festi in noi quasi a
sé, quasi distinto dai sensi che il poeta vi associa, congiungendosi, anzi,
dentro di noi con quante visioni di giorni dorati e di pure notti profonde vi
si raccolsero negli anni ». Che sarà anche, come si sarà avver- t^ito, neh’
onda del verso — una poesia bertacchiana, un senso ulteriore, che L. non ci
mise (come ALIGHIERI (vedasi) della novella sacchettiana), ma non ha più niente
che vedere colla poesia del L. E dove pare si accenni a un giudizio critico,
non può essere altro che una vaga e soggettiva impressione priva d’ogni valore.
Così il Bertacchi ci dirà che nel Sabato del villaggio e nella Quiete dopo la
tempesta « il poeta ha compromesso il filosofo versandoci con troppa pienezza
nel cuore tutta la poesia soave, tutta l’ondata di vita che trabocca dalle ore
descritteci. Che, come giudizio, è un errore, perché tutta quella poesia
traboccante è l’incarnazione deU’ idea stessa del filosofo, che nel Sabato non
si esibisce già nella sentenza finale (« Questo di sette è il più gradito
giorno, Pien di speme e di gioia; Diman tristezza e noia Recheran l’ore »), ma
vive in tutta la rappresentazione precedente: dove tutta la gioia è la gioia
d’una speranza guardata coi mesti occhi della provata delusione: è la soavità
della fanciullezza ma non quale la sente il fanciullo, bensì come la rimpiange
l’uomo già esperto della vita, in cui ad una ad una si son dileguate le
speranze lusingatrici della prima età. E bisogna non vedere questa pietosa
malinconia, che prorompe da ultimo, ma s’annunzia già dalla malinconica
donzelletta tornante dalla fatica dei campi sul calar del sole, cioè chiudere
gli occhi su tutta la poesia, per parlare d’un dualismo tra poeta e filosofo, e
d’un poeta che prende la mano al filosofo. O. c., p. IO. Altro esempio, o
L'idillio A llu Lufiu e 1 altro La vtla, solitaria..., pur movendo da uno stato
di tristezza, lasciano tanto agio alle malie naturali, da non permettere a
queUa di farsi vero dolore, la mantengono in una sospensione fluttuante, nella
quale diresti che il poeta sia perplesso sul proprio stato » >. Ora, il
breve idiUio Alla \ luna non fluttua punto, ma esprime nettissimamente il
piacere deUa ricordanza sia pur nel noverare l’età del proprio dolore; il grato
«rimembrar delle passate cose, ancor che triste, e che l’affanno duri». E la
Vita solitaria fluttua soltanto agli occhi di chi non vegga l’umtà e la sintesi
che ne è tema (neU’anima, s’intende, del poeta, e quindi in ogni parte della
sua poesia) tra la fresca c solenne beUezza della natura e il sospirante
solingo muto, che non trova in essa pietà (« E tu pur volgi Dai miseri lo
sguardo; e tu, sdegnando le sciagure e gh affanni, alla reina FeUcità servi, o
natura »). Ma in tutto il volumetto non si trova una pagina in cui propriamente
il Bertacchi affisi la poesia del L. invece di vagare nei suoi cari sensi
ulteriori. Dei quali a volte sente come il bisogno di scusarsi, dicendo per
esempio delle Ricordanze che, dopo avere sentito col poeta, «poi è naturale, è
umano che noi, da parte nostra, riviviamo tutti quei sensi di vita che, sia
pure a cagione di rimpianto, quivi il poeta rievoca; che essi nell’anima
nostra, non afflitta da quelle cagioni, lascino pure qualcosa della originaria
dolcezza; è umano che le stelle dell Orsa e le lucciole del giardino e il canto
della rana remota e j viah odorati e i cipressi e il chiaror delle nevi si
aggiungano, come sorte da noi, alle sensazioni già nostre, ai retaggi
deU’essere nostro»». Umano, troppo umano, certamente. Ma che lavoro sarà questo
? Sarà poesia sulla poesia ? Dovrebbe essere. Ma la poesia, per dir la verità,
non so vederla nella prosa agghindata, saltellante e retoricamente sonante del
Ber- tacchi. « Ma il dono che L. fece a se stesso ed a noi, godendo e
mettendoci a parte di tante scene serene, non è il significato maggiore della
complessa sua opera, cede, per importanza, alla virtù ivi profusa di vivere
della natura e di comunicare con essa, quali ne siano gli aspetti, quali ne
siano gli effetti ». « Corrispondenza tra la natura e lui, che era in se
stessa, per lui, elemento e ahmento di vita ». « Quelle mitologie che, sia pure
fingendo e trasfigurando, ci definiscono innanzi la visione delle cose, non le
sgombrano forse di quell’aura d’arcano e di vago che è tanto cara al poeta,
conforme all’ inconscio e aU’ ignoto onde è come infusa ed effusa la
fanciullezza dei singoli, la giovinezza dei popoli. Momenti e motivi reali, più
che di pura idea, sono que’ tocchi ed accenni di cui venimmo parlando; son temi
di canto, perché ci son dati da tale che tutto era uso ad avvolgere in aura di
poesia i temi son temi e temi che, comunque, ci attestano come la stessa malia
delle sensazioni infinite fosse cagione per lui a meglio indugiar sulle cose ed
a sorprenderle meglio ne’ loro attimi sacri » ». Né sarà poesia la ritmica
prosa, in cui il Bertacchi ama troppo spesso cullarsi per jiagine e pagine,
dove forse i sensi ulteriori gli soccorrono più lenti alla fantasia. Ecco, per
un esempio, la chiusa d’un capitolo. Come Saffo e Bruto, pur la Ginestra e il
Pastor, le grandi liriche sorelle nate dalle notti d’ Italia, aggiungono alle
notti medesime qualcosa che prima non c’era. Molti di noi certamente, in
qualche grande ora deU’anima, guardando i cieli notturni, sentirono ripioversi
in cuore un’eco di quei canti stellati, e ripensando al poeta congiunto da quei
canti a quei cieli, ridissero a se medesimi. Egli è passato di là ». Squarci,
dunque, di eloquenza, anzi di oratoria ritmica ; alla quale potranno non
mancare gli ammiratori; ma in cui non direi che sia ricreato i] L.. Proprio il
L. ! Meglio, molto meglio che quest’oratoria si volgesse a qualche altro tema
di risonanze ulteriori: per esempio a un Cavallotti. Prolusione al Corso di
letture L.ane che il Comitato della Dante Alighieri di Macerata istituì nel 1927
presso quella Università; nella cui Aula Magna questo discorso venne
pronunaiato; quindi pubblicato nella Nuova Antologia. A inaugurare oggi in
Italia un corso perpetuo di letture L.ane c’ è da essere assaliti da un certo
sgomento, per la responsabilità che si assume. E ciò per un doppio motivo.
L’uno, il più ovvio, è che il L. si rajjpresenta generalmente come un maestro
di pessimismo; ed alzare una cattedra a illustrazione del suo pensiero e della
sua poesia può parere perciò tutt’altro che opportuno in un paese che ha
bisogno di reagire a vecchie e radicate tradizioni d’indifferentismo e
scetticismo e di allargare il petto ad energici sentimenti di fiducia nelle
proprie forze e ad alte convinzioni di fede nella vita che è chiamato a vivere.
Oggi sopra tutto, che il popolo italiano è raccolto nella coscienza di grandi
doveri da assolvere e nel senso della necessità di rifare nella disciplina, nel
lavoro, negli ordinamenti civili, nella educazione della gioventù a maschi
propositi e metodi di vita l’antica fibra del carattere nazionale. E sarebbe
questo il momento di diffondere nei giovani e nel popolo gli ammaestramenti
pessimistici del poeta, la cui poesia non si gusta senza sentire con lui tutta
la miseria di questa vita e l’inanità d’ogni sforzo che si faccia per
medicarla? Motivo grave di esitazione e titubanza; ma che, lo confesso, non
turba tanto l’animo mio quanto l’altro che vi si aggiunge a far temere un
pericolo nella istituzione che oggi si inaugura. Giacché chi abbia anche una
elementare conoscenza della poesia L.ana, sa bene che il suo pessimismo non ha
mai fiaccato, anzi ha rinvigorito gli animi; e lungi dallo spegnere, ha
infiammato nei cuori la fede nella vita, nella virtù e negl’ ideali che fanno
degna e feconda la vita umana degl individui e dei popoh. Ma il più
preoccupante sospetto è che L., come già altri poeti e sopra tutto Dante,
argomento di letture pel pubbhco, diventi anche lui materia di quel malfamato
genere letterario che troppo è stato coltivato negh ultimi tempi dagl’ Italiani,
e che dicesi delle «conferenze»; genere che vorremmo avesse fatto il suo tempo,
e potesse ormai relegarsi tra le smesse abitudini dell’anteguerra. Giacché
bisogna che gl’ Italiani si persuadano che, se si vuol far davvero, e stare tra
le grandi Potenze, ed essere un popolo vivo, serio, temibile, realmente
concorrente con gli altri popoli che sono alla testa della civiltà nel dominio
del mondo materiale e morale, bisogna romperla col passato. Dico col jiassato
dell’accademia e della «letteratura», dei sonetti e delle cicalate, degli
eleganti ozi e trattenimenti per dame e colti signori in cerca di onesti
passatempi, più o meno noiosi; in cui ogni argomento era buono purché
leggermente, discretamente, spiritosamente trattato, o agitato con oratoria
adatta a mover gli affetti e guadagnare gli applausi: ma in cui né dicitore
mai, né ascoltatori debbano sentirsi impegnati, pel solo fatto di parlare o di
ascoltare, a sentire seriamente, schiettamente, con tutta l’anima, e a pensare,
a trarre da quel che si dice o si apiilaudisce, conseguenze che siano norme di
condotta e quasi cambiali che prima o poi scadranno e si dovranno scontare. La
conferenza, si sa, non è un discorso da comizio, in cui oratore e pubblico, in
buona fede, e anche in mala fede, compiono un’azione e si preparano a compierne
altre; e non vuol essere una predica, che debba edificare un uditorio di
fedeli. L’ ideale è che nessuno vi sbadigh ma neppure vi s interessi tropjio,
nessuno vi si riscaldi; e a trattenimento finito, ognuno Si ge ne torni a casa
con lo stesso animo — vuoto con è venuto alla conferenza. Ideale vecchio per
gl’ Italiani. Sorse e si sviluppò durante il Rinascimento, quando dall’umanista
venne fuori il letterato, e nacquero, fungaia che si estese rapidamente per
tutto il suolo del bel Paese, tutte quelle accademie dai nomi strani e
burleschi che attestavano es«i stessi la frivolezza dei propositi e la
spensieratezza jegli studiosi perditempo che \’i si riunivano; accademie, che
pullularono in tutte le città e borghi d’ Italia dalla nietà del Cinquecento in
poi, e di cui molte ancora resistono al sorriso, al sarcasmo e al fastidio
degli spiriti nioderni e alla storia, e vivacchiano oscuramente sul margine dei
bilanci dello Stato nelle provincie e anche nelle maggiori città ricche di tradizioni
letterarie, a danno delie istituzioni più utili e più serie. All’ombra delle
accademie vegetò tutta la vecchia cultura italiana, esanime e priva d’un
profondo contenuto e interesse religioso, morale, filosofico, umano; poesia
senza ispirazione, filosofia alla moda, erudizione per l’erudizione, scienza
per la scienza, nessuna fiassione, né anche nella letteratura politica, che
legasse il pensiero alla persona e la persona al suo pensiero. Una repubblica
delle lettere, in cui l’uomo non era cittadino della sua patria, né padre della
sua famiglia, né credente della sua religione, ma puro spirito innamorato di
astratte forme, senza attinenza con la pratica della vita e con la realtà degl’
interessi personali. Cultura intellettualistica, di cervelli magari pieni zeppi
di notizie peregrine e di squisite nozioni e raffinatezze di arte, ma
senz’anima, senza cuore, senza né odi né amori. Cultura estranea alla vita; che
era poi vita senza cultura, cioè senza riflessione e senza idealità ; la vita
degli uomini proni alla frivolità e agl’ interessi particolari, chiusi ad ogni
alto e generoso sentimento e ad ogni idea la cui attuazione richiedesse fatica
e sforzo. Gentile, MaiXrZoni e L.. Chi non conosce queste debolezze dello
spirito italiana nei secoli della decadenza ? Chi non sa che 1’ Italia risorta
tra le nazioni quando s’ è vergognata di quella cultura e di quella
letteratura, e con Parini ed Allieri ha cominciato a sentire che il poeta
dev’essere pur uoiuo e che poesia, come ogni altra forma d’ingegno, vuoi dire
pure volontà, carattere, umanità ? Chi non sa che j)ur dopo la miracolosa
risurrezione di quest’attesa fra le genti, come fu delta 1’ Italia, si sentì
che essa sarebbe stata una creazione effimera ed insignificante senza gl;
Italiani ? Cioè senza Italiani che cominciassero a unire e a fondere insieme
quel che avevan sempre diviso, l’in. teUigenza e la volontà, la letteratura e
la vita, la scienza e gl’ interessi concreti e attuali deH’uomo, facendola
finita jier sempre con l’accademismo e con la rettorica e con tutta la vecchia
sapienza scettica dell’altro è il dire e altro è il fare », per cominciare a
prender sul serio tutto, a lavorare tenacemente, a sentire come proprio r
interesse comune, a stringere la propria sorte a quella della patria, a sentirla
perciò questa patria come intima a sé e tale da meritare che per lei si viva e
che per lei si muoia ? Chi non sa che la vecchia Italia rifatta di fuori si
doveva pur rifare di dentro? Questa almeno l’aspirazione del Risorgimento. Ma
venuto meno lo slancio morale di quell’età eroica, tale aspirazione si attenuò
e fu meno sentita; e nei riposati tempi di pace e di raccoglimento succeduti al
periodo agitato della rivoluzione e della formazione del Regno, certi vecchi
spiriti dell’anima italiana tornarono a galla; nel rifiorire della cultura (che
certamente molto s’avvantaggiò di quei decennii ultimi del secolo scorso, in
cui r Italia parve godersi le prospere condizioni acquistate con l’unità)
risorse con gioia l’antico gusto idillico c arcadico della letteratura, della
cultura intellettualistica ed elegante; e da Firenze, centro di questa
rifioritura letagraria, fecero epoca le conferenze prima sulla vita italiana e
]50Ì sulla Divina Commedia. L’esem]no fu imitato jn tutte le principali città,
e i conferenzieri più brillanti f celebrati viaggiavano da una tribuna
all’altra recando j„ giro le loro arguzie, i loro motti ed aneddoti, le loro
pagine patetiche e scintillanti, a gran diletto, si diceva, del lor^^ pubblico
di dilettanti di cultura a buon mercato. Perché a certe conferenze, con certi
nomi, di dire che l’ora é lunga a passare pochi hanno il coraggio. L. non può
esser materia di conferenze. Vi si ribella la pudica delicatezza della sua
anima sensibilissima, che cerca i luoghi solinghi e i silenzi della notte dove
il suo canto possa spandersi in una religiosa elevazione di tutto il cuore
verso l’eterno e l’infinito; dove il pastore po.ssa interrogare la luna, e
l’uomo stare a fronte della natura, e ragionare tra sé e sé de’ più gelosi
segreti del suo cuore. Vi si ribella la religiosa austerità del suo spirito
tormentato dal mistero del dolore universale. Non amerebbe egli, schivo com’era
e orgoglioso della sua solitaria grandezza, mostrarsi al pubblico e far suonare
la sua voce esile e tremante di commozione in mezzo a un numeroso uditorio
distratto e proclive a mondani pensieri e a cure di frivola oziosità o di
vanità letteraria. No, quanti amano il Poeta, non tollereranno che anche L.
venga alle mani dei pedanti, dei letterati, dei conferenzieri; e che ei diventi
materia e pretesto di vane esercitazioni onde gli animi si alienino dai
problemi che fanno yiensoso ogni uomo che viva e rifletta sulla sua vita con
vigilante coscienza morale. E io inizio questo corso formulando il voto e, per
cyuanto è da me, fermando il programma, che qui sia sempre vivo e presente L.
poeta, che è il L. degli uomini, e non L. dei letterati, degli accademici, dei
curiosi, dei pettegoli e dei perditempo. Giacché L. fu anche un erudito ap.
passionatissimo ; anzi, ricorderete, si rovinò la comples. sione e si precluse
la via a ogni godimento della vita per la furia con cui nella età più giovanile
si gettò sugli studi per puro amore di sapere. Per molti anni aspirò, finché la
perduta salute e la vista indebohta non gli ebbero create difficoltà
insormontabili, ad essere un filologo consumato. Delle questioni letterarie, un
tempo delizia degli accademici, fu anche lui studiosissimo, ancorché
ironicamente guardasse dall’alto, per la coscienza che ebbe del suo più
squisito gusto e della sua più perfetta dottrina, le accademie italiane antiche
e recenti. Ma la sua anima non si chiuse né nella filologia, né nella
letteratura. Se ne servì come di strumenti a vedere e sentire più addentro nel
proprio animo, e di grado in grado elevarsi alla sua forma di poetare. Egli (e
la prova più manifesta è in quel suo diario dello Zibaldone) visse sempre
raccolto e concentrato in se stesso: osservando la vita, studiando gli uomini,
speculando sulla natura e sull’anima umana, indagando i destini dei mortali e
le forme onde l’uomo rifrange nel suo cuore e nel suo iiensiero la luce di
tutte le cose, da cui si vede attorniato. Il suo pensiero è una continua,
commossa meditazione su se stesso, in forma che ora rimane un filosofema, ora
assurge a fantasma, e vibra e rifulge agli interni occhi trepidanti. L., con
diversa temperie spirituale e cultura diversissima, è dell’età stessa del
Manzoni : figlio di quella nuova Italia che guarda la vita religiosamente, e ne
sente il valore e la serietà; profondamente differente da quella anteriore
aH’Alfieri e al Farmi, quando i poeti italiani cominciarono ad accorgersi che
nella stessa poesia c’è il vuoto se non c’è tutto l’uomo; l’uomo, che è legaio
da intìniti vincoli e in tutti gl’ istanti della sua vita a una divina realtà,
governata da leggi che domano e annientano ogni arbitraria velleità dei
singoli; a una realtà, in cui il singolo uomo viene a trovarsi nascendo da cui
si diparte morendo, ma in cui deve inserire e jnserisce, con 0 senza frutto e
vantaggio, ogni sua azione, ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni suo pensiero
o sentimento, durante tutta la vita, dal dì della nascita a quello jella morte.
Anche L., razionalista e irrisore di superstizioni e di dommi, è uno spirito
profondamente religioso, sempre faccia a faccia del destino: incapace di
abbandonarsi a qualsiasi sorta di dilettantismo, e di prendere alla leggiera i
problemi della vita. Sul suo viso è sempre un sorriso di austera, solenne
mestizia, e si scorge il pacato accoramento dell’uomo che non riesce a distrarsi
in vani divertimenti, neppure nel mondo subbiettivo del pensiero e dell’
imaginazione : tutto preso dalla considerazione ine\'itabile del mondo, in cui
l’uomo, ed egli in particolare, si sforza di vincere il dolore. Per questa sua
costituzionale religiosità L. non fu soltanto un poeta, ma fu anche un
filosofo, allo stesso titolo e per la stessa ragione di MANZONI. Bisogna
intendersi. Se domandate ai filosofi, diciam così, di professione, ai filosofi
cioè che tengono a distinguersi dal resto degli uomini, essi vi risponderanno
che L. filosofo non fu, non ebbe un sistema; e le idee speculative che si formò
per la lettura dei filosofi recenti più affini al suo modo di sentire, non
ebbero da lui svolgimento e impronta personale, perché non furono fecondate da
una sua speciale ispirazione. Accettò, riecheggiò, Ria senza elaborare quel che
accettò, senza svilupparlo, ordinarlo e potenziarlo a nuova forma sua propria
di verità. In una storia della filosofia ei perciò non può trovar posto;
quantunque di lui non si possa non parlare di stesamente in un quadro della
cultura filosofica della prima metà del secolo passato. In questo senso,
d’accordo, L. non fu un filosofo. Ma c' è un altro senso in cui si deve parlare
della filosofia; ed è quello poi per cui la stessa filosofia dei filosofi è una
cosa seria, va rispettata, e può interessare tutti gli uomini, e non essere una
malinconica fantasticheria di gente che viva fuori del mondo. Ed è quello per
cui c’ è la filosofia di quelli che inventano nuovi sistemi filosofici; ma c’è
anche la filosofia di quelh che, senza inventarne, li cercano questi sistemi
nei libri dove sono esposti, e leggono questi libri, li studiano, ne fanno prò,
li gustano, han bisogno di farsene nutrimento e forza dello spirito, in cerca
di risposta a domande che sorgono spontanee dal fondo della loro anima,
insistenti, invincibili, e che essi perciò non saprebbero reprimere e far
tacere. Talvolta questi filosofi-lettori sentono il pungolo dei problemi dei
filosofi-autori, e fanno perciò ressa intorno a costoro, jjer averne
soddisfazione ai bisogni da cui sono senza tregua assillati. Giacché, insomma,
la filosofia, come la poesia, non è privilegio né monopoho dei pochi quos
aequus amavit luppiter] ma è in fondo allo spirito umano, e quindi nell’animo
di tutti. Soltanto, c’ è chi si distrae e corre e si disperde per le cose e gl’
interessi esteriori, senza mai per altro dissiparsi a tal punto nelle
esteriorità da non portare in tutto l’accento, per quanto leggiero, della sua
personalità; e c’ è chi si ripiega e raccoglie in sé, e dentro di sé cerca,
trova e coltiva il germe della sua vita e del suo mondo. In questo senso più
largo e fondamentale il L. fu squisitamente filosofo: e stette sempre anche lui
con gli occhi intenti, ansiosi, sopra il mistero della vita, quale ad ogni uomo
che sente e che pensa esso si presenta in jiìczzo a tutte le idee quotidiane,
di tra il confuso agitarsi passioni svariate che gli tumultuano incessantemente
pel cuore. Giacché ogni uomo che sente, non può vivere così spensierato e
abbandonato all’ istinto da non avvertire che la sua vita non scorre tranquilla
com’acqua sopr^ un letto già scavato e terso. Sono sempre ostacoli da superare,
bisogni da soddisfare, desideri! non ancora appagati e ondeggianti tra la
speranza e il timore; e la gioia offuscata sempre dal dolore, che, vinto,
risorge in mezzo allo stesso ]ùacere; e nell’alterna vicenda di vittorie e
sconfitte, cadute e risorgimenti, speranze e disinganni, giubilo e scoramento,
in fondo, alla fine, uno sparire totale di tutto, un disseccarsi e inaridirsi
definitivo della sorgente stessa, a cui l’uomo accosta ad ora ad ora le sue
labbra assetate; il nulla, la morte. La morte, che ci atterrisce prima di
colpirci, toghendoci per sempre e annientando intorno a noi tante delle nostre
persone care, con cui ci era comune la vita, in guisa che la morte loro ci pare
la morte di una parte di noi. E che è questa morte ? e che questa vita che
precipita fatalmente nella morte ? Che è questo bisogno di cui viviamo, di non
arrenderci a questo fato, che infrange ad una ad una tutte le nostre speranze,
disperde tutte le nostre gioie, ci priva di tutti i nostri beni, ci chiude
dentro mille ostacoli. ci combatte, c’ insegue, ci sbarra la via, e non ci
concede tregua finché non ci abbatta per sempre ? Nascere è entrare in una
lotta, che di giorno in giorno richiede sempre nuove e maggiori forze, e una
volontà sempre più agguerrita, per vincere una battaglia sempre più aspra.
Svegliarsi ogni mattina è, presto o tardi, pronti 0 lenti, rispondere
all’appello delle cose, della natura, del destino, che ci attende, e ci spinge
a nuove fatiche per soddisfare i nuovi bisogni che riempiranno tutta la nostra
giornata. Per gli uni la vita sarà più facile, o men difficile: ma per tutti è
una scala, che bisogna salire; salire sempre; da un gradino all’altro: sempre
più senza fermarsi mai. Ma, appena l’uomo che ha un cuore, sente quest affanno
e scorge, anche da lungi, la tragedia e la catastrofe” non può non interrogarsi
e riflettere se a questa lotta ché par destinata a una sconfitta assoluta egli
abbia forz. sufficienti, o se non sia un’ illusione questa jier cui egfi
confida a volta a volta di poter affrontare la lotta stessa per conquistarsela
la sua gioia, e farsi insomma una vita sua, quale ei la vagheggia, filiera dai
mali la cui minaccia mette in moto la sua attività; e se egli non debba aprire
gli occhi, e riconoscersi vittima del giuoco inesorabile della natura, granello
di polvere sperduto nel turbine, o ruota di un ingranaggio universale, il cui
combinato movimento non s’arresterà né devierà mai, e dentro i] quale ogni
sforzo di volontà non può essere, esso medesimo, al pari delle idee e dei
sentimenti che lo sollecitano, se non un necessario effetto di una causa
necessaria predeterminato ab eterno in eterno. £ il mondo, in cui si svolge la
nostra vita, una realtà massiccia, tutta chiusa neUa sua natura e nelle sue
leggi, immodificabile, e noi dentro di esso, tutt’uno con tutte le altre cose,
anche noi mossi dalla forza irresistibile del destino ? 0 siamo noi veramente
capaci di metterci di fronte a ciuesto mondo, modificarlo con la nostra opera,
con la nostra volontà, e al di sopra delle ferree leggi del meccanismo naturale
col nostro amore, con l’impeto dell’animo nostro innamorato dell’ ideale, instaurare
una legge che sia la norma del bene e di un mondo spirituale dotato di un
valore assoluto ? E se non fosse possibile questo mondo superiore, in cui il
bene si distingue dal male, e c è una verità che si oppone all’errore, come si
potrebbe pensare lo stesso mondo inferiore e quella natura spietata tutta
chiusa nel suo meccanismo, la cui affermazione implica che si ritenga vera? E
se a questo mondo superiore, alla cui esistenza occorre l’attività libera dello
spirito che sceglie il bene e si apprende alla verità resping^n*^ contrario, se
ne contrappone un altro che è la nepzione della hbertà, come si farà ad
ammettere che sia libera la natura umana, circondata e condizionata da una
natura che è l’opposto della hbertà ? Pensieri, che il filosofo più esperto
mette in formule stringenti, e scruta a fondo; ma che confusamente, e non
perciò meno tormentosamente, affiorano in ogni umana coscienza, e ora vi
gettano lo sgomento, ora v’ infondono la fede di cui ogni uomo ha bisogno per
non fermarsi e cadere. Giacché 1 uomo non dà un passo senza credere di poterlo
dare; senza pensare che c’è una mèta innanzi a lui da raggiungere, e che quella
è la via buona per giungervi. E quando questa convinzione gli manchi, e gli
manchi del tutto, allora non gli resta che rifugiarsi nell’ Èrebo, come la
misera Saffo. O la fede, o la morte. Ci sono mezzi termini, ma per gh uomini
che pensano e sentono poco, e perciò si cUstraggono. Nessuno invece sentì mai
cosi acutamente come il nostro L.. nessuno vi pensò mai con tanta insistenza, e
ne trasse espressioni di tanta umanità. Poiché il L. se fu un filosofo in largo
senso, fu poi, viceversa, un poeta in senso stretto. Il che vuol dire, che le
sue convinzioni filosofiche non gli rimasero nella testa; ma gli scesero al
cuore, e \'i si abbarbicarono, e furono la sua persona, lui stesso, la sua
anima, 1 immediato sentimento, in cui \ibrò a volta a volta tutto il suo cuore.
La sua concezione della vita, come or ora vedremo, si chiuse in poche idee, ma
queste si fusero e colarono ardenti sulla stessa fiamma della sua passione
viva, e quindi fiammeggiarono in accenti e fantasmi di poesia. La quale questo
ha di proprio, a differenza della scienza ragionata e del sapere speculativo;
che in questi il pensiero si spersonahzza e si stende in una tela universale,
che ogni intelligenza può SÌ ritenere, e far sua, e viverne anche, ma
elevandosi sopra di sé e quasi uscendo da sé, e mediandosi, cioè svolgendosi, e
quasi aprendo e dilatando il nucleo vivente della sua individualità, in guisa
da parere che non senta più né affetti, né passioni, né gioie, né dolori,
assorta nella contemplazione del suo oggetto. Laddove la poesia, lungi
dall’alienare da sé il soggetto, lo stringe a se stesso, e lo fa vedere
immediatamente così come esso è, dentro di se medesimo, chiuso nel suo sentire,
fremente nel brivido della sua subbiettiva interiorità, nel suo essere e nel
suo atteggiamento non ancora mediato, sviluppato, riflesso, ragionato e
disindividuato. Lo scienziato cerca e trova la verità che è di tutti, astrattamente
obbiettiva, in guisa che non par più né anche spettacolo di occhi umani od
oggetto conformato alla mente che lo pensa; e il poeta in^’ece non cerca e non
trova se non se stesso: l'amore o qual’altra passione gli detta dentro le
parole in cui egli si esjirime. In questa immediatezza, spontaneità e quasi
naturalità dello spirito poetico è il segreto della miracolosa potenza della
poesia, raffigurata dagli antichi nella virtù incantatrice della lira di Orfeo,
che traeva a sé e trascinava non pure gli uomini che riflettono, ma le fiere
che solo sentono. Perciò la poesia, quantunque richieda anch’essa cultura e
finezza spirituale, risultato di studio e di educazione, s’appiglia al cuore
dei semplici e delle moltitudini, invade gli animi, conquide e trae seco non
per virtù di persuasivi e irresistibili raziocinii, ma, appunto, d’un tratto,
immediatamente, quasi per divino miracolo. Perciò Tefficacia e la virtù
diffusiva dell’arte è senza paragone superiore a quella della filosofia. Perciò
quella filosofia, che fu nel L. sentimento e diventò sublime poesia, ha una
potenza infinitamente maggiore di qualunque più sistematica filosofia; e se si
chiudesse nel gretto circolo di una concezione pessimistica della vita, non
sarebbe, a dir vero, prudente accorgimento di educatori del popolo italiano
erigere qui una cattedra a commento ed esaltazione di essa. I filosofi, per
raggiungere la loro verità, devono salire l’erta faticosa del monte; e giunti
alla cima, vi restano per solito in una solitudine magnanima, anche a malgrado
della moltitudine che dal basso sogguarda e sogghigna. I poeti si traggono
dietro il popolo, toccandone il cuore anche lievemente, con quella loro arte
che « tutto fa, nulla si scopre ». L. è tra essi; ma materia del suo canto è la
sua filosofia. E qual è dunque il contenuto di questa sua filosofia ? Quello
che abbiamo già detto dei problemi filosofici, che spontaneamente sorgono dal
fondo del pensiero umano, ci apre la via a chiarire le idee che furono la vita
intellettuale e sentimentale del nostro Poeta. 11 quale su quei problemi
martellò il suo pensiero; e di quei problemi vagheggiò soluzioni, che scossero
profondamente il suo animo. E sono i problemi fondamentah o massimi della
filosofia: che è pensiero umano derivante dal bisogno di assicurare all’uomo la
fede che gli è indispensabile per vivere: la fede nella propria libertà; ossia
nella possibilità che egli ha, e deve avere, di esercitare un suo giudizio, di
conoscere una verità, di agire, e farsi un suo mondo, conforme cioè alle sue
aspirazioni e a’ suoi ideali e non dibattersi vanamente in una rete di
illusioni e di sforzi infecondi. Bisogno, rispetto al quale ogni filosofia
materiahstica, evidentemente, è una filosofia fallita; la quale, logicamente,
se l’uomo non si risolvesse da ultimo a non lasciarsi più guidare dalla logica
e ad abbandonarsi all’ istinto, dovrebbe condurre l’uomo, come ho detto, al
suicidio. Ora Giacomo L., ogni volta che si trovò a fare di proposito una
professione di fede, fu esplicito nel manifestare la sua adesione alla
filosofia sensualistica e materialistica; e il Frammento apocrifo di Stratone
di Lampsaco, inserito nelle Operette morali, è una dichiarazione del suo
proprio pensiero, quale, per altro, si ripercuote in una buona metà de’ suoi
scritti in prosa e in verso. Poiché da per tutto egh si vede innanzi quella
natura simbolicamente rappresentata nel Dialogo della Natura e di un
Islandese', la quale non sa e non si cura dei desiderii né delle sofferenze
umane; natura grande, enorme, infinita, la quale racchiude in sé tutto, e non
conosce perciò l’uomo che pretende di contrapporsele, di deviarla dal suo
corso, piegarla alle proprie tendenze, conformarla a quei fantasmi di una vita
bella ideale, che egli si finge e pretende di far valere in concorrenza della
dura, quadrata realtà che lo fronteggia. Questa perciò, conosciuta che sia,
spezza ogni umana velleità, e aggioga l’uomo al dominio universale delle leggi
di natura: dove non c’è bene né male, ma tutto è necessario, tutto accade
perché, data la causa che lo determina, non può non accadere; e la stessa
necessità ha ogni umano pensiero o volere, che non deriva da un principio
autonomo, che si faccia centro di una vita superiore e indipendente, avente in
sé la propria misura, ma è effetto del generale meccanismo, che si abbatte
sulla così detta anima umana attraverso le sensazioni e gh appetiti che queste
producono. Filosofia materialistica, dunque. Ma è questa, in conclusione, la
filosofia del L. ? Io \’i invito a riflettere che c’ è due modi di giungere a
conclusioni materialistiche : uno proprio degh spiriti poco sensibih, che,
raggiunte quelle conclusioni, vi si rassegnano: le trovano inevitabili, e si
fanno un dovere, il cui adempimento non costa a loro grande fatica, di
accettarle senza reazione di sorta; e l’altro invece proprio di quegli altri,
che se non trovano la via di affrancarsene, e scoprirne l’errore e la
manchevolezza, ne soffrono, e vi reagiscono contro, e vi si ribellano con tutta
la forza del loro sentimento, che ò come dire della loro stessa personalità. I
secondi non riescono ad affisarsi tanto nella visione di quella natura che è
opposta alle esigenze morali proprie dell’uomo, da restarvi come assorbiti,
dimenticandosi affatto di queste esigenze, e cioè della lor propria natura. Il
loro tormento, la loro angoscia nasce appunto da questo stridente contrasto, di
cui essi infine vengono a fare l’esperienza, e a vivere. La realtà finale, al
cui cospetto vengono a trovarsi, non è una sola, ma duplice: da una parte, la
natura disumana, in cui tutte le luci onde s’illumina la via dello spirito si
spengono; e dall’altra, questa realtà fiammeggiante e splendida, che arde
dentro di loro, e alla cui luce, infine, essi comunque guardano e vedono la
prima. Giacché anche questa è oggetto di una affermazione, in cui lo spirito
umano manifesta la fede che ha nelle proprie forze e nella propria capacità di
distinguere il vero dal falso, e di appigliarsi al primo in quanto esso è
opposto al secondo. La realtà che è lì di fronte allo spirito, è sì quella
realtà naturale, materiale, meccanica, chiusa e impervia ad ogni idealità,
inconciliabile con qualsiasi concetto di libertà; ma il contrapporsi di essa
allo spirito importa pure l’opporsi dello spirito ad essa: dello spirito, che è
una realtà dotata di attributi contrari a quelli con cui vien pensata l’altra.
E per ammettere questa, bisogna ammettere prima quella ; senza la quale
mancherebbe lo stesso pensiero, a cui si chiede tale ammissione. E chi dice
pensiero, dice libertà. Dunque ? Siamo liberi ? Possiamo cioè col nostro
pensiero, con la nostra volontà, crearci il mondo che ci sorride alle menti
innamorate; il mondo della verità, delle cose belle e buone, a cui il nostro
cuore tende con irresistibile slancio ? E come spiegar l’ali, onde noi vorremmo
innalzarci nel libero cielo dell’ ideale, se esse urtano sul muro di bronzo di
questa materiale natura, che ci attornia e stringe da tutte le parti, dalla
nascita alla morte? Ecco l’esperienza del L., ecco la sua lìlosofìa, che è
molto ]ùù complessa del semjjlicismo materialistico; ed essa è il reale
contenuto della poesia L.ana: quella filosofia fatta sentimento e persona, che
ho detto esser materia al canto del Poeta recanatese. 11 quale non si rassegna
alla pura affermazione materialistica, perché la ricca e sensibilissima vita
morale che gli riempie il cuore, è la negazione del materialismo; e poi perché
egli è un poeta, e come ogni poeta crede nel suo mondo, lo prende sul serio; e
questo suo mondo è la ])rova più luminosa della sua capacità creatrice e della
sua libertà. Si consideri che questo è uno dei caratteri principali dell’arte :
che laddove l’uomo pratico, lo scienziato, l’uomo religioso, lo stesso filosofo
può sentirsi legato a una realtà che prcesiste alla sua azione, alla sua
ricerca scientifica, alla sua preghiera o alla sua speculazione, che è in sé
quello che è, con le sue leggi, a cui l’uomo deve arrendersi e subordinarsi,
l’artista crea il suo mondo e, prescindendo nella sua fantasia dalla realtà
preesistente, celebra la sua assoluta libertà, arbitro della nuova realtà che
egli si finge, e in cui vive, e si aliena dal mondo naturale dell’uomo comune e
della sua stessa vita ordinaria: sì che il suo sogno diventa a lui cosa salda,
e si slarga a orizzonti infiniti, e gli fa sentire il gusto deH’cterno e del
divino. La poesia del L. ribocca e freme di trepidante tenerezza per le vaghe
immagini figlie dell’arte sua: per quelle dolci parvenze che un po’ gli
sorridono e poi, a un tratto, lo abbandonano rapite via dalla corrente di
quella disumana realtà, che ignora il dolore che essa cagiona ai cuori teneri e
gentili. E insieme con le immagini belle, gli arridono tutte quelle che una
volta egli dice le « beate larve », familiari agli uomini non ancora giunti
alla conoscenza del tristo vero, ossia non ancora spinti dalla malsana
riflessione alla disperazione (ji quella mezza filosofia, che è il
materialismo: le beate lar\e, che allietano e confortano la vita agli uomini,
nelle antiche età, e nei primi anni della fanciullezza e della gioventù quando
non ancora si sono appressate le labbra all’amaro calice della vita; e nelle
prime ore del mattino, (juando incomincia il giorno e Tuomo non ha riassaporato
per anco la realtà, e se ne foggia con 1’ immaginazione una che lo anima e
alletta alla nuova fatica. Le beate larve delle illusioni naturali e necessarie
: di tutte, cioè, le idee che formano il pregio della vita, e che quella
filosofia materialistica non potrà giustificare come dotate di un legittimo
fondamento, e pur non potrà sradicare dallo spirito umano. Perche illusione la
virtù ? Perché illusione ogni idea onde ebbe pregio il mondo ? Perché la vita
che noi conosciamo, risponde il L., ne è la negazione. Ricordate il dialoghetto
di un venditore d’almanacchi e di un passeggere? L’almanacco promette per
l’anno nuovo tante cose belle; ma il passeggere è scettico; «quella vita eh’ è
una cosa bella non è la vita che si conosce, ma (jueUa che non si conosce; non
la vita passata, ma la vita futura ». La quale però un giorno sarà passata, e
allora si conoscerà, e apparirà quale sarà aneli'essa, una volta sperimentata;
brutta, come tutta la vita passata. 11 futuro è il mondo che vi finge lo
spirito; il mondo, dice L., delle illusioni. Lì è la virtù che vince il male e
trionfa; lì è il sacrifizio dell'uomo per l’uomo; lì è l’amore; lì è la fede e
l’amicizia; lì è la gioia, ecc. Ma quello non è il mondo reale. Infatti il
futuro bisogna che avvenga, e diventi passato. La realtà realizzata, quale noi
possiamo averla innanzi a noi, ed effettivamente conoscerla, quella ci disillude,
e ci dimostra che la virtù è un nome vano. e che tutte le più vaghe speranze e
gl’ ideali più cari finiscono nel nulla. Tant’ è che Tuomo conchiuda o per
condannare come semplici ombre fallaci tutte le illusioni, e dire che la vita
non si può governare se non in rapporto al reale all’esistente, al mondo qual è
(che è poi il passato); o per risolversi animosamente a dir no a questo mondo
reale (che è il passato senza futuro) e a governarsi con l’occhio all’avvenire,
dove lo trae la sua natura di essere pensante, e perciò creatore di ideali e
vagheggiatore di una vita superiore a quella puramente naturale. E L. dice
questo no con tutta la forza del suo animo, con tutto r impeto della sua
possente poesia. Egli è tutto proteso verso il futuro, verso l’ideale, e torce
con coscienza prometeica lo sguardo dalla legge fatale che incatena l’uomo come
essere naturale alla ferrata necessità di morte. Egli, di cedere inesperto,
disprezza il brutto poter che ascoso a comun danno impera e V infinita vanità
del tutto. Per lui Nobil natura è quella Ch’a sollevar s’ardisce Gli occhi
mortali incontra Al comun fato. E quanto a sé non cederà certo ; e alla morte
può dire: Erta la fronte, armato, E renitente al fato. I.a man che flagellando
si colora Nel mio sangue innocente Non ricolmar di lode. Non benedir. Solo
aspettar sereno Quel dì eh’ io pieghi addormentato il volto Nel tuo virgineo
seno. Egli è conscio dell’ invitta potenza dell’anima umana pur nell’estrema
miseria. Vivi, dice la Natura all’Anima jn uno de’ suoi dialoghi; vivi, e sii
grande e infelice. Infelice perché grande; perché sentire la infehcità è solo
jelle anime grandi, che con la loro gagharda natura si jnettono al di sopra del
mondo, che le fa soffrire, e regnano sovrane in quella superiore realtà che è
propria dello spirito. L. sa che la grandezza del suo dolore si commisura alla
grandezza del suo pensiero che lo sente e analizza e ne fa materia al suo
altissimo canto; e che un’anima volgare e torpida non saprebbe provare tutto il
dolore del Poeta, che il volgo infatti non intende e irride. L. sa che la
coscienza dell’umana miseria è già segno di grandezza. Sa che ancor che tristo,
ha suoi diletti il vero: che l'acerbo vero, a investigarlo, dà un amaro gusto
che piace. E poi quando l’anima, disillusa e stanca della vita che non mantiene
mai le sue promesse, si riduca infatti all’estremo della infelicità, che non è
la disperazione, ma la noia >, la morte ncUa vita, non dolore né piacere, ma
il sentimento della nullità, questo terribile privilegio degli uomini, a cui la
natura non ha provveduto perché non ha neppur sospettato che l’uomo vi potesse
cadere; quella noia che, a simiglianza dell’aria «la quale riempie tutti
gl’intervalli degh altri oggetti, e corre subito a stare là donde questi si
partono, se altri oggetti non gli rimpiazzino », « corre sempre e
immediatamente a riempire tutti i vuoti che lasciano negli animi de’ viventi il
piacere e il dispiacere » ’ ; ebbene, anche allora l’anima non cade, non è
vinta. Giacché, secondo L., « la noia è in qualche modo il più sublime dei
sentimenti umani. Il non potere essere soddisfatto da ’ « La disperazione è
molto, ma molto più piacevole della noia. La natura ha provveduto, ha medicato
tutti i nostri mali possibili, anche i più crudeli ed estremi, anche la morte,
a tutti ha misto del bene, a tutti fuorché alla noia» (Zibald.). Zibald.,
Giuntile, Manzoni e L.. alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra
intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole
maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità
dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e 1 universo
infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande
che sì fatto universo; e sempre accu- sg^re le cose d’insufficienza e di
nullità, e patire mancamento e vóto, e pero noia, pare a me il maggior segno di
grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco
nota agh uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali » Su
tutte le delusioni, su tutti i dolori, su tutte le miserie, al di sopra della
mole sterminata di quest’universo, in cui s’infrangono tutte le speranze e si
spengono tutti gl’ideah, l’infinità dello spirito. Quindi la hbertà, quindi la
possibilità di crearsi una vita superiore degna delle più nobili aspirazioni
connaturate all’animo umano. Anche pel L., poca scienza pregiudica e mortifica,
ma molta scienza ravviva e ringaghardisce la fede di cui l’uomo ha bisogno per
vivere. E questa natura, che la mezza filosofia del materialista ci rappresenta
in voley mutyignu, è pur quella natura che mette nell’animo nostro le
illusioni; e se non sopravvenga la riflessione e l’opera dcU’ irrequieto
ingegno dell’uomo non più contento delle condizioni naturali della vita che egli
dapprima vive istintivamente, conforta l’uomo con l’amore, con la pietà, con
tutti gli affetti gentili che riempiono il cuore di dolci consolazioni e di
magnanimi ardimenti. Pensieri, N. 68. Questa natura che governa Tuomo, madre
benigna e pia nell’età dei Patriarchi, nei tempi oscuri e favolosi del genere
umano, e risorge amorosa nella prima età di ciascun uomo a infondergli con la
virtù del caro immaginare la speranza nel futuro a cui egli va incontro; questa
natura, che nell’amore torna sempre a rinverdire le speranze, e che ci fa
conoscere una « verità piuttosto che rassomighanza di beatitudine»; essa torna
da capo, quando l’uomo ha tutto conosciuto il tristo vero e vuotato il calice
amaro, torna a confortare l’uomo, amica e consolatrice. La natura del
materialista è via; ma non è punto di partenza, né punto d’arrivo. 11 savio
torna fanciullo, e alla fine, come al principio, l’uomo è alla presenza di un
mondo il quale non è quello del meccanismo, che tutto travolge e distrugge
quanto a lui è più caro, ma quello del pensiero, dello spirito umano,
dell’amore, della virtù. Onde ai suggerimenti egoistici della filosofia (nel
Dialogo di Plotino e di Porfirio) che indurrebbe il filosofo al suicidio,
Plotino può rispondere : <iPorgiamo orecchio piuttosto alla natura che alla
ragione»'. alla natura primitiva « madre nostra e dell’universo », la quale ci
ha infuso un certo senso dell’animo, che è amore degli altri e che ferma la
mano al suicida ricordandogli la famigha, gli amici e quanti si dorrebbero
della sua morte. Perciò a Porfirio, il filosofo che vorrebbe togliersi la vita,
il filosofo più savio, il maestro, Plotino dirà: Viviamo, e confortiamoci a
vicenda; non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita
dei mali della nostra specie ! Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un
l’altro; e andiamoci incoraggiando e dando mano e soccorso scambievolmente; per
compiere nel miglior modo questa fatica della vita.E quando la morte verrà,
allora non ci dorremo : e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci
conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, cosi
molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora. Perciò Sanctis paragonando
Schopenhauer a L., notava questo grande divario tra n filosofo tedesco e il poeta
italiano: che questi quanto più mette in luce il deserto desolante e disamabile
della vita, tanto più ce la fa amare; quanto più dichiara illusione la virtù,
tanto più ce ne accende vivo nel petto il desiderio e il bisogno. Perciò la
lettura del L. non sarà mai pericolosa, anzi salutare e corroborante a chi
saprà leg- gergh nel fondo dell’anima. E di lui può dirsi che preso per metà è
il più nero dei pessimisti; preso tutto intero, è uno dei più sani e vigorosi
ottimisti che ci possano apprendere il segreto della vita operosa e feconda. La
morte, anche la morte, il simbolo della fatalità avversa che opprime ogni
sforzo umano, e che pare minacci sempre da lungi e ammonisca della inanità
d’ogni speranza e d’ogni fatica, e della nullità della vita a cui ci sentiamo
tutti legati, la stessa morte al Poeta, nella maturità piena della sua poesia,
quando il suo animo ha più nettamente ravvisato e sentito nel profondo la sua
verità, e quasi toccato il fondo di se stesso, diventa germana di Amore, che è
pel L., come s’ è veduto, ciò che dà verità più che rassomiglianza di
beatitudine. Fratelli, a un tempo stesso. Amore e Morte Ingenerò la sorte. Cose
quaggiù si belle Altre il mondo non ha, non han le stelle. Morte diviene una
bellissima fanciulla, dolce a vedere; e gode accompagnar sovente Amore: E
sorvolano insiem la via mortale. Primi conforti d’ogni saggio core. Non vedo
che abbia attirata l'attenzione della critica, come merita, uno studio recente
del prof. Cirillo Berardi, Ottimismo L.ano, Treviso, bongo e Zoppelli, Il Poeta
sente che Quando noveUamente Nasce nel cor profondo Un amoroso affetto.
Languido e stanco insiem con esso in petto Un desiderio di morir si sente:
Come, non so: ma tale D’amor vero e possente è il primo effetto. Il Poeta vuol
rendersi ragione di questa coincidenza, e non vi riesce. Ma ben sente che
quando si ama, non ha più valore la vita naturale dell’ inditdduo chiuso nei
suoi limiti, di là dai quah spazia quell’ infinita natura che fiacca ogni umana
possa. Che anzi l’individuo per l’amore scopre che la sua vera vita è di là da
questi hmiti; e che bisogna ch’egli perciò muoia a se medesimo, e spezzi r
involucro della sua individuahtà naturale, centro di ogni egoismo, per
attingere la vera vita. Perciò la morte opti gran dolore, ogni gran male
annulla. Perciò la morte è liberatrice, affrancando lo spirito umano dai
vincoli onde ogni uomo è da natura incatenato a se medesimo, chiuso in sé, in
mezzo agli altri esseri e forze naturali, incapace di libertà e di virtù. Amare
è redimersi, entrare nel mondo morale, che è il mondo della libertà. Questo il
concetto che il Poeta sentì e visse: questa la materia del suo canto. Formiamo
oggi l’augurio, che attraverso il corso di queste letture, che inauguriamo,
tale concetto apparisca in luce sempre più chiara. Pubblicato la prima volta
negli Annali delle Università toscane (Pisa) e come proemio alla edizione con
note delle Operette morali di G. L., da me curata, Bologna, Zanichelli, Se si
volesse considerare le Operette morali come una raccolta delle varie parti, in
cui il libro è diviso, sarebbe tutt’altro che agevole stabilirne la cronologia.
Certo, non sarebbe consentito di starsene alle indicazioni fornite con
perentoria precisione dallo stesso autore innanzi alla terza edizione iniziata
a Napoli. Queste Operette », egli diceva, « composte nel 1824, pubblicate la
prima volta a Milano, ristampate in Firenze coll’aggiunta del Dialogo di un
Venditore di almanacchi e di un Passeggere, e di quello di Tristano e di un
Amico; tornano ora alla luce ricorrette notabilmente, ed accresciute del
Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, del Copernico e del Dialogo di
Plotino e di Porfirio. Intanto, non tutte le Operette furono pubblicate la
prima volta a Milano; giacché tre di esse, come « primo saggio », avevano visto
la luce a Firenze nel gennaio 1826, nell’ Antologia e quell’anno stesso erano
state riprodotte a Milano nel Nuovo Ricoglitore. Ed è pur vero che tutte le
Operette, ad eccezione di quelle che nella notizia testé riferita sono
assegnate dall’autore furori composte; perché l’autografo originale, che è tra
le carte L.ane della Biblioteca Nazionale di Napoli, ce ne Scritti letterari,
ed. Mestica, li, fa sicura testimonianza con le date apposte alle operette
singole, e tutte correnti dal 19 gennaio al 13 dicembre di quell’anno Ma si
dovrebbe pure distinguere il tempo in cui ciascuno scritto fu steso, da quello
in cui prima fu concepito, o ne cadde il motivo fondamentale e inspiratore
nell’animo del L.. Giacché con qual fondamento si toglierebbe l’una o l’altra delle
Operette a documento di quel periodo spirituale che si suole infatti atribuire
agli anni tra il canto Alla sua donna con i Frammenti dal greco di Simonide
(appartenenti probabilmente a quello stesso tempo), e l’epistola Al Conte
Pepoli o II Risorgimento, se quei pensieri che sono caratteristici delle
Operette risalgono ad epoca più remota ? Fu già osservato j che negli Abbozzi e
appunti per opere da comporre, che sono fra le carte napoletane, «scritti in
piccoli foglietti staccati senza indicazione di tempo » 3, è segnato un Ecco le
singole date, già in parte pubblicate dal Chiarini, Vita di G. L., Firenze,
Barbèra, e da me riscontrate tutte sul manoscritto autografo (che si conserva
tra le Carte della Biblioteca Nazionale di Napoli): Storia del genere umano);
Dialogo d' Ercole e di Atlante; Dialogo della Moda e della Morte; Proposta di
premi; Dialogo di un Lettore di umanità e di Sallustio; Dialogo di un Folletto
e di uno Gnomo; Dialogo di Malamhruno e di Farfarello; Dialogo della Natura e
di un’.dnima; Dialogo della Terra e della Luna; La scommessa di Prometeo;
Dialogo di un Fisico e di un Metafisico; Dialogo della Natura e di un
Islandese; Dialogo di Tasso e del suo Genio familiare (i-io giugno); Dialogo di
Timandro e di Eleandro; Il Parini, ovvero della gloria; Dialogo di Ruysck e
delle sue Mummie; Detti memorabili di Ottonieri. Dialogo di Colombo e di
Gutierrez); Elogio degli Uccelli; Cantico del Gallo silvestre; Note, Da N.
Serban, L. et la France, Paris, Champion, I Avvertenza premessa agli Scritti vari
ined. di G. L. dalle carte napoletane, Firenze, Le Monnier, Dialogo della
natura e dell’uomo, sul proposito di quella parlata della natura, all’uomo, che
Volney le mette in bocca nelle Ruines sulla fine, o vero nel Catéchisme »
dialogo, che si trova nelle Operette col titolo di Dialogo della Natura e di
un'Anima) il quale, dunque, al tempo di quell’appunto non era scritto. Pure
nello stesso foglietto, segue un « TrattateUo degli errori popolari degli
antichi Greci e Romani » (che non può essere la stessa cosa del Saggio), e
quindi subito dopo: « Comento e riflessioni sopra diversi luoghi di diversi
autori, sull’andare di quelle ch’io fo in un capitolo del F. Ottonieri»; ossia
nel penultimo capitolo dei Detti memorabili, che è delle ultime operette del
'24. Ora, se questi appunti sono pertanto da ascrivere ad epoca posteriore a
tale data, in qual modo spiegarsi che del suo Dialogo della Natura e di
un’Anima l’autore parlasse come di opera da comporre ? O egli non aveva neppur
composti i Detti memorabili, e si riferiva ai materiali che vi avrebbe messi a
profitto, e che già, come vedremo, possedeva? Comunque, in altra serie di
appunti, relativi, come par probabile, a dialoghi tuttavia da scrivere, e tutti
segnati nel medesimo foglietto, s’incontrano, tra gli altri, i seguenti
argomenti: Salto di Leucade) Egesia pisitanato) Natura ed Anima) Tasso e Genio)
Galantuomo e mondo) Il sole e l’ora prima, o Copernico. Ed ecco, da capo, il
Dialogo della Natura e di un’Anima, ma accanto a un altro dialogo. Galantuomo e
mondo, che l’autore abbozza, per tornarvi sopra nel '24, senza condurlo
tuttavia a termine e la sua prima idea pertanto deve risalire. E secondo lo
stesso documento, contemporanei sono i disegni primitivi di altre [Vedi abbozzo
negli Scritti vari, Il foglietto relativo, riscontrato per me dall’amico prof.
V. Spampanato, è nelle Carte L.ane della Bibl. Nazionale di Napoli, nel
pacchetto X, fase. 12. quattro operette, due del '24 e due del '27. Giacché,
oltre il Dialogo del Tasso e del suo Genio e il Copernico, qui son pure
facilmente ravvisabili in Egesia pisitanato la prima idea del Dialogo di
Plotino e di Porfirio > ; e nel Salto di Leucade quella del Dialogo di
Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez e in Misénore e Filénore quella del
Dialogo di Timandro e Eleandro 3. E il documento certamente dimostra che del
Plotino e del Copernico, scritti entrambi, come s’ è veduto, nel '27, non solo
il concetto, ma anche la forma in cui il concetto si ])re- sentò alla mente del
L., non è posteriore alle Operette. E c’ è altro. Stando alla cronologia dataci
dai documenti, r Ottonieri fu composto nell’ultimo mese d’estate del 1824; ma
un’anahsi molto accurata dei singoli Detti, riscontrati coi Pensieri di varia
filosofia e di bella letteratura, ha dimostrato, in modo incontestabile, che in
questo scritto « liberamente il L. raccolse dal suo Zibaldone gh appunti più
singolari e umoristici; certo intendendo a una vaga e libera somiglianza e
rispecchiamento delle proprie opinioni, ma più col fine di pubblicare qualche parte
del materiale accumulato giorno per giorno». Sicché s’è creduto poter
conchiudere che nell’ Ottonieri al L. « venne fatto un centone, non un’operetta
come le altre organicamente intessuta » 4. Scegliamo infatti un paio d’esempi,
tra i tanti che si potrebbero riferire. Nel cap. Ili dell’ Ottonieri si legge
:> Egesia infatti è ricordato nel Plotino. Cfr. quel che dice di questo
Salto il Colombo e Pensieri. Questo dialogo infatti originariamente recava il
titolo di Dialogo di Filénore e di Misénore. Luiso, Sui Pensieri di L., nella
Rassegna Nazionale. Dice che la negligenza e l’inconsideratezza sono causa di
commettere infinite cose crudeli o malvage; e spessissimo hanno apparenza di
malvagità o crudeltà; come, a cagione di esempio, in uno che trattenendosi
fuori di casa in qualche suo passatempo, lascia i servi in luogo scoperto
infracidare alla pioggia; non per animo duro e spietato, ma non pensandovi, o
non misurando colla mente il loro disagio. E stimava che negli uomini
l’inconsideratezza sia molto più comune della malvagità, della inumanità e
simili; e da quella abbia origine un numero assai maggiore di cattive opere; e
che una grandissima parte delle azioni e dei portamenti degli uomini che si
attribuiscono a qualche pessima qualità morale, non sieno veramente altro che
inconsiderati. Idee che fin dall’ ii settembre 1820 L. aveva sbozzate nello
Zibaldone dei suoi Pensieri, scrivendo: La negligenza e l’irriflessione
spessissimo ha l’apparenza e produce gh effetti della malvagità e brutaUtà. E
merita di esser considerata come una delle principali cagioni della tristizia
degli uomini e delle azioni. Passeggiando con un amico assai filosofo c
sensibile, vedemmo un giovinastro che con un gros.so bastone, passando,
sbadatamente e come per giuoco, menò un buon colpo a un povero cane che se ne
stava pe’ fatti suoi senza infastidir nessuno. E parve segno all’amico di
pessimo carattere in quel giovane. A me parve segno di brutale irriflessione.
Questa molte volte c’induce a far cose dannosissime e penosissime altrui, senza
che ce ne accorgiamo (parlo anche della vita più ordinaria e giornaliera, come
di un padrone che per trascuraggine lasci penare il suo servitore alla pioggia
ecc.), e avvedutici, ce ne duole; molte altre volte, come nel caso detto di
sopra, sappiamo bene quello che facciamo, ma non ci curiamo di considerarlo e
lo facciamo cosi alla buona; considerandolo bene, noi non lo faremmo. Così la
trascuranza prende tutto l’aspetto e produce lo stessissimo effetto della
malvagità e crudeltà, non ostante che ogni volta che tu rifletti, fossi molto
alieno dalla volontà di produrre quel tale effetto, e che la malvagità e
crudeltà non abbia che fare col tuo carattere Pensieri di varia filosofia e di
bella letteratura, no Voltando appena pagina, nell’ Ottonieri si torna a
leggere; Ho udito anche riferire come sua, questa sentenza. Noi siamo inclinati
e soliti a presupporre, in quelli coi quali ci avviene di conversare, molta
acutezza e maestria per iscorgere i nostri pregi veri, o che noi c’
immaginiamo, e per conoscere la bellezza o qualunque altra virtù d’ogni nostro
detto o fatto; come ancora molta profondità, ed un abito grande di meditare, e
molta memoria, per considerare esse virtù ed essi pregi, e tenerli poi sempre a
mente: eziandio che in rispetto ad ogni altra cosa, o non iscopriamo in coloro
queste tali parti, o non confessiamo tra noi di scoprirvele. E anche questo
pensiero, quantunque in forma compendiata a mo’ di appunto, era già nello
Zibaldone; Noi supponiamo sempre negli altri una grande e straordinaria
penetrazione per rilevare i nostri pregi, veri o immaginari che sieno, e
profondità di riflessione per considerarli, quando anche ricusiamo di
riconoscere in loro queste qualità rispetto a qualunque altra cosa. E il numero
di simili riscontri è tale che pochi sono i luoghi dell’ Ottonieri di cui non
si trovi la prima prova nei Pensieri degh anni anteriori. Non sarà dunque da
dire che nel ’24 l’autore abbia dato soltanto la forma definitiva a questa
operetta, facendone, come ad altri è sembrato, un centone di sue osservazioni
di tre e quattro anni prima ? Né la domanda vale unicamente per l’ Ottonieri.
Anche del Parini è stato notato che la sostanza è già nei Pensieri [ b
Caratteristico questo luogo del cap. IX, dove l’autore fa dire al Parini; Come
città piccole mancano per lo più di mezzi e di sussidi onde altri venga
all’eccellenza nelle lettere e nelle dottrine; e V. tra gli altri B. Zumbini,
Studi sul L., Firenze, Barbèra, - 04, II, 42; e Losacco, in Giorn. stor.
letter. Hai., come tutto il raro e il pregevole concorre e si aduna nelle città
grandi; perciò le piccole sogliono tenere tanto basso conto, non solo della
dottrina e della sapienza, ma della stes.sa fama che alcuno si ha procacciata
con questi mezzi, che l’una e l'altre in quei luoghi non sono pur materia
d’invidia. E se per caso qualche persona riguardevole o anche straordinaria
d’ingegno e di studi, si trova abitare in luogo piccolo. Tesservi al tutto
unica, non tanto non le accresce pregio, ma le nuoce in modo, che spesse volte,
quando anche famosa al di fuori, ella è, nella consuetudine di quegli uomini,
la più negletta e oscura persona del luogo. E tanto egli è lungi da potere
essere onorato in simili luoghi, che bene spesso egli vi è riputato maggiore
che non è in fatti, né perciò tenuto in alcuna stima. Al tempo che, giovanetto,
io mi riduceva talvolta nel mio piccolo Bosisio; conosciutosi per la terra eh’
io soleva attendere agli studi, e mi esercitava alcun poco nello scrivere; i
terrazzani mi riputavano poeta, filosofo, fisico, matematico, medico, legista,
teologo, e perito di tutte le lingue del mondo; e m’interrogavano, senza fare
una menoma differenza, sopra qualunque punto di qual si sia disciplina o
favella intervenisse per alcun accidente nel ragionare. E non per questa loro
opinione mi stimavano da molto; anzi mi credevano minore assai di tutti gli
uomini dotti degli altri luoghi. Ma se io li lasciava venire in dubbio che la
mia dottrina fosse pure un poco meno smisurata che essi non pensavano, io
scadeva ancora moltissimo nel loro concetto, e all’ultimo si persuadevano che
essa mia dottrina non si stendesse niente più che la loro. Mirabile pagina,
piena di verità. Ma essa trae origine da riflessioni jiersonali e
autobiografiche già dal L. segnate sulla carta fin dall’ottobre 1820; Spessissimo
quelli che sono incapaci di giudicare di un pregio, se ne formeranno un
concetto molto più grande che non dovrebbero, lo crederanno maggiore
assolutamente, e contuttociò la stima che ne faranno sarà infinitamente minor
del giusto, sicché relativamente considereranno quel tal pregio come molto
minore. Nella mia patria, dove sapevano eh’ io ero dedito agli studi, credevano
eh’ io possedessi tutte le lingue e m’interrogavano indifferentemente sopra
qualunque di esse. Mi stimavano poeta, rettorico, fisico, matematico, politico,
medico, teologo ecc., insomma enciclopedicissimo. E non perciò mi credevano una
gran cosa, e per T ignoranza, non sapendo che cosa sia un letterato. non mi
credevano paragonabile ai letterati forestieri, malgrado la detta opinione che
avevano di me. Anzi uno di coloro, volendo lodarmi, un giorno mi disse: A voi
non disconverrebbe di vivere qualche tempo in una buona città, perché quasi
quasi possiamo dire che siate un letterato. Ma, s’ io mostravo che le mie
cognizioni fossero un poco minori ch’essi non credevano, la loro stima scemava
ancora e non poco, e finalmente io passavo per uno del loro grado Né soltanto
la cronologia diventa un problema di difficile soluzione, una volta sulla via
di siffatti riscontri. I quali però non sono possibili se non dove si consideri
ciascun elemento del pensiero del L. astratto dalla forma che esso ha nelle Of
erette. Che se si guarda a questa, è facile scorgere, per esempio, la
superficialità del giudizio, che abbiamo ricordato, per cui l ’Ottonieri non
sarebbe nient’altro che un centone di luoghi dello Zibaldme. E si badi, d’altra
parte, a non prendere né anche questa forma in astratto, quasi la forma
speciale del tale passo delle Operette, il quale abbia un antecedente più o
meno prossimo nello Zibaldone (quantunque, pur così intesa, essa sia sempre nei
due casi profondamente diversa). Anche questa è una forma astratta; perché la
vera forma assunta in concreto da ciascuna parte di un’opera è quella tal forma
soltanto in relazione con tutta l’opera, in conseguenza del motivo
fondamentale, ossia di quel certo atteggiamento spirituale, in cui l’autore si
trovò componendola. Sicché un centone si può certamente trovare anche in
un’opera che abbia una salda e vivente unità organica, ma solo pel fatto che si
prescinda da questa unità, e si cominci a indagarne il contenuto, decomposto
meccanicamente nelle singole parti, Pensieri, dalla cui somma a chi se ne lasci
sfuggire lo spirito pare che l’opera risulti. Che è quello che è stato fatto
per le prose L.ane da tutti i critici che se ne sono occupati, ora considerando
e giudicando le singole operette ad una ad una, ora sminuzzando Cuna o l’altra
di esse in una serie di frammenti facilmente rintracciabili in altri scritti,
in verso e in prosa, dello stesso L. (dando l’idea d’un L. che ripeta
inutilmente se stesso), o in precedenti scrittori, massime francesi del secolo
XVIII (in confronto dei quali poi tutta l’originalità dello scrittore
svanirebbe). Il maggior critico che il L. abbia avuto, il De Sanctis; se ha
sdegnato ogni ricerca analitica e mortificante di fonti e confronti, fermo
nella dottrina, che è sua gloria, dell’ inseparabilità del contenuto dalla
forma nell’opera d’arte, e perciò della necessità di cercare il valore e la
vita di quest’opera nell’accento personale, nell’ impronta propria, onde ogni
vero artista trasfigura la sua materia; non s’è guardato tuttavia né pur lui,
di cercare la vita nelle parti, la cui serie forma il contenuto del libro, anzi
che nel tutto, nell unità, dove soltanto può essere l’anima e l’originalità
dello scrittore. E ha creduto di poter cercare, per così dire, un L. in
ciascuna delle operette, presa a sé, invece di cercare il L. di tutte le
operette, che sono un’opera sola. In primo luogo, sta di fatto che, ad eccezione
del Venditore di almanacchi e del Tristano, con cui nel '32 l’autore volle
tornare a suggellare il pensiero delle Operette, tutte le altre pullularono
dall’animo del L. nello stesso tempo, da un medesimo germe d’idee e di
sentimenti, da una stessa vita. Abbiamo visto che il Copernico e il Plotino
erano già in mente al poeta quand’ei vagheggiava il suo Tasso, il Colombo e fin
lo stesso Ti- mandro; e meditava insomma quegli stessi pensieri, che presero
corpo nelle Operette del '24; con le quah infatti, poiché nel '27 l’ebbe
scritte, l’autore sentì che dovevano accompagnarsi. 11 all’amico De Sinner, che
gh chiedeva scritti inediti da potersi pubblicare a Parigi, scriveva : « Ho
bensì due dialoghi da essere aggiunti alle Operette, l’uno di Plotino e
Porfirio sopra il suicidio, l’altro di Copernico sopra la nullità del genere
umano. Di queste due prose voi siete il padrone di chsporre a vostro piacere:
solo bisogna eh’ io abbia il tempo di farle copiare, e di rivedere la copia.
Esse non potrebbero facilmente pubbhcarsi in Italia. Ma avvertiva subito, che
da soU questi dialoghi non potevano andare; e tornava a scrivere al De Sinner:
«Dubito che le mie due prose inedite abbiano un interesse sufficiente per
comparir separate dal corpo delle Operette morali, al quale erano destinate»*.
Quanto al Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, esso è del ’25; cioè
immediatamente posteriore alle altre prose compagne; anteriore ad ogni
tentativo fatto dall’autore per pubblicare le Operette. Alle quali, nelle
edizioni parziali e totali fattene a Firenze e a Milano, era ovvio che l’autore
non potesse pensare ad includerlo a causa del crudo materialismo che vi è
professato, c che le Censure non avrebbero lasciato passare. Ma, lasciando per
ora da parte queste cinque operette [Stratone, Copernico, Plotino, Venditore
d’almanacchi e Tristano) che vennero successivamente ad aggiungersi alle prime
venti, è certo che queste venti, composte tutte di seguito in un anno di lavoro
felice, furono dall’autore scritte e considerate come parti d’un solo tutto. E
quando ebbe in ordine il suo manoscritto completo, escluse che le singole
operette potessero venire in luce alla spicciolata. Nel novembre del ’25 sperò
poterle pubblicare Epistolario, Firenze, Le Monnier, * Epistolario, nella
raccolta delle sue Opere, che un editore amico voleva fare allora in Bologna;
e, andato a monte quel disegno, fece assegnamento sugli aiuti efficaci del
Giordani, al quale consegnò il manoscritto affinché gli trovasse un editore:
con tanto desiderio di vedere stampata la sua opera, che scrive impaziente a
Papadopoli : « I miei Dialoghi si stamperanno presto, perché se Giordani, che
ha il manoscritto a Firenze, non ci pensa punto, come credo, io me lo farò
rendere, e lo manderò a Milano » >. Ma da Firenze scrivevagh il Vieus- seux
il 1° marzo : « Giordani, usando della facoltà lasciatagli, mi passò il bel
manoscritto che gli avevate confidato, dal quale abbiamo estratto alcuni
dialoghi, che troverete riferiti nel n. 61 dell’Antologia, ora pubbhcato, eh’
io ho il piacere di mandarvi. Graditelo come un pegno del mio fervido desiderio
di vedere il mio giornale spesso fregiato del vostro nome; e più del nome
ancora, dei vostri eccellenti scritti. Sento che queste Operette morali
verranno probabilmente pubbhcate costà, e ne godo assai pel pubblico, e per
voi, tanto più che sembrano meglio fatte per comparire riunite in una raccolta,
che spartite in un giornale » ». Quella prima pubblicazione, dunque, non fu
altro che un saggio. Del quale L. scrive all’amico Puccinotti: «I miei Dialoghi
stampati ntW Antologia non avevano ad essere altro che un saggio, e però furono
così pochi e brevi. E soggiungeva 1 « La scelta fu fatta dal Giordani, che
senza mia saputa mise l’ultimo per primo; affermando così che tra i dialoghi
c’era un ordine, e ciascuno doveva tenere il suo posto. Proponendo pertanto la
stampa dell’opera intera all’editore Stella di Milano, gli scriveva: « Ha ella
veduto [Lett. del 9 nov. al fratello Carlo, in Epist., II, 47. » Nell' Epist.
del L. 3 Epist., II, 142-43. il numero 6i dell’ An tologia, gennaio 1826 ? E
penetrato, ed ha avuto corso in cotesti Stati ? Vi ha ella veduto il Saggio
delle mie Operette morali ? Le parlai già. in Milano di questo mio manoscritto.
Ne abbiamo pubblicato questo saggio in Firenze per provare se il manoscritto
passerebbe in Lombardia. Giudica ella che faccia a proposito per lei ?... Tutte
le altre operette sono del genere del Saggio, se non che ve ne ha parecchie di
un tono più piacevole. Del resto, in quel manoscritto consiste, si può dire, il
frutto della mia vita finora passata, e io 1’ ho più caro de’ miei occhi » '.
Questa lettera è del 12 marzo ’26. 11 22 di quel mese lo Stella rispondeva : «
Ho letto il Saggio ; ed ella ha ben ragione d’amar cotanto quel suo
manoscritto. 11 fascicolo dell’Antologia era stato ammesso dalla Censura, ma
l’editore non credeva di poterne tuttavia sperare altresì l’approvazione per la
stampa Avrebbe provato: intanto gli facesse sapere la mole del manoscritto. E
il L. subito a riscrivergli, il 26 : « Confesso che mi sento molto lusingato e
superbo del voto favorevole che ella accorda alle predilette mie Operette
morali. 11 manoscritto è di 311 pagine, precisamente della forma del ms.
d’Isocrate che le ho spedito, scrittura egualmente fitta di mio carattere. Sarei
ben contento se ella volesse e potesse esserne l’editore.... La prego a darmi
una risposta concreta in questo proposito tosto ch’ella potrà » i. Lo Stella,
per saggiare le disposizioni della Censura milanese, chiese licenza di
ristampare nel suo Nuovo Ricoglitore i dialoghi usciti nell’ A ntologia ; « de’
quali », scriveva all’autore il 1° aprile, « poi formerò un opuscolo a parte
che mi farà strada a pubblicar tutte queste, da 0 . c., Lei chiamate Operette,
che lo saranno per la mole, non pel pregio certamente » «. Perciò il 7 il L.
affret- tavasi a mandargli la nota dei molti errori incorsi nella stampa
fiorentina, insistendo nel desiderio che lo Stella assumesse Tedizione del
libro intero ; che il 26 si disponeva a inviargli : « Debbo però pregarla caldamente
di una cosa. Mi dicono che costì la Censura non restituisce i manoscritti che
non passano. Mi contenterei assai più di perder la testa che questo
manoscritto, e però la supplico a non avventurarlo formalmente alla Censura
senza una assoluta certezza, o che esso sia per passare, o che sarà restituito
in ogni caso » ^ E il prezioso manoscritto partì infatti sulla fine del mese
per Milano 3, e lo Stella j)oté informare l’autore d’averlo ricevuto. poi gli
scriveva; « Nei brevi ritagli di tempo che mi restano, vo leggendo le Operette
sue morali, le quali quanto mi allettano.... altrettanto temo che trovar
debbono degli ostacoli per la Censura. Forse il rimedio potrebbe esser quello
di darle prima nel Ricoglitore, per poi stamparle a parte, e in fine fare una
nuova edizione di tutte in piccola forma » 4. Ancora uno smembramento delle
care Operette ? La proposta ferì al vivo l’animo del L., che, a volta di
corriere, il 31 rispose: «Se a far passare costì le Operette morali non v’ è
altro mezzo che stamparle nel Ricoglitore, assolutamente e istante- mente la
prego ad aver la bontà di rimandarmi il manoscritto al più presto possibile. O
potrò pubblicarle altrove, o preferisco di tenerle sempre inedite al dispiacer
di vedere un’opera che mi costa fatiche infinite, pubblicata a brani.... » 5.
Furono infatti pubblicate in volume l’anno seguente, come l’autore ardentemente
desiderava, conscio dell’organicità del corpo di tutte le venti operette, nate
come venti capitoli di un’opera sola. All’unità della quale ei certamente mirò
nell’ordinamento definitivo che fece delle singole parti, quando le ebbe
condotte a termine tutte. Abbiamo veduto come tenesse a rilevare e attribuire
al Giordani l’inversione avvenuta nei tre dialoghi ceduti dlVAntologia. Il Ti-
mandro doveva essere l’ultimo, egli avA^erte. Infatti era stato scritto dopo il
Tasso-, ma era stato pure scritto prima del Colombo. Anzi nell’ordine
cronologico • era quattordicesimo, sui venti del 1824: ma evidentemente fin da
principio era destinato al ventesimo o, comunque, ultimo posto, che tenne nella
edizione milanese del '27. È invero un’apologià del libro; e l’apologià non
poteva essere se non la conclusione e il giudizio, che, nell’atto di Ucenziare
il libro, l’autore voleva se ne facesse. Ma, nel passaggio dall’ordine
cronologico a quello ideale che L.ebbe da ultimo ragione di preferire, non
soltanto il Timandro venne spostato. Infatti tra il Dialogo di un Fisico e di
un Metafisico e il Dialogo della Natura e di un Islandese, scritti
successivamente, con un solo giorno di riposo tra l’uno e l’altro, parve
opportuno frammettere il Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, a
cui il L. pose mano appena finito quello della Natura e di tm Islandese. È
ovvio che senza una ragione né anche quest’ordine sarebbe mutato; ed è ovvio
Mtresì che la ragione non potrà consistere se non negli scambievoh rapporti da
cui questi dialoghi eran legati, agli occhi di chi li scrisse. Va da sé poi che
i vari scritti devono per lo più esser nati già con questi rapporti, l’un dopo
l’altro, secondo che il pensiero germoghava via via nella sua spontaneità
organica; ma dove Cfr. sopra, p. io6, n. i. una ripresa di idee già non
sufficientemente svolte, e il risorgere di un’ ispirazione che era parsa
esaurita, traeva l’autore a tornéire su se stesso, è pur naturale che l’ordine
cronologico non corrispondesse più allo svolgimento e alla coerenza del
pensiero. Così il Tasso, scritto appena levata la mano dall’ Islandese, nasce
come un anello che salda questo dialogo a quello del Fisico col Metafisico; e
se l’autore scrive il Timandro, bisogna pensare che, saldato così l’ Islandese
agli antecedenti dell’opera, egli dovè per un momento credere esaurito il suo
tema; credere perciò di potersi arrestare a quella fiera rappresentazione
finale AtW Islandese: e quindi volgersi indietro a giudicare e difendere il
libro. Passarono infatti dodici giorni senza che si sentisse riattirato verso
il suo lavoro, ripreso il 6 luglio col Panni, e condotto innanzi a sbalzi fino
alla fine dell’anno, quando fu compiuto il Cantico del Gallo silvestre ; altre
sei operette in tutto, che s’ è condotti a pensare formino un gruppo distinto,
nato da questo risorgimento, seguito al Timandro, del motivo ispiratore delle
operette. Ma tutto ciò, si può dire, non prova nulla per l’organismo e unità
dell’opera L.ana, se questa unità non si trova effettivamente nel suo intimo.
Ed è vero. Com’ è pur vero che quando tale unità fosse messa bene in luce con
lo studio interno del hbro, potrebbe anche apparire inutile tutto questo preambolo,
indirizzato ad argomentare che l’unità ci doveva essere. Ma è infine non meno
vero che non si trova quel che non si cerca; e che l’unità delle Operette
L.ane, ritenute generalmente una semplice raccolta, aumentabile (con la
Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto, come tutti fanno),
o riducibile (come pure han creduto gli autori delle varie scelte di prose
L.ane) non si è mai indagata, perché si sono ignorati o trascurati tutti questi
indizi di un disegno, che lo stesso autore ritenne essenziale. Intanto, lo
spostamento osservato del Timandro epilogo, in origine, delle Operette, ci ha
condotto a scorgere un gruppo, che non è forse il solo tra questi singoli
scritti, così come vennero quasi rampollando Tuno dall’altro. Sottraendo, oltre
il Timandro, destinato ad epilogo, la Storia del genere umano, che, ])er il suo
distacco formale dal resto dell’opera (è la sola infatti che abbia la forma di
un mito), e la sua rajipresentazione complessiva, in iscorcio, di tutto il
destino del genere umano a parte a parte ritratto poscia nelle varie prose, si
può a ragione considerare come un prologo; le diciotto operette intermedie,
formanti il corpo del libro, si distribuiscono naturalmente in tre gruppi, di
sei ciascuno, come tre ritmi attraverso i quali passa l’animo del L.. Innanzi
al terzo, nato, come s’ è veduto, da una ripresa dell’ ispirazione originaria,
si spiega il secondo, che comincia col Dialogo della Natura e di un’Anima e si
compie, (]uasi ritornando al suo principio, con l’altro Dialogo della Natura e
di un Islandese. Precede, e inizia la trilogia, un primo grujipo, aperto dal
Dialogo d’Ercole e di Atlante e conchiuso da un dialogo parallelo, in cui
all’eroe classico della potenza e della forza. Ercole, sottentra un eroe della
potenza dello spirito immaginato dalle superstizioni moderne, un mago,
Malambruno, dialogante con un Atlante spirituale, un diavolo. Farfarello.
Disposizione simmetrica, sulla quale non giova certo insistere troppo, ma che
non può apparire arbitraria o fortuita quando si osservino gl’ intimi rapporti
spirituali onde sono insieme congiunte e connesse, in tale ordinamento, le
diverse operette. Ascoltiamo dalle parole stesse del L. la nota fondamentale di
ciascuna operetta; e vediamo se le varie note degli scritti appartenenti a
ciascun gruppo non forniino per avventura un solo ritmo. Cominciamo dal primo
gruppo. Ercole va a trovare Atlante per addossarsi qualche Qja il peso della
Terra, come aveva fatto già parecchi secoli fa, tanto che Atlante pigli fiato e
si riposi un poco. j(a la Terra da allora è diventata leggerissima; e quando
Ercole se la reca sulla mano, scopre un’altra novità più nieravigliosa. L’altra
volta che l’aveva portata, gli « batteva forte sul dosso, come fa il cuore degh
animali; e metteva un rombo continuo, che pareva un vespaio. Ma ora quanto al
battere, si rassomiglia a un orinolo che abbia rotta la molla »; e quanto al
ronzare, Ercole non vi ode uno zitto. E già gran tempo, dice Atlante, « che il
mondo finì di fare ogni moto o ogni romore sensibile; e io per me stetti con
grandissimo sospetto che fosse morto, aspettandomi di giorno in giorno che
m’infettasse col puzzo; e pensava come e in che luogo lo potessi seppellire, e
l’epitaffio che gli dovessi porre. È lo stesso grido, come si vede, de La sera
del dì di festa'. Kcco è fuggito 11 dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar
succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente. Or dov’ è il suono Di
quei popoli antichi ? Or dov’ è il grido De’ nostri avi famosi, e il grande
impero Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio Che n’andò per la terra e
l’oceano ? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa li mondo, e più di lor non si
ragiona. Perché questo silenzio e questa morte ? Ecco che la Moda, sorella
germana della Morte, vien a dirlo essa questo perché alla Morte stessa: poiché
i soh frivoli e accidiosi costumi dei nuovi tempi possono spiegare i « lacci
dell’antico sopor » che, pel Poeta, non stringono soltanto «l’itale menti»; i
costumi «di questo secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio », e
pgj. cui il Poeta domandava agli eroi già dimenticati e riscoperti dai
filologi, « se in tutto non siam periti » t La Moda spiega infatti aUa Morte:
«A poco per volta ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato
in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere
corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabih che abbattono il corpo
in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo nel mondo tali
ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come
dell’animo, è più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con
verità che sia proprio il secolo della morte ». Morti gli uomini, spenta la
forza dei corpi, infranto il vigore degli animi. In compenso, si fabbricano
macchine, e H secol morto può dirsi «l’età delle macchine». L’Accademia dei
SUlografi ne fa la satira nel suo bizzarro bando di concorso per l’invenzione
di tre macchine, che restituiscano al mondo quel che agli occhi del Poeta
costituisce il pregio maggiore della vita, anzi la vita stessa, quale fu una
volta: ramicizia, lo spirito delle opere virtuose e magnanime, e la donna:
quella donna, che fu r ideale degli spiriti gentili, e fu pur ora cantata come
la « sua donna » da esso il L. : Forse tu l’innocente Secol beasti che dall’oro
ha nome. Or leve intra la gente Anima voli ? o te la sorte avara Ch’a noi
t’asconde, agli avvenir prepara? Viva mirarti ornai Nulla spene m’avanza 3 .
Sopra il monumento di Dante (rSrS), vv. 3-4. » Ad Angelo Mai 3 Alla sua donna.
fbbene, una macchina ne adempia gli uffici, essendo «espedientissimo che gh
uomini si rimuovano dai negozi jjeUa vita il più che si possa, e che a poco a
poco diano luogo, sottentrando le macchine in loro scambio. Questa I la morte
dell’uomo ; la morte dell’amicizia e dell’amore, la morte degh ideali che già
fecero virtuoso e magnanimo l’uomo antico, finito con Bruto minore; il quale
non può sopravvivere alla maledizione scaghata alla stolta virtù, che ei
respinge da sé nelle cave nebbie e nei campi dell’ inquiete larve. Onde se un
romano, e 5Ìa Catihna, può credere, secondo Sallustio, d’infiammare i soci alla
battaglia, parlando ad essi non solo delle ricchezze, ma dell’onore, della
gloria, della libertà, della patria, affidate alle loro destre, un moderno
lettore d’umanità non può senza peccato d’ipocrisia vedere nel testo di
Sallustio quella gradazione ascendente che il luogo, a norma di rettorica,
richiederebbe. La patria ? Non si trova più se non nel vocabolario. La libertà
? Guai a proferir questo nome. Di essa, dice il L., che ne sa anche lui qualche
cosa « non si ha da far conto ». La gloria ? Piacerebbe, se non costasse
incomodo e fatica. Insomma, la ricchezza è il solo vero bene: è quella cosa
«che gh uomini per ottenerla sono pronti a dare in ogni occasione la patria, la
hbertà, la gloria, l’onore ». Sicché il testo è da restituire, per travestirlo
alla moderna, facendo dire a Catilina: Et quum proelinm inibitis, memi-
neritis, vos gloriam, decus, divitias, fraeterea spectacula, epulas, scorta,
animam denique vestram in dextris vestris portare. Animam vestram, la vita:
quella vita, che non hanno ! Quella \dta, che Sabazio, l’eterno Dioniso, dio
della vita [Ancona, nel Fanfulla della domenica del 29 novembre *895: G.
Carducci, Degli spiriti e delle forme nella poesia di G. L., Bologna,
Zanichelli, 1898, pp. 207-08. e della morte, è in sospetto anche lui sia
cessata da un pezzo in qua; e però manda su dalle viscere della terra uno
spiritello, uno Gnomo, ad accertarsene. E uno spi rito dell’aria, un Folletto,
può dirgli infatti che «gjj uomini sono tutti morti e la razza è perduta ».
Mancati tutti: «parte guerreggiando tra loro, parte navigando parte mangiandosi
l’un l’altro, parte ammazzandosi nori pochi di propria mano, parte infracidando
nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e
disordinando in mille cose; in fine, studiando tutte le vie di far contro la
propria natura » ; studiandole tutte con queir « irrequieto ingegno, demenza
maggiore » che « (juel- l’antico error, di cui « grido antico ragiona », onde
fu negletta la mano dell’altrice natura, come il L. aveva appreso dal Rousseau.
Oh contra il nostro Scellerato ardimento inermi regni Della saggia natura !
Morto l’uomo; e «le altre cose.... ancora durano e procedono come prima ». E
l’uomo che presumeva il mondo tutto fatto e mantenuto per lui solo ! Il
Folletto invece crede fosse fatto e mantenuto per i folletti; come lo Gnomo per
gli gnomi ! La vanità umana pareggia essa la nullità dell’uomo. Ecco, gli
uomini « sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nuUa, e i fiumi
non sono stanchi di correre.... e le stelle e i pianeti non mancano di nascere
e di tramontare... ». La saggia, l’altrice natura non si commuove allo
sterminio di sé a cui l'uomo è tratto dal suo ardimento. Fu certo, fu {né
d’error vano e d’ombra L’aonio canto e della fama il grido Pasce l’avida plebe)
amica un tempo Inno ai Patriarchi. Al sangue nostro e dilettosa e cara Questa
misera piaggia, ed aurea corse Nostra caduca età. Non che di latte Onda rigasse
intemerata il fianco Delle balze materne, o con le greggi Mista la tigre ai
consueti ovili Né guidasse per gioco i lupi al fonte Il pastorei; ma di suo
fato ignara E degli affanni suoi, vota d'affanno Visse l’umana stirpe. Amica è
la natura a chi sta contento della vita spontanea e irrifiessa, qual’ è appunto
la vita della natura. Lo svegliarsi dell’ intelligenza (scellerato ardimento !)
è il principio della perdizione. E invano l’uomo cercherà col pensiero di
restaurare la sua vita e riconquistare la dilettosa e cara piaggia d’un tempo!
Faust lo sa* *; Malambruno che mvoca gli spiriti d’abisso, che vengano con
piena potestà di usare tutte le forze d’inferno in suo servigio, lo riapprende
da Farfarello, impotente a farlo felice un momento di tempo. La felicità è la
vita che si V’iva sentendo che mette conto di viverla: è la vita col suo
valore. E il L. pare la intenda come un diletto infinito ; il cui bisogno nasce
dall’ infinito amore che ogni uomo ha di se stesso, ma non può esser soddisfatto
mai, perché nessun diletto è infinito, nessun piacere tale che appaghi il
nostro desiderio naturale. Onde il vivere sentendo la vita è infelicità; e
questa non è interrotta se non dal sonno, o da uno sfinimento o altro che
sospenda l’uso dei sensi: non mai cessa mentre sentiamo la nostra vita ; e se
vivere è sentire, « assolutamente parlando », il non vivere è meglio del
vivere. La vita non ha valore. È, a rigore, l’ultima conclu- [Malambruno è
Faust, non Manfredo, come mostra d' intendere il Losacco, L.ana, in Giornale
storico della letteratura italiana, sione di quella premessa, che la felicità o
valore della vita consista nel diletto; il quale non può essere altro che
limitato, e quindi mai mero diletto, senza mistura di amarezza. Tale il
concetto del primo gruppo delle Operette, che pone l’animo del poeta in faccia
alla morte e al nulla: ossia al vuoto della vita, non più degna d'esser
vissuta: poiché degna sarebbe la vita inconscia, e la vita dell’uomo è senso,
coscienza. La vita nella felicità è la natura; e l’uomo se ne dilunga ogni
giorno più con la civiltà, con r irrequieto ingegno, che assottiglia la vita, e
la consuma. Ed ecco il problema e il tormento dell’anima di L.: l’uomo in
faccia alla natura. La natura, che è quella del dialogo dello Gnomo e del
Folletto; e l’uomo, che è, non quella ciurmaglia già spenta, da cui lo Gnomo
avrebbe caro > che uno risuscitasse per sapere quello che egli penserebbe
della già sua vantata grandezza: è anzi quest’uno, Malambruno, che pensa e vede
tutti gli uomini morti e la natura viva, muta, indifferente. Problema
affrontato nel Dialogo della Natura e di un’Anima, il primo del nuovo gruppo,
dove la natura dice all’anima, dandole la vita: «Va’, figliuola mia prediletta,
che tale sarai tenuta e chiamata per lungo ordine di secoli. Vivi, e sii grande
e infelice ». Giacché, come poi le spiegherà, nelle anime degli uomini, e
proporzionatamente in quelle di tutti i generi di animali, si può dire che
l’una e l’altra cosa sieno quasi il medesimo: perché l’eccellenza delle I Ben
avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia risuscitassero, e sapere quello
che penserebbero vedendo che le altre co.se, benché sia dileguato il genere
umano, ancora durano e procedono come prima, dove si credevano che tutto il
mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli » (Operette morali, ed. Gentile,
Zanichelli, Bologna). jjiinie importa maggior sentimento dell’ infelicità
proria; che è come se io dicessi maggiore infelicità»; e l’uomo « ha maggior
copia di vita, e maggior sentimento, che niun altro animale; per essere di
tutti i viventi il niù perfetto; e però è il più infelice. E il meglio è per
l’anima spogliarsi della propria umanità, o almeno delle (loti che possono
nobilitarla, e farsi « conforme al più stupido e insensato spirito umano » che
la natura abbia jjjai prodotto in alcun tempo. Di guisa che quella morte
dell’umanità, che nei dialoghi del primo gruppo poteva parere una colpa dei
degeneri nepoti, ecco, apparisce il destino dell’uomo : la cui storia non può
avere altra conchiusione che la rinunzia alla propria umanità. La quale, dice
il poeta col suo amaro sorriso, scacciata dalla Terra, non si rifugia e
raccoglie nella Luna, come immaginò l’Ariosto di tutto ciò che ciascun uomo va
perdendo. La Luna, a cui la Terra, nel dialogo che da esse s’intitola, ne
domanda, non solo la convince che l’immaginazione ariostesca è semplice
immaginazione, ma in tutto il dialogo dimostra che il linguaggio umano e
relativo allo stato degli uomini, che la Terra usa, non ha significato fuori di
questa: e che insomma non ha base in natura quello che gli uomini considerano
pregio della loro ^^ta, e che, non trovandolo fondato in natura, riconoscono
quindi mera illusione. Ma il concetto più direttamente è trattato nella
Scommessa di Prometeo: scommessa perduta con Momo (che è lo stesso spirito
satirico pessimista con cui L. guarda la \'ita nella sua vanità).'Perduta,
perché Prometeo deve confessare che alla prova il suo genere umano, che avrebbe
dovuto essere il più perfetto genere dell’universo, « la migliore opera degl’
immortali, gli era fallito, dimostrandosi, dallo stato selvaggio degli antro-
pofagi a quello più incivilito dei suicidi per tedio della vita, il più
sciagurato e imperfetto. Prometeo paga la scommessa senza volerne sapere più
oltre, quando a Londra vede gran moltitudine affollarsi innanzi a una porta ed
entra, e scorge «sopra un letto un uomo disteso su! pino, che aveva nella ritta
una pistola; ferito nel petto e morto; e accanto a lui giacere due fanciullini,
medesimamente morti»: sciagurato padre, che per dispera- zione ha ucciso prima
i figliuoli e poi se stesso: (juan- tunque fosse ricchissimo, e stimato, e non
curante di amore, e favorito in corte: ma caduto in disperazione «per tedio
della vita, secondo che ha lasciato scritto. Il tedio della vita ! Ecco la
scoperta che si è fatta andando in cerca di quella felicità, di cui si pose il
problema nel primo dialogo di questo secondo gruppo. E i due seguenti dialoghi
hanno questo argomento. Il Dialogo di un Fisico e di un Metafisico dimostra la vita
non essere bene da se medesima, e non esser vero che ciascuno la desideri e
l’ami naturalmente: ma la desidera ed ama come « istrumento o subbietto » della
felicità, che è ciò che veramente vale. E questa, guardata più da vicino,
consistere nell’efficacia e copia delle sensazioni, nelle affezioni e passioni
e operazioni, e insomma, non nel puro essere, ma nella sensazione dell’essere e
nel far essere (come ben si può dire) l’essere stesso. Non l’inerzia e la vuota
durata, ma la mobilità, la vivacità, il gran numero e la gagliardia delle
impressioni, e cioè il tempo pieno, questo è l’oggetto dei nostri desiderii: e
la vita degli uomini « fu sempre non dirò felice, ma tanto meno infelice,
quanto più fortemente agitata, e in maggior parte occupata, senza dolore né
disagio ». La vita vacua, che è la vita «piena d’ozio e di tedio», è morte;
anzi peggio della morte, che è senza senso. Infine, dice lo stesso Metafisico
(che ha cominciato negando che la felicità sia vivere), «la vita debb’esser
viva»: cioè la vera felicita, in fondo, è sì nella vita ; ma la vita (il L.
così sente) non è vita; è la morte; quella morte di cui s’ è acquistata la
certezza nelle operette del primo gruppo; e che non è pura morte, ma la morte
sentita; la morte nella coscienza dell’uomo che non conosce altra realtà che
l’eterna natura, di là dall’opera sua, e non può sperare perciò di far nulla
che abbia valore. La morte è dolore perché è tedio: quel \moto dove dovrebbe
essere il pieno; la morte al posto della vita. E questo tedio è la malattia, il
segreto tormento del Tasso, che ne ragiona col suo Genio: del Tasso già dal
’zo, quando fu scritta la canzone Ad Angelo Mai, apparso al L. come suo spirito
gemello, al par di lui « miserando esemplo di sciagura: O Torquato, o Torquato,
a noi l'eccelsa Tua niente allora, il pianto A te, non altro, preparava il
cielo. Oh misero Torquato ! il dolce canto Non valse a consolarti o a sciorre
il gelo Onde l’alma t’avean, ch’era sì calda. Cinta l’odio e l’immondo Livor
privato e de’ tiranni. .Amore, Amor, di nostra vita ultimo inganno.
T’abbandonava. Ombra reale e salda Ti parve il nulla, e il mondo Inabitata
piaggia. Tasso medesimo, che non trova nel mondo altro più che il nulla, e si
rifugia nei sogni e nel vago inunaginare, dal quale più duro bensì gli riesce
il ritorno alla realtà; questo Torquato parla nel Dialogo del Tasso e del suo
Genio ', e non si lagna già del dolore, ma della noia, che sola lo affligge e
lo uccide. La quale gli pare abbia la stessa natura dcU’aria: «riempie tutti
gli spazi interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in
ciascuna di loro; e donde un corpo si parte, e altro non gh sottentra, quivi
ella succede immediatamente. Così tutti gl’ intervalli della vita umana
frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però. come
nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, non si dà vóto alcuno; così nella
vita nostra non si dà vóto»; e poiché piacere non si trova, la vita è composta
parte di dolore parte di noia. E la vita tutta uguale monotona del povero
prigioniero immagine d’ogni uomo di fronte alla immutabile natura — si viene
via via votando cosi del piacere come del dolore, e riempiendo tutta della
tristezza soffocante del tedio. L’uomo prigioniero della natura ritorna
ncll’ultinio dialogo del gruppo, in cui si presenta da capo la Natura a render
conto di sé all’uomo: al povero Islandese, che la vicn fuggendo per tutte le
parti della terra, e se la vede sempre innanzi, addosso, incubo schiacciante: e
l’ha innanzi, prima di morire, in effigie di donna, di forme smisurate, seduta
in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna;
viva, di volto tra bello e terribile, occhi e capelli nerissimi, con 10 sguardo
fisso e intento. Perché, le chiede il povero errante, tu sei « carnefice della
tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e
delle tue viscere », e « per niuna cagione, non lasci mai d’incalzarci, finché
ci opprimi ? Se io vi diletto o vi benedico, io non lo so », risponde la
Natura. La vita dell’universo è un circolo perpetuo di produzione e
distruzione. Ma, riprende 1’ Islandese, poiché chi è distrutto patisce, e chi
distrugge sarà distrutto, « dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi
piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con
danno e con morte di tutte le cose che lo compongono ? E prima di aver la
risposta 1’ Islandese è mangiato dai leoni, già così rifiniti e maceri dall’
inedia, che con quel pasto si tennero in vita ancora per quel giorno, e non più.
Questa Natura, che non sa il bene e il male dell’uomo, è la Natura che al
principio ha detto aU’anima: Sii grande, e infelice. La vita infatti È
infelicità, in quanto è noia; e noia è, perché vuota; e non può non esser
vuota, se l’uomo è di fronte a questa Matura terribile nel cui perpetuo giro
esso rientra, molecola ignorata, e senza valore, non appena con la sua
coscienza si stacchi dalle cose, e vi si contrapponga. L’uomo dunque è
veramente infelice, come s’è detto nel primo dialogo, perché con la sua
attività (che è l’anima, il sentire) non ha posto nella natura, che è poi
tutto. Perciò l’anima è vuota, e la vita è tedio. E qui potè parere al L., come
osservammo, di aver esaurito il proprio tema; e, prevedendo le facili critiche,
che non sarebbero mancate al piccolo e doloroso libro, ritenne opportuno
difenderlo col Timandro. Ma poi considerò che la sua dimostrazione non era
veramente perfetta. Il dolce canto non era valso a consolare Torquato; ma
potrebbe dunque il canto consolare Panimo addolorato ? Gino Capponi, l’amico
del Tommaseo, che fu giudice sempre acerbo e ingiusto al grande Recanatese b
scrisse una volta. L.comincia uno de’ suoi Dialoghi, inducendo la natura che
scaraventa nel mondo un’anima con queste parole: Vi\d e sii grande ed infelice.
Io per me credo proprio il rovescio, e che le anime nostre non sieno infelici
se non in quanto sono esse piccole £ cosa facile esser grandi uomini, se basti
a ciò essere infehci, ed L. insegnò a molti la via della infelicità; ma non
l’aveva imparata egh quando produsse quelle canzoni per cui Acerbo e ingiusto
anche nel giudizio, che pur contiene sensazioni profonde di alcuni aspetti
dell'arte L.ana, raccolto nel volume La donna, Milano, .Agnelli, Vedi i miei
Albori della nuova Italia, Lanciano, Carabba, Scritti ed. ed ined., Firenze,
Barbèra,-- sta in alto il nome suo »>. E il De Sanctis doveva osser\’are più
tardi: «Quel suo nullismo nelle azioni e nei lini della vita, che lo rendeva
inetto al fare e al godere, era riempiuto dalla colta e acuta intelligenza e
dalla ricca immaginazione, che gli procuravano uno svago e gli fa, cevano
materia di diletto quello stesso soffrire. Egli aveva la forza di sottoporre il
suo stato morale alla riflessione e analizzarlo e generalizzarlo, e fabbricarvi
su uno stato conforme del genere umano. Ed aveva anche la forza di poetizzarlo,
e cavarne impressioni e immagini e melodie, e fondarvi su una poesia nuova.
Egli può poetizzare sino il suicidio, e appunto perché può trasferirlo nella
sua anima di artista e immaginare Bruto e Saffo, non c’è pericolo che voglia
imitarli. Anzi, se ci sono stati momenti di felicità, sono stati appunto
questi. Chi più felice del poeta o del filosofo nell’atto del lavoro ? Ma né il
Capponi, né il De Sanctis avvertivano cosa sfuggita al L.. È suo questo
pensiero vero e profondo ; L’uomo si disannoia per lo stesso sentimento vivo
della noia universale e necessaria ». E suo è ciuesto altro che lo precede ; «
Hanno questo di proprio le opere di genio, che, quando anche rappresentino al
vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano
sentire 1 inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più
terribili disperazioni, tuttavia ad un animo grande, che si trovi anche in uno
stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della
vita o nelle più acerbe e mortifere disgrazie servono sempre di consolazione,
raccendono l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte,
gh rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta » I Studio su
L.. Napoli, Morano, Pensieri. Cfr. lett. M avveggo ora bene che, spente che
sieno le passioni, non resta negli studi aura Ebbene, sentire ripullular questa
vita, che il raziocinio aveva dimostrata morta, era pur sentire il bisogno (ji
riprendere la dimostrazione. L. non affronta nelle Operette, né in altro dei
suoi scritti, il problema di questa vita incoercibile che risorge dalla sua più
fiera negazione. Ma sente oscuramente questa diificoltà, non superata nei primi
due gruppi de’ suoi dialoghi. Tutto l’argomentare della sua filosofia non
genera la convinzione che ne dovrebbe deri\ are: la convinzione che arma la
mano di Bruto contro se stesso, e fa gittare dalla misera Saffo « il velo
indegno », per rifuggirsi ignudo animo a Dite, e così emendare il crudo fallo
del destino. L’amor della vita non è vinto: la Natura ha detto all’Anima che le
infinite difficoltà e miserie, a cui vanno incontro i grandi, « sono
ricompensate abbondantemente dalla fama, dalle lodi e dagli onori che frutta a
questi egregi spiriti la loro grandezza, e dalla durabilità della ricordanza
che essi lasciano di sé ai loro posteri. Ebbene, questa gloria, che già non
arride all’anima, quando natura gliel’addita, questa gloria abbelliva pure agli
occhi del L. questo mondo di morti, in cui gli sembrava di vivere. Filippo
Ottonieri, che è lui stesso, potrà esser « vissuto ozioso e disutile, e morto
senza fama », come dice il suo epitaffio, ma sentiva bene d’esser nato alle
opere virtuose e alla gloria ». Questa gloria, che è il premio della grandezza
e la sublime consolazione dei grandi infehci, che tanto più saran grandi quanto
più sentiranno la loro infehcità, e più quindi saranno infelici, è la lode che
nell’animo degli altri e pei secoli riecheggia la lode stessa che il grande
tributa egli alla loute e fondamento di piacere che una vana curiosità, la
soddisfazione della quale ha pur molta forza di dilettare: cosa che per
Taddietro, finché mi è rimasta nel cuore l'ultima scintilla, io non potevo
comprendere, Epist,,-- propria grandezza nella coscienza felice del suo genio.
La sua sostanza è veramente in questa lode interna e soggettiva: la sua
esteriorità è in quella eco che si ripercuote lontano, e ferma, e pare
consolidi il valore onde il genio vede illuminata la propria opera. L., nudrito
la mente dei concetti classici e delle idee materialistiche, cerca la realtà di
questa gloria, in cui lo spirito attinge la propria liberazione da tutte le
miserie, in quella eco esterna, in quel consenso che in fatto altri verrà tributando
alla nostra grandezza. E perciò si trova in faccia al problema del valore
tuttavia superstite della grandezza spirituale, veduto in questa forma; l’anima
grande e infelice è destinata essa alla gloria ? o la speranza è fallace, come
tutte quelle che ei rimpiangerà dileguate nelle Ricordanze? ' Ed ecco il Farmi,
che tante difficoltà mostra opporsi all’acquisto di questa gloria, specialmente
nell’età moderna e nel mondo presente, da farla apparire mèta inattingibile.
Talché vien meno anche questa aspettazione, e al grande non rimane che seguire
il suo fato, dove che egli lo tragga, con animo forte, adoprandosi nella virtù,
perché la natura stessa lo fece nascere alle lettere e alle dottrine. Dileguata
quest’ultima consolazione, la sola che si possa chiedere alla stessa eccellenza
dell’animo, quando altra realtà, e fonte eventuale di gioia, non si vegga da
quella che l’animo mira esterna a se stesso, qual porto rimane allo stanco
spirito umano? Vivere infeUce ? Dovecanterà: O speranze, speranze; ameni inganni
Della mia prima età ! sempre, parlando. Ritorno a voi; ché per andar di tempo.
Per variar d'alletti e di pensieri, Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo, Son la
gloria e l’onor; diletti e beni Mero desio; non ha la vita un frutto. Inutile
miseria. E sia; ma se non si può né anche farsi un monumento della propria
infelicità ? Sola nel mondo, eterna, a cui si volve Ogni creata cosa.In te,
morte, si posa Nostra ignuda natura. Lieta no, ma sicura Dall'antico dolor. La
risposta viene dai morti, che si sveghano per un quarto d’ora nello studio di
Ruysch, e cantano, e descrivono questa loro sicurezza dall’antico dolor, nella
quale vivono immortah; senza speme, ma non in desio, come le anime del limbo
dantesco: Profonda notte Nella confusa mente Il pensier grave oscura; Alla
speme, al desio, l’arido spirto Lena mancar si sente: Così d’affanno e di
temenza è sciolto, E l’età vote e lente Senza tedio consuma. Vita vuota,
dunque, anche quella: ma senza sentimento. Vero porto, in cui il povero
Islandese finalmente avrà pace, e in cui si può giungere in un languore di
sensi senza patimento, com’ è degli ultimi istanti della vita, quando
sopravvive solo un senso « non molto dissimile dal diletto che è cagionato agli
uomini dal languore del sonno, nel tempo che si vengono addormentando. Dolce
morte hberatrice ! Ma prima che la morte ci abbia sciolti dal tedio ?
Filosofare, come Filippo Ot- tonieri, il socratico, che « spesso, come Socrate,
s’intratteneva una buona parte del giorno ragionando filosoficamente ora con
uno ora con altro, e massime con alcuni suoi familiari, sopra qualunque materia
gli era somministrata dall’occasione ». E per tal modo filosofava sempre. non
per farne trattati (ché, al pari di Socrate, non credeva giovasse mettere la
filosofìa in iscritto e irrigidir]^ in formule che non risponderanno piti ai
mutevoli bisogni dell’animo), ma per intendere senza pregiudizi e senza
illusioni la vita, e adattarvisi da saggio, tralasciando ogni vana querimonia:
come aveva detto Spinoza: non ridere, non liigere, neque detestari, sed
intelligere. Questo r ideale dell’ Ottonieri, che vivrà ozioso e disutile e
morrà senza fama, ma « non ignaro della natura né della fortuna sua »>. E
con la sua pacata magnanimità e la sua bonaria ironia rinnoverà l’immagine di
Socrate anche in questa modesta, anzi umile coscienza del sapere, e quindi, per
lui, del potere umano. L’ Ottonieri vuol essere quasi la filosofia delle
Operette fatta vita e persona. Ma, oltre la filosofia, non v’ è altro rimedio
alla noia ? Sì : c’ è la rupe di Leucade. Ce lo insegna Colombo, in una bella
notte vegliata sull’oceano .sterminato e inesplorato col fido Gutierrez,
confidando all’amico che anche in lui vacilla la fede e che, in verità, ha
posto la vita sua e de’ compagni sul fondamento d’una sem- phee opinione
speculativa » che può fallirgli. Ma, egli soggiunge, « quando altro frutto non
venga da questa navigazione, a me ]iare che ella ci sia profittevolissima in
quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci
fa prege\'oli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione. Scrivono
gli antichi, come avrai letto o udito, che gli amanti infehei, gittan- dosi dal
sasso di Santa Maura (che allora si diceva di Leucade) giù nella marina, e
scampandone, restavano, per grazia di Apollo, liberi dalla passione amorosa. Io
non so se egli si. debba credere che ottenessero questo effetto; ma so bene
che, usciti di quel pericolo, avranno per un poco di tempo, anco senza il
favore di Apollo, avuta cara la vita, che prima avevano in odio; o pure avuta
più cara e più pregiata che innanzi. Ciascuna pavigazione è, per giudizio mio,
quasi un salto dalla fxipe di Leucade. E navigazione è ogni rischio della vita,
ogni azione eroica. O filosofare, dunque, come Ot- tonieri; o navigare come
Colombo, e far guerra al tedio, P riafferrarsi insomma alla vita, finché la
morte non ce ne liberi. E lo stesso giorno * che finiva di scrivere il Dialogo
a Colombo e Gutierrez L., nel fervore dell’animo commosso da questa coscienza
del valore e quasi gusto della vita riconquistato mercé l’attività, di questa
grandezza felice, mette mano al bellissimo Elogio degli uccelli: Urica
stupenda, sgor- gatagU dal pieno petto, al guizzo d’una immagine Ucta e
ridente: di queste creature amiche delle campagne verdi, delle vallette fertili
e delle acque pure e lucenti, del paese bello e dei soli splendidi, delle arie
cristalline e dolci e di tutto ciò che è ameno e leggiadro, e rasserena e
allegra gli animi; e che, col perpetuo movimento e col canto che è un riso,
sono simbolo di quella vita piena d’impressioni, che non conosce tedio, anzi è
tutta una gioia. E ci fanno amar la natura, che ebbe un pensiero d’amore,
assegnando a un medesimo genere d’animali il canto e il volo ; « in guisa che
quelli che avevano a ricreare gU altri viventi colla voce, fossero per
l’ordinario in luogo alto ; donde ella si spandesse all’ intorno per maggiore
spazio, e pervenisse a maggior numero di uditori ». Così viva è r intuizione
della gioia gentile che il poeta riceve da questa vaga immagine degU ucceUi,
che è già appagato il desiderio finale di questo Elogio: lo vorrei, per un poco
di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e
letizia della loro vita ». Non ha cantato qui anch’egU la gioia ? Cfr. Pens. E
un favoloso uccello, il Gallo silvestre, di cui parlano alcuni scrittori ebrei,
che sta sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo, con
un altro cantico vibrante gli dirà Tultima parola di questa filosofia della
vita, attenuando bensì il tono della lirica precedente, c smorzando
l'entusiasmo, al quale mai come in questo caso s’era abbandonata l’anima del
poeta; e additandogli anzi lontano il pauroso nulla di tutte le cose, e la
morte a cui ogni parte deH’universo s’affretta infaticabilmente, ma pur
rasserenandogli l’animo con la fresca sensazione del puro e frizzante aer
mattutino, ravvivatore e rin- francatore. Sensazione già nota al Poeta: La
mattutina pioggia, allor che l'ale Battendo esulta nella chiusa stanza La
gallinella, ed al balcon s’affaccia L’abitator de’ campi, e il sol che nasce I
suoi tremuli rai fra le cadenti Stille saetta, alla capanna mia Dolcemente
picchiando, mi risveglia; E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo Degli
augelli sussurro, e l’aura fresca, E le ridenti piagge benedico. Canta il Gallo
silvestre per destare i mortali dal sonno; « Il dì rinasce : torna la verità in
sulla terra, e parton- sene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma
della vita : riducetevi dal mondo falso nel vero ». La fiera soma! Meglio, meglio
dormire, e non destarsi; ma verrà la morte a liberar dalla vita. Ad ogni modo
», dice il Gallo, la terribile voce che riempie di sé il mondo, c canta questa
corsa universale alla morte, « ad ogni modo, il primo tempo del giorno suol
essere ai viventi il più comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano
nella loro mente pensieri dilettosi e lieti; ma quasi tutti se ne La Vita
solitaria producono e formano di presente; giacché gli animi in quell’ora
eziandio senza materia alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tutto
alla giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla pazienza dei
mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovasi occupato dalla
disperazione; destandosi, accetta uovamente neU’anima la speranza, quantunque ella
in niun modo se gli convenga ». Ed ecco, dunque, la speranza risorgere ogni
giorno, anche se la sera finì nella disperazione ; e se il Gallo silvestre
paragona la vita dell'universo al giorno, che comincia col mattino ma va alla
notte, e alla vita umana che muove dalla heta giovinezza incontro alla
vecchiaia e alla morte: e se termina annunziando che tempo verrà, che la stessa
natura sarà spenta, e « un silenzio nudo e una quiete altissima empieranno lo
spazio immenso »; il dolce gusto della speranza mattutina e giovanile non è
distrutto: perché quel tempo è molto remoto e (secondo avvertì più tardi
l’autore in una nota della seconda edizione) non verrà mai: e la vita mortale
ritorna sempre dalla notte al mattino, e la speranza risorge, e la vita rinasce
di continuo. Le operette dunque del terzo gruppo ricostruiscono, nella misura e
nel modo che si può secondo L., quello che le prime dodici hanno abbattuto.
Ricostruiscono, movendo dall’estrema mina in cui è caduta anche la speranza
della gloria, nel Parini. Il quale lega il terzo gruppo ai precedenti; e fu
ritirato dopo le prime due edizioni verso il principio, e attratto nell’orbita
del secondo gruppo, poiché tra la Storia del genere umano e il Timandro
l’autore non voUe più il Sallustio] e lo rifiutò e gli sostituì il Frammento di
Stratone, collocato al diciannovesimo posto, innanzi al Timandro. Allora il
gruppo ricomprese il Dialogo della Natura e di un'Anima e il secondo II Parini.
E il Frammento, lì sulla fine del- l’opera, innanzi all’epilogo apologetico, fu
come l’interpretazione metafisica che da ultimo il pensiero, ripiegatosi su se
medesimo, diede della propria intuizione filosofica: concezione, sullo stile
delle teorie cosmologiche greche più antiche, di un universo go\'ernato da pure
leggi meccaniche, com’era quello che giaceva in fondo a ogni concetto
pessimistico del L.; onde si tenta suggellare, nell’ intenzione del Poeta,
l’immagine di quella Natura che eternamente passa, e che negli ultimi detti del
Gallo silvestre è rimasta «arcano mirabile e spaventoso. Si noti che il
Sallustio fu conservato tra le venti operette primitive anche nell’edizione di
Firenze. quantunque in questa fossero aggiunti i due nuovi dialoghi del
Venditore d’Almanacchi e di Tristano] e si noti che in questa edizione invece non
potè entrare il Frammento di Stratone molto probabilmente per le difficoltà già
accennate, derivanti dalla materia di esso, poiché è il solo scritto crudamente
materialistico, che sia tra le Operette. 11 che, se si pensa pure al fatto che
il Frammento fu scritto quando L. aveva tuttavia presso di sé il manoscritto
delle Operette, e a\ rebbe già fin d’aUora pensato ad incorporarvelo, se questa
aggiunta non avesse disordinato il disegno simmetrico del hbro), dimostra
all’evidenza che i dialoghi fiorentini, che sappiamo scritti a Firenze due anni
prima, formano un nuovo gruppo a sé, che si viene ad aggiungere alle prhnitive
operette, senza fondervisi: come avverrà del Frammento, appena l’autore crederà
potere e dover tralasciare il Sallustio, e sostituirlo. Perché tralasciarlo ? «
Forse », risponde il Mestica I Cfr. Chi.\rini, O.C., Scritti letter. di G. L.,
perché gli parve troppo scolastico e di materia non [ abbastanza originale,
sebbene i pensieri in esso contenuti siano conformi al suo filosofare ». « Il
dialogo ha poco movimento e scarso valore artistico », osserva lo Zingafelli '
: « l’invenzione è misera, e sull’attrattiva dello strano e del fantastico
prevale nel lettore un senso d’incredulità. Per queste ragioni l’autore dovette
rifiutarlo, e forse anche per rispetto a Sallustio medesimo. Forse anche col
passar degli anni, il L. non credè più che tutta la grandezza antica perisse
con Bruto e per opera di Cesare e dei cesariani ». Più si è accostato al L vero
questa volta il Della Giovanna: « Forse egli si sarà I pentito delle parole
crudissime che usa parlando della I libertà e della patria. È ben vero che
anche altrove egli f lamenta la mancanza d’amor patrio e di libertà, ma in modo
più vago ». Il Sallustio, in questo cinico pessimismo, contraddice al motivo
fondamentale delle Operette: logico nell’ordine di pensieri da cui sorse, ma
ripugnante a quei sentimenti più profondi, onde la personahtà del poeta
abbraccia in sé e contiene, e tempera quindi e solleva a un suo particolar
significato, siffatti pensieri. I quali non sono qui un sistema filosofico
astratto, ma l’alimento segreto di un’anima che si riversa ed esprime in una
poesia di grande respiro, la quale in tutta la sua unità risuona all’anima del
lettore come una musica, secondo che osservò un amico del poeta, il Montani i,
appena I operette morali di L., ’ Le prose morali di L.Vedi la sua recensione
ncWAntologia del gennaioche incomincia; «Non vi è mai avvenuto una sera d’opera
nuova, di entrare in teatro a sinfonia cominciata, e imaginandovi un motivo
musicale diverso dal vero, trovar men bello e men significante ciò che poi dee
sembrarvi meraviglioso ? — Quando VAntologia, or son due anni, pubblicò un
saggio dell’operette del L. ancora inedite.... io non ne fui che leggermente
colpito; mi mancava il motivo della musica. Intesone il motivo, al pubblicarsi
delle operette insieme unite, mi parve d'aver acquistato nuovo orecchio e nuovo
sentimento. E ne scrissi al Giordani, ch’era a Pisa, ov’oggi è il L., il quale
allora stava potè leggere tutta la collana delle Operette. Questo rrio tivo
fondamentale facilmente si riconosce nel preI^^]i^^ e nell’epilogo, onde è
inquadrata nella sua naturale cor nice la trilogia delle operette : ossia nella
Storia del genere umano e nel Timandro: due operette, che sono affatto estranee
a qucUo spirito, che si può dir proprio di tutte le altre, ad eccezione dell’
Elogio degli uccelli, dove ji^re qua e là s’insinua a frenare l’impeto Urico di
gioia e d’entusiasmo; a quello spirito, che si può definire con le parole stesse
con cui il L. ritrae se medesimo in una lettera al Giordani (del tempo in cui
forse raggiunse nel Frammento di Stratone l’estremo termine di questo suo stato
d’animo) : « Quanto al genere degli studi che io fo, come sono mutato da quel
che io fui, così gli studi sono mutati. Ogni cosa che tenga di affettuoso e di
eloquente mi annoia, mi sa di scherzo e di fanciullaggine ridicola. Non cerco
altro più fuorché il vero, che ho già tanto odiato e detestato. Mi compiaccio
di sempre meglio scoprire e toccar con mano la miseria degli uomini e delle
cose, e di inorridire freddamente, speculando questo arcano infelice e
terribile della vita dell’universo ». Lo stesso animo, non altrettanto
felicemente, ma con maggior abbandono, esprimerà tuttavia, nel ’26, nell’
Epistola al Pepoli : Ben mille volte Fortunato colui che la caduca Virtù del
caro immaginar non perde Per volger d’anni; a cui serbare eterna La gioventù
del cor diedero i fati qui nel più quieto degli alberghi (già ridotto d’allegra
gente a’ di del Boccaccio), dicendogli che dalla porta di questo alla camera
del suo amico più non salirei che a cappello cavato. Le operette del L. sono
musica altamente melanconica. La recensione contiene più d’una osservazione
notabile. SuU’amicizia del L. col Montani, vedi G. Mestica, Studi L.ani,
Firenze, Le Mounier, (si ricordi il Cantico del Gallo silvestre)] Della prima
stagione i dolci inganni Mancar già sento, e dileguar dagli occhi Le dilettoso
immagini, che tanto Amai, che sempre inlino all’ora estrema Mi fieno, a ricordar,
bramate e piante. Or quando al tutto irrigidito e freddo Questo petto sarà, né
degli aprichi Campi il sereno e solitario riso. Né degli augelli mattutini il
canto Di primavera, né per colli e piagge Sotto limpido ciel tacita luna
Commoverammi il cor; quando mi fia Ogni bel tate o di natura o d’arte. Fatta
inanime e muta; ogni alto senso. Ogni tenero affetto, ignoto o strano; Del mio
solo conforto allor mendico. Altri studi men dolci, in eh’ io riponga L’ingrato
avanzo della ferrea vita, Eleggerò. L’acerbo vero, i ciechi Destini investigar
delle mortaU E dell’eteme cose.. In questo specolar gh ozi traendo Verrò: che
conosciuto, ancor che tristo. Ila suoi diletti il vero. Questo era stato il suo
ideale nelle Operette] speculare, scoprire, frugare la miseria degli uomini e
di tutto, e inorridire, ma con petto irrigidito e freddo. Se non che nel '25,
nel caldo ancora dell’opera, poteva credere di aver raggiunto già questo stato
d’animo; l’anno dopo egli, più ingenuamente, o meglio con maggior consapevolezza,
sente che il suo petto sarà forse un giorno, non è ancora, al tutto irrigidito
e freddo; non è eterna la gioventù del cuore, né in lui, né in altri, ma non è
ancora del tutto tramontata. Così nelle Operette il freddo inorridire e il
disprezzo d’ogni cosa che tenga di affettuoso e di eloquente è un desiderio, un
programma, un propo sito; ma non è, né può essere il suo stile, poiché né ogni
bellezza ancora gli è inanime e muta, né ogni alto senso ogni tenero affetto
ignoto e strano. E questo sente liené e proclama il Poeta nel dialogo di
Timandro e di Eleandro; dove a Timandro che, secondo la filosofia di moda fa
alta stima dell’uomo e del progresso di cui egli è capace' ed è insomma un
ottimista, il pessimista, che sente invece per l’uomo un’alta pietà, il futuro
cantore della Ginestra protesta di non essere un Timone (per quanto non abbia
sdegnato la parte di Momo di fronte a Prometeo) ; « Sono nato ad amare, ho
amato, e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva Oggi,
benché non sono ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, né forse anco
tepida » (aveva appena ventisei anni !) ; « non mi vergogno a dire che non amo
nessuno, fuorché me stesso, per necessità di natura, e il meno che mi è
possibile ». Dove ognun vede che realmente certo invinciliile pudore arresta
Eleandro innanzi alla conseguenza delle sue dottrine; e si ripigha subito
infatti: « Contuttociò sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io,
che esser cagione di patimento ad altri. E di questo, per poca notizia che
abbiate de’ miei costumi, credo mi possiate essere testimonio ». L’amore degli
altri si ribella alla negazione che se n’ è voluto fare, e s’appella all’
intima e irreprimibile attestazione del cuore. Altro che freddezza e petto
irrigidito! E da ultimo Eleandro conchiude; «Se ne’ miei scritti io ricordo
alcune verità dure e triste, o per isfogo deU’animo, o per consolarmene col
riso, e non per altro ; io non lascio tuttavia negli stessi libri di deplorare,
sconsigUare e riprendere lo studio di quel misero e freddo vero, la cognizione
del quale è fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo, [Ed
ecco perché, scritto il dialogo, sentì di non doverlo più intitolare, come
aveva pensato da principio, di Misinore e Filénore : egli non era davvero
quell’odiatore dell’uorao (ixio-TjVcop) che poteva parere; né vero Filénore
poteva dirsi l’ottimista. iniquità e disonestà di azioni, e perversità di
costumi: laddove, per lo contrario, lodo ed esalto quelle opinioni, benché
false, che generano atti e pensieri nobili, forti, magnanimi, \nrtuosi, e utili
al bene comune o privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane,
che danno pregio alla vdta; le illusioni naturali dell’animo; e in line gli
errori antichi, diversi assai dagh errori barbari; i quali, solamente, e non
quelli, sarebbero dovuti cadere per opera della civiltà moderna e della
filosofia ». Dunque, ogni alto senso e tenero affetto, destato da queste
illusioni, non sarà spiegabile nel mondo a cui si volgono gh occhi del L., il mondo
di Stratone da Lampsaco, o la natura dell’ Islandese, come non è spiegabile nel
mondo che solo esiste per la scienza; ma non perciò è ignorato, o è divenuto
estraneo al cuore del Poeta. 11 quale non è Timandro, ma è bene Eleandro; e a
dispetto di quella natura, che è il vero, ama gli uomini e la virtù,
dichiarandola un’illusione, ma naturale, e quindi vera, quantunque
contradittoria a quell’altra natura, che non conosce né amore, né bene.
Inorridire freddamente, sì; ma inorridire, ed elevarsi quindi al di sopra della
universale miseria, sentita come tale, e non assentirvi, non semplicemente
intelligere, come Spinoza avrebbe voluto. Così nella Storia del genere umano,
vero preludio alla sinfonia delle Operette, quando l’uomo è pervenuto all’ uno
fondo di cotesta miseria, rappresentato dall’ap- parire in terra della Verità,
spunta egualmente una divina pietà al soccorso dell’ infelicità intollerabile
dei mortali : « La pietà, la quale negli animi dei celesti non è mai spenta,
commosse, non è gran tempo, la volontà di Giove sopra tanta infehcità; e
massime sopra quella di alcuni uomini singolari per finezza d’ intelletto,
congiunta a nobiltà di costumi e integrità di vita; i quali egli vedeva essere
comunemente oppressi ed afflitti più IO.(‘tKSTli.y.. iicnz* ni r L'-'p ’rtìi.
che alcun altro, dalla potenza e dalla dura dominazione di quel genio»: ossia
appunto, della Verità. Giove, «compassionando alla nostra somma infelicità,
propose agjj immortali se alcuno di loro fosse per indurre l’animo a visitare,
come avevano usato in antico, e racconsolare in tanto travaglio questa loro
progenie, e particolarmente quelli che dimostravano essere, quanto a se,
indegni della sciagura universale. Tacciono tutti gli altri Deima si offre
Amore, figliuolo di Venere Celeste, «questo massimo iddio », che « non prima si
volse a visitare i mortali, che eglino fossero sottoposti all’ imperio della
Verità ». Di rado egli scende, e poco si ferma, e perché la gente umana ne è
generalmente indegna, e perché gli Dei molestissimamente sopportano la sua
lontananza. EgU è dunque premio, che l’uomo conquista con la sua grandezza. La
quale perciò è condannata sì all’ infelicità del vero; ma è pur redenta e
beatificata da Amore. « Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più teneri
e più gentih delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve
spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, ed empiendoh di affetti
sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al
tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di
beatitudine. Rarissimamente congiunge due cuori insieme, abbracciando l’uno e
l’altro a un medesimo tempo, e inducendo scambievole ardore e desiderio in
ambedue; benché pregatone con grandissima istanza da tutti coloro che egli
occupa: ma Giove non gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perché
la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata
dalla divina. A ogni modo, l’essere pieni del suo nume vince per se qualunque
più fortunata condizione fosse in alcun uomo ai migliori tempi. Ed ecco perché
il Poeta inorridisce, sia pur freddamente, allo spettacolo del tristo vero. La
sua anima è calda (iel divino beneficio di Amore. Né può in lui la verità
(quella mezza verità) contro le sacre illusioni, che né egli può respingere, né
altri egli ha consigliato mai a respingere. « Dove egli si posa, dintorno a
quello si aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, già
segregate dalla consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce per questo
effetto in sulla terra, permettendolo Giove, né potendo essere vietato dalla
Verità, quantunque inimicissima a quei fantasmi, e nell’animo grandemente
offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura dei geni di contrastare agli
Dei ». Non può, cioè, la nostra logica non render l’arme all’arcano, che resta
pel Poeta questa natura, la quale mette in cuore il bisogno della virtfi, e la
fa apparire poi stolta a Bruto. Infine, quella stessa giovinezza e freschezza
mattinale, arrisa e ringagliardita dalla speranza, ecco, risorge per x’irtù di
questo Amore ; « E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi
esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo quel primo
voto degli uomini, che fu di essere tornati alla condizione della puerizia.
Perciocché negli animi che egh si elegge ad abitare, suscita e rinverdisce, per
tutto il tempo che egh vi siede, l’infinita speranza e le belle e care
immaginazioni degli anni teneri. Molti mortah, inesjierti c incapaci de’ suoi diletti,
lo scherniscono e mordono tutto giorno, sì lontano come presente, con
isfrenatissima audacia: ma esso non ode i costoro obbrobri; e quando gli
udisse, niun sup- phzio ne prenderebbe: tanto è da natura magnanimo e mansueto.
Qui non c’ è satira, né riso, né fredda anahsi; ma la più ferma fede e l’anima
stessa del Poeta, che con la pietà di Giove accenna già da lungi alla pietà di
Elean- dro: e raccoghe in questo suo magnanimo e mansueto amore tutta la
infehcità degli uomini e delle cose, e la purifica e sana nel gran mare
tranquillo del cuore, dove le illusioni rinverdiscono ad ora ad ora in una
perpetua giovinezza; e la vita vera non è quella dell’egoismo e della barbarie,
ma dell’affetto che lega le anime con nodi divini, e della bellezza, della
libertà, della patria, e di tutte le cose nobili e alte che fan grande l’uomo.
Questo amore, che dà piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine, e
ristaura tutta la vita umana, questo è il vero spirito delle Operette morali. Pessimista, sì,
ma alla Pascal, che disse; L’homme n’est qu’un roscau, le plus faible de la
nature] mais c’est un roseau pen- sant. Il ne faut pas que l’univers entier
s’arme pour l’écraser ; une vapeur, une gcmtte d'eau, suffit pour le tuer.
d/a/s, quand l’univers l’écraiserait, l' homme serait encore plus noble que ce
qui le tue, par ce qu’ il sait qu’ il meiirt, et l’avantage que l’univers a sur
lui] l’univers n’en sait rien\ sicché la grandeur de l’homme est grande en ce
qu’ il se connaU misérable E il L. nell’agosto del ’23, alla vigilia delle
Operette, e quando il concetto di esse era già maturo ; Niuna cosa maggiormente
dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, ossia 1 altezza e
nobiltà deH’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e
fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando la pluralità dei mondi, si sente
essere infinitesima parte di un globo che è minima parte degh infiniti sistemi
che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua
piccolezza e profondamente sentendola e intensamente riguardandola, si confonde
quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero della immensità delle
cose, e si trova come smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza;
allora con questo atto e con questo pensiero egli dà la maggior piova della sua
nobiltà, della forza e della immensa capacità della sua mente, la quale,
rinchiusa in sì piccolo e menomo essere. I Pensées, (Brunschvicg). è jiotuta
pervenire a conoscere e intendere cose tanto superiori alla natura di lui, e
può abbracciare e contener col pensiero questa immensità medesima della
esistenza e delle cose. Questa coscienza dell’umana grandezza e sovranità sulla
trista natura il L. non smarrì mai; ed è l’anima di tutta la sua poesia, in cui
queste Operette rientrano. E chi voglia intenderle, deve nel loro insieme e in
ogni singola parte che le costituisce, aver l’occhio a questo punto centrale,
da cui s’irradia la luce che tutte le investe e compenetra. Tutte, ad eccezione
del Sallustio, che è negazione fredda, senza l’orrore, la ri- beUione
dell’animo, il dolore, sia pur mascherato da amaro sorriso, che si diffonde in
tutte le altre. E questo parmi il giusto motivo che indusse l’autore a
sopprimerlo. Quando nel ’27 una nuova ripresa della primitiva ispirazione diede
il Copernico e il Plotino, venutisi quindi ad aggiungere alle prime Operette
già formanti un organismo, r ispirazione non era punto mutata. Giacché il
Copernico dimostra, secondo il detto dello stesso autore, la nullità del genere
umano; e la dimostra ripigliando un’ idea che contro i Timandri medievali
attardati aveano già nel Cinque e Seicento svolta Bruno nella Cena delle ceneri
e Galileo nei Massimi sistemi] donde la conclusione necessaria che Porfirio
ricava nell’altro dialogo (che sarebbe poi la conclusione rigorosamente logica
di tutta la parte negativa delle Operette) : che sia ragionevole uccidersi. Ed
egh vince a furia di argomentare (movendo da premesse, che son quel che sono,
ma a lui paiono ben fondate) il suo stesso maestro, Plotino. Ma Pensieri,
Plotino può opporgli una sapienza assai più profonda più vera: «Sia ragionevole
l’uccidersi; sia contro ragion^ 1 accomodar l’animo alla vita : certamente
quello è u ^ atto fiero e inumano. E non dee piacer più, né vuoP elegger
piuttosto di essere secondo ragione un mostr^' che secondo natura uomo. Perché
contro natura e contro umanità il suicidio ancorché conclusione di logica
inesorabile? Porgiam’orecchio, dice Plotino, «piuttosto aUa natura che alh
ragione. E dico a quella natura primitiva, a quella madre nostra e
deU’universo; la quale se bene non ha mostrato di amarci, e se bene ci ha fatti
infelici, tuttavia ci è stata assai meno inimica e malefica, che non siamo
stati noi coir ingegno proprio, colla curiosità incessabile e smisurata, colle
speculazioni, coi discorsi, coi sogni, colle opinioni e dottrine misere: e
particolarmente, si è sforzata ella di medicare la nostra infelicità con
occultarcene, o con trasfigurarcene, la maggior parte. E quantunque sia grande
1 alterazione nostra, e diminuita in noi la jjo- tenza della natura; pur questa
non è ridotta a nulla né siamo noi mutati e innovati tanto, che non resti in
ciascuno gran parte dell’uomo antico. Il che, mal grado che n’abbia la
stoltezza nostra, mai non potrà essere altrimenti. Ecco, questo che tu nomini
error di computo; veramente errore, e non meno grande che palpabile; pur si
commette di continuo; e non dagli stupidi solamente e dagl’idioti, ma
dagl’ingegnosi, dai dotti, dai saggi; e si commetterà in eterno, se la natura,
che ha prodotto questo nostro genere, essa medesima, e non già il raziocinio e
la propria mano degli uomini, non lo spegne. E credi a me, che non è fastidio
della vita, non disperazione, non senso della nulhtà delle cose, della vanità
deUe cure, della solitudine dell’uomo; non odio del mondo e di se medesimo, che
possa durare assai: benché queste disposizioni dell’animo sieno
ragionevolissime, e le lor contrarie irragionevoli. Ma contuttociò, passato un
poco di tempo, mutata leggermente la disposizion del corpo; a poco a poco, e
spesse volte in un subito, per cagioni menomissime, e appena possibili a
notare; rilassi il gusto della vita, nasce or questa or quella speranza nuova,
e le cose umane ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne di
qualche cura; non veramente all’ intelletto, ma sì, per modo di dire, al senso
dell’animo » •. E infine, conclude Plotino, questo senso, non 1 ’ intelletto, è
quello che ci governa. Sicché è evidente che non la filosofia negativa, che
spazia dal Dialogo d’ Ercole e di Atlante fino al Cantico del Gallo silvestre e
al Frammento di Stratone, e poi nel Copernico, opera di puro intelletto, è la
somma della sapienza L.ana; ma questa stessa filosofia in quanto dichiarata
stoltezza dalla natura e da questo « senso dell’animo ». Senso dell'animo, che
è sempre amore per L. Giacché non la sola natura ci riattacca alla vita, sì
anche un bisogno d’amore, che a noi spetta di alimentare: « E perché », chiede
Plotino, « anche non vorremo noi avere alcuna considerazione degh amici; dei
congiunti di sangue; dei figliuoli, dei frateUi, dei genitori, della moglie;
delle persone familiari e domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran
tempo; che, morendo, bisogna lasciare per sempre : e non sentiremo in cuor
nostro dolore alcuno di questa separazione; né terremo conto di quello che
sentiranno essi, e per la perdita di persona cara o consueta, e per l’atrocità
del caso ? ». E dice la parola, che si va cercando attraverso tutte le
Operette, ma di cui può dirsi quello stesso che Tacito dell’ imma- Il solo, a
mia notizia, che abbia rilevato l’importanza che questo «senso dell'animo» ha
nel sistema dello spirito L.ano, come principio di redenzione dal pessimismo, è
stato il prof. Giovanni Negri, nelle sue Divagazioni L.ane (6 volumi, Pavia,
1894-99), passim, e specialmente voi. V, pp. lys-yy. 1gine di Bruto mancante ai
funerali della sorella: prae- fulgebat eo ipso gitoci non visebatiir. « E in
vero, colui che si uccide da se stesso, non ha cura né pensiero alcuno degli
altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta per così dire, dietro alle
spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano: tanto che in questa azione del
privarsi della vita, apparisce il più schietto, il più sordido, o certo il men
bello e men liberale amore di se medesimo, che si trovi al mondo. Dunque quella
grandezza non è infelicità; perché l’uomo infelice dovrebbe darsi la morte; e
si ucciderebbe se vivesse per la felicità e si attenesse quindi al calcolo
dell’utile. Ma la vera vita è non sembianza, sì verità di beatitudine se è
amore, in cui l’uomo non distingue più sé dagli altri, né agli altri antepone
più se stesso. E questa è la A’irtù, la magnanimità, di cui parla tanto spesso
L., che non è più il dolore incomportabile che ci fa invidiare i morti, ma
questo amore che ci stringe ai viventi, e ci ammonisce dal fondo del nostro
cuore di uomini, come Plotino con voce tremante di affetto dice al suo
Porfirio: «Viviamo, e confortiamoci a vicenda; non ricusiamo di portare quella
parte che il destino ci ha stabìhta, dei mali della nostra specie. Sì bene
attendiamo a tenerci compagnia l’un l'altro; e andiamoci incoraggiando e dando
mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica
della vita». Questo amore, che ci regge e riempie la vita, ci conforta la morte
e ci abbellisce l’idea di questo mondo, da cui non spariremo senza
sopravvivere. « E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in
quell’ultimo momento gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà
il pensiero che, poi che saremo sjienti, così molte volte ci ricorderanno, e ci
ameranno ancora ». Vili. Amore è la prima e l’ultima parola delle Operette. Le
quali ebbero ancora una ripresa nei due dialoghi fiorentini: il Venditore
d’Almanacchi e Tristano. Nel primo ritorna il motivo del Cantico del Gallo
silvestre. Il venditore d’almanacchi col suo grido festoso annunzia l’anno
nuovo, il tempo che ricomincia, e risveglia le speranze e promette. Ma il
passeggero in cui s’incontra oppone la sua fredda riflessione a quell’ impeto di
vaghe e indefinite speranze, e lo conduce a considerare che « quella vita eh’ è
una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce ;
non la vita passata, ma la futura ». La vita che si conosce è la passata, mista
di beni e di mali, e a cagione di questi ultimi tale che nessuno vorrebbe
riviverla: vita brutta, dunque. La futura è quella che non si conosce, e che
sarà egualmente brutta quando sarà passata; e sarebbe perciò non meno brutta,
se noi ce la vedessimo venire incontro quale in effetti sarà. Dunque ? L. non
conchiude ; ma la conclusione è quella che viene dalle Operette: sperare non è
ragionevole, poiché, come cantava il Gallo silvestre, già si corre alla morte;
ma non sperare non si può; perché, è evidente, il futuro sarà brutto quando
sarà passato; ma bello è finché futuro; né di questo futuro potrà mai tanto
passarne che non ce ne sia sempre dell’altro, in cui possa rifugiarsi la
speranza, o innanzi a cui non possa il Gallo intonare il suo canto consolatore.
E la vita resta sempre con queste due facce ; a vedersela innanzi, qual’ è, una
miseria disperante; a viverla, a \'iverci dentro col nostro cuore, i nostri
fantasmi, le nostre speculazioni e il nostro amore, una beatitudine divina. Fu
per Giacomo l’anno della tragica prova della sua fede. Dopo dieci anni tornò la
misera Saffo a rivivere nel suo animo; non però luminosa immagine della
fantasia, come nell’ Ultimo canto, ma vita del cuore stesso di Giacomo. Bello
il tuo manto, o divo cielo, e bella Sei tu, rorida terra. Airi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna Alla misera Saffo i numi e l’empia Sorte non
fenno. A’ tuoi superbi regni Vile, o natura, e grave ospite addetta, E
dispregiata amante, alle vezzose Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo Non meno supplichevole Giacomo guarda ad Aspasia; onde
ricorderà: Or ti vanta, che il puoi. Narra che prima, E spero ultima certo, il
ciglio mio Supplichevol vedesti, a te dinanzi Me timido, tremante (ardo in
ridirlo Di sdegno e di rossor), me di me privo. Ogni tua voglia, ogni parola,
ogni atto Spiar sommessamente, a’ tuoi superbi Fastidi impallidir. E cadde
l’inganno, e la vita, orba d’affetto e del gentile errore, fu « notte senza
stelle a mezzo U verno ». Ma Saffo proruppe nel grido disperato ; Morremo ! --
e violenta cercò l’atra notte e la silente riva. L. scrisse invece Amore e
morte] dove la morte non è più l’orrido Dite di Saffo, anzi si palesa in tutta
la sua gentilezza fino alla donzeUa timidetta e schiva. È sorella d’Amore ; 1
Ultimo canto di Saffo. Aspasia. Bellissima fanciulla, Dolce a veder, non quale
La si dipinge la codarda gente. Gode il fanciullo Amore Accompagnar sovente; E
sorvolano insiem la via mortale. Primi conforti d'ogni saggio core £ la morte
sospirata dall’amante, nel languido e stanco desiderio di morire, che si sente
Quando novellamente Nasce nel cor profondo Un amoroso affetto, perché già a’
suoi occhi la vita diviene un deserto: a se la terra Forse il mortale
inabitabil fatta Vede ornai senza quella Nova, sola, infinita Felicità che il
suo pensier figura; Ma per cagion di lei grave procella Presentendo in suo cor,
brama quiete. Brama raccorsi in porto Dinanzi al fier disio. Che già.
rugghiando, intorno intorno oscura. E a questa morte consolatrice, che insieme
con amore è quanto di bello ha il mondo, a questa morte, senza armare la mano,
anzi con umile e mansueto animo, vol- gesi il Poeta con un sospiro di religiosa
preghiera: Bella morte, pietosa Tu sola al mondo dei terreni affanni. Se
celebrata mai F'osti da me, s’al tuo divino stato L’onte del volgo ingrato
Ricompensar tentai. Amore e morte -- Non tardar più, t’inchina A disusati
preghi. Chiudi alla luce ornai Questi occhi tristi, o dell’età reina. Non già
che amore e morte abbian potere di cancellare la fatale infelicità: né che
l’uomo e il L. abbiano mercé loro, a lodarsi del fato. Quando Morte spiegherà
le penne al suo pregare, lo troverà Erta la fronte, armato, E renitente al
fato. La man che flagellando si colora Nel suo sangue innocente Non ricolmar di
lode. Non benedir. La morte è consolatrice e liberatrice da questo fato
crudele: ma già L. aspetta sereno quel dì ch’ei pieghi addormentato il volto
nel vergineo seno di lei; e il fato è vinto nel suo animo gentile da questa
aspettazione: vinto nella stessa vita. E questo è Tanimo di Tristano; il quale,
dopo avere con amara ironia fatta la palinodia del suo libro, conchiude che il
meglio sarebbe di bruciarlo : « non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro
di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un’espressione
dell’infelicità dell’autore»; perché, soggiunge al suo amico Tristano, con
accento che viene dal cuore e vibra di commozione, « perché in confidenza, mio
caro amico, io credo febee voi e felici tutti gli altri; ma io, quanto a me,
con licenza vostra e del secolo, sono infebeisshno: e tale mi credo; e tutti i
giornali de’ due mondi non mi persuaderanno il contrario ». Egb è flagellato
dallo stesso fato di Amore e morte. «E di più vi dico francamente eh’ io non mi
sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a
patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e
desiderarla sopra ogni altra cosa.... Né vi parlerei così se non fossi ben
certo che, giunta l’ora, il fatto non ismentirà le mie parole.... In altri
tempi ho invidiato gli sciocchi e gh stolti, e quelli che hanno un gran
concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con qualcuno di loro.
Oggi non in\'idio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né
potenti. Invidio i morti»: i morti di Ruysch, già sicuri àzH’antico dolori E
quest'invidia, questo desiderio intenso della morte, è fiducia confortata da
una speranza che non falhrà, e che già allieta di sé Tanimo sottratto per lei a
quella vita che è dolore: a quella cosa arcana e stupenda, che i morti di
Ruysch possono ricordare senza tema, poiché è un passato irrevocabile: «Ogni
immaginazione piacevole, ogni pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come accade
nella mia solitudine, e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte»:
che è un avvenire, adunque, quale il venditore di almanacchi lo prometteva. In
conclusione, ancora una volta, e sempre, l’amore trionfa del dolore, anche
nella morte, che ci libera infine da quella vita che la natura e il fato danno
all’uomo « di cedere inesperto ». Cederebbe il suicida egoista, non il
magnanimo che allarga la sua persona nell’amore, e guarda sereno alla morte
amica che lo sottrarrà, e lo sottrae, alla miseria di Saffo e dell’ Islandese.
Quanta differenza tra la morte di cui Ercole ragiona con Atlante 0 quella che
s’incontra nella Moda, al principio delle Operette) e questa morte, a cui
l’animo si volge desioso alla fine delle Operette stesse ! Il filo aureo che
dall’una conduce all altra è già nella Storia del genere umano'. Amore figlio
di Venere celeste. Questo scritto fu pubblicato prima nel Messaggero della
domenica, poi nei Frammenti di estetica e letteratura, A proposito di L. toma
sempre in campo la questione delia differenza e del rapporto tra filosofia e
poesia: poiché questo poeta voUe essere, e per certi rispetti nessuno può
negare sia stato infatti un filosofo; ma, d’altra parte, egli stesso pare abbia
voluto distinguere una cosa dall’altra, come res dissociabiles, e in un libro
di prosa volle in forma più sistematica e più razionalmente convincente esporre
quel suo pensiero da cui traeva intanto ispirazione il suo canto nelle poesie.
E non importa se non ci sia una sola delle sue poesie in cui il L. non ragioni
la sua fede e non si sforzi di dimostrare la verità del concetto ch’egli s’era
formato della vita, e che attraverso una determinata situazione personale, un
paesaggio, un ’immagine, si sforza costantemente di mettere in piena luce. Non
importa se nessuna delle prose raccolte nelle Operette morali si presenti sotto
la forma di scolastica dimostrazione e scevra di quel sentimento, di quella
viva commozione, in cui \dbra la personalità del poeta così nelle Operette come
nei Canti. La distinzione pare tuttavia innegabile, poiché, non po- tenilo
altro, se ne fa una questione di quantità e di più e di meno: affermando che
l’elemento filosofico predomina nelle Operette, e l’elemento hrico nei Canti. E
si crede così di salvare la tesi generale, che bisogna rinunziare alla
filosofia per esser poeti, e viceversa: giacché la loro natura è così diversa e
ripugnante, che l’una non può esser l’altra e una sempre deve essere
sacrificata. Ma io non voglio ora affrontare la questione, che potrà sembrare
tanto teoricamente difficile e dehcata uanto praticamente inutile e oziosa. Nel
caso di L. la questione di principio è priva d’ogni interesse, perché il L.,
anche nelle sue prose, è indubbiamente poeta ; temperamento poetico sempre,
che, canti o ragioni, cioè si proponga Luna o l’altra cosa, in realtà non
riesce se non ad esprimere se stesso; a vivere di quella verità che gli invade
l’anima e non gli lascia modo di dubitare e di assoggettarla a quella più alta
razionalità, a quella critica oggettiva che s’inquadra in un sistema, e in cui
consiste propriamente una filosofia che non vuol dire che non abbia anche lui
la sua filosofìa; ma è una filosofìa fatta vita e persona, fatta vibrazione e
ritmo del suo stesso sentimento, incapace come tale d’acquistare intera
coscienza di sé, e perciò di superarsi. E, cioè, un certo suo atteggiamento
spirituale, che s’effonde nella divina ingenuità della poesia, e che riesce
perciò superiore a quella dottrina che l’autore si sforza consapevolmente di
formulare. Superiore perché, ormai è noto agh studiosi più attenti della sua
poesia questa ha pel poeta un contenuto pessimistico, e per noi, invece, ha un
contenuto ottimistico. La vita infelice, necessariamente e fatalmente infelice,
è ciò che il poeta aveva innanzi agli occhi, vedeva e si proponeva di cantare.
Ma poiché quella \nta che ogni poeta canta non è quella che ha innanzi agli
occhi, bensì quella che ha dentro al cuore, e però ogni poeta canta non la vita
quale egli la vede, ma il cuore con cui egli la guarda; e poiché il cuore di L.
era, come egli disse una volta, nato ad amare, ed aveva amato, e forse con
tanto affetto quanto ]iuò mai cadere in anima vdva », così, in realtà, tema del
suo I Vedi ora il mio scritto Arte e religione, nel Giorn. crii. d. filos-
Hai., e nel voi. Dante e Manzoni, Firenze, Vailecchi,-- canto non fu mai quella
brutta vita, che è piena di dolore, ma quell’altra che egli più profondamente
sentiva, redenta dall’amore, la quale «dà piuttosto verità che rassomiglianza
di beatitudine. Poiché appunto qui è il divario tra pessimismo e ottimismo: che
il primo vede la vita quale apparisce nella natura considerata dal punto di
vista materialistico, brutale, sorda ai bisogni e alle finalità dello spirito,
chiusa in sé di contro alle aspirazioni dell’anima umana bisognosa di amore e
di consenso, ossia di un mondo conforme alla sua vita e a lei consentaneo; e
l’altro invece crede nello spirito, nel valore de’ suoi ideali, e nell’energia
dell’amore che sola è capace di reahzzare un tale valore. 11 mondo del
pessimista è il mondo dell’egoismo, per cui il dovere e la \nrtù sono mere
illusioni, e il mondo dell'ottimista è il mondo in cui la più salda e vera
realtà è quella che risponde alle esigenze dell’animo. E la verità è questa:
che il L., pessimista di filosofia, e ijuasi alla superficie, fu invece
ottimista di cuore, e nel profondo dell’animo: tanto più acutamente pessimista,
col progresso della riflessione, e tanto più altamente e umanamente ottimista.
Basta confrontare la canzone All’Italia con La Ginestra. Di qui la sublime
bellezza della sua poesia, dove la bestemmia e lo strazio della disperazione si
smorzano e dissolvono nella commossa e tenera effusione di un’anima
angosciosamente agitata da un bisogno di amore universale e da un’ incoercibile
fede nella virtù e nella realtà dell’ ideale. Egli non ha la filosofia di
questo superiore ottimismo in cui rimane assorbita la sua iniziale visione
pessimistica; e continua a dire che la sua è sempre la filosofia del Bruto
Minore^-, ma l’anima, che non perviene al concetto filosofico di quella storia
del genere umano. Lett. al De Sinner -- realtà che è per lei la vera e suprema
realtà, raggiungo bensì la forma poetica della sua espressione in modo pieno e
perfetto. Se cerchiamo in lui il filosofo, avremo lo scettico, ironista,
materialista piuttosto mediocre nell’ invenzione, dove riesce facile scoprire
quanto egli debba ai libri che lesse, e come pronto fosse ad attingere dalle
fonti ph, disparate tutto ciò che comunque paresse giovare a conferma delle sue
idee: mediocre nell'esposizione od elaborazione della materia, per evidente
inesperienza del metodo lìlosofìco e insufficiente familiarità coi grandi
pensatori di tutti i tempi. Ma chi legga il L. e si fermi a ciò che in lui è
mediocre, non ha occhi né anima per vedere che cosa c’ è propriamente in lui
che è vivo ed eterno e grande: ciò per cui anche a chi pedanteggi la sua poesia
s’impone e suscita un’eco solenne nell’animo. In questo senso bisogna pur dire
che in L. non si deve cercare e non c’ è il filosofo: ma c è un anima, che
rifulge in tutto lo splendore della sua grandissima umanità. C’ è insomma il
poeta. Anche nelle sue Operette. Le quali io credo di avere definitivamente
dimostrato con argomenti esterni, attestanti nella maniera più esplicita 1’
intenzione di esso L., e con argomenti interni, desunti dallo svolgimento del
pensiero e dagli evidenti legami onde le singole operette sono congiunte tra
loro per graduali passaggi di atteggiamenti spirituali e di sentimenti dal
primo all’ultimo anello, che non sono una raccolta, ma un organismo, un tutto
unico, che si articola dentro di se stesso e si conchiude. Si conchiude tra un
preludio e un epilogo in una opera, che è un poema, e non è un trattato: un
libro di poesia, anch’esso, e non di contenuto didascalico e speculativo. Il
quale si compone o ginariamente di venti capitoli, scritti tutti in un anno di
lavoro felice, ma con un intervallo tra i primi quattordici e gli altri sei: in
guisa da suggerire il sospetto che la ripresa, da cui trasse origine Tultima
parte, svolgendosi in sei capitoli, potesse trovare riscontro nella prima
serie: dalla quale sottraendo il primo e l’ultimo capitolo, quello perché
introduzione e questo perché apologia e conchiusione di tutta la serie, si
ottengono infatti dodici capitoli, che naturalmente si dividono in due gruppi
di sei capitoli ciascuno; e ciascun gruppo è destinato a svolgere un certo
motivo, e quindi forma un ritmo a sé. Sospetto confermato da alcuni spostamenti
dall’autore introdotti nel primitivo ordine cronologico, e poi costantemente
mantenuti, salvo una sostituzione che nella terza edizione del libro mise uno
scritto, per l’innanzi non potuto mai pubbhcare, al posto di un capitolo del
primo gruppo: capitolo abolito allora perché infatti non armonico né col
gruppo, né con tutta l’opera. La distribuzione, è ovvio, non può avere se non
una importanza relativa. £ ragionevole pensare che fosse voluta e curata
dall’autore. Il quale egualmente non volle mai rispettare l’ordine cronologico
nelle edizioni da lui curate dei Canti, e diede loro un ordinamento ideale, che
per lui aveva un \'alore, e che per i lettori ed interpreti non può essere
perciò trascurabile. Ma il fatto stesso che tutte e venti le operette furono
scritte successivamente, l’una dopo l’altra, nello stesso periodo di tempo, e
hanno tutte un prologo generale e un unico epilogo, dimostra evidentemente che
i loro singoli gruppi non si possono considerare separatamente, quasi ognun
d’essi formasse un tutto a sé. La distribuzione del nucleo principale delle
Operette in tre gruppi di sei capitoli ciascuno, con a capo un capitolo
introduttivo e in fondo un altro capitolo conclusivo, può servire soltanto a
renderci attenti per leggere le varie parti del libro cercandovi tre motivi
fondamentali che nel pensiero deU’autore si fondo no in un solo ritmj
complessivo, e formano l’unità organica del libro; e in questo modo può servire
quasi di chiave a un libro, che fino a ieri si leggeva qua e là, scegliendo
l’uno o l’altro capitolo, come se ciascuno stesse da sé. E non occorre dire che
ci vuole discrezione, e non bisogna pretendere un taglio netto tra un gruppo e
l'altro, e una soluzione di continuità che non si sa perché l’autore avrebbe
dovuto introdurre una prima e una seconda volta nel corso della sua unica
opera. Discrezione che non vedo, per esempio, nel professor Faggi ', quando del
Dialogo di Malambrmio e Farfarello che resta collocato alla fine del primo
gruppo e da servire quindi come passaggio al secondo, mi domanda: « Ma non
potrebbe stare anche nel secondo, poiché è una affermazione chiara ed esplicita
dell’ infelicità assoluta dell’esistenza, onde si conchiude che, assoluta-
mente parlando, il non vivere è sempre meglio del vivere ? ». Ma io non avevo
eretto nessuna muraglia tra il primo gruppo concluso da questo dialogo di
Malambruno e Farfarello e il secondo aperto da quello della Natura e di un’Anima:
anzi, dopo aver mostrato il pensiero dominante nel primo gruppo, additavo in
Malambruno quell’anima che si ritrova di fronte alla Natura al principio del
nuovo ciclo; e tra i due dialoghi successivi non un salto, anzi un passaggio
naturale e come insensibile ove non si osservi che quella che nel primo ciclo è
una constatazione, un'osservazione di fatto, diventa nel secondo ciclo il
problema. Il Faggi, tratto forse in inganno da alcune parole [Una nuova
edizione delle fn Operette movali n di G. L., nel Marzocco -- da me usate
incidentalmente, mi fa dire che la differenza tra primo e secondo periodo in
questa trilogia delle Operette consisterebbe, secondo me, in ciò: che nel primo
« r infelicità del genere umano si considera particolarmente nell’età moderna
come effetto più che altro della volontà pervertita dell’uomo e della civiltà
», e nel secondo invece, « questa infelicità si considera come legge
imprescindibile e ineluttabile dell’umanità o del mondo in genere»; sicché «la
Natura, che nella prima ipotesi apparisce fonte in se ancora inesausta di vita
e di fehcità, apparisce invece nella seconda vero principio di ogni male e di
ogni dolore. Cotesta sarebbe la nota differenza osservata dallo Zumbini tra la
prima fase « storica » del pessimismo L.ano, e la seconda metafisica o cosmica.
Ma non corrisponde per l’appunto alla distinzione da me indicata, tra il
concetto del primo e quello del secondo gruppo delle Operette. Nel primo, io
dissi, l’animo del poeta vien posto in faccia alla morte e al nulla : « ossia
al vuoto della vita, non più degna d’essere vissuta; poiché degna sarebbe la
vita inconscia, e la vita dell’uomo è senso, coscienza. La vita nella fehcità è
la natura; e l’uomo se ne dilunga ogni giorno più con la civiltà, con
l’irrequieto ingegno, che assottiglia la vita, e la consuma ». Qui il
pessimismo storico è già superato, e Malam- bruno può dire che « assolutamente
parlando » il non vivere è meglio del vivere. Lo può affermare, perché la vita
umana, fin da principio e per sua natura, è senso, coscienza, e si è strappata
a quell’ ingenuità istintiva e affatto inconsapevole, che è pura animalità. «
Può parere », scrissi io, « che la morte dell’umanità, la sua nul- htà o
infelicità sia, nei dialoghi del primo gruppo, una colpa dei degeneri nepoti »
: poiché infatti civiltà è aumento progressivo di coscienza e di pensiero. Ma
in realtà, fin dalle origini, insieme col sapere, che fa uomo l’uomo. c’ è già
il dolore, ed il destino dell’uomo è fissato. Malambruno perciò è benissimo al
suo luogo alla fine del primo ciclo. Il secondo ciclo ricava la conseguenza
pratica della verità scoperta nel primo. E si apre infatti col Dialogo della
Natura e di un’Anima, nel quale dalla proporzione del dolore con la grandezza
dell’uomo (il cui progresso e perfezione consiste nell’acquisto di sempre
maggior copia di sentimento che gli fa sentire sempre più acuto il dolore
dell’esistenza) deduce, che dunque è meglio spogliarsi deU’umanità, o delle
doti che la nobilitano, e farsi « conforme al più stupido e insensato spirito
umano che la natura abbia mai prodotto in alcun tempo. Negare l’umanità,
rinunziare a ciò che fa il pregio della \ùta, rinunziare ad affiatarsi con la
Natura indifferente, che ci respinge da sé, ossia rinunziare alla vita: e
rassegnarsi alla vita vuota, al tedio, all’ inerzia. Laddove il primo ciclo
addita aU’uomo l’abisso che con la coscienza s’è aperto tra lui e la natura, il
secondo gli fa sentire il destino a cui gli conviene di rassegnarsi,
rinunziando a quella natura che non è per lui, e a quella vita che soltanto
nella natura potrebbe spiegarsi. Il primo ciclo è una negazione, per così dire
teoretica; il secondo è la negazione pratica, che consegue dalla prima
negazione. La conclusione dovrebbe essere quella di Bruto minore e di Saffo, il
suicidio; non ò però la conclusione del L., il quale non finisce con r Ultimo
canto di Saffo, ma con la Ginestra. E perché quella di Bruto non sia la sua
conclusione è detto nel terzo ciclo delle Operette. Il quale svolge questo
motivo: che quella vita che certamente non ha valore, perché è dolore e perciò
negazione della vita che noi vorremmo vivere, ripullula rigogliosa e
incoercibile dalla sua stessa negazione. La \àta è abbarbicata aH’anima umana;
e questa, attraverso le attrattive e le lusinghe della gloria, la stessa
contemplazione della morte liberatrice, porto sicuro da tutte le tempeste, come
la cantano i morti di Ruysch, attraverso una filosofia che sappia intendere e
sorridere con la magnanimità bonaria di un Ottonieri, attraverso gli stessi
rischi in cui la vita si perde e si riconquista col gusto di una cosa nuova, e
in generale attraverso l’attività, il movimento, la passione e la speranza che
non vien mai meno; ma sopra tutto, attraverso l’amore che ci fa ricercare
nell’uomo, neW’umana compagnia, quello che la natura ci nega anche nella piena
coscienza della propria infelicità fatale e immedicabile, vive e sente la gioia
d’una vita che trionfa del destino fatto all’uomo dalla natura. Una soluzione
dunque del problema della vita nei tre cicU delle Operette morali c’ è. Ma è
una filosofia ? È evidente che no: perché la via che filosoficamente si
dovrebbe seguire per superare il pessimismo radicale dei primi due cich è,
senza dubbio, quella per cui l’anima dello scrittore si avvia e spontaneamente
e vigorosamente procede nel terzo; ma questo non è una dottrina, bensì 10
slancio naturale dello spirito che risorge con tutte le sue forze dalla
negazione pessimistica. E il pessimismo, in linea di teoria, rimane la verità
assoluta e insuperabile. L. sente bensì e vive la verità superiore, ma non
riesce a darle forma riflessa e speculativa. Egli sperimenta in sé ed attesta
coi moti del suo animo la potenza dello spirito, che anche nell’uomo che
s’immagina scliiavo e vittima della natura, trionfa della forza tirannica e
feroce di questo brutto potere, e vive, e gusta la gioia di questa sua vita in
cui consiste la realtà dello spirito. E in questo balsamo, che il suo animo
sparge così su tutte le piaghe che ha aperte e che ha fissate inorridito, in
questa dolcezza che sana ogni dolore, in quest’ idealità che sopravvive a ogni
negazione, qui la personalità, qui è la poesia del L.. Così, ripeto nelle
Operette, come nei Canti. Si rilegga l’affettuosa parlata di Eleandro onde si
conchiuse da prima tutta la serie delle Operette-, o il di. scorso di Plotino,
con cui il libro tornò ad essere suggei. lato nelle aggiunte posteriori; e si
neghi, se è possibile, che il centro e l’accento principale dello spirito
leojiar- diano è in quel « senso dell’animo », com’egli dice, che, agli occhi
suoi, lega l’uomo all’uomo, e con l’amore, vincolo soave insieme ed eroico,
instaura un ordine morale inespugnabile a ogni riflessione scettica, e
superstite infatti (coni’ è detto nella Storia del genere umano) a quella fuga
di tutti i lieti fantasmi che è prodotta dal sorgere della verità tra gli
uomini. L’animo del L., come quello di Porfirio, non si scioglie dalla vita,
anzi vi si stringe vieppiù, e la trova, malgrado tutto, degna d’esser vissuta,
per quel che dice appunto Plotino: «E perché non vorremo noi avere alcuna
considerazione degli amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei
fratelli, dei genitori, della moglie; delle persone familiari e domestiche,
colle quali siamo usati di vivere da gran tempo: che morendo, bisogna lasciare
per sempre: e non sentiremo in cuor nostro dolore di questa separazione; né
terremo conto di quello che sentiranno essi, per la perdita di persona cara e
consueta, e per l’atrocità del caso ? ». Questo non è un argomento filosofico,
ma un cuore che trema in ogni parola; e ogni parola si sente come velata dal
pianto dell’anima che il dolore apre ed espande nell’amore. Ma è proprio vero,
torna a domandarmi il professor Faggi, che amore sia la prima e l’ultima parola
delle Operette ? Ecco: che la Storia del genere umano faccia consistere tutto
il pregio, la bellezza e la felicità della vita nell’amore, mi pare sia così
chiaro dalle ultime pagine del mito, che nessuno possa dubitarne. E non vedo
che ne dubiti lo stesso Faggi. Il quale dubita piuttosto che amore sia l’ultima
parola del libro. Non gli pare che sia nella prima forma di questo, quando
finiva col Dialogo a Timandro e di Eleandro\ né che sia nella forma definitiva,
quando all’ultimo posto fu collocato il Dialogo di Tristano e di un Amico. La
compassione di Eleandro, egli dice, « non è amore : tant’ è vero che questo
dialogo dovea dapprincipio intitolarsi Misénore e Filénore, e Mis nore, cioè
odiatore dell’uomo, doveva essere L. ». Ma il Faggi non ha badato che (come
avrebbe potuto vedere da tutte le varianti che io ho tratte dall’autografo)
cotesto titolo, poi mutato dall’autore nell’altro con cui pubblicò il dialogo,
non solo fu ideato quando ancora il dialogo era da scrivere, ma mantenuto fino
alla fine della composizione del dialogo stesso. Sicché il concetto di
Mist'nore è puntualmente quel medesimo che vediamo incarnato in Eleandro: in
chi cioè non si oppone propriamente all’amatore degli uomini, ma si oppone
soltanto a chi, anzi che Filénore, merita d’esser detto Timandro, perché
eccessivamente valuta, col domma della perfettibilità progressiva, il potere
umano di impadronirsi della feheità. L’uomo del L. non è l’uomo vantato e
millantato dagl’ illuministi del secolo XVIII e dai progressisti del suo
secolo: l’uomo dalle magnifiche sorti e progressive del Mamiani: è l’uomo
vittima della natura e però degno di compassione. La compassione non è amore;
certo. Ma ne è la radice. E perciò Giove, mosso da pietà, nella Storia del
genere umano, manda Amore fra gli uomini. Perché solo l’amore lenisce i dolori,
per cui si commisera l’infelice; e se Eleandro, dopo aver protestato con un
grido che gli si sprigiona dal più profondo del cuore: Sono nato ad amare, ho
amato, e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva »,
soggiunge. Oggi non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorché nie stesso,
per necessità di natura, e il meno possibile»- l’aggiunta è un’asserzione
voluta dalla coerenza del si' sterna pessimistico della vita che Eleandro
oppone al dommatico ottimismo di Timandro; ma si smentisce subito continuando.
Con tutto ciò sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser
cagione di patimenti ad altri ». E questa è compassione, che è pnrg una sorta
di amore. Che se Tristano non sa più pensare se non alla morte questa morte (come
credo di aver chiarito abbastanza col riscontro di quel dialogo con i canti
dell’amore fiorentino, Aspasia e Amore e morte), non è la disperazione della
vita, cantata da Bruto minore e da Saffo, ma è la bellissima fanciulla che Gode
il fanciullo Amore Accompagnar sovente; la bella morte, pietosa, sospirata in
quel languido e stanco desiderio di morire che sorge col nascere d’un amoroso
affetto. E r ironia, così nel Timandro come nel Tristano, non è rivolta contro
la vita confortata dall’amore, bensì contro quel volgare ottimismo che parla il
fatuo linguaggio di Timandro e deH’amico di Tristano. Vero è che per leggere L.
non bisogna tanto badare a quello che egli dice, ma al modo piuttosto in cui lo
dice, al tono delle sue parole, in cui propriamente consiste la sua anima, e
quindi la vita e il valore della sua prosa. Che io perciò desidero considerare
più come poesia che come argomentazione. E perciò non posso accettare quel che
il Faggi dice del Dialogo di Tasso e del suo Genio familiare e dell’ Elogio degli
uccelli. Come mai, mi domanda del primo, «appartiene al secondo gruppo e non al
terzo ? Anche questo dialogo è senza dubbio.... una ricostruzione; e, per
questo lato. vale il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez ».
Infatti, egli osserva, « non dee spaventare la differenza che c’ è fra un uomo
chiuso nelle quattro mura d’una prigione e un altro che corre a vele spiegate
1’ Oceano infinito. 11 Tasso prova nello spirituale colloquio col suo genio
familiare press’a poco la stessa soddisfazione che il grande Genovese nel suo
fortunoso viaggio. Tutt’e due han trovato la maniera di fuggire la noia, questa
compagna indivisibile dell’esistenza. Quando altro frutto non ci venga da
questa navigazione, dice Cristoforo Colombo a Pietro Gutierrez, a me pare che
ella ci sia profittevolissima in quanto che per lungo tempo essa ci tiene Uberi
dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che altrimenti non
avremmo in considerazione. E il povero Tasso ha ricevuto tale conforto dalla
conversazione col suo Genio, che, si può ritenere, il consigUo da questo
datogli di ricercarlo, ov’ei lo voglia, in qualche Uquore generoso, non andrà
perduto. Tutt’e due, tra fantasticare o navigare, van consumando la vita: non
con altra utiUtà che di consumarla; che questo è l’unico frutto che al mondo se
ne può avere: e l’unico ‘intento che l’uomo deve proporsi ogni mattina in sullo
svegliarsi ’ ». Ora tutto ciò, se si guarda alla nota fondamentale dei due
dialoghi, non credo si possa sostenere. Lo spunto del Colombo ci è indicato
dallo stesso L., che, come io ho mostrato, aveva prima concepito questo scritto
col titolo di Salto di Leucade\ e il senso o nucleo del dialogo va quindi
cercato nel passo che segue alle parole citate dal Faggi, dove Colombo dice: «
Scrivono gU antichi, come avrai letto o udito, che gli amanti infelici, gittan-
dosi dal sasso di Santa Maura (che allora si diceva di Leucade) giù nella
marina, e scampandone, restavano per grazia di Apollo, liberi dalla passione
amorosa. Io non so se egli si debba credere che ottenessero questo effetto; ma
so bene che, usciti di quel pericolo, avranno per un poco di tempo, anco senza
il favore di Apollo avuta cara la vita, che prima avevano in odio; o pm-g avuta
più cara e più pregiata che innanzi. Ciascuna na vigazione è, per giudizio mio,
quasi un salto dalla rupe di Leucade; producendo le medesime utihtcà, ma pj(,
durevoli che quello non produrrebbe; al quale, per questo conto, ella è
superiore assai. Credesi comunemente che gli uomini di mare e di guerra, essendo
a ogni poco in pericolo di morire, facciano meno stima della vita propria, che
non fanno gli altri della loro. Io per Io stesso rispetto giudico che la vita
si abbia da molto poche persone in tanto amore e pregio come da’ navigatori e
soldati ». Non il consumai'e la vita è l'utilità del rischio, a cui Colombo
espone sé e i suoi marinai, ma la gioia di riafferrarsi aUa vita che
nell’oceano sterminato si teme sfuggita per sempre: il gusto che si prova per
ogni piccolo bene, appena ci paia di averlo perduto, se lo riacquistiamo. 11
Colombo è questa gioia del pericolo vinto, ma che bisogna perciò affrontare per
vincerlo. Tasso è tutt’altra cosa. Il navigatore pregusta il piacere della
vista di un cantuccio di terra: ma il povero prigioniero non conosce né spera
mutamento alla sua sorte, e lasciando, com’egli dice, anche da parte i dolori,
la noia solo lo uccide. La noia, di cui egli può parlare perché ne ha
esperienza; ma che gh pare il destino universale degh uomini, quasi la sua
prigione fosse simbolo della natura, che circonda e chiude dentro di sé l’uomo:
A me pare che la noia sia della natura dell’aria : la (juale riempie tutti gli
spazi interposti alle altre cose matcriah, e tutti i vani contenuti in ciascuna
di loro: e donde un corpo si parte, e l’altro non gli sottentra, quivi ella
succede immediatamente. Così tutti gl’ intervalli della vita umana frapposti ai
piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però, come nel mondo
materiale, secondo i Peripatetici, non si dà vóto alcuno; così nella vita
nostra non si dà vóto : se non quando la mente per qualsivoglia causa
intermette l’uso del pensiero. Per tutto il resto del tempo, l’animo,
considerato anche in se proprio e come disgiunto dal corpo, si trova contenere
qualche passione; come quello a cui l’essere vacuo da ogni piacere e
dispiacere, importa essere pieno di noia; la quale anco è passione, non
altrimenti che il dolore e il diletto. Che egli consumi pure un po’ di tempo
nel colloquio col suo Genio, è vero. Ma lo consuma senza dolcezza, ]ier confermarsi
nella convinzione della sua immedicabile tristezza: «Senti. La tua
conversazione mi riconforta pure assai. Non che ella interrompa la mia
tristezza, ma questa per la più parte del tempo è come una notte oscurissima,
senza luna né stelle ; mentre son teco, somiglia al bruno dei crepuscoli,
piuttosto grato che molesto. Acciò da ora innanzi io ti possa chiamare o
trovare quando mi bisogni, dimmi dove sei solito di abitare. Il Genio
risponderà con amara ironia che la sua abitazione è in qualche liquore
generoso. Ma il Faggi crede sul serio che ci sia qui un consiglio da prendersi
alla lettera ? « Cruda ironia », scrisse il Della Giovanna, che ebbe pure la
strana idea di cercare negh scritti del Tasso l’eventuale fondamento storico di
questo tratto. Il quale, per chi legga la prosa L.ana con animo sensibile
all’angoscia desolata che vi è sparsa dentro, non può significare altro che un
realistico strappo che 1 autore vuol dare alla stessa poetica illusione
consolatrice del- r infelice prigioniero. E porgendo l’orecchio all’accento
commosso dello scrittore io credetti di poter dire 1 Elogio degli uccelli
lirica stupenda sgorgata al L. dal pieno petto al guizzo d’una immagine lieta e
ridente, e come un canto di gioia. No, oppone il Faggi, « è un elogio degli
uccelli un’opera non d’ispirazione, ma, in massima parte (jj riflessione;
benché questa sia ravvivata dal soffio della poesia inerente al soggetto. Il L.
non intendeva di fare altro ». Piuttosto egli penserebbe al Passero no litario)
ma avverte subito da sé il carattere del tutto estrinseco del ravvicinamento, e
nota che « anche quello non è un canto di gioia ». Anche nell’ Elogio, secondo
il Faggi, il L. è filosofo, e non è poeta. « Non ha creduto di spogliare del
tutto la giornea del filosofo- che anzi egli parla per bocca di un Amelio,
filosofo solitario come egli dice, che si potrebbe credere il neoplatonico,
scolare di Plotino, se non lo cogliessimo a citare Dante e Tasso. .Scrive, e ha
davanti i suoi libri, soprattutto le opere del Buffon; si difende in una lunga
digressione sull’origine e la natura del riso, suggeritagli dall’osservazione
che il canto è, come a dire, un riso che fa l’uccello ; e, intorbidando
l’immaginazione lieta e serena in cui l’animo suo volea riposarsi, si lascia
attrarre a considerare il riso umano nello scettico, nel pazzo e nell’ebbro;
che non è più manifestazione sincera, o spontanea dell’animo, e non ha jùù
quindi relazione col canto degli uccelli ». Donde s’avrebbe a concludere che il
L. abbia voluto scrivere sul serio l’elogio degli uccelli, proponendosi una
tesi ritenuta da senno per vera, e industriandosi di dimostrarla nel miglior
modo per tale. No, per Dio, non mi prendete alla lettera ci ammonirebbe il
poeta. Il quale ad altro proposito scriveva al padre scandalizzato dalle forme
pagane di Giacomo : « Io le giuro che l’intenzione mia fu di far poesia in
prosa, come s’usa oggi, e però seguire ora una mitologia ed ora un’altra ad
arbitrio; come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani,
buddisti ecc. » Senza essere creduti perciò zoologi o filosofi, possiamo
aggiungere noi. E del resto a quella conclusione io non credo che il Faggi
abbia voluto andare incontro intenzionalmente, poiché egli pure vede «
l'imaginazione beta o serena in cui l’animo del L. volea riposarsi » ; e
rispetto alla quale gli uccelli non sono davvero gli uccelli dello zoologo;
ancorché nella tessitura dell’ Elogio l’autore si giovi spesso di reminiscenze
delle sue letture del Buffon (che è poi un poeta, anche lui, della storia naturale)
; ma sono appunto un’ immagine, simbolo di quella vita piena d’impressioni, che
non conosce tedio, anzi è tutta una gioia. La cui espansione e penetrazione nel
cuore del poeta si vede bene dove a questo si svegha nell’animo un senso di
gratitudine verso quella Provvidenza, che volle il dolce canto degli uccelli a
conforto degli uomini e d’ogni altro vivente. «Certo fu notabile prowedimento
della natura l’assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il volo; in
guisa che quelli che avevano a ricreare gli altri viventi colla voce, fossero
per l’ordinario in luogo alto, donde ella si spandesse all’ intorno per
maggiore spazio e pervenisse a maggior numero di uditori. E in guisa che
l’aria, la quale si è l’elemento destinato al suono, fosse popolata di creature
vocali e musiche. Veramente molto conforto e diletto ci porge, e non meno, per
mio parere, agli altri animali che agli uomini, l’udire il canto degli uccelli.
La prosa tranquilla e contenuta vuol essere nella sua forma esteriore l’eloquio
didascalico di un filosofo, ma tanto più perciò essa fa sentire la dolcezza
gioiosa che vi si agita dentro, con quella stessa mobilità irrequieta, che fa
dal poeta contrapporre all’ozio pigro e sonnolento degli uomini la vispezza dei
volatili. « Gli uccelli per lo contrario, pochissimo soprastanno in un medesimo
luogo; van- [ I Episiol., lett. no e vengono di continuo senza necessità veruna
; usano T volare per sollazzo; e talvolta, andati a diporto più cen tinaia di
miglia dal paese dove sogliono praticare, i] medesimo in sul vespro vi si
riducono. Anche nel piccol tempo che soprasseggono in un luogo, tu non h ved^
stare mai fermi della persona; sempre si volgono cjua I là, sempre si aggirano,
si piegano, si protendono, si croK lano, si dimenano; con quella \ds]iezza,
queU'agUità quella prestezza di moti indicibile. E con la stessa intenzione del
contrasto tra l’esposizione solenne e dotta del filosofo e il sentimento che ’
deve vibrare dentro, si spiegano i ricordi anacreontd che il Faggi dice eruditi
e freddi, e che tali vogliono essere infatti, nella conclusione dell’ Elogio,
nel desiderio finale di Amelio: Similmente io vorrei, per un poco di tempo,
essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della
loro vita ». Ultime parole dell’ Elogio, che ne sono quasi la chiave, e che
reca meraviglia non vedere intese esattamente nepjmr dal Faggi Già il Della
Giovanna, che, mi rincresce dirlo, troppo pedanteggiò irriverentemente nel suo
commento erudito ma offuscatore assai più spesso che rischiaratore del nitido
pensiero L.ano, postillò: n Per un poco di tempo. Meno male ! chè dopo la
vantata perfezione degli uccelli, c era da aspettarsi una conclusione meno
restrittiva. E il Faggi rincara: «Fa quasi sospettare che Amelio non sia
riuscito a convincere pienamente se stesso, o il suo entusiasmo non sia stato
davvero troppo profondo ». Come se si trattasse di convincere! A me pare ci sia
un modo più ragionevole d’intendere quell’inciso; ed è quello che verrà subito
in mente ad ognuno, che rifletta che se il filosofo avesse espresso il
desiderio d’essere convertito per sempre in uccello, avrebbe fatto ridere. Che
diamine, il poeta invidia degh uccelli la contentezza, la letizia; e ora essi
non sono altro per lui, ma né anche la contentezza e la letizia per lui sono
tutto, ed egli ama troppo la propria umanità per essere disposto a barattarla
con esse per sempre. Anche la morte potrebbe essere per lui, come per Porfirio,
la soluzione del problema dell’esistenza. Ma il «senso dell’animo» lo ammonisce
colle parole di Plotino: «In vero, colui che si uccide da se stesso non ha cura
né pensiero alcuno degh altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta,
per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano;
tanto che in questa azione del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il
più sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo che si
trovi al mondo ». Commemorazione tenuta nell’Aula Magna del Palazzo Comunale di
Recanati; e pubblicata nel fascicolo giugno- luglio dello stesso anno del
periodico “Educazione fascista”. Il modo più degno di commemorare un poeta è
quello di entrare nella sua poesia, cioè nel suo animo, nel mondo dei suoi
fantasmi, come egli li vide e li sentì. Gli elementi della sua biografia,
tutti, dalla data di nascita a quella di morte, i casi della sua vita, le
persone e le cose in mezzo alle quali questa vita si svolse, le idee stesse che
egh accolse e che professò, le correnti spirituali antecedenti o contemporanee
di cui partecipò, sono semplici generahtà, paragonabili alle note d’un
passaporto; le quah, ove non si accompagnino e precisino con una fotografia,
rimangono appunto generalità, riferibili a migliaia di persone. Ogni uomo è una
determinata personalità in quanto è un’anima. La quale, quando si conosca da
vicino e cioè per davvero, è singolare e inconfondibile: unica. E la sua
singolarità in fondo consiste non nella periferia del mondo di cui l’uomo fu
centro, ma in quello piuttosto che egli fu, al centro di questo mondo, col suo
modo di reagire a questo mondo che era il suo, raccolto nel suo pensiero e nel
suo sentimento. Due possono nascere nello stesso anno e nello stesso giorno,
vivere nello stesso luogo e quasi cogli stessi spettacoli dinanzi agli occhi,
tra gli stessi uomini e quasi con le stesse voci negli orecchi; e ricevere la
stessa educazione, incorrere magari nelle stesse malattie, e insomma viv'ere
tutta materialmente la stessa vita e concorrere perfino nelle stesse idee, ed
essere come due anime gemelle. Eppure ciascuna di queste anime, se vi provate
ad entrare nel suo intern è se stessa, diversa, assolutamente diversa
dall’altra quel certo suo dèmone ascoso, che tratto tratto si senr nel timbro
della voce o lampeggia nelle pupille, svelane!^ subitamente l’essere dell’indi\dduo
: quell’essere eh” ognuno di noi, nella vita, spia e riesce a scoprire atti e
nelle parole delle persone che frequenta. Quest dèmone interno, sorgente
segreta da cui scaturisce in verità tutta la vita effettiva dell’uomo non
soltanto quale essa è, ma quale è sentita e perciò nel valore che ha, è quello
che i filosofi dicono 1’ Io: il soggetto, che è la base d’ogni individualità
umana. Qualcosa d’inafferrabile in se stesso, perché infatti non si manifesta
se non in quanto si realizza nelle concrete determinazioni del carattere, nel
complesso degh atti e delle parole, che formano la trama della vita dell’
individuo. 11 centro non è rappresentabile se non in rapporto alla sua
circonferenza. Ora questo demone segreto che si cela e si svela nella vita di ciascun
uomo, è la fonte viva dell’ispirazione del poeta. Il quale non si distingue
dagli altri uomini se non jierché riesce a stampare una più profonda impronta
di questa segreta potenza nelle espressioni del suo essere. E pare che per lui
innanzi agli occhi meravigliati della moltitudine si levi e grandeggi in una
solitudine infinita l’immagine di un’anima divina, creatrice, che di sé fa il
suo universo; e quelli che per gli altri sono sogni e ombre, per la virtù sua
onnipossente son corpi saldi, viventi e luminosi, e riempiono tutta la immensa
scena del mondo che il poeta sostituisce a quello della comune esperienza. Nel
poeta, in quanto tale, tutto ciò che egli vede e tutto ciò che può dirci è la
sua anima, anzi questo dèmone che si cela nella sua anima. Nel caso di L.,
quanto difficile cercarla e trov'arla questa scaturigine della sua poesia: e
quanto perciò s e girato e si gira tuttavia intorno al segreto della sua
grandezza ! Questa poesia da un secolo e più conquide tutti i cuori, trova la
via di tutte le anime, che spontaneamente si aprono alle soavi commozioni di
essa. Ma studiata lungamente, pertinacemente, ingegnosamente da mille ingegni,
alla luce di mille sistemi e sulla base di mille preconcetti, analizzata,
tormentata dalla pretensiosa volontà indagatrice della critica, impegnata per
lo più nella superba impresa di ricostruire l’arte dagli sparsi frammenti
esanimi ottenuti attraverso una fredda operazione anatomica, essa si è
sottratta e sfugge ancora alla intelligenza riflessa, che si sforza di
coglierne l’essenza e chiuderla in una definizione. Negli ultimi tempi vi si
son provati critici di grande levatura e dottrina; e si sono avuti saggi, di
cui non disconoscerò io il merito insigne. Questi scritti giovano indubbiamente
alla comprensione della poesia L.ana; ma solo in quanto ne scoprono alcuni
aspetti. 11 loro comune difetto è quello di trascurare la verità, che io
ritengo evidente e indiscutibile, dalla quale ho creduto opportuno prender le
mosse. Trascuranza il cui effetto è questo: che il critico non sente la
necessità di risalire sino alla sorgente da cui la poesia L.ana sgorga, e in
cui soltanto è possibile scorgere l’unità della sua ispirazione e rendersi
conto della varietà dei motivi in essa dominanti. Così accade che si aprano i
canti e le prose del L., e si dica. Nelle prose, manco a dirlo, non c’ è
poesia. C’ è una pretesa filosofia, che è una filosofia per modo di dire.
Lambiccatura di cervello che si sforza di dimostrare sistematicamente uno stato
d’animo personale; e perciò si mette fuori di questo stato d’animo; e quindi
riesce amaro, falso, estraneo al vero e profondo sentire dello stesso
scrittore, e perciò freddo, sofistico. Né filosofia, né poesia. Nei canti,
bisogna distinguere: c’è poesia e non poesia. Vi sono strofe o versi in cui il
poeta trova se stesso e parla serio e commosso; e lì è il poeta; il poeta le
cui parole non si dimenticano e tornano da sé a risuonare nell’animo, a
commuoverci col calore e la passione della vita che ogni uomo vive e sente. Ma
ci sono negli stessi canti poesie giovanili rettoricamente patriottiche; ci
sono poesie filosofiche non meno fredde e artifiziate delle prose: ci sono
pezzi ora- torii, in cui il poeta cerca l’effetto e pensa al lettore e non si
dimentica nello schietto moto della sua anima Manca qua e là negli stessi canti
più felici il caldo di queir ispirazione, che s’apprende immediatamente
all’animo di ogni uomo. Risorge il ragionatore a freddo che vede il mondo
dall’angustissimo foro che le sciagure fisiche e le tristi condizioni personali
gli han lasciato aperto sulla grande scena della vita, e vien meno il poeta che
accoglie beato nel suo petto la voce naturale del mondo e il vasto respiro
delle cose. £ fortuna se alla prova di questa critica si salva qualche
frammento della poesia di L.. Ma si salva davvero ? Io vorrei invitare questi
critici a ristampare L. purgandolo da tutte le scorie della sua poesia, per
darcene il fiore, un’antologia; contenente i soli pezzi ^'eramente poetici a
cui si fa grazia. Temo che al fatto questa antologia riescirebbe estrema- mente
difficile, se non impossibile: poiché non solo il significato di ciascun verso
risulta dal contesto a cui appartiene, e ogni strofa ha il suo valore nel
complesso del componimento; ma, si sa, ogni parola ha sempre un accento, in cui
è la sua anima e individuahtà; e quell’accento non si può sentire se non nel
ritmo dell’ insieme. Isolare una parola è impresa vana ed assurda. E se si
crede il contrario, ciò accade perché in realtà quella parola che ci pare di
isolare, noi la facciamo nostra e la fondiamo in un nuovo nesso, in un ritmo da
noi creato, in cui non è più la parola di quel poeta, ma l’espressione del
nostro animo. L. non è soltanto il poeta degl’ idillii, dove il suo petto si
allarga e s’inebria del profumo della natura, e il suo cuore batte all’unisono
col grande cuore del mondo, commosso dal senso della vita che ride a primavera
nei campi, brilla a notte nel mite chiarore della luna, imporpora il viso alle
fanciulle innamorate, tuona tra le nubi nell’ infuriar della tempesta, e
ridesta ad ora ad ora negli animi stanchi e delusi la speranza e la dolcezza
dell’amore. Il L. è anche Tristano ed Eleandro; ed è Copernico e Ottonieri; ed
è Colombo e Tasso visitato nel mesto carcere dal suo Genio familiare; ed è
Stratone e Plotino; ed è 1’ Islandese al cospetto della Natura dal volto mezzo
tra bello e terribile; ed è il gallo silvestre che sta in sulla terra coi
piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo, e riempie del suo canto
l’universo e dice di questo « arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza
universale » che, « innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e
perderassi ». E insomma il Leopardi pacato e placato nel sentimento solenne e
religioso del dolore e del mistero e della vanità dell’opera umana, e pur
raccolto nell’ intima soavità dell’amore, onde gh uomini vincono ogni travagho
c gustano una beatitudine divina, ancorché confusa a certo mistico senso del
proprio dissolvimento nella vita universale. Ed è anche il poeta che come
italiano vede le colonne e i simulacri e le ruine della grandezza antica, ma
non vede più la gloria e le armi dei padri; e non sa rivolgersi indietro a
(juella schiera infinita d’immortah, che onorarono già la nostra terra, senza
pianto e disdegno per la presente viltà; e sente in cuore la disperazione di
Bruto per l’impotenza della virtù sconfitta dalla perversa fortuna e lo strazio
della misera Saffo, spregiata amante, vile e grave ospite nei superbi regni
della natura bellissima. Ma non sì che l’animo non gli si esalti nell’ idea
della guerra mortale che il prode di cedere inesperto, guerreggerà sempre
contro l’indegno fato, e in cui anche il virile animo di Saffo si sentirà
sparso a terra il velo indegno, di emendare il crudo fallo del cieco
dispensator dei casi. E anche l’uomo che si leva col pensiero al di sopra della
ferrea vita e sentendo che conosciuto, ancor che tristo, ha suoi diletti il
vero, si compiace d’investigar Yacerbo vero e i ciechi destini delle mortali e
delle eterne cose] e trae gli ozi in questo speculare. E in fine l’uomo che si
rifugia con questo altissimo sentimento della invitta potenza del pensiero
umano nella rocca inespugnabile della noia: di questo che egli dice « in
qualche modo il più sublime dei sentimenti umani », poiché « il non poter
essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra
intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, n numero e la mole
maravighosa dei mondi, e trovare che tutto è ])oco e piccino alla capacità
deU’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo
infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande
che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità,
e patire mancamento e vóto, e però noia, pare a me il maggior segno di
grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. E perciò anche L., nel
colmo della sua delusione, può giungere a fermare in se stesso ogni desiderio e
ogni moto, a disprezzare perfino se stesso, come la natura, il brutto Poter
che, ascoso, a comun danno impera, E V infinita vanità del tutto: e, pur caduto
l’incanto che gli fece vedere e amare in una donna mortale la Dea della sua
mente, pur vedendo ormai nella propria vita una notte senza stelle a mezzo il
verno, può trovare al suo fato Pensieri. mortale bastante conforto e vendetta
nella coscienza di se medesimo: su l’erba Qui neglùttoso immobile giacendo, Il
mar, la terra e il ciel miro, e sorrido. Se noi rinunciamo a questi ed
altrettali motivi della poesia L.ana, per restringerci al dolce gusto di quell’
idillico che è la prima e immediata forma di questa poesia, noi avremo sì
elementi di una poesia squisita, ma perderemo la poesia propria del L.. Nella
quale quella prima forma è solo uno degli elementi del dramma e del fiero
contrasto, nella cui superiore soluzione la poesia L.ana per l’appunto
consiste. L’i dilli o è certo alla base di L. poeta. Ne risuona il motivo di
continuo nell’ Epistolario, nello Zibaldone, nei Canti, nelle Operette morali.
Se volete rendervi conto della natura dell’ idillio, come L. r intese e lo
sentì, rileggete l’ Infinito, quei quindici versi che gittano la fantasia del
Poeta al di là della siepe in spazi interminati, sovrumani silenzi e
profondissima quiete: dove l’infinito silenzio e l’eterno assorbono in sé e annichilano
la voce del vento che stormisce tra le piante e il suono delle lotte e delle
fatiche umane: Così tra questa Immensità s’annega il pensier mio E il naufragar
m’ è dolce in questo mare. L’uomo scioglie il suo pensiero, ond’egli
riflettendo si distingue e si oppone alla natura, e si confonde con essa.
Ricordate il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che dice alla sua
greggia: Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe. Tu .se’ quieta e contenta; E
gran parte dell’anno Senza noia consumi in quello stato. Ed io pur seggo sovra
l’erbe, all’ombra, E un fastidio m’ingombra La mente, ed uno spron quasi mi
punge Si che, sedendo, più che mai son lunge Da trovar pace o loco. Nell’ Inno
ai Patriarchi il Poeta rammenta l'antico mito della colpa che sottopose Vuman
seme alla tiranna Possa de’ morbi e di sciagura ; e attribuisce all’ irrequieto
ingegno dell’uomo la prima origine dei suoi dolori. La noia, la sublime noia, è
il privilegio del pensiero. Finché la riflessione non è sorta, e il pastore
errante non è ancora in grado di domandare alla luna il fine di tanti moti, e
che sia Questo viver terreno. Il patir nostro, il sospirar che sia; Che sia
questo morir, questo supremo Scolorar del sembiante, E perir dalla terra, e
venir meno .‘Vd ogni usata, amante compagnia; egh può esser queto e contento
come la sua greggia. Pensare è distinguersi dalla vita, opporvisi, sentirsene
fuori, cercare e non trovare, sentire la vanità di tutto: non aver più né
contentezza né pace. Il L. intanto sa bene che senza pensiero non c’ è
grandezza. Perciò in uno de’ suoi dialoghi la Natura dice a un’Anima. Va’,
figliuola mia prediletta, che tale sarai tenuta e chiamata per lungo ordine di
secoli. Vivi, e sii grande e infelice. Perciò il Poeta dice ai « nuovi credenti
» che non credono al dolore: A voi non tocca DeU’umana miseria alcuna parte,
Ché misera non è la gente sciocca. Dico, ch’a noia in voi, ch’a doglia alcuna
Kon è dagli astri alcun poter concesso. Non al dolor, perché alla vostra cuna
Assiste, e poi sull’asinina stampa 11 pie’ per ogni via pon la fortuna. E se
talor la vostra vita inciampa. Come ad alcun di voi, d’ogni cordoglio Il non
sentire e il non saper vi scampa. Noia non puote in voi, ch’a questo scoglio
Rompon l’alme ben nate. Ma se il pensiero è la sorgente del dolore, bisogna pur
distinguere tra pensiero e pensiero. E anche questo è avvertito dal L.. C’ è un
pensiero che è la stessa natura deU’uomo ; deiruomo che sente e crede nell
amore e nella virtù ; che sente e crede nella bellezza della natura e della vita;
che spera e apre l’animo alla gioia delle illusioni, che tali si dimostreranno
al cimento della esperienza, ma che la natura stessa risusciterà sempre dal
fondo del cuore umano a rendere amabile o almen sopportabile la vita. Questo è
pensiero. Ma c’ è un altro pensiero, che si sovrappone a questo primo e lo
critica e lo demolisce e lo irride, e, scoprendone tutte le debolezze e gli
arbitrii, gitta lo sconforto nel cuore umano e lo inonda d’immedicabile
amarezza. Non occorre pertanto che l’uomo si abbrutisca come il gregge per
sottrarsi al dolore. Può essergli simile, e al pari di esso rimaner congiunto
con la natura e godere del benefizio di essa, se si abbandona, per dir così, al
pensiero naturale, e vede la vita con quegli occhi che la natura gh ha dati. Vive
nel suo stesso pensiero la vita spontanea e istintiva che è propria di tutti
gli esseri naturali, senza che questa natura sia sconvolta o turbata dal suo
irrequieto ingegno. Così fa il fanciullo, così tutti gli spiriti semplici e
sani. Questa è la giovinezza sempre rinascente del genere umano; dell’anima
aperta alla speranza e fortificata dalla fede: dell’anima quale ogni uomo la
ritrova in se stesso al mattino sul primo svegliarsi, all’ inizio d’ogni suo
giorno, come d’ogni nuovo periodo della sua vita « Il primo tempo del giorno »,
canta anche il gallo silvestre « suol essere ai viventi il più comportabile.
Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella mente pensieri dilettosi o lieti- ma
quasi tutti se ne producono e formano di presente perocché gli animi in
quell’ora, eziandio senza materia alcuna speciale e determinata, inclinano
sopra tutto alla giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla
pazienza dei mah. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi
occupato daUa disperazione; destandosi, accetta novamente nell’animo la
speranza ciuantunque cUa in niun modo se gli convenga. Molti infortuni e
travagli propri, molte cause di timore o di affanno, paiono in quel tempo
minori assai, che non parvero la sera innanzi. Spesso ancora, le angosce del dì
passato sono volte in dispregio, e quasi per poco in riso, come effetto di
errori e d’immaginazioni vane. La sera è comparabile alla vecchiaia; per lo
contrario, il principio del mattino somiglia alla giovanezza. Cresce
l’esperienza della vita, sopraggiunge la riflessione, la speranza dilegua:
sottentra il dolore e la noia: tanto più acuto quello, tanto più grave questa,
quanto più viva fu la speranza e ardente la fede nella vita. Quindi la grande
importanza del momento idillico, o giovanile, spontaneo, naturale in una poesia
che, come quella del L., accentua poi il momento negativo del distacco e della
opposizione, che è il momento del dolore. Questo dolore è materiato, si può
dire, dalla stessa dolcezza dell’ idiUio. Odi et amo. La negazione non avrebbe
mai il suo significato lirico se non corrispondesse a un’affermazione vigorosa
e potente. Appunto perché la vita è così bella agli occhi del Poeta, ed egh ne
sente sì forte il fascino nel fondo del suo cuore, egli si duole tanto di non
possederla. Al disperato affetto di Saffo non arride spet- tacol molle: ma
questo spettacolo pur le è fitto negli occhi e nel petto; Placida notte, e
verecondo raggio Della cadente luna; e tu che spunti Fra la tacita selva in su
la rupe, Nunzio del giorno; oh dilettoso e care Mentre ignote mi fur l’erinni e
il fato. Sembianze agli occhi miei. Del resto questo molle spettacolo non fugge
da’ suoi occhi senza che questi si volgano desiosi ad altri spettacoli di
natura, meglio rispondenti al suo stato d’animo. Noi r insueto allor gaudio
ravviva Quando per l’etra liquido si voi ve E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de’ Noti, e quando il carro. Grave carro di Giove a noi sul capo.
Tonando, il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli Natar
giova tra’ nembi, e noi la vasta Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto Fiume
alla dubbia sponda Il suono e la vittrice ira dell’onda. Saffo ha l’animo
popolato di ridenti immagini di questa natura di cui ella si vede prole
negletta:, Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella Sei tu, rorida terra. A me
non ride L’aprico margo, e dall’eterea porta Il mattutino albor; me non il
canto De’ colorati augelli, e non de’ faggi Il murmure saluta: e dove all’ombra
Degl' inchinati salici dispiega Candido rivo il puro seno, al mio Lubrico pie’
le flessuose linfe Disdegnando sottragge, E preme in fuga l’odorate spiagge.
GkktIx<s, Manzoni e L. Bruto minore, fermo già di morire, percote l’aura
sonnolenta di feroci note. Ma tra queste note se ne odono di soavi, affettuose,
per quanto solenni, come queste: E tu dal mar cui nostro sangue irriga. Candida
luna, sorgi, E l’inquieta notte e la funesta All’ausonio valor campagna
esplori. Cognati petti il vincitor calpesta, Fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica mina; Tu si placida sei ? Tu la nascente Lavinia prole, e gli anni
Lieti vedesti, e i memorandi allori; E tu su l'alpe l'immutato raggio Tacita
verserai quando ne’ danni Del .servo italo nome. Sotto barbaro piede Rintronerà
quella solinga sede. Ecco tra nudi sassi o in verde ramo E la fera e l’augello.
Del consueto obblio gravido il petto. L’alta mina ignora e le mutate Sorti del
mondo: e come prima il tetto Rosseggerà del villanello industre. Al mattutino
canto Quel desterà le valli, e per le balze Quella r inferma plebe Agiterà
delle minori belve. D’altra parte, fin da quando il Poeta ascolta nel suo
profondo questa voce antica ed eternamente giovanile della santa natura e del
mondo, contro cui si volgerà sempre più risentito e dolorante, egli sente nel
petto Nell’ imo petto, grave, salda, immota Come colonna adamantma, quella noia
immortale, di cui parlerà nell’epistola Al Conte Carlo Pepoli. E nello stesso
Infinito, nella Sera del dì di festa e negli altri piccoli e grandi idilli che
altro, infine, si canta se non il dolore ? Dolce e chiara è la notte e senza
vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan
rivela Serena ogni montagna. O donna mia. Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t’accolse agevol soimo Nelle tue
chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai né pensi Quanta piaga
m’apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che si benigno Appare in
vista, a salutar m’affaccio, E l’antica natura onnipossente. Che mi fece
all’affanno. A te la speme Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro Non
brillin gli occhi tuoi se non di pianto. La serenità, il dolce chiarore lunare
dei primi versi e lo stesso sonno tranquillo e scevro d’affanni de lla donna
formano lo sfondo del quadro, in cui risalta la personalità di quest’uomo, a
cui la speranza è negata e i cui occhi non brilleranno mai se non di lagrime.
L’amarezza di questa anima desolata nasce dal contrasto. La donna sogna forse a
quanti oggi piacque e quanti piacquero a lei. Fantasmi e sentimenti pieni di
dolcezza; ma sorgono alla mente del Poeta soltanto per fargli sentire che egli
ne è escluso: non io, non già eh’ io speri, .à.1 pensier ti ricorro. Egli non
dorme, non posa, non sogna. Si getta per terra, grida, freme. E il suo pensiero
si insinua nella gioia altrui e vi soffia dentro il vento della riflessione che
l’inaridisce: Ahi, per la via Odo non lungo il solitario canto Dell’artigian,
che riede a tarda notte. Dopo i sollazzi, al suo povero ostello; E fieramente
mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non
lascia. L’artigiano probabilmente non fa questa malinconica riflessione.
Probabilmente egli, come la donna, rimembra i sollazzi del giorno, la cui
memoria non è spenta e basta tuttavia a riempirgli e consolargli l’animo. Ma su
quel mondo festivo e gorgogliante ancora di sensazioni dilet- tose il Poeta
riversa l’angoscia fredda del suo cuore desolato. E altrettanto si i)uò
osservare di tutte queste sue poesie, che L. stesso definì idillii, e in cui
più forte risuona la corda dell’animo commosso e vibrante della stessa vita del
mondo. Citerò ancora il primo periodo della Vita solitaria che comincia; La
mattutina pioggia, allor che l’ale Battendo esulta nella chiusa stanza La
gallinella, ed al balcon s’afìaccia L’abitator de’ campi, e il Sol che nasce I
suoi tremiili rai fra le cadenti Stille saetta, alla capanna mia Dolcemente
picchiando, mi risveglia; E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo Degli
augelli susurro, e l’aura fresca, E le ridenti piagge benedico; per rivolgersi
subito contro le cittadine infauste mura, e per concludere; In cielo. In terra
amico agh infehci alcuno E rifugio non resta altro che il ferro. Principio
idillico, conclusione tragica. Tragica quanto è idillico il principio. I due
termini si corrispondono e si congiungono insieme in un nesso inscindibile.
Togliete a L. la commozione e l’amore per la natura, per la vita, per la donna,
])er la bellezza, per la forza magnanima, per l’ardimento generoso, per la
virtù, j>er la patria, per i parenti, per gli amici, per tutto ciò che rende
amabile e santa la vita, e non intenderete più lo strazio delle sue delusioni.
Prescindete dal fermo convincimento, che la sua filosofìa gli ha piantato nel
petto, della arbitraria soggettività degli ideali in cui l’uomo, non ancora
caduto in preda al pensiero, crede provvidenzialmente; chiudete gli occhi
sull’amarissimo gusto con cui egli, tornando sempre ad esaminare i suoi
pensieri e la vita e il proprio essere e il fato universale degli uomini, ribadisce
sempre quel suo convincimento; e non potrete più sentire il tumulto con cui il
suo cuore s’attacca a questa vita fallace e il tremito giovanile e sto per dire
virgineo con cui tutto il suo essere si stringe al mondo, che non può, malgrado
tutto, non amare. Leggete II pensiero dominante e V Aspasia, dove culmina
l’arte del Poeta. Quel pensiero, cagion diletta d' infiniti affanni, è gioia ed
è dolore. Quella donna, per cui egli ha vaneggiato, ma il cui incanto è caduto,
risorge nella sua memoria e nel suo cuore superba visione, sua delizia ed
erinni'. e l’angehca sua forma, sempre viva e presente, torna sempre a
imprimergli a forza nel fianco lo strale, che già lo fece per tanto tempo
ululare. L’atteggiamento negativo ed ostile, quando non si scompagni dal suo
contrario, che gli dà vigore e significato, si può intendere e s’intende anche
in quelle forme di fredda ironia e di affettata irrisione, che assume in
qualche raro tratto dei Canti e in parecchie delle Operette morali. Di cui si è
potuto parlar con sì distratta intelligenza da vedervi lampeggiare non so che
sorriso cattivo e sinistro: mentre chi legge ed ama L., sa che nulla è più
alieno dal suo spirito. Ma questi critici sono i critici del frammento. Si
fermano a una pagina delle Operette L.ane, e non curano di guardarne l’insieme;
e così si lasciano sfuggire quella vivente unità organica, da cui esse nacquero
tutte ad una ad una, sotto la stessa ispirazione, nel pensiero e nel sentimento
dell’autore. Così vedono Momo, i sillografi, Stratone; ma non vedono il
principio e la fine del libro. E si lasciano sfuggire il significato e
l’accento del mito iniziale, la Storia del genere umano, vaga immaginazione
tutta per- v'asa di una commozione contenuta e pudica di un amore gentilissimo;
come si lasciano sfuggire le meditazioni finali di Eleandro e di Plotino, tutte
umanità ed affetto. Non vedono perciò lo spirito complessivo e centrale e
quell’onda viva di universale e irresistibile simpatia, che abbraccia uomini e
cose, e in sé scioglie i sentimenti più duri, più pungenti, più amari, onde
l’animo del Poeta è colpito allo spettacolo del freddo vero. L’incanto della
jioesia è qui, in questa unità dei due opposti motivi, che si fondono insieme e
infondono nello spirito del L. l’impeto della sua lirica sublime. La quale nel
momento stesso che pare prostri gli animi nel più disperato dolore, li solleva,
conforta ed esalta, aspergendoli di non so che affettuosa soa\ ita. Idilho e
dolore. L’uomo che vive lietamente e serenamente la vita; e l’uomo che diffida
di essa, e se ne apparta ed estrania; e fattosene spettatore deluso e
sconsolato, sente dentro di sé un vuoto infinito. Due cuori diversi, ma non
posti l’uno accanto all’altro, bensì unificati in un cuore solo. Questa
tragedia, che non è ottimismo, né ])cssimismo, ma il commosso e serio concetto
della nobiltà, del valore e della superiore letizia della vita, tremenda
insieme e adorabile, angosciosa e febee : questa è 1 essenza della poesia
L.ana. In verità, l’origine del dolore è nel pensiero. Ma L. sa, e soprattutto
sperimenta in se stesso, che quel pensiero che ferisce, sana esso stesso le sue
ferite. 11 pensiero che sfronda l’albero della vita di tutte le sue illusioni,
e specula e scopre l’infinita vanità di tutto, è lo stesso pensiero dentro eh
cui quell’albero ad ora ad ora rinverdisce di nuove fronde. Non si può negare
che esso faccia guerra continua alla nativa confidenza deH’uomo nella natura;
ed esso certamente spegne nei cuori la fede e la speranza. Ecco, da una parte.
Saffo supphchevole ; e dall’altra, il ruscello che al piede della misera donna,
la quale tenta d’immergervisi e sentirne il refrigerio, sottrae disdegnoso le
flessuose acque, e fugge e s’affretta per le piagge odorate. Se non che questo
pensiero devastatore e distruttore della originaria unità dell’uomo con la
natura, è esso stesso una nuov'a natura: è la natura di quell anima grande
perché infelice, e infehee perché grande, onde il Poeta insuperbisce sopra la
turba degli sciocchi. E in verità sempre che il pensiero non si guardi dal di
fuori, ma si pensi, si attui, si viva, esso non è più nulla di estraneo alla
vita, ma è la vita stessa. E in esso, ancorché rivolto ed affisso alle idee più
dolorose e più aride, rifluisce l’onda della vita e si risveglia il palpito
della gioia. Allora, ecco, il L. acquista coscienza della felicità superiore in
cui si purifica e rinvigorisce il suo spirito attraverso al pensiero e al
canto; poiché (come egli dice) « ninna cosa maggiormente dimostra la grandezza
e la potenza dell’umano intelletto, ossia l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il
poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua
piccolezza. I Pens. di varia filos., Allora egli sente che lo stesso intìnito,
in cui gli è dolce naufragare, è contenuto nel suo pensiero, che lo abbraccia
spaziando più oltre. Allora egli, piccolo ed esile fiore sull’arida schiena del
Vesuvio sterminatore, s’inebria del profumo della sua poesia, che consola il
deserto. Allora egh ritrova in sé, nel genio che nessuna forza maligna gli può
strappare, nel demone divino e onnipotente che fa insieme la sua infelicità e
la sua grandezza, la gioia e il fervore della vera vita; in cui, a dispetto dei
ragionamenti, risorgono le speranze e si riaccende l’amcre con cui gli uomini,
malgrado tutte le delusioni, si riattaccano alla vita e han la forza di vivere
e di morire. A Porfirio che a conclusione d’un rigoroso ragionamento si vuol
togliere la vita, Plotino ammonisce che « non dee piacer più, né vuoisi elegger
piuttosto di essere secondo ragione un mostro, che secondo natura uomo. Mostro
chi non cerca se non la utilità propria, e si gitta, per cosi dire, dietro alle
spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano. Uomo chi l’amore di se
medesimo pospone all’amore degli altri. Ma questa natura, che ci fa uomini, è
proprio contraria alla ragione che ci farebbe mostri ? O non ci sono, per dir
così, due ragioni: una, inferiore, che ci trarrebbe al suicidio attraverso il
più sordido amore di noi medesimi, e una superiore, che ci libera dal giogo di
questo amore, e ci fa amare la vita e gli uomini che ci amano ? Si cliiami
ragione o poesia, certo questa non è la natura primitiva e inconsapevole, ma
Tumanità che soffre ed ama e canta. Quale in notte solinga Sovra campagne
inargentate ed acque. Là 've zefiro aleggia, E mille vaghi aspetti E
ingannevoli obbietti 1 Operette. Fingon l’ombre lontane Infra Tonde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville; Giunta al confin del cielo. Dietro
Apennino od Alpe, o del Tirreno Nell’ infinito seno Scende la luna; e si scolora
il mondo; Spariscon Tombre, ed una Oscurità la valle e il monte imbruna; Orba
la notte resta, E cantando, con mesta melodia. L’estremo albor della fuggente
luce. Che dianzi gli fu duce. Saluta il carrettier dalla sua via; Tal si
dilegua, e tale Lascia l’età mortale La giovinezza. La luna è tramontata, e il
carrettiere canta. La giovinezza si dilegua; ma l’uomo resta, e intona il suo
canto. In questo canto, nella sua mesta melodia, è il più alto segno dello
spirito del Poeta. Qui la sua poesia. Conunemorazione centenaria letta alla R.
Accademia Nazionale dei T .inr ei neUa seduta reale e pubbUcata, oltre che ncgU
Atti dell’Accademia, nella Nuova Antologia del i» lugUo dello stesso anno.
Ripubblicata in Poesia e filosofia di Giacomo L. (Firenze, Sansoni Tra pochi
giorni sarà un secolo dalla morte di L. Secolo, segnatamente per 1’ Italia,
pieno di grandi eventi ; storia mossa e agitata da fedi e interessi in massima
parte estranei all’animo del L., anzi osteggiati e a volte irrisi da lui. Altra
filosofia, altro uomo. E gli effetti sono stati così cospicui, così importanti,
anche secondo il modo di vedere del L., da riuscire un’aperta condanna delle
sue convinzioni e de’ suoi giudizi storici. Secolo, si può dire, anti-L.ano,
culminante in questa Italia, potente, imperiale, creazione audace della stessa
Italia che alla fantasia giovanile del L. apparve inerme, anzi di catene carche
ambe le braccia, seduta in terra, negletta e sconsolata, la faccia nascosta tra
le ginocchia, piangente. Eppure lungo questo secolo la fama del L. è venuta
crescendo; s’è dilatata nel mondo, ma in Italia ha messo radici sempre più
profonde nei cuori. L’intelligenza della sua poesia, della sua anima ha
acquistato d’anno in anno, e quasi giorno per giorno, di penetrazione, di
comprensione e di intima simpatia a mano a mano che gl’ Italiani da prima si
svegliavano e in una coscienza più seria e positiva della vita e de propri
doveri e delle proprie forze risorgevano a dignità civile e politica.
Scendevano quindi in campo contro gli oppressori e li affrontavano nei
congressi, e accordavano rivoluzione e forze conservatrici dimostrando maturità
di accorgimento e di patriottismo da meravigliare 1 Europa ; e tra audacie e
negoziati facevano dell’ Italia archeologica, letteraria ed artistica una nazione
viva, operante e presente nella storia dell’ Europa e del mondo. Intanto
sentivano il bisogno di farsi un nuovo pensiero, una nuova scienza, una nuova
cultura, adeguata all’altezza dell’assunto politico; e creavano un esercito
nazionale; e sviluppavano, in una più attiva collaborazione alla vita economica
internazionale, le loro industrie e i loro traffici; e creavano le scuole,
organizzando tutto un sistema nuovo di pubblica istruzione e portando via via
la luce neUe menti delle plebi abbandonate da secoli all’ignoranza e alla
superstizione ; e negli esperimenti di un sistema politico aperto alle lotte e
alle competizioni di tutte le energie individuali si venivano educando al senso
e alla tecnica dello Stato; e infine, in una riscossa della coscienza nazionale
che si era venuta formando negli animi più giovanili in un fermento nuovo
d’idee religiose sociali c filosofiche, si trovavano pronti alla più grande
guerra della storia; combattevano con grande onore, e contribuivano più d’ogni
altra nazione alleata alla vittoria finale. E dopo questa prova stupenda
dell’antico valore, arditamente si accingevano con una profonda rivoluzione
politica e sociale a fare una nuova Itaha e una nuova Roma. Quanto cammino! E
quanta vita in quella moribonda Italia, di cui parlava L.! Eppure, dicevo, il
miracoloso progresso di quesb cento anni, lungi dall’allontanare 1’ Italia dal
L., r ha portata sempre più vicino a lui, a misurare la sua grandezza. La
bibliografia L.ana è una delle più ricche tra quante se ne siano formate
intorno ai maggiori poeti e pensatori itaUani, da gareggiare con la dantesca.
Segno visibile del vasto interesse che ha suscitato e suscita la personalità
del L. con i suoi scritti e con i casi della sua vita. Selva foltissima, di
grandi alberi che soprastano con le loro alte cime al vento, da Sanctis a
Carducci e a Pascoli, per non citare viventi, e di fitta boscaglia pullulante
per tutto, ai piedi dei grossi tronchi. Intorno al L. non pure letterati,
deside- sori di esattamente conoscere tutti i particolari della biografia e
dello svolgimento graduale del genio, e di risolvere tutti i problemi che lo
studio di tal materia fa nascere; ma filosofi e storici della filosofia, poiché
il L. ebbe il gusto degli alti concetti speculativi, e nel suo stesso vocabolario
riecheggiano detti e pensieri di dottrine celebri a cui egli, a suo modo,
aderì; e insieme scienziati (antropologi e fisiologi) entrati a un tratto in
sospetto che certi limiti nell’orizzonte spirituale del Poeta derivino da non
so qual limite somatico; sospetto nascente da improvvisate teorie e appoggiato
a improvvisate osservazioni di fatto; ma fecondo tuttavia di costruzioni e
interpretazioni, se oggi cadute di moda, utili tuttavia a chi voglia farsi un
pieno concetto del lavoro compiuto in questo secolo intorno al L..
Fortunatamente, peraltro, se ci sono state deviazioni ed eresie critiche e
storture di metodi materialistici suggeriti da pigrizia intellettuale di
letterati ottusi, o da presunzione pseudo-scientifica di cervelli rozzi e
ignari dei rudimenti di qualsiasi serio concetto intorno ai valori dello
spirito, ci sono stati pur saggi di quella critica magistrale che attraverso le
forme storiche e letterarie e i conseguenti atteggiamenti della espressione
artistica sa scoprire il principio profondo dell’ ispirazione, che è l’anima
del poeta e 1 essenza di quell’eterna poesia che lo fa immortale. Critica che
in Italia, in questo secolo, da L. a noi, ha avuto esempi da fare epoca, e che
hanno infatti educato nell’universale la coscienza del solo metodo che ci sia
per raggiungere il poeta là dove egli e poeta. Così in questa selva della
letteratura L.ana noi non abbiamo smarrito il Poeta. Anzi, a capo di questo
secolo anti-L.ano si può dire che egli sia stato prima scoperto, e poi veduto
più e più giganteggiare come uno dei più grandi spiriti della storia del mondo,
e come il creatore della più intensa poesia che si sia prodotta mai in Italia.
Fu scoperto quando un nostro grande critico, che lo aveva conosciuto di
persona, gentile e mansueto come era, e molto ne aveva studiato ed amato gh
scritti, e acutamente investigato lo spirito che ci vive dentro, non poteva
paragonarlo allo Schopenhauer senza sentire la infinita differenza tra il
pessimismo amaro del filosofo tedesco e il pessimismo sui generis del poeta
itahano. L., dice, produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non
crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa
amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto
un desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo, che non ti senta migliore; e non
puoi accostar tigli, che non cerchi innanzi di raccogherti e purificarti,
perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. È scettico, e ti fa credente; e
mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti
desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così
basso concetto dell’umanità, e la sua anima alta, gentile e pura l’onora e la
nobilita. E se il destino gli avesse prolungata la vita infino al Quarantotto,
senti che te l’avresti trovato accanto, confortatore e combattitore.
Atteggiamento contradittorio ? Lo aveva confessato il L. medesimo, in quel
libro in cui più freddamente si provò ad abbattere le umane illusioni, che agli
occhi dell’uomo il quale si affidi allo istinto dell’anima senza indagare il
mistero dell’universo, fanno la vita bella e degna di esser vissuta, ossia
nelle Operette morali. Dove esce candidamente a dire « che non è fastidio della
vita, non disperazione, non senso della nuUità delle cose, della vanità delle
cure, della solitudine dell’uomo; non odio del mondo e di se medesimo; che
possa durare assai; benché queste disposizioni dell’animo siano
ragionevolissime e le lor contrarie irragionevoli. Ma contuttociò, passato un
poco di tempo, mutata leggermente la disposizione del corpo; a poco a poco, e
spesse volte in un subito, per cagioni menomissime e appena possibih a notare;
rilassi il gusto alla vita, nasce or questa or quella speranza nuova, e le cose
umane ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne di qualche
cura; non veramente all’ intelletto, ma sì, per modo di dire, al senso
dell’animo ». Benedetto «senso deU’animo», che salva l’uomo dal sapiente:
l’uomo che non odia e non fugge l’uomo, poiché sente di dover affermare, come
fa L. Sono nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai
cadere in anima viva, sohto e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che
essere cagione di patimento agli altri ». Questo senso dell’animo gh fa dire : <(
Se ne’ miei scritti io ricordo alcune verità dure e triste, o jier isfogo
dell’animo, o per consolarmene col riso, e non per altro; io non lascio
tuttavia negli stessi libri di deplorare, sconsigliare e riprendere lo studio
di (juel misero e freddo vero, la cognizione del quale è fonte o di noncuranza
e infingardaggine, o di bassezza d’animo, iniquità e disonestà di azioni, o
perversità di costumi; laddove, per Io contrario, lodo ed esalto quelle
opinioni, benché false, che generano atti e pensieri nobili, forti, magnanimi,
virtuosi, ed utili al ben comune e privato; quelle immaginazioni belle e
felici, ancorché vane, che dànno pregio alla vita; illusioni naturali
dell’animo; e infine gli errori antichi, diversi assai dagli errori barbari; i
quali solamente, e non quelli, sarebbero dovuti cadere per opera della civiltà
moderna e della filosofia ». Così aveva pensato quando scriveva con animo di
credente il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Così continuava a
pensare, da miscredente, sette anni dopo, nella canzone Alla primavera, o delle
favole antiche. Non si può credere al Poeta, quando, raccogliendo il succo
dell’amarissima esperienza amorosa fiorentina e assaporandone il fiero gusto,
rivolge .4 se stesso nel '33 quegli accenti disperati ed empi; In noi di cari
inganni Non che la speme, il desiderio è spento. Amaro e noia La vita, altro
mai nulla ; e fango è il mondo. Al gener nostro il fato Non donò che il morire.
Ornai disprezza Te, la natura, il br\itto Poter che, ascoso, a comun danno
impera, E r infinita vanità del tutto. Momento satanico, ma un solo momento:
voce sì dell’anima L.ana, ma che il lettore attento non può ascoltare se non
commista in armonia profonda a voci più alte che sgorgano da polle maggiori; e
che lo stesso Poeta ascolta dentro il suo petto come espressione più schietta
della sua propria natura. Alla quale egli non può rinunziare, convinto che sia
da fare « poco stima di quella poesia che, letta e meditata, non lascia al
lettore nell’animo un tal sentimento nobile, che per mezz’ora gl’ impedisca di
ammettere un pensier vile, e di fare un’azione indegna. Il momento satanico
ricorre spesso nel L.. Ma esso è la prima e fondamentale ribellione di questa
forza incoercibile che egli sente insorgere di dentro a se medesimo, di fronte
e a dispetto della natura, ossia di questo universal meccanismo che regge il
mondo concepito, come L. aveva appreso a concepirlo, in maniera rigorosamente
materialistica: quel mondo in cui non c’ è posto per la libertà, né quindi per
la virtù, né per l’immortalità; per nulla di ciò che forma l’essenza umana
dell’uomo, e gli conferisce la forza d’una fede, e la fiducia nella sua forza
di contrastare alla natura, di dominarla e farne strumento di una vita
spirituale sempre più ricca. Lampeggia sì da lungi allo spirito del Poeta
l’immagine enorme e tremenda di quella Natura disumana, che stritola e annienta
l’uomo e tutte le pretese del suo audace ingegno. Si vegga, p. e., come ella
gli si presenta nel Dialogo della Natura e di un Islandese: dove all’uomo che
aveva fuggito quasi tutto il tempo della sua vita per cento parti la Natura e
la fuggiva da ultimo nel- r interno dell’Africa, sotto la hnca equinoziale, in
un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ecco che gli interviene
qualche cosa di simile che a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona
Speranza; e s’imbatte nella stessa Natura in petto e in persona: «Vide da
lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò doveva essere di
pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima
neh’ isola di Pasqua. Ma fattosi jiiù da vicino, trovò che era una forma
smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dorso e il
gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e
terribile, di occhi e capelli nerissimi ; la quale guardavalo fissamente ». La
Natura è infatti qui nelle parti dove si dimostra più che altrove la sua
potenza. E alle molte parole con cui 1’Islandese si lagna delle tribolazioni
che affliggono l’uomo in questa vita a cui non egli ha chiesto di nascere,
risponde breve che « la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di
produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna
serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre
che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione ».
Intanto sopraggiungono « due leoni, così rifiniti e maceri dall’ inedia, che
appena ebbero forza di mangiarsi quell’ Islandese; come fecero; e presone un
poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano
questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che r Islandese
parlava, lo stese a terra, e sopra gh edificò un superbissimo mausoleo di
sabbia; sotto il quale colui disseccato perfettamente, e divenuto una bella
mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so
quale città di Europa. Ma lo stesso tono malinconicamente beffardo della prosa
dimostra con qual animo il Poeta accolga questa immagine deUa Natura. E spesso
gli torna alle labbra una dichiarazione esphcita: che cioè egli si compiace
d’indagare questo mistero enorme delbumverso non per addolorarsi del disperato
destino deU’uomo, anzi per riderne. L’ideale deUa sua personalità è Ottonieri,
filosofo socratico, che con occhi di lince scopre tutto il vano e il doloroso
della vita, ma ne ragiona con impcrturbabUe pacatezza di savio che sta al di
sopra e al di fuori della vita, e la ironizza. Insomma, l’uomo L. non fa la
fine dell Islandese; non soggiace aUa natura, pasto dei leoni o còlto
improvvisamente dalla sabbia del deserto. Guarda dall’alto e sorride, e sente
la propria umanità superiore nell’ intelligenza vittoriosa e nello stesso
potere di reagire al fato col sentimento. £ BRUTO MINORE che dispregia n plebeo
il quale, non valendo a cessare gli oltraggi del destino, si consola con la
necessità dei danni, quasi fosse men duro un male senza riparo o non sentisse
dolore chi è privo di speranza. No, Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
Teco il prode guerreggia. Di cedere inesperto. È Saffo la misera Saffo, misera
e magnanima, riso luta ad emendare il crudo fallo del cieco dispensator de
casi. A quel modo di emenda a cui s’induce Saffo, L., a pensarci, non potrà
consentire, come sappiamo. Ma per lui resterà sempre, che al fato l’uomo non
devecedere. Resterà sempre la grandezza dell’animo che col pensiero si leva al
di sopra del fato, intende, comprende e sorride; Che se d'affetti Orba la vita,
e di gentili errori, È notte senza stelle a mezzo il verno. Già del fato
mortale a me bastante E conforto e vendetta è che su l’erba. Qui neghittoso
immobile giacendo. Il mar, la terra e il cielo miro e sorrido. Grandezza
eroica, a cui il petto del Poeta si allarga allo spegnersi del caldo raggio di
amore di donna che fece battere un momento il suo cuore di speranza e di
felicità. Ma questa eroica grandezza non basta; poco stante, nella piena
maturità delle sue esperienze morali, tornata la calma dopo la tempesta della
patita delusione e del sospettato scherno femminile, egli lascerà venir su dal
cuore la risposta più vera che si deve al cieco dispensator dei casi. Quando,
presso Portici, mirerà i campi cosparsi di ceneri infeconde e ricoperti d’
impietrata lava, là dove erano state liete ville e ricche messi e armenti e
città famose, e ora tutto intorno una ruma involve, il suo occhio poserà sul
gentile fiore della ginestra, che, quasi i danni altrui commiscrando, di
dolcissimo odor manda un profumo, che il deserto consola: simbolo della sua
poesia, del suo animo, che da questa spietata empia natura sa che c’ è un
conforto e un riparo nella umana compagnia e nell’amore che la stringe insieme
incontro al destino: Nobil natura è quella Che a sollevar s'ardisce Gli occhi
mortali incontra Al comun fato, e che con franca lingua, Nulla al ver
detraendo. Confessa il mal che ci fu dato in sorte. E non si rivolge
stoltamente contro gli uomini, ma contro la natura che sola è rea: che de’
mortali Madre è di parto e di voler matrigna. Costei chiama inimica; e incontro
a questa Congiunta esser pensando. Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L'umana compagnia. Tutti fra sé confederati estima Gh uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo Valida e pronta ed aspettando aita Negli alterni
perigli e nelle angosce Della guerra comune. Oh l’alta meraviglia del L., dopo
circa un lustro di sforzi fatti per affisarsi in quel concetto desolato del
mondo che le meditate dottrine gli mettevano innanzi, e spogliarsi d’ogni
personale sentire, e obliarsi nella speculazione dell’acerbo vero (non più
acerbo del resto a chi lo gusti, poiché conosciuto, come dice lo stesso Poeta,
ancor che tristo ha suoi diletti il vero) ; dopo avere scritto le Operette che
sono la filosofia del L., ma sono pure un momento essenziale dello svolgimento
della sua poesia; dopo avere scritto il prosaico programma della sua vita
avvenire nell’epistola Al conte Carlo Pepoli; dopo aver preso quel freddo bagno
nella filologia italiana, che furono per lui le cure spese intorno alle Rime
del Petrarca e la compilazione della Crestomazia italiana. oh l’alta
meraviglia, quando si sentì rifluire in petto la vita ! Non che risorgesse la
speranza; non che la natura gli apparisse sott’altra luce; non che si
accorgesse comunque d’errore alcuno ne’ suoi filosofemi. Ma insomma. Proprii mi
diede i palpiti Natura, e i dolci inganni. Sopirò in me gli affanni L’ingenita
virtù ; Non l'annullàr: non vinsela Il fato e la sventura; Non con la vista
impura L’ infausta verità. Dalle mie vaghe immagini So ben ch’ella discorda;
che natura è sorda. Che miserar non sa Il mondo, in ogni parte, è proprio qual
egli 1 ’ ha raffigurato nelle Operette: Pur sento in me rivivere Gl’inganni
aperti e noti; E de’ suoi propri moti maraviglia il sen. Da te. mio cor,
quest’ultimo Spirto, e l’ardor natio. Ogni conforto mio Solo da te mi vien.
Saffo ha ragione quando afferma; Mancano, il sento, aH’anima Alta, gentile e
pura. La sorte, la natura. Il mondo e la beltà. Saffo però ha dimenticato il
suo cuore: Ma, se tu vivi, o misero. Se non concedi al fato. Non chiamerò
spietato Chi lo spirar mi dà. Ecco, Tanima si calma, torna la vita con le sue
attrattive, con la sua gioia; risorge la poesia. Torna al cuore del Poeta
Silvia, la giovinetta Silvia splendente di bellezza negli occhi ridenti e
fuggitivi, lieta e pensosa; toma l’onda di beate speranze, di pensieri soavi
che gli riempivano il petto, al suon della sua voce; quando questa voce gli
faceva lasciare gli studi leggiadri per affacciarsi al balcone della casa
paterna: Mirava il ciel sereno. Le vie dorate e gli orti, E quindi il mar da
lungi, e quindi il monte. Lingua mortai non dice Ouel eh’ io sentiva in seno. E
pur lo aveva detto la sua lingua, dieci anni prima, in quel capolavoro che è
l’idillio scolpito nei quindici versi de L’ infinito, quando, nel fondo dell’empia
matrigna, della spietata natura, aveva intravvista, sentita, amata un’altra
Natura; l’immensa Natura, verso la quale dal limite stesso della prossima siepe
l’anima è lanciata con un impeto di raccoglimento infuso di mistica dolcezza:
interminati Spazi di là da quella, e sovrumani Silenzi, e profondissima quiete
ove per poco Il cor non si spaura. E come il vento Odo stormir tra queste
piante, io quello Infinito silenzio a questa voce Vo comparando; e mi sovvien
l’eterno, E le morte stagioni, e la presente E viva, e il suon di lei. Cosi tra
questa Immensità s’annega il pensier mio; E il naufragar m’ è dolce in questo
mare. Di questo momento mistico del L. poco s’è parlato; ed è momento di grande
valore per la comprensione della sua anima, che in quest’atteggiamento
religioso placa definitivamente il fiero contrasto tra la sua indomita
soggettività e la realtà onnipotente e infinita, in cui quella par destinata ad
infrangersi. Lo placa in una situazione idillica che, riportando l’individuo
alla natura madre, infonde in lui la fiducia rinfrancatrice, di cui l’uomo ha
bisogno per vivere, abbandonarsi all’azione e sentire nel proprio petto il
respiro eterno e r infallibile sostegno divino del tutto. Negli idilli perciò,
com’egh stesso chiamò i primi, e quelli posteriori, i grandi idilli che dal
canto a Silvia vanno a quello del pastore errante dell’Asia, scritti tra il ’zq
e il ’30, anni della più potente espansione e della lirica più piena e felice
del Poeta, è la chiave di vòlta di tutta la poesia L.ana. Quando si legge la
lettera al Giordani : Poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la
finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e
sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si
svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore,
onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla Natura,
la cui voce mi parve di udire dopo tanto tempo »; non si può non essere
commossi da questo prorompere di così alta vena mistica la cui scaturigine
evidentemente si cela nel centro vivo più remoto della personalità L.ana. E
allora s’intende l’invocazione ansiosa della canzone Alla primavera: Vivi tu,
vivi, o santa Natura ? Allora si ode quasi il lento respiro queto e dolce e
l’arcana soave mestizia della Vita solitaria: Talor m’assido in solitaria
parte, Sovra un rialto, al margine d’un lago Di taciturne piante incoronato.
Ivi, quando il meriggio in ciel si volve. La sua tranquilla imago il sol
dipinge. Ed erba o foglia non si crolla al vento; E non onda incresparsi, e non
cicala Strider, né batter peima augello in ramo, Né farfalla ronzar, né voce o
moto Da presso né da lunge odi né vedi. Tien quelle rive altissima quiete; Ond’
io quasi me stesso e il mondo obblio Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
Giaccian le membra mie, né spirto o senso Più le coramova, e lor quiete antica
Co' silenzi del loco si confonda. Allora, infine, si scorge il tono vero del
Canto del Pastore, così buio e pur così luminoso, così accorato e pur così
sereno, con i suoi perché disperati, e col suo funereo sigillo (è funesto a chi
nasce il dì natale) e la sua alata poesia : Forse s'avess’ io l’ale Da volar su
le nubi, E noverar le stelle ad una ad una, O come il tuono errar di giogo in
giogo. Più felice sarei. Poiché il pastore vede che la sua greggia è beata,
quasi libera d’affanno, e che, sopra tutto, tedio non -prova, a differenza di
lui, che non ha pace anche sedendo sopra l’erba, all’ombra, poiché un fastidio
gl’ ingombra la mente e uno sprone lo punge di dentro e non gli lascia riposo.
E ogni animale giacendo, a bell’agio, ozioso, si appaga. Vede il pastore che
nel seno della natura è la felicità; e l’affanno nasce dall’opporsi a lei con
l’irrequieto ingegno destinato ad avvolgersi in un insolubile intrigo, in una
fatica vana senza speranza. Tutta la poesia del L. attinge in quel punto
mistico del ritorno alla gran madre la pace e la gioia. Allora egli parla dei
pensieri immensi e dolci sogni che gli ispirò sempre, nello stesso modesto
giardino della casa paterna, « la vista di quel lontano mar, quei monti azzurri
». Per lui, come pel jiassero solitario, non sollazzi, né riso, né amore: ma
cantare sì, come ruccellino che dalla vetta della torre antica va cantando,
alla campagna, finché non muore il giorno; ed erra l’armonia per la valle,
mentre Primavera d’intorno Brilla nciraria, e per li campi esulta. Si ch’a
mirarla intenerisce il core. L'uccellino non si tormenta col pensiero della
giovinezza che passa e della morte che s’avvicina: poiché di natura è frutto
ogni sua vaghezza e in lei non è affanno: e da lei sgorga pure il suo canto; il
canto che aduna nel cuore la dolcezza della primavera che fa brillare l’aria e
esultare le campagne. Anche uomini di alto intelletto, come Capponi, han voluto
dar sulla voce al L. per quel suo concetto della infehcità che cresce negli
uomini in proporzione della loro grandezza: ossia del loro ingegno e sapere.
Come se questo stesso lamento non uscisse dalle Sacre Carte ! E gli han voluto
far osservare che felice era certo egh stesso mentre componeva i suoi canti, e
riusciva ad essere L.. Come se non fosse questo il significato di tutta la
poesia L.ana, e la sorgente del suo irresistibile incanto! L. lo sapeva bene, e
sotto la data del 30 novembre 1828 ne’ suoi Pensieri annotava: «Felicità da me
provata nel tempo del comporre, il miglior tempo eh’ io abbia passato in mia
vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’ io vivo ! Passar le giornate
senz’accorgermene e parermi le ore cortissime, e meravigliarmi sovente io
medesimo di tanta facilità di passarle ». E nell’agosto del '23 non aveva egli
scritto, tra gli stessi Pensieri, che « ninna cosa maggiormente dimostra la
grandezza e la potenza deU’umano intelletto.... che il poter l’uomo conoscere e
interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza? Tale il suo
canto; il più squisito frutto dell’operare della natura santa e onnipossente,
raccolta, per dir così, a far la più alta prova del suo potere dentro il genio
dell’uomo. Il quale, pertanto, in se stesso, infine, trova se stesso, scoperta
che abbia la fonte della sua vita: quel divino, che ha in sé e gli colora il
mondo delle beate larve, e lo solleva da questa vicenda perpetua di nascere e
di morire, di fallaci promesse e di v'ane speranze, al regno immortale della
vita dello spirito. E quando scopre questa sorgente, egh è veramente lui, il
genio; e sente l’amore che abbellisce e conforta, e crede nella potenza e nella
grandezza dell’umana intelligenza, e torna ad amare la vita nobilitata dall’
ideale. E pur con le dolenti parole suggeritegli dallo spettacolo del mondo
esteriore in cui l’uomo rischia di smarrirsi, sente l’ineffabile gusto dello
spirito che si ritrae in se stesso e nel sentimento del proprio valore, quale
si svela al contatto di quella natura eterna, in cui è il suo principio e con
cui perciò deve immedesimarsi per trovare le radici del suo proprio essere. E
il naufragar m è dolce in questo mare. Qui la grandezza del Poeta; qui
l’incanto della sua poesia, che i giovani amano per l’amore della giovinezza
che vi spira dentro; che gh uomini maturi ed esperti della vita amano non meno
per il lucido specchio che essa offre degli aspetti dolorosi dell’esistenza,
attraverso i quah si deve avere il coraggio di vivere, malgrado ogni
disinganno; che tutti gli uomini, piccoh e grandi, dotti o ignoranti,
considerano come uno dei doni più preziosi di Dio all’umanità. Piccolo libro,
in cui un gran cuore parla a tutti i cuori, e li unisce (poiché unirsi devono
per sedvarsi) in un sentimento acuto della miseria innegabile della vita e
della non meno innegabile azione dello spirito che affranca da ogni miseria e
infonde la fede per cui si ha la forza di vivere. Piccolo hbro, sacro per gl’
Itahani e per tutti gli uomini, come tutti i libri in cui grandi pensieri si
sono fatti semplici e chiari e perciò faciU, com’ è al passero solitario il suo
perpetuo canto : anima della sua anima. Piccolo libro da leggere bensì non a
brani e frammenti, ma intero, affinché non sia frainteso, dimostri tutta la sua
bellezza e spieghi insieme la sua dolce virtù consolatrice e animatrice.
Conferenza tenuta al Lyceum di Firenze e pubblicata nel volume di letture
Giacomo L. a cura di Blasi (Firenze. Sansoni). Ripubblicata in Poesia e
filosofia di Giacomo L. (Firenze, Sansoni). A parlare della filosofia di un
poeta, e di un grande poeta, o, che è lo stesso, delle relazioni del pensiero
di questo poeta con la filosofia, un pover uomo, per discreto che voglia
essere, si espone al rischio di toccare un tasto falso e di riuscire uggioso e
molesto fin dalle prime parole. Ripugna infatti al senso poetico di cui ogni
spirito bennato è più o meno riccamente dotato, questa ricerca che ha tutta
l’aria d’una pretesa pedantesca, illegittima e affatto arbitraria : questa
ricerca di mettere quel che pensa un poeta, sopra tutto, ripeto, se è un grande
poeta, e cioè un poeta vero, quel che egli riesce a dire, ossia quello che egli
sente, e sente profondamente, al paragone degh astratti schemi in cui ogni
filosofia va a finire. Non già che i poeti non abbiano anch’essi la loro
filosofia, un loro concetto della vita, una loro fede. Oh se 1’ hanno ! Non c’
è uomo che non ne abbia una. Anzi con la vivezza e col vigore del suo sentire
la sostanza della propria vita spirituale, nessuno così fortemente come il
poeta afferma la propria fede e la oppone ad ogni più meditata dottrina che si
esibisca da coloro che passano per gh autorizzati interpreti della filosofia;
nessuno più di lui è convinto d’avere una sua filosofia capace di sbaraghare
tutte le altre. Ma le battaglie che il poeta combatte e vince, si svolgono
dentro al chiuso della sua fantasia. E gh possono bensì procurare la gioia
della vittoria, ma una gioia tutta soggettiva come di chi in sogno viene a capo
del suo più arduo desiderio e coglie il fiore più bello del giardino della
vita. E nella storia — che giudica tutti gli individui e le opere loro, perché
con la ragione sovrana prima o poi valuta le ragioni di ciascuno — di fronte al
poeta rimane sempre il filosofo, che scopre le contraddizioni del primo, il
carattere dommatico e gratuito delle sue asserzioni, l’immediatezza irrazionale
della sua fede; e insomma i difetti e le debolezze del suo pensiero ; e viene
così a trovarsi nella impossibilità di scorgere la grandezza della sua
personalità se a misurarla non adotti un metro diverso. E che cosa di più
irriverente e ottusamente inumano e brutale che accostarsi ai grandi uomini per
guardarli da tutti i lati, anche da queUi che lasciano scorgere i loro difetti,
e non guardarli mai da quell’unico aspetto in cui rifulge la loro grandezza ?
Fu detto che non c’ è grande uomo per il suo cameriere; e potrebbe parere che
in fine il filosofo sia, per tale rispetto, il cameriere del poeta; gli
spazzola i vestiti, gli allaccia le scarpe, ma non lo guarda mai in faccia. Oh
la servitù numerosa che sta intorno al poeta ! C’ è il filosofo; ma c’ è anche
l’antropologo e lo psicologo ; c’ è lo storico puro e c’ è il filologo ;
schiere e schiere di scienziati, servitori dalle più vistose livree; i quah,
per quel garbo e quella riservatezza che sono tra i requisiti più elementari
del mestiere che esercitano, non alzano mai gli occhi verso il padrone, per
entrargli nell’anima e scrutarne la passione, intenderla, sentirla,
parteciparvi. Certo non si permetterebbero mai tanta confidenza! Nessuna
mera^'iglia ]ioi se il poeta guarda dall’alto tutto questo servitorame, e sta
sulle sue, per non confondersi, per salvare se stesso e \fivere la sua vita
superiore, di cui è geloso come del suo tesoro. Talora può concedere un sorriso
di umana indulgenza o signorile degnazione; ma il più spesso guarda con
que’suoi acuti occhi che penetrano negh ascosi pensieri così laboriosi, così
opachi, così grevi; e negh angoh della bocca il sorriso diventa ironia,
sarcasmo. E allora la povera filosofia, anche pel poeta, come per tutti gli
uomini che la filosofia assedia, assilla e infastidisce con le sue incessanti
inchieste e pretese, diventa materia di satira. Allora, il L. esce in
un’osservazione di gusto volteriano, come questa che è nello Zibaldone. L’apice
del sapere umano e della filosofia consiste a conoscere la di lei propria
inutilità se l’uomo fosse ancora qual era da principio; consiste a correggere i
danni ch’essa medesima ha fatti, a rimetter l’uomo in quella condizione in cui
sarebbe sempre stato s’ella non fosse mai nata. E perciò solo è utile la
sommità della filosofia, perché ci libera e disinganna dalla filosofia.
Osservazione che ama ripetere, dandola come un suo principio. La sommità della
sapienza consiste nel conoscere la propria inutihtà, e come gli uomini
sarebbero già sapientissimi s’ella non fosse mai nata: e la sua maggiore
utilità, o almeno il suo primo e proprio scopo, nel ricondurre l’intelletto
umano (s’ è possibile) appresso a poco a quello stato in cui era prima del di lei
nascimento ». E in assai più nitida forma tornerà a ribadirla infine come uno
de’ capisaldi delle sue più profonde convinzioni, nel ’zq, nel Dialogo di
Timandro e di Eleandro: «L’ultima conclusione che si ricava dalla filosofia
vera e perfetta, si è, che non bisogna filosofare ». Nei Paralipomeni degli
ultimi anni, anzi degli ultimi giorni della sua vita, più amaramente dirà; Non
è filosofia se non un'arte La qual di ciò che l'uomo è risoluto Di creder circa
a qualsivoglia parte. Come meglio alla fin 1 ’ è conceduto. Le ragioni
assegnando empie le carte O le orecchie talor per instituto Con più d'ingegno o
men, giusta il potere Che il maestro o l'autor si trova avere. Eppure,
s’ingannerebbe sul vero pensiero del L. chi si limitasse a leggere questa sola
ottava dei Paralipomeni, come chi si diverte a ripetere col Petrarca. Povera e
nuda vai filosofia, dimenticando o ignorando che PETRARCA continua; Dice la
turba al vii guadagno intesa. Dopo l’ottava che ho letta, il L. infatti si
ripiglia nella seguente, e precisa, compiendolo, il pen- sier suo in questo
modo: Quella filosofia dico che impera Nel secol nostro senza guerra alcuna, E
che con guerra più o men leggera Ebbe negli altri non minor fortuna, Fuor nel
prossimo a questo, ove, se intera La mia mente oso dir, portò ciascuna Facoltà
nostra a quelle cime il passo Onde fosto inchinar 1 ’ è forza al basso. La
filosofia, dunque, che il L. schernisce è quella teologica, come allora si
diceva, dommatica, spiritualistica; la filosofia della Restaurazione e del Romanticismo.
La filosofia imperante al suo tempo: non ogni filosofia. Anzi la filosofia
imperante, tutta ottimistica, presuntuosa, intollerabile alla mentalità L.ana
perché in contrasto coi fatti e con le necessità di ogni libera mente,
proveniente, come pur quivi si dice, da quella Forma di ragionar diritta e sana
Ch’a priori in iscola ancor s'appella, Appo cui ciascun’altra oggi par vana. La
qual per certo alcun principio pone E tutto l'altro poi a quel piega e compone;
cotesta filosofia non è satireggiata qui propriamente dalla poesia, ma dalla
filosofia stessa, o, se si vuole, da un’altra filosofia. Si tratta deUa
filosofia falsa che è combattuta e debellata dalla vera: ossia da quella che
all’autore par vera. Neanche si può dire quel che dice MANZONI degli avversari
della filosofia respinta in tutte le sue forme e in generale, quando osserva
che anch’essi, questi avversari della filosofia, senza saperlo, hanno una loro
filosofia, servitori senza livrea. Il L. sa di avere la sua filosofia; anzi,
per cominciare ad intenderci, egli propriamente professa di averne due. Dico cU
più: senza r intelligenza di questa sua duphce filosofia si rischia di fare, a
proposito del L., di quella esegesi filosofica, ov\’ero sia di quella
filosofia, che s’ è soliti fare, e che s’ è sempre fatta fin dal tempo del L.;
una filosofia infarcita di luoghi comuni e di massiccia pedaneria: filosofia da
camerieri che allacciano le scarpe e non guardano in faccia. Con la filosofia
cosiffatta va a braccetto una critica che si chiama infatti filosofica,
presuntuosa non meno, tutta chiusa alla intelligenza dell’anima del Poeta e
però della sua poesia. La quale critica io mi permetto di condannare per una
ragione di metodo, che ritengo fonda- mentale. Ed è questa: che l’essenza della
poesia non è nel pensiero del poeta, ma nel sentimento che il poeta ha del suo
pensiero: non è nel mondo che egh vede, ma negh occhi con cui lo vede e lo
accoglie, lo fa vibrare e vivere nel suo interno. Fuori del quale ogni realtà,
sensibile o ideale, è semphce astrattezza inafferrabile. Lì, nel trepido moto
dell’ intimo sentire, in cui il mondo ha il suo centro di vita, è l’attuahtà di
quanto si vede o si pensa, o si può vedere e pensare; e lì è la sorgente della
poesia. Perciò una critica che innanzi alle Operette morali si ferma allo
«spirito angusto, retrivo e reazionario », cioè alle idee negative che vi
spaziano dentro, e per ciò non riesce a scorgere quanto v’ è di umano e cioè di
positivo ed eterno, è critica radicalmente sbaghata, che scambia le ombre con i
corpi saldi. Poiché le idee, una volta astratte dall’atteggiamento che l’anima
assume verso di esse, ossia dal concreto atto vitale a cui esse partecipano e
da cui traggono il loro significato vivente, sono pallide ombre che il critico
si fingerà astrattamente, ma non {lotrà mai abbracciare al suo petto. Nel caso
del L. poi c’ è di più; perché, come ho accennato, se egli ha una filosofia
tutta negativa, natu- rahstica e materialistica, che gli sembra inoppugnabile e
che fa materia di assiduo pensare e ispirazione altresì del suo canto, egli ha
la filosofia di cotesta sua filosofia. E in questa filosofia superiore che è
negazione della negazione, e che afferma perciò, come abbiamo udito da
Eleandro, ultima conclusione della filosofia v'era e perfetta esser quella, che
non bisogna filosofare; in questa filosofia superiore è il senso serio e
profondo di quella che a primo aspetto ci è parsa condanna beffarda della
filosofia, giudicata inutile anzi dannosa. Lo stesso L., teorizzando questa
filosofia superiore, in cui fa consistere la cima della sapienza, la chiama,
nello Zibaldone, «ultrafilosofia»: una filosofia « che conoscendo l’intero e
l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura: filosofia naturale, spontanea,
primitiva, barbara; più che alle origini, si trova nella maturità della
intelhgenza umana. Sentiamo da capo Eleandro, che nel suo stesso nome vuol
essere 1’interprete della filosofia L.ana contro la pretensiosa filosofia
ottimistica alla moda di Timandro: «S’ingannano grandemente », egli dice, « quelli
che dicono e predicano che la perfezione dell’uomo consiste nella conoscenza
del vero, e tutti i suoi mali provengono dalle opinioni false e dalla
ignoranza, e che il genere umano allora finalmente sarà febee, quando ciascuno
o i più degli uomini conosceranno il vero, e a norma di quello solo comporranno
e governeranno la loro vita. E queste cose le dicono poco meno che tutti i
filosofi antichi e moderni. Timandro ha concesso ad Eleandro che tutti sono
infelici; gli ha concesso la necessità della nostra miseria, e la vanità della
vita, e l’imbecillità e piccolezza della specie umana, e la naturale malvagità
degli uomini; gli ha concesso che in queste verità si assommi la sostanza di
tutta la filosofia; ma deplora egh che tali verità vengano divulgate col solo
frutto di spogliare gli uomini della stima di se medesimi («primo fondamento
della vita onesta, della utile, della gloriosa ») e distorh dal procurare il
loro bene. Ma dunque, ribatte Eleandro, quelle verità che sono la sostanza di
tutta la filosofia, si debbono occultare alla maggior parte degli uomini; e
credo che facilmente consentireste che debbano essere ignorate o dimenticate da
tutti: perché sapute, e ritenute nell’animo, non possono altro che nuocere. 11
che è quanto dire che la filosofia si debba estirpare dal mondo. Dunque, non
bisogna filosofare, come s’ è detto. Dunque, incalza Eleandro, « la filosofia
primieramente è inutile, perché a questo effetto di non filosofare non fa di
bisogno di essere filosofo; secondariamente è dannosissima, perché cjuella
ultima conclusione non vi s impara se non alle proprie spese, e imparata che
sia, non si può mettere in opera; non essendo in arbitrio degli uomini
dimenticare le verità conosciute, e dcponenclosi più facilmente qualunque altro
abito che quello di filosofare. Non si può mettere in opera. Il che significa
che rultrafilosofia — che è la conclusione perfetta e perciò la vera filosofia
— non estirpa e distrugge l’altra, falsa o insufficiente. La quale, buona o
cattiva che sia, è quella che è: e, una volta piantata nel cervello dell’uomo,
vi resta confitta incrollabilmente, anche suo malgrado, quantunque insieme con
essa e al disopra di essa ci sia una verità certamente più umana e degna
dell’uomo, diretta a ricostruire quel che la prima ha demolito. Verità? Se per
verità s’intende solamente quel che si conosce per mezzo deU’esperienza e di
quello schietto ragionare che s’appoggia sempre ai fatti osservati, questa
della filosofia superiore non è verità, ma esigenza dell’animo, e voce
misteriosa della più profonda natura, che la filosofia più tenace e più
pervicace non riuscirà mai a spegnere. Ma se verità è la mèta raggiunta
filosofando, questa è la verità assoluta, perché messaci innanzi dalla stessa
filosofia quando sia riuscita ad elevarsi fino alla sommità della sapienza.
Dove, volendo pur non contraddire alle verità via via accertate e sempre più
strettamente connesse e saldate insieme in irrepugnabile sistema, bisognerà sì
rassegnarsi a dire errori in sembianza di verità, illusioni, fantasmi, tutte
quelle altre verità che come tali si rappresentano all’uomo il quale a quella
sommità sia pervenuto; e quindi veda rivivere il mondo nella pienezza
rigogliosa della sua vita primitiva, felice, ridente, soffusa di una divina
aura di giovinezza ignara e fidente. L’uomo L. non può non filosofare; non può
non passare attraverso la prima filosofia; ma non può né anche non giungere
infine alla seconda e superiore. Dove egli ritrova tutto quello che ha perduto.
Lo ritrova, s’intende, com’ è possibile soltanto dopo averlo perduto; poiché
dimenticare quel che ha saputo e sa, non potrà mai ; a quel modo che può tornar
fanciullo un uomo che ha vissuto e sofferto tutte le delusioni e le amarezze
del mondo, e può riacquistare il gusto della virtù chi abbia una volta bevuto
al calice del bene e del male. Chi distingue nel pessimismo L.ano due fasi o
forme, la prima di un pessimismo storico in cui tutto il male è frutto dell’ «
irrequieto ingegno e dello scellerato ardimento degli uomini contro gl’ inermi
regni della saggia natura (di cui si parla nell’ Inno ai Patriarchi), e l’altra
di un pessimismo cosmico che fa gli stessi uomini vittime incolpevoli della
immane natura, si lascia sfuggire l’unità fondamentale dello spirito del Poeta,
dov’ è, ripeto, il segreto della sua poesia; di quella dolcezza che ci suona
dentro alla lettura dei canti dal primo all’ultimo, e in forma più palese e più
sistematicamente determinata, almeno nell’ intenzione dello scrittore, nelle
Operette morali: dolcezza che vince, per così dire, tutta l’amarezza che negli
uni e nelle altre si riversa nelle più varie forme dell’anima di quest’uomo,
che fu certamente tanto grande quanto infelice, e seppe accogliere nella vasta
onda della sua poesia tutto il dolore del mondo, ma non per avvolgere il mondo
stesso nella tenebra della disperazione, anzi per illuminarlo coi raggi d’una
indomata fede nella vita con i suoi ideali e con i suoi entusiasmi. La verità è
quella che ci viene apertamente attestata nello stesso disegno delle Operette.
Le quali cominciano col mito delle origini della umanità governate dall’amore e
finiscono nella conclusione di Eleandro. Se ne’ miei scritti io ricordo alcune
verità dure e triste, o per isfogo dell’animo, o per consolarmene col riso, e
non per altro [e dunque egli ha sfogato, e s’è consolato e ora può parlare con
animo pacato e sereno], io non lascio tuttavia negli stessi libri di deplorare,
sconsigliare e riprendere lo studio di quel misero e freddo vero, la cognizione
del quale è fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo,
iniquità e disonestà di azioni, e perversità di costumi: laddove, per lo
contrario, lodo ed esalto quelle opinioni, benché false, che generano atti e
pensieri nobili, forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben comune e privato;
quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che dànno pregio alla vita;
le illusioni naturali dell’animo; e in fine gli errori antichi, diversi assai
dagli errori barbari. i quali solamente, e non quelli, sarebbero dovuti cadere
per opera della civiltà moderna e della filosofia. E più tardi l’autore
aggiungerà il Dialogo di Plotino e di Porfirio, dove l’accento torna sull’amore
come sovrana legge della vita e rintuzza la volontà suicida dell’egoista giunto
al fondo della disperazione della sua vita senz’amore. Prima parola ed ultima,
amore. Quella stessa che risuona in fondo ai Canti, nella Ginestra. E
contraddice certamente al freddo vero dell’ Epistola al Popoli e dello
Zibaldone, e delle Operette e dei Pensieri e dei Paralipomeni e dei Nuovi
credenti e insomma a tutto il contenuto prosaico della poesia L.ana; voglio
dire a tutto quel sistema di filosofia che era, nel vocabolario del L., la
verità in opposizione agli errori: a tutto il complesso degli insegnamenti di
quella filosofia che, per altro, negli stessi Paralipomeni, dove più
espressamente essa viene esaltata, non impedisce al L. di uscire in quel famoso
grido del cuore. Bella virtù, qualor di te s’awede. Come per lieto avvenimento
esulta Lo spirto mio. Cotesta filosofia, non occorre esporla. Tutti la conoscono.
E quella concezione del mondo, che giustifica un empirismo assoluto. Lo spirito
vuoto; e tutto quello che in esso può mai trovarsi, un derivato meccanico
dall’esterno attraverso i sensi. Quindi lo stesso spirito, il quale da chi
tenga fermo al concetto delle sue esigenze imprescindibili, non può non
raffigurarsi dotato di liberta, e quindi appartenente a quel mondo dei valori
per cui è possibile un pensare logico che sia vero in opposizione al falso, o
un volere buono in contrasto col malvagio, e un’arte creatrice di bellezza che
si libri nel puro aere ideale e sovrasti alla miseria di tutte le cose brutte;
lo stesso spirito, dico, tratto a sentirsi, nel vuoto assoluto che si trova
dentro, nulla: assoluto nulla, in cui libertà e verità e virtù e bellezza non
possono essere, in fondo, altro che vane larve e falsi miraggi di un’
immaginazione ingenua e fanciullesca. E il tutto è natura: cioè questa realtà
che si rappresenta a un tratto tutta spiegata ncUo spazio e nel tempo,
materiale, risultante da infinite parti e particelle che si condizionano a
vicenda in guisa che ciascuna sia 0 si muova in conseguenza di tutte le altre;
in un meccanismo universale, dove tutto quel che accade, è fatale di una
necessità che schiaccia e stritola ogni vana pretesa dell’uomo che si ])rovi a
mutare il corso del destino. Tutto. Anche il sentimento che sboccia nel cuore
degli uomini, e che soltanto l’irriflessione e l’ignoranza ci possono far
giudicare buono o cattivo; anche il giudizio con cui ci s’illude di distinguere
il vero dal falso. Anche la volontà che non sceglie, come si favoleggia, tra
bene o male, ma scoppia in un senso o nell’altro con la stessa cieca necessità
del fulmine nelle tempeste della natura. La natura dunque è tutto, e l’uomo
nulla. La natura, perché meccanica, incomprensibile, opaca, ripugnante a ogni
razionalità (perché la ragione è discriminazione, scelta, libertà). Un mistero.
Così dice cotesta filosofia, come se tutto questo, che essa dice con tanta
sicurezza, fosse possibile; come se cioè fosse possibile un mondo in cui, se
non altro, la verità sia una parola vana, e ci sia nondimeno posto per l’uomo
che, in mezzo a questo universale meccanismo, nel mistero di questa tenebra
profonda e per definizione invincibile, abbia pure il diritto di affermare che
la verità sia proprio quella che egli asserisce ! Come se fosse possibile
salvare una verità qualsiasi dal naufragio d’ogni verità. Filosofia dunque
essenzialmente contradditoria, che nei filosofi empiristi, naturalisti,
materialisti, tipo secolo XVIII, è ignara di questa sua immanente
contraddizione, tra la ragione che si nega e la ragione che per negarsi
rivendica di fatto il proprio potere e valore. Filosofia accettata dal L., ma
con un’anima che troppo sente le conseguenze dolorose di essa e troppo è
naturalmente dotata di quella forza con cui lo spirito reagisce ai hmiti che si
oppongono alla sua libertà, e quindi al dolore, per non aver coscienza di tale
contraddizione. E questa coscienza è in lui acutissima. L’uomo, pertanto, che
dovrebbe prostrarsi di fronte alla natura nel senso angoscioso del proprio
niente, non piega, invece, non s’accascia, non rinunzia alle sue verità, anche
se battezzate fantasmi. Il dolore, attraverso la potente reazione di tutto il
suo spirito nel senso gagliardo e tenace con cui l’apprende e lo ferma nel
cristallo della sua divina fantasia, si trasfigura: non è più il limite della
sua forza e della sua libertà; è poesia, cioè umanità; è grandezza umana,
trionfo della potenza creatrice, che è Ubera e infinita potenza. Qui l’anima di
L., qui il fascino deUa sua poesia. La quale non trae la sua ispirazione
centrale dall’astratto concetto di quel crudo materialismo, che annienta l’uomo
e fiacca perciò ogni velleità di vivere a proprio modo, a norma de’ propri
ideaU, in un mondo qual egU perciò lo vagheggi, liberamente, ma da questo senso
profondo, or cupo e straziante, or placato e sereno, che gli \aene dalla sua «
ultrafilosofia », dal bisogno di respingere come antiumana e contradditoria
alla incoercibile natura dell’uomo cotesta filosofia negativa e soffocante. Ora
è Bruto minore, nudo di speranza, ma prode, di cedere inesperti), neUa sua
guerra mortale contro il fato indegno, in atto di sfida magnanima contro il
Destino, che egU vince, violento irrompendo nel Tartaro: e la tiranna Tua
destra, allor che vincitrice il grava. Indomito scrollando si pompeggia. Quando
nell’alto lato l’amaro ferro intride, e maligno alle nere ombre sorride. Ora è
la misera Saffo, grave ospite di natura, estranea alla infinita beltà di
questa, consapevole del prode ingegno che pur le venne in sorte assegnato,
delle proprie virili imprese, del dotto canto, della virtù insomma che può
vantare; ed ecco, è risoluta di spargere a terra il velo indegno ricevuto da
natura, primo principio della sua infehcità; e morire, ed emendare così «il
crudo fallo del cieco dispensator de’ casi. Ora è il Poeta stesso, che invoca
la morte hberatrice. Ma certo troverai, qual si sia l’ora che tu le penne al
mio pregar dispieghi. Erta la fronte, armato, E renitente al fato. La man che
flagellando si colora Nel mio sangue innocente Non ricolmar di lode. Non
benedir, com’usa Per antica viltà l’umana gente; Ogni vana speranza onde
consola Sé coi fanciulli il mondo. Ogni conforto stolto Gittar da me. O che,
stanco di sperare e disperare, sente in sé spento anche il desiderio, e vuol
acquetarsi nell’ultima disperazione e cliiudersi in un superbo disdegno di se
medesimo, della natura e di questa infinita vanità del tutto. Nel disprezzo del
brutto poter che, ascoso, a comun danno impera. Ora invece, il Poeta s’accosta
a questa Natura misteriosa, arcana, e si scioglie in un mistico sentimento
della sua vita infinita e divina. Giacché si sa che il naturalismo è stretto
parente della mistica, che ugualmente oppone la realtà all’uomo al punto da non
lasciargli più modo di distinguersene e spingerlo perciò al desiderio
d’immergersi e immedesimarsi col tutto infinito che gli è davanti e lo attrae.
E allora L. ricompone il suo volto dal ghigno della ribellione, e scioglie il
suo dolore, ossia quella sua soggettività solitaria e disperata di uomo che,
perduta la giovinezza, vede intorno a sé il deserto e il buio della sera e
deH’orrida vecchiezza, nella languida consolazione degli Idilli: de l’infinito,
dove il poeta non canta più il suo dolore, ma il dolce gusto dell’eterno: Così
tra questa Immensità s’annega il pensier mio; E il naufragar m’ è dolce in
questo mare; de La sera del dì di festa, dove il cuore si stringe A pensar come
tutto al mondo passa e quasi orma non lascia; e il suono delle umane glorie e
degl’ imperi più famosi cede come il canto dell’artigiano che riede a tarda
notte al suo povero ostello poiché la festa è finita: Tutto è pace e silenzio,
e tutto posa Il mondo; e risvegha nella memoria del poeta una immagine
accorante insieme e viva divenutagli familiare: ed alla tarda notte Un canto
che s’udia per li . sentieri Lontanando morire a poco a poco; de La vita
solitaria, dove « l’altissima quiete » del meriggio presso all’ immoto specchio
del lago di taciturne piante incoronato gli fa obliare se stesso e il mondo: e
già mi par che sciolte Giaccian le membra mie, né spirto o senso Più le
commova, e lor quiete antica Co’ silenzi del loco si confonda. Estasi; estasi
mistica che fa risalire dal petto il trepido grido dell’angoscia religiosa, che
echeggia nel canto Alla primavera, 0 delle favole antiche: Vivi tu, vivi, o
santa Natura ? e quello anche ])iù antico della stupenda lettera al Giordani,
che convien rileggere: «Poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la
finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e
sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si
svegharono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore,
onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura,
la cui voce mi parve di udire dopo tanto tempo. A questa religione, da cui la
filosofia inferiore allontana, riconduce quella superiore, la ultrafilosofia.
Quando L. annota nello Zibaldone che « la filosofia.... s’ ha per capitai
nemica della eeligione, ed è vero, egli parla, com’ è evidente dal seguito
della sua nota, della FILOSOFIA inferiore. Egli stesso ha il pensiero a una
diversa filosofia quando, sotto la datasegna cjuesto pensiero profondo: «1
tedeschi si strisciano sempre intorno e appiedi alla verità; di rado
l’afferrano con mano robusta: la seguono indefessamente per tutti gli
andirivieni di questo laberinto della natura, mentre l’uomo caldo di
entusiasmo, di sentimento, di fantasia, di genio, e fino di grandi illusioni,
situato su di una eminenza, scorge d’un’occhiata tutto il laberinto, e la
verità che sebben fuggente non se gli può nascondere ». La mano robusta dunque
non si contenta della ragione, ma vuole anche cuore, fede, natura o « senso
dell’animo », genio ; e cioè, non sa che farsi della piccola ragione, poiché ha
bisogno della grande. La quale non s’illude di aver spiegato tutto quando ha
spiegato la natura, e non ha spiegato e si mette in condizioni di non poter più
spiegare l’uomo, e deve rassegnarsi a dire errori quelle verità che sono
fondamento alla \'ita umana. L’uomo, che è poi colui che si propone il problema
della natura, e senza del quale {pertanto il problema stesso non sorgerebbe
mai. L’uomo, che quella mezza filosofia della ragione piccola rinserra e
schiaccia nel meccanismo della natura e condanna alla schiavitù del nulla, ma
che risorge in tutta la sua libertà e nel suo valore infinito appena la grande
ragione gh faccia sentire la sua grandezza nella sua stessa infehcità: « Niuna
cosa » infatti, come si legge nello Zibaldone « maggiormente dimostra la
grandezza e la potenza dell’umano intelletto.... che il poter l’uomo conoscere
e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza » ; e provare
la gioia del comporre, del cantare, del pensare, del sentire. L’infehcità, essa
stessa, poiché sentita, intesa, espressa, è grandezza, eccellenza. E perciò
l’uomo non soggiace alla natura, e può non temere la morte, e può, come la
ginestra, consolare il deserto col profumo del suo divino alito spirituale.
Perciò infine il poeta c’ insegna, in una forma lapidaria che fa parere il suo
detto quasi proverbio, che « nessun maggior segno d’essere poco filosofo e poco
savio, che voler savia e filosofica tutta la vita. Verità infatti che merita di
passare in proverbio tra i filosofi. E pel L. vuol dire che nella vita non c’ è
soltanto la filosofia : c’ è altro ancora, che è poi sempre filosofia. La vera
però, che afferra la verità con mano robusta, non quella falsa che sola par
vera all’angusto intelletto del filosofo chiuso nel bozzolo del suo
intellettualismo. La quale FILOSOFIA, si ponga mente, una volta, come s’è
veduto, il Poeta la chiama ultrafilosofia; ma non è poi altro propriamente che
la sua personalità, il suo modo di vedere e di sentire la vita, quell’ingenita
virtù che prorompe nel Risorgimento, quando l’anima si risvegliò e rivide
meravigliata salire su dal profondo i palpiti naturali, i dolci inganni, la
speranza, e il sentimento della natura. Meco ritorna a vivere, La piaggia, il
bosco, il monte; Parla al mio core il fonte. Meco favella il mar ») : quella
ingenita virtù, che gli affanni poterono sopire; Non l’annullàr: non vinsela Il
fato e la sventura; Non con la vista impura l’infausta verità. La virtù da cui
sgorga la poesia; e che è, io dico, la stessa poesia, depurata dalle forme in
cui il pensiero la determina e attua. Giacché io non vorrei che nelle parole,
nelle formule, nei concreti pensieri, come sistematica- mente si possono
comporre ad unità nelle esposizioni che l’autore non fece delle sue idee, e
che, sempre a fatica e non senza arbitrarie glosse, continuano a imbandirci
quei camerieri di L. che sono i suoi interpreti, pronti a sobbarcarsi a scriver
loro sulla FILOSOFIA di L. i volumi che questi non pensò mai di scrivere; non vorrei,
dico, si ricercasse una vera e formata FILOSOFIA come opera riflessa e
logicamente costruita su’ suoi fondamentali convincimenti e orientamenti Mi
perdoni la grande e austera ombra del Poeta questa parola cara oggi a certi
spiriti spigoUsti e vanitosi, che ogni giorno che il Padre manda in terra,
suonano a stormo per adunar gente e catechizzarla tra un sorriso mellifluo e un
ohibò di pelosa carità, e disporla a cercare con essi l’orientamento che essi
non riescono mai a trovare. Xtnnznni. No. LE PAROLE, i pensieri più o meno
frammentari e sparsi, le sentenze assai spesso felicemente formulate non
possono essere pel critico altro che accenni, spie dell’anima del filosofo. La
cui individualità è caratterizzata e, propriamente, individuata da un certo
atteggiamento, che è la concreta FILOSOFIA dell'uomo: quella che, conferendo
all’uomo un carattere, non ci spiega tanto le sue parole, spesso espressioni di
cose pensate e non sentite, ma le azioni in cui l’uomo opera come sente nel suo
più intimo essere; là dove egli, arrivi o no ad averne coscienza in un sistema
chiaro e bene organato di idee, è quello che è : quello che l’uomo nella sua
singolare e inconfondibile individualità si mamfesta e si fa conoscere non per
quel che dice ma per il modo in cui lo dice, non pel contenuto delle sue parole
ma pel colore che esse hanno sulla sua bocca, per l’accento con cui la sua
anima vi suona dentro. Stile, essenza della poesia d’ogni uomo. Sicché, infine,
a parlare degnamente della filosofia del Leopardi, non bisogna ridursi alla
parte del cameriere. Conviene guardare il Poeta negh occhi, dove la pupilla
trema della commozione segreta: ascoltare il suo canto, dove la sua filosofia è
la sua stessa poesia. Giacomo Leopardi. Leopardi. Keywords: il favoloso. Refs.:
Luigi Speranza, "Grice e gli usi di Leopardi nella filosofia
italiana," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Leopardi: l’implicatura conversazionale – 1150 – implicatura –
filosofia italiana – filosofia maceratese -- Luigi Speranza (Recanati). Abstract.
Grice: “Apparently, unlike in Scotland, it is very rare in Italy that a
philosopher is father to another philosopher, as James Mill was father to John
Stuart Mill – the closest you get in Italy is Leopardi, the philosopher, who
was the father of a poet, Leopardi, who some deem ‘philosophical’ in spirit –
as Austin said Donne was philosophical!” Filosofo italiano. Recanati, Macerata, Marche. Grice: “We don’t have at Oxford a
‘chip off the old block’ as they have in Recanati!” -- Monaldo L.’s reflections on his son Giacomo
after Giacomo’s death were marked by a tragic disconnect. While Monaldo L.
deeply mourned the man, he remains ideologically opposed to the Giacomo L. Ideological
Denial: A staunch ultra-conservative and papal loyalist, Monaldo L. struggled to
reconcile his son's fame with his "atheistic" and
"pessimistic" philosophy. Monaldo often chooses to believe — and
publicly suggests — that Giacomo had returned to the Catholic faith on his
death-bed, a claim largely dismissed by historians and Giacomo’s close friend RANIERI
(vedasi). Literary Rivalry and Legacy: Monaldo had originally groomed Giacomo
to be a "great Christian apologist." After Giacomo's death, Monaldo
continues his own reactionary writing, but he remains in his son's shadow,
often viewing Giacomo’s philosophical "errors" as a personal and
religious failure. Paternal Grief vs. Principles: Despite their sharp
intellectual rift, Monaldo’s personal writings reveal a father’s genuine grief.
He had provided the very library where Giacomo formed his
"scandalous" ideas, creating a relationship of both "complicity
and competition" that haunted Monaldo. For further details on their
relationship, you can explore the biography of Giacomo L. provided by
Britannica.Importante
esponente del pensiero controrivoluzionario e padre di Leopardi. Leopardi, targa commemorativa apposta sui portici di
piazza Leopardi a Recanati Figlio primogenito del conte Giacomo e di Virginia
dei marchesi Mosca, nacque in una delle famiglie più preminenti di Recanati.
Rimasto a quattro anni orfano del padre, crebbe con la madre (che non volle
risposarsi per accudire i quattro figli), gli zii paterni rimasti celibi e i
fratelli. Educato in casa dal precettore Giuseppe Torres, padre gesuita fuggito
dalla Spagna a seguito della cacciata dell'ordine dal regno, ricevette una
formazione improntata agli ideali cristiani, cui rimase fedele per tutto il
resto della sua vita. Fu sottoposto alla tutela di un prozio, non potendo
amministrare direttamente il patrimonio familiare per disposizione
testamentaria. Ottenne tuttavia da papa Pio VI la deroga alla disposizione
paterna e, all'età di 18 anni, assunse l'amministrazione della propria eredità.
Dopo un primo progetto di nozze andato a
monte, sposa la marchesa Adelaide Antici, sua lontana parente. Il matrimonio fu
un matrimonio d'amore strenuamente osteggiato dalla famiglia di Monaldo, in
base ad antiche dispute tra casati e per questioni economiche (mancanza di una
dote adeguata), che per manifestare la propria contrarietà non partecipò al
matrimonio, che venne infatti celebrato nella sala detta "galleria"
di palazzo Antici a Recanati. Il patrimonio di famiglia, dalle mani di Monaldo,
passò in quelle della moglie, a causa dei debiti del prozio che il conte non
riusciva a ripianare. Frutto di questa unione tra opposti caratteri furono
numerosi figli: di questi, raggiunsero l'età adulta Giacomo, Carlo, Paolina,
Luigi, e Pierfrancesco. A causa della impossibilità di gestirli (dovuta alla
sua indole caritatevole verso i poveri, agli sperperi dei parenti e
all'invasione giacobina), l'amministrazione dei beni di famiglia passò nelle
mani della consorte, donna energica e severa; Monaldo poté così dedicarsi
totalmente alla sua passione, gli studi e le lettere. Tra i suoi molti meriti
vi è aver grandemente contribuito alla formazione del nucleo fondamentale della
biblioteca di famiglia dei L., nella quale il giovane Giacomo passò i suoi anni
di "studio matto e disperatissimo" (compresi i libri proibiti per i
quali il conte ottenne la dispensa della Santa Sede, per metterli a
disposizione dei figli) e che Monaldo donò all'intera cittadinanza recanatese,
come ricorda la lapide apposta nella cosiddetta "prima stanza".
L'impegno civico Angolo della biblioteca di palazzo L. con i ritratti di
L., Adelaide e Giacomo Il medico e naturalista britannico Jenner La sua
opera è rappresentativa del concetto di reazione (per es., la demolizione
dell'egualitarismo nel Catechismo sulle rivoluzioni), inoltre gli vanno
riconosciuti diversi meriti acquisiti durante lo svolgersi della sua vita
politica, indirizzata nei confronti di Recanati, città in cui visse.
Monaldo fu consigliere comunale a diciotto anni, governatore della città, amministratore
dell'annona. Fu tra coloro che si mantennero fedeli al papa Pio VI nel periodo
dell'occupazione francese. S'adopera per mantenere tranquilla la popolazione in
tumulto contro le forze dei rivoluzionari francesi e, in accordo con i suoi
principî morali e religiosi, rifiutò di assumere incarichi pubblici durante la
Repubblica Romana e il primo ed effimero Regno d'Italia. Fu gonfaloniere di
Recanati, la massima carica amministrativa, e si occupò della costruzione di
strade e di ospedali, dell'illuminazione notturna, del sostegno ai meno
abbienti, della riduzione delle tasse, del rilancio degli studi pubblici e
delle attività teatrali. Sebbene fosse preoccupato per le conseguenze
della meccanizzazione sull'occupazione, ritenne che le ferrovie e le macchine a
vapore fossero tutt'altro che inconciliabili con una società cristiana. Stimolò
inoltre il diboscamento del suolo, la messa a coltura dei prati, lo
stabilimento di case coloniche e l'applicazione di nuove colture, come il
cotone o la patata. Fu anche il primo a introdurre nello Stato Pontificio il
vaccino antivaioloso dell'inglese Edward Jenner e lo fece sperimentare sui
propri figli; poi, da gonfaloniere, rese obbligatoria la vaccinazione che
svolgeva personalmente (in ciò smentendo la raffigurazione caricaturale di
"retrogrado" che si attribuì ideologicamente alla sua figura da parte
della critica novecentesca). Sostenne anche un progetto per la fondazione di
un'università nella sua città natale, che però alla sua morte non ebbe
seguito. Infine, durante la carestia, fece erogare gratuitamente i
medicinali ai più bisognosi e creò occasioni di lavoro, sia maschile, con la
costruzione di strade, sia femminile, con la tessitura della canapa. Come
scrisse una volta, quelle attività riformatrici non erano in contrasto con le
sue idee controrivoluzionarie; infatti dichiarò: «Oggi si pretende di costruire
il mondo per una eternità e si soffoca ogni residuo e ogni speranza del bene
presente sotto il progetto mostruoso del perfezionamento universale» Morì
il celebre figlio Giacomo: nonostante tra i due i rapporti non fossero distesi,
la perdita gli causò grave dolore. Si spense nella città natale e fu sepolto
nella tomba di famiglia presso la chiesa di Santa Maria in Varano a
Recanati. Dei molti scritti religiosi, storici, letterari, eruditi e
filosofici di Leopardi, i più famosi sono i “Dialoghetti sulle materie
correnti” usciti con lo pseudonimo di "1150", MCL in cifre romane,
ovvero le iniziali di "Monaldo Conte Leopardi". Ebbero immediatamente
un grande successo, ben sei edizioni in cinque mesi, furono tradotti in più
lingue e divennero notissimi nelle corti europee. Il figlio Giacomo, da Roma,
ne informa il padre in una lettera dell'8 marzo: «I Dialoghetti, di cui
la ringrazio di cuore, continuano qui ad essere ricercatissimi. Io non ne ho
più in proprietà se non una copia, la quale però non so quando mi tornerà in
mano.» Per umiltà lasciò i molti guadagni allo stampatore, il Nobili. È
probabile che con quest'opera Monaldo volesse contrapporsi alle Operette morali
del figlio, che giudicava negativamente e riteneva contrarie alla fede
cristiana. In essi, infatti, esprimeva gli ideali della reazione (o anche
controrivoluzione). Tra le tesi sostenute, la necessità della restituzione
della città di Avignone al papato e del ducato di Parma ai Borbone, la critica
a Luigi XVIII di Francia per la concessione della costituzione (che violerebbe
il sacro principio dell'autorità dei re che "non viene dai popoli, ma
viene addirittura da Dio"), la proposta della suddivisione del territorio
francese fra Inghilterra, Spagna, Austria, Russia, Olanda, iera e Piemonte, la
difesa della dominazione turca sul popolo greco, in quegli anni impegnato nella
lotta per l'indipendenza. Risalgono alcune opere di satira politica:
Monaldo era infatti ottimo satirico e disseminava le sue opere di scherzi
letterari. Tra esse, il Viaggio di Pulcinella e le Prediche recitate al popolo
liberale da don Muso Duro, curato nel paese della Verità e nella contrada della
Poca Pazienza (versione digitalizzata). Fu inoltre autore di ricerche erudite,
ammonimenti ai fedeli cattolici e articoli su varie riviste, tra cui si
segnalano «La Voce della Verità» di Modena e «La Voce della Ragione» di Pesaro,
che Leopardi stesso diresse. La rivista ottenne un buon successo, come
dimostrano i 2000 abbonamenti sottoscritti in tutta Italia, tuttavia fu
soppressa d'autorità. Rimasero inediti, invece, i suoi Annali recanatesi
dalle origini della città ae la sua Autobiografia: in quest'ultima la prosa di L.
si arricchisce di leggerezza, ironia e umorismo. Negli ultimi anni di
vita Monaldo visse appartato (non amava allontanarsi da Recanati: la sua più
lunga assenza dalla casa paterna consistette in 2 mesi a Roma), deluso dalle
caute aperture liberali del governo pontificio e degli esordi del regno di papa
Pio VI. Collaborò al periodico svizzero Il Cattolico, di Lugano, tornando poi,
negli ultimi anni, agli studi storici su Recanati, coltivati in gioventù.
Opere digitalizzate Monaldo Leopardi, La Santa Casa di Loreto. Discussioni
storiche e critiche, Lugano, presso Francesco Veladini e C. Monaldo Leopardi,
Istoria evangelica scritta in latino con le sole parole dei sacri Evangelisti,
spiegata in italiano e dilucidata con annotazioni, Pesaro, pei tipi di A.
Nobili. Monaldo Leopardi, Dialoghetti sulle materie correnti dell'anno, Leopardi,
Prediche recitate al popolo liberale da don Muso Duro, curato nel paese della
verità e nella contrada della poca pazienza. Rapporto con il figlio
ritratto di Giacomo Leopardi. Nonostante la vulgata dica il contrario, il rapporto
con il figlio illustre appare buono: senz'altro nei primi anni Monaldo dovette
essere orgoglioso della precocità del ragazzo, e nelle opere giovanili di
Giacomo, ad esempio il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, si
avverte ancora l'influenza delle idee del padre. Ben presto, però, i loro
spiriti presero strade diametralmente opposte: la crescente autonomia di
pensiero di Giacomo preoccupava Monaldo. La lettura del carteggio fra i
due rivela una relazione affettuosa, soprattutto negli ultimi anni. La lettera
più sincera scritta da Giacomo al padre è quella che quest'ultimo non lesse
mai: si tratta della missiva, quando il poeta progetta la fuga, e che non fu
mai spedita, perché egli dovette rinunciare ai suoi piani. «Mio Signor
Padre. Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di quei pochi talenti che il
cielo mi ha conceduti, Ella non potrà negar fede intieramente a quanti uomini
stimabili e famosi mi hanno conosciuto, ed hanno portato di me quel giudizio
ch'Ella sa, e ch'io non debbo ripetere. Era cosa mirabile come ognuno che
avesse avuto anche momentanea cognizione di me, immancabilmente si
maravigliasse ch'io vivessi tuttavia in questa città, e com'Ella sola fra
tutti, fosse di contraria opinione, e persistesse in quella irremovibilmente. Io
so che la felicità dell'uomo consiste nell'esser contento, e però più
facilmente potrò esser felice mendicando, che in mezzo a quanti agi corporali
possa godere in questo luogo. Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e
rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono
tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro
pensiero.» Finalmente, Giacomo lascia Recanati, per farvi ritorno solo
saltuariamente. Da lontano, il padre assiste alla crescita della sua fama nel
mondo intellettuale italiano, ma non riesce a comprendere la grandezza del
figlio: disapprova la pubblicazione delle Operette morali, scrivendogli in una
lettera (perduta) le "cose che non andavano bene", suggerimenti che
nella risposta Giacomo promette di prendere in considerazione, ma che di fatto
non sono mai accolti. La pubblicazione dei Dialoghetti di L. è causa di
attrito fra padre e figlio. Giacomo Leopardi si trovava a Firenze:
nell'ambiente iniziò a circolare la voce che fosse lui l'autore dell'opera,
espressione delle tesi reazionarie, cosa che egli fu costretto a smentire
seccamente sul giornale Antologia di Vieusseux. Si sfogò poi per lettera con
l'amico Melchiorri: «Non voglio più comparire con questa macchia sul viso.
D'aver fatto quell'infame, infamissimo, scelleratissimo libro. Quasi tutti lo
credono mio: perché Leopardi n'è l'autore, mio padre è sconosciutissimo, io
sono conosciuto, dunque l'autore sono io. Fino il governo m'è divenuto poco
amico per causa di quei sozzi, fanatici dialogacci. A Roma io non potevo più
nominarmi o essere nominato in nessun luogo, che non sentissi dire: ah,
l'autore dei dialoghetti.» In toni decisamente più miti ne scrive poi a
L. il 28: «Nell'ultimo numero dell'Antologia... nel Diario di Roma, e
forse in altri Giornali, Ella vedrà o avrà veduto una mia dichiarazione
portante ch'io non sono l'autore dei Dialoghetti. Ella deve sapere che attesa
l'identità del nome e della famiglia, e atteso l'esser io conosciuto
personalmente da molti, il sapersi che quel libro è di Leopardi l'ha fatto
assai generalmente attribuire a me. E dappertutto si parla di questa mia che
alcuni chiamano conversione, ed altri apostasia, ec. ec. Io ho esitato 4 mesi,
e infine mi son deciso a parlare, per due ragioni. L'una, che mi è parso
indegno l'usurpare in certo modo ciò ch'è dovuto ad altri, o massimamente a
Lei. Non son io l'uomo che sopporti di farsi bello degli altrui meriti. [
L'altra, ch'io non voglio né debbo soffrire di passare per convertito, né di
essere assomigliato al Monti, ec. ec. Io non sono stato mai né irreligioso, né
rivoluzionario di fatto né di massime. Se i miei principii non sono
precisamente quelli che si professano ne' Dialoghetti, e ch'io rispetto in Lei,
ed in chiunque li professa in buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io
dovessi né debba né voglia disapprovarli.» Nelle ultime lettere Giacomo
esprime la volontà di rivedere il padre, passando dai toni formali a quelli
affettuosi ("carissimo papà" nell'ultima lettera). Monaldo sopravvisse 10 anni al figlio.
L'incompatibilità fra i due rimaneva però ancora evidente otto anni dopo la
morte di Giacomo, non accettando lui le idee areligiose del poeta; la sorella
di lui, Paolina, scriveva a Marianna Brighenti: «Di Giacomo poi, della
gloria nostra, abbiam dovuto tacere più che mai tutto quello che di lui veniva
fatto di sapere, come di quello che non combinava punto col pensiero di papà e
colle sue idee. Pertanto, non abbiamo fatto mai parola con lui delle nuove
edizioni delle sue opere, e quando le abbiamo comprate le abbiamo tenute
nascoste e le teniamo ancora, acciocché per cagion nostra non si rinnovi più
acerbo il dolore.» Su richiesta dell'ultimo amico di Leopardi, Antonio
Ranieri, pochi giorni dopo la morte del figlio, Monaldo gli spedì un Memoriale
con cenni biografici su Giacomo, con aneddoti e curiosità, in cui si avverte il
dolore per la rottura fra i due e l'incapacità del padre di capire la direzione
intrapresa dal figlio; il Memoriale si interrompe: "Tutto ciò che riguarda
il tratto successivo è più noto a Lei che a me", scrive infatti.
Nonostante ciò, Monaldo piangerà con dolore la perdita di Giacomo, al punto che
quando redigerà il proprio testamento, alla settima volontà scrisse:
«Voglio che ogni anno in perpetuo si facciano celebrare dieci messe nel giorno
anniversario della mia morte, altre dieci il giorno 14 giugno in cui morì il
mio diletto figlio Giacomo. Manetti, Giacomo L. e la sua famiglia, Bietti,
Milano. La famiglia Leopardi è protagonista del romanzo fantastico di Michele
Mari Io venìa pien d'angoscia a rimirarti. L., di Sandro Petrucci Monaldo In viaggio per Leopardi, Leopardi fu
chiamato alla collaborazione a tale rivista dal suo fondatore, il Principe di
Canosa Antonio Capece Minutolo. Giacomo
Leopardi, Carissimo Signor Padre. Lettere a Monaldo, Venosa, Osanna ed., Giacomo
L., Il monarca delle Indie. Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo L., Graziella
Pulce, introduzione di Giorgio Manganelli, Milano, Adelphi,Monaldo Leopardi. La
giustizia nei contratti e l'usura. Modena, Soliani, Monaldo L,, Autobiografia,
con un saggio di Giulio Cattaneo, Roma, Dell'Altana ed., Antonio Ranieri, Sette
anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, Mursia ed., (L'ultimo amico del poeta narra di un suo
incontro con Monaldo mentre era di passaggio a Recanati). Monaldo Leopardi,
Catechismo filosofico e Catechismo sulle rivoluzioni, Fede et Cultura, L.,
Dialoghetti sulle materie correnti e Il viaggio di Pulcinella, in, L'Europa
giudicata da un reazionario. Un confronto sui Dialoghetti di Monaldo Leopardi,
Diabasis, Raponi, Due centenari. A proposito dell'autobiografia di Monaldo
Leopardi, Quaderni del Bicentenario. Pubblicazione periodica per il
bicentenario del trattato di Tolentino, n. 4, Tolentino, Giuseppe Manitta, L..
Percorsi critici e bibliografici, Il Convivio, Anna Maria Trepaoli, Gubbio, i
Leopardi, Recanati: un legame da riscoprire, Perugia, Fabrizio Fabbri editore, Pasquale
Tuscano, Monaldo L.. Uomo, politico, scrittore, Lanciano, Casa Editrice Rocco
Carabba,, Giacomo L. Leopardi (famiglia) Pierfrancesco Leopardi. Monaldo Leopardi, su Treccani Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ferretti, Monaldo Leopardi, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Corno, L. in Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Monaldo Leopardi, su siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo
Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.
Opere di Monaldo Leopardi, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di
Monaldo Leopardi,.Dizionario del pensiero forte, IDISIstituto per la Dottrina e
l'Informazione Sociale, sito "alleanzacattoliga.org". Il conte
Monaldo L.. Monaldo Leopardi, conte di San Leopardo. Cf. Il Leopardi
anti-italiano. che
dopo questa vila comincia un'altra vila, bisogna ripudiare lulli isofismi elutte
le menzogne della filosofia. Queste sono le norme del saggio, questi sono i
doveri del galantuomo, e queste sono le verità proposte, dimostrate e
raccomandate dalla Voce della Ragione. FILOSOFIA Ponam Civitatem hanc in
stur em etinsibilum. La Filosofia e il Cervello. La Filosofia.Già vihodelto chedo
potanti anni di fatiche e di pensieri per accomodare il mondo a mio modo,
questo veccbio con serva ancora certi suoi pregiudizi, e non trovo in esso una
sola cillà la quale sia in lutto e per tullo secondo le mie regole
e secondo il mio cuore. Perciò ho risolutodi fabbricarpe una nuova, e chi
sa che a poco a poco non diventi la capitale di un grande impero. Cer. Tutto
questo va bene, e polete fabbricare e fondare quanto volete, ma come ci entro
io con le vostre fabbriche e con le vostre fondazioni? Fil.Oh Diavolo! volete
che la filosofia vada avanli in una impresa similesenza cervello? LA
CITTÀ a DELLA Il Cervello. In somma, si può sapere cosa volele da me? Cer. Finora
avele sempre operalo senza di me, e potete seguitare a procedere da pazza. Cer.
Fin quì non dite male, ma alla fine dei conli che giudizio è questo vostro con
cui volete mandare sollosopra il mondo? Fil. Oh bella, ognuno ba i suoi gusti,
e de gustibus non est disputandum. Epoiiode sidero diguastare il mondo, perchè
voglio àca comodarne un altro meglio di questo. Cer. Vi darà poi l'animo di
fare un altro mondo migliore del primo? Fil. Proviamoci: cosa sarà? Non si
tratta poi di una gran cosa, e se non riesceci penserà chi vuole. Via
cervellaccio mio, ve nile con me e datemi una mano a fabbricare “Filosofopoli”.
Già adesso non avete altro da fa re, perchè nessuno vi vuole; e al mondo si fa
tutto senza di voi. Cer. Anche questo è vero, e giacchè non si trova più a
campare coi savi sarà meglio accomodarsi al servizio dei malti. Fil. Bravo,
bravissimo. Vedrele che bella città stabiliremo assieme. Ha da essere il regno
della età dell'oro, il paese della cuccagoa, e la vera meraviglia del mondo.
come in addietro, senza curarvi neppure adesso della mia compaggia. Fil. Chi lo
dice che ho operato da pazza e senza cervello? A buon conto io chevole. va
guastare il mondo l'ho mandato sotto sopra, e quelli che avevano obbligo é
desiderio di conservarlo lo hanno mandato e lo mandano soltosopra peggio di m
e. Chi vi pare dunque cbe abbia più cervello, chi guasta quello che vuol
guastare, o cbi guasta quello che vuol conservare? Fil. Oh per questo non
dubitale. Sono cent'anni che ho mandalo fuori gli editti e saccio mille smorfie
per chiamare la gente, co me fa la civella sul mazzuolo per uccellare i
merlolli ; sicchè gli abitatori di “Filosofopoli” non potranno mancare. Anzi
ecco qualchedu. no che si avvicina. Meltiamoci dunque sul sodo, e incominciamo
le nostre operazioni filosofiche e cervello liche. La Filosofia, il Cervello e
il Governo. La Filosofia. Chi siete e cosa volete? Gov. Quanto a questo farete
quello che vi pare, ed io starò nelle vostre mani a rice. vere quella forma che
vorrete darmi, come l'argilla in mano dello stovigliere. Già oggi Cer.
Chi verrà poi ad abitare in questa nuova città ? Il Governo. Io sono il
governo,e domando di essere ammesso nella vostra nuova città, perchè immagino
che non vorrete stabilirla senza governo. Fil. Sicuro che un poco di governo ce
lo vogliamo, almeno pour bien séance, e per servire alle apparenze,e alle
formalilà come l'apparatura nelle feste. Ma intendiamoci bene ; noi non
vogliamo un governo all'antica, il quale pretenda di governare davve ro, ma
bensì un governo filosofico; e vale a dire un ombra, un simulacro, un brodo di
ranocchie e niente di più. questa è una cosa da nulla, ed è più facile
preparare un governo che lavorare un boccale. Fil. E bene ; nella cillà e nel
regno di “Filosofopoli” la vostra forma sarà quella di una monarcbia. Cer.
Bravo! quesla scelta mi piace perchè il governo monarchico è il più naturale e
il più semplice, ed è ancora il più robusto di tullj . Fil. Oibd, oibù ; se
fosse questo non vor remmo saperneniente, e si vede bene che voi v'intendele
poco di filosofia, e non avele una giusta idea del mondo nuovo. Nel mondo
vecchio i monarchi erano certamente forti, rispettatietemuli, perchèsostenevano
diavere ricevuto il loro potere da Dio, e nessuno si azzardava di slendere la
mano contro una au lorità la quale si riputava stabilita per diritto divino. Ma
nel mondo nuovo i monarchi si contenlano di regnare per grazia e volere del
popolo,ricevonoilsalario esilasciano incar. tare dal popolo e conseguentemente
devono essere il trasiullo e lo scherno del popolo.Il governo monarchico
adunque,lavoralo secon do le regole della filosofia, riesce ilpiù comodo e il
più leggiero di tulli, e i filosofi si adallano a lasciarsi governare da un re
falto dal popolo, perchèchipuòfarepuò guastare, ed è più facile sbalzare dal
trono un monar. ca costituzionale, che licenziare dal servizio un gualtero di
cucina.Sentite dunque signor governo, e imparate bene cosa ha da essere il
governo monarchico nella cillà e nel regno della filosofia. Fil. Prima di
tutto, il re ha da essere un re di carta, o vogliamo dire che tulta la sua
autorilà deve consistere in un pezzo di carta, esso medesimo deve riconoscerla
tutta intiera dalla carta, e guai a lui se si allontana un capello da quella
carta. Fil. Inoltre non deve pretendere di dettar le leggi, ma deve riceverle
belle e fatte dalla nazione;e,se si tratti di farne delle nuove, gli è permesso
di mandare i suoi ministri a sfiatarsi e raccomandarsi nella camera dei d e
putati, ma alla fine deve sempre cedere alla voloplà della camera. Quando poi
la camera ha fatto una legge e il re l'ha soltoscritta per amore o per forza, e
per una semplice for malità, sua maestà di carta deve subito pi gliare la
frusta e andare in piazza a menare le mani facendo eseguire idecreti del
popolo. Gov. Benissimo. Fil. Di più non deve impicciarsi nè bene nè male con la
giustizia,e deve lasciare che i giudici facciano di ogni erba un fascio senza
essere ripresi e molestati da nessuno.Anzi se l'istesso monarca cittadino
riceverà una coltellala ovvero una schioppeltata non potrà far altro che dare
una querela a quell'imper linenle,ese igiudici condanneranno coluia tre giorni di
pane e acqua, il re dovràam mirare e ringraziare la imparzialità e la se verità
della giustizia. Gov. Benissimo. Gov. Dile pure, che iosono qui a ricevere
i vostri comandi. Gov. Benissimo. Fil. Similmente il monarca filosofico
costi. tuzionale non avrà l'ardire d'imporre nessu na tassa, e di toccare un
quattrino senza il beneplacito e la licenza del popolo. Quando ci sarà bisogno
di denari per l'andamento del go verno anderà a domandarli come un pitocco alla
cainera dei deputali, e dopo ricevuli li spenderà bene o male,che questo
importa poco, e sulla revisione dei conti non si guarda tanto in sollile.Se
però la camera non vorrà darglieli,lascerà che il governo cammini da per sè
stesso, e resterà colle mani incrociale sul petto come fa il cuoco, allorchè il
pa drone non gli dà iquattrini per fare la spesa. Fil. Per ultimo se qualche
volta il popolo vorrà divertirsi un poco con sua maestà, ac . compagnandolo con
le fischiate ovvero con le sassale, dovrà averci pazienza, e se anche in una
giornata gloriosa il popolo vorrà strac ciarelacarta,cambiare la dinastia,edi
scacciare il re con tutta la sua maestà e la Gov. Benissimo. Fil.Siccome
poi lacartaaccordaalmonar ca il diritto di far grazia, il re cittadino de ve
sapere che quel dirillo gli viene accordato per burla, e che egli pad usarne
soltanto a beneplacilo e a capriccio del popolo. Percið se itribunali
condanneranno giustamente uno scellerato il quale sia benveduto dal popolo, sua
maestà di carta lo dovrà liberare, e se condanneranno ingiustamente un
innocente malveduto dal popolo, sua maestà di carta dovrà farlo impiccare. Gov.
Benissimo. sua inviolabilità, il monarca cittadino dovrà andarsene col bordone
in mano, e avere di caro e grazia di salvare la pelle,perchè alla five dei
conti nell'impero della Filosofia la careta, il trono, il governo, tutto è del
popolo, e ilmonarca costituzionale è un bawboccio vestito dareper servire di passatempo
al popolo. Gov. Benissimo,benissimo,ameraviglia;e vado subito nella cillà a
preparare uo trono di cartone per Pulcinella l.monarca cittadino di “Filosofopoli”.
Fil.Cosa nedilecompare Cervello? Vi pare cbe abbiamo stabilito una monarchia
vera mente solida, dignitosa e utile al buon reg gimento dei popoli? Fil. Sappiatechecisivapensando,eforse
col progresso dell'incivilimento si troverà il modo di fare una macchina che
muova la le. sta e ci serva da re,senza bisogno di pagare un re cilladino, il
quale non è poi tanto a buon mercato quaplo si crede. Intanto però bisogna
contentarsi di un re costituzionale, fin. chè non si può averne un altro lutto
affallo di legno. Ma zillo che si accosta altra gente per veoire a populare
ilregno della Filosofia. Cer. Mi pare cbe quando i monarchi filo sofici
debbano essere lavorali sopra queslo m o dello, un re dipinlo,ovvero un re di
paglia potrebbe servire nello stesso modo. La Filosofia. Chi siete, e cosa
volete? La Giustizia. Io sono la Giustizia e domando di essere ammessa nella
vostra nuova cillà. Fil. Cosa ne dite compare Cervello ? non si potrebbe fare a
meno di questa femmina? Fil. Alcuni litiganti, i quali hanno inolla pratica dei
tribunali,mi banno assicuratoche considerando bene certe giustizie presenti, sa
rebbe meglio cavare a sorte la vincita e la perdita delle cause,ovvero
giuocarsi alla morra il torto e la ragione. Così almeno si ri sparmierebbero le
spese. Cer. Con questo metodo pazzo e scellerato si confonderebbero il giusto
con l'ingiusto, l'innocente col reo,e il galanluomo con l'as sassino. Giu .
Parlate pura giacchè sono venula a p La Filosofia, il Cervello, a la
Giustizia. Cer. Come! vorreste stabilire una città ed un governo senza
tribunale e senza giustizia? Fil. Questo sarebbe poco male perchè ora mai lulle
queste cose sono tanto confuse che non se ne raceapezza più niente. Considero
però che se non ci fosse qualche cosa,chia mata giustizia, gli avvocati e i
procuratori resterebbero in camicia, e questo non si ac comoderebbe con le idee
filosofiche sulla dif fusione dei godimenti e dei beni.È d'uopo dunque per un
altro poco adattarsi al siste ma antico, e perciò venile avanli madonna
Giustizia e facciamo i nostri palli. posta per imparare cosa deve
essere la giu. stizia nel paese della filosofia. Fil. Prima di tutto lenetevi
bene in m e n te che i liberali tauto palesi come occulli non devono avere mai
lorlo,e la giustizia deve essere una vera cortigiana consacrata e ven. dula
sfacciatamente al servizio dei liberali. Giu.Benissimo,ed io mi venderò e mi
prostituiròin verecondamente per compiacere iliberali.Ma ditemi un poco:come ho
da fare per favorirli nelle cause, quando stan no evidentissimamente dalla
parte del torto ? Giu. Quei giudici però i quali procederan no con ingiustizia
manifesta potranno essere discacciati e puniti. 102 re che questo non è
proibilo ; e non manca il modo di stancare e assassinare un povero liligante
buttando la polvere sugli occhi al mondo, e sostenendo che si opera per la giustizia.Se
però qualcbe volta vi troverelealle strelle, rinunziale pure a qualunque pudo
re,invocate ilnome di Dio,egiudicatenel nome del diavolo,purchè la villoria sia
sem pre assicurala per i liberali. pu. Fil. Finchè potete conservare cerle appa
renze e salvare la capra e l'orto, falelo Fil.Non dubitatediquesto,eigiudicinon
temano di niente quando sono protetti dai liberali. Primieramenle nel regno
della filo sofia i giudicisono una potenza assolutache non dipende da nessuno ;
e poi i liberali si mellono per tutto, e coperlamente, ovvero scopertamente
comandano in lulli i dicasteri, sicchè alla fine del conto lutto si fa a
modo loro, e a chiunque la prende con essi toc cano sempre la mazza
e le corna. Giu.Ho capilo: e lasciatevi servire.Segui tale pure la vostra
lezione. Fil. Inoltre se s'incontrano a litigare un uomo indifferenle e un
inimico dei liberali, dale sempre ragione all'uomo indifferente an corchè fosse
uù ruffiano, ovvero un capo la dro, e date sempre lorlo agl'inimici dei li.
berali, acciocchè quesla capaglia impari a rispettare la filosofia e la
liberalilà. Fil. In questi casi potete consollare i vo stri affelli privali,
ovvero ilvostro interesse; potete farvi merito con qualche Ciprigna ;e in somma
fale pure quello che vi pare, che alla filosofia non gliene importa niente.Cosa
ne dile compare Cervello ? Fil.Questo sarebbe un partito troppo gras. so per i
galantuomini i quali giuocherebbero alla pari,enelregno filosoficoiliberalihan.
no da godere sempre qualche vantaggio. A vete capito bene madonna Giustizia ?
Giu. Ho capito anche questo e non mi al lonlanerò dai vostri suggerimenti : ma
come si dovrà procedere in parilà di circostanze o sia quando s'incontrany a
litigare due uo. mini indifferenti, ovvero due liberali ? Cer. Vedo bene che
hanno ragione quelli iquali desiderano, che ildirillo eiltorlo si estraggano
allasorte oppure vengano giuo catiallamorra.Difalliquando la Giustizia non ha
da essere veramente giustizia è m e glio ridurla al giuoco della bianca e della
nera . Giu. Ho capito benissimo,e fascialevi per servire. E nelle cause
criminali come dovrò regofarmi ? Fil. Generalmente parlando lenele sempre per
la parte dei malfaltori,e ricordalevi che nel regno della filosofia non si
vuole la m a n naia del boia, e piuttosto si gradisce ilcol tello degli
assassini. Se la giustizia dovesse essere quella di una volta non si trovereb
bero le gloriose giornate, e noi vogliamo sla re allegramente, e non vogliamo
morire di malinconia. Nei casi poi particolari regolate vi come vi bo già detto
per la giustizia ci vile. Se alcuno abballe una croce, Salegli grazia eseun altroguardatortolabaq
diera di tre colori, ammazzatelo.Se uno be stemmia ovvero calpesla il
Sacramento, te. neteloin prigione mezz'ora,quando pon pos siate faredimeoo; eseunaltrodicemez
za parola contro la carta, fatelo fucilare. Se laluno prende a calci un prete,
un frale, vescovo dite che non ci è luogo a procedere; e se i preli, i frali, i
vescovi negano la se poltura ecclesiastica a qualche scomunicato mandateli in
galera o fateli scorticare.Se il re viene accusato a dirillo,o a torlo di ave
re fatto una sconcordanza, caccialelo in esi. lio, ovvero tagliategli la testa,
e se ilpopolo prende a sassale il re e si ribella contro il re, distribuite le
pensioni e le decorazioni ai capi dei sollevali. In somma regolatevi in modo da
far conoscere che nel regno del la fi'osofia tutto è permesso fuorcbè toc care
colla puola delle dila i liberali e la fi Giu . H o capitotullo benissimo,
e vado a stabilire i tribunali e a portare in trionfo la giustizia nel regno
della filosofia. Fil. Vedo bene compare mio che i miei ordinamenti fondamentali
non incontrano trop. po il vostro genio; ma finchè sarele un cer vello
all'anlica tullo pieno di pregiudizi, nonvimetterele livellocoilumidelsecolo, c
non potrele figurare nel regno della filoso. fia. Speriamo però che a poco a
poco ancho il cervello perderà il cervello, e allora le dottrine e le pratiche
della filosofia si diran no regolale col cervello. Fraltanlo diamo u. dienza
agli altri che vengono per abitare nel. la nostra nuova cillà. L a Filosofia,
il Cervello e la Proprietà . La Filosofia. Certamente ebe nel inio regno ci
hanno da essere i proprielari,ma anche 105 1 losofia. Se poi talvolta
doveste per rispetto umano proferire qualchecondanna nou viaf fliggete per
questo, perchè ire dominati na. scostamente dai liberali faranno sempre la
grazia, e non ci sarà mai pericolo, che la scure del manigoldo ardisea di
toccare il col lo di un liberale. La Proprietà. Io sono la Proprietà e vengo a
stabilirmi nel vostro puovo impero,imma ginando che anche nel vostro regno ci
do. vranno essere i proprietari, e non vorrela che sia pieno lullo quanto di
mascalzoni. Pro. Mi pare cbe non ci sia gran cosa da rinnovare intorno
alla proprietà, e lulle le leggi devono consistere in questo, che ognu. no
possa tenere e godere tranquillamente ilsuo. Fil. Sopra cid ci sarebbe qualche
cosa da dire, m a siccome ancora non siamo arrivati al punto, basterà stabilire
per adesso alcu ne misure e alcuni miglioramenti preliminari. Cer. E che !
vorreste forse che nei vostri paesi la proprietà non fosse più proprietà,e il
proprietario non fosse più il padrone delle proprie sostanze? Cosa pensereste
di fare per introdurre nel vostro nuovo impero anche questo sproposito ? Fil.
Si potrebbe benissimo stabilire una di visione generale dei beni ovvero una
legge agrarja, intorno alla quale sono già tantise. coli che sospirano lutti i
disperati e tutli i falliti del mondo,ma per quanto la filosofia propenda per
questo partito definitivo, l'in civilimento ancora non è giunto al segno, e il
mondo non è ancora maluro per tanta fe licità. Basta dunque per ora che tutte
le leg gi, tutti i regolamenti e tutte le pratiche go. vernative tendano a
procurare lamaggiordif fusione de'beni. Pro. Cosa si avrà da fare perchè i beni
si diffondano e diventino come una nebbia di cui abbia ognuno la sua porzione
uguale ? 106 voi signora Proprietà dovrete adattarvi alle regole
fondamentali della Olosofia, Fil. Parlando in generale si deve sempre avere in
mira di spogliare iricchi,i signori e i benestanti; e di arricchire
i cialtroni, e a questo scopo salulare e filosofico devono essere sempre
diretle la politica e l'arte dei governanti. Parlandopoi inparticolare,a desso
vi dard alcuni precetti con l'osservanza dei quali si è fallogià ungrancammino,
e si arriverà quanto prima all'incivilimento completo del genere umano. Cer.
Stiamo a sentire queste altre filosofi cbe buscarale. Cer.E che bene verrà da
questo volontario dissipamento? Fil.Ne verranno due risultati filosofici di una
importanza incredibile. Primieramente il governo scialacquando il denaro dello
Sta to senza misuraesenzagiudizio,dovrà imporre tasse gravissime, e siccome
alla fi ne Fil.Prima di tuttosideve ingannareilgo verno per farlo spendere
come un matto e butlare iquattrini da tutte le parti, inducen dolo a fare tutti
gli spropositi possibili e a scegliere tuiti imodi di amministrazione più
rovinosi e più dispendiosi. dei conli le tasse si pagano sempre da chi ha,il
denaro delle tasse levato per forza a chi ba >, anderà naturalmente in mano
di chinonba, conchela diffusione dei beniver rà egregiamente
aiutata.Secondariamente poi con questo scialacquo del pubblico denaro, e con
questo scorticamento dei benestanti si dif fonderà immancabilmente il
malcontento nel popolo,e la filosofiaci avrà un gusto matto, perchè di un
popolo scontento si fa presto a faroe un popolo liberale e ribelle. Avele ca
pito,signora Proprietà? Pro. Ho capito a meraviglia, e passate ad
un altro precello. Fil. Il secondo precello filosofico consiste in questo, che
bisogna stabilire nello Sta. to un diluvio veramente spaventoso d'impie gati
ancorchè sieno inutili e non debbano far altro che grattarsi la pancia e
divorare la so stanza della nazione.Più ce ne sono e più bi sogna amniellerne;
e invece di pigliare a calci nelle natiche tulta quella canaglia che asse-, dia
le anticamere, perchè si oslina a voler vivere nell'ozio e nella opulenza a
spalle dei mincbioni, se gli impieghi non bastano per contentare lulli questi
parassiti bisogna crear ne degli altri.Fra i postulanli poi sidevono sempre
preferire i più indegni, i più asini e i più lemerari, e così si deve correre
ra pidissimamente verso la diffusione universale dei beni, e verso il
perfezionamento filoso fico della civillà. Cer. Quelli però che governano lo
Stalo non si contenteranno che venga così manomesso e saccheggiato . Fil. Messo
in molo una volta l'appelilo de. gli ingordi e dei poltroni, diffusa l'idea che
tulli gli sfaccendali e spiantali devono mantenersi a carico dello Stato, e
rotto l'argi ne al torrenle scandaloso delle raccoman . dazioni, igoverni e i
ministri del governo verranno strascinati da quella piena, e non potranno più
impedire l'assassinio di tutte le proprielà e ladiffusione dei beni.La più
bella di luttesarà poi,cbe quellistessi,iqualide clamano contro questo
disordine e sono vera 108 mente affezionati allo Stato, daranno
mano al l'assassinio economico dello Stato. Imperciocchè tutli i grandi hanno
la loro affezioncella pri vata,ed hanno qualcheduno che li mena pel paso sicchè
in gražia della affezioncella e del condottiere nasale, lulli metteranno avanti
qualche loro protello, tutti diranno che quella è la eccezione della regola, e
tulli"daranno mano perchè la pubblica finanza si dilapidi sempre di
più.Costui dovrà essere provvedulo perchè altempo delle rivoltenonsi è rivol
tato, e colui che si adoperò per fare una ri voluzione deve essere provveduto,
acciocchè non simaneggiper farneun'altra;questode ve essere impiegalo perchè
furono impiegali ilpadre,ilnonno eilbisnonno,e lasua fa miglia ha acquistato il
privilegio di vivere a spalle del pubblico, e quello devee ssere impiegato
perchè non ebbe mai niente, e non è dovere che nel giorno della cuccagna un
galantuomo rimangacoldenteasciulto.Ilme rito dell'individuo e il bisogno dello Stato
non dovranno contarsi per niente; le petizioni, i clamori e le raccomandazioni
assordiranno l'aria; il ministero non saprà più dove dare la testa,e le
sostanze di chi ha anderanno per amore o per forza, a depositarsi nella pan cia
di chi non ha. Pro. Vedo bene che questo sarà un ottimo metodo per operare la
diffusione dei beni, o sia per assassinare le proprietà del pabbli co e dei
privali;ma se mai la multiplicazione inutile degli impieghi non bastasse per sa
- tollare l'ingordigiadi tutti gli infingardi e sfacciali, non vi sarebbe
qualche altro modo da contentare questa povera gente ? Fil. Sicuramente che ci
è un altro modo ancora più efficace del primo, e questo con siste
nell'acconsentire senza riserva a tutte le invereconde domande delle pensioni e
delle giubilazioni. Appena un impiegato vuole ri tirarsi a casa per vivere da
vero poltrone, e produce l'altestato di un medico per provare che patisce di
pedignoni ; ovvero di raffred dori, non importa che quel pelulante abbia
prestato un servizio di pochi mesi,non im porla che sia un giovanotto, ovvero
un uomo sano e robuslo ; e non importa che lascian do un impiego per mentita
impotenza, assu ma poi sfacciatamente altri incarichi più la boriosi dei primi,
ma subito sideve m a n darlo a casa accordandogli la giubilazione ri chiesta,
con che si ottiene il doppio vantag gio di sprecare quella ginbilazione, e di
avere un posto vacante per provvedere un altro pro tello affamato.Le mogli
poidegli impiegati, i figli degli impiegati, le sorelle degli impie gali,le
mamme e le nonne degli impiegali, gli amici e le amiche dei grandi e dei con
dottieri nasali dei grandi, e sino le zitelle, le vedove e le vecchie,
pericolate, perico lose, e pericolanti, tulli e tulle devono ave. re una
pensione veramente sprecata,e lulli devono vivere a spalle dello Stato.E avver
tite bene che secondo gli stabilimenti della fi losofia i salari degli impieghi,
e le pensio ni,e legiubilazioninondevono ridursiapic cole cose baslevoli
soltanto a mantenere la vila nella frugalilà,ma gl'impiegati,igiubilati, e
i pensionati devono sguazzare e scialare, d e vono andare in carrozza o almeno
in carret tella, e devono fare i fichi in faccia ai po veri contribuenti
annichiliti e distrulli per la diffusione filosofica dei beni e della
proprietà. Pro. Questi sono gli stabilimenti veramente grandiosi e giganteschi,
e ci voleva proprio un Ercole per immagioare un modo così pron lo per
sconquassare da capo a fondo la pro prielàe mandareperariauno stato.Suppon go
che basteranno queste pratiche e che non avrele altriprecelli da darmi per
operare la diffusione dei beni. Fil.Questi metodi sono senza dubbio effi
cacissimi;ma sitrovaancoraqualchealtra ricelta per arrivare più presto alla
dirama zione e livellazione filosofica dei beni,o sia al disfacimento generale
della proprietà. Una tassa, per esempio, pazza e spropositata per le funzioni e
le competenze dei notarie dei pro curatori servirà a maraviglia per disossare a
poco apocoilitigantifacendo passareleloro sostanze nelle tasche dei difensori,
e ridurre isignori a piedi mandando incarrozzaino. tari,gli avvocali e i
coriali; e così di mano in mano vi anderd dando aliri non meno giovevoli e
preziosi suggerimenti. Fraltanto vi raccomando di non perdere di occhio le
casse di risparmio, le quali oggi sembrano una cosa da niente, ma coll'andare
del tempo potrebbero essere di grande uso permettere il mon dosottosopra
mantenere il livellamento sociale. Fil. Sicuramente;equantunque l'artifi
zio sia un poco sollile,potevate sospellarne, vedendo tanto raccomandate queste
cose dai raccomandatori perpetui della filosofia. Udite. mi, siguor Cervello, e
imparate come pen sano quelli che hanno cervello.Idenariche si vanno
depositando dalla plebe nelle casse di risparmio non devono tenersi morti in
quelle casse, m a devono investirsi dandoli a frullo con le convenienti
ipoteche sopra le sostanze possedute dalla proprietà, perlochè ogni b a iocco
depositato nella cassa da un ciallrone diventa un debito della classe dei
propriela rii verso la classe dei cialtroni. Finchè sare mo nei principi gli
effetti di questa mano vra non saranno sensibili,ma quando lecasse di risparmio
avranno un capitale di più m i lioni, e saranno creditrici di tutti i proprie
tari e ancora dello stato, allora si manife steranno le forze di questa nuova
occulta p o tenza,allora si vedranno compenetrale in quel le casse tulle le
proprielà, e allora si toc cherà con mano che la classe dei ciallroni è
diventata la vera padrona delloStato.Soccor. rere adunque i poveri con
elemosine propor zionate, stabilire imonti d'impreslito per aiu. larli nei loro
bisogni,e ricoverarli nell'ospe dale quando languiscono infermi, queste sono le
opere della prudenza e della carità; ma dichiararsi i fattori e gli economi di
talli i pezzenti, aprire un salvadenaro ovvero una Cer.Come!ancbe lecasse
di risparmio so no un mezzo filosofico per arrivare alla dif fusione dei beni
? a banca per il moltiplico di tutti i mezzi ba iocchi risparmiali alla
bellola ovvero rubati nelle bolteghe, e aiutare la feccia della plebe, perchè
monti a cavallo sul collo delle clas si elevate e diventi formidabile agli
stessi go. verni, questo è propriamente secondo la dol trina della diffusione
del potere e dei beni, ed è la vera quintessenza della filosofica malignità.
Cer. Confesso il vero che mi avele sor preso, e non credeva cbe la filosofia la
sa. pesse tanto lunga, e pensasse di assassina re il mondo anche sotto pretesto
di fare la carità ai poverelli. Ma in conclusione quali saranno i vantaggi
sociali che proveranno da questa dilapidazione universale della proprie tào
vogliamodiredalladiffusionedeibeni? Fil. Compare mio,chiunque sitrovaco. modo
non cerca di mutar posto, 3 e così quelli che stanno bene ed hanno molto da
perdere non sono mai gli amici delle ri volte. Inoltre le ricchezze acquistate
onesla mente e stabiliteda più generazioni nelle fa miglie nobili e benestanti,
rendono per l'or dinario ereditarie in quelle famiglie la buo na educazione e
la buona morale, il deside rio dell'ordine, l'altaccamento al governo e la
considerazione del popolo; e perciò finchè quelle famiglie non sarannoavvilite
e degra date dalla miseria, sarà sempre difficile sol levare il popolo, sovvertire
l'ordine, distrug gere i governi e corrompere totalmente la moralee icostumi della
nazione. Quando però tutte le proprietà sarango livellate, o per meglio
dire quando lulli isignori saranno spiantati; quando le famiglie patrizie e le
classi superiori ridotle incamicia saranno diventate il ludibrio dei mascalzoni
; quan : do sarà scomparsa ogni idea di dignità e di rispello; quando tutti o
quasi tulli a. vranno da guadagnare nei torbidi e nei su surri e quando infine
tolta la barriera della ricchezza e della nobillà, o vogliamo dire tolta la
barriera della aristocrazia, le sassate della plebe potranno arrivarea diril
tura alla'cervice dei re, allora tulto il mondo sarà un perpétuo bordello, sarà
più faci le fare una rivoluzione che cambiarsi un v e stilo, e le gloriose
giornate saranno sempre a libera disposizione della filosofia. Questo e non
altro è quello che si cerca procurando la diffusione dei beni, o vogliamo dire
l'as sassinio di tutte le proprietà. Fil.Capisco quello che volele dire,
ma Cer. Certo che I vostri proponimenti no veramenti giudiziosi e benefici,ed
il ge nere umano vi deve essere sommamente ob bligato che lo abbiate acconciato
per le fesie ; ma in ogni modo levale le proprietà ai possessori presenti
passeranno in di altri; a poco a poco si formeranno altre ricchezze,sorgeranno
nuove famiglie, si costi tuiranno di nuovo le classi distinte e l'aristo
crazia,e ladiffusionedeibeni,ossial'assassi nio filosofico della socielà, non
potranno es sere permanenti e durevoli, perchè l'egua glianza delle proprietà è
in opposizionecon gli ordinamenti della natura. sfasciata da capo a fondo
una casa ci vuole il suo tempo per edificarla di nuovo, sì quando avremo
subissata ben beno la società, non si polrà riorganizzarla in un giorno ; e ci
saranno disordini e pianto per tutti quelli che vivono e per i figliuoli di
quelli che vivono. Sterminate le famiglie il lustri e potenti, degradate le
educazioni e i costumi, distrutte nelle menti del volgo le idee e le abiludini
del rispetto, tolte le proprie là agliattuali possessori per metterle nelle
mani degli usurai, degli ebreie deipidoc. cbiosi arriccbiti, e consegnato il
dominio del mondo all'arbitrio dei sanculotti, non baste ranno cent'anni per
ristabilire le cose, e la filosofia non avrà fatto poco se avrà polulo
assicurare il bordello, il susurro, e la m i seriadi un secolo.Quanto poi ai
secoli successivi, speriamo,che anch'essi avranno iloro filosofi, e non
mancherà chi pensi alla futura prosperità del mondo. Orsù dunque,madama
Proprietà, ci siamo iplesi. Entrate allegra mente nel mio paese, soltoponetevi
ai miei be nefici regolamenti, e ricordatevi che nel re gno
dellafilosofiasidevelavorare con lemani e coi piedi per la diffusione dei beni
e delle proprietà, o sia per assassinare tulle quante le proprielà. La
Filosofia, il Cervello, l'Insegnamento e l'Incivilimento. Fil. Ecco altre
persone che si avvanzano per venire a stabilirsi nella nostra cillà. Cer. Chi è
colui che finge di sludiare e tiene il libro a rovescio? E chi è quell'altro
talto smorfie e vezzisguaiati che rassembra un maestro di ballo? Fil. Questi
sono l'insegnamento e l'incivi limento ; sono fratelli carnali, e amici tan to
sviscerali che non vanno mai uno senza dell'altro. Cer. L'insegnamento
el'incivilimentouna volta erano persone di garbo e godevano buon nome, ma
bisogna dire che l'aria del paese della filosofia abbia la prerogativa di
corrom pere tulle le cose buone, perchè questi due cbe si avanzano hanno la
cera d'impostori e birbanti. Fil. Al contrario:questisonoilfiorede' galan l’uomini
e senza di essi non si potrebbe stabiliregiammaiil regno della Filosofia.Ve
nite avanti, signori, facciamo i nostri patti, e poi andale subito ad
ammaestrare ed inci vilire i Popoli della mia nuova cillà. L'Ins. Parlate
pure perchè noi siamo pron . fi ad eseguire tulli i vostri comandi. Fil. Prima
di tulio bisogna incomincia re dall'insegnamento, giacchè la diffusione de lumi
è quella appunto con cui si olliene Fil.Dibò,oibo.Tutti
vidico,tuttiquanti sonogliuomini, tüllidevonoessereammae strati e civili. Cer. Ma,echicifarà
poilescarpe, Fil.Oh bella! nel nostro paese come in tutti gli altri ci saranno
i calzolari, i cuochi, e i facchini. Cer. E pretendete che gliuominiinciviliti
e genlili si preslino volentieri agli uffizi bassi della società, e che anche i
guatleri, i cia vallini e i mozzi di stalla debbano essere fi. losofi,
letlerati e dottori ? Fil. Tant'è; questo è il voto prediletto della filosofia,
e senza questo non si può archi scoperà le strade, e chi attenderà alla cucina?
la diffusione della civillà.Voi dunque, signor Josegnamento, dovete mettervi in
testa d'in segnare a tutti di rendere tulti eruditi, let terati e saccenti, e
di fare in modo che non ci resti un solo ignorante e sempliciano in talla la
nostra filosofica dominazione. Cer: Piano un poco, madonna Filosofia, Voi
vorrete dire che si ammaestrino e si coltivi no nelle scienze tutti quelli che
dalla natura, dallalorocondizionee. Dagli ordinamentiso. ciali sono destinati a
trarne vantaggio e di letto per se medesimi,e a rendersiutilicol
lorosapereallasocietà; ma quantoalleclassi del basso volgo che la natura e
lacondizione destino agli esercizi rustici e grossolani, que stinon vorrete che
apprendanoquelledottri ne le quali non servirebbero ad altro che a renderli
oziosi,indocili e scontenti diseme desimi, e gravosi e molesti agli
altri. rivare alla diffusione generale dei lumi,e al
l'incivilimento universale del mondo. Cer. Facciamoci a parlar chiaro. Qualora
si giungesse ad ottenere questo incivilmenlo universale tanto raccomandato dai
vostri scon siderati seguaci, qual utile ne verrebbe per un grandissimo numero
d'individui, e qual utile ne verrebbe per tulto il corpo sociale? Fil. A dirla
schiella per moltissimi indivi dui sarebbe meglio restare nella loro rusticità
e semplicità, giacchè una infarinatura di dot trina non può servire ad altro
che ad empir- ' gli la testa di errori e a renderli scontenti del loro basso
stalo,e così la società in generale sarebbe più tranquilla col suo popolo di
vil lapi ignoranti, e col suo popolo di artegiani contenti di sapere quanto
basta al rispellivo mestiere.Quello però che conviene agli indi vidui e alla
società non conviene alla filoso fia, la quale vuole il movimento e non vuole
la quiete, vuole il susurro e lo scandalo, e non l'ordine e la tranquillità. Se
predicando l'incivilimento e la collura tutti gli uomini potessero giungere
alla vera sapienza, che con siste nella cognizione della verità e nel do. minio
dellepassioni;ecosìsepotesserogiun gere alla vera civillà cbe consiste nella m
o rigeratezza dei costumi e nella custodia dei modi convenevoli al proprio grado,
la filoso fia non vorrebbe saperne niente e prediche rebbe contro la diffusione
dei lumi e della ci viltà. Siccome però è certo che la grande plu ralità degli
uomini non arriva alle perfezio ni, e che ostacoli insormontabili naturali
e civili si oppongono alla troppa diffusione dei lumi e della civiltà, così
è certa che la propagazione smodera la dell'ammaestramento e dell'incivilimento
empirà il mondo solamente di mezzi dolli, di scioli, di sapulelli teme rari e
presuntuosi, iqualiappunto ci voglio no per secondare la grand'opera della
filoso fia.L'uomo grossolano e di buona fede crede più al curato che alle
pappole dei liberali,e rispellando e temendo il sovrano non pensa, neppure
quando si trova ubriaco, di essere esso stesso un sovrano.Chi non sa leggere o
non presume un poco di letteratura e di ci villà non legge le gazzelte e non
modella il suo modo di pensare sui giornali e sui liber coli della propaganda; e
senza le gazzelle, senza i libercoli e senza igiornali,come si rendereb bero
fuoridimoda iprecettideldecalogo eil calecbismo del Bellarinino ? e dove si
trovereb bero gli uomini e le sassale per atlerrare le croci, per
abballereitroni,eper fareleglo riose giornate?Vedete dunque,carocompare
Cervello,che la filosofia non opera senza cer vello, e che sa ben essa cosa
vuole quando predica la diffusione dei lumi,e della civillà. L'Inc. Orsù, non perdiamo più tempo perchè io
muoro di voglia d'incominciare la mia missione, e di andare a diffondere i lumi
e la sapienza del secolo. Ditemi piutlo sto quali scienze vi piace che vengano
inse goatea preferenza, equalilibricredeleme glio adattati per affascinare la
mente e cor rompere il cuore della gioventù. Fil. Quanto allescienze, generalmentepar: L'ins.
Ho capito bene quanto alle scienze e lasciatevi pure servire;e quanto ai libri
co me dovrò regolarmi? Fil. Tutti i libri che mettono in ridicolo i preti, i
frali, la chiesa e le pratiche della chiesa;tulli quelli che parlano contro
l'aulo rità del Papa e dei principi; e lulti quelli che trattano scopertamente
ovvero copertamen. te di materie scandalose e lascive lusingando lando, potete
secondare il genio dei giovani, purchè avvertiate sempre di oscurargli la verità
e di allerare nel loro cuore igermi della virtù. Parlando poi specialmente, le
vostre lezioni più frequenti devono essere sulla m e tafisica e su i dirilli
dell'uomo, le quali scienzc adoperate dalla filosofia liberale riescono
benissimo adattate per diffondere le dollrine dell’empielà e per suscitare lospiritodellale.
merità.Sevoinon capilenientedimelafisica, importa poco; purchè viriesca d'imbrogliare
la testa dei vostri allievi,di farli dubitaredi
fattoediridurlianonsapere,seilmondo fu l'opera di un essere necessario, ovverouscì
dai vorlicidelcaso, comeesconoilerniele cinquine del lotto e se essi medesimi
sono animali viventi, oppure ciolloli del torrenle o ravanelli dell'orto. Così
se di dirillo natu. rale e civile non ne sapele un acca, queslo purenon importa
niente, purchèivostridi scepoli ubriacali coi vostri sofismi rimangano persuasi
che la ragione delle genti consiste nella libertà, nell'uguaglianza,nella
sovrani tà del popolo e nel diritto sacro d'insorgere contro i re e di fare le
gloriose giornate.L'Ins. Ho capito tutto a meraviglia, e vado subito a mettere
in pratica le vostre lezioni. Immagino poi che l'ammaestramento dovrà farsi
sempre in lingua volgare. Cer. Come ! Nelle scuole filosofiche non si dovrà più
usare la lingua latina? Fil. Signor no che non si deve usare, per chè questa
lingua già morta è stata abiurata e ripudiata dalla filosofia,e a poco a pocoè
d'uopo sbandirla affallo non solamente dalle scuole, madatutto il commercio
letterario sociale.Che ragioni avele voi,compare Cervello, per desiderare che
venga conservato l'uso della lingua latina? gli appelili e scatenando la
furia delle pas sioni, tutti questi libri generalmente grandi
epiccoli,inversieinprosa,anlichiemo derni, lulti sono altrettanti evangeli
della filosofia, e lulti vi serviranno meravigliosamente per diffondere i lumi,
per incivilire la società, o sia per ridurre iullo il genere umano una massa
abbominevole di corruzione.Per re golarvipoineicasi particolari voi dovete
scegliere un buon giornale letterarioilqualesia scrillo con erudizione e con
grazie per ac cappiare meglio imerlolli,ma ildicuivero fine sia la
rigenerazione filosofioa, o voglia mo direl'assassiniodel mondo. Alloraandate a
colpo sicuro e non polele sbagliare,perchè è quasi impossibile che un libro
lodato da quel giornale non abbia il suo veleno e non possa servirvi in qualche
modo a sollecitare il pervertimento degli uomini. Fil. Questo già s'intende
senza nemmen o parlarne . Cer. Le ragioni che raccomandano la con servazione e
l'esercizio della lingua latina sono mollissime, mavenericorderòdue princi
pali,le quali dovranno venire riconosciule da chiunque non abbia ripudialo
l'uso della ra gione. In primo luogo la lingua latina, essen do la lingua della
chiesa e delle scienze, vie pe inseguata e diffusa in lullo il mondo, serve a
legare tutle le nazioni del mondo coi vincoli religiosi e letterarî, civili,
commer ciali e sociali. Perciò sbandire l'uso di questa lingua universale e
comune sarebbe lostesso che rinnovare la confusione di Babele, e lo gliere alle
nazioni il modo d'iolendersi l'una con l'altra ut non audiat unusquisque vocem
proximi sui. In secondo luogo è necessario appunto l'uso di una lingua morta per
custo dire le tradizioni, i monumenti e le opere delle lingue viventi,perchè
quella si conser va sempre immutabile,passando direttamente dagli scrilli dei
nostri anlichi padri fino al l'intelligenza nostra e alle nostre calledre, lad
dove le lingue volgari regolate dalla moda, allerale dal mescolamento di voci
nuove 0 straniere, e logorate e guastale dall'uso, si mulano e
s'invecchiano giornalmente,ebasta il corso di pochi secoli per soltrarle
all'intel ligenza comune.Di falli mentre tulli glisco lari intendono il latino
di CICERONE (vedasi) e le opere scritte in LINGUA LATINA dieci secoli addietro
dagli italiani, dai francesi, dai goli e dagli arabi, i libri scritti in LINGUA
ITALIANA e in francese sei o sette secoli addietro sono diventali arabici e
golici, e non si possono intendere senza distil ė Fil.Ma
noncapitechelalingualatinac'in comoda precisamente per questo, e che vo gliamo
levarcela di altorno appunto, perchè è la lingua dei preli e della chiesa ?
Finchè quel corpo gigantesco della dottrina ecclesia stica resterà in piedi,
vantando diciotto se. coli d’inalterata antichità, i preti e i frati, i vescovi,
i papi e i cristiani ce lo sbatte ranno sempre sul viso ; le dottrine della
filosofia saranno sempre subissatedaquellamas sa; e gli eretici e i filosofi
liberali verranno sempre riconosciuti come apostati e disertori dalla dottrina
dei padri e dalla luce della ve. rilà e della ragione. Quando però la lingua
latina non sarà conosciuta più da nessuno, e quando la bibbia e l'evangelio, la
collezione dei concili e delle decretali, e la bibliotheca patrum avranno
servilo per accendere il fuoco e per involtare il salame, allora saremo tulli
del paro; la parola di un prele edi un papa varrà quanto quella di un filosofo
liberale, e allora si potrà liberamente rigenerare il mondo secondo il gusto
della filosofia. Cer. Non può negarsi che l'angelo della malizia non vi abbia
dato un suggerimento larsi il cervello è senza il soccorso malsicuro dei
commenli. E sevenissedisprezzatoequasi eli minato l'uso della lingua lalina,chi
garanti rebbe l'autenticità e l'intelligenza delle scrit ture divine ? e cosa
diventerebbero i canoni dei concili, i placiti dei pontefici, le opere dei
padri e dei dottori, e tutto il corpo a u gusto e maraviglioso della dottrina
del cristia nesimo ? giudizioso e veramente da suo pari, ma in primo luogo è
assicurato dall'alto che le po lenze alleale dell'inferno e della filosofia non
prevaleranno contro la chiesa e contro le dot trinedellachiesa, e in secondo
luogoi go verni conoscendo l'ulililà della lingua latina e sospettando sulle
trame della filosofia non permetteranno mai l'espressa o tacita abolizione di
quella lingua. Fil. Non sapete che i governi si lasciano menare per il naso, e
che con lutti gli edilti e con tuttele scomuniche il regime degli stati resta
sempre a disposizione dei liberali? An zi in questi ullimitempi on governo il
qua le più di tutti gli altri dovrebbe essere in leressato a sostenere la
lingua latina l'ha discacciata dai tribunali dove aveva regnalo pacificamente
per due dozzine di secoli,e con ciò le ha dato un grande incamminamen lo verso
l'ultima sua rovina. Cer. Questo certamente è stato un passo falso carpito
dai clamori dei liberali e da quel maledetto giusto mezzo nazionale e
straniero, che presume di salvare la casa aprendo la porta ai ladri :e una tale
concessione rub bata dalla violenza e falta contro la volontà, è appunto una di
quelle riforme che bisogna guastare, se non si vuole che l'ardire della
filosofia e i danni religiosi e sociali diventino sempre maggiori. Siateperòcertachepo
co prima o poco dopo le ossa si rimelteran no al loro poslo, la lingua lalina
sarà rista bilita nei tribunali, e con questo neppure i litiganti faranno
nessuna perdita, essendo indifferente per essi che gli alli
giudiziali si facciano in volgare ovvero in lalino. Fil. Credete forse che i
liberali non lo co noscano e che vogliano la lingua volgare nei tribunali per
l'interesse e per ilcomodo dei litiganti? I litiganti stannoin mano degli
avvocati e dei procuratori come gli ammalati stanno in mano dei medici e degli
speziali ; e siccome per gl'infermi è lull'uno che le ricelte sieno scritte in
latino ovvero in vol gare, giacchèin qualunque modo bisogna che prendano il
beverone sulla parola del dot tore e sulla fede del farmacista, così litiganti
è lo stesso che le citazioni e le cause si scrivano nell'una ovvero nell'altra
lin. gua, giacchè alla fine dei conti devono sem . pre fidarsi dei loro
difensori e dei loro cu riali. Abbiamo però altre buone ragioni per desiderare
sbandita la lingua latina dal foro : Fil. La prima è quella ragione generale di
cui già abbiamo parlato,giacchè tollialla lingua latina i tribunali si toglie a
questa lingua il cinquanta per cento della sua importanza e della sua
familiarità, si rende sempre più sconosciuta e straniera,e si spin ge a gran
passi verso il suo totale deperi mento. L'altra poi è quella di dilataremag
giormente l'incivilimento aprendo la carrie ra forense, l'accessoai tribunali,a
e tutti gli impieghi giudiziali a qualanque sortadim a scalzoni. Imperciocchè
dove gli alti giudi ziali si faranno sempre in latino, dove ico. dici e i
commentari saranno scrilti in la per i Cer. E quali sono queste ragioni?
tino, e dove il foro sarà chiuso per chi non ha sludiato
illatino,icursori,iprocuratori, i curiali, gli avvocati e i giusdicenti nelle
proporzioni rispettive avranno sempre un poco d'educazione e di
dottrina,saranno per sone bennale e non saranno ciallroni cavali dal fango, e
somari calzali e vestiti.Quando però sarà levato l'ostacolo insormontabile di QUELLA
LINGUA, gl'impegni, le protezioni e la cabala faranno il resto; il foro, i
tribunali e le sedie del pretorio saranno aperte a tutti gli asini e a lulli i
facchini;e la piena del l'incivilimento correrà senza ritegno a diffon dersi
sopra tulla quanta la canaglia sociale. Vedo già, compare Cervello, che le mie
ra gioni vi hanno lasciato a bocca aperta,e per cið senza altre chiacchiere,
voi signor Jo segnamento, andate a prostituirvi in volgare nella città della
filosofia, e a diffondere spie tatamenteilumie la peste sopra tutteleclassi del
popolo; e voi signor Incivilimento, venite avanti a ricevere la vostra lezione.
L'Inc.Eccomi a ricevere le vostre istruzioni e i vostri comandi. Fil. Prima di
tutto dovete avvertire di non lasciarvi sedurre dal vostro nome, persuaden
dovi, che la civillà di adesso non deve essere come quella di una volta, e che
l'incivilimen. tonel regno della filosofia ha da essere ilfra. tello carnale
dell'insegnamento,regolato secon do i precetti della filosofia.
L'Inc.Spiegatevi pure chiaramenteenon mi allontanerò dai vostri precetti. Fil.
Una volta adunque la vera civiltà con. e L'Inc. Ho capito
benissimo,e non dubitate che sarele servila. Fil. Inoltre una volta la decenza
e la m a gnificenza del portamento e del vestiario era no l'indizioelagaranzia
dellaciviltà,ma oggi la decenza e la magnificenza non le vogliamo più, e la
civillà presente deve consistere nel ripudio della decenza e della
magnificenza. Per ciò accreditate pure la moda e lasciate pure
cheigiovaniconsuminoiltempoeildenaro, sludiando sul figurino e riformando il
vestito una volta per settimana,ma quando si viene alla conclusione, un'abito
d'arlecchino, una balla di pelo sul volto e un sigaro nella bocca sieno sempre
il vestito di gala e il gran co slume accreditato dalla civiltà. L'Inc. Ho capito
anche questo e non dubi tate che sarete servita. Fil. Per ultimo,una volta il
modello della civillà erano le corli e igran signori,e ipro.
sistevanell'onesláen el pudore;maoggique ste cose non servono, e al più si deve
con servare l'apparenza dell'onestà e l'affeltazione del pudore. Percið
scansate con qualche cura le inverecondie sfacciate e i discorsi d'oscenità
dichiarata e brutale, predicando per lutti gli angoli che queste riserve sono
il frutto della civiltà, m a rendele poi familiari negli scritti e nei
trattenimenti sociali le allusioni impu diche,ifrizzilascivi,ledanze
seducentiei sali e i motteggi dell'empietà, e queste allu sioni e
questifrizzi,questi motteggi e queste tresche siano per opera vostra il vanto e
il diletto delle più colle e delle più civili società. L'Inc. Hocapito
tullo,vadoaservirviin tutto,efrapocotuttoilmondodivenleràuna gran beltola per
opera della civiltà. Fil. Andate pure, e vi accompagnino cou
lelorobenedizionituttigliangeli custodidella filosofia. N Cervello, la Filosofiae
il Cullo. Fil. Cosane dite,compareCervello?Mi pa re che la nostra fondazione
vada riuscendo a meraviglia, e che la città di Filosofopoli non sarà scarsa di
abitatori. Cer. Credo bene, che coi privilegi accordati dalla filosofia, nel
suo paese non ci sarà scar sezza di cilladini;ma sospello che una selva gressi
dell'incivilimento spingevano ad imitare i modi e le costumanze dei grandi, ma
oggi la civiltà deve consistere nel giusto mezzo, e l'incilimento deve
esercitare il doppio uffizio di esaltare gli umili e di umiliare sempre i
superbi. Voi dunque, andando sempre contro natura,dovele mettere in
tuttiifacchini la vo. glia e la superbia d'imilare i signori, e d o vele
meltere in tutti i signori il prurilo e la viltà d'imitare i facchini, siccbè
queste due estremità sociali s'incontrino nei caffè e nei bordelli, passeggino
a bracciello nelle strade, e avvicinate e amalgamale2,per opera vostra
costituiscano una sola famiglia filosofica,o vo gliamodire,una sola canaglia
sociale.E que. sto è il risullato definitivo cui devono sempre mirare la
diffusione dei lumi e della civillà. abitata dagli orsi sarebbe meglio di
una città regolata con questi principi e conqueste leggi. Fil. Non lo conosco
neppur io,e dubilo che sia qualche mallo,ma adessoloconosceremo. Galantuomo
venite avanti, e dile chi siele e che desiderate. Fil. Cosa sono tutti quegli
imbrogli e tutte quelle vesti nelle quali siele imbacuccato ? Fil. Voi vi
ostinale apensare all'antica, mi la grandissima meraviglia che il n 1 0 vo
pensare del mondo ancora non vada d'ac cordo col cervello.Noi per altrofaremo
tan to e diremo tanlo finché a poco a poco an che il Cervello perderà le sue
abitudini di una volla,enon glidarà l'animodivederelecose con altri occhiali
che con quelli della filosofia. Jilanlo atlendiamo a quelli che seguitano a
presentarsi per entrare nel nostro regno. Cer. Cbi sarà mai costui ilquale
siavan za foggiato in tanti modi, e ammanlalo con lanta varielà di vestiti che
si prenderebbe per un buffone ovvero per una cortegiana? Culto. Io sono il
Culto e vengo a prendere servizio nella vostra nuova cillà. Fil. Veramente i
veri filosofi non sanno che farsi di voi,e quando il mondo sarà lullo il
luminato polrele cercarvi un alloggio nel di zionario della favola. Finlanlo
però che non si olliene una vittoria intiera contro i pregiudi zi volgari vi
terremo come un servitore pro visorio,eservireleper trastullareilpopolo e per
fare ridere le persone civilizzate. Culto.Giacchè oramai per me non sitrova di
meglio, bisognerà contentarsi di questo, e verrò provisoriamente al vostro
servizio. Cullo. Sono gli ordegni,e gli abili del mio mestiere, eliboportati
di diversesorteper adaliarmi a quel Culto che vorrelé stabilire nel vostro
paese. Fil. Quando è così avele falto bene a por tarvi una bottega di ordegni e
un guardaroba di paludamenti,perchè nella città della Filo sofia deve esserci
libertà amplissima per tutti i culti. Cer. Come! Nel vostro paese voleleammel
terci tolti i culii ? Cer. Perchè la veritàèunasola,emet terla del pari con
l'errore è lo stesso che ri pudiarla. Il Cullo consiste nel professare una
religione enell'osservarne iprecetti,lepra tiche e i riti; e siccome una sola
religione può esser vera e tutte le altre devono essere false, così un solo
cullo può essere sauto e gralo a Dio, e lulli gli altri devono essere
allrellanle imposture e mascherate, ridicole agli occhi degli uomini e
oltraggiose alla maestà di Dio. Fil. Per adesso non ho voglia di entrare in
discussioni di leologia e di scandalizzarvi con le doitrine
filosoficheintornoalla religio. ne.Di questoparleremo a suo tempo,ma in tanto
dovele considerare che il fondamento della filosofia liberale è la libertà, che
la principale di tutte le liberlà è quella della coscienza, e che una città
dove non ci fosse la libertà della coscienza e del culto non p o
Fil.Giàsisa, olullio nessuno.Percbè si dovrebbe usare parzialilà e sceglierne
uno. facendo torto agli altri ? trebbe essere la citla della
Filosofia. Orsù dunque, signor Culto, entrate pure nella mia residenza con
tutti i vostri ordegni e con tutti i vostri vestiti: credele quello che vi
pare, operate come vi pare, e incensate quel che vipare,che ditutto questo ame non
im porla niente. Cul. Quando è cosi vengo subito ad inca sarmi nel vostro
slalo,e vi conduco tutto il mio seguito. Fil. Chi è tutta questa gente dalla
quale siele corteggiato? Cul. Sono tulte persone di diverse religio
pi,didiversiculti,lequalivengonoago dere i vostri favori, accettando la
tolleranza e la libertà. Falevi avanti signori un pochi per volta, e venile a
ringraziare la signora Filosofia e a dirle qualche parola sulle vo stre
rispettive dottrine. È giusto che essa sappia che venite a fare in casa sua.
Fil. Queslo veramente non è necessario, percbè nei paesi della filosofia ci è
il datur omnibus, e ciascheduno può fare di ogni er. ba un fascio. Nulladimeno
questa specie di rassegna ci servirà per ridere come le vedu te della lanterna
magica. Chi siele dunque voi cbe venite avanti di tutti ? Tur. lo sono un turco,
e la religione dei turchi è la più comoda di lulle. Pensiamo a mangiare a bere
e dormire, e per l'avveni resaràquelchesarà.Intantoviviamo vo luttuosamente nei
nostri serragli, come vi vono i galli nel pollaio e i becchi nel peco rile, e
la dollrina del padre Maometto ciassicura che troveremo pollaie pecorili ancora
nell'altro mondo, e che l'abbondanza delle galline e delle pecore sarà il
guiderdone del. la virtù. Fil. E pure, compare mio,questa mi sem bra una
religione più comoda e più giusta di tulle le altre. Anzi a dirla schietta,
questa, poco più poco meno, è la religione dei fi losofi liberali, i quali non
sanno capacitarsi, perchè non debba essere accordata alli due sessi del genere
umano quella libertà che si godono ibruti animali. Esaminate pure e analizzate
quanto volete le doltrine e i sofi. smi del secolo illuminato, il libertinaggio
animalesco libera è il compendio di lulti i voti e lo scopo principale del
liberalismo. Per questo mondo un pecorile o vogliamo dire un serraglio, e per
l'altro sarà quel che sarà: in quesso consiste tutto l'evangelio della filosofia.Voi
dunque,signor Turco mio caro, entratepurenellamia nuova cillà, esercitatevi il
vostro culto liberamente, e non dubitale che i pollai, i pecorili e i porcili
non saranno mai perseguitati dalla fi losofia. E voi che venile appresso chi
siete ? Dei. Io sono un Deisla e credo che ci sia un Dio, ma siccome non so
cosa vuole questo Iddio, non m'intrigo nè di culli,nèdi
religioni,nèdicomandamenli,emi vado regolando alla meglio secondo il mio giu
dizio. Cer. Basta non esser bestie per conoscere che questa è una
religioneeuna dottrinada bestie Fil. Anche questa dottrina non mi dispia. ce e
si può accordare molto bene con la fi losofia. Imperciocchè un Dio il quale
cred il mondo per passatempo e poi lo lascia anda re senza pensarci più, e non
gli volge mai nè uno sguardo, nè una parola ; questo Id dio è come se non ci
fosse, si può benissi mo riconoscerlosenzaempirsilatestadipre giudizi, e la
dottrina del Deismo non con trasta con quella del libertinaggio e del pe
corile.Perciò,signor Deista,siateilbeuve nuto con tulli i vostri compagni, ed
entrale pure a stabilirvi vei domini della filosofia. Avanti dunque un altro.
Chi siete? Aleo. lo sono un ateo e non credo all'esistenza di Dio. Non so se il
mondo è elerno ovvero se incomincia casualmente per una combinazione fortuita
della materia; non so se ha durare sempre questo mondo, ovvero se col tempo
prende qualche altra figura, e non so cosa è l'uomo e se finirà di essere
quando finirà di muovere le gambe: ma so che chiudo gl’occhi per non vedere
nell'esistenza degl’esseri e negl’ordini del la natura la mano di Dio, e a
dispetto di tutte l'evidenze e di tutti i raziocini, voglio dire che non c'è
Dio. Fil. Quanto a questo ognuno è libero di credere e di direquello che gli
pare; e inol tre se il Dio dei deisti ha da essere un Dio senza braccia e SENZA
LINGUA come se fosse di s'ucco, l'essere ateo e l'essere deista è una medesima
cosa. Sopra tutto quando la dottrina degl’atei ci lascia il pecorile, o il sarà
quel che sarà, può accomodarsi benissimo colla dottrina della filosofia.
Entrate dunque voi pure a godere la tolleranza e la protezione filosofica, e
venga avanti chi siegue.Chi sie te voi? Ido. Io sono tutto al contrario di
quelli che mi hanno preceduto, giacchè insieme coi miei compagni riconosciamo
un diluvio di divini tà e facciamo professione d'idolatria. Noi a doriamo il
sole e la luna, gli animali, i sas si e le piante; ci facciamo le divinità di
legno e di cocco, e onoriamo con gl’incensi į galli, i sorci e le lucerte, è
fino le cipolle e gl’erbaggi dell'orto, Cer. Comare, questo è un branco
dimatli, e immagino che non vorrele riceverli nel vo. stro paese. Fil. E
perchè no? Questa povera gente non fa nè bene nè male, e se l’idolatria non è
secondo i dellami della filosofia, almeno non riesce molesta alla filosofia.
Anzi al Dio Mercurio protettore dei ladri, nel regno dei filosofi non
mancheranno adoratori, e a quella cara Venere, deessa della voluttà si dovrebbero
erigere altari in luttiicantoni del mondo. Ditemi un poco galantuomo: suppongo
che la morale di tutti voi sarà abbastanza rilasciata, e che contro il
libertinaggio non ci avrete niente che dire? Idol. Potete immaginare cosa
debbano es sere la morale e i costumi dove le divinità sono lavorate nelle
botteghe dei falegnami e degli sloviglieri. Nulla dimeno il fanalismo e
l'imposlura si intrudono per lullo sotto lea p Ris. Noi siamo
riformati e protestanti, lu terani, calvinisti, zuingliani, anglicani, quac
queri, puritani, presbiteriani; insomma fra di noi ci è di ogni sorta un poco,
é veniamo a stabilireinostricolli nella vostra nuova città. Fil. Immagino che
sarete tuiti quanti per suasi di essere una gabbia di matli, e conoscerele che
essendo una sola la verità, la maggior parte almeno di voi altri deve esse re
lontana dalla verità. Rif. Certo che a parlare sul sodo la veri tà non può
trovarsi fuorchè in una sola dottrina, e lo stesso tollerarci che facciamo con
indifferenza uno coll'altro è una prova che siamo tulli quanti fuori di strada.
Per questo se ci mettiamo a predicare e fare i zelanli ridiamo di noi medesimi
e conosciamo di recitare in commedia, ma l'interesse, il comodo parenze della
pietà, e anche noi abbiamo i nostri sacerdoti e le nostre vestali, e abbiamo i
nostri penitenti e i nostri continenti. Fil. Tanto peggio per essi; e poi
ognuno ha i suoi gusti, e noi non dobbiamo inquie tarci se i Bonzi e i Dervis
vogliono digiuna re e scorlicarsi in onore delle loro divinità. Quelle credenze
e quelle pratiche religiose che non disturbano la società devono essere accolte
e protette nel regno della filosofia. Andale dunque tutti liberamente ;
incensate quanto vi pare sorci, gatti, porci e somari, e vivele si cuci della
nostra filosofica fraternità. Adesso venga avanti chi seguita.Che cos'ètutta
que sta turba di gente? Rif. Per ultimo il nostro clero è disinvol. to e
sociale e non intende di rinunziare alle soddisfazioni della natura ;
perlocchè, abbia mo in abbondanza pretesse,curalesse e ve scovesse, e se fra
noi ci fossero il papa e i cardinali avremmo ancora le papesse e le
cardinalesse. Eb. Io sono un Ebreo, e insieme coi miei compagni vogliamo aprire
le nostre sinagoghe nei vostri domini. e l'impegno ci conservano nel
nostro rispet livo partilo, e quanlunque fra di noi venia mo spesso a capelli
siamo sempre d'accordo in quanto a mantenerci disertori dalla Chiesa romana.
Fil. Questo è benissimo fatto, perchè volendo godere i privilegi dell'errore, e
non volendo assoggettarsi alle seccature della ve. rità è d'uopo lenersi
lontani da quella dot tora che presame d'insegnare essa sola la verità. Rif.
Inoltre non abbiamo nè scomuniche, nè frati, nè confessionari, e conoscele bene
che questa è una grandissima comodità per la vila. Fil. Sicurissimamente; e
levato quel tram pino del confessionale, il libertinaggio non si contrasta più
da nessuno, Fil. Bravissimi, bravissimi, e questo si chiama essere cristiani a
buon mercato: pro priamente secondo il gusto della filosofia. Entrale dunque
anche voi col vostro mezzo evangelo, perchè lanto è mezzo quanto è niente, e
venga avanti chi resta. Fil. Senlite, figliuoli miei, nel regno della
filosofia ci deve essere senza dubbio il luogo per lulli,ma voi altri giudei
avevale tanti pregiudizi e tante pretensioni che non so se starele d'accordo
cogli altri, e non vorrei che mi melteste sussurri. Eb. Levatevi pure ogni
dubbio,perchè gli ebrei di adesso non sono più di quelli di pri m a, e anche
noi abbiamo ripudiato Mosè con tulli li patriarchi per arruolarci sollo le in
segne della Filosofia. Ci resta un poco di cir concisione, perchè ce la ficcano
quando non possiamo parlare, ma questa non si vede,e in tull'altro siamo una
vera canaglia, nata fatta per venire a figurare nei vostri paesi. Fil.Questo anderebbebene,
ma intanto puzzatecenlo miglia lontano, non vorrei che facesle venire il vomilo
a lulli i miei popoli. Eb. Neppur questo è vero,perchè oggi nei paesi meglio
civilizzati noi siamo il fiore della nobillà, veniamo ammessi nelle corti,
portiamo titoli e decorazioni, trattiamo fami gliarmente coi signori,e se
volessimo degnar. cene faremmo ancora i nostri parentali coi gran signori.
Fil.Quando è così entrale pure anche voi, fate le vostre sinagogbe,
circoncidetevi a modo vostro,e non dubitale che non vimanche ranno libertà e
protezione nel regno della fi losofia. E voi che siete rimasto cbi siete ? Cat.
Io sono un cattolico, e insieme coi miei compagni desideriamo di professare
li 137 e per ultimo Cat. Eperchèmaiinunpaesedovesifa professione di
ammettere tutte le religioni e tulli icalli, la sola religione cattolica dovrà
essere esclusa? Fil. Perchè voi altri cattolici siete intol leranti. Cat. Ciò
non è vero nel senso in cui voi lo intendele, e non polrete provare in nes sun
modo cbe noi siamo intolleranti. Fil. Non è forse vero che pretendete di es
sere i soli a credere e insegnare la verità, che fuori della vostra chiesa
lulli sono p o veri ciechi deviati dalla strada della salute ? Cat. Questo si
chiama essere conseguenti e non già essere intolleranli ; imperciocchè al di là
della verilà non può trovarsi niente al iro fuorcbè l'errore,e chiunque è
persuasodi trovarsi nella strada della verità deve essere ancora persuaso che
quelli i quali cammina no fuori di quella strada procedono nella via
dell'orrcre.Anzi perconvincersi cheiseguaci delle altre religioni sono lungi
dalla verilà basta solo considerare qualınente essi accor dano che anche fuori
delle loro dottrine si trova la verità. In conclusione poi noi non costringiamo
nessuno a farsicattolico perfor za,compiangiamo enon perseguitiamoquelli che
vivono in un'altra credenza, e neppure ci vendichiamo quando veniamo
oltraggiati e beramente nei paesi della filosofiala religio ne callolica.
Fil. Un cattolico! un cattolico!e avreste la presunzione di stabilire nel regno
dei filosofi la fede e il culto cattolico? e perseguitati ; perlocchè in
luogo di essere in tolleranti, noi fra tulti í credenli siamo i più mansueti e
i più tolleranli. Fil. Inoltre voi vorreste empire lo stato di monache, di
frati e di claustrali di tutti i colori,e queste associazionie corporazioni non
vanno a genio della filosofia. Cat. Ma, se è vero che nei paesi costituiti
filosoficamente, ognuno deve godere amplissi ma liberlà,perchèalcuni
uominiealcune donne unanimi nel pensiero, e animali dallo stesso desiderio, non
potranno albergare in una medesima casa,vestire un medesimo abi to, vivere come
gli pare e godere anch'essi la loro libertà? esegiusta i principi della vostra
tolleranza non podresle escludere dal vostro regno i Bonzi dei Cinesi e dei
giappo nesi, e i Dervis dei maomettani, perchè lo vostre esclusioni saranno
riservate privaliva mente per i soli frati cristiani? Fil. Tutta la vostra
capaglia di frati vuol vivere senza far niente e campare a spalle degli altri.
Cat. I preti e i frati callolici predicano la parola di Dio, istruiscono la
gioventù, so stengono il ministero del culto, assistono gli infermi, consolano
i moribondi e tutto questo dovrebbe essere qualche cosa ancora agli oc chi
della filosofia ; e quanto al vivere a spe sedeglialtri, forseinostri
prelieinostri frati campano per forza, assassinando i pas saggieri in mezzo
alla strada ? forse i predi canlieisacerdotidellealtrereligioni rice vono il
villo e il vestito dalle nuvole e non 1 $ Fil. E non contate per
niente il celibato del vostro clero il quale naoce alla socielà col l'impedire
la molliplicazione del popolo? Cat.Sarebbefacileildimostrarvichelapro sperità
di uno Slalo non consiste nell'eccessiva moltiplicazione degli abitanti, ma
bensì nella giusta proporzione fra le risorse nazionali e il numero della
popolazione. Senza però entrare in queste discussioni, e seguendo solamente i
canoni della libertà, forse secondo le regole della filosofia sarà libero ai
lurchi di avere cento mogli, e non sarà libero ai preti callo. lici di vivere
senza moglie? E forse sarà li bero alle infami dicongregarsiaviverein un
bordello, e non sarà libero alle vergini cri sliane di chiudersi in un convento
per prega re il Signoree vivere lontane dal bordello? Fil. Dite pure quanto
volele, ma quel vo stro culto è troppo serio, troppo pubblico, troppo pomposo e
solenne, e non può essere mai gradito nel regno della filosofia. Cat. Nelle
terre del paganesimo,e dovela religione callolica èappena conosciuta, sappia mo
contenlarci di esercitare il nostro culto privatamente,ma
inquelleterrecristianein cui la religione cattolica è la dominante, ov. Vero è la
religione dello stato, o al meno è la viene ad essi somministrato dai
rispettivi credenti? O forse ci sarà libertà di donare ai conventi di Dervise
di Bonzi, alle moschee, allepagode, allesinagoghe, epoifarelaca rità alla
chiesa e ai ministri della chiesa sa rà contrario alla filosofia e ai dellami
della natura? religione della maggior parte dei nazionali, sarà giusto che si
eserciti con pubblicilà o con solennità il culto dominante, ovvero il culto
dello stato, o almeno il culto della maggior parte dei nazionali. E poi non
avete voi proclamala la libertà dei culti, e non avele dichiarato cbe quelle
credenze e quelle pratiche religiose le quali non disturbano la società, devono
essere accolte e protette nel regno della filosofia? Ebbene. Noi stiamo alle
vostre parole e non vi domandiamo niente di più. Fil. Dite pure esfiatatevi quanto
volele; in ogni modo. Cer. Ma via,comare mia ;questa vostra mi Fil. Perchè non
vogliovo accordare il libertinaggio. Tant'è : il libertinaggio è la con
clusione di tutti gli argomenti e il lapisphi. losophorum della filosofia;e chi
non l'accorda il libertinaggio avrà sempre ipimici i filosofi liberali e la
filosofia.Voi dunque,signor cat. tolico, avete inteso, e oramai sapete come vi
dovele regolare. Se volete accordarci que sla bagallella entrate pure nei
nostri paesi con tutti i vostri frati, col vostro cullo e col 1 pare una
perfidia, e si vede che volele pro priamente chiudere gli occhi alla ragione.
Fil. Cosavoletefarci? Argomentate pure e convincetemi di contraddizione quanto
vi pare, i filosofi liberali non si accordano mai coi cattolici, e non li
possono vedere. Cer. E perchè tutto quest'odio e tutto que slo controgenio?
Fil. Volete saperlo veramente il perchè? Cer. Dite pure e sentiamo. vostro
evangelo, perchè accomodata quella piccola differenza tulle queste cose cidaran
no poco fastidio e serviranno per ridere e stareallegramente;ma
sevioslinateneivo stri pregiudizi e non volete accordarci il bru tismo, le
terre della filosofia non fanno per voi. Oramai è venuto il tempo di par lar
chiaro; e non c'è più bisogno di pallia menli, di sutterfugi e di misteri. O
libertini o niente. I frati dunque, i preti e i cat tolici pensino ai casi
loro; il mondo capisca una volta questa dottrina, e inlanto Turchi, atei,
deisti, idolatri, scismatici, giu dei e filosofi liberali, entriamotutti
allegra mente della città di FILOSOFOPOLI e por tiamo in trionfo IL
LIBERTINAGGIO, nel regno della filosofia. per si 1, Bert mert doi efis
scar cont dang rita fusi Si aprono le porte della nuova città, o la sciati di
fuori il cervello e il culto 'cattolico entra la filosofia accompagnata da
tutto il suo ministero liberale, e viene festeggiata con allegrissimo Charivari
all'usanza di quelli con cui il popolo sovrano accoglie i suoi rappre sentanti,
quando tornano dalla camera dei de putati.La sovranità popolare in qualità di signora
della festa offre lo spettacolo gratuito dellebarricate, distribuisce un
generosorinfre. sco di mattonelle, e dà segno per l'incomincia mento del ballo.
La Giustizia dopo quattro sal ti si lascia cadere le bilance,perde
l'equilibrio, sirompeleanche,evazoppicandoperlasa la appoggiatasulle stampelle.
La Proprietà bal lando ballando viene distribuendo i suoi vestiti con dare a
questo il cappello e a quell'altro la ca rive pres spec sce CAS
un miciuola, finchè restata in pennazza si ritira per non servire di
scandalo. L'Insegnamento fa un ballo equestre a cavallo sull'asino, epoi si
mette in disparte a compitare il libro di Bertoldo. L'incivilimento con un
corleggio n u meroso di guatteri e di facchini vestiti secon do il figurino, fa
la sua danza pippando, e fischiando, e poi corre ai bettolino a rinfrea
scarsicon un bocale.ICultiliberiballanouna contradanza, e poi si mettono a
ridere guara dandosi uno con l'altro. Il libertinaggio in vita tutti a ballare
il vallz, e con cið la dif fusione del potere, dei beni, dei lumi, e della
civiltà si rende asfatlo completa. Frattanto a r riva il Disinganno
accompagnato dal Cervello, prendono a calci la Filosofia, mandano all'o spedale
dei maiti i filosofi liberali, e così fini sce la comedia. Gli spettatori nel ritornare
a casa vanno dicendo:è stata troppo lunga. llanouna
contradanza, e poi si mettono a ridere guaradandosi uno con l'altro. Il
libertinaggio in vita tutti a ballare il vallz, e con cið la diffusione del
potere, dei beni, dei lumi, e della civiltà si rende asfatlo completa.
Frattanto a r riva il Disinganno accompagnato dal Cervello, prendono a calci la
Filosofia, mandano all'o spedale dei maiti i filosofi liberali, e così finisce
la comedia. Gli spettatori nel ritornare acasa vanno dicendo:è stata troppo
lunga. llanouna contradanza, e poi si mettono a ridere guaradandosi uno con
l'altro. Il libertinaggio in vita tutti a ballare il vallz, e con cið la
diffusione del potere, dei beni, dei lumi, e della civiltà si rende asfatlo
completa. Frattanto arriva il Disinganno accompagnato dal Cervello, prendono a
calci la Filosofia, mandano all'ospedale dei maiti i filosofi liberali, e così
finisce la comedia. Gli spettatori nel ritornare a casa vannodicendo:è stata
troppo lunga. La Libertà. La Sovranità. La Costituzione. Il Governo. La
Rivoluzione. I Poleri. La Patria. Conclusione. La Città della Filosofia. La
Filosofia ed il Cervello. L'insegnamentoe l'incivilimento. La Filosofia. La
Civiltà. e la Giustizia. La Società. Lo stato il Governo. L'Uguaglianza. I Diritti
dell'uomo. La Leggiltimità. Le Opinioni. .La Indipendenza e la Proprietà. Il Cervello,
la Filosofia e il Cullo. DROSTE- della Pace fra la Chiesa e gli Stati. Considerazioni
sulla rivoluzione. Sulla scomunica contro gl’usurpatori del dominio
ecclesiastico. E sul monopolio universitario. Parenti. Leopardi. Keywords: 1150. –
the coding of a name. The philosophical Leopardi. The Leopardi fascista – interpretazione fascista da
Gentile dell’ultra-filosofia di Leopardi – l’ultrafilosofia di Leopardi padre. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Leopardi” – The Swimming-Pool Library.
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