GRICE ITALO A-Z L
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Lazzarini: il deutero-esperanto – filosofia ialiana --
Luigi Speranza (Roma). Abstracct. Grice: “It’s
amazing that while everbody – including Trudgill in his Language Myths – seem
to agree that Italian is the most beautiful language in the world, the number
of Italian philosophers who tried to invent a DIFFERENT lingo by far exceeds
that of any other nation!” -- At a conference at Brighton, Grice joked that
convention – if not arbitrariness – has nothing to do with signification, and
claimed that he could invent a new language – “call it Deutero-Esperanto” –
that nobody speaks, and set what it’s proper, which would make him the master. Keyword: artificiale. Filosofo italiano. Roma, Lazio.
A differenza del deutero-esperanto di Grice, non usato mai da Grice, il latino
sine flexione è utilizzato anche da altri filosofi come VACCA (si veda), in
Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo,
LAZZARINI (si veda), in Mensura de circulo iuxta Leonardo [VINCI (vedasi)
Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio della lingua internazionale
nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce
contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi ALBANI,
BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato di Esperanto,
tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista". Quest'ultimo,
come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella lingua
internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti internazionali,
e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista, quale que es suo
opinione politico aut religioso es certo precursore de novo systema sociale.
Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis facile, commune
ad illos non pote es actuale systema de "homo homini lupus", sed es
systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben adempiere a un tale
compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve seguire gli stessi principi
di quella di P. Es evidente que essendo id sine grammatica, id es de maximo
facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad
praeposito [“As when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for
the purpose of bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto
lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che
il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo
internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì
avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i
popoli. Si potrebbe continuare a lungo, ma a questo punto è già ben
chiaro al lettore da dove provenga quel testo riprodotto nel riquadro di
qualche paragrafo fa: da un saggio presente nel volumen ritrovato. Riportarne
il titolo integrale equivale anche a dare le risposte alle due domande proposte
(del refuso non vale la pena parlare). Infatti, troneggia il titolo "Il latino
sine flexione" di PEANO (si veda), memora a firma di L.. Che PEANO
(vedasi), che quasi con certezza è il maggiore matematico prodotto dall'Italia
negli ultimi due secoli, ha profuso gran parte del suo tempo nel tentativo di
creare una lingua che è a un tempo precisa e semplice, insomma perfetta sia per
la matematica che per tutti gli altri scopi a cui una lingua è deputata, è cosa
che si ritrova anche nelle note biografiche più frettolose sul genio cuneese. È
però assai più raro, a meno che lo si ricerchi esplicitamente, imbattersi in
qualche esempio scritto nel suo latino sine flexione L. invece ne riporta un
lungo brano, dopo aver ricordato, tra le altre cose, che quello di PEANO
(vedasi), recentissimo ai tempi della pubblicazione del volume del periodico, non
è stato un tentativo particolarmente originale, visto che di lingue universali
precedenti al latino sine flexione ne sono già comparse almeno altre sette, tra
cui l'Esperanto. Spiega poi come il problema di una lingua universale ben
strutturata se lo fosse posto già Leibniz, il quale elencava dei principi da
seguire per chi si fosse voluto impegnare nell'impresa di crearla; e si vede
che Peano a quei principi leibniziani si attiene diligentemente: applica
l'eliminazione delle desinenze nei casi e impiega in sostituzione delle
particelle specifiche. Elimina le coniugazioni dei verbi, usando solo
l'infinito del verbo senza il "-re" finale (dicere→dice→dire;
mensurare→mensura→misurare; scire-sci→sapere, etc.), e attua
l'eliminazione della specificazione del genere nei nomi. In questo modo, armati
di un vocabolarietto di latino in grado di ricordarci il significato di alcune
parole dimenticate (oporte→ occorre; igitur→ allora, etc.) il saggio dove
diventare ragionevolmente leggibile, una volta appreso che nella Pisa l'unità
di lunghezza è la pertica e quella di superficie il panoro, e che un panoro
equivale a 5,5 pertiche quadrate, come ricorda PEANO (vedasi). PEANO (vedasi) dimostra
con pochi calcoli elementari che il fatto che FIBONACCI (vedasi) asserisca che
per trovare l'area di un cerchio basta dividere per 7 il quadrato del diametro
implica che per il pisano valeva l'uguaglianza n = 2. È divertente vedere PEANO
(vedasi) destreggiarsi senza timore tra pertiche e panori, ed è curioso anche
l'uso spregiudicato che fa dei "numeri misti", ormai passati quasi
del tutto nel dimenticatoio, 2 "Discrimen generis nihil pertinet ad
grammaticam rationalem", sancisce Leibniz, e chissà cosa avrebbe pensato
oggi che le discussioni su quale sia il modo più corretto per trattare al
meglio il genere delle persone sono molto divisive e cariche di significati che
trascendono la mera razionalizzazione della lingua. Con numeri misti si
intende quella grafia che consente di scrivere ad esempio "5½" - come
fa PEANO (vedasi) nella citazione - semplicemente accostando un numero intero e
una frazione, senza esplicitare il sottinteso segno "+". È un metodo
di scrittura di numeri frazionari abbastanza naturale, ma poiché di solito
l'assenza di segno è caratteristica delle moltiplicazioni, la grafia può
generare confusione, ed è caduta in disuso. Nei paesi di lingua inglese è però
ancora abbastanza diffusa, al punto che la maggior parte delle scuole dedicano
qualche lezione all'aritmetica dei numeri misti. Atkinson, noto appassionato di
matematica ricreativa e dell'Italia ha condotto una ricerca sulla sopravvivenza
dell'uso dei numeri misti nella nostra nazione, con risultati curiosi e
piacevolmente piasmentmathssesantat/ divulgazione/matematica-il linguagiortini
Versa pubblicato su MaddMaths!: forse con le sole eccezioni dei
voti sui compiti in classe e dei tabelloni di alcune metropolitane
che segnalano l'arrivo dei treni con una precisione fino al mezzo minuto.
L'escursione in quel dimenticato volumen si è rivelata già ampiamente
sufficiente a dimostrare quanto possa essere gratificante il "viaggio
nella libreria", anche quando si riduce solo a una gitarella di
un paio d'ore. E si potrebbe chiudere qui anche questo articolo, una volta
pagato un minimo pegno di riconoscenza all'autore del sagio saccheggiato. Ma
tutti i viaggi che si rispettino presentano almeno un paio di imprevisti, e nel
nostro caso è proprio L. a fornircene uno. Come recita il suo
frontespizio, il "Periodico di Matematica per l'Insegnamento
Secondario" non è una rivista accademica destinata ad ospitare memorie di
ricercatori professionisti, ma un giornale che perseguiva la missione di
facilitare il lavoro di chi si occupa di insegnamento. Per quanto nel celebrato
indice rifulgano tra gli autori nomi di matematici di prima grandezza, è assai
probabile che tra i collaboratori più o meno abituali comparissero anche coloro
che più di altri conoscevano i dettagli della didattica, cioè proprio i
professori, ed è quasi certamente tra questi che occorre collocare il nostro L..
Pur essendo assente dai maggiori siti specializzati in biografie dei matematici
più importanti, una ricerca un po’più generale intercetta facilmente un saggio
che lo riguarda. L'autore è Hans van Maanen, direttore di "Skepter",
la rivista dell'associazione di "scettici", e perciò in qualche
modo consorella della corrispondente associazione italiana, il CICAP fondato d’Angela.
Naturalmente, la maniera di gran lunga migliore per godersi il saggio è quello
di leggerlo direttamente. Ma per chi si accontenta di un riassunto veloce
giusto per capire come L. scrive qualcosa che quasi un secolo dopo ha molto
irritato un pezzo grosso di Nature, ne riporteremo i punti salienti.
Vista la lunga estensione temporale della storia, forse vale la pena di
procedere cronologicamente. Premessa: Buffon, osserva che il valore
di n è determinabile per via sperimentale con il metodo che resta famoso nella
storia proprio con il nome d’ago di Buffon. Immaginando un pavimento diviso in
sezioni trasversali di larghezza s, lanciando a caso un ago di lunghezza a e
registrando le volte m che l'ago intercetta una delle linee del pavimento,
presupponendo un numero di lanci n tendente a infinito, si può risalire al
valore di a utilizzando i rapporti s/a e m/n. Il nostro L. pubblica,
sempre sul Periodico di Matematica per l'Insegnamento, (ma volume
XVII, non il XIX ritrovato nel "viaggio
in libreria"), un sagio in cui afferma di aver applicato
il metodo di Buffon e di aver ottenuto un valore sperimentale di n
esatto fino alla sesta cifra decimale, 3,141529, con una serie di 3408 lanci di
cui 1808 positivi, e con valore di a pari a 2,5 e s pari a 3,0. Nell saggio
afferma anche di aver raggiunto il risultato grazie a una sua [Ho avuto
invece approssimazione maggiore col disporre la retina traversalmente, vale a
dire coll'utire tra loro i lati maggiori del rettangolo. Qui le espurienze vanno
divise in doe serie, ginechi. Mentro ho mantenuto sempro costante la
lunglezza della sbarretta. ho fatto invece variare l'altezza della
striscia compresa fra le parallele: ed ecco i rimaltati ottenuti: 1•
Seme I1 SREI 100 300 13000 9000 4000 611 1200 1600 2148
3,101 3,152 3,147
8,125 8,185 100 200 10? 1000 1,115
3,180 8,1446 1142 3.1415129 3,1416 3 Estratto
dell'articolo di L. Grazie alla traduzione di Garlaschelli lo si può leggere in
italiano, o direttamente su Query, la rivista del Comitato Italiano per il
Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze] macchina, descritta in
dettaglio, che consente di meccanizzare i "lanci casuali di un ago sul
pavimento piastrellato come richiesto dall'idea di Buffon. Il risultato
viene accolto inizialmente con grande entusiasmo, diventa noto a livello
internazionale e non sono pochi i grandi nomi della matematica che lo accolgono
con sperticate parole di elogio. Il nome di L. diventa abbastanza famoso. A
parte la sua, le migliori approssimazioni sperimentali arrivano, e a fatica, a
una precisione di un paio di decimali. Compaiono però i primi saggi che
esprimono dubbi sulla correttezza dell'esperimento. Badger scrive il
saggio, "L.'s lucky approximation of t" in cui analizza in dettaglio
tutte le fragilità della memoria di L. Parte dalla strana coincidenza - già
notata del rapporto 3408/1808, cruciale nel testo di L., che è identico alla
nota frazione 355/113, scoperta già nel V secolo da Chongzhi come
approssimazione di p; prosegue notando la stranezza di quei "3408
lanci", poi passa a calcolare la probabilità d’ottenere per via randomica
quel risultato, giungendo alla conclusione che è una probabilità talmente bassa,
circa tre parti su un milione, da ritenere che quella stima fosse il frutto o
di un colpo di fortuna davvero eccezionale o di un "hoax" termine che
si può tradurre come qualcosa a mezza via tra uno "scherzo" e una
"beffa". Badger, grazie a quello saggio, vince un premio
istituito dalla Mathematical Association of America, e ovviamente il saggio
viene letto anche da Maddox, redattore capo di Nature. È naturale che un
redattore capo di una prestigiosissima rivista scientifica vede la manomissione
dei dati sperimentali più o meno come il proverbiale diavolo guarda l'acqua
santa, e la sua ira funesta colpisce Lazzarini: titola il suo articolo come
"Falsa misura sperimentale di n", usa senza mezzi termini la parola
"fraud" ovvero "frode" al posto del più morbido
"hoax", e lancia perfino una specie di anatema: "
...l'articolo di Badger dovrebbe restare come un ammonimento, a tutti
coloro che inquinano la letteratura, che i loro misfatti li seguiranno
fin nella tomba. D'altro canto, il saggio di Maanen che ci ha consentito
di scoprire questo affascinante giallo matematico sembra più orientato a
smorzare lo scandalo. La descrizione accurata della macchina per i lanci che fa
L., a ben vedere non sembra poi così efficiente da meritarsi d'essere costruita.
L’aver posto in bella vista il numero 3408 nella tabella che riporta i suoi
tentativi quando i valori intermedi esposti vanno per blocchi interi di
centinaia o migliaia. Insomma tutto lo spirito del saggio di L. sembra più uno
scherzo che la rivendicazione di una scoperta. È anche possibile che, da
insegnante, cerca e suggerisse ai colleghi qualche metodo scherzoso per
affascinare gli studenti, come quella complicata macchina lancia-aghi o la
meraviglia di una costante matematica trovata sbattendo oggetti per terra. A
voler cercare una morale da tutta la storia, non c'è che l'imbarazzo della
scelta. Dall'opportunità o meno di scherzare con la scienza alla troppo diffusa
propensione agli entusiasmi, o alla rissa, anche tra i più autorevoli critici.
O anche sulla necessità di ricordare sempre che anche gli scienziati sono donne
e uomini, con tutte le caratteristiche e le debolezze degli esseri umani. E
poi, a dire la verità, la morale più evidente e ovvia che ci sembra emergere è
semplicemente quella che ricorda alle riviste scientifiche prestigiose e
autorevoli di non concedere i loro spazi ad arruffoni incompetenti fin troppo
disposti a scherzare su qualsiasi cosa pur di vedere stampate le loro
sciocchezze: ma uno strano e persistente brivido lungo la schiena ci suggerisce
di non evidenziare troppo questo aspetto, chissà perché. Cortesia:
Alembert, Riddle, e Silverbrahms. Nome compiuto. Mario Lazzarini. Lazzarini. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Lazzarini,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Leanace: la ragione conversazionale e la setta di Sibari
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Sibari). Abstract. Grice: “Cuoco says that Pythagoras, oddly a
non-Italian, is the father of Italian philosophy. By ‘Italian philosophy,’
Cuoco means Magna Graecia, as in Sibari!” FIlosofo italiano. Pythagorean. Giamblico.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Lecaldano: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della
traspatia – l’impassibile di Cicerone – filosofia veneta – la scuola di Treviso
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Treviso). Abstract. Grice: “Lewis Carroll, who had read Mill and
had a tutorial studentship at Christ Church, knew well that names – such as
‘Alice’ do mean something – contra Mill. Indeed, Lecaldano is one of the most
meaningful Italian philosophical names! The Italian surname “Lecaldano” likely
has roots in Italy, in the regions of Piemonte and Lombardia, where it is
thought to have emerged during the mediaeval period. The name’s etymology is
believed to be connected o geographical features, with the term ‘sasson’ (which
often appears in conjunction with “Lecaldano” in some variations, like
“Lecaldano Sasso la Terza,” meaning ‘stone’ in Italian. This suggests a possible
link to rocky landscapes or settlements. Furthermore, the term ‘Lecaldano’ may
have local dialectal origins, potentially associated with a specific area or
family. However, the exact maning and the specific historical context that led
to the formation of the surname require further investigation!” Filosofo
italiano. Treviso, Veneto. Grice: “Lecaldano is interested in altruism as the
basis for morality; I’m interested in morality as the basis for altruism; he
ain’t Kantian; I am!” -- Grice: “I love Lecaldano; perhaps because he is an
Italian, he focused on Scots! His analyses of Smith and Hume on ‘sympathy’ is
‘simpatico,’ as the Italians say.” Grice: “Lecaldano engages in the kind of
linguistic botanising I do when I reflect on ‘cooperation’ versus ‘benevolence’
versus ‘empathy’ versus ‘sympathy’ versus ‘compassion.’ Unlike Lecaldano, I end
up with a rationality-based account of cooperativeness – or rather a narrowing
of ‘co-operation’ to ‘rational co-operation’ – there are others!” Si laurea a Roma, insegna a Siena e Roma. Fonda La
Società Italiana di Filosofia Analitica (“to keep us apart from non-analytics
like Plato!”). In his ethics, Le.
(notably in L’analitica del linguaggio morale and his works on the
history of ethics) examines William Wollaston as a key figure in the
rationalist tradition of the 18th century. The theories can be
compared through the following points of tension and convergence: Truth-Claims
vs. Sentiment: Wollaston’s central thesis is that moral wrongness consists in
acting in a way that "denies a truth" (e.g., stealing is wrong
because it treats an object as your own when it is not, thereby affirming a
falsehood). Lecaldano, an expert on Humean sentimentalism, compares this to the
"moral sense" tradition, highlighting how Wollaston attempts to
reduce morality to a form of logic or intellectual error. Rationalism vs.
Naturalism: While Wollaston is a rationalist who believes reason is the source
of moral perception, Lecaldano views this as an untenable abstraction.
Lecaldano often uses Wollaston to illustrate the limits of
"intellectualist" ethics, contrasting it with his own preference for
a naturalistic and sentimentalist framework where morality is rooted in human
feelings and social construction rather than abstract propositional truths. The
"Signification" of Action: Both theorists are interested in what an
action means. Wollaston argues that actions signify propositions. Lecaldano,
following the analytical tradition, also focuses on the meaning of moral
language, but he shifts the focus from Wollaston’s "objective truth"
to the emotional and social functions of moral utterances. Treatment of Human
Nature: Wollaston argues that humans should be treated "as they really
are" (rational beings susceptible to pain). Lecaldano critiques such
"essentialist" views, arguing instead for a liberal and pluralistic
ethics where morality is not derived from a fixed metaphysical nature but from
the actual, diverse experiences and conscience of individuals. Membro della Società Filosofica Italiana. Le
riflessioni di L. spaziano dalla storia della filosofia morale sino alle
discussioni contemporanee sulla bioetica. Avvalendosi anche del rigore
concettuale della filosofia analitica, indirizza la sua ricerca alla
ricostruzione storiografica della morale, con particolare riferimento ai
filosofi scozzesi (Hume, Smith). Ha inoltre indagato criticamente i problemi
della meta-etica. In bio-etica, L. si prefigge l'obiettivo di una
chiarificazione delle implicazioni morali legate alle bio-tecnologie, che
sfocia in una prospettiva laica per la pacifica gestione del conflitto morale
che le "tecnologie della vita" hanno prodotto. Saggi: “Le analisi del
linguaggio morale – “Buono" e "dovere" (Roma, Ateneo), “La
fallacia naturalista” (Roma, Laterza); “La lume della ragione, gl’iluminati””
(Torino, Loescher), “Lo scetticismo” (Roma, Laterza); “Etica, Torino, POMBA);
“Bio-etica: la scelta morale” (Roma, Laterza); “La morale” (Gaeta,
Bibliotheca); “Dizionario di bio-etica” (Roma, Laterza); “Un'etica secolare –
senza Dio” (Roma, Laterza); “Prima lezione di Filosofia Morale” (Roma,
Laterza); “Simpatia, impassibile” (Milano, Cortina); “Senza Dio – gl’atei
romani” (Bologna, Mulino); -- la religione officiale in Roma antica – “Sul senso
della vita, Bologna, Mulino); “Bioetica Comitato Nazionale per la Bioetica
Biotecnologie); “La bioetica. Il punto di vista morale di L. sulla nascita, la
cura e la morte di Corchia. Riflessioni di L. sul Senso della Vita In
Riflessioni. I significati di simpatia tra conversazione comune e letteratura
“La molteplicità di usi di simpatia” È possibile riconoscere diversi
significati nel termine simpatia che di solito è accompagnato da un significato
positivo, anche se in realtà è possibile estendere il suo significato fino a
usarlo con connotazione negativa. Nel dizionario troviamo distinte 13 accezioni
del termine, dall’attrazione sentimentale alla condivisione di un atteggiamento
o posizione politica. Come nota Hume, è molto difficile parlare delle operazioni
della nostra mente in termini del tutto esatti, perché il linguaggio comune
raramente fa delle sottili distinzioni. Il termine “simpatia” viene compreso
dalla gran parte delle persone, ma paga la sua ampia diffusione con
l'indeterminazione che ad esso si accompagna. E enorme l'utilizzazione che ha
avuto la simpatia, sia in forma implicita che esplicita. Hunt suggerisce che la
nozione di simpatia sia la prosecuzione di quella che nei testi illuministi
viene analizzata come simpatia; Hunt, poi, privilegia la simpatia assimilata
alla compassione. Già nel diciottesimo secolo Rousseau, assimilando la simpatia
e la compassione, la considerava una forma di pietà suscitata solo da pene e
dolori. Mentre Hume e Smith la considerano come la capacità, più sviluppata
negli uomini che negli animali, di partecipare attivamente alle condizioni
altrui, sia dolorose che gioiose. E’ illuminante la tesi di Hunt secondo cui il
rafforzarsi della simpatia fra gli esseri umani nella cultura europea (reso
possibile dai romanzi) portò a riconoscere l'eguaglianza di molti esseri umani
che fino a quel momento erano stati emarginati. Molti romanzi in secoli
successivi accesero le emozioni e la partecipazione simpatetica del
pubblico.Verosimilmente anche molta della forza espressiva del cinema può
essere identificata nella capacità di quest'arte di rendere conto, con le sue
tecniche, degli stati d'animo e della trasformazione delle emozioni dei
personaggi. (discorso su Kundera) “Un percorso di approfondimento” Lo sforzo di
conoscere il funzionamento della simpatia si connette con la questione relativa
a quanto la simpatia si debba ritenere essenziale per la genesi della pratica
morale diffusa tra gli esseri umani. Cercheremo di capire se la simpatia sia
necessaria o meno per la moralità ed esporremo le argomentazioni pro e contro
questa tesi. Fermo restando che la simpatia può essere considerata necessaria
per la nostra vita etica, ma non sufficiente. Simpatia può riferirsi a
un'attitudine conoscitiva tramite la quale riusciamo a cogliere le condizioni
mentali altrui, oppure a una reazione affettiva ed emotiva nei confronti dei
sentimenti altrui. Concordando con Stueber, andremo verso la simpatia intesa
come preoccupazione per le altre persone e le loro menti. Vi sono due criteri
in base ai quali individuare tipi diversi di simpatia: Da una parte quello che
considera la simpatia come un'operazione mentale semplice e istintiva, un
contagio emozionale automatico; Dall'altra quello che considera la simpatia
come un processo psicologico più complicato e che comporta un minimo di
riflessione. L'impostazione adeguata è quella che non confonde i due livelli di
simpatia e non semplifica le cose, presentando una concezione riduttiva.
Insisteremo inoltre sulla connessione tra simpatia e la pratica non solo della
moralità, ma della giustizia, della politica, così come sulla sua incidenza
nelle forme di civilizzazione. Prenderemo le distanze dall'esportazione della
simpatia sul piano normativo che vede in essa ciò che è necessario e
sufficiente per la costruzione di una moralità umana. La nozione di simpatia ha
una lunga tradizione nella storia della filosofia. La prima importante nozione
di simpatia è quella che le riconosce una forza cosmica che tiene insieme tutte
le cose del mondo. Nella cultura classica greca e latina, la simpatia
utilizzata per richiamare una connessione armonica che unisce fra loro esseri
umani e realtà naturali. Inoltre, la nozione di simpatia nella filosofia antica
viene usata per richiamare un processo che si sviluppa nel mondo fisico e solo
secondariamente in quello umano, infatti gli stoici si riferiscono ad una
simpatia universale per indicare l'affinità oggettiva esistente fra tutte le
cose. Gli stoici sono importanti per l'influenza che ebbero sui moderni
interessati alla simpatia come Hume e Smith. In Plotino troviamo un'immagine
che verrà ripresa da Hume. Questo concetto naturalistico della simpatia è il
fondamento della magia e verrà ripreso dai maghi del Rinascimento. Nella
cultura antica la simpatia ha un'estensione prevalentemente cosmologica e
ontologica, identificandosi con un fenomeno universale e con la forza che tiene
insieme tutte le cose in una relazione automatica. Fin dall'antichità, quindi,
la simpatia ha un'accezione positiva. Prima del passaggio alla modernità c'è
un'importante innovazione nell'uso della simpatia ad opera di Assisi, che nel
“Cantico delle creature” chiama suoi fratelli e sorelle, animali, piante, ma
anche il sole, la luna, l'acqua e il fuoco. Questo atteggiamento è “empatia”
(oriente e Schopenhauer) “Una relazione attiva fra due poli” La simpatia
conquista il suo posto come forza dinamica della natura umana. Critica a Hobbes
che negava qualsiasi presenza di empatia nell'uomo, visto come essenzialmente
egoista. Significativi qui sono Shaftesbury e Hutchenson che però, pur
riconoscendo agli esseri umani un grado di apertura affettiva l'uno verso
l'altro non ne avevano realizzato quella completa soggettivizzazione che
troviamo in Hume e Smith. Shaftesbury, infatti, con l'impostazione platonizzante
tende a considerare la simpatia come una trama che si estende al di là del
mondo umano, creando armonia fra vite umane ed ordine universale. Hutchenson,
invece, preferisce il termine simpatia quello di “senso pubblico”, facendo
riferimento ad un contagio emotivo. Hume contesterà ad Hutchenson una
trattazione della simpatia erronea perché incapace di cogliere il suo
collegamento con l'immaginazione e la riflessione. Ciò non toglie che le
analisi di Hutchenson siano tornate attuali. Troviamo la trattazione più approfondita
dell'idea di simpatia e si può individuare nelle analisi di Hume e Smith due
diverse concezioni che influenzeranno molti pensatori. Hume e Smith concordano
nel considerare la simpatia solo come un dato della natura della psicologia
umana e non una forza cosmica. Per Hume la simpatia è un principio psicologico
che permette la comunicazione e la partecipazione fra gli esseri umani; per
Smith è altresì un principio psicologico, ma tende a distinguere fra ciò che
possiamo approvare e ciò che dobbiamo disapprovare. Queste diversità tra i due
autori incidono sulla connessione fra simpatia e moralità: Smith la concepisce
come necessaria e sufficiente, Hume solo necessaria ma non sufficiente. Hume
dedica alla simpatia molte analisi nel “Trattato sulla natura umana”, in cui
troviamo una linea interpretativa ben riconoscibile che sarà illuminante. La
simpatia viene considerata da Hume un principio costitutivo della vita umana ed
egli fissa due punti fondamentali. La simpatia non riguarda le relazioni fra cose
o oggetti, ma solo quelle fra esseri umani, nonostante coinvolga anche
relazioni con gli animali e tra loro stessi; Nella natura umana esiste una gran
tendenza a prestare agli oggetti esterni le stesse emozioni che osserviamo in
noi stessi -- tendenza che si manifesta nei bambini, nei poeti e nei filosofi.
L'estensione della simpatia anche al rapporto tra uomini e animali ed alla
condotta di questi ultimi, è evidente che la simpatia si manifesta anche
negl’animali suscitando le stesse emozioni provocate nella nostra specie. Hume
distingue due livelli di simpatia: quella istintiva e automatica presente fin
dall' infanzia, riscontrabile anche negli animali e quella che opera in modo
indiretto, ricorrendo all'immaginazione riflessiva e non immediata che genera i
sentimenti morali. A quest'ultima forma di simpatia può essere ricondotto la
trattazione della questione sul coincidere tra morale e simpatia. Hume offre
una lunga analisi per spiegare che la simpatia non è in grado di rendere conto
della distinzione che facciamo tra virtù e vizio. Nella teoria dei sentimenti
morali, Smith presenta una concezione della simpatia alternativa a quella di
Hume. Infatti, a Smith non interessa la simpatia come contagio emozionale, ma
anzi la identifica come una specie di emozione che si prova quando si concorda
con le emozioni e passioni altrui. Provare simpatia per qualcuno significa
provare piacere su nel condividere emotivamente la risposta che l'altro dà alla
situazione. In Smith, approvare moralmente una condotta significa simpatizzare
con essa. Per Smith la simpatia si presenta come uno stato complesso e
articolato: vi è un primo stadio – H. P. GRICE STAGE ONE -- che è la capacità
di ricostruire la passione e condotta dell'altro, o spiacevole se comporta
sofferenza o piacevole se provoca gioia; un secondo stadio – H. P. GRICE STAGE
TWO -- dato dall'approvazione o disapprovazione che si dà della condotta
altrui; infine, uno stadio H. P. GRICE STAGE -- in cui si troverà un piacere
simpatetico, se le nostre approvazioni concordano e un dispiacere se
discordano. Considerando la simpatia come approvazione, Smith cattura una
nozione più determinata di quella generica analizzata da Hume, ma molto più
aperta per ciò che riguarda il ruolo che gioca in essa l'immaginazione. La simpatia
come approvazione morale in Smith si allarga ad includere in ogni relazione
simpatetica l'intervento di uno spettatore immaginario capace di far valere le
esigenze di una più completa ricerca delle informazioni rilevanti. Concezione
diversa la possiamo trovare in Rousseau, il quale si riferisce alla simpatia
col ter. Grice: “While his
research on sympathy is erudite, he shows little sympathy! As far as his
philosophy of laicity (an Italian obsession) is concerned, he forgets for
Romans religio WAS a matter of state – those who did not submit were thrown to
the lions!” – Grice: “Lecaldano fails to recognize, but then he would, being a
post-Lateran-pact traumatized Italian – that not only religion was for the
romans in the ‘eta antica’ a matter of state, but that the STATE was a matter
of religion. This was well perceived by that branch of fascism who culticated
the ‘paganismo’ which is a misnomer and only applies to the birth of Christ! I
would hardly say a Roman in ‘eta antica’ saw himself as ‘ethnic, ‘ethnicus,
ennico, a pagan, or heathen!” LE
DISCIPLINE FILOSOFICHE o doo lerprene CUCA CO SC {y/ertse e Ul insonne do SAU
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In questo senso ‘etica’ occuba lo spazio. Ordinario di Storia delle dottrine
morali all'Università «La Sapienza» di Roma. I suoi lavori sulla filosofia
inglese dei secoli XVII e XVIII vanno dall’edizione italiana delle Opere di
Hume), all’edîzione italiana delle Lettere a Serena di Johni Roma. I suoi
lavori sulla filosofia inglese dei secoli XVII e XVIII vanno dall’edizione
italiana delle Opere di David Hume, all’edîzione italiana delle Lettere a
Serena di Toland, all’ampia antologia L’ilyminismo inglese (1985), al volume
Hume e la nascita dell'etica contemporanea. All’etica contemporanea ha
dedicato, tra gli altri, i volumi Le analisi del linguaggio morale e
Introduzione a Moore ETICA STEAS TEA - Tascabili degli Editori Associati S.p.A.
Corso Italia 13 - Milano UTET, corso Raffaello, Torino. UTET dal Volume ITI
della Fi/osoffa, diretta da Rossi TEA ETICA. Con il termine etica ci si
riferisce all'insieme di scritti e discorsi nei quali si presentano riflessioni
sui problemi che si pongono per gli esseri umani quando agiscono e cercano
regole e principi da seguire nelle diverse dimensioni della loro vita pratica.
Fa parte integrante di questa ricerca la valutazione delle regole e dei
principi già disponibili o fatti valere da altre persone. ETICA Affronteremo
più volte nel corso del saggio la questione di quanto l'etica assorba in sé e
si distingua dall'economia per fare valere in generale una prospettiva tesa a
tenere distinte concettualmente etica ed economia. In questo senso ‘etica’
occupa lo spazio semantico che nella tradizione dotta italiana si collega a
‘filosofia morale’. L'etica in questo senso ampio comprende dunque tutta una
serie di più determinate specificazioni che riguardano di volta in volta i
problemi morali, quelli di pertinenza del diritto e della legge e quelli che
più propriamente rientrano nel campo della politica o dell’azione del governo.
Usando un altro linguaggio si può dire che l'etica riguarda l'universo dei
valori e delle norme complessivamente inteso e dunque in questo senso sia la
morale, sia il diritto e la politica. È chiaro che, invece, gli aspetti più
tecnici e specifici del diritto e della politica, quali, poniamo, la teoria
dell’ordinamento giuridico o le varie tecniche da adottare per rendere efficaci
le sanzioni, o ancora le riflessioni sulle varie forme di governo e i rapporti
tra i vari poteri non sono di pertinenza dell'etica come qui intesa. Verranno
dunque brevemente trattate le questioni relative al diritto e alla politica
solo per individuare con più precisione gli ambiti specifici di problemi
pratici in gioco in queste aree dell'etica, La pretesa per quanto riguarda
queste sezioni è di col. locarle con chiarezza nel campo più generale dell'etica
piuttosto che affrontare partitamente i loro problemi specifici. La scelta
concettuale fatta comporta che si lasci completamente da parte la pretesa di
occuparci dell'etica 0 della morale in un senso più sociologico, ovvero come
insieme di costumi di un popolo, o in un senso più psicologico, ovvero come
stili di vita 0 inclinazioni e abitudini a determinati tipi di associazione
mentali effettivamente riconoscibili nella biografia di esseri umani
concretamente esistenti. L'etica nel senso in cui ce ne occuperemo coinvolge
piuttosto la riflessione e il pensiero impegnati nella caratterizzazione,
critica, difesa e revisione del costume o delle pratiche effettive. La
scrittura di questo testo è stata orientata da due linee guida. Da una parte si
è cercato di fare valere l'ottica di chi scrive alla fine del secolo XX. Anche
se probabilmente una partizione che prenda troppo sul serio lo stacco tra
secoli va incontro a forzature, si muove, comunque, da una prospettiva che è
largamente influenzata dalla considerazione di quei problemi morali che nel
nostro secolo si sono dovuti affrontare, e si stanno ancora affrontando, per la
prima volta, quali ad esempio le questioni della bioetica, o dell'etica
ambientale, del trattamento degli animali ecc. In secondo luogo chi scrive
assume la prospettiva fatta valere da Derek Parfit secondo la quale una vera e
propria etica nel senso moderno può essere vista nascere solo con il XVII
secolo. Ma un'etica che unisca insieme la consapevolezza della sua autonomia e
un certo impegno in senso professionale riguarda solo la seconda parte di
questo secolo (Parfit). Ed è dunque a questa etica moderna e contemporanea più
che a quella antica e medievale che in questo scritto si farà principalmente
riferimento per dare spessore storico alle distinzioni e conclusioni che si
avanzeranno. Anche se l'etica si presenta come una disciplina già consolidata e
con una tradizione di sapere costituito, si può indicare una strada che
permette di accedere ai problemi di cui si occupa muovendo dall'esperienza
comune e quotidiana. Infatti la pretesa dell'etica come del resto di quasi
tutti i rami della riflessione filosofica è quella di occuparsi di problemi che
tutti gli uomini affrontano e incontrano nella loro vita. Nel caso dell'etica
teorica è frequente anzi trovare affermata la pretesa di essere più vicina e
direttamente rilevante per la vita delle persone di quanto siano altri ambiti
della filosofia, quali poniamo la gnoseologia (con la sua elaborazione teorica
sulla conoscenza), 0 l'epistemologia (con le sue riflessioni sulla teoria della
verità) ecc. Questa pretesa di una più stretta vicinanza con la vita di tutti
si accompagna spesso nelle elaborazioni teoriche nel campo dell'etica con
un'ulteriore pretesa per cui tali elaborazioni vengono presentate come la parte
più importante delle riflessioni filosofiche 0 comunque come quella che ha
priorità e centralità regolativa rispetto alle altre. Nella vita quotidiana si
presentano numerose situazioni problematiche che possono essere considerate
come punti di partenza per la riflessione etica. Suggeriamo di classificare
queste situazioni problematiche ricorrendo a due distinte tipologie, quella dei
conffitti e quella dei disaccordi. Casi di conflitto per così dire il versante
privato o soggettivo dell'etica sono quelli in cui noi stessi non riusciamo a
trovare una soluzione valida a un problema etico 0 perché i nostri principi
tradizionali risultano inadeguati o perché non riusciamo a risolverci appunto
tra differenti principi egualmente rilevanti. Casi di disaccordo per così dire
il versante oggettivo o pubblico dell'etica sono quelli, molto frequenti e
diffusi nelle nostre società complesse, in cui petsone diverse tendono a fare
valere principi etici contrastanti per risolvere la stessa situazione moralmente
rilevante, î Il cammino verso l'elaborazione di un'etica più riflessa sembra
aprirsi non già quando le regole e i principi tradizionali rispondono alle
nostre esigenze, ma piuttosto in una situazione in cui gli esseri umani
incontrano difficoltà nel campo delle loro scelte e decisioni pratiche. Se,
infatti, la vita pratica procede in modo del tutto ordinato all’interno di una
routine consolidata non vi è quella base necessaria per un'elaborazione
critica, Il presentarsi di una diffi. coltà nell'applicazione dei codici
normativi tradizionali è, in genere, il punto di partenza per l'elaborazione
dell’etica nel pensiero moderno e tale quadro problematico è diventato
costitutivo della teoria etica nel pensiero etico contemporaneo. La stretta
connessione della riflessione etica con situazioni di conflitto e di disaccordo
sembra voler suggerire che proprio all'etica in quanto tale spetta di proporre
una soluzione e che quindi rientra negli obiettivi specifici dell'etica teorica
prescrivere esplicitamente ciò che è bene o giusto fare in situazioni
particolari. Una pretesa che nel corso della nostra ricostruzione delle varie
posizioni riconoscibili nell’etica moderna e contemporanea avremo l’occasione
di valutare criticamente. L'elaborazione etica di cui renderemo conto in modo
più sistematico in questo scritto si colloca in un quadro generale
individualistico. A monte infatti della nostra rivisitazione dell'etica vi è
l’assunzione filosofica che in generale i problemi con cui si ha a che fare
riguardano individui ovvero persone umane. L'etica così intesa si muove in un
contesto che può essere considerato come proprio del pensiero moderno da
Cartesio in avanti in cui i problemi di fronte ai quali ci si trova sono
problemi che nascono per esseri umani particolari e finiti. Anche se nei primi
secoli della ricerca moderna la riflessione era volta a fissare il campo
dell'etica tenendo conto della natura umana complessivamente intesa, fin dal
secolo XVII essa muoveva da problemi pratici di individui ben determinati. Il lettore
troverà dunque privilegiata nell'esposizione seguente una tradizione
empiristica e naturalistica nella quale, tra il XVII e il XXX, si sono
collocati tra gli altri: Hobbes, Locke, Hume, Smith, Bentham, Mill, e Sidgwick.
La riflessione sulla morale di Kant malgrado non rientri in questa tradizione
sarà tenuta presente per la sua capacità di far valere l'ottica di una
responsabilità individuale autonoma nella vita morale, Esponenti del
neoempirismo e della filosofia analitica hanno contribuito nel corso del XX
secolo a questo approccio più generale nei confronti dell’etica e il loro
contributo sarà largamente presente nelle pagine seguenti , che è stato più
recentemente caratterizzato esplicitamente come «individualismo metodologico».
Una linea di ricerca ampiamente percorsa anche se non senza differenze in
ITALIA, ad esempio, da Juvalta, Abbagnano, Preti, Scarpelli e Bobbio. È vero
che i casi in cui gli esseri umani individuali e le persone si trovano
effettivamente di fronte a problemi etici quali quelli che rendono possibili
laserie di riflessione di pertinenza dell'etica sono probabilmente più rari di
quanto in genere si ritenga. Ma la rinascita dell'etica e il fiorire della
riflessione pratica a cui abbiamo assistito nella seconda metà del secolo XX (dai
disaccordi pubblici sulle questioni di giustizia distributiva e di discrimina.
zione che hanno caratter izzato gli anni Settanta, ai conflitti che negli anni
Ottanta ci hanno coinvolto tutti sui principi e le regole da far valere di
fronte alle nuove condizioni del nascere, morire e curarsi degli esseri umani)
mostrano l'ampio radicamento nella vita comune di questa dimensione filosofica.
Probabilmente riflessioni e decisioni si svolgono in modo meno esplicito e più
impersonale (attraverso la meditazione della discussione pubblica
intersoggettiva) di quanto risulterà dal taglio individualistico di questo
saggio. Ma nelle pagine seguenti, senza la pretesa di tutto abbracci are o
risolvere, renderemo conto in modo sistematico e critico delle diverse concezioni
elaborate per avere a che fare con quelle scelte individuali che sono
influenzate da ragioni etiche. 2. Lanatura dell'etica. 2.1. Meta-etica e
meta-morale. La riflessione sulla natura dell’etica ha una priorità logica una
volta assunta la prospettiva riflessiva e critica alla cui genesi abbiamo fatto
riferimento nel paragrafo 1. Si tratta infatti, in primo luogo, di capire
l'ordine di problemi intorno a cui si riflette econseguentemente di individuare
quali siano i criteri cui si può ricorrere per risolverli 0 mettere alla prova
la validità delle soluzioni alternative che ci si presentano. Un esempio
particolarmen te rappresentativo di questo percorso logico troviamo delineato
da Moore nei suoi Prircipis Ethica. Moore chiarisce che il problema centrale dell'etica
a suo parere, l’unico problema dell'etica è quello di fornire una definizione
delle principali nozioni che ricorrono nei nostri discorsi morali, ovvero le
nozioni di buono, giusto, obbligatorio, dovere ecc. Moore sostiene poi che
tutte le nozioni etiche sono riducibili, in modo più 0 meno diretto, a quella
fondamentale e primaria di «buono». Ecco quindi quanto scrive Moore: Ciò che
‘buono’ significa è in effetti, a parte il suo contrario «cattivo», il solo
oggetto semplice di pensiero che appartenga peculiatmente all'etica. La sua
definizione, di conseguenza, è il punto essenziale nella definizione
dell'etica; e inoltre un errore su questo punto porta con sé un numero di
giudizi errati di gran lunga più grande che qualsiasi altro errore in materia.
Se questa domanda preliminare non è pienamente compresa è non se ne vede
chiaramente la risposta, tutta il resto dell’etica ha un valore praticamente
nullo dal punto di vista della conoscenza sistematica [...] in ogni caso, è
impossibile che, finché non si conosca la risposta, si possa sapere quale è la
prova richiesta per un giudizio etico qualsiasi. Ma il principale obiettivo
dell'etica come scienza sistematica è dì fornire ragioni corrette per pensare
che una cosa 0 un'altra è buona; e se non si risponde alla nostra domanda tali
ragioni non si possono dare (Moore, 1964: 48-49). Secondo l’impostazione di
Moore dunque che faremo nostra i metodi di prova e confutazione che hanno
efficacia in etica potranno essere identificati solo dopo che avremo capito la natura
dell'etica, ovvero il tipo di problemi di fronte ai quali ci troviamo laddove è
in gioco la parte morale della nostra esistenza. Cominciamo quindi con il
passare in rassegna criticamente le più importanti concezioni sulla natura
dell'etica. In filosofia è corrente una nozione per riferirsi a questa parte
della ricerca e, specialmente in questo secolo, ci si è molto dilungati sulle
diverse meta-etiche o meta-morali (assumiamo qui queste etichette in un senso
generico e che le rende equivalenti senza investire la distinzione tra etica e
morale su cui invece ci soffermeremo nel $ 6). Una determinata concezione
meta-etica o meta-morale si colloca sul piano conoscitivo e logico. Essa si
propone infatti, prima di tutto, di farci capire qual è la natura dell'etica e
quali sono i metodi di prova e dimostrazione in essa in vigore. Tutto ciò è
preliminare e solo dopo si ritiene possibile passare a sottoscrivere una
determinata soluzione. La riflessione meta-etica viene quindi non solo
concepita come preliminare o logicamente prioritaria, ma in genere come del
tutto neutra da un punto di vista normativo, Si tratterebbe dunque, per usare
formule che piacciono molto ai filosofi, di identificare preliminarmente ciò
che è comune a tutti i punti di vista etici in quanto etici, per eventualmente
passare poi a sottoscrivere una determinata etica a preferenza di altre.
Naturalmente vi sono anche pensatori che negano che una meta-etica neutrale e
del tutto priva di implicazioni normative sia possibile. In questalinea troviamo
un autore di tendenze analitiche come Scarpelli che sottolinea la natura
prescrittiva di tutte le scelte a monte della costruzione di una particolare
meta-etica (Scarpelli,). Ma anche autori del filone postanalitico come Putnam –
citato da H. P. Grice -- e Davidson – citato da H. P. Grice -- che negano la
validità dell'assun zione che distingue tra forma e contenuto, distinzione a
monte della tesi della neutralità delle teorie meta-etiche (Putnam; Davidson).
Questa controversia riguarda però più propriamente il modo di intendere il
lavoro filosofico e il modo di concepire le relazioni e connessioni tra analisi
concettuali e logiche e opzioni valutative e normative e dunque in questa sede
laasciamo da parte. Così come non affrontiamo esplicitamente la questione di
quale si debba considerare l'oggetto proprio delle analisi meta-etiche. Se cioè
esse debbano vertere esclusivamente sulle parole e il linguaggio morale come ha
sostenuto una parte dei filosofi di questo secolo e specialmente gli esponenti
della filosofia del linguaggio ordinario come ad esempio Stevenson, Hare e
Nowell-Smith, o possano essere caratterizzate in modo meno ristretto. Più
recentemente, ad esempio, Bernard Williams ha suggerito di considerare come
oggetto proprio delle analisi sulla natura dell'etica in coerenza con una
concezione più liberale dell'analisi filosofica non solo i discorsi, ma anche
esperienze, azioni, emozioni ecc. (Williams). Tenendo conto del livello
generale di questo scritto potremo fare tesoro di questa proposta liberalizzatrice
e considerare come campo della meta-etica o della meta-morale l'insieme delle
diverse dimensioni della vita etica degli uomini. La concezione dell'edonismo
egoistico. La via più ovvia per identificare la natura generale dei problemi
che sorgono quando stiamo scegliendo o decidendo tra differenti alternative che
ci stanno di fronte è quella di sostenere che in realtà siamo esitanti solo
perché non ci risulta chiaro cosa ci conviene fare di più. Ovvero lasciando da
parte la questione di una differenza tra le più specifiche caratterizzazioni di
che cosa intendiamo con la formula «ciò che ci conviene di più» -ciò su cui
stiamo deliberando è solo l'individuazione del corso di azione che farà
maggiormente il nostro proprio interesse, 0 ci darà più piacere o ci farà
guadagnare di più ecc. Questa concezione meta-etica riconduce quindi le azioni
in gioco in questa dimensione della nostra vita pratica all'interno di un
contesto che riguarda le azioni umane in generale: tutte le azioni umane sono
rivolte a ottenere il proprio personale piacere e a evitare il dolore. Si
tratta di una concezione che riconduce l'etica all’interno di quel quadro
dell’edonismo egoistico che con una certa approssimazione interpretativa viene
attribuito a pensatori come Epicuro e Hobbes. Troviamo ad esempio che Hobbes
negli Elements of Law Natural and Politic (Elementi di legge naturale e
politica) sostiene: «Ogni uomo, dal canto suo; chiama ciò che gli piace ed è
per lui dilettevole, bene; e male ciò che gli dispiace; cosicché, dato che
ognuno differisce da un altro nella costituzione fisica, così ci si differenzia
l’uno dall’altro anche riguardo alla comune distinzione di bene e male. Né
esiste una cosa come l’agaton aplos, vale a dire il bene assoluto» (Hobbes,).
Questa concezione della natura dell'azione umana in generale in realtà porta a
negare che vi sia una dimensione etica nella vita degli esseri umani. Infatti
ci troviamo di fronte a una posizione che propone di tradurre tutti gli
enunciati 0 giudizi etici in questioni che hanno a che fare esclusivamente con
valutazioni, pro 0 contro una certa linea di azione, sulla base di un criterio
esclusivo che è quello del proprio personale tornaconto. La natura dell'etica
non viene certo caratterizzata in questa direzione da tutti coloro che
presentano delle teorie meta-etiche o meta-morali. Infatti al di lì delle
diversità da un punto di vista epistemologico, gnoseologico, psicologico 0
genetico, tutte le diverse concezioni concordano nel presentare, in termini
contenutistici e sostantivi, il campo dell'etica come quello che ha a che fare
con scelte e valutazioni che hanno come punto di riferimento degli obiettivi
che vanno al di là del solo interesse personale. Naturalmente una
caratterizzazione dell'etica che insiste sulla natura non interessata,
imparziale e generale del punto di vista che essa coinvolge pone come questione
preliminare quella più propriamente empirica e psicologica della possibilità
che gli uomini effettivamente agiscano mossi da motivazioni non strettamente
egoistiche. Vedremo più volte nelle pagine seguenti che una delle grandi
questioni intorno a cui sono convergentemente confluiti gli sforzi di melti
pensatori è proprio quella di riuscire a salvaguardare nel comportamento umano
uno spazio per le azioni mosse da ragioni etiche e dunque non strettamente
egoistiche. In questa sezione ci limitiamo dunque a fissare in via del tutto
preliminare il punto su cui convergono le diverse concezioni sulla natura
dell'etica e della morale di cui renderemo conto in questo paragrafo. In modi
diversi le numerose concezioni meta-etiche cercano di rendere conto di un fatto
considerato più o meno acclarato ovvero che nella vita degli esseri umani
esiste una sfera di azioni, scelte, valutazioni che è di pertinenza dell'etica
e della morale. Questa sfera ha a che fare comunque con valori, principi,
criteri, norme, regole che riguardano la condotta degli uomini ove la si veda
come non esclusivamente indirizzata verso la realizzazione di obiettivi
strettamente egoistici ponendosi dal punto di vista di ciascuno degli agenti.
Vi è cioè secondo le diverse teorie meta-etiche che ora passeremo in rassegna
una dimensione sovraindividuale e intersoggettiva (se non addirittura
universale) coinvolta nelle azioni umane e che sarebbe appunto quella di pertinenza
dell'etica. Sulla base di questa premessa comune le meta-etiche si
differenziano poi per il modo di rendere conto di questa dimensione e
conseguentemente delle vie per fondare e giustificare scelte e giudizi etici
corretti. 2.3. L'etica come insieme di comandi divini. Una delle teorie
meta-etiche più antica e fortunata è quella che ritiene che al centro
dell’etica vi siano una serie di doveri e di obblighi che ricavano la loro
origine, validità e forza dal fatto di essere comandi di un’autorità superiore.
In genere poi all'interno di questa concezione meta-etica si tende a
identificare l'autorità i cui comandi vengono messi in pratica nell'etica con
una qualche divinità, si tratti del Dio di una delle diverse religioni
positive, o piuttosto l'Autore della Natura della religione naturale, o ancora
qualcuna delle divinità minori delle religioni politeistiche. Nel mondo moderno
una tale concezione meta-etica è stata presentata nella forma più chiara dai
teorici del giusnaturalismo provvidenzialistico del XVII secolo e in
particolare la si trova difesa approfonditamente da Locke negli Essays on the
Law of Nature (1660-1664, Saggi sulla legge naturale). Si tratta di una
concezione meta-etica che proprio per il riferimento essenziale ai comandi di
una autorità sovrannaturale considera primarie e centrali per rendere conto di
questo campo della vita umana le nozioni di legge, obbligazione, dovere e
mette, dunque, in secondo piano altre nozioni quali quelle di buono, giusto,
diritti, virtù ecc. In questa prospettiva l'etica è poi strettamente connessa
con la religione. Infatti se tutto ciò che è in gioco nelle nozioni etiche è un
qualche comando o legge di un’autorità divina che rende obbligatori i suoi
dettami attraverso sanzioni a cui nessun essere umano può sfuggire allora
un'etica così intesa dipenderà fortemente dalla disponibilità di prove
dell'esistenza dell'autorità divina presupposta e andrà incontro a
insormontabili difficoltà nel momento in cui entra in crisi la credenza
nell'esistenza di un essere che trascende la natura. I fautori della concezione
che vede nell’etica una serie di comandi o leggi o ordini di una qualche
autorità divina, giunti a questo punto o riterranno scomparsa l'etica
dall'orizzonte della vita degli uomini 0 dovranno indicare una qualche autorità
terrena da cui fare dipendere la validità dei principi etici 0, infine,
dovranno abbandonare del tutto la metaetica che rende conto dei principi morali
come di comandi di una qualsiasi autorità. Una trasformazione del genere fu al
centro della riflessione di Hobbes portando inizialmente a una forma implicita
di positivismo giuridico. Ma più in generale guardando alla riflessione morale
dal XVII secolo ad oggi, con una qualche semplificazione, si può rendere conto
dell'etica moderna e contemporanea come un processo di progressivo
allontanamento della meta-etica in termini di comandi di una qualche autorità
distinta dal soggetto che sceglie, decide o giudica eticamente. Laddove si
istituisce il collegamento tra l’etica e la legge divina si aprono le due
diverse possibilità dell’intellettualismo e del volontarismo. Chi ritiene che
l’etica non sia altro che un insieme di comandi divini può infatti ritenere che
Dio comandi ciò che è bene perché lo riconosce come tale oppure alla lucedi una
concezione volontarista può concludere che ciò che è buono è tale proprio in
quanto è Dio a volerlo. Non ci soffermeremo sulle difficoltà presenti in queste
due distinte vie teoriche. In particolare l’intellettualismo sembra andare
incon tro alta difficoltà di rendere in qualche modo il bene precedente e
superiore a Dio. Viceversa il volontarismo si scontra con la teodicea ovvero
con la questione dell’esistenza del male nel mondo e dunque con la necessità di
ammettere un qualche limite alla potenza di Dio di fronte ad esso. Si può
ipotizzare che proprio le difficoltà incontrate una narrazione di queste
difficoltà si può trovare nei volumi di S. Landucci e Scribano nel corso del
XVII secolo nel delineare in modo coerente e accettabile queste diverse
strategie per fare dipendere il bene morale dalla legge divina, hanno segnato
una delle cause del crollo della concezione meta-etica che stiamo esponendo.
Sulle macerie di questa concezione si sono andate consolidando le meta-etiche
che ritengono costitutiva per una ricostruzione adeguata di questo campo il
pieno riconoscimento dell'autonomia delPetica. Cerchiamo di delineare sia pure
sommariamente le principali argomentazioni che giustificavano questo sforzo di
ricondurre l'etica alla legge divina. Nella sezione successiva ricostruiamo
invece il tentativo di connettere comunque l’etica ai comandi di un'autorità,
non già però sovrannaturale, ma solo terrena e positiva. Come si è detto la
biografia intellettuale di Locke è particolarmente significativa per chi sia
interessato a una riflessione critica sulle ragioni pro e contro un’etica del
comando divino. Lo sforzo di Locke era quello di conciliare questa concezione
meta-etica con ragioni che potessero essere accettate anche, al di fuori della
metafisica innatistica del pensiero medievale e cartesiano, da chi si muoveva
accettando un’epistemologia empiristica. Vi erano alcuni vantaggi a favore di
una concezione della morale e dell'etica come una legge divina presente nella
natura umana. Quest'impostazione permetteva di risolvere in modo semplice le
complesse questioni della motivazione propria della condotta etica e
dell’universalità ed eternità dei principi morali. Locke mostra con chiarezza
che questa concezione meta-etica veniva abbracciata in defini tiva proprio in
quanto permetteva di rendere conto di un'etica in cui i principi venivano
appunto considerati come eterni e universali e obbligatori per tutti gli esseri
umani. Infatti come insistentemente ripete Locke e non solo negli Essays on the
Law of Nature, ma anche in An: Essay concerning Human Understanding (1690,
Saggio sull'intelletto umano) e negli scritti pubblicati dopo il 1690
un'adeguata filosofia morale deve riuscire a delineare le condizioni che
rendono vincolante principi e regole, ovvero la legge naturale, per tutti gli
esseri umani in qualsiasi epoca. Ma il punto decisivo è che l’obiettivo di una
filosofia morale non è solo mostrare che un certo principio è vincolante e
obbligante, ma anche che ciò che esso ci comanda va fatto perché noi
ricoposciamo che è giusto. Tutto ciò possiamo realizzarlo solo concependo la
legge naturale al centro dell'etica come un comando di Dio. Solo questo infatti
garantisce che il comando sarà giusto, direttamente presente în tutti gli
esseri umani e vincolante in modo efficace in quanto tutti sanno che qualsiasi
defezione alla legge sarà punita da Dio senza scampo in una vita eterna. Locke
nella sua presentazione della natura dell'etica come una legge naturale non
solo si sforzava di insistere sulla natura obbligante di questa legge facendola
derivare da un comando divino, ma di rendere possibile la conoscibilità di
questa da parte della coscienza umana senza doverla presupporre come innata o
ammettere un consenso universale non riscontrabile empiricamente. Proprio il
fatto di fare derivare la conoscenza della legge naturale da un processo che
univa senso e ragione portava Locke a considerare tale legge come costitutiva
della natura umana. Locke finiva dunque con il congiungere la concezione che
vede l'etica come il campo dei comandi divini con un’altra concezione che vede
piuttosto l’etica come l’esplicitazione di quelli che sono i caratteri
necessari della natura umana. Nelle sue analisi Locke non distingueva tra due
strategie radicalmente diverse, quella che concepisce la legge morale naturale
come un comando divino che ci viene direttamente comunicato da Dio o da un suo
interprete autorizzato e quella che invece vede la legge naturale come qualcosa
solo indirettamente scopribile ricostruendo le leggi morali incorporate nella
condotta umana. 2.4. L'etica come comando di una qualche autorità. L'insistenza
sulla tesi che la natura propria dell'etica può essere colta solo mettendo al
suo centro principi morali che sono obbliganti e vincolanti in quanto comandati
è presente anche in un’altra linea di caratterizzazione meta-etica e
meta-morale. Si tratta di quella concezione che, negata la possibilità di
riconoscere una autorità sovrannaturale e divina, mantiene pur tuttavia
l'apparato concettuale dell'etica religiosa per cercare di rendere conto in
termini mondanizzati della natura vincolante della morale. Questa strategia di
traduzione dell'etica del comando divino nella meta-etica che definisce
comunque le nozioni morali in termini di imperativi o comandi sia pure di una
autorità terrena e umana fu percorsa già nel corso del XVII secolo, ad esempio
secondo alcuni studiosi di etica da Hobbes. Ma l'interpretazione di Hobbes in
questo senso è controversa e dunque risulta dubbia la possibilità di rendere
conto della sua concezione della legge etica o morale considerandola come una
concezione che la riduce al comando di un'autorità positiva riconosciuta. Né
ritengo che, diversamente da quanto pensano altri studiosi di storia dell’etica
(ad esempio Cattaneo), una concezione del genere si possa ritrovare nell'opera
del fondatore dell’utilitarismo Jeremy Bentham in quanto è chiaro da un punto
di vista concettuale che per un utilitarista il criterio decisivo dell'etica
non è il rinvio a qualcosa che è comandato secondo procedure riconosciute idonee
ma direttamente a ciò che è accettabile in termini di utilità generale. Tale
concezione può dunque essere più correttamente attribuita ad autori come John
Austin o, per venire al secolo XX, ai sostenitori del positivismo giuridico
come Hans Kelsen. Si tratta di una concezione legalistica dell'etica; ciò che
ha una validità etica può essere obbligante solo se vi è un’autorità che è in
grado di fare rispettare, con opportune sanzioni, la legge o le regole
codificate. Tale impostazione non solo esige una qualche codificazione
dell'etica, ma richiede anche che vi sia una autorità in grado di fare
rispettare i suoi decreti. Numerose sono le obiezioni che sono state mosse a
questa concezione legalistica dell’etica e in generale a una concezione come
quella che sarà sviluppata sistematicamente dal positivismo giuridico che tenta
di ricondurre la totalità del valore etico ai comandi di un'autorità positiva
in grado di fare rispettare con l'uso della forza i suoi decreti. Già nel XVII
secolo viene messa a punto un’ampia batteria di critiche. Esse rendono
difficile accettare questa concezione come in grado di spiegare la natura
dell’etica in generale e finiscono con il delimitarne la portata esplicativa,
eventualmente, al solo diritto positivo strettamente inteso (cfr. infra, $
6.2). Ricordiamo alcune di queste critiche. Il punto decisivo sta nel fatto che
ricondurre l'etica a un insieme di comandi non permette di discriminare come ha
mostrato nel dettaglio ad esempio F. Snare (Snare) tra tre situazioni che sono
concettualmente distinte. 1) Una posizione è quella di chi accetta un comando
in quanto teme l'eventuale sanzione di chi promulga il comando, ovvero quella
di chi considera il comando obbligatorio e vincolante in quanto prevede che chi
lo ha emesso ricorrerà a una forza efficace coercitiva per farlo rispettare. 2)
Completamente diversa è poi la posizione di chi accetta un comando in quanto
riconosce un'autorità a chi promulga il comando. In questa posizione ricadono
non solo i fautori di cui abbiamo già detto nella sezione precedente di un
legalismo religioso alla Locke che vedono il comando divino come obbligante non
potendosi non avere «fiducia» nell’autore della natura che non può regolarsi in
modo diverso da quello proprio di un padre buono. Vi ricadono anche i fautori
del positivismo giuridico (per una presentazione ed una critica di questa
posizione sono utili Bobbio, 1965; Scarpelli, 1965} che ritengono di non potere
non obbedire alle leggi promulgate da un'autorità che riconoscono come
legittima in quanto rispetta le procedure costituzionalmente previste per
promulgare leggi. 3) Infine del tutto diversa è la posizione di coloro che
accettano un comando in quanto discriminano tra comandi giusti e comandi
ingiusti e dunque rispettano le leggi del loro paese fino a quando le
considerano eticamente accettabili. Si tratta di tre situazioni ben distinte e
una meta-etica che non riesca a mantenere autonoma l'obbligatorietà della
morale dalla mera accettazione di un comando legittimo o dal timore di una
qualche sanzione data da un potere che ha la forza di costringerci risulta una
meta-etica inadeguata. Le critiche alle concezioni religiose o legalistiche
della natura dell’etica sono una chiara via pet giungere a cogliere l'autonomia
dell'etica. L'autonomia che così viene in primo piano è quella di decisione di
ciascun soggetto individuale responsabile. L'etica ha a che fare con decisioni
autonome di individui che non possono ritenere risolti i loro problemi
meramente facendo appello a una qualche autorità che comanda loro che cosa
fare. In realtà resta sempre aperta da un punto di vista etico la domanda che
conta ovvero se obbedire o meno al comando riconoscendolo giusto. Il senso
peculiarmente etico di tale domanda ci si rivela laddove comprendiamo che con
essa ci si chiede non tantose l'autorità che ci sta di fronte sarà in grado di
scoprirci o punirci ove non rispetteremo i suoi comandi, quanto piuttosto se il
comando è giusto o meno, ovvero se è o no moralmente accettabile. Le concezioni
legalistiche dell'etica e il positivismo giuridico non riescono dunque a
discriminare tra potere giusto e ingiusto. Collocandosi al loro interno non
trovano una spiegazione tutte le situazioni su cui ha molto insistito Ronald
Dworkin (Dworkin, 1990) nella sua critica al riduzionismo metaetico del
positivismo giuridico quali quelle in gioco quando ci si rifiuta di obbedire a
un comando ingiusto (le forme di totalitarismo del XX secolo hanno di continuo
fatto sorgere per gli esseri umani dilemmi del genere}. Ma più in generale
partendo da una concezione meta-etica del genere non si riesce a spiegare
proprio la genesi di istituzioni quali la giustizia e il governo. Naturalmente
intendiamo riferirci a una genesi che cerchi sul piano logicocritico le ragioni
della validità morale di un certo governo e della giustizia, non già a una
genesi che si contenti di qualche risposta di ordine storico 0 fattuale. Le
concezioni che riconducono la validità dei principi morali a comandi vincolanti
dati da una qualche autorità tendono infatti a considerare che l'unico problema
in gioco laddove ci interroghiamo sulla genesi della validità del potere di un
certo governo o di determinate regole di giustizia non è altro che il mero
interrogarsi sul fatto storico se questo governo esiste o meno e se queste sono
o meno le leggi che vigono nel nostro paese. Chi riduce l'etica ai comandi di
una qualche autorità non riesce più a rendere conto del perché distinguiamo tra
governi e leggi giuste e governi e leggi ingiuste. In questo quadro legalistico
non ha nemmeno molto senso porsi il problema, che pure sembra centrale per
l'etica moderna e contemporanea, dello spiegare quali sono le basi per cui si
debba obbedire a una qualche norma anche quando si sa che non c’è nessuna
autorità in grado di osservare il nostro comportamento e dunque premiarci o
punirci per la nostra fedeltà o la nostra defezione. Se l'unica validità di una
legge etica è data dalla forza che chi la comanda ha di farla rispettare, è
evidente che non c’è nessuna ragione di seguire una norma etica quando l’autorità
non è in condizione di raggiungerci con le sue sanzioni, Questa concezione
meta-etica dunque non solo non spiega il passaggio da una situazio ne priva di
etica a una in cui vi è un qualche principio etico, ma finisce con il lasciare
sempre aperta in definitiva come fisiologica e legittima la possibilità di
defezionare dai comandi dell'etica ove si sia in condizione di sfuggire al
controllo dell’autorità che li ha promulgati. 2.5. L'etica come legge naturale
0 razionale. Un'altra concezione sulla natura dell'etica che ha una lunga
storia dietro di sé è quella che identifica il bene e il giusto con ciò che è
naturale per gli uomini ovvero con ciò che è razionale per essi. Le derivazioni
della morale in termini di ragione umana e in termini di natura umana
rappresentano certamente due diverse concezioni meta-etiche se le si vede da un
punto di vista contenutistico; infatti è ben diverso presentare come un tratto
definiente del bene e del giusto la natura o la ragione umana. Per una lunga
parte della storia dell’etica però le due vie sono state fatte coincidere e
fino al XVII secolo la natura umana è stata appunto presentata principalmente
come natura razionale. Solo nel XVIII secolo si sono andate divaricando le due
diverse strategie che hanno ricondotto l’etica o ad aspetti della natura umana
non strettamente razionali (i sentimentalisti e Hume) o proprio alla parte
razionale in quanto non influenzata da desideri e passioni (Kant). Per quanto
riguarda queste concezioni che riconducono l'etica alla natura o alla ragione
umana va rilevato che diversamente da quanto accade nel caso dell'etica del
comando divino la definizione del campo proprio del bene e del giusto non viene
data rinviando a realtà al di sopra o al di là degli esseri umani, quali sono
appunto i comandi di un Essere Supremo. Ci troviamo infatti di fronte a
concezioni che ritengono di potere rendere conto del campo della morale
ricavandolo integralmente da ciò che è interno all’universo della vita umana.
Si viene così a superare una concezione eteronoma dell'etica nel senso di una
concezione che rinvia a qualcosa che è al di sopra o al di fuori della natura e
ragione umana. Non tutte però le concezioni che collegano l'etica alla natura o
ragione umana e che potremmo caratterizzare in un senso molto generale come
naturalistiche o immanentistiche ne riconoscono pienamente l'autonomia, e non
mancano fino al XVIII secolo concezioni riduzionistiche che tendono ad
assimilare l'etica a tratti generali della vita o della natura umana niente
affatto peculiari. Alle concezioni metaetiche di Hume e Kant possiamo fare
risalire il pieno riconoscimento dell’autonomia dell’etica pure nell’alveo di
spiegazioni che fanno ricorso alla natura o alla ragione umana. Nel senso più
radicale di collegamento dell'autonomia dell'etica con le scelte e le decisioni
individuali dobbiamo invece guardare a un processo che si è sviluppato solo nel
XIX e XX secolo. Cerchiamo di individuare i tratti distintivi di questa
concezione meta-etica o meta-morale rendendo brevemente conto delle tradizioni
che l'hanno maggiormente sviluppata. In primo luogo la tradizione naturalistica
che ha guardato e guarda tuttora all'etica nei termini metafisici e ontologici
propri della filosofia di Aristotele con le trasformazioni e manipolazioni più
o meno profonde operate dalle filosofie tomistiche e neotomistiche. In secondo
luogo la tradizione razionalistica che possiamo fare coincidere con il
giusnaturalismo razionalistico del XVII secolo. Come si è detto vanno tenute
distinte da queste due strategie meta-etiche che potremmo caratterizzare come
riduzionistiche quelle che pur rinviando alle nozioni di natura o ragione umana
riconoscono uno spazio del tutto autonomo per la morale o l'etica. Così va
considerata a parte la forma di naturalismo presente nelle opere di Hume che
riconosce nell’etica una dimensione del tutto peculiare della vita umana della
quale non si può rendere conto nei termini di una generale ricostruzione
ontologica e metafisica della natura umana complessivamente intesa. Va ugualmente
tenuta distinta dalle concezioni riduzionistiche dell'etica la ricostruzione
che della morale realizza Kant. Infatti questi, pur ammettendo lo stretto
collegamento tra razionalità ed etica, salvaguarda l'autonomia del campo della
morale distinguendo nettamente tra il piano della ragione pura conoscitiva e
quello della ragione pratica. Presenteremo dunque quattro distinte
caratterizzazioni dell'etica: nel senso di un giusnaturalismo ontologizzante e
metafisico; nel senso dell’estrinsecazione di un'unica Ragione ontologicamente
radicata; nel senso di un collegamento con una natura umana universalmente
intesa al cui interno si cercano però tratti che consentano di salvaguardare
l'autonomia del campo della morale; e infine nel senso dell'estrinsecazione di
una razionalità pur sempre sovrastorica e universale ma che viene connotata in
una dimensione specificamente pratica distinta da altre dimensioni. In
Aristotele troviamo chiaramente formulata la tesi che la virtà e il bene
consistono per gli uomini nel realizzare il comportamento che è proprio della
loro natura. L'essere umano è dunque naturalmente etico (come del resto è
naturalmente politico), e l'etica nella sua realtà può essere derivata solo
dalla conoscenza dell'essenza stessa della natura umana. Una prospettiva che
tra l’altro rende praticamente impossibile distinguere il piano dell’analisi
metaetica da quellodelle analisi normative: identificare lo spazio dell'etica
coincide con l’identificare il bene che gli esseri umani sono naturalmente
inclini a riconoscere. Nell’Etica Nicomachea (Aristotele, 1979) Aristotele
presenta la più chiara formulazione di una concezione che ricava la definizione
dell'etica dalla definizione della natura umana. L'elenco delle virtù umane e
la loro gerarchia viene infatti derivata da una preliminare conoscenza di
quella che è la natura sostanziale dell'uomo. Anche se in Aristotele si
riconosce come propria della vita pratica una dimensione di indeterminatezza e
probabilità che la rende del tutto diversa dal sapere teorico in cui si possono
attingere sia la certezza, sia la conoscenza dimostrata, poi non troviamo tale
indeterminatezza quando si passa a delineare i fondamenti dell'etica. Che per
gli uomini la virtù somma stia nella vita contemplativa e che la giustizia
rappresenti la virtù suprema della vita associata viene derivato logicamente
dalla definizione dell'essenza dell’uomo come appunto animale razionale
propriamente adatto al sapere teorico e al vivere in società. Vi è nell’etica
aristotelica non solo una derivazione della definizione dell’etica da quella
che si ritiene la natura essenziale e sostanziale dell'uomo, ma anche una
particolare strategia teleologica per rendere conto della vita etica in modo
tale da salvaguardare l'impianto dinamico e progressivo della vita pratica. In
Aristotele infatti il bene per l’uomo e quindi l'orizzonte di realizzazione
dell'erica non rinvia a qualcosa di già dato e posseduto, ma richiede piuttosto
l'impegno dell'uomo a realizzare quello che è lo scopo ad esso più proprio.
Questo impianto teleologico dell'ontologia aristotelica permette alla filosofia
di Aristotele di venire riproposta nel tomismo e nel neotomismo come struttura
portante della concezione mediante cui il cristianesimo elabora il suo
peculiare tentativo di ridurre l’etica alla natura umana (si veda Maritain).
Nella tradizione cristiana non è necessario percorrere la strategia che riduce
l’etica direttamente ai comandi divini: si può infatti percorrere anche la
strada che vede la natura umana come di per se stessa fornita di caratteri
etici imprescindibili. L'Autore della Natura con la sua bontà e provvidenza ha
creato la natura umana in modo tale da fornirla intrinsecamente di quel
particolare te/os che le permette di realizzarela felicità e i risultati
migliori per gli uomini. Realizzare i fini propri della natura umana diventa
così un comandamento anche per la religione cristiana in quanto appunto nella n
atura umana sono rintracciabili chiaramente i tratti distintivi propri della
vica etica. Ciò che è innaturale risulta negativo e malvagio e nello stesso
ordine naturale delle cose possiamo rintracciare la regola di ciò che è buono e
giusto. Ma questa via di ricondurre l'etica a qualche tratto tipico della
natura umana viene percorso nel pensiero moderno e contemporaneo anche su basi
diverse da quelle metafisiche e ontologiche proprie dell'etica aristotelica. Se
il carattere comune în base al quale caratterizziamo una meta-etica come
naturalistica è quello di ricondurre i tratti distintivi dell'etica a qualcosa
che è peculiare della natura umana allora numerose meta-etiche naturalistiche
sono state presentate anche dal Seicento in avanti. Ma queste forme moderne e
contemporanee di naturalismo rifiutano poi di irrigidire la natura umana alla
luce di una concezione sostanzialistica e di conseguenza non percorrono la
strada che presenta l'etica come qualcosa di ontologicamente o concettualmente
necessario per una definizione della natura umana ed evitano anche di ricorrere
alla strategia finalistica 0, nella versione cristiana, provvidenzialistica,
per fondare il campo della morale. Presentiamo alcune di queste meta-etiche
naturalistiche delineate nella cultura moderna econtemporanea e alcune critiche
ad esse mosse. Abbiamo un filone di meta-etiche naturalistiche, inaugurato dalla
filosofia di Anthony Ashley Cooper Shaftesbury, che pone al centro dell'etica
un qualche istinto 0 sentimento originario e irriducibile ad altro: un «senso
morale» proprio di tutti gli esseri umani, Qui ci troviamo non solo di fronte a
una meta-etica chiaramente immanentistica, ma anche a una con cezione che non
deriva la definizione dell’etica da una caratterizzazione di tipo
essenzialistico della natura umana, ma da una ricognizione empirica degli
esseri umani. Resta poi vero che attraverso questa procedura empirica si
ritiene di potere individuare qualcosa che è comune a tutti gli uomini e quindi
come tale proprio della natura umana e almeno nel caso di Shaftesbury, e dopo
di lui di Francis Hutcheson, anche qualcosa di originario. Va sottolineato che l'etica
viene qui collegata alla disposizione da parte degli uomini a reagire alle cose
del mondo sulla base di qualche sentimento o senso piuttosto che in termini
meramente intellettuali o razionali. Ancora per tutto il secolo XVILI vi è
stata una metaetica riconducibile a una forma di naturalismo sentimentalistico.
L'etica infatti ha a che fare con sentimenti e emozioni proprie di tutti gli
uomini anche, ad esempio, per Hume e Smith. Nel caso di Hume tale
caratterizzazione in termini naturalistici dell'etica risulta temperata, sia
dalla portata complessivamente ipotetica delle sue spiegazioni filosofiche, sia
dal presentare i sentimenti e le emozioni proprie dell’etica come in larga
parte non originarie, ma piuttosto come il risultato di un processo artificiale
di sviluppo della natura umana. Di conseguenza da una parte l'etica si presenta
come qualcosa che ha a che fare con un risultato artificiale e non originario
della vita umana, ma dall'altra questo stesso artificio è presentato come del
tutto naturale per gli uomini nel senso che Hume ne ricostruisce la genesi
ricorrendo a cause naturali. Tale concezione naturalistica è stata così vista
ad esempio da Ruse come un precedente di quella evoluzionistica elaborata da
Darwin e che si trova sviluppata poi a un livello filosofico (non privo di
inclinazioni assolutistiche) in Herbert Spencer. Nel naturalismo
evoluzionistico l’etica viene considerata come un insieme di istinti e
abitudini cooperative acquisite dagli uomini nel corso dell’evoluzione, ma una
derivazione evolutiva dell’etica non esclude che essa venga considerata
specialmente laddove si insiste sulle sue radici biologiche come propria di
tutta la specie umana. ‘Tutte queste diverse forme di meta-etica naturalistica
sono state sottoposte a critiche radicali lungo due linee convergenti, tra la
fine del XIX secolo e la prima metà del XX. Da una parte si èobiettato, come ad
esempio fa Mill nel primo dei suoi Three Essays on Religion -- Tre saggi sulla
religione -- dedicato alla natura (Mill, 1972: 13-52), mostrando la vaghezza e
genericità della nozione di natura che come tale è del tutto incapace di
fornire un qualche criterio preciso per avere a che fare con i problemi etici,
dato che sta le azioni più crudeli sia quelle più generose rientrano nella
Natura latamente intesa. Dall'altra si è obiettato, come fa ad esempio G. E.
Moore nei Prircipia Ethica (Moore, 1964: 91-120) che da un punto di vista
logico econcettuale il naturalismo cade nella cosiddetta «fallacia
naturalistica» riducendo appunto a naturale ciò che non lo è. Malgrado queste
critiche nel XX secolo concezioni naturalistiche dell’etica sono state pur
tuttavia riproposte, sia in termini evoluzionistici (ad esempio nel caso della
sociobiologia, specialmente da E. Wilson), sia attraverso forme aggiornate di
neoaristotelismo (ad esempio P, Foot, 1978 e A. Mac. Intyre, 1988). In
contrasto con queste meta-etiche naturalistiche vanno viste quelle concezioni
che rendono conto dell’etica non tanto riconducendola alla natura umana, in
generale, quanto piuttosto collegandola strettamen te, in modo più specifico,
con la ragione umana. Tale strategia è stata percorsa lungo due di. verse
linee, Da una parte i razionalisti etici del XVII secolo, quali ad esempio i
giusnaturalisti Ugo Grozio e Samuel Pufendorf, consideravano questa ragione
umana come una facoltà ontologicamente garantita in grado di cogliere l'essenza
stessa dell’uomo e dunque i suoi obiettivi più propri (Bobbio, 1963). Questa
concezione della ragione è rintracciabile anche alla base dei numerosi tentativi
nel corso del XVII secolo di dare vita a un'etica dimostrata, un compito verso
cui tendono pensatori per altri versi molto differenti quali ad esempio Hobbes,
Baruch Spinoza, Locke e Samuel Clarke. L'idea era quella di presentare una
morale che derivasse le leggi del comportamento umano da principi o
auto-evidenti, o assunti comevalidi per definizione, o radicati nella struttura
metafisica del mondo. Il razionalismo etico è stato però successivamente
elaborato anche al d i fuori di questo quadro metafisico, essenzialistico o
dimostrativo. Questa è ad esempio la strategia percorsa nel modo più rigoroso
ed approfondito da Kant nella Kritik der praktischen Vernunft (\788, Critica
della ragion pratica), ma poi ampiamente ricorrente nella storia dell'etica
contemporanea. Nel caso di Kant l'etica ha a che fare non più con la struttura
essenziale del mondo, quanto piuttosto con la forma pura della razionalità
umana. Kant precisa anzi, salvaguardando la sua meta-etica dalla critica di
ridurre il dovere al fatto, la morale alla scienza, che la ragione di cui egli
tratta nell'etica non è la ragione pura conoscitiva ma è la ragione pratica.
L'etica secondo Kant non ha un contenuto diverso dai principi generali che
presiedono alla possibilità stessa di una razionalità pratica per gli uomini,
ed è in questo senso che l'etica ha a che fare con una dimensione
trascendentale che riguarda la volontà umana in generale. L'etica fissa e
precisa le leggi che presiedono al funzionamento di qualsivoglia volontà umana
che non si proponga questo o quell'obiettivo particolare, ma piuttosto di
conformarsi alla sua struttura generale. L'etica rende così esplicita la
struttura categoriale della razionalità pratica umana. Vedremo nel paragrafo
4.6 quali sono i contenuti normativi precisi a cui Kant giunge muovendo da
questa concezione meta-morale; qui ci limitiamo a sottolineare alcuni tratti
della meta-etica kantiana. Nel caso della caratterizzazione della natura della
morale fornita da Kant risulta del tutto salvaguardata l'autonomia dell'etica
rispetto alle dimensioni della conoscenza empirica e della fede religiosa
(Landucci, 1993): la razionalità pratica umana è infatti in grado da sola di
fondare la validità della vita morale. Anzi nella concezione kantiana gli
stessi contenuti principali della religione sembrano presentarsi come risultati
dell’azione della razionalità pratica umana in quanto suoi postulati che
garantiscono la validità della vita morale. Nell’approccio kantiano l’esigenza
di non ridurre l'etica a qualche altra cosa viene dunque salvaguardata sia
attraverso l'affermazione della netta distinzione tra ragionpura conoscitiva e
ragion pura pratica, sia con la negazione della riconducibilità dell'etica a
sentimenti ed emozioni naturali degli uomini. Rifiutando di assumere un
qualsiasi sentimento o emozione particolare degli uomini come in grado di
rendere conto della natura della morale, Kant ritiene anche di poter giungere a
garantire l'universalità della legge morale. Questa teoria meta-etica ha come
sua conseguenza un pregiudiziale rifiuto rigoristico di considerare come bene
una qualunque cosa che possa soddisfare un sentimento, un'emozione 0 un
desiderio individuale. Malgrado l'impegno con cui Kant si è sforzato di
salvaguardare l’autonomia dell’etica non sono mancate nei confronti della sua
meta-etica le critiche di coloro che vi trovano una forma di riduzionismo non
diversa da quella presente nell’etica naturalistica. Si insiste dunque che in
Kant il dovere etico è ridotto a quella che è la legge e la struttura della
volontà. E ancora che nei suoi scritti vi è la riduzione di tutte le ragioni
pratiche dei singoli esseri umani finiti a una razionalità universale e
assoluta. Si rileva poi che l’uso di una nozione come quella di trascendentale
è una traccia del permanere di tentazioni di tipo ontologizzante ed
essenzialistico. Va segnalato che come avremo modo di documentare ulteriormente
l’impostazione kantiana ha avuto comunque una grande fortuna. Autori su
posizioni filosofiche molto diverse quali ad esempio J. Rawls, H. Putnam, K. O.
Apel la ripropongono in nuove vesti. La tendenza è quella di depurare
l'imposta» zione kantiana dalle tentazioni di ordine metafisico e considerare
l'etica come qualcosa che ha a che fare non tanto con la struttura di fondo
della razionalità pratica quanto con le condizioni stesse della comunicazione
umana in generale o con le presupposizioni della vita civile. Coloro che
elaborano il modello della razionalità pratica kantiana giungono così per
quanto riguarda la natuta dell'etica a conclusioni non molto diverse da quelle
raggiunte da alcuni teorici del prescrittivismo non cognitivistico di cui
renderemo conto nella prossima sezione. 2.6. L'etica come prescrizione
universalizzabile. Il tipo di concezione dell'etica che ha avuto la prevalenza
è quella preoccupata principalmente di rendere conto della vita morale in modo
tale da segnarne una netta autonomia e differenziazione rispetto al piano della
conoscenza empirica e scientifica; potendosi oramai ritenere già del tutto
acquisito, sul piano teorico, il processo che ha portato a segnare il distacco
dell’etica dalla religione. La distinzione dell'etica rispetto al campo della
scienza e della conoscenza empirica è stata poi tracciata su basi molto
diverse, rimanendo dunque costante la tendenza a definire la natura dell'etica
come campo del tutto irriducibile e peculiare della cultura umana. Così Moore
consolida in modo definitivo la tendenza a segnare una completa autonomia
dell'etica rispetto alla conoscenza empirica 0 metafisica, anche se poi egli
legava le principali nozioni etiche con una forma di conoscenza intuitiva del
tutto peculiare. Conclusione quest'ultima che verrà rifiutata da coloro che più
rigorosamente negheranno che l'etica abbia a che fare con una forma qualsiasi
di conoscenza, ovvero da quei teorici del non-cognitivismo preoccupati
piuttosto di salvaguardare la dimensione prevalentemente normativa o
prescrittiva al centro della morale. Ma la soluzione di Moore era quella di
indicare nelle proprietà oggetto dell’intuizione etica ovvero nel bene e nel
dovere delle proprietà del tutto uniche e irriducibili ad altri tipi di
proprietà naturali, presentandole quindi come peculiari e indefinibili qualità
non-naturali. Tutte le meta-etiche che non avevano riconosciuto
l’indefinibilità e l'irriducibilità delle proprietà etiche secondo Moore
avevano compiuto, in generale, l'errore logico da lui chiamato «fallacia
naturalistica», errore consistente prima di tutto nel ridurre ciò che non è
naturale al naturale. Su basi diverse all'analoga conclusione dell’affermazione
di una netta distinzione tra conoscenza empirica o scienza e ambito della
morale arriveranno anche quei neo-positivisti che come ad esempio Ayer in Language, Truth and
Logic, Linguaggio, verità e logica, allargavano la loro analisi
verificazionista del discorso fino a presentare conclusioni a proposito della
natura dell'etica. La tesi generale di Ayer era quella dell'impossibilità di
rend ere conto dei giudizi morali con le stesse concezioni esplicative che
rendono conto delle normali asserzioni empiriche e scientifiche. Ma Ayer non si
limitava a tracciare una distinzione tra l'ambito delle asserzioni empiriche e
l'etica. Egli infatti concludeva sulla base della generale teoria del
significato accettata dai neo-positivisti — secondo la quale solo le
proposizioni empiricamente verificabili, sia pure in linea di principio, hanno
un significato — che l'autonomia dell’etica è data dal fatto che i suoi
enunciati, proprio per l’uso di nozioni quali buono, giusto e dovere non sono
verificabili in termini empirici e dunque sono privi di senso. Ayer non si
limitava però alla conclusione negativa, ma aggiungeva anche una
caratterizzazione in positivo dell’etica. Ayer infatti riconosceva alle
proposizioni dell'etica un ruolo loro proprio: quello di esprimere le emozioni
di chi parla e di suscitare emozioni in chi ascolta. Proprio sulla base di
questa caratterizzazione emotivistica della natura dell'etica Ayer finiva con
il sostenere sul piano epistemologico che non esistono modi razionali per cercare
di superare il disaccordo in morale (cfr. srfra, $ 3.9). Anche Stevenson
salvaguardava in Ethics and Language -- Etica e linguaggio – citato da H. P.
Grice -- l'autonomia dell'etica collegandola agli atteggiamenti, mentre le
altre specie di discorso hanno a che fare principalmente con le credenze. Gli
strumenti teorici generali di Stevenson erano però quelli del pragmatismo e non
già quelli del neopositivismo, e proprio perciò permettevano di delineare una
ricostruzione meno rinunciataria e negativa del discorso etico. Infatti secondo
Stevenson l’etica è costituita da un insieme di giudizi in cui chi parla espone
appunto i propri atteggiamenti e cerca di provocarne di analoghi anche negli
altri. Rispetto all'analisi riduttiva di Ayer, in quella dell’«ernotivismo
moderato» di Stevenson viene riconosciuto il ruolo peculiare del discorso etico
come pienamente significante sia pure collocandolo su dì un piano non
conoscitivo. Rispetto al neopositivismo (ma anche all'intuizionismo di Moore)
il punto di svolta sta nel riconoscimento che non solo le conoscenze sono
significanti. Rispetto a quanto era stato fatto dalla riflessione meta-etica
precedente quello che per Stevenson e i non- cognitivisti diventa centrale non
è solo riuscire a rendere conto di quanto l'etica sia distinta dalla
conoscenza, ma anche specialmente dello stretto collegamento che essa ha con
l'azione e la pratica effettiva. Su questo piano diventa prioritario nella
riflessione meta-etica la salvaguardia della distinzione tra l'è di cui appunto
si occupa la conoscenza e il deve che è di pertinenza della morale. I fautori
della meta-etica non-cognitivistica si impegnano particolarmente lungo una
linea analitica rivolta a rendere esplicito il collegamento del discorso etico
con l’azione fissando in termini di regole precise e non già di espressione di
emozioni questo ruolo del linguaggio umano. In questa direzione sono stati
elaborati numerosi tentativi di caratterizzazione. Tutta la riflessione europea
sull'analisi del linguaggio morale nel periodo successivo alla fine della
seconda guerra mondiale è dedicata principalmente a questo obiettivo. Rendiamo
qui conto della più fortunata tra le concezioni non-cognitivistiche, quella di
Richard Mervyn Hare, già delineata fin dal 1952 con The Language of Morals (Il
linguaggio della morale) e poi ripresa e sviluppata, prima sul piano
epistemologico nel 1963 con Freedom and Reason (Libertà e ragione) € poi su
quello normativo nel 1981 con Mora! Thinking. Its Levels, Method and Point (Il
pensiero morale). Secondo Hare l’etica è caratterizzata dalla presenza di
nozioni la cui funzione è tale che non può trovare realizzazione in nessuna
altra parte del discorso umano: la funzione propria del discorso etico è quella
di dare voce a «prescrizioni universalizzabili soverchianti». Tutti questi
tratti dell'etica vengono spiegati dettagliatamente da Hare nei suoi scritti.
Le impostazioni filosofiche generali di L. Wittgenstein e di J. L. Austin gli
forniscono gli strumenti per dare corpo alla sua meta-etica. Con il sottolineare
la natura prescrittiva dell'etica Hare salvaguarda quello stretto collegamento
delle nozioni morali con le azioni effettive di chi esprime una propria
posizione e di chi ascolta. Si tratta di quel nucleo proprio dell’etica per cui
essa è necessariamente collegata con una qualche motivazione ad agire, e per
cui si imparenta con i comandi e con gli imperativi e include il ricorso alle
nozioni di dovere e obbligo. Si tratta appunto di quel nucleo prescrittivo che
veniva perso di vista da quelle concezioni meta-etiche quali l'intuizionismo
sostenuto da Moore che tendevano invece a rendere conto dell'autonomia e
specificità della morale in termini di una conoscenza peculiare. In realtà
l'etica non è in alcun modo una conoscenza di ciò che è, ma è un insieme di
prescrizioni rivolte a ciò che deve essere. Un altro punto importante della
concezione meta-etica di Hare è quello che insiste sul farto che i nostri
discorsi morali non solo sono prescrittivi, ma in realtà trasmettono
prescrizioni universali, ovvero prescrizioni che si ritengono valide per tutti
i casi simili. Il riconoscimento di una universalizzabilità dei giudizi morali
così come affermata dalla meta-etica non-cognitivistica vuole rendere conto di
un'esigenza peculiare di coerenza e strutturazione propria della vita morale,
per cui i giudizi dell'etica si distinguono dai giudizi di gusto 0 di
preferenza relativamente ai quali tale esigenza non viene abitualmente fatta
valere. Una distinzione tra giudizi morali e giudizi di preferenza della quale
invece non riuscivano a rendere conto le meta-etiche emotivistiche. Attraverso
questa via dell'universalizzabilità Hare e i non-cognitivisti recuperano e
includono nelle loro spiégazioni un tratto dell'etica che è stato fortemente
richiamato e sottolineato da Kant ed è centrale per coloro che ne riprendono la
concezione della morale. Non diversamente come un tentativo di rendere conto di
un'etica che ha molti dei tratti della moralità così come già la presentava
Kant, va visto l'ultimo carattere che Hare riconosce come proprio dell’etica
nel suo modello non-cognitivistico: il fatto di essere soverchiante. Ciò
significa riconoscere che l'etica è costituita non solo da prescrizioni
universalizzabili, ma anche che in quanto «soverchianti» sono gerarchicamente preordinate
rispetto ad altre prescrizioni. Il non-cognitivismo di Hare è stato ampiamente
discusso nella seconda metà del secolo XX come tentativo fertile di cogliere la
natura propria dell'etica, La concezione dell'etica come insieme di
prescrizioni universalizzabili soverchianti è stata fatta propria anche dai
teorici tedeschi dell'etica del discorso come K. O. Apel e J. Habermas (Apel,
1977; Habermas, 1985). Non sono mancate le critiche a questa concezione che è
stata considerata ad esempio da B. Williams non tanto come una spiegazione o
un’analisi neutra di quella che è l'etica per noi, quanto piuttosto come una
posizione che cerca di imporre una ben precisa concezione, rigida e superata,
della moralità. Altre critiche hanno rilevato come tale meta-etica sembri
volere negare, sul piano logico, la possibilità invece del tutto aperta a ogni
essere umano di restare al di fuori di una vita etica così intesa. Hare ha
cercato di rispondere a questo ultimo tipo di critiche precisando che la sua
tesi non sostiene che non si può fare a meno di sottoscrivere nel corso della
propria vita prescrizioni universalizzabili soverchianti, quanto piuttosto che
non si può rendere conto in modo logicamente corretto della natura dell'etica e
della morale fuoriuscendo da questo quadro esplicativo. Altri problemi aperti
riguardano dimensioni ulteriori della meta-etica noncognitivistica e avremo
occasione di fermarci su di essi nei prossimi capitoli. Proprio in quanto la
meta-etica non-cognitivistica si presenta, secondo chi scrive, come quella più
adeguata e fertile si tratterà di completarne l'esame affrontandone anche le
altre implicazioni, relative alla genesi dell’etica, alle forme argomentative
ad essa proprie) e ai suoi eventuali suggerimenti normativi. La negazione
dell'etica: libertà e determinismo. Nel rendere conto delle posizioni che si
sono occupate in generale della natura dell'etica dobbiamo soffermarci su
quelle concezioni che hanno negato che in realtà vi sia uno spazio per le
scelte etiche degli uomini. Per quanto riguarda queste posizioni molto
differenziate e sempre più diffuse nel secolo XX distinguiamo tra coloro che
negano decisamente che gli uomini possano mai agire realmente in modo libero e
dunque essere imputabili di una qualche respon. sabilità, e le posizioni che
invece, pur ammettendo che gli uomini possano agire liberamente, negano che
possano essere effettivamente motivati dalla ricerca di obiettivi non
strettamente personali. Le negazioni dell'etica dell'ultimo tipo nascono da
quelle teorie psicologiche che non ammettono che gli esseri umani possano
essere mossi ad agire da prospettive imparziali o valori più o meno universali.
Le concezioni che negano qualsiasi spazio per una libera scelta da parte
dell'uomo sono chiamate abitualmente deterministiche. Va subito precisato però
che qui ciò che è in gioco non è tanto la questione su cui sembrano
contrapporsi deterministi e non- deterministi se vi possano mai essere per gli
esseri umani azioni del tutto immotivate e dunque arbitrarie, quanto piuttosto
la questione se gli uomini possono scegliere liberamente di fare le azioni che
vogliono fare sulla base delle ragioni e motivazioni a cui sono più sensibili,
comprese le motivazioni e ragioni specificamente morali. Nella lettura che noi
proponiamo dunque la questione della libertà e della responsabilità etica degli
uomini non si colloca nel quadro di discussione sul determinismo e
indeterminismo proprio della filosofia medievale, incline a identificare la
libertà degli uomini con un irrealizzabile libero arbitrio, ovvero con una
libertà di volere in assenza di qualsiasi motivazione. In alternativa va invece
accettata l’impostazione delle analisi sulla questione libertà-necessità
dell'agire umano fatte valere nella linea empiristica da Thomas Hobbes, John
Locke, David Hume. Secondo questi pensatori è del tutto compatibile (0 se si
vuole addirittura essenziale) con il riconoscimento di una libertà e
responsabilità morale nelle azioni umane, una posizione che considera le azioni
umane sempre determinate o motivate da una qualche causa o ragione (Frankena).
Il punto decisivo nella diatriba non è dunque se le azioni umane siano o no
sempre motivate da ragioni o cause, ma se gli uomini possano 0 meno scegliere
liberamente di fare le azioni per le quali hanno motivi o ragioni. In questo
senso la libertà delle azioni umane non si contrappone tanto all’esistenza di
motivi o ragioni che determinano la volontà, quanto al fatto che gli esseri
umani sono costretti a fare certe azioni da altri esseri wmani o che vi siano
comunque delle cause che essi non possono in alcun modo controllare che li
costringano a fare delle azioni che, ove fossero liberi, non farebbero. Si è
costretti a concludere che gli uomini non sono liberi € l'etica non ha alcuna
possibilità di sussistere laddove si ritenga non tanto che tutte le azioni
umane abbiano {o debbano avere) dei motivi, delle cause o delle ragioni, ma si
ritenga che tali cause e motivi agiscano necessariamente anche laddove gli
uomini credano di avere altri motivi e ragioni per agire. Dunque non sussiste
uno spazio per l'etica quando si abbraccia una concezione che ci porta a
ritenere tutte le azioni umane come effetto necessario di cause esterne ai
differenti individui umani esistenti, cause sulle quali né ciascuno di questi
esseri umani singolarmente né in collegamento con gli altri può avere una
qualche influenza. Esistono numerose concezioni che specialmente nel corso del
XIX e XX secolo hanno insistito sulla completa assenza di spazio per una libera
scelta nelle azioni umane nel senso che abbiamo appena definito. Non possiamo
qui rendere conto di tutte le concezioni del genere; ricordiamo solo quelle più
importanti e certamente inquietanti per chi crede a una qualche realtà ed
efficacia delle distinzioni morali. Già Darwin, nei primi appunti stesi in
collegamento con le sue prime riflessioni tra il 1833 e il 1840 sulle sue
scoperte intorno alle trasformazioni delle specie viventi, suggeriva le
implicazioni per la morale di una concezione evoluzionistica (Desmond e Moore).
Tutto il processo evolutivo è dominato dal caso e dalla sopravvivenza dei più
adatti in termini meramente biologici e sessuali. Come risulta chiaro poi la
lotta per la vita in termini evolutivi riguarda non già i singoli individui, ma
le specie nel loro complesso. In questo quadro tutte le azioni umane si
presentano come frutto di cause che riguardano complessivamente la specie
umana. Questa prospettiva biologica sulla vita degli uomini è stata sviluppata
e approfondita da autori che hanno elaborato quella che è chiamata sociobiologia
(Wilson). A) di là delle opzioni apparentemente libere che si presentano alle
scelte umane, in realtà tutte le azioni umane sono casuali e soggette a
condizionamenti in termini di ciò che è vantaggioso per la sopravvivenza della
specie complessivamente intesa. Così se identifichiamo l'etica con la presenza
di una dimensione cooperativa nelle azioni umane, tale dimensione non è altro
che un effetto dell'evoluzione biologica naturale e le azioni che ne conseguono
sono del tutto istintive e sottratte al nostro controllo. Del tutto illusoria è
dunque la prospettiva dell'etica che vi siano dei contlitti, disaccordi e
scelte drammatiche di fronte agli uomini e che essi possano responsabilmente e
liberamente dare ad esse una soluzione. La vita umana è sottoposta alle leggi
generali della vita e del tutto casualmente si realizzano processi e
trasformazioni, i quali tutti vanno dunque al di là di qualsiasi libera scelta
individuale. Un'altra concezione che sembra negare qualsiasi spazio alle scelte
libere e responsabili di cui tratta l'etica è quella che viene considerata come
una conseguenza dell’accettazione dell’impostazione psicanalitica di Sigmund
Freud. È dubbio che una tale schematica concezione sia presente in Freud, che,
se leggiamo opere come Das Unbebagen in der Kultur, Il disagio della civiltà)
sembra piuttosto impegnato a rendere conto della genesi della coscienza morale
all’interno della sua generale teoria sulla dinamica psichica, senza volersi
dunque impegnare su di un piano essenzialistico (Freud). Ma vi è comunque una
vulgata che considera una conseguenza dell’impostazione psicanalitica la tesi
che le azioni umane individuali non possono essere viste come frutto di scelte
consapevoli, ma sono il risultato piuttosto di motivazioni inconsce che
sfuggono a qualsiasi controllo individuale. Quando noi riteniamo di avere di
fronte determinate alternative tra le quali scegliere razionalmente la
migliore, in realtà siamo spinti a percorrere una certa strada da pulsioni
profonde (amore- odio ecc.) che sfuggono completamente al nostro controllo
consapevole e che dettano anche tenendo conto della nostra storia psicologica
personale i nostri comportamenti in modo necessario. Una analoga riduzione
delle motivazioni consapevoli ad altre più profonde cause si troverebbe nella
concezione di Carl Gustav Jung e in tutte quelle dottrine che elaborano una
qualche tipologia o caratteriologia. Rispetto a questi approcci alle azioni
umane che negano all’etica un qualunque ruolo va mossa una critica preliminare.
Queste tesi hanno un valore se sono presentate come ipotesi scientifiche, ma se
vengono presentate come tali la loro validità non può essere estesa appunto al
di là di quella propria di spiegazioni empiriche per un campo ben determinato
di comportamenti umani. Rendere conto delle azioni umane secondo una
spiegazione evoluzionistica non può essere presentato pena l'abbandono del
piano scientifico di discorso come l’unica e necessaria spiegazione di
qualsiasi azione umana, come una sorta di caratterizzazione essenzialistica e
sostanzialistica della natura delle cose. Gli stessi teorici, metodologicamente
più avvertiti, dell’evoluzionismo come ad esempio Dawkins non hanno mancato di
temperare in vari modi questa semplicistica negazione dell'etica. Da una parte
hanno così insistito sull'incidenza solo statistica e non necessaria delle
cause evolutive. Dall'altra hanno anche riconosciuto una capacità degli esseri
umani, non solo di essere consapevoli dei processi evolutivi, ma di sottrarsi
proprio sul piano procreativo ai meccanismi dettati dall’evoluzione, Infine si
sono impegnati ad elaborare spiegazioni che rendono conto della superiorità,
sul piano evolutivo, di quelle culture che realizzano al loro interno un
equilibrio selettivo stabile intorno ad abitudini cooperative, rispetto alle
culture dominate dal completo egoismo individuale. Una estensione dunque su di
un piano ontologico o metafisico dell’evoluzionismo risulta effettivamente
incompatibile con qualsiasi altra spiegazione o interpretazione delle azioni umane,
ma in quanto tale rappresenta una fuoriuscita dal piano del discorso
scientifico e la trasformazione dell’evoluzionismo in una religione. Non
diversamente si può ritenere indebita la generalizza zione del modello
esplicativo proprio della psicanalisi a tutte le situazioni in cui gli uomini
scelgono, decidono e deliberano. La fertilità della psicanalisi è indubbia
laddove è presentata come una spiegazione di ben precise azioni e di situazioni
patologiche del comportamento umano. Ma non si può se non impropriamente
estenderla in modo tale che essa pretenda di spiegare tutte le azioni umane in
qualsiasi situazione con le forze e pulsioni inconsce su cui richiama
l’attenzione, Un'altra strada è stata percorsa sempre più insistentemente negli
ultimi due secoli per negare qualsiasi spazio all'etica. Si tratta qui di
quella posizione che sostiene che gli uomini sono in definitiva mossi solo da
motivazioni del tutto personali ed egoistiche e che dunque cercano sempre e
solo la soddisfazione dei loro interessi. È poi molto diffusa la tendenza a
caratterizzare questi interessi in termini strettamente economici. La negazione
dell'etica in questo senso deriva da una concezione essenzialistica dell'azione
umana che identifica come unico movente di tutte le scelte la realizzazione del
massimo vantaggio da un punto di vista economico. Secondo alcuni ad esempio
Louis Dumont (Dumont, 1984) è questo il tipo di prognosi sulla civilizzazione
umana nell'Occidente che troveremmo già in Bernard de Mandeville e in Smith e
che dovremmo realisticamente fare nostra. La tesi generale è che la
realizzazione e il consolidarsi delle società dominate dalla logica del mercato
rende praticamente impossibile la ricerca da parte di ciascun essere umano di
obiettivi non strettamenté autointeressati. Vi sarebbe quindi, paralletamente
al progressivo consolidarsi delle strutture delle società di mercato, una vera
e propria morte dell’etica. In luogo di una spiegazione pluralistica ancora
legittima nel secolo XVII dell’azione umana che la riconduceva a ragioni
etiche, economiche, di moda ecc. ora saremmo dunque costretti a fare nostra una
spiegazione monistica per la quale le uniche ragioni delle scelte e decisioni
sono economiche, e tra l'altro quasi mai sotto il controllo dell'individuo.
Secondo questa filosofia della civilizzazione sono dunque del tutto scomparse
le condizioni che permettono azioni mosse da ragioni etiche, altruistiche 0
universalistiche. Ancora una volta una spiegazione che può avere una sua
fertilità se tenuta su di un terreno del tutto limitato finisce poi con il
risultare inaccettabile una volta estesa su di un piano essenzialistico. Tutte
queste concezioni contestano la possibilità dell'etica sulla base di una
pretesa ingiustificata di caratterizzare in termini sostanziali ed essenziali
l'azione umana. La ricostruzione che dell'azione umana viene offerta da chi
ammette l'incidenza delle ragioni etiche è una delle possibili spiegazioni che
restano aperte nella nostra cultura. Certo non l’unica, forse nemmeno quella
più importante e significativa, ma di sicuro una spiegazione fertile sul piano
esplicativo e non priva di forza prognostica. Se si cerca di rendere conto
delle azioni umane sulla base dell'assunzione che gli uomini sono mossi ad
agire anche da ragioni etiche si riesce come ha recentemente in vari modi
mostrato Amartya K. Sen (Sen, 1986, 1988, 1992, 1994) a rendere conto di alcuni
comportamenti effettivi e a prevedere alcune situazioni future in modo non
diverso (e non meno esteso) di quanto accade con le altre spiegazioni. 3.
Fondazione, giustificazione e spiegazione: l’epistemologia dell'etica. 3.1.
Dalla meta-etica all'epistemologia. La ricerca rivolta a identificare la natura
della morale, il senso delle nozioni che operano nell'etica, rappresenta un
passaggio preliminare prima di affrontare un altro genere di questioni decisivo
per l'etica, quello relativo alle vie disponibili per fondare, giustificare, o
eventualmente spiegare, le scelte e i giudizi normativi. Sapere che tipo di
domande ci poniamo quando siamo alla ricerca di ciò che è bene © giusto fare in
una data situazione è appunto preliminare da un punto di vista logico e
concettuale per arrivare a individuare le procedure mediante le quali si può
trovare la risposta adeguata. Rendiamo dunque conto in questo paragrafo delle
diverse linee lungo le quali si è risposto al problema dei modi in cui si
possono conoscere, fondare 0 giustificare le norme e i valori con cui l'etica
ha a che fare. Nel corso del secolo XX vi è stato, prima, uno spostamento
deciso dal problema di come sono conoscibili i valori etici, a quello di come
sono fondabili i nostri giudizi normativi e le nostre decisioni pratiche.
Successivamente l'elaborazione filosofica ha visto affermarsi una prospettiva
che in luogo della tesi della fondabilità delle conclusioni etiche ha preferito
limitarsi a sostenere la possibilità di giustificarli o di argomentare pro o
contro i valori in gioco. In questo paragrafo renderemo anche conto di un altro
approccio che si è andato sempre più consolidando nella riflessione etica del
secolo XX rivolto non più a fondare o giustificare le conclusioni normative,
quanto piuttosto a spiegare la genesi dell'etica e delle distinzioni che in
essa vengono istituite. Quest'ultimo approccio che abbandona le pretese di
elaborare criteri gnoseologici ed epistemologicì per passare ad un'analisi
propriamente esplicativa non coinvolge solo le posizioni (di cui abbiamo reso
conto nel $ 2.7) di coloro che negano la validità delle distinzioni etiche. Un
analogo approccio esplicativo troviamo in chi occupandosi dell'etica filosofica
si rifiuta di passare sul piano più direttamente prescrittivo e normativo,
fissando così i limiti dell'intervento riflessivo nella determinazione della
natura dell'etica, dei tipi di procedure gnoseologiche ed epistemologiche che
essa coinvolge e dei meccanismi genetici che l'hanno costituita. Nel rendere
conto dei diversi modelli gnoseologici ed epistemologici riconoscibili
nell’etica moderna e contemporanea mescoleremo ancora la prospettiva storica
con quella critica e teorica. Per procedere con questo bilanciamento delle due
prospettive le partizioni di questo paragrafo non seguiranno l'ordine di quelle
esposte nel precedente paragrafo, né riprenderanno in modo esclusivo le
distinzioni già fissate a livello di meta-etica. Dal punto di vista
gnoseologico ed epistemologico alcune delle partizioni fatte valere sul piano
meta-etico risultano infatti o troppo strette o troppo larghe, nel senso che un
approfondimento analitico permette di riconoscere diverse procedure epistemologiche
alla base della stessa concezione meta-etica o procedure epistemologiche
analoghe laddove siamo costretti a tracciare delle distinzioni sul piano
meta-etico. Il lettore si accorgerà che il quadro precedentemente delineato di
concezioni meta-etiche trova comunque un riscontro in questo paragrafo. La
conoscibilità della legge divina. Come si è già avuto modo di sottolineare il
secolo XVII rappresenta un punto di riferimento essenziale per chi voglia
rendere conto dello sviluppo dell’etica teorica nel senso in cui ne stiamo
trattando in questo scritto. Numerosi pensatori riconoscono che le soluzioni a
proposito dell'etica devono essere tali da poter essere accettate da esserti
umani, finiti razionali, che siano in grado di ripercorrere la strada che viene
ad essi indicata per superare coniflitti e disaccordi. Questa prospettiva di
ricerca sull’etica e sulle sue basi epistemologiche e gnoseologiche è ad
esempio del tutto operante in Cartesio, che però non la percorre arrestandosi
alla sua soglia. Infatti Cartesio non sottopone anche le verità etiche
all’analisi in termini di dubbio e di ricerca della certezza a cui egli
sottopone le altre verità, e proprio in quanto non intraprende tale indagine si
arresta a quella che lui stesso chiama una «morale provvisoria». Una morale
assunta acriticamente dalla tradizione e che andrà confermata o sostituita dopo
che si sarà percorsa sisternaticamente la strada della ricerca critica sulle
verità morali. Questa rinuncia dichiarata a percorrere una strada fondazionale
non esclude, del resto, la presenza nell'opera di Cartesio di una vasta ricerca
sulle basi antropologiche della vita morale e una rivisitazione, per molti
versi scettica, delle concezioni tradizionali di virtù e felicità (Canziani).
Una ricerca sulle basi razionali dell'etica viene invece esplicitamente
avviata, nel secolo XVII, da pensatori come Hobbes e Locke. Negli scritti di
Locke troviamo in realtà percorse diverse strategie gnoseologiche ed
epistemologiche per l'etica e il suo problema fondamentale fu proprio quello
della conoscibilità della legge morale e degli articoli della fede religiosa
(Colman; Fagiani). Locke dunque affronta sistematicamente la questione di come
sia conoscibile la legge morale naturale in un contesto che assume che la legge
naturale è un comando divino. Dopo avere ricostruito analiticamente diverse
strategie alternative mediante le quali si potrebbe giungere a conoscere tale
comando Locke finisce poi però con il dichiarare la loro inadeguatezza.
Possiamo quindi ricavare dai suoi scritti sia una indicazione delle diverse
procedure epistemologiche a cui può fare appello chi accetta la tesi che
l’etica sia in definitiva un insieme di comandi divini, sia l'indicazione dei
limiti propri di queste procedure e dunque la difficoltà complessiva di dare
una base razionale al tentativo di derivare l’etica da tesi di ordine
religioso. Una prima strategia consiste nel legare la conoscibilità e
autorevolezza della legge morale quale comando divino ad alcuni testi in cui
tale legge è rivelata. Locke si mostra petò consapevole dei limiti presenti in
questo appello ai testi rivelati. Egli riconosce, ad esempio in The
Reasonableness of Christianity, as deliver'd in the Scriptures (1695, La
ragionevolezza del Cristianesimo), che il ricorso ai testi sacri per la
tradizione cristiana può al massimo valere sul piano pedagogico e retorico.
Argomenti analoghi possono essere fatti valere per tutte le religioni positive.
Il ricorso ai testi sacri e rivelati può rappresentare un aiuto e una
facilitazione per chi si preoccupi di convincere 0 persuadere altri, ma non può
però rappresentare una via adeguata per giustificare una conclusione etica per
tutti gli esseri umani, Il collegamento della verità etica conoscibile con la
lettura di qualche testo in cui la divinità ha espresso i suoi comandi oltre il
problema della molteplicità delle interpretazioni possibili della lettera del
testo comporterebbe l’assurda conseguenza di considerare tutta quella parte
dell'umanità che è vissuta prima, 0 vive al di fuori, della rivelazione come
del tutto priva di etica. Una ulteriore conseguenza assurda: considerare del
tutto privi di morale coloro che sono in disaccordo con noi su alcuni dei punti
caratterizzanti la religione rivelata che noi accettiamo. Lo stesso Locke fa valere
una obiezione più generale nei confronti del tentativo di ricondurre la base di
validità di una tesi etica al fatto che si tratti del comando di una certa
divinità. Si tratta di una critica contro il volontatismo di quei teologi che
considerano invece questa strategia come in grado di fondare la moralità. La
critica generale presente negli scritti di Locke già negli Essays (Saggi) del
1664 (Locke, 1973) è che il fatto di trovare un certo comando espresso in un
testo che più o meno fondatamente crediamo espressione della volontà divina è
del tutto irrilevante sul piano etico; su questo piano il problema che si pone
non è tanto se ci si trova di fronte ad un comando di qualcuno, quanto
piuttosto se ciò che viene comandato è giusto. I sostenitori dell’origine
divina dell’etica hanno sempre considerato come necessaria e sufficiente la
coincidenza tra volontà divina e legge morale, ma la riflessione moderna e
contemporanea ha invece fatto valere sempre di più l'autonomia dell'etica.
Questa autonomia viene affermata già a livello concettuale distinguendo
nettamente le nozioni etiche dalle nozioni che fanno riferimento a ciò che è
comandato da qualcuno, sia pure l'Autore della Natura. Il riconoscimento di
tale autonomia ha poi un riflesso sul piano epistemologico e gnoseologico e
porta a fissare con precisione la diversità delle procedure gnoseologiche con
cui si conosce la volontà divina rivelata nei testi sacri rispetto a quelle con
cui si conosce la legge morale valida. Prima di illustrare le vie percorse in positivo
da Locke per cercare di fondare razionalmente le conclusioni etiche
soffermiamoci invece su una strada da lui rifiutata. Si tratta di quella
concezione che indica in una particolare coscienza 0 facoltà morale il modo più
sicuro per arrivare a conoscere direttamente i comandi mortali della divinità.
Una strategia per fondare e conoscere l'etica tuttora molto frequentata e cara
ai fautori di una riduzione dell'etica alla religione. Per quanto riguarda
Locke nel I libro dell’Essay nega che alla «coscienza» ci si possa appellare
come a una prova valida in morale e la nozione di coscienza viene fatta
rientrare nell'armamentario delle assunzioni innatistiche che non possono avere
alcun riscontro sul piano empirico (Locke). La concezione che Dio stesso ci
comanda direttamente senza per questo servirsi della rivelazione la legge
morale, e che noi abbiamo una cognizione diretta di tale legge attraverso la
nostra coscienza, è stata sviluppata, nel secolo XVII, da alcuni neo- platonici
di Cambridge, e in particolare da Herbert di Cherbury con la sua dottrina delle
notiones comsmunes. La stessa linea fu poi riproposta nel secolo XVIII su basi
nuove da intuizionisti e sentimentalisti che conservavano un quadro
provvidenzialistico. Così Joseph Butler legava la conoscenza delle verità
etiche all’attività intuitiva di una peculiare «coscienza» capace di obbligare
e fornita di autorevolezza, e Hutcheson indicava nel «senso morale» la base di
quel particolare sentimento che ci fa cogliere la virtà in un mondo ordinato dall’Autore
della Natura. Contro la tesi che Dio ci rende noti direttamente nella coscienza
i suoi ordini morali vi sono alcune argomentazioni già formulate da Locke.
L'appello alla coscienza non può essere certo un criterio definitivo in etica
perché dovremmo disporre di almeno altre due ulteriori specificazioni. In primo
luogo un qualche criterio che ci permettesse di discriminare quei dettami della
nostra coscienza che sono affidabili da quelli che sono errati. In secondo
luogo un qualche fondamento che ci autorizzasse a ritenere laddove sorgessero
disaccordi che ciò che ci fa conoscere la nostra coscienza è veramente la legge
morale per tutti gli uomini, anche per quelli che con i loro discorsi e con le
loro azioni testimoniano di non trovare nelle loro coscienze principi analoghi
ai nostri. Rifiutata la via della coscienza Locke invece si impegna
positivamente nel cercare di conciliare una concezione che vede la morale come
caratterizzata da comandi divini con una strategia empiristica. L'accettazione
di una epistemologia e gnoseologia empiristiche porta Locke ad elaborare una
strada indiretta di fondazione e giustificazione della legge morale naturale
come corando divino. Secondo questa via di fondazione indiretta noi giungiamo
ad accettare il comando morale divino espresso nella legge naturale dopo avere
percorso un ragionamento che ci porta a risalire a Dio come all'Autore della
Natura buono che ha creato gli esseri umani in modo tale che essi
effettivamente siano in condizione di ottenere la loro felicità. Ovviamente
questa strategia comporta l’assunzione che ciò che Dio comanda non può che
essere il bene per gli uomini, un passaggio verso l'accettazione
dell’intellettualismo etico che non vede più nella volontà divina l'unico
fondamento del bene e rende del tutto secondario il valore dei testi rivelati.
La strategia di giustificazione della validità della legge naturale morale
avanzata da Locke comprende diversi passaggi: in primo luogo trovando un ordine
o un disegno nel mondo si risale a un autore della natura; poi si postula una
natura divina buona e razionale per cui l’autore della natura non può che
volere la felicità degli esseri umani; ancora si crede che l’autore della
natura non solo abbia trasmesso agli esseri umani un insieme di leggi naturali,
universali ed eterne, per realizzare la loro felicità, ma anche che abbia messo
gli esseri umani in condizioni di conoscere tali leggi con certezza con il
ricorso alle loro facoltà naturali del senso e della ragione; infine si assume
che conoscere tali leggi naturali equivale a essere obbligati a obbedire a ciò
che ci richiedono. Le lacune e le cir. colarità presenti in questi vari
passaggi risultavano già evidenti allo stesso Locke che nel corso di tutta la
sua vita si affannò a cercare di ovviare ad esse. In effetti la procedura di
giustificazione lockiana della validità delle leggi naturali come comandi
divini comporta il continuo passaggio dal piano empirico a quello
sovrannaturale, dal piano dell'essere a quello del dovere. Con l’aiuto di
questa strategia si potrà al massimo disporre di ragioni del tutto ipotetiche a
favore di ciò che noi siamo già giunti ad accettare come un comando divino del
tutto indipendentemente e prima del ricorso a queste procedure gnoseologiche ed
epistemologiche. Consapevole di ciò Locke presentava nell’ultima parte della
sua vita il suo tentativo di elaborare un'etica dimostrativa come una via per
confermare le opzioni morali trasmesse dalla tradizione cristiana. Una volta
che cadono le assunzioni che sorreggono l'argomento del disegno e le pretese
sulla bontà provvidenziale dell'Autore della Natura questa strategia sembra
crollare, Non c'è più nessuna divinità da cui far dipendere la validità della
legge morale, nulla garantisce che l’autore della natura sia buono piuttosto che
malvagio, nulla è più in grado comunque di farci superare l'abisso tra
l'eventuale conoscenza di una norma come comando divino e il nostro accettarla
come obbligante. Locke stesso cercò di superare questo abisso, ma legando la
validità e l'efficacia della legge morale naturale non tanto al riconoscimento
che si tratta di un comando divino in sé giusto, quanto piuttosto al timore per
la sanzione che sarebbe derivata in un'altra vita in caso di infrazione verso
di essa. Ma questo tentativo di agganciare la validità e l'obbligatorietà di un
principio etico a una qualche sanzione che segue una infrazione verso di esso,
è una strategia che non possiamo più percorrere indipendentemente
dall’accettabilità o meno delle credenze sull’immortalità dell'anima e sull'esistenza
di uno stato futuro ove riconosciamo l’autonomia dell'etica. Fare appello a
qualche sanzione ultraterrena infatti al massimo riesce a giustificare o
fondare che noi si faccia qualcosa perché temiamo la sanzione o cerchiamo i
premi che una certa autorità lega a questi comportamenti, Ma percorrere questa
strada impedisce di vedere che il piano concettuale investito dall’etica è
quello che comporta fare ciò che è giusto o bene fare e non già quello che
comporta fare una certa cosa solo perché teniamo la sanzione di una qualche
autorità (per quanto illuminata} ove non dovessimo obbedire ai suoi comandi. La
fondazione dell'etica attraverso un calcolo prudenziale. Un'altra strada
percorsa per fondare l'assunzione di un punto di vista etico è quella che cerca
di riconnettere la ricerca individuale del bene personale con la considerazione
pet il bene comune. Naturalmente non si tratta di quelle concezioni che sulla
base di considerazioni empiriche e a posteriori concludono che la ricerca del
bene personale risulta essere l’unica via che consente di realizzare un
incremento del bene comune. Una concezione del genere è spesso alla base della
difesa dell'economia di mercato e viene attribuita a Smith ed è stata esposta
in modo approfondito da FÀ. von Hayek (Hayek, 1986). Affrontiamo invece in
questa sezione la questione se si possa o meno fornire un fondamento razionale
all'esigenza di essere morali: dove si considerano razionali solo le
argomentazioni che rinviano alla soddisfazione di propri interessi o piaceri e
con «morale» si intende il rispetto di qualche regola generale o norma di
cooperazione quali ad esempio mantenere le promesse, rispettare i contratti e
obbedire alle leggi del proprio paese. Questa impostazione è presente in modo
del tutto esplicito nelle pagine di Hobbes. Così la risposta che Hobbes dà allo
«sciocco razionale» nel capitolo XV del Leviathan, or tbe Matter, Forme and
Power of a Common-wealth Ecclesiasticali and Civili (Il leviatano; Hobbes) è
rivolta a cercare di mostrare che, calcolando sulla base degli interessi in
gioco, la salvaguardia di un minimo di principi etici e cooperativi è
vantaggiosa per i diversi individui. Troviamo dunque nelle pagine di Hobbes il
tentativo di elaborare una giustificazione di ordine prudenziale a favore del
riconoscimento dell'opportunità di rispettare i principi dell'etica. La
razionalità in gioco nel calcolo prudenziale è stata sistematicamente delineata
nei suoi assiomi e nelle sue deduzioni nel corso del XX secolo dalla «teoria
della scelta razionale 0 teoria delle decisioni» (Axelrod, 1985; Resnik, 1990).
Proprio tra i teorici della scelta razionale di questo secolo vediamo
ripresentarsi il problema di Hobbes formulato in un diverso modo (Kavka). Si
tratta cioè di individuare se e in che modo sia possibile provare la
razionalità dell’accettazione di un minimo di regole cooperative anche quando
quest’accettazione sembra essere in contrasto con i nostri interessi più
immediati e diretti e ci si trovi in una situazione in cui un’eventuale nostra
defezione unilaterale potrebbe sfuggire al controllo altrui. Già in Hobbes
troviamo dunque un tentativo di argomentare a favore dell'accettazione di
regole © principi etici contro le pretese dello «sciocco razionale» di fare
sempre e comunque ciò che è per lui più vantaggioso e dunque di defezionare o
sospendere la propria fedeltà nei confronti della regola o del principio etico
quando ciò è per lui più conveniente o quando comunque può sfuggire alla
sanzione altrui. Torneremo su queste argomentazioni quando affronteremo i
tentativi di presentare come una vera e propria teoria etica normativa la
teoria della scelta razionale. La situazione dello «sciocco razionale» è molto
simile a quella di cui si occupano i teorici della scelta razionale quando
affrontano i problemi posti dal «dilemma del prigioniero», e si impegnano
nell’analisi del comportamento del free rider. Già Hobbes elaborava alcune
argomentazioni che insistevano sulla rischiosità di un comportamento di
defezione unilaterale e sulla probabilità di ricavare un danno nel momento in
cui gli altri prima o poi giungeranno a scoprirlo. Negli ultimi decenni il
paradigma hobbesiano è stato in vari modi interpretato e sviluppato da diversi
teorici dell'etica. Particolarmente stringente è stato il modo in cui David
Gauthier (Gauthier, 1986) ha cercato di fondare la preferibilità di avere una
morale in luogo di esserne privi all'interno di quella posizione che ha
caratterizzato come «contrattualismo reale» per distinguerla dal
«contrattualismo ideale» di Rawls. Secondo Gauthier il quadro concettuale di
Rawls con l'assunzione in partenza della validità del principio di equità
implica già l'accettazione di un piano etico e dunque dà per dimostrato quella
che vorrebbe giustificare. Gauthier cerca di elaborare invece una teoria in cui
l'accettazione dell’etica e del contratto sociale originario che garantisce la
vita civile e la cooperazione non viene fatta dipendere da condizioni ideali
presupposte, ma piuttosto dal beneficio che ciascuno dei contraenti ricava in
termini di ragioni prudenziali o di utilità personale. Il programma di Gauthier
è quello di riuscire a mostrare all’interno della teoria della scelta razionale
come sia più conveniente e vantaggioso essere un «massimizzatore vincolato»
dall’accettazione di qualche principio etico interpersonale, piuttosto che un
«massimizzatore diretto» che tende sempre e solo alla soddisfazione dei propri
interessi immediati. Gauthier elabora tutta una serie di argomenti che fanno
emergere l’ottimalità dei risultati raggiunti attraverso la via della
massimizzazione vincolata, una volta messi a confronto con le disponibilità di
partenza o con i risultati raggiungibili attraverso la massimizzazione diretta
propria di chi procede come un free rider, Gauthier sostiene che il modo in cui
un agente delibera influenza le opportunità da lui attese. Così se guardiamo al
modo di deliberare proprio di un massimizzatore vincolato potremo aspettarci
che egli consenta volontariamente con i termini di un accordo precedente, anche
se questo comporta che egli così vincoli il diretto perseguimento dei suoi
interessi. Ma sulla base di tali aspettative il massimizzatore sarà il
benvenuto come partner în progetti cooperativi reciprocamente benefici. Se
invece consideriamo il modo di deliberare proprio di un massimizzatore diretto,
da costui non potremo aspettarci che consenta con i termini dei suoi precedenti
accordi a meno che ciò non contribuisca direttamente a soddisfare i suoi
interessi. Ma proprio sulla base di questa aspettativa sul suo comportamento il
massimizzatote diretto sarà estromesso come partner nelle iniziative
cooperative in quanto non si può gemuinamente avere fiducia in lui. La
conclusione di Gauthier è dunque che il massimizzatore vincolato può aspettarsi
di godere di opportunità che invece il massimizzatore diretto può solo
prevedere che gli saranno negate. Si tratta di una differenza che evidentemente
opera a tutto vantaggio del massimizzatore vincolato. Sulla base di questa
argomentazione Gauthier conclude che si può ritenere razionale incorporare
nelle proprie deliberazioni i vincoli con cui si è razionalmente concordato
come filtri tra possibili azioni tra cui scegliere, Ed è chiaro che qui
razionale significa un calcolo con un saldo positivo a proposito della
soddisfazione dei propri interessi. La teoria di Gauthier si presenta come
molto potente in quanto presume di potere dimostrare la razionalità
dell'assunzione di vincoli etici come mezzo per realizzare un surplus di
soddisfazione dei propri interessi. Ma l'elaborazione di Gauthier va incontro a
una serie di difficoltà che mostrano come sia ancora irrisolto il tentativo di
fondare in termini prudenziali la preferibilità di una vita etica. Infatti da
una parte, legando il saldo attivo che ricava il massimizzatore vincolato alla
fiducia di altri nei suoi confronti, Gauthier sembra dovere fornire un criterio
sicuro per discriminare tra situazioni in cui la fiducia è bene riposta e casi
in cui invece una tale fiducia è errata. Un criterio del genere non viene
offerto da Gauthier, ma si può ipotizzare che esso non sia disponibile e che,
nel caso in cui si tratti di fiducia da concedere a un qualche partner, si
debba oscillare tra una valutazione diretta, caso per caso, 0 una assunzione di
trasparenza delle motivazioni del partner o una qualche circolarità. L'altra
difficoltà di ordine generale dell’argomentazione di Gauthier (e più in
generale di quelle strategie che tentano di giustificare l’etica in termini
prudenziali o di salvaguardia dei propri interessi) sta nella pretesa di potere
dimostrare che il surplus di ottimalità conseguente all'assunzione di un
vincolo etico riguardi tutti i possibili contraenti con qualsiasi interesse di
partenza. Gauthier si impegna ad elaborare una concezione non riduzionistica di
«interessi» (concerns) non definendoli in termini strettamente economici, ma
lastiandone indeterminato il contenuto mediante un rinvio alle preferenze di
ciascuno. La cooperazione e dunque l'etica secondo Gauthier rende possibile
soddisfare con esiti migliori i propri interessi di partenza di qualsiasi tipo
essi siano che vanno quindi vincolati secondo le aspettative degli altri. Resta
difficile da capire come si possa mettere su uno stesso piano interessi che
esigono soddisfazioni molto differenziate e, ciò che più importa, vincoli ben
diversi. È difficile cioè riuscire a capire come si possa assemblare e
considerare vincolabili alla stessa stregua preferenze di partenza per beni
diversi (poniamo, beni condivisibili e beni esclusivi). Difficile capire come
si possa costruire in modo unitario il «massimizzatore vincolato» tenuto conto
che in genere gli interessi degli esseri umani si intende dello stesso essere
umano in tempi diversi sono molteplici e probabilmente bisognosi di un qualche
ordinamento interno. Ma la difficoltà più generale riguarda la pretesa della
teoria di Gauthier di fornire la mossa vincente per convincere chiunque solo
sulla base di un calcolo strettamente interessato della convenienza a
interiorizzare una disposizione a rispettare gli accordi. Sembra opinabile che questa
mossa possa risultare efficace anche laddove per esempio non si avesse già una
disposizione a rispettare gli accordi o non vi fosse una qualche base
motivazionale, emotiva o psicologica, sulla quale fare leva per radicarla o
rafforzarla. Vedremo poi in una sezione successiva un'altra difficoltà
intrinseca all'approccio prudenziale o della teoria della scelta razionale.
Vedremo infatti che per restare coerenti con questo approccio finiamo, in
alcune situazioni, con il tendere a risultati niente affatto ottimali. Vi sono
però strategie per la fondazione dell'etica molto più antiche di quelle che
abbiamo appena ricordato e ad esse si continua a ricorrere anche nell'etica
moderna e contemporanea. Ad esempio quelle strategie che ritengono che nella
natura umana siano rintracciabili dei caratteri e delle proprietà che fondano
una particolare considerazione e rispetto per gli esseri umani, conseguenza del
riconoscimento di uno status privilegiato e unico dell’uomo nell'universo.
Abbiamo visto soprache vi sono cacatterizzazioni dell'etica che vedono al suo
centro una legge naturale razionale e dunque concepiscono il comportamento
morale come realizzazione di alcuni tratti propri delia natura umana. È
costitutivo di questa strategia argomentativa il tentativo di derivare ciò che
si deve fare da quella che è la natura umana in quanto tale. Due passaggi sono
caratteristici di questa strategia sul piano fondazionale. In primo luogo
questa strategia implica che si abbracci una forma di cognitivismo
essenzialistico e può essere percorsa solo da chi ritenga di disporre di una
concezione che coglie in modo assoluto e compiuto la natura umana. In effetti
le etiche che procedono lungo questa strada presentano come loro premessa una
qualche definizione sostanziale della natura umana e in genere rendono conto
del suo posto nell'universo in termini metafisici o ontologici. Troviamo
percorsa questa linea nella tradizione aristotelico-tomistica di cui Jacques
Maritain ha reso conto, nel XX secolo, in modo simpatetico (Maritain). In
questa strategia il contenuto dell'etica viene derivato da una definizione
dell’uomo concepito come persona con una propria peculiare natura sostanziale
che ne garantisce la dignità. La difficoltà per questa strategia sta nella
discutibilità della caratterizzazione della natura della persona, una natura
della quale linee di pensiero diverse hanno reso conto in termini dei tutto
alternativi e incompatibili (come argomentano Scarpelli; Preti). Nell'elaborare
la concezione della persona morale si procede di solito o impoverendo l'essere
umano di tutti gli elementi concreti, o presentando l'individuo umano in vesti
tanto astratte e ideali che una tale rappresentazione finisce con il non avere
alcuna presa sul piano delle azioni concrete. Un'altra via che pone al centro
della morale una definizione della natura personale dell’uomo è quella che
connota la persona con una serie di tratti che non sono altro che
l’ipostatizzazione di assunzioni di ordine ideologico o religioso. Una tale
costruzione e conseguente uso della nozione della persona come fondamento
dell'etica è ad esempio presente nel XX secolo nei documenti ufficiali su
questioni morali della Chiesa Cattolica. Un altro limite di questa impostazione
sta nel commettere in modo evidente l'errore logico di ridurre ciò che deve
essere a ciò che è. Si tratta di quella «fallacia naturalistica» ovvero di
quella offesa alla cosiddetta «legge di Hume. Infatti le diverse
caratterizzazioni della natura umana in termini ontologici e sostanziali non
fanno che richiamare ciò che è già proprio di tutti gli esseri umani. Ma allora
non si riesce a capire in che modo da ciò che è già proprio dell’uomo in quanto
tale si possa ricavare ciò che l’uomo dovrebbe fare e che in quanto dovrebbe
ancora realizzare non può logicamente già essere. Proprio questa indebita
riduzione del dovere all'essere è stata al centro di una serie di contestazioni
contro tutte le forme di riduzionismo dal Settecento in avanti. Tali critiche
sono particolarmente decisive contro quelle forme di ragionamento che presumono
di potere conoscere quale sia il bene 0 il dovere per gli omini ricorrendo a
una definizione di quella che è la loro natura essenziale. In generale va
quindi detto che chi procede per la strada di una fondazione ontologica
dell’etica compie tutta una serie di errori logici; il tentativo di ridurre i
valori a fatti ovvero a realtà empiriche o metafisiche; il non cogliere la
peculiare funzione prescrittiva e normativa che è propria di tutti i giudizi
etici; l'assimilare le procedure mediante cui si può giustificare o argomentare
in etica a quelle seguite dalle scienze empiriche o da presunte discipline
metafisiche per descrivere o spiegare il mondo come è. La natura umana come
fondamento dell'etica: la via empirica. Vi è stata un'altra strategia che ha
cercato di indicare come procedura propria della fondazione della morale un
esame della natura umana. In questa linea non ci si propone di risalire a una
qualche definizione metafisica o ontologica della natura umana, ma di cercare
di cogliere, attraverso l’esperienza e l'osservazione, quale è per gli esseri
umani il comportamento più consono ed adeguato. Anche questa via di fondazione
epistemologica dell'etica si presenta come destinata al fallimento. Da una
parte la ricerca empirica sulla natura degli uomini ben difficilmente potrà
ottenere dei risultati di ordine universale, ma finirà sempre con
l’identificare la natura umana con alcuni tratti propri degli esseri umani in
un determinato momento del tempo e in una ben precisa cultura. Inoltre questa
strategia non può sfuggire alla fallacia tipica di tutte le forme di
naturalismo che riducono ciò che deve essere a ciò che è. Tra le concezioni che
hanno cercato di sviluppare sistematicamente il tentativo di provare attraverso
un’indagine empirica che cosa è bene o giusto si colloca certamente
l'evoluzionismo erede di Darwin, specialmente nella forma che esso ha preso con
Herbert Spencer. Berirand Russell agli inizi di questo secolo negli Elements of
Ethics (, Gli elementi dell'etica) criticava, in quanto riduzionistica, la
pretesa di ricavare indicazioni etiche da un presunta linea dell'evoluzione
umana empiticamente corroborata. Nella concezione evoluzionistica, rilevava
Russell, la strategia argomentativa procede attraverso continui passaggi dal
piano del riscontro empirico a quello delle definizioni implicite. Così laddove
si identifica ciò che è giusto e ciò che è buono con la linea evolutiva che si
ritiene avere scoperto empiricamente in realtà si è introdotta una definizione
etica per cui ciò che è più evoluto è moralmente superiore, Proprio per queste
difficoltà generali a cui va incontro l’evoluzionismo etico dopo l’ubriacatura
dei sociobtologi, neo-evoluzionisti epistemologicamente avvertiti come Dawkins
rifiutano di presentare le loro concezioni come una fondazione dell'etica. Tra
l’altro non è certo possibile percorrere questa strategia con un minimo di
utilità pratica, ovvero rintracciare in termini empirici la soluzione a un
problema etico connettendola con un corso di azioni migliore evolutivamente,
ovvero che favorisce la sopravvivenza del genere umano o del gruppo di cui
facciamo parte biologicamente. Non vi sono procedure empiriche che consentono
di arrivare a confrontarsi con un’aliernativa secca tra ciò che favorisce la
sopravvivenza del genere umano e ciò che l’ostacola. Non esistono di certo
sicuri metodi empirici per decidere se una certa linea di comportamento è più o
meno in contrasto con i bisogni della specie umana. Né può rappresentare una
fuoriuscita dalle difficoltà etiche con cui ci confrontiamo, sostenere che però
a posteriori può essere poi dimostrato ammesso che ciò sia possibile che ciò
che gli uomini fanno è quanto rende possibile la loro sopravvivenza. Si tratta
di procedure dubbie perché finiscono con il razionalizzare catastrofi e guerre
e comunque si tratta di ricostruzioni che vengono date dopo che le azioni sono
state compiute e che poco dunque possono aiutarci sul piano deliberativo o
della costruzione di una qualche concezione etica. Difficoltà insormontabili si
presentano per tutti gli altri tentativi di ricondurre il bene e il giusto a
delle proprietà del mondo che, non diversamente dalla forza e dall’energia,
possono essere verificate, misurate e quantificate. Ma più in generale e su un
piano meno materiale sono destinati al fallimento tutti quei tentativi di
ricondurre le procedure di fondazione dell'etica a quelle in uso in scienze,
quali la psicologia e la sociologia, più direttamente rivolte allo studio degli
uomini. La via di ricondurre l'etica alla psicologia è stata più volte percorsa
nel corso del secolo XX. Così procedeva Moritz Schlick nei suoi Fragen der
Ethik (Problemi di etica) quando indicava nel bene ciò che è considerato più
idoneo ai bisogni di un individuo che vuole mantenere l'armonia con il gruppo
sociale di cui fa parte. Una definizione che, ammesso sia in grado di suggerire
un qualche criterio di valutazione, dà per scontata la preferibilità sempre e
comunque dell'armonia rispetto alla disarmonia, con ovvie implicazioni
conformistiche. Un più recente tentativo di ricondurre le procedure della
deliberazione etica a quelle in uso nella psicologia è stato fatto da Brandt in
A Theory of the Good and Right (Una teoria del bene e del giusto). Brandt si è
sforzato di mostrare come il processo deliberativo dell’etica sia assimilabile
alla tecnica usata nella terapia psicologica cognitiva per mettere alla prova i
desideri e gli obiettivi sulla base di una valutazione della loro razionalità.
Brandt sostiene che nell’etica come nella terapia cognitiva si tratta di
valutare razionalmente se i desideri che abbiamo sono o meno adeguati: ovvero
tali che li confermiamo avendo tutte le informazioni empiriche necessarie, tali
che ci propongono obiettivi per realizzare i quali disponiamo dei mezzi
necessari e infine tali che non comportano delle conseguenze inaccettabili.
Questi sono certamente passaggi a cui si può ricorrere quando è in corso una
deliberazione etica, ma va aggiunto che parte dell’etica sembra consistere nel
valutare se noi riteniamo che determinati desideri debbano essere accettati da
tutti coloro che si trovino in situazioni analoghe. I riscontri empirici ci
dicono quali desideri gli uomini hanno, ci presentano le distribuzioni
statistiche di questi desideri, ma nulla dicono su quali siano i desideri da
privilegiare e quelli da mortificare, quelli da rafforzare e quelli da
controllare ad ostacolare. Non mancano coloro che non si fanno influenzare da
questi dubbi sulla validità conclusiva in etica di un metodo di deliberazione e
giudizio che cerchi di controllare empiricamente come stanno le cose per quanto
riguarda gli uomini e le situazioni in discussione. Fautori di un naturalismo
ingenuo, sostengono che noi di fatto già sappiamo che certe azioni sono
negative e malvagie (per esempio l'assassinio o il furto) e che certe
istituzioni (per esempio i contratti, il mantenimento delle promesse e la
fedeltà verso un certo governo) sono giuste. Si può ammettere che questa
strategia naturalistica aiuti a individuare inclinazioni e tendenze ira le più
radicate negli esseri umani, ma il punto è che tali inclinazioni e tendenze non
possono essere giustificate con la mera argomentazione che di esse già
disponiamo di fatto, o che sono universalmente presenti tra gli uomini (il che
tra l'altro non si riesce a dimostrare). Ancora una volta si fa appello a
predisposizioni o inclinazioni così generiche e indeterminate che il rinvio ad
esse ci può essere di scarso aiuto nel risolvere i concreti problemi etici di
fronte ai quali ci troviamo. Così, ad esempio, nessuna indagine empirica sulla
natura umana potrà riuscire a risolvere la questione se vanno considerati o
meno come omicidi alcuni casi controversi (per esempio l'aborto nelle prime
settimane dal concepimento, o alcuni casi di eutanasia volontaria). Inoltre
forse egualmente naturali e per così dire universali si presentano inclinazioni
all’aggressività e predisposizioni all’odio, al risentimento, e alla gelosia
che non risultano certamente giustificate per la loro diffusione e
riscontrabilità empirica. L'appello a una ragione universale come via per la
fondazione dell'etica. Un'altra concezione epistemologica per l’etica è quella
che fonda le sue conclusioni non tanto genericamente sulla natura umana, quanto
più specificamente sulla ragione umana, ovvero su quello che è considerato il
tratto più peculiare degli uomini. Così larga parte del giusnaturalismo del
XVII secolo si presenta come un vero e proprio giusrazionalismo. Grozio e
Pufendorf si impegnarono, infatti, nel tentativo di edificare il diritto, e più
in generale l'etica come scienza razionale dimostrativa. Questo stesso
tentativo è presente anche accanto ad altre vie in Locke. La possibilità di
edificare la morale come scienza dimostrativa viene fatta dipendere da Locke
dalla natura del tutto artificiale delle principali nozioni morali (come egli
sostiene si tratta di «modi misti»), ciò che permette dunque di stringere con
un collegamento logicamente necessario tutti i giudizi in cui ricorrono nozioni
morali (Locke). Ma questo rigore dell’etica, questa sua struttura dimostrativa,
e la sua completa dipendenza dalla razionalità, è possibile solo in quanto si
sono svuotate di qualsiasi portata realistica le nozioni etiche ricavandole
integralmente da convenzioni linguistiche che permettono di dare vita a
definizioni essenziali di tipo arbitrario. In generale questa forma di
razionali smo etico si unisce con una qualche fondazione contrattualistica dei
principi dell'etica nel senso di un qualche accordo sulla definizione delle sue
nozioni centrali. Ma la procedura contrattualistica può fondare una validità
solamente convenzionale ovvero limitata a coloro che accettano di sottoscrivere
il patto e dunque le basi della conseguente scienza etica dimostrativa
risultano del tutto esili. Il razionalismo seicentesco ha presentato anche
tentativi di dare una portata realistica alle conclusioni etiche scoperte
mediante la ragione. Così ad esempio in autori come Clarke e Wollaston – citato
da H. P. Grice -- la ragione si presenta come la facoltà che permette di
scoprire la verità in etica. Questo è possibile solo in quanto si ritiene che
il bene e il male, il giusto e l'ingiusto siano identificabili individuando
quali sono le relazioni adeguate alle cose in se stesse. Nel caso di Clarke il
giusto non è altro che una relazione di adeguatezza tra l’azione e lo stato
delle cose; per Wollaston – citato da H. P. Grice -- il giusto non è altro che
un collegamento veritativo tra l’azione e lo stato complessivo delle cose (così
come l’ingiusto è dichiarare, con la propria azione, il falso). Ma questa
prospettiva che riconduce il giusto e l’ingiusto a un giudizio di adeguatezza o
inadeguatezza tra le azioni e lo stato delle cose comporta due assunzioni che
saranno fortemente contestate nel pensiero successivo. Da una parte la
convinzione che gli esseri siano ordinati secondo una gerarchia ben definita la
grande catena degli esseri che distingue nettamente tra livelli separati
ontologicamente e forniti di valore diverso. Solo sulla base di questa
assunzione si può ad esempio, all’interno di questa prospettiva, considerare
inadeguata quella azione in cui l'animale sia preferito a un essere umano, o un
essere umano trattato in modo inadeguato al suo status ontologico. Questa tesi
della gerarchia tra gli esseri è contestata decisamente da tutta la ricerca
evoluzionistica, Non necessariamente la scala evolutiva corrisponde a una scala
di valore; non mancano inoltre i casi di confine difficilmente decidibili;
nulla vieta di riconoscere valore anche agli esseri che si presume siano al
fondo della scala degli esseri. La seconda assunzione dei razionalisti realisti
è che dare un giudizio sulla giustezza o meno di un atto {o di un evento) si
possa identificare con l’individuare una qualche relazione tra le cose. Questa
pretesa è criticata e dissolta da Hume che mostra con chiarezza (Hume) come un
giudizio di relazione tra cose non possa in alcun modo esaurire lo spazio di un
giudizio morale. È infatti indubbio che relazioni dello stesso tipo di quelle
in gioco nell’incesto sono rintracciabili tra animali, o che tra le piante ritroviamo
collegamenti analoghi a quelli che si hanno nel parricidio, eppure non possiamo
certo concludere con un giudizio morale sulle «azioni» degli animali e delle
piante. La pretesa di ridurre i giudizi morali a formule matematiche o a
conclusioni razionali dimostrative risulta del tutto fallace. Un tentativo ma
in una forma del tutto diversa dalle precedenti di fondare l’etica sulla
ragione è stato anche quello di Kant e di coloro che ne riprendono il
razionalismo etico. In questo caso si sostiene che è la stessa ragione pratica
o volontà pura, in quanto tale, che implica certi principi morali che vanno
rispettati se si vuole dare coerenza alle nostre conclusioni etiche. Ciò che è
bene e ciò che è giusto può essere quindi individuato conformando la nostra scelta
e decisione alle presupposizioni che vincolano qualsiasi volontà umana
razionale. La razionalità pratica in quanto tale implica certi principi formali
che sono rispettati solo da coloro che compiono le azioni effetti vamente
giuste o ingiuste (Kant; Landucci). È questa la strategia fondazionale seguita
da Kant per ricavare le diverse formulazioni dell'imperativo categorico dalle
regole trascendentali che presiedono alla volontà umana. Critiche alla
procedura epistemologica alla base dell'etica kantiana vengono mosse su due
piani. In primo luogo si obietta che la prospettiva kantiana in realtà
concepisce la volontà umana in termini sostantivi e dunque inttoduce fin
dall’inizio nelle sue analisi apparentemente formali e neutrali del volere
umano dei tratti che non possono che portare a un ben preciso esito morale. In
secondo luogo viene obiettato che un mero appello alla coerenza formale è del
tutto inefficace in etica perché alla costrizione in gioco nell’appello alla
coerenza si può sempre sfuggire rifiutandosi di considerare come effettivamente
insostenibile uno stato di incoerenza. In questa rivisitazione del razionalismo
etico faccio dunque mia la prospettiva critica che rileva che la ragione in
quanto tale può solo permetterci di trarre delle conclusioni che si esprimono
in quelle che chiameremo deduzioni o giudizi analitici. Ma se così stanno le
cose ciò che è eticamente rilevante o è già dato nelle premesse del nostro
discorso e allora occorrerà spostare la discussione su come sono state costruite
queste premesse o non potrà certo essere raggiunto ricorrendo al solo aiuto
della deduzione razionale. La razionalità e la ragione umana in quanto tali non
solo risultano eticamente vuote, ma se si guarda poi alla ragione come facoltà
intellettuale questa presenta l’insufficienza più generale, dal punto di vista
fondazionale, di portare a conclusioni © esiti che non risultano direttamente
motivanti. Scoprire che vi è una certa relazione tra le cose, o che date certe
premesse se ne ricavano per via analitica determinate conclusioni è cosa ben
diversa dall'essere mossi a fare ciò che è bene, giusto, doveroso fare. La
ragione può dunque solo aiutarci a identificare ulteriori situazioni a cui
estendere i nostri principi etici, una volta che noi già abbiamo sulla base
delle nostre sensazioni, emozioni e passioni discriminato tra quello che
approviamo 0 disapproviamo, apprezziamo o svalutiamo. Il collegamento con la
ragione umana concepita come la parte migliore e più alta, quasi una patte
divina, della natura umana è spesso sembrata la via maestra per garantire alle
conclusioni dell'etica sia una strategia peculiare sia una superiorità rispetto
a tutto il resto. Ma nel pensiero moderno e contemporaneo la consapevolezza
dell’autonomia della morale ha portato ad abbandonare questa strada. Questa
esigenza di riconoscere l'autonomia dell'etica veniva già raccolta da Kant, sia
pure in un quadro generalmente razionali. stico, attraverso l'identificazione
di una peculiare razionalità pratica. Ma altri pensatori hanno preferito
incamminarsi sulla strada di una derivazione dell'etica e delle distinzioni in
essa in gioco da una facoltà ad doc del tutto peculiare ed irriducibile sia
alla ragione o intelletto sia ai vari sensi che contribuiscono a dare agli
uomini il bagaglio delle loro esperienze. La strada dell'individuazione di una
vera e propria facoltà ad hoc per la vita morale è stata percorsa in modo
sistematico e nel dettaglio da Hutcheson. Nei suoi scritti infatti egli
presenta articolatamente uno specifico «senso morale» che permette di cogliere
direttamente le distinzioni morali e che non è riducibile né alle operazioni
dell'intelletto, né agli altri sensi. La ricostruzione che Hutcheson fornisce
del senso morale come facoltà del tutto peculiare che permette di fondare
oggettivamente le conclusioni etiche sembra giustificare l'attribuzione a
questo pensatore di una concezione intuizionistica (Norton, 1982). In
definitiva il senso morale di Hutcheson è in grado di cogliere direttamente
delle vere e proprie qualità delle azioni e situazioni naturali da giudicare,
Hutcheson si impegna anche a ricostruire il modo in cui proprietà e qualità
etiche sono collegate necessariamente con le altre proprietà oggettive e reali
delle cose di cui abbiamo esperienza. Dunque in Hutcheson possiamo trovare un
quadro intuizionistico che vedremo ripreso, al di fuori di alcune pretese
sensistiche, nel secolo XX. Infatti intuizionisti come Sidgwick e Moore {o in
parte Prichard, Ewing e Ross; si veda Hudson) insisteranno nel trovare nel
campo dell'etica la presenza di peculiari proprietà non-naturali, ben distinte
dalle qualità naturali ordinarie, che solo una intuizione del tutto speciale
può cogliere. La strategia di fondazione propria dell’intuizionismo etico viene
criticata in quanto perde di vista che al centro dell'etica non c'è tanto la
questione di riuscire a cogliere la presenza di questa o quella proprietà
non-naturale sia poi questa proprietà considerata come sopravveniente o come
una accanto a quelle naturali , quanto piuttosto di essere motivati o sentirsi
obbligati a fare certe cose considerate buone, giuste o doverose. Naturalmente
questa difficoltà può essere supetata sostenendo che le proptietà nonnaturali
con cui l'intuizione etica ci mette direttamente in contatto si presentano come
costitutivamente motivanti e obbliganti. Ma un aggiustamento del genere non
sembra nulla di più che uno stratagemma convenzionalistico. Per ovviare a
questa difficoltà è stata elaborata una strategia già in parte riconoscibile
secondo alcuni interpreti negli scritti di Hutcheson che concepisce la facoltà
in gioco nella conoscenza morale non tanto come uno strumento intellettuale e
conoscitivo di registrazione e individuazione, quanto piuttosto come essa
stessa emotiva o sentimentale e dunque motivante e carica di energia attiva. In
questa linea si collocano tutte le analisi sviluppate a proposito dell'etica
dai sentimentalisti del Settecento come ad esempio Shaftesbury, Hume e Smith.
Ma in questa stessa direzione vanno le analisi di coloro che nel XX secolo
sostengono (come è il caso di David Wiggins, 1987 e John McDowell, 1981) sia
rintracciabile nell’etica una peculiare sensibilità che risponde appunto con
una qualificazione di valore a certe azioni o situazioni. La strategia
epistemologica del sentimentalismo sembra però fuoriuscire dal quadro
fondazionale e muoversi piuttosto in quell'orizzonte più moderatamente
giustificativo 0 esplicativo di cui renderemo conto nelle successive sezioni di
questo paragrafo. Infatti questa sensibilità peculiarmente morale si presenta
come qualcosa che va ricostruita e delineata nella sua specificità attraverso
un esame a posteriori degli esseri umani. L'appello poi a questa base di
giustificazione non permette certo di edificare giudizi etici forniti di quei
caratteri di necessità e universalità definitiva a cui tendono invece coloro
che si muovono in un orizzonte fondazionale. Rifiutando la strada di una
fondazione assoluta e aprioristica dell'etica vi sono alcune concezioni che
considerano le opzioni etiche come esiti a cui si può arrivare dopo avere
seguito una determinata procedura razionale. Percorrono questa strada quei
pensatori che sul piano meta-etico considerano l'etica € la morale come un
universo di principi e norme frutto di decisioni 0 scelte individuali e intersoggettive.
Questa linea di giustificazione è propria ad esempio del contrattualismo etico.
Il contrattualismo è stato inizialmente presentato specialmente nel XVII e
XVIII secolo da pensatori come Hobbes, Locke, Rousseau e Kant come una teoria
mediante la quale rendere conto della genesi della società civile e delle
istituzioni politiche (Gough). Ma il ricorso a qualche forma di contratto è
stato spesso presentato anche come una procedura in grado di dirimere in
generale i disaccordi pubblici su tutti.i tipi di distinzioni etiche. In
particolare nel XX secolo il contrattualismo è stato ripreso e sviluppato, ad
esempio da Rawls e Gauthier, come la teoria etica e la procedura di
giustificazione di regole e principi capaci di impostare meglio le questioni di
giustizia sociale. In questa sede ci limitiamo a presentare sinteticamente le
concezioni di Hobbes e di Rawls viste come due forme tipiche di tentativi di
derivare la giustificazione delle conclusioni etiche da procedure contrattuali.
In realtà il contrattualismo si lega strettamente alle forme di giustificazione
prudenziale di cui abbiamo dato conto nel paragrafo 3.3. Le differenze che qui
richiameremo non riguardano il tipo di ragionamento in genere appunto
prudenziale che porta ad accettare il contratto come una procedura idonea per
risolvere i contrasti etici. Le differenze concemono piuttosto il contesto in
cui la procedura contrattuale interviene, le sue implicazioni e le conseguenze
che se ne ricavano per quanto riguarda il carattere vincolante degli esiti. Nel
caso di Hobbes il ricorso a una procedura contrattuale in etica si sviluppa
dopo la presa d’atto dell’impossibilità di trovare una fondazione del bene e
del giusto in termini di rinvio al piacere di ciascuno e ai desideri e alle «
passioni individuali. Fare riferimento ai piaceri e desideri individuali non
permette di superare quella condizione di guerra di tutti contro tutti che è
propria dello stato di natura in cui ciascuno definisce bene, male, giusto e
ingiusto, appunto a suo modo. Se si vuole mantenere uno stato di pace e
convergere su qualche bene considerato comune (che certo comunque non potrà
essere trattato come un bene assoluto) bisognerà limitare la completa
discrezionalità naturale concordando sull’accettazione di una procedura che permetta
di realizzare patti condivisi. Secondo Hobbes, dunque, solo un contratto è in
grado di vincolare i singoli individui all'accettazione di principi etici che
non siano direttamente riconducibili agli interessi egoistici di qualcuno. Nel
fare ricorso al contratto come risolutivo Hobbes delineava tutta una serie di
condizioni che presiedono alla sua genesi e alla sua efficacia. Da una parte il
contratto incorporava tutta una serie di principi secondo Hobbes le «leggi
naturali» che venivano considerati giustificati razionalmente, in linea
esclusivamente strumentale, come mezzi idonei alla conservazione in vita dei
contraenti e al mantenimento della pace tra loro. Dall'altra parte la necessità
di rendere vincolanti gli equilibri che vengono identificati mediante la
procedura di contrattazione porta a un completo trasferimento della forza
coercitiva a un potere che in nome della sua funzione di garantire il rispetto
del contratto non è sottoposto ad alcun limite. Anche questa è una conseguenza
derivante dalle assunzioni generali di Hobbes che vede appunto gli esseri umani
come del tutto egoisti e mossi da un irrefrenabile impulso possessivo in una
condizione di scarsità di beni. Infine va rilevato che laddove in Hobbes il
potere non può avere limiti esterni, esso ha un ampio limite interno. Ciò
dipende dalla convinzione di Hobbes che leggi contrattualmente definite possono
valere solo per i corpi di coloro che stipulano il patto, mentre sentimenti,
emozioni e pensieri sono al di fuori della portata dell’applicazione di
principi e regole create con la procedura condivisa. AI modello di
contrattualismo hobbesiano sono state mosse numerose critiche. In particolare è
la sua peculiare derivazione artificialistica dei principi etici ad essere
oggetto di diverse obiezioni. La prima linea di obiezioni viene da coloro che
ritengono necessaria una fondazione assoluta dell'etica e che rilevano la
parzialità e la limitazione di una derivazione da un qualche contratto di
regole e principi etici. Le leggi concordate mediante il patto possono valere
solo quando si è sotto il controllo di un potere totale e completo come quello
appunto ipotizzato nel Leviafazo di Hobbes, ma non riusciamo così ad escludere
defezioni quando il potere è inefficace. Hobbes sembra tentare una risposta a
queste critiche quando ammette la validità delle leggi naturali anche «in foro
interno» {Hobbes; ma si veda Warrender), ma risulta difficile capire qual è la
base di obbligatorietà in questo caso delle leggi naturali. Una seconda linea
di obiezioni viene da quei pensatori che come ad esempio Hume pur condividendo
una spiegazione artificiale della genesi di principi e regole etiche, prendono
poi le distanze da Hobbes e dal suo contrattualismo per il particolare tipo di
artificialismo razionalistico in gioco. L’obiezione in questo caso è che il
«costruttivismo razionalistico» hobbesiano il considerate cioè i principi etici
come il frutto di una scelta consapevole di una serie di individui razionali
risulta del tutto inadeguato quando si tratta di rendere conto della genesi di
regole e principi etici. Vedremo nelle ultime due sezioni di questo paragrafo
în che senso il convenzionalismo etico di Hume presentava un modello
artificialistico di spiegazione dell'etica del tutto alternativo rispetto a
quello di Hobbes. Un altro modello di giustificazione procedurale dell'etica è
quello presentato nel modo più sistematico ed argomentato da Rawls. Si tratta
di un modello che viene ora abitualmente chiamato «contrattualismo ideale» per
distinguerlo da quello di Hobbes e da quello detto «contrattualismo reale»
sviluppato da Gauthier, Il modello epistemologico del «contrattualismo ideale»
sostiene pur sempre che i principi giusti dell'etica possano essere individuati
attraverso accordi, ma poi fa valere tutta una serie di vincoli relativamente
alla procedura considerata idonea per realizzare accordi equi. Rawls delinea
tale procedura come una «posizione originaria» del tutto artificiale. In primo
luogo, gli individui che entrano nella posizione originaria da cui si scelgono
i principi di giustizia vanno considerati come individui rappresentativi e non
già come singoli individui concreti. In secondo luogo, gli individui
rappresentativi scelgono tra le diverse opzioni a loro aperte in una condizione
caratterizzata da «un velo d’ignoranza», ovvero si immagina che gli individui
nella posizione originaria non debbano sapere quale sarà la loro condizione
effettiva e il loro status concreto nella società. Infine Rawls ritiene che le
scelte nella posizione originaria debbano essere ispirate da un principio
generale, che egli chiama del maxinmin, secondo il quale si debba sempre
preferire quell’alternativa che permette di massimizzare le esigenze degli
individui rappresentativi dello stato peggiore. La linea argomentativa di Rawls
in realtà non si presenta come un tentativo di giustificare o fondare il nucleo
centrale dell'etica, ma piuttosto come un tentativo di decisione o risoluzione
dei conflitti una volta assunta una determinata definizione della morale.
Troviamo che fin dalla delineazione della «posizione originaria» sono presenti
alcune opzioni morali sostantive che vengono incorporate nella procedura
prevista per l'individuazione dei principi di giustizia. Ad esempio è fuori
discussione fin dall’inizio che le soluzioni da preferire saranno quelle più
imparziali ed eque. Rawls non spende nemmeno un’argomentazione a giustificare
queste opzioni di fondo che sono costitutive del suo contrattualismo. Ancora,
in quanto Rawls si preoccupa principalmente di questioni di giustizia sociale o
di distribuzione delle risorse, troviamo che egli fa valere il citato criterio
di waxiziz. Contro questo criterio numerosi studiosi di etica (ad esempio
Harsanyi) hanno obiettato che esso ha delle conseguenze controintuitive.
Infatti il criterio del maximin ci costringe a preferire sempre e comunque quel
corso di azione che può migliorare sia pure di pochissimo le condizioni di chi
sta peggio senza minimamente tenere conto di quanto questo corso d'azione
peggiori le condizioni di tutti gli altri o senza minimamente instaurare un
confronto tra i diversi corsi d'azione possibili ad esempio sulla base della
probabilità effettiva che si realizzi ciascuno di essi, Dunque la procedura
epistemologica a cui si richiama Rawls, ben lungi dal giustificare le opzioni
etiche, in realtà dà già per acquisita la natura dell'etica e il suo ambito.
Del resto questo è ampiamente ammesso dallo stesso Rawls che ha riconosciuto
che la sua ricostruzione della natura dell’etica è adeguata a rendere conto
delle intuizioni morali di un cittadino di una società caratterizata, come
quella statunitense, dalle istituzioni liberal-democratiche. Spiega Rawls che
la sua etica è tale da non avere una portata metafisica, ma che si presenta
come prevalentemente rivolta a rendere conto di un ben preciso contesto storico
e dunque politico (Rawls). La procedura giustificativa delineata da Rawls può
dunque operare solo presupponendo una serie di intuizioni o credenze morali già
date. La linea argomentativa del contrattualismo ideale è rivolta ad ottenere
un risultato che Rawls stesso presenta come una sorta di «equilibrio
riflessivo» tra le nostre intuizioni di partenza e i risultati più equi e
giusti raggiunti attraverso una correzione delle distorsioni e parzialità di
tali intuizioni. Caratteristico di questo modello è la caduta della pretesa di
una fondazione assoluta e compiuta dei principi etici. Il contrattualismo
ideale di Rawls in definitiva riesce a generare accordi solo in quanto parte
già da un accordo dato in partenza tra tutti i membri della stessa società.
Nulla può essere fatto per convincere ad accettare l'etica da parte di coloro
che non sono già cittadini della stessa società ideale che condivide il
contratto. Laddove la posizione hobbesiana sembrava incapace di generare
accordi se non presupponendo il ricorso a uno strumento extra-teorico quale la
forza; la posizione di Rawls è sterile perché si limita a ricostruire il modo
in cui già di fatto si realizzano accordi, nelle società liberal-democratiche,
tra coloro che accettano politiche progressiste e nulla dice per dirimere i
contrasti tra individui rappresentativi di società profondamente diverse
(quali, poniamo, quelle del mondo occidentale e quelle dei paesi dell’Africa o
dell'Asia). La procedura contrattualista di giustificazione etica ha
sicuramente un ampio spazio laddove contrasti e conflitti sorgano tra individui
già vincolati a un certo patto e all’accettazione di una certa procedura per
dirimere i contrasti. Ma poco o nulla può offrire laddove si affrontino le
questioni più sostanziali: da una parte di come giustificare la scelta di avere
un contratto da rispettare in luogo di non avere nessuna forma di contratto;
dall'altra di come giustificare l'opzione di continuare a rispettare il
contratto, in luogo di defezionare, anche quando ciò danneggia i nostri
interessi personali. Il non-cognitivismo e la giustificazione
logico-argomentativa del punto di vista etico. Una teoria della giustificazione
© argomentazione etica è stata messa a punto anche dai teorici del
non-cognitivismo. Laddove gli emotivisti consideravano del tutto fallace la
convinzione che si potesse avere una reale discussione su questioni etiche, i
teorici del non-coBnitivismo trovano possibile indicare una serie di procedure
come peculiari del ragionamento etico. Vale la pena di fermarsi brevemente
sulle differenze www.scribd.com/Filosofia_in Ita3 ETICA sul piano della giustificazione e
dell’argomentazione, dunque sul piano epistemologico, tra le posizioni degli
emotivisti e quelle dei non-cognitivisti. Infatti lo sviluppo di questa
differenza rappresenta una delle vicende centrali dell'etica del XX secolo che
viene completamente trascurata da quanti come ad esempio A. MacIntyre
(MacIntyre, 1988) assimilano rigidamente emotivismo e non-cognitivismo, Nel
caso degli emotivisti occorre distinguere tra le posizioni di Ayer e di
Stevenson – citato da H. P. Grice. È appunto nelle pagine di Ayer che troviamo
la posizione più radicale che ritiene che l’unico punto di dibattito effettivo
in una discussione etica possa essere quello di una verifica fattuale sul come
sono andate le cose e, per il resto, sia da considerare comeeffettivo in una
discussione etica possa essere quello di una verifica fattuale sul come sono
andate le cose e, per il resto, sia da considerare come del tutto illusoria la
pretesa di aprire una qualche discussione criticamente valutabile sulla
rilevanza etica di ciò che è accaduto, In definitiva connotando eticamente
qualcosa ciascuno esprime solo i propri gusti morali del tutto personali e,
come è noto, sui gusti non si può certo disputare. La posizione di Stevenson
(Stevenson; qudo eticamente qualcosa ciascuno esprime solo i propri gusti
morali del tutto personali e, come è noto, sui gusti non si può certo
disputare. La posizione di Stevenson è meno riduttiva, ma finisce con il
sostenere che tutto ciò che possiamo fare da un punto di vista argomentativo o
epistemologico in morale è divenire pienamente consapevoli del come usare nel
modo appropriato, come un potere causale, la forza emotiva presente nelle
nozioni etiche, vuoi per persuadere altri ad accettare i nostri standards, vuoi
impedendo che altri ci persuada con il mero ricorso a delle definizioni
persuasive, Ma non resta nessuna possibilità pet discutere in una qualche forma
argomentativa l'appropriatezza etica di un determinato giudizio morale. Laddove
consideriamo l’etica come un linguaggio emotivo sia pure, come fa Stevenson,
come un linguaggio guidato da regole nel suo uso tutto ciò che possiamo fare
sul piano epistemologico è richiamare l’attenzione sulla presenza di tecniche
di persuasione che possono essere utilizzate sia da una persona che voglia fare
passare dei valori giusti, sia da chi invece voglia imporre dei valori
ingiusti, L'argomentazione etica, così come ce la presenta Stevenson con il suo
emotivismo moderato, non ci permette di discriminare tra questi valori, ma solo
di sostenerli nel modo migliore ed egli quindi riconosce in questo campo solo
uno spazio per procedure di tipo retorico o propagandistico. Nel caso invece
del non-cognitivismo, come sostenuto ad esempio da Hare (Hare), troviamo
l'impegno a elaborare un'epistemologia per l’etica che fornisca criteri di
discussione e critica anche per il nucleo peculiare di valori che è in gioco
nel discorso morale. Come si è già spiegato secondo questa concezione
meta-etica la morale è costituita di prescrizioni universalizzabili
soverchianti. Partendo da questa caratterizzazione della natura della morale un
non-cognitivista ha di fronte a sé due problemi distinti. Si tratta, in primo
luogo, di esaminare se vi sono vie argomentative per convincere razionalmente a
farsi guidare nelle proprie azioni da una morale così intesa chi non la vuole
fare propria preferendo un completo amoralismo. In secondo luogo si tratta di
delineare quali procedure argomentative sono disponibili per sottoporre a
controllo le diverse opzioni mortali possibili al fine di individuare, per la
situazione in cui ci troviamo, quale è la migliore prescrizione
universalizzabile soverchiante. Esponiamo qui di seguito le due diverse
strategie argomentative così come vengono delineate da Hare – gruppo di gioco
di H. P. Grice. Per quanto riguarda il livello di discussione che si apre nei
confronti di chi non intende in alcun modo ispirarsi a regole morali, sul piano
argomentativo non c'è molto da fare. Non si può cioè costringere logicamente
qualcuno a usare il linguaggio della morale; si può solo, una volta che egli lo
usi, mostrare che lo ha usato in modo inadeguato rispetto alle regole che ne
governano l'uso. Hare dunque sembra voler fissare come limite invalicabile per
l’argomentazione morale il confine al di lì del quale si collocano tutti coloro
che non fanno in alcun modo uso del linguaggio morale. Nei confronti di costoro
si potrà fare qualcosa solo collocandosi da un punto di vista non strettamente
argomentativo. L'educazione e l’uso della forza sono due diverse strategie cui
si ricorre per far si che le persone facciano propria la forma di vita che
include la morale. All’interno della prospettiva non-cognitivista di Hare si
può invece argomentare contro chi pretende di formulare giudizi morali ed
invece in realtà non rispetta le condizioni logiche necessarie perché un
proferimento faccia parte del linguaggio etico. Come sappiamo un'espressione
linguistica farà parte del discorso morale solo in quanto si presenta come una
prescrizione universalizzabile soverchiante. Possiamo identificare con
chiarezza coloro che pretendono di dare una portata morale alle loro
affermazioni, ma compiono degli errori logici (oltre che morali}. Le analisi di
Hare – gruppo di gioco di H. P. Grice -- sono rivolte a delineare il tipo di
argomentazione che può essere sviluppata contro il più comune errore nell'uso
del linguaggio morale, quello proptio dei fanatici morali. Le posizioni dei
fanatici morali nascono in quanto si prescrivono dei principi che non vengono
fatti valere come la loro natura di principi morali esigerebbe in modo analogo
per tutte le situazioni simili indipendentemente dal posto occupato da coloro
che sono coinvolti. Un tentativo, coerente con la concezione della morale
propria del non-cognitivismo, può essere fatto per contrastare il fanatismo
morale ad esempio nella forma più ricorrente che è quella del razzista (Hare;
ma Hare più recentemente ha trattato anche del caso di un medico che in nome
dei suoi doveri professionali fa proprio l’accanimento terapeutico: Hare). Si
tratta di chiedere al fanatico di immaginarsi in una situazione in cui egli
occupa il posto di colui nei confronti del quale egli vuole fare valere in modo
diseriminante i suoi pretesi principi morali. Che cosa fa il razzista
anti-semita quando una nuova informazione fornisce le prove che lui stesso è di
origine ebraica? Il non-cognitivista può con. siderare l'articolazione di un
esperimento mentale del genere come un’estensione epistemologica della sua
concezione meta-etica. Si badi infine che l’argomentazione propria dell'etica
che viene individuata muovendo dalla concezione della natura dei giudizi morali
avanzata da Hare non si limita come nel caso del formalismo kantiano ad
avanzare la richiesta di una mera coerenza formale, ma enuncia un requisito
contenutistico. In linea del tutto pregiudiziale un giudizio potrà essere
incluso nell'universo dei giudizi propri del discorso morale solo se prescrive
un qualche principio che si è pronti a far valere in modo analogo per tutti i
casi simili indipendentemente dalla propria collocazione nelle situazioni
investite. Lavorando su questa condizione epistemologica della concezione che
vede la morale come insieme di prescrizioni universalizzabili soverchianti, più
recentemente Hare ha elaborato ulteriori passaggi critici a cui sottoporre le
prese di posizione etiche. Nello sviluppare queste implicazioni epistemologiche
si è incamminato lungo una linea che giunge a presentare come adeguate su basi
sostantive quelle conclusioni che vengono ricavate dall’utilitarismo dell’atto.
In quanto ci troviamo di fronte ad un’argomentazione che ricava da una
meta-etica una ben precisa etica normativa, ce ne occuperemo in un prossimo
paragrafo. Dalla giustificazione allo spiegazione dell'etica. Proprio nel
nostro secolo la riflessione filosofica sull'etica ha elaborato una serie di
analisi conseguenti a un radicale mutamento di approccio. L'effetto di questo
cambiamento è che anche per quanto riguarda le procedure argomentative in uso
in morale l’obiettivo cui si tende è di ricostruirne il complesso delineando
anche il contesto in cui si sono formate. Con questo approccio non ci si
propone dunque di fondare o giustificare aleunché 0 di modellare al meglio
strutture argomentative, quanto piuttosto di presentare spiegazioni complessive
rivolte a comprendere qual è il posto che l’etica occupa nella nostra vita. In
definitiva è la prospettiva che Hume aveva sviluppato nella sua scienza della
natura umana che viene recuperata, tradotta nel linguaggio del nostro secolo e
resa più rigorosa e determinata. L'etica viene così considerata come un
presupposto della nostra forma di vita che non tanto va giustificato o fondato
quanto piuttosto spiegato nella sua concretezza. Si tratta dunque di un
programma esplicativo che considera l'etica e le sue distinzioni come
costitutive della nostra esperienza del mondo, con un approccio in parte
analogo a quello kantiano impegnato a identificare le forme generali della
nostra esperienza. Ma questo approccio esplicativo non percorre poi la linea
aprioristica kantiana dell'analisi trascendentale, proponendosi piuttosto di
avanzare ipotesi empiriche sulla natura dell'etica e le forme di argomentazione
in essa correnti (Preti, 1986). ; Questo tipo di ricerca ha avuto nel nostro
secolo una notevole espansione parallelamente al tentativo della filosofia di
trasferirsi dal piano fondazionale a quello esplicativo (cfr. Gargani e
Nozick). Una prima differenza tracciabile in questa linea filosofica, come si è
detto, è relativa al tipo di spiegazioni, ovvero alla natura logica delle
presupposizioni a cui ci si richiama, caratterizzate o in una direzione
trascendentale oppure come ipotesi empiriche. Su basi kantiane un tentativo di
spiegare l'etica è presente nelle analisi di Putnam. La tendenza a esprimere
giudizi morali è secondo Putnam un modo del tutto aprioristico e comune al
genere umano di categorizzare; in modo analogo va spiegata la stessa
predilezione sostantiva per certi contenuti (benevolenza, giustizia ecc.).
Invece sul piano empirico si trovano, tra le altre, le seguenti spiegazioni
della morale. Da una parte abbiamo una concezione come quella di Mackie che
ritiene che l'etica sia una produzione artificiale della cultura umana con cui
gli vomini cercano di fare affermazioni su specifiche proprietà del mondo,
ovvero i valori o le qualità etiche; ma queste affermazioni sono tutte false in
quanto tali proprietà non sussistono realmente. Dall'altra abbiamo le posizioni
proiezioniste, quale ad esempio quella di Blackburn, secondo le quali invece si
guarda all’etica come un prodotto della nostra cultura che ci consente di fare
riferimento a qualità o proprietà quasi reali (le proprietà morali) che noi
abbiamo proiettato sulle cose e sul mondo. Sono ancora da ricordare le analisi
sensiste di Wiggins e McDowell i quali ritengono viceversa che si debba
considerare l’etica come il campo che gli esseri umani costituiscono in quanto
forniti di un peculiare senso o sentimento che li mette in grado di cogliere
delle proprietà nel mondo (appunto ciò che rende moralmente rilevante una
qualche situazione) che hanno poi su di essi una forza motivante e vincolante.
Infine in un contesto più evoluzionistico Gibbard indica nella morale un
insieme di norme che gli uomini anno elaborato nel corso di una loro attività
peculiare che li muove a discutere pubblicamente sul come condurre le loro vite
e come sentire a proposito delle scelte fatte nel corso delle loro vite. Tutti
questi diversi modelli esplicativi dell'etica e della sua genesi come si può vedere
ne rendono conto in ter. mini universalistici; l'etica si presenta cioè come
un'istituzione del genere umano che include al suo interno il ricorso a
procedure pubbliche pet controllare la validità delle opzioni privilegiate.
Larga parte di queste concezioni esplicative sono rivolte a trovare una
collocazione per la credenza che il controllo fattuale giochi un ruolo
importante nella discussione etica. Una credenza del genere sussiste anche se i
fatti morali non esistono, 0 sono solo delle nostre proiezioni o tali che noi
li cogliamo perché forniti di una peculiare attrezzatura percettiva. In questo
secolo un ampio dibattito si è sviluppato intorno a due nuclei problematici
centrali per chiunque si ponga l’obiettivo di una fondazione o giustificazione
di conclusioni etiche. In primo luogo hanno avuto un’ampia diffusione le
discussioni relative alla cosiddetta «legge di Hume» che coinvolgono tutti i
tentativi di fondare una conclusione etica su basi scientifiche, osservative o
empiriche. Il punto di partenza per questa linea di riflessione viene indicato
in un passo del Treazise di Hume (Hume), il cosiddetto «is-ought paragraph», in
cui si richiama l’attenzione sulla differenza tra proposizioni in cui è
presente la copula è {:5) e quelle in cui compare la nozione deve (ough)). A
questo passo si sono richiamati tutti coloro che hanno criticato come
logicamente inaccettabile la derivazione di una conclusione normativa, e in
generale etica, da premesse descrittive, assertive o in generale non-etiche (Hudson;
Carcaterra; Oppenheim; Scarpelli; Celano). Sul piano storico occorre precisare
che è molto probabile che Hume non fosse direttamente impegnato a formulare un
vero e proprio principio logico relativo all’inderivabilità del dovere
dall'essere, quanto piuttosto a segnare con precisione la «grande divisione»
concettuale tra conclusioni con l'è e quelle con il deve. Importa però qui
richiamare che invece si fa rilevare che proprio da un punto di vista
strettamente logico-formale e sintattico si deve ritenere del tutto scorretto
qualsiasi ragionamento o argomentazione che pretenda di ricavare una decisione,
una scelta o un giudizio etico da considerazioni che riguardano lo stato dei
fatti o delle cose. Questa posizione è stata ampiamente sostenuta nel corso del
XX secolo con articolazioni lievemente diverse. Così ad esempio Max Weber
insisteva con decisione sulla differenza di piani tra fatti e valori e dunque
tra conclusioni avalutative e scientifiche sulla natura e sulla società e
decisioni o assunzioni di responsabilità intorno a ciò che si deve fare (Weber;
Rossi, L'EPISTEMOLOGIA DELL'ETICA; Hennis). Partendo dalla stessa tesi della
inderivabilità dei valori o doveri dai fatti si sono rifiutate numerose
concezioni spesso accusate di essere cadute nella «fallacia naturalistica»
(Moore). Così da una patte vengono denunciate come frutto di un errore logico
tutte quelle posizioni riduzionistiche o conformistiche che concludono che ciò
che si deve fare è o ciò che è naturale per l'uomo o ciò che è già indicato dai
valori accettati più o meno diffusamente nella società. Non diversamente viene
considerata fallace quella specie di argomentazione etica propria
dell'approccio consequenzialista che considera come completamente risolvibile
un qualche problema morale ricostruendo con precisione ammesso che tra l'altro
questo sia fattibile quali sono le conseguenze delle diverse opzioni tra cui
dobbiamo scegliere. In realtà sapere con precisione quali sono le conseguenze
delle alternative che ci sono davanti non basta per ricavare una conclusione su
ciò che dobbiamo fare perché una tale previsione se attendibile ci dirà solo
ciò che ci sarà nel futuro, ma nulla ci dice sul punto se certe conseguenze che
ci saranno vanno poi preferite o meno ad altre e dunque approvate o
disapprovate. Tra l’altro era proprio questa l’argomentazione che faceva valere
Hume nella sua Exquiry concerning the Principles of Morals (Ricerca concernente
i principi della morale; Hume) contro i tentativi di derivare le distinzioni
etiche dal principio di utilità. Contro l’uso di questa critica come
ghigliottina decisiva per numerose concezioni etiche si sono schierati quei
pensatori particolarmente numerosi nell'ultirna parte del XX secolo che hanno
negato che si potesse nettamente distinguere un piano di descrizioni neutrali
del mondo da un piano di opzioni valutative su di esso. Questo tentativo di
superamento del quadro concettuale che sorregge la cosiddetta «legge di Hume» è
stato principal mente rivolto a contestare la concezione della scienza dei
neopositivisti che sembra sorreggere una forte divaricazione tra fatti e
valori, essere e dovere. Questa divaricazione è stata criticata e giudicata
superata da numerosi pensatori pragmatisti, tra i quali in particolare Putnam.
In secondo luogo indubbiamente rilevante per il problema della fondazione e
della giustificazione dell’etica è tutto il dibattito specialmente vivo nella
seconda metà del XX secolo relativo alla possibilità di costruire una logica
delle norme. Collocandosi dunque sul piano della ricerca di una sintassi di un
discorso etico che voglia fare valere al suo interno principi di coerenza e
non-contraddizione è stata contestata la stessa possibilità di enunciare una
logica delle norme. Una posizione del genere è presente nelle conclusioni a cui
era giunto H. Kelsen nell'ultima parte della sua vita (Kelsen, 1985). Rilevando
che le norme sono, dal punto di vista del significato, dei comandi, e che
dunque come tali non possono essere valutati in termini di verità e falsità,
Kelsen negava che si potesse costruire un sillogismo logico in cui premesse e
conclusioni fossero degli asserti normativi. Le implicazioni della sintassi
logica possono valere solo in presenza di proposizioni empiriche o asserzioni
scienrifiche, ovvero laddove premesse e conclusioni si collocano sul piano
della verità e dunque da premesse vere (o false) si traggono conclusioni vere
(o false). Ma un enunciato normativo non è in alcun modo vero 0 falso e dunque
non può funzionare da premessa di nessuna conclusione logicamente derivata,
Così se presentiamo nella premessa maggiore un enunciato normativo di caratrere
universale, laddove nella premessa minore troviamo l'individuazione di una
fattispecie rilevante sulla base della norma generale enunciata nella premessa
maggiore, secondo Kelsen non siamo autorizzati a presentare come una
conclusione logicamente necessaria una qualche azione o omissione {con relativa
sanzione). Coloro che contestano la possibilità di una logica delle norme
obiettano infatti che comunque il linguaggio normativo esige sempre che ci sia
un qualche comando effettivo ripetuto subito prima del compimento di qualsiasi
azione. Sia le «legge di Hume» sia le obiezioni alla possibilità di elaborare
una «logica delle norme» risultano particolarmente rilevanti nei confronti di
chi si muove all’interno di un contesto fondazionale e pretende dunque di dare
una qualche fondazione assoluta o conclusiva dell'etica. Ma se ci collochiamo
sul piano dell’argomentazione o della giustificazione (per non dire del piano
della spiegazione delle procedure effettivamente adottate) le cose risultano
più complesse. Per quanto riguarda, ad esempio, la cosiddetta «legge di Hume»,
sembra difficile non ammettere l'efficacia di quelle critiche rivolte al
tentativo di ricavare le proprie conclusioni etiche semplicemente da una
ricostruzione dei fatti in gioco, o da una mera raccolta di informazioni, o
dall’accumulo di una congerie più o meno estesa di previsioni. Dovrà introdursi
prima o poi la nostra preferenza per un qualche principio da fare valere in
modo analogo in tutte le situazioni simili, una preferenza che sia radicata
nelle nostre emozioni e che siamo pronti a mettere in pratica quando starà a
noi agire facendola prevalere su nostre opzioni non strettamente etiche. Questa
ammissione di una qualche frattura, divisione o salto tra il piano delle
ricostruzioni empiriche della situazione e quello di una valutazione e
conseguente decisione delle diverse opzioni che ci stanno di fronte non deve
essere spinto però fino ad esiti eccessivi. Così risulterà insostenibile sul
piano metodologico una ricostruzione della natura dell’indagine empirica e
scientifica che non tenga conto di quanto le nostre osservazioni e le nostre
esperienze siano dipendenti dalle teorie, ipotesi e opzioni (anche valutative)
da cui muoviamo. Né sarà accettabile un divisionismo spinto fino all’estremo di
non riconoscere la rilevanza in un certo senso come condizione necessaria anche
se non sufficiente di un’argomentazione etica dell'impegno sia a verificare
come stanno realmente le cose nella situazione in esame, sia a immaginare quali
conseguenze seguiranno una volta incamminatici lungo l’uno o l’altro corso di
azione. Non diversamente a proposito della questione della possibilità di
costruire una logica delle norme è difficile negare la nostra capacità sia di
squalificare certe prese di posizione etiche perché in contraddizione con
principi già assunti, sia di estendere i nostri principi a situazioni nuove
sulla base della tesi logica che esse sono del tutto simili a quelle che
abbiamo già giudicato. È probabile che nel riconoscere questo ci muoviamo a un
livello che non è esattamente quello della sintassi logico-formale, ma
piuttosto come ha suggerito Nowell-Smith delle implicazioni di una logica
pragmatica che dà vita a una valutazione dei giudizi in gioco in termini di
stranezza logica. Ma la rilevanza e la portata di strategie di tipo sintattico
o logico resta innegabile se si abbandona la pretesa di muoversi sul piano di
un'etica dimostrata in modo assiomatico e geometrico. Va, infine, sottolineato
che malgrado le obiezioni di fondo dei puristi della logica larga estensione
hanno avuto nella seconda metà del XX secolo i tentativi di elaborare
simbolismi e formalismi idonei al trattamento di norme. Ben al di là dei
tentativi o delle enunciazioni di principio si sono spinti tutti coloro da
Wright a Alchourron e Bulygin che si sono impegnati a elaborare la logica deontica
e la logica delle norme. I risultati raggiunti con tutta la loro complessa
articolazione mostrano la fertilità di un tentativo di dare vita a un
trattamento simbolico della sintassi delle norme e di inserire in un contesto
logico le relazioni tra obbligazioni etiche. Difficile peraltro che tali
modelli di linguaggi perfetti o ideali per le norme o le valutazioni etiche
possano essere di aiuto per ciascuno di noi quando, nella vita comune, siamo
alle prese con i nostri problemi etici concreti. Tali linguaggi invece
illuminano certamente il lavoro di giuristi, politici, scienziati sociali
impegnati nel mettere a punto sistemi di norme più o meno stabili, efficienti,
chiari e comprensibili da tutti coloro per cui tali norme debbono valere. 4. Le
etiche normative: concezioni in contrasto. 4.1. Eriche conseguenzialiste e
deontologiche: principi, mezzi e fini nell'etica. Quando si tratta di
classificare le diverse concezioni etiche possiamo ricorrere a differenti
criteri formali che si intersecano. È quanto faremo n questo paragrafo,
esponendo le differenti concezioni normative esistenti usando diverse strategie
di classificazione. In primo luogo distingueremo le etiche normative in
generale sulla base di una loro struttura di fondo che col. lega la valutazione
etica 0 a un riferimento a principi 0 a una considerazione delle conseguenze.
Renderemo così conto della differenza tra etiche deontologiche o tuotanti
intorno a principi ed etiche teleologiche o rivolte principalmente alle
conseguenze, e accenneremo anche ad alcuni tentativi di elaborare etiche miste.
Passeremo poi a rendere conto delle diverse etiche normative classificandole
sulla base di un diverso criterio formale che ritiene essenziale la distinzione
tra etiche che fanno uso di una nozione di valore intrinseco, in quanto
contrapposta a quella di valore estrinseco, ed etiche che invece rifiutano tale
distinzione. Esamineremo, infine, alcune concezioni normative che
identifichiamo come le più diffuse e vitali nelle discussioni di etica teorica
nel secolo XX. Ovviamente di pari passo con l’esposizione cercheremo sia di
fornire le ragioni delle inclusioni ed esclusioni nella lista, sia della nostra
preferenza critica per una di queste etiche. Un modo ricorrente per distinguere
tra le diverse concezioni normative è dunque quello che contrappone l’etica che
ruota intorno a un appello ai principi a quella che tiene piuttosto conto delle
conseguenze dell’azione. Si tratta di una distinzione che è centrale, ad
esempio, nella riflessione di Max Weber, che però se ne è valso non tanto per
distinguere due tipi diversi di etica quanto piuttosto per richiamare
l'attenzione su due piani diversi della vita etica: quello proprio del
moralista che fa appunto appello alla rilevanza dei principi e quello di chi
come il politico o chi sia comunque impegnato in una dimensione tecnico-pratica
invece, muovendosi nel quadro di un'etica della responsabilità, deve badare
principalmente alle conseguenze dei diversi corsi di azione in cui si impegna
(Weber). Dietro queste due diverse strategie possiamo anche ritrovare come
subito vedremo un diverso modo di considerare il rapporto mezzi-fini nella vita
pratica. Sono state presentate concezioni deontologiche dell'etica diversamente
strutturate. Avremo così diversi tipi di etiche dei principi a seconda che
pongano al loro centro uno o più principi, e a seconda che concepiscano tali
principi o come assoluti e aprioristici o come ricavati dall'esperienza e in
generale rivedibili. È così chiaro che l'etica kantiana si presenta come
un'etica deontologica che ruota intorno a un solo principio di fondo, assoluto
e a priori, dato dall'imperativo categorico, e le diverse formulazioni offerte,
dell'imperativo categorico, non presentano in realtà principi diversi (Kant).
Nel caso di alcune etiche del comando divino (come ad esempio l’etica cristiana
o cartolica) vi è invece una tendenza a presentare come costitutivi della vita
morale diversi principi tutti assoluti (i vari comandamenti divini o le norme
che costituiscono la legge naturale). Un'etica deontologica pluralista si trova
di fronte al problema (quasi mai invece affrontato esplicitamente in queste
etiche) della necessità di disporre di un criterio chiaro per ordinare i
diversi principi e risolvere quei casi in cui più principi assoluti entrano tra
di loro in conflitto. Ma una concezione etica deontologica non è logicamente
costretta a considerare i principi al centro della vita morale come assoluti,
immutabili e di derivazione non empirica. Non mancano infatti analisi della
vita etica (ad esempio quella dell'evoluzionismo filosofico di Spencer H.
Spencer, o di certe forme contemporanee di intuizionismo si vedano ad esempio
Ross ed Ewing) che pur ritenendo costitutivo della vita morale l’appello a
principi, non rendono conto del costituirsi di questi principi lungo l’asse
dell’impostazione kantiana o di quella religiosa. I principi dell'etica vengono
piuttosto considerati o come regole fissatesi nel corso dell'esperienza quali
abitudini o come assunzioni più o meno convenzionali preliminari, o anche come
ipotesi più o meno rischiose da avanzare in situazioni risolvibili
difficilmente con gli strumenti ordinari. La questione centrale per una
valutazione critica delle etiche deontologiche è quella di chiederci fino a che
punto le si possa seguire nella loro assunzione che i principi e la coerenza
sono il criterio determinante della vita morale senza che st debba tenere conto
delle conseguenze di un'applicazione di questi principi. Le etiche
deontologiche incontrano in realtà difficoltà insormontabili in quanto si
presentano come la struttura di riferimento di tutte le forme di fanatismo
morale, ovvero di quelle concezioni che ritengono che l'unico modo per
elaborare decisioni e giudizi eticamente validi sia quello di dedurre
coerentemente le implicazioni suggerite da principi considerati come
indiscutibili e non modificabili. Il fanatismo nasce laddove si spinge la
fedeltà ai principi fino a non tenere in alcun conto le eventuali conseguenze
disastrose di questa fedeltà. Le etiche deontologiche partoriscono quindi
spesso moralisti che riaffermano continuamente vecchi principi che, in realtà,
non sono più in consonanza con la vita effettiva degli esseri umani,
Paternalismo e rigidità sembrano essere sul piano pragmatico alcune delle
possibili implicazioni delle etiche deontologiche. Tali conseguenze sono
evitate attraverso l’impegno a formulare elaborate casistiche che prevedono
un'ampia gamma di condizioni in cui si può fare un'eccezione alle regole,
Mentre sul piano psicologico non è infrequente che tali etiche generino forme
più 0 meno estese di ipocrisia per cui regole e principi assoluti sono
enunciati solo verbalmente e in pubblico, ma non seguiti nelle scelte effettive
e in privato. Proprio come correttivo di questi eccessi formalistici e
rigoristici sono state presentate come più adeguate le teorie etiche che
mettono al centro della vita morale una considerazione delle conseguenze delle
azioni. Si tratta di etiche in cui è centrale la considerazione per la
dimensione della responsabilità. In luogo di una stretta fedeltà ai principi
l'atteggiamento etico è quello di chi è impegnato in una continua valutazione
dei risultati. Si tratta di quelle concezioni dell'etica che già nel mondo
antico, ad esempio con gli stoici, richiamavano l’importanza della prudenza per
rendere conto del nucleo centrale della vita morale, Queste posizioni
conseguenzialiste hanno avuto un grande sviluppo in quanto sono divenute la
struttura portante delle etiche utilitaristiche. Sul piano logico non è però
corretta un’assimilazione tra conseguenzialismo e utilitarismo. Infatti
l'utilitarismo è una delle varie forme che può prendere il conseguenzialismo, quella
che considera come criterio di valutazione dei risultati la realizzazione del
massimo bene per il maggior numero. Altre forme di conseguenzialismo possono
assumere, come criteri di valutazione dei risultati, concezioni del bene o del
valore da realizzare del tutto alternative rispetto a quella felicifica
dell'utilitarismo. Però proprio la possibilità di distinguere tra utilitarismo
e conseguenzialismo richiama quella che sembra essere la difficoltà principale
delle concezioni conseguenzialiste, ovvero la loro incompletezza. Infatti una
concezione che mette in primo piano per la valutazione morale la considerazione
delle conseguenze delle nostre azioni non sembra in grado di rendere conto
pienamente del giudizio etico, in quanto tale giudizio non può limitarsi a
esaminare quali saranno le conseguenze di certe scelte, ma dovrà anche
valutarle sulla base di ben precisi criteri di valore. Ci troviamo dunque di
fronte alla difficoltà che già richiamava Hume (Hume), ovvero che una
considerazione delle conseguenze può informarci solo relativamente ai mezzi e
resta poi da valutare del tutto indipendentemente l'accettabilità dei fini. Ma
per quanto possa essere incompleta, un'etica conseguenzialista richiama su
quello che è un passaggio necessario per le nostre valutazioni e decisioni; la
considerazione appunto di ciò che la loro accettazione comporta. Anche se poi
questo approccio non può esimerci da una valutazione dell’accettabilità o meno
dei risultati che si raggiungeranno. La concezione conseguenzialista dell'etica
riesce a rendere conto delle nostre valutazioni su ciò che è giusto o ingiusto
ed esige di essere integrata con una teoria della bontà o del valore dei
risultati. Per quanto riguarda poi l’uso della distinzione tra mezzi e fini in
etica va anche detto che specialmente nell'ultimo secolo varie forme di
naturalismo etico si sono impegnate nell’approfondire e render meno
semplicistica una considerazione esclusiva dei mezzi come passaggio obbligato
verso i fini, riflutando così di considerare i mezzi come una dimensione
incompiuta della vita pratica. In questa linea si collocano le analisi di John
Dewey nella sua Theory of Valuation (La teoria della valutazione) che ha
insistito nel richiamare l'attenzione sul processo mediante il quale gli stessi
mezzi possono trasformarsi in fini e nel mettere quindi in crisi una concezione
che vede i fini come un risultato finale, per sostituirvi una prospettiva che
nella condotta umana trova un conzinuute di azioni che da mezzi si trasformano
in fini che a loro volta si trasformano in mezzi ecc. Dall'altra parte vi sono
stati teorici che hanno concepito il conseguenzialismo come autosufficiente
laddove non si considerino i fini come valori intrinseci o valori in sé, ma
piuttosto come valori estrinseci. Il valore intrinseco nell'etica. Dal punto di
vista normativo le diverse etiche possono essere differenziate anche sulla base
del ricorso o meno alla nozione di valore intrinseco. La nozione di valore
intrinseco trova un uso centrale nell’etica di Moore, ma anche ad esempio sul
versante fenomenologico nell'opera di Brentano e poi di Scheler. L’uso di tale
nozione nella teoria etica è stato più volte fatto oggetto di critiche in
particolare da pensatori pragmatisti {su questa discussione è da vedere G.
Pontara, 1974, che presenta anche una difesa dell’uso in etica di tale
nozione). Vi sono stati altresì tentativi di delineare una nuova
caratterizzazione della nozione ad esempio da parte di Nozick. La nozione di
valore intrinseco è legata al tentativo di dare all’etica una dimensione
oggettiva. Infatti in questo senso Moore (1964) collegava la nozione di valore
intrinseco con quella di «unità organica». Le cose fornite di valore sono
uniche in quanto presentano una unità organica che non è definibile riducendo
l’intero alle sue parti. In questo senso il valore intrinseco è la
contropartita a livello ontologico della tesi gnoseologica che riconosce nel
bene una qualità del tutto unica, semplice e indefinibile. D'altra parte il
riferimento al valore intrinseco fa sì che si consideri il bene come qualcosa
che viene conosciuto come presente nel mondo oggettivo e non già come un modo
di sentire soggettivo. In questo senso Moore riteneva che le proprietà etiche
avessero una loro realtà e sussistessero indipendentemente dall'essere
percepite, La tesi che vi sono degli interi forniti di valore intrinseco (come
ad esempio per Moore le relazioni personali e le cose belle) permette di
identificare il normativo e l'etico con qualcosa che ha uno statuto peculiare e
che dunque non può essere ridotto a nessuna altra realtà. La posizione che
ammette l’esistenza del valore intrinseco nega che ogni azione possibile sia
fornita solo di valore estrinseco e strumentale e che possa essere sostituita
da qualsiasi altra azione. La concezione del valore intrinseco si accompagna
dunque all’elaborazione di una teoria normativa che riconosce l'autonomia
dell’etica e ritiene anche che vi sia un modo compiuto e definitivo per fondare
le conclusioni dell'etica. Anche Nozick usa la nozione di valore intrinseco
come mezzo teorico per arrivare a riconoscere alle realtà al centro dell'etica
un'oggettività e una forza vincolante indipendenti dalle motivazioni
individuali. Nozick, come Moore, collega la nozione di valore intrinseco con
quella di unità organica e anzi propone una gerarchia delle realtà sulla base
del diverso grado di valore intrinseco, nel senso che sarà fornito di maggiore
valore intrinseco quell’intero che connette in modo più organico, ovvero più
stretto e unitario, un maggiore numero di parti differenti. In questo senso la
nozione di valore intrinseco secondo Nozick può essere attribuita a un gran
numero di esseri e permette misurazioni e graduazioni. La moltiplicazione di
esseri forniti di valore intrinseco nella teoria etica di Nozick è confermata
dalla tesi che questo valore può essere creato o costituito (in quanto «valore
contributivo» alla totalità di valore intrinseco già esistente nel mondo).
Nozick poi delinea una precisa lista di realtà fornite di valori, suggerendo
che in particolare sono le persone e i sé ad avere una maggiore quantità di
valore intrinseco e a poterne creare di nuovo. Riprendendo la gerarchia degli
esseri della tradizione aristotelico-tomistica Nozick indica nella persona
umana il vertice tra le realtà fornite di valore intrinseco nel senso che i sé
personali possono scegliere di costituire unità organiche molto originali e
strette, unificando l’insieme molto differenziato di parti rappresentato dal
fluire delle loro vite. Nozick sembra dunque essersi impegnato a riproporre su
una base laica e empiristica la concezione religiosa e spiritualistica che
indicava negli esseri personali realtà fornite di un valore intrinseco e non
sottoponibili a una valutazione strumentale. Un'etica che faccia uso della
nozione di valore intrinseco va incontro alla difficoltà di coinvolgere chi la
sostiene in una serie di pretese metafisiche dif ficilmente accettabili una
volta sottoposte a controllo empirico. Così nel caso di Moore la nozione di
valore intrinseco in definitiva rinvia a una struttura essenziale e sostanziale
delle cose buone che può essere direttamente conosciuta solo ricorrendo a una
intuizione niente affatto empirica. Nozick riesce in parte a depurare la sua
utilizzazione della nozione di valore intrinseco da queste implicazioni
ontologizzanti e metafisiche in quanto colloca tutta la sua teoria non già su
di un piano fondazionale, ma piuttosto su quello esplicativo, Ma procedendo per
questa strada non si capisce più perché sia strettamente necessario usare in
etica la nozione di valore intrinseco. Infatti se rale nozione viene introdotta
solo per spiegare alcune assunzioni e intuizioni che si dà per scontato siano
presenti nel nostro modo di vivere la dimensione etica, potremmo rifiutarla
negando di trovare in noi tali assunzioni e intuizioni, oppure sottoponendo le
assunzioni e intuizioni presupposte a una critica che ne faccia risultare
l’artificiosità e l’inaccettabilità. La nozione di valore intrinseco può avere
un suo uso nel campo dell’estetica quando si tratta di spiegare il valore di
cui una certa opera d’arte come un tutto è fornita, valore che non è
riconoscibile nelle diverse parti che la costituiscono. Ma sembra difficile
accettare come pacifica un'estensione di tale nozione alla vita morale, In
realtà affermando l'imprescindibilità dell'etica dalla nozione di valore
intrinseco si ripropone sotto una nuova forma l’obiezione che contro le
concezioni conseguenzialiste muove chi fa appello all’ineliminabilità dei
principi. Il sostenitore dell'etica dei principi rimarca che la considerazione
delle conseguenze esige comunque una loro valutazione ticorrendo a principi. In
modo analogo chi ritiene ineliminabile dall’etica l’uso della nozione di valore
intrinseco rimarca che una considerazione etica in termini di valore
strumentale rinvia sempre a qualcosa che è fornito invece di valore intrinseco
0 finale. Con questo lessico la critica al conseguenzialismo si carica di
allusioni ontologiche, metafisiche e oggettivistiche che è difficile possano
avere un riscontro sul piano dell’analisi empirica, L'etica giusnaturalistica e
la legge naturale. Passando al piano più sostantivo un'etica normativa
chiaramente identificabile è quella giusnaturalistica o della legge naturale.
Abbiamo già avuto modo di sostenere come il giusnaturalismo e la concezione
della legge naturale vadano incontro a profonde difficoltà epistemologiche, ma
resta fermo che anche nel corso del XX secolo benché con minore fortuna che nel
passato sono riconoscibili dei sostenitori di un concezione giusnaturalista o
della legge naturale (ad esempio Finnis, 1983), Si tratta di quella posizione
etica che ritiene che gli uomini hanno per natura determinati doveri e obblighi
e che tali doveri e obblighi siano determinabili prima e indipendentemente dal
costituirsi di qualsiasi istituzione giuridica o politica. La tradizione
giusnaturalistica ha avuto, dopo la presentazione da parte di Tommaso d’Aquino
di un’etica cristiana della legge naturale, una ripresa e una formulazione
sistematica da parte di autori come Grozio e Pufendorf. La concezione della
legge naturale è stata poi varie volte ripresentata nei secoli successivi e
tuttora costituisce l'etica prevalente nelle visioni cristiane e religiose. Le
concezioni della legge naturale ruotano intorno al riconoscimento di una serie
di obblighi e di doveri propri della natura umana. Proprio conseguentemente a
questo riconoscimento i teorici della legge naturale fanno ampio uso del
linguaggio dei diritti, anzi possiamo ritenere che la diffusione nell'età
moderna e contemporanea di tale linguaggio sia una ricaduta del giusnaturalismo
del XVII secolo. Va però sottolineato come sia del tutto differente il ruolo
che i diritti hanno nelle concezioni giusnaturalistiche rispetto a quello che
essi hanno nelle teorie etiche dei diritti propriamente dette. Infatti i
diritti affermati da un'etica giusnaturalistica non sono mai illimitati e
assoluti, ma trovano una delimitazione nell’obbligo o dovere che occorre
comunque rispettare facendo valere il proprio diritto. Le diverse
classificazioni dei diritti rinviano quindi a un contesto di leggi, doveri e
obblighi che resta primario. I teorici della legge naturale concordano nel
ritenere che gli uomini in quanto tali hanno tutta una serie di diritti e
doveri paralleli: ad esempio, l’esistenza di un diritto alla vita da parte di
qualcuno sì accompagna al dovere del rispetto della vita di costui da parte
degli altri. Tra gli obblighi più frequentemente richiamati dai teorici della
legge naturale ricordiamo i doveri verso se stessi, i doveri verso gli altri
(distinguendo in questo ambito tra i doveri verso i propri familiari e i doveri
verso i propri concittadini) e i doveri verso Dio. I doveri verso se stessi
sono spesso identificati con tutta una serie di massime di tipo prudenziale,
sulla base di un più generale principio che considera la vita umana più
specificamente la propria vita come non disponibile. All’interno del quadro
delle etiche giusnaturalistiche infatti il suicidio è general mente considerato
inaccettabile. Per quanto riguarda poi la dimensione dei doveri verso gli altri
una prima proposta è quella che distingue tra i doveri in senso più stretto nei
confronti dei propri familiari e i doveri in senso più generale verso i propri
simili. Un'altra distinzione ricorrente tra i teorici del giusnaturalismo è
quella tra doveri perfetti e imperfetti. Ci si trova di fronte a doveri
perfetti laddove a questi doveri non si può disattendere in quanto sono legati
a un corrispondente diritto da parte degli altri e dunque con una qualche
codificazione. Così in questa classe rientra il dovere di non ledere gli altri
o di ottemperare a una promessa o patto sottoscritto. Nella nozione di lesione
si fa spesso rientrare non solo il danno fisico, ma anche il danno relativo ai
beni ovvero alla proprietà. Vi sono invece tutta una serie di doveri
imperfetti: essi riguardano azioni che non siamo sempre tenuti a realizzare
perché gli altri non le possono pretendere da noi come un loro diritto (ad
esempio le azioni mosse da generosità 0 beneficenza); oppure si tratta di
doveri speciali legati al partico. lare posto che si occupa, ovvero al ruolo
professionale, o al ruolo nella famiglia (padre, madre, figlio ecc.), o alla
carica che si ricopre nella società. Non mancano tentativi fatti dai teorici
della legge naturale specialmente nel XVII secolo con Grozio, Pufendorf,
Althusius e Thomasius (Bobbio) di esporre in forma compiuta e sistematica tutto
il codice di obblighi e doveri. I teorici della legge naturale riconoscono uno
statuto del tutto peculiare al dovere nei confronti del governo o dello Stato,
ovvero al dovere di obbedienza 0 lealtà nei confronti delle leggi del proprio
paese. Ma proprio la riflessione intorno a questo dovere, alla sua assolutezza
o ai suoi limiti, segna il processo di crisi per l'etica della legge naturale.
Infatti Hobbes mette in luce la difficoltà di conciliare all'interno di
un'etica della legge naturale due distinte esigenze entrambe considerate
essenziali: da una parte il dovere di obbedienza al governo e dall'altra un
qualche diritto a resistere al governo ingiusto. Hobbes indicava la soluzione
nel rimettere al governo attraverso il patto tutti i diritti e dunque
complessivamente anche il diritto di resistenza, lasciando però all'individuo
la possibilità di salvare con la fuga la propria vita quando in pericolo. La
concezione giusnaturalistica dunque è entrata in crisi non solo sul piano
epistemologico (cfr. $ 3.4), ma anche per la sua incapacità di fornire
soluzioni pratiche effettive ai problemi etici che di volta in volta si sono
presentati agli uomini. Quanto più le condizioni di vita degli esseri umani
sono andate collocandosi in un ambiente artificiale, tanto meno il richiamo
alla natura è risultato decisivo e chiaramente comprensibile. Non solo il
dovere di resistenza del cittadino nei confronti dei governi ingiusti o delle
guetre ingiuste è risultato inderivabile da una presunta legge naturale, ma
molti dei doveri a cui rinviava la legge naturale sono apparsi desueti o
inutili o lacunosi quando le condizioni di vita si sono andate trasformando
radicalmente nel corso di un processo di civilizzazione che ha segnato il
prevalere di condizioni artificiali di vita. Si pensi, ad esempio, alle
profonde trasformazioni che hanno subito le relazioni familiari. Da queste
trasformazioni deriva la vuotezza di quelle concezioni che pensano di potere
risolvere i conflitti facendo appello a ciò che è naturale. Le questioni legate
alle relazioni familiari o ai rapporti tra i sensi non trovano certo più una
soluzione ovvia e condivisa rinviando a una presunta famiglia naturale ideale o
a un comportamento appropriato e lodevole secondo un qualche modello naturale
di padre, madre, figlio e dei rispettivi doveri. Ancora, per cogliere le
difficoltà a cui va incontro il giusnaturalismo si pensi come al suo interno
sia arduo trovare risposte per i problemi che nascono con le nuove professioni
o le nuove responsabilità etiche (pensiamo a chi si occupa di gestione o
trasmissione delle informazioni o delle immagini, o a chi si occupa di terapia
delle malattie mentali). L'etica della legge naturale pretende di trovare nella
natura umana da sempre e per l'eternità doveri e diritti relativi a condizioni
e situazioni che solo cinquant'anni fa erano inimmaginabili. Né una riduzione a
una presunta essenza della condizione umana può risolvere queste difficoltà in
quanto per questa via le norme ricavate dalle leggi naturali si presentano con
una formulazione tanto astratta e generica da risultare del tutto inefficaci.
Proprio perciò la tradizione giusnaturalistica si è andata sempre più svuotando
della sua forza pratica e l'appello alla legge naturale è divenuto solo uno
strumento retorico e ideologico, unito alla reiterazione di regole (spesso del
tutto incapaci di guidarci) molto generali quali «non uccidere», «non rubare»
ecc. L'etica contrattualistica e le sue forme. Il contrattualismo come teoria
etica fu elaborato inizialmente proprio come superamento del giusnaturalismo
cristiano e medievale. La possibilità di indicare nella natura umana un
fondamento adeguato per l’etica veniva messa in crisi da Hobbes indicando la
completa assenza, nella natura originatia degli uomini, di tendenze che
rendessero possibili la pace, l'ordine e la cooperazione sociale. Proprio in
quanto la natura umana immaginata in uno «stato di natura» è incapace secondo
Hobbes di dare fondamento alla distinzione tra il bene il male, tra il giusto e
l'ingiusto, queste distinzioni vanno collegate a una procedura artificiale che
coincide con il contratto. Il contratto fu ampiamente usato nel corso del XVII
secolo come criterio etico decisivo da autori molto diversi tra loro come
Hobbes, Pufendorf, Spinoza e Locke {Gough). Un tratto tipico comune del
contrattualismo sta nel fatto che il contratto è presentato come un criterio
che può riuscire a fondare solo una parte del contenuto dell'etica quello che
ha a che fare con le leggi giuridiche e con le istituzioni politiche , ma non
la totalità dell'etica e în particolare non può rappresentare un criterio
adeguato per fondare la morale nel senso stretto in cui ne trattiamo in questo
scritto. Proprio perciò i teorici nel XVII secolo, al di lì dello spazio
garantito dal contratto, rinviano a una diversa base come fondazione per la
morale propriamente detta. Ad esempio nella teoria di Hobbes troviamo che o
secondo la maggior parte dei suoi interpreti vi è una completa assenza di
morale nello stato di natura e prima del patto che dà vita all’ordine civile,
oppure ad esempio secondo H. Warrender la morale viene fatta dipendere dagli
ordini di Dio, o infine ad esempio secondo BOBBIO (vedasi) la si fa dipendere
da un calcolo prudenziale. Pufendorf e Locke invece ritengono che il
contrattualismo per quanto riguarda l'obbligo giuridico e politico possa (e
debba) essere accompagnato dall'accettazione del giusnaturalismo per quanto
riguarda l’obbligazione morale propriamente detta. Una prospettiva che
restringe la portata della procedura artificialistica del contratio è presente
anche in un autore come Jean-Jacques Rousseau che pure indica, nel contratto
sociale (Rousseau, 1966), l’unica via per correggere le distorsioni generate
dalla corruzione prodotta dallo sviluppo della società e ricostituire così
condizioni etiche più consone alla natura degli uomini (Rousseau). Solo con il
XX secolo il contrattualismo si è presentato come criterio etico generale non
ristretto alle situazioni di pertinenza del diritto e della politica. È infatti
con Rawls e la sua «teoria della giustizia» (Rawls) che la concezione
contrattualista viene proposta come strategia adeguata per individuare i
principi etici in generale. Va però rimarcato che il «contrattualismo ideale»
di Rawls riesce a funzionare da criterio generale per l’etica solo in quanto si
delinea come una procedura che ha incorporato in sé un altro requisito ritenuto
caratteristico dell’etica: quello dell’imparzialità o dell'assunzione di un
punto di vista generale. Abbiamo già indicato i limiti del contrattualismo di
Rawls per quanto riguarda le procedure epistemologiche a cui si richiama; sul
piano normativo va rilevato che tale criterio è in grado di indicare soluzioni
ad esempio nella distribuzione dei beni disponibili solo in quanto tutti coloro
che sono coinvolti accettano già alcuni vincoli. Perché la procedura
contrattualistica possa risultare decisiva bisogna, dunque, ritenere che ci sia
già un qualche accordo nel considerarsi cittadini di una stessa comunità;
oppure, in alternativa, bisogna ritenere che ci sia un’armonia prestabilita (un
residuo del provvidenzialismo settecentesco) che garantisce la confluenza degli
interessi individuali nel bene generale. Proprio come correttivo di queste
limitazioni Gauthier ha presentato una procedura delineata come una forma di
«contrattualismo reale» (Gauthier). Questa strategia si sforza di mostrare che
un certo esito identificato come un equilibrio di contrattazione risulta per
tutti coloro che sono coinvolti più conveniente in termini di soddisfazioni
personali. Resta però da dire che in questo caso il criterio etico decisivo
sembra presentarsi al di lì del contratto in una sorta di «egoismo razionale»
che accetta i vincoli di una contrattazione come mezzo migliore per
l'ottimizzazione di risultati anche dovendo fare conto su eventuali sostegni o
ostacoli da parte degli altri. In generale dunque il contrattualismo presenta
un criterio normativo che non è in grado di esaurire nella sua interezza lo
spazio dell'etica, ma che ha bisogno di rinviare a criteri aggiuntivi
(imparzialità o egoismo razionale) ove lo si voglia fare valere al di là del
piano giuridico e politico. Un'etica dei diritti. Anche l'etica dei diritti si
è andata sviluppando nella cultura moderna e contemporanea come un correttivo
della concezione giusnaturalistica. Una prima fase dell'etica dei diritti fu la
via attraverso la quale si cercò dì garantire la sfera di autonomia delle
persone nei confronti dell'intervento della legge e del potere politico. I
diritti che vengono fatti valere sul piano etico si presentano dunque
prevalentemente come diritti negativi e di libertà contro l’ingerenza di un
potere esterno. Così, da una parte, autori come Hobbes e Locke si fermarono a
lungo sui diritti negativi alla autoconsetvazione e alla proprietà dei beni ed
altri autori come ad esempio Collins) e in generale i free-tbinkers cercarono
di far valere il diritto alla libertà di pensiero. Il processo teso a garantire
i diritti negativi ebbe esito sul piano storico con le varie Dichiarazioni dei
diritti degli Stati Americani e con la Dichiarazione dei diritti della
Rivoluzione francese (cfr. Cassese). Vi è stata una contestazione della teoria
etica dei diritti, da una parte dagli utilitaristi sul piano epistemologico e,
dall'altra, dai marxisti sul piano di una critica storico-sociale. Ma come
rileva Brenda Almond (Almond} una ripresa dell'etica dei diritti si è avuta
dopo la seconda guerra mondiale in particolare come reazione alla soluzione
finale e al penocidio voluto dai nazisti. Si è così assistito a un progressivo
ampliamento dell'etica dei diritti fino al punto che Bobbio ha potuto indicare
come adeguata per la nostra epoca l’espressione di «età dei diritti» -- BOBBIO
(vedasi). Infatti più recentemente hanno fatto ricorso al linguaggio dei
diritti anche quelle concezioni che in precedenza lo avevano criticato, come ad
esempio l’utilitarismo che l'aveva riftutato come del tutto privo di sensatezza
o l'etica cattolica che l’aveva attaccato come espressione del trionfo di una
mentalità moderna anarchica e priva di eticità. Nella seconda metà del secolo
XX si è altresì assistito a una espansione della sfera dei diritti affermati
come degni di salvaguardia. Infatti la più recente etica dei diritti non si
limita più a rivendicare i tradizionali diritti negativi ma ha esteso le
pretese anche a tutta una serie di diritti cosiddetti positivi (ad esempio alla
salute, all'educazione, ad un lavoro ecc.). Ma in questa sede non possiamo limitarci
a prendere atto della larga diffusione a livello di opinione pubblica del
linguaggio dei diritti; dobbiamo piuttosto impegnarci a identificare e valutare
criticamente le concezioni teoriche che hanno visto nell’affermazione dei
diritti il criterio etico fondamentale. Laddove i sostenitori della legge
naturale preferivano richiamare sul piano etico il primato dei caratteri
essenziali della natura umana intesi in modo complessivo, o per così dire
olistico, i sostenitori di un'etica dei diritti pur conservando la convinzione
di una legge naturale o divina che fonda in modo assoluto l’etica facevano
proprio sia pure in modo grezzo e schematico il quadro teorico
dell'individualismo metodologico. Muovendo da questa prospettiva, almeno per
una parte della storia dell'etica dei diritti possiamo accettare il quadro
esplicativo proposto da autori come Strauss e Macpherson che identificano
questa storia con quella della lotta di una nuova classe in ascesa la borghesia
0 ceto medio, ovvero il ceto di produttori per giungere a un ticonoscimento
delle sue esigenze da parte della legge o del potere politico. Dunque una prima
fase dell'affermazione dei diritti fu rivolta a far valere pretesi diritti
naturali degli uomini contro lo strapotere della legge e dello Stato. Si tratta
di quella fase che possiamo ritenere conclusa con le Rivoluzioni americana e
francese in cui si affermano i diritti negativi alla vita, alla libertà,
all'autonomia, alla resistenza, alla proprietà ecc. In questo quadro, oltre ai
teorici del liberalismo settecentesco, possiamo collocare anche autori che,
come Rousseau, sono impegnati a recuperare una serie di esigenze naturali degli
uomini contro le limitazioni progressivamente delineatesi nella storia della
corruzione umana. Invece i fautori dell'etica dei diritti hanno cercato, sempre
su un piano morale o pregiuridico e prepolitico, di argomentare a favore del
riconoscimento di una serie di esigenze minime che gli esseri umani avrebbero
in quanto tali e che le collettività dovrebbero garantire con le loro
istituzioni e forme di vita organizzate. Tra questi diritti positivi rientrano
ad esempio quelli alla salute, al lavoro, a una casa o più genericamente alla
liberazione dalla povertà o addirittura al benessere o alla felicità. Laddove
nella prima fase erano i diritti dell’individuo o del cittadino che si cercava
di considerare come criterio decisivo dell'etica, nella fase più recente si
prendono a guida piuttosto i diritti della persona umana più ampiamente intesa.
Va però rilevato che ci si trova di fronte a una sorta di contrasto 0
incompatibilità tra l'affermazione dei diritti negativi e quella dei diritti
positivi. Come ha più volte sottolineato Bobbio l'espansione dei programmi di
difesa dei diritti sociali o positivi (a parte le difficoltà di concordare una
lista precisa dei diritti da includere in questo programma e di convergere su
una loro gerarchia) non può che essere realizzata dando al potere politico e
giuridico una qualche autorità per limitare eventualmente i diritti negativi
individuali che, se illimitati, non permettono il raggiungimento per tutti i
membri di una società dei diritti sociali. Dal punto di vista teorico nel
nostro secolo l'appello ai diritti è stato collegato, sul piano fondazionale,
non solo con la legge naturale, ma anche con altre strategie etiche. Non è
mancato chi ha cercato di fondare i diritti in un quadro generalmente
contrattualistico (ad esempio Rawls, 1982), o di recupecarne un qualche
riconoscimento anche in un quadro utilitaristico (ad esempio Hare, 1989), anche
se in queste concezioni i diritti non hanno più una collocazione primaria e
originaria ma solo un ruolo sussidiario e derivato. Non sono poi mancate
profonde divaricazioni per quanto riguarda il tipo di tradizione etico-politica
al cui interno sono state calate le affermazioni dei diritti. Da una parte si è
fatto ricorso alla tradizione liberale che ha piuttosto insistito sui diritti
negativi degli individui nei confronti della società civile e spesso contro lo
Stato (così da Berlin, fino alle posizioni anarchiche di R. Nozick). Dall'altra
si colloca la strategia che ha trovato espressione nei movimenti democratici e
socialisti e in forma più totalitaria nei regimi comunisti che in nome della
realizzazione dei diritti sociali dei cittadini ha proposto limitazioni più 0
meno estese delle libertà negative. Una storia del progressivo espandersi e
modificarsi delle rivendicazioni dei diritti può essere una strada molto
fertile per ripercorrere la storia della morale e del costume sociale nelle
società occidentali, ma non permette di arri. vare a identificare un preciso
criterio etico. In questa direzione già Bentham mostrava le fallacie e le
insufficienze di una teoria etica dei diritti che a suo parere non poteva che
confluire in un'etica della legge naturale e dunque in una forma di etica
autoritaria o dell’ipse dixit {Bentham, 1981). Un'alternativa alle concezioni
giusnaturalistiche che può essere percorsa dall’etica dei diritti è quella che,
secondo alcuni interpreti, sarebbe propria di Hobbes, il quale identifica i
diritti con le prerogative che ciascuno individuo si trova di fatto ad avere a
ragione delle sue condizioni storiche, del suo status sociale, delle sue
capacità, forza ecc. Una impostazione che però rende praticamente impossibile
un qualche bilanciamento dei titoli che qualsiasi individuo può far valere come
decisivi. Ovviamente si presentano qui come insolubili pretese confliggenti di
diritti in una condizione come quella umana nella quale per la scarsità delle
risorse e i vincoli emotivi degli esseri umani non sono contemporaneamente
soddisfacibili tutte le esigenze di tutti. L'etica dei diritti manifesta la sua
maggiore inadeguatezza sul piano critico e teorico proprio nella seconda metà
del XX secolo, quando realizza il maggiore successo dal punto di vista della
sua diffusione come forma di discorso prevalente nell'opinione pubblica.
Infatti proprio in questo periodo vi è stato un fiorire di nuovi diritti ed un
indubbio processo di democratizzazione (ovvero di allargamento della base di
coloro che avanzano le pretese di diritti), fenomeni che ben lungi dal
risolvere problemi etici ne hanno fatto sorgere di nuovi. Abbiamo assistito,
proprio come conseguenza del prevalere della forma di rivendicazione etica che
fa appello ai diritti, a un riacutizzarsi dei contrasti in campi quali quelli
della nascita, della morte, della cura, dell’ambiente, del trattamento degli
animali, della considerazione delle generazioni future ecc. Da un punto di
vista puramente descrittivo e lasciando sospeso il giudizio di merito su questi
fenomeni si può rilevare una crescita esponenziale di nuovi soggetti di diritti
e di diritti che ciascun soggetto avanza con la pretesa che siano riconosciuti
da tutti e salvaguardati dalle istituzioni politiche e giuridiche. Dietro
questo diffondersi delle pretese ai diritti, invece, da un punto di vista
teorico e fondazionale restano valide le strategie del passato con cui si era
già cercato di giustificare il primato dei diritti presentandoli, di volta in
volta, come una pretesa di verità (White), uno strumento emotivo
particolarmente persuasivo (Hagerstròm, 1953), una sorta di «asso di briscola»
(Dworkin, 1982), un titolo richiamato come valido (Nozick, 1981), Ma il
tentativo di costruire una qualche etica dei diritti come risolutiva va incontro
a difficoltà insuperabili quando si tratta di fornire criteri sicuri per
decidere quali nuovi diritti riconoscere effettivamente come meritevoli di
codificazione giuridica o di tutela morale. Non diversamente, il contesto
teorico dell'etica dei diritti non è in grado, di fronte a casi concreti, di
offrire una strada argomentativa per superare contrasti e conflitti proprio
relativamente a diritti da riconoscere convergentemente. Per questi suoi limiti
epistemologici l’etica dei diritti si presenta, più che come una teoria valida
e coerente, come una retorica pubblica largamente usata oggi nella nostra
cultura. 4.6. L'etica kantiana e la persona umana. Un modello del tutto
peculiare di etica normativa è quello che si trova negli scritti di Kant. Come
ha sottolineato Frankena, nel caso di Kant ci troviamo di fronte a una ben
precisa forma di «deontologismo della regola» {Frankena). L’universalità
richiamata dall’etica kantiana si collega, su un piano epistemologico, con una
forma di intuizionismo che attraverso la via del trascendentalismo sfocia in un
realismo etico che esclude la possibilità di conciliarlo con una meta-etica
noncognitivistica. Va così rifiutato il tentativo di Rawls {Rawls) di trovare
in Kant un'etica sostanzialmente costruttivistica e puramente procedurale. La
legge etica di fondo dell’etica kantiana ovvero l'imperativo categorico «agisci
in modo che la massima della tua volontà possa valere nello stesso tempo come
principio di una legislazione universale» (Kant, 1970a: 167) si presenta come
decisiva e capace di indicare le soluzioni dei diversi conflitti e disaccordi
etici. Ma è proprio questo universalismo dell’etica di Kant che è stato più
frequentemente criticato. L'etica kantiana si presenta secondo i critici come
una mera etica della coerenza formale e propria di una volontà che per rendersi
il più universale possibile si depotenzia, si svuota di contenuti e si rende
del tutto incapace di incidere in qualche modo sulle effettive opzioni presenti
nelle situazioni reali. La comprensione della proposta etica kantiana passa
attraverso una più precisa individuazione della natura dell'imperativo
categorico. In Kant si tratta di una massima che è universalizzabile solo se può
essere voluta senza contraddizione come legge universale, cioè se e solo se
qualcuno può volere, senza incoerenza nella volontà, che ognuno adotti questa
massima e agisca secondo essa. L’universalizzabilità in questo senso «è la
prova dell’accettabilità morale di una massima dell’azione e conseguentemente
della condotta» (cfr. Singer). Per Kant l’universalità è un principio morale e
come tale non ha molto a che fare con l’universalizzabilità che Hare riconosce
come carattere proprio dei giudizi morali, in quanto tale carattere, almeno
nelle prime affermazioni che ne fa Hare, si presenta come una tesi sulla logica
del discorso morale. Ma per rendere conto adeguatamente dell’etica normativa
kantiana non ci si può limitare alla componente universalistica. Vi sono altri
tratti che la rendono storicamente riconoscibile, e almeno altre due tesi ne
rappresentano il nucleo essenziale: il complessivo approccio rigoristico a
preferenze, desideri e passioni umane; l'affermazione della centralità morale
della persona. Nel caso dell’etica kantiana la legge morale e gli imperativi
categorici nascono proprio negando in nome della libertà interessi egoistici e
desideri individuali e non già rendendo possibile, con il fare valere punti di
vista imparziali e generali, una loro conciliazione. Uno degli aspetti
caratteristici dell'etica normativa kantiana sta nel riprendere il discorso
delle etiche ascetiche cristiane che indicavano un'incompatibilità tra la
ricerca del proprio benessere e il piano morale. In questa linea l’etica kantiana
non si spinge solo a fissare una distinzione tra il cosiddetto piano
prudenziale e il piano etico, ma procede fino a prescrivere la salvaguardia di
un piano morale che nega recisamente contrapponendovisi tutta l'impostazione
delle etiche eteronome che fanno del benessere il fine delle azioni umane.
Proprio in questo senso l'etica di Kant si presenta come un'etica del dovere e
della scelta responsabile e razionale della legge universale, in contrasto con
qualsiasi tendenza a considerare la felicità individuale come obiettivo finale
dell'etica. La posizione kantiana si presenta, dunque, come del tutto
alternativa rispetto a quella fatta valere sempre più decisamente nella
tradizione empiristica da Hume all’utilitarismo, al prescrittivismo universale
secondo la quale solo desideri, sentimenti e preferenze sono in grado di
motivare le scelte (etiche o non etiche) e la ragione invece risulta inefficace
su questo piano, Non bisogna per dere di vista questa componente dell'etica
kantiana che rende del tutto eccentrici aleuni tentativi contemporanei ad
esempio quelli di J. Rawls e Hare – gruppo di gioco di H. P. Grice -- di
conciliare l’universalismo kantiano con un bilanciamento dei desideri e delle
preferenze effettive di coloro che sono coinvolti. Kant rifiutava tutte quelle
etiche che facevano discendere la determinazione della moralità da motivi
diversi da quelli propriamente etici. La sua teoria è del tutto in linea con
l'affermazione nella cultura moderna e contemporanea dell'autonomia della
morale. In particolare Kant rifiutava come eteronome tutte quelle etiche che
assimilavano il bene morale a qualcosa che dipendeva o dall'educazione
(Montaigne), o dalle leggi civili (Mandeville), o dal sentimento fisico
(Epicuro), o dal senso morale (Hutcheson), o dalla perfezione oggettiva (Wolff
e gli stoici), o dalla volontà di Dio (Crusius e altri moralisti teologici;
Kant). Secondo Kant l’amore di sé, i sentimenti e le preferenze personali non
sono in grado di costituire il punto di vista morale: laddove l’azione è
motivata da questi scopi essa è chiaramente eteronorna e dunque non morale.
Solo una legge della ragione può motivare autonomamente. Nel primo caso si
hanno solo imperativi ipotetici e precetti prudenziali, mentre nel secondo caso
si giunge agli imperativi categorici morali nella loro peculiarità. La
concezione etica kantiana infine riconosce un posto centrale alla persona. Kant
presenta una caratterizzazione della persona umana in termini essenzialistici e
semplici ovvero come qualcosa che ha una sua realtà sostanziale continua e
inconfondibile {tra l'altro che sopravvive alla stessa morte}, anche se questa
realtà sfugge alia nostra conoscenza e si presenta come collocata sul piano
noumenico. Ecco ad esempio una definizione dell’essere umano, non priva di
implicazioni assiologiche, offerta da Kant nella Axtoropologie in pragmatischer
Hinsicht abgefasst (1798, Antropologia dal punto di vista pragmatico): «Che
l’uomo possa avere una rappresentazione del proprio io, lo innalza
infinitamente al di sopra di tutti gli altri esseri viventi sulla terra. Perciò
egli è una persona e, grazie all'unità della coscienza in tutti i mutamenti che
subisce, una sola e stessa persona» (Kant). Malgrado alcune limitazioni
epistemologiche nell’affermazione di un personalismo essenzialistico Kant
considera decisamente come tratto definiente della persona umana che è l'unico
soggetto-oggetto dell'universo morale la sua razionalità. La centralità della
nozione di persona nell’etica kantiana risulta esplicita in una delle
formulazioni dell'imperativo categorico che suona: «agisci in modo di trattare
l'umanità nella tua persona come nella persona di ogni altro sempre come fine e
mai soltanto come mezzo» (Kant). Proprio sulla base della persona è fondata la
tavola dei doveri presentati in Die Merapbysik der Sitten (1797, La metafisica
dei costumzi). Kant riprendeva le distinzioni avanzate dai giusnaturalisti (in
particolare Pufendorf e Thomasius) tra doveri positivi e negativi (che si
intreccia con quella tra doveri verso Dio, verso gli altri e verso se stessi),
riformulandola come una distinzione tra doveri perfetti {quelli verso se stessi
stabiliti da massime universali per le quali persare un'eccezione equivale a
una contraddizione) e doveri imperfetti (doveri verso gli altri in cui la
contraddizione si presenta laddove vogliazzo un'eccezione) (Kant). Le critiche
alla concezione kantiana dell'etica sono state mosse lungo diverse linee.
Ricordiamo quelle che ci sembrano più decisive: la mera forma dell’universalità
o è vuota 0 può essere soddisfatta dalla coerenza e fedeltà verso qualsiasi
valore anche negativo; l’uso dell'autonomia dell’etica in chiave rigidamente
rigoristica rende del tutto astratta e ininfluente la norma kantiana che non
potrà includere nessuno dei desideri effettivi di esseri umani concreti.
Inoltre, l'ancoraggio dell'etica da parte di Kant alla persona razionale
comporta per la sua prospettiva alcuni limiti: non può essere estesa a rendere
conto di situazioni etiche in cui siano presenti esseri non razionali (animali,
ambiente ecc.); resta pur sempre un residuo di colorazione egoistica in una
prospettiva che si muove esclusivamente in un contesto di persone in qualche
modo distinte e separate l'una dall'altra. Quest'ultima critica è stata fatta
valere in particolare da Parfit. La tesi è che solo un quadro concettuale che
come quello elaborato da Parfit dia una spiegazione riduzionistica e complessa
per quanto riguarda la natura dell'io e della persona potrà permettere di non
considerare le singole persone umane come unità di misura finale pes l'etica.
Dunque solo chi sappia liberare la morale dai confini ontologici della persona
umana potrà porre le basi per la costruzione di un'etica effettivamente
universalistica e altruistica. 4.7. Le etiche utilitaristiche. Una concezione etica
molto diffusa e fortunata è quella utilitaristica. Si può trovare un appello
generico all’utilità come criterio di scelta etica in molti pensatori
dall’antichità ai giorni nostri. Ma prendendo in esame l’utilitarismo
propriamente detto facciamo riferimento a quelle concezioni che riprendono da
Bentham lo sforzo di sviluppare, in termini precisi e rigorosi, un criterio di
scelta e valutazione morale con al centro l'utilità, a sua volta definita
ricorrendo a nozioni quali piaceredolore, felicità-infelicità, soddisfazione di
preferenze ecc. La storia dell’utilitarismo, anche in questo senso più stretto
e determinato, è molto ampia e non si può qui ripercorrerla se non in modo
sommario limitandosi a delineare alcuni dei filoni principali in esso riconoscibili.
Nel rendere conto delle varie forme di utilitarismo proviamo a differenziarle
sulla base della diversa caratterizzazione che viene offerta della nozione del
bene che alla fine si deve ottenere. La nozione di utilità è, infatti, sempre
ricondotta ad una più determinata nozione di bene che identifica con più
precisione in che cosa risiede l'utilità che va massimizzata. Un'altra linea di
distinzione che sviluppererno in questo paragrafo è quella tra le concezioni
che applicano il criterio utilitaristico alle singole azioni o agli atti
particolari e quelle che viceversa fanno valere tale criterio per le regole o
norme in generale. Occorre precisare preliminarmente una precisazione
particolarmente necessaria in una cultura come quella italiana in cui l’utilitarismo,
ben lungi dall'essere studiato e discusso, è aprioristicamente liquidato e
stigmatizzato come una forma di egoismo del tutto inconciliabile con la
moralità (è ancora l'atteggiamento avanzato da Alessandro Manzoni nelle sue
Osservazioni sulla morale cattolica a fare testo) che l'etica utilitaristica va
tenuta nettamente distinta dalle cosiddette concezioni egoistiche. È tipico dei
fautori dell'etica utilitarista fare riferimento a un’utilità che non riguarda
mai il singolo agente, ma che riguarda a seconda della formula privilegiata la
massima utilità generale, l’utilità del maggior numero, l’utilità di tutti,
l'utilità di tutti coloro che sono coinvolti ecc. Si possono individuare
diverse concezioni dell’utilitarismo anche tenendo conto della prospettiva
sottoscritta per quanto riguarda l'universo dei soggetti da tenere presente nel
calcolo utilitaristico. Vi è la tendenza a considerare la massima utilità che
va cercata come coinvolgente tutti coloro nei quali può essere rintracciato il
tipo di stato mentale che va massimizzato, che si tratti di piacere, dolore,
preferenze, desideri o altro. Proprio in questo senso è tipico
dell'utilitarismo il presentarsi come una concezione della morale che estende
la sua portata anche al di là dell’ambito delle persone umane, fino a
coinvolgere tutti gli esseri viventi in cui si trovi lo stato mentale (ad
esempio la sofferenza o il piacere) che il criterio deve minimizzare o
massimizzare con il corso di azione prescelto. Già in Bentham {Bentham) era
presente quell'apertura a una considerazione etica del mondo animale che
troviamo poi largamente sviluppata nell’utilitarismo contemporaneo. Per quanto
riguarda la caratterizzazione del bene che va massimizzato una differenza
classica è quella tra concezione edonistica che distingue tra i piaceri solo su
basi quantitative e quella che riconosce differenze qualitative. Così in
Bentham troviamo sviluppata l’idea che la misurazione quantitativa del piacere
€ del dolore è l'unico criterio in grado di dare una base esterna, valida e
pubblicamente discutibile, alle prese di posizione etiche. Bentham quindi
critica tutte le etiche alternative all’utilitarismo in quanto inclini a far
valere un criterio del rutto arbitrario in morale. La formulazione di un
criterio di misurazione della quantità del piacere, in gioco in corsi di azione
che coinvolgono più esseri senzienti, non è priva di difficoltà. Proprio
sull’inadeguatezza, ad esempio, del criterio offerto da Bentham si sono
concentrate le critiche degli avversari dell’utilitarismo. Si è rilevata tra
l’altro l'impossibilità di ridurre a una base unica piaceri diversi e
l'impraticabilità di quei confronti interpersonali di piacere e dolore che
sarebbero necessari. Resta poi anche costante la critica che la ricerca del
solo obiettivo della massimizzazione dei risultati sembra lasciare
completamente da parte le esigenze di una distribuzione giusta del bene
massimizzato. Considereremo eticamente preferibile un corso di azione che
realizza un incremento della quantità di piacere, anche se questo risultato si
accompagna a una distribuzione del tutto iniqua di tale piacere o benessere e
addirittura accentua la distanza tra individui che ottengono grandi quantità di
piacere e individui che ne ottengono una ridottissima. Dunque vi sarebbe un’opacità
di fondo dell'utilitarismo rispetto a questioni di giustizia distributiva, e
più in generale a questioni di diritti. Una diversa forma di utilitarismo fu
delineata da John Stuart Mill in Ut litarianism in parte già come risposta a
queste critiche e difficoltà del particolare edonismo di Bentham (Mill). Le
variazioni più significative riguardano l’introduzione di una distinzione
qualitativa tra piaceri e un'insistenza sul principio che ciascun individuo è
sovrano nella determinazione delle proprie gerarchie di piacere e che le sue
opzioni laddove non procurino danno agli altri vanno incorporate nel criterio
utilitaristico. Mill nei suoi scritti non si limita ad assumere come rilevante
la distinzione qualitativa tra piaceri più elevati e più bassi, ma sviluppa
anche una tecnica con l’aiuto della quale risolvere eventuali contrasti, e ciò
che più conta usa questa distinzione per proporre sostanziali innovazioni del
costume morale a proposito del trattamento delle donne, della questione dei
lavoratori manuali, della povertà e della scelta responsabile delle nascite.
Per quanto riguarda i contrasti relativi ai piaceri qualitativamente diversi
coinvolti Mill ritiene che essi possano essere risolti facendo appello
all'opinione che si esprime nella discussione pubblica con l'approvazione o la
disapprovazione morale di coloro che conoscono tutte le forme di piacere in
gioco. La posizione di Mill per quanto riguarda la distinzione qualitativa dei
piaceri è stata spesso criticata e denunciata come contraddittoria, in quanto
mescolerebbe due differenti criteri di valutazione (Musacchio). Occorre
ammettere che Mill presenta un’etica mista, ovvero che unisce due diversi
criteri di scelta e di decisione, ma non.va data come ovvia e scontata
l'inaccettabilità di una posizione normativa che cerchi di conciliare due
distinti principi ad esempio facendoli valere a diversi livelli etici. Ma la
grande svolta nella storia dell'utilitarismo è segnata da quel momento in cui
il criterio passa a prendere in considerazione non tanto le componenti del
piacere e del dolore, quanto, più genericamente, le preferenze di coloro che
sono coinvolti nelle situazioni in esame. L'utilitarismo delle preferenze che
si sviluppa in particolare nel secolo XX realizza uno spostamento decisivo del
criterio che non pretende più di fare riferimento a una unità di misura comune
e oggettiva quale il piacere, ma muove piuttosto accettando come tutte di
eguale valore le preferenze dei diversi soggetti coinvolti e dunque
identificando come giusto quel corso di azione che massimizza la soddisfazione
delle preferenze quali che siano. Le preferenze possono tendere verso oggetti
completamente diversi e dunque l’utilitarismo delle preferenze dispone di uno
strumento di valutazione etico più flessibile, recuperando e ampliando in un
senso ancora più liberale e individualistico quell’esigenza di pluralismo fatta
valere da Mill contro il riduzionismo oggettivistico e paternalistico
dell’utilitarismo di Bentham (Harsanyi e Hare). L'utilitarismo delle preferenze
è stato poi elaborato nel tentativo di trovare una risposta per numerose
questioni dell’etica teorica; in particolare sono stati messi a punto criteri
per distinguere preferenze di ordine diverso, quali quelle antisociali di un
sadico e quelle benevole o altruiste. Così Harsanyi (Harsanyi} ha considerato
rilevanti per l'etica solo le preferenze benevole considerate imparzialmente,
mentre Hare ha identificato come eticamente significative le preferenze
universalizzabili (Hare). Infine non sono mancati utilitaristi che hanno
proposto complesse tecniche di valutazione critica delle preferenze: ad esempio
Brandt ha proposto di accettare, dopo averle sottoposte a una sorta di vaglio
terapeutico, le sole preferenze razionali ovvero basate su desideri non
egoistici e pienamente informati (Brandt, 1979). Anche la storia dell’utilitarismo
mostra dunque come, a livello teorico, prevalga l’elaborazione di concezioni
miste. Nel caso specifico al criterio della massimizzazione si affianca quello
della selezione delle preferenze in base alla loro universalizzabilità formale
o imparzialità sostanziale. Malgrado questi tentativi di evitare il
riduzionismo, l'utilitarismo è stato insistentemente attaccato (Smart e
Williams; Sen e Williams) contestando la legittimità di un approccio che
considera come decisive le preferenze che di fatto un certo individuo si trova
ad avere. Procedendo in questo modo l’utilitarista non terrebbe conto che le
preferenze esistenti possono essere indotte dall'esterno o comunque niente
affatto adeguate ai bisogni reali degli individui che di fatto le rivelano. In
particolare Sen ha obiettato che la mera registrazione delle preferenze
rivelate finisce con il consolidare le distribuzioni di beni inique di fatto
già istituzionalizzate. Gli utilitaristi hanno cercato di rispondere a queste
critiche indicando che l'esigenza della massimizzazione delle soddisfazioni
delle preferenze può essere ottimiz. zata solo laddove si accetti l’esistenza
di una soglia per ciascun individuo al di là della quale un incremento della
soddisfazione delle sue preferenze realizza risultati meno validi di quelli
realizzabili incrementando la soddisfazione delle preferenze di individui che
stanno peggio (Pontara). Nella storia dell’utilitarismo, specialmente nel XX
secolo, si è proceduto anche su di un altro piano nel cercare un correttivo che
permettesse di fare valere nella massimizzazione una qualche regola o principio
distributivo. In questa linea si sono sviluppate ad esempio varie forme di
utilitarismo della norma © della regola. Sul piano storico vi è stata una
tendenza a considerare Bentham come un tipico esponente dell’utilitarismo
dell’atto e a trovare invece in Mill una posizione che anticipa le esigenze
dell’utilitarismo della regola o della norma (Urmson). Il problema principale
affrontato da questa parte della riflessione teorica interna all’utilitarismo è
stato quello della possibilità o meno di ricondurre l’utilitarismo della regola
all’utilitarismo dell’atto. Nel caso poi in cui si è concluso per la
specificità dell'utilitarismo della regola, la questione è stata se una teoria
che fa valere un qualche riferimento a regole, principi e norme non comporti
una fuoriuscita dal quadro conseguenzialista proprio dell’utilitarismo (Lyons).
Nella riflessione sullassibilità di conciliare l'accettazione primaria
dell’utilitarismo dell’atto con un riconoscimento di un qualche ruolo nella
vita etica a principi e norme, partico larmente interessante risulta un
tentativo come quello di Hare. Hare ha presentato una teoria dei due livelli di
pensiero etico: uno, più intuitivo e di senso comune, all’interno del quale
valgono le regole e le norme, e l'altro che si colloca invece sul piano della
riflessione critica nel quale, viceversa, si applica ditettamente alle singole
azioni il criterio utilitaristico della massimizzazione della soddisfazione
delle preferenze di tutti coloro che sono coinvolti (Hare). Più fertili sono da
ritenere però quei tentativi di presentare un utilitarismo della norma e della
regola come itriducibile sul piano normativo all’utilitarismo dell'atto. Così
ad esempio procede Brandt, che ha più volte fatto valere la sua posizione come
una forma di utilitarismo della norma ideale. In questa teoria il criterio
etico decisivo è quello che identifica le soluzioni rappresentandosi le norme
da accettare in una società ideale rivolta a soddisfare massimamente i desideri
razionali dei suoi cittadini (Brandt). Nel rendere conto delle varie specie di
utilitarismo va infine ricordato quell’utilitarismo che è sembrato preoccupato
non tanto di realizzare un saldo attivo di piaceri, quanto di minimizzare le
sofferenze e i dolori (R, N. Smart, LE ETICHE NORMATIVE). Questo tipo di
utilitarismo negativo è stato spesso criticato ad esempio da Smart (Smart) come
paradossale in quanto implica che la soluzione migliore è quella che riduce al
massimo il numero di esseri senzienti esistenti, in quanto per questa via si procede
certamente a una riduzione della quantità delle sofferenze. Ma se si va al di
là del piano speculativo sul quale si muove l’etica teorica sembra chiaro che
proprio il criterio di una riduzione delle sofferenze inutili ha avuto un ruolo
decisivo nei dibattiti più recenti sull’etica pratica. È stata questa la via
principale mediante la quale si è allargato l'ambito del discorso etico anche
alle questioni del trattamento degli animali ed ancora è questa la via mediante
la quale riprendendo le critiche di Bentham nei confronti delle etiche
ascetiche si continua a fare emergere l'inaccettabilità di quelle soluzioni
fittizie ricavate dall’imposizione di antropologie astratte. 4.8. La scelta
razionale come criterio normativo. Consideriamo poi quella concezione normativa
che sostiene che ciò che è bene o giusto fare, in una qualsiasi situazione che
ci presenta diverse alternative, può essere deciso cercando ciò che è razionale
o ragionevole fare, nel senso di ciò che soddisfa massimamente i propri
interessi e bisogni. Una concezione etica della scelta razionale è
riconoscibile in particolare negli scritti di alcuni teorici che difendono
l'economia di mercato, sostenendo che proprio la ricerca da parte di ciascun
individuo della massima realizzazione delle proprie esigenze consente di
ottenere i risultati migliori per la società nel complesso (Arrow, e Buchanan). Naturalmente un punto decisivo
per questa concezione normativa sta nell'impegno a definire con maggiore
precisione la natura di ciò che è razionale massimizzare nella ricerca di una
soddisfazione personale. In questa luce si presentano come nettamente distinte:
da una parte, una posizione che tende a ritenere razionale qualsiasi scelta che
ciascuno consideri come massimizzante la propria utilità interpretata in
termini di benessere o vantaggio economico personale una teoria etica che muove
dal riconoscimento di una qualche sovranità del consumatore; dall’altra una
posizione che interpreta la scelta razionale come quella che massimizza, ad
esempio, i bisogni più profondi ed elevati della persona che sceglie. La teoria
che ritiene eticamente preferibile come criterio per le scelte pubbliche il
comportamento che tende a massimizzare l’utilità attesa da ciascuno degli
agenti negli ultimi decenni è stata attaccata lungo due linee: una rivolta a
mostrarne le difficoltà interne laddove venga presentata come teoria normativa
da adottare per identificare l'alternativa di azione ottimale; l’altra rivolta
a farne risaltare la scarsa portata analitica e esplicativa. Il primo ordine di
difficoltà si esprime specialmente osservando che, col. locandoci all’interno
della teoria della scelta razionale e regolandoci non diversamente da giocatori
che cercano di vincere la partita contro avversati egualmente razionali,
finiamo con il trovarci di fronte al ben noto dilerzizza del prigioniero
(Axelrod e Resnik). Se più individui razionali in una situazione che li
coinvolge in competizione si fanno guidare per decidere la via da seguire dalla
ricerca del migliore risultato prevedibile sulla base del. l'attribuzione di un
calcolo eguale agli altri individui saranno costretti a privilegiare corsi di
azione che porteranno a un risultato niente affatto ottimale. Ll risultato
migliore a cui tenderà ciascuno cercando di garantirsi la massima utilità
attesa, presupponendo anche da parte degli altri un analogo comportamento, non
garantirà affatto quel buon esito che si potrebbe realizzare solo introducendo
l'accettazione di qualche vincolo cooperativo da parte di tutti gli individui
presenti nella scena. L'altro tipo di critica avanzato ad esempio da Sen è
rivolto a mostrare i forti limiti esplicativi presenti nella teoria della
scelta razionale in quanto risulta del tutto incapace di rendere conto di tutte
le nostre scelte in situazioni che coinvolgono beni pubblici. Infatti se
pensiamo a scelte che riguardano la disponibilità di beni quali strade, servizi
ecc. ci rendiamo conto che ciò che di fatto facciamo laddove privilegiamo una
decisione che porti alla creazione o all'uso regolato di uno qualunque dei beni
pubblici creazione e uso regolato che risultano costitutive della nostra forma
di vita non può essere in alcun modo spiegato come esito di una scelta ispirata
dalla teoria della scelta razionale. Infatti ispirandoci a tale criterio
dovremmo sempre tutti regolarci come free riders, ovvero come battitori liberi
che si preoccupano esclusivamente dei propri interessi, e ciò renderebbe
impossibile la convergenza sulla creazione e l’uso regolato di un bene
pubblico, Tale teoria non riesce dunque a rendere conto dell’esistenza di una
larga fetta della nostra realtà sociale. Va però segnalato che i teorici della
scelta razionale sono tuttora impegnati a elaborare modelli, coerenti con le
loro assunzioni, con cui rispondere a tutte queste obiezioni. In particolare si
sono sforzati di mostrare come nel quadro teorico della cosiddetta teoria della
scelta razionale o dei giochi ovvero in una situazione in cui sono presenti più
agenti razionali con obiettivi in competizione è possibile spiegare
l'insorgenza di norme e regole cooperative che permettono di convergere sui
risultati ottimali. In questa linea si è mosso ad esempio R. Sugden {Sugden,
1986) che ha molto lavorato nel cercare di mostrare come una teoria della
scelta razionale che preveda scelte ripetute, con la ricerca da parte degli
agenti di un aggiustamento reciproco in vista di un equilibrio più stabile,
permette di arrivare a rendere conto dell’accetrazione sociale di norme con un
minimo di contenuto cooperativo. Questo modello cerca di rendere conto
dell'ordine sociale in generale sviluppando alcuni tratti della ricostruzione
della genesi delle istituzioni cooperative già presente in Hume (Magri). Questi
modelli esplicativi valgono solo in quanto a posteriori rendono conto di quello
che si è già realizzato, ma è difficile usarli come criteri normativi per
scegliere comportamenti rivolti al futuro. I modelli della scelta razionale
sono stati adottati in modo indubbiamente fertile per rendere conto,
all’interno di un generale quadro evoluzionistico, di come tra gli animali
superiori si rafforzano abiti cooperativi in alternativa a quelli o del tutto
egoistici o assolutamente benevoli (Dawkins). Ma questa teoria nulla può dirci
quando si tratta di decidere quale, tra le differenti alternative di
comportamento che ci sono davanti, dobbiamo scegliere. L'esistenza di
differenti concezioni etiche il loro conflitto sempre risorgente non solo fa nascere
la questione della disponibilità o meno di criteri per affrontare razionalmente
i contrasti, ma fa sorgere anche il problema di come conciliare la presa d'atto
di una pluralità di concezioni etiche con il riconoscimento all'etica di una
qualche validità. In primo luogo il riconoscimento del pluralismo etico sembra
essere ineliminabile nella società attuale. Non solo si tratta di una
constatazione di fatto, ma il pluralismo etico è considerato anche un valore.
Viene cioè considerata più apprezzabile una società pluralistica che una
società che in forme più o meno coercitive impone il prevalere di una sola
etica. Quest'ultima assunzione valutativa non è però condivisa dalle cosiddette
concezioni comunitarie (Ferrara) che invece privilegiano società in cui si
realizzi una forte convergenza sui valori e anzi al limite siano caratterizzate
da un'unica morale {MacIntyre). Ma al di là dei timori per un pluralismo etico
eccessivo e delle tentazioni per una società segnata da una forte uniformità,
vi sono argomentazioni e distinzioni che sorreggono una preferenza per
situazioni caratterizzate da una pluralità di etiche in competizione. Tutta la
tradizione liberale trova nella fioritura pluralistica una condizione che
favorisce lo sviluppo di tutte le differenti potenzialità creative presenti
nella natura umana. Tale posizione presente ad esempio in pensatori come W. von
Humboldt (Humboldt) e Mill (Mill) ritiene che solo un'effettiva libertà per gli
esseri umani di vivere Îl tipo di vita che essi ritengono giusta, libertà
garantita anche accentuando le differenze, permette che vi sia una piena
realizzazione e un progresso delle capacità umane. L’uniformità porterebbe
invece a una completa atrofizzazione di queste capacità. Una posizione a favore
del pluralismo etico presuppone che si riescano a tenere ben distinte due
dimensioni dell'etica: da una parte, quella che riguarda quel minimo comune denominatore
di principi e regole cooperative che sembrano essere una condizione necessaria
perché vi sia una qualche stabilità della vita associata; dall'altra parte
invece quella che ha a che fare coni modelli e gli ideali che ciascuno può
assumere per quanto riguarda lo stile di vita da preferire. Proprio sul piano
che riguarda i valori e gli ideali etici un confronto tra progetti anche
alternativi può segnare un arricchimento e uno sviluppo della cultura umana.
Sul piano più ristretto dell'etica minima in gioco laddove si tratta delle basi
della convivenza è invece difficile ritenere adeguato un pluralismo di fondo.
Ritorna qui dunque una distinzione già presente nella tradizione
giusnaturalistica tra il piano dei diritti o doveri perfetti e quello dei doveri
imperfetti. Questa posizione di apprezzamento per un contesto sociale e
culturale segnato dal pluralismo etico o pluralismo dei valori va tenuta però
distinta da una concezione che sottoscriva un completo relativismo. Va,
infatti, tenuta chiaramente distinta una posizione che, sul piano descrittivo,
prenda atto che si confrontano diverse concezioni etiche, dunque tutte relative
e non assolute, da una posizione che assuma da un punto di vista normativo le
conclusioni del relativismo. Il relativismo normativo infatti sostiene che non
abbiamo ragioni per ritenere che nelle questioni etiche sia preferibile una
posizione a un'altra. Il relativista dunque, in definitiva, non riconosce
alcuna validità alle distinzioni morali o etiche tra bene e male, giusto e ingiusto.
È invece caratteristico del nostro tempo il fatto che si riesca a sostenere con
decisione e forza di convinzione la propria soluzione etica ai problemi pur
rispettando è tollerando quelle diverse dalla nostra. Ma in questo caso
l'ammissione di altre posizioni etiche non equivale a ritenere che l’una vale
l’alira. Come si è ben detto (in particolare da parte di Berlin, e Rorty, ma a
livello teorico la posizione era stata già illustrata da Juvalta, ed è stata
più recentemente derivata da una meta-etica non-cognitivista, da Scarpelli,
1982) la situazione è per paradossale che possa sembrare quella di chi si
impegna con decisione a fornite ragioni a favore del proprio punto di vista
etico pur riconoscendo, ammettendo e rispettando un interlocutore che fa valere
un altro punto di vista e differenti ragioni. La consapevolezza che il proprio
punto di vista etico non è quello assolutamente giusto e buono consente di
tollerarne altri. Ciò non toglie che, comunque, è il nostro punto di vista a
valere di più ad essere più buono e più giusto fin quando non ci verranno
presentate ragioni o non faremo esperienze che ci costringeranno ad abbandonarlo.
Le distinzioni che stiamo suggerendo partono dal presupposto che si sia
completamente abbandonata la pretesa di un'assolutezza dei valori in generale e
dunque anche del proprio punto di vista etico. Una condizione propria del
nostro tempo che Weber esprimeva con l’espressione «politeismo dei valori»
(Weber). Viceversa risulterà impossibile conciliare pluralismo, relativismo
empirico, tolleranza e impegno per il proprio punto di vista se si muove dalla
convinzione che l’etica deve avere a che fare con qualcosa di assoluto. Ma
quest’ultima prospettiva nel XX secolo è largamente inattuale e perdente, in
quanto certamente non può essere conciliata con una meta-etica che pretenda di
avere dalla sua una qualche verità e capacità di rendere conto della nostra
effettiva esperienza morale. Proprio la persistenza di questa prospettiva
assolutistica dell'etica continua a generare confusione e conflitti e contrasti
etici spinti fino a mettere in pericolo la coesistenza, in quanto mossi da
forme di fanatismo morale che non tollerano le differenze. La trasformazione
che stiamo vivendo con il passaggio da un contesto etico caratterizzato
dall’aspirazione all’assolutezza ad uno che accetta la finitezza e mutevolezza
dei punti di vista morali può essere vissuta in due diversi modi. Da una parte
ci sono i nostalgici che vivono il tempo e la società presente come
caratterizzati da una perdita e da un regresso; sono coloro che identificano il
passaggio da valori assoluti a valori frutto delle scelte umane come l’atto di
nascita di un completo nichilismo e di una cultura del tutto irrazionalistica.
Per costoro non vi è alternativa tra un fondamento assoluto e la più completa
irrazionalità e mancanza di senso. Dall'altra e chi scrive si riconosce in
questa seconda linea vi sono coloro che vedono la nuova condizione come un
guadagno in quanto ci si è finalmente liberati di miti e illusioni. La credenza
in valori assoluti è stata, ed è tuttora, all'origine di pericolosi e
insanabili contrasti. L'alternativa non è il nulla o la perdita di senso della
nostra esistenza ma piuttosto un'etica che muove da un piano più realistico e
empirica. mente fondato. I valori derivano quindi da scelte e decisioni che gli
uomini assumono responsabilmente tenendo conto delle loro emozioni, delle loro
limitate capacità intellettuali e delle loro condizioni effettive. Credere
questo non equivale ad avere perso qualcosa, ma viceversa ad avere puadagnato
una prospettiva che permette agli esseri umani di muoversi, su un piano di
parità, verso soluzioni realizzabili e adeguate per i loro problemi pratici.
Dall’etica teorica all'etica pratica. Dall’etica teorica all’antropologia:
motivazione e obbligazione. La storia dell'etica è ricca di pensatori che
uniscono alle tesi normative, specifiche concezioni antropologiche relative
alle motivazioni, i bisogni, i desideri e gli interessi degli esseri umani.
Potremmo anzi sostenere che è comune che a un'etica teorica si accompagni
un’etica antropologica, ovvero una psicologia della morale che su basi più o
meno empiriche pretende di descrivere come gli uomini sono fatti e procedono
nelle loro scelte. Questa commistione tra piano normativo e piano descrittivo
ed empirico risulta largamente praticata specialmente dal secolo XVII in
avanti, dopo che è entrata in crisi Ja conce. zione innatistica della legge
naturale, che riteneva la legge morale naturalmente obbligante in quanto
presente originariamente nella coscienza di tutti gli esseri umani. Il quadro
filosofico segna il tramonto di questa soluzione innatistica nel collegamento
tra legge morale obbligatoria e base motivante negli esseri umani e dunque per
l’etica moderna e contemporanea diventa essenziale non solo la questione di ciò
che è bene o giusto, ma anche di ciò che rende effettivamente obbligante per
gli uomini il bene e il giusto (Fagiani). Si avvia quindi una ricerca
sistematica sulla motivazione e la base psicologica che rende obbligatoria una
condotta etica, Nel pensiero moderno è ricorrente, per quanto riguarda la
motivazione morale, una concezione che nega che ciò che viene scoperta 0
trovato con l’aiuto della sola ragione possa avere di per sé forza obbligante o
motivante, Un residuo di attribuzione di forza obbligante alla ragione in
quanto tale si può trovare nella concezione di giusnaturalisti come Grozio o in
quei pensatori che come ad esempio Joseph Butler (Butler, 1970) nel corso del
Settecento indicano nella coscienza non solo un principio in grado di
trasmettere la consapevolezza della legge morale, ma anche di obbligare ad
essa. Ma la via percorsa dai teorici dell'etica è piuttosto quella alternativa
di negare alla ragione la capacità di motivare all’azione e dunque di negare
forza obbligante alle norme e leggi scoperte attraverso l’uso del solo
intelletto. Muovendo da questa premessa è dunque necessario procedere a uno
studio empirico della natura umana e in particolare della condotta per vedere
che cosa muove ad agire. Viene così ampiamente ripresa la tesi edonistica
secondo la quale solo il piacere e il dolore muovono all'azione. Sia Hobbes che
Locke, quando fanno riferimento al piacere e dolore come cause motivanti
guardano, in modo del tutto esclusivo, alla persona che agisce. Proprio su
questa base tanto Hobbes quanto Locke sembrano appoggiare la forza obbligante
della legge naturale esclusivamente sul potere di sanzione. Nel caso di Hobbes
il potere sanzionatorio viene legato a un calcolo prudenziale relativo ai
benefici e ai danni che nel corso della vita terrena si ricevono uniformandosi
alle leggi naturali. Locke lega invece il potere sanzionatorio della legge
naturale, e dunque la sua forza obbligante, alla considerazione del premio e
delle pene che si potranno ottenere in un’altra vita (Locke). La concezione che
lega la forza obbligante e la capacità di motivare della morale e dell'etica in
generale a qualche sanzione viene spesso riproposta nel pensiero moderno e
contemporaneo, ad esempio rinviando alla forza sanzionatoria data da qualche piacere
o dolore fisico comunque in gioco. Erede di questa tradizione può essere
considerato Bentham con il suo tentativo di agganciare al potere sanzionatorio
del sovrano la forza della legge giuridica. Non diversamente in questa linea va
collocato il positivismo giuridico. Proprio l’approfondimento della conoscenza
della natura empirica degli uomini porta tra la fine del XVII secolo e la metà
del XVIII a elaborare una concezione della forza obbligante dell’etica che, pur
non riconducendola a una capacità automotivante della ragione o delle facoltà
intellettuali, non la tiduce però al sanzionamento in termini di piacere e
dolore fisici, genericamente intesi. Questa ricerca di una base specifica di
motivazione per la morale è già presente in Shaftesbury, che proprio
dall'osservazione empirica degli uomini fa derivare la scoperta di un peculiare
«senso morale» che non solo porta gli uomini ad approvare le azioni virtuose,
ma anche a sentirsi spinti a compiere tali azioni e ove tali azioni non sono
compiute a provare emozioni di disagio e sradicamento da ciò che è più proprio
del genere umano, È dunque la struttura passionale degli uomini a presentare
un'inclinazione in parte già colta dall’antropologia aristotelica a compiere
azioni in generale cooperative. Questa stessa linea analitica verrà sviluppata
ancora da Hutcheson e Hume. Il nucleo distintivo di questa ricostruzione della
forza obbligante del comportamento etico sta nel mostrare nella psicologia
degli esseri umani una base motivazionale del tutto autonoma e specifica che
spinge a fare azioni eticamente rilevanti. Questi autori poi si
differenzieranno tra loro in quanto presenteranno o meno come motivazione
universalistica tale base psicologica. Così mentre da una parte troveremo
pensatori come Shaftesbury, Hutcheson e Smith che rinviano a un altruismo o benevolenza
più o meno universali, dall’altra troveremo chi, come Hume, riconoscetà come
motivante solo una benevolenza limitata che si estende piuttosto ai legami
familiari. L'idea di tutti questi autori è comunque comune. Il senso morale
approva determinate azioni perché esse risultano motivate non solo da un
esclusivo amore di sé, ma da una benevolenza più o meno estesa. La stessa
approvazione del senso morale costituisce poi una motivazione aggiuntiva al
comportamento virtuoso. Risulta dunque chiaro in questa strategia analitica che
la condotta etica trova una sua base motivazionale in inclinazioni naturali
degli uomini per una forma più o meno estesa di altruismo e interessamento per
gli altri. Un aspetto teorico significativo per il quale questi autori si
distingueranno sarà il loro modo di rendere conto della naturalità della
motivazione etica. Accanto a coloro come ad esempio Shaftesbury o Hutcheson che
considereranno la motivazione a fare azioni cooperative come originaria per la
natura umana, vi saranno coloro che la presenteranno piuttosto come risultato o
prodotto di un processo evolutivo o di civilizzazione piuttosto lungo. La
spiegazione delle basi motivazionali del comportamento morale sarà inserita
sempre di più in un quadro artificialistico ed evolutivo, Una spiegazione
genetica evoluzionistica e artificialistica della motivazione alla condotta
etica è, ad esempio, già presente in Mandeville e viene sviluppata estesamente
da Hume e poi in una direzione ancora più ampia da pensatori come Rousseau, A.
Smith e A. Ferguson. Questi ultimi sono impegnati nel progetto, che sembra
centrale per gli intellettuali, di ricostruire la storia della civilizzazione
umana avvalendosi della teoria stadiale, ovvero di quella concezione che
scandisce in quattro stadi diversi (della caccia e pesca, dell’allevamento,
dell’agricoltura, e del commercio) la storia dell'umanità (Meek). La
prospettiva impegnata a delineare il processo artificiale attraverso il quale
gli uomini giungono a disporre di una base psicologica e motivazionale
specifica per il comportamento etico (0 coopera tivo) viene realizzata anche
lungo una diversa linea associazionistica. In questa chiave il costituirsi
delle motivazioni propriamente etiche viene spiegato come un risultato di
ripetute associazioni. Significativo anche per un lettore il contributo
analitico di Hartley, il cui associazionismo è propriamente fisiologico, e poi
di alcuni esponenti dell'Illuminismo francese (ad esempio Helvétius, Condillac,
Holbach ecc.) e ancora di utili taristi come Mill e Mill. La genesi delle
motivazioni cooperative sarà collocata in un quadro più esplicitamente
evoluzionistico da Darwin e Spencer (Ruse). Questa linea di spiegazione
evoluzionistica che coinvolge il livello biologico della genesi di una base
motivazionale ad hoc per il comportamento morale è stata ampiamente ripresa nel
corso del XX secolo. Abbiamo così chi, come E. Wilson, ha presentato una vera e
proprio concezione socio-biologica, o chi, come Lorenz, si è piuttosto
impegnato a mostrare analogie e differenze tra gli istinti co-operativi
presenti negli uomini e quelli rintracciabili negli animali. La ricerca rivolta
a individuare una base motivazionale nella natura emotiva degli uomini a cui
agganciare l'obbligazione etica si estende ben al di là delle concezioni che
abbiamo appena delineato. Non sono mancati coloro che hanno indicato come
carattere distintivo della specie umana la capacità di essere motivati a
compiere azioni degne di apprezzamento per il solo gusto o senso del dovere da
compiere, e dunque per il solo essere richiamati da ciò che vale: una strategia
che risulta percorsa da Kant e da coloro che a lui si richiamano come ad
esempio Apel. Al polo opposto si colloca la strategia di analisi, scettica e
riduzionistica, che ha del tutto negato che negli uomini sia rintracciabile una
qualche capacità di auto-motivarsi o scegliere liberamente, e dunque tanto meno
una inclinazione a partecipare ai piaceri e ai dolori degli altri esseri umani.
Nel XX secolo entra in crisi la pretesa di disporre di una antropologia
universalistica che sia in grado di indicare con nettezza passioni e sentimenti
presenti in tutti gli uomini o viceversa di negare agli esseri umani
generalmente intesi una qualche motivazione. L'analisi antropologica, piuttosto
che rinviare a una base motivazionale comune, si impegna ad elaborare più
strategie mediante le quali si può spiegare la forza obbligante delle regole
morali. Risulta pur sempre difficile riuscire rendere conto del ruolo
obbligante dell'etica laddove si ritiene che gli esseri umani siano mossi dal
più rigido egoismo; stanno a dimostrarlo la crisi e le difficoltà a cui è
andata incontro la teoria della scelta razionale. In positivo, dunque, risulta
del tutto acquisito che per dirla con Williams (Williams) nessun discorso può
riuscire a rendere motivante per un essere umano un principio etico cooperativo
se nella struttura emotiva di questo essere umano non è già presente
(probabilmente come frutto della sua formazione e iniziazione alla cultura
umana) un minimo di interessamento per i piaceri e i dolori di un altro essere
urnano. Da questa prospettiva come da altre il contesto dell'etica coinvolge
direttamente non solo la capacità di chi agisce di presentarsi come essere
fornito di una sua identità, ma anche di riconoscere l'identità degli altri.
Passiamo dunque a rendere conto della portata delle analisi sulla natura
dell’identità personale nell’etica teorica. 5.2. Il ruolo dell'identità
personale nell’etica. Nell’etica medievale il rinvio all'anima sostanziale
rappresentava un fondamento e un preciso criterio per risolvere le questioni
morali. Infatti, da una parte, proprio al fondo della sostanza spitituale si presentavano
le norme da applicare in etica e dall'altra l'individuazione dell'universo di
esseri forniti di sostanza spirituale metteva a disposizione un chiaro criterio
di applicazione ed estensione dell’ambito mo. rale. Questa concezione semplice
dell'etica che ruota intorno a una sostanza che è la persona umana e che non è
riducibile ad altro, nello stesso tempo oggetto e soggetto esclusivo della vita
morale, è entrata in crisi quando l’identità personale non è più risultata
riconducibile a una sostanza. Alla filosofia di Locke prima e a quella di Hume
poi si può far risalire il superamento critico della concezione
sostanzialistica della persona umana e dell'identità personale e l'avvio di
quell'approccio che concepisce tali realtà come complesse e cerca di spiegarne
la natura riconducendola a qualcosa d'altro. Ma sulla strada dell’elaborazione
delle concezioni complesse e ridu zionistiche dell’identità personale si
presenta la difficoltà di riuscire a rendete conto del soggetto morale con quel
minimo di stabilità necessaria per dare una base a nozioni essenziali per
l'etica quali responsabilità, merito, demerito ecc. Un altro problema a cui
vanno incontro le concezioni riduzionistiche e complesse dell'identità
personale sta nella difficoltà con cui riescono a rendere conto del valore
morale senza farlo dipendere esclusivamente da una considerazione degli atti di
per sé stessi, ma riuscendo a collegarlo anche con una considerazione del
carattere e dei motivi dell'agente. La connessione tra la considerazione del carattere
e dei motivi e i giudizi morali è al centro, ad esempio, dell’analisi delle
virtù e dei vizi delineata da Hume e Smith e sembra tanto profondamente
radicata nel senso comune morale da non poter essere soppiantata da una qualche
teoria che indica come eticamente rilevanti le sole azioni. La riflessione di
marca empiristica e analitica sulla natura dell’identità personale si è dunque
sempre più impegnata dal Settecento a oggi nell’elaborazione di una spiegazione
della continuità e stabilità dell’io che, senza dover ricorrere alla nozione
sostanzialistica e semplice di io, fosse conciliabile con l’uso di categorie
centrali del linguaggio etico-giuridico quali responsabilità, merito, demerito,
punizione, condotta virtuosa ecc. Un’estensione dell'analisi complessa e
riduzionistica dell'Io anche a livello di ricostruzione della vita morale oltre
che sul piano conoscitivo viene avviata da Sidgwick con i suoi Methods of
Ethics (I metodi dell'etica), ed è stata poi sistematicamente realizzata da
pensatori come Nagel, Parfit, Nozick ecc. Si può ipotizzare che questa recente
fortuna di un'analisi dell'etica che muove da una concezione complessa dell'identità
personale sia un riflesso, a livello filosofico, di quel fenomeno più generale
a cui si allude sinteticamente con l’espressione «perdita del Soggetto». La
rapidità delle trasformazioni nelle società occidentali, la grande quantità di
novità che quotidianamente ciascun essere umano deve raccordare con
l’esperienza passata e con i punti di equilibrio in essa raggiunti hanno reso
sempre più frammentaria la continuità della vita interiore e difficoltosa
l'operazione di recuperarne una qualche stabilità. Va peraltro sottolineato che
le concezioni complesse e analitiche dell'identità personale più che essere
impegnate in lamentele e declamazioni sulla «Perdita del Soggetto» cercano di
elaborare una concezione dell’essere umano eticamente responsabile che sia
adeguata alle trasformazioni culturali degli ultimi secoli, trasformazioni che
hanno reso il rinvio a un qualche Soggetto sostanziale solo un mito privo di
qualunque fondamento empirico. Le analisi di Parfit sfociate nel volume Reasons
and Persons (Ragioni e persone) presentano lo sforzo più approfondito di
sviluppare gli spunti presenti nell'opera di Sidgwick e di ridefinire, muovendo
da una nuova concezione appunto riduzionistica e complessa dell’identità
personale nozioni come quelle di responsabilità morale, merito e demerito ecc.
Se tuito ciò che troviamo dietro la soggettività e l'identità di una persona
umana è una qualche continuità psicologica più o meno stretta, ne consegue che
i nostri giudizi morali © giuridici dovranno essere del tutto a posteriori e
investire interrogativi quali: «quanto la persona che ci sta di fronte è la
stessa di quella che ha compiuto l’azione? », «quanto l’azione che la persona
ha compiuto si inserisce nel flusso più continuo e stabile delle sue abitudini
e del suo carattere e quanto invece ne rappresenta una rottura?» ecc.
L'approccio empiristico all’identità personale comporta dunque non già
l’eliminazione delle nozioni etiche tradizionali dal nostro lessico morale, ma
una loro ridefinizione in modo tale da presupporre connessioni più deboli e
meno definitive: tra le azioni e la persona che le ha compiute; tra la persona
come attualmente è e la sua storia passata; tra il tipo di intervento che
possiamo fare sulla persona attuale e la sicurezza che, utilizzando determinati
mezzi, potremo ottenere certi risultati che coinvolgono il suo io futuro. In
generale ci si muove verso una concezione meno assolutistica e necessitante
dell'etica di quella che accetta chi crede nella persona come sostanza. Ed è
ovvio che una prospettiva del genere risulta del tutto in linea con
l’epistemologia empiristica, ma e si tratta di ciò che più conta anche forse,
oggigiorno, fertile sul piano esplicativo e predittivo, L’approccio
all'identità personale che la considera come una successione di io che hanno
tra di loro una connessione psicologica più o meno stretta è ben lontano
dall'essere diventato «senso comune» e ranto meno sembra corrispondere
intuitivamente a quella concezione della persona che troviamo radicata nella
parte morale del nostro «senso comune», una parte che tende a trasformarsi con
più lentezza e prudenza di quella intellettuale. Vanno però messe in luce le
implicazioni normative che accompagnano le analisi di tipo complesso e
riduzionistico dell'identità personale, anche se per ora occorre confinatne la
portata solo alle premesse intellettuali di un sistema morale che pretenda di
essere costruito su credenze vere. Un approccio all'identità personale che
metta in secondo piano una concezione sostanzialista e semplice della persona
umana favorisce anche un complessivo riassetto normativo. In primo luogo questa
linea epistemologica porta al rifiuto di una concezione statica e sostanziale
del bene morale, la presa di distanza da un modo di intendere la responsabilità
morale come legata a colpe, peccati o meriti che solo un Essere Assoluto, in
grado di conoscere la struttura sostanziale della persona e i più riposti
pensieri degli esseri umani, può giustamente distribuire. La responsabilità
morale in questa prospettiva ha invece a che fare non già con riposte
intenzioni, ma principal. mente con ciò che effettivamente si compie in un
campo di azioni pubblicamente osservabili. In secondo luogo poi tale approccio
contribuisce anche a scalzare le basi analitiche che sorreggono l’impianto
normativo dell’egoismo razionale. Ancora a Parfit si devono dettagliati
argomenti che mostrano, una volta assunta la prospettiva complessa e
riduzionistica dell'io, quanto risulti ingiustificata una preferenza per le
parti future della propria vita nei confronti delle vite attuali di altri
esseri umani. La ragionevolezza ed evidenza di una preoccupazione esclusiva su
base egoistica e prudenziale per i nostri io futuri non risulta affatto
giustificata una volta che si diventi consapevoli della complessità di passaggi
che muovendo dal nostro io attuale porta ai nostri io futuri laddove non si
postuli più la persistenza di una stessa sostanza semplice. Tra il nostro io
attuale e quello che saremo fra numerosi anni vi sono connessioni più dubbie e
dunque relazioni più deboli rispetto a quelle che possiamo istituire oggi con i
Sé degli altri esseri umani. L'impegno nella costruzione di un'etica più
imparziale e meno rigidamente egocentrica sembra dunque avere tutto da
guadagnare dalla revisione dell'identità personale intrapresa dalla filosofia
empiristica. Infine risulta del tutto indebolito il ruolo della nozione di
persona come categoria essenziale per la determinazione dell'universo di esseri
per i quali valgono le nozioni etiche. Se ciò che conta in morale non è più
solo la presenza di qualche peculiare sostanza semplice di natura spirituale,
ma gli atti che si compiono più o meno responsabilmente, nulla vieta che
divengano eticamente rilevanti anche atti che non coinvolgono persone umane.
Passando attraverso atti responsabilmente connessi con dimensioni quali la
sofferenza e il danno o il piacere e la soddisfazione di bisogni e desideri,
possono diventare rilevanti per l’etica gli animali, o gli oggetti che
costituiscono l’ambiente, o realtà di certo non personali nel senso di essere
effettivamente presenti ora come sostanze semplici con una loro propria
individualità quali, ad esempio, i membri di generazioni future molto lontane.
È questa dunque la via epistemologica che porta ad abbandonare quella
concezione ristretta dell'etica che si ha quando si è costretti a passare
sempre attraverso la cruna d'ago fornita dalla persona. In particolare sono le
etiche utilitaristiche e conseguenzialiste che si sono impegnate in questo
sforzo di fornire indicazioni normative congruenti con le concezioni di
derivazione empiristica dell'identità personale e dell’universo degli esseri
moralmente rilevanti. Etica del carattere 0 dell’azione. Come abbiamo visto le
diverse concezioni etiche si distinguono sulla questione di quale sia da
considerare l'oggetto proprio di una valutazione. Su questo piano la differenza
più rilevante è quella tra chi ritiene che l’unico oggetto peculiare di
valutazione etica sono le azioni e le loro conseguenze e chi invece ritiene
essenziale il riferi mento al carattere 0 comunque a qualche qualità interna
(intenzione ecc.) di chi agisce. Le due diverse concezioni hanno entrambe dei
punti a loro favore. Si può anzi suggerire che la concezione più adeguata sia
quella che non ricorra in modo esclusivo o all'uno a all’altro approccio o
azione o tratti del carattere ma piuttosto sappia integrare entrambe le
esigenze. A favore della concezione che ritiene esclusiva l’attenzione per le
azioni vi è l'esigenza fatta valere in modo decisivo non solo
dall’utilitatismo, ma anche dal garantismo giuridico (Fetrajoli, 1989) che
ciascuno possa essere ritenuto responsabile solo di quello che ha
effettivamente compiuto e non possa essere giudicato negativamente sulla sola
base di presunte predisposizioni 0 inclinazioni ad agire, che tra l’altro
rinviano a una pretesa capacità di cogliere l'essenza o vera natura di una
persona. Il riftuto della concezione sostanzialistica della persona umana è tra
l’altro accompagnato dallo sforzo di ricollocare l'etica su un piano più
esterno e comportamentale. La considerazione prevalente delle azioni
effettivamente compiute segna anche il tramonto di valutazioni che investono i
piani del peccato o della colpa. Considerando come positivo il superamento di
un approccio etico che pretenda di presentare valutazioni assolute basate su di
una presunta conoscenza finale del carattere o della natura di una persona, va
però segnalato un limite di questo approccio. Un'etica che pretenda di derivare
in modo esclusivo le sue valutazioni dalla considerazione dei comportamenti
esterni degli esseri umani sarà costtetta a omologare azioni criminose e
incidenti colposi e non sarà comunque in grado di discriminare tra azioni
compiute in contesti motivazionali e intenzionali differenti. La valutazione
etica non sembra potere prescindere dall'esame di quanto le azioni in gioco
siano responsabili e dunque frutto di intenzioni e non del tutto casuali o
determinate da costrizioni al di là della portata di chi agisce. Proprio la
necessità che l'etica riesca a coinvolgere anche la responsabilità delle azioni
considerate rappresenta un argomento a favore delle concezioni che pongono al
centro della loro considerazione il carattere di chi agisce. In questo si sono
impegnate le cosiddette etiche della virtà. Una tradizione che diversamente da
quanto è stato recentemente sostenuto (MacIntyre, 1988) non è certo confinata
alla cultura antica e medievale, ma ha trovato anche nella cultura moderna e
contemporanea dei sostenitori. La concezione dell'etica che ritiene centrale la
considerazione del carattere sembra salvaguardare alcune esigenze essenziali
per una adeguata teoria della valutazione morale. Anche questo approccio ha
però bisogno di correttivi, ÎNon solo risulta dubbia un'attenzione per il carattere
tanto esclusiva da giudicare una persona condannabile per il solo fatto che ha
determinate intenzioni, ma una considerazione etica esclusivamente attenta al
carattere può portare a considerare virtuoso anche chi si limiti a manifestare
certi principi o convinzioni etiche e poi di nascosto agisce in modo
completamente diver: gente. Un’etica dell’intenzione può anche portare a
ritenere giustificati atti gravemente dannosi rinviando a presunte intenzioni
benefiche di chi li compie. Un'etica dell'intenzione o del carattere corre il
pericolo di sottoscrivere posizioni morali esclusivamente predicatorie o
addirittura ipocrite, alle quali comunque non corrisponde alcun effettivo
comportamento.Nella conciliazione, tutt'altro che semplice, delle due concezioni
sull’oggetto della valutazione morale sono impegnati in particolare i fautori
dell’utilitarismo della regola o delle norme (cfr. $ 4,7). Nel senso di
un'integrazione delle considerazioni etiche sugli atti con quelle relative ai
caratteri e alle intenzioni vanno anche molte delle discussioni di casi
concreti nelle quali si sono impegnati specialmente nella seconda metà del
secolo XX (cfr. $ 5.4) gli esponenti dell'etica contemporanea. Ad esempio,
larga parte della discussione etica contemporanea su situazioni concrete quali
quelle legate alla nascita e in particolare all'aborto € alla morte e in
particolare all’eutanasia è legata alla riflessione sul ruolo più o meno
decisivo delle intenzioni in gioco. Proprio la tesi di un ruolo essenziale
delle intenzioni nelle valutazioni delle scelte relative all'inizio e alla fine
della vita umana ha portato ad elaborare la dottrina del «doppio effetto»
(Anscombe, 1958 e Foot, 1978). Con questa dottrina si è ritenuto di potere
distinguere tra diverse ricorrenze della stessa azione, considerandola
rispettivamente o come una conseguenza diretta e voluta dell'intenzione di
ottenere questo risultato o viceversa come effetto secondario e non
direttamente voluto dell'intenzione rivolta a un risultato benefico. Laddove
l'effetto diretto della nostra intenzione è, ad esempio, garantire la nascita
di un bambino, solo un doppio effetto non voluto è la morte della madre; o
all’altro confine della vita laddove effetto diretto della nostra intenzione è
l’azione rivolta a un'attenuazione delle sofferenze di un morente, è solo un
effetto secondario non direttamente voluto la morte della persona, quale
conseguenza dell’uso di farmaci per attenuare il dolore. Ma questa concezione
va incontro a un’insormontabile difficoltà di ordine epistemologico, in quanto
ovviamente non sono disponibili procedure affidabili per discriminare tra una
dichiarazione di intenzione del tutto ritualistica o ipocrita e una
dichiarazione veritiera. In questo senso la prospettiva che ruota intorno alla
centralità dell’intenzione si presenta come il residuo di una fase in cui
l’etica teorica era impegnata a far valere per il giudizio sulle azioni umane
un punto di vista ideale o divino. Un'’etica fatta su misura per le esigenze
della specie umana, pur riconoscendo la rilevanza delle motivazioni delle
azioni, indebolisce però la portata delle intenzioni considerandole come
componente aggiuntiva e sussidiaria del giudizio etico e non già come aspetto
decisivo ed esclusivo. Fa parte della riflessione sull’oggetto proprio delle
valutazioni etiche anche la discussione sulla possibilità di distinguere
nettamente da un punto di vista assiologico tra azioni e omissioni. Questa
distinzione viene considerata sempre meno influente per l'etica (Glover, 1977;
Singer, 1989) proprio da quelle concezioni che come l’utilitarismo hanno messo
al centro della valutazione le azioni e la considerazione delle conseguenze.
L’utilitarismo contemporaneo fa propria in realtà una nozione non riduttiva di
azione, data la quale risulta chiaro che il non fare qualcosa quando si ha la
possibilità di farlo è eticamente rilevante non meno del compimento effettivo
di un atto. Ciò che conta è la nostra responsabilità che si agisca o non si
agisca per conseguenze nella situazione futura, in quanto esse dipendono
comunque da nostre scelte e decisioni. Si può avanzare l’ipotesi che nel corso
degli ultimi secoli della storia della cultura occidentale la struttura del
nostro discorso morale si sia trasformata nel senso di un'estensione della
portata del lessico legato primariamente alle azioni e di una correlativa
riduzione dell'incidenza di quella parte del lessico legato a emozioni,
sentimenti, stati d'animo, intenzioni, caratteri ecc. Da questa ipotesi si
ricava che per quanto forte possa ancora essere, al livello della predicazione,
la riaffermazione di un’etica di tipo agapistico o dell'amore universale
(un’etica cristiana genericamente intesa), tale etica risulta poi in secondo
piano, quando ci si impegna in una riflessione critica rivolta a indivi. duare regole
e principi etici concreti a cui ispirarsi. L'appello a sentimenti quali l’amore
o una benevolenza universale sembra essere del tutto irrilevante quando siamo
impegnati a identificare il migliore comportamento effettivo nelle situazioni
eticamente rilevanti che ci sono di fronte. Certamente tale appello può
continuare a mantenere un ruolo decisivo laddove siano in gioco concezioni
super-erogatorie e ideali sul dovere (che coinvolgano ad esempio la santità e
l’eroismo), che hanno però un ruolo sempre più marginale nella morale di senso
comune di società altamente complesse e popolate come quelle nelle quali
viviamo. La nostra ricerca etica è piuttosto rivolta a regole più modeste e
limitate che incidano però effettivamente sulle azioni o omissioni della nostra
vita quotidiana, in modo tale che le conseguenze dei nostri stili di vita siano
benefiche o quanto meno non disastrose € dannose per le generazioni future. La
svolta normativa e l'irruzione dell'etica applicata. Nel corso del XX secolo
l'orizzonte di riflessione che muove dai problemi pratici concreti degli esseri
umani è stato riafferrmato come primario e decisivo da una serie di pensatori
che hanno contestato l'utilità di una ricerca esclusivamente metaetica e
astratta. Si è soliti fare riferimento a questa svolta, realizzatasi nella
riflessione sulla morale specialmente a partire dagli anni Settanta, con
l’espressione «l'irruzione dell'etica applicata» (De Marco e Fox, 1986). Questo
appello all'etica applicata è stato fatto valere, successivamente, con due
diversi obiettivi critici. In un primo periodo l'appello era rivolto a fare sì
che punto di partenza e punto di arrivo della riflessione etica fosse
considerato non già la conoscenza della natura della morale e delle forme di
ragionamento in essa valide, ma la ricerca di soluzioni normative. In un
secondo periodo a partire dagli anni Ottanta si sono contestate le stesse
risposte normative offerte dalle opere sistematiche degli anni Settanta e la
richiesta avanzata è stata che in luogo di criteri normativi generali validi
per tutte le questioni etiche la riflessione critica fosse rivolta a delineare
soluzioni più determinate e settoriali in grado di risultare rilevanti per una
delle diverse dimensioni problematiche riconoscibili all'interno dell'etica
pratica. La prima esigenza fatta valere negli anni Settanta è stata dunque
quella di trasformare la teoria etica in modo tale che in essa l’obiettivo
principale fosse non già quello logico-conoscitivo di mettere a punto una
meta-etica e dunque una conseguente epistemologia, quanto piuttosto lo sviluppo
sistematico di un risposta esplicitamente normativa. Il neo-contrattualismo di
J. Rawls e Gautbier, il neo-utilitarismo di }. Harsanyi e poi di R. M. Hare e
R. Brandt, le diverse teorie dei diritti di R. Nozick e di R. Dworkin ecc.
tutte concezioni a cui abbiamo già fatto riferimento specialmente nel paragrafo
4 sono alcuni dei tentativi più influenti di elaborare teorie etiche impegnate
prevalentemente sul piano normativo. Le differenti teorie etiche normative
presentate nel corso degli anni Settanta sono, di volta in volta, la riproposta
sotto una nuova veste di opzioni già formulate a partire dal secolo XVIL Il
neocontrattualismo di Rawls e Gauthier tiene largamente conto dell'elaborazione
contrattualista precedente da Hobbes a Kant. Il neo-utilitarismo ha largamente
discusso e riproposto le precedenti impostazioni di J. Bentham e J.S. Mill. I
teorici dei diritti non hanno mancato di tenere conto delle analisi di Locke
ecc. Restano dunque in larga parte operanti le stesse concezioni che nel corso
dell'età moderna e contemporanea sono state indentificate come utilizzabili da
chi fosse alla ricerca di un criterio generale per risolvere i problemi pratici
degli esseri umani. Al livello dei principi o procedure più generali non sembra
si possa segnalare la nascita di nuove etiche, ma si assiste solo allo sviluppo
e all'approfondimento delle linee etiche normative già disponibili. La novità
principale nell’«etica teorica» {e qui si intende una teorizzazione etica con
obiettivi esplicitamente normativi) del XX secolo sta dunque nelle forme che
prendono le diverse concezioni normative, una trasformazione che in realtà era
stata già anticipata da H, Sidgwick con i suoi Methods of Ethics (Sidgwick). In
primo luogo le diverse proposte normative non fanno più parte di una ricerca
filosofica generale. Chi si occupa di etica e contribuisce ad essa non colloca
la sua ricerca in una più ampia prospettiva che ad esempio affronti questioni
generali sulla conoscenza umana, la natura umana ecc. Si parte dando per
scontata una sorta di specializzazione per cui chi si occupa di etica e di
problemi normativi guarda esclusivamente a questi. I teorici dell'etica
contemporanea sono dunque eredi dei professori di filosofia morale come
Hutcheson o Smith, più che di filosofi come Hobbes, Locke € Hume (per non dire
che nulla hanno a che fare con personalità quali quelle dei fondatori di morali
come Cristo, Budda o Gandhi}. Laddove Hobbes, Locke e Hume ma ovviamente anche
Kant collocavano la loro attenzione per i problemi etici in un contesto
filosofico generale, i teorici dell'etica contemporanea limitano invece le loro
analisi ai soli problemi pratici. Questo si accompagna non solo con la
specializzazione che abbiamo sottolineato, ma anche con un più limitato
orizzonte critico che viene fatto valere nelle proposte etiche contemporanee.
Tutti i diversi teorici dell'etica muovono nelle loro analisi assumendo la
validità di tesi più generali sulla conoscenza, la ragione ecc. In questo senso
le diverse etiche teoriche acquistano senso solo vi. ste sullo sfondo delle
diverse prospettive filosofiche generali elaborate dai pensatori che abbiamo
più volte richiamato, Questa più marcata limitazione del contesto dell’etica
teorica contemporanea è in molti di questi pensatori esplicitamente
riconosciuta e programmati. camente affermata anche per quanto riguarda il
piano dei valori di riferi. mento. Così molti dei teorici dell’etica
contemporanea ammettono di muoversi in contesti storici e culturali ben
definiti identificando lo sfondo che dì validità alle loro teorie normative con
quello delle credenze etico-politiche condivise nelle società
liberal-democratiche occidentali (Rorty, Rawls). Emerge dunque in molti teorici
contemporanei la tesi che l’etica è una riflessione critica che non solo muove
da intuizioni 0 credenze morali di par tenza che sono già date, ma che in
realtà non può operare al di fuori di un qualche contesto di credenze
condivise. Questo orientamento segna di fatto non solo una specializzazione
dell’etica teorica, ma anche l'abbandono in essa del quadro universalistico in
cui si muovevano i filosofi del XVII e XVIII secolo. Parallelamente con questo
restringimento della base del discorso dell’etica teorica troviamo viceversa e
specialmente nelle opere sisternatiche elaborate negli anni Settanta uno sforzo
di approfondimento analitico molto più marcato, con la pretesa di realizzare
un'elaborazione coerentemente sistematica e un’argomentazione persuasiva di
ampio respiro. Se ci volgiamo infatti alle opere principali dell'etica teorica
contemporanea vediamo che la loro. mole e complessità rispetto agli scritti
dell'etica tradizionale è fortemente cre. sciuta. La base di partenza è più
ristretta ma la pretesa di approfondimento analitico è maggiore. Le nozioni che
la tradizione etica precedente trovava del tutto comprensibili vengono ora
sottoposte ad analisi dettagliate. In questa direzione contributi del tutto
nuovi vengono offerti, ad esempio: o con una dettagliata tassonomia dovuta in
particolare agli utilitaristi delle diverse forme di preferenze; o con una
classificazione che troviamo principalmente negli scritti dei
neo-contrattualisti e dei teorici dei diritti delle principali differenze tra
bisogni e interessi; o con lo scavo e qui sono i teorici della scelta razionale
ad offrire il maggiore contributo delle diverse forme di ragionamento con cui
possiamo valutare le linee di azione che coinvolgono conseguenze future più o
meno lontane e più 0 meno sicure. Ll terreno dell'etica teorica appare dunque
certamente come più limitato e ristretto un campo che si cerca di tenere
distinto da quelli confinanti ma esso viene scavato con una profondità maggiore
che nel passato in tutte le sue parti. La convinzione che muove questo
approccio è che le radici delle questioni etiche possano essere raggiunte non
già derivandole da un altro campo di ricerca, ma andando sempre più a fondo
nello scavo dell’area dell’etica considerata come autonoma e autosufficiente.
Quello che lascia particolarmente insoddisfatti è che i tratti generali del
paradigma della ricerca si trovano messi in pratica e ripresi acriticamente
senza nessuna elaborata valutazione della loro adeguatezza. Né vi è una sensibilità
per la questione a mio parere decisiva di come la vicenda dell'etica teorica
contemporanea possa essere raccordata acquistando con questi raccordi senso e
rilevanza con i lasciti e i residui della passata elaborazione. Molto più
accentuata che nel passato è poi la pretesa di sistematicità e di coerenza
interna, così come della massima completezza possibile. In questo senso l’etica
teorica si muove prendendo a modello le teorie scientifiche in generale.
Proprio per questo tentativo di strutturarsi in analogia con gli universi
scientifici prevale tra le diverse concezioni normative una tendenza al monismo
etico e nello stesso tempo assistiamo ad un progressivo allargamento
dell'ambito di casi e fenomeni investiti. Una tendenza verso il monismo
normativo era presente anche nelle etiche tradizionali che insistentemente
andavano alla ricerca di un solo principio fondamentale. Una volta caduto
l’orizzonte fondazionale il monismo etico si presenta come la ricerca di un
unico criterio di decisione per tutte le situazioni problematiche nella
convinzione che la presenza di più criteri non può che originare conflitti e
disaccordi insanabili. Nei sistemi normativi degli anni Settanta troviamo
infine approfondito lo sforzo di argomentare in modo persuasivo e convincente a
favore della posizione fatta valere. La dimensione per così dire retorica e
persuasiva diviene esplicita e diventa primario l'impegno a fornire già
all'interno di ciascuna teoria una risposta alle critiche avanzate dalle
concezioni alternative. Prevalgono quindi nell’etica teorica contemporanea le
esigenze di una discussione pubblica. Le diverse etiche si presentano infatti
in primo luogo come discorsi sistematici e razionalmente giustificati nel modo
più compiuto, sviluppati per convincere gli interlocutori nella discussione
pubblica a proposito della preferibilità delle opzioni normative proposte.
Questi tratti spiegano nello stesso tempo, da una parte la maggiore concretezza
delle etiche teoriche contemporanee rispetto a quelle tradizionali e, dall'altra,
il loro minore respiro e la loro collocazione in un contesto storicamente più
limitato. I principali campi dell'etica applicata. Ma come si è detto
un’ulteriore svolta ha segnato l'etica teorica a partire dagli anni Ottanta.
Vengono contestate ora le stesse teorie impegnate nella presentazione di grandi
sistemi normativi, denunciando la loro astrattezza e la loro irrilevanza per i
problemi pratici effettivi. L'impegno in una riflessione etica che abbandonasse
il piano delle concezioni astratte veniva a caratterizzare sempre di più gli
anni Ottanta. Anzi in questa direzione era la medicina a salvare l'etica come
si esprimerà Toulmin {$. E. Toulmin, How Medicine saved Etbics, in De Marco e
Fox) nel senso che i nuovi problemi etici generati dagli sviluppi della
medicina e della biologia ponevano in modo urgente una richiesta di soluzioni
che non poteva essere soddisfatta dai grandi sistemi normativi classici o
contemporanei. Laddove infatti i sistemi normativi degli anni Settanta avevano
al loro centro i problemi della giustizia sociale e della cittadinanza, le
questioni della guerra giusta e delle relazioni internazionali, viceversa i
nuovi problemi posti dalle mutate condizioni nella nascita, morte e cura degli
esseri umani coinvolgevano dimensioni etiche completamente diverse, Inizia così
un processo di articolazione e sviluppo di una miriade di settori nuovi
nell’etica applicata che, in parallelo con la tendenza della cultura americana
alla specializzazione e alla professionalizzazione, porta al consolidarsi e
istituzionalizzarsi di vari campi dell'etica pratica considerati come
autosufficienti. Compare così la nuova figura professionale dell’eticista,
ovvero dell'esperto dei problemi di un particolare settore. Certamente la
riflessione etica guadagna così in concretezza, ma una ricerca esclusivamente
impegnata nell’evidenziare i criteri ed i principi etici validi per specifici e
peculiari problemi applicativi va incontro ai limiti del settorialismo e della
iper-specializzazione. Dopo lo sforzo di scomposizione e di indagine
ravvicinata dei singoli campi problematici che ha accompagnato il fiorire delle
varie dimensioni dell'etica pratica è ora auspicabile un lavoro di sintesi e di
ricomposizione che identifichi i principi e i criteri etici validi in generale
e che sappia fornire visioni d'insieme della vita etica. La maggior parte dei
diversi settori dell'etica applicata consolidatisi ha a che fare con i problemi
pratici del tutto nuovi che sono sorti con lo sviluppo della tecnologia e detta
ricerca medicobiologica. Tutta una serie di azioni e pratiche umane che
risultavano neutre da un punto di vista etico o che comunque erano affidate
quasi integralmente a processi naturali e biologici, e dunque considerate al di
là delle decisioni responsabili, sono entrate a far parte dell’universo di
eventi influenzati dai diversi criteri per discriminare tra scelte giuste e
ingiuste. In primo luogo si sono andate consolidando come aree largamente
indipendenti dell’etica applicata alcune dimensioni problematiche già colte
dalla riflessione del secolo scorso, Laddove nel Settecento trovavamo solo
degli accenni in Bentham sulle sofferenze degli animali, nella seconda metà del
XX secolo si è assistito al fiorire di una vera e propria etica impegnata nel
realizzare la liberazione degli animali (Singer). St sono sviluppate diverse
concezioni generali rivolte a giustificare un trattamento non discriminante per
le sofferenze degli animali: da posizioni mistiche o religiose, a quelle
utilitaristiche a quelle che ruotano intorno all'elaborazione di una teoria dei
diritti anche per gli animali (T. Regan, 1990). In questo caso la presentazione
di una risposta normativa alla questione del trattamento degli animali va di
pari passo con una ridescrizione della loro condizione. I libri dei teorici
della liberazione animale sono infatti insostituibili per la ricchezza di dati
e esemplificazioni che forniscono sulle pratiche invalse il più delle volte
inutilmente crudeli per quanto riguarda l'uso degli animali nella ricerca
medica e farmaceutica, nell'industria cosmetica a dell’abbigliamento, nella
produzione industriale di cibo ecc. (Singer, 1992). Una grande fioritura, in
quest'ultima parte del XX secolo, hanno avuto i tentativi già presenti ad
esempio in uno scritto di Mill su The Subjection of Women (La soggezione delle
donne) di affrontare in modo esplicito e sistematico i problemi etici legati al
differente trattamento nelle istituzioni e nelle pratiche sociali di persone di
sesso diverso. Il dibattito critico sulle discriminazioni legate alle
differenze sessuali ha assistito non solo a una ricerca rivolta a ricavare
soluzioni giuste dalle diverse concezioni normative disponibili, ma anche alla
presentazione di tesi femministe che hanno insistito sulla radicale inconciliabilità
tra l’elaborazione di un'etica delle donne e le concezioni tradizionali. Così
da una paste si è discusso sull’alternativa tra l’universalismo che sarebbe
proprio dell'etica maschile e l'assunzione delle differenze di genere come
orizzonte decisivo che è proprio dell'etica femminile {Irigaray 1985).
Dall'altra si è insistito sulla tesi che il recupero del punto di vista
femminile farebbe emergere valori del tutto peculiari e in luogo di una
centralità del valore della giustizia tipicamente maschile segnerebbe
l'affermazione del valore della cura (Gilligan, 1982). Molti altri tradizionali
problemi etici sono stati rivisitati alla luce della situazione contemporanea e
coloro che se ne sono occupati hanno dato vita a un'ampia produzione
specialistica. Tra i campi più significativi per la costituzione di un'ideale
«Enciclopedia Pratica» del nostro tempo ricordiamo le riflessioni dedicate a:
le guerre giuste e l'uso lecito o no della violenza {Walzer, 1990); le
particolari regole che governano le relazioni internazionali tra stati
(Bonanate); le questioni più strettamente legate alle discriminazioni di tipo
razziale e culturale (Walzer); i problemi del trattamento della povertà anche
riconoscendone le articolazioni geografiche (Sen, 1981); il tuolo della pena
nel diritto (Ferrajoli). Una ben precisa area di etica degli affari si è
costituita per i problemi morali posti dall'attività economica e produttiva, e
qui i maggiori avanzamenti sono venuti dall’uso di una tecnica del tutto nuova
fornita dalla «teoria della scelta razionale» (Sacconi). Infine un incremento
notevole hanno avuto le riflessioni morali già presenti in Ar Essay on the
Principles of Population di Malthus (Saggio sul principio di popolazione) e nei
Principles of Political Economy di Mill (Prizcipi di economzia politica)
relative alla questione etica di una procreazione responsabile. Tali
riflessioni hanno forte mente approfondito le questioni collegate al contesto
di decisione costituito dall’intreccio tra le previsioni sullo sviluppo
demografico e quelle sulla disponibilità di risorse. Tutta questa tematica ha
portato ad elaborare una vera e propria etica delle generazioni future. Le
questioni della giustizia tra generazioni, della regolazione delle nascite in
previsione della presenza nel 2050 di oltre dieci miliardi di esseri umani, dei
rischi dello sviluppo tecnologico per gli esseri umani futuri sono al centro di
riflessioni che hanno anche contribuito a modificare il quadro complessivo
delle etiche tradizionali (Parfit; Jonas). Del tutto nuovi sono invece due
settori di etica applicata. Da una parte abbiamo il consolidarsi e determinarsi
della bioetica come disciplina autonoma che affronta sistematicamente i
problemi etici posti dallo sviluppo della medicina e della biologia. Non
possiamo qui fare altro che accennare ai principali tra questi problemi del
tutto nuovi che coinvolgono la nascita, la morte e la cura degli esseri umani:
la fecondazione artificiale ix vitro: l'uso nei reparti di terapia intensiva di
strumenti vicarianti le funzioni essenziali della respirazione, alimentazione e
idratazione; il ricorso ai trapianti; la diagnostica prenatale; la ricerca sul
DINA e l’ingegneria genetica; l’accresciuta conoscenza dello sviluppo
embrionale e la possibilità di realizzare in laboratorio le prime fasi di
questo sviluppo con eventuali conseguenti sperimentazioni ecc. Vita umana,
persona umana, sanità, malattia, benessere, diritti dei malati, dignità della
morte, doveri dei medici ece. sono solo alcune delle nozioni che vengono
sottoposte a riesame nella riflessione bioetica che si è concretizzata in una
sterminata letteratura e nella nascita di una ben precisa disciplina. Nel corso
di questa ricerca sono emerse tendenze a far valere alcuni nuclei tema: tici
specifici come nucleo della discussione (ad esempio la contrapposizione tra
un’etica che si impegna principalmente nel sostenere la non disponibilità e
sacralità della vita umana e un'altra che ritiene invece centrale la preoccupa
zione per una buona qualità della vita umana; Kuhse, o a enucleare principi più
specificamente rilevanti per le problematiche della nascita, morte e cura degli
esseri umani (in questo senso è, ad esempio, frequente il richiamo a un
principio di beneficenza o ad un principio di autonomia: Engelhardt, ma anche
Gracia). Infine le conseguenze devastanti che sull'ambiente hanno avuto gli
sviluppi scientifici e tecnologici e l'incremento demografico a livello
planetario hanno reso eticamente rilevante una serie di azioni umane con
effetti più o meno diretti, immediati o futuri sulla natura. La riflessione di
etica ambientale è stata caratterizzata da una molteplicità di concezioni
(Bartolommei): quella più religiosa e sacrale rivolta a dare un valore
intrinseco alla natura; quella utilitaristica tesa a calcolare le differenti
conseguenze (in termini di danno e beneficio) sull'ambiente di differenti
strategie operative; quella che cerca di estendere il linguaggio dei diritti
anche a oggetti naturali ecc. Non abbiamo fatto altro che elencare le
differenti dimensioni dell'etica applicata. Infatti dalla prospettiva
complessiva da cui muoviamo dobbiamo limitarci a rilevare la fertilità di
questo recente dibattito, sia nel senso di un arricchimento delle nostre
conoscenze sui problemi pratici effettivi degli esseri umani, sia nel senso di
un incremento del processo di democratizzazione dell'etica (al centro di tutti
i diversi settori dell'etica applicata troviamo individui umani che affrontano
autonomamente i loro problemi). Il pericolo che sta dietro questo
specializzarsi e professionalizzarsi dei vari campi dell'etica applicata è
quello della frammentazione. Ciò che fa questione non è tanto il fatto che
ciascun individuo elabori da sé la propria etica, quanto piuttosto quella
confusione che nella vita pratica di ciascuno può derivare dall’appello, in
situazioni diverse, a principi o criteri etici differenti come risolutivi. Una
frammentazione in questo senso può spingersi fino a esigere dallo stesso
individuo comportamenti incompatibili. In contrasto con questa tendenza
l’obiettivo di una unificazione richiede un recupero di tutte le diverse
dimensioni dell'etica teorica di cui abbiamo reso conto nei paragrafi
precedenti. Un contesto unitario per le riflessioni etiche può infatti essere
offerto da teorie generali che sul piano meta-etico, epistemologico e normativo
identificano quel nucleo comune valido per qualsiasi approccio o discorso che
pretenda di farsi valere come etico. Nel corso dei paragrafi precedenti abbiamo
reso conto dei problemi generali al centro dell'etica in modo unitario non
tracciando distinzioni al suo interno. Così finora in modo unitario si sono
affrontate le questioni di una caratterizzazione, definizione, giustificazione
o fondazione, applicazione e formulazione sistematica dell’etica. Ma le norme e
i valori con cui ha a che fare l’etica complessivamente intesa vengono in vari
modi distinti in campi più o meno nettamente differenziati nei nostri discorsi
e nelle forme di vita. In questo paragrafo renderemo conto brevemente della
distinzione più comune e consolidata che vede l'etica comprendere i diversi
piani della morale, del diritto e della politica. Ricorrendo all'aiuto della
storia dell'etica possiamo rilevare che nell’età moderna e contemporanea vi è
una certa convergenza nel discriminare tra morale, diritto e politica, mentre
notevoli differenze vi sono per quanto riguarda i criteri a cui ci si è
richiamati per tracciare queste differenze. I differenti criteri risultano come
vedremo nelle pagine seguenti — in definitiva funzionali alle diverse opzioni
meta-etiche, epistemologiche e normative da cui sono mossi coloro che hanno
proposto una ricostruzione dei campi dell'etica. Un primo modo per
caratterizzare il campo dell'etica che proponiamo di chiamare morale in senso
stretto è quello di considerarlo come quel settore in cui sono in gioco
principi e norme che guidano, 0 dovrebbero guidare, azioni che producono negli
altri conseguenze positive o negative diverse dal danno in gioco con le azioni
di rilevanza giuridica e dai benefici o danni provocati dalle azioni di
rilevanza politica. Proprio in quanto diverso è il raggio di influenza con cui
ha a che fare la morale strettamente intesa essa ha anche a che fare con una
sanzione del tutto particolare che va tenuta distinta da quella in gioco con la
legge giuridica e con quella politica: una sanzione semplicemente in termini di
disapprovazione pubblica piuttosto che di concrete pene 0 multe o di
allontanamento dalla cittadinanza politica. Questa caratterizzazione dei vari
campi dell’etica è largamente corrente tra gli utilitaristi ed è stata
delineata già in On Liberty di J. S. Mill (Saggio sulla libertà). La
caratterizzazione così avanzata della natura delle regole e dei principi
specificamente morali ovviamente nel senso meta-etico di cui qui ci occupiamo è
in realtà pur sempre carica di normatività in quanto si presenta come una
ridefinizione stipulativa. Alcuni avvertiranno in questa caratterizzazione un
limite dato dal fatto che essa esclude comunque una qualunque rilevanza etica
per quelle regole e principi che riguardano stati d'animo o azioni del tutto
privati, ovvero tali che non hanno nessun tipo di conseguenza né benefica, né negativa
sugli altri. Possiamo offrire un chiaro esempio di questo campo di azioni del
tutto private e che non sarebbero di pertinenza della morale così intesa
rinviando ad atti di auto-erotismo o al modo in cui impieghiamo il nostro tempo
libero. È così chiaro che stiamo proponendo una caratterizzazione della morale
più stretta rispetto a quella a cui giungono coloro che, muovendosi all’interno
di una tradizione spiritualistica e giusnaturalistica, trovano l'etica
complessivamente intesa come un insieme di doveri verso Dio, se stessi e gli
altri. Anche all'interno di questo approccio all’etica, comunque, il livello
della moralità per così dire del tutto privato si presenta come diverso
rispetto a quello della moralità che coinvolge altri; nel complesso poi
l’insieme della morale va tenuto distinto dalle azioni con cui hanno a che fare
il diritto e la politica. Il piano delle regole morali del tutto private e
personali può essere considerato come campo di applicazione di principi e
regole super-erogatorie che hanno a che fare con una vita santa, eroica o
perfetta (Urmson): una forma di vita che solo cedendo al fanatismo può essere
prescritta universalmente. La morale super-erogatoria va dunque tenuta distinta
dalla morale che ha a che fare con azioni di benevolenza o generosità che per
quanto considerate doverose e obbligatorie non lo sono certo nello stesso senso
delle azioni che evitano il danno fisico per gli altri. Vediamo così
ricomparire una distinzione tra diversi piani della vita etica, sia pure su basi
differenti. Muovendoci all’interno dell'approccio utilitaristico già delineato
suggeriamo però di collocare al di fuori dell'etica generalmente intesa non
solo le azioni strettamente interessate a obiettivi economici, ma anche molte
azioni del tutto indifferenti moralmente che ciascuno di noi può compiere nel
modo che preferisce laddove queste non coinvolgano in alcun modo gli altri. In
questo senso questa concezione dell'etica si presenta come fornita di limiti
anche per quanto riguarda l'ambito della moralità strettamente intesa
(Williams, 1987). i Possiamo dunque collocare l'ambito della morale nel campo
delle azioni benevole e generose che non siamo tenuti a compiere con la stessa
coercività dei nostri obblighi giuridici e politici. La morale cioè ha a che
fare con un universo di azioni che saranno poi distinte in buone e cattive a
seconda dei diversi valori sottoscritti che gli altri non si aspettano da noi
come soddisfacimento di loro diritti giuridicamente o politicamente
riconosciuti. Le nozioni di obbligo, dovere, diritto possono avere un uso nel
contesto della morale, ma con un significato che va tenuto nettamente distinto
da quello che tali nozioni hanno nel contesto giuridico e politico. Molte
confusioni e conflitti sociali nascono dall’incapacità di tenere distinti
questi diversi livelli dell'etica, In un campo della morale così inteso le
diverse concezioni dei valori potranno confrontarsi presentando appunto diversi
modelli e stili di vita virtuosa. La vita virtuosa si distinguerà poi, da una parte,
dalla vita santa o eroica e dall'altra da quel tipo di vita che è richiesto a
ciascuno di noi dalle leggi del suo paese e dalle regole politiche della sua
società. : In un approccio del genere diventerà decisivo riuscire ad
individuare, e tenere ben distinto, un ambito di danno o offesa che è coinvolto
dalle azioni di pertinenza della morale strettamente intesa. Si tratta di
sviluppare l’idea messa a punto dagli utilitaristi e più recentemente da Hart e
Feinberg che ci sono alcune aree delle nostre azioni interpersonali in cui non
sono in gioco danni di rilevanza giuridica, ma solo danni e offese morali. Gli
altri si aspettano da noi un certo comportamento anche se questo comportamento
non è sanzionabile mediante l’intervento della legge. Il piano di questi
obblighi morali coinvolge principalmente le relazioni più strettamente
personali ovvero quelle relazioni che riguardano i rapporti familiari, i
rapporti tra persone di sesso diverso, le relazioni tra persone di diversa età,
le relazioni collegate a diverse responsabilità professionali o di status
sociale ecc, Tutta un'area di relazioni personali coinvolgono per ciascuno di
noi obblighi relativi al suo status (figlio, padre, marito, amico, medico,
docente ecc.) che non fanno riferimento a danni giuridici, ma a danni morali.
Possiamo provare a suggerire l'estensione e l’importanza di un ambito della
morale così determinato pensando al rilievo che nelle relazioni umane hanno le
promesse che non siano state codificate in un contratto, o alle aspettative che
ci legano con gli altri esseri umani con cui abbiamo istituito più strette
relazioni personali. Proprio quest'ambito della moralità è quello che rende
possibile la convivenza civile. Infatti laddove cerchiamo di ancorare la
permanenza di una qualche forma di società civile o ordine sociale al
riconoscimento di obblighi e danni esclusivamente legali non riusciamo a
rendere conto di niente altro che di uno stato di polizia. Senza basi morali la
convivenza può essere garantita solo da uno Stato ossessivamente preoccupato
che nessuna azione dei suoi cittadini sfugga al controllo delle sue sanzioni. E
si tratterà comunque di uno stato di polizia la cui accettazione come legittimo
da parte di coloro che si riconoscono come suoi cittadini risulterà del tutto
incomprensibile a meno che con un ragionamento circolare e vizioso non si
voglia fare appello alla autorità derivata dalla sola forza. Il divitto e î
sistemzi codificati. Un ambito dell'etica completamente diverso da quello in
gioco nella morale è quello in gioco nel diritto e nell'insieme delle norme
giuridiche. Qui come peraltro con la politica ci muoviamo nel campo dell’etica
pubblica, laddove con la morale abbiamo a che fare con l’etica privata (Veca).
Largamente condivisa è la tesi di una marcata differenza tra piano delle regole
morali e piano del sistema giuridico, nel senso che quest’ultimo rinvia
necessariamente a un momento di codificazione. Anche i teorici del
giusnaturalismo, che pur vedono la sfera giuridica come strettamente correlata
con la legge morale naturale, accettano Ja distinzione sia pure cronologica 0
tecnica tra il piano naturale della morale € quello civile proprio delle
procedure che caratterizzano il diritto e la politica, Significativa in questa
luce la posizione espressa da Locke nei Due trattati sul governo. Locke vede
già presente nello stato di natura il diritto di punire come diritto di ognuno,
ma individua nel passaggio alla società civile la realizzazione di una completa
delega di questo diritto a un magistrato che potrà usare unico autorizzato la
forza e fare rispettare le sue decisioni, che non saranno più caratterizzate
dagli inconvenienti che accompagnano nello stato di natura l’uso del diritto di
punizione da parte di ciascuno.Uno dei grandi problemi al centro dell'etica è
proprio quello delle connessioni tra morale e diritto. La questione preliminare
è quella di spiegare in che senso le norme del sistema giuridico ovvero le
norme che si occupano della giustizia penale e pubblica e che sono sanzionate
con l’uso della forza sono collegate con le norme morali (ovvero pre-giuridiche
o non-giuridiche). La soluzione più semplice è quella del positivismo giuridico
che ritiene che di vero € proprio diritto non si possa parlare se non dopo il
costituirsi di un governo riconosciuto, legittimato e autorizzato a promulgare
norme giuridiche. Queste norme saranno poi valide giuridicamente laddove siano
state promulgate osservando le procedure previste nello Stato dalla
Costituzione o dalle sue leggi fondamentali per l’amministrazione della giustizia
(Scarpelli). La posizione del positivismo giuridico non è priva di difficoltà
in quanto confonde due nozioni etiche concettualmente diverse, ovvero la legge
promulgata correttamente, e cioè nei modi previsti dalla Costituzione, e la
legge giusta. Norme del tutto in regola dal punto di vista della validità
formale richiesta dal positivismo giuridico come quelle promulgate dal regime
nazista possono risultare del tutto ingiuste e tali da esigere un obbligo di
resistenza da parte dei cittadini (Dworkin). Alcune posizioni che si presentano
come alternative al giusnaturalismo si distinguono dal positivismo giuridico
proprio in quanto riconoscono un collegamento tra morale e diritto. Questo è ad
esempio vero per l'utilitarismo fin da Bentham. Infatti Bentham riconosceva
l’ineliminabilità di questa connessione rappresentando la morale e la legge
come due sfere concentriche, l'una più ristretta costituita dal diritto e
l’altra più ampia costituita dalla morale. Questa immagine permette di capire
sia in che senso la morale condiziona la sfera giuridica, sia in che senso
l'ambito del diritto debba essere considerato più ristretto di quello proprio
della morale. Questa stessa linea di analisi è stata elaborata in modo compiuto
da Mill, I collegamenti tra queste due dimensioni dell'etica la morale e la
legge giuridica sono complessi e ineliminabili, Non solo i limiti di
applicazione della legge giuridica ovvero la distinzione tra l'ambito di
pertinenza della sanzione giuridica e quello in cui c'è completa libertà dalle
sanzioni e in cui dunque vale la sola critica che si manifesta nella
discussione pubblica , ma le stesse procedure mediante le quali vanno accertate
le azioni che sono rilevanti dal punto di vista della responsabilità giuridica
e infine gli stessi modi in cui va articolata la sanzione e la pena giusta
esigono un rinvio continuo a considerazioni di ordine morale (Ferrajoli). Il
riconoscimento di un’effertiva responsabilità giuridica rientra anch'esso in un
discorso che esige il ricorso ad assunzioni di ordine morale. Non diversamente
assunzioni di ordine morale sono in gioco laddove si discute la questione della
pena adeguata o giusta o meritata pet un determinato reato. Tutta la
discussione sull’uso della tortura, della pena di morte e dell’ergastolo da
parte di sistemi penali sta lì a mostrare questo intreccio. La politica e i
fini del governo. L'ambito dell’etica che invece possiamo denominare «politica»
è quello che rinvia ai principi e alle norme che all’interno di una società
riguardano non tanto i rapporti giuridici, quanto l’azione del governo e il
riconoscimento della sua legittimità. Una parte della dottrina etica che
coinvolge la politica riguarda dunque l'individuazione dei principi che sono in
grado di dare ai governanti l'autorità per governare, e conseguentemente gli
obblighi di lealtà dei cittadini nei confronti dei loro governanti (e di
riflesso gli obblighi dei governanti nei confronti dei loro cittadini) e infine
l’esistenza o meno (e in quali limiti) di un diritto dei cittadini a resistere
alle leggi dello Stato. Basta volgersi alla riflessione di filosofia politica
per vedere quanto già in quell'epoca fosse centrale la ricerca di una base
morale che desse validità alla pretesa dei governanti di avere un'autorità sui
loro cittadini, Il primo dei Tivo Treatises di Locke rappresenta un chiaro
tentativo di contestare la pretesa avanzata da Filmer nel Patriarca che i
sovrani potessero ricavare il loro diritto ad un'autorità assoluta sui loro
sudditi da una investitura diretta da parte di Dio ad Adamo che era poi stata
trasmessa secondo una linea diretta, di successione ai suoi eredi. La cultura
filosofica presenta non solo l’attacco più radicale alla concezione
assolutistica del potere politico come di origine divina, ma anche i primi
decisi tentativi di ricavare da principi più mondani il potere dei governanti.
Così Hobbes e Locke percorrevano la strada del contratto come base del potere
politico, ma le due forme di contratto a cui si richiamavano erano tali da
condurre a due diversi tipi di potere politico, l’uno totalitario ed illimitato
e l'altro invece determinato e limitato dal rispetto di una serie di diritti
che comunque il cittadino deve salvaguardare. Perciò, mentre Hobbes non sembra
riconoscere un vero e proprio diritto di resistenza, Locke lo accetta, come del
resto dopo di lui faranno tutti i teorici dello stato liberale. Quasi tutta la
filosofia politica contemporanea, da J. Rawls a R. Dworkin, da A. Downs a R.
Dahl, si muove elaborando le basi etiche di una teoria liberal-democratica
(Brown). È oramai fuori discussione che solo l’investitura popolare mediante
votazioni democratiche può giustificare il potere politico. Così come è
largamente accettata la convinzione che il potere politico deve limitarsi nelle
sue leggi in modo tale da non toccare i cosiddetti diritti negativi dei suoi
cittadini. Non viene nemmeno posto in discussione specialmente dopo l’esperienza
dei regimi totalitari del XX secolo quali il nazismo e lo stalinismo il
riconoscimento del diritto dei cittadini di resistere ai comandi ingiusti dei
loro governanti, anzi addirittura viene riconosciuto il loro dovere di
boicottarli e di lottare contro di essi. Per quanto riguarda poi la riflessione
etica sugli scopi del governo essa ha subito una radicale trasformazione
laddove si è considerato come uno dei compiti primari dei governi garantire ai
cittadini non solo la pace sociale, la vita, la salvaguardia dei diritti di
proprietà, ma anche il benessere, la salute, la qualità della vita ecc. Quando
sono entrati in gioco quelli che si considerano più propriamente i diritti
positivi dei cittadini si è posto il problema di quanto si dovesse ritenere
autorizzato il potere di un governante che, ad esempio, ponesse dei limiti ai
diritti negativi dei suoi concittadini al fine di far progredire i diritti
positivi della maggioranza. Si tratta di questioni etiche che la riflessione
sul potere politico si è trovata davanti in particolare all’interno della
questione sociale e sulla base delle lotte sostenute dalle classi operaie e dal
movimento socialista (Bobbio). Molte delle questioni etiche in gioco nella
politica coinvolgono direttamente le relazioni internazionali tra Stati. È
oramai del tutto superata la posizione considerata ovvia nel XVII secolo per
esempio da Hobbes, ma anche da Locke, che riteneva i rapporti tra Stati come
costitutivamente collocabili nella sfera di uno «stato di natura». Nel corso dell'età
moderna e contemporanea non solo è cresciuta l’esigenza di una valutazione
etica delle motivazioni che ispirano le azioni internazionali dei governanti
(Bonanate), ma si è anche affermata sempre più la spinta a far valere anche tra
Stati una serie di principi consensualmente accettati che garantissero, nei
limiti del possibile, la pace. È stato Kant {Kant) che ha fatto valere con
decisione l'esigenza di estendere anche alle relazioni internazionali quel
requisito della pace che si riteneva necessario per i rapporti all'interno
della società civile. Le Filosofia_in_Ita3 riflessioni etiche sull'uso della
forza nelle relazioni internazionali tra Stati nel XX secolo hanno poi dovuto
affrontare le questioni nuove segnate dalla creazione di armi nucleari. Molto
insistita è stata la conclusione che l’uso di armi che, come quelle nucleari,
mettono a rischio l’esistenza della stessa umanità, non può essere
giustificabile al di lì della sola funzione deterrente (Kavka; Pantara). Anche
sul piano delle relazioni internazionali si è poi ripresentata in questo secolo
una riflessione etica che non investe solo quei fini dei governi esclusivamente
rivolti a salvaguardare o difendere i diritti negativi dei cittadini del mondo,
ma ancor più i cosiddetti diritti positivi. In particolare l'incremento della
popolazione mondiale, una differenza sempre più incolmabile tra qualità della
vita nei paesi ricchi e sviluppati dell'Occidente e povertà nei paesi
sottosviluppati dell’Africa, dell'Asia e dell'America del Sud hanno posto come
problema etico primario per la politica la questione di quanto si debba
ritenere obbligatoria una qualche forma di giustizia sociale internazionale
(Pontara; Singer; Sen), Da un punto di vista teorico generale, così come si è
assistito a un allargamento dello spazio per l’etica nel senso di una
progressiva democratizzazione delle responsabilità e decisioni che essa
richiede in modo paritario a tutti i cittadini del mondo, si assiste altresì a
un analogo allargamento di questo spazio nella direzione di un incremento delle
questioni che ad essa si demandano. L’ipotesi che avanziamo ovviamente carica
di un’opzione normativa è che ci si muova verso un allargamento delle aree
problematiche che vengono affidate alla discussione pubblica e dunque a una
regolamentazione pacificamente concordata, sottraendole al terreno in cui si fa
ricorso alla forza. Così sul piano internazionale vediamo sempre più
riconosciuta almeno al livello del dover essere l'esigenza di un governo
mondiale democraticamente costituito e rispettoso della libertà dei suoi membri
impegnato a garantire pace e giustizia sociale a livello planetario. Oggigiorno
sembrano quindi privilegiate quelle teorie etiche normative in grado di rendere
conto in modo adeguato delle nuove estensioni problematiche presenti nella
situazione storica degli esseri umani, Una competizione con le sole armi
dell’argomentazione razionale e della conoscenza tra concezioni normative può
favorire l’in- dividuazione di soluzioni giuste ed efficaci. In generale poi
una richiesta di maggiore riflessione sull’etica può trovare una sua
giustificazione in quanto questa riflessione sia pure in modi più o meno
indiretti contribuisce a rendere più realizzabili gli obiettivi della pace,
della libertà e della giustizia sociale per l'insieme dell'umanità senza dovere
ricorre alla forza delle armi 0 alla violenza. Filosofia_in_Ita3 Testi
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Filosofia_in_Ita3 INDICE DEI NOMI: Abbagnano Cooper A.A., v. Shaftesbury
Alchourron Crusius Almond Althusius Dahl Anscombe Darwin Apel Davidson LIZIO
Dawkins Arrow De Marco Austin Descartes Austin Desmond Axelrod Dewey Ayer
D'Holbach Downs Baier Dumont Bartolommei Dworkin Bentham Engelhardt Berlin
Epicuro L’ORTO Blackburn Ewing (CITED BY GRICE) Bobbio Bonanate Fagiani
Brentano Feinberg Brown Ferguson Buchanan Ferrajoli Buddha Ferrara Bulygin
Filmer Butler Finnis Foot Canziani Fox Carcarerra Frankena Cartesio, v.
Descartes R. Freud Cassese Clarke Gandhi Collins Gargeni Colman Gauthier
Condillac (Etienne Bonnot de), 92. Gibbard om/Filosofia_in_Ita3 Gilligan Glover
Gough Gracia Grice, H. P., Grice (Welsh) G. R. Grozio Habermas Hagerstròm Hare
Hart Hartley Hayek Helvétius Hennìs Herbert di Cherbury Hobbes Hudson Humboldt
Hume Hutcheson Irigaray Jonas Jonsen Jules Jung Juvalta Kant Kavka Kelsen Kuhse
Landucci Locke Lorenz Lyons Mackie Macpherson Magri Malthus Mandeville Manzoni
Marirain McDowell Melniyre Meek Mill Mill Montaigne Moore Moore Musacchio Nagel
Norton Nowell Smith Nozick Oppenheim Parfit Pontara Preti Prichard Pufendorf
Putnam Rawls Regan Resnik Rorty Rass Rossi Rousseau Ruse Sacconi Scarpelli
Scheler Filosofia_in_Ita3 Schlick Sen Shaftesbury Cooper Sidgwick Singer Singer
Smart Smart Smith Snare Spencer Spinoza Stevenson Strauss Sugden Thomasius
Aquino Toulmin Urmson Veca Viano Walzer Warrender Weber White Wiggins Williams
Wittgenstein Wolff C., Wiollaston Wright .Filosofia_in_Ita3 Introduzione La
natura dell'etica si ci. Fondazione, giustificazione e spiegazione:
l’epistemologia dell'etica CRA ERA Le etiche normative; concezioni in contrasto
Dall’etica teorica all’etica pratica Di Le dimensioni dell'etica Nota bibliografica
Indice dei nomi. Keywords: etica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lecaldano”. Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Lecaldano (Treviso). Filosofo italiano. Eugenio Lecaldano è un filosofo
italiano, attivo soprattutto nel campo della bioetica. Consegue la laurea in
Filosofia presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" e
nello stesso ateneo frequenta il corso di perfezionamento nella medesima
disciplina, conseguendo il diploma. Successivamente è ricercatore per il CNR
presso il "Lessico intellettuale europeo" a Roma. Dapprima docente di
Storia della filosofia moderna e contemporanea e poi di Filosofia morale a
Siena, prosegue la sua attività presso la Sapienza, ove insegna anche Bioetica
ed è Direttore del Master di II livello di Etica pratica e Bioetica -- è
professore emerito di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia
dell'Università Sapienza di Roma. -- è socio corrispondente della Classe di
Scienze Morali, Storiche e Filologiche - sezione I Filosofia - dell'Accademia
delle Scienze di Torino. È membro dei
comitati scientifici delle riviste Ethical Theory and Moral Practice. An
International Forum, Iride. Filosofia e discussione pubblica, Ragion Pratica e
dei comitati direttivi di Bioetica. Rivista interdisciplinare, Filosofia e
questioni pubbliche, Rivista di Filosofia, Hume Studies. È stato membro del
Comitato Nazionale di Bioetica. È stato fra i fondatori della Società Italiana
di Filosofia Analitica, che ha presieduto; e membro del direttivo della Società
Filosofica Italiana sezione di Roma. Ha diretto la collana Etica Pratica per
l'editore Laterza, e la collana Etica pratica e bioetica per l'editore Le
Lettere di Firenze. Per il volume Etica (UTET Libreria) è stato insignito
dall'Accademia delle Scienze di Torino del premio "Cesare Gautieri"
per la Filosofia del centenario.
Pensiero Le riflessioni di Lecaldano spaziano dalla storia della
filosofia morale sino alle discussioni contemporanee sulla bioetica.
Avvalendosi anche del rigore concettuale della filosofia analitica, indirizza
la sua ricerca alla ricostruzione storiografica della morale anglosassone dal
XVII al XIX secolo, con particolare riferimento ai filosofi scozzesi (David
Hume, Adam Smith). Ha inoltre indagato criticamente i problemi della metaetica.
In bioetica, Lecaldano si prefigge l'obiettivo di una chiarificazione delle
implicazioni morali legate alle biotecnologie, che sfocia in una prospettiva
laica per la pacifica gestione dei conflitti morali che le "tecnologie
della vita" hanno prodotto. Opere
Le analisi del linguaggio morale. "Buono" e "dovere" nella
filosofia inglese, Roma, Edizioni dell'Ateneo, Introduzione a Moore, Roma-Bari,
Laterza, L'Illuminismo inglese, Torino,
Loescher, Hume e la nascita dell'etica contemporanea, Roma-Bari, Laterza.
Etica, Torino, UTET Libreria, . Bioetica. Le scelte morali, Roma-Bari, Laterza,
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bioetica, Roma-Bari, Laterza, 2002. Un'etica senza Dio, Roma-Bari, Laterza,
Prima lezione di Filosofia Morale, Roma-Bari, Laterza. Simpatia, Milano,
Raffaello Cortina Editore, 2013. Senza Dio. Storie di atei e ateismo, Bologna,
Il Mulino, Sul senso della vita, Bologna, Il Mulino, . Identità personale.
Storia e critica di un’idea, Roma, Carocci editore, Bene, in Le parole della filosofia, a cura di
Corrado del Bo’, Simone Pollo, Paola Rumore, Corriere della sera, Traduzione e
curatela Hume, Opere filosofiche, insieme a Enrico Mistretta, Roma-Bari,
Laterza, curriculum vitae, su accademiadellescienze.it. Voci correlate Bioetica
Comitato Nazionale per la Bioetica Biotecnologie Collegamenti esterni Eugenio
Lecaldano, su accademiadellescienze.it, Accademia delle Scienze di Torino. Opere
di Eugenio Lecaldano, su MLOL, Horizons Unlimited. La bioetica. Il punto di
vista morale di E. Lecaldano sulla nascita, la cura e la morte di Luca Corchia.
Riflessioni di Eugenio Lecaldano sul Senso della Vita In Riflessioni.it.
Eugenio Lecaldano. Pagina docente Dipartimento di filosofia, Sapienza -
Università di Roma. Portale Biografie
Portale Filosofia Categorie: Filosofi italiani Nati a Treviso Bioetica Studenti
della Sapienza - Università di RomaProfessori dell'Università degli Studi di
SienaProfessori dell'Università degli Studi di Roma "La
Sapienza"Membri dell'Accademia delle Scienze di Torino [altre]. Nome
compiuto. Eugenio Lecaldano. Lecaldano. Keywords: simpatia, simpatico,
antipatico, compassione, compassivo, empatia, impassibile, transpatia, patia,
patico, il patico, diapatia. Psi-transmission. Grice: “Scheler uses
‘transpathy,’ but then he would use anything!” filosofi italiani della
simpatia, croce, l’intersoggetivo, simpatia ed amore, empatia, impassibile, im-
negative, im- enfatico – teorie della simpatia morale in Italia, illuminati e
illuministi --. Refs.: transpatia, dia-pathia, trans-passione – trans-passio. Luigi
Speranza, “Grice e Lecaldano” – The Swimming-Pool Library. Lecaldano.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Lelio: la ragione conversazionale al portico romano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Abstract. Grice: “It
must be remembered that when I started the serious study of philosophy at
Oxford, it was through the classics. Clifton, my alma mater, would certainly have
found it odd to offer a pupil a scholarship in philosophy – but ‘a classical
scholarship’ was ‘okay,’ as the Americans put it – in terms of societal norms.
Of course, I never met philosophy well into my fifth term in the classics! But
once I did, Lelio was second nature to me!” -- Filosofo italiano. Ha fama soprattutto per l’intima amicizia che lo lega
all’Africano Minore. Conosce i tre filosofi inviati a Roma, ma e attirato
principalmente da Diogene, del Portico. In seguito L. ha rapporto con Panezio e
ne diffuse la dottrina nell’aristocrazia romana.Come legato di Scipione, C. L. partecipa
alla guerra contro i punici e si distinge nell’assedio di Cartagine, ottenendo
in premio la pretura. Appartenne agl’auguri è diviene console. Nelle lotte
civili determinate dall'azione di Tiberio GRACCO (si veda), L. si schiera
contro questo e i suoi fautori. E ammirato, se non come oratore, come uomo
politico, e dove il soprannome di "sapiente" datogli
dall’aristocrazia, al suo atteggiamento politico più che ad altro. Console
della repubblica romana. Filosofo del portico, politico e militare
romano. E uno dei migliori amici e più stretti collaboratori di Publio
Cornelio SCIPIONE (si veda) Africano, che
segue durante la guerra punica come prefetto della flotta, legato e
questore. Si distingue particolarmente nella conquista di Cartagine e in
seguito, nella campagna contro Siface e nella decisiva battaglia di Zama. Dopo
un viaggio di XXXVII giorni, partito da Tarraco in Spagna, in seguito alla
presa di Carthago, raggiunse a Roma. Quando entra in città insieme ad una
grande schiera di prigionieri attira l'attenzione del popolo che si riversa
lungo le strade al suo passaggio. Il giorno seguente venne ricevuto in senato,
dove racconta che Cartagine e presa in una sol giorno. Oltre a questa notizia
rifere che sono state riprese alcune delle città che si sono ribellate ai romani,
mentre altre sono state accolte come nuove alleate. I prigionieri riferirono
cose analoghe a quelle comunicate in precedenza dalla lettera di Marco Valerio
Messalla, secondo il quale Asdrubale Barca si sta preparando per passare con un
grande esercito in Italia, tanto da destare preoccupazioni nei senatori, visto
che a stento si e riusciti a resistere ad Annibale ed al suo esercito. L. rifere
degli stessi argomenti anche all'assemblea del popolo. Alla fine il senato
decreta che venissero ordinate per un giorno pubbliche cerimonie di
ringraziamento a GIOVE CAPITOLINO per l'esito felice della guerra e ordina a
Lelio di far ritorno dal suo comandante SCIPIONE il prima possibile, con le
stesse navi con cui e venuto. Dopo la fine della guerra e edile plebeo, pretore
e console e fornisce importanti informazioni sulla vita dell'amico SCIPIONE Africano,
a Polibio. L. è il padre di L. SAPIENTE, console insieme a Quinto Servilio
Cepione. Smith, Dictionary
of greek and roman biography and mythology, The Ancient Library.Polibio, Livio.
Polibio. Appiano di Alessandria, Historia
Romana. Livio, Ab Urbe condita libri. Polibio, Storie, Strabone, Geografia.
Brizzi, Storia di Roma, dalle origini ad Azio, Bologna, Patron; Piganiol, Le
conquiste dei romani, Milano, Saggiatore; Scullard, Storia del mondo romano.
Dalla fondazione di Roma alla distruzione di Cartagine, Milano, BUR, L,, in
Who's Who in The Roman World, Londra, Routledge, Romanzi storici Posteguillo,
L'Africano, Casale Monferrato, Piemme; Posteguillo, Invicta Legio, Casale
Monferrato, Piemme, L., Enciclopedia Britannica. Predecessore Console romano Successore
Manio Acilio Glabrione e Publio Cornelio Scipione Nasica con Lucio Cornelio
Scipione Asiatico Gneo Manlio Vulsone e Marco Fulvio Nobiliore; guerra punica,
guerra romano-siriaca ("Guerra contro Antioco III") Antica
Roma Portale Biografie Categorie: Politici romani Militari romani Militari.
Consoli
repubblicani romani Laelii Persone della seconda guerra punica. A statesman and
orator who takes a keen interest in philosophy, becoming an acquaintance of
members of the Porch PORTICO like Diogene and Panazio. L. was given the
nickname ‘sapiens’ -- know it all. According to CICERONE (vedasi), this was not
because L. knew it all, but because of his self-control in matters of judicial
sentencing. CICERONE (vedasi) greatly admires L. and features him in a number
of his philosophical works. Gaio
Lelio. Lelio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lelio.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Leocide: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone. Roma – filosofia basilicatese – scuola di Metaponto -- filosofia italiana–
Luigi Speranza (Metaponto). Abstract. Grice: “Metaponto
was a powerful centre of philosophy in Magna Grecia – and my pupil, Strawson,
arged that meta-physics does not derive from the book by Aristotle, but from
META-ponto!” -- Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.
Luigi Speraza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Leofronte: la ragione cnversazionale e la setta di
Crotone – Roma – filosofia calabrese – scuola di Crotone -- filosofia italiana–
Luigi Seranza (Crotone). Abstract. Grice: “Before
Italians acquired proper surnames, they bore the strangest of names, such as
Leofronte!” -- Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to the Vita di Pitagora by Giamblico di Calcide.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Leone: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone – Roma – filosofia basilicatese – scuola di Metaponto -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Metaponto). Abstract. Grice: “I was never
interested in the history of ancient philosophy just because at Oxford, after
the German invasion, it became fashionable to spend most of your time with the
‘scholia’, rather than the philosophy itself! And therefore, in the London
Society pages, you would be described as a ‘historian of philosophy’ not a
‘philosopher’. Take the case of Leonzio. All we know about him is that Alcmeone
wrote an essay which he cares to dedicate to L.! Big deal!” -- Filosofo italiano. A Pythagorean,
according to the Vita di Pitagora by Giamblico di Calcide. Alcmeone di Crotone
dedicates a ‘saggio’ to him.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Leonzio: all’isola -- la setta di Leonzio -- Roma –
filosofia siciliana – filosofia leonzia – scuola di Leonzio -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Leonzio). Abstract. Grice:
“When in a PUBLIC lecture – as opposed to a SEMINAR – I felt like providing an
answer to what I called the ‘fundamental’ question of what the basis is for a
conversationalist to assume that the other one will follow the principle of
conversational helpfulness, I sketched a transcendental argumentation – or
metaphysical argumentation, as I later called it. It is a WEAK transcendental
argumentation, if I may follow Bird’s jargon --. A true transcendental
argumentation is one which JUSTIFIES the very EXISTENCE of an item x --. If the
item x is the ‘conversational move’ I cannot claim that the principle of
conversational helpfulness makes a conversational move POSSIBLE – but a WEAK
argumentation may claim that it makes a GOOD conversational move possible!
Oddly, this is precisely the sort of argumentation, way before Kant, and his
jargon of transcendentalism – that Leonzio uses against Socrates and vice
versa. “Hey, Soc – as Leonzio called the Athenian sophist – ‘if you are not
going to tell the truth, what is the POINT of conversing with you?’”. Filosofo italiano. Filosofo siciliano. Filosofo
leonzio. Leonzio, Sicilia. Pupil of Girgenti. He seems to have written one essay on philosophy. In
it, he argues that nothing exists, or that if anything did exist, there could
be no knowledge of it, or if there could be knowledge of it, that knowledge
could not have passed from one person to another. Poche e scarne le notizie relative a L. sotto il
dominio di Roma. Inquadrata in primo momento tra le città decumane, sottoposte
al pagamento della decima parte del raccolto, si trasforma a poco a poco in
città censoria, il cui territorio viene dato in affitto a cittadini di altre
città dietro pagamento di un canone prestabilito. Alla fine del I secolo a.C.
il territorio di Leontini viene usato per i donativi agli alleati dei triumvirato.
La città entra in un periodo di grande decadenza, scompare praticamente come
città, mentre la popolazione preferisce trasferirsi nelle campagne e nelle
fattorie sparse nel territorio. Quasi del tutto assenti le notizie relative
alla città in periodo imperiale. Le poche informazioni giunte fino a noi sono
inserite nel contesto delle vicende dei santi martiri Alfio, Filadelfo e
Cirino, chiaramente leggendarie e quindi di poca utilità. Secondo la
tradizione, la chiesa leontina è una delle prime ad affermare che Maria è madre
di Dio, prima che questa verità di fede venga ufficialmente proclamata dal
concilio di Efeso. La riscoperta tra studi e scavi Paolo Orsi, R
Carta, R Santapaola in una foto degli anni 30 Dopo un secolare abbandono del sito,
torna l'interesse per la storia del luogo grazie ai primi studi favoriti da
vari studiosi. Le prime indicazioni sull'antica L. provengono da C.M. Arezzo,
Fazello, Alberti, Maurolico e Cluverio. Nel XVIII secolo Vito Amico identificò
la valle S. Mauro come l'agorà e la Valle S. Eligio come sede dell'antico fiume
Lisso. Nel 1781 Ignazio Paternò Castello evidenzia lo stato di decadenza della
città. Schubring studiando il testo di Polibio sulla città ne identifica la
struttura assieme alla strada citata anche da Tito Livio per la morte di
Geronimo nel 215 a.C. La testa del kouros della collezione Biscari
Le prime segnalazioni in merito alle necropoli di Leontinoi risalgono al 1879
ad opera di Giuseppe Fiorelli, con tombe nella zona nord di Lentini. Nel 1884
Francesco Saverio Cavallari rinviene un ipogeo cristiano e nel 1887 una
necropoli sicula nella Valle Ruccia. Nel 1891 il Columba presenta uno studio
sulla topografia della città con un rilievo del Castellaccio. Le ricerche
effettuate misero in evidenza l'esigenza di mettere ordine al patrimonio per
bloccare i traffici illeciti di materiali verso collezioni private. Lo stesso
Paolo Orsi evidenzia questo problema suggerendo già nel 1884 la fondazione di
un museo archeologico. Sono proprio gli studi di Paolo Orsi a dare impulso alle
ricerche tramite gli scavi condotti in varie parti del sito. Nel 1902 viene
ritrovato il kouros di Lentini, oggi al Paolo Orsi cui viene associata la testa
della collezione Biscari. Nel 1925 lo Ziegler pubblica una sintesi sulle
conoscenze di Lentini. Gli scavi riprendono nel 1940 con Pietro Griffo
presso le fortificazioni del S. Mauro e ulteriori indagini relative alla
topografia. Dal 1950 al 1955 viene messa in luce la porta sud (la cosiddetta
porta siracusana) e viene esplorata la necropoli esterna. Ulteriori ricerche di
Adamesteanu e Rizza mettono in luce altre strutture. Mentre nel 1960 viene
rinvenuta casualmente una stipe votiva ad ovest del colle della Metapiccola.
Vengono scoperti dei blocchi in Piazza Vittorio Veneto, nel 1971 e nel 1974
vengono esplorate delle tombe presso la Valle di S. Eligio, e nel 1977-78 si
riprende l'esplorazione della necropoli di contrada Piscitello. In
contrada Crocifisso viene riportata alla luce un'abitazione che rispecchia le
descrizioni di Polibio. Tra il 1981-82 le ricerche vengono effettuale a sud
della porta meridionale in contrada Pozzanghera, mettendo i luce delle tombe di
età arcaica sino a quella ellenistica. Si prosegue con scavi nel 1986 sul colle
Metapiccola, nel 1987 sul Castellaccio da cui emergono anche le strutture
murarie della porta nord. Gli scavi sono proseguiti su varie aree sino al 1989,
poi nel 1993 in Piazza Umberto è stata rinvenuta una necropoli musulmana sopra
a quella greco-arcaica, sino ad arrivare agli ultimi anni con ulteriori
aggiornamenti. Il sito Mappa di Leontinoi «La città di Leontinoi è
interamente rivolta verso settentrione: vi è nel mezzo di essa una valle piana,
nella quale si trovano le sedi dei magistrati e dei giudici e tutta l'agorà. Da
un lato e dall'altro della valle vi sono alture scoscese: I ripiani di queste
alture sopra i colli sono pieni di case di templi. Due porte ha la città, di
cui una è al termine della valle anzidetta verso mezzogiorno e porta a
Siracusa, l'altra, al Nord, porta ai campi detti Leontini e alla regione
coltivabile. Sotto uno degli scoscendimenti, quello verso Occidente, scorre un
fiume che chiamano Lisso. Parallele a questo, E la maggior parte sotto lo
stesso pendio, giacciono delle case contigue, tra le quali e il fiume vi è la
strada anzidetta.» (Polibio, Historiae) Il sito di Leontinoi è
stretto tra Carlentini a sud e Lentini a nord. L'area dell'agorà si trova in
una vallata circondata a sud est dal colle della Metapiccola e a sud ovest dal
colle San Mauro. Mentre a nord vi è l'area del Castellaccio. Il parco
archeologico copre parzialmente l'intera estensione dell'antica città ed è
accessibile da sud, con ingresso dalla porta siracusana, una porta a tenaglia
di cui sono ben visibili i tratti murari. Sull'ingresso sono
rintracciabili anche dei monumenti funerari e delle vicine necropoli del IV e
III sec a.C. Le prime tombe di questa zona risalgono al VI sec a.C. L'agorà si
trova al centro della vallata. Le fortificazioni arcaiche sul monte S.
Mauro Sul colle della Metapiccola è presente un villaggio preistorico
identificato con l'antica Xouthia. Gli scavi hanno evidenziato la presenza di
capanne rettangolari col basamento infossato. Le capanne erano di legno,
difatti sono visibili anche i segni dei pali sul terreno. La cinta muraria
La cinta muraria ha un andamento complesso e mostra quattro interventi
costruttivi. La più antica risale al VII sec a.C. e circondava solo l'acropoli,
sono emersi dei tratti sul lato est del colle S. Mauro con incisioni che
distinguono la cava di estrazione. La seconda cinta è degli inizi del VI
sec a.C. e dal fondovalle risaliva sino al colle della Metapiccola. La
fortificazione ben visibile a piccoli blocchi presenta una torre circolare. Un
restauro delle mura avvenne nel III sec a.C. durante la guerra tra Roma e
Siracusa. Lentini nell'Enciclopedia Treccani, su Treccani. LENTINI
Enciclopedia dell' Arte Antica, Treccani. Bibliografia Massimo Frasca, M.
Congiu, C. Miccichè e S. Modeo, Tucidide e l’archaiologhìa di Leontinoi, in Dal
mito alla storia. La Sicilia nell'Archaiologhia di Tucidide (Atti del VIII
Convegno di Studi, Caltanissetta). Massimo Frasca, Leontinoi. Archeologia di
una colonia greca, Roma 2009 Massimo Frasca, Interazione tra Greci e Indigeni
nella Sicilia orientale Il caso Leontinoi. Maltese, I Tetradrammi di Leontinoi.
Dinamiche produttive e storico-artistiche, Trieste Sicilia, Touring Club
d'Italia, Voci correlate Monte San Basilio Storia di Lentini Museo archeologico
di Lentini Altri progetti Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di
o su Leontinoi Leontinoi, su sapere. Agostini. Leontini, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Leontinoi, su sicilia fotografica
Filmato audio Leontinoi. Memorie da una città dimenticata. Frasca, Leontinoi,
città dei Calcidesi in Sicilia. Città della Magna Grecia Siti archeologici
della Sicilia greca Portale Antica Grecia Portale
Sicilia Portale Storia Categorie: LeontinoiSiti archeologici del
libero consorzio comunale di SiracusaCittà della Sicilia grecaCittà romane
della SiciliaLentini [altre]. L. Se stai cercando altri significati, vedi L.
(disambigua). Busto di L. ad opera dello scultore lentinese Caracciolo. L.
(in greco antico: Γοργίαςs; Leontini – Larissa), retore e filosofo
siceliota. Discepolo di Empedocle di GIRGENTI (si veda), è considerato
uno dei maggiori sofisti, teorizzatore di un relativismo etico assoluto,
fondato sulla morale della situazione contingente, spinto fino al
nichilismo. Figlio di Carmantida, nasce a LEONZIO, Leontini (odierna
Lentini, nella provincia di Siracusa), città greca della Sicilia. Fu discepolo
del filosofo Empedocle di GIRGENTI (si veda) e dei retori siracusani Corace e
Tisia, inventori della retorica, ma subì anche l'influenza delle scuole
pitagorica ed eleatica. Prese parte ad un'ambasceria ad Atene per richiedere
aiuti militari nella guerra contro Siracusa e riscosse un grande successo per
la sua eloquenza (vedi Prima spedizione ateniese in Sicilia). Viaggiò anche in
Tessaglia, in Beozia, ad Argo (dove fu fatto divieto di frequentare le sue
lezioni), a Delfi e a Olimpia, dove gli furono erette statue. Vendendo i propri
insegnamenti di città in città, pare guadagnasse ingenti ricchezze facendosi
pagare fino a 100 mine ad allievo, anche se in realtà alla sua morte lasciò una
somma piuttosto modesta. Muore in Tessaglia, dove soggiornava presso il tiranno
Giasone di Fere, pare ultracentenario[8]; a chi gli chiedeva il motivo di tale
longevità, egli rispondeva: «il non aver mai compiuto nulla per far piacere ad
un altro. Di sicuro visse con sobrietà dominando le passioni, lontano da
simposi e incurante di tutto ciò che potesse turbarlo. Tra i suoi numerosi
discepoli si ricordano Polo di Agrigento, Crizia, Alcibiade, Tucidide,
Alcidamante, Isocrate e Antistene. Pare inoltre che intrattenesse ottimi
rapporti di amicizia con Pericle. Tipico dell'oratoria di L. era l'ampio uso di
complesse figure retoriche, desunte dal linguaggio poetico ed epico. Si
prendeva gioco, inoltre, di quanti sostenevano di poter insegnare la virtù, e
vantava di saper tenere un discorso su qualsiasi argomento, come testimoniato
anche da Platone. Insieme a Protagora, Prodico e Ippia di Elide, viene
tradizionalmente ricordato come uno dei grandi sofisti. Contenuto delle opere
principali Opere conservate sono l'Encomio di Elena e In difesa di Palamede.
Solo frammenti, invece, abbiamo del Sul non essere o sulla natura di un
Epitafio per i morti della guerra del Peloponneso, di un Encomio degli Elei, di
un Discorso Olimpico e Discorso Pitico. Encomio di Elena Lo stesso
argomento in dettaglio: Encomio di Elena. L'amore di Elena e Paride, olio
su tela di David, oggi esposto al Louvre (Parigi) Nell'Encomio L. difende Elena
dall'accusa di essere stata causa della guerra di Troia, con la sua decisione
di tradire il marito Menelao e seguire Paride. Elena è innocente, perché agì o
mossa da un principio a lei superiore (che si tratti degli dèi o dell'Ananke,
la Necessità), o rapita con la forza, o persuasa da discorsi (logoi), o vinta
dall'amore. In ogni caso il movente rimane esterno alla sua responsabilità.
Schematizzando, l'argomentazione L.na è ricondotta a quattro argomenti: Elena
si era innamorata di Paride; era stata rapita da Paride; fu persuasa da Paride;
fu rapita per volontà divina. Nel primo caso Elena è una vittima, poiché Afrodite
promise a Paride che in cambio della Mela d'Oro avrebbe fatto innamorare di lui
la donna più bella al mondo, appunto Elena. Nel secondo caso Elena viene
rapita, quindi è una vittima e la colpa è da assegnare a Paride. Nel terzo caso
se è stata la potenza della parola a convincerla anche in questo caso non è
colpa sua poiché la parola è una grande dominatrice. E se fu per l'ultimo caso
non fu per sua volontà ma per quella degli dei i cui progetti non possono
essere impediti con la nostra precauzione o provvidenza. Sul non essere o
sulla natura Nell'opera Sul non essere G. dimostra, tramite la reductio ad
absurdum, tre ipotesi, volutamente opposte alla scuola di Elea. Il suo
argomentare svolge il seguente percorso logico: Nulla è; Se anche
qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile; Se anche qualcosa fosse conoscibile,
non sarebbe comunicabile agli altri. Questi tre punti fondamentali della
filosofia di L., secondo la testimonianza di Sesto Empirico, vengono delucidati
attraverso una sequenza di ragionamenti che portano ad una conclusione
ultima. Che niente esista G. dimostra in questo modo: se qualcosa esiste,
esso sarà o l'essere o il non-essere o l'essere e il non-essere insieme. Ora il
non-essere non c'è, ma neppure l'essere c'è. Ché, se ci fosse, esso non
potrebbe essere che o eterno o generato o eterno e generato insieme. Ora, se è
eterno, non ha alcun principio e, non avendo alcun principio, è infinito e, se
è infinito, non è in alcun luogo e, se non è in nessun luogo, non esiste. Ma
neppure generato può essere l'essere: ché, se fosse nato, sarebbe nato o
dall'essere o dal non-essere. Ma non è nato dall'essere, ché, se è essere, non
è nato, ma è già; né dal non-essere, perché il non-essere non può
generare. Se le cose pensate non si può dire siano esistenti, sarà vero
anche l'inverso, che non si può dire che l'essere sia pensato. È giusta e
conseguente la deduzione che “se il pensato non esiste, l'essere non è
pensato”. E che le cose pensate non esistano è chiaro: infatti, se il pensato
esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si pensino; ciò è
contrario all'esperienza, perché non è vero che, se uno pensa un uomo che voli
o dei carri che corran sul mare, ecco che un uomo si mette a volare o dei carri
si mettono a correre sul mare. Sicché non è vero che il pensato esista. Di più,
se il pensato esiste, il non-esistente non potrà esser pensato, perché ai
contrari toccan contrari attributi. Ma ciò è assurdo, perché si pensa anche
Scilla e la Chimera e molte altre cose irreali. Dunque l'essere non è
pensato. Posto che le cose esistenti sono visibili e udibili e in genere
sensibili e di esse le visibili sono percepibili per mezzo della vista e le
udibili per l'udito, e non viceversa, come dunque si potranno esprimere ad un
altro? Poiché il mezzo con cui ci esprimiamo è la parola, e la parola non è
l'oggetto, la cosa, non è realtà esistente ciò che esprimiamo al nostro vicino,
ma solo parola, che è altro dall'oggetto. Al modo stesso dunque che il visibile
non può diventare audibile, e viceversa, così l'essere, in quanto è oggetto
esterno a noi, non può diventar parola, che è in noi. E non essendo parola non
potrà esser manifestato ad altri.» (Sesto Empirico, Contro i
matematici) Interpretazione dell'opera Lo stesso argomento in
dettaglio: Relativismo etico sofistico
Il nichilismo di G. E' decoro allo Stato una baldanzosa gioventù, al
corpo la bellezza, all'animo la sapienza, alla parola la verità. (G.
Encomio di Elena) Le interpretazioni di G. si possono dividere
fondamentalmente in due tipi, a seconda che si considerino le sue opere scritte
con intento serio o ironico. Nel secondo caso, il trattato Sul non essere
sarebbe unicamente una parodia delle dottrine e dello stile argomentativo
tipico di Parmenide e della sua scuola e non, piuttosto, una presa di posizione
convinta che invece farebbe di G., secondo alcuni, un precursore del
nichilismo. Nel Sul non essere G. giunge alla conclusione (secondo
l'interpretazione dello Pseudo-Aristotele) che solo il nulla è. Di conseguenza,
l'essere non esiste: poiché se è infinito nessun luogo potrebbe contenerlo, e
non può essere finito poiché gli stessi eleati lo negano come tale. Ancora, se
anche esistesse, non sarebbe conoscibile: chi è all'interno dell'Essere, dello
Sfero parmenideo, non può conoscerlo. Infine, se anche fosse conoscibile, non
sarebbe dicibile né comunicabile ad altri: mancherebbero le parole per
esprimerlo, e anche se fosse esprimibile non si potrebbe comunicare se non ciò
che è oggetto d'esperienza, sicché per L. appare una conoscenza espressa in
termini negativi: la verità non esiste, ogni sapere è impossibile, tutto è
falso perché tutto è illusorio. Se la verità non è raggiungibile né con i
sensi ingannatori né con la ragione, su quali princìpi certi si reggerà la
morale dell'uomo? L. risponde che non esistono valori, princìpi immutabili di
comportamento, ma che ognuno dovrà affrontare la situazione in cui si trova e
semplicemente reagire ad essa. È questa la «morale della situazione» per cui il
comportamento di ognuno varierà a seconda del soggetto, della sua età, della
sua cultura, delle circostanze. Significativo è il fatto che, quando G.
fu incaricato dal governo ateniese di celebrare i caduti della guerra del
Peloponneso, egli disse che questi non furono eroi, ma che erano da onorare
perché accettarono la situazione in cui si trovarono e seppero agire come le
circostanze richiedevano – seppero cioè rispondere all'occasione (kairós)
offerta dalla situazione. Di fronte al dramma della vita, l'unica consolazione
è la parola (logos), che acquista valore proprio perché non esprime la verità
ma l'apparenza (doxa). La parola, afferma nell'Encomio di Elena, è magica: essa
è «un potente signore, che col più piccolo e impercettibile dei corpi riesce a
compiere le imprese più divine. La parola esprime al meglio le passioni che
guidano la vita dell'uomo, è in grado di evocarle e modificarle, e così di
sottomettere chiunque. Essa è dunque onnipotente e addirittura in grado di
creare un mondo perfetto dove vivere. L'uomo è una pedina nelle mani del caso
(tyche), il quale domina ogni vicenda umana. Egli, però, sarà felice se sarà in
grado di sfruttare a proprio vantaggio le opportunità (kairoȋ) che la tyche gli
offre: è per questo, in ultima analisi, che Elena merita un elogio, in quanto
ha saputo sfruttare a proprio vantaggio ciò che le assegnava il destino.
In conclusione, un'interpretazione filosofica del pensiero di G. tenta di
tracciare un percorso che, partendo dal naturalismo proprio di Empedocle,
conduce alla cosiddetta crisi eristica, di stampo nichilista, sino a uno sbocco
in un più sereno scetticismo del linguaggio. Resta tuttavia dubbio se L. avesse
un'effettiva sfiducia nelle possibilità conoscitive dell'uomo o non, piuttosto,
un'enorme fiducia nelle possibilità del linguaggio, in grado di dimostrare
tutto e il contrario di tutto, svincolato da ogni criterio di verità. D'altra
parte, resta anche incerto quanto G. fosse cosciente dell'onnipotenza della
parola o se essa non fosse piuttosto un ovvio corollario della sua attività
retorica. Infine G., a differenza di alcuni filosofi di epoca successiva
come Platone, ha una buona opinione dell'arte: sostiene che se esistesse
l'essere, l'arte sarebbe solo una sua imitazione imperfetta, ma siccome
l'essere non esiste, l'artista è un creatore di mondi. Quindi il bravo artista
è colui che riesce ad ingannare gli spettatori facendoli partecipi delle
proprie opere, mentre lo spettatore più "saggio" è colui che sa farsi
ingannare. Note Fazello, Della Storia di Sicilia, Palermo, Assenzio,
Quintiliano DK Diodoro Siculo. ^ Olimpiodoro, commento a Platone, G., Pausania,
VI 17, 7 per Olimpia; X 18, 7 per Delfi. ^ Probabilmente il prezzo di 100 mine
d'oro, testimoniatoci da Isocrate nell'Antidosis, si riferiva non a singole
lezioni ma all'intero ciclo di insegnamento. A riprova di ciò vi è il fatto che
lo stesso Isocrate testimonia che alla morte del maestro non si trovarono le
ingenti ricchezze che tutti si aspettavano, ma solo 1000 stateri. Cfr.
Antidosis. Le fonti riportano un'età variabile tra i 107 e i 109 anni.
Apollodoro di Atene, FGrHist . DK 82 A11. Filostrato, Vite dei sofisti
Filostrato, Vite dei sofisti, I 1. Forse provenienti da manuali di retorica
(frr. D.-K.) contenenti numerose orazioni da memorizzare come esempi. ^ La
scuola eleatica, a differenza del suo fondatore Parmenide, concepisce l'essere
come infinito, soprattutto a seguito delle considerazioni di Melisso. ^ M.
Sacchetto, La morale della situazione, in L'esperienza del pensiero. Le polis e
l'età di Pericle, p. 72. ^ DK 82 B6. ^ DK 82B11 ^ J.C. Capriglione, Elena tra L.
e Isocrate ovvero se l'amore diventa politica, in L. Montoneri-F. Romano (a
cura di), L. e la sofistica, numero monografico di «Siculorum Gymnasium» Cfr.
DK82 B23. Bibliografia L., Testimonianze e frammenti, a cura di Roberta Ioli,
Roma, Carocci. L. di Leontini, L. "Su ciò che non è", edizione
critica, traduzione e commento a cura di Roberta Ioli, Hildesheim: Georg Olms. Cassin, Si Parménide. Le traité
anonyme De Melisso, Xenophane, L., Lille: Presse Universitaire de Lille. I presocratici. Prima traduzione integrale con testi
originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti di Hermann Diels e
Walther Kranz, a cura di Giovanni Reale, Milano, Bompiani ( = DK) Stefania
Giombini, L. epidittico. Commento filosofico all’Encomio di Elena, all’Apologia
di Palamede, all’Epitaffio, Presentazione di Livio Rossetti, Passignano,
Aguaplano, Mazzara, L.. La retorica del verosimile, Sankt Augustin, Academia
Verlag, 1999. Maurizio Migliori, La filosofia di L., Milano: CELUC, 1973. Mario
Untersteiner (a cura di), Sofisti: testimonianze e frammenti, Milano: Bompiani,
Voci correlate L. (dialogo), il dialogo platonico di cui è protagonista Ippia
di Elide Prodico Protagora Relativismo etico sofistico Sofistica Gòrgia di
Leontini, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Calogero, L. di Leontini, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, L. di Leontini, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Gòrgia (sofista e retore), su sapere.it,
De Agostini. L.s of Leontini, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. L., su Internet Encyclopedia of Philosophy. Modifica su
Wikidata (EN) Opere di L., su Open Library, Internet Archive. Modifica su
Wikidata (EN) Audiolibri di L., su LibriVox. L., su Goodreads. Modifica su
Wikidata Registrazioni audiovisive di L., su Rai Teche, Rai. Higgins, L.s su Internet
Encyclopedia of Philosophy. Taylor, Lee, The Sophists, in Zalta (a cura di),
Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and
Information (CSLI), Università di Stanford. V · D · M Presocratici V · D · M Sofisti Portale
Biografie Portale Filosofia Portale Letteratura
Portale Magna Grecia Categorie: Retori siceliotiFilosofi
siceliotiFilosofi del V secolo a.C.Sicelioti del V secolo a.C.Morti a Larissa Filosofi
antichi Sofisti Centenari greci antichiMagna Grecia [altre]L.. L. o Leonzio? Cf. Empedocle o
Girgentu. Cf. William or Occam? L.. Conversational reason as a PRESUPPOSITION
for conversation. Trascendental argumentation. L. as a character in Plato’s
dialogue where Socrates and L. argue that, unless understanding that the other
is abiding by a principle of conversational helpfulness, it is not worth
conversing! Or even POSSIBLE! L.. Grice e Leonzio.
Grice e Lionzio. Grice e Lionzo. Grice e Lionzi Grice e Leonzi: l’arte
dell’implicatura – filosofia siciliana – la scuola di Leonzio – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Leonzio). Filosofo siciliano. Filosofo italiano,
Leonzio, Sicilia. Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi L.
(disambigua). Busto di L. ad opera dello
scultore lentinese Salvatore Caracciolo. L. Γοργίας; Leontini – Larissa è stato
un retore e filosofo siceliota. Discepolo di GIRGENTI, è considerato uno dei
maggiori sofisti, teorizzatore di un relativismo etico assoluto, fondato sulla
morale della situazione contingente, spinto fino al nichilismo. Figlio di
Carmantida, nasce a Leontini, odierna Lentini, nella provincia di Siracusa,
città greca della Sicilia. Fu discepolo del filosofo Empedocle e dei retori
siracusani Corace e Tisia, inventori della retorica, ma subì anche l'influenza
delle scuole pitagorica ed eleatica. Prende parte ad un'ambasceria ad Atene per
richiedere aiuti militari nella guerra contro Siracusa e riscosse un grande
successo per la sua eloquenza (vedi Prima spedizione ateniese in Sicilia).
Viaggia anche in Tessaglia, in Beozia, ad Argo (dove fu fatto divieto di
frequentare le sue lezioni), a Delfi e a Olimpia, dove gli furono erette
statue. Vendendo i propri insegnamenti di città in città, pare guadagnasse
ingenti ricchezze facendosi pagare fino a 100 mine ad allievo, anche se in
realtà alla sua morte lascia una somma piuttosto modesta. Muore in Tessaglia,
dove soggiornava presso il tiranno Giasone di Fere, pare ultracentenario; a chi
gli chiedeva il motivo di tale longevità, egli rispondeva: «il non aver mai
compiuto nulla per far piacere ad un altro. Di sicuro visse con sobrietà
dominando le passioni, lontano da simposi e incurante di tutto ciò che potesse
turbarlo. Tra i suoi numerosi discepoli si ricordano Polo di Agrigento, Crizia,
Alcibiade, Tucidide, Alcidamante, Isocrate e Antistene. Pare inoltre che
intrattenesse ottimi rapporti di amicizia con Pericle. Tipico dell'oratoria di L. era l'ampio uso di
complesse figure retoriche, desunte dal linguaggio poetico ed epico. Si
prendeva gioco, inoltre, di quanti sostenevano di poter insegnare la virtù, e
vantava di saper tenere un discorso su qualsiasi argomento, come testimoniato
anche da Platone. Insieme a Protagora, Prodico e Ippia di Elide, viene
tradizionalmente ricordato come uno dei «grandi sofisti». Contenuto delle opere principali Opere
conservate sono l'Encomio di Elena e In difesa di Palamede. Solo frammenti,
invece, abbiamo del Sul non essere o sulla natura di un Epitafio per i morti
della guerra del Peloponneso, di un Encomio degli Elei, di un Discorso Olimpico
e Discorso Pitico. Encomio di Elena Lo stesso argomento in dettaglio: Encomio di
Elena. L'amore di Elena e Paride, olio
su tela di Jacques-Louis David, oggi esposto al Louvre (Parigi) Nell'Encomio L.
difende Elena dall'accusa di essere stata causa della guerra di Troia, con la
sua decisione di tradire il marito Menelao e seguire Paride. Elena è innocente,
perché agì o mossa da un principio a lei superiore (che si tratti degli dèi o
dell'Ananke, la Necessità), o rapita con la forza, o persuasa da discorsi
(logoi), o vinta dall'amore. In ogni caso il movente rimane esterno alla sua
responsabilità. Schematizzando, l'argomentazione L.na è ricondotta a quattro
argomenti: Elena si era innamorata di Paride; era stata rapita da Paride; fu
persuasa da Paride; fu rapita per volontà divina. Nel primo caso Elena è una vittima, poiché
Afrodite promise a Paride che in cambio della Mela d'Oro avrebbe fatto
innamorare di lui la donna più bella al mondo, appunto Elena. Nel secondo caso
Elena viene rapita, quindi è una vittima e la colpa è da assegnare a Paride.
Nel terzo caso se è stata la potenza della parola a convincerla anche in questo
caso non è colpa sua poiché la parola è una grande dominatrice. E se fu per
l'ultimo caso non fu per sua volontà ma per quella degli dei i cui progetti non
possono essere impediti con la nostra precauzione o provvidenza. Sul non essere o sulla natura Nell'opera Sul
non essere L. dimostra, tramite la reductio ad absurdum, tre ipotesi,
volutamente opposte alla scuola di Elea. Il suo argomentare svolge il seguente
percorso logico: Nulla è; Se anche
qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile; Se anche qualcosa fosse conoscibile,
non sarebbe comunicabile agli altri. Questi tre punti fondamentali della
filosofia di L., secondo la testimonianza di Sesto Empirico, vengono delucidati
attraverso una sequenza di ragionamenti che portano ad una conclusione
ultima. «Che niente esista L. dimostra
in questo modo: se qualcosa esiste, esso sarà o l'essere o il non-essere o
l'essere e il non-essere insieme. Ora il non-essere non c'è, ma neppure
l'essere c'è. Ché, se ci fosse, esso non potrebbe essere che o eterno o
generato o eterno e generato insieme. Ora, se è eterno, non ha alcun principio
e, non avendo alcun principio, è infinito e, se è infinito, non è in alcun
luogo e, se non è in nessun luogo, non esiste. Ma neppure generato può essere
l'essere: ché, se fosse nato, sarebbe nato o dall'essere o dal non-essere. Ma
non è nato dall'essere, ché, se è essere, non è nato, ma è già; né dal
non-essere, perché il non-essere non può generare. Se le cose pensate non si può dire siano
esistenti, sarà vero anche l'inverso, che non si può dire che l'essere sia
pensato. È giusta e conseguente la deduzione che “se il pensato non esiste,
l'essere non è pensato”. E che le cose pensate non esistano è chiaro: infatti,
se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si
pensino; ciò è contrario all'esperienza, perché non è vero che, se uno pensa un
uomo che voli o dei carri che corran sul mare, ecco che un uomo si mette a
volare o dei carri si mettono a correre sul mare. Sicché non è vero che il
pensato esista. Di più, se il pensato esiste, il non-esistente non potrà esser
pensato, perché ai contrari toccan contrari attributi. Ma ciò è assurdo, perché
si pensa anche Scilla e la Chimera e molte altre cose irreali. Dunque l'essere
non è pensato. Posto che le cose
esistenti sono visibili e udibili e in genere sensibili e di esse le visibili
sono percepibili per mezzo della vista e le udibili per l'udito, e non
viceversa, come dunque si potranno esprimere ad un altro? Poiché il mezzo con
cui ci esprimiamo è la parola, e la parola non è l'oggetto, la cosa, non è
realtà esistente ciò che esprimiamo al nostro vicino, ma solo parola, che è
altro dall'oggetto. Al modo stesso dunque che il visibile non può diventare
audibile, e viceversa, così l'essere, in quanto è oggetto esterno a noi, non
può diventar parola, che è in noi. E non essendo parola non potrà esser
manifestato ad altri. (Sesto Empirico, Contro i matematici) Interpretazione dell'opera Lo stesso argomento in dettaglio: Relativismo
etico sofistico Il nichilismo di L.. E' decoro allo Stato una baldanzosa
gioventù, al corpo la bellezza, all'animo la sapienza, alla parola la
verità.» (L., Encomio di Elena, 1) Le interpretazioni di L. si possono dividere
fondamentalmente in due tipi, a seconda che si considerino le sue opere scritte
con intento serio o ironico. Nel secondo caso, il trattato Sul non essere
sarebbe unicamente una parodia delle dottrine e dello stile argomentativo tipico
di Parmenide e della sua scuola e non, piuttosto, una presa di posizione
convinta che invece farebbe di L., secondo alcuni, un precursore del
nichilismo. Nel Sul non essere L. giunge
alla conclusione (secondo l'interpretazione dello Pseudo-Aristotele) che solo
il «nulla è». Di conseguenza, l'essere non esiste: poiché se è infinito nessun
luogo potrebbe contenerlo, e non può essere finito poiché gli stessi eleati lo
negano come tale.[13] Ancora, se anche esistesse, non sarebbe conoscibile: chi
è all'interno dell'Essere, dello Sfero parmenideo, non può conoscerlo. Infine,
se anche fosse conoscibile, non sarebbe dicibile né comunicabile ad altri:
mancherebbero le parole per esprimerlo, e anche se fosse esprimibile non si
potrebbe comunicare se non ciò che è oggetto d'esperienza, sicché per L. appare
una conoscenza espressa in termini negativi: la verità non esiste, ogni sapere
è impossibile, tutto è falso perché tutto è illusorio. Se la verità non è raggiungibile né con i
sensi ingannatori né con la ragione, su quali princìpi certi si reggerà la
morale dell'uomo? L. risponde che non esistono valori, princìpi immutabili di
comportamento, ma che ognuno dovrà affrontare la situazione in cui si trova e
semplicemente reagire ad essa. È questa la «morale della situazione» per cui il
comportamento di ognuno varierà a seconda del soggetto, della sua età, della
sua cultura, delle circostanze.
Significativo è il fatto che, quando L. fu incaricato dal governo
ateniese di celebrare i caduti della guerra del Peloponneso, egli disse che
questi non furono eroi, ma che erano da onorare perché accettarono la
situazione in cui si trovarono e seppero agire come le circostanze richiedevano
– seppero cioè rispondere all'occasione (kairós) offerta dalla situazione. Di
fronte al dramma della vita, l'unica consolazione è la parola (logos), che
acquista valore proprio perché non esprime la verità ma l'apparenza (doxa). La
parola, afferma nell'Encomio di Elena, è magica: essa è «un potente signore,
che col più piccolo e impercettibile dei corpi riesce a compiere le imprese più
divine. La parola esprime al meglio le passioni che guidano la vita dell'uomo,
è in grado di evocarle e modificarle, e così di sottomettere chiunque. Essa è
dunque onnipotente e addirittura in grado di creare un mondo perfetto dove
vivere. L'uomo è una pedina nelle mani del caso (tyche), il quale domina ogni
vicenda umana. Egli, però, sarà felice se sarà in grado di sfruttare a proprio
vantaggio le opportunità (kairoȋ) che la tyche gli offre: è per questo, in ultima
analisi, che Elena merita un elogio, in quanto ha saputo sfruttare a proprio
vantaggio ciò che le assegnava il destino. In conclusione, un'interpretazione
filosofica del pensiero di L. tenta di tracciare un percorso che, partendo dal
naturalismo proprio di Empedocle, conduce alla cosiddetta crisi eristica, di
stampo nichilista, sino a uno sbocco in un più sereno scetticismo del
linguaggio. Resta tuttavia dubbio se L. avesse un'effettiva sfiducia nelle
possibilità conoscitive dell'uomo o non, piuttosto, un'enorme fiducia nelle
possibilità del linguaggio, in grado di dimostrare tutto e il contrario di
tutto, svincolato da ogni criterio di verità. D'altra parte, resta anche
incerto quanto L. fosse cosciente dell'onnipotenza della parola o se essa non
fosse piuttosto un ovvio corollario della sua attività retorica. Infine L., a differenza di alcuni filosofi di
epoca successiva come Platone, ha una buona opinione dell'arte: sostiene che se
esistesse l'essere, l'arte sarebbe solo una sua imitazione imperfetta, ma
siccome l'essere non esiste, l'artista è un creatore di mondi. Quindi il bravo
artista è colui che riesce ad ingannare gli spettatori facendoli partecipi
delle proprie opere, mentre lo spettatore più "saggio" è colui che sa
farsi ingannare. Fazello, Della Storia di Sicilia, Palermo, Giuseppe Assenzio,
Quintiliano, DK Diodoro Siculo, Olimpiodoro, commento a Platone, L., .Pausania,
per Olimpia; per Delfi. Probabilmente il prezzo di 100 mine d'oro,
testimoniatoci da Isocrate nell'Antidosis, si riferiva non a singole lezioni ma
all'intero ciclo di insegnamento. A riprova di ciò vi è il fatto che lo stesso
Isocrate testimonia che alla morte del maestro non si trovarono le ingenti
ricchezze che tutti si aspettavano, ma solo 1000 stateri. Cfr. Antidosis. ^ Le
fonti riportano un'età variabile tra i 107 e i 109 anni. Cfr. Apollodoro di
Atene, FGrHist 244 F33. ^ DK 82 A11. Filostrato, Vite dei sofisti, Filostrato,
Vite dei sofisti,Forse provenienti da manuali di retorica (frr. D.-K.)
contenenti numerose orazioni da memorizzare come esempi. ^ La scuola eleatica,
a differenza del suo fondatore Parmenide, concepisce l'essere come infinito,
soprattutto a seguito delle considerazioni di Melisso. ^ M. Sacchetto, La
morale della situazione, in L'esperienza del pensiero. Le polis e l'età di
Pericle. ^ DK 82 B6. DK 82B11 ^ J.C. Capriglione, Elena tra L. e Isocrate
ovvero se l'amore diventa politica, in L. Montoneri-F. Romano (a cura di), L. e
la sofistica, numero monografico di «Siculorum Gymnasium. DK82 B23.
Bibliografia L., Encomio di Elena, testo greco a fronte, a cura di Giuseppe
Girgenti, Milano, Alboversorio, L.,
Testimonianze e frammenti, a cura di Roberta Ioli, Roma, Carocci, 2013. L. di
Leontini, L. "Su ciò che non è" , edizione critica, traduzione e
commento a cura di Roberta Ioli, Hildesheim: Georg Olms. Barbara Cassin, Si Parménide. Le
traité anonyme De Melisso, Xenophane, L., Lille: Presse Universitaire de Lille.
I presocratici. Prima traduzione
integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti di
Hermann Diels e Walther Kranz, a cura di Giovanni Reale, Milano, Bompiani (DK)
Stefania Giombini, L. epidittico. Commento filosofico all’Encomio di Elena,
all’Apologia di Palamede, all’Epitaffio, Presentazione di Livio Rossetti,
Passignano, Aguaplano, 2012. Giuseppe Mazzara, L.. La retorica del verosimile,
Sankt Augustin, Academia Verlag, Migliori, La filosofia di L., Milano: CELUC,
1973. Mario Untersteiner (a cura di), Sofisti: testimonianze e frammenti,
Milano: Bompiani. Voci correlate L. (dialogo), il dialogo platonico di cui è
protagonista Ippia di Elide Prodico Protagora Relativismo etico sofistico
Sofistica Gòrgia di Leontini, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Guido Calogero, L. di
Leontini, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, L. di
Leontini, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Gòrgia
(sofista e retore), su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata (EN) L.s of
Leontini, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su
Wikidata L., su Internet Encyclopedia of Philosophy. Opere di L., su Open
Library, Internet Archive. Audiolibri di L., su LibriVox. L., su Goodreads.
Registrazioni audiovisive di L., su Rai Teche, Rai. Higgins, L.s, su Internet
Encyclopedia of Philosophy. Taylor, Mi-Kyoung Lee, The Sophists, in Zalta (cur.),
Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and
Information, Università di Stanford. V
· D · M Presocratici V · D · M Sofisti Portale Biografie Portale Filosofia Portale Letteratura Portale Magna Grecia Categorie: Retori
sicelioti Filosofi sicelioti Filosofi del V secolo a.C.Sicelioti del V secolo
a.C.Morti a Larissa Filosofi greci antichi del V secolo a.C.Sofisti Centenari
greci antichi Magna Grecia [altre]. Gorgia di Leonzi. Keywords: transcendental
argumentation veracity and conversation. Socrate e Gorgia di Leonzio. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Leonzio”. Leonzio.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Leonzio: la ragione conversazionale la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Taranto). Abstract. Grice: Protagoras
of Leonzio should be carefully distinguish from Leonzio da Taranto! Oxonian
historians of philosophy start on the wrong foot by speaking the wrong language
anyway!” -- Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to The Vita di Pitagora di Giamblico di Calcide.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!: ossia, Grice e Lettine: all’isola – la diaspora di Crotona – Roma – filosofia
siciliana – scuola di Siracusa -- filosofia italiana – Luigi Spearnza (Siracusa). Abstract. Grice: “Cuoco called Pythagoras – a
non-Italian – the father of the philosophy in Italy (Magna Graecia) – he could
have added – ‘and the isola!” -- Filosofo italiano. Siracusa, Sicilia. A Pythagorean, according to “Vita
di Pitagora” by Giamblico di Calcide.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Leoni:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia marchese
– scuola di Ancona -- filosofia italiana – il vincolo mi fa libero -- Luigi
Speranza (Ancona). Abstract. Grice: “It’s funny that while one of my
pupils – A. G. N. Flew – and many members of Austin’s Play Group – Thomson,
Pears, and what have you – were interested in ‘if I can’ as a wedge to imply
the freedom of the will, I only realised how important ‘freiheit’ was when I
elaborated on the basis for such things as my principle of conversational
helpfulness. My idea of freedom developed not along the lines of Aristotle or
Epitteto – his idea of the semi-free will—but that of Kant, and Hegel. My
conversational imperative, or command, or commandment, is FREELY adopted by a
RATIONAL AGENT. Indeed, it wouldn’t be a matter of rationality if such a
principle were NOT adopted freely. “My lips are sealed” is the utterance I
utter to refute Kant on the decalogogical category, ‘Thou shalt not give false
testimony.” Of course such things are defeasbible. They ARE the things a decent
chap should do – but they are the things that a chap – see my ‘Ill-Will’ – may
decide NOT to do – he would still be a chap, if not a decent one! – On occasion
I refer to the ‘ordinary chap,’ not the ‘decent chap,’ until I gave a seminar
on ‘Decency’!” – In my linguistic botany on freedom I consider ‘liberal’ and
‘liberated’ – and Speranza has spoken of meaning liberalism to echo Bennett’s
meaning-nominalism – so there’s that! Leoni is interested in the libero- root
that we find in ‘liberal’ and ‘liberated,’ and I do use ‘liberated – from
nature’s constraints – in my pirotological progression of action, from the free-moving,
free-wheeling, phototropic, and animal freedom, and even the action where one more
or less freely sets a goal to pursue. But, like Leoni, I make a fine
distinction between ‘libero’ e ‘spontaneo’ or autonomo. A truly rational agent
is free in the sense that it’s a ‘strong’ conception of freedom that is needed.
One in which the END (or goal) is FREELY chosen by the agent – and EXPECTS that
his parner – in the conversational game – will have adopted HIS ENDS or goals just
as freely!” -- Filosofo italiano. Ancona, Marche. Grice: “I love Bruno Leoni;
my balance between the principle of conversational self-love and the principle
of conversational benevolence is what all his philosophy is about!” – Grice:
“Leoni has technical concepts here: his is an individualism, i. e. subjectivisim,
and he believes that the ‘scambio’ or ‘inter-subjective,’ inter-individual
exchange’ is ‘spontaneous – he calls it ‘ordine spontaneo.’ He doesn;’t see it
necessarily as ethical or meta-ethical – but descriptive; similarly I speak of
conversational maxims as different from ‘moral’ maxims!” “La situazione paradossale del nostro tempo è che
siamo governati da uomini non, come pretenderebbe la classica teoria
aristotelica, perché non siamo governati dal diritto, ma esattamente perché lo
siamo. Vive a Torino, Pavia, e la Sardegna. Per la sua filosofia, viene
associato ad un modello liberale e anti-statalista della società. All'interno
della filosofia, si inserisce nella
tradizione del liberalismo classico. Allievo di SOLARI, di cui e pure
assistente volontario, e collega di Firpo, insegna a Pavia. Nel corso del
conflitto, fa parte di A Force, un'organizzazione segreta alleata incaricata di
recuperare prigionieri e salvare soldati. Insegna filosofia e ricoprendo
l'incarico di preside della facoltà di Scienze Politiche. Muore in circostanze
tragiche, ucciso. Un collaboratore del suo studio legale, Quero, di professione
tipografo ma che svolge amministrazioni di condomini e palazzi, ha perpetrato
truffe e sottrazioni di denaro. Quando se ne accorse e minaccia di denunciarlo,
Quero lo assassina colpendolo ripetutamente alla testa e nascose poi il corpo
in un garage, inscenando un sequestro di persona, ma venne subito scoperto. Negli
anni della ricostruzione postbellica, mentre in tutti i paesi europei si
affermavano politiche economiche di stampo statalista, anda contro-corrente
sostenendo il liberalismo, che ormai quasi più nessuno e pronto a difendere. L.
critica la logica dell'intervento pubblico mentre esalta la superiore
razionalità e legittimità degli ordini che emergono dal basso, per effetto del
concorso delle volontà dei singoli individui. Fondatore di Il Politico, svolge
ugualmente un'intensa attività pubblicistica, soprattutto scrivendo corsivi per
Il Sole 24 ORE. Membro della Societa Mont Pelerin di cui fu segretario e poi
presidente, il filosofo torinese e pure molto impegnato nel Centro di Studi
Metodologici della città piemontese e, in seguito, nel Centro di Ricerca e
Documentazione Einaudi. Filosofo poliedrico (giurista e filosofo, ma anche
appassionato cultore della scienza politica e della teoria economica, oltre che
della storia delle dottrine politiche), L. Promuove le idee liberali
all'interno della filosofia italiana: proponendo temi ed autori del liberalismo
contemporaneo, ma soprattutto aprendo prospettive ad una concezione della
società centrata sulla proprietà privata e il libero mercato. Per comprendere
quanto sia stata importante la sua azione tesa a favorire una migliore
conoscenza delle tesi più innovative, è sufficiente scorrere l'indice della
rivista da lui diretta, Il Politico, in cui da spazio ad autori spesso a quel
tempo poco noti, ma desti segnare le scienze economiche. Con i suoi saggi,
inoltre, L. apre la strada a molti orientamenti: dalla Teoria della scelta
pubblica all'Analisi economica del diritto -- filoni di ricerca che esaminano
la politica ed il diritto con gli strumenti dell'economia -- fino all'indagine
interdisciplinare di quelle istituzionitra cui il diritto che si sviluppano non
già sulla base di decisioni imposte dall'alto, ma grazie ad un'intrinseca
capacità di auto-generarsi ed evolvere dal basso. E stato quasi
dimenticato: soprattutto in Italia. Il suo saggio più conosciuta (frutto di
lezioni ). L’ndividualismo integrale di L. risulta ben poco in sintonia con la
cultura del suo tempo. Il liberalismo dell'autore di Freedom and the Law è
pervaso da quella cultura che egli assimila in profondità grazie all'intensa
frequentazione di alcuni tra i maggiori filosofi di quell'universo
intellettuale. Inoltre, segue sempre con il massimo interesse i
protagonisti della scuola austriaca -- Mises e Hayek, soprattutto -- cheanche
se europei proprio in America hanno scritto alcuni dei loro maggiori contributi
e in quel contesto hanno trovato folte schiere di allievi. In questo senso,
bisogna rilevare che il percorso filosofico di L. e stato molto differente
senza la Societa Mont Pelerin, nei cui convegni egli ha l'opportunità di
entrare in contatto con filosofi e scuole di pensiero estranei al clima
dominante nell'Italia. In effetti, l'associazione fondata da Hayek ha
rappresentato un'occasione di scambi e approfondimenti per quanti cercano
interlocutori radicati nella cultura del liberalismo. Dimenticato o quasi
in Italia, la filosofia di L. continua a vivere fuori dei nostri confinigrazie
alle iniziative, ai saggi dei suoi amici e, oltre a loro, all'interesse che i
suoi saggi suscitano nelle nuove generazioni di studiosi liberali. La
situazione è cambiata sotto più punti di vista. Grazie soprattutto alla pubblicazione
de “La libertà e la legge,” filosofi di vario orientamento sono tor riflettere
sulle pagine del torinese, dando vita ad
una vera e propria riscoperta che sta producendo numerosi frutti e grazie alla
quale si va finalmente riconoscendo a L. la sua giusta posizione tra i maggiori
filosofi del liberalismo. Oggi. non è
più considerato semplicisticamente un epigono di Hayek o un semplice ripetitore
delle sue tesi. In questo senso, è interessante rilevare che perfino filosofi
lontani dalle posizioni liberali e libertarian di L. avvertano sempre più il
carattere innovativo della sua filosofia, che nell'ambito della filosofia del
diritto ha saputo offrire una prospettiva alternativa ai modelli kelseniani del
normativismo dominante e all'ispirazione social-democratica che ancora prevale
all'interno delle scienze sociali. In particolare, mentre il diritto è
stato ripetutamente identificato con la semplice volontà degli uomini al
potere, uno dei contributi maggiori di L. è quello di aver indicato un altro
modo di guardare alla norma giuridica, sforzandosi di cogliere ciò che vi è
oltre la volontà dei politici e ben oltre la stessa legislazione. Per questa
ragione, si guarda alla teoria di L. come ad una radicale alternativa rispetto al
normativismo formulato da Kelsen, più volte criticato da L.. Quella di L.,
per giunta, è ancora oggi una proposta teorica talmente liberale da indurre più
di uno studioso a parlare di “La liberta e la legge” come di un classico della
tradizione libertariana, al cui interno sono racchiuse idee e intuizioni che
restiamo ben lontani dall'aver compreso e sviluppato in tutte le loro
potenzialità. Al fine di tenere viva la lezione dell'autore è stato
fondato l'Istituto L., con sedi a Torino e a Milano, animato da Lottieri,
Mingardi e Stagnaro, che si propone di affermare, all'interno del dibattito filosofico,
i principii liberali difesi da L, stesso e di promuovere la conoscenza della
filosofia di L. e, in generale, delle teorie liberali e libertariana. Altri
saggi:“Lo stato” (Mannelli, Rubbettino); “Filosofia del diritto” (Mannelli,
Rubbettino); “La libertà e la legge, InMacerata, Liberilibri); “Scienza
politica e teoria del diritto” (Milano, Giuffrè); “Le pretese e i poteri: le
radici individuali del diritto e della politica” (Milano, Società Aperta); “La
sovranità del consumatore” (Roma, Ideazione);
“La libertà del lavoro” collana IBL “Diritto, Mercato, Libertà”,
Treviglio Mannelli, Facco Rubbettino, “Il
diritto come pretesa, A. Masala (Macerata, Liberi); Il pensiero politico
moderno e contemporaneo, Masala, Bassani, Macerata, Liberi libri, Istituto L.. L'idea di uno stato privo di co-ercizioni
nella filosofia del diritto; Un "austriaco" di adozione Articolo su l'Unità. Il Luogo dei Ricordi di
O. Quero, su in mia memoria. Tra i pochissimi, in Italia, che hanno continuato
a sviluppare le ricerche di L. è da ricordare Stoppino. Per merito di Cubeddu,
che ha anche dedicato molti saggi e articoli alla teoria leoniana. E necessario liberarelo dall'ombra di Hayek,
rendendo in tal modo possibile una più adeguata valutazione delle sue tesi e
del suo originalissimo contributo all'elaborazione di una filosofia coerente
con i principi del liberalismo e con i suoi stessi esiti libertari. Masala, Il
liberalismo (Mannelli, Rubbettino); saggio su L.. Masala La teoria politica (Mannelli, Rubbettino); Lottieri,
“Libertà e stato” in Masala, cur., La teoria politica; Mannelli, Rubbettino; Lottieri,
Le ragioni del diritto. Libertà e ordine giuridico”, Mannelli, Rubbettino; Approfondisce
il tema di un libertarismo non ancora compiutamente espresso in L., ma già
ampiamente riconoscibile nelle sue tesi fondamentali. Favaro, L..
Dell'irrazionalità della legge per la spontaneità dell'ordinamento, della
Collana “L'ircocervo. Saggi per una storia filosofica del pensiero giuridico e
politico italiano”, Napoli, ESI, Gulisano, Tra positivismo e gius-naturalismo.
Il diritto evolutivo, Foedrus. Gulisano, La teoria empirica di L. La centralità
dell'approccio metodologico, Biblioteca delle liberta. riscoprire.bruno.l. Nome
compiuto: Bruno Leoni. Leoni. Keywords: implicatura, freedom, il concetto di
‘freedom’ in Grice e il liberalism italiano – il concetto di Freiheit in Kant e
la tradizione liberale, Croce, Enaudi, il partito liberale italiano, partito
nazionale fascista, protezionismo, fascismo, storia d’italia, storia del
liberalismo italiano, libero e vincolato, libero e fozato, libero e spontaneo --
Refs: Luigi Speranza, “Grice e Leoni” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Leoni: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia umbra –
scuola di Spoleto – filosofia perugiana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Spoleto). Abstract. Grice: “In Italy, in those days, it was very
common for a philosopher to be called in the singular – Leone – or in the
plural – Leoni –. In England, and
specifically Oxford, we don’t have that problem with Occam!” -- Filosofo
italiano. Spoleto, Perugia, Umbria. Grice: “In Italy, they like ‘renaissance
men,’ but there’s a peril in that: Leoni was a philosopher and a physician (to
Medici) – when he died, Medici did, Leoni was accused of malpractice
(poisoning), strangled to death, and thrown into a ditch. Categorie: philosophers in ditch – Thales, Leoni.” Di
famiglia aristocratica, studia a Roma. Insegna a Padova e Pisa. E qui che ha modo di entrare in contatto con
la cerchia di filosofi che gravitano attorno a Lorenzo de’ Medici, a Firenze. Ha
contatti e una fitta corrispondenza con Ficino e Pico. Venne considerato uno
dei più valenti filosofi. I più illustri personaggi e sovrani dell'epoca, come
il duca di Calabria, il re di Napoli, Ludovico il Moro, forse anche IInnocenzo
VIII, richiedeno le sue cure, tanto che divenne il medico personale dello
stesso Lorenzo de Medici. All'indomani
della morte di Lorenzo de Medici venne ingiustamente sospettato di essere stato
il responsabile del suo avvelenamento, e venne quindi strangolato e gettato in
un pozzo il giorno seguente. Diverse fonti dell'epoca sostengono che il mandante dell'uccisione di
L. e il figlio di Lorenzo, Piero il Fatuo. F. Bacchelli, Dizionario Biografico
degl’Italiani, riferimenti in. Dagli
Annali di Mugnoni da Trevi, trascriz. Pirri (Estratto dall'Archivio per la
Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Era adpresso del dicto Lorenzo uno
excellentissimo et famosissimo medico de grandissima scientia in FILOSOFIA,
nominato magistro Pierleone de leonardo da Spolitj, reputato el più singulare
valente homo in dicte scientie che ogie dì viva. E questo uomo in tanto prezzo
adpresso del dicto Lorenzo che, senza quisto clarissimo doctore, non podiva
stare. E conducto ad Pisa ad legere, ha mille ducatj de provisione per anno:
poj e conducto ad Padova, ha mille et ducento ducatj per anno. Ad Pisa stecte annj
ad legere e similemente ad Padova. Dagli Annali di Mugnoni da Trevi, trascriz.
D.Pietro Pirri (Estratto dall'Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria.
Lorenzo se amala, mandò per luj, e anda a Firenze. E questo mastro L. de tanta
scientia, che predisse la morte sua essere infra IV misi. E anda mal voluntierj
ad Firenze. Tandem jonto ad Firenze trova Lorenzo stare male: sono lì
clarissimj medicj et valentj et excellentj: poj ce venne el medico del duca de
Milano: et predice mastro L. la morte de Lorenzo. Ipso non presta mai et non se
mestecù in alcuna medicina ne potione sue. Il cronista forse vuol dire che L,
non s'ingerì affatto in ciò che riguarda l'assistenza sanitaria dell'infermo,
limitando l'opera sua alla pura DIAGNOSI della malattia ed a consultazioni
astrologiche. E con ciò vuole, forse, velatamente intendere che niente ha a che
vedere L. con quelle strane pozioni a base di gemme e perle triturate
somministrate da un altro medico, il Piacentino, le quali, attese le lesioni
viscerali che tormentano il paziente, servirono forse ad accelerarne il
tracollo -- ma solo ipso in consulendo et predicendo. Tandem venendo alla morte
Lorenzo, Perino, figliolo del dicto Lorenzo, homo de poca prudentia, reputato
homo bestiale e senza prudentia, ordina che el dicto mastro L. fosse morto.
Lorenzo e in villa ad uno suo casale, e lì tucto dì sta mastro L. Essendo morto
Lorenzo, et lì insino alla sera stando mastro L., volendo tornare luj allu
solito loco, e menato per uno Carlo o vero Alberto martellj ad uno suo casale,
et lì e strangulato dicto mastro L., et buctato in uno pozo. Poj e retracto e
portato in Firenze, e retenuto il suo corpo con guardia et veneratione assai.
Et de tanto tradimento et iniusta morte se ne dolse tucta la città, perché la
bona memoria de Lorenzo ama questo uomo più che uomo vivesse, et tucti li
secretj soj sapiva, savio, sapientissimo e pieno de verità, bontà et
integrità." Nella sua "Storia
della Letteratura Italiana" Tiraboschi, Firenze, Landi, riporta fonti
dell'epoca, fra cui Ammirato. Cavossi voce che egli vi si fosse gittato da se
medesimo ma si rinvenne esservi gittato da altri, secondo dice Cambi, da due
famigliari di Lorenzo. Lo stesso testo riporta le affermazioni di Sanazzaro, il
quale non nomina l'autore di questo misfatto. Ma è chiaro abbastanza ch'ei
parla di Pietro de Medici, figliuol di Lorenzo, e di Allegretti, storico senese
contemporaneo di L., che riporta. L. da Spoleto, che lo medica (si riferisce a
Lorenzo) e gittato in un pozzo, perché e detto, che l'avvelena, nientedimeno si
conclude per molti non esser vero. Dizionario Biografico degl’Italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Corti: Sannazaro. Branca V: Dizionario critico
della letteratura italiana. POMBA, Torino, Cotta, Klien: I Medici in rete, Olschki,
Firenze, C. Dionisotti, “Appunti sulle rime del Sannazaro”, Giornale storico della
Letteratura italiana, Mauro, Opere volgari, Laterza, Bari; Montevecchi, Storie
fiorentine, Rizzoli, Milano; Nibby, Analisi storico-topografica-antiquaria
della carta de' dintorni di Roma, Belle Arti, Roma, Orio, Le iscrittioni poste
sotto le vere imagini de gli huomini famosi il lettere, Torrentino, Firenze, Pesenti,
Professori e promotori di medicina nello Studio di Padova, Repertorio bio-bibliografico, Radetti, Un'aggiunta
alla biblioteca di L. In.: Rinascimento: Rivista dell'Istituto Nazionale di
Studi sul Rinascimento, Firenze, Ranalli: Istorie Fiorentine con l'aggiunte di
Ammirato il giovane, Batelli, Firenze, Rotzoll M.: Pierleone da Spoleto: vita e
opere di un medico del Rinascimento. Olschki, Firenze. Sansi: Storia del comune
di Spoleto dal secolo XII al XVII: seguita da alcune memorie dei tempi posteriori.
Nome compiuto: Pierleone Leoni, Piero Leoni, Pierleone, Pier Leone. Leone.
Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Leoni” – The Swimming-Pool Library. Leoni.
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