GRICE ITALO A-Z M MA

 

Luigi Speranza -- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Marano: la ragione conversazionale (Napoli). Filosofo italiano. Napoli, Campania. Abstract: H. P. Grice: “I love Marano!” – Keywords: conversational rhetoric; pragmmatica come rettorica converazionale – G. N. Leech.  The Italian surname Marano has several etymological origins, primarily habitational or topographic in nature.  Primary Origins Habitational Name: The most common origin is from various locations in Italy named Marano. These places were often named using the Latin personal name Marius combined with the possessive suffix -anum (meaning "estate of Marius"). Notable examples include: Marano di Napoli (Campania) Marano Vicentino (Veneto) Marano Marchesato (Calabria) Marano Lagunare (Friuli-Venezia Giulia) Topographic Name: It may derive from the Italian word marano, meaning "marshy" or "swampy place," referring to someone who lived near such terrain. Maritime Connection: Some sources suggest a derivation from the Latin marinus, meaning "of the sea," which would associate the name with maritime occupations like fishing or sailing.  Alternative Meanings and Variants Personal Name: It can be a masculine form of the personal name Marana. Historical/Nickname: In some contexts, particularly in Southern Italy, it was a nickname for a "ruffian" or "villain". Historically, it also related to the term for a wild animal, such as a wild boar. Sephardic Context: While distinct from the common Italian surname, the term Marrano (often with two 'r's) was used in the Iberian Peninsula to refer to Jewish converts to Christianity.  Geographical Distribution In 2025, the surname remains most prevalent in Southern Italy, particularly in Campania, Sicily, and Calabria. Common Italian municipalities for the name include Agrigento, Avellino, and Foggia.  Geronimo M.  (also identified as the Reverend Abbot D. Geronimo M.) is an Italian philosopher. Biographical Information Place of Birth: Based on his publishing history and the titles associated with him, he is active in Naples, Italy. Title/Role: He is frequently cited as a Reverend Abbot (Reverendo Abate), indicating a clerical background.  Known Publications Delle regole dell'arte rettorica (also known as Regole della retorica): This is his most prominent work, often found in editions such as those published by the Tipografia Reale in Naples. Educational Use: His work on rhetoric was used as a standard pedagogical text in Italian schools. DELLE REGOLE DELL’ARTE RETTORICA E perché duntpu noi marioli V altre Arti tutte apprendiam con tanto stento, E (filanto fa mestier, le andiam cercando, E l'arte poi di persuader, che sola l'impero tiene su mortali, noi non istudiam perfettamente sopra ogni altra, <f imparar, dando mercede onde apprenderla, acciò che alcuna fiata possa a lor persuader quello desia, e insiem ottenerlo? EciU>a , fvrcBSO Earipide Au.  Se. Traduzione di Carmeli. DELLE REGOLE DELL’ARTE RETTORICA. M., socio ordinario della reale accademia ercolanoe d’archeologia, 0 Frofcitore di letteratura italiana nel I. reai collegio di marina AD VSO DALLA REALE ACCADEMIA DI MARINA Libro approvato dalla Commissione d’esame, e di perfezionamento dell’accademia suddetta, e pubblicato per ordine di S. E. il ministro di marina. NAPOLI Dalla Tipografia della Reale Accademia di Marina. I A’ NOBILI GIOVINETTI DEL REAL COLLEGIO DI MARINA – H. P. Grice: “I was Navy!” --. Elk è antichissima opinione, fìn da’ più rimoti secoli del mondo, tra le genti altamente stabilita, die l’eloquenza è talmente amica e compagna dell’arte della guerra, che non solo ne forma il più bell’ornamento, ma le porge ancora gran forza poderosa sostegno. La bella stagione degl’eroi, chiari e luminosi esempj ne presenta a noi, i quali appieno ci fan certi di questa verità. Fenice, educatore del grande Achille, siccome pone ogni suo studio, a fine di arricchire l’animo del giovane suo allievo d’una compiuta cognizione delle cose militari, cosi non poca cura adopera, perchè quello il vanto acquisti di saggio ed eloquente parlatore. A chi poi non è noto il nome immortale del vecchio, re di Pilo? e grandi, e nobili, ed oltre ogni credere gloriose sono le sue belliche imprese ma la lode, che gli viene da quella sua eloquenza, più dolce del mele, vinOe tP assai lo splendore de’bellici allori. Cosa mai bramate voi, che io ora vi rammenti di lui ? Agamennone , quel gran Re, e gran Guerriero , perchè possa a fortunato fine condurre quella lunga guer- . ra , fa voto al cielo , che gli conceda dieci ^Nestori , e non già dieci Ajaci , o Diomedi. Pare , che ciò basta a farvi pienamente comprendere , che non solo il lampo della spada , o il fragor del cannone quello è , che spiana la via alla vittoria dell’orgoglio- so nemico , ma l’ imperioso potere ancora della parola. Quante volte si son vedute di repente racchetate e messe in calma le lunghe gare, e le funeste contee nate tra potenti Re , e bellicose nazioni , solo che siasi levata in mezzo allo strepito delle arpii 3 tal eloquente voce 9 la quale ragionando abbia saputo a giusta misura ridurre i dub> biosi dritti e gl' incerti dettami della ^ustizia e della ragione ? Ma la guerra trovasi oggi- mai pel provido e saggio consiglio de’ Re entro ferrate porte rinchiusa, e la pace seii va libera e sicura vagando tra’ popoli amici. Che per questo ? a voi , a’ quali è commessa la custodia de’ mari, pur non mancano fre- quenti occasioni , in cui chi trovasi sfornito della facoltà e di scriver bene, e di ben favellare, non può sfuggir la disgrazia non Solo di far male il carico addossatogli , ma di lasciare ancora presso le genti straniere oscura fama e di se, e della nazione. Voi questa cosa ben la comprendete da per voi stessi j e r esperienza a suo tempo ve la farà molto m^lio vedere. Il genere di studio , che ora vi si pro- pone, oltre l’essere utile, è giocondo anco- ra , piacevole , ameno : cominciato con animo lieto e voglioso, proseguito poi con 4 costante ardore, siate par certi, che viap« porterà frutto copiosissimo. La magnanima providenza del Re , le sollecite cure d^ Ministro, la non mai stanca assiduità del Presidente della Commissione di Esame e de’ Membri che la compongono, la pereime vigilanza del Maresciallo Comandante, è di . tutti quei , che vegliano alla vostra educa- zione , non altro argomento di gratitudine da voi si aspettano , se non che mostriate loro certo ed assicurato il vostro profitto. hv CjOO^Ic s DELLE REGOLE , DELL’ ARTE RETTORIGA. CAPO UNICO. ” Della naitura della Rettorica. y?V T XI trattato di qualunque dottrina, se mai si vuole, che ordinatamente proceda non d’altro dee gliare il suo cominciamento , se non dalla defi- nizione della medesima ; e quindi volendo ora noi raccogliere e mettere insieme le molte regole , che alla Rettorica si appartengono, di quella non dob- biamo prendere a ragionare , se prima non s’ è da noi dichiarato , in che consista la natura ed essen- za di quest' arte ; eh' è quello appunto , che ne torma la definizione. Diciamo adunque , che la Rettorica è un' arte di ben parlare per fine di persuadere. Questa definizione , proposta già da tutti i maestri , è de- gna di ogni lode ; perchè ci fa primieramente ve- dere la dilTcrenza , che passa tra . la Rettorica, e le altre DUE arti, Grammatica, e Poetica, nato queste accora ad insegnare il modo di ben favellare; perciocché le regole della prima sono propriamente dirette a sfuggire il solecismo; la seconda poi tutta s'aggira d'intorno al verseggiare per fine di recar diletto e piacere. Ciò che poi fa tutta la comniendazione della proposta definizione, si è, che da quella si possono agevolmente derivare tutte le altre proprietà della rettorica. Di fatti se è vero, siccome è verissimo, che il fine delle rettorica è d’insegnare il modo di RAGIONARE acconcio a persuadere, chi à che non vede esser primario dovere di quest’arte, mostrare i luoghi, da cui facil cosa sia trarre quella copia di ragioni, tanto necessaria a conseguire il proposto fine della persuasione? ed ecco perchè i grandi maestri dell’arte, Aristotele, CICERONE (vedasi), Quintiliano hanno si largamente ne’loro libri trattato dell’invenzione: la qual sollecita e dotta cui ra degl’antichi è stata poi solennemente riprovata da’moderni filosofi, come quella, eh' è stata posta in cosa, eh’ è di lunga mano maggiore del potere dell' arte. Dicono questi sapienti, che la rettorica solo ci può mostrare le regole – H. P. Grice, “or precepts, or maxims, as I prefer – they are imperatives, actually!” --, come ordinare e ben disporre le ragioni, elio si son tratte fuora e messe in luce solo pell’efiicacia della propria diligenza e meditazione , e come ancora ornarle ed ab- bellirle con leggiadra torma di dire ; ma l’ inven- zione si può sperar solo dall’ingegno e studio del dicitore. « Or vediamo , che conto ci convenga tenere di questa opinione , e se debba valer tanto presso di noi, che ci levi dall' animo ogni pensiero di favel- lare, in questo trattato, delia Invenzione. Vogliono questi moderni filosoQ , che , lasciati e posti da par^ te i belli e sottili avvertimenti della Rettorica , a considerar e dimostrar bene una cosa , altro non bi- sogna fare , che volgerla e rivolgerla da tutte le parti , e mirarla in tutti gli aspetti , eh' ella mai può avere. Eppure pare che non sia cosa molto diffici- le a conoscersi , che noi per niente ci allontaniamo da questo loro saggio divisarne nto , alloraquando di- ciamo , che , a porre in chiaro una cosa , bisogna scorrere i luoghi della Rettorica. Perciocché vole^ dosi persuadere alcuna cosa per via di ragione e di argomento , perchè non possiamo trar quello da ciò che va innanzi alla cosa , che vuol provarsi , e da ciò che la segue , c da ciò ancora , che l'accom- pagna ? perchè non possiamo argomentare e dal ge- nere , che ha comune con altre cose , e daUa diffe- renza, che da quelle la distingue, e dalla specie, sotto di cui cade , e da ciò , che o di necessità , o per accidente le si aggiunge , e dalle cose contra- rie , e dalle maggiori, o minori , o simili , e da molti altri capi , che dalla Rettorica ci vengono, in- dicati ? A questo finalmente par che si debba ri- durre quel dover mirar la cosa che , si vuol di- mostrare , in tutti gli aspetti che mai. può avere.; ed i grandi maestri dell' arte a questo fine intendo- no , allorché tanto--distesaJnente ci parlano de’inp- \ Digitized by Google ; 8 Delle Regole gW topici ; e noi pure a questo stesso fine inten- dendo , ne diremo a suo luògo quello , che ci par- rà conveniente. Ma 'pure oppongono i filosofi , che tutti gli esposti capi di argomentazione possono da se veni- re in mente al dicitore , senza che i Rettorici si dlan la pena di rammentarceli ; e che poi e come, e quando , e in che luogo del discorso si debba- no adoperare , questa dee essere tutta opera del giudicio e prudenza , non essendovi regola o pre- cetto'atto a poter ciò determinare. Or noi voglia- mo pur concedere, che a chiunque nasce nell’ani- mo il desiderio di voler dimostrare e persuadere al- cuna cosa , possa costui con la sola forza del suo ingegno 'considerarla cosi da vicino , e vederne co- si bene tutti gli aspetti , che facile gli riesca tro- vare tutti gli argomenti opportuni alla dimostrazio- ne. Ci si può tuttavia negare , che questo valente dicitore , se mai prima di cominciare il suo Lavoro, avesse letto i trattati de’ luoghi , avrebbe fatto la stessa cosa con maggior ficilità c prestezza ? cioc- che certamente non è da riputar piccol guadagno. Ma chi mai può dire , che tutti coloro , che o dal- la * necessità , o dai proprio volere sono astretti a dover comporre bello ed ordinato ragionamento , so- no stati dalla natura di così felice e copioso inge- ■ gno dotati , che , senza l’ ajuto dell’arte , possono • di ogni cosa vedere le diverse forme , derivarne le ■oppOTtune ragioni, e felicemente fornire quella di-  laostràiioné , che si hanno proposto ? Gli avverti- menti Réttorici pos'sono supplire a questo non così Mfo difetto ; e vediamo ormai , come ciò facciano. Allorché si dice arte , si vuole intendere , sot- to questo nome , una dottrina , la quale o dia ro- sole e precetti da doversi precisamente osservare , ed osservando i quali riesca 1 opera perfetta ; o esponga almeno awertimenti, e porga mezzi utili a ben operare. L’ aritmetica per estmipio è una tU qoelle arti , la quale prescrive e mostra tutto quel- lo , che messo in opera, il lavoro ne viene ad es- sere contpitissirao ; nè più si ricerca alla sua som- ma perfezione. Di fatti volemlosi raccogliere pik numeri in.sierae in una somma , dall’ .irte ci vicn divisato tutto quello , eh’ c necessario a formar cjucl- la somma perfettissin»aracnte ; e lo stesso del sot- trarre e dividere , e moltiplicar muneri l)crt si può atFcrmarc. Ma de’ precetti c regole della Relforica si dee diversamente giudicare ; perciocché non re- gole e precetti si dcldiono quelli chiamare , ma av- vertenze piuttosto ed ammaestramenti , come quel- li , che prescrivono e mostrano in parte , ma non in tutto , quello , che far si dee , lasciando 1’ uomo incerto del come eseguir debba ciò , eh’ egli per al- ttxj intendo di dover fare. Ed in vero la Rcllnrica prescrive all’ oratore , che adoperi gi an copia di ar- gomenti , dove il soggetto dell’ orazione il ricliiegga; .anzi gli propone moltissimi luoghi , onde trarre li possa j tua jiojj gli dice però di quali luoghi si dcL-  jba precisamente valere , volendo « che usi della prò* denza a sceglier quelli , che più sono al proposito. Fa mestiere all' oratore rappresentare vivamente nel» la narrazione qualche costume , o movere degli af- f jttì nell’ ultima parte del discorso : molti mezzi a far ciò gli vengono somministrati dall’ arte : ma non potendosi servire di tutti , bisogna , che adoperi il giudicio suo per valersi de’ migliori , e di quelli che sono accomodati alla causa , che ha per le mani. L’ arte ci ragiona distesamente delle figure ; ne spie» ga la natura , e le proprietà , ne propone gli esem- pi ; ma non prescrive partitamente al dicitore , che egli debba inserire nel suo ragionamento un apo- strofe , una prosopopeja , una rcpetizione , o qualche altra determinata figura; solo gliene propone mol- te, acciocché volendo possa valersi, quando d’una, € quando d’ altra , ad arbitrio suo , e secondo che la materia , e l’ occasione il richiedono ; di che l’ ar- te non può , ne intende dare regola alcuna. Lo stesso finalmente è da dire della varietà degli stili : se ne mostrano le proprietà , e le bellezze di ciascuno, se n’espongono i modelli, c gli esempla- ri ; tocca alla prudenza assegnare nel discorso il luogo conveniente a ciascuno. Se dunque , dirà forse qui alcuno , le regole della Rcttorica sono cosi incerte ed indeterminate , che non si possono mettere bene in opera, se non vi si accoppia un certo naturai giudicio, che certa- mente non può insegnarsi , che giova leggerle , c Dell’Arte Rettoriea. ii studiarle ? tanto più , che pajono coà chiare e fa- cili , che non è chi non le sappia naturalmente. Clu e che non sappia , l’ oratore doversi conciliare la benevolenza de' giudici ? Chi è che^non sappia , che se gli dee rendere attenti ? che dee da principio esporre con brevità e chiarezza ciò che egli vuole provare ? À chi non viene subito all’ animo , solo che vi abbia posto mente , che le argomentazioni debbono essere sottili e acute, le narrazioni sem- plici c brevi , e che lo stile dee essere moltiplice e vario , secondo che varia , e moltiplice è la mar teria del discorso , e che finalmente or l’ interroga- zione , or r apostrofe , or una , or un' altra figura sono acconce a movere affetti e passioni : ciocché possiam vedere ancora ne’ discorsi famih'ari. Or se mai alcuno è , che cosi ragiona , gli si potrebbe rispondere in più maniere : gli si potrebbe dire , che a chi sa 1’ arte naturalmente , gli si aggiunge- rebbe molto di finezza nel giudicare, e di eccellen- za nel comporre , se al naturai giudicio di lui si accoppiasse anche lo studio de’ precetti dell’ arte ; perciocché in ogni genere di cose non si dà tanta naturai perfezione , che nulla le manchi. Poi è da considerare , che spesso si studiano alcune cose , non tanto per saperle , quanto per averle fitte nella me- moria , e sempre pronte all’ uopo. Di fatti non è alcun dubbio , , ebe le regole della Rettoriea , cre- dute tanto facili e chiare , con molto maggior prontezza vengono in mente , a chi le ha notate Delle Regole prima e messe in ordine , più e più volte lettfe e meditate , che a colui , a cui le stesse r^ole .sono passate appena per 1' animo alcuna volta , smiza esr sor punto considerate. II da questa negligenza si può credere , che sian nati i molti ecrora che pur da' critici si nolano nelle opere de' sommi oratori : peixsiocchè non è credibile, ohe costoro non hanno fatto ciò clte dovessi Fare , pcnchè nql sapeano , ma perchè non si è presentato loro all' aiùino ali bisogno. Ma via lasciamo slai«5 ciò che ci vien sugge- rito della ragione in difesa dell'arte Rettorica: per- chè loise sarà meglio dilcndcrla per via dell' acgor mento trailo dall’ esempio e dalla autorità- Certo • uiie ei> sentiamo nascei-e nell'animo non lieve spe- ranza , che ricordando noi i numi di Aristotele , di CICERONE (vedasi), e di Quintiliano , ognuno si rimerà di< CQiitmsUii'fi a quelle regole di Rettorica , cl)e cosii chiari ed illiislri autori lasciarono scritte e m^sse ini ordine ne' loro dotti volumi. E perchè i citati scrit- tori non solo non han creduto., che l' invenzione, degli argomenti eccedesse il |K>tere delU. Rettorica» ma ne han formato ancora belli ed. iugegn<>si trj^- tatli, noi ancora riitcprati da si nobile esentpip., ip quella miglior maniera cl»e per npi RM9 » ne rptr. giouereni.o., come. di cosa che anche dal fine del-, r arte, viene richiesta : e dò sarà il soggetto della priina.ipftrte del-qnviiseiite trattato. E siccoppx un'.Of- Qàata., . b^hà ftftto e npiperpsa . , ^ non , sia  PeZr Arte JRettéìriea. tS^ • disposta in bell’ ondine , cblUciL cQsa è , che. ri- porli il vanto della vittoria > così alle inventate ragioni se non si dia l' ordine e la disposizàone conveniente , poco polran giovare al proposto fi- ne dcUa persuasione ; ,e perciò di q,ucst' ordine e di questa disposizione ti;attc.rà la seconda parte Nella terza ed ultima parte si ragionerà della elo- cuzione , e di tutto ciò , che a quella si appar- tiene. Niuno si aspetti da noi neppure in menoma par- te quella erudizione , che vedesi sparsa a larga mano quasi in tutti i trattati di Rellorica , special- mente in quelli , che son venuti alla pubblica luce in quest' ultimi tempi. Noi abbiam creduto non do- verci fermare a dire alcuna cosa d’ intorno a questo particolare argomento *, e quindi niuno leggerà in questo trattato , per qual modo venisse al mon- do r eloquenza , e 1’ arte del dire , come quella fio- risse tanto tra’ Greci , e poi tra’ Latini , come dopo lunga età salisse in fama tra gl’ Italiani , e chi fos- sero quelli , che in mezzo a queste nazioni la pri- ma gloria di eloquenti si procacciarono. Sono bel- ^ le in vero, e piacevoli ed utili queste ricerche ;ma- al fine , che ci abbiamo proposto , poco o nulla op- portune. Perciocché nostra intenzione è di dire del- r arte quello soltanto , che pare necessario a ben comporre le proprie opere, e a rettamente giudica- re delle altrui : a fare la qual cosa siccome ad ogni modo si rifilùede U QOjQioA<ce.nzia d^Ue. regole e degli avvertimenti , così al medesimo fine poco o niente si appartiene il sapere 1' origine , e le varie vicen- de della eloquenza ; e tanto più ci è piaciuto se- guire questo consiglio , perchè in tal modo si è da- to luogo a quella brevità , che ne' trattati di simil materia tanto piace ad ognuno. » \ \  / iS . T . . I -i INVENZIONE altro non è , secondo Cicerone , che il ritrovamento di cose vere , o verisimili , le quali siano atte a provare 1' assunto. In questa definizio- ne , siccome ognun vede , si contengono solo quel- le cose , o sia quelli argomenti , che fan bisogno all’ oratore per dimostrare agli uditori la verità di ciò , che ha proposto di dire. All' incontro 1' orato- re non potrà mai conseguire il fine delia persuasio- ne , se egli , contento solo d’insegnare il vcro,noft si prenda ancora la cura di conciliarsi la benevolen- za , e di movere gli aflTetti degli uditori : perciocché ben può accadere , che alcuno comechè conosca e vegga il vero; pure perchè gli vien proposto da persona non avuta cara , nè tenuta in pregio da lui , ovvero perchè hoh se ne ^entc f ^Tmo di amore acceso , volentieri noi cura , e non cerca nell’ uso della vita segniiio. Ed ecco perchè i Ret- torici insegnano , che fa mestiere all' oratore non solo IroVafre gli argomenti dimbstroftivf , tna quelli ancora , con cui si renda gli uditori benevoli, ed aittenti , e mova ne' loro animi i convenienti af- fetti. Dell'invenzione adunque degli argomenti di questi tre generi noi partitamente ragioneremo , co- minciando da’ dimostrativi , i quali si son detti interni , siccome ancora quelli , che servono a con- ciliar benevolenza , e movere aff'etti , perchè tratti dalle viscere (hdle causa ; essendosi dato il nome di esterni a quei , che si presentano da se al di- citore , come sono le scritture , i tcstimonj , e d- xnili. De’ Luoghi ^ da ciù si traggono gli aT~- gOmenU dimostrativi. Questi luoghi o sono comuni , perchè da quelli, si possono cavare argomenti per ogni genere di causa , o sono proprj c particolari , come quelli , che porgono prove acconce a dimostrare le cause di al- cun genere determinato. Ora noi prendiamo a dire de’ pri.iii , i quali si possono distinguere in luoghi gramuiici , logici , e metafisici r  De’ lAioghi GramaUci. *7 L’ argomentazione tolta da' luoghi gramatia consiste o nella significazione di un nome, di una parola , oppure in più voci , le quali , derivandosi dalla stessa origine , poi^ono all' oratore piuttosto r occasione di formare un leggiadro concetto , che tm sottile argomento. Cosi dal significato della vo- ce divertimento si può dimostrare , che non v' ha nel mondo divertimento per gli oziosi : perciocchò con questo vocabolo non altro si vuol significare , se non che diversione dell' animo dalle serie occupa- sioni : ma in queste non han parte gli oziosi : co- storo adunque mai non possono del divertimento godere. Cosi ancora 1’ autore della difesa della di- scordia , volendo dimostrare , essd* vera la definizio- ne , eh' egli di quella ha proposto , si vale della origine , o sia etimologia , o naturai significato del- la parola. Cìie la discordia sia il desiderio di diverse cose , la stessa voce , che dalla diver- sità di cuori , e di voleri si deriva , ben lo di- mostra. Quel luogo poi , che somministra all’ ora- tore nn vago concetto piuttosto , che acuto argomen- to , chiamasi i Conjugati : di fatti Cicerone , volen- do dare nn nuovo lustro alla gloria da Cesare acqui- stata pel perdono concesso a Marcello , si serve de* Coniugati. Tu , o Cesare , avevi già vinto in eie- mensa e mansuetudine tutti i vincitori di guer- 3 «8 f . Delle Regole ra ; ma ora che hai perdonato .a Marcello , pare , che’ hai' vinto la vittoria stessa : tu solo adunque tra tutti i vincitori sei invitto. I LUOGHI LOGICI sono la Definizione, le Specie, e finalmente la Divisione, o sia l’Enumerazione delle parti. Vediamo , come da questi luoghi si traggono argomenti a dimostrare l’assunto. La definizione , siccome ognuno ben sa, è un breve discorso fatto per dicliiarare l’ essenza e la na- tura della cosa. Cicerone nel firuto, argomentando dalla definizione , fa vedere , dhi sia quell'uomo , che debba dirsi onorato. L’onore, die’ egli, altro non è , che il premio concesso alla virtù per giuria e volere de' ciUcMini. Colui adunque , che per mezzo de'voti , e suffraga del popolo , questo pre- mio si ha procacciato , costui vien meritamente locato tra gli onorati ; e quindi il titolo solo deU t onore ha , chi avesse ottenuto grado .di onore per fortuna piuttosto , che pel consentimento de'cit- tadini. La definizione è un parlar corto e breve ; e perciò più si alTà a’ filosofi , che agli oratori , i quali sogliono per vasto i campo spaziare ragionando ; e di qui è, che' troviamo adoperate da essi piu spesso le descrizioni , che le definizioni ; perchè quelle oltre l’ essenza e la natura , spiegano ancora le cause gli effetti , e le altre proprietà delle cose. Ecco un bell' esempio tolto dalla Miloniana di Ci- cerone. ' Vuole l’oratore dipingere al vivo la sagrì- lega sceleratezza di quei , che avean tentato di bru- ciare il’cada^e^e diClodio entro le sante mura del Senato. Di che qual caso vedemmo mai più mi- sero, nè pià acerbo, nè di lagrime più degno? essere arso , essere' rovinato , esser contaminato 8 palazzo , tempio di santità, e di onorcvolezza , di sapere,' di ogni pubblico consiglio', capo della' città , altare de' compagni nostri, póÀo di tutte le genti , sede concesSa solamente cC senatori da tutto' il popolo Romàno. - v- * H' genere è quello, che contiene' sótto 'di se pii parti , 0 specie , o forme che si \<^lian 'dire , sicconie le specie sono tutte quelle parti , in cui si divide il genere. Così flirta è genere, che contré- ne le specie Giustizia , prudetiza , temperanza , for- tezza. Da questi duè luoghi traggoho maH;rià di ar- gomentare gli oratori , allorquando tuttd ciò , ch^. •i pero' dire dèi 'genere, attribuiscono’ alla specie, siccome per Popposto,'quanto' à cìascùW Ipecie' sl conviene , dimostrano convenirsi anche ' al genere. •’ Or' acciocché ben s’intenda da' prinéipiànti , ia che modo ■■ torni *lor bene , valersi de’ dué proposti luoghi , è necessario , ricordare , che il punto , di cui trattasi dall’ oratore , può essere 0 generale e indeterminato, detto con voce greca ter/, come*' per esempio : se alcuno prendesse li dimcisthire', che in r- ao Delle Regole gran conto si deouo tenere i poeti , e la poesia , che le leggi permettono di uccidere impunemente r ingiusto aggressore ; oppure particolare e deter- minato dagli aggiunti di tempo , <li luogo , e di persona , chiamato anche con vocabolo greco ipote- si. Ecco due punti particolari : il poeta Archia si dee ritenere nella città : Milone giustamante ha uc- ciso Clodio , suo insidiatore. Ciò posto , T oratore argomenta dal genere alla specie , quando per aver piò largo campo di favellare dall ipotesi trascorre alla tesi. Cicerone nell’ orazione in ifesa di Archia dalla tesi cava argomento a prò della ipotesi ; fa egli vedere , che belle , e pregevoli sono le buone lettere , e che è cagione di onore e di gloria la poesia ; dal che poi deduce , esser giusto e convfr ncvole cosa , ritenere il poeta Archia ha’ cittadini. Milone giustamente ha ucciso Clodio , perchè si è dimostrato in generale , che la legge stessa ci por- ge la spada contro l’ingiusto aggressore. . . Si argomenta poi dalle specie, o forme, vo- lendosi provare il genere : nel che è da avvertire , che questo argomentazione allora conchiude, quan- do niuna delle forme vien trasandata. Berne presso il Metastasio di questa maniera di argomentare si serve a fine d' indurre Sammete ad abbandonarla. ]Sit. J. ii> S. 6. Samm. Chi dunque chiede Sì efudel sagrificio? '. a» Ber. Il del , la urrà , Tu stesso , se vorrai , Sammete , esaminarti , il chiederai. Sei fido alla tua patria ? / suoi passati i Rischi non rinnovar. Rispetti il trono? , Non avvilirlo. Al Geniior sei grato? Non ficemar si bei giorni. Ami te stesso? RyicUÀ al tuo dover. Beroe ti ò cara ? Non opporti al destin. Lasciala in quello Stato t incoi nacque y e non espor l'oggetto De'dolci affetti tui I Air odio , al rischio , ed agl’ insulti altrui. L’argomento tratto dalla Enumerazione delle parti pare , che in nulla si did'erisca dall' esposto poc’ anzi , siccome chiaro appare dall’ esempio che ne daremo. Segneri nella predica del Yeuerd'i do< po la Domenica di Passione , > con 1’ enumcrazionn delle parti , prova la seguente proposizione. Anzi quale scelleragine ( tra’ gentili ) si trovava , che Jton avesse ir% cielo il suo protettore ? Protegge^ va Giove gli adulteri, Slercurio i ladri, Marte i sanguinolenti , Bacco gli ubriachi, y onere i lussuriosi, Pluton gli avari. De’ Luoghi metajisici. " -j , Questi luoghi consistono in certe generali con- sitiorazionì , che riguardano c^i g«iere di Icose. Di fatti si possono considerar le cose- e <come cagioni , e come efiètd , e come aggiunti, e cornea simili, e come dissimili , e còme maggiori , o minori', e come «ntecedenti , - e come conseguenti ; in somma se- condo tutti quelli a^tti , da' quali cavano i Rettorici argomenti per ogni maniera di ciiieé. Sono pressoccbè infinite le sottilità adoperate da' filosofi , allorché vogliono spiegare la varietà delle cagioni. 1 Rettorici'le mirano sitAo' cxm» effuienUy finali , materiali , formalL Niso presso Virgilio , argomentando dalla cagione efiiciente , >si sforza di divertire dal sno amico Enriaioiil fiirore de* nemici^ e rivolgerlo contro di se. 'Lih. U 2 .<-  q . I 1 = ; . ì; i- Me , me gridò , -me Bufoli uccidete* >-■ ì >■ '. Jo son ch'M feci ; io soni che qtMsta\ftx>da Ho prima ordito •. in me PetmU iroigete’^ Che nulla ha- centra a voi quésto meschino Osato , nè potate.- Io Ip vi giuro^ ** -• ^ Per lo del , che n' è conscio , e per le stelle. Questo tanto di mal solo ha commesso , Che troppo amato ha I infelice amico. Il potere, la nobiltà, la sapienza della causa, sono la prova più certa dell'eccellenza-^ nobiltà, e Tagbecza dell’ effetto: Le azioni umane , perchè siano perfettamente buone e virtuose , debbono esser tali e nella sostan- za , e nel fine. Un atto di liberalità adoperato per fine di riportarne vanto e fama , benché in se stes- so sia da commendare molto ; pure vien giustamen- te notato, come vizioso, a cagion del fine non buono. Dalla causa finale adunque si possono de- durre delle gravi ragioni, onde lodare, o biasima- re le azioni , ed i latti degli uomini. Ma oltre a ciò la causa finale vale molto an- cora a porre in chiaro , chi sia stato f autore del fatto in questione. Di fatti Cicerone nell’orazione a favor diMilone ragiona c.oi\. Il assi dunque a con- siderare altro , salvo che da' quali di questi due siano state fatte le insidie? niente certamen- te. Se da costui a colui , eh' egli non ne va- da senza pena ; se da colui a costui , che siamo liberati e giudicati innocenti. In che mo- do adunque si può provare , che Clodio abbia posti gli agguati a Milone ? Basta dimostrare in così audace e così malvada bestia , che gran cagione , che grande speranza , grande utilità egli avesse della morte di Milone. E perciò quel detto di Cassio , a chi sia stato utile , vaglia in queste persone. Ma di ciò parlei emo più largamen- te in luogo più opportuno. Le opere delle arti sono più , o meno prege- - • a4 ‘ Delle Regole voli , a proponione della maggiore , o minore no» Lillà della materia , e della perìzia dell’ artista. Diconsi effetti tutto ciò che segue da una cau- sa. Metastasio dimostra , che non v'ha cosa piò pre- gevole della gloria , perchè da essa nascono tutt' i beni, che sono nel mondo. Reg. At. ii. S. 7. .Quanto ha di ben la terra , Alla gloria si dee. Vendica questa ' L' Umanità dal vergognoso stato Jn cui saria senza il desio donare. Toglie il senso al dolore , Lo spavento a' perigei , . . Alla morte il terror. Dilata i regni ^ Le città custodisce , allettiti aduna Seguaci alla virtù, cangia in soavi J feroci costumi, E rende r uomo inUtator de' Numi. Gli aggiunti sono certe circostanze , che si sogliono considerare si nelle cose , come nelle per- sone. Dalla considerazione di questi aggiunti nasce copiosa materia di ragionare ; e di quelli si valgo- no gli oratori e per lodare , e per biasimare , e per dimostrare ancora, chi debba esser tenuto qual vero autore di un fatto. Nestore presso Omero dal- la sovrana dignità di Re , eh' è in Agamennone , deduce , che si dee prestw fede al sogno da luì raccontato. I. aS .Miraòil sogno., Nosiore ' rispose ,  Questo è, compagni-, e d'uom volgar sul labbra, faccia aver di menzogna anco porrìa : • • ) Ma il Re ci parla ; ed al Re chi parla? G,iove. Non si mente da lot' : su ^dunque alF opra, t Jl Olinto presso il Tasso per mezzo dogli ag- giunti si studia di far vedere , di' egli , e non Sofro- nia , ha rapito la santa Immagine della Vergine dalla Moschea. Ger. C. xi. < jtl Re gridò. Non è non è già rea .• •'.% Costei del furto ; e per fotria sen vanta ; \ Non pensò, non ardì, nè far potea \ Donna sola , e inesperta opra cotanta. Come ingannò i custodi , e della Dea Con qual arte involò /’ immagin santa ? \Se'l fece, il narri-, io t ho , signor y furata. Ei tanto amò la non amante amata. Soggiunse poscia ^ io' là , donde riceve JS alta vostra Meschita e t aura e il die. Di notte ascesi, e trapassai per breve Foro , tentando inaccessibil vie : ' d me r onor , la morte a me si deve ; Non usurpi costei le pene mie : Mie son quelle catene , e per me questa Fiamma s" accende , e'I rogo a me s' appresta, f 4 DIgitìzed by Google a6 DeUe Regole ‘ Taluni hanno sbandito dalla classe de' luoghi comuni le cose simili , o dissimili , credendole non atte a formare argomento da poter persuadere. Ma quanto costoro si siano in ciò ingannati, gli esempj tolti da' sommi oratori ben lo faranno vedere. Di fktli Segncri , nella Predica. aduna più simili , a fine di dimostrare , che i peccatori più perfidi, e più perduti sono quelli appunto, dietro dei quali il clementissimo Iddio è vago di andare in traccia. Un Cacciatore assai bravo ivi ama di lasciarci suoi cani , dove la fiera è più risen- tita. Un medico assai perito ivi gode d impiegar la sua scienza , dove il caso è più deplorahile. Un nocchiero assai destro ivi gloriasi di esercita- re la sua arte , dove i venti sono più contharj. Un A evocato assai valoroso ivi si pregia di spen- dere il suo talento , dove la causa è più dispe- rata. Un agricoltore assai pratico ivi si com- piace di applicare la sua coltura , dove il terre- no è più infrrtttuoso. I simili poi , se tal volta non dimostrano , almeno apportano vaghezza c splendo- re al discorso. Achille, per via di un simile ram- menta a' Greci , e mette in chiara luce , quanto egli avesse fatto in lor difesa. II. IX. . . . Aquila amante Xfo con tal zelo i suoi spiumati figli Non riscalda, e non pasce, e di sue penne Lor non fa scudo da' rapaci artigli , Digilized by Deit Arie Rettorica. l'j, - Coni io vegliai , come protessi , e crebbi 1 miei diluii jichei. . . i dissimili presso il Segacri , nella Predica I. molto Taglione a dimostrare la stolta temerità di chi TÌve in peccato , benché non ritragga alcun vantag* . gio da questo stalo si perìcolo so. Se un agricolto- re , die' egli, arrischia molte moggia di grano nella semenza , e se un banchiere avventura qual i che numero di danaro ne' cambj , e se un liti- gante consuma buona parte di rendite nelle man- ce, ciascuno il fa, perchè molto più è quello ^ che spera , che non è quello , che arrischia ; nè per quanto si volgano antichi annali , si trove- rà mai piloto sì temerario , il quale sia scorso sino alt Indie rimote , a lottar con gli austri , a pugnare con gli aquiloni , per riportare di colà, sul suo legno • in vece di un vello di oro , sabh bione , o stabbio. Ma voi , Cristiani , che fate ? Per qual emolumento vivete in' così gran risico di perdervi eternamente? Per qual guadagno? Le cose contrarie sono quelle , che non posso^ no nel medesimo tempo stare insieme nel medesimo soggetto : ed acciocché si abbia di queste cose piti chiara idea , e si vegga più da vicino , come se ne ^ debba fare uso , i Rettorìe! distinguono quattro spe- cie (hi contrari , i (piali sono gli Avversi , i Privan- ti , i Relativi, i' Ripugnanti o Contradicenti. Di- ciamo in g(^oeralc , che l’ argomentare da queste Tale moltissimo a dimostrare qadlo che Tuóle prò* Tarsi. Ciascuna delle proposte specie contiene sem- pre due parti: messa clic se nh una in chiaro; resta subito l’ altra dimostrata , o almeno confutata : ciocché si vedrà dagli esempi che proporremo. /iuuersi diconsi quelle cose, che sebbene àp- partengono allo stesso genere; son però tra loro diversissirae. Per mezzo degli avversi Cicerone di- mostra , che Milonc non ha posto le insidie alla vita di Clodio, L' oratore con chiare prove ha £atto v^ dere , che se Milone avesisc avuto mai disegno di uccidere Clodio, egli avrebbe potuto ciò recare ad «Ofetto più volte i°. col gradimento di tutti, a**, a ragione, 3°. in luogo comodo, 4°- tempo op- portuno , 5°. senza sua pena. Ciò posto , conchiude poi egli COSI. Egli è adunque veiisùnile , che Milone non avendolo voluto uccidere^ in tempo die ognuno gliene avrebbe saputo grado ^ abbia voluto ucciderlo in tempo che alcuni dovevano dolersene ? E. non avendo avuto ardire di uccb- derlo , a rugane , in luogo comodo , a tempo opportuno , senza pena , è da credere che abbia ^ avuto ardù-e di ucciderlo a torto , in luogo con- trario , fuor di tempo , con periooh della vita ? ' Privapti sono quelle cose delle quali una parte k la mancanza dell’altra, Tali sodo vita e morie ^ tenebre^ e luce , libertà o schiavitù. Alberto LoHio netr orazione iu difesa di M. Orazio , prendendo «rfojaeelP . da' privanti , ragiona.- colò. Dunque 'fa*  T€te voi , bmignlssim cittadini , velar gli occhi a colui , U cui terribile sguardo , trafiggendo il cuore a' nimici , ha conservato la libertà , e man»- tenuto lo Scettro e dignità di questo regno ? Coti» sentirete voi-, che sieno legate quelle fortissimè mani , le quali armate hanno sciolto voi da' le- gami della servilà ? Comporterete voi , che col- le verste sia battuto colui , che col suo valor sovrano rintuzzando F orgoglio , ed atterrando la ferocità degli Albani , fece fi , che tutte le membra delF Imperio Romano rimasero intatte € senza offesa? Cicerone nella Miloniana. F~oi se- dete ora in questi seggi per vendicar la morte di colui, a cm se voi pensaste di poter rende- re la vita , non vorreste ; e della morie di colui è stata messa la legge , il quale se per la me- desima legge potesse risuscitare , la legge mai ' non si sarebbe messa. I Relativi sono quelli , i qn;rfi hanno tal lega- me tra loro , così die l’ idea dell’ imo ci fa ^ enire in mente l'idea dell' altro; tali sono per esempio Padre , e Figlio , Padrone e Servo. Per mezzo di questi relativi vien giustamente il sommo Iddio a querelarsi dell' ingratitudine degli nomini , come suoi figli , e della ingiustizia , come suoi serri. Ec- co il suo divino ragionamento. Se io sono vostro Padre , dov' è f amore che mi dovete ? Se io so- no vostro Signore, dov' è t ossequio el'omagg'a dovuto a' dritti di mia sovranità ?  I contrdicenti e ripugnanti sono qaelli che sebbene non sono tra loro direttamente opposti ; pure non si possono nello stesso tempo del medesimo sog- getto adermare , come amare , ed odiare , amare., e recar danno ; e di qui Cicerone dimostra , che Alilone non ha avuto mai scellerato disegno contro la vita di Pompeo , appunto perchè : se ia fortuna gli avesse dato occasione , certamente gli avreb- be fatto vedere , e conoscere , che non fu mai alcun uomo ad un uomo più caro, eli egli a lui; e che ovunque vedesse t interesse dell' onor di lui , nessun pericolo egli ha mai fuggito ; e che con quel malvaggio uomo , anzi con quella cru- dele ed odiosa peste , più e più volte per la sua gloria ha combattuto. , Finalmente si può argomentare dalle cose mag- giori alle minori , e dalle eguali , riserbandoci di trattare degli antecedenti , e de’ conseguenti nel ge- nere giudiziale. Come poi ciò si debba faie , gli esempi il dimnstrei’anno. Cicerone dimostra , di’ egli dando la morte a Catilina, non dovea in niun con- to temere , che non lasciasse il suo nome disono- rato ed infame presso la posterità , perchè nelle passate età uomini assai più illustri e valorosi, a- vendo levato la vita a' perturbatori creilo stato , non. solo non aveano la lor fama oscurato , ma 1’ avean resa piuttosto più chiara e più bella. , Alberto Lollio nella citata orazione -per M- Orazio ci propone un argomento cavato dalle cps«  minori. Perciocché se negli abbattimenti de' gla- diatori , negli uomini di bassa condizione , ed in- Jima fortuna abbiamo a schifo i timidi, e por- tiamo odio a' pusillanimi che pregano , che sia loro donata la vita , ma i forti e coraggiosi che allegramente si offeriscono alla morte , deside- riamo salvare , e naturalmente abbiamo maggior compassione a coloro, che la nostra misericor-' dia non ricercano che a quelli che con impor- tunità la dimandano', quanto maggiormente dob- biamo far questo ne' pericoli dé nobili e valorosi cittadini ? Questa stessa argomentazione troviam fat- ta da Cicerone in difesa di Milone. ii crederei, che questa sua fortezza di animo piuttosto do-, vesse giovargli ; imperocché , se quando vedia- mo a combattere i gladiatori, i quali sono uo- mini di bassa fortuna , ci nasce un certo odio vei'so di quelli , i quali mostrano timore , e sup- . plichevolmente pregano che sia loro donata la <vita ; ed all" incontro quei , che sotto forti ed animosi , e senza spavento si offeriscono alla morte , desideriamo di conservarli ; e maggior misericordia abbiamo verso di quelli , i quali' mercé non ci chieggono , che verso di quelli , i • quali con istanza la addimandano quanto più si conviene, che facciamo il medesimo ne' perù coli de' fortissimi cittadini ? Finuhneute il Casa dalle cose uguali fa vedere, che la RepuLLlica di Venezia deve, durar perpetuametile. Ed è senza alcun dubbio da credere , che siccome il cielo , perpetuo essendo , conserva quel medesimo modo sempre y e la natbsra simile mente perpetua ritiene una stessa legge , cosi la vostra nobile comunanza eterna Jia : percioc- ché ella un medesimo ordine, e uno stesso stda ha tenuto e conservalo sempre senza mutarlo , 1 o pur aiterarlo giammai , la quale più secoli vissuta essendo, che molte altre delle più illu^ stri non vissero anni , più fresca e più vhraeg ora attempata si dimostra , che quelle allora giovani non si dimostrarono. Abbiaui detto abbastanza de' luoghi topici : TO> ' gliamo solo aggiungere un savio avvertimento da- toci da Quintiliano , il quale è , che alloraquaBdo'~ r occasione ci obbliga di dover trattare qualche ma» teria , non dobbiamo andar picchiando uno per uno agli usci di tutti i luoghi che abbiamo impa- rato studiando t arte Rettorica , ma che cerchia- mo piuttosto sceglier quelli da' quali si possono trar- re argomenti al nostro proposito. Anzi di questi' luoghi comuni , che risguardano ogni genere di cau- se , è necessario , che il dicitore faccia uso assai moderato ; altrimenti cadrà senza meno nel vei^Or gnoso vizio di vnà stolta loquacità. Per la qual co- sa senza più indugiare velgiam la mente a spiegar quei luoghi , i quali ci diano argomenti acconci a. provare ciascuna causa in particolare , perchè è an- tichissima la dottrina , insegnata nelle Scuole da' B«t- la quale distingue in tre generi tutte le cau* ‘Se , noi non volendoci da quella allontanare., diciamo, che tutte le (jucstioui cadono sotto L tj-e genesi , Dimostrativo , Deliberativo , Giudiziale. Forse poti'cbhe alcuno contro la proposta divi^ mone opporre , che quella non è affatto conforme al- le buone regole della logica , perchè non coinprc»- de tutto le parti di quel tutto , che per mezzo di essa si vuol dividere. Perciocché chi è , che non sa , che 1’ Oratore ha si vasto campo da spaziare , che può prendere a trattare non solo di quelle que- stioni , che hanno per fine le azioni , ma di quelle ancora , che riguardano le semplici cognizioni , co- me per esempio può scegliere l’oratore per tema del suo ragionamento l' annuo giro che il sole fa d’ intorno la terra , parlandone oratoriamente. In tal caso un tale argomento e un tal discorso certo che non si può rapportare a niuno de' tre generi proposti ; da che segue , che la proposta divisione non è perfetta. Ora noi , volendo rispondere a questa difficoltà, diciamo , che i Rctlorici distinguono un doppio ge- nere di cause , mirandosi allo scopo , che quelle . hanno innanzi. Altre , dicono , .sono teoretiche, o sia speculative , che contengono la sola cognizione del- le cose , come si vede dall’ esempio poc’ anzi pro- posto , altre sono pratiche , che sono quelle che trattano delle azioni degli uomini. L’ Oratore , per- chè niuna legge dell’ arte ha prescritto termini alla h sua &coltè ed arbitrio , può liberamente d' interne e all' one c all' altre questioni ragionare : contutto- ciò essendo il fine dell' arte Rettorica il persuadere, e questo consistendo non tanto nel convincimento dello intelletto , quanto nel movere gli affetti , e per tal mezzo tirare l' animo ad operare , si conchiude da ciò , che i punti pratici piuttosto , che i teore- tici formano la materia dell' eloquenza dejl' Oratore : e quindi la proposta divisione de' tre generi di cau- se par che non sia da riprovarsi. Il GENERE DIMOSTRATIVO, o sia laudativo, è co^ detto, perchè dimostra e mette in luce lelaudevoli azioni degl’uomini. Contiene però dne parti, le lodi, e le vituperazioni. Le lodi sono i beni di natura, come r esser ben fatto della persona, avere acuto e sottile ingegno, possedere valida e vigoro-sa sanità di corpo; i beni di fortuna; tali sono le ricchezze, gli onori, la nobiltà dells lingua; finalmente i beni dell’animo; e questi sono la virtù, i piacevoli ed innocenti costumi. Le prime due specie di beni , considerate in se stesse , non possono nè debbono somministrar materia di verace lode al 'saggio oratore, salvo se ei trova , che il posseditore di quelli ne ha fatta queir uso , che la legge e la giustizia prescrive. Si può immaginare eroe più bravo e pjjj^prode di Achille ? Eppure Agamennone presso ^|^ero gli parla cosi. Fra tanti Re, fra tanti duci, il solò Sempre odioso a me , sempre molesto Fosti , e sarai : che i militari spirti Mai non deporti -, e al paro in tenda , o in campo Spiri insana Jei'ocia , e zuffe , e sangue. Vano guerriera non superbir cotanto^ Della tua gagliardìa ; dono di un nume , Di un nume è merto. In queste ultime parole il primo pittor dell* natura ci mostra la ragione , perchè i beni di na- tura e di fortuna non sono da se capaci di procacciar' vera laude agli uomini , salvo se di quelli si valsero a quel line , por cui furono donati loro dal ciclo. Resta dunque , che 1' oratore solo dalla vii-tù , e dalle oneste azioni può trarre argomenti di vera lode. Or la prima cosa da osservare si è quella di non prendere mai a lodare azioni e virtù volgari éd ordinarie , ma quelle bensì , che sono grandi , e nobili , e oltre 1' usato belle e luminose. Pmeioc- chè se è vero , siccome è verissimo , che in ogni ben formato ragionamento ,dee adattarsi lo stile alla materia , e farsele per dir così simile , ne segue da ciò , che se le cose da commendare sono bassu ed ordina^, molto si disdice trattarle con quel no- bile ^ ii^Hl^co e splendido stile proprio degli ora- tori. La mancanza' di un merito illustre o costringe il dicitore ad usar la vile adulazione , volendo , co- me meglio si può , sostenere la gravità dello stile , o pure gli è necessario , spogliare il suo discorso d' ogni bello o:'namento , die nasce dalla nobiltà e grandezza de' sei.'timenti , e dalle forme di dire a quelli convenienti. Le virtù sono qualità interne dell’ animo urna* tio *, e quindi può ìtarc , che ' siano grandi c subli- mi , e perfette ; c pur tuttavia non si mostrano y come tali , alla cognizione del mondo. I fatti solo, 0 sia le azioni sono quelle , che le possono trarre alla pubblica luce degli uomini; e i fatti son quel- li , da' quali 1’ oratore può cavare matevia a formare il suo ragionamento. Or questi fatti prendono il no- me dalla virtù , a cui s’ appartengono. Non è cer- tamente fuor di proposito , ricordare qui un saggio avvertimento di Cicerone, col quale egli- c’ insegna, che non tutti i fatti sono del pari opportuni alla lo- de. Perciocché non è alcun dubbio, che con assai maggior diletto , e con più diligente attenzione si sentono lodare quelle virtù , e quei fatti , che sono al comun bene diretti , che non quelle , le quali sembrano , essere quasi di uso privato d* coloro , che le posseggono. Di fatti gli atti di clemenza , di giustizia, di fede, di cortesia, di liberalità, c di altre somiglianti virtù , se mai sono grandi e nobili , e per tali ci vengono da eloquente dicitore rappresentati , non solo di stupore e di maraviglia, ma r animo ci riempiono ancora di una soave gio- condità , e dolce diletto , laddove della sapienza , prudenza , accorgimento , e sottigliezza d’ ingegno siamo solo tranquilli ammiratori. Pur queste priva- te virtù convien lodare , perchè anche del maravi- glioso della virtù piace sentir le lodi. Ciascuna virtù ha le sue parti , o sia i suoi  • ufuj; ond’^è, che bisogna sapere questi uflaj j per- chè si possa dare a Ciascuna virtù quella lode , che le 'conviene : ma insegnare questa ' dottrina non è della Kettorica , ma della filosofia , e di quelle car- te Socratiche , le quali sole possono somministrare al dicitore la materia per ogni suo ragionamento. Solo ci piace notare alcune circostanze , le quali trovandosi unite a' fatti virtuosi , ne accresemm di molto il merito e lo splendore. Cosi se l' oratore osserva , che il fatto , che dee commendare , ù nuo- vo , cd è il primo nei mondo , da questo può pren- dere argomento di dimostrarlo più glorioso. A ragione si ammira singolarmente la fermezza d’ animo di S. Stefano, come di colui , che il primo, non es- sendo stimolato da precedente esempio , pur sosten- ne animosamente il martirio , e segnò col sangue la fede di Gesù Cristo. Si veggono tal volta uniti al fatto certi aggiunti , per cui poi avviene , che assai di rado ne comparisce tra gli uomini un si- mile esempio. I Coditi, i Gedeoni , i Leonidi, si fan vedere assai poche volte nel mondo. Costoro o soli , o con pochi fecero ardita resistenza , e scon- fissero numerosa oste nemica. Un fatto finalmente può considerarsi come singolarmente grande , perchè fu recato ad effetto in tempo , che gli si opponevra- iio molte e grandi difficoltà , perchè di quello , ben- ché arduo e pericoloso , il fine ne fu la salvezza al- trui , perchè la felicità e la prestezza ne furono l’e- sccutrici. X tìelV Arte Rettorica. 3g I Rettorici distiugono un doppio ordine , che ti può seguire dall'oratore , allorché compone le sue orazioni paregiriche , 1’ uno detto analitico , Taltro sintetico. Il primo segue l’ ordine della natura , siccome sogliono fare gli scrittori di storia. Comin- cia adunque dal nascimento di colui , che si è pre- so a lodare, e scorrendo tratto tratto tutta lavila, finalmente finisce con la morte. Tutto ciò che l'o- ratore trova degno di lode , porge materia alla sua eloquenza. II secondo metodo poi , eh’ è quello , che si dee piuttosto seguire, riduce a capi determinati tutta la serie delle azioni e de' fatti che meritano lode : ciocché non si pnò fare , se non da chi sa bene tutta la vita della persona clic si vuole lodare. Si vegga, quali furono quelle virtù, che apparvero più belle e luminose : queste si scelgano, per soggetto della orazione , riducèndosi destramente ^ quelle tutta la massa delle azioni. Forse per tal modo si può conseguire il fine di presentare agli animi degli u- ditori Timmagin vera di chi si é voluto lodare. Dal vizio procedono le vituperazioni , e contro del vizio solo si deono quelle adoprare. La legge , e la religione proibiscono la satira , ed ogni gene- re di componimento , che per poco possa oscurare la fama e il nome altrui. Chi sa r arte di lodare , costui fiicilmentc tro- va la maniera , come fare le congratulazioni , le condoglianz(i , i ringraziamenti , ed altri componi- Digìtized by Google 4o ^ Delle Regole menti di simile argomento. Cicerone insegna, che non v'ha arte alcuna, in cui il Maestro dia precU se regole per eseguire ciascuna di quelle cose , che per mezzo di quell' arte si ponno ad cBwtto recare. Basta sapere le principali nvvertcozc dell' arte , cooo- acere i primarj generi delle cose ; che poi le altre cose ben si possono felicemente eseguire. Chi nell» pittura ha imparato una volta a formare sulla tela r aflìgic. di un uomo , costui ben lo sa rappresenta- re , qualunque ne sia l’età, e la statura. Gli argo- menti, di cui può tiattare 1’ oratore , sono pressoc- chè infiniti . Se si dovessero dare regole per ogni specie di soggètto , 1' arte Rettorica non troverebbe mai fine. Del genere Deliberativo. A questo genere appartengono tutte qudle cau- se , in cui si vuol sapere , se una tal cosa si ctebba, o non si debba fare ; e quindi le parti di quddo sono il persuadere , o il dissuadete. Ha- ciò de- duce io primo luogo , che siccome le cose passate formano la materia del Dimostrativo , cosi il genere Deliberativo s'aggira dintorno alle cose future ;,on- d' ò., che tanto più difBcil cosa è trattar la cause del genere deliberativo , che non qu^le del Dimo- strativo , quanto maggior fatica, si richiedo a ragio- nar delle future , che delle passate coso. In socon- do luogo è da sapere che solo quelle cose cadono DelV Arie Rettorica. sotto il- genere deliberativo , le quali dipendono dall' umano arbitrio ; per la qual cosa le necessarie, come la morte , e le fortuite , come la pioggia , nc sono perfettamente escluse. " Si può làcilmente conoscere , da quai luoghi si debbano cavare gli argomenti , se vogliamo per- suadere , e da quali , se vogllam dissuadere. Percioc- ché chi è, che non sa, che 1’ Onesto, e. l'Utile so- no i due motivi valevolissimi a determinare la vo- lontà degli uomini a fare , siccome il Disonesto , e il Pernicioso vagliono mollissimo a rilrarnelo ? Ciò che si dimostra essere onesto , cd utile , facil ‘cosa è , farlo vedere ancora glorioso , e necessario , cioè, di tanta utilità , che senza di quello non può sossi- stere la comune salvezza. Si avverte , che 1' utilità della cosa , che si vuol persuadere , allora ha luogo , c si dee , come vera utilità , proporre , quando si trova all’ onestà stretta- mente congiunta. A chi non è noto quello, che ci narra la storia di Temistocle? Costui formò nell’ animo suo il disegno di bruciar le navi degli Spartani in tempo che questi erano in perfetta lega cd ami- cizia con gli Ateniesi. Da questo disegno messo in opera sarebbe venuta grande utilità al popolo di.A- tene , perchè per tal modo sarebbesi finalmente ab- battuta la potenza di quella nazione, eh' era sempre in gaia , con gli Ateniesi : pure fu a pieni voti ri- provato , .perchè , benché quello fosse utile , era pcrà disonesto. Oltre gli argomenti , a dimostrar bene e pefsua> dere una cosa , si richiede , « gindizio di CICERONE (vedasi), una somiaa autorità nel dicitore ; la quale pare , che sia tanto necessaria , che se manca, si corre gran risico di scoccare al vento gli acati strali dell’ elo- quenza. £ perchè mai il divino Omero nel secon- do libro della sua Iliade non osa di far comparire r eloquentissimo Re d' Itaca in mezzo alle squadre Greche, a fine di calmare l’ eccitato tumulto e bisbi- glio , se non gli va innanzi la Dea della Sapienza , la qnde sotto sembiante di puUdico araldo intiman- do silenzio , ricorda loro , che quegli , che si appa- recchia a favellare , è il saggio , il prudente , e 1’ avveduto Ulisse ? perchè non si pub sperare gran frullo dalla forza dell’eloquenza], che non è accom- pagnata da lina viva idea dell’ autorità. Consiste poi questa in una certa stabilita opinione della sapien- za , consiglio , e probità dell’ oratore. Annibale in quel parlamento fatto tra Ini, « Scipione , per via della argomentazione 'tratta dalla utilità , si affatica d’indurre il duce Romano, a fare con se un trattato di pace ; perchè fatta in quella opportu- na occasione gli assicura il possedimento di quella tanta gloria , che sino a quel tempo aveasi procac'*' ciato , laddove correrebbe gran rischio di perderla , esponendola agl' incerti casi di una battaglia. Sappia o Scipione , che i voleri altieri, i quali fa la for>- tuna prospera, siccome per alcuna fata fece a me, piuttosto desiderano cose grandi^ -che utilL DeW Arte ReUariea, 4^ Ma se g/i Dii nelle cose prospere ci donassero buona mente , noi penseremmo non solamente quelle cose, che intervenute ci fossono , ma e- ziandio quelle che ci potessero intervenire. E non recandoti alla mente ogni cosa , clw sopra ciò contale si potrebbe, assai grande esemplo ed ammaestramento ti sono io, il quale tu vedesti già accampato tra jdniene e la ciilà di Doma , francamente a bandiere spiegate assalire le mu^ ra di Roma', e ora mi vedi piivato di due fra- telli y fortissimi e famosissimi Imperadori , As- drubale , e Magone , stare davanti alle mura della propria pallia quasi assediala , e pi ega- re , che in ver di me non si facciati quelle co- se per te , colle quali già spaventai e misi iti grande paura la vostra cittade. E però non è da credere a qualunque fortuna , e specialmente a' prosperi e fortunati principi , siccome sono stati i tuoi: perciocché {tossono avere infortunato mezzoy. e fine , siccome è stato il mio. Ora essendo le cose nosU'e dubbiose e incerte , e bella e atte- vole la pace , a te , che t hai a concedere e dof- re , e a noi, che la chieggi«mO‘ più utile e necessa- ria , che rimanere nemici e in guerra , migliore e più sicura cosarla pace certa, che la spera- ta vittoria i perocché, la pace è nelle tue mani e nella tua balia , la vittoria è nelle mani degli Dii. O Scipione , non volere poire al rischio d una ora la felicità e la prospera foiiuna di cotanti anni: e pensa nell animo tuo non solamen- te le foize tue e il tuo potere, ma ancora la foj-za della fotiuna , e quella di Marte , Iddio delle battaglie, il quale è connine a ciaschedu- na delle parti : e che dall uno lato , e dall al- tro saranno corpi umani quegli che combatte- ranno. E voglio, che tu sappi una cosa, che in ninno luogo rispondono meno gli avvisi secondo il volere e la speranza , che in battaglia , dove le misure non riescono ; e considera il partito eli hai per le mani, e a' che rischio tu Umetti', che non potresti tanto di onore e di gloria ac- crescere vincendo per battaglia , sopjxi quello che avresti , dando la pace ; quanto , se piccola sciagura £ incontrasse , la fortuna ti potrebbe d una ora torre e guastare V onore acquistato , ovvero che isperassi d acquistare. Ulisse nel secondo dell' Iliade , \ olendo disto- gliere i Greci dal pensiero di tornarsene in Grecia , prima che avessero presa e saccheggiata la città di Troja, argomenta àiA disonesto , e dal pernicioso , dal disonesto , perchè quell' immatura partenza si opponeva a’ giuramenti e promesse fatte ad Agamen- none ; dal pernicioso , perchè partendo avrebbono perdilo il frutto di tante loro pene e fatiche , tanto più , che secomlo i vaticiuj non si dovea cred(S'« trpppo lontano il fine della giima. o< DeW Arte Rettorica. 4 ^ ... O quanta , Ei comincia , quanta pietà mi desti , Jnvan possente Àtri^e: ecco quei fidi, Que' forti Jchei , che nel partirà dJrgó Giuraro a te di non tornar , se pria Non avean Troja incenerita e spersa. Scordano a un tratto i giuramenti, i voti. La tua gloria, e la lor: bambini imbelli Tu gli diresti , e vedove dolenti , Gemono a gara , e patria , e casa e figli Eiran tor sulle labbra ; è ver , di scusa Però son degni', che se acerba e trista Sol di un mese è assenza a navigante , Cui ritien lungi dall' amata sposa Mar tempestoso , e crudo verno algente , ì C he fi a di noi, che dai patemi lidi Soffrian già da nov' anni amaro esiglio ? SI vel consento. Achei; tristo è lo starsi A soggiornar su questa spiaggia infida Senza fin, senza fiato... Oh ma più tristo E a magnanimo cor , favello a' Greci, Senza frutto tornar, deluso, inulto. Dopo tanto fragor dt immensa guerra , De suoi vergogna , e de' nemici scherno. Costanza amici , ornai si appressa il tempo' Che il divino fatidico Calcante 'Giri ci predisse r • t. Del Genere Giudiziale. Dti« sono le parti di questo genere , 1' accnsa e la difesa : tutto ciò , che si poi-ta in giudizio , nc forma la materia ; i luoghi , da cui si traggono gli ai^omenti , perchè sono diversi gli stmti , o contro^ versia , sono essi aucera tra loro differenti. Noi di questi luoghi tratteremo separatamente , dopo che avremo detto tutto quello , che a’ appai-tiene agli Stati. ^ Si chiama Sfato tutto quello , che nasce da due proposizioni , affermativa l' una , negativav l' al- tra , come per esempio se alcuno dicesse , ti* hai det- to bugia , e rispondeste 1' altro , io non t ho det- ta , ne nasce lo stato cioè y si stabiKsce quello , che si vuol provare dall’ uno , e riprovare dall’ al- tro , affermando il {srimo , il secondo negando; e perchè può stare , che colui , che intende riprovare- ciò che gli viene opposto , il feccia in tre diverse maniere , i Rettorici perciò stabiliscono ti-e stati , ài con^ieUura y o congetturale y <h (ignizione y 0 definitivo , di qualità , o qualitativo. Proponiamo un esempio. Suppongasi, chedne fratelli sieno dal servo accusati al padre , d' essere venuti alle mani. Il padre li chiama , e F incolp» di rissare insieme : lo negano essi : ecco lo staio- confiiielturale. Perciocché sentendo il padre , che 1 figli negano il fatto , e restando perciò dub- . 4^ fcìoso e perplesso , è necessario , che egli si stilila rimrenire degli argomenti , da’ quali possa iniierire probabilmente , se quelli dicono il vero , o no : si che si appella conghietturare. Se poi il padre, per convincere i figli , chiama il servo , e ctstui depoxK ga , àìt ( {{aeVù contendevano , e rissavano u, ed essi confessino , che> contendevano di cose lette^ rari* , ma non rissavano , nasce lo stato definiA» vo , dovendosi cercare-, se la contesa abbiasi • chiamar rissa, 11 sm'o ha confuso Tiina con l’altra^ ma con la definisione si dimostra, die la rissa k venire * alle mani , e la contesa h disputare. £d ecco la differenza che passa tra lo stato conghiet« tarale , e definitivo. Nel primo il fatto , perchè > si nega-, s'ignora del tutto : nel secondo, perchè si confessa , pare , che si sappia ; ma non è oisi : se n' ha solo un’ idea confusa «d oscura , coà che non se ne conosce la natura e l’ essenza ; ond’ è, che si ricorre alla definizione , la quale , siccome ognuno sa , con^e nello spiegare la natura ed essenza delle cose. Stabilita poi la definizione, è facile ve- dere , qaai- nome si debba dare al fatto -in questio> ne. Finalmente definito il fatto , e cbimnato con- tesa , ti può cercare , se giusta era , utile , ed onestai eh’ è, come si vede, qualificariai cioè) attribuire al fatto o una , o un’ altra , o tutte qpio* ste cose. Lo stato qwal^cadvo poi si divide in Nego- stole, e Jmiditiiah, Si vuole da alcum, che -allo stato di quab'Ui Negoziale si appartengono tutte le deliberazioni , che si possono tare d’ intorno alle cose future , e propongono per esempio questa con- troversia , se mai sia cosa utile , che gli Ateniesi dian soccorsa- as^i Olintj assediati da Filippo-. la qual dichiarazione dello stato negoziale , se mai fosse vera , quello sarebbe in tutto conforme al ge- nere Deliberativo. À.ltri poi insegnano , che quel- le controversie propriamente sono dello stato nego- ziale , le quali trattano di cose future, ma che hanno però stretto legame e dipendenza dalla leg- ge , e che precisamente sono tutte quelle specie , che non essendo espressamente contenute nella leg- ge , per via d'interpretazione , se ne dee dalla leg- ge stessa deduire la decisione. Lo stato di qualità Juridiciale si divide aneli’ esso in due parti , in Assoluto , ed Assuntivo ; cd è giusta e ben fondata questa divisione . Perciocché il reo , dopoché ha confessato il fatto , che gli è stato opposto dall' accusatore , in due maniere ge- neralmente può fare la sua difesa , ,o dimostrando , che il fatto non é contrario alla giustizia ed alla legge ; anzi è da quella concesso ed approvato ; e quindi non si dee quello stimar malvagio e scelle- rato , o non poteudosi ciò fare , è necessario , che il tea ricorra alla causa del fatto per nascondere e coprire quell’ aspetto di peccato , eh’ il fatto vera- mente ha . Milone confessa , eh' egli é stato 1’ uc- cisore di Clodio r si difende con dire , che quasta ucci&iooe è concessa ed approvata dalla legge SI naturale , die civile ; altrimenti a coloro , clic cadranno in mano agli assassini , o per le armi lo* ro , o per le sentenze de' giudici, è necessario di morire . Ali' incontro il generale ò tornato dalla spedizione coll' esercito spogliato dell’ armi , e del bagaglio , avendo consegnato 1' una , e l' altra co- sa al nemico. Non t’ ha legge , con cui il gene- rale possa giustificare questo suo latto; anzi la leg- ge gli è perfettamente contraria ; e quindi non può egli dalla natura del fatto prendere argomento op- portuno alla sua difesa , per la qual cosa gli ò ne- cessario , eh’ egli chiami in suo ajuto alcuna cosa , che sia fuori della natura del fatto ;c questa appun- to si è la causa , da cui dice di essere stalo sospin- to e forzato a consegnare il bagaglio , e le armi ; la qual causa è stata la necessitò di dover saivaro r esercito. 1 due proposti esempj fanno manifesta- mente vedere, che cosa sia lo stato di qualità Ju- ridiciale assoluta , e assuntiva , e in che 1' una si distingue dall' altra. L’ assuntiva poi , benché tragga sempre dalla causa del fatto gli argomenti della di- ièsa , pure , perchè ciò si può fare in più maniere^ prende varie denominazioni. Di fatti nel proposto esempio del generale la difesa dicesi fatta per com- parazione , perchè si mette in confronto la perdita del bagaglio e delle armi con la salvezza dell’ eser- cito. I. Allorché poi il reo, che ha confessato il fatto, incolpa r offeso stesso dell’ azione , di coi si vuol giudicare , questo modo di difendersi dkesi fatto per recriminazione. CICERONE (vedasi), nell’ oraaione in di- fesa di Milone dimostra , clte la causa della morte di Clodio (Icvesi a Clodio stosso attribuire , a cagio- ne delle frequenti minacce , e delle segrete insidie poste da lui alla vita di Miloiie. Il reo tal volta si difende per mezzo della traslazione-, ciocchb avviene, quando trasferisce la causa della colpa , di c\ii è accusato , in altra persona , siccome fecero gli ambasciadori di Rodi , i quali , non avendo fornita l’ incumbenza data loit) di andare in Atene in qualità di ambasciadori , in- cdlparno di questa loro negligenza il questore, die non avea dato loro il danaro conveniente. In que- sto esempio il reo trasferisce in altra persona solo la causa del fatto : ma può quegli trasferire in altri lutto il fatto stesso ; ciocche esso fa , quando affer- ma , che in niun conto apparteneva a lui , nè al suo officio , vedere , se qudlo conveniva farsi , o no, e molto meno quando , e in che modo ; e eh’ egli ha fatto quello , di che viene accusato , costretto dall’ obbligo di dovere obbedire a chi avea e dritto e potere di comandare. Di questa difesa si valse quel nobile giovanetto Romano , i quale si volea da alcuni senatori mandare in bando , perchè ave» tenuta la porca , vittima solita a scannarsi in occa- sione della celebrazione delle pubbliche alleanee , in quel trattato di pai» , che Slancino , generale Dell’Arte Rettorica. St doli’ armata Romana , uvea voluto fare con i San- niti. Il trattato fu riprovalo dal popolo , e dal se- nato , e Mancino fu caccialo in esigilo. Alla stessa pena si volea far soggiacere il giovane poc’ anzi no- minato ; ma fu liberato por la esposta difosa- Flutarco ci racconta un fallo , dal quale si può- raccogliere , che alcune volte il reo rimuove da se la colpa , facendola con bel modo 'cadere su d' una cosa inanimata. Pirro un giorno sgridava due sol- dati , che cenando insieme avevan detto gran male di lui, a cui l’un d’essi rispose: Signore , se non finiva quel fiasco di vino , che noi bevevamo , avremmo detto anche peggio. Questo bastò a cal- mare lo sdegno di Pirro , c a farli assolvere ridia colpa. Il reo, che l»a confessato il delitto, non trova difesa nò nella natura del fallo , nè nella cau- .sa del fatto. Ci è piirtullavia mezzo a poterlo sal- vare. La malvagità de’ fatti umani tal volta non tanto si fa dipendere dalla loro natura , c dalla op- posizione , che possono avere con la legge , quanto dalle intenzioni di chi li pone in opera. Per la qual cosa mancando alla difesa tiHte le maniere sinora divisate , si da luogo allora alla Purgazione , ed aUa Deprecazione , le quali congiunte insieme pos- sono valere , se non a giostificare il reo ,. almeno a' fargli diminuire la pena. L imprudenza ^ caso, la necessità sono la materia della Purgazione : si fa vedere , che se mai si è commessa la colpa , ciò non è addivenuto per espressa c determinata deliberazione della vnlonlà , ma piuttosto per ina-vver- lenza , per non preveduto accidente , per fatale concorso d invincibili circostanze. Di questo mo- do di difendere il reo ne vediamo un bellissimo esempio nell' orazione di Cicerone fatta in difesa di Ligario , volgarizzata già da M. F rangipane , oVe si osserva ancora egregiamente trattata la deprecazione, chiedendosi perdono , e implorandosi clemenza da chi polca concederlo. Cicerone ci avverte , che al- loraquando la difesa si riduce alla sola deprecazio- ne , finisce il potere e l’ autorità del giudice , doven- dosi allora ricoiTcre alla clemenza , di chi ha il som- mo e sovrano potere nello stato. Vediamo ora , da quai luoghi si debbono ca- vare gli argomenti per ciascuno de' tre stati da noi sopra esposti. Nello stato di conghiettura , perché si nega il fatto , i Rettorici insegnano , che dalla considerazione della Cagione , della Persona , e del Fatto si può dedurre , se 1’ asserzione del reo sia vera , o no. La cagione o è un incitamento di qualche aflctto dell’ animo, come di odio, di sde- gno , o il desiderio* di voler conseguire un fine , co- me di accjuislare ricchezze , di ottenere una carica , di vendicare le ingiurie fatte a’ congiunti , o agl amici. Se dunque 1’ accusatore dimostra, che il reo chiamato in giudizio, è un uomo iracondo , avvezzo a rissare , posseduto da mille sfrenati affetti , può egli da ciò proLahiimeute inferire , che quello veramente ha commesso quella colpa , che gli Tiene op> posta. £ questa aigomentazioue acquisterà fona mag- giore , facendosi vedere , che gran possa abbia un violento affetto, che nella vita comune frequenti ne sono gli esempi , e che il fatto in questione è per- fettamente conforme agii ordinarli avvenimenti di simil natura. Si farà la difesa , dimostrandosi , che mancano le proposte circostanze. Che se il reo, non per un impeto di violento affetto ma per fine o di conseguire un bene , o di sfuggire un male , si à indotto a commettere la colpa , r accusatore allora dimostrerà , che cagio- ne più acconcia a potere spingere un uomo al de- litto non si potea giammai immaginare. E quindi qualunque siasi questa cagione , dovrà 1' oratore , quanto meglio può , ingrandirla con la fcrza della sua eloquenza. Nè poi a poter liberare il reo nè ponto nè poco vale il dire , che dal fatto in que- stione non gli è venuto nè comodo , nè bene alcu- no , purché sia certo , che quegli ha creduto , seb- ben falsamente , poter migliorare per mezzo di quel fatto la sua fortuna. Si ha tutta la ragione di cre- dere , che r omicidio sia stato eseguito per mano di chi si era persuaso , eh’ esso trovavasi scritto erede nel testamento dell' ucciso , benché ciò fosse veto solo nella 'sua opinione. Abbiam detto molto d' intorno al modo di ar- gomentare dalla cagione ; pur gli manca ancora quel- lo , clte ne forma la parte principale , la quale è , Digitized by Coogle £»4 Delle Regole che si dee dall' accusatore dimostrare , che la ca- gione del fattosi solo reo si appartiene, non po- tendosi nel mondo altro uomo additare , il quale abbia potuto essere mosso da quella , e spinto ad operare. Ma se la cagione del fatto si può manife- stamente estendere a più persone , che farà allora r accusatore ? Farà vedere , che agli altri è manca- to 1 °. il potere, non avendo essi saputo ciò eh' era necessario sapere , ed essendo stati c per tempo , c per luogo dal fatto lontani. i mezzi , perchè nul- la si è avuto di quanto bisognava al compimento del fatto. 3°. la volontà , £icendosi vedere , che il fatto è direttamente contrario ed opposto alla vita e costumi di quei che si vogliono incolpare. Fin qui dell' argomento tratto dalla cagione , il quale sarà sempre come un dardo , che si scocCa al ven- to , se non sarà sostenuto dall' argomento cavato dal- la Persona. Si presenta all’ animo la cagione di peccare ; ma 1' uomo dabbene vi resiste , e non pec- ca. Alla dimostrazione dell' esistenza della colpa deb- bono concorrere due cose , la cagione , cioè ,■ che spinge a commetterla , e la volontà , che si deter- mina a seguirla : mancando una delle due cose , mancherà alla dimostrazione tutta la sua forza , e ia coDchiusione ne sarà sempre falsissima. È ne- cessario adunque vedere , come debbasi argomenta- re dalla Persona, Più considerazioni si possono fare d' intorno alla persona. Alcune riguardano la natura : tab sono il sesso , la nazione , la patria , la cognazione e parentela , 1’ età , l’ ingegno , le qualità e fattezze del corpo. Altre considerazioni mirano le cose die pro- vengono dall’ industria c diligenza umana; e in que- sto numero sono l’ educazione , la letteratura , la professione , le amicizie , e simili cose. I doni del- la fortuna aneli’ essi debbono esser considerati , co- me sono le ricchezze , le magistrature , la nobiltà del lignaggio , tì le cose a queste contrarie , che diconsi ingiurie della nemica fortuna. Si dee tener conto finalmente de’ consigli , de’ fatti , de’ discorsi , che hanno preceduto , accompagnato , e seguito il fatto , di cui si ha da giudicare. Queste sono le con- siderazioni , che i Rettorici insegnano potersi fare d’ intorno alla persona , dalle quali l’ oratore trar- rà argomenti in difesa del suo assunto , secondo quello , che .al suo giudizio e prudenza verrà sug- gerito d.alle circostanze della causa , che ha per Is mani. Quello però che 1’ oratore in niun conto dee tralasciare di fare nello stato di congliiettura , di cui ora trattiamo , si è di esaminare L vita e i co- stumi deb reo. Cercherà adunque l'accusatore di ve- dere, se altra volta il reo fu convinto di aver coni- .1 messo lo stesso delitto , o se non uc fu convinto j almeno cadde in grave sospetto, che 1’ avesse com- messo. Dimostrerà ancora , se mai si può , clie il reo, qualunque volta ha commesso al<;una cólpa ^ sempre si è lasciato indurre a commetterla per quel- la stessa cagione, da cui dicdsi, che fu .s])into a 56 D*Ue Regole commettere il delitto in questione. Cosi se si pre- tende , che il peccato , di cui si ha da giudicare ^ sia provenuto da avarizia , fie bene mostrare piik fat- ti di avarizia accaduti nella vita di lui. Che se nè cause, nè fatti simili si danno a vedere nella vita del reo, ma pur vi si notano colpe e peccati pas- sati , sebbene di genere diverso , questi por val- gono molto a confermare 1' accusa : perciocché quanto pih si toglie all' innocenza ed integrità della Tita , mostrandola macchiata di peccati e di colpe , tanto più credibile si scorge la possibibtà di quel delitto , di cui si ragiona. L’ argomentazione sinora esposta suppone mal- vagia e ribalda la vita del reo : ma se quella si nostra innocente , che farà 1' accusatore ? Dirà , che del passato non bisogna tener conto , che . i giu- dici sono stati chiamati a dar sentenza sul fatto presente , che il reo sinOra ha- saputo ben nascon- dere le sue colpe; e posto che ciò non sia, ben- ché questo sia il primo suo delitto , per questo non si dee credere vero ? Aigomentandosi finaloieute dal fatto , si dee io primo luogo diligentemente considerare tutto quel- lo, che gli è andato iopanzi: nel che è da vedere, se da quello ha potuto nascere la speranza di con- durre a fine 1’ affare , se quanto mai prima del fat- to si è operato , abbia avuto per fine il procacciare la facoltà di eseguire il reo disegno. Si tenga con- to ancora e di quello che ha accompagnato , e di DelV Arte Rettorica. ({nello die ba seguito il fatto. Oltre a ciò > il luogoy se mai fu opportuno , il tempo , se mai il reo s«p- jm , che all’ esecuzione del fatto bastasse , l’ oexasio- ue , se il tempo stesso fu all' adempimento del latto acconcio , il modo , se la cosa fu recata ad efictto con avveduto consiglio , o con imprudenza , tutte (jnestc cose osservate con giudizioso c diligente esa- me possono alla dimostrazione dell’ accusa non poco< giovare. Pare, ebe sinora si è cercato sdo di armare r accusatore contro il reo ; sarebbe ormai tempo di suggerire al reo il modo , come far la sua difesa il ebe certamente non è gran fatto diUiciie a fare ; perciocché da quei stessi capi , da cui nasce 1.' argo- mentazione atta a sostener l' accusa , provengono ancora gli argomenti opportuni alla difesa. Or noi intendiamo far ciò piuttosto proponendo un esempio, che espoHciido semjilicemente i luogbi. Cicerone ce ne prcs(7nta uno bellissimo, e clic la assai al biso- gno , nell' orazione a favor di Milonc. La questione , di cui si tratta is questa orazio- ne, si è detto, che appartiene allo stato qualitativo piut- tosto , che allo stato congliietturale ; perciocché il reo contessa il fatto , sostiene però-, che non ha la- qnabtà di colpa , ma di azione giusta , e concessa dalla le^c. Questa controversia però qualitativa non si potrà mai dirittamente decidere , se nel tempo- stesso non si giunga a determinare un punto , che é pcifcttamcnte congbictturale , il qnale è , so Cl»-' 8 niortized Delle Regole dio hj posto le Insidie a Milone. Or Cicerone , che fa la difesa del reo, argomentando appunto dalla cagione , dalla persona , dal fatto , viene a capo di diinost'-are , che Clodio , e non Milone , è stato V ins id atorc. Di falli Clodio vuole esser Pretore , non per 1 onore congiiiiito a quella dignità , ma per avere mc*7Ì opportuni ad eseguire i suoi scellerati disegni , e stia/.iar la Repubblica , come meglio gli torna a grado. Tra tutti i cittadini Milone solo gli Ta paura, -come colui, che fallo consolo saprebbe trovar modo eflicace da potere incatenare il suo fu- rore. Air incontro morendo Clodio , Milone fa due pcflite: gli manca in primo luogo il mezzo di ac- crescere sempre viejipiù quella gloria , che si ha pi ocacciaio , rora[>eudo e fiaccando col suo coraggio r ati lac.a di Clodio : in secondo luogo il consolato, ci.e , vivendo Clodio , è certo e sicuro , comincia ad essere dubbioso ed iuccrto , accaduta la morte di Clodio; perchè .ogi) un vede, che non più v’ha bisogno di un console tanto valoroso e forte , quan- to è .Milone, a fine di resistere alle furie di Clodio. L odio , r ira , il rancore ha indotto e spinto dodio , e non già Milone, a tendere le insidie. Perciocché Clodio ha tutta la ragione di dovere odiar Milone , come difensore di Cicerone , come sj.i - giatoie delle sue violenze , come suo eterno ac- cusatore. Milone air opposto die odio può avere contro colui , cb’ c la mateiia e io stauueuto 4^1 suo OUUiC ? Digitized by C Dell' Arte Rettorica. 5g Non v' ha cosa che tanto spinge 1' uomo alla colpa , quanto la speranza della impunità. Glodio ha tutta la ragione di sperarla , perchè di fatti l’ ha ottenuta ne’ suoi più gravi, delitti : come poi può andar per 1’ animo a Milone di poterla ottenere , quando gli vicn minacciato il supplicio per un fat> to anco innocente ? Si argomenta poi dalla persona , consideran- dosene specialmente la natura, c i cu^tumi. Chi più furioso e violento di Clodio ? Chi più placido e mansueto di Milone ? Si contano più uccisioni di illustri pei'son.iggi accadute per mano , o por con- siglio di Clodio. Cicerone è cacciato in bando da Clodio. Quinto Ortenzio è in pericolo di essere uc- ciso dagli schiavi di Clodio. Gajo Vibicno è .si fat- tamente trattato , die vi lascia la vita. Non accade numerare tutte le furiose crudiiltà di Clodio. Milone per Io contrario , comechè abbia cento e mille op- portune ed onorate occasioni di togliere la vita a Clodio ; pure noi fe , contentandosi solo di adope- rare ogni suo sforzo , acciocché Clodio , non poten- do esser tirato in giudizio , ‘ non tenga per forza oppressa la città. Dalia quale placida e mansueta condotta di Milone saggiamente deduce. 1’ orato- re , che non è da credersi in niun conto , che Mi- lone , non avendo voluto uccidere Clodio , in tempo , e in luogo assai opportuno , abbia poi ten- tato di fàrfo , quando gli era di gran danno , e ,do- 1 Digitized by Googl 6o Delle Begole ve si correva da lui gravissimo pericolo : ciocché da noi SI è in altro luogo osservalo. Si trac r argomento dal fatto , esponendosi ciò che gli v<a innanzi , ciò che l’ accompagna , ciò che lo segue. Vediamo adunque in primo luogo -quello che precede l' iicrisione di Clodio. Milone , nel giorno di sua partenza , va in senato , ivi si trattiene , -sino all' ora , clic il senato vien licenziato, torna in casa , cambiasi di scarpe , e di veste , di- mora alquanto, finche la moglie si metta all’ ordi- ne : indi parte per necessità , non per libera deli- berazione di sua volontà , e parte in cocchio , con la moglie , impellicciato , con gran brigata di vol- go , con una donnesca , e delicata compagnia di fantesche e di fanciulli. Clodio all’ incontrario esce di Roma in quei giorno , in cui egli non avrebbe mai lasciato Ro- ma , se non per la sola cagione di ritrovarsi al luogo , e al tempo di dare effetto a quel suo mal- vagio pensiero. Va egli poi accompagnato dal se- guito della solita gente ? Anzi sen viene snello e spedito, a cavallo, senza alcun cocchio, senza al- cuno impedimento , senza alcuni compagni Greci , co’ quali suole spesso andare , senza la moglie ; il che quasi mai costuma di fare. Or chi di questi due si pnò credere , che imprende quel viaggio per com- mettere omicidio ? Ancorché si vedessero dipinti e rappresentati sulla tela m quell' atteggiamento , che DelT Arte Rettórica. 6i si è finora descritto; por si potrebbe da ognuno conoscere , chi di essi fosse l' insidiatore. i Che accade poi nei fatto stesso? Milone appe-* na giunto alla villa Albana vien subitamente da molta gente assalito. Si attacca zuffa tra i servi dell' uno e dell' altro. Milone scende giù dal coc- chio , gitto via la pelliccia , e con forte animo fa la sua difesa. Clodio è ucciso. Chi non vede chi sia r assalitore ? Che avviene dopo il fatto ? Milone sen va in Lanuvio , e , creato il Dittatore , ritorna con somma prestezza iu Roma , si fa vedere in pubblica piaz- za , mostrando un fermo viso , usando un coraggio- so parlare , e una fermezza d' animo singolare. Si dà egli iu potestà del popolo , del senato , dulie pubbliche guardie , de' soldati armati, in sommai (K ■colui, iu inano di cni il senato avea riposta tutta ■ la Repubblica, tutta la gioventù d'Italia, tutte le armi del popolo Romano. Milone certamente non si sarebbe esposto alla pubblica forza , se non fosse .stato assicurato dalla coscienza delia propria in- nocenza. Gli aggiunti di tempo e di luogo sono da con- siderarsi ancora , cavandosi 1' argomentazione dal fatto. Clodio assale Milone innanzi alla sua posses- sione, ove per tante smisurate fabbriche sotto terra numerosa squadra di bravi uomini si può agiata- mente allogare : non esee della sua villa , se non • rcrso lasserà, e non prima, che sia là giunto Mir Ione. Costui all’opposto può scegliere luogo oppor- tuno , tanto , che , seguito colà 1’ omicidio , egli non sarebbe stato mai scoverto. Pure noi fa : qual segno più chiaro , eh’ egli non ebbe mai intenzione di tendere insidie alla vita di Clodio ? Abbiam detto di sopra , in che consiste lo sta- to definitivo. Vogliamo ora dire, da che procede r argomentazione , che a quello stato si richiede. Ora pare , che' ciò non si possa far megbo , che per mezzo di un esempio, che intendiamo ora proporre. Suppongasi adunque , che alcuno sia stato accusato di sacrilegio, perchè ha tolto via dal tempio do va- si di argento. 11 reo confessa il fatto; pretende pe- rò , che quello non è sacrilegio , ma semplice fbr- to. Ed ecco , che si è nella necessità di vedere , qual sia la natura del fatto , e che nome gb si debba dare: ciocché si fa per mezzo della definizione , la quale si può cavare e dalla filosofia, e dalla comu- ne opinione ,1 e finalmente dalla legge. L’ accusato- re proporrà la sua definizione , la farà vedere con- ferme a’ dettami della filosofia, alla comune opinio- ne , e piuttosto alla sentenza , che alle parole deUa legge: indi cercherà di adattarla al fetto in questio- ne , dimostrando , come per mezzo della proposta definizione se ne conosce la natura , e il nome , che gli conviene. Appresso espone la definizione del- r avversario , studiandosi, di feria vedere non pro- veniente da quei capi , donde è stata tratta la sua ; c quindi doversi riprovare, «ome felsa, inutile, con- Dell Arte Rettorica, 63 trana alla Itgga , all' equità , alla giustizia. Il rea iaccia lo stesso da parte sua * che certamente farà bene la sua difesa , caso che gli venga fatta feli« cernente. Degli Argomenti Rimoti. Diconsi argomenti Rimoti, ovvero Estrinseci quelli , che non si traggono dalle viscere della cau* sa, e che non inventa l'oratore col suo studio a meditazione , ma che si presentano a lui da fuori della causa, comech' ^li affatto non vi pensi. Oc questi sono le Leggi , i Testùnonii , i Patti , i Tormenti , la Fama , il Giuramento , i Prem giudizj. Le leggi , 0 sono coirtrarie , o favorevoli a] fatto : nel primo caso potrà dire l' oratore , i°. che il soverchio rigore della legge spesso trovici confi- nare coll' ingiustizia , e che 1' ec^uità è la vera nor- ma delle azioni umane , che vi sono leggi a quella contrarie , 3**. che non è facile comprenderne la vera sentenza , 4'’- che finalmente è stata da le- gitima consuetudine annullata. Nel secondo caso» non mancherà 1' oratore di ricordare , che il prima- rio dovere del giudice si è quello di giudicare a te- nore delle leggi ; il che se egli non fa , si rende reo di un vergognoso spergiuro; che le leggi tanto vagliono , quanto sono osservate , che niuno si dee credere più avveduto e più sapiente delia legge. Digitized by Google 64 ' Delle Regole Ne Testimonii tre cose sono da considerare r Autorità , la Persona , il Discorso. S’ intende sotto nome di Autoi ità quel credito , di cui gode alcuno , nella comune opinione , o per la sua digni- tà , sia civile , sia militare , o pel suo ingegno , sa- pere , c professione. Nella Persona si risguarda la vita e i costumi , considerandosi , se quelli sono onesti , innocenti , e neppur per sospetto da vergo- gnoso fatto macchiati , oppur se si dee dir tutto l'opposto. Nel discorso si dee tener conto, se sia sem- pre uniforme a se stesso , ovvero se cambiansi fa- cilmente e le sentenze , e le parole. L' accusatore, e r avvocato faranno quell' uso di queste considera- sioni , die verrà loro prescritto dalle circostanze della causa , che hanno a trattare. Giudicare delle verità di un fatto , solo con le conghietture , e con gli argomenti, senza 1' asserzione c 1' attestato de' te- stimonii , è cosa molto pericolosa : contentarsi iolo de’ testimonii , sprezzando le prove , e gli argomenti non è certamente la più sicura via di conoscere il vero , potendo quelli essere indotti alla menzogna 0 dal danaro , o dal favore , o dal timore , o final- mente da secreta nimistà e rancore. I Patti , caso che sono favorevoli alla nostra causa , fia bene dire , che quelli han forza di legge trà’ contraenti ; che la iegge ne sostiene tutto il va- Jore ; che tutte le facendo e contratti fatti tra gli nomini tanto han di vigore , quanto sono osservali 1 patti, e che perciò si toglie Via dal mondo ogni commerciò è società tra gli uomini , distarutti e •prezsati i patti. Che se li troviamo contrarii alla causa , si può dire , posto che la verità e la prudenza non cel contendono , che non si dee stare a' patti nati dalla frode ; che i Giudici debbono por mente piuttosto a quello , che prescrive la giustizia , che a quello che dettano le convenzioni; die |a giusbz'a è sem- pre la stessa , i patti possono trarre la loro origine quando dalla violenza , e tal volta dal timore. I Tormenti se sOno a prò della causa , cioc- ché dicouo ((Ilei che soffrono i toi menti , sembra, che lo dica la stessa verità ; se poi sono contrarii , chi non sa , che la via de' tormenti difficilmente ci può condurre alio scoprimento della verità ? a talu- ni la natura dà tanta fermezza e coraggio , che soffrono i più aspri tormenti , purché non confessi- no la verità: altri ]^>er 1’ opposto sono cosi deboli , che tal volta la sola minaccia de' tormenti li tiia a dire ciò che non è mai accaduto. Per tal ragione Cicerone nell' orazione a favor di Milone si ride del- le esaminazioni de’ testimonii fatte contro Milone. Olà , die’ egli , d(M)e è Ruscione ? dove è Casca ? elodia ha egli tesi gli agguati a Milone? Se ri- spondevano di sì , erano certi di dover essere crocifissi’, se rispondevano di no, speravano la libertà. Non vi pare , che a questa co^ fatta esaminazione si debba dar piena fede ? Della fama , sa mai ci è &vorevcle , possiam dire , che quella senza fondamento diffi> cilmentc nasce , nif)lto meno si spande tra la gente, e che nella presente occasione non si può troTar ragione , perchè siasi voluto foggiare un fatto non accaduto , e poi divolgarne il gri> do per ogni angolo della contrada , e che fi- nalmente quantunque alle volte si van tra gli uo*« mìni raccontando dei favolosi avvenimenti ; al presente però siamo da chiari argomenti assicurati , che a ninno ha potuto nascere nell’ animo la voglia di dar fuori il fatto in questione. Se poi ci è con- traria , chi non sa , che le false dicerie nascono fre- quentemente tra gli uomini , e che non manca mai in mezzo alle popolazioni certa gente oziosa e sfa- cendata , occupata solo in inventar frottole e fan- faluche ? Il Giuramento di sua natura dovrebbe essere la più sicura prova della verità : ma pure se ne può indebolire la forza e il valore , perchè a cagione della malvagità degli uomini , si può credere , che infrequenti non sono tra essi gli spergiuri. ■ I pregiudizi sono i giudizii fatti altra volta in simile causa : questi possono giovare si al- r accusatore , come ai reo , trovandosi pronun- ziati da giudici rinomati per la loro integrità e sapienza in un fatto somigliante a quello , di cui si ha da giudicare. Degli Argomenti Patetici. Ma egli è oramai tempo , che si finisca di di- re degli argomenti dimostralivi , e che si passi a trattare di quelli argomenti , che servono a movere gli affetti , e che perciò sono chiamati da' Rettorie! Patetici. L'eloquenza, volendosi conseguire il fine della persuasione , oltre il convincimento dello in- telletto , ciocché è tutta opera degli argomenti di- mostrativi , è necessaiio , che mova anche la volon- tà , e le faccia per dir cos'i tanta violenza , che la 'tiri a seguire , e a mettere in opera quello , che ha proposto r oratore. L' uomo è cos'i fatto , che spesso vede e conosce il migliore , di fatti poi al ]>cggjor si appiglia. L' oratore adunque , bendiè con gli ar- gomenti dimostrativi abbia fatto vedere agli irlito- ri , che ciò , eh' egli propone , è la miglior cosa a fare , ed abbia ciò con tanta evidenza dimostrato , che quelli ne sono rimasi pienamente convinti ; con- tutto ciò se egli non si studia di concitare gli ani- mi loro, ed accendervi focosi affetti, facilmente può accadere , che egli non abbia a dolersi di avere sparso al vento tanta sua fatica. A ragione, adunque i Retori cercano spiegare la natura degli afictti , e mostrare l'arte c il modo, come moverli; e noi ora di questa cosa appunto prendiamo a trattare. Delle Regole Gli afletti , secondo Aristoteìe, sono alcuni ga- gliardi morimenti dell'animo, i quali cagionano un tal Gambiamenlo nc’ giudizj dell' uomo, che quello, eli egli poc’ an/i lodava , come giocondo e grato , poco dopo il riprova , come spiacevole e disgustoso; e ciò che gli pareva grande e bello, ora gli sem- bra vile e spregevole. L' amore reputa virtù i vi- zj , e r odio tiene in conto di vizj la virtù. Da ciò ognuno può facilmente raccogliere , quanto sia ne- cessu. io all’ oratore , die vuol persuadere il Vero, e il Giusto, sedare gli affetti , che sono a questo fine contrarii , ed eccitar quelli , che gli sono favorevoli. ^ De' Luoghi^ ovvero fonti degli affetti^ e "primieramente di quello , da cui si cavano gli argomenti atti a movere f Amore. Noi prendiamo a spiegare , innanzi a tutti gli altri affetti , il modo , come si possano accendere di amore gli animi degli uditori , perchè questo ailèt- to è il principale , anzi 1’ unico e solo che agita e move il cuore dell'uQmo; ma perchè si sogliono a quello aggiungere certe modiheazioni , benché sia sempre originalmente lo stesso ; pur si considera come trasfoi inato in altri affetti ; e quindi si suolo in diverse iuanicrc dinonuuare, Così se noi voglia- 1 in* b«ae ad alcuno , certamente desideriamo , che l>en gli avvenga , e temiamo il contrario ; e avvenen- dogli il bene, ci rallegriamo, e avvenendogli il male, et rattristiamo ; ed ecco lo stesso amore trasformalo in noi in desiderio ^ in timore, in gioja, in tristezza. Uè mai maggiore ira , o odio prendiamo contro di alcuno , che allora quando il veggiamo voler iàr male a colui , a cui noi vogliam bene -, onde pare , che r ira e l' odio anch' essi altro non sono che amore. £ quanto più si amano le persone , tanto più viva compassione si ha verso di esse, allorché si veggono oppresse. Se dunque l' amore è quello , da cui nascono tutti gli altri afl'etti , conviene , che di quello in primo luogo prendiamo a favellare , spiegandone la natura , e le qualità. Or queir affetto dell’ animo , che volgarmente chiamasi amore , pare , che , secondo la comune in* telligenza , due parti principalmente comprende , l’una delle quali si potrebbe gmstami nte dire ap~ pelilo, l’altra benevolenza. La prima consiste in un desiderio , che 1’ uomo ha , di possedere quella cosa , che egli ama ; e ciò basta per constituir quel- lo , che chiamasi amore ; e però dicesi , che uno ama il vino , la roba , il danaro , non per altro , se non perchè desidera di possedere tai cose. La benevolenza poi consiste in un desiderio ardente, che 1’ uomo ha , che a quella persona , che ama , sia ogni bene , desiderandole e onori , e ricchezze , e sanità , e tutti gli alili doni della fortuna , e della fjo lìatura , e compiacendosi , che essa per la Tirti sua ne sia degna. Or l'oratore guarda l'amore secondo questo aspetto , e cosi cerca destarlo negli animi degli uditori. Si sa , che ad ogni movimento o passione la natura ha adatto una serie di oggetti corrispondenti, COSI che senza porre questi oggetti dinanzi aU'animO) non è possibile all' oratore concitare la passione. Ve- diamo adunque , quali sono gli oggetti atti a movere l’amore , e come quelli si debbono dall’oratore presen- tare alle menti degli ascoltanti. Lo splendore e la bel- lezza della virtù , rinnoccnza dei costumi , la moltitu- sposta apparecchiata a sempre vieppiù giovare , e un animo in somma , che è stato , e sarà sempre ami- co , sono quéi cari e dolci oggetti , i quali messi in luce dall' eloquenza del dicitore accenderanno senza meno in petto agli uditori la passione dell' amore. Alberto Lollio , volendo desiar benevolenza ne’ cuo- ri de' Romani verso M. Orazio , mette in bocca a costui le più vive espressioni ^ le quali mostrino ad un tempo e 1' attuale sua carità verso la patria , e le passate fatiche da se sofferte per la di lei glo- ria e salvezza. Lollio in questo luogo Ita saputo imi- tar felicemente Cicerone. Certamente , o Romani^ a me tolgono l" anima, e trafiggono il cuoi e que- ste parole di Orazio : vivano , die egli , vivano i miei ciUadini ; siano salvi , siano contenti , siano felici, Riaccia agli Dei , che lungamente Dell’Arte Rettorie a. si mtentenga , ed aumenti sempre questa illustre città , a me patria canssima , in qualunque mo- do ella delibeii della mia vita. Godano i miei cittadini la dolcezza , e i comodi della pace. Gustino i flutti della gloria , e della libertà. Usino la sicurezza , e la tranquillità dello staio da me conservato. Jo se cosi piace loro, mo^ rirò non e nino volentieri , che per l' onore , e per la salvezza di tutti spontaneamente mi offersi alla morte , nè m' incrcscerà mai di aver loro fatto questo gran benefìcio. Della Compassione. Questo affetto non è, che il dispiacere, che ìtiom sente , del male degli altri. Àcluoque i tristi av- venimenti , le disgrazie , la miseria sono gli oggetti dalla natura adattati a movere questa passione. Ma acciocché vegga bene l’ oratore , in che modo deb- da egli presentare all' animo degli ascoltanti i pro- posti oggfetti , perchè poi ne segua la bramata com- mozione, è necessario, porgli qui innanzi alla men- te alcune considerazioni. E primieramente si avver- te , che i mali capaci di eccitar compassione e pietà debbono essere e grandi e atroci , e ancora vicini. 11 saggio non si lascia impietosire a' piccoli afianni degli altri ; e 1' uom non sente dolore per i niali , eh' ei crede lontani. La persona poi , che soffre il male , tanto più commove gli animi a pietà , quan.- Digitized by Google t)e1le Hególe to più indegna si scorge di quella neiitica fortaivi « da cui è oppressa. Sentono poi più facilmente c<Hn- passione, e quei che sono in pericolo di cader nellé atesse sciagure , e quei che altra Tolta sono stati aiicb' essi dalla miseria malmenati. Che se poi al tristo caso , di cui si tratta , trovasi congiunta la peripezìa , vale a dire , il cangiamento di fortuna, per cui taluno di felice , eh' egli era , è divenuto infelice , specialmente se un tal cangiamento è in- tervenuto a signor grande , e di alto affare , l’ora- tore non deve questa circostanza in niun conto tralasciare ; anzi convien , che adoperi tutta l'eloquen- za per illustrarla , come quella che vale moltissimo a mover pietà. Ilioneo , presso Vii^ilio , argomen- tando dalla grandezza de’ mali , e dalla propria in- nocenza , si studia d’ indurre a compassione la Re- gina Didone< Sacra Regina, a cui dal del è dato Fondar nuova Ciitade , e con giustizid Por freno a gente indomita, e superbai Noi miseri Trojani , a tutti i venti , u4 tutti i mali ornai ludibtio e scherno j- Caduti , dopo t onde , in preda al foco i Che da' tuoi si minaccia a l nosui legni , Pre^iiamti a provveder, che nel tuo legna • Non si commetta un sì nefando eccesso. Fa cosa degna di Te : abbi di noi '• ‘ -Pietà ; che pii, che- giusti , che innocenti Siamo , non predatori , non corsari De le vostre marine , e de 1' altrui. Tanto i vinti d ardire , e gli infelici Di orgoglio , o di superbia , oimè ! non hanno Enea , presso lo stesso Virgilio , ci pone in- jtanzi un oggetto assai compassionevole , allorché ci descrive Ettore , apparitogli già in sonno , caduto da uno stato di gloria in un estremo avvilimento. Lasso me ! quale , e quanto era mutato Da quel Ettor ^ che ritornò vestito De le spoglie d' Achille, e rilucente Del foco y ond arse il gran naviìe ArgoUco. Squallida uvea la barba , orrido il crine , E rappreso di sangue: il petto lacero Di quante unqua ferite al patrio muro Ebbe d intorno ; e mi parca , che il prima Foss' io che lacrimando gli dicessi. Del Timore. Questo affetto altro non è , che una certa molestia delt animo , nata dalV apprensione di un male grave , e imminente. Dalla proposta defi- nizione si scorge prima di ogni altro, quali siano gli oggetti dalla natura ordinati a movere la pas- sione del timore-, i quali sono i mali, i pericoli, la miseria. A.ceiocchè poi questi mali si facciano effettivamenfe temere , è necessario , che abbiano due qualità : la })rima è , che siano grandi , atti , cioè , a poter cagionare o la totale mina , o alme- no grandi pene , e crudeli afilizioni : la seconda è , che sieno imminenli ; i mali e pericoli lontani non fanno paura. Ciò posto , se 1’ oratore vuole impau- rire i suoi ascoltanti , dee dimostrare , che sovrasta^ loro sid capo un nembo di grandissimi mali. La grandezza poi co' mali è in ragion diretta della passion dominante , che annida nel cuore dell’ uo- mo. L’ avjiro teme più , che ogni altra cosa , la perdita degli ammassati tesori : impallidisce e trema rambizioso al solo sospetto del disonore: l'infingar- do sviene pel timore , che non sia costretto alla fatica. Il dicitore adunque abbia in mira i rispetti- vi alTctti de' suoi uditori : dal che si conchiude an- cora , che egli ecciterà maggior timore , mostran- do, , che i mali loro sono proptj e privati piut- tosto, che comuni. L’amor, che talvolta alcu- no vanta di aver verso la patria , spesso è solo Sulle labbra. L’ amor , che ciascuno ha verso di se, ha sempre la prima sede nel cuore. Polo volendo rappresentare sul teatro di Atene le lagrime e il pianto di Elettra , che portava in mano 1’ urna , ove cran chiuse le ceneri di Oreste , secrctamentc portò con se queir urna , ove eraii sepolte le ossa del suo estinto figliuolo. Polo pianse daddovero: ciocche non avrebbe mai fatto piangendo sulle sventure altrui. La vicinanza poi de" mali si fa vedere mostran- DelV Arte Rettorica. 7 5 do la gran potenza di coloro, da quali quelli ci son minacciati , l' ira e il violento furore , dal quale quelli suno stimolali a far vendetta delle oflese ri- cevute , r esempio di coloro , die di fatti ne han sofferto i funesti effetti, Demostene , volendo per- suadere agli Ateniesi , che le forze del Monarca di Macedonia non eran da disprezzare , anzi da te- mere piuttosto, pone loro innanzi agli occhi, che Metona , Apollonia, e trentadue città della Tracia eran cadute già sotto la signoria di lui. I segni, che sono foricii de’ vicini mali , spaventano assai ; e perciò anche di questi si terrà conto dal dicitore. Il Casa nell’ Orazione a. per la Lega atterrisce ia tal modo i Veneziani. E noi crediamo , che egli in tanta fiamma di desiderio e di m>aiizia, a noi perdonerà? e struggendo , e ardendo i mem- bri, e r ossa della sconsolata e dolente Italia, ad uno ad uno , la onorata sua testa , cioè que- sta regale città ed egiegia , lisparrnierà forse ? Oimè che ella fuma già e sfavilla , e noi solo pare , che t arsura non ne sentiamo ! Esso ha non solo proposto di cacciar la Serenità vostra di Staio , ma ancora pensato al modo di farlo, e vuole non solo assalir le membra di questo dominio , ma ferire la fronte. A muovere il ti- more vagliono assai le Ijiotiposi , 0 sia le vive de- sr.rizioni. Della Confidenza, Queslo afìTelto è opposto al timore ; ed altro non è, se non quella disposizione di animo , perla quale si spera di conseguite quel bene, che non si ha, o di caniparv da quel male , che ne op-, prime. La confidenza adunque lia due parti , la prima risguarda il possedimento de’ beni futuri; la seconda la liberazione da’ mali presenti. Or questa confidenza , o che abbia in mira la prima , o la seconda cosa , sempre convien che sia sostenuta da’ giusti , e possenti ajuti : mancando i giusti ajuti , cangiasi in tea cupidità ; e non essen- dovi i possenti ajuti , divien folle temerità. L’ oratore può eccitar fidanza negli animi de- gli uditori per varj mezzi. 1®. I passati pericoli, da cui siamo usciti salvi , ci danno motivo di spe- rare, che usciremo salvi anche da’ presenti. Per tal via Enea presso Virgilio induce a sperare i suoi compagni. Compagni , rimembrando i nostri affanni Voi n' avete infiniti ornai sofferti yie più gravi di questi. E questi fine Quando che sia , la Dio mercede , avranno, yoi la rabbia di Scilla , voi de' Ciclopi y arcaste i sassi-, ed or qui salvi siete. Riprendete f ardir , sgombrate i petti  Di telila 1 e di tristizia ; c verrà tempo Un dì , che tante , e così rie venture , Non che altro , vi saran dolce ricordo. 3.” L' aver condotto a fine cosa più difficile ci dà speranza, che condurremo a fine una cosa, più facile. Così Cesare fa sperare a' suoi soldati , eh’ essi senza meno vinceranno i Germani , come quelli , che più volle sono stati messi in rotta da- gli Elvezj già vinti , ei debellati da essi. 3. ® Chiamandosi ad esame le forze nostre , e quelle del nemico , e facendosi vedere , che le nostre sono di lunga mano maggiori di quelle di costiji , ci nasce facilmente nell’ animo la bella speranza della vittoria. Presso gli Storici antichi i generali spesso si valgono di questo modo di argomentare a fine di animare i loro soldati. 4 . ® 11 grande ‘appoggio della speranza, del quale altro maggiore non si può Immaginare , si è r ajuto c il favore Divino. Gli stessi gentili adope- rano questo mezzo a dar saldo sostegno alle loro speranze: ciò basta a farci intendere, che tanto più dobbiam noi appoggiar la' nostra fidanza sulla pro- tezione divina. Il Filicaja chiude quella sua divi- na canzone , indiritta al Re di Polonia , mostrando- gli certo e sicuro l' ajuto divano. Mira , come or dal Cielo in ferrea veste ; Per te Campion Celeste i Scenda , e V empie falangi urti , e deprìrtiA , Rompa , sbaragli , opprima. ^ O qual trionfo a te mostr' io dipinto ì Vanne , Signor. Se in Dio confidi , hai vinto. Tal volta si danno de’ segni prodigiosi , che ci assicurano dell’ ajiito divino. Il saggio oratore non tralasci di farne uso , purché non sian questi segni somiglianti a quel portento accaduto un giorno negli alloggiamenti di Pompeo , dove essendo com- parse sette Aquile , si credea da alcuni , che quello fosse un segno della sicura vittoria. Cicerone disse assai bene , che ciò sarebbe stato vero , se si aves- se avuto a combattere con le cornacchie. Dell’Ira. L’ ira altro non è , che un desiderio di far vendetta , accoppiato con un certo rancore , nato nell’ animo , anche da un apparente disprezzo, che si è fatto 0 della propria persona , o di alcu- no de’ congiunti , contro ogni ragione. Gli og- getti adunque ordinati dalla natura a movere questo afletto sono il disprezzo , l’ingiuria , la contumelia ; e quindi quanto più grande è l' ingiuria , e quanto più le persone sono gelose del proprio onore , tan- to più facil cosa c accenderli in ira< L’ oratore adunque dee studiare , quali sono quelle cose , che fanno più gravi e più atroci le ingiurie. Si sa, che la dignità deir offeso , e la bassezza e viltà dell' of- fensore sono le due cose , che si debbono conside- rare specialmente in questa occasione. Gli aggiunti di tempo, o di luogo non sono da tralasciare. Se poi al disprezzo si aggiunge la gioja che si mostra avere de' nostri mali , l' opposizione che si fa al nostro bene , l' ingrandimento stabilito sulla nostra ruina , tutte queste cose descritte , con bella e adat- tata eloquenza , accendono assai più lo sdegno. Ci- cerone , nell' ultima delle Verrine , si studia di mo- vere ad indignazione contro di Verte gli animi de’ Romani , ricordando loro il dispregio da costui fat- to della gran dignità della cittarlinanza Romana nella persona Gavio trafitto con i più acerbi ed in- degni tormenti , e poi sospeso in croce a vista di tutta r Italia. Straziavasi con le verghe, in mez- zo alla piazza di Messina , un ciltadino Romano , o Giudici, mentre in mezzo al dolore , e allo strepito delle percosse , niun gemito e viuna altra voce di quel misero si udiva , se non questa sola-, io son cittadino Romano. Ei si lusingava , che col ricordare questa cittadinanza , avrebbe dalle sue spalle allontanato le battiture-, ma e^linon solo ciò non ottiene ; anzi benché egli più> e più volte il nome di cittadino ripetesse ; la croce , la croce pur tuttavia sì apparecchiava a quelV infelice , e sciagurato , che sì ci-udele tormento n»n avea veduto giammai. O dolce nome di li- bertà ! o esimio diitto della nostra cittadinanza ! Digilized by Google 8o Delle Regole 0 legge Porcia , e legge Sempronia ! . . . Ze cose a tale stalo sono ridotte^ che un cittadino Romano , in una provincia del popolo Romano in una città di confederati , da colui , che per heneficio del popolo Romano avea i fasci e le scuri , fosse legalo in mezzo al foro e lacerato con verghe ? Miti , dicea V siTe , dal suo patibolo la patria sua colui , che tanto si boria d essere cittadino Romano. . . . Questo vile insulto contro di un moribondo era la minor parte del suo delitto. Non il solo Gavio inten- dea V erre d insultare , ma voi , o Romani. Ogni cittadino , che qui mi ascolta , egli spogliava, nella persona di Gavio del suo dritto , e mostrava in che dispregio tenesse il nome romano , e la Romana libertà. Della Piacevolezza. Questo affetto è del tutto contrario all’ ira ; e quindi non può aver luogo nell' animo dell’ uomo , se non dopo che si è calmata e spenta la passione dell’ ira. Ora pare che non si possa trovar modo migliore e più acconcio a potere indurre l’ uomo alla mansuetudine , se non quello , che ci ha mo- stralo Omero in quei tre ragionamenti , che tennero 1 tre duci Greci , mandati a bella posta da Aga. mennone , a placare l’ ostinala collera di Achille. Koi qui ci fciiaeremo solo ad indicare breremente 05 * “j:; . Si gii argomenti. Ulisse adunque espone in primo luo- go i grandi e vicini pericoli, in cui sono i Greci , À esser messi a ferro e a fuoco dalle squadre Tro- |ane. Il muro , la trincea , le navi stesse sono mi- nacciate d'incendio. Manclierà a' miseri Greci anche il mezzo di potersi salvare fuggendo. Ettore ira^ paziente attende l’ ora fatale deli’ estremo cecidio de’ Greci. Questo quadro presentato agli occhi di Achille , ot’ ei mira la sua nazione in pericolo di esser preda de’ suoi nemici , e specialmente di quel guerriere , eh’ è suo rivale , ha tutta la forza di ammansirlo. Che sarà , se gli si fa sovvenire , che il caso , accaduto una volta , non ammette rimedio ? Vorrà egli forse allora dar soccorso a' suoi ; ma va- no sarà questo desio , essendo quelli divenuti ormai Cadaveri esangui , ed ombre ignude. A questo pro- posito Fenice gli pone innanzi l'esempio di Melea- gro , che , preso da ira , ricush di dare ajuto a'suoi in tempo opportuno ; ma poi fu da acerbo dolore tra- fitto , perchè quelli essendo stati da' nemici abbatlu-* ti , non potè ijutarli , quando il volle. L’ offensore pentito calma 1’ ira dell’ offeso. Di fatti Ubsse afferma , che Agamennone inchina piedi di Achille il suo fasto , il suo scettro. An- si al pentimento aggiunge la ricompensa di grandi a ncclu doni , e la sollecita premura di stringere con lui amicizia e parentela. Qui il saggio oratore rammenta le paterne avvertenze fatte da Peleo ad Achille , ' avendo il padre esortato il figlio , prima II die parfis"e , che fosso plariilo e mansueto. Rìmem- Lraiiza non mutile; porcioccliò ciò, che chiede Fo- ratore, è quello stesso che'^^li fu {descritto dal genitore. Ma via si abbia odio eterno contro Agamen- none. Che per questo? doeià Achille sacrificare all’ odio controdi un solo la sahezza di tutta t’armata ? E po! non di rado avviene , die di un fratello , di un figlio istesso si perdona la morte, e coi doni, c colle lagrime si disarma sin anco il core di un padre. Come dunqim potrà Achille serbar nell’ ani- mo ira eterna per una schiava ? Tanto più , che chi perdona , si fa imitatore degli Dei. Che sana della gente umana , nata quasi alla colpa , all’ errore , se il Cielo non si arrendesse ai sacrifizi , ai voti , alle preghiere ? e qui il saggio F enice cerca di farci in- tendere in che gran conto si debbano tener le preghiere , quelle , cioè , che 1’ offensore porge al- r offeso, per fine di ottenerne pietà e perdono. Soc- no esse figlie di Giove, mandate in terra , per rat- toppare tra gli uomini quella pace ed unicizia , che r onta e r ingiustizia ha tolto c violata. E adun- que voler degli Dei , che 1’ offeso perdoni all’ of- fensore. La dignità , il grado delle persone , che sono inviate a chieder la pace , a calmar lo sdegno , pur conviene , che mova 1’ animo dell’ uomo , e lo tari alla piacevole^rza. Ajace . . y f • , . fiori ti move , Achille » Dell Arte Retiorica. - 85 feeder eì piedi tuoi prostrati e chini {Congiunti , amici , Eroi tuoi pari ? . . Fitialmenle UHsse vuol pungere 1’ animo di Acliillc, con porgli iiuianzi l’orgoglio di Ettore, che dice , c grida , hou liovarsi tra’ Greci chi os» tìpporsi a lui. . . Ettore T'insklta e sfida ,c tu noi senti - oh grida^ Peliile ov è7 venga, e vi salvi: ascoso Che fa l'Eroe? venga, se ha cor, non ira Lo rattien , ma timor : mostrati , ei tremi- Solo al mirarti , e con orror conosca , Che Achille sei , che sci de' Greci il Nume. I capi adunque , da cui son tratti gli argomenti proposti dai tre Duci , per fine di placare l’ ira di Achille, sono i.” l'eccidio della patria, e l' estre- ma ruinà de’ cittadini. l’ acerbo dolore, che Verrà ali' animo di Achille dal non aver dato* soc- corso a quei cittadini , che ei vedrà distrutti ed estinti , quando pur Yorrehhe , che fossero salvi e •^ivi. 3.“ il pentiraeulo dell’ olTensore. t\.° 1’ empia follia di voler sacrificare all’ odio che si ha contro di un solo la salute di tutti. 5.® il perdotio soli- to a concedersi per olTcse assai maggiori si nega per offesa molto minore. 6.° Gli Dei concedono il perdono agli uomini; e gli uomini il negheranno Delle Regole a’ loro simili. 7.® le preghiere introdotte tra gli uo- mini per consiglio divino, aiSnchè l' offensore otten- ga pietà dall' offeso , e torni in grazia con. lui. 8.® la dignità e il grado degli ambasciatori man- dati a chieder la pace. 9.® la gioja , la lesta , e r orgoglio de' nemici nato dalla discordia , e dalle risse sorte nell' armata nemica. Della VerecoTidia. Quest’ è un affetto , che si genera nell’ animo per r apprensione , che non abbia a soffrir danno la propria stima. Gli oggetti adunque posti dalla natura ad eccitare questa passione sono tutte quelle cose, le quali possono esser d' infamia o a noi , o pur anche a coloro , che hanno con noi legame o di amicizia, o di parentela. Non tutti gli uomini sono ugualmente disposti a risentir questa passione. I giovaui arrossiscono più facilmente, che non i vecchi. L’infamia reca maggior dolore a’ nobili , che non a’ vili ; e quei che vantano antenati illustri , sono gelosi custodi deir antico loro onore -, e dispiace loro assai , che quello sia in menoma parte macchiato. Facilmente si tinge, la fronte di rossore a chi è spregiato in presella o del suo rivale, o di coloro, la cui vir- tù molto si ammira, e la cui buona opinione gran- demente si apprezza. Ijal dello fin qui 1’ oratore facilmente comprende il modo , come movere la verecondi* negli «* nimi degli uditori ; perciocché questo , e non altro effetto certamente seguirà dal rammentare tutte quell* cose , le quali possono la fami di quelli , e il glo* rioso nome oscurare; specialmente se gli si dia la facoltà di far paragone tra le azioni antiche belle e illustri , e le presenti turpi ed infami. Annibale presso Livio , valendosi dì questo modo , si studia di fare arrossire i suoi soldati. E egli possibile ^ che voi n gran fatica sostenete il combattimen- to di un Legato Romano , di una sola legione^ e di un' ala di cavalleria , voi , dico ^ a' quaH due eserciti consolari non mai han potuto far resistenza ? É egli vero , che Marcello , benché appoggiato a soldatesca di fresco arrolata , e a poca gente datagli in soccorso da Nola , pur d ' ‘ sfda a battaglia per la seconda volta ? Dov' è , dov è quel mio snidato , il quale avendo strap- pato d in su del cavallo il Console Gajo Flaminio gU mozzò poi arditamente la testa? dov' è quello , che presso Canne troncò i giorni a Lu- cio Paolo ? son divenute ottuse e spuntate le spade, o torpide e lente le mani? o qual altro mai prodigioso accidente è tra voi addivenuto ? V oi che per t innanzi , benché pochi , pure spes- so avete vinto oste assai piu numerosa ^ orà che siete molti , a stento fate fonte a pochi, y oi , bravi soIq in parole , andavate poc' anzi fpmianda ^ ctiè avreste mieirato^ lut tUtA di Delle Kegxtle ,•Roma t se mai alcuno colà vi avesse condotti. L' azione , che si ha oca a fare , è molto piàfa^ Cile ; (juì, o soldati y voglio far pix>va del vo- ^ Siro coraggio , qui speiimentare il vostro valore- DelV Emulazione. Questo affetto altro non è, che un certo dolo- re nato dal bene , che vediamo negli altri , non perchè questi sei godono , ma perchè quel bene manca a noi. Questa definizione mostra assai bene il gran divario , che passa tra l’emulazioné , e l’in- Tidia ; perciocché questa struggesi , e macera se stes-* sa , agognando avidamente , che all’ oggetto , che lé la dolore , manchi quel bene , eh' essa non ha , e che non ha voglia di possedere. L'invidia dunque i un malvagio affetto , e che però 1' oratore dee cer- care di spegnere piuttosto , che destare negli animi degli uditori. Gli oggetti poi destinati dalla natura a raoveré ]' emulazione sono specialmente i beni dell’ animo il sapere , cioè , c la virtù ; Se dunque la causa ^ che r oratore ha per le mani , il pone nella néces- fiilà di dover pungere i suoi ascoltanti con lo sti- molo dell’ emulazione , egli farà ciò agevolmente , esponendo e del sapere , e della virtù la nobiltà é r eccellenza , mostrando , in che gran fama c nome sian venuti presso le genti coloro , che queste cose jotseggono , ricordando specialmente quei , che so- Dl---: Delf Arte Rettorica. 87 no agli uditori congiunti 0 per ragion di patria, o per legame di parentela. Il Gasa pone fine alla prima Orazione per la lega, eccitando ad emulazione gli ascoltanti. Die’ egli cosi. Questa inclita Città a divino miracolo , e non ad opera umana simile , e tanto naviglio , e tante , e sì guernito imperio del mare , e della terra, sono opere e frutti non di lentezza , nè di tardità , nè d ozio , ma di travaglio , e di vigilie , e d affanno , e d armi. Quelt arte adunque , colla quale i vostri nobi- li e gloriosi avoli T acquistarono , ora la con- servi , e difenda. Noi per certo , o vincendo , o morendo f la nostra dignità riterremo. Della Disposizione ’ ' I À oratore , dopoché per mezzo della invenzione , si ha procacciato tutta la materia , che si richieda a comporre la sua orazione , le regole dell’ arte vogliono , eh’ ei passi a disporla , e metterla in ' queir ordine , che sia il più acconcio a conseguirà il fine della persuasione. Ora ciò facilmente gli verrà ben latto , se a ciascuna delle parti , da cui si compone il discorso , verrà dato quel luogo , che r arte stessa , e il giudicio prescrivono. Le parli poi si riducono all’ Esordio , Proposizione, ^^arrazione , Confermazione > Confutazione , ed Epilogo. L’ESORDIO è quella pnrte della orazione , la quale va con bel modo preparando gli animi degli uditori al resto del discorso ; il che riesce facile a chi sa r arte di rendersi benevoli , attenti , e do- cili gli ascoltanti. Le ragioni di conciliacsi la be- nevolenza nascono dal Costume, considerato tanto nel tcuor della vita , quanto nella tessitura dello stesso ragionamento. Noi della probità della vita abbiam detto abbastanza in altro luogo , ove si è da noi affermalo , che , senza 1’ opinione « negli ani- mi degli uditori stabilita , che 1’ oratore egli è uo- mo dabbene c "virUioso , c pressoché impossibile la persuasione. Resta dunque a dire del costume , co- me proprietà della orazione , per cui quella da’ Re- tori si suol chiamare costumata ; la qual denomi- nazione allora veramente sta bene al discorso , quan- do in quello fin bella vista la Prudenza, la Probità , la Benevolenza mancando poi o tutte e tre queste co.se , o alcuna di esse al discorso , è chiu- sa ogni via aU'oratore, onde conciliarsi la benevolenza. Perciocché allora vei-ameiiie ci sentiamo l' animo ac- ceso di amore verso di alcuno , quando vediamo , che ccstui é di alto senno fornitole di belle c lu- minose virtù , e di santi cnstsmi adornato , e che niun pericolo sfugge, ed ogni 'studio adopera, per- chè prevegga al nostro benv , e metta in salvo la DelV Arte lìetiorica. 91 nostra fortuna. A'consigli dtllo'stolto non si presta fede ; U malvagio ci fa dubitare delle sue protm sse; il disamorato , benché savio , e dabbene , ci lascia freddi e disperati. _ Ed acciocché la prudenza non lasci luogo vo- to ad alcuna delle sue provide cure, è necessario, che adatti il discorso alle interne disposizioni degli animi degli uditori; e perchè queste disposizioni, affetti o costumi , sono varii e diversi , secordo die varia e diversa è 'la patria, l’educazione, il bgnaggio , la fortuna, l' età, ognun vede , ,che a tutte questa cose dee avere attenta la mira il dicitore , se bra- ma di esser tenuto in conto di uom prudente , ed avveduto. Orazio , più che ognialtro,ci ha descrit- to i varii -costumi provenienti dalle varie" età del- r uomo. Fanclul , che ad hniiar già i detti apprese , E già st ampa il teiren et orme sicure , Lieto scherzar vuol co' suoi pan : a caso E • si sdegna , e si placa ; e se diverso Cento volte da se mostra in brev' ore. Giovane , a •età non adombrò le gote Adulto pel , pure > una volta etl fine Dal ^suo custode in libertà lasciato Dei veltri , dei destrieri , e, degli aprici Ea sua cura e diletto erbosi campi: Docile al mal , qiiai molle cera ; acerbo ■Co' rìprensori siici\ di ciò che giova Tardo conoscitor, prodigo, altiero, Con eccesso bramoso , e con eccesso Pronto a lasciar ciò , che gli fu piu caro, L' età vini , cambiando genio , e brama Ricchezze , e cerca amici , e ambisce onori Pensa a non far ciò , che a disfar poi sudi. Molti incomodi ha il vecchio : ogrtor ^affanna Ad acquistar : ciò che acquistò , non osa Mai porre in uso ; e a dispensarne astretto. Con freddezza , e timor tutto dispensa. Querulo , indugiator , tardo non meno A disperar, che a concepir speranze. ' Diffidi , neghittoso , avidamente Di vita amico , esaJtator de' tempi , Che fanciullo passò , eensor di quanti D' età precede , e riprensor severo. L’oratore si rende attenti gli uditori, promet- tendo loro, die e’ terrà ragionamento d'intorno a cose nuove , grandi ^ utili , gioconde ; e se li farà docili , mettendo in chiara luce 1’ argomento della sua orazione : la qual cosa , comechè si appartenga propriamente alla Proposizione ; pure conviene , che si faccia nell’ esordio , almeno generalmente , al- lorquando r argomento del discorso è difficile ed oscuro. Si avverte , che non sempre nell' esordio fa bisogno procacciarsi la benevolenza. La prudenza e il giudicio , siccome più volte si è detto , sono la norma delle avvertenze Rettoriche ; e perciò se la causa è onesta, ella da se si commenda, e si fa benevoli gli uditori. Ma se poi è turpe, come quel- la della difesa di un parricida , ovvero dubbiosa , come fu il fatto di Oreste, clic mise a morte sua madre, volendo vendicar l'uccisione di suo padre, ovvero di tal fatta die abbia dello strano e mara- riglioso, come saria il soggetto di quella orazione, ove si prendesse a lodare la povertà, la morte, r esigilo , ognuno vede die in tal caso dovTebbesi r oratore .studiare di farsi benevoli gli uditori. An- zi talvolta è neces-sario , che ciò si faccia con certa sagacità e sottile destrezza , rosi che 1' uditore già sente d'aver messo alTeziope all’oratore, senza sa- per , come ciò sia avvenuto. Questa forma di esor- dio chiamasi da' Rcltorici Insinuazione , la quale si dee necessariamente mettere in opera dal dicHo- • re , allorquando gli uditori serbano nell’ animo sen- timenti del tutto opposti , sia che quelli quasi dalla cosa stessa vengono suggeriti , sia che le ragioni proposte dall’ avver-sario li ha ne’ loro petti stabiliti, • o pur quando sono stanchi i giudici per la recita- izione delle precedenti orazioni. Cicerone nella secon- da Orazione contro di Rullo si trovò nella dura cir- costanza di dover parlare al popolo su di una cosa, la quale era a sentimenti e desiderj del popolo stes- so, direttamente opposta. Rullo avea proposto la leg- ge «giatia , quella legge , cioè , la quale prescrive- va , che fossero divise tra’ cittadini le terre con^- state dalla repubblica. Foteasi hnaginar logge. più graia al popolo ? Eppur Cicerone si accinge ad'esot* tare il popolo , che la riprovasse. Egli con bella e snttil maniera s'insinua negli animi de'cittadini adunati a fine di udire il Suo discorso. Egli loro dimostra, che esso è rjucH’ uomo , cui stanno veramente a cuore i vantaggi e comodi della nazione , essendo sempre sialo egli il zelante custode della pubblica pace e tranquillità ; e che per ciò a lui sta bene il glorio- so nome di popolare , laddove alcuni si valgono di questo nome a fin di coprire i loro ambiziosi dise- gni. Indi viene a proporre la sua opinione , la qua- le è , che sia rigettata la legge : promette di espor- re le convenienti ragioni , le quali , caso che non siano ammesse , ei dice , eh’ è apparecchiato a se- guire il comun parere delia nazione. L’ eloquenza di Cicerone produsse il desiato effetto. Che se l’ avversario con la sua argomentazione ha 'scosso si e perlai modo gli animi degli uditori, che pare di aver messo loro in cuore il suo parere, 'l’esordio allora, traendo il suo cominciamento dal confutare il più pfideroso argomento , ecciterà nn ' '«erto scompiglio nelle loro menti. Si comincia a dubitare di quella verità, che già era entrata loro "nell’ animo. In ciascuno si accende avida- curiosità di ascoltale il novello dicitore. L’ animo stanco si rinvigorisce 'con la promes- s'a della brevità , o col racconto di qualche avveni- mento faceto e grazioso , o pur tristo e funesto. Il riso , e la sorpresa rinfrancano lo spirito spossate» I Deir Arte Rettorica. gS 1 luoghi poi , da cui si deriva la materia necessaria a comporre l’esordio, alcuni sono genera// , perchè) da essi si può trarre 1’ esordio per ,ognj genere di cause , altri sono particolari , come qucjli , da cui nascono gli esordii per ciascun genere di cause. L'occasione , da cui sentesi l'oratore invitato a ragion nare, gli aggiunti di tempo , di luogo , e di persone porgono materia al cominciamCnto di qualunque di- scorso. Le mense largamente imbandite^ e le feste- voli accoglienze fatte da Achille sono la bella con- giuntura , con cui si fa larga, via Ulisse a comincia- re il suo ragionamento. Oh disse , Salute , inclito Achille , a te salute Dia Giove , a noi tu sol puoi darla. I grati Modi ospitali , c r accoglienze oneste Ti ci mostrano amico ; ah meglio il mostri Jl pietoso tuo cor) non di conviti D'uopo abhiam^ma di aita. Invitto Achille ^ Senza te siam perduti^ e insieme è spenti^ Senza le la tua Grecia.  Fenice imprende la grand’ opera di ammollirò V animo di Achille , prima col fatto , bagnando di lacrime le gote , poi con le parole , cavando l' esor- dio dagli aggiunti e della persona sua , e di chille. Delle Regole Diletto /Achille , Se sei fermo al partir, come potrebbe Restarsi il tuo Fenice 1 J te ini stringa Destino indissolubile , tu speme ' , Sei di mia vita , tu delizia e vanto ; ' Non respiro , che in te ; vedovo ed orbo Senza te rimarrei ; famiglia , figli , Ohimè , figli non ho ; rigido il cielo J crudi voti di spietato padre Troppo volle esaudir. ... • < Nel genere dimostrativo si può cominciare l’ora- zione 1 °. dalla lode. Plinio dà principio a quel suo divino panegirico , lodando gli antichi Romani^ da’ quali eràsi introdotta la bella usanza che la pre- ghiera fosse r inizio di ogni cosa , e di ciò che do- veasi fare, e di ciò che doveasi dire: a®, dalla vitupera'^ zione. Isocrate sul principio del suo discorso entra a ri- prendere coloro che avéano stabilito delle pubbliche feste , ove le forze del corpo , e non le virtù dell’ ani- mo , fossero premiale. Dione fa Tcsordio , lagnandosi dell’ingiusta cotisuctudine, la quale prescrive, che quel- li siano astretti a tessere le lodi al defunto , a cui il pianto e il dolore toglie ogni forza e virtù di favellare: 5“. dalla persuasione. Dovendosi lodar le virtù dì chi ha vissuto net silenzio , e nella oscurità , si può formare 1’ esordio , dimostrandosi , che sta molto bene mettere in luce*' quelle virtù specialmente , che si c posto ogni studio di tener nascoste e celate. Nel genere deliberativo si può trarre l’ esordio |0. dalla persona dell’oratore, cercandosi di sgom- brare dalle menti degli uditori la meraviglia nata dal /Vedere salito sulla bigoncia colui, a cui ogni ragion Vietava , che favellasse ; perciocché niuno v'era ncU'adunanza , che noi vincesse in età , in credito^ in dignità. 1 ". Dalla persona del contradittore , facen- dosi altamente risuonare all’ orecchio degli uditori , che il progetto di lui è opposto all’ onestà , alla giustizia , alla pubblica utilità. 3°. dagli uditori , làcendusi lor sentire , eh’ essi si sono prestamente appigliati ad un parere non, bene esaminato. Da cinque luoghi si può derivare 1’ esordio nel genere giudiziale. Dalla persona del reo; se mai v’ ha luogo a dimostrare la probità della sua vita passata , dalla persona dell’ oratore ; ciocché si fa , quando 1’ oratore può dire , che dal dovere di onestà e di giustizia é stato astretto di prendere la dife.sa del reo , essendogli congiunto in parentela, ia amicizia, o pur quando sinceramente confessa , che a lui manca quella eloquenza , che pur sarebbe ne- cessaria a difendere una causa di tanta importanza. S*’. dalla persona de' giudici. Si loderà destramente la dottrina , e l' integrità loro. l\°. dalla persona del contradittore. Si cercherà di togliere alla sua difesa ogni autorità , dimostrandosi , se mai si può , che le sue armi non sono quelle della giustizia , e del- la verità , ma quelle bensì del potere , del favore , delie ricchezze, del maneggio , delle pratiche. 5“. la causa , facendosi vedere , clic questa i molto più giusta , e onesta , c più vantaggiosa al pubblico bene , che non quella dell' avversario. Diciamo ora alcuna cosa d* intorno all' artificio e tessitura deir esordio. Ei mogene ne distingue quat- tro parti , la Proposizione , c la Ragione di lei , la Reddizione , e la sua rispettiva Ragione. L’ esordio della Miloniana sembra fatto in questo modo: cioc- ché noi farem vedere , esponendone brevemente le sole sentenze. Frop. Vedendo questa nuova forma di nuovo gii dizlo , non posso o giudici non sentirmi 1’ ani- mo da grave spavento oppresso. Rag. Perciocché non é , come già soleva , il vostro tribunale circot.dato dal popolo , né ci sta d’ intorno la solita frequenza , ma veggo genti ar- mate occujiar quasi tutta la piazza. Red. Pur mi rinconfoi to , c rassicuro , pen.san- do all’ intenzione di Gneo Pompeo , nomo di som- ma sapienza , e singolar giustizia dotato. Rag. Perciocché alla giustizia non si conviene il. dare ad uccidere a’ soldati quell’ istesso reo, il quale egli ha dato già a sentenziare a’ giudici ; é co- sa poi direttamente u]>]X)sta alla sapienza armare la temerità della plebe già concitata , con aggiungere al furore di lei quell'autorità, ch'egli ha dalla Re- pubblica. Faccianici adunque coraggio , 0 giudici, e, deposto ogni timore, cerchiamo, io di fai- la difesa', voi di ascoltarmi attentamente. Ma non è necessario , che sempre 1’ esordio si componga di queste quattro parti. L' osservanza di questa regola si rimette tutta alla prudenza dell'ora- tore , il quale adatterà l'esordio alla condizione del- la causa che ha per le mani. La prima prova , che il dicitore dà della sua prudenza e giudicio , è 1' esordio appunto ; e quin- di ognun vede , che fa bisogno sfuggire ogni vizio, che possa macchiarlo. L’ esordio adunque non dee essere i®. comune, 0 volgare, cioè di tal fatta, che possa • andare innanzi a qualsivoglia orazione. a°. Commutabile, formato in modo, che l’avversario, fatto leggier cambiamento, il possa al suo discorso adattare. 5®. Lungo , ciocche accade , quando è più lungo , che non ricliiedesi alia estensione della ora- zione. 4°' Separato, tale, cioè, che non abbia le- game coll’ argomento, di cui si tratta. 5®. Traslato, che è quello , che fa benevoli gli uditorì , quando li dovrebbe fare attentii L’arte concede l’uso degli èsordj comuni e separati nel genere dimostrativo. La PROPOSIZIONE è quella parte dell’ orazione , con cui r oi’atore fa sapere agli uditori , qual’ è quel- la cosa , di cui egli intende di ragionare , ed a porre in chiaro la qtiale è diretta tutta la serie de’siioi' ai^omenti . Questa può aver luogo 0 dopo l’ esordio. JDigitìzed by Google 1 oo Delle Regole o do{/o la narrazione , come quella , che talvolta da essa nasce e si deduce. La proposizione poi può farsi in tre diverse ma-> ' mere , delle quali la prima è quella , con cui si dichiara, in che si ò d'accordo con l’ avversario, e quale ò quella cosa , di cui si dubita , e si quistio- JX& : ciocche giova molto a spiegar le cause dil&Gi- li e avviluppate. Cicerone nella Miloniana ce ne dà un esempio. Ma se nessuno di voi ha questa opinione , resta , che si consideri , non se egiz sia stato ucciso , il che confessiatno , ma se a rosone , o a torto , il che per V innanzi in mol- te cause si è considerato ; e la proposizione fatta in questo modo diccsi Separata. La seconda ma- niera è quella , che propone una sola cosa ; e quin- di è detta Semplice. Cicerone a favore del Re Dejotaro. Costui adunque , dopoché non solo è stato da te salvato da gravi pericoli , ma ono- rato ancora nella più splendida e magn^ca ma- niera , viene accusato , che ha avuto la rea in- tenzione di uccidei'ti in casa sua : il che tu , se noi credi il più forsennato uomo d^l mondo , non puoi neppur sospettare. La terza finalmente è quel- la , che divide 1’ assunto in più parti. Del che non accade , che diamo esempio; solo è necessario pro- porre alcune avvertenze , le quali 'sono, i". che nella divisione siano espresse tutte le parti , in cui s’ intende diviso l’ argomento dell’ orazione. a°. di' una parte non sia compresa nell’ altra , come saria quel- lOl Dell'Arte Retiorica. la , che proponesse di ragionare della giustizia , e delle virtù , essendo la giustizia inchiusa nelle virtù. 3". che la proposizione non comprenda più di tre, o qutttro parti. 4°* sia formata in tal modo, che presenti una certa aria di novità. Segneri nella Predica. Cristq non è t uomo più scellera- to del mondo ; dunque e Dio. Della Narrazione. La narrazione non ha luogo nel genere dimo- strativo. Le orazioni di questo genere sono narra- zioni illustrate dal lume delle amplificazioni. La .nar- razione adunque , come parte del ragionamento, s'ap- partiene al genere Giudiziale. Or la narrazione si può formare in due maniere, facendosi o interrot- ta, o continuata.. La prima è quella, che in mez- zo alla serie delle cose , che si l'accontano , frap- pone alcuna breve ragione , la quale serve a spe- gnere r otlio , e calmare l' ira , che potrebbe far na- scere nell' animo del gindice la cosa stessa , che si Barra. Alla ferita già fatta giova assai applicar subi- to la medicina. La seconda poi è quella , la quale, perchè non contiene cose odiose , espone c narra le cose , con quell’ ordine che sono accadute , senza in- terrompimento alcuno. Quattro sono le doti essenziali e necessarie alla narrazione oratoria ; delle quali la prima e la principale è la probabilità , quella dote , cioè , per e Ih quale sì merita la fede degli ascoltanti. Sari dunque probabile il racconto i®. se si esporrà il fatto con semplicità e candidezza di stile, a®, se sono tra loro con naturai legame congiunte tutte le circostanze, cb’ entrano a comporre il fatto, spe- cialmente quelle del tempo , del luogo , e della persona. 3®. se di ogni efTetto , che si racconta , massimamente se quello sia dillìcilc e strano , se ne fa vedere la cagione atta a produrlo. 4°* mostra , che non sono mancale le forze necessarie a mettere in opera il fatto. 5®. se si producono de’ gravi testimonii e delle autorità , le quali faccian fede di quello , che sembra inverisimile. Quintiliano insegna , che sì dee la narrazione tessere , e formare per tal modo , che ne vengano gli uditori disposti a sentir la forza della argomen- tazione. Per la qual cosa sarà bene spargere tratto tratto in quella de'semi , onde poi nascano degli ar- gomenti atti a dimostrare 1’ assunto. La seconda dote è la chiarezza , la quale si genera i®. dal» dire tutto quello , che tralascialo o in parte , o in tutto produco roscurità. a.® dall'uso di vocaboli , e di forine di dire chiare e proprie , e, nate ad esprimer quello , che intendiamo di signi- ficare. 3”. dui raccontare le cose ordinatamente. 4®. dal piano e facile , e non involto andamento de’ periodi 5®. dallo sfuggire la moltitudine de’nomi delle persone. La terza dote è la brevità , la quale si ottiene, : .C juii> dc- ce si dirà solo tutto quello , che si rlcluede a far chiaro il discorso. La quarta dote è la soavità , la quale nasce dalla candidezza dello stile , da una certa leggiera commozione di afTctti , e da una cotal maniera di raccontare , la quale tenga gli animi degli uditori in curiosità , e sospesi sino alla fine. Della Confermazione. Questa parte della orazione , non è alcun dubbio , che sia di tutte le altre la più importante , co- me quella , clic contiene gli argomenti raccolti dal dicitore per dimostrare 1’ assunto. Ora a far bene questa parte del discorso , due cose è necessario , che sappia l’ oratore , sotto quali forme , e modi convien , che esjionga gli argomenti , e in clic ordi- ne li debba allogare. Tra le varie maniere di argo- mentare , al sillogismo si dà il primo luogo : esso u composto di tre parti , delle quali la }>nma dicesi proposizione , la seconda Assunzione , la terza Conchiusione. Ecco un esempio tratto dalla Milo- nìaiia di CICERONE (vedasi). Quegli de’ due , di Clodio , cioè^ e di Milonc , ha teso le insidie , a cui la morte deir altro polca recar giovamento. Ma la morte di àlilone era di vantaggio a Clodio , e non già quel- la di Clodio a Milone. Clodio dunque ha posto le insidie a Milone. Ben è vero, che l’oratore Romano non ha esposto 1’ argomento in questa forma cosi semplice e stretta , avendo cercato di corredare , com'lt costume degli oratol i , delle rispettive prove la pro- posizione , e r assunzione ; la qual maniera di ar- gomentare chiamasi con voce greca Epichirema. Proponghiamo un altro esempio cavato dall’ orazione di Cicerone in difesa di M. Celio. L’ oratore pren- de a dimostrare , che a M. Celio , giovane di fre- sca età , non si può rinfacciare una vita malvagia e licenziosa ; ed a questo (ine si vale di questo sillo- gismo , o sia epichirema , ove pone in primo luogo r assunzione , sostenuta dalla sua prova , indi segue la proposizione , dimostrata e messa in chiaro dal suo argomento. Dice adunque Cicerone , che M. Celio , fin dalla sua tenera età , ha posto sempre ogni sua cura nello studio delle belle lettere , e la prova di ciò sono le dotte ed eloquenti arringhe recitate in più occasioni nelle pubbliche adunanze con genera- le applauso. Or non è egli cosa verisimile , che un giovane , dato in preda delle sue passioni , e tutto inteso a contentar l’ appetito , possa procacciarsi tan- to di eloquenza da farsi poi glorioso nome per quella. E per questo appunto , perchè fa duopo frenar le ree voglie , tenersi lontano da sollazzi e passatempi , acciò Tiiom possa divenir saggio ed' eloquente , as- sai scarso è il numero degli oratori nel mondo. Non è dunque da riprendere la vita di M. Celio , «è si può dire, che dissoluti sono i costumi di lui. L’ENTIMEMA – H. P. Grice -- è quella spede di argomento , ut «li non sono espresse tutte le parti del sillogismo, ma una di esse vien taciuta. Micipsa cosi parla a Ciugurta. Tu sei nemico cC tuoi. Come dunque puoi sperare , che ti situi fedeli gU estranei ? Manca la proposizione > la quale sana questa. Chi d nemico de' suoi , non può sperar fedeltà dagli estranei. L’INDUZIONE è una specie di argomento , la quale da piti esempi projwsti deduce la conseguenza. CICERONE (vedasi) nella Miloniana. Perciocché necessario sa- rebbe , che quel Servilio Aalà , e Publio Nàsi^ ca, e Lucio Opimio , e Gajo Mano ^ e nell an- no f io era Consolo , il Senato fosse ripuia>- to nefando , se U dar morte a' cittadini scellera- ti nefanda cosa fosse. Segneri nella Predica dei Ve- Berdi dopo le Peneri per mezzo di una noLiie Induzio- ne cerca d’ indurre i Cristiani ad ubbidire a Nostro Siguore.cbe pre^rive l’ amore de’nemici , e il per- dono delle offese. Dice dunque egb cosi. Potè un' afflitta Abigaille impetrare da un Davide furibondo , che in grazia sua si degnasse di per- donfire le villanie > che contro ogni ragione uvea Detto Re^ley ^ ricevute dallo scostumato N abaie. Potè daltlm- peradore Graziano impetrare Àmbrogio , che per- donasse ad un pubblico schernitore della perso- ■»a ùMfterìale. Potè dal Re ChUderico impetrare una Genovefa, che perdonasse a mfdti audaci offensori della reale Maestà : e Pelagio diaco- ■~fio , gittandosi su la soglia del F’aticanp a pie- 'di di Tolda , ancoraché barbaro , ancorché non *■ y^èle , potò impetrare , per quel volume de' set- ■grosanti Vangeli, eh' uvea in mano, che per- donasse pietosamente la vita a Roma già sua nemica , ed allora sua serva. E Cristo non po- trà ottenere da voi , che in grazia sua perdo- niate a un vostro avversario , che gli rimet- tiate un torto , un affronto , un aggravig , una parolina ? DeW Esempio, • L’ esempio è ima specie d’ indmione , ma che -da questa si distingue, perchè l’ argomento si trae da un solo simile. Segneri nella predica poc ann C'tata si vale del chiarissimo esempio di S- Vences- lao , Duqi di Boemia, per • dimostrare , che dal perdonare 1’ offensore niun danno ne ▼*««« aU’ono* te dell’ oflfeso.  Del SoritCf Questa forma di argomento si compone di piò- proposizioni con tal modo legate insieme e congiun-’ te , che catandosi 1’ una dall’ altra si va finalmente a terminare con la com-.hiusione. Cicerone vuol pro- vare , che il danaro dato dal Pretore è provenuto o- da’dazj , o da’tributi -, forma perciò epiesto Sorite. Quel danaro, che ha dato il Pretore, lo ha e^ ricevuto dal Tesoriere. Il Tesoriere dalla pubblica Tesoreria. La Tesoreria da'daz) , o da’tributi. Dunque.  Il DILEMMA è una forma di argomentazione composta da due proposizioni , delle quali chi nega' r una , rimane stretto dall’ altra. Chi non riserba a Dio la vendetta delle proprie offese , siccome egli^ con espressa legge ha prescritto , dice il Segneri , che una delle due cose dee necessariamente pet«sa- te di' Dio,' ò ch’egli non abbia braccio dà sostene- re le nostre parti , 0 eh’ egli non abbia cuore da' sentire le nostre offese. Or chi mai può cadere Ì& SI stolida frenesia? Dunque. L’ ordine e la collocazione degli argomenti , questa è una cosa che si dee diriggere dalla pruden- za e giudicio . dell’ oratore. Certa cosa è , che igli argomenti raccolti dall' oratore non posàouò tutti' avere la stessa forza , dovendovi essere e quelli che vaglicno più a dimostrare , e quelli che meno. Zia causa , che si ha per le mani , hen considerata, Tnostrerà facilmente all' accorto diciture , quando deb- ba mettere in primo luogo i più gravi , e quando i meno gravi. Questo si eh' egli dee aver fitto nel-; )' animo , che faccia tal maneggio degli argomenti , che sia scmpie corrìs|>oiiJeutc al loro mento , non facendo mai scorgere agli uditori, che egli apprez- za le sue ragioni multo più di quello che vogliono. Dell Amplijic azione. ^ , Non basta all' oratore ordinatamente esporre , e presentare sem^dicemente alla mente degli uditori le prove raccolte , in quella guisa che usano i filo- sofi ; le regole dell'arte vogliono ancora , che, quel- le siano illustrate ed amplificate. Or prima che di'- clamo , in che mo4o si debba fare questa amplifi- cazione , perchè la casa si possa perfettamente com- prendere , nè si dia luogo ad inganno , ci sembra convcncvol cosa distinguere un doppio genere di amplificazione, quella, cioè, delle prore, e quella della orazione. La prima consiste nell' ingrandire ed illustrare ciascuna delle prove che si propongono. La sc(;pnda poi è .riposta nell' accozzamento di più prò. e d.rette a dimostrare l'assunto. Prendiamq a porri in chiaro questa dottrina a prò de' principian- ti con uno escmploi Cicerone nell' orazione in difo- Digitii' DeW Arte ^ettorìca. log sa di M. Marcello propone di voler dimostrare , die la gloria acquistata da Cesare col perdono con- cesso a M. Marcello vince ed avanza di molto quel- la che si avea procacciato con tante belliche imprese. Vediamo tratto tratto, come 1’ oratone Romano met- te in opera il suo disegno : dal che trarremo ad un tempo la conoscenza e del modo, come si amplifi- cano le prove, e del modo, come s'ingrandisce l’ora- ' zione. La prima prova , di cui si vale Cicerone a dimostrare la sua proposizione , si trae dalla natu- ra stessa della clemenza, come quella, ,^ch« è tutta propria di colui, nel- cui animo quella alligna, lad- dove le belliche azioni , non si può dire , che sono, proprie de' soli generali. Questa prova poi viene dal- r oratore maravigliosamente amplificata : perciocché da un lato Cesare vien posto sulla più alta cima della laude militare:! più gloriosi fatti degli antichi duci Romani , delle più bellicose genti della terra, de' Re più potenti del mondo dileguansi , qual fu- mo al vento, messi in paragone con quei di Cesa- re. Non v' ha eloquenza , die li possa nan'arc , nè mente , che li possa comprendere. Dall' altro lato poi d si fa intendere , che per 1' atto di clemenza usato a favore di Marcello il nome di Cesare è di- venuto assai più chiaro e glorioso , che non era per tante, illustri vittorie. Queste non sono tutte di Ce- sare, ma parte se ne dee attribuire al valore del- le milizie , parte al senno e consiglio degli Ufiìzia- li, parte al vantaggioso sito de' luoghi, parte final- tv.- Ci««  mente al favore della fortuna. All’ incontro la pia- cevolezza e la mansuetudine sono tutta opera di chi le pone in uso : quella stessa fortuna , la quale pa- re, che entra a parte di ogni cosa, ne viene perfet- tamente esclusa.' Si vede fin qui nobilmente amplIfiCafti la pro^ va , ma non ingrandita però 1' orazione ; la quale pin: si rimarrebbe nello stesso stato , benché viep- più chiaro lustro si aggiungesse aUa provn , se Ci- cerone non passasse a produrre una nuova ragioni. Entra egli adunque a dire , che gli atti di mansue* tudine sono la cosa la piu difficile a fare; e senza punto allontanarsi dalla considerazione delle belliche imprese , rammemora l’ oratore Romano , che nin- na , comechè ardua , difficoltà ha potuto mai arre- stare il rapido corso delle vittorie di Cesare. Popoli ferocissimi , terre immense , armate innumerevoli sono stale da lui vinte e soggiogate. Pur tutte que- ste cose sono di tal natura , che possono finalmen» te esser vinte e distrutte. Ma domare il cuore , fre- nar lo sdegno , far bene al nemico son cose queste tanto difficili , che chi ha forza di faHe , é quasi un Dio. Ora si vede amplificata la prova , in^andita ancora 1’ orazione ; ciocche si può osservare nel re- sto di questo discorso. Nell’ esempio esposto 1’ amplificazione nasce dal paragonare il fallo , che si vuole ingrandire , coti altri' fatti pur grandi , ma che però sono veri. Al- le volte gli oiat>jri fingono de' fatti, icon i' quali poi  iii psrtgonaudo quelli , che son veri • cercano mostrar* ne la grande>i4,e il merito. Segneri nella predica del Venerdì dopo le Ceneri prende a dimostrare , che' grande ed atroce ingiuria si fa a Dio da co- loro t che non tralasciano di vendicarsi privata- mente de’ loro benché ingiusti offensori, mentre il Signore Iddio si è protestato di voler far egli que- sta vendetta. Finge il sacro oratore , trovarsi un Principe potente al pari e pietoso , il quale per di- mostrare r afferion sua verso di qualche suo suddito, gli dicesse : amico , io voglio stabilir teco un patto. Però tu ascoltami. Io vo^io promulgare in tutto il mio stato un editto pubblico , che chiunque ardir à mai di oltraggiare la tua per- sona , sia tosto reo di violata Maestà , non al- trimenti , che se egli avesse oltraggiMo non te , ma me. Riputerò miei tutti gH aggravii , miei tutti gli affì'onii , mie tutte le villanie , che ti sa- ran Jatte. Ma ricerco da te vicendevolmente una condizione , ed è questa , che tu ceda a me la vendetta di tali oQ'ese. Per mie mi dichiarerò di riceverle , ma come mie le voglio ancor ven- dicare. Ditemi, se fosse un Principe, il quale parlasse in tal forma ad un suo vassallo vile ed abjetto, non si stimerebbe esaltato ad un grand onore? E se egli ripugnasse a tal condi- zione , quasi gravosa , non sarebbe tacciato c(^ me uno sciocco , anzi rimproverato come un vil- Itmo ? Qr imagin atevi , questo per appunto essere il caso nosùx}. Si i protefUi^ Dia chinrissimamente , eh' egU 'riputerà come fatti (t se quanti torti sien fatti a' noi. Questa cosa è certissima. E però niuno offende o disgusta noi , che non offenda , o disgusti ancor esso. . . B' se è così , qual amore più sviscerato di questo egli ci polca dimostrarci Ma che 1 Com'e^i si è prole» Stalo y che sue saranno le nostre offese, così daU t altra parte si è dichiarato , che si riserbino a lui le nostre vendette. Or non ha egli per tanto una ragione giustissima di adirarsi, quando noi non siamo contenti di questa legge'? Si fa r amplificazione ancora per mezzo della Raiiocinazione , eli’ è quel modo di amplificare , con cui mostrandosi la grandezza di una cosa , se ne raccoglie la grandezza di un' altra , eh’ è con quella congiunta. Filicaja volendo ingrandire il bel* lico valore , c le gloriose vittorie riportate dal Re di Polonia , esaggera mirabilmente il potere e le forze delle squadre nemiche. Svenni , e gelai poc' anzi , allorch' io vidi Sì grand Oste accamparsi. Alla sua sete L' acque vid io non liete Mancar deir Jstro , e non bastare a quella Ciò , che l' Egitto , e ciò che la Siria miete. Oimè vidi la bella Beai Donna dell Austria invan di fidi  Ripari armarsi, poco men che ancella. Porger nel caso estrèmo A turco ceppo il piede. Il sacro busto Del grand impero Augusto Parca tronco giacer del capo scemo ; E'I cenere supremo P'olar d intorno ; e già cittadi , e ville Tutte fumar di barbare faville. Dall ime sedi Vacillar già tutta, Pareami Vienna , e in panni oscuri , ed adri Le addolorate Madri Coirère al Tempio ; e detestar de^i anni ^ L' ingiurioso dono i mesti Padri , L' onte mirando j e i danni Deli infelice Patria arsa e distrutta Nel comun lutto , e ne' comuni affanni Ma deli Austriaca speme Se gli scempi , le stragi , e le ruine Esser dovranno al fine , Invitto Re , di tue vittorie il seme , Delle sciagure estreme ^ Non più mi doglio ( il Aobil detto intendi ^ Santa Pieiade , e in buona parte il prendi). ì)el regio acciaro al riverito lampo Abbagliata già cade, o già s'appanna La fortuna Ottomanna. Ecco apri le trinciere , ecco t' avventi , E qual Ji^ro hon, ch9 atterra, e scanna i5 GV impauriti armenti ^ Tal fai macello clelV orribil campo. Che il suol ne trema. L' abbattute genti Ecco atterri , e calpesti Ecco spoglie e bandiere a forza togli E il forte assedio sciogli ,  Ondò ch'io grido., e giidetò: giungesti^ Guerreggiasti , vincesti , () He famoso , o catigf^on forte , e pio , Per Dio vincesti e per te vinse Iddio. Sogliono talvolta gli oratori amplificar la cosa, cominciando dalle cose più piccole e lievi , e poi salendo gradatamente alle cose più grandi e più gravi , giungono finalmente a quella , la quale non trovandosi modo , come esprimerla , si lascia alla considerazione degli uditori. Somigliante a questo mo- do di esaggerare è quello, che consiste nell’ accoz- zare insieme cosiflatti aggiunti , così che 1' uno di- noti cosa maggiore di quella , che vien significata dall' altro. Finalmente affastellare molte parole e sentenze dirette a dinotare la stessa cosa , pur ]iro- ducu alle volte 1' amplificazione. Della Confutazione » Questa c una parte della orazione , con cui si deb- bono sanare le l'urite fatte nell’ animo del giudice dal- / la oonfarmazione dell’ av\ ursario ; e quindi a farla ’ Dell’ AHe Rettorica. n3 bene si richiede non poco studio c fatica dell’ ora- tore , il quale in questo specialmente mostrerà il suo giudicio e prudenza , se al valore degli argomenti prodotti dall’ avversario corrisponderà la forza della sua confutazione. Oltre a ciò convicn vedere , in che ordine stia Lene quella disporre ; perciocché si può cominciare dal riprovare talvolta gli argomenti più lievi , e talora gli argomenti più gravi , e ne- cessariamente poi da quello , eh' è come il fonte , da cui si derivano tutti gli altri. La confutazione si può fare in molte maniere. Si può in primo luogo negar perfettamente quello , che ha opposto 1' avversario. Cos'i Segneri dimostra, esser falsa , falsissima 1’ opposizione di coloro , i quali dicono , che se non si fa vendetta delle oilese ri- cevute di propria mano , ne vien contaminata la propria riputazione. L’ oratore argomentando dagli aggiunti delle persone , fa vedere , che il perdono concesso all’ ofl’eiisore vien generalmente celebrato da tutta la gente saggia e dabbene : il che non solo non genera infamia , ma piuttosto accresce lu^ Siro e splendore al nome : che se si trovano perso- ne che sparlano di un tal perdono , questi non al- tri sono , che alcuni nomini scapigliati , mezzo infedeli , mezzo idolatri , mezz' atei , accusatori orgogliosi di quel Vangelo , il quale debbono pro- fessare ; che perciò infame piuttosto è colui , che dal' giudizio di costoro fa dipendere la sua stima, coaiuta in secondo luogo 1’ argomentazione dell’ avversario , se confessandosi il fatto , se ne di- mostra però la ginstÌ7.ia e 1' onestà. Cicerone nell’ ora- zione in difesa di Gajo Rabirio parla in cotal guisa all’ accusatore. Tu dici , che Lucio Saturnino è stato messo a morte da Gajo Ratino ; ma costui., facendo la sua difesa Quinto Ortensio, con la testimonianza di molti , ha dimostrato , che ciò è falso. Or se tjuesta causa non fosse stata già trattata , io confesserei , liconoscerei per vero , volentieri mi farei autore di questo delitto. Quan- to pagherei , se lo stato della causa mi conce- desse la facoltà di poter dire al cospetto di que- sto pubblico , che Lucio Saturnino nemico del popolo Romano è stato tolto di vita per mano di Gajo Rabirio. Segneri pur concede , che 1’ of- feso perdonando scapila d’ onore. Che per questo? si dee contnttociò perdonar I’ offeso; perché questa è la strada , benché aspra , difficile , e disastrosa , da giungere al Paradiso. Molti esempj raccolti e giudiziosamente messi possono servjre di forte sostegno e di pode- lòsà difesa a prò di- quella verità , che vien com- battuta dall’ avversario. Il sacro oratore aduna mol- li esempj di illnsti’i personaggi , sì Fxclesiastici , che Laici , la di cui gloriosa rinomanza per questo appunto risnona più chiara nel mondo , perchè han conceduto generoso perdono ai loro crudeli ed osti- nati offensori ; da che si raccoglie ^ non es^r in iiiuu conto vero , che se 1’ otleso non si fa la giustizìa di propria mano , ne va di sotto la sua ripu- tazione. Gli argomenti di poco momento si sogliono confutare , o col soggiugnere subito una brieve e proporzionata risposta , o collo spregiarli , c ccd non tenerne conto affatto , o finalmente con qualche acuto e grazioso motto. La prudenza dell' oratore sceglierà quello , che gli parrà più a proposito. In che luogo poi della orazione si dovrà collocare la confutazione ? 1/ accusatore esporrà prima i suoi argomenti , ed indi passerà a confutare quelli che gli si potrebbono opporre dall’avversario. L' avvoca- to farà tutto il contrario. DelV Epilogo. Epilogo si compone di due parti , della Enumerazione , e della Amplificazione. La prima consiste nel ridurre in breve , e nell’ esporre sotto un solo aspetto le più gravi e poderose ragioni , che si sono distesamente prodotte nel corso della orazione ; ciocche vale moltissimo a lare , che gli argomenti proposti diano tutti ad un tempo una nuova scossa agli animi degli uditori , e li vadan cosi preparando alla commozione degli affetti ; eh’ è quello che dee fare la seconda parte cicli’ epilogo , cioè , r amplificazione. Ognun sa , che f oratore , finclic dimostra , convince solafneiitc , ma non per- suade , eh’ è quanto dire , non induce gli uditori a seguire il suo parere ; e quindi egli è tuttavia lontano dal conseguire il fine della eloquenza. Fa duopo adunque ordinare c disporre in coiai guisa quest' ultima parte della orazione, che sian conunos- si , e concitati gli animi degli ascoltanti. A far be- ne ciò si abbian presenti all’ animo le seguenti av- vertenze. i.° Non ogni affetto si dee movere in ogni genere di causa , ma quello bensì , che si scoile star bene alla causa , che si ha per le mani. Così nel genere dimostrativo , se mai si loda , par , che si debba dar luogo all' ammirazione , congratulazio- ne , amore, emulazione; se poi si biasima, gli af- fetti opportuni sono l' odio , l’ ira , il disprezzo. Nel genere deliberativo debbono campeggiare la spe- ranza del bene , il timore del male. Nel genere giudiziale chi accusa, ecciterà l' indignazione , chi difende , la compassione. a.° Gli affetti si generano o dalla sensazione , o dalla imaginazione. Veggo l' animo oppresso da mali ; mi si desta subito nell’ animo la compassione. Veggo il ladro , che acceso in ira corre con la ma- no alla spada ; mi si gela il sangue nelle vene. L' oratore non può movere gli affetti per via della sensazione. E necessario adunque , eh’ egli si rivol- ga solo alla imaginazione; c quindi gli fa bisogno con la forza c gravità delle sentenze , con la vivez- za delle parole e delle espressioni far presenti , se non a' sensi , alla imaginazione almeno quelli oggetti , che dalla natura sono stati alla cotnmozipne di ciascuno affetto destinati. E perchè queste sentenze , e queste con- venienti forme di dire non mai si faranno presenti alla mente , comechè si sia avuta la cura di svolge- re e di di e di notte i grandi volumi dei più fa- mosi oratori , se il cuor del dicitore non sia da quell' affetto agitato , che vuol accendere in petto agli uditori , ne segue da ciò , che non si dee por mano a scrivere la perorazione , se non dopo che si sono ben meditati gli argomenti capaci di mo- ver le passioni. L’ affetto , se non è veemente , non ha la forza , di spingere l’uomo a seguire un sentimento: ma perchè gli affetti veementi non sogliono essere di lunga durata , quindi è , che non si dee allungar molto questa parte dell'orazione : anzi convien , che sia breve e adoperandosi ancora uno stile concita- to , composto di periodi corti , e vibrati. Il giudizioso e saggio uso delle Figure , sicco- me si vedrà a suo luogo , vale molto a produrre queir effetto , a coi è destinato dall’ arte l’ epilogo. La Miloniana volgarizzata presenta un chiaro e nobile esempio di questa parte della orazione.  ,«^QiQiii7j}cUDy  B 1» ultima. L’ELOCUZIONE, secondo quello^ die ci viene inse- gnato da Cicerone) si compone tutta di quattro cose , le quali sono i.° purità e proprietà della lin- gua , che si vuol parlare. parole e sentenze at- te a poter cliiaramente spiegar quello ) che s’inten- de dire. 3.0 abbellire queste parole, e queste sen- tenze di quelli ornamenti , che sono piu adatti al fine del ragionamento ; 4**’ ^ discorso quelkl convenienea , ovvero pieghevolezza , che alla digni« tà delle cose, e delle persone si richiede. Digitized by Google laa Delle Regole Della Purità della Lingua Italiana. La purità della lingua , oltre 1’ osservanza del- le regole Gramatica , consiste spe/cialmente nel fare buon uso delle parole , e forme di dire , che sono proprio solo di quella lingua , che 1’ uom vuo- le e intende scrivere , o parlare. Gli Italiani adun- que , volendo e parlaré , e compon’e elegantemen- te , oltreché debbono osservare le regole della Gra- matica Italiana , c necessario ancora , che facciano uso della loro lingua propria , la quale in buona parte è la Toscana « come quella , che in grazia e leggiadria di dire avanza di gran lunga i parlari di tutte le altre provincie d'Italia. Ciò posto, la pri- ma cosa, che debbono con ogni studio sfuggire gli amatori della pura lingua italiana , si ò quella , di non mai inserire ne’loro discorsi vocaboli , e frasi stra~ niere. I cosmopoliti , quei , cioè , a’ quali piace di frammischiare ne’loro discorsi parole , e frasi di ogni nazione , sono ben degni di ogni riprensióne. Le parole una volta usate e poi col volger degli anni dalla generale consuetudine dismesse^ pnr sono da annoverare tra quelle , che non sono proprie della lingua ; e quindi molte voci , che si leggo- no nel Dante , e nel Boccaccio , benché usate da questi venerandi padri dell’ Idioma Italiano ' , pm sono da riputarsi contrarie alla purità del madesi- .’ò’tjy' ( ’nOi^le . no , perché non più le adopera l'uso òomune. Ora- zio nell' Arte Poetica : Come cadute Le prime fo^ie al declinar delV anno Si rinnovali le selve , in simil gùisa Jnvecchian pur le antiche voci , e in altre Nate pur ora il florido s' infonde f^igor di gioventù. ... » Alla purità della lingua si oppone ancora l’ in- Tenzione , e l' uso di parole nuove. Eppure lo stes- so Orazio par cbe accordi allo scrittore ampia facol- tà di coniar nuove parole , perciocché die’ egli cosi: . Stampar parole , Sult impronta corrente , è sempre stato Lecito , e lo sarà. Questa permissione però , che sembra tanto generale , si dee intendere cosi , che prima , che u» autore si avventuri a valersi di nuove parole scri- vendo , aspetti almeno , che sicno approvate daH'iiso, che ne fanno le persone dotte parlando. Questa è la spiegazione di questo luogo di Orazio proposta da TRAPASI (vedasi) (Metastasio), la qual pare , che sia sovcrchù;men- te indulgente : perciocché le parole nuove , allora SI possono tenere in conto di parole proprie della lingua , quando spno state messe in uso dai dotti Digilized by Google 1^4 Delle Begcie itpecialmente néi loro componimenti. E delTvso éei ciotti , .e non già di quello del popolo , si dee forst intendere quel sovrano decreto di Orazio , che tuso è t arbitro , il giudice , e la norma del par- lare. E qui pare , che si presenta a noi opportuna oc- casiomc di dover dire una cosa , la quale forse darà maggior luce a quello , che si h finora d'intorno alla purità' della lingua insegnato. Ogni linguaggio si può benissimo distinguere in due , in quello , cioè , del po- polo, e in quello di cut si valgono i dotti e buoni scrit- tori. Il primo ha solo la semplice e naturai purità il secondo alla purità aggiunge grazia e bellezza. Di- mostriamo questa cosa con gli esempj. Certo che re ben detto. Questa cosa non si dee fare : ma non si può negare, che sia più vago: Questa cosa non vuol farsi , non istà bene farla. E la stessa diver- sità di semplice purità , e di grazia e vaghezza si os- serva tra questi altri modi di favellare : sono alcw- ni, che credono-, son di quegli , che credono : con condizion , che tu facci : così veramente che tu facci : potrei nominar molti : potrei nominar di molti : pronto a farlo : son presto di farlo. Ora pare , che s’ appartiene al brjono oratore valersi di un linguaggio , che non solo sia sempli- ce e puro , ma leggiadro ancora e bello ; e perciò gli fa biso^o scegliere quelle parole, e forme di dite , che sono più uobib , e le migbori , e shiggi- Digilized by Google DelV Arte Bettorica. laS -le le «]bjeUc, e le vili. Ma cKi spieglierà all’wat»* Te , in che consista questa nobiltà , e Lassezx% del- le parole , e chi gli mostrerà la ragione dell’.nna , « dell' altra onde poi gli riesca felicemente di fare la proposta scelta delle parole ? La cosa veramen- te è difficile : laiche alcuni fìlosoli arditamente han- no insegnalo , che tulle le voci sono di uno stesso modo , e che non si dee dire l' una più nobile rid- i’ altra. Pur ci si aprila facile la via a potere uscire da questa difficoltà , se ci faremo a considerare , che tra le tante cose , che l’ uomo conosce , n’ ha alcune , eh’ conosce per argomentazione , dedu- cendole da’principii loro, come sono le proposizio- ni de’ matematici; ed altre, che l’ uom conosce» non per argomentazione , ma per un certo .senso intcriore , che le cose stesse eccitano nell’ animo , senza che egli ne sappia il perchè. Facciamo ciò chiaro con un esempio. Spesso nelle comuni com- pagnie si suol da taluno dire; vedete , come queir- la persona è graziosa , come avvenente. Se mai si domanda , a chi parla così : dite pure , in che consiste questa grazia , questa avvenenza : cer- to che non sa dirlo , nè sa trovare l’ argomento di ciò , che con tanta franchezza ha pure asserito. Per la qual cosa altro non resta a dire , se non che le maniere della persona imprimono nell’ animo quel sentimento , che si chiama grazia ed avvenenza. Or di questo genere è la nobiltà e bassezza delle parole : si sente per quel sentimento interiore , eh’ cs- Digitized by Coogic ^ Ideile Regole « eccitano nell’animo; nel cL n«.' i.- prestare al giudizio de più. QueL*l P®‘ parte è dono della 1,,.. ^ "*‘e«on « si accresce con la lettum 2-’ e con l’uso Huentetromtr? parole , e forme^ dfdle. Ciò non" ^eU* ohe quello debba «vere tutte le t" «osi, possa ma. dir cosa natuialmenteT «e SI direbbe senza studr pVrchr* ’ co- aflèttazione . 1« qn^le è viziò è ^ ogni cosa ; si vuole rl.P r ’ ® ^ ^^leno di oon Ta TtLm ‘^de’l T”^rc^e’ Chi CICERONE insegna che LA CHIAREZZA – H. P. Grice: be perspicuous [sic] the principle of conversational clarity -- chiarezza, siccome tra le bel le qualità del discorso è la più necessaria^ COSI non merita molta lode al dicitore ; perciocché non altro per quella si ottiene , se non che disco- prire agli altri ciò , che pur si vuole che dagli al- tri si sappia. Acciocché p oi quella abbia luogo , siccome ra- gion vuole , nel discorso , fa duopo osservare pia cose. i.° Chiara conoscenza convien , che si abbia di quello , di cui pur chiara conoscenza si vuole , che altri acquisti , per mezzo del discorso. Ninno mai può dare ad altri ciò , eh’ egli non ha. a.® II discorso si dee comporre di tali parole , e forme di dire, le quali possano spiegar quello , che s’intèn- de agli altri manifestare. £ perciò , oltre le parole straniere, di fresco coniate , messe in obblio dall’uso, si debbono sfuggire le ambigue quelle cioè alle qua- li si possono dare più significati, salvo se si voglia «OH quelle formare uu grazioso concetto. 3.® Le idee si debbono esprimere con tante parole , quante sono bastanti a porle in chiaro. Chi dice più , o meno di quello , che si richiede al bisogno , tormenta 1’ uditore ; perchè o il carica di tal peso , che lo stanca , e 1’ opprime , o pure il costringe a far r indovino. 4- Finalmente le cose , e le parole sian messe e disposte in quell' ordine , che meglio lor si conviene. Non vi ha cosa , che tanto si op- pone alla chiarezza , quanto il disordine , e la con- fusione. L’ ordine si compone di principio , mezzo e fine. Si dica dunque in primo luogo ciò che sta ben detto in primo luogo , nel mezzo ciò che va ben allogato nel mezzo , nel fine quello , che pre- cisamente al fine si appartiene. Se le cose non so- no cosi ordinate , non è possibile , che qualunque sforzo del dicitore le trasmetta alla cognizione del- r uditore. t>eW Arte Reiterici. Degli OrnamenU delle par dei Aristotele insegna, die l’elocuzibne, composta sólo di parole proprie, e comuni , siccome Sarà sem- .pre chiarissima , cosi cadrà senza meno nella dltà e bassezza , se non è de’ convenienti ornamenti ab- bellita. Bisogna duiM]uc sapere , quali siano questi ornamenti , e come si debbano m ettere in uso. Si abbelliscono le parole o col cambiare il lor signifi- cato proprio e naturale , trasferendolo ad un altro, che ha con quello una certa relazione , o col dar loro una particolare collocazione ; e dì qui bascono i traslati di parole , e le figure di parole. Della Metafora. Tra i traslati di parole, detti tixtpi da’GrUci a , Ca- gione si dà il primo luògo alla motaforà , come quell* ch'è di frequentissimo uso , e che dà fiato c sjiirito c movimento al discorso. Questa consiste nel trasferir* il significato proprio e naturale della parola ad un’al- tro significato , che La con quello simiglianta , o almeno analogia , la quale è una simigiianza larga ed imperfetta , come si tedrà dagli esempj che propoiTemo. Omero chiama le parole Jlale ^ , a cagion della simigiianza , eh’ è tra la vdocità del volo degli uccelli , e la rapidità con cui le parole pronunziale una volta si spargono tra gli uomini. Cosi se alcuno dicesse ; Re tocca essere il noc- chiero del regno. In questo esempio si pai'agona il nocchiero al Re , la nave al regno. Ognun vede, che tra questi oggetti non v' ha stretta simiglianza ; y' ha però una certa analogia ; perchè ciocché fa il nocchiero sulla nave , questo stesso fa il Re nel regno. ^ , fion v' ha cosa , da cui non si possa cavar la ipetafora , purché non manchi la simiglianza. £d acciocché si vegga ciò partitamente da' priucipiadti , la metafora si trae da cosa animata a cosa animata. j^ante Can. VI. del Paradiso. Bruto con C(^ssio nelt Jnjemo latra, Petrarca. V olo con t ali de' pensieri al cielo. Da cosa inanimata , a cosa inanimata Petrarca. Xoman d argento i mscelletti e i fiumi Da cosa inanimata a cosa aqimata. P^rarca. B duo folgori seco di batta^ia Jl maggior, e il minor Scipio Africano. Le metafore però più vaghe e più belle sono quelle , che fanno vive e, spiranti e quasi capaci di passioni , q d’ intendimento la cose inanimate. Di {aes{C! fanno nso gli oratori , ma motto piti i poé^ ti , nelle cui mani , come dice Aristotile , ogni co^ ha moto e ^Ha. Virgilio . Con meno orgoglio Gita F Eufrate. Ambe le cotnd fiacche Portava il Reno. Disdegnoso il ponte Sul dorso ii scotea t Amfienio Afaxe. La itietafora h come l' imagine e il ritratto di quell' oggetto , che non polendosi esprimere , con vivezza e nobiltà, col vocabolo proprio e natu- rale , si è cercato di far ciò per mezzo del tra- slato. Da ciò nascono molte regole , le quali si debbono diligentemente osservare dallo scrittore , acciò feccia buon uso della Metafora. i.° Il si- gnificato del traslato dee essere chiaro e conosciu- fo; altrimenti in vece di produrre cliiare:2za- e splen- dore , produce oscurità e Confusione. Tal sarebbe il traslato usato in questo modo di dire. Costui scorre tutto il zodiaco degli onori, a.® 11 traslato dee esser tale , che noli ci presenti l’oggetto princi- pale nè tanto grande , nè tanto piccolo , che di molto oltrepassi i confini del vero , o' del verisi- mile. Così un nostro poeta’. A bronzi tuoi serve di pdlla il mondo. j I. i 3." Senza la simiglianza il traslato è vizioso ; pigilized by Googlf i3» Delle Regole e perciò i critici hanno notato Orazio , che per esprimere Ir canutezza si è valuto di questo modo di (1 re : le vevi del capo. Per la stessa ragione molto male cantò quel poeta , che scrisse del sole. Clte colla scure taglia il collo alf ombre. E chi m^i poi ha tanta pazienza da comporta- re quel poeta , che parlando della Maddalena , che lavò coile lacrime , e coi capelli . asciugò i piedi del Salvatore , cliiuse cosi un suo sonetto ? Se il crina è un Tago, e son due soli i lumij Non vide mai maggior prodigio il Cielo , Bagnar co' soli , e rasciugar co' fiumi. I Con quella metafora , con cui si è co- minciato , con quella stessa si dee finire. Perciò non vien lodato da' critici il Petrarca , il quale così dà principio alla sua quarta canzone. Sì è debile il filo , a cui s' attiene . . ha gravosa mia vita : Che s' altri non V aita , Ella fia tosto di suo corso a ripa. I)Ì€e il Muratori , che la vita attaccatii ad un filo debile y che in breve è per giungere a riva di VeTV Arie Kettorica. 1 35 suo corso , per verità son due tra slazioiù poco be- ne ordinate , e mal cucite. 6.° Le traslazioni non si debbono cavare da oggetti plebei , spiacevoli , e ridicoli , o che conten- gano sordidezza , e bassezza , salvo se si trattasse di materia burlesca , c non si volesse destare il ri- so , perchè ciò allora non sarebbe vizio , ma sareb- be virtù. La metafora è nata a rendere più vaghi , più nobili , più gentili , e più giocondi gli oggetti ^ a rappresentare i quali quella è adoperata. , Le metafore sono il jmù bello ornamento del discorso; ma pur conviene, che l'oratore le usi di- scretamente , e le sparga nel suo discorso per mo- do , che pajano ricercate dalla materia stessa , • non già aifas teliate, a fine di far pompa d una va- na sottigliezza d' ingegno , e di una mal intesa va- ghezza di dire. DeW Allegorìa. La voce stessa dinota , che per questo traslato una cosa si dice , ed altra cosa si vuole intendere. L' allegoria poi si distingue dalla metafora in questo, che la metafora consiste in una o due , in somma in poche parole, l’ allegorìa poi si compone di una serie di parole traslate. Ciò s’ intende meglio col- r esempio. Carlo Maria Maggi ci descrive i pericoli e disastri della vita umana sotto l’ imagine del ma- re , e di ciò , che al mare si appartiene. Delle Regole ^ • *? > HoUo dall' onde umane , igrtudct e laefó , Sovra 11 lacero legno aljln m' ossidò , ~\ £ ad ogn' <dtro nocehier da lungi gridò , ' Che in tal mare ogni parte è mortai passo j €ihe ogni dì s' incontra infame un sasso , - ' Per cui di mille stragi è sparso ii lida , Che nelt ira è crtidel , nei riso è infido ; Tetnpeste ha folto, e pien di secche è il basso. Io , che troppo il provai, perchè f orgagUo Per tante prede ancor non crvstfa alt empio, A ehi dietro mi vien, mostro lo seogtto. Pen s' impara pietà dal proprio scempio. Perchè altri non si perda, alto mt doglio. ‘ A chi non ode il ditol , parli f esempio. L' allegorìa , siccome abbiam dettò' , ' h còtiiffiò- sta di parole tutte metaforiche , tra le quali però si può frammischiare quailche voce propria , 'come si osserva nel primo verso del proposto sonetto , onde umane. L’ oratore , se vuole , che 1’ allegoria sia di ornamento al discorso, faccia in modo , che quel- la rìesca fadle e chiara , e che finisca con 'quelli stessi traslati , con cui ha cominciato' , tenendosi lon^ tano dal costume di colmv» , che avendo cominciato coHa bnrrasca , vanno poi a terminare coll'incendio , o colla mina. L’IPERBOLE – H. P. Grice: Every nice girl loves a sailor --  è un traslato, il quale, oltrepassando il vero, fa concepire la grandezza di un’idea, che dalle semplici comuni espressioni non può esser be- ne spiegata. Virgilio volendo esaltare gli scultori , e dipintori Greci « si vele di questa belU Iperbole. A metfUU spiranti altri, noi niego , iSaf/ran meglio dar forma’, e vivi i volti, Eecit^ran dui marmi. ... i Il Z^pi , al considerare la famosa statua del Mosè di nlichelangelo , .si lascia rapire in tanta am- mirazione , cbe dice cos'i. . . 'E vive e pronte Le labbra ha sì , che le parole ascolto. Veramente questo traslato è proprio di cbi 4 sente posseduto da un eccessivo trasporto di^passio^ qe , qual 4 dee supporre nell’ animo del citatp poeta. Pur conviene , chiudere tra certi confini U libertà dell' Iperbole. Può , ben dire alcuno , i cui afietti sono io gran bisbìglio : ho tutto t inferivo nel seno : ma chi il offrirebbe , se poi soggiun- gesse? Queste mie voci, che udite, sono le gfb- 4a de' tormentati , sono di , Cerbero i latrati. Co- se all’Iperbole di Zappi volesse alcuno agg!uti« gere , eh bene 1 ascoltiamolo attenti , de' suoi det-' tì. faccìam tesoro ; chi mai saprebbe allora tratte- ner le risa ? nella Metonimia. ■ ! Si di luogo alla Metonimia nel discorso , allor- quando si cambiano i nomi di quelle cose , delle quali r una è all’ altra per un • naturai legame con- giunta ; e perchè le rt)se possano esser tra loro in più maniere unite, varj ancofa sono i modi di poter formare la metonimia. Noi volendo esser brevi li riduciamo a quattro. ^ 1 .“ Vi ha relazione tra la causa , e 1’ effetto e quindi si può adoperare il nome della causa in Vece del nome dell’ effetto , il nome dell’ autore in vece deir opera da lui scritta , il nome di quella Deità , che credessi aver inventato , o prodotta una cosa , in luogo del nome della cosa stessa. Cosi lutti didamo. Ho letto il Casa , il Tasso , cioè , le opere del Casa., del Tasso. Riguardo poi al- r U.SO del nome della Deità in vece del nome della cosa da quella Deità inventata o protetta si è da osservare diligentemente , che quella libertà che dal- la consuetudine fu concessa a’ Latini , viert oggi dal- la medesima consuetudine negata agli Italiani. Per* docchè i Latini se non i prosatori , almeno i poe- ti ) con somma ■ lihortà si valsero dei * nomi delle Dell’Arte Rettorica^ loro deità per esprimere quelle cose , che si credea^ 00 da quelle inventate , o dalla lor protezione dife- _ se ; e quindi leggiamo presso i poeti latini adope- rato Marte a significare la guerra , Cerere le bitule, Bacco il vino. 'Anzi non mancano delle ardimento* se espressioni nate da quest’ uso , quali per esempio j sono queste ; Costui apprestò molta cerere , e co- lui si bevve molto bacco. La consuetudine vuole che gl’ Italiani si guaidino dall’ usare queste forme , „di dire ^ contentandosi di adoperare solo i nomi di quei dii pur dinotare semplicemente le cose , che a ^ quelli si appartenevano » e ciò con prudenza e giucio. 11 Petrarca. ! . . . Ed ha fatti suoi Del Non Giove e Palla, ma F'enere e Bacco ^ Per la stessa ragione si adopera il possessore per la cosa posseduta , il capitane pel suo esercito. Virgilio. 0*4 E già il palagio , Era di j^ifpbo arso e discuo i E il suo ,vicin Ucaleeon àrdea». • ;  . p ; Petrarca  .i-- I • (• • * Colui ^  d^f.Annibfdle a f^i(a biffine. a. L’effeittò si, usa in luogo tóla causa. Coà diciamo bianco crine , uom canuto , per ^notare la veccbiaja , 1’ «om vecchio. I poeti danno alle cose certi aggiunti , i quali esprimono gli effetti , che da quelle si derivano. La bianca paura , la pal- lida morte , il cieco errore. Segneri : Ovunque , volgiate il guardo voi scorgerete imperversare la crudeltà ( gli uomini crudeli ) signoreggiare U furore ( gli uomini furiosi ) regnar la morte ( gli uomini omicidi ). 5.® Dante allorché scrisse , Cristo ne liberò colla sua vena, si valse del continente invece del contenuto. 4.“ Il segno per la cosa significata. L'ulivo per la pace, la palma per la vittoria, il cipresso per la morte , X Aquile Romane per gli eserciti Ro- mani. Tasso. l Gir fra' nemici ; ivi o cipresso , o palma Acquistar per la fede. Della Sineddoche. Si pone ili uso questo traslato in più maniere. 1 .® Il tutto per la parte. Petrarca chiama fred- d anno il verno, di' è parte dell’anno, a." La parte pel tutto, dicesi F/o«a c?t molte vele invece di molte navi. 5.® La matèria per significare la cosa da quella formata, lì ferro per la spada. 4.*U 'genere per la specie. Petrarca.  V f E fui t augel che piti per f aer poggia lia specie pel genere. Tasso. » E le mamme allallar di Tigre Ircana : ” 11 numero del più pel meno, il meno pel più. Segneri. I Constanlini , i Giustiniani^ i Teodosj , che sono stati tra' Cristiani i Licurghi del popolo Laico. • Petrarca. , Ma se il Latino , e il Greco Parlan di me dopo la morte , è un vinto. Della Ironia. ^ L\ ironia è un traslato, con cui si vuol dinota- re una cosa perfettamente diversa da quella , die vien significata dalle parole. Che al discorlo poi , alle espressioni si debba dar questo significato , ciò si dee dedurre dalla persona , o dalla cosa , di cui si parla , o dal modo , come son profferite le paro-* le dal dicitore. Chi non ravvisa l' ironia in questo discorso di Cicerone , ov’ egli prende a ragionar in tal modo della morte di Clodio ? Ma pazzia è la nostra , che abbiamo ardire di far paragone di Druso, di Africano, di Pompeo, di noi medesimi a Pubblio Clodio. Tolerabili furono quest accidenti : non è già tolerabile la morte di Publio Clodio : malamente ognuno la sopporta ; piange il senato \ sta mesto V ordine de' cavalie- ri ; giace in dolore , e struggesi tutta la città'\ attristansi i municipi , affliggonsi le colonie e ' finalmente le campagne stesse bramano la vita di così benefico, così salutevole, così mansueto cittadino. Delle Figure di parole. Le parole collocate e disposte in una certa par> ticolar maniera nel discorso , e l’ uso di certi voca- boli producono quelli ornamenti , che diconsi fini- re di parole ; e perchè questa particolar collocazio- ne , e r uso di queste voci può fiirsi in più modi , quindi molte sono le specie degli abbigliamenti di questo genere, le quali’ ben si possano riduite a quattro^ potendo quelle nascere o dal togliere j o’’ dall’ aggiungere , o dal ripetere le parole , o finente da una certa lor consonanza di suono e di'^ armonia. Dell’asindeto e del Polisindeto '. Queste due figure , espresse già‘ con vocaboli ^ greci, che voglion dire Sciolto e Congiunto, sono l’una all'altra opposta.  Là prima toglie al discorso quelle congiunzioni che pur gli sarébbonot necessarie a fin di renderlo rapido e vibrato, li / ' f \ ^ »  ? seMhda -poi le- moltiplica più di quello , che al ti- sogwo ii richiede , aflìnchè, facendosi cosi più tardo il pariate \ le cose ipajano più grandi, che non so- nò', e restino più vivamente impresse negli animi , dògli uditori. fSegneri nella Predica. del Re , Davidde ragiona cosi. Dunque ad un Guerrier, j qual egli era , cresciuto già , fin da fanciullet- to , tra V armi , si appartenea far prediche a peccatori? Anzi parca, che principale sua cari- ca' dovesse 'essere schierar eserciti , assediare , as- saltare , recar battaglie, non is piegar catechis- mi. Poco innanzi lo stesso Segneri , esortando gUi uditori alla correzion del prossimo , dice cosi. Afen- , tre il vostro prossimo pecca, credete a me, voi <tve-‘j^ te t'incendio nel vicinato. Però correte , affanna\ tevi, affaticatevi. Lo stesso sacro > oratore ci presenta \ uft'vago Polisindeto nella Prèdica. ov’ egli ha pre- so a descrivere il viaggio , che 1’ anima del giusto , , partendo dallftì terra-,' fa verso il Paradiso. Vedre- te , còni ivi vengono a generarsi Att principi tut- ti diversi , e V Iridi , le quali pingon le nuvole , e- le ragade, le quali allattano ifiori,ele ptog- gie , lè quedi allagano i campi , e le nevi , le. quali imbiancano'i gioghi, e legrandini , le- quo- ti saccheggiano i seminati.  ' SleUlf'’J^ignre ^.ripetizione:.: ; t-, IH* quéste figure si suol far .uso. in ogni gmere di discorso; se ne valgono però molte piò gli ■ omtori ; perciocché 'sono atte ad esprimere l’ impeto e la vivezza delle passioni , e ad inculcare agli ud^ lori quelle verità , die si son presi a dimostrare # nella orazione. Hanno esse varj nomi y porche ve ne sono di varie maniere. Della Anafora. Questa figura consiste nel ripetere la stessa parola nel medesimo significato ne' principi delle sentenze : lo stile per quella si fa veemente e gra'^ ve. Ségneri nella Predica poc' anzi citata , volendo dimostrare , che in Cielo tutto è concordia , c«ni- spondenza , e pace y il fa felicemente , valendosi del- • la Anafora. Pace dell' uomo con Dio , pace de- gli inferiori co' superiori , pace del corpo , col- t animo, pace delF appetito con. la rogione. Che se poi si ripete la stessa voce nella fine delle sen- tenze , questa figura chiamasi Epistrofe , o sia Con- versione. Cornelio Frangipane nella sua volgaiiz- zazione della Orazione a favor di Ligario dice coà. Voi dunque andavate in una provincia , la sjua- le era direttamente opposta a Cesare, dov' era un Re molto possente nemico di Cesare, e do- V era un esercito grande e valoroso contro di Cesare. Talvolta si uniscono queste figure , ri- petendosi la stessa voce sul prindpio , ed tm' altra parola sulla fine delle sentenze; U qual figura chia- . Dell‘ Arie Eettorica. i43 mano Simploct ,o sia Complessione, kWìt’cio Lol- lio in lode dell’Eloquenza. Chi spinse gli. Aleniesi « sottoporsi alF impero di Pisistrato , se non la faconditf. ? Chi fece nuscire Temistocle superh - re al giusto Aristide , se non la facondia ? Chi salvò la vita al medesimo condotto al cospetto del re di Persia , se non la fotza della facon- dia? Chi fece confermare capitano alla gravis- sima espedizion della Spagna Publio Scipione Africano,, non la facondia? Chi fece cader le armi di mano agli an abbiati nemici di M. An- tonio , se non la facondia ? Se si ripete la stessa parola di seguito , si ha l’EPIZEUSI, che vuol dire congiungimento. Segnevì. Presto , presto , vatvhiamo questi altri cieli , piuttosto a volo , che a corso. Alberto LoUio. Datevi , datevi con tutto il cuore e con tutto V ani- mo ; con tutto t animo datevi , dico , ai bellissi- mi studii da me proposti. t. * Dell’ Anadiplosi, o sia CondifjìUcazìone. Questa figura ripete le stessa voce sulla fine della sentenza precedente, e sul principio della se- guente , la quale aggiunge maggior forza^ e spirito al discorso , se trovasi accoppiata colla correzione. CICERONE (vedasi). Il senato sa queste eose^ il consolo le vede , e costui pur vive. Vive 1 Oftzi, sen ne in senato. La SINONIMIA consiste nell’adunare o più parole o più sentenze che hanno la stessa significazionoi; e quindi Tale molte ad espiimere la grandezza, ovvero la bassezza delle cose: ciocché fa molto meglio, conginngendosi col1’esclamazione. Segnerì. O che gioja! O che giubilo! O che trionfo!. TASSO (vedasi). Io vivo? io spiro ancora? e gfi odiosi Rai miro ancor di quest' itftuisto die ? Pella figura della GRADAZIONE si ripete una parola della prima sentenza nella seconda, con tal «dine e . disposizione, che si viene GRADATAMENTE a chiudere il discorso. Eccone un bell' esempio tolto da TASSO (vedasi) Can.. .  Non cade il ferro mais che appiennon colga', Non co^ieappien,<^ piaga anche non faccia-. Non piaga fa, che I alma altf'ià non tolga. Tal volta questa gradarione pur si ha-, senza ìt ripetizione di alcuna parola , ado|>erandosi tali con- cetti , che r uno cresca sopra deli’ altro. Segneri. Pred. La mone è forse già comincia- ta a calar dalla montagna , già forse arriva * già mota il ferro , già vibra il colpo , già vi toglie la vita ; e volete voi cader d animo per sì poco ? Delle Figure che nascono dalla conso-^ nanza di suono. Queste figure non sono di molta importanza ; anzi se non vengono da se , ma sono dallo studio’ uitrodotte nel discorso , dispiacciono assai , e recan Boja agli uditori. JN'oi ne diremo poche parole. La paronomasia consiste o nel ripetere la stessa, voce ma in diverso significato » o pur le stesse voci , co» gualche cambiamento. Tasso. Ràpido diseìra La porta , e porta inaspettata morti. Ber ni. j Dugento miglia son fuggito e figgo E Juggirò , che di fug^r mi struggo^ Dicono pari-consonante quella figura, per cui le parole, sian nomi » sian verbi, hanno una certa somiglianza di suono, così che pare che introduco- o ' ho la rima nel discorso. Alberto Lollio nell’orao «One in favore di M.- Oratio. Qual cosa si può pensare ^ non cììé eRi'e pili brutta e piu biasime- vole, che (Utrìstaf'e chi ci ha rallegrato , vitupe- rare i chi ci ha esaltato , ajfliggeie chi ci ha li- berato, dar la moiHe a chi ci ha dato la vita? Le figure di parole di cui si h trattato sinora , se mai si cambia o la collocazione delle voci, le voci stesse, non lasciano orma di senei discorso. LE FIGURE DI SENTENZA, pell’opposto , qual che ne sia la forma di esprimerle , ritengono sempre invariabile la loro esistenza : ciocche ognun couo- scarà dagli escmpj , che ne proporremo. Lunga se- rie di queste ligure leggcsi esjiosta in più trattati di ileUorìca : piace a noi , ragionar solo di quelle > che sono le principali , e che lahno il discorso non solo bello ed ornato , ma vibrato ancora e veemente. Della Prosopopeja. Questa figura ha la forza o di chiamare i ■sorti dalie tombe , e restituir loro vita e favella , o dà senso , vita e movimento alle cose inanimate. Si «dunque una persona , che non è , che parli pur tuttavia e ragioni. Angelo di Costanzo chiude un. stio sonetto con ana prosopopeja quanto breve , 1 i altrettanto bella e graziosa , intro incendo a parla- .re la famosa cetra di Virgilio. Ecco i due Ter- narj. ' * Dai suo Pastore in una quercia ombrosa Sacrata pende , e se la muove il vento , Par che dica superba e Sdegnosa. Non Jia chi di toccarmi abbia ardimento'. Che se non spero aver man sì famosa , Del gran Titiro mio sol nU contento. Non è difficile trovarne frequenti esempi pres- so ì grandi e buoni oratori. Contuttociò vogliam noi proporne uno tolto dal Segneri , il quale ben- ché lungo , pur ci piace quasi tutto esporlo , perchè contiene le pià belle massime della morale Evangebca. 11 sacro Oratore della Cristiana Rel^io- ne fru-ma una persona , ed in tai detti la fa ragio- nare. Guerra , Guerra ; quest' è quel , che io veii- go a recare fra' popoli. Chi mi vuol per amicai non mi ragioni di morbidezze i e di agi., di ozio, e di riposo ; perchè io protestami apertamente, che questo non è il 'mio finei .\ Date volontoiio rifiuto ad ogni diletto , il quale abbia del sensuale', e se ribelle vi ricalcitri- il senso, ascoltate me. Sottraetegli jgli.agi con la volon- taria mendicità ', diminuitegli il cibo con le fre- quenti astinenze-. intenompHe^i il sonno con le Digilized by Google 1 48 Delle Regole importune vigilie ; e se non basta , rintuzzateci ancora con le sanguigne Jlagellazioni l ardire. Evvi spaventosa boscaglia in Egitto? Correte lieti, per mio consiglio, ad ascondervi in que- gli orrori. Alloia mi sarete più cari, quando ve- drovvi avere per casa o gli scosci ■> o le sepol- ture. Là vi offerisco per compagnia fiere orri- bili , per cibo radiche amare , per bevanda acque insipide , per vesti setole acute , e per letto rot- tami tormentosissimi. E perchè io so , che non ostante la vostra nota innocenza , avrete molti avversurj , che vi vorranno ostinatamente rimuo- vere dal mio culto , guardate bene , eh' io non vo- glio essere abbandonata da voi, nè per prieghi, nè per terrori , nè per amore. Quando alcuno vi tratti di ribellione alla f&de , da voi giuratami , voi per risposta off et ite subito pronti le carni cC grajfi , i nervi alle torture , f ossa alle seghe', i denti alle tanaCi^ > occìd alle lesine , e il collo stesso alla scure. Vi mostreranno da un lato fornaci ardenti , e voi accettate d entrarvi. Vi additeranno dall' altro stagni gelati , e voi consentirete di seppellirvici : nè mai vi sieno o precipizi sì ^ cupi , o Jicte così fameliche , o ruo- le.jsì tormentose , o saette acute , o graticole sì roventi , per cui timore voi rìtf atliatc pur uno jdi quegli articoli , eh' in v' insegno. La figura dell’aposiopesi, o sia, reticenza, molto acconcia ad esprimere l’impeto della passione, consiste nel TACERE – H. P. Grice: SUPPRESS -- o una, o più parole, che pur sarehbono necessarie a dinotare 1’intera sentenza. Nettutio presso VIRGILIO (vedasi) Ewo a se chiama, e Zefiro, E in tal guisa acremente li rampogna. Tanta ancor tracotanza in voi s’alletta, Razza perversa? Voi, voi senza me, Nel regno mio, la terra, il del confondere E far nel mare un sì gran moto osare? Jo vi farò. Ma di mestiero è prima Abbonazzar quell'onde: altra fiata In altra guisa, il fio mi pagherete del fallir vostro. Introducesi la figura della SERMOCINAZIONE nel discorso, allorquando l’oratore fa parlare nella sua arringa una persona che ha tutta la relazione con lo scopo di quella, e le fa dire parole e cose convenienti alle circostanze di sua fortuna. CICERONE (vedasi) nella orazione a favor di Milone mette in bocca a costui questo di- scorso. Mi è caro j mi è caro il benq deh miei ciitadini : piacemi , che sieno salvi, che sia pro- spero , che sia felice lo stato loro. Faccia Iddio, che si conservi questa onorata città , ed a me ca- rissima patria , o bene , o male ch'ella mi sia per trattare-, godano i miei cittadini con tranquil- lità , e con pace la Repubblica : essi senza di Ine , poiché a me insieme con loro non lece , go- dano il frutto della mia lodevole opera. Io ce- derò , ed altrove me n' anderò. Se sia buona la repubblica , nU sia caro di goderla ; ma se sia cattiva , I esserne privo non mi dovrà , ed alla prima città , che io ritrover-ò ben costumata , e libera, ivi mi fermerò. O mie fatiche indarno durate I O speranze fidiaci , o vani miei pensie- ri \ Doveva io, avendo nelP anno , che fui Tri- buno della plebe , presa la difesa della repub- blica , che a misero stato era ridotta-, del se- nato , eh' era senza vigore ; de' cavalieri Ro- mani , le cui forze er-ano deboli e stanche ; de' buoni cittadini da me difesi ', doveva , di- co , io credere , che dovessero in alcun tempo abbandonarmi ? Doveva io ( dice a me , col quale molte volte parla ì) avendoli restituito al- ia patria , pensare , che a me nella patria non dovesse esser luogo ? Ove è ora il senato , per cui tanto operammo ? Ove sono , dice , quei tanto tuoi cavalieri 'Romani ? Ove è il favore de' rrmnicipf ', ove le voci dell' Italia ? Ove è ji- n aluennie ^ o ìiarco Tullio , la tua voce « e la tua difesa , onde molti hanno avuto la salu- te? Come possibile che a me , il quale tan- te volte per te mi sono esposto alla morte , a me solo la tua voce, e la tua lingua non giovi ? Oicesi ancora sermocinazione quel discorso , ove r oratore riferisce ciocché han ragionato o imo 0 più. Boccaccio Nov. 17. O , disse Calandrino , cotesto è buon paese. Ma dimmi , che si fa de' cap- poni , che cuocono coloro ? Rispose Maso ; man- giaseli i Baschi tttUi. Disse allora Calandrmo'. fostevi tu mai? A cui Maso : di ^tu, se io vi fui mai? si vi sono stato così una volta come mil- le. Disse allora Calandrino : e quante miglia ha ? Maso rispose : haccene più di millanta^ che tutta notte canta. Che se poi 1’ oratore e fa egli le domande , e alle domande egli stesso soggimigne le risposte , o pur tien egli^con altra persona ragionamento, questa forma di parlare chiamasi DIALOGISMO. Si dà luogo all’APOSTROFE allorquando l'orato- revolge il suo discorso a persone che non sono quelle a cui già diriggevasi il suo favellare, oppure a cc»e inanimate. Segneri nella Predica. dopo aver descritto il miserevdie stato di Sansone, caduto già disgraziatamente in potere de'Fdistei, Per mezzo di questa figura si fa paragone tra le cose che sono tra loro contrarie, ponendosi per ir cosi runa a rimpelfo dell'altra. Un tale aspet-  ' ’ avviva poi maravigliosamente il suo discorso con una apostrofe. O Sansone Sansone e dov' è om quella virtù , che rendevati s\ temuto? quella virtù, dico , con cui ti spezzavi d’intorno i lucci di nervo , quasi fossero stoppe mostrate al fuoco, e ti recavi in collo le porte delle città, quasi fossero bronzi dipinti in tela? Non sei tu quegli, che sfdavvi a lottar teco i leoni, e che con le, nude mani afferratili , gli strozzavi , gli soffopflvi, e ne lasciavi i cadaveri in preda al* le api? Non sei tu , che fugavi gl interi popoli? Non sei tu , che spiantavi gl interi campi ? E come dunque i cagnolini si fanno or beffe di te co' suoi latrati , e a te non dà neppur /’ animo di acchetarli ? Claudio Toloraei nell’ orazione in 'difesa di Leone Secretano si vale di quest' apostrofe diretta a cose inanimate. O misere ed infelici fatiche , quest' è dunque il frutto , che , dopo tanti affanni , a voi partorite? O amore vanamen- te portato alla virtù , quest' è il premio , che tu doni a' seguaci tuoi ? O male avventurate spe- ranze , adunque , in luogo di contento 0 d ono* , porgete altrui infamia ed esilio ? |ig DeW Antìtesi. DeW Arte Rettorica. \ 53 to di cose, giova mullìssimo a palesare ed ingran- dire il vero. Scgiieri nella Predica X. non potea trovar modo migliore , die quello di far uso della antitesi , a darci quella più chiara idea , che mai si può avere , dell' infinita grandezza e maestà di Dio. Ragiona egli dunque così, p^oi quello vedre~ te che a tutti dà /' esÉere , e da nessuno il rice- ve ; a tutti dà la vita , e da niuno la piglia ; a tutti dà le forze , e da niuno le riconosce. Quella che nel medesimo tempo è il più lontano da noi^ e il più vicino. . . leggendo lui non vi pensa- te di vedere veruno di questi oggetti ^ che vede- te fuori di lui. Questi sono creati , ed egli in- creato ; questi materiali , ed egli semplicissimo ; questi dipendenti , ed egli assoluto ; questi limi- tati , ed egli infinito ; questi caduchi , ed egli im- mortale \ questi difettosi^ ed egfi perfetto. Della Ipotiposi. Questo schema è precisamente diretto a move- re gli affetti , come quello , che fa le cose prese a- ti alla imaginazione , sì e per tal modo , che pare, che quelle si veggono piuttosto , che si ascoltano , e non si raccontano già , ma si mettono in opera . Or Quintiliano per far bene intendere a' prindpian- ti la forza ed efficacia di questa figura , ci dice , che un medesimo fatto si può in due diverse ma- niere raccontare . La prima è quella , con cui 4 ao sarra il fallo con poclie e generali parole , ma tali però , che ne contengono tutta l’ integrità . Tal sa- na il discorse di chi dicesse cos) : Lti città è sta- ta presa y ed è caduta in potere de' nemici . Questo racconto , benché brevissimo , pur contiene cd espone tutto il fatto , ma in tal modo, che at- to non è a concitar passione . La seconda maniera poi è quella , che prende a spiegar tutti gli ag- giunti e circostanze del fatto , c le descrive con tanta nobiltà c vivezza , che ne dee necessariamen- te seguire gran commozione agli animi degli uditori – H. P. Grice: “My model of communication – both explicit and impicit – draws on this fact about the utterer’s ADDRESSEE – it is to a human agent B, not A, for whom clouds mean ‘rain’ and what A (U) says means that p. Quintiliano , senza dipartirsi dal proposto esem- pio , volendo mostrare al dicitore il modo , come possa egli rendere il racconto del medesimo avve- nimento alto a potere eccitare gli animi degl! ascol- tanti , gli suggerisce e sentenze , e forme di dire al bisogno assai opportune. Piace a noi però rapportare qui un bel tratto di eloquenza tol- to dalla Predica. del Segneti , il quale forse fa molto più chiaro vedere quello che ha inteso insegnar Quintiliano. L’Ipotiposi ci descrive la presa e la caduta di Gerusalemme. E Jia dunque spediente a Gerusalemme , che Cristo muoja ? O folli consigli I Frenetici Consiglierì\ Allora io voglio , che voi toi'- niate a parlarmi ^ quando coperte tutte le vostre campagne d armi , e di armate , vedrete Aqui- le Romane far nido d intorno alle vostre mura', ed appena quivi posate aguzzar gli artigli , ed avventarsi alla preda: quanto udirete ako rim- itijed ti tipggle bombo di tambuti e di trombe , oirendi fischi di fiombole e di saette , confuse grida di feriti^ o e di moribondi , allora io voglio , che sappiate rispondermi , se è spediente. E voi oserete dire eli è spediente , allora quando voi mirerete cor- rere il sangue a rivi , ed alzarsi la strage a mon- ti ? quando rovinosi vi mancheranno sotto i piè gli edifizj ? quando svenate vi languiranno in- nanzi agli occhi le spose ? quando , ovunque volgerete stupido il guardo , voi scorgerete im- peiversare la crudeltà , signoreggiare il furore , regnar la morte ? Ahi non diranno , eh' è spe- diente , quei bambini, che saranno pascolo alle lor madri afj'amate ; noi diranno quei giova- ni che anderanno a trenta per soldi venduti S’chiavi; noi diranno quei vecchi che pende- ranno a cinquecento per' giorno corifitti in crxr- ce. Eh che non è spediente , infelici , no che non è spediente nè al Santuario , che rimar- rà profanato da abbominevoli laidezze ; nè al Tempio , che cadrà divampato da formidabi- le incendio ; nè alt Altare , dove uomini e don- ne si sveneranno , in cambio di agnelli , e di tori. Aon è spediente alla Probatica , che vote- rossi (t acqua. per correr sangue. Non è spedien- te alt olivato , che diserterassi , per apprestar patiboli', non al sacerdozio , che perderà 1' au- torità , non al Regno , che perderà la giurisdi- zione , non agli Oracoli, che perderan la favelia , non a' Profeti , che perderan le rivela- tioni , non alla lesge , che qual cadavere esangue rimarrà senza spirito , senza forza , senza seguito, f senza onore, senza comando-, nè potrà vantar suoi riti , nè potrà più salvare i suoi professori. Il' Iputiposi del Segncri vince d' assai quella sugge- rita da Quintiliano . r^on è diilicile rimaner persua- so di ciò a chi si prende la cura di faine il con- fronto .] Dell’ Etopeja. Questa figura , siccome il significato stesso del- la voce dà ad intendere , presenta la viva descri- zione dell' indole , de' costumi , e delle inclinazioni di alcuno : e quindi se ne può l' oratore servire a movere le passioni . Il Tasso ci ha dato una vaga e viva dipintura de' costumi di Alcte , e di Argan- te , 1. 11.58. 'Mete è t un , che da principio indegno Tra le brutture de la plebe è sorto ; * Ala V inalzalo a' primi onor del regno Parlar facondo, e lusinghiero , e scorto. Pieghevoli costumi , e vario ingegno jil fnger pronto, alt ingannare accorto-. Gran fabro di calunnie adorne in modi Huovi , de sono accuse, e pajon lodi. i* altro è il Circasso Argante , uom , che straniero . . .-edbyXìiltigle T)elV. i'S'7 Sm verme alla Reai corte d Egitto , - • • Ma de' Satrapi fatto, è dell' Impero , ; E in sommi gradi alla Milizia ascrUta , • • Impaziente , inesorabil , fero , Nell arme infaticabile, ed invitto , , D' ogni Diò sprezzata ^' , e che ripone Nella spada sua legge , e sua ragione. Della Pro sopogr afta. Dicesi prosopografìa la desci’izione delle fàttei- ze della persona . Tale è questa del Tasso , ove son descritte le fattezze del Re degli abissi . Cani. IV. 7. » Orrida maestà nel Jierxr aspetto Terrore accresce, e più superbo il rende ^ Rosseggian gli occhi , e di veneno infetto . Come infausta cometa il guar-do splendei Gl' involve il mento, e nelt irsuto \petto Ispida , e folta la gran barba scende ; ' E in guisa di voragine profonda S' apre la bocca d atro sangue immonda. . Della Preler'izione. L'oratore talvolta finge di non voler dire 'quel- lo , che di fatti dice e racconta •, ed in questo ap- punto consiste la Preterizione . Due spccialrueute sono le ragioni , che debbono indurre 1' oratore a far uso di questa figura *, la prima è , che deve far egli , quanto più corto si può , il suo ragionamento , piacendo ciò moltissimo agli uditori ; la seconda che non dere tralasciare alcuna cosa , che giovi al- la sua causa . Segneri nella Predica. pro- ducendo gl' illustri esempi di Re e d' Imperadori , ha dimostrato , che le arti sincere delia innocenza Tagliono assai più a conseguir prosperità , che le stravolte della malvagità . Vorrebbe egli far vedere la stessa cosa , narrando le storie di altri Perso- naggi imperiali : ciò farebbe però troppo lungo , e quindi nO|oso il discorso : ricorre 1' accorto oratore alla Preterizione; dice egK dunque cosi. Piacesse al cielo , che le strettezze del tempo mi permet- tessero di trascorrere ad uno ad uno gli altri Prin- eipi , a me ben noti : io son ceitissimo , che r esempio di ninno porgerebbe baldanza alla ini- quità , mentre le vicende istesse Vedreste nè due Teodosi , in un Arcadio, in un Giustino, in un Giustiniano , in un Maurizio , in un Erqclio , e in tanti altri , allora miseri , quando fecero ubbidire la Religione all' interesse ; allor felici , quando fecero servire l'interesse alia Religio- ne . Arginano presso il Tasso. C. Vili. Tactlo , che fu dall' arme , e dalt ingegno Del buon Tancredi la Cilicia doma , ' E ch'ora il B'ranco a tradigion la gode. Dell' Arte Rettorica. i5g E i premj usurpa del valor la frode. Taccio , che ove il bisogno , e il tempo chiede Pronta man , pensier fermo , animo audace, Alcuno ivi di noi primo si vede Portar fra mille morti o ferro o face. Della hiterrogazione , e Stthjezione. . \ Sotto questo nome noa si vuole intendere, la dimanda, che tal volta si fa per fine che ci si di- scopra quello che non sappiamo , o pure che ci si rischiari quello che è per noi dubbioso , ma s' in- tendono quelle interrogazioni , di cui spesse volte si valgono gli oratori , perchè concitato ne riesca il discorso , e più valido a poter penetrare i cuon degli uditori . Laocoonte presso VIRGILIO (vedasi), affinchè a’ suoi detti maggior forza si aggiunga , onde pos- sa egli 1 Trojani distogliere dal folle conaìglio d’ in- trodurre uella città il fatale Cavallo , il suo discor- so adorna di più interrogazioni . ? » Stava ira questi due contrarj in forse » In due parti diviso il volgo incerto , >» Quando con gran caterva , e con gran furia » Da la tocca discese , e di lontano >j Gridò Laocoonte : o ciechi , o folli , » O sfortunati ? agli nemici , «' Gr eci u Dat^ credenza? A lor credete voi , » Che sian partiti ? E sarà mai , che doni Digilìzed by Googic <i6o Delle Regole )» Siano i lor doni , e non piuttosto inganni ’ » Covi v' è noto Ulisse? Tal volta alla interrogazione si soggiunge dall'ora tore la risposta , di' è quella , die chiamiisi subjt zione, Segneri ndla Predica. Le felicit, poi della terra lungamente promessa da chi fu rono conseguite ? Dai sollevatori del popolo | Dagli adoratori del Vitello? da' dispiegiatori t Dio ? Neppur uno di questi , che pur erano pi di seccato mila , vi pose il piede. E chi espugn tante piazze? Chi fugò tanti vortici? chi tipoì tò tante spoglie a' tempi de' Giudici ? un Giosuè un Caiehbo , un Oloniello , un Gedeone , e altri tali a lor somiglianti nella virtù. Della Esclamazione, Questa figura serve ad esprimere diversi afTei ti . L' ammirazione . Alberto LoUio nell' orazion in difesa di M. Orazio. Non posso , non posso Romani n'tener T impeto delle lacrime , che n abbondano . avvegnaché Orazio con le lacrim non voglia esser difeso. O forte ed invittissim Campione , fido e saldo sostegno della glori Romana ! O sopra ogni altro Magnanimo e ve loroto cavaliere ! O vero esempio di pietà e i virtù. L’ indignazione. Tasso. XVI. Ipj. O cielo l O Dei\ perchè soffrir quest' empjT, Fulminar poi le torri , e i vostri tempj ? La compassione. Il Boccaccio neUa descrizione della pestilenza. O quanti f(ran palagi 4 rimaser voti ! O quante memorabili schiaUe . si videro senza successor debito rimanere ! 11 Dolore. Il Petrarca. O umane speranze e cieche e false L’ allegrezza. Enea presso Virgilio, al vedere Ettore esclama. O splendor di Dardania , o de Trojani Securissima speme ! e quale indugio IT ha fin qui trattenuto ? Della dubitazione , e sustentazìone. L' oratore tal volta mostra aver ^1' animo suo sospeso , e dubbioso , e che quasi non sa , cUe fa- re , o ebe dire d' intorno alcuna cosa ; ed in ciò consiste la dubitazione , la quale vale molto a spie- gare r interno scompiglio dell' animo di chi favella» e svegliar l’attenzione di chi ascolta. Bidone pres- so Virgilio non potea in miglior maniera discopri- Digilized by Google i6a Delle Regole re le furie del sno cuore , che per mezzo della dii)3Ìtazionc . E che farò così delusa poi ? Proferirommi per consorte io stessa D' un zingaro , d un moro , o d un Araboy Quando n' ho- vilipesi , e rifiutali Tanti ^ e tal stante volte “ì Andrò co'Teucri Jn sù l' armata ? mi farò soggetta , Di regina , eh' io sotto , e serva a loro ? Sì certo , che gran prò fin qui riporto De le mie lor usate cortesie , E grado me n' avranno , e grazia poiy ' Ma dato , che io vo^ia : cìd permette , Ch' io r eseguisca ? Chi così schernita Volentier mi raccoglie? .... Veggio sola in compagnia Di marinari andar femmina errante ? O condur meco i miei Fenicj tutti Con altra armata ? e trarli un' altra volta. D'uri altra patria , in mare , in preda ai venti, Senza alcun prò , senza cagione alcuna , Quando meco appena di Sidon li trassi per ritorli da man d empio Tiranno ? Ahi muor piuttosto , come degnamente Hai meritato. • • I ' • . Alla dubitazione spesso si aggiunge la si>> sentazione , U <ju<de accrescendo la dubbiezza man^ — Bigi**»*: by Google Dell Arte Rettorica. i63 tiene sempre sospesi gli animi degli uditori. Ecco- ne un bell' esempio in quel ragionamento che tenne Scipione a' soldati sediziosi. Jn che modo io deb^ ha questo giorno ragionar presso di voi., o soldati , nè la ragione mel suggerisce , nè il di- scorso ; perciocché io neppur so , con che nomi 10 debba, chiamarvi. Vi chiamerò cittadini ? ma voi siete ribelli alla vostra patria. Darovvi il nome di soldati ? ma voi avete violato la fede del giuramento , avete ricusato di obbedire ai! co- mandi ed auspicj del vostro generale. Vi avrò in luogo di nemici ? Io riconosco in voi i corpi le fattezze , le vesti , t andamento di cittadini ; veg^ - go poi i detti , i fatti , i pensamenti , gli affetti di nemici. Della Correzione. Questa figura sostituisce ad una parola gii det- ta, o ad un sentimento gii esposto un'altra parola, o un altro sentimento , che faccia più al proposito: 11 che si fa , acciocché ciò che si dice , e si 'espone in secondo luogo , resti maggiormente impre^ 'ne- gli animi degli uditori. Ecco gli esempli dell' una e* dall’ altra cosa. Alberto Lollio nell’ Orazione a Paolo III : Non sa egli forse , o non si ricorda'^ voi esser Cristiano? Cristiano? Anzi Religioso e sommo Sacerdote. Religioso? anzi Ministro, della Cattolica fede. Ministro? anzi pur Capo e Prìncipe della Chiesa di Pio. li Casa nell’orazione z." perla lega. Afa petxhè vado io i segni, e gl' iudizii del nostro timore raccogliendo, e narrando, come se la nostra paura fosse dubbia ed occulta? Non confessiamo noi d’essere avviliti ed impauriti in quello che noi facciamo di presente? Della Confessione, Concessione, e Permissione. Questi tre schemi, benché a prima giunta sembrano essere la stessa cosa; considerandosi poi più da vicino , l)cn si ravvisano esser tra loro differenti: il che vedrassi chiaramente, spiegandosi la natura di ciascuno. E primieramente la confessione è quella , la quale mantre concede una cosa all’ avver- sario, ne soggiunge subitamente un'altra , la qnale di- strugge quello , che si è concesso. Di questa fìgu- re leggiamo un bell' esempio nell’ orazione in difesa di Q. Ligario , volgarizzata da Gornebo Francipane. 'Tu dunque hai , Tuberone , il reo confessante il delitto ; il che innanzi ad ogni altra cosa , si desidera per V accusatore. Ma dice egli bene , essere stato in quella parte , dove tu anco , e tuo padre , gentiluomo onorato , vi foste : il per- chè fa mesiieii , che primieramente voi confes- siate r error vostro , e poscia vegniate ad ac- cusale Ligario. Talvolta I' oratore concede all’ avversario quel- lo , che pur non gli dovrebbe ccncedere , per fine di ottenerne una cosa , die giovi molto più alla cau- sa ; ed in ciò consiste la Concessione. Alete pres- so il Tasso , se concede a Goffredo , eh’ egli è in- vitto in guerra , non gli concede però , che non possa essere debellato e sconfìtto dalla penuria de’vi- veri , e dalla fame. C.  Or quando pur estimi esser fa tale , Che vincer non ti possa il ferro mai , Siati concesso ; e siati appunto tale Il decreto del del , qual tu te 'I fai , Vincei'atti la fame : a questo male Che rifugio , per Dio , che schermo avrai ? Vibra contra costei la lancia , e stringi La spada, e la vittoria anco ti fingi. L'astuto Sinone presso Virgilio, volendo im- pietosire il vecchio Re Priamo, e tutti quei Troja- ni , che gli stavan d’ intorno , interrompe il comin- ciato racconto delle sue favolose sventure , e prende così a favellare : Ma dov' entrò ( Lasso senza profitto ! ) a fastidirvi Con nojose novelle ? A voi sol basta Di saper , di io son Greco; giacché i Greci Tatti ugualmente per nemici avete , Or datemi , Signore, supplizio , e morte , Qual a voi piace , che piacere , e gioja N' arafino i Regi ancor d'Itaca e d'Argo, Delle Regole In questo esempio si vede opportunamente ado- perata la Permissione , la quale non consiste in altro , che nel permettere che si faccia una cosa. DelV Epifonema. Una bella e giudiziosa sentenza , tratta dalle cose narrate , atta però a confermarle vieppiù , e rassodarle , forma VEpifonemay la di cui natura vien molto meglio spiegata dtdl' esempio , che segue. Virgilio conchiude con un bello epifoncma il rac- ^ conto della barbara morte data a Polidoro, figlio di Priamo , dall' infido e perfido Polinnestore. Il no tiranno , Tosto che a Troja la fortuna vide Volger le spalle, ancK ei si volse, e taimiy E la sorte seguì de' vincitori : Sì che dell amicizia , e de t ospizio , E de t umanità rotta ogni legge , Tolse al regio fanciul la vita , e V oro. Ahi de t oro empia ed esecrabil fame , E che per te non osa , e che non tenta , Quest' umana ingordigia? Della convenienza del discorso. Si sa che la materia di cui trattasi dall'oratore ne’suoi ragionamenti non segue ad esser  s^pre la stessa , ma che cangia modo , e forma , c che ora di grande si fa piccola , ora di piccola si fa grande , e va prendendo varie e diverse qua- lità : il qnal cangiamento non solo avviene ne' lun- ghi tratti del parlare, ma talvolta si fa vedere nel breve giro di pochi sentimenti , ed anche dcntio gli angusti termini di un solo concetto. Ora chi non vede , che si aggiunge al discorso assai vago e hel- lo oimamento , se quello si adatta per tutto , c si cambia e si volge secondo le varie pieghe della materia , accostandosi quando ad uno , e quando ad un altro modo di favellare, a misura , che le qualità della materia il richieggono ? S' appai*ticne adunque all' arte Rettorica mostrare all' oratore i mezzi , come possa egli al discorso procacciare ca- si luminosa bellezza , e molto più , perchè questa convenienza credesi ta^to maravigliosa e pregevole, che è propria solo degli scrittori , o parlatori ec- cellentissimi. Noi però, prima di esporre le avver- tenze opportune a conseguirla , vogliamo brevemen- te, per via di pochi e corti esempi tratti da' poeti, dimostrare , quanto essa vaglia , ed in che precisa- mente consista. PETRARCA (vedasi), dopo di avere espresso con due nobilissimi versi il maraviglioso valore di Annibale L'altro èil figliuol d' Jmilcare, e noi piega In cotant' anni Italia tutta , e Roma nel terzo verso poi si abbassa alquanto , e declina da quella nobiltà di dire : F^il femminella in Puglia il prende e lega. L’ Ariosto , drizzando il suo discorso al Cardinale Ippolito, uno de’Signori d’Este, innalza lo stile: Piacciavi , geneixtsa Erculea prole ^ Ornamento , e splendor del secol nostro^ « dappoi , offerendogli il suo lavoro , all’ umiltà dell’anir mo maravigliosamente accoppia quella del parlare : Ippolito , aggradir questo che vuole , E darvi sol può F umil servo vostro. PETRARCA (vedasi) soavemente racchiude in due versi le cose soavi , nel terzo verso , perchè nomina le fie- re, si volge all’aspro. E cantar augel letti , e fiorir piagge , E in belle donne oneste arii soavi , S ono un deserto , e fero aspre , e selvagge. Talvolta nello stesso verso cangiasi stiip rlal- V accorto Poeta : Che ogni dur rompe , ed ogni altezza inchina. Dall’accorciamento della voce duro nasce rincontro di due r: ciocché produce la desiata asprezza. Pare , che questi pochi e corti esempj bastino a farci intendere , che cosa sia la convenienza del di- scorso , c quanto gli stia bene. £ tempo oramai di vedere , come quella si possa conseguire. Dello stile in generale , e delle varie sue jorme. Si è detto , che il discorso deesi adattare alle qualità delle cose , che per quello si vogliono espri- mere ; ciocche forma quella qualità del parlare , che si suol chiamare convenienza , pieghevolezza^ ovvero con vocabolo latino aptitudine. Ma perchè le cosa , di cui si può tener ragionamento , sono ^ pressoché d' infinite spezie e maniere , ne segue da ciò , che dovendo la forma del dire esser tale , quale c la natura della cosa , che per quello vien significata , fa mestiere per infiniti modi moltiplicare le varietà del parlare. Gontuttociò in tanta moltitu- dine e diversità di modi di fitvellare , se iie soglio- no assegnare tre , che sono quasi i termini , dentro cui si contengono tutti gli altri , il grande , t umi- le , e quello , che sta in mezzo di questi due , e chiamasi mezzano. Gli altri modi di dire si acco- stano , qual più , qual meno , all’ un di questi , e sogliono prendere il nome dal più vicino. Or questi snodi son que.Ui , che volgarmente chiamansi Stili , essendosi tratte questo nome da uno stri mento di ferro , o di bronzo , di cui si servivan gli anticlti a scrivere. Sotto il nome poi di Stile generalmente altr non si vuole intendere, che una qualità, che prer de il discorso dalle sentenze , e dalle parole , eh Io compongono ; e perchè noi poc' anzi abbiam ri dotto tutti gli stili a tre generi, è necessario , eh diciamo , di quali sentenze , e di quali parole s debba ciascuno di essi comjiorre. Si sa, che le sentenze, e le parole si adopera no dal dicitore a fine di rappresentare una vera < viva iqiaginc di quelli oggetti , che pur egli vuole che si sappiano , e si veggano dagli uditori. Ncll< stile grande adunque , nato già a rappresentare oggatt maestosi e sublimi , i sentimenti debbono esser* grandi altresì e nobili, espressi con parole e for me di dire alla grandezza e nobiltà loro convenien ti. Le figure più sfdendide , e i tropi più arditi gl stanno assai bene ; colla condizione però , che sentimenti sian quelli , che debbano formare la so stanza , e il massiccio della orazione. Ben è vero che le figure e i tropi , adoperati con giudicio < prudenza , aggiungono splendore e vaghezza all* sentenze ; ma se queste nulla contengono di solido se sono prodotte da una fantasia troppo riscaldata . se il regolo di quelle non è la verità , e il buoi senso , qualunque abbigliamento , che si procura pe; mazzo delle figure , in luogo di farle piìi vaghe < OtgitrrTnJ-b belle , ne discopre piuttosto la leggerezza e la vanità. Anzi acciocché ben s’ intenda , che il fondamento della grandezza dello stile sono le sentenze, vogliam con uno esempio dimostrare , che «pielle tal- volta, benché spogliate di ogni figurato ornamento, piu* sono da se bastanti a far grande e maestoso il discorso , ed atto ed eccitar la passione. VIRGILIO (vedasi), descrivendoci con semplici sentimenti , e ton paro- le dettate solo dalla natura la sventura di un Greco, che muore in battaglia , lungi dai natio paese , pur ci rattrista , e ci desta nell' animo la pietà. Cade il mesckin et altrui ferita , e il eiel^ Guata , e morendo il caro Argo rammenta^ » Qual pili alto e magnifico modo di dire, che quelle di Asbite presso il Metastasio , benché non illustrato dai lumi delle fignre? Nacqui sul Gange , Vissi fra t armi'. Asbite ho' nome aneortt ^ Non so , che sia timori più, della vita Amar la gloria è mio costume antico : Son di Poro seguace , e tUo nemico. Che poi al natio valore de' sentimenti gran forza e splendore e nobiltà aggiunge dal pruden- te e moderato uso de' tropi e delle figure , non ac- cade', che nei ora ci prendiamo la cura di dimostrarlo con gli esempj , venendo ciò assai largamen- te dichiarato dagli esempi da noi proposti là ove si è precisamente trattato delle figure. Oltre le sentenze, e le figure , si dee tener conto anche della collocazione delle parole , come quella , che molto può giovare alla suhlimità dello stile. Di fatti non è da dubitare , che si accresce di gran lunga la maestà del discorso , ove siano le parole così ordinate e disposte , che c si dà lungo giro al sentimento, « ben cadono i periodi , e giungono con maestoso suono all’ orecchio. Si av-^ Tcrte però , che queste sospensioni , e questa artifi- ciosa disposizion di parole si deono fare in modo , che non diano fatica a chi ascolta. Le lingue , sic- come ogni altra cosa , pur sono soggette alle raula- zioni , cd alle vicende. Le scritturo degli antichi autori Italiani furono una volta lette con sommo piacere per tutta Italia : ma oggi per colpa forse degli scrittori, che da quella usanza di tesser arti- ficiosi periodi si sono da lungo tempo allontanati , si è cambiata la generai consuetudine delle orec- chie , volendosi ormai da tutti , ^ che le parole sian poste nel discorso secondo il loro ordine naturale , non in guisa però, che si metta prima il nomina- tivo , poi il verbo , e poi 1' accusativo , come han costume di fare i Francesi, ma in modo, che non si segua dappertutto quel lungo ed artificioso giro de- gli antichi. Tanta ò la forza e d potere dell' uso. Abbiam^detto , donde nasce la grandezza dello stile , alla quale è necessario stabilire certi de- terminati confini , i quali oltrepassandosi , si va in- contro a quel vizio , che chiamasi gonfiezza. E al- lora diviene gonfio lo stile , quando è egli grande, c non pare che la materia lo meriti ; e similmente quando per far granile Io stile, si va al di là deli- miti del buon senso , e della ragione ; nel che po- chi- precetti dar si possono , valendo in ciò più r uso , e la pratica ; il qual uso si fa , leggendo spesso i libri migliori , massime sotto la direzione di dotti e diligenti maestri. Ed ecco la gran ragio- ne, per cui à venuta alla luce \a Raccolta di scel- te P rose Italiane , naW^ quale perchè ancora si pos- sono leggere gli esempj de ihversi stili, di cui ora noi ragioniamo , si tralascia giustamante di proporne qui de’ nuovi. Ci piace solo addiure qualche esempio della gonfiezza. Lucano prega Nerone , che salito in cielo dopo la morte , cerchi di occupare il giusto mezzo di quello ; perchè può avvenire , • che troppo avvi- cinandosi all’ uno o all- altra estremità , col suo pe- so faccia traboccare l’universo. Ala non già ti piaccia v Sotto la zona Artoa sceglier la sede , O dove il polo ausimi nel mar s' attuffa. Se dell' immenso del premi una parte , Sentirà' C asse il peso. Il so^io innal%a% Sotto al dolce Eqiiator, Delle Regole La gonfìczza non è già nelle parole , ma t sentimento , il quale leggesi presso Virgilio ristn to tra più moderati confini ; perciocché drizzandt ad Augusto , dice il poeta così. E ben ritira Già lo stesso Scorpion le lunghe branche E del suo campo immenso a te fa parte. Fido imitator di Lucano fu quello Spagnuo che scrisse questo epitafio a Carlo. Poni per tomba il mondo , il del per tet E per lacrime il mar, gli astri per faci. Lo stile umile , che anche puro e semplic suol nominarsi , si compone di sentimenti sempli e naturali ,< non però vili e plebei , ma tali , qua sogliono nalaralmcnte averli le persone di non oscui ingegno , savie e costumate. Ed acciocché s’ ii tenda quello , che ora noi vogliamo dire , 1' eglogh< per esempio , che pur sono discorsi fatti da' roz pastori in istilc umile , debbono contener sentimen semplici e naturali ; questi però convien che siai spogliati da ogni pastorale rozzezza je goQcria. I parole poi comuni , e le figure non ricercate , i veementi gli stanno bene ; e se v' é stile , a c convengasi una somma proprietà di lingua , si lo stile umile. Nè un suono negletto gli disdice , Digitizt vioogle Dell' Arte Rettorica. i-jS quale , soddisfacendo poco all' orecchio soddisfa molto all' intelletto , che si compiace di udir le co. se dette in maniera semplice , e adattata a quell'af> fetto , con cui si parla , e a quel line , per cui si parla. Le narrazioni , le lettere dirette agli amici , i dialogi si sogliono scrivere in questo stile. Ecco- ne un breve esempio preso dall' N. 3. Gior. Vili, la quale cosi incomincia. Nella nostra città , la quale sempre di varie maniere , e di nuove gen~ ti è stata abbondevole ,fu ancora , non ha gran tempo , un dipintore , chiamalo Calandrino , uom semplice , e di nuovi costumi , il quale il più. del tempo con due altri dipintori usava , chia- mati f un Bruno , I altro Buffalmacco , uomini sollazevoli molto, ma per altro avveduti e sa- gaci, li quali con Calandrino usavano -, percioc- ché de' modi suoi , e della sua semplicità gran festa prendevano. Ma più lunghi e più chiari esempi si leggono nella Raccolta. La bassezza , eh’ è eccesso d' umiltà , è vizio grande , il quale può nascere , e da sentimenti , o dalle parole : ciocche avviene , allorquando e gli uni, e le altre non solo bastanti ad esprimere quelle idee, e quegli oggetti , che pur si vogliono dinotare. Bus- so ed arido e secco fu il parlare di colui , il quale ragionando di Serse , che conduceva un' assai nu- merosa armata, disse , che egli era venuto coi suo/. La mancanza di qualunque ornamento anche fa arido e basso lo stile , siccome le sentenze poste senza alcun legame ; il che si scorge in quel pai lare d' Ippocrale d’ inloruo la medicina. Arie lungi •vita breve , perigliosa prova, aspro cimento, di^ ficile giudizio , precipitosa occasione. Il Redi p' rò seppe valersi di questo mai cucito discorso , r ducendolo ad una giusta e regolare composizione Lenclic adattato ad altro oggetto. Lunga è t arte d Amor , la vita è breve. Perigliosa la prova , aspro il cimento , Difficile il giudizio, e al par del vento Pt ecipitosa l’occasione , e lieve. Lo stil mezzano , che temperato ancora sue dirsi , o mediocre , si compone di sentimenti , eh sono nel mezzo tra i grandi , c gli umili , espres: cou parole e forme di dire belle e adornale , m non come quelle , che sono proprie dello stili grande c magnifico, nè umili così, come quell dello stile semplice e naturale. Si dà dunque i questo stile mezzano larga strada agli ornamenti ma posti però , e in tal modo adoperati , che no mostrino studio , nè pajano ricercati ; e menti tutto dall’ arte si fa , quella purtuttavia per nient si discopre- E da ciò poi avviene , che questa m; nicra di favellare , che a prima giunta sembra la pi facile del mondo , alla prova si sperimenta essere più ardua e malagevole. Pensieri acuti, espressio vivaci , sentenze raccliiuse nel giro di poche parole s , Dell’Arte Rettorica. tio per lo contrario quelle cose , che formano lo st3e detto fiorito, il quale benché a prima vista, colla sua pompa , e col suo lume ferisca lo intelletto , pure perché assai chiaramente se ne discopre l’ia> gegnoso artificio , reca no)a e fastidio all’ uditoro. Per questa ragione alcuni critici non si mostrano contenti di alcuni piccoli nei diTasso , e si adira- no , come si adirava un giorno Orazio , allorché vedea il divin Poeta Greco talvolta lasciarsi prendete dal sonno. Eccone alcuni esempj. Di Tancredi il Tasso dice. Gelido tutto fuor , ma dentro bolle. Di Olinto. E tanto amò la non amante amata. Di Annida. Sani piaga di strai piaga d amore y E sia là morte medicina al core. Dipinge dunque lo stil mezzano le azioni , t costumi , le cose , siccome ci vengouo presentate dalla natura , adornandole di tali abbigliamenti , che faccian vedere tutta la bellezza del loro naturale aspetto. Si é detto di sopra , che per la quasi infinita varietà de’ sentimenti , e delle parole , necessaria ad 'esprimere convenevolmente la quasi infinita varietà delle cose , fra i tre stili , il grande , l’ umile , e fi Olezzano , s» ne possono fongare molUssiioi altfi^ »S Delle Eegole Ora troppo lungo sarebbe, e forse impossibile l’an- dar dietro a tutti ; perciò noi diremo qualche cosa solamente di quello , che chiamasi propriamente ^rave. Questo stile adunque o è con asprezza , 0 senza. 11 grave cd aspro si compone di sentimen- ti grandi , ma rigidi ed austeri , quali soglion na- scere dalla malinconia , dall' indignazione , dall' ira, espressi poi con parole convenienti , cioè , aspre , e che anche pel loro accozzamento rendano aspro suono. La bruttezza de’ fatti scclerati ed atroci non si può in miglior modo esprimere , che per l'asprez- za dello stil grave , adornato di quelle figure di sentenze , che sono più acconce a mover le passio- ni. Chi minaccia , chi riprende , se vuole , che il suo stile corrisponda alla materia , faccia iu modo , che quello sia e grave ed aspro. Ma se poi le cose , di cui si tratta , sono negozii grandi , e d’ importanza, e le persone , che s’ introducono a ragionare , sono <K alto affare , e di gran sapere dotate , le (piali sti- Tnano assai le cose, e poco curano le parole, lo stile allora sia pur grave , ma senza asprezza. 1 pentimenti sian nobili e grandi , le parole poi e le forme di dire piane e semplici , e quali allo stile umile si converrebhono , nè si abbia' molta cura del suono , e della artificiosa collocazione delle parole. Chi ha a trattare di cose gravi , e di sommo rilievo, dee mostrare, che gli sta più a cuore la fac- cenda , che comparire bel parlatore ; c quindi gli si \ Dell’ Arie Rettoricd. disdicono i pensieri più ricercati , e gli ornAiOenti dello stil mezzano. Conosciute le qualità de’ varj stili , specialmente de’ ti-e , che sono il grande , 1’ umile , il medio- cre , purché si abbia cura di vederne frequentemen- te gli csempj presso i piti illustri scrittori , non sa- rà cosa diUicile dare al discorso il vago c pregevo- lissimo ornamento della convenienza. E qui pare cho si debba por fine al trattato dell’ Arte Rettorica , ricordando solo a’ principianti questo saggio avverti- mento , che dalla conoscenza de’ precetti o regolo di quest' arte allora solamente si può sperare gran frutto e vantaggio , quando a quella si accoppia una diligente lettura lic’buoni autori , e l’assiduo escrdzio del comporre. £ perchè ancora crediamo , che l'ar- te di ben pronunziare il già composto discorso piut- > tosto si apprende coll' esercizio , e colla pratica , eh* dalle regole ed avvertenze , siccome chiaro appare da tutto quello , che adoperò il gran Demostene a questo fine , noi volentieri ci rimanghiamo di ra- gionarne , benché non vi sia trattato di Rettorica , in cui di questa cosa non si parli diste samente. AvTUTixEirro a’ G ioviieiTTi. Delle Regole Dell' Arte Rettoriga Della Nalura della Reilorica Dm.LB Regole Dell'Arte Rettoriga Della Inventione. De'Luoghi da , cui si traggono gli orgementi dimostrativi. De’Luoghi Gramalici De' Luoghi Logici. De' Luoghi Metafisici. aa Del Genere Dimostrativo Del Genere Deliberativo Del Genere Giudisiale Degli .Argomenti rimoti Degli Argomenti Patetici De' luoghi y ovvero fonti degli affetti. e primieramente di quello , da cui si cavano gli argomenti atti a movere r Amore Dilla Compassione Del Timore. ?» Delti Cvnfidenxett Dell' Ira Della Piacevolexxa. So Della Verecondia Deir Emulaxione. PBttB Rbcolb D»ll* Arte Rettohicì. Piai» Della Disposixione DelV Esordio Della Proposixione Della Narrazione Della Confer maxione Deir Entimema – o IMPLICATURA – H. P. Grice: Not what the utterer EXPLICITLY CONVEYS, but what he suggests!” --. AoS Deir Induzione loS Deir Esempio Del Sorile Del Dilemma Deir Amplificazione Della Confutazione. i »4 Dell' Epilogo Pelle Regole Pell'Abte Rbttobica. Fabtb m» Clp. I. Della Elocuzione. T2I Della purità della Lingua Italiana Della Chiarezza H. P. Grice, Be perspicuous [sic] conversational maxim – principle of conversational clarity -- Degli ornamenti delle parole Della Metafora H. P. Grice You are the cream in my coffee Deir Allegoria Deir Iperbole – H. P. Grice: “Every nice girl loves a sailor” ( / Della Metonimia. Della Sineddoche- Della Ironia – H. P. Grice: “He is a fine friend” -- Delle Figure di parole – H. P. Grice: “figure of speech” --  Dell Asìndeto , e del Polisindeto. i4o Delle Figure di Ripetizione. Ili Della Anafora. i4a Dell' Epixeusi. iji Dell'Aruuliplosi o sia Conduplicazione • i43 Della Sinonimia. >41 Della Gradatone. ili Delle Figure che nascono dalla conso - nanza di suono. iJS Delle figure di Sentenze Delle Prosopopeja Della Aposiopesi o sia reticenza. ila Della Sermaeinazione. Dell' Apostrofe Dell'Antitesi. i5a Della Ipotiposi. Dell' Etopeja Della Prosopografia Della Preterizione Della Interrogazione – H. P. Grice: “Since I gave that seminar on Cook Wilson, I never left the questions behind!” -- e Subjexione. Dell Esclamazione Delle Dubitazione e Sustentazione. i6_i Della Correzione. iM Della Confessione Concessione e Per- ihissio ne Dell' Epifonema Dello Stile in generale , e delle varie tue forme.  ' A. S. E. t IL MINISTRO CANCELLIERE ^ccefù eu^a. Il Professore Flauti^ Segretario della Commissione di Esame della Reale Accademia di Marina , volendo far dare alla stampa , ad uso di questo Stabilimento , gli Elementi dell’ Arte Rettorica del Sig. Ab. Marano Professore di Letteratura nel medesimo , chiede perciò all’ E. V. la grazia , di commetterne , a chi le parrà , la revisione. Per disposizione dell' Eccellentissimo Ministro Can- eelliere Presidente , se ne commette V esame al Reggen- te della a.» Camera , Marchese Castellentini. Il sSe^rtiarii Generale del Supremo Consiglio di CunctlUrì^^ Morelli. PARERE DEL REGIO REVISORE. Napoli ao. Aprile iBig,. Gli Elementi dell’Arte Rettorica del nostro egregio I-ettcrato ^ Sig. Ab. D. M., che il mio Collega Sig. Profcisorf Flauti, in qualità di Segretario della Commissione di Esame della Kva*> le Accademia di Marina vuol far produrre in pubblico colla stampa , ad uso di un tate Stabilimento , nulla contengono che .<>ia contrario alla nostra Santa Cristiana Religione , ed ai dritti della Sovranità. £4 i» poi gli reputo utilissimi alla Gioventù studiosa , per perCciiopiarsi nel- 1’ Arte del ben dire y sicché stimo , che se ne possa permettere la Stampa. Intanto col più profondo rispetto mi rafTernao. Di V. i. Vmilìss. Seri>iiQre. Gsituio P. ^jA«'ia.Tiisio, LA SECONDA CAMERA DEL Sl’PREMO CONSIGLIO DI CANCELLERIA. Veduto la domanda del Professor Vincenzo » Flauti per far dare alle stamj>e gli Elementi dell’Arte Rettorica dell’ Ab. D.  M.. Ve- nduto il Parere del Regio Revisore D.Parroco Giannattasio , permette che l' indicata Opera si stampi ; ma ordina , che non si pubblichi , se pri- ma lo stesso Regio Revisore , non attesti di aver nel confronto riconosciuta 1' impressione uniforme «ir originale approvato. n Beg^ente della a. Camera - M. DI Castellehtim. Dcca di Campocoiaro. Il Segretario Generale, Morelli. L'Eccellenlusimo Ministro Can- celliere Presidente , e gli al- tri Signori Consiglieri, nel tempo della toscrizione impe- diti. [ j^HbyGoogleC. Nome compiuto: Geronimo Marano. Marano. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Marano,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Marassi: l’implicatura conversazionale degl’eroi di Vico – la scuola di Cardano al Campo -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Cardano al Campo). Abstract. Grice: “When Strawson delivered his inaugural lecture as the Waynflete professor at Oxford of metaphysical philosophy, he called me a hero – or a god – I forget!” -- Filosofo italiano. Cardano al Campo, Varese, Lombardia. Grice: “I like Marassi; he has written a ‘natural’ history of ‘man’ – which is interesting, ‘progetto uomo,’ he calls it!” -- Grice: “I like Marassi; he has explored hermeneutics in the German tradition, Schleimacher to be more specific; but has also written an essay on Heidegger; his links with me come with his idea of metaphysics and transcendental arguments which he takes from Kant, who he reads in both German and Italian, unlike I, or me.” – Grice: “He has written an introduction to a comparative study of the approaches to ‘the antique’ in both Italian and German philosophy – a fascinating topic. I suppose the Oxonian approach, indeed Cliftonian, is a mixture of both!” Allievo di Melchiorre, si laurea a  Milano con la tesi “La differenza ontologica in Heidegger, sotto la direzione di Melchiorre e con la co-relazione di Bontadini. Ha discusso “Il profilo della presenza: Heidegger e il regno della pluralità” con Melchiorre e Grassi. Insegna filosofia a Milano. Ha coordinato l'edizione dell'Enciclopedia filosofica (Bompiani, Milano).  Direttore del Dipartimento di Filosofia a Milano. Dirige la Rivista di filosofia neo-scolastica.  Dirige per la casa editrice AlboVersorio la collana Epoche ed è membro del comitato del festival La Festa della Filosofia.  Si occupa di storia dell'umanesimo (BRUNI (si veda), ALBERTI (si veda), VICO (si veda)), della scolastica, di ermeneutica (Grassi), di filosofia trascendentale, del pensiero postmoderno. I temi della sua ricerca ruotano attorno a tre temi principali: la riflessione sui modelli storico-teorici della filosofia della storia, l'interpretazione dell'umanesimo italiano (Alberti, Bruni, Vico) in riferimento alla dimensione storica e morale, l'analisi della fondazione trascendentale del sapere. Saggi: “Ermeneutica della differenza in Heidegger, Vita e Pensiero, Milano, Schleiermacher, “Ermeneutica,” Rusconi, Milano, Bompiani, Milano; Kant, “Critica del giudizio,” Bompiani, Milano, Metafisica e metodo trascendentale,”  Lotz, “La struttura dell'esperienza, Vita e Pensiero, Milano;  “Metamorfosi della storia. Momus e Alberti,” Mimesis, Milano/ Coordinamento generale e direzione redazionale della Enciclopedia filosofica, Bompiani, Milano. docenti.unicatt. Marassi. Nome compiuto: Massimo Marassi. Marassi. Keywords: gl’eroi di Vico, Alberti, Bruni, Vico, metamorfosi della storia – Alberti, Momus, il concetto d’eroe in Vico, l’uomo come eroe – l’eroico, l’altruismo eroico, la nudita eroica – la nudita eroica nella representazione degl’imperatori romani, la nudita eroica in Giulio Cesare, la nudita eroica dell’atleta – la postura eroica dell’eroe in nudita eroica – napoleone in nudita eroica – Mussolini in nudita eroica, la statua equestre di Mussolini, la nudita eroica del stadio H. P. GRICE STAGE – stadium -- dei marmori,  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Marassi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Marcello: la filosofia sotto Giulio Cesare – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “When I attended Prichard’s seminars on will and action, I was struck by one of his examples – from the history of Rome. M. was a fierce opponent to Giulio Cesare, and about to be condemned to death for precisely that. However, Giulio Cesare changes his mind, and decides to PARDON M. However, the pardon arrived too late, and M. was merciless murdered. Prichard claimed that since Giulio Cesare’s intention was to PARDON M. and save his life, even if Giulio Cesare failed in this, M. could still be deemed to have been pardoned, and his life saved by Giulio Cesare. The murder of M. was ‘accidental’ in terms of Caesar’s willingness to pardon him!” Filosofo italiano. A pupil of Cratippo. M. has a career in public life and is one of those who opposes to Giulio Cesare. Cesare pardons M. but M. is still murdered. Marco Claudio Marcello. Keywords: Livio, Machiavelli. Marcello. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Marcello.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Marcello: il principe filosofo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “When I arrived at Oxford from Clifton with a classics scholarship to Corpus, I knew I had to deal with Ottaviano – I was less sure I had to deal with his NEPHEW!” -- Filosofo italiano. The nephew of Ottaviano [vedasi], and until his death, his chosen heir. A pupil of Nestore. Nome compiuto: Marco Claudio Marcello. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Marcello.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Marcello: del sillogismo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “At Oxford, it is widely believed that Martha and W. C. Kneale covered the whole of the growh of logic – indeed, they missed Marcello!” Filosofo italiano. M. qrites about logic, including an essay on the syllogism, which is a connection (‘syn-‘) of ‘reasons’ (logoi).  Tullio Marcello. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Marcello.”

 

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