GRICE ITALO A-Z M MA
Luigi Speranza --
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Marano: la ragione conversazionale (Napoli). Filosofo italiano. Napoli, Campania.
Abstract: H. P. Grice: “I love Marano!” – Keywords: conversational rhetoric;
pragmmatica come rettorica converazionale – G. N. Leech. The Italian surname Marano
has several etymological origins, primarily habitational or topographic in
nature. Primary Origins Habitational Name: The most common origin is from
various locations in Italy named Marano. These places were often named using
the Latin personal name Marius combined with the possessive suffix -anum
(meaning "estate of Marius"). Notable examples include: Marano di
Napoli (Campania) Marano Vicentino (Veneto) Marano Marchesato (Calabria) Marano
Lagunare (Friuli-Venezia Giulia) Topographic Name: It may derive from the
Italian word marano, meaning "marshy" or "swampy place,"
referring to someone who lived near such terrain. Maritime Connection: Some
sources suggest a derivation from the Latin marinus, meaning "of the
sea," which would associate the name with maritime occupations like
fishing or sailing. Alternative Meanings and Variants Personal Name: It
can be a masculine form of the personal name Marana. Historical/Nickname: In
some contexts, particularly in Southern Italy, it was a nickname for a
"ruffian" or "villain". Historically, it also related to
the term for a wild animal, such as a wild boar. Sephardic Context: While
distinct from the common Italian surname, the term Marrano (often with two
'r's) was used in the Iberian Peninsula to refer to Jewish converts to
Christianity. Geographical Distribution In 2025, the surname remains most
prevalent in Southern Italy, particularly in Campania, Sicily, and Calabria.
Common Italian municipalities for the name include Agrigento, Avellino, and
Foggia. Geronimo M. (also identified as the Reverend Abbot D.
Geronimo M.) is an Italian philosopher. Biographical Information Place of
Birth: Based on his publishing history and the titles associated with him, he is
active in Naples, Italy. Title/Role: He is frequently cited as a Reverend Abbot
(Reverendo Abate), indicating a clerical background. Known Publications
Delle regole dell'arte rettorica (also known as Regole della retorica): This is
his most prominent work, often found in editions such as those published by the
Tipografia Reale in Naples. Educational Use: His work on rhetoric was used as a
standard pedagogical text in Italian schools. DELLE REGOLE DELL’ARTE RETTORICA E perché duntpu noi
marioli V altre Arti tutte apprendiam con tanto stento, E (filanto fa mestier,
le andiam cercando, E l'arte poi di persuader, che sola l'impero tiene su mortali,
noi non istudiam perfettamente sopra ogni altra, <f imparar, dando mercede onde
apprenderla, acciò che alcuna fiata possa a lor persuader quello desia, e
insiem ottenerlo? EciU>a , fvrcBSO Earipide Au. Se. Traduzione di Carmeli. DELLE REGOLE DELL’ARTE
RETTORICA. M., socio ordinario della reale accademia ercolanoe d’archeologia, 0
Frofcitore di letteratura italiana nel I. reai collegio di marina AD VSO DALLA REALE
ACCADEMIA DI MARINA Libro approvato dalla Commissione d’esame, e di perfezionamento
dell’accademia suddetta, e pubblicato per ordine di S. E. il ministro di marina.
NAPOLI Dalla Tipografia della Reale Accademia di Marina. I A’ NOBILI GIOVINETTI
DEL REAL COLLEGIO DI MARINA – H. P. Grice: “I was Navy!” --. Elk è antichissima
opinione, fìn da’ più rimoti secoli del mondo, tra le genti altamente
stabilita, die l’eloquenza è talmente amica e compagna dell’arte della guerra,
che non solo ne forma il più bell’ornamento, ma le porge ancora gran forza poderosa
sostegno. La bella stagione degl’eroi, chiari e luminosi esempj ne presenta a
noi, i quali appieno ci fan certi di questa verità. Fenice, educatore del
grande Achille, siccome pone ogni suo studio, a fine di arricchire l’animo del
giovane suo allievo d’una compiuta cognizione delle cose militari, cosi non
poca cura adopera, perchè quello il vanto acquisti di saggio ed eloquente parlatore.
A chi poi non è noto il nome immortale del vecchio, re di Pilo? e grandi, e
nobili, ed oltre ogni credere gloriose sono le sue belliche imprese ma la lode,
che gli viene da quella sua eloquenza, più dolce del mele, vinOe tP assai lo
splendore de’bellici allori. Cosa mai bramate voi, che io ora vi rammenti di
lui ? Agamennone , quel gran Re, e gran Guerriero , perchè possa a fortunato
fine condurre quella lunga guer- . ra , fa voto al cielo , che gli conceda
dieci ^Nestori , e non già dieci Ajaci , o Diomedi. Pare , che ciò basta a
farvi pienamente comprendere , che non solo il lampo della spada , o il fragor
del cannone quello è , che spiana la via alla vittoria dell’orgoglio- so nemico
, ma l’ imperioso potere ancora della parola. Quante volte si son vedute di
repente racchetate e messe in calma le lunghe gare, e le funeste contee nate
tra potenti Re , e bellicose nazioni , solo che siasi levata in mezzo allo
strepito delle arpii 3 tal eloquente voce 9 la quale ragionando abbia saputo a
giusta misura ridurre i dub> biosi dritti e gl' incerti dettami della
^ustizia e della ragione ? Ma la guerra trovasi oggi- mai pel provido e saggio
consiglio de’ Re entro ferrate porte rinchiusa, e la pace seii va libera e
sicura vagando tra’ popoli amici. Che per questo ? a voi , a’ quali è commessa
la custodia de’ mari, pur non mancano fre- quenti occasioni , in cui chi
trovasi sfornito della facoltà e di scriver bene, e di ben favellare, non può
sfuggir la disgrazia non Solo di far male il carico addossatogli , ma di
lasciare ancora presso le genti straniere oscura fama e di se, e della nazione.
Voi questa cosa ben la comprendete da per voi stessi j e r esperienza a suo
tempo ve la farà molto m^lio vedere. Il genere di studio , che ora vi si pro-
pone, oltre l’essere utile, è giocondo anco- ra , piacevole , ameno :
cominciato con animo lieto e voglioso, proseguito poi con 4 costante ardore,
siate par certi, che viap« porterà frutto copiosissimo. La magnanima providenza
del Re , le sollecite cure d^ Ministro, la non mai stanca assiduità del
Presidente della Commissione di Esame e de’ Membri che la compongono, la
pereime vigilanza del Maresciallo Comandante, è di . tutti quei , che vegliano
alla vostra educa- zione , non altro argomento di gratitudine da voi si aspettano
, se non che mostriate loro certo ed assicurato il vostro profitto. hv CjOO^Ic
s DELLE REGOLE , DELL’ ARTE RETTORIGA. CAPO UNICO. ” Della naitura della
Rettorica. y?V T XI trattato di qualunque dottrina, se mai si vuole, che
ordinatamente proceda non d’altro dee gliare il suo cominciamento , se non
dalla defi- nizione della medesima ; e quindi volendo ora noi raccogliere e
mettere insieme le molte regole , che alla Rettorica si appartengono, di quella
non dob- biamo prendere a ragionare , se prima non s’ è da noi dichiarato , in
che consista la natura ed essen- za di quest' arte ; eh' è quello appunto , che
ne torma la definizione. Diciamo adunque , che la Rettorica è un' arte di ben
parlare per fine di persuadere. Questa definizione , proposta già da tutti i
maestri , è de- gna di ogni lode ; perchè ci fa primieramente ve- dere la
dilTcrenza , che passa tra . la Rettorica, e le altre DUE arti, Grammatica, e
Poetica, nato queste accora ad insegnare il modo di ben favellare; perciocché
le regole della prima sono propriamente dirette a sfuggire il solecismo; la
seconda poi tutta s'aggira d'intorno al verseggiare per fine di recar diletto e
piacere. Ciò che poi fa tutta la comniendazione della proposta definizione, si
è, che da quella si possono agevolmente derivare tutte le altre proprietà della
rettorica. Di fatti se è vero, siccome è verissimo, che il fine delle rettorica
è d’insegnare il modo di RAGIONARE acconcio a persuadere, chi à che non vede
esser primario dovere di quest’arte, mostrare i luoghi, da cui facil cosa sia
trarre quella copia di ragioni, tanto necessaria a conseguire il proposto fine
della persuasione? ed ecco perchè i grandi maestri dell’arte, Aristotele, CICERONE
(vedasi), Quintiliano hanno si largamente ne’loro libri trattato dell’invenzione:
la qual sollecita e dotta cui ra degl’antichi è stata poi solennemente
riprovata da’moderni filosofi, come quella, eh' è stata posta in cosa, eh’ è di
lunga mano maggiore del potere dell' arte. Dicono questi sapienti, che la rettorica
solo ci può mostrare le regole – H. P. Grice, “or precepts, or maxims, as I
prefer – they are imperatives, actually!” --, come ordinare e ben disporre le
ragioni, elio si son tratte fuora e messe in luce solo pell’efiicacia della
propria diligenza e meditazione , e come ancora ornarle ed ab- bellirle con
leggiadra torma di dire ; ma l’ inven- zione si può sperar solo dall’ingegno e
studio del dicitore. « Or vediamo , che conto ci convenga tenere di questa
opinione , e se debba valer tanto presso di noi, che ci levi dall' animo ogni
pensiero di favel- lare, in questo trattato, delia Invenzione. Vogliono questi
moderni filosoQ , che , lasciati e posti da par^ te i belli e sottili
avvertimenti della Rettorica , a considerar e dimostrar bene una cosa , altro
non bi- sogna fare , che volgerla e rivolgerla da tutte le parti , e mirarla in
tutti gli aspetti , eh' ella mai può avere. Eppure pare che non sia cosa molto
diffici- le a conoscersi , che noi per niente ci allontaniamo da questo loro
saggio divisarne nto , alloraquando di- ciamo , che , a porre in chiaro una
cosa , bisogna scorrere i luoghi della Rettorica. Perciocché vole^ dosi
persuadere alcuna cosa per via di ragione e di argomento , perchè non possiamo
trar quello da ciò che va innanzi alla cosa , che vuol provarsi , e da ciò che
la segue , c da ciò ancora , che l'accom- pagna ? perchè non possiamo
argomentare e dal ge- nere , che ha comune con altre cose , e daUa diffe-
renza, che da quelle la distingue, e dalla specie, sotto di cui cade , e da ciò
, che o di necessità , o per accidente le si aggiunge , e dalle cose contra-
rie , e dalle maggiori, o minori , o simili , e da molti altri capi , che dalla
Rettorica ci vengono, in- dicati ? A questo finalmente par che si debba ri-
durre quel dover mirar la cosa che , si vuol di- mostrare , in tutti gli
aspetti che mai. può avere.; ed i grandi maestri dell' arte a questo fine
intendo- no , allorché tanto--distesaJnente ci parlano de’inp- \ Digitized by Google
; 8 Delle Regole gW topici ; e noi pure a questo stesso fine inten- dendo , ne
diremo a suo luògo quello , che ci par- rà conveniente. Ma 'pure oppongono i
filosofi , che tutti gli esposti capi di argomentazione possono da se veni- re
in mente al dicitore , senza che i Rettorici si dlan la pena di rammentarceli ;
e che poi e come, e quando , e in che luogo del discorso si debba- no adoperare
, questa dee essere tutta opera del giudicio e prudenza , non essendovi regola
o pre- cetto'atto a poter ciò determinare. Or noi voglia- mo pur concedere, che
a chiunque nasce nell’ani- mo il desiderio di voler dimostrare e persuadere al-
cuna cosa , possa costui con la sola forza del suo ingegno 'considerarla cosi
da vicino , e vederne co- si bene tutti gli aspetti , che facile gli riesca
tro- vare tutti gli argomenti opportuni alla dimostrazio- ne. Ci si può
tuttavia negare , che questo valente dicitore , se mai prima di cominciare il
suo Lavoro, avesse letto i trattati de’ luoghi , avrebbe fatto la stessa cosa con
maggior ficilità c prestezza ? cioc- che certamente non è da riputar piccol
guadagno. Ma chi mai può dire , che tutti coloro , che o dal- la * necessità ,
o dai proprio volere sono astretti a dover comporre bello ed ordinato
ragionamento , so- no stati dalla natura di così felice e copioso inge- ■ gno
dotati , che , senza l’ ajuto dell’arte , possono • di ogni cosa vedere le
diverse forme , derivarne le ■oppOTtune ragioni, e felicemente fornire quella
di- laostràiioné , che si hanno proposto
? Gli avverti- menti Réttorici pos'sono supplire a questo non così Mfo difetto
; e vediamo ormai , come ciò facciano. Allorché si dice arte , si vuole
intendere , sot- to questo nome , una dottrina , la quale o dia ro- sole e
precetti da doversi precisamente osservare , ed osservando i quali riesca 1
opera perfetta ; o esponga almeno awertimenti, e porga mezzi utili a ben
operare. L’ aritmetica per estmipio è una tU qoelle arti , la quale prescrive e
mostra tutto quel- lo , che messo in opera, il lavoro ne viene ad es- sere
contpitissirao ; nè più si ricerca alla sua som- ma perfezione. Di fatti
volemlosi raccogliere pik numeri in.sierae in una somma , dall’ .irte ci vicn
divisato tutto quello , eh’ c necessario a formar cjucl- la somma
perfettissin»aracnte ; e lo stesso del sot- trarre e dividere , e moltiplicar
muneri l)crt si può atFcrmarc. Ma de’ precetti c regole della Relforica si dee
diversamente giudicare ; perciocché non re- gole e precetti si dcldiono quelli
chiamare , ma av- vertenze piuttosto ed ammaestramenti , come quel- li , che
prescrivono e mostrano in parte , ma non in tutto , quello , che far si dee ,
lasciando 1’ uomo incerto del come eseguir debba ciò , eh’ egli per al- ttxj
intendo di dover fare. Ed in vero la Rcllnrica prescrive all’ oratore , che
adoperi gi an copia di ar- gomenti , dove il soggetto dell’ orazione il
ricliiegga; .anzi gli propone moltissimi luoghi , onde trarre li possa j tua
jiojj gli dice però di quali luoghi si dcL- jba precisamente valere , volendo « che usi
della prò* denza a sceglier quelli , che più sono al proposito. Fa mestiere
all' oratore rappresentare vivamente nel» la narrazione qualche costume , o
movere degli af- f jttì nell’ ultima parte del discorso : molti mezzi a far ciò
gli vengono somministrati dall’ arte : ma non potendosi servire di tutti ,
bisogna , che adoperi il giudicio suo per valersi de’ migliori , e di quelli
che sono accomodati alla causa , che ha per le mani. L’ arte ci ragiona
distesamente delle figure ; ne spie» ga la natura , e le proprietà , ne propone
gli esem- pi ; ma non prescrive partitamente al dicitore , che egli debba
inserire nel suo ragionamento un apo- strofe , una prosopopeja , una
rcpetizione , o qualche altra determinata figura; solo gliene propone mol- te,
acciocché volendo possa valersi, quando d’una, € quando d’ altra , ad arbitrio
suo , e secondo che la materia , e l’ occasione il richiedono ; di che l’ ar-
te non può , ne intende dare regola alcuna. Lo stesso finalmente è da dire
della varietà degli stili : se ne mostrano le proprietà , e le bellezze di
ciascuno, se n’espongono i modelli, c gli esempla- ri ; tocca alla prudenza
assegnare nel discorso il luogo conveniente a ciascuno. Se dunque , dirà forse
qui alcuno , le regole della Rcttorica sono cosi incerte ed indeterminate , che
non si possono mettere bene in opera, se non vi si accoppia un certo naturai
giudicio, che certa- mente non può insegnarsi , che giova leggerle , c
Dell’Arte Rettoriea. ii studiarle ? tanto più , che pajono coà chiare e fa-
cili , che non è chi non le sappia naturalmente. Clu e che non sappia , l’
oratore doversi conciliare la benevolenza de' giudici ? Chi è che^non sappia ,
che se gli dee rendere attenti ? che dee da principio esporre con brevità e
chiarezza ciò che egli vuole provare ? À chi non viene subito all’ animo , solo
che vi abbia posto mente , che le argomentazioni debbono essere sottili e
acute, le narrazioni sem- plici c brevi , e che lo stile dee essere moltiplice
e vario , secondo che varia , e moltiplice è la mar teria del discorso , e che
finalmente or l’ interroga- zione , or r apostrofe , or una , or un' altra
figura sono acconce a movere affetti e passioni : ciocché possiam vedere ancora
ne’ discorsi famih'ari. Or se mai alcuno è , che cosi ragiona , gli si potrebbe
rispondere in più maniere : gli si potrebbe dire , che a chi sa 1’ arte
naturalmente , gli si aggiunge- rebbe molto di finezza nel giudicare, e di
eccellen- za nel comporre , se al naturai giudicio di lui si accoppiasse anche
lo studio de’ precetti dell’ arte ; perciocché in ogni genere di cose non si dà
tanta naturai perfezione , che nulla le manchi. Poi è da considerare , che
spesso si studiano alcune cose , non tanto per saperle , quanto per averle
fitte nella me- moria , e sempre pronte all’ uopo. Di fatti non è alcun dubbio
, , ebe le regole della Rettoriea , cre- dute tanto facili e chiare , con molto
maggior prontezza vengono in mente , a chi le ha notate Delle Regole prima e
messe in ordine , più e più volte lettfe e meditate , che a colui , a cui le
stesse r^ole .sono passate appena per 1' animo alcuna volta , smiza esr sor
punto considerate. II da questa negligenza si può credere , che sian nati i
molti ecrora che pur da' critici si nolano nelle opere de' sommi oratori :
peixsiocchè non è credibile, ohe costoro non hanno fatto ciò clte dovessi Fare
, pcnchè nql sapeano , ma perchè non si è presentato loro all' aiùino ali
bisogno. Ma via lasciamo slai«5 ciò che ci vien sugge- rito della ragione in
difesa dell'arte Rettorica: per- chè loise sarà meglio dilcndcrla per via dell'
acgor mento trailo dall’ esempio e dalla autorità- Certo • uiie ei> sentiamo
nascei-e nell'animo non lieve spe- ranza , che ricordando noi i numi di
Aristotele , di CICERONE (vedasi), e di Quintiliano , ognuno si rimerà di<
CQiitmsUii'fi a quelle regole di Rettorica , cl)e cosii chiari ed illiislri
autori lasciarono scritte e m^sse ini ordine ne' loro dotti volumi. E perchè i
citati scrit- tori non solo non han creduto., che l' invenzione, degli
argomenti eccedesse il |K>tere delU. Rettorica» ma ne han formato ancora
belli ed. iugegn<>si trj^- tatli, noi ancora riitcprati da si nobile
esentpip., ip quella miglior maniera cl»e per npi RM9 » ne rptr. giouereni.o.,
come. di cosa che anche dal fine del-, r arte, viene richiesta : e dò sarà il
soggetto della priina.ipftrte del-qnviiseiite trattato. E siccoppx un'.Of-
Qàata., . b^hà ftftto e npiperpsa . , ^ non , sia PeZr Arte JRettéìriea. tS^ • disposta in bell’
ondine , cblUciL cQsa è , che. ri- porli il vanto della vittoria > così alle
inventate ragioni se non si dia l' ordine e la disposizàone conveniente , poco
polran giovare al proposto fi- ne dcUa persuasione ; ,e perciò di q,ucst'
ordine e di questa disposizione ti;attc.rà la seconda parte Nella terza ed
ultima parte si ragionerà della elo- cuzione , e di tutto ciò , che a quella si
appar- tiene. Niuno si aspetti da noi neppure in menoma par- te quella erudizione
, che vedesi sparsa a larga mano quasi in tutti i trattati di Rellorica ,
special- mente in quelli , che son venuti alla pubblica luce in quest' ultimi
tempi. Noi abbiam creduto non do- verci fermare a dire alcuna cosa d’ intorno a
questo particolare argomento *, e quindi niuno leggerà in questo trattato , per
qual modo venisse al mon- do r eloquenza , e 1’ arte del dire , come quella
fio- risse tanto tra’ Greci , e poi tra’ Latini , come dopo lunga età salisse
in fama tra gl’ Italiani , e chi fos- sero quelli , che in mezzo a queste
nazioni la pri- ma gloria di eloquenti si procacciarono. Sono bel- ^ le in
vero, e piacevoli ed utili queste ricerche ;ma- al fine , che ci abbiamo
proposto , poco o nulla op- portune. Perciocché nostra intenzione è di dire
del- r arte quello soltanto , che pare necessario a ben comporre le proprie
opere, e a rettamente giudica- re delle altrui : a fare la qual cosa siccome ad
ogni modo si rifilùede U QOjQioA<ce.nzia d^Ue. regole e degli avvertimenti ,
così al medesimo fine poco o niente si appartiene il sapere 1' origine , e le
varie vicen- de della eloquenza ; e tanto più ci è piaciuto se- guire questo
consiglio , perchè in tal modo si è da- to luogo a quella brevità , che ne'
trattati di simil materia tanto piace ad ognuno. » \ \ / iS . T . . I -i INVENZIONE altro non è ,
secondo Cicerone , che il ritrovamento di cose vere , o verisimili , le quali
siano atte a provare 1' assunto. In questa definizio- ne , siccome ognun vede ,
si contengono solo quel- le cose , o sia quelli argomenti , che fan bisogno
all’ oratore per dimostrare agli uditori la verità di ciò , che ha proposto di
dire. All' incontro 1' orato- re non potrà mai conseguire il fine delia
persuasio- ne , se egli , contento solo d’insegnare il vcro,noft si prenda
ancora la cura di conciliarsi la benevolen- za , e di movere gli aflTetti degli
uditori : perciocché ben può accadere , che alcuno comechè conosca e vegga il
vero; pure perchè gli vien proposto da persona non avuta cara , nè tenuta in
pregio da lui , ovvero perchè hoh se ne ^entc f ^Tmo di amore acceso ,
volentieri noi cura , e non cerca nell’ uso della vita segniiio. Ed ecco perchè
i Ret- torici insegnano , che fa mestiere all' oratore non solo IroVafre gli
argomenti dimbstroftivf , tna quelli ancora , con cui si renda gli uditori
benevoli, ed aittenti , e mova ne' loro animi i convenienti af- fetti. Dell'invenzione
adunque degli argomenti di questi tre generi noi partitamente ragioneremo , co-
minciando da’ dimostrativi , i quali si son detti interni , siccome ancora
quelli , che servono a con- ciliar benevolenza , e movere aff'etti , perchè
tratti dalle viscere (hdle causa ; essendosi dato il nome di esterni a quei ,
che si presentano da se al di- citore , come sono le scritture , i tcstimonj ,
e d- xnili. De’ Luoghi ^ da ciù si traggono gli aT~- gOmenU dimostrativi.
Questi luoghi o sono comuni , perchè da quelli, si possono cavare argomenti per
ogni genere di causa , o sono proprj c particolari , come quelli , che porgono
prove acconce a dimostrare le cause di al- cun genere determinato. Ora noi
prendiamo a dire de’ pri.iii , i quali si possono distinguere in luoghi
gramuiici , logici , e metafisici r De’
lAioghi GramaUci. *7 L’ argomentazione tolta da' luoghi gramatia consiste o
nella significazione di un nome, di una parola , oppure in più voci , le quali
, derivandosi dalla stessa origine , poi^ono all' oratore piuttosto r occasione
di formare un leggiadro concetto , che tm sottile argomento. Cosi dal
significato della vo- ce divertimento si può dimostrare , che non v' ha nel
mondo divertimento per gli oziosi : perciocchò con questo vocabolo non altro si
vuol significare , se non che diversione dell' animo dalle serie occupa- sioni
: ma in queste non han parte gli oziosi : co- storo adunque mai non possono del
divertimento godere. Cosi ancora 1’ autore della difesa della di- scordia ,
volendo dimostrare , essd* vera la definizio- ne , eh' egli di quella ha
proposto , si vale della origine , o sia etimologia , o naturai significato
del- la parola. Cìie la discordia sia il desiderio di diverse cose , la stessa
voce , che dalla diver- sità di cuori , e di voleri si deriva , ben lo di-
mostra. Quel luogo poi , che somministra all’ ora- tore nn vago concetto
piuttosto , che acuto argomen- to , chiamasi i Conjugati : di fatti Cicerone ,
volen- do dare nn nuovo lustro alla gloria da Cesare acqui- stata pel perdono
concesso a Marcello , si serve de* Coniugati. Tu , o Cesare , avevi già vinto
in eie- mensa e mansuetudine tutti i vincitori di guer- 3 «8 f . Delle Regole
ra ; ma ora che hai perdonato .a Marcello , pare , che’ hai' vinto la vittoria
stessa : tu solo adunque tra tutti i vincitori sei invitto. I LUOGHI LOGICI sono
la Definizione, le Specie, e finalmente la Divisione, o sia l’Enumerazione
delle parti. Vediamo , come da questi luoghi si traggono argomenti a dimostrare
l’assunto. La definizione , siccome ognuno ben sa, è un breve discorso fatto
per dicliiarare l’ essenza e la na- tura della cosa. Cicerone nel firuto,
argomentando dalla definizione , fa vedere , dhi sia quell'uomo , che debba
dirsi onorato. L’onore, die’ egli, altro non è , che il premio concesso alla
virtù per giuria e volere de' ciUcMini. Colui adunque , che per mezzo de'voti ,
e suffraga del popolo , questo pre- mio si ha procacciato , costui vien
meritamente locato tra gli onorati ; e quindi il titolo solo deU t onore ha ,
chi avesse ottenuto grado .di onore per fortuna piuttosto , che pel
consentimento de'cit- tadini. La definizione è un parlar corto e breve ; e perciò
più si alTà a’ filosofi , che agli oratori , i quali sogliono per vasto i campo
spaziare ragionando ; e di qui è, che' troviamo adoperate da essi piu spesso le
descrizioni , che le definizioni ; perchè quelle oltre l’ essenza e la natura ,
spiegano ancora le cause gli effetti , e le altre proprietà delle cose. Ecco un
bell' esempio tolto dalla Miloniana di Ci- cerone. ' Vuole l’oratore dipingere
al vivo la sagrì- lega sceleratezza di quei , che avean tentato di bru- ciare
il’cada^e^e diClodio entro le sante mura del Senato. Di che qual caso vedemmo
mai più mi- sero, nè pià acerbo, nè di lagrime più degno? essere arso , essere'
rovinato , esser contaminato 8 palazzo , tempio di santità, e di onorcvolezza ,
di sapere,' di ogni pubblico consiglio', capo della' città , altare de'
compagni nostri, póÀo di tutte le genti , sede concesSa solamente cC senatori
da tutto' il popolo Romàno. - v- * H' genere è quello, che contiene' sótto 'di
se pii parti , 0 specie , o forme che si \<^lian 'dire , sicconie le specie
sono tutte quelle parti , in cui si divide il genere. Così flirta è genere, che
contré- ne le specie Giustizia , prudetiza , temperanza , for- tezza. Da questi
duè luoghi traggoho maH;rià di ar- gomentare gli oratori , allorquando tuttd
ciò , ch^. •i pero' dire dèi 'genere, attribuiscono’ alla specie, siccome per
Popposto,'quanto' à cìascùW Ipecie' sl conviene , dimostrano convenirsi anche '
al genere. •’ Or' acciocché ben s’intenda da' prinéipiànti , ia che modo ■■
torni *lor bene , valersi de’ dué proposti luoghi , è necessario , ricordare ,
che il punto , di cui trattasi dall’ oratore , può essere 0 generale e
indeterminato, detto con voce greca ter/, come*' per esempio : se alcuno
prendesse li dimcisthire', che in r- ao Delle Regole gran conto si deouo tenere
i poeti , e la poesia , che le leggi permettono di uccidere impunemente r
ingiusto aggressore ; oppure particolare e deter- minato dagli aggiunti di
tempo , <li luogo , e di persona , chiamato anche con vocabolo greco ipote-
si. Ecco due punti particolari : il poeta Archia si dee ritenere nella città :
Milone giustamante ha uc- ciso Clodio , suo insidiatore. Ciò posto , T oratore
argomenta dal genere alla specie , quando per aver piò largo campo di favellare
dall ipotesi trascorre alla tesi. Cicerone nell’ orazione in ifesa di Archia
dalla tesi cava argomento a prò della ipotesi ; fa egli vedere , che belle , e
pregevoli sono le buone lettere , e che è cagione di onore e di gloria la
poesia ; dal che poi deduce , esser giusto e convfr ncvole cosa , ritenere il
poeta Archia ha’ cittadini. Milone giustamente ha ucciso Clodio , perchè si è
dimostrato in generale , che la legge stessa ci por- ge la spada contro
l’ingiusto aggressore. . . Si argomenta poi dalle specie, o forme, vo- lendosi
provare il genere : nel che è da avvertire , che questo argomentazione allora
conchiude, quan- do niuna delle forme vien trasandata. Berne presso il
Metastasio di questa maniera di argomentare si serve a fine d' indurre Sammete
ad abbandonarla. ]Sit. J. ii> S. 6. Samm. Chi dunque chiede Sì efudel
sagrificio? '. a» Ber. Il del , la urrà , Tu stesso , se vorrai , Sammete ,
esaminarti , il chiederai. Sei fido alla tua patria ? / suoi passati i Rischi
non rinnovar. Rispetti il trono? , Non avvilirlo. Al Geniior sei grato? Non
ficemar si bei giorni. Ami te stesso? RyicUÀ al tuo dover. Beroe ti ò cara ?
Non opporti al destin. Lasciala in quello Stato t incoi nacque y e non espor
l'oggetto De'dolci affetti tui I Air odio , al rischio , ed agl’ insulti
altrui. L’argomento tratto dalla Enumerazione delle parti pare , che in nulla
si did'erisca dall' esposto poc’ anzi , siccome chiaro appare dall’ esempio che
ne daremo. Segneri nella predica del Yeuerd'i do< po la Domenica di Passione
, > con 1’ enumcrazionn delle parti , prova la seguente proposizione. Anzi
quale scelleragine ( tra’ gentili ) si trovava , che Jton avesse ir% cielo il
suo protettore ? Protegge^ va Giove gli adulteri, Slercurio i ladri, Marte i
sanguinolenti , Bacco gli ubriachi, y onere i lussuriosi, Pluton gli avari. De’
Luoghi metajisici. " -j , Questi luoghi consistono in certe generali con-
sitiorazionì , che riguardano c^i g«iere di Icose. Di fatti si possono
considerar le cose- e <come cagioni , e come efiètd , e come aggiunti, e
cornea simili, e come dissimili , e còme maggiori , o minori', e come
«ntecedenti , - e come conseguenti ; in somma se- condo tutti quelli a^tti ,
da' quali cavano i Rettorici argomenti per ogni maniera di ciiieé. Sono
pressoccbè infinite le sottilità adoperate da' filosofi , allorché vogliono
spiegare la varietà delle cagioni. 1 Rettorici'le mirano sitAo' cxm» effuienUy
finali , materiali , formalL Niso presso Virgilio , argomentando dalla cagione
efiiciente , >si sforza di divertire dal sno amico Enriaioiil fiirore de*
nemici^ e rivolgerlo contro di se. 'Lih. U 2 .<- q . I 1 = ; . ì; i- Me , me gridò , -me Bufoli
uccidete* >-■ ì >■ '. Jo son ch'M feci ; io soni che qtMsta\ftx>da Ho
prima ordito •. in me PetmU iroigete’^ Che nulla ha- centra a voi quésto
meschino Osato , nè potate.- Io Ip vi giuro^ ** -• ^ Per lo del , che n' è
conscio , e per le stelle. Questo tanto di mal solo ha commesso , Che troppo
amato ha I infelice amico. Il potere, la nobiltà, la sapienza della causa, sono
la prova più certa dell'eccellenza-^ nobiltà, e Tagbecza dell’ effetto: Le
azioni umane , perchè siano perfettamente buone e virtuose , debbono esser tali
e nella sostan- za , e nel fine. Un atto di liberalità adoperato per fine di
riportarne vanto e fama , benché in se stes- so sia da commendare molto ; pure
vien giustamen- te notato, come vizioso, a cagion del fine non buono. Dalla
causa finale adunque si possono de- durre delle gravi ragioni, onde lodare, o
biasima- re le azioni , ed i latti degli uomini. Ma oltre a ciò la causa finale
vale molto an- cora a porre in chiaro , chi sia stato f autore del fatto in
questione. Di fatti Cicerone nell’orazione a favor diMilone ragiona c.oi\. Il
assi dunque a con- siderare altro , salvo che da' quali di questi due siano
state fatte le insidie? niente certamen- te. Se da costui a colui , eh' egli
non ne va- da senza pena ; se da colui a costui , che siamo liberati e
giudicati innocenti. In che mo- do adunque si può provare , che Clodio abbia
posti gli agguati a Milone ? Basta dimostrare in così audace e così malvada
bestia , che gran cagione , che grande speranza , grande utilità egli avesse
della morte di Milone. E perciò quel detto di Cassio , a chi sia stato utile ,
vaglia in queste persone. Ma di ciò parlei emo più largamen- te in luogo più
opportuno. Le opere delle arti sono più , o meno prege- - • a4 ‘ Delle Regole voli
, a proponione della maggiore , o minore no» Lillà della materia , e della
perìzia dell’ artista. Diconsi effetti tutto ciò che segue da una cau- sa.
Metastasio dimostra , che non v'ha cosa piò pre- gevole della gloria , perchè
da essa nascono tutt' i beni, che sono nel mondo. Reg. At. ii. S. 7. .Quanto ha
di ben la terra , Alla gloria si dee. Vendica questa ' L' Umanità dal
vergognoso stato Jn cui saria senza il desio donare. Toglie il senso al dolore
, Lo spavento a' perigei , . . Alla morte il terror. Dilata i regni ^ Le città
custodisce , allettiti aduna Seguaci alla virtù, cangia in soavi J feroci
costumi, E rende r uomo inUtator de' Numi. Gli aggiunti sono certe circostanze
, che si sogliono considerare si nelle cose , come nelle per- sone. Dalla
considerazione di questi aggiunti nasce copiosa materia di ragionare ; e di
quelli si valgo- no gli oratori e per lodare , e per biasimare , e per
dimostrare ancora, chi debba esser tenuto qual vero autore di un fatto. Nestore
presso Omero dal- la sovrana dignità di Re , eh' è in Agamennone , deduce , che
si dee prestw fede al sogno da luì raccontato. I. aS .Miraòil sogno., Nosiore '
rispose , Questo è, compagni-, e d'uom
volgar sul labbra, faccia aver di menzogna anco porrìa : • • ) Ma il Re ci
parla ; ed al Re chi parla? G,iove. Non si mente da lot' : su ^dunque alF opra,
t Jl Olinto presso il Tasso per mezzo dogli ag- giunti si studia di far vedere
, di' egli , e non Sofro- nia , ha rapito la santa Immagine della Vergine dalla
Moschea. Ger. C. xi. < jtl Re gridò. Non è non è già rea .• •'.% Costei del
furto ; e per fotria sen vanta ; \ Non pensò, non ardì, nè far potea \ Donna
sola , e inesperta opra cotanta. Come ingannò i custodi , e della Dea Con qual
arte involò /’ immagin santa ? \Se'l fece, il narri-, io t ho , signor y
furata. Ei tanto amò la non amante amata. Soggiunse poscia ^ io' là , donde
riceve JS alta vostra Meschita e t aura e il die. Di notte ascesi, e trapassai
per breve Foro , tentando inaccessibil vie : ' d me r onor , la morte a me si
deve ; Non usurpi costei le pene mie : Mie son quelle catene , e per me questa
Fiamma s" accende , e'I rogo a me s' appresta, f 4 DIgitìzed by Google a6
DeUe Regole ‘ Taluni hanno sbandito dalla classe de' luoghi comuni le cose
simili , o dissimili , credendole non atte a formare argomento da poter
persuadere. Ma quanto costoro si siano in ciò ingannati, gli esempj tolti da'
sommi oratori ben lo faranno vedere. Di fktli Segncri , nella Predica. aduna
più simili , a fine di dimostrare , che i peccatori più perfidi, e più perduti
sono quelli appunto, dietro dei quali il clementissimo Iddio è vago di andare
in traccia. Un Cacciatore assai bravo ivi ama di lasciarci suoi cani , dove la
fiera è più risen- tita. Un medico assai perito ivi gode d impiegar la sua
scienza , dove il caso è più deplorahile. Un nocchiero assai destro ivi
gloriasi di esercita- re la sua arte , dove i venti sono più contharj. Un A
evocato assai valoroso ivi si pregia di spen- dere il suo talento , dove la
causa è più dispe- rata. Un agricoltore assai pratico ivi si com- piace di
applicare la sua coltura , dove il terre- no è più infrrtttuoso. I simili poi ,
se tal volta non dimostrano , almeno apportano vaghezza c splendo- re al
discorso. Achille, per via di un simile ram- menta a' Greci , e mette in chiara
luce , quanto egli avesse fatto in lor difesa. II. IX. . . . Aquila amante Xfo
con tal zelo i suoi spiumati figli Non riscalda, e non pasce, e di sue penne
Lor non fa scudo da' rapaci artigli , Digilized by Deit Arie Rettorica. l'j, -
Coni io vegliai , come protessi , e crebbi 1 miei diluii jichei. . . i
dissimili presso il Segacri , nella Predica I. molto Taglione a dimostrare la
stolta temerità di chi TÌve in peccato , benché non ritragga alcun vantag* .
gio da questo stalo si perìcolo so. Se un agricolto- re , die' egli, arrischia
molte moggia di grano nella semenza , e se un banchiere avventura qual i che
numero di danaro ne' cambj , e se un liti- gante consuma buona parte di rendite
nelle man- ce, ciascuno il fa, perchè molto più è quello ^ che spera , che non
è quello , che arrischia ; nè per quanto si volgano antichi annali , si trove-
rà mai piloto sì temerario , il quale sia scorso sino alt Indie rimote , a
lottar con gli austri , a pugnare con gli aquiloni , per riportare di colà, sul
suo legno • in vece di un vello di oro , sabh bione , o stabbio. Ma voi ,
Cristiani , che fate ? Per qual emolumento vivete in' così gran risico di
perdervi eternamente? Per qual guadagno? Le cose contrarie sono quelle , che
non posso^ no nel medesimo tempo stare insieme nel medesimo soggetto : ed
acciocché si abbia di queste cose piti chiara idea , e si vegga più da vicino ,
come se ne ^ debba fare uso , i Rettorìe! distinguono quattro spe- cie (hi
contrari , i (piali sono gli Avversi , i Privan- ti , i Relativi, i' Ripugnanti
o Contradicenti. Di- ciamo in g(^oeralc , che l’ argomentare da queste Tale
moltissimo a dimostrare qadlo che Tuóle prò* Tarsi. Ciascuna delle proposte
specie contiene sem- pre due parti: messa clic se nh una in chiaro; resta
subito l’ altra dimostrata , o almeno confutata : ciocché si vedrà dagli esempi
che proporremo. /iuuersi diconsi quelle cose, che sebbene àp- partengono allo
stesso genere; son però tra loro diversissirae. Per mezzo degli avversi
Cicerone di- mostra , che Milonc non ha posto le insidie alla vita di Clodio,
L' oratore con chiare prove ha £atto v^ dere , che se Milone avesisc avuto mai
disegno di uccidere Clodio, egli avrebbe potuto ciò recare ad «Ofetto più volte
i°. col gradimento di tutti, a**, a ragione, 3°. in luogo comodo, 4°- tempo op-
portuno , 5°. senza sua pena. Ciò posto , conchiude poi egli COSI. Egli è
adunque veiisùnile , che Milone non avendolo voluto uccidere^ in tempo die
ognuno gliene avrebbe saputo grado ^ abbia voluto ucciderlo in tempo che alcuni
dovevano dolersene ? E. non avendo avuto ardire di uccb- derlo , a rugane , in
luogo comodo , a tempo opportuno , senza pena , è da credere che abbia ^ avuto
ardù-e di ucciderlo a torto , in luogo con- trario , fuor di tempo , con
periooh della vita ? ' Privapti sono quelle cose delle quali una parte k la
mancanza dell’altra, Tali sodo vita e morie ^ tenebre^ e luce , libertà o
schiavitù. Alberto LoHio netr orazione iu difesa di M. Orazio , prendendo
«rfojaeelP . da' privanti , ragiona.- colò. Dunque 'fa* T€te voi , bmignlssim cittadini , velar gli
occhi a colui , U cui terribile sguardo , trafiggendo il cuore a' nimici , ha
conservato la libertà , e man»- tenuto lo Scettro e dignità di questo regno ?
Coti» sentirete voi-, che sieno legate quelle fortissimè mani , le quali armate
hanno sciolto voi da' le- gami della servilà ? Comporterete voi , che col- le
verste sia battuto colui , che col suo valor sovrano rintuzzando F orgoglio ,
ed atterrando la ferocità degli Albani , fece fi , che tutte le membra delF
Imperio Romano rimasero intatte € senza offesa? Cicerone nella Miloniana. F~oi
se- dete ora in questi seggi per vendicar la morte di colui, a cm se voi
pensaste di poter rende- re la vita , non vorreste ; e della morie di colui è
stata messa la legge , il quale se per la me- desima legge potesse risuscitare
, la legge mai ' non si sarebbe messa. I Relativi sono quelli , i qn;rfi hanno
tal lega- me tra loro , così die l’ idea dell’ imo ci fa ^ enire in mente
l'idea dell' altro; tali sono per esempio Padre , e Figlio , Padrone e Servo.
Per mezzo di questi relativi vien giustamente il sommo Iddio a querelarsi dell'
ingratitudine degli nomini , come suoi figli , e della ingiustizia , come suoi
serri. Ec- co il suo divino ragionamento. Se io sono vostro Padre , dov' è f
amore che mi dovete ? Se io so- no vostro Signore, dov' è t ossequio el'omagg'a
dovuto a' dritti di mia sovranità ? I
contrdicenti e ripugnanti sono qaelli che sebbene non sono tra loro
direttamente opposti ; pure non si possono nello stesso tempo del medesimo sog-
getto adermare , come amare , ed odiare , amare., e recar danno ; e di qui
Cicerone dimostra , che Alilone non ha avuto mai scellerato disegno contro la
vita di Pompeo , appunto perchè : se ia fortuna gli avesse dato occasione ,
certamente gli avreb- be fatto vedere , e conoscere , che non fu mai alcun uomo
ad un uomo più caro, eli egli a lui; e che ovunque vedesse t interesse dell'
onor di lui , nessun pericolo egli ha mai fuggito ; e che con quel malvaggio
uomo , anzi con quella cru- dele ed odiosa peste , più e più volte per la sua
gloria ha combattuto. , Finalmente si può argomentare dalle cose mag- giori
alle minori , e dalle eguali , riserbandoci di trattare degli antecedenti , e
de’ conseguenti nel ge- nere giudiziale. Come poi ciò si debba faie , gli
esempi il dimnstrei’anno. Cicerone dimostra , di’ egli dando la morte a
Catilina, non dovea in niun con- to temere , che non lasciasse il suo nome
disono- rato ed infame presso la posterità , perchè nelle passate età uomini
assai più illustri e valorosi, a- vendo levato la vita a' perturbatori creilo
stato , non. solo non aveano la lor fama oscurato , ma 1’ avean resa piuttosto
più chiara e più bella. , Alberto Lollio nella citata orazione -per M- Orazio
ci propone un argomento cavato dalle cps« minori. Perciocché se negli abbattimenti de'
gla- diatori , negli uomini di bassa condizione , ed in- Jima fortuna abbiamo a
schifo i timidi, e por- tiamo odio a' pusillanimi che pregano , che sia loro
donata la vita , ma i forti e coraggiosi che allegramente si offeriscono alla
morte , deside- riamo salvare , e naturalmente abbiamo maggior compassione a
coloro, che la nostra misericor-' dia non ricercano che a quelli che con impor-
tunità la dimandano', quanto maggiormente dob- biamo far questo ne' pericoli dé
nobili e valorosi cittadini ? Questa stessa argomentazione troviam fat- ta da
Cicerone in difesa di Milone. ii crederei, che questa sua fortezza di animo
piuttosto do-, vesse giovargli ; imperocché , se quando vedia- mo a combattere
i gladiatori, i quali sono uo- mini di bassa fortuna , ci nasce un certo odio
vei'so di quelli , i quali mostrano timore , e sup- . plichevolmente pregano
che sia loro donata la <vita ; ed all" incontro quei , che sotto forti
ed animosi , e senza spavento si offeriscono alla morte , desideriamo di
conservarli ; e maggior misericordia abbiamo verso di quelli , i quali' mercé
non ci chieggono , che verso di quelli , i • quali con istanza la addimandano
quanto più si conviene, che facciamo il medesimo ne' perù coli de' fortissimi
cittadini ? Finuhneute il Casa dalle cose uguali fa vedere, che la RepuLLlica
di Venezia deve, durar perpetuametile. Ed è senza alcun dubbio da credere , che
siccome il cielo , perpetuo essendo , conserva quel medesimo modo sempre y e la
natbsra simile mente perpetua ritiene una stessa legge , cosi la vostra nobile
comunanza eterna Jia : percioc- ché ella un medesimo ordine, e uno stesso stda
ha tenuto e conservalo sempre senza mutarlo , 1 o pur aiterarlo giammai , la
quale più secoli vissuta essendo, che molte altre delle più illu^ stri non
vissero anni , più fresca e più vhraeg ora attempata si dimostra , che quelle
allora giovani non si dimostrarono. Abbiaui detto abbastanza de' luoghi topici
: TO> ' gliamo solo aggiungere un savio avvertimento da- toci da Quintiliano
, il quale è , che alloraquaBdo'~ r occasione ci obbliga di dover trattare
qualche ma» teria , non dobbiamo andar picchiando uno per uno agli usci di
tutti i luoghi che abbiamo impa- rato studiando t arte Rettorica , ma che
cerchia- mo piuttosto sceglier quelli da' quali si possono trar- re argomenti
al nostro proposito. Anzi di questi' luoghi comuni , che risguardano ogni
genere di cau- se , è necessario , che il dicitore faccia uso assai moderato ;
altrimenti cadrà senza meno nel vei^Or gnoso vizio di vnà stolta loquacità. Per
la qual co- sa senza più indugiare velgiam la mente a spiegar quei luoghi , i
quali ci diano argomenti acconci a. provare ciascuna causa in particolare ,
perchè è an- tichissima la dottrina , insegnata nelle Scuole da' B«t- la quale
distingue in tre generi tutte le cau* ‘Se , noi non volendoci da quella
allontanare., diciamo, che tutte le (jucstioui cadono sotto L tj-e genesi ,
Dimostrativo , Deliberativo , Giudiziale. Forse poti'cbhe alcuno contro la
proposta divi^ mone opporre , che quella non è affatto conforme al- le buone
regole della logica , perchè non coinprc»- de tutto le parti di quel tutto ,
che per mezzo di essa si vuol dividere. Perciocché chi è , che non sa , che 1’
Oratore ha si vasto campo da spaziare , che può prendere a trattare non solo di
quelle que- stioni , che hanno per fine le azioni , ma di quelle ancora , che
riguardano le semplici cognizioni , co- me per esempio può scegliere l’oratore
per tema del suo ragionamento l' annuo giro che il sole fa d’ intorno la terra
, parlandone oratoriamente. In tal caso un tale argomento e un tal discorso
certo che non si può rapportare a niuno de' tre generi proposti ; da che segue
, che la proposta divisione non è perfetta. Ora noi , volendo rispondere a
questa difficoltà, diciamo , che i Rctlorici distinguono un doppio ge- nere di
cause , mirandosi allo scopo , che quelle . hanno innanzi. Altre , dicono ,
.sono teoretiche, o sia speculative , che contengono la sola cognizione del- le
cose , come si vede dall’ esempio poc’ anzi pro- posto , altre sono pratiche ,
che sono quelle che trattano delle azioni degli uomini. L’ Oratore , per- chè
niuna legge dell’ arte ha prescritto termini alla h sua &coltè ed arbitrio
, può liberamente d' interne e all' one c all' altre questioni ragionare :
contutto- ciò essendo il fine dell' arte Rettorica il persuadere, e questo
consistendo non tanto nel convincimento dello intelletto , quanto nel movere gli
affetti , e per tal mezzo tirare l' animo ad operare , si conchiude da ciò ,
che i punti pratici piuttosto , che i teore- tici formano la materia dell'
eloquenza dejl' Oratore : e quindi la proposta divisione de' tre generi di cau-
se par che non sia da riprovarsi. Il GENERE DIMOSTRATIVO, o sia laudativo, è
co^ detto, perchè dimostra e mette in luce lelaudevoli azioni degl’uomini.
Contiene però dne parti, le lodi, e le vituperazioni. Le lodi sono i beni di natura,
come r esser ben fatto della persona, avere acuto e sottile ingegno, possedere
valida e vigoro-sa sanità di corpo; i beni di fortuna; tali sono le ricchezze,
gli onori, la nobiltà dells lingua; finalmente i beni dell’animo; e questi sono
la virtù, i piacevoli ed innocenti costumi. Le prime due specie di beni ,
considerate in se stesse , non possono nè debbono somministrar materia di
verace lode al 'saggio oratore, salvo se ei trova , che il posseditore di
quelli ne ha fatta queir uso , che la legge e la giustizia prescrive. Si può
immaginare eroe più bravo e pjjj^prode di Achille ? Eppure Agamennone presso
^|^ero gli parla cosi. Fra tanti Re, fra tanti duci, il solò Sempre odioso a me
, sempre molesto Fosti , e sarai : che i militari spirti Mai non deporti -, e
al paro in tenda , o in campo Spiri insana Jei'ocia , e zuffe , e sangue. Vano
guerriera non superbir cotanto^ Della tua gagliardìa ; dono di un nume , Di un
nume è merto. In queste ultime parole il primo pittor dell* natura ci mostra la
ragione , perchè i beni di na- tura e di fortuna non sono da se capaci di
procacciar' vera laude agli uomini , salvo se di quelli si valsero a quel line
, por cui furono donati loro dal ciclo. Resta dunque , che 1' oratore solo
dalla vii-tù , e dalle oneste azioni può trarre argomenti di vera lode. Or la
prima cosa da osservare si è quella di non prendere mai a lodare azioni e virtù
volgari éd ordinarie , ma quelle bensì , che sono grandi , e nobili , e oltre
1' usato belle e luminose. Pmeioc- chè se è vero , siccome è verissimo , che in
ogni ben formato ragionamento ,dee adattarsi lo stile alla materia , e farsele
per dir così simile , ne segue da ciò , che se le cose da commendare sono bassu
ed ordina^, molto si disdice trattarle con quel no- bile ^ ii^Hl^co e splendido
stile proprio degli ora- tori. La mancanza' di un merito illustre o costringe
il dicitore ad usar la vile adulazione , volendo , co- me meglio si può ,
sostenere la gravità dello stile , o pure gli è necessario , spogliare il suo
discorso d' ogni bello o:'namento , die nasce dalla nobiltà e grandezza de'
sei.'timenti , e dalle forme di dire a quelli convenienti. Le virtù sono
qualità interne dell’ animo urna* tio *, e quindi può ìtarc , che ' siano
grandi c subli- mi , e perfette ; c pur tuttavia non si mostrano y come tali ,
alla cognizione del mondo. I fatti solo, 0 sia le azioni sono quelle , che le
possono trarre alla pubblica luce degli uomini; e i fatti son quel- li , da'
quali 1’ oratore può cavare matevia a formare il suo ragionamento. Or questi
fatti prendono il no- me dalla virtù , a cui s’ appartengono. Non è cer-
tamente fuor di proposito , ricordare qui un saggio avvertimento di Cicerone,
col quale egli- c’ insegna, che non tutti i fatti sono del pari opportuni alla
lo- de. Perciocché non è alcun dubbio, che con assai maggior diletto , e con
più diligente attenzione si sentono lodare quelle virtù , e quei fatti , che
sono al comun bene diretti , che non quelle , le quali sembrano , essere quasi
di uso privato d* coloro , che le posseggono. Di fatti gli atti di clemenza ,
di giustizia, di fede, di cortesia, di liberalità, c di altre somiglianti virtù
, se mai sono grandi e nobili , e per tali ci vengono da eloquente dicitore
rappresentati , non solo di stupore e di maraviglia, ma r animo ci riempiono
ancora di una soave gio- condità , e dolce diletto , laddove della sapienza ,
prudenza , accorgimento , e sottigliezza d’ ingegno siamo solo tranquilli
ammiratori. Pur queste priva- te virtù convien lodare , perchè anche del
maravi- glioso della virtù piace sentir le lodi. Ciascuna virtù ha le sue parti
, o sia i suoi • ufuj; ond’^è, che
bisogna sapere questi uflaj j per- chè si possa dare a Ciascuna virtù quella
lode , che le 'conviene : ma insegnare questa ' dottrina non è della Kettorica
, ma della filosofia , e di quelle car- te Socratiche , le quali sole possono
somministrare al dicitore la materia per ogni suo ragionamento. Solo ci piace
notare alcune circostanze , le quali trovandosi unite a' fatti virtuosi , ne
accresemm di molto il merito e lo splendore. Cosi se l' oratore osserva , che
il fatto , che dee commendare , ù nuo- vo , cd è il primo nei mondo , da questo
può pren- dere argomento di dimostrarlo più glorioso. A ragione si ammira
singolarmente la fermezza d’ animo di S. Stefano, come di colui , che il primo,
non es- sendo stimolato da precedente esempio , pur sosten- ne animosamente il
martirio , e segnò col sangue la fede di Gesù Cristo. Si veggono tal volta
uniti al fatto certi aggiunti , per cui poi avviene , che assai di rado ne
comparisce tra gli uomini un si- mile esempio. I Coditi, i Gedeoni , i Leonidi,
si fan vedere assai poche volte nel mondo. Costoro o soli , o con pochi fecero
ardita resistenza , e scon- fissero numerosa oste nemica. Un fatto finalmente
può considerarsi come singolarmente grande , perchè fu recato ad effetto in
tempo , che gli si opponevra- iio molte e grandi difficoltà , perchè di quello
, ben- ché arduo e pericoloso , il fine ne fu la salvezza al- trui , perchè la
felicità e la prestezza ne furono l’e- sccutrici. X tìelV Arte Rettorica. 3g I
Rettorici distiugono un doppio ordine , che ti può seguire dall'oratore ,
allorché compone le sue orazioni paregiriche , 1’ uno detto analitico , Taltro
sintetico. Il primo segue l’ ordine della natura , siccome sogliono fare gli
scrittori di storia. Comin- cia adunque dal nascimento di colui , che si è pre-
so a lodare, e scorrendo tratto tratto tutta lavila, finalmente finisce con la
morte. Tutto ciò che l'o- ratore trova degno di lode , porge materia alla sua
eloquenza. II secondo metodo poi , eh’ è quello , che si dee piuttosto seguire,
riduce a capi determinati tutta la serie delle azioni e de' fatti che meritano
lode : ciocché non si pnò fare , se non da chi sa bene tutta la vita della
persona clic si vuole lodare. Si vegga, quali furono quelle virtù, che
apparvero più belle e luminose : queste si scelgano, per soggetto della
orazione , riducèndosi destramente ^ quelle tutta la massa delle azioni. Forse
per tal modo si può conseguire il fine di presentare agli animi degli u- ditori
Timmagin vera di chi si é voluto lodare. Dal vizio procedono le vituperazioni ,
e contro del vizio solo si deono quelle adoprare. La legge , e la religione
proibiscono la satira , ed ogni gene- re di componimento , che per poco possa
oscurare la fama e il nome altrui. Chi sa r arte di lodare , costui fiicilmentc
tro- va la maniera , come fare le congratulazioni , le condoglianz(i , i
ringraziamenti , ed altri componi- Digìtized by Google 4o ^ Delle Regole menti
di simile argomento. Cicerone insegna, che non v'ha arte alcuna, in cui il
Maestro dia precU se regole per eseguire ciascuna di quelle cose , che per
mezzo di quell' arte si ponno ad cBwtto recare. Basta sapere le principali
nvvertcozc dell' arte , cooo- acere i primarj generi delle cose ; che poi le
altre cose ben si possono felicemente eseguire. Chi nell» pittura ha imparato
una volta a formare sulla tela r aflìgic. di un uomo , costui ben lo sa
rappresenta- re , qualunque ne sia l’età, e la statura. Gli argo- menti, di cui
può tiattare 1’ oratore , sono pressoc- chè infiniti . Se si dovessero dare regole
per ogni specie di soggètto , 1' arte Rettorica non troverebbe mai fine. Del
genere Deliberativo. A questo genere appartengono tutte qudle cau- se , in cui
si vuol sapere , se una tal cosa si ctebba, o non si debba fare ; e quindi le
parti di quddo sono il persuadere , o il dissuadete. Ha- ciò de- duce io primo
luogo , che siccome le cose passate formano la materia del Dimostrativo , cosi
il genere Deliberativo s'aggira dintorno alle cose future ;,on- d' ò., che
tanto più difBcil cosa è trattar la cause del genere deliberativo , che non
qu^le del Dimo- strativo , quanto maggior fatica, si richiedo a ragio- nar
delle future , che delle passate coso. In socon- do luogo è da sapere che solo
quelle cose cadono DelV Arie Rettorica. sotto il- genere deliberativo , le
quali dipendono dall' umano arbitrio ; per la qual cosa le necessarie, come la
morte , e le fortuite , come la pioggia , nc sono perfettamente escluse. "
Si può làcilmente conoscere , da quai luoghi si debbano cavare gli argomenti ,
se vogliamo per- suadere , e da quali , se vogllam dissuadere. Percioc- ché chi
è, che non sa, che 1’ Onesto, e. l'Utile so- no i due motivi valevolissimi a
determinare la vo- lontà degli uomini a fare , siccome il Disonesto , e il
Pernicioso vagliono mollissimo a rilrarnelo ? Ciò che si dimostra essere onesto
, cd utile , facil ‘cosa è , farlo vedere ancora glorioso , e necessario ,
cioè, di tanta utilità , che senza di quello non può sossi- stere la comune
salvezza. Si avverte , che 1' utilità della cosa , che si vuol persuadere ,
allora ha luogo , c si dee , come vera utilità , proporre , quando si trova
all’ onestà stretta- mente congiunta. A chi non è noto quello, che ci narra la
storia di Temistocle? Costui formò nell’ animo suo il disegno di bruciar le
navi degli Spartani in tempo che questi erano in perfetta lega cd ami- cizia
con gli Ateniesi. Da questo disegno messo in opera sarebbe venuta grande
utilità al popolo di.A- tene , perchè per tal modo sarebbesi finalmente ab-
battuta la potenza di quella nazione, eh' era sempre in gaia , con gli Ateniesi
: pure fu a pieni voti ri- provato , .perchè , benché quello fosse utile , era
pcrà disonesto. Oltre gli argomenti , a dimostrar bene e pefsua> dere una
cosa , si richiede , « gindizio di CICERONE (vedasi), una somiaa autorità nel
dicitore ; la quale pare , che sia tanto necessaria , che se manca, si corre
gran risico di scoccare al vento gli acati strali dell’ elo- quenza. £ perchè
mai il divino Omero nel secon- do libro della sua Iliade non osa di far comparire
r eloquentissimo Re d' Itaca in mezzo alle squadre Greche, a fine di calmare l’
eccitato tumulto e bisbi- glio , se non gli va innanzi la Dea della Sapienza ,
la qnde sotto sembiante di puUdico araldo intiman- do silenzio , ricorda loro ,
che quegli , che si appa- recchia a favellare , è il saggio , il prudente , e
1’ avveduto Ulisse ? perchè non si pub sperare gran frullo dalla forza
dell’eloquenza], che non è accom- pagnata da lina viva idea dell’ autorità.
Consiste poi questa in una certa stabilita opinione della sapien- za ,
consiglio , e probità dell’ oratore. Annibale in quel parlamento fatto tra Ini,
« Scipione , per via della argomentazione 'tratta dalla utilità , si affatica
d’indurre il duce Romano, a fare con se un trattato di pace ; perchè fatta in
quella opportu- na occasione gli assicura il possedimento di quella tanta
gloria , che sino a quel tempo aveasi procac'*' ciato , laddove correrebbe gran
rischio di perderla , esponendola agl' incerti casi di una battaglia. Sappia o
Scipione , che i voleri altieri, i quali fa la for>- tuna prospera, siccome
per alcuna fata fece a me, piuttosto desiderano cose grandi^ -che utilL DeW
Arte ReUariea, 4^ Ma se g/i Dii nelle cose prospere ci donassero buona mente ,
noi penseremmo non solamente quelle cose, che intervenute ci fossono , ma e-
ziandio quelle che ci potessero intervenire. E non recandoti alla mente ogni
cosa , clw sopra ciò contale si potrebbe, assai grande esemplo ed
ammaestramento ti sono io, il quale tu vedesti già accampato tra jdniene e la
ciilà di Doma , francamente a bandiere spiegate assalire le mu^ ra di Roma', e
ora mi vedi piivato di due fra- telli y fortissimi e famosissimi Imperadori ,
As- drubale , e Magone , stare davanti alle mura della propria pallia quasi
assediala , e pi ega- re , che in ver di me non si facciati quelle co- se per
te , colle quali già spaventai e misi iti grande paura la vostra cittade. E
però non è da credere a qualunque fortuna , e specialmente a' prosperi e
fortunati principi , siccome sono stati i tuoi: perciocché {tossono avere
infortunato mezzoy. e fine , siccome è stato il mio. Ora essendo le cose nosU'e
dubbiose e incerte , e bella e atte- vole la pace , a te , che t hai a
concedere e dof- re , e a noi, che la chieggi«mO‘ più utile e necessa- ria , che
rimanere nemici e in guerra , migliore e più sicura cosarla pace certa, che la
spera- ta vittoria i perocché, la pace è nelle tue mani e nella tua balia , la
vittoria è nelle mani degli Dii. O Scipione , non volere poire al rischio d una
ora la felicità e la prospera foiiuna di cotanti anni: e pensa nell animo tuo
non solamen- te le foize tue e il tuo potere, ma ancora la foj-za della fotiuna
, e quella di Marte , Iddio delle battaglie, il quale è connine a ciaschedu- na
delle parti : e che dall uno lato , e dall al- tro saranno corpi umani quegli
che combatte- ranno. E voglio, che tu sappi una cosa, che in ninno luogo
rispondono meno gli avvisi secondo il volere e la speranza , che in battaglia ,
dove le misure non riescono ; e considera il partito eli hai per le mani, e a'
che rischio tu Umetti', che non potresti tanto di onore e di gloria ac-
crescere vincendo per battaglia , sopjxi quello che avresti , dando la pace ;
quanto , se piccola sciagura £ incontrasse , la fortuna ti potrebbe d una ora
torre e guastare V onore acquistato , ovvero che isperassi d acquistare. Ulisse
nel secondo dell' Iliade , \ olendo disto- gliere i Greci dal pensiero di
tornarsene in Grecia , prima che avessero presa e saccheggiata la città di
Troja, argomenta àiA disonesto , e dal pernicioso , dal disonesto , perchè
quell' immatura partenza si opponeva a’ giuramenti e promesse fatte ad Agamen-
none ; dal pernicioso , perchè partendo avrebbono perdilo il frutto di tante
loro pene e fatiche , tanto più , che secomlo i vaticiuj non si dovea cred(S'«
trpppo lontano il fine della giima. o< DeW Arte Rettorica. 4 ^ ... O quanta
, Ei comincia , quanta pietà mi desti , Jnvan possente Àtri^e: ecco quei fidi,
Que' forti Jchei , che nel partirà dJrgó Giuraro a te di non tornar , se pria
Non avean Troja incenerita e spersa. Scordano a un tratto i giuramenti, i voti.
La tua gloria, e la lor: bambini imbelli Tu gli diresti , e vedove dolenti ,
Gemono a gara , e patria , e casa e figli Eiran tor sulle labbra ; è ver , di
scusa Però son degni', che se acerba e trista Sol di un mese è assenza a navigante
, Cui ritien lungi dall' amata sposa Mar tempestoso , e crudo verno algente , ì
C he fi a di noi, che dai patemi lidi Soffrian già da nov' anni amaro esiglio ?
SI vel consento. Achei; tristo è lo starsi A soggiornar su questa spiaggia
infida Senza fin, senza fiato... Oh ma più tristo E a magnanimo cor , favello
a' Greci, Senza frutto tornar, deluso, inulto. Dopo tanto fragor dt immensa
guerra , De suoi vergogna , e de' nemici scherno. Costanza amici , ornai si
appressa il tempo' Che il divino fatidico Calcante 'Giri ci predisse r • t. Del
Genere Giudiziale. Dti« sono le parti di questo genere , 1' accnsa e la difesa
: tutto ciò , che si poi-ta in giudizio , nc forma la materia ; i luoghi , da
cui si traggono gli ai^omenti , perchè sono diversi gli stmti , o contro^
versia , sono essi aucera tra loro differenti. Noi di questi luoghi tratteremo
separatamente , dopo che avremo detto tutto quello , che a’ appai-tiene agli
Stati. ^ Si chiama Sfato tutto quello , che nasce da due proposizioni ,
affermativa l' una , negativav l' al- tra , come per esempio se alcuno dicesse
, ti* hai det- to bugia , e rispondeste 1' altro , io non t ho det- ta , ne
nasce lo stato cioè y si stabiKsce quello , che si vuol provare dall’ uno , e
riprovare dall’ al- tro , affermando il {srimo , il secondo negando; e perchè
può stare , che colui , che intende riprovare- ciò che gli viene opposto , il
feccia in tre diverse maniere , i Rettorici perciò stabiliscono ti-e stati , ài
con^ieUura y o congetturale y <h (ignizione y 0 definitivo , di qualità , o
qualitativo. Proponiamo un esempio. Suppongasi, chedne fratelli sieno dal servo
accusati al padre , d' essere venuti alle mani. Il padre li chiama , e F
incolp» di rissare insieme : lo negano essi : ecco lo staio- confiiielturale.
Perciocché sentendo il padre , che 1 figli negano il fatto , e restando perciò
dub- . 4^ fcìoso e perplesso , è necessario , che egli si stilila rimrenire
degli argomenti , da’ quali possa iniierire probabilmente , se quelli dicono il
vero , o no : si che si appella conghietturare. Se poi il padre, per convincere
i figli , chiama il servo , e ctstui depoxK ga , àìt ( {{aeVù contendevano , e
rissavano u, ed essi confessino , che> contendevano di cose lette^ rari* ,
ma non rissavano , nasce lo stato definiA» vo , dovendosi cercare-, se la
contesa abbiasi • chiamar rissa, 11 sm'o ha confuso Tiina con l’altra^ ma con
la definisione si dimostra, die la rissa k venire * alle mani , e la contesa h
disputare. £d ecco la differenza che passa tra lo stato conghiet« tarale , e
definitivo. Nel primo il fatto , perchè > si nega-, s'ignora del tutto : nel
secondo, perchè si confessa , pare , che si sappia ; ma non è oisi : se n' ha
solo un’ idea confusa «d oscura , coà che non se ne conosce la natura e l’
essenza ; ond’ è, che si ricorre alla definizione , la quale , siccome ognuno
sa , con^e nello spiegare la natura ed essenza delle cose. Stabilita poi la
definizione, è facile ve- dere , qaai- nome si debba dare al fatto -in
questio> ne. Finalmente definito il fatto , e cbimnato con- tesa , ti può
cercare , se giusta era , utile , ed onestai eh’ è, come si vede, qualificariai
cioè) attribuire al fatto o una , o un’ altra , o tutte qpio* ste cose. Lo
stato qwal^cadvo poi si divide in Nego- stole, e Jmiditiiah, Si vuole da alcum,
che -allo stato di quab'Ui Negoziale si appartengono tutte le deliberazioni ,
che si possono tare d’ intorno alle cose future , e propongono per esempio
questa con- troversia , se mai sia cosa utile , che gli Ateniesi dian soccorsa-
as^i Olintj assediati da Filippo-. la qual dichiarazione dello stato negoziale
, se mai fosse vera , quello sarebbe in tutto conforme al ge- nere
Deliberativo. À.ltri poi insegnano , che quel- le controversie propriamente
sono dello stato nego- ziale , le quali trattano di cose future, ma che hanno
però stretto legame e dipendenza dalla leg- ge , e che precisamente sono tutte
quelle specie , che non essendo espressamente contenute nella leg- ge , per via
d'interpretazione , se ne dee dalla leg- ge stessa deduire la decisione. Lo
stato di qualità Juridiciale si divide aneli’ esso in due parti , in Assoluto ,
ed Assuntivo ; cd è giusta e ben fondata questa divisione . Perciocché il reo ,
dopoché ha confessato il fatto , che gli è stato opposto dall' accusatore , in
due maniere ge- neralmente può fare la sua difesa , ,o dimostrando , che il
fatto non é contrario alla giustizia ed alla legge ; anzi è da quella concesso
ed approvato ; e quindi non si dee quello stimar malvagio e scelle- rato , o
non poteudosi ciò fare , è necessario , che il tea ricorra alla causa del fatto
per nascondere e coprire quell’ aspetto di peccato , eh’ il fatto vera- mente
ha . Milone confessa , eh' egli é stato 1’ uc- cisore di Clodio r si difende
con dire , che quasta ucci&iooe è concessa ed approvata dalla legge SI
naturale , die civile ; altrimenti a coloro , clic cadranno in mano agli
assassini , o per le armi lo* ro , o per le sentenze de' giudici, è necessario
di morire . Ali' incontro il generale ò tornato dalla spedizione coll' esercito
spogliato dell’ armi , e del bagaglio , avendo consegnato 1' una , e l' altra
co- sa al nemico. Non t’ ha legge , con cui il gene- rale possa giustificare
questo suo latto; anzi la leg- ge gli è perfettamente contraria ; e quindi non
può egli dalla natura del fatto prendere argomento op- portuno alla sua difesa
, per la qual cosa gli ò ne- cessario , eh’ egli chiami in suo ajuto alcuna
cosa , che sia fuori della natura del fatto ;c questa appun- to si è la causa ,
da cui dice di essere stalo sospin- to e forzato a consegnare il bagaglio , e
le armi ; la qual causa è stata la necessitò di dover saivaro r esercito. 1 due
proposti esempj fanno manifesta- mente vedere, che cosa sia lo stato di qualità
Ju- ridiciale assoluta , e assuntiva , e in che 1' una si distingue dall'
altra. L’ assuntiva poi , benché tragga sempre dalla causa del fatto gli
argomenti della di- ièsa , pure , perchè ciò si può fare in più maniere^ prende
varie denominazioni. Di fatti nel proposto esempio del generale la difesa
dicesi fatta per com- parazione , perchè si mette in confronto la perdita del
bagaglio e delle armi con la salvezza dell’ eser- cito. I. Allorché poi il reo,
che ha confessato il fatto, incolpa r offeso stesso dell’ azione , di coi si
vuol giudicare , questo modo di difendersi dkesi fatto per recriminazione. CICERONE
(vedasi), nell’ oraaione in di- fesa di Milone dimostra , clte la causa della
morte di Clodio (Icvesi a Clodio stosso attribuire , a cagio- ne delle
frequenti minacce , e delle segrete insidie poste da lui alla vita di Miloiie.
Il reo tal volta si difende per mezzo della traslazione-, ciocchb avviene,
quando trasferisce la causa della colpa , di c\ii è accusato , in altra persona
, siccome fecero gli ambasciadori di Rodi , i quali , non avendo fornita l’
incumbenza data loit) di andare in Atene in qualità di ambasciadori , in-
cdlparno di questa loro negligenza il questore, die non avea dato loro il
danaro conveniente. In que- sto esempio il reo trasferisce in altra persona
solo la causa del fatto : ma può quegli trasferire in altri lutto il fatto
stesso ; ciocche esso fa , quando affer- ma , che in niun conto apparteneva a
lui , nè al suo officio , vedere , se qudlo conveniva farsi , o no, e molto
meno quando , e in che modo ; e eh’ egli ha fatto quello , di che viene
accusato , costretto dall’ obbligo di dovere obbedire a chi avea e dritto e
potere di comandare. Di questa difesa si valse quel nobile giovanetto Romano ,
i quale si volea da alcuni senatori mandare in bando , perchè ave» tenuta la
porca , vittima solita a scannarsi in occa- sione della celebrazione delle
pubbliche alleanee , in quel trattato di pai» , che Slancino , generale
Dell’Arte Rettorica. St doli’ armata Romana , uvea voluto fare con i San- niti.
Il trattato fu riprovalo dal popolo , e dal se- nato , e Mancino fu caccialo in
esigilo. Alla stessa pena si volea far soggiacere il giovane poc’ anzi no-
minato ; ma fu liberato por la esposta difosa- Flutarco ci racconta un fallo ,
dal quale si può- raccogliere , che alcune volte il reo rimuove da se la colpa
, facendola con bel modo 'cadere su d' una cosa inanimata. Pirro un giorno
sgridava due sol- dati , che cenando insieme avevan detto gran male di lui, a
cui l’un d’essi rispose: Signore , se non finiva quel fiasco di vino , che noi
bevevamo , avremmo detto anche peggio. Questo bastò a cal- mare lo sdegno di
Pirro , c a farli assolvere ridia colpa. Il reo, che l»a confessato il delitto,
non trova difesa nò nella natura del fallo , nè nella cau- .sa del fatto. Ci è
piirtullavia mezzo a poterlo sal- vare. La malvagità de’ fatti umani tal volta
non tanto si fa dipendere dalla loro natura , c dalla op- posizione , che
possono avere con la legge , quanto dalle intenzioni di chi li pone in opera.
Per la qual cosa mancando alla difesa tiHte le maniere sinora divisate , si da
luogo allora alla Purgazione , ed aUa Deprecazione , le quali congiunte insieme
pos- sono valere , se non a giostificare il reo ,. almeno a' fargli diminuire
la pena. L imprudenza ^ caso, la necessità sono la materia della Purgazione :
si fa vedere , che se mai si è commessa la colpa , ciò non è addivenuto per
espressa c determinata deliberazione della vnlonlà , ma piuttosto per ina-vver-
lenza , per non preveduto accidente , per fatale concorso d invincibili
circostanze. Di questo mo- do di difendere il reo ne vediamo un bellissimo
esempio nell' orazione di Cicerone fatta in difesa di Ligario , volgarizzata
già da M. F rangipane , oVe si osserva ancora egregiamente trattata la
deprecazione, chiedendosi perdono , e implorandosi clemenza da chi polca
concederlo. Cicerone ci avverte , che al- loraquando la difesa si riduce alla
sola deprecazio- ne , finisce il potere e l’ autorità del giudice , doven- dosi
allora ricoiTcre alla clemenza , di chi ha il som- mo e sovrano potere nello
stato. Vediamo ora , da quai luoghi si debbono ca- vare gli argomenti per
ciascuno de' tre stati da noi sopra esposti. Nello stato di conghiettura ,
perché si nega il fatto , i Rettorici insegnano , che dalla considerazione
della Cagione , della Persona , e del Fatto si può dedurre , se 1’ asserzione
del reo sia vera , o no. La cagione o è un incitamento di qualche aflctto dell’
animo, come di odio, di sde- gno , o il desiderio* di voler conseguire un fine
, co- me di accjuislare ricchezze , di ottenere una carica , di vendicare le
ingiurie fatte a’ congiunti , o agl amici. Se dunque 1’ accusatore dimostra,
che il reo chiamato in giudizio, è un uomo iracondo , avvezzo a rissare ,
posseduto da mille sfrenati affetti , può egli da ciò proLahiimeute inferire ,
che quello veramente ha commesso quella colpa , che gli Tiene op> posta. £
questa aigomentazioue acquisterà fona mag- giore , facendosi vedere , che gran
possa abbia un violento affetto, che nella vita comune frequenti ne sono gli
esempi , e che il fatto in questione è per- fettamente conforme agii ordinarli
avvenimenti di simil natura. Si farà la difesa , dimostrandosi , che mancano le
proposte circostanze. Che se il reo, non per un impeto di violento affetto ma
per fine o di conseguire un bene , o di sfuggire un male , si à indotto a
commettere la colpa , r accusatore allora dimostrerà , che cagio- ne più
acconcia a potere spingere un uomo al de- litto non si potea giammai
immaginare. E quindi qualunque siasi questa cagione , dovrà 1' oratore , quanto
meglio può , ingrandirla con la fcrza della sua eloquenza. Nè poi a poter
liberare il reo nè ponto nè poco vale il dire , che dal fatto in que- stione
non gli è venuto nè comodo , nè bene alcu- no , purché sia certo , che quegli
ha creduto , seb- ben falsamente , poter migliorare per mezzo di quel fatto la
sua fortuna. Si ha tutta la ragione di cre- dere , che r omicidio sia stato
eseguito per mano di chi si era persuaso , eh’ esso trovavasi scritto erede nel
testamento dell' ucciso , benché ciò fosse veto solo nella 'sua opinione.
Abbiam detto molto d' intorno al modo di ar- gomentare dalla cagione ; pur gli
manca ancora quel- lo , clte ne forma la parte principale , la quale è ,
Digitized by Coogle £»4 Delle Regole che si dee dall' accusatore dimostrare ,
che la ca- gione del fattosi solo reo si appartiene, non po- tendosi nel mondo
altro uomo additare , il quale abbia potuto essere mosso da quella , e spinto
ad operare. Ma se la cagione del fatto si può manife- stamente estendere a più
persone , che farà allora r accusatore ? Farà vedere , che agli altri è manca-
to 1 °. il potere, non avendo essi saputo ciò eh' era necessario sapere , ed
essendo stati c per tempo , c per luogo dal fatto lontani. i mezzi , perchè
nul- la si è avuto di quanto bisognava al compimento del fatto. 3°. la volontà
, £icendosi vedere , che il fatto è direttamente contrario ed opposto alla vita
e costumi di quei che si vogliono incolpare. Fin qui dell' argomento tratto
dalla cagione , il quale sarà sempre come un dardo , che si scocCa al ven- to ,
se non sarà sostenuto dall' argomento cavato dal- la Persona. Si presenta all’
animo la cagione di peccare ; ma 1' uomo dabbene vi resiste , e non pec- ca.
Alla dimostrazione dell' esistenza della colpa deb- bono concorrere due cose ,
la cagione , cioè ,■ che spinge a commetterla , e la volontà , che si deter-
mina a seguirla : mancando una delle due cose , mancherà alla dimostrazione
tutta la sua forza , e ia coDchiusione ne sarà sempre falsissima. È ne-
cessario adunque vedere , come debbasi argomenta- re dalla Persona, Più
considerazioni si possono fare d' intorno alla persona. Alcune riguardano la
natura : tab sono il sesso , la nazione , la patria , la cognazione e parentela
, 1’ età , l’ ingegno , le qualità e fattezze del corpo. Altre considerazioni
mirano le cose die pro- vengono dall’ industria c diligenza umana; e in que-
sto numero sono l’ educazione , la letteratura , la professione , le amicizie ,
e simili cose. I doni del- la fortuna aneli’ essi debbono esser considerati ,
co- me sono le ricchezze , le magistrature , la nobiltà del lignaggio , tì le
cose a queste contrarie , che diconsi ingiurie della nemica fortuna. Si dee
tener conto finalmente de’ consigli , de’ fatti , de’ discorsi , che hanno
preceduto , accompagnato , e seguito il fatto , di cui si ha da giudicare.
Queste sono le con- siderazioni , che i Rettorici insegnano potersi fare d’
intorno alla persona , dalle quali l’ oratore trar- rà argomenti in difesa del
suo assunto , secondo quello , che .al suo giudizio e prudenza verrà sug-
gerito d.alle circostanze della causa , che ha per Is mani. Quello però che 1’
oratore in niun conto dee tralasciare di fare nello stato di congliiettura , di
cui ora trattiamo , si è di esaminare L vita e i co- stumi deb reo. Cercherà
adunque l'accusatore di ve- dere, se altra volta il reo fu convinto di aver
coni- .1 messo lo stesso delitto , o se non uc fu convinto j almeno cadde in
grave sospetto, che 1’ avesse com- messo. Dimostrerà ancora , se mai si può ,
clie il reo, qualunque volta ha commesso al<;una cólpa ^ sempre si è
lasciato indurre a commetterla per quel- la stessa cagione, da cui dicdsi, che
fu .s])into a 56 D*Ue Regole commettere il delitto in questione. Cosi se si
pre- tende , che il peccato , di cui si ha da giudicare ^ sia provenuto da
avarizia , fie bene mostrare piik fat- ti di avarizia accaduti nella vita di
lui. Che se nè cause, nè fatti simili si danno a vedere nella vita del reo, ma
pur vi si notano colpe e peccati pas- sati , sebbene di genere diverso , questi
por val- gono molto a confermare 1' accusa : perciocché quanto pih si toglie
all' innocenza ed integrità della Tita , mostrandola macchiata di peccati e di
colpe , tanto più credibile si scorge la possibibtà di quel delitto , di cui si
ragiona. L’ argomentazione sinora esposta suppone mal- vagia e ribalda la vita
del reo : ma se quella si nostra innocente , che farà 1' accusatore ? Dirà ,
che del passato non bisogna tener conto , che . i giu- dici sono stati chiamati
a dar sentenza sul fatto presente , che il reo sinOra ha- saputo ben nascon-
dere le sue colpe; e posto che ciò non sia, ben- ché questo sia il primo suo
delitto , per questo non si dee credere vero ? Aigomentandosi finaloieute dal
fatto , si dee io primo luogo diligentemente considerare tutto quel- lo, che
gli è andato iopanzi: nel che è da vedere, se da quello ha potuto nascere la
speranza di con- durre a fine 1’ affare , se quanto mai prima del fat- to si è
operato , abbia avuto per fine il procacciare la facoltà di eseguire il reo
disegno. Si tenga con- to ancora e di quello che ha accompagnato , e di DelV
Arte Rettorica. ({nello die ba seguito il fatto. Oltre a ciò > il luogoy se
mai fu opportuno , il tempo , se mai il reo s«p- jm , che all’ esecuzione del
fatto bastasse , l’ oexasio- ue , se il tempo stesso fu all' adempimento del
latto acconcio , il modo , se la cosa fu recata ad efictto con avveduto
consiglio , o con imprudenza , tutte (jnestc cose osservate con giudizioso c
diligente esa- me possono alla dimostrazione dell’ accusa non poco< giovare.
Pare, ebe sinora si è cercato sdo di armare r accusatore contro il reo ;
sarebbe ormai tempo di suggerire al reo il modo , come far la sua difesa il ebe
certamente non è gran fatto diUiciie a fare ; perciocché da quei stessi capi ,
da cui nasce 1.' argo- mentazione atta a sostener l' accusa , provengono ancora
gli argomenti opportuni alla difesa. Or noi intendiamo far ciò piuttosto
proponendo un esempio, che espoHciido semjilicemente i luogbi. Cicerone ce ne
prcs(7nta uno bellissimo, e clic la assai al biso- gno , nell' orazione a favor
di Milonc. La questione , di cui si tratta is questa orazio- ne, si è detto,
che appartiene allo stato qualitativo piut- tosto , che allo stato
congliietturale ; perciocché il reo contessa il fatto , sostiene però-, che non
ha la- qnabtà di colpa , ma di azione giusta , e concessa dalla le^c. Questa
controversia però qualitativa non si potrà mai dirittamente decidere , se nel
tempo- stesso non si giunga a determinare un punto , che é pcifcttamcnte
congbictturale , il qnale è , so Cl»-' 8 niortized Delle Regole dio hj posto le
Insidie a Milone. Or Cicerone , che fa la difesa del reo, argomentando appunto
dalla cagione , dalla persona , dal fatto , viene a capo di diinost'-are , che
Clodio , e non Milone , è stato V ins id atorc. Di falli Clodio vuole esser
Pretore , non per 1 onore congiiiiito a quella dignità , ma per avere mc*7Ì
opportuni ad eseguire i suoi scellerati disegni , e stia/.iar la Repubblica ,
come meglio gli torna a grado. Tra tutti i cittadini Milone solo gli Ta paura,
-come colui, che fallo consolo saprebbe trovar modo eflicace da potere
incatenare il suo fu- rore. Air incontro morendo Clodio , Milone fa due
pcflite: gli manca in primo luogo il mezzo di ac- crescere sempre viejipiù
quella gloria , che si ha pi ocacciaio , rora[>eudo e fiaccando col suo
coraggio r ati lac.a di Clodio : in secondo luogo il consolato, ci.e , vivendo
Clodio , è certo e sicuro , comincia ad essere dubbioso ed iuccrto , accaduta
la morte di Clodio; perchè .ogi) un vede, che non più v’ha bisogno di un console
tanto valoroso e forte , quan- to è .Milone, a fine di resistere alle furie di
Clodio. L odio , r ira , il rancore ha indotto e spinto dodio , e non già
Milone, a tendere le insidie. Perciocché Clodio ha tutta la ragione di dovere
odiar Milone , come difensore di Cicerone , come sj.i - giatoie delle sue
violenze , come suo eterno ac- cusatore. Milone air opposto die odio può avere
contro colui , cb’ c la mateiia e io stauueuto 4^1 suo OUUiC ? Digitized by C
Dell' Arte Rettorica. 5g Non v' ha cosa che tanto spinge 1' uomo alla colpa ,
quanto la speranza della impunità. Glodio ha tutta la ragione di sperarla ,
perchè di fatti l’ ha ottenuta ne’ suoi più gravi, delitti : come poi può andar
per 1’ animo a Milone di poterla ottenere , quando gli vicn minacciato il
supplicio per un fat> to anco innocente ? Si argomenta poi dalla persona ,
consideran- dosene specialmente la natura, c i cu^tumi. Chi più furioso e
violento di Clodio ? Chi più placido e mansueto di Milone ? Si contano più
uccisioni di illustri pei'son.iggi accadute per mano , o por con- siglio di
Clodio. Cicerone è cacciato in bando da Clodio. Quinto Ortenzio è in pericolo
di essere uc- ciso dagli schiavi di Clodio. Gajo Vibicno è .si fat- tamente
trattato , die vi lascia la vita. Non accade numerare tutte le furiose
crudiiltà di Clodio. Milone per Io contrario , comechè abbia cento e mille op-
portune ed onorate occasioni di togliere la vita a Clodio ; pure noi fe ,
contentandosi solo di adope- rare ogni suo sforzo , acciocché Clodio , non
poten- do esser tirato in giudizio , ‘ non tenga per forza oppressa la città.
Dalia quale placida e mansueta condotta di Milone saggiamente deduce. 1’ orato-
re , che non è da credersi in niun conto , che Mi- lone , non avendo voluto
uccidere Clodio , in tempo , e in luogo assai opportuno , abbia poi ten- tato
di fàrfo , quando gli era di gran danno , e ,do- 1 Digitized by Googl 6o Delle
Begole ve si correva da lui gravissimo pericolo : ciocché da noi SI è in altro
luogo osservalo. Si trac r argomento dal fatto , esponendosi ciò che gli v<a
innanzi , ciò che l’ accompagna , ciò che lo segue. Vediamo adunque in primo
luogo -quello che precede l' iicrisione di Clodio. Milone , nel giorno di sua
partenza , va in senato , ivi si trattiene , -sino all' ora , clic il senato
vien licenziato, torna in casa , cambiasi di scarpe , e di veste , di- mora
alquanto, finche la moglie si metta all’ ordi- ne : indi parte per necessità ,
non per libera deli- berazione di sua volontà , e parte in cocchio , con la
moglie , impellicciato , con gran brigata di vol- go , con una donnesca , e
delicata compagnia di fantesche e di fanciulli. Clodio all’ incontrario esce di
Roma in quei giorno , in cui egli non avrebbe mai lasciato Ro- ma , se non per
la sola cagione di ritrovarsi al luogo , e al tempo di dare effetto a quel suo
mal- vagio pensiero. Va egli poi accompagnato dal se- guito della solita gente
? Anzi sen viene snello e spedito, a cavallo, senza alcun cocchio, senza al-
cuno impedimento , senza alcuni compagni Greci , co’ quali suole spesso andare
, senza la moglie ; il che quasi mai costuma di fare. Or chi di questi due si
pnò credere , che imprende quel viaggio per com- mettere omicidio ? Ancorché si
vedessero dipinti e rappresentati sulla tela m quell' atteggiamento , che DelT
Arte Rettórica. 6i si è finora descritto; por si potrebbe da ognuno conoscere ,
chi di essi fosse l' insidiatore. i Che accade poi nei fatto stesso? Milone
appe-* na giunto alla villa Albana vien subitamente da molta gente assalito. Si
attacca zuffa tra i servi dell' uno e dell' altro. Milone scende giù dal coc-
chio , gitto via la pelliccia , e con forte animo fa la sua difesa. Clodio è
ucciso. Chi non vede chi sia r assalitore ? Che avviene dopo il fatto ? Milone
sen va in Lanuvio , e , creato il Dittatore , ritorna con somma prestezza iu
Roma , si fa vedere in pubblica piaz- za , mostrando un fermo viso , usando un
coraggio- so parlare , e una fermezza d' animo singolare. Si dà egli iu potestà
del popolo , del senato , dulie pubbliche guardie , de' soldati armati, in
sommai (K ■colui, iu inano di cni il senato avea riposta tutta ■ la Repubblica,
tutta la gioventù d'Italia, tutte le armi del popolo Romano. Milone certamente
non si sarebbe esposto alla pubblica forza , se non fosse .stato assicurato
dalla coscienza delia propria in- nocenza. Gli aggiunti di tempo e di luogo
sono da con- siderarsi ancora , cavandosi 1' argomentazione dal fatto. Clodio
assale Milone innanzi alla sua posses- sione, ove per tante smisurate fabbriche
sotto terra numerosa squadra di bravi uomini si può agiata- mente allogare :
non esee della sua villa , se non • rcrso lasserà, e non prima, che sia là
giunto Mir Ione. Costui all’opposto può scegliere luogo oppor- tuno , tanto ,
che , seguito colà 1’ omicidio , egli non sarebbe stato mai scoverto. Pure noi
fa : qual segno più chiaro , eh’ egli non ebbe mai intenzione di tendere
insidie alla vita di Clodio ? Abbiam detto di sopra , in che consiste lo sta-
to definitivo. Vogliamo ora dire, da che procede r argomentazione , che a
quello stato si richiede. Ora pare , che' ciò non si possa far megbo , che per
mezzo di un esempio, che intendiamo ora proporre. Suppongasi adunque , che
alcuno sia stato accusato di sacrilegio, perchè ha tolto via dal tempio do va-
si di argento. 11 reo confessa il fatto; pretende pe- rò , che quello non è
sacrilegio , ma semplice fbr- to. Ed ecco , che si è nella necessità di vedere
, qual sia la natura del fatto , e che nome gb si debba dare: ciocché si fa per
mezzo della definizione , la quale si può cavare e dalla filosofia, e dalla
comu- ne opinione ,1 e finalmente dalla legge. L’ accusato- re proporrà la sua
definizione , la farà vedere con- ferme a’ dettami della filosofia, alla comune
opinio- ne , e piuttosto alla sentenza , che alle parole deUa legge: indi
cercherà di adattarla al fetto in questio- ne , dimostrando , come per mezzo
della proposta definizione se ne conosce la natura , e il nome , che gli
conviene. Appresso espone la definizione del- r avversario , studiandosi, di
feria vedere non pro- veniente da quei capi , donde è stata tratta la sua ; c
quindi doversi riprovare, «ome felsa, inutile, con- Dell Arte Rettorica, 63 trana
alla Itgga , all' equità , alla giustizia. Il rea iaccia lo stesso da parte sua
* che certamente farà bene la sua difesa , caso che gli venga fatta feli«
cernente. Degli Argomenti Rimoti. Diconsi argomenti Rimoti, ovvero Estrinseci
quelli , che non si traggono dalle viscere della cau* sa, e che non inventa
l'oratore col suo studio a meditazione , ma che si presentano a lui da fuori
della causa, comech' ^li affatto non vi pensi. Oc questi sono le Leggi , i
Testùnonii , i Patti , i Tormenti , la Fama , il Giuramento , i Prem giudizj.
Le leggi , 0 sono coirtrarie , o favorevoli a] fatto : nel primo caso potrà
dire l' oratore , i°. che il soverchio rigore della legge spesso trovici confi-
nare coll' ingiustizia , e che 1' ec^uità è la vera nor- ma delle azioni umane
, che vi sono leggi a quella contrarie , 3**. che non è facile comprenderne la
vera sentenza , 4'’- che finalmente è stata da le- gitima consuetudine
annullata. Nel secondo caso» non mancherà 1' oratore di ricordare , che il
prima- rio dovere del giudice si è quello di giudicare a te- nore delle leggi ;
il che se egli non fa , si rende reo di un vergognoso spergiuro; che le leggi
tanto vagliono , quanto sono osservate , che niuno si dee credere più avveduto
e più sapiente delia legge. Digitized by Google 64 ' Delle Regole Ne Testimonii
tre cose sono da considerare r Autorità , la Persona , il Discorso. S’ intende
sotto nome di Autoi ità quel credito , di cui gode alcuno , nella comune
opinione , o per la sua digni- tà , sia civile , sia militare , o pel suo
ingegno , sa- pere , c professione. Nella Persona si risguarda la vita e i
costumi , considerandosi , se quelli sono onesti , innocenti , e neppur per
sospetto da vergo- gnoso fatto macchiati , oppur se si dee dir tutto l'opposto.
Nel discorso si dee tener conto, se sia sem- pre uniforme a se stesso , ovvero
se cambiansi fa- cilmente e le sentenze , e le parole. L' accusatore, e r
avvocato faranno quell' uso di queste considera- sioni , die verrà loro
prescritto dalle circostanze della causa , che hanno a trattare. Giudicare
delle verità di un fatto , solo con le conghietture , e con gli argomenti,
senza 1' asserzione c 1' attestato de' te- stimonii , è cosa molto pericolosa :
contentarsi iolo de’ testimonii , sprezzando le prove , e gli argomenti non è
certamente la più sicura via di conoscere il vero , potendo quelli essere
indotti alla menzogna 0 dal danaro , o dal favore , o dal timore , o final-
mente da secreta nimistà e rancore. I Patti , caso che sono favorevoli alla
nostra causa , fia bene dire , che quelli han forza di legge trà’ contraenti ;
che la iegge ne sostiene tutto il va- Jore ; che tutte le facendo e contratti
fatti tra gli nomini tanto han di vigore , quanto sono osservali 1 patti, e che
perciò si toglie Via dal mondo ogni commerciò è società tra gli uomini ,
distarutti e •prezsati i patti. Che se li troviamo contrarii alla causa , si
può dire , posto che la verità e la prudenza non cel contendono , che non si
dee stare a' patti nati dalla frode ; che i Giudici debbono por mente piuttosto
a quello , che prescrive la giustizia , che a quello che dettano le
convenzioni; die |a giusbz'a è sem- pre la stessa , i patti possono trarre la
loro origine quando dalla violenza , e tal volta dal timore. I Tormenti se sOno
a prò della causa , cioc- ché dicouo ((Ilei che soffrono i toi menti , sembra,
che lo dica la stessa verità ; se poi sono contrarii , chi non sa , che la via
de' tormenti difficilmente ci può condurre alio scoprimento della verità ? a
talu- ni la natura dà tanta fermezza e coraggio , che soffrono i più aspri
tormenti , purché non confessi- no la verità: altri ]^>er 1’ opposto sono
cosi deboli , che tal volta la sola minaccia de' tormenti li tiia a dire ciò
che non è mai accaduto. Per tal ragione Cicerone nell' orazione a favor di
Milone si ride del- le esaminazioni de’ testimonii fatte contro Milone. Olà ,
die’ egli , d(M)e è Ruscione ? dove è Casca ? elodia ha egli tesi gli agguati a
Milone? Se ri- spondevano di sì , erano certi di dover essere crocifissi’, se
rispondevano di no, speravano la libertà. Non vi pare , che a questa co^ fatta
esaminazione si debba dar piena fede ? Della fama , sa mai ci è &vorevcle ,
possiam dire , che quella senza fondamento diffi> cilmentc nasce , nif)lto
meno si spande tra la gente, e che nella presente occasione non si può troTar
ragione , perchè siasi voluto foggiare un fatto non accaduto , e poi divolgarne
il gri> do per ogni angolo della contrada , e che fi- nalmente quantunque
alle volte si van tra gli uo*« mìni raccontando dei favolosi avvenimenti ; al
presente però siamo da chiari argomenti assicurati , che a ninno ha potuto
nascere nell’ animo la voglia di dar fuori il fatto in questione. Se poi ci è
con- traria , chi non sa , che le false dicerie nascono fre- quentemente tra
gli uomini , e che non manca mai in mezzo alle popolazioni certa gente oziosa e
sfa- cendata , occupata solo in inventar frottole e fan- faluche ? Il
Giuramento di sua natura dovrebbe essere la più sicura prova della verità : ma
pure se ne può indebolire la forza e il valore , perchè a cagione della
malvagità degli uomini , si può credere , che infrequenti non sono tra essi gli
spergiuri. ■ I pregiudizi sono i giudizii fatti altra volta in simile causa :
questi possono giovare si al- r accusatore , come ai reo , trovandosi pronun-
ziati da giudici rinomati per la loro integrità e sapienza in un fatto
somigliante a quello , di cui si ha da giudicare. Degli Argomenti Patetici. Ma
egli è oramai tempo , che si finisca di di- re degli argomenti dimostralivi , e
che si passi a trattare di quelli argomenti , che servono a movere gli affetti
, e che perciò sono chiamati da' Rettorie! Patetici. L'eloquenza, volendosi
conseguire il fine della persuasione , oltre il convincimento dello in-
telletto , ciocché è tutta opera degli argomenti di- mostrativi , è necessaiio
, che mova anche la volon- tà , e le faccia per dir cos'i tanta violenza , che
la 'tiri a seguire , e a mettere in opera quello , che ha proposto r oratore.
L' uomo è cos'i fatto , che spesso vede e conosce il migliore , di fatti poi al
]>cggjor si appiglia. L' oratore adunque , bendiè con gli ar- gomenti
dimostrativi abbia fatto vedere agli irlito- ri , che ciò , eh' egli propone ,
è la miglior cosa a fare , ed abbia ciò con tanta evidenza dimostrato , che
quelli ne sono rimasi pienamente convinti ; con- tutto ciò se egli non si
studia di concitare gli ani- mi loro, ed accendervi focosi affetti, facilmente
può accadere , che egli non abbia a dolersi di avere sparso al vento tanta sua
fatica. A ragione, adunque i Retori cercano spiegare la natura degli afictti ,
e mostrare l'arte c il modo, come moverli; e noi ora di questa cosa appunto
prendiamo a trattare. Delle Regole Gli afletti , secondo Aristoteìe, sono
alcuni ga- gliardi morimenti dell'animo, i quali cagionano un tal Gambiamenlo
nc’ giudizj dell' uomo, che quello, eli egli poc’ an/i lodava , come giocondo e
grato , poco dopo il riprova , come spiacevole e disgustoso; e ciò che gli
pareva grande e bello, ora gli sem- bra vile e spregevole. L' amore reputa
virtù i vi- zj , e r odio tiene in conto di vizj la virtù. Da ciò ognuno può
facilmente raccogliere , quanto sia ne- cessu. io all’ oratore , die vuol persuadere
il Vero, e il Giusto, sedare gli affetti , che sono a questo fine contrarii ,
ed eccitar quelli , che gli sono favorevoli. ^ De' Luoghi^ ovvero fonti degli
affetti^ e "primieramente di quello , da cui si cavano gli argomenti atti
a movere f Amore. Noi prendiamo a spiegare , innanzi a tutti gli altri affetti
, il modo , come si possano accendere di amore gli animi degli uditori , perchè
questo ailèt- to è il principale , anzi 1’ unico e solo che agita e move il
cuore dell'uQmo; ma perchè si sogliono a quello aggiungere certe modiheazioni ,
benché sia sempre originalmente lo stesso ; pur si considera come trasfoi inato
in altri affetti ; e quindi si suolo in diverse iuanicrc dinonuuare, Così se
noi voglia- 1 in* b«ae ad alcuno , certamente desideriamo , che l>en gli
avvenga , e temiamo il contrario ; e avvenen- dogli il bene, ci rallegriamo, e
avvenendogli il male, et rattristiamo ; ed ecco lo stesso amore trasformalo in
noi in desiderio ^ in timore, in gioja, in tristezza. Uè mai maggiore ira , o
odio prendiamo contro di alcuno , che allora quando il veggiamo voler iàr male
a colui , a cui noi vogliam bene -, onde pare , che r ira e l' odio anch' essi
altro non sono che amore. £ quanto più si amano le persone , tanto più viva
compassione si ha verso di esse, allorché si veggono oppresse. Se dunque l'
amore è quello , da cui nascono tutti gli altri afl'etti , conviene , che di
quello in primo luogo prendiamo a favellare , spiegandone la natura , e le
qualità. Or queir affetto dell’ animo , che volgarmente chiamasi amore , pare ,
che , secondo la comune in* telligenza , due parti principalmente comprende ,
l’una delle quali si potrebbe gmstami nte dire ap~ pelilo, l’altra benevolenza.
La prima consiste in un desiderio , che 1’ uomo ha , di possedere quella cosa ,
che egli ama ; e ciò basta per constituir quel- lo , che chiamasi amore ; e
però dicesi , che uno ama il vino , la roba , il danaro , non per altro , se
non perchè desidera di possedere tai cose. La benevolenza poi consiste in un
desiderio ardente, che 1’ uomo ha , che a quella persona , che ama , sia ogni
bene , desiderandole e onori , e ricchezze , e sanità , e tutti gli alili doni
della fortuna , e della fjo lìatura , e compiacendosi , che essa per la Tirti
sua ne sia degna. Or l'oratore guarda l'amore secondo questo aspetto , e cosi
cerca destarlo negli animi degli uditori. Si sa , che ad ogni movimento o
passione la natura ha adatto una serie di oggetti corrispondenti, COSI che
senza porre questi oggetti dinanzi aU'animO) non è possibile all' oratore
concitare la passione. Ve- diamo adunque , quali sono gli oggetti atti a movere
l’amore , e come quelli si debbono dall’oratore presen- tare alle menti degli
ascoltanti. Lo splendore e la bel- lezza della virtù , rinnoccnza dei costumi ,
la moltitu- sposta apparecchiata a sempre vieppiù giovare , e un animo in somma
, che è stato , e sarà sempre ami- co , sono quéi cari e dolci oggetti , i
quali messi in luce dall' eloquenza del dicitore accenderanno senza meno in
petto agli uditori la passione dell' amore. Alberto Lollio , volendo desiar
benevolenza ne’ cuo- ri de' Romani verso M. Orazio , mette in bocca a costui le
più vive espressioni ^ le quali mostrino ad un tempo e 1' attuale sua carità
verso la patria , e le passate fatiche da se sofferte per la di lei glo- ria e
salvezza. Lollio in questo luogo Ita saputo imi- tar felicemente Cicerone.
Certamente , o Romani^ a me tolgono l" anima, e trafiggono il cuoi e que-
ste parole di Orazio : vivano , die egli , vivano i miei ciUadini ; siano salvi
, siano contenti , siano felici, Riaccia agli Dei , che lungamente Dell’Arte
Rettorie a. si mtentenga , ed aumenti sempre questa illustre città , a me
patria canssima , in qualunque mo- do ella delibeii della mia vita. Godano i
miei cittadini la dolcezza , e i comodi della pace. Gustino i flutti della
gloria , e della libertà. Usino la sicurezza , e la tranquillità dello staio da
me conservato. Jo se cosi piace loro, mo^ rirò non e nino volentieri , che per
l' onore , e per la salvezza di tutti spontaneamente mi offersi alla morte , nè
m' incrcscerà mai di aver loro fatto questo gran benefìcio. Della Compassione.
Questo affetto non è, che il dispiacere, che ìtiom sente , del male degli
altri. Àcluoque i tristi av- venimenti , le disgrazie , la miseria sono gli
oggetti dalla natura adattati a movere questa passione. Ma acciocché vegga bene
l’ oratore , in che modo deb- da egli presentare all' animo degli ascoltanti i
pro- posti oggfetti , perchè poi ne segua la bramata com- mozione, è
necessario, porgli qui innanzi alla men- te alcune considerazioni. E
primieramente si avver- te , che i mali capaci di eccitar compassione e pietà
debbono essere e grandi e atroci , e ancora vicini. 11 saggio non si lascia
impietosire a' piccoli afianni degli altri ; e 1' uom non sente dolore per i
niali , eh' ei crede lontani. La persona poi , che soffre il male , tanto più
commove gli animi a pietà , quan.- Digitized by Google t)e1le Hególe to più indegna
si scorge di quella neiitica fortaivi « da cui è oppressa. Sentono poi più
facilmente c<Hn- passione, e quei che sono in pericolo di cader nellé atesse
sciagure , e quei che altra Tolta sono stati aiicb' essi dalla miseria
malmenati. Che se poi al tristo caso , di cui si tratta , trovasi congiunta la
peripezìa , vale a dire , il cangiamento di fortuna, per cui taluno di felice ,
eh' egli era , è divenuto infelice , specialmente se un tal cangiamento è in-
tervenuto a signor grande , e di alto affare , l’ora- tore non deve questa
circostanza in niun conto tralasciare ; anzi convien , che adoperi tutta
l'eloquen- za per illustrarla , come quella che vale moltissimo a mover pietà.
Ilioneo , presso Vii^ilio , argomen- tando dalla grandezza de’ mali , e dalla
propria in- nocenza , si studia d’ indurre a compassione la Re- gina Didone<
Sacra Regina, a cui dal del è dato Fondar nuova Ciitade , e con giustizid Por
freno a gente indomita, e superbai Noi miseri Trojani , a tutti i venti , u4
tutti i mali ornai ludibtio e scherno j- Caduti , dopo t onde , in preda al
foco i Che da' tuoi si minaccia a l nosui legni , Pre^iiamti a provveder, che
nel tuo legna • Non si commetta un sì nefando eccesso. Fa cosa degna di Te :
abbi di noi '• ‘ -Pietà ; che pii, che- giusti , che innocenti Siamo , non
predatori , non corsari De le vostre marine , e de 1' altrui. Tanto i vinti d
ardire , e gli infelici Di orgoglio , o di superbia , oimè ! non hanno Enea ,
presso lo stesso Virgilio , ci pone in- jtanzi un oggetto assai compassionevole
, allorché ci descrive Ettore , apparitogli già in sonno , caduto da uno stato
di gloria in un estremo avvilimento. Lasso me ! quale , e quanto era mutato Da
quel Ettor ^ che ritornò vestito De le spoglie d' Achille, e rilucente Del foco
y ond arse il gran naviìe ArgoUco. Squallida uvea la barba , orrido il crine ,
E rappreso di sangue: il petto lacero Di quante unqua ferite al patrio muro
Ebbe d intorno ; e mi parca , che il prima Foss' io che lacrimando gli dicessi.
Del Timore. Questo affetto altro non è , che una certa molestia delt animo ,
nata dalV apprensione di un male grave , e imminente. Dalla proposta defi-
nizione si scorge prima di ogni altro, quali siano gli oggetti dalla natura
ordinati a movere la pas- sione del timore-, i quali sono i mali, i pericoli,
la miseria. A.ceiocchè poi questi mali si facciano effettivamenfe temere , è
necessario , che abbiano due qualità : la })rima è , che siano grandi , atti ,
cioè , a poter cagionare o la totale mina , o alme- no grandi pene , e crudeli
afilizioni : la seconda è , che sieno imminenli ; i mali e pericoli lontani non
fanno paura. Ciò posto , se 1’ oratore vuole impau- rire i suoi ascoltanti ,
dee dimostrare , che sovrasta^ loro sid capo un nembo di grandissimi mali. La
grandezza poi co' mali è in ragion diretta della passion dominante , che annida
nel cuore dell’ uo- mo. L’ avjiro teme più , che ogni altra cosa , la perdita
degli ammassati tesori : impallidisce e trema rambizioso al solo sospetto del
disonore: l'infingar- do sviene pel timore , che non sia costretto alla fatica.
Il dicitore adunque abbia in mira i rispetti- vi alTctti de' suoi uditori : dal
che si conchiude an- cora , che egli ecciterà maggior timore , mostran- do, ,
che i mali loro sono proptj e privati piut- tosto, che comuni. L’amor, che
talvolta alcu- no vanta di aver verso la patria , spesso è solo Sulle labbra.
L’ amor , che ciascuno ha verso di se, ha sempre la prima sede nel cuore. Polo
volendo rappresentare sul teatro di Atene le lagrime e il pianto di Elettra ,
che portava in mano 1’ urna , ove cran chiuse le ceneri di Oreste , secrctamentc
portò con se queir urna , ove eraii sepolte le ossa del suo estinto figliuolo.
Polo pianse daddovero: ciocche non avrebbe mai fatto piangendo sulle sventure
altrui. La vicinanza poi de" mali si fa vedere mostran- DelV Arte
Rettorica. 7 5 do la gran potenza di coloro, da quali quelli ci son minacciati
, l' ira e il violento furore , dal quale quelli suno stimolali a far vendetta
delle oflese ri- cevute , r esempio di coloro , die di fatti ne han sofferto i
funesti effetti, Demostene , volendo per- suadere agli Ateniesi , che le forze
del Monarca di Macedonia non eran da disprezzare , anzi da te- mere piuttosto,
pone loro innanzi agli occhi, che Metona , Apollonia, e trentadue città della
Tracia eran cadute già sotto la signoria di lui. I segni, che sono foricii de’
vicini mali , spaventano assai ; e perciò anche di questi si terrà conto dal
dicitore. Il Casa nell’ Orazione a. per la Lega atterrisce ia tal modo i
Veneziani. E noi crediamo , che egli in tanta fiamma di desiderio e di
m>aiizia, a noi perdonerà? e struggendo , e ardendo i mem- bri, e r ossa
della sconsolata e dolente Italia, ad uno ad uno , la onorata sua testa , cioè
que- sta regale città ed egiegia , lisparrnierà forse ? Oimè che ella fuma già
e sfavilla , e noi solo pare , che t arsura non ne sentiamo ! Esso ha non solo
proposto di cacciar la Serenità vostra di Staio , ma ancora pensato al modo di
farlo, e vuole non solo assalir le membra di questo dominio , ma ferire la
fronte. A muovere il ti- more vagliono assai le Ijiotiposi , 0 sia le vive de-
sr.rizioni. Della Confidenza, Queslo afìTelto è opposto al timore ; ed altro
non è, se non quella disposizione di animo , perla quale si spera di conseguite
quel bene, che non si ha, o di caniparv da quel male , che ne op-, prime. La
confidenza adunque lia due parti , la prima risguarda il possedimento de’ beni
futuri; la seconda la liberazione da’ mali presenti. Or questa confidenza , o
che abbia in mira la prima , o la seconda cosa , sempre convien che sia
sostenuta da’ giusti , e possenti ajuti : mancando i giusti ajuti , cangiasi in
tea cupidità ; e non essen- dovi i possenti ajuti , divien folle temerità. L’
oratore può eccitar fidanza negli animi de- gli uditori per varj mezzi. 1®. I
passati pericoli, da cui siamo usciti salvi , ci danno motivo di spe- rare, che
usciremo salvi anche da’ presenti. Per tal via Enea presso Virgilio induce a
sperare i suoi compagni. Compagni , rimembrando i nostri affanni Voi n' avete
infiniti ornai sofferti yie più gravi di questi. E questi fine Quando che sia ,
la Dio mercede , avranno, yoi la rabbia di Scilla , voi de' Ciclopi y arcaste i
sassi-, ed or qui salvi siete. Riprendete f ardir , sgombrate i petti Di telila 1 e di tristizia ; c verrà tempo Un
dì , che tante , e così rie venture , Non che altro , vi saran dolce ricordo.
3.” L' aver condotto a fine cosa più difficile ci dà speranza, che condurremo a
fine una cosa, più facile. Così Cesare fa sperare a' suoi soldati , eh’ essi
senza meno vinceranno i Germani , come quelli , che più volle sono stati messi
in rotta da- gli Elvezj già vinti , ei debellati da essi. 3. ® Chiamandosi ad
esame le forze nostre , e quelle del nemico , e facendosi vedere , che le
nostre sono di lunga mano maggiori di quelle di costiji , ci nasce facilmente
nell’ animo la bella speranza della vittoria. Presso gli Storici antichi i
generali spesso si valgono di questo modo di argomentare a fine di animare i
loro soldati. 4 . ® 11 grande ‘appoggio della speranza, del quale altro
maggiore non si può Immaginare , si è r ajuto c il favore Divino. Gli stessi
gentili adope- rano questo mezzo a dar saldo sostegno alle loro speranze: ciò
basta a farci intendere, che tanto più dobbiam noi appoggiar la' nostra fidanza
sulla pro- tezione divina. Il Filicaja chiude quella sua divi- na canzone ,
indiritta al Re di Polonia , mostrando- gli certo e sicuro l' ajuto divano.
Mira , come or dal Cielo in ferrea veste ; Per te Campion Celeste i Scenda , e
V empie falangi urti , e deprìrtiA , Rompa , sbaragli , opprima. ^ O qual
trionfo a te mostr' io dipinto ì Vanne , Signor. Se in Dio confidi , hai vinto.
Tal volta si danno de’ segni prodigiosi , che ci assicurano dell’ ajiito
divino. Il saggio oratore non tralasci di farne uso , purché non sian questi
segni somiglianti a quel portento accaduto un giorno negli alloggiamenti di
Pompeo , dove essendo com- parse sette Aquile , si credea da alcuni , che
quello fosse un segno della sicura vittoria. Cicerone disse assai bene , che
ciò sarebbe stato vero , se si aves- se avuto a combattere con le cornacchie.
Dell’Ira. L’ ira altro non è , che un desiderio di far vendetta , accoppiato
con un certo rancore , nato nell’ animo , anche da un apparente disprezzo, che
si è fatto 0 della propria persona , o di alcu- no de’ congiunti , contro ogni
ragione. Gli og- getti adunque ordinati dalla natura a movere questo afletto
sono il disprezzo , l’ingiuria , la contumelia ; e quindi quanto più grande è
l' ingiuria , e quanto più le persone sono gelose del proprio onore , tan- to
più facil cosa c accenderli in ira< L’ oratore adunque dee studiare , quali
sono quelle cose , che fanno più gravi e più atroci le ingiurie. Si sa, che la
dignità deir offeso , e la bassezza e viltà dell' of- fensore sono le due cose
, che si debbono conside- rare specialmente in questa occasione. Gli aggiunti
di tempo, o di luogo non sono da tralasciare. Se poi al disprezzo si aggiunge
la gioja che si mostra avere de' nostri mali , l' opposizione che si fa al
nostro bene , l' ingrandimento stabilito sulla nostra ruina , tutte queste cose
descritte , con bella e adat- tata eloquenza , accendono assai più lo sdegno.
Ci- cerone , nell' ultima delle Verrine , si studia di mo- vere ad indignazione
contro di Verte gli animi de’ Romani , ricordando loro il dispregio da costui
fat- to della gran dignità della cittarlinanza Romana nella persona Gavio
trafitto con i più acerbi ed in- degni tormenti , e poi sospeso in croce a
vista di tutta r Italia. Straziavasi con le verghe, in mez- zo alla piazza di
Messina , un ciltadino Romano , o Giudici, mentre in mezzo al dolore , e allo
strepito delle percosse , niun gemito e viuna altra voce di quel misero si
udiva , se non questa sola-, io son cittadino Romano. Ei si lusingava , che col
ricordare questa cittadinanza , avrebbe dalle sue spalle allontanato le
battiture-, ma e^linon solo ciò non ottiene ; anzi benché egli più> e più
volte il nome di cittadino ripetesse ; la croce , la croce pur tuttavia sì
apparecchiava a quelV infelice , e sciagurato , che sì ci-udele tormento n»n
avea veduto giammai. O dolce nome di li- bertà ! o esimio diitto della nostra
cittadinanza ! Digilized by Google 8o Delle Regole 0 legge Porcia , e legge
Sempronia ! . . . Ze cose a tale stalo sono ridotte^ che un cittadino Romano ,
in una provincia del popolo Romano in una città di confederati , da colui , che
per heneficio del popolo Romano avea i fasci e le scuri , fosse legalo in mezzo
al foro e lacerato con verghe ? Miti , dicea V siTe , dal suo patibolo la
patria sua colui , che tanto si boria d essere cittadino Romano. . . . Questo
vile insulto contro di un moribondo era la minor parte del suo delitto. Non il
solo Gavio inten- dea V erre d insultare , ma voi , o Romani. Ogni cittadino ,
che qui mi ascolta , egli spogliava, nella persona di Gavio del suo dritto , e
mostrava in che dispregio tenesse il nome romano , e la Romana libertà. Della
Piacevolezza. Questo affetto è del tutto contrario all’ ira ; e quindi non può
aver luogo nell' animo dell’ uomo , se non dopo che si è calmata e spenta la
passione dell’ ira. Ora pare che non si possa trovar modo migliore e più
acconcio a potere indurre l’ uomo alla mansuetudine , se non quello , che ci ha
mo- stralo Omero in quei tre ragionamenti , che tennero 1 tre duci Greci ,
mandati a bella posta da Aga. mennone , a placare l’ ostinala collera di
Achille. Koi qui ci fciiaeremo solo ad indicare breremente 05 * “j:; . Si gii
argomenti. Ulisse adunque espone in primo luo- go i grandi e vicini pericoli,
in cui sono i Greci , À esser messi a ferro e a fuoco dalle squadre Tro- |ane.
Il muro , la trincea , le navi stesse sono mi- nacciate d'incendio. Manclierà
a' miseri Greci anche il mezzo di potersi salvare fuggendo. Ettore ira^
paziente attende l’ ora fatale deli’ estremo cecidio de’ Greci. Questo quadro
presentato agli occhi di Achille , ot’ ei mira la sua nazione in pericolo di
esser preda de’ suoi nemici , e specialmente di quel guerriere , eh’ è suo
rivale , ha tutta la forza di ammansirlo. Che sarà , se gli si fa sovvenire ,
che il caso , accaduto una volta , non ammette rimedio ? Vorrà egli forse
allora dar soccorso a' suoi ; ma va- no sarà questo desio , essendo quelli
divenuti ormai Cadaveri esangui , ed ombre ignude. A questo pro- posito Fenice
gli pone innanzi l'esempio di Melea- gro , che , preso da ira , ricush di dare
ajuto a'suoi in tempo opportuno ; ma poi fu da acerbo dolore tra- fitto ,
perchè quelli essendo stati da' nemici abbatlu-* ti , non potè ijutarli ,
quando il volle. L’ offensore pentito calma 1’ ira dell’ offeso. Di fatti Ubsse
afferma , che Agamennone inchina piedi di Achille il suo fasto , il suo
scettro. An- si al pentimento aggiunge la ricompensa di grandi a ncclu doni , e
la sollecita premura di stringere con lui amicizia e parentela. Qui il saggio
oratore rammenta le paterne avvertenze fatte da Peleo ad Achille , ' avendo il
padre esortato il figlio , prima II die parfis"e , che fosso plariilo e
mansueto. Rìmem- Lraiiza non mutile; porcioccliò ciò, che chiede Fo- ratore, è
quello stesso che'^^li fu {descritto dal genitore. Ma via si abbia odio eterno
contro Agamen- none. Che per questo? doeià Achille sacrificare all’ odio
controdi un solo la sahezza di tutta t’armata ? E po! non di rado avviene , die
di un fratello , di un figlio istesso si perdona la morte, e coi doni, c colle
lagrime si disarma sin anco il core di un padre. Come dunqim potrà Achille serbar
nell’ ani- mo ira eterna per una schiava ? Tanto più , che chi perdona , si fa
imitatore degli Dei. Che sana della gente umana , nata quasi alla colpa , all’
errore , se il Cielo non si arrendesse ai sacrifizi , ai voti , alle preghiere
? e qui il saggio F enice cerca di farci in- tendere in che gran conto si
debbano tener le preghiere , quelle , cioè , che 1’ offensore porge al- r
offeso, per fine di ottenerne pietà e perdono. Soc- no esse figlie di Giove,
mandate in terra , per rat- toppare tra gli uomini quella pace ed unicizia ,
che r onta e r ingiustizia ha tolto c violata. E adun- que voler degli Dei ,
che 1’ offeso perdoni all’ of- fensore. La dignità , il grado delle persone ,
che sono inviate a chieder la pace , a calmar lo sdegno , pur conviene , che
mova 1’ animo dell’ uomo , e lo tari alla piacevole^rza. Ajace . . y f • , .
fiori ti move , Achille » Dell Arte Retiorica. - 85 feeder eì piedi tuoi
prostrati e chini {Congiunti , amici , Eroi tuoi pari ? . . Fitialmenle UHsse
vuol pungere 1’ animo di Acliillc, con porgli iiuianzi l’orgoglio di Ettore,
che dice , c grida , hou liovarsi tra’ Greci chi os» tìpporsi a lui. . . Ettore
T'insklta e sfida ,c tu noi senti - oh grida^ Peliile ov è7 venga, e vi salvi:
ascoso Che fa l'Eroe? venga, se ha cor, non ira Lo rattien , ma timor :
mostrati , ei tremi- Solo al mirarti , e con orror conosca , Che Achille sei ,
che sci de' Greci il Nume. I capi adunque , da cui son tratti gli argomenti
proposti dai tre Duci , per fine di placare l’ ira di Achille, sono i.” l'eccidio
della patria, e l' estre- ma ruinà de’ cittadini. l’ acerbo dolore, che Verrà
ali' animo di Achille dal non aver dato* soc- corso a quei cittadini , che ei
vedrà distrutti ed estinti , quando pur Yorrehhe , che fossero salvi e •^ivi.
3.“ il pentiraeulo dell’ olTensore. t\.° 1’ empia follia di voler sacrificare
all’ odio che si ha contro di un solo la salute di tutti. 5.® il perdotio soli-
to a concedersi per olTcse assai maggiori si nega per offesa molto minore. 6.°
Gli Dei concedono il perdono agli uomini; e gli uomini il negheranno Delle
Regole a’ loro simili. 7.® le preghiere introdotte tra gli uo- mini per
consiglio divino, aiSnchè l' offensore otten- ga pietà dall' offeso , e torni
in grazia con. lui. 8.® la dignità e il grado degli ambasciatori man- dati a
chieder la pace. 9.® la gioja , la lesta , e r orgoglio de' nemici nato dalla
discordia , e dalle risse sorte nell' armata nemica. Della VerecoTidia. Quest’
è un affetto , che si genera nell’ animo per r apprensione , che non abbia a
soffrir danno la propria stima. Gli oggetti adunque posti dalla natura ad
eccitare questa passione sono tutte quelle cose, le quali possono esser d'
infamia o a noi , o pur anche a coloro , che hanno con noi legame o di
amicizia, o di parentela. Non tutti gli uomini sono ugualmente disposti a
risentir questa passione. I giovaui arrossiscono più facilmente, che non i
vecchi. L’infamia reca maggior dolore a’ nobili , che non a’ vili ; e quei che
vantano antenati illustri , sono gelosi custodi deir antico loro onore -, e
dispiace loro assai , che quello sia in menoma parte macchiato. Facilmente si
tinge, la fronte di rossore a chi è spregiato in presella o del suo rivale, o
di coloro, la cui vir- tù molto si ammira, e la cui buona opinione gran-
demente si apprezza. Ijal dello fin qui 1’ oratore facilmente comprende il modo
, come movere la verecondi* negli «* nimi degli uditori ; perciocché questo , e
non altro effetto certamente seguirà dal rammentare tutte quell* cose , le
quali possono la fami di quelli , e il glo* rioso nome oscurare; specialmente
se gli si dia la facoltà di far paragone tra le azioni antiche belle e illustri
, e le presenti turpi ed infami. Annibale presso Livio , valendosi dì questo
modo , si studia di fare arrossire i suoi soldati. E egli possibile ^ che voi n
gran fatica sostenete il combattimen- to di un Legato Romano , di una sola
legione^ e di un' ala di cavalleria , voi , dico ^ a' quaH due eserciti
consolari non mai han potuto far resistenza ? É egli vero , che Marcello ,
benché appoggiato a soldatesca di fresco arrolata , e a poca gente datagli in
soccorso da Nola , pur d ' ‘ sfda a battaglia per la seconda volta ? Dov' è ,
dov è quel mio snidato , il quale avendo strap- pato d in su del cavallo il
Console Gajo Flaminio gU mozzò poi arditamente la testa? dov' è quello , che
presso Canne troncò i giorni a Lu- cio Paolo ? son divenute ottuse e spuntate
le spade, o torpide e lente le mani? o qual altro mai prodigioso accidente è
tra voi addivenuto ? V oi che per t innanzi , benché pochi , pure spes- so
avete vinto oste assai piu numerosa ^ orà che siete molti , a stento fate fonte
a pochi, y oi , bravi soIq in parole , andavate poc' anzi fpmianda ^ ctiè
avreste mieirato^ lut tUtA di Delle Kegxtle ,•Roma t se mai alcuno colà vi
avesse condotti. L' azione , che si ha oca a fare , è molto piàfa^ Cile ; (juì,
o soldati y voglio far pix>va del vo- ^ Siro coraggio , qui speiimentare il
vostro valore- DelV Emulazione. Questo affetto altro non è, che un certo dolo-
re nato dal bene , che vediamo negli altri , non perchè questi sei godono , ma
perchè quel bene manca a noi. Questa definizione mostra assai bene il gran
divario , che passa tra l’emulazioné , e l’in- Tidia ; perciocché questa
struggesi , e macera se stes-* sa , agognando avidamente , che all’ oggetto ,
che lé la dolore , manchi quel bene , eh' essa non ha , e che non ha voglia di
possedere. L'invidia dunque i un malvagio affetto , e che però 1' oratore dee
cer- care di spegnere piuttosto , che destare negli animi degli uditori. Gli
oggetti poi destinati dalla natura a raoveré ]' emulazione sono specialmente i
beni dell’ animo il sapere , cioè , c la virtù ; Se dunque la causa ^ che r
oratore ha per le mani , il pone nella néces- fiilà di dover pungere i suoi
ascoltanti con lo sti- molo dell’ emulazione , egli farà ciò agevolmente ,
esponendo e del sapere , e della virtù la nobiltà é r eccellenza , mostrando ,
in che gran fama c nome sian venuti presso le genti coloro , che queste cose
jotseggono , ricordando specialmente quei , che so- Dl---: Delf Arte Rettorica.
87 no agli uditori congiunti 0 per ragion di patria, o per legame di parentela.
Il Gasa pone fine alla prima Orazione per la lega, eccitando ad emulazione gli
ascoltanti. Die’ egli cosi. Questa inclita Città a divino miracolo , e non ad
opera umana simile , e tanto naviglio , e tante , e sì guernito imperio del
mare , e della terra, sono opere e frutti non di lentezza , nè di tardità , nè
d ozio , ma di travaglio , e di vigilie , e d affanno , e d armi. Quelt arte
adunque , colla quale i vostri nobi- li e gloriosi avoli T acquistarono , ora
la con- servi , e difenda. Noi per certo , o vincendo , o morendo f la nostra
dignità riterremo. Della Disposizione ’ ' I À oratore , dopoché per mezzo della
invenzione , si ha procacciato tutta la materia , che si richieda a comporre la
sua orazione , le regole dell’ arte vogliono , eh’ ei passi a disporla , e
metterla in ' queir ordine , che sia il più acconcio a conseguirà il fine della
persuasione. Ora ciò facilmente gli verrà ben latto , se a ciascuna delle parti
, da cui si compone il discorso , verrà dato quel luogo , che r arte stessa , e
il giudicio prescrivono. Le parli poi si riducono all’ Esordio , Proposizione,
^^arrazione , Confermazione > Confutazione , ed Epilogo. L’ESORDIO è quella
pnrte della orazione , la quale va con bel modo preparando gli animi degli
uditori al resto del discorso ; il che riesce facile a chi sa r arte di
rendersi benevoli , attenti , e do- cili gli ascoltanti. Le ragioni di
conciliacsi la be- nevolenza nascono dal Costume, considerato tanto nel tcuor
della vita , quanto nella tessitura dello stesso ragionamento. Noi della
probità della vita abbiam detto abbastanza in altro luogo , ove si è da noi
affermalo , che , senza 1’ opinione « negli ani- mi degli uditori stabilita ,
che 1’ oratore egli è uo- mo dabbene c "virUioso , c pressoché impossibile
la persuasione. Resta dunque a dire del costume , co- me proprietà della
orazione , per cui quella da’ Re- tori si suol chiamare costumata ; la qual
denomi- nazione allora veramente sta bene al discorso , quan- do in quello fin
bella vista la Prudenza, la Probità , la Benevolenza mancando poi o tutte e tre
queste co.se , o alcuna di esse al discorso , è chiu- sa ogni via aU'oratore,
onde conciliarsi la benevolenza. Perciocché allora vei-ameiiie ci sentiamo l'
animo ac- ceso di amore verso di alcuno , quando vediamo , che ccstui é di alto
senno fornitole di belle c lu- minose virtù , e di santi cnstsmi adornato , e
che niun pericolo sfugge, ed ogni 'studio adopera, per- chè prevegga al nostro
benv , e metta in salvo la DelV Arte lìetiorica. 91 nostra fortuna. A'consigli
dtllo'stolto non si presta fede ; U malvagio ci fa dubitare delle sue protm
sse; il disamorato , benché savio , e dabbene , ci lascia freddi e disperati. _
Ed acciocché la prudenza non lasci luogo vo- to ad alcuna delle sue provide
cure, è necessario, che adatti il discorso alle interne disposizioni degli
animi degli uditori; e perchè queste disposizioni, affetti o costumi , sono
varii e diversi , secordo die varia e diversa è 'la patria, l’educazione, il
bgnaggio , la fortuna, l' età, ognun vede , ,che a tutte questa cose dee avere
attenta la mira il dicitore , se bra- ma di esser tenuto in conto di uom
prudente , ed avveduto. Orazio , più che ognialtro,ci ha descrit- to i varii
-costumi provenienti dalle varie" età del- r uomo. Fanclul , che ad hniiar
già i detti apprese , E già st ampa il teiren et orme sicure , Lieto scherzar
vuol co' suoi pan : a caso E • si sdegna , e si placa ; e se diverso Cento
volte da se mostra in brev' ore. Giovane , a •età non adombrò le gote Adulto
pel , pure > una volta etl fine Dal ^suo custode in libertà lasciato Dei
veltri , dei destrieri , e, degli aprici Ea sua cura e diletto erbosi campi:
Docile al mal , qiiai molle cera ; acerbo ■Co' rìprensori siici\ di ciò che
giova Tardo conoscitor, prodigo, altiero, Con eccesso bramoso , e con eccesso
Pronto a lasciar ciò , che gli fu piu caro, L' età vini , cambiando genio , e
brama Ricchezze , e cerca amici , e ambisce onori Pensa a non far ciò , che a
disfar poi sudi. Molti incomodi ha il vecchio : ogrtor ^affanna Ad acquistar :
ciò che acquistò , non osa Mai porre in uso ; e a dispensarne astretto. Con
freddezza , e timor tutto dispensa. Querulo , indugiator , tardo non meno A
disperar, che a concepir speranze. ' Diffidi , neghittoso , avidamente Di vita
amico , esaJtator de' tempi , Che fanciullo passò , eensor di quanti D' età
precede , e riprensor severo. L’oratore si rende attenti gli uditori, promet-
tendo loro, die e’ terrà ragionamento d'intorno a cose nuove , grandi ^ utili ,
gioconde ; e se li farà docili , mettendo in chiara luce 1’ argomento della sua
orazione : la qual cosa , comechè si appartenga propriamente alla Proposizione
; pure conviene , che si faccia nell’ esordio , almeno generalmente , al-
lorquando r argomento del discorso è difficile ed oscuro. Si avverte , che non
sempre nell' esordio fa bisogno procacciarsi la benevolenza. La prudenza e il
giudicio , siccome più volte si è detto , sono la norma delle avvertenze
Rettoriche ; e perciò se la causa è onesta, ella da se si commenda, e si fa
benevoli gli uditori. Ma se poi è turpe, come quel- la della difesa di un
parricida , ovvero dubbiosa , come fu il fatto di Oreste, clic mise a morte sua
madre, volendo vendicar l'uccisione di suo padre, ovvero di tal fatta die abbia
dello strano e mara- riglioso, come saria il soggetto di quella orazione, ove
si prendesse a lodare la povertà, la morte, r esigilo , ognuno vede die in tal
caso dovTebbesi r oratore .studiare di farsi benevoli gli uditori. An- zi talvolta
è neces-sario , che ciò si faccia con certa sagacità e sottile destrezza , rosi
che 1' uditore già sente d'aver messo alTeziope all’oratore, senza sa- per ,
come ciò sia avvenuto. Questa forma di esor- dio chiamasi da' Rcltorici
Insinuazione , la quale si dee necessariamente mettere in opera dal dicHo- • re
, allorquando gli uditori serbano nell’ animo sen- timenti del tutto opposti ,
sia che quelli quasi dalla cosa stessa vengono suggeriti , sia che le ragioni
proposte dall’ avver-sario li ha ne’ loro petti stabiliti, • o pur quando sono
stanchi i giudici per la recita- izione delle precedenti orazioni. Cicerone
nella secon- da Orazione contro di Rullo si trovò nella dura cir- costanza di
dover parlare al popolo su di una cosa, la quale era a sentimenti e desiderj
del popolo stes- so, direttamente opposta. Rullo avea proposto la leg- ge
«giatia , quella legge , cioè , la quale prescrive- va , che fossero divise
tra’ cittadini le terre con^- state dalla repubblica. Foteasi hnaginar logge.
più graia al popolo ? Eppur Cicerone si accinge ad'esot* tare il popolo , che
la riprovasse. Egli con bella e snttil maniera s'insinua negli animi
de'cittadini adunati a fine di udire il Suo discorso. Egli loro dimostra, che
esso è rjucH’ uomo , cui stanno veramente a cuore i vantaggi e comodi della
nazione , essendo sempre sialo egli il zelante custode della pubblica pace e
tranquillità ; e che per ciò a lui sta bene il glorio- so nome di popolare ,
laddove alcuni si valgono di questo nome a fin di coprire i loro ambiziosi
dise- gni. Indi viene a proporre la sua opinione , la qua- le è , che sia
rigettata la legge : promette di espor- re le convenienti ragioni , le quali ,
caso che non siano ammesse , ei dice , eh’ è apparecchiato a se- guire il comun
parere delia nazione. L’ eloquenza di Cicerone produsse il desiato effetto. Che
se l’ avversario con la sua argomentazione ha 'scosso si e perlai modo gli
animi degli uditori, che pare di aver messo loro in cuore il suo parere,
'l’esordio allora, traendo il suo cominciamento dal confutare il più pfideroso
argomento , ecciterà nn ' '«erto scompiglio nelle loro menti. Si comincia a
dubitare di quella verità, che già era entrata loro "nell’ animo. In
ciascuno si accende avida- curiosità di ascoltale il novello dicitore. L’ animo
stanco si rinvigorisce 'con la promes- s'a della brevità , o col racconto di
qualche avveni- mento faceto e grazioso , o pur tristo e funesto. Il riso , e
la sorpresa rinfrancano lo spirito spossate» I Deir Arte Rettorica. gS 1 luoghi
poi , da cui si deriva la materia necessaria a comporre l’esordio, alcuni sono
genera// , perchè) da essi si può trarre 1’ esordio per ,ognj genere di cause ,
altri sono particolari , come qucjli , da cui nascono gli esordii per ciascun
genere di cause. L'occasione , da cui sentesi l'oratore invitato a ragion nare,
gli aggiunti di tempo , di luogo , e di persone porgono materia al
cominciamCnto di qualunque di- scorso. Le mense largamente imbandite^ e le
feste- voli accoglienze fatte da Achille sono la bella con- giuntura , con cui
si fa larga, via Ulisse a comincia- re il suo ragionamento. Oh disse , Salute ,
inclito Achille , a te salute Dia Giove , a noi tu sol puoi darla. I grati Modi
ospitali , c r accoglienze oneste Ti ci mostrano amico ; ah meglio il mostri Jl
pietoso tuo cor) non di conviti D'uopo abhiam^ma di aita. Invitto Achille ^
Senza te siam perduti^ e insieme è spenti^ Senza le la tua Grecia. Fenice imprende la grand’ opera di ammollirò V
animo di Achille , prima col fatto , bagnando di lacrime le gote , poi con le
parole , cavando l' esor- dio dagli aggiunti e della persona sua , e di chille.
Delle Regole Diletto /Achille , Se sei fermo al partir, come potrebbe Restarsi
il tuo Fenice 1 J te ini stringa Destino indissolubile , tu speme ' , Sei di
mia vita , tu delizia e vanto ; ' Non respiro , che in te ; vedovo ed orbo
Senza te rimarrei ; famiglia , figli , Ohimè , figli non ho ; rigido il cielo J
crudi voti di spietato padre Troppo volle esaudir. ... • < Nel genere
dimostrativo si può cominciare l’ora- zione 1 °. dalla lode. Plinio dà
principio a quel suo divino panegirico , lodando gli antichi Romani^ da’ quali
eràsi introdotta la bella usanza che la pre- ghiera fosse r inizio di ogni cosa
, e di ciò che do- veasi fare, e di ciò che doveasi dire: a®, dalla vitupera'^
zione. Isocrate sul principio del suo discorso entra a ri- prendere coloro che
avéano stabilito delle pubbliche feste , ove le forze del corpo , e non le
virtù dell’ ani- mo , fossero premiale. Dione fa Tcsordio , lagnandosi
dell’ingiusta cotisuctudine, la quale prescrive, che quel- li siano astretti a
tessere le lodi al defunto , a cui il pianto e il dolore toglie ogni forza e
virtù di favellare: 5“. dalla persuasione. Dovendosi lodar le virtù dì chi ha
vissuto net silenzio , e nella oscurità , si può formare 1’ esordio ,
dimostrandosi , che sta molto bene mettere in luce*' quelle virtù specialmente
, che si c posto ogni studio di tener nascoste e celate. Nel genere
deliberativo si può trarre l’ esordio |0. dalla persona dell’oratore,
cercandosi di sgom- brare dalle menti degli uditori la meraviglia nata dal
/Vedere salito sulla bigoncia colui, a cui ogni ragion Vietava , che favellasse
; perciocché niuno v'era ncU'adunanza , che noi vincesse in età , in credito^
in dignità. 1 ". Dalla persona del contradittore , facen- dosi altamente
risuonare all’ orecchio degli uditori , che il progetto di lui è opposto all’
onestà , alla giustizia , alla pubblica utilità. 3°. dagli uditori , làcendusi
lor sentire , eh’ essi si sono prestamente appigliati ad un parere non, bene
esaminato. Da cinque luoghi si può derivare 1’ esordio nel genere giudiziale. Dalla
persona del reo; se mai v’ ha luogo a dimostrare la probità della sua vita
passata , dalla persona dell’ oratore ; ciocché si fa , quando 1’ oratore può
dire , che dal dovere di onestà e di giustizia é stato astretto di prendere la
dife.sa del reo , essendogli congiunto in parentela, ia amicizia, o pur quando
sinceramente confessa , che a lui manca quella eloquenza , che pur sarebbe ne-
cessaria a difendere una causa di tanta importanza. S*’. dalla persona de'
giudici. Si loderà destramente la dottrina , e l' integrità loro. l\°. dalla
persona del contradittore. Si cercherà di togliere alla sua difesa ogni
autorità , dimostrandosi , se mai si può , che le sue armi non sono quelle
della giustizia , e del- la verità , ma quelle bensì del potere , del favore ,
delie ricchezze, del maneggio , delle pratiche. 5“. la causa , facendosi vedere
, clic questa i molto più giusta , e onesta , c più vantaggiosa al pubblico
bene , che non quella dell' avversario. Diciamo ora alcuna cosa d* intorno all'
artificio e tessitura deir esordio. Ei mogene ne distingue quat- tro parti , la
Proposizione , c la Ragione di lei , la Reddizione , e la sua rispettiva
Ragione. L’ esordio della Miloniana sembra fatto in questo modo: cioc- ché noi
farem vedere , esponendone brevemente le sole sentenze. Frop. Vedendo questa
nuova forma di nuovo gii dizlo , non posso o giudici non sentirmi 1’ ani- mo da
grave spavento oppresso. Rag. Perciocché non é , come già soleva , il vostro
tribunale circot.dato dal popolo , né ci sta d’ intorno la solita frequenza ,
ma veggo genti ar- mate occujiar quasi tutta la piazza. Red. Pur mi rinconfoi
to , c rassicuro , pen.san- do all’ intenzione di Gneo Pompeo , nomo di som- ma
sapienza , e singolar giustizia dotato. Rag. Perciocché alla giustizia non si
conviene il. dare ad uccidere a’ soldati quell’ istesso reo, il quale egli ha
dato già a sentenziare a’ giudici ; é co- sa poi direttamente u]>]X)sta alla
sapienza armare la temerità della plebe già concitata , con aggiungere al
furore di lei quell'autorità, ch'egli ha dalla Re- pubblica. Faccianici adunque
coraggio , 0 giudici, e, deposto ogni timore, cerchiamo, io di fai- la difesa',
voi di ascoltarmi attentamente. Ma non è necessario , che sempre 1’ esordio si
componga di queste quattro parti. L' osservanza di questa regola si rimette
tutta alla prudenza dell'ora- tore , il quale adatterà l'esordio alla
condizione del- la causa che ha per le mani. La prima prova , che il dicitore
dà della sua prudenza e giudicio , è 1' esordio appunto ; e quin- di ognun vede
, che fa bisogno sfuggire ogni vizio, che possa macchiarlo. L’ esordio adunque
non dee essere i®. comune, 0 volgare, cioè di tal fatta, che possa • andare innanzi
a qualsivoglia orazione. a°. Commutabile, formato in modo, che l’avversario,
fatto leggier cambiamento, il possa al suo discorso adattare. 5®. Lungo ,
ciocche accade , quando è più lungo , che non ricliiedesi alia estensione della
ora- zione. 4°' Separato, tale, cioè, che non abbia le- game coll’ argomento,
di cui si tratta. 5®. Traslato, che è quello , che fa benevoli gli uditorì ,
quando li dovrebbe fare attentii L’arte concede l’uso degli èsordj comuni e
separati nel genere dimostrativo. La PROPOSIZIONE è quella parte dell’ orazione
, con cui r oi’atore fa sapere agli uditori , qual’ è quel- la cosa , di cui
egli intende di ragionare , ed a porre in chiaro la qtiale è diretta tutta la
serie de’siioi' ai^omenti . Questa può aver luogo 0 dopo l’ esordio. JDigitìzed
by Google 1 oo Delle Regole o do{/o la narrazione , come quella , che talvolta
da essa nasce e si deduce. La proposizione poi può farsi in tre diverse ma->
' mere , delle quali la prima è quella , con cui si dichiara, in che si ò
d'accordo con l’ avversario, e quale ò quella cosa , di cui si dubita , e si
quistio- JX& : ciocche giova molto a spiegar le cause dil&Gi- li e avviluppate.
Cicerone nella Miloniana ce ne dà un esempio. Ma se nessuno di voi ha questa
opinione , resta , che si consideri , non se egiz sia stato ucciso , il che
confessiatno , ma se a rosone , o a torto , il che per V innanzi in mol- te
cause si è considerato ; e la proposizione fatta in questo modo diccsi
Separata. La seconda ma- niera è quella , che propone una sola cosa ; e quin-
di è detta Semplice. Cicerone a favore del Re Dejotaro. Costui adunque ,
dopoché non solo è stato da te salvato da gravi pericoli , ma ono- rato ancora
nella più splendida e magn^ca ma- niera , viene accusato , che ha avuto la rea
in- tenzione di uccidei'ti in casa sua : il che tu , se noi credi il più
forsennato uomo d^l mondo , non puoi neppur sospettare. La terza finalmente è
quel- la , che divide 1’ assunto in più parti. Del che non accade , che diamo
esempio; solo è necessario pro- porre alcune avvertenze , le quali 'sono,
i". che nella divisione siano espresse tutte le parti , in cui s’ intende
diviso l’ argomento dell’ orazione. a°. di' una parte non sia compresa nell’
altra , come saria quel- lOl Dell'Arte Retiorica. la , che proponesse di
ragionare della giustizia , e delle virtù , essendo la giustizia inchiusa nelle
virtù. 3". che la proposizione non comprenda più di tre, o qutttro parti.
4°* sia formata in tal modo, che presenti una certa aria di novità. Segneri
nella Predica. Cristq non è t uomo più scellera- to del mondo ; dunque e Dio.
Della Narrazione. La narrazione non ha luogo nel genere dimo- strativo. Le
orazioni di questo genere sono narra- zioni illustrate dal lume delle
amplificazioni. La .nar- razione adunque , come parte del ragionamento, s'ap-
partiene al genere Giudiziale. Or la narrazione si può formare in due maniere,
facendosi o interrot- ta, o continuata.. La prima è quella, che in mez- zo alla
serie delle cose , che si l'accontano , frap- pone alcuna breve ragione , la
quale serve a spe- gnere r otlio , e calmare l' ira , che potrebbe far na-
scere nell' animo del gindice la cosa stessa , che si Barra. Alla ferita già
fatta giova assai applicar subi- to la medicina. La seconda poi è quella , la
quale, perchè non contiene cose odiose , espone c narra le cose , con quell’
ordine che sono accadute , senza in- terrompimento alcuno. Quattro sono le doti
essenziali e necessarie alla narrazione oratoria ; delle quali la prima e la
principale è la probabilità , quella dote , cioè , per e Ih quale sì merita la
fede degli ascoltanti. Sari dunque probabile il racconto i®. se si esporrà il
fatto con semplicità e candidezza di stile, a®, se sono tra loro con naturai
legame congiunte tutte le circostanze, cb’ entrano a comporre il fatto, spe-
cialmente quelle del tempo , del luogo , e della persona. 3®. se di ogni
efTetto , che si racconta , massimamente se quello sia dillìcilc e strano , se
ne fa vedere la cagione atta a produrlo. 4°* mostra , che non sono mancale le
forze necessarie a mettere in opera il fatto. 5®. se si producono de’ gravi
testimonii e delle autorità , le quali faccian fede di quello , che sembra
inverisimile. Quintiliano insegna , che sì dee la narrazione tessere , e
formare per tal modo , che ne vengano gli uditori disposti a sentir la forza
della argomen- tazione. Per la qual cosa sarà bene spargere tratto tratto in
quella de'semi , onde poi nascano degli ar- gomenti atti a dimostrare 1’
assunto. La seconda dote è la chiarezza , la quale si genera i®. dal» dire
tutto quello , che tralascialo o in parte , o in tutto produco roscurità. a.®
dall'uso di vocaboli , e di forine di dire chiare e proprie , e, nate ad
esprimer quello , che intendiamo di signi- ficare. 3”. dui raccontare le cose
ordinatamente. 4®. dal piano e facile , e non involto andamento de’ periodi 5®.
dallo sfuggire la moltitudine de’nomi delle persone. La terza dote è la brevità
, la quale si ottiene, : .C juii> dc- ce si dirà solo tutto quello , che si
rlcluede a far chiaro il discorso. La quarta dote è la soavità , la quale nasce
dalla candidezza dello stile , da una certa leggiera commozione di afTctti , e
da una cotal maniera di raccontare , la quale tenga gli animi degli uditori in
curiosità , e sospesi sino alla fine. Della Confermazione. Questa parte della
orazione , non è alcun dubbio , che sia di tutte le altre la più importante ,
co- me quella , clic contiene gli argomenti raccolti dal dicitore per
dimostrare 1’ assunto. Ora a far bene questa parte del discorso , due cose è
necessario , che sappia l’ oratore , sotto quali forme , e modi convien , che
esjionga gli argomenti , e in clic ordi- ne li debba allogare. Tra le varie
maniere di argo- mentare , al sillogismo si dà il primo luogo : esso u composto
di tre parti , delle quali la }>nma dicesi proposizione , la seconda Assunzione
, la terza Conchiusione. Ecco un esempio tratto dalla Milo- nìaiia di CICERONE
(vedasi). Quegli de’ due , di Clodio , cioè^ e di Milonc , ha teso le insidie ,
a cui la morte deir altro polca recar giovamento. Ma la morte di àlilone era di
vantaggio a Clodio , e non già quel- la di Clodio a Milone. Clodio dunque ha
posto le insidie a Milone. Ben è vero, che l’oratore Romano non ha esposto 1’
argomento in questa forma cosi semplice e stretta , avendo cercato di corredare
, com'lt costume degli oratol i , delle rispettive prove la pro- posizione , e
r assunzione ; la qual maniera di ar- gomentare chiamasi con voce greca
Epichirema. Proponghiamo un altro esempio cavato dall’ orazione di Cicerone in
difesa di M. Celio. L’ oratore pren- de a dimostrare , che a M. Celio , giovane
di fre- sca età , non si può rinfacciare una vita malvagia e licenziosa ; ed a
questo (ine si vale di questo sillo- gismo , o sia epichirema , ove pone in primo
luogo r assunzione , sostenuta dalla sua prova , indi segue la proposizione ,
dimostrata e messa in chiaro dal suo argomento. Dice adunque Cicerone , che M.
Celio , fin dalla sua tenera età , ha posto sempre ogni sua cura nello studio
delle belle lettere , e la prova di ciò sono le dotte ed eloquenti arringhe
recitate in più occasioni nelle pubbliche adunanze con genera- le applauso. Or
non è egli cosa verisimile , che un giovane , dato in preda delle sue passioni
, e tutto inteso a contentar l’ appetito , possa procacciarsi tan- to di
eloquenza da farsi poi glorioso nome per quella. E per questo appunto , perchè
fa duopo frenar le ree voglie , tenersi lontano da sollazzi e passatempi ,
acciò Tiiom possa divenir saggio ed' eloquente , as- sai scarso è il numero
degli oratori nel mondo. Non è dunque da riprendere la vita di M. Celio , «è si
può dire, che dissoluti sono i costumi di lui. L’ENTIMEMA – H. P. Grice -- è
quella spede di argomento , ut «li non sono espresse tutte le parti del
sillogismo, ma una di esse vien taciuta. Micipsa cosi parla a Ciugurta. Tu sei
nemico cC tuoi. Come dunque puoi sperare , che ti situi fedeli gU estranei ?
Manca la proposizione > la quale sana questa. Chi d nemico de' suoi , non
può sperar fedeltà dagli estranei. L’INDUZIONE è una specie di argomento , la
quale da piti esempi projwsti deduce la conseguenza. CICERONE (vedasi) nella
Miloniana. Perciocché necessario sa- rebbe , che quel Servilio Aalà , e Publio
Nàsi^ ca, e Lucio Opimio , e Gajo Mano ^ e nell an- no f io era Consolo , il
Senato fosse ripuia>- to nefando , se U dar morte a' cittadini scellera- ti
nefanda cosa fosse. Segneri nella Predica dei Ve- Berdi dopo le Peneri per
mezzo di una noLiie Induzio- ne cerca d’ indurre i Cristiani ad ubbidire a
Nostro Siguore.cbe pre^rive l’ amore de’nemici , e il per- dono delle offese.
Dice dunque egb cosi. Potè un' afflitta Abigaille impetrare da un Davide
furibondo , che in grazia sua si degnasse di per- donfire le villanie > che
contro ogni ragione uvea Detto Re^ley ^ ricevute dallo scostumato N abaie. Potè
daltlm- peradore Graziano impetrare Àmbrogio , che per- donasse ad un pubblico
schernitore della perso- ■»a ùMfterìale. Potè dal Re ChUderico impetrare una
Genovefa, che perdonasse a mfdti audaci offensori della reale Maestà : e
Pelagio diaco- ■~fio , gittandosi su la soglia del F’aticanp a pie- 'di di
Tolda , ancoraché barbaro , ancorché non *■ y^èle , potò impetrare , per quel
volume de' set- ■grosanti Vangeli, eh' uvea in mano, che per- donasse pietosamente
la vita a Roma già sua nemica , ed allora sua serva. E Cristo non po- trà
ottenere da voi , che in grazia sua perdo- niate a un vostro avversario , che
gli rimet- tiate un torto , un affronto , un aggravig , una parolina ? DeW
Esempio, • L’ esempio è ima specie d’ indmione , ma che -da questa si
distingue, perchè l’ argomento si trae da un solo simile. Segneri nella predica
poc ann C'tata si vale del chiarissimo esempio di S- Vences- lao , Duqi di
Boemia, per • dimostrare , che dal perdonare 1’ offensore niun danno ne ▼*«««
aU’ono* te dell’ oflfeso. Del SoritCf
Questa forma di argomento si compone di piò- proposizioni con tal modo legate
insieme e congiun-’ te , che catandosi 1’ una dall’ altra si va finalmente a
terminare con la com-.hiusione. Cicerone vuol pro- vare , che il danaro dato
dal Pretore è provenuto o- da’dazj , o da’tributi -, forma perciò epiesto
Sorite. Quel danaro, che ha dato il Pretore, lo ha e^ ricevuto dal Tesoriere.
Il Tesoriere dalla pubblica Tesoreria. La Tesoreria da'daz) , o da’tributi.
Dunque. Il DILEMMA è una forma di
argomentazione composta da due proposizioni , delle quali chi nega' r una ,
rimane stretto dall’ altra. Chi non riserba a Dio la vendetta delle proprie
offese , siccome egli^ con espressa legge ha prescritto , dice il Segneri , che
una delle due cose dee necessariamente pet«sa- te di' Dio,' ò ch’egli non abbia
braccio dà sostene- re le nostre parti , 0 eh’ egli non abbia cuore da' sentire
le nostre offese. Or chi mai può cadere Ì& SI stolida frenesia? Dunque. L’
ordine e la collocazione degli argomenti , questa è una cosa che si dee
diriggere dalla pruden- za e giudicio . dell’ oratore. Certa cosa è , che igli
argomenti raccolti dall' oratore non posàouò tutti' avere la stessa forza ,
dovendovi essere e quelli che vaglicno più a dimostrare , e quelli che meno.
Zia causa , che si ha per le mani , hen considerata, Tnostrerà facilmente all'
accorto diciture , quando deb- ba mettere in primo luogo i più gravi , e quando
i meno gravi. Questo si eh' egli dee aver fitto nel-; )' animo , che faccia tal
maneggio degli argomenti , che sia scmpie corrìs|>oiiJeutc al loro mento ,
non facendo mai scorgere agli uditori, che egli apprez- za le sue ragioni multo
più di quello che vogliono. Dell Amplijic azione. ^ , Non basta all' oratore
ordinatamente esporre , e presentare sem^dicemente alla mente degli uditori le
prove raccolte , in quella guisa che usano i filo- sofi ; le regole dell'arte
vogliono ancora , che, quel- le siano illustrate ed amplificate. Or prima che
di'- clamo , in che mo4o si debba fare questa amplifi- cazione , perchè la casa
si possa perfettamente com- prendere , nè si dia luogo ad inganno , ci sembra
convcncvol cosa distinguere un doppio genere di amplificazione, quella, cioè,
delle prore, e quella della orazione. La prima consiste nell' ingrandire ed
illustrare ciascuna delle prove che si propongono. La sc(;pnda poi è .riposta
nell' accozzamento di più prò. e d.rette a dimostrare l'assunto. Prendiamq a
porri in chiaro questa dottrina a prò de' principian- ti con uno escmploi
Cicerone nell' orazione in difo- Digitii' DeW Arte ^ettorìca. log sa di M.
Marcello propone di voler dimostrare , die la gloria acquistata da Cesare col
perdono con- cesso a M. Marcello vince ed avanza di molto quel- la che si avea
procacciato con tante belliche imprese. Vediamo tratto tratto, come 1’ oratone
Romano met- te in opera il suo disegno : dal che trarremo ad un tempo la
conoscenza e del modo, come si amplifi- cano le prove, e del modo, come
s'ingrandisce l’ora- ' zione. La prima prova , di cui si vale Cicerone a
dimostrare la sua proposizione , si trae dalla natu- ra stessa della clemenza,
come quella, ,^ch« è tutta propria di colui, nel- cui animo quella alligna,
lad- dove le belliche azioni , non si può dire , che sono, proprie de' soli
generali. Questa prova poi viene dal- r oratore maravigliosamente amplificata :
perciocché da un lato Cesare vien posto sulla più alta cima della laude
militare:! più gloriosi fatti degli antichi duci Romani , delle più bellicose
genti della terra, de' Re più potenti del mondo dileguansi , qual fu- mo al
vento, messi in paragone con quei di Cesa- re. Non v' ha eloquenza , die li
possa nan'arc , nè mente , che li possa comprendere. Dall' altro lato poi d si
fa intendere , che per 1' atto di clemenza usato a favore di Marcello il nome
di Cesare è di- venuto assai più chiaro e glorioso , che non era per tante,
illustri vittorie. Queste non sono tutte di Ce- sare, ma parte se ne dee
attribuire al valore del- le milizie , parte al senno e consiglio degli
Ufiìzia- li, parte al vantaggioso sito de' luoghi, parte final- tv.- Ci«« mente al favore della fortuna. All’ incontro
la pia- cevolezza e la mansuetudine sono tutta opera di chi le pone in uso :
quella stessa fortuna , la quale pa- re, che entra a parte di ogni cosa, ne
viene perfet- tamente esclusa.' Si vede fin qui nobilmente amplIfiCafti la pro^
va , ma non ingrandita però 1' orazione ; la quale pin: si rimarrebbe nello
stesso stato , benché viep- più chiaro lustro si aggiungesse aUa provn , se Ci-
cerone non passasse a produrre una nuova ragioni. Entra egli adunque a dire ,
che gli atti di mansue* tudine sono la cosa la piu difficile a fare; e senza
punto allontanarsi dalla considerazione delle belliche imprese , rammemora l’
oratore Romano , che nin- na , comechè ardua , difficoltà ha potuto mai arre-
stare il rapido corso delle vittorie di Cesare. Popoli ferocissimi , terre
immense , armate innumerevoli sono stale da lui vinte e soggiogate. Pur tutte
que- ste cose sono di tal natura , che possono finalmen» te esser vinte e
distrutte. Ma domare il cuore , fre- nar lo sdegno , far bene al nemico son
cose queste tanto difficili , che chi ha forza di faHe , é quasi un Dio. Ora si
vede amplificata la prova , in^andita ancora 1’ orazione ; ciocche si può
osservare nel re- sto di questo discorso. Nell’ esempio esposto 1’ amplificazione
nasce dal paragonare il fallo , che si vuole ingrandire , coti altri' fatti pur
grandi , ma che però sono veri. Al- le volte gli oiat>jri fingono de' fatti,
icon i' quali poi iii psrtgonaudo quelli
, che son veri • cercano mostrar* ne la grande>i4,e il merito. Segneri nella
predica del Venerdì dopo le Ceneri prende a dimostrare , che' grande ed atroce
ingiuria si fa a Dio da co- loro t che non tralasciano di vendicarsi privata-
mente de’ loro benché ingiusti offensori, mentre il Signore Iddio si è
protestato di voler far egli que- sta vendetta. Finge il sacro oratore ,
trovarsi un Principe potente al pari e pietoso , il quale per di- mostrare r
afferion sua verso di qualche suo suddito, gli dicesse : amico , io voglio
stabilir teco un patto. Però tu ascoltami. Io vo^io promulgare in tutto il mio
stato un editto pubblico , che chiunque ardir à mai di oltraggiare la tua per-
sona , sia tosto reo di violata Maestà , non al- trimenti , che se egli avesse
oltraggiMo non te , ma me. Riputerò miei tutti gH aggravii , miei tutti gli
affì'onii , mie tutte le villanie , che ti sa- ran Jatte. Ma ricerco da te
vicendevolmente una condizione , ed è questa , che tu ceda a me la vendetta di
tali oQ'ese. Per mie mi dichiarerò di riceverle , ma come mie le voglio ancor
ven- dicare. Ditemi, se fosse un Principe, il quale parlasse in tal forma ad un
suo vassallo vile ed abjetto, non si stimerebbe esaltato ad un grand onore? E
se egli ripugnasse a tal condi- zione , quasi gravosa , non sarebbe tacciato
c(^ me uno sciocco , anzi rimproverato come un vil- Itmo ? Qr imagin atevi ,
questo per appunto essere il caso nosùx}. Si i protefUi^ Dia chinrissimamente ,
eh' egU 'riputerà come fatti (t se quanti torti sien fatti a' noi. Questa cosa
è certissima. E però niuno offende o disgusta noi , che non offenda , o
disgusti ancor esso. . . B' se è così , qual amore più sviscerato di questo
egli ci polca dimostrarci Ma che 1 Com'e^i si è prole» Stalo y che sue saranno
le nostre offese, così daU t altra parte si è dichiarato , che si riserbino a
lui le nostre vendette. Or non ha egli per tanto una ragione giustissima di
adirarsi, quando noi non siamo contenti di questa legge'? Si fa r
amplificazione ancora per mezzo della Raiiocinazione , eli’ è quel modo di
amplificare , con cui mostrandosi la grandezza di una cosa , se ne raccoglie la
grandezza di un' altra , eh’ è con quella congiunta. Filicaja volendo
ingrandire il bel* lico valore , c le gloriose vittorie riportate dal Re di
Polonia , esaggera mirabilmente il potere e le forze delle squadre nemiche.
Svenni , e gelai poc' anzi , allorch' io vidi Sì grand Oste accamparsi. Alla
sua sete L' acque vid io non liete Mancar deir Jstro , e non bastare a quella
Ciò , che l' Egitto , e ciò che la Siria miete. Oimè vidi la bella Beai Donna
dell Austria invan di fidi Ripari
armarsi, poco men che ancella. Porger nel caso estrèmo A turco ceppo il piede.
Il sacro busto Del grand impero Augusto Parca tronco giacer del capo scemo ;
E'I cenere supremo P'olar d intorno ; e già cittadi , e ville Tutte fumar di
barbare faville. Dall ime sedi Vacillar già tutta, Pareami Vienna , e in panni
oscuri , ed adri Le addolorate Madri Coirère al Tempio ; e detestar de^i anni ^
L' ingiurioso dono i mesti Padri , L' onte mirando j e i danni Deli infelice
Patria arsa e distrutta Nel comun lutto , e ne' comuni affanni Ma deli Austriaca
speme Se gli scempi , le stragi , e le ruine Esser dovranno al fine , Invitto
Re , di tue vittorie il seme , Delle sciagure estreme ^ Non più mi doglio ( il
Aobil detto intendi ^ Santa Pieiade , e in buona parte il prendi). ì)el regio
acciaro al riverito lampo Abbagliata già cade, o già s'appanna La fortuna
Ottomanna. Ecco apri le trinciere , ecco t' avventi , E qual Ji^ro hon, ch9
atterra, e scanna i5 GV impauriti armenti ^ Tal fai macello clelV orribil
campo. Che il suol ne trema. L' abbattute genti Ecco atterri , e calpesti Ecco
spoglie e bandiere a forza togli E il forte assedio sciogli , Ondò ch'io grido., e giidetò: giungesti^
Guerreggiasti , vincesti , () He famoso , o catigf^on forte , e pio , Per Dio
vincesti e per te vinse Iddio. Sogliono talvolta gli oratori amplificar la
cosa, cominciando dalle cose più piccole e lievi , e poi salendo gradatamente
alle cose più grandi e più gravi , giungono finalmente a quella , la quale non
trovandosi modo , come esprimerla , si lascia alla considerazione degli
uditori. Somigliante a questo mo- do di esaggerare è quello, che consiste nell’
accoz- zare insieme cosiflatti aggiunti , così che 1' uno di- noti cosa
maggiore di quella , che vien significata dall' altro. Finalmente affastellare
molte parole e sentenze dirette a dinotare la stessa cosa , pur ]iro- ducu alle
volte 1' amplificazione. Della Confutazione » Questa c una parte della orazione
, con cui si deb- bono sanare le l'urite fatte nell’ animo del giudice dal- /
la oonfarmazione dell’ av\ ursario ; e quindi a farla ’ Dell’ AHe Rettorica. n3
bene si richiede non poco studio c fatica dell’ ora- tore , il quale in questo
specialmente mostrerà il suo giudicio e prudenza , se al valore degli argomenti
prodotti dall’ avversario corrisponderà la forza della sua confutazione. Oltre
a ciò convicn vedere , in che ordine stia Lene quella disporre ; perciocché si
può cominciare dal riprovare talvolta gli argomenti più lievi , e talora gli
argomenti più gravi , e ne- cessariamente poi da quello , eh' è come il fonte ,
da cui si derivano tutti gli altri. La confutazione si può fare in molte
maniere. Si può in primo luogo negar perfettamente quello , che ha opposto 1'
avversario. Cos'i Segneri dimostra, esser falsa , falsissima 1’ opposizione di
coloro , i quali dicono , che se non si fa vendetta delle oilese ri- cevute di
propria mano , ne vien contaminata la propria riputazione. L’ oratore
argomentando dagli aggiunti delle persone , fa vedere , che il perdono concesso
all’ ofl’eiisore vien generalmente celebrato da tutta la gente saggia e dabbene
: il che non solo non genera infamia , ma piuttosto accresce lu^ Siro e
splendore al nome : che se si trovano perso- ne che sparlano di un tal perdono
, questi non al- tri sono , che alcuni nomini scapigliati , mezzo infedeli ,
mezzo idolatri , mezz' atei , accusatori orgogliosi di quel Vangelo , il quale
debbono pro- fessare ; che perciò infame piuttosto è colui , che dal' giudizio
di costoro fa dipendere la sua stima, coaiuta in secondo luogo 1’
argomentazione dell’ avversario , se confessandosi il fatto , se ne di- mostra
però la ginstÌ7.ia e 1' onestà. Cicerone nell’ ora- zione in difesa di Gajo
Rabirio parla in cotal guisa all’ accusatore. Tu dici , che Lucio Saturnino è
stato messo a morte da Gajo Ratino ; ma costui., facendo la sua difesa Quinto
Ortensio, con la testimonianza di molti , ha dimostrato , che ciò è falso. Or
se tjuesta causa non fosse stata già trattata , io confesserei , liconoscerei
per vero , volentieri mi farei autore di questo delitto. Quan- to pagherei , se
lo stato della causa mi conce- desse la facoltà di poter dire al cospetto di
que- sto pubblico , che Lucio Saturnino nemico del popolo Romano è stato tolto
di vita per mano di Gajo Rabirio. Segneri pur concede , che 1’ of- feso perdonando
scapila d’ onore. Che per questo? si dee contnttociò perdonar I’ offeso; perché
questa è la strada , benché aspra , difficile , e disastrosa , da giungere al
Paradiso. Molti esempj raccolti e giudiziosamente messi possono servjre di
forte sostegno e di pode- lòsà difesa a prò di- quella verità , che vien com-
battuta dall’ avversario. Il sacro oratore aduna mol- li esempj di illnsti’i
personaggi , sì Fxclesiastici , che Laici , la di cui gloriosa rinomanza per
questo appunto risnona più chiara nel mondo , perchè han conceduto generoso perdono
ai loro crudeli ed osti- nati offensori ; da che si raccoglie ^ non es^r in
iiiuu conto vero , che se 1’ otleso non si fa la giustizìa di propria mano , ne
va di sotto la sua ripu- tazione. Gli argomenti di poco momento si sogliono
confutare , o col soggiugnere subito una brieve e proporzionata risposta , o
collo spregiarli , c ccd non tenerne conto affatto , o finalmente con qualche
acuto e grazioso motto. La prudenza dell' oratore sceglierà quello , che gli
parrà più a proposito. In che luogo poi della orazione si dovrà collocare la
confutazione ? 1/ accusatore esporrà prima i suoi argomenti , ed indi passerà a
confutare quelli che gli si potrebbono opporre dall’avversario. L' avvoca- to
farà tutto il contrario. DelV Epilogo. Epilogo si compone di due parti , della
Enumerazione , e della Amplificazione. La prima consiste nel ridurre in breve ,
e nell’ esporre sotto un solo aspetto le più gravi e poderose ragioni , che si
sono distesamente prodotte nel corso della orazione ; ciocche vale moltissimo a
lare , che gli argomenti proposti diano tutti ad un tempo una nuova scossa agli
animi degli uditori , e li vadan cosi preparando alla commozione degli affetti
; eh’ è quello che dee fare la seconda parte cicli’ epilogo , cioè , r
amplificazione. Ognun sa , che f oratore , finclic dimostra , convince
solafneiitc , ma non per- suade , eh’ è quanto dire , non induce gli uditori a seguire
il suo parere ; e quindi egli è tuttavia lontano dal conseguire il fine della
eloquenza. Fa duopo adunque ordinare c disporre in coiai guisa quest' ultima
parte della orazione, che sian conunos- si , e concitati gli animi degli
ascoltanti. A far be- ne ciò si abbian presenti all’ animo le seguenti av-
vertenze. i.° Non ogni affetto si dee movere in ogni genere di causa , ma
quello bensì , che si scoile star bene alla causa , che si ha per le mani. Così
nel genere dimostrativo , se mai si loda , par , che si debba dar luogo all'
ammirazione , congratulazio- ne , amore, emulazione; se poi si biasima, gli af-
fetti opportuni sono l' odio , l’ ira , il disprezzo. Nel genere deliberativo
debbono campeggiare la spe- ranza del bene , il timore del male. Nel genere
giudiziale chi accusa, ecciterà l' indignazione , chi difende , la compassione.
a.° Gli affetti si generano o dalla sensazione , o dalla imaginazione. Veggo l'
animo oppresso da mali ; mi si desta subito nell’ animo la compassione. Veggo
il ladro , che acceso in ira corre con la ma- no alla spada ; mi si gela il
sangue nelle vene. L' oratore non può movere gli affetti per via della
sensazione. E necessario adunque , eh’ egli si rivol- ga solo alla
imaginazione; c quindi gli fa bisogno con la forza c gravità delle sentenze ,
con la vivez- za delle parole e delle espressioni far presenti , se non a'
sensi , alla imaginazione almeno quelli oggetti , che dalla natura sono stati
alla cotnmozipne di ciascuno affetto destinati. E perchè queste sentenze , e
queste con- venienti forme di dire non mai si faranno presenti alla mente ,
comechè si sia avuta la cura di svolge- re e di di e di notte i grandi volumi
dei più fa- mosi oratori , se il cuor del dicitore non sia da quell' affetto
agitato , che vuol accendere in petto agli uditori , ne segue da ciò , che non
si dee por mano a scrivere la perorazione , se non dopo che si sono ben
meditati gli argomenti capaci di mo- ver le passioni. L’ affetto , se non è
veemente , non ha la forza , di spingere l’uomo a seguire un sentimento: ma
perchè gli affetti veementi non sogliono essere di lunga durata , quindi è ,
che non si dee allungar molto questa parte dell'orazione : anzi convien , che sia
breve e adoperandosi ancora uno stile concita- to , composto di periodi corti ,
e vibrati. Il giudizioso e saggio uso delle Figure , sicco- me si vedrà a suo
luogo , vale molto a produrre queir effetto , a coi è destinato dall’ arte l’
epilogo. La Miloniana volgarizzata presenta un chiaro e nobile esempio di
questa parte della orazione. ,«^QiQiii7j}cUDy B 1» ultima. L’ELOCUZIONE, secondo quello^ die
ci viene inse- gnato da Cicerone) si compone tutta di quattro cose , le quali
sono i.° purità e proprietà della lin- gua , che si vuol parlare. parole e
sentenze at- te a poter cliiaramente spiegar quello ) che s’inten- de dire. 3.0
abbellire queste parole, e queste sen- tenze di quelli ornamenti , che sono piu
adatti al fine del ragionamento ; 4**’ ^ discorso quelkl convenienea , ovvero
pieghevolezza , che alla digni« tà delle cose, e delle persone si richiede.
Digitized by Google laa Delle Regole Della Purità della Lingua Italiana. La
purità della lingua , oltre 1’ osservanza del- le regole Gramatica , consiste
spe/cialmente nel fare buon uso delle parole , e forme di dire , che sono
proprio solo di quella lingua , che 1’ uom vuo- le e intende scrivere , o
parlare. Gli Italiani adun- que , volendo e parlaré , e compon’e elegantemen-
te , oltreché debbono osservare le regole della Gra- matica Italiana , c
necessario ancora , che facciano uso della loro lingua propria , la quale in buona
parte è la Toscana « come quella , che in grazia e leggiadria di dire avanza di
gran lunga i parlari di tutte le altre provincie d'Italia. Ciò posto, la pri-
ma cosa, che debbono con ogni studio sfuggire gli amatori della pura lingua
italiana , si ò quella , di non mai inserire ne’loro discorsi vocaboli , e
frasi stra~ niere. I cosmopoliti , quei , cioè , a’ quali piace di
frammischiare ne’loro discorsi parole , e frasi di ogni nazione , sono ben
degni di ogni riprensióne. Le parole una volta usate e poi col volger degli
anni dalla generale consuetudine dismesse^ pnr sono da annoverare tra quelle ,
che non sono proprie della lingua ; e quindi molte voci , che si leggo- no nel
Dante , e nel Boccaccio , benché usate da questi venerandi padri dell’ Idioma
Italiano ' , pm sono da riputarsi contrarie alla purità del madesi- .’ò’tjy' (
’nOi^le . no , perché non più le adopera l'uso òomune. Ora- zio nell' Arte
Poetica : Come cadute Le prime fo^ie al declinar delV anno Si rinnovali le
selve , in simil gùisa Jnvecchian pur le antiche voci , e in altre Nate pur ora
il florido s' infonde f^igor di gioventù. ... » Alla purità della lingua si
oppone ancora l’ in- Tenzione , e l' uso di parole nuove. Eppure lo stes- so
Orazio par cbe accordi allo scrittore ampia facol- tà di coniar nuove parole ,
perciocché die’ egli cosi: . Stampar parole , Sult impronta corrente , è sempre
stato Lecito , e lo sarà. Questa permissione però , che sembra tanto generale ,
si dee intendere cosi , che prima , che u» autore si avventuri a valersi di
nuove parole scri- vendo , aspetti almeno , che sicno approvate daH'iiso, che
ne fanno le persone dotte parlando. Questa è la spiegazione di questo luogo di
Orazio proposta da TRAPASI (vedasi) (Metastasio), la qual pare , che sia
sovcrchù;men- te indulgente : perciocché le parole nuove , allora SI possono
tenere in conto di parole proprie della lingua , quando spno state messe in uso
dai dotti Digilized by Google 1^4 Delle Begcie itpecialmente néi loro componimenti.
E delTvso éei ciotti , .e non già di quello del popolo , si dee forst intendere
quel sovrano decreto di Orazio , che tuso è t arbitro , il giudice , e la norma
del par- lare. E qui pare , che si presenta a noi opportuna oc- casiomc di
dover dire una cosa , la quale forse darà maggior luce a quello , che si h
finora d'intorno alla purità' della lingua insegnato. Ogni linguaggio si può
benissimo distinguere in due , in quello , cioè , del po- polo, e in quello di
cut si valgono i dotti e buoni scrit- tori. Il primo ha solo la semplice e
naturai purità il secondo alla purità aggiunge grazia e bellezza. Di- mostriamo
questa cosa con gli esempj. Certo che re ben detto. Questa cosa non si dee fare
: ma non si può negare, che sia più vago: Questa cosa non vuol farsi , non istà
bene farla. E la stessa diver- sità di semplice purità , e di grazia e vaghezza
si os- serva tra questi altri modi di favellare : sono alcw- ni, che credono-,
son di quegli , che credono : con condizion , che tu facci : così veramente che
tu facci : potrei nominar molti : potrei nominar di molti : pronto a farlo :
son presto di farlo. Ora pare , che s’ appartiene al brjono oratore valersi di
un linguaggio , che non solo sia sempli- ce e puro , ma leggiadro ancora e
bello ; e perciò gli fa biso^o scegliere quelle parole, e forme di dite , che
sono più uobib , e le migbori , e shiggi- Digilized by Google DelV Arte
Bettorica. laS -le le «]bjeUc, e le vili. Ma cKi spieglierà all’wat»* Te , in
che consista questa nobiltà , e Lassezx% del- le parole , e chi gli mostrerà la
ragione dell’.nna , « dell' altra onde poi gli riesca felicemente di fare la
proposta scelta delle parole ? La cosa veramen- te è difficile : laiche alcuni
fìlosoli arditamente han- no insegnalo , che tulle le voci sono di uno stesso
modo , e che non si dee dire l' una più nobile rid- i’ altra. Pur ci si aprila
facile la via a potere uscire da questa difficoltà , se ci faremo a considerare
, che tra le tante cose , che l’ uomo conosce , n’ ha alcune , eh’ conosce per
argomentazione , dedu- cendole da’principii loro, come sono le proposizio- ni
de’ matematici; ed altre, che l’ uom conosce» non per argomentazione , ma per
un certo .senso intcriore , che le cose stesse eccitano nell’ animo , senza che
egli ne sappia il perchè. Facciamo ciò chiaro con un esempio. Spesso nelle
comuni com- pagnie si suol da taluno dire; vedete , come queir- la persona è
graziosa , come avvenente. Se mai si domanda , a chi parla così : dite pure ,
in che consiste questa grazia , questa avvenenza : cer- to che non sa dirlo ,
nè sa trovare l’ argomento di ciò , che con tanta franchezza ha pure asserito.
Per la qual cosa altro non resta a dire , se non che le maniere della persona
imprimono nell’ animo quel sentimento , che si chiama grazia ed avvenenza. Or
di questo genere è la nobiltà e bassezza delle parole : si sente per quel
sentimento interiore , eh’ cs- Digitized by Coogic ^ Ideile Regole « eccitano
nell’animo; nel cL n«.' i.- prestare al giudizio de più. QueL*l P®‘ parte è
dono della 1,,.. ^ "*‘e«on « si accresce con la lettum 2-’ e con l’uso
Huentetromtr? parole , e forme^ dfdle. Ciò non" ^eU* ohe quello debba
«vere tutte le t" «osi, possa ma. dir cosa natuialmenteT «e SI direbbe
senza studr pVrchr* ’ co- aflèttazione . 1« qn^le è viziò è ^ ogni cosa ; si
vuole rl.P r ’ ® ^ ^^leno di oon Ta TtLm ‘^de’l T”^rc^e’ Chi CICERONE insegna che
LA CHIAREZZA – H. P. Grice: be perspicuous [sic] the principle of
conversational clarity -- chiarezza, siccome tra le bel le qualità del discorso
è la più necessaria^ COSI non merita molta lode al dicitore ; perciocché non
altro per quella si ottiene , se non che disco- prire agli altri ciò , che pur
si vuole che dagli al- tri si sappia. Acciocché p oi quella abbia luogo ,
siccome ra- gion vuole , nel discorso , fa duopo osservare pia cose. i.° Chiara
conoscenza convien , che si abbia di quello , di cui pur chiara conoscenza si
vuole , che altri acquisti , per mezzo del discorso. Ninno mai può dare ad
altri ciò , eh’ egli non ha. a.® II discorso si dee comporre di tali parole , e
forme di dire, le quali possano spiegar quello , che s’intèn- de agli altri
manifestare. £ perciò , oltre le parole straniere, di fresco coniate , messe in
obblio dall’uso, si debbono sfuggire le ambigue quelle cioè alle qua- li si
possono dare più significati, salvo se si voglia «OH quelle formare uu grazioso
concetto. 3.® Le idee si debbono esprimere con tante parole , quante sono
bastanti a porle in chiaro. Chi dice più , o meno di quello , che si richiede
al bisogno , tormenta 1’ uditore ; perchè o il carica di tal peso , che lo
stanca , e 1’ opprime , o pure il costringe a far r indovino. 4- Finalmente le
cose , e le parole sian messe e disposte in quell' ordine , che meglio lor si
conviene. Non vi ha cosa , che tanto si op- pone alla chiarezza , quanto il
disordine , e la con- fusione. L’ ordine si compone di principio , mezzo e
fine. Si dica dunque in primo luogo ciò che sta ben detto in primo luogo , nel
mezzo ciò che va ben allogato nel mezzo , nel fine quello , che pre- cisamente
al fine si appartiene. Se le cose non so- no cosi ordinate , non è possibile ,
che qualunque sforzo del dicitore le trasmetta alla cognizione del- r uditore.
t>eW Arte Reiterici. Degli OrnamenU delle par dei Aristotele insegna, die l’elocuzibne,
composta sólo di parole proprie, e comuni , siccome Sarà sem- .pre chiarissima
, cosi cadrà senza meno nella dltà e bassezza , se non è de’ convenienti
ornamenti ab- bellita. Bisogna duiM]uc sapere , quali siano questi ornamenti ,
e come si debbano m ettere in uso. Si abbelliscono le parole o col cambiare il
lor signifi- cato proprio e naturale , trasferendolo ad un altro, che ha con
quello una certa relazione , o col dar loro una particolare collocazione ; e dì
qui bascono i traslati di parole , e le figure di parole. Della Metafora. Tra i
traslati di parole, detti tixtpi da’GrUci a , Ca- gione si dà il primo luògo
alla motaforà , come quell* ch'è di frequentissimo uso , e che dà fiato c
sjiirito c movimento al discorso. Questa consiste nel trasferir* il significato
proprio e naturale della parola ad un’al- tro significato , che La con quello
simiglianta , o almeno analogia , la quale è una simigiianza larga ed
imperfetta , come si tedrà dagli esempj che propoiTemo. Omero chiama le parole
Jlale ^ , a cagion della simigiianza , eh’ è tra la vdocità del volo degli
uccelli , e la rapidità con cui le parole pronunziale una volta si spargono tra
gli uomini. Cosi se alcuno dicesse ; Re tocca essere il noc- chiero del regno.
In questo esempio si pai'agona il nocchiero al Re , la nave al regno. Ognun
vede, che tra questi oggetti non v' ha stretta simiglianza ; y' ha però una
certa analogia ; perchè ciocché fa il nocchiero sulla nave , questo stesso fa
il Re nel regno. ^ , fion v' ha cosa , da cui non si possa cavar la ipetafora ,
purché non manchi la simiglianza. £d acciocché si vegga ciò partitamente da'
priucipiadti , la metafora si trae da cosa animata a cosa animata. j^ante Can.
VI. del Paradiso. Bruto con C(^ssio nelt Jnjemo latra, Petrarca. V olo con t
ali de' pensieri al cielo. Da cosa inanimata , a cosa inanimata Petrarca. Xoman
d argento i mscelletti e i fiumi Da cosa inanimata a cosa aqimata. P^rarca. B
duo folgori seco di batta^ia Jl maggior, e il minor Scipio Africano. Le
metafore però più vaghe e più belle sono quelle , che fanno vive e, spiranti e
quasi capaci di passioni , q d’ intendimento la cose inanimate. Di {aes{C!
fanno nso gli oratori , ma motto piti i poé^ ti , nelle cui mani , come dice
Aristotile , ogni co^ ha moto e ^Ha. Virgilio . Con meno orgoglio Gita F
Eufrate. Ambe le cotnd fiacche Portava il Reno. Disdegnoso il ponte Sul dorso
ii scotea t Amfienio Afaxe. La itietafora h come l' imagine e il ritratto di
quell' oggetto , che non polendosi esprimere , con vivezza e nobiltà, col vocabolo
proprio e natu- rale , si è cercato di far ciò per mezzo del tra- slato. Da ciò
nascono molte regole , le quali si debbono diligentemente osservare dallo
scrittore , acciò feccia buon uso della Metafora. i.° Il si- gnificato del
traslato dee essere chiaro e conosciu- fo; altrimenti in vece di produrre
cliiare:2za- e splen- dore , produce oscurità e Confusione. Tal sarebbe il
traslato usato in questo modo di dire. Costui scorre tutto il zodiaco degli
onori, a.® 11 traslato dee esser tale , che noli ci presenti l’oggetto princi-
pale nè tanto grande , nè tanto piccolo , che di molto oltrepassi i confini del
vero , o' del verisi- mile. Così un nostro poeta’. A bronzi tuoi serve di pdlla
il mondo. j I. i 3." Senza la simiglianza il traslato è vizioso ; pigilized
by Googlf i3» Delle Regole e perciò i critici hanno notato Orazio , che per
esprimere Ir canutezza si è valuto di questo modo di (1 re : le vevi del capo.
Per la stessa ragione molto male cantò quel poeta , che scrisse del sole. Clte
colla scure taglia il collo alf ombre. E chi m^i poi ha tanta pazienza da
comporta- re quel poeta , che parlando della Maddalena , che lavò coile lacrime
, e coi capelli . asciugò i piedi del Salvatore , cliiuse cosi un suo sonetto ?
Se il crina è un Tago, e son due soli i lumij Non vide mai maggior prodigio il
Cielo , Bagnar co' soli , e rasciugar co' fiumi. I Con quella metafora , con
cui si è co- minciato , con quella stessa si dee finire. Perciò non vien lodato
da' critici il Petrarca , il quale così dà principio alla sua quarta canzone.
Sì è debile il filo , a cui s' attiene . . ha gravosa mia vita : Che s' altri
non V aita , Ella fia tosto di suo corso a ripa. I)Ì€e il Muratori , che la
vita attaccatii ad un filo debile y che in breve è per giungere a riva di VeTV
Arie Kettorica. 1 35 suo corso , per verità son due tra slazioiù poco be- ne
ordinate , e mal cucite. 6.° Le traslazioni non si debbono cavare da oggetti
plebei , spiacevoli , e ridicoli , o che conten- gano sordidezza , e bassezza ,
salvo se si trattasse di materia burlesca , c non si volesse destare il ri- so
, perchè ciò allora non sarebbe vizio , ma sareb- be virtù. La metafora è nata
a rendere più vaghi , più nobili , più gentili , e più giocondi gli oggetti ^ a
rappresentare i quali quella è adoperata. , Le metafore sono il jmù bello
ornamento del discorso; ma pur conviene, che l'oratore le usi di- scretamente ,
e le sparga nel suo discorso per mo- do , che pajano ricercate dalla materia
stessa , • non già aifas teliate, a fine di far pompa d una va- na sottigliezza
d' ingegno , e di una mal intesa va- ghezza di dire. DeW Allegorìa. La voce
stessa dinota , che per questo traslato una cosa si dice , ed altra cosa si
vuole intendere. L' allegoria poi si distingue dalla metafora in questo, che la
metafora consiste in una o due , in somma in poche parole, l’ allegorìa poi si
compone di una serie di parole traslate. Ciò s’ intende meglio col- r esempio.
Carlo Maria Maggi ci descrive i pericoli e disastri della vita umana sotto l’
imagine del ma- re , e di ciò , che al mare si appartiene. Delle Regole ^ • *?
> HoUo dall' onde umane , igrtudct e laefó , Sovra 11 lacero legno aljln m'
ossidò , ~\ £ ad ogn' <dtro nocehier da lungi gridò , ' Che in tal mare ogni
parte è mortai passo j €ihe ogni dì s' incontra infame un sasso , - ' Per cui
di mille stragi è sparso ii lida , Che nelt ira è crtidel , nei riso è infido ;
Tetnpeste ha folto, e pien di secche è il basso. Io , che troppo il provai,
perchè f orgagUo Per tante prede ancor non crvstfa alt empio, A ehi dietro mi
vien, mostro lo seogtto. Pen s' impara pietà dal proprio scempio. Perchè altri
non si perda, alto mt doglio. ‘ A chi non ode il ditol , parli f esempio. L'
allegorìa , siccome abbiam dettò' , ' h còtiiffiò- sta di parole tutte
metaforiche , tra le quali però si può frammischiare quailche voce propria ,
'come si osserva nel primo verso del proposto sonetto , onde umane. L’ oratore
, se vuole , che 1’ allegoria sia di ornamento al discorso, faccia in modo ,
che quel- la rìesca fadle e chiara , e che finisca con 'quelli stessi traslati
, con cui ha cominciato' , tenendosi lon^ tano dal costume di colmv» , che
avendo cominciato coHa bnrrasca , vanno poi a terminare coll'incendio , o colla
mina. L’IPERBOLE – H. P. Grice: Every nice girl loves a sailor -- è un traslato, il quale, oltrepassando il
vero, fa concepire la grandezza di un’idea, che dalle semplici comuni
espressioni non può esser be- ne spiegata. Virgilio volendo esaltare gli
scultori , e dipintori Greci « si vele di questa belU Iperbole. A metfUU
spiranti altri, noi niego , iSaf/ran meglio dar forma’, e vivi i volti,
Eecit^ran dui marmi. ... i Il Z^pi , al considerare la famosa statua del Mosè
di nlichelangelo , .si lascia rapire in tanta am- mirazione , cbe dice cos'i. .
. 'E vive e pronte Le labbra ha sì , che le parole ascolto. Veramente questo
traslato è proprio di cbi 4 sente posseduto da un eccessivo trasporto
di^passio^ qe , qual 4 dee supporre nell’ animo del citatp poeta. Pur conviene
, chiudere tra certi confini U libertà dell' Iperbole. Può , ben dire alcuno ,
i cui afietti sono io gran bisbìglio : ho tutto t inferivo nel seno : ma chi il
offrirebbe , se poi soggiun- gesse? Queste mie voci, che udite, sono le gfb- 4a
de' tormentati , sono di , Cerbero i latrati. Co- se all’Iperbole di Zappi
volesse alcuno agg!uti« gere , eh bene 1 ascoltiamolo attenti , de' suoi det-'
tì. faccìam tesoro ; chi mai saprebbe allora tratte- ner le risa ? nella
Metonimia. ■ ! Si di luogo alla Metonimia nel discorso , allor- quando si
cambiano i nomi di quelle cose , delle quali r una è all’ altra per un •
naturai legame con- giunta ; e perchè le rt)se possano esser tra loro in più
maniere unite, varj ancofa sono i modi di poter formare la metonimia. Noi
volendo esser brevi li riduciamo a quattro. ^ 1 .“ Vi ha relazione tra la causa
, e 1’ effetto e quindi si può adoperare il nome della causa in Vece del nome
dell’ effetto , il nome dell’ autore in vece deir opera da lui scritta , il
nome di quella Deità , che credessi aver inventato , o prodotta una cosa , in
luogo del nome della cosa stessa. Cosi lutti didamo. Ho letto il Casa , il
Tasso , cioè , le opere del Casa., del Tasso. Riguardo poi al- r U.SO del nome
della Deità in vece del nome della cosa da quella Deità inventata o protetta si
è da osservare diligentemente , che quella libertà che dal- la consuetudine fu
concessa a’ Latini , viert oggi dal- la medesima consuetudine negata agli
Italiani. Per* docchè i Latini se non i prosatori , almeno i poe- ti ) con
somma ■ lihortà si valsero dei * nomi delle Dell’Arte Rettorica^ loro deità per
esprimere quelle cose , che si credea^ 00 da quelle inventate , o dalla lor
protezione dife- _ se ; e quindi leggiamo presso i poeti latini adope- rato
Marte a significare la guerra , Cerere le bitule, Bacco il vino. 'Anzi non
mancano delle ardimento* se espressioni nate da quest’ uso , quali per esempio
j sono queste ; Costui apprestò molta cerere , e co- lui si bevve molto bacco.
La consuetudine vuole che gl’ Italiani si guaidino dall’ usare queste forme ,
„di dire ^ contentandosi di adoperare solo i nomi di quei dii pur dinotare
semplicemente le cose , che a ^ quelli si appartenevano » e ciò con prudenza e
giucio. 11 Petrarca. ! . . . Ed ha fatti suoi Del Non Giove e Palla, ma F'enere
e Bacco ^ Per la stessa ragione si adopera il possessore per la cosa posseduta
, il capitane pel suo esercito. Virgilio. 0*4 E già il palagio , Era di j^ifpbo
arso e discuo i E il suo ,vicin Ucaleeon àrdea». • ; . p ; Petrarca .i-- I • (• • * Colui ^ d^f.Annibfdle a f^i(a biffine. a. L’effeittò
si, usa in luogo tóla causa. Coà diciamo bianco crine , uom canuto , per
^notare la veccbiaja , 1’ «om vecchio. I poeti danno alle cose certi aggiunti ,
i quali esprimono gli effetti , che da quelle si derivano. La bianca paura , la
pal- lida morte , il cieco errore. Segneri : Ovunque , volgiate il guardo voi
scorgerete imperversare la crudeltà ( gli uomini crudeli ) signoreggiare U
furore ( gli uomini furiosi ) regnar la morte ( gli uomini omicidi ). 5.® Dante
allorché scrisse , Cristo ne liberò colla sua vena, si valse del continente
invece del contenuto. 4.“ Il segno per la cosa significata. L'ulivo per la
pace, la palma per la vittoria, il cipresso per la morte , X Aquile Romane per
gli eserciti Ro- mani. Tasso. l Gir fra' nemici ; ivi o cipresso , o palma
Acquistar per la fede. Della Sineddoche. Si pone ili uso questo traslato in più
maniere. 1 .® Il tutto per la parte. Petrarca chiama fred- d anno il verno, di'
è parte dell’anno, a." La parte pel tutto, dicesi F/o«a c?t molte vele
invece di molte navi. 5.® La matèria per significare la cosa da quella formata,
lì ferro per la spada. 4.*U 'genere per la specie. Petrarca. V f E fui t augel che piti per f aer poggia
lia specie pel genere. Tasso. » E le mamme allallar di Tigre Ircana : ” 11
numero del più pel meno, il meno pel più. Segneri. I Constanlini , i
Giustiniani^ i Teodosj , che sono stati tra' Cristiani i Licurghi del popolo
Laico. • Petrarca. , Ma se il Latino , e il Greco Parlan di me dopo la morte ,
è un vinto. Della Ironia. ^ L\ ironia è un traslato, con cui si vuol dinota- re
una cosa perfettamente diversa da quella , die vien significata dalle parole.
Che al discorlo poi , alle espressioni si debba dar questo significato , ciò si
dee dedurre dalla persona , o dalla cosa , di cui si parla , o dal modo , come
son profferite le paro-* le dal dicitore. Chi non ravvisa l' ironia in questo
discorso di Cicerone , ov’ egli prende a ragionar in tal modo della morte di
Clodio ? Ma pazzia è la nostra , che abbiamo ardire di far paragone di Druso,
di Africano, di Pompeo, di noi medesimi a Pubblio Clodio. Tolerabili furono
quest accidenti : non è già tolerabile la morte di Publio Clodio : malamente
ognuno la sopporta ; piange il senato \ sta mesto V ordine de' cavalie- ri ;
giace in dolore , e struggesi tutta la città'\ attristansi i municipi ,
affliggonsi le colonie e ' finalmente le campagne stesse bramano la vita di
così benefico, così salutevole, così mansueto cittadino. Delle Figure di
parole. Le parole collocate e disposte in una certa par> ticolar maniera nel
discorso , e l’ uso di certi voca- boli producono quelli ornamenti , che
diconsi fini- re di parole ; e perchè questa particolar collocazio- ne , e r
uso di queste voci può fiirsi in più modi , quindi molte sono le specie degli
abbigliamenti di questo genere, le quali’ ben si possano riduite a quattro^
potendo quelle nascere o dal togliere j o’’ dall’ aggiungere , o dal ripetere
le parole , o finente da una certa lor consonanza di suono e di'^ armonia. Dell’asindeto
e del Polisindeto '. Queste due figure , espresse già‘ con vocaboli ^ greci,
che voglion dire Sciolto e Congiunto, sono l’una all'altra opposta. Là prima toglie al discorso quelle
congiunzioni che pur gli sarébbonot necessarie a fin di renderlo rapido e
vibrato, li / ' f \ ^ » ? seMhda -poi
le- moltiplica più di quello , che al ti- sogwo ii richiede , aflìnchè,
facendosi cosi più tardo il pariate \ le cose ipajano più grandi, che non so-
nò', e restino più vivamente impresse negli animi , dògli uditori. fSegneri
nella Predica. del Re , Davidde ragiona cosi. Dunque ad un Guerrier, j qual
egli era , cresciuto già , fin da fanciullet- to , tra V armi , si appartenea
far prediche a peccatori? Anzi parca, che principale sua cari- ca' dovesse
'essere schierar eserciti , assediare , as- saltare , recar battaglie, non is
piegar catechis- mi. Poco innanzi lo stesso Segneri , esortando gUi uditori
alla correzion del prossimo , dice cosi. Afen- , tre il vostro prossimo pecca,
credete a me, voi <tve-‘j^ te t'incendio nel vicinato. Però correte ,
affanna\ tevi, affaticatevi. Lo stesso sacro > oratore ci presenta \
uft'vago Polisindeto nella Prèdica. ov’ egli ha pre- so a descrivere il viaggio
, che 1’ anima del giusto , , partendo dallftì terra-,' fa verso il Paradiso.
Vedre- te , còni ivi vengono a generarsi Att principi tut- ti diversi , e V
Iridi , le quali pingon le nuvole , e- le ragade, le quali allattano ifiori,ele
ptog- gie , lè quedi allagano i campi , e le nevi , le. quali imbiancano'i
gioghi, e legrandini , le- quo- ti saccheggiano i seminati. ' SleUlf'’J^ignre ^.ripetizione:.: ; t-, IH*
quéste figure si suol far .uso. in ogni gmere di discorso; se ne valgono però
molte piò gli ■ omtori ; perciocché 'sono atte ad esprimere l’ impeto e la
vivezza delle passioni , e ad inculcare agli ud^ lori quelle verità , die si
son presi a dimostrare # nella orazione. Hanno esse varj nomi y porche ve ne
sono di varie maniere. Della Anafora. Questa figura consiste nel ripetere la
stessa parola nel medesimo significato ne' principi delle sentenze : lo stile
per quella si fa veemente e gra'^ ve. Ségneri nella Predica poc' anzi citata ,
volendo dimostrare , che in Cielo tutto è concordia , c«ni- spondenza , e pace
y il fa felicemente , valendosi del- • la Anafora. Pace dell' uomo con Dio ,
pace de- gli inferiori co' superiori , pace del corpo , col- t animo, pace delF
appetito con. la rogione. Che se poi si ripete la stessa voce nella fine delle
sen- tenze , questa figura chiamasi Epistrofe , o sia Con- versione. Cornelio
Frangipane nella sua volgaiiz- zazione della Orazione a favor di Ligario dice
coà. Voi dunque andavate in una provincia , la sjua- le era direttamente
opposta a Cesare, dov' era un Re molto possente nemico di Cesare, e do- V era
un esercito grande e valoroso contro di Cesare. Talvolta si uniscono queste
figure , ri- petendosi la stessa voce sul prindpio , ed tm' altra parola sulla
fine delle sentenze; U qual figura chia- . Dell‘ Arie Eettorica. i43 mano
Simploct ,o sia Complessione, kWìt’cio Lol- lio in lode dell’Eloquenza. Chi
spinse gli. Aleniesi « sottoporsi alF impero di Pisistrato , se non la
faconditf. ? Chi fece nuscire Temistocle superh - re al giusto Aristide , se
non la facondia ? Chi salvò la vita al medesimo condotto al cospetto del re di
Persia , se non la fotza della facon- dia? Chi fece confermare capitano alla
gravis- sima espedizion della Spagna Publio Scipione Africano,, non la
facondia? Chi fece cader le armi di mano agli an abbiati nemici di M. An- tonio
, se non la facondia ? Se si ripete la stessa parola di seguito , si ha l’EPIZEUSI,
che vuol dire congiungimento. Segnevì. Presto , presto , vatvhiamo questi altri
cieli , piuttosto a volo , che a corso. Alberto LoUio. Datevi , datevi con
tutto il cuore e con tutto V ani- mo ; con tutto t animo datevi , dico , ai
bellissi- mi studii da me proposti. t. * Dell’ Anadiplosi, o sia
CondifjìUcazìone. Questa figura ripete le stessa voce sulla fine della sentenza
precedente, e sul principio della se- guente , la quale aggiunge maggior forza^
e spirito al discorso , se trovasi accoppiata colla correzione. CICERONE
(vedasi). Il senato sa queste eose^ il consolo le vede , e costui pur vive.
Vive 1 Oftzi, sen ne in senato. La SINONIMIA consiste nell’adunare o più parole
o più sentenze che hanno la stessa significazionoi; e quindi Tale molte ad
espiimere la grandezza, ovvero la bassezza delle cose: ciocché fa molto meglio,
conginngendosi col1’esclamazione. Segnerì. O che gioja! O che giubilo! O che
trionfo!. TASSO (vedasi). Io vivo? io spiro ancora? e gfi odiosi Rai miro ancor
di quest' itftuisto die ? Pella figura della GRADAZIONE si ripete una parola
della prima sentenza nella seconda, con tal «dine e . disposizione, che si
viene GRADATAMENTE a chiudere il discorso. Eccone un bell' esempio tolto da
TASSO (vedasi) Can.. . Non cade il ferro
mais che appiennon colga', Non co^ieappien,<^ piaga anche non faccia-. Non
piaga fa, che I alma altf'ià non tolga. Tal volta questa gradarione pur si ha-,
senza ìt ripetizione di alcuna parola , ado|>erandosi tali con- cetti , che
r uno cresca sopra deli’ altro. Segneri. Pred. La mone è forse già comincia- ta
a calar dalla montagna , già forse arriva * già mota il ferro , già vibra il
colpo , già vi toglie la vita ; e volete voi cader d animo per sì poco ? Delle
Figure che nascono dalla conso-^ nanza di suono. Queste figure non sono di
molta importanza ; anzi se non vengono da se , ma sono dallo studio’ uitrodotte
nel discorso , dispiacciono assai , e recan Boja agli uditori. JN'oi ne diremo
poche parole. La paronomasia consiste o nel ripetere la stessa, voce ma in
diverso significato » o pur le stesse voci , co» gualche cambiamento. Tasso. Ràpido
diseìra La porta , e porta inaspettata morti. Ber ni. j Dugento miglia son
fuggito e figgo E Juggirò , che di fug^r mi struggo^ Dicono pari-consonante
quella figura, per cui le parole, sian nomi » sian verbi, hanno una certa
somiglianza di suono, così che pare che introduco- o ' ho la rima nel discorso.
Alberto Lollio nell’orao «One in favore di M.- Oratio. Qual cosa si può pensare
^ non cììé eRi'e pili brutta e piu biasime- vole, che (Utrìstaf'e chi ci ha
rallegrato , vitupe- rare i chi ci ha esaltato , ajfliggeie chi ci ha li-
berato, dar la moiHe a chi ci ha dato la vita? Le figure di parole di cui si h
trattato sinora , se mai si cambia o la collocazione delle voci, le voci
stesse, non lasciano orma di senei discorso. LE FIGURE DI SENTENZA, pell’opposto
, qual che ne sia la forma di esprimerle , ritengono sempre invariabile la loro
esistenza : ciocche ognun couo- scarà dagli escmpj , che ne proporremo. Lunga
se- rie di queste ligure leggcsi esjiosta in più trattati di ileUorìca : piace
a noi , ragionar solo di quelle > che sono le principali , e che lahno il
discorso non solo bello ed ornato , ma vibrato ancora e veemente. Della
Prosopopeja. Questa figura ha la forza o di chiamare i ■sorti dalie tombe , e
restituir loro vita e favella , o dà senso , vita e movimento alle cose
inanimate. Si «dunque una persona , che non è , che parli pur tuttavia e
ragioni. Angelo di Costanzo chiude un. stio sonetto con ana prosopopeja quanto
breve , 1 i altrettanto bella e graziosa , intro incendo a parla- .re la famosa
cetra di Virgilio. Ecco i due Ter- narj. ' * Dai suo Pastore in una quercia
ombrosa Sacrata pende , e se la muove il vento , Par che dica superba e
Sdegnosa. Non Jia chi di toccarmi abbia ardimento'. Che se non spero aver man
sì famosa , Del gran Titiro mio sol nU contento. Non è difficile trovarne
frequenti esempi pres- so ì grandi e buoni oratori. Contuttociò vogliam noi
proporne uno tolto dal Segneri , il quale ben- ché lungo , pur ci piace quasi
tutto esporlo , perchè contiene le pià belle massime della morale Evangebca. 11
sacro Oratore della Cristiana Rel^io- ne fru-ma una persona , ed in tai detti
la fa ragio- nare. Guerra , Guerra ; quest' è quel , che io veii- go a recare
fra' popoli. Chi mi vuol per amicai non mi ragioni di morbidezze i e di agi.,
di ozio, e di riposo ; perchè io protestami apertamente, che questo non è il
'mio finei .\ Date volontoiio rifiuto ad ogni diletto , il quale abbia del
sensuale', e se ribelle vi ricalcitri- il senso, ascoltate me. Sottraetegli
jgli.agi con la volon- taria mendicità ', diminuitegli il cibo con le fre-
quenti astinenze-. intenompHe^i il sonno con le Digilized by Google 1 48 Delle
Regole importune vigilie ; e se non basta , rintuzzateci ancora con le
sanguigne Jlagellazioni l ardire. Evvi spaventosa boscaglia in Egitto? Correte
lieti, per mio consiglio, ad ascondervi in que- gli orrori. Alloia mi sarete
più cari, quando ve- drovvi avere per casa o gli scosci ■> o le sepol- ture.
Là vi offerisco per compagnia fiere orri- bili , per cibo radiche amare , per
bevanda acque insipide , per vesti setole acute , e per letto rot- tami
tormentosissimi. E perchè io so , che non ostante la vostra nota innocenza ,
avrete molti avversurj , che vi vorranno ostinatamente rimuo- vere dal mio
culto , guardate bene , eh' io non vo- glio essere abbandonata da voi, nè per
prieghi, nè per terrori , nè per amore. Quando alcuno vi tratti di ribellione
alla f&de , da voi giuratami , voi per risposta off et ite subito pronti le
carni cC grajfi , i nervi alle torture , f ossa alle seghe', i denti alle
tanaCi^ > occìd alle lesine , e il collo stesso alla scure. Vi mostreranno
da un lato fornaci ardenti , e voi accettate d entrarvi. Vi additeranno dall'
altro stagni gelati , e voi consentirete di seppellirvici : nè mai vi sieno o
precipizi sì ^ cupi , o Jicte così fameliche , o ruo- le.jsì tormentose , o
saette acute , o graticole sì roventi , per cui timore voi rìtf atliatc pur uno
jdi quegli articoli , eh' in v' insegno. La figura dell’aposiopesi, o sia,
reticenza, molto acconcia ad esprimere l’impeto della passione, consiste nel TACERE
– H. P. Grice: SUPPRESS -- o una, o più parole, che pur sarehbono necessarie a
dinotare 1’intera sentenza. Nettutio presso VIRGILIO (vedasi) Ewo a se chiama,
e Zefiro, E in tal guisa acremente li rampogna. Tanta ancor tracotanza in voi s’alletta,
Razza perversa? Voi, voi senza me, Nel regno mio, la terra, il del confondere E
far nel mare un sì gran moto osare? Jo vi farò. Ma di mestiero è prima
Abbonazzar quell'onde: altra fiata In altra guisa, il fio mi pagherete del
fallir vostro. Introducesi la figura della SERMOCINAZIONE nel discorso,
allorquando l’oratore fa parlare nella sua arringa una persona che ha tutta la
relazione con lo scopo di quella, e le fa dire parole e cose convenienti alle
circostanze di sua fortuna. CICERONE (vedasi) nella orazione a favor di Milone
mette in bocca a costui questo di- scorso. Mi è caro j mi è caro il benq deh
miei ciitadini : piacemi , che sieno salvi, che sia pro- spero , che sia felice
lo stato loro. Faccia Iddio, che si conservi questa onorata città , ed a me ca-
rissima patria , o bene , o male ch'ella mi sia per trattare-, godano i miei
cittadini con tranquil- lità , e con pace la Repubblica : essi senza di Ine ,
poiché a me insieme con loro non lece , go- dano il frutto della mia lodevole
opera. Io ce- derò , ed altrove me n' anderò. Se sia buona la repubblica , nU
sia caro di goderla ; ma se sia cattiva , I esserne privo non mi dovrà , ed
alla prima città , che io ritrover-ò ben costumata , e libera, ivi mi fermerò.
O mie fatiche indarno durate I O speranze fidiaci , o vani miei pensie- ri \
Doveva io, avendo nelP anno , che fui Tri- buno della plebe , presa la difesa
della repub- blica , che a misero stato era ridotta-, del se- nato , eh' era
senza vigore ; de' cavalieri Ro- mani , le cui forze er-ano deboli e stanche ;
de' buoni cittadini da me difesi ', doveva , di- co , io credere , che
dovessero in alcun tempo abbandonarmi ? Doveva io ( dice a me , col quale molte
volte parla ì) avendoli restituito al- ia patria , pensare , che a me nella
patria non dovesse esser luogo ? Ove è ora il senato , per cui tanto operammo ?
Ove sono , dice , quei tanto tuoi cavalieri 'Romani ? Ove è il favore de'
rrmnicipf ', ove le voci dell' Italia ? Ove è ji- n aluennie ^ o ìiarco Tullio
, la tua voce « e la tua difesa , onde molti hanno avuto la salu- te? Come
possibile che a me , il quale tan- te volte per te mi sono esposto alla morte ,
a me solo la tua voce, e la tua lingua non giovi ? Oicesi ancora sermocinazione
quel discorso , ove r oratore riferisce ciocché han ragionato o imo 0 più.
Boccaccio Nov. 17. O , disse Calandrino , cotesto è buon paese. Ma dimmi , che
si fa de' cap- poni , che cuocono coloro ? Rispose Maso ; man- giaseli i Baschi
tttUi. Disse allora Calandrmo'. fostevi tu mai? A cui Maso : di ^tu, se io vi
fui mai? si vi sono stato così una volta come mil- le. Disse allora Calandrino
: e quante miglia ha ? Maso rispose : haccene più di millanta^ che tutta notte
canta. Che se poi 1’ oratore e fa egli le domande , e alle domande egli stesso
soggimigne le risposte , o pur tien egli^con altra persona ragionamento, questa
forma di parlare chiamasi DIALOGISMO. Si dà luogo all’APOSTROFE allorquando l'orato-
revolge il suo discorso a persone che non sono quelle a cui già diriggevasi il
suo favellare, oppure a cc»e inanimate. Segneri nella Predica. dopo aver
descritto il miserevdie stato di Sansone, caduto già disgraziatamente in potere
de'Fdistei, Per mezzo di questa figura si fa paragone tra le cose che sono tra
loro contrarie, ponendosi per ir cosi runa a rimpelfo dell'altra. Un tale
aspet- ' ’ avviva poi maravigliosamente
il suo discorso con una apostrofe. O Sansone Sansone e dov' è om quella virtù ,
che rendevati s\ temuto? quella virtù, dico , con cui ti spezzavi d’intorno i
lucci di nervo , quasi fossero stoppe mostrate al fuoco, e ti recavi in collo
le porte delle città, quasi fossero bronzi dipinti in tela? Non sei tu quegli,
che sfdavvi a lottar teco i leoni, e che con le, nude mani afferratili , gli
strozzavi , gli soffopflvi, e ne lasciavi i cadaveri in preda al* le api? Non
sei tu , che fugavi gl interi popoli? Non sei tu , che spiantavi gl interi
campi ? E come dunque i cagnolini si fanno or beffe di te co' suoi latrati , e
a te non dà neppur /’ animo di acchetarli ? Claudio Toloraei nell’ orazione in
'difesa di Leone Secretano si vale di quest' apostrofe diretta a cose
inanimate. O misere ed infelici fatiche , quest' è dunque il frutto , che ,
dopo tanti affanni , a voi partorite? O amore vanamen- te portato alla virtù ,
quest' è il premio , che tu doni a' seguaci tuoi ? O male avventurate spe-
ranze , adunque , in luogo di contento 0 d ono* , porgete altrui infamia ed
esilio ? |ig DeW Antìtesi. DeW Arte Rettorica. \ 53 to di cose, giova
mullìssimo a palesare ed ingran- dire il vero. Scgiieri nella Predica X. non
potea trovar modo migliore , die quello di far uso della antitesi , a darci
quella più chiara idea , che mai si può avere , dell' infinita grandezza e
maestà di Dio. Ragiona egli dunque così, p^oi quello vedre~ te che a tutti dà
/' esÉere , e da nessuno il rice- ve ; a tutti dà la vita , e da niuno la piglia
; a tutti dà le forze , e da niuno le riconosce. Quella che nel medesimo tempo
è il più lontano da noi^ e il più vicino. . . leggendo lui non vi pensa- te di
vedere veruno di questi oggetti ^ che vede- te fuori di lui. Questi sono creati
, ed egli in- creato ; questi materiali , ed egli semplicissimo ; questi
dipendenti , ed egli assoluto ; questi limi- tati , ed egli infinito ; questi
caduchi , ed egli im- mortale \ questi difettosi^ ed egfi perfetto. Della
Ipotiposi. Questo schema è precisamente diretto a move- re gli affetti , come
quello , che fa le cose prese a- ti alla imaginazione , sì e per tal modo , che
pare, che quelle si veggono piuttosto , che si ascoltano , e non si raccontano
già , ma si mettono in opera . Or Quintiliano per far bene intendere a'
prindpian- ti la forza ed efficacia di questa figura , ci dice , che un
medesimo fatto si può in due diverse ma- niere raccontare . La prima è quella ,
con cui 4 ao sarra il fallo con poclie e generali parole , ma tali però , che
ne contengono tutta l’ integrità . Tal sa- na il discorse di chi dicesse cos) :
Lti città è sta- ta presa y ed è caduta in potere de' nemici . Questo racconto
, benché brevissimo , pur contiene cd espone tutto il fatto , ma in tal modo,
che at- to non è a concitar passione . La seconda maniera poi è quella , che
prende a spiegar tutti gli ag- giunti e circostanze del fatto , c le descrive
con tanta nobiltà c vivezza , che ne dee necessariamen- te seguire gran
commozione agli animi degli uditori – H. P. Grice: “My model of communication –
both explicit and impicit – draws on this fact about the utterer’s ADDRESSEE –
it is to a human agent B, not A, for whom clouds mean ‘rain’ and what A (U)
says means that p. Quintiliano , senza dipartirsi dal proposto esem- pio ,
volendo mostrare al dicitore il modo , come possa egli rendere il racconto del
medesimo avve- nimento alto a potere eccitare gli animi degl! ascol- tanti ,
gli suggerisce e sentenze , e forme di dire al bisogno assai opportune. Piace a
noi però rapportare qui un bel tratto di eloquenza tol- to dalla Predica. del
Segneti , il quale forse fa molto più chiaro vedere quello che ha inteso insegnar
Quintiliano. L’Ipotiposi ci descrive la presa e la caduta di Gerusalemme. E Jia
dunque spediente a Gerusalemme , che Cristo muoja ? O folli consigli I
Frenetici Consiglierì\ Allora io voglio , che voi toi'- niate a parlarmi ^
quando coperte tutte le vostre campagne d armi , e di armate , vedrete Aqui- le
Romane far nido d intorno alle vostre mura', ed appena quivi posate aguzzar gli
artigli , ed avventarsi alla preda: quanto udirete ako rim- itijed ti tipggle bombo
di tambuti e di trombe , oirendi fischi di fiombole e di saette , confuse grida
di feriti^ o e di moribondi , allora io voglio , che sappiate rispondermi , se
è spediente. E voi oserete dire eli è spediente , allora quando voi mirerete
cor- rere il sangue a rivi , ed alzarsi la strage a mon- ti ? quando rovinosi
vi mancheranno sotto i piè gli edifizj ? quando svenate vi languiranno in-
nanzi agli occhi le spose ? quando , ovunque volgerete stupido il guardo , voi
scorgerete im- peiversare la crudeltà , signoreggiare il furore , regnar la
morte ? Ahi non diranno , eh' è spe- diente , quei bambini, che saranno pascolo
alle lor madri afj'amate ; noi diranno quei giova- ni che anderanno a trenta
per soldi venduti S’chiavi; noi diranno quei vecchi che pende- ranno a
cinquecento per' giorno corifitti in crxr- ce. Eh che non è spediente ,
infelici , no che non è spediente nè al Santuario , che rimar- rà profanato da
abbominevoli laidezze ; nè al Tempio , che cadrà divampato da formidabi- le
incendio ; nè alt Altare , dove uomini e don- ne si sveneranno , in cambio di
agnelli , e di tori. Aon è spediente alla Probatica , che vote- rossi (t acqua.
per correr sangue. Non è spedien- te alt olivato , che diserterassi , per
apprestar patiboli', non al sacerdozio , che perderà 1' au- torità , non al
Regno , che perderà la giurisdi- zione , non agli Oracoli, che perderan la favelia
, non a' Profeti , che perderan le rivela- tioni , non alla lesge , che qual
cadavere esangue rimarrà senza spirito , senza forza , senza seguito, f senza
onore, senza comando-, nè potrà vantar suoi riti , nè potrà più salvare i suoi
professori. Il' Iputiposi del Segncri vince d' assai quella sugge- rita da
Quintiliano . r^on è diilicile rimaner persua- so di ciò a chi si prende la
cura di faine il con- fronto .] Dell’ Etopeja. Questa figura , siccome il
significato stesso del- la voce dà ad intendere , presenta la viva descri-
zione dell' indole , de' costumi , e delle inclinazioni di alcuno : e quindi se
ne può l' oratore servire a movere le passioni . Il Tasso ci ha dato una vaga e
viva dipintura de' costumi di Alcte , e di Argan- te , 1. 11.58. 'Mete è t un ,
che da principio indegno Tra le brutture de la plebe è sorto ; * Ala V inalzalo
a' primi onor del regno Parlar facondo, e lusinghiero , e scorto. Pieghevoli
costumi , e vario ingegno jil fnger pronto, alt ingannare accorto-. Gran fabro
di calunnie adorne in modi Huovi , de sono accuse, e pajon lodi. i* altro è il
Circasso Argante , uom , che straniero . . .-edbyXìiltigle T)elV. i'S'7 Sm
verme alla Reai corte d Egitto , - • • Ma de' Satrapi fatto, è dell' Impero , ;
E in sommi gradi alla Milizia ascrUta , • • Impaziente , inesorabil , fero ,
Nell arme infaticabile, ed invitto , , D' ogni Diò sprezzata ^' , e che ripone
Nella spada sua legge , e sua ragione. Della Pro sopogr afta. Dicesi
prosopografìa la desci’izione delle fàttei- ze della persona . Tale è questa
del Tasso , ove son descritte le fattezze del Re degli abissi . Cani. IV. 7. »
Orrida maestà nel Jierxr aspetto Terrore accresce, e più superbo il rende ^
Rosseggian gli occhi , e di veneno infetto . Come infausta cometa il guar-do
splendei Gl' involve il mento, e nelt irsuto \petto Ispida , e folta la gran barba
scende ; ' E in guisa di voragine profonda S' apre la bocca d atro sangue
immonda. . Della Preler'izione. L'oratore talvolta finge di non voler dire
'quel- lo , che di fatti dice e racconta •, ed in questo ap- punto consiste la
Preterizione . Due spccialrueute sono le ragioni , che debbono indurre 1'
oratore a far uso di questa figura *, la prima è , che deve far egli , quanto
più corto si può , il suo ragionamento , piacendo ciò moltissimo agli uditori ;
la seconda che non dere tralasciare alcuna cosa , che giovi al- la sua causa .
Segneri nella Predica. pro- ducendo gl' illustri esempi di Re e d' Imperadori ,
ha dimostrato , che le arti sincere delia innocenza Tagliono assai più a
conseguir prosperità , che le stravolte della malvagità . Vorrebbe egli far
vedere la stessa cosa , narrando le storie di altri Perso- naggi imperiali :
ciò farebbe però troppo lungo , e quindi nO|oso il discorso : ricorre 1'
accorto oratore alla Preterizione; dice egK dunque cosi. Piacesse al cielo ,
che le strettezze del tempo mi permet- tessero di trascorrere ad uno ad uno gli
altri Prin- eipi , a me ben noti : io son ceitissimo , che r esempio di ninno
porgerebbe baldanza alla ini- quità , mentre le vicende istesse Vedreste nè due
Teodosi , in un Arcadio, in un Giustino, in un Giustiniano , in un Maurizio ,
in un Erqclio , e in tanti altri , allora miseri , quando fecero ubbidire la
Religione all' interesse ; allor felici , quando fecero servire l'interesse
alia Religio- ne . Arginano presso il Tasso. C. Vili. Tactlo , che fu dall'
arme , e dalt ingegno Del buon Tancredi la Cilicia doma , ' E ch'ora il B'ranco
a tradigion la gode. Dell' Arte Rettorica. i5g E i premj usurpa del valor la
frode. Taccio , che ove il bisogno , e il tempo chiede Pronta man , pensier
fermo , animo audace, Alcuno ivi di noi primo si vede Portar fra mille morti o
ferro o face. Della hiterrogazione , e Stthjezione. . \ Sotto questo nome noa
si vuole intendere, la dimanda, che tal volta si fa per fine che ci si di-
scopra quello che non sappiamo , o pure che ci si rischiari quello che è per
noi dubbioso , ma s' in- tendono quelle interrogazioni , di cui spesse volte si
valgono gli oratori , perchè concitato ne riesca il discorso , e più valido a
poter penetrare i cuon degli uditori . Laocoonte presso VIRGILIO (vedasi),
affinchè a’ suoi detti maggior forza si aggiunga , onde pos- sa egli 1 Trojani
distogliere dal folle conaìglio d’ in- trodurre uella città il fatale Cavallo ,
il suo discor- so adorna di più interrogazioni . ? » Stava ira questi due
contrarj in forse » In due parti diviso il volgo incerto , >» Quando con
gran caterva , e con gran furia » Da la tocca discese , e di lontano >j
Gridò Laocoonte : o ciechi , o folli , » O sfortunati ? agli nemici , «' Gr eci
u Dat^ credenza? A lor credete voi , » Che sian partiti ? E sarà mai , che doni
Digilìzed by Googic <i6o Delle Regole )» Siano i lor doni , e non piuttosto
inganni ’ » Covi v' è noto Ulisse? Tal volta alla interrogazione si soggiunge
dall'ora tore la risposta , di' è quella , die chiamiisi subjt zione, Segneri
ndla Predica. Le felicit, poi della terra lungamente promessa da chi fu rono
conseguite ? Dai sollevatori del popolo | Dagli adoratori del Vitello? da'
dispiegiatori t Dio ? Neppur uno di questi , che pur erano pi di seccato mila ,
vi pose il piede. E chi espugn tante piazze? Chi fugò tanti vortici? chi tipoì
tò tante spoglie a' tempi de' Giudici ? un Giosuè un Caiehbo , un Oloniello ,
un Gedeone , e altri tali a lor somiglianti nella virtù. Della Esclamazione,
Questa figura serve ad esprimere diversi afTei ti . L' ammirazione . Alberto
LoUio nell' orazion in difesa di M. Orazio. Non posso , non posso Romani
n'tener T impeto delle lacrime , che n abbondano . avvegnaché Orazio con le
lacrim non voglia esser difeso. O forte ed invittissim Campione , fido e saldo
sostegno della glori Romana ! O sopra ogni altro Magnanimo e ve loroto
cavaliere ! O vero esempio di pietà e i virtù. L’ indignazione. Tasso. XVI.
Ipj. O cielo l O Dei\ perchè soffrir quest' empjT, Fulminar poi le torri , e i
vostri tempj ? La compassione. Il Boccaccio neUa descrizione della pestilenza.
O quanti f(ran palagi 4 rimaser voti ! O quante memorabili schiaUe . si videro
senza successor debito rimanere ! 11 Dolore. Il Petrarca. O umane speranze e
cieche e false L’ allegrezza. Enea presso Virgilio, al vedere Ettore esclama. O
splendor di Dardania , o de Trojani Securissima speme ! e quale indugio IT ha
fin qui trattenuto ? Della dubitazione , e sustentazìone. L' oratore tal volta
mostra aver ^1' animo suo sospeso , e dubbioso , e che quasi non sa , cUe fa-
re , o ebe dire d' intorno alcuna cosa ; ed in ciò consiste la dubitazione , la
quale vale molto a spie- gare r interno scompiglio dell' animo di chi favella»
e svegliar l’attenzione di chi ascolta. Bidone pres- so Virgilio non potea in
miglior maniera discopri- Digilized by Google i6a Delle Regole re le furie del
sno cuore , che per mezzo della dii)3Ìtazionc . E che farò così delusa poi ?
Proferirommi per consorte io stessa D' un zingaro , d un moro , o d un Araboy
Quando n' ho- vilipesi , e rifiutali Tanti ^ e tal stante volte “ì Andrò
co'Teucri Jn sù l' armata ? mi farò soggetta , Di regina , eh' io sotto , e serva
a loro ? Sì certo , che gran prò fin qui riporto De le mie lor usate cortesie ,
E grado me n' avranno , e grazia poiy ' Ma dato , che io vo^ia : cìd permette ,
Ch' io r eseguisca ? Chi così schernita Volentier mi raccoglie? .... Veggio
sola in compagnia Di marinari andar femmina errante ? O condur meco i miei
Fenicj tutti Con altra armata ? e trarli un' altra volta. D'uri altra patria ,
in mare , in preda ai venti, Senza alcun prò , senza cagione alcuna , Quando
meco appena di Sidon li trassi per ritorli da man d empio Tiranno ? Ahi muor
piuttosto , come degnamente Hai meritato. • • I ' • . Alla dubitazione spesso
si aggiunge la si>> sentazione , U <ju<de accrescendo la dubbiezza
man^ — Bigi**»*: by Google Dell Arte Rettorica. i63 tiene sempre sospesi gli
animi degli uditori. Ecco- ne un bell' esempio in quel ragionamento che tenne
Scipione a' soldati sediziosi. Jn che modo io deb^ ha questo giorno ragionar
presso di voi., o soldati , nè la ragione mel suggerisce , nè il di- scorso ;
perciocché io neppur so , con che nomi 10 debba, chiamarvi. Vi chiamerò
cittadini ? ma voi siete ribelli alla vostra patria. Darovvi il nome di soldati
? ma voi avete violato la fede del giuramento , avete ricusato di obbedire ai!
co- mandi ed auspicj del vostro generale. Vi avrò in luogo di nemici ? Io
riconosco in voi i corpi le fattezze , le vesti , t andamento di cittadini ;
veg^ - go poi i detti , i fatti , i pensamenti , gli affetti di nemici. Della
Correzione. Questa figura sostituisce ad una parola gii det- ta, o ad un
sentimento gii esposto un'altra parola, o un altro sentimento , che faccia più
al proposito: 11 che si fa , acciocché ciò che si dice , e si 'espone in
secondo luogo , resti maggiormente impre^ 'ne- gli animi degli uditori. Ecco
gli esempli dell' una e* dall’ altra cosa. Alberto Lollio nell’ Orazione a
Paolo III : Non sa egli forse , o non si ricorda'^ voi esser Cristiano?
Cristiano? Anzi Religioso e sommo Sacerdote. Religioso? anzi Ministro, della
Cattolica fede. Ministro? anzi pur Capo e Prìncipe della Chiesa di Pio. li Casa
nell’orazione z." perla lega. Afa petxhè vado io i segni, e gl' iudizii
del nostro timore raccogliendo, e narrando, come se la nostra paura fosse dubbia
ed occulta? Non confessiamo noi d’essere avviliti ed impauriti in quello che
noi facciamo di presente? Della Confessione, Concessione, e Permissione. Questi
tre schemi, benché a prima giunta sembrano essere la stessa cosa;
considerandosi poi più da vicino , l)cn si ravvisano esser tra loro differenti:
il che vedrassi chiaramente, spiegandosi la natura di ciascuno. E primieramente
la confessione è quella , la quale mantre concede una cosa all’ avver- sario,
ne soggiunge subitamente un'altra , la qnale di- strugge quello , che si è
concesso. Di questa fìgu- re leggiamo un bell' esempio nell’ orazione in difesa
di Q. Ligario , volgarizzata da Gornebo Francipane. 'Tu dunque hai , Tuberone ,
il reo confessante il delitto ; il che innanzi ad ogni altra cosa , si desidera
per V accusatore. Ma dice egli bene , essere stato in quella parte , dove tu
anco , e tuo padre , gentiluomo onorato , vi foste : il per- chè fa mesiieii ,
che primieramente voi confes- siate r error vostro , e poscia vegniate ad ac-
cusale Ligario. Talvolta I' oratore concede all’ avversario quel- lo , che pur
non gli dovrebbe ccncedere , per fine di ottenerne una cosa , die giovi molto
più alla cau- sa ; ed in ciò consiste la Concessione. Alete pres- so il Tasso ,
se concede a Goffredo , eh’ egli è in- vitto in guerra , non gli concede però ,
che non possa essere debellato e sconfìtto dalla penuria de’vi- veri , e dalla
fame. C. Or quando pur estimi esser fa
tale , Che vincer non ti possa il ferro mai , Siati concesso ; e siati appunto
tale Il decreto del del , qual tu te 'I fai , Vincei'atti la fame : a questo
male Che rifugio , per Dio , che schermo avrai ? Vibra contra costei la lancia
, e stringi La spada, e la vittoria anco ti fingi. L'astuto Sinone presso
Virgilio, volendo im- pietosire il vecchio Re Priamo, e tutti quei Troja- ni ,
che gli stavan d’ intorno , interrompe il comin- ciato racconto delle sue
favolose sventure , e prende così a favellare : Ma dov' entrò ( Lasso senza
profitto ! ) a fastidirvi Con nojose novelle ? A voi sol basta Di saper , di io
son Greco; giacché i Greci Tatti ugualmente per nemici avete , Or datemi ,
Signore, supplizio , e morte , Qual a voi piace , che piacere , e gioja N'
arafino i Regi ancor d'Itaca e d'Argo, Delle Regole In questo esempio si vede
opportunamente ado- perata la Permissione , la quale non consiste in altro ,
che nel permettere che si faccia una cosa. DelV Epifonema. Una bella e
giudiziosa sentenza , tratta dalle cose narrate , atta però a confermarle
vieppiù , e rassodarle , forma VEpifonemay la di cui natura vien molto meglio
spiegata dtdl' esempio , che segue. Virgilio conchiude con un bello epifoncma
il rac- ^ conto della barbara morte data a Polidoro, figlio di Priamo , dall'
infido e perfido Polinnestore. Il no tiranno , Tosto che a Troja la fortuna
vide Volger le spalle, ancK ei si volse, e taimiy E la sorte seguì de'
vincitori : Sì che dell amicizia , e de t ospizio , E de t umanità rotta ogni
legge , Tolse al regio fanciul la vita , e V oro. Ahi de t oro empia ed
esecrabil fame , E che per te non osa , e che non tenta , Quest' umana
ingordigia? Della convenienza del discorso. Si sa che la materia di cui
trattasi dall'oratore ne’suoi ragionamenti non segue ad esser s^pre la stessa , ma che cangia modo , e forma
, c che ora di grande si fa piccola , ora di piccola si fa grande , e va
prendendo varie e diverse qua- lità : il qnal cangiamento non solo avviene ne'
lun- ghi tratti del parlare, ma talvolta si fa vedere nel breve giro di pochi
sentimenti , ed anche dcntio gli angusti termini di un solo concetto. Ora chi
non vede , che si aggiunge al discorso assai vago e hel- lo oimamento , se
quello si adatta per tutto , c si cambia e si volge secondo le varie pieghe
della materia , accostandosi quando ad uno , e quando ad un altro modo di
favellare, a misura , che le qualità della materia il richieggono ? S'
appai*ticne adunque all' arte Rettorica mostrare all' oratore i mezzi , come
possa egli al discorso procacciare ca- si luminosa bellezza , e molto più ,
perchè questa convenienza credesi ta^to maravigliosa e pregevole, che è propria
solo degli scrittori , o parlatori ec- cellentissimi. Noi però, prima di
esporre le avver- tenze opportune a conseguirla , vogliamo brevemen- te, per
via di pochi e corti esempi tratti da' poeti, dimostrare , quanto essa vaglia ,
ed in che precisa- mente consista. PETRARCA (vedasi), dopo di avere espresso
con due nobilissimi versi il maraviglioso valore di Annibale L'altro èil
figliuol d' Jmilcare, e noi piega In cotant' anni Italia tutta , e Roma nel
terzo verso poi si abbassa alquanto , e declina da quella nobiltà di dire :
F^il femminella in Puglia il prende e lega. L’ Ariosto , drizzando il suo
discorso al Cardinale Ippolito, uno de’Signori d’Este, innalza lo stile:
Piacciavi , geneixtsa Erculea prole ^ Ornamento , e splendor del secol nostro^
« dappoi , offerendogli il suo lavoro , all’ umiltà dell’anir mo
maravigliosamente accoppia quella del parlare : Ippolito , aggradir questo che
vuole , E darvi sol può F umil servo vostro. PETRARCA (vedasi) soavemente
racchiude in due versi le cose soavi , nel terzo verso , perchè nomina le fie-
re, si volge all’aspro. E cantar augel letti , e fiorir piagge , E in belle
donne oneste arii soavi , S ono un deserto , e fero aspre , e selvagge.
Talvolta nello stesso verso cangiasi stiip rlal- V accorto Poeta : Che ogni dur
rompe , ed ogni altezza inchina. Dall’accorciamento della voce duro nasce rincontro
di due r: ciocché produce la desiata asprezza. Pare , che questi pochi e corti
esempj bastino a farci intendere , che cosa sia la convenienza del di- scorso ,
c quanto gli stia bene. £ tempo oramai di vedere , come quella si possa
conseguire. Dello stile in generale , e delle varie sue jorme. Si è detto , che
il discorso deesi adattare alle qualità delle cose , che per quello si vogliono
espri- mere ; ciocche forma quella qualità del parlare , che si suol chiamare
convenienza , pieghevolezza^ ovvero con vocabolo latino aptitudine. Ma perchè
le cosa , di cui si può tener ragionamento , sono ^ pressoché d' infinite
spezie e maniere , ne segue da ciò , che dovendo la forma del dire esser tale ,
quale c la natura della cosa , che per quello vien significata , fa mestiere
per infiniti modi moltiplicare le varietà del parlare. Gontuttociò in tanta
moltitu- dine e diversità di modi di fitvellare , se iie soglio- no assegnare
tre , che sono quasi i termini , dentro cui si contengono tutti gli altri , il
grande , t umi- le , e quello , che sta in mezzo di questi due , e chiamasi
mezzano. Gli altri modi di dire si acco- stano , qual più , qual meno , all’ un
di questi , e sogliono prendere il nome dal più vicino. Or questi snodi son
que.Ui , che volgarmente chiamansi Stili , essendosi tratte questo nome da uno
stri mento di ferro , o di bronzo , di cui si servivan gli anticlti a scrivere.
Sotto il nome poi di Stile generalmente altr non si vuole intendere, che una
qualità, che prer de il discorso dalle sentenze , e dalle parole , eh Io
compongono ; e perchè noi poc' anzi abbiam ri dotto tutti gli stili a tre
generi, è necessario , eh diciamo , di quali sentenze , e di quali parole s
debba ciascuno di essi comjiorre. Si sa, che le sentenze, e le parole si
adopera no dal dicitore a fine di rappresentare una vera < viva iqiaginc di
quelli oggetti , che pur egli vuole che si sappiano , e si veggano dagli
uditori. Ncll< stile grande adunque , nato già a rappresentare oggatt
maestosi e sublimi , i sentimenti debbono esser* grandi altresì e nobili,
espressi con parole e for me di dire alla grandezza e nobiltà loro convenien
ti. Le figure più sfdendide , e i tropi più arditi gl stanno assai bene ; colla
condizione però , che sentimenti sian quelli , che debbano formare la so stanza
, e il massiccio della orazione. Ben è vero che le figure e i tropi , adoperati
con giudicio < prudenza , aggiungono splendore e vaghezza all* sentenze ; ma
se queste nulla contengono di solido se sono prodotte da una fantasia troppo
riscaldata . se il regolo di quelle non è la verità , e il buoi senso ,
qualunque abbigliamento , che si procura pe; mazzo delle figure , in luogo di
farle piìi vaghe < OtgitrrTnJ-b belle , ne discopre piuttosto la leggerezza
e la vanità. Anzi acciocché ben s’ intenda , che il fondamento della grandezza
dello stile sono le sentenze, vogliam con uno esempio dimostrare , che «pielle
tal- volta, benché spogliate di ogni figurato ornamento, piu* sono da se
bastanti a far grande e maestoso il discorso , ed atto ed eccitar la passione. VIRGILIO
(vedasi), descrivendoci con semplici sentimenti , e ton paro- le dettate solo
dalla natura la sventura di un Greco, che muore in battaglia , lungi dai natio
paese , pur ci rattrista , e ci desta nell' animo la pietà. Cade il mesckin et
altrui ferita , e il eiel^ Guata , e morendo il caro Argo rammenta^ » Qual pili
alto e magnifico modo di dire, che quelle di Asbite presso il Metastasio ,
benché non illustrato dai lumi delle fignre? Nacqui sul Gange , Vissi fra t
armi'. Asbite ho' nome aneortt ^ Non so , che sia timori più, della vita Amar
la gloria è mio costume antico : Son di Poro seguace , e tUo nemico. Che poi al
natio valore de' sentimenti gran forza e splendore e nobiltà aggiunge dal
pruden- te e moderato uso de' tropi e delle figure , non ac- cade', che nei ora
ci prendiamo la cura di dimostrarlo con gli esempj , venendo ciò assai
largamen- te dichiarato dagli esempi da noi proposti là ove si è precisamente
trattato delle figure. Oltre le sentenze, e le figure , si dee tener conto
anche della collocazione delle parole , come quella , che molto può giovare
alla suhlimità dello stile. Di fatti non è da dubitare , che si accresce di
gran lunga la maestà del discorso , ove siano le parole così ordinate e
disposte , che c si dà lungo giro al sentimento, « ben cadono i periodi , e
giungono con maestoso suono all’ orecchio. Si av-^ Tcrte però , che queste
sospensioni , e questa artifi- ciosa disposizion di parole si deono fare in
modo , che non diano fatica a chi ascolta. Le lingue , sic- come ogni altra
cosa , pur sono soggette alle raula- zioni , cd alle vicende. Le scritturo
degli antichi autori Italiani furono una volta lette con sommo piacere per
tutta Italia : ma oggi per colpa forse degli scrittori, che da quella usanza di
tesser arti- ficiosi periodi si sono da lungo tempo allontanati , si è cambiata
la generai consuetudine delle orec- chie , volendosi ormai da tutti , ^ che le
parole sian poste nel discorso secondo il loro ordine naturale , non in guisa
però, che si metta prima il nomina- tivo , poi il verbo , e poi 1' accusativo ,
come han costume di fare i Francesi, ma in modo, che non si segua dappertutto
quel lungo ed artificioso giro de- gli antichi. Tanta ò la forza e d potere
dell' uso. Abbiam^detto , donde nasce la grandezza dello stile , alla quale è
necessario stabilire certi de- terminati confini , i quali oltrepassandosi , si
va in- contro a quel vizio , che chiamasi gonfiezza. E al- lora diviene gonfio
lo stile , quando è egli grande, c non pare che la materia lo meriti ; e
similmente quando per far granile Io stile, si va al di là deli- miti del buon
senso , e della ragione ; nel che po- chi- precetti dar si possono , valendo in
ciò più r uso , e la pratica ; il qual uso si fa , leggendo spesso i libri
migliori , massime sotto la direzione di dotti e diligenti maestri. Ed ecco la
gran ragio- ne, per cui à venuta alla luce \a Raccolta di scel- te P rose
Italiane , naW^ quale perchè ancora si pos- sono leggere gli esempj de ihversi
stili, di cui ora noi ragioniamo , si tralascia giustamante di proporne qui de’
nuovi. Ci piace solo addiure qualche esempio della gonfiezza. Lucano prega
Nerone , che salito in cielo dopo la morte , cerchi di occupare il giusto mezzo
di quello ; perchè può avvenire , • che troppo avvi- cinandosi all’ uno o all-
altra estremità , col suo pe- so faccia traboccare l’universo. Ala non già ti
piaccia v Sotto la zona Artoa sceglier la sede , O dove il polo ausimi nel mar
s' attuffa. Se dell' immenso del premi una parte , Sentirà' C asse il peso. Il
so^io innal%a% Sotto al dolce Eqiiator, Delle Regole La gonfìczza non è già
nelle parole , ma t sentimento , il quale leggesi presso Virgilio ristn to tra
più moderati confini ; perciocché drizzandt ad Augusto , dice il poeta così. E
ben ritira Già lo stesso Scorpion le lunghe branche E del suo campo immenso a
te fa parte. Fido imitator di Lucano fu quello Spagnuo che scrisse questo
epitafio a Carlo. Poni per tomba il mondo , il del per tet E per lacrime il
mar, gli astri per faci. Lo stile umile , che anche puro e semplic suol
nominarsi , si compone di sentimenti sempli e naturali ,< non però vili e
plebei , ma tali , qua sogliono nalaralmcnte averli le persone di non oscui
ingegno , savie e costumate. Ed acciocché s’ ii tenda quello , che ora noi
vogliamo dire , 1' eglogh< per esempio , che pur sono discorsi fatti da' roz
pastori in istilc umile , debbono contener sentimen semplici e naturali ; questi
però convien che siai spogliati da ogni pastorale rozzezza je goQcria. I parole
poi comuni , e le figure non ricercate , i veementi gli stanno bene ; e se v' é
stile , a c convengasi una somma proprietà di lingua , si lo stile umile. Nè un
suono negletto gli disdice , Digitizt vioogle Dell' Arte Rettorica. i-jS quale
, soddisfacendo poco all' orecchio soddisfa molto all' intelletto , che si
compiace di udir le co. se dette in maniera semplice , e adattata a
quell'af> fetto , con cui si parla , e a quel line , per cui si parla. Le
narrazioni , le lettere dirette agli amici , i dialogi si sogliono scrivere in
questo stile. Ecco- ne un breve esempio preso dall' N. 3. Gior. Vili, la quale
cosi incomincia. Nella nostra città , la quale sempre di varie maniere , e di
nuove gen~ ti è stata abbondevole ,fu ancora , non ha gran tempo , un dipintore
, chiamalo Calandrino , uom semplice , e di nuovi costumi , il quale il più.
del tempo con due altri dipintori usava , chia- mati f un Bruno , I altro
Buffalmacco , uomini sollazevoli molto, ma per altro avveduti e sa- gaci, li
quali con Calandrino usavano -, percioc- ché de' modi suoi , e della sua
semplicità gran festa prendevano. Ma più lunghi e più chiari esempi si leggono
nella Raccolta. La bassezza , eh’ è eccesso d' umiltà , è vizio grande , il
quale può nascere , e da sentimenti , o dalle parole : ciocche avviene ,
allorquando e gli uni, e le altre non solo bastanti ad esprimere quelle idee, e
quegli oggetti , che pur si vogliono dinotare. Bus- so ed arido e secco fu il
parlare di colui , il quale ragionando di Serse , che conduceva un' assai nu-
merosa armata, disse , che egli era venuto coi suo/. La mancanza di qualunque
ornamento anche fa arido e basso lo stile , siccome le sentenze poste senza
alcun legame ; il che si scorge in quel pai lare d' Ippocrale d’ inloruo la
medicina. Arie lungi •vita breve , perigliosa prova, aspro cimento, di^ ficile
giudizio , precipitosa occasione. Il Redi p' rò seppe valersi di questo mai
cucito discorso , r ducendolo ad una giusta e regolare composizione Lenclic
adattato ad altro oggetto. Lunga è t arte d Amor , la vita è breve. Perigliosa
la prova , aspro il cimento , Difficile il giudizio, e al par del vento Pt
ecipitosa l’occasione , e lieve. Lo stil mezzano , che temperato ancora sue
dirsi , o mediocre , si compone di sentimenti , eh sono nel mezzo tra i grandi
, c gli umili , espres: cou parole e forme di dire belle e adornale , m non
come quelle , che sono proprie dello stili grande c magnifico, nè umili così,
come quell dello stile semplice e naturale. Si dà dunque i questo stile mezzano
larga strada agli ornamenti ma posti però , e in tal modo adoperati , che no
mostrino studio , nè pajano ricercati ; e menti tutto dall’ arte si fa , quella
purtuttavia per nient si discopre- E da ciò poi avviene , che questa m; nicra
di favellare , che a prima giunta sembra la pi facile del mondo , alla prova si
sperimenta essere più ardua e malagevole. Pensieri acuti, espressio vivaci ,
sentenze raccliiuse nel giro di poche parole s , Dell’Arte Rettorica. tio per
lo contrario quelle cose , che formano lo st3e detto fiorito, il quale benché a
prima vista, colla sua pompa , e col suo lume ferisca lo intelletto , pure
perché assai chiaramente se ne discopre l’ia> gegnoso artificio , reca no)a
e fastidio all’ uditoro. Per questa ragione alcuni critici non si mostrano
contenti di alcuni piccoli nei diTasso , e si adira- no , come si adirava un
giorno Orazio , allorché vedea il divin Poeta Greco talvolta lasciarsi prendete
dal sonno. Eccone alcuni esempj. Di Tancredi il Tasso dice. Gelido tutto fuor ,
ma dentro bolle. Di Olinto. E tanto amò la non amante amata. Di Annida. Sani
piaga di strai piaga d amore y E sia là morte medicina al core. Dipinge dunque
lo stil mezzano le azioni , t costumi , le cose , siccome ci vengouo presentate
dalla natura , adornandole di tali abbigliamenti , che faccian vedere tutta la
bellezza del loro naturale aspetto. Si é detto di sopra , che per la quasi
infinita varietà de’ sentimenti , e delle parole , necessaria ad 'esprimere
convenevolmente la quasi infinita varietà delle cose , fra i tre stili , il
grande , l’ umile , e fi Olezzano , s» ne possono fongare molUssiioi altfi^ »S Delle
Eegole Ora troppo lungo sarebbe, e forse impossibile l’an- dar dietro a tutti ;
perciò noi diremo qualche cosa solamente di quello , che chiamasi propriamente
^rave. Questo stile adunque o è con asprezza , 0 senza. 11 grave cd aspro si
compone di sentimen- ti grandi , ma rigidi ed austeri , quali soglion na- scere
dalla malinconia , dall' indignazione , dall' ira, espressi poi con parole
convenienti , cioè , aspre , e che anche pel loro accozzamento rendano aspro
suono. La bruttezza de’ fatti scclerati ed atroci non si può in miglior modo
esprimere , che per l'asprez- za dello stil grave , adornato di quelle figure
di sentenze , che sono più acconce a mover le passio- ni. Chi minaccia , chi
riprende , se vuole , che il suo stile corrisponda alla materia , faccia iu
modo , che quello sia e grave ed aspro. Ma se poi le cose , di cui si tratta ,
sono negozii grandi , e d’ importanza, e le persone , che s’ introducono a
ragionare , sono <K alto affare , e di gran sapere dotate , le (piali sti-
Tnano assai le cose, e poco curano le parole, lo stile allora sia pur grave ,
ma senza asprezza. 1 pentimenti sian nobili e grandi , le parole poi e le forme
di dire piane e semplici , e quali allo stile umile si converrebhono , nè si
abbia' molta cura del suono , e della artificiosa collocazione delle parole.
Chi ha a trattare di cose gravi , e di sommo rilievo, dee mostrare, che gli sta
più a cuore la fac- cenda , che comparire bel parlatore ; c quindi gli si \
Dell’ Arie Rettoricd. disdicono i pensieri più ricercati , e gli ornAiOenti
dello stil mezzano. Conosciute le qualità de’ varj stili , specialmente de’
ti-e , che sono il grande , 1’ umile , il medio- cre , purché si abbia cura di
vederne frequentemen- te gli csempj presso i piti illustri scrittori , non sa-
rà cosa diUicile dare al discorso il vago c pregevo- lissimo ornamento della
convenienza. E qui pare cho si debba por fine al trattato dell’ Arte Rettorica
, ricordando solo a’ principianti questo saggio avverti- mento , che dalla
conoscenza de’ precetti o regolo di quest' arte allora solamente si può sperare
gran frutto e vantaggio , quando a quella si accoppia una diligente lettura
lic’buoni autori , e l’assiduo escrdzio del comporre. £ perchè ancora crediamo
, che l'ar- te di ben pronunziare il già composto discorso piut- > tosto si
apprende coll' esercizio , e colla pratica , eh* dalle regole ed avvertenze ,
siccome chiaro appare da tutto quello , che adoperò il gran Demostene a questo
fine , noi volentieri ci rimanghiamo di ra- gionarne , benché non vi sia
trattato di Rettorica , in cui di questa cosa non si parli diste samente. AvTUTixEirro
a’ G ioviieiTTi. Delle Regole Dell' Arte Rettoriga Della Nalura della Reilorica
Dm.LB Regole Dell'Arte Rettoriga Della Inventione. De'Luoghi da , cui si
traggono gli orgementi dimostrativi. De’Luoghi Gramalici De' Luoghi Logici. De'
Luoghi Metafisici. aa Del Genere Dimostrativo Del Genere Deliberativo Del
Genere Giudisiale Degli .Argomenti rimoti Degli Argomenti Patetici De' luoghi y
ovvero fonti degli affetti. e primieramente di quello , da cui si cavano gli
argomenti atti a movere r Amore Dilla Compassione Del Timore. ?» Delti
Cvnfidenxett Dell' Ira Della Piacevolexxa. So Della Verecondia Deir Emulaxione.
PBttB Rbcolb D»ll* Arte Rettohicì. Piai» Della Disposixione DelV Esordio Della
Proposixione Della Narrazione Della Confer maxione Deir Entimema – o IMPLICATURA
– H. P. Grice: Not what the utterer EXPLICITLY CONVEYS, but what he suggests!”
--. AoS Deir Induzione loS Deir Esempio Del Sorile Del Dilemma Deir
Amplificazione Della Confutazione. i »4 Dell' Epilogo Pelle Regole Pell'Abte
Rbttobica. Fabtb m» Clp. I. Della Elocuzione. T2I Della purità della Lingua
Italiana Della Chiarezza H. P. Grice, Be perspicuous [sic] conversational maxim
– principle of conversational clarity -- Degli ornamenti delle parole Della
Metafora H. P. Grice You are the cream in my coffee Deir Allegoria Deir
Iperbole – H. P. Grice: “Every nice girl loves a sailor” ( / Della Metonimia.
Della Sineddoche- Della Ironia – H. P. Grice: “He is a fine friend” -- Delle
Figure di parole – H. P. Grice: “figure of speech” -- Dell Asìndeto , e del Polisindeto. i4o Delle
Figure di Ripetizione. Ili Della Anafora. i4a Dell' Epixeusi. iji
Dell'Aruuliplosi o sia Conduplicazione • i43 Della Sinonimia. >41 Della
Gradatone. ili Delle Figure che nascono dalla conso - nanza di suono. iJS Delle
figure di Sentenze Delle Prosopopeja Della Aposiopesi o sia reticenza. ila
Della Sermaeinazione. Dell' Apostrofe Dell'Antitesi. i5a Della Ipotiposi. Dell'
Etopeja Della Prosopografia Della Preterizione Della Interrogazione – H. P.
Grice: “Since I gave that seminar on Cook Wilson, I never left the questions
behind!” -- e Subjexione. Dell Esclamazione Delle Dubitazione e Sustentazione.
i6_i Della Correzione. iM Della Confessione Concessione e Per- ihissio ne Dell'
Epifonema Dello Stile in generale , e delle varie tue forme. ' A. S. E. t IL MINISTRO CANCELLIERE ^ccefù
eu^a. Il Professore Flauti^ Segretario della Commissione di Esame della Reale
Accademia di Marina , volendo far dare alla stampa , ad uso di questo
Stabilimento , gli Elementi dell’ Arte Rettorica del Sig. Ab. Marano Professore
di Letteratura nel medesimo , chiede perciò all’ E. V. la grazia , di
commetterne , a chi le parrà , la revisione. Per disposizione dell'
Eccellentissimo Ministro Can- eelliere Presidente , se ne commette V esame al
Reggen- te della a.» Camera , Marchese Castellentini. Il sSe^rtiarii Generale
del Supremo Consiglio di CunctlUrì^^ Morelli. PARERE DEL REGIO REVISORE. Napoli
ao. Aprile iBig,. Gli Elementi dell’Arte Rettorica del nostro egregio
I-ettcrato ^ Sig. Ab. D. M., che il mio Collega Sig. Profcisorf Flauti, in
qualità di Segretario della Commissione di Esame della Kva*> le Accademia di
Marina vuol far produrre in pubblico colla stampa , ad uso di un tate
Stabilimento , nulla contengono che .<>ia contrario alla nostra Santa
Cristiana Religione , ed ai dritti della Sovranità. £4 i» poi gli reputo
utilissimi alla Gioventù studiosa , per perCciiopiarsi nel- 1’ Arte del ben
dire y sicché stimo , che se ne possa permettere la Stampa. Intanto col più
profondo rispetto mi rafTernao. Di V. i. Vmilìss. Seri>iiQre. Gsituio P.
^jA«'ia.Tiisio, LA SECONDA CAMERA DEL Sl’PREMO CONSIGLIO DI CANCELLERIA. Veduto
la domanda del Professor Vincenzo » Flauti per far dare alle stamj>e gli
Elementi dell’Arte Rettorica dell’ Ab. D. M.. Ve- nduto il Parere del Regio Revisore D.Parroco
Giannattasio , permette che l' indicata Opera si stampi ; ma ordina , che non
si pubblichi , se pri- ma lo stesso Regio Revisore , non attesti di aver nel
confronto riconosciuta 1' impressione uniforme «ir originale approvato. n
Beg^ente della a. Camera - M. DI Castellehtim. Dcca di Campocoiaro. Il
Segretario Generale, Morelli. L'Eccellenlusimo Ministro Can- celliere
Presidente , e gli al- tri Signori Consiglieri, nel tempo della toscrizione
impe- diti. [ j^HbyGoogleC. Nome compiuto: Geronimo Marano. Marano. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Marano,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Marassi:
l’implicatura conversazionale degl’eroi di Vico – la scuola di Cardano al Campo
-- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Cardano al Campo). Abstract. Grice: “When Strawson delivered his
inaugural lecture as the Waynflete professor at Oxford of metaphysical
philosophy, he called me a hero – or a god – I forget!” -- Filosofo italiano.
Cardano al Campo, Varese, Lombardia. Grice: “I like Marassi; he has written a
‘natural’ history of ‘man’ – which is interesting, ‘progetto uomo,’ he calls
it!” -- Grice: “I like Marassi; he has explored hermeneutics in the German
tradition, Schleimacher to be more specific; but has also written an essay on
Heidegger; his links with me come with his idea of metaphysics and
transcendental arguments which he takes from Kant, who he reads in both German
and Italian, unlike I, or me.” – Grice: “He has written an introduction to a
comparative study of the approaches to ‘the antique’ in both Italian and German
philosophy – a fascinating topic. I suppose the Oxonian approach, indeed Cliftonian,
is a mixture of both!” Allievo di Melchiorre,
si laurea a Milano con la tesi “La differenza
ontologica in Heidegger, sotto la direzione di Melchiorre e con la co-relazione
di Bontadini. Ha discusso “Il profilo della presenza: Heidegger e il regno
della pluralità” con Melchiorre e Grassi. Insegna filosofia a Milano. Ha
coordinato l'edizione dell'Enciclopedia filosofica (Bompiani, Milano). Direttore del Dipartimento di Filosofia a
Milano. Dirige la Rivista di filosofia neo-scolastica. Dirige per la casa editrice AlboVersorio la
collana Epoche ed è membro del comitato del festival La Festa della
Filosofia. Si occupa di storia
dell'umanesimo (BRUNI (si veda), ALBERTI (si veda), VICO (si veda)), della scolastica,
di ermeneutica (Grassi), di filosofia trascendentale, del pensiero postmoderno.
I temi della sua ricerca ruotano attorno a tre temi principali: la riflessione
sui modelli storico-teorici della filosofia della storia, l'interpretazione
dell'umanesimo italiano (Alberti, Bruni, Vico) in riferimento alla dimensione
storica e morale, l'analisi della fondazione trascendentale del sapere. Saggi:
“Ermeneutica della differenza in Heidegger, Vita e Pensiero, Milano, Schleiermacher,
“Ermeneutica,” Rusconi, Milano, Bompiani, Milano; Kant, “Critica del giudizio,”
Bompiani, Milano, Metafisica e metodo trascendentale,” Lotz, “La struttura dell'esperienza, Vita e
Pensiero, Milano; “Metamorfosi della
storia. Momus e Alberti,” Mimesis, Milano/ Coordinamento generale e direzione
redazionale della Enciclopedia filosofica, Bompiani, Milano. docenti.unicatt.
Marassi. Nome compiuto: Massimo Marassi. Marassi. Keywords: gl’eroi di Vico, Alberti,
Bruni, Vico, metamorfosi della storia – Alberti, Momus, il concetto d’eroe in
Vico, l’uomo come eroe – l’eroico, l’altruismo eroico, la nudita eroica – la
nudita eroica nella representazione degl’imperatori romani, la nudita eroica in
Giulio Cesare, la nudita eroica dell’atleta – la postura eroica dell’eroe in
nudita eroica – napoleone in nudita eroica – Mussolini in nudita eroica, la
statua equestre di Mussolini, la nudita eroica del stadio H. P. GRICE STAGE –
stadium -- dei marmori, Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Marassi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Marcello: la filosofia sotto Giulio Cesare – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Abstract. Grice:
“When I attended Prichard’s seminars on will and action, I was struck by one of
his examples – from the history of Rome. M. was a fierce opponent to Giulio
Cesare, and about to be condemned to death for precisely that. However, Giulio
Cesare changes his mind, and decides to PARDON M. However, the pardon arrived
too late, and M. was merciless murdered. Prichard claimed that since Giulio
Cesare’s intention was to PARDON M. and save his life, even if Giulio Cesare
failed in this, M. could still be deemed to have been pardoned, and his life
saved by Giulio Cesare. The murder of M. was ‘accidental’ in terms of Caesar’s
willingness to pardon him!” Filosofo italiano. A pupil of Cratippo. M. has a
career in public life and is one of those who opposes to Giulio Cesare. Cesare
pardons M. but M. is still murdered. Marco Claudio Marcello. Keywords: Livio, Machiavelli. Marcello. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Marcello.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Marcello: il principe filosofo – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Abstract. Grice:
“When I arrived at Oxford from Clifton with a classics scholarship to Corpus, I
knew I had to deal with Ottaviano – I was less sure I had to deal with his
NEPHEW!” -- Filosofo italiano. The nephew of Ottaviano [vedasi], and until his
death, his chosen heir. A pupil of Nestore.
Nome compiuto: Marco Claudio Marcello. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Marcello.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Marcello: del sillogismo – Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “At Oxford, it is widely believed
that Martha and W. C. Kneale covered the whole of the growh of logic – indeed,
they missed Marcello!” Filosofo italiano. M. qrites about logic, including an
essay on the syllogism, which is a connection (‘syn-‘) of ‘reasons’ (logoi). Tullio
Marcello. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Marcello.”
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