GRICE ITALO A-Z M MA
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Macedo: la ragione conversazionale e l’orto romano –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “When I refer to the Athenian
dialectic, in contrast with the Oxonian dialectic, I point to the agora where
Socrates philosophized barefoot, but also the gyms at Plato’s academy and
Aristotle’s lizio – and last but not least, the portico, and the orto. Oddly,
it was the orto, or garden, which for years, and thanks to Walter Pater – our
father – remained for years the most influential school at Oxford, due to the
efforts of one called Marius!” Filosofo italiano. Macedo was a philosopher and
a friend of Aulo Gellio. Macedo.
Keywords: Livio. Macedo. Refs.: Luigi Speranza; Grice e Macedo’.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Machiavelli:
l’implicatura conversazionale del principe di Livio– Machiavelli at Oxford – la
scuola di Firenze -- filosofia toscana – filosofia fiorentina – scuola di
Firenze -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Abstract. Grice: “Humpty Dumpty is wrong. If someone
comes to you and she is named’Alice’ is very rare that you would be curious as
to what ‘Alice’ means – it’s different with ‘Machiavelli’ – The surname
Machiavelli is of Italian origin, primarily associated with the region of
Toscana. While its precise etymology is debated, the leading theory suggests it
derives from the Old Italian term ‘Machiave,’ which means ‘crafty’ or ‘shrewd’.
Some sources suggest the nam’s meaning is related to ‘sneaky’ or ‘deceitful.’
This association with cunning and strategic thinking is strongly reinforced by
the legacy of Niccolo Machiavelli, the influential Renaissance political
philosopher and diplomat whose work, The Prince, explored pragmatic and
sometimes ruthless approaches to governance. Other potential derivations
include a hypothesis linking the surname to the medieval name ‘Malchiodo,’ a
variant of the Hebrew name ‘Melki’or, meanin ‘my king) (God) is light’. In
conclusion, the most widely accepted etymology links the surname ‘Machiavelli’
to the Italian term meaning ‘crafty’ or ‘shrewd,’ a meaning further empahsised
by its association with the renowned philosopher Niccolo Machiavelli. Filosofo fiorentino.
Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “While Strawson prefers ‘The
Prince,’ my favourite Machiavelli is the dialogo, discorso, ovvero dialogo
intorno della lingua –“ Grice: “The full title makes it sound slightly analytic
– ‘whether it should be called ‘florentine, Italian, or tooscana’ I mean, a
stipulation!” -- Grice: “Like me, we can call Machiavelli a philosopher of
language – the trend being very Florentine between Machiavelli and Varchi.” -- possibly
Italy’s greateset philosopher – Noto come il fondatore della scienza politica
moderna, i cui principi base emergono dalla sua opera più famosa, Il Principe,
nella quale è esposto il concetto di ragion di stato e la concezione ciclica
della storia. Questa definizione, secondo molti,
descrive in maniera compiuta sia l'uomo sia il letterato più del termine
machiavellico, entrato peraltro nel linguaggio corrente ad indicare
un'intelligenza acuta e sottile, ma anche spregiudicata e, proprio per questa connotazione
negativa del termine, negli ambiti letterari viene preferito il termine
"machiavelliano". L'ortografia del cognome è, purtroppo,
ambigua: la versione "Macchiavelli", quella della statua a lui
dedicata agli Uffizi, in attesa di chiarimenti dell'Ufficio Culturale del museo
o dell'Accademia della Crusca, andrebbe considerata ugualmente corretta in
lingua italiana. L'analisi della firma del filosofo, riportata qui accanto,
farebbe propendere per la "c" singola[senza fonte]. «Nacqui
povero, ed imparai prima a stentare che a godere.» (N. M., Lettera a
Francesco Vettori.) Niccolò M. (scritto anche Macchiavelli sulla statua a lui
dedicata all'ingresso degli Uffizi) nacque a Firenze, terzo figlio, dopo le
sorelle Primavera e Margherita e prima del fratello Totto; figlio di Bernardo e
di Bartolomea Nelli. Anticamente originari della Val di Pesa, i M. sono
attestati popolani guelfi residenti almeno dal XIII secolo a Firenze, dove
occuparono uffici pubblici ed esercitarono il commercio. Il padre Bernardo era
tuttavia di così poca fortuna da esser considerato, non si sa quanto
veritieramente, figlio illegittimo: dottore in legge, risparmiatore per
carattere o per necessità, ebbe interesse agli studi di umanità, come risulta
da un suo Libro di Ricordi che è anche la principale fonte di notizie
sull'infanzia di Niccolò. La madre, secondo un suo lontano pronipote, avrebbe
composto laude sacre, rimaste peraltro sconosciute, dedicate proprio al figlio
Niccolò. Cominciò a studiare latino con un certo Matteo, l'anno dopo si
dedicava allo studio della grammatica con Poppi, all'aritmetica e l'anno seguente affrontava le prove scritte
di componimento in latino. Opere in questa lingua esistevano nella biblioteca
paterna: la I Deca di Tito Livio e quelle di Flavio Biondo, opere di Cicerone,
Macrobio, Prisciano e Marco Giuniano Giustino. Adulto, maneggerà anche Lucrezio
e la Historia persecutionis vandalicae di Vittore Uticense. Non conobbe invece
il greco, ma poté leggere le traduzioni di alcuni degli storici più importanti,
soprattutto Tucidide, Polibio e Plutarco, da cui trasse importantissimi spunti
per la sua riflessione sulla Storia. S'interessò alla politica anche prima di
avere degli incarichi istituzionali, come dimostra una sua lettera, la seconda
che di lui ci è pervenutala prima è una richiesta al cardinale Giovanni Lopez, affinché
si adoperi a riconoscere alla sua famiglia un terreno contestato dalla famiglia
dei Pazziindirizzata probabilmente all'amico Ricciardo Becchi, ambasciatore
fiorentino a Roma, nella quale egli si esprime in modo critico contro Girolamo
Savonarola. Due sono le fasi che scandiscono la vita di Niccolò M.:
nella prima parte della sua esistenza egli è impegnato soprattutto negli affari
pubblici; nella successiva nella scrittura di testi di portata teorica e speculativa.
Si apre la seconda fase segnata dal forzato allontanamento dello storico e
filosofo toscano dalla politica attiva. «Della persona fu ben
proporzionato, di mezzana statura, di corporatura magro, eretto nel portamento
con piglio ardito. I capelli ebbe neri, la carnagione bianca ma pendente
all'ulivigno; piccolo il capo, il volto ossuto, la fronte alta. Gli occhi
vividissimi e la bocca sottile, serrata, parevano sempre un poco ghignare. Di
lui più ritratti ci rimangono, di buona fattura, ma soltanto Leonardo, col
quale ebbe pur che fare ai suoi prosperi giorni, avrebbe potuto ritradurre in
pensiero, col disegno e i colori, quel fine ambiguo sorriso» (Roberto
Ridolfi, Vita di Niccolò M.) Caterina Sforza Riario, ritratta da Lorenzo
di Credi. Niccolò aveva già presentato al Consiglio dei Richiesti, la propria
candidatura a segretario della Seconda Cancelleria della Repubblica fiorentina,
ma gli fu preferito un candidato savonaroliano. Pochi giorni però dopo la fine
dell'avventura politica e religiosa del frate ferrarese, M. fu nuovamente
designato ed eletto il 15 giugno dal Consiglio degli Ottanta, elezione
ratificata dal Consiglio maggiore, probabilmente grazie all'autorevole
raccomandazione del Primo segretario della Repubblica, Marcello Virgilio
Adriani, che il Giovio asserisce essere stato suo maestro. Per quanto i
compiti delle due Cancellerie siano stati spesso confusi, generalmente alla
prima si attribuivano gli affari esterni, e alla seconda quelli interni e la
guerra: ma i compiti della seconda Cancelleria, presto unificati con quelli
della Cancelleria dei Dieci di libertà e pace, consistevano nel tenere i
rapporti con gli ambasciatori della Repubblica, cosicché, essendogli stata
affidata, ianche questa ulteriore responsabilità, M. finì per doversi occupare
di una tale somma di compiti da essere storicamente considerato, senza
ulteriori distinzioni, il «Segretario fiorentino». Era il tempo nel
quale, conclusa l'avventura italiana di Carlo VIII, la maggiore preoccupazione
di Firenze era volta alla riconquista di Pisaresasi indipendente dopo che Piero
de' Medici l'aveva data in pegno al re di Francia- e alleata di Venezia che,
intendendo impedire l'espansione fiorentina, aveva invaso il Casentino,
occupandolo a nome dei Medici. Il pericolo venne fronteggiato dal capitano di
ventura Paolo Vitelli, e la mediazione del duca di Ferrara Ercole I, iriconsegnò
il Casentino a Firenze, autorizzandola altresì a riprendersi Pisa. In marzo
venne inviato a Pontedera, dove erano acquartierate le milizie del signore di
Piombino, Jacopo d'Appiano, alleato di Firenze. In maggio scrisse il
Discorso della guerra di Pisa per il magistrato dei Dieci: poiché «Pisa bisogna
averla o per assedio o per fame o per espugnazione, con andare con artiglieria
alle mura», esaminate diverse soluzioni, si esprime favorevole a un assedio di
«un quaranta o cinquanta dì ed in questo mezzo trarne tutti gli uomini da
guerra potete, e non solamente cavarne chi vuole uscire, ma premiare chi non ne
volesse uscire, perché se ne esca. Dipoi, passato detto tempo, fare in un subito
quanti fanti si può; fare due batterie, e quanto altro è necessario per
accostarsi alle mura; dare libera licenza che se ne esca chiunque vuole, donne,
fanciulli, vecchi ed ognuno, perché ognuno a difenderla è buono; e così
trovandosi i Pisani voti di difensori dentro, battuti dai tre lati, a tre o
quattro assalti sarìa impossibile che reggessero». Il 16 luglio 1499 si
presentò a Forlì alla contessa Caterina Sforza Riario, nipote di Ludovico il
Moro e madre di Ottaviano Riario, che era stato al soldo dei fiorentini, per
rinnovare l'alleanza e ottenere uomini e munizioni per la guerra pisana.
Ottenne solo vaghe promesse dalla contessa che era già impegnata a sostenere lo
zio nella difficile difesa del Ducato milanese dalle mire di Luigi XII e
dovette ripartire senza aver nulla ottenuto. Era nuovamente a Firenze in
agosto, quando le artiglierie fiorentine, provocata una breccia nelle mura
pisane, aprivano la via alla conquista della città, ma il Vitelli non seppe
sfruttare l'occasione e temporeggiò finché la malaria non ebbe ragione delle
sue truppe, costringendolo a togliere l'assedio. Invano ritentò l'impresa:
sospettato di tradimento, quello che «era il più reputato capitano d'Italia» fu
decapitato. Nessuna prova vi era che il Vitelli fosse stato corrotto dai
Pisani ma la giustificazione di M., a nome della Repubblica, in risposta alle
critiche di un cancelliere di Lucca, fu che «o per non havere voluto, sendo
corropto, o per non havere potuto, non avendo la compagnia, ne sono nati per
sua colpa infiniti mali ad la nostra impresa, et merita l'uno o l'altro errore,
o tuct'a due insieme che possono stare, infinito castigo». Conquistato il
Ducato di Milano, in risposta alla richieste fiorentine Luigi XII mandò suoi
soldati a risolvere l'impresa di Pisa le cui mura furono bensì abbattute nel
luglio del 1500 ma né gli svizzeri né i francesi entrarono in città anzi,
lamentando che Firenze non li pagasse, levarono l'assedio e sequestrarono il
commissario fiorentino Luca degli Albizzi, che fu rilasciato solo dietro riscatto.
A M., presente ai fatti, non restava che informare la Repubblica, che decise di
mandarlo in Francia, insieme con Francesco della Casa, per cercare nuovi
accordi che risolvessero finalmente la guerra di Pisa. Il cardinale di
Rouen Georges d'Amboise raggiunsero la corte francese a Nevers, presentando al
re e al ministro, cardinale di Rouen, le rimostranze per il cattivo
comportamento dei loro soldati; sapendo che Firenze non aveva al momento denari
sufficienti a finanziare l'impresa, invitarono Luigi a intervenire direttamente
nella guerra, al termine della quale la Repubblica avrebbe ripagato la Francia
di tutte le spese. Il rifiuto dei francesiche richiedevano a Firenze il
mantenimento degli svizzeri rimasti accampati in Lunigiana e minacciavano la
rottura dell'alleanzamise i legati fiorentini, privi di istruzioni dalla
Repubblica, in difficoltà, acuite dalla ribellione di Pistoia e dalle
iniziative che frattanto aveva preso in Romagna Cesare Borgia, i cui ambiziosi
e oscuri piani potevano anche indirizzarsi contro gli interessi
fiorentini. Occorreva, pagando, mantenere buoni rapporti con la
Franciascriveva da Tours il 21 novembree guardarsi dalle macchinazioni del
papa: così, ottenuto dalla Signoria il denaro richiesto dalla Francia, M.
poteva finalmente ritornare a Firenze. Quella lunga permanenza nella corte
francese verrà dislocata negli opuscoli De natura Gallorum, dove i francesi
verranno descritti come «humilissimi nella captiva fortuna; nella buona
insolenti più cupidi de' danari che del sangue vani et leggieri più tosto
tachagni che prudenti», con una bassa opinione degli Italiani, e nel successivo
Ritratto delle cose di Francia, dove, spostandosi su un piano d'analisi
prettamente politica, finisce col fare della Francia l'esemplare dello stato
moderno. Soprattutto egli insiste sul nesso fra la prosperità della monarchia e
il raggiunto processo di unificazione nazionale, sentito come la lezione
peculiare delle "cose di Francia". Cesare Borgia «Questo
signore è molto splendido e magnifico, e nelle armi è tanto animoso che non è
sì gran cosa che non gli paia piccola, e per gloria e per acquistare Stato mai
si riposa né conosce fatica o periculo: giugne prima in un luogo che se ne
possa intendere la partita donde si lieva; fassi ben volere a' suoi soldati; ha
cappati e' migliori uomini d'Italia: le quali cose lo fanno vittorioso e
formidabile, aggiunte con una perpetua fortuna» (M., Lettera ai Dieci) La
minaccia del Borgia si fece presto concreta: fermato dalle minacce della
Francia quando tentava d'impadronirsi di Bologna, si volse contro Piombino,
entrando nel territorio della Repubblica e cercando di imporle tributi, dai
quali Firenze fu nuovamente fatta salva dall'intervento di Luigi. Fra una
missione a Pistoia e un'altra a Siena, Niccolò ebbe tempo di sposare. Marietta
Corsini, donna di modesta origine, dalla quale avrà sei figli: Primerana,
Bernardo, Lodovico, Guido, Piero e Baccina. Padrone di Piombino il 3 settembre
1501, il Borgia, per mezzo del suo sodale Vitellozzo Vitelli s'impadronì di
Arezzo, dove si stabilì Piero de' Medici, poi delle terre di Valdichiana, di
Cortona, di Anghiari e di Borgo San Sepolcro e di lì passò a investire Camerino
e Urbino, chiedendo nel contempo di intavolare trattative con Firenze che, nel
frattempo, vistasi stretta dai due Borgia, padre e figlio, aveva rinnovato gli
accordi con la Francia. lo stesso giorno della caduta della città nelle
mani di Cesare, partirono per Urbino M. e il vescovo di Volterra, Francesco
Soderini, fratello di Piero: ricevuti, si sentirono ordinare di cambiare il
governo della Repubblica, pena la sua inimicizia. La crisi fu superata grazie
all'intervento delle armi francesi: avvicinandosi queste ad Arezzo, la città fu
sgomberata e restituita, insieme con le altre terre, ai Fiorentini. Riferimento
a questi casi è il breve scritto dell'anno successivo, Del modo di trattare i
popoli della Valdichiana ribellati, nel quale, preso esempio dal comportamento
tenuto dagli antichi Romani in caso di ribellioni, rimprovera il governo
fiorentino di non aver trattato severamente la ribelle città di Arezzo. Pensa
che come i Romani «fecero giudizio differente per esser differente il
peccato di quelli popoli, così dovevi fare voi, trovando ancora nei vostri
ribellati differenza di peccati giudico ben giudicato che a Cortona,
Castiglione, il Borgo, Foiano, si siano mantenuti i capitoli, siano vezzeggiati
e vi siate ingegnati riguadagnarli con i beneficii ma io non approvo che gli
Aretini, simili ai Veliterni ed Anziani non siano stati trattati come loro. I
Romani pensarono una volta che i popoli ribellati si debbano o beneficare o
spegnere e che ogni altra via sia pericolosissima.» Di fronte a quelli
che apparivano tempi nuovi e tempestosi, nei quali occorreva che uomini capaci
prendessero pronte risoluzioni, come prima riforma nell'organizzazione dello
Stato fiorentino fu resa vitalizia la carica di gonfaloniere, affidata a Pier
Soderini, che appariva uomo accetto tanto agli ottimati che ai popolani. La
prima missione che egli affidò a M. fu quella di prendere nuovamente contatto
col Borgia il quale, formalmente capitano delle truppe pontificie e finanziato
da quello Stato, intendeva tuttavia agire nel proprio interesse e in quello
della sua famiglia, stringendo un nuovo patto col Luigi XII e ottenendone
libertà d'azione nei suoi piani di espansione, non solo nei confronti di
signorotti quali gli Orsini, i Baglioni e il Vitelli, già suoi alleati, ma
anche contro lo stesso Bentivoglio di Bologna. Seguendo la tradizionale
politica di alleanza con la Francia, Firenzepur diffidando del
Valentinointendeva confermargli la sua amicizia, per non essere investita dai
suoi aggressivi disegni. M. giunse a Imola dal Borgia il 7 ottobre,
confidandogli che Firenze non aveva aderito all'offerta di amicizia propostale
dagli Orsini e dai Vitelli, congiurati a Magione contro il duca Valentino, e ne
ricevette in cambio un'offerta di alleanza, alla quale Niccolò, affascinato
dalla figura di Cesare Borgia, guardava con favore più di quanto non facesse il
governo fiorentino. Fu al seguito del Valentino per tutta la durata di quei tre
mesi di campagna militare e, due ore dopo l'uccisione a tradimento di
Vitellozzo e di Oliverotto da Fermo, ne raccolse le parole «savie e
affezionatissime» per i Fiorentini, invitati nuovamente a unirsi a lui per
avventarsi contro Perugia e Città di Castello. Firenze, a questo punto, decise
di mandare presso il Borgia un ambasciatore accreditato, Jacopo Salviati, così
che il nostro Segretario lasciò il campo di Città della Pieve per fare ritorno
a Firenze. Vitellozzo Vitelli, ritratto da Luca Signorelli. «Vitellozo, Pagolo
et duca di Gravina in su muletti ne andorno incontro al duca, accompagnati da
pochi cavagli; et Vitellozo disarmato, con una cappa foderata di verde, tucto
aflicto se fussi conscio della sua futura morte, dava di sé, conosciuta la
virtù dello huomo et la passata sua fortuna, qualche ammirationeArrivati
adunque questi tre davanti al duca, et salutatolo humanamente, furno da quello
ricevuti con buono volto Ma, veduto il duca come Liverotto vi mancava adciennò
con l'occhio a don Michele, al quale lLeverotto era demandata, che provedessi
in modo che Liverotto non schapassi Liverotto havendo facto riverenza, si
adcompagnò con gli altri; et entrati in Senigagla, et scavalcati tutti ad lo
alloggiamento del duca, et entrati seco in una stanza secreta, furno dal duca
fatti prigioni venuta la nocte al duca
parve di fare admazare Vitellozzo e Liverotto; et conductogli in uno luogo
insieme, gli fe' strangolare Pagolo et el duca di Gravina Orsini furno lasciati
vivi per infino che il duca intese che a Roma el papa haveva preso el cardinale
Orsino, l'arcivescovo di Firenze et messer Jacopo da Santa Croce; dopo la quale
nuova, ad Castel della Pieve furno anchora loro nel medesimo modo
strangolati» (M., Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello
ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca
di Gravina Orsini). La morte di Alessandro VI privò Cesare Borgia delle risorse
finanziarie e politiche che gli occorrevano per mantenere il ducato di Romagna,
che si dissolse tornando a frammentarsi nelle vecchie signorie, mentre Venezia
s'impadronì di Imola e di Rimini. Dopo il brevissimo pontificato di Pio III, M.
fu inviato a Roma per il conclave che il 1º novembre elesse Giulio II. Raccolse
le ultime confidenze del Valentino, del quale pronosticò la rovina imminente, e
cercò di comprendere le intenzioni politiche del nuovo papa, che egli sperava
s'impegnasse contro i Veneziani, le cui mire espansionistiche erano temute da
Firenze. O la sarà una porta che aprirà loro tutta Italia, o fia la rovina
loro. A Roma gli giunse la notizia della nascita del secondogenito Bernardo:
«Somiglia voi, è bianco come la neve, ma gli ha il capo che pare velluto nero,
et è peloso come voi, e da che somiglia voi parmi bello», gli scrive la moglie
Marietta. E M., che lungamente in questo scorcio di tempo aveva frequentato la
casa del cardinal Soderini, al quale forse prospettò già il suo progetto di
costituire una milizia nazionale che sostituisse l'infida soldatesca
mercenaria, s'avvia per Firenze. In Francia Ingresso a Genova di
Luigi, Le fortune della Francia in Italia sembrarono declinare dopo la cacciata
dal Napoletano ad opera dell'armata spagnola di Gonzalo Fernández de Córdoba.
Firenze, alleata di Luigi XII, e timorosa delle prossime iniziative della
Spagna, del papa e della nemica tradizionale, la Siena di Pandolfo Petrucci,
era interessata a conoscere i progetti del re e a questo scopo alla sua corte
mandò M. «a vedere in viso le provvisioni che si fanno e scrivercene immediate,
e aggiungervi la coniettura e iudizio tuo». M. e a Milano per conferire con il
luogotenente Charles II d'Amboise, che non credeva in un attacco spagnolo in
Lombardia e rassicurò Niccolò sull'amicizia francese per Firenze.
Raggiunse la corte e l'ambasciatore Niccolò Valori a Lione, ricevendo uguali
rassicurazioni dal cardinale di Rouen e da Luigi stesso. In marzo ripartiva per
Firenze e di qui si recava per pochi giorni a Piombino da Jacopo d'Appiano, per
sondare la posizione di quel signorotto. È di questo tempo la stesura del suo
primo Decennale, una storia dei fatti notevoli occorsi degli ultimi dieci anni
volta in terzine: M. non è poeta, anche se invoca Apollo nell'esordio del
poemetto, ma a noi interessa il suo giudizio sull'attualità della vicenda
politica italiana e su quel che attende Firenze: «L'imperador, con
l'unica sua prole vuol presentarsi al successor di Pietro al Gallo il colpo
ricevuto duole; e Spagna che di Puglia tien lo scetro va tendendo a' vicin
laccioli e rete, per non tornar con le sue imprese a retro; Marco, pien di
paura e pien di sete, fra la pace e la guerra tutto pende; e voi di Pisa troppa
voglia avete. Onde l'animo mio tutto s'infiamma or di speranza, or di timor si
carca tanto che si consuma a dramma a dramma, perché saper vorrebbe dove, carca
di tanti incarchi debbe, o in qual porto, con questi venti, andar la vostra
barca. Pur si confida nel nocchier accorto ne' remi, nelle vele e nelle sarte;
ma sarebbe il cammin facile e corto se voi el tempio riapriste a Marte»
(Decennale primo) I tentativi d'impadronirsi di Pisa fallirono ancora: battuta
a Ponte a Cappellese il 27 marzo 1505, Firenze doveva anche guardarsi dalle
manovre dei signori ai loro confini. M. andò a Perugia l'11 aprile per
conferire col Baglioni, ora alleato con gli Orsini, con Lucca e con Siena, poi
a Mantova, per cercare invano accordi con il marchese Giovan Francesco Gonzaga
e il 17 luglio a Siena. In settembre, fallì un nuovo assalto a Pisa e M. ne
trasse spunto per presentare la proposta della creazione di un esercito
cittadino. Rimasti diffidenti i maggiorenti della cittàche temevano che un
esercito popolare potesse costituire una minaccia per i loro interessima
appoggiato dal Soderini, M. si mosse per mesi nei borghi toscani a far leva di
soldati, istruiti «alla tedesca», e finalmente, Firenze puo vedere la prima
parata di una milizia «nazionale» che peraltro non avrà nessun ruolo nella
successiva conquista di Pisa e si rivelerà di scarso affidamento nella difesa
di Prato. Con la pace concordata con la Francia, la Spagna, con Ferdinando
II d'Aragona, aveva preso definitivamente possesso del Regno di Napoli. I
piccoli stati della penisola attendevano ora le mosse di Giulio II, deciso a
imporre la sua egemonia nell'Italia centrale: nel luglio, il papa chiese a
Firenze di partecipare alla guerra che egli intendeva muovere al signore di
Bologna, Bentivoglio, che era alleato, come Firenze, dei francesi, e perciò
teoricamente amico, oltre che confinante, dei Fiorentini. Si trattava di
temporeggiare, osservando gli sviluppi dell'impresa del papa al quale fu mandato
M., che lo incontrò a Nepi. Giulio II gli dimostrò di godere dell'appoggio
della Francia, che aveva promesso di inviare truppe in suo aiuto, cosicché fu
agevole a M. promettere aiuti a sua voltadopo però che fossero arrivati quelli
di re Luigie seguì papa Giulio che, con la sua corte curiale e pochi armati se
n'andava a Perugia, ottenendo, il 13 settembre, la resa senza combattimento di
Giampaolo Baglioni che, con stupore e rimprovero del M. e, un giorno, anche del
Guicciardini, non ebbe il coraggio di opporsi alle poche forze allora a
disposizione del Papa. La corte papale, dopo aver atteso a Cesena fino a
ottobre l'arrivo dei francesi e, dopo questi, dei Fiorentini di Marcantonio
Colonna, entrò trionfante a Bologna l'11 novembre. M., tornato a Firenze già
alla fine d'ottobre, s'occupò ancora dell'istituzione delle milizie fiorentine:
il 6 dicembre furono creati i Nove ufficiali dell'Ordinanza e Milizia
fiorentina, eletti dal popolo, responsabili militari della Repubblica. In
Germania Massimiliano I d'Asburgo Il nuovo anno si apre con le minacce
del passaggio in Italia del «Re dei Romani» Massimiliano, intenzionato a
ribadire le proprie pretese di dominio sulla penisola, a espellere i francesi e
a farsi incoronare a Roma «imperatore del Sacro Romano Impero». Si valutò a
Firenze la possibilità di finanziargli l'impresa in cambio della sua amicizia e
del riconoscimento dell'indipendenza della Repubblica: fu inviato a questo
scopo l'ambasciatore Francesco Vettori e lo stesso M.. Giunse a Bolzano, dove
Massimiliano teneva corte, e le lunghe
trattative sull'esborso preteso da Massimiliano s'interruppero quando i
Veneziani, sconfiggendolo più volte, gli fecero comprendere la velleità dei
suoi sogni di gloria. Da questa esperienza M. trasse tre scritti, il
Rapporto delle cose della Magna, compost il giorno dopo il suo rientro a
Firenze, il Discorso sopra le cose della Magna e sopra l'Imperatore, del
settembre 1509, e il più tardo Ritratto delle cose della Magna, una
rielaborazione del primo Rapporto. Rileva la grande potenza della Germania, che
«abunda di uomini, di ricchezze e d'arme»; le popolazioni hanno «da mangiare e
bere e ardere per uno anno: e così da lavorare le industrie loro, per potere in
una obsidione [assedio] pascere la plebe e quelli che vivono delle braccia, per
uno anno intero sanza perdita. In soldati non spendono perché tengono li uomini
loro armati ed esercitati; e li giorni delle feste tali uomini, in cambio delli
giuochi, chi si esercita collo scoppietto, chi colla picca e chi con una arme e
chi con un'altra, giocando tra loro onori et similia, e quali tra loro poi si
godono. In salari e in altre cose spendono poco: talmente che ogni comunità si
truova ricca in publico». Importano e consumano poco perché «le loro
necessità sono assai minori delle nostre», ma esportano molte merci «di che
quasi condiscono tutta la Italia [...] e così si godono questa loro rozza vita
e libertà e per questa causa non vogliono ire alla guerra se non sono
soprappagati e questo anche non basterebbe loro, se non fussino comandati dalle
loro comunità. E però bisogna a uno imperadore molti più denari che a uno altro
principe». Tanta forza potenziale, che potrebbe fare la grandezza politica e
militare dell'Imperatore, è limitata dalle divisioni delle comunità governate
dai singoli principi, una realtà simile a quella italiana: nessun principe
tedesco vuole favorire l'imperatore, «perché, qualunque volta in proprietà lui
avessi stati o fussi potente, è domerebbe e abbasserebbe e principi e
ridurrebbeli a una obedienzia di sorte da potersene valere a posta sua e non
quando pare a loro: come fa oggi il re di Francia, e come fece già il re Luigi,
quale con l'arme e ammazzarne qualcuno li ridusse a quella obedienzia che
ancora oggi si vede». La conquista di Pisa Decisa a concludere le
operazioni militari contro Pisa, Firenze mandò M. a far leve di soldati: in
agosto condusse soldati prelevati da San Miniato e da Pescia all'assedio della
città irriducibile. Riunite altre milizie, si incaricò di tagliare i
rifornimenti bloccando l'Arno; poi, il 4 marzo del 1509, andò prima a Lucca a
intimare a quella Repubblica di cessare ogni aiuto ai Pisani e, il 14, si recò
a Piombino, incontrando gli ambasciatori di Pisa per cercare invano un accordo
di resa. Raccolte nuove truppe, in maggio era presente all'assedio: Pisa, ormai
stremata, trattava finalmente la pace. M. accompagnò i legati pisani a Firenze
dove fu firmata la resa e l'8 giugno poté entrare in Pisa con i commissari
Niccolò Capponi, Antonio Filicaia e Alamanno Salviati. Un ben più vasto
incendio era intanto divampato nell'Italia settentrionale: stipulata
un'alleanza a Cambrai, Francia, Spagna, Impero e papato si avventavano contro
la Repubblica veneziana che a maggio cedeva i suoi possedimenti lombardi e
romagnoli e, in giugno, anche Verona, Vicenza e Padova, consegnate a
Massimiliano. Firenze, da parte sua, doveva finanziare la nuova impresa
imperiale: consegnato un primo acconto in ottobre, M. era a Verona per
consegnare il saldo a Massimiliano, che era stato però costretto alla ritirata
dalla controffensiva veneziana, resa possibile dalla rivolta popolare contro i
nuovi padroni. E M. commentava dei «due re, che l'uno può fare la guerra e non
vuol farla, l'altro ben vorrebbe farla e non può», riferendosi a Luigi e a
Massimiliano che se n'era tornato in Germania a chiedere soldati e denari ai
principi tedeschi. Atteso inutilmente il ritorno dell'Imperatore, se ne
tornò a Firenze. Venezia si salvò soprattutto grazie alle divisioni degli
alleati: mentre Luigi XII aveva tutto l'interesse di ridurre all'impotenza
Venezia per avere le mani libere nella pianura padana, Giulio II la voleva
abbastanza forte da opporsi alla Francia senza averne contrasto alle proprie
ambizioni di espansione. Per Firenze, amica della Francia ma non nemica del
papa, era necessario spiegarsi con il re francese, e M. fu mandato a Blois,
dove Luigi teneva la corte, incontrandolo. M. confermò l'amicizia con la
Francia ma disse di dubitare che la Repubblica potesse impegnarsi in una guerra
contro Giulio II, in grado di volgere contro Firenze forze troppo superiori:
meglio sarebbe stata una mediazione che evitasse il conflitto e sottraesse,
oltre tutto, Firenze dalla responsabilità di un impegno nel quale era difficile
trarre un guadagno. Dovette tornare a Firenze il 19 ottobre, convinto che la
guerra fosse ineluttabile. Le vittorie militari non furono sfruttate da Luigi
XII e la sua indizione di un concilio a Pisa, che condannasse il papa, provocò
l'interdetto di Giulio II contro Firenze. IM. era ancora in Francia, ottenendo
dal re soltanto un breve rinvio del concilio: dalla Francia andò a Pisa e
riuscì a ottenere il trasferimento del concilio a Milano. Il ritorno dei
Medici a Firenze Le fortune di Luigi XII volgevano al tramonto: sconfitto dalla
nuova coalizione guidata dal papa, era costretto ad abbandonare la Lombardia,
lasciando Firenze politicamente isolata e incapace di resistere alle armi
spagnole. Pier Soderini fuggì a Siena, i Medici rientrarono a Firenze: disfatto
il vecchio governo, anche M. venne rimosso dal suo incarico, il successivo 10
novembre fu confinato e multato della grande somma di mille fiorini e gli fu
interdetto l'ingresso a Palazzo Vecchio. Giuliano de' Medici duca
di Nemours Il nuovo regime processò Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi,
accusati di aver complottato contro Giuliano de' Medici, condannandoli a morte.
Anche M. è sospettato: arrestato il 12 febbraio 1513, è anche torturato (gli fu
somministrata la corda o, com'era chiamata allora a Firenze, la
"colla"). Scrisse allora a Giuliano di Lorenzo de' Medici duca di
Nemours due sonetti, per ricordargli, ma senza averne l'aria e in forma
scherzosa, la sua condizione di carcerato: «Io ho, Giuliano, in gamba un
paio di geti e sei tratti di fune in sulle spalle; l'altre miserie mie non vo'
contalle, poiché così si trattano i poeti Menon pidocchi queste parieti
grossi e paffuti che paion farfalle, né mai fu tanto puzzo in Roncisvalle o in
Sardigna fra quegli arboreti quanto nel mio sì delicato ostello» Giulio
II moriva intanto proprio in quei giorni e dal conclave uscì eletto l'11 marzo
il cardinale de' Medici con il nome di Leone X: era la fine dei pericoli di
guerra per Firenze e anche il tempo dell'amnistia. Uscito dal carcere, M. cercò
di ottenere favori dai Medici attraverso l'ambasciatore Francesco Vettori e lo
stesso Giuliano, ma invano. Si ritirò allora nel suo podere dell'Albergaccio, a
Sant'Andrea in Percussina, tra Firenze e San Casciano in Val di Pesa.
L'esilio dalla politica. «Il Principe» Qui, tra le giornate rese lunghe
dall'ozio forzato, comincia a scrivere i Discorsi sopra la prima Deca di Tito
Livio che, forse nel luglio 1513, interrompe per metter mano al suo libro più
famoso, il De Principatibus, dal solenne titolo latino ma scritto in volgare e
perciò divenuto ben più noto come Il Principe. Lo dedica dapprima a Giuliano di
Lorenzo de' Medici e, dopo la morte di questi nel 1516, a Lorenzo de' Medici,
figlio di Piero "fatuo"; ma il libro uscì solo postumo, nel 1532.
Certo, non doveva farsi illusioni che un Medici potesse mai essere quel
«redentore» atteso dall'Italia contro «questo barbaro dominio», ma da un Medici
si attendeva almeno la sua propria «redenzione» dall'inattività cui era stato
relegato dal ritorno a Firenze di quella famiglia. Sperava che l'amico
Vettori, ambasciatore a Roma, si facesse interprete del suo desiderio che
questi signori Medici mi cominciasseino adoperare», dal momento «che io sono
stato a studio all'arte dello stato e doverrebbe ciascheduno aver caro servirsi
d'uno che alle spese d'altri fussi pieno d'esperienza. E della fede mia non si
doverrebbe dubitare, perché, avendo sempre osservato la fede, io non debbo
imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatré anni che io
ho, non debbe potere mutare natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la
povertà mia». Delle ombre della sua povertà, ma anche delle sue luci, M. scrive
al Vettori in quella che è la più famosa lettera della nostra letteratura:
L'Albergaccio di M. a Sant'Andrea in Percussina «Venuta la sera, mi
ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l'uscio mi spoglio quella
veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e
rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini,
dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e
che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandargli
della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non
sento per quattro ore di tempo alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo
la povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro. E perché
Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo avere inteso, io ho notato
quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno
opuscolo de Principatibus» (Lettera a Francesco Vettori) Ritornato il 3
febbraio 1514 a Firenze, continuò a sperare a lungo che il Vettori, al quale
spedì il manoscritto del Principe, lo facesse introdurre in qualche incarico
nell'amministrazione cittadina, ma invano. Tutto dipendeva dalla volontà del
papa, e Leone non era affatto intenzionato a favorire chi non si era mostrato,
a suo tempo, favorevole agli interessi di Casa Medici. M., da parte sua,
scriveva al Vettori di aver «lasciato i pensieri delle cose grandi e gravi» e
di non dilettarsi più di «leggere le cose antiche, né ragionare delle moderne:
tutte si sono converse in ragionamenti dolci». Si era infatti innamorato di una
«creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile e per natura e per
accidente, che io non potrei né tanto laudarla né tanto amarla che la non
meritasse più». La guerra, ripresa in Italia dalla discesa del nuovo re
di Francia Francesco I, si concluse nel settembre 1515 con la sua grande
vittoria a Marignano (oggi Melegnano) contro la vecchia «Lega santa»: Leone X
dovette accettare il dominio francese in Lombardia e la stipula a Bologna di un
concordato che riconosceva il controllo reale sul clero francese. Si rifece
impossessandosi, per conto del nipote Lorenzo, capitano generale dei
Fiorentini, del Ducato di Urbino. A quest'ultimo invano dedicava M. il suo
Principe: la sua esclusione dalla gestione degli affari di Firenze continuava.
Si diede a frequentare gli «Orti Oricellari», latineggiamento che indica i
giardini del Palazzo di Cosimo Rucellai, dove si riunivano letterati, giuristi
ed eruditi come Luigi Alamanni, Jacopo da Diacceto, Jacopo Nardi, Zanobi
Buondelmonti, Antonfrancesco degli Albizi, Filippo de' Nerli e Battista della
Palla. Qui vi lesse probabilmente qualche capitolo di quell'Asino, poemetto in
terzine che voleva essere una contaminazione fra l'Asino d'oro di Apuleio e la
Divina Commedia dantesca, ma che lasciò presto interrotto: e al Rucellai e al
Buondelmonti dedicò i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. M. si era già
cimentato, quando ricopriva l'incarico di segretario della Repubblica, in
composizioni teatrali: una imitazione dell'Aulularia di Plauto e una commedia,
Le maschere, ispirata a Nebulae di Aristofane, sono tuttavia perdute. Al 1518
risale il suo capolavoro letterario, la commedia Mandragola, nel cui prologo
egli inserisce un accenno autobiografico «scusatelo con questo, che
s'ingegna con questi van pensieri fare el suo tristo tempo più suave,
perch'altrove non have dove voltare el viso; ché gli è stato interciso mostrar
con altre imprese altra virtue, non sendo premio alle fatiche sue.»
Intorno a quest'anno vanno collocate la traduzione dell'Andria di Terenzio e
stesura della novella di Belfagor arcidiavolo o Novella del demonio che pigliò
moglieil suo titolo preciso è attualmente stabilito in Favolail cui tema di
fondo è la visione pessimistica dei rapporti che legano gli esseri umani, tutti
intesi al proprio interesse a danno, se necessario, di quello di ciascun
altro. Il ritorno alla vita politica Lorenzo de' Medici morì, lasciando
il governo di Firenze al cardinale Giulio. Costui, favorevole a M., lo incaricò
della stesura di una storia della città sotto lauta retribuzione. M.,
galvanizzato dall'incarico, diede alle stampe l’Arte della guerra, dedicandola
allo stesso cardinal Giulio. Nello stesso anno fu inviato in missione
diplomatica a Carpi presso il governatore Francesco Guicciardini di cui, pur
avendo opposte visioni della Storia, divenne buon amico. Cerca di guadagnare il
favore di papa Clemente VII offrendogli le Istorie fiorentine. Nel frattempo
giunsero la revoca ufficiale dell'interdizione dalla vita pubblica e
l'affidamento di missioni militari in Romagna in collaborazione col
Guicciardini. I Medici furono
cacciati da Firenze e venne instaurata nuovamente la repubblica. M. si propose
come candidato alla carica di segretario della repubblica, ma venne respinto in
quanto ritenuto colluso coi Medici e soprattutto con papa Clemente VII. La
delusione per M. fu insopportabile. Ammalatosi repentinamente, cominciò a
peggiorare vistosamente fino alla morte. Abbandonato da tutti, fu sepolto nel
corso di una modesta cerimonia funebre nella tomba di famiglia nella basilica
di Santa Croce. La città di Firenze fece costruire un monumento nella basilica
stessa; esso raffigura la Diplomazia assisa su un sarcofago marmoreo. Sulla
lastra frontale sono incise le parole Tanto nomini nullum par elogium (Nessun
elogio sarà mai degno di tanto nome). Pensiero M. e il Rinascimento Con
il termine M.co si è spesso indicato un atteggiamento spregiudicato e
disinvolto nell'uso del potere: un buon principe deve essere astuto per evitare
le trappole tese dagli avversari, capace di usare la forza se ciò si rivela
necessario, abile manovratore negli interessi propri e del suo popolo. Ciò si
accompagna a un travaglio personale che M. sentiva nella sua attività
quotidiana e di teorico, secondo una tradizione politica che già in Cicerone
affermava: "un buon politico deve avere le giuste conoscenze, stringere
mani, vestire in modo elegante, tessere amicizie clientelari per avere un'adeguata
scorta di voti". Con M. l'Italia ha conosciuto il più grande teorico
della politica. Secondo M. la politica è il campo nel quale l'uomo può mostrare
nel modo più evidente la propria capacità di iniziativa, il proprio ardimento,
la capacità di costruire il proprio destino secondo il classico modello del
faber fortunae suae. Nel suo pensiero si risolve il conflitto fra regole morali
e ragion di Stato che impone talvolta di sacrificare i propri princìpi in nome
del superiore interesse di un popolo. La politica deve essere autonoma da
teologia e morale e non ammette ideali, è un gioco di forze finalizzate al bene
della collettività e dello stato. La politica, svincolata da dogmatismi e
princìpi teorici, guarda alla realtà effettuale, ai "fatti": "Mi
è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa
piuttosto che alla immaginazione di essa". Si tratta di una visione
antropocentrica che si richiama all'Umanesimo quattrocentesco ed esprime gli
ideali del Rinascimento. Nel “Dialogo intorno alla nostra lingua” dà un
giudizio severo su Alighieri. Alighieri è rimproverato di negare la matrice
fiorentina della lingua della Commedia. Il passo assume i caratteri dell'invettiva
contro Aligheri, accusato di aver infangato la reputazione di Firenze:
«Alighieri il quale in ogni parte mostrò d'esser per ingegno, per dottrina et
per giuditio huomo eccellente, eccetto che dove egli hebbe a ragionare della
patria sua, la quale, fuori d'ogni humanità et filosofico instituto, perseguitò
con ogni spetie d'ingiuria. E non potendo altro fare che infamarla, accusò
quella d'ogni vitio, dannò gli uomini, biasimò il sito, disse male de' costumi
et delle legge di lei; et questo fece non solo in una parte de la sua cantica,
ma in tutta, et diversamente et in diversi modi: tanto l'offese l'ingiuria
dell'exilio, tanta vendetta ne desiderava. Ma la Fortuna, per farlo mendace et
per ricoprire con la gloria sua la calunnia falsa di quello, l'ha continuamente
prosperata et fatta celebre per tutte le province, et condotta al presente in
tanta felicità et sì tranquillo stato, che se Alighieri la vedessi, o egli
accuserebbe sé stesso, o ripercosso dai colpi di quella sua innata invidia,
vorrebbe essendo risuscitato di nuovo morire. Poi, durante un altro
scambio immaginario con Aligheri, M.i rimprovera il carattere
"goffo", "osceno", addirittura "porco" del
registro utilizzato nell'Inferno: «Aligheri mio, io voglio che tu
t'emendi, et che tu consideri meglio il “parlare” fiorentino et la tua opera;
et vedrai che, se alcuno s'harà da vergognare, sarà più tosto Firenze che tu:
perché, se considererai bene a quel che tu hai detto, tu vedrai come ne' tuoi
versi non hai fuggito il goffo, come è quello: "Poi ci partimmo et
n'andavamo introcque"; non hai fuggito il porco, com'è quello:
"che merda fa di quel che si trangugia"; non hai fuggito
l'osceno, com'è: "le mani alzò con ambedue le fiche"; e
non avendo fuggito questo, che disonora tutta l'opera tua, tu non puoi haver
fuggito infiniti vocaboli patrii che non s'usano altrove che in quella» Autografo
delle Historiae Fiorentinae Per M. la storia è il punto di riferimento verso il
quale il politico deve sempre orientare la propria azione. La storia fornisce i
dati oggettivi su cui basarsi, i modelli da imitare, ma indica anche le strade
da non ripercorrere. M. si basa su una concezione ciclica della storia:
"Tutti li tempi tornano, li uomini sono sempre li medesimi". Ma ciò
che allontana M. da una visione deterministica della storia è l'importanza che
egli attribuisce alla virtù, ovvero alla capacità dell'uomo di dominare il
corso degli eventi utilizzando opportunamente le esperienze degli errori
compiuti nel passato, nonché servendosi di tutti i mezzi e di tutte le
occasioni per la più alta finalità dello stato, facendo anche violenza, se
necessario, alla legge morale. Non a caso il Principe, nella conclusione,
abbandona il suo taglio cinico e pragmatico per esortare i sovrani italiani,
con una scrittura più solenne e venata di un certo idealismo, a riconquistare
la sovranità perduta e a cacciare l'invasore straniero. Non c'è rassegnazione
nel Principe, né tanto meno sfiducia nei confronti dell'uomo. La storia è il
prodotto dell'attività politica dell'uomo per finalità terrene esclusivamente
pratiche. Lo stato, oggetto di tale attività, nella situazione politica e nel
pensiero del tempo si identifica con la persona del principe. Di
conseguenza l'attività politica è riservata solo ai grandi protagonisti, ai
pochi capaci di agire, non al "vulgo" incapace di decisione e di
coraggio. L'obiettivo è creare o conservare lo stato, una creazione individuale
legata alle qualità e alla sorte del suo fondatore: la fine del principe può
determinare la fine del suo stato, come capitò ad esempio a Cesare Borgia. Il M.
ha dunque un'importanza fondamentale per la scoperta che la politica è una
forma particolare autonoma di attività umana, il cui studio rende possibile la
comprensione delle leggi da cui è perennemente retta la storia; da quella
scoperta discende, come suo naturale fondamento, una vigorosa concezione della
vita, incentrata unicamente sulla volontà e sulla responsabilità
dell'uomo. Una errata interpretazione del Novecento fece del M. un
precursore del movimento unitario italiano, ma la parola nazione ha assunto
l'attuale significato solo a partire dalla seconda metà del Settecento, mentre
il M. la usò in senso particolaristico e cittadino (es. nazione fiorentina o,
nel senso più generico di popolo, moltitudine). Tuttavia, M. propugna un
principato in grado di reggersi sull'unità etnica dell'Italia; così facendo, e
denunciando in tal modo una chiara coscienza dell'esistenza di una civiltà
italiana, M. predica la liberazione dell'Italia sotto il patrocinio di un
principe, criticando il dominio temporale dei Papi che spezzava in due la
penisola. Ma l'unità d'Italia resta in M. un problema solo intuito. Non
si può dubitare che avesse concepito l'idea dell'unità italiana, ma tale idea
restò indeterminata, poiché non trovò appigli concreti nella realtà, restando
perciò a livello di utopia, cui solo dava forma la figura ideale del principe
nuovo. M. dunque intraprese un viaggio che identificò come spirituale in giro per
il mondo. In seguito, tornato in patria, ebbe una nuova visione sia del
"popolo" che della "nazione" (di qui quello che oggi
definiamo rinnovamento culturale). Il principe o De Principatibus. Niccolò
M. nello studio, Stefano Ussi, Emblematico è il modo di trattare argomenti
delicati, quali le mosse necessarie al Principe per organizzare uno stato ed
ottenerne uno stabile e duraturo consenso. Per esempio vi troviamo indicazioni
programmatiche, quali l'utilità nello "spegnere" gli stati abituati a
vivere liberi di modo da averli sotto il proprio diretto controllo (metodo
preferito al creare un'amministrazione locale "filo-principesca" o al
recarvisi e stabilirvisi personalmente, metodo però sempre tenuto da conto in
modo da avere un occhio sempre presente sulle proprie terre, e stabilire una
figura rispettata e conosciuta in loco). Altro elemento caratteristico
del trattato sta nella scelta dell'atteggiamento da tenere nei confronti dei
sudditi, culminante nell'annosa questione del "s'elli è meglio essere
amato che temuto o e converso" La risposta corretta si concretizzerebbe in
un ipotetico principe amato e temuto, ma essendo difficile o quasi impossibile
per una persona umana l'essere ambedue le cose, si conclude decretando che la
posizione più utile viene ad essere quella del Principe temuto (pur ricordando
che mai e poi mai il Principe dovrà rendersi odioso nei confronti del popolo,
fatto che porrebbe i prodromi della propria caduta). Qua appare indubbiamente
la concezione realistica e la concretezza del M., il quale non viene a proporre
un ipotetico Principe perfetto, ma irrealizzabile nel concreto, bensì una
figura effettivamente possibile e soprattutto "umana".
Ulteriore atteggiamento principesco dovrà l'essere metaforicamente sia "volpe"
che "leone", in modo da potersi difendere dalle avversità sia tramite
l'astuzia (volpe) che tramite la violenza (leone). Mantenendo un solo
atteggiamento dei due non ci si potrà difendere da una minaccia violenta o di
astuzia. Spesso alla figura evocata dal Principe di M. viene associata la
figura di un uomo privo di scrupoli, di un cinismo estremo, nemico della
libertà. Inoltre gli viene erroneamente associata la frase "il fine
giustifica i mezzi", che invece mai enunciò. Questo perché la parola
"giustifica" evoca sempre un criterio morale, mentre M. non vuole
"giustificare" nulla, vuole solo valutare, in base ad un altro metro
di misura, se i mezzi utilizzati sono adatti a conseguire il fine politico,
l'unico fine da perseguire è il mantenimento dello Stato. M. nella
stesura del Principe si rifà alla reale situazione che gli si presentava
attorno, una situazione che necessitava essere risolta con un atto deciso,
forte, violento. M. non vuole proporre dei mezzi giustificati da un fine, egli
pone un programma politico che qualunque Principe che voglia portare alla
liberazione dell'Italia, da troppo tempo schiava, dovrà seguire. Fuori dai suoi
intenti una giustificazione morale dei punti suggeriti: egli stende un
vademecum necessariamente utile a quel Principe che finalmente vorrà impugnare
le armi. Alle accuse di sola illiberalità od autoritarismo, si può dare una
risposta leggendo il capitolo IX, "De Principatu Civili", ritratto di
un principe nascente dal e col consenso del popolo, figura ben più solida del
Principe nato dal consesso dei "grandi", cioè dei grandi proprietari
feudali. Non esiste un unico tipo di principato, ma per ognuno troviamo
un'ampia trattazione di pregi e dei difetti. Controversie sul Principe
«Quel grande / che temprando lo scettro a' regnatori gli allor ne sfronda, ed
alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue» (Ugo Foscolo,
Dei sepolcri) La gelida obiettività e un certo cinismo con cui M. descriveva il
comportamento freddo, razionale ed eventualmente spietato che un capo di Stato
deve mettere in atto, colpì i critici. Così, da una parte vi è la linea di
pensiero tradizionale, secondo la quale "Il Principe" è un trattato
di scienza politica destinato al governante, che tramite esso saprà come
affrontare i problemi, spesso drammatici, posti dal suo ruolo di garante della
stabilità dello stato. Dall'altra, troviamo un'interpretazione secondo cui il
trattato di M., che era originariamente un repubblicano, ha come vero scopo
quello di mettere a nudo, e quindi chiarire, le atrocità compiute dai principi
dell'epoca, a vantaggio del popolo, che di conseguenza avrebbe le dovute
conoscenze per attuare le precauzioni al fine di stare in guardia e difendersi
quando si dimostra necessario. Il principe è visto anche come figura assai
drammatica, la quale, per il bene dello stato stesso, non si può permettere di
lasciare spazio al proprio carattere, diventando così quasi un uomo-macchina. Secondo
alcuni, M. venne in realtà accusato da subito di nicodemismo, e: «...di
non aver mirato ad altro, in quel libro, che a condurre il tiranno a
precipitosa rovina, allettandolo con precetti a lui graditi...»
(Attribuita a Niccolò M.). M.smo § L'antiM.smo e il repubblicanesimo. Gli
esponenti di questa seconda interpretazione (la cosiddetta
"interpretazione obliqua", diffusa dal XVII secolo, e avanzata per la
prima volta da Alberico Gentili spirandosi a Reginald Pole, poi ripresa da
Traiano Boccalini e in seguito Baruch Spinoza)[31], furono numerosi soprattutto
in ambito illuminista (anche se venne rifiutata da Voltaire), che vedeva in M.
un precursore della politica laica e del repubblicanesimo: la sostennero, dal
Settecento, Jean-Jacques Rousseau[33], Vittorio Alfieri[34], Baretti, Galanti,
gli enciclopedisti (in primis Diderot[3 Opere: Discorso 8] edAlembert),
Foscolo e Parini[, e ha avuto diffusione soprattutto nell'Ottocento, prima e
durante il Risorgimento; ne è un esempio quello che Foscolo scrive nei
"Sepolcri": «Io quando il monumento / vidi ove posa il corpo di quel
grande / che temprando lo scettro a' regnatori / gli allor ne sfronda, ed alle
genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue». Forse alcuni di essiad
esempio, per quanto riguarda Foscolo, è un'ipotesi alternativa di Spongano e
riportata anche da Mario Pazzagliaritenevano anche che, pur essendo Il principe
un'opera fatta per i tiranni e i governanti, fosse utile lo stesso per svelare
al popolo gli intrighi del potere, ritenendo valida l'interpretazione obliqua,
qualunque fossero le intenzioni di M.. In generale, per i sostenitori di questa
lettura, Il principe avrebbe, come le satire (ad esempio Una modesta proposta
di Swift), uno scopo opposto a quello apparente, come avverrà anche per alcuni
scritti di epoca romantica (Lettera semiseria di Grisostomo di Berchet o alcune
Operette Morali di Giacomo Leopardi). In epoca più recente, tuttavia,
nella maggioranza dei critici è prevalsa la prima interpretazione, quella
tradizionale, dal quale risalta la libertà e concretezza, anche spregiudicata,
del pensiero di M., che non descrive mondi utopici, ma il mondo reale della
politica dei suoi tempi,e la sua concezione anticipatrice del realismo politico
e della cosiddetta realpolitik. L'interpretazione obliqua è stata riproposta in
modo minoritario, ad esempio in alcuni monologhi del drammaturgo e attore Dario
Fo. Il modello linguistico prescelto da M. è fondato sull'uso vivo più che sui
modelli letterari; lo scopo, esplicito soprattutto nel Principe, di
scrivere qualcosa di utile e chiaramente espressivo lo induce a scegliere
spesso modi di dire proverbiali di immediata evidenza. Il lessico impiegato
dall'autore si rifà a quello boccacciano, è ricco di parole comuni e i
latinismi, seppure abbondanti, provengono per lo più dal gergo cancelleresco.
Nelle sue opere ricoprono un ruolo assai rilevante anche le metafore, i
paragoni e le immagini. La concretezza è una delle caratteristiche salienti,
l'esempio concreto ed essenziale, tratto dalla storia sia antica che recente, è
sempre preferito al concetto astratto. In generale si parla di uno stile
"fresco", come lo ebbe a definire il filosofo Nietzsche in Al di là
del bene e del male, con un riferimento particolare all'uso della paratassi, a
una certa sentenziosità delle frasi, costruite secondo un criterio di chiarezza
a scapito di un maggior rigore logico-sintattico. M. rende evidenti concetti
che, se espressi con un linguaggio più elaborato, sarebbero molto difficili da
decifrare, e riesce a esprimere le sue tesi con originale capacità
espositiva. Opere Discorso fatto al magistrato de' Dieci sopra le cose di
Pisa, Parole da dirle sopra la provvisione del danaio, Descrizione del modo
tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da
Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini, De natura Gallorum, Ritratto
delle cose di Francia, Ritratto delle cose della Magna, Il Principe, Discorsi
sopra la prima deca di Tito Livio, Dell'arte della guerra, La vita di
Castruccio Castracani da Lucca, Istorie fiorentine, )Riedizione Istorie
fiorentine, Venezia, Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, Decennali
Mandragola, commedia teatrale Belfagor arcidiavolo, Epistolario, L'asino, Edizioni
critiche in pubblico dominio: Legazioni, commissarie, scritti di governo.
Chiappelli. Laterza, Roma-Bari. Drammaturgie minori Clizia, Andria,
traduzione-rifacimento dell'Andria di Terenzio. Alitalia gli ha dedicato uno
dei suoi Airbus Nella cultura di massa Il suo nome, modificato in
"Makaveli", venne usato dal rapper statunitense Tupac Shakur tper
firmare molte sue canzoni e un album uscito postumo. Niccolò M. viene proposto
anche nel videogioco Assassin's Creed 2 e il seguito Assassin's Creed:
Brotherhood, in veste di Assassino. Proprio in quest'ultimo assume un ruolo
particolarmente importante, insieme ad altri personaggi dell'Italia
rinascimentale. Niccolò M. è, assieme a John Dee, il principale antagonista
della serie di romanzi fantasy I segreti di Nicholas Flamel, l'immortale (come
capo dei servizi segreti francesi), scritta da Michael Scott. Nella mostra
"Il Principe di M. e il suo tempo" (Roma, Complesso del Vittoriano,
Salone Centrale, promossa dall'Istituto dell'Enciclopedia Italiana e dalla
sezione italiana di Aspen Institute, la sezione "M. e il nostro tempo: usi
e abusi" presenta, tra altre "opere", Figurine Liebig, pacchetti
di sigarette, schede telefoniche, trading card, cartoline, francobolli, giochi
da tavolo e videogiochi dedicati a M.. Nella serie I Borgia di Neil Jordan è
interpretato da Julian Bleach. Machiavel è una band belga, catalogabile sotto
il genere progressive rock. Il nome della band è un chiaro omaggio a Niccolò M.
Nella serie I Medici è interpretato da Vincenzo Crea, Edizione nazionale delle
opere Edizione Nazionale delle Opere di Niccolò M., Salerno Editrice di
Roma: Il principe, Mario Martelli, corredo filologico Marcelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio,
Francesco Bausi, L'arte della guerra. Scritti politici minori, Masi, Marchand,
Fachard, Opere storiche, Alessandro Montevecchi,
Carlo Varotti, ITeatro.
Andria-Mandragola-Clizia, Pasquale Stoppelli,
Scritti in poesia e in prosa, Antonio Corsaro, Paola Cosentino, Rèndina,
Grazzini, Marcelli, coordinam. di Bausi,
ILegazioni, Commissarie, Scritti di governo, Jean-Jacques Marchand, Legazioni.
Commissarie. Scritti di governo, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, Jean-Jacques
Marchand, Matteo Melera-Morettini, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo Denis
Fachard, Emanuele Cutinelli-Rèndina, Legazioni. Commissarie. Scritti di
governo, Marchand, Guidi, Morettini, Legazioni.
Commissarie. Scritti di governo. Denis Fachard, Emanuele
Cutinelli-Rèndina, Legazioni. Commissarie.
Scritti di governo, Jean-Jacques Marchand, Andrea Guidi, Matteo
Melera-Morettini. La famosa frase
"Il fine giustifica il mezzo" (o "i mezzi"), usata spesso
come esempio di M.smo, è del critico letterario Francesco de Sanctis, con
riferimento ad interpretazioni fuorvianti del pensiero di M. espresso nel
Principe. Il passo di De Sanctis, dal capitolo XV della sua Storia della
letteratura italiana, dedicato a M., recita: "Ci è un piccolo libro del M.,
tradotto in tutte le lingue, il Principe, che ha gittato nell'ombra le altre
sue opere. L'autore è stato giudicato da questo libro, e questo libro è stato
giudicato non nel suo valore logico e scientifico, ma nel suo valore morale. E
hanno trovato che questo libro è un codice di tirannia, fondato sulla turpe
massima che il fine giustifica i mezzi, e il successo loda l'opera. E hanno
chiamato M.smo questa dottrina. Molte difese sonosi fatte di questo libro
ingegnosissime, attribuendosi all'autore questa o quella intenzione più o meno
lodevole. Così n'è uscita una discussione limitata e un M.
rimpiccinito". Celebrazioni per il
V centenario del Principe di M., Accademia della Crusca, Opera di Santa Maria
del Fiore, Libri dei battesimi: Niccolò Piero e Michele di m. Bernardo M.di
Santa Trinita, nacque a dì 3 a hore 4, battezzato a dì 4 Dal Villani, nella sua Cronica. In Discorsi
di Architettura del senatore Giovan Battista Nelli,La sua trascrizione del De
rerum natura è nel manoscritto Vaticano Rossiano L. Canfora, Noi e gli antichi, Milano Giovio,
Elogia clarorum virorum, 1546, 55v: «Constat a Marcello Virgilio graecae atque
latinae linguae flores accepisse» R.
Ridolfi, Lettera Riccardo Bruscagli, "M.". Il Senato romano fece
distruggere Velletri e indebolì Anzio sottraendole la flotta: cfr. Livio, "La
sua vicinanza a Pier Soderini, vexillifer perpetuus, si accentua
progressivamente in uno sforzo di sottrarre Firenze a un immobilismo indotto
dal timore di un potere esecutivo più forte e irrispettoso di una lunga
tradizione di libertà repubblicano-oligarchica": Grazzini, Filippo, Ante
res perdita, post res perditas: dalle dediche del Decennale primo a quella del
Principe, Interpres: rivista di studi quattrocenteschi:Roma: Salerno,. Lettera. È un'ipotesi del Ridolfi, cDiscorsi
sopra la prima Deca di Tito Livio, «Giovanpagolo, il quale non stimava essere
incesto e publico parricida, non seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendone
giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno avesse ammirato l'animo suo,
e avesse di sé lasciato memoria eterna, sendo il primo che avesse dimostro a'
prelati quanto sia poco uno che vive e regna come loro. Ed avessi fatto una
cosa, la cui grandezza avesse superato ogni infamia, ogni pericolo, che da
quella potesse dependere» Nella sua
Storia d'Italia, il Guicciardini esprime lo stesso giudizio di M. Ritratto delle cose della Magna, in «Tutte le
opere storiche, politiche e letterarie. Lettera ai Dieci, Il carcere, la
tortura e il ritiro all'Albergaccio, su viv-it.org. Ottenendo un giudizio
evasivo: cfr. la lettera del Vettori Lettera a Francesco Vettori, David Quint, Armi e nobiltà: M., Guicciardini
e le aristocrazie cittadine, Cadmo, Studi italiani. De credulitate et pietate;
et an sit melius amari quam timeri, vel e contra. Il M.smo, su dizionariostoria.wordpress.com.
M.smo, Treccani, 2Citata in Niccolò M., Periodici Mondadori, A. Gentili, De
legationibus. R. POLE, Apologia ad Carolum V Caesarem de Unitate Ecclesiae che talvolta elogiarono però anche alcuni
consigli pragmatici dati al principe, come quello della religione come
instrumentum regnii; ad esempio Voltaire, nel capitolo Se sia utile mantenere
il popolo nella superstizione, del trattato sulla tolleranza, afferma
l'utilità, entro certi limiti, di una forma di religione razionale per il
popolo La fortuna di M. nei secoli, su
windoweb «M. era un uomo giusto e un buon cittadino; ma, essendo legato alla
corte dei Medici, non poteva velare il proprio amore per la libertà
nell'oppressione che imperava nel suo paese. La scelta di Cesare Borgia come
proprio eroe, ben evidenziò il suo intento segreto; e la contraddizione insita
negli insegnamenti del Principe e in quelli dei Discorsi e delle Istorie
fiorentine ben dimostra quanto questo profondo pensatore politico è stata
finora studiato solo dai lettori superficiali o corrotti. La Corte pontificia
vietò severamente la diffusione di quest'opera. Ci credo... in fondo, quanto
scritto la ritrae fedelmente. il libro dei repubblicani fingendo di dare
lezioni ai re, ne ha date di grandi ai popoli. Rousseau, Il contratto sociale. Dal
solo suo libro Del Principe si potrebbero qua e là ricavare alcune massime
immorali e tiranniche, e queste dall'autore son messe in luce (a chi ben
riflette) molto più per disvelare ai popoli le ambiziose ed avvedute crudeltà
dei principi che non certamente per insegnare ai principi a praticarne...
all'incontro, il M. nelle Storie, e nei Discorsi sopra Tito Livio, ad ogni sua
parola e pensiero, respira libertà, giustizia, acume, verità, ed altezza
d'animo somma, onde chiunque ben legge, e molto sente, e nell'autore
s'immedesima, non può riuscire se non un fuocoso entusiasta di libertà, e un
illuminatissimo amatore d'ogni politica virtù» (Del principe e delle lettere,) «Con quel libro, se la sapessimo tutta, egli
si pensò forse di pigliare, come si suol dire, due colombi ad una fava:
presentando dall'un lato a' suoi Fiorentini come schietta e naturale una
caricata e mostruosa immagine d'un sovrano assoluto, affinché si risolvessero a
non averne mai alcuno; e cercando dall'altro di tirare insidiosamente i Medici
a governarsi in guisa che s'avessero poi a snodolare il collo, seguendo i fraudolenti
precetti da lui con molta adornezza sciorinati in quella sua dannata
opera.» G. Galanti, Elogio di N. M.
cittadino e segretario fiorentino
Alessandro Arienzo, BORRELLI, Anglo-American Faces of M., Voce "M.smo"
dell'Encyclopedie Franco Ferrucci, Il
teatro della fortuna: potere e destino in M. e Shakespeare, Fazi Editore, Mario
Pazzaglia, Note ai Sepolcri, in Antologia della letteratura italiana, cfr.
l'inizio del Dialogo di Tristano e di un amico.
Introduzione a: ORIANI, M. //repubblica/rubriche/la-parola news/realpolitik
Realpolitik Video di Fo che parla di M.
(trasmissione tv Vieni via con me, su youtube.com. Il Principe di M. e il suo
tempo. Catalogo della mostra, Roma Istituto dell'Enciclopedia Italiana, La su M. è sterminata. Tentativi di redigerla
sono stati realizzati da Achille Norsa, Il principio della forza nel pensiero
politico di M., seguito da un contributo bibliografico, Milano Silvia Ruffo
Fiore, M.: an annotated bibliography of modern criticism and scholarship, New
York‑Westport‑London; Daria Perocco, Rassegna di studi sulle opere letterarie
del M., in "Lettere italiane", Cutinelli‑Rendina, Rassegna di studi
sulle opere politiche e storiche di M., in "Lettere italiane", Nell'Istituto
della Enciclopedia Italiana Treccani ha pubblicato in 3 volumi l'opera M.:
enciclopedia M.ana. Di seguito una selezione di studi. Gilbert, M. e la vita
culturale del suo tempo, Bologna, Il mulino, LEFORT, Le travail de l'oeuvre M.,
Paris, Gallimard, Marchand, M.: I primi scritti politici Nascita di un pensiero
e di uno stile, Padova, Antenore, Riccardo Bruscagli, Niccolò M., Firenze, La
Nuova Italia editrice, Roberto Ridolfi, Vita di M., Firenze, Sansoni, CHABOD,
Scritti su M., Torino, Einaudi, John Greville Agard Pocock, Il momento M.ano:
il pensiero politico fiorentino e la tradizione repubblicana anglosassone,
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opere minori di M., su M..letteraturaoperaomnia.org. Opere di M. con giunta di
un nuovo indice generale delle cose notabili, Milano, per Silvestri, Rassegna
bibliografica degli studi M.ani: una ricognizione dei contributi scientifici
dedicati al M. negli ultimi decenni. Pensatore e letterato. N. Firenze. M.
Firenze. Figlio di Bernardo, dottore in legge, e di Bartolomea de' Nelli.
Grazie ai Ricordi del padre, sappiamo che studia grammatica, abaco, e che segue
le lezioni di grammatica di ser Paolo Sasso da Ronciglione nello studio
fiorentino. Fra i classici latini, almeno storici come Livio e Giustino ha fra
le mani fin dall'adolescenza; e alla piena giovinezza dovrebbe appartenere una
lettura filosoficamente impegnativa come quella di LUCREZIO (vedasi),
documentata dal ms. Vaticano Rossiano, copia autografa e firmata del De rerum
natura e dell'Eunuchus di TERENZIO. È anche possibile che M. frequenta le
lezioni di VIRGILIO – not the famous one – VIRGILIO (vedasi) allo studio. Non
c'è prova che conosce il greco. Cerca di stringere rapporti con Giuliano de'
Medici, destinatario, forse, del capitolo pastorale in terza rima Poscia che a
l'ombra e della canzone a ballo Se avessi l'arco e l'ale. Caduti i Medici e
affermatasi l'autorità di Savonarola, M. si avvicinò a quei settori di
aristocrazia che, dopo una fase di ambiguo consenso, passarono all'opposizione
aperta nei confronti del frate e ne provocarono la rovina. In questa luce si
spiega come, entrato in concorso fin dal febbraio 1494 per un minore ufficio,
subito dopo il supplizio di Savonarola, M. fosse designato e nominato segretario
della seconda cancelleria; dal 15 giugno fu anche segretario dei Dieci. Può
darsi che la nomina fosse favorita anche da Marcello Virgilio, dal febbraio
primo cancelliere. L'attività ufficiale di M. è documentata da un'imponente
mole di scritti, per lo più corrispondenza tenuta, in nome degli organi di
governo centrali, con i funzionarî e i comandanti militari sparsi per il
dominio fiorentino. Ma è anche più importante, per quella "experienza
delle cose moderne" che viene rivendicata nella prima pagina del Principe,
il servizio diplomatico che a M. toccò di svolgere presso le principali corti
italiane e straniere. Poteva inoltre avvenire che a M. venissero richiesti, da
membri della signoria o di organi assembleari, speciali rapporti su questioni
del dominio ovvero sui risultati delle missioni oltre confine: del maggio 1499
è la prima prosa politica conservata, il Discorso sopra Pisa, scritto forse per
una Consulta. Nel luglio M. ricevette il primo incarico diplomatico di rilievo,
una missione presso Caterina Sforza, contessa di Forlì. L'anno dopo fu inviato,
con Francesco Della Casa, in Francia per richiedere all'alleato un maggiore
impegno nella guerra pisana (la missione durò). Fra gli scritti legati a questo
soggiorno francese spiccano il Discursus de pace inter imperatorem et regem e i
ricordi De natura gallorum (elaborato). M. sposa Marietta Corsini (da cui ebbe
Primerana, Bernardo, Lodovico, Guido, Piero, Baccina e Totto). Nel giugno
dell'anno seguente fu coadiutore di Francesco Soderini nell'ambasciata a Cesare
Borgia, allora impadronitosi di Urbino; dall'ottobre 1502 al gennaio 1503
svolse una seconda legazione al Valentino, in coincidenza con la ribellione dei
luogotenenti che il Borgia domò ricorrendo all'astuzia e alla crudeltà. M. fu
in missione a Roma per seguire il conclave da cui uscì eletto Giulio II; dal
gennaio al marzo 1504 fu di nuovo alla corte del re di Francia. Intanto, nel
settembre 1502, era stato eletto gonfaloniere perpetuo della repubblica
fiorentina Piero Soderini, cui M. si legò di sincera, ma non acritica, fedeltà.
Nella discussione e nei conflitti, ben presto aspri, fra il gonfaloniere e gli
ottimati, M. intervenne indirettamente attraverso la redazione di promemoria e
documenti consultivi (come le importanti Parole da dirle sopra la provisione
del danaio, e il discorso Del modo di trattare i popoli della Valdichiana
ribellati [titolo non originale]) e in prima persona col poemetto in terzine
dantesche Compendium rerum decemnio in Italia gestarum (finito nel novembre
1504, ma dato alle stampe solo nel 1506 col titolo Decemnale), che è una vivace
cronistoria degli anni 1494-1504. Come provano anche gli ultimi versi del
poemetto ("... ma sarebbe il cammin facile e corto / se voi il tempio
riaprissi a Marte"), M. si dedicò con speciale passione al progetto di una
milizia "propria" della repubblica, ossia formata da cittadini e sudditi,
non da mercenarî né da alleati stranieri. Al progetto erano fortemente avversi
gli ottimati; nonostante il sostegno del cardinale Francesco Soderini, soltanto
nel dicembre 1505 si poté dare inizio al reclutamento e all'addestramento dei
primi contingenti. La provvisione definitiva fu votata il 6 dicembre 1506,
sulla base di un documento steso da M. (La cagione dell'ordinanza). Tra
l'agosto e l'ottobre di quell'anno M. aveva svolto un'altra legazione di grande
rilievo, ancora presso la corte papale, ovvero al seguito di Giulio II in
marcia attraverso l'Umbria e la Romagna per una campagna contro i signorotti
locali: agli eventi di quella spedizione allude l'importante epistola a Giovan
Battista Soderini, nota come Ghiribizzi, la cui materia passa in gran parte nel
coevo capitolo Di Fortuna, in terzine, indirizzato al medesimo Soderini.
Nominato in seguito cancelliere dei Nove ufficiali della milizia fiorentina, M.
si occupò ancora del reclutamento nel contado. Nel giugno fu designato per una
missione presso l'imperatore Massimiliano, ma subito dopo, per l'opposizione
della parte aristocratica, revocato e sostituito da Francesco Vettori (è forse
di questi tempi un capitolo in terzine intitolato appunto all'Ingratitudine;
motivi analoghi ritornano nel Canto dei ciurmadori, scritto per il carnevale
del 1509; M. scrisse altri cinque canti carnascialeschi). Solo alla fine del
1507 il gonfaloniere riuscì a far partire per il Tirolo anche M., con funzioni
di segretario. Al rientro in patria, nel giugno 1508, questi stese un Rapporto
di cose della Magna (in seguito trasformato nel Ritracto di cose della Magna).
Tornato ai suoi uffici militari, ebbe parte notevole nella riconquista di Pisa
(4 giugno 1509) dopo quindici anni di ribellione. Nel novembre-dicembre fu a
Verona presso l'imperatore, che era intervenuto personalmente nella guerra
della lega di Cambrai contro Venezia; a questo soggiorno appartiene il capitolo
Dell'ambizione, dedicato a Luigi Guicciardini. Nel giugno-ottobre tornò per la
terza volta in Francia: a missione conclusa, cominciò a elaborare un Ritracto
di cose di Francia (lasciato, imperfetto). Intanto il contrasto fra il papa e i
Francesi si era aggravato e la posizione della repubblica fiorentina si faceva
sempre più difficile. A M. toccarono nuove incombenze militari e delicati
servizî diplomatici: in Francia, quindi a Pisa presso il concilio dei cardinali
contrarî a Giulio II, per indurli a lasciare il territorio fiorentino. Dopo la
terribile battaglia di Ravenna e il ritiro dei Francesi dalla Lombardia, forze
militari spagnole al seguito del cardinale Giovanni, capo della famiglia de'
Medici e legato pontificio, entrarono in Toscana (agosto 1512). Le fanterie
fiorentine furono annientate e Prato sottoposta a uno spaventoso saccheggio;
due giorni dopo Piero Soderini dovette fuggire da Firenze. Dopo un breve
interregno, i Medici presero il potere (16 settembre). M. aveva esortato i
vincitori a continuare la linea antiottimatizia del Soderini (appello Ai
Palleschi, fine ottobre - inizio di novembre), ma il 7 novembre fu cassato
dall'ufficio e il 10 condannato a un anno di confino entro il dominio
fiorentino. Sospettato di aver preso parte alla congiura ordita da A. Capponi e
P. Boscoli contro i Medici, il 12 febbraio del 1513 fu arrestato e torturato.
Sembra che rischiasse il carcere perpetuo e lo evitasse grazie a Giuliano de'
Medici (cui M. inviò dalla prigione due sonetti), e fu condannato a pagare una
malleveria. Ma, dopo pochi giorni, poté uscire di prigione grazie all'amnistia
seguita all'elezione papale di Giovanni de' Medici (Leone X, 11 marzo). M. si
ritirò nel podere dell'Albergaccio, a Sant'Andrea in Percussina. E qui, mentre
tentava in ogni modo di ottenere qualche incarico dai nuovi signori,
soprattutto attraverso l'amicizia di due fautori medicei come i fratelli Paolo
e Francesco Vettori, compose forse un trattato sulle repubbliche (destinato a
trasfondersi nei Discorsi: v. oltre), un secondo Decennale (incompiuto), la
"memoria", o "novella tragica", sul Tradimento del Duca
Valentino al Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo et altri (titolo non
originale), e soprattutto il breve trattato De principatibus, universalmente
noto con il titolo che gli applicò la stampa romana del 1532: Il Principe. La
prima parte dell'opuscolo (capitoli I-XI) spiega quali siano i generi dei
principati: ereditarî, nuovi, misti di una parte antica e di una nuovamente
acquisita; quali i modi di tale acquisto: virtù e forze proprie, fortuna con
forze altrui (il settimo capitolo è imperniato sulla figura del Valentino, che
ebbe il principato grazie al padre, Alessandro VI, e alla morte di lui lo
perdette, nonostante i suoi gesti di eccellente virtù politica), il delitto, il
favore dei concittadini. Dopo i tre capitoli dedicati ai diversi tipi di esercito
(mercenario, ausiliario, proprio, misto), M. discute le qualità per cui un
principe, ovvero in generale un capo politico, è lodato o vituperato: contro la
tradizione moralistica, l'autore afferma il valore supremo della "verità
effettuale", cioè la necessità di affrontare gli altri uomini per quello
che sono e non per quello che dovrebbero essere. Infine, spiegato perché i
signori d'Italia hanno perso i loro stati di fronte alle invasioni straniere e
riassunta la propria complessa dottrina della fortuna, M. rivolge
un'appassionata esortazione alla casa dei Medici perché guidi una riscossa
italiana contro il "barbaro dominio" di Spagnoli e Svizzeri. Il
libretto fu concepito e steso tra l'autunno del 1513 e l'aprile del 1514;
doveva essere indirizzato a Giuliano, ma infine lo dedicò al giovane Lorenzo di
Piero de' Medici, il futuro duca di Urbino, che dall'estate del 1513 reggeva la
signoria medicea in Firenze. Dopo qualche positivo cenno di riscontro (ai primi
del 1515, M. è consultato in materia militare e compose i Ghiribizi
d'ordinanza), dallo stesso centro del potere mediceo, ossia dalla corte di
Roma, venne un fermo diniego a ogni riabilitazione di M. Nei mesi successivi M.
si accostò, pertanto, a un gruppo di giovani letterati, di ispirazione
repubblicana, che si riuniva nei celebri Orti Oricellari attorno a Cosimo
Rucellai. A quest'ultimo e a Zanobi Buondelmonti sono dedicati i Discorsi sopra
la prima deca di Livio, il capolavoro machiavelliano, grandiosa opera di
meditazione storico-politica in forma di libera glossa al testo liviano. I
medesimi Cosimo e Zanobi, con Battista della Palla e Luigi Alamanni, sono
interlocutori accanto al protagonista Fabrizio Colonna nei dialoghi De re
militari (più noti come Arte della guerra, compiuti tra la fine del 1519 e
l'estate del 1520), in cui è ribadita la necessità di ritornare ai principî
dell'arte militare romana, e soprattutto al modello della "popolazione
armata" contro l'uso moderno dei mercenarî, oltre al predominio della
fanteria contro quello della cavalleria e dell'artiglieria. Sul versante
schiettamente letterario M. attese in questi anni all'amaro poemetto in terzine
L'asino d'oro (incompiuto) e al volgarizzamento dell'Andria di Terenzio;
scrisse inoltre la splendida Favola misogina di Belfagor arcidiavolo, ma anche
una raffinata serenata in ottave. Dopo la morte di Lorenzo (4 maggio 1519) la
diffidenza della famiglia dominante nei confronti di M. parve finalmente attenuarsi.
Grazie ai buoni uffici di Lorenzo Strozzi fu ricevuto da Giulio de' Medici;
all'incirca nello stesso periodo, fu rappresentata in Firenze la Mandragola,
che subito dopo papa Leone volle vedere anche a Roma (come ricorda Giovio).
Quella che è parsa a molti la migliore commedia del nostro Rinascimento mette
in scena la beffa giocata dal parassita Ligurio ai danni dello stolto messer
Nicia, che finisce per mettere, con le proprie mani, nel letto della moglie
Lucrezia il giovane Callimaco di lei innamorato; attraverso una trama
serratissima, di estrazione decameroniana, la Mandragola si caratterizza per la
rappresentazione grottesca di un mondo affatto spoglio di valori, in cui la
spicciola razionalità dei beffatori mette in amara caricatura le
"regole" della grande politica. Nell'estate del 1520 M. svolse una
missione semiufficiale a Lucca, componendo in quell'occasione un Sommario delle
cose di Lucca e un esercizio di prosa storica, la Vita di Castruccio Castracani,
dedicata a Z. Buondelmonti e Luigi Alamanni. L'8 novembre, infine, fu
"condotto" dallo Studio per comporre gli annali fiorentini e sbrigare
altre incombenze politico-letterarie (fra cui sarà da considerare anche il
parere sulla riforma costituzionale, Discursus florentinarum rerum post mortem
iunioris Laurentii Medices). Va registrata anche la missione al capitolo dei
Frati minori in Carpi per conto degli Otto di Pratica, soprattutto perché in
quella occasione si approfondì l'amicizia fra M. e Francesco Guicciardini,
allora governatore di Modena, e tra i due cominciò a intrecciarsi uno scambio
epistolare straordinario per finezza psicologica e vivacità letteraria
(altrettanto importanti in questo senso sono alcune lettere di M. a Vettori).
Nell'agosto seguente, M. poté stampare L'arte della guerra, presso Giunti di
Firenze, con dedica a Lorenzo Strozzi. Mentre continuava a lavorare agli annali
fiorentini, intervenne ancora nel dibattito sulla nuova costituzione (Minuta di
provvisione); poco dopo, tale dibattito si concluse bruscamente con la scoperta
e la repressione di una congiura antimedicea ordita da Z. Buondelmonti e L.
Alamanni: lo stesso M. ne ebbe qualche "imputazione", se non un vero
e proprio sospetto di complicità. Di nuovo tornò a concentrarsi sull'opera
letteraria e nel giugno del 1525 presentò al dedicatario Giulio de' Medici, che
era salito al soglio pontificio col nome di Clemente VII, gli otto libri delle
Istorie fiorentine: queste vanno dalla fondazione della città al 1492, ma hanno
per vero soggetto il conflitto civile in Firenze, dallo scontro fra guelfi e
ghibellini alla vittoria dei Medici; M. ripensa la storia della sua città,
straziata dalla partigianeria, a contrasto con quella di Roma antica. M. fa
rappresentare a Firenze la commedia amorosa Clizia, basata sulla Casina di
Plauto. Potrebbe invece risalire un curioso Dialogo sul
"fiorentinismo" di Dante, con cui M. volle intervenire nelle
polemiche linguistiche del tempo (l'autenticità del testo è stata a lungo
discussa). La situazione politica andava intanto facendosi più cupa, dopo la
sconfitta dei Francesi a Pavia da parte di Spagnoli e Imperiali. M. fu inviato
in Romagna, presso F. Guicciardini, per organizzarvi la milizia (giugno);
nell'aprile del 1526 fu nominato cancelliere dei procuratori alle mura. Nel
maggio, a Cognac, si strinse una lega tra il papa, i Fiorentini, i Francesi e i
Veneziani contro l'imperatore Carlo: presto la guerra si accese in Italia
settentrionale e M. seguì con varie incombenze le vicende belliche. Sembra si
trovasse a Civitavecchia quando, nel rovescio generale della lega (Roma venne
messa a sacco), i Medici furono scacciati da Firenze e fu restaurata la
repubblica . I nuovi governanti, di estrazione savonaroliana, non erano
favorevoli a M., che non fu richiamato in ufficio. Egli era, in effetti, già
minato nel fisico e si spense ("burlando", secondo la leggenda) il 21
giugno tra i pochi amici rimasti: Buondelmonti, Alamanni, Strozzi. Fu sepolto
in Santa Croce l'indomani. Assai poco sappiamo, come si è visto, della
giovinezza di M. e della sua formazione culturale. Fin dai primi scritti
risulta percepibile un modo caratteristico di impostare l'analisi politica,
sulla base di una considerazione realistica dei rapporti fra gli individui e
fra gli stati per un verso e, per l'altro, di un confronto razionale fra i casi
moderni e l'esempio degli antichi Romani. Alcuni capitoli dei Discorsi sono
imperniati proprio sul confronto fra Venezia e l'antica Roma. La debolezza
militare della prima è il prezzo della costituzione aristocratica con cui
Venezia ha voluto escludere da sé i conflitti interni. L'antica Roma si dette
invece una costituzione in cui alla plebe era concesso un potere rilevante: il
che si tradusse, per un verso, in una sempre più pesante conflittualità
interna, ma, per l'altro, in una straordinaria potenza militare. La disunione e
la debolezza dell'Italia del suo tempo erano causate dalla presenza in essa di
una entità come la Chiesa di Roma che non aveva potuto unificarla sotto di sé,
dati i suoi limiti insuperabili di "principato ecclesiastico", ma
aveva ben saputo render vani, appellandosi ad alleati stranieri, tutti i
tentativi che altri, dai Longobardi ai Veneziani, avessero operato in quella
direzione (Discorsi I, 12). La situazione italiana richiedeva una guida
politica ferrea e consapevole. Nella recente storia era passato, fugace come
una meteora, quel Cesare Borgia che aveva offerto, a dire di M., un limpido
esempio delle virtù necessarie al "principe nuovo": aveva egli
soprattutto dato la prova, nella sua Romagna, che era possibile domare
l'anarchia feudale coll'opportuna ferocia e spietata determinazione, e conquistare
in tal modo l'amore dei popoli finalmente uniti e pacificati (Principe). Al
principe nuovo Machiavelli non prospettava (come tanti, prima di lui, avevano
fatto) i principî di un'etica pubblica riferita a "come si dovrebbe
vivere", ma le crude leggi dell'operare politico dettate dalla
"verità effettuale della cosa" (Principe XV). La verità effettuale
della storia è il conflitto: fra gli stati, fra i gruppi sociali, fra gli
individui, si combatte una lotta senza soste e senza regole (a meno che un
potere superiore non costituisca, appunto, delle regole e obblighi gli altri a
rispettarle). Nella dimensione della politica l'unica antitesi dotata di senso
è quella che oppone alla mera violenza della dissoluzione il comando razionale
della forza: tale valore positivo va dunque perseguito con totale
inflessibilità, anche quando ciò obblighi a "entrare" in azioni cui
la coscienza morale dà il nome di "male" (Principe). Il principe
nuovo e, in generale, l'uomo di stato si muovono per un campo avvolto da una
profonda zona d'ombra, da un margine di rischio, in cui si annidano le forze e
le decisioni degli avversarî attuali e potenziali, un campo che solo in parte
può essere sondato e distinto dalla ragione: resta un momento incalcolabile,
rispetto al quale l'uomo politico non può far altro che tendere al massimo la
sua capacità di resistenza. Questo momento non distintamente calcolabile e
prevedibile M. chiama "Fortuna". La Fortuna può schiantare ogni cosa:
ma la Virtù del politico deve allestire tutti "i ripari e gli argini"
che sia in grado di alzare perché l'urto delle forze avverse ne venga, se non
stornato, almeno attenuato (Principe XXV). La teoria politica di M. non si
presenta in forma di "sistema", ma come vivo svolgimento di pensieri
che dà, ai temi fin qui esposti, sviluppi complessi e variamente tormentati
nelle diverse opere e anche in più luoghi della medesima opera. Si pensi ai
varî "volti" che presenta la Fortuna in diversi capitoli dei Discorsi;
oppure a come trascolori di libro in libro, nella medesima opera, il grande
tema della "imitazione". Fin dal proemio al libro I, M. espone il
doppio motivo del permanere e del mutamento; il mondo e gli uomini non hanno
mutato "moto, ordine e potenza" rispetto a come "erano
anticamente" e tuttavia della antica virtù "non è rimasto alcun
segno". Nel corso del primo libro, il motivo del permanere, su cui è
costruita l'idea che Roma antica rappresenti un modello effettivo di perfezione
politica, riesce nel complesso a mantenersi dominante. Nel libro successivo,
invece, il suo dominio appare assai difficile e incerto. Nel secondo proemio,
l'atto dell'imitare non è più proposto come termine di un valore
autosufficiente ma è condizionato dall'aprirsi, o non aprirsi, di una
conveniente "occasione", e anzi si dice, a chiare lettere, che nel
presente tale occasione non è data "per la malignità de' tempi e della
fortuna". Nel terzo proemio, infine, la nota dell'imitazione tace: la
regola, lì esposta, del "ridurre ai principi", del riportare le
costruzioni storiche, come gli stati, alle fonti etico-politiche della loro
identità, in tanto può essere prospettata a colui che si trovi ad agire entro
un dato "corpo" statuale, in quanto essa stessa tuttavia consegni
ciascun "corpo" all'identità specifica e intrascendibile che nel suo
"principio" è custodita. L'idea di "imitazione" tramonta
così in una più drammatica, non bene esplicita e chiarita nozione del nesso che
lega sapere storico e prassi politica. Le maggiori opere machiavelliane furono
date alle stampe, a Roma e Firenze, soprattutto come eccellenti prove della
civiltà letteraria fiorentina. Sul piano della cultura politica, invece, la
lezione di M. subì, in Italia, una dura sconfitta, perfezionata con la messa
all'Indice del 1559. I capitoli più significativi della fortuna di M. sono
perciò legati alla storia dei grandi stati europei: dalla formazione dello
stato nazionale francese (J. Bodin), alla rivoluzione inglese (Harrington),
alla rinascita tedesca (Fichte, Hegel). L'Italia del risorgimento riscopre M.
con FOSCOLO (vedasi) e, soprattutto, colle pagine di SANCTIS (vedasi), che
attribuiscono al segretario fiorentino un ruolo di protagonista nella storia
dello spirito nazionale. Grice: “L. J.
Cohen told me that he once asked for the MS of The Prince at his college – and
they told him: ‘We cannot find it!’ --. Nome
compiuto: Niccolò di Bernardo dei Machiavelli. Niccolò Machiavelli. Marchiavelli.
Keywords: Livio, storia romana – H. P. Grice on the history of England – Livio,
storia romana –la storia romana come fonte d’essempi nella filosofia romana --il
principe, Macchiavelli fascista – l’ossessione dal duce per Machiavelli, la
dottrina fascista dello stato machiavellico, impiegatura Machiavelli. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Machiavelli," per
il club anglo-italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia. Machiavelli.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Macrobio: l’implicatura conversazionale -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza. (Roma). Abstract.
Grice: “When I won at Clifton a classics scholarship to Corpus I knew that
sooner or later I would come to love Macrobius!” -- Filosofo italiano. Adere al Platonismo. E praefectus praetorio
Hispaniarum, proconsole d’Africa, praepositus sacri cubiculi, gran
ciambellano. È ignota la patria di M. Certamente M. dove essere
legato da stretti rapporti alla famiglia dell’oratore Simmaco, a un figlio o
nipote del quale dedica un saggio. Scrive un commento al Sogno di Scipione
di CICERONE, che ci è giunto intero, e i Saturnalia, lacunosi. Dal
saggio "De differentiis et societatibus graeci latinique verbi",
Delle differenze e concordanze del verbo greco e del latino," restano
soltanto estratti, nulla può risultare sull’argomento. Nel
"Commento", dedicato al figlio Eustachio, cerca d’interpretare in
senso platonico il saggio di Cicerone, accumula molta erudizione e perciò
spesso si occupa di argomenti che poco hanno da fare col suo oggetto. I
frequenti riferimenti al "Timeo" e le lodi del Platonismo -- Platone
e Plotino sono chiamati, i principi della filosofia -- fa supporre che Macrobio
si sia servito di un commento platonico a quel dialogo, probabilmente di quello
di Porfirio, derivato in ultimo dal commento di Posidonio.Si è anche pensato a
una fonte latina intermedia e sulla questione sono state presentate svariate
ipotesi.In ogni caso, anche se non si giunge a considerare Macrobio come un
semplice trascrittore di una o due opere altrui, che non mette nulla di suo, si
può sospettare che non abbia letto i numerosi autori che cita, Posteriori
al Commento sembrano i Saturnali in 7 libri, scritti prima della pubblicazione
del commento virgiliano di Servio, pure dedicati al figlio Eustachio, al quale
volle presentare i risultati dei suoi studi di autori di cui generalmente
riprodusse le parole. Però cerca di organizzare tali temi fingendo di
riprodurre le conversazioni che, durante banchetti fatti in occasione delle
feste dei Saturnali, avevano tenuto persone insigni per cultura su argomenti
svariatissimi. Quest'opera, che e espressione del genere letterario dei
simposio o convito iniziato da Platone, contiene materiali molto diversi, sia
per il significato delle questioni trattate, che per l’importanza delle notizie
riferite. Macrobio cita numerose fonti, ma non è sicuro che le conosca
direttamente tutte, tanto più che non nomina quelle di cui deve essersi servito
più largamente, Plutarco ("Questioni conviviali") e Aulo
Gellio. I libri più significativi sono quelli IV-VI, che riguardano
VIRGILIO, di cui si esalta la universale e profonda sapienza su ogni
argomento. Le dottrine filosofiche che M. espone nel commento al Scipione
di Cicerone si conformano al Platonismo di Plotino. Il divino o il buono,
causa prima e origine di tutti gl'esseri, che trascende il pensiero e il
linguaggio umano, e l’intelletto (nous o mens) che include in sè la idea o il
modello originali della cosa.L’intelletto è poi identificato alla monade o
unità prima pensata col neo-Pitagorismo, non come numero, ma come la sorgente e
l’origine dei numeri. L’intelletto, a sua volta, genera l’anima cosmica, identificata
a GIOVE, che è principio di vita per tutte le cose corporee che essa forma
imprimendo nella materia l’immagine dell'idea.Così una sola luce divina
illumina tutte le cose, connesse tra loro da vincoli reciproci e
ininterrotti. Nei corpi del cielo e delle stelle il principio animatore è
una pura attività razionale.Nella filosofia psicologico, M. dice che nell’uomo
ad essa anima si uniscono l'anima sensitiva e l'anima vegetativa, che sole
si trovano negl'esseri inferiori. Rispetto alla esistenza dell'anima,
prima e dopo la sua unione col corpo, alla sua discesa dal cielo e alla ascesa
ad esso, È pp alla reminiscenza, alla sorte che l’attende dopo la
morte.Macrobio si conforma alle dottrine che il Neo-Platonismo deriva dalla
tradizione pitagorico-platonica e che appartenevano al patrimonio comune della
coscienza dell’età sua. Anche per M. il corpo è un sepolcro dell'anima
(soma sema), sicchè la filosofia deve insegnare all'uomo a liberare l’una dai
vincoli dell’altro.Perciò, riprendendo la teoria plotiniana delle virtù,
Macrobio pone su quelle politiche (dell’uomo nella vita sociale) la virtu
purgativa, che lo purificano dal contagio del corpo, che sono proprie di chi
vuole immergersi nella contemplazione filosofica, quelle di chi ha raggiunto
tale scopo, liberandosi completamente dalle passioni e al di sopra di tutte, la
virtù contemplativa dell’intelletto. Il commento ha così trasmesso al
pensiero medioevale la conoscenza di numerose teorie platoniche e
neo-platoniche, fra le quali ha particolare importanza l’identificazione
dell'idea a un pensiero divino. Ambrogio Teodosio Macrobio. Macrobio
raffigurato in una miniatura del Medioevo Ambrogio Teodosio M. (in latino:
Ambrosius Theodosius Macrobius) è un filosofo Italiano. Studioso anche di
astronomia, sostenne la teoria geo-centrica. Una pagina dei Commentarii in
Somnium Scipionis di M.. Della vita di Macrobio non si sa molto e quel poco che
è stato tramandato dai suoi contemporanei non è del tutto affidabile. Così è
dubbio se vada identificato con il M. che fu proconsole d'Africa o col Teodosio
prefetto del pretorio d'Italia, Africa e Illirico, identificazione oggi
condivisa dalla maggior parte degli studiosi. Due cose appaiono però certe agli
storici moderni: che M. nacque nell'Africa romana e che non professasse il
Cristianesimo (come creduto nel corso del Medioevo), ma fosse pagano.
Opere Lo stesso argomento in dettaglio: Saturnalia (M.). I Saturnalia, la
sua opera principale, sono un dialogo erudito che si svolge in tre giornate,
raccontate in sette libri, in occasione delle feste in onore del dio Saturno.
L'opera ha un carattere enciclopedico ed è centrata principalmente sulla figura
di VIRGILIO, anche se i suoi contenuti spaziano dalla religione alla
letteratura e alla storia fino alle scienze naturali. M. contribuì
significativamente all'esegesi dell' “Eneide” e dell'opera di Virgilio più in
generale. Inoltre è grazie a lui se ci sono pervenuti frammenti di vari autori
famosi, tra i quali spiccano Ennio e Sallustio, e se si è mantenuto il ricordo
di autori meno conosciuti come Egnazio e Sueio. Nei Commentarii in Somnium
Scipionis, partendo dal Somnium Scipionis di Cicerone, scrive un commentario in
due libri, dedicato al figlio Eustazio. In questi due libri emerge il pensiero
filosofico neoplatonico: Dio, che è origine di tutto ciò che esiste, crea la
mente (noûs), che crea l'«anima del mondo; a sua volta l'anima del mondo, a
poco a poco, volgendo indietro lo sguardo, essa stessa, incorporea, degenera
fino a diventare matrice dei corpi. M. compose anche un'opera grammaticale
dedicata al verbo greco e latino, De verborum graeci et latini differentiis vel
societatibus (titolo da preferire al più diffuso de differentiis vel
societatibus graeci latinique verbi, basato sia su fonti grammaticali come Apollonio
Discolo, Gellio, e una fonte utilizzata anche da Carisio e Diomede. L'opera
nella sua forma originale non si è conservata ma ne restano ampi estratti, i
più importanti dei quali sono quelli realizzati nel IX secolo molto
probabilmente ad opera di Giovanni Scoto Eriugena. Un altro gruppo di estratti,
più limitato ma testualmente molto valido, è conservato in alcuni fogli di un
manoscritto bobbiese scritto fra il VII e l'VIII secolo. Infine l'operetta
macrobiana è stata ampiamente utilizzata da un trattato grammaticale sul verbo
latino, composto forse in area orientale e tramandato anch'esso da un codice di
provenienza bobbiese. Tutte queste testimonianze ci consentono di farci un'idea
piuttosto precisa del contenuto della perduta trattazione macrobiana, che
sembra destinata, più che ad una utilizzazione scolastica, a fornire esempi e
discussioni erudite sul sistema verbale latino, utile soprattutto per un
lettore colto, in possesso di una buona formazione linguistica. Va inoltre notato
come questa sia in pratica l'unica opera latina dedicata esplicitamente ad
un'analisi sistematica del sistema verbale latino, che trova qualche analogia
solo in alcune sezioni della grammatica di Prisciano. Ampie parti dell'opera
furono citate in un manoscritto del IX secolo attribuito a Scoto Eriugena. Durante
il Medioevo Macrobio fu identificato come cristiano e per questo poté godere di
una buona reputazione, che gli permise di essere letto, studiato e citato dai
più illustri filosofi come Pietro Abelardo. Le sue opere furono copiate dagli
amanuensi nei monasteri e così non venne dimenticato, ma, terminato il
Medioevo, in un primo tempo non venne considerato dagl’umanisti, che poi invece
lo ripresero. Non ha avuto tuttavia grande considerazione nel XV secolo,
poiché, al Neoplatonismo, la maggior parte degli studiosi preferiva le opere di
Platone stesso. L'appartenere ad un periodo così tardo della storia antica non
gli ha mai giovato e solo oggi si sta riprendendo lo studio delle sue opere in
modo più approfondito, pur con meno intensità rispetto al Medioevo. In effetti
gli studiosi oggi non analizzano tanto l'opera di Macrobio per conoscerne e
apprezzarne il pensiero, ma cercano più che altro di dargli una datazione e
un'identità. Codice teodosiano. ^ P. De Paolis in Lustrum, Cicerone, De re
publica, lib. VI. ^ Macrobio Ambrogio Teodosio, su romanoimpero.com. In Somnium
Scipionis, Venetiis..., Per Augustinum de Zannis de Portesio : ad instantia Do.
Lucam Antonium de Giunta, 1513 Die xv. Iunii). M., Commento al sogno di
Scipione, testo latino a fronte, Saggio introduttivo di Ilaria Ramelli,
traduzione, bibliografia, note e apparati di Moreno Neri, Milano, Bompiani,
Macròbio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Modifica su Wikidata Alessandro Olivieri, MACROBIO, in Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Ambrosius Theodosius Macrobius,
su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata
(LA) Opere di M. su Musisque Deoque.
Opere di Ambrogio Teodosio Macrobio, su digilibLT, Università degli
Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro. Modifica su Wikidata Opere di
Ambrogio Teodosio Macrobio, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di
Ambrogio Teodosio Macrobio, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata Pubblicazioni
di M. su Persée, Ministère de l'Enseignement supérieur, de la Recherche et de
l'Innovation. Macrobio a Ravenna Internet Archive., su
patrimonioculturale.unibo.it V · D · M Grammatici romani V · D · M Platonici. Portale
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Scrittori romani Grammatici romani Funzionari romaniScrittori del V
secoloRomani del V secoloNeoplatonici. Macrobio is best known as the author of Saturnalia, a
semi-philosophical dialogue that covers a wide range of topics, although its
principal one is the poetry of Virgil. However, there are also some reflections
on religion and matters of psychology. More interesting philosophically is a
commentary he wrote for his son on the Dream of Scipio by Cicerone – an extract
from his Republic). In it Macrobio explores the nature of the soul, mainly from
the point of view of the Accademy. The ssoul’s immortality and divine nature
are discussed in the light not only of philosophy but also in that of the
science of his day. Nome compiuto: Ambrogio
Teodosio Macrobio. Keywords: Macrobio. The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Màdera: l’implicatura
conversazionale della carta del senso – la scuola di Varese -- filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Varese). Abstract. Grice: “It may be said that, given that we
gave so many seminars together, I would often agree, out of courtesy, with my
former pupil, Strawson, about the oddity of coming out of the blue with
something like ‘’The King of France is bald’ is false’ or ‘’The king of France
is not bald’ is true – Strawson rather appeal to the a truth-value gap. To the
nine conversational maxims, there was a point in time, when I felt like adding
a tenth – and call it the conversational decalogue. This tenth maxim would
require that you state in your conversational move the most explicit form for
rebuttal. My inspiration was Cook Wilson on the ‘taken for granted’ – the
uncontroversial – the deep berths of language that come with a premium. In the
format S is P, we IMPLICATE that S is not void!” Filosofo italiano. Varese,
Lombardia. Grice: “I like Madera; especially because he uses words I love, like
‘sense’ – ‘la carta del senso’ and soul – anima --.” Insegna a Milano. Ha insegnato a Calabria e Venezia.
È membro dell'Associazione italiana di psicologia analitica, del Laboratorio
analitico delle immagini (LAI, associazione per lo studio del gioco della
sabbia nella pratica analitica), e fa parte della redazione della Rivista di
psicologia analitica. Fonda i Seminari aperti di pratiche filosofiche di
Venezia e di Milano e PhiloPratiche filosofiche a Milano. Studia Jung.
Define la sua proposta nel campo della ricerca e della cura del senso
"analisi biografica a orientamento filosofico", formando la Società
degli analisti filosofi. Fondat l'”Analisi Biografica A Orientamento Filosofico”,
pratica filosofica volta a utilizzare e a trasformare il metodo psico-analitico,
nata agli inizi Professoree oggi praticata in diverse città. La pratica
dell'analista filosofo si rivolge alle dimensioni “sane” ed è volta alla
ricerca di senso dell'esistenza dell'analizzante. L’orientamento filosofico è
inteso come ricerca di senso che, a differenza della filosofia come modo di
vivere dell’antichità, parte dalla biografia storicamente, culturalmente e
socialmente incarnata. Questo è un tentativo di risposta alla crisi delle
istituzioni tradizionalmente riconosciute come orientanti l’esistenza;
l'analista filosofo si propone di riformulare su base biografica i processi formativi
integrandoli con le psicologie del “profondo”. L’aver cura “terapeutica”
dell’insieme della personalità e della vita dei gruppi è stato da sempre
vocazione della filosofia, riproposta come contenitore di diversi approcci e
discipline delle scienze umane, dalla psicoanalisi alla pedagogia. Il senso è
inteso come il fattore terapeutico fondamentale. L'analisi biografica a
orientamento filosofico non si occupa della cura delle psicopatologie, a
meno che l'analista filosofo non sia anche uno psicoterapeuta, psicologo o
psichiatra. Essendo una pratica filosofica, sono richiesti all'analista
non solo la competenza professionale ma anche l'indirizzo vocazionale della sua
vita alla filosofia, dedicandosi agli esercizi filosofici personali e
comunitari. L'ambito di esperienze e teorie da cui deriva riunisce
l'eredità delle psicologie del profondo, la filosofia intesa nel suo valore
terapeutico e come stile di vita, la pedagogia del corpo e le pratiche di
meditazione, la psicologia sistemica, il metodo autobiografico e biografico, la
narrazione delle storie di vita in una prospettiva sociologica. Saggi: “Identità
e feticismo” (Moizzi, Milano); “Dio il Mondo” (Coliseum, Milano); “L'alchimia
ribelle” (Palomar, Bari); ““Jung. Biografia e teoria,” Mondadori, Milano,
“L'animale visionario,” Saggiatore, Milano); “La filosofia come stile di vita, Mondadori, Milano, Ipoc, Milano, Il piacere di
vivere, Mondadori, Milano, "Che cosa è l'analisi biografica a orientamento
filosofico", in Pratiche filosofiche e cura di sé, Mondadori, Milano, Jung
come precursore di una filosofia per l'anima”, in, Il senso di psiche. Una
filosofia per l'anima, Rivista di psicologia analitica. La carta del senso” Psicologia
del profondo e vita filosofica, Cortina, Milano,, Ipoc,
Una filosofia per l'anima. All'incrocio di psicologia analitica e
pratiche filosofiche, Ipoc, Milano Jung. L'opera al rosso, Feltrinelli, Milano. Sconfitta
e utopia. Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche, Mimesis,
Milano “Che tipo di sapere potrebbe
essere quello della psicoanalisi?”, in Psiche. Rivista di cultura
psicoanalitica, “Dalla pseudo-speciazione
al capro espiatorio", in, Tabula rasa. Neuro-scienze e culture, Fondazione
Intercultura, Pratiche filosofiche e cura di sé, Mondadori, Milano, Le pratiche
filosofiche nella formazione, Adultità, Guerini, Milano Bartolini P., Mirabelli
C., L’analisi filosofica: avventure del senso e ricerca mito-biografica,
Mimesis, Milano-Udine Campanello L.,
"L'analisi biografica a orientamento filosofico e le cure palliative”, in
Tessere reti per una buona morte, Rivista Italiana di Cure Palliative, Campanello
L., Sono vivo ed è solo l'inizio, Mursia, Milano Daddi A. I., Filosofia del profondo,
formazione continua, cura di sé. Apologia di una psicoanalisi misconosciuta,
Ipoc, Milano, Daddi A. I., “Principio
Misericordia, perfezionismo morale e nuova etica. La proposta màderiana per
l'Occidente del terzo millennio”, in Rassegna storiografica decennale, Limina Mentis,
Monza, Diana M., Contaminazioni
necessarie. La cura dell'anima tra religioni, psicoterapia, counselling
filosofici, Moretti, Bergamo, Galimberti U., Dizionario di psicologia.
Psichiatria, psicoanalisi, neuro-scienze, voce “Biografico, Metodo”,
Feltrinelli, Milano Gamelli I.,
Mirabelli C., Non solo a parole. Corpo e narrazione nella formazione e nella
cura, Cortina, Milano Janigro N., La
vocazione della psiche, Einaudi, Torino
Janigro N., Psicoanalisi. Un’eredità al futuro, Mimesis, Milano Malinconico A., "Dialettica di redazione
(ancora in tema di analisi biografica a orientamento filosofico)", in, Il
senso di psiche. Una filosofia per l'anima, Rivista di psicologia analitica, Malinconico
A., Psicologia Analitica e mito dell’immagine. Biblioteca di Vivarium,
Milano Montanari M., “Per una filosofia
del profondo”, in, Il senso di psiche. Una filosofia per l'anima, Rivista di
psicologia analitica, Montanari M., La filosofia come cura, Mursia, Milano Montanari M., Vivere la filosofia, Mursia,
Milano Moreni L., “Intervista a tre
analisti filosofi”, in, Il senso di psiche. Una filosofia per l'anima, Rivista
di psicologia analitica, Sull’analisi biografica a orientamento filosofico Analisi biografica e cura di sé Una nuova formazione alla cura Psiche e città. La nuova politica nelle
parole di analisti e filosofi
Quattordici punti sull’analisi biografica a orientamento filosofico. Nome
compiuto: Romano Màdera. Madera. Keywords: la carta del senso, “profondo” “la
grammatica profonda” “la grammatical del profondo” Tiefe Grammatik –
implicatura del profondo, implicatura del superficiale. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Madera” – The Swimming-Pool Library. Madera.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Maffetone:
l’implicatura conversazionale – filosofia campanese – filosofia napoletana –
scuola di Napoli -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I like
Maffetone; he tries, like I do, to defend Socrates against Thrasymacus; in the
proceedings, he provides his view on the foundations of Italian liberalism –
and has recently explored the topic of what he calls ‘il valore della vita.’” Si laurea a Napoli. Ha contribuito al dibattito
scientifico sui temi di bioetica e etica dell'economia e della politica, alla
Rawls,, tentando di ricostruire i principi del liberalismo applicandoli al
contesto dell’economia. Insegna a Roma. Presidente della Fondazione
Ravello. Saggi: “I fondamenti del liberalismo”
(Laterza, Etica Pubblica, Il Saggiatore); “La pensabilità del mondo” (Il
Saggiatore, “Rawls” (Laterza). “Un mondo migliore. Giustizia globale tra
Leviatano e Cosmopoli, “Marx nel XXI secolo,” Luiss University Press. Radio
Radicale. Sebastiano Maffettone. Maffetone. Keywords: contrattualismo. Rawls on
Grice on personal identity. Keywords: quasi-contrattualismo conversazionale, i
due contrattanti – il contratto come mito – contratto – marxismo, comunismo,
laburismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Maffetone” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Magalotti:
l’implicatura conversazionale – di naturali esperienze – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Abstract. Grice:
“Sometimes, derivatives are a trick. The Romans had a wonderful concept of
NATVRA, a strict rendition of Greek PHYSIS – and yet, you find philosophers
using ‘nature’ only metaphorical – as when I refer to the irreverent talent
with which the sage Nature endowed me. Instead, a philosopher likes an
adjective, as when, now as I look back, I addressed the Oxford philosophical
society on the topic of ‘meaning’ – Borrowing from the adjectival uses of
‘naturalis’ and ‘artificialis’ as applied to ‘meaning,’ or ‘segno,’ I oblitated
Nature into the bargain!” Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like
Magalotti – very philosophical” – Grice: “When a philosopher is a count, we
don’t say that he was a professional philosopher, but not an amateur
philosopher either – ‘philosopher’ does!” – Grice: “I like his ‘saggi’ on
‘natural experience’ – he is being Aristotelian: there is natural experience
and there is trans-natural experience – and there is supernatural experience!” Appartenente all’aristocrazia, figlio del prefetto
dei corriere pontifici. Studia a Roma e Pisa, dove e allievo di VIVIANI e
MALPIGHI. Segretario di Leopoldo de' Medici, segretario dell'Accademia del
Cimento, fondata da de’ Medici. Fa parte anche dell'Accademia della Crusca e
dell'Accademia dell'Arcadia, Dall'esperienza al Cimento nacque i “Saggi di
naturali esperienze, ossia le relazioni dell'attività dell'Accademia del
Cimento”. Passa al servizio di Cosimo III de' Medici iniziando così un'attività
che lo porta a una serie di viaggi per l'Europa (raccolse in diverse opere le
sue vivaci e brillanti relazioni di viaggio). Ottenne il titolo di conte e la
nomina ad ambasciatore a Vienna. Si ritira alla villa Magalotti, in Lonchio. Si
dedica alla filosofia, con particolare attenzione per la filosofia naturale di
Galilei Opere: “Canzonette anacreontiche di Lindoro Elateo, pastore arcade”
“Delle lettere familiari del conte M. e di altri insigni uomini a lui scritte,
Firenze, Diario di Francia, M.L. Doglio, Palermo, Sellerio. “La donna
immaginaria, canzoniere, con altre di lui leggiadrissime composizioni inedited”
(Lucca); “Lettere del conte M. gentiluomo fiorentino dedicate all'Ecc.mo e
Clar.mo Sig. Senatore Carlo Ginori Cav. dell'Ordine di S. Stefano, Segretario
delle Riformagioni e delle Tratte, Lucca. Lettere contro l'ateismo, Venezia.
Lettere odorose, E. Falqui, Milano. Lettere scientifiche. “Lettere” (Firenze).
“Saggi di naturali esperienze fatte nell'Accademia del cimento sotto la
protezione del Serenissimo Principe Leopoldo di Toscana e descritte dal
Segretario di essa Accademia, Milano. “Scritti di corte e di mondo” Enrico Falqui,
Roma. “Varie operette del conte Lorenzo Magalotti con giunta di otto lettere su
le terre odorose d'Europa e d'America dette volgarmente buccheri”
Roma.Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana.Saggi di naturali esperienze fatte nell'Accademia del Cimento sotto la
protezione del serenissimo principe Leopoldo di Toscana e descritte dal
segretario di essa Accademia (Firenze: per Giuseppe Cocchini all'Insegna della
Stella); “La donna immaginaria canzoniere del celebre conte M. ora per la prima
volta dato alla luce e dedicato alle nobilissime dame italiane” (Firenze:
Bonducci); “Canzonette anacreontiche di Lindoro Elateo pastore arcade”
(Firenze: per Gio. Gaetano Tartini, e Santi Franchi); “Il sidro poema in due
canti di Filips tradotto dall'inglese in toscano dal celebre conte M. ora per
la prima volta stampato con altre traduzioni, e componimenti di vari autori”
(Firenze: appresso Andrea Bonducci); Charles de Marguetel de Saint-Denis de
Saint-Évremond, Opere slegate: precedute da un carteggio tra Magalotti e
Saint-Évremond, tradotte in toscano” (Roma: Edizioni dell'Ateneo). Scienza in
Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di
Firenze, Elogio storico nell'edizione de La donna immaginaria canzoniere del
conte M. con altre di lui leggiadrissime composizioni inedite, raccolte e
pubblicate da Gaetano Cambiagi, In Lucca: nella stamperia di Gio. Riccomini,
Dizionario critico della letteratura itLuialiana, Torino, POMBA, M., Relazioni
di viaggio in Inghilterra, Francia e Svezia” (Bari, G. Laterza). Treccani
Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Crusca, Relazioni di viaggio in
Inghilterra, Francia e Svezia Lettere scientifiche ed erudite Comento sui primi
cinque canti dell'Inferno di Dante, e quattro lettere del conte M. Canzonette
anacreontiche di Lindoro Elateo pastore arcade Lettere scientifiche ed erudite
La donna immaginaria Novelle (il volume contiene anche opere di altri autori)
Gli amori innocenti di Sigismondo conte d'Arco con la Principessa Claudia
Felice d'Inspruch. DICE poldo di Toscana . Lettera III.
SopralaLuce.AlSignorVincenzo Vi Sopra ildetto del Galido, il Vino Signor Carlo
Dati. Lettera V. 111 P relazione 13 28 un composto d'umore e di luce. Al 48 394
refazione medesimo . Lettera II. . Fiore. Al Serenissimo Principe L e o .
Delveleno dellaVipera.AlSignorOt 78 ne d'osservar la Cometa l'anno 1664.
Leltera VII. Donde possa avvenire, che nel giu dicar degli odori cosi sovente
si prenda abbaglio. Al Signor Cavaliere Giovanni Battista d'Ambra. Lettera re
Giovanni Battista d'Ambra.Lette Descrizione della Villa di Lonchio.Al Strozzi.
Lettera X. Intorno all'Anima de'Bruti,Al Padre secondo. Al Padre Lettore Don
Angiolo Maria Quirini. Lettera. Sopra un effetto della vista in occasio Al
Sigoor Abate Oilavio Falconieri. . Sopra gli odori . Al Signor Cavalie Signor
Marchese Giovanni Battista Sopra un passo di Tertulliano.Al Pa Sopra un passo
del Concilio Niceno Sopra la lanugine di Beidelsar. A N. N. Lettera XIV. .
Monsignor Leone Strozzi . Lettera XVII.. . 170 252 ra IX. VIII, Іоо Letiore Don Angiolo Maria Quirini. Lettera XI. dre
Lettore Don Angiolo Maria Q u i rini.Lettera XI. Sopra la lanugine di
Beidelsar. A N. N. Lettera XV. 85 157 279 Sopra la lanugine di Beidelsar. A N.
N. Lettera XVI. 282 Sopra un intaglio in un diamante. A 289 300 7 Conte
Ferrante Capponi . Lettera XIX. Sopra la lettera B, e perchè ella s'a doperi
cosi spesso nel principio de 396 INDICE. Sopra un passo di S. Agostino.Al Si
gnor Abate Lorenzo Maria Gianni. Lettera XVIII . . Sopra il Cascii . Al Signor
Cavaliere Cognomi. Al Signor Tommaso Buo naventuri . Lettera X X . FINE.
SilAJilUsCEn il poeta per una lelva, per la quale tutta notte aggiratosi, la
mattina in su falba si trova a piè <l'uQa colliuciui. Kipoaatosi alquanto ^
•! per voler aalire f quando y fattuegli incontro una lonza, un leone e una
lupa, h costretto a rifuggirsi alla selva. In questo gli apparisce Fombra di
VIRGILIO, il cui ajuto è da esso caldamente implorato contro alla lupa, dalla
quale il maggior pencolo gli soprastava. Virgilio discorre lunga* mente della
pessima natura di quella 6era, onde cam« porne lo strazio, offerendogli sè per
guida | a tener altra a Canto via lo conforta. Dante accetta Tofferta di
Virgilio « e tenendogli dietro ti mette in cammino. V. I. Nel mezzo del cammin
tee. Keir età di 35 anni. Ciò non t'aTguìtee per congetture; ma provasi
manifestameute da un luogo del tuo Convivio, nella aposizione della canzone: Le
dolei rime eTamor, eh* io eolia; dove 9 dividendo il cono della vita umana in
quattro parti, che tutte (anno il numero d'anni 70 « resta, che la metà del suo
corso, secondo la mente del poeta, sia ne' 35 . Che poi questo primo verso
debba intendersi letteralmente, cioò del numero degli anni, e non
allegoricamente, come alcuni vogliono: si dimostra da un luogo deir Inferno,
caut. XV, nel quale domandato il poeta da Ser Bnmetto di sua venuta, esso gli
risponde, V. 49; Lassù di sopra in la vUa serena * JUrpos* io lui • mi smarrì
*n una valle, 1 Avanti (he Vetà mia fosse piena: riferendoli a questa selva»
nella quale racconta essersi smarrito nel mezzo del commin del suo vivere. V,
per una selva oscura. Forse questa selva ^ oltre al senso letterale, che fa
giuoco al poeta per 1* intraduzione del suo viaggio, ha sotto di s^ ((ualche
senso allegorico • dei quale sono arricchite molte parti di questo primo canto;
e vuol per avventura s guilicare la selva degli eiTori, per entro la quale
assai di leggieri si perde l' uomo nella sua FRIICO. a<h>1etccnu; e cìie
iia *1 vero nel topraccitato luogo del •uo CoFwivio ti leggono queite formali
parole; È adunque dà f opere, che y ticcome quello, che mai non fosse stato in
una città, non saprebbe tener le vie -, senza l' insegnamento di colui, che le
ha usate : ro/1 V adolescente » che entra nella teloa erronea di questa vita,
non saprebbe tenere il buon co/mmino y se da suoi maggiori non gli fosse mostrato;
nè il mostrar vatrebbe, se alli loro coaiafidamenti non fosse obbediente, V. 8.
Ma per trattar del ben ecc. Del frutto, il qual ti ritrae dalla meditaiione di
quel miserabile stato pieno di pene e di rimordiinenti, mediante la quale s'
arriva alla caDtemplaaione d' Iddio, che è la fine propostasi dal poeta. V. 1
3. Ma po* eh* »* fui appiè ecc. Il colle è forse inteso per la virtù, la qual
si solleva dalla bassezza della selva. V. l6 vidi le sue spalle VestUe già de*
raggi del pianeta ecc. Il senso letterale è aperto, volendo dire, che la cima
del colle era di già illustrata da' raggi del nascente sole. Ma forse, che
sotto questo senso n' è chiuso un altro ^ pigliando il sole per la grazia
illuminante, la quale all' usctr Dance dalla selva degli errori cominciava a
trapelare con qualche raggio nella sua mente. V. ao. Che nel lago del cuor ecc.
Por che voglia insinuare, nella passione della paura commuoversi e fortemente
agitarsi il sangue nelle due cavità del cuore, dette volgarmente ventricoli;
de' quali, 4 Canto prrò eh’ e' parla in lingolare, pigliando la parte pel
tutto, vuol forae dir principalmente del destro, che del sinistro i maggiore.
ALIGHIERI lo chiama lago, credendosi forse che il sangue che v’ è, vi stagni,
non essendo in que’ tempi alcun lume della circolazione. Qui però cade molto a
proposito il considerare un luogo maraviglioso del Petrarca nella seconda
canzone degli occhi, finora, che io sappia, non avvertito da altri; nel quale
dice cosa intorno alla circolazione da far facilmente credere, eh* egli quasi
quasi se l’indovinasse, arrivandola, se non con l'esperienza, con la propria
speculazione. Dice dunque così : Dunque eh' i’ non mi sfaccia, Si frale oggetto
a s\ possente fuoco Non i proprio valor, che me ne scampi, Ma la paura un poco,
Che 7 sangue vago per le vene agghiaccia, insalda ’l cor, perchè più tempo
avvampi. Non ha piti dubbio-, eh* e’ si parrebbe forte appassionato del poeta,
che volesse ostinarsi a dire, che il sentimento di questi versi suppone
necessariamente la notizia della circolazione del sangue; la quale, a dir vero,
so fosse stau immaginata, non che ricooosciuu dal Petrarca, non ha del
verisimile, eh’ ella si fosse morta nella sua mente, ma, da lui conferita e
discorsa con altri, per la grandezza del trovato avrebbe mossa fio d' allora la
curiosità de’ medici e de’ notomisti a procacciarne i riscontri con
resperienze. E ben degno di qualche maraviglia il vedere, come, il poeta altro
facendo, e forte altro intendendo di voler dire, gli è venuto detto cosa, che
spiega mirabilmeote quesu dottrina; poiché, se ben si considera il lento de'
lopraddetti Tersi, ^ tale : Ma il cuore rìsalda un poco, cioè ritorna al suo
esser di fluidezza il sangue, il quale nel vagar per le vene s'agghiaccia dalla
paura, e ciò a fine di farlo arder miseramente più lungo tempo. Puoss' egli
dilucidar più chiaramente Teffetto, che opera nel sangue il ripassar cb* egli
fa per la fornace del cuore, dove si liquefi, s'allunga, s'assottiglia, e si
stempera, caso che nel vagar per le vene lontane o per paura, come in questo
caso nel PETRARCA, o per qualsivoglia altra cagione si fosse punto aggrumato e
stretto; onde poi, novellamente fuso, e corrente divenuto, potesse ripigliare
il nuovo giro ed allungar la vita (la qual tanto dura, quanto dura il sangue a
muoversi), e si a render più luogo r incendio amoroso del poeta? Ma ciò, per
chiaio ch'ei sia ed aperto, ò tuttavia assai oscuramente detto in paragone d'un
luogo, del Davanzati nella sua Lezione delle monete. Il luogo ò il seguente :
Jl danojo è il nerbo della guerra, e della repuhhlica, dicono di gravi autori,
e di jolenni* Ma a me par egli più acconciamente detto il secondo sangue;
perchè, siccome il sangue, eh' è il rugo e la sostanza dei cibo nel corpo
naturale, correndo per le vene gì-osse nelle minute, annaffia tutta la carne,
ed ella il si Bee, com* arida terra bramata pioggia, e rifà, e ristora,
qucaUunque di tei per lo color naturale s'asciuga, e svapora: così il danajo,
eh* è sugo e sostanza ottima della terra, come dicemmo, correndo per le borse
grosse nelle minute, tutta la gente rineaneuina di quel danajo, cheti spende,
evaviacontlnuatnente nelle cose, che la vita consuma, per le quali nelle
medesime borse grosse rientra, e cos't rigirando mantiene in vita il corpo
civile delta repubblica. Quindi assai 6 Canto éi leggler ti tomprende, eh* ogni
ttato vuol una quantità di moneta, che rigiri^ come ogni corpo una quantità di
sangue, che corra» Che dunque diremo di queit* autore ? Nuli* altro ceiv
tamente, te non che, dove i profeMori delle mediche facoludi non giunsero, se
non dopo un grandissimo guasto d* inomnerabili corpi, egli senz'altro coltello
che con la forza d'un perspicacissimo ingegno penetrò nel segreto di questo
aumiirabile ordigno, c tutto per filo e per segno ritrovò raltisstmo magistero
di quei movimenti, che noi vita appelliamo* V. 31 . £ qual è quei, che con Una
af annata ecc. MaravigUosa similitudine. V. 35. CoA /'animo miò, eh* ancor
fuggiva ecc. Rara maniera d'esprimere una paura infinita. Bocc.*, Novella 77.
Allora, quasi come se *l mondo sotto i piedi venuto le foste meno, le fuggi
Canitno, e vinta cadde ropaa '/ battuto della terre. V. 3 o* Si che 7 piè fermo
ecc. Solamente camminandosi a piano : dicansì quel che vogliono 1 commentatori,
in ciò manifesraniente conviensi dalla dimostrazione e dall' esperienza. £
vero, che il piè fermo retu sempre Ìl più basso. Onde convien dire, che Dante
non avesse ancor presa l'erta, il che si convince anche più manifestamente da
quel che segue: V. 3 i. £d ecco, quoti al cominriar dell’ erta» La voce quoti vuol
significare ( e tanto più accompagnau con l'altra al cominciar t che denota
futuro), che PRIVO. 7 Verta era ben vicina, ma non cominciata; c pure in fin
allora avea camminato, adunque a piano. Nè li opponga quello, ch’egli dice ne*
veni innanzi, y. l3. Ma po’ eh’ i fui appii d" un colle giunto; poiché
appiè d'un colle li dice anche in qualche distanza; anzi t' e’ doveva
comodamente vedergli le spalle, v. l 6 . Guarda’ in alto e vidi le sue spalle,
tornava meglio eh’ e’ ne fosse alquanto lontano. Molto meno dà dilEcoltà il
seguente v. 6 l. Mentre eh’ i’ rovinava in basso loco; dicendo: dunque se ora
egli scende, mostra, che dianzi saliva. Saliva, ma dopo aver prima fatto il
piano, per lo qual camminando il pie fermo sempre era il più basso. Del resto il
leone e la lonza non poteron impedirgli il salire : solamente la lupa gli fe’
perder la speranza dell’ altezza, cioè di condurti in cima del colle. Di qui
avvenne eh’ egli prete a rovinare in basso loco, V. 3a. Una lonza ecc. Una
pantera. Per essa, come animai sagacissimo, intende veritimilmente la lussuria.
V. 36. Ch’i’ fui, per ritornar, pUi volte, volto. Bisticcio. Tibullo ti fe’
lecito anch’ egli per nn^ volta un simile scherzo, Ub. IV, corm. VI, v. 9 . Sic
bene compones : ulli non ille puellat Seruire. 8 Canto £ Properzio te ne volle
aacor etto cavar la voglia, elcg. Xin, Ub. I, V. 5. Vum tiU Jecepiiì augfiur
fama puellis, CtTtus et in nuìlo quaeris amore moram. V. 39 quando V amor
divino Mone da prima quelle cose belle Direi, che per la motta di quelle cose
belle non intendette altro il poeta, che rattuazione dell* idee, o tì vero lo
tpartimento dell* idea primaria nell* idee tecondarie, che è il diramamento
dell* uno nel diverto tignificato nel triangolo platonico. In tomma la
creazione dell* univerto, allora quando formò il mondo temibile tutta a timile
al mondo archetipo o intelligibile creato ab eterno nella mente divina. £ non è
inveritimile, che ALIGHERI abbia voluto toccare quetta dottrina platonica,
nella quale, come appare maoifettamente da altri luoghi della tua Commedia, e
principalmente nell* XI del Paradito, egli era vertatittimo, donde ti raccoglie
e 1* intento amor delle lettere e la pertpicacia del tuo finittimo
intendimento, mentre in un aecolo coti barbaro pot^ aver notizia delle opinioni
platoniche, quando i principali autori di quella tcuola o non erano ancor
tradotti dal greco idioma, o t*egli erano, grandittima penuria vi aveva
de’codici tcritti a penna dove vederli e ttudiarli. Na t* io ben m'avvito, tal
dottrina Incavò egli a capello da BOEZIO, del qual aurore il poeta fu
ttudioiittimo, dicendo nel tuo Convivio queite formali parole : Tuttavia, dopo
alquanto tempo, la mia mente» che s'argomentava di tonare » provvide ( poi ne*l
ai/o, nè Taltrui consolare valeva ) ritornare al modo» che F ni u o. 9 alcuno
sconsolato avea tenuto a consolarsi; e ansimi ad allegare e leggere quello, non
conosciuto da molti, libro di Boezio ) ìlei quale » cattivo e discacciato,
consolato si aveva. Quivi adunque potè egli facilmente apprendere a intender Puniverso
aotto il nome di bello, e ti per la moMa delle cose belle intender la mossa del
mondo archetipo disegnato ab eterno nella mente d'iddio. 1 versi * di BOEZIO
sono i seguenti: lib. Ili de consol. etc.^ metro 1\. O qui perpetua mundum
radane guhemés» Terrarutn caeUque salar, qui te/apus ab aeuo Ire iuhes,
stabilisque nianeru das cuncta moueri; Quent non extemae pepulerunt fingere
caussae Materiae fluitantis opus uerum insita sutnmi Forma boni, liuore carens
: tu cuncta superno Ducis ab exeinplo : pulcrum pulcherrimus ipse Mundum mente
gerens, similiqtte imagine formans, Perfectasque iubens perfectum absoluere
partes. In numeris elemento ligas, ut frigora fiamtnis y Arida conueniant
liquidis : ne purinr ignis Fuolet, aut mersos deducane pondera terras. Tu
triplicU mediam naturae cuncta mouentem Connectens animam per consona membra
resoluis, etc. Che poi per la motta intenda l'attuazione delle idre mondiali,
ciò si convince apertamente da un luogo maraviglioso del suo canzoniere nella
canzone : Amor y che nella mente mi ragiona; dove parlando della sua donna dice
cV ella fu T idea, che Iddio si propose quando creò il uiondo sensibile, il
qual atto di creare vien quivi espresso con la voce mosse. IO Canto Però qual
donna sente sua beliate, Biasmar, per non parer queta ed umile ^ Miri costei,
eh' esemplo è d’umiltate» Questuò colei, che umilia ogni perverso. Costei
pensò, chi mosse l* universo. Altri forse intenderà (tutto che i comentatorì in
questo luogo se la passino assai leggìensente ) per la mussa di quelle cose
belle, la mossa data ai pianeti per gli orbi loro; ma trattandosi d"una
mossa data dall" amor divino, panni assai più degna opera la creazione
dell'universo, che r imprimere il moto a piccol numero di stelle. Dire dunque,
che il sole nasceva con quelle stelle, eh* eran con lui quando Iddio creò il
mondo : cioè eh' egli era in Ariete, nella qu^d costellazione fu creato secondo
Vopiniooe di molti. V. 41 * a bene sperar vera cagione. Di quella fera la
gaietta pelle, L*ora del tempo, e la dolce stagione. Può aver doppio
significato : primo in questo modo, cioè : 51 che Vara del tempo, e la dolce
stagione tu erano cagione di bene sperare la gaietta fera di quella pelle;
cioè, Si che l'ora della mattina e la stagione di prima^ vera (avendo detto che
il sole era in ariete) mi davano buon augurio a rincer l'incontro di quella
fiera, e a riportarne la spoglia. £ in quest' altro : Sì che aggiunto all' ora
e alla bella stagione l' incontro di quella fiera adorna di sì vaga pelle non
poteva non isperar felici successi. Così rincontro d'uno o d' un altro animale
recavasi anticamente a buono o a tristo augurio. . (I V. 45. Za vista, che
m'apparve étun leone. Il leone è preio dal poeta per limbolo della superbia. V.
4^. £d una lupa eco. L'ararizia. V. Si. £ molte genti fe' già viver grame. Ciò
si può intender di coloro, l'aver de' quali è ingordamente assorbito ddl' avwo,
e per gli avari medesimi, che ai consumano in continui affanni per
l'insaziabditi della lor cupidigia, onde chiama la lupa bestia senza pace. V,
53 . Con la paura, eh’ uteia di sua vista. Qui paura con bizzarra
significazione vale spavento in significato attivo, ed è forse l'unico esempio
che se ne trovi. Cosi l'addiettiva pauroso è preso attivamente, Infer. cant. 3,
V. 8 H. Temer si dee di sole (fucile cote, eh’ hanno potenza di far altrui
male, Deir altre no, che non son paurose. Cioè non danno paura; ma questo non è
tanto sin» gulare, quanto il sostantivo paura in significato di terrore, e
f.tcllmente se ne troveranno esenipj simili cosi ne'Crecif come nei Latini. Uno
al presente me ne sovviene, ed ò di Tibullo, eleg. IV, lib. Il, v. q, Stare uel
insanis cautes obnoxia uentit, Naufraga quae uatii tunderet unda maris ! V. 60 dove il sol tace. Verso l'onibra della selva.
Canto V. 63 . Chi per lungo silenzio parta fioro. Quriti è Virgilio, «otto la
periona del quale pare, che debba intendersi il lume della ragion naturale
risvegliato nella mente del poeta dalla teologia figurata per ranima di
Beatrice de* Portinan in vita amata da Dante. V. 63 parta fioco. Dal sento
delle parole par, che Dante •* accorgesse, che Virgilio era fioco dalla
semplice vista, ma a bea considerare non è così. Perchè allora eh' egli scrisse
questo verso avevaio già udito favellare, onde può ben dire qual era la sua
voce, oltre al dire eh* e* Paveva veduto. Che poi lo faccia fioco, ciò è furila
per tacciar la barbarie di quel secolo, in cui allorché Dante si pose a cercar
lo suo volume, cioè a leggere e studiar TEneide, nino altro era che la cercasse
o studiasse, onde poteva dirsi Virgilio starsene muto ed in silenzio perpetuo.
V. 70. Nacqui suh JuliOt ancorché fosse tardi. Dice esser nato sotto Giulio
Cesare ancorché fosse tordi, cioè ancorché esso Giulio Cesare rispetto al
nascer di Virgilio fosse tardi, cioè indugiasse qualche tempo ad aver Tassoluto
imperio di Roma, onde si potesse con verità dire che la geme nascesse sotto di
lui. £ veramente Virgilio nacque avanti a Cristo anui 70, agridi d'ottobre, e
per conseguenza avanti che Giulio Cesare fosse imperatore. V. 90. Ch" ella
mi fa tremar le vene e i polsi, piglia i polsi universalmente per Parterìe, le
quali eo\ loro strigoersi e dilatarsi con contraria corrispondenza alla sistole
e alla diastole del cuore continuamente R I li O. i 3 dibatt^nfti. E qui è da
notare ravvedutezza deì poet mentre dice, che gli tremavano le vene ancora,
come quegli che beni»iÌmo sapea, che per non andar mai diigiunte dall* arterie,
in una violente commozione di queite, non può far di meno che quelle ancora
tanto quanto non •'alterino. V. 91. A te convien tenere altro viario. Quasi
dica; ben li può luituria e tuperbia vincere, ma superare avarizia, ciò è all*
umane forze impossibile. V. 100. Molti son gii animali 1 a cui t’ammoglia.
Molti vizj veogon congiunti con Tavanzia. V. lOi. ... in finckè’l veltro ecc.
Questi è messer Cane della Scala veronese, onde la sua patria, dice Dante, che
sari tra Feltro e Feltro, perchè tra Monte Feltro dello Stato d' Urbino e
Feltro del Friuli si ritrova in mezzo Verona. Fu messer Cane uomo d'alto affare
in que' tempi, e d'animo grande e liberale; ed essendo desideroso, che la sua
generosità fosse per opera conosciuta, intraprese ad onorare e soccorrer tutti
coloro, che di gran saliere fosser dotati, fra quali ricoverò anche il nostro
poeta, allorch'e'fu di Faenze cacciato co* Chi~ bellini intorno all'anno i 3
oS. V. io 3 * terra, nè peltro» Peltro^ stagno raffinato con lega d’argento
vivo. Qui per metallo in genere, onde il scntimeaio è questo; V. io 3 . Questi
non ciberà terra, nè peltro, Questi non si ciberà, cioè non sarà signoreggiato
da ambizione di stato > uè da cupidigia d'avere. . V. ic 6 . Di queìF umile
Italia» Vinile y atteso il tuo miserabile stato in que* tempi per rintestioe
discordie, ond' ella era sempre infestata. V. 111. Là onde invidia prima ecc. O
sia la prima invidia di Lucifero contro Iddio in Ciclo, o contro l'uomo nel
paradiso terrestre, o pure: V. IH. Là onde invidia prima dipartiìla\ Là onde da
prima inridia la diparti, preso quel prima avverbialmente. V. iiS. Che la
seconda morte ciascun ^rida. Allude al desiderio, che hanno i dannati della
morte deir anime loro dopo quella de* corpi per sourarsi alla crudeltà de'
tormenti, onde S. Luca, cap. aa, io persona di quelli : Monies cadile super
noi, et colles operile nos. V. lai. Anima fia ecc. Beatrice de' Portinarì, la
quale, siccome à detto di sopra, fn io vita ardentissimamente amata dal poeta.
In questo, che segue nel primo canto, si consuma un giorno intero, eh' è il
primo del viaggio di Dante. Si fa dall’ ioTOcar le muae e l'ajuto della propria
mente. Dipoi acconta, com' egli peniando all' impreia di tal viaggio . cominciò
a •gomrntoraeoe, e a motirare a Virgilio eoo molte ragioni, di' e' non era
dovere, ch'ei ti mettewe ]>er niun conto a cimento >1 pericoloio. Dopo di
che narra, come Virgilio lo ripreie della tua viltà; e con dirgli, ch'egli
veniva in tuo aoccorto mandatovi da Beatrice, tutto di buon ardire lo iraarrito
animo gli rinfranca, ond'egli ti ditpone al tutto di volerlo teguitare. V. 4 .
ATapparetfhiava a sostemr la putirà, Si del cammino, e ti delta pittate. Il
Boti, il Vellutello, ed altri comentatori tpiegano qneito luogo coti;
M'apparecchiava a tiiperar le ilitEcultà del viaggio, e tollerar la noja della
pietà, di' eraii per farmi quei crudeliitimi tirar), ond’ era per veder
tormentare l’anmie de’ dannati. Io però ardirei proporrej6 Canto un* alfr.i
roiuMcrazionc, le a sorte Dante avesse piuttosto voluto dire, eh’ ci
•'apparecchiava a sostcoer la {guerra della pirtare, cioè a ftf forza al suo
animo per non prender pietà de’ peccatori, avvegnaché U crudeltà de’ «upplizj.
fosse per muovergli un certo naturai affetto di comjiafsione, al quale ciafcun
uomo fi seme ordinariamenTc incitare per la miseria altrui. £ veramente il
senso letterale pare, che favorisca mirabilmente questo sentimento; poiché,
s’ei s’apparecchiava a sostener la guerra della pietà, cioè la guerra, ch’era
per Wgli la pietà, segno è eh' e* non voleva lasciarsi vincer da quella, ma si
resistere e comb.ucere con la considerarione, che quegl' infelici erano puniti
giustamente, anzi, come dicono t teologi, citra meritumt mentre avendo offeso
una Maestà inBnita, e sì infinita venendo a esser la loro colpa, questa non può
con pene finite soddisfarsi. Dico finite quanto all' intensione, non quanto
all* estensione, la quale non ha dubbio, che durerà eternamente. E chi porrà
ben mence ad altri luoghi dell’Inferno, ne troverà di quelli, che armano di piu
salde conjetture il sentimento da me addotto in questo passo. Tale è quello
dell’Inferno, canto XIII, dove, dopo il primo ragionamento dì Pier delle Vigne,
Dante dice a Virgilio, eh* c’ seguiti a domandare all* anima del suddetto Piero
qualche altro dubbio, imperocché a lui non ne dà Tanimo, tanto si sente
strignere dalla pietà del suo infelice stato, v. OntV io a lui : dimandai tu ancora
Di quel, che credi ^ ch‘ a me soddisfaccia; eh* i non potrei: tanta pietà in
accora. E piià apertamente si vede questo star su la difesa, che fa Dante
contro l’ importuna pietà de* dannati, la qual tenta di vincerlo al canto XXIX
dell’ Inferno, quando arrivato in tu ruldina costa di Malebolge dice cosi, v.
43^ Lamenti saeltaron me diversi, Che di pietà ferrati avean gli strali :
Ond" io gli orecchi con te man coperti. Il qual terzetto par, che esprima
troppo maravigliosamente un fierissimo assalto dato dalla pietà all’ animo del
porta, e la difesa di quello con turarsi gli orecchi. £ non solamente si
troverà difendersi dalla pietà, ma sovente incrudelire contro di essi, negando
loro conforto e compatimento. Così Inf. cant. XXXIII, richiesto da Branca d’Oria,
che gli distaccasse d' insieme le palpebre agghiacciate, non volle farlo, v.
148. Ma distendi ora mai in guà la mano, Aprimi gli occhi I ed io non gliele
aperti, E cortesia fu lui tesser villarto. E Inf. XIV, vedendo Capaneo disteso
sotto la pioggia di fuoco, dice stargli il dovere, v. ^t. Ma, com' io dissi
lui, li tuoi dispetti Sono al suo petto assai debiti fregi. Io però confesso di
non aver per anche si fatta pratica SU questo poema, eh' e' mi sovvengano così
a un tratto tutti i luoghi, ov’ e' favella di pietà in questa prima Cantica
dell’ Inferno; e considero eh’ e’ mi se ne può addurre taluno ora non pensato
da me, il qual mostri così chiaro il contrario, eh’ e' metta a terra tutto il
presente ragionamento. E considero, che altri potrebbe rispondermi, che il far
dimandare da Virgilio Pier delle Vigne, e ’l coprirsi gli orecchi con le mani
posson i8 Canto ambedue etter effetti dell' cuer Taiiimo del poeta troppo vinto
dalla pietà, e non dall' eaier a lei repugnante; ma io non piglio per aaiunto di
provare, che egli si picchi di non calerti mai piegato a pietà de' dannati,
anzi che in molti luoghi confeita la aua caduta, qual è quella, Inf. canto V,
v. 70. Poscia eh' i' thhi il mio dottore udito Nomar le donne antiche e
cavalieri, Pietà mi vinse, e fui quasi smarrito. Nel qnal luogo non meno ti
pare la perdita del poeta, che il contratto antecedente; mentre, te egli non ti
fotte potto in animo di non latciarti andare alla compattione, non avrebbe
indugiato fin allora ad arrenderli, avendone avuta occatione molto prima, cioè
tubito eh' ei vide la miteria dei peccatori carnali. Ivi, v. 3S. Or incomincian
le dolenti note A [armisi sentire : or son venuto, Xà dove molto pianto mi
percuote. Ma egli Ita forte il più eh' el potette : però, allora ch'egli ebbe
riconoteiuto quivi tanti valoroti uomini, e coti alte donne, piegò l'aaimo alla
compattione; ond'egli dice, eh' ei fu quoti smarrito, cioè ti perdè d' animo,
vedendoti vinto il pretto. Per lo che concludo, che, te bene da quetto e da
muli' altri luoghi ti comprende la vittoria della pietà, ciò non toglie il
vigore alla ipotizinne del preiente patto, potendo benitiimo ilare inlieme l'un
e l'altro : cioè che Dante ti ditponeiie a toitener la guerra della pietà, cioè
a non compatire i dannati; e poi, come di animo gentile ed umano, di quando in
quando cedette. V. 8. O mente, che scru/etti ciò eK io vidi ecc. Dopo ÌDTOcate
le Muse, invoca la sua memoria, chiamandola mente che tcriite ciò eh' egli
vide; cioè, in cui a' impretaero le tpecie degli oggetti vedati. V. IO. Io
cominciai; Vi a’ intende a favellar di qncato tenore, e queata è maniera
uaitatiaaima di Dante per iafuggir la proliaaità dell' introduaioni de'
ragionamenti; coal ed io a lui ed egli a me; cio^ diaai e diaac, ed infiniti
altri aimili facilisaimi ad intenderai. Y. l 3 . Tu dici, de di Silvie lo
parente, CoirutlUile ancora, ad immortale Secolo andò, e fu tentibilmente. Tu
dici. Tu hai laaciato aerino nella tna ENEIDE, che ENEA padre di Silvio,
eaaendo ancora nel corrunibil corpo, andò a aecolo immortale, cioè diaceae
airinferno, e ciò non fu per aogno o per eataai, ma aenaibilmente, cioè in
carne e in oaaa. V. 16. Però se I avversario d'agni male Cortese fu, pensando I
alto effetto, Ch'uscir dovea di lui, e ’l chi, e 'I guale L’avversario d* ogni
male è Iddio, e ‘I chi, Romolo fondator di Roma, e 'I quale, e le aue alte
qualità; onde il aenao de' aeguenti terzetti è tale : Se Iddio, penaando la
aerie delle coac, che doveano farai per Enea c la aua aucceaaione, conaentì
l'andata e '1 ritotoo di lui dall'Iuferno : ciò non parrà punto di atrano a
qualunque abbia punto d'intendimento, conaiderando eh' egli fu eletto per
.vutore di Roma e del romano imperio. La qual* e *l quale ecc. La qual Roma, e
'1 qual imperio. V. 14. U* siedv il xuff<//or del «o^ior Piero. Qui Piero
per Pontefice, onde il maggior Piero viene a eMer Cristo, e non S. Piero, come
vogliono ì coni» mentatori; perchè s'e* parlaste di S. Piero, non direbbe del
maggiore y il qual ti dice solo comparativamente ad altri minori; il che toma appunto
bene, però eh* e* parla di Cristo, il quale rispettivamente a $. Piero può
vcrar mente chiamarti il maggiore* V. aS. Per quest* andata, onde li dai tu
vanto ecc. Onde cotanto T esalti fra gli uomini per ralcissimo privilegio
concedutogli. V. a6. Intese cose che furon cagione Di sua vittoria, e del
papale ammanto. Allude alla predizione fatta da Anchise ad Enea nel sesto deir
Eneide; per la quale egli intese la sua vittoria, da cui dopo lunga serie di
avvenimenti fu stabi** lito in Roma il papale ammauto, cioè l'imperio sacro. V.
a8. Andovvi poi lo Vas delezione ecc. S. Paolo, quando fu rapito al terzo
cielo. £ veramente ne recò conforto alla nostra fede con l'oculata
tettimoniaaza delle cose credute da essa. E notiti che Dajite da principio di
questo suo discorso, fatto qui a Virgilio, non si ristrinse a dir solo di
quelli, i quali ancor viventi pass;u*ono all* Inferno, ma di ciascuno, il
quale, sendo ancor corruttibile, andò a secolo immortale. Laonde non solamente
di Enea, ma del celeste viaggio di S, Paolo ancora saggiamente piglia a
ragionare. ai V. 34. Perchè se del venire C tn ahhanJono ecc. M* abbandono oon
vuol dire, d* io mi tgomento di ve« iiire, come spiegano tutti i couieou, ma
come chiosa il Rifiorito : Perchè s* ì mi lascio andare a venire, assai dubito
del ritorno, V. 37. E qual è quei che disvuoi ecc. Ci mette con mirabil
similitudine davanti agli occhi i contrasti d' un' anima, che dal male al ben
operar si rivolge. V. 41. Perchè» pensando consumai t impresa y Che fu nel
cominciar cotanto tosta. S'accorge Dante d'averla un po' corsa» allora che nel
primo canto, senza pensar nè che, nè come, s'impegnò ad andar con Virgilio,
dicendo, v. i 3 o. Poeta t i ti richieggio Per quello Iddio, che tu non
conoscesti, jicciò eh* i' fugga questo male e ptggio. Che tu mi meni là dov* or
dicesti, Si eh* i vegga la porta di S. Pietro, E color, che tu fai cotanto
mesti. Onde ora confessa, che, sbigottito dalle suddette con> siderazioni,
l'amor dell'impresa, da principio con sì lieto animo incominciata, era per tali
pensieri consumato e svanito. Se io ho ben la tua parola intesa, Rispose del
magnanimo quell ombra, Vanima tua è da viltate offesa. Rispose Virgilio : Con
queste tue riflesiioni, s' io 1 * ho ben'imesa, in loitanza tu ba* paura* Cauto
V. Ss. I* tra tra color elle son tospeti, Nel Limba, dove nè godono, nè
dolgonti ranìme. V. 53 . E donna mi chiamò beata e bella. Beatrice, la quale,
ticcome è detto nel IV canto, è poeta per la grazia perSciente o consumante,
secondo i teologi dicono, anzi per la stessa teologia; e ciò, secondo nota il
Cello nella Lezione duodecima topra F Inferno, per due cagioni : Una, perchè,
siccome non ci è scienza, la quale più alto ne levi nostro mortale intendimento
all’ altissima contemplazione d' Iddio e della teologia, così non avea Dante,
mentre eh’ e’ visse, trovato oggetto, che più gli facesse scala all’
intelligenza delle celestiali cose, che, siccome scrive io più luoghi, le
sublimi virtù e l’altre doti esimie dell' anima di Beatrice. L'altra cagione,
per la quale sotto il nome di Beatrice intenda allegoricamente la teologia, è
per mantener la promessa, ch'egli avea fatta nella sua Vita Nuova; dicendo,
che, se Iddio gli avesse dato vita, avrebbe scritto di lei più altamente, che
aveste scritto altr' uomo di donna mortale. Il che veramente ha egli molto bene
osservato, avendola posta in così bella e maravigliosa opera per la scienza
maestra in divinità. V. 54. Tal che di comandar i la richiesiLa richiesi. In
pregai, ch'ella alcuna cosa mi comandasse. V. 55. Lucevan gli occhi suoi più
che la stella. Più che’l sole. V. 60. E durerà quanto 7 moto lontana. Lontana,
dal verbo lontanare. Quanto il molo lontana. Quanto il moto s' allontana dal
tempo presente : cioè la tua fama durerà quanto dura il tempo. a3 Piglia moto
per tempo ella peripatetica, definendo Ariatotile il tempo : Tempus tJt aumenu
mottu seoundwa prius et poiierUu. V. 6i. L’ amico mìo, e non della ventura.
Dante, il quale per aver amato di puriaaimo amore le bellezze dell' anima mia,
e non le doti eaterne, che la fortuna coraparte a' corpi terreni e
corruttibili, fu veramente amico di me, cio^ di quel eh' era mio, e non {Iella
ventura, e non della bellezza, per la quale altri di lui men faggio m’ averà
riputata felice e ben avventurata. V. 63. Nella diterta piaggia i impedito Si
nel cammin, che volto, e per paura. Impedito dalla lupa, e volto indietro per
paura di cita. V. 64. E temo eh' e' non ria già zi smarrito, Ch’ io mi sia
tardi al soccorso levata. Dubito, che postano i vizj aver già preto in lui
tanto piede, che l'ajuto celeste non giunga in tempo. Or muovi ecc. Muoviti,
vanne : così il Petrarca : Or muovi, non smarrir t altre compagne. V. 71. Vegno
di loco, ove tornar disio. Toma egualmente bene al senso letterale e
allegorico, cioà e a Beatrice e alla teologia, il desiderio di ritornare in
cielo; il che imitando per avventura il Petrarca nella canzone : Una donna più
bella asstù che ’l sole; disse della teologia : Cakto costei batte t ale Per
tornar all* antico suo ricetto. V. 72. Amor mi mosse ecc. É Vamor d* Iddio, pel
qual e' desidera che ciascun nomo ti salvi, e questo è il eeoso allegorico o
vero secondo la lettera; la mosse la dolce memoria di quell* aniur eh* eli*
avea portato nel mondo a Dante, ond* ella il chiamò, v. 61, L'amico mio. V. 73
dinanzi al Signor mio» Avanti a Dio. V. 74. Di te mi loderò sovente a lui. Gran
promessa, dicono alcuni, fa qui Beatrice a VirgUio 1 non intendendo questi tali
qual utile possa ritornare dair adempimento di essa a uu* anima divisa per
sempre dalla comunicazione della grazia e della beatitudine. Dice in contrario
il Vellutello, che Beatrice con tal promessa promette a Virgilio in premio
quello, che da lei dare, e da lui ricevere in quello stato si potea maggiore;
ma non dice poi, perchè, nè di ciò adduce alcuna prova. Na il Cello nella
Lezione sopraccitata spane, che anche all* anime perdute si può (come dicono t
teologi ) giovare con levar loro qualche parte di cagione di dolore, e in fra
gli altri mudi in questo, che sentendo elleno celebrar le lor memorie o esser
qualche compasiione di loro in altrui, elle pigliano alquanto di conforto ( »
ei però può chiamarsi tale ) di non si vedere abbandonate al tutto da ogn* uno,
e tiiassituonieuic quelle, le quali non son dannate per fallo alcimo enorme e
brutto, ma solo per non aver avuto cognizione della fede cmtiana, come
VIRGILIO. Diremo dunque « cYie non »ia ota d'ogni conaoUziune tal promeMa di
Beatrice. V. ^ 6 . O donna di virtù, sola, per cui L'umana spezie eccede ogni
contento Da quel Ciel, ch'ha minor li cerchi sui. Qui piglia itrettUaimamentc
Beatrice nel «eoso allegorico; e dice, che per ewa, cioè per la teologia, fuomo
supera, ed è più nobile di tutte le creature contenute dal ciel della luna;,
essendo, che sopra di quello si dà subito neir intelligenza movente Torbe
lunare, la qual •enza dubbio sì per pregio, si per eccellenza di chiarissimo
intendimento è alT uomo superiore. £ che Dante portasse opinione delT
intelligenze moventi secondo la dottrina d' Aristotile, è manifesto per quel
clT ei dice in altro luogo di esse. Par. cant. Vili, v. 37. r’oiy che
intendendo il terzo Ciel movete. Ciò potrebbe anche intendersi in quest* altro
senso : O scienza, per cui l'uomo eccede, cioè trasvola con T intelletto dalle
sublunari cose alle celestiali e divine. V. 80. Che Vuhhidir, se già fosse, m'à
tardi. Che se io Tavessi obbedito in questo punto stesso, che m'hai comandato,
pure la mia obbedienza mi parrebbe tarda: tale e sì fatto è il desiderio, che
ho di eseguire i tuoi cenni. Or venga qualunque si pare, e mi poni da altri
poeti forme così maravigliose e piene di si forte espressiva. Y. 91. Jo son
fatta da Dio, sua mercè» tale ^ Che la vostra miseria non mi tange, Nè fiamma
cTesto incendio non m* assale. l6 Canto Io lono, la Dio mercè, talmente fatata
per Tacque della gloria, che la vostra miseria, cioè die T infeliciti di voi
altri ioaprai, non mi tocca, nè fiamma deir incendio de' dannali non m' assale.
E notili, die quella dei aoapeai la chiama raiirria, non conaiaiendo in arnao
dolorifico, ma in pura afflizione di apirito per la diiperata viaion d' Iddio;
dove quella de' dannau la chiama fiamma, perchè tormenta poaitivamente il
aenao. V. 94. DoTina e gentil nel Ciel, che si compiange Di questo impedimento,
ov" io ti mando, Si che duro giudicio lassù frange. Quella donna, il cui
nome è taciuto dal poeta, è inteaa generalmente da' commentatori per la prima
grazia detta da' maeatrì in divinità grada data; la quale, perchè viene per
mera liberalità divina, è anche detta preveniente, dal prevenir di' dia fa il
merito dell' azioni umane. Queata dunque addirizzando la volontà del poeta nel
buon proponimento d'uacir della aelva del peccato, e di aalire il monte Bgurato
per la virtù e per la contemplazione, piega e rattempera il rigoroso giudicio
d'iddio; onde dice: che dal compiangerai di quella donna per l'itupedimento,
che trova della lupa, il buon voler del poeta, duro giudizio laaaù frange, cioè
muove Iddio a conipaaaione, vedendo, che gli manca più il potere, che il
volere; onde merita d'aver in ajuto la aeconda grazia deiu illuminante, la
quale ( ipongono i commentatori ) da Dante è chiamata Lucia, dalla luce, eh'
ella n'infonde nell'anima Questa seconda grazia chiama finalmente la terza,
detta perficiente o coniumante, espressa per Beatrice o per la teologia; dalla
quale vien condizionata la niente umana alla contem) dazione della divina
etienza : il che Ottimamente li conacguiice col mental TÌaggio dell* Inferno e
del Purgatorio, cioè a dire con la meditazione di quelle pene; •! come avviene
al noetro poeta, il qual per tal cammino li conduce alla fruizione del
Paradiio, e ai alla contemplazione d' Iddio. V. 97. Questa chiese Lucia in suo
dimemdo, £ disse, Ora abbisogna il tuo fedele Di te, ed io a le lo raccoaiando.
Lucia nimica di ciascun crudele Si mosse, e venne al loco, dov V era : Che mi
sedea con l'antica Rachele. Questa donna, cioè la grazia preveniente, richieee
con tua dimanda Lucia, cioè la grazia illuminante, che ajutatte il tuo fedele,
cioè Dante; il quale in altro luogo dice di tè, eh* egli fu fedele a creder
quella, in che la grazia illuminante TammartlTava: e Lucia ti mette tubilo a
chiamar Beatrice, la qual ti sedea con l'antica Rachele; e ciò per tignificare,
che la teologia è indivitibil compagna della contemplazione, poiché Rachele
(che in verità fu moglie di Giacob ) nel vecchio teitamento ti piglia per la
vita contemplativa. V. Io 3 . Disse: Beatrice, loda di Dio vera. Che non
soccorri quei, che t'amò tanto, Ch' uscio per te della volgare schiera ? Disse,
cioè Lucia Disse. Loda di Dio vera. Chiama la teologia e la grazia vera lode d'
Iddio, forte perchè dalla prima comprende l'uomo gli ecceUi attributi di
quello, ond* avvien a intiniiarne conceui più adeguati di qualunque altra lode,
che privi del lume di lei tlamo capaci di udirne; e dalla teconda ti nvuùfctu
raltiiiiiuo pregio delle tue miaericordie. a8 Canto V. ic5. eh’ uscio per le
/iella volgare schiera. Per te toma bpne nel temo allegorico e nel letterale;
poiché Dante non t|nccò meno al tuo tempo per la profonda notitia della tacrata
teienza, che per le rime e per gli altri parti, a' quali tollerò il tuo
nobilittimo ingegno Tecceitivo amor di Beatrice. V. ic8. Su la fiumana, ove'l
mar non ha vanto ^ Qui il Fioretti, non rinvenendoti qual tia qiietta fiuDtana,
poitilla in queata forma : Che fiumana ? ieslia. Ma noi, per ora latciando il
Fioretti nella tua tfacciata ignoranza, terberemo ad altro luogo la tpotizionc
di quetto verto. V. 109. Al mondo non fur mai ecc. Dice Beatrice, che al mondo
non fu mai pertona coti aoUecita a cercare il tuo bene e fuggire il tuo male, com'
ella dopo tale avvito del grave pericolo di Dante fu pretta a venir laggiù
dalla tua tedia beata. V. 114. Ch'onora te, e quei, ch’udito V hanno. Perché le
poetie di Virgilio non tolamente onoran lui, che l’ha fatte, ma qualunque ne
diviene ttudioto; onde ditte di té medeiimo nel primo canto, T. 86. Tu se’ solo
colui, da cui io tolsi Lo hello stile, che m’ ha fatto onore. V. lao. Che del
bel monte il corto andar li tolse. Ti fe' ritornare indietro, quando poco di
viaggio ti rimaneva per condurti alla cima del bel monte, cioè al tommo della
virtù o della contemplaiione. V. i 39- Or va, eh" un tot volere è
efamendue. D’amendue noi; il tuo cT andare, il mio di venire. V. 143. Entrai
per lo cammino alto, e tilvettro. Spoogono i commentatori alto, cioè profondo.
Io però m'aRerrei al parere del Manetti nella tua ingegnoaa operetta circa il
silo, forma, e misura delf Inferno di Dante, dove intende alio nel ano proprio
tignificato, cioè d’elevato e aublime; con ciò aia coaa che egli pone Teotrata
deir Inferno in aur un monte aalvatico, per entro il cui aeno ruoli eh’ e’ ai
cominci immediatamente a acendere. Ma di ciò non fia mio intendimento al
preaente di favellare I potendo ciaacuno in queato ed in ogn’ altra
particolarità del aito e della forma della atupenda architettura di queato
Inferno aaaai ampiamente aoddiafarai con ana breve lettura del aoprammentovato
autore. ]\^0STiiA in qaetto terzo canto (*) c Tettersi condotto per lo canunino
alto e ailreitro alla porta dell* Inferno» la cui Menzione comincia ex abrupto
al principio del canto» come l'ei leggeue. Di poi, acendendo per J' interne vie
del monte, arrivato in quella concaviti o caverna della terra, che è quali come
un veitibolu dell' Inferno, ed è immediatamente sopra il primo cerchio, cioè
sopra il Limbo, vede quivi Tanime degli teiaurari, cioè di coloro, che mentre
vissero non furon buoni ni per aè, nè per altri, ninna buona o rea cosa
operando. Questi dice eh’ hanno per tormento il correr perpetuamente in giro
dietro un' insegna che tutti li guida, c (*> Dira qvslceia di riè che dir«
il CrlU con r«atorità dal iigliolo a dal nisota dì Dante, cha dal prima vcr.o
dal quinta canta comincia la narrationa dal paama. Calli, Uh. X..3a Cauto chr
in cotal cono ton punti e fieramente trafitti da tafani e da moaclie.
Attraversato quello spazio poi destinato alla girevoi carriera di quegf
infelici, dice essersi condotto al fiume d’ Acheronte, e quivi aver veduto
venir Caronte per l'anime de' dannati, e dopo, euer tramortito in su la riva di
quello. V. I. Per me si va ecc. Si finge, che parli essa porta. Ferme, il senso
it Per entro me. Y. 4 . Giustizia mosse ‘I mio aito fattore. Veramente il
motivo di fabbricar P Inferno venne dalla giustizia, la qual si dovi far di
Lucifero e degli angeli suoi seguaci. V. 5. Feeemi la divina potestafe. La
rowaui sapienza, e 'I primo Amore. La Santissima Trinità, della quale spiega le
persone per gli attributi: il Padre per la potenza, per la sapienza il
Figliuolo, per l’amore lo Spirito Santo. V. 7 . Dinanzi a me non far cose
create, Se non eterne ecc. Seguita a parlar la porta per esso Inferno; e dice,
che avanti a lui non fu altra specie di creature se non eterne. Per queste
intendono assai concordemente i commentatori la natura angelica; la quale,
siccome dovette esser punita per la sua ribellione, cosi par molto verisiiuile,
che il carcere d' Inferno fosse fabbricato dopo il peccato degli angeli; e sì
dopo la loro creazione. Che poi Dante se li chiami eterni, cioè in ritguardo
dell'eternità avvenire. p«r la qaal dureranno, onde i teologi U chiamano eterni
a pitrte post^ o, come ad altri dì essi è piaciuto di no« minarli, sempiterni,
a distinzione delT eterno a parte ante, il che si conviene solamente a Dio. Na
siami qui lecito il metter in campo una mia considerazione, la qual mi dichiaro,
eh' io non intendo di proferire altrimenti, che ne’ puri termini del potrebb*
essere, a fine di sottoporla al savio accorgimento di quello, al quale è
unicamente indirizzata questa mia deboi fatica. 10 discorro così : L’ Inferno (
secondo Dante ) fu creato col mondo, e ’l mondo fu creato in istante. V. la.
Perch* io : Maestro, il seruo lor m è duro. Onde io ( vi s’ intende, dissi ) :
O Maestro, il senso lor m* è duro. Duro, cioè aspro, e non, com* altri vo~
gliono, oscuro. Perchè leggendo Dante l’ immutabil decreto di non uscire della
porta d’ Inferno, a ragione di bel nuovo s’ intimorisce. V. i3. Ed egli a me,
tome persona accorta i Qui si convien lasciar ogni sospetto. Da questa risposta
di Virgilio si conferma il detto di sopra, che Dame non disse essergli duro,
cioè oscuro, 11 senso deir iscrizione dell’ Inferno, ma duro, cioè aspro,
spaventoso; perchè Virgilio non piglia ora a chiosargli la suddetta iscrizione,
ma lo conforta a francamente entrarvi. Così la Sibilla ad Enea nel VI, v. a6i.
Nunc aiwuis opus, Aenea ^ nane pectore firmo. Ma io di qui avanti non mi
fermerò a conciliare i luoglìi simili di questo canto col sesto delP Eneide,
come benissimo noti, a chi scrivo, le non dove m'occorra di 34 Canto fare
apiccare l'eccellenia di alcuna di queati col paragone di quelli. V.i8 il ien
étW intelletta. La viltà e la cognoicenaa d'iddio. V, ai. Quivi sospiri, pimti,
e ahi guai. Ne* tre arguenti terzetti par, che Dante abbia voglia di auperar
Virgilio nell' eipreaiione della niiieria de’ dannati. S'ei ae lo cavi o no,
giudichilo chi farà confronto di quello luogo con quello del VI dell’ Eneide,
v. SS^, Bine txauJiri gemi/us, et saeua sonare. V. iq. Sempre 'n queW aria,
sema tempo, tinta. I comineo latori apirgano eoa): Tinta senza tempo, eioh
lenza variazione di tempo al contraria dell' aria noatra, la qual ai tigne a
tempo come la notte, e ai riachiara da' raggi del aopravvegnrnte iole. La
Cruaea legge diagiuntamentr, Ària senza tempo, fintai onde il Rifiorito apiega
quel senza tempo, eterna, quaai che il aentimento aia tale, aria eterna, e
tinta. Coi) nel canto che aegue la chiama eterna, v. i6. JVon avea pianto, ma
che di sospiri. Che l'aura eterna facevan tremare, Cooiidero di pii), che
l'epiteto di eterna in quello luogo del terzo canto corria[>oude al perpetuo
aggirarli delle voci de' dannati, v. a8. Farevan un tumulto, il qual s'aggira
Sempre in quell' aria, senza tempo, tinta; poiclià, a’ e' a'aggira eternamente,
torna molto brne il dire, che eterna aia l'aria, nella quale s'aggira. £ poi nè
meno può dirti, che rana deir Inferno aia tìnta senza tempo, cioè ( come
tpongono i commentatori ) eternamente, perchè ancorché Dante dica di etta,
Inferno, cant. IV, r. io. Oscura, profonda era, t nebulosa ’ Tanto, che, per
ficcar lo viso al fondo, r non vi disccrnea alcuna cosa, Ciò non toglie, eh'
ella in alcuni luoghi non fotte di continuo illuminata dal fuoco, come nel
terto girone de’ violenti, ed in queito medetimo degli teiaurad, dove te non
altro vi balenava, v. i33 La terra lagrimota diede vento, Che balenò una luce
vermiglia. V. 3l. £d io, eh' avea d'errar la tetta tinta. Cinta d’errore,
adombrata dall'ignoranza di ciò ch’io ndiva. V. 35. Che visser sansca infamia,
e sanxa lodo. Che in queito mondo, nulla mai virtuoiamente operando, non
latciaron di tè alcuna memoria. V. 37 . Mischiate tono a quel cattivo coro
Degli jingeli, che non furon ribelli, Ni far fedeli a Dio, ma per te foro. £
opinione, che nel fatto di Lucifero fotte una terza Lizione d' angeli, la qual
nè t'accottaiie a Lucifero, nè ti dichiaraite per Iddio, ma ti teuetie
neutrale. Di queiti parla il poeta, e in pena della loro irreiolutezza li mette
con gli teiauratì. Canto V. 4 o> Cacciarla eie!, per non tster men belli: Nè
lo profondo Inferno gli riceve, Ck‘ alcuna gloria i rei avrebber d elli. n
tentimcnto ì tale; Pel Cielo ton troppo brutti, per rinferno aon troppo belli;
coti ti atanno in quel mezzo, ciof nel veaubolo di euo Inferno. Notiti ben, eh'
egli dice, V. 41. Nè lo profondo Inferno gli riceve; volendo dire per Io
profondo Inferno, coli, dove ti tormentano i rei > i quali avrebbono alcuna
gloria cT averli in lor compagnia. Non come dicono gli i|>otitori.' ti
glorierebbero per vederti puniti del pari con etti, che non commitero altro
peccato, che d’etterti indiflfereoti tenuti, ma alcuna gloria v'avrebbero,
perchè agli occhi loro la piccola macchia di tale indifferenza non varrebbe ad
appannare il lustro di loro eccella natura, dalla quale ritrarrebbe alcun
taggio della gloria, e ti della celette beatitudine. V. 47. E la lor cieca vita
è tanto batta, Che ’nvidioti ton i ogn altra torte. Non tolaniente di quella
de' beati, ma in un certo modo di quella de' peccatori. Tanto è riera, cioè
vile ed oscura la lor misera vita, onde dice, che misericordia e giustizia gli
sdegna, quella che di loro non è avuta, questa, che per cosi dir li disjirezza
con distinguerli sì di luogo, come di pene da’ peccatori. E credo, che P
intendimento del poeta sia J* inferire, che la maggior pena di costoro èia
vergogna di non esser almeno stati da tanto, poich’ a perder s’aveano, di
perdersi, come suol dirsi, per qualche cosa. Ond' egli arrabbuno e mordonsi le
lani di noo aver avnto tanto «pirito da irritar almmend la divina giuttisia, la
quale in « fatta guisa punendoli) par loro, eh* ella « per così dir y non gli •cimi,
e ai li Timproveri e facciasi beffe della lor dappocaggine. V. Sa 9Ìdi un
insegna y Che y girando, correva tanto ratta, Che d’ogni posa mi pareva
indegna* Mette costoro rutti sotto un* istessa bandiera a dinotare la
simigUanaa dell* indegna lor vita. Li fa correre per giustamente punir Tozio e
Taccidia del tempo, eh* e* vissero. V. S 4 . Che ^ogni cosa mi pareva indegna.
Spiega il Vellntello, eh* egli erano indegni d* alcun riposQ. Il Buti: Correva
quest* insegna t che mai non mi parca si dovesse posare, e forse meglio. Non
credo però, che nè Tuno, nè Taltro la colga. 11 Daniello e'I Bonanni •e la
passano senza dirne altro. In quanto a me direi : che la mence del poeta sia
stata di pigliar in questo luogo indegno per incapace, o altra cosa equivalente;
e nel resto io credo, che Dance abbia forse voluto dar da strologare a*
grammatici toscani; come fece Ennio a* Latini in quello indignas turres, dove
da Girolamo Colonna r indignas viene spiegato per magnaSy e dal medesimo vien
allegato in conformazione di ciò un luogo di Servio, il quale spiegando quel
verso di Virgilio nelP Egloga X indigno cum GaUus amore periret, spone
indignutn per magnum, e quell* altro pur di Virgilio nelle Ceiri: Verum haec
sic nobìs grauia atque indigna fuere. Nel quale Giulio Cesare Scaligero spiega
indigna y cioè inefiabile, e per trasUto, immensoCarto V. 59 - Guardai, e vidi
l’ombra di colui. Che fece per viltatt il gran rifiuto. Intende di Piero d«l
Murrone, che fu Papa Celestino V, il quale, tra per la tua sempliciti e l'altrui
sottigliezza, s* indusse a rinunziare il papato. Questi fu ne' tempi di Dante,
onde non debbe tacciarsi d' iinpietà il poeta, sapone nell’ Inferno l'anima di
colui, che non essendo per anche dal giudizio mai non errante di Santa Chiesa
annoverato tra' santi, come poi fu, poteva lecitamente credersi soggetto ad
errare, e si interpretarsi in sinistro i (ini delle sue per altro santissime
operazioni. V, 63. ji Dio spiacenti, ed a’ nemici sui. Corrisponde a quel eh'
ha detto di sopra, eh’ e' non eran nè di Dio, nè del Diavolo. * • V. 64 . che
mai non fur vivi. Morde acutamente con questa forma di dire la perduta loro
vita. V. 65. Erano ignudi, e stimolati molto. Stimolati, risguarda anche questo
la lor pigrizia. V. yS per lo fioco lume. Traslazione mirabile di quel eh* è
proprio della voce, per esprimer con maggior forza quel che s' appartiene alla
vista. Similmente nel primo canto, v. 60, per significare l'ombra della selva
disse, dove'l sol tace: qui con non minor vaghezza un lume assai languido lo
chiama fioco. V. 83. Un vecchio bianco, per antico pelo. Forma assai rara e
nobilissima per esprimer la canizie del vecchio Caronte. Gridando : Guai a coi
anime prave : Non isperale mai veder lo cielo ecc. Coinime mirabilmente
otaervato, ioduceme mollo maggiore ipavento, l' imrodur Caronte minacciante
l'anime nell' atto d'accottarti alla riva, che introdurlo muto verao di eaae,
aiccome la Virgilio, il quale non lo fia parlar* ae non con Enea. V. 88 viva,
Partili da codesti, che son morti. Kon diaae da codette, che aon morte, perché
come anime eran vive; ma diaae, da codesti, cioè uomini, de’ quali ti potea
veramente dire, eh' e' foatcr morti. V. 91 . Disse; Per altre vie, per altri
porti Verrai a piaggia, non qui, per passare : Più lieve legno eonvien, che ti
porti. Intendono i commentatori,, che Caronte predica a Dante la tua
aalvazione, e che però gli dica, che egli arriverà • piaggia per altre vie, per
altri porti, intendendo del porto d' Oatia poato vicino alla foce del Tevere,
dove finge il Poeta, che l'anime imbarchino per l' itola del Purgatorio; e che
queato più lieve legno aia il vattello con cui vien Vangelo a caricarle, di cui
Furg. cani, n, V. 4 ^’ e quei s‘en venne a riva Con un vasello snelletto, e
leggiero, Tanto che t acqua nulla n inghiottiva. Il Rifiorito però aaviamente
contiderando (aecondo io pento ) quanto era cota impropria il porre in bocca
d'un Demonio coti fatto vaticinio, mi tpiega queato patto in 40 Canto diverto
lentimento. Prende egli altri porti in quetro luogo per altra condotta, cioè
per altri die ti portino, e per lo più lieve legno intende l'angelo, che pattò
Dante aJdormentato dall' altra riva, tenta che egli te n' accorgeue. Il che
toma aitai meglio al rihuto che fa di lui Caronte; mentre di lì a poco li vede
verificato quel eh’ egli dice, cioè che egli per altra via verrà a piaggia,
ticcome vedremo più a batto. V. 94. £ ‘I Duca a lui ecc. E Virgilio ditte luì.
V. 99 ave' di fiamme ruote. Ave' con Tapottrofo per avea, non ave terta pertona
del meno nel preiente del verbo avere, come hanno alcuni tetti. V. 104 e‘l teme
Di lor temenza, e di lor nasciiuenti. Gli avi e padri. Quelli tono il seme di
lor semenza, quelli di lor nascimenti, perchè da etti immediatamente nacquero.
Coti il Rifiorito. V. Ili qualunque s'adagia. Qualunque ti trattiene, non
qualunque » accomoda nella barca, come tpone il Daniello, che tarebbe alato
tpropotito. V, li». Come t Autunno si levan le foglie, L’una appretto delF
altra, infin che 'I rama Rende alla terra tutte le sue spoglie. Similitudine
tratu da Virgilio nel VI, v. 309. Quam multa in tyluit autwnni frigore prima
Lapta cadunt jolia etc.; ma adattata asiai meglio da Daate, nel cui InTerno
niuna deir anime era eacluia dall'imbarco, liccome niuna delle foglie riman tu
Palbero; al contrario di quel di Virgilio, nel quale tutti coloro, che non eran
sepolti, erano lasciati in terra. E poi elf i grwdemente nobilitata col
proseguimento di essa fino al restare spogliato del ramo, paragonato al restar
voto il lido j dove Virgilio la regge solamente nella prima parte del cader
delle foglie, e dell' imbarcarti fanime; passando poi subito a quella degli
uccelli, che passano oltramare. V. 1 18. Cori seis vanno tu per f onda bruna.
Bellissima ipotipoti, e che mette sotto agli occhi il camminar della nave. V.
lao. Anche di qua nuova tchiera t'aduna. Di quelli, che continuamente e per
ogni stante di tempo muojon dannati. V. laS. Che la divina giuttizia gli
tprona. Si che la tema ti volge in detto. Chiese innanzi Dante a Virgilio :
perché quell* anime paressero si volonterose di passare il fiume, v. qi.
Maettro, or mi concedi, Ch’ io tappia, quali tono, e qual cottume Le fa parer
di Irapattar ri pronte. Ora gliene rende la ragione, mantenendogli nello stesso
temp^ la promessa, che glien' avea fatta in quc* versi 76. le cote li fien
conte. Quando noi fermerem li nottri patti Su la tritta riviera d Acheronte. £
dice, che ciò accade, perché la divina giustizia le sprona ai, che la tema §i
volge in diblo. l*^eIU epoai/ione di queato paaao i coumieotatori a* aggirano
per diverae strade t non mancando di quelli, che ae la paaaano eoo la mera
apiegaaione allegorica, lo però, fìntanto che non trovi meglio da aoddiafarmi,
atarù nella mia npinionet la qual è : che Dante abbia preteao d'eaprimere un
terribile effetto delia diaperazion de' dannati, per la quale paja ior nuir
anni di precipitarai ne' tormenti, ed empier in ai fatto modo l'atrociià delia
divina giuatiziat la quale, secondo loro, è sì vaga della loro ultima uiìaeria.
Coai abbiamo veduto di quelli i che oda rabbia, oda gelosia, o da altra
violenta paaaione ai tono indotti a darai morte volontaria per un diadegnoao
guato di aaziare il fiero animo di donna o di principe contro di loro adegnato.
Cosi Inf. cant. i3. Pier delle Vigne, segretario dì Federigo imperatore, dice
essersi per un aioiile guato data la mone, v. L*anÌMO mio per disdrgnoso gusto,
Credendo col morir fuggir disdegno, Ingiusto fece we, contro me giusto^ Un
a’imil disperato affetto ai vede raramente eapreaio da Seneca nel coro dell'
atto primo drlT Edipo, dove parlando in persona de' Tebanì ridotti all* ultima
diaperaaione per quell' orribile peauleoza, fa dir loro cosi : v. 88. Prostrata
iacet turba per orai, Oratque mori : solum koc facilee Tribuere Dei. Delubro
petunt; Jlaud ut uoto nuinina placent, Sed iuuat ipsos satiare Deot.Ancora il
Boccaccio fa proromper la diaperata Fianimetta in una aiiuil bettemmUf
tacciando gli Dii dell* ingordigia, ch'egli hanno, di rovinar coloro, die da
esai aono inaggtormeote odiati. Fiam. lib. 1 . Ma gl* Iddìi a coloro, co*
cfuali essi sono adirati, benché della lor salme porgano segiu>, nondimeno
gli privano del conoscimento debito. E COSI ad un* ora mostrano di fare il lor
dovere « e saziano f ira loro» Quinci non passa mai anima buona» Tutte ranime,
che di qua pattano, aon dannate; però tu Dante puoi ben comprendere la ragione,
ond* egli ai motte a rigeuard dalla tua nave. V. i 3 o. Finito questo, la bufa
campagna TVemà forte, che dello spavento La mente di sudore ancor mi bagna. La
terra lagrimosa diede vento, Che balenò una luce vermiglia, La quai tu vinse
ciascun sentimento: E caddi, come Vuom, cui sonno piglia, Quetto luogo è a mio
credere oteurittitno, e tengo per fermo, che a volerne capire il vero
tignificato, aia necettario intenderlo affatto a roveteio di quel di' egli ò
arato letto e apiegato 6nora. Poiché dicono i commentatori, che la luce
vermiglia fu l'angelo, il qual venne, e addormentò Dante col terremoto, e coti
addormentato lo prete e lo pattò all' altra riva. Io qui non domanderò loro,
com' e' tanno, che Dante fotte pattato dall* angelo e non pintcotto da Virgilio
o da qualche demonio, potto che egli non ne dica da per tè nulla, dicendo
tolaiueute nel principio del IV canto, che, coin' e' fu desto, ti 44 Canto
♦roTÒ «Ter pasiato i! fiume Acheronte. Tuttavia, perché di ciò ftimo, che §e ne
potsa addurre qualche probabi) conjettura, mi riitrignerò domandare : «e la
luce vermi> glia naace dal vento esalato dalla buja campagna nel auo tremare
( intendo tempre di star tu la fona della lettera, che col tegreto dell' allegoria
benÌMÌmo ao guarirti di questi e d'altri maggiori inveritimili ), come ti può
mai intender per etta vermiglia luce un angelo venuto dal cielo ? E poi qual
nuova virtù hanno i tuoni e baleni di far addormentar le persone ? O qual
necessità v'era d'addormentar Dante ? E per averlo addormentato e pattato
dormendo, qual grande avvenimento ti cav' egli da questo tonno ? Il Vellutello
è stato a tocca e non tocca d* indovinarla, facendo nascere non il baleno dal
terremoto, ma il terremoto dal balenare; ma non ha poi •piegato come ciò post*
estere, stante il sentimento dei versi seguenti: i33. La terra lagrimota diede
vento ^ Che balenò una luce vermiglia* Spiega il Landini; Che, cioè il qual
vento balenò una luce vermiglia. Dunque se fu il vento, che balenò, non fu il
baleno, che fe' tremar la campagna e spirare il vento; e per conseguenza, se il
baleno fu parte dell' aria infernale, non ti può dire, eh' e' fosse l'angelo.
Io però credo, che con pochissimo la lezione del Vellutello si farebbe diventar
ottima, cioè con legger quel Che per Perchè, o Perciocché, o Conciossiacusachè;
si che il •enso fosse; La buja campagna tremò, la terra lagrimosa diede vento;
Perchè ? Ecco : Perchè balenò una luce vermiglia. Cosi toma quello, eh' io
diceva da principio, che a capire e a voler dar qualche sentimento aquetto
luogo era necenarìo intenderlo a roretcio di quello, eh' egli era inteso
universalmente; cioè dove gli altri intendevano il baleno per effetto del
terremoto e del vento, intender il vento ed il terremoto per effetto di esso
baleno. In tal modo non i più veritimile, anzi torna mirabilmente l'
interpretare il baleno per la venuta deir angelo; il quale, oltre a quello, che
n’accennò Caronte quando disse, v. 91. Per altre vie, per altri porti y errai a
piaggia, non qui, per passare, Più lieve legno convien, che ti porti. si rende
molto credibile, che foste più tosto egli, cioè l’angelo, che Virgilio, o un
demonio, il quale passasse Dante, si per la gloria della luce, che balenò agli
occhi del poeta, ti perchè estendo il passar Dante di là dal fiume opera
soprannaturale e miracolosa, molto maggior dignità è farla operar per un
angelo, che per un’anima o per uno spirito; e ti finalmente perchè altre volte,
quando è stata da superare qualche gran difficoltà, come alla porta della città
di Dite, dice espresso, che venne un angelo a farla aprire. Che poi alla venuta
dell’ angelo la buja campagna tremaste, è nobilissimo accidente, e
proporzionata corritpondenia alla grandezza dell’ avvenimento. Lo stesso
sappiamo esser avvenuto, quando v’arrivò Tanima di Cristo Signor nostro per
liberare i tanti del vecchio testamento; come ti legge in S. Mattea al cap.
XXVII e al cap. XXVIII più strettamente; dove, scrivendo la venuta d’un
grandissimo terremoto, ne dà per cagione la scesa iTun angelo; Et ecce
terraemotus factus est ntagnus; Angelus enim Domini descendiS de taelo. Dove
notisi, che quell' zaùn ha la stessa forza, che Canto io intendo dare a qnel
che, cioè di perchè o di percioc- ché, o di conciossiacotoché, arnia clic
interroghi, nè ciò aenia molti eaempj di prosa e di versi, come si può vedere
al Vocabolario, e più difltusamente appresso al Cinonio. Un simil costume si
vede anche osservato da' poeti gentili, come eh' e' lo conobbero benissimo
adattato alla dignità de’ celesti personaggi. Servio : Opinio est sub oduentu
Deorum moueri tempia. Seneca, nell’ Edipo, atto 1.*, scena prima, dove Creonte
ragguaglia lo stesso Edipo della risposta dell’ Oracolo, v, ao. Vt sacrata
tempia Phoehi supplici intraui pede, Et pias, nutnen precatus, rile summisi
manus; Gemina Parnassi niualis mrx trucem sonitum dedit, Imminens Phoeboea
laurus treiimie, et mouu doutuau E Virgilio, Eneide, lib. Ili, v. 90. Vix ea
fatus eram, tremere omnia uisa repente Limina, laurusque Dei, totusque moueri
Mons circum, et nugire adytis cortina reclusis. Precede questo alF Oracolo
d'Apollo; luogo imitato da Callimaco nel principio delf inno in lode della
stessa Deità, V. I. *Oso« S Ttt’nóAAswoc iaiiaaro Só^iroq ‘Ola, f ZXov TÒ
fiéXaipoo' enàf, inàif, Sant dXtSpót, Come s'e' egli mai scosso questo ramo £
alloro sacro ad Apolline; Come s' e’ scossa questa spelonca l Fuara profani:
fuora: Lo Scoliaste dice, che ciò avvetiiva per la venuta dello Dio. Le sue
parole sono : itetdfigovvTOt Tov dfov. Come t"e’ icotto quitto ramo, come
i e' scossa questa spelonca! Non, Quanto s' è scosso questo ramo ree.; come
traalata il traduttore di Callhnaco, lenza ponto avvertire, che Io Scolialte
greco l’ ha inteio in lenio di coinè e non di quanto: Olov 5 rà ’II^A.X«vo{ )
'Atri Toó o2at, Siro(. Or reggili le l’ interprete doveva mai tradurre otog
ovvero Sicmf per quantus; e pur era un lolenne tradut- tore, e che li piccava
iniioo di icrivere veni greci. Virgilio nel VI fa lervire un limile avvenimento
a no- bilitar la venuta della Sibilla nelf Inferno, v. iS5. Ecce autem primi
sub lumina solit, et ortut, Sub pedibus mugire solum, et juca coepta numeri
St/luarum, tùtaeque canet ululare per umbram, Aduentante Dea : Procul, o procul
ette profani. Coll Claudiano de Rap. Froterp., lib. 3, alla venuta di Plutone,
V. iSa. Ecce rrpens mugire fragor, confligere turres, Pronaque uibratis
radicibus oppida uerti. Che poi Dante non dica apertamente dell’ angelo, ciò è
fatto ( come awertiice il Boti nel Comento lopra il canto IV) con grandiiiimo
accorgimento i poichò egli non potea dire le non quel tanto, eh’ ei vide; e te
dice, che la luce vermiglia lo fe’ tramortire, vincendogli cia- •cun
tentimento, e che in questo fu panato di là dal fiume, sarebbe stato molto
improprio, eh* egli ci aveste dato conto di quel eh’ accade durante questo suo
sveni- mento. Dico svenimento, non sonno, al contrario di tutti gli tpositori,
i quali, mi maraviglio, come in cosa tanto manifesta abbiano preso un sì grosso
equivoco EQUIVOCO GRICE. Dice Dante, che la luce vermiglia gli vinse ciascun 48
Canto lentimento, cadde come Tuoma preio dal loono. Dunque, a' ei piglia la
limilicudme da colui, che cade addormen- tato, ^ troppo chiaro, ch'egli cadde
per altra cagione; che non li piglia mai il paragone dalla iteiia cola para-
gonata. Qual freddura larebbe mai queita ? Caddi addor- mentato, come cade
quegli, che l' addormenta’ Tramortito bensì; e ciò' intende molto bene, come
polla derivare dallo ipavento del terremoto, e dall’ abbagliamento della luce
vermiglia; ma non già il lonno, il quale è ami •cacciato, come vedremo nel
principio del leguente canto, e non luaingalo per un tuono. Un caio asiai
limile li legge in Daniele al cap. X, dove egli icrive di lè medesimo, che la
vennta deir angelo, che avea combattuto col re di Persia, avea ripieno di tale
spavento quelli eh' erano col profeta, che l'erano fuggiti; ond'egli, vinto in
ciascun sentimento e abbattuta ogni lua virtù, rimase solo a veder la visione;
yidi auttm ego Daniel solus uisionem. Porro uiri, jui erant mecwn non uiderunt,
ted terror nimiue irruit super eoe, et fugeruni in aiscondilum; ego autem
relictut solus nidi uisionem grandem lume, et non remansit in me fortitudo, ted
et species mea immutala est in me, et emareui, nec habui quiiquam uirium. E poi
diremo noi. Dante esser caduto morto, per quel eh' ei dice al canto V dell’
Inferno, v. 140. E caddi, come corpo morto cade ? Dunque con qual ragione or,
di' e' piglia la similitu- dine dal cadere d'uno, che l'addormenta, dir
vorremo, eh' egli si cadesse addormentato ? Nè meno volle Dante cavarci di
questo dubbio della venuta dell' angelo, fa- cendosela narrare a Virgilio,
siccome nel IX del Purga- torio li fa dir, che Lucia Io prese dormendo, v. Sa.
Dianzi ntìf alba i cKe precide il giorno, Quando f anima tua dentro dorniia,
Sopra li fiori, onde laggiuso è adorno, Venne uno donna, e ditte : /' ton
Lucia; Latcialemi pigliar cotlui, che dorme : Si t agevolerò per la tua via.
avendo fone in ciA mira non tanto alla varietà e alla bizzarria, quanto (come
avvertUce io Smarrito ) a lalvar la modeitia, per la quale non vuol coti pretto
farti bello d'un tì alto favore; riapetto, che manca poi nel Purgatorio, dove
la tua anima per la meditazione delr Inferno era divenuta piti monda, e ti pili
vicina a pervenire all' altittima contemplazione d' Iddio. Veduto del concetto
principale di quetto luogo, è ora contegnentemente da vedere con brevità
d'alcune cote, che rimangono, per aver una piena intelligenza anche de’
pai-ticolari tentimenti. V. i3o. Finito quetto, la huja campagna Tremò ri
forte, che dello tpavenlo La mente di tudore ancor mi bagna. Qui mente per
fantaiia; e 'I tento à; La fantatia, rimembrando l'alto tpavento, ancor ancora
muove tudore, il qual bagna me, e non \a mente, come t'accordano con gran bontà
a intendere il Vellntello e 'I Daniello. Coti ancora vediamo quell' azione,
liati dell' anima, o degli tpiriti, che i' etprime con quetto vocabolo di
fantatia, per allungare al palato, e romper Pagrezza de’ frutti acerbi
gagliardamente immaginati, muover taliva. V. i33. La terra iagrimota diede
vento ere. So Canto terzo. Qurito è confuroie la volgare opioionei che crede il
terremoto produrti da aria terrata nelle vitcere della tetra; la qual opinione
tappiamo ettere tlata leguitata da Dante, come ti raccoglie da un luogo del XXI
del Purgatorio; dove in perenna di Staiio rende la ragione de' terremoti, che
t'odono intorno alla falda di quella montagna con quetti versi 55 e aeg. Trema
forse quaggiù poco, od assai ; Ma per venSo, che irs terra sì nasconda. Non h
dunque gran fatto, che, portando egli quetta credenza, dica, che nel terremoto
della buja campagna otc) vento di terra, volendo inferire di quell' ana, che
nello tcotimento, e forte nell' aprimento della suddetta campagna ti
sprigionava. Raccolta, eom’ an tuono Io f«ce ritornare in, e come trovò aver
pattato il (ìamc Acheronte dalP altra riva, la qual fa orlo al catino de!!' Inferno,
chiamato da lui valle dolorosa d'abiuc. Dice poi, d'eticre tcrio nel primo
cerchio <^’ etto Inferno, che è il Limbo. Dimanda a Virgilio della venuta di
Critto in quel luogo, ed ode la tua ritpotta. Quindi patta a veder 1' anime de*
bambini innocenti, e dopo quelle di coloro, che visterò secondo il lume delle
virtò morali ; e con la motta per discender nel secondo cerchio, termina il
canto. V. 1 . Rufptmi t alto tonno nella lesta Un greve tuono, ti eh' i"
mi riscossi, Come persona, che per forza è desta. Statuì dio della similitudine
presa da chi dorme; onde chiama sonno quello, che in realtà era tmarrimento di
spiriti, e svenimento. Chiamalo alto, a differenza del Digitized by Google Sì
Canto «ODDO naturale: anzi, a fine d'eeprimerlo alùiiiraot dice, che un greve
tuono a gran pena lo ritcofte, rome ai rìacuote persona, che per forza è desta*
£d ecco retta la comparazioDe fin all' ultimo^ dopo averla fatta operar con
grandisiimo artifizio in tutte le «uè parti. Il tuono potrebbe a prima viata
parere non eaaere auto altro, che il rumore degli alilaaimi pianti, e delle
mìaere atrida de* danoati, chiamate da Dante poco pid abbaaao tuono. J tu la
proda a mi trovai Della valle d * abisso dolorosa, Che tuono accoglie d*
infiniti guai. Goal di aopra nel terzo canto, t. 3o, rasaomiglia i gemiti degli
aciauratì allo apìrar del turbo : qui, ove ai aeote il pieno del triato coro
dell' Inferno li rasaomiglia al tuono. Potrebbe forse anclie dirai, che questo
tuono venne dall' aria del terzo cerchio della piova, dove aon puniti i golosi
; non essendo punto fuor di ragione il credere, che insieme con la gragnuola
venisiero aoche de* tuoni, siccome veggiamo accadere nella noatr* aria, il che
nell* Inferno ajuu a far crescer la peoa e lo apa> vento de* peccatori.
Considero dall* altro canto, che in sì gran lontananza, qual è quella del terzo
cerchio, volev* essere un gran tuono per esser sentito da quei, eh* erano in su
la riva d* Acheronte. Ma bisogna ancora considerare, che quivi non tuona all*
aria aperta, come fa a noi, ma nel chiuso della valle ' d* abisso sotto la
volta della terra, che rintrona e rimbomba per ogni banda, e sì lo strepito
vien portato, come per cana> le, all* orecchie di Dante ; e a chi farà
rifiessione, a qual distaiza arrivi la voce d* uno, che parli aoche pianamente
per una canoa forata, forse non parrà tanto gUAKTo. 53 HiTerUtroile queito
pensiero. Senxa che delle campane alla campagna aperta, dov' elle abbiano il
vento in favore, •'odono dieci o dodici miglia lontano^ e rartiglierie tirate
alta marina di Livorno s'odono talvolta Hn di Firenze, che per retta linea aWà
ben cinquanta miglia di lonta* nanaa. Più coerentemente però al costume non
meno, che alla grandezza della fantasia di Dante, si dirà, che il tuono non fu
altro, che quello incominciato nel canto antecedente, di cui nel ritornare il
poeta in s^, udendo lo strascico, non rinvenendosi (come accade a chi dorme, e
molto meno a chi è svenuto) quanto tempo fosse stato fuori de* sensi, lo
credette ( stando assai bene io sul verisimile ) un altro tuono. E di vero, per
passare il fiume su l'ali d'una potenza soprannaturale, non vi volea cosi lungo
tempo, che giunto su l'altra riva non potesse ancora udire il rintuono di quel
tuono stesso, che scoppiò col baleno, allorché Dante si ritrovava al di là dal
fiume ; maravigliosa osservanza di costume. Si desta naturalmente, perchè già
il miracolo della sua trasmignv «ione era fornito, e udendo in quello tuonare,
mostra di credere d'essere stato desto dal tuono, come farebbe ognuno, che si
abbattesse a destarsi in quel eh* e' tuona. V, 1. Rupptmi tolto tonno ecc.
Questo luogo si vede imitato, o per meglio dire stemperato dal Bocc. Itb. I.
Fiam, Fù it grave la doglia del €uore t quella aspettante, thè tutto il corpo
dormente ritrosie, e ruppe il forte sonno. V. XI. Tanto che per ficcar lo viso
al fondo. Per invece di quantunque, ed opera graziosissimamence. Il senso è :
Tanto che, quantunque io ficcassi lo 54 C A H F o viso al fondo. Piglia ficcar
la viltà per Guare gli occhi ; maniera aliai biiiarra. V. i5. r tarò primo, e
tu sarai teconio. Queite parole di Virgilio aono aliai chiare quanto alla
lettera; ma vuol fon' anche lignificare euer egli nato il primo a entrar a
deicriver l' Inferno, lì come fece nel VI dell' Eneide, e Dante dover eiiere il
lecondo. A chi lia riuicito più felicemente queito viaggio, aitai leggiermente
ai può comprendere dal paragone. V. 15 . Ed egli a me; V angoscia delle genti.
Che son quaggiù, nel viso mi dipinge Quella pietà, che tu per tema tenti.
Spiega r effetto dell' impallidire per la lua cagione, che è il compatimento
de' mortali affanni de' peccatori : forma di dire veramente poetica, anzi
divina. V. ai che tu per tema tenti. Che tu interpreti per effetto di timore.
V. a3. Cosi ti mise, e coti mi fe' ‘ntrare Ne! primo cerchio, che V abisso
cigne. Qui incominciamo a icender dal piano dell' atrio dell' Inferno, cavato
lotto la volta della terra, dove abbiamo veduto eiier puniti gli iciaurati, e
corrervi il fiume Acheronte. Entran dunque nel primo cerchio, che è il Limbo.
V. a5. Quivi, secondo che per ascoltare, Non uvea pianto, ma che di sospiri. S*
intende nel primo verto : Secomlo che ti potea comprendere; cioè. Secondo che
per l'udito ti potea quakto. ss Mcrorre ; poiché gli occhi non icrvivano a
ditccrnerlo, mercé dell’ aria oicura, profonda, e nebuloia d' abliao. Ma che
vale eccetto, aalvo, fuorché, aolaniente, pid che. Forae da magit quatti de*
Latini; onde con tal particella vuol lignificare, che non v’ era maggior pianto
eh’ un leniplice lamentar di aoipiri, lecondo che l’anime del Limbo non erano
tormentate (dirò coli) nel corpo, ma lolamente nell’ animo, per la privazione
d’ Iddio. Queito viene apiegato mirabilmente nel verio arguente a 8 . E ciò
avvenia di duol senza martiri. V. 33 innanzi che più ondi. Andi leconda peraona
dell’indicativo preaente del verbo Ando diauaato, dalla railice uiata andare. •
V. 34 e t' egli hanno mercedi. Non basta, perch" e' non ebher batletmo; Ch‘
e' porta della fede, che tu credi. Qui mercedi lo iteaao che meriti; nè qurata
è l’unica volta, che Dante l’ ha preao in tal lignificato. Farad. Dunque, senza
merci di /or costume, iMcate son, per gradi diferenti. Parla dell’ anime, che
in quello, che tono create, h.mno da Iddio, lenza lor merito o demerito,
maggiore o minor dote di grazia. Chiama il batteaimo porta della Fede. Coll
vien chiamato da’ maeitrì in diviniti lanua Sacramentoruia. E s' e’ fuTon
dinanzi al Cristianesmo, Non adorar debitamente Iddio. Parla de* gentili
innocenti» cbe furono avanti alla venuta di Cristo ; i quali » ancorché non
peccaiiero, anzi adorassero la Divinili, non Tadoraron debitamente, cioè
secondo il verace concetto, che si dee aver d* Iddio, e secondo il legittimo
culto prescritto dalla Legge mosaica; ma lo riconobbero o nel Sole, o nella
Luna, o nelle Statue, e sì Tadororono con riti profani ed abbominevoU. V. 41 e
soi di tatuo efesi. Che senza speme vivemo in disio. Vi •* intende siamo. Cioè,
e soì di tento, o vero » e sol io CIÒ siamo efesi. Questa dice Virgilio esser
la sola pena di quei del Limbo, Ira* quali ha riposto sé ancora ; Aver vivo il
desiderio, e morta la speranza. V. 47* per ooler esser certo Di quella fede,
che vince ogni errore. Per aver un riscontro della verità della nostra fede. V.
49. Uscinne mai alcuno, 0 per suo merto, O per altrui, che poi foste beato ?
Credeva Dante ( che non v* é dubbio ) U liberazione degli antichi Padri operata
da Cristo nella sua resurrezione ; pure da eh* egli avea sì bell* occasione di
chiarirsi del vero, e con ottimo fine d* armarsi contro qualunque titubaziooe
gli potesse venire di così alto mistero, non si potè tenere di domandar
Virgilio, s* e* n* era uscito mai alcuno. E notisi, com* egli dissimula bene il
suo animo : domanda prima di quel che sa, che non è, e che nulla gl* importa il
sapere, cioè s* e* n* uscì alcuno per suo proprio merito, per farsi strada a
domandar» di quel, che gli preme aMaÌMÌmo Tesier fatto certo, lenza che
Virgilio potaa ombrarvi sopra od accorgersene. V. Sa. Rispose : I* era nuovo in
questo sfato, Quando ci vidi venire un possente, Con segno di vittoria
incoronato. Era di poco venuto Virgilio nel Limbo, quando ci vide venir Cristo
nostro Signore, che mori intorno a quarantott* anni dopo la morte di esso Virgilio;
il quale, perocché si non conobbe Cristo, però non lo nomina. Dice solo, eh* ci
ci vide venire un possente incoronato di palma. Possente dalle maraviglie, che
gli vide ope« rare in quel luogo, traendone sì gran novero d* anime, ond* a
ragione si persuadeva, quegli non poter esser altri, che un grandissimo, e
potentissimo principe. V, 6o. £ con Rachele, per cui tafito fe\ Vuol dire del
lungo servizio di XIV anni reso a Laban padre della fanciulla, per averla in
isposa. V. 64. JVon lasciavam rondar, perch' e* dicessi. Ancorch* e*
favellasse, badavamo a ire. Lo stesso con« cetto lì ritrova replicato, v, i del
Purgatorio, ma con dicitura così bizzarra, che ben duuostra la ric« chezza
della gran mente del poeta. . Nè 7 dir l'andar, nè l'andar lui più lento Ratea
{ ma ragionando andavam forte* V. 66. La selva dico di spiriti spessi. Qui
selva per moltitudine : metafora assai f<untgliare Dante. Così nel piiiuo di
questa cantica selva chiamò 6 S8 Canto gli errori giovanili, per entro la quale
dice etieni egli amarrito, e più apertamente nella »opraccitata apoiizione
della canzone : Le dolci Time d amor, eh' io eolia, dice amarrirviii l’uomo
all' entrare della tua adolezcenza. Ancora nel primo libro, cap. XV della tua
Volgare Eloquenza, rispetto ai diversi idiomi, che si parlavano allora in
Italia, chiama quell’ opera Italica telva; e selva finalmente chiama in primo
luogo una moltitudine di spiriti. Così abbiamo nelle scritture : Secar decurtus
aquarum plantauU dominus uineam iuttorum. Qui molto giudiziosamente,
trattandosi d'anime dannate, piglia la metafora più ruvida di «/va. della
quale, avvegnaché si sia servito ancora S. Bernardo, è tuttavia da notare una
doppia limitazione. La prima, eh’ egli parla in quel luogo delle anime, o più
verisimilmenle delle diverse adunanze de’ nuovi cristiani, non già di quelli
della circoncisione, i quali erano toccati a S. Pietro, ma di quelli venuti
corì nudi e crudi dal paganesimo, onde oltre T esser forse tutti per ancora e
male istruiti nella fede, e peggio riformati ne’ costumi, ve ne potevano esser
molò de’ reprobi. La seconda, che in questo luogo selva è propriamente metafora
di metafora, non pigliando il santo per piante di questa selva le anime a
dirittura, ma più tosto le varie adunanze delle anime, velate prima tali
adunanze sotto l’altra metafora di vigne, per viti delle quali vengono a
intendersi le anime particolari, e di ciascheduna di queste vigne cosi numerose
ne forma, per dir cosi, le piante d’una vastissima selva, che è la metafora
secondaria, come si vede manifestamente dalle seguenti parole, che sono poco
dopo il mezzo del sermone XXX su U Cantica ; Merito et Paulo inter gentet tam
ingens tylua eredita ett uinearum. Anclir appresso gli Arabi si trova usata la
stessa figura, come si può vedere da quest* esempio d' Harireo Basrense nel suo
primo • Le sue parole sono le seguenti : dLJLsNwc jivervio io dunque penetrato
nelt interna densissima teha per saper la cagione di quei pianti. Nè altro
intende per sehat che una grandusima calca di gente, che s'affollava d'intorno
a un ceno romito per udirlo predicare. V« 67. Non era lungi ancor la nostra via
Di qua dal sommo; quancT 1 vidi un foco, CK ejairpm'o di tenebre vincia. Credo,
eh’ ei chiami sommo l'erta, per la quale d«l piano di sopra, dove corre
Acheronte, erano calati nel Limbo; e credo, eh' ei voglia dire, ch'egli erano
caiuminati ancor poco per la pianura di esso, quando ei vide un fuoco, che
illuminava un emisferio di tenebre. Questo fuoco non si rinviene molto
chiaraiuente, dov'egli fosse, e come ei si stesse; nè i commentatori si fermano
troppo a esplicarlo. Pure dal chiaiuarlo col nome di lumiera, e dal lume, eh*
aveva a rendere non meno fuori che dentro alle mura de) castello, m'induco
volentieri a credere, eh* ella fosse una (ìsunnia librata in alto nell* aria,
come vergiamo alle volte alcune meteore di fuoco, le quali durano a vedersi
nello stesso luogo, inhn tanto che dura la lor materia a ardere, e prestar
alimento alla bo C A K T O 6(unina, pfT cui •! rcndon vi«ibili. Nè è da star
attaccato alla fona delle parole, dicendo, che, te quetto fuoco illuacrava un
eniieferio di tenebre, bitognava, eh’ ei fotte in terra, poiché alando in aria
veniva ad lUuttrare una porzione maggiore della mezza tfera: poiché Dante in
quetto luogo debbe intenderti come poeta, e non come geometra; né è veritimile,
eh’ ei pigli itte allora le tette per miturare il giro dell’ aria illuminata.
V. 73. O tu, eh' onori tee. Parole di Dante a VIRGILIO. V, y(j V onrata
nominanza > Che di ior suona sii ne la tua vita, Grazia acquista nel ciel,
che gli avanza. La fama e ’l pregio, che riman di loro nella tua vita, cioè
nella vita mortale, la qual tu godi ancora, o Dante, impetra loro quetta grazia
dal Cielo. V. 81. L’ombra sua torna, eh' era dipartita. Partitti allora dal
Limbo Virgilio, quando a’ preghi di Beatrice andò a trovar Dante nella telva
oteura. V. 84. Sembianza avean né trista, né lieta; e però conlacevole al loro
alato nè di gioja, nè di tormento. Peroeehb eiaseun mero si eonviene Nel nome,
ehe sonò la voee sola; Tannami onore, e di ciò fanno bene. Mi fanno onore, e
fanno bene a farmelo ; perchè a tutt’ e quattro ti conviene il nome, che la
voce d’ un •olo diede a me» cio^ in quello di pòeta. In «ustanza: fanno bene a
onorarmi, perchè siamo tutti poeti, e f onore, che è fatto ad uno, toma sopra
tutti. Y. 94. Cast vidi adunar la bella scuola Di quel signor dell’ altissimo
canto, D' Omero, dal quale hanno cavato tanto i poeti, e in particolare i
quattr(\ posti qui da Dante. V. 9y. Da eh’ ehber ragionato insieme alquanto,
Volsersi a me con salutevol cenno : £ ’l mio maestro sorrise di tanto. Qui non
accade strologar molto quello, che Virgilio a costoro dicesse, vedendosi
manifestamente ( tanto è artifizioso questo terzetto), eh' egli li ragguagliò
dell* esser di Dante, del suo poetico spirito, e della sua profondissima
scienza- Ciò si discuopre dalla cortesia del saluto, eh* essi gli fecero, e dal
sorrider, che ne fece Virgilio ; poiché quel sorrise di tanto altro sicuramente
non vuol signiBcare, che di questo, cioè di tcmto che fu fatto. Nè quei
grandissimi spiriti si sarebbero mossi a far tanto di onore a Dante, se da
Virgilio non ne fosse loro stata fatta un* assai onorevol testimonianza, della
quale essendo frutto il cenno salutevole, esso ne sorride per compiacenza di
vedere, quanto fossero «tate autorevoli le sue parole. V. ICO. E più d’onore
assai ancor mi fenno ; C/f ei si mi fecer della loro schiera, St eh’ V fui
sesto tra cotanto senno. Cosi n andammo insino alla lumiera, Parlando cose, che
’l tacere è bello, Si co/u era' i parlar, colà dop’ era. 6j Cauto A chi noD
aTCMC ancora Bnito d’ intendere quel, che VIRGILIO ditcorreHe con Omero, e con
gli altri tre, Dante con questi tenerti finiace di dichiararlo, volendoci in
austanza dire, che da quello, che diaae di ane lodi Virgilio, fu di comun
conaentiuiento giudicato degno d' eaaer nirsao nella prima riga, e ai
annoverato tra' maggiori poeti, eh* abbia avuto il mondo. Più dilhcile iin.
presa stimo, che sia I' indovinare quello, eh’ e’ discorressero in sesto,
poiché Dante si fu accoppiato con esso loro, non aprendosi egli ad altro, se
non di' e' parlaron cose, delle quali A bello il tacere, com' era bello il
parlare colà, dov' egli era. I commentatori hanno avuto in tal veocrazione
quest' arcano, eh' e' non si son pur anche ardili e spiarlo con l'
immaginazione. A me quadra molto un pensiero sovvenuto al sottibssimo ingegno
del Rifiorito. Stima egli, che tutto il discorso fosse in lodar Dante, e perchA
mostra, che ancor egli favellasse, mentre dice, v. io3. andammo infino alla
lumiera. Parlando cose, che ‘l tacer è hello. Il suo parlare non fu per
avventura altro, che recitare qualcuna delle sue canzoni, secondo che da que'
poeti ( siccome s' usa per atto di gentilezza ) ne fu richiesto. E ciò non
solamente torna bene al costume, ma ( che più si dee attendere ) al sentimento
de' versi ; essendo verissimo, che orala modestia fa diventar bello il tacere
quello, che allora bellissimo era a parlare. V. Ila. Centi v' eran, con occhi
tardi e gravi, Di grand' autorità ne’ lor sembianti : Parlttvan rado, e con
voci soavi. Quello tertetto paò lerrir di norma a qualunque pi> glia, deicrtvendo,
a rappreiencare il coitnme di gran perionaggio. V. il5. Traemmoei co/l dalF un
de' canti In luogo aperto, luminoso, ed alto ; Si che veder si potén tutti
quotili. Dal dire, eh' e' li trauero da un canto del caatello, ai convince
manifeicamente, eh' ei non era murato a tondo, come alcuni si persuadono, e fra
gli altri il Vellutello : tanto pid eh' e' non si può nè anche dire, che il
castello era tondo bensì, ma che v' erano diverse piazze o strade, le quali
venivano a formar degli angolii poiché non pare, che Dante figuri questo
castello per altro, che per un dilettevol prato intorniato di mura ; e s' ei
potè mettersi in luogo da poter veder tutti quanti, chiara cosa è, eh' e' non
vi doveva essere impedimento di mura, o di case, o d'altri edifizj. A tal che
questo canto, dond' e' si trassero Dante e Virgilio, mostra, che la pianu delle
mura non dovea esser circolare. Molto meno è veriiimile, eh' elleno
abbracciaiser il foro della valle, come è opinione cfalcuni, i quali si lon
falsamente immaginati, che tutto il piano dello scaglione del Limbo fosse
diviso, come in due armille concentriche, una esterna e maggiore, dove non
arrivasse il lustro della lumiera, e quivi stessero l' anime degl' innocenti
morti senza battesimo sospirando continuameote, onde dice, v. a6. ffon avea
pianto, ma che di sospiri, Che laura eterna facevan tremare. minore l'altra ed
interna, ed illustrata dalla lumiera, è questa facesse prato al castello de'
Savj e degli Eroi. £ 64 Canto invrrUimile I dico, tal optDÌone. Prima, perchè
in pro> porzione dell* altr* anime del Limbo y piccolisaimo è U numero di
quelle* che sono ammesse per tspecialissima grazia dentro al delizioso castello
; per lo che* rimanendo loro un luogo sì vasto, vi sarebbero seminate più rade
che per un deserto. Secondo* perchè in qualunque luogo del prato si fosser
tratti Dante e VIRGILIO posto die nel centro non potessero starvi per essere
sfondato * e terminar ivi la sboccatura del secondo cerchio * sarebbe •tato
impossibile discemer tutti quanti* a non supporre* eh* e* sì fosser ridotti
tutti in un mucchio vicino all* entrata * perchè da distanza assai minore, che
non è quella del solo semidiametro di questo prato * a farlo cale * qual se lo
figurano costoro, si smarrisce di vista un uomo dì statura ordinaria. Direi dunque
* che il castello fosse da una porle del piano o pavimento del Limbo * e che
per avventura nè meno arrivasse con le mura in su la sboccatura del secondo
cerchio- E che sia *1 vero* usciti eh* e’ ne furono*, dice Dante, eh* e*
tornarono nelf aura* che trema* cioè in quella, dove sospirano i padani
innocenti, che l'aura eterna farevan tremare. Che se per lo contrario il
castrilo fosse stato abbracciato dall* armilla esteriore* per discender nel
secondo cerchio, non occorreva, eh’ c* ritornassero in quella, dove l’aria
tremava. Kè vale il dire* che per aria tremante si può intender anche l'aria
del secondo cerchio; perchè la sua agitazione (si come vedremo nel seguente
canto) era altro che un semplice tremare, dicendo il poeta di questo cerchio,
v. a8. J* venni in lungo <t ogni luce muto, Che mugghiai come fa mar per
tempesta, S" e* da contrari venti è combattuto. Ecco dunque, che il
catCello era tutto dentro all* orlo del Limbo io su la mano, tu la qual
camminavano : e torna ottimamente allo scemarti la sesta compagnia in due,
essendo Omero, Orazio, Ovidio e Lucano rimasti dentro al castello, e Dante e
Virgilio essendone usciti o per altra porta, o per la medesima, ood* erano
entrati, ma voltando all* altra mano, e incamminandosi per altra via da quella,
ond' erano venuti. Così si condussero, dov' era il passo per discendere nel
secondo cerchio ; si come vedremo nel canto seguente. >eccato, che ii
punisce in questo secondo cerchio, è la lussuria, come il più compatibile all'
umana fragilità, c per avventura il meno grave. Fmge il poeta di trovare al
primo ingresso Flinos giudicante 1' anime. Di poi passa più oltre, e vede la
pena de' peccatori carnali, la qual dice essere un furiosissimo, e perpetuo
nodo di vento, il qual rapisce, e porta seco voltolando in giro queir anime. VIRGILIO
(vedasi) gliene dà a conoscere alcune, che erano già state al suo tempo, ma di
Francesca da Ravenna intende dalla sua propria bocca la cagione della sua
morte, e insieme di quella di Paolo suo cognato, con r ombra del quale si
raggirava per 1' aria del secondo cerchio. Cori discesi del cerchio primajo Giù
nel secondo, che men luogo cinghia, E Scatto più dolor, che pugne a guajo.
Discesi ; Io Dante diacesi. Men luogo cinghia ; si dimostra peripatetico f
ponendo il luogo, distinto dall* esteiH sione della cosa locata. Quindi è, eh*
ei dice il pavimento del secondo cerchio cignere, abbracciare, occupar minor
luogo, in sostanza girar meno del primo, secondo che per lo digradar della
valle gii\ verso il centro si discendeva. Così veggiamo ne* teatri dalla lor
sommità i gradi infmo all' iullmo venire, successivamente ordinati, sempre
risirignendo il cerchio loro. C ben vero, che quanto meno luogo cinghia,
contiene in sè altrettanto più di dolore, che non fa il primo. Poiché, dove
quello per esser solo dolor della mente, svapora in sospiri, questo, che
alFligge il senso, pugne a guajo, cioè arriva a trar guai, pianti e lamenti
dolorosissimi. Y. 4. 5 rauvs Afinos orriòilMente « e ringhia. Qui orribilmente
ha forza di esprimere P orrida residenza, il tribunale formidabile, la fiera
accompagnatura de* ministri, e forse il ferocissimo aspetto dell* infernal
giudice. Bocc. Fdoc. Kb. 6, 42. Quivi ancora si veggono tutti i nostri Iddìi
onorevolissimamente sopr ogn altra figura posti. Dove notisi, che per 1 *
avverbio onorevolis^ simamenie ci dà ad intendere la preminenza del luogo,
quanto la ricchezza degli ornamenti sacri, ed ogni altra nobile accompagnatura
pertinente al culto degli Dii suddetti. Ringhia: accresce lo spavento,
dicendosi il ringhiare de* cani, quando irritati, digrignando i denti « e quasi
brontolando, mostrano di voler mordere. V. 6. Giudica, e manda, secondo eh*
awvinghia. Qui avvinghiare per cignere. Ciò che Ninos ai cigneise, viene
spiegato appresso. Vede qu«l luogo Inferno è da essa. Da in luogo di Per, ed
esprime attitudine, proprietà, c convenevolezza. Cioè qual luogo d'infemoèprr
essa, o vero convenevole ad essa. Veggasi di ciò il Cinonio. V. li. Cignesi con
la coda tante volte ^ Quantunque gradi vuol ^ rAe sia messa. Conosce il poeta T
obbligo, ch'egli ha d* uscire il piti eh* ci può dall’ ordinario, rispetto al
luogo, e a* personaggi, eh’ egli ha alle mani. Quindi va trovando maniere
strane ed inusitate di significare ì loro concetti ; come in questo luogo fa,
che Minos si cinga tante volte la coda, quanti gradi hanno a collocarsi gid 1 *
anime condannate. Quantunque per quanto, nome indeclinabile. Bocc. introd. n.
i. Quantunque volte, graziosissime donne ^ meco pensando riguardo ecc. V. i3.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: Vanno ^ a vicenda y ciascun al giudizio:
Dicono, e odono, e poi son giù volte. In questi tre versi è compresa un*
esattissima e pun> tualissima forma di giudizio. V. a3. Vuoisi cosi colà »
dove si puote Ciò che si vuole ; e più non dimandare. Le stesse parole per
appunto furono usate da Virgilio a Caronte nel canto terze, v. 9 S. V. a 8 . t
venni in luogo d* ogni luce muto. Notisi, come stando sempre su la medesima
bizzarra traslazione d* attribuire il proprio della voce al proprio della
vista, va continuameDte crescendo» Nella selva, ~e Casto dove r oicurit.\ e T
ombra erano accidentali per l' impedimento de' rami e delle foglie, diwe
aolamcnte tacerai la luce, V. 6o. Mi ripigneva là, dove 'I sol tace. Nell*
atrio dell' Inferno dà al lume aggiunto di JSoco, accennando io tal guiaa, non
eaier ciò per accidente > tua per natura ; cauto HI, v. 75. Com’ io discerno
per lo fioco lume. Qui finalmente, dove a' ò innoltrato nel profondo della
valle, muto lo chiama; e vuol denotare, che le tenebre di queato cerchio non
aono accidentali, nè a tempo, nè aaaottigliate da qualche apruzaolo di
languidiaaima luce, ma apeaae, folte, oatiuate, ed eterne. V. 3l. Za bufera
infernal, che mai non retta. Mena gli spirti con la tua rapina: Voltando, e
percuotendo gli moietta. Il Buti definiace eoa! : Bufera è aggiramento di
venti, lo qual finge l’ autore, che sempre sia nel secondo cerchio dell"
Inferno. A chi pareaac queata voce o poco nobile, o troppo atrana, ricordiai,
che ai parla d' un vento infernale, e che merita maggior lode il cercar la
forza dell' eapreaaione, che 1'ornamento delle parole; ed è queata una pittura,
che non richiede vaghezza di colorito, ma forza; e tanto piti è bella, quanto è
meno liaciata ; estendo il naturale coti risentito, che non può bene imitarsi,
te non è fatto di colpi, e ricacciato gagliardo di sbattimenti. Questa bufera
adunque leva e mena gli spiriti con due movimenti. Con uno gli aggira secondo
il corto della tua corrente, che va turno torno al cerchio ; con F altro ( e
ciò fallo con la sua rapina, cioè col tuo grandissimo impeto ) li va voltolando
in lor medesimi. Cosi veggiamo la pillotta e '1 pallone, i quali, se vengono
spinti lentamente per Taria, son portati con un solo moto ^ che è secondo la
linea della direzione del lor viaggio, ma dove urtino in muro, od in legno,
osi, cadendo in terra, ribalzino mcontanente, ne concepiscono un altro, Bglio
di quel novello impeto, che gli aggira intorno ai proprio asse. V. 34. Quando
giungon dinanzi alla mina; Qmvi le strida t il compianto t e*l lamento'.
Bestemmian quivi la virtù divina. Qual sia questa rovina, i commentatori non lo
dicono, o se lo dicono, io confesso di non intendere quello che dicono.
Crederei, che per rovina intendesse l’autore il dirupamento della sponda, giù
per la quale egli era venuto ; e che questa fosse la foce, d' onde metteise il
vento, il quale foue cagione di maggiore sbatiimento a quelle pover* anime, che
vi passavano davanti. A similitudine d* un legno o d'altro corpo, cui la
corrente d'un fiume ne meni a galla, il quale, se s* abbatte a passare, dove
sbocca un torrente, o altra acqua, che caschi con impeto da grand'altezza,
questa se se lo coglie sotto ^ lo tuffa e rìtufia per molte fiate, e in qua e
in lè con mille avvolgimenti T aggira, e strabalza, in fin tanto eh' ei non è
uscito di quella dirittura, e non ha ritrovato il filo della nuova corrente. Di
dove, e come possa quivi nascer questo vento, vedremo allora, che si dirà della
fiumana dell' eterno pianto, di cui nel canto seeondo mi rìserbai a discorrere
in altro luogo. E (ome gli stornei ne portan F ali Nel freddo tempo a schiera
larga e piena ; Così quel fiato gli spiriti mali. Brllisùma iimiUtudlne, e
cavata ( «ì come la «cgitcnte poco appretto delle gru) con finitsimo
accorgimento da animali tenuti in niun pregio, e per ogni conto vilittimi. V.
43. Di qua, di là, di giù, di tu gli mena : Nulla speranza gli conforta mai Non
che di posa, ma di minor pena. Eipretiione felicistima ed inarrivabile di quel
tormento, e che vince quati il vedere ttetto degli occhi. V. 48. Cori viiF io
venir, traendo guai, Ombre portate dalla detta briga. Qui briga vai lo ttetto
che noja, fattidio, travaglio; e briga preto nello ttetto significato d’
agitamento di venti. Farad, can. Vili, v. 67. £ la bella Trinacria, che caliga
Tra Pachimo e Petoro sopra '/ golfo, Che riceve da Euro maggior briga. cioè
sopra ’l golfo, eh’ è più battuto dallo scirocco. V. Si. Genti, che faer nero
ri gastiga^ Corrisponde al detto di sopra, v. 18. I' venni in luogo iT ogni
luce muto. E cerumente la pena de’ carnali è pena data loro dall’ aria, poiché
l’aria col solo agitarsi si li tormenta. V. Pu Imperadrice di motte favelle.
Ebbe imperio sopra nazioni, che parlavano diversi idiomi. Modo usato altre
volte da Dante : distinguere, o denotare i paeii dalle lingue, che vi ai
parlano. Infer.. Ahi Pila, vituperio delle genti Del bel patte là, dove 'I ri
tuona. V. 55 . A vizio di Lutturia fu ri rotta. Che’l libito fe' licito in tua
legge, Per torre’l biatmo, in che era eondoita. Aaaai è nota la legge della
diioneatà promulgata da Semiramide, per cui ella penaò di aottrarai all'
infamia de’ suoi vituperj. A vizio di Lutturia fu ri rotta. Forma di dire assai
singolare. V. 60. Tenne la terra, che ’l Soldan corregge. Dice il Daniello, che
Dante in questo luogo piglia un equivoco EQUIVOCO GRICE ; e che abbia voluto
dire, Semiramide aver regnato in Egitto, ingannato dal nome di Babilonia, con
cui nel suo tempo chiamavasi volgarmente il Cairo, allora signoreggiato dal
snidano, non rinvenendosi dell' altra Babilonia fabbricata da Semiramide nell’
Astiria. Di questo errore pretende scusarlo con fargli nome di licenza lecita a
pigliarsi da' poeti grandi, tra' quali gli dà per compagno Virgilio in un certo
patto, non so già quanto a proposito, e con quanta ragione. Se io avesti a
esaminarmi per la verità dell' intenzione, che io credo, che abbia avuto Dante
; direi forte ancor io, come il Daniello : tanto più che in que' tempi non ti
aveva coti esatta notizia della geografia, che sia sacrilegio l'ammettere, che
un poeta anche grandissimo abbia preso un equivoco intorno a una città, nella
quale era facilittimo l’equivocare, 6 74 Cauto intrndendoii allora comuneniente
per Babilonia quella d'Egitto; ticcome oggi per Lione templicemente
('intenderebbe sempre quello di Francia, e per Vienna quella di Germania; e
quanto a questo, che Babilonia vi fosse in Egitto, e che fosse la stessa, che
dagli Europei si chiama oggi il Cairo, l' afferma Ortelio. Boccaccio nel Decamerone,
di tre volte, che nomina il Soldaoo, intende sempre quello d' Egitto ; e Dante
stesso nell' XI del Farad., t. loo. E poi cht per la sete del martiro Alla
presenza del Soldan superba, Predici) Cristo, e gli altri, che 7 seguirò. Farla
di S. Francesco, il quale i certo, che parla del Soldano d' Egitto, e non di
quello di Bagadet. Il Fetrarca dice anch' egli nel Sonetto; L'avara Babilonia
ecc. non so che di Soldano. 1 commenti l' intendono per quel d' Egitto ; e il
Gesualdo, se non erro, lo cava da una sua epistola, nella quale fa menzione
delle due Babilonie, d' Egitto e d' Assiria. Ma chi volesse anche sostenere,
che Dante non abbia errato, potrebbe farlo con dire, che per Soldano intese
quegli stesso, che nel suo tempo signoreggiava la vera Babilonia di Semiramide,
essendo la voce Soldano nome di dignità, e perciò convenevole ad ogni principe;
e da Cedreno si raccoglie essere stata comune ancora ai Coliifi di Soria,
particolarmente dove parla di uno di essi, che ebbe guerra con Alessio Comneno.
Siccome e converso il Soldano d' Egitto aveva titolo di Cohffa, prima che dal
Saladino fosse unito l'un, e l'altro titolo insieme, quando egli di semplice
Sultano, eh' egli era, diventò Fun e l'altro, avendo ucciso il ColilTa nell'
andar a pigliar da lui lecoudo il lolito l' ioicgne di Soldano. Fu anche
Soldano titolo d' ufTizio coinè ai cava da quoto luogo del Ponti 6 cale romano
citato dal Meunio ; Circa Pontifiiem, aliquando ante, aliquando poit, equilabat
Mareicallus, siile Soldanus Curiae. lila per vedere adeiao, con quanta poca
ragione il Daniello tacci Virgilio d’un timigliante equivoco, laiciaio di
riapondere a quello eh’ ei dice, che egli nel Sileno confondeaae la favola d*
lai e di Filomena, e nel terzo della Georgica acambiaaae Caatore da Polluce,
nel che vien Virgilio difeao molto giudiziosamente dalla Cerda, vediamo il
terzo equivoco notato dal aoprammentovato apositore di Dante ne’ seguenti versi
dell' Egloga del Sileno, T. 74 . Quid loquar? aut tcyllam Nisi? aut quamfama
secuta est. Candida surtinctam latrantihus inguina monstris, DutUhias ue rosse
rales, et gurgite in allo, Ah, timidos nautas canibus lacerasse marinis ? Qui
dice il Daniello, senza allegarne alcuna ragione, che Virgilio equivoca da
Scilla hgliuola di Forco e d'Ecate, o, cum’ altri vogliono, di Creteide, a
quella figliuola di Niso re di Megara. Io credo però di ritrovarla, e dubito
che si possa dir del Daniello nella sposizione di questo luogo di Virgilio,
quello che di Virgilio disse il Berni nell' imitazione di cpiell’ altro d’
Omero; Perch’ e' m hem detto, che Virgilio ha preso Un granciporro in quel
verso d Omero, Chi egli, con reverenza, non ha inteso. Noteremo dunque di
passaggio, come bisogna, che quest’ autore si sia cieduto, che Virgilio parli
d’ una loU Scilla, e che a queita attribuendo i moitri marini, e r ingordigia
degli altrui naufragi, liaii dato ad intendere, eh' egli abbia voluto dire di
quella di Forco 1 ond* egli nota r equivoco in quelle parole : Quid loquar ?
aux tcyllam Nisi ? Sapendo, che Scilla figliuola di Niao fu cangiata in
uccello, e fu, come altri vogliono, appiccata alla prora della nave dell’ amato
Minoi) e finalmente gettata in mare, e non mai trasformata, come quella di
Forco, in moitro marino. Ma la verità ai à, che Virgilio intese di parlare
dell' una e dell' altra Scilla; e, toccando di passaggio quella di Niso, si
ferma a discorrer più diffusamente dell' altra di Forco, come dalla lettura del
luogo è assai facile a comprendere ; ma forse il Daniello non s’ avvide di
questo passaggio, e trovandosi inaspettatamente nella favola di Scilla di
Forco, la credette vestita a quella di Niso, equivocando egli medesimo nell'
equivoco immaginato di Virgilio. V. 61. L'altra è colei, che e’ aneUe amorosa,
E ruppe fede al centr di Sicheo. Didone, seguendo in ciò anch' egli 1 '
orribile anacronismo, ed accreditando T infame calunnia d' impudiciaia datale
da VirgUio. Eneide IV, v. SSa. IVon servata fides eineri promissa SUhaeo. V.
64. Siena vidi, per cui tanto reo Tempo ti volse. Tocca di passaggio, e con
maniera nobilissima la guerra de’ Greci, e l' ultime calamità de’ Trojani, CK
amar di nostra vita dipartille. Della morte delle quali fu cagione Amore
illecitOi V. 7». i' cominciai; Poeta, volentieri Parlerei a que‘ duo, che
’nsieme vanno, E pajon st al vento esser leggieri. Gli accoppia ioaieme, perchè
iniieme avevano peccata. S’accorae, ch’egli erano leggieri al vento, dalla
facUitè, anzi dalla furia, con la quale il vento li portava; e ciò molto
convenientemente, atteao il loro gravitaimo peccato, eaaendo atati per affinità
al atrettamente congiunti, come più abbaaao udiremo. Per quell' amor, eh' ei
mena, t quei verratmo. Per quell' amore, eh' e' ai portarono, il qual fu
cagione di queato loro eterno infelice viaggio. Efficaciaaima preghiera, e
convenientiaaima a due amanti, acongiurarli per lo acambievole amore. Y. 80 O
anime afannate. Aggiunto di mirabil proprietà, e aenza dubbio il più proprio,
che dar mai ai poaaa ad anime tormentate da ai latta pena. Quali colombe dal
disio chiamale Con f ali aperte e ferme al dolce nido Volan per F aere dal
voler portale. Grazioiiaaima aimilitudine, e piena di tenero e compaaaionevole
affetto. Nè traendola Dante da coti gentili animali, quali anno le colombe,
vien a intaccar punto della lode, che le gli dette poc’ anzi, per aver paragonato
gli apiriti di queito cerchio agli atomelli e alle Cauto gru, 1’ una e l’altra
ignobile «pezie d'uccelli, poicliè in ciueato luogo ha maggior obbligo di far
calzar la similitudine all' andar di compagnia, che facevano i due amanti, il
che ottimamente si ha dalla comparazione delle colombe, che ad avvilire con un
paragone ignobile quegli spiriti in generale, come fece da principio. Del resto
gli ultimi due versi di questo terzetto posson aver due sentimenti, l’un e
l’altro bello. Il primo è: Con Vali aperte * ferme al dolce nido volan per
Vaere, cioè volan per l’aere con l’ali aperte o ferme, cioè diritte al dolce
nido; o vero volano al dolce nido con l’ali aperte e ferme, descrivendo in
cotal guisa il volo delle colombe, quando con l'ali tese volano velocissimamenie
senza punto dibatterle, e in questa maniera di volare par che si ratbgiiri un
certo non so che pid di voglia e di desiderio di giugnere. O animai graziosa e
benigno, Che visitando vai per V aer perso Noi, che tignemmo'l mondo di
sanguigno. Ninna cosa odono o parlano pid volontieri gli annuiti che del loro
amore. Quindi è, che quest’ anima chiama Dante grazioso e benigno per atto di
gentilezza usatole in darle campo, raccontando i suoi avvenimenti, di dar
alquanto di sfogo al dolore. Per V aer perso. Il perso è un colore oscuro, di
cui lo stesso Dante nel suo Convivio sopra la canzone Le dolci rime ecc. dice
esser composto di rosso e di nero, ma che vince il nero ; e Inf. caut, , V.
io3. L' acqua era buja molto più, che persa. Noi che lignemmo il mondo di
ttmguigno. Scherza in la contrarietà di queiti due colori ; Fai visitando per F
aria di color perso noi, che, per eaiere arati ucciai in pena del noatro Callo,
tignemsno il mondo di color di aangue. V. 94. Uh Jttel, che udire, e che parlar
ti picKe : Noi udiremo, e parleremo a vui. Non ì gran coaa (dice aaaai
giudiiioaamente il Landino), che coatei a’ indovinaaae di quello, che Dante
deaiderava d' udire. Una, perché di niun' altra coaa, fuori che de’ auoi
avrenimenti, potea ragioneTolmente credere, eh* egli aveaae curioaità di
domandarla ; 1' altra, perché il coatume degli amanti é creder, che tutti
abbiano quella voglia, che hanno eaai d' udire e parlare de’ loro amori, tanto
che aenza forai molto pregare non fanno careatla di raccontarli anche a chi non
ai cura aiperli. Che riapondeaae la donna pid tosto che l’ uomo, ciò é molto
adattato al coatume della loro loquacità e leggerezza. V. 96. Mentre che ’/
vento, come fa, si tace. n ripoaarai del vento non é coaa impropria, anzi é
accidente confacevole alla natura di quello, dimoitrandoci r eaperienza, che
egli non aoffia con aibilo continuato, al come corrono i fiumi, ma a volta a
volta ricorre, come fanno Tonde marine. Oltre che non aarebbe inveriaimile il
dire, eh’ ei ai fermaaae per divina diapoaizione, acciocché Dante potesse
ammaestrarsi nella considerazione di quelle pene, e riportar frutto dal suo
prodigioso viaggio. Per questa ragione vediamo nel canto IX spedito un angelo a
fargli spalancar le porte della Canto cittì di Dite, e altrove molt’ altre
graxie tingolariuime, le quali la bontà divina gli concedè, per condurlo
finaluiente alla contemplazione della aua euenza. V. 97. Siede la terra, dove
nata fui, Su la marina, dove ‘I Pò diicende Per aver pace co' teguaci tui.
Bavenna ; poco lontano dalla quale il Po inette nelr Adriatico. Discende per
aver pace co’ sui seguaci. Maniera veramente poetica. Dicono alcuni, per aver
pace, cioè per trovar pace in mare della guerra, ch'egli ha nel auo letto da'
fiumi tuoi teguaci ; perocché, fecondo che quelli tgorgano in lui, lo
conturbano e P agitano, onde ti può dire, che gli facciano guerra. Ma te Dante
volette ttar tu l’allegoria di quella guerra, non li chiamerebbe legnaci ;
poiché, fintante che uno è teguace d’ un altro, non gli fa guerra, e,
facendogli guerra, non |i può chiamar più teguace. Diremo dunque, eh' ei voglia
dire, che il Po co' tuoi teguaci diiceode in mare per ripoiare dal lungo corto,
eh' ei fa, per giugnervi, a fine di unirai come parte al tuo tutto, eitendo
queita unione la lola pace, alla quale tutte le creature tono d.a inviiibil
mano guidate. Veduto della patria, è ora da vedere chi folte coitei, che
favella con Dante; per Io che è da taperii, che quetta è Francetea figliuola di
Guido da Polenta tignor di Ravenna ; la quale, eitendo ttata dal padre mariuta
a Lanciotto figliuolo di Malatctta da Rimici, uomo valoroto in vero, e nella
teienza e inaeitria dell’ armi eiercitatittimo, ma zoppo e deforme d' atpetto
troppo più che ad appajar la grazia e la delicatezza di conci non era
convenevole, fu cagione, che ella t' invaghiate di Paolo tuo cognato, il quale
non meno grazioio, e arvenente del corpo, che leggiadro dell’ animo e de'
coatumi, del di lei amore ferventiiiimamence era preao4 Ora arvenne che,
mentre, tcambievolmence amandosi, in gran piacere e tranquillità si Tiveano,
indistintamente usando, appostati un giorno da Lanciotto, furono da esso colti
sul fatto, e d'un sol colpo uccisi miseramente. VICO. jimor, eh’ al cor gejuU
ratto s' apprende. Prete costui della bella persona, Che mi fu tolta, e '/ modo
ancor m' offende. Platone nel Convivio, tra le lodi, che dà Agatone ad Amore,
dice eh’ egli i ancora delicatissimo, argumentandolo da questo, eh’ egli i
ancor più tenero e gentile della Dea Ati, cioè della calamità, la quale esser
mollissima a delicatissima / argomentò Omero dal vedere, che ella, schifando di
toccar co’ piè terra, si tiene per t ordinario in tu le lette degli uomini.
Iliad.Tvt pio 9 * ateahol sróStc iv fàp in' ovSit nlAra^as, <2 A A’ apa
f/j'S xai^ óvfpóv xpoara fiaùani. Ma amore non solamente non mette mai piede in
terra, o in tu le teste, le quali, a dire il vero, non sono molto toffei, ma di
tutto V uomo la parte più gentile calpesta, e sceglie per tua abitazione. Negli
animi dunque, e ne’ temperamenti degli uomini, e degli Dii pone il tuo trono
Amore ; nè ciò fa egli alla cieca, e senza veruna distinzione in ogni sorta
<t animo la sua tede locando, ma quelli solamente, che in fra tutti gli altri
p'ut gentili tono, e pieghevoli con delicatissimo gusto va ritcegliendo. suStò
9 fizaiipii(;ipfits 6 pi^a tixpiipiusnpi *Epura Xtc araAòc óv qdp iirì TÙt
fiaivit, ovff tiri npavietr. 8a Cahto ( S, larn iravv fiaX«ut<i) cy roif
fMi^xararoig TS* S*T»T> KoÀ fiaivti Koì oisut' iw )'àf> v6$at KOÌ XM
àiiUpixfn rhf Sixqffiv iSpvxau,’ »ai oò» av f{>7( ir xóacui rati dXÀ,’ ^
riti iv vKXtipòv vio( i;^ot<rv >* ’^XP dxtp^^iToi' ^ 9’ àt ftoAouiùy,
oÌKÌ(ixcu. £'l Petrarca nel toaetto : Come't ccmdido piiecc., ricavando con maniera
più morbida lo ateaao originale, fini di copiarlo anche nella parte tralasciata
da Dante, che rijguarda 1' avversione, che Amore ha ordinariamente agli animi
rosai e dori, dicendo : Amor, che tolo i cuor leggiadri invesca, Nè cura di
mostrar sua forza altrove. E nella canaone; Amor, se vuoi, eh' io tomi ecc.,
parlando con Amore, tocca leggiadramente in ogni sua parte il sopraccitato
luogo di Platone, dicendo dell’ impeWo, eh' egli ha non meno sopra gli Dii, che
sopra gli uomini, con questi versi : £ s’ egli è ver, che tua potenza sia Nel
Ciri s) grande, come si ragiona, E neir abisso ( perchè, qui fra noi Quel che
tu vali e puoi, Credo, ehe’l senta ogni gentil persona). V. loi. Prese costui
della bella persona che mi fu tolta. Lo prese del bellissimo corpo che mi fu
spogliato dalla morte, e ’l modo ancor m’ offende, perchè mi fu ' data
violentemente, e mentre mi suva tra le braccia del caro amante. V. io3. jimor,
eh' a nullo amalo amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come
vedi, ancor non m' abbandona, Belliiiiina repetizione : Àmor, eh' al cuor
gentil ratto s' apprende, prese cosuù come gentile. Amor, eh' a nullo amalo
amar perdona, prese me come amata. Mi prese del costui piacer, del piacer di
costui. Costui nel secondo caso senza il suo segno si trova spesse volte usato
dagli autori. Veggansene gli esempi presso il Cinonio. Questo lungo può aver
doppio significato. Hi prese del piacer di costui, cioè del gusto, del
piacimento, della gioja d’amar costui. E mi prese del piacer di costui, cioè
del piacer che io faceva a costui, e questo corrisponde ottimamente al detto
poco innanzi : Autor, eh' a nullo amato amar perdona ; mostrando non tanto
essersi innamorata per genio, quanto per vaghezza d' accorgersi di piacere e
d’esser amata, e per cert’obbligo di gentil corrispondenza. V. io6. Amor
condusse noi ad una morte. Arroge forza con la terza replica, e con granditaim'
arte diminuisce il suo fallo, rovesciando sopra di amore tutta la colpa. Tib.
lib. l .° el. VII, v. aq. Non ego te laesi prudens : ignosce fatemi, lussi!
amor. Contro quis ferat arma Deos ? E'I Boccaccio, giornata IV, nov. I,
conducendo GuU scardo alla presenza del Principe Tancredi, non gli sa porre in
bocca nè altra, nè piò forte difesa per iscusar sè, che r incolpare amore, il
quale, cioè Tancredi, tome il vide quasi piangendo disse : Guiscardo, la mia
benignità verso te non uvea meritato l'oltraggio e la 84 Casto vtrgogna, la
quale nelle mie cose fatta m' hai; eiccome io oggi vidi con gli occhi miei. Al
quale Guiscardo niun altra cosa ditte te non questo. Amor può troppo più che nè
io ni voi pottiamo. V. IO/. Caina attende chi'n vita ci spente. Calila è la
g)iiaccia, dove nel canto vedremo euer paniti coloro, che bruttaron le mani col
sangue de’ lor congiunti. Dice dunque, che questa spera detta Caina sta
aspettando LANCIOTTO marito di lei, e fratello di PAOLO, che fu il loro
uccisore. Ila O latto, Quanti dolci pentier, quanto detto Menò costoro al
dolorato patto ! Tenerissima riflessione, e propria d* animo gentile, ma che non
s’ abbandona a soperchia vilU col dimostrar dolore. E qui notisi, come Dante
per ancora sta forte all’ assalto della pietA, la cui guerra si propose di
voler sostenere al principio del secondo canto, v. l. Lo giorno te n andava, e
f aer bruno Toglieva gli animai, che tono in terra dalle fatiche loro; ed io
sol uno m’apparecchiava a tottener la guerra fi del cammino, e sì della
pietose. £ che ciò sia’l vero, dopo eh’ ei non potò pid rattener le lagrime,
dice, che in questo pietoso oflìcio egli era insieme, v. 117, tristo e pio-,
dove mette in considerazione, se quel tristo si potesse in questo luogo
intendere per iscellerato, malvagio, empio, e non per malcontento, mesto, e
maninconoto, come vien preso universalmente, e (1 come io con gli altri
concorro a credere etier reritirailmeote alata l' intenzione del poeta. Pure
nel primo significato abbiamo nel Inf. triatitiimO) r. 9I. Tra qutJt’ iniqua e
trutitiima copia Correvan genti ignude e spaventate. E di vero tristo in
aendmento d’ empio (a un belliatimo contrapposto con pio, venendo a estere il
poeta in un medesimo tempo empio per compiagner la giusta e dovuta miseria de’
dannati, del cbe nel XX di questa cantica si fa riprender acremente da
Virgilio, e gli la dire, che è sciocchezza averne pietà, e somma scelleraggine
aver sentimenti contrarj al divino giudicio, che li punisce, V. a 5 . Certo V
piangea poggiato a un de' rocchi Del duro scoglio, zi che la mia scorta Mi
disse : Ancor se' tu degli altri sciocchi ? Qui vive la pietà-, quandi è ben
morta. Chi è più scellerato di colui, Ch' al giudicio divin passion porta ?
Driaza la letta, drizza ; e vedi, a cui ecc. E pio poteva dirsi il poeta, per
non poter vincere la naturai violenza di quell' affetto, che contro a tua
voglia lo cottrìgneva a lacrimare ; dove pigliando tristo in significato di
metto, avendo di già detto', eh' ei lacrimava, vi vien a esser superfluo ; e
non solamente tristo, ma pio ancora ; chiarissima cosa estendo, che chi piange
r altrui miseria, n' ha rammarico e compatimento. V. lao. Che conosceste i
dubbiosi desiri? Pubiioti per non esserti ancora l’ un F altro diKoperd. 86
Canto. I3I. Ed ella a me; nerrun maggior dolore. Che ricordarsi del tempo
felice nella miseria, e dà sa il tuo dottore. Quella lentenaa h di Boezio nel
lecondo libro de Consol. proia IV, Le lue parole iodo : In omni aduer sitate
fortuna» infelùissimum genus inforlunii est, fuisse felieeiu. Tanto che questa
volta per il tuo dottore non debbo intendersi VIRGILIO, come, dal Daniello in
fuora, quasi tutti gli altri si sono ingannati a credere, ma lo stesso BOEZIO,
la cui sopraccitata opera Dante nel suo esilio aveva sempre tra mano, e leggeva
continuamente ; onde nel suo Convivio scrive queste formali parole. Tuttavia,
dopo alquanto tempo, la mia mente, che i argomenta di sanare, provvide ( poi nè
'I mio, I altrui consolare valeva ) ritornare al modo, che alcuno sconsolato
avea tenuto a consolarsi ; e misimi ad allegare e leggere quello, non
conosciuto da molti, libro di BOEZIO, nel quale, cattivo e discacciato,
consolato si aveva. V. ia4- Ho, s‘ a conoscer la prima radice Del nostro amor
tu hai cotanto affetto, farò, come colui, che piange, e dice. Sed si tantus
amor casus cognoscere nostros, Et breuiter Troiae supremum audire laborem.
Quamquam animus meminisse horret, luctuque refugit, Incipiam. £n. lib. Il, v.
io e seg. V. i» 7 - Noi leggiavamo un giorno per diletto Di Lancillotto, come
amor lo strinse. Qui, prima di passar più avanti, giudico, che sia bene chiarir
l’intelligenza del rimanente di questo canto, con riportar la atoria di
Lancellotto cavata da' romanzi franzcsi dal libro di Lancilolto Du Lac, e
riferita in quella dottiatiuia acrittura di Lucantonio Bidol6, nella quale in
un dialogo fìnto in Lione tra Aleaaandro degli liberti e Claudio d’Erberé
gentiluomo franzeae apiega ingegnoaamente varj luoghi diSicili de' tre noatri
autori Dante, il Petrarca, e '1 Boccaccio. Farla Claudio Dovile dunque eapere
> eome avendo Galeaui figliuolo della iella Geanda acquitlalo per sua
prodezza trenta reami, s ave a posto in cuore di non voler <t essi
coronarsi, se prima a quelli il regno di Logres dal Re Arius posse- duto
aggiunto non aveste ' £ per ciò, avendolo egli man- dato a Sfidare, furono le
genti deir uno e dell' altro più volte alle mani. Dove Lancilolto avendo in
favore di Artus futa maravigliose pruove contro di Galeaui, e avuto un giorno
fra gli altri l'onore della battaglia, fu da esso Galealto pregato, che volesse
andare quella sera alloggiar seco; promettendogli, se ciò facesse, di dargli
quel dono, che da lui addomandato gli faste. Accetta Lancilolto con quel patto
l’invito, e poi la mattina seguente, partendoti per ritornare alla battaglia
dichiarò il dono, che da Ga- lealio desiderava : il quale fu di richiedere, e
pregare esso Gale alto, che quando egli combattendo fatte in quella gionuila
alle gerui del re Artu superiore, e certo d averne a riportare la vittoria,
volesse allora andare a chieder merci ad esso Re, e in lui liberamente
rimetterti. La qual cosa avendo Galeallo fatta, non solamente ne nacque tra
Lancillotto e Galealto grandissima dimestichezza e amistà, ma ne divenne ancora
etto Galealto, per cosi cortese e magnanimo alto, molto del Re Artu, e della
Regina Gi- nevra tua moglie familiare. Alla quale per tal pubblico PUI5T0 Amor,
eh a null’amato amar perdona, mi prese del costui piacer it forte, che, come
vedi, ancor non m’abbandona. Qui ribadisce : Questi, che mai da me non fia
diviso. Nel che ti ponga niente a quante volte e in quanti modi rioforra V
espressioni d'un ferventissimo ed ostinato amore, e con quant' arte s’ingegna
d’attrar le lacrime e sviscerar la pietà verso que luiserissimi amanti. V. i3y.
Galeotto fu il libro, e chi lo scrisse. Il libro ) e Tautor, che lo scrisse,
fece tra Paolo e Francesca la parte, che fece Galeotto tra Lancillotto e Ginevra;
onde l’Azzolino nella sua Satira contro la lussuria. In somma rime oscene, e
versi infami dell’altrui castità sono incantesimo, e all’onestade altrui
lacciuoli ed amU Tal eh* io ti dico, e replico il medesimo. Se stan cotali
usanze immote e fisse, la poesia diventa un ruSianesùno. E questo è quel, eh
apertamente disse il Principe satirico in quel verso. Galeotto “ il libro, e
ehi lo scrisse. Qui è da notare incidentemente, come alcuni hanno voluto dire,
che il cognome di Principe Galeotto, attri- buito al Centonovelle del
Boccaccio, possa da questa storia esser derivato; perchè, dicono essi,
ragionandosi in codesto libro del Boccaccio di cose per la maggior Cauto
quinto. parte alle gii dette di Ginevra e di Francesca simiglianti, pare che
quel cognome di principe Galeotto meritamente te gli convenga. In questa guisa
inferir volendo, estere il Decamerone il principal libro di tutti quelli, che
contengono in loro cose attrattive alla carnale concupiscenza; che tanto è a
dire, quanto dargli titolo di Primo Ruffiano, o vero di principe de' ruffiani.
Na di ciò reggati più particolarmente il Ridolfi nel soprammentovato dialogo,
ove parlando assai diffusamente di tal opinione ti sforza di mostrare, essere
molto veru simile a credere tal disonesto cognome, come anche quello di
Decamerone estere stato posto al Centonovelle più tosto d’altri, che dal
BOCCACCIO; il quale nel proemio della quarta giornata avere scritte le tue
novelle senz’alcun titolo apertamente si dichiara. Quel giorno più non vi
leggemmo ovante. Aocenna con nobil tratto di modestia l’ inferrompimento della
lettura, ed in conseguenza il passaggio da’ tremanti baci agli amorosi
abbracciamenti. Nome compiuto: Il conte Lorenzo Magalotti. Villa Magalotti.
Magalotti. Keywords: di naturali esperienze, ‘naturali esperienze’ --. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Magalotti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Maggi:
l’implicatura conversazionale -- implicatura ridicola – la scuola di Pompiano
-- filosofia lombarda – filosofia bresciana – scuola di Brescia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Pompiano).
Abstract. Grice: “I
don’t know why Cicero found Stoicism ridiculous – but I fear the word carried a
different implicature back in Ancient Rome!” The English word ‘ridiculous’ and
the Italian word ‘ridicolo’ both stem from the Latin verb ‘ridere, to laugh, or
to laugh at. Here’s the breakdown.Ridere (Latin verb) to laugh. Ridiculus,
Latin adjective: laughable, funny, amusing, absurd, ridiculous.This adjective
is derived from ‘ridere’ ‘ridiculosus (late Latin adjective) laughable – droll.
This word is the DIRECT source of the English word ‘ridiculous.’ Ridicolo
(Italian adjective) directly descended from the latin adjective ridiculus. In
essence, both words trace their roots bak to the Latin concept of laughter,
particularly that which excites amusement or derision.” Filosofo italiano.
Pompiano, Brescia, Lombardia. Grice:
“I like his portrait” – Grice: “My favourite of his essays is on the
ridiculous; but his most specifically philosophical stuff is the ‘lectiones
philosophicae’ and the ‘consilia philosophica.’” La famiglia aveva possedimenti e anche un negozio di
farmacia. Il padre Francesco, uomo di lettere, fu il suo primo maestro.
Studia a Padova con Bagolino e frequenta attivamente gli ambienti culturali
della città. Si laurea e insegna filosofia. Degl’Infiammati, strinse amicizia
con Barbaro, Lombardi, Piccolomini, Speroni, Tomitano, Varchi, entrò quindi a
far parte del circolo di Bembo, frequentando insigni filosofi come Paleario,
Lampridio e Emigli. Conobbe Pole, Vergerio, Flaminio e Priuli. Il dibattito
sulla questione della lingua e sui temi estetici legati soprattutto
all'interpretazione della Poetica aristotelica condusse alla preparazione di un
commento allo scritto di Aristotele che, iniziato da Lombardi, fu proseguito, concluso
e fatto pubblicare da M., con altra sua opera dedicata ad ORAZIO, a Venezia: le
“In Aristotelis librum de Poetica communes explanationes: Madii vero in eundem
librum propriae annotations”, dedicato a Madruzzo. Lascia Padova per
entrare al servizio del duca Ercole II d'Este come precettore del figlio
Alfonso e, insieme, per insegnare filosofia a Ferrara. Si conservano appunti
delle sue lezioni sulla Poetica. Anche della vita culturale della città estense
fu protagonista, divenendo principe dell'«Accademia dei Filareti», che
vanta membri come Bentivoglio, Calcagnini, Giraldi e Cinzio, oltre a essere
amico degli umanisti PIGNA, PORTO, e RICCI, che gli diede pubblicamente merito
di essere stato «il primo interprete della Poetica di Aristotele».
“Mulierum praeconium” o “De mulierum praestantia” e dedicata ad Anna d'Este, la
figlia di Ercole e di Renata di Francia, che nello stesso anno fu tradotta “Un
brieve trattato dell'eccellentia delle donne.” Comprende anche una Essortatione
a gli huomini perché non si lascino superar dalle donne, attribuita a Lando,
che si pone come corollario dell'orazione di M. Alla chiusura temporanea
dell'Università, ritorna a Brescia, partecipando alle riunioni dell'Accademia
di Rezzato, fondata da Chizzola. Abita nella quadra della cittadella vecchia,
in contrada Santo Spirito. Sposa Francesca, figlia del nobile Paris Rosa,.
A Brescia sede nel Consiglio Generale e fu incluso nell'elenco dei consiglieri
comunali della città destilla reggenza delle podestarie maggiori del
territorio. Fu destinato alla Podestaria di Orzinuovi, ma vi rinunciò, come
rinunciò anche alla podestaria di Salò, e partecipò alle sedute del Consiglio
Generale. Altre saggi “Un brieve trattato dell'eccellentia delle donne,
Brescia, Turlini “In Aristotelis librum de Poetica communes explanationes:
Madii vero in eundem librum propriae annotationes, Venetiis, Valgrisi; De
ridiculis, in Horatii librum de arte poetica interpretatio, Venetiis, Valgrisi,
“Lectiones philosophicae” Firenze, Biblioteca Riccardiana, ms. Expositio in libros de Coelo et Mundo, Milano,
Biblioteca Ambrosiana, ms, Expositio de
Coelo, de Anima, Milano, Biblioteca Ambrosiana, Quaestio de visione, Milano,
Biblioteca Ambrosiana, Espositio super primo Coelo, Piacenza, Biblioteca Passerini-Landi,
ms Pollastrelli, Mulierum praeconium, Modena, Biblioteca Estense, ms Estensis latinus.
Oratio de cognitionis praestantia, Ferrariae, apud Franciscum Rubeum de
Valentia, Consilia philosophica, Vincentii Madii et Jo. Bap. Pignae in favorem
serenissimi Ferrariae ducis in ea praecedentia, Archivio di Stato, Casa e
Stato, Modena. Note In Sardi, Estensis latinus 88, Modena,
Biblioteca Estense. G. Bertoni,
«Giornale storico della letteratura italiana», C.. Fahy, Un trattato sulle
donne e un'opera sconosciuta di Lando, in «Giornale storico della letteratura
italiana», Bruni, Speroni e l'Accademia
degli Infiammati, in «Filologia e letteratura», XIWeinberg, Trattati di
retorica e poetica, III, Roma-Bari, Laterza, Bisanti,
interprete tridentino della Poetica di Aristotele, Brescia, Geroldi, Giorgio
Tortelli, “Quattro M. in cerca d'autore”, in «Quaderni del Lombardo-Veneto»,
Padova, Vincenzo Maggi, su Treccani Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Vincenzo Maggi, in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Nome compiuto: Vincenzo
Maggi. Maggi. Kewyords: implicatura ridicola, Eco, il nome della rosa,
Cicerone, il tragico, filosofia tragica, pessimismo, l’eroe tragico, Nietzsche,
la tragedia per musica – I curiazi, catone in Utica – tragedia per musica --. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Maggi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Magi:
l’implicatura conversazionale nell’uso delle parole – il mistico – I mistici –
la scuola di mistica fascista – il veintennio – la scuola di Pesaro -- filosofia
marchese -- filosofia italiana – filosofia fascista -- Luigi Speranza (Pesaro). Abstract. Grice: “When I arrived at Corpus with a
classics scholarship from Clifton, I knew I had to deal with THINGS, not words
– but soon enough, all I heard ‘so-called philosophers’ discussing was: words,
the use of words – in Italian: parole, l’uso delle parole – it reminded
instantaneously of Magi!” -- Filosofo italiano. Pesaro, Marche. Grice: “A
fascinating philosopher – “journey around the world in ten words,’ a gem!” -- Insegna a 'Urbino. Si dedica alla psicologia “trans-personale”. Fonda il
Centro di Filosofia Comparativa (cf. ‘implicatura comparativa’) e “Incognita” a
Pesaro, tesoreggiando ‘l’intelligenza del cuore’ e il principio
dell’interiorità. Scrisse “I 36 stratagemmi” (Il Punto d'Incontro; dal,
BestBUR). Il suo “Il Gioco dell'Eroe. Le porte della percezione per essere
straordinario in un mondo ordinario” vede un clamoroso successo. “I 64 Enigmi.
L'antica sapienza per vincere nel mondo”
(Sperling et Kupfer )è segnalato al
primo posto dei libri più attesi. Lo stato intermedio tratta l’argomento
rimosso dei nostri tempi: la morte, e abbraccia l'orizzonte ampio degli ambiti
cari agli autori: filosofia, mistica, psicologia transpersonale, esperienze ai
confini della morte. Esce un aggiornamento ampliato del Gioco dell'Eroe
con il sottotitolo “La porta dell'Immaginazione”. Vgetariano dichiarato., si
focalizza sui modelli mistici per approfondirne, oltre la portata metafisica e
auto-realizzativa, i concetti di efficacia ed efficienza: nel libro I 36
stratagemmi declina il taoismo nei suoi aspetti di strategia psicologica; nel
saggio "Le arti marziali della parola" in La nobile arte dell'insulto
(Einaudi) evidenzia come l'arte del combattimento diventi arte retorica e
dialettica. Nei saggi Il dito e la luna, La via dell'umorismo e Il tesoro
nascosto mostra il rilievo della comunicazione metaforica e umoristica. Elabora
e sviluppa la dimensione della psicologia trans-personale all'interno del Gioco
dell'Eroe, disciplina da lui creata e imperniata sulla capacità umana
dell'immaginazione. Altre saggi: “Il dharma del sacrificio del mondo”
(Panozzo); “La filosofia del linguaggio eterno” (cf. Grice: ‘timeless’ meaning,
versus ‘timeful’?). Urbino, “Quaderno indiano,” Scuola superiore di filosofia comparativa
di Rimini, “Il dito e la luna,” Il Punto d'Incontro); I 36 stratagemmi (Il
Punto d'Incontro, BestBur); Sanjiao. I tre pilastri della sapienza, Il Punto
d'Incontro, Einaudi, Uscite dal sogno della veglia. Viaggio attraverso la
filosofia della Liberazione, Scuola superiore di filosofia comparativa di
Rimini, La Via dell'umorismo (Il Punto
d'Incontro); La vita è uno stato mentale. Ovvero La conta dei frutti delle
azioni nel mondo evanescente, Bompiani, Kauṭilya, Il Codice del Potere (Arthaśāstra).
Arte della guerra e della strategia” (Il Punto d'Incontro, "Lo yoga
segreto del perfetto sovrano"; “Il gioco dell'eroe” (Il Punto d'Incontro);
“I 64 Enigmi, Sperling); Lo stato intermedio,, Arte di Essere,. Il tesoro
nascosto. 100 lezioni sufi, Sperling); Il gioco dell'eroe. La porta
dell'Immaginazione” (Il Punto d'Incontro, 101 burle spirituali, Sperling); Recitato
un cameo, nel ruolo di se stesso, nel film Niente è come sembra, di F. Battiato,
a fianco di Jodorowsky. Jodorowsky scrive in seguito la presentazione di La Via dell'umorismo.Blog. «Fondai a Rimini il Centro di Filosofia Comparativa”.
Per spaziare in temi altissimi con una narrazione transdisciplinare. Attraverso
immaginazione, religioni, filosofie, arti e scienze». Incognita. Advanced Creativity Il Secolo XIX
(Onofrio) " 'Incognita' di Pesaro. Diario di viaggio nell'Oltre,
un'immersione interiore al di là dello spazio-tempo"31 Il Secolo XIX
(R. Onofrio) "Advanced Creativity Mind School. Per capire l'entrata
nell'epoca del post-umano" Per il titolo del suo album Dieci stratagemmi,
Battiato si è ispirato a I 36 stratagemmi di M. Il sottotitolo,
"Attraversare il mare per ingannare il cielo" è il primo stratagemma
dei trentasei che compongono che il libro.
Stralcio della quinta puntata (youtube)
Modelli strategici. Corriere della Sera, (Camurri) wuz
Panorama (Mazzone) wuz Panorama (Allegri) Il Secolo XIX Onofrio) "Aprite le porte
all'Immaginazione, c'è un mondo oltre la quotidianità" M., I 64 Enigmi,
Sperling et Kupfer, Milano: «Diversi anni fa, in un’intervista, mi chiesero
perché sono vegetariano. La mia risposta fu molto sintetica (e la penso ancora
così): Non mangio animali. Non riesco a digerire l'agonia». La Repubblica (Michele Serra); Il Riformista
(Luca Mastrantonio); Il Venerdì di Repubblica (Schisa) Il Gioco dell'Eroe, Il Punto d'Incontro,.
Libro/CD con prefazione di Battiato Il
Gioco dell'Eroe Gianluca. Scena del film ove compaiono e A. Jodorowsky (yout ube) La Via dell'umorismo, Il Punto d'Incontro,
Vicenza, La Stampa (Il Premio è stato conferito dalle autorità della Repubblica
di San Marino con la motivazione: «Lo scrittore che ha costruito attraverso la
sua produzione e l'attività del Centro di Filosofia Comparativa di Rimini ponti
di comunicazione tra le antiche saggezze d'Oriente e d'Occidente,
attualizzandone, in teoria e in pratica, il loro messaggio filosofico,
psicologico e spirituale per l'uomo contemporaneo»). Gl’altri premi sono stati
conferiti a: Battiato (Musica), Jodorowsky (Teatro), F. Mussida (Arti visive),
S. Agosti (Cinema), M. Gramellini (Giornalismo), Gabriele La Porta
(Televisione). Sito ufficiale di
Gianluca Magi (in cinque lingue) Incognita ◦ Advanced Creativity
"Psicologia transpersonale. Che cos'è?" Video Lectio brevis riflessionisul Senso della vita su
riflessioni. Nome compiuto: Gianluca Magi. Magi. Keywords: l’uso delle parole,
il mistico, ‘implicatura comparativa’ mistico, scuola di mistica, l’uso di
‘scuola’ mistica -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Magi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Magli: il deutero-esperanto – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Abstract. Grice: “When I was invited to explore on the
optimality of meaning at Brighton –of all places (I’d rather be surfing!) – I
said, slightly out of the blue: ‘convention? Surely language has nothing to do
with convention. I can invent a language, call it Deutero-Esperanto – that
nobody ever speaks! I wasn’t thinking
of Magli!” -- Filosofo italiano. Roma, Lazio. Anti-Babele – “Antibabele: la
vera lingua universale” (Roma, Zufli). Vikipedio Serĉi Anti-Babilona internacia planlingvo
proponita Lingvo Atenti Redakti Anti-Babilona aŭ Antibabele estas internacia
planlingvo proponita de Halien M. (eble plumnomo de M.), kun elementoj prenitaj
el aziaj, afrikaj kaj eŭropaj lingvoj. Ĝi uzas kiel alfabeton la arabajn nombrojn kun punktoj
supren aŭ malsupren la ciferoj. Geografiaj nomoj estas anstataŭigitaj per
koordenadojn kaj personaj nomoj per la dato de naskiĝo kaj morto. M. pensis ke estis inteligentaj vivantoj en
aliaj proksimaj planedoj, kiel Marto, kaj oni bezonus logike matematika
lingvaĵo por interkomunikigi al ili. Laŭ li, la nombro 365 signifus
interplanede Tero, ĉar la Tera jaro havas 365 tagojn, kaj 224 estus logike
Venuso. La aŭtoro konis la projekton
Lincos, kiu eble influis lin. Bibliografio redakti Antibabele "la vera lingua
universale.", M., Roma, Tip. A. G. I. Ĝermo pri planlingvo Ĉi tiu artikolo ankoraŭ
estas ĝermo pri planlingvo. Helpu al Vikipedio plilongigi ĝin. Se jam ekzistas
alilingva samtema artikolo pli disvolvita, traduku kaj aldonu el ĝi (menciante
la fonton). Laste redaktita antaŭ 1 jaro de CasteloBot RILATAJ PAĜOJ Laŭbita
logiko Pruvo per disputo Predikata logiko Vikipedio La enhavo estas disponebla
laŭ CC BY-SA 4.0, se ne estas alia indiko. Regularo pri respekto de la
privatecoUzkondiĉojLabortablo. Poeta visivo e performer sperimentale, Paolo
Albani è anche autore di vari saggi e repertori su ogni tipo di "bizzarrie
letterarie e non". Le ricerche (già praticate da personaggi quali Raymond
Queneau e Umberto Eco) su scritti e teorie strampalate in ogni sfera dello
scibile umano si concentrano in questo caso sui "mattoidi" del Bel
Paese, ovvero autori che pur sostenendo tesi del tutto folli non hanno mai
soggiornato in manicomio. Decine di informate schede di taglio enciclopedico prendono
in esame, suddivise per argomento, casi relativi perlopiù al periodo a cavallo
tra Ottocento e Novecento, in parte attinti dall'archivio storico
dell'antropologo Giuseppe Amadei. Troviamo quindi linguisti utopici come il
"brevista" Carlo Cetti, che s'ingegna nel ridurre al minimo l'uso del
vocabolario (riscrivendo a mo' d'esempio in versione "smagrita" I
promessi sposi), o come Gaj Magli, ideatore del linguaggio numerico
internazionale Antibabele. Tra i poeti e scrittori ci sono autori di audaci imprese
quali un remake della Divina Commedia, preservando le rime dantesche ma con la
guerra per l'indipendenza italiana come soggetto (Bernardo Bellini), mentre tra
i filosofi si distinguono il panteistico Tu-sei-me-ismo di Antonio Cosentino e
la Psicografia di Marco Wahlruch, esposta per mezzo di bizzarre tavole
verbo-visuali. Particolarmente inquietanti alcune proposte di scienziati e
medici, impegnati nel dimostrare la quadratura del cerchio ma anche nel
teorizzare mostruosi incroci uomo-animale o l'assorbimento di fluido vitale da
"animali sani espressamente uccisi" (nonché da uova bevute con
cannuccia direttamente dal sedere della gallina!...). Anziché lasciarsi andare
a facili commenti derisori, Albani redige le voci mantenendo un distaccato e
scientifico aplomb, rendendo così ancor più surreale e "patafisica"
la sconcertante carrellata sul risaputo genio italico. E il pensiero va,
inevitabilmente, al gran numero di visionari blogghisti, fanatici
cospirazionisti, politici ed economisti estemporanei (anche, ahinoi, sui banchi
del Parlamento) che ancor oggi popolano la nostra benamata Penisola. Nome
compiuto: Gaetano Magli. Gaj Magli. Magli. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Magli”. Magli
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Magnani: l’implicatura conversazionale della linea e il punto –
la scuola di Sannazzaro de’Burgondi -- filosofia lombarda – scuola di Pavia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Sannazzaro de’ Burgondi). Abstract. Grice: “When I was invited
at a colloquium at Brighton – of all places (I’d rather be surfing) – to expand
on my optimal view of meaning, I use Plato’s example of the ‘circle’ – the
perfectly round geometrical circular line. No such thing in NATURA – yet we can
DEEM any imperfect circle we draw to CORRESPOND to this … er, ideal!” Filosofo
italiano. Sannazzaro de’ Burgondi, Pavia, Lombardia. Grice: “I like Magnani; he
has written about conceptual change, which I enjoyed!” -- Grice: “I like
Magnani; his treatise on the philosophy of geometry is brilliant!” -- essential Italian philosopher, not to be
confussed with Tenessee Williams’s favourite actress, Anna Magnani --. Insegna a 'Pavia, dove dirige il Computational
Philosophy Laboratory. Dedicatosi allo studio della storia e della
filosofia della geometriai, i suoi interessi si sono poi rivolti all'analisi
della tradizione neopositivista e post-positivista. Si è poi dedicato al tema
della scoperta scientifica e del ragionamento creativo. Studia tematiche
riguardanti il ragionamento diagnostico in medicina in collegamento con il
problema dell'abduzione, presto diventato fondamentale nella sua ricerca. La
sua attenzione si è anche indirizzata verso il cosiddetto model-based
reasoning. Fonda una serie di conferenze sul Model-Based Reasoning. Trattai
problemi di filosofia della tecnologia e di etica, rivolti anche al tema
trascurato in filosofia dell'analisi della violenza. I suoi interessi di
ricerca includono dunque la filosofia della scienza, la logica, le scienze
cognitive, l'intelligenza artificiale e la filosofia della medicina, nonché i rapporti
fra etica e tecnologia e tra etica e violenza. Ha contribuito a diffondere il
problema dell'abduzione. La sua ricerca storico-scientifica ha riguardato principalmente
la filosofia della geometria. Dirige la Collana di Libri SAPERE. Opere: “Conoscenza
come dovere. Moralità distribuita in un mondo tecnologico” “Filosofia della
violenza” “Rispetta gli altri come cose. Sviluppa una teoria filosofica dei
rapporti fra tecnologia ed etica in una prospettiva naturalistica e cognitiva. Note Web Page del Dipartimento di Studi
Umanistici Computational Philosophy
Laboratory Web Site [Cfr. le varie
pagine dedicate a questi convegni in//www-3.unipv/webphilos_lab/cpl/index.php
Computational Philosophy Laboratory], Dipartimento di Studi Umanistici, Sezione
di Filosofia, Pavia, Pavia (Italia)] Sun
Yat-sen Award Cerimonia Book Series SAPERElesacademies. org. Edizione cinese: Philosophy and Geometry Morality in a Technological WorldAcademic and
Professional Books Cambridge University Press
Abductive Cognition Understanding
Violence The Abductive Structure of
Scientific Creativity Author Web
Page Handbook of Model-Based
Science Logica e possibilità, su RAI
Filosofia, su filosofia.rai. Filosofia della violenza, su RAI Filosofia, su
filosofia.rai. Grice: “Philosophy of geometry, so mis-called – I call it the
theory of the line and the point – always amused me since Ayer misunderstood it
in 1936! Hoesle and Magnani prove that it’s less geometrical than you think!”
-- Nome compiuto: Lorenzo Magnani. Magnani. Refs. Luigi
Speranza, "Grice e Magnani," per il Club Anglo-Italiano -- The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Magni:
l’implicatura conversazionale – filosofia lombarda – scuola di Milano –
filosofia milanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Abstract. Grice: “There are alternate ways of
describing what I call a conversational maxim. The imperative mode is not
imperative. An objective, a paeceptum, even an ‘axiom’ may play the role!” Filosofo
italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I love Magni – He has gems like ‘Petrus is
Petrus’ – I’m talking about his “Principia et specimen philosophiae” – The
titles for the chapters are amusing, and he refers to ‘ratio essendi’ – and
other stuff – *Very* amusing --.”Figlio dal conte Costantino Magni e da Ottavia
Carcassola, si trasferì a Praga. Entrò
nei cappuccini della provincia boema a Praga. Insegna filosofia entrando,
grazie al suo insegnamento, nelle grazie dell'imperatore. Presto fu eletto
Provinciale della Provincia austro-boema dell'ordine e divenne apprezzato
consigliere dell'imperatore e di altri principi europei. Il re Sigismondo III
gli affidò la missione cappuccina nel suo paese. Ferdinando II lo inviò in
missione diplomatica in Francia. Fu uno dei consiglieri del duca Massimiliano I
di iera. Dopo la battaglia della Montagna Bianca, sostenne l'arcivescovo di
Praga Ernesto Adalberto d'Harrach nella cattolicizzazione della popolazione e
nelle riforme diocesane. Prese parte in nome dell'imperatore ai negoziati con
il cardinale Richelieu sulla successione ereditaria al trono di Mantova. Divenne
consulente teologico nei negoziati per la pace di Praga e missionario
apostolico per l'elettorato di Sassonia, Assia, Brandeburgo e Danzica.
Riprodusse a Varsavia di fronte al re e alla corte l'esperimento di Torricelli
usando un tubo riempito di mercurio per produrre il vuoto. Riuscì a convertire
il conte Ernesto d'Assia-Rheinfels e sua moglie. Dopo che l'Praga venne
affidata ai Gesuiti, entrò in contrasto con i gesuiti, che lo fecero arrestare
a Vienna. Rilasciato dalla prigione per intervento dell'Imperatore e tornò a
Salisburgo, dove morì quello stesso anno. Frutto della sua polemica con i
protestanti è “De acatholicorum credendi regula judicium” in cui sostene che
senza l'autorità della Chiesa, la Bibbia da sola non era sufficiente come
regola di fede per i cristiani. Trata lo stesso argomento in “Judicium de
acatholicorum et catholicorum regula credenda”, le cui debolezze argomentative
scatenarono la contro-offensiva dei protestanti. Si occupa di metodologia,
logica, epistemologia, cosmologia, metafisica, matematica e scienze naturali.
Rifiuta i principi aristotelico-scolastici, ispirandosi alle dottrine di
Platone, Agostino e Bonaventura. Altre saggi: “Apologia contra imposturas
Jesuitarum,” “Christiana et catholica defensio adversus societatem Jesu,” “Opus
philosophicum,” “Commentarius de homine infami personato sub titulis Iocosi
Severi Medii,”:Concussio fundamentorum ecclesiae catholicae, iactata ab Herm.
Conringi, “Conringiana concussio sanctissimi in christo papae catholici
retorta,” “Echo Absurditatum Ulrici de Neufeld Blesa” “Epistola de responsione
H. Conringii” “Epistola de quaestione utrum Primatus Rom. Pontificis,
“Principia et specimen philosophiae, Acta disputationis habitae Rheinfelsae
apud S. Goarem, “Organum theologicum”; “Methodus convincendi et revocandi
haereticos”; “De luce mentium”; “Judicium de catholicorum ei acatholicorum
regula credendi, “De atheismo Aristotelis ad Mersennum, Demonstratio ocularis,
loci sine locato: corporis successiuè moti in vacuo, Bologna, Benatij. Vedi la
voce nella Enciclopedia Italiana. J. Cygan, “Vita prima”, operum recensio et
bibliographia, Romae, “Opera Valeriani Magni velut manuscripta tradita aut
typis impressa, «Collectanea Franciscana», A. Catalano, La Boemia e la
ri-conquista delle coscienze. Harrach e la Contro-Riforma, Roma, Storia, M.
Bucciantini, La discussione sul vuoto in Italia: Discussioni sul nulls, M.
Lenzi e A. Maierù, Firenze, Olschki, A. Napoli, La riforma ecclesiastica in Boemia
attraverso la corrispondenza della Congregazione de Propaganda Fide, Centro
Studi Cappuccini Lombardi, Biblioteca Francescana, Milano. Relatio veridica de
pio obitu R. P. Valeriani Magni, Lione, Ludwig von Pastor, Storia dei papi,
Roma, Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M. Bihl, G. Leroy.
Ad universam Philosophiam. De Ordine &Jl)lo Dottrimt. Oftii Theophilc
nullum entium affitmiri de alio ente, fed fingula negari de singulis quae verd
affirmantur de entibus non lunt entia, sed habitudines, quae intercedunt entia.
Ego enim illa duntaxat nunc upaui entia, qu3e per al iquam potentiam pofluni
efTe, 6c intelligi, feorfum abomni alioente. Harum habitudiuum, ut docui,
aliae funtiden: itatise (Tentiae, ut, “Petrus est Petrus”. Alias identitatis
rationis, ut “Petrus est Paulo idem m ratione naturae humanae. Demum aliac funt
efle aut principium, aut ter- n)inumalicuius motus – vt: “Petrus generat”,
“Paulus generatur”. Ex quibus duntaxat potest demonstrari et existentia, et
natura entium.Verum non sunt negligendae reliquae: Ille,enim, qua: referent
identitatem essentiae sive affirmatam, sive negatam, inuoluunt Frequenter
niotum nostrae rationis a cognitione imperfecta, ad perfectionem: v.g huius
propositionis, “Homo est animal rationale”. Praedicatum licec sit identicum subiecto, ipsum tamen
explicat diftin&ius. Qux autem consistunt in identitate rationis, sive
affirmata, sive negata, coordinant cognoscimentum et praedicamenta, et in omni
di£lione, iudicio, ac ratiociatione praetendunt terminos, qui ab identitate
rationis, communi pluribus entibus, denominantur universales. Et licet eiusmodi
identitatesr ationis non inferantur syllogismo, sed cognoscantur sola
collatione, seu comparatione terminorum, cognitorum aut immediate aut mediante
illatione: tamen hae habitudines tum fubeunt illationem, cum ex identitate
rationis affirmata, aut negata de duobus principijsali cuius motus, infertur
proportionalis identitas rationis, inter terminus illorum motuum, v.g. Quae est
ratio entitatis inter Petrum et Paulum, ea eft mter filios Petri et Pauli.
Quoniam vero in primo libro de per se notis, per didboncm connexam ordinavi in
cognoscimento, et praedicamentis entia per se nota: coordinationem graduum
entitatis, nomino cognoscimentum, et A per iu* X 2 Vakriani M. per iudicium
conncxum exhibui in clau^diftin &asomnes entiurn per se notorum pra:cipuos
motus per se notos, quorumillos. quos quifquc confcit in se, ennarraui (atis
accurats, inlibro demeiconlcicntia: fupercft, ad complementum appararus
philosophici. exhibere illas propoauioncs. quarum veritasnon dependeat abentium
cxiftentiajeda rarionc a?tcrn^ > et incommutabili, cuius modi debent cffe
i!la?,qutfin syllogismo denominancuc maiores: Minores enimper se nota
propoliciones, exararaz in cra#atu de per se noris, habenc verit3tem,pendulam
ab exifteruia Ennum; v. g. Luna mouetur, qua?, fi corrumpatur,inducit
Falfiratem iliius propofitionis, Ac vero hxc: Id, quod mouctur, neceiIari6 movetur
ab alio : eft vera,tametfi corrumpancuromnia mouentia et mobilia. Harum vero
propofitionum incommutabilium funt innumera nequecft vllaclfYerentia motus,
quaenon sibi vendicetpropiias vericate'S mcommutabiles: puta has.Id, quod
Loco-movetur 5 neccessari6 Loco movetur ab alio: ld, quod alteratur, necelTari6
alteratur ab alio; U> qnod generatur, neceflano generatur ab alio. Veium hae
omnes deriuanc (ibi incommutabilitatem ab hac: Id quod mouetur, neccessariu
mouecur ab aho>oporcetergo congercre invnum craclacumillasimfnutabilium,quas
nulla ipccialis pars philosophiae pcrcra&ac, quatenuSjvbiv.g. ventum ficad
tra&a cum de generatione. Ha?c, fd, quod geiif ratur, neceflario generatur
ab alio demonftracurperhanc : id, <juod mouetur, necefl.ui6 mouetur abalioj
quae supponatur dcmon(trata m ipfo vestibulo Philosophia?,ica vc non fic opus
in vllo ratiocir nco repetere demonftiacionem fadtam. Hiccrgotra&atus
comple&iturhas propositiones ajternas, et ir>» commucabiles>in quas
neccirario refoluancur omnes lllacioncs. quas habebir,& habere poteft
vniucrfa philosophia: has nuncupaui Axiomata, et licniiTec denominarc Maximas,
veluc, quac influanc vim iliatiuam propofitionibus maioribus.
Exordioraucemtraclatum ab habitudinibus idcmitatis elTentiar, deinde profequar
illas,quac funt efle pi incipium et ccrminum motus, casvero, quae funt ex
idcncitareracionis, poftrcmo loco commemorabo.nimirum ilIas, quacafficiunc
motum: mocum, in quam, icalem cx quo duntaxar argumentor entium exiftencias et
nacuras. Scd veiitus, nemeusftylustibi vfquequao^ue probccur, voloprius
^cxcufareilla. qu^forcaflis exiftimabisnofacii congrua fini,mjcintcdo
Obijciturprimo loco oblcuritas, quxfuperec vulgarem conditionem, j4xiowata S
ncm rhilofophantiura. Respondeo, quod obscurafas obuenit vcl ab obie&o, ve! a ftylo
(cribentis. Meum stylum audafter dico tam darum quam
quicflepoifitnatioenimfcribendicum clarirate est mihi et rcopeccisfima, et
familiaris.cxcerum grarulor philosophiae obfcuriracem ab obie&o,quae aiceac
plerofque ab hoc ftudio, qui Reipublica: vnlius opera,& aecace impendent in
agro>in mechamcis^in bcllo et iimilibus Laudatur pasfim rraditio
do&rinae per quarftiones, quae rnouentuc de (uL,ie&o alicuius
fcicnciae>placecque numerata partino earum.Hanc methodum refolutiuam Ego non
adhibeo, fed compofiriuam : Haec enim exordicur a nonslimis et prarcendens
lucem eacenus partam, reuelat semper obfcuriora : qui verdmouec
quxftionem,obijcit tenebras,quas fubmoueac,(olucndo qua^ftionem propofiram.
Uli,qui per qusftiones cradunt lcientiam,ducunt argumenta ex omnibus locis
diale£ticis:Ego proiequor lineam mocus, tfnde dunraxac infero enrium
exiftencias,tSc nacuras,ijsargumcncis, quadola poflunt efle
dcmonftrariua,quarue,adnumerata Diale&icis, digniratem propriam peflundant
Memineris vero, Theophile, argumentum, quod inihi est demonstrativum, alicui
fortasfis vixerit probabile:(untenim plerique, quibus opus fu pharmaco magis
quam syllogismo. Quoniam vero motiu func fubordinati > demonltrationes
anrece- dentesnancifcuntur,maiorem certitudinem, et evidentiam a lubfeouentibus:fcilicer
> exiftencia,& natura primi mouentis confirmatur iecundis,alijfque
fubfequentibus. Hxc conditio ratiocinancis ex motu,e(t oppofita illi,quae
ducitur ex nacura Quanti difcreci f 6c continui, nam in Mathematicis vix aliqua
demonftrationum anteccdentium pendec a iubfequentibus.
Tibiver6,legentimeostra£htus, occurent frequenter nonnulla amcnegle&a, qiu?
tuo iudicio debuiflenc dici; ied fcuo mehorrere confufionera,vcl
minimam,mareriaium>quas fuis locis deftinaui rra£Undas;Ide6,Licet fciam mulcum
lucis acceflurum rci, quam expono.fi eo loci cognofcacur aliquid,alio loco
referuarum, ramen id fepono,& pra:ftoloL loco congruo do&rinam,qua: no
debec anticipari. Nil pono moieitius obueniet cibi m m ea Philofophia, quam
quod fcpono obiediones manifeftas,dn#as ab exiftencia reru contra
conclufionnsillacasa racionibusanernis,v.g.infero mouentem non pcfle quietcece
in termino trafeuntcqui fu fibi iCqualis in entitate.Cui coclufioni videcur
aduerfan expeucua omniu generaciu fibi fimile in na- A i wraj, - r"
ta....\....^x V zlcriam M. tttra^fed (tperpendasfolutiones eiufmodi
obiedlionurnj facile intelliges eas^fi anteuertantur, neceflai io (us deque
conuerfuras vmuerlam Philosophiam, fine quarlira evidentia. Ponofi vim
a.gumenti conclufionisillataealTequans facile inteliigcsrcrum exiftennas,
&naturas dependcrea rationeaetcrna.a.rumpra in
fyllogifmo.&fupponeslatere aliquid in entibus concretis,vndecaptas
occafionem errorrs. Confulcoabftineoa quamplurimis, quce alioqum magna
contentionecontrouertuncurintei Philofophos, fi tamenhzc ncghgentu non
detrahatfcientia^quamprxtendo : Commemoroadexempkira differentiam
interdiftin&iones formalem*rationis ratiocinat*e,&modalem.Eiufmodi enim
contenrione.splunbus feculis agirarae, non habent momentum ad veritatcm
quaefuam,quod pofcat dispucationern zuternam. Non infero ex conclusionibus
primo illatis, reliquas omnes, qur inferripoflunt ed illas duntaxatj quae cx
ponunt natura mcntis, quoi fub»jciturratiocinio : immopleraquc rranfilio,
quxexdcmonftrati non obfciueprodcuntinlucem. s :
DemumnouerismenondocererespervocabuIa,fed res, confueta oratione declaratas,
significo per vocabuU vfitata,fi Hippetant, vci adhibeo aha ad placitum meum.
Capvt ir. -dxiomata ex identiutt ejfentiali. Ursauternpr^miffisaggredior
habitudincs identitatfs eflenti». A Afeddebeopnusaflignarcrationem communem
omnibus cnti' bus quatenus hxc dodnna fit vniuetfal.ffima, Nofti Theophile.
fpecierum. quascognolcituri adhibcmus . jffiW eflc lenfib.les a . as
imag.nabiles.ali.. intelligib.tes/ enlib.lcs refeW aliquod lenfib.le.non lolum
quod aftu exiftat.fed et quod fi, p S n t.ffimum fent.ent.: At vero
imaginab.les. &,nrelh#b,lcs r-fe r ..m . J nutum, magmantis &intcllige.
Hisnonrolumentia ^uexiftem praefenua.fed abient, a,pr^erita,futura,poffib,), a,
ac dcmum ab ft ra Exphcaturuserg Rationem communem omnibusentibus eim
affignaredebeo. quxaffirmetur deentibuspr. sentibus affirmVk dc
pwtcri^affirmabitur defuturis, affirmaretur de poflibSus^f! Tcnirenc X
jixiomata S venirent ad a£tum,qu#ue affiimatur de his, qux inrelliguntur,
abftrahendoabimentione praeteritorum praefentiumjfuturorum^ ac poflibilium.
Dicoigitur Ensefleid, quod exerceta&um eflendi, vt v.g amans c(l id,quod
exercet adtum amandi: Ctrm cogito Theophilum, coguo id ; quod cxercet a&um
eflendi Theophilum. Leo exercet a&umelfendi Leonem et quodlibet entium
exercct a&urn eflendi feipfum,fecundum praecifam entitatem vniufcuiufque,
ita vt Ego, quinon fuin Theophilus, non poflim exercere a&um eflendi
Theophilum: nec Leo poteft exercereadtum eflendi hominem. Qnaproprer ratio,
communis omnibus entibus, abftrahit ab omni fpeciali exercitio entitatis : ita
vt nuila fit,aut poflit intelligi communis omnibuscntibus, quam quae nuuraliter
concipuur ab omnjbus, quaeue habetur in ipfo communi
vocabulo.£«i:nimirum.id.quodaaumeflendi autexercet, autexercuit,aut
exercebit,aut potelt exercere,concipitur vt Ens, quod aut eft, aut fuit,aut
ent,auc efle poteit. Seclufa (citra negadonem ) omni praecisa rationeentitatis
vllius. Itaque id, quod non exercet actum eflendi, non est ens. Pneterita non (unt.fed fuerunt entia. Futura non
sunt/ederuncemia. PofTibilianonlunt/ edpofluntefle entia, &confequentcmil
ho r»meflens. Ens vero abftraftum ab intentione praefentis, prarteriti, futuri,
&C posfibi!is,denotat praedicata cflentialia Entis,mter, quae nil
eflentialius ipfo exercitio eflendi. Porio Gntiopponicur Non Ens,quodeft
inintelligibile noncomteIle&o Ente: quienimdormiensnilomnium cogitat, non
ideointclligit Non-Ens,quia nil entitim intclligat. Qm autem, int?Heclo
Ente,intelligitnilcfletefidui,tiensccirecab aaueflendi, isdemum intclHgit,
feucogitatNon-Ens. Quaproptcr dico, Rationem, communem oronibus enubus, elie
Rationcm Non-Entis, fi, poiitiua intelleaione, intellicatur sublata: scilicet
Non Ens est ens coguatum, vt ceflauit ab a&ueflendt vel qua tenusnonvcnita4
aaumexiftcndi. VerumNon-ens habetfuasd.tfcrentias,& quidcm plures.has pcr
ordinem narrabo, exorfus a mimma Nonentitatcvfquead maximam. Lapis,
cxpeiscaloris,noneft calidus, arpotcftcalcre, fceatenusdi<icorcaiidiKin
pocentia. Eflcensin potcntia cft minimus gradum M. Nan-E ntitatis:nam id,dequo
negatur caIor,eftens,tametfi Non-ca* lor fit Non- Ens:non tamen lapidi cfl
mcrum Non-Ens, quandoquidem lapis potcft efie cahdus. Lapis non eft vifiuus
colorati,nec poteft efle vifiuus : Non eflr vifiuum.nccpofleefle vifiuum,eft
Non Ens:at verd h*c negatio pocen* i\x vifiua?, eft de lapide^qui eft pns;ita
vt, lapidem non efle vjfiuum, non fic mcrum Non-Ens. Socrates ccrto certius
generabit filium; quifilius eft Non-homo: non tameneftfic Non-homo.vtfunt Non
homines illi, qui nonerunt. Sed est homo futurus. At vero sunt alh,
qiuceflcpoflunt.ncc tamenerunc;quotfunt animantium,quotex hominibus,qui poflent
gcnerarcfilios. ncctaracngcncrabtint? Haccnon funtcntia fucuta, fed
denominantur posfibilia,qua: magis recedunt ab entitatc, quam quod sunt futura.
Entibus possibilibus proxime accedunt entia prastcrita : haec enim fic non
funt,vt nequeant efle ; nec tamen deficiunc ab omni encitatc, quandoquidem
fuerunt aliquando. Denique illa quae neqne (unt,ncque erunt ; neque fuerunt,
nec esse pofliint videntur esse mera non entia.-puta corpus re&ilincum
biangulareiid enim imposfibilc eft eflc, fuifle,aut fore. Non-cntium autem
quaedam intelliguntur oppofica negatiue alicui cnti prxcifo,ac fignato. Vnicum
vero Non-Ens incclligicur oppolitum negative omnibus entibus absolutc
confideratis Si ribi oppono ncgatiu Non-Ens,id Non entitatis,nuncupatur
Non-TheophiiusCuiulmodi fonr Non-Pcti us, Non-hic Leo, et a!ia innumcia. Non-
nsautcm oppofuuiuomnibusenribus.abfolutcconfidcratis nun cupatur nihil. Porro
intell.gereaut confiderare prxfata Non ! Entia cftcautelaamulnphcibus, grauis
fimifquecrroribus. proucnicoiibus ex confufa sub.eaione, et predicationc
huiulccmodi Non-Ennunv a quibus tibi caucbis haud d.fficulcer, f, nouucris
accurat8 . qu* (uh * lungo. iUU V.x est aliqua differentia non cnritntis,
qaamnon folcamus aut Lapis non est, fc J potcft eflc calidus,' d nuncupatut E W
in potcn cun L d U P m g Td. eft P 0 linsi posfibncfc. Anti Jlxionuts
Antichristus efl furuius, dicitur Ens fumrum. Filiusi ; em non cognituri
mulierem, dicitur ensposfibile. Abraham fuit homo dieitur Ens praereritum.
Corpus reiiilineum biangulare dicitut Ens abfolute imposfibile Non-Theoph:Ius
dicitur Negatio vniuscntis. Nihil, dicitur, Ncgario omnium entium. Porr6 nil
horum por eftcfFc< aut subjectum aut praedicatum reale, fi exciptas ens in
potentia, et ens imposfibile secundum quid:Iapis enim,
quiaftirmaturcaIidusinpotentia, quiue abfolute negaturviftuus. Eft ens. Cetctum nil cntis
eitquod fubijcias reliquis Non-entibus, quod per singular exempla demonstro.
Anti-Christus est futurus. Anti-Christus stat loco subiecti, qui in eadem
propofulone supponitur Non- ens,cum aiTeratur futurus. quocirca fubiedtum
illius propofitionisnon est ens. Eadem est conditio huius. Filius Petri, non
cognituri mulierem, est possibilis. Scilicet subjectum illius propofuionis non
est ens, sed poteftetfe ens, vt fupponitur, haec etiam Abraham fuit Homo: Habet
fubiectumj quod fuppomturnoncfie, fed fusse Ens : dc naum ifta: Corpus
reSiIineum biangulare eft imposfibile, non fu bijcit en<\ cum in ipfa
propositione afteratur non folum Non ens.led Sc cfie imposfibi)e,quod fu
cns:Cauebis crgo ubi a multiplici er rore,fi lupra didum confuetum modum
enuntiandi ndh:beas conlcius,ennumerata fubie&a di&arum propofitionum
non erte entis. His ergo eatenus explicaris, staruo primas propositiones
universalissimas formatascx Ente& Non ente, abftradasab omni
difterentiaentitatis. Vidcote'1 heophiIum,&tuaccuratcin fpecT:us enuntias
v.gde te ip(o,quodfis coloratus, quod fiscerta figura determinatus, quae
propositiones non sum illatae l et tamen dependent a te, ut a termino
simpliciterdiiao.quiaccurareinfpeaus de se enuntiar prasrata, et aha eiufmodi.
Verum hoc loco non ccnfidero habitndmcs, quarinterccdunr terminos realiter
diftinaos, sed eas duntaxat, quas nos comminifcimur inter ens, relatum ad lemet
ipsum, et ad non ens, cumcnim priroum, quod obiediue cadit in mentcrn nostram,
fitcns, ftlfl M. fit Ens, fiid simpliciter dictum, seu apprehensum, referarur
ad femet ipsum, fefe pertinacifiime enuntiat, acrepetit Ens. Unde habemus hanc
propositionem. “Ens est ens.” Qux est prima omnium per se notarum
incommutabilium, non solum quia non sit lllata sed etiam quia non sit
enuntiata, aut exarata abaho termino simpliciore, a nobis accurate in(pe&o.
Ex hac propositione habetur haec. “Non ens est non ens.” Quae est notisima,
citra ullam illationem: ignorarem tamen illam fi nelcirem hanc Ens eft ens.
Porro quod ensfit ens,^£quipollere videtur huic. Ens est se ipsum. Hinc vero
fubinfero alias propositiones:Vnam ex eo, quod ens est ensi in numeras ex eo,
quod ens sit se ipsum vfic ergo argumentor; Hoc, “Ens est ens.” Ens vero est
impossibile, fit Non-ens: Ergo hoc ens non est Non ens. Hoc Ens est se ipsum:
ld autem, quod est se ipsum, impossibile est sit ullum aliorum entiu. Ergo hoc
ens non est ullum aliorum entium, scilicet: Hoc: “Ens non est ens”, nunc upatum
A.nequc ens nunc upatum E, neque vJlum aliud, ex omnibus,quae exiftunt. Quoniam
vero enri, vniuerfalisfime confiderato, licet fubfumere quotquot funt entium
cxiftentium6c exindeformare propofitiones, et ilIanones, prasfatis analogas,
uno exemplo commonstro, ut ld fiat. “Theophilus est Thcophilus.” “Theophilus
est se ipsum.” Hmc fic argumentot “Theophilus est Theophilus” Id quod eft
Theophilus imposfibile eft. sit simul non Theophilus. Ergo Theophilus non est
simul non Theophilus.” “Theophilus est se ipsum.” Id, quod est se ipsumi
impossibilc est, sit vllum ahorum cntium. Ergo Theophilus non est vllum nlioium
cncium. Scilicet Theophilus non ctl Pctius; non hic Lco, non hic lapis, non
vllumaliorurn cntium. Quoddixidc Theophilo, idv erificatur de quocunquc
alioente, quo Axiomata quomodo libet confidermo. v.g. Ens ad tu est enfac5 Hi ;
est re ipsum. Ens m porcnua,cft cns in porcntia, elUe iplum. i. urrens elt
curtens, est se ipsum. Quin iramo aufim diceie Non ens eft non-ens.est se
ipsum. Sic enim argurnentor Non-Ens est non-ens At Non-ens est impossibile fu
Eus Ergo Non ens non est Ens. Non Theophilus est non Theophilus, At non
Theophilus est impossibilc quod sit non-ens, aliud anon Theophilo. Ergo
Non-Theophilus non est non-ens, aliud a non-Theophilo. Neque bexiftimes harum
propositionum luillum ef cvsum in Philosophuv. tu iple ex pericris freqnent!
flimum, £ximiumque solatium ex-cuidentiflima incommutabiluatehuiul modi
propohuonum: faepius enim infertur condufio tam recondita, tantique momenti in
PHILOSOPHIA, vt trepidi exhibeamus noftrum aflinfum. Verum conie&i incam
necessitatem qucc nos compellat, aut aflentiri illatfe conclusionem, aut negare
ens esse se ipsum, inttepidi aflentimur illatae conclufioai. Ni>
Haenimeftillatio, quae vimillatiuaranon fibi derivet ab hacptopofuione. “Ens
est ens.” Id uno syllogismo ostendo Luna loco
movetur Id, quod-loco mauetur, neceflari61oco-inoiieturabaHo: Ergo luna Loco
movetur ab alio. Quod Locob meueatur, cernisoculocorporali, quod vcro Ens
loco-motum incommutabiluer moueatur ab alio.cernis oculo mentali. lraque
pr^bueris assensum duabus illis prasmiflis, et tamen trepides affeiuui
conclusioni, cogeris praebere affcnfum, fi animaduertas, ex negata conclusione,
et conceflis premissis necessario sequi, Lunam simul moveri et non moveri. Quod
moveatur supponitur in minore: quod loco morum neceflario
moucaturabalio,concediiurin maiore. Ac impossibile est junam moueri Localiter, et non moueri
locabiliter, si non sit possubiIe, Ens simul esse ens, et Non-ens.id sctb est
impossibilccum ens necessario sit ens. Hoc confirmatio cuiuscunque illationis
dicitur a Philofophis probatio pet impossibile Itaqueens quod cunquc
simpliciter dictum fefc ex erit in propositionem hanc identicara. I o VtUrUni
Mtgni Ens est Ens; Ens est se ipsum Ex quibus citra illationem habemus has,
“Non ens est non ens.” Non-Hns.eft fe ipsum I:x quibus qualitcrcunqjtc ratiocinando
habcmus has, Ensnondt Non Ens Non Ens non eit ens Habes ergo Theophilo ex
rarione, comrauni omnibus entibus, unam primam, vniuet falisfimamque
propolirionem, incommutabilem, per se notam, ex qua ratiocinando intuli alias.
At vero nulla cearumillationumfunr reales, quandoquidemhabitudo, aut affirmata,
aut neg3ta, non est realis. Negata non est realis, quia non negatuc habitudo
vlla, sed ipsum Ensdealio ente: Habitudo autem non est affirmata non est
realis.-nam termininon sunt realiter distin- ens cthpraratae enim habitudines
affirmatae, funt habitudines identitatis, inquibusens, vt fubijcitur, non
diueifificatur afe, vt praedicatur. lllx enim propolirones, quas in Logica
denominavi identicas, non fuiil i eales, immo nec sunt propofuioncs, sed dnftiones.
Ut enira is, qui dicit, fecernit ens dictum a rdiquis entibus, fic qui statuit
lllud ipsum Ens clTe se ipsum et: non esTc ullum aliorum entium, concipic ens
catenus cognitum, velut sit indiuisum in fe,& d uifum ab alijs, jicl vero
nolTe de aliquo cnte, est dicere ens illud. Non tamen inuoluo dictioni mdicium,
fcdaio, iudicium de illis propositiombus non esse realcjecquidem icio eiufmodi
affirmationes et negationes elle notitias intellectuales entium,cognitorum
infra intelledioncm ed hanc distinctionem reieruo in alium locum. Grice e Grice, Grice ha Grice, Grice izz Grice, Grice
hazz Grice. Nome compiuto: Valeriano Magni. Magni. Keywords: implicatura. Luigi
Speranza, “Grice e Magni: ‘Paolo e Paolo: assiomi e principi metafisici” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Maierù:
la ragione conversazionale – la scuola di Roma -- filosofia lazia -- filosofia
italiana -- Luigi Speranza per il gruppo di gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Roma). Abstract. Grice: “When I
arrived at Corpus with a classics scholarship from Clifton, I knew I was going
to be in the sub-faculty of philosophy. For a while so-called ‘logic’ belonged
in there, until it moved to its own institute at St. Giles – the implicature
being that there is more to logic than philosophy, and that a logician ain’t
necessarily a philosopher!” -- Filosofo italiano. Roma, Lazio. Lessico
intellettuale europeo – Terminologia logica della tarda scolastica – centro di
studio del C. N. R., Ateneo Roma. Secondo le norme del lessico intellettuale europeo
il saggio di M. è stato sottoposto all'approvazione di MAURO (si veda) e GREGORY
(si veda). M esprime la sua gratitudine al prefetto della biblioteca apostolica
vaticana e ai direttori delle biblioteche angelica, Casanatense, nazionale centrale
Vittorio Emanuele II e Universitaria Alessandrina di Roma; Ambrosiana di
Milano; dell’archiginnasio di BOLOGNA; Padova; Marciana di Venezia; Corpus
Christi, Cambridge; della Biblioteka Jagielloriska di Cracovia; della
Wissenschaftliche Allgemeinbibliothek di Erfurt; della Bodleian Library di
Oxford; della Bibliothèque Nationale di Parigi; della Oesterreichische
Nationalbibliothek di Vienna. Deve alla loro cortesia se lei è stato possibile
utilizzare i fondi manoscritti o a stampa sui quali è stato condotto il lavoro.
Ringrazia di cuore MINIO-PALUELLO (si veda), che lui ha fornito preziose
indicazioni relative alla traduzione boeziana degl’elenchi sofistici; Pinborg,
che ha messo a mia disposizione le notizie da lui raccolte su Maulevelt; MAURO
(si veda) e Dazzi, che hanno avuto la bontà di leggere e discutere con M. il
manoscritto. E ancora Zafarana, Crapulli, Bagliani, e Stabile. Un
ringraziamento particolare vada a GREGORY (si veda), che ha indicato M. un
metodo e lui ha aiutato costantemente e conctetamente durante la preparazione,
la stesura e la stampa del saggio. Senza i suoi consigli e il suo
incoraggiamento non avrei potuto superare le non poche difficoltà incontrate.
Spera che i risultati non siano del tutto inadeguati alla fiducia accordatami.
Roma. Nel corso dell’esposizione sono utilizzati i seguenti simboli: CP a D',
‘G’, ‘1°, ‘5 variabili proposizionali; ~ “non,” segno della negazione (~p, P);
‘3° «se... allora», segno dell’implicazione (p > q); «e», segno della
congiunzione. In genere è omesso. pq si legge: “p e q”; «0 », segno della
disgiunzione (pvg); = « equivale », segno dell’equivalenza (p = g). Per quanto
riguarda le citazioni di testi, si noti: dei testi tratti da manoscritti o da
antiche edizioni sono state normalizzate le grafie secondo l’usus scribendi del
latino classico; si è unificato l’uso delle parentesi per tutti i testi
(compresi quelli ricavati da recenti edizioni); le parentesi acute, ( )m indicano
sempre integrazione. Le parentesi quadre, [ ], indicano espunzione, o includono
una frase o un rimando utile alla comprensione del passo in esame. Gli studi
dedicati alla storia di quella parte della filosofia del linguaggio detta ‘dialettica’
dimostrano che l’insieme delle dottrine fiorite nella storia non può essere
ricondotto, puramente e semplicemente, al patrimonio ereditato dagl’antichi
romani. Possiede una propria autonomia e una fisionomia ben definita. È vero
però che ciò che i filosofi hanno elaborato non è spiegabile senza tener conto
dell’eredità degl’antichi. Proprio per questo, qualsiasi tentativo di delineare
una storia anche parziale dei concetti di filosofia del linguaggio deve
prendere le mosse da un esame di quanto i filosofi hanno ricevuto
dall’antichità. Ricorderemo quindi, brevemente, i filosofi italiani e i testi
di logica antica noti nel medioevo italiano. Cfr. Bonner, Medieval logic:
an outline of its development, Chicago, Moody, Truth and consequence in logic,
Amsterdam; Bochenski, A history of formal logic, trans. and ed. by I. Thomas,
Notre Dame, Ind; W. and M. Kneale [citato da H. P. Grice], The development of logic,
Oxford – originally, ‘The Growth of Logic,’ an Oxford seminar. Si tralascia qui di
ricordare e discutere opere come quella di Prantl, Geschichte der Logik im
Abendlande, Leipzig, utile per le notizie che fornisce ma superata
nell’imposizione. Di essa esiste una traduzione parziale con il titolo Storia
della logica in]. Maestro di logica per eccellenza è Aristotele. La sua
autorità è incontrastata. Con le sue affermazioni i filosofi fanno i conti
anche quando si è ormai operato un notevole distacco dalle posizioni
aristoteliche. Il complesso di opere aristoteliche che va sotto il nome di organon
-e cioè, “Categorie”, “De interpretatione” – su cui H. P. Grice ha datto
seminari publici a Oxford con J. L. Austin e J. L. Ackrill e J. O. Urmson --, primi
analitici, secondi analitici, topici ed elenchi sofistici – ma non la Retorica
o la Poetica, o Dell’anima --, a mano a mano che è conosciuto nelle sue varie
parti, è utilizzato e assimilato grazie a un’assidua ‘lettura’ nelle scuole,
especialmente al primo studio europeo a BOLOGNA, fondato in 1201. La storia della filosofia del linguaggio è,
per molti aspetti, la storia della penetrazione e dell’utilizzazione delle
opere dello Stagirita. Accanto alle dottrine aristoteliche sono da ricordare
quelle del “Portico,” -stoico-megariche. Esse hanno operato in modo meno
scoperto, grazie alla mediazione di BOEZIO (si veda), soprattutto, specie per
quanto riguarda la dottrina delle proposizioni ipotetiche e dei sillogismi
ipotetici, del resto sviluppate anche, nell’ambito della scuola del ‘Lizio’ aristotelica,
da Teofrasto e Eudemo. Ma per comprendere l’ ‘evoluzione’, p unita
longitudinale della filosofia del linguaggio e la posizione storica di certi
problemi è necessario tener conto, oltre che dei contributi dei due grandi
filoni della filosofia del linguaggio ricordati, anche di altri autori e testi
che hanno avuto notevole importanza per la conoscenza e lo studio delle
dottrine. Innanzi tutto, oltre alle opere retoriche, vanno segnalati i “Topica”
di CICERONE (si veda). Poi, il “De Interpretatione” attribuito ad Apuleio di
Madaura che, con le sue due parti dedicate rispettivamente allo studio
dell’enunciato e [del Occidente -condotta da LIMENTANI (si veda), Firenze).[Sta
in Apuler Mapaurensis Opera quae supersunt, De pbilosophia libri, Liber De
interpretatione, ed. Thomas, Leipzig. Per questo testo si veda Sullivan,
Apuleian Logic. The Nature, Sources, and Influence of Apuleius's De
interpretatione, Amsterdam] 11 sillogismo categorico, è stato a lungo il
manuale su cui si sono formati i filosofi. Ancora, l’Isagoge di Porfirio,
dedicato ai predicabili o quinque voces -genere, specie, differenza, proprio e
accidente -che, nelle traduzioni di VITTORINO (si veda) e BOEZIO (si veda), è
stato sempre ben noto e diffuso e ha fornito ai filosofi la formulazione del
problema degl’universali, che infatti prende le mosse dalle parole del proemio.
Inoltre, le opere enciclopediche di Marciano Capella (De Nuptiis), Isidoro (Etymologiarum
sive Originum), dedicate alla sistemazione delle nozioni fondamentali delle
arti liberali e che riservano quindi una parte alla grammatica, la dialettica e
la retorica, riprendendo dottrine aristoteliche mediate prevalentemente dal De
interpretatione attribuito ad Apuleio, almeno per quelle che si trovano in
esso; il Liber de definitionibus di Vittorino; le opere di Boezio, siano esse
le traduzioni di tutto l’Orgaron di Aristotele o di Porfirio, siano commenti
alle opere di Aristotele (uno alle Categorie, Si veda la trad. di Boezio in
Categoriarum supplementa, Aristoteles latinus, ed. L. Minio-Paluello adiuv.
Dodd, Bruges; i frammenti della trad. di Vittorino; v. la posizione del
problema degl’universali. Martrani Minner Fericis Capellae De nuptiis
Philologiae et Mercurii, ed. Dick, Leipzig; Cassiopori Senatorris
Institutiones, ed. Mynors, Oxford; Isidori Episcopr Etymologiarum sive Originum,
ed. Lindsay, Oxford. L’opera è edita tra quelle di Boezio in P. L. In
Categorias Aristotelis libri quatuor, P.L. Per l’ipotesi dell’esistenza d’un
secondo commento cfr. P. Hadot, Un fragment du commentaire perdu de BOEZIO sur
les Catégories d’Aristote dans les codex Bernensis, Archives d’histoire
doctrinale et littéraire] due al De Interpretatione?) o a Porfirio (due
commenti), o, ancora, ai Topica di CICERONE (si veda), siano monografie
(Introductio ad syllogismos categoricos, De syllogismo categorico, De
syllogismo bypothetico, De differentiis topicis, De divisione). Sono opere che
fissano una terminologia (che alla lunga soppianta quella di CICERONE e di
Apuleio e s'impone definitivamente) ed offrono ampio materiale per
l’approfondimento delle dottrine di filosofia del linguaggio. Infine, un’opera
anonima, Categoriae X, uscita forse dai circoli temistiani (MINIO PALUELLO l’ha
edita di recente sotto il titolo di PARAFRASI TEMISTIANA nell’ARISTOTELE LATINO,
‘lanciata’ da Alcuino, il quale forse per primo l’attribuì ad Agostino, con
un’edizione dedicata a Carlo Magno. Sono da ricordare ancora i Principia
dialecticae attribuiti ad Agostino, il De doctrina christiana e il De ordine
certamente di Agostino, più per lo stimolo fornito dall’autorità d’Agostino
allo studio della dialettica, della quale egli sottolinea spesso l’importanza
in quelle opere, che per un effettivo contributo dottrinale (esso, comunque, è
di matrice del PORTICO. Anic Mani Severini BoertHm Commentarii in librum
Aristotelis IIEPI EPMHNEIAXZ, rec. Meiser, ed., Lipsiae; Anrcrr Manti Severini
Boethii In Isagogen Porphyrii Commenta, rec. Schepps-Brandt, Vindobonae-Lipsiae.
In Topica di CICERONE commentariorum, P.L. 64, 1039D-1174B. 1? Introductio ad
syllogismos categoricos, P.L.; De syllogismo categorico libri duo; De
syllogismo bypothetico; De differentiis topicis; Liber de divisione. Cfr.
Ryk, On the Chronology of BOEZIO Works on Logic, Vivarium. Cfr. Anonymi Parapbrasis
Themistiana, PsEUDO-AUGUSTINI Categoriae decem, ed. L. Minio-Paluello,
Aristoteles latinus, Bruges. Cfr. P.L.; cfr. ora De doctrina
christiana, recensuit et praefatus est Green, Vindobonae. Cfr. P.L. Questo patrimonio
di testi e di dottrine non e tutto utilizzato nei vari periodi. Mentre la
cultura filosofica è dominata prevalentemente dai manuali ricordati, e
segnatamente dall'opera di Isidoro, Alcuino, per scrivere la sua Didlectica,
utilizza un corpo di testi comprendente Isagoge, Categoriae X, De
Interpretatione dello ps. Apuleio e il primo commento di BOEZIO al De
interpretatione. Nel successivo si diffondono, oltre all’opera
pseudo-agostiniana Categoriae X che lascia in ombra quella originale di
Aristotele (pure non ignota), il De Interpretatione dello ps. Apuleio,
l’Isagoge, il De interpretatione di Aristotele, i Topica di CICERONE e il De
dialectica dello ps. Agostino. Intanto, cominciano a diffondersi gl’altri
commenti di BOEZIO e tutta l’opera di Boezio (traduzioni, commenti, monografie)
s’afferma decisamente: la 1? Cfr. praefatio a De interpretatione vel
Periermenias, ed. L. Minio- Paluello-G. Verbeke, Aristoteles latinus, Bruges-Paris;
il De dialectica di Alcuino è in P.L. Una prima sistemazione dei dati relativi
alla diffusione di questi testi è in A. VAN pE Vyver, Les étapes du
développement philosophique, Revue belge de philologie et d’histoire. Per la
diffusione delle Categorie d’Aristotele, cfr. gli studi di Minio-Paluello: The
Genuine Text of BOEZIO Translation of Aristotle’s Categories, Studies; The Text
of the Categoriae: the Latin Tradition, The Classical Quarterly; NOTE
SULL’ARISTOTELE LATINO MEDIEVALE, Rivista di filosofia neoscolastica. Oltre
alla praefatio alle Categoriae vel Praedicamenta, ed. L. Minio-Paluello,
Aristoteles latinus. Cfr. L. Minro-Paluello, praefatio a De interpretatione. Per
la diffusione del De interpretatione, cfr. Isaac, Le Peri Hermeneias en
Occident de BOEZIO ed AQUINO. Histoire littéraire d'un traité d’Aristote, Paris]
sua influenza dura praticamente incontrastata. In questo periodo si rafforza e
consolida una tendenza, affiorata già nei secoli precedenti, a raccogliere in
un solo manoscritto più opere destinate a coprire un ampio arco di dottrine
logiche e perciò poste a base dell’insegnamento. Un gruppo di tre opere,
Isagoge, Categorie di Aristotele e De interpretatione, circola stabilmente
insieme; ad esso si affiancano le opere di Boezio, e soprattutto le monografie
De divisione, De differentiis topicis, De syllogismo categorico e De syllogismo
bypothetico che, insieme alle tre opere ricordate, costituiscono i septem
codices posti da Abelardo alla base delle sue esposizioni di logica. Altre
opere, come il De Interpretatione dello ps. Apuleio e i Topica di CICERONE,
sono oggetto di lettura. Ad esse si e intanto affiancato il Liber sex
principiorum, esposizione di sei categorie -principia: azione, passione,
quando, dove, situazione, abito) che integra quella di Aristotele, che ad
alcuni di questi temi non ha fatto molto spazio. Il Liber risulta composto da
uno o due frammenti di un’opera riguardante la expositio delle Categorie di
Aristotele dovuta ad un anonimo autore. Intanto nelle scuole cominciano a
penetrare le altre opere di Aristotele tradotte da BOEZIO e tutte tradotte di
nuovo dal î Cfr. per tutti, L. Minro-Paluello,
Les traductions et les commentaîres aristoteliciens de BOEZIO, Studia
Patristica, e Chenu, La théologie, Paris
(Aetas Boetiana). Cfr. Perrus AsarLarpus, Dialectica, the Parisian Manuscript by Rijk,
Assen. Ch; L.
Minio-PALUELLO, Magister Sex Principiorum, Studi Medievali. Per la storia della
cultura IN ITALIA nel Duecento e primo Trecento. Omaggio ad ALIGHIERI (si
veda). Il testo (AnonvMI Fragmentum vulgo vocatum Liber sex principiorum) è in
Categoriarum supplementa,; si veda 13 e — mem greco specialmente ad opera di
Veneto; Abelardo ha conoscenza degl’elenchi sofistici e dei primi analitici; i topici
(già però in parte noti ad Abbone di Fleury, Gerberto d’Aurillac e Notkero) e
gl’elenchi sono utilizzati da Adamo Parvipontano nell’Ars disserendi; Giovanni
di Salisbury per primo dà notizia dei Secondi analitici, venuti in circolazione
ma non ancora normalmente in uso a Chartres. Tutte queste opere sono già
oggetto di lettura a Parigi. Si ricostituisce allora il corpus delle opere
logiche di Aristotele, con o senza aggiunta di altre opere. Si denomina ars
nova il complesso di opere aristoteliche di recente acquisizione -Primi e
Secondi analitici, Topici ed Elenchi --, mentre con l’espressione quivi la
praefatio dell'editore; l’opera è in capitoli. Uno tratta della forma, cinque
delle prime cinque categorie ricordate, uno dell’habitus, uno de magis et
minus. Su Veneto, cfr. i contributi di L. Minio-Paluello: Giacomo VENETO Grecus,
Canonist and Translator of Aristotle, Traditio. Note sull’Aristotele latino
medievale, Filosofia scolastica; Veneto e l’aristotelismo latino, in Venezia e
l'Oriente fra tardo medioevo e rinascimento, a cura di PERTUSI (si veda), Firenze.
Cfr. M.T. Beonio BroccHieri Fumacatti, La logica di Abelardo, Firenze. Cfr.
Mio-ParueLto, Note sull’Aristotele latino medievale, Rivista di filosofia
neoscolastica, Cfr. Minro-PaLueLro, Adam of Balsham Parvipontanus and his Ars Disserendi, Mediaeval and
Renaissance Studies, Joannis SarissERIENSIS Episcopi CarnoTENSIS Metalogicon, rec.
Webb, Oxonii. Sui programmi di studio a Chartres e a Parigi cfr. Isaac; in
generale, cfr. GRABMANN, Aristotele, Mediaeval Studies, ora in
Mittelalterliches Geistesleben, Miinchen. Cfr. Minio-PaLueLLO, Magister Sex
Principiorum: il ars vetus si designano i testi in uso da tempo, anche se, in
seguito, l’espressione viene usata dai filosofi a designare prevalentemente le
tre opere: Isagoge, Categorie, De interpretatione, alle quali risulta quasi
sempre aggiunto il Liber sex principiorum. Queste sono, in sintesi schematica,
le linee storiche dell’acquisizione del patrimonio logico da parte dei filosofi.
Ma essi, mediante un assiduo studio e commento dei testi, giunsero ben presto a
elabotare gl’elementi fondamentali di un corpo di dottrine. Due contributi
dottrinali sono decisivi in tal senso. Da una parte, la dottrine della
GRAMMATICA RAZIONALE O FILOSOFICA, raccolte da Donato nelle Artes grammaticae e
da Prisciano negli Institutionum grammaticarum libri, sono oggetto di studio e
di commento, diventano testi di scuola e vengono distribuiti secondo criteri
scolastici. Di Donato si legge l’Ars zizor, l’Ars maior -libri primo e secondo
dell’ Ars maior -e il Barbarismus -libro terzo dell’Ars maior. L’opera di
Prisciano è divisa in Priscianus maior (comprendente i libri I-XVI degli
Institutionum grammaticarum libri) e Priscianus minor (libri XVII-XVIII). Tra i
commentatori di Prisciano corpus aristotelico ricostituitosi circola in due
forme, la FORMA ITALIANA (o italo-germanica), senza l’aggiunta di opere di
Boezio, l’altra francese, che ha in più il De divisione e il De differentiis
topicis di Boezio. Cfr. Aristoteles latinus, codd. descripsit Lacombe, in societatem operis
adsumptis Birkenmajer, Dulong, Aet. Franceschini, pars prior, Roma. Prosi Donati Serva
qui feruntur De arte grammatica libri, ex rec. Mommsenii, in Grammatici latini,
ex rec. Keilii, Lipsiae: Ars minor, Ars maior, Prisciani GrammaTICI
CAESARIENSIS Inustitutionum Grammaticarum libri XVIII, ex rec. Hertzii, in
Grammatici latini, cit., Lipsiae. Cfr. Roos, Die Modi significandi des Martinus
de Dacia. For- occupano un posto di rilievo Guglielmo di Conches e Pietro Elia.
Ma l’approfondimento delle dottrine grammaticali è stato possibile grazie alla
filosofia di Aristotele mediata da Boezio (compreso il Boezio degli opuscoli
teologici). Il secondo contributo è rappresentato dall’inserimento delle nuove
opere di Aristotele e soprattutto degli Elenchi sofistici nell'ambito
degl’interessi logico-linguistici in sviluppo. Gli Elenchi, commentati a
Costantinopoli da Michele di Efeso, tradotti e commentati da Giacomo Veneto,
rappresentano in Occidente il contributo di Aristotele e della tradizione greca
e bizantina mediata dal Chierico Giacomo alla chiarificazione dei problemi che
traggono la loro origine dall'uso equivoco EQUIVOCO GRICE delle parole nel
discorso. Essi sono il primo dei testi nuovi di Aristotele ad entrare in
Occidente, e innanzi tutto IN ITALIA, per poi passare in Francia, dove e già in
atto lo sviluppo delle dottrine logico-linguistiche, e quindi nel resto
d’Europa. Lungo tutto questo arco, da un lato l’analisi delle parti del
discorso proposto dalle grammatiche di Donato e di Prisciano, dall’altro
l'indagine sui termini di cui si compone l’enunciato, quale è nel De
interpretatione e nei commenti boeziani ad esso, contribuirono a individuare
alcuni temi, che vanno da quello della vox a quello della SIGNIFICAZIONE
(SEGNO) e della consignificatio, dall’indagine sui rapporti tra piano della
realtà, piano mentale e piano [schungen zur Geschichte der Sprachlogik, Beitràge
zur Geschichte der Philosophie, Miinster W.-Kopenhagen. Cfr. Minio-Paluello,
Giacomo Veneto e l’aristotelismo latino; Rrjk, Logica modernorum. A
Contribution to the History of Terminist Logic, On the Theories of Fallacy,
Assen; un bilancio del contributo grammaticale e del contributo proveniente
dalla dottrina delle fallacie si trova in In, Logica modernorum, Il, i: The
Origin of the Theory of Supposition, Assen] linguistico a quello, più complesso, tra oratio ed
enuntiatio da un lato e realtà SEGNATA – SIGNIFICATA -e intelletto che compone
e divide i concetti espressi dalle parole, dall’altro. Fino all’articolazione
dei termini componenti l’enunciato in categoremi o parti significative,
soggetto e predicato, e sincategoremi, particelle consignificative o operatori.
Dottrine semantiche ed enucleazione di strutture rilevanti da un punto di vista
sintattico sono ben presto sistemate in appositi trattati de proprietatibus
terminorum, detti anche parva logicalia in relazione alle dottrine propriamente
aristoteliche rappresentanti per eccellenza la logica, e che nel nuovo genere
della letteratura logica, le summulae, fanno seguito ai trattati nei quali le
dottrine aristoteliche sono riassunti per la scuola. Ma, contemporaneamente, ci
si dedicò allo studio dell’inferenza logica, elaborata a partire dagli stessi
testi aristotelici — Primi analitici e Topici — e da elementi del PORTICO. Si
comincia a parlare delle conseguentiae e si avvia la costituzione di dottrine
della logica degl’enunciati che trovarono posto in trattati autonomi. Questo
corpus di dottrine, appartenenti sia alla logica o CALCOLO DEI PREDICATI che
alla logica degli enunciati, è designato con l’espressione logica moderna, o
logica modernorum, mentre logica antiqua è detto l’insieme di logica vetus e di
logica nova. I trattati più significativi nei quali si concretizza la logica modernorum
sono i seguenti [Cfr. In Arist. Periermenias; e ancora DE Rijk, Logica
modernorum, Cfr. I.M. BocHENSKI, De consequentiis Scholasticorum earumque
origine, Angelicum; ma si vedrà con profitto di BòHNER, anche Does Ockbam know
of Material Implication, Franciscan Studies, ora in Collected Articles on
Ockbam, ed. Buytaert, Louvain-Paderborn. Una prima sistemazione in BòHNER,
Medieval Logic, Proprietates terminorum: studiano i vati categoremi, e
comprendono: de suppositionibus o dottrina della funzione di un termine che
occorre in una proposizione in luogo della cosa di cui si parla. Essa si
articola in varie specie; — de armpliatione; — de restrictione; — de
appellatione; — de copulatione; — de relativis, studio della supposizione del
pronome relativo, condizionata dal rapporto che esso ha col termine
(antecedens) al quale è ordinato. Queste dottrine hanno molto spesso, al di
fuori delle surzzzulae, sistemazione in trattati autonomi; Tractatus
syncategorematum: è lo studio delle particelle consignificative, o operatori
logici. Essi sono talora espliciti, talora impliciti in un categorema. Omnis è
un semplice sincategorema. “Differt” è un *categorema* che ha un importo
sincategorematico. Lo studio dei categoremi comprendenti un sincategorema trova
spesso posto nei trattati de esponibilibus. Ma sincategoremi e categoremi
aventi un importo sincategorematico condizionano la supposizione dei termini
che ad essi seguono, confondendoli. Si hanno così anche alcuni trattati de termiinis
confundentibus. Tutti i trattati dedicati ai sincategoremi hanno avuto alterna
fortuna. Spesso sono stati assorbiti nei Sophismata, raccolta di problemi
vertenti su proposizioni che richiedono particolari analisi proprio a causa dei
sincategoremi e termini con importo sincategorematico in esse presenti di: e
L.M. De Ryk, Logica modernorum. Cfr. anche, per una valutazione in termini di
logistica di alcuni temi, Prior, The Parva logicalia in Modern [Griceian] Dress, Dominican Studies;
WersnerpL, Curriculum of the Faculty of Arts at OXFORD (H. P. GRICE), Mediaeval
Studies, ha fatto il punto sulla questione (cfr. anche: Developments in the
Arts Curriculum at OXFORD. De consequentiis, dedicati alla dottrina
dell’inferenza logica e in genere alla logica degli enunciati; De
obligationibus: analizzano e sistemano le regole della disputa scolastica, che
hanno avuto origine dal quotidiano esercizio della disputa sulla traccia,
probabilmente, dei luoghi dialettici; De insolubilibus, dedicati all'esame di
proposizioni antinomiche secondo la tradizione del paradosso del bugiardo. La
discussione è condotta con l’aiuto di dottrine sematiche e serve a precisare il
significato di una proposizione; De veritate propositionis: è un genere di
trattato che si ricollega agli insolubilia e ripone in discussione il
significato della proposizione; trattati de probatione propositionis, trattati
de sensu composito et diviso. Quanto la logica debba a influenze bizantine e
arabe è ancora oggetto di indagine. Ma due fatti sembra siano definitivamente
acquisiti. Il primo è che di nessuna delle opere; ma si veda M. GrABMANN, Die
Sophismataliteratur mit Textausgabe eines Sophisma des Boetius von Dacien. Ein
Beitrag zur Geschichte des Einwirkens der aristotelischen Logik auf die
Ausgestaltung der mittelalterlischen philosophischen Disputation, Beitràge zur
Geschichte der Philosophie, Miinster. Cfr., per una presentazione
generale, Brown, The Role of the Tractatus de obligationibus, Franciscan
Studies. Secondo Birn, The Tradition of the Logical Topics: Aristotle to Occam,
Journal of the History of Ideas, queste dottrine hanno avuto origine dai
Topici. Cfr., per
alcune note storiche, Prior, Some Problems of self- reference in Buridan, The British
Academy; RiJk, Somze Notes on the Mediaeval Tract] comprese nell’Organon di
Aristotele, fatta eccezione per i Secondi analitici, esiste una traduzione dall'arabo,
né risulta sia mai esistita, mentre, per quanto riguarda i Secondi analitici,
perduta la versione boeziana, essi sono tradotti dal greco da Giacomo Veneto e
poi da anonimo. Solo dopo Giacomo Veneto, Gerardo da CREMONA (si veda) ne fece
una traduzione dall’arabo. Ma tutto Aristotele, con eccezione di poche parti,
giunse ai latini prima dal greco che dall’arabo. È questo un elemento in più a
testimonianza che i rapporti culturali con l'Oriente greco non furono mai
interrotti. Per questo canale passa anche il commento agl’elenchi, tradotto dal
greco e attribuito ad Alessandro d’Afrodisia, peraltro perduto în greco (il
testo greco del commento agli Elenchi pervenutoci è di Michele di Efeso. IN
LATINO restano alcuni frammenti del commento di Alessandro - e il commento ai
Secondi analitici di Alessandro d’Afrodisia, del quale parimenti manca il testo
greco, entrambi tradotti da Giacomo Veneto. L'altro fatto è che l’Isagoge alla
logica di Avicenna, unico trattato logico dello Shifa tradotto in latino, e la Logica
di al-Ghazali circolarono ed ebbero influenza, insieme con le opere di De
insolubilibus, with the Edition of a Tract, Vivarium. Roure,
La problématigue des propositions insolubles suivie de l’édition des traités de
Shyreswood, Burleigh et Bradwardine, Archives d’histoire doctrinale. Un bilancio puntuale delle
traduzioni dal greco in latino è in L. Minio-Paluello, Aristotele dal mondo
arabo a quello latino, in L’Occidente e l'Islam nell'alto medioevo, CENTRO
ITALIANO DI STUDI SULL’ALTO MEDIOEVO, Spoleto, oltre che nel già cit. Giacomo
Veneto e l’aristotelismo latino. Cfr. Minro-Paruetto, Note sull’Aristotele
latino medievale. Giacomo Veneto e l’aristotelismo latino] Averroè e degli
altri filosofi arabi, in una direzione ben precisa: se della determinazione
delle intenziones o concetti, e quindi È ; ; ; h; scorso considerato a livello
mentale, e della discussione di problemi appartenenti alla metalogica. Filosofi
e testi della logica modernorum Il periodo di storia della logica oggetto
d’indagine in questo lavoro è limitato ai secoli XIV e XV. Ma l’esigenza di
rendere conto dei precedenti, o del formarsi di alcune dottrine, ci ha condotto
spesso a tener presente non solo opere del secolo XIII, ma anche i testi,
disponibili in edizioni, del secolo XII. Diamo qui di seguito uno sguardo
sommario ai filosofi e ai testi utilizzati. Ci si è limitati alla Dialectica di
Garlandus Compotista, alle opere di Abelardo (Introductiones Cfr. la Logica di
Avicenna in AviceNNAE perbypatetici phi i medicorum facile primi Opera in lucem
redacta È pon rota potuit per canonicos emendata, Venetiis mandato ac sumptibus
haeredum nobilis viri domini Octaviani Scoti per Bonetum Locatellum
Bergomensem, ff. 2ra-12vb; la Logica di AL-GHAZALI è in C.H. LoHR, Logica
Algazelis, Introd. and Critical Text,
Traditio. ma si tenga presente anche il Liber de intellectu di ax-Kinpi
(o Liber introductorius in artem logicae demonstrationis collectus a Mabometh
discipulo ALquinpi philosophi) ed. in Nacy, Die philosophischen Abbandlungen
des Ja “qb ben Ishàq al-Kindî, Beitrige zur Geschichte der Philosophie, Miinster.
Di recente ha sottolineato l’importanza dello studio delle intertiones, e
quindi dell’influenza araba, J. Pinporc nella rec. a RiJk, Logica modernorum,
Vivarium, Dialectica, Edition of the Manuscri i i I ; pts with an Introduct the
Life and Works of the Autor and on the Contents of dhe: Passent Work by Rijk
Ph. D., Assen, dialecticae, Logica Ingredientibus, Logica Nostrorum ®,
Dialectica), all’Ars disserendi di Adamo di Balsham, detto il Parvipontano, a
quanto ha pubblicato Rijk nella Logica modernorum: sia nel primo volume,
dedicato alla penetrazione e ai commenti agli Elenchi sofistici (Glose in
Aristotilis Sopbisticos elencos, Summa Sophisticorum elencorum, Tractatus de
dissimilitudine argumentorum, Fallacie Vindobonenses, Fallacie Parvipontane),
nonché ai testi editi nello stesso volume sotto il titolo Frustula logicalia ma
relativi al secondo commento di BOEZIO al De interpretatione; sia nella seconda
parte del secondo volume, nel qual esono edite alcune sumzzzulae (i testi
utilizzati sono, nell’ordine: Excerpta Norimbergensia, Ars [Sono la prima parte
(comprendente Editio super Porphyrium, Glossae in Categorias, Editio super
Aristotelem De interpretatione, De divisionibus) degli SCRITTI DI LOGICA, ed. PRA
(si veda), Firenze. La seconda parte, Super Topica glossae, fa parte della
Logica Ingredientibus, e sarà citata in modo autonomo. La Logica Ingredientibus
è edita da Geyer, Abaelards philosophische Schriften, Beitrige zur Geschichte
der Philosophie, Miinster W. 1919-27 (la numerazione delle pp. continua da un
fasc. all’altro); ad essa si ricollegano le Glosse super Periermenias XII-XIV,
ed. da L. Minto-PALUELLO, Twelfth Century Logic. Texts and Studies, Roma; la
Logica Nostrorum petitioni sociorum, è edida da GEYER, Beitrige zur Geschichte
der Philosophie, Miinster (la numerazione delle pp. continua quella della
Logica ‘Ingredientibus’). 48 Perrus Asaearpus, Didlectica, cit. (cfr. n. 21).
59 Apam Barsamiensis Parvipontani Ars Disserendi (Dialectica Alexandri), in
Minio-ParueLto, Twelfth Century Logic. Texts and Studies, Roma. Cfr. De Ryxk,
Logica modernorum.; i testi elencati sono, nell'ordine: Glose in Aristotilis
Sophisticos elencos; Summa Sopbisticorum elencorum; Tractatus de
dissimilitudine argumentorum; Fallacie Vindobonenses; Fallacie Parvipontane. Emmerana,
Ars Burana, Tractatus Anagnini, Tractatus de univocatione Monacensis,
Introductiones Parisienses, Logica Ut dicit, Logica Cum sit nostra, Dialectica
Monacensis, Tractatus de proprietatibus sermonum. Ma si utilizzano anche le
Fallacie Londinenses e le Fallacie Magistri Willelmi®, che in realtà trattano
temi riguardanti gli Elenchi sofistici); sono stati presi in esame e utilizzati
anche i testi che Rijk riporta ampiamente nella prima parte del secondo volume
(Ars Meliduna, Summe Metenses) e quanti altri testi egli utilizza al fine di
ricostruire le origini della logica terministica confluita nelle summulae. Queste
costituiscono il tramite naturale tra l’insegnamento di Abelardo e le summulae,
secondo quanto ha suggerito Grabmann e ha dimostrato Rijk. I testi, tutti
anonimi, delle summulae edite sono datati dallo studioso olan[Cfr. De Rijk,
Logica modernorum, II, ii, Texts and Indices, Assen: Excerpta Norimbergensia;
Ars Emmerana; Ars Burana; Tractatus Anagnini; Tractatus de univocatione
Monacensis; Introductiones Parisienses; Logica Ut dicit; Logica Cum sit nostra;
Dialectica Monacensis; Tractatus de proprietatibus sermonum; Fallacie
Londinenses e Fallacie Magistri Willelmi. Cfr. Rijk, Logica modernorum, Ars
Meli duna e Summe Metenses. Cfr. GrABMANN, Handschriftliche Forschungen und
Funde zu den philosophischen Schriften des Hispanus, des spàteren Papstes
Johannes XXI, Sitzungsberichte der
Bayerischen Akademie der Wissenschaften, philos.-histor. Abteilung, Miinchen, e
soprattutto Bearbeitungen und Auslegungen der aristotelischen Logik aus der
Zeit von Abaelard bis Hispanus. Mitteilungen aus Handschriften deutscher
Bibliotheken, Abhandlungen der Preussischen Akademie der Wissenschaften,
philos.-histor. Klasse, Berlin,
e Kommentare zur aristotelischen Logik im Ms. lat. Fol. 624 der Preussischen
Staatsbibliothek in' Berlin. Ein Beitrag zur Abaelardforschung,
Sitzungsberichte der Preussischen Akademie der Wissenschaften, philos.-histor.
Klasse, Berlin] dese al periodo che va dalla seconda metà del secolo XII alle
prime due decadi del secolo XIII (sono collocati agli inizi di quest’ultimo
secolo solo il Tractatus de proprietatibus sermonum e le Summe Metenses. i |
Per i secoli successivi, ci si è limitati ad esaminare i testi appartenenti
alla tradizione delle summulae o singoli trattati rientranti nella tradizione
della logica modernorum. Così sono state prese in considerazione le Sumule
dialectices la cui attribuzione a Ruggero Bacone è stata rimessa in
discussione, e dello stesso Bacone le opere, certamente autentiche, Summa de
sophismatibus et distinctionibus e Compendium studii theologiae; quest ultimo
ha notevoli affinità con le Sumule dialectices ricordate. Sono state,
naturalmente, consultate sia le Introductiones in logicam che i Syncategoremata di Shyreswood (f dopo
Cfr. Rogeri Baconi Surzmza gramatica nec non Sumule dialectices, nunc primum
edidit Steele, in Opera bactenus inedita Rogeri Baconis, OXONII. ; | Già P.
Grorieux (Répertoire des Maîtres en théologie de Paris, Paris) aveva collocato
l’opera tra quelle dubbie; v. ora L.M. De Rj, Logica modernorum, che avanza il
nome del domenicano Roberto Bacone. R. SreeLE, nell’Introduction all’ed. cit.,fa
riferimento al Compendium per sostenere l’autenticità. Roceri Baconi Liber de
sensu et sensato nec non Summa de sophismatibus et distinctionibus, nunc primum
edidit R. Steele, in Opera bactenus inedita Rogeri Baconis, Oxonii. FrarrIs
Roceri Bacon Compendium studii theologiae, ed. H. Rashdall, Aberdoniae.
L'edizione è in GraBmann, Die Introductiones in logicam des Shyreswood, Sitzungsberichte
der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, philos-histor. Abteilung,
Miinchen; si veda ora SHERWOOD'S Introduction to Logic, transl. with-an Intr.
and Notes by Kretzmann, Minneapolis Minn. In O’DonneLt, The
Syncategoremata of Sherwood; le Sumemulae logicales, il Tractatus exponibilium
e il Tractatus syncategorematum di Pietro Ispano, divenuto papa col nome di
Giovanni XXI; per le Surzzzulae logicales di Lamberto di Auxerre, abbiamo
utilizzato i cenni che ha fornito Prantl nella sua Geschichte der Logik im
Abendlande. Di Vincenzo di Beauvais si è consultato lo Speculum doctrinale, che
raccoglie tanta parte dell’insegnamento grammaticale e logico del tempo.
D’AQUINO, gli opuscoli “DE MODALIBVS” e “DE FALLACIIS.” Tutte queste opere si
collocano intorno alla metà del secolo, con la sola eccezione del Compendium di
Bacone. Alle esposizioni e ai commenti al corpus tradizionale degli scritti
Mediaeval Studies; cfr. SHERWO0D'S Treatise on Syncategorematic Words, trans.
with an Intr. and Notes by Kretzmann, London. Perri Hispani Summulae logicales,
quas e codice manu scripto Reg. Lat. edidit Bochefiski, Taurini. In
Muttatry, The Summulae logicales of Peter of Spain, Notre Dame Ind. In Perri
Hispani Summulae logicales cum VersorI Parisiensis clarissima expositione.
Parvorum item logicalium eidem Petro HisPANO ascriptum opus, Venetiis Apud
Jacobum Sarzinam; cfr. ora PETER OF Spain, Tractatus syncategorematum and
Selected Anonymous Treatises, trasl. by Mullally, with an Intr. by Mullally and
Houde, Milwaukee Wisc.; le pp. saranno fornite di volta in volta. Per la datazione
dell’opera, cfr. ora Rik, Note on the Date of Lambert of Auxerre’ Summule,
Vivatium; per il testo, v. LampERTO DI AuxERRE, Logica (Summa Lamberti), prima
ed. a cura di F. ALESSIO (si veda), Firenze. Vincentit BeLLovacensIs Speculum
doctrinale, Duaci (ed. anastatica Graz). Useremo il testo che sta in BocHENSKI,
Sancti Thomae AQUINO DE MODALIBVS opusculum et doctrina, Angelicum. In AQUINO, Opuscula philosophica,
ed. SPIAZZI (si veda), Taurini-Romae] logici si farà riferimento solo
occasionalmente, e anche in tal caso si farà riferimento solo alle expositiones
di Alberto Magno e alle In librum primum priorum Analyticorum Aristotelis
quaestiones, attribuite a Duns Scoto e certamente databili al tempo del doctor
subtilis; si utilizzeranno inoltre le In libros Elenchorum quaestiones,
certamente di Duns Scoto. I filosofi e i testi presi in esame possono essere
distinti in tre gruppi. Va considerata innanzi tutto l’opera dei logici inglesi
nel suo complesso. Essa rappresenta il contributo più originale € più coerente
allo sviluppo e alla sistemazione delle dottrine logiche medievali. Di Occam, sulla
cui personalità è qui inutile soffermarsi tanto è universalmente riconosciuta
la sua importanza nella storia della logica, si sono esaminate, nell ordine,
l’Expositio aurea in artem veterem, la Summa logicae (nell edizione del Bohner
per la parte da lui pubblicata Be per il resto nell'EDIZIONE VENEZIANA), il
Tractatus logicae minor Le expositiones di ALsERTO Macno delle opere logiche
d’Aristotele stanno nei primi 2 voll. di Opera, cd. Borgnet, Parisiis. _ In
Opera omnia, I, ed. Wadding, Lugduni Sumptibus Laurentii Durand. n Ivi. n ©
Cfr. GuiieLmi pe OccHam Expositio aurea et admodum utilis super Artem veterem,
cum questionibus ALBERTI PARVI DE SAXONIA. Impensis Benedicti Hectoris
Bononiensis artis impressorie solertissimi Bononieque Impressa s. pp. Ockuam,
Summa logicae. Pars prima. Pars secunda et tertiae prima, ed. by Ph. Bohner,
St. Bonaventure N.Y-Louvain-Paderborn (la numerazione delle pp. continua da un
volume all’altro; perciò non sarà indicato il volume da cui è tratta la cit.).
Macistri GuieLMI (!) OccHam Summa totius logice, VENEZIA per Lazarum de Soardis
e l’Elementarium logicae, da collocare dopo il Tractatus logicae minor)".
Avversari di Occam sono Burleigh e Riccardo di Campsall. Il primo e maestro a
Parigi. Compose molti trattati di logica: sono expositiones della logica
antigua, oppure opere legate più propriamente alla tradizione della logica
modernorum. Di queste ultime sono state prese in esame le due redazioni
incomplete del De puritate artis logicae e il trattato De probationibus, sulla
cui attribuzione al nostro maestro sono stati di recente avanzati dubbi. Il
secondo — fellow del Balliol, poi del Merton ricordato come maestro [m È in Buyraert, The
Tractatus logicae minor of Ockbam, Franciscan Studies; per la datazione di de
sta e della seguente opera di Occam, cfr. ivi, pp. 51-53. In Buvraert, The
Elementarium logicae of Ockbam,
Franciscan Studies: poiché non citeremo le ultime pp. della seconda
parte, la numerazione delle pp. non dà luogo a confusione tra le due parti;
omettesue mp l'indicazione del volume e dell’annata della rivista. er le
notizie biografiche relative ai maestri inglesi che seguono, Empen, A
Biographical Register of the arida of OXFORD to (Di 1500, 3 voll., Oxford; per
il nostro autore, cfr. MARTIN, Burley, in Oxford Studies presented to Callus,
Oxford, Rio. NI ties E Ockham and Some Mertonians [LIKE H. P. GRICE], Mediaeval Sudies,
e Repertorium ivi ferergicig, Mertonense, De puritate artis logicae Tractatus
longior. With a Revised Edition of the Tractatus brevior, ed. by Bshner, St.
Bonaventure N.Y.-Louvainna e 1955. È contenuto nel ms. Erfurt,
Wissenschaftliche Allgemeinbibli Amplon. Q. 276, ff. 6ra-19va; l’indice del ms.
è in Tesio, Lea klung der Sprachtheorie im Mittelalter, Beitrige zur Geschichte
der Philosophie, Miinster. Pinborg avanza dubbi sull’autenticità dell’opera] reggente
nelle arti e come sacre theologie professor — scrive, fra l’altro, una Logica
valde utilis et realis contra Ocham e delle Questiones super librum Priorum
analeticorum: di entrambi utilizzeremo quanto ha pubblicato Synan. La
generazione successiva annovera Guglielmo Heytesbury: fellow del Merton, e tra
i fellows fondatori del Queen's, e poi ancora fellow del Merton, è ricordato
come maestro in teologia; e due volte cancelliere di Oxford. Compone la sua
opera maggiore, le Regulae solvendi sophismata, e i Sophismata. Di lui si
ricorderanno le Regulae, il De sensu composito et diviso, il De veritate et
falsitate propositionis (questi testi sono Cfr. Synan, Richard of Campsall, an
English Theologian, Mediaeval Studies,
Introduction alle Questiones (di cui alla n. seguente); v. WersHEIPL,
Repertorium Mertonense. Rispettivamente: Svnan, The Universal and Supposition in a Logica
Attributed to Richard of Cempsall, in Mediaeval Thinkers. A Collection of
bitherto unedited Texts, ed. O'Donnell, Toronto; e The Works of Richard of
Campsall, I: Questiones super librum Priorum analeticorum. Ms. Gonville and
Caius 688, ed. by Synan, Toronto. Cfr., oltre a Empen, op. cit., ad L: J.A.
WrrsHerPL, Ockbam and Some Mertonians (in part.: il suo testamento), e
Repertorium Mertonense. Cfr. Erfurt, Wissenschaftliche Allgemeinbibliothek, ms.
Amplon. F. 135, f. 17r: Explicit quidem tractatus optimus datus OXONIE a mag.
Hytthisburi; cfr. W. ScHum, Beschreibendes Verzeichniss der Amplonianischen
Handschriften-Sammlung zu Erfurt, Berlin. Cfr. A. Mater, Die
Vorliufer GALILEI, Roma. Gregorio da RIMINI (si veda) cita i Sophiswata di
Heytesbury nel suo commento alle Sentenze. stati editi a Venezia, e il trattato
De propositionum multiplicium significatione, conservato in un solo
manoscritto. Billingham, poi, e maestro nelle arti e reggente e fellow del
Merton. Di lui si sono studiati lo Speculumz puerorum sive Terminus est in quem
e il De sensu composito et diviso Wyclif compose una Summula de logica e tre
trattati che vanno sotto il nome di Logice continuacio: sono stati tutti
pubblicati da Dziewicki nell'edizione delle opere latine di Wyclif sotto il
titolo Tractatus de logica. Condiscepolo di Wyclif al Merton e Strode, maestro
nelle arti, poeta e uomo politico: la sua Logica [Cfr. GuiLeLMI HENTISBERI
Tractatus de sensu composito et diviso. Regulae eiusdem cum
suphismatibus. Tractatus HENTISBERI de veritate et falsitate propositionis. Conclusiones eiusdem.
Impressum VENEZIA per Bonetum Locatellum sumptibus Octaviani Scoti. I capitoli
delle Regulae saranno citati autonomamente. Essi sono: De insolubilibus, De
scire et DVBITARE, De relativis, De incipit et desinit, De maximo et minimo, De
tribus praedicamentis. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, ms. lat. VI, 160
(= 2816), ff. 252ra-253vb. 87 Cfr. Maierù, Lo Speculum puerorum sive Terminus
est in quem di Billingham, Studi Medievali, A ERMINI (si veda); notizie
biografiche; testo dello Speculum puerorum sive Terminus est in quem; testo
parziale del De sensu composito et diviso (dall’unico ms. noto, Parigi,
Bibliothèque Nationale, lat. 14715), ivi, appendice. J.
WycLir, Tractatus de logica, Now First Edited from the Vienna and Prague Mss.
by Dziewicki, London (First repr. New York-London-Frankfurt):
la Logica occupa le pp. 1-74 del vol. I; il tr. I Logice continuacio è ivi, pp.
75-120; il tr. II Logice continuacio è ivi, pp. 121-234; il tr. III Logice
continuacio occupa i voll. IT-III dei Tractatus de logica. Cfr.
Dictionary of National Biography, ed. L. Stefen-S. Lee, London, ad /., e EMDEN, op. cit.,
ad I. in sei trattati (uno dei quali dedicato alle Conseguentiae) è tutta
conservata nel ms. Bodleian, Canon. 219”. Un autore del quale non si sa altro
se non che e inglese” è Maulevelt: i più antichi manoscritti delle sue opere,
diffuse prevalentemente nell’Europa, sono della metà del secolo XIV”. I
trattati qui presi in esame sono Per il testo dei trattati ancora inediti ci
serviamo del ms. Oxford Bodleian Library, Canon. 219, ff. 13ra-52vb: la
successione dei trattati nel ms. non è quella voluta dall'autore; qui si darà
solo l'indicazione dei ff, non del trattato. Per il testo delle Conseguentiae
ci serviamo della seguente ed.: Stroni Consequentie cum commento ALEXANDRI
SERMONETE. Declarationes GAETANI in easdem Consequentias. Dubia Magistri PAULI
PERGULENSIS. Obligationes eiusdem Stropi. Consequentie RicarDI DE FERABRICH.
Expositio GAETANI super easdem. Consequentie subtiles HENTISBARI. Questiones in
Consequentias Strodi perutiles eximii artium doctoris domini ANtoNI
FracHantiani Vicentini. Impressa fuerunt VENEZIA que in hoc volumine
continentur per Lagarum de Soardis, sumptibus Heredum nobilis viri domini
Octaviani Scoti civis Modoetiensis et Sociorum 1517 Die 8 Aprilis. Risulta dai
sgg. ms.: Erfurt, Amplon. Q. 255
Explicit tractatus fallaciatum lectus Lovanii per mag. Thomam Anglicum
dictum Manlevel (f. 27), e Amplon. Q. Hec questiones fuerunt compilate per
Manlevel Anglicum doctorem solempnem. Non serve molto alla identificazione del
nostro autore quanto si legge in PRANTL (che ricorda il Tractatus obligationum
di Martin Molenfelt, per il quale cfr. Murtaty, The Summulae logicales); F. EHRLE, Der
Sentenzentommentar Peters von Candia des pisaner Papstes Alexander V.,
Miinster, che identifica Tommaso con Martino; GraBMann, Handschriftliche
Forschungen und Funde; K. MicHarsri, Le criticisme et le scepticisme dans la
philosophie, Bulletin international de
l'Académie polonaise des Sciences et des Lettres, Classe d’hist. et philos.,
Cracovie, ora in La philosophie au XIVE siècle. Six études, herausg. und
eingel. von K. Flasch, Frankfurt. Ma cfr. J. Pinpore, Die Entwicklung der
Sprachtheorie ..., cit.,146 n. 23; il Pinborg mi ha comunicato le notizie di
cui a questa e alla seguente n. con lettera del 18.8.70. Cfr. Gottinga,
Universitàtsbibliothek, ms. Theol. 124. De suppositionibus e De terminis
confundentibus. Un’adeguata datazione può essere proposta dopo un accurato
esame delle sue opere. Per la scuola parigina sono state invece considerate le
opere di tre autori: Buridano, Alberto di Sassonia, e Inghen. Buridano e
rettore dell’università. Delle sue opere
utilizzeremo il Compendium logicae (il Tractatus de suppositionibus sarà
citato L'incipit del trattato De suppositionibus è: Expedit ut terminorum
acceptio lucide cognoscatur, e l’explicit: Utrum istae propositiones de virtute
sermonis sint verae hoc patebit in libro de Consequentiis et sic sit finis
huius operis causa brevitatis ; del trattato De terminis confundentibus
l'incipit è: Affectuose summariam cognitionem terminorum vim confundendi
habentium, l’explicit: consequentia negatur quia antecedens est verum et
consequens falsum. Il secondo trattato rinvia al primo, ma i codici consultati
presentano varianti a questo proposito: il Vat. lat. 3065, f. 26ra, ha: aliquae
regulae positae sunt in tractatu de suppositionibus sic incipiente: Intentionis
praesentis in hoc tractatu etc. , e ciò è anche (meno in hoc tractatu etc. )
nell’Amplon. Q. 30, f. 141r; il ms. Cracovia, Biblioteka Jagiellotfiska, ha
invece (f. 295v): incipiente: Expedit
etc. , mentre i mss. Cracovia 2178 (f. 43v) e 2591 (f. 80r) omettono l’incipit,
pur conservando il rinvio al De suppositionibus. Il trattato De
suppositionibus, a sua volta, ha un rinvio all’altro: de quibus patebit [così i
mss. Cracovia 2178, f. 40v, e 2591, f. 75v; il Vat. lat. 3065, f. 68ra, ha
patuit] in libro de terminorum Confusione . Maulevelt parla dunque di tre
trattati (De suppositionibus, De terminis confundentibus, De consequentis) che
potrebbero essere parti di un'unica opera logica, o surzzza. Utilizzeremo il
testo dei due trattati secondo il ms. Vat. lat. 3065 (De ter minis
confundentibus, ff. 25vb-28ra, e De suppositionibus, ff. 65vb-68rb), per il
quale cfr. il mio Lo Speculum puerorum
..., cit., pp. 312-314. Cfr. Joannis
BuripaNI Perutile Compendium totius logicae cum praeclarissima sollertissimi
viri JOANNIS DORP expositione. Impressum Venetiis per Petrum de Quarengiis
Bergomensem. Anno domini 1499, die XI Maij, s. pp. I '''+—m_1 r o_o
T_—1-P-P1_1_.u nell’edizione della Reina #), i Sophismata®, le Consequentiae”;
si ricorderanno anche i Capitula a lui attribuiti dal ms. Vat. lat. 3065%.
Alberto di Sassonia e anch’egli rettore a Parigi, quindi, e rettore
dell’università di Vienna e poi vescovo di Halberstadt: ricorderemo le sue
Quaestiones in Ochami logicam, la Logica!” e i Sophismata. Inghen, professore a
Parigi e rettore, primo rettore dell’università di Heidelberg, ha lasciato
molte opere, ma qui saranno utilizzati solo i Textus dialectices. Le opere di
questi filosofi, per la diffusione avuta in tutta Europa, servono a
caratterizzare [Burano, Tractatus de suppositionibus, prima ed. a cura di
Reina, Rivista critica di storia della
filosofia. Burani Sopbismata, per felicem balligault parisius impressa die 20 Novembris 1493, s. pp. (ma con
paginazione a mano nell’esemplare utilizzato). Burani Consequentiae. Impressus
parisius per Anthonium caillaut, s. a., s. pp. 9 Ms. cit., ff. 105-107vb; per
essi cfr. G. FepERICI VESCOVINI, Sw alcuni manoscritti di Buridano, Rivista
critica di storia della filosofia. Per le quali cfr. l’ed. dell’Expositio aurea
di Occam. Arsertuci Logica. Perutilis Logica excellentissimi Sacre theologie
professoris magistri ALsERTI DE SAXONIA ordinis Eremitarum Divi Augustini.
Impressa Venetiis ere ac sollertia Heredum Domini Octaviani Scoti Civis
Modoetiensis et sociorum. Anno a Christo ortu. Die XII. mensis Augusti. 101
Cfr. ArseRTI De SaxonIa Sopbismata nuper emendata. Impressum est Parisiis hoc
opusculum Opera ac impensa Magistri
felicis Baligault Anno ab incarnatione dominica, s. pp. (ma l'esemplare
utilizzato ha la paginazione a mano).Stanno in Parvorum logicalium liber
continens perutiles Perri HispAnI tractatus priorum sex et [MARsILII
dialectices documenta, cum utilissimis commentariis perCONRADUM PSCHLACHER congestis, Viennae Austriae, Johannes
Singrenius. I trattati di INGHEN sono: Tractatus suppositionum, ivi, ff.
146v-166r; Tractatus ampliationum, ivi, ff. dottrine ampiamente conosciute e
accettate. Non più di un cenno è riservato al Tractatus exponibilium di Pietro
d’Ailly (} !%. Il terzo gruppo di FILOSOFI è quello ITALIANO. Pietro di Mantova
[si veda], studente a Padova, lettore di filosofia a BOLOGNA. Pietro ha lasciato
una Logica di notevole interesse. Gli altri filosofi o vissero a cavallo tra il
secolo XIV e quello successivo, come Paolo Veneto. Poiché tuttavia le loro
opere testimoniano che IN ITALIA l'insegnamento della logica e impartito spesso
su testi di filosofi inglesi o derivati da questi, essi sono posti accanto ai filosofi
del secolo XIV quali loro legittimi epigoni. NICOLETTI (si veda), noto come
Paolo Veneto, studia, fra l’altro, a Oxford e insegna in varie università
italiane e soprattutto a Padova; citeremo 168v-173v; Tractatus appellationum,
ivi, ff. 175v-179v; Textus de statu, f. 180; Tractatus restrictionum, ivi, ff.
181v-182r; Tractatus alienationum, ivi, f. 182v; Prima Consequentiarum pars,
ivi, ff. 184r-193r; Secunda Consequentiarum pars, ivi, ff. 194v-208v. Al titolo
Textus dialectices seguirà solo l'indicazione dei ff. 103 Cfr. MacistRI PetrI
DE ArLLvAco Tractatus exponibilium, Parisius Impressus a Guidone Mercatore. In
campo gaillardi. Id. Octobris, s. pp. (ma l'esemplare consultato ha la paginazione
a mano). Petrus MANTUANUS, Logica. Tractatus de instanti, Padova, Johann
Herbort; l’ordine dei trattati è diverso dai mss. alle stampe; l’ed. utilizzata
è s. pp., ma l'esemplare che ho consultato ha una paginazione a mano; la
segnatura della Bibl. Vat. è Ross. 1769; cfr. la bibliografia in Lo Speculum
puerorum ..., cit.,299 n. 16. La più completa trattazione d’insieme del
pensiero di NICOLETTI è ancora quella di F. MomicLiano, NICOLETTI e le correnti
del pensiero filosofico del suo tempo, Torino; pet il soggiorno ad Oxford, cfr.
B. NarpI, Letteratura e cultura veneziana del Quattrocento, in La civiltà
veneziana del Quattrocento, Firenze, dove si afferma che NICOLETTI rimane a
Oxford almeno 3 anni, e si le sue opere: Logica parva, Logica magna,
Quadratura. Paolo da PERGOLE (si veda) e discepolo di NICOLETTI a Padova e resse la
scuola di Rialto a Venezia; la sua Logica segue da vicino la Logica parva del
suo maestro; il trattato De sensu corpositio et diviso dipende dall'omonimo
trattato di Heytesbury !°; i Dubiz sono legati ai temi delle Consequentiae di
Strode. Altro discepolo di NICOLETTI e il vicentino Gaetano da THIENE (si
veda), professore a Padova, che ha
legato il suo nome soprattutto al commento delle opere di Heytesbury (Regulae e
Sophismata). Si ricorda di lui l’Expositio delle Consequentiae di Strode. Il
domenicano Battista da FABRIANO (si veda) riporta il seguente documento. Die 31
Augusti 1390: Fecimus studentem fratrem Paulum de Venetiis in nostro studio
Oxoniensi de nostra gratia speciali cum omnibus gratiis quibus gaudent ibidem
studentes intranei. Item eidem concessimus quod tempore vacationum Lundonis
possit libere morati. Cfr. ora A.R. PerreraH, A Biograpbical Introduction to NICOLETTI, Augustiniana. Pauri VENETI Logica, [Venezia,
Cristoforo Arnaldo], s. pp. AI titolo Logica parva seguirà solo l’indicazione
del trattato. Pauri Veneti Logica magna. Impressum Venetiis per diligentissimum
virum Albertinum Vercellensem Expensis domini Octaviani Scoti ac eius fratrum
opus feliciter explicit Anno D. 1499 Die 24 octobris. Macistri Pauri VenETI
Quadratura. Impressum Venetiis per Bonetum Locatellum Bergomensem iussu et
expensis Nobilis viri Octaviani Scoti civis Modoetiensis. Anno ut supra. Cfr.
B. NARDI, op. cit., pp. 111-118. Cfr. Pau or PercuLA, Logica and Tractatus de
sensu composito et diviso, ed. Brown, St. Bonaventure N.Y.-Louvain-Paderborn
1961. Si tenga presente anche I. Bon, Paul of Pergula on Suppositions and
Consequences, Franciscan Studies , XXV
(1965), pp. 30-89. Cfr. per l’ed. dei Dubia, n. 90. Cfr. su Gaetano da Thiene: P. Silvestro
DA VaLsanziBIo, Vita e dottrina di Gaetano da Thiene, Padova 1949; per l’ed.
dell’Expositio (che citeremo col titolo Super Consequentias Strodi), cfr. n.
90. professore di filosofia e teologia a Padova, Siena, Firenze e Ferrara,
cominciò la sua carriera accademica un decennio dopo Gaetano da Thiene;
compose, fra l’altro, una Expositio del De sensu compositio et diviso di
Heytesbury. Il senese SERMONETA (si veda),
magister artium et medicinae , figlio del medico Giovanni, insegnò a
Perugia, poi a Pisa (per quattro anni) e finì la sua carriera a Padova;
ricorderemo i suoi due scritti di logica: Super Consequentias Strodi!5 e
Expositio in tractatum de sensu composito et diviso Hentisberi!*, Un’Expositio
dello stesso trattato De sensu composito et diviso scrisse anche il carmelitano
senese Bernardino di LANDUCCI (si veda)), che divenne generale del suo ordine.Cfr.
J. Quérrr-J. Ecuarp, Scriptores Ordinis Praedicatorum, I, Lutetiae Parisiorum
1719,847; G. Brorto-G. ZonTA, La facoltà teologica di Padova, Padova. Cosenza, Biographical and
Bibliographical Dictionary of Italian Humanists and of the World of Classical
Scholarship in Italy, Boston, ad L’ed. dell’Expositio è in Tractatus de sensu
composito et diviso magistri GuLieLMI HENTISBERI cum expositione
infrascriptorum, videlicet: Magistri ALEXANDRI SERMONETE (impressum Venetiis
per Jacobum Pentium de Leuco, a. d. 1501, die XVII julii), Magistri BERNARDINI
PETRI DE LANDUCHES, Magistri PauLi PercuLENSIS et Magistri Bapriste DE FABRIANO.
Si veda ora L. GARcan, Lo studio teologico e la biblioteca dei Domenicani a
Padova nel Tre e Quattrocento, Padova, Battista da Fabriano. Cfr. J.
FaccioLATI, Fasti Gymnasii Patavini, I, Patavii; A. FagroNI, Historiae
Academiae Pisanae, Pisis; Ermini, Storia dell’università di Perugia, Bologna
1947,501. Cfr. l’ed. cit. inn. 90. Cfr.
l’ed. cit. in n. 113. Cfr. l’ed. del testo in n. 116; si vedano per le notizie
biografiche: J. TritHEMIUS, Carmelitana Bibliotheca sive illustrium aliquot
Carmelitanae religionis scriptorum et eorum operum catalogus magna ex parte
auctus auctore P. Petro Lucio BeLGA, Florentiae apud Georgium Marescottum
Contemporaneo del Landucci dovette essere il lodigiano POLITI, artium doctor:
alunno di MARLIANI (si veda), insegna calculationes a Pavia! e compose vati
trattati di logica: un De sensu composito et diviso, una declaratio della
Logica parva di NICOLETTI e una Quaestio de modalibus, che sarà qui utilizzata,
scritta al tempo di BORGIA (si veda). VETTORI (si veda), di Faenza, insegn a BOLOGNA,
medicina a Padova e poi di 1593, pp. 20-21; C. ne VrrLiers, Bibliotheca
Carmelitana, I, Aurelianis (ed. anast. Romae), nr. LXV, Bassani Porti Quaestio
de modalibus, Venetiis apud Bonetum Locatellum 1505; l'incipit è (ivi, f.
2ra): Excellentissimi doctoris magistri
Bassiani Politi Laudensis quaestio de numero modorum facientium sensum
compositum et divisum. Quaestio est difficilis in materia de modalibus, utrum
tantum sex [....] , l’explicit è (ivi, f. 4rb): iam patet ex dictis quid sit
dicendum. Finis ; cfr. ivi la lettera dedicatoria a Rodrigo Carvajal, dalla
quale risulta che fu alunno di Gerolamo Marliani, vivente quando l’autore
scriveva (insegnò a Pavia nel 1486-87 e nel 1507: cfr. Memorie e documenti per
la storia dell'università di Pavia , Pavia 1878, ad I.), figlio di Giovanni
Marliani (per il quale cfr. M. CLaceTT, Giovanni Marliani and Late Medieval
Physics, New York 1941. Sul Politi cfr. C. DionisortI, Ermolao Barbaro e la
fortuna di Suiseth, in Medioevo e Rinascimento. Studi in onore di B. Nardi,
Firenze. Cfr. Quaestio de modalibus, cit., f. 3va: Pro cuius declaratione praesuppono mihi unum
fundamentum Petri Mantuani in primo capitulo De instanti anno elapso dum Papiae
calculationes profiterer per me fortissimis rationibus comprobatum ; il suo
Tractatus proportionum introductorius ad Calculationes Suiset è edito insieme
con la Quaestio ai ff. 4va-8vb. 120 Quaestio, cit., f. 3va: stante fundamento diffuse declarato in
tractatu nostro De sensu composito et diviso , e f. 4rb: Hoc autem diffuse declaravimus in tractatu
nostro De sensu composito et diviso . 121 Ivi:
optime poteris sustentare definitionem Pauli de suppositione absque
aliqua limitatione, ut diffuse contra modernos declaravimus super Logica patva
. 12 Ivi, f. 3va: Alexandro nunc summo
pontifice .] nuovo a Bologna !*; ha lasciato molte opere di medicina e due
opere logiche, composte entrambe al tempo in cui insegnava logica a Bologna: la
prima è Collectaneae in suppositiones Pauli Veneti, la seconda è Opusculum in
Tisberum de sensu composito et diviso; utilizzeremo solo quest’ultima. Non di
tutti questi trattati si troverà qui un’analisi approfondita, ma ad alcuni si
farà solo un riferimento.La struttura della summzula, o summa, ha subìto una
notevole evoluzione. Essa risulta composta di alcuni trattati che riassumevano
le dottrine dell’Isagoge e dell’Organon (in questo caso, l’esposizione del De
interpretatione occupa il primo posto) ai quali seguivano altri trattati sulle
proprietates terminorum. Con la Summa logicae di Occam cade la distinzione tra
elementi della logica antiqua ed elementi della logica moderna. La materia è
ristrutturata, secondo un criterio ‘naturale’, in parti che studiano l’elemento
più semplice o termine, la proposizione, e il sillogismo o strutture logiche
complesse. Questo criterio naturale non corrisponde alla distinzione tra logica
elementare o degli enunciati e logica o CALCOLO DEI PREDICATI. Ma con il De
puritate artis logicae di Burleigh si fa un passo [Cfr. S. Mazzetti, Repertorio
di tutti i professori antichi e moderni della famosa Università e del celebre
Istituto delle Scienze di Bologna, Bologna. Cfr. per entrambe: BenEDICTI
VICTORII BononiensIS Opusculum in Tisberum de sensu composito ac diviso cum
eiusdem collectaneis in suppositiones Pauli Veneti. Expositio Benedicti
Victorii Bononiensis ordinariam logicae Bononiae publice profitentis feliciter
explicit. Laus deo. Finis. Bononiae. Cfr. Bonner, Medieval Logic] avanti.
L’opera, si è detto, ci è pervenuta in due redazioni. Se il tractatus longior
risulta di due trattati (de proprietatibus terminorum e de propositionibus et
syllogismis bypotheticis) e risente ancora del criterio naturale che presiede
alla Summa logicae di Occam, il tractatus brevior avrebbe dovuto risultare di
parti dedicate alle regulae generales -e cioè consequentiae, syncategoremata e
suppositiones --, all’ars sophistica -dottrina delle fallaciae --, all’ars
exercitativa -o de obligationibus -e all’ars demonstrativa -o sillogismo. Nel
iractatus brevior, dunque, la distribuzione della materia non obbedisce più che
a criteri puramente logici, ponendo in primo piano la logica degli enunciati.
Ma per avere un quadro più completo delle modificazioni subite dall'impianto
dei manuali di logica, è opportuno accennare ancora alla struttura di due
opere. Le Regulae solvendi sophismata di Heytesbury sono una surzzza !” (ma
vanno anche sotto il nome di Logica), ma della summa tradizionale conservano
ben poco. Si articolano infatti in capitoli dedicati agli insolubilia, al de
scire et dubitare, alla supposizione del relativo (de relativis), alla
expositio de incipit et desinit, ai problemi de maximo et minimo e a quelli,
compresi nel capitolo de tribus praedicamentis, relativi al moto locale,
quantitativo (de augmentatione) e qualitativo (de alteratione). Più
tradizionale la distribuzione della Logica di Strode. In un primo trattato Strode
ricapitola la materia dei seguenti libri: De interpretatione (con in più la
trattazione delle proposizioni ipotetiche), Isagoge, Categorie e Primi
analitici, nel secondo si toccano i seguenti argomenti: termine, proposizione,
de obligationibus (è, [Cfr, l’Introduction del Bonner a W. BurLEIGH, op. cif.,
pp. VI-XI. 127 Op. cit., f. 4va: traderem brevi summa e Et in sex capitula
nostram dividens summulam . 128 Così,
secondo ScHum, op. cit.,88, è nel cit. ms. Erfurt, Amplon. F. 135. questo, un
trattato dedicato, come avverte l’autore, ai
principia logicalia e che deve
servire ad introdurre i giovani in
tractatus graviores !®); seguono gli altri quattro trattati: conseguentiae de
suppositionibus et exponibilibus, obligationes, insolubilia. i Si può notare
che in queste opere nuove esigenze e nuovi problemi si fondono con esigenze
tradizionali d’insegnamento. Ma emerge sempre più l’affermarsi della logica
degl’enunciati o consequentiae rispetto alla logica dei termini, giacché la
logica dei termini è sottoposta a verifica mediante consequentiae. Ciò è stato
già rilevato a proposito della suppositio, ma trova ora nuove conferme
soprattutto nella dottrina della probatio propositionis. La logica elementare,
specie nella probatio, è il presupposto indispensabile di tutta l’articolazione
del discorso e delle analisi proposte. Contemporaneamente, anche a livello di
organizzazione di un corpus di dottrine logiche, la consequentia va a prendere
il primo posto. Si è ricordata la collocazione che essa ha nel tractatus brevior
De puritate artis logicae di Burleigh. Ma si pensi che, spesso, il sillogismo è
considerato, come dev'essere, un tipo di conseguentia (Riccardo di Campsall
parla di consequencia sillogistica e Alberto di Sassonia ha de consequentiis
syllogisticis) fino a giungere con SERMONETA (si veda), all’affermazione del
primato delle consequentiae rispetto ai sillogismi. Le corseguentiae sono
communissima pars libri Priorum, aut ad ipsum isagogicon. Tutto ciò è
testimonianza di un lavoro che lungo i secoli Fa Cfr. Logica, cit., f. 19vb: Et
haec dicta de principiis logicalibus ad iuvenum introductionem in tractatus
graviores sufficiant . 19 Bonner, Medieval Logic, cit., pp. 29-31. 131
Cfr. Questiones ..., cit., 12.34,205. { sa” Logica, IV, 7: De consequentiis
syllogisticis hoc est de syllogismis, . 28vb. È 133 Cfr. Super Consequentias Strodi, cit.,
f. 2ra: Ad secundum dico libellum hunc esse communissimam partem libri Priorum
aut ad ipsum isagorgicon, et per consequens immediate postponi debere ad librum
ha avuto di mira l’identificazione di strutture logiche sulle quali fosse
possibile operare. Ma è ben noto che la logica è, nel medioevo, una delle arti
del trivio e HA PER OGGETO IL LINGUAGGIO (è quindi una scientia sermocinalis) come la
grammatica e la retorica, differendo però da la GRAMMATICA e la RETORICA perché
DIALETTICA mira a discernere le proposizioni vere da quelle false, mentre la
grammatica e la retorica insegnano, rispettivamente, a SERVIRSI del linguaggio
con correttezza – LA GRAMMATICA -e con eleganza – LA RETORICA. A sua volta, IL
LINGUAGGIO-OGGETTO d’indagine è una
lingua storica, il LATINO. È da chiedersi perciò fino a che punto i risultati
dello sforzo compiuto per identificare strutture linguistiche sulle quali fosse
possibile operare validamente da un punto di vista logico autorizzino a parlare
di logica formale; o, in altri termini, se le strutture siano autentiche forme,
siano trattate SENZA FAR RIFERIMENTO AL SIGNIFICATO delle parole e al senso
delle espressioni. Quando si cerca una risposta, la difficoltà maggiore
s'incontra nel fatto che la proposizione studiata ha un ineliminabile importo
esistenziale, per cui elementi extra-logici -ontologici, gnoseologici -finiscono
per condizionare la trattazione della logica. È tuttavia utile indicare alcuni
elementi che documentano il progressivo affermarsi di una concezione formale
della logica. Oltre alla distinzione, troppo nota, tra materia e forma di un
argomento, ricordiamo che Buridano considera la copula est “formale
propositionis;” essa cioè è l’elemento Periermenias et anteponi ad librum
Topicorum, Elenchorum et Posteriorum. Patet hic ordo, quia de consequentia hic
tamquam de subiecto agitur, quae communiot est omni specie argumentationis seu
syllogismo simpliciter, de quo agitur in libro Priorum . Cfr. Moopy, Truth and
Consequence ..., cit.,10. 134 Cfr. R. CarnaP, Sintassi logica del linguaggio,
tr. it. A. Pasquinelli, Milano 19662,33. 135 Cfr. Tractatus de suppositionibus,
cum copula debeat esse formale propositionis; Reina legge: esse (verbum)
formale , ma l'integrazione è superflua. Ma v. BURIDANO, Consequentiae, cit.,
tei] formale della proposizione categorica o atomica; che Alberto di Sassonia
parla di “formale propositionis” per le ipotetiche: sono tali le particelle
sincategorematiche (come “si” – sillogismo ipotetico; “vel:, sillogismo
disgiuntivo) che fungono da connettivi tra proposizioni atomiche in modo da
formate proposizioni molecolari; che Heytesbury usa il termine forzza per
indicare una struttura logica, considerata solamente dal punto di vista
operativo, nella quale le variabili stanno per proposizioni. Il progressivo,
cosciente affermarsi del primato della logica degl’enunciati va dunque di pari
passo con l’individuazione di forme logiche. Infine, in un testo in cui si
discute della diversità delle logiche, proprie delle varie scienze, all’interno
dell’unica (universalis) logica comune a tutte le scienze, e quindi della
diversità della rationalis logica fidei e della logica naturalis, Holcot scrive.
Sed quid est dicendum: estne logica Aristotelis formalis, an non? Dico, quod si
non vis I, 7 (distingue tra materia e forma della proposizione o della
consequentia e precisa quali elementi siano da considerare spettanti alla
forma). 156 Cfr. Sophismata, cit., II, 8° Non Socrates currit vel non curtit ,
f. [4lra]: quia formale, scilicet nota
disiunctionis, in utraque affirmatur , e
Non aliquis homo currit si aliquod animal currit , f. [4lra-b]: [..] eo
quod in illo sensu negatio cadit supra formale propositionis, scilicet supra
notam conditionis. 157 Cfr. cap. VI, app. 2, nn. 8 e 9 (in entrambi i casi si
tratta della proposizione copulativa. 158 Cfr. HoLcor Opus questionum ac
determinationum super libros Sententiarum, Lugduni 1518, I Sent., q. 5J: Eodem modo rationalis logica fidei alia debet
esse a logica naturalis. Dicit enim Commentator secundo Metaphysicae commento
XV quod quaedam logica est universalis omnibus scientiis, et quaedam propria
unicuique scientiae; et si hoc est verum, a multo fortiori oportet ponere unam
logicam fidei, et similiter alia logica utitur obligatus certa specie
obligationis, et alia libere respondens secundum qualitatem propositionum. Modo
philosophi non viderunt aliquam rem esse unam et tres; ideo de ea in suis
regulis mentionem non fecerunt. Sunt igitur in logica fidei tales regulae: quod
omne absolutum praedicatur in singulari de tribus, et non in plurali; alia,
quod unitas tenet suum consequens, ubi non obviat relationis oppositum. Et ideo, concessis
praemissis dispositis Terminologia logica della tarda scolastica 43 vocare
logicam formalem nisi illam, quae tenet in omni “agi sicut dicit Commentator
primo Physicorum commento XXV: ermo concludens per se debet concludere in omni
materia, tune patet, quod non. Si vis vocate logicam formalem illam, quae per
naturalem inquisitionem in rebus a nobis sensibiliter a non capit instantiam,
dico quod sic !®: secondo Holcot, la
logica aristotelica è logica naturale, e la sua validità non trova eccezione
nell’ambito della nostra esperienza. Essa è quindi formale nell'ordine della
natura. Ma la logica aristotelica non è una logica universale valida in ogni
materia (non è applicabile, ad tr pio, al dato rivelato, come al problema della
trinità) e in tal senso non è logica formale. Forse altri testi potranno ts
mentare meglio e chiarire con quale coscienza i maestri Fa ev si servissero dei
propri strumenti scientifici, e quindi della logica Ma sembra incontestabile
che qui s’affaccia 1 esigenza di una logica formale, la cui validità si estenda
ad ogni campo del sapere e non dipenda dalle particolarità della materia
trattata, De sia cioè condizionata dai princìpi di questa, ma ubbidisca solo ai
propri princìpi. Prima di concludere, è il caso di spendere qualche parola per
presentare questo lavoro e per collocarlo in rapporto ai temi ora accennati. na
. Ciascuno dei capitoli nei quali esso si articola è dedicato ie studio di un
termine o gruppo di termini, e quindi di una dotin modo et in figura, negatur
conclusio, quia in conclusione obviat cera oppositio; sicut si arguitur sic:
haec essentia est pater, haec essentia t.filius, ergo filius est pater; et
utraque praemissarum est vera, et app: ispositio tertiae figurae . . de"
Ivi (continuaz. del testo della n. prec.). Il passo è gar w F. Horemann,
Holcot. Die Logik in der Theologie, in Lo ssd Mediaevalia, 2: Die Metaphysik im
Mittelalter. Vortrige des si mi nalen Kongresses fiir mittelalterliche Philosophie
(Kéln 31 Aug.-6 Sept. 9 herausg. P. Wilpert-W.P. Eckert, Berlin 1963, p. 633. 44
Alfonso Maierà trina, che ha un certo rilievo nel quadro dell’insegnamento
logico della tarda scolastica. L’ordine con cui si succedono i capitoli non è
quello strettamente alfabetico. Il criterio alfabetico si compone con quello
dell’affermarsi cronologico delle dottrine. La combinazione dei due criteri ha
portato a una disposizione che, pur salvando la varietà dei temi trattati,
forse conferisce una certa unità all’esposizione. Le dottrine, proprie della
logica modernorum, relative ai termini e alle proposizioni hanno trovato una
particolare sistemazione in due specie di trattati che corrispondono a diversi
punti di vista. Uno è quello fornito dal de sensu composito et diviso: si pensi
al trattato di Heytesbuty). L’altro corrisponde a quello della probatio
propositionis -quale si trova, ad esempio, nello Speculum di Billingham. Si è
dato un certo rilievo a questi temi per due motivi. Primo, perché sembra siano
le dottrine verso le quali confluiscono le altre. Si vedano i rapporti tra
appellatio e senso composto e senso diviso, tra ampliatio e propositio modalis,
tra suppositio confusa, descensus e probatio, tra propositio modalis e
probatio, tra la dottrina della probatio e quella del senso composto e del senso
diviso: è una fitta rete di nessi che corre da un tema all’altro. Secondo,
perché i due punti di vista, in certo senso concorrenti, finiscono per
unificatsi. Il de sensu composito et diviso è in genere analizzato per mezzo
della dottrina della probatio dai filosofi italiani. Il rapporto tra di essi
costituisce uno dei temi più interessanti della filosofia scolastica del
linguaggio. I capitoli appellatio, ampliatio-restrictio, e copulatio affrontano
una problematica che, pur presente nella tarda scolastica, non ha ricevuto un
impulso notevole in quel periodo. Essi infatti svolgono una tematica
caratterizzante: le prime discussioni sulle proprietates terminorum. Segue un
capitolo che studia un aspetto della suppositio. La dottrina della suppositio
rappresenta il frutto più maturo dei parve logicalia e apre la strada allo
studio dei termini dal punto di vista della logica degli enunciati. Qui se ne
tratta un capitolo particolare, la confusio, al quale i logici della tarda
scolastica fanno continuamente riferimento e che mostra la tendenza a una nuova
organizzazione della dottrina in un quadro più ampio. Seguono capitoli dedicati
alla propositio modalis, alla probatio propositionis, al sensus compositus e al
sensus divisus, che dovrebbero meglio documentare la capacità di analisi dei filosofi
alle prese con un linguaggio storico e informale come IL LATINO mentre aspirano
a fondare un linguaggio scientifico, ideale, o formale. Quanto di tutto ciò la
logica derivi dalle dottrine grammaticali si vedrà nei singoli casi. Rijk, nella
sua Logica modernorum fa un primo bilancio dei termini che la logica fa propri RICAVANDOLI
DALLA GRAMMATICA FILOSOFICA O RAZIONALE. Di essi ricordiamo suppositio,
appositio, appellatio, IMPLICATIO, IMPLICITVM-EXPLICITVM, incongruu. Ma bisogna
aggiungere che la logica necessariamente fa leva sulle dottrine grammaticali
nella sua indagine sulle strutture linguistiche
del LATINO. Si pensi allo studio delle parti del discorso, in
particolare del NOME con i suoi casi (si veda la funzione dei casi obliqui in
contrapposizione al caso rectus), e del verbo e del tempo di esso. Del pronome
relativo e l’ANAFORA, la CATAFORA, l’ENDOFORA, e l’ESSOFORA, in rapporto al
problema della supposizione, la prae-suppositio, e l’implicatura. Si pensi al
rapporto tra forma avverbiale e forma causalis o nominale del modo; e, ancora,
a quanto siano presenti le dottrine delle costruzioni sintattica – SINTASSI,
SEMANTICA, PRAMMATICA -grammaticali, indipendenti, nella vox attiva o vox passiva,
e dipendenti (dictu72) e, in particolare, all’importanza che esse rivestono per
l’esame del senso composto e del senso diviso. Si vedrà se, e quale, utilità
possa venire alla discussione di problemi affrontati dai filosofi del
linguaggio del nostro tempo, come H. P.
GRICE, dalla lettura di testi del genere. Segnaliamo soltanto alcuni punti nei
quali il confronto risulta immediatamente interessante: 140 Op. cit., I, pp.
20-22; ma cfr. tutta la prima parte del secondo volume della stessa opera. la
dottrina dell’impositio richiama alla mente la critica della dottrina del nome
avanzata da ‘Vitters.’ La consignificatio temporis è negata’ da Russell. La
dottrina della copula e della predicazione può essere esaminata alla luce dell’ONTOLOGIA
– come rama della metafisica, come ha fatto D.P. Henry, sequendo H. P. GRICE –
“Semantics and METAPHYSICS,” Part II to his “Studies in the Way of Words”. Per
quanto riguarda i modali. Si veda l'esame dei particolari egocentrici e degli
atteggiamenti enunciativi operata da Russell. Si tratta solo di alcuni
argomenti e punti di contatto che permettono però di notare come il ripropotsi,
a distanza di tanti secoli, degli stessi temi sottolinei quanto siano
insoddisfacenti le formulazioni e le soluzioni finora affacciate, se la ricerca
intorno ad essi continua con impegno. Cfr. Ricerche filosofiche, ed. it. a cura
di M. TRINCHERO (si veda), Torino: ad es., $ 40, pp. 31-32. 14 Cfr. A Inquiry
into Meaning and Truth, tr. it. di L. Pavolini col titolo Significato e Verità,
Milano. Cfr. Henry, The De Grammatico of AOSTA: The Theory of Paronymy, Notre
Dame Ind.., che utilizza C. LEJEWSKI, On Lesniewski's Ontology, Ratio; per i particolari egocentrici, e per
gli atteggiamenti enunciativi. APPELLATIO. Appellatio —mpoonyopia
nell'antichità. Il valore primo e fondamentale dei termini appellatio e
appellare è, rispettivamente, atto di NOMINARE (DESSINARE) o semplicemente
‘nome’, e ‘nominare’, ‘designare’ DESSINARE. DISENNARE. Ma appellatio rende la
“rpoonvopia”, fra l’altro, in due contesti: quello aristotelico o LIZIO delle “Categorie”
e quello del PORTICO delle dottrine grammaticali. In rapporto al testo
aristotelico e all’insegnamento DEL PORTICO si sono costituite due tradizioni.
Di esse la più antica, e più ampiamente testimoniata, è senza dubbio la
seconda. Un primo cenno si trova nel spagnuolo Quintiliano, il quale,
discutendo del numero delle parti del discorso, si chiede se npoonvopia sia da
considerare una specie di nome o una autonoma parte del discorso -in questo
secondo caso, NOMEN è quella parte del discorso indicante una qualità propria,
individuale, esempio: ‘SOCRATE,’ o GRICEVS, STRAWSONIVS e PEARSIVS -mentre
appellatio è la parte del discorso indicante una qualità comune, esempio:
‘uomo’ -e se il termine “npoonvopia” sia da rendere indifferentemente con “vocabulum”
o [Cfr. Thesaurus linguae latinae, appellare, appellatio. Cfr. però L. ApAmo, BOEZIO
e VITTORINO traduttori e interpreti dell’ Isagoge di Porfirio, Rivista critica
di storia della filosofia, il quale rileva che Vittorino rende prevalentemente “xamyopeiv” con “appellare,”
xaxmyopla con “appellatio”, xatnYyopobpevos con appellativus. appellatio,
oppure se “vocabulum” debba essere distinto da appellatio, indicando il primo
termine i nomi comuni di corpi, visibili e tangibili, e il secondo i nomi
comuni di cose invisibili e non tangibili. Come è noto, per i grammatici
filosofici della tarda antichità il NOMEN può essere PROPRIVM *o* APPELATIVO. Un
NOME PROPRIO DESIGNA i nomi di persona
(o animale – H. P. GRICE, “Bellerophon rode Pegasus”). IL NOME APPELLATIVO i
nomi comuni: la dottrina del PORTICO è qui evidentemente ripresa. In questo
contesto è frequente il richiamo, esplicito [Institutiones oratoriae, ed.
Radermacher, Lipsiae. Paulatim a philosophis ac maxime Stoicis PORITCO auctus
est numerus (sc. partium orationis), ac primum convinctionibus articuli
adiecti, post praepositiones: nominibus appellatio, deinde pro-nomen, deinde
mixtum verbo participium, ipsis verbis adverbia. noster sermo articulos non
desiderat ideoque in alias partes orationis sparguntur, sed accedit
superioribus interiectio. alii tamen ex idoneis dumtaxat auctoribus VIII partes
secuti sunt, ut ARISTARCO et aetate nostra PALEMONE, qui vocabulum sive
appellationem nomini subiecerunt tamquam speciem eius, at ii, qui aliud nomen,
aliud vocabulum faciunt, novem. nihilominus fuerunt, qui ipsum adhuc vocabulum
ab appellatione diducerent, ut esset vocabulum corpus visu tactuque manifestum
‘domus lectus’, appellatio, cui vel alterum deesset vel utrumque ‘ventus caelum
deus virtus’. adiciebant et adseverationem,ut ‘eheu’, et tractionem ut
‘fasciatim’: quae mihi non adprobantur. vocabulum an appellatio dicenda sit
tpoonyopla et subicienda nomini necne, quia partvi refert, liberum opinaturis
relinquo. Ma appellatio vale nomen per Quintiliano: cfr. ivi, XII, 10, 34, vol.
II,408: res plurimae carent appellationibus. Più generalmente, per il valore del
termine APPELLATIO IN RETORICA, cfr. H. Lausserc, Handbuch der literarischen
Rbetorik. Eine Grundlegung der Literaturwissenschaft, Miinchen, Registerband. Stoicorum
veterum fragmenta, ed. Arnim, Lipsiae, $ 21 Diocles Magnes apud Diog. Laért.
VII, 57: toù Sì Xbyov tori pépn Evie, die gno Avoyévne TE Èv TD Tepi pwviig xa
Kpbatrrog * $voua, mpoonvopia, pfua, oiviecos, &pipov e $ 22: Diocles
Magnes apud Diog. Laért. VII, 58: tot Sì mpoonyopla pév, xatà tèv Atovivnv,
pépos Xbyov omuatvov xouviy Toubenta, olov “Uvapwroc”, “Immoc”. dvopa SE tot
pepog Abyov SnXoiy idtav mowrtnta, olov Atoyévng, Zwxpktng. Presso il PORTICO tpoonyopia
è parte del discorso accanto a $vopua, non una sottoclasse di esso, come sarà PER
I LATINI. per i latini.] o implicito, alla distinzione tra vocabulum e
appellatio. La tradizione aristotelica è legata a due passi delle Categorie.
Aristotele pone la definizione dei termini denomi[Prisciano però ripete la
dottrina originale. In Grammatici latini. Secundum stoicos PORTICO vero V sunt
eius (sc. orationis) partes: nomen, appellatio, verbum, pronomen sive
articulus, coniunctio. nam participium connumerantes verbis participiale verbum
vocabant vel casuale, e aggiunge, in
Grammatici latini. Sic igitur supradicti philosophi [del PORTICO] etiam
participium aiebant appellationem esse reciprocam, id est dvTavaNALO TOY
mpoomyoplav, hoc modo: LEGENS EST LECTOR et LECTOR LEGENS, CVRSOR EST CURRENS
et CVRRENS CVRSOR, AMATOR EST AMANS et AMANS AMATOR, vel nomen verbale vel
modum verbi casualem. La lettura di alcuni passi dei grammatici mostra quanto
fosse articolata la discussione relativa a appellatio in rapporto al nome (per
altre occorrenze, cfr. Thesaurus linguae latinae, appellatio): DiomEDIS Artis grammaticae libri III, ex rec.
H. Keilii, I, in Grammatici latini, cit., I, Lipsiae. Dopo aver definito il NOMEN pars orationis cum casu sine tempore rem
corporalem aut incorporalem proprie communiterve significans, aggiunge. Sed ex
hac definitione SCAURO dissentit. separat enim a nomine appellationem et
vocabulum. et est hotum trina definitio talis: appellatio quoque est communis
similium rerum enuntiatio specie nominis, ut HOMO VIR femina mancipium leo
taurus. item vocabulum est quo res inanimales vocis significatione specie nominis
enuntiamus, ut arbor lapis herba toga et his similia. Ma cfr. Appellativa
nomina sunt quae generaliter communiterque dicuntur. haec in duas species
dividuntur, quarum altera significat res corporales, quae videri tangique
possunt (i altera incorporales, quae intellectu tantum modo percipiuntur, verum
neque videri nec tangi possunt; Ex CWarISsII arte grammatica excerpta. Nomina
aut propria sunt aut appellativa e Appellatio dicitur quidquid praeter proprium
nomen est. appellativa nomina sunt quae generaliter communiterque dicuntur.
haec in duas species dividuntur. alia enim significant res corporales, quae
videri tangique possunt, et a quibusdam vocabula appellantur, ut HOMO arbor
pecus. Alia quae a quibusdam appellationes dicuntur et sunt incorporalia, quae
intellectu tantum modo percipiuntur, verum neque videri nec tangi possunt, ut
est VIRILITA – H. P. GRICE, “HORSENESS” --, pietas iustitia. ea nos appellativa
dicimus ; PrIScIANO, in Grammatici latini. Quidam autem IX dicebant esse partes
orationis, appellationem addentes separatam a nominibus, alii autem nativi o paronimi (distinguendoli da quelli
univoci e da quelli aequi-voci) nel seguente modo, secondo la traduzione di
Boezio. De-NOMI-nativa vero dicuntur quaecumque ab aliquo solo differentia casu
secundum nomen habent appellationem [tv xatà tobvoua mpoomyopiav éxe], ut a
grammatica grammaticus, et a fortitudine fortis . Sono partonimi quei termini
che hanno appellazione, cioè traggono la loro funzione di NOMINARE e quindi la
loro forma lingui, alii XI. his alii addebant etiam vocabulum et interiectionem
apud Graecos. Proprium est nominis substantiam et qualitatem significare. hoc habet
etiam appellatio et vocabulum. Ergo tria una pars est orationis. Hoc autem
interest inter proprium et appellativum, quod appellativum naturaliter commune
est multorum, quos eadem substantia sive qualitas vel quantitas generalis
specialisve iungit; Donato, Ars grammatica, in Grammatici latini. Nomen unius hominis,
appellatio multorum, vocabulum rerum est. sed modo nomina generaliter dicimus.
Qualitas nominum bipertita est, aut enim propria sunt nomina aut appellativa .
appellativorum nominum species multae sunt. alia enim sunt corporalia alia incorporalia;
POMPEO Commentum Artis Donati, ex rec. H. Keilii, in Grammatici latini, Lipsiae. Qualitas nominum principaliter
dividitur in duas partes. omnia enim nomina apud Latinos aut propria sunt aut
appellativa. Sunt nomina appellativa quae appellantur corporalia, sunt quae
incorporalia, e ConsENTII Ars grammatica, ex rec. H. Keilii. Qualitas nominum
in eo est, ut intellegamus, utrum nomen quod positum fuerit appellativum sit,
an proprium. appellativa enim nomina a genere et specie manant. Appellativa
autem nomina, quae a genere et specie manare diximus, plures differentias
habent. nam vel rem corporalem vel incorporalem significant. Della distinzione
nomen-appellatio-vocabulum resta traccia nei commenti a Prisciano: cfr. quello
di Guglielmo di Conches, (in Rijg, Logica modernorum), quello d’ELIA (si veda)
e la glossa Promisimus (ivi, p. 260). 6 Cat. 1, la 12-15 (l’espressione messa
in parentesi è alla r. 13); transì. Boethii, Aristoteles latinus; cfr. STEINTHAL, Sprachwissenschaft
bei den Ròmern, Berlin. Nur ist allerdings xxtnyopia bei Aristoteles nicht véllig gleichbedeutend
mit rpoonyopia und Uvopa, so wenig wie xamnyopeiv] stica, da un altro termine,
che può essere detto principale o primitivo – RYLE, “FIDO”-FIDO --, con la sola
differenza, rispetto ad esso, della terminazione, o suffisso. Invece, dopo aver
precisato che le sostanze prime significano l’individuo (q68e qu, hoc aliquid),
Aristotele afferma: In secundis vero substantiis videtur quidem similiter ad
appellationis figuram [o sub appellationis figura, sub figura appellationis: o
oynua tig mpoonyoplas] hoc aliquid significare, quando quis dixerit HOMINEM
HOMO hominem vel animal. Non tamen verum est, sed quale
aliquid [motéy 7v] significat (neque enim unum est quod subiectum est
quemadmodum prima substantia, sed de pluribus homo dicitur et ani mal). Non
autem simpliciter qualitatem significat, quemadmodum album (nihil enim
significat album quam qualitatem), genus autem et speciem circa substantiam
qualitatem determinant (qualem enim quandam substantiam significant). Secondo Aristotele, mentre
i nomi delle sostanze prime designano la realtà individuale, un nome di una
SOSTANZA SECONDA desi[dasselbe ist wie rpoonyopevtw; sondern xatmyopia in der
hier gemeinten Bedeutung entspricht noch eher dem platonischen Ausdrucke
èrwwwyia. Wahrend nimlich évopa, Wort, nur das lautliche ovuforov, Zeichen, der
Sache ist, und in npoonyopia die Anwendung dieses dvoua auf die mit demselben
bezeichnete Sache liegt: ist xatnyopta das Wort, insofern es nicht bloss
Zeichen ist, sondern zugleich das Bezeichnete in sich fasst, d. h. das Wesen
und die Bestimmung der Sache aussagt und insofern Begriff ist . È da notare che
PrISCIANO (in Grammatici latini) dà come DE-NOMI-NATIVO il SOSTANTIVO rispetto
all’AGGETTIVO [cfr. H. P. GRICE, “FIDO IS SHAGGY”] (es. SAPIENS SAPIENTIA), che
è il contrario di quanto si può vedere in Aristotele (del quale si veda anche
Cat.). Per principale: cfr. Boezio, In Cat. Arist., cit., 168A; per primitivo:
cfr. Martino DI Dacia, Modi significandi, in Opera, ed. Roos, Hauniae (cfr.
PriscIano, in Grammatici latini. Transl. Boethii, Aristoteles latinus; la prima variante è in
apparato critico, la seconda è corrente. 9 Cfr. Cat.; transl.] gnano il genere
e la specie. PRIMA SOSTANZA: ‘quest'uomo’ o ‘questo cavallo’ e SOSTANZA in
senso proprio. LA SECONDA SOSTANZA, ‘uomo’ o ‘animale’, pur utilizzando gli
stessi nomi che designano le sostanze prime (‘quest’'UOMO’ e ‘UOMO’), in realtà
designano di esse le qualità comuni. Sono — precisano i filosofi — degl’UNIVERSALI.
E l’UNIVERSALE, secondo la definizione aristotelica, è ciò che è predicabile di
più. Così, questo testo si presta ad essere accostato da un lato alla
definizione di NOMEN appellativum – SOSTANTIVO COMUNE --, poiché nome
appellativo è il nome comune, e ciò che in grammatica è detto ‘COMUNE’ in dialettica
è detto ‘universale’; dall’altro, al primo testo dello stesso Aristotele,
giacché, se ad esempio grammaticus deriva da grammatica, e grammatica è una
qualità, come album deriva da albedo e designa principalmente una qualità, sarà
lecito chiedersi, per un verso, se LA SOSTANZA SECONDA va considerate nella
categoria della qualità e, per un altro verso e soprattutto, se, e come,
‘gramma-] Boethii, Aristoteles latinus. Cfr. Copulata tractatuun parvorum
logicalium (ed. Colonia) che fa derivare la dottrina dell’appellatio da questo
passo (in BòHNER, Medieval Logic). Cat., De interpr. Cfr.
Introductiones Parisienses, Quidam terminus COMMUNIS SIVE UNIVERSALIS SIVE
APPELLATIVVS [“shaggy”]; Cfr. Occam, Summa logicae. Et ita omnia illa nomina
communia, quae vocantur secundae substantiae, sunt in praedicamento qualitatis,
accipiendo esse in praedicamento pro eo, de cuius pronomine demonstrante ipsum
praedicatur qualitas. Omnia tamen illa sunt in praedicamento substantiae,
accipiendo esse in praedicamento pro illo, de quo significative sumpto
praedicatur substantia. Unde in ista propositione: ‘Homo est animal’, vel:
‘Homo est substantia’, ‘homo’ non supponit pro se, sed pro suo significato. SI
ENIM SUPPONERET PRO SE, HAEC ESSET *FALSA*: ‘Homo est substantia’, et haec VERA:
‘Homo est qualitas’. Sicut si haec vox ‘homo’ supponat pro se, haec est FALSA:
‘Homo est substantia’, et haec VERA: ‘Homo est vox et qualitas’. Et ita
secundae substantiae non sunt nisi quaedam nomina et qualitates praecise
significantes substantias. Et propter hoc, et non propter aliud dicuntur esse
in praedicamento substantiae. Si noti però] tico” o ‘bianco’ possano designare
una sostanza. All’impostazione del problema contribuiscono due dottrine, cioè
la definizione di NOMEN data da Prisciano. Proprium est nominis significare
substantiam et qualitatem. O, come leggeno i filosofi substantiam cum
qualitate, e l’affermazione boeziana relativa alla costituzione degli esseri. In
una sostanza diversum est esse et id quod est. L’ id quod est è la sostanza
completa, ed è tale grazie a un esse, a una forma, che è un quo est, ciò grazie
al quale la sostanza diviene quello che è, ciò di cui la sostanza partecipa. La
dottrina grammaticale del nome, substantia et qualitas , si presta ad essere
interpretata alla luce della dottrina boeziana, per la quale la sostanza,
designata dal nome, è un composto, un quod est, e si costituisce in virtù di un
quo est, una forma. Ci si chiede: ciò è vero di tutti i nomi, non solo dei
denominativi e dei nomi di sostanza seconda, ma anche dei nomi di sostanza
prima. E come si può articolare nella PREDICAZIONE tale distinzione: ponendo a
soggetto la substantia, secondo la terminologia grammaticale, o il suppositum, secondo
la termi[che Boezio, In Arist. Periermenias, forma nomi di qualità dai nomi di
individui. Alia est enim qualitas singularis, ut Platonis vel Socratis, alia
est quae communicata cum pluribus totam se singulis et omnibus praebet, ut est
ipsa humanitas. Age enim incommunicabilis Platonis illa proprietas PLATONITAS,
SOCRATITAS, GRICEITAS, STRAWSONITAS, PEARSITAS, appelletur. eo enim modo
qualitatem hanc PLATONINATE – Platonitatem -ficto vocabulo nuncupare possimus,
quomodo hominis qualitatem dicimus humanitatem. È il problema posto nel De grammatico
d’AOSTA. Prisciano, op. cif., II, 18 (cfr. la prec. n. 5); per l’uso,
cfr.CHENU, La théologie au douzième siècle, Paris (è qui ripreso e parzialmente
modificato l’articolo Grammaire, Archives d’histoire doctrinale. Cfr. Girson,
La philosophie au moyen dge, Paris CHENU), e a predicato ciò che vien detto
rispettivamente la qualitas il
significatum. I filosofi hanno sviluppato questi temi, mentre nei secoli
successivi le dottrine fissate vengono tramandate in modo sostanzialmente
immutato. La storia della teoria dei paronimi o denominativi (o derivati) è
stata di recente ricostruita da Henry che ha studiato il De grammatico d’Aosta.
Riprendiamo qui le linee generali della dottrina anselmiana e seguiamo lo
sviluppo del problema. È noto che Boezio pone tre condizioni perché si abbiano
i termini denominativi: Tria sunt autem necessaria, ut denominativa vocabula
constituantur. Prius ut re participet, post ut nomine, postremo ut sit quaedam nominis
TRANS-FIGURATIO, ut cum aliquis dicitur a FORTITUDINE FORTIS, est enim quaedam
fortitudo qua fortis ille participet, habet quoque nominis partecipationem,
fortis enim dicitur. At vero est quaedam transfiguratio, fortis enim et
fortitudo non eisdem syllabis terminantur. ALBERTO Magno, I Sent., d. 2, a. 11,
sol. (cit. in CHENU, Duo sunt attendenda in nomine, scilicet forma sive ratio a
qua imponitur, et illud cui imponitur; et haec vocantur a quibusdam
significatum et suppositum, a grammaticis autem vocantur qualitas et substantia.
L’influenza di
Porfirio è stata determinante per una impostazione del problema in termini di
predicazione: cfr. Moody, The Logic of William of Ockbam, London, in part. p.
74. 19 MartINno DI Dacia, /.c.; ma cfr. Cassionoro, Irstitutiones, cit., II,
iii, 9, p. 113: denominativa, id est derivativa [....] . 20 Cfr. Henry,
The De grammatico ..., cit., pp. 79-101 (per la ricostruzione
storica del problema: in questo saggio sono sistemate le ricerche precedenti
dell’autore), e The Logic of St. Anselm, Oxford. In Cat. Arist., cit., 168A-B.
L’analisi delle tre condizioni in HenRry, The
De grammatico A fondamento di
questa interpretazione è la dottrina boeziana della costituzione dell’essere
mediante la partecipazione a una forma, e quindi al nome che la designa: il
denominativo si ricava dal nome della forma, e si differenzia da questo
soltanto nella parte terminale. Con ciò non è ancora risolto il problema, se il
nome ottenuto significhi principalmente la forma o il soggetto al quale
inerisce. Altrove, però, lo stesso Boezio afferma che ALBUM [SHAGGY] è detto
denominative di un corpo e perciò può essere predicato del nome di corpo, ma
non è possibile che la definizione di album o SHAGGY, e tutto ciò che essa
contiene, possa essere predicata del subiecium, cioè del nome che funge da
soggetto. Diverso è il caso di animal, detto di homo: animal non solo può
essere predicato di homo, ma, essendo esso posto nella definizione di homo, la
definizione di animal può essere predicata di homo. Vengono così a configurarsi
due tipi di predicazione secondo Boezio: una predicazione secundum accidens, e
si ha quando si predica del subiectum ciò che è in subiecto, e una predicazione
de subiecto (o in eo quod quid) o essenziale – H. P. GRICE, IZZING, NOT HAZZING
--, e si ha quando una parte della sostanza è predicata della sostanza stessa.
Questo secondo modo di predicazione ha luogo quando le sostanze seconde sono
dette di sostanze prime (non solo, in tal caso, è predicabile il nome, ma anche
la ratio o definitio del nome. Ma quando un denominativo è predi[Cosa siamo
soggetto (“FIDO”) e predicato (“SHAGGY”) è detto da Boezio, In Arist.
Periermenias. Termini autem sunt nomina et verba, quae in simplici propositione
praedicamus, ut in eo quod est Socrates disputat, “Socrates” (FIDO) et disputat
(IS SHAGGY) termini sunt. et qui minor terminus in enuntiatione proponitur, ut
Socrates (FIDO), subiectus dicitur et ponitur prior; qui vero maior,
praedicatur et locatur posterior, ut disputat (IS SHAGGY); cfr. HeNRY, The
Logic of St. Anselm. Boezio, In Cat. Arist.; cfr. HENRY, The Logic of St.
Anselm] cato di un subiectum, la PREDICAZIONE attiene al nome, non alla ratio o
definitio del nome. Si vede bene, dunque, che altro è il modo in cui uomo
(SHAGGY) è detto di Socrate (FIDO), o ‘animale’ di uomo, altro è il modo in cui
album (SHAGGY) è detto di una sostanza qualsiasi. E poiché album (o grammaticus
o SHAGGY) non è il nome della qualità (albedo, grammatica, SHAGGINESS,
HORSENESS, PLATONITAS), ma di un quale, cioè di un soggetto cui la qualità
inerisce (è nome cioè non della sua razio, ma del subiectum), bisogna precisare
in che modo esso denoti il subiectum. Anselmo nel De grammiatico fa porre così
il problema dal Discepolo. De grammatico peto ut me certum
facias utrum sit substantia an qualitas. I termini usati sono quelli della definizione del
nome data da Prisciano, ma posti in disgiunzione -substantia an qualitas. Ben
presto però, nel corso della discussione tra Maestro e Discepolo, si cerca di
spiegare come grammaticus sia substantia ET qualitas. Per comprendere la
risposta data dal Maestro nel testo di Anselmo, si consideri innanzi tutto
l’analisi che egli fa di homo: Nempe nomen hominis per se et ut unum significat
ea ex quibus constat TOTVS VEL OGNI homo. In quibus substantia
principalem locum tenet, quoniam est causa aliorum et habens ea, non ut
indigens illis sed ut se indigentia. Nulla enim est differentia substantiae sine qua
substantia inveniri non possit, et nulla differentiarum eius sine illa potest
existere. Quapropter quamvis omnia simul velut unum totum sub una
significatione uno nomine appelletur ‘homo’, sic tamen principaliter Boezio, In
Cat. Arist., cit., 191A-B. All’origine della distinzione tra definizione
nominale e definizione essenziale è Anal. post. II, 10 (93b 29 sgg.) secondo ScHnoLtz, Storia della logica, tr. MELANDRI
(si veda) Milano. Cfr. De Grammatico, in S. Anselmi Opera omnia, ed. Schmitt,
I, Edimburgi; Anselmo stesso c’informa che il problema e molto dibattuto al suo
tempo. Tamen quoniam scis quantum nostris temporibus DIALECTICI certent de
quaestione a te proposita hoc nomen est significativum et appellativum
substantiae: substantia est homo et homo substantia. Si legga di seguito la
risposta fornita al Discepolo per quanto riguarda grammaticus: Grammaticus (SHAGGY)
non significat hominem et grammaticam ut unum, sed grammaticam (SHAGGINESS) per
se et hominem per aliud significat. Et hoc nomen quamvis sit
appellativum hominis, non tamen proprie dicitur eius significativum; et licet
sit significativum grammaticae, non tamen est eius appellativum. Appellativum autem nomen
cuiuslibet rei nunc dico, quo res ipsa usu loquendi appellatur. Secondo
Anselmo, dunque, ciò che distingue l’uso di homo e di grammaticus è che il
primo per se et ut unum significat ea ex quibus constat homo, il secondo non
significat hominem et grammaticam ut unum, sed grammaticam per se et hominem
per aliud significat; il primo è un nome di sostanza e quindi,
boezianamente, praedicatur de subiecto:
esso significa e nomina la sostanza -est significativum et appellativum
substantiae --, cioè, ancora boezianamente, esso può essere predicato di un
sudiectum non solo come nomen, ma anche quanto alla ratio o definitio del nomen.
Il secondo è nome di un composto di sostanza e accidente, composto denominato dall’accidente
che inerisce alla sostanza: non qualitas, quindi, ma quale. Il suo nome è
predicabile del subiectum-composto, non lo è la sua definitio, 0 ratio: la
praedicatio secundum accidens importa che ciò che è predicato non costituisca
sostanzialmente un unum aliquid con la sostanza cui inerisce e da cui dipende
sostanzialmente. Cfr. AristoTELE, De interpr. 11, 21a 7-15; transl.
Boethii, Aristoteles latinus. Eorum
igitur quae praedicantur et de quibus praedicantut, quaecumque secundum
accidens dicuntur vel de eodem vel alterum de altero, haec non erunt unum; ut
homo (FIDO) albus (SHAGGY) est et musicus, sed non est idem musicus et albus. Accidentia
enim sunt utraque eidem. Perciò altra è la significazione, altra la funzione
nominativa di grammaticus. Esso significa per se l’accidente, ma nomina il
subiectum, l’uomo che ha la grammatica; il subiectum è significato
obliquamente, o secondariamente, per aliud, ma è propriamente nominato. L’accidens
è significato primariamente, ma non è nominato. Vengono così differenziandosi
due funzioni proprie del nomen: una è la significatio, l’altra è l’appellatio. Anselmo
usa poco questo ultimo termine, ma usa molto appellativus, appellare. La prima
è ordinata al significato, l’altra al REFERENTE (DESIGNATUM, DENOTATUM); e
l’appellatio è qui lontana anticipazione della teoria della supposizione. Nelle
sue opere, Anselmo prospetta, fra l’altro, la possibilità di considerare il
rapporto tra i nomi come humanus SHAGGY e humanitas SHAGGINESS; poiché tuttavia
tra di essi non corre un vero e proprio rapporto di paronimia, egli non ne
affronta l’analisi. La considerazione di casi come questo avrebbe però permesso
di dare al problema un respiro più ampio, come si vede in Occam. Qualche
decennio dopo AOSTA, Abelardo riprende il problema in un contesto in cui la
presenza di Prisciano si è fatta più determinante. Va notata, innanzitutto, la
distinzione che Abelardo scorge tra il diverso valore di qualità in Aristotele
e [Nec si album musicum verum est dicere, tamen non erit album musicum unum
aliquid. Secundum accidens enim MUSICUM ALBUM, quare non etit ALBUM MUSICUM. Quocirca
nec citharoedus bonus simpliciter, sed animal bipes; non enim secundum accidens
; cfr. Henry, The Logic of St. Anselm. Un cenno in tal senso in BòunER,
Medieval Logic; ma cfr. D.P. Henry, The Early History of Suppositio; sonlin Stadics, ripreso in The
Logic of St. Anselm; ev appendice 2, n. 1. Henry rende significatio
per se con meaning e appellatio con
reference (cfr. The De grammatico ). Per
appellatio in AnseLMo, cfr. De Grammatico. Cfr. Epistola de incarnatione Verbi,
in Opera omnia, Romae; ma v. Henry, The
De grammatico . in Prisciano: mentre per Aristotele qualità denota tutto
ciò che è considerabile sotto la categoria della qualità, Prisciano ritiene che
qualità sia nome di tutte le forme: omnium formarum nomen accipitur. Ciò
permette di considerare qualsiasi forma, quindi anche le forme sostanziali,
come qualità, e spiega come si siano moltiplicati i nomi astratti per indicare
le forme (es. deus/deitas), e si sia posto il problema di ciò che li
differenzia dai corrispondenti nomi concreti. Per quanto riguarda più
direttamente il problema dei paronimi, è da dire che Abelardo include questi
termini tra i nomina sumpta, i quali si distinguono dai nomina substantiva
perché sono detti delle cose semplicemente per significare la forma che ad esse
inerisce: essi #0 determinano la sostanza delle cose, ma denotano ciò che è
affetto da una certa qualità. 32 AseLARDO, Dialectica, Cfr. CHENU, pet quanto
riguarda i nomi divini.Ma già Anselmo parla di nomen sumptum (cfr. Henry, The
Logic of St. Anselm, cit., p. 64; s. ANSELMO, Epistola de incarnatione Verbi,
cit., p. 13; cfr. glossa Promisimus, in De Rx, Logica Modernorum, Il, i, cit.,
p. 262. Per AseLARDO, cfr. Logica ‘Ingredientibus'. Sunt autem omnia
denominativa vocabula sumpta, non autem omnia sumpta sunt denominativa. Sumpta
autem vocabula ea dicimus, quae simpliciter propter adiacentem formam
significandam reperta sunt, ut “rationale”, “album”, “FAT,” “SHAGGY.”. Non enim
‘rationale’ dicit animal rationale vel ‘album’ corpus album, sed simpliciter
‘rationale’ ponit affectum rationalitate, ‘album’ affectum albedine, non etiam
substantiam rei, quid sit, determinat. Sumptorum veto tria sunt genera, quia
quaedam cum nomine formae in materia vocis ex toto conveniunt, ut “grammatica”
o Letizia nomen mulieris cum grammatica nomine scientiae o stato d’animi.
Quaedam vero penitus a nomine formae differunt, ut studiosus a virtute, quaedam
autem cum per principium conveniant, per finem disiuncta sunt, ut fortis
fortitudo, quae cum in primis syllabis conveniant, in ultimis differunt. Et
haec tantum sumpta, quae scilicet principio conveniunt cum nomine formae et
fine differunt, denominative esse determinat. Denominativa dicuntur subiecta
illa quae habent appellationem ab aliquo, hoc est vocabulum quodcumque
significans ex forma adiacente secundum nomen, id est similitudinem nominis
ipsius formae, ut iam est expositum. Cfr. Dialectica. Sicut autem nomina
quaedam substan[Ci si chiede quindi in quale categoria vadano considerati i
nomina sumpta, e si risponde: quando contingit idem vocabulum res diversorum
praedicamentorum significare, secundum principalem significationem in
praedicamento ponendum est, ut album quod albedinem principaliter significat,
propter quam maxime repertum est atque ubique eam tenet, quam etiam praedicare
dicitut; e ancora: Cum enim tradat grammatica omne nomen substantiam cum
qualitate significare, album quoque, quod subiectam nominat substantiam et
qualitatem determinat circa eam, utrumque dicitur significare. Sed qualitatem
quidem principaliter, causa cuius impositum est, subiectum vero secundario.] tiva
dicuntur, quae rebus ipsis secundum hoc quod sunt data sunt, quaedam veto
sumpta, quae scilicet secundum formae alicuius susceptionem imposita sunt, sic
et definitiones quaedam secundum rei substantiam, quaedam vero secundum formae
adhaerentiam assignantur. Cfr. AseLarDOo, Logica ‘Ingredientibus’. Il tentativo
di ricondurre le parti del discorso studiate dal grammatico alle categorie
aristoteliche è già in Distributio omnium specierum nominis inter cathegorias
Aristotelis, ed. Piper, che ha attribuito il trattato a LABEONE (cfr. P. Pier,
Die Schriften Notkers LABEONE und seiner Schule, I, Freiburg i.B.-Tibingen, e
in Zeitschrift fiir deutsche Philologie.
Ma il sec. IX è il terminus ante quem per la composizione del trattato secondo
il De Rx: cfr. On the Curriculum of the Arts of the Trivium at St. Gall Vivarium
Cfr. Dialectica, cit., p. 113; v. anche ivi, At vero in his definitionibus quae
sumptorum sunt vocabulorum, magna, memini, quaestio solet esse ab his qui in
rebus universalia primo loco ponunt, quarum significatarum rerum ipsae esse
debeant dici; duplex enim horum nominum quae sumpta sunt, significatio dicitur,
altera vero principalis, quae est de forma, altera vero secundaria, quae est de
formato. Sic enim ‘album? et albedinem quam circa corpus subiectum determinat,
primo loco significare dicitur et secundo ipsius subiectum quod nominat. Alle
pp. 596 sg. della Didlectica, AseLARDO si chiede se la definizione formatum albedine , sia di 4/bum in quanto
voce oppure della sua significatio, e poiché sembra ovvio che sia definizione
della significatio, chiede ulteriormente se sia della significatio [Richiamando
quanto si è detto della soluzione anselmiana e confrontando ad essa quella
proposta da Abelardo, si può rilevare una stretta analogia tra le due
posizioni: per Anselmo, come per Abelardo, il termine denominativo significa
principal mente la qualità o forma da cui è tratto, e secondariamente il
subiectum che nomina. Il termine NOMINARE di Abelardo ha lo stesso valore
dell’appellare di Anselmo. Non è venuto alcun contributo originale tardo alla
interpretazione del problema dei paronimi.] prima (albedo) o seconda, e mostra
le difficoltà dell’uno e dell’altro caso. Conclude però a proposito della
significatio prima. Dicatur itaque illa definitio albedinis esse non secundum
essentiam suam, sed secundum adiacentiam acceptae. Unde et eam praedicari
convenit et de ipsa albedine secundum adiacentiam, hoc modo: omne album est
formatum albedine, et de omnibus de quibus ipsa in adiacentia praedicatur, e
per la significatio seconda: Potest etiam dici definitio eadem esse huius
nominis quod est album, non quidem secundum essentiam suam, sed secundum
significationem, nec in essentia sua de ipso praedicabitur, ut videlicet
dicamus hanc vocem album esse formatam albedine, sed secundum significationem,
se scilicet consignificando, ac si (si)c diceremus: res quae alba (HORSE,
PLATO) nominatur est formata albedine (HORSENESS, PLATONITAS) Cfr. De Rik,
Logica modernorum, Vincenzo DI BeauvEAIS si limita a richiamare la differenza
tra il procedimento aristotelico della derivazione del paronimo (da fortitudo,
fortis) e quello di Prisciano (da fortis, fortitudo): cfr. n. 6; PreTRo Ispano,
Summulae logicales, ripete la dottrina d’Aristotele e di Boezio, impostando il
problema in termini di predicazione; così, riprende anche la distinzione dici
de subiecto esse in subiecto, che ricorda quella boeziana praedicari de
subiecto-praedicari in subiecto. Eorum vero, quae dicuntur de subiecto, omnia
praedicantur nomine et ratione, ut homo de Socrate et de Platone. Eorum autem,
quae sunt in subiecto in pluribus quidem, neque nomen neque ratio de subiecto
praedicatur, ut haec albedo (SHAGGINESS, PLATONITAS, HORSENESS) vel hoc album
(SHAGGY, PLATO, HORSE). In aliquibus autem nomen nihil prohibet praedicari
aliquando de subiecto, rationem vero praedicari est impossibile, ut album de
subiecto praedicatur, ratio vero albi de subiecto numquam praedicabitur. Le
Sumzyle dello Ps. BACONE riprendono la terminologia e i problemi noti:
dezominativum, sumptum (è il concreto, mentre astratto è il termine dal quale
suzzitur il concreto); diversità del [Ma Occam ha fornito un’analisi esemplare
del nostro problema, inquadrandolo in quello più vasto del rapporto tra nomi
concreti e nomi astratti, dal momento che poi con Duns Scoto, i nomi astratti
formati sulla base di nomi concreti si erano moltiplicati sempre più. Andavano
quindi analizzate tutte le possibilità di rapporti tra nomi concreti e nomi
astratti in modo da poter individuare i paronimi e indicarne correttamente le
valenze significative. Secondo Occam, quattro sono i tipi di nomi concreti e di
corrispondenti nomi astratti; in tre casi però il nome astratto e il nome
concreto sono sinonimi, in quanto le forme astratta e concreta non importano
cose differenti. Innanzi tutto sono sinonimi le forme astratte e concrete della
categoria di sostanza (homo-humanitas), della categoria di quantità
(quantum-quantitas) o che riguardano la figura e sono riconducibili alla
quantità (curvum-curvitas), e della categoria di relazione (pater-paternitas).
Non c’è alcuna distinzione, infatti, nell'unità dell’indi[procedimento del
logico aristotelico e del grammatico di Prisciano. I nomi concreti sono tali
perché significant rem in concrecione et inclinacionem ad subjectum, sive ad
materiam in qua est accidens, quia album idem est quod res alba, res enim
nominat subjectum sive materiam in qua est albedo. Ma è bene ricordare che non
tutti i concreti sono denominativi, giacché, oltre a quelli che designano la
forma accidentale in congiunzione al suo subiectum, ci sono i concreti che
designano la forma sostanziale in unione con la sua materia. Cfr.
Summa logicae. Stricte dicuntur illa synonyma, quibus omnes UTENTES INTENDUNT
(users intend) uti simpliciter pro eodem; et sic non loquor hic de synonymis.
Large dicuntur illa synonyma, quae simpliciter significant idem omnibus modis,
ita quod nihil aliquo modo significatur per unum, quin per reliquum eodem modo
significetur, quamvis non omnes UTENTES CREDANT ipsa idem significare, sed
decepti existimant aliquid significari per unum, quod non significatur per
reliquum. Isto secundo
modo intendo uti in isto capitulo et in multis aliis de hoc nomine synonyma, o
cognomina. Un’esposizione molto chiata in Moopv, The Logic of William of
Ockbam, Occam, Sura logicae] -viduo, tra la realtà di esso e il principio
formale che lo fa essere quello che è, né si può supporre che la quantità, la
figura, la relazione siano cose distinte dalla sostanza quanta, o che ha
figura, o che sia in relazione. Alla domanda: che cosa significa dunque la
forma astratta humanitas rispetto alla forma concreta homo, Occam risponde che
la prima designa tutto ciò che designa la seconda, ma in modo differente,
giacché humanitas equivale a homo in quantum o qua homo, cioè alla forma
reduplicativa del nome. Infatti il nome astratto rende reduplicativa ed
esponibile la proposizione in cui è posto. Sono, inoltre, sinonimi i nomi la
cui forma astratta equivale a quella concreta con in più un sincategorema, o un
avverbio, e simili. Sono, infine, sinonimi i nomi la cui forma astratta è un
nome collettivo e quindi designa molte cose simul sumptae, mentre la forma
concreta può essere verificata pro uno solo (populus-popularis). Ma, oltre a
questi casi, vi sono nomi astratti che non sono sinonimi dei corrispondenti
nomi concreti, e costituiscono il quarto tipo. Essi sono di tre specie: innanzi
tutto, si dà il caso che la forma astratta abbia supposizione per un accidente
o forma che inerisca a un subiectum, e il concreto abbia supposizione per il
subiectum dell’accidente o forma predetta: così, ALBEDO sta per l’accidente,
album per il subiectum, cioè per IL CORPO BIANCO (il contrario si ha per ignis-igneus: ignis,
che è la forma astratta — sostantiva, meglio — sta per il subiectum, e igneus,
che è la forma concreta — aggettivale — sta per l’acci[4 Ivi, pp. 22 sgg.; per
la expositio in generale, cfr. cap. VI, $ 4; per la reduplicativa in part.,
cfr. Moopy, op. cit., p. 63. 4 Occam, Summa logicae: l’autore insiste sul
carattere arbitrario -ad placitum instituentis -della utilizzazione di un
termine in luogo di più altri. Possunt enim utentes, si voluerint, uti una
dictione loco plurium. Sicut loco istius totius ‘omnis homo’, possem uti hac
dictione “A?, et loco istius totius ‘tantum o qua homo’, possem uti hoc
vocabulo ‘B’, et sic de aliis.] dente);
inoltre, il termine concreto in molti casi può stare per una parte di una cosa
e la forma astratta — sostantiva — per il tutto (homo sta per il tutto in anima non est homo , mentre humanus sta per
una parte in anima est humana. L’anima infatti è una parte dell’uomo, o
viceversa: anima sta per una parte, ANIMATVM per il tutto; infine, talora il
concreto e l’astratto stanno per cose distinte, per le quali non valgono i
rapporti accidens-subiectum, parte-tutto, già esaminati, ma valgono altri
rapporti: quello tra causa ed effetto (homo che indica la causa, e humanus che
indica il prodotto dell’azione dell’uomo), tra luogo e ciò che sta in esso
(Anglia, Anglicus), tra signum e significatum (la differenza essenziale
nell'uomo non è l’essenza, ma è segno di una parte dell’essenza, la razionalità.
Orbene, denominativi in senso stretto sono i concreti inclusi nella prima
specie di concreti e astratti non sinonimi, mentre in senso largo sono
denominativi tutti i concreti che non siano sinonimi della corrispondente forma
astratta. Terminus autem denominativus ad praesens potest accipi dupliciter,
scilicet stricte, et sic terminus incipiens, sicut abstractum incipit, et non
habens consimilem finem et significans accidens dicitur terminus denominativus,
sicut a ‘fortitudine’ ‘fortis’, a ‘iustitia’ ‘iustus’. Aliter dicitur large
terminus habens consimile principium cum abstracto sed non consimilem finem,
sive significet accidens sive non; sicut ab ‘anima’ dicitur ‘animatus’. In Expositia aurea ...,
cit., ad l., però OccaMm aveva affermato: denominativum multipliciter
accipitur, scilicet large, stricte et strictissime: la prima accezione (large)
è esemplificata, fra l’altro, proprio con animatus (occorre come esempio della
secunda differentia dei nomi concreti e astratti non sinonimi, cfr. Summa
logicae; la terza accezione strictissime è quella aristotelico-boeziana; la
seconda è così formulata. Secundo modo dicitur denominativum cui correspondet
abstractum differens sola terminatione importans rem in alio formaliter
inhaerentem et ab eo totaliter differente, et isto modo dicitur materia formata
a forma. Si noti, infine, che sempre nell’Exposito aurea, la trattazione dei
denominativi è limitata al richiamo degli elementi boeziani e alla riconduzione
[Ma Occam va più oltre nell'esame di questo problema. Vi sono dei nomi che sono
detti absoluta, che significano primo tutto ciò che significano -quidquid
significatur per idem nomen, aeque primo significatur. Tali sono tutti i nomi
della categoria di sostanza e i nomi astratti della categoria della qualità. I nomi
non assoluti sono detti connotativi. Nomen connotativum est illud, quod
significat aliquid primario et aliquid secundario. Dei nomi connotativi è
possibile, a differenza dei nomi assoluti, dare una definitio quid nominis,
cioè una definizione nominale, che esprime ciò che è importato dal nome; di
album, ad esempio, la definizione nominale è aliquid HABENS [HAZZES] albedinem:
orbene, secondo Occam, album significa primariamente ciò che nella definizione
nominale è al nominativo -nell’esempio, aliquid -e significa secondariamente
ciò che nella definizione nominale è al caso obliquo: albedo . Nomi connotativi
sono tutti della praedicatio denominativa alla praedicatio univoca o alla PREDICATIO
ÆQVIVOCA. Al testo di Occam fa seguito un lungo passo che a un primo giudizio
sembra richiamare elementi di Buridano, incluso tra le lettere maiuscole F e M.
così: «F. Quamvis ista dicta venerabilis inceptoris clarissima sint ut notatur
hic per venerabilem nostrum expositorem magistrum Guilielmum de Ocham. M; esso
è dovuto all’editore, frate Marco da BENEVENTO (si veda). Summa logicae, cit.,
p. 33. #1 Cfr. ivi, p. 35, e Moopy, op. cit., p. 56, il quale rileva che la
differenza essenziale, della categoria di sostanza, è invece termine
connotativo. 4 Summa logicae, cit., p. 34. 4 Così il Moopy, op. cit., p. 55, e
L. Baupry, Lexigue philosophique de Ockbam, Paris, s.v. connotativum; si veda
sw. connotatum una citazione dal II Sent., q. 26, O: Illud quod ponitur ibi
(sc. in definitione nominali) in recto est significatum principale et quod
ponitur in obliquo est connotatum: il termine connotativo connota ciò che
significa secondariamente; e s.v. significare, la quarta accezione. Ma cfr.
Bacone, Compendiumi. Deinde diligenter considerandum est ulterius, quod nomen
inpositum alicui rei soli extra animam, potest i termini concreti non sinonimi
dei corrispondenti astratti, e quindi tutti i denominativi (assumendo il
termine in senso stretto o in senso largo), e, più generalmente, tutti i
termini contenuti nelle categorie diverse da quella di sostanza, compresi i
nomi concreti della categoria della qualità. La terminologia, e quindi la
soluzione, occamista non è diffusa al tempo del maestro [Dopo di lui, Strode
ritiene, semplicemente, che connotare vale secundario significare, mentre multa
simul significare extra animam, et hec vocantur in philosophia cointellecta, et
apud theologos connotata . 50 Ivi, pp. 34-35. 51 Cfr, BurLEIGH (Super artem
veterem Porphyrii et Aristotelis, VENEZIA) che distingue semplicemente (sotto
Denominativa vero, nel commento alle Categorie) due tipi di nomi concreti: il
concretum substantiale e il concretum accidentale. Di essi, solo il secondo è
denominativo. Iste terminus homo est concretum substantiale, quia sibi
correspondet aliquod abstractum, scilicet humanitas, et non praedicatur
denominative; ideo dico quod omne denominativum est concretum sed non e contra;
nam concretum quoddam est accidentale et quoddam substantiale. Concretum
accidentale est denominativum, sed concretum substantiale non est denominativum
respectu illius cuius est substantiale. Srrope, Logic. Item, terminorum quidam
dicuntur abstracti et quidam concreti. Abstracti sunt illi qui ultra illud pro
quo supponunt non connotant aliquid inhaerere sibi, ut hic: li ‘homo’, li
‘albedo’. Sed concreti sunt illi qui connotant illis pro quibus supponunt
aliquid inhaerere, ut fere omnia adiectiva, ut ‘album’, ‘nigrum’ et alia
adiectiva, ut alibi magister declaravit. E? sic patet differentia inter
suppositionem, significationem et connotationem, vel inter supponere, SIGNIFICARE
et connotare. Supponere nam est pro aliquo capi ut subiectum et praedicatum in
propositione. Sed SEGNARE vel
SIGNIFICARE est aliquid repraesentare. Connotare vero est secundario
significare, ut li ‘album’ non significat principaliter, sed supponit pro
substantia quam etiam significa et connotat sibi inbaerere albedinem; v. anche
ivi, f. 15vb: terminus qui principaliter
significat substantiam, ut ‘lignum’ vel ‘lapis’, dicitur ex dicuntur esse
substantiae vel in praedicamento substantiae; sed qui connotant qualitatem,
‘album’, ‘nigrum’, sunt in praedicamento qualitatis, qui quantitatem, in
praedicamento quantitatis. Butidano e Wyclif accostano sempre a comnotare
l’avverbio accidentaliter: per l’uno ciò che è ‘connotato’ è ‘appellato’ dal [Burano,
Compendium logicae, cit., III, sotto Denominativa vero:Circa quam est primo
notandum quod triplicia sunt denominativa: quaedam sunt denominativa voce
tantum, quaedam significatione tantum, quaedam voce et significatione simul;
esempi del primo sono homo-bumanitas, che sono sinonimi: et alia denominativa
reperiuntur in terminis essentialibus et absolutis, e continua. Sed
denominativa significatione tantum sunt concreta habentia abstracta cum quibus
non conveniunt in principio vel non differunt in fine litteraliter vel
syllabaliter sed comnotant aliud accidentaliter pro quo sua abstracta supponunt
principaliter, ut li ‘studiosus’ est denominativum significatione tantum
respectu huius abstracti ‘virtus’, quia li ‘studiosus’ connotat accidentaliter
vittutem pro qua supponit li ‘virtus’. Sed denominativa voce et significatione
simul sunt concreta habentia abstracta cum quibus quantum. est ex parte vocis
conveniunt in principio litteraliter vel syllabaliter et differunt ab eis in
fine et connotant illud accidentaliter pro quo supponunt sua abstracta
principaliter, ut li ‘album’ dicitur denominativum voce et significatione simul
respectu huius abstracti albedo; quest’ultima specie sono i denominativi veri e
propri, i quali secundum illud nomen habent appellationem, id est connotant
illudaccidentaliter pro quo supponunt sua abstracta principaliter. WycLir,
Tractatus de logica, Terminus substancialis est terminus qui significat naturam
rei sine conmotacione accidentalis proprietatis; ut iste terminus, homo,
significat essenciam humanam sine connotacione extranea. Sed terminus
accidentalis est diccio significans essenciam rei, connotando accidentalem
proprietatem: sicut iste terminus, albus, significat substanciam et similiter
albedinem, que est proprietas extranea ab essencia, que est substancia. Terminorum
alius est concretus, alius abstractus. Terminus concretus est terminus
significans rem que indifferenter potest contrahi ad supposicionem simplicem
vel personalem; sicut iste terminus, homo, significat in proposicione tam
personaliter pro persona; quam eciam simpliciter pro natura. Sed terminus
abstractus significat pure essenciam rei sine connotacione aliqua ad suppositum
cui inest, sicut iste terminus deitas, bumanitas, albedo, CANITAS etc. Et sic
ex omnibus terminis concretis possunt abstracta capi. La definizione di termine
denominatus o denominativo non fornisce elementi notevoli. Si veda invece im.
Miscellanea philosophica, ed. Dziewicki, London. Nota primo quod “abstractum”
in terminis vocatur terminus qui termine concreto, come si vedrà; per l’altro
l’accidente è il significato primario del termine. I paronimi costituiscono
dunque una classe particolare di nomi, che pongono all’attenzione del logico il
problema del rapporto tra significatio e appellatio. Ma che cosa un nome
significhi, che cosa nomini, e se la funzione nominativa del nome sia primaria
o del tutto secondaria, sono domande che i filosofi si pongono per *tutti* i
nomi, non solo per i paronimi. Viene così in primo piano la considerazione del
momento istitutivo del nome, dell’atto, cioè, per il quale il nome è costituito
come vox significativa. Si constata che
all’origine del nome sta l’esigenza di designare le cose e che quindi la vox
diviene significativa innanzi tutto perché l’uomo possa parlare delle cose
usando segni fonici in luogo delle cose stes[significat formam substancialem
vel accidentalem primarie; sed concretum est terminus qui formam et suppositum
cuius est talis forma significat. Suppono quod cuilibet termino significati est
dare primarium significatum.Pro i ntellectu tamen, nota quod primarium
significatum alicuius termini est significatum ad quod intellectus tali audito
immediate fertur intelligendus; ex quo sequitur quod omnis terminus communis
significans habet duplex significatum, scilicet primarium et 2ndarium; sequitur
quod omnis terminus habens predicatum debet principaliter sumi pro significato
suo primario. Exempli gracia, cum proponitur, Homo est animal, INTELLECTVS
AVDIENTIS hanc proposicionem non fertur super Socrates nec Platone, sed
absolute super significato primario, quod est species humana que est humanitas.
Si autem proponitur cum predicata humanitate, videndum est si predicatum
limitat ipsum subiectum racione primarii significati vel secundarii. Et sic
revertitur nobis illa antiqua regula et famosa: Talia sunt subiecta qualia
permittuntur ab eorum predicatis [cfr. De Ryx, Logica modernorum, II, i, cit.,
p. 561]. Exemplum ad significatum primarium. Hec est regula vera: “Homo
communicatur multis, eo quod predicatum non potest com[e 5; si constata anche,
d’altra parte, che la vox resta significativa anche in assenza della cosa da
nominare e che quindi le due funzioni del nome non sono strettamente
interdipendenti. Altro è il significato, altro il referente del nome. Delle
occasioni che si offrono ai filosofi nei testi in uso nelle scuole come luoghi
per dibattere questi problemi, dobbiamo richiamarne due: una è rappresentata
dal secondo passo delle Categorie d’Aristotele e dalla sua utilizzazione nella
definizione delle fallacie’. L’altra è la definizione che Prisciano dà di NOMEN.
Esaminiamo brevemente i risultati in questo paragrafo. Ricordiamo che un’ampia
documentazione per lo studio di questi temi è fornita da Rijk nella sua Logica
modernorum. Come avvio allo studio di questi temi si tenga presente
l’insegnamento di Abelardo, il quale, esaminando la dottrina della petere
significato primario huius termini 40mz0, cum Socrates non communicatur multis,
licet Socrates sit illa humanitas que communicatur multis”. Exemplum, scilicet
significati secundarii, homo currit et predicatum limitat subiectum ad
significatum secundarium, cum non potest competere significato primario, eo
quod humanitas, sive species humana, non potest currere, nisi sit currens. Et
suppono quod significatum termini concreti accidentalis primarium est accidens
sive forma talem substanciam denominans; ut huius termini, album, significatum
primatium est albedo substanciam albisans. Similiter huius termini iustumz, est
iusticia subiectum iustificans. Ista supposicio tenet per primam Aristotelis
auctoritatem allegantem. Album solam qualitatem significat; quod intelligitur
primarie; sed substanciam cui inest albedo secundarie. Et cum omne denominans,
ut huiusmodi, sit prius denominato, ut huiusmodi, sequitur quod a principali
debet capere suam primariam significacionem sed omnem etsi non sequitur quod
album omnem substanciam significaret quod factum est. La prospettiva diversa di
Wyclif rispetto a quella di Occam è condizionata dalla soluzione REALISTICA – e
non NOMINALISTICA - al problema degli universali. Per la distinzione tra
significatum primarium e significatum secundarium, cfr. ancora m., Tractatus de
logica, I, cit., in part. pp. 7 e 76-77 (si veda p. 77: tripliciter contingit signum significare
secundarie quodlibet designandum, ecc.). 55 Cfr. cap. IV, $ 1. 56 In
particolare, cfr. la prima parte del secondo volume] impositio, o institutio
voluntaria, che è quell’atto libero dell’uomo che attribuisce a una vox una
significatio, distingue molto chiaramente la funzione propria della vox
significativa di essere signum, e quindi
di generare o constituere intellectum, e la funzione, secondaria secondo
Abelardo, di designare le realtà estra-mentali, detta, quest’ultima, nominatio
o appellatio. Nel procedimento istitutivo della vox, l’inventor ha guardato a
fondo nella natura delle cose: su questo stretto rapporto, in sede di
institutio, tra natura delle cose e nomen, si fonda la funzione secondaria
della vox. Perciò i nomi dicono riferimento (nominant, appellant) alla realtà
attualmente significata, perché tale è una quaedam imponentis intentio, e cioè
tale è la volontà dell’inventor. Nel caso di distruzione della realtà esterna
(“Roma”, il nome di Roma), però, il nome perde il suo potere appellativo -la
significatio rei - mentre sussiste la
significatio intellectus. La prima è appunto funzione secondaria, la
seconda è funzione primaria della vox; e proprio perché la prima è funzione che
viene meno rebus deletis, essa è irrilevante ai fini della determinazione della
significatio vera e propria. La significatio si allontana così dalla nominatio.
Questa distinzione abelardiana tra significare e appellarenominare è netta,
specie nella discussione sugli universali, giacché in questa indagine non ha
peso la nominatio. Per quanto riguarda, poi, la distinzione tra sostanze prime
e sostanze seconde, Abelardo glossa l’espressione aristotelica sub 5 Cfr.
Logica ‘Ingredientibus’, qui vocabulum invenit, prius rei naturam consideravit,
ad quam demonstrandam nomen imposuit; Logica ‘Nostrorum. Impositor (Compositor:
Geyer) namque nominum rerum naturas secutus est: così legge Rijk, Logica
modernorum. Logica ‘Ingredientibus’. Rerum quippe significatio transitoria est,
intellectus vero permanens; cfr. BEONIO BROCCHIERI FUMAGALLI; De Ru] figura
appellationis così: ex similitudine
nominationis . Il Maestro Palatino, cioè, ritiene che, mentre le sostanze prime
nominano le res subiectae ut
personaliter discretae , cioè in quanto distinte l’una dall’altra, le sostanze
seconde sembra significhino anch'esse le cose come distinte, ma in realtà il
modus nominandi dell’uno e dell’altro tipo di sostanze differisce: le seconde
infatti sunt impositae propter
qualitatem substantiae, e nominano le cose ut convenientes, in quanto cioè le
cose nominate dalle prime convengono in certo modo tra loro. Abelardo perciò
afferma che generi e specie, cioè le sostanze seconde, sono in sensibilibus
positae per appellationem, extra vero per significationem: essi infatti nominano
le cose sensibili e in certo senso le significano, ma non le significano in
guanto cose sensibili, dal momento che se queste perdessero le loro forme
attuali, sarebbero ancora nominate da generi e specie; perciò la significatio
di essi non è esaurita dalle realtà sensibili, che non sta in queste. Anche per
le sostanze seconde (anzi, a maggior ragione per esse) vale quindi la
distinzione tra significatio e appellatio-nomi[Logica “Ingredientibu’, In
secundis vero. In primis videtur et est, sed in secundis videtur similiter, ut scilicet
significent rem subiectam ut personaliter discretam, sed non est verum. Et unde
videtur similiter, supponit: ex figura appellationis, id est ex similitudine
nominationis. Similes namque sunt secundae substantiae cum primis in eo quod
casdem res quae discretae sunt, nominant, sed in modo quidem nominandi
differuntur, quia primae, in quantum hoc aliquid sunt, nominant eas, id est ut
personaliter discretas et ab omnibus differentes, secundae vero easdem
appellant ut convenientes. Sed wmagis. Secundae non significant res suas ut hoc
aliquid, sed potius ut quale aliquid, quia cum primae substantiae maxime
propter discretionem substantiae sint impositae, secundae impositae sunt
propter qualitatem substantiae. Logica ‘Nostrorum. genera et species quaedam,
non omnia, in sensibilibus sunt posita, hoc est sensibilia habent nominare, et
ponuntur extra sensibilia, id est res habent significare et non cum aliqua
forma quae sensui subiaceat, quia si res omnes formas quae sensui subiacent,
amittefent, non ideo minus a genere et specie nominari possent. Sunt igitur] [natio, tanto
più, in quanto la convenienza su cui si fondano non può essere esaurita dalla
denotazione di una singola res subiecta. Questo stesso tema è affrontato da
alcuni dei primi commenti agli Elenchi sofistici nella discussione della figura
dictionis, che dai grammatici viene definita:
proprietas constandi ex dictionibus sive ex sillabis tantum: la stessa
vox, ad esempio homo, proprio perché può denotare più individui, sembra che
significhi la sostanza individuale, mentre in realtà la significa soltanto sub
figura appellationis, cioè, non la significa in senso proprio, ma la nomina; CIÒ
CHE È SIGNIFICATO IN SENSO PROPRIO È L’UNIVERSALE – cf. Speranza, “Platone e il
problema del linguaggio” – Grice, “Meaning and Universals” --. I testi che
affrontano il problema fanno tutti riferimento, esplicito o implicito, a
Categorie genera et species in sensibilibus posita per appellationem, extra
vero per significationem Cfr. Fallacie Parvipontane, cit., p. 586. 6 Cfr. Glose
in Aristotilis Sophisticos elencos, cFigura dictionis secundum appellationem
est quando aliqua vox eadem figuracione appellat plura et ex hoc videtur
significare hoc aliguid. Ut hoc nomen ‘homo’ appellat Socratem et Platonem
eadem figura et ex hoc videtur quod significet Socratem et Platonem; non tamen
est verum; Summa Sophisticorum elencorum, cit., pp. 334-335, e TRACTATVS DE
DISSIMILITVDINE ARGVUMENTORVRA, che dipende dalla Summa riportandone perfino un
esempio; Fallacie Vindobonenses. Ex similitudine appellationis, ut hoc nomen
‘homo’ videtur significare hoc aliguid, [non: add. Rijk, ma sembra vada
espunto] quia appellat hoc aliquid, idest INDIVIDVVM, sed non significat hoc
aliquid, immo significat aliquid, idest VNIVERSALE. Il testo non ha in questo
caso un riferimento esplicito alle Categorie, ma la terminologia risente delle
discussioni sul passo ricordato. In Fallacie Parvipontane non occorre il
termine appellatio nella discussione della figura dictiones, ma si sofferma che
il sesto modo di questa fallacia è quello in cui si confonde hoc aliguid con
quale quid. Ut autem hoc facilius intelligatur, sciendum quod dictiones
determinate significantes dicuntur hoc aliguid significare, ut propria nomina
et prono-] [C'è da aggiungere che in questi testi si trova talora un
riferimento al nomen appellativum, che è appunto il nome comune, o
l’universale. Nell’Ars disserendi di Adamo Parvipontano, appellatio ha un ruolo
di primo piano e denota la funzione del nominare. Essa è propria del termine
comune, usato come comune, il cui corrispettivo, o designato, è detto
appellatum. L’appellatio dà luogo a sofismi O IMPLICATURE (entanglements), se
non se ne precisa opportunamente di volta in volta la portata. Ma è bene
seguire lo svolgimento del pensiero dell’autore. Adamo nella sua opera si
propone di illustrare quanti e quali siano i generi del discorso, e quali i
fini dell’arte che li studia. I generi del discorso — insegna — sono due: l’uno
si realizza attraverso interrogazione e risposta, nella disputa, l’altro si
realizza senza di queste, nella esposizione. Il fine è insegnare come
discorrere e come intendere ciò che è comunicato attraverso il discorso nelle
discipline filosofiche. Constatato che ogni discorso parte ab interrogatione
vel enuntiatione, che entrambe hanno due parti, il de quo si parla, e il quid
de eo o ciò che si dice £, e che ciascuno di questi può essere considerato da
due punti di vista, qualiter de quo o cosa designata, e qualiter quid o termini
designanti, Adamo comincia il suo studio dal de quo o soggetto, precisando che
la designazione di esso può essere chiara o oscura, mina. Dictiones autem
indeterminate significantes dicuntur quale quid significare, ut nomina generum,
nomina specierum. Indeterminate caratterizza il termine communis o universalis
che ha confusio. Ma cfr. Logica ‘Cum sit nostra’, per i rapporti tra confusio e
quale aliquid.Cfr. Glose..., cit., p. 222 (a proposito di De sopb. el. Cfr. L.
Minio-PaLueLLO, Introduction a ADAM or BALSHAM PARVIPONTANUS, Ars disserendi;
ci serviremo dell’introduzione del MinioPaluello per l’esposizione dello schema
dell’Ars. 6? Cfr. Ars disserendi] e'che la designazione oscura può avere
duplice origine: o perché si applica a differenti cose, o perché il designatume
è difficile da cogliere. Passando ad esaminare le designazioni sofistiche, egli
distingue quelle incomplexe, cioè consistenti di una sola vox, e quelle
complexe, consistenti di più voces. Le prime possono aver luogo per aequivocatio,
per univocatio, o con termini collettivi. Le seconde possono aver luogo, se il
sofisma è causato da un solo termine, in quattro modi, di cui qui ci preme
ricordare solo l’aequivocatio e l’indistinctio. Se il sofisma sorge dal
rapporto tra più termini, in molti modi, di cui ricordiamo solo il termine
collettivo. All’esame di ognuno di questi livelli di sorgenti di sophismata
Adamo fa seguire una esposizione delle regole che permettono di dominare le
difficoltà. In tutti i casi ricordati, il Parvipontano fa ricorso al termine
appellatio, per caratterizzare l’origine del sofisma, e una volta a nominatio.
Per la designazione sofistica incomplessa: — l’aequivocatio è definita eadem
diversotrum non eadem ratione appellatio, cioè ha luogo quando si ha la stessa
appellatio di più cose non allo stesso titolo, in quanto il nome usato non
conserva, nei vari casi, la ratio, la significatio, o definitio grazie alla
quale l’appellatio è stata data — l’univocatio invece è eadem 9 Cfr. ivi, pp.
18 sge. 20 Ivi, pp. 25-31 (eguivocatio), pp. 31-32 (univocatio), pp. 32-33
(termine collettivo). 71 Ivi, pp. 42-44 (aequivocatio), pp. 44-46
(indistinctio), pp. 62 sgg. (termine collettivo). 72 Ivi, p. 26; definizione
alternativa è: Aequivocatio est eadem diversorum huius aliter quam illius
appellatio. equivoce enim dicuntur omnia quorum duplex significatio [GRICE,
VICE e VICE], ma anche: Ex quibus igitur que aequivoce dicantur comperiri
difficile, duo: plurium pluribus ignorabilis differentia nec tamen nulla;
plurium modus appellationis pene idem nec tamen idem; cfr. Rik, Logica
modernorum, dove sono esaminati alcuni casi di
ratione diversorum eadem appellatio
”: essa si differenzia dall’aequivocatio perché non causa, di per sé,
sophisticam duplicitatem come si ha in quella; l’univocatio perciò non è un
vero e proprio principio sofistico, e si può vedere meglio ciò nei commenti
agli Elenchi sofistici ispirati al Parvipontano; l’uso dei termini collettivi
dà luogo a sofisma quando si ha plurium
ut non unius appellatio: nel caso della proposizione contraria non sunt
concedenda, il sofisma sorge dal fatto che contraria (termine incomplesso)
designa due realtà opposte, e si può dubitare se si parla dei due contrari
separatamente o di entrambi considerati insieme. Per la designazione sofistica
complessa in cui il sofisma sorge dal fatto che un termine è applicato a
designare differenti cose, l’aequivocatio ha luogo in tutti i modi in cui si
può avere nella prima classe; l’indistinctio è definita: cum quod ipsa verbi
variatione distingui solet, in quibusdam non distingui contingit, ed è così
distinta dalla aequivocatio: Differt autem ab equivocatione indistinctio quod
illa ex diversorum est eadem nominatione, hec ex unius indistincte variata (sc.
nominatione). DI si può notare che nominatio prende il posto di appellatio in
questo caso. Infine, per la designazione sofistica complessa in cui il sofisma
sorge dall’uso di un nome collettivo in connessione con altri termini, Adamo
pone le stesse condizioni poste nella prima classe e fornisce l'esempio, duo
contraria non sunt conequivocatio secondo Adamo, e op. cit., II, i, p. 495, n.
1, dove ratio è resa con definition. Apamo DI BarsHam, Ars disserendi, cit., p.
32. 75 Ivi, p. 32 (22 rec.). % Per ulteriori considerazioni, cfr. RiJk, op.
cit., I, p. 75. TI Apamo DI BarsHam, Ars disserendi, cit., p. 32. 8 Ivi, p. 45;
nella proposizione verisimilis falsi
probatio falsi similis non est, verisimilis può riferirsi a probatio oppure a
falsi; di qui l’îndistinctio, giacché non è chiaro quale caso abbia
verisimzilis.] cedenda , nel quale il termine incomplesso contraria è
sostituito dal termine complesso duo contraria. Il valore di appellatio nel
testo di Adamo può essere ulteriormente chiarito da altre occorrenze:
appellationum novitas, appellatio permanens, appellatio secundum accidens e
così via; tutte confermano che l’accezione fondamentale è parallela a quella di
nominatio. Si è detto che appellatio è funzione propria del termine comune in
quanto comune. Ciò fa sì che, data l’ampiezza della possibilità di designazione
di esso, appellatio s'accompagni sempre nel testo all’indicazione di una
pluralità (pluriumz, diversorum) nei confronti della quale va operata una
precisazione, una determinazione limitativa. I seguaci del Parvipontano
sviluppano questo elemento elaborando la dottrina dell’ampliatio e restrictio
dell’appellatio, in alcuni trattati di arte sofistica. L’anonimo autore delle
Fallacie Parvipontane definisce l’aequivocatio in rapporto all’appellatio, così
come si è visto nel testo di Adamo. Aequivocatio est eadem diversorum non eadem
ratione; è un caso di congiunzione (altro esempio: duo et tria sunt quinque – 2
+ 3 = 5. Si quos autem appellationum talium perturbet novitas, sufficiat eis
eorum que distinximus sine nominibus cognitio, ne incognite distinctis
incognita etiam nomina adhibentem horreant. appellationum autem novitatem non
horrebit appellatorum tam frequentem usum quam necessariam disciplinam
perpendens . 82 Ivi, p. 36 (28 rec.): Advertatur autem secundum ea que predicta
sunt non ex omni translatione equivocationem contingere, sed ex qua permanentem
appellationem fieri accidit et que eius sit ad quod transfertur . 83 Ivi,
p.4(2? rec.): quoniam secundum accidens
est huiusmodi certorum appellatio. contingit autem et hoc his que secundum
accidens fiunt appellationes frequenter, ut cum dicitur ‘pater istius est
albus’. Cfr. l’indice analitico dell’ed. cit. curata dal Minio-Paluello, per
avete un quadro completo dell’uso di appellatio. Terminologia logica della
tarda scolastica 77 appellatio; l’univocatio è compresa sotto l’equivocatio e e
questa può essere intesa in senso lato
quando (sc. est) ex variata appellatione sive ex variata suppositione :
in questo caso, suppositio è concorrente di appellatio; ma suppositio vale qui
subiectio, cioè è funzione del termine che è soggetto grammaticale in una
proposizione *; appellatio, accostata a suppositio, ne assume in certo senso il
valore: infatti ora appellatio è proprietà del termine posto in una
proposizione. Univocatio quindi viene definita:manente cadem significatione
variata nominis suppositio; quia, etsi vatiatur suppositio, manet tamen eadem
significatio ®. L’anonimo autore precisa
che si hanno tre specie di umivocatio: « Prima est quando aliqua dictio sumitur
ad agendum de se vel de suo significato ; esempi sono: « ‘magister’ est nomen e « ‘homo’ est species ; « Secunda species
est quando aliqua dictio transsumitur modo ad agendum de aliqua rerum alicuius
maneriei, modo de tali manerie rerum, ut cum dicitur: ‘homo est dignissima
creaturarum’. Potest enim sic intelligi ut fiat sermo de aliquo appellatorum
huius nominis ‘homo’; potest etiam intelligi ut fiat sermo de tali manerie
rerum; maneries vale ‘universale natura’ o ‘forma’ di una specie”; si noti
l’uso di appellata per designare i subiecta di homo”; Tertia species est quae
consistit in ampliatione et restrictione alicuius dictionis, quemadmodum
accidere solet in nominibus appellativis ®: 85 Fallacie Parvipontane; essa è
duplice: alia est principalis et per se, alia ex adiuncto . 86 Ivi, p. 561:
«Item. Univocatio ex dissimili acceptione unius termini accidit; sed
equivocatio eodem modo habet accidere; quare ratione similitudinis univocatio
sub equivocatione continetur . 87 Ivi, p. 562. 88 Cfr. De Rijk, op. cif., II,
i, p. 532. 89 Fallacie Parvipontane, cit., p. 562. % Cfr. De RyK, op. ciz., II,
i, p. 588. 9! Cfr. appendice 1 a questo capitolo. ® Fallacie Parvipontane,
cit., p. 562. 78 Alfonso Maierù il nomen appellativum è condizionato nella sua
funzione di soggetto dal tempo del verbo, di modo che può avere appellatio
rispetto a cose presenti, passate o future”, Il Tractatus de univocatione
Monacensis, che mostra parecchie somiglianze con le Fallacie Parvipontane,
definisce l’univocatio e la distingue dall’eguivocatio come segue. Est igitur
univocatio manente eadem significatione variata nominis appellatio, quando
scilicet aliqua dictio variat appellationem. (Nota) quod equivocatio consistit
in variata nominis significatione, univocatio consistit in variata nominis
appellatione 9. Se risulta chiaro che urivocatio è proprietà che appartiene ai
termini in base alla loro funzione significativa”, è altrettanto chiaro che,
confrontando questo testo e quello delle Fallacie Parvipontane, sempre più
suppositio e appellatio appaiono termini concorrenti; nel nostro Tractatus si
parla di ampliatio e restrictio dell’appellatio”. Nelle Fallacie magistri
Willelmi, la univocatio è ripresa sotto la figura dictionis e definita: eiusdem
dictionis in eadem significatione et terminatione varia appellatio , e si
aggiunge; « Et notandum quia variatur univocatio usu et accidente
consignificatione. Accidit enim ex hiis appellationem restringi vel
ampliari 9. Anche questo testo conferma
l’uso ormai accertato 9 Cfr. ivi, e De RiJx, op. cit., II, i, pp. 494-497 e
528-533; cfr. anche cap. II, $ 2. % De Ru, op. cit., II, i,p. 533. 95 Tractatus
de univocatione Monacensis, cit., p. 337. % Cfr. De RIJK, op. cit., II, i, p.
496. 9 Cfr. cap. II, $ 2. 98 Fallacie magistri Willelmi, cit., p. 691. Nelle
Fallacie Londinenses, cit., p. 665, si legge:
In tertia acceptione (sc. figure dictionis) dicitur appellatio
dictionis, scilicet quedam proprietas que inest dictioni ex eo quod supponit
unum vel plura. Il contesto indica che qui suppositio ha il valore tecnico più
tardi comune (cfr. p. 668, e De Rjx, op. cit., II, i, p. 541); appellatio
perciò è inglobato nella suppositio. Terminologia logica della tarda scolastica
79 di appellatio come funzione della vox
significativa capace, nella
proposizione, di ampliazione e restrizione. Il contributo dato dai grammatici
alla dottrina dell’appellatio è rintracciabile in alcuni commenti a Prisciano,
là dove occorre la definizione di rozen ( substantia et qualitas ). Guglielmo
di Conches distingue quattro gruppi di nomi: Nomina igitur vel significant
substantias vel ea que insunt substantiis vel quedam figmenta animi vel modos
loquendi; substantias, ut hec nomina ‘Socrates’, ‘homo’; vel ea que insunt
substantiis, ut ‘albedo’, ‘nigredo’; figmenta animi, ut hec ‘yrcocervus’,
‘chimera’; modos loquendi de rebus, ut ‘omnis’ 9. I nomi del primo gruppo
sigrificano l’intelligibile, o essenza di qualcosa ‘9, ma rorzinano le realtà
individuali, anche se nel testo non si fa alcun esplicito riferimento
all’esistenza di esse!%; ciò non è vero solo dei nomi appellativi (ad es. di
horzo) ma anche dei nomi propri (Socrates) !. Per i nomi del secondo gruppo,
Guglielmo distingue tra ® Il testo del commento di Guglielmo di Conches,
secondo il ms. Firenze, S. Marco 310, è ampiamente riportato dal De Ru, op.
cit., II, i; il passo cit. è a p. 223. . 100 Ivi, p. 224: Significat ergo hoc nomen ‘homo’ et similia
appellativa substantiam, et non aliquam. Quod igitur ab hac voce significatur,
ita ut significatur potest intelligi, non tamen esse. Unde dicimus quod solum
intelligibile significat et non actuale
(cfr. le considerazioni del De Ryx, ivi, 1227), i 101 La p. 224: Quamvis igitur ‘boo’ significet communem
qualitatem omnium hominum et non ipsos homines, tamen nominat ipsos homines et
non ipsam qualitatem. Unde dicimus quod aliud significat et aliud nominat (per il riferimento all’esistenza, cfr. n.
100 e quanto ne dice De Ru, ivi, ; 227), Ù 102 la p. 224: hoc proprium nomen significat substantiam ita
quod aliquam individuam, et significat propriam illius qualitatem . Nominat
vero eandem substantiam quam significat, sed non qualitatem; ma cfr. il testo
di Boezio] forma astratta e forma concreta del nomen, albedo e album: pet
entrambi Guglielmo stabilisce cosa significhino, cosa nomini. no: ‘albedo’ significat solam qualitatem, hoc
commune accidens. Nominat tamen sua individua, ut ‘hec albedo est albedo 18.
Più articolato è il discorso per 4/b4m, e ci riporta a quanto sappiamo dei
paronimi: ‘album’ idem accidens signific
sl a i AR nto € denti at quod et albedo’, sed aliter, ; ‘at inherentiam illius
accidentis et subiecti, quod hoc nomen albedo non facit. Ergo hec duo nomina
non in re significata differunt, sed in modo significandi 1%; e alla domanda,
se album significhi sostanza e qualità, risponde: pg: ita, sed secundario, quia
cum determinet inherentiam acciale et subiecti, quia certum est quia sola
substantia est subiectum accidentium, secundario, idest innuendo,
significat substantiam 15, | Della terza
classe di nomi Guglielmo afferma che
figmenta animi quoddam significatum
animi significant et nominant , mentre di quelli della quarta afferma che nec substantiam (nec) qualitatem significant
nec aliquid nominant !%, ; Guglielmo,
dunque, precisa per ogni specie di nome cosa significano, cosa nominano. Ciò è
particolarmente importante per i nomi delle prime due classi. La funzione del
nome in quanto designa qualcosa (zozzinatio) è identica a quella che nei testi
precedenti, abbiamo visto, era chiamata appellatio. In Guglielmo essa assume
sfumature che, a lungo andare, confluiranho nella dottrina della suppositio; in
particolare, per quanto riguarda i nomi della prima classe, Guglielmo afferma
che essi, nella propo193. Ivi, 1% Ivi. ist, iuziio 6 A Ivi; cfr. anche p.
225: Adiectiva igitur nomina nominant
illas substantias quibus insunt accidentia que significant, ut ‘4/44’ rem cui
inest albedo . 106 Ivi; p. 225, Terminologia logica della tarda scolastica 81
sizione, possono designare se stessi o la specie!: si tratta di quelle funzioni
che saranno chiamate appellatio
materialis e appellatio manerialis 0 simplex ‘!® e che saranno dette più tardi suppositio materialis e
suppositio simplex . Di diverso avviso è Pietro Elia, il quale, nella
Sumzza super Priscianum, commentando la definizione che Prisciano dà di nomen,
riferisce le opinioni dei suoi contemporanei: dai ragguagli di Pietro Elia, si
può ricavare che ormai la dottrina di Prisciano si è incontrata con quella di
Boezio ( quod est , cioè res existens , e
quo est o forzza) e che Prisciano viene spiegato con Boezio !”. Dopo
aver esposto una prima opinione, secondo la quale tutti i nomi significano
sostanza e qualità !, perfino omnis e nichil!!!, e una seconda, che sembra
essere quella di Guglielmo di Conches !, ne enuncia una terza, per la quale
ogni nome significa una substantia, oppure modo substantie: i nomi propri e
appellativi significano la sostanza, giacché sono 107 Ivi, p.224: Sed quamvis
proprie nominat (sc. ‘homo’) ipsa individua, aliquando tamen ex adiuncto
nominat speciem quam significat — ut hic: ‘bomo est species” —; aliquando se
ipsum tantum, ut hic: ‘homo est nomen? . 18 Cfr. De Ru, ivi, p. 526; cfr. la
glossa Promzisimus; v. quanto si dirà più avanti a proposito del testo del ms.
Vienna, lat. 2486. 19 Il De RiJk riporta ampi passi dal ms. Paris, Arsenal 711:
cfr. ivi, p. 231: Hoc autem est illud quod plerique dicunt, scilicet quod omne
nomen significat gu0 (quod: De Rijk) est et id quod est, ut hoc nomen (‘bomo’)
significat id quod est, idest rem que est homo, et illud quo est, scilicet
humanitatem qua est homo, quoniam homo ab humanitate est homo . 110 Ivi: Et rursus hoc nomen ‘albedo? significat rem
pro substantia que est albedo, et facere album sive albedinem, ut fingam
vocabulum, pro forma. Et hoc idem de cetetis nominibus dicunt . ill Ivi: Quidam
tamen nimis ridiculose dicentes quod ‘omnis’ significat formam que debet dici
omnitas, fingentes nomen ad similitudinem huius quod est ‘buzzanitas’. De hoc
nomine quod est ‘richil’ dixerunt quod significat rem que non est pro
substantia et nichilitatem pro forma . 112 Ivi, pp. 231-232. 82 Alfonso Maierù stati
trovati dall’imzpositor per parlare delle sostanze !5; gli altri nomi, che sono
nomi di accidenti, significano non la sostanza, ma modo substantie !: così pure i sincategoremi e i figmentorum nomina !5. A quest’ultima opinione sembra aderire ELIA
(si veda) !!, In altri commenti a Prisciano vengono riprese alcune dottrine
nelle quali le correlazioni significatio (primaria) —forma e significatio
(secondaria)—substantia (o subiectum d'una qualitas) si vanno sempre più
accentuando, di modo che appellatio cessa di valere nominatio per limitarsi a
designare una natura universale, o anche l’intellectus di essa. Così, le
Glosule in Priscianum del ms. Colonia 201 affermano che il nome nozzinat la
substantia per via dell’imzpositio ricevuta, ma significat la qualità !”,
giacché la qualitas è in realtà la causa
[Dicunt ergo quod nomina propter substantias primo reperta sunt. Qui
enim nomina primo imposuit, ad loquendum de substantiis ea invenit . 114 Ivi:
Sed postea dilatata est locutio, ita scilicet ut non solum de substantiis,
verum etiam de ceteris rebus vellent homines loqui. Imposuerunt itaque
accidentibus nomina quibus de illis agerent, sed positio eorum est secuta
positionem nominum prius impositorum propter substantias. Data sunt itaque nomina
accidentibus sed ita ut quamvis significarent illa accidentia, tamen modo
substantie significarent et in natura communi vel propria (vel) ut in natura
communi vel propria. Scis quid est modo substantie significare: significare aliquid
sine tempore et in casuali inflexione communiter vel proprie, vel quasi
communiter vel quasi proprie . 115 Ivi: i sincategoremi (omzzis, neullus) nichil significant sed tantum consignificant,
ut ‘omnis’ consignificat quoniam universaliter et ita quod sine tempore in
casuali inflexione et quasi communiter. Nichil enim commune pluribus
designat, sed quasi commune aliquid significaret plura complectitur . Hec vero
habent alia nomina huiusmodi, ut ‘quis’, ‘nichil et figmentorum nomina, ut
‘hircocervus” et ‘chimera’, ita scilicet quod nichil possit obici contra . 16 Ivi, p. 234. 17 Ampi
passi ivi: cfr. p. 228, n. 1: nomen substantiam tantum inventionis nominum !!, dal momento che la pluralità di qualità,
cioè di forme, è la vera causa della pluralità di nomi. Il commento anonimo a
Prisciano, contenuto nel ms. Vienna, lat. 2486, fornisce elementi, decisivi nel
senso indicato, commentando le espressioni
significare substantiam e significare qualitatem . Per la prima,
l’anonimo autore riferisce un’opinione secondo la quale ogni nome significa
sostanza e qualità: ‘homo’ significat
essentiam que est horzo et istam proprietatem, scilicet humanitatem; et
‘albedo’ significat rem albam et aliquam proprietatem, scilicet albere vel
facere album. Et sic omnia alia !!. Per la seconda, si afferma: Significare
qualitatem est de notare de quo genere rerum aliquid sit vel de qua manerie.
‘Album’ bene denotat de quo genere rerum aliquid sit, scilicet quod ‘album?’
dicitur nomen corporum et quod semper intelligituralbum corpus !®. Le espressioni rem albam
del primo passo e nomen
corporum del secondo non devono trarre
in inganno: non si tratta di un significare che denoti realtà esterne, ma di un
rinvio alla realtà specifica, astratta, universale, cioè alla forma che è
oggetto dell’intelletto (intelligitur), come ben indicano i termini essentia,
genus, maneries occorrenti nei testi. C'è uno slittamento della nominatio, 0
significazione secondaria, o appellatio, verso il piano mentale, comunque
intralinguistico. Ciò trova ulteriore conferma nella dottrina secondo la quale
se albume, posto a parte praedicati; nominat, quia ei fuit impositum,
qualitatem vero significat non nuncupative, immo representando et determinando
circa substantiam propter quam tamen notandam substantie fuit impositum ;
perciò, continua il testo, ogni nome ha due significazioni: unam per impositionem in substantia, alteram
per representationem in qualitate ipsius substantie . Similiter ‘album? per
impositionem significat corpus — idest nuncupative, quia qui dixit: dicatur hec
res alba”, non dixit: “substantia et albedo dicantur alba”; in quo notatur impositio
—, albedinem vero significat per representationem ut principalem causam. Riportato
ivi, p. 241. 120 Ivi, pp. 242-243. 84 Alfonso Maierù significa una qualità,
posto però 4 parte subiecti significa una essenza !!, La prima parte di questa
affermazione testimonia di una particolare interpretazione dell’appellatio come
proprietà del predicato, il quale come tale
appellat formam o rationem , come si vedrà; di modo che la
dottrina dell’appellatio, se fa leva sul momento istitutivo della vox, dice riferimento
alla realtà estramentale attualmente indicata; e se fa leva, invece, sul
momento ‘significativo’ (nel senso più forte), dice riferimento alla qualità o
forma che è causa del nome. La glossa Promisimus, infine, riprendendo la
distinzione tra nomi propri e nomi appellativi presente in Prisciano, analizza
i rapporti tra significatio, appellatio e nominatio, riporta varie opinioni
sullo sfondo della quadripartizione dei nomi di Guglielmo di Conches, e precisa
che, secondo un’opinione, il significare
substantiam et qualitatem è del nome
proprio come del nome comune o appellativo !2; per un’altra opinione, invece,
solo i nomi propri hanno appellatio-nominatio della sostanza significata, non
della qualità, mentre i nomi appellativi hanno appellatio, e appellant i loro
appellata in linea di diritto, ma non li nominant di fatto !*. Per quanto
riguarda i nomi astratti della categoria [Modo opponitur eis de hoc quod dicit
Boetius: “album michil significat nisi qualitatem”. Ita exponunt quod
intellexit: quando ponitur ex parte predicati, tunc significat qualitatem. Sed
bene potest poni in subiecto; et tunc significat aliquam essentiam ut ‘album
est corpus’: tunc ‘album’ quoddam corporeum significat . 12 Dal ms. Oxford,
Bodl. Laud. lat. 67, citato ivi, p. 258: Et eorum que significant substantiam
quedam determinant qualitatem circa substantiam, sive communem, ut ‘homo’, sive
propriam, ut ‘Socrates’, que ‘Socratitas” a Boetio appellatur [cfr. n. 13].
Concedunt ergo quod utrumque istorum nominum ‘homo’, ‘Socrates’ significat
substantiam et qualitatem; neutrum tamen eorum plura, licet alterum sit
substantia et alterum qualitas, que sunt plura, tamen significare substantiam
et qualitatem non est significare plura . 13 Ivi: Nomen proprium nominat, idest
appellat, cam substantiam quam significat, sed nullam qualitatem. De nulla enim
qualitate agitur per Terminologia logica della tarda scolastica 85 della
qualità, essi, — si dice, ed è dottrina più comune — sigrificant ma non
appellant '*. I nomi concreti della categoria della qualità, infine, nominant, idest appellant le sostanze cui ineriscono gli accidenti, e
significant primariamente la qualità. Per questa seconda opinione, dunque, i
nomi astratti significano, i nomi concreti della categoria di qualità
significano e nominano-‘appellano’, i nomi propri
significano-nominano-‘appellano’ l'individuo ma non significano una qualità, i
nomi comuni significano e ‘appellano’, e talora nominano. Il valore di
appellare non coincide con quello di nomzizare, come si è constatato finora:
l’appellare dei nomi appellativi non dice necessariamente rinvio al referente
estralinguistico, ma, sulla scia di quanto si è visto negli altri commenti a
Prisciano, rinvia solo agli appellata, al correlativo mentale designato dal
termine. Ci sono, anche da un punto di vista grammaticale ormai, gli elementi
per una considerazione della funzione appellativa di un nome, all’interno di
una proposizione, che sia condizionata appunto dalla struttura
logico-linguistica della proposizione stessa. Già con i Tractatus Anagnini la
dottrina dell’appellatio, alla proprium, ut hoc nomen ‘Socrates’ et significat
et appellat hunc hominem. Appellativum vero significat substantiam et omnem
appellat, sed non omnem, cui convenit proprietas designata per ipsum, scilicet
humanitas, nominat, sed quamlibet substantiam cui ipsum convenit appellat, quia
pro unoquoque eorum habet poni. Ut hoc nomen ‘boro? significat
hominem et omnem appellat et quemlibet hominem, sed nullum determinate . 14 Ivi: De hoc vero nomine
‘albedo’ dicunt quod solam qualitatem significat, scilicet a/bedinem, sed
nullam appellat, tamen omnem significat . 125 Ivi, p. 259: Nominant autem, id est appellant, adiectiva
substantias illas quibus insunt accidentia illa que eis significantur, ut
‘albus’ principaliter significat qualitatem (substantiam: De Rijk) determinando
eam inesse, secundario subiectum albedinis et illud nominant . 86 Alfonso
Maierù fine del secolo XII, non ha più una funzione centrale, ma il suo posto è
occupato dalle dottrine della sigrificatio e della suppositio. L’autore,
anonimo, richiamandosi alla distinzione tra nomi propri e nomi appellativi ‘%,
caratterizza l’appellatio come proprietà di un termine di aver riferimento ai
suoi appellata: in questo senso occorre a proposito della supposizione di un
termine in presenza della dictio ‘alius’ '? e a proposito della supposizione
conseguente all’uso comune ( de communi usu loquentium ), e in particolare
discutendo de nominibus articularibus ,
o nomi di dignità e cariche pubbliche, che, assunti al caso obliquo, hanno
appellatio ristretta !8, Appellatio dunque occorre nella discussione più
generale dell’ampliatio e restrictio d'un termine, di cui si dirà nel seguente
capitolo !?, Ma tra la fine del secolo XII e la prima metà del secolo XIII circa
fiorì quel genere letterario noto col nome di sumzzulae; in esse la dottrina
dell’appellatio, pur non svolgendo un ruolo centrale nella trattazione dei parva logicalia , appare ormai matura da un
punto di vista logico: l’appellatio non è più considerata come proprietà del
nome in quanto tale, ma proprietà di un termine in una proposizione, cioè in un
contesto sincategorematico, in una struttura sintattica logicamente rilevante,
nell’ambito della quale si precisano le possibilità operative dei termini. Se
ancora nella Logica ‘Cum sit nostra’ il riferimento sintattico non è
decisamente affermato e sussiste una considerazione del nome assunto nella sua
atomicità, il discorso si fa più completo e interessante negli altri trattati.
126 Tractatus Anagnini, cit., cfr. ad esempio pp. 301 e 316-317. 127 Ivi, p.
271: tunc precedens terminus
restringitur ad supponendum illa que cadunt sub appellatione sequentis termini
, e ancora: sub appellatione sequentis
termini , nello stesso contesto. 128 Ivi, pp. 274-275: nomina articularia sumpta per obliquum
restringunt appellationem, ut ‘video regem’, ‘loquitur de rege’ . Cfr. cap. II,
$ 2. 130 Logica ‘Cum sit nostra’, cit., p. 449: Et est appellatio sermonis
Terminologia logica della tarda scolastica [Le Introductiones Parisienses, dopo
aver definito i termini suppositio, significatio, consignificatio, definisce
così l’appellatio: Appellatio, ut solet dici, est presentialis convenientia
alicuius cum aliquo; vel: quedam proprietas que inest termino ex eo quod pro
presenti significat, ut solet dici. Ut hoc nomen ‘Antichristus’ non appellat
Antichristum, immo subponit et significat !, Perché un termine abbia
appellazione, si richiede la conside razione della struttura proporzionale
(convenientia) e il riferimento al tempo presente. Manca, nel testo, qualsiasi
cenno all’appellatio come funzione del predicato !°. } Anche il Tractatus de
proprietatibus sermonum definisce l’appellatio indicando come elemento
caratterizzante la connotazione temporale del tempo presente ‘*, che deve aver
luogo in un contesto proposizionale !*. E poiché l’appellatio è inferiore alla
suppopredicabilis significatio sine tempore . Vel: appellatio est proprietas
termini communis quam habet secundum quod comparatur ad sua singularia, que
comparatio inest ei secundum quod appellat. Ut cum dicitur: ‘homo est animal’,
iste terminus ‘homo? habet comparationem ad singularia, que comparatio inest ci
secundum quod appellat Socratem vel Platonem : interessante il rilievo relativo
alla predicabilità, ma il prosieguo del discorso mostra qual è il vero
interesse del nostro testo. Si noti che la suppositio è definita substantiva
rei designatio, idest significatio termini substantivi; è chiaro, dall’analisi
di homo contenuta nel primo testo, che suppositio e appellatio non si
escludono. 131 Introductiones Parisienses, cit., p. 371. 132 Seguono (ivi, pp.
371-373) sei regole relative all’ampliatio e alla restrictio di suppositio e
appellatio. 133 Tractatus de proprietatibus sermonum, cit., p. 722: Appellatio est proprietas que inest voci ex
eo quod assignet aliquem mediante verbo presentis temporis. Per hoc patet quod
ille terminus tantummodo appellat qui vere potest sumi cum verbo presentis
temporis; ille vero nil appellat qui vere non potest sumi cum verbo presentis
temporis, ille scilicet qui nil potest significare presentialiter. Appellare est assignare
aliquem. Unde terzzinum appellare nil aliud est quam terzzinum convenire
alicui, hocest esse assignare alicui mediante verbo presentis temporis . 88
Alfonso Maierù sitio, in quanto è un capitolo di essa !%, l’appellatio può
essere anche definita come la coartatio (o restrictio) della suppositio
mediante il verbo di tempo presente !%, La Dialectica Monacensis, agli elementi
già rilevati della connotazione temporale in un contesto proposizionale,
aggiunge che 4ppellare è accidentale per il termine, e che la funzione del
termine che appellat è quella di essere predicato !”. Ancora, le Suzzzze
Metenses caratterizzano in modo molto chiaro l’appellatio come suppositio del
termine pro iis qui sunt , pro existente , a differenza della
supposizione, che è funzione del termine non legata ai presentia supposita !*. 135 Ivi:
cum suppositio et appellatio se habeant quasi superius et nferius . 136
Ivi, pp. 722-723: Quoniam (autem) variatur
per verbum presentis emporis vel preteriti vel futuri, et cum talis variatio
sit suppositio coartata et talis suppositio coartata per verbum presentis vel
preteriti vel futuri dicatur appellatio. Dialectica Monacensis, cit., p.
616: Dicitur autem terminus appellare id
de quo vere et presentialiter et affirmative potest predicari. Ut patet in hoc
termino ‘bomzo’, qui appellat Sortem, Platonem, et omnes alios presentes. Et
notandum quod terminus communis hoc quod appellat, supponit. Sed non convertitur,
quia multa supponit que non appellat. Iste enim terminus ‘bozz0? supponit
Cesarem et Antichristum, non tamen appellat cos, eoquod. non sunt presentes.
Unde accidentale est termino appellare id quod modo appellat, quia iste
terminus ‘hozz0” appellat Sortem cum ipse est, cras non appellabit ipsum dum
ipse non est, sed tamen supponit . La supposizione è comunque superior
all’appellazione; di essa si afferma:
terminus communis pet se sumptus supponit pro omni quod potest
participari formam eius: , dove è presente un riferimento alla forzz4 (natura
universale) come residuo delle interpretazioni dell’espressione: substantia et qualitas . 1388
Cfr. Summe Metenses, cit., p. 458: Quoniam appellatio est nota corum. que
accidunt termino inquantum est in propositione, ideo viso de suppositione
termini videndum est de appellatione eiusdem et de differentia que est inter
appellationem et suppositionem. Sciendum tamen quod appellatio termini est
suppositio eius pro iis qui sunt. Unde appellata dicuntur presentia supposita;
suppositio est tum pro existente tum pro non Terminologia logica della tarda
scolastica 89 Questa caratterizzazione è prevalente nel secolo XIII, e non solo
nelle varie sumzzzulae, ma anche in testi come lo Speculum doctrinale di
Vincenzo di Beauvais !*. Lamberto di Auxerre ricorda quattro accezioni di
appellatio, ma afferma che il valore principale resta acceptio termini pro supposito vel suppositis
actu existentibus !°. Pietro Ispano a
sua volta definisce senz'altro:
Appellatio est acceptio termini pro re existente , il che rende questa
funzione del termine diversa dalla significatio e dalla suppositio !!. La
necessità dell’attuale esistenza della cosa appellata fa sì che Pietro
attribuisca l’appellatio non solo ai nomi comuni, ma anche ai nomi propri
quando designano una realtà esistente ‘4°. Bisogna però distinguere due casi
existente. Et ex hoc patet differentia inter appellationem et suppositionem .
Non autem terminus appellat nisi pro eo qui vere est. Et propterea manifestum
est quod multos appellavit quos modo non appellat, et multos postea appellabit;
item multos appellabat (appellat: De Rijk) quos modo non appellat nec postea
appellabit . 139 Vincenzo DI BEAUVAIS, op. cit., 240: Appellatio vero dicitur quaedam proprietas
quae inest termino, eo quod ille potest accipi pro aliquo supposito actu
existente. Unde differt a suppositione, eo quod suppositio est indifferens
respectu entium, et non entium: unde suppositio communior est quam appellatio ;
per la distinzione tra nomi comuni o appellativi e nomi propri, cfr. ivi,
95-98. 140 In PRANTL, Appellatio dicitur quatuor modis: propria nominatio,
proprietas nominum, acceptio termini pro supposito sub suo significato,
acceptio termini pro supposito vel pro suppositis actu existentibus... Quarto
modo est principalis intentio... . 141 Summulae logicales, cit., 10.01, p. 102;
continua così il testo cit.: Dico autem “pro re existente”, quia terminus
significans non ens nihil appellat, ut “Caesar” vel “Antichristus”, et sic de
aliis. Differt autem appellatio a suppositione et significatione, quia
appellatio est tantum de re existente, sed suppositio et significatio sunt tam
de re existente quam non existente, ut “Antichristus” significat Antichristum
et supponit pro Antichristo, sed non appellat, “homo” autem significat hominem
et supponit de natura sua tam pro hominibus existentibus quam non existentibus
et appellat tantum homines existentes . 14 Ivi, (10.02):
Appellationum autem alia est termini communis, ut 90 Alfonso Maierù
riguardo all’appellatio del termine comune: se il termine ha supposizione
semplice (se cioè sta per l’essenza comune d’una cosa), allora idem significat, supponit et appellat ; se
invece ha supposizione per i suoi inferiora, esso significat la natura comune,
supponit per quegli inferiora per i quali viene quantificato e appellat gli
inferiora esistenti !9. L’uso dei termini appellatio, appellare da parte di
Guglielmo di Shyreswood merita un discorso più ampio. Innanzi tutto, va
precisato che secondo Guglielmo appellatio è la generale predicabilità del nome
in una proposizione che abbia il tempo presente !*. Ma il maestro ci informa
che, secondo alcuni (guidar), il predicato ha appellatio mentre il soggetto ha
suppositio 5. Ora, la “homo”, alia termini singularis, ut “Socrates”. Terminus
singularis idem significat, supponit et appellat, quia significat rem
existentem, ut “Petrus” . 143 Ivi, 10.03, pp. 102-103: Item, appellationum
termini communis alia est termini communis pro ipsa re in communi, ut quando
terminus habet simplicem suppositionem, ut cum dicitur “homo est species” vel
“animal est genus”; et tunc terminus communis idem significat, supponit et
appellat, ut “homo” significat hominem in communi et supponit pro homine in
communi et appellat hominem in communi. Alia est termini communis pro suis
inferioribus, ut quando terminus communis habet personalem suppositionem, ut
cum dicitur “homo cutrit”. Tunc “homo” non significat idem, supponit et
appellat, quia significat hominem in communi et supponit pro particularibus et
appellat particulares homines existentes. Introductiones în logicam, Appellatio
autem est presens convenientia termini i.e. proprietas, secundum quam
significatum termini potest dici de aliquo mediante hoc verbo: est . Appellatio
autem (sc. est) in omnibus substantivis et adiectivis et participiis et non in
pronominibus, quia non significat formam aliquam, sed solam substantiam (abbiamo tenuto presente le correzioni
suggerite in KNEALE, op. cit., pp. 246 sgg., al testo che il Grabmann ha
fissato nell’ed. cit.), e p. 82:
Appellatio autem inest termino, secundum quod est predicabilis de suis
rebus mediante hoc verbo: est ; cfr. DE Rik, op. cit., II, i, pp. 563 sgg. In questo senso il
BocHENSKI, A History of Formal Logic, cit., p. 176, intende appellare come
‘nominare’ le cose presenti. GUGLIELMO DI SHYRESWOOD, op. cif., p. 82: Dicunt igitur quidam. quod terminus ex parte
subiecti supponit et ex parte predicati appellat . Terminologia logica della
tarda scolastica 9i supposizione può essere duplice: aut secundum actum aut secundum habitum;
della supposizione abituale (che ha riscontro nella supposizione naturale di
Pietro Ispano 19), scrive: Secundum
autem quod est ‘** in habitu dicitur suppositio significatio alicuius ut
subsistentis. Quod enim tale est, natum est ordinari sub alio ; la supposizione
attuale è definita ordinatio alicuius
intellectus sub alio !: un termine, in
quanto tale, è naturalmente capace di fungere da soggetto e in tal caso ha
supposizione abituale; se è usato in una proposizione, esso è attualmente
‘ordinato’ a un predicato, ed ha supposizione attuale. Ciò premesso, Guglielmo
commenta così l’opinione dei quidam: Et sciendum, quod ex parte subiecti
supponit (sc. terminus) secundum utramque diffinitionem suppositionis (sc.
actualem et habitualem), ex parte autem predicati supponit secundum habitualem
suam diffinitionem. Scieridum etiam quod terminus ex parte subiecti appellat
suas res, sed non secundum quod est subiectum. Ex parte autem predicati
appellat. Secundum autem quod predicatum, comparatur ad subiectum suum per
aliquam suarum rerum et secundum hoc appellat 199. Sembra di poter ricavare dal
testo le seguenti affermazioni: la supposizione attuale non importa
l’appellatio; la supposizione abituale, propria del termine in quanto tale,
importa l’appellatio; l’appellatio è perciò proprietà del termine in quanto
tale: il soggetto appellat in forza della sua ineliminabile supposizione abi
tuale, il predicato appellat in quanto esso ha solo supposizione abituale; e
poiché il predicato significa una forma che inerisce alla substantia del
soggetto, il termine predicato designa solo una 16 Ivi, p. 74. . o 147 Summulae
logicales, cit., 6.04, p. 58; cfr. DE Ru, op. cit., II, i, pp. 566 sgg.; cfr.
anche cap. II, nn. 67 e 69. : 188 Nel testo di GueLIELMO DI SHYRESWOOD, op.
cit., p. 74, si legge sunt, che è riferito insieme a suppositio e copulatio.
149 Ivi. 150 Ivi, p. 82. 92 Alfonso Maierù 151 x n forma e appellat secondo che
è ordinato al soggetto, e grazie al soggetto; il predicato è quindi assunto
nella sua intenzione e aa; ; inerisce’ al soggetto che riceve estensione dalla
copula !2. Da quanto si è detto, appare evidente che la dottrina della
appellatio proposta da Guglielmo è ancora legata all’analisi grammaticale della
relazione che intercorre tra nome appellativo e realtà designata. Ma resta vero
ancora, per Guglielmo, che il nome, per sua natura (de se), supponit pro
presentibus !* cioè ha la funzione, che
gli deriva, come si sa, dalla sua impositio, di nominare le cose presenti: è
questa la ragione per cui l’appellatio è legata, come a sua conditio sine qua non , alla connotazione
temporale della copula di tempo presente. 151
Cfr. ivi, p. 78: Queratur, utrum dictio, que predicatut, predicet solam formam
et si stet simpliciter aut non. Et videtur, quod non. Si enim ita esset, vere
diceretur: quedam species est homo sicut dicitur: homo est species. Dicendum,
quod hoc non sequitur. Omne enim nomen significat solam formam et non absolute,
sed inquantum informat substantiam defferentem ipsam et sic aliquo modo dat
intelligere substantiam. Nomen ergo in predicato dat intelligere formam,
dico, ut est formam substantie subiecti. Et ideo cum illa substantia
intelligatur in subiecto, non intelligetur iterum in predicato. Unde predicatum
solam formam dicit . Si ricordi che significatio è definita (ivi, p. 74): presentatio alicuius forme ad intellectum :
forma è una natura universale; per il De Rij€, op. cit., II, i, p. 563, n. 3,
l’espressione significatum termini del primo testo della n. 144 vale the universal nature the term signifies . 12
Così il De Rug (ivi, p. 564) intende il passo di Guglielmo: di contro ai quidam
che appaiono sostenitori della teoria dell’identità per quanto riguarda
la copula (soggetto e predicato hanno la stessa estensione, indicata dalla
copula), Guglielmo è sostenitore della teoria dell’inerenza (per la quale cfr.
Moopy, Truth and Consequence..., cit., pp. 32 sgg., e cap. III). sa Cfr.
GUGLIELMO DI SHYRESWOOD, op. cif., p. 85: Et dico, quod ille terminus: homo
supponit pro presentibus de se, quia significat formam in comparatione ad suas
res. Hec autem comparatio tantum salvatur in existentibus. Solum enim est suum
significatum forma existentium et proprie pro hiis supponit de se ; per forma,
e significatum, cfr. n. 151; per l’interpretazione proposta, cfr. KNEALE, op.
cit., pp. 247-248. Terminologia logica della tarda scolastica 93 Di contro alla
dottrina che interpreta l’appellatio come una specie di suppositio, e
precisamente quella specie che vale in relazione al tempo presente, dottrina
che deriva dall’affermarsi della suppositio come teoria generale del termine
nella proposizione in sostituzione dell’appellatio (ben illustrata dal De
Rijk'*), sopravvive nelle sumzzzulae l’interpretazione dell’appellatio come
proprietà del termine derivante dalla primitiva impositio: essa è documentata
dall’Ars Meliduna, dalle Sumule dialectices attribuite a Ruggero Bacone, ma
anche nel Compendium studii theologiae di Ruggero Bacone. Se, per parte sua,
l’Ars Meliduna afferma ancora le tesi dell’appellatio come risultato immediato
dell’institutio 9, della 154 Cfr. Logica modernorum. Causa institucionis vocum
fuit manifestacio intellectus, idest ut haberet quis quod alii intellectum suum
manifestaret [....]. Notandum tamen quod institucio vocum non fuit facta ad
significandum, sed tantum ad appellandum, quippe cum appellacio vocum magis sit
necessaria ad loquendum de rebus subiectis quam significacio. Quod autem ad
appel landum fuerint voces institute, satis probabiliter coniectari potest ex
illa inposicione vocis que fit cum puero nomen inponitur: ibi enim non queritur
quid significabit illud nomen vel quo nomine puer significabitur sed pocius
quid appellabitur. Amplius autem ex hoc quod ubicunque proprie ponuntur nomina
in supposito semper ponuntur ad agendum de appellatis tantum, ut dicto quoniam
horzo currit. Appellant ergo nomina res illas propter quas supponendas fuerunt
instituta. Verba quoque similiter, saltem casualia, idesi participia. Licet
autem ad appellandum tantum fuerint institute voces, tamen preter appellacionem
habent etiam significacionem, sed hanc ex appellacione contraxerunt sive ex
institucione facta ad appellandum . Discutendo della significazione dei nomi,
l’autore c’informa che, secondo una tesi, essi signi ficano le forme ideali,
per cui desinente re appellata, manet
vocis significatio (ivi, p. 295); ciò
ricorda da vicino quanto scrive GIOVANNI DI Sa LIsBURY, Metalogicon, cit., IV,
35, p. 205: temporalia uero widentur
quidem esse, co quod intelligibilium pretendunt imaginem. Sed appellatione
uerbi substantiui non satis digna sunt que cum tempore transeunt, ut nunquam in
eodem statu permaneant, sed ut fumus euanescant; fugiunt enim, ut idem (sc.
Plato) ait in Thimeo, nec expectant appellationem ; cfr 94 M. necessità del
riferimento al presente e della priorità logica della significatio e della
suppositio rispetto all’appellatio, giacché il nome conserva quelle quando
perde questa in seguito alla distruzione della cosa ‘appellata’ !*, il discorso
diventa più articolato negli altri due testi. L’autore delle Sumzule scarta sia
la dottrina della suppositio come proprietà del soggetto !”, sia quella
dell’appellatio come proprietà del predicato: l’appellatio è ordinata agli
appellata e perciò è proprietà del soggetto come del predicato, giacché
entrambi sono ordinati agli appellata; e poiché i termini che hanno
appellazione sono usati nella loro valenza significativa, ogni 4ppellatio è
personale (‘personale’ indica che il termine è usato a denotare le realtà significate)
e si può articolare a somiglianza della supposizione personale ‘*. L’autore,
inoltre, ricorda due opinioni Timaeus a Calcidio translatus commentarioque
instructus, ed. T.H. Waszink, Plato
latinus , IV, Londini et Leidae 1962, p. 47. Cfr. MurraLry, The Summulae logicales ..., cit., pp. lviti-lix. 156 Ars Meliduna,
cit., p. 316: Significat enim hoc nomen ‘Cesar’ adhuc illud individuum quod
olim significavit. Neque enim nomen re (ce)dente significationem amisit quam
prius habuerit, sed appellationem, — que est per verbum presentis temporis vera
attributio sive copulatio. Unde et semper exigit rem existendi. Distat ergo
inter suppositionem, significationem, appellationem, quia duo prima precedunt
tertium, ut in hoc nomine ‘Antichristus’; semper etiam post ipsum manent, ut in
hoc nomine ‘Cesar’; ipsa vero simul. Significat itaque ‘Cesar’ individuum, non
quod modo sit individuum, sed quod est vel fuit vel erit. Et ita significat
individuum quod non est nec tamen (erit) aliquod individuum. Sicut
supponit vel, secundum alios, significat boro qui non est et tamen quilibet
homo est, quia significatio dictionis appellationem ampliat . 157 Sumule dialectices,
cit., p. 268: quarto modo dicitur supposicio ‘proprietas termini subjecti’,
sive subjecti in quantum alii supponit et subicitur in oracione ; quindi è
scartata la tesi che intende la suppositio come
substantiva rei designacio (ivi).
1588 Ivi, p. 277: dicitur quod
appellacio est termini predicabilis sine tempore significatio (significato:
Steele). Quod est falsum: quia appellacio dicitur per comparacionem ad
appellata que respicit. Cum igitur subjectus terminus equaliter respiciat
appellata, sic terminus predicatus erit appellacio Terminologia logica della
tarda scolastica 95 relative al riferimento temporale del nome che ha
appellatio: una, più diffusa, sostiene che il termine comune denota tutti i
suoi (possibili) appellata, senza alcun riferimento temporale (su questa
affermazione, legata all’analisi del momer appellativum, fa leva la dottrina
dell’ampliatio e della restrictio); l’altra, invece, intende l’appellatio del
termine come riferita al presente, giacché
terminus est solum nomen presencium
!’. Questa seconda è l’opinione condivisa dall’autore delle Sumzzle; fra
i vari argomenti addotti a sostegno di essa, uno è ricavato dalla dottrina
della ampliatio: se il termine avesse appellazione per il presente come pet il
passato e il futuro, l’ampliazione non avrebbe senso !, e conclude: Dicendum
est igitur quod terminus est solum nomen presencium vel existencium, nomen dico
significacionis . Quare terminus de se solum concernit presencia, et supponit
pro illis de sui materia; pet naturam autem verbi de preterito et futuro, vel
habenti materiali eorum ut verba ampliandi, poterunt stare pro preteritis et
futuris!9!, All’obiezione, che si può formulare contro la tesi che sostiene
essere elemento caratterizzante dell’appellatio il riferimento al tempo
presente, che cioè il nome, a differenza del verbo, non connota il tempo, e
quindi non è giustificato alcun riferimento subjecti sicut predicati. Cum
igitur omnis appellacio sit respectu significacionum, omnis appellacio erit
personalis. Sicut autem supposicio personalis dividitur sic appellacio potest
dividi; alia discreta, alia communis etc., et competunt eadem exempla tam a
parte subiecti quam a parte predicati ; cfr. Duplex tamen est sentencia de
appellacionibus, quia quidam dicunt quod terminus appellat de se appellata
presencia, preterita et futura, et est communis entibus et non-entibus. Alii
dicunt quod terminus est solum nomen presencium et nichil est commune enti et
non-enti, sive preterito, presenti, et futuro, secundum quod dicit Aristoteles
in primo Metaphysice . 160 Ivi, p. 280. 161 Ivi. 96 Alfonso Maierù temporale
‘2, l’autore risponde che il nome, di per sé, né significa né consignifica il
tempo, ma, piuttosto, l’imzpositio che è all’origine del nome è in relazione
alla res praesens da nominare, e la significatio che ne consegue
non può prescindere da ciò !9, Dalla stessa posizione muove Ruggero Bacone nel
Corzpendium: in polemica con Riccardo Rufo di Cornovaglia, nega che il nome
designi un esse habituale indifferente alla connotazione temporale e
quindi valido per presente, passato e futuro!” e si richiama all’originaria
imzpositio del nome che esige la presenza della cosa designata. E all’obiezione
che il nome significat sine tempore ,
risponde che ciò è detto quantum ad
modum significandi, non quantum ad rem , che anzi, usare un termine per
designare una realtà non più esistente o non esistente è usarlo equivocamente
e, in fondo, dare ad esso una nuova impositio !£; e ancora: una vox petde la
sua significatio una volta distrutta la
res signata ; se dunque una vox significa una realtà non più presente,
lo fa perché riceve una nuova imzpositio 19. 16 Ivi, p. 283: His suppositis,
est dubitacio super jam dicta quod nomen significat sine tempore, igitur
hujusmodi termini ‘homo’ ‘Sor’, cum sint nomina, non determinant sibi tempus
aliquod, nec appellata magis presencia quam preterita vel futura . 163
Ivi: inponitur enim nomen rei presenti
et appellato presenti. Oportet enim quod sit presens et ens actu cui nomen
inponatur. Set hoc dupliciter: aut ens actu et presens in rerum natura, ut ‘homo’
‘asinus’, aut secundum animam, ut ‘chimera’ et hujusmodi ficta apud intellectum
et cognicionem . Compendium . Nunquam enim homines, quando inponunt nomina
infantibus vel animalibus suis, respiciunt nisi ad res presentes sensui, et
ideo non abstrahunt a presenti tempore, nec ab actuali ; cfr. Ars Meliduna, in
n. 155. 16 Ivi, p. 57: Sic possumus inponere illis nomina, set alia inposicione
et alia quam illa que entibus fit, et equivoce; ut Cesar potest per nouam
inposicionem significare Cesarem preteritum vel futurum vel mortuum, set
equiuoce enti et non enti . 167 Ivi, p. 60: in part.: Si enim non est pater, non
est filius, nec Terminologia logica della tarda scolastica 97 I testi ora
esaminati rappresentano indubbiamente i documenti d’una sopravvivenza di tesi
tradizionali, talora riprese polemicamente (da Bacone) contro l’affermarsi di
quella considerazione dell’appellatio che abbiamo detto sintattica: il termine
può essere considerato nel momento della sua utilizzazione in una proposizione,
e in tal caso ha appellatio quando la supposizione di esso è rapportata al
presente. Una tale considerazione è possibile grazie al sostituirsi della
dottrina logica della suppositio, come dottrina generale del termine nella
proposizione, a quella dell’appellatio, che, muovendo da premesse
prevalentemente grammaticali (nomen appellativum), si era affermata prima come
dottrina del rapporto intercorrente tra il momzen comune e i suoi appellata e
poi come dottrina del zomzen condizionato dal tempo del verbo nella
proposizione; i due modi di considerare l’appellatio sono esemplificati, fra
l’altro, dalle due opinioni che abbiamo visto nel testo delle Suzzule dello ps.
Bacone. Ma, insopprimibile, rimane l’esigenza di rapportare il nome al suo
momento istitutivo, quando si pongono le premesse dell’appellatio e della
significatio; la tesi del decadere della vox dalla sua significatio quando vien
meno la res appellata sostenuta da Ruggero Bacone finisce, però,
per distruggere la possibilità non solo d’un discorso logico, ma d’un qualsiasi
discorso. Niente di nuovo, rispetto a quanto si è detto, si trova nella
tradizione dei commenti ad Aristotele fioriti nel secolo XIII !8. e contrario:
set signum et signatum sunt relatiua, ergo perempto signato, non erit vox
significatiua . 18 Si veda, ad esempio, ALserto Magno, Praedicamentorum liber
I, in Opera, I, cit., pp. 157b (i derominativa) e 158b: Et quod dicitur
appellationem (quae dicitur quasi ad pulsum, et componitur ab 4 praepositione
et pello, pellis) notat, quod alienum pulsum sit ad id quod denominatur, sicut
et nomen proprium appellatio vocatur proprie, quia ex collectione accidentium ad
id significandum appulsum est. Nomen enim commune propter hoc
dicitur appellativum, eo quod in eo multa pelluntut in unum, et ideo est
commune multorum . Ma si veda, per questi riferi[La trattazione della dottrina
dell’appellatio qual è svolta dai maestri del secolo XIV presuppone la
conoscenza dei problemi finora esaminati, da quello dei patonimi a quello
del nomen appellativum a quello, ancora, che è posto dalla domanda
se l’appellatio sia una proprietà del predicato e se rimandi a una forma o
natura universale. Di Occam si è parlato a proposito dei patonimi; si è visto
che la sua dottrina è punto di arrivo di una tradizione di analisi, puntualizza
lo status dei problemi e fissa una terminologia. Per quanto riguarda
l’appellatio, il Venerabilis
Inceptor ne precisa il significato una
prima volta in rapporto a suppositio, una seconda distinguendo due accezioni di
appellare. Ecco il primo passo, tratto dalla Sumzmza logicae: Est sciendum, quod ‘suppositio’ accipitur
dupliciter, scilicet large et stricte. Large accepta non distinguitur contra
pes arena sed appellatio est unum contentum sub suppositione. Aliter accipitur
stricte, secundum quod distinguitur contra appellationem !9, Il secondo passo
si legge nell’Elementarium logicae: ‘Appellare’ autem et ‘appellatio’
dupliciter accipitur; uno modo pro significare plura, per quem modum dicuntur
quaedam nomina esse nomina appellativa, non praccise quia significant sed quia
significant plura. Ideo nomina propria non sunt nomina appellativa . Aliter
accipitur appellare pro termino exigere vel denotare seipsum debere sub propria
forma, id est ipsummet praedicari in aliqua alia propositione. Et sic solebant
(dicere) quod praedicatum appellat suam formam et subiectum non appellat suam
formam. Nel primo testo Occam afferma che
appellatio est unum menti e per altri, Miztellateinische Worterbuch,
s.w. appellatio e appellativus. 169 Summa logicae, cit., pp. 175-176. 0
Elementarium logicae, cit., pp. 217-218. i Terminologia logica della tarda
scolastica 99 contentum sub suppositione
nel senso che essa è un capitolo della supposizione !; appellatio invece
si contrappone a suppositio solo se si intende che questa è proprietà del
soggetto e quella del predicato: a chiarire il secondo valore giova il testo
dell’Elementarium. La prima accezione di appellatio, appellare è legata alla
dottrina del nomen appellativum , la
seconda invece caratterizza l’appellatio come proprietà del predicato che appellat suam formam . Ma cosa valga questa
espressione si ricava da altri passi: nella Sumzzza logicae l’espressione
vale: ipsum (sc. praedicatum) et non
aliud !2, nell’Elementarium essa è
glossata con praedicatum ipsum non mutatum
seu variatum nec alio sibi addito !#:
dal punto di vista logico, una proposizione il cui predicato appellat suam formam è vera quando lo stesso termine, non mutato,
cioè assunto per tutto ciò che esso importa dal punto di vista della
sigrificatio, è predicato de illo, pro
quo subiectum supponit, vel de pronomine demonstrante illud praecise, pro quo
subiectum supponit ! facendo una
proposizione vera; così, perché sia vera la proposizione album fuit nigrum , è necessario che sia
stata vera una volta la proposizione:
hoc est nigrum . Ora, non è richiesto in tali proposizioni che ciò valga
anche per il soggetto !5: è noto infatti che il verbo condiziona ciò che segue
ad esso, non ciò che precede, e che il soggetto di una proposizione con verbo
di tempo o comunque di valote diverso dal semplice presente ha supposizione per
ciò che è o pet ciò che può essere (o per ciò che fu, o sarà), mentre il
predicato ha 171 Per Pu. Bonner (Ockbam's Theory of Signification, Franciscan Studies, VI [1946], pp. 143-170,
ora in Collected Articles on Ockham, cit.: v. in part. p. 230, n. 51) e il De
RiJ€ (op. ciz., II, i, p. 564) è quel capitolo che riguarda la supposizione di
un termine in relazione a cose esistenti; ma cfr. nn. 186 e 187. 172 Summa
logicae, cit., p. 195 (l’espressione occorre anche a p. 242). Elementarium
logicae, Summa logicae, cit., p. 195.
175 Elementarium logicae, cit., p. 218. 100 Alfonso Maierà supposizione, nel
suo valore specifico, per il tempo e il valore indicato dal verbo !. Nella
dottrina dell’appellatio di Riccardo di Campsall vanno distinte due fasi: la
prima è quella che emerge dalle Questiones super librum Priorum analeticorum,
la seconda si riscontra nella Logica. Nel primo testo, appellare occorre sia in
concorrenza con supponere, almeno in un caso in cui si tratta della suppositio
del predicato !”, sia nell'espressione « predicatum appellat suam formam , che
è usata come medium di argomentazione 18. l’autore non fa riferimento ad alcuna
connotazione temporale in questi contesti, e l’esclude esplicitamente là dove
definisce il nome comune o appellativo come quello che « significat naturam
communem habentem supposita !?: qualora
non avesse un « suppositum presens
o 412 Alfonso Maierù In
conclusione, Wyclif conosce due grandi generi di probazio: una legata ai
termini mediati, l’altra, meno formalizzata, che si ricollega forse a una
tradizione vicina a quella testimoniata dai Tractatus Anagnini”. Infine, è
importante rilevare che i maestri di formazione parigina, ma anche Occam, non
conoscono altro tipo di probatio che non sia la expositio: da questo, che è il
più diffuso, cominceremo l’esame dei singoli modi di ‘prova’ della verità delle
proposizioni. 4. L’« expositio I termini
exponere, expositio hanno una loro storia anteriore all’uso che ne fanno i
logici nel medioevo, sia nel campo blema possit pluribus modis concludi. Ad
quod dubium sine verbis respondeo quod particularis affirmativa et universalis
negativa de subiectis non transcendentibus ad minus quadrupliciter probari
possunt: a priori, a posteriori, aeque et indirecte; ut ista propositio: ‘homo
currit’ a posteriori potest probari sic: ‘hoc currit et hoc est homo, igitur
homo currit*; a priori sic: ‘omne animal currit, homo est animal, igitur homo
currit’; ab aeque sic: ‘risibile vel animal rationale curtrit, igitur homo
currit*; indirecte sic: quia contradictoria istius significantis principaliter
quod homo currit est falsa, igitur ista est vera ‘homo cutrit’ . C'è da notare
che il procedimento a priori, quale qui esposto, ricorda molto da vicino
l'operazione contraria alla resolutio che Billingham chiama compositio; quello
4 posteriori, stando all’esempio addotto, si identifica con la resolutio
stessa; la probatio ab aeque non contiene alcun accenno all’expositio, che è
invece presente in Wyclif; infine, la probatio indirecta è identica alla
probatio indirecta ex opposito di Wyclif. La dipendenza di Pietro da Wyclif non
è proprio documentabile, come si vede: va piuttosto detto che una stessa
tradizione è giunta ai due autori, probabilmente da fonte inglese; in Wyclif
l'utilizzazione di questa quadruplice probatio è puntuale e normale, mentre
Pietro, per quanto mi risulta, non va oltre questo cenno. 5 Manca in Wyclif
ogni riferimento alle « probatio per habitudinem Terminologia vogic. delta
tarda scolastica 413 della retorica ® che in quello delle tecniche di approccio
agli auctores oggetto di lectio ®. Il Mullally nota che l’origine del termine
va ricercata nell’esigenza di chiarire i vari sensi del discorso, compito che
già Cicerone assegnava alla dialettica 2. L’affermazione torna nel medioevo *,
in un contesto in cui si discute del compito che spetta al commentatore di
Prisciano; in verità, l’esigenza stessa della expositio, a tutti i livelli, ha
la sua origine nel bisogno di chiarire, illustrare, mostrare qualcosa mediante
discorso. Nel secolo XII troviamo in testi di logica due usi di expomere: uno,
relativo alla vox che « exponitut per significationem alterius
predicabilium che ha una lontana
parentela con la probatio officialiter, come si dirà nel $ 6; cfr. Tractatus
Anagnini, cit., pp. 285 sgg. 9 Per la retorica, cfr. LausBERG, op. cif., pp.
700 sg., sv. exponere ed expositio. 61 Cfr. Boezio, In Arist. Periermenias, I
ed., cit., p. 132; II ed. cit., p. 157: expositor è il ‘commentatore’; e p. 7:
« Cuius expositionem nos scilicet quam maxime a Porphyrio quamquam etiam a
ceteris transferentes Latina oratione digessimus ; Cassionoro, Institutiones,
cit., I, VIII 16, p. 32: « nequaquam vobis modernos expositores interdico . Per
la distinzione tra autentici, disputatores, introductores e expositores cfr. E.
R. Curtius, Europdische Literatur, Bern 19619, p. 264. MutLaLty, The « Summulae logicales ..., cit., pp. lxxiv sgg., in part. p. lxxiv
n., cita Cicerone, Bruto, xLI, 152: « latentem explicare definiendo, obscuram
explanare interpretando [....] . Il MuLLaLty, ivi, cita anche De doctrina christiana
di S. Agostino, III, dove le ambiguità verbali sono chiarite con l’applicazione
di regole grammaticali. GucLieLMo
DI ConcHes, De philosophia mundi, P. L. 172, 101-102: «Antiqui vero
glosatores in expositione accidentium
erraverunt. Quod ergo ab istis minus dictum est dicere proposuimus, quod
obscure exponere, ut ex nostro opere causas inventionis predictorum aliquis
querat et diffinitionum Prisciani expositiones
(il passo è cit. dal De Rixk, Logica modernorum, Il, i, cit., p. 110,
che segue il testo corretto da E. JeaunEAU, Deux rédactions des gloses de
Guillaume de Conches sur Priscien,
Recherches de théologie ancienne et médiévale , XXVTI [1960], p. 218). 414 Alfonso Maierà
vocis #, l’altro relativo alla
propositio 9. Questo secondo solo, opportunamente precisato, diviene corrente
nella logica medievale. Che a questo stadio H. P. GRICE STAGE -- l’accezione
sia generica, si può constatare anche in Abelardo #; ma ben presto essa si fa
più rigorosa. La propositio in tal caso è detta exporibilis. Ma poiché essa è
tale in virtù di una vox 0 dictio, è necessario individuare quali dictiones
rendano esponibile la proposizione. Si afferma quindi che le dictiones aventi
tale proprietà sono quelle sincategorematiche o aventi un importo
sincategorematico. Pietro Ispano, nel Tractactus exponibilium, così definisce
la propositio exponibilis: Propositio exponibilis est propositio habens
obscurum sensum expositione indigentem propter aliquod syncategoreuma in ea
implicite vel explicite positum vel in aliqua dictione [....] mentre Buridano
afferma: expositio non est nisi explanatio significationis syncategoreumatum $,
La ricerca dell’identificazione dei termini esponibili è operata % Glose in
Arist. Sopb. el., cit., p. 212: Figura dictionis secundum significationem est
cumz una vox exponitur per significationem alterius vocis, ut hec vox ‘quid’
exponitur per quale vel quantum, quia iste voces non videntur differre in
significatione, tamen differunt (cfr.
anche De RK, op. cit., II, i, p. 500, n.). 6 Introductiones dialetice secundum
Wilgelmum, ms. Vienna lat. 2499, f. 27r, cit. in De Rik, op. cit., II, i, p.
132: Sed quocumque modo ipsi exponant istam propositionem: ‘quoddam animal est
homo’, absurdum est eam dici regularem, quia absurdum est ut illud quod prorso
continetur ab aliquo in ordine predicamenti, de continenti regulariter
predicetur : si tratta semplicemente della conversione della proposizione. $
Cfr. cap. V, n. 74; v. anche KneaLE, The Development of Logic, cit., pp.
212-213. ST Op. cit., p. 104. 6 Consequentiae, cit., III, 1; cfr. cap. IV, n.
147. Terminologia
logica della tarda scolastica 415 nel contesto proposizionale, giacché è fatta
in vista di chiarire il senso dell’intera proposizione f, con l’aiuto delle
dottrine grammaticali, oltre che della tradizione aristotelico-boeziana. L’Ars
Meliduna individua in particolare le dictiones exclusivae” e i quantificatori”,
ma non usa la terminologia dell’expositio, mentre il quinto dei Tractatus
Anagnini, che tratta de quinque dictionum generibus (distributive, infinite,
aggettive, esclusive, relative) ? e che può essere considerato un trattato de
syncategorematibus come ce ne saranno nel secolo XIII”, usa il termine exponere
collocandolo in un contesto che è importante perché vi si distingue la propositio que exponitur e quella per quam exponitur , anche se la
terminologia è in concorrenza con quella della resolutio””. Tra quelle
dictiones che l’anonimo autore chiama distributive sono individuati i
comparativi, e tra quelle dette aggettive, i superlativi 9, la cui analisi 6
L’Ars Meliduna, cit., p. 329, trattando della contraddizione, afferma che
dictiones come tantum, praeter, nisi, adbuc modificano il consueto rapporto tra
le contraddittorie secondo il noto schema del ‘quadrato’ delle proposizioni, e
perciò richiedono un’attenzione particolare che tenga conto dell'intero
contesto della proposizione condizionato da quelle dictiones. © Ivi, p. 333. ©
Ivi, p. 322. © Op. cit., p. 297 (argumentum del 5° trattato). 73 Come ad es. il
trattato Syrncategoremata di SHYRESWOOD, cit. © Op. cit., p. 317: Nos autem
admittimus eas et dicimus quod frequenter ca que exponitur est incongrua et
illa per quam exponitur, congrua, ut ‘Romanus est fortissimus Grecorum’, hec
est incongrua; hec autem: ‘Romanus est unus Grecorum et est fortior omnibus
Grecis aliis a se’, hec est congrua. Similiter ea que exponitur est
congrua, sed ea per quam exponitur est incongrua, ut “Socrates et Cesar sunt
similes’, hec est congrua; sed hec est incongrua: ‘Socrates est talis qualis
est Cesar”. Sed fottasse
nulla illarum resolutionum est congrua] ha origine grammaticale” ma ha
giustificazioni aristoteliche ®. Nel secolo XIII Guglielmo di Shyreswood, fra
l’altro, analizza l’expositio dei verbi incipit e desinit. Ma Pietro Ispano,
nel testo citato, così enumera i termini o dictiones (signa, nel testo) che
rendono esponibile una proposizione: Pro quo notandum est quod ea, quae faciunt
propositionem exponibilem, sunt in multiplici differentia. Nam quaedam sunt
signa exclusiva, ut tantum, solum ;
quaedam exceptiva, ut praeter , nisi ; quaedam reduplicativa, ut inquantum ,
secundum quod ; quaedam important inceptionem vel desinitionem, ut incipit ,
desinit ; quaedam important privationem finis, ut infinitum ; quaedam important excessum, ut
nomina comparativi et superlativi gradus; quedam important distinctionem,
ut differt , aliud ab , et sic de aliis; quaedam important
specialem modum distributionis, ut totus
, quilibet , et sic de aliis. Unde
propter ista, propositio redditur obscura et indiget expositione, et ideo
dicuntut facere propositionem exponibilem 8, Alla metà del secolo XIII, dunque,
i principi dell’expositio sono già stabilmente fissati, come testimonia l’opera
di Pietro Ispano. © Il MuttLALLy, op. cit., p. lxxvi, rinvia, per i comparativi,
a PRISCIANO, op. cit., III, 1 e 8, in Grammatici latini, II, cit., pp. 83 e 87.
78 ARISTOTELE, in Cat. 5, 3b 33-4a 9, afferma che la sostanza non è
suscettibile di più o meno, mentre ivi, 8, 10b 26-30 afferma che lo è
l’accidente. Cfr. Boezio, In Cat. Arist., cit., ad I, e De differentiis
topicis, cit., 1178C: Namque ad comparationem nihil nisi accidens venit, hoc
enim solum recipit magis et minus . Ma v. m., In Isag., II ed. cit., p. 253:
Quae uero secundum accidens differentiae sunt insepatabiles, ut aquilum esse
vel simum vel coloratum aliquo modo, et intentionem suscipiunt et
remissionem . 79 Syncategoremata, cit.,
pp. 75-78. 80 Tractatus exponibilium, cit., p. 104. In luogo di desinitionem,
l’ed. legge definitionem. Il trattato mostra l’expositio dei vari termini:
esclusivi (pp. 104-108), eccettivi (pp. 108-110), reduplicativi (pp. 110-114),
incipit e desinit (pp. 114-118), infinitus (pp. 118-122), comparativi e [ Il
secolo XIV però riprende la dottrina, ne riesamina i fondamenti e ne fissa
rigidamente le regole operative. Innanzi tutto, vengono riesaminati i termini
che rendono esponibile la proposizione. Nel Tractatus de suppositionibus,
Buridano afferma che delle voces incomplexae, o semplici dictiones (distinte
dalle voces comzplexae o orationes), che significano sempre in stretta
dipendenza dai concetti ®!, alcune hanno puro valore di categoremi, cioè
significano le cose concepite mediante concetti, e perciò possono essere
soggetto o predicato nella proposizione; altre hanno puro valore sincategorematico
perché significano solo quei concetti che sono le operazioni mentali, come 707,
vel, ecc.; altre, infine, sono miste: o perché, oltre ai concetti che
significano immediatamente e da cui traggono la funzione sincategorematica,
significano le cose concepite ma zor possono essere soggetto o predicato, o
perché hanno insieme funzione di categorema e di sincategorema ®©. In altre
parole, alle voces incomplexae possono corrispondere concetti incomplessi o
complessi *; questi ultimi, sincategoremi come fat? o categoremi con
sincategorema come chimaera, vacuum, rendono esponibile la proposizione, nel
senso che i loro molteplici significati devono essere resi espliciti per orationes illis aequivalentes in
significando *. La proposizione
superlativi (pp. 122-124), differt e aliud (pp. 124-126), fotus (pp. 126-128),
quaelibet e quantumlibet (p. 128). 81 Sul rapporto tra concetti e discorso
mentale da un lato, voces e orationes dall’altto in Buridano, cfr. REINA, Il
problema del linguaggio in Buridano, I, cit., pp. 412-413. 8 Tractatus de
suppositionibus, cit., pp. 187-188; cfr. REINA, op. cit., I, p. 405. 83
Tractatus de suppositionibus, cit., p. 189, e v. Sophismata, 1, £. [Sra-vb],
dove si afferma che tutto il racconto della guerra di Troia ( conceptus valde
multipliciter complexus ) è stato significato con la vox incomplexa Iliade ,
come vacuum sta per locus non repletus
corpore , che implica tre concetti: locus, repletio, corpus. 8 Tractatus de
suppositionibus, cit., pp. 189 e 190 (duodecima regula). 27 418 Alfonso Maierù
exponibilis, una volta operata l’expositio, è propositio exposita; le
proposizioni ad essa corrispondenti sono le exporentes: tra la prima e le altre
c'è equivalenza e la regola fondamentale sul piano operativo è la
seguente: Sunt consequentiae formales per exponentes
syncategorematum ab exponentibus ad expositam aut ab exposita ad aliquam
exponentium £. Abbiamo fatto precedere
il discorso su Buridano a quello su Occam perché Buridano, posteriore a Occam,
esplicitando il rapporto vox incomplexa conceptus complexus, aiuta a capite
Occam (anche se la posizione dei due filosofi è diversa: alla stretta
subotdinazione del linguaggio al pensiero in Buridano, fa riscontro in Occam la concezione del rapporto fra discorso mentale
e discorso vocale come rapporto fra due ordini paralleli di segni, rispetto ad
un unico ordine di significati *), il
quale tiene il discorso più sul piano dei rapporti formali e operativi. Nel
capitolo De propositionibus
aequivalentibus hypotheticis Occam
scrive: quaelibet categorica, ex qua
sequuntur plures propositiones categoricae tamquam exponentes, hoc est
exprimentes quid ista propositio ex forma sua importat, potest dici propositio
aequivalens propo sitioni hypotheticae ®. Si tratta di proposizioni
apparentemente categoriche: sono le proposizioni exclusivae®, exceptivae ®,
reduplicativae” o inclu85 Burmano, Consequentiae, cit., INI, 1. 86 REINA, op.
cit., I, p. 413 (cfr. Occam, Summa logicae, cit., p. 179: suppositio
materialis, simplex, personalis, per concetti e per voces) e pp. 411-412
(suppositio materialis solo per i termini vocali e scritti secondo Buridano).
Summa logicae] denti termini connotativi e relativi (come sizzilis) o
collettivi”, oppure il relativo gui”, o termini privativi (es. coecus) e
infiniti (immateriale), o i termini designanti figmenta animi (es. chimaera)*; incipit e desinit*, il verbo
fit": tutte queste proposizioni hanno una loro expositio, ad opera di
exponentes di cui numero e forma variano di caso in caso”. Diamo un esempio per
tutti: per la verità di Socrates est
albus è necessario che siano vere: Socrates est
e Socrati inest albedo ®. Alle proposizioni ricordate, Occam
aggiunge le universali costruite con i distributivi utergue, neuter”; di tutte,
poi, dà le regole della conversione !%, S'è detto che il secolo XIV stabilisce
una volta pet tutte le regole operative nell’ambito dell’asserita equivalenza
tra la pro9 I (per i connotativi, v. cap. I, $ 2). 92 Ivi, pp. 260-261. 9 Ivi,
pp. 255-257 (De propositionibus in quibus ponuntur termini privativi et
infiniti), e c. 13, p. 258 (De propositionibus in quibus ponuntur termini
privativi non aequivalentibus terminis infinitis): la differenza sta in ciò che
le prime hanno due exponentes, mentre le seconde plures habent exponentes quam duae . 9 Ivi,
pp. 258-260. 95 Ivi, pp. 280-285. 96 Ivi, pp. 286-287. 97 È detto dei privativi
non equivalenti ai nomi infiniti, ivi, p. 258: « De talibus autem non potest
dari certa regula, quia secundum varietatem terminorum talium propositiones, in
quibus ponuntur, diversimode debent exponi . A maggior ragione differisce
l’expositio da tipo a tipo di proposizione. 98 Ivi, p. 253: « ad veritatem
talis propositionis requiruntur duae propositiohes, quae possunt vocari
expomentes ipsius, et una debet esse in recto et alia in obliquo. Sicut ad
veritatem istius: ‘Sortes est albus’, requiritur, quod haec sit vera: ‘Sortes
est’, et quod haec sit vera: ‘Sorti inest albedo’ (cors. mio). 99 Ivi, p. 254; esclude però le
universali costruite con omzis. che invece saranno incluse dagli altri autori] posizione
exponibilis e le proposizioni exponentes, per cui la congiunzione delle
exponentes IMPLICA, ed è IMPLICATA da, l’exponibilis. Ma anche a questo
proposito va ricordato qualche tentativo precedente. L’Ars Meliduna, analizzando
le ipotetiche compositae, considera come terza specie di esse le propositiones IMPLICITE,
che hanno luogo con il relativo !%: la proposizione che implicat et continet
vim alterius propositionis è detta IMPLICANS,
l’altra è detta IMPLICITA (cf. IMPLICITVM); mentre, quanto ai rapporti
d’inferenza tra le due, si afferma che alla proposizione IMPLICITA segue la sua
simplex, quella proposizione que remanet sublata relativa particula et verbo
quod ei redditur; ad esempio: si Socrates est aliquid quod cutrit, Socrates est
aliquid. Ma all’implicita può seguire illa quam implicat nel rispetto
dell’habitudo terminorum, cioè dei rapporti tra i termini in essa posti. L’analisi,
condotta con l’ausilio della consequentiae, non giunge tuttavia a riconoscere
le strutture dell’equivalenza vera e propria. Un tentativo ancora è nel secondo
dei Tractatus Anagnini. Sotto il titolo de equipollentiis cathegoricis si
discute, fra l’altro, di un argomentare secundum inferentiam, quando sia
presente in rapporto inferenziale uno di questi termini: ‘idem’, alie habent
aliquid implicitum per relativam particulam. IMPLICITA
dicitur propositio que preter principalem significationem, — idest preter
significationem que ex principalibus attenditur —, tamen implicat et continet
vim alterius propositionis. Ut ‘Socrates est aliquid quod currit’ IMPLICAT
istam: ‘aliquid currit’; et ‘homo qui est albus, est animal quod currit’ has
duas: ‘homo est albus’, ‘animal currit’. Unde magis proprie diceretur ista IMPLICANS, ille
IMPLICITE. Et generaliter: numquam ad IMPLICITAM sequitur illa quam IMPLICAT,
nisi hoc operetur habitudo terminorum. Ut ‘si liquid est homo qui est
Socrates, aliguid est homo.’ Sed non: ‘si aliguid quod est Socrates est homo,
aliquid est Socrate; quia non coaduniatur hic consecutio habitudine terminorum
. ‘indifferens’,
‘differ, ‘scitur’, ‘prete’, ‘nisi, ‘nunò’, ‘incipit’, ‘desinit’ !*. Si tratta
di un tentativo, in cui il procedimento proprio della expositio s’inttavvede
solo nel caso dei termini incipit e desinit. Ma
la dottrina è già fissata: basti per tutti Pietro Ispano. Tuttavia si raggiunge
il massimo di chiarezza e di formalizzazione, definendone le regole sul piano
operativo. Burleigh ne dà una formulazione molto chiara. Discutendo della
expositio di termini come tantum, solum, incipit ecc., Burleigh ne richiama le
regole fondamentali: la proposizione exponibilis aequipollet, cioè equivale, e
quindi IMPLICA ed è IMPLICATA, dalla congiunzione delle sue exponentes; perciò
(si ricordi la regola fornita da Buridano) dall’exposita ad aliquam
exponentium vale la conseguenza, giacché
da tutta la copulativa (e l’exposita ne è l'equivalente) a ciascuna parte è
valida l’inferenza (pg 2 p, oppure pq 2 q)!”, ma non viceversa; mentre la
falsità di una parte è sufficiente alla falsità del tutto !®, Alberto di
Sassonia considera proposizioni equivalenti alle ipotetiche quelle che
contengono dictiones exclusivae (tantum, solus, solum, unicus ecc.), exceptivae
(praeter, praeterquem, nisi 1% Op. cit., p. 240. 105 Ivi, p. 241: «Item.
‘Socrates incipit esse; ergo Socrates nunc primo est’. Item: ‘Socrates nunc
ultimo est; ergo Socrates desinit esse. De puritate artis logicae. Item
notandum pro regula, quod omnis propositio exclusiva aequipollet copulativae
factae ex suis exponentibus ; per la proposizione exceptiva, cfr. p. 165, e
così via; p. 171: « exceptiva et exclusiva non sunt simpliciter categoticae sed
sunt implicite hypotheticae; valent enim copulativam factam ex suis
exponentibus . 107 In part. l’exclusiva implica la sua praeiacens: op. cit., p.
138: « Contra. Omnis exclusiva infert suam praeiacentem; ergo cum ista ‘Pater
est’, sit praeiacens huius: “Tantum pater est’, oportet quod sequatur: Tantum
pater est, ergo pater est . 198 Ivi, p. 243: «Item notandum pro regula, quod ad
hoc, quod copulativa sit vera, requiritur quod utraque parts sit vera, et ad
hoc ut copulativa sit falsa, sufficit, quod altera pars sit falsa.] ecc.), reduplicativae (inquantum, secundum
quod) e quelle che contengono incipit e desinit. Il discorso è molto
particolareggiato per ciascun caso, discutendosi ogni volta dei vari valori
delle dictiones sincategorematiche, delle regole di ciascuna proposizione, dei
sofismi che di solito vengono formulati in ordine ad un certo tipo di
proposizione; noi ci limiteremo a riprenderne le linee generali. La
proposizione exclusiva ha esposizione per mezzo di una copulativa composta di
due categoriche, una affermativa, l’altra negativa: « ‘tantum homo currit’,
exponitur sic: homo currit et nihil aliud ab homine currit . Tutta la
copulativa è detta da Alberto exponens dell’esclusiva e per essa valgono le
regole, già viste, che reggono la copulativa !”, Alberto, inoltre, parla di
expositio propria e impropria: la prima si ha quando l’expomens è data nella
forma tradizionale e regolare, la seconda quando l’una o l’altra parte
dell’exporens contiene elementi non appropriati: ad esempio, della proposizione
« Socrates est tantum albus , il cui predicato è un termine connotativo, si ha
questa expositio impropria: Socrates est
albus et Socrates non denominatur aliquo alio accidente . La seconda
proposizione categorica non è regolamentare, e tutta la congiunzione è falsa.
L’expositio propria invece è questa:
Socrates est albus et Socrates non est aliud ab albo , che è vera 159,
19 Arserto DI Sassonia, Logica, cit., III, 6, f. 20ra: et ista copulativa
dicitur exponens istius exclusivae, et utraque illarum (sc. propositionum,
affirmativa et negativa) sequitur ad illam . Ex isto sequitur quod quaelibet
pars categorica quae est pars exponens exclusivae sequitur ad exclusivam:
propter quod quaelibet pars copulativae sequitur ad ipsam copulativam cuius est
pars . 110 Ivi, f. 20rb; oltre che in tal caso, Alberto pone expositio propria
€ impropria quando dictio exclusiva
additur termino significanti totum integrale
come è domus (f. 20va, 8% regola); quando la stessa dictio additur termino significanti numerum , (ivi,
92 regola), o additur termino communi
distributo habenti plura supposita (ivi,
10° regola). Terminologia logica della tarda scolastica 423 Anche la
proposizione exceptiva ha esposizione per mezzo di due categoriche, una affermativa,
l’altra negativa, che costituiscono una propositio copulativa!!. Così omnis homo praeter Socratem currit ha la seguente expositio: Socrates non cutrit et omnis homo alius a
Socrate currit , mentre di nullus homo
praeter Socratem cuttit l’expositio
è: Socrates curtit et omnis homo alius a
Socrate non currit !, Inoltre, ogni
exceptiva ha una praeiacens, che si ottiene da essa ( dempta dictione exceptiva
et parte extra capta, residuum dicitur praeiacens exceptivae !!5): il rapporto dell’exceptiva con la
praeiacens è regolato nel modo seguente:
Si praeiacens exceptivae est vera, exceptiva est falsa. Unde si ista est
vera: ‘omnis homo cutrit’, ista est falsa: ‘omnis homo praeter Socratem currit’ 14, Anche la reduplicativa ha esposizione per
mezzo di una copulativa !5: il numero dei membri di essa varia però a seconda
del numero dei termini dissimili in essa presenti !!°. 111 Ivi, III, 7, f.
21va: Ex hoc patet quod omnis exceptiva aequivalet uni copulativae in
significando compositae ex una affirmativa et alia negativa: diversimode tamen,
sicut iam patuit, exponendo exceptivam affirmativam et exceptivam negativam .
12 Ivi. 113 Ivi, f. 21vb; v. GuLieLMo DI SHyREswooD, Syrcategoremata, cit., p.
62: Item si praejacens est in toto vera, exceptiva est falsa et e converso ;
anche un’altra accezione di praeiacens è fornita da ALBERTO: Ulterius sciendum
est quod copulativa composita ex duabus categoricis, cui copulativae propositio
exceptiva aequipollet in significando, dicitur praeiacens exceptivae . u4 Ivi.
115 La controprova è fornita dal caso in cui la negazione praecedit reduplicativam et verbum principale
, giacché allora fit propositio
contradictoria reduplicativae ; così la proposizione aequivalet uni disiunctivae , e cioè ha
probatio per causas veritatis : ivi, III, 8, f. 22va; cfr. $ 8 di questo
capitolo. 116 Se la proposizione ha tre termini dissimili (es. homo in quantum animal est sensibilis ), ha
quattro proposizioni esponenti ( ad veri424 Alfonso Maierù Marsilio dà molto
spazio all’expositio nella seconda parte delle sue Conseguentiae. In undici
capitoli discute delle proposizioni includenti termini exceptivi (praeter, nisi
e praeterquam)!", le dictiones exclusivae (tantum, solum) "® le
reduplicativae (inquantum, prout, secundum eam rationem e simili)!, incipit'? e
desinit'*, o signa alietatis (differt, aliud, non idem, alterum e simili) ‘2,
infinitum'*, aggettivi di grado comparativo e superlativo !4, signa collectiva
(omnis)!®, totus !%, ita e sicut'?. Di tutte Marsilio fornisce l’esposizione
mediante proposizioni in congiunzione, nel modo ormai noto !*. tatem istius
requiritur veritas unius copulativae, compositae ex quattuor propositionibus;
v.g. istius copulativae: ‘homo est animal, et homo est sensibilis, et omne
animal est sensibile, et si est aliquod animal illud est sensibile’ , ivi, f.
22va); se la proposizione ha due termini simili ( homo in quantum homo est
risibilis ), quattro sono le esponenti ( requiritur quod haec sit vera: ‘homo
est homo’, et quod homo sit risibilis, et quod omnis homo sit risibilis, et si
aliquod est homo quod illud sit risibile , ivi, f. 22va); se invece tutti i
termini sono simili ( ens in quantum ens est ens), propter coincidentiam propositionum solum
habet tres exponentes, seu unam copulativam pro exponente, compositam ex tribus
propositionibus [....]: requiritur quod ens sit ens et omne ens sit ens, et si
aliquid est ens quod illud sit ens. Per incipit e desinit, cfr.
C. WiLson, Heytesbury. Medieval Logic and the Rise of Mathematical Physics,
Madison Wisc. In Textus
dialectices. de comparativis. de superlativis. De exceptivis sit haec regula: a
qualibet istarum ad suas exponentes simul sumptas vel e converso est bona
formalis consequentia: Terminologia logica della tarda scolastica 425 C’è da
aggiungere che, per le proposizioni esclusive, Marsilio esige che la praeiacens
costituisca il primo membro della congiun. zione di proposizioni mediante la
quale si opera l’expositio !?. Naturalmente, il rapporto tra l’exclusiva e la
praeiacens è definito in modo diverso rispetto a quello che vige, secondo
Alberto di Sassonia, tra l’exceptiva e la sua praeiacens: quando arguitur ab exclusiva ad suam
praeiacentem consequentia est bona 199.
Anche Pietro d’Ailly, epigono della scuola parigina, dedica un trattato alle
proposizioni esponibili !#, nel quale non si discosta molto dalla tradizione di
Buridano, Alberto e Marsilio. quia ibi arguitur ab aequivalente ad aequivalens
; così per gli altri casi. La proposizione negativa è in genere prodata per disiunctivam de partibus contradicentibus
partibus copulativae . 129 Ivi, f. 197r: Et propositio quae remanet
deposita dictione exclusiva vocatur ptaeiacens . Prima est affirmativa, ut
‘tantum animal est homo”, quae exponitur per copulativam bimembrem cuius prima
pars est praeiacens et secunda universalis negativa. 130 Ivi, £. 197v. 131 Cfr.
op. cit.; sono sei capitoli: cap. I, f. [2v]: i termini privativi, negativi o
infiniti sono esponibili, ma de talibus
non possunt poni regulae generales vel, supposito quod possent poni, nimis
longum esset et nimis tediosum, et etiam cognito quid nominis talium dictionum,
facile est exponere propositiones in quibus ponuntur (contro Buridano: cfr. n. 84); afferma: illud
dictum non erat verum generaliter, scilicet, omnes propositiones in quibus
ponuntur termini relativi vel cognotativi (!) aequivalent propositionibus
hypotheticis (f. [3r]); ff. [3v-4r]: la
proposizione universale è esponibile se il quantificatore è ufergue o neuter,
non lo è se il quantificatore è omnis, o nullus, o quilibet; cap. II De
exceptivis, ff. [6r] sgg.; cap. III De exclusivis, ff. [14r] sgg.; cap. IV De
reduplicativis, ff. [21r] sgg., e in part., f. [21v]: Sed tamen apparet mihi
proprie dicendum quod in propositione proprie reduplicativa reduplicatio nec
est pars subiecti nec est pars praedicati, sed se tenet ex parte formae
propositionis, ideo denominat propositionem reduplicativam; et ita potuissem
dixisse de dictione et de propositione exceptiva quando locutus sum de dictione
proprie exceptiva in secundo corollario primae dubitationis principalis secundi
capituli, quamvis autem probabiliter dixerim oppositum ; cap. V De incipit et desinit,
ff. [24r] sgg., e in part., f. [25r]: Ex hoc La logica inglese posteriore a
Occam ha sviluppato queste dottrine, soprattutto in tre direzioni: da Sutton,
Burleigh e Occam !° è stata elaborata la dottrina dell’expositio dei relativi,
che poi ha ricevuto una buona sistemazione nel terzo capitolo delle Regulae di
Heytesbury; all’expositio de incipit et desinit sono stati dedicati vari
trattati, fra cui quello che costituisce il quarto capitolo delle Regulae di
Heytesbury; alla trattazione dell’expositio del comparativo e del superlativo
si è riallacciata in particolare la dottrina de maximo et minimo, di cui ancora
una volta Heytesbury ha offerto un esempio d’un notevole livello nel quinto
capitolo delle sue Regulae (ma va tenuto presente che in esso la terminologia
propria dell’expositio non è frequente !*). In questo contesto, vengono
introdotti nuovi temi, nell’analisi dei quali sono applicate le regole
dell’expositio: sono i temi propri della filosofia della natura che
caratterizzano il secolo XIV come secolo che ‘precorse’ (si prenda
l’espressione con la precauzione usata dalla più recente storiografia) il
secolo di Galileo, discutendo il ‘limite’ di una potenza attiva o passiva, o il
primo ‘quando’ di un processo di trasformazione. Il metodo applicato
nell’analisi di questi e analoghi problemi è quello logico-calculatorio, cioè
una sintesi di procedimenti logici e di procedimenti propri della filosequitur
corollarie quod quaelibet propositio de incipit vel desinit exponitur pet unam
copulativam compositam ex una de praesenti et alia de praeterito vel de futuro,
sed tamen per aliam exponitur propositio de incipit et per aliam propositio de
desinit ; cap. VI, altri verbi: fit (factum est, fiet) ed equivalenti, ff.
[29r-30v]; in part. il termine che segue questi verbi appellat suam formam (f. [30r]). 13 WersHEIPL, Developments in the
Arts Curriculum..., cit., p. 159. 133 Per i tre capitoli ultimi delle Regul4e
di Heytesbury, cfr. C. WiLsoN, op. cit., pp. 29 sgg.; per il De relativis, cfr.
un cenno nel mio articolo Il Tractatus de sensu composito et diviso di G.
Heytesbury, Rivista critica di storia
della filosofia. Salvo errore, in De maximo et minimo occotte una sola volta il
termine exponitur al f. 31vb; ma cfr. n. 48. Terminologia logica della tarda
scolastica 427 sofia della natura (calculationes): il risultato più celebre è
il Liber calculationum di Riccardo Swineshead. Ma, contemporaneamente, su di un
piano più propriamente logico-formale, Billingham viene inquadrando l’expositio
in un contesto che sistema, come si è detto, tutta la trattazione della probatio propositionis . Il termine
exporibilis è definito come quello che ha
duas exponentes vel plures cum quibus convertitur !*. È importante rilevare che, mentre gli
autori esaminati, specie quelli di forma zione parigina e lo stesso Occam,
danno una notevole importanza alle proposizioni exclusivae, exceptivae e
reduplicativae, Billingham dà invece importanza a proposizioni contenenti altri
termini quali omnis !, primum e ultimum'*, maximum e minimum, comparativo !* e
superlativo !’, incipit e desinit, e ai termini exceptivi ed exclusivi, come a
differt, aliud e aliter, riserva solo un cenno !4, e alle reduplicative neppure
quello. Tutto ciò testimonia di un interesse spostato verso gli argomenti di
filosofia della natura che fiorivano ad Oxford in quel tempo. Billingham non
sviluppa nel senso delle tecniche ‘calculatorie’ questi temi, ma la scelta è
indicativa di un clima culturale. Strode, nella Logica, discute dei termini
exporibiles, trattando, di seguito, le proposizioni exclusivae (con un cenno
alle exceptivae), le universali, semper totum infinite immediate, incipit e
desinit, differt, i gradi positivo, comparativo e superlativo (e a questo
proposito precisa che i termini maximum e minimum, primum e ultimum,
intensissimum e remississimum, velocissimum e tardis[Cfr. Speculum] simum,
propinquissimum e remotissimum, utilizzati dalla filosofia della natura, sono
superlativi e perciò esponibili) e le reduplicative 42. Anch’egli definisce la
proposizione esponibile in rapporto alle exponentes: Nam dicuntur exponentes
cum duae propositiones simul inferunt aliquam propositionem formalem, vel
plures, sic quod consequens sit determinatio antecedentis cum hoc quod nulla
illarum per se sufficiat istam inferre, et ad utramque istarum tam coniunctim
quam divisim ex exposita valet consequentia, per quod excluduntur tam
singularia quam causae veritatis 193, Questa definizione può essere così
illustrata: a) le exponentes sono due proposizioni che in congiunzione (sirz4!)
fungono da antecedente in un’inferenza logica rispetto a un’altra proposizione
(exposita); b) in modo tale che l’inferenza non valga da una exponens al
consequens; c) mentre l’exposita può fungere da antecedente rispetto alla
congiunzione o a una delle due exporentes ( tam coniunctim quam divisim ) !#.
L’accenno all’esclusione dei singularia si giustifica per il fatto che il
contesto riguarda l’expositio delle universali, e l’autore nega che l’expositio
di esse possa essere fornita dai suoi singularia!S: infatti scrive: 14 Op.
cit., ff. 24ra-26vb; per i superlativi elencati, cfr. ivi, f. 26ra. 18 Ivi, f.
24va. 14 Strode scrive: sic quod
consequens sit determinatio antecedentis ; la determinatio consiste in ciò che,
da un punto di vista formale, la congiunzione di più proposizioni (cui
l’expesit4 equivale) non infertur da una di esse: ciò è precisato nel testo. Ma
forse non è da escludere che l’autore intenda di più: si ricordi che si ha
conseguentia formalis secondo Strode quando il conseguens è de intellectu
antecedentis (cfr. Moony, Truth and
Consequence..., cit., p. 71). 145 Op. cit., f. 24va: Solebant tamen antiqui
dicere quod univetsalis exponitur per sua singularia, quod tamen non dico
servando quid nominis de li ‘exponi’ ; ma cfr. ivi, f. 21ra: Mobiliter supponit
cum ratione illius sufficienter contingit propositionem in qua ponitur concludi
ex una copulativa facta ex omnibus suppositis vel, nt verius dicatur, ex
omnibus] [ ‘omnis homo currit’ sic
exponitur: homo currit et nihil est homo quin ipsum, vel quod non, curtat, ergo
etc. !4; l’expositio non può essere data neanche mediante induzione: iste homo currit et iste homo currit et iste
homo curtit all’infinito, ergo omnis
homo currit ; ma sappiamo che la proposizione universale può essere probata
mediante inductio !. Tralasciamo per il momento il riferimento alla dottrina
delle causae veritatis che verrà chiarito più avanti.Wyclif affronta la
trattazione dei termini exponibiles, precisando che la proposizione esponibile
è equivalente ad una congiunzione di proposizioni !9. Nella Logica, egli tratta
delle proposizioni exclusiva !9, exceptiva, universale affermativa‘, delle proposizioni
includenti uno dei termini differt, aliud, non idem', incipit o desinit'*.
Nella Logice continuacio, l'esame della expositio emerge a vario titolo nei tre
trattati di cui essa si compone. Nel primo trattato si discute della universale
affermativa ‘5. eius singularibus, et etiam cum constantia debita eorum
suppositorum contingit omnes singulares et illarum quamlibet ex tali
propositione concludere, et primus modus dicitur probatio vel inductio, ut
iste: ‘homo currit et iste et sic de singulis et isti sunt omnes homines, ergo
omnis homo currit (testo già cit. nel
cap. IV, $ 5), e f. 22ra: Probatur etiam
quod illa ‘omnis homo currit’ non formaliter inducitur ex omnibus suis
singularibus sine tali medio (il
medium, o constantia, è la proposizione isti sunt omnes homines ). 146 Ivi, f.
24va. 147 Cfr. cap. IV, n. 194. 14 Cfr. $ 8. 149 Cfr. Tractatus de logica] ; va
notato che Wyclif conserva, a differenza di Strode, la probatio per singulares.
Essa può essere provata nei quattro modi già esaminati (4 priori, a posteriori,
ex opposito, expositorie). Per quanto riguarda l’expositio della universale,
l’autore precisa: pro regula est
tenendum quod quelibet universalis affirmativa exponenda debet exponi per suam
subalternam, et universalem negativam convenientem in subiecto, sed de
contradictorio predicato !8: cioè
di omnis homo est animal le exporentes sono homo est animal (subalterna) e nullus homo est quin sit animal (universale negativa). Avverte però l’autore
che l’expositio vatia a seconda del quantificatore, del soggetto (che può
essere un solo termine o più termini), del verbo (di tempo presente, o passato,
o futuro, oppure ampliativo), del predicato (che può contenere, ad esempio, un
relativo implicativo, come nella proposizione
omnis pater generat individuum de sua substancia cui est similis in
specie. Anche per la universale negativa Wyclif pone la quadruplice probatio
!8, ma, di esse, la probatio ex
equo non è data per mezzo di exponentes,
bensì per suam simpliciter conversam vel
quomodolibet aliter equipollens !. In modo
analogo, la probatio della particolare affermativa è data in quattro modi !9,
Nel secondo trattato Wyclif affronta ex
professo il tema dell’expositio, che
infatti resta qui caratterizzante, nel senso che vengono talora accantonati, o
meglio presupposti, gli altri modi di probatio. L’autore tratta, nell’ordine,
dell’expositio delle proposi[Quadrupliciter ergo contingit exposicionem
huiusmodi variari; vel racione signi, vel racione subiecti compositi vel
simplicis, vel racione verbi, vel racione predicati ; in part. racione verbi
(con la ripresa dell’ampliatio), pp. 94-97; racione predicati, p. 98. 158 Ivi,
pp. 100-106. 159 Ivi, p. 105; ma vedi p. 106: Exponentes autem talium
universalium non inveni, quamvis cum diligencia sum scrutatus . 160 Ivi, pp. 107-115
(ex equo, cioè ex sua simpliciter
conversa , p. 115). Terminologia logica della tarda scolastica 431 zioni con i
termini differt, aliud (e aliter, sic) !%; o exclusivae !® e exceptivae 8, con
i termini incipit e desinit'#*, o con le espressioni per se — per accidens!©,
con infinitum e inmediate'%; delle proposizioni includenti aggettivi di grado
comparativo !” o con termini de plurali (tali sono, ad esempio, quattuor sunt duo et duo ; duo homines sunt homo ) !9. Nel terzo
trattato, egli discute delle reduplicative ! ancora sulle comparative !”°. Di
tutti questi casi egli fornisce un’analisi ampia e dettagliata, con esempi
(sophismata) dai quali si traggono conclusiones che riecheggiano (specie a
proposito de incipit et desinit, de maximo et minimo ecc.) le discussioni di
filosofia della natura correnti a Oxford. Non riteniamo di doverci soffermare
su questi temi. Segnaliamo soltanto che, in fondo, Wyclif nella Logice
continuacio torna sui principi enunciati nella Logica svolgendo la trattazione
con più ampio respiro. In Italia, Pietro di Mantova fa un discorso del tutto
analogo a quel che abbiamo visto fare dagli altri maestri, per quanto attiene
alla expositio delle proposizioni universali, exclusivae, exceptivae,
reduplicativae, o contenenti i termini infinitus, totus, aeternaliter, ab
aeterno, semper, differt, aliud, non idem, o comparativi e superlativi, o
immediate !". Anche per Pietro l’expositio 9 e ritorna [Tractatus de
logica, ( de maximo et minimo ). 171
Cfr. Codices Vaticani latini. Codd. 2118-2193, rec. A. Maier, Romae 1961, pp.
31-33 (l’ordine dei trattati, come s’è detto, è diverso nelle edizioni 432
Alfonso Maierù è operata per mezzo di una congiunzione di proposizioni e per
essa valgono le regole della copulativa !?, L’expositio è dottrina fondamentale
nelle opere di Paolo Veneto, ed egli ne tratta a più riprese: nel quarto
trattato della Logica parva!®, nella prima parte della Logica magna, e sia nel
primo trattato, dove si discute dei termini esponibili, resolubili e
officiabili *, sia nei trattati dal quarto al diciottesimo sche trattano delle
dictiones che richiedono l’expositio '%, ma anche nel trattato diciannovesimo,
dove si parla della expositio dei termini modali in forma avverbiale !%, sui
quali torneremo; infine, in più luoghi della Quadratura!”. Le regole che
presiedono alla expositio sono così sintetizzate da Paolo: [1] Ab omnibus
exponentibus simul sumptis ad suum expositum est bona consequentia, et e
converso. . [2] Ab omni exponibili ad quamlibet suarum exponentium est bona
consequentia, sed non e e nei manoscritti); v. n. 331 per incipit e desinit.
1?2 Logica, cit., f. [22rb]: Et valet consequentia ab ista exposita ad istam
copulativam et ad quamlibet eius partem principalem, et e converso ab ista
copulativa ad illam expositam et non a qualibet parte istius copulativae et
principali ad istam expositam valet consequentia ; f. [28vb]: Oppositum tamen arguitur quod ab exclusiva ad
suas exponentes est bonum argumentum
ecc. 173 Nell’ordine, viene qui discussa l’expositio dell’universale
affermativa (non della negativa, che è probata dupliciter, aut per sua singularia aut per suum
contradictorium ), dei comparativi (positivo « comparabiliter sumptus , cioè in
comparazione di eguaglianza, comparativo [es. fortior] e superlativo), differt,
aliud e non idem, le exclusivae, exceptivae, reduplicativae, immediate, incipit
et desinit, totus, semper, ab aeterno, infinitum. 174 Logica magna, cit., I, 1,
4, f. 13rb. 115 Si tratta, nell'ordine, di exclusivae, exceptivae,
reduplicativae e sicut, comparativo e superlativo, de maximo et minimo, totus,
semper et aeternum, infinitum, immediate; v. n. 337 per incipit et desinit. 176
Ivi, I, 19, f. 7ira-vb, ma anche nel trattato quarto della Logica parva, cit.
177 Soprattutto nella prima parte, ma anche nelle altre. Terminologia logica
della tarda scolastica 433 converso nisi gratia materiae Ex cuiuslibet
exponentis contradictorio sequitur contradictorium expositi, sed non e converso
Paolo da Pergola affronta gli stessi temi trattati da Paolo Veneto e perciò non
ci dilungheremo oltre. Per concludere, notiamo che l’expositio non è
un’operazione logica che riconduca i termini mediati a quelli immediati. Ad
essa è più appropriata la descrizione fornita da Occam, e già ricordata,
secondo la quale i termini connotativi devono essere ricondotti a quelli
assoluti: ma quest’ultimi sono appunto termini mediati. Nella expositio,
inoltre una delle exponentes è negativa: ciò perché i termini exporibiles sono
caratterizzanti e quindi, in certo senso, limitanti la proposizione: petciò
essi hanno un certo importo negativo, che va esplicitato. 5. La « resolutio
L’operazione logica che realizza pienamente l’esigenza di ricondurre i termini
mediati a quelli immediati è detta resolutio. Essa, infatti, meglio d’ogni altra
si riallaccia alla dottrina aristotelica già ricordata, per la quale la
proposizione mediata ha il suo principio di dimostrazione in quella immediata,
e in particolare in quella prima e più nota a noi secondo il senso !°. Ma i
termini che designano questa operazione, cioè resolutio e resolvere, non hanno
avuto un’accezione tecnica per molti secoli. Impiegati per designare la
risoluzione della proposizione o del sillogismo nei loro termini, come si è
visto !, nel secolo XII essi vengono usati in concorrenza con expositio,
exponete. Lusi si È 178 Logica parva, cit., III. 179 Logica] già accennato,
avviene nei Tractatus Anagnini!®, nei quali, c'è peraltro da aggiungere, si
parla di resolutio con una frequenza che non abbiamo riscontrato per expositio.
Nel terzo trattato, a proposito della dictio ‘qui’, considerando che, quando
essa è presente, la proposizione è apparentemente categorica (dal momento che
equivale a più categoriche avendo in sé ‘implicita’ un’altra proposizione),
l'anonimo autore parla di resolutio della prima « in copulativas ; nello stesso
contesto, parla di una « resolutio in adiectivis diversa da quella che ha luogo « in
substantivis , cioè della resolutio che una proposizione includente un relativo
ha quando contiene un aggettivo o un sostantivo come predicato, e della
possibilità che questa resoluzio sia impedita !*. Nel trattato 182 Cfr. n. 74.
183 Tractatus Agnagnini, Iudicium predictarum implicitarum potest haberi ex
resolutione ipsarum in copulativas. Debet autem talis fieri resolutio ut loco
relativi ponatur antecedens et loco antecedentis ponatur relativum pronomen cum
coniunctione. Unde istas concedimus: ‘aliquis bomo qui desiit esse, non est’,
quia copulativa vera est: ‘aliguis homo desiit esse et ipse non est®. Hanc
autem iudicamus incongruam: ‘gliquis homo qui non est, desiit esse’; ponit enim
aliquem hominem non esse, quod falsum est. Secundum predictum iudicium omnes
iste videntur incongrue: ‘Socrates erit album quod est nigrum’; ‘Socrates erit
senex qui est puer. Omnes istas dicuntur esse nugatorias et ita resolvuntur:
‘Socrates erit album quod est nigrum’: idest album est nigrum et Socrates erit
illud. Predictam resolutionem implicitarum non recepimus et dicimus aliter
faciendam resolutionem in adiectivis, aliter in substantivis. Et predictas ita
resolvimus: ‘Socrates erit album quod est nigrum’ idest quod est vel erit album
est nigrum et Socrates erit illud; similiter ‘Socrates erit senex qui est puer®
idest qui est vel erit senex, est puer et Socrates erit illud. Verumtamen dicimus
quod hee voces que sola significatione sunt adiectiva, possunt resolvi sicuti
pure substantiva et secundum hoc ista erit incongrua: ‘Socrates erit senex qui
est puer. — Quandoque inpeditur resolutio predictarum implicitarum in
copulativas vel propter signum universale vel propter defectum recti vel
propter aliquid aliud. Propter signum universale, ut cum dicitur. ‘omnis homo qui currit,
movetur® vel ‘omnis homo currit qui movetur; hec non potest resolvi; nam si
diceremus: ‘omnis Terminologia logica della tarda scolastica 435 quinto,
resolvere occorre a proposito della presenza in una proposizione di un termine
infinito (ad es. zon albus)!*, o di solus!9, per indicare l’esplicitazione di
quel che in tali casi la proposizione implica. Anche nel secolo XIII il valore
di resolvere resta generico, e può essere equivalente di exporere !. Ma è nel
secolo XIV che il significato di questo termine viene restringendosi e
specializzandosi. Per la verità, ciò non è riscontrabile né in Occam o
Burleigh, né in Buridano, Alberto di Sassonia e Marsilio, ma solo nei testi
degli autori inglesi fioriti intorno alla metà del secolo, e in quelli degli
italiani. Billingham, nello Speculuzz, scrive: Terminus resolubilis est
quilibet terminus communis, sicut nomen vel participium, qui habet aliquem
terminum inferiorem se secundum homo currit et ipse movetur®, esset non latina,
quia ad dictionem confuse positam non potest fieri relatio per relativum
postpositum in alia c(1)ausula. Similiter: ‘exaudio precem que
fit ab illo’, ista non potest resolvi, quia non dicimus: ‘prex fit ab illo et
ego exaudio eam? . 184 Ivi, p. 313:
Sciendum etiam est de nominibus infinitis. Ut cum dicitur: ‘Socrates
fuit non-albus’, non est sic resolvendum ‘Socrates fuit non-albus’ idest:
Socrates fuit et non fuit albus, sed sic resolvendum est: Socrates fuit
aliguando et tunc non fuit albus . 185 Ivi, p. 319: Nos autem dicimus quod
talis locutio potest esse congrua et vera, etiam dictione transsumptive posita,
quia non sic resolvimus ‘solum flumen currit idest: non alia res currit, sed
‘solum flumen currit, idest non alia res fluit. — Dubitatur de hac dictione
‘solus’, quam exclusionem habeat quando adiungitur nomini proprio pertinenti ad
non existentia cum verbo pertinenti ad existentia et ad non existentia. Quidam
eas non recipiunt, immo dicunt eas positas propter resolutionem, ut ‘solus
Cesar non est’, idest Cesar non est et non aliud non est . 18 GueLIELMo DI
SHyreswoon, Syncategoremata, cit., p. 65: Quod patet si comparetur affirmativa
conclusionis ad affirmativam praemissae et negativa ad negativam, cum tam
praemissa quam conclusio resolvitur in affirmativam et negativam . 436 Alfonso Maierù
praedicationem; et tunc resolvitur quando capitur inferius eo in eius
probatione, et componitur quando capitur superius eo !87, Un termine si dice
resolubile, secondo Billingham, quando nella probatio si fa ricorso ai suoi
inferiora; ciò non è vero solo dei nomi e dei participi, ma anche dei verbi (
Consimiliter fit resolutio verborum ad substantiva, ut: ‘homo currit, ergo homo
est currens’, et e contra compositio ) !8*. Tale probatio per inferiora è la
resolutio, propriamente parlando; il ricorso ai termini superiores è detto
compositio !9. Per quanto riguarda la resolutio, il discorso si sposta di
conseguenza sul rapporto tra i termini inferiori e superiori, spesso affrontato
nei trattati de consequentiis. Billingham ne tiene conto e riprende le seguenti
regole: 1) ab inferiori ad suum superius
sine aliqua dictione habente vim negationis valet consequentia ; ad esempio è
valida la conseguenza homo cuttit, ergo
animal currit . Ma l’inferenza vale talora anche cum dictione habente vim negationis quali sono i termini esponibili, il non e
i termini privativi e infiniti; così è valida l’inferenza: tantum homo currit, ergo tantum animal cutrit
; 2) Ab inferiori ad suum superius cum
constantia subiecti et cum dictione habente vim negationis post superius et
inferius tenent consequentia ; 3) Ex
prima regula sequitur alia, quod negato superiori negatur inferius, quia sequitur:
‘hoc currit et hoc est homo, ergo homo currit’, quia ex opposito consequentis
sequitur oppositum antecedentis. Nam sequitur: ‘non homo cutrit et hoc est
homo, ergo hoc non currit’ 19, Secondo
Billingham, la prima regola regge il sillogismo expo[Speculum..., cit., pp.
340-341; ma cfr. pp. 367-368, e passim, dove resolvere e resolutio hanno valore
generico. 188 Ivi, p. 342. 189 Cfr. n. 45, e capp. VII, nn. 36 e 37. 190
Speculum..., cit., pp. 341-344. Terminologia logica della tarda scolastica 437
sitorius affermativo; la seconda, il sillogismo expositorius negativo: entrambi
questi sillogismi sono alla base, secondo il maestro oxoniense, di ogni
disputa, anzi della possibilità stessa della dimostrazione, giacché essi sono
fundamentum di ogni altro sillogismo !9. Il richiamo all’espressione syllogismus expositorius merita qualche cenno che ne chiarisca il
significato. Essa è già in uso nel secolo XIII!?. Nel secolo XII, invece, l’Ars
Meliduna ha l’espressione sillogismus
expositionis : richiamandosi all’autorità di Aristotele, il testo afferma: Per
sillogismum expositionis fatetur Aristotiles probari posse sillogismos tertie
figure, ubi duo dicuntur de tertio e
aggiunge: Et dicitur merito talis
sillogismus expositionis, quia quodammodo exponitur medium per suum inferius .
Ma dagli esempi addotti si può ricavare che non si tratta del nostro sillogismo
‘*. Più probabile che 191 Ivi, pp. 341-342: Super quam regulam fundatur syllogismus
expositorius in tertia figura et iste
syllogismus est fundamentum omnium syllogismorum affirmativorum. Super quem
syllogismum fundantur alii syllogismi negativi, quo syllogismo expositorio
affirmativo vel negativo negato, non erit ulterius disputatio, nec potest
arguens aliquid pro bare nec improbare aliquid esse; quod si arguat per
syllogismum in modo regulato et negatur illud, et tunc statim veniet ad
syllogismum expositorium . 192 Cfr. ad es., M. Fernanpez Garcia, Lexicon
scholasticum philosopbico-theologicum, Ad Claras Aquas 1910 (basato sulle opere
di Duns Scoto), pp. 667a-668a, dove esso è definito come quel sillogismo che ha
per medium un terminus discretus; cfr. anche rs. Duns Scoto, In librum primum
priorum Analyt. Arist. quaestiones, cit., q. XI, ff. 289b-290b. 193 Ars
Meliduna, cit., pp. 381-382; infatti il testo, tra i due passi, contiene quanto
segue: Exempli gratia: ‘omne animal est res, omne animal est substantia, ergo
quedam substantia est res’. Quod conclusio vera sit potest ostendi ostenso
utramque extremitatum de hoc inferiori medii Socrate probari per tertium modum
prime, hoc modo: ‘omne animal est res, Socrates est animal, ergo Socrates est
res’; similiter ‘omne animal est substantia, Socrates est animal, ergo Socrates
est substantia’ . Basti esaminare questi esempi alla luce di quanto detto e di
quanto diremo appresso. 438 Alfonso Maierù si avvicini al sillogismo
expositorius quello che l’Ars Meliduna chiama inmiediatus, cuius maior propositio est inmediata , con
preciso riferimento al rapporto inferius-superius'*. Guglielmo d’Occam nella
Suzzzza logicae scrive: syllogismus
expositorius est qui est ex duabus praemissis singularibus dispositis in tertia
figura, quae tamen possunt inferre conclusionem tam singularem quam
particularem seu indefinitam, sed non universalem, sicut nec duae universales
in tertia figura possunt inferre universalem 195, A chiarimento di questa
definizione Occam precisa che le due premesse singolari non richiedono soltanto
che il soggetto sia un termine singolare, ma che la realtà designata da esso
non sia di fatto più cose distinte '%, Per Occam il sillogismo espositorio è di
per sé evidente, per cui, se un argomento può essere ricondotto ad esso, questo
argomento è corretto !”. Un'ultima osservazione Nel testo aristotelico
richiamato (Anal. pr. I 6, 28a 23 sg.) a expositio corrisponde Exeo oppure
txtiderdar. 1% Ivi, p. 383: Alius
mediatus, alius inmediatus. Inmediatus dicitur cuius maior propositio est
inmediata, idest terminos habens inmediatos, scilicet tales quorum alter non
potest de altero probari per medium demonstrativum, idest per tale medium quod
sit causa inferioris et inferius superioris . 15 Summa logicae, cit, p. 367. 16
Ivi, p. 368: Est igitur dicendum quod syllogismus expositorius est, quando
arguitur ex duabus singularibus in tertia figura, quarum singularium subiectum
supponit pro aliquo uno numero quod non est plures res nec est idem realiter
cum aliquo quod est plures res , e p. 306:
Est tamen advertendum, quod ad syllogismum expositorium non sufficit
arguere ponendo pro medio pronomen demonstrativum vel nomen proprium alicuius
rei singularis. Sed cum hoc oportet, quod illa res demonstrata vel importata
per tale nomen proprium non sit realiter plutes res distinctae. Est
autem probatio sufficiens, quia syllogismus expositorius est ex se evidens nec
indiget ulteriori probatione. Et ideo multum errant, qui negant talem syllogismum
in quacumque materia , e p. 306: Eodem modo, quando aliquis discursus potest
reduci ad talem syllogismum va fatta in merito alla definizione di Occam: egli
afferma che il sillogismo espositorio ha luogo nella terza figura (il termine
medio, in tal caso, è soggetto in entrambe le premesse), nella quale i
sillogismi non hanno mai una conclusione universale (neppure quando hanno due
premesse universali), ma possono avere solo una conclusione singolare,
particolare o indefinita. Billingham recepisce questa dottrina, come si può
rilevare confrontando quanto abbiamo riferito sopra con quanto è detto da
Occam: per lui, infatti, il sillogismo espositorio è fundamentum di tutta
l’argomentazione (e ciò perché, come afferma Occam, esso è per se evidens); le premesse sono costituite
di termini inferiori ai termini comuni e perciò non possono essere che
singolari. Billingham però si discosta da Occam perché estende a tutte le
figure il sillogismo espositorio '*, ma, ancora come Occam, proibisce ch’esso
possa concludere con una proposizione universale (e non potrebbe essere
diversamente: la conclusione non può mai essere più ampia delle premesse,
secondo il noto adagio scolastico
amplius quam praemissae conclusio non vule ); infatti egli fa ricorso
alla resolutio solo per la probatio della indefinita affirmativa (e della
particularis affirmativa, quae semper
convertitur cum indefinita affirmativa ) !?: essa deve essere provata per duo demonstrativa , giacché non est indefinita quin habet vel habere
potest demonstrativum sibi correspondens, nec e contra 2°, Le due derzonstrativae fungono da
premesse del sillogismo, la indefinita (o particularis) da conclusione. E va
rileexpositorium vel per conversionem vel per impossibile vel per propositiones
acquivalentes assumptas, non est fallacia accidentis . ù 1 198 Speculum...,
cit., p. 342: Potest tamen syllogismus
sr esse in qualibet figura: item in prima figura: ‘hoc currit et homo est ! si]
ergo homo cutrit’; exemplum secundae figurae: ‘homo est hoc et anim: est hoc,
ergo animal est homo? . 19 Ivi, p. 351. 200 Ivi, p. 350. 440 Alfonso Maierù
vato che questo distingue l’expositio e la resolutio: la propositio exponibilis è convertibile con le sue exporentes in congiunzione,
mentre le proposizioni immediate non sono convertibili con la propositio resolubilis . Questa è dottrina
comune a tutti i logici in questo periodo 2, Quanto alla indefinita negativa,
essa può essere probata o mediante il sillogismo espositorio negativo, o
mediante una con201 BrLLincHaM, Speculum, cit., p. 344: Terminus exponibilis
est qui habet duas exponentes vel plures cum quibus convertitur, Et in hoc
differt a resolubili, quia licet sequitur formaliter , non sequitur e contra;
sed in exponibilibus bene sequitur sic et e contra; STRODE, Logica, cit.,
£.18vb: Regula tamen est quod a resolventibus ad resolutum est bona
consequentia; sed non oportet quod valeat e contra; si (!) pro omnibus
expomentibus ad earum expositam consequentia tenet generaliter et e contra (cfr. anche f. 24va); WwcLte, Tractatus de
logica, I, cit., p. 83: Ex istis elicitur talis regula, quod universalis
proposicio exposita convettitur cum suo antecedente debite exponente, licet non
universaliter. Sed quandoque proposicio resolutorie vel officialiter proposita,
cum suo antecedente, gracia materie, convertitur ; PreTRo DI MANTOVA, Logica, cit, f.
[76vb]: semper a resolventibus ad
resolutam arguitur componendo et valet consequentia et non e contra de forma ;
PAoLo VENETO, Logica parva, cit., III: a quanto riferito sopra (v. n. 178), va
aggiunto: [4] A resolventibus ad resolutum est consequentia bona, sed non e
converso. Ab officiantibus ad officiatum est consequentia bona, sed non e
converso . A descriptione ad descriptum est bona consequentia, et e
converso , e ancora, ., Logica magna,
cit., I, 1, 4, f. 13rb: Ex istis
elicitur talis regula, quod universalis propositio exposita convertitur cum suis
exponentibus sumptis simul, sed propositio resolutorie vel officiabiliter
probata cum suo antecedente resolutorie vel officiabiliter ipsum inferente non
convertitur nisi gratia terminorum , e
I, 20, f. 73vb: Et in hoc est
differentia inter propositionem exponibilem, descriptibilem, resolubilem et
officiabilem: quia propositio exponibilis cum suis exponentibus convertitur,
propositio descriptibilis cum suis descriptionibus convertitur, sed propositio
resolubilis non convertitur cum suis resolventibus: Ita similiter propositio
officiabilis non convettitur cum suis officiantibus; propterea, si ab
officiantibus ad officiatam est bona consequentia, non oportet quod e contra
sit bonum argumentum.] sequentia, il cui antecedens sia la corrispondente
proposizione universale negativa 2°, Strode ha una dottrina del tutto analoga a
quella di Billingham: la resolutio o resolutio per duo demonstrativa non è
altro che il syllogismus expositorius ,
che è in funzione del termine comune °*; la resolutio è la probatio della
proposizione indefinita o particolare, anche se nella proposizione sono
presenti altri termini che richiederebbero un altro genere di probatio (tali
sono verbi ampliativi o di tempo passato e futuro, incipit, intelligitur, e i
termini privativi ?*). I fondamenti del sillogismo espositorio sono quelli
posti da Billingham; ma, oltre alle regole di inferenza che definiscono i
rapporti tra termini inferiores e superiores, Strode richiama altre regole,
fondate sull’autorità di Aristotele: una afferma che quando un termine è
predicato di un soggetto che sia suo inferior, tutto ciò che si dice del
predicato si dice del soggetto; l’altra afferma che, se in un sillogismo il
medio è un pronome dimostrativo, gli altri due termini debbono costituire
soggetto e predicato nella conclusione; c'è da aggiungere che Strode chiama
anche ‘resolutorius il sillogismo espositorio nega22 Cfr. Speculum. Logica, cit., f. 18vb: Similiter tenet iste modus arguendi, ut:
‘iste Socrates hoc non est, et iste Socrates est homo, igitur homo hoc non
est’; ‘haec non est vera et haec est aliqua propositio, igitut aliqua propositio
non est vera’. Et iste modus arguendi vocatur syllogismus expositorius vel
resolutio propositionis ratione termini sui communis; omnis nam terminus
communis non impeditus est sic resolubilis per duo pronomina , e f. 21rb: Et
consimiliter respectu cuiuscumque casus scripti; nam cum talis terminus ‘omnis’
praecedit, ad resolvendum propositionem in qua ponitur ille, deleatur ille, et
loco illius ponatur pronomen demonstrativum sui suppositi cum affirmatione
eiusdem in recto de illo pronomine et erit syllogismus expositorius . Resolvere è usato anche per
indicare la prova dell’officiabile; perciò l’aggiunta per duo demanstrativa per
la resolutio (cfr. ivi, f. 18vb). 20 Ivi, f. 19ra: Debet .amen ad concludendum
particularem vel indefinitam de verbo ampliativo quandoque aliter capi
constantia quam in illis mere de praesenti, ut ista: ‘homo cu*rebat’, sic
resolvitur: ‘hoc cur442 Alfonso Maierù tivo 2°; resolutorius ed expositorius
sono quindi sinonimi, come confermano i Dubia di Paolo da Pergola 2%. rebat et
hoc est vel fuit homo, ergo homo currebat’. Similiter ‘puer fuit senex’, sic
resolvitur: ‘hoc fuit senex et hoc est vel fuit puer, ergo puer fuit senex”. Et
consimiliter sic dicitur de futuro, ut ‘senex erit puet’, sic resolvitur: ‘hoc
erit puer et hoc est vel erit senex, ergo senex erit puer?. Similiter ‘coecus
potest videre’, sic resolvitur: ‘hoc potest videre demonstrando aliquem
hominem, et hoc est vel potest esse coecus, etgo coecus potest videre’.
‘Socrates incipit currere’ sic resolvitur: ‘hoc incipit currere, et hoc est vel
incipit esse Socrates, ergo etc... ‘Album desinit sedere’ sic resolvitur: ‘hoc
desinit sedere, et hoc est vel desinit esse album, ergo etc.’. ‘Chimaera
intelligitur: hoc intelligitur, et hoc est vel intelligitur esse chimaera, ergo
etc.’ Consequentiae, cit., f. 26va-b: Si
tamen ex uno termino formaliter infertur alter, et non e converso, respectu
cuiuscumque verbi tam a parte subiecti quam a parte praedicati in recto,
terminus inferens dicitur inferior et illativus dicitur superior, de quibus
datur ista regula: ab inferiori ad suum superius sine aliqua dictione habente
vim negationis nec confundendi praeposita est bona consequentia, quae fundatur
super multa dicta Porphytii et Aristotelis, scilicet de quocumque dicitur inferius,
ut species, de eodem dicitur superius, ut genus. Item Philosophus in
Praedicamentis dicit: quando alterum de altero praedicatur ut de subiecto, id
est de inferiori, quicquid dicitur de illo quod praedicatur dicitur de isto
quod subicitur, quod intelligitur de directa praedicatione. Item confirmatur
regula per rationem . Et super hac regula fundatur syllogismus qui vocatur
expositorius, cuius praemissae sunt mere singulares, cum quibus habet omnis
indefinita vel particularis resolvi, ut: ‘hoc currit et hoc est homo, ergo homo
currit’, et sicut in tertia ita et in prima figura, ut ‘hoc est currens et homo
est hoc, ergo homo est currens’, et sicut in prima etiam in secunda. Et hoc est
quod dicit Philosophus secundo Priorum quod medio existente hoc aliquid, id
est, pronomine demonstrativo, necesse est extrema coniungi, id est constituere
conclusionem. Et nota quod similiter est syllogismus resolutorius negativus, ut
‘hoc non currit, et hoc est homo, ergo homo non currit?. — Et notandum quod in
omni tali syllogismo oportet quod solummodo illud quod demonstratur in maiori
demonstretur in minori, et sic iste modus syllogizandi tenet ab inferiori ad
suum superius sine negatione er sine termino confundente. Sed iste modus negativus
tenet per istam regulam: ab inferiori ad suum supetius cum negatione postposita
inferiori et superiori Terminologia logica della tarda scolastica 443 Wyclif,
sia nella Logica?” che nella Logice continuacio ”*, tratta dei termini resolubiles,
o comuni e mediati, che vanno probati per mezzo dei termini immediati ?”. La
resolutio è riconducibile al sillogismo expositorius, e Wyclif nota che,
sebbene esso sia più comune nella terza figura, si può avere in tutte le figure
purché la cosa denotata dal pronome hoc sia, diciamo con espressione
occamistica, una numero ”°, La resolutio è
probatio cum debita constantia superioris de inferiori. Similiter tenet
cum quacumque dictione habente vim confundendi postposita (cors. mio). 206 PaoLo pa PercoLA, Dubia,
cit., f. 66va: In hac secunda parte principali huius tractatus tria agere propono . Secundo, syllogismum
resolutorium suis conditionibus limitabo. Tractatus de logica, cit., I, p. 4, e
ancora p. 6: Termini resolubiles sunt
termini communes qui possunt resolvi usque ad terminos singulares; ut isti
termini, anizzal, homo, etc. . 208 Ivi, p. 82: Sunt enim, quantum ad propositum
pertinet, aliqui termini resolubiles: ut termini communes, puta nomina, verba,
adverbia, et participia habencia signa ipsius inferiora . 209 Ivi, p. 68: Et semper terminus
mediatus, si sit resolubilis, debet probari per terminum immediatum, ut iste:
homo currit, sic resolvitur: Hoc currit: et hoc est homo, igitur homo currit.
Alia proposicio: Cras ero episcopus, sic resolvitur: tunc ero episcopus:
demonstrando crastinam diem per ly “tunc”; et tunc erit cras: igitur, etc. Ista
proposicio: alicubi Deus est, sic probatur: ibi Deus est, et “ibi” est alicubi;
ergo etc. Et ista proposicio: aligualiter ego moveor, sic probatur: Taliter,
vel sic, ego moveor; et “taliter” est aliqualiter; ergo, etc. . 210 Ivi, p.
37: Et notandum quod in qualibet figura
potest fieri syl/ogismus expositorius. In prima figura sic: boc est homo, et
Sor est hoc: ergo, Sor est homo. In secunda figura, sic fiet syllogismus
expositorius: virtus est hoc, et bonitas est hoc; ergo, virtus est bonitas. In
tercia figura sic fiet syllogismus: boc diligit Deum, et hoc est homo; ergo,
homo diligit Deum. Et iste syllogismus expositorius in tercia figura est maxime
usitatus. Et sciendum quod oportet bene notare rem pro qua supponit hoc
pronomen hoc in syllogismo expositorio; quia si fuerit diversa supposicio in
antecedente et consequente, tunc syllogismus non valet: ut hic: hoc est Petrus
(demonstrando naturam humanam) et hoc est Paulus (demonstrando eandem naturam):
ergo Petrus est Paulus. Hoc argumentum non valet . 444
Alfonso Maierù a posteriori della
particolare affermativa: si tratta però di una
probatio a posteriori inferiori , distinta da quella probatio che
l’autore chiama a posteriori totaliter
separato (0 demonstracio 4 signo, vel demonstracio quia
)?!, Anche la particolare negativa ha
probatio a posteriori , ma
inferendo talem particularem negativam ex singulis ; gli esempi addotti
tuttavia sono vere e proprie resolutiones??, Nel caso di proposizioni come chimera non intelligitur a te , Wyclif
introduce un altro modo di probatio (si ricordino i modi 4 priori, a
posteriori, ex equo e indirecte), che è detta captio ?*; anche questo è un modo
di probatio 4 posteriori 4. 211 Ivi, pp. 107-108: Secundo modo probatur particularis a
posteriori, et hoc dupliciter: vel a posteriori totaliter separato, vel a
posteriori inferiori. Exemplum primi: în corpore quod videtur a me sunt
subiective opera ciones vitales; ergo: corpus quod videtur a me est vivum. Et
illa probacio est famosa aput philosophos natutales, et vocatur demonstracio 4
signo, vel demonstracio quia. Exemplum secundi est tale: hoc currit, et hoc est
homo, ergo homo currit. Et isti modi probandi innituntur sophiste, de quo datur
talis regula: Quod ad particularem affirmativam aut sibi equivalentem
inferendam resolutorie oportet maiorem esse singularem proposicionis inferende
et minorem esse singularem de subiecto sinonimo cum priori, et verbo ac
predicato proporcionalibus verbo et subiecto proposicionis principaliter
inferende. Verbi gracia, inferendo istam, homo currit, sic arguitur: hoc
currit, et hoc est homo; ergo, homo currit. Secundus modus probandi est a
posteriori, ut inferendo talem particularem negativam ex singulis; de quibus
utendum est arte consimili, sicut dictum est de inductione particularis
affirmative. Ut, homo non est papa, quia hoc non est papa, et hoc est homo, igitur
etc. Homo non fuit ad bellum troyanum, quia hoc non fuit ad bellum troyanum, et
hoc est vel fuit bomo; igitur, etc. . 213 Ivi, p. 118: Sed forte contra illud
arguitur inducendo quintum modum probandi proposicionem, qui capcio dicitur.
Nam tu intelligis istam proposicionem: aliguid quod non intelligitur a te est,
cum intelligere potes quod claudit contradiccionem. Intelligis ergo subiectum
huius proposicionis, et per consequens eius primarium significatum; et cum
solum primarie significat aliguid quod non intelligitur a te, sequitur quod tu
intelligis aliquid quod non intelligitur a te. Sic enim probatur quod #4
scis aliguam proposiTerminologia logica della tarda scolastica 445 Pietro di
Mantova discute del sillogismo espositorio, del quale scrive: in quolibet
syllogismo expositorio terminus qui est medius est terminus discretus aut aggregatus
ex termino communi et discreto 25, ma
non parla di sillogismo risolutorio; nelle edizioni, si può leggere solo il
seguente titolo d’una parte: De eodem syllogismo resolutorio, sotto il quale è
trattata la dottrina della resolutio. Pietro, a questo proposito, afferma: quaelibet propositio cuius primus terminus
est resolubilis resolubiliter tentus non verbalis, probari debet per duo
demonstrativa 2!6; cioè all’espressione terminus discretus aut aggregatus ex termino
communi et discreto del testo
precedente, cortisponde qui l’espressione
duo demonstrativa , e poiché non
quilibet terminus discretus est immediatus, nec quilibet terminus
demonstrativus est immediatus ?”, la
probatio della proposizione resolubile non può essere opera d’un qualsiasi
sillogismo espositorio, ma solo di quello che abbia come premesse proposizioni
immediate: il sillogismo sarà allora ‘resolutorio’, caso particolare del
sillogismo espositorio. Per i sillogismi espositori, si precisa ch’essi possono
aver luogo in tutte le figure, e che concludono validamente se affertivi,
mentre alcune accortezze richiede la conclusione nei sillocionem esse veram
quam non scis esse veram, capiendo talem proposicionem scitam a te: aligua
proposicio est vera quam non scis esse veram. Sed dicitur quod conclusio
intenta est impossibilis. Ulterius dicitur quod modus probandi per capcionem
est modus probandi a posteriori; nam posterius est me scire illam
proposicionem: aligua proposicio est vera quam nescio esse veram sic
significantem, quam me scire aliquam proposicionem esse veram quam nescio esse
veram. Ideo ille modus probandi, sicut quilibet alius significabilis,
continetur sub aliquo predictorum . 25 Logica] gismi negativi, specie se in
quarta figura 2!5, Analogamente, il sillogismo ‘resolutorio’ concluderà secondo
le stesse regole in tutte le figure, dal momento che, ripetiamo, non è altro
che il sillogismo espositorio applicato alla probatio delle proposizioni
resolubili, Il termine resolubile è definito: terminus communis aut discretus
non demonstrativus terminus, quo contingit aliquem terminum immediatum notiorem
reperire eandem rem significantem per quem concludi potest ?. La proposizione in cui il termine è posto
si dice probabilis®!. Pietro precisa anche che nel resolvere le parti del discorso
diverse dal verbo, il termine notior è tale a posteriori, mentre nel caso dei
verbi il termine è notior a priori, ed è il verbo esse 2. Pietro chiama
resolvenda o composita la proposizione mediata, e resolvens la proposizione
immediata grazie alla quale si opera la probatio; una volta effettuata la
resolutio, la proposizione mediata è resoluta 3. 218 Ivi, f. [73ra-b]. 219 Ivi,
f. [76va], sotto il citato titolo De eodem syllogismo resolutorio : Ostendemus
nunc quas propositiones etiam concludere possint expositorii syllogismi, et
praemittamus quod terminorum secundum quos et per quos probari possunt
propositiones. 20 Ivi, f. [76va-b]. 21 Cfr. n. 30, [4]. 22 Op. cit., f.
[76vb]: Refert tamen in resolvendo et
alias partes ora tionis, quia in resolvendo alias partes orationis a verbo,
capitur terminus qui est notior a posteriori; in resolvendo vero verba capitur
terminus qui est notior a priori, scilicet verbum substantivum ; per i termini
e le propo sizioni immediati a priori o a posteriori, cfr. il testo di f.
[76va], in n. 39; per quanto riguarda il resolvere verbum, esso è definito (f.
[77vb]): est notius verbum exprimere, scilicet substantivum et eius
correspondens participium ; ci si chiede anche (f. [77rb-vb]): utrum quodlibet
verbum adiectivum sit resolubile in verbum substantivam et suum participium .
23 Ivi, f. [76vb] (continuaz. del passo della n. preced.): Huius enim resolvendae ‘hoc currit’ resolvens
est haec: ‘hoc est currens’. Ideo bene Terminologia logica della tarda
scolastica 447 La resolutio vale come probatio delle proposizioni affermative
indefinita, particolare e singolare, purché il primo termine sia resolubile 24;
nelle corrispondenti negative vere la resolutio è lecita solo quando il
termine, in virtù del quale è operata la resolutio, ha supposita, altrimenti
bisogna assegnare, come medium di prova, le contraddittorie di esse 5. Paolo
Veneto conserva ancora un valore piuttosto generico dei termini resolvere,
resolutio, con riferimento al relativo implicativo qui, che equivale a et (0
vel) e ille”, e alla resolutio di sequitur tamquam a priori: ‘hoc est cutrens,
igitur hoc currit’, et ideo a resolvente ad resolvendam vel compositam in
verbis valet argumentum de forma et non e contra. In aliis autem partibus
orationis non valet de forma a resolvenda vel composita ad resolventem nec e
contra, sed de forma bene valet a resolventibus ad resolvendam. Convenit autem
inter verba resolvenda et alias pattes orationis, quia semper a resolventibus
ad resolutam arguitur componendo, et valet consequens, et non e contra de
forma; cfr. anche f. [78rb]: non valet
argumentum de forma a composita ad resoìventem, sed bene e contra a
resolventibus ad compositam tam in verbis quam in aliis . 24 Ivi, f.
[80ra]: De indefinita autem sive
particulari et singulari teneatur quod ipsa est probanda a primo termino a quo
in ea potest sumi probatio. Ex quo sequitur quod est diligenter advertendum
quod non quaelibet indefinita sive particularis probari potest per duo
demonstrativa, et ideo illa ‘tantum
animal est homo’ per duo demonstrativa non habet probati quia sumeretur falsum
. 25 Ivi, ff. [79va-b], e [79vb-80ra]:
Pro omnibus igitur propositionibus negativis veris resolubiliter
probandis dicatur quod, si termini ratione quorum probandae sunt supposita
habeant, sunt resolubiliter probandae, sed si suppositis carent capiendae sunt
contradictoriae concludendo istas esse veras indirecte eo quod contradictoriae
sunt falsae, et ita conceduntut conclusiones ibi illatae secundum istam regulam
probandae ; per suppositurm, cfr. cap. IV, nn. 62 e 99. 26 Quadratura, cit.,
II, 22, f. 34va: Patet consequentia,
quia relativum non confusum est resolubile in pronomen relativum et notam
copulationis, aut in pronomen relativum et notam disiunctionis , e f. 34vb:
Nulium relativam nominis confuse limitatum est in pronomen relativum et notam
copulationis universalite(r) resolubile , ecc. 448 Alfonso Maierù qualsiasi
verbo nel presente del verbo esse 2. Ma, naturalmente, prevale l’uso tecnico
dei termini. Scrive nella Logica magna:
est sciendum quod omnis terminus communis pro aliquo suppositivus, et
omne verbum praeter verbum substantivum praesentis temporis et numeri
singularis, est resolubilis; omnis enim propositio in qua subicitur huius(modi)
terminus habet probari per duo pronomina demonstrativa sibi correspondentia 28,
C'è però da notare che, in concorrenza col termine resolubilis, Paolo usa
talora resolutorius?. La probatio resolutorie
è propria, secondo il nostro autore, delle proposizioni indefinita e
particolare, e della singolare che non abbia come soggetto un pronome
dimostrativo 2°. Le corrispondenti negative possono essere provate in tre modi:
o resolutorie, o assumendo la contraditdittoria e dalla falsità di questa
ricavando la verità di quella, 21 Ivi, II, 37, f. 40rb: Omne verbum praeter
verbum substantivum praesentis temporis est resolubile in verbum substantivum
; subiectum enim huius: ‘omnis homo
currit’, supponit pro omni homine qui est solum ratione resolutionis illius
verbi ‘cutrit’ in ‘sum, es, est’, sed aeque bene resolvuntur illa verba ‘erit’,
‘fuit’ in ‘sum, es, est’, sicut illud verbum “currit’ , ecc. Ciò in un contesto
in cui si discute de suppositione termi
norum respectu verborum praeteriti ac futuri temporis . 28 Op. cit., I, 1, 4,
f. 13rb. 29 Ivi, f. 13va: Exempla de
adverbiis resolutoriis, ut: ‘aliqualiter est” resolvitur isto modo Logica parva. Qualiter propositiones illative
probentur praesenti doctrina dignoscitur satis plene. Et primo namque a
resolutione est inchoandum, qua indefinitae, particulares et singulares de
subiecto non pronomine demonstrativo rationabiliter inferuntur. Quaelibet ergo
talis est taliter inferenda, ut pro antecedente sumantur duo demonstrativa, in
quorum primo praedicetur praedicatum resolvendae et in secundo subiectum: verbi
gratia, ‘homo currit’ sic resolvitur: ‘hoc currit et hoc est homo, ergo homo
currit’ ; la Logica magna, cit., I, 1, 4, f. 13rb, afferma che tale probatio è
propria della indefinita, e non menziona le altre proposizioni. Terminologia
logica della tarda scolastica 449 o mediante la universale negativa
corrispondente ?!, Il sillogismo che ha come premesse due proposizioni
dimostrative è detto expositorius o demonstrativus: può essere affermativo o
negativo e ha luogo solo nella terza figura °°. È evidente che il sillogismo
demonstrativus è riconducibile alla probatio mediante demonstrativa, ma Paolo
Veneto non insiste nel collegare le due dottrine né nella Logica parva, né
nella Logica magna. Paolo da Pergola, nella Logica, considera propositio resolu21 Ivi, f. 13va,
scrive: Indefinita vel particularis
negativa potest tripliciter probari: uno modo per duo demonstrativa quemadmodum
est (haec) indefinita affirmativa ut ‘homo non currit: hoc non currit et hoc
est homo, igitur homo non cutrit’. Secundo modo potest probari recurrendo ad
eorum contradictoria ipsa probando vel improbando, quo facto statim patebit
veritas indefinitae vel particularis negativae. Tertio modo potest probari per
universalem negativam sibi subalternantem, ut ‘aliquid non currit’ probatur
sic: ‘nihil currit, igitur aliquid non currit’ . 232 Ivi, II, 13, f. 175vb: Et
iuxta tertiam reductionem est notandum quod syllogismus expositorius non potest
fieri nisi in tertia figura. Et ratio, quia ad syllogismum expositotium
requiritur antecedentia duarum demonstrativarum (ex demonstratarum) inferentium
propositionem mediatam; modo hoc non potest fieri in aliis figuris. Si
enim dicitur in secunda figura: ‘animal est hoc et homo est hoc, ergo homo est
animal’, consequentia bona est et formalis, sed non syllogismus demonstrativus
propter causam dictam. Similiter si dicetur: ‘hoc currit et homo est hoc, ergo
homo currit’, syllogismus expositorius vocari non debet, sed syllogismus
irregularis, optima consequentia formalis existens. Eodem modo est dicendum de
negativis .. Numquam tamen est dicendum quod aliquis horum sit syllogismus
expositorius vel demonstrativus; ubi autem syllogismus demonstrativus non ita
stricte sumetur, potest sine periculo dici quod in qualibet figura talis
reperitut sicut exemplificatum est. Verumtamen est advertendum de pronomine
demonstrativo ne supponat pro aliquo communi, quia tunc impediret syllogismum
demonstrativum, aut quia esset terminus communis, aut quia ratione eiusdem
suppositio mutatur, sicut hic: ‘hoc est pater et hoc est filius (demonstrando
essentiam communem), igitur filius est pater’ . Salvo errore, il syllogismus expositorius non è menzionato nella Logica parva, né,
nelle due opere logiche fondamentali, è messo in relazione alla resolutio.]
bilis sia l’indefinita e la particolare,
che la singolare non dimostrativa 2; le loro corrispondenti negative possono
essere provate sia resolutorie, sia per
suum contradictorium 4, in modo analogo
a quanto ha affermato Pietto di Mantova. Nei Dubia, invece, Paolo affronta la
trattazione del sillogismo ‘resolutorio’, del quale si afferma che è fundamentum omnium syllogismorum . Perché si
abbia un tale sillogismo sono necessarie, tra le altre, le seguenti condizioni:
Quod si syllogismus (in rapporto alle quattro proprietà: che risulti di tre
termini; quod semper minor fit in recto
; quod conclusio sit omnino conformis
maiori ; quod sit in figura: nam in omni
figura potest fieri syllogismus resolutorius ); Et won in modo ( quia si esset
in aliquo 19 modorum non esset syllogismus resolutorius per immediata
procedens, sed per mediata ); Et medium sit hoc aliquid et non quale quid ( Id
est, sit terminus demonstrativus pro uno solo supponibilis et non pro
pluribus ). La resolutio deve avvenire
per immediata apud sensum vel intellectum
5, Da questi elementi risulta che il
syllogismus resolutorius altro
non è che il tradizionale syllogismus
expositorius . Ma risulta anche, dal richiamo a ciò ch’è immediato rispetto al
senso o all’intelletto, confermato quanto s'è detto, che cioè esso va
ricondotto alla dottrina aristotelica dei Secondi analitici. 23 Op. cit., p.
45: Resolubilis est triplex, scilicet indefinita, patticularis, singularis non
demonstrativa simpliciter quae probantur sumendo duo pronomina demonstrativa
simpliciter, primum conforme subiecto propositionis resolubilis et secundum in
recto ut patet in exemplis. Particularis vero indefinita, et singularis
negativa possunt probari dupliciter, primo resolutorie et hoc ubi subiectum pro
aliquo supponit, ubi vero pro nullo supponit non potest probari resolutorie
quia minor est falsa, debet igitur tunc aliter probari scilicet per suum
contradictorium . 25 Op. cit., ff. 68vb-69ra, Terminologia logica della tarda
scolastica 451 6. I termini
officiales Quanto alla grafia dei
termini occorrenti in questo paragrafo, va precisato che la tradizione
manoscritta del secolo XIV ha officialis, officialiter e così via, mentre
manoscritti e stampe del secolo XV hanno officiabilis** e così via. Noi
scriveremo generalmente officialis, e useremo come equivalente italiano
‘officiabile’. Officialis deriva da officium: quest’ultima termine vale sia
‘funzione’, sia ‘compito’ e ‘fine’ ”. Il nostro officiaiis non va confuso con
quei termini officiales che designano dignità e cariche pubbliche #*,
anche se il valore nei due casi è analogo: alcune persone hanno un officiuz:
nella società, alcuni termini hanno un officium nella proposizione e nel
discorso; si può, anzi, seguire un graduale passaggio dal primo al secondo
valore del termine: i maestri hanno un loro officium??, le arti hanno un 236 Ma
si vedano i mss.: Vat. lat. 3038, f. 8r:
Et sicut dictum est de praedictis officiabilibus vel officialibus (il testo è quello di BILLINGHAM,
Speculum..., cit., p. 367, in apparato alla r. 34), e Cambridge, Corpus Christi
College 378, f. 42r (cit. in n. 185 del cap. VII). 237 Cfr. LAauSBERG, op.
cit., p. 765. 238 Nei Tractatus Anagnini, cit., p. 274 (cfr. cap. II, n. 56);
cfr. anche Occam, Summa logicae, ‘angelus’ est nomen mere absolutum, saltem si
non sit nomen officii sed tantum substantiae . Secondo M.-D. CrÙenu
(Tbhéologiens et canonistes, in Études d’histoire du droit canonique dediées è
Gabriel Le Bras, II, Paris 1965) il termine officium in S. Tommaso deriva da
Ismoro, Etyz., cit., VI, xix, 1, per il quale le funzioni dell'anima sono
officia che si esercitano nell’unità d’una natura (p. 838): ministerium, in
sinonimia, assicura la sacralizzazione dell’officium, sia per i teologici che
per i canonisti, in ecclesiologia come in liturgia (ivi). 239 Cfr. di
RosceLLINO, la lettera ad Abelardo (in J. ReINERS, Der Nomi nalismus in der
Friibscholastik, Beitrige zur Geschichte
der Philosophie des Mittelalters , VIII, 5, Miinster i. W. 1910, p. 80): « Quia
igitur suscepto habitu doctoris officium mendacia docendo usutpasti, utique
monachus esse cessasti, quia beatus Hieronymus monachum, monachus ipse, diffiniens:
‘Monachus’ inquit ‘non doctoris sed plangentis habet officium, qui se vel 452
Alfonso Maierù loro officium?, le arti sermocinales studiano gli officia delle
vatie dictiones *!, Per le Summe Metenses e per il Tractatus de proprietatibus
sermonum, officium è proprietas dictionis o sermonis, mundum lugeat et domini
pavidus praestoletur adventum’, e GoFFREDO DI Fontames, Quodl. XII, q. 6, ed.
J. Hoffmans, Louvain 1932: « Utrum liceat doctori praecipue theologiae recusare
quaestionem sibi positam »; la risposta
è che il maestro in teologia è « doctor veritatis habens officium publicum
docendi » (pp. 105 e 107); nella disputa scolastica, l’opponens e il respondens
hanno « diversa officia » (Tractatus Anagnini, cit., p. 260). 20 Cfr. Cassioporo,
Institutiones, cit., II, I, 1, p. 94: «officium eius (sc. grammaticae) est sine
vitio dictionem prosalem metricamque componere »; e ms. Oxford, Bodl. Library,
Laud. lat. 67, f. 6ra (cit. dal De RiJk, Logica modernorum, II, i, cit., p.
165): « Officium eius (sc. dialetice) est docere, argumenta invenire ad
probandam questionem propositam et de eisdem iudicare »; considerare l’officium
è un topos delle introduzioni alla dialettica nel sec. XII (DE Rtjk, op. cit.,
II, i, p. 148); cfr. ms. Vienna, lat. 2486, f. 17r (in De RK, op. cit., II, i,
p. 235, sotto Quod officium): « Officium uniuscuiusque artis est quod convenit
opifici secundum ipsam artem » e ancora:
huius artis officium est considerare proprietatem litterarum in
sillabis, proprietatem sillabarum in dictionibus, proprietatem dictionum et
uniuscuiusque accidentis earum in sintasi »; Summa Sophisticorum elencorum,
cit., p. 267: Officium eius (sc. opificis agentis ex arte) est sic disputare ut
videantur circa propositum ea esse que non sunt ». 21 Cfr. ms. Chartres 209, f.
37rb (in Hun): del verbo est si dice:
quantum ad officium quod exercet in oratione in ui substantiui
consideramus » e aliud est agere de uocibus per se
consideratis, aliud de eisdem ad uim et officium quod habent in oratione posite
relatis »; Fallacie Parvipontane, cit., p. 569:
Et notandum quoniam nomina supponentia verbum duplex habent officium.
Supponit enim quandoque nomen pro aliquo suorum appellatorum, quandoque pro
nullo ». ABELARDO (Introductiones dialecticae, cit., pp. 73-74) parla di officium
delle voces, ma anche delle litterae; per l’officium del verbo est, si veda,
cap. III, n. 26. 22 Cfr. Summe Metenses, cit., p. 474: Est ergo locus
sophisticus in dictione qui provenit ex proprietatibus dictionis. Que sunt
significatio, consignificatio, officium, transumptio, constructio, ordinatio,
prolatio, terminatio eic.», e Tractatus de proprietatibus sermonum, cit., p.
707: utile videtur instituere tractatum
de sermonibus et diversitate proprietatum et Terminologia logica della tarda
scolastica 453 mentre le dictiones
officiales » sono quelle quarum
constructio est deservire partibus aliis » %. La caratterizzazione del
termine officiabile come quello che ha il compito di ordinare il discorso o
determinate un contesto presuppone l’analisi sintattica delle strutture della
proposizione. Poiché il compito di ‘costanti’ e ope ratori nella logica medievale
è svolto dai sincategoremi ?#, questi saranno i termini officiabili per
eccellenza per lungo tempo, dalle Summe Metenses* a Guglielmo di Shyteswood #9
e Ruggero Baofficiorum que considerantur iuxta sermonem. Que sunt copulatio,
appellatio, suppositio, et multa alia de quibus dicemus inferius ». Si noti la
differenza tra i due testi: nel primo, officium è elencato tra le proprietates,
nel secondo officia è in endiadi con proprietates: ma si può supporre un
passaggio dalla posizione del primo testo a quella del secondo. Cfr. anche DE
Rijk, Soze Notes on the Mediaeval Tract De insolubilibus..., cit., p. 100 (v.
cap. II, n. 91) e p. 112: Sequitur de
secunda specie insolubilium. Que provenit ex officio vocis
vel ex his que circumstant vocem. Que sunt tria: significatio, suppositio, appellatio.
Unde videndum quod, quando ex aliquo officio quod est in voce vel circumstat
vocem, provenit insolubile, id est cassandum, si sit accidentale. Cfr. Summe
Metenses: tra queste dictiones sono anno[verate
pva). exponentium sui oppositi. Nec dicuntur exponentes nisi
significantur copulative, nec causae veritatis nisi significantur disiunctive. Secondo
Strode, dunque, le causae veritatis sono opposte alle exponentes. Queste
operano in congiunzione -significantur copulative --, quelle in disgiunzione – disiunctive.
Per le causae veritatis valgono quindi le regole della disgiunzione (p
> p v q – “She is in the kitchen; therefore, she is in the kitchen or in the
bedroom”), mentre per le exporentes valgono le regole della congiunzione (pq 2
p – “She likes peaches and cream; therefore, she likes peaches”). Strode se ne serve per la
probatio delle negative dell'esclusiva, eccettiva e reduplicativa, ma anche
delle proposizioni in cui compaiono i termini incipit e desinit. Quanto a
quest’ultimo caso, va rilevato che Heytesbury aveva assegnato alle proposizioni
contenenti incipit o desinit una duplice expositio, tra cui si doveva scegliere
di volta in volta quella più conveniente al problema in esame *%; i due modi
dell’expositio non costituivano però una disgiunzione di proposizioni in
congiunzione. Strode, invece, as54 Logica, cit., f. 19rb; cfr. anche f. 24rb:
Et hoc est generaliter (notandum): cum aliqua propositio habet exponentes, eius
contradictorium habet causas veritatis . 35 Ivi, f. 26va: Ista tamen ‘Socrates
non est asinus in quantum est homo? et consimiles debent dici reduplicativae et
habent (probari) per causas veritatis oppositas exponentes reduplicativae,
sicut convenienter dictum est de exclusivis et exceptivis , ma cfr. f. 24rb,
dove si assegnano le causze veritatis anche all’opposta dell’esclusiva
negativa. 36 De incipit et desinit, cit., f. 23va:
Incipere dupliciter solet exponi: videlicet per positionem de praesenti
et remotionem de praeterito, ut quod in praesenti instanti est et immediate
ante instans quod est praesens non fuit; aut per remotionem de praesenti et
positionem de futuro, ut quod in praesenti instanti non est, et immediate post
instans quod est praesens erit. Desinere etiam dupliciter potest intelligi,
scilicet vel per remotionem de praesenti et positionem de praeterito, ut quod
in praesenti instanti non est, et immediate ante instans quod est praesens
fuit; vel per positionem de praesenti et remotionem de futuro, ut quod in
praesenti instanti est et immediate post instans quod est praesens non etit . Cfr. agg analoghe in
GueLieLMO DI SHyrEswooD, Syncategoremata, segna piuttosto la disgiunzione di
due congiunzioni di proposizioni (pq v rs), e cioè le causae veritatis 7. La
stessa cosa fa Marsilio, ma solo limitatamente al caso in cui il verbo incipit affirmatur de subiecto singulari
substantiali (ad es. di Socrates) Tra i
filosofi italiani, Pietro di MANTOVA (si veda) si serve della probazio per
causas veritatis per l'esclusiva ®, l’exceptiva mere negativa” Logica, cit., f.
25ra: Incipit communiter debet exponi per positionem de praesenti et remotionem
de praeterito, ut: ‘hoc nunc est et immediate ante hoc instans quod est
praesens hoc non fuit, ergo hoc incipit esse’; vel per remotionem de praesenti
et positionem de futuro, ut: ‘hoc munc non est et immediate post hoc instans
quod est praesens hoc erit, ergo hoc incipit esse’. Et e converso modo debet exponi
li ‘desinit’, ut dicunt, per remotionem de praesenti et positionem de futuro,
ut: ‘hoc nunc non est et immediate ante instans quod est praesens fuit’, vel
per positionem de praesenti et remotionem de futuro, ut: ‘hoc nunc est et
immediate post instans quod est praesens non erit’. Sed ego dico quod tales
potius debent dici causae veritatis et non exponentes, ut patet in praecedenti.
In istis ergo servetur haec regula, quod non oportet aliquam propositionem de
incipit et desinit exponi nisi ut propositio simplex et singularis numeri. WycLIr,
nel porre il problema, non esplicita il riferimento alle causae veritatis , per
cui è difficile intendere se si sia staccato dal modo di Heytesbury; cfr.
Tractatus de logica. Sor incipit esse, sic exponitur: Sor nunc est, et
ipse immediate ante hoc non fuit: igitur etc. Vel sic: Sor iam primo est et
ipse inmediate ante hoc non fuit: ergo, Sor incipit esse , e p. 191: Et hoc est quod solet dici: hoc verbum,
incipit, debere disiunctim exponi per remocionem de presenti et posicionem de
futuro; vel per posicionem de presenti et remocionem de preterito; ut, si Sor
munc est effectus et non prius fuit, tunc incipit esse. Vel si non est in
instans quod est presens, et inmediate post illud erit, tunc incipit esse. Et
sic de desinit . 328 Cfr. Textus dialectices, cit., f. 201r. 329 Logica, cit.,
f. [29ra-b]: exclusiva in numero plurali affirmativa habet duas causas
veritatis, quarum una est gratia alietatis et alia est gratia pluralitatis:
verbi gratia, ‘tantum 12 sunt apostoli dei’ altero illorum modorum verificari
potest: ‘12 sunt apostoli dei et nulla non 12 sunt apostoli dei’, vel sic: ‘12
sunt apostoli dei et non plura quam 12 sunt apostoli dei’. Unde talis
propositio exclusiva in numero plurali non debet exponi quia propositio
exponibilis copulative significat et non veri480 Alfonso Maierù e le
proposizioni de incipit et desinit. Paolo Veneto avvia il processo mediante il quale
questa forma di probatio diventerà con Paolo da Pergola un procedimento
autonomo, fissando nella Logica parva la seguente regola (che, si noti, segue
quelle relative alla probatio mediante expositio, resolutio, officiatio,
descriptio, e a senso composto e senso diviso):
ab una causa veritatis ad propositionem habentem illam causam ficatur
disiunctive (ex distiunctive), et ab exposita ad quamlibet suarum exponentem
est bonum argumentum formale, sed talis propositio neque verificatur copulative
neque ab ista exclusiva ad quamlibet esponentium valet consequentia:
convertitur enim cum tali disiunctiva cuius quaelibet pars principalis est
copulativa, igitur etc.. Come si può notare, la probatio qui è data mediante la
disgiunzione di due copulative. Ai ff. [41vb42ra], invece, Pietro di Mantova
scrive: Sed ista ‘a te differt omnis asinus’ habet duas causas veritatis, quia
primus terminus in ea mediatus est resolubilis et exponibilis. Ideo ista
significat disiunctive sic: ‘a te differt quilibet asinus, id est a te
differens est quilibet asinus’ resolvendo, vel exponendo sic: ‘omnis qui est
asinus est tecum et nullus asinus es tu, igitur a te differt quilibet asinus’,
et hoc est verum et ideo illa est vera ‘a te differt quilibet asinus’: in
questo passo l’accezione di causae
veritatis sembra essere generica. 35
Ivi, f. [33va]: exceptiva mere negativa non habet exponi, sed habet causas
veritatis disiunctive, et regula superius data de expositione exceptivae vera
est de exceptivis non mere negativis . 31 Ivi, £. [47rb-va]: Incipit solet sic exponi: ‘Socrates in
instanti quod est praesens est et non immediate ante instans quod est praesens
fuit veli Socrates in instanti quod est praesens non est et immediate post
instans quod est praesens erit, igitur Socrates incipit esse’. Sed haec
consequentia non valet quia in primo esse mundi ; et quod illa disiunctiva sit
vera patet quia eius prima copulativa est vera in illo casu , f. [47va-b]: Ideo dicitur quod illae dictiones ‘incipit’
et ‘desinit’ et huiusmodi non habent exponi sed habent causas veritatis, e f.
[48ra]: Aliquando autem li ‘incipit’ non
habet illas causas veritatis per positionem de praesenti et remotionem de
praeterito vel negationem de praesenti et positionem de futuro, sed aliquando
habet easdem causas veritatis quas li ‘desinit’, quia illae convertuntur:
‘Socrates incipit non esse’ et ‘Socrates desinit esse’ ; cfr. WiLsoN]mest bona
consequentia *. In questo contesto, le
causae veritatis sono assegnate alla proposizione denominata ab ablativo consequentiae : data
la proposizione homine currente risibile
cutrit , poiché l’ablativo assoluto può essere risolto in una proposizione
condizionale ( si homo currit ), o temporale ( dum homo currit ), o causale (
quia homo currit ), la proposizione originaria sarà vera quando almeno una
delle proposizioni alle quali x equivale l’ablativo assoluto è vera**. Ma,
ancora nella Logica parva, si afferma che la proposizione esclusiva negativa
ha duas causas veritatis, oppositas
exponentibus exclusivae affirmativae **.
Nella Logica magna, invece, si fa ricorso alla probatio per causas veritatis,
oltte che per l’esclusiva negativa *5, anche per la reduplicativa negativa 9 e
per incipit e desinit *", in modo analogo a quanto afferma Pietro di
Mantova. Infine, 332 Logica parva, Logica magna, cit., I, 5, f. 35va. 336 Ivi,
I, 8, f. 4irb: Si autem (sc. negatio) cadit in totum et super reduplicationem, non
habet exponi sed solum habet causas veritatis quae sunt contradictoriae
exponentium reduplicativae sibi oppositae ; nella Logica parva, cit., IV,
invece, aveva scritto: Negativa vero
reduplicativa, cuius negatio praecedit notam reduplicationis, non est exponenda
sed probanda per suum contradictorium ut saepe dictum est. 337 Mentre nella
Logica parva, cit., IV, l’autore ritiene che
dupliciter exponitur , nella Logica magna, cit., I, 18, f. 65va, dopo la
discussione di molte opinioni, scrive:
Propositio ergo respectu huius verbi ‘incipit’ vel ‘desinit’ exponi non
habet, sed habet causas veritatis quarum quaelibet propositionem de incipit vel
desinit potest inferre, et disiunctiva ex eisdem cum ipsa propositione
convertitur. Unde haec propositio ‘hoc incipit esse’ habet duas causas
veritatis, quarum una est copulativa duarum demonstrativarum, unius de
praesenti affirmativae et reliquae de praeterito negativae cum determinatione
huius dictionis ‘immediate’, ut: ‘hoc nunc est et hoc immediate ante instans
quod est praesens non fuit’, Secunda causa veritatis eiusdem est una copulativa
talium duarum, unius de praesenti negativae et alterius de futuro affirmativae
cum consimili determinatione, ut: ‘hoc 31 482 Alfonso Maierà Paolo da Pergola
scrive: Probabilis per causas veritatis
est illa propositio quae habet multas causas veritatis disiunctive sumptas,
sicut incipit, desinit et ablativus in consequentia 38: per quanto riguarda incipit e desinit,
non c'è bisogno di altri riferimenti dopo quanto si è detto. L’ ablativus in
consequentia ci riporta alla Logica
parva di Paolo Veneto, dal quale il Pergolese, al solito, dipende *’, Tuttavia
egli allarga il discorso, riservando questo tipo di probatio alle
contraddittorie di ciò che può essere provato non solo mediante expositio, ma
anche mediante resolutio, descriptio e officiatio, e in genere a tutte le
proposizioni negative: Nota quandocumque propositio probatur copulative, sive
resolubiter sive exponibiliter sive officiabiliter sive descriptibiliter, eius
contradictorium est probabile per causas veritatis, scilicet per disiunctivam
compositam ex partibus contradictoriis #9, nunc non est et hoc immediate post
instans quod est praesens erit’. Similiter haec propositio ‘hoc desinit esse’
habet duas copulativas causas veritatis, quarum una componitur ex duabus
categoricis, una de praesenti negativa et alia de praeterito affitrmativa, cum
hac determinatione ‘imme: diate’; ut: ‘hoc mune non est et hoc immediate ante
instans quod est praesens fuit’. Secunda causa veritatis ipsius est una
copulativa composita ex duabus talibus, quarum una est affirmativa de praesenti
et reliqua negativa de futuro cum simili determinatione, ut: ‘hoc nunc est et
hoc immediate post instans quod est praesens non erit’. Vel,
si tibi placet, potes dare causas veritatis cum prioribus convertibiles
breviores, ut: ‘si hoc nunc est et immediate ante munc non fuit, hoc incipit
esse’; et: ‘si tu non es albus et immediate post nunc eris albus, tu incipis
esse albus’. Eodem modo dico
de li ‘desinit’. Non ci addentriamo qui nella determinazione dell’atteggiamento
che Paolo Veneto tiene rispetto a Pietro ALBOINI di Mantova. Logica, cit., p.
79. 33 Si noti che manca ogni cenno alle
causae veritatis per la esclusiva
negativa (ivi, pp. 57-60); nella trattazione De consequentiis, però, si trova
la regola riferita da Paolo Veneto nella Logica parva (ctr. ivi, p. 98). 30
Ivi, p. 84; e ancora (ivi): Si vero est
mediata (sc. propositio) debes videre an sit affirmativa vel negativa; si est
negativa, debes cam probare per causas veritatis, aut per contradictorium, aut
per singulares, ut supra Terminologia logica della tarda scolastica 483 Il
riferimento all’expositio è stato ampiamente illustrato; altrettanto chiaro
risulta il cenno alla resolutio, officiatio, descriptio quando si pensi, come
si è detto, che in tutti questi casi la probatio è data mediante congiunzione
di proposizioni, la cui negazione è una disgiunzione di proposizioni negative.
dictum est . Questo passo può essere chiarito ricordando che BILLINGHAM (Speculum...,
cit., p. 357) ha assegnato l’oppositum per la probatio di dimostrativa e
universale negative o con soggetto infinito, e per l’indefinita negativa ha
assegnato una probatio disiunctive: cioè universale negativa o due dimostrative
(quest'ultime sono il sillogismo espositorio negativo); che PaoLo Veneto
(Logica megna, cit., I, 1, 4, £. 13va) ha assegnato tre modi di probatio alla
indefinita o particolare negativa: sillogismo espositorio negativo,
contraddittoria, universale negativa, e che per la universale negativa (ivi, f.
14ra) ha assegnato il contraddittorio; Wyclit e Pietro di Mantova hanno svolto
quel discorso che abbiamo richiamato nel $ 3. Qui Paolo da Pergola, parlando in
generale della proposizione mediata negativa, richiama tutti questi vari modi
di probatio accanto a quella per causas
veritatis. Il trattato contenuto nei ff. 6ra-19va del ms. Amplon. Q. 276 della
Wissenschaftliche Allgemeinbibliothek di Erfurt! si compone di varie
guaestiones, per ciascuna delle quali si adduce una lunga serie di argomenti
(cominciando in genere, dalla parte negativa: videtur quod non), ai quali si
risponde (in oppositum) spesso dopo aver formulato una determinatio brevissima,
magari di una sola proposizione; ma talota si risponde di volta in volta dopo
ciascun argomento. L’autore — chiunque sia — si preoccupa di fornire una
casistica delle difficoltà che possono sotgere nell’obiettare, e nel rispondere
alle obiezioni, contro i sophismata?. Il trattato si colloca quindi tra quelli
che intendono offrire sussidi ai protagonisti della disputa scolastica. E
poiché le difficoltà nascono sempre dall’uso dei termini cui si fa ricorso, la
trattazione verte necessariamente sul valore dei termini e sui modi di
‘provare’ le proposizioni che li contengono. 1 Cfr. Introduzione, n. 79. Il
microfilm del ms. di cui mi sono servito non è eccellente; manca il fotogramma
del f. 14r; il f. 15 del ms. dev'essere corroso in una delle col. 2 Ms. Amplon.
Q. 276, f. 6ra: Quoniam in(n)ata est nobis via a communibus ad propria, ideo
nos de modo opponendi contra sophismata cen E PA primo de communi modo
opponendi et respondendi dicamus. Gli argomenti trattati possono essere così
riassunti: 1) ci si chiede se l’inductio sia un modo valido di probare la
proposizione universale 3; 2) a) se la probatio
per contradictorium sia bora, e cioè
valida ‘ e b) se la probatio a
destructione consequentis , o anche la
probatio ex opposito conclusionis inferendo oppositum praemissae sia valida 5; 3) ci si chiede de probationibus incidentibus in
multiplicibus, ut in aequivocis : an
sufficiat cognoscere aliquod multiplex in uno significato 9; ma la quaestio si articola in varie
questioni: a) an aliquod nomen sit aequivocum
ÆQVIVOCVM GRICE 7; b) an... significatio dictionis
sit eius forma accidentalis 8; c) utrum sufficiat probare multiplex in uno
probato significato vel non, et ad illud persuadendum oportet inquirere utrum
aequivocum significet per modum copulationis sua significata aut per modum
disiunctionis 9; d) an nomen aequivocum
possit distribui pro omnibus suis significatis sive pro quolibet singulari
cuiuslibet significati simul a signo universali sibi addito 1%; e)
an sit contradictio in aequivocis
!!; f) an propositiones habentes terminum aequivocum debent dici una vel
plures !2; 4) a) sulla base di quanto si
è detto ci si chiede poi an copulativa
sit una !5, e 3 Ivi. 4 Ivi, f. 6va 5 Ivi, £. 7vb. 6 Ivi, f. 8vb. 7 Ivi, quod
non est, videtur: f. 8vb; Quod umne nomen sit aequivocum sic videtur : f. 10ra.
8 Ivi, f. 10vb. 9 Ivi, f. 11rb. Cfr. ps. Duns Scoro, In librum I priorum
Analyticorum Aristotelis quaestiones, cit., q. x, ff. 230b-231b: Utrum terminus
aequivocus contineat sua significata per modum copulationis. 10 De
probationibus, cit., f. 11vb. 11 Ivi, f. 12rb. 12 Ivi, f. 12vb. 13 Ivi, f.
14va. 486 Alfonso Maierù b) an sit
(contradictio in copulativis) 14; 5)
analogamente, a) quaeritur an
disiunctiva sit una vel plures 55;
b) an sit contradictio in
disiunctivis ‘6; ” 6) quaeritur an haec propositio ‘homo albus currit’
sit una (vel plures) 17; i 7) an
falsitas implicationis falsificet propositionem
18; 8) an una negatio possit negare plures compositiones 19; 9) infine, si discute de incipit et
desinit: Quaetitur de expositione et
significatione istorum verborum ‘incipit’ et ‘desini’. Primo quaeratur quid
significent, secundo utrum suum significatum ipso (?) esse syncategorema vel
categorema : a) De primo sic quaeritur, utrum significent motum vel
mutationem 2; b) Deinde quaeritur an si(n)t
syncategoremata 8; c) quid ponitur in
huius(modi) praedicationibus (?) proposi tionibus, et videtur quod hoc quod
dico ‘incipit’ et ‘desinit’ 2; d) (D)einde quaeritur de negatione istorum, et
primo utrum habeant intellectum negationis secundum quod possunt confundere,
dato quod aliquo modo sit ibi negatio 8;
e) utrum possi(n)t confundere ratione
istius negationis #; f) j; oppure 7 D LC, .v.#), e non viceversa !. I sersus di una
proposizione in disgiunzione sono causae veritatis di essa: basta perciò che
sia vero uno dei sensus perché sia vera l’intera proposizione. Così non è per i
sersus in congiunzione, poiché in tal caso è necessario che siano veri tutti i
sensus perché si abbia la verità vede in ciò un’accettazione della dottrina
occamistica della suppositio simplex da parte di Heytesbury. l De propositionum
multiplicium significatione, cit., ff. 252vb-253ra: Unde et si arguitur sic: praecise tot scis
quot sunt aliqua quae Plato scit esse, ergo non scis plura quam sunt aliqua
quae Plato scit esse, non valet argumentum. Nam per id antecedens non probatur
id consequens nisi pro altero sensu : si tratta della singolare negativa; il
procedimento è analogo a quello di cui alla n. 9; ancora, ivi, f. 253ra: Si tamen arguitur sd istam probandam, sic
incipiatur: talis propositio sic praecise significans potest esse quod rex
sedet et quod nullus rex sedet? (...) tunc ista est impossibilis, igitur non
potest esse sicut ista significat, et ista significat praecise quod potest esse
quod rex sedet et quod nullus rex sedet, igitur non potest esse quod potest
esse quod rex sedet et quod nullus rex sedet: neganda est consequentia; nam
consequens id, ut praedictum est, suos sensus copulative significat, quorum
tamen alter sequitur ex isto antecedente; per la proposizione in esame, cfr. n.
18; il modo della probatio richiama il procedimento della probatio
officialiter. Probare occorre un’altra volta al f. 252va, nella discussione
della universale; A Ivi, f. 252va: Ex quo etiam apparet, cum cuiuscumque
propositionis copulative solum significantis contradictorium disiunctive
significet quod cuiuscumque multiplicis plures sensus copulative solum
significantis contradictorium disiunctive significat opposito modo quo etiam
talis universalis multiplex significat copulative . Terminologia logica della
tarda scolastica 495 della proposizione cui la congiunzione equivale '. Anche
l’espressione causae veritatis ha dunque il valore noto; nel caso speci fico,
designa solo i sensus in disgiunzione !*. Questo è il primo dei casi esaminati
nel trattato. Seguono poi il caso in cui la proposizione universale affermativa
non significa tutti i suoi sersus in forma universale, ma uno di essi in forma
universale e un altro in forma particolare ‘5; la proposizione particolare
affermativa o negativa !; la proposizione singolare affermativa o negativa !”.
L’autore passa quindi ad esaminare le ipotetiche, e comincia dalla proposizione
de copulato extremo!*. Si discute poi della [Nam si copulative significaret, ad
eius veritatem cuiuslibet sui sensus veritas requiretetur (è detto della particolare, cfr. n. 16). 14
Cfr. ivi: est fallacia consequentis arguendo
a propositione habente plures sensus disiunctive ad unum sensum, e f.
253va: Ca] arguitur a propositione
plures causas veritatis habente ad unam istarum, ideo est fallacia consequentis
. L'espressione causae veritatis occorre ancora altre tre volte, ai ff. 252va,
253rb, 253va. 15 Ivi, f. 252vb: Quaedam tamen universales sunt multiplices, non
tamen sensu; quaedam enim sunt universales multiplices quae in uno sensu sunt
universales et in alio particulares vel singulares existentes . Se affermativa, tale proposizione significa
i suoi sensus in disgiunzione; se negativa, in modo opposto, e quindi in
congiunzione (ivi). 16 Ivi: Patet igitur quod quaelibet particularis
affirmativa multiplex, et etiam negativa quae in quolibet suo sensu est
particularis, suos sensus disiunctive significat , e: Nam ad hoc quod verificetur particularis
aliqua sufficit quod verificetur aliquis eius sensus . 17 Ivi: Consimiliter
etiam de singularibus est dicendum pro parte. Negativa autem singularem (!)
singulari affirmative disiuctive significanti [segue vuoto di circa sci
lettere] copulative significare suppono . 18
Ivi, f. 253ra: Consimilis etiam responsio est ad propositiones hypotheticas
multiplices, ut sunt propositiones de disiuncto et de copulato extremo,
copulativae, disiunctivae, temporales, conditionales: non potest esse (una)
responsio. Unde primo est
sciendum quod quaelibet affirmativa 496 Alfonso Maierùà copulativa !. Sia data
la proposizione [1] tantum Socrates est
homo et aliquod istorum et plures homines sunt ; essa può essere intesa come
composta di due proposizioni, delle quali una risulti una proposizione de
copulato extremo. Gli elementi che possono essere presi in considerazione sono
perciò i seguenti: [2] tantum Socrates
est homo ; aliquod istorum et plures homines sunt ; [4] tantum Socrates est
homo et aliquod istorum ; [5] plures
homines sunt . La [3] e la [4] sono proposizioni de copulato extremo, ciascuna
delle quali ha in comune con l’altra l'elemento
aliquod istorum (l’extremzuze
copulato è il soggetto nella [3], il predicato nella [4]). I sersus della [1]
possono essere dati indifferenter dalla congiunzione della e della, o dalla
congiunzione della e della. Poiché non si ha motivo di preferire una
congiunzione di sersus all’altra, la [1] significherà i suoi sersus mediante
una disgiunzione, il cui primo multiplex et hypothetica quae est particularis,
indefinita vel singularis ut praemissum est, suos sensus disiunctive significat.
Unde et ista: ‘potest esse quod potest esse quod rex sedet et nullus rex
sedet . Si noti che
l’autore include le proposizioni de copulato extremo tra le ipotetiche;
l’esempio addotto è quindi una proposizione de copulato extremo, propriamente
categorica (del resto, non avrebbero altrimenti senso le indicazioni circa la
quantità della ‘ipotetica’. Negata, la proposizione in esame significa i suoi
‘sensi’ oppositis modis copulative (ivi). La
conclusione di questa discussione è: Idem etiam de propositionibus
multiplicibus de disiunctis extremis et affirmativis (ivi). 19 Ivi, sotto: Pro
copulativis est tunc sciendum ex suarum partium principalium captione solum
significans copulative, sive utraque eius pars copulative sive utraque
disiunctive, sive una eius pars disiunctive et alia copulative significet illis
duobus modis quibus et istae partes significant copulative, et cuiuslibet talis
contradictorium oppositis modis quibus istae partes significant disiunctive
significabit . Terminologia
logica della tarda scolastica 497 membro sarà la congiunzione della [2] e della
[3] e il secondo membro sarà la congiunzione della [4] e della [5] ?°. Anche
nel caso della proposizione [6] Socrates
currit vel Plato currit et Socrates non curtrit , si possono avere interpretazioni
diverse: la si può cioè intendere come una congiunzione di proposizioni,
formata da [7] Socrates currit vel Plato
currit , e da [8] Socrates non curtrit ,
oppure come una disgiunzione di proposizioni formata da [9] Socrates currit , e da [10] Plato currit et Socrates non cutrit . Poiché
l’una o l’altra interpretazione si addice a simili proposizioni ( indifferenter
copulativae vel disiunctivae possunt esse ), i sensus della [7] saranno
espressi da una disgiunzione, di cui un membro sarà una congiunzione e l’altro
ancora una disgiunzione . La negazione premessa alla disgiunzione dei sensus
della [7] (e così della [1]) darà luogo a una congiunzione di proposizioni
negative 2. Heytesbury esamina ancora proposizioni il cui dictum può essere
inteso multipliciter®, proposizioni che hanno vari sersus in funzione di un
pronome relativo in esse presente che può riferirsi a due diversi
antecedentes”, e conclude la discussione 20 Ivi, f. 253ra-b; le [1]-[5] sono
indicate da Heytesbury con le lettere dalla
alla e; l’analisi è già nel testo, dunque. 21
Ivi, f. 253rb. 2 Ivi: Ex quo satis patet eius contradictorium istis duobus
modis significare copulative . 3 Ivi: est
sciendum quod sunt quaedam propositiones multiplices quarum est dictum
multiplex, a quibus ad suum dictum arguendo fallit processus ; esempio è: non
scis propositionem falsam esse propositionem veram vel propositionem falsam
sciri a te . 2 Ivi, f. 253rb-va; esempio è: aliquid differt ab animali quod non
differt ab animali: antecedens del relativo quod può essere sia animal sia
aliquid; esso significa disiunctive (causae veritatis). 32 498 Alfonso Maierù
con un'analisi dei sersus delle proposizioni comprendenti una condizionale ®.
25 Ivi, f. 253va-b. Sono di vario genere (ivi, f. 253va): Quaedam tamen sunt conditionales quae
indifferenter copulativae vel conditionales, et quaedam disiunctivae vel
conditionales, possunt esse. In entrambi i casi significano i loro sensus
disiunctive, mentre le contradicentes significano i loro sensus copulative. I
termini “compositio” e “divisio rendono “oivdeois” e “Sraipeote” occorrenti
nelle opere aristoteliche, principalmente in due contesti: quello del De
interpretatione, dove, a proposito dell’enunciato, che risulta di più termini,
si dice che la verità e la falsità sono attinenti alla compositio, o
affermazione di un termine dell’altro, e alla divisio, o separazione di un
termine dall’altro; e quello del De sopbisticis elenchis, dove si parla delle fallacie
secundum compositionem e secundum divisionem. Ci soffermeremo sulla seconda
delle dottrine aristoteliche, ma non è inutile un rapido esame preliminare dei
valori che i due termini e i corrispondenti aggettivi assumono [Non ci
occupiamo della Suxipeoig platonica (cfr. ad es. FEDRO). Per i valori degli
stessi termini in RETORICA, cfr. LAUSBERG. De
interpr.; cfr. transl. Boethii, Aristoteles latinus: circa compositionem enim
et divisionem est falsitas veritasque ; cfr. anche 6, 17a 25-26, transl.
Boethii, ivi, p. 9: Adfirmatio vero est
enuntiatio alicuius de aliquo, negatio vero enuntiatio alicuius ab aliquo , e
Metaph. VI 4, 1027b 19
sgg. e XI 11, 1067b 26; in part. per obvieowe cfr. Top. VI 13, 150b 22 e 14,
151a 20.31. 4 Cft..6.2; 500 Alfonso Maierùà nei testi logici. Dei due termini,
compositio è privilegiato rispetto all’altro, per il maggior numero di
accezioni con le quali occorre. Nel suo Tractatus syncategorematum Pietro
Ispano fornisce una sistematica esposizione dei vari modi in cui può essere
inteso il termine compositio *. Compositio può essere rerum o modorum
significandi: compositio rerum è quella della forma con la materia,
dell’accidente con il suo subiectum, delle facoltà con l’essenza (potenze
dell’anima con l’anima), delle parti integrali tra loro in un tutto (nella
linea, le parti della linea rispetto al punto e della superficie rispetto alla
linea), della differenza con il genere nella costituzione della specie 5. La
corzpositio modorum significandi può essere o di una qualità con la sostanza,
espressa dal nome $, o di un atto con la sostanza ed è espressa dal verbo”. La
compositio di un atto con la sostanza può essere duplice: si può intendere
l’atto in quanto habet inclinationem ad
substantiam, secundum quam inclinationem dicitur de altero , cioè in quanto
l’atto è considerato ut distans , ed è
il verbo di modo finito; ma può intendersi l’atto unitus
alla sostanza, in quanto privatus
ista inclinatione, et sic est in participio
®. La compositio actus ut
distantis è ancora duplice: può essere
in rapporto con una substantia exterior
, come nel caso della proposizione
Socrates 4 Cfr. op. cit., pp. 483 sgg. Ma si veda anche la traduzione
inglese di Mullally (PETER OF SPAIN, Tractatus syncategorematum..., cit., pp.
17 sgg.). Si confronti quanto dice Pietto Ispano con la triplice distinzione di
compositio (rei, intellectus, sermonis) di Dialectica Monacensis, cit., p. 569.
5 PetrI HIsPANI, Tractatus syncategorematum, cit., p. 484B. Per la composizione
degli accidenti con il subiectum, si veda il Liber sex principiorum, cit., p.
35: Forma vero est compositioni contingens, simplici et invariabili essentia consistens.
Compositio etenim non est, quoniam a natura compositionis seiungitur . 6 PerrI HISPANI, op. cit., p. 484B. 7 Ivi,
p. 484C. 8 Ivi, p. 485F. currit °, o può essere in rapporto con una substantia intra , x quando il soggetto è
sottinteso, come nel caso di currit !°. In tutti questi casi, si può dire che il
concetto di compositio, in quanto fa riferimento agli elementi di cui esprime
un rapporto, rientra nella categoria di relazione !!. Opposta alla composizione
è la negatio !?. Particolarmente importante è la compositio actus ut distantis perché sta alla base del costituirsi della
proposizione 5. Il caso più semplice è quello del verbo est: esso consignificat compositionem , ma poiché
rispetto agli altri verbi esso è natura prius giacché in eis intelligitur !, tutto quello che di esso si dice vale per
gli altri verbi. Alla radice di questa interpretazione sta un passo già
ricordato di Aristotele 5, ampiamente sviluppato dalla grammatica speculativa
!. Che il verbo est, e 9 Ivi, p. 491D. 10 Cfr. ivi, e p. 486D: Quod autem in
verbo fit compositio actus ut distantis, patet per hoc quod actus significatus
per verbum semper significatut ut de altero; cum nam dico “‘cutrit’, oportet
intelligere substantiam determinatam, de qua dicatur ‘curtit’, ut praedicatum
de subiecto . 11 Si veda ivi, p. 484A: Sciendum ergo quod compositio ad aliquid
est, quia compositio est compositorum, et compositio et composita sunt
compositione composita quare compositio in praedicamento relationis erit . Cfr.
anche H. Roos, Das Sophisma des Boetius von Dacien Omnis homo de necessitate est animal in
doppelter Redaktion, Classica et
Mediaevalia , XXIII (1962): la
necessitas habitudinis terminorum
(p. 190) non è altro che
necessitas compositionis (pp.
191-192). 12 Perri HisPANI op. cit, p. 490D: Cum secundum diversitatem
compositionis (ex compositionem) diversificetur negatio, ideo post
compositionem, dicendum est de negatione ; ma cfr. L.M. DE Rjk, On the Genuine
Text of Peter of Spain's Summule logicales, II, cit, p. 89: natura divisionis
non potest cognosci nisi cognoscatur natura compositionis . 13 PerRI HISPANI,
op. cit., pp. 487A sgg. 14 Ivi, p. 483F. 15 De interpr. 3, 16b 22-25 (cfr. cap.
ILI, n. 8). 16 Cfr. ad esempio Tommaso DI ERFURT, Gramzzatica speculativa, in
Duns ScotI Opera omnia, I, cit., xxvii, $ 1, f. 59b: Verbum habet quendam modum significandi, qui
vocatur corzpositio, de quo antiqui 502 Alfonso Maierù quindi ogni altro verbo,
significhi quella compositio che è rapporto fra due termini nella proposizione
è dottrina comune; non altrettanto comune è la dottrina che suo opposto sia la
regatio. Si legga Guglielmo di Shyreswood: Sequitur de hac dictione ‘non’, et
videtur quod debeat esse verbum quia significat divisionem et haec, ut videtur,
opponitut compositioni denotatae per hoc verbum ‘est’, et sic debet esse verbum
sicut et ipsum; contraria enim ejusdem sunt generis. Et dicendum quod haec
ratio peccat dupliciter, tum quia haec dictio ‘non’ cum significet divisionem
tantum — haec dictio ‘est’ non significat compositionem tantum ut dictum est
prius et sic non significant contraria — tum etiam quia compositio denotata
sive consignificata per hoc verbum ‘est’ non opponitur ei quod est ‘non’, quia
compositio est modus significandi dependenter, ratione cujus exigit sibi
nominativum et hoc est illud quo propositio est unum ex suis partibus. Cum
autem huic consentit Grammatici mentionem expresse non fecerunt, quem tamen
modum moderni Verbo attribuunt, moti ex dicto Philosophi I. Perihermenias, cap.
3. ubi dicit quod hoc Verbum est, significat quandam compositionem, quam sine
extremis non est intelligere; et tamen hoc Verbum, est, in omni Verbo
includitur, tanquam radix omnium, ideo compositio omni Verbo inhaeret, per quam
Verbum distans a supposito, ad suppositum principaliter inclina tur (ma cfr. xviii, $ 10, f. 53b, dove l’autore,
trattando della figura, afferma che essa
sumitur a proprietate rei e che
le proprietà comuni in rebus sono tre,
proprietas simplicis, proprietas compositi, et proprietas decompositi , e
continua. Ab his tribus proprietatibus imponit Logicus tres voces, ad significandum
scilicet Terminum, Propositionem, et Syllogismum, licet aliter sumatur
simzplicitas, compositio, et decompositio in nomine figurae simplicis,
compositae et decompositae, quam in Termino, Propositione, et Syllogismo. In Propositione enim et
Syllogismo sumitut compositio secundum distantiam circa diversa significata
diversarum vocum cadens. Sed in nomine compositae, et decompositae figurae,
sumitur compositio secundum distantiam vocum circa idem significatum eiusdem
dictionis cadens ). Cfr. anche Martino DI Dacia, Modi significandi, cit., nr.
112, p. 53: Huic autem modo significandi essentiali generali iungitur alter
modus significandi immediatior qui dicitur compositio, et ille complectitur ab
omni verbo. Et est compositio modus significandi sive intelligendi uniens
exttemum distans cum altero extremo ; R. BACcONE, Surzza gramatica, cit., p.
80. Terminologia logica della tarda scolastica 503 anima, asserit et est
affirmatio; cum autem dissentit, deasserit et est negatio. Est
ergo compositio hujus verbi ‘est’ sicut subjectum affirmationi et negationi et
opponitur negatio ejus quod est ‘non’ affirmationi et non compositioni, nisi
affirmatio vocetur compositio, et hoc est aliud a compositione hujus verbi, ut
dictum est !. In breve, la
compositio è anteriore all’affermazione e alla nega- zione, e perciò la
particella zor non si oppone a compositio; ma se si assume compositio nel senso
di affirmatio, la negazione non vale divisio, e si ha una contrapposizione.
L’equivalenza tra com- positio e affirmatio, divisio e negatio è affermata da
Boezio !* ad I? Cfr. Syncategoremata; ma cfr. anche: Sed vi- detur adhuc quod
quando ‘est’ est tertium adjacens, non sit ibi praedicatum, sed solum
compositio (cfr. W. or SHERWwooD'°s
Introduction to Logic, cit., p. 27, n. 25), e Introductiones in logicam, cit.,
p. 33: Sed (sc. verbum) consignificat
compositionem, quae est copula et omne aliud verbum sic con- significat per
naturam illius. Cfr. MARTINO DI DACIA, Quaestiones super librum Peribermeneias,
in Opera, cit., q. 12 Utrum eadem
compositio in numero est in affirmativa et in negativa , pp. 246-247: Ad quaestionem dico, quod certum est, quod
quaestio nostra non est de compositione, quae est actio intellectus, qua
componit unum cum altero. Nam talis compositio solum est in affirmativa. Sed
tantummodo quaerit de illa compositione, quae est modus intelligendi et datus verbo
pro modo significandi, et de tali dico, quod ipsa est eadem numero affirmativa
et negativa . 18 Cfr. In Arist.
Periermenias, II ed., cit., p. 49: Igitur quotiens huiusmodi fuerit compositio,
quae secundum esse verbum vel substantiam constituat vel res coniungat,
adfirmatio dicitur et in ea veri falsique natura perspicitur. et quoniam omnis
negatio ad praedicationem constituitur igitur quoniam id quod in adfirmatione
secundum esse vel constitutum vel coniunctum fuerit ad id addita negatio
separat, vel ipsam substantiae constitutionem vel etiam factam pet id quod
dictum est esse aliquid coniunctionem, divisio vocatur. Ma già in Boezio è
l’affermazione dall’anteriorità della compositio intellectuum (e
conseguentemente verborum, che su quella si modella) rispetto all’affirmatio e
alla negatio (ivi, p. 75): Nunc vero quoniam in intellectibus iunctis veritas
et falsitas ponitur, oratio vero opinionis atque intellectus passionumque
animae interpres est: (quare) sine conpositione intellectuum verborumque
veritas et falsitas non videtur existere. quocirca praeter aliquam
conpositionem nulla adfirmatio vel ne504 Alfonso Maierù Abelardo ”, da Occam® a
Billingham® e Strode?, Burleigh, poi, afferma in generale che il sincategorema
è dispositio compositionis * e, in particolare, che i sincategoremi
possono essere riferiti o alla
compositio materialis , cioè alla proposizione intesa materialiter (in
quanto sta per se stessa), o alla
compositio formalis , cioè alla proposizione assunta nella sua valenza
significativa *. Ma si ricordi che tutta la discussione sulla proposizione
modale verte sulla questione se il 7z0dus determini o non determini la
compositio o l’inhaerentia costituente la proposizione #5. Se la compositio
fonda la proposizione tanto che omnis
progatio est (cors. mio). 19 Cfr.
Introductiones dialecticae, cit., p. 75:
Compositionem vocat affirmationem quia ostendit coniungi praedicatum
subiecto. Divisionem vocat negationem quia dividit praedicatum a subiecto . Ma
come Boezio, anche AseLARDO ritiene che la compositio intellectuum sia
anteriore all’affirmatio e alla negatio (Logica ‘Ingredientibus’): Sed tamen
consignificat (sc. ‘est’), id est cum aliis significat quandam
comzpositionem, id est quendam compositum intellectum sive affirmativum sive
negativum, et per compositionem tantum compositionem intellectus accipimus. Cfr.
Prooemium libri Periermenias (in Expositio aurea, cit.): Nam in compositione et divisione est veritas
vel falsitas e sine compositione et
divisione, hoc est, sine affirmatione et negatione non sunt vera nec falsa . 2
Speculum..., cit., p. 338: Terminus est in quem resolvitur propositio, ut
praedicatum et de quo praedicatur, apposito vel diviso esse vel non esse, id
est in propositione affirmativa vel negativa
, e il ms. Venezia, Bibl.
s. Marco, Z. lat. 277 (= 1728), f. 2r, espone (cit. ivi, p. 323): composito vel diviso, esse vel non esse,
idest in propositione negativa vel affirmativa . 2 Cfr. Logica, cit., f. 13rb: Et dicuntur sola verba significare cum
tempore, quia ipsa sola sunt instrumenta quibus mediantibus [anima est] anima
est apta pro certo tempore componere vel dividere, id est affirmare vel negare
. 23 Cfr. De puritate artis logicae, cit., p. 221. 2 Ivi, pp. 141, 224-225,
227, 235, ecc. 25 Cfr. cap. V, $ 3: compositio e inbaerentia sono sinonimi per
le Sumzze Metenses e Guglielmo di Shyreswood positio est compositio *, la proposizione composita però è la
proposizione ipotetica: così per lo ps. Apuleio ”, per Ars Meliduna*, per
Averroè ?, per Alberto Magno Un'altra accezione meno stretta di compositio è
quella che denota l’unione di più voces costituenti un’oratio, non
necessariamente una enuntiatio o propositio 8; in tal caso il termine è
equivalente del boeziano comzplexio ®, e terminus compositus sta a designare
anche l’unione di nome e aggettivo #. Ma compositio 2% L.M. De Rijk, On the
Genuine Text of Peter of Spain's Summule
logicales , III, cit., p. 46 (è il commento a Pietro Ispano di Robertus
Anglicus). 2 Cfr. Peribermeneias, cit., 2, p. 177 (v. cap. V, n. 26); cfr.
SULLIVAN, Apuleian Logic, cit., pp. 24-30. 28 Op. cit., p. 352: Deinceps ad compositas ypotheticas
transeamus. Compositarum, prout hic accipitur ‘composita’, quatuor sunt genera
. 2 Cfr. AristoTELIS Opera cum AverROIS commentariis, I, i, Venetiis 1562 (ed.
anastatica Frankfurt a. M. 1962), De interpretatione I, 721: Oratio
est vel simplex vel composita Composita vero est, quae ex duabus constat
orationibus simplicibus . 3 Liber I Peribermeneias, in Opera, I, cit., p. 410b:
enuntiatio simplexcomposita o hypothetica. 3 Cfr. PETER or SPAIN, Tractatus
syncategorematum..., cit., p. 20 (proposizione imperfetta). 32 Cfr. Boezio, In
Cat. Arist., cit., 169A: Sine complexione enim dicuntur quaecunque secundum
simplicem sonum nominis proferuntur, ut homo, equus: his enim extra nihil
adjunctum est. Secundum complexionem dicuntur quaecunque aliqua conjunctione
copulantur, ut aut Socrates aut Plato, vel quaecunque secundum aliquod accidens
conjunguntur ; e 181A (il testo è nella n. 6, cap. III). Si noti però che
cormzplexio vale anche conclusio e ‘dilemma’ in Cicerone (cfr. KNEALE, op.
cit., p. 178). 3 BrLLincHAM, Speculum..., cit., p. 351: Sic cum terminis compositis, ut ‘homo albus
currit: hoc cutrit et hoc est homo albus, igitur etc.’ ; il termine compositus
nell'esempio è homo albus. Cfr. Pietro DI MANTOVA ALBOINI, Logica, cit., f.
[66vb]: nomen compositum è vox incomplexa risultante di più parti: Verumtamen quia consuevimus scire quid
vocabulum significaret extra compositionem, cum veniunt duo vocabula in
compositione, vocabulum illud resultans dicimus significare aut connotare illud
quod istae duae dictiones significant per se sumptae antequam intrarent
compositionem 506 Alfonso Maierù designa
anche l’unione di termini significativi nella proposizione o nel periodo #.
Un’accezione più tecnica di compositio, ma poco diffusa, è quella che denota il
procedimento logico della probatio quando si procede dai termini superiori:
così in Billingham *, e forse i precedenti sono da rintracciare nei Tractatus
Anagnini* e nelle Summulae di Pietro Ispano ”. Nella dottrina della conoscenza
(in particolare del giudizio), compositio si oppone a resolutio e designa o,
platonicamente, il processo dal molteplice all’unità oppure, aristotelicamente,
il processo dal semplice al complesso *. (esempio può essere respublica);
invece, nota il Mantovano (ivi, f. [65ra]): quilibet conceptus mentalis est
simplex, ita quod nulla est pars orationis in mente quae sit composita, quia
tunc partes orationis significarent separate . HevrEsBury,
De sensu composito et diviso, cit., f. 3a-b, ha terminus aggregatus (es. duo homines ). * HevTesBury, De scire et
dubitare, cit., f. 14vb: et quod illa
propositio significat praecise iuxta compositionem terminorum , e f. 15va: et
quod haec propositio ‘hoc est homo? significat primo et principaliter iuxta
compositionem terminorum ; STRODE, Conseguentiae, cit., f. 32ra: Sed omnes istae regulae debent intelligi
generaliter cum significant praecise ex compositione suarum partium primarie
praecise significantium . 35 Cfr. cap. VI, n. 55. 3% Tractatus Anagnini, cit.,
p. 225: Contra hoc quidam dicunt: illud quod est superius cognitione, etiam fit
pars in constitutione inferioris, perhibentes speciem constate ex genere et
substantialibus differentiis. Hoc verbo quidem simplices abducti dicebant genus
esse quasi materiam, differentias vero quasi formas ex quibus iunctis
constitueretur species. Sed dicit Magister Adam: “omne significatum dictione
est simplex et incompositum”; et dicit ‘componitur’, idest diffinitur,
‘constitutio’ pro diffinitio, ‘constitutio specie? pro diffinitio speciei. Item, compositio illa,
secundum quam reducuntur inferiora ad sua superiora, opposita est illi
compositioni, secundum quam superius reducitur ad sua inferiora ; il
procedimento, caratterizzato da Billingham come compositio, è il primo, se per
reducere si intende ‘ricondutre’, ‘riportare’ logicamente. 3 Cfr. GarceAU, Iudicium ..., cit., pp. 268-269; cfr. n. 5 al
cap. VI Terminologia logica della tarda scolastica 507 Per quanto riguarda,
infine, la terminologia impiegata nella trattazione del senso composto e del
senso diviso, notiamo che vengono usate le seguenti espressioni: fallacia
compositionis fallacia divisionis, o semplicemente compositio (o
coniunctio)divisio; sensus compositionis sensus divisionis; sensus
compositussensus divisus®. 2. Aristotele Le fallaciae del ‘senso composto’ e
del ‘senso diviso’ sono illustrate da Aristotele negli Elenchi sofistici, ai
capitoli 4° e 20 #!. Incluse tra gli errori dipendenti dal linguaggio usato
(rapà TÙv Mew, secundum locutionem, o dictionem) esse sono stretta. mente
connesse, tanto da rappresentare l’una il reciproco dell’altra. Infatti, si ha
fallacia in senso composto quando si congiungono termini che vanno tenuti
divisi, e si ha fallaci in senso diviso quando si dividono termini che vanno
presi in congiunzione tra loro. Perciò, nel corso del capitolo 20, Aristotele sugge 39 La schedatura del De sensu composito
et diviso di HevresBurY ha dato i seguenti risultati: oltre a sensus compositus
e sensus divisus, l’autore usa, per designare senso composto e senso diviso:
compositio e divisio (ivi, ff. 2ra, 2rb tre volte, 3va, 4ra), fallacia
compositionis et divisionis (f. 3ra-b) e ancora: sensus divisus significat
divise (f. 2vb), diversitas componendi vel dividendi (f. 2ta),
componere vel dividere (f. 3rb);
usa inoltre compositio per indicare l’unione di più termini che segua un altro
termine, ad esempio possibile (f. 2rb, 2va tre volte); simplex compositio —
duplex compositio (f. 3rb). Per
le occorrenze nelle Regulae, cfr. n. 147. 4 De soph. el. 4, 165b 26 e 166 a
23-38. 41 Ivi 20, 177a 33-b 34. . 4 Ivi, 177a 34-35; transl. Boethii (rivista
in base alle indicazioni fornitemi da L. Minio-Paluello con lettera del
23.12.71) in Boezio, Elenchorum sophisticorum Aristotelis interpretatio, P. L.
64, 1029C (si tratta della traduzione boeziana elaborata sul greco dal Lefèvre
d’Etaples: Manifestum autem et eas, quae
propter compositionem et divisionem, quomodo solvendum, nam 508 Alfonso Maierù
risce di assumere in congiunzione i termini che, intesi divisi, dànno luogo
alla fa/lacia in senso diviso e, viceversa, di assumere divisi i termini che,
congiunti, dànno luogo alla fa/lacia in senso composto. I medievali hanno poi
fatto propria la raccomandazione aristotelica: ripetono spesso ubi peccat
compositio, ibi solvit divisio , e viceversa ‘, e trattano insieme le due
fallaciae come due complementari possibilità di errore. Gli esempi con i quali
Aristotele dà una prima illustrazione del senso composto sono: a) possibile est sedentem ambulare, et non
scribentem scribere ; b) discit nunc
litteras, si quis didicit quas scit ; c)
quod unum solum potest ferre, plura potest ferre *. È evidente che l’errore si divisa et
composita oratio aliud significat cum concluditur, contratium dicendum ; ma v.
anche De sopb. el. 23, 179a 11-14; transl. Boethii in Boezio, op. cit., 1032B.
4 Cfr. Glose in Aristotilis Sophisticos elencos, cit., p. 246: Conpositio est solvenda per divisionem, et
divisio per conpositionem ; Fallacie Parvipontane: Ubi enim fallit divisio, ibi
solvit compositio, et econverso ; Vincenzo DI BEAUVAIS, op. cit., 277: Iuxta
quod dicit Aristoteles, ubi fallit compositio, ibi soluit divisio, et e
converso e ad haec omnia docet
Aristoteles simul soluere, scilicet ut si concludatur divisim, dicendum est
quoniam coniunctim concessum fuit, et e converso ; Ps. BACONE, Sumule
dialectices, cit., p. 342: Nemo enim debet dubitare quin fallacia composicionis
decurrat super hanc maximam, ‘si conjunetim ergo divisim’, divisio super hanc
maximam, ‘si divisim ergo conjunctim’; ergo (in) fallacia composicionis
conceditur composicio et probatur divisio, et in fallacia divisionis e
contrario ; ALBERTO M., Liber I Elenchorum, in Opera, IL, cit., p. 547b: Adhuc autem notandum, quod licet semper simul
sint compositio et divisio in oratione quantum ad hoc quod si compositio
fallit, divisio solvit, et e converso ; ALBERTO DI Sassonia, Logica, cit., V,
4, f. 40rb: omnis syllogismus peccans per fallaciam compositionis solvitur pet
divisionem et e converso ; BILLINGHAM, De sensu composito et diviso, in Speculum...,
cit., p. 387, ma cfr. n. 97. % De sopb. el. 4, 166a 23-32; transl. Boethii in
Boezio, op. cit., 1010D1011A. Teniamo presente anche le osservazioni di COLLI
(si veda) in ARISTOTELE, Organon, trad. it. e note, Torino. Per il terzo
esempio, il Colli rinvia a PLaToNE, Euthyd., 294A. Terminologia logica della
tarda scolastica 509 nasce in tutti i casi dal porre in congiunzione termini
che vanno presi separatamente: la prima proposizione va intesa così: ‘chi sta
seduto può camminare, chi non scrive può scrivere’, mentre, assumendo congiunti
i termini sedentem-ambulare, scribentemscribere, si cade in errore; la seconda
va interpretata: ‘intende le lettere, giacché ha imparato ciò che ora conosce’
e non: ‘intende le lettere, giacché ha ora imparato ciò che conosce’,
congiungendo didicit-nunc; la terza: ‘chi può portare un solo oggetto, può
portarne più’ uno per volta, non contemporaneamente. Gli esempi che Aristotele
utilizza per il senso diviso sono: a)
quod quinque sunt duo et tria, paria et imparia, et quod majus aequale,
tantumdem enim est majus et adhuc amplius ; b)
ego posui te servum entem liberum ; c)
quinquaginta virum centum heros liquit Achilles 4. In questo caso, gli enunciati vanno così
interpretati. Il primo: 5 è uguale a 2 e 3, e il 2 e il 3 sono rispettivamente
pari e dispari; non è vero che 5 è uguale a 2 e 5 è uguale a 3 (separatamente)
e quindi che 5 è insieme pari e dispari; né è vero che qualcosa è maggiore ed
uguale a qualcos'altro, che seguirebbe se si ritenesse che 5 è uguale a 3 e che
5 è uguale a 2 (mentre è maggiore di entrambi) per il fatto che 5 è uguale a 3
e a 2. Il secondo: ‘io ho fatto di te che eri schiavo un uomo libero”, mentre
non è corretto intendere (separatamente) ‘io ti ho fatto schiavo e io ti ho
fatto libero’. Il terzo: ‘di cento uomini il divino Achille lasciò cinquanta’,
ma non separando la parola virum da centum e congiungendola a quinquaginta. Nel
capitolo 6, poi, dove tutte le fallacie sono ricondotte all’ ignoratio
elenchi ‘, Aristotele afferma che
composizione e divisione derivano dal fatto che il discorso, nonostante l’appa4
De sopb. el. 4, 166a 33-38; transl. Boethii in BoEzio, op. cit., 1011A; il
secondo esempio, che ha riscontro in TERENZIO, Andria (v. 37: Scis: feci ex
seruo ut esse libertus inihi ), probabilmente deriva da una commedia greca; il
terzo, forse da un poema perduto. 4 De sopb. el.] renza, non è lo stesso se
inteso in un modo o nell’altro, e perciò i due sensi vanno distinti alla
ricerca di quello corretto ”, Infine, nel capitolo 20, dove mostra la soluzione
da dare a questo tipo di fallacia, Aristotele dà un altro buon numero di esempi
di enunciati, nei quali l’interpretazione in un senso o nell’altro conferisce
al tutto un valore diverso. Ricordiamo tre di essi che hanno avuto una certa
fortuna nel medioevo. Il primo: Putasne
quo vidisti tu hunc percussum, illo petcussus est hic? et quo percussus est,
illo tu vidisti? , donde appare la differenza tra il dire videre oculis percussum e il dire
oculis percussum videre (‘vedere,
con gli occhi, colui che è percosso’ e ‘vedere, colui che è percosso con gli
occhi’): esso avrà fortuna nel secolo XIII, in concorrenza con il secondo
esempio del senso composto sopra riportato. Il secondo è: Putasne malum sutorem bonum esse? sit autem
quis bonus, sutor malus, quare sutor malus
® e mostra la difficoltà che nasce dal fatto che attributi opposti sono
congiunti con lo stesso nome; il calzolaio, buon uomo e cattivo artigiano, non
può essere ciabattino buono e cattivo insieme. Il terzo esempio è: Putasne ut potes, et quae potes, sic et ipsa
facies? non citharizans autem habes potestatem citharizandi, 47 Ivi, 168a
26-28; cfr. anche 7, 169a 25-26. nei 20, 177a 36-38 e b11; transl. Boethii in
Borzio, op. cit., 1029D# Ivi, 177b 14-15; transl. Boethii in BorzIo, op. cif.,
1030A. L’esempio occorre anche in De inferpr. 11, 20b 35-36, dove si discute
della liceità di affermare unum de
plutibus vel plura de uno e quindi di
operare un’inferenza valida da due proposizioni in congiunzione tra loro con
predicati differenti e identico soggetto (ma è da notare che la transl.
Boethii, Aristoteles latinus , II, 1-2,
cit., p. 24, ha citharoedus dove Aristotele ha oxvTEÙS) a una proposizione con
soggetto immutato e predicati in congiunzione tra loro. fa Terminologia logica
della tarda scolastica 511 citharizabis igitur non citharizans 9; esso si ricollega al primo degli esempi
del senso composto sopra ricordato. La dottrina di Aristotele, per quanto
riguarda il nostro argomento, è tutta qui. Un contributo potrebbe ticavarsi
dalla discussione dei sillogismi modali a premesse in senso composto o in senso
diviso, ma le due pagine della logica aristotelica non sono accostabili
immediatamente 5. Per l’una, come per l’altra, saranno i maestri medievali a
fornire analisi più precise e puntuali. 3. Da Boezio alla fine del sec. XII La
prima patte della Logica modernorum di De Rijk è, come s'è detto, uno studio
sulla dottrina dei sofismi nel medioevo fino al secolo XII incluso. I risultati
cui l’autore è giunto sono i seguenti: a) la prima fonte per la dottrina dei
sofismi nell’alto medioevo è Boezio, che ne fornisce alcuni elementi nel
secondo commento al De interpretatione © e nell’Introductio ad syllogismos
categoricos *. Ma tra i sofismi esaminati da Boezio in questi testi non
figurano quelli secondo la composizione e la divisione; De soph. el. 20, 177b
22-25; transl. Boethii in Boezio BocHENSKI, La logigue de Théophraste, cit.,
che registra a p. 136 ( Index des termes techniques grecs ) solo Statpeote, che
però occorre, alle pp. 63 sg. e 114, a proposito della ‘scala ontologica’
platonica, dalla quale trae origine il sillogismo aristotelico, e del rapporto
tra i termini di questo. 52 In Arist. Periermenias, II ed., cit., pp. 129-134,
cit. in De Rgk, Logica modernorum, I, cit., pp. 25-27; le fallaciae ricordate
sono quelle secundum aequivocationem, secundum univocationem, secundum diversam
partem, secundum diversum relatum, secundum diversum tempus, secundum diversum
modum: cfr. ivi, pp. 27-28. 5 Op. cit., 778B-780A e 803B-D; cfr. DE Rik, op.
cit., I, pp. 4041. 5 Cfr. il prospetto in cui sono confrontati i risultati
raccolti dai due testi boeziani in De Rik, op. cit., I, pp. 42-43. Ma cfr.
Frustula logicalia, cit, p. 616: Queritur cur Boetius non enumeravit divisionem
et coniunctionem et amphiboliam, que magis proprie impediunt propositionum
dividentiam 512 Alfonso Maierù b) sulla traccia di Boezio si muovono le varie
Glosule in Peribermeneias fino ad Abelardo 5; c) il primo cenno in Abelardo al
sensus per divisionem e al sensus per compositionem quale indicato dagli
Elenchi sofistici è nella Logica ‘Ingredientibus’, a proposito delle modali: la
modale in senso composto è modale de Sensu, la modale in senso diviso è modale
de re *; d) Adamo Parvipontano nell’Ars disserendi enumera i sofismi ex
coniunctione ed ex disiunctione, corrispondenti al senso composto e al senso
diviso di Aristotele”, segno di una più decisa penetrazione degli Elenchi
sofistici nelle scuole medievali. Ma è con i primi commenti agli Elenchi
sofistici prodotti dalla scuola di Alberico di Parigi e poi con i commenti dei
Parvipontani che si hanno le prime esposizioni sistematiche del senso composto
e del senso diviso, tanto che esse penetrano anche nelle esposizioni del De
interpretatione, là dove Boezio aveva introdotto le fallaciae 8. Noi cercheremo
di ripercorrere brevemente il cammino della dottrina utilizzando i testi editi
dal De Rijk. Le Glose in Aristotilis Sophisticos elencos dànno un’analisi
abbastanza elementare del testo aristotelico, e riferiscono opinioni di maestri
precedenti. La conpositio è definita
[....] proprietas orationis secundum quam ea que divisim data sunt,
coniunctim accipiuntur, ut ‘iste veronensis valet bunc panem et hunc, ergo vale
duos panes’. Non sequitur, quia datum est istum veronensem quam que enumerat .
Cfr. n. 58. 55 Cfr. De Rijx, op. cit., I, pp. 44-48. $ Op. cit., p. 489, e
Glosse super Periermenias..., cit., p. 13; cfr. De Rijk, op. cit., I, pp. 57
sgg., dove si discute della conoscenza che Abelardo aveva degli Elenchi
sofistici. 5 Op. cit., pp. 63 e 65; cfr. De Ru, op. cit., I, pp. 72 sgg. 5 Cfr.
Frustula logicalia, cit., p. 613, pp. 616 sg. (cfr. n. 54) e p. 619: Videntur tamen quedam esse que impediunt
contradictionem, que Boetius non ponit, scilicet divisio, compositio, accentus,
amphibologia . Terminologia logica della tarda scolastica 513 valere hunc et
hunc panem divisim, sed non coniunctim
9. Ciò che distingue la compositio e la divisio è questo: quando la
seconda è vera e la prima è falsa, si ha il sophismza conpositionis, quando la
conpositio è vera e la divisio è falsa, si ha il sophisma divisionis®. I modi o
le specie di composizione sono tre, per il nostto testo: quandoque conponimus plura uni, ut ‘iste
veronensis valet bunc et bunc pane; quandoque unum pluribus, ut ‘Socrates et
Plato habet unum caput’; quandoque plura inter se, ut ‘possibile est album esse
nigrum’ vel ‘hic et hic veronensis valet istum et istum panem’ ®®. Nel testo si
introduce una distinzione importante: senso composto (corpositio) e senso
diviso (divisio) possono avere otigine in voce, cioè nella struttura
linguistica della frase, o securdum intellectum, cioè nella diversa
intelligenza della frase stessa °°. Apprendiamo che Maestro Giacomo Veneto
riteneva che oggetto dell’analisi del logico sia la struttura della frase ®
giacché il logico in essa individua le difficoltà o deficienze che dànno luogo
ai sofismi. Un esempio di questo modo di considerare il senso composto e il
senso diviso può essere il seguente, relativo al senso composito: ‘omne non-scribens potest scribere, sed
Socrates est nonscribens, ergo potest scribere, ergo Socrates scribit’ dove
datum est Socratem scribere cum potentia (sc. potest scribere) et postea
divisum est a potentia, cum intulit: ‘ergo Socrates scribi *. 5 Op. cit., p. 209. 9 Ivi. s Ivi. 6 Ivi,
p. 246 (a De sopb. el. 20, 177b1): Due
sunt species divisionis et conpositionis, (una) secundum intellectum, et altera
secundum vocem . 6 Ivi, p. 209: Magister
vero Iacobus dicit conpositionem et divisionem tantum esse in voce, et non
secundum intellectum. Est autem conpositio secundum ipsum quando aliguid
conponitur cum aliquo et postea accipitur divisim et seorsum . # Ivi. 33 514
Alfonso Maierù Il nostro autore, per la verità, almeno in due luoghi riconosce
che Aristotele tratta della corpositio e della divisio secundum vocem , e sottolinea il primato
dell’oratio che esprime l’intellectus ©. Questi rilievi sono importanti perché
permettono di notare come i maestri medievali mirassero a trasferire sul piano
linguistico il discorso sui sofismi, in modo da trovate su questo piano
accorgimenti formali atti a evitare errori. Un altro testo, quasi contemporaneo
alle Glose, cioè la Surzzza Sophisticorum elencorum, critica questa tesi e il
tipo di analisi in vocibus o in sermonibus o în terminis % e sostiene che il
sofisma in senso composto (compositionis) o in senso diviso (divi sionis) ha origine
in intellectibus, nel fatto cioè che una proposizione si presta ad essere
interpretata secondo diversi punti di vista. Si richiama l’attenzione, ad
esempio, sulla proposizione possibile
est sanum esse egrum , la quale, intesa in senso diviso, è vera, in senso
composto è falsa, senza che la diversa considerazione implichi modificazioni
nella struttura linguistica 65 Ivi, p. 222 (a De sopb. el. 6, 168a 26): Ad quod dicendum quod Aristotiles loquitur
hic de conpositione et divisione que fit secundum vocem et non secundum
intellectum. Et conpositio et divisio secundum intellectur continetur sub
oratione, quia oratio continet amphibologiam et conpositionem et
divisionem (cors. mio), e p. 246 (a De
soph. el. 20, 177b1; continua il testo cit. in n. 63): Sed cum dicit Aristotiles: “quod est secundum
divisionem, non est duplex”, tunc loquitur de divisione vocis, quia alia vox
est divisa et alia conposita. Quidam enim dicunt quod hec conpositio fit in
intellectibus; quidam alii dicunt quod tantum fit in vocibus . Illi qui dicunt
quod fit in sermonibus vel in vocibus , e p. 314: Et ideo sciendum est quod
secundum illos qui dicunt sophisma conpositionis tantum esse in terminis: Hec
autem sententia, scilicet quod compositio dicatut tantum in terminis, nobis non
placet. Sed dicimus quod fallacia compositionis fit in intellectibus, et hoc
videlicet quod plura significantur vel intelliguntur in aliqua oratione ; lo
stesso vale per la divisio, pp. 317 sgg. Terminologia logica della tarda
scolastica 515 della frase. Lo stesso testo ammette, però, che i sostenitori
della tesi opposta evitavano l’errore in senso composto o in senso diviso
ricorrendo ad accorgimenti riguardanti la disposizione dei termini
nell’enunciato. L’opposizione del nostro anonimo autore, in realtà, non vale a
negare una linea di tendenza che riconosce nella constructio, nella ‘sintassi’,
cioè nella diversa disposizione dei termini nell’enunciato, l’unica possibilità
di fissare regole stabili per il riconoscimento dell’un senso e dell’altro.
Semmai, le sue critiche sottolineano la necessità di un’analisi approfondita, i
cui risultati valgano a fugare ogni dubbio. Et ideo sciendum est quod secundum
illos qui dicunt sophismata conpositionis tantum esse in terminis, fit illa
talis conpositio duobus modis, aut scilicet quando prius coniungimus duas voces
et postea separamus, scilicet cum relinquimus unam et concludimus aliam, ut
superius diximus [è il caso di potest
scribere nell’antecedente e scribit
nella conclusione], aut quando prius aliquod adverbium iungimus cum
aliquo verbo, postea illud idem iungimus cum alio verbo, ut in supradictis
paralogismis patuit [è il caso, ad esempio, di
verum est nunc Socratem fuisse conclusum, ergo nunc verum est quod
Socrates fuit conclusus ]. Et etiam sciendum est quod
secundum istos nulla orationum predictarum est multiplex. Unde non est
dividendum, sed dicendum quod alia est conposita et alia divisa. Ut in istis
est: ‘veruzz est nunc Socratem fuisse percussum’, hec est composita: ‘ergo verum
est quod Socrates fuit percussus nunc’, hec divisa . 70 Sulla scia della Summa,
almeno per quanto ci riguarda, si muovono le Fallacie Vindobonenses, cit.:
analoga è la caratterizzazione della fallacia in base all’intelligere (p. 508:
Fallacia compositionis est quando compositio est falsa, et divisio vera, ut
‘omnia individua predicantur de uno solo’. Si velis intelligere coniunctim,
falsum est. Si vero divisim, verum est, idest quod unumquodque individuum
predicatur de uno solo. Fallacia divisionis est quando divisio est falsa et
compositio vera, ut ‘duo et tria sunt quinque?. Si velis intelligere divisim,
falsum est; si vero coniunctim, verum est), come è analoga la distinzione dei
paralogismi secundum habundantiam e secundum defectum (cfr. la Summa, cit., p.
320: Item. Vel alii paralogismi qui
fiunt secundum habundantiam et defectionem, de quibus dubium est sub [Più
interessante la trattazione della compositio e della divisio contenuta nelle
Fallacie Parvipontane. Precisato che senso composto e senso diviso sono
pertinenti alla substantia vocis, cioè alla ipsa vox, mentre accentus e figura
dictionis spettano agli accidentia vocis, compositio e divisio sono così
descritte: Compositio itaque est fallax coniunctio aliquorum que voce et
intellectu dividi debelre)nt vel intellectu tantum. ‘Fallax coniunctio’ dicitur
ideo quia nisi sit fallacia, non est compositio. Hoc enim nomen ‘compositi’
prout hic sumitur, nomen fallacie est; ‘voce et intellectu ideo dicitur quia
compositionum alia fit voce et intellectu, ut hec: ‘possibile est album esse
nigrum’, alia intellectu tantum, ut hec: ‘ista navis potest ferre centum
homines”. Divisio est fallax divisio aliquorum que voce et intellectu coniungi
deberent". Riteniamo che
ciò che è detto di compositio valga anche di divisio, anche se non risulta
esplicitamente dal testo. Compositio e divisio sono dunque i nomi delle
fallacie, la prima delle quali è una congiunzione erronea, la seconda una
divisione erronea di termini: congiunzione e divisione erronee che hanno la
loto radice non solo nella vox ma anche in intellectu, o addirittura soltanto
nell'intelletto ??; con ciò il testo assume una posizione media tra chi qua
specie fallaciarum reducantur , e le Fa/lacie Vindobonenses, cit., p. 509: Item
fiunt paralogismi secundum compositionem. (Qu)orum quidam videntur fieri
secundum superhabundantiam, quidam (secundum) defectum : ma il rilievo è già in
DE Ry. Più oltre ci si chiede quale differenza vi sia tra la fallacia secundum
plures interrogationes ut unam e compositio e divisio: Eadem enim est oratio sophistica ex
compositione et divisione et secundum hanc fallaciam. Verbi
gratia: ‘quingue duo sunt et tria’. Sub hac forma proponuntur plures
propositiones velut una. Potest etiam intelligi composita, similiter et
divisa. Et videntur adtendi omnes iste fallacie secundum idem quod secundum
copulationem terminorum. Et tamen adtendenda est differentia quia compositio
vel divisio fit secundum coniunctionem vel disiunctionem vocis cum coniunctione
vel disiunctione intellectus; fallacia Terminologia logica della tarda
scolastica 517 sosteneva che la radice del sofisma è la vox e chi sosteneva
ch'è l’intellectus. i; 3 L’anonimo autore presenta poi un’accurata analisi dei
vari ‘modi’ sofistici propri del senso composto e del senso diviso. Essi sono
undici: cinque sono comuni ai due sensi, tre del senso composto, tre del senso
diviso. Esaminiamo i primi cinque modi comuni. Primus est quando aliqua dictio ita sumi potest ut
sit subiectus vel predicatus per se vel determinatio predicati ?3. La
proposizione possibile est album esse
nigrum può essere interpretata in modo
da considerare possibile soggetto e il resto predicato, o viceversa, e meglio,
che il dictum album esse nigrum sia soggetto e possibile sia predicato: in
tal caso, la proposizione è in senso composto ( erit oratio composita ) e
falsa; oppure, si può intendere che possibile sia determinatio pre dicati , cioè che a/bum sia
soggetto e possibile est esse
nigrum sia predicato; qui possibile
determina solo il predicato determi. nando la copula est, e non è uno degli
estremi della proposizione: essa interponitur, la proposizione è in senso
diviso e vera”. Secundus modus est quando aliqua dictio ita sumi potest ut sit
predicatus cuiusdam cathegorice vel determinatio consequentis cuiusdam
ypothetice ”. Data la proposizione
Socratem esse animal si Socrates est homo autem secundum plures
interrogationes ut unam facere fit secundum modum proponendi qui fit tanquam
una proponatur, cum plures proponuntur. Unde non adtenditur secundum vocem
ideoque extra dictionem dicitur esse hec fallacia; la prima interpretazione
intende la proposizione come un sermo de
dicto , la seconda come sermo de re; v.
cap. V. 75 Ivi, p. 577. 318 Alfonso Maierùà est necessarium , si può intendere
che mecessarium sia predicato del dictum di
si Socrates est homo, Socrates est animal : in tal caso la proposizione,
composta di un soggetto (che è il dictum di una ipotetica) e di un predicato, è
categorica, è in senso composto e vera; ma può intendersi che wecessarium
determini solo il conseguente dell’ipotetica
si Socrates est homo, Socrates est animal in modo tale che antecedente sia si Scenes
est homo e conseguente sia tutto Socratem esse animal est necessarium : in
questo secondo caso è in senso diviso e falsa ”. PA foce fee si qa aliqua
propositio ita sumi potest ut È lusdam ypothetice copulate vel i i cuiusdam
condicionalis 7, 7 iabnianicaii Sia data la proposizione Cesar est animal et Cesar est substantia, si
Cesar est homo : se la si intende come proposizione copulativa, le sue due
proposizioni componenti congiunte da ef sono
Cesar est animal , Cesar est
substantia si Cesar est homo ; in tal caso la proposizione è in senso diviso e
falsa; se invece la si intende come una proposizione condizionale tuo
antecedens è si Cesar est homo e suo consequens è Cesar est animal et Cesar est substantia :
qui Cesar est animal è parte del conseguens:
la proposizione è in senso composto e vera ®, Quartus modus est quando dictio
di i A ; istrahi potest ad di diversorum potest esse determinativa”9, si VSS
IRE Nella proposizione quicquid est
verum semper est verum , l’avverbio semper può intendersi in congiunzione col
primo est o col secondo est: se si intende
quicquid est semper verum est verum.] la proposizione è in senso
composto e vera; se si intende quicquid
est verum, semper est verum , è in senso diviso e falsa ®0. Quintus modus est
quando aliqua dictio non posita intelligitur apponenda, vel semel posita
intelligitur repetenda 8; Nella proposizione
Socrates videt solem ubi sol est
si può sottintendere existens, e se si congiunge a Socrates ( Socrates
existens videt solem ubi sol est ) si ha senso composto falso ©, se invece si
congiunge con solerz ( Socrates videt solem existentem ubi sol est ), si ha
senso diviso vero. Invece nella proposizione
tu es vel eris asinus si può
intendere ripetuto un termine: se è da ripetere #4, si ha la proposizione tu es vel tu eris asinus che è una disgiunzione in senso diviso e vera
(è vera la prima proposizione che la compone); se è da ripetere 4sir4s, si ha tu es asinus vel eris asinus che è una proposizione de disiuncto predicato , in senso composto e
falsa ®. I modi propri del senso composto e del senso diviso sono dati nel
testo in parallelo e mostrano come un senso sia il reciproco dell’altro. Primus modus qui est compositionis proprius, est
quando aliqua predicantur de aliquo divisim que volumus fallaciter de eodem
predicari coniunctim; Primus modus qui est proprius divisionis, est quando
aliqua coniunctim predicantur que fallaciter volumus divisim predicari de illo
*. 80 Ivi, p. 579.
81 Ivi. 8 In realtà, si può chiedere a chi vada riferito existens, se a
Socrates, o a sol in ubi sol est; dalla conclusione del paralogismo seguente si
ricava che va riferita a Socrates:
Potest enim intelligi hec dictio ‘existenten’, et sic propositio vera
est; vel hec dictio ‘existens’, et sic propositio falsa est. Fit
ergo secundum hoc talis paralogismus: ‘Socrates videt solem ubi sol est, sed
ubicumque Socrates videt, ibi sol est, ergo Socrates est ubi sol est’ (ivi). 83 Ivi. 84 Ivi, p. 580. 520 Alfonso Maierùà
L'esempio che illustra il modo del senso composto è: hec ypotetica est simplex et est propositio,
ergo est simplex propositio nel
consequens noi congiungiamo erroneamente due termini (& siva plex
propositio ) che andavano tenuti divisi. Per il modo del senso diviso il testo
fornisce quest’esempio: iste homo est
albus monachus et iste homo est monachus, ergo iste homo est albus : nella
conclusione noi predichiamo albus di homo erroneamente separato (‘diviso’) dal
termine monachus ®. i Secundus modus secundum compositionem est quando aliquid
attribuitur pluribus gratia cuiuslibet eorum et postea assumitur tam uam
attribuatur eis gratia eorum simul; Secundus modus secundum Siivi stonem est
quando aliquid attribuitur aliquibus gratia eorum simul postea autem sumitur ac
si attributum sit eis gratia singulorum *, i Anche qui gli esempi illustrano
come il modo della composizione e quello della divisione siano reciproci. Per
il senso composto: individua predicantur
de uno solo, sed ista duo Socrates e Plato sunt individua, ergo predicantur de
uno solo ; è evidente che predicari de
uno solo è proprio di ciascuno individuo
non di più insieme. Viceversa, per il senso diviso: isti duo hatiliies desinunt esse, si aliquis
desinit esse, ipse moritur, ergo isti duo moriuntur ; desinere esse qui è
predicato di duo homines insieme considerati, mori è predicabile solo di
ciascuno singolarmente preso: posto perciò che solo uno dei due uomini muoia, è
vero che isti duo homines desinunt esse , ma non che tei duo moriuntut , Tertius modus qui est
secundum compositionem, est quando aliquid attribuitur alicui respectu
diversorum temporum, postea fallaciter infertur ac si attributum sit illud
respectu unius temporis tantum 88; Tertius modus qui proprius est divisionis,
est quando aliqua negando sive affirmando attribuuntur alicui coniunctim,
postea vero separatim inferuntur ®, Anche in quest’ultimo caso si ha, come nei
due precedenti, una diversità di predicazione.
Socrates fuit in diversis locis, ergo verum fuit Socratem esse in
diversis locis e album fuit nigrum, ergo verum fuit album esse
nigrum sono esempi che illustrano come
ciò che è predicato va inteso divisimz secondo una diversa verificazione
temporale e non coriunctim, cioè con simultanea verificazione; sono perciò
esempi del senso composto. Socrates non
potest esse albus et niger, ergo Socrates nec potest esse albus nec potest esse
niger : la negazione qui riguarda la contemporanea predicabilità di due
contrari, non la predicabilità anche ‘divisa’ di essi; è un esempio di senso
diviso”. Questa lunga analisi dei vari modi — che trova riscontro in parte nei
Tractatus Anagnini* ed è presupposta dalle Fallacie 89 Ivi, p. 582. 90 Ivi, pp.
581-582. 9 Op. cit., pp. 331-332: si esaminano congiuntamente compositio e
divisio. Il testo annuncia septem
principales modos (p. 331), ma
s’interrompe dopo il sesto. I primi due modi corrispondono ai primi due modi
comuni delle Fallacie Parvipontane (ivi: per il primo modo è dato l'esempio
album possibile est esse nigrum ; il secondo segue il primo senza soluzione di
continuità ed ha il seguente esempio:
necessarium est Socrates esse animal, si Socrates est homo ); il terzo
modo ( deceptio proveniens ex diversa transsumptione partium orationis , ivi)
può essere così illustrato: data
quodlibet animal est de numero hominum , se si intende che est è il
predicato e tutto il resto costituisce il soggetto, la proposizione è vera e
vale quodlibet animal de numero hominum
est , cioè vive; se invece quodlibet
animal è soggetto, est la copula, de numero hominum il predicato, allora è falsa. Manca il quarto
modo. Il quinto è deceptio proveniens ex
diversa determinatione orationis ad orationem, dictionis ad dictionem (ivi, pp. 331-332): dato l'esempio decem et octo homines sunt decem et octo
asini , se si intende come se fosse
decem et octo homines sunt totidem asini , la proposizione è falsa; se
invece si sostantivizza decemz, essa vale
Londinenses® — va tenuta presente perché rappresenta un tentativo serio
di fissare, nella struttura della proposizione, elementi per individuare
l’origine degli errori e quindi fornire la soluquanto decem res sunt decem homines et octo asini ed
è vera. Infine: Sextus modus est
deceptio proveniens ex diversa coniunctione vel disiunctione: data verum est
Platonem et Ciceronem et Socratem esse duo , se la congiunzione “et” è sempre
copulativa -- cioè congiunge proposizioni --, l’enunciato è falso. Se una sola
volta è copulativa, l’enunciato è vero e il senso è: ista duo enuntiabilia sunt
duo. Questi modi non hanno riscontro nei modi comuni delle Fallacie
Parvipontane, anche se l’ultimo ricorda il procedimento del quinto delle
Fa/lacie (dove però è data la disgiun- zione) e il penultimo quello del quarto:
ma gli esempi appartengono a una tradizione diversa., ha tredici modi, di cui
sette comuni e tre propri alla composizione e alla divisione. Cominciamo dai
modi propri: essi ripe tono, talora migliorandola, la formulazione delle
Fallacie Parvipontane (in particolare, cfr. p. 661: Secundus trium propriorum modorum composi-
tioni provenit ex eo quod aliquid in una propositione predicatur collective et
post predicatur distributive. Secundum hoc sic paralogizatur: ‘Socrates et
Plato habent quatuor pedes, ergo sunt quadrupedes’ , dove formulazione ed
esempio illustrano meglio lo spirito del modus, e p. 662: Tertius et ultimus
propriorum modorum divisioni provenit ex eo quod in una propo- sitione aliquod
verbum copulatur ratione unius instantis, in conclusione ratione plurium , che
è formulazione che allinea bene al corrispettivo modo del senso composto il
terzo del senso diviso). Dei modi comuni, il primo, il secondo e il sesto
corrispondono rispettivamente al primo, secondo e quarto delle Fallacie
Parvipontane. Il terzo modo [Tertius modus septem communium provenit ex eo quod
sub eadem forma vocis incidunt due propositiones ipotetice ) si articola in una
tri- plice suddivisione, di cui il primo elemento è accostabile al terzo modo
comune delle Fal/acie. Gli altri due elementi sono: Secundus subdivisorum provenit ex eo quod sub
eadem forma vocis incidunt due propositiones ipotetice, quarum una est
conditionalis, reliqua disiuncta e Tertius subdivisorum provenit ex eo quod sub
eadem forma vocis incidunt due propositiones ipotetice, quarum una est
copulativa, reliqua disiuncta. I rimanenti modi comuni sono: Quartus septem
modorum communium provenit ex eo quod aliqua dictio potest determinare aliquam
orationem totalem vel partem illius : data la proposizione omne animal
Terminologia logica della tarda scolastica 523 zione di essi. Se è vero che,
come riconosce Rijk, le analisi grammaticali hanno contribuito allo sviluppo
della logica nel secolo XII più di quanto non abbia fatto la dottrina delle
fallacie, è da ritenere che la stessa analisi dei sofismi, almeno per quanto ci
riguarda, è condotta con criteri che hanno origine gram- maticale. In
conclusione, nel secolo XII le strutture linguistiche in cui si concretizzano
le fallacie del senso composto e del senso diviso vengono sottoposte ad attenta
analisi”. Un testo delle Sentenze di Pietro di Poitiers è illuminante per
quanto riguarda un orientamento che si fa luce: quello di individuare
attraverso la stessa disposizione dei termini in una proposizione il senso com-
posto o il senso diviso: rationale vel irrationale est homo , ome può
distribuire animal rationale vel
irrationale e la proposizione è falsa, o
solo animal rationale e la proposizione è vera. Quintus septem modorum communium pro- venit
ex eo quod oratio potest subponere verbo vel pars orationis : data la
proposizione verum est Socratem esse
hominem et Socratem non esse hominem , si può intendere che soggetto sia Socratem esse hominem et Socratem non esse
hominem che è il dictum di Socratem esse hominem et Socrates non sunt
homo , e la proposizione è vera; se invece Socratem ogni volta che occorre è
soggetto, il dictuz già formulato deriva da
Socrates est homo et Socrates non est homo e la proposizione è falsa (ivi). Septimus et ultimus septem modorum communium
provenit ex eo quod aliqua dictio potest intelligi preponi vel postponi :
in album est omnis homo , album può
essere il predicato di omnis homo est
albus e la proposizione è vera, oppure
la proposizione può valere: hoc album est omnis homo e in tal caso è falsa (p. 661). Tutti questi
modi, salvo qualche analogia, non hanno un preciso riferimento in quelli dei
testi precedentemente esaminati. 9 Cfr. Logica Modernorum, cit., II, i, p. 491.
% Oltre ai testi esaminati, cfr. l'Ars Meliduna, cit., che ha un cenno alla
fallacia secundum compositionem et divisionem. È un esame delle difficoltà che
sorgono dall’uso dei numerali, cui si fa ricorso da Aristotele in poi: duo et
tria sunt aliqua, aliqua sunt quinque, ergo aliqua sunt duo et tria, ecc.); per
le Sumzzze Metenses, cit., cfr. p. 477. 524 Alfonso Maierù Et assignant
hic compositionem et divisionem, sicut si dicatur: Iste potest videre clausis
oculis, id est oculis qui sunt clausi, per divisionem verum est; si oculis
clausis, id est quod simul sint clausi et videat per compositionem falsum. Si
tamen ex parte subiecti dicatur: clausis oculis potest iste videre, magis est
sensus divisionis, et verum est Ita etiam de impenitentia finali potest iste
penitere, sed si peniteat iam non erit finalis, et ideo his positis in
predicato magis erit sensus compositionis et falsitati propinqua est locutio 9.
Il tentativo
fatto dai vari maestri è stato quello di analizzare la proposizione per vedere
quale senso fosse corretto attribuirle. Ma ora si mette in rilievo che a
seconda che alcune dictiones stiano a parte subiecti o a parte praedicati fanno
meglio senso diviso o senso composto. Questo principio si tradutrà più tardi in
regole precise: si individueranno strutture che permetteranno di valutare
facilmente il senso della proposizione e quindi la sua verità o fal- sità. Si
tratterà di regole convenzionali, arbitrarie, ma che hanno grande importanza. Il
periodo che va ad Occam non apporta notevoli novità nella dottrina del senso
composto e del senso diviso. Ciò va detto anche di Buridano e di Alberto di
Sassonia, che i i, pure vissero quando una vera svolta veniva operata nella |
trattazione di questo tipo di fallacie. Il discorso degli autori, ora, si muove
in genere sulla traccia del testo aristotelico e solo qua e là affiora una
notazione di un qualche interesse. i Vediamone qualcuna in via preliminare. 95
Perri PrcravensIs Sententiae, II, 17, edd. PS Moore-J.H. Garvi DIG 5 È -J.H.
Garvin1% Dee: Notre Dame Ind. 1950, pp. 128-129, cit. in De RuK, op. cit.,, Ds
175. % Il rilievo è già in Wirson, William Heytesbury..., cit., pp. 12-13.
Terminologia logica della tarda scolastica S25 Sappiamo che Aristotele
suggeriva di risolvere la fallacia della composizione intendendo divisi i
termini e viceversa, ma ora si tileva che non ogni composizione o divisione dà
luogo a fallacia. L’affermazione tradizionale va dunque intesa in senso
restrittivo: là dove c’è fallacia della composizione, la soluzione è la
divisio, e viceversa”. Un altro tema che talora affiora è quello della
riduzione del senso composto e del senso diviso ad altre fallacie, per il quale
si è visto che Aristotele offre la traccia con la riduzione all’ ignorantia
elenchi . Ma alla fine del secolo XII in quei commenti a Boezio editi dal De
Rijk sotto il titolo Frustula logicalia si sosteneva che Boezio non aveva
accennato alla comzpositio e alla divisio perché intendeva comprenderle sotto
l’aeguivocatio, da intendere in senso lato”. Invece Pietro Ispano, Tommaso 9?
Cfr. Tommaso D'Aquino, De fallaciis, cit., nr. 657, p. 230; Occam, Elementarium
logicae, cit., pp. 121 e 123. È per lo meno equivoco EQUIVOCO GRICE ciò che si
legge nei Tractatus Anagnini, cit., p. 330:
quas (sc. fallacias compositionis et divisionis) ideo mixtius tractamus
quia ubicumque est fallacia compositionis potest esse fallacia divisionis, et e
converso ; si vedano invece Fallacie Vindobonenses, cit., p. 508: Et est sciendum quod ubicumque est
compositio, ibi est divisio, et e converso; sed non ubicumque est fallacia
compositionis est fallacia divisionis, nec e converso , e Dialectica
Monacensis: numquam in eodem paralogismo
debent assignari hee ambe fallacie, sed altera tantum ; così va intesa la
Surzzza Sopb. el., cit, p. 313: iEt notandum est quod ubicumque est conpositio,
ibidem est divisio. Sed quando compositio facit fallaciam, tunc est sophisma
compositionis; quando autem divisio facit fallaciam, sophisma est divisionis .
E si legga Occam: Circa quas non est
curiose disputandum an sint una fallacia vel plures, aut quis vocandus sit
sensus compositionis et quis divisionis. Hoc enim parum vel nihil prodest ad
alias scientias intelligendas (Tractatus
logicae minor). Comprehenderat Boetius enim sub equivocatione amphibologiam,
coniunctionem et divisionem, quorum sophismata habent fieri secundum termini
alicuius diversam acceptiorem , e p. 619:
Ad quod dicendum quod ‘eguivocatio’ laxo modo accipitur a Boetio, ut
dicatur: equivocatio idest proprietas secundum quam aliquid significat plura
equivoce à d'Aquino !, Duns Scoto !" e Occam ‘® pongono il problema del
rapporto tra arzphibologia e compositio et divisio, anche se lo stesso Occam
finisce per considerarlo problema non rilevante dal punto di vista della logica
applicata !®. Ma in questo periodo la discussione sul senso composto e sul
senso diviso trova il suo centro nella identificazione del tipo di
‘molteplicità’ che occorre in queste fallacie e delle ‘cause’ che la
determinano. Già le Glose distinguevano le
fallaciae in dictione secondo una
triplice molteplicità: attuale per l’anfibologia e l’equivocità, potenziale per
composizione e divisione (e, sarà specificato in seguito, per l’accento),
fantastica per la figura dictionis,
forse seguendo il commento d’Alessandto (senza dubbio l’Afrodisio), ora perduto
‘9. Tutti gli autori che se ne occupano nei secoli XIII-XIV !% confermano che
la molteplicità potenziale ha luogo nel senso composto e nel senso diviso. Per
quanto riguarda le cause, i testi ne identificano due in rapporto a tutte le
fallacie: causa apparentiae e causa non existenprincipaliter; et in hoc sensu
amphibologia, compositio, divisio, accentus sunt equivocatio. Summulae
logicales. In libros Elenchorum quaestiones, cit., q. xix, $ 2, p. 240b. 102 Cfr. Summa logicae,
III, iv, 8, cit., f. 99rb (dove si discute delle modali), e Tractatus logicae
minor, cit., p. 87 (trattando dell’alternativa proposizione
categorica—proposizione ipotetica). Elementarium logicae, cit., p. 121 (a
proposito delle modali); v. n. 97. 10 Op. cit., p. 222. 105 Ma v. ALEXANDRI
quod fertur in Aristotelis Sophisticos elenchos com:mentarium, ed. M.
Wallies, Commentaria in Aristotelem
Graeca , II, m, Berolini 1898, p. 22; cfr. PreTRo IsPANO, Surzmzulae logicales,
cit., 7.08, p. 67. 106 Cfr. Dialectica Monacensis, cit., p. 569; Pietro IsPANO,
op. cito; ALserto M., Liber I Elenchorum; VINCENZO DI BEAUVAIS; AQUINO (vedasi),
op. cit., nr. 656, p. 230; Duns Scoro, op. cit., q. xix, in part. p. 241;
Buripano, Compendium logicae, cit., VII, 2. Terminologia logica della tarda
scolastica 527 tiae (o defectus, o deceptionis, o falsitatis); esse possono
facilmente essere ricondotte a una definizione scolastica di fallacia che
troviamo in Pietro Ispano: fallacia est
apparentia sine existentia !”. Nel caso
del senso composto e del senso diviso, si cerca di individuare la causa della
confusione tra i due sensi ( causa apparentiae ) e il principio dell’errore (
causa non existentiae , causa defectus
). Ma la discussione sulle cause chiarisce come vada intesa la molteplicità
potenziale chiarendo i vari punti di vista dai quali può essere considerato il
discorso fallace. Molteplicità potenziale si ha quando le dictiones o voces
occorrenti nell’enunciato sono materialmente le stesse, ma dànno luogo a
diversi significati. L'identità materiale (o ‘sostanziale’) delle voces è causa apparentiae , la pluralità dei sensi, o
pluralità formale, o attuale !%, è causa
non existentiae . Tuttavia detta pluralità formale è spesso ricondotta al
diverso pronuntiare ', alla diversa prolatio !!° opunctuatio!!! che inter107
Op. cit., 7.03, p. 66. 108 Cfr. Dialectica Monacensis, cit., p. 570; GUGLIELMO
DI SHYRESWOOD, Introductiones in logicam, cit., pp. 89-90; Pietro ISPANO, op.
cit., cit., 7.25, p. 74, e 7.28, pp. 75-76; Ps. Bacone, Sumule dialectices,
cit., ; ALserTo M., op. cit., p. 548a; AQUINO, op. cif., nr. 657, p. 230;
Occam, Tractatus logicae minor, cit., p. 86; BurIpANO, op. cit., VII, 3. Si
notino, in particolare, nel testo di Tommaso d’Aquino, le equivalenze
potentialiter-materialiter, formaliter-actualiter, e si legga BuRIDANO (op.
cit., VII, 2): Multiplicitas potentialis dicitur cum vox, existens eadem
secundum materiam et diversa secundum formam, habet multas significationes . 19
Arserto M., op. cit., p. 545b: Divisa
sic pronuntianda est . Composita autem oratio sic pronuntiatur ; v. n. 113. Per la pronuntiatio nella
retorica classica, cfr. CICERONE, DE INVENTIONECiceRoNnE, De inventione: pronuntiatio
est ex rerum et verborum dignitate vocis et corporis moderatio; ma cfr.
LAusBERG. V. anche ps. BAcoNE, Sumule dialectices, cit., p. 331. 110 Cfr.
Dialectica Monancesis, cit., p. 569: ex modo proferendi ; Ps. Bacone, Sumule
dialectices. -it., pp. 331 e 337. Il Occam, Suzzrza logicae, cit., III, iv, 8,
f. 99ra: Causa non existentiae est
diversitas punctuationis , e Elemzentarium logicae, cit., p. 121. 528 Alfonso
Maierù viene nella utilizzazione pratica dell’enunciato !!, Alberto di
Sassonia, invece, definisce: Causa autem
defectus est diversitas constructive orationis earundem (sc. dictionum), sicut
patet in illa ‘quidquid vivit semper est’
!!. Il riferimento alla constructio!!* indica che alla base di questa
dottrina può esserci una preoccupazione di origine grammaticale, che più
chiaramente traspare, presso lo stesso Alberto e presso altri autori, proprio
nella descrizione della compositio e della divisio: una oratio è composita
quando dictiones ordinantur secundum
situm magis debitum , ma è divisa quando
dictiones ordinantur secundum situm minus debitum !5, mentre altti maestri non privilegiano la
compositio rispetto alla divisio 9 (ma il riferimento alla construc[12 Cfr.
ALBERTO M., op. cif., p. 535a-b: Modi
autem arguendi sunt duo, scilicet
secundum apparentiam acceptam in dictione, secundum quod dictum est idem quod
voce litterata et articulata pronuntiatum est sive prolatum: omne enim quod dicendo profertur, hoc vocatur
dictio: unde hoc modo et oratio dictio est: forma enim dictionis hoc modo
accepta prolatio est: et quae una continua prolatione profertut, una dictio: et
quae pluribus, plures est dictiones .
Logica, cit., V, 4, f. 40va. 114 Per i rapporti tra comstructio,
congruitas e perfectio come proprietà del discorso secondo Martino di Dacia,
cfr. PinBoRG, op. cit., pp. 54-55. 115 Così Pietro IsPANO, op. ci., 7.25, p.
74; cfr. Aquino, op. cit., nr. 657, p. 230; SASSONIA, op. cit., V, 4, f. 40rb,
parla di magis apte construi e minus apte
construi rispettivamente per sensus
compositus e sensus divisus. . 116 Cfr., ad esempio, SHyreswooD, Introductiones
in logicam, cit., p. 89: Est compositio
coniunctio aliquorum, que magis volunt componi. Divisio est separatio
aliquorum, que magis volunt dividi » (si ricordi che in altro senso Guglielmo
privilegia la compositio: cfr. n. 17);VINCENZO DI BeAUVAIS, op. cit., 277, dove
distingue composizione e divi sione essenziale e composizione e divisione
accidentale e precisa che l’oratio è composta in rapporto alla composizione
essenziale e divisa in rapperto alla divisione essenziale e, se falsa, è resa
vera rispettivamente dalla div'-io
Terminologia logica della tarda scolastica 529 tio è rintracciabile in testi
della fine del secolo XII !!?). Per chiarire la natura di tale posizione,
esaminiamo l’esempio addotto da Alberto: è il noto sofisma quicquid vivit semper est ». Ci si chiede con
quale verbo più propriamente semper vada congiunto, e si risponde ch’esso va
congiunto con est: dunque, congiunto con es fa senso composto, congiunto con
vivit fa senso diviso. Che gli avverbi
de natura sua habent determi nare verbum », come scrive Pietro Ispano
!!, è dottrina grammaticale; se ne conclude che semzper potius determinabit verbum principale quam
minus principale » !'9, cioè es? piuttosto che vivit. Guglielmo di Shyreswood
ricorda che secondo Prisciano adverbia
magis proprie habent precedere suum verbum »!2: di qui dunque i cenni al situm magis debitum » che troviamo
accidentalis » e dalla compositio
accidentalis »; BurIDANO, op. cit., VII, 3. 117 Per un verso cfr. la Diglectica
Monacensis, cit., p. 569; Est itaque
quedam compositio sermonis que nil aliud est quam constructio sive ordinatio
alicuius sermonis componibilis vel incomponibilis ad alterum cum quo videtur
potius quam cum alio coniugi, sic tamen se habens quod ab illo possit dividi et
ordinari cum alio cum quo videtur minus coniugi et ordinabile. Divisio autem
est separatio alicuius ab aliquo cum quo natum est ordinari secundum debitum
sicut qui debet esse in partibus illius orationis. Ex hoc patet quod ista
oratio que multiplex est ex compositione et divisione, quantum est de se,
sensum compositionis semper habet actualiter et principaliter, sensum vero
divisionis protestate »; pet l’altro cfr. le Fallacie magistri Willelmi, cit., p. 687: Fallatia secundum compositionem est quando
infertur coniunctim ex divisim dato tamquam coniunctim dato. Dicitur autem in
dictione quia fallit ex proprietate dictionis, scilicet compositione, cum sit
compositio dictionum constructio innitens compositioni. Fallatia secundum
divisionem est cum infertur ex coniunctim dato quasi divisim dato. In dictione
dicitur esse quia fallit ex proprietate dictionis, ut ex divisione, cum sit
divisio dictionum constructio innitens divisioni. Ideoque secundum divisionem
nominatur hec fallatia ». 118 Op. cit., 7.25, p. 74. 119 Ivi. 120
Introductiones in logicam, cit., p. 91; cfr. PRISCIANO in Grammatici latini,
nei testi. Ma sem di i i bra un’indebita estensione caratterizzare senso È pra
il testo più illuminante tra quelli sfogliati in ordine al ‘Porto tra queste
analisi e la dottrina grammaticale dell: constructio sono le quaestiones » di Duns Scoto sugli Ele, chi
sofistici. La sua analisi è tutta impregnata delle dista È delle esigenze
derivanti da un’impostazione in linea con la ram. matica speculativa. In essa
trovano posto e sistemazione o i temi della pronuntiatio, prolatio e punctuatio
che abbiamo vi accennati e utilizzati dagli altri autori. i Di cit., VII, 3,
primo modo. Occam, nella Sunzza logicae, cit A » 99ra), per questo sofisma fa
riferimento solo alla diversa puachia: Tractatus logicae minor, cit. 86. i È
sotto il pri : ‘-, p. 86, i due esempi sono dati di segui ae polo continua poi
affermando che, se c'è una lea compositus în quo dis composto e diviso, essa è
che ille sensus est di duo siiae di ictio componitur cum alia dictione; et ille
est divisus ictio cum nulla alia immediata sibi componitur » (p. 119): in
un’altra, non si ‘compone’ i tra, ; npone’ con una terza dictio nella si izi
cfr. l'esame dei modi, più avanti (nn. 133 e 134), COCAINA 531 Terminologia
logica della tarda scolastica Conviene perciò seguire il suo discorso fin
dall’origine. Distinta una triplice molteplicità !2, egli afferma che la
molteplicità potenziale si ha quando est
ibi identitas vocis secundum materiam, et non secundum formam » ‘, e che la
forza non è altro che la prolatio 4.
Causa apparentiae » della fallacia in senso composto e in senso diviso
è: unitas materialium cum similitudine
orationis compositae ad divisam et e
converso in divisione »: non si tratta soltanto della materiale identità delle
dictiones, ma anche di una diversa somiglianza dell’un modo all’altro che sulla
materiale identità si innesta; questa diversa somiglianza si fonda sui
diversi modi proferendi compositim vel
divisim , che sono di specie differenti '”. Ora, precisa l’autore, modus proferendi est quidam modus
significandi Logicalis, per quem unus intellectus ab alio distinguitur !%. Accanto ai modi significandi
grammaticali, che stanno a base della constructio !”, Duns Scoto pone dunque i
modi significandi logicales che fondano la diversità dei ‘sensi’ (inzellectus)
anche là dove è una stessa constructio. Essi 12 Op. cit., q. xix, $ 4,
f. 24la. 13 Ivi. 14 Ivi: Actualis multiplicitas est, quando est ibi identitas
vocis secundum materiam, et formam, quae est prolatio . 15 Op. cit., q. xxiv, $ 5,
f. 247a: Unde dicendum, quod unitas
mate. rialium cum similitudine orationis compositae ad divisam, est causa
apparentiae in compositione, et e converso, in divisione. Et licet istae
similitudines radicaliter proveniant ex unitate materialium: istae tamen
similitudines super modos proferendi compositim, vel divisim fundantur, qui
tamen sunt specie differentes . Perciò le due fallacie non vengono unificate
dall’autore (cfr. q. xxiii, f. 245: Utrum compositio et divisio sint duae
fallaciae distinctae specie ). 126 Ivi, q. xxvi, $ 4, f. 249a. 127 Ivi: Ad rationes. Ad primam dicendum, quod si
maior intelligitur solum de modis significandi Grammaticalibus, qui sunt
principia construendi unam dictionem cum alia, tunc falsa est maior. Sed si
intelligatur, quod omnis diversitas in oratione, vel provenit ex diversitate
significati, vel modorum significandi Logicalium, tunc vera est, et minor falsa
. sa Alfonso Maierù sono infatti ex
parte nostra !® e si traducono in una
diversa prolatio e in un diverso punctuare, che non toccano la constructio in
quanto tale !®. Ma la constructio operata dai
modi significandi grammaticali dà
luogo (naturalmente, si potrebbe dire) al senso composto, mentre il senso
diviso interviene facendo quasi violenza alla natura delle dictiones e alla
loro disposizione nella orazio: 0, meglio, il
modus proferendi che sta alla
base del senso composto è più rispettoso della constructio che non il modus proferendi che fonda il senso diviso; ciò risulta
dall’esame dei tre modi, concretizzati in tre esempi, che Duns Scoto assegna
alla composizione e alla divisione !, 128 Ivi, $ 2, f. 248b: Dicendum, quod diversitas modi proferendi est
ex parte nostra. Sed quod oratio sic prolata, hoc significet, et sub alio modo
proferendi significet aliud, hoc non est ex patte nostra . 129 Ivi, q. xxi, $
6, f. 243a, discutendo del rapporto tra molteplicità attuale e molteplicità
potenziale: Est tamen intelligendum, quod licet determi nata (ex terminata)
prolatio determinet orationem multiplicem secundum actualem multiplicitatem, et
potentialem, sicut accidit in compositione, et divisione, una tamen
multiplicitas ab alia differt. Nam determinata pio: latio orationis multiplicis
secundum potentialem multiplicitatem, punctuando ad alterum potest ipsam
determinare, manente semper eodem ordine vocum. Sed determinata prolatio,
manente eodem ordine vocum, punctuando, non determinat orationem multiplicem
secundum actualem multiplicitatem ad alterum sensum, sed ipsa transpositio
terminorum. Si enim dicatur Pugnantes vellem ma accipere, ly pugnantes, non pet
punctuationem ad alterum sensum potest determinati. Per il primo modo (sedentem
ambulare est possibile), cfr. ivi, q. xvi, $ 3, ff. 248b-249a: Sed ulterius oportet videre, quis modus
profe: rendi facit sensus compositum et divisum. Et
dicendum est, quod continua prolatio eius, quod est sedentem, cum hoc quod est
ambulare, causat sensum compositum. Iste autem modus proferendi possibilis est in
oratione, nam sic modi significandi Grammaticales ad invicem dependentes
terminantur et quae nata sunt coniungi coniunguntur. Iste autem sensus accidit
orationi praeter aliquam violentiam, ideo iste sensus magis appropriatur
orationi. Sensus autem divisionis accidit ex discontinua prolatione earundem
partium. Et quia quae nata sunt coniungi ad inviTerminologia logica della tarda
scolastica [Sembra che queste precisazioni possano illuminare testi che,
mancando di espliciti riferimenti, altrimenti risulterebbero oscuri 15, cem,
separantur, ideo iste sensus minus appropriatur orationi, unde accidit ei cum
quadam violentia ; per il secondo modo (quingue sunt duo et tria), ivi, q. xxx,
$ 1, f. 25la: Ad primam quaestionem dicendum, quod Coniunctio, vel copulatio,
per se copulat inter terminos: per accidens autem inter propositiones. Et huius
ratio est: nam cum Coniunctio sit pars orationis, habet modos significandi
secundum quod cum aliis partibus orationis consttui potest; sed non
construitur, nisi cum illis, inter quae copulat, oportet igitur ista habere
modos significandi sibi proportionabiles, qui sint principium constructionis;
ergo non copulat inter orationes. Sed tamen, quia terminos inter quos copulat
accidit partes unius orationis esse, vel diversarum, ideo dicitur copulare
inter terminos, vel inter orationes. Magis tamen proprie potest dici, quod
coniunctio posset copulare inter terminos unius orationis, vel inter terminos
diversarum orationum ; per il terzo modo (quod unum solum potest ferre plura
potest ferre), ivi, q. xxxiii, $ 3, f. 253a: Circa tamen modos intelligendum
est, quod tot sunt modi secundum compositionem, et divisionem, quot modis
componere contingit, quae nata sunt componi, et illa ad invicem dividere,
resultante diversitate sententiae. Sed ad videndum quae nata sunt componi,
intelligendum est, quod Priscianus dicit, in maiori volumine, quod omnis
determinatio, et omnia Adiectiva Nominaliter, vel Adverbialiter designata,
praeponuntur aptius suis substantivis, ut fortis Imperator fortiter pugnat, et
ratio potest esse, nam Adiectiva de se quasi infinita sunt, et ideo per sua
Substantiva determinantur. Dicit etiam Priscianus, quod licet omnia postponere,
exceptis monosyllabis, ut nunc, turc, et huiusmodi, sed hic videtur esse
dicendum, quod quando determinatio componitur cum deter- minabili subsequenti,
tunc dicitur oratio composita; et quando ab eodem removetur, dicitur divisa:
sed huic modo dicendi repugnat iste paralogismus, Ex quinquaginta virorum
centum reliquit divus Achilles, nam si praedicta oratio dicetur composita,
quando ly wvirorum componitur cum ly Quir- quaginta, tunc propositio est falsa,
cum tamen ille paralogismus sit para- logimus divisionis, et tunc dicitur esse
vera in sensu composito, sed tunc dicendum est, quod haec est littera,
Quinguaginta ex centum virorum, etc. vel quod paralogismus ille est
compositionis, ponitur tamen inter paralo- gismos divisionis, etc. . 131 In
particolare, cfr. Ps. BACONE, op. cif., pp. 334-336 e 341-342, oltre al testo
di Occam, in n. 117. * 534 Alfonso Maierù Accenniamo, per concludere, ai modi
posti da ciascun autore. Pietro Ispano assegna due modi al senso composto e due
al senso diviso ‘©, mentre le Sumzyle attribuite a Bacone forniscono due modi
per il senso composto e due per il senso diviso, e ne aggiun- gono per ciascun
senso un terzo in forma dubitativa !8. Il testo 12 Op. cit.: Compositionis duo sunt modi. Primus modus
provenit ex co, quod aliquod dictum potest supponere pro se vel pro parte sui,
ut haec: “sedentem ambulare est possibile” . Et
sciendum quod soleat huiusmodi orationes dici de re vel de dicto. Quando enim subiicitur pro
se, dicitur de dicto, quando subiicitur pro parte dicti dicitur de re. Et omnes
istae propositiones sunt compositae quando dictum subiicitur pro se, quia
praedicatum competentius ordinatur toti dicto quam parti dicti. Secundus modus
‘provenit ex eo quod aliqua dictio potest referri ad diversa, ut “quod unum
solum potest ferre, plura potest ferre”
(ivi, 7.27, p. 75); Divisionis duo sunt modi. Primus provenit ex eo quod
aliqua coniunctio potest coniungete inter terminos vel inter propo. sitiones ut
hic: “duo et tria sunt quinque” (ivi,
7.29, p. 76); Secundus modus provenit ex
co quod aliqua determinatio potest refetri ad diversa, ut tu vidisti oculis
percussum”. Haec est duplex ex eo, quod iste ablativus “oculis” potest referri
(ad) hoc verbum “vidisti”, vel (ad) hoc participium “percussum” (ivi, 7.30, p. 76). 133 Op. cit: Et sunt duo
modi secundum hunc locum (sc. fallaciam compesicionis); primus, quando aliquid
componitur cum uno et cum dividitur “non componitur cum alio, ut ‘possibile est
sedentem ambulare’ Edi et universaliter, omnis oracio que est ex modo nominali
dicitur esse secundum quod est de re et dicto
(p. 335); Secundus modus est quando aliqua diccio componitut cum uno et
cum dividitur potest cum alio componi, ut ‘quicumque scit litteras nunc didicit
illas [...}' (ivi); [..] 3.48 modus est quando determinacio componitur cum uno,
et cum dividitur componitur cum alio subintellecto (p. 336);
Primus est modus (sc. fallaciae divisionis) quando aliquid dividitur ab
uno et non componitur cum alio, ut ‘quecumque sunt duo et tria sunt paria et
imparia; Secundus modus est quando
aliqua determinacio dividitur falso ab uno et componitur cum alio posito in
oracione, ut ‘deus desinit nunc esse’
(altro esempio è quadraginta
virorum centum reliquit dives Achilles )
(p. 337); In hoc tamen paralogismo dicitur esse 3.48 modus divisionis, quia cum
dividitur determinacio ab aliquo actu posito in oracione componitur intellecto,
set hoc forte non facit composicionem de Terminologia logica della surda
scolastica 535 delle Suzzule è riecheggiato abbastanza da vicino dalla
esposizione di Alberto Magno, il quale attribuisce tre modi alla compo sitio e
tre modi alla divisio !*. Vincenzo di Beauvais, che segue qua hic loquimur, et
propter hoc est ibi primus modus (ivi).
14 Cfr. op. cit., pet il senso composto:
primus provenit, quia aliqua dictio in oratione est composita cum
aliquo, et tamen non dividitur id quod est in oratione: et tales sunt hae duae
orationes, ut posse sedentem ambulare, et posse non scribentem scribere; Secundus modus provenit ex hoc quod aliquid
componitur cum aliquo in oratione eadem posito, et dividitur etiam ab aliquo
posito in eadem oratione: et hujus exemplum est, discere nunc litteras,
siquidem didicit quas scit (pp.
545b-546a); Tertius modus est, quando
componit cum aliquo in oratione posito, sed sub intellectu in eadem oratione;
et hujus exemplum est quod dicitur, quod unum solum potest ferre, plura potest
ferre: sensus enim compositionis est secundum quod continua et composita est
prolatio inter haec duo, 747 solu:, cum hoc verbo infinitivo, ferre, sic, quod
potest ferre unum solum, ita quod nihil amplius plura potest ferre: sic enim
composita est et falsa: et sic dictio exclusiva respicit infinitivum ferre:
quia quod sic unum solum potest ferre, et nihil amplius, non potest ferre
plura: quia sic dictio exclusiva ponit formam suam circa hunc terminum, unu, et
excludit id quod est oppositum uni ab infinitivo super quod ponitur posse vel
possibile: et ideo quod sic unum solum potest ferre, non potest plura ferre. Si
autem discontinua et divisa sit prolatio inter haec duo, unu solum, tunc dictio
exclusiva excluditur ab isto termino, unutt, et conjungitur cum participio
subintellecto quod est ens vel existens solum, potest ferre: et hoc est verum:
et ideo divisa est vera, composita falsa; per il senso diviso: Primus ergo
modus erit, quando aliquid dividitur ab aliquo in oratione posito, et cum nullo
componitur in eadem oratione posito: et de hoc duo sunt exempla sic, quinque
sunt duo, et tria: et formatur sic: quaecumque sunt duo et tria, sunt quinque:
duo et tria sunt duo et tria: ergo duo sunt quinque, et tria sunt quinque, quod
falsum est. Adhuc alia oratio: quaecumque sunt duo et tria, sunt paria et
imparia: quinque sunt tria et duo: ergo quinque sunt paria et imparia. Adhuc
autem penes eumdem modum accipitur et haec oratio, quae est majus esse aequale
et formatur sic: quod est majus, est tantumdem et amplius: sed quod est
tantumdem, est aequale, et quod est amplius, est inaequale: ergo quod est
tantumdem est aequale et inaequale. — Cum autem in his orationibus sit
multiplicitas in hoc quod eadem oratio secundum 736 Alfonso Maierù da presso
Aristotele, ammette tre modi di paralogizzare per il senso composto e tre per
il senso diviso '5. Tommaso d’Aquino conosce tre modi che valgono sia per il
senso composto che per il senso diviso, i quali però non aggiungono niente di
nuovo al materiam in omnibus his divisa et composita non eadem significat, sed
aliud, in omnibus his significat divisa et composita. Exemplum autem ; juod est
quando aliquid in eadem oratione componitur cum aliquo, et ii ab isto componitur
cum aliquo in eadem oratione posito, ut ég0 te posui cane entem liberum: et est
in hac oratione multiplicitas, ex eo quod oc participium, erfemz, potest
componi cum hoc nomine, servum, et si est oratio composita et vera: vel dividi
ab illo et componi cat e nomine, liberum, et sic est divisa et falsa: et hoc
juxta secundum oa compositionis.
Exemplum autem ejus quod est tertius modus co sitionis (scilicet quod divisum ab aliquo in
oratione posito ine cum aliquo non in eadem oratione posito, sed sub subjecto
intellecto) i hoc: quadraginta virorum, centum reliquit divus Achilles: et est
h multiplicitas ex eo quod haec dictio, certurz, potest componi cum res
termino, viror4m, et tunc est adjectivum ejus et est casus genitivi: et Sic Rae
est composita et vera sub hoc sensu, centum virorum ita orco cigno quadraginta.
Vel iste terminus, centum, potest addi ad hunc um, reftguit, et tunc componitur
cum hoc termino subintellect st: est virorum, et sic est divisa et falsa sub
hoc sensu, quod de prezà qua aginta virorum, centum reliquit divus Achilles,
quod est impossibile. sti ergo sunt modi compositionis et divisionis. Ma l’aut
a Di gere chiarisce ulteriormente il meccanismo del senso composto pei ee pag:
Si autem quaeritur penes quid accipiantur modi compoonis et divisionis? Satis
patet per praedicta: quia divisum ab aliquo i oratlone posito: aut non
componitur cum aliquo in eadem a sic est
primus modus: aut componitur cum aliquo: et si componitur, ta "gn cum
aliquo in oratione posito, aut non posito, sed subintellecto. primo modo est
secundus modus, altero autem modo tettius t: in pine quam in divisione . >
sn pat ei senso composto: Primus fit eo
quod parti È og soin 1 intellectae, potest ordinari cum diversis verbis, bre
sie > si ile est ambulare, possibile est ut ambulet; possibile agi ipa cun
ser re “N ut stano ambulet. Minor muli ;, est vera; distingui niter de re vera,
de dicto (ex dicta) falsa. Secandas inte rn Terminologia logica della tarda
scolastica 537 testo dei suoi predecessori. Anche Duns Scoto assegna tre modi,
come si è visto, e sono comuni ai due sensi !”; ma Guglielmo adverbium possit
componi cum uno verbo, vel ab illo dividi, et componi cum alio, ut hic: Quod
scit aliquis nunc didicit; sed magister litteras nunc scit; ergo nunc didicit, non
valet ; Tertius fit, eo quod nota exclusionis possit componi cum diversis
verbis, ut hic: Quod unum solum potest ferre, non potest plura ferre; per il
senso diviso: uno modo, eo quod dictio
copulativa vel disiunctiva potest copulare dictiones, vel orationes; secundum
quem sic paralogizatur: Quaecunque sunt duo et tria, sunt paria et imparia;
quinque sunt duo et tria, ergo etc. Secundo modo, eo quod participium possit
coniugi cum diversis nominibus, ut hic: Ego posui te servum entem liberum;
entem potest coniungi huic nomini servum, et sic est vera composita, quia
priori nomini natum est plus componi; vel ab eodem dividi, sic est falsa
divisa. Tertio modo hoc idem contingit, quando aliquod nomen cum alio nomine
potest coniungi vere, vel ab codem dividi false; ut hoc nomen centurz in
exemplo Aristotelis, cenzum quinquaginta virorum reliquit Achilles. Iteque
secundum divisionem potest fieri paralogismus, quoties a coniunctim dato,
infertur divisim; et e converso secundum compositionem sic: Iste est bonus, et
est clericus; ergo est bonus clericus, et e converso potest argui similiter
secundum divisionem . 1386 Op. cit.: Primus modus est quando aliquo dictum
potest supponere verbo vel ratione totius vel ratione partis: si ratione totius
supponat, erit oratio composita, si ratione partis, erit oratio divisa:
corrisponde al primo modo del senso composto di Pietro Ispano, fa leva
sull’esempio base: possibile est album
esse nigrum , e richiama la distinzione della modalità de dicto dalla modalità
de re; Secundus modus provenit ex eo quod aliquando praedicatum, in quo pluta
adunantur per coniunetionem copulativam vel disiunctivam, potest attribui
subiecto coniunctim vel divisim. Si coniunctim, est oratio composita; si
divisim, oratio est divisa (nr. 659, p. 230): anche qui, l'esempio è classico,
ma è dato al negativo: quinque non sunt duo et tria: la discussione verte
sull’interpretazione del rapporto tra soggetto e il predicato duo et tria;
Tertius modus est, quando una dictio potest coniungi diversis dictionibus in
locutione positis: erit autem tunc secundum hoc composita oratio, quando
coniungitur cum dictione cui magis apparet, vel apta nata coniungi; divisa
(diversa: Spiazzi) vero, quando ab ea disiungitur. Sicut in hoc paralogismo
patet: Quod potest unum solum ferre, plura potest ferre. gli esempi sono: sedentem
ambulare est possi d’Oc i i lea atti due modi comuni al senso composto e al
senso n Pe gl 5 stessi occorrono anche nei trattati di Burleigh editi er !.
Alberto di Sassonia, invece, torna ai tre modi, ma 5 adem aut aliquibus eisde i
b ‘m replicata vel repetita, eadem dicti i cum una vel pluribus (Elezentarium logicae, cit., pp. 119-120; di.
Tresa 139 Per il pri i imo modo con i termini i . i modali, cfr. D i i i di do
9 . De puritate ar, ass per il secondo modo con et, cit, ivi, a 242: fa pio, oa pini tra pg inter duos terminos ia
$ 5 est locutio, ex eo d i : I, IG È quod potest inc bag cà propositiones. Et
haec distinetio e rit deg a mitrigria Ma iena secundum quod copulant inter
terminos È ergono meine 8 secundum quod copulat inter propositiones sic rotta
sig con vel, cfr. ivi, p. 243: Et est sciendum faod “gu Legea cp ‘vel? ponitur
inter duos terminos, uiciea csbieg 3 hei potest disiungere inter terminos vel
inter proposi. ri Arg Propositiones, sic est disiunctiva, si disiungat inter
‘minos, e disiuneto extremo. Et h: istincti ;ecun Lernia la le d j laec
distinctio est s o eri Le Secundum quod disiungit inter duos = O nis, si !s
divisionis; secundum quod disiungit i, Li ionis; quod disiungit intel SIC est sensus compositionis ; e con si, cfr.
la dieci hi e Terminologia logica della tarda scolastica 539 anche questi sono
comuni ai due sensi !°. Più interessante l’esposizione di Buridano, il quale,
dopo tre modi comuni ai due sensi che ben rispecchiano quelli dei testi finora
ricordati ‘4, esamina altri tre modi, anch'essi comuni: la negatio può cadere
sull’intera proposizione categorica, è
negatio negans e rende composta e
falsa la proposizione, o può cadere sul soggetto soltanto, è negatio infinitans e rende divisa e vera la sofisma Socrates dicit verum si solum Plato loquitur
, ivi, p. 250, e del sofisma omnis homo,
si est Sortes, differt a Platone , pp. 42 sg. 14 Il primo riguarda le modali
(cfr. Logica, cit., V. 4, f. 40va:
oratio respectu alicuius modi ); il secondo riguarda le proposizioni
che ratione alicuius coniunctionis vel
adverbii possono essere intese come
proposizioni categoriche o ipotetiche (ivi, f. 40vb); il terzo sorge ex co quod
in aliquibus propositionibus aliqua dictio ex diversis coniunctionibus ad
diversas dictiones eiusdem orationis causat diversos sensus, sicut de illa:
‘quicquid vivit semper est’ (ivi, f.
41ra). 141 Primus modus est per hoc quod
una determinatio potest coniungi cum utroque duorum determinabilium et separari
ab altero, vel unum detetminabile cum utraque (ex utroque) duarum
determinationum, ut in illa oratione: ‘quaecumque scit litteras nunc didicit
illas’ , et in hac oratione ‘quicquid vivit semper est . Similiter in illa:
‘quadraginta virorum centum reliquit divus (ex dives) \Achilles®. In hoc autem
modo sensus compositus vocatur quando illa dictio coniungibilis diversis coniungitur cum illo ad quod habet situm
magis convenientem et divisus (ex divisis) vocatur quando separatur ab illo ad
quod habet situm magis convenientem, ut quando coniungitur cum illo ad quod
habet situm minus convenientem. Secundus modus est per hoc quod diversi termini
possunt coniunctim esse unum subiectum vel unum praedicatum, vel possunt
divisim unum esse subiectum et alterum praedicatum, ut in hac oratione
‘sedentem ambulare est possibile’. Potest enim totum dictum subici
et modus praedicari et e converso, et est sensus compositionis; vel potest una
pars dicti subici et alia praedicari et quod modus se teneat ex parte copulae,
et est sensus divisus et propositio divisa . Tertius modus ponitur prout
plures termini possunt simul coniunctim subici vel praedicari in una
propositione categorica, et possunt etiam divisim subici vel praedicari, et
aequivalent tunc uni propositioni hypotheticae, ut in hac propositione:
‘quinque sunt duo et tria’ (op. cit.,
VII, 3). sia Alfonso Maierù proposizione (è il quarto modo) !®; la negatio
negans può cadere sull’intera proposizione ipotetica, e rende la proposizione
co: ‘ posta e falsa, o può cadere solo sulla prima categorica e la pro “ sizione
allora è divisa e vera (quinto modo) !*; infine data lino. tetica homo est asinus et equus est capra vel deus
est Îae può avere una disgiuntiva, e la proposizione tutta è composta e vera,
oppure una congiuntiva, ed è divisa a falsa (sesto modo) !4, Buridano, il quale
non esclude che possano darsi altri modi ritiene che questi siano i principali
!5, i 5. La logica inglese da Heytesbury a Billingham La trattazione del senso
composto e del senso diviso nel secolo XIII e fino ad Alberto di Sassonia è
caratterizzata da due elementi: a) innanzi tutto, come si è detto, un
accostamento diretto al testo aristotelico, scavalcando la mediazione delle
summulae o dei commenti agli Elenchi sofistici fioriti: questo accostamento è
rivelato dai ‘modi’ presi in esame della maggior parte degli autori che sono
riconducibili in genere ad esempi occorrenti in Aristotele; b) in secondo
luogo, da un’analisi condotta con i mezzi forniti dalla grammatica speccilerive;
ed è singolare che se nel solo Duns Scoto, tra gli autori esaminati, le
dottrine vengono in luce sistematicamente, l’uso di certa termi: nologia e
certe interpretazioni vadano ricondotte alle dottrine della lasagne speculativa
nelle quali trovano la loto giustificazione, L. sie sea come in Occam e
Buridano, esse sono in via di Nel secondo quarto del secolo XIV in Inghilterra
alcuni logici 12 Ivi, 13 Ivi. 14 Ivi. 145 Ivi. Terminologia logica della tarda
scolastica 541 impostano diversamente il problema. Emergono sugli altri Heytesbury
prima e Riccardo Billingham poi. Entrambi dedicano un trattato ai problemi del
senso composto e del senso diviso. Ma Heytesbury ne parla a lungo anche nel
secondo capitolo delle Regulae solvendi sophismata, cioè il De scire et
dubitare, e s'è detto che le Regulae vanno datate al 1335 ‘9, di modo che, a
questa data, Heytesbury aveva elaborato la sua dottrina, almeno per quanto
riguarda un capitolo fondamentale !. È probabile che 14 Cfr. Introduzione. Ma
nei vari capitoli delle Regulae, cit., è presente la dottrina del senso
composto e del senso diviso: cfr. De insolubilibus, f. Tra: Sed ista obiectio et ratio nimis cavillatoria
est, et bene potest dici sophistica, quia vadit solummodo ad verba et non ad
intellectum, cum intelligantur omnia superius posita i sensu diviso; arguit
autem iste cavillator contra ista in sensu composito: nimis enim esset prolixum
in verbis tantum instare, ut nihil diceretur quod cavillatorie non posset
impugnari. Ideo non tantum ad verba nuda, sed ad sententiam referas argumentum
et videbis quam potenter concludit ; De relativis, f. 21rb: ‘Tam incipit
aliquis punctus moveri qui per tempus quod terminatur ad instans quod est
praesens quiescet, ergo iam incipit aliquis punctus moveri et ille per tempus
termi natum ad instans quod est praesens quiescet’: notum est quod non valet
consequentia, quia antecedens est verum in casu et consequens impossibile. Unde
universaliter hoc nomen relativum relatum ad terminum stantem confuse tantum
non habet sic exponi. Arguitur enim in huiusmodi expositione a sensu composito
ad sensum divisum , e f. 21va, a proposito di casi col verbo apparet (altri
casi con apparet in De scire et dubitare, f. 14va); De incipit et desinit, f.
26rb: Ad aliud cum arguitur quod Socrates in aliquo instanti desinet esse
antequam ipse desinet esse, optime respondetur distinguendo illam penes
compositionem et divisionem. Sensus divisus est iste: ‘in
aliquo instanti antequam Socrates desinet esse, Socrates desinet esse’, et ille
sensus claudit opposita. Sersus compositus est iste: ‘Socrates desinet esse in
aliquo instanti antequam desinet esse’; in isto sensu tenendo totum illud
aggregatum a parte praedicati, satis potest concedi illa propositio ; De maximo
et minimo, f. 31va-b: Sed arguitur forte
quod primum est falsum quia non est possibile quod 4 punctus sic movendo ita
cito tangat punctum ultra 4 sicut 5, ergo 4 non poterit ita cito tangere
aliquem punctum ultra 6 sicut %. Huic dicitur concedendo conclusionem, et ex ista non
542 Alfonso Maierù in Inghilterra le Regulae siano state al centro di
discussione al loro apparire; è certo però che del De scire et dubitare è stato
fatto un adattamento incentrato sulla dottrina del senso composto e del senso
diviso, adattamento che, sotto il titolo (che è l’incipit) Termini qui faciunt
8, ha avuto una certa fortuna nelle scuole !9. Viene da chiedersi quale dei due
trattati di Heytesbury sia anteriore all’altro, se le Regulae o il De sensu
composito et diviso: la fortuna arrisa al secondo capitolo delle Regu/ae, che
non si spiega se fosse stato disponibile l’altro trattato, farebbe pensare
all’antecedenza della composizione delle Regulae; l’altro trattato, in tal
caso, sarebbe stato composto per l’esigenza di sistemare tutta la materia nel
corso della discussione nell’ambito universitario. Ma questa è solo un’ipotesi
e non abbiamo elementi sufficienti a confortarla. È un fatto però che, oltre ai
termini modali, vengono in primo piano in questa discussione i termini che
riguarsequitur quin ita cito sicut 4 poterit tangere, poterit ipsum etiam
tangere aliquem punctum ultra è, quia ista significat sensum divisum et alia
concessa denotat compositionem , e ivi, f. 3lvb: antecedens nam significat secundum
divisionem, consequens autem secundum compositionem (cors. mio).
Cfr. appendice 1 a questo capitolo. Ma è da tener presente che anche il
primo capitolo delle Regulae, cioè il De insolubilibus, ha avuto fortuna: cfr.
WersnereL, Repertorium Mertonense; il primo testo citato dal Weisheipl è
l’expositio che ne fa Johannes Venator: cfr. il mio Lo Speculum ..., cit., p. 313 n. 67. 149 Il
trattato fra l’altro è in due codici, Padova, Bibl. Univ. e Worcester, Cath. F. 118, che contengono,
nella prima parte, una successione di piccoli trattati che potrebbero aver
costituito un corpus di manuali per principianti negli studi di logica, corpus
formatosi nella seconda metà del sec. XIV in Inghilterra (il ms. padovano è
inglese); il cod. di Worcester porta l'intestazione Sophistria secundum usum Oxonie , mentre il
rilievo per il codice padovano è dovuto al compilatore del catalogo manoscritto
(cfr. c. 341). Il confronto fra il contenuto dei due codici merita un’analisi
più approfondita. Il WersHEIPL, The Development..., cit., p. 159, rileva che al
De scire et dubitare, comunque, si affiancano discussioni analoghe a Oxford: si
ricordi fra l’altro, la discussione di John Dumbleton (primo libro della
Surzzza) sull’intensio e remzissio della credenza, ecc. Terminologia logica
della tarda scolastica 543 dano ‘atti dell'anima’, come si vedrà in seguito; che
termini modali e verbi designanti actus
animae sono ferzzini officiales secondo
la dottrina della probatio propositionis !°; che il De sensu composito et
diviso di Billingham tratta prevalentemente dei zermini officiales!!; che in un
adattamento anonimo !° dell’altro trattato di Billingham, lo Speculum, la
dottrina della probatio dei termini officiales è ricondotta a quella del senso
composto e del senso diviso, come non è nello Speculum di Billingham. : Tutto
ciò fa pensare che i temi del De scire et dubitare di Heytesbury, più che non
quelli del De sensu composito et diviso, abbiano avuto fortuna in Inghilterra
per la dottrina che ci riguarda, a meno che non si postuli l’esistenza, in
ambiente universitario, anteriormente a Heytesbuty e a Billingham e quindi ai
manipolatori dei loto trattati, di un testo o di un dibattito che abbia
condizionato e convogliato lo svolgimento successivo delle elaborazioni
relative al senso composto e al senso diviso sui termini che saranno poi detti
officiales !*. In tal caso però il De sensu composito et diviso di Heytesbury
con la sua ricca articolazione resterebbe sempre più un fatto isolato che non
trova precedenti, se non quelli lontani (e non sappiamo quanto noti in ambiente
oxoniense) del secolo XII. Forse per sciogliere questo nodo sono necessarie
altre indagini sui manoscritti. Ciò che caratterizza le analisi del senso
composto e del senso diviso proposte in ambiente oxoniense rispetto a quelle
dei secoli precedenti e dei contemporanei che operano in continente! è 150 Cfr.
cap. VI, $ 6. 151 Vedi più avanti, p. 556. 152 Cfr. Cambridge, Corpus Christi
College ms. 378, ff. 34v-45v; per esso v. il mio Lo Speculura ..., cit., pp. 302 e 323-324. 5 153
L’ipotesi è stata già avanzata in Lo
Speculum ..., cit., pp. 389 390 n. 128, sulla base d’un primo confronto
tra i testi di Heytesbury e di Billingham. ; i : d 154 Quando Occam scrisse il
Tractatus logicae minor e l’Elementarium (nel quale ultimo dà ampio spazio alla
dottrina delle fallaciae) era in con544 Alfonso Maierà l’abbandono sia del
testo aristotelico — che non viene più seguito da vicino e costituisce così
solo il lontano punto di partenza della discussione — sia dell’impostazione
mutuata dalla grammatica speculativa, quale abbiamo trovato in Duns Scoto:
resta, di questa, un’esigenza che ormai la logica ha fatto propria da tempo, e
cioè l’attenzione alla ‘struttura’ della proposizione esaminata; non sono però
più rodi significandi o proferendi a fornire la intellectio dei vari sensus
della proposizione, ma la ‘posizione’ occupata dalle varie dictiones. Il tema
ha avuto uno sviluppo notevole grazie alla discussione sulle proposizioni
modali, come abbiamo visto nel capitolo quinto, ma ora viene esteso a tutta la
trattazione del senso composto e del senso diviso, e, più generalmente, diventa
punto cruciale delle analisi logiche di questo periodo, giacché è su di esso
che si incentra, come si è detto, anche la discussione della probatio
propositionis. Un altro elemento caratterizzante è il controllo dei rapporti
tra senso composto e senso diviso effettuato mediante corseguentia che,
accennato qua e là in precedenza!5, viene esaltato nell’analisi proposta da
Heytesbury. Ci siamo già occupati in altra sede del trattato di Heytesbuty !%;
tinente da tempo (v. Introduzione. Quanto ai rapporti d’inferenza dell’un senso
dall’altro, già ABELARDO, Glosse super Periermenias, rilevava a proposito delle
proposizioni con possibilis: Et videtur semper affirmatio ‘possibilis’ de sensu
inferre affirmativam de rebus; sed non convettitur. E contratio
autem negationem ‘possibilis’ de rebus inferre negationes de sensu, e p.
32: Cum autem affirmative de ‘possibili’
de sensu inferant affirmativas de rebus (sed non convertitur) et negative de
rebus negativas de sensu (sed non convertitur) . Cfr. Occam, Elementarium
logicae, cit., p. 123: Est autem sciendum quod, licet talium orationum sint
semper distincti sensus, tamen saepe unus sensus infert alium ita quod saepe
impossibile est quod unus sensus sit verus sine alio . Gli altri testi pongono
paralogismi (figure sillogistiche), non conseguentiae. Cfr. Il Tractatus de sensu composito et diviso di Guglielmo Heytesbury, Rivista critica di storia della filosofia] a
questa esposizione rimandiamo per problemi particolari e ci limitiamo qui a
richiamare gli elementi fondamentali che carattetizzano l’opera !7. Il maestro
individua otto modi del senso composto e del senso diviso. Essi sono
classificati in base ad elementi sincategorematici o che hanno importo
sincategorematico. Il primo ha luogo con i termini ampliativi o modali 8: si ha
senso diviso quando il ‘modo’ viene a trovarsi tra le parti del dictum e, se
verbo, è in forma personale; si ha senso composto quando il modo precede il
dictum e sta 4 parte subiecti: il modo in tal caso, se verbo, è impersonale !9.
Il secondo modo ha luogo con i verbi dotati di
vis confun157 Sarebbe da discutere lo stato del testo, anche in ordine
ai commenti che esso ha avuto in Italia, ma è questione che ci porterebbe
troppo lontano. Ci limitiamo qui a utilizzare l’edizione veneziana del 1494,
che raccoglie le opere di Heytesbury. Nel prossimo paragrafo, parlando dei
maestri italiani, diremo qualcosa circa il testo ch’essi avevano presente,
almeno per quanto riguarda la distinzione dei vari modi. 158 De sensu composito
et diviso, cit., f. 2ta-b: Et primus
modus sicut in principio fuit exemplificatum est mediante hoc verbo ampliativo
‘possum’ vel quocumque consimili ampliativo, sicut ‘convenit’, ‘verum’,
‘possibile’, ‘impossibile’, ‘contingens’ et sic de aliis, quibuscumque
similibus accidit compositio et divisio . 159
Ivi, f. 2rb: Et sciendum est quid sit sensus compositus et divisus respectu
primi modi, sicut et respectu aliorum modorum, et generaliter respectu
quorumcumque modorum positorum, et primo cum hoc verbo ‘potest’ sive fuerit
suus modus, qualis est ille terminus ‘possibile’, ‘necesse’, ‘necessario’ vel
‘de necessitate’ et sic de talibus. De quibus sciendum est quod quando aliquis
ipsorum invenitur in aliqua prmpositione absque alio relativo implicativo
sequenti [v. il 3° modo], tunc est sensus divisus et tunc tenetur illud verbum
ampliativum in tali proposittone personaliter . Sed quando illud verbum
‘potest’ vel suus modus totaliter praecedit in aliqua propositione, tunc est
sensus compositus et tunc sensus compositus significat identitatem instantaneam
possibilem respectu istius compositionis sequentis illum terminum ‘possibile’
et tunc tenetur ibi talis terminus dendi
1: si ha senso composto quando il verbo precede gli altri termini, e
senso diviso quando tale verbo non è il primo nella proposizione 181, ì Il
terzo modo si verifica con il pronome relativo !£. Il caso più semplice è
quello del pronome gui: esso può avere expositio in et ille; se ha expositio,
la proposizione categorica equivale a una ipotetica, cioè alla congiunzione di
due proposizioni categoriche; se non ha expositio, la proposizione resta
categorica. Si ha senso composto nel secondo caso, senso diviso nel primo !£,
ampliativus impersonaliter ; v. cap. V,
$ 7. 10 Ivi, £ 2rb: Secundus modus est mediante termino habente vim
confundendi, sicut sunt huiusmodi verba: ‘requiro’, ‘indigeo’, ‘praesuppono’
incipio’, ‘desidero’, ‘cupio’, ‘volo’, ‘teneo’, ‘debeo?’, ‘necessarium’,
‘semper’, ‘in aeternum’, ‘aeternaliter’, ‘immediate’, et sic de aliis . ” del
Nel primo caso non è lecito il descersus dal termine confusus ai suoi
inferiora, mentre nel secondo il termine non confusus ha supposizione dreraioit
Ma Heytesbury non si sofferma su tutto ciò. ; "Ivi: Tertius modus est mediante termino relativo
‘qui’, ‘quae’ quod’, qualiscumque?, ‘quicquid’, et hoc maxime respectu termini
communis stantis confuse tantum, sicut sic arguendo: immediate post hoc erit
instans quod immediate post hoc erit, ergo immediate post hoc erit instans et
illud immediate post hoc etit . ; 163 Ivi, £. 2va-b: Nota hic duas regulas pro
relativis. Prima est quod illud relativum ‘qui’, ‘quae’, ‘quod’ vel ‘quid’,
quandoque exponitur per unam coniunctionem ‘et’ et per illud relativum ‘ille’,
‘illa’, ‘illud’, et aliquando non exponitur, quando ipsum praecedit negatio vel
terminus includens negationem, [2] et quando refert terminum stantem confuse
tantum, [3] et quando praecedit verbum principale, sicut patet in proposi
tionibus antedictis in tertio modo. — Secunda regula est, quod quando relativum
ponitur in eadem categorica, supponit sicut suum antecedens ut ‘omnis homo est
animal quod est rationale’, sed relativum positum in alia categorica variat
suppositionem, ut ‘omnis homo est animal et illud est rationale’: quia terminus
relativus numquam debet sic exponi dum refertur ad terminum communem stantem
confuse tantum (cfr. [2]), sive post negationem (cfr. [1]), sive post
terminum distributum immediate positum, quod fit quando propositio est in sensu
composito. : tunc est sensus divisus quando illud relativum subsequitur verbum
principale. Li]
Terminologia logica delli tarda scolastica 547 Il quarto modo si ha con i
termini infinitus e totus che, quando precedono tutta la proposizione, hanno
valore sincategorematico, altrimenti hanno valore di categoremi: nel primo caso
la proposizione è in senso diviso, nel secondo in senso composto !*. Il quinto
modo si ha con la congiunzione ef !9 posta fra termini che stanno 4 parte
subiecti o 4 parte praedicati 16. essa fa senso composto quando dalla proposizione
originaria non è possibile inferire una congiunzione di proposizioni, senso
diviso nel caso contrario o quando sia possibile inferire una proposizione
contenente uno dei due termini senza l’altro col quale in origine stava in
congiunzione !. Il sesto modo si verifica quando occorre la congiunzione tune
est sensus compositus quando illud relativum praecedit verbum principale (cfr. [3]),
et hoc sive illud relativum sumatur in recto sive in obliquo . 16 Ivi, f. 2rb: Quartus modus est mediante termino quandoque
categorematice sumpto quandoque syncategorematice, cuiusmodi est terminus
‘infinitus, -ta, -tum’, TOTVS, -ta, -tum’; et ad hunc modum possunt reduci isti
termini prius positi adverbialiter, scilicet ‘semper, ‘in aeternum?’,
‘aetetnaliter? et sic de aliis (l’autore
li ha posti anche nel secondo modo, n. 160); f. 2vb: Unde generaliter quando
iste terminus ‘infinitum’ vel aliquis huiusmodi terminus syncategorematice
praecedit totaliter propositionem ita
quod istum non antecedit aliquis terminus qui est determinatio respectu istius
termini stantis syncategorematice, tunc est sensus divisus : se ne inferisce
che nel caso contrario si ha senso composto (ma cfr. f. 3ra: sed quando aliquis terminus determinabilis
respectu istius praecedit ipsum quando ponitur a parte subiecti, tune tenetur
categorematice, sicut quando ponitur a parte praedicati ). 165 Ivi, f. 2rb: Quintus modus mediante illa copula
coniunctionis ‘et’, sicut sic arguendo: isti homines sunt Romae et Ausoniae,
igitur isti homines sunt Romae . 166 Si ricava dagli esempi che occorrono ivi,
ff. 3ra-b. 167 Ivi, f. 3ra: Respectu
notae huius coniunctionis ‘et’, si fiat compositio vel divisio, faciliter potest
cavillari, quia differentia faciliter apparet inter sensum compositum et
divisum; è infatti uno dei modi più tradi zionali. L'ultimo caso ha riscontro
nel testo della n. 165. sa Alfonso Maierà vel'®: si ha senso diviso quando è
possibile interpretare la proposizione originaria come una disgiunzione di
proposizioni categoriche, e senso composto quando ciò non è possibile !9, Il
settimo modo ha luogo con le determinazioni ita o sicut in quanto esse hanno il
potere di limitare ‘a un certo tempo’ (passato, presente, o futuro) la
supposizione dei termini seguenti !”; se una proposizione è preceduta da una
tale determinazione e non è de simplici
subiecto et de simplici praedicato 17,
si da senso composto; se invece la determinazione manca, si ha 1 Nel primo
elenco dei modi, questo appare come settimo (ivi, f. 2rb): Septimus modus mediante ista disiunctione
‘vel’, ut patet in hoc sophisma(te): ‘omnis propositio vel eius contradictoria
est vera’ . Ma nell’esposizione dei modi esso è discusso come sesto (£. 3rb).
19 L’autore non fornisce molti elementi. Precisa tuttavia, nell’ambito della
validità delle regole della disgiunzione note dalla logica degli enunciati
(ivi, £. 3rb): si vero fuerit post distributionem vel negationem vel aliquem
terminorum habentem vim negationis distribuendi vel confundendi, tunc [non]
fallit argumentum tamquam ab inferiori ad suum superius cum negatione vel
distributione, quia universaliter disiunctus est superior quam aliqua eius
pars; ideo non sequitur: tu differs ab asino, ergo tu differs ab homine vel ab
asino (differo è termine
confundens). È sesto nella prima
elencazione dei modi; ivi, f. 2rb: Sextus modus est mediante illa
determinatione ‘ita’ vel ‘sicut’, ut “ita erit’, ‘ita fuit, ‘ita est’, ‘sicut
est’, ‘sicut fuit’, ‘sicut erit’, ut sic arguendo: ita est quod Socrates erit
tantus sicut Plato, ergo Socrates erit tantus sicut Plato, vel e contra . I
Ivi, f. 3rb: Quando arguitur componendo vel dividendo mediante hac
determinatione ‘ita est’, ‘ita fuit’, ‘ita erit’, ‘ita potest esse’, vel
respectu termini distributi, vel respectu duplicis compositionis, vel
negationis, vel alicuius habentis talem vim cuiusmodi est iste terminus
‘necesse’, frequenter fallit ille modus, ut sic arguendo: ita erit quod tu es
omnis homo existens in ista domo, igitur tu eris omnis homo existens in ista
domo . Respectu tamen compositionis simplicis, de simplici subiecto et de
simplici praedicato, bene valet consequentia: ita erit quod tu eris episcopus,
ergo tu eris episcopus , et causa est, qui ad idem instans refertur determinati
et illa propositio, sed non est sic de aliis . Sembra quindi che, per
Heytesbury, quando la proposizione che segue la determinazione ha lo stesso
tempo della determinazione, è valida l’inferenza, se invece il tempo della
proposizione è senso diviso, giacché in tal caso soggetto e predicato, la il
tempo del verbo non è al presente, si comportano come in qualsiasi proposizione
di verbo ampliativo. eda) L’ottavo modo è proprio dei verbi che designano atti
dell dia letto o della volontà !?; alcuni di essi sono elencati nel secon
" modo tra i termini aventi vis confundendi . Essi hanno quia i capacità
di ‘confondere’ i termini seguenti, ma oltre fa ciò ue il potere di far sì che
il dictum seguente appellat se pi Si ha
senso diviso quando il verbo sta tra = parti del Ing Um; se invece totalmente
lo precede '® o lo segue !, allora si ha senso composto. Mo Le A questi otto
modi Heytesbury fa seguire in una p 14 cazione un nono modo, che poi tralascia
nella span pren zione, perché ritiene sia da considerare sotto la E e ca niîs ,
ma che avrà fortuna presso i commentatori del seco ; Ecco il testo: Nonus
modus, mediante termino nie poso a ser legni | 5 > a i i de futuro ad eundem
termim r respectu verbi de praeterito vel d i eun È È a parte praedicati;
respectu eiusdem verbi qui modi possunt redu i i i eno diverso da quello della
determinazione, l’inferenza non è valida (così alm i o i 1 n * DIRCI n Se
ruta Octavus modus mediantibus terminis
pe reni volusitatisi sive intellectus significantibus, sicut sempe en oc verl ;
‘haesito”, ‘credo’, ‘volo’, ‘desidero’, ‘appeto’ et sic de aliis . s 173 Cfr.
n. 160. 17 Cfr. cap. I. | 3 RE 5 De sensu composito et diviso, cit., f.
3va: et tunc est So È pins ue divisus
in istis propositionibus, nre ed pr gen i i jat inter huiusmodi casi intellectus
seu voluntatis media i | È : infinitivi modi . Sed quando huiusmodi verbum
praecedit totaliter, tunc t sensus compositus . . . : ha Questa precisazione è solo nel De scire et
dubitare, cit., f. 13rb (è pic attenuata nel trattato De sensu composito et
diviso?), ma è Ra a incertezza dall'autore: cfr. il mio Lo Speculum ..., cit., pp. 3899 ni Alfonso
Maierù ad compositionem vel divisionem, sed magis est fallacia figurae dictionis,
ut ‘album erit nigrum, ergo nigrum erit album’: non sequitur 1”, Per tutti i
modi, Heytesbuty precisa che l’inferenza dal senso composto al senso diviso, o
viceversa, non vale a meno che ciò non sia possibile gratia terminorum 19: così, per l’ottavo modo, quando occorre
il pronome hoc in una proposizione il cui verbo sia scio, senso composto e
senso diviso sono equivalenti 1? De sensu composito et diviso, cit., f. 2rb: il
testo ha 4 parte praeteriti invece di 4 parte praedicati. 178 Per il primo modo,
cfr. ivi, f. 2va :« Arguendo a sensu diviso ad sensum compositum, ubi sensus
divisus verificetur per huiusmodi successionem respectu diversarum partium
temporis cuius compositio est possibi lis pro instanti, consequentia non valet.
Sed respectu terminorum in quibus huiusmodi compositio est possibilis per
instans nec aliunde per aliquam relationem implicativam aliud denotatur per
sensum divisum quam per sensum compositum, vel e contra, valebit consequentia ;
per il secondo modo, ivi: « Arguendo a sensu composito ad sensum divisum
mediante aliquo termino habente vim confundendi terminum sicut prius est
dictum, generaliter consequentia non valet ; per il terzo modo, ivi: «Item
respectu terminorum relativorum non valet consequentia a sensu composito ad
sensum divisum communiter, nisi fuerit gratia materiae (ma un discorso più complesso si vedrà nei
commenti); per il quarto, ivi, £. 2vb: « respectu terminorum qui sumuntur
aliquando categorematice, aliquando syncategorematice, inferendo sensum
compositum ex sensu diviso fallit consequentia ; per il quinto, ivi, f. 3ra:
«Sed satis possunt faciliter aliqui respondere dicendo quod non valet
consequentia arguendo a sensu diviso ad sensum compositum seu e converso
mediante illa nota coniunctionis ‘et’ post terminum distributum. Similiter cum
ista coniunctio ‘et’ copulat duos terminos a parte subiecti positos quorum unus
est distributus alius non, difficilis est responsio (ma la differentia fra i
due sensus faciliter apparet: cfr. n. 167); per il sesto, cfr. n. 169; per il
settimo, cfr. n. 171; per l’ottavo, ivi, f. 3va: «In omnibus (sc. exemplis) nam
est sensus divisus impertinens sensui composito et e converso et proptetea est
consequentia mala e « potest igitur
dici quod non valet consequentia huiusmodi arguendo a sensu diviso ad sensum
compositum nisi gratia terminorum . 551 Terminologia logica della tarda
scolastica i ALE i drianii giacché è irrilevante che il termine immediato (hoc)
preceda o segu ; 179 verbo !?. Ho E: E° î Il trattato di Heytesbury non è privo
di ge sog testo che abbiamo esaminato !°, e non sempre gli eleme La valgono a
chiarire la portata delle affermazioni del ce (slide i i in ciò sia ir i i
trina. Ma aiutano in ciò s : fissarne con chiarezza la dot i . e a quanto
sappiamo delle dottrine precedenti (per bm o a le proposizioni cum dicto,
specie le moda li, e i ta ig pe tutto, mentre per quanto riguarda i relativi ca
der ci sun i che però no! Yh, Occam, Sutton ‘*, 1 e s'è detto, a Burleigh, pe a
Lnccvis in termini di senso composto e La diviso), s mi ro Wo Siae zan] i sedi
de scire — ha Su tutti i modi, l'ottavo — ge in Heytesbury la trattazione più
estesa nel De sensu sonpasie Ù i i sta ivi. Itre a quella delle Regulae).
Questi verbi, cui è i ap i ione 12, nel secolo XIV ricepre riservata una
particolare attenzione "*, cer vono, come si è detto, un’accurata analisi.
Nella Logica i ini i i insieme i verbi
scio, dubito, volo e i termini modali sono trattat izi ivisione: si ha senso
composto i i e e alla divisione: si np ordine alla composizione e ( cl cina uno
di questi termini precede il resto ar Line pa i i i tra gli elemen i ivi ndo il
termine sta le del ice i 5 in fine della proposizione (cioè dictura; quando
invece sta in tin mana icati izione s assi a parte praedicati), la proposi? id
Art probata in senso composto o in senso A i iu Cit., pp. 254-255. 19 ivi, f.
3va, e Il Tractatus ..., cit., PP. 4? sala 180 iaia a e e alla successiva
eliminazione del nono ;i basta scorrere i rilievi fatti nelle note precedenti.
181 . VI, n. 132. : nu: . dr 182 ‘n dall'Ars Meliduna, cit., p. 348, dove i
verbi | piso | A sono detti verbi quorum
significatio proprie ce si sg i Strope, Logica, cit., f. 19ra: Et ideo quando in dun ga orum: ‘scio’,
“dubito”, ‘volo’ et terminus rogge peo grin : ; ° i i ici Opos: i iti dictum,
dicitur talis pr s A iragiorg pg sorde
‘possibile est album esse nigrum’. F posito, ut ‘scio Socratem currete’,
pos 952 Alfonso Maierù più che al posto
occupato dai verbi indicanti atti dell'anima e dai modi, bada, come si è visto
!#, alla supposizione che essi conferi scono ai termini sui quali operano: nel
senso composto causano supposizione semplice, nel senso diviso supposizione
personale. La stessa tesi di Strode è sostenuta dall’anonimo adattamento dello
Speculum contenuto nel ms. 378 del Corpus Christi di Cambridge: si ha senso
composto quando uno dei detti termini (e sono zerzzini officiales) precede il
resto della proposizione, senso diviso quando sta per i termini del dictum;
quando sta in fine, allora indifferenter si può avere senso composto o senso
diviso 185, quando mediat accusativum et infinitum verbi in propositione, ut
‘album possibile est, vel potest esse nigrum’, dicitur sensus divisus. Sed
quando finaliter sequitur, dubitandum est arguentem, an velit tenere talem
propositionem arguens in sensu composito vel in sensu diviso, sicut in ista
‘omnem hominem esse animal est necessarium’. Si sumatur in sensu composito,
conceditur quod sic tunc debet probati: talis propositio est necessaria,
scilicet ‘omnis homo est animal’, praecise significans quod omnis homo est
animal, ergo omnem hominem esse animal est necessatium. Et si capiatur in sensu
diviso, debet probari ut universalis, scilicet per singularia vel pet
exponentes, quarum quaelibet est falsa ; cfr. anche ff. 19rb e 26vb. capp. V, $
7, e VI, $ 6. Op. cit., f. 42r-43r:
Termini officiabiles sunt omnes termini facientes sensum compositum et solum
talis propositio in sensu composito est officiabilis. Et termini facientes
sensum compositum sunt omnia signa modalia, ut ‘possibile’, ‘impossibile’,
‘contingens’ et ‘necessarium’, et omnia verba significantia actum mentis, ut
‘scire’, ‘nolle’, ‘credere’, ‘imaginari’, ‘percipere’, ‘dubitare’, ‘haesitare’,
‘demonstrate’ et similia. Unde quando aliquis istorum terminorum totaliter
praecedit dictum propositionis facit sensum compositum (tantum 4dd. inferl.),
ut ‘scio deum esse’, ‘possibile est hominem esse animal’. Sed quando aliquis
istorum terminorum intermediat dictum propositionis, scilicet (ponitur) inter
accusativum casum et infinitivum modum, tunc facit sensum divisum tantum, ut
‘hominem possibile est cuttere’. Sed quando aliquis istorum terminorum
finaliter subsequitur dictum
propositionis, tunc ista propositio potest indifferenter sumi in sensu
composito vel in sensu diviso, ut ‘hominem cutrere est possibile’. Omnis
propositio in sensu composito est officiabilis, ut ista ‘necesse est deum esse’
sic officiatur: talis propositio est necessaria ‘deus est” propter eius
Terminologia logica della tarda scolastica 553 Il trattato Termini qui faciunt,
a proposito degli stessi termini (modali e verbi designanti atti dell'anima),
scrive quando aliquis praedictorum
terminorum vel consimilium praecedat totaliter dictum propositionis vel
finaliter subsequitur, tunc ii illa propositio in sensu composito , e aggiunge: sed quando quis dictorum terminorum mediat
dictum propositionis, id est ponitur in medio inter accusativum casum et modum
infinitum, tunc illa propositio est totaliter accepta in sensu diviso !; ica
SAR la stessa tesi ritroviamo nell’anonimo trattato Termini cu. quibus ®8. Il
trattato De sensu composito et diviso di Riccardo Billingham è da ricondurre a
queste ultime discussioni. be L’autore si interessa a quello che considera il
primo modo primarium significatum ‘deum esse’, igitur necesse est deum esse. Li
Lay propositio in sensu diviso est resolubilis, si primus e sit reso! ni vel
exponibilis, si primus terminus sit exponibilis. tì um prim: ; ‘hominem
possibile est currere’ sic resolvitur: hoc possibile est nn fa hoc est homo,
igitur etc. Exemplum secundi: ‘omnem esi pe est currere’ sic exponitur: hominem
possibile est currere et nih | est homo quem vel quam non est possibile
currere, igitur etc. Unde propositio è rg diviso debet probari per primum terminum mediatum in
illa i proposi ros : Il primo termine sul quale la probatio si opera può essere
impedito Si A DI s° Sed nota quod primus terminus. probabilis impeditur sex mo;
1 ni modo, per propositionem hypotheticam, ut ‘si homo currit, “1 currit?.
Secundo modo, per propositionem modalem in sensu composito, ut pe cutrere est
impossibile’. Tertio modo, per exceptivam et per exe cp ut ‘omnis homo praeter
Socratem currit?. Quarto modo, in propositione p cr ralis numeri, ut ‘duo
homines habent duo capita’. Quinto modo, pa 5 relativum ponitur a parte
praedicati et refertur ad terminum stantem discre e vel determinate, ut ‘homo
currit qui est albus?. Sexto modo; per ig tionem negativam, quae debet probari
per eius oppositum, ut n us e currit’ A_ parte l’ultimo modo, ben noto agli
altri sostenitori E" pro pei i primi cinque non sono ricordati come
impedienti la probatio del primo mine: ma essi richiamano regole del senso
composto note in past (1° e 2°, 4°) o al tempo dell’autore (5°); per il terzo
modo, cfr. il cap. IV. 186 Cfr. appendice 1. 187 Cfr. appendice 2. 554 Alfonso
Maierà e che ha luogo con i termini officiales: modali e verbi significanti
actum mentis! Degli altri modi, egli ricorda quello che può essere luogo con
e?! o con vel!9, Ma, per quanto riguarda il primo modo, egli afferma
categoricamente ! che si ha senso composto quando il termine comune è preceduto
da un termine officiabile e senso diviso quando il termine comune segue il
termine officiabile ‘2, giacché la probatio propositionis può essere fatta solo
in base al primo termine della proposizione !?, Per il resto, il trattato non
contiene novità né a proposito della dottrina che qui ci interessa, né per
quanto attiene alla probatio della proposizione quale la conosciamo. i È
necessario rilevare, concludendo queste note, che la dottrina della probatio si
è così impadronita di quella del senso composto e del senso diviso, che in
Heytesbury si presentava come una sistemazione dei vari capitoli della logica
di quel tempo-in funzione di un preciso punto di vista. Questo predominio della
probatio sul senso composto è sul senso diviso dopo Heytesbury permetterà, come
vedremo, ai maestri italiani di spiegare il testo . de [Voco autem officiale
omnem terminum verbalem significantem actum mentis, ut ‘imaginor’, ‘intelligo’,
‘scio’, ‘credo’, ‘dubito’ ‘significat’, ‘supponit’ et huiusmodi, quae
communiter verba non sunt vera actus singulis simplicis sicut sunt huiusmodi
verba ‘percutio’, ‘vendo’, ‘do’ et huiusmodi ; ma si veda, per i modali, ivi e
Speculur, cit., pp. 345-346. o Ms. Paris, B.N., lat. 14715, f. 82ra: Penes secundum modum compositionis et
divisionis fiunt per o" (notam?) copulationis ut ‘quinque sunt duo et
tria’, quae falsa est . DE Cfr. ivi, f. 82ra: Similiter in sensu diviso cum
disiunctione, ut contingit hoc esse, igitur contingit hoc esse vel non esse; tu
scis 4 vel b igitur tu scis 4; haec significat 4 esse, igitur significat et esse
vel £ non esse : Evidentemente Billingham, che non si rifà al trattato di
Heytesbury, adotta uno schema tradizionale in due o tre modi, al quale si
riferisce, 191 BILLINGHAM polemizza contro chi sostiene che si abbia senso
composto anche quando l’officiabile segue gli altri elementi della
proposizione: cfr op. cit., pp. 389 sgg. ° 192 Ivi, pp. 387-389. 19 Cfr.
Speculum..., cit., p. 373. —1 Terminologia logica della tarda scolastica 553 di
Heytesbury con le nuove regole, in modo da eliminare ogni incertezza
dall’opuscolo del maestro. 6. I trattati italiani dei secc. XV-XVI In Italia la
dottrina che studiamo ha avuto due forme, legate a due diverse tradizioni. La
prima (per la quale basti ricordare Paolo Veneto), è quella più diffusa nella
logica inglese, incentrata sui termini officiales; l’altra — della quale
esamineremo, nell'ordine, i testi di Paolo da Pergola, Battista da Fabriano,
Alessandro Sermoneta, Bernardino di Pietro Landucci e Benedetto Vettori — segue
invece da vicino il resto di Heytesbury, che in Italia ha avuto enorme fortuna.
Paolo Veneto tratta ex professo del senso composto e del senso diviso nel
trattato 21 della prima parte della Logica magna. Riconosciuto che la
dottrina ortum trahit a terminis
officiabilibus !*, egli respinge la tesi
di coloro che assumono la proposizione in senso composto quando il modus!
precede il dictum o lo segue e in senso diviso quando esso sta tra le parti del
dictum '6, ma respinge anche la tesi di chi (come Pietro di Mantova) ritiene
che si ha senso composto solo quando il modus precede il dictum, mentre quando
esso sta tra le parti del dicturz 0 lo segue si ha senso diviso !”. Per parte
sua si schiera con coloro che 14 Logica magna, cit., I, 21, f. 76rb. 195 Si
ricordi (cfr. cap. VI, n. 279 e il cap. V, sulle proposizioni modali), che
Paolo Veneto ammette varie specie di ‘modi’; cfr. ivi, f. 76rb-va: Pro quo est notandum quod omnes illi modi
superius explicati, puta nominalis, verbalis, participialis et adverbialis,
sensum compositionis et divisionis exprimere possunt, sed qualiter est
difficultas . 196 Ivi, f. 76va: Dicunt
quidam quod universaliter quandocumque modus simpliciter praecedit orationem
infinitivam vel finaliter subsequitur eandem, sensus compositus firmiter
nominatur, ut ‘possibile est Socrates currere’, “Socratem currere est
possibile’; sed quando mediat dictum, sensus divisus vocatur, ut ‘Socratem
possibile est currere’ . 197 Ivi: Alli
dicunt quod quando modus simpliciter praecedit est sensus 256 Alfonso Maierù ritengono
che il modus posto in fondo fa sì che la proporzione sia assunta indifferenter
in senso composto e in senso diviso: Dico ergo aliter tenendo medium istorum,
quod quandocumque modus simpliciter praecedit dictum categoricum vel
hypotheticum facit sensum compositum, et quando mediat verbum dicti et primum
extremum tenetur in sensu diviso; sed quando finaliter subsequitur idem potest
indifferenter sumi in sensu composito et (in) sensu diviso 18, Li Quando è in
senso composto, la proposizione è officiabile in ragione del termine
officiabile che precede o segue il dictum (la proposizione, con l’officiabile
che segue il dicturz, aequipollet ‘9 a quella con l’officiabile che precede);
ma quando è in senso diviso essa è resolubile. Ma bisogna fare attenzione:
quando la proposizione in senso diviso ha il zzodus a patte praedicati , se un
termine comune precede il verbo di modo infinito, la probatio comincia dal
termine comune; ma se il verbo è preceduto solo da un termine immediato, la
probatio comincia dall’officiabile anche quando questo sia preceduto da un
termine comune posto comunque dopo compositus ut prius, sed quando mediat vel
finaliter subsequitur est sensus divisus, ut “4 scio esse verum’ et ‘4 esse
verum est scitum a me. Cfr. PieTRO DI MANTOVA, Logica, cit., f. [105va]: Item,
praemittamus quod verba pertinentia ad actum mentis faciunt sensum compositum
et sensum divisum. Faciunt autem sensum compositum cum totaliter praecedunt
dictum propositionis, ut ‘scio hominem currere’; sensum autem divisum faciunt
cum inter partes dicti mediant aut totaliter sequuntur: ideo haec est in sensu
diviso ‘hominem scio currere’, aut ‘hominem cutrere scio’ (è il trattato De scire et et dubitare, e la
giustificazione è che questi verbi operano la e a sui termini seguenti, non su
quelli precedenti; si veda cap. VII, ; i " Ried ale Logica magna, cit., I,
21, f. 76va; in luogo di surzi, In sensu composito est falsa (sc. propositio
‘creantem esse deum est necessarium’) quia tunc aequipollet huic ‘necessarium
est creantem esse deum’ et officiabilis, sicut illa valet: propositio est
necessaria ‘crean: est deus’ sic primarie significando, quod falsum est . i
Terminologia logica della tarda scolastica 557 il verbo di modo infinito ?°,
Degli officiabili, i termini modali nella forma verbale fanno senso composto se
sono presi impersonalmente, senso diviso se presi personalmente ?", mentre
la loro forma avverbiale, che è esponibile, si comporta in tutto come la forma
nominale ?®. La proposizione interpretabile in senso composto e in senso Est
ergo pro toto notandum quod quando talis modus finaliter subsequitur et tenetur
in sensu diviso, si verbum infinitivi modi terminus mediatus praecedit, ab ipso
incipiatur probatio propositionis. Si autem fuerit terminus immediatus, a modo
incipiatur probatio propositionis per officiantes, non obstante quod ipsum
praecesserit terminus mediatus existens post verbum, verbi gratia dicendo: ‘hoc
esse creans est necessarium’, illa propositio officiabilis est sicut illa cui
aequipollet: ‘hoc necessarium esse est creans’. Sed dicendo: ‘hoc creans esse
est necessarium’, propositio illa est resolubilis respectu istius termini
‘creans’, sicut illa ‘hoc creans necesse est esse’. Ita ergo quod si dicerem
‘deum esse creantem est necessarium’, primus terminus probabilis est li ‘deum’
et secundus est li ‘necessarium’. Sed si dicerem: ‘deum cteantem esse est
necessarium’, primus terminus est li ‘deum’ et secundus li ‘creantem’, dato
adhuc quod sit appositum verbi infinitivi . È da notare che, allo stesso
proposito (senso diviso con modo in fine), l’autore ha sostenuto che la
proposizione creantem esse deum est
necessarium è resolubile grazie al
termine creanferz, così: hoc esse deum
est necessarium et hoc est creans, ergo creantem esse deum est necessarium , e
che la proposizione hoc esse deum est
necessarium va officiata ( Et in sensu
diviso similiter, quia debet officiari immediata facta resolutione primi
termini , ivi). 201 Ivi, f. 76vb: Verumtamen est notandum quod huiusmodi verba
‘potest’ et ‘contingit’ non habent huiusmodi distinctionem. Quandocumque nam
personaliter sumuntur faciunt sensum divisum, ut ‘antichristus potest esse’,
aut ‘Socrates contingit currere’; sed quando impersonaliter sumuntur, tune
faciunt sensum compositum, ut ‘potest esse quod antichristus sit, vel currat”,
‘contingit hominem currere’ aut ‘contingit quod Socrates legit, vel disputat’
etc. Quaecumque igitur dicta sunt de terminis officiabilibus possunt etiam in
terminis modalibus exponibilibus confirmari, ita quod quando modus praeponitur
facit sensum compositum, ut ‘necessario omnis homo est animal’, quando mediat
inter subiectum et praedicatum facit sensum divisum, ut ‘omnis homo necessario
est animal’; sed quando finaliter subsequitur potest 558 Alfonso Maierù diviso
può essere vera o falsa in entrambi i sensi: ma è necessario distinguere questi
sensi, a meno che la proposizione non sia vera in entrambi 2°. Regola generale
è la seguente: A sensu composito ad
sensum divisum et e converso non valet argumentum 24, anche se in casi particolari l’inferenza
può essere valida 25, I maestri che commentano il testo di Heytesbury ne
espongono la dottrina in sette o otto modi 2%: in genere i modi 5 e 6 di
Heytesbury sono trattati in uno solo, il quinto 2”, mentre c'è oscillazione a
proposito dell’ultimo modo appena accennato da Heytesbury: alcuni ne trattano,
altri no ?®, indifferenter sumi in sensu composito vel diviso, ut ‘omnis homo
est animal necessario’ , . i Ivi, f. 76va:
Dico quod quaelibet istarum (sc. propositionum) et consimilium cum proponitur
est distinguenda secundum compositionem et divisionem nisi in utroque sensu
fuerit vera . 24 Logica parva, cit., III, e Logica megna, cit., I, 21, f. 76vb:
Ex ista sententia infero istam conclusionem, quod a sensu composito ad sensum
divisum cum termino officiabili frequenter fallit argumentum. Similiter a sensu
diviso ad sensum compositum non valet talis forma arguendi. ca Ivi, f. 74va: Et
si ex his concluderes quod sensus compositus convertitur cum sensu diviso, dico
quod verum est quando utrobique modus est primum probabile . Sed
quando modus non utrobique est primus terminus, tunc sensus compositus non
convertitur cum sensu diviso . Si tratta, in tal caso,
dell’equivalenza (convertitur) tra i due modi. 206 Invece di Unde octo vel novem modis accidit del f. 2rb dell'edizione 1494 del testo di
Heytesbury, il ms. Roma, Bibl. Casanat. 85, f. 8rb, il ms. Venezia, Bibl.
Marciana, Z. lat. 277 (= 1728), f. 12v, e l’ed. 1501 col commento di Sermoneta,
cit., f. 3rb, leggono Unde septem vel
octo modis . ar Il testo, cit., f.
12rab: Quintus modus mediante illa
copula coniunctionis ‘et’ et ‘vel’ ; il
ms. Marciano, al f. 12v, pone solo la
copula coniunctionis ‘et’ e non
accenna a vel; ma a f. 14r tratta di e£ e al f. 14v, di seguito, di vel. 208 I
mss. Casanat. e Marciano non hanno l’ottavo modo (il nono di Heytesbury) né,
dei commenti, lo hanno quelli di Paolo da Pergola e di Benedetto Vettori, come
si vedrà. Terminologia logica della tarda scolastica 559 Il primo di questi
commenti è quello di Paolo da Pergola. Il maestro discute sette modi e di
ciascuno considera analiticamente gli elementi differenzianti l’un senso
dall’altro e i casi in cui l’implicazione di un senso da parte dell’altro è
lecita. Il primo modo ha luogo con i termini modali ( sive sumantur
nominaliter, sive verbaliter, sive adverbialiter ), e si ha senso composto
quando il modo praecedit vel subsequitur
dictum propositionis , e, se è verbo, esso ha forma impersonale; quando invece
il modo (se verbo, in forma personale)
mediat inter partes dicti seu extremorum
si ha senso diviso ?”. In tre modi differiscono senso composto e senso
diviso: innanzi tutto, il senso composto esige, a differenza del senso diviso,
che i termini della proposizione abbiano una verifica istantanea; inoltre, la
proposizione in senso composto richiede che si possa formulare la
corrispondente proposizione de inesse insieme con la proposizione modale senza
che ne segua alcun inconveniente, ma ciò non è richiesto dal senso diviso 210.
infine, il senso composto va provato officialiter, mentre il senso diviso va
provato secondo che richiede il primo termine della proposizione ?!!, Dall’uno
all’altro senso, e viceversa, vale l’inferenza solo quando si verificano le
seguenti tre condizioni: che anche il senso diviso come il senso composto
richieda una verifica istantanea (l’esempio addotto ha il verbo potest)”; che
il relativo implicativo qui, Cfr. PaoLo pa PercoLA, De sensu composito et
diviso. Ivi; forse è un po’ forte
intendere l’espressione ponere in
esse come formulare la proposizione de
inesse corrispondente, ma cfr. n. 239. 21 Ivi. 212 Cfr. gli autori seguenti.
Credo che questo sia il senso della frase di Paoto (op. cit., p. 150): Prima,
quod compositio sit verificabilis pro instanti et non exigat tempus limitatum.
Ideo non sequitur: Tu potes proferre A propositionem, ergo potest esse quod tu
proferas A propositionem . Qui compositio non vale senso composto (ché
altrimenti avremmo una ripetizione di ciò che si sa) ma vale ‘complesso’ dei
termini che costituiscono una quando è presente nella proposizione, non denoti
altro nel senso composto e altro nel senso diviso; che i termini occorrenti non
siano repugnantes o opposti (es. iustus-iniustus)?, Nel secondo modo, con i
termini confundentes, si ha senso composto quando il termine comune ha
supposizione confuse tantum e senso diviso quando ha supposizione determinata:
poiché la supposizione determinata è verificabile mediante disgiunzione, ciò
che differenzia l’un senso dall’altro è che nel senso diviso si ha la verifica
con disgiunzione che nel senso composto non si può avere. Perciò dall’uno
all’altro senso e viceversa non vale l’inferenza, almeno da un punto di vista
formale, anche se può valere gratia
terminorum ?!, Il terzo modo ha luogo
con i pronomi relativi. Senso composto e senso diviso possono aversi in due
modi: innanzi tutto, si ha senso composto quando occorre nella proposizione qui
(relativo implicativo) e senso diviso quando in luogo di qui si ha et ille; ma
in entrambe le proposizioni può occotrere lo stesso pronome qui: in tal caso il
senso composto si ha quando il pronome precede il verbo principale ed è unito
al suo antecedente; quando invece esso segue il verbo principale, si ha senso
diviso 2! Nel primo caso, il senso diviso costituisce una ptoposizione
ipotetica di contro al senso composto che è proposizione categorica; nel
secondo caso il senso diviso è magis
distributus rispetto al senso composto.
Perciò, nel primo caso l’inferenza tra i due sensi vale solo eccezionalmente
?!5; nel secondo, l’infeproposizione o un dictum, e quindi sta per la
proposizione stessa in senso composto o in senso diviso. Cfr. StropE, Logica,
cit., f. 23vb: ali quando verbum
requirit instans pro supposito, id est pro quo debet propositio probari vel
verificati, et aliquando tempus . PaoLo
DA PERGOLA, op. cit., p. 150. 214 Ivi: il testo ha solo non valet argumentum de forma , ma pare che
ciò importi che può valere gratia
materiae . 215 Ivi. 216 Ivi, p. 151: A resolutione de gui in et et ille, illa,
ilud valet arguTerminologia logica della tarda scolastica 561 renza vale dal
senso diviso al senso composto, e non viceversa CA Il quarto modo, che si
verifica con totus e infinitus, è spiegato da Paolo con gli stessi elementi
forniti da Heytesbury: si ha senso diviso quando uno di essi precede tutti gli
altri; se invece segue il verbo principale, o è preceduto da un altro termine,
si ha senso composto. La differenza fra i due sensi è quella che deriva dalla
funzione di categorema o di sincategorema che i due termini possono avere, e
dall’uno all’altro senso e viceversa non vale Vinferenza 28, . Il quinto modo
ha luogo con et o vel (oppure 442): si ha senso composto quando i termini
congiunti da e? o vel stanno collective e senso diviso quando stanno divisive;
oppure: senso composto è quando i termini in congiunzione o in disgiunzione
stanno dalla stessa ‘parte’ della proposizione (cioè dalla parte del soggetto o
del predicato), senso diviso quando stanno in parti diverse. La differenza tra
l’un senso e l’altro è data dal fatto che il senso composto richiede la
verifica di tutti i termini della congiunzione 0 della disgiunzione insieme,
mentre il senso diviso comporta la verifica di ciascun termine per sé (e quindi
anche di uno in assenza degli altri). Perciò, infine, dal senso composto al
senso diviso DO viceversa non vale la consequentia”?. Per quanto riguarda în
particolare la disgiunzione, poiché da un elemento di essa all’intera
disgiunzione vale l’inferenza ( hoc est homo, ergo hoc est homo vel asinus ),
Paolo da Pergola avverte che questa non ha luogo quando la disgiunzione è
preceduta da un termine distrimentum quinque conditionibus observatis. Prima
quod non referatur antecedens stans confuse tantum. ...]. Secunda quod non
praecedat terminus distributus. Tertia quod verbum principale non sit negatum.
(tesa FA Quarta quod non praecedat terminus qui indifferenter potest teneri
categorematice et syncategorematice. Quinta quod non praecedat terminus modalis
de sensu composito . 217 Ivi. 218 Ivi, pp. 151-152. 219 Ivi, p. 152. 562
Alfonso Maierù butivo o avente importo distributivo ( tu differs ab asino, ergo
tu differs ab homine vel ab asino : non vale) ?®, Il sesto modo si ha con la
determinazione ita fuit ?!, ita erit, ita potest esse: una proposizione è in
senso composto quando è preceduta dalla determinazione (e il verbo in tal caso
è di tempo presente, come si ricava dagli esempi), altrimenti è in senso diviso
(e il verbo non è di tempo presente, ma ha il tempo che ha la determinazione
del senso composto). Il senso composto importa che la determinazione restringa
la proposizione al tempo o al modo indicato dalla determinazione, mentre il
senso diviso considera la proposizione absolute 2. Dal senso composto al senso
diviso l’argomentazione non vale quando intervengono altri elementi
sincategorematici 2*; se invece è in
terminis simplicibus , l’argomentazione vale dall’un senso all’altro senso e
viceversa ?*. Infine, il settimo modo si ha con i termini mentali: quando il
termine mentale precede o segue il dictum della proposizione, si ha senso
composto (come per il primo modo), quando esso sta tra le parti del dictuzz si
ha senso diviso. Nel senso composto, essendo il dictum determinato dal termine
mentale, i termini del dictum sono disposti alla confusio e alla appellatio rationis
3, ciò che non avviene per il senso diviso. Per quanto attiene ai rapporti fra
i due sensi, l’autore elenca nove regole, delle quali la sesta, la settima e
l’ottava riguardano 220 Ivi, p. 153. 221 L’editore legge Il/la fuit (ivi). 22
Ivi. 223 In tre casi secondo l’autore:
Primo cum termino distributo ;
Secundo mediante termino confundente confuse tantum. Tertio
respectu duplicis compatationis. 224 Ivi:
Sed in terminis simplicibus et sine distributione et sine termino
confundente confuse tantum respectu simplicis comparationis, a sensu composito
ad sensum divisum, et e contra valet argumentum . 25 Ivi: sensus compositus est aptus natus ad
confusionem et appellationem rationis, dummodo terminus fuerit capax; divisus
hoc non exigit simpliciter . Per l’appellatio rationis, cfr. cap. I, $ 6. a
Terminologia logica della tarda scolastica 563 i sillogismi 6 e la nona dà
raccomandazioni per l’utilizzazione del settimo modo nella disputa e nei casus
obligationis ?: petciò tralasciamo queste ed esaminiamo le prime cinque. Prima
regula est ista, a sensu composito ad sensum divisum et e contra non valet
argumentum nisi in tribus casibus;
primo, cum termino demonstrativo simpliciter sumpto ut: Hoc scio esse verum,
ergo scio hoc esse verum . Secundo, cum prunomini demonstrativo additur
determinatio palam convertibilis cum praedicato. Ideo bene sequitur: Hoc album
scio esse album, ergo scio hoc album esse album, et e converso. Tertio cum
pronomini demonstrativo additur determinatio palam superiori praedicato ut: Hoc
coloratum scio esse album, ergo scio hoc coloratum esse album 28. Ma questi tre
casi non valgono con i termini dubito, credo, imaginor, suspicor, apparet 2.
Per quanto riguarda le regole successive, bisogna premettere che Paolo
distingue, con Heytesbury, termini
omnino noti (come ens, aliguod, hoc), termini medio modo noti (substantia, corpus, homo, Socrates), e
termini omnino ignoti (come le variabili
A, B, C). La seconda regola è la seguente:
A termino magis noto ad minus notum vel omnino ignotum in terminis
mentalibus non valet argumentum, nec a minus noto ad magis notum 2°, Le regole tre e quattro ? riguardano
proposizioni contenenti termini omznino ignoti: si tratta di problemi de scire
et dubitare (quando si può dire che una proposizione è scita, dubitanda,
neganda ecc.), che non esaminiamo in questa sede. Infine, la quinta regola è la
seguente: A sensu diviso ad sensum
divisum de forma non valet argumentum : ad esempio, 226 Ivi, pp. 156-158. 21
Ivi, p. 158. 228 Ivi, pp. 154-155. 29 Ivi, p. 155. 230 Ivi. 231 Ivi, pp.
155-156. 564 Alfonso Maierù non vale A
scio esse verum, ergo verum scio esse A , giacché non si tratta di conversione
semplice della proposizione; la conversa di
A scio esse verum secondo Paolo
è scitum esse verum est A? Il testo di
Paolo dipende strettamente da quello di Heytesburye ne rappresenta una lettura
attenta alle minime pieghe del discorso, condotta secondo il criterio
della probatio propositionis (in particolare nel primo modo), che però non
è spinto, mi pare, fino a forzare l’originale carattere del testo. Ciò che
Paolo viene esplicitando si irrigidisce però in piatte formule scolastiche, che
del resto ben rispondono alla intenzione dell’autore, il quale vuole fornire,
come dice nella dedica a Pettus de Guidonibus, una tavola o prontuario ordinato
della materia, già nota e diffusa in modo disordinato, come strumento cui
ricorrere per evitare i sofismi con l’ausilio di regole certe ?*. La seconda
expositio del testo di Heytesbury che esaminiamo in questa sede è dovuta a
Battista da Fabriano. Egli premette all'esame dei singoli modi alcune
osservazioni. Innanzi tutto, arguendo a
sensu composito ad sensum divisum aut e converso ut plurimum et frequenter
consequentia non tenet 24: la
proposizione in senso composto e quella in senso diviso non si implicano
reciprocamente, né l’una in qualche modo implica l’altra, da un punto di vista
generale. Inoltre, non è possibile dare un’unica descrizione del senso composto
e del senso diviso, essendo i modi più di uno; quindi, ad esempio, non si può
caratterizzare la proposizione in senso composto come quella in cui il modo
precede o segue il dictum e la proposizione in senso diviso come quella in cui
il modo sta tra le parti del dictum: infatti non tutte le proposizioni in senso
232 Ivi, p. 156. 233 Cfr. ivi, p. 149. 234 BarTISTA DA FABRIANO, Expositio...,
cit., f. 4ra. composto o in senso diviso hanno un modo e un dicturz. Quindi è
necessario fornire, per ogni modo, una descrizione appropriata dei due sensi
”5. L’osservazione è impottante, specie se si tiene presente che lo stesso
Paolo Veneto impostava ancora la determinazione dei due sensi sulla posizione
del termine officiabile nella proposizione. Battista da Fabriano ricava il
rilievo dall’esame dei vari modi di Heytesbuty. I modi esaminati sono otto.
Rispetto al trattato di Paolo da Pergola, Battista considera in più il modo
caratterizzato dai termini connotativi. In breve, seguiremo l’esposizione di
Battista, sottolineandone gli elementi di novità. Nel primo modo (con i termini
modali), la forma verbale del modo (ad es. potest) assunta personaliter fa
senso diviso ?*, assunta impersonaliter fa senso composto #”; la forma nominale
(possibile, impossibile) fa senso composto quando precede o segue il dictum, se
cade inter partes dicti fa senso diviso 8. Le differenze fra i due
sensi sono quelle stesse elencate da Paolo da Pergola”? e sostanzialmente allo
stesso modo è fissata qui la possi235 Ivi, f. 4ra-b. 236 Ivi, f. 4va: personaliter quando (sc. potest, non potest)
construuntur cum recto a patte ante , cioè quando il verbo è preceduto dal
nominativo (rectus). 237 Ivi: Sed ista verba sumuntur impersonaliter quando non
recipiunt suppositum per rectum, sed totaliter cadunt super adaequatum
significatum alicuius propositionis . 238 Ivi. 239 Ivi, f. 4vb: Prima, quia propositio in sensu diviso universaliter
probatur secundum exigentiam termini mediati praecedentis, si quis fuerit
talis, de sensu composito autem probatur officiabiliter. Secunda est, quia
propositio de sensu diviso cum li possibile non ponitur in esse sed de sensu
composito cum li ‘potest’ vel ‘possibile’ ponitur in esse, sicut ista:
‘possibile est te esse Romae? aut ‘potest esse quod tu sis Romae’; istae duae
debent poni in esse, id est, si possibile est te esse Romae et ponatur: ‘tu es
Romae’, nullum sequitur impossibile; et similiter, si potest esse quod tu
curras, et ponatur in esse quod tu curras, hoc admisso, nullum sequitur] bilità di inferenza da un modo all’altro 9.
Nel secondo modo, con i termini confurndentes, il senso composto si ha quando
il termine confundibilis segue quello confundens; quando invece il termine
confundibilis precede quello confundens si ha senso diviso #!, Le differenze
fra i due sensi sono fornite qui molto più chiaramente che nel testo di Paolo
da Pergola: impossibile. Et hoc modo intelligitur: possibili posito in esse
nullum sequitur impossibile. Sed de sensu diviso non ponitur in esse, ut ‘album
potest vel possibile est esse nigrum’ non ponitur in esse, quia de facto album
possibile est esse nigrum et tamen, si ponatur in esse, sequitur impossibile
[cioè album est nigrum], ut patet.
Similiter de ista ‘sedentem possibile est currere’: si ponatur in esse,
sequitur impossibile, videlicet ‘sedens currit?. Tertia differentia est, quia
propositio in sensu composito cum li ‘possibile’ vel ‘potest’ requirit
verificationem instantaneam respectu compositionis sequentis, hoc est requirit
compositionem sequentem posse verificati pro instanti mediante ista nota ‘est’,
ut patet, sed de sensu diviso hoc non requirit, sed significat successionem
respectu diversarum partium temporis respectu illorum terminorum positorum in
illo dicto . 20 Delle regole di BATTISTA, la quinta (ivi, f. 5vb) riassume le
tre condizioni di validità poste da Paolo; la prima (ivi, f. Sra), la terza
(ivi, f. 5va) e la quarta (ivi, f. 5va-v) sottolineano separatamente la
mancanza delle stesse condizioni. Nuova è la seconda regola (ivi, f. Srb-va):
Secunda regula: arguendo a sensu composito ad divisum cum li ‘possibile’ vel
‘potest’ in terminis compositis non valet consequentia formaliter et
simpliciter. Unde non sequitur: ‘possibile est te esse omnem hominem, ergo tu potes
esse omnis homo’ . 241 Ivi, f. 6rb; ma Battista caratterizza la differenza tra
i due sensi servendosi di varie formule (ivi):
est sensus compositus in hoc modo cum terminus communis stat confuse
tantum sequens aliquem istorum terminorum vel, melius, sensus compositus est
cum terminus communis stat confuse tantum vel immobiliter, sensus vero divisus
est cum terminus capax confusionis stat determinate vel mobiliter; nam dicendo:
‘promitto tibi omnem denarium’, haec est in sensu composito quantum ad hunc
modum, et terminus communis non stat confuse tantum; vel dicatut quod sensus
compositus est cum terminus confundibilis ab his terminis sequitur aliquem
horum termi norum, divisus vero cum terminus confundibilis praecedit vel cum
idem terminus stat determinate. differt sensus compositus a diviso quantum ad
istum modum dupliciter. Primo, quia ista de sensu composito est probabilis
ratione termini facientis sensum compositum, sed illa de sensu diviso ratione
termini praecedentis. Secundo, quia propositio de sensu diviso requirit
verificationem disiunctivam vel copulativam, ut ‘denarium promitto tibi’ aut
‘omnem denarium tibi promitto’, illa vero de sensu composito non requirit talem
verificationem, ut ‘promitto tibi denarium’ non requiritur quod promittam tibi
4 denarium vel quod promittam tibi et denarium, et ita de aliis similiter 2. I due sensi sono ad invicem impertinentes e perciò non è lecita l’inferenza dall’uno
all’altro *, a meno che i termini che insieme a quello confundens formano la
proposizione non siano singolari e semplici, giacché in tal caso la
supposizione non varia, sia che il termine segua sia che preceda il verbo
confundens. Così sono lecite le conseguentiae:
incipio videre Socratem, ergo Socratem incipio videre , promitto tibi 5 denarium, ergo b denarium
tibi promitto ?f. Nel terzo modo, con il
pronome relativo, si può avere senso composto in tre forme: quando l’antecedens
del relativo ha supposizione confusa
tantum (es. promitto tibi denarium quem tibi promitto ),
quando il relativo è congiunto all’antecedens che sia distributum (cioè
quantificato da omnis) senza che tra antecedens e relativo sia posto il verbo
principale ( omnis homo qui est albus curtit ), o quando il verbo principale è
preceduto dalla negazione ( chimaera quae currit non movetur ). Quando non si
verifica nessuno di questi casi, si ha senso diviso (es. ali242 Ivi, f. Grb-va. 243 Ivi, f. 6va.
Aggiunge l’autore (ivi): Et notandum
quod ‘indigeo’, ‘requiro’, ‘praesuppono’ et huiusmodi non confundunt confuse
tantum nisi cum gerundio. Unde si dicatur: ‘indigeo oculo”, li ‘oculo’ stat
distributive, sed dicendo: ‘indigeo oculo ad videndum’, li ‘oculo’ stat confuse
tantum immobiliter . 24 Ivi, f. 8va. 568 Alfonso Maierù quis homo qui
est albus currit )?5. Tenendo presente che il pronome qui in una proposizione in senso composto
non può essere risolto in ef e ille e che il pronome relativo, posto nella
stessa categorica, ha la supposizione del suo artecedens, mentre, posto in una
categorica diversa da quella che contiene l’antecedens (si tratta quindi di una
proposizione ipotetica composta di due categoriche), ha supposizione
determinata e replicat totam
compositionem sui antecedentis (così,
data omnis homo est animal et illud est
rationale , la seconda categorica vale
animal quod est omnis homo est rationale , di modo che illud ha
supposizione determinata ma replicat [cioè richiama] tutta la compositio
precedente) 24, argomentando dal senso composto inteso nella prima forma al
senso diviso non vale la conseguentia perché l’antecedente è vero e il
conseguente è falso 2”; argomentando dal senso composto inteso nella seconda
forma al senso diviso la consequentia non vale”, ma vale se si argomenta dal
senso diviso al senso composto ?*; argomentando dal senso composto nella terza
forma al senso diviso, non valet
consequentia de forma licet valeret quandoque gratia materiae 9. Per quanto riguarda il quarto modo (con
infinitus e totus) l’autore non fornisce altro rispetto a quanto sappiamo ?! se
non 245 Ivi, ff. &va-b e 9vab. 26 Ivi, f. 8vb. 27 Ivi, ff. 8vb-9ra. 248
Ivi, f. 9ra. a Ivi, f. 9rb: Arguendo
tamen e converso in omnibus his, consequentia est bona, quia in his quicquid
significat sensus compositus significat sensus divisus, et plus, ut dictum est
. 250 Ivi, f. Iva. 251 Senso composto è quando il termine è categorema, cioè
quando è a parte praedicati, o a parte subiecti, ma preceduto da una
determinatio (ivi, ff. 9vb e 11ra); dall’un senso all’altro e viceversa non
vale la consequentia (ivi, ff. 10ra e 11rh). Terminologia logica della tarda
scolastica 569 la determinazione chiara della differenza fra senso composto e
senso diviso: Et differt valde sensus compositus a diviso mediante hoc termino
‘infinitus, ta, tum’. Primo, quia in sensu composito significat aliquod certum
et determinatum esse sine principio et sine fine . Sed in sensu diviso
syncategorematice significat, quocumque finito dato vel dabili, dari maius in
quacumque proportione . Est enim una alia differentia, quia
syncategorematice est signum confusivum et re(d)dit totam propositionem
exponibilem. Unde haec est exponibilis ‘infinitus est aliquis numerus’ et
praedicatum stat confuse tantum, ut patet. Sed haec ‘aliquis numerus est
infinitus’ non est exponibilis sed resolvitur, et praedicatum stat determinate
??; Differt sensus compositus a diviso
cum isto termino ‘totus’ etc., quia in sensu diviso reddit propositionem
exponibilem, in sensu composito est ferminus resolubilis. Item in sensu diviso
convertitur cum universali et est terminus confusus, sed in sensu composito neutrum
sibi convenit, ut patet. Item differunt in significato, quia in sensu diviso
et syncategorematice ‘totus’ idem est quod ‘quaelibet pars’ sed in sensu composito significat ens
integrum et perfectum cui nihil deest, ut patet ex usu loquendi et accipiendi
hos terminos 25, î Dall’uno all’altro senso l’inferenza non vale; né si dica
che argomentazioni come infinita sunt
finita, ergo finita sunt infinita sono
consequentiae valide perché si procede a conversa ad convertentem ; risponde il
maestro: Dicatur quod nulla illarum est
bona conversio, cum continue in una tenetur idem terminus categorematice et in
alia syncategorematice 25, Il quinto
modo, come è noto, ha luogo con le congiunzioni et e vel: si ha senso composto
quando i termini congiunti da una delle due particelle stanno collective e
senso diviso quando i ter mini stanno divisive ; ciò significa che, mentre le
proposizioni; a deest il testo aggiunge est. 254 Ivi, f. 1lva. 25 Ivi. 570
Alfonso Maierù in senso diviso equivalgono, rispettivamente, a una congiunzione
di proposizioni se si tratta della particella ez, e a una disgiunzione di
proposizioni se si tratta di vel *, le proposizioni in senso composto
richiedono che la verifica della congiunzione o della disgiunzione avvenga
rispettivamente coniunctim o divisim?". Ecco alcuni esempi. Le
proposizioni Socrates et Plato sunt duo
homines e omnis numerus est par vel impat sono in senso composto perché non equivalgono
a Socrates est duo homines et Plato est
duo homines e a omnis numerus est par vel omnis numerus est
impar ; le proposizioni tu es homo et
albus , tu es homo vel asinus sono in
senso diviso perché equivalgono, rispettivamente, alle proposizioni
molecolari tu es homo et tu es albus
, tu es homo vel tu es asinus , per le
quali valgono le regole operative della congiunzione e della disgiunzione. Se
però il complesso di termini congiunti dalle suddette particelle è preceduto da
un signum confusivum , distributivo o
negativo (es. differt, aliud), le proposizioni sono in senso composto e le
regole della congiunzione e della disgiunzione non sono applicabili 8. Per
quanto riguarda il sesto modo, le notizie date da Battista Ivi, f. 1lvb: Et ex his patet differentia
inter sensum compositum et divisum quoad hunc modum, quoniam in sensu diviso
copulatum aequipollet copulativae et disiunctum disiunctivae, sed in sensu
composito non. Patet etiam alia differentia, quia in sensu diviso a copulato ad
quamlibet eius partem et a qualibet parte disiuncti ad totum disiunctum valet
consequentia, sed in sensu composito non valet . Ivi, f. 1lva per la congiunzione ef: Sensus veto compositus requirlt
verificationem totius copulati collective et non divisive , f. 11vb pet vel: Sensus vero compositus [....] requirit quod verificetur totum disiunctum collective
. 28 Ivi, f. 12ra-b. Infine, l’autore si chiede se, poste le particelle 4 parte
subiecti, i termini congiunti o disgiunti siano tutti distribuiti oppure solo
il primo; es. omnia duo et tria sunt quinque ,
omnis homo vel asinus est asinus : cfr. ivi, f. 12rb-va. Terminologia
logica della tarda scolastica 571 sono analoghe a quelle fornite da Paolo,
comprese le regole riguardanti la validità dell’inferenza dall’un senso
all’altro, con la sola aggiunta della non validità nel caso sia presente un
relativo implicativo ?. È da notare però la precisazione relativa al valore
della copula est della proposizione che nel senso composto segue la
determinazione: Universaliter in omnibus huiusmodi propositionibus li ‘est’
non significat tempus quod iam e(s)t praesens, sed tempus quod tunc in illo
instanti ad quod fit limitatio fuit praesens vel erit praesens. Il verbo “est”,
cioè, PERDE LA CONNOTAZIONE TEMPORALE AD ESSO PROPRIA, e conserva il solo
valore sincategorematico, lasciando che la connotazione temporale sia affidata
al tempo del verbo posto nella determinatio. Anche per il settimo modo l’autore
ritiene la dottrina tradizionale: con i termini designanti atti dell'anima la
proposizione è in senso composto quando il verbo, sive praecedat sive sequatur,
determina il dictum, e allora la proposizione va provata in funzione del verbo
che causa senso composto; è in senso diviso quando il verbo sta tra le parti
del dictum ed è da probare in funzione del primo termine della proposizione
stessa. Perciò le proposizioni esprimenti i due sensi sono valde ad invicem impertinentes et raro vel
numquam convertibiles 24, a meno che la
consequentia dall'uno all’altro senso non valga
gratia materiae et terminorum. L’ottavo modo è qui per la prima volta
discusso. Facendo leva sulla distinzione tra termini substantiales e
connotativi o accidentali, ricavata da Occam?, l’autore afferma che l’ottavo
259 Per le regole, cfr. ivi, ff. 13rb-14va; per il relativo, ivi, f. 13vb. 260
Ivi, f. 13rb. 261 Cfr. capitolo III, e capitolo IV, $ 2. 22 , f. 14vb. Ivi. 264 Ivi, f. 15va. 265 Summa logicae; v.
cap. I, $ 2. 572 Alfonso Maierù modo ha luogo con i termini accidentali o
connotativi, e aggiunge che, se questo modo è meglio assimilabile alla
fallacia figurae dictionis o dell’accidente, se ne discute nel senso
composto e nel senso diviso perché quei termini, posti 4 parte praedicati,
hanno appellatio rationis se costruiti con i verbi designanti atti
dell'intelletto, e appellatio
temporis se sono costruiti con il verbo
al tempo passato o futuro *. Si ha senso composto quando il termine connotativo
ha appellatio ( animal fuit album ,
cognosco venientem ), se il termine non ha appellatio la proposizione è
in senso diviso ( album fuit animal,
venientem cognosco ) ?”, L’inferenza dall’un senso all’altro non vale,
se non talora gratia materiae 24. Né è da dire che la consequentia vale, ad
esempio, nel caso di album erit hoc perché si considera hoc erit album come conversa della prima: infatti la BATTISTA DA FABRIANO, ., f. 17rb-va: Iste est octavus et ultimus modus. Et fit
mediantibus terminis accidentalibus vel connotativis positis quandoque a parte
praedicati quandoque a parte subiecti respectu verbi de praeterito aut de futuro
aut verbi concernentis actum mentis vel intellectus , e f. 17va-b: Notandum tertio quod appellatio temporis est
acceptio termini habentis respectum ad solum tempus importatum per verbum, ut
“hoc erit album’: li ‘album’ respicit solum tempus futurum et ad hoc (ex huc)
ut ista sit vera requiritur quod aliquando erit ita quod hoc est album; sed in
illa ‘album erit hoc”, li ‘album’ stat ampliative et supponit divisive pro eo
quod est vel erit album et non requiritur quod erit ita quod est album; et similiter
dicatur respectu verbi de praeterito. Appellatio autem rationis est acceptio
termini limitati a termino praecedente concernente actum intellectus, ut
‘cognosco venientem’: ibi est appellatio rationis [est], quia terminus sequens
terminum concernentem actum intellectus supponit pro suo significato sub
ratione tali; unde ipsa significat quod cognosco aliquid sub ratione venientis;
sed sic non significat illa ‘venientem cognosco’, sed quod illa(m) rem cognosco
et illa est veniens, et ideo patet quod valde differunt ; il cenno alla
fallacia figurae dictionis e alla
fallacia accidentis è al f. 17va. 267
Ivi, f. 17va. 268 Cfr. in part. ivi, f. 18rb. Terminologia logica della tarda
scolastica 573 conversione della prima proposizione è: hoc erit quod est vel erit album ?9. Ancora più analitica l'esposizione di
Alessandro Sermoneta rispetto a quelle esaminate; di essa ricordiamo gli
elementi nuovi e caratteristici. Scopo dell’opuscolo di Heytesbury, secondo
Alessandro, è quello di facilitare la soluzione dei sofismi e di aiutare ad
evitare gli errori, giacché compito di quella parte della dialettica che si
chiama sofistica (o sopbistaria) non è quello di far sì che gli altri cadano in
errore, quanto quello di evitare gli errori ?°°. L’opuscolo perciò è da pospotre
a quello dei Primzi analitici !: questo mostra la corretta formazione del
sillogismo, il nostro trattato mostra le deceptiones; infine, esso fa parte
della dialettica ??, Del senso composto e del senso diviso non è possibile dare
una descrizione univoca — ritiene Sermoneta ”* con Battista da Fabriano —
giacché i modi sono otto, e può succedere — aggiunge Alessandro — che una
stessa proposizione, considerata secondo vari modi, può essere ora in senso
composto, ora in senso diviso 7°. Primo modo. Quando un termine modale totaliter praecedit 269 Ivi, f. 17vb. SERMONETA, Expositio..., cit., f. Sva: Non
enim inventa est ut aliis concludamus falso, sed ut deceptiones vitemus . zm
Ivi. 22 Ivi: Ad tertium dicitur quod utilitas huius non parva est sicut et totius
dialecticae cuius est pats . Item a progenitoribus nostris ars artium et
scientia scientiarum dicta est; ad omnium nam methodorum principia viam
habet (cfr. Prerro Ispano, Surzzzulae
logicales, cit., 1.01, p. 1). 23 Op. cit., f. Svb. 214 Ivi: Secundo est
notandum quod ex quo octo modis causatur sensus compositus et divisus, non
inconvenit ut respectu diversorum terminorum potentium causare sensum
compositum et divisum una et eadem propositio sit de sensu composito et diviso
sicut ista. ‘tu potes esse hic et Romae in 4 instanti’: est enim de sensu
diviso primi modi et de sensu composito quinti modi merito li ‘et’ . 574
Alfonso Maierù aut finaliter subsequitur dictum propositionis, fit sensus
compositus, quando vero mediat inter pattes dicti erit de sensu diviso 5; in particolare il verbo potest, assunto
personaliter, fa senso diviso, assunto imzpersonaliter fa senso composto ?”. Le
differenze fra i due sensi costruiti con potest e possibile e le loro negazioni
sono queste: la proposizione in senso composto è officiabile, quella in senso
diviso resolubile o esponibile; la prima
requirit verificationem instantaneam
?*, la seconda non la richiede; da ciò segue, in terzo luogo, che la
prima de possibili può essere
posita in esse , ma non così la seconda ”?, La discussione delle
obiezioni fornisce ulteriori chiarimenti: il modo necessario, che, essendo
avverbio, dovrebbe essere exponibilis %, in realtà equivale al modo wecesse e
petciò fa senso composto, mentre possibiliter non equivale a possibile e quindi
è esponibile e non fa senso composto ?8!; né fanno senso composto e senso
diviso verum e falsum: evidentemente, Sermoneta non ritiene che questi due
termini siano propriamente modali. 25 Ivi, f. 6ra. 26 Ivi, f. 6rab. 201 Ivi, f.
6rb. 218 Ivi, ma cfr. ff. 6vb-7ra: per
verificationem instantaneam in proposito non intelligimus quod praedicatum
requirat mensuram instantis, sed ponatut in esse id quod importatur per
propositionem; et ideo concedit magister quod possibile est te moveri, quia
licet motus non mensuretur in instanti, tamen debet poni in esse hoc totum in
hoc instanti, veritas haec, scilicet, quod tu moveris: non tamen quod sit ita,
sed quod sibi non repugnat pro tali instanti verum esse te moveri (nella
risposta alla quarta obiezione non esaminata da noi). 299 Ivi, f. 6rb. 280 Cfr.
capitolo VI, $ 6. 281 Obiezione e risposta in SERMONETA (si veda): Ad secundum
dicatur quod non inconvenit li ‘verum’ et ‘falsum’ non facere sensum compositum
et divisum nisi in voce aut in scripto, non tamen proprie, cum intellectus hoc
non faciat; et ratio est, quia li ‘verum’ non ponit neque aliud dicit quam si
non poneretut; ideo, Terminologia logica della tarda scolastica 575 L’inferenza
dal senso composto al senso diviso e viceversa non vale generalmente 28. Secondo
modo. Con un termine corfundens, sensus
compo- situs fit quando terminus communis confunditur confuse tantum a tali
termino praecedente . Sensus vero divisus fit cum sequantur huiusmodi signa
terminum ab eis confundibi- lem 4. Le
differenze tra i due sersus sono quelle note 28, così come ci è nota
l’imzpertinentia dei due sensus e quindi che la consequentia non è lecita ?*.
Terzo modo. Dopo aver precisato, secondo la tradizione, qual è il senso
composto e quale il senso diviso con i relativi e le diffe- renze fra i due
sensi ?”, Sermoneta fornisce un lungo elenco di
documenta de mente He(nti)sberi , in cui ricapitola la dottrina e le
condizioni di verità, anche in rapporto agli altri modi: Primum, quod sensus compositus
causatur mediante hoc relativo ‘qui’ cum antecedens stat confuse tantum. Ex quo
sequitur quod tunc non valet argumentum a sensu composito ad divisum, scilicet
cum relativum resolvitur. Probatur, quod a termino stante confuse tantum ad
eundem quia omnis propositio infert suum dictum fore verum, ut scribitur in
Postpraedicamentis; et ad oppositum negatur assuntum, nec terminum modalem
dixerunt logici mobilitare, nisi cum est aptus natus facere sensum compositum
et divisum . Tralasciamo le altre due obiezioni. 283 Ivi, f. 6rb; al f. 7ra-va
l’autore elenca quattuor documenta tratti da Heytesbury e un corollario,
relativi alle condizioni di validità caso pet caso, che sostanzialmente niente
aggiungono a quanto hanno affermato i commenti già esaminati. 284 Ivi, f. 7vb.
285 Ivi, f. 7vb-8ra; i verbi careo, indigeo, requiro, ecc. faciunt con- fundere confuse distributive
mobiliter cum absque gerundiis ponuntur in propositione, ut ‘careo pecuniis”.
Quando vero cum gerundiis collocantur, confuse tantum, ut ‘indigeo oculo ad
videndum; cfr. il testo di Battista da Fabriano, di cui alla n. 243). 286 Ivi,
ff. 7vb e 8rab. 287 Ivi, 9va. 576 Alfonso Maierù stantem determinate non valet
argumentum 28; Secundum docu- mentum est
quod sensus compositus fit cum immediate hoc relativam ‘qui’ additur termino
distributo, sic scilicet quod non mediat inter relativam et terminum
distributum verbum principale; divisus vero cum resolvitur relativum actualiter
aut cum inter ter- minum distributum, scilicet antecedens, et relativum cadit
verbum principale, ut ‘omnis homo qui est asinus currit’. Ex hoc sequitur non
valere argumentum arguendo a sensu composito ad divisum; patet, quia tunc maior
est distributio in sensu diviso quam in composito 9; ‘Tertium documentum, quod
etiam causatur sensus compositus mediante hoc relativo ‘qui’ cum principale
verbum negetur, sive relativum prae- cedat sive non; divisus autem cum
resolvitur relativum 29; Quartum documentum: sensus compositus fit cum hoc
termino relativo ‘qui’ quando coniungitur termino potente stare categorematice
et syncate- gorematice, sive immediate coniungatur sive non, dummodo praecedat
talis terminus stans syncategorematice; divisus vero cum resolvitur relativum
aut non praecedit talis terminus ipsum relativum 2. Quin- tum documentum:
sensus compositus fit cum praedicto relativo ‘qui’, cum praecedit terminus
modalis faciens propositionem de sensu com- posito; divisus vero cum ipse modus
aut verbum termini modalis facit ipsam de sensu diviso aut cum actu resolvitur
relativum 22; Sextum documentum: sensus compositus fit cum hac determinatione
‘ita erit’, ‘ita fuit’, ‘sic est’, ‘sic fuit et cum hoc relativo ‘qui’ simul,
divisus vero cum non ponitur li ‘ita erit’ etc. 29. Di questi sei docuzzenta, i
primi tre riprendono le tre forme del senso composto di Battista da Fabriano, e
gli altri tre ricol- legano questo modo al primo, al quarto e al sesto. Niente
di nuovo aggiunge Sermoneta per i modi quarto RE 288 Ivi, f. 9vb. 289 Ivi; in
luogo di distributo, il testo ha distributivo. 290 Ivi, f. 10ra. DI Ivi. 22
Ivi, f. 10rb; al secondo au2, il testo aggiunge si. 29 Ivi. 294 Ivi, f. 1lrb-vb
(differenze tra senso composto e senso diviso, non validità della conseguentia
dall'uno all’altro senso, discussione di difficoltà). Terminologia logica della
tarda scolastica DIT quinto ?5 e sesto 2%, Al settimo modo, invece, dedica una
lunga analisi della quale ci limitiamo a ricordare qualche punto: si ha senso
composto quando un verbo designante atti dell'anima determina il dictum della
proposizione; ciò avviene, secondo Sermoneta, sia quando il termine precede il
dictu72 sia quando esso lo segue (e ciò è secondo l’intenzione di Heytesbury)?;
si ha senso diviso solo quando il termine sta tra le parti del dictumz ?*; ma
se il verbo cade su di un solo termine ( cognosco Socratem ) o su di un
incomplexum che significhi un complexum ( scio 4 propositionem ), si ha senso
composto quando il verbo precede e senso diviso quando segue ??. Tre sono le
differenze tra i due sensi: innanzi tutto, i verbi in questione confundunt confuse tantum terminum capacem
confusionis cum faciunt sensum compositum, sive se teneant in dicto
propositionis a parte subiecti sive a parte praedicati; unde ‘scio quod homo
est animal’: tam li ‘homo’ quam li ‘animal’ confunduntur; in sensu vero diviso
non confunditur nisi illud quod se tenet a parte praedicati, ut ‘alterum
istorum scio esse verum’: solum li ‘verum’ confunditur ; inoltre, in sensu composito terminus supra quem cadit
talis terminus faciens sensum compositum appellat suam formam, et non in sensu
diviso ; ma esse acquistano luce dalla differenza fondamentale, cioè: de sensu composito propositio est
officiabiliter probanda aut descriptibiliter, de sensu vero diviso secundum
exigentiam primi termini probanda est
®°. Perciò, continua Sermoneta,
arguendo a sensu composito ad divisum aut e 295 Ivi, f. 13ra-vb (come
sopra). 296 Ivi, ff. 14rb-15ra. 297 Ivi, f. 16rb: ut arguitur velle magister ;
Sermoneta però ricorda: Ali vero dicunt: solum cum dictum praecedit talis
terminus fit sensus compositus (ivi).
298 Ivi. 299 Ivi, f. 16rb-va. 300 Ivi, f. 16va. 37 578 Alfonso Maierù contra in
his terminis non valet argumentum: probatur merito differentiae ratione
appellationis formae et confusionis in sensu composito quae non servatur in
diviso *. Ma poiché appellatio e
confusio non hanno luogo ( esse non possunt ) quando il soggetto della
proposizione è il pronome hoc non accompagnato da un aggettivo che lo determini
( absque aliquo determinabili ), vale l'argomento dal senso diviso al composto
e viceversa perché ciò che si intende con la proposizione in senso composto si
intende con la proposizione in senso diviso, e quindi le due proposizioni si
equivalgono ( convertuntur )®*%; ciò si ha anche quando oc, posto a soggetto
della proposizione, è accompagnato da un determinabile, purché il determinabile
sia palam convertibile cum
praedicato oppure superius ad esso ®%,
Per quanto riguarda, infine, l’ottavo modo, che ha luogo con i termini
connotativi, si deve rilevare che Sermoneta limita la possibilità del senso
composto e del senso diviso ai casi in cui i termini connotativi siano posti in
una proposizione che abbia il verbo di tempo passato o futuro, o participi
equivalenti, oppure abbia incipit o desinit: si ha senso composto quando il
connotativo segue il verbo e ha
appellatio temporis , e senso diviso quando il connotativo precede il
verbo, cum a parte ante non
appellet 4; nessun accenno si fa qui ai
verbi designanti atti mentali (che secondo Battista da Fabriano fanno sì che il
termine connotativo che segua il verbo abbia
appellatio rationis ) giacché di questo Alessandro ha già parlato nel
settimo modo, come si è visto. La trattazione del senso composto e del senso
diviso svolta Ivi, f. 16va-b. 302 Ivi,
ff. 16vb-17ra. 303 Ivi, f. 17ra. Seguono altre regole (ff. 20va-22vb), che
riesaminano i vati temi toccati da Heytesbury. da Bernardino di LANDUCCI (si
veda)è la più sistematica tra quelle finora esaminate: essa utilizza e discute
i trattati di logica dei maestri più rinomati IN ITALIA al suo tempo, ed
accenna almeno due volte alle opinioni di SERMONETA (si veda), che designa come
quidam doctor, di modo che può essere considerata come il punto di arrivo di
una tradizione di interpreti della dottrina del senso composto e del senso
diviso. Secondo Landucci, il trattato fa parte degli Elenchi sofistici e perciò
esso non è da porre dopo i Primi analitici, come vuole il Sermoneta *”,
Inoltre, l’autore fa sua la tesi secondo la quale non è possibile dare una
descrizione univoca di ‘senso composto’ e di ‘senso diviso’, giacché di volta
in volta diverse sono le raziones che presiedono alla individuazione dei vari
modi ®%. 305 Lanpucci, Expositio..., cit.: autori espressamente ricordati,
oltre ad Aristotele, Averroè e Heytesbury, sono Strode, Pietro di MANTOVA (si
veda), NICOLETTI, e Paolo da PERGOLA (si veda). Si legga il seguente passo
relativo alla discussione circa la capacità di omnis di distribuire tutto il
disiuzcium o il copulatum’ a parte subiecti: Ad hoc dubium inventi sunt plures
modi respondendi. Primus est Petri Mantuani, qui tenet quod totum disiunctum et totum
copulatum sit subiectum. Secundus est Pauli Veneti, cuius opinio in diversis
operibus est diversificata: nam Sophismate nono tenet quod prima pars solum sit
subiectum, et in Quadratura tertio dubio secundi principalis, et in Logica
magna et etiam in Parva tenet quod totum disiunctum vel copulatum sit
subiectum, attamen solum prima pats est distributa, et illa appellatur ab eo
subiectum distributionis. Tertius modus est Hentisberi, Sophismate septimo, qui
dicit quod talis propositio est distinguenda eo quod subiectum potest esse
totum disiunctum aut una pars tantum, quapropter utramque partem sustentando
respondetur ad argumenta probantia quod non distribuatur totum . 306 Cfr. ivi, f. 2rb
(posizione del trattato della suzzzza della logica) e f. 3vb (per la verificatio instantanea ): cfr. nn. 307 e
325. 307 Ivi, f. 2rb: Circa secundum dicit quidam doctor quod iste libellus est
pars libri Priorum et quod immediate postponendus est ad illum librum, quod
quidem, salvo meliori iudicio, non puto esse verum . Ideo puto aliter esse
dicendum, videlicet quod iste libellus sit pars libri Elenchorum . 308 Ivi, f. 2vb. 580 Alfonso Maierù L’esame
degli otto modi segue uno schema costante: in una prima parte si descrivono il
senso composto e il senso diviso e se ne mostrano le differenze, in una seconda
vengono poste le regole dell’inferenza dall’uno all’altro senso, in una terza
vengono poste obiezioni (con le relative risposte) a ciò che è detto nelle
prime due parti. In questa sede noi trascureremo quanto Landucci afferma circa
i modi terzo ®”, quarto *°, quinto ®!, sesto ®!° e ottavo (con appellatio temporis soltanto) ?: in essi infatti l’autore non prospetta
nulla di nuovo rispetto a quanto già sappiamo dai commenti precedenti. Diverso
è il caso dei modi primo, secondo e settimo, che sono simili tra loro, e nei
quali si propone un discorso unitario che mira a fissare per ciascuno di essi
caratteristiche tali che lo distinguano dagli altri due. Il primo modo ha luogo
con i termini modali. Ora, il termine modale è così descritto da Landucci: Terminus modalis est terminus determinativus
alicuius dicti et connotativus alicuius passionis propositionis, non habens vim
faciendi tale dictum appellare formam
*!*. I modi sono i quattro classici, più veruzz e falsum: Landucci non
accetta la definizione di Occam secondo cui qualsiasi termine che possa
predicarsi di un dictum è da considerare modus?*5; egli ritiene invece che solo
quei modi che determinino una proposizione connotandone una qualche
caratteristica siano termini modali. Termini come scitum, dubium, intellectum,
cognitum non sono modali perché, oltre ad avere ciò che è proprio dei modali,
fanno sì che il dictum appellet for309
Ivi, ff. 9vb-12vb. 310 Ivi, ff. 12vb-15rb. 311 Ivi, ff. 15rb-17vb. 312 Ivi, ff.
17vb-20rb. 313 Ivi, f. 23vb-24vb. 314 Ivi, f. 3ra. 315 Cfr. cap. V, $ 6.
Terminologia logica della tarda scolastica 581 mam 355: essi rientrano propriamente nel settimo
modo, come vedremo. Senso composto e senso diviso così sono caratterizzati:
Ideo sensus compositus in primo modo causatur quando terminus modalis totaliter
praecedit aut finaliter subsequitur totum dictum totius propositionis in qua
ponitur, aut finaliter subsequitur (!); sensus vero divisus causatur quando terminus
modalis mediat inter partes propinquas totius dicti; unde partes propinquas
dicti appello totum quod regitur a parte ante et a parte post respectu verbi
illius dicti, id est a verbo orationis infinitivae vel coniunctivae 317. Ma Landucci, dopo aver precisato che
questa è l’opinione di Heytesbury, Paolo Veneto e Paolo da Pergola !, ricorda
le opinioni di Strode*? e Pietro di Mantova ° e conclude: Istarum opinionum unaquaeque est
sustentabilis et nulla est demonstrativa, et ideo eligat scholaris illam quae
sibi magis placet ®!. 316 Op. cit., f.
3ra-b et non habet vim faciendi
appellare formam tale dictum, quod dico ad differentiam istorum terminorum
‘scitum’, ‘dubium’, ‘intellectum’ et ‘cognitum’, quia, licet possunt
determinare dictum propositionis et ‘connotare passionem, non tamen sunt
termini modales primi modi, ex eo quia habent vim faciendi tale dictum
appellare formam . 37 Ivi, f. 3rb. 318 Ivi: Prima opinio est communis tenens
quod diximus, et est opinio etiam Hentisberi, Pauli Veneti in Logica parva et
Pauli Pergulensis in hoc tractatu . 319
Ivi: Secunda est opinio Sttodi in Consequentiis suis, qui ponit quod quando
modus totaliter praecedit est in sensu composito et quando mediat est in sensu
diviso; sed quando finaliter subsequitur, tunc est distinguenda, quia potest
capi in utroque sensu . 320 Ivi: Tertia est opinio Petri de Mantua in capitulo
de modalibus, ponentis modum praecedentem facere sensum compositum, mediantem
vero et subsequentem facere sensum divisum, et hoc potest etiam elici ex
tractatu soppositionum, ubi ipse tenet in octava regula quod termini modales
non habent vim confundendi nisi terminos sequentes, et ideo quando finaliter
subsequuntur non confundunt aliquem terminum, et per consequens tunc faciunt
sensum compositum. Le differenze fra senso composto e senso diviso sono
quattro; le prime due sono generali. Per la prima, la proposizione in senso
composto va provata in funzione del termine modale, mentre la proposizione in
senso diviso va provata ratione primi
termini, dummodo talis terminus fuerit mediatus
#2; per la seconda, nella proposizione in senso composto il termine
modale confundit tutti i termini comzunes presenti nel dictumz; non è così nel
senso diviso, giacché la confusio non si esercita sui termini che precedono il
modus *. Le altre due differenze riguardano potest, non potest e possibile,
impossibile. Precisato che potest fa senso composto quando è usato
impetsonalmente e senso diviso quando è usato personalmente **, Landucci pone
la terza differenza, per la quale la proposizione in senso composto ( cum dicto
praesentis temporis soltanto, cioè con
il verbo del dictum all’infinito presente) richiede una verificatio instantanea , che non è richiesta
dalle proposizioni in senso diviso. Cosa sia da intendere con verificatio instantanea è un problema che Landucci si pone. Rifiutata
la tesi di Sermoneta ( quidam doctor )®5 e di chi 322 Ivi, f. 3va, e
continua: Voco autem terminum mediatum omnem
terminum excepto pronomine demonstrativo singularis numeri; pronomen vero
demonstrativum singularis numeri appello terminum immediatum, et quando ponitur
pro subiecto in propositione, talis propositio dicitur immediata, ut haec: ‘hoc
est homo’ demonstrato Socrate. Et notanter dico ‘singularis
numeri’, quia in numero plurali est terminus mediatus et communis, ut vult
Paulus Venetus in Logicula ; Ivi, f.
3va. 324 Ivi (ciò
vale anche per contingit; tra i modi è incluso anche il verbo oportet, e di
tutti e tre i verbi è detto:
personaliter vel impersonaliter sumpta : f. 3ra). Ivi, ff. 3vb-4ra: Unde requirere verificationem instantaneam
diversi diversimode exponunt. Nam quidam doctor dicit quod propositio de sensu
composito de li ‘potest’ etc. requirit huiusmodi verificationem, ut puta ista:
‘possibile est te moveri’, non quia praedicatum seu res importata per
praedicatum mensuretur instanti, quia motus non mensuratur instanti ex quo est
de numero successivorum, sed quod ponantur in esse id quod Terminologia logica
della tarda scolastica 583 ritiene che la verifica istantanea di una
proposizione esige che sua de inesse sibi
correspondens pro infinito modico tempore possit verificati *5, egli così spiega la frase: propositio de
sensu composito de li ‘potest’ etc. requirit verificationem instantaneam, id
est requirit ad hoc quod sit vera quod arguendo a sua de inesse de praeterito
vel de futuro ad suam de inesse de praesenti cum tali determinatione ‘ita
fuit’, seu ‘ita erit’ si sit de futuro, consequentia valeat, ut, verbi gratia,
haec propositio de sensu composito ‘possibile est te esse Romae’ requirit
verificationem instantaneam, id est requirit ad hoc quod sit vera quod arguendo
ab ista de praeterito ‘tu fuisti Romae’ vel sibi consimili ad talem de
praesenti ‘tu es Romae’ cum ista determinatione ‘aliquando fuit ita quod’,
consequentia valeat; et quia huiusmodi consequentia valet, scilicet: ‘tu fuisti
Romae, ergo aliquando fuit ita quod tu es Romae’, ideo illi de sensu composito
correspondet veritas instantanea; ideo illa est vera, immo est necessaria, quia
omnes tales propositiones de sensu composito verae sunt necessariae, et eodem
modo dicatur de futuro; et si talis consequentia non valeret de praeterito aut
de futuro, tunc illa propositio de sensu composito non posset esse vera, immo
esse(t) impossibi- lis. Vel dicatur, et brevius, quod propositio de sensu
composito de li ‘potest’ etc. requirit verificationem instantaneam, id est
requirit ad hoc quod sit vera quod sua de inesse de praesenti, si sit in mundo,
sic adaequate significando sit possibilis, et si sit illa de sensu composito de
negationibus praedictorum terminorum ‘potest’ et ‘possibile’, requi- importatur
per propositionem, ut puta veritas illius propositionis seu signi ficatum, ut
sit sensus quod in hoc instanti tu movearis, non tamen quod sit ita, sed sibi
non repugnat pro tali instanti verum esse te moveri. Sed iste doctor iudicio
meo volens istam differentiam declarare intricavit se et nescivit eam
exprimere, et dictum eius est falsum. Nam quaero: per verificationem
instantaneam aut ipse intelligit quod sua propositio de inesse sit vera in
instanti, aut quod suum significatum sit verum in instanti, aut quod sibi non
repugnet esse verum in istanti. Modo quocumque intelligat, sequitur quod omnis
propositio vera requirit verificationem instantaneam, quod est falsum et contra
Hentisberum in tractatu De incipit et desinit, ubi ponit quod aliqua est propositio
quae pro sui veritate requirit tempus limitatum; unde omnis propositio vera,
est vera in instanti, quod probo ; cfr.
il testo di SERMONETA (si veda) in n. 278. 326 Ivi, f. 4ra. 58 rit quod sua de
inesse, id est indicativa illius dicti, absque negatione sit impossibilis etc.
#7, La verifica è risolta dunque dall’autore in prima istanza in una operazione
logica complessa, nella quale sia posta come antecedente una corseguentia e
come conseguente la proposizione in senso composto; in seconda istanza in una
consequentia nella quale sia posta come antecedente l’affermazione della
possibilità della proposizione de iresse e come conseguente la proposizione in
senso composto, ad esempio, la verifica di
possibile est album esse nigrum
nel secondo caso va data così:
‘album est nigrum’ est possibile sic adaequate significando, ergo
possibile est album esse nigrum , dove sia l’antecedente che il conseguente
sono falsi. La quarta differenza afferma che per i suddetti modi (potest,
possibile e non potest, impossibile) la proposizione in senso composto esige
che se è posta ir esse, cioè si
accipiatur sua de inesse sibi correspondens
come spiega Landucci, allora
nullum sequitur inconveniens , petché si talis propositio de sensu
composito sit vera, sua de inesse sibi correspondens, si sit in mundo, erit
possibilis ; ciò invece non è vero per il senso diviso, giacché la proposizione
può essere vera e la sua de inesse essere impossibile: così album potest esse nigrum è vera, ma la sua de inesse album est nigrum è impossibile ®8. Quanto alla liceità
dell’inferenza dall’un senso all’altro, Landucci afferma che con potest e
possibile non vale l’inferenza dal senso diviso al senso composto né e contra
negative quando un verbo o participio
richiede tempus limitatum pro veritate
talis propositionis (cioè non vale: tu
potes pertransire hoc spatium, ergo possibile est te pertransire hoc spatium »:
prima regola) *; né vale dal senso composto al senso diviso vel e contra 327 Ivi, f. 4rb. 328 Ivi, f.
4rb-va. 329 Ivi, f. Ava. Terminologia logica della tarda scolastica 585
negative con gli stessi modi in terminis
compositis seu distributis a parte praedicati
(esempio: non vale possibile est
te esse omnem hominem, ergo tu potes esse omnis homo : seconda regola); né,
sempre nello stesso caso, vale dal senso diviso al senso composto aut e contra negative cum terminis per se aut
per accidens repugnantibus ( album
potest esse nigrum, ergo possibile est album esse nigrum : terza regola)*!; né
dal senso composto al senso diviso ( et e contra negative ) con il relativo
implicativo ( possibile est antichristum esse hominem qui est, ergo
antichristum potest esse homo qui est: quarta regola) *°. Più generalmente
(quinta regola) con tutti i termini modali non vale de forza l’inferenza
dall’un senso all’altro e vecevetsa, date le differenze che sussistono tra
senso composto e senso diviso, purché nella proposizione siano posti termini
comuni 53, Il secondo modo ha luogo con i termini che hanno vis confundendi , cioè mediantibus terminis potentibus confundere
confuse tantum vel distributive mobiliter vel immobiliter #4, purché essi non connotent passionem propositionis nec
faciant appellare formam *5: la prima
precisazione distingue il secondo modo dal primo, mentre la seconda lo
distingue dal settimo *%. Né si 330 Ivi, f. Sra. 331 Ivi, f. 5rb; e: Unde voco
terminos per se repugnare oppositos contrarie (ut ‘album’ et ‘nigrum’),
contradictorie (ut ‘homo’ et ‘non-homo?), privative (ut ‘caecus’ et ‘videns’),
relative (ut ‘dominus’ et ‘servus’); etiam generaliter illos terminos appello
per accidens repugnare qui non opponuntur proprie aliquo istorum modorum, tamen
non possunt de eodem affirmative verificari, ut 4 locus et 4 locus, et esse
adaequate in 4 et esse adequate in © instanti
(f. Srb-va). 332 Ivi, f. Sva. 333. Ivi, f. Svb. 334 Ivi, f. 7vb. 335
Ivi, 336 Ivi, f. 8ra: Et notander dixi a principio: ‘dummodo tales termini 586
Alfonso Maierù dica, aggiunge LANDUCCI (si veda), che tali precisazioni sono
superflue giacché una stessa proposizione può essere in primo modo o in
secondo, o in secondo e in settimo, per diversi motivi *. L’autore, pur
definendo probabilis questa opinio, titiene che i modi vadano tenuti ben
distinti **: se così non fosse, il secondo modo includerebbe il primo e il
settimo come suoi casi particolati, ed Heytesbury avrebbe dovuto cominciare dal
secondo la sua trattazione, come invece non ha fatto’; fra l’altro, avverbi
come necessario e contingenter fanno senso composto nel secondo modo, anche se
sono modali, e solo impropriamente si dice che lo fanno nel primo, così come
impropriamente connotano una passio della proposizione #°;. sono infatti
esponibili, non officiabili, come si è tante volte ripetuto. Le differenze fra
i due sensi sono così formulate: Prima est, quoniam propositio de sensu diviso
ad hoc quod sit vera requirit verificationem in suppositis termini communis cum
descensu copulativo vel disiunctivo; propositio veto de sensu composito non,
quia uterque descensus sibi repugnat . Secunda differentia est, quoniam
propositio de sensu composito ut plurimum probanda est ratione termini
confundentis, sed sua de sensu diviso non
#4. non sint connotativi’ etc., ut pet hoc differat secundus modus a
primo; dixi etiam: ‘non facientibus appellare formam’, ut pet hoc differat a
septimo . 337 Ivi. Una posizione analoga a quella respinta aveva sostenuto
SERMONETA nell’introduzione alla sua Expositio:
Ad hoc respondetur quod, licet haec opinio sic arguens sit probabilis,
tamen magis consonum videtur veritati secundum mentem Hentisberi ipsum [!, cioè
i modi 1°, 2° e 7°] separari quam non. 339 Ivi, f. 8ra-b: Etiam si secundus
modus non separaretur ab illis, tunc Hentisber errasset in isto suo tractatu,
quoniam secundus modus esset communior et subalternans primum et septimum: sed
communiora sunt praemittenda in doctrina, teste Aristotele et Commentatore in
primo Physicorum t.c. LVII et etiam tertio Physicorum t.c. II, ergo Hentisber
debuisset tractatum suum incipere a secundo modo et non fecit, ergo errasset .
30 Ivi, f. 8rb. MI Ivi. Terminologia logica della tarda scolastica 587 Esse
riaffermano che la proposizione in senso diviso è probata mediante descensus,
mentre la proposizione in senso composto, richiedendo la probatio in funzione
del termine confundens, sarà exponibilis oppure officiabilis. Di qui la regola
generale fornita da Landucci: Arguendo a
sensu composito ad sensum divisum aut e contra in isto secundo modo non valet
consequentia #%, Il settimo modo ha
luogo con i verbi che riguardano atti della mente: ma questi verbi possono
designare atti della volontà (volo, nolo, malo, cupio, desidero, opto, odi) o
operazioni dell'intelletto: absque formidine
come scio, teneo, cognosco, concedo, nego, o cum formidine come dubito, credo, imaginor, suspicor,
apparet e simili 8. Questi verbi possono cadere su di un complexum verbale , cioè un dictum
all’accusativo e l’infinito o con quod e il congiuntivo, o sopra un terminum incomplexum (Socrates,
a propositio ): nel primo caso, se uno di essi precede o segue il
dicturm fa senso composto, se sta tra le parti del dictu72 fa senso diviso; nel
secondo caso, se esso precede il termine, si ha senso composto, se segue a
questo, si ha senso diviso *4. Il senso composto e il senso diviso differiscono
perché il primo ‘confonde’ i termini comuni seguenti capaci di ‘confusione’ e
fa sì che il dictum o il termine seguente
appellat formam , e il secondo non fa ciò *5; inoltre, la proposizione
in senso composto è officiabilis, la proposizione in senso diviso non lo è #4,
342 Ivi, f. 8rb-va. 34 Ivi, f. 20rb-va. 34 Ivi, f. 20va. 35 Ivi, f. 20vb; e
ancora (ivi): Quid autem s[c]it appellatio formae puto notum esse ex Logica
parva, quoniam ille terminus appellat formam qui repraesentat suum significatum
sub conceptu proprio . Ivi: Landucci
precisa che il primo termine della proposizione in senso 588 Alfonso Maierù Di
qui le regole generali: [1] Arguendo a sensu diviso ad sensum compositum aut e
contra in praedictis terminis non valet consequentia #7; Arguendo a sensu
diviso ad sensum compositum et e contra in praedictis terminis ubi praedicatum
sit iste terminus ‘hoc’ et subiectum, in sensu diviso, non sit terminus pet se
notus non valet consequentia 4, si foret
ter. minus per se notus bene valeret consequentia *’; [3] Arguendo a sensu
diviso ad sensum compositum ubi subiectum fuerit terminus pet se notus absque
aliquo determinabili, et praedicatum fuerit hoc pronomen ‘hoc’, consequentia
est bona, et e contra, mediante verbo importtante scientiam vel certitudinem ;
notanter vero dixi ‘cum verbo importante scientiam’, quia cum isto verbo
‘dubito’ non valet consequentia 59, Tralasciando le regole non riguardanti
strettamente l’inferenza, concludiamo ricordando le due regole relative a hoc
quando è soggetto della proposizione: l’inferenza è valida dall’un senso
all’altro e viceversa se il pronome è
absque aliquo determinabili 5,
oppure cum suo determinabili palam
convertibili cum praedicato aut palam superius ad ipsum #*. L’operazione compiuta da Landucci, come
si può rilevare, è consistita nel fissare criteri distintivi in modo da
giustificare pienamente l’articolazione dei modi proposta da Heytesbuty; egli
ha mirato a precisare la dottrina tradizionale che aveva unificato modali
(primo modo) e verbi designanti atti dell’anima (settimo) sotto lo stesso
motivo della probazio officialiter, e ha identificato composto dev'essere
immediato perché essa possa essere
probata officiabiliter ; così è nel caso di ego scio hominem esse animal . 347 Ivi, ff.
20vb-21ra. 38 Ivi, f. 21ra. 349 Ivi, f. 21rb. 350 Ivi. 351 Ivi, f. 21vb. 352
Ivi, f. 22ra. Terminologia logica della tarda scolastica 589 motivi precisi che
non permettono la riduzione al secondo modo del primo e del settimo. Di diverso
orientamento è la trattazione di Benedetto Vettori: più vicina al testo di
Heytesbury nel ritenere l’articolazione in otto modi con la distinzione del
quinto (con et) dal sesto (con vel) e con la mancata inclusione del nono,
accennato e non sviluppato dal maestro inglese, relativo ai termini
connotativi, la discussione del Faventino si svolge su di una linea generale
che non ritiene niente della impostazione dei quattro commenti finora esaminati
e sembra anzi in diretta polemica con la matura esposizione di Landucci, le cui
tesi in certo senso vengono capovolte. Nell’esame di questo trattato, ci
limiteremo a segnalare questi motivi di dissenso all’interno della tradizione
più comune e che servono a chiarire l’origine e la destinazione di certe
precisazioni, specie di Landucci: otterremo così un quadro più chiaro
dell'esame finora condotto. L'esposizione si articola in lezioni, e sono otto
in tutto; di esse una è introduttiva, mentre la sesta discute insieme i modi
cinque e sei. Nella prima lezione Vettori chiarisce il suo atteggiamento in
questo trattato. Innanzi tutto afferma che il senso composto e il senso diviso
possono essere considerati o secundum se
et absolute , oppure unius per rispectum
ad alterum . Considerata in se stessa, la nozione di senso composto è fondata
sulla nozione di verità o falsità istantanea (quindi sulla verifica istantanea)
della proposizione corrispondente al dictu7z, che ha una sua determinazione ad
opera di un modo; perciò la proposizione in senso composto de modo non exponibili vel verbo concernente
actum mentis è officiabilis, giacché
tale probatio explicat 353 VertORI,
Opusculum in Tisberum..., cit., lect. I, 1:
Et sic notitia sensus compositi secundum se causatur ex notitia
instantaneae veritatis vel falsitatis propositionis significantis dictum vel
determinatum a modo reddente sensu(m) compositum. propositionem significantem
dictum categoricum propositionis officiandae, cuius praedicatum denotatur
inesse subiecto secundum idem tempus imperceptibile. Considerato in se stesso,
il senso diviso a sua volta può essere mostrato (potest ostendi) in due modi:
aut explicatione propositionis, aut expositione eiusdem #5; perciò la nozione di esso è legata alla
explicatio o alla expositio; la explicatio di
tu non potes pertransire 4 spatium
è: tu non habes potentiam ad pertranseundum 4 spatium , che è falsa;
mentre la expositio (0 resolutio, dice Vettori) esige che sia vera in un tempo
percettibile la proposizione hoc
possibiliter currit ; per questo si suol dire che il senso diviso deve verificari temporaliter 3%, Considerati poi l’uno in rapporto
all’altro, i due sensi rientrano nella dottrina della conseguentia come specie
nel genere ?7. Da queste considerazioni deriva la determinazione del posto da
assegnare al trattato tra i libri logici: in quanto i due sensi sono
considerati in sé, la nozione di senso composto e di senso diviso è legata alla
conoscenza della proposizione e in tal senso è
pars determinationis libri Periermenias ; in quanto essi sono
considerati in rapporto tta loro, il trattato va posto immediatamente dopo il
trattato delle conseguenze e immediatamente prima dei Primi analitici. 1 fini
del trattato possono essere interno o esterno alla logica; fine interno è la
soluzione dei sofismi, fine esterno è servire a tutte le scienze ?. Per quanto
riguarda le cause del senso composto e del senso diviso, è da tenere presente
che ‘causa materiale’ è il 354 Ivi. Si ricordi come è data la probatio
officialis: Talis propositio est...,
quae praecise significat ..., ergo...
dictum verbale o un suo
equivalente, giacché compositio e divisio sono proprietà logiche di cui la
prima inferi cioè esige l’istantanea verifica della proposizione, e l’altra la
verifica temporale, e si sa che la verifica è proprietà delle proposizioni o
dei dicta soltanto *. Inoltre, il modo, o il termine comzponens vel dividens,
dà nome e definizioni al dictum composto o diviso ! e quindi la capacità di
confondere (virtus confusiva), propria del termine che è modo, opera o su tutto
il dictuzz o solo su di una parte di esso e fa senso composto e senso diviso
*°: perciò la virtus confusiva del modo ne è la causa formale; e poiché la
confusio è opera dell’intelletto ( est de operatis ab intellectu ), senso
composto e senso diviso sono legati all’apprebensio, della capacità di un
termine di ‘confondere’ un dictumz, da parte dell’intelletto *4, il quale così
ne è causa efficiente. Di qui seguono due affermazioni di notevole importanza:
innanzi tutto, senso composto e senso diviso non hanno luogo senza la confusio
del termine; inoltre, non hanno luogo senza il riferimento all’intelletto (sine
intellectu). Come si può notare, la seconda affermazione riprende il vecchio
tema del rinvio all’intelletto, del resto già presente in Heytesbury, per il
quale senso composto e senso diviso sono molto simili quanto alla struttura
linguistica (vox) ma omzzino impertinentes quanto all’intelletto, in ordine
alla verità e alla falsità e quoad
formam arguendi #7, Ma sulla prima
affermazione si fonda tutta la struttura del trattato di Vettori. Egli si
chiede infatti, subito dopo, se si possa 36 Ivi, lect. I, 2, supponitur primo,
e prima conclusio. 361 Ivi, supponitur secundo. 362 Ivi, supponitur tertio. 363
Ivi, secunda conclusio. 364 Ivi, supponitur quarto. 365 Ivi, tertia conclusio.
Ivi. 357 HeyTEsBuRY, De sensu composito et diviso, cit., f. 2ra. 592 Alfonso
Maierà dare un’unica definizione di senso composto e senso diviso. Ricordata
l'opinione che abbiamo visto essere propria di Battista da Fabriano, Sermoneta
e Landucci, egli la rigetta come falsa
imaginatio *8; egli afferma che, non essendo il concetto di senso composto e
senso diviso mere aequivocus , esso può
fungere da concetto comune e indifferenziato (indifferens) rispetto ai concetti
propri causati dai vari modi 9, Ora, la ratio communis propria di questo
concetto è quella che si è detto: non c’è senso composto e senso diviso sine virtute confusiva + Da questa affermazione seguirebbe che la
proposizione possibile est Socratem esse
istum hominem non è in senso composto
perché nessuna parte del dicturz ha confusio, € che la proposizione possibile est Socratem esse hominem è in senso diviso giacché solo una parte del
dictum ha confusio: entrambe, invece, secondo la dottrina tradizionale,
dovrebbero essere in senso composto perché il modo precede totaliter il dictum;
seguirebbe inoltre che la congiunzione e?, la disgiunzione vel e il relativo
implicativo, non avendo capacità di confondere, non farebbero senso composto e
senso diviso, e quindi i modi tre, cinque e sei non sarebbero tali”. Per
rispondere a ciò, Vettori afferma ancora una volta che un termine fa senso
composto quando ‘confonde’ o tutte le parti del dictum o almeno la principale,
cioè il soggetto, e fa senso diviso quando confonde la parte più remota, cioè
il predicato; perciò, continua Vettori, alcuni termini che non hanno tale
capacità, non possono fare senso composto 0 senso diviso, ma possono causare
corzpositio e divisio (giacché altro è compositio, altro senso composto, e così
via); tali sono tutti termini elencati da Heytesbury ad eccezione di quelli del
primo e dell’ottavo modo, VETTORI (si veda), dubitatur primo. 39 Ivi. ; .
; Ivi (in particolare il secondo
corollario al primo dubbio). 371 Ivi, dubitatur secundo. Terminologia logica
della tarda scolastica 593 dei quali si parla communiter quando si tratta di
senso composto e di senso diviso *; perciò non
ex diversa applicatione modi ad dictum
nascono le diversità tra i due sensi, ma dalla diversa confusio *: ci
sono proposizioni, il cui modo (in forma nominale) precede il dictum, che non
sono officiandae perché il soggetto di esse non è confuso (es. in possibile est Socratem currere solo il predicato è ‘confuso’), e perciò sono
in senso diviso (come Socratem possibile
est currere e Socratem currere est possibile ; ma, mentre
quella è explicanda, queste sono resolubiles); proposizioni come possibile est hominem esse Socratem sono invece in senso composto perché il
soggetto è confuso e quindi sono da probare officiabiliter o exponibiliter.
Ora: se non c'è confusio e il modus precede tutto il dictum, si avranno
proposizioni compositae, non in senso composto, e se il modus sta tra le parti
del dicturz, si avranno proposizioni divisae, non in senso diviso; le
compositae possunt probari vel
explicative, ut in sensu diviso, vel officiabiliter aut expositive ut in sensu composito 3, Ciò premesso, egli accetta le osservazioni
relative alle proposizioni « possibile est Socratem esse istum hominem e « possibile est Socratem esse hominem ;
ritiene inoltre che ez, vel e qui facciano compositio e divisio, ma non senso
composto e senso Ivi, supponitur primo;
in part: «Quia autem stat aliquos esse terminos non habentes vim assignatam,
ideo ab actione sensus compositi vel divisi auferuntur, licet ex eisdem
causetur compositio vel divisio in propositione: hi igitur erunt qui assignantur
a Tisbero in littera, praeter hos de primo et octavo, quibus communiter utimur
in locutione sensus compositi vel divisi . È evidente qui il riferimento alla
tradizione, per la quale modali e verbi designanti atti di volontà (1° e 8°
modo) fanno senso composto e senso diviso essendo officiabili; l’autore non
accenna, infatti, al secondo modo, che per Heytesbury è appunto «cum terminis
confundentibus . 373 Ivi, supponitur
secundo. 374 Ivi, supponitur tertio. 38 Alfonso Maierù 594 diviso. Egli
è cosciente che quest’affermazione nega la dottrina di Heytesbury e degli altri
logici e perciò la dà come sua IDE personale ?. Egli continuerà così a parlare
di “senso composto’ e di ‘senso diviso” secondo la terminologia tradizionale,
anche in quei casi in cui avrebbe dovuto semplicemente parlare di Lp e divisio,
e continuerà a descrivere i modi nella maniera tradizionale. N Tralasciando i
modi terzo, quarto, quinto e sesto, cl soffetmiamo brevemente sui quattro
rimanenti, limitandoci ad esaminare la caratterizzazione fornita da Vettori. a
Primo modo. Ha luogo quando i termini ampliativi o, bageg si operano su di un
dictum verbale o un suo «prec Ss a senso composto quando il modo precede °
segue i ic n mentre quando sta tra le parti del dictum si ha ce De È, il
termine modale, sia quando è officiabile che quando cp ; nibile, è sempre in
primo modo 8; i verbi potest e contingi 375 Ivi, in fine: «Et sic his habitis
facilis est responsio ad gup dum corollarium, concedendo id Laren gra soir pa er) pro aliis autem tribus
negatur notam cor n be hdi i implicativim non facere compositionem vel
divistonem, quan ipa e nullum illorum facere sensum compositum La cap cum
nullum horum habeat vim confusivam, ut pro egg ir 3 Gu hoc arguatur fere omnia
in tertio articulo esse contra core Lodi logicos, concedatur. Ideo volui haec
dixisse Reni prop: hear noster habeat quod obicere, et hoc de tertio articulo
et per q hodierna Pad; A her 376 Ivi t. rimo. da n è ia la tesi di Strode e di
-_ ko; Lei magna), relativa alla distinzione da fare quando il modo s gr
ps Ivi, fertio, fra cui: Ex quo sequitur
è pen lic nomen sensus compositi in propositionibus modalibus ut = uerunt q cai
SI cfr. ad es. il Landucci, per il quale in questo caso si e unta modo; cfr.
anche il testo del VETTORI, 0p. cit. lect., i ‘ubi sl fis ; prima conclusio,
dove si ripropone il problema per g men pira si risponde: Termini modales adverbialite= sumpti
componuni Terminologia logica della tarda scolastica 595 assunti
impertsonalmente fanno senso composto; personalmente, senso diviso; il dictum
vero segue alla proposizione vera: deum
esse è dictum di deus est ; quindi, vera questa, segue che è
vero quello e non viceversa; triplice è la differenza tra i due sensi: a) il
senso composto ha verificazione istantanea, sia perché tutta la compositio è
determinata dal modo, come vuole Heytesbury, sia perché tutte le parti della
comzpositio sono ‘con- fuse’ dal modo, come si è detto, mentre il senso diviso
richiede, a sua volta, una successione temporale, sia perché il modo determina
una parte del dicture, sia perché è confuso solo il pre- dicato; b) il senso
composto è officiabile o esponibile, mentre il senso diviso probatur ratione termini mediati ; c) la
terza dif- ferenza proviene ex parte
illativae positionis ; cioè la proposi- zione in senso composto implica una
proposizione nella quale il modo sia affermato della proposizione de inesse
corrispondente al dictum (es. necesse
est hominem esse animal, ergo haec est necessaria ‘homo est animal’ ) e ciò non
è possibile per il senso diviso (non vale l’inferenza: homo contingenter est animal, ergo haec est
contingens ‘homo est animal’ ) 1, Secondo modo. Si ha con un termine che
ha vis confundendi (confuse tantum, mobiliter o immobiliter) nei
riguardi di un proprie et per se in primo modo , e ciò contro Heytesbury,
che ratione suae confusionis vel
immobilitationis li tratta nel secondo
modo. Ivi, lect. II, 1, quarto. Ivi,
quinto; continua: Ex quo patet error nostri aemuli conce- dentis esse id ad
quod esse verum sequitur suam propositionem esse veram. Jam enim scripsimus
circa notitiam insolubilem aliquam propositionem esse falsam, cuius dictum
adaequate est verum, ut haec ‘Socrates dicit falsum’, posito quod nihil aliud
dicat, et tunc ipsa est falsa, et Socratem dicere falsum est verum ut sequens,
ergo etc. Et hoc idem militat contra ponentes obiectum scientiae-vel
dubitationis esse significabile complexe et non ipsa conclusio ; quest’ultima è la posizione di RIMINI
(vedasi) Gregorio da Rimini (ma cfr. cap. I, appendice PERGOLA (vedasi). Ivi, sexto. dictum © d'un
suo equivalente: termini aventi la capacità di “confondere” sono di tre specie:
alcuni esercitano mediate tale capacità (così omnis nella proposizione
universale affermativa, e non causa compositio
), altri la esercitano immediate (come le
dictiones exclusivae , e non causano
compositio ); altri infine la esercitano sia immediate che mediate,
purché non siano im- pediti da altro sincategorema: di essi, alcuni confundendo immo- bilitant , altri no; fra i
primi, sono incipit, desinit, promitto, debeo, obligor, necesse, necessario €
impossibiliter; fra i secondi, scio, credo, volo, cupio, immediate **; si ha
senso composto quando sono ‘confusi’ quei termini che possono esserlo: se si ha
confusio mobilis, la verità o falsità della proposizione è mostrata dalla dalla
verità o falsità del descersus a una proposizione de di- siuncto exttemo ; se si ha confusio
immobilis, la verità o falsità sarà provata mediante descensus alla equivalente
proposizione in senso diviso; si ha senso diviso quando un termine comune della
proposizione non è confuso perché antecede il termine confundens: la verità o
falsità di essa sarà provata con descensus dal termine comune non confusus,
descensus che non è possibile col senso composto. Di qui deriva l’analisi dei
rapporti tra primo e secondo 382 Ivi, lect. III, 1, conclusio. Ivi, supponitur
primo: cfr. LANDUCCI, f. 7vb. 34 VerTORI, op. cit., lect. III, 1, supponitur
tertio, e cfr. supponitur quarto: Et ex
hoc supponitur quarto quid nominis sensus compositi et divisi in secundo modo.
Sensus enim compositus tunc est, cum vis terminorum confundentium confusiva et
per consequens vel illius immobilitativa est in terminum communem, ratione
cuius veritas vel falsitas datae compositionis, si ex confusione et
mobilitatione est, habetur verificata vel falsificata proposi- tione de
disiuncto extremo compositioni correspondente ut descensus; et si compositio
fuerit ex immobilitatione consequente aliqualem confusionem termini, erit
verificata vel falsificata propositione exprimente descensum illius termini
communis in divisa propositione compositae correspondente, ad mo- dum quo
ea(n)dem declarat compositionem ex vi immobilitationis termini factam. Et sic
sensus divisus erit, cum vis illorum terminorum confundentium modo: il secondo
modo è superior al primo, che è inferior a quello ( Le. ] differentiam secundi
modi compositionis a primo esse sicut superioris a suo inferiori ) #9; ciò è
contro l’opinione di Landucci ( Senensis quidam
scrive Vettori), ma alla obiezione di Lan- ducci, che non si capisce
perché, se così fosse, Heytesbury avrebbe cominciato il suo trattato dal primo
modo anziché dal secondo Vettori risponde che questo si deve al fatto che
comunemente si parla di senso composto e senso diviso a proposito dei termini
che denotano la possibilità, inclusi perciò nel primo modo *%, Accostiamo
subito a questi due l’ottavo modo. I verbi desi- gnanti atti della mente sono
di due specie: alcuni designano un atto interiore (intelligere, scire, velle),
altri designano un atto este- non transcendit in terminum communem per
praecedentiam illius ad ipsos ratione cuius veritas vel falsitas datae
propositionis divisae habetur ES descensu illius termini communis repugnante
eidem in sensu composito. L'esempio addotto per il secondo caso del senso
composto è niecessatio: omnis homo est
animal : l’autore non illustra come va operato il descensus in questo caso; si
limita a ribadire che datae
propositionis veritas habetur verificato vel falsificato descensu attributo
illi termino i S diviso extraneo eidem in sensu composito . sana sa Ivi,
supponitur septimo; continua così il testo: Quilibet enim terminus qui ratione
sui significare posse esse vel non posse esse facit sensum compositum in primo
modo cum quilibet talis habeat vim confun- dendi tantum ratione suae
confusionis, faciet sensum compositum vel divisum in secundo modo et non e
contra; patet enim aliquem esse terminum com- ponentem vel dividentem in
secundo qui nullatenus significat posse esse vel non posse esse et sic a
ratione compositionis primi modi secluditur . Tuttavia vii [..] supponitur
sexto, quod licet quilibet terminus ‘cdimponena vel dividens in primo modo
possit ratione suae confusionis componere vel divi cà in secundo modo, aliqua
tamen est propositio in sensu composito vel ; iviso in primo quae nec est
composita vel divisa in secundo modo, ut hi ‘necesse est Socratem esse istum
hominem’ et ‘Socratem necesse est fees istum hominem?. Et hoc patet per quid
nominis sensus compositi o divisi in secundo modo (cfr. n. 384) sith 386 Ivi, sotto supponitur
septimo. riore (video, tango, audio)". Solo i primi fanno senso composto e
senso diviso in questo modo. Tali verbi possono cadere su di un termine
incomplexus, o su di un dictum complexum (di qui la distinzione tra probatio
descriptibilis e officialis); se cadono su di un complexum, o dictum
categoricum, perdono ogni vis appellationis formae , giacché appellare formam est restringere terminum ad
sui definitionem, sed dictum categoticum nullam habet definitionem, igitur non
appellabitur appellatione formae 39; del
resto, solo con un complexum si ha senso com- posto e senso diviso ?, e
precisamente si ha senso composto quando il verbo precede o segue il dictuz,
mentre se sta tra le parti del dictum si ha senso diviso 32. il primo ha
probatio offi- cialis, il secondo va provato secondo il termine mediato
precedente, se è presente nella proposizione ®”. Per concludere, esaminiamo
l'impostazione che Vettori dà del settimo modo, che ha luogo — egli dice — con
le determi nazioni ita est, ita fuit, ita erit. Egli così procede: dei termini
am- pliativi, alcuni significano la possibilità ( consignificant posse esse vel
non posse esse ) e appartengono al primo modo; altri invece consignificano il
tempo, sia se sono considerati in sé (al tempo passato o futuro), sia se
considerati nella forma di participio Ivi, lect. VIII, 1, supponitur primo.
Ivi, supponitur secundo. 389 Ivi, supponitur tertio. :, Ivi, supponitur quarto; continua: Hoc idem
patet quia sequitur tamquam ab eodem idem: ‘tu intelligis hominem esse animal,
ergo hominem esse animal intelligis’, quod non contingeret si dictum illud
formaliter appellaretur, sicut hic non sequitur: ‘tu (ergo textus) hominem
intelligis, ergo intelligis hominem’, ut patet intuenti . Ivi, supponitur quinto. 392 Ivi, supponitur
sexto. . Ivi, supponitur septimo, e
conclude: Et scias istam differentiam non causare omnimodam impertinentiam
inter hos sensus, quia aliquibus conditionibus observatis sensus illi erunt
pertinentes. Adam est praeteritus, antichristus est futurus: il participio è
detto distractivus; considerando che ampliatio est dilatatio verbi, vel ratione
sui, vel ratione participii distractivi ultra propriam sui consignificationem
ad plures scilicet temporis differentias , può accadere che unì verbo ampliato
possa essere restrictus di fatto ad unam
temporis differentiam tra quelle
richieste dall’amzpliatio; così avviene nel nostro caso, giacché ita, (e solo
per accidens l’espressione aliquando
fuit ita ) limita a un istante del tempo connotato la verità della proposizione
#9, e quindi l'aggiunta di if4 a un dictum è causa formale del senso composto
in questo settimo modo ?, Di qui deriva che il senso composto si ha con
l’aggiunta di ifa che restringe l’arzpliatio del tempo del verbo nella
proposizione a un istante del tempo con- notato dal verbo che fa parte della
deterzzinatio, e che è il passato o il futuro; il senso diviso è dato dalla
proposizione senza deter- minazione e col verbo ampliato -- es. senso composto:
aliquando fuit ita quod Socrates EST albus, senso diviso: Socrates FUIT albus. Di
qui ancora risulta che il senso diviso sta al senso composto come il più ampio
al meno ampio. Nel primo caso quella compositio che è il senso diviso ha verità
verificabile nel tempo 3% Ivi, lect. VII, 1, conclusio, e praemittitur primo.
praemittitur secundo; cfr. anche: Quantum ad primum prae- supponitur primo quid
nominis restrictionis. Unde restrictio est acceptio termini in propositione pro
paucioribus quam in propositione ampliata. Dico ‘acceptio termini in
propositione’, ut denotetur restrictionem non fieri extra propositionem: est
enim species suppositionis, quae est proprietas termini proportionaliter capti.
Dico ‘pro paucioribus quam’ etc., ut deno- tetur terminum discretum non posse
restringi . Supponitur secundo quod
terminum restringi ad pauciora in propositione potest dupliciter intel- ligi:
vel ad pauciora scilicet supposita personaliter termino attributa, vel ad
pauciora, id est, ad pauciores temporis differentias connotatas per verbum cui
accidit ampliatio vel ratione sui vel ratione participii ampliativi, et haec
erit restrictio ampliationis cui committatur compositio septimi modi . 39 Ivi,
1, praemittitur tertio. Ivi, praemittitur quarto. Veritas compositionis divisae
proportionatae illi de sensu composito est temporalis et non istantanea), nel
secondo invece è istantanea (veritas limitatur ad certum instans proportionatum
propriae connotationis verbi restricti : propor- zionato, cioè, al passato o
futuro, secondo i casi) **. 398 Ivi, supponitur septimo. Il testo del trattato
“Termini qui faciunt” si trova in due manoscritti: PADOVA, Biblioteca
Universitaria 1123, ff. 10va-11vb, e Worcester, Cathedral Library, F. 118, f.
30v sgg. Ho esaminato il ms. Padovano. Il testo, ANONIMO, ha, al f. 10va,
Incipit :termini qui faciunt” e, al f. 11vb, Expliciunt termini qui faciunt. Il
trattato quindi trae il suo titolo dall’incipit. Anche a una prima lettura si
può rilevare che ci si trova di fronte non a un’opera originale, ma ad un
adattamento di un capitolo delle Regulae solvendi sophismata di Heytesbury,
intitolato “De scire et dubitare”. Il materiale del capitolo di Heytesbury è
qui organizzato in modo da offrire in primo piano la descrizione del senso
composto e del senso diviso, alla quale seguono VI casus con le relative
risposte. Nel suo testo, invece, Heytesbury vuole chiarire le difficoltà
relative all’uso di scire, dubitare, ecc.; per far ciò, egli formula gli stessi
VI casi; passa quindi a descrivere senso composto e senso diviso. Infine
risolve i casus. Heytesbury e il suo anonimo manipolatore si propongono fini
diversi. A conferma della dipendenza del trattato “Termini qui faciunt” dal
testo di Heytesbury diamo di seguito in sinossi i passi più importanti dell’uno
e dell’altro (si noti la successione dei fogli dei passi riportati: si
constaterà quanto diversa sia la collocazione dei brani paralleli nel testo di
Heytesbury e nel nostro trattato. Ms. Padova, Bibl. Un. 1123 (f. 10va) Termini
qui faciunt propositiones aliquando sumi in sensu composito et aliquando in
sensu diviso et sunt isti et consimiles: scie, dubitare, imaginari, nolle,
velle, ‘perci- pere’, CREDERE, ‘intelligere’, POSSIBILE, impossibile,
‘contingens’, NECESSARIUM, et alii consimiles. Unde notandum est quod quando
aliquis praedictorum terminorum vel consimilium praecedat totaliter DICTUM
PROPOSITIONIS vel finaliter subsequitur, tunc sumitur illa propositio in sensu
composito, ut illa ‘Scio deum esse’, ‘Dubito Socratem currere’, ‘Possibile est
album esse nigrum’, ‘Hominem esse album est impossibile’. Et
significant tales propositiones sic: Scio deum esse, id est scio QVOD deus est.
Credo Socratem cutrere, id est: credo QVOD Socrates currit; ‘possibile est
album esse nigrum’, id est: “Hoc est possibile: quod album est nigrum, et sic
de aliis. Sed quando aliquis dictorum terminorum mediat dictum propositionis,
id est ponitur in medio inter ACCUSATIVVM CASUM et, modum infinitum, tunc illa
propositio est totaliter accepta in sensu diviso. Et tales sunt istae: ‘4 scio
esse verum’, ‘SOCRATEM percipio currere’, ‘album possibile est esse nigrum’
etc. Et istae significant sic: ‘4 scio esse verum’, id est illud quod est 4
scio esse verum; ‘Socratem percipio currere’, id est: illud quod est Socrates
percipio [De scire et dubitare. Ad cuius evidentiam est notandum quod aliquando
accipiuntur propositiones quaedam in sensu composito quibus consimiles sumuntur
in sensu diviso quae non convertuntur cum illis acceptis in sensu composito.
Item sciendum quod huiusmodi propositiones maxime fiunt per terminos actum vel
habitum animae importantes, aut posse esse vel non posse esse, seu esse
necessario vel non esse, vel impossibile esse vel non esse. Eiusmodi sunt isti termini:
scire, dubitare, intelligere, imaginari, percipere, velle, nolle, possibile’,
‘impossibi- le’, necesse et sic de aliis multis. Quod autem cum his terminis
fiant tales propositiones satis apparet iuxta communem modum loquendi [H. P.
GRICE, “ORDINARY LANGUAGE”], ut cum dicitur: ‘scio 4 esse verum’ et ‘4 scio
esse verum’. Propositiones istae multum sunt similes, sed non convertuntur. Una
enim accipitur in sensu diviso et alia in sensu composito sicut et hic. Aliquam
propositionem dubito esse veram’ et ‘dubito aliquam propositionem esse veram,
intelligo vel imaginor aliquem punctum esse medium huius corporis’ et ‘aliquem
punctum intelligo vel imaginor esse medium huius corporis. Et ita apparet quod
multae sunt propositiones similes sicut istae iam praemissae et aliae huiusmodi quae non convertuntur, cum
una accipiatur in sensu currere; ‘album possibile est esse nigrum’, id est
illud quod est album possibile est esse nigrum postea, vel sic: de re quae est
alba potest fieri res nigra, et sic est de aliis. Ad istam conclusio- composito
et alia in sensu diviso, quia sensus compositus rato vel numquam convertitur
cum sensu diviso, sed in maiori parte quantumcumque sint similes sunt tamen
sibi invicem impertinentes sicut inferius patebit. Item tamquam pro regula est
observandum quod cum aliquis istorum terminorum vel similium praecedit
totaliter dictum alicuius propositionis seu sequitur finaliter, tunc talis
propositio accipienda est in sensu composito, sicut sic dicendo: ‘scio 4 esse
verum’; tota illa propositio accipitur in sensu composito, et tunc convertitur
cum hac propositione ‘scio quod 4 est verum’, et ex hoc sequitur quod talis
propositio ‘a est verum’ vel aliqua propositio significans quod a est verum est
scita a me. Multi tamen sunt termini prius accepti qui non multum competenter
sequuntut finaliter huiusmodi dictum propositionis, quia improprie diceretur:
‘4 esse verum scio”, ‘aliquam propositionem esse veram scio’. Aliqui tamen
istorum competenter possunt sequi huiusmodi dictum finaliter. Convenienter nam
dicitur: ‘4 esse verum est possibile’, ‘hominem currere est possibile',
‘hominem esse asinum est impossibile’: sive igitur totaliter praecedit talis
terminus dictum huiusmodi sive sequatur finaliter, erit totalis propositio
dicta accepta in sensu composito. Prima supponatur nem probandam arguitur sic, et primo
supponitur ista propositio: suppono quod omnis propositio, de qua consideras
quam non scis esse veram nec scis esse falsam, sit tibi dubia. Deinde
ponitur iste casus, quod tu scias quod 4 sit altera istarum duarum
propositionum ‘deus est vel ‘homo est asinus’ et lateat te quae istarum s[clit
4... (f. 11ra) Ad eandem conclusionem probandam arguitur sic, et ponitur iste
casus, quod tu scias quod a s[cJit unum istorum contradictoriorum: ‘rex sedet’
et ‘nullus rex sedet’, ita quod tu scias quod quodcumque istorum sit verum quod
illud sit 4 et e contra, nescias tu tamen quae istarum sit 4, sicut nec scias
quae ista- rum scit vera; isto casu posito, facio tibi istam consequentiam. Tertio
ad eandem conclusionem arguitur sic, et ponitur quod Socrates sit coram te et
scias tu bene quod ‘hoc est hoc demonstrando Socrate et nescias tu quod hoc est
Socrates, scias tamen bene quod ista propositio ‘hoc est Socrates’ significat
praecise quod hoc est Socrates, tunc isto posito sequitur quod ista propositio
‘hoc est Socrates’ est tibi dubium quod quaelibet propositio de qua considerat
aliquis quam ille nescit esse veram nec scit esse falsam sit dubia eidem. Deinde
ponatur quod tu scias quod 4 sit altera illarum: ‘deus est’, ‘homo est asi-
nus’, quarum unam scias esse ve- ram et necessariam, scilicet istam ‘Deus est’,
et aliam scias esse falsam et impossibilem, scilicet istam ‘homo est asinus’,
et te lateat quae illarum sit 4. Item arguitut ad idem sic. Ponatur quod tu
scias quid sit ve- rum istorum, demonstratis istis contradictoriis tibi dubiis:
‘rex se- det’, ‘nullus rex sedet’, sic quod scias quod, quodcumque istorum sit
4, quod ipsum sît verum, et quod solum ipsum sit 4 et e con- tra, et cum hoc
scias quod 4 est verum istorum, nescias tamen quid istorum sit 4 sicut nescis
quid istorum sit verum. Istis po- sitis, fiat haec consequentia... Item ad idem
arguitur sic. Po- natur quod tu scias quod hoc sit hoc, demonstrato Socrate, et
ne- scias tu quod hoc sit Socrates, scias tamen quod haec propositio ‘hoc est
hoc’ significat praecise quod hoc est
hoc, et etiam quod ista propositio: ‘hoc est Socrates” significat prae(f.
12vb)-cise quod hoc est Socrates. Sit enim Socrates coram te quem scias esse
homi- nem et nescias ipsum esse Socra- tem, quc posito cequitur quod
Terminologia logica della tarda scolastica Quarto arguitur [sic] ad ean- dem
conclusionem sic, et ponatur quod Socrates sit coram te, scias tu bene quod
ipse est Socrates vel Plato, nescias tamen quis istorum ipse sit, scias tu bene
quod ista propositio ‘hoc est Socrates” signi- ficat praecise quod hoc est
Socra- tes, tunc ista propositio ‘hoc est Socrates’ est tibi dubia... Quinto
arguitur ad eandem conclusionem probandam sic, et ponitur quod tu scias quid
demon- sttetur per subiectum huius pro- positionis: ‘hoc est homo” et quod
aliquid scias esse hominem et nihil dubitas esse hominem et quod tu scias istam
propositionem ‘hoc est homo’ sic significantem praecise quod hoc est homo, tunc
ista propositio ‘hoc est homo” est scita a te esse vera vel scita a te esse
falsa... (f. 1lva) Sexto arguitur ad probandum conclusionem sic: po- natur quod
4, è, c sint tres propo- sitiones quarum duae primae, sci- licet 4, d sint
scitae a te, tertia sit c dubia; et dubitantur sic istae propositiones vel
removean- tur a te, ita quod nescias quae istarum s[clit 4 nec quae d nec quae
c nec quae sit tibi dubia. Isto posito, arguo sic: aliqua ista- rum est scita a
te et quaclihet haec propositio ‘hoc est Socrates” est tibi dubia. Item posito
quod scias quod hoc sit Socrates vel Plato, nescias tu tamen an hoc sit
Socrates nec scias an hoc sit Plato, et tunc erit ista propositio tibi dubia:
‘hoc est Socrates’... Item suppono quod tu scias quid demonstretur per
subiectum huius propositionis: ‘hoc est homo” et scias quod illa propositio
signi- ficat praecise sicut termini illius preetendunt, et quod scias aliquid
esse hominem et nihil dubites esse hominem; quo posito, sequitur quod ista
propositio: ‘hoc est homo’, sit scita a te esse vera vel quod illa sciatur a te
esse falsa... Item sint 4, d, c tres proposi. tiones, quarum duae sint scitae a
te, scilicet 4 et 2, et tertia, scili- cet c, sit tibi dubia, et nescias quae
illarum sit 4 vel b, et simi- licter lateat te (f. 13ra) quae illa rum sit tibi
dubia. Istis positis, sequitur quod aliqua illarum pro- positionum sit scita a
te, quia tam a quam È sciuntur a te per casum, et sequitur etiam quod quaelibet
illarum sit tibi dubia... 606 istarum est dubia, ergo conclusio... Septimo
arguitur ad eandem conclusionem sic: tu scis quod hoc est Socrates et dubitas
an hoc sit Socrates eodem demonstrato, ergo illud est scitum a te et tibi
dubium; et antecedens arguitur sic, et ponatur quod heri vidisti Socratem et
neminem alium, et scias tamen bene quod adhuc ille homo quem heri vidisti est
So- crates, et sit Socrates hodie coram te et lateat te quod iste est So-
crates, tunc sic: tu scis quod iste homo est Socrates; hoc arguitur sic, quia
demonstrato isto homine quem heri vidisti, scis bene quod iste est Socrates,
sed neminem heri vidisti nisi istum hominem, ergo demonstrato isto scis bene
quod iste est Socrates et dubitas an iste idem sit Socrates per ca- sum, igitur
sequitur conclusio. Alfonso Maierù Item tu scis quod hoc est Socrates et
dubitas an hoc sit Socra- tes, eodem demonstrato; propter quod ponatur quod heri
videris Socratem et scias adhuc quod ille homo quem heri vidisti est So-
crates, et videas Socratem modo, et lateat te an sit Socrates, sed credas quod
ille homo quem nunc vides sit Plato, et non videas ali- quem nisi Socratem;
istis positi scis quod hoc est Socrates d monstrato illo quem heri vidisti,
quia absque haesitatione conce- deres quod hoc est Socrates, de- monstrato illo
quem heri vidisti, quia scis bene quod ille quem heri vidisti est Socrates
demon- strato illo quem heri vidisti. Scias nam gratia exempli quod neminem
vidisti heri nisi illum qui est So- crates, et tunc sequitur quod tu scis quod
hoc est Socrates, de- monstrato illo quem heri vidisti, et eodem demonstrato
dubitas an hoc sit Socrates, quia, demonstrato illo quem iam vides, dubitas an
hoc sit Socrates, et idem est quem iam vides et heri vidisti, igitur eodem
demonstrato scis quod hoc est Socrates et dubitas an hoc sit Socrates. Alfonso Maierù. Maierù. Luigi
Speranza, “Grice e Maierù”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Mainardini: l’implicatura conversazionale del popolo romano di
Livio – filosofia veneta – filosofia padovana – la scuola d Padova -- filosofia
italiana – il consorzio degl’eroi -- Luigi Speranza (Padova). Abstract. Grice: “I often wondered: if William of Occam were known to
have belonged to a noble family, say, that of the Chumleys – we would refer to
him as Chumley, not Occam. The Italians know better. Marsilio is a pretty
common Christian name – once you know
that this Marsilio belonged to ‘dei Mainardini’ – plural of ‘Mainardino’ – you
better acknowledge that!” Grice: “In any case, it is very rare that a political
philosopher is called a philosopher at Oxford!” Filosofo italiano. Padova,
Veneto. Grice: “Padova tries to institute the ‘regnum’ as between Aristotle’s
‘polis’ and the modern ‘stato,’ but in which case, we wouldn’t call it
‘politeia’ anymore!” -- Grice: “When I
studied change I focused on von Wright – but then there is Padova and his
‘grammatica del mutamento’!” Nato da una
famiglia di giudici e notai – il padre: ‘di Giovanni’ -- che viveva vicino al
Duomo di Padova, completò i suoi studi a Parigi dove fu insignito dell'autorità
di rettore. Il tempo trascorso a Parigi influì moltissimo sull'evoluzione del
suo pensiero. Gli anni parigini furono molto importanti e fecondi per
l'evoluzione del suo pensiero e la visione dello stato di corruzione in cui
versava il clero lo portò a diventare anti-curialista. A Parigi incontrò
Occam e Jandun, con cui condivise passione politica e atteggiamento di
avversione verso il potere temporale della Chiesa. Con Jandun rimase legato da
grande amicizia e assieme a lui subì l'esilio. Mainardini dopo le sue
dure affermazioni contro la Chiesa venne bollato con l'epiteto di “figlio del
diavolo”. Mainardini si trova a Parigi quando si sviluppò la lotta tra
Filippo, re di Francia, e il Papato. Tutto ciò, assieme al vivace contesto
culturale in cui si muoveva, lo portò alla compilazione della sua opera
maggiore il Defensor Pacis, l'opera cui deve la sua fama e che influì
moltissimo sia sul pensiero filosofico-politico contemporaneo che su quello
successivo. A Parigi sperimentò una monarchia decisa ad accrescere il
proprio potere e la propria autorità su tutte le forze politiche centrifughe
del momento ivi compresa la Chiesa di Bonifacio VIII. Diventato consigliere
politico ed ecclesiastico di Ludovico il aro lo seguì a Roma in occasione della
sua incoronazione imperiale e qui fu nominato dallo stesso Ludovico vicario
spirituale della città. L'incoronazione imperiale avvenne ad opera del popolo
romano anziché del papa inaugurando, così, quella stagione dell'impero laico
che Mainardini vagheggiava e che avrebbe aperto la strada alla laicizzazione
dell'elezione imperiale e alla cosiddetta Bolla d'Oro di Carlo IV di Boemia. Con la Bolla
d'Oro fu eliminata ogni ingerenza del papa nell'elezione imperiale diventando
così un fatto esclusivamente tedesco. Fu ancora con Ludovico quando questi si
ritirò, dopo il fallimento dell'impresa romana, in Germania dove rimase fino
alla morte. È del periodo immediatamente antecedente la sua morte la
compilazione di alcune opere minori tra cui spicca il “Defensor Minor,” un
piccolo capolavoro. Si può definire l'opera di M. come il prodotto di tempi in
cui confluiscono la virtù del cittadino, il nazionalismo francese e
l'imperialismo renano-germanico. Il Difensore della pace” è la sua opera
più conosciuta in cui, fra l'altro, tratta dell'origine della legge. Il
suo fondamento era il concetto di ‘pace,’ intesa come base indispensabile dello
Stato e come condizione essenziale dell'attività umana. Si tratta di un'opera
laica, chiara, priva di retorica, moderna e per alcuni versi ancora attuale. La
necessità dello Stato non discendeva più da finalità etico-religiose, ma dalla
natura umana nella ricerca di una vita sufficiente e dall'esigenza di
realizzare un fine prettamente umano e non altro. Da questa esigenza nascono le
varie comunità, dalla più piccola alla più grande e complessa, lo Stato. Ne
deriva la necessità di un ordinamento nella comunità che ne assicuri la
convivenza e l'esercizio delle proprie funzioni. Per Marsilio questa esigenza
ha caratteristiche prettamente umane che non rispondono a finalità etiche ma
civili, contingenti e storiche. Alla base dell'ordinamento c'è la volontà
comune dei cittadini, superiore a qualsiasi altra volontà. È la volontà dei
cittadini che attribuisce al Governo, “Pars Principans,” il potere di comandare
su tutte le altre parti, potere che sempre, e comunque, è un potere delegato,
esercitato in nome della “volontà popolare.” La conseguenza di questo principio
era che l'autorità politica non discendeva da Dio o dal papa, ma dal “popolo,” inteso
come “sanior et melior pars.” In questa ottica egli propone che i vescovi
venissero eletti da assemblee popolari e che il potere del papa fosse subordinato
a quello del concilio. Ludovico il aro Marsilio pone il problema, che
tratterà anche nel Defensor Minor, del rapporto con il Papato e con i suoi
principi politici costruiti. occulta
valde, qua romanum imperium dudum laboravit, laboratque continuo, vehementer
contagiosa, nil minus et prona serpere in reliquas omnes civitates et regna ipsorum
iam plurima sui aviditate temptavit invadere segretamente, con i quali aveva
cercato, e continua a cercare, di insinuarsi subdolamente in tutte le altre
comunità e regni che aveva già tentato di attaccare con la propria enorme avidità
(Defensor pacis) Il giudizio di Mainardini sulla chiesa come istituzione è
molto negativo e lo manifesta con la crudezza di linguaggio che gli è solita
quando affronta l'argomento dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa. Lo scalpore
suscitato da questa opera obbligò Mainardini a fuggire presso l'imperatore
Ludovico il aro, con il quale scese in Italia. Il Defensor minor si colloca fra
le opere minori di Mainardini, ma si distingue per la sua importanza. Si
differenzia dal Defensor pacis per essere un'opera più propriamente teologica
mentre l'altra è prevalentemente politica. Lo studio condotto nel Defensor
Minor riguarda la giurisdizione civile ed ecclesiastica, la confessione
auricolare, la penitenza, le indulgenze, le crociate, i pellegrinaggi, la
plenitudo potestatis, il potere legislativo, l'origine della sovranità, il
matrimonio e il divorzio. Il Tractatus de iurisdictione imperatoris in
causis matrimonialibus che Mainardini compila in occasione del divorzio di
Giovanni di Moravia e Margherita di Tirolo-Gorizia si trova nell'ultima parte
del Defensor Minor. Le relazioni tra i coniugi erano tanto insostenibili
che la sposa preferì fuggire. Intervenne l'Imperatore, imparentato con la
sposa, e progettò il matrimonio tra la fuggitiva e Ludovico di Brandeburgo ma a
ciò ostavano il precedente matrimonio e alcuni legami di sangue. Il “Tractatus
de translatione imperii” – “Trattato della
translazione dei imperii” -- è un'opera
che niente aggiunge alla fama derivatagli dal Defensor Pacis anche se ebbe una
certa diffusione. Si può considerare questo trattato come una storia
sintetica dell'Impero dalla fondazione di Roma da Romolo (alla LIVIO) fino al
secolo XIV. In M. lo “stato romano” è concepito come prodotto umano, al di
fuori da premesse teologiche quali il peccato o simili. È fortemente affermato
il principio della legge quale prodotto della comunità dei cittadini, legge
dotata di imperatività e co-attività oltre che ispirata ad un ideale di
giustizia. Questo ideale di giustizia deriva dal con-sorzio o concerto civile,
l'unico soggetto che può stabilire ciò che è giusto e ciò che non lo è. Per M.,
l'uomo deve essere inteso come libero e consapevole. Nel Defensor Pacis
appare diffuso un costituzionalismo affermato fortemente nei confronti sia
dello Stato che della Chiesa. È tra i primi studiosi a distinguere e separare
la legalita (ius) dalla moralita (ethos, mos), attribuendo il primo alla vita
civile e il secondo alla coscienza. Mainardini è sempre un uomo del suo tempo,
saldamente ancorato nella sua epoca, ma con intuizioni che ne fanno un uomo
nuovo, anticipatore per certi versi del Rinascimento. La definizione del nuovo
concetto di Stato, autonomo, indipendente da qualsiasi altra istituzione umana
o, a maggior ragione, ecclesiastica è il grande merito di M.. Anche nella
Chiesa viene affermata una forma di costituzionalismo contro il dilagante
strapotere dei vescovi e dei papi. È ancora l'universitas fidelium a prendere,
attraverso il Concilio, ogni decisione riguardante qualsiasi materia di ordine
spirituale. Il nostro autore non teme di scagliarsi contro la Chiesa, a negare
il primato di Pietro e di Roma, affermare la necessità del ritorno del clero a
quella povertà evangelica tanto cara ad alcune sette riformiste di cui lui
certamente conobbe e comprese il pensiero. Lotta contro la Chiesa ma solo per
conservarne o rivalutarne il più vero, autentico e originario contenuto e
significato. Quasi riformista e conservatore nello stesso tempo, riformista là
dove è contro la corruzione dilagante nella Chiesa di quel periodo,
conservatore là dove accetta la necessità di un ordine costituito, della
religione, della morale, intese nel senso più puro. La modernità di M.
consiste anche nel metodo della sua trattazione e della terminologia che usa,
sempre stringata ed esaustiva, aliena da qualsiasi di quelle forme di retorica
che era caratteristica degli autori medievali. Altri saggi:: “Il difensore
della pace,” C. Vasoli. POMBA, Torino, BUR, Milano, Ancona E., C. Vasoli, MILANI,
Padova (collana Lex naturalis; Battaglia
F., La filosofia politica del medio Evo, Milano, CLUEB Battocchio R.,
Ecclesiologia e politica, Prefazione di G. Piaia, Padova, Istituto per la Storia
Ecclesiastica Padovana, Beonio-Brocchieri Fumagalli M.T., Storia della
filosofia medievale (Bari, Laterza,), Berti E., “Il ‘regno’ di Mainardini: tra
la civis romana e lo stato italiano,” Rivista di storia della filosofia
medievale, Briguglia G., Carocci
Editore, Cadili A., Amministratore della Chiesa di Milano, in Pensiero Politico
Medievale, Capitani O., Medioevo ereticale, Bologna, Il Mulino, Capitani O., Il
medioevo, Torino, POMBA, Cavallara C., La pace nella filosofia, Ferrara, Damiata
M., Plenitudo potestas e universitas civium, Firenze, Studi francescani, Del Prete D., Il pensiero politico ed
ecclesiologico, Annali di storia, Università degli studi di Lecce Dolcini C., Bari,
Laterza, Merlo M., Il pensiero della politica come grammatica del mutamento,
Milano, F. Angeli, Passerin d'Entréves A., Saggi di storia del pensiero
politico: dal medioevo alla società contemporanea, Milano Piaia G., Mainardini e dintorni: contributi
alla storia delle idee, Padova, Antenore, Piaia G., La Riforma e la
Controriforma: fortuna ed interpretazione, Padova, Antenore, Simonetta S., Dal
difensore della pace al Leviatano, Milano, UNICOPLI Toscano A., Marsilio da
Padova e Machiavelli, Ravenna, Longo, Defensor pacis Defensor minor Tractatus
de translatione Imperii Tractatus de iurisdictione imperatoris in causis
matrimonialibus Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Marsilio
da Padova, su sapere, De Agostini. Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. marsilio: essential Italian philosopher. Nome
compiuto: Marsilio dei Mainardini, Marsilio di Padova. Mainardini. Keyword: il
popolo italiano, consorzio conversazionale, difensore della pace, leviatano,
allegoria del buon governo – allegoria del buon governo, Livio, Romolo,
Machiavelli -- Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Mainardini" per il
Club Anglo-Italiano; Luigi Speranza, “Grice e Mainardini – la massima del
consorzio conversazionale.” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
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